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THE STORM (approfondimento)

The Storm (1704) è un'opera di giornalismo e scienza che riporta l'autore britannico Daniel Defoe .
È stato definito il primo lavoro sostanziale del giornalismo moderno, il primo resoconto dettagliato
di un uragano in Gran Bretagna. Si riferisce agli eventi di una tempesta lunga una settimana che
colpì Londra a partire dal 24 novembre e raggiunse il suo culmine nella notte del 26/27 novembre
1703. Conosciuta come la Grande Tempesta del 1703 e descritta da Defoe come "La più grande , il
più lungo in durata, il più largo in estensione, di tutte le tempeste e le tempeste che la storia dà
qualsiasi account di dall'inizio del tempo. " Il libro è stato pubblicato da John Nutt a metà del 1704.
Non era un best seller, e un seguito programmato non si è mai materializzato. Entro una settimana
dalla tempesta, Defoe pubblicò annunci sui giornali chiedendo ai lettori di presentare account
personali, di cui circa sessanta furono selezionati e modificati da Defoe per il libro. Questo era un
metodo innovativo per l'epoca in cui il giornalismo che si basava su rapporti di prima mano era
comune. Defoe considerava affidabili i conti perché "la maggior parte dei nostri Relatori non ci ha
dato solo i loro nomi, e ha firmato gli account che hanno inviato, ma ci ha anche dato il permesso
di consegnare i loro nomi ai posteri". The Storm è stato quindi definito la prima opera sostanziale
del giornalismo moderno. Defoe descrisse la tempesta come "la tempesta che distrusse boschi e
foreste in tutta l'Inghilterra". Scrisse: "Nessuna penna può descriverlo, né la lingua lo esprime, né il
pensiero lo concepisce se non da uno nell'estremità di esso". Le città costiere come Portsmouth
"sembravano come se il nemico le avesse saccheggiate e fossero miseramente stracciate a pezzi".
Pensò che la distruzione della flotta sovrana, in cui circa un quinto della marina era persa, fu una
punizione per la loro scarsa prestazione contro gli eserciti cattolici di Francia e Spagna durante il
primo anno della Guerra di Successione Spagnola. "La maggior parte della gente si aspettava la
caduta delle loro case", scrisse Defoe. Anche così, giudicarono che fosse più sicuro rimanere in
disparte che cercare un nuovo rifugio: "Qualunque cosa fosse il pericolo dentro le porte", era
ancora peggio, i mattoni, le piastrelle e le pietre, dalle cime delle case, volavano con tali forza, e
così densa nelle Strade, che nessuno pensava di avventurarsi fuori, sebbene le loro Case fossero
state demolite all'interno. " Alcuni dei racconti di prima mano includono quello di Elizabeth Luck di
Tunbridge Wells, che ha riportato centinaia di alberi abbattuti, una chiesa ha perso il campanile e
due cavalli sono morti sotto una scuderia distrutta.Un reverendo James King di Londra ha
raccontato di un camino che si è schiantato in una casa e ha seppellito una cameriera che è stata
ritenuta schiacciata morta, ma poi è apparsa il mattino dopo dalle macerie incolume. Thomas
Powell, un negoziante di Deal, fu così sconvolto quando i suoi vicini non aiutarono a salvare
marinai in panne su un banco di sabbia, pagò loro cinque scellini per ogni marinaio soccorso;
Defoe lo ha accreditato con il salvataggio di 200 vite. Defoe racconta un'altra storia del capitano di
una nave che si è suicidato piuttosto che affogare, solo per avere la sua nave in salvo ma troppo
tardi per lui. Dopo una settimana di pioggia e di forti venti che avevano già provocati danni
consistenti ai tetti delle abitazioni ed alle piante, l’uragano raggiunse le coste inglesi dal Galles alle
Midlands spostandosi poi verso sud e colpendo particolarmente le città di Londra e Bristol nonché
le coste dell’Olanda, della Scandinavia e della Germania. La regina Anna lo descrisse come “A
Calamity so Dreadful and Astonishing, that like hath not been Seen or Felt, in the Memory of any
Person Living in this Our Kingdom” (una calamità così spaventosa e stupefacente, che non si era
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mai vista né sentita, nel ricordo degli abitanti del nostro regno). L’uragano del 1703 fu un’enorme
tragedia e rimarrà vivo nella memoria collettiva del Regno Unito più di altri anche maggiormente
violenti sia grazie al lavoro di Defoe che rappresenta il primo resoconto storico di un gravissimo
evento, sia per i danni elevatissimi che subirono le campagne, le popolose città ed i porti affollati
da navigli di ogni tipo nel sud dell’Inghilterra. Nelle parole di Defoe “La tempesta distrusse boschi e
foreste su tutta l’Inghilterra /…./ Nessuna penna può descriverla, né lingua raccontarla, né
pensiero concepirla se non da chi l’à vissuta nelle fasi estreme”. Città costiere come Portsmouth
furono gravemente danneggiate. Nella sola Londra oltre 200 ciminiere furono soffiate via e molte
lastre di piombo dei tetti di circa un centinaio di chiese ed anche dell’abbazia di Westminster
furono strappate dalla bufera; la regina Anna ed il marito dovettero rifugiarsi nelle cantine del
palazzo di St. James per salvarsi dal crollo dei comignoli e di parte del tetto. I pinnacoli della
cappella del King’s College di Cambridge furono divelti dalla violenza del vento e molte vetrate
medioevali danneggiate; nelle città e nei paesi il vento abbatté comignoli e ciminiere, migliaia di
tegole volarono via dai tetti insieme a frammenti di lamiere di piombo e di ferro provocando danni
ovunque alle cose ed alle persone. I fulmini innescarono incendi a Whitehall e Greenwich. Nelle
campagne l’uragano sradicò migliaia di alberi, provocò la morte di migliaia di capi di bestiame e la
distruzione di circa 400 mulini a vento. Le maggiori perdite umane si ebbero in mare, dove
morirono circa 6000 persone tra marinai e pescatori. Decine di battelli-carboniere che portavano il
carbone a Londra scomparvero tra i flutti; sul Tamigi centinaia di navi e barche furono strappate
dagli ormeggi e trascinate fino ad ammucchiarsi in un caos indescrivibile a valle del London Bridge,
urtandosi, danneggiandosi ed in molti casi colando a picco. Una nave alla fonda a Whitstable, nel
Kent, fu spinta da una raffica di vento per oltre 200 metri all’interno della costa. I venti provenienti
da ovest costrinsero molte navi mercantili ancorate nei porti, già cariche con le mercanzie per
salpare in mare aperto lungo le consuete rotte, ad affollarsi nel canale della Manica. Anche le navi
da guerra della Royal Navy, pronte nei porti costieri in attesa di sferrare l’assalto alla città di
Cadice nell’ambito della guerra di Successione Spagnola, operazione in seguito indirizzata alla
conquista di Gibilterra, finirono per ammassarsi in quella zona. La Royal Navy perse circa un quinto
delle sua flotta. Tredici navi da guerra ed oltre trenta navi mercantili affondarono nel mare in
tempesta con tutti i marinai degli equipaggi. Il faro di Eddystone a circa 25 km dalla città di
Plymouth, il primo faro offshore, fu completamente distrutto provocando la morte dei suoi sei
occupanti. Defoe valutò un numero di vittime di circa 8.000 persone. Studi recenti hanno
dimostrato che a Londra nei giorni precedenti l’arrivo dell’uragano si era verificato un brusco calo
della pressione atmosferica, cosa che Defoe aveva verificato col suo barometro ma l’aveva
attribuito a qualche manomissione da parte dei figli. Oggi sappiamo che fenomeni di questa
portata sono causati da forti gradienti di temperatura tra le latitudini polari e quelle tropicali; lo
squilibrio nell’energia termica che ne deriva innesca la formazione di zone cicloniche con venti che
possono raggiungere al suolo 150 km/h con punte anche notevolmente superiori. C’è da
aggiungere che nel 1703 si era nella cosiddetta Piccola Era Glaciale che va dalla metà del XIV a
metà del XIX secolo ed in particolare le due decadi successive al 1680 furono le più fredde dal ritiro
dei ghiacciai di 12.000 anni fa. Ciò può avere contribuito alla violenza dell’uragano che oggi viene
classificato come un ciclone extratropicale. Nel 1703 la meteorologia come scienza non esisteva, si
svilupperà solo oltre un secolo dopo, all’incirca nel 1820; all’epoca i venti erano considerati
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provocati da un flusso lineare dovuto a qualche non meglio identificata differenza di pressione
atmosferica e non a complessi sistemi circolatori che si formano sugli oceani pilotati da rilevanti
fenomeni termici. Mancando gli strumenti di osservazione scientifica che oggi possediamo, in
primis le immagini satellitari che permettono un continuo monitoraggio delle formazioni
cicloniche e dei loro movimenti, era impossibile prevedere qualsiasi cataclisma ed approntare ogni
difesa o cautela possibile. Questo spiega il grande numero di morti che si ebbe nell’uragano del
1703, probabilmente molto superiore alla valutazione di Defoe, come riportato da altre fonti che
parlarono di quasi 15.000 vittime. Defoe attribuì la perdita delle navi della Royal Navy alla
punizione divina per lo scarso impegno della flotta contro le armate cattoliche di Francia e Spagna
durante il primo anno della guerra di Successione Spagnola. D’altra parte, prima di quella
meravigliosa esplosione di razionalità che fu l’Illuminismo alla fine del XVIII secolo, moltissime
persone pensavano che l’onnipotenza del Dio della cristianità manifestasse la sua collera contro “i
peccati della nazione” mediante violenti e terrificanti eventi atmosferici. Il clero, in particolare, li
interpretava come segni dell’ira divina per qualunque infrazione del “codice” religioso, ivi
compresa la pericolosa popolarità che il teatro ma soprattutto la scienza andavano acquisendo.
Dopo l’uragano, la regina Anna fece dichiarare dal governo un giorno di digiuno in espiazione delle
colpe di atei e peccatori, implorando il perdono di Dio. Come riportato nell’articolo di Lucy Jones
(2), secondo il climatologo Dennis Wheeler dell’Università di Sunderland “alcuni scienziati, come
Newton, iniziavano ad avere una visione razionale del mondo /…./ Essi erano la punta di un
iceberg intellettuale, ma la gran parte della gente aveva una visione profondamente religiosa degli
eventi che accadevano /…./ Li consideravano letteralmente un atto di Dio”. Tuttavia l’uragano del
1703 contribuì anche a stimolare un certo interesse puramente scientifico in quanto la Royal
Society, fondata nel 1660, pubblicò una edizione speciale del suo giornale “Philosophical
Transactions”, che riportava le misure di temperatura, pressione e quantità di pioggia nei mesi
dell’evento. Quindici anni dopo, verso i 60 anni, Daniel Defoe “giornalista-giocoliere, grafomane,
poligrafo /…/ si lascia dietro le spalle questa vita di metamorfosi, di travestimenti, di maschere, e
diventa scrittore vero”. Pubblica infatti nel 1719 “Robinson Crusoé”, il suo capolavoro che gli varrà
la fama di padre del romanzo moderno. Morirà nel 1731, in miseria e pieno di debiti, depredato da
un figlio, disperatamente solo come il suo eroe, vicino a Londra dove viveva nascosto per sfuggire
ai creditori.

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