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KANT

IL PROBLEMA GNOSEOLOGICO

Il pensiero kantiano vuole sintetizzare il problema della conoscenza così com’era


stato esposto da empiristi e razionalisti, rispondendo però anche agli interrogativi
lasciati in sospeso da queste due correnti.

Gli empiristi, come Hobbes e Humme, prevedevano l’esperienza (giudizi sintetici a


posteriori) come unica fonte di conoscenza. Tuttavia questa corrente di pensiero
aveva raggiunto esiti scettici in quanto, tramite l’esperienza, si può arrivare a
conoscere solo il “qui e ora”. (so per abitudine che il sole sorge ogni mattina, ma non
posso essere certo che sorgerà anche domani). Non era possibile quindi parlare di
sostanza o di rapporto causa-effetto.

I razionalisti, come Liebniz, avevano teorizzato invece che l’unica fonte di conoscenza
fosse la ragione (giudizi analitici a priori). Tuttavia si ricadeva nel problema delle
tautologie: ogni conoscenza si esaurisce nella sua stessa definizione (il triangolo ha
tre angoli) e non è possibile creare nuova conoscenza.

LA RIVOLUZIONE COPERNICANA

Kant dissolve il concetto di sostanza: le intuizioni pure della sensibilità agiscono solo
sul fenomeno, ovvero ciò che ci appare soggettivamente dell’oggetto che
intendiamo conoscere. Il fenomeno è dunque distinto dal noumeno, ossia l’oggetto
così com’è. Il noumeno è irraggiungibile alla conoscenza umana.

LA DISSERTAZIONE DEL ‘70

Nella Dissertazione del 1770, Kant stabilisce una distinzione tra due tipi di
conoscenza: quella sensibile, dovuta alla ricettività o passività del soggetto e che ha
come oggetto il fenomeno, e quella intellettuale, che è una facoltà del soggetto e ha
come oggetto il noumeno. Nella conoscenza sensibile si distingue inoltre tra materia,
ossia la sensazione che testimonia la presenza dell’oggetto, e la forma, ossia la legge
che ordina la materia sensibile.
La forma della conoscenza sensibile è l’intuizione pura, cioè a priori. Le intuizioni
pure non sono perciò caratteristiche passive dell’oggetto, quanto funzioni del
soggetto che si applicano ai dati provenienti dalla sensibilità. Esse sono spazio e
tempo, realtà soggettive necessarie alla mente per coordinare i dati sensibili.

LA CRITICA DELLA RAGION PURA

Nella Critica della Ragion Pura (1781) - chiamata così in quanto viene sottoposta a
vaglio critico la ragione stessa prima che avvenga esperienza e quindi conoscenza -,
Kant si pone un problema gnoseologico: quand’è che possiamo avere conoscenza
scientifica? Come sono possibili matematica e fisica come scienza? È possibile la
metafisica come scienza?

La motivazione che spinge Kant a sottoporre a critica la ragione è che essa è


l’elemento accomunante di tutti gli uomini - da qui prenderanno spunto le
dichiarazioni dei diritti dell’uomo: tutti gli uomini hanno dignità in quanto
possiedono la ragione e hanno un pensiero critico che li rende unici e irripetibili.
Kant trova mediazione tra empirismo e razionalismo nel concetto di giudizi sintetici a
priori, che nascono cioè dall’incontro tra intuizioni pure e categorie, dalle quali
dipende l’universalità della conoscenza, con l’esperienza, che crea nuova conoscenza
e si forma grazie all’attività ordinatrice e unificante della ragione che opera, appunto,
tramite forme a priori sulla materia fornita dai sensi.

L’IO PENSANTE

Kant dissolve inoltre l’idea dell’io, visto da lui come funzione unificante
dell’esperienza; un io pensante e consapevole delle attività da esso praticate. L’io
penso non può dunque essere oggetto di conoscenza in quanto è una
rappresentazione pura, che precede e rende possibile ogni esperienza. L’io penso è
una funzione di sintesi che unifica le percezioni facendo sì che il processo conoscitico,
altrimenti frammentato in molteplici rappresentazioni soggettive, sia condotto ad
unità.

Kant distingue quindi tre principali facoltà conoscitive: la sensibiliutà, ossia l’uso dei
sensi regolato dalle intuizioni pure di spazio e tempo; l’intelletto, attraverso cui
analizziamo i dati sensibili tramite le categorie, o forme a priori dell’intelletto; la
ragione, ossia la facoltà attraverso cui tentiamo di spiegare i concetti di anima,
mondo e Dio.

ESTETICA E LOGICA TRASCENDENTALE

La Critica della Ragion Pura presenta due filoni: la dottrina degli elementi, che si
propone di mettere in luce le forme a priori dell’intelletto, e la dottrina del metodo,
che determina il metodo della conoscenza tramite queste forme.

La dottrina degli elementi si ramifica a sua volta in estetica trascendentale e logica


trascendentale. L’estetica trascendentale studia le forme a priori di spazio e tempo,
mostrando come su di esse si fonda la matematica. La logica trascendentale studia le
forme a priori del pensiero e si sdoppia in analitica trascendentale, che studia
l’intelletto e le sue dodici categorie, mostrando come su di esse si fonda la fisica, e
dialettica trascendentale, che studia le idee di anima, mondo e Dio, mostrando come
su di esse si fonda la metafisica.

Il termine trascendentale - da non confondere con trascendente - intende una


conoscenza che è a priori, ossia non nasce dall’esperienza, ma è necessaria a
sitemare l’esperienza. Andando oltre l’esperienza non si possono produrre che errori
e idee date dalla necessità di unificazione quali anima, mondo e Dio. In quanto
applicate all’io penso, queste idee non possono avere valore conoscitivo. Il concetto
di anima produce paralogismi e quallo di mondo produce quattro antonomìe. Da ciò
si evince che, non fondandosi su giudizi sintetici a priori, la metafisica non è possibile
come scienza.

LE CATEGORIE DELL’INTELLETTO

Le categorie dell’intelletto sono concetti puri, contenuti a priori nell’intelletto, in


contrapposizione ai concetti semplici, ricavati dall’esperienza. Le dodici categorie,
riprese da Aristotele, sono i predicati primi, pari in numero alla quantità delle
modalità di giudizio, ossia le modalità con cui si attribuisce un predicato a un
soggetto. Esse sono relative alla quantità: unità, pluralità e totalità; alla qualità:
realtà, negazione e limitazione; alla relazione: sostanza-accidente, causa-effetto e
azione reciproca agente-paziente; alla modalità: possibilità-impossibilità,
esistenza-inesistenza e necessità-contingenza.
LA CRITICA DELLA RAGION PRATICA E LA METAFISICA DEI COSTUMI

Con la Critica della Ragion Pratica e la Metafisica dei Costumi, Kant prende in analisi
la ragione come fondamento e guida dell’azione morale. Nel titolo dell’opera Kant
non specifica ragion pura pratica in quanto è scontato che, nonostante la ragion
pratica abbia direttamente a che vedere con l’esperienza, per essere universale non
può dipendere da essa ed essere quindi spura. Scopo dell’opera è infatti indagare le
caratteristiche della legge morale universale propria a tutti gli uomini.

IL PROBLEMA ETICO

La legge morale non è, come le morali eteronome quali utilitarismo, edonismo e


eudaimonismo, fondata su un principio esterno all’uomo quali utile, felicità e piacere,
ma sulla ragione. Kant, nel suo rigorismo, esclude dall’etica infatti emozioni e
sentimenti in quanto, nella loro soggettività, possono sviare un comportamento
virtuoso o inquinarne la purezza rendendolo dipendente dall’esperienza sensibile.

Le caratteristiche della legge morale sono il suo essere autonoma, razionale, formale
e imperativa.

La legge morale è autonoma in quanto si basa solo su se stessa e non su un principio


esterno che non sarebbe universale. È razionale in quanto basata sulla ragione. È
formale nel senso che non prescrive il “cosa fare”, ma solo la forma, il “come agire”,
perché il “cosa fare” non è universale ma varia a seconda dei tempi e delle culture. È
imperativa in quanto obbligatoria intrinsecamente. Quella di Kant è un’etica
deontologica: seguo la morale perché devo, una lotta permanente tra gli impulsi
egoistici e la legge morale che serve a mitigarli.

LE FORME DELL’IMPERATIVO CATEGORICO

Gli imperativi sono prescrizioni che hanno valore oggettivo, ossia che valgono per
chiunque. L’imperativo può essere ipotetico, ossia subordinato ad un altro obiettivo
(es.: se vuoi un bel voto devi studiare), o categorico. La legge morale è formata dalle
tre forme dell’imperativo categorico, di cui il primo espresso nella Critica della
Ragion Pratica e gli altri due nella Metafisica dei Costumi:

“Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso
tempo come prinicipio di una legislazione morale”. La massima è ciò che ha valore
per il singolo, la morale soggettiva che, per essere virtuosa, deve poter avere un
valore universale. Un comportamento è morale quando può essere generalizzato.

“Agisci in modo da trattare l’umanità sia nella tua persona sia in quella di ogni altro,
sempre anche come fine e non come mezzo” Questa formulazione è a fondamento
dei diritti umani: rispetta la dignità umana che è in te e negli altri. Noi stessi e l’altro
siamo degni in quanto tali e non per l’utile o il tornaconto che ne possiamo ricavare,
in quanto caratteristica dell’umanità è essere scopo-a-se-stessa.

“Agisci in modo che la volontà in base alla massima possa considerare se stessa
come universalmente legislatrice”. Seppur simile alla prima forma dell’imperativo
categorico, questa si concentra non sul fatto che il comportamento virtuoso deve
essere universalizzabile di per sé, ma sul fatto che può essere universalizzabile solo
quando ha alla base la volontà guidata dalla ragione, che è e deve essere autonoma,
non subordinata a un ordine esterno ma a un obbedire a se stessi.

L’ETICA DELL’INTENZIONE

In sintesi un’azione è morale quando è considerata rispetto a tutti gli altri uomini. Il
dovere del singolo sta nel ripsettare la morale universale. Ciò crea un’etica
dell’intenzione, valutabile solo tra sé e sé o tra sé e Dio e non giudicabile
esternamente. La moralità si distingue così dalla legalità, in quanto ogni azione può
essere legale ma immorale e viceversa.