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FRECCE / 

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Il genio compreso
La filosofia di Saul Kripke

A cura di Andrea Borghini

Carocci editore
a edizione, maggio 
© copyright  by Carocci editore S.p.A., Roma

Realizzazione editoriale: Omnibook, Bari

Finito di stampare nel maggio 


dalle Arti Grafiche Editoriali Srl, Urbino

ISBN ----

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art.  della legge  aprile , n. )

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche per uso interno
o didattico.
Indice

Introduzione 
di Andrea Borghini
. Prima di mettersi in viaggio... 
. Una leggenda vivente 
. Saul Kripke 
. Biografia intellettuale 
.. I primi lavori di logica / .. Nomi, identità e necessità / ..
Verità e paradosso / .. Kripkenstein / .. Gli inediti

. Modalità e verità 
di Achille C. Varzi
.. La logica modale 
... Il contesto storico / ... Operatori modali e mondi possi-
bili / ... La semantica di Kripke per le logiche modali propo-
sizionali / ... Generalizzazione della semantica proposiziona-
le / ... Estensioni alla logica dei predicati
.. La teoria della verità 
... Verità e paradosso / ... La diagnosi di Kripke / ... La
teoria / ... Applicazioni e limiti della teoria

. Riferimento, credenze, regole 


di Marco Santambrogio
.. Analiticità, a priori, necessità 
... Nomi propri e necessità: un apparente paradosso / ...
Metafisica ed epistemologia / ... La teoria delle descrizioni de-
finite di Russell / ... Nomi propri e descrizioni definite / ...
Designatori rigidi e necessità / ... Concezioni dei mondi pos-
sibili / ... La necessità di Espero = Fosforo / ... Gli argo-


menti contro le teorie descrittiviste dei nomi propri / ... Rife-
rimento diretto / ... Il riferimento / ... I nomi di generi na-
turali / ... Un argomento contro la necessità a posteriori
.. Il puzzle della credenza 
... Nomi propri e attribuzioni di atteggiamenti proposizionali /
... Frege e il principio di Leibniz / ... Alcuni principi intui-
tivi sulle attribuzioni di credenza / ... Una contraddizione ge-
nerata dal principio di Leibniz? / ... Il puzzle della credenza
.. Kripke e Wittgenstein 
... Che cosa vuol dire il segno “+”? / ... Come rispondere
allo scettico? / ... La soluzione di Wittgenstein

. Identità ed essenze 
di Christopher Hughes
.. L’essenzialità dell’identità 
... Proprietà essenziali e proprietà accidentali / ... Identità
(parte prima) / Identità specifica / Identità numerica / ... Iden-
tità (parte seconda) / Identità eterna, identità permanente, iden-
tità banale / ... Quine e l’identità necessaria / Necessità e ana-
liticità / Quine e Kripke sulla necessità de re / ... Un argo-
mento non-quineano contro l’essenzialità dell’identità / ...
Un altro argomento contro l’essenzialità dell’identità / ... Una
possibile difesa dell’essenzialità dell’identità / ... Rigidità e in-
tersostituibilità in contesti modali
.. Implicazioni dell’essenzialità dell’identità 
... Necessità e a prioricità / ... Identità e coincidenza / ...
Identità e coincidenza quadridimensionale / ... Il problema
mente-corpo
.. L’essenzialità delle origini materiali e della costituzio-
ne materiale originale 
... Essenzialità delle origini materiali: due tesi / ... Un ar-
gomento a sostegno dell’unica possibile origine / ... Un altro
tipo di argomento a sostegno dell’unica possibile origine / ...
L’essenzialità della costituzione materiale originale
.. L’essenzialità dell’appartenenza ai generi naturali e ar-
tificiali 

Letture consigliate 

Bibliografia delle opere edite di Kripke 


Ringraziamenti

Un ringraziamento particolare a Elena Casetta, per la professionalità e


simpatia con cui si è fatta carico del lavoro di revisione editoriale – e non
solo – durante la stesura del volume. E un ringraziamento al College of
the Holy Cross, per aver generosamente finanziato questa collaborazio-
ne con un research and publication grant.


Introduzione
di Andrea Borghini


Prima di mettersi in viaggio...
Iniziare con un’avvertenza non è ideale. Ma questa volta è necessario.
Nonostante Saul Kripke sia una delle figure più affascinanti e discusse
della filosofia contemporanea di orientamento analitico, la sua opera si
avvale di argomenti mirati sottili e profondi, di un numero esiguo di te-
sti e – soprattutto – si snoda lungo alcuni passaggi tecnici. In questo vo-
lume presentiamo in modo sistematico e introduttivo i principali contri-
buti filosofici dei suoi scritti editi. È la prima volta che questo viene fat-
to per un pubblico italiano e non è un facile compito, per cui abbiamo
deciso di dividercelo. Il mio ruolo è indirizzare e preparare il viaggio che
avete di fronte; e la prima cosa importante da sapere è la seguente: sare-
te voi lettori a dover scegliere il percorso, a partire dalla mappa e da al-
tre indicazioni che vi saranno qui fornite.
Iniziamo da come il volume è, per capire come potreste leggerlo. Ol-
tre a questa introduzione, esso si compone di tre capitoli e un apparato
bibliografico finale. Il CAP. , scritto da Achille C. Varzi, ricostruisce i
contributi di Kripke alla logica, in particolar modo alla logica modale e
alla teoria della verità. Il CAP. , di Marco Santambrogio, tratta del
Kripke filosofo del linguaggio (forse l’aspetto più noto al pubblico ita-
liano), con attenzione alla teoria del riferimento, al modo in cui questa
si lega ai cosiddetti “atteggiamenti proposizionali”, e all’interpretazione
kripkeana del paradosso scettico discusso da Wittgenstein nelle Ricerche
filosofiche. Il CAP. , di Chris Hughes, analizza le implicazioni metafisi-
che dell’opera di Kripke, in particolare le sue riflessioni circa i concetti
di identità, necessità ed essenzialità.
Il filo usato per ordinare i capitoli è sia storico che teorico. Kripke
ha iniziato la sua attività sul finire degli anni cinquanta, con alcuni pre-


ANDREA BORGHINI

ziosi contributi alla logica modale – ovvero la logica del possibile e del
necessario. Nei primi anni settanta, poi, è divenuto uno dei protagonisti
del dibattito analitico, soprattutto grazie alle sue tesi sul riferimento dei
nomi propri (per esempio “Napoleone”) e dei generi naturali (per esem-
pio “acqua”). Queste per molti versi sviluppavano e completavano le sue
posizioni in logica modale, applicandole alla filosofia del linguaggio.
Inoltre, sebbene le tesi fossero molto circoscritte, Kripke mostrò che
avevano ripercussioni su alcune centrali questioni filosofiche (e pretta-
mente metafisiche), quali l’identità attraverso il tempo, il rapporto men-
te-corpo, la possibilità e la necessità. Storicamente, quindi, il percorso di
Kripke parte dalla logica, passa attraverso la filosofia del linguaggio, per
arrivare alla metafisica.
Tuttavia, la ricostruzione storica non è l’obiettivo principale che ci
siamo qui posti. Inoltre, qualcuno potrebbe far notare che Kripke ha
continuato a occuparsi di questioni di logica anche in seguito agli anni
sessanta; per esempio, il seminale articolo sulla teoria della verità, su cui
a lungo si sofferma Varzi nel suo contributo, venne pubblicato nel .
(E, si aggiungerà, Kripke ha dichiarato di aver sviluppato le sue posizio-
ni in filosofia del linguaggio e metafisica in tenera età.) Il motivo che più
di tutti regge questo filo, dunque, risiede in un’altra convinzione: le po-
sizioni di Kripke in filosofia del linguaggio (soprattutto sul riferimento)
e metafisica sono difficilmente considerabili come autonome, ed en-
trambe non possono essere comprese a pieno (e sottolineo questa quali-
fica) fintanto che non si siano studiati i suoi lavori di logica modale.
Ma se siete poco versati in logica, non è il caso di gettare la spugna.
Proprio a questo serve l’avvertenza – perché avete una soluzione. I tre
capitoli sono pensati come autonomi, tra di loro e rispetto ad altri testi;
sebbene vi troverete rimandi incrociati (e potrete scorgerne molti altri),
non è necessario iniziare la lettura dal primo capitolo. Ditemi chi siete,
e vi dirò dove andare. Siete esperti in materia? Allora partirei dal primo
capitolo e proseguirei in ordine. Siete poco ferrati in logica (e/o interes-
sati alla filosofia del linguaggio)? Iniziate dal secondo, proseguite col ter-
zo e terminate col primo. (Sia chiaro: il capitolo di logica è scritto in mo-
do da esser letto anche dai neofiti, ma anticiperei che per questi richie-
derà uno sforzo complessivo maggiore rispetto agli altri capitoli.) Siete
interessati principalmente alla metafisica? Iniziate dal terzo capitolo, e
poi passate al secondo e/o al primo a seconda degli interessi. In genera-
le, ritengo che ogni lettore possa costruirsi il proprio percorso (magari
concedendosi pure dei raddoppi).


INTRODUZIONE

Il volume si caratterizza anche per alcune altre scelte, di cui sarà uti-
le tener conto prima di intraprendere il cammino. Ogni capitolo è con-
cepito come un autonomo saggio introduttivo su un aspetto del pensie-
ro di Kripke; proprio per questo potete scegliere il vostro punto di par-
tenza. Inoltre, per rendere la lettura più agevole, abbiamo scelto di limi-
tare il numero dei testi citati nel corpo principale allo stretto necessario,
indicandone soltanto autore e titolo. A fine volume, poi, troverete una
bibliografia delle opere edite di Kripke, corredata delle eventuali tradu-
zioni italiane; quando nel corpo principale del testo si è fatto riferimen-
to a un suo testo, abbiamo utilizzato l’edizione indicata in questa biblio-
grafia. Sempre a fine volume, per il lettore che desidera approfondire
una questione discussa nel testo, si trova un elenco di letture consigliate
suddiviso per capitoli e, di qui, per temi. Abbiamo inserito alcuni ri-
mandi tra i capitoli nel testo; ma lo abbiamo fatto con cautela; l’indice
analitico a chiusura del volume aiuterà a trovare molte altre sovrapposi-
zioni. Infine, e come verrà chiarito più nei dettagli in seguito, abbiamo
scelto di non trattare degli inediti di Kripke in questo volume, ritenen-
do che la mancanza di un pubblico riferimento a quegli scritti richieda
una modalità d’analisi diversa da quella qui adottata.
Prima di passare ad altro, vorrei fare una considerazione di più am-
pio respiro che quest’avvertenza mi suggerisce. Così come il pensiero di
Kripke può considerarsi uno dei momenti più significativi della filosofia
analitica, la difficoltà in cui ci si imbatte nel presentarlo a un pubblico
più ampio è esemplare di una più generale condizione di quell’atteggia-
mento filosofico. Se l’opera di Kripke si incentra sulla logica modale e
sul riferimento dei nomi propri è anche perché quelle questioni erano
decisive per il dibattito in cui si muoveva. Molti dei nodi centrali della
filosofia analitica si sono giocati su temi specifici, come l’analisi logica
delle descrizioni definite, il riferimento dei nomi propri, o la quantifica-
zione; e la discussione si è tipicamente avvalsa di strumenti tecnici che
permettessero analisi accurate (in primis, l’analisi logica del linguaggio).
Alcuni dei risultati sono chiari e solidi, e talvolta hanno contribuito alla
riflessione in altri ambiti disciplinari (si pensi all’applicazione delle logi-
che modali alla teoria delle decisioni razionali). Per questi rispetti – spe-
cificità e accuratezza – la filosofia analitica ha cercato di far proprie al-
cune caratteristiche delle scienze matematiche e naturali. Tuttavia – e qui
sta il punto – queste ultime hanno sviluppato un vero e proprio filone di
divulgazione scientifica, che può vantarsi di un considerevole successo –
si pensi alla divulgazione dei risultati della fisica teorica o della genetica.


ANDREA BORGHINI

Purtroppo, lo stesso non si può dire della filosofia analitica. Ciò do-
vrebbe far riflettere chi si senta parte di, o simpatizzi con, questo atteg-
giamento filosofico. Riflettere sui contenuti, sui metodi e sul contributo
del proprio lavoro in seno alla società civile. Ripercorrere l’opera semi-
nale di Kripke, dunque, è anche un’opportunità per guardare al futuro
della filosofia analitica, meditando sui temi che l’hanno caratterizzata ne-
gli ultimi quattro o cinque decenni.
Tirate il fiato: abbiamo finito con gli avvertimenti. Passiamo ora a
un’introduzione vera e propria alla figura di Kripke.


Una leggenda vivente
Aneddotica, controversa e già quasi leggendaria è la figura di Saul
Kripke. A questo nome sono legati così tanti episodi che se ne potrebbe
fare un libro. Per esempio, all’età di quattordici anni si dice che sia arri-
vato da solo a “scoprire” l’algebra e la geometria; due anni più tardi, do-
po aver firmato un seminale articolo di logica modale all’età di sedici an-
ni, si dice che il Dipartimento di Matematica di Harvard lo avesse invi-
tato a far domanda per un posto di lavoro, cosa che Kripke non fece per-
ché – come riporta Charles McGrath in un articolo sul “New York Ti-
mes” del  gennaio  – «mia madre dice che dovrei prima finire le
scuole superiori e l’università» (si dice, tuttavia, che Kripke stesso abbia
smentito la diceria). Un altro tratto, che lo pone in una categoria a par-
te tra i filosofi in attività, è che Kripke non ha mai conseguito un dotto-
rato. Che bisogno ce n’era? A vent’anni iniziò a tenere corsi di logica per
dottorandi presso il MIT, a due passi dall’Università di Harvard, dove era
egli stesso uno studente. Per citarne un’ultima: all’età di ventinove anni
(nel ) Kripke tenne tre lezioni a Princeton che cambiarono il corso
della filosofia analitica contemporanea, poi pubblicate con il titolo di
Naming and Necessity (Nome e necessità). Di esse ci occuperemo ampia-
mente nel corso di questo volume.
Tanta genialità ha finito per alimentare opinioni controverse. Alcu-
ni sostengono che uno dei suoi maggiori contributi teorici – la teoria del
riferimento diretto – non sia che una riformulazione di ciò che Ruth Bar-
can Marcus andava già sostenendo da qualche anno e a cui Kripke nei
suoi scritti non riconoscerebbe meriti nella dovuta misura. Il carattere
schivo e introverso di Kripke è alla base di un altro capitolo spiacevole:


INTRODUZIONE

nel  dovette abbandonare l’insegnamento presso il Dipartimento di


Filosofia di Princeton per ragioni che rimangono tuttora non chiare; e
fino al , anno in cui venne assunto con un incarico permanente pres-
so la City University of New York, ha avuto solo incarichi temporanei.
C’è dell’altro. Nonostante non abbia fatto altro che pensare a pro-
blemi di filosofia e matematica sin dalla tenera età, Kripke ha a oggi pub-
blicato soltanto due piccoli volumi e un numero esiguo di articoli; mol-
to meno di quanto ci si possa aspettare da un accademico del suo rango.
Se gli chiedete perché, vi dirà che scrivere gli ricorda di quando andava
a scuola e che ha una pessima grafia. Eppure, avrà certamente un com-
puter, ma il suo collega Michael Devitt sospetta che non lo abbia anco-
ra tirato fuori dalla scatola...
Una svolta a questa travagliata carriera sembra esser giunta nel mag-
gio , quando – presso la CUNY, nel cui Graduate Center Kripke è Di-
stinguished Professor di filosofia – è stato istituito il Saul Kripke Center,
istituto che si prefigge di promuovere la sua opera. (Da non confonder-
si con il Kripke Center, che si trova presso la Craighton University, in
Nebraska, ed è dedicato all’opera dell’ancor vivo padre di Saul, il rab-
bino Myer.) Difatti, anche se non ha pubblicato molto, Kripke ha scrit-
to e insegnato incessantemente; vi sono, quindi, molteplici manoscritti
inediti e numerosissime trascrizioni di lezioni tenute nei quarantasette
anni di insegnamento che attendono di essere ufficialmente divulgate
(un elenco completo delle lezioni trascritte si può trovare sul sito del Saul
Kripke Center). A ciò, si aggiungono il buon numero di tesi di dottora-
to dedicate alla sua opera, nonché le monografie che in anni recenti han-
no cercato di tracciare un quadro d’insieme del suo pensiero (elencate
all’inizio della bibliografia ragionata, posta a fine volume). Infine, dal
maggio , alcuni articoli prima inediti sono stati dati alle stampe e so-
no in preparazione una serie di volumi che raccolgono i principali arti-
coli editi e inediti di Kripke (l’uscita del primo è prevista nel , per i
tipi della Oxford University Press).
Come spesso accade, le controversie non fanno altro che alimentare
il mito. E così oggi, all’età di sessantanove anni, Kripke può quasi già ri-
tenersi una leggenda vivente. In questo volume vi guideremo attraverso
le ragioni filosofiche che stanno alla base della leggenda. Come abbiamo
detto, il percorso non è dei più facili. Lo sforzo, però, è la porta alla com-
prensione dei temi che hanno affascinato i filosofi analitici negli ultimi
quarant’anni, dall’America all’Australia – passando naturalmente per
l’Europa.


ANDREA BORGHINI


Saul Kripke
Addentriamoci, allora, nella leggenda. Saul Aaron Kripke nasce il  no-
vembre  a Bay Shore, piccola città marina nella zona di Long Island,
Stato di New York. Unico maschio, ultimo di tre figli del rabbino Myer
Kripke e di Dorothy Karp, autrice di vari libri per bambini di introdu-
zione all’ebraismo. Quando Saul ha  anni, la famiglia si trasferisce a
Omaha, nel Nebraska, dove il padre ha appena ottenuto un lavoro alla
locale sinagoga, Beth El, l’unica in città. (Alla lista dei vari aneddoti si
aggiungerà anche la lunga amicizia stretta a Omaha tra Myer e Warren
Buffet – uno degli uomini più ricchi del pianeta, probabilmente l’inve-
stitore di maggior successo della storia recente e, al momento, consiglie-
re economico del presidente statunitense Obama.)
A Omaha Saul vive fino a  anni, quando si trasferisce a Cambrid-
ge (Massachusetts), nei pressi di Boston, per studiare all’Università di
Harvard. Una volta laureatosi, nel , Kripke rimane a Harvard dap-
prima per proseguire gli studi e poi per insegnare in qualità di membro
della Harvard Society of Fellows. Nel , si trasferisce a lavorare pres-
so la Rockfeller University, nell’Upper East Side di Manhattan, in un di-
partimento allora in gran fermento, dove trova colleghi illustri quali Do-
nald Davidson, Joel Feinberg e Harry Frankfurt.
Alla Rockfeller Kripke rimane fino al , quando l’università decide
di dedicarsi esclusivamente alle scienze naturali e alla ricerca medica. Co-
sì, in quell’anno Kripke si sposta alla Princeton University. È proprio du-
rante il periodo trascorso a Princeton che il suo nome acquisisce notorietà
leggendaria. Ma lì Kripke lavora anche fianco a fianco con altri autorevo-
li filosofi, tra cui David Lewis, che a tutt’oggi rimane per molti versi suo
antesignano (Lewis pure si occupava di modalità, filosofia del linguaggio
e metafisica, nonché, come Kripke, aveva studiato a Harvard con Willard
Van Orman Quine, un’altra figura centrale della filosofia analitica).
Nel , Kripke interrompe la sua attività di insegnamento, uffi-
cialmente per andare in pensione (è tuttora professore emerito a Prin-
ceton). Di fatto, si tratta di un’interruzione brusca e singolare, dal mo-
mento che in realtà continua a insegnare in altre istituzioni: nel , do-
po esser stato professore in visita presso varie università non statuniten-
si, tra cui la Hebrew University di Gerusalemme, Kripke torna, sempre
come Visiting Professor, a New York, presso il Graduate Center della
CUNY. A invitarlo è il collega Michael Devitt, che avrà un ruolo di primo


INTRODUZIONE

piano anche nell’inserimento permanente di Kripke tra i professori del


Graduate Center e nell’istituzione del Saul Kripke Center.


Biografia intellettuale
Perché Kripke è così noto tra i filosofi? E per quali ragioni, se vi occu-
pate di un tema su cui ha pubblicato almeno un articolo, si tratterà pro-
babilmente di un testo fondamentale per la vostra ricerca?
Kripke ha profondamente trasformato la filosofia analitica contem-
poranea, inaugurando, innovando e rinvigorendo la discussione su temi
e problemi che, fino a quel momento, erano stati posti a margine del di-
battito in filosofia analitica. Una panoramica dei suoi contributi alla fi-
losofia può essere tracciata seguendo tre grandi direttrici.
Gli ambiti filosofici in cui gli scritti si collocano, ovvero: logica e lo-
gica filosofica; filosofia del linguaggio; metafisica.
I temi e problemi che emergono dagli scritti.
La cronistoria degli scritti.
Le autorevoli monografie che sono state recentemente dedicate al-
l’opera di Kripke seguono la seconda direttrice. Questo volume, invece,
seguirà la prima. La scelta è sembrata da subito naturale perché più adat-
ta all’obiettivo: offrire un testo agile che possa introdurre i lettori italia-
ni ai contributi filosofici di Kripke e indirizzarli verso approfondimenti
ulteriori. Si è quindi suddiviso il testo a partire dalle categorie più gene-
rali – gli ambiti filosofici – all’interno dei quali il lettore troverà trattati i
temi e problemi legati al nome di Kripke.
Per completare il quadro d’insieme, qui di seguito si traccerà una
breve panoramica delle principali pubblicazioni kripkeane, seguendole
nella loro successione temporale. È importante premettere che egli ha
più volte dichiarato di aver sviluppato il cuore delle sue posizioni in me-
tafisica e filosofia del linguaggio in giovane età, allorquando dava alle
stampe i primi articoli di logica. Tuttavia, pare significativo che i testi ri-
guardanti i primi due ambiti siano stati pubblicati soltanto successiva-
mente; così come rilevante è la parabola storica degli scritti al fine della
comprensione dell’influenza di Kripke sulla comunità filosofica. (Seb-
bene, si deve precisare, la circolazione in forma manoscritta di alcuni te-
sti kripkeani rende un’attenta analisi dell’influenza compito ben più
complesso, che non può qui essere affrontato.)


ANDREA BORGHINI

.. I PRIMI LAVORI DI LOGICA

Come detto, Kripke pubblicò i suoi primi articoli ancora giovanissimo;


ed erano lavori di logica. In particolare, di logica modale. Tra il  e il
, contribuì in modo decisivo a sviluppare quella che è oggi nota co-
me semantica a mondi possibili. Si tratta di una teoria che spiega il si-
gnificato di enunciati che riguardano situazioni che potrebbero o devono
avverarsi, quali:

() Avrebbe potuto piovere su Manhattan.

() dipinge una situazione che non si è verificata e non si verificherà; per
cui, se capiamo che cosa dice, il motivo non può essere che parla di un
evento che si è verificato nel nostro mondo. Ma, di che cosa ci parla, al-
lora, ()?
Del problema si erano già occupati altri autori, tra cui Rudolf Car-
nap e Clarence Irving Lewis (cfr. CAP. , e la relativa bibliografia ragio-
nata per i rimandi bibliografici). Proprio in quegli anni, inoltre, Jaakko
Hintikka stava lavorando sull’argomento. Tuttavia, la soluzione propo-
sta da Kripke ebbe almeno due meriti. Essa si basava infatti su una teo-
ria che forniva un’interpretazione della questione filosoficamente più
suggestiva; e lo faceva in un sistema di logica completo, ovvero che pre-
servava le regole della logica classica. Così, tuttora, si usa il termine di lo-
gica K per indicare proprio la semantica a mondi possibili proposta da
Kripke (Cfr. il CAP.  per una discussione dettagliata della questione.)

.. NOMI, IDENTITÀ E NECESSITÀ

Nel , Kripke tiene tre lezioni a Princeton che, di lì a poco, avrebbe-
ro profondamente modificato l’agenda filosofica di ambito analitico.
(Kripke è poi tornato a più riprese sui temi di quelle lezioni, soprattut-
to negli articoli Identity and Necessity, , Speaker’s Reference and Se-
mantic Reference,  e A Puzzle About Belief, .) Fino ad allora, i fi-
losofi analitici più in voga avevano dedicato grande attenzione all’anali-
si logica del linguaggio, a cui veniva associato un atteggiamento di fon-
do empirista. L’idea dominante era che la metafisica fosse uno stadio, or-
mai terminato, dell’evoluzione del pensiero umano: dapprima l’uomo
aveva compreso la natura attraverso la religione; poi si era rifugiato nel-
la metafisica; ma, adesso, i tempi erano maturi per un’analisi della realtà


INTRODUZIONE

in cui l’osservazione empirica venisse coadiuvata soltanto dalle leggi lo-


giche. Il tempo della metafisica era considerato concluso.
Nelle sue lezioni, Kripke solleva una serie di questioni metafisiche
che mostrano, invece, tutta l’attualità di quei problemi di cui Aristotele,
Platone, san Tommaso e Guglielmo di Ockham avevano trattato. In al-
tre parole, Kripke utilizza quegli stessi strumenti logici di cui si erano
serviti Frege e Carnap; ma lo fa per formulare in modo nuovo e pungente
vecchie domande. Quand’è che due individui sono identici? Quali sono
le proprietà essenziali di un individuo? Corpo e anima sono un’unica co-
sa? E, come facciamo a cogliere il significato di un nome proprio, per
esempio “Napoleone”? E, del nome di un genere naturale, come “oro”?
Ovviamente, Kripke non era il primo a sollevare simili quesiti tra i
filosofi analitici. Ma, la sua abilità di mostrare il loro stretto legame con
la logica e la semantica formali, così come il prestigio e l’attenzione di cui
godeva da parte della comunità accademica scatenarono una vera e pro-
pria rivoluzione filosofica. Una rivoluzione di contenuti, perché per la
prima volta la metafisica riceveva un ruolo di primo piano in filosofia
analitica; e una rivoluzione di metodo, perché per la prima volta i filo-
sofi analitici considerarono con grande attenzione i testi metafisici clas-
sici di Aristotele, dei padri della Chiesa, degli autori della Scolastica e
dell’età moderna.

.. VERITÀ E PARADOSSO

Nel , Kripke aggiunge una pietra miliare ai suoi contributi filosofici:
una teoria della verità compatibile con un linguaggio che contiene un
predicato di verità. Almeno sin dai tempi del cretese Epimenide, vissu-
to all’incirca tra il VII e il VI secolo a.C., è noto che vi sono alcuni enun-
ciati di un linguaggio che, se detti veri o falsi in quel linguaggio, risulta-
no paradossali. Si considerino, per esempio, i seguenti:

() L’enunciato () è vero;


() L’enunciato () è falso.

Ora, se si dirà che () è vero, allora () sarà vero e quindi () sarà falso,
perché proprio così dice (); se invece si dirà che () è falso, allora () sarà
falso e, quindi, () sarà vero, perché () dice che non lo è. Quindi, () è
paradossale: non possiamo credere né che sia vero né che sia falso senza
incorrere in una contraddizione.


ANDREA BORGHINI

Di paradossi di questo genere ne esistono molti e molte sono le men-


ti che si sono occupate del problema. Al tempo di Kripke, la soluzione
più plausibile sembra quella offerta da Alfred Tarski. Tuttavia, questa
aveva un costo molto alto: onde evitare il paradosso, privava ogni lin-
guaggio dell’applicazione del predicato di verità ai propri enunciati. Au-
tomaticamente, ciò squalificava il linguaggio naturale dall’essere un lin-
guaggio adatto a sentenziare di ciò che è vero o falso.
In Outline of a Theory of Truth, del , Kripke propone una teoria
che cerca di migliorare la proposta tarskiana, prevedendo che il predi-
cato di verità, in un linguaggio, possa essere applicato agli enunciati di
quel linguaggio nei contesti in cui non genera paradossi. Le “linee gui-
da” presentate da Kripke nel suo articolo (e in due abstracts dell’anno
successivo) hanno segnato una svolta nell’approccio al problema, pro-
prio per il modo in cui Kripke cerca di distinguere tra applicazioni pro-
blematiche e innocue del predicato; per i dettagli della questione, si ri-
manda alla loro presentazione nel CAP. .

.. KRIPKENSTEIN

Nel , Kripke pubblica Wittgenstein su regole e linguaggio privato,


un volume su uno dei testi più controversi e influenti della seconda
metà del ventesimo secolo: le Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgen-
stein. (Il testo di Kripke era già comparso in forma di lungo articolo
poco prima.) Il volume è dedicato a uno specifico argomento delle Ri-
cerche filosofiche in cui Wittgenstein attacca la tesi secondo cui la
comprensione del significato è un processo interno al singolo indivi-
duo. L’interpretazione fornita da Kripke non pretende di essere fede-
le alla lettera di Wittgenstein (come Kripke stesso riconosce all’inizio
dell’opera); tuttavia, essa non è nemmeno la sola espressione del pen-
siero di Kripke; per questo, è divenuta nota come la posizione di
Kripkenstein.
In breve, Kripkenstein avanza un paradosso scettico sul significato,
secondo cui non sarebbe possibile, per alcun parlante e in alcuna occa-
sione, venire a conoscenza del significato di ciò che sta dicendo o pen-
sando. Il motivo è che, per ogni termine che impieghiamo, ci sono un’in-
finità di possibili applicazioni e, quindi, di possibili interpretazioni degli
enunciati in cui il termine compare; così, non è dato comprendere, me-
diante qualche forma di intuizione o ragionamento, quale tra le possibi-
li interpretazioni il parlante stia considerando.


INTRODUZIONE

La soluzione di Kripkenstein al paradosso sta nel mostrare che l’u-


so corretto o scorretto di un termine non si fonda sulla comprensione
di una regola da parte del parlante, ma ha una dimensione sociale o,
come si potrebbe dire, comunitaria. Un parlante userà un termine in
modo corretto se gli altri membri della comunità linguistica accette-
ranno tale uso; se non lo accetteranno, allora non lo userà in modo
corretto.
L’interpretazione di Kripke ha suscitato un ampio dibattito, so-
prattutto negli anni ottanta e novanta. Ad oggi, molti interpreti non ri-
tengono che la posizione di Kripkenstein sia la lettura più plausibile
del testo wittgensteiniano. Tuttavia, Wittgenstein su regole e linguaggio
privato rimane un testo profondamente affascinante e cruciale per chi
si occupi di questo tema, ed è il testo di Kripke su cui si trova più let-
teratura secondaria.

.. GLI INEDITI

Dopo il volume su Wittgenstein, le pubblicazioni di Kripke si contano


sulle dita delle mani e non hanno avuto una portata innovativa parago-
nabile alle precedenti. Tuttavia, questo non significa che la divulgazione
delle sue idee stia per volgere al termine. Anzi, lunga è la lista degli scrit-
ti inediti di Kripke (e naturalmente egli è tutt’oggi in attività). Vista l’as-
senza di un testo di riferimento ufficiale, però, abbiamo ritenuto oppor-
tuno tener fuori questi materiali dalla nostra ricostruzione.
Ora, alcuni degli inediti sono stati prossimi alla pubblicazione. È il
caso, per esempio, di un manoscritto sulla causalità e di un lungo ma-
noscritto sull’esternalismo epistemico – la posizione secondo cui la co-
noscenza consiste essenzialmente in un’adeguata relazione causale, al
momento in cui il soggetto acquisisce l’informazione rilevante, tra il
soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto. Ma vi sono anche numero-
se trascrizioni di lezioni o cicli di lezioni tenuti da Kripke; come le le-
zioni sull’identità attraverso il tempo offerte nel  presso la Cornell
University, o la lezione sulla prima persona (l’Io) che ha avuto luogo nel
gennaio del  in occasione dell’inaugurazione del Saul Kripke Cen-
ter. Queste trascrizioni costituiranno un materiale prezioso, una volta
rese pubbliche.
Uno degli scopi del Saul Kripke Center è la divulgazione di almeno
una parte dei materiali inediti. Così, tra alcuni anni, la discussione sui te-
mi kripkeani potrebbe conoscere una nuova stagione.


ANDREA BORGHINI

***

Questi brevi cenni non sono che allusioni ai temi trattati nei tre capitoli
che seguono. Armati delle avvertenze con cui abbiamo iniziato, e qua-
lunque percorso abbiate scelto, è tempo di addentrarsi nello specifico
delle idee di Kripke. Buon viaggio!



Modalità e verità
di Achille C. Varzi

La prima fase della carriera filosofica di Saul Kripke è legata principal-


mente, se non esclusivamente, ai suoi contributi in ambito logico. Si trat-
ta di contributi che hanno avuto un impatto enorme soprattutto in due
capitoli centrali di questa disciplina, la logica modale e la teoria formale
della verità, con conseguenze e ramificazioni che hanno interessato un
po’ tutta la filosofia analitica contemporanea. In questo capitolo cer-
chiamo di ricostruirne i tratti principali e di evidenziare la loro portata
con particolare riferimento alla filosofia del linguaggio e alla metafisica.
Il PAR. . è dedicato alla logica modale. Della teoria della verità, che è un
po’ più complessa, ci occupiamo nel PAR. ..

.
La logica modale
Come già accennato nell’Introduzione, la prima pubblicazione di
Kripke venne accettata dal “Journal of Symbolic Logic” quando era
ancora adolescente. Si tratta dell’articolo A Completeness Theorem in
Modal Logic (a). A questo fecero seguito cinque altri articoli pub-
blicati nel giro di pochi anni (a, a, b, a, b), tutti
dedicati alla logica modale e alle sue applicazioni, e si può ben dire che
nel loro insieme questi sei lavori abbiano ridisegnato l’intera mappa
della disciplina e le linee principali lungo le quali si è successivamen-
te sviluppata sino ai nostri giorni. Per comprenderne appieno la por-
tata innovativa, è opportuno cominciare con alcune considerazioni ge-
nerali sullo stato della logica modale negli anni immediatamente pre-
cedenti alla loro pubblicazione, e prima ancora sulla nozione stessa di
modalità.


ACHILLE C . VARZI

... IL CONTESTO STORICO

In termini molto generali, la logica modale è quella parte della teoria logi-
ca che si occupa del significato e del comportamento inferenziale di quegli
enunciati che non si limitano a presentare un certo stato di cose, come in

() I cittadini pagano le tasse.

Ma si pronunciano esplicitamente sul suo modo di darsi, come in cia-


scuno degli esempi seguenti:

() È necessario che i cittadini paghino le tasse.


() È possibile che i cittadini paghino le tasse.
() Si sa che i cittadini pagano le tasse.
() Si crede che i cittadini paghino le tasse.
() È obbligatorio che i cittadini paghino le tasse.
() Talvolta i cittadini pagano le tasse.
() Qui da noi i cittadini pagano le tasse.

Le espressioni in corsivo sono dette operatori modali e interagiscono con


l’enunciato a cui si applicano, in questo caso (), dando luogo a enunciati
più complessi le cui condizioni di verità differiscono da quelle di par-
tenza. Per esempio, posto che () sia vero, cioè che i cittadini paghino
davvero le tasse, non ne segue che sia necessariamente così, o che sia un
fatto risaputo o obbligatorio, sebbene sia ragionevole concludere che sia
almeno una possibilità, o che talvolta sia proprio così. Il compito della
logica modale – o di una logica modale – è appunto quello di stabilire il
sussistere o meno di nessi logici di questo tipo.
Operatori siffatti hanno ampio impiego nel linguaggio ordinario. So-
prattutto, essi riflettono distinzioni che appaiono importanti anche sul
piano filosofico. Per esempio, la distinzione tra ciò che è necessario e ciò
che è meramente possibile occupa una posizione centrale in metafisica
tant’è vero che già Aristotele se ne serviva per caratterizzare la doppia de-
marcazione tra proprietà essenziali e proprietà accidentali, e tra proprietà
attuali e proprietà potenziali. Analogamente, la distinzione tra sapere e
credere occupa un ruolo centrale in epistemologia, quello tra ciò che è
obbligatorio e ciò che non lo è risulta fondamentale in ambito deontico
(o etico in senso lato) e così via. Anche il linguaggio della scienza si serve
spesso di nozioni modali. Per esempio, è pratica comune formulare cer-
te leggi sulla base delle proprietà disposizionali degli oggetti a cui si rife-


. MODALITÀ E VERITÀ

riscono, come quando diciamo che lo zucchero è solubile nell’acqua o che


il ferro tende a ossidarsi all’aria: queste affermazioni sono modali, ancor-
ché implicitamente, poiché non si limitano a dire come stanno le cose ma
si pronunciano su come potrebbero essere. Inoltre le leggi della fisica non
si limitano a registrare delle verità universali ma sono spesso presentate
come verità necessarie, cioè inviolabili: è una verità universale, per esem-
pio, che tutti i blocchi di zucchero abbiano una massa inferiore al metro
cubo, ma ciò non basta a fare di questa verità una legge fisica per il sem-
plice fatto che potremmo produrre di blocchi di massa maggiore. In bre-
ve: la modalità è dappertutto, e tanto basta a definire l’ampio campo d’a-
zione della logica modale.
Ora, nella logica tradizionale questo fatto era largamente ricono-
sciuto, almeno per ciò che concerne alcuni operatori. Per esempio, già
Aristotele aveva studiato in maniera sistematica come la modalità di un
enunciato interagisca con la sua qualità (affermativa o negativa), giun-
gendo a identificare ciò che è necessario con ciò che “non può non es-
sere”. Anche l’interazione tra la modalità di un enunciato e la sua quan-
tità (universale o particolare) era stata ampiamente studiata, e la sillogi-
stica modale abbozzata da Aristotele aveva raggiunto livelli di sviluppo
molto sofisticati tra i logici medievali del dodicesimo e del tredicesimo
secolo, al punto da ispirare il motto De modalibus non gustabit asinus. I
logici medievali erano anche giunti a evidenziare un’importante somi-
glianza tra gli operatori modali e quelli di quantificazione, suggerendo
quell’analogia tra la necessità e l’universalità che successivamente trovò
la sua massima espressione nell’identificazione leibniziana di ciò che è
necessario con ciò che “vale in tutti i mondi possibili”.
Nonostante tutto ciò, la nascita e lo sviluppo della logica contempo-
ranea a partire dalla fine del diciannovesimo secolo coincisero con un
deciso mutamento di prospettiva nei confronti della modalità. Per Got-
tlob Frege, presentare un enunciato come necessario significava impe-
gnarsi in qualche modo sulla sua giustificazione, e ciò esulerebbe dal rag-
gio d’interesse della logica pura. Per Bertrand Russell, gli unici modi di
essere di un enunciato erano rappresentati dalla verità e dalla falsità, e
ogni altra nozione modale andava semplicemente “bandita dalla logica”.
Anche per Ludwig Wittgenstein la necessità e la possibilità esulavano dal
dominio del “dicibile”. In aggiunta, due importanti considerazioni ave-
vano contribuito all’emarginazione delle modalità dal campo d’interes-
se della nuova logica, o almeno a un certo scetticismo nei confronti di un
loro trattamento adeguato.


ACHILLE C . VARZI

In primo luogo, l’idea iniziale in base alla quale le modalità rappre-


senterebbero il “modo di darsi” di uno stato di cose sembrava entrare in
diretta collisione con il potere espressivo dei nuovi linguaggi formali, che
non pongono alcun limite al numero di operatori che si possono appli-
care a un dato enunciato. Così, per limitarci al caso della necessità e del-
la possibilità, accanto a enunciati come () e () una teoria sufficiente-
mente completa dovrebbe fare i conti, non solo con enunciati quali

() È necessario che sia necessario che i cittadini paghino le tasse.


() È possibile che sia possibile che i cittadini paghino le tasse.

Nei quali la modalità è iterata, ma addirittura con enunciati di comples-


sità arbitraria come

() È necessario che non sia necessario che sia possibile che non sia necessario che
sia possibile che ... sia necessario che i cittadini paghino le tasse.

Dinnanzi ai quali l’intuizione sembra alzare le braccia. Qual è il nesso lo-


gico tra enunciati del genere? E in che relazione stanno, sul piano logi-
co, con gli enunciati più semplici in () e ()? Non mancava chi si fosse
cimentato nell’impresa di rispondere a queste domande mettendo a pun-
to sistemi di assiomi e regole d’inferenza che nulla avevano da invidiare
a quelli comunemente accettati per la logica non modale, a partire da au-
tori come Clarence I. Lewis, Oskar Becker, Cooper H. Langford e
Edward J. Lemmon. Ma tali tentativi si erano in breve tempo risolti nel-
lo sviluppo di una selva di logiche modali differenti (e fra loro non equi-
valenti) che anziché chiarire le cose sembravano confermare la natura
sfuggente e in apparenza incontrollabile degli operatori modali.
In secondo luogo, l’idea stessa che le modalità corrispondessero a
operatori enunciativi veri e propri era stata messa sotto accusa da consi-
derazioni che apparivano ben più gravi delle osservazioni sporadiche e
tutto sommato opinabili avanzate da Frege, Russell e Wittgenstein. In
particolare, a cominciare dagli anni quaranta Willard V. O. Quine aveva
obiettato che tali operatori soffrirebbero di una inguaribile “opacità re-
ferenziale”, dichiarando nel contempo che la loro integrazione nella lo-
gica dei predicati avrebbe finito col riproporre la “giungla metafisica
dell’essenzialismo aristotelico”. La prima obiezione si basava sulla co-
statazione che gli operatori modali determinano contesti linguistici che
non sempre ammettono la sostituzione salva veritate di termini co-refe-
renziali, contrariamente a quanto vorrebbero le leggi dell’identità. Per


. MODALITÀ E VERITÀ

usare un esempio dello stesso Quine, sebbene l’espressione “il numero


dei pianeti” e il numerale “” si riferiscano al medesimo numero, sem-
bra proprio che la sostituzione di un termine con l’altro si risolva nel pas-
saggio dalla verità in () alla falsità in ():

() Necessariamente,  è maggiore di .


() Necessariamente, il numero dei pianeti è maggiore di .

Considerazioni analoghe valgono anche per operatori modali diversi.


Per esempio, nonostante Marco Tullio e Cicerone fossero la stessa per-
sona, dal fatto che si sappia o si creda che Marco Tullio abbia fatto cer-
te cose non segue che si sappia o si creda che Cicerone abbia fatto quel-
le cose. Quindi, nella misura in cui la sostituibilità degli identici – e più
in generale la cosiddetta “trasparenza estensionale” – è considerata un
prerequisito irrinunciabile di qualsiasi contesto suscettibile di analisi lo-
gica, gli operatori modali definirebbero contesti inaccettabili. Quanto
alla seconda accusa avanzata da Quine, essa si basava sul fatto che il trat-
tamento logico delle modalità nell’ambito della teoria della quantifica-
zione ci costringerebbe a prendere posizione in merito a questioni che
con la logica non dovrebbero avere nulla a che vedere. Per esempio, co-
me già avevano osservato i logici medievali, c’è una bella differenza tra
un enunciato come (), nel quale l’operatore di necessità precede il
quantificatore “ogni”, e un enunciato come (), nel quale si applica in-
vece soltanto alla parte che segue il quantificatore:

() Necessariamente, ogni madre ha dei figli.


() Ogni madre ha necessariamente dei figli.

In () abbiamo a che fare con una modalità de dicto, ossia una modalità
che riguarda l’intero enunciato “Ogni madre ha dei figli”; in () abbia-
mo invece a che fare con una modalità de re, che riguarda cioè delle co-
se ben precise: tutte quelle cose che ricadono sotto il predicato “madre”.
E mentre nel primo caso la modalità esprime una verità concettuale che
appare del tutto innocua (una madre senza figli è semplicemente un con-
trosenso), nel secondo caso la verità o falsità dell’enunciato complessivo
sembrerebbe dipendere da considerazioni metafisiche belle e buone (si
può pensare che la maternità sia una proprietà in qualche modo “essen-
ziale” all’identità di coloro che la posseggono, ma si può anche pensare
che certe madri – certe donne che di fatto hanno dato vita a uno o più
figli – sarebbero potute esistere senza avere figli). Naturalmente non c’è


ACHILLE C . VARZI

niente di male nel fatto che la verità di certi enunciati possa risultare con-
troversa sul piano metafisico. Tuttavia ciò diventa un problema nel mo-
mento in cui si tratta di stabilire le relazioni che tali enunciati intratten-
gono con altri enunciati sul piano puramente logico, per esempio se ()
implichi logicamente (). Quindi, poiché una volta riconosciuta la le-
gittimità di un operatore non c’è modo di impedire che venga usato per
esprimere modalità de re, tanto peggio per la logica modale.

... OPERATORI MODALI E MONDI POSSIBILI

È appunto in questo contesto che si inseriscono i contributi fortemente


innovativi di Kripke. In buona sostanza, tutte le difficoltà che abbiamo
ricordato erano sintomatiche di un fatto molto semplice: per quanto il si-
gnificato intuitivo degli operatori modali potesse inizialmente sembrare
chiaro, mancava ancora una sua caratterizzazione precisa. Mancava cioè
un rigoroso apparato semantico attraverso il quale analizzare i quesiti che
l’intuizione lasciava inevasi e sulla base del quale esaminare l’adeguatez-
za dei sistemi assiomatici che si erano venuti accumulando sulla scorta dei
lavori pionieristici di Lewis e degli altri autori citati. Né ci si poteva ac-
contentare di soluzioni “locali” che spiegassero il significato di certi ope-
ratori modali senza inquadrarlo in una spiegazione più ampia e sistema-
tica della modalità, tale cioè da consentire un trattamento unificato di
quel fenomeno generale che gli esempi in ()-() illustrano soltanto in par-
te: le modalità aletiche (cioè quelle che esprimono necessità o possibilità
in senso metafisico) accanto a quelle epistemiche, deontiche, temporali,
spaziali, e così via. Era questo il limite di certe proposte che pure erano
state avanzate da autori come John McKinskey, Alfred Tarski, e soprat-
tutto Rudolf Carnap (il cui libro Significato e necessità, del , costituì
comunque un importante passo in avanti nella direzione di un approccio
semantico ad ampio respiro). Ed era questo che, secondo Quine, non era
possibile fare senza incappare in problemi insormontabili.
Ebbene, la pubblicazione degli articoli di Kripke citati in apertura
venne a colmare precisamente questa lacuna. La teoria proposta da
Kripke si configurava infatti come la naturale estensione ai linguaggi mo-
dali della semantica modellistica elaborata da Tarski per i linguaggi della
logica estensionale tanto cara a Quine, condividendo con quella gli stessi
standard di rigore matematico e fornendo al tempo stesso tutto il mate-
riale necessario per separare le questioni strettamente logiche da quelle
metafisiche o di altra natura. Per la verità, anche la teoria di Kipke ri-


. MODALITÀ E VERITÀ

guardava inizialmente soltanto alcune modalità, ossia quelle rappresenta-


te dagli operatori di necessità e possibilità che tanto avevano fatto discu-
tere. Nella sua sostanza, tuttavia, la proposta presentava caratteristiche di
straordinaria flessibilità che la rendevano suscettibile di generalizzazioni
e applicazioni a tutto raggio, e nel giro di breve tempo la logica modale
nel suo complesso cessò di essere un luogo di periferia disdegnato dai lo-
gici di professione per conquistare una posizione di assoluta centralità nel
panorama della logica contemporanea. (Bisogna dire che, contempora-
neamente a Kripke, altri autori stavano lavorando a progetti simili. In par-
ticolare, alcune pubblicazioni di Jaakko Hintikka, tra cui gli articoli Mo-
dality and Quantification del  e The Modes of Modality del , con-
tengono una caratterizzazione semantica della logica modale molto simi-
le a quella di Kripke, sebbene priva di risultati di adeguatezza rispetto ai
sistemi assiomatici esistenti. Anche la tesi di dottorato di Stig Kanger Pro-
vability in Logic, pubblicata a Stoccolma nel , contiene già un tratta-
mento semantico basato su idee simili, sebbene più complesso e a sua vol-
ta privo di risultati di adeguatezza. Alcune di queste idee sono già prefi-
gurate anche nell’articolo di Richard Montague Logical Necessity, Physi-
cal Necessity, Ethics, and Quantifiers, pubblicato nel  ma risalente al
, e nel libro di Arthur Prior Time and Modality, del , per quanto
limitato a certe modalità temporali. Infine, è da segnalare che proprio nel
, l’anno di pubblicazione del primo articolo di Kripke in cui si forni-
sce una dimostrazione di completezza per il sistema di Lewis chiamato S
– di cui parleremo tra poco – Arnauld Bayart pubblicava sulla rivista bel-
ga “Logique et Analyse” un articolo nel quale dimostrava un risultato ana-
logo, ma rispetto a una semantica diversa e piuttosto artificiosa. Insom-
ma, la teoria e i risultati erano ormai nell’aria. Ma a Kripke va riconosciu-
to il merito di aver saputo formulare per la prima volta una proposta uni-
taria e sistematica, e di averlo fatto nella piena consapevolezza dei requi-
siti di rigore e intelligibilità imposti dalle critiche di Quine.)
Sul piano tecnico, la difficoltà principale che un adeguato tratta-
mento semantico delle modalità doveva affrontare risiedeva nella natu-
ra non vero-funzionale degli operatori modali. Un operatore si dice ve-
ro-funzionale se le condizioni di verità o di falsità di qualunque enun-
ciato che si ottiene applicando quell’operatore è determinato intera-
mente ed esclusivamente da quelle degli enunciati più semplici a cui si
applica. Per esempio, il comune connettivo di negazione, corrisponden-
te all’espressione “non si dà il caso che”, o semplicemente “non”, è ve-
ro-funzionale in quanto il valore di ciò che si ottiene applicando tale ope-


ACHILLE C . VARZI

ratore a un enunciato qualsiasi è semplicemente l’opposto del valore di


quell’enunciato:

() “Non A” è vero se A è falso, ed è falso se A è vero.

Analogamente, il connettivo binario per la congiunzione, corrisponden-


te alla parola “e”, è vero-funzionale in questo senso preciso, dal mo-
mento che la verità o la falsità di qualunque congiunzione dipende esclu-
sivamente da quella dei due congiunti di cui è composta:

() “A e B” è vero se A e B sono entrambi veri, altrimenti è falso.

Tutti gli operatori logici della logica estensionale standard sono vero-
funzionali in questo senso. Ed è per questo motivo che il loro significa-
to viene generalmente rappresentato mediante delle vere e proprie ta-
belle, o “tavole di verità”, che possono essere lette alla stregua di istru-
zioni precise per calcolare la verità o la falsità di un enunciato qualsiasi
a partire dal valore degli enunciati “atomici” da cui è composto. È evi-
dente, tuttavia, che da questo punto di vista gli operatori modali si com-
portano in modo differente. Sul piano sintattico tutti gli esempi illustra-
ti in ()-() sono assimilabili a ciò che si ottiene applicando a () il con-
nettivo di negazione:

() Non si dà il caso che i cittadini paghino le tasse.

Ma a differenza di quest’ultimo caso, sul piano semantico è chiaro che


la falsità o la verità degli enunciati in questione non è determinata inte-
ramente ed esclusivamente dalla verità o falsità dell’enunciato (). Come
già abbiamo notato, supponendo che () sia vero, cioè che i cittadini pa-
ghino davvero le tasse, non abbiamo modo di stabilire se è necessario che
i cittadini paghino le tasse, o se si crede o si sa che pagano le tasse, o se
sia obbligatorio che le paghino, e così via. Analogamente, supponendo
che () sia falso, non abbiamo modo di stabilire se è almeno possibile che
i cittadini paghino le tasse, o se si creda che le paghino (nel qual caso si
tratterebbe di una credenza errata), o se sia comunque obbligatorio che
le paghino (nel qual caso i cittadini starebbero violando una legge), e co-
sì via. In breve, i connettivi modali non si comportano come delle sem-
plici funzioni definite sull’insieme dei valori {vero, falso}: la verità o la
falsità degli enunciati in cui compaiono dipende almeno in parte da fat-
tori che esulano dalla semplice verità o falsità degli enunciati a cui si ap-


. MODALITÀ E VERITÀ

plicano. Del resto è ovvio che sia così: tutti gli operatori esemplificati in
()-() sono operatori unari, al pari dell’operatore di negazione esempli-
ficato in (), e ciascuno ha un significato diverso; tuttavia esistono sol-
tanto quattro funzioni unarie definite sull’insieme {vero, falso}:

() ƒ(A) è vero se A è vero, ed è falso se A è falso.


() ƒ(A) è vero (indipendentemente dalla verità o falsità di A).
() ƒ(A) è falso (indipendentemente dalla verità o falsità di A).
() ƒ(A) è vero se A è falso, ed è falso se A è vero.

Ne segue che le risorse sarebbero semplicemente insufficienti, oltre che


gravemente inadeguate sul piano intuitivo (sicuramente nessuno dei con-
nettivi modali citati corrisponde a una di queste funzioni, l’ultima delle
quali non è altro che quella corrispondente al connettivo di negazione).
Ora, l’intuizione di Kripke – e degli altri autori che, come detto, si
stavano occupando dello stesso problema – nasce dalla constatazione
che almeno in certi casi il fattore aggiuntivo che interviene nella deter-
minazione delle condizioni di verità di un enunciato modale sia piutto-
sto chiaro: si tratta di prendere in considerazione, non già o non solo il
valore reale dell’enunciato di partenza, bensì (anche) il valore di quel-
l’enunciato rispetto a situazioni alternative a quella reale. Quest’idea ri-
sulta particolarmente intuitiva nel caso delle modalità cosiddette aleti-
che, cioè la necessità e la possibilità, per le quali la nozione di “situazio-
ne alternativa” corrisponde in buona sostanza alla nozione leibniziana di
“mondo possibile”. E infatti Kripke stesso non esitava a presentare la sua
caratterizzazione semantica di questi operatori come una versione del-
l’intuizione di Leibniz richiamata sopra, che potremmo formulare in
modo più esplicito nei termini seguenti:

() “Necessariamente A” è vero (nel mondo attuale) se e solo se A è vero in


ogni mondo possibile.
() “Possibilmente A” è vero (nel mondo attuale) se e solo se A è vero in qual-
che mondo possibile.

Si trattava di riuscire a precisare meglio che cosa sia un “mondo possi-


bile” senza impelagarsi in questioni metafisiche, e soprattutto si trattava
di farlo in un modo sufficientemente flessibile da consentire un’even-
tuale estensione dell’intuizione leibniziana anche in riferimento ai di-
versi tipi di “situazioni alternative” chiamate in causa dagli altri opera-
tori modali.


ACHILLE C . VARZI

Nel primo articolo della serie, quello del  (A Completeness Theo-
rem in Modal Logic), la preoccupazione di Kripke era soprattutto di for-
nire una semantica chiara per le logiche modali aletiche, e per questo
motivo soltanto la prima delle due questioni appena citate era affronta-
ta in modo esplicito. La seconda questione, tuttavia, ricevette un tratta-
mento esplicito già a partire dal primo articolo del  (Semantical
Analysis of Modal Logic I. Normal Modal Propositional Calculi), ed è so-
prattutto con riferimento alla formulazione più generale fornita in que-
sto secondo lavoro che si è cominciato a parlare di “semantica alla
Kripke”. È utile, comunque, ripercorrere le tappe nella loro successio-
ne storica, perché è proprio nel passaggio dalla prima versione alla se-
conda che si coglie appieno la portata innovativa della proposta di
Kripke. Lo faremo concentrandoci inizialmente sul frammento corri-
spondente alla cosiddetta “logica proposizionale”, dove gli unici opera-
tori logici sono i connettivi (modali o vero-funzionali). In una sezione
successiva ci occuperemo di illustrare brevemente come si possa esten-
dere la trattazione anche al linguaggio più espressivo della logica dei pre-
dicati, inclusiva degli operatori logici di quantificazione.

... LA SEMANTICA DI KRIPKE


PER LE LOGICHE MODALI PROPOSIZIONALI

Per procedere in modo sistematico, è opportuno a questo punto intro-


durre un minimo di notazione formale. Dal punto di vista della logica pro-
posizionale, possiamo pensare che il linguaggio abbia una struttura molto
semplice. Innanzitutto, il vocabolario includerà un certo numero di enun-
ciati atomici, cioè enunciati che, come “Piove” oppure “Kripke è un filo-
sofo”, non includono alcun operatore logico. Dal momento che il loro
contenuto non è rilevante, si è soliti rappresentare tali enunciati mediante
semplici variabili enunciative, per le quali ci serviremo di lettere minusco-
le in corsivo: “p”, “q” ecc. In secondo luogo, il vocabolario includerà
espressioni per gli operatori logici, che in questo caso sono dei semplici
connettivi che consentono di formare un numero potenzialmente infinito
di enunciati complessi a partire da un numero finito di enunciati atomici.
Per gli operatori vero-funzionali possiamo considerare i già citati connet-
tivi per la negazione e per la congiunzione, che rappresentiamo rispettiva-
mente con i simboli “∼” e “∧”, unitamente ai connettivi per la disgiunzio-
ne “o”, per il condizionale “se ... allora” e per il bicondizionale “se e solo
se”, per i quali useremo i simboli “∨”, “” e “”. Inoltre, assumeremo ini-
zialmente che il linguaggio contenga anche due connettivi unari corri-


. MODALITÀ E VERITÀ

spondenti agli operatori modali “è necessario che” (o “necessariamente”),


che rappresentiamo con il simbolo “≤”, ed “è possibile che” (o “possibil-
mente”), che rappresentiamo con il simbolo “↓”. La sintassi del linguag-
gio si può quindi riassumere mediante regole ricorsive molto semplici: di-
remo innanzitutto che ogni variabile enunciativa è una formula ben-for-
mata del linguaggio; e diremo che se A e B sono formule ben-formate qual-
siasi, allora sono ben-formate anche le formule ∼A, A ∧ B, A ∨ B, A  B,
A  B, ≤A e ↓A (eventualmente contrassegnate da parentesi per evitare
ambiguità). Nient’altro è una formula ben-formata.
Ora, abbiamo visto che, sul piano semantico, la caratterizzazione
della componente vero-funzionale è semplice. Chiamato modello qua-
lunque funzione che assegni il valore V (vero) o il valore F (falso) alle va-
riabili enunciative del linguaggio, possiamo stabilire se una formula ben-
formata X è vera rispetto a un modello α (in breve: α X) affidandoci
alle seguenti condizioni ricorsive:

() α  p se e solo se α(p)= V


() α  ∼A ”” non α  A
() α  A ∧ B ”” αAeαB
() α  A ∨ B ”” αAoαB
() α  A  B ”” se α  A allora α  B
() α  A  B ”” α  A se e solo se α  B

(Le condizioni () e () non sono che la controparte formale delle con-
dizioni () e () richiamate sopra.) Poiché gli operatori modali non so-
no vero-funzionali, sappiamo che questa semplice procedura non può
venire estesa a tutte le formule del linguaggio: la verità o la falsità di un
enunciato modale rispetto a un dato modello trascende le informazioni
fornite dal modello stesso. A questo punto, però, entra in gioco l’intui-
zione leibniziana. Un modello è, in fondo, l’analogo formale di un mon-
do possibile, dato che ci dice come stanno le cose rispetto a qualsiasi fat-
to descrivibile mediante un enunciato atomico. Quindi si potrebbe pen-
sare di sfruttare quell’intuizione fissando le condizioni di verità di enun-
ciati contenenti operatori modali attraverso un’opportuna quantifica-
zione dei modelli rispetto ai quali sono veri gli enunciati a cui si appli-
cano quegli operatori. In Meaning and Necessity Carnap proponeva pro-
prio questo, sebbene in una terminologia un po’ diversa, suggerendo di
completare il quadro con le clausole seguenti:

() α  ≤A se e solo se β  A per ogni modello β


() α  ↓A ”” β  A per qualche modello β


ACHILLE C . VARZI

Questa soluzione, tuttavia, è insoddisfacente per un motivo molto sem-


plice: le uniche nozioni di necessità e di possibilità che corrispondono
alle condizioni () e () sono quelle di necessità e possibilità logica. In
altre parole, dato un modello qualsiasi, gli unici casi in cui un enunciato
della forma ≤A risulterà vero sono quelli in cui A esprime una verità lo-
gica, per esempio una tautologia come

() O piove o non piove.

E gli unici casi in cui un enunciato della forma ↓A risulterà falso sono
quelli in cui A esprime una falsità logica, per esempio una contraddizio-
ne come

() Piove e non piove.

Ora, per quanto interessanti possano essere, è evidente che questi sono
casi molto speciali. D’altra parte, ogni ulteriore qualifica in merito alla
gamma dei modelli β su cui quantificare nel definiens di () e () riflet-
terebbe una presa di posizione ben precisa riguardo a ciò che è necessa-
rio o possibile in un senso diverso da quello puramente logico, e come
tale esulerebbe dai compiti della logica stessa. Quindi?
È qui che la proposta di Kripke comincia a fare la differenza. L’idea
iniziale, sviluppata nell’articolo del , è di superare l’impasse definen-
do la nozione di verità, non rispetto a un modello nel senso suddetto,
bensì rispetto a una coppia definita da un certo modello e da un insieme
di modelli alternativi, ciascuno dei quali corrisponde intuitivamente a un
mondo possibile rispetto al modello dato (che a sua volta può essere con-
siderato rappresentativo del mondo attuale). Più precisamente, sia una
struttura-modello qualunque coppia (α, W) dove W è un insieme di qual-
sivoglia modelli e α un elemento di W. Specificare una struttura di que-
sto tipo significa stabilire come vanno le cose nel mondo attuale, α, e co-
me vanno in certi mondi giudicati possibili rispetto ad α. In altre paro-
le, significa dire com’è fatto il mondo e come potrebbe essere: la richie-
sta che α faccia parte di W riflette semplicemente l’intuizione (già pre-
sente negli scritti di Aristotele) per cui ciò che è attuale è ipso facto pos-
sibile. Dal punto di vista logico, tuttavia, non siamo tenuti a specificare
una struttura-modello particolare più di quanto non siamo tenuti a iden-
tificare un certo modello della logica estensionale con il mondo attuale.
Dal punto di vista logico, tutto ciò che siamo tenuti a fare è fissare le con-


. MODALITÀ E VERITÀ

dizioni di verità di ogni formula ben-formata per qualunque scelta ac-


cettabile, e ciò equivale a definire tali condizioni rispetto a strutture-mo-
dello arbitrarie, proprio come nella logica vero-funzionale le si definisce
rispetto a modelli arbitrari. Chiarito questo aspetto, le clausole definito-
rie proposte da Kripke dovrebbero a questo punto essere ovvie: si trat-
ta di riscrivere ()-() sostituendo al modello arbitrario α una struttu-
ra-modello arbitraria (α, W) e relativizzando le condizioni sugli opera-
tori modali ai mondi possibili specificati da quest’ultima. Otteniamo in
questo modo la definizione ricorsiva di verità di una formula ben-for-
mata X rispetto a una struttura-modello (α, W). Schematicamente:

(′) (α, W)  p se e solo se α(p) = V


(′) (α, W)  ∼A ”” non (α, W)  A
(′) (α, W)  A ∧ B ” ” (α, W)  A e (α, W)  B
(′) (α, W)  A ∨ B ” ” (α, W)  A o (α, W)  B
(′) (α, W)  A  B ” ” se (α, W)  A allora (α, W)  B
(′) (α, W)  A  B ” ” (α, W)  A se e solo se (α, W)  B
(′) (α, W)  ≤A ”” (β, W)  A per ogni β in W
(′) (α, W)  ↓A ”” (β, W)  A per qualche β in W

(Si noti che le prime sei clausole non comportano alcuna differenza ri-
spetto a ()-(), dato che il loro definiens è del tutto indifferente alla
composizione di W.) Dopo di che possiamo introdurre tutte le comuni
nozioni logiche, ivi inclusa quella di validità, facendo riferimento alle
condizioni di verità così definite:

() Una formula ben-formata A è logicamente valida se e solo se A è vera ri-


spetto a ogni struttura-modello.

A titolo illustrativo, è utile notare che anche in questo caso tutte le tauto-
logie e, più in generale, tutte le formule valide risultano necessarie rispet-
to a qualunque struttura-modello. Più precisamente, se A è logicamente
valida, allora avremo che (β, W)  A per qualunque scelta di W e per qua-
lunque (quindi per ogni) β in W, da cui segue che ≤A risulterà vera rispetto
a qualunque struttura-modello (α, W). Tuttavia la conversa non vale: non
è detto che ≤A risulti vera rispetto a una struttura-modello solo se A è lo-
gicamente valida, che è come dire che in questa semantica la nozione di
necessità non si esaurisce in quella di necessità logica. Per esempio, se α è
il nostro mondo e W contiene soltanto mondi compatibili con le nostre
leggi fisiche, allora la formula corrispondente a un enunciato come


ACHILLE C . VARZI

() È necessario che l’attrazione gravitazionale tra due corpi sia direttamente
proporzionale al prodotto delle loro masse.

risulterà vero rispetto alla struttura-modello (α, W) malgrado la legge di


gravitazione universale non esprima una tautologia. Per lo stesso moti-
vo, la nozione di possibilità non si esaurisce in quella di possibilità logi-
ca: se A è una contraddizione, ↓A risulta falsa (cioè non vera) in ogni
struttura-modello, ma non è detto che ↓A risulti falsa solo se A è una
contraddizione. Per esempio, nel modello appena citato la formula cor-
rispondente all’enunciato

() È possibile che l’attrazione gravitazionale tra due corpi sia inversamente
proporzionale al prodotto delle loro masse.

risulterà falsa, sebbene la legge di gravitazione universale possa essere


stravolta senza con ciò cadere in contraddizione sul piano logico. Tanto
basti a illustrare come la semantica in questione consenta di superare i
limiti evidenziati in precedenza con riferimento alla semantica carnapia-
na definita in ()-().
Ora, nel suo articolo Kripke non si limitava a esporre la teoria ap-
pena delineata, ma aggiungeva tre osservazioni importanti. La prima è
che la teoria stessa è formulata interamente in un metalinguaggio che fa
uso soltanto di concetti appartenenti alla teoria degli insiemi e alla logi-
ca estensionale dei predicati (come si può constatare leggendo le clau-
sole corrispondenti a ciascun definiens). Questa caratteristica, anticipa-
ta banalmente dalla teoria di Carnap ma condivisa anche dalle teorie più
ricche che esamineremo tra breve, era particolarmente importante nel
contesto storico a cui Kripke si rivolgeva, poiché consentiva di rispon-
dere almeno in parte allo scetticismo di coloro i quali, sulla scia di Qui-
ne, ritenevano che tali concetti fossero gli unici a cui la logica potesse af-
fidarsi senza indugio. In particolare, la valutazione di enunciati conte-
nenti modalità iterate o complesse, come negli esempi ()-(), non pre-
senta problemi di sorta, dal momento che si tratta semplicemente di ap-
plicare le regole in (′) e (′) in modo ricorsivo.
La seconda osservazione è che la semantica in questione risulta ade-
guata al più forte dei sistemi di logica modale introdotti anni prima da
Lewis e dai suoi collaboratori, noto come sistema S. Più precisamente,
Kripke dimostrava che la nozione di validità definita in () individua
esattamente le formule che risultano dimostrabili in tale sistema, di cui
riportiamo gli assiomi specifici e la regola di inferenza:


. MODALITÀ E VERITÀ

A ↓A  ¬≤¬A
A ≤A  A
A ↓A  ≤↓A
A ≤(A  B)  (≤A  ≤B)
R Se A è un teorema, allora si può inferire ≤A

Anche questo fatto è molto importante, non solo perché equivale alla
prima dimostrazione di completezza e coerenza di un sistema di logica
modale (sebbene in contemporanea alla dimostrazione di Bayart), ma
anche perché S era da molti autori ritenuto il sistema più adatto a rap-
presentare le nozioni di necessità e di possibilità aletica. Tra le altre co-
se, S include i seguenti quattro teoremi:

() ≤≤A  ≤A
() ≤↓A  ↓A
() ↓↓A  ↓A
() ↓≤A  ≤A

da cui segue che le modalità iterate sono in ultima analisi superflue.


Quindi non solo la semantica di Kripke consente di valutare enunciati
modali di complessità arbitraria; essa ne determina anche la riducibilità
alle due modalità basilari.
Infine, e questo è il punto cruciale, nel paragrafo conclusivo Kripke
osservava che la semantica in questione può essere opportunamente ge-
neralizzata in modo da rendere giustizia anche a intuizioni diverse ri-
spetto a quelle codificate nel sistema S, ivi incluse le intuizioni di colo-
ro che si opporrebbero alle equivalenze in ()-(). È precisamente in
questa generalizzazione che, come dicevamo, risiede la portata vera-
mente innovativa della proposta di Kripke, ed è a questo compito che
sono dedicati gli articoli successivi, a partire dal già citato Semantical
Analysis of Modal Logic I del .

... GENERALIZZAZIONE DELLA SEMANTICA PROPOSIZIONALE

L’idea è molto semplice. Nelle strutture-modello considerate sin qui, la


nozione di mondo possibile è, per così dire, “assoluta”: dato l’insieme
W, ciascun elemento di W è giudicato possibile relativamente a ogni al-
tro elemento. Ciò è evidente dalle clausole relative agli operatori moda-
li, nelle quali la valutazione di un enunciato rispetto alla struttura-mo-
dello data, (α, W), richiede che si esaminino tutte le strutture-modello


ACHILLE C . VARZI

(β, W) dove β è un elemento di W. Si potrebbe tuttavia pensare che la


nozione di mondo possibile sia “relativa”, nel senso che i mondi giudi-
cati possibili dal punto di vista di un certo mondo in W potrebbero non
essere giudicati possibili nel momento in cui ci si ponga dal punto di vi-
sta di un altro mondo in W, o viceversa. Per esempio, noi riusciamo be-
nissimo a immaginare dei mondi nei quali le cose funzionano molto me-
glio che nel mondo attuale, ma non è detto che in quei mondi si riesca a
immaginare un mondo come il nostro. Oppure: a noi sembra di poter
immaginare soltanto mondi soggetti alla legge di gravitazione universa-
le, ma non è detto che tutti i mondi che riusciamo a immaginare siano a
loro volta legati a questo modo di vedere le cose, ossia che l’esistenza di
un mondo che trasgredisce la legge di gravitazione sia un’assurdità an-
che dal loro punto di vista. Ovviamente può essere difficile stabilire a
priori tutta la rete di possibilità relative che può caratterizzare un certo
insieme di mondi. Ma proprio questo è il punto: la semantica della se-
zione precedente impone surrettiziamente un punto di vista ben preci-
so, ossia quello in base al quale tutti i mondi possibili sono sullo stesso
piano (col risultato che le modalità iterate risultano sempre ridondanti).
Se vogliamo rimanere neutrali in proposito – e nel contesto di una se-
mantica formale questo sembra l’atteggiamento giusto – dobbiamo tro-
vare il modo di relativizzare la nozione di mondo possibile. E il modo
più semplice per farlo è quello di richiedere che una struttura-modello
specifichi, non già un insieme generico di mondi, ma un insieme di mon-
di su cui è definita una certa relazione di possibilità relativa, o “accessi-
bilità”. Dopo di che possiamo richiedere che le condizioni di verità del-
le formule ben-formate contenenti operatori modali dipendano esclusi-
vamente dall’ispezione di certe alternative: non tutti i mondi possibili,
ma solo quei mondi che sono accessibili, rispetto alla relazione in que-
stione, dal mondo che la struttura-modello considera attuale.
È questo l’ingrediente principale della generalizzazione additata da
Kripke (e anticipata in vario modo da autori come Kanger e Hintikka).
A partire dal , la nozione di struttura-modello viene arricchita da un
terzo ingrediente, corrispondente alla relazione di accessibilità fra mon-
di possibili, e la definizione ricorsiva di verità viene modificata di con-
seguenza. Più precisamente, per struttura-modello si intende adesso una
tripla (α, W, R) – dove W e α sono, come prima, rispettivamente un in-
sieme di modelli e un elemento di quell’insieme, e dove R è una relazio-
ne binaria su W – e le condizioni di verità di una formula ben-formata
rispetto a una struttura-modello di questo tipo diventano:


. MODALITÀ E VERITÀ

(′′) (α, W, R)  p se e solo se α(p) = V


(′′) (α, W, R)  ∼A ”” non (α, W, R)  A
(′′) (α, W, R)  A ∧ B ” ” (α, W, R)  A e (α, W, R)  B
(′′) (α, W, R)  A ∨ B ” ” (α, W, R)  A o (α, W, R)  B
(′′) (α, W, R)  A  B ” ” se (α, W, R)  A allora (α, W, R)  B
(′′) (α, W, R)  A  B ” ” (α, W, R)  A se e solo se (α, W, R)  B
(′′) (α, W, R)  ≤A ”” (β, W, R)  A per ogni β in W tale che
αRβ
(′′) (α, W, R)  ↓A ”” (β, W, R)  A per qualche β in W tale
che αRβ

(Anche in questo caso, come già nel passaggio da ()-() a (′)-(′), la


novità diventa significativa soltanto nelle ultime due clausole, cioè quel-
le relative agli operatori modali. Inoltre è evidente che la semantica de-
finita da (′)-(′) può essere vista come un caso limite della presente,
ottenuto richiedendo che R sia la relazione universale su W, proprio co-
me la semantica definita da ()-() può essere vista come il caso limite
ottenuto richiedendo altresì che W sia l’insieme di tutti i modelli.)
L’effetto di questa modifica è tanto immediato quanto straordinario
sul piano della flessibilità che ne deriva: nel momento in cui la verità o fal-
sità di una formula modale dipendono dalla relazione R, studiando le pro-
prietà di questa relazione si potranno individuare le condizioni alle quali
certi principi modali risultano validi. Più precisamente, si consideri la se-
guente generalizzazione della nozione di validità logica definita in ():

() Una formula ben-formata A è logicamente valida rispetto a una classe C di


strutture-modello se e solo se A è vera rispetto a ogni elemento di C.

Il problema dell’adeguatezza semantica di un sistema di logica modale


si traduce, allora, nel problema di identificare un’opportuna classe di
strutture-modello rispetto alla quale l’insieme delle formule valide coin-
cide con quello delle formule dimostrabili nel sistema. E questo proble-
ma è interamente riconducibile a quello di determinare le condizioni su
R che definiscono la classe in questione. In particolare, Kripke dimo-
strava che se C è la classe delle strutture-modello in cui R è una relazio-
ne di equivalenza, ossia soddisfa le condizioni seguenti:

() per ogni β in W: βRβ Riflessività


() per ogni β e γ in W: βRγ solo se γRβ Simmetria
() per ogni β, γ e δ in W: βRγ e γRδ solo se βRδ Transitività


ACHILLE C . VARZI

allora le formule valide rispetto a C sono ancora tutti e soli i teoremi del
sistema S. Ciò significa che una classe siffatta risulta equipollente alla
classe delle strutture-modello in cui R è universale. Kripke però dimo-
strava anche che se si impongono soltanto le prime due condizioni, cioè
se consideriamo la classe C di tutte le strutture-modello in cui R è ri-
flessiva e simmetrica, allora le formule C-valide sono i teoremi di un si-
stema più debole chiamato B (o “brouweriano”), che differisce da S per
la presenza dell’assioma seguente in luogo di A:

A′ A  ≤↓A

Se imponiamo soltanto le condizioni di riflessività e di transitività, allo-


ra le formule C-valide sono i teoremi del cosiddetto “sistema S” di
Lewis, che a sua volta differisce da S per la presenza dell’assioma se-
guente in luogo di A:

A′′ ≤A  ≤≤A

E se imponiamo soltanto la condizione di riflessività, allora le formule C-


valide sono i teoremi del cosiddetto “sistema T” (dovuto a Robert Feis e,
indipendentemente, a Georg von Wright), che differisce da S semplice-
mente per l’assenza di A. Possiamo anche osservare che se non imponia-
mo alcuna condizione su R, cioè se identifichiamo C con la classe di tutte
le strutture-modello (a, W, R), allora le formule logicamente valide sono
esattamente quelle dimostrabili nel sistema logico definito soltanto dalla
regola R e dagli assiomi A e A: questo sistema, oggi noto come K (in ono-
re di Kripke) rappresenta quindi la più debole tra le logiche modali ana-
lizzabili nei termini della semantica in esame, e la presenza di A conferma
l’ineluttabilità del nesso tra necessità e possibilità già catturato nella tesi ari-
stotelica citata in precedenza: necessario è ciò che non può non essere.
Evidentemente questi risultati vennero accolti con estremo interes-
se, sia perché costituivano altrettante dimostrazioni di completezza e
coerenza per alcuni importanti sistemi di logica modale presenti nella
letteratura, sia perché consentivano di vedere sotto una nuova luce l’a-
nalisi della modalità nel suo complesso: lungi dal dover affrontare ogni
caso sulla base della semplice intuizione, l’accettabilità o meno di certi
principi modali (tra cui quelli esprimenti la ridondanza delle modalità
iterate) si traduceva sistematicamente nell’accettabilità o meno di certe
condizioni sulla relazione di accessibilità, e quest’ultima questione non


. MODALITÀ E VERITÀ

presentava difficoltà particolari. In altre parole, il confronto tra i diver-


si sistemi di logica modale diventava una questione che poteva essere af-
frontata a livello semantico affidandosi interamente ai principi della teo-
ria degli insiemi e della logica delle relazioni, e ciò non poteva che ri-
scuotere interesse anche da parte dei logici più scettici. Nel giro di bre-
ve tempo, lo studio sistematico delle logiche modali divenne un campo
di ricerca assai fecondo, al punto che intere famiglie di sistemi logici so-
no state messe a punto partendo direttamente dallo studio delle condi-
zioni che potrebbero essere soddisfatte da R. A titolo illustrativo, ecco
qualche altro esempio delle corrispondenze – non sempre elementari –
stabilite negli anni successivi alla pubblicazione dell’articolo di Kripke:

P ≤A  ↓A per ogni β in W esiste qualche γ in W tale che: βRγ


P ≤≤A  ≤A per ogni β e γ in W: βRγ solo se esiste qualche δ in W ta-
le che βRδ e δRγ
P ≤↓A  ↓A per ogni β in W esiste qualche γ in W tale che: βRγ e, per
ogni δ in W, γRδ solo se δ = γ
P ≤(≤A  A) per ogni β e γ in W: βRγ solo se γRγ

(Queste corrispondenze vanno lette nel modo seguente: sia S un sistema


di logica modale adeguato rispetto a una certa classe C di strutture-mo-
dello. Allora i teoremi dell’estensione di S ottenuta aggiungendo come
assioma uno qualsiasi dei principi indicati a sinistra coincidono esatta-
mente le formule che risultano valide rispetto alla sottoclasse di C de-
terminata dalla condizione su R indicata a destra.)
Senza entrare in ulteriori dettagli tecnici, possiamo a questo punto
completare il quadro limitandoci a tre considerazioni di carattere gene-
rale. Innanzitutto, l’apparato semantico che abbiamo esposto può esse-
re ulteriormente generalizzato astraendo completamente dall’identifica-
zione dei mondi possibili con i modelli della semantica vero-funzionale.
Kripke stesso, per evitare ogni discussione di carattere metafisico sulla
natura dei mondes possibles di memoria leibniziana, evidenziava questo
fatto nell’articolo del , proponendo di trattare W come un insieme
qualsiasi e di affidare a una funzione di valutazione esterna alla struttu-
ra-modello il compito di associare a ciascuna variabile enunciativa uno
dei due valori V o F. Questa decisione richiede una leggera modifica al-
la definizione ricorsiva di verità in (′′)-(′′), che verrebbe a dipendere
non soltanto dalla struttura-modello di riferimento ma anche dalla fun-
zione di valutazione prescelta. Sul piano logico, tuttavia, la modifica sa-
rebbe ininfluente e questo è sicuramente un pregio dell’approccio.


ACHILLE C . VARZI

In secondo luogo è importante sottolineare che, a prescindere da tale


eventuale modifica, a questo punto si dispone di un apparato formale che
in linea di principio si presta all’analisi semantica di qualunque operatore
modale, non soltanto di quelli corrispondenti alle modalità aletiche di ne-
cessità e possibilità. Per esempio, supponiamo di attribuire a “≤” il signifi-
cato dell’operatore epistemico “si sa che” (e a “↓” il significato indiretto di
“non si sa che non” garantito dall’assioma A). In tal caso Hintikka sugge-
riva di concepire i mondi accessibili alla stregua di situazioni epistemica-
mente accettabili, cioè mondi che coincidono con il mondo attuale per ciò
che concerne tutti i fatti di cui si è a conoscenza: asserire un enunciato del-
la forma ≤A significa asserire ciò che è vero in tutti questi mondi. Dopo di
che è naturale pensare che R debba essere quantomeno riflessiva, e quin-
di che l’assioma A debba risultare valido, in ottemperanza al principio per
cui si può sapere qualcosa soltanto se è confermato dalla realtà. Per con-
tro, se attribuiamo a “≤” il significato dell’operatore “si crede che”, pos-
siamo seguire ancora Hintikka nel concepire i mondi accessibili alla stre-
gua di mondi doxasticamente accettabili, cioè mondi che concordano nel
verificare le nostre credenze. In tal caso, però, sarebbe irragionevole ri-
chiedere che R sia riflessiva, e quindi che valga l’assioma A: possiamo be-
nissimo avere credenze che non corrispondono alla realtà dei fatti. Semmai
potremmo pensare che le credenze debbano essere coerenti, cioè che non
si possa razionalmente credere A e al contempo credere la negazione di A.
In presenza di A ciò equivale ad assumere il principio P citato sopra, e
quindi R dovrà soddisfare la condizione di “serialità” che abbiamo indi-
cato accanto a questo principio. Un discorso analogo vale per la lettura
deontica di “≤” come “è obbligatorio che” (e di “↓” come “è lecito che”).
Seguendo una proposta che risale già a Kanger, possiamo in questo caso
concepire i mondi accessibili alla stregua di mondi “ideali” o “deontica-
mente perfetti” nei quali tutti gli obblighi sono realizzati, e siccome non è
detto che il mondo attuale sia tra quelli (anzi, è ragionevole supporre che
da noi vi siano diversi obblighi inevasi), la riflessività di R risulterebbe trop-
po forte e, con essa, l’assioma A. Tuttavia si potrebbe pensare che sia co-
munque obbligatorio adempiere agli obblighi, cioè che valga almeno il
principio P citato sopra e, di conseguenza, che R debba soddisfare la con-
dizione di “riflessività secondaria” che abbiamo indicato accanto a questo
principio. Inoltre, nella misura in cui pensiamo che gli obblighi, al pari del-
le credenze razionali, debbano essere coerenti, richiederemo anche in que-
sto caso che R sia seriale e che valga il principio P. Insomma, si capisce
che a questo punto si apre un intero ventaglio di opzioni, e il pregio della


. MODALITÀ E VERITÀ

semantica di Kripke è proprio quello di consentire un loro trattamento uni-


tario e formalmente ben fondato. In linea di principio, essa si presta addi-
rittura al trattamento di linguaggi irriducibilmente “multimodali”, cioè lin-
guaggi contenenti una molteplicità di operatori modali diversi e mutua-
mente indipendenti: sarà sufficiente postulare una relazione di accessibi-
lità per ciascun tipo di modalità e studiarne le rispettive proprietà.
L’ultima considerazione riguarda gli eventuali limiti di questo meto-
do . Abbiamo visto che la semantica di Kripke consente di analizzare in
modo uniforme intere famiglie di sistemi assiomatici: basta variare le con-
dizioni sulla relazione di accessibilità. Ma è così in tutti i casi? Si può pro-
cedere in questo modo per fissare la semantica di qualsiasi logica modale
di un certo interesse? La risposta iniziale è negativa, ed è stato Kripke stes-
so ad affrontare la questione nel seguito dell’articolo del , pubblicato
nel  col titolo Semantical Analysis of Modal Logic II. Non-normal Mo-
dal Propositional Calculi. Già ai tempi di Kripke esistevano logiche moda-
li più “deboli” del sistema K che, come abbiamo già notato, rappresenta
il sistema minimale tra quelli analizzabili nei termini della semantica in esa-
me. Per esempio, due dei sistemi proposti da Edward J. Lemmon alla fi-
ne degli anni cinquanta, noti come E e E, avevano la caratteristica di non
contenere nessun teorema della forma ≤A; ma abbiamo già visto che,
quando A è una formula logicamente valida, ≤A risulta vera in qualunque
struttura-modello e, quindi, valida a sua volta. Sul piano sintattico, ciò si
riflette nella regola R di K, che consente di derivare ≤A da qualsiasi teore-
ma A (e che non è inclusa nei sistemi E e E). Anche due dei sistemi di
Lewis, noti come S e S, avevano la caratteristica di non contenere la re-
gola R, ed è naturale pensare che questa caratteristica debba essere con-
divisa anche da certe logiche modali non aletiche. Per esempio, dal fatto
che A sia una tautologia non segue che si sappia o si creda che sia una tau-
tologia (potrebbe essere di forma estremamente complessa), e nemmeno
che si sappia o si creda che A sia vera; quindi la validità di A non sembra
implicare quella di ≤A in nessuno dei due sensi epistemici di “≤” (salvo
presupporre una forma di onniscienza logica che secondo molti autori
esula dal nostro concetto di conoscenza o di credenza razionale). Per lo
stesso motivo, non tutte le logiche della conoscenza e della credenza in-
cludono l’assioma A, che consentirebbe di derivare sempre ≤B dalla con-
giunzione di ≤(A  B) e ≤A. In breve: non tutte le logiche modali inclu-
dono il sistema K, ma la regola e gli assiomi di K sono automaticamente
soddisfatti nelle strutture-modello di Kripke. In questo senso, l’applicabi-
lità della teoria semantica del  non è illimitata. Ciononostante, sareb-
be un errore concludere che l’approccio a cui si ispira tale semantica sia in-


ACHILLE C . VARZI

trinsecamente inadatto a trattare queste logiche modali. Si tratta solo di ri-


lassare ulteriormente la nozione di struttura-modello in modo da consen-
tire maggiore flessibilità, e l’articolo del  conteneva due proposte mol-
to semplici in questo senso. Per limitarci a quella entrata maggiormente
nell’uso comune, Kripke suggeriva di classificare i mondi possibili inclusi
nell’insieme W in due categorie disgiunte: i mondi “normali” e quelli “non
normali” (nei quali, per esempio, l’onniscienza logica non vige). Dopo di
che è sufficiente decretare che mentre i mondi del primo tipo obbedisco-
no all’intuizione leibniziana per ciò che concerne la valutazione delle for-
mule modali, i mondi del secondo tipo trattano gli enunciati della forma
≤A come automaticamente falsi (e quelli della forma ↓A come automati-
camente veri). Sul piano formale, questo significa arricchire ulteriormen-
te la nozione di struttura-modello aggiungendo un quarto ingrediente.
Una struttura-modello sarà cioè una quadrupla (a, W, R, N) dove a, W e R
sono come sopra e N è un sottoinsieme di W, da pensarsi appunto come
l’insieme dei mondi normali. Tale modifica non ha alcun effetto sulle con-
dizioni di verità degli enunciati non modali, che possono quindi essere im-
portate direttamente da (′′)-(′′). Le condizioni di verità per gli enun-
ciati contenenti uno dei due operatori modali, invece, diventano:

(′′′) (a, W, R, N)  ≤A se e solo se α è in N e (β, W, R, N)  A per ogni β


in W tale che aRβ
(′′′) (a, W, N, R)  ↓A ”” α non è in N o (β, W, R, N)  A per
qualche β in W tale che aRβ

Su queste basi, formulando opportune condizioni sulla relazione R e sul-


la composizione di N, Kripke dimostrava la completezza di una varietà
di logiche più deboli di K. In particolare, E risulta completa rispetto al-
la classe di tutte le strutture-modello, mentre E, S e S risultano com-
plete nelle classi di strutture-modello in cui, rispettivamente, R è transi-
tiva, N contiene a, e R è transitiva e N contiene a. La completezza di cer-
te logiche epistemiche, come pure di certe logiche deontiche più deboli
di K, si può dimostrare nello stesso modo.

... ESTENSIONI ALLA LOGICA DEI PREDICATI

Con tutto ciò, è difficile sopravvalutare la portata complessiva dei tre ar-
ticoli di Kripke su cui ci siamo soffermati. All’età di soli  anni, questo
giovane filosofo che all’asilo aveva imparato da solo a leggere e scrivere


. MODALITÀ E VERITÀ

in ebraico e che già in quarta elementare aveva divorato le opere di


Shakespeare si imponeva di prepotenza all’attenzione della comunità
scientifica internazionale, ridisegnando con pochi tratti l’intera mappa
della logica modale e collocandola in modo definitivo al centro d’inte-
resse della logica formale contemporanea. Resta solo da aggiungere, e
non è cosa da poco, che sebbene qui ci si sia soffermati sulla logica mo-
dale proposizionale, la proposta iniziale di Kripke includeva anche un
trattamento estensivo delle logiche modali quantificate, cioè di quelle lo-
giche che derivano dall’aggiunta degli operatori modali al linguaggio di
base della logica dei predicati. I dettagli a questo riguardo sono piutto-
sto complessi e non è il caso di appesantire eccessivamente l’esposizio-
ne. D’altra parte, abbiamo visto che i dubbi più seri di Quine riguarda-
vano proprio le logiche modali quantificate, che già negli anni quaranta
e cinquanta avevano registrato un certo sviluppo per opera di Carnap e
soprattutto in una serie di articoli di Ruth Barcan Marcus. Inoltre, è pro-
prio questa dimensione della teoria che fornisce le basi per alcune delle
tesi più interessanti successivamente sviluppate da Kripke in materia di
metafisica e di filosofia del linguaggio, alle quali sono dedicati gli altri ca-
pitoli del presente volume. Completiamo pertanto questa prima parte
del capitolo ricostruendo almeno i tratti essenziali della teoria estesa.
Il linguaggio della logica dei predicati (o logica quantificazionale) si
distingue da quello della logica proposizionale sotto due aspetti. Innan-
zitutto, gli enunciati atomici non sono più trattati alla stregua di entità pri-
ve di struttura, ma sono definiti a partire da un vocabolario costituito da
espressioni più semplici, che possiamo distinguere in due gruppi: termi-
ni singolari – o nomi – come “Saul Kripke” o “Barack Obama”, e termi-
ni generali – o predicati – di adicità variabile, come “è un filosofo” (mo-
nadico) oppure “è più giovane di” (diadico). Se stabiliamo di usare le let-
tere minuscole dell’alfabeto corsivo per designare espressioni del primo
tipo e le lettere maiuscole per designare quelle del secondo tipo, gli enun-
ciati atomici possono allora essere rappresentati da formule che consi-
stono di una lettera maiuscola (predicato) concatenato con, e più preci-
samente seguito da, il giusto numero di lettere minuscole (nomi). Per
esempio, l’enunciato “Saul Kripke è un filosofo” può essere rappresen-
tato dalla formula Fs e l’enunciato “Barack Obama è più giovane di Saul
Kripke” dalla formula Gbs. In generale, un enunciato atomico sarà quin-
di una sequenza della forma Pt...tn, dove P è un predicato n-adico e t, ...,
tn sono n nomi qualsiasi. In secondo luogo, il vocabolario logico è arric-
chito dalla presenza dei quantificatori, che sono quegli operatori logici


ACHILLE C . VARZI

che corrispondono alle espressioni “ogni” e “qualche” (e simili). Gene-


ralmente questi operatori sono rappresentati dai simboli “∀” e “∃”, nel-
l’ordine, e vengono usati in combinazione con dei simboli speciali detti
variabili individuali, per le quali ci accontenteremo di usare le lettere “x”
e “y” (sebbene le variabili possano essere in numero infinito). Sulla base
di questo vocabolario, la sintassi del linguaggio si può riassumere me-
diante tre regole ricorsive molto semplici: innanzitutto, ogni enunciato
atomico è una formula ben-formata del linguaggio; in secondo luogo, co-
me nella logica proposizionale, se A e B sono formule ben-formate qual-
siasi, allora sono ben-formate anche le formule ~A, A ∧ B, A ⁄ B, A  B,
A  B, ≤A e ↓A; infine, se A è una formula ben-formata, allora sono ben-
formate anche tutte le formule del tipo ∀xA e ∃xA, dove x è una variabi-
le, t è un nome, e A è ciò che si ottiene da A sostituendo zero o più oc-
correnze di t con x. Per esempio, "xFx e ∃x(Gbx ∧ Fx) sono formate in
questo modo a partire da Fs e da Gbs ∧ Fs (sostituendo in ciascun caso
tutte le occorrenze di s) e possono essere intese come la traduzione for-
male degli enunciati quantificati “Ogni cosa è un filosofo” e “Barack
Obama è più giovane di qualche filosofo”. Si noti che anche in questo ca-
so ci serviamo liberamente delle parentesi per evitare possibili ambiguità.
Fissato così il linguaggio della logica dei predicati, è evidente che la
semantica non può essere determinata in modo adeguato direttamente
sulla base delle strutture-modello della logica proposizionale, dato che
il valore di verità di un enunciato atomico – e derivatamente quello di
ogni formula ben-formata – dovrà dipendere dal significato attribuito ai
termini di cui è costituito. Se ci limitiamo per un momento al frammen-
to del linguaggio che non contiene operatori modali, ciò significa che un
modello non può essere identificato semplicemente con una funzione
che assegna uno dei valori V o F agli enunciati atomici in modo arbitra-
rio. Piuttosto, identificheremo un modello con una funzione che, dato
un certo dominio di oggetti D, assegnerà a ogni nome un elemento di D
e a ogni predicato n-adico una funzione che, per ogni n-pla ordinata ·d,
..., dn〉 di elementi di D, ci dirà se quella n-pla soddisfa o meno il predi-
cato in questione attribuendole rispettivamente il valore V o il valore F.
Per esempio, se D include le persone che esistono nel nostro mondo,
possiamo immaginare che il modello assegni al nome b l’individuo Ba-
rack Obama, al nome s l’individuo Saul Kripke, al predicato unario F la
funzione che attribuisce il valore V a tutti i filosofi esistenti, e al predi-
cato binario G la funzione che attribuisce il valore V alle coppie ·d, d〉
tali che d è più giovane di d. Dopo di che, se indichiamo con aD un mo-


. MODALITÀ E VERITÀ

dello di questo tipo, che chiameremo “modello su D”, la caratterizza-


zione standard delle condizioni di verità per gli enunciati non modali del
linguaggio si può formulare nel modo seguente:

() αD  Pt...tn se e solo se αD(P)[αD(t), ..., αD(tn)] = V


() αD  ∼A ”” non αD  A
() αD  A ∧ B ”” αD  A e αD  B
M M
() αD  ∀xA ”” βD  At,x per ogni t-variante βD di αD
() αD  ∃xA ”” βD  At,x per qualche t-variante βD di αD

dove At,x è ciò che si ottiene da A sostituendo ogni occorrenza di x con


il termine t, che per definizione assumiamo essere il primo nome (in or-
dine alfabetico) che non compare in A, e dove per t-variante di αD si in-
tende un modello su D che assegni un valore qualsiasi al termine t e che
per il resto coincide con αD.
A titolo illustrativo, supponiamo che aD sia il modello parzialmente
descritto sopra, dove D è l’insieme delle persone che esistono nel nostro
mondo. In tal caso avremo sicuramente che aD  Fs, dato che aD(s), cioè
l’individuo Saul Kripke, è tra quegli individui a cui aD(F) assegna il valo-
re V, cioè i filosofi. Ciò riflette la verità di “Saul Kripke è un filosofo”. Per
contro, non avremo che aD  Fb, dal momento che aD(b), cioè Barack
Obama, non è tra gli individui a cui aD(F) assegna il valore V: l’enuncia-
to “Barack Obama è un filosofo” è falso. Inoltre avremo, per esempio,
che aD  ∃xGxs ma non che aD  ∀xGxs: qui il primo nome che non com-
pare in Gxs è a, e mentre esiste qualche a-variante di aD tale che aD  Gas,
come quella che assegna ad a l’individuo Barack Obama (la coppia ·Ba-
rack Obama, Saul Kripke è tra quelle a cui aD(G) assegna il valore V), ciò
non vale per tutte le a-varianti di aD, come quella che assegna ad a lo stes-
so Saul Kripke (la coppia ·Saul Kripke, Saul Kripke è tra quelle a cui
aD(G) assegna il valore F, poiché nessuno è più giovane di se stesso). Ciò
corrisponde alla verità di “Qualcuno è più giovane di Saul Kripke” e al-
la falsità di “Ognuno è più giovane di Saul Kripke”, rispettivamente.
Chiarito questo, se adesso passiamo all’intero linguaggio della logica
dei predicati con operatori modali, il modo più semplice per implemen-
tare la teoria di Kripke consiste nell’affidarsi a strutture-modello costrui-
te a partire da modelli del tipo appena descritto. Abbiamo visto tre mo-
di diversi di costruire queste strutture, di generalità sempre maggiore. Per
limitarci alla versione più comune, quella intermedia del , questo si-
gnifica che una struttura-modello può essere definita come una tripla (a,


ACHILLE C . VARZI

WD, R), dove WD è un insieme di modelli su uno stesso dominio D, a è


un elemento di WD e R è una relazione binaria su WD, e dove si assume
che tutti gli elementi di WD concordino sul valore che assegnano a cia-
scun nome. Quest’ultima assunzione corrisponde all’idea secondo cui i
nomi sono dei “designatori rigidi”, ovvero designano lo stesso individuo
in tutti i mondi possibili contemplati dalla struttura-modello (sebbene
possano ovviamente designare individui differenti nei mondi di altre
strutture-modello). Si tratta di un’assunzione importante, sulla quale
Kripke è tornato ripetutamente nei suoi scritti di filosofia del linguaggio
degli anni Settanta (cfr. CAP. ), ma che nella fattispecie riflette semplice-
mente l’intuizione in base alla quale, quando ci rivolgiamo ai mondi che
rappresentano situazioni alternative al mondo attuale, continuiamo a
chiamare le cose con il loro nome. Nel caso dei predicati, invece, que-
st’assunzione sarebbe irragionevole, dal momento che è proprio cam-
biando il loro valore semantico che riusciamo a rappresentare formal-
mente l’intuizione in base alla quale certi oggetti potrebbero soddisfare
predicati diversi da quelli che soddisfano nel mondo attuale, e quindi che
il valore di verità di certi enunciati atomici potrebbe variare da un mon-
do all’altro. Chiarito questo punto, la definizione ricorsiva della nozione
di verità di una formula ben-formata rispetto a una struttura-modello
qualsiasi estenderà le condizioni in ()-() nel modo ovvio:

(′) (α, WD, R)  Pt...tn se e solo se α(P)(α(t), ..., α(tn)) = V


(′) (α, WD, R)  ∼A ”” non (α, WD, R)  A
(′) (α, WD, R)  A ∧ B ”” (α, WD, R)  A e (α, WD, R)  B
M M
(′) (α, WD, R)  ∀xA ”” (β, WD, R)  At,x per ogni t-variante
β di α su D
(′) (α, WD, R)  ∃xA ”” (β, WD, R)  At,x per qualche t-va-
riante β di α su D
(′) (α, WD, R)  ≤A ”” (β, WD, R)  A per ogni β in WD ta-
le che αRβ
(′) (α, WD, R)  ↓A ”” (β, WD, R)  A per qualche β in
WD tale che αRβ

Si noti che l’analogia leibniziana tra modalità e quantificazione diventa


a questo punto esplicita: i quantificatori veri e propri spaziano sugli og-
getti di D, le modalità sui mondi in WD.
Questa estensione rappresenta, in effetti, un “mix” della semantica
del , le cui strutture-modello erano ancora prive della relazione R, e


. MODALITÀ E VERITÀ

della semantica del , che analizzava l’impiego delle strutture-model-


lo relazionali soltanto con riferimento alla logica proposizionale. Si trat-
ta, comunque, di un mix del tutto naturale (tant’è vero che molti libri di
testo oggi prendono le mosse proprio da una semantica di questo tipo)
e, soprattutto, non privo di interesse sul piano filosofico, poiché proprio
le conseguenze filosofiche di questo modo di procedere indussero
Kripke a pubblicare nel  un secondo articolo, Semantical Considera-
tions on Modal and Intuitionistic Logic, nel quale le cose sono un po’ più
complesse. (A essere precisi, c’è anche da dire che il linguaggio a cui si
riferiva Kripke non conteneva nomi ma soltanto variabili, secondo una
pratica piuttosto diffusa in quegli anni, e che le condizioni relative ai
quantificatori erano formulate in modo leggermente diverso; si tratta
però di idiosincrasie che nel presente contesto possiamo ignorare.)
La conseguenza principale della semantica appena delineata riguar-
da la distinzione tra modalità de dicto e modalità de re che Quine aveva
additato come una delle fonti di preoccupazione nell’interazione tra mo-
dalità e quantificazione, come notato a proposito degli esempi () e ().
In un certo senso, le definizioni in (′)-(′) dimostrano che dal punto di
vista formale l’analisi delle modalità de re non presenta problemi parti-
colari. Abbiamo una procedura ricorsiva e tant’è: forse verremo inghiot-
titi nella “giungla metafisica dell’essenzialismo aristotelico” nel momen-
to in cui cercheremo di stabilire quale, tra le infinite strutture-modello
messe a disposizione dalla teoria, corrisponda alla giusta mappa della
realtà e delle sue alternative possibili; ma come abbiamo già osservato,
questo non è il compito della logica. Dal punto di vista logico non siamo
tenuti a specificare una struttura-modello particolare più di quanto non
siamo tenuti a specificare un certo modello della logica estensionale qua-
le rappresentante del mondo attuale. D’altro canto, è importante sottoli-
neare che a questo riguardo la teoria non è del tutto neutrale. Ciò risulta
particolarmente chiaro se consideriamo i due principi seguenti:

BF ∀x≤A  ≤∀xA
BFc ≤∀xA  ∀x≤A

Questi principi sono noti rispettivamente come “formula di Barcan” e


“conversa della formula di Barcan” in quanto presenti – in questa forma
o in una forma equivalente – nelle logiche modali quantificate proposte
da Barcan Marcus a cui abbiamo accennato sopra. Evidentemente si
tratta di principi che instaurano un nesso logico molto esplicito tra ne-
cessità de dicto e necessità de re, al punto che la loro congiunzione si ri-


ACHILLE C . VARZI

solve nella completa equivalenza tra i due tipi di necessità in presenza


del quantificatore universale. E abbiamo già avuto modo di osservare
che il nesso tra questi due tipi di modalità sembra dipendere, non solo
da considerazioni di ordine logico, ma anche da tesi metafisiche belle e
buone. (In effetti, le considerazioni svolte a proposito degli esempi ()
e () si applicano pari pari a BFc, posto che ∀xA rappresenti l’enuncia-
to “Ogni madre ha dei figli”.) Ebbene, risulta che la semantica in esame
non è neutrale rispetto a questi due principi. Al contrario, tanto la for-
mula di Barcan quanto la sua conversa risultano universalmente valide,
cioè logicamente valide rispetto a qualunque classe di strutture-modello.
E se le cose stanno così, allora le preoccupazioni di Quine sembrano mo-
tivate: la logica modale quantificata ci impegnerebbe a un punto di vista
metafisico ben preciso. Un discorso analogo potrebbe farsi anche ri-
guardo alle varianti esistenziali delle due formule in questione, ossia:

BF↓ ↓∃xA  ∃x↓A


BF↓c ∃x↓A  ↓∃xA

Questi due principi risultano equivalenti rispettivamente a BF e BFc, da


cui segue che, in presenza del quantificatore esistenziale, ogni possibilità
de dicto si riduce alla corrispondente possibilità de re, e viceversa. (Cu-
riosamente, abbiamo invece che, sebbene le due formule seguenti risul-
tino logicamente valide:

() ∃x≤A  ≤∃xA


() ↓∀xA  ∀x↓A

le loro converse non lo sono, cioè possono risultare false rispetto a de-
terminate strutture-modello:

() ≤∃xA  ∃x≤A


() ∀x↓A  ↓∀xA

Ciò è giusto ed è confermato dall’intuizione. Se, per esempio, qualcuno


è così fortunato da essere necessariamente ricco, cioè ricco in tutti i mon-
di, allora è necessario che ci sia qualcuno di ricco; e se è possibile che
tutti siano ricchi, cioè se c’è un mondo in cui tutti sono ricchi, allora tut-
ti possono essere ricchi. La validità di () e () non fa che registrare que-
sti esempi in termini generali. Per contro, benché sia necessario che qual-
cuno vinca la lotteria, non è detto che ci sia qualcuno così fortunato da
vincere necessariamente, cioè in tutti i mondi; e anche se tutti possono


. MODALITÀ E VERITÀ

vincere la lotteria, non è detto che sia possibile che vincano tutti, cioè
che ci sia un mondo in cui tutti vincono. Abbiamo quindi dei controe-
sempi alla validità di () e ().)
Come mai ci ritroviamo con una logica impelagata in questioni meta-
fisiche? La risposta, in parole semplici, è che la teoria semantica che ab-
biamo delineato è già impregnata di metafisica. Ma il problema non ri-
guarda il trattamento degli operatori modali: il problema riguarda il trat-
tamento dei quantificatori, ossia le clausole (′) e (′), che sono definite
con esclusivo riferimento al dominio D. Più precisamente, richiedendo
che per la valutazione di enunciati quantificati della forma ∀xA o ∃xA si
considerino tutte le t-varianti su D di un certo modello quale che sia quel
modello, si sta assumendo che tutti gli elementi di D rientrino nel campo
d’azione dei quantificatori per ciò che concerne qualunque modello. E
poiché rientrare nel novero d’azione dei quantificatori equivale a esistere,
come diceva Quine, ciò equivale ad associare lo stesso insieme di esisten-
ti, D, a ogni modello, cioè a ogni mondo possibile. Nessun mondo alter-
nativo contiene individui che non esistano già nel mondo attuale, così co-
me nessun mondo alternativo può essere privo degli individui che esisto-
no in quello attuale. Se le cose stanno così, non c’è da sorprendersi se BF
e BFc risultano sempre vere. Se ogni individuo attuale soddisfa necessa-
riamente una certa condizione A (cioè la soddisfa in ogni mondo accessi-
bile), e se gli individui che abitano gli altri mondi sono né più né meno che
quelli attuali, allora non si scappa: necessariamente (cioè in ogni mondo
accessibile) ogni individuo soddisferà la condizione A. D’altro canto, se
necessariamente (cioè in ogni mondo possibile) ogni individuo soddisfa la
condizione A, e se gli individui che abitano gli altri mondi sono né più né
meno che quelli attuali, allora non si scappa: ogni individuo attuale sod-
disferà necessariamente la condizione A (cioè la soddisferà in ogni mon-
do accessibile). Idem per le varianti esistenziali BF↓ e BF↓c. In breve: la se-
mantica induce una nozione di validità logica che non è del tutto neutra-
le. Ma questo risultato non è che l’inevitabile conseguenza di una man-
canza di neutralità da parte della semantica stessa.
È proprio per questo motivo che nel secondo articolo del , dove
l’analisi semantica della logica modale quantificata è studiata con maggior
dettaglio, Kripke non si accontenta della formulazione apparentemente
ovvia che abbiamo fornito sopra. Per Kripke, come per buona parte dei fi-
losofi, è perfettamente concepibile che certe cose di questo mondo (forse
tutte) possano non esistere, così come è perfettamente concepibile che pos-
sano esistere delle cose (per esempio: Pegaso) che non figurano tra i citta-


ACHILLE C . VARZI

dini di questo mondo. Più in generale, che tutti i mondi siano popolati dai
medesimi individui è una tesi metafisica ben precisa e tutt’altro che pacifi-
ca, sulla quale è giusto pensare che la logica non si debba esprimere. Quin-
di, anche senza volerla scartare a priori, le condizioni di verità degli enun-
ciati quantificati devono essere modificate in modo da non presupporre la
verità di tale tesi. E ciò richiede che le strutture-modello rispetto alle qua-
li si definiscono condizioni di verità dichiarino in modo esplicito, per ogni
mondo possibile, quale sia il novero degli individui in esso esistenti. In ter-
mini formali, ciò significa che in aggiunta ai tre elementi iniziali α, WD e R,
una struttura-modello adeguata alla logica dei predicati dovrà compren-
dere anche una funzione, Q, che a ogni elemento β di WD assegni un cer-
to dominio di quantificazione Q(β). Naturalmente questo dominio dovrà
essere un sotto-insieme di D, e se non vogliamo violare uno degli assunti
fondamentali della logica classica bisogna anche richiedere che Q(β) non
sia vuoto. Per il resto, tuttavia, possiamo lasciare alla funzione Q libertà as-
soluta. Chiamiamo dunque struttura-modello quantificazionale qualunque
quadrupla (α, WD, R, Q) che soddisfi questi requisiti minimali, dove α,
WD e R sono come sopra. Si tratta a questo punto di ridefinire le condi-
zioni di verità (′)-(′) con riferimento a strutture di questo tipo. Per le
clausole relative alle formule atomiche e ai connettivi la modifica è inin-
fluente. Le clausole relative ai quantificatori, invece, diventano:

(′′) (α, WD, R, Q)  ∀xA se e solo se (α, WD, R, Q)  At,x per ogni t-varian-
riante β di α tale che β(t) ∈ Q(α)
(′′) (α, WD, R, Q)  ∃xA ” ” (β, WD, R, Q)  At,x per qualche t-va-
riante β di α tale che β(t) ∈ Q(α)

È questo, in sostanza, il nucleo della semantica proposta da Kripke nel-


l’articolo Semantical Considerations. Ed è facile verificare che in questa
semantica né la formula di Barcan BF né la sua conversa BFc (e quindi
nemmeno BF↓ e BF↓c) risultano universalmente valide. Piuttosto, la va-
lidità di questi principi rispetto a una certa classe C di strutture-model-
lo quantificazionali dipenderà, come per gli altri principi modali, da
eventuali restrizioni specifiche che si potranno imporre sulla relazione R
e/o sulla funzione Q. In particolare, si può dimostrare che BF e BF↓ so-
no valide rispetto a qualunque classe C di strutture nelle quali Q è “con-
servativa” rispetto a R, ossia tale che βRγ vale soltanto se il dominio Q(γ)
è incluso in Q(β), mentre BFc e BF↓c sono valide rispetto a qualunque
classe C di strutture nelle quali Q è “espansiva” rispetto a R, ossia tale
che βRγ vale soltanto se Q(β) è incluso in Q(γ). Ma non è il caso di spin-


. MODALITÀ E VERITÀ

gersi oltre in questi dettagli, così come non entreremo nel merito degli
interessanti sviluppi discussi nella seconda parte dell’articolo di Kripke,
che riguardano l’applicazione della teoria alla logica dell’operatore “è di-
mostrabile nell’aritmetica di Peano che” e alla logica intuizionistica (sul-
la quale Kripke è tornato con maggior dettaglio nell’ultimo articolo del-
la serie, Semantical Analysis of Intuitionistic Logic I, pubblicato nel ).
Concludiamo semplicemente notando alcuni aspetti della teoria che
possono ancora dar luogo a qualche complicazione .
Per prima cosa, l’ammissione di domini di quantificazione variabili
comporta immediatamente la possibilità che l’individuo β(t) assegnato a
un nome t da un modello β non appartenga a Q(β). In termini intuitivi,
questo significa che un nome può essere interpretato come un individuo
che in certi mondi non esiste, proprio come Pegaso, per esempio, non
esiste nel nostro mondo. Ciò ha come conseguenza la violazione di uno
degli assiomi fondamentali della logica classica, la cosiddetta “legge di
esemplificazione dell’universale”:

() ∀xA  A

Ne segue che le logiche catturate da questa semantica non possono essere


assiomatizzate semplicemente aggiungendo dei principi modali al calcolo
dei predicati classico (mentre le logiche catturate dalla semantica a “do-
mini fissi” sono perfettamente classiche). Si tratta, in effetti, di affidarsi a
una cosiddetta “logica libera”, sebbene i dettagli possano differire a se-
conda delle caratteristiche specifiche del linguaggio che si considera.
Inoltre, la possibilità che un nome possa venire interpretato come un
individuo non esistente in certi mondi solleva la questione, molto di-
scussa in filosofia del linguaggio, delle condizioni di verità degli enun-
ciati che contengono il nome in questione. Nella formulazione della teo-
ria che abbiamo dato qui, la questione è in un certo senso ignorata, dal
momento che la clausola relativa agli enunciati atomici consente co-
munque di determinare in ciascun caso se l’enunciato è vero rispetto al-
la struttura-modello data (e se non è vero, è falso): basta controllare se
la n-pla di individui che α assegna ai nomi che compaiono nell’enuncia-
to è tra quelle che ricevono il valore V dalla funzione che α assegna al
predicato, a prescindere dall’effettiva esistenza o non esistenza di quegli
individui in α, cioè dalla loro appartenenza o meno al dominio Q(α). In
termini intuitivi, questo significa che per valutare un enunciato come

() Pegaso è bianco.


ACHILLE C . VARZI

Basta vedere se Pegaso è tra le cose – attuali o meramente possibili – che


nel nostro mondo classifichiamo come bianche. Si potrebbe tuttavia ri-
tenere che questo trattamento sia eccessivamente semplificato, per non
dire inadeguato. Per esempio, secondo una tradizione che risale almeno
a Russell, gli enunciati atomici in cui compaiono termini che non si rife-
riscono a oggetti esistenti sono da considerarsi falsi; secondo una tradi-
zione che risale invece a Frege, e che negli anni cinquanta era stata dife-
sa soprattutto da Peter F. Strawson, è preferibile considerare tali enun-
ciati privi di un valore di verità definito. Kripke era consapevole di en-
trambe le opzioni e non esitava a osservare che in una “esposizione com-
pleta della semantica” bisognerebbe prenderle tutte in esame, sottoli-
neando tuttavia che ai fini della logica modale si tratta in ultima analisi
di “convenzioni alternative” egualmente sostenibili. Nella letteratura
successiva questo compito è stato effettivamente affrontato con una cer-
ta sistematicità, anche nel contesto di semantiche dedicate a interpreta-
zioni non aletiche degli operatori modali. Ma è opportuno sottolineare
che, mentre la prima opzione non presenta problemi tecnici particolari
(per esempio, è sufficiente richiedere che ogni predicato venga inter-
pretato in ogni modello β come una funzione che assegna il valore V sol-
tanto a n-ple provenienti da Q(β)), la seconda richiede che si affrontino
tutte le difficoltà che di norma si accompagnano all’abbandono del
“principio di bivalenza”, cioè del principio in base al quale ogni enun-
ciato è o vero o falso. Per esempio, se () è indefinito, è ragionevole pen-
sare che lo sia anche la sua negazione. Ma che dire della disgiunzione in
()? Che dire dell’apparente contraddizione in ()?

() O Pegaso è bianco o Pegaso non è bianco.


() Pegaso è bianco e Pegaso non è bianco.

E poi bisognerà chiarire come ci si deve comportare con gli enunciati


modali. Continueremo a dire che ≤A è vera se e solo A è vera in ogni
mondo accessibile, o sarà sufficiente richiedere che A non sia falsa in
quei mondi?
Infine, è importante notare che l’assunzione in base alla quale i no-
mi sono dei designatori rigidi ha delle conseguenze importanti per ciò
che concerne l’interazione tra modalità e identità. Supponiamo infatti di
arricchire la componente logica del linguaggio aggiungendo un predica-
to binario speciale “=” e fissando una volta per tutte il suo significato in
conformità alle leggi classiche dell’identità. In altre parole, supponiamo
di estendere la semantica in modo tale che “a = b” risulti vero rispetto a


. MODALITÀ E VERITÀ

una struttura-modello (α, WD, R, Q) se e solo se α(a) e α(b) sono il me-


desimo individuo. Allora è facile rendersi conto che il principio seguen-
te, noto come “necessità dell’identità”, risulterà universalmente valido:

() a = b  ≤(a = b)

Questo fatto veniva notato en passant nell’articolo del  con riferi-
mento alla semantica a “domini fissi” priva della relazione di accessibi-
lità, ma evidentemente continua a valere anche nella versione finale del-
la semantica che stiamo considerando, rispetto alla quale Kripke osser-
vava che una teoria “più generale” dell’identità potrebbe essere ottenu-
ta “complicando la nozione di struttura-modello quantificazionale”.
Presumibilmente, questa osservazione era dovuta al fatto che in quegli
anni () era ritenuto un principio controverso (sebbene fosse un teore-
ma delle logiche modali di Barcan Marcus). Per esempio, molti filosofi
erano inclini a considerare falso un enunciato come:

() Se Espero è identico a Fosforo, allora è necessario che Espero sia identico
a Fosforo.

L’idea era che l’identità della stella del mattino e della stella della sera fos-
se un fatto contingente, e che quindi l’antecedente di () potesse essere
vero senza che lo fosse il conseguente. Ebbene, proprio questo costituirà
uno dei temi su cui Kripke tornerà nei suoi lavori filosofici più maturi, spe-
cialmente nell’articolo Identity and Necessity e nel saggio Naming and Ne-
cessity. E proprio gli argomenti addotti da Kripke a sostegno di (), basa-
ti su un’accurata distinzione tra ciò che è necessario e ciò che è vero a prio-
ri, e più in generale tra metafisica ed epistemologia, possono essere consi-
derati tra i contributi più significativi e influenti della produzione filosofi-
ca complessiva di Kripke. Ma su questi contributi si tornerà ampiamente
negli altri capitoli del volume, e per il momento possiamo fermarci qui.

.
La teoria della verità
Passiamo adesso all’altro fondamentale contributo di Kripke in ambito
logico: la teoria della verità elaborata nell’articolo Outline of a Theory of
Truth, del , e in due brevi abstracts del  (A Theory of Truth, I e II).
Anche in questo caso si tratta di lavori piuttosto tecnici, ma il tema è evi-


ACHILLE C . VARZI

dentemente di grande portata sia per ciò che concerne la logica in senso
stretto sia, più in generale, per l’importanza che la nozione di verità ri-
veste sul piano filosofico. Se infatti è compito di qualunque ambito d’in-
dagine approdare a una descrizione veritiera del mondo o pervenire a
una ricostruzione veritiera dei fatti, il compito preliminare e per certi
aspetti fondamentale di chiarire il concetto stesso di verità – e più pre-
cisamente di stabilire le condizioni necessarie e sufficienti in base alle
quali determinare se una certa affermazione o una certa teoria sia vera –
presenta difficoltà filosofiche considerevoli. Non è un’esagerazione af-
fermare che la teoria di Kripke ha, se non risolto pienamente tali diffi-
coltà, rivoluzionato il modo di affrontarle.

... VERITÀ E PARADOSSO

Cominciamo col delineare il contesto storico nel quale Kripke ha ela-


borato la sua teoria. Il concetto di verità è, ovviamente, al centro della
riflessione filosofica sin dall’antichità, ma si può ben dire che nel corso
del ventesimo secolo lo sviluppo delle semantiche formali abbia contri-
buito in modo determinante alla sua precisazione. In particolare, la se-
mantica “standard” della logica dei predicati, che abbiamo brevemen-
te riassunto all’inizio della sezione .. e che si traduce nella definizione
ricorsiva delle condizioni di verità schematizzate in ()-(), costitui-
sce il punto di arrivo di un lungo e complesso lavoro di analisi che ha
determinato un salto di qualità senza precedenti rispetto alla concezio-
ne tradizionale della verità come semplice adaequatio intellectus et rei,
o alla concezione aristotelica secondo cui dire il vero equivale a “dire di
ciò che è che è o di ciò che non è che non è”. L’articolo di Alfred Tar-
ski PojÑcie prawdy w jÑzykach nauk dedukcyjnych [Sul concetto di verità
nelle scienze deduttive formalizzate], pubblicato in polacco nel  e
in tedesco nel , fu in questo senso altrettanto significativo quanto lo
sviluppo della stessa logica dei predicati a opera di Frege: tutta la se-
mantica formale dei nostri giorni, inclusa la semantica della logica mo-
dale messa a punto da Kripke, può essere considerata un’emanazione
della teoria tarskiana.
Purtroppo, accanto a questo salto di qualità, la riflessione contem-
poranea sul concetto di verità ha anche messo in evidenza una serie di
problemi molto seri che affliggono tale concetto. Uno di questi è il pro-
blema fondamentale di stabilire a che cosa esso si applichi. Agli enunciati
di un linguaggio? Alle asserzioni effettuate per mezzo di enunciati ap-


. MODALITÀ E VERITÀ

partenenti a un certo linguaggio? Alle proposizioni che vengono espres-


se effettuando certe asserzioni per mezzo di enunciati appartenenti a un
certo linguaggio? Anche supponendo risolto questo problema, per
esempio decidendo (come continueremo a fare qui) che il concetto di ve-
rità si applica direttamente agli enunciati del linguaggio, ogni tentativo
di pervenire a una formulazione sistematica dei criteri per la corretta ap-
plicazione del concetto si scontra a sua volta con difficoltà molto con-
crete, a partire da quelle esemplificate dai cosiddetti “paradossi seman-
tici”. Il cretese di cui si parla nell’Epistola a Tito affermava:

() I cretesi non dicono mai la verità.

Nell’ipotesi in cui tutte le altre asserzioni uscite dalla bocca di un crete-


se fossero effettivamente false, appare impossibile determinare il valore
di verità di () senza cadere in contraddizione: l’enunciato non può es-
sere vero, perché altrimenti il cretese che lo ha pronunciato avrebbe det-
to la verità, e tanto basterebbe a decretare la falsità di (); ma nemme-
no può essere falso, perché altrimenti quel cretese avrebbe detto una fal-
sità, e tanto basterebbe (data l’ipotesi) a decretare la verità di (). Na-
turalmente si potrebbe semplicemente concludere che questo ragiona-
mento costituisce una reductio ad absurdum dell’ipotesi da cui siamo par-
titi, ossia che tutte le altre asserzioni uscite dalla bocca di un cretese fos-
sero false. Anche questa conclusione, però, sarebbe inaccettabile: in tal
caso avremmo infatti dimostrato, sulla base di un ragionamento pura-
mente logico, che a quei tempi esisteva almeno un cretese che almeno
una volta aveva detto la verità. Ma questo è un fatto empirico, e la logica
non può consentire la dimostrazione di verità empiriche.
Del resto non è difficile produrre varianti di () che non ammetto-
no scappatoie di sorta. L’esempio più classico è:

() Quest’enunciato è falso.

Che un attimo di riflessione rivela essere vero se e solo se falso. È pro-


prio a enunciati di questo tipo che di solito ci si riferisce quando si par-
la del “paradosso del mentitore”. Un altro esempio è costituito dalla se-
guente coppia di enunciati, che insieme formano un “circolo” parados-
sale che li rende assimilabili a ():

() Il prossimo enunciato è vero.


() L’enunciato precedente è falso.


ACHILLE C . VARZI

Si potrebbe pensare che queste considerazioni non facciano che confer-


mare la limitata attendibilità del principio di bivalenza (come già osser-
vato a proposito di quegli enunciati che, come (), contengono nomi
privi di riferimento). Se () non può essere né vero né falso, allora vuol
dire che non è né vero né falso. Idem per () e per la coppia ()-().
Anche così però il problema è soltanto spostato. Basta infatti sostituire
alla parola “falso” la parola “non vero” perché sia () sia ()-() ri-
sultino paradossali anche in assenza del principio di bivalenza.
Insomma, per quanto fondamentale sia, e per quanto possa a prima
vista sembrare del tutto innocuo, il concetto di verità non si lascia ad-
domesticare facilmente e non c’è da sorprendersi se alcuni autori, a par-
tire dallo stesso Tarski, siano giunti a concludere che salvo porre restri-
zioni molto precise sul suo uso si tratta di un concetto incoerente. Anzi,
la conclusione di Tarski era più drastica: non vi è modo di porre restri-
zioni adeguate sul concetto di verità in uso nelle lingue naturali, e sol-
tanto certi linguaggi formalizzati – come quello della logica dei predica-
ti – ammetterebbero una teoria della verità coerente e rigorosa.
Il motivo principale di questa conclusione risiedeva, per Tarski, nel
fatto che una lingua naturale come l’italiano contiene il suo concetto di
verità, ossia contiene delle espressioni (“è vero”, “è falso”) che consento-
no di applicare il concetto agli enunciati della lingua stessa. È proprio a
questa caratteristica che possiamo attribuire la responsabilità degli esem-
pi paradossali in ()-(). Per contro, un linguaggio formale come quel-
lo della logica dei predicati è esente da questa caratteristica. Un tipico lin-
guaggio siffatto non possiede le risorse per parlare delle proprie espres-
sioni ed è per questo motivo che la teoria semantica che specifica le con-
dizioni di verità dei suoi enunciati, come quella che si riassume nelle con-
dizioni ()-(), è formulata in un altro linguaggio: l’italiano, o meglio
una parte (speriamo coerente) dell’italiano arricchita di un po’ di nota-
zione matematica. Anche le altre definizioni semantiche esaminate nella
sezione precedente funzionano così: sia per la logica modale proposizio-
nale sia per quella quantificazionale, abbiamo riassunto le teorie di
Kripke formulando in italiano le condizioni di verità per gli enunciati o
formule ben-formate di linguaggi formali opportunamente prefissati. In
tutti i casi abbiamo cioè fornito una teoria semantica per un determinato
linguaggio oggetto nell’ambito di un metalinguaggio ben più ricco sul pia-
no espressivo (sebbene le formule del linguaggio oggetto possano essere
usate per “rappresentare” certi enunciati del metalinguaggio, proprio co-
me gli enunciati della lingua tedesca possono prestarsi alla traduzione di


. MODALITÀ E VERITÀ

certi enunciati della lingua polacca). Se a questo punto volessimo preci-


sare anche la semantica del metalinguaggio, Tarski ci inviterebbe a farlo
collocandoci in un meta-metalinguaggio ancora più ricco sul piano
espressivo, rispetto al quale il metalinguaggio stesso fungerebbe da lin-
guaggio oggetto, e il risultato sarebbe la definizione di una nozione di ve-
rità diversa da quella che abbiamo caratterizzato a quel livello. Se voles-
simo precisare anche la semantica del meta-metalinguaggio, dovremmo
ascendere di un ulteriore livello e definire una nozione ancora diversa.
Questa distinzione tra linguaggi di livelli diversi era fondamentale per
Tarski, ed è proprio nel rispetto della “gerarchia metalinguistica” e della
conseguente stratificazione del concetto di verità che egli individuava le
restrizioni necessarie al confinamento di tale concetto entro i limiti della
coerenza logica. Nel caso dei linguaggi formali – o di certi linguaggi for-
mali – ciò si rivela possibile e gli esempi che abbiamo citato lo conferma-
no. Che anche le lingue naturali possano venire “irreggimentate” in que-
sto modo era, per Tarski, improbabile e implausibile. E siccome l’incoe-
renza è una brutta malattia, tanto peggio per le lingue naturali.
Ora, intorno agli anni Settanta questo modo di vedere le cose aveva
cominciato a traballare. Da un lato, un crescente numero di filosofi ave-
va maturato la convinzione che la strumentazione concettuale e formale
messa a disposizione dalla filosofia del linguaggio e dal moltiplicarsi di
teorie logiche sempre più sofisticate, fra cui una varietà di logiche non
classiche, consentisse una “soluzione” dei paradossi e, di conseguenza,
un atteggiamento di rinnovato rispetto nei confronti di quelle lingue na-
turali che al paradosso sembravano condannate. In questo filone si inse-
risce, per esempio, il lavoro di autori come Richard L. Martin, Charles
Parsons e Bas van Fraassen, pur nella diversità talvolta radicale delle ri-
spettive proposte. Dall’altro lato, non mancava chi, nonostante il pessi-
mismo di Tarski, aveva cominciato a nutrire fiducia nei confronti di un
progetto di analisi semantica delle lingue naturali che passasse attraver-
so una loro irreggimentazione gerarchica, proprio come per i linguaggi
formali. Anzi, si era andata affermando l’idea che le lingue naturali fos-
sero dei linguaggi formali suscettibili di una semantica di tipo tarskiano,
un’idea condivisa da autori anche molto diversi fra loro come Donald
Davidson e Richard Montague (che proprio nel  pubblicava un im-
portante articolo dal titolo sintomatico English as a Formal Language).
È appunto sullo sfondo di questi due opposti programmi di ricerca
che prende forma la proposta di Kripke. Per Kripke entrambe le strate-
gie erano sbagliate. Ed erano sbagliate perché muovevano da una dia-


ACHILLE C . VARZI

gnosi del problema – quella tarskiana – che si fondava su un’idea ingan-


nevole: l’idea che si trattasse di un problema linguistico, cioè riconduci-
bile alle caratteristiche sintattiche e semantiche delle lingue naturali. Ve-
diamo dunque di chiarire innanzitutto questo punto. Dopo di che pas-
seremo a delineare la parte costruttiva della proposta kripkeana.

... LA DIAGNOSI DI KRIPKE

Parte dell’inganno, per Kripke, derivava proprio dall’enfasi posta sui pa-
radossi, che a ben vedere sono solo la punta di un iceberg. È vero che il
nostro concetto di verità sembra entrare in crisi dinnanzi all’enunciato
del mentitore, (). Ma ci troviamo in imbarazzo anche dinnanzi a enun-
ciati che, come

() Quest’enunciato è vero

non sono propriamente paradossali. Nel caso di () abbiamo a che fa-
re con un enunciato che è vero se è falso ed è falso se è vero, sicché qua-
lunque assegnazione di un valore di verità definito sarebbe incoerente;
nel caso di () l’imbarazzo deriva dal fatto che l’enunciato è vero se è
vero ed è falso se è falso, sicché assegnargli un valore di verità sarebbe,
non incoerente, bensì arbitrario. Né possiamo identificare il problema
generale nel fatto che in entrambi i casi abbiamo a che fare con enunciati
autoreferenziali. La loro disgiunzione è altrettanto autoreferenziale:

() Quest’enunciato è vero o falso.

Tuttavia in questo caso le nostre intuizioni semantiche ci dicono chiara-


mente che si tratta di un enunciato che non può essere falso ma può be-
nissimo essere vero: una valutazione che non sarebbe né incoerente né
arbitraria. E quando passiamo a

() Quest’enunciato consta di sei parole


() Quest’enunciato consta di sette parole

abbiamo addirittura a che fare con enunciati autoreferenziali il cui valo-


re di verità è perfettamente determinato. Insomma, ci sono delle somi-
glianze e delle differenze che vanno chiarite, classificate, studiate: non si
può pensare di risolvere il problema se prima non si è capito bene qua-


. MODALITÀ E VERITÀ

le sia il problema. E tanto basta a screditare ogni strategia che si basi sul-
l’idea di una “soluzione” del paradosso del mentitore.
In secondo luogo – e qui il discorso interessa entrambe le strategie
risolutive che abbiamo citato – la nozione stessa di autoreferenzialità
presenta caratteristiche la cui problematicità non è riconducibile a cri-
teri univoci. Tanto per cominciare, abbiamo appena visto che enunciati
come () e (), per quanto autoreferenziali, sono del tutto innocenti,
e ciò significa che vietare in modo assoluto ogni trasgressione delle re-
strizioni imposte dalla gerarchia dei metalinguaggi sarebbe una misura
eccessiva. Ma ancora più importante, per Kripke, è rendersi conto del
fatto che in certi casi è impossibile stabilire a priori, cioè sulla base del-
le caratteristiche intrinseche di un enunciato, se si tratta di un enuncia-
to autoreferenziale. Per rendersene conto è sufficiente tornare al caso il-
lustrato dalla coppia ()-(). Il primo di questi enunciati afferma che
il secondo è vero, e il secondo afferma che il primo è falso. Il risultato è
che entrambi risultano indirettamente autoreferenziali. Ma questo risul-
tato è del tutto accidentale: se uno dei due enunciati fosse stato diverso
– per esempio, se avesse riguardato il numero dei pianeti o il colore del-
la neve – entrambi sarebbero stati del tutto esenti da autoriferimento e
l’accertamento della loro verità o falsità non avrebbe presentato alcuna
difficoltà. Questo significa che a differenza del mentitore classico esem-
plificato in (), come anche degli enunciati in ()-(), l’autoreferen-
zialità di () e di () è un fatto empirico, non linguistico. Possiamo il-
lustrare questo punto anche considerando enunciati singoli, a partire dal
nostro esempio iniziale. () afferma che i cretesi non dicono mai la ve-
rità: che quest’enunciato sia o meno autoreferenziale dipende dal fatto
che sia stato pronunciato da un cretese, proprio come il suo essere o me-
no paradossale dipende da ciò che hanno davvero detto gli altri cretesi.
Un altro esempio potrebbe essere

() Gli enunciati sulla lavagna non sono veri.

Per stabilire se quest’enunciato è autoreferenziale non basta esaminare


la sua struttura: bisogna guardare al mondo, e più precisamente alla la-
vagna. E l’eventuale paradossalità di () dipenderà da quali altri enun-
ciati compaiono sulla lavagna.
Più in generale, è facile rendersi conto che non sempre è possibile
stabilire a priori, non solo se un determinato enunciato è autoreferen-
ziale, ma anche quale sia il livello della gerarchia metalinguistica che lo


ACHILLE C . VARZI

riguarda (e questo costituisce un problema particolare per il secondo ti-


po di strategia a cui Kripke si rivolgeva). In certi casi, come in

() Il numero dei pianeti è maggiore di 

il livello è chiaro: ci troviamo alla base, a livello , dato che l’enunciato


fa riferimento esclusivamente alla realtà extralinguistica. Ma quando ab-
biamo a che fare con enunciati nei quali si fa uso del concetto di verità
(o di altri concetti semantici), il loro livello può dipendere da fattori em-
pirici. Per esempio, se sulla lavagna compaiono soltanto affermazioni di
livello , come (), allora () sarà di livello immediatamente superiore,
cioè di livello . Se però compare anche

() L’enunciato () è vero

allora () sale a livello . Con i linguaggi formali ci si può affidare a una
stratificazione rigidamente gerarchica della nozione di verità perché
possiamo aver cura di assegnare ogni enunciato a un livello ben preci-
so sulla base della sua struttura sintattica (per esempio il numero di oc-
correnze iterate del predicato di verità); ma con una lingua come l’ita-
liano non c’è modo di classificare gli enunciati se non sulla base di con-
siderazioni empiriche, e tanto basta a impedire che si possa seguire la
stessa strategia.
Si potrebbe continuare, ma questi semplici esempi dovrebbero ba-
stare per cogliere il senso importante della morale complessiva che
Kripke ne trae: quali che siano le motivazioni che la ispirano, la speran-
za che si possano “setacciare” gli usi problematici del concetto di verità
dai suoi usi innocui sulla base di considerazioni puramente linguistiche
è destinata a fallire. In linea di principio, qualunque enunciato della no-
stra lingua può rivelarsi problematico, fatta eccezione per quegli enun-
ciati che, come (), sono interamente fondati sulla realtà extralinguisti-
ca. In linea di principio, le condizioni di verità di qualunque enunciato
dipendono dalle relazioni empiriche, o comunque contingenti, che lo le-
gano non solo al mondo, ma anche agli altri enunciati della lingua. Una
teoria adeguata e sufficientemente generale deve pertanto rendere con-
to di questi due dati. E una teoria sufficientemente rigorosa deve poter-
lo fare sulla base di una caratterizzazione sistematica dei due concetti di
cui ci siamo serviti per riassumerli: quello di fondatezza e quello di con-
tingenza delle condizioni di verità di un enunciato.


. MODALITÀ E VERITÀ

... LA TEORIA

Per delineare i tratti principali della sua teoria, Kripke considera un lin-
guaggio arbitrario L che non è, naturalmente, un vero e proprio linguag-
gio naturale come l’italiano: rivolgersi direttamente a quest’ultimo sareb-
be un’impresa mastodontica che, oltre a scontrarsi con una infinità di al-
tri problemi che nulla hanno a che vedere con la nozione di verità, non
consentirebbe di mettere a fuoco i tratti principali della proposta. Più
semplicemente, Kripke ci chiede di immaginare che L sia un linguaggio
che condivide con le lingue naturali la caratteristica di essere sufficiente-
mente ricco da poter esprimere la propria sintassi e la propria semantica,
che è la caratteristica responsabile di tutti i problemi che abbiamo visto.
A tal scopo possiamo supporre che L sia essenzialmente ciò che si ot-
tiene aggiungendo un predicato unario T, che leggeremo come “è vero”,
a un comune linguaggio della logica dei predicati come quello che ab-
biamo definito all’inizio della sezione ., che indicheremo con L. Per
ovvi motivi di semplicità, assumeremo che L sia privo di qualsiasi ope-
ratore modale. Tuttavia assumeremo che L disponga di tutte le risorse
per soddisfare il requisito di espressività sintattica a cui accennavamo, e
in particolare che sia possibile associare a ciascuna formula ben-formata
di L un nome appartenente al vocabolario dello stesso L. Questo re-
quisito può essere soddisfatto in vari modi. In italiano, il modo forse più
comune per assegnare un nome a qualsiasi enunciato consiste nello scri-
vere quell’enunciato tra virgolette. Un altro modo, seguito ampiamente
in queste pagine, consiste nell’assegnare a ciascun enunciato un certo nu-
merale che lo identifichi in modo univoco, un po’ come le cifre stampate
sul passaporto identificano in modo univoco ogni cittadino. Così, per
esempio, possiamo parlare dell’enunciato “Il numero dei pianeti è mag-
giore di ” oppure dell’enunciato (): in entrambi i casi non stiamo usan-
do l’enunciato in questione; lo stiamo nominando, e in questo modo pos-
siamo attribuirgli delle proprietà servendoci di certi predicati (per esem-
pio il predicato “è vero”) proprio come possiamo attribuire una proprietà
a una persona chiamandola per nome e applicando a quel nome un cer-
to predicato (per esempio “è un filosofo”). Tornando a L, Kripke ipo-
tizza che i nomi delle formule vengano fissati nel secondo modo, che è un
po’ più semplice in quanto non richiede l’aggiunta di funtori che, come
le virgolette, non sono governati dalle leggi della logica dei predicati. In
pratica questo significa ipotizzare che il vocabolario di L includa intera-
mente il vocabolario del comune linguaggio dell’aritmetica e che sia sta-


ACHILLE C . VARZI

ta definita una procedura per assegnare a ciascuna formula ben-formata


di L un numero ben preciso, per esempio una procedura di “aritmetiz-
zazione” della sintassi simile a quella introdotta da Kurt Gödel per la di-
mostrazione del suo celebre teorema di incompletezza del .
Sia dunque L un linguaggio del tipo appena descritto, e sia L l’e-
stensione di L ottenuta aggiungendo al vocabolario di quest’ultimo il
predicato T. La procedura di “aritmetizzazione” può ovviamente essere
estesa anche a L. Se A è una formula ben-formata di L, scriveremo “A”
per indicare il numerale del suo “gödeliano”, cioè del numero assegna-
to ad A dalla procedura in questione. In questo modo potremo intuiti-
vamente leggere T A come una formula che dice, in L, che la formula
A di L è vera (e T ~A come la formula che dice che è vera la negazione
di A, cioè che A è falsa). Su queste basi, il primo passo verso la formula-
zione della teoria consisterà evidentemente nella definizione dei model-
li di L. Dopo di che il passo cruciale risiederà nella messa a punto di cri-
teri precisi per individuare i modelli di L che forniscono un’interpreta-
zione adeguata di T, cioè un’interpretazione che giustifica la lettura in-
tuitiva che desideriamo attribuire a T (“è vero”).
Per quanto riguarda il primo punto, possiamo affidarci tranquilla-
mente alla definizione standard fornita all’inizio della sezione ., con
un’unica variante: che l’interpretazione assegnata da un modello αD al
predicato T può essere una funzione parziale, ossia definita soltanto per
alcuni elementi del dominio D. In altre parole, αD(T) assegnerà a certi
elementi di D uno dei due valori V o F, come per qualunque predicato
unario, ma è possibile che vi siano degli elementi ai quali αD(T) non as-
segna alcun valore. Nel caso estremo, è anche possibile che la funzione
αD(T) sia indefinita per tutti gli elementi di D. Per il resto possiamo però
supporre che i modelli di L si comportino esattamente come nella se-
zione ., che è come dire che le loro restrizioni a L saranno modelli del
tutto standard.
Intuitivamente, il motivo della variante appena descritta dovrebbe
essere evidente. Nella misura in cui T deve rappresentare il predicato “è
vero”, richiedere che αD(T) sia una funzione totale equivarrebbe ad as-
sumere che T obbedisca a una forma del principio di bivalenza. Ma ab-
biamo già visto che in presenza di certi enunciati, come quello del men-
titore, la bivalenza è sufficiente a generare un paradosso. Quindi, se vo-
gliamo sperare che la teoria ci restituisca un predicato di verità che si
comporta in modo coerente, dobbiamo lasciare aperta la possibilità che
l’applicazione di T al nome di una formula A si risolva in un enunciato


. MODALITÀ E VERITÀ

né vero né falso, e ciò significa che l’applicazione di αD(T) ad αD(A)


deve poter essere indefinita. La cosa importante da notare, a questo pun-
to, è che rilassando la nozione di modello in questo modo non potremo
più affidarci alla caratterizzazione standard delle clausole per la valuta-
zione delle formule ben-formate che avevamo riassunto in ()-().
Quelle clausole erano formulate sotto l’ipotesi della bivalenza, sicché la
non verità di una formula rispetto a un dato modello coincideva sempre
con la sua falsità. Se però certi predicati – nella fattispecie: il predicato
T – corrispondono a funzioni parziali, la clausola relativa alle formule
atomiche deve essere riformulata più esplicitamente in modo la distin-
guere tra i casi in cui una formula non è vera rispetto al modello dato e
i casi in cui è falsa. E una volta ammessa l’eventualità che una formula
atomica non sia né vera né falsa, le clausole relative agli enunciati com-
posti attraverso gli operatori logici dovranno a loro volta essere rifor-
mulate in modo da fornire istruzioni precise su come valutare quelle for-
mule che contengono delle parti, cioè delle sotto-formule, che non sono
né vere né false. In breve: la possibilità che T venga interpretato come
un predicato non bivalente si traduce immediatamente nella necessità di
definire una semantica non bivalente per il linguaggio L.
Abbiamo già avuto modo di osservare, con riferimento alla semanti-
ca della logica modale quantificata, che questo compito presenta delle
difficoltà. Tuttavia le proposte non mancano e Kripke stesso ritiene che
nel presente contesto la scelta di una soluzione piuttosto che un’altra sia
largamente arbitraria. L’unica condizione importante è che la semantica
prescelta soddisfi un requisito intuitivo: tanto più è determinata l’inter-
pretazione del predicato T, tanto più sono determinate le condizioni di
verità per il linguaggio L. Più precisamente, i modelli della semantica de-
vono soddisfare il seguente “requisito di stabilità”:

() Se αD differisce da βD per il solo fatto che αD(T) è definita per alcuni ele-
menti di D per i quali βD(T) non è definita, allora ciò che è vero in βD resta ve-
ro in αD e ciò che è falso in βD resta falso in αD.

Per completezza di esposizione, riportiamo qui di seguito le clausole che


definiscono una delle semantiche non bivalenti considerate da Kripke,
dovuta al logico Stephen C. Kleene. Queste clausole sono una estensio-
ne naturale delle clausole standard fornite in ()-() e differiscono da
quelle soltanto per il fatto che, per ciascuna formula ben-formata X, si
forniscono sia le condizioni alle quali X è vera rispetto a un dato model-


ACHILLE C . VARZI

lo αD (αD  X), sia le condizioni alle quali X è falsa (αD  X). S’intende
che nei casi in cui entrambe le condizioni vengono meno, la formula stes-
sa è da considerarsi né vera né falsa.

() αD  Pt...tn se e solo se αD(P)[αD(t), ..., αD(tn)] = V


αD  Pt...tn ”” αD(P)[αD(t), ..., αD(tn)] = F

() αD  ∼A ”” αD  A
αD  ∼A ”” αD  A

() αD  A ∧ B ”” αD  A e αD  B
αD  A ∧ B ”” αD  A o αD  B
M M

() αD  ∀xA ”” βD  At,x per ogni t-variante βD di αD


αD  ∀xA ”” βD  At,x per qualche t-variante βD di αD

() αD  ∃xA ”” βD  At,x per qualche t-variante βD di αD


αD  ∃xA ”” βD  At,x per ogni t-variante βD di αD

Veniamo adesso al secondo passo nella formulazione della teoria, quel-


lo cruciale e profondamente innovativo: l’identificazione dei modelli di
L che forniscono un’interpretazione adeguata di T. Quali sono, fra gli in-
finiti modelli attraverso i quali possiamo interpretare L, quelli nei quali
T rappresenta propriamente il predicato “è vero”? Evidentemente vor-
remmo rispondere che i modelli in questione sono né più né meno che
quei modelli nei quali T riflette le condizioni di verità per gli enunciati
di L, ossia quei modelli αD che soddisfano la seguente “condizione di
adeguatezza” per ogni formula ben-formata A:

CA αD  A se e solo se αD  T A
αD  A se e solo se αD  T A

Il problema è che non c’è nessuna garanzia che esistano modelli siffatti. Se
non ce ne fossero, avremmo una conferma della tesi tarskiana secondo cui
un linguaggio “semanticamente chiuso” come L è intrinsecamente incoe-
rente, anche in assenza del principio di bivalenza. Se però riuscissimo a di-
mostrare l’esistenza di almeno un modello che soddisfa CA, allora avrem-
mo in questo modo dimostrato che è possibile avere una vera e propria
teoria della verità anche per linguaggi del genere. Ebbene, il grande con-


. MODALITÀ E VERITÀ

tributo di Kripke risiede proprio nella dimostrazione di questo fatto. Più


esattamente, risiede nell’aver fornito una dimostrazione di questo fatto al-
la luce della quale risulta possibile dare una spiegazione convincente del
comportamento problematico esibito dalla nozione di verità nei linguag-
gi naturali di cui L è un’immagine formale. (Sul piano puramente mate-
matico, l’esistenza di un modello conforme a CA per una semantica abba-
stanza simile a quella definita in ()-() era stato dimostrato anche da Ri-
chard L. Martin e Peter W. Woodruff in un saggio intitolato On Repre-
senting “True-in-L” in L, già disponibile ai tempi della stesura dell’artico-
lo di Kripke sebbene pubblicato soltanto l’anno successivo. Tuttavia l’esi-
stenza di tale modello non consentiva di dire molto se non, appunto, che
il pessimismo tarskiano non era giustificato sul piano matematico.)
Prima di descrivere la struttura matematica della dimostrazione, che
per certi aspetti consiste in una vera e propria “costruzione” di modelli
per L conformi a CA, può essere utile anticiparne l’idea intuitiva con ri-
ferimento a una lingua naturale come l’italiano. Kripke stesso ci invita a
considerare una situazione immaginaria che contiene tutti gli elementi
essenziali. Supponiamo – dice Kripke – di dover insegnare il significato
del predicato “è vero” a una persona che non ne è in possesso. Come
procederemmo? Evidentemente diremmo al nostro interlocutore che un
parlante competente dell’italiano è autorizzato ad applicare il predicato
“è vero” né più né meno che a quegli enunciati che il parlante stesso è
disposto ad asserire. Questa risposta riflette, rispetto alla lingua italiana,
esattamente la stessa intuizione che trova espressione nella condizione di
adeguatezza CA per il linguaggio L. E possiamo subito intuire quali sia-
no i suoi effetti. Innanzitutto, siccome il nostro interlocutore è disposto
ad asserire, poniamo,

() La neve è bianca

la nostra risposta lo metterà subito nelle condizioni di asserire:

() “La neve è bianca” è vero.

Possiamo anzi supporre che a questo punto egli sia in grado di applica-
re (o negare) correttamente il predicato “è vero” a tutti quegli enuncia-
ti di cui era in grado di comprendere il significato prima che avesse ini-
zio la nostra conversazione, ossia quegli enunciati che secondo Tarski
dovrebbero appartenere al livello  della “gerarchia” linguistica: quelli


ACHILLE C . VARZI

che riguardano la realtà extralinguistica. Questo è l’effetto immediato,


per così dire, della nostra risposta. Che dire però degli enunciati appar-
tenenti agli altri livelli? Se ha capito fino in fondo le nostre istruzioni,
adesso che è disposto ad asserire () il nostro interlocutore dovrebbe es-
sere disposto anche ad applicare il predicato “è vero” a quella stessa as-
serzione, e quindi ad asserire

() «“La neve è bianca” è vero» è vero.

Anzi, possiamo supporre che questa considerazione si applichi a tutte le


asserzioni contenenti il predicato “è vero” che egli è disposto ad asseri-
re sulla base della considerazione precedente. Il nostro interlocutore do-
vrebbe cioè sapere come comportarsi non solo davanti a tutti gli enun-
ciati di livello , ma anche davanti a tutti gli enunciati appartenenti al li-
vello  della gerarchia tarskiana. Ma se le cose stanno così, allora possia-
mo ripetere il ragionamento anche con riferimento a () e a tutti gli
enunciati dello stesso livello: il nostro interlocutore dovrebbe sapere co-
me applicare “è vero” anche nei confronti degli enunciati di livello . Si
capisce che a questo punto il procedimento può continuare indefinita-
mente in modo da consentire la valutazione di qualunque enunciato ap-
partenente a qualunque livello n +  della gerarchia, e questa è la secon-
da importante conseguenza della nostra risposta iniziale. In aggiunta, è
ragionevole supporre che a questo punto il nostro interlocutore sarà an-
che disposto ad asserire enunciati che contengono il predicato “è vero”
pur senza fare riferimento in modo esplicito a enunciati appartenenti a
un livello particolare, come

() Qualche enunciato è vero

che il nostro interlocutore sarà in grado di inferire da () o da () per


generalizzazione esistenziale. Ora, non c’è motivo di pensare che il no-
stro interlocutore riesca di questo passo a prendere una decisione in me-
rito a tutti gli enunciati della lingua italiana che contengono il predicato
“è vero”, ed è per questo che sarebbe irragionevole imporgli di accetta-
re il principio di bivalenza. Non è escluso che nel giro di poco tempo egli
si scontri con enunciati che, come il paradosso del mentitore, non sono
fondati in questo modo sulla verità degli enunciati di livello  da cui è
partito, e che quindi non sappia come comportarsi. Tuttavia possiamo
pensare che nella maggior parte dei casi il suo uso del predicato “è ve-


. MODALITÀ E VERITÀ

ro” sia perfettamente conforme a quello di un parlante competente. An-


zi – e questo è l’effetto finale della nostra risposta – c’è da pensare che
al limite di questo processo il suo uso del predicato coincida esattamen-
te con quello di un parlante competente.
La dimostrazione di Kripke è sostanzialmente una ricostruzione for-
male, rispetto al linguaggio L, di questo tipo di ragionamento, con una
conferma matematica della considerazione finale. Si cominci col consi-
derare un modello del linguaggio L che interpreta T come una funzione
del tutto vuota, lo si estenda a un modello che interpreta T limitatamente
a tutti (e solo) i gödeliani degli enunciati di L, e si estenda progressiva-
mente questo modello saturando di volta in volta l’interpretazione di T
sulla base dell’interpretazione precedente. Il risultato sarà un modello di
L che interpreta T come una funzione capace di attribuire il valore V o
il valore F a tutti gli enunciati che si fondano, per le loro condizioni di
verità, sul modello iniziale della serie. E un esame attento delle proprietà
matematiche della serie rivelerà che questo modello ha le caratteristiche
che cercavamo: l’interpretazione di T che ne emerge è pienamente
conforme alla condizione di adeguatezza CA.
Vediamo dunque con maggiore dettaglio come si possa costruire una
serie del tipo appena descritto . Sia D un dominio prefissato di oggetti
che include tutti i numeri naturali, e sia αD un certo modello di L su D
che soddisfa tutti i requisiti di un modello standard dell’aritmetica. In
particolare, αD assegnerà a ogni numerale n di L il numero corrispon-
dente in D e a ogni predicato aritmetico di L la funzione corrispondente
su D (eventualmente estesa in modo arbitrario agli elementi di D che non
sono dei numeri). Dato che D è fissato, conveniamo inoltre di omettere
l’indice “D” e di parlare semplicemente del modello α. A questo punto
definiamo, per ogni coppia ordinata 〈DV, DF〉 di sottoinsiemi di D che
non abbiano elementi in comune, un corrispondente modello di L su D,
che indicheremo con α[DV, DF]. Si tratta di quel modello che coincide
esattamente con α per ciò che concerne i simboli di L, e che interpreta
il predicato aggiuntivo T in conformità alle seguenti condizioni genera-
li, cioè valide per ogni elemento d di D:

() α[DV, DF](T)(d) = V se e solo se d ∈ DV


α[DV, DF](T)(d) = F se e solo se d ∈ DF

In altre parole, α[DV, DF] è il modello di L che si ottiene da α trattan-


do DV come l’estensione di T, cioè l’insieme di quegli elementi in D per


ACHILLE C . VARZI

cui T è vero, e DF come la controestensione di T, cioè l’insieme di quegli


elementi per cui T è falso. Definiamo adesso una funzione φ che a ogni
modello α[DV, DF] associa un modello α[DV′, DF′] come segue:

() DV′ = l’insieme degli elementi di D che sono gödeliani delle formule di
L vere rispetto ad α[DV, DF];
DF′ = l’insieme degli elementi di D che sono gödeliani delle formule di
L false rispetto ad α[DV, DF] o che non sono i gödeliani di alcu-
na formula di L.

In altre parole, φ associa ad α[DV, DF] quel modello che interpreta il


predicato T per mezzo di una funzione che rispecchia fedelmente, nel-
l’attribuzione (parziale) dei valori V e F, le condizioni (parziali) di verità
e falsità determinate dallo stesso α[DV, DF]. (La decisione di mettere in
DF′ gli elementi di D che non sono tra i gödeliani delle formule di L è
del tutto arbitraria, ma riflette l’idea che T si applica correttamente sol-
tanto a nomi di formule ben-formate; anche in italiano non ha molto sen-
so dire che Saul Kripke è vero, o che è vero il numero dei pianeti, e le
cose si semplificano molto se anziché lasciare aperta la questione deci-
diamo una volta per tutte di trattare casi del genere alla stregua di fal-
sità.) A questo punto non è difficile rendersi conto del significato di que-
sta costruzione rispetto alla condizione di adeguatezza CA: affinché un
modello α[DV, DF] soddisfi tale condizione, sarà infatti necessario e suf-
ficiente che si abbia α[DV′, DF′] = α[DV, DF]. In altre parole, sarà ne-
cessario e sufficiente che il modello α[DV, DF] sia un punto fisso, nel sen-
so matematico del termine, della funzione φ. E che φ debba avere dei
punti fissi è proprio ciò che si riesce a dimostrare applicando il ragiona-
mento intuitivo illustrato sopra, cioè considerando il limite di una serie
di modelli nei quali l’estensione e la controestensione del predicato T
crescono progressivamente.
Sul piano formale – e qui siamo costretti a presupporre una certa di-
mestichezza con la teoria degli ordinali transfiniti – la serie in questione
può essere identificata con la serie di tutti i modelli αξ di L che emergo-
no dalla seguente definizione induttiva, dove ξ è un numero ordinale
qualsiasi:

() αξ = α[∅, ∅] se ξ = 
() αξ = α[DV′, DF′] se ξ = ζ +  e αζ = α[DV, DF]
() αξ = α[Uζ<ξ DζV′, Uζ<ξ DζF′] se ξ è un limite e αζ = α[DζV, DζF] per ogni
ζ<ξ


. MODALITÀ E VERITÀ

Intuitivamente, il primo modello della serie, α, corrisponde alle condi-


zioni nelle quali si trovava il nostro interlocutore prima di rivolgersi a noi:
il suo uso del predicato “è vero” era nullo, cioè determinava un’estensio-
ne e una controestensione di questo predicato pari in ciascun caso all’in-
sieme vuoto ∅. Il modello α corrisponde alle condizioni del nostro in-
terlocutore per effetto immediato della nostra spiegazione: l’estensione
del suo uso di “è vero” conteneva a quel punto tutti gli enunciati di livel-
lo  che era disposto ad asserire, e la controestensione tutti gli enunciati
di livello  che era disposto a negare. Analogamente, α corrisponde alle
condizioni in cui il nostro interlocutore si è venuto a trovare nel momen-
to in cui, per effetto di una nuova applicazione della nostra spiegazione,
l’estensione e la controestensione di “è vero” si erano estese anche a tut-
ti gli enunciati di livello . In generale, αn +  corrisponde alla situazione
venutasi a creare dopo n applicazioni della nostra spiegazione. Dopo di
che possiamo pensare che αω corrisponda alle condizioni del nostro in-
terlocutore una volta resosi conto di come questa procedura possa al li-
mite essere iterata un numero infinito di volte (ω è il primo ordinale infi-
nito): l’estensione di “è vero” includerà ogni enunciato dichiarato vero in
almeno uno dei modelli precedenti, e la controestensione ogni enunciato
dichiarato falso in almeno uno dei modelli precedenti. Le definizioni in
()-() non fanno che esplicitare tutto ciò riferendolo al predicato T di
L, e non solo sino al raggiungimento di αω ma per tutta la serie degli or-
dinali transfiniti.
L’esistenza di un αξ tale che φ(αξ) = αξ è a questo punto una sem-
plice conseguenza del fatto che l’insieme delle formule ben-formate di L
ha una certa cardinalità: a furia di ampliare l’estensione e la controe-
stensione di T, a un certo punto del processo avremo per forza di cose
esaurito le formule classificate come vere o come false, e quel punto sarà
per definizione un punto fisso di φ. Più esattamente, l’esistenza di un
punto fisso per la serie definita in ()-() segue dalla cardinalità di L
insieme al fatto che, poiché la semantica in ()-() soddisfa il requisito
di stabilità (), la serie così definita è conservativa, cioè obbedisce al se-
guente principio di monotonicità:

() Se α[D*V, D*F] è un’estensione di α[DV, DF], cioè se D*V include ogni ele-
mento di DV e D*F include ogni elemento di DF, allora, per ogni formula ben-
formata A di L, α[DV, DF]  A solo se α[D*V, D*F]  A e α[DV, DF]  A solo
se α[D*V, D*F]  A.


ACHILLE C . VARZI

... APPLICAZIONI E LIMITI DELLA TEORIA

Vediamo dunque di ricapitolare. La teoria di Kripke consta di due parti


principali. La prima consiste nella definizione di una semantica formale
non bivalente per un linguaggio, L, che condivide con le lingue naturali
la caratteristica di essere sufficientemente ricco da poter esprimere la pro-
pria sintassi. Questa parte della teoria non presenta caratteristiche inno-
vative, al punto che le condizioni di verità per le formule di L sono adot-
tate in modo fondamentalmente arbitrario da una teoria semantica –
quella di Kleene – che aveva ampia applicazione negli anni settanta (per
esempio, per il trattamento di fenomeni come la vaghezza o la mancanza
di riferimento, inclusi i problemi citati in relazione alla semantica per le
logiche modali quantificate basata su domini di quantificazione variabi-
li). In realtà Kripke discute anche opzioni diverse, fra cui la semantica
“supervalutazionale” dovuta a Bas van Fraassen, ma il quesito di quale sia
la semantica migliore per un linguaggio del genere rimane sullo sfondo,
purché valga il requisito della stabilità. La seconda parte della teoria è
quella che giustifica il titolo dell’articolo di Kripke, perché è lì che si trat-
ta di mostrare che tra i tanti modelli di L ve ne sono alcuni che autoriz-
zano una lettura del predicato T come di un vero e proprio predicato di
verità, e con ciò l’analogia tra L e una tipica lingua “semanticamente chiu-
sa” come l’italiano. È questa seconda parte che raccoglie la sfida di Tar-
ski. Ed è questa parte che offre una prospettiva nuova e per certi aspetti
rivoluzionaria dalla quale accostarsi allo studio del concetto di verità e dei
problemi che lo affliggono. Resta da vedere come ciò si integri con la dia-
gnosi dei problemi che abbiamo sommariamente riassunto nella sezione
., e soprattutto in che misura si possa rivendicare di averli risolti.
Innanzitutto un chiarimento . Abbiamo appena visto che sul piano
tecnico il risultato principale consiste nell’identificazione dei modelli
adeguati con quei modelli che corrispondono a un punto fisso in una se-
rie del tipo definito in ()-(), l’esistenza del quale è garantita dal fatto
che si tratta di una serie conservativa. È evidente, tuttavia, che la serie che
abbiamo costruito è soltanto una delle tante che soddisfano questo re-
quisito. Per esempio, anziché iniziare la serie con un modello α che as-
segna a T un’estensione e una controestensione interamente vuote, cioè
identificando α con α[∅, ∅], avremmo potuto iniziare con un modello
che classificava (arbitrariamente) alcuni elementi di D nell’uno o nell’al-
tro insieme. Per tornare al caso del nostro interlocutore italiano, questa
possibilità corrispondeva all’idea che il suo uso di “è vero” non fosse com-


. MODALITÀ E VERITÀ

pletamente nullo: per qualche motivo, sapeva già che questo predicato si
applica correttamente a certi enunciati, per esempio certi enunciati di li-
vello . Ora, non è difficile rendersi conto che anche iniziando la serie in
questo modo alternativo, e definendo i passi successivi come in () e (),
il risultato sarebbe stato comunque una serie conservativa, e quindi
avremmo comunque raggiunto un punto fisso. Questo significa che la
procedura di Kripke ci consente in effetti di dimostrare l’esistenza, non
di uno, ma di una molteplicità di modelli nei quali T rappresenta la ve-
rità. Volendo, una volta raggiunto un punto fisso potremmo ripartire, ag-
giungendo arbitrariamente qualche elemento all’estensione e alla con-
troestensione di quel punto fisso e usando il modello così ottenuto come
elemento iniziale di una nuova serie che terminerà in un nuovo punto fis-
so. La domanda quindi sorge spontanea: quale di questi modelli – quale
punto fisso – dobbiamo privilegiare nella scelta di un modello adeguato
per L, posto che α sia un modello adeguato per L?
Per Kripke la risposta è relativamente priva di interesse. Si può di-
mostrare che quello che si ottiene partendo con α[∅, ∅] è il punto fisso
minimo, cioè tale che ogni altro punto fisso è una sua estensione (nel sen-
so definito in ()). Si può anche dimostrare che esistono punti fissi mas-
simali, cioè tali che le loro estensioni non conducono a ulteriori punti fis-
si. E tra questi due estremi abbiamo una serie di punti fissi più o meno
“ricchi”, tra cui quelli che Kripke chiama punti fissi intrinseci: punti fissi
in cui nessuna formula riceve un valore di verità diverso da quello che ri-
ceve in altri punti fissi. Kripke trova che il punto fisso minimo sia la scel-
ta più naturale, come del resto suggerisce anche la situazione immagina-
ria della persona che inizialmente non conosce affatto il significato di “è
vero”, e ha una certa simpatia anche per il punto fisso intrinseco più gran-
de, che si dimostra essere unico e che ha la caratteristica interessante di
fornire la più ricca interpretazione di T che non dipende da decisioni ar-
bitrarie. Ma non è su queste candidature che Kripke ci invita a riflettere
(sebbene proprio qui risieda la differenza cruciale rispetto al risultato di
Martin e Woodruff citato sopra: nella terminologia appena introdotta, il
modello adeguato di cui loro avevano dimostrato l’esistenza con metodi
diversi corrisponde in sostanza a un punto fisso massimale, quindi a uno
dei modelli meno “naturali”, in quanto saturo di decisioni arbitrarie).
Piuttosto, per Kripke il dato importante è che questa molteplicità di so-
luzioni consente di articolare con precisione alcune di quelle distinzioni
concettuali che, come abbiamo visto nella sezione ., erano in buona par-
te assenti nelle teorie elaborate sino allora. Ci limiteremo a considerare i


ACHILLE C . VARZI

due casi principali che abbiamo discusso, ma dovrebbero bastare a illu-


strare il potenziale esplicativo della mappa che si è venuta delineando.
Il primo caso riguarda la varietà di quegli enunciati che in un modo
o nell’altro risultano problematici puramente in virtù della loro forma au-
toreferenziale, come il mentitore classico, (), che dice di sé stesso di es-
sere falso, oppure quello che potremmo chiamare l’assertore, (), che di-
ce di sé stesso di essere vero. Come abbiamo notato, c’è una bella diffe-
renza tra i due casi: il primo è vero se è falso ed è falso se è vero, sicché è
impossibile assegnargli un valore di verità definito; il secondo è vero se è
vero ed è falso se è falso, e assegnargli un valore di verità sarebbe sempli-
cemente arbitrario. Naturalmente il linguaggio L non contiene una tra-
duzione letterale dei due enunciati in questione, dato che il suo vocabo-
lario non include espressioni indicali analoghe alla parola “questo” che
figura sia in () che in (). Tuttavia L contiene delle formule che pos-
seggono esattamente le stesse caratteristiche semantiche. Per esempio,
supponiamo che P sia un predicato sintattico la cui interpretazione (fis-
sata dal modello standard di L) assegna il valore V a un unico elemento
del dominio, e precisamente al gödeliano della formula seguente:

() ∀x(Px  ∼Tx)

Siccome () dice che i P non sono veri, e siccome l’unico P è proprio il
suo gödeliano, è chiaro che ci troviamo dinnanzi a una formula che dice
di sé stessa di non essere vera, come il mentitore (anzi, come la versione
rafforzata del mentitore, che non dipende dall’identificazione di “non
vero” con “falso”). Analogamente, se l’interpretazione del predicato sin-
tattico Q assegna V soltanto al gödeliano di

() ∀x(Qx  Tx)

questa formula dice di se stessa di essere vera, proprio come l’assertore.


Bene, con riferimento a casi del genere, la teoria di Kripke fornisce una
spiegazione molto chiara delle relative somiglianze e differenze. La so-
miglianza è che nessuna di queste due formule è semanticamente fonda-
ta, in un senso che adesso possiamo definire con precisione:

() Una formula ben-formata A è fondata se e solo se A è o vera o falsa rispet-


to al punto fisso minimo.

(da cui segue, per la monotonicità, che una formula fondata ha lo stesso
valore di verità in tutti i punti fissi). D’altra parte, è facile rendersi con-


. MODALITÀ E VERITÀ

to della differenza: la formula del mentitore, (), non è mai valutata co-
me vera o falsa in un punto fisso; la formula dell’assertore () risulta ve-
ra (o falsa) in qualunque punto fisso che includa nell’estensione di T (o
nella sua controestensione) il suo gödeliano. Quindi il mentitore è para-
dossale, l’assertore no. Specificando un po’ meglio il modo in cui L rie-
sce a esprimere la propria sintassi (su cui abbiamo dovuto sorvolare per
non appesantire troppo la presentazione), si potrebbero in questo mo-
do caratterizzare anche altre importanti differenze e somiglianze a cui
abbiamo accennato nella sezione .. Per esempio, risulta che la formu-
la corrispondente alla disgiunzione del mentitore classico e dell’asserto-
re, che intuitivamente non è mai falsa ma può essere considerata vera, ha
precisamente la caratteristica di risultare vera in un punto fisso intrinse-
co. E risulta che enunciati autoreferenziali ma del tutto innocui come
() e (), che dicono semplicemente di quante parole sono composti,
sono addirittura fondati. Va da sé che queste distinzioni non definisco-
no ancora una tassonomia completa, ma si capisce che siamo sulla stra-
da di una classificazione piuttosto accurata (al cui perfezionamento la
letteratura successiva ha dedicato ampie risorse).
Questi esempi consentono di gettare luce anche sul secondo punto
enfatizzato da Kripke nella sua diagnosi dei problemi legati al concetto
di verità: la natura contingente, in molti casi accidentale, di tali proble-
mi. Con riferimento al mentitore, per esempio, è sufficiente ipotizzare
che nella formula () P non sia un predicato puramente sintattico per
rendersi conto di come l’infondatezza di tale formula non sia determi-
nabile a priori. Se l’interpretazione di P corrisponde a quella del predi-
cato italiano “è un enunciato sulla lavagna”, per esempio, allora () di-
ce quello che () diceva in italiano: che gli enunciati sulla lavagna non
sono veri. E la verità o la falsità di quest’enunciato nel punto fisso mini-
mo, e prima ancora la sua autoreferenzialità, dipende dall’esatta com-
posizione dell’estensione e della controestensione di P in quel modello,
e quindi nel modello iniziale α: dipende da quali (altri) enunciati com-
paiono davvero sulla lavagna secondo il modello. Identico è il caso del
cretese dell’Epistola a Tito, (), che corrisponde all’ipotesi in cui l’in-
terpretazione di P rispecchi quella del predicato “è stato asserito da un
cretese”. E simile è anche il caso dei “circoli” paradossali illustrati dalla
coppia ()-() o dalla loro versione rafforzata, che in L potremmo di
nuovo rappresentare mediante formule come () e (), rispettivamen-
te. Se l’interpretazione di P assegna il valore V soltanto al gödeliano di
(), e quella di Q assegna il valore V soltanto al gödeliano di (), allo-


ACHILLE C . VARZI

ra entrambe le formule risultano infondate e, più precisamente, para-


dossali: nessun punto fisso assegnerà loro un valore di verità definito. Se
però almeno uno tra P e Q riceve un’interpretazione diversa, le cose cam-
biano ed entrambe le formule possono risultare fondate.
Sono solo esempi, ma tanto basti a illustrare l’efficacia e il potere
esplicativo della teoria di Kripke. Se torniamo al contesto storico richia-
mato in apertura, si capisce come la pubblicazione di Outline of a Theory
of Truth sia stata accolta con estremo interesse non solo dagli addetti ai
lavori, ma anche da parte di chi nutriva seri dubbi sulla possibilità di per-
venire a un’analisi coerente del concetto di verità e del suo impiego nel-
l’ambito di linguaggi non addomesticati alla rigida gerarchia tarskiana.
Non è un’esagerazione dire che, da questo punto di vista, il  segna
uno spartiacque nella riflessione logico-filosofica su questi temi proprio
come il  segna uno spartiacque nello studio delle logiche modali. Cer-
tamente si tratta soltanto di un’outline, come recita il titolo, cioè di una
formulazione sommaria, ed è un peccato che Kripke non abbia mai pro-
dotto la versione più completa che annunciava all’inizio dell’articolo.
Ciononostante, nel giro di poco tempo l’outline di Kripke è stata sotto-
posta ad applicazioni e sviluppi anche molto sofisticati, sul piano stretta-
mente logico-matematico come su quello filosofico, e sin dagli inizi si so-
no moltiplicate varianti e alternative che al di là dei dettagli confermano
l’impatto rivoluzionario di questo lavoro. (L’esempio forse più significa-
tivo è la cosiddetta “teoria revisionista” proposta da Hans Herzberger e,
indipendentemente, da Anil Gupta e Nuel Belnap, autori nel  del po-
deroso The Revision Theory of Truth. Ma il debito nei confronti di Kripke
è palese anche nell’opera di autori come Van McGee, Aladdin Yaq)b e
Keith Simmons e nelle più recenti teorie avanzate da Hartry Field, Tim
Maudlin, Graham Priest e altri, nonché nei trattamenti assiomatici del
predicato di verità avviati da Solomon Feferman sul finire degli anni Set-
tanta e ampiamente studiati nei due decenni successivi.)
A questo punto possiamo concludere con un’osservazione di carat-
tere generale sulla portata della teoria. Kripke stesso non esitava a usare
parole di cautela a questo riguardo, dicendo in modo esplicito che non
la considerava una soluzione definitiva a tutti i problemi. Tuttavia c’è un
problema la cui mancata soluzione potrebbe essere considerata indice di
un limite intrinseco non solo della teoria così come Kripke l’ha abboz-
zata, ma dell’intero approccio sul quale essa si regge. Ed è un problema
che riguarda la questione di fondo: possiamo davvero considerare L, con
la sua bella semantica ricca di punti fissi, alla stregua di una tipica lingua


. MODALITÀ E VERITÀ

“semanticamente chiusa” come l’italiano? Possiamo davvero dire di ave-


re trovato, studiando L, una dimostrazione di come si possa parlare coe-
rentemente una lingua capace di esprimere al suo interno tutte verità che
la riguardano?
Purtroppo la risposta non è del tutto affermativa. Come Kripke ri-
levava nelle pagine finali del suo articolo, la coerenza di L richiede per
forza di cose un sacrificio sul piano espressivo. Per rendersene conto è
sufficiente considerare fino in fondo che cosa succede nel caso di un
enunciato che la teoria classifica come paradossale, quale il mentitore
classico. Se A è una formula di L che esprime un enunciato di questo ti-
po, sappiamo con certezza che A non può risultare vera rispetto a un mo-
dello adeguato di L, cioè rispetto a un punto fisso αξ. Sappiamo anche
che A non può risultare falsa, e ciò equivale a dire che rispetto ad αξ non
può essere vera nemmeno la sua negazione (come si può verificare ap-
plicando la clausola () per la valutazione delle formule negate). Ora,
nel linguaggio L, questi due fatti possono venire espressi attraverso le se-
guenti formule ben-formate:

() ∼T A
() ∼T ∼A

Tuttavia, se αξ è un punto fisso, il fatto che A e ~A siano né vere né fal-


se rispetto ad αξ significa che nemmeno T A e T ~A saranno vere o
false rispetto ad αξ, e quindi che non lo saranno nemmeno le rispettive
negazioni. Questo segue immediatamente dal fatto che i punti fissi sod-
disfano la condizione di adeguatezza CA. Quindi () e () non saran-
no vere rispetto ad αξ, come invece vorremmo dire. E questo significa
che, sebbene l’adeguatezza di αξ ci consenta di affermare che L è in gra-
do di esprimere la propria nozione di verità attraverso il predicato T, e
indirettamente la nozione di falsità, lo stesso linguaggio non dispone
delle risorse per esprimere la non verità e la non falsità. L’unico modo
per descrivere correttamente la situazione consiste nell’ascendere al
metalinguaggio:

(′) non αξ  T A


(′) non αξ  T ∼A

Ebbene, questo vuol dire che L non è perfettamente chiuso sul piano se-
mantico: almeno in certi casi, il ricorso a un metalinguaggio più espressivo
di L è necessario per poter esprimere dei fatti semantici che riguardano L.


ACHILLE C . VARZI

Che le cose debbano andare in questo modo è del resto evidente se


torniamo per un attimo alla versione rafforzata del mentitore, che in ita-
liano fa leva proprio su una delle nozioni in questione:

() Quest’enunciato non è vero.

Se () è vero, allora i fatti corrispondono a ciò che dice, quindi deve non
essere vero. D’altra parte, se () non è vero, allora i fatti non corrispon-
dono a ciò che dice, e quindi deve essere vero. Insomma, () è vero se e
solo se non è vero: una contraddizione. Avevamo già notato che questa ver-
sione del paradosso è particolarmente insidiosa perché non dipende dal-
l’assunzione della bivalenza. Ora, sappiamo che () si può tradurre in L,
per esempio attraverso una formula come (). È evidente, quindi, che se
potessimo tradurre in L anche il ragionamento che abbiamo appena fatto,
e in particolare l’affermazione della non verità di (), ci ritroveremmo an-
che in L con una contraddizione malgrado la semantica non sia bivalente.
L’esistenza di uno scarto tra linguaggio oggetto e metalinguaggio, per
quanto contenuto, è quindi inevitabile pena incoerenza.
Fino a che punto questo risultato costituisca un limite serio della teo-
ria è a tutt’oggi oggetto di discussione. Sicuramente non è il limite dra-
stico che caratterizza le teorie che impongono un rispetto rigido e asso-
luto della gerarchia linguistica per ogni uso del predicato di verità, e sul
piano pratico possiamo anche dire che si tratta di un limite del tutto ir-
rilevante. Ma che qualche uso rimanga illegittimo si presenta sicuramen-
te come un limite considerevole sul piano teorico, e in questo senso si
può pensare che il successo della teoria sia solo parziale. Nelle parole
dello stesso Kripke: «Lo spettro di Tarski è ancora fra noi».

Note
. Questa considerazione, di carattere più tecnico, può essere omessa senza pregiu-
dicare la comprensione del resto del capitolo.
. Le osservazioni che seguono presuppongono una certa familiarità con la filosofia
della logica e del linguaggio. Possono essere omesse senza pregiudicare la comprensione
del resto del capitolo.
. La costruzione si avvale di nozioni di teoria degli insiemi ed è qui inclusa per amo-
re di completezza. Il lettore che non avesse familiarità con tali nozioni può procedere di-
rettamente alla sezione successiva.
. Questo chiarimento si rivolge al lettore che abbia approfondito i dettagli formali
della teoria di Kripke illustrati al termine della sezione precedente.



Riferimento, credenze, regole
di Marco Santambrogio

Come per Gottlob Frege, Bertrand Russell e Ludwig Wittgenstein, i fon-


datori della filosofia analitica, così anche per Saul Kripke esiste un nes-
so molto stretto tra la logica, l’analisi del linguaggio e alcuni temi molto
generali della filosofia. I risultati che Kripke ha ottenuto nel campo del-
la logica modale (cfr. CAP. ) suggeriscono, pur senza renderla inevitabi-
le, una certa visione del riferimento e cioè del rapporto tra le parole e le
cose. Almeno nel caso di certe categorie di parole, in particolare dei no-
mi propri, il riferimento è diretto e non richiede l’intermediazione di un
senso o significato. La posizione di Kripke in materia non è senza prece-
denti (in pieno Ottocento, John Stuart Mill aveva sostenuto qualcosa di
molto simile) ma la distanza rispetto a Frege e a una tradizione secolare
è notevole. Da questa tesi, che potrebbe sembrare circoscritta a una que-
stione molto particolare e tutto sommato contingente – il modo in cui
funzionano certe parti del linguaggio che parliamo – lo sguardo di
Kripke si allarga e viene a coinvolgere niente di meno del rapporto tra
l’epistemologia, quella parte della filosofia che dice come conosciamo le
cose, e la metafisica, che riguarda come le cose sono in sé. Nel volgere di
pochi anni e sfidando un diffuso consenso, Kripke è riuscito a convin-
cere la maggior parte dei filosofi che ha perfettamente senso parlare di
certe proprietà – ad esempio delle proprietà modali – che le cose hanno
in sé, indipendentemente dal nostro riconoscimento e indipendente-
mente da qualunque descrizione che possiamo dare delle cose stesse. In
questo, Kripke ha ben pochi precedenti nella filosofia moderna.
Questo capitolo si divide in tre paragrafi. Nel PAR. . affronteremo
il rapporto che intercorre tra la soluzione di un difficile problema di lo-
gica modale e la teoria del riferimento diretto dei nomi propri e di altre
locuzioni referenziali. In questo consiste il principale contributo di un li-
bro che ha fatto epoca nella filosofia analitica del Novecento, Naming
and Necessity.


MARCO SANTAMBROGIO

Nel PAR. . parleremo di un problema che si pone inevitabilmente


subito dopo la formulazione della teoria del riferimento diretto. Se i no-
mi si riferiscono senza l’intermediazione di un senso, come è possibile
che faccia una grande differenza per la conoscenza con quali nomi ci si
riferisca a una stessa cosa? Ad esempio, poiché Espero è di fatto lo stes-
so corpo celeste che è Fosforo, come sappiamo dall’astronomia, come è
possibile che l’identità Espero = Fosforo sia vera tanto quanto l’identità
Espero = Espero, ma sia ben diversamente informativa? Come è possibi-
le cioè che tutti coloro che sanno dell’esistenza di un pianeta chiamato
Espero sappiano ovviamente che esso, come del resto ogni altra cosa, è
identico a sé stesso e quindi che la seconda identità è vera, ma possano
non sapere che si tratta dello stesso corpo celeste a cui ci riferiamo an-
che col nome di Fosforo e quindi che la prima identità è vera? Proprio
nel tentativo di rispondere a questa domanda, Frege aveva elaborato la
sua teoria del senso, che riprendeva una tradizione che si può far risali-
re ad Aristotele. Aveva sostenuto così che i nomi Espero e Fosforo han-
no lo stesso riferimento, che è il pianeta Venere, ma due sensi diversi,
poiché presentano in modi diversi il loro riferimento: Espero lo presen-
ta come la prima stella che si accende la sera, Fosforo come l’ultima che
si spegne al mattino. Ora, poiché Espero e Fosforo sono nomi propri, e
Kripke ha rifiutato l’idea che i nomi propri si riferiscano attraverso l’in-
termediazione di un senso, la soluzione proposta da Frege al problema
della diversa informatività o valore cognitivo delle due identità risulta im-
percorribile. Che cosa deve prenderne il posto? Nell’articolo A Puzzle
about Belief, Kripke non dà una risposta e il suo contributo, davvero no-
tevole, consiste piuttosto nella formulazione di certe difficoltà fino ad al-
lora insospettate di un problema che pure era stato studiato a lungo. In
primo luogo, mostra che anche se Frege avesse ragione sul senso dei no-
mi propri, comunque il problema di fondo non sarebbe risolto. Ma, so-
prattutto, mostra che esistono situazioni cognitive in cui una persona può
facilmente venire a trovarsi e che in un certo senso sappiamo descrivere
perfettamente, e rispetto alle quali non sappiamo tuttavia dire se quella
persona sappia o non sappia, creda o non creda, qualcosa. Più in genera-
le, esistono grandi difficoltà non solo ad applicare i concetti fondamen-
tali dell’epistemologia, come quelli di conoscenza e di credenza, ma an-
che nell’uso di tutti quei verbi come sapere, credere, sperare, desiderare, te-
mere, e anche dire, affermare, assumere, supporre e così via, che formano
una classe a sé nel linguaggio. Si tratta dei verbi che reggono completive
oggettive e cioè clausole subordinate del tipo che + enunciato. Tutti que-


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

sti verbi servono ad attribuire alle persone stati ed eventi mentali. Siamo
evidentemente ancora lontani dal sapere come funzioni quest’area del lin-
guaggio e questo non può non avere ripercussioni sulle nostre teorie, fi-
losofiche e scientifiche, della mente e della conoscenza.
Attribuire un senso, o un significato, ai nomi propri sembra ingiu-
stificato. Eppure noi parliamo continuamente del significato che attri-
buiamo alle parole, nostre o altrui, e anche della differenza di significa-
to tra parole diverse, in lingue diverse o anche nella stessa lingua. Dicia-
mo ad esempio che il segno “+” sta per l’addizione e ha un significato
diverso dal segno “:”, che sta per la divisione; diciamo che l’inglese table
ha più o meno lo stesso significato di tavolo in italiano, e così via. Qui
non è tanto la differenza tra il significato e il riferimento di un segno che
importa, quanto il fatto che un segno, una parola o qualunque espres-
sione “vogliano dire” qualcosa e non siano semplici suoni o figure trac-
ciate sulla carta. Che cosa determina, che cosa vuol dire un certo segno
e che cosa lo distingue da un altro? La teoria del senso di Frege non sem-
bra sia in grado di risolvere il problema, né per i nomi propri né per le
espressioni d’altro tipo. Il problema è stato invece affrontato da Witt-
genstein in un celebre libro che ha dato molto da riflettere ai filosofi ana-
litici, le Ricerche filosofiche. Wittgenstein è però un filosofo difficile e
prima ancora di poter stabilire i meriti della sua risposta, è necessario
chiarirne l’esatto contenuto. Nel PAR. . esporremo brevemente la par-
ticolarissima lettura che Kripke ha dato di alcuni passi centrali delle Ri-
cerche, in cui vede la formulazione di un paradosso scettico sul signifi-
cato paragonabile per difficoltà e profondità ad altre celebri argomenta-
zioni scettiche nella storia della filosofia.

.
Analiticità, a priori, necessità
Naming and Necessity è uno dei libri più innovativi nella storia della filo-
sofia del Novecento. Cerchiamo innanzitutto di capire perché. In tutta la
filosofia moderna hanno svolto un ruolo importantissimo alcune distin-
zioni tra diversi tipi di verità. Leibniz separava le verità di ragione dalle
verità di fatto: le prime, ma non le seconde, sono quegli asserti che non
potrebbero essere falsi e sono quindi necessariamente veri. Qualunque ve-
rità matematica, ad esempio + = , fornisce un esempio di verità di ra-
gione. Marte ha due lune è invece solo una verità di fatto o contingente,


MARCO SANTAMBROGIO

poiché Marte potrebbe avere un numero diverso di lune, ad esempio se


qualche corpo celeste vagante ne avesse polverizzata una. Per illustrare
quest’idea, Leibniz aveva usato, nei suoi Saggi di Teodicea, un racconto
fantastico: Giove avrebbe avuto davanti a sé una quantità di mondi pos-
sibili, che differivano tra loro per ogni sorta di aspetti e in alcuni di que-
sti mondi Marte aveva due lune, mentre in altri ne aveva di più o di me-
no (e – potremmo aggiungere – Kripke, invece di dedicarsi alla logica e
alla filosofia, si era dato agli affari, voi non stavate leggendo questo libro
in questo preciso momento, e così via). Anche se sono tutti possibili, i
mondi differiscono tra loro, oltre che per quello che vi accade, anche per
un altro aspetto: alcuni sono complessivamente migliori e altri comples-
sivamente peggiori di altri. Nella sua bontà, Giove avrebbe scelto di crea-
re il migliore tra tutti e questo è il nostro mondo attuale, in cui Marte ha
due lune, Kripke ha pubblicato Naming and Necessity nel  ecc. Le ve-
rità di ragione sono quelle proposizioni che sono vere in tutti i mondi pos-
sibili e sarebbero quindi state vere anche se un altro mondo fosse stato
creato invece del nostro. In questo senso le verità di ragione sono anche
necessarie – sono cioè quelle proposizioni che non avrebbero potuto non
essere vere, qualunque mondo fosse stato creato invece del nostro. La di-
stinzione tra verità di ragione e verità di fatto è dunque tracciata da Leib-
niz su basi modali, poiché possibilità e necessità sono appunto modalità.
Un altro autore moderno, Hume, contrapponeva le relazioni di idee
ai dati di fatto, una distinzione simile a quella leibniziana, ma tracciata
sulla base dei contenuti. Successivamente, Kant aveva distinto le verità
analitiche dalle verità sintetiche. Le prime – diceva – sono quelle propo-
sizioni che risultano vere in quanto predicano del loro soggetto niente di
più di ciò che vi è già contenuto concettualmente. Ad esempio, è una ve-
rità analitica nel senso di Kant che il triangolo abbia tre angoli, poiché il
predicato “avere tre angoli” evidentemente è già “contenuto” nel con-
cetto di triangolo. È analiticamente vero anche che il triangolo abbia tre
lati, anche se il “contenimento” del predicato nel soggetto non è proprio
evidente. (Forse è analiticamente vero anche che l’oro sia il metallo gial-
lo, benché questo sia un esempio controverso.) Più in generale, sono
analitiche quelle proposizioni che risultano vere – come si dice oggi, in
termini forse poco kantiani – in virtù dei significati stessi delle parole che
le esprimono. Anche la distinzione kantiana è simile a quella leibnizia-
na, ma non si sovrappone completamente ad essa, come risulta chiaro
dal fatto che + = , che è una verità di ragione per Leibniz, è invece
sintetica per Kant, perché non si può dire che il risultato della somma sia


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

“contenuto” negli addendi né che faccia parte dei significati di “” e “”
che la loro somma dia .
Una seconda distinzione importante ai fini della nostra discussione
è quella tra verità a priori e a posteriori. Le prime sono quelle che posso-
no essere conosciute indipendentemente dall’esperienza, mentre per co-
noscere le seconde dobbiamo esplorare i fatti del mondo attuale. Tutte
le proposizioni matematiche vere sono verità a priori, mentre sono a po-
steriori che Marte abbia due lune, che Kripke abbia pubblicato Naming
and Necessity nel  e così via. Ora, è uno dei capisaldi della filosofia em-
pirista del Novecento, di cui Rudolf Carnap fu il principale rappresen-
tante, che non esistano verità che siano al tempo stesso sintetiche e a prio-
ri, contrariamente a quanto pensava Kant, secondo cui certe proposizio-
ni matematiche sono verità sintetiche e a priori. Una volta accettato que-
sto punto, la distinzione tra analitico e sintetico, che Kant tracciava sulla
base del significato, viene a sovrapporsi perfettamente a quella leibnizia-
na tra necessario e contingente e anche a quella tra a priori e a posteriori.
Secondo Carnap una proposizione è analitica se e solo se è necessaria. Esi-
stono quindi soltanto due tipi di verità: quelle analitiche, necessarie e a
priori da un lato (come “Nessun uomo sposato è non sposato”, “Gli sca-
poli non sono sposati”, “La tigre è un mammifero”, “+ = ”) e quelle
sintetiche, contingenti e a posteriori dall’altro (come “Marte ha due lu-
ne” e tutte quelle che possono essere scoperte solo con la ricerca empi-
rica e l’osservazione). Qualunque proposizione che non risulti vera in
virtù dei fatti contingenti e osservabili deve esser vera in virtù del signi-
ficato delle parole che la esprimono. Questa è, in nuce, la filosofia del-
l’empirismo moderno, che promette di fare quello che non era riuscito
né a Hume né a Mill, e cioè di render conto della conoscenza matemati-
ca e della sua indipendenza dall’esperienza osservativa. (Mill aveva so-
stenuto che le proposizioni aritmetiche sono ottenute dall’esperienza os-
servativa con un processo induttivo – un’idea ben poco credibile.) Car-
nap sperava di riuscire nell’impresa attraverso l’analisi della nozione di
significato e quindi, in ultima analisi, l’analisi del linguaggio.
Per analizzare le nozioni di significato linguistico, di necessità e di
analiticità, Carnap sapeva di poter edificare su solide basi. Oltre all’idea
di mondo possibile, ripresa da Leibniz attraverso Wittgenstein, poteva ri-
correre al lavoro epocale di Frege. Creando all’inizio della sua carriera la
logica moderna, che è al tempo stesso un linguaggio e un calcolo, Frege
aveva anche dato in un sol colpo un’analisi sintattica e semantica del lin-
guaggio naturale che ancor oggi filosofi e linguisti riconoscono corretta


MARCO SANTAMBROGIO

nei suoi tratti fondamentali. Inoltre, verso il , per spiegare il diverso
valore cognitivo degli enunciati – ad esempio, di due identità come Espe-
ro = Espero, che è vera, analitica, a priori e necessaria, e Espero = Fosfo-
ro, che è ugualmente vera ma non è analitica, né a priori – aveva intro-
dotto la nozione di senso. Il riferimento di Espero – aveva detto Frege –
è uguale al riferimento di Fosforo, ed è il pianeta Venere, ma i sensi delle
due espressioni sono diversi. Alla differenza dei sensi delle espressioni
corrisponde una differenza nel valore cognitivo degli enunciati in cui le
espressioni compaiono. Un senso è “un modo di dare” un riferimento e
corrisponde, a livello teorico, alla nozione intuitiva di significato: quan-
do qualcuno chiede “che cosa voglia dire” una certa espressione, cioè che
significato abbia, gli si può rispondere dandogli il senso dell’espressione.
Ad esempio, il nome proprio Espero ci dà, o presenta, Venere come la stel-
la della sera, e a chi non sapesse che cosa sia Espero o che cosa significhi
il nome Espero, si può rispondere esaurientemente dicendogli “Espero è
la stella della sera”. Il nome Fosforo invece presenta Venere come la stel-
la del mattino. I sensi dei due nomi propri sono dunque dati dalle due de-
scrizioni definite la stella della sera e la stella del mattino. Le descrizioni
definite sono quelle espressioni che descrivono un oggetto come l’unico
oggetto che possiede certe proprietà, ad esempio quella di accendersi per
prima nel cielo alla sera. C’è una differenza sintattica tra i nomi propri e
le descrizioni definite, ma Frege ritiene che sia il riferimento sia il senso
di un nome possano essere gli stessi di quelli di una descrizione definita.
Non è del tutto chiaro se Frege pensasse che a ogni nome proprio debba
essere associata una descrizione definita, o se invece il senso di un nome
possa essere dato in qualche altro modo. In ogni caso Frege è molto chia-
ro sul fatto che ogni nome proprio abbia un senso, oltre che, eventual-
mente, un riferimento (ma alcuni nomi, come Ulisse e Polifemo, non lo
hanno). Alcuni anni più tardi Russell propose una teoria delle descrizio-
ni definite alquanto diversa da quella di Frege e affermò che i nomi pro-
pri del linguaggio naturale sono in realtà mere abbreviazioni di descri-
zioni. Così il nome Walter Scott abbrevierebbe una qualche descrizione
come l’autore di Waverley, oppure il numerale  abbrevierebbe la descri-
zione il successore di  o il numero dei pianeti, e così via.
Nei suoi scritti, Carnap non mette in discussione queste tesi di Fre-
ge e di Russell sui nomi propri, ed estende invece il sistema di logica di
Frege per poter dare anche della sua nozione di senso, che Frege aveva
lasciato alquanto nel vago, un trattamento rigoroso. Abbiamo visto che
secondo Carnap le nozioni di analiticità (come verità in virtù del signifi-


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

cato), di a priori e di necessità sono imparentate fino a sovrapporsi. Non


è sorprendente quindi che egli cerchi di dare di tutte queste nozioni con-
temporaneamente un trattamento rigoroso semplicemente estendendo il
sistema di logica di Frege in modo da arrivare a trattare le modalità. In
altre parole, Carnap cerca di formulare le leggi logiche che governano le
espressioni come “è necessario che...” ed “è possibile che...”, e la nozio-
ne leibniziana di mondo possibile è lo strumento principale di cui si ser-
ve (per maggiori dettagli cfr. il CAP. , soprattutto il PAR. ..). Pensa co-
sì di poter spiegare perché una proposizione come quella espressa dal-
l’enunciato Gli scapoli non sono sposati sia necessaria, in quanto è vera
in tutti i mondi possibili, analitica e anche a priori, in quanto è vera so-
lo in virtù del significato (senso) delle parole. Anche la necessità delle ve-
rità matematiche dovrebbe poter essere spiegata lungo le stesse linee.
Il programma di Carnap era indubbiamente ben concepito. Ma na-
scondeva una quantità di problemi che non tardarono a emergere. Ne-
gli anni cinquanta e sessanta, in una serie di lavori che ebbero enorme
influenza, Willard Van Orman Quine, allievo di Carnap, sferra un attac-
co al cuore del programma sostenendo che la nozione di significato, e
quindi quella di senso, è incomprensibile (a differenza di quella di rife-
rimento) ed è quindi incomprensibile come un asserto possa essere vero
in virtù del significato. La distinzione tra analitico e sintetico dovrebbe
essere abbandonata e così pure le nozioni modali fondamentali di ne-
cessità, di possibilità, di mondo possibile che ci portano, a suo dire, a
molte assurdità. Se si pensa all’importanza delle distinzioni suddette per
tutta la filosofia moderna, si vede quanto vada in profondità la sua criti-
ca. Su un punto però Quine continua ad andare d’accordo con Carnap:
analiticità, necessità e a priori sono in sostanza la stessa nozione.
È a questo punto – siamo nella seconda metà degli anni sessanta –
che entra in scena Kripke, che era stato, a sua volta, studente di Quine.
Kripke dimostra che c’è un modo di salvare tutte quelle distinzioni insie-
me con la logica modale: si distinguano chiaramente le nozioni che han-
no natura epistemica, come quelle di a priori e a posteriori, dalle nozioni
metafisiche, poiché solo le prime riguardano quello che sappiamo e il mo-
do in cui lo sappiamo, mentre le seconde, in particolare le modalità, ri-
guardano come le cose sono in sé, indipendentemente dal modo in cui le
descriviamo e le conosciamo. Le assurdità di cui Quine riteneva respon-
sabili le nozioni modali sono infatti solo apparenti e sono dovute alla con-
fusione tra il piano epistemico e quello metafisico. Una volta che questi
siano distinti, il quadro che riguarda le modalità appare chiaro e coeren-


MARCO SANTAMBROGIO

te. In particolare risulta perfettamente sensato pensare che le cose abbia-


no proprietà modali in sé, indipendentemente dal modo in cui le descri-
viamo e da quello che sappiamo o crediamo di sapere di esse.
In un certo senso, la posizione di Quine rappresentava una rottura ra-
dicale col passato. In contrasto con Quine, Kripke rivendica la legittimità
di alcuni dei concetti più importanti della storia della filosofia: un magni-
fico risultato ottenuto semplicemente con un esercizio di chiarezza. La
portata dei suoi chiarimenti raggiunge temi apparentemente molto lonta-
ni, tra cui la natura del linguaggio e il modo in cui questo riesce a rappre-
sentare il mondo e la stessa concezione dell’analisi filosofica come analisi
del linguaggio, che aveva avuto un grande rilievo nella prima metà del se-
colo scorso. Non si tratta ovviamente di una semplice restaurazione. La
distinzione tra nozioni epistemiche e nozioni metafisiche è un progresso
significativo. Inoltre Kripke mostra che esiste un’ampia classe di espres-
sioni, di cui fanno parte i nomi propri e i nomi dei generi naturali, a cui
non è associato un senso, per lo meno nel modo in cui lo intendeva Fre-
ge. E comunque il significato e anche il riferimento restano nozioni diffi-
cili da capire, anche se per ragioni diverse da quelle fornite da Quine.

... NOMI PROPRI E NECESSITÀ:


UN APPARENTE PARADOSSO

Partiamo da un apparente paradosso, formulato chiaramente da Ruth


Barcan Marcus nel  e ripreso da Quine negli anni Sessanta, che ri-
guarda il principio di Leibniz dell’indiscernibilità degli identici e il prin-
cipio per cui ogni oggetto è necessariamente identico a se stesso. (Si ve-
dano anche gli altri due capitoli per una discussione dei risvolti metafi-
sici e logici dell’argomento.) Questi due principi, che sembrano vera-
mente indubitabili, costituiscono rispettivamente le premesse () e ()
del breve ragionamento che segue:

() (∀x)(∀y){x=y → [ϕ(x) → ϕ(y)]}.


(Cioè: per ogni x, per ogni y, se x è identico a y allora, se x è F, allora y è F.)
() (∀x) (x=x).
(Cioè: per ogni x, x è necessariamente identico a x.)
() (∀x)(∀y){x=y → [(x=x) → (x=y)]}.
(Cioè: per ogni x, per ogni y, se x è identico a y, allora, se x è necessaria-
mente identico a x, allora x è necessariamente identico a y.)
() (∀x)(∀y)[x=y → (x=y)].
(Cioè: per ogni x, per ogni y, se x è identico a y allora x è necessariamente
identico a y.)


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

La riga () dice che tutte le proprietà di un qualunque oggetto x, rap-


presentate schematicamente in () dalla formula aperta f(x), sono anche
proprietà di qualunque oggetto y, se x e y sono lo stesso oggetto: gli iden-
tici sono indiscernibili, hanno le stesse proprietà. Nella seconda riga  è
il simbolo della necessità e () dice che qualunque oggetto è necessaria-
mente identico a sé stesso. (Si potrebbe dire la stessa cosa ricorrendo al-
l’immagine leibniziana, così: qualunque oggetto è identico a sé stesso in
tutti i mondi possibili.) La riga () è una semplice applicazione di (), in
cui (x=x) svolge il ruolo di f(x). La riga (), che segue per logica da ()
e (), sembra affermare qualcosa come: qualunque identità vera è neces-
sariamente vera.
Si è visto che praticamente tutti coloro che avevano riflettuto sulla
nozione di necessità fino agli anni sessanta ritenevano che la verità ne-
cessaria fosse in sostanza la stessa cosa della verità analitica. In altre pa-
role, la necessità scaturirebbe dal significato delle parole e cioè – se si
chiamano genericamente “concetti” i significati delle parole, per riser-
vare il termine “senso” alla nozione specificamente di Frege – dalle pro-
prietà dei concetti impiegati. Tutti gli esempi di verità necessarie sareb-
bero dunque di questo tipo: “Nessuno scapolo è sposato”, “L’oro è un
metallo”, “I gatti sono animali”. Ne segue che una semplice analisi dei
concetti impiegati dovrebbe essere sufficiente, senza far ricorso all’inda-
gine empirica, a stabilire quali verità siano necessarie. Poiché sono ana-
litiche, le verità necessarie dovrebbero quindi essere anche a priori.
È evidente tuttavia che esistono esempi dell’enunciato alla riga ()
che non sono affatto a priori, bensì a posteriori. Nessuna analisi dei con-
cetti può stabilire ad esempio che l’identità “Espero = Fosforo” è vera.
È inevitabile ricorrere all’osservazione astronomica, e dunque non si
tratterebbe di una verità necessaria. Sembra che il breve ragionamento
qui sopra debba contenere un errore.
C’è un secondo problema. Se tutte le identità vere fossero anche ne-
cessarie, come sembra dire la riga (), allora anche “La stella della sera =
la stella del mattino”, che è di fatto vera (lo dicono gli astronomi), do-
vrebbe essere necessariamente vera, oltre che a priori. Ma è chiaramen-
te possibile che il primo corpo celeste che si accende in cielo la sera non
sia quello che si spegne per ultimo il mattino: Venere potrebbe seguire
un’orbita diversa. Dunque c’è qualche mondo possibile, per esprimerci
come Leibniz, in cui questa identità è falsa. Pertanto non è necessaria:
anche se di fatto la stella della sera è la stella del mattino, non è necessa-
rio che lo sia. Dunque:


MARCO SANTAMBROGIO

() (La stella della sera = la stella del mattino) →  (la stella della sera = la stel-
la del mattino).
(Cioè: se la stella della sera è la stella del mattino, allora è necessario che la
stella della sera sia la stella del mattino.)

è falso ed è un diretto controesempio a ().


Che cosa dobbiamo concludere? Poiché le premesse sono solo due,
sembra che abbiamo due sole possibilità: o rifiutiamo () – il principio di
Leibniz – oppure rifiutiamo () – la necessità dell’autoidentità. Quine
meglio di chiunque altro ha argomentato che il costo della prima alter-
nativa è davvero troppo alto: come si può continuare a usare la nozione
di identità se abbandoniamo il principio di Leibniz? Rinunciare all’i-
dentità è impensabile. Quine sosteneva che alla radice di entrambi i pro-
blemi ci sarebbe una confusione che riguarda il concetto di necessità
espresso dal simbolo  – per lo meno quando sia usato insieme al quan-
tificatore per ogni x – che si ripercuote sull’analiticità e l’a prioricità. Do-
vremmo dunque abbandonare (), come voleva Quine, rinunciando co-
sì alla logica modale con i quantificatori? Anche questa rinuncia è co-
stosa, e molti non si fecero convincere dai suoi argomenti.

... METAFISICA ED EPISTEMOLOGIA

Possiamo avvicinarci alla soluzione di Kripke in diversi passi. Il primo


consiste in un’osservazione che distingue i due problemi appena solle-
vati. Nella prima identità, “Espero = Fosforo”, compaiono due nomi
propri e sembra che l’identità non possa essere necessaria solo perché
non è a priori. Si vede invece direttamente, senza passare per l’a priori,
che la seconda identità, “La stella della sera = la stella del mattino”, in
cui compaiono due descrizioni definite, non è necessaria. Nessuno pri-
ma di Kripke aveva immaginato che ci fosse una differenza logica, e non
solo grammaticale, tra i nomi propri e le descrizioni definite né che essa
potesse coinvolgere la necessità.
Secondo passo. Tutti pensavano che necessità e analiticità fossero in
fondo la stessa cosa o fossero almeno interdefinibili. Ma i concetti mo-
dali hanno a che fare col mondo, così com’è e come potrebbe essere, e
non col modo in cui noi arriviamo a conoscerlo. Per conoscere il mon-
do possiamo ricorrere a una ricognizione empirica, e in questo caso le
conoscenze che otteniamo sono a posteriori, o possiamo semplicemente
riflettere sui concetti impiegati e analizzarli, e in questo caso le cono-


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

scenze sono a priori. Ma tutto ciò non riguarda il mondo com’è in sé stes-
so. I concetti che hanno a che fare con lo statuto delle nostre conoscen-
ze e con i percorsi che possiamo o dobbiamo seguire per ottenerle, sono
concetti epistemici. I concetti modali hanno invece carattere metafisico.
A priori e necessità sono cose molto diverse e vanno tenute distinte. In
questo modo possiamo sostenere che l’impossibilità di sapere a priori
che Espero è identico a Fosforo non dice nulla sulla necessità delle iden-
tità in cui compaiono i nomi propri “Espero” e “Fosforo”. La minaccia
costituita dal primo problema è disinnescata.
Se si riuscisse anche a stabilire che l’identità “Espero = Fosforo” è
in effetti necessaria, avremmo risolto completamente il primo problema.
Tuttavia, non c’è dubbio che la seconda identità, “La stella della sera =
la stella del mattino”, non è necessaria e sembra contraddire (). Che co-
sa hanno di tanto diverso i nomi propri dalle descrizioni definite?
Si potrebbe pensare di risolvere la questione mostrando che le de-
scrizioni definite non sono in realtà termini genuini e cioè non apparten-
gono, nonostante le apparenze, alla stessa categoria dei nomi propri e del-
le variabili. Se fosse così, non sarebberosostituibili alle variabili x e y nel-
l’enunciato (). Oppure si potrebbe restringere l’applicabilità del princi-
pio di Leibniz quanto basta per escluderne le descrizioni definite. In en-
trambi i casi () non costituirebbe più un controesempio a (). Che le de-
scrizioni non siano termini è quanto aveva sostenuto Russell fin dal .

... LA TEORIA DELLE DESCRIZIONI DEFINITE DI RUSSELL

Sembra che le espressioni come Espero, Fosforo, una stella, qualche stel-
la, qualcosa, qualcuno, nulla, niente, tutto ecc., siano tutte dello stesso ti-
po, perché possono tutte occorrere sia in posizione di soggetto sia in po-
sizione di complemento. Diciamo infatti “Espero brilla” e “Una stella
brilla”, “Espero è una stella”, “Niente brilla” e così via. Tuttavia ci sono
differenze nel modo in cui queste espressioni si comportano nelle infe-
renze. Ad esempio, le seguenti inferenze sono corrette:

(a) Espero brilla.


Dunque, qualcosa brilla. (Ovvero, c’è qualcosa che brilla.)

(a) Espero brilla più di Orione.


Dunque, qualcosa brilla più di Orione. (Ovvero, c’è qualcosa che brilla più
di Orione.)


MARCO SANTAMBROGIO

(a) Pietro guarda Espero e Paolo guarda Espero.


Dunque, esiste qualcosa che è guardato da Pietro e da Paolo.

Ma le seguenti inferenze non sono corrette:

(b) Nulla brilla.


Dunque (?) qualcosa brilla.

(b) Niente brilla più di Espero.


Dunque (?) qualcosa brilla più di Espero.

(b) Pietro guarda un pianeta e Paolo guarda un pianeta.


Dunque (?) esiste un pianeta che è guardato da Pietro e da Paolo.

Dobbiamo concludere che ci sono delle differenze (da un punto di vista


logico, se non da quello grammaticale) tra le espressioni come Espero e
Fosforo da un lato e qualcosa, niente, una stella ecc., dall’altro. Una delle
differenze (ce ne sono altre) tra queste due classi di espressioni è che men-
tre ciascun nome proprio, come Espero, si riferisce a un individuo – quel-
lo che porta quel nome – invece le espressioni come qualcosa, niente, un
pianeta ecc. non si riferiscono a un individuo. Se si riferissero a un indi-
viduo, le inferenze (b)-(b) sarebbero corrette. Ma non lo sono.
Gli enunciati “Una stella brilla” e “Esiste qualcosa che è una stella e
brilla” sono veri esattamente negli stessi casi e sono falsi esattamente ne-
gli stessi casi. Hanno cioè le stesse condizioni di verità. I seguenti enun-
ciati hanno tutti le stesse condizioni di verità:

(a) Una stella brilla.


(b) Esiste qualcosa che è una stella e brilla.
(c) Esiste almeno un x, tale che x è stella e x brilla.
(d) ∃x [stella(x) e brilla(x)].

((d) è semplicemente una riscrittura nei simboli della logica di (c) e si leg-
ge nello stesso modo.)
Consideriamo ora espressioni come “La stella della sera”, “L’attuale
re di Francia”, “L’allievo di Platone” e così via, cioè descrizioni definite.
La principale differenza tra queste espressioni e quelle come una stella è
l’articolo determinativo al posto di quello indeterminativo. Si potrebbe
pensare di classificare le prime insieme ai nomi propri, perché – per esem-
pio – esiste un unico corpo celeste, Espero, a cui dovrebbe riferirsi la


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

stella della sera. Ma è sufficiente considerare “L’attuale re di Francia” e


“L’allievo di Platone” per renderci conto che è meglio non farlo: oggi
non c’è nessun re in Francia e Platone ha avuto molti allievi, non uno so-
lo. Collochiamo dunque le descrizioni definite, come “La stella della se-
ra”, nella stessa categoria delle descrizioni indefinite, come “Una stella”.
I seguenti enunciati hanno tutti le stesse condizioni di verità:

(e) La stella della sera brilla.


(f) Esiste almeno uno, e al massimo un oggetto, il quale è stella_della_sera e
brilla.
(g) Esiste esattamente un x, tale che x è stella_della_sera e x brilla.
(i) Esiste almeno un x, tale che [x è stella_della_sera e per ogni y (se y è stel-
la_della_sera allora y = x) e x brilla].
(la) ∃x {stella_della_sera (x) e ∀y [se stella_della_sera (y) allora y=x] e brilla(x)}.

Analogamente, (m)–(o) hanno le stesse condizioni di verità:

(m) L’attuale re di Francia è calvo.


(n) Esiste esattamente un attuale re di Francia, ed è calvo.
(o) ∃x {attuale_re_di_Francia(x) e ∀y [se attuale_re_di_Francia(y) allora y=x]
e calvo(x)}.

Hanno le stesse condizioni di verità anche (p) e (q):

(p) L’attuale re di Francia esiste.


(q) ∃x {attuale_re_di_Francia(x) e ∀y [se attuale_re_di_Francia(y) allora
y=x]}.

Un enunciato come (la) è un’analisi di (e), come (o) lo è di (m) e (q) di


(p). Si osservi: “La stella della sera” si comporta come un termine in (e),
ma non c’è nessun termine che gli corrisponda in (la). Lo stesso vale per
“L’attuale re di Francia”, che è il soggetto di (m) e (p), ma è sparito co-
me termine da (o) e da (q). Le descrizioni definite sono state eliminate
nell’analisi.
Perché tutto ciò è logicamente e filosoficamente interessante? Sem-
brava che i due enunciati “Espero brilla” e “La stella della sera brilla”
parlassero entrambi di Venere e dicessero che essa brilla. Ma ora vedia-
mo che si tratta di enunciati molto diversi. Il primo parla di un oggetto e
dice che esso brilla. Il secondo è invece un enunciato generale, che af-
ferma che la proprietà di essere stella della sera è esemplificata da un uni-


MARCO SANTAMBROGIO

co oggetto che brilla. La differenza emerge chiaramente nel caso di “L’at-


tuale re di Francia esiste”: è impossibile che questo enunciato dica di un
certo individuo che esso esiste, perché non c’è nessun individuo che sia
attualmente re di Francia. L’enunciato dice invece che la proprietà di es-
sere attualmente re di Francia non è esemplificata. Analogamente,
“Niente lava più bianco di Perlana” non dice di un certo detersivo che
esso lava più bianco di Perlana ma solo che la proprietà di lavare più
bianco di Perlana non è esemplificata. Analogamente, “Niente lava più
bianco di Perlana” non dice di qualcosa (un nuovo detersivo?) che esso
lava più bianco di Perlana ma solo che la proprietà di lavare più bianco
di Perlana non è esemplificata. Molte proprietà – tra cui quella di esse-
re un uomo alto tre metri, quella di essere una montagna tutta d’oro, e
così via – non sono esemplificate. Possiamo dirlo con enunciati come
“Non ci sono uomini alti tre metri” e “Non esiste una montagna tutta
d’oro”. Ma si tratta chiaramente di enunciati generali che non pongono
particolari problemi.
Questa è la teoria che Russell espone nel suo famoso articolo del
, On Denoting. A buon diritto Russell poteva dire di aver fatto un
grande passo avanti nell’analisi del linguaggio e anche nella soluzione
di problemi come quello del non-essere. Era un grande rompicapo ca-
pire come possiamo affermare con verità qualcosa dell’attuale re di
Francia, ad esempio, che non esiste, se non c’è niente a cui la descri-
zione si riferisce. Di che cosa staremmo parlando? Russell risponde:
non abbiamo bisogno di un individuo che sia il riferimento della de-
scrizione. Quello in cui compare la descrizione è un enunciato genera-
le e non parla di nessun particolare individuo – tanto meno di un indi-
viduo inesistente.

... NOMI PROPRI E DESCRIZIONI DEFINITE

Ritorniamo all’identità “La stella della sera = la stella del mattino”, che
di sicuro è vera ma non necessaria. Se le descrizioni definite non sono
termini che si possono sostituire alle variabili x e y in (), () non è un
controesempio a (). In effetti, se la riscriviamo seguendo le indicazioni
di Russell, quello che otteniamo non ha affatto la forma x=y → (x=y),
ed è piuttosto un enunciato che inizia con due quantificatori esistenzia-
li, ∃x, ∃y. Invece l’identità:

() Espero = Fosforo → ( Espero = Fosforo).


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

ha proprio questa forma ma non crea di per sé un problema, una volta


che si tengano distinte a prioricità e necessità. Ma che cosa distingue i
nomi di una lingua naturale dalle descrizioni definite? Questo richiede
una spiegazione, soprattutto perché a cominciare da Frege (il quale chia-
mava nomi propri sia le descrizioni definite come “La stella della sera”,
sia quelli che sono per noi i veri nomi propri, come “Espero”) c’è stata
piena unanimità nell’assimilare nomi e descrizioni definite dal punto di
vista logico.
In effetti, subito dopo aver fornito gli strumenti per distinguere
“Espero brilla” da “La stella della sera brilla”, Russell con un passo ul-
teriore ha cancellato ogni differenza tra nomi e descrizioni definite.
Sostiene infatti che anche quelli che grammaticalmente sono nomi
propri in realtà sono abbreviazioni di descrizioni definite o in qualche
modo equivalgono a descrizioni. Una delle ragioni di questa mossa è
chiara. Come esistono descrizioni definite che non sono soddisfatte da
niente, così esistono nomi senza un portatore: “Pegaso”, “Amleto” e
così via. Come potrebbe essere vero o falso “Pegaso vola” se Pegaso
non esiste? Potremmo pensare che gli enunciati come “Espero brilla”,
in cui compare un nome proprio che ha un portatore, abbiano una for-
ma grammaticale e logica diversa da quella di “Pegaso vola”. Se “Pe-
gaso” fosse una descrizione definita camuffata, ad esempio “il cavallo
alato”, potremmo applicare l’analisi delle descrizioni definite e avre-
mo risolto il problema. Perché Russell rifiuta questa soluzione? Si con-
sideri questo esempio. L’astronomo Le Verrier aveva ipotizzato che
l’orbita di Mercurio fosse perturbata da uno sconosciuto pianeta più
interno, a cui aveva dato il nome “Vulcano”. Dovremmo forse dire che
la forma dell’enunciato “Vulcano orbita tra il Sole e Mercurio” risul-
terà diversa a seconda che si scopra che Le Verrier avesse ragione o
torto, e nel caso in cui si scopra che il pianeta “Vulcano” esiste, allora
“Vulcano” risulterebbe essere un nome proprio, mentre se non c’è
nessun pianeta tra il sole e Mercurio “Vulcano” sarebbe una descri-
zione? No, secondo Russell dobbiamo sapere quale sia la forma gram-
maticale e logica degli enunciati che usiamo prima di sapere se siano
veri o falsi. Dunque tutti i nomi propri devono essere abbreviazioni di
descrizioni definite.
Di quali descrizioni sono abbreviazione i nomi propri? Presumibil-
mente, “Vulcano” abbrevia “il pianeta che perturba l’orbita di Mercu-
rio”; “Espero” abbrevia “la stella della sera”, “Fosforo” abbrevia “la
stella del mattino”; “Aristotele” abbrevia “il più famoso allievo di Pla-


MARCO SANTAMBROGIO

tone” o “l’autore della Metafisica” o qualcosa del genere. In generale, un


nome proprio usato da un particolare parlante abbrevierà la descrizione
definita che quel parlante offrirebbe a chi gli chiedesse di chi o di che
cosa sta parlando: “Chi è Aristotele? Di quale Aristotele parli?” “Del più
famoso allievo di Platone o dell’autore della Metafisica”. Persone diver-
se possono prendere uno stesso nome come abbreviazione di descrizio-
ni diverse, se è diverso quello che sanno del portatore.
In precedenza Frege (che pure non andava d’accordo con Russell
sulle descrizioni definite) aveva sostenuto che il significato di ogni nome
proprio è quello di una descrizione definita – ogni nome è cioè sinoni-
mo di qualche descrizione. (C’è qualche divergenza tra gli interpreti su
questo punto, ma non sottilizziamo.) Una variante successiva di queste
teorie, ispirata da Wittgenstein e sviluppata da John Searle nel suo arti-
colo Proper Names, (pubblicato sulla rivista “Mind” nel ), dice che
non c’è un’unica descrizione bensì un agglomerato di descrizioni che in
qualche modo corrisponde a ciascun nome proprio.

... DESIGNATORI RIGIDI E NECESSITÀ

Praticamente tutti i filosofi dopo Frege e Russell e fino agli anni sessan-
ta hanno accettato l’una o l’altra variante di queste teorie descrittiviste
dei nomi propri. Solo su questa base, e cioè perché erano convinti che
“Espero = Fosforo” abbia lo stesso significato di “La stella della sera =
la stella del mattino”, concludevano che la prima identità non è neces-
sariamente vera.
Per risolvere il paradosso da cui siamo partiti, Kripke compie altri
due passi. Prima mostra che “Espero = Fosforo” è davvero necessario e
quindi il paradosso di cui sopra è solo apparente. Poi mostra che esisto-
no differenze tali tra nomi propri e descrizioni definite che la falsità di
() non minaccia la verità di (). Potremmo ad esempio, come Russell,
considerare le descrizioni come non-termini oppure potremmo restrin-
gere il principio di Leibniz in modo da escluderle. Non per questo dob-
biamo rinunciare alla logica modale quantificata: non dobbiamo cioè
mettere in discussione (). Il paradosso è dunque risolto.
C’è però un problema aggiuntivo: non tutte le descrizioni definite
sono sullo stesso piano. Ad esempio,

() (Il successore di  = il quadrato di ) →  (il successore di  = il quadrato


di ).


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

sembra vero: ma allora, che cosa distingue queste descrizioni da quelle


come “la stella della sera” e “la stella del mattino”?
L’osservazione cruciale che dobbiamo a Kripke è che i nomi propri,
a differenza della maggior parte delle descrizioni definite si riferiscono
allo stesso individuo in qualunque mondo possibile.
Prendiamo l’identità “La stella della sera = la stella del mattino” e
consideriamo un mondo possibile abbastanza diverso dal nostro in cui
Venere segue un’orbita che non è quella attuale e qualche altra stella o
pianeta, non Venere, si spegne per ultima il mattino. La descrizione defi-
nita la stella del mattino in quel mondo non denoterebbe Venere, perché
appunto in quel mondo Venere non si spegne per ultima al mattino. (Se
accettiamo la teoria di Russell, che comunque non è l’unica teoria dispo-
nibile delle descrizioni definite, dobbiamo parlare della denotazione di
una descrizione definita, invece che del suo riferimento. Abbiamo visto
infatti che secondo la sua teoria le descrizioni definite non sono vera-
mente termini e gli enunciati che le contengono non parlano di nessun in-
dividuo particolare. Tuttavia, perché un enunciato in cui compare una de-
scrizione definita sia vero, deve esistere un unico individuo che possiede
le proprietà specificate dalla descrizione. È questo l’individuo eventual-
mente denotato dalla descrizione. In generale, in circostanze diverse so-
no diversi gli individui eventualmente denotati da una descrizione defi-
nita.) Dunque non è vero che la descrizione definita denota in ogni mon-
do possibile lo stesso oggetto. È questa la ragione per cui l’identità La stel-
la della sera = la stella del mattino è vera in questo mondo ma non in tut-
ti gli altri mondi possibili – cioè non è necessariamente vera.
Lo stesso vale per molte altre descrizioni definite, anche se non per
tutte. Ad esempio, il presidente della Repubblica italiana, che è attual-
mente Giorgio Napolitano, avrebbe potuto essere una persona diversa
da Giorgio Napolitano se l’elezione in parlamento fosse andata diversa-
mente. Dunque quando usiamo la descrizione “il presidente della Re-
pubblica italiana” parlando di circostanze diverse da quelle attuali e cioè
di come avrebbero potuto o potrebbero andare le cose, la descrizione
denota una persona che potrebbe (ma non deve) essere diversa da Na-
politano. Invece “il successore di ” e “il quadrato di ” denotano in qua-
lunque mondo il numero .
Ma – osserva Kripke – la stessa cosa non vale per i nomi propri. An-
che se l’esito della votazione fosse stato diverso, Napolitano sarebbe sta-
to comunque Napolitano (semplicemente, non sarebbe stato il presi-
dente) e quando noi usiamo il suo nome ci riferiamo a lui anche se par-


MARCO SANTAMBROGIO

liamo di circostanze in cui egli avrebbe potuto non essere il nostro pre-
sidente, anche se non sappiamo che proprietà verrebbe ad avere; e ci ri-
feriremmo sempre a lui persino nell’immaginare che avesse un nome di-
verso da quello attuale: “Giorgio Napolitano avrebbe potuto chiamarsi
diversamente” è un enunciato vero, che parla di Giorgio Napolitano. I
nomi propri sono cioè designatori rigidi, a differenza della maggior par-
te delle descrizioni definite. Più precisamente un designatore, e cioè
un’espressione che ha riferimento o denotazione, è rigido se designa lo
stesso individuo in tutti i mondi possibili in cui quell’individuo esiste e
non designa nessun altro individuo (cfr. anche la discussione nel CAP. ,
soprattutto PAR. ..)

... CONCEZIONI DEI MONDI POSSIBILI

Sul punto con cui abbiamo chiuso il paragrafo precedente si potrebbe


avanzare un dubbio. Come sappiamo – ci si può chiedere – che il nome
“Giorgio Napolitano” si riferisce in tutti i mondi alla stessa persona –
quella che nel mondo attuale è il presidente della Repubblica italiana nel
, ma che non lo è in certi altri mondi? Chi fa questa domanda, so-
stiene Kripke, deve concepire i mondi possibili più o meno come lontane
regioni dello spazio-tempo a cui noi non abbiamo direttamente accesso.
Solo in questa prospettiva infatti avrebbe senso porsi il problema di rico-
noscere gli abitanti dei diversi mondi come se li guardassimo da lontano
e identificarli con questo o quell’individuo che abita nel mondo attuale.
In questo caso, chiedersi ad esempio a chi si riferisca il nome “Giorgio
Napolitano” in uno di questi mondi equivale a chiedersi quale dei suoi in-
dividui sia da identificare col nostro Giorgio Napolitano. Non è chiaro se
il problema ammetta soluzione. Così l’idea che i nomi siano designatori
rigidi sarebbe messa in difficoltà. Ma questa concezione dei mondi possi-
bili non è in sé plausibile, almeno non per Kripke (cfr. anche la discussio-
ne nel CAP. , PAR. .). Un mondo possibile – sostiene Kripke – è solo un
modo in cui potrebbe essere questo nostro mondo. Dire che “Giorgio Na-
politano” si riferisce in un altro mondo a qualcuno che in quel mondo non
è il presidente è semplicemente un altro modo di affermare “Giorgio Na-
politano avrebbe potuto non essere il presidente”. Questa affermazione è
perfettamente chiara e non richiede di identificare il portatore del nome
in quell’altro mondo: l’individuo di cui intendiamo parlare è già identifi-
cato dal suo nome e di lui diciamo che potrebbe non essere il presidente,
cioè che non è il presidente in un altro mondo possibile.


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

In altre parole, i mondi possibili non ci sono dati indipendentemen-


te dai nostri strumenti di individuazione: siamo noi che, immaginando
possibilità che riguardano questo o quell’individuo, che indichiamo ad
esempio col suo nome, stipuliamo come stiano le cose che lo riguardano
in qualche altro mondo. Naturalmente se, nel far questo, non potessimo
usare i nomi propri, potremmo non riuscire a stipulare tutto quello che
possiamo stipulare altrimenti. Ma non c’è ragione di pensare che i nomi
propri siano in qualche modo inferiori alle descrizioni definite. Così l’o-
biezione cade.

... LA NECESSITÀ DI “ESPERO = FOSFORO”

Ritorniamo a “Espero = Fosforo”. Poiché i due nomi propri si riferisco-


no allo stesso oggetto in questo mondo e sono designatori rigidi, è chia-
ro che dovranno continuare a riferirsi allo stesso oggetto anche negli al-
tri mondi. Dunque l’enunciato è vero in tutti i mondi (in cui esiste Ve-
nere) ed è quindi necessario, proprio come aveva predetto l’enunciato
(). L’impressione che non lo fosse era dovuta solo alla confusione tra i
nomi e le descrizioni. Del resto, in quali circostanze potrebbe essere fal-
so quell’enunciato?
È senz’altro possibile che qualcuno battezzi con due nomi che suona-
no come “Espero” e “Fosforo” due corpi celesti distinti, almeno uno dei
quali non sarebbe Venere. Ma questa non sarebbe una circostanza in cui
Espero non sarebbe Fosforo – cioè in cui ciò che noi chiamiamo “Espe-
ro” non sarebbe ciò che noi chiamiamo “Fosforo”. Certo, si può dire che,
prima che si scoprisse che Espero è Fosforo, era possibile che si scoprisse
il contrario. Allo stesso modo, è ancor oggi possibile che si scopra che la
congettura di Goldbach è falsa, ma questo non vuol dire che una conget-
tura matematica sia solo contingentemente vera. La nozione di possibilità
di cui ci serviamo in questi casi è epistemica, non metafisica: dire che oggi
potremmo scoprire che la congettura di Goldbach è falsa, o che in passa-
to avremmo potuto scoprire che Espero non è Fosforo, significa semplice-
mente dire che la negazione della congettura di Goldbach è compatibile
con quello che sappiamo e che la negazione dell’identità “Espero = Fo-
sforo” era compatibile con quello che sapevamo allora. Ma tutte le verità
matematiche sono metafisicamente necessarie e lo stesso vale per tutte le
identità vere tra designatori rigidi. Quando immaginiamo che qualcuno
battezzi due corpi celesti che non sono Espero e Fosforo con due nomi che
suonano come i nostri “Espero” e “Fosforo”, stiamo immaginando che


MARCO SANTAMBROGIO

costui si trovi in circostanze che sembrano del tutto simili – senza esserlo
veramente – a quelle in cui si trova, nel mondo reale in cui Espero è Fo-
sforo, colui che non dispone di evidenza sufficiente per concludere che
Espero è Fosforo. Si tratta di circostanze solo qualitativamente simili alle
nostre: le apparenze sono le stesse, ma non si tratta di circostanze in cui
davvero Espero non è Fosforo. I nomi introdotti da quel tale, che in un
certo senso non sa in quale mondo si trovi, non sono i nostri nomi: sono
due nomi diversi. Non esistono circostanze in cui quello che noi chiamia-
mo “Espero” sia diverso da quello che noi chiamiamo “Fosforo”. Dunque
l’identità “Espero = Fosforo” è necessariamente vera.

Due cose sono quindi vere: in primo luogo, non sappiamo a priori che Espero
è Fosforo e non abbiamo alcuna possibilità di scoprire la risposta se non empi-
ricamente; in secondo luogo, la ragione di ciò sta nel fatto che potremmo avere
prove qualitativamente indistinguibili da quelle che abbiamo e determinare il ri-
ferimento dei due nomi mediante le posizioni dei due pianeti nel cielo, senza che
i due pianeti siano lo stesso (Naming and Necessity, trad. it. p. ).

Si dimostra così, tra l’altro, che esistono verità necessarie che possono
essere conosciute solo a posteriori – “Espero è Fosforo” è tra queste.
Simmetricamente esistono verità contingenti che tuttavia possono esse-
re conosciute a priori – un esempio è “Il metro campione di Parigi è lun-
go un metro”. Ci ritorneremo in seguito.
La rigidità dei nomi propri (e di alcune descrizioni definite) risolve
così l’apparente paradosso iniziale ed è anche sufficiente a mostrare che
i nomi propri non sono semplici abbreviazioni di descrizioni definite
non rigide. Ma Kripke si propone un obiettivo più ampio: vuole mette-
re in discussione la teoria descrittivista dei nomi – l’idea che i nomi si ri-
feriscono ai loro portatori solo in virtù del significato o del contenuto de-
scrittivo che a qualche titolo è associato a ciascuno di essi – in tutte le
sue forme.

... GLI ARGOMENTI CONTRO


LE TEORIE DESCRITTIVISTE DEI NOMI PROPRI

Esistono diverse versioni della teoria descrittivista. La più forte sostiene


che ogni nome proprio è sinonimo, cioè ha lo stesso significato, di una
descrizione – o, in un’altra variante di cui non ci occuperemo, di un ag-
glomerato di descrizioni. Quindi, se un parlante associa una descrizione


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

D al nome proprio N, allora quel parlante può sapere a priori che l’e-
nunciato “Se N esiste allora N è D” è vero.
Un’altra versione, più debole, dice che il referente di un nome, se esi-
ste, è quell’unico individuo che soddisfa la descrizione (trascuriamo il
caso in cui più descrizioni siano associate a un nome) anche se non c’è
sinonimia tra nome e descrizione: la descrizione fissa solo il riferimento
del nome. Inoltre, il parlante crede che quella descrizione sia soddisfat-
ta da un unico individuo e, come nella versione forte, se associa una de-
scrizione D al nome proprio N, allora può sapere a priori che l’enuncia-
to “Se N esiste allora N è D” è vero poiché, anche se N e D non sono si-
nonimi, il riferimento di N è comunque fissato come l’individuo che sod-
disfa D. La versione forte implica quella debole, ma non vale l’inverso.
Kripke le attacca entrambe. Gli argomenti sono di diversi tipi. Alcuni di-
pendono dal comportamento dei nomi e delle descrizioni negli enunciati
modali, altri da quello che possono o devono sapere i parlanti compe-
tenti che usano un nome.
Contro la versione forte della teoria descrittivista è efficace (ma for-
se non conclusivo) muovere il seguente argomento modale. Se un nome
N fosse sinonimo di una descrizione D, allora l’enunciato “Qualora N esi-
sta, N sarebbe D” dovrebbe essere necessariamente vero e anche a prio-
ri, poiché a) “Qualora D esista, D sarebbe D” è necessariamente vero e a
priori e b) la sostituzione di un nome con un suo sinonimo in un enun-
ciato non ne cambia lo status (cfr. CAP. , soprattutto PARR. .. e ..).
Ma “Qualora Aristotele esista, Aristotele sarebbe il più famoso allievo di
Platone” (o “l’autore della Metafisica”, o ...) non solo non è necessario a
priori, ma non è nemmeno vero: Aristotele avrebbe potuto non dedicar-
si affatto alla filosofia. La stessa cosa accadrebbe per qualunque altra de-
scrizione che si possa minimamente immaginare sia sinonimo di “Aristo-
tele”, e per una quantità di nomi diversi da “Aristotele”. (Forse però la
stessa cosa non vale per tutti i nomi propri. Forse Madame Bovary è ne-
cessariamente il primo romanzo di Flaubert scritto verso il . L’iden-
tità tra il nome proprio del romanzo e una descrizione definita potrebbe
quindi essere necessariamente vera. Di certo “ è il successore di ”.)
La versione debole della teoria descrittivista assume che, per ogni no-
me proprio, un parlante competente debba conoscere una descrizione
definita che ne fissa il riferimento e che sia soddisfatta da un unico indi-
viduo. Per gran parte dei nomi propri tuttavia questo non è vero. Molti
parlanti competenti dell’italiano che usano il nome proprio Cicerone sen-
za incertezze, se si chiedesse loro chi fosse Cicerone, non saprebbero ri-


MARCO SANTAMBROGIO

spondere altro che “Un famoso oratore romano!” – una descrizione in-
definita che descrive molti individui, non uno solo. E anche se rispon-
dessero “Colui che denunciò Catilina”, non saprebbero poi trovare una
descrizione definita per “Catilina”. Oppure si pensi – è un altro dei mol-
ti controesempi di Kripke alla teoria – al nome “Peano”, che per molti
matematici è associato alla descrizione “colui a cui si devono gli assiomi
di Peano”. In realtà quegli assiomi sono dovuti a Dedekind. A differenza
del caso precedente, qui l’informazione non manca, ma quello che molti
matematici credono di sapere è in realtà sbagliato. Il fatto che sia De-
dekind e non Peano a soddisfare la descrizione non fa di Dedekind il por-
tatore del nome “Peano”. (Ciascuno di questi controesempi si presta a in-
teressanti discussioni in cui non possiamo entrare. Anche per questo la
lettura diretta di Naming and Necessity è insostituibile. Il lettore avrà mo-
do di apprezzare tra l’altro la chiarezza e la sottigliezza del testo.)
È insostenibile anche la tesi, che fa parte della teoria debole, per cui
il parlante che associa una descrizione D al nome proprio N, può sape-
re a priori che l’enunciato “Se N esiste allora N è D” è vero. Ad esem-
pio, anche se il riferimento di “Cristoforo Colombo” fosse fissato da “co-
lui che scoprì l’America”, non sarebbe vero a priori che Colombo sia co-
lui che ha scoperto l’America, sia perché è probabilmente falso, sia per-
ché è sempre possibile che future ricerche empiriche lo confermino o lo
smentiscano. Questo dimostra che non è a priori. Si osservi che tutto ciò
non esclude che per qualche nome possa effettivamente accadere che il
riferimento sia fissato esclusivamente da una descrizione. Forse un caso
del genere è quello del nome “Nettuno” che fu introdotto, prima anco-
ra che il pianeta fosse avvistato, con una descrizione definita: “il piane-
ta che causa certe perturbazioni nell’orbita di Urano”. In seguito Nettu-
no è stato in effetti ripetutamente osservato e studiato. Ma oggi non è si-
curamente più una verità a priori, se mai lo è stata, che Nettuno sia il pia-
neta che causa certe perturbazioni nell’orbita di Urano. Gli astronomi
hanno anzi stabilito che non si tratta nemmeno di un pianeta.
Nel complesso, dopo alcuni anni di discussioni, questi argomenti (e
altri per cui non possiamo che rinviare il lettore a Naming and Necessity),
si sono rivelati molto forti, tanto da ottenere certo non l’unanimità, ma
un diffuso consenso. Una prima conclusione è che in generale il com-
portamento dei nomi propri e delle descrizioni definite è molto diverso.
I nomi sono designatori rigidi mentre la maggior parte delle descrizioni
definite non lo è – anche se alcune, come “il successore di ”, lo sono di
fatto e altre lo sono anche di diritto, per così dire, come “l’attuale presi-


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

dente della Repubblica italiana” che denota in tutti i mondi Giorgio Na-
politano (in generale, aggiungere “attuale” a una descrizione definita la
rigidifica). Una seconda conclusione è che per la stragrande maggioran-
za dei nomi propri (esistono eccezioni, come abbiamo visto) non si rie-
sce a trovare nessuna descrizione che sia loro associata e sia semantica-
mente rilevante, nel senso che ne fissi o contribuisca a fissare il signifi-
cato e quindi il riferimento, o anche solo quest’ultimo.
Se in generale non esistono descrizioni semanticamente associate ai
nomi propri, si può dire che questi ultimi non hanno un significato ma
solo un riferimento (quando non siano vuoti, come “Vulcano”, “Zeus” e
“Sherlock Holmes”, che abbiamo già incontrato). Questo contraddice la
tesi fondamentale di Frege che abbiamo ricordato all’inizio e cioè che tut-
te le espressioni significanti abbiano un significato, oltre eventualmente a
un riferimento. Un modo di esprimere questa conclusione è di dire che i
nomi propri si riferiscono direttamente e non attraverso la mediazione del
significato. La posizione di Kripke sui nomi propri è dunque – come ab-
biamo accennato all’inizio del capitolo – simile a quella di Mill, che ave-
va sostenuto (nella sua terminologia) che essi hanno denotazione ma non
connotazione, a differenza dei nomi generali. Ma possiamo dire che
Kripke abbia stabilito che i nomi propri si riferiscono direttamente, co-
me ha indubbiamente stabilito che i nomi propri sono designatori rigidi?

... RIFERIMENTO DIRETTO

Per rispondere bisogna in primo luogo formulare più precisamente la te-


si del riferimento diretto, perché dire che i nomi si riferiscono diretta-
mente, come sostiene Kripke, o invece attraverso la mediazione del si-
gnificato, come sostengono i descrittivisti, è solo far uso di metafore. Ci
sono almeno due modi per farlo.
“Espero = Fosforo” è un enunciato vero. Supponiamo che sia vero
anche l’enunciato “Hammurabi credeva che Espero sia Fosforo”. Che
cosa credeva in questo caso Hammurabi, ovvero, qual era il contenuto
della sua credenza? Ovviamente, che Espero sia Fosforo. Ma che tipo di
entità è un contenuto? La risposta tradizionale, a partire da Frege, e co-
munque oggi largamente prevalente, è che un contenuto non sia un enun-
ciato. Si pensi all’affermazione “Hammurabi credeva che quel corpo ce-
leste brilli”, pronunciata da qualcuno che sta indicando Venere. Qui sem-
bra chiaro che il contenuto non può consistere nell’enunciato “quel cor-
po celeste brilla”, perché un enunciato del genere esprime cose diverse a


MARCO SANTAMBROGIO

seconda delle circostanze e dell’indicazione che lo accompagna. Il conte-


nuto della sua credenza è qualcosa che è espresso da quell’enunciato, e an-
che da qualche altro enunciato della lingua di Hammurabi. (Il fatto che
Hammurabi sia vissuto molto prima che esistesse la lingua italiana non sa-
rebbe una buona ragione per negare che l’enunciato italiano “Espero =
Fosforo” costituisca il contenuto di quella sua credenza.)
In generale sembra che non siano gli enunciati a essere veri o falsi (e
necessariamente veri o necessariamente falsi). Ad esempio, “Quello è
Espero”, pronunciato da qualcuno che indica Venere, esprime una ve-
rità necessaria, ma di nuovo non è l’enunciato come tale a essere neces-
sariamente vero. Più precisamente, possiamo dire che gli enunciati co-
me “Espero brilla”, che non hanno bisogno di essere accompagnati da
una indicazione, sono veri o falsi, ma lo sono solo derivativamente e cioè
in quanto è vero o falso ciò che esprimono.
Chiamiamo proposizioni quello che gli enunciati esprimono. In ge-
nerale gli enunciati esprimono proposizioni diverse nelle diverse circo-
stanze in cui sono usati. Sono le proposizioni che sono vere o false, cre-
dute, conosciute, conosciute a priori o a posteriori, necessariamente ve-
re o false, contingenti ecc. (Dobbiamo avvisare il lettore che Kripke non
fa uso di questa terminologia e non parla quasi mai di proposizioni. An-
zi, nella Prefazione a Naming and Necessity e altrove dice di avere il so-
spetto che l’apparato delle proposizioni in certe aree non funzioni pro-
prio. La nozione di proposizione è comunque strumentalmente utile per
formulare la tesi del riferimento diretto. Si osservi che evitiamo di im-
pegnarci su qualunque tesi circa l’esatta natura delle proposizioni.)
Non ha importanza per i nostri scopi che tipo di entità sia una pro-
posizione. È chiaro comunque che dipende dalle parole da cui è com-
posto un enunciato che esso esprima questa o quella proposizione. Se ad
esempio sostituiamo il nome “Espero” col nome “Marte” nell’enuncia-
to “Espero è Fosforo”, ne otteniamo un altro che esprime una proposi-
zione diversa – una proposizione falsa, anzi necessariamente falsa.
Chiamiamo valore semantico il contributo di un’espressione alle pro-
posizioni espresse dagli enunciati in cui essa compare. Il valore semantico
di un enunciato è la proposizione che esprime. Ovviamente gli enunciati
possono occorrere in altri enunciati – come “Espero = Fosforo” occorre
in “Hammurabi credeva che Espero = Fosforo” – e anche in questi casi il
loro valore semantico è una proposizione. (Un punto di terminologia: in-
vece di proposizioni, Frege parlava di pensieri e assegnava a tutte le espres-
sioni due tipi di valori semantici, i significati – Sinn – e i riferimenti.)


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

Ci chiediamo ora: qual è il valore semantico dei nomi propri? Una


volta che Kripke ha dimostrato che non esistono descrizioni definite se-
manticamente rilevanti associate ai nomi propri, sembra che non si pos-
sa più pensare che questi abbiano un significato. Ma allora come dob-
biamo intendere il loro valore semantico? Un modo di rendere precisa e
non metaforica la tesi del riferimento diretto dei nomi propri è quello di
dire che il loro contributo alle proposizioni consiste semplicemente nel lo-
ro riferimento. Se facciamo l’assunzione aggiuntiva, e non troppo im-
pegnativa, che una proposizione sia un oggetto che rispecchia la strut-
tura sintattica degli enunciati che la esprimono, l’enunciato “Espero
brilla” esprimerà allora qualcosa come < Espero, BRILLARE > – una
coppia ordinata formata dal pianeta Venere e dalla proprietà o concet-
to di brillare.
È immediato vedere che tutte e sole le espressioni con lo stesso va-
lore semantico sono intersostituibili in qualunque enunciato salva veri-
tate, senza cioè modificarne il valore di verità. Dire che il valore seman-
tico dei nomi propri è il loro riferimento è dunque equivalente a dire che
due nomi propri co-referenziali qualunque sono intersostituibili salva
veritate. Questo è un secondo modo, equivalente al primo, di formulare
la tesi del riferimento diretto, che non ricorre alla nozione di proposi-
zione. (Il fatto che non faccia ricorso alla nozione di proposizione e sia
equivalente al primo dimostra che nel primo avevamo fatto un uso ben
poco impegnativo delle proposizioni. Data la diffidenza di Kripke nei
confronti di questa nozione, questo è un punto non secondario.)
La tesi per cui i nomi propri co-referenziali sono intersostituibili sal-
va veritate comporta conseguenze a prima vista non proprio pacifiche.
Non è ad esempio scontato che nelle seguenti coppie entrambi i mem-
bri abbiano lo stesso valore di verità:

(a) Carlo crede che Espero brilli.


(b) Carlo crede che Fosforo brilli.

(a) Carlo crede che Espero = Espero.


(b) Carlo crede che Espero = Fosforo.

(a) Vulcano è un pianeta.


(b) Amleto è un pianeta.

(a) Superman vola.


(b)Clark Kent vola.


MARCO SANTAMBROGIO

(a) Mark Twain era interessante.


(b) Samuel Clemens era interessante.

(a)  è evidentemente divisibile per .


(b) CXXXVI è evidentemente divisibile per .

(Si noti che, in (a) e (b) i nomi propri “Amleto” e “Vulcano” sono co-
referenziali in quanto entrambi non hanno nessun riferimento: sono no-
mi vuoti.)
È possibile sostenere che, nonostante le apparenze, gli enunciati
(a)-(a) siano effettivamente equivalenti ai loro corrispettivi (b)-(b),
ma questo richiede comunque una spiegazione aggiuntiva. Non si può
dire dunque che Kripke abbia dimostrato al di là di ogni dubbio la tesi
del riferimento diretto dei nomi propri.

... IL RIFERIMENTO

Se non è una condizione necessaria perché un nome proprio si riferisca


al proprio portatore che il secondo sia l’unico a soddisfare proprietà im-
plicite nel primo, come dobbiamo spiegare il riferimento? Kripke non ha
una teoria vera e propria al riguardo. Propone invece una “immagine” in-
tuitivamente plausibile ma sicuramente incompleta. Come si introduce
un nome proprio, ad esempio di persona, in una comunità di parlanti? Il
caso prototipico è questo. Nasce un bambino e i suoi genitori gli confe-
riscono un nome con una cerimonia di battesimo. Parenti e amici che non
sono presenti vengono a sapere del bambino e del suo nome dai presen-
ti e da altri che ne sono stati informati e così il nome si diffonde progres-
sivamente nella comunità dei parlanti. Per usare in modo competente il
nome non c’è bisogno di nient’altro che di aver sentito usare il nome da
qualcuno con l’intenzione di riferirsi al bambino e di continuare a usarlo
con la stessa intenzione. Si formano così delle catene di usi di un nome,
nelle quali in genere ha effettivamente luogo qualche trasmissione di
informazioni sul portatore del nome, ma è assai difficile distinguere le
informazioni corrette da quelle distorte o peggio. Non sono le informa-
zioni tuttavia che contano. Il riferimento di “Giona”, ad esempio, è qua-
si certamente una figura storica, ma tutto quello che la Bibbia dice di lui
(che fu inghiottito e risputato da un pesce, e così via) è probabilmente fal-
so e impreciso. Non importa: quello che conta è soltanto l’intenzione dei
parlanti di riferirsi allo stesso individuo a cui si riferivano le loro fonti. Se


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

questa intenzione è assente, allora la catena si interrompe (come quando


qualcuno chiama “Napoleone” il proprio cane). Se invece tutti i parlanti
in una catena, non importa quanto lunga, ricevono e ritrasmettono il no-
me con l’intenzione appropriata, il nome conserva il proprio riferimento,
anche in assenza di informazioni condivise.
Tuttavia, esistono indubbi casi di spostamento del riferimento. Ce-
lebre l’esempio proposto da Gareth Evans (in un articolo intitolato The
Causal Theory of Names), il quale ha osservato che “Madagascar” era
originariamente il nome di una regione sulla terraferma del continente
africano, ed è poi diventato il nome dell’isola che noi oggi chiamiamo
così – senza che nessuno sia mai stato consapevole dello spostamento,
fino a un’epoca relativamente recente. Sembra dunque che l’intenzione
di conservare il riferimento non sia sufficiente a tenerlo costante poiché,
nonostante esista una catena di comunicazione per il nome, “Madaga-
scar” non si riferisce più all’originaria regione sulla terraferma. Si può
tuttavia rispondere osservando che ciascun parlante può avere più di
un’intenzione riguardo a ciascun uso di un nome e non è del tutto de-
terminato a quale delle sue intenzioni i successivi utenti del nome devo-
no restare fedeli. È possibile ad esempio che qualche parlante abbia usa-
to “Madagascar” sia con l’intenzione di riferirsi alla regione a cui si rife-
rivano i parlanti dai quali aveva ripreso il nome (e cioè alla regione sulla
terraferma) sia con l’intenzione di riferirsi all’isola, poiché era vittima di
un errore e credeva che si trattasse della stessa cosa. Non è certo impos-
sibile avere contemporaneamente queste due diverse intenzioni referen-
ziali. Ma a quale delle due intenzioni, che sono di fatto incompatibili, de-
vono restare fedeli coloro che apprendono il nome da quel parlante? Se
seguono la seconda delle due intenzioni, la catena di comunicazione non
si interrompe, ma il nome subisce uno spostamento referenziale. (La
possibile presenza di molteplici “intenzioni referenziali” in un unico at-
to di asserzione è stata considerata e discussa da Kripke in un articolo,
Speaker’s Reference and Semantic Reference, , di cui non parleremo,
perché affronta temi certo importanti, ma non immediatamente legati a
quelli che stiamo seguendo.) L’immagine della catena di comunicazione
è a grandi linee convincente, ma richiederebbe di essere sviluppata più
in dettaglio di quanto faccia Kripke.
Si potrebbe sostenere che il significato fregeano, che era stato cac-
ciato dalla porta, rientra dalla finestra attraverso questa immagine: qua-
lunque uso o occorrenza del nome N avrebbe il significato della descri-
zione definita “l’individuo che si trova all’origine della catena causale a


MARCO SANTAMBROGIO

cui appartiene quest’uso del nome”, o più semplicemente “colui a cui in-
tendeva riferirsi l’informatore da cui ho appreso il nome”. Può darsi che
sia così, ma si osservino tre differenze rispetto alle versioni del descritti-
vismo che abbiamo menzionato. In primo luogo il significato così inteso
non spiega la competenza linguistica perché si può usare un nome in mo-
do del tutto corretto anche senza saper nulla della catena attraverso cui
lo si è ricevuto. Frege e Russell invece assegnavano al significato o alle de-
scrizioni associate al nome anche questa funzione esplicativa. In secondo
luogo, il descrittivismo intendeva spiegare la nozione di riferimento: che
un nome si riferisca al suo portatore è spiegato col fatto che quest’ultimo
abbia certe caratteristiche che sono in qualche modo implicite nel nome.
Ma la nozione di catena di comunicazione fa uso essa stessa della nozio-
ne di riferimento, poiché in ciascun uso di un nome che ne fa parte il par-
lante deve aver l’intenzione di riferirsi a ciò a cui si riferiva il suo infor-
matore. Poiché fa uso della nozione di riferimento, la catena non può ser-
vire a spiegare il riferimento dal momento che la spiegazione sarebbe cir-
colare. Infine, mentre il significato secondo il descrittivismo ha impor-
tanti funzioni da svolgere nella semantica degli enunciati come “Un ba-
bilonese ha scoperto che Espero è Fosforo”, “Russell sapeva che Walter
Scott è l’autore di Waverly”, “Qualcuno crede che Cicerone fosse calvo
e Tullio non fosse calvo” e così via, le descrizioni associate alle catene di
comunicazione non possono svolgere queste funzioni.

... I NOMI DI GENERI NATURALI

Riassumiamo brevemente quello che abbiamo scoperto sui nomi propri.


Abbiamo visto che non è vero che i nomi propri si riferiscono ai loro por-
tatori in quanto contengono implicitamente descrizioni che li possono
identificare. Tanto meno sono sinonimi di descrizioni. Invece, l’associa-
zione tra un nome e il suo portatore può avvenire per un atto di battesi-
mo e tale associazione permane per tutti gli usi successivi del nome,
quando il nome si diffonde attraverso la comunità dei parlanti. Qualora
si usi una descrizione per fissare il portatore (e non, ad esempio, un sem-
plice atto di ostensione, del tipo di “Quello è Espero”, accompagnato da
un gesto indicativo), l’associazione tra il nome e la descrizione è provvi-
soria, nel senso che gli utenti successivi possono ignorare la descrizione,
o anche ritenerla falsa, senza per questo perdere il riferimento del nome.
I nomi propri sono designatori rigidi. Di conseguenza le identità vere tra
nomi propri – come “Espero = Fosforo” – sono necessariamente vere.


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

Tutto ciò vale, secondo Kripke, anche per altre espressioni – in par-
ticolare per alcuni “termini generali”, come i nomi di generi e di feno-
meni naturali – tigre, balena, oro, acqua, calore, luce e così via. Nelle tra-
dizionali partizioni grammaticali queste espressioni sono a volte clas-
sificate come “nomi comuni”, ma non sembrano appartenere a un’u-
nica categoria ben definita. Alcuni (come tigre e balena) sono predica-
ti, altri (come oro e acqua) sono nomi-massa, altri ancora (come calore,
luce, suono) non sono né l’una cosa né l’altra. (Gli aspetti metafisici
della posizione di Kripke riguardo ai generi naturali sono discussi nel
CAP. , PAR. ..)
Anche nel loro caso, come in quello dei nomi propri, il riferimento
non è fissato dalle descrizioni associate ai nomi. Anch’essi sono stru-
menti di riferimento diretto. Il riferimento può essere fissato invece sia
da una specie di battesimo in presenza di un campione di individui del
genere in questione – come se qualcuno avesse detto, avvistando un
branco di balene, “Chiamiamo balene quegli animali e tutti quelli suffi-
cientemente simili a loro” – sia mediante una descrizione che però, quan-
do il nome si propaga nella comunità dei parlanti, perde di importanza.
Quello che importa è che il nome balena continuerebbe a riferirsi a que-
gli animali anche qualora si scoprisse che essi non hanno le proprietà che
sono inizialmente servite a identificarli (ciò è successo, ad esempio,
quando si è scoperto che non sono pesci) e anche in circostanze contro-
fattuali, quando si immagina che le balene potrebbero essere molto di-
verse da come sono attualmente.
Si osservi però che non è facile dire in che cosa consista la rigidità
per questi nomi, se non altro perché gli insiemi degli individui che com-
pongono un genere naturale in un mondo sono soggetti a rapidi cam-
biamenti. Tuttavia, il termine generale balena è rigido anche se l’insieme
delle balene che esistono in un mondo possibile in un certo istante è di-
verso da quello delle balene che esistono in un altro mondo o anche nel-
lo stesso mondo in un istante diverso. Anche la varietà delle forme gram-
maticali di queste espressioni – alcune sono nomi comuni, altre predi-
cati o aggettivi – pone qualche problema. E non si pensi di poter defini-
re la rigidità come il riferimento a una proprietà che resta la stessa in tut-
ti i mondi e determina l’estensione, perché in questo caso quasi tutti i
termini risulterebbero rigidi. Anche la proprietà di essere l’unico re di
Francia, ad esempio, è sempre la stessa, ma la descrizione “il re di Fran-
cia” non è un designatore rigido. L’esatta definizione di rigidità per que-
sti nomi, predicati o aggettivi è un problema aperto.


MARCO SANTAMBROGIO

Ad onor del vero, va detto che queste tesi di Kripke non sono com-
pletamente originali. Più o meno negli stessi anni Hilary Putnam (so-
prattutto nell’articolo The Meaning of “Meaning”) era giunto a conclu-
sioni simili anche se con un argomento diverso. Aveva presentato un espe-
rimento mentale che riportiamo qui leggermente modificato. Immaginia-
mo un lontano pianeta o un pianeta in un mondo alternativo in cui tutto
appaia come appare sulla Terra nel mondo attuale. Su questa Terra ge-
mella, e in particolare in un paese chiamato Italia gemella, si parla una lin-
gua apparentemente indistinguibile dall’italiano. Inoltre i fiumi, i laghi e
il mare sono pieni di un liquido, chiamato acqua in italo-gemellese, che è
apparentemente indistinguibile dall’acqua e ha però una diversa compo-
sizione chimica: invece di essere HO è XYZ. Lo stato delle conoscenze
su Terra gemella è però lo stesso che si aveva sulla Terra prima della sco-
perta della chimica moderna. Quello che i gemellesi sanno di quel liqui-
do è quindi esattamente quello che si sapeva da noi dell’acqua verso il
. Ma evidentemente, data la diversa composizione chimica, quel li-
quido non è acqua. Da questo esperimento mentale Putnam trae la con-
clusione che il significato di un termine come acqua (secondo Frege, que-
sto significato è qualcosa che i parlanti competenti sanno dell’acqua) non
può essere ciò che ne fissa il riferimento, perché se lo fosse il riferimento
di acqua da noi e su Terra gemella dovrebbe essere lo stesso. Ma non lo è.
È invece del tutto originale la tesi di Kripke secondo cui gli enun-
ciati come “L’acqua è HO” sono necessari, dal momento che entrambi
i nomi (o predicati) sono rigidi, ma naturalmente anche a posteriori.

... UN ARGOMENTO CONTRO LA NECESSITÀ A POSTERIORI

Le argomentazioni di Kripke sono condotte sempre con maestria e a una


gran quantità di filosofi sono apparse completamente convincenti. Que-
sto non significa che non lascino problemi aperti, che richiedono ap-
profondimenti. Va qui registrata un’obiezione avanzata da diversi auto-
ri (tra cui George W. Fitch in un articolo del , Are There Necessary
A Posteriori Truths?; e cfr. anche il cap.  del secondo volume, The Age
of Meaning, di Philosophical Analysis in the Twentieth Century di Scott
Soames, del ) alla tesi che esistano verità necessarie a posteriori.
(Anche la tesi che esistano verità contingenti a priori è stata molto di-
scussa, ma non ce ne occuperemo.) L’obiezione è basata su un argo-
mento relativamente semplice.


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

() I termini Espero e Fosforo sono designatori rigidi.


() Gli oggetti della conoscenza sono proposizioni.
() Se a e b sono nomi propri rigidi e con lo stesso riferimento, allora gli enun-
ciati a = b e a = a esprimono la stessa proposizione.
() Sappiamo a priori che Espero è Espero.

Dunque:

() Sappiamo a priori che Espero è Fosforo.

Dovrebbe quindi essere possibile venire a sapere che Espero è Fosforo


non solo a posteriori, con osservazioni e calcoli astronomici, ma anche a
priori. Naturalmente la conclusione di questo argomento è fortemente
controintuitiva: sembra proprio che l’astronomia sia una scienza empi-
rica e non si vede come possa essere sostituita da ragionamenti a priori.
Qual è la premessa più debole dell’argomento? Di sicuro la terza, che
equivale all’ipotesi che i nomi propri siano strumenti di riferimento di-
retto e cioè che due nomi propri che hanno lo stesso riferimento diano lo
stesso contributo alle proposizioni espresse dagli enunciati che li conten-
gono. A queste condizioni effettivamente la co-referenzialità dei nomi
“Espero” e “Fosforo” sarebbe sufficiente ad assicurare che “Espero =
Espero” e “Espero = Fosforo” esprimano la stessa proposizione. Ma ab-
biamo visto che la tesi del riferimento diretto dei nomi propri è tutt’al-
tro che certa. Proprio l’implausibilità della conclusione () costituisce
uno degli argomenti più forti contro di essa. Naturalmente anche la pre-
messa () non è affatto pacifica: abbiamo detto che lo stesso Kripke sem-
bra guardare con diffidenza alla nozione di proposizione. Ma a questo
punto dobbiamo prendere in considerazione il lavoro di Kripke sulle at-
tribuzioni di atteggiamenti proposizionali.

.
Il puzzle della credenza
In questa seconda parte esporremo i risultati di un articolo di Kripke, A
Puzzle about Belief (), che affronta lo stesso problema che aveva im-
pegnato Frege nel suo lavoro epocale del , Uber Sinn und Bedeutung,
e che Frege aveva pensato di risolvere con la sua teoria del senso. Kripke
non propone una soluzione alternativa a quella di Frege – anzi, non pro-


MARCO SANTAMBROGIO

pone nessuna soluzione. Il suo contributo principale consiste invece nel-


l’aver messo in evidenza che il problema stesso è ancora mal compreso
ed esiste una vasta area del linguaggio – quella che serve ad attribuire ai
soggetti pensanti stati ed eventi mentali – di cui, per quanto possa ap-
parire sorprendente, non siamo completamente padroni.
Il linguaggio serve, tra mille altre cose, a comunicare informazioni.
Ci sono enunciati molto informativi ed enunciati poco o per nulla
informativi. Le nozioni di verità e di riferimento non sembrano suffi-
cienti a spiegare queste differenze, poiché esistono coppie di enuncia-
ti che sono entrambi veri e che parlano entrambi delle stesse cose (il ri-
ferimento di tutti i termini che vi compaiono è cioè lo stesso) e che tut-
tavia sono diversamente informativi. L’esempio più ovvio è quello, cui
abbiamo già accennato, della coppia di identità “Espero = Espero” e
“Espero = Fosforo”. È evidente che l’informatività della prima iden-
tità è minima, poiché tutti sanno che qualunque oggetto esistente è
identico a sé stesso, mentre la seconda può servire a comunicare un’im-
portante scoperta astronomica e c’è stato un tempo in cui nessuno
avrebbe potuto esserne a conoscenza. Più in generale, è diverso il loro
valore cognitivo, e non solo il loro valore di informatività, poiché la pri-
ma è vera a priori ed è anche analitica (la sua verità dipende unica-
mente dalle proprietà dell’identità) mentre la seconda è vera a poste-
riori. Nemmeno le nozioni modali possono rendere conto delle diffe-
renze di valore cognitivo, poiché sappiamo che il profilo modale di
quelle due identità è lo stesso: come ha mostrato Kripke, sono en-
trambe necessarie.
Che cosa determina i diversi valori cognitivi degli enunciati? La so-
luzione di Frege si trova nella sua nozione di senso, come abbiamo già
accennato. Tutte le componenti di un enunciato, tra cui i nomi propri,
hanno un senso che generalmente (esistono nomi vuoti) ne determina il
riferimento. Il senso complessivo espresso da un enunciato è dato dalla
composizione dei sensi delle sue parti componenti. Frege chiama il sen-
so di un enunciato pensiero. Poiché le due identità suddette sono com-
poste da nomi diversi – una ha “Espero” dove l’altra ha “Fosforo” – che
hanno sensi diversi, il pensiero espresso dalla prima è diverso dal pen-
siero espresso dalla seconda. A questo punto è possibile spiegare la dif-
ferenza di valore cognitivo delle due identità. Quello che va spiegato è
come sia possibile che qualcuno creda che Espero è uguale a Espero sen-
za credere che Espero è uguale a Fosforo. In altri termini, quello che va
spiegato è come dei due enunciati seguenti:


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

() Hammurabi credeva che Espero fosse uguale a Espero.


() Hammurabi credeva che Espero fosse uguale a Fosforo.

il primo possa essere vero e il secondo falso. La spiegazione procede ap-


prossimativamente così. Il verbo credere sta per una relazione e i due re-
lata sono da un lato il soggetto che crede (Hammurabi) e dall’altro il
pensiero espresso dall’enunciato che forma la completiva oggettiva. Il
pensiero, che è il contenuto della credenza, è quindi anche il suo ogget-
to. (Si osservi che questo presuppone una netta distinzione tra l’atto psi-
cologico del pensare e il contenuto dell’atto psicologico: sarebbe ovvia-
mente sbagliato dire che oggetto di una credenza sia il corrispondente
atto psicologico.) Ma poiché i pensieri espressi dalle due completive og-
gettive in () e () sono diversi, spiegare come uno possa essere vero sen-
za che lo sia l’altro non presenta più difficoltà che spiegare la differenza
di valore di verità tra

() Hammurabi abitava a Babilonia.


() Hammurabi abitava a Ninive.

Il trattamento di tutti i verbi che ammettono la stessa costruzione gram-


maticale di credere e reggono completive oggettive – come sapere, desi-
derare, temere, supporre, dire, affermare e così via – è simile. Si tratta di
una classe di verbi importante, perché è con questi verbi che attribuia-
mo stati ed eventi mentali a noi stessi e agli altri. Abbiamo visto che un
altro nome per il pensiero è proposizione. Per questo si dice che questi
verbi esprimono atteggiamenti proposizionali.

... NOMI PROPRI E ATTRIBUZIONI


DI ATTEGGIAMENTI PROPOSIZIONALI

Una volta che si accolga la tesi del riferimento diretto dei nomi propri,
per cui il loro contributo alle proposizioni consisterebbe solo nei loro
portatori (o se anche solo si neghi che abbiano un significato), è chiaro
che la spiegazione di Frege del diverso valore di verità di () e () vien
meno: non c’è nulla che distingua il pensiero o proposizione che Espe-
ro sia Espero da quello che Espero sia Fosforo. Si osservi che il proble-
ma a cui Kripke si trova di fronte è in un certo senso indipendente dal-
la tesi del riferimento diretto: se la tesi fosse vera, allora il valore seman-
tico dei nomi si ridurrebbe al loro riferimento e non ci sarebbe nulla che


MARCO SANTAMBROGIO

distingua quelle due proposizioni; ma anche se la tesi non fosse vera, in


assenza dei significati, o sensi fregeani, si dovrebbe comunque trovare
qualche altra cosa che distingua quelle due proposizioni e il problema si
porrebbe ugualmente. (Si osservi che si potrebbe anche sostenere la te-
si, a prima vista molto controintuitiva, che in realtà le due proposizioni
sono una sola e sapere che Espero è Espero è sapere che Espero è Fo-
sforo. Ma in ogni caso bisognerebbe spiegare perché a noi tutti sembri
che le cose non stiano così.)
L’immagine del linguaggio che emerge da Naming and Necessity è
molto diversa da quella proposta da Frege, il quale aveva ripreso, sia pu-
re con importantissime modifiche, l’idea che fu di Aristotele e di Locke
secondo cui il rapporto tra le parole e il mondo è mediato dai significa-
ti. L’immagine di Naming and Necessity si avvicina invece a quella di
Agostino, che in un celebre passo delle Confessioni afferma: «Quando
[gli adulti] nominavano qualche oggetto e proferendo quella voce face-
vano un gesto verso di esso, li osservavo e ritenevo che la cosa si chia-
masse con il nome che proferivano quando volevano indicarla» (I, ).
Sembra che qui Agostino voglia dire che il significato di un nome, e
probabilmente più in generale di tutte le parole, si esaurisce nell’ogget-
to che è portatore del nome. Gli enunciati poi sono “connessioni di no-
mi”. Se questa è l’immagine che Kripke intende dare, allora non può li-
mitarsi a mostrare che i significati, se pure esistono, non svolgono nes-
sun ruolo semantico nei contesti modali. Deve invece affrontare diret-
tamente gli argomenti, che riguardano i contesti epistemici e cioè le at-
tribuzioni di atteggiamenti proposizionali, per cui Frege aveva conclu-
so che dobbiamo introdurre i significati come mediatori tra i nomi o le
altre parti del discorso e i rispettivi referenti. Questo è lo sfondo su cui
si muove A Puzzle about Belief.

... FREGE E IL PRINCIPIO DI LEIBNIZ

Anche nel caso dei contesti epistemici sembra che ci troviamo di fronte
a una violazione del principio di Leibniz (sul principio, cfr. CAP. , so-
prattutto PAR. ..)

() (∀x)(∀y){x=y → [ϕ(x) → ϕ(y)]}.

Per capire perché sia così, si consideri di nuovo il seguente argomento:


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

() Espero = Fosforo.


() Hammurabi sapeva che Espero = Espero.
() Hammurabi sapeva che Espero = Fosforo.

Se () e () sono veri e () è falso abbiamo un controesempio a (), po-
nendo f(x) come “Hammurabi sapeva che Espero = x”. Questa volta –
si osservi – la violazione del principio di Leibniz coinvolge solo nomi
propri. Una precisazione preliminare. Proprio come gli enunciati mo-
dali, le attribuzioni di atteggiamento proposizionale possono essere di
due tipi. Sono de dicto quando attribuiscono a un soggetto una creden-
za (o un altro atteggiamento proposizionale) nella verità di un dictum
(enunciato o proposizione). Ad esempio () e () sono de dicto. Sono in-
vece de re quando di una cosa dicono che qualcuno ha una credenza (una
conoscenza ecc.) in proposito (la terminologia è di origine medievale).
L’attribuzione “Di Espero, Hammurabi sapeva che è uguale a Fosforo”,
ad esempio, è de re. Qui possiamo sostituire a “Espero” (ma non a “Fo-
sforo”) qualunque altro nome co-referenziale salva veritate. Le attribu-
zioni de re non presentano violazioni del principio di Leibniz. Il proble-
ma di cui ci occupiamo riguarda solo il de dicto.
Ancora una volta l’obiettivo primario di Kripke è di metterci in guar-
dia dal rinunciare con leggerezza al principio di Leibniz. Come primo
passo Kripke mostra che, nonostante le apparenze e un consenso quasi
unanime, la nozione di significato di Frege non risolve il problema rap-
presentato da ()-(). La soluzione di Frege – ripetiamolo – consiste dei
seguenti punti: l’identità del riferimento di “Espero” e “Fosforo” non
comporta l’identità dei loro significati; il significato di “Espero” è di-
verso da quello di “Fosforo”, perché il primo è lo stesso di “la stella del-
la sera” e il secondo è lo stesso di “la stella del mattino”; gli oggetti del-
la conoscenza sono le proposizioni espresse dalla completiva oggettiva
che segue il verbo conoscere; le proposizioni sono composte dai signifi-
cati dei loro componenti sintattici; dunque le proposizioni espresse, ri-
spettivamente, da “Espero = Espero” e da “Espero = Fosforo” sono di-
verse. Di conseguenza si può avere un atteggiamento epistemico verso la
prima identità senza averlo verso la seconda. Il principio di Leibniz non
è violato perché le occorrenze di “Espero” e “Fosforo” in () hanno un
valore semantico diverso dalle occorrenze degli stessi nomi in ()-(): nel
primo caso il contributo che danno alla proposizione è il loro comune
riferimento; nel secondo sono i rispettivi significati. Ma si tratta di una
soluzione convincente? Alcune varianti degli argomenti che abbiamo già
incontrato in Naming and Necessity la mettono in discussione.


MARCO SANTAMBROGIO

Ad esempio, il caso degli enunciati () e () è molto particolare e non


si presta a una generalizzazione. Esistono infatti coppie di nomi co-refe-
renziali, come “Cicerone” e “Tullio”, “Ceylon” e “Sri Lanka”, che non
sono intersostituibili salva veritate più di quanto lo siano “Espero” e
“Fosforo”, senza che la comunità linguistica associ loro descrizioni de-
finite distinte (vuoi perché, come nel primo caso, la maggior parte dei
parlanti non è in grado di associare ai nomi niente di definito, vuoi per-
ché, qualunque cosa sia la sinonimia, i due nomi sono pienamente sino-
nimi). La differenza di significato non è dunque condizione necessaria
della non-sostituibilità. Si potrebbe tentare di rispondere che forse i no-
mi non sono pubblicamente associati a descrizioni definite, ma ogni par-
lante associa a ciascun nome, su cui abbia competenza, una propria de-
scrizione, un proprio significato. Ma in questo caso non si capirebbe più
come possa risultare vero un enunciato come “Molti ignorano che Cice-
rone è Tullio”: non ci sarebbe un unico fatto o un’unica proposizione a
cui si riferisce la completiva “che Cicerone è Tullio”, poiché alcuni la
userebbero per esprimere una proposizione (ad esempio, che colui che
denunciò Catilina è identico all’autore del De Fato) mentre altri la use-
rebbero per esprimerne un’altra.

... ALCUNI PRINCIPI INTUITIVI SULLE ATTRIBUZIONI DI CREDENZA

Dovremmo allora, quando entriamo nella regione delle attribuzioni di


atteggiamenti proposizionali, lasciar cadere il principio di Leibniz, che
pure vale in tutte le altre regioni del linguaggio (modalità compresa)?
L’argomento di A Puzzle about Belief mostra che, se assumere il princi-
pio di Leibniz porta a contraddizioni, come si vede da ()-(), alle stesse
contraddizioni si arriva anche senza assumerlo. Sarebbe dunque vano
pensare di risolvere il problema rinunciando al principio: in tutta quel-
la regione del linguaggio sono presenti oscurità che per il momento non
siamo ancora in grado di risolvere.
Cominciamo con alcuni principi apparentemente ovvi che riguarda-
no le condizioni di verità delle attribuzioni di credenza a una persona.
Tipicamente, tali attribuzioni fanno seguito a un comportamento o lo an-
ticipano. Tra i comportamenti rilevanti, quelli linguistici sono sicura-
mente i più significativi. Quando ad esempio affermiamo che p, o diamo
il nostro assenso a qualcuno che afferma che p – dove “p” è un qualun-
que enunciato –, rappresentiamo noi stessi come qualcuno che crede la
proposizione espressa da “p”. Se tutto va bene – se cioè siamo sinceri, se


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

sappiamo quel che diciamo, se abbiamo riflettuto prima di parlare, se


non stiamo raccontando una storia né stiamo compiendo atti linguistici
diversi da un’affermazione – allora in effetti crediamo quello che dicia-
mo. Inversamente, se crediamo qualcosa, allora a certe condizioni (ad
esempio se non siamo reticenti, per qualche ragione) siamo anche di-
sposti ad affermare un enunciato che esprime quella cosa. Poiché non
essere reticenti è essere disposti a dire quello che si crede, ed essere sin-
ceri è credere quello che si dice, tutto ciò sembra indubitabile e quasi
tautologico. Riformuliamolo sotto forma di due principi, di diversa for-
za. Diciamo che si accetta un enunciato quando si è disposti ad affer-
marlo o ad assentire qualora altri lo affermino.

Principio di decitazione debole. Se A, un parlante italiano che a) sia competente,


b) abbia adeguatamente riflettuto, c) sia sincero, non ironico, non parli per fin-
ta ecc., accetta “p” – un qualunque enunciato privo di indicali, pronomi e am-
biguità – allora A crede che p.

Principio di decitazione forte. A, un parlante italiano che a) sia competente, b)


abbia adeguatamente riflettuto, c) sia sincero, non ironico, non parli per finta,
ecc., e d) non sia reticente, accetta “p” – un qualunque enunciato privo di indi-
cali, pronomi e ambiguità – se e solo se A crede che p.

Si osservi che se un parlante A, competente ecc., accetta un enunciato


negativo, non p e se inoltre A è minimamente razionale, cioè non crede
ovvie contraddizioni (ad esempio, non gli capita di credere che “Marte
ha due lune” e al tempo stesso che “Marte non ha due lune”) allora pos-
siamo concludere solo sulla base del principio debole che A non crede
che p. Ma dal fatto che A non accetti “p” non possiamo concludere da
questo stesso principio che A non creda che p. Per concluderlo, abbia-
mo bisogno del principio forte. Non si confondano le cose seguenti: ()
A crede che p, () A crede che non-p, () A non crede che p, () A non
crede che non-p, () A sospende la credenza che p (cioè né crede che p
né crede che non-p).
Si noti anche che questi principi ci consentono di attribuire creden-
ze a una persona per mezzo di un enunciato italiano solo nel caso in cui
quella persona parli italiano. Per attribuirle credenze qualora parli (so-
lo) qualche altra lingua, dobbiamo tradurre. La traduzione è un proce-
dimento complicato e non è facile, né forse possibile, formulare princi-
pi rigorosi per stabilire quando una traduzione è corretta, ma il minimo
che si possa chiedere a una traduzione è il rispetto del seguente:


MARCO SANTAMBROGIO

Principio di traduzione. Per ogni coppia di linguaggi L e L', se un enunciato è


vero in L allora la sua traduzione in L' è vera in L'.

Per essere precisi, dovremmo formulare tanti principi di decitazione


quante sono le lingue. Infatti ciascuno di questi principi ci permette di
passare da un enunciato in una data lingua accettato da un parlante a
un altro enunciato della stessa lingua che attribuisce a quel parlante una
credenza e/o viceversa. Ma a rigore non ci è consentito di attribuire ad
esempio in italiano una credenza a un parlante che non sia competen-
te dell’italiano, sulla sola base degli enunciati che egli accetta apparte-
nenti alla sua lingua. Per farlo dobbiamo prima applicare un principio
di decitazione formulato per la sua lingua e ottenere un enunciato del-
la stessa lingua che gli attribuisce una credenza e poi tradurre in italia-
no quella attribuzione di credenza. Il principio di traduzione ci assi-
cura che la traduzione è vera se lo è l’originale. Ad esempio, suppo-
niamo che Pierre, un parlante competente del francese, accetti “Dieu
existe”. Allora per il principio di decitazione debole per il francese
concludiamo, in francese, “Pierre croit que Dieu existe”. Da qui, per
il principio di traduzione, concludiamo che anche “Pierre crede che
Dio esista” è vero.

... UNA CONTRADDIZIONE GENERATA DAL PRINCIPIO DI LEIBNIZ?

Usando questi principi così saldi, si vede facilmente che il principio di


Leibniz porta a conclusioni contraddittorie. Supponiamo che Jones sia
razionale e che accetti l’enunciato “Cicerone era calvo” e, poiché non sa
che Tullio e Cicerone erano la stessa persona, anche “Tullio non era cal-
vo”. Ora ragioniamo così:

() Jones è razionale. (assunzione)


() Jones accetta Cicerone era calvo. (assunzione)
() Jones accetta Tullio non era calvo. (assunzione)
() Jones crede che Cicerone fosse calvo. (principio di decitazione debole)
() Jones crede che Tullio non fosse calvo. (principio di decitazione debole)
() Jones crede che Cicerone non fosse calvo. (da () per il principio di Leibniz)
() Jones crede che Cicerone fosse calvo e Jones crede che Cicerone non fosse
calvo.
() Jones ha credenze contraddittorie.
() Jones è irrazionale.
() Contraddizione.


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

Oppure anche così:

() Jones accetta Cicerone era calvo. (assunzione)


() Jones non accetta Tullio era calvo. (assunzione)
() Jones crede che Cicerone fosse calvo. (principio di decitazione debole)
() Jones non crede che Tullio fosse calvo. (principio di decitazione forte)
() Jones non crede che Cicerone fosse calvo. (principio di Leibniz)
() Contraddizione. (da () e ())

La differenza tra le due derivazioni sta nel fatto che nel primo caso è
Jones che ha credenze contraddittorie, contro l’ipotesi che fosse razio-
nale. Nel secondo caso non abbiamo bisogno di assumere la raziona-
lità di Jones: siamo noi questa volta che ci troviamo ad affermare una
contraddizione.
Sembra che la conclusione da trarre sia che il principio di Leibniz
vada rifiutato oppure che avessero ragione Frege e Russell, per i quali
entrambe le derivazioni sono invalide. Infatti entrambi direbbero che
non possiamo sostituire Cicerone con Tullio a meno che non attribuiamo
a entrambi lo stesso senso che Jones attribuisce ai due nomi. Ma è chia-
ro che Jones attribuirà ad almeno uno di essi un senso diverso. Natural-
mente Frege, che non aveva dubbi sulla validità del principio di Leibniz,
considerava un punto forte della sua teoria del senso il fatto che questa
consentisse di tenerlo fermo.
Dunque, dopo aver visto che esistono ragioni per dubitare della teo-
ria di Frege e Russell, sembra che non resti altra soluzione che respinge-
re il principio di Leibniz. Questa soluzione tuttavia sarebbe affrettata
perché può darsi che l’origine di tutte le nostre difficoltà non stia affat-
to nel principio. Infatti alle stesse conclusioni inaccettabili delle due de-
rivazioni precedenti possiamo arrivare anche senza usarlo affatto e usan-
do invece i principi di decitazione e quello di traduzione, pur tanto in-
dubitabili, almeno all’apparenza.

... IL PUZZLE DELLA CREDENZA

Consideriamo il caso di Pierre, un francese che in gioventù parla solo


francese, che legge sui libri di scuola e sente da altre fonti di informa-
zione, tutte in francese, l’affermazione “Londres est une jolie ville”. Pier-
re si convince (perché non dovrebbe?) che quell’affermazione sia vera e
l’accetta. In francese, per il principio di decitazione debole, noi possia-


MARCO SANTAMBROGIO

mo attribuirgli una credenza così: “Pierre croit que Londres est une jo-
lie ville”. Poiché questo enunciato è vero, sarà vero anche quello che co-
stituisce la sua traduzione in italiano, per il principio della traduzione:
“Pierre crede che Londra sia una bella città”.
Seconda parte della storia. A un certo punto della sua vita, Pierre
emigra e va a stabilirsi a Londra, in un quartiere particolarmente brutto,
da cui non esce mai per avventurarsi in altre parti della città. Impara an-
che l’inglese, ma per immersione, senza mai avere occasione di fare tra-
duzioni in o dal francese. Come i suoi vicini, Pierre si convince della ve-
rità dell’enunciato inglese “London is not pretty”, che accetta, mentre
non è disposto ad assentire alla sua negazione. Di nuovo noi attribuiamo
a Pierre una credenza, in inglese: “Pierre believes that London is not
pretty”, e poi in italiano: “Pierre crede che Londra non sia una bella
città”. Se invece del principio di decitazione debole usassimo quello for-
te, potremmo arrivare alla conclusione: “Pierre non crede che Londra
sia una bella città”. In un caso abbiamo una contraddizione di Pierre,
contro l’ipotesi che Pierre sia razionale, nell’altro la contraddizione sta
addirittura nella nostra attribuzione di credenze a Pierre.
L’esempio richiede qualche commento per evitare facili vie d’uscita.
Innanzitutto occorre mostrare che Pierre è un parlante competente sia
del francese, sia (in un secondo momento) dell’inglese. E questo è sem-
plice: è chiaramente possibile essere competenti in entrambe le lingue
senza padroneggiare la traduzione dall’una all’altra. (Analogamente, è
possibile essere perfettamente competenti nell’uso di ciascuno di due si-
nonimi, come spigola e branzino, senza rendersi conto che sono sinoni-
mi.) In secondo luogo, bisogna dimostrare che Pierre nella seconda par-
te della storia non ha cambiato idea e non ha rinunciato a nessuna delle
credenze che aveva nel suo periodo francese. Anche su questo punto
Kripke è molto convincente. Si osservi che l’esempio di Pierre si presta
a varie generalizzazioni. Ad esempio, non è essenziale che Pierre parli
due lingue diverse: il problema resterebbe lo stesso se Pierre parlasse
una sola lingua in cui esistono due nomi propri per la stessa cosa per la
quale la lingua in cui gli attribuiamo credenze ne ha uno solo.
Che conclusioni si devono trarre dall’esempio di Pierre? Poiché le
contraddizioni sono state ottenute senza far uso del principio di Leib-
niz, è chiaro che sono le altre assunzioni di cui si è fatto uso che devono
essere respinte o limitate in qualche modo. Una via che alcuni – non
Kripke – hanno deciso di seguire è stata di rifiutare la versione forte del
principio di decitazione e di modificare il requisito della razionalità (che


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

era stato assunto nella forma: un soggetto è razionale se e solo se per nes-
suna proposizione p, il soggetto crede che p e al tempo stesso che non-p).
Altri hanno cercato in qualche modo di ritornare a una prospettiva fre-
geana. Sembra tuttavia di capire che Kripke sia convinto che il proble-
ma vada più in profondità e coinvolga le stesse nozioni di proposizione
e di valore semantico.

Ritorniamo a Jones, che assente a “Cicerone era calvo” e a “Tullio non era cal-
vo”. I filosofi, usando il principio decitazionale, hanno concluso che Jones cre-
deva che Cicerone fosse calvo ma che Tullio non lo fosse. Quindi, hanno con-
cluso, dato che Jones non ha credenze contraddittorie, che i contesti di creden-
za non sono “shakespeariani” nel senso di Geach: i nomi propri codesignativi
non sono intercambiabili salva veritate in quei contesti.
Io penso che il rompicapo su Pierre mostri che la semplice conclusione era
ingiustificata [...].
È sbagliato imputare alla sostitutività le conclusioni spiacevoli a proposito
di Jones. La ragione non risiede in una specifica fallacia nell’argomento, ma piut-
tosto nella natura del territorio in cui si è entrati.

E ancora:

Quando entriamo nell’area esemplificata da Jones e da Pierre, entriamo in un’a-


rea dove le nostre normali pratiche di interpretazione e di attribuzione di cre-
denza sono soggette al massimo possibile di tensione, forse fino al punto di rot-
tura. Ed è così anche per la nozione del contenuto dell’asserzione di qualcuno,
la proposizione che essa esprime. Allo stadio attuale della nostra conoscenza,
penso che sarebbe folle trarre qualsiasi conclusione, positiva o negativa che sia,
sulla sostitutività (A Puzzle about Belief, trad. it. pp. -).

.
Kripke e Wittgenstein
Come Russell, Quine e pochi altri, Kripke riesce a vedere che la solu-
zione di un problema filosofico di vasta portata spesso dipende dalla
chiarezza con cui si guardano i fatti in un’area molto circoscritta. Ab-
biamo visto, per esempio, come Kripke abbia fatto chiarezza sul com-
portamento dei nomi propri e abbia trasformato così le concezioni cor-
renti sulla modalità, l’a priori e molto altro. Nella monografia Wittgen-
stein on Rules and Private Language (), ci mostra come il conflitto tra


MARCO SANTAMBROGIO

due concezioni del significato linguistico si decida forse su pochi passi


delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein che presentano, a suo modo di
vedere, una nuova forma di scetticismo, paragonabile a quello di David
Hume sulla causalità e l’induzione. «Personalmente – afferma Kripke –
sono incline a ritenerlo il problema scettico più radicale e originale che
abbia conosciuto fino ad oggi la filosofia» (Wittgenstein on Rules, trad.
it. p. ).
Non deve stupire che Kripke abbia studiato a fondo Wittgenstein.
L’immagine del linguaggio che emerge da Naming and Necessity è evi-
dentemente molto diversa da quella di Frege, che attribuisce a ogni
espressione un doppio valore semantico – riferimento e significato – e
ha invece qualche somiglianza con quella suggerita da Agostino, a cui ab-
biamo già accennato. Sembra però che Kripke continui ad ammettere
con Frege che la nozione di verità è comunque centrale e il significato di
un enunciato sta nelle sue condizioni di verità. Le Ricerche filosofiche di
Wittgenstein si aprono con una critica della concezione agostiniana del
linguaggio. Ma l’obiettivo generale è di mettere in discussione proprio la
centralità della nozione di verità che il Tractatus logico-philosophicus ave-
va ripreso da Frege e di sostituire le condizioni di verità con le condi-
zioni di asseribilità.
Secondo Kripke, il paradosso attorno al quale sono organizzate le
parti centrali delle Ricerche è un argomento con cui un immaginario fi-
losofo scettico cerca di mostrare che non esiste nessun fatto che possa
stabilire che cosa intenda un parlante che usa una qualunque espressio-
ne. Dunque, se il significato stesse nelle condizioni di verità, enunciati
come “Il Tal dei Tali con la tal parola intende la tal cosa” non avrebbe-
ro significato e comunque non ammetterebbero una semantica parago-
nabile a quella che Alfred Tarski e lo stesso Kripke hanno contribuito a
formulare per i linguaggi formali.
Si è molto discusso se l’interpretazione di Kripke delle Ricerche sia
corretta, ma nessuno dubita che il problema sia in sé interessante. Per
mettere da parte la questione esegetica, qualcuno ha proposto di attri-
buire il problema a un fittizio Kripkenstein e con questo nome esso è di-
venuto noto. Una formulazione sintetica e alquanto oscura del proble-
ma si trova al §  delle Ricerche: «Il nostro paradosso era questo: una
regola non può determinare alcun modo d’agire, poiché qualsiasi modo
d’agire può essere messo d’accordo con la regola». Il primo obiettivo di
Kripke è di chiarire il senso di questo passo.


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

... CHE COSA VUOL DIRE IL SEGNO “+”?

Consideriamo un semplice problema matematico: trovare la somma di


due numeri interi. Sappiamo che operazione è l’addizione e abbiamo im-
parato le regole per eseguire le somme. Abbiamo l’impressione di esse-
re guidati da quelle regole, le quali vanno al di là di tutte le applicazioni
che ne abbiamo fatto. Infatti non possiamo avere eseguito più di un nu-
mero finito di somme, poiché siamo esseri finiti, ma le regole determi-
nano le nostre risposte anche per tutte quelle somme che non abbiamo
mai eseguito. O almeno così ci sembra.
Prendiamo allora due numeri mai sommati in passato. Di sicuro ne
esistono. Supponiamo che  e  siano i più piccoli di tali numeri. Cal-
coliamo e otteniamo il risultato . Ecco ora la sfida dello scettico:

Non metto in discussione – dice – le vostre capacità matematiche né che +


dia in effetti . Dubito invece che le regole che ora seguite per ottenere il ri-
sultato siano le stesse che avete seguito in passato per eseguire le somme. Se se-
guiste quelle regole, ora dovreste ottenere , invece di . Infatti tutte le volte
che avete calcolato n + m, per n e m minori di  e , voi col segno + avete in-
teso non l’operazione che ora chiamate somma, ma una operazione diversa, la
vuomma, che è in tutto uguale alla somma tranne per il fatto che per gli argo-
menti  e  dà appunto come risultato . Avete operato un cambiamento nel
significato attribuito al segno + e non ve ne siete resi conto. Ora credete di con-
tinuare a fare quello che avete fatto in passato, ma si tratta solo di un’impres-
sione. Forse siete sotto l’influsso di una droga. Comunque non riuscirete a por-
tare nessuna evidenza a favore della vostra impressione che l’operazione che sta-
te applicando in questo nuovo caso sia la stessa che avete applicato in passato
ad argomenti diversi.

La sfida dello scettico parte dal fatto che, appunto, noi non abbiamo mai
preso in considerazione, per sommarli, i due particolari numeri  e ,
e non c’è dubbio che esista un’infinità di funzioni che coincidono con la
somma per tutti gli argomenti considerati (che sono in numero finito) e
ne divergono sugli argomenti non considerati, proprio come esistono in-
finiti modi diversi, e non uno solo, di proseguire la sequenza , , ,  o
qualunque altra sequenza finita. Così, i risultati che abbiamo ottenuto in
passato sono certamente compatibili sia con le regole della somma, sia
con quelle della vuomma, che potrebbe essere definita ad esempio così:

x ⊕ y = x + y, se x, y < 
= , altrimenti.


MARCO SANTAMBROGIO

In passato, dice lo scettico, abbiamo sempre calcolato la funzione ⊕. Ora


stiamo inavvertitamente confondendo il significato del segno + con quel-
lo del segno ⊕ e crediamo di seguire le stesse regole che abbiamo sem-
pre seguito. Ma ci sbagliamo.
Dire che ci sentiamo guidati dalle regole per l’addizione sembra vo-
ler dire che queste regole contengono “implicitamente” istruzioni per
calcolare il valore della funzione di somma anche per gli argomenti che
non abbiamo mai considerato. Questo è precisamente quello che lo scet-
tico mette in dubbio: le regole non contengono istruzioni implicite. Ogni
nuova applicazione di una regola – sostiene – è come un arbitrario salto
nel buio: quello che abbiamo fatto in passato non determina affatto quel-
lo che faremo.
Naturalmente il caso della somma e della vuomma è solo un esem-
pio. La sfida dello scettico riguarda qualunque parola. Ad esempio, per
fissare il significato della parola “verde” qualcuno in passato avrebbe po-
tuto mostrarci semplicemente un campione di quel colore. Ma come
avremmo dovuto interpretare le intenzioni di quel tale e quella sua di-
mostrazione? Forse costui voleva dirci di applicare “verde” alle cose che
avevano quel colore allora e a quelle che ora ne hanno uno diverso (ad
esempio, sono blu). O forse intendeva dirci di applicarlo solo a quelle
che hanno quel colore in qualunque momento. Nel primo caso, per re-
stare fedeli all’istruzione che ci è stata data, ora dovremmo considerare
verde il cielo e non l’erba. Evidentemente la semplice esibizione del cam-
pione di colore non bastava a distinguere i diversi modi di intendere la
parola. E se qualcuno pensasse che quella esibizione avrebbe potuto es-
sere accompagnata da qualche spiegazione verbale e tutto sarebbe risul-
tato chiaro, le considerazioni qui sopra riguardo alle regole che defini-
scono l’addizione dovrebbero bastare a farlo ricredere.
Kripke formula il problema sollevato dallo scettico in modo che ri-
sulti chiaro che si tratta dello stesso problema dell’argomento wittgen-
steiniano del “linguaggio privato”, che è centrale anche nelle Osserva-
zioni sui fondamenti della matematica (I, § ). Ma sottolinea anche la so-
miglianza col “nuovo enigma sull’induzione” di Nelson Goodman, che
riguarda la differenza tra predicati come “verde” e “blerde” (un ogget-
to è blerde se è verde ed esaminato prima di un istante t, oppure se è
blu ed è esaminato dopo t), e con la “indeterminatezza della traduzio-
ne” e la “imperscrutabilità del riferimento” di Quine (si vedano, ri-
spettivamente, Fact, Fiction, and Forecast di Goodman, e Word and
Object di Quine). Sembra chiaro che se avesse ragione lo scettico e dav-


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

vero non ci fosse modo di distinguere l’intenzione di significare una co-


sa da quella di significarne un’altra, sarebbe impossibile parlare di si-
gnificato e di intenzioni.

... COME RISPONDERE ALLO SCETTICO?

Come possiamo rispondere allo scettico e mostrargli che si sbaglia? Una


risposta dovrebbe soddisfare due condizioni. Il primo luogo si dovreb-
be trovare qualche dato di fatto costante nel tempo che riguardi ugual-
mente gli stati mentali passati e quelli presenti di un parlante e costitui-
sca il suo voler significare la somma e non la vuomma col segno “+”. Lo
scettico sostiene che fatti del genere non esistono: persino Dio, se esa-
minasse la mente di un parlante, non vi troverebbe niente che distingua
le due cose. In secondo luogo si dovrebbe mostrare che  è il risultato
corretto che avrei dovuto ottenere in passato se avessi calcolato + e
che devo ottenere anche ora.
Rispondergli è più difficile di quel che sembri. Non si può ricorrere
a qualche presunta differenza di principio tra la regola che definisce l’ad-
dizione e la semplice istruzione di aggiungere nuove e simili applicazio-
ni a un insieme finito di esempi dati – come nel caso in cui venga richie-
sto di proseguire nello stesso modo la serie , , , . Nella sua forma più
primitiva, la regola per l’addizione dice: “Per sommare due numeri n e
m, metti da una parte un mucchio di n palline e dall’altra uno di m pal-
line. Poi riuniscili e conta le palline del mucchio così ottenuto. Il risul-
tato è n+m”. Non c’è una differenza di principio tra questa regola e gli
algoritmi che usiamo in pratica. Ma non c’è differenza nemmeno tra que-
sta regola e l’istruzione di proseguire nello stesso modo una serie finita.
La regola usa infatti il termine contare. Ma come nel caso della somma,
in passato abbiamo contato solo in un numero finito di casi. E lo scetti-
co può sfidarci a dimostrare che in passato a quello stesso termine non
abbiamo inteso dare un significato anomalo (come è anomalo il signifi-
cato di ⊕ attribuito al segno +). Se “contassimo” come abbiamo fatto in
passato – sostiene lo scettico – conteremmo  palline nel mucchio for-
mato da  e . Una volta che ha attribuito un significato anomalo a un
termine, almeno nel suo uso passato, lo scettico può continuare a fare la
stessa cosa ai termini usati per definire il primo. Poiché non si può re-
gredire all’infinito nelle definizioni, a un certo punto si tratterà di dare
una nuova applicazione a un termine non definito nello stesso modo che
nei casi passati, che sono in numero finito. E non c’è nulla che ci guidi.


MARCO SANTAMBROGIO

Potremmo tentare di rispondere allo scettico che, anche se non c’è


nulla di attuale nella mente dei parlanti che distingua per ciascun termine
il significato inteso dal significato anomalo, le loro disposizioni possono fa-
re la differenza. Non abbiamo mai calcolato in passato  + , ma abbia-
mo sempre avuto una disposizione a rispondere “” se qualcuno ci aves-
se posto il problema e questo sarebbe sufficiente a dimostrare che inten-
devamo la somma e non la vuomma. Sfortunatamente questa risposta non
funziona. In primo luogo, non solo le somme che abbiamo eseguito in pas-
sato sono in numero finito, ma sono finite anche le nostre disposizioni e di
sicuro esistono numeri di cui non abbiamo nessuna disposizione a fornire
la somma. Lo scettico potrebbe semplicemente prendere, invece di  e
, altri due numeri. Inoltre, tutti noi abbiamo una disposizione a com-
mettere errori, che risultano tali solo in quanto si discostano dai risultati
corretti dell’operazione che intendiamo. Ma se sono le nostre disposizioni
a stabilire quale operazione intendiamo e quali risultati siano corretti, non
possiamo distinguere le disposizioni corrette da quelle erronee.
Si potrebbe tentare di respingere queste obiezioni chiedendo: se un
computer può eseguire addizioni, come può un essere umano avere la li-
bertà che suppone lo scettico, per cui ogni nuova applicazione è in so-
stanza un arbitrario salto nel buio? La risposta di Kripke è che se si con-
sidera un computer come un oggetto fisico, anch’esso è soggetto a com-
mettere errori – ad esempio a rompersi o a bruciarsi per calcoli troppo
lunghi. Se vogliamo invece dire che a eseguire le addizioni è il program-
ma, inteso come l’insieme di istruzioni che il computer esegue, allora è
chiaro che non c’è nessuna differenza rispetto alle regole che definisco-
no la somma (come quelle in termini di mucchi di palline) che lo scetti-
co interpreta nel suo modo anomalo.
L’obiezione più generale e decisiva alla proposta di soluzione in ter-
mini di disposizioni è che per poter dire che le regole determinano il si-
gnificato e guidano le intenzioni del parlante, le regole dovrebbero sta-
re in una relazione normativa e non solo descrittiva con le applicazioni
future di un termine o di un’operazione. Ma la presenza di una mera di-
sposizione non è sufficiente a giustificare come corretta una risposta, a
stabilire cioè che non solo è la risposta che diamo di fatto, ma anche quel-
la che dovremmo dare. Secondo lo scettico, la risposta “” era arbitra-
ria e non era giustificata da tutto ciò che era accaduto in passato. La pre-
senza di disposizioni non cambia le cose.
Ugualmente impercorribili sono altri tentativi di risposta allo scetti-
co, che fanno appello a una presunta maggiore semplicità della risposta


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

“” rispetto a “”, o a una presunta esperienza immediata e irriducibile


che ci direbbe che la prima risposta e non la seconda è quella corretta.
Insomma, Wittgenstein ha inventato una nuova forma di scettici-
smo. Sembra che si tratti di una dimostrazione del fatto che qualunque
linguaggio e la formazione di qualunque concetto sono impossibili. Ol-
tre alla somiglianza cui abbiamo accennato con gli argomenti di due fi-
losofi del Novecento – Goodman e Quine – Kripke insiste su quella con
lo scetticismo classico di Hume. Come Hume mette in discussione il nes-
so causale e quello induttivo tra gli eventi passati e quelli futuri, così
Wittgenstein mette in discussione il nesso tra le “intenzioni” e i “signifi-
cati” del passato e quelli futuri.

... LA SOLUZIONE DI WITTGENSTEIN

Wittgenstein ritiene di aver dato una soluzione al problema scettico.


Questa – secondo la ricostruzione di Kripke – non consiste però nell’in-
dicare qualche fatto che riguarda la mente a cui nessuno aveva pensato
e che servirebbe a distinguere il significato di + da quello di ⊕. Proprio
come nel caso di Hume, si tratta invece di una “soluzione scettica” che
parte dall’ammissione che ai dubbi dello scettico non c’è risposta. E pro-
prio come Hume, per il quale i nostri giudizi causali non trovano giusti-
ficazione nei soli eventi che chiamiamo “causa” ed “effetto” e sono in-
vece giustificati da qualche altra cosa che è esterna a quegli eventi – la
nostra “abitudine” – così anche Wittgenstein pensa che gli enunciati che
attribuiscono significati e intenzioni non corrispondono a nessun fatto
che riguardi solo la mente dei singoli individui, presi in isolamento.
In generale, non dobbiamo pensare che la verità di un enunciato con-
sista nella sua corrispondenza con un fatto. Abbiamo già visto che questa
era l’immagine delineata dal Tractatus. La discussione sul paradosso si
iscrive in una critica generale che Wittgenstein rivolge alla prospettiva
che egli stesso aveva difeso in precedenza, secondo cui, appunto, il signi-
ficato di un enunciato consiste nelle sue condizioni di verità – ciò che de-
ve valere nel mondo perché l’enunciato sia vero. (Questa è la prospettiva
in cui si muove ancor oggi buona parte della semantica formale.) L’im-
magine del linguaggio suggerita da Wittgenstein nelle Ricerche è invece
basata non sulle condizioni di verità bensì su quelle di asseribilità o di giu-
stificazione. Alla domanda del Tractatus “Che cosa deve valere perché
questo enunciato sia vero?” vanno sostituite altre due domande: “In qua-
li condizioni può questa forma verbale essere asserita o rifiutata con pro-


MARCO SANTAMBROGIO

prietà?” e “Qual è il ruolo e l’utilità per le nostre vite della pratica di as-
serire o rifiutare quella forma verbale in certe condizioni?”.
Guardiamo come sono usate le parole e che cosa accade quando
qualcuno risponde “” alla domanda “Quanto fa  + ?” (C’è qual-
cosa che accomuna Wittgenstein e Kripke: entrambi pensano che prima
di costruire teorie il filosofo debba fare chiarezza su quello che osserva.)
Nessun adulto ha esitazioni sulle somme più semplici. «Tutto il punto
dell’argomento scettico è qui: alla fine raggiungiamo uno stadio dove
agiamo senza alcuna ragione in base alla quale poter giustificare il nostro
agire. Agiamo senza esitare ma ciecamente» (Wittgenstein on Rules, trad.
it. p. ). È come quando alla serie , , , , aggiungiamo : abbiamo
un’inclinazione a rispondere in un certo modo e ci sentiamo sicuri che
sia il modo giusto.
Se ci limitiamo a considerare una sola persona isolatamente, questo
è tutto quello che possiamo dire. Non abbiamo elementi per dire che
avrebbe dovuto rispondere “” invece di “” né viceversa. Possiamo
solo dire che gli è consentito di applicare la regola nel modo che gli sem-
bra naturale. Ma ovviamente non è questa l’idea che abbiamo del segui-
re una regola. Quando diciamo di seguire una regola possiamo com-
mettere errori e veniamo corretti. Se qualcuno risponde a caso o è sotto
l’influsso di una droga, gli si dice che non segue la regola o che vien me-
no a un vincolo costituito dalle sue precedenti intenzioni. Tutto ciò ri-
chiede però che si allarghi lo sguardo e si guardi all’interazione tra un in-
dividuo e l’intera comunità dei parlanti. Per esempio: un bambino che
sta imparando le addizioni proverà dapprima con numeri piccoli e poi,
progressivamente e non senza errori, con numeri sempre più grandi. A
che punto il maestro penserà che, errori a parte, abbia afferrato la rego-
la? Quando il bambino darà le stesse risposte che darebbe lui e seguirà
le stesse procedure che segue lui. Lo stesso vale per chiunque altro. Ana-
logamente, quali sono le condizioni di asseribilità (non le condizioni di
verità) per un enunciato come “Il Tal dei Tali con ‘+’ intende l’addizio-
ne”? Non conta che lo stesso Tal dei Tali ci assicuri che quello è ciò che
intende. Conta invece che in un numero sufficiente di casi particolari le
sue risposte e le procedure che segue siano le stesse degli altri e i suoi
eventuali errori non siano troppo bizzarri e incomprensibili. Natural-
mente quell’enunciato è asseribile solo provvisoriamente ed è soggetto a
correzioni.
Il parallelo con Hume è illuminante. Si dice abitualmente: “Se gli
eventi di tipo A causano eventi di tipo B, e se ha avuto luogo un evento


. RIFERIMENTO, CREDENZE, REGOLE

e di tipo A, allora deve seguire un evento e' di tipo B”. Sembra che que-
sto condizionale ci impegni ad affermare un nesso necessario tra e ed e'.
Questo Hume lo nega. Ma non è esatto dire che Hume rifiuti quel con-
dizionale: semplicemente lo afferma in forma contrappositiva (“Se non
q allora non p”, invece di “Se p allora q”). Se sappiamo che ha luogo un
evento di tipo A che non è seguito da un evento di tipo B, dobbiamo di-
re che non c’è un nesso causale tra i due tipi di eventi. E se avevamo sup-
posto che ci fosse, dobbiamo ritirare la supposizione. Le due forme del
condizionale sono logicamente equivalenti, ma l’inversione rovescia le
priorità: primario non è il nesso causale, da cui discendono le regolarità
che osserviamo, bensì le regolarità stesse, venendo meno le quali vien
meno l’asseribilità dell’ipotesi causale.
Anche Wittgenstein ricorre all’inversione di un condizionale. Inve-
ce di affermare in questa forma “Se Jones con ‘+’ intende l’addizione, al-
lora, se gli si chiede quanto faccia  + , risponderà ‘’”, dovremmo
dire che se Jones desse risposte difformi da quelle che gli altri sono in-
clini a dare in un numero sufficiente di casi allora verrebbero meno le
condizioni per affermare che egli col “+” intende l’addizione. In questa
forma si vede che il condizionale serve a imporre restrizioni alla pratica
di attribuire la padronanza di un concetto come quello dell’addizione:
se un individuo non si conforma al comportamento prevalente nella co-
munità, gli va ritirata la concessione provvisoria di appartenenza alla co-
munità in qualità di membro competente. In pratica, errori e fraintendi-
menti a parte, su certi concetti come l’addizione esiste una grande
uniformità. Se non esistesse, non potremmo dire che seguiamo regole,
né attribuirci la padronanza di concetti. Le uniformità di questo tipo de-
vono essere prese come un fatto e costituiscono una forma di vita. (In-
sieme a questo concetto, che è caratteristico di Wittgenstein, il parados-
so scettico getta luce anche su molti altri temi delle Ricerche che qui non
abbiamo lo spazio per analizzare – dalle attribuzioni di sensazioni alla
possibilità del “linguaggio privato”, dalla filosofia della matematica alla
questione delle menti altrui.)
Si osservi che si parla di condizioni di asseribilità e non di verità. C’è
una grande differenza. Non si vuol dire che il valore della funzione + per
gli argomenti m e n sia per definizione quello che la comunità è d’ac-
cordo ad assegnargli. Questo renderebbe impossibile ad esempio che un
matematico possa scoprire un errore nei calcoli fatti in passato sui quali
si sia formato un generale consenso e abbia ragione da solo contro tutta
la comunità. E invece è senz’altro possibile che qualcuno abbia ragione


MARCO SANTAMBROGIO

da solo. In ogni caso “Due più due fa quattro” e “Gli esseri umani pen-
sano che due più due faccia quattro” non hanno lo stesso significato.
Kripke afferma chiaramente di non sottoscrivere la posizione che at-
tribuisce a Wittgenstein. Ma lo scopo del lavoro non era di stabilire qua-
le tra due concezioni del linguaggio e del significato (molto distanti tra
loro) fosse quella giusta. Kripke si è limitato a esporre l’argomento di
Wittgenstein, per dirla con le sue parole: «proprio nel modo in cui essa
ha colpito me» (Wittgenstein on Rules, trad. it. p. ).



Identità ed essenze
di Christopher Hughes

Kripke è celebre non solo per i suoi contributi alla logica filosofica e al-
la filosofia del linguaggio, ma anche per quelli alla riflessione metafisica.
E pure in quest’ultimo caso, i temi di cui si è occupato si trovano all’in-
tersezione con gli altri due ambiti: l’identità, la necessità, e il rapporto
tra le due. È di esse che ci occuperemo in questo capitolo.
All’inizio degli anni settanta, quando Kripke pubblicò Naming and
Necessity e l’articolo Identity and Necessity, c’era uno scetticismo diffu-
so riguardo all’intelligibilità della distinzione tra proprietà (e relazioni)
essenziali, e proprietà (e relazioni) accidentali. Radicata era inoltre la
convinzione che, pur concedendo l’intelligibilità della distinzione, l’i-
dentità non fosse una relazione essenziale. Kripke prese una posizione
radicalmente opposta e riuscì a convincere buona parte della comunità
filosofica (analitica) della bontà di essa. Sostenne, infatti, non solo che
la distinzione tra proprietà (e relazioni) essenziali, e proprietà (e rela-
zioni) accidentali era plausibile, ma anche che l’identità era una rela-
zione essenziale. Inoltre, mostrò che l’essenzialità dell’identità ha im-
plicazioni importanti circa il rapporto tra necessità e a prioricità, il pro-
blema mente-corpo, e il rapporto tra identità e coincidenza (cioè, l’es-
sere nello stesso luogo allo stesso tempo). E suggerì, infine, che tra le
proprietà essenziali di un individuo si annovera non solo la sua identità,
ma anche la sua origine.
In quanto segue, seguiremo proprio il filo della posizione kripkea-
na. Prenderemo dapprima in esame gli argomenti di Kripke a sostegno
dell’essenzialità dell’identità, e la sua difesa dell’intelligibilità della di-
stinzione tra proprietà essenziali e proprietà accidentali. Metteremo poi
in evidenza le conseguenze che Kripke trasse dall’essenzialità dell’iden-
tità per a) il rapporto tra il necessario e l’a priori, b) il rapporto tra l’i-
dentità e la coincidenza, e c) il problema mente-corpo. Chiuderemo con
una discussione delle ragioni per cui Kripke crede che gli individui (o


CHRISTOPHER HUGHES

per lo meno gli oggetti materiali) abbiano la loro origine (o per lo meno
la loro origine materiale) essenzialmente, e accenneremo al suo pensiero
sull’essenzialità dell’appartenenza ai generi naturali e artificiali.

.
L’essenzialità dell’identità
... PROPRIETÀ ESSENZIALI E PROPRIETÀ ACCIDENTALI

Diciamo che un individuo ha una proprietà essenzialmente se ha quella


proprietà e non sarebbe potuto esistere senza averla. Diciamo che un in-
dividuo ha una proprietà accidentalmente se ha quella proprietà, ma sa-
rebbe potuto esistere senza averla. A titolo d’esempio, il numero due ha
la proprietà di essere pari essenzialmente (non sarebbe potuto esistere
senza essere pari), e Kripke ha la proprietà di essere un filosofo acci-
dentalmente (sarebbe potuto esistere senza mai essere un filosofo).
Tra le proprietà che un individuo può avere c’è quella di essere in
una data relazione con un individuo. Il numero due, ad esempio, ha la
proprietà di essere nella relazione essere meno di con il numero tre. E il
numero due ha la proprietà di essere nella relazione essere uguale a con
sé stesso. Dal momento che il numero due non sarebbe potuto esistere
senza essere meno di tre, o uguale a sé stesso, il numero due è nella re-
lazione essere meno di con il numero tre essenzialmente, ed è nella re-
lazione essere uguale a con sé stesso essenzialmente. Può anche capita-
re che un individuo sia solo accidentalmente in una data relazione ri-
spetto a un altro individuo: Trieste è, con l’Italia, nella relazione fare
parte di accidentalmente, dal momento che sarebbe potuta esistere sen-
za mai far parte dell’Italia. Analogamente, può capitare che un indivi-
duo sia in una data relazione con sé stesso solo accidentalmente: Pieri-
no intrattiene con sé stesso solo accidentalmente la relazione vedere, dal
momento che sarebbe potuto esistere senza mai vedere sé stesso (ad
esempio, se fosse stato cieco).
Chiamiamo una relazione simmetrica se, qualora l’individuo i sia in
quella relazione con un individuo i', anche l’individuo i' sarà in quella
relazione con l’individuo i. Quando vi è una relazione simmetrica Rs tra
un individuo i e i', potrebbe darsi che . i sia nella relazione Rs con i' ac-
cidentalmente, e viceversa. Per esempio se una pigna intrattiene la re-
lazione essere accanto a rispetto a un’altra pigna: la prima pigna sareb-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

be potuta esistere senza essere accanto alla seconda, e viceversa. Op-


pure, potrebbe darsi che . i intrattenga la relazione Rs con i' essenzial-
mente, benché i' sia in relazione Rs con i solo accidentalmente. Per chia-
rire questo punto consideriamo, per esempio, la relazione di sovrappo-
sizione. Diciamo che un individuo si sovrappone a un altro se condivi-
dono una parte in qualche istante (se, in qualche istante, vi è qualcosa
che fa parte di entrambi gli individui in quell’istante). Poniamo che m
sia una molecola d’acqua, e che a sia l’atomo di ossigeno che parzial-
mente costituisce m. La molecola m si sovrappone all’atomo a, e vice-
versa. In particolare, la molecola m si sovrappone essenzialmente all’a-
tomo a: una molecola d’acqua m' sovrapposta a (e parzialmente costi-
tuita da) un atomo d’ossigeno a' diverso da a sarebbe una molecola nu-
mericamente diversa da m, per quanto le possa assomigliare. D’altro
canto, l’atomo a si sovrappone alla molecola m solo accidentalmente; a
sarebbe potuto esistere senza mai “far parte di”, o “sovrapporsi a”, al-
cuna molecola d’acqua. . Oppure, potrebbe darsi che l’individuo i sia
nella relazione Rs con l’individuo i' accidentalmente, benché l’individuo
i' sia in quella relazione con i essenzialmente. Infine, . potrebbe darsi
che l’individuo i sia nella relazione Rs con l’individuo i' essenzialmente,
e viceversa. Per esempio, diciamo che un numero n è moltiplicabile per
un numero n' se, per qualche m, n × n' = m. In tal caso, il numero due
sarà nella relazione essere moltiplicabile per con il numero quattro es-
senzialmente, e viceversa.

... IDENTITÀ (PARTE PRIMA)

I metafisici spesso distinguono la relazione di “identità numerica” da


quella di “identità specifica” (o “conspecificità”). L’individuo i e l’indi-
viduo i' sono specificamente identici (o conspecifici) se sono entità che
appartengono allo stesso genere, e numericamente identici se sono
un’entità sola. Due atomi d’ossigeno sono specificamente identici ma
numericamente diversi; Superman e Clark Kent, il sole e l’astro diurno
sono numericamente identici. (In quanto segue, a volte, per brevità, in-
vece di dire: i e i' sono numericamente identici, dirò: i = i'.)
L’identità specifica e l’identità numerica hanno certe caratteristiche
in comune. Entrambe sono ciò che i logici chiamano relazioni d’equiva-
lenza. Cioè, entrambe sono relazioni riflessive, simmetriche e transitive.
(Una relazione è riflessiva se ogni individuo è in quella relazione con sé
stesso; transitiva se e solo se, qualora un individuo i sia in quella relazio-


CHRISTOPHER HUGHES

ne con un individuo i', e i' sia in quella relazione con un individuo i'', al-
lora l’individuo i è in quella relazione con l’individuo i''.) Ma l’identità
numerica differisce dall’identità specifica in vari modi. Benché l’identità
specifica sia una relazione banalmente riflessiva, a differenza dell’iden-
tità, non è esclusivamente riflessiva. In altre parole, due entità diverse –
ad esempio, due atomi d’ossigeno – possono appartenere allo stesso ge-
nere; ma due entità diverse ovviamente non possono essere una sola en-
tità. Una seconda differenza è la seguente: se i e i' sono specificamente
identici, i e i' possono nondimeno essere discernibili rispetto a varie pro-
prietà: potrebbe darsi, ad esempio, che i e i' siano entrambi quark, ma i
si trova in Italia, mentre i' in Croazia. Se i e i' sono non solo specifica-
mente ma anche numericamente identici, ne segue che non sono discer-
nibili rispetto ad alcuna proprietà. Se il sole è numericamente identico
all’astro diurno, non potrebbe mai succedere che sia caldo il sole, ma
non l’astro diurno, o viceversa. Il principio secondo il quale l’identità nu-
merica implica l’indiscernibilità completa si chiama generalmente indi-
scernibilità degli identici.

IDENTITÀ SPECIFICA

Poniamo che i e i' siano conspecifici. Potrebbe darsi che . i sia in una
relazione di conspecificità con i' solo accidentalmente, ovvero: l’indivi-
duo i sarebbe potuto esistere senza che i' esistesse. Ma, a quanto pare, i
non può intrattenere nessuna relazione con i', a meno che i e i' (entram-
bi) esistano. Ne segue che i sarebbe potuto esistere, senza essere in una
relazione di conspecificità con i'. Analogamente, siccome i' sarebbe po-
tuto esistere senza che i esistesse, i' è in una relazione di conspecificità
con i solo accidentalmente. Oppure, . i potrebbe essere essenzialmen-
te in una relazione di conspecificità con i', benché i' sia in una relazione
di conspecificità con i solo accidentalmente, o . viceversa. Come vedre-
mo, Kripke e alcuni altri filosofi ritengono per esempio che un figlio non
sarebbe (mai) potuto esistere, se i suoi genitori non fossero (mai) esisti-
ti. E altri ritengono che un essere umano non sarebbe potuto esistere
senza essere un essere umano. Se questi filosofi hanno ragione, Abele
sarà in una relazione di conspecificità con Adamo essenzialmente (non
sarebbe potuto esistere, senza essere conspecifico con Adamo), ma Ada-
mo sarà in una relazione di conspecificità con Abele solo accidental-
mente (dal momento che Adamo sarebbe potuto esistere senza che Abe-
le, mai, esistesse). Infine . potrebbe darsi che i sia in una relazione di


. IDENTITÀ ED ESSENZE

conspecificità con i' essenzialmente, e viceversa. E questo si dà, ovvia-


mente, quando i e i' sono conspecifici e numericamente identici: il sole
è necessariamente conspecifico con l’astro diurno, e viceversa; ma si dà
anche quando i e i' sono conspecifici e numericamente diversi. Molti fi-
losofi ritengono che le entità geometriche (punti, linee, figure piane, e
via dicendo) esistano necessariamente (cioè, non sarebbero potute non
esistere). Se i punti esistono necessariamente, e se appartengono essen-
zialmente al genere punto, allora questo punto sarà nella relazione di
conspecificità con quest’altro punto necessariamente, e viceversa. Se-
condo molti teologi le persone della Trinità esistono necessariamente. Se
così, e se le persone della Trinità appartengono essenzialmente al gene-
re Dio, allora il Padre sarà in una relazione di conspecificità con il Figlio
necessariamente, e viceversa.

IDENTITÀ NUMERICA

Ora passiamo dall’identità specifica all’identità numerica. Se i è numeri-


camente identico a i', ne segue che . i è in relazione d’identità numeri-
ca con i' accidentalmente, e viceversa; o . i è in relazione d’identità nu-
merica con i' essenzialmente, benché i' sia in relazione d’identità nume-
rica con i solo accidentalmente; o . i è in relazione d’identità numerica
con i' accidentalmente, benché i' sia in relazione d’identità numerica con
i essenzialmente, o . i è in relazione d’identità numerica con i' essen-
zialmente, e viceversa.
A guardare bene, però, . e . sono da scartare. Per motivi già di-
scussi, se i e i' sono individui diversi, ha senso supporre che i sia in una
relazione (simmetrica) con i' essenzialmente, benché i' intrattenga quel-
la relazione con i solo accidentalmente. Ma se i e i' sono una cosa sola,
supporre che i sia in una relazione (simmetrica) con i' essenzialmente,
benché i' sia in quella relazione con i solo accidentalmente, equivale a
supporre che i sia in una relazione con i essenzialmente, benché i sia so-
lo accidentalmente in quella relazione i! In altri termini, equivale a sup-
porre che un individuo (l’individuo che è i' oltre che i) intrattenga la re-
lazione d’identità con sé stesso essenzialmente e accidentalmente. Ne
possiamo desumere che . i è in relazione d’identità numerica con i' ac-
cidentalmente, e viceversa o . i è in relazione d’identità numerica con i'
essenzialmente, e viceversa.
Riflettendoci sopra, possiamo inoltre scartare . Affinché qualcuno
veda sé stesso, non è sufficiente che esista: deve avere gli occhi aperti,


CHRISTOPHER HUGHES

una corteccia visiva non troppo danneggiata, uno specchio (o qualcosa


di simile), e via dicendo. Ma perché un individuo i sia identico a i stes-
so, è sufficiente che i esista. Ne segue che, benché nessun individuo sia
nella relazione vedere con sé stesso essenzialmente, ogni individuo i è in
relazione d’identità numerica con i essenzialmente.
Inoltre, se i è in una relazione con qualcosa essenzialmente, e i' è
numericamente identico a i, ne segue che i' intrattiene quella relazio-
ne con quella cosa essenzialmente. A titolo d’esempio: se l’HO è in
una relazione di sovrapposizione con l’ossigeno essenzialmente, e
l’HO è numericamente identico all’acqua, allora l’acqua è in una re-
lazione di sovrapposizione con l’ossigeno essenzialmente. Dopotutto,
quando diciamo:

() L’HO è in una relazione di sovrapposizione con l’ossigeno essenzialmente.

ciò equivale a:

() L’HO è una cosa di cui si può dire: questa cosa si sovrappone all’ossigeno,
e non sarebbe potuta esistere senza sovrapporsi all’ossigeno.

E se mettiamo () insieme a:

() L’acqua e l’HO sono una cosa sola

possiamo desumere che:

() L’acqua è una cosa di cui si può dire: questa cosa si sovrappone all’ossige-
no, e non sarebbe potuta esistere senza sovrapporsi all’ossigeno.

(L’indiscernibilità degli identici ci permette di passare da () e () a (); se


l’HO ha la proprietà di essere una cosa di cui si può dire: questa cosa si
sovrappone all’ossigeno e non sarebbe potuta esistere altrimenti, e HO =
l’acqua, allora l’acqua ha la proprietà di essere una cosa di cui si può di-
re: questa cosa si sovrappone all’ossigeno e non sarebbe potuta esistere
altrimenti.) Se quest’argomento regge, ne possiamo concludere che qua-
lora un individuo i sia in una relazione d’identità (numerica) con un in-
dividuo i', i è in quella relazione con i' essenzialmente, e viceversa. Chia-
merò questa tesi (EI), dove E sta per “essenzialità” e I sta per “identità”.
Va segnalato che non possiamo mostrare la controparte di (EI) per
la diversità numerica facendo ricorso a un argomento analogo. Tenen-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

do fermo che i è in una qualche relazione con i' solo se i e i' esistono, i
sarà in una relazione di diversità con i' o accidentalmente o essenzial-
mente. Accidentalmente, quando (i e i' sono diversi) l’esistenza di i non
implica l’esistenza di i'; essenzialmente, quando (i e i' sono diversi) l’e-
sistenza di i implica l’esistenza di i'. A titolo d’esempio, l’atomo d’ossi-
geno a che parzialmente costituisce la molecola d’acqua m sarà in una
relazione di diversità con m solo accidentalmente (visto che a sarebbe
potuto esistere senza che m fosse mai esistita), ma la molecola d’acqua
m sarà in relazione di diversità con a essenzialmente (visto che m non
sarebbe potuta esistere senza a). Invece, il numero due sarà in una re-
lazione di diversità con il numero tre essenzialmente, e viceversa (dato
che il numero due non potrebbe esistere senza che esista il numero tre,
e viceversa).

... IDENTITÀ (PARTE SECONDA)

Ho detto che gli oggetti identici sono identici essenzialmente. Secondo


Kripke, invece, lo sono necessariamente (Naming and Necessity, trad. it.
p. ). In altre parole, gli oggetti identici non possono essere identici con-
tingentemente (ivi, p. ): per ogni x e y, se x = y, è necessario che x = y.
Kripke tuttavia accetta (EI), e offre un argomento a sostegno della ne-
cessità dell’identità che è, in buona sostanza, il medesimo argomento che
ho portato sopra a sostegno di (EI).
In Identity and Necessity, Kripke offre il seguente argomento a fa-
vore della tesi secondo cui l’identità sarebbe una relazione necessaria:

Se x è un individuo qualsiasi, è necessario che x = x.

Se x e y sono individui qualsiasi, e x = y, allora, stando all’indiscernibilità degli


identici, se è necessario che x = x, è necessario che x = y.

Quindi se x e y sono individui qualsiasi, se x = y, è necessario che x = y (Identity


and Necessity, trad. it. pp. -).

Subito dopo, tuttavia, egli ammette che la prima premessa di quest’ar-


gomento è controversa. Infatti, si potrebbe obiettare: se Kripke (ad
esempio) non fosse esistito, nessuno (nemmeno Kripke) sarebbe stato
identico a Kripke; quindi, dopotutto, non è necessario che “Kripke =
Kripke”, e la prima premessa dell’argomento è falsa. Kripke replica a


CHRISTOPHER HUGHES

questa obiezione nel modo seguente: forse l’enunciato “Kripke =


Kripke” non è vero in un mondo possibile in cui Kripke non esiste. Co-
munque sia, se abbiamo un enunciato della forma “i è nella relazione R
con i'” potremmo dire che l’enunciato “è necessario che i sia nella re-
lazione R con i'” è vero se e solo se è vero in ogni mondo possibile. In
alternativa, potremmo dire che quell’enunciato è vero purché sia vero
in ogni mondo possibile in cui i e i' esistono (il mondo reale compreso).
Se intendiamo la necessità nel secondo modo, può essere necessario che
l’individuo i sia nella relazione R con l’individuo i', anche se l’enuncia-
to “i è nella relazione R con i'” non è vero in mondi possibili in cui i e/o
i' non esistono. Analogamente, può essere necessario che i sia nella re-
lazione R con i stesso anche se l’enunciato “i è nella relazione R con i
stesso” non è vero nei mondi possibili senza i, purché quell’enunciato
sia vero in ogni mondo possibile in cui i esiste. E sarà necessario che i
= i, anche se i = i non è vero in mondi possibili privi di i, visto che i = i
è sicuramente vero in ogni mondo possibile in cui i esiste. Da qui,
Kripke conclude che, purché intendiamo la necessità in questo modo
debole, è innegabile che ogni individuo i sia necessariamente identico a
se stesso, e che, se un individuo i è identico a un individuo i', è neces-
sario che i = i'.
Se però intendiamo la necessità in questo modo debole, “È necessa-
rio che Kripke sia identico a Kripke” equivarrà a “Kripke è un individuo
di cui si può dire: necessariamente, se quell’individuo esiste, è identico
a Kripke”, dove intendiamo la necessità nel modo più forte (secondo il
quale un enunciato è necessariamente vero se e solo se è vero in ogni
mondo possibile). Per questo motivo, l’argomento kripkeano a sostegno
della tesi secondo cui l’identità sarebbe una relazione necessaria è a tut-
ti gli effetti un argomento a sostegno di (EI).
Nella prefazione alla seconda edizione di Naming and Necessity
(trad. it. p. ), Kripke offre un altro argomento a sostegno della tesi se-
condo cui l’identità sarebbe necessaria, che potrebbe essere così rias-
sunto. Quale individuo potrebbe essere solo contingentemente identico
all’individuo i? Non i stesso, dal momento che i è necessariamente iden-
tico a sé stesso. Non qualche altro individuo i'; un altro individuo, infat-
ti, non sarà identico a i, e quindi non lo sarà nemmeno contingente-
mente. Quindi nessun individuo i' è solo contingentemente identico a i.
Di nuovo, però, Kripke riconosce che l’argomento funziona solo se tra-
scuriamo il fatto che l’individuo i potrebbe esistere solo contingente-
mente (altrimenti, non è scontato che ogni individuo sia necessariamen-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

te identico a sé stesso). Quindi il secondo argomento, al pari del primo,


non mostra una tesi diversa da (EI).
Non so se sia una buon’idea affermare che è necessario che un in-
dividuo i sia in una data relazione con un individuo i', purché in ogni
mondo possibile in cui i e i' esistono, i sia in quella relazione con i'. Tor-
niamo al nostro atomo d’ossigeno a che si sovrappone alla molecola
d’acqua m. In ogni mondo possibile in cui a e m esistono, a si sovrap-
pone a m. Ciononostante, è senz’altro contingente, anziché necessario,
che a si sovrapponga a m: a sarebbe potuto esistere senza mai sovrap-
porsi a m, anche se in tal caso m non sarebbe mai esistita. Quindi, sem-
brerebbe intuitivo sostenere che vi sia almeno un mondo in cui a non si
sovrappone a m.
Questo problema potrebbe sembrare facilmente aggirabile. Anziché
dire che “i è nella relazione R con i'” è necessario purché sia vero in ogni
mondo possibile (il mondo reale compreso) in cui i e i' esistono, perché
non dire che quell’enunciato è vero purché sia vero in ogni mondo pos-
sibile (il mondo reale compreso) in cui i esiste (indipendentemente dal
fatto che i' esista o meno in quel mondo possibile)? In tal caso, potrem-
mo dire che “a si sovrappone a m” è contingente, siccome quell’enun-
ciato non è vero in ogni mondo possibile in cui a esiste (pur essendo ve-
ro in ogni mondo possibile in cui a e m esistono). E potremmo dire che
qualora i = i' sia vero, lo è necessariamente (visto che i = i', se vero, sarà
vero in ogni mondo possibile in cui i esiste).
Se, però, “i è nella relazione R con i'” è vero purché sia vero in ogni
mondo possibile (il mondo reale compreso) in cui i esiste, allora sarà fal-
so che:

(a) Necessariamente, a si sovrappone a m.

Tuttavia, sarà vero che:

(b) Necessariamente, m si sovrappone ad a

dal momento che “m si sovrappone ad a” è vero in ogni mondo possibi-


le (il mondo reale compreso) in cui m esiste. E qui c’è qualcosa che non
va: visto che “m si sovrappone ad a” implica “a si sovrappone a m”, co-
me può essere che “m si sovrappone ad a” è necessario, mentre “a si so-
vrappone a m” non lo è? (Se è necessario che p, e q è una conseguenza
logica di p, allora è necessario che q.)


CHRISTOPHER HUGHES

Per questi motivi, credo che sarebbe meglio affermare che se due in-
dividui sono identici, allora lo sono essenzialmente, piuttosto che neces-
sariamente (cfr. CAP. , soprattutto PARR. ..-..; e CAP. , soprattutto
PAR. ..). Ad ogni modo, a prescindere da come chiamiamo la tesi che
Kripke cerca di mostrare, mi sembra che i suoi argomenti a suo sostegno
(così come uno di Ruth Barcan Marcus molto simile al primo argomen-
to) reggano.
Alla luce degli argomenti di Kripke e Barcan Marcus, (EI) potreb-
be sembrare abbastanza banale. E infatti, ad oggi, per lo meno nel-
l’ambito della filosofia analitica, si tratta di una tesi quasi universal-
mente accettata. Ma, nel periodo in cui Kripke scrisse Identity and Ne-
cessity e Naming and Necessity, quella tesi e gli argomenti a suo favore
hanno incontrarono una certa resistenza – benché Barcan Marcus aves-
se fornito un argomento simile al primo argomento kripkeano a soste-
gno di (EI) già nel . In quanto segue, cercherò di spiegarne, alme-
no in parte, i motivi.

IDENTITÀ ETERNA,
IDENTITÀ PERMANENTE E IDENTITÀ BANALE

Come abbiamo visto, Kripke lascia aperta la possibilità che un enun-


ciato del tipo i = i non sia vero in un mondo possibile in cui i non esi-
ste. Se i = i non è vero in un mondo possibile in cui i non esiste, allo-
ra è anche possibile che i = i non sia vero in un tempo in cui i non esi-
ste. Se così, potremmo tracciare una distinzione tra la proprietà di es-
sere permanentemente identico a i, e quella di essere eternamente iden-
tico a i. Un individuo i sarà permanentemente identico a sé stesso se è
vero in ogni momento in cui i esiste, compreso il momento attuale, che
i = i. Un individuo i sarà eternamente identico a sé stesso se è vero in
ogni momento che i = i. A titolo d’esempio, Espero (cioè, la stella ve-
spertina) sarà (solo) permanentemente identico a sé stesso, mentre il
numero due sarà (non solo permanentemente ma anche) eternamente
identico a sé stesso. (La distinzione tra essere permanentemente F ed
essere eternamente F è una controparte temporale della distinzione tra
essere essenzialmente F ed essere necessariamente F, distinzione che
faremo se . riteniamo che i = i sia vero solo nei mondi possibili in cui
i esiste, e . abbiamo una concezione “forte”, anziché “debole” della
necessità.)
I seguenti argomenti sono ineccepibili:


. IDENTITÀ ED ESSENZE

(A)  è eternamente identico a .


 =  + .
____
 +  è eternamente identico a .

(A) Espero [la stella vespertina] è permanentemente identico a Espero.


Espero = Lucifero [l’astro del mattino, non l’angelo caduto!].
_____
Lucifero è permanentemente identico a Espero.

Lo stesso non vale per:

(A) Espero è banalmente identico a Espero.


Espero = Lucifero.
_____
Lucifero è banalmente identico a Espero.

La prima premessa di (A) sembra vera: l’identità di Espero con sé stes-


so non fa notizia. Idem per la seconda premessa, dal momento che “Espe-
ro = Venere = Lucifero”. Ma la conclusione di (A) (in quanto distinta
dalla conclusione di (A) o (A)) è falsa: che “la stella vespertina = l’astro
del mattino” è un fatto di interesse astronomico. (A) è senz’altro difet-
toso; ma perché? Dopotutto, quantomeno a livello superficiale, (A) as-
somiglia a (A) e (A), la cui validità è al di sopra di ogni sospetto.
(A) è un argomento ineccepibile, perché la sua prima premessa
equivale a:

 è una cosa di cui si può dire: quella cosa è eternamente identica a .

Se “ è una cosa di cui si può dire: quella cosa è eternamente identica a


”, e “se  +  e  sono una cosa sola”, ne segue che “ +  è una cosa di
cui si può dire: quella cosa è eternamente identica a ”. Allo stesso mo-
do, (A) è ineccepibile, perché la sua prima premessa equivale a:

Espero è una cosa di cui si può dire: quella cosa è permanentemente identica a
Espero.

Se la prima premessa di (A) equivalesse a:

(*) Espero è una cosa di cui si può dire: quella cosa è banalmente identica a
Espero.


CHRISTOPHER HUGHES

allora (A) non farebbe una grinza. Ma la prima premessa di (A) non
equivale a (*). La prima premessa di (A) è vera, e lo stesso non può dir-
si di (*). Ha senso chiedere se “Espero = Espero” è o meno un’afferma-
zione banale. E lo stesso vale per “Lucifero = Espero”. Ma non ha sen-
so chiedere, dell’individuo che è Espero nonché Lucifero, se quell’indi-
viduo è o meno banalmente identico a Espero. Quindi non ha senso af-
fermare dell’individuo che è Lucifero nonché Espero che quell’indivi-
duo è o non è banalmente identico a Espero.
Per dire la stessa cosa in modo diverso, (A) è un argomento valido,
perché la sua prima premessa attribuisce al numero  la proprietà di es-
sere eternamente identico al numero ; e (A) è un argomento valido,
perché la sua prima premessa attribuisce al pianeta Espero la proprietà
di essere permanentemente identico al pianeta Espero. (A) non è un ar-
gomento valido, perché, a dispetto della sua struttura grammaticale, la
sua prima premessa non attribuisce al pianeta Espero la proprietà di es-
sere banalmente identico a Espero, ed Espero non ha la proprietà di es-
sere banalmente identico a Espero (non essendoci una tale proprietà).
Se Espero avesse la proprietà di essere banalmente identico a Espero, al-
lora Espero sarebbe una cosa di cui si può dire: quella cosa è banalmen-
te identica a Espero. Inoltre, se Espero avesse la proprietà di essere ba-
nalmente identico a Espero, allora, vista l’identità di Espero con Lucife-
ro e l’indiscernibilità degli identici, (A) sarebbe un argomento valido.
Anziché attribuire a Espero la proprietà di essere banalmente identico a
Espero, la prima premessa di (A) attribuisce all’enunciato, “Espero =
Espero”, la proprietà di essere banale. Allo stesso modo, la conclusione
di (A) attribuisce all’enunciato, “Lucifero = Espero”, la proprietà di es-
sere banale. Quindi potremo riformulare (A) in questo modo:

Espero = Espero è banale.


Espero = Lucifero.
_______
Lucifero = Espero è banale

la quale riformulazione ci aiuta a vedere perché (A), diversamente da


(A) e (A), è invalido.
C’è una certa cosa che è identica a Espero – la cosa che è Lucifero
nonché Espero – di cui si può dire: quella cosa è permanentemente iden-
tica a Espero. Inoltre, solo una cosa è identica a Espero. Ne segue che
ogni cosa identica a Espero è una cosa di cui si può dire: quella cosa è
permanente identica a Espero. Cioè, ogni cosa identica a Espero è per-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

manentemente identica a Espero. E lo stesso vale per Marte e per ogni


altro individuo. Quindi possiamo concludere che ogni cosa identica a
una data cosa è permanentemente identica a quella cosa. Chiamiamo
questa tesi (PI), dove P sta per “permanenza”, e I per “identità”. (PI) è la
controparte temporale di (EI), in quanto quest’ultima tesi può essere
riformulata in questi termini: ogni cosa identica a una data cosa è essen-
zialmente identica a quella cosa.
D’altro canto, la cosa che è identica a Lucifero nonché a Espero non
è una cosa di cui si può dire: quella cosa è banalmente identica a Espe-
ro. Quindi non si dà il caso che ogni cosa identica a Espero sia una cosa
di cui si può dire: quella cosa è banalmente identica a Espero. Cioè, non
si dà il caso che ogni cosa identica a Espero sia banalmente identica a
Espero. E non si dà il caso che ogni cosa identica a una data cosa sia ba-
nalmente identica a quella cosa. Se con la “banalità dell’identità” – per
brevità (BI) – intendiamo la tesi secondo la quale ogni cosa identica a una
data cosa è banalmente identica a quella cosa, (BI), diversamente da (PI),
è falsa (o insensata).
Se “essere necessariamente identico a i” è una proprietà di i (al pari
di “essere permanentemente identico a i”) allora i è una cosa di cui si
può dire: quella cosa è necessariamente identica a i, e (EI) è vera – al pa-
ri di (PI). Se invece “essere necessariamente identico a i” non è una pro-
prietà di i (al pari di “essere banalmente identico a i”), allora i non è una
cosa di cui si può dire: quella cosa è necessariamente identica a i, e (EI)
è falsa o insensata – al pari di (BI).

... QUINE E L’IDENTITÀ NECESSARIA

Dopo Kripke – e grazie a Kripke, inter alios – potrebbe sembrare ovvio


che “essere necessariamente identico a i” sia una proprietà di i: così co-
me i è eternamente identico a i se e solo se i è una cosa di cui si può di-
re “quella cosa = i” è vero in ogni momento, i è necessariamente identi-
co a i se e solo se i è una cosa di cui si può dire “quella cosa = i” è vero
in ogni mondo possibile (o quantomeno in ogni mondo possibile in cui
i esiste). Ma nel periodo in cui Kripke ha scritto Identity and Necessity e
Naming and Necessity, quest’idea non era affatto scontata. Nonostante
gli argomenti di Barcan Marcus a favore di (EI), alcuni filosofi, compre-
so uno molto influente, Willard V. O. Quine, ritenevano che fosse a di-
re poco problematico supporre che “essere necessariamente identico a
i” fosse una proprietà di i. In un passo celebre, Quine scrive:


CHRISTOPHER HUGHES

È concepibile affermare che i matematici sono necessariamente razionali, e non


necessariamente bipedi; e i ciclisti necessariamente bipedi, e non necessaria-
mente razionali. Ma che dire di un individuo che conta fra le proprie eccentri-
cità sia la matematica che il ciclismo? Quest’individuo concreto è necessaria-
mente razionale e contingentemente bipede o viceversa? Nei limiti in cui stiamo
parlando preferenzialmente dell’oggetto [...] non c’è alcuna parvenza di senso
nel considerare alcuni dei suoi attributi come necessari e altri come contingen-
ti. Alcuni dei suoi attributi sono giudicati importanti e altri privi di importanza,
certo; alcuni perduranti e altri transitori; ma nessuno necessario o contingente.
Curiosamene, esiste una tradizione filosofica proprio per questa distinzio-
ne fra attributi necessari e contingenti. [...] Ma [...] la distinzione [tra attributi
necessari e attributi contingenti di un individuo] è sicuramente insostenibile
(Word and Object, trad. it. p. ).

Per Quine, non ha senso supporre che “l’individuo concreto” che è un


ciclista nonché un matematico sia razionale (oppure bipede) necessaria-
mente o contingentemente. E non ha senso supporre che l’individuo
concreto che è Espero nonché Lucifero sia identico a Espero necessa-
riamente (o contingentemente). Un enunciato può essere banalmente
vero, o non-banalmente falso, ma non ha senso supporre che un indivi-
duo concreto sia banalmente razionale, o non-banalmente identico a
Espero. Allo stesso modo, secondo Quine, anche se un enunciato può
essere necessariamente vero (o contingentemente falso) non ha senso
supporre che un individuo concreto possa essere necessariamente iden-
tico a Espero (o contingentemente diverso dal sole).
Tuttavia, nel passo appena citato, Quine non spiega perché la tesi
da lui opposta non ha senso. A volte (ad esempio, in alcuni passi del sag-
gio Reference and Modality), sembra aver in mente un argomento di
questo tipo:

Espero è banalmente identico a Espero, Lucifero non è banalmente identico a


Espero, e Espero = Lucifero sono congiuntamente compatibili. (Per motivi già
discussi) se essere banalmente identico a Espero fosse una proprietà di Espero,
quei tre enunciati non sarebbero congiuntamente compatibili. Ne segue che es-
sere banalmente identico a Espero non è una proprietà di Espero. Analoga-
mente,  è necessariamente dispari, il numero dei pianeti non è necessariamen-
te dispari, e  = il numero dei pianeti sono congiuntamente compatibili. Ma non
lo sarebbero se essere necessariamente dispari fosse una proprietà del numero
nove. Ne segue che essere necessariamente dispari non è una proprietà del nu-
mero nove. Pari ratione, né essere necessariamente identico a Espero né essere
contingentemente diverso dal sole sono proprietà di Espero.


. IDENTITÀ ED ESSENZE

Quest’argomento, per quanto possa sembrare inizialmente plausibile (o


meno), è sicuramente difettoso. Immaginiamo il seguente dialogo tra un
ardente difensore dell’infallibilità papale (D), e un marziano (M).

D: Il Papa è infallibile. Sin dagli albori della storia della chiesa, il Papa è sempre
stato infallibile.
M: Il Papa è Joseph Ratzinger, vero?
D: Sì.
M: Quindi mi stai dicendo che questo Joseph Ratzinger è sempre stato infalli-
bile?
D: No. Ratzinger non è sempre stato infallibile; ad esempio, non lo era da bam-
bino.
M: Rimango perplesso. Dici che (a) Il Papa è sempre stato infallibile, (b) Rat-
zinger non è sempre stato infallibile, e (c) Ratzinger = il Papa. Per quanto mi ri-
sulta, (a)–(c) non sono compatibili tra di loro.
D: Quando dico che il Papa è sempre stato infallibile, intendo con ciò:
(a') In ogni momento della storia della Chiesa fino al momento presente, l’indi-
viduo che era Papa in quel momento è stato infallibile (in quel momento).
Quando dico che Ratzinger non è sempre stato infallibile, intendo con ciò:
(b') Non si dà il caso che in ogni momento della sua vita fino al momento pre-
sente, Ratzinger è stato infallibile (in quel momento).
(a') e (b') sono compatibili tra loro, e congiuntamente compatibili con
(c') Ratzinger = il Papa (cioè, il Papa corrente).

Qui D ha perfettamente ragione – almeno per quanto riguarda la coe-


renza logica delle sue affermazioni. Se così, possiamo fornire una spie-
gazione analoga di come possa essere che:

(d)  è necessariamente dispari.


(e) Il numero dei pianeti non è necessariamente dispari.
(f)  = il numero dei pianeti.
(d)-(f) sono (rispettivamente) equivalenti a:
(d') In ogni mondo possibile  è dispari (in quel mondo).
(e') Non si dà il caso che in ogni mondo possibile, il numero che è il numero dei
pianeti in quel mondo è dispari (in quel mondo).
(f')  = il numero dei pianeti (cioè, il numero dei pianeti nel mondo reale).

Il punto cruciale è che siamo perfettamente in grado di fornire questa


spiegazione della coerenza logica di (d)-(f), anche se crediamo che esse-
re necessariamente dispari sia una proprietà del numero nove, o che lo sia
essere necessariamente identico a Espero, e via dicendo.


CHRISTOPHER HUGHES

NECESSITÀ E ANALITICITÀ

A guardare bene, però, l’argomento di Quine contro l’idea secondo cui


gli individui avrebbero proprietà modali (comprese la proprietà di es-
sere necessariamente o almeno essenzialmente identici a sé stessi) sem-
bra differire dall’argomento appena discusso. Per lo meno nell’epoca
pre-kripkeana, nelle sue discussioni sulla modalità, Quine parte dal-
l’assunto (che attribuisce a C. I. Lewis e Carnap) secondo cui è neces-
sario che p se e solo se l’enunciato p è analitico (cioè, se e solo se l’e-
nunciato p è vero – esclusivamente – in virtù dei significati dei suoi ter-
mini) (cfr. CAP. , in particolare PAR. .). E quando Quine sostiene in Re-
ference and Modality che non ha alcun senso attribuire la proprietà di es-
sere necessariamente >  al numero che è il numero dei pianeti, nonché
il numero nove, con questo intende che non ha alcun senso attribuire la
proprietà di essere necessariamente >  a quel numero, ammesso che “è
necessario che p” equivalga a “l’enunciato p è analitico”. (Si veda il pas-
so nella parte iniziale di Reference and Modality in cui Quine afferma che
mostrerà l’opacità di contesti modali quali “___ è necessariamente di-
spari”, cioè, mostrerà che tali contesti non attribuiscono proprietà a in-
dividui, per lo meno purché al pari di C. I. Lewis identifichiamo la ne-
cessità con l’analiticità.)
Qui Quine sembra aver ragione. Possiamo dire che è analitico che
(cioè: vero per definizione che) i matematici sono razionali, e che i cicli-
sti sono bipedi. Ma non possiamo dire, dell’individuo che è un ciclista
matematico, che è analitico o vero per definizione che quell’individuo è
razionale, o bipede. E non possiamo dire, dell’individuo che è Espero e
Lucifero, che è analitico o vero per definizione che quell’individuo =
Espero (o che è analitico o vero per definizione che quell’individuo =
Espero, se esiste). Dopotutto, se potessimo dirlo, il seguente argomento
sarebbe valido:

È analitico che Espero = Espero (se Espero esiste).


Espero = Lucifero.
_______
È analitico che Lucifero = Espero (se Lucifero esiste).

Ma, a quanto pare, “Lucifero = Espero (se Lucifero esiste)”, diversamen-


te da “Espero = Espero (se Espero esiste)” non è una verità analitica.
Se la necessità non è altro che l’analiticità, ne possiamo desumere im-
mediatamente che non è lecito affermare dell’individuo che è un ciclista


. IDENTITÀ ED ESSENZE

matematico che quell’individuo è necessariamente razionale, o bipede.


Né possiamo dire, dell’individuo che è Espero e Lucifero, che quell’in-
dividuo è necessariamente identico a Espero (o Lucifero).
Un difensore dell’idea secondo cui gli individui avrebbero proprietà
modali, compresa la proprietà di essere necessariamente identici a sé
stessi, potrebbe rispondere: se l’identificazione della necessità con l’a-
naliticità non lascia spazio all’esistenza di proprietà modali quali essere
necessariamente identico a sé stesso, tanto peggio per quella identifica-
zione. Perché non dire che “è necessario che Lucifero è F (se esiste)” è
vero se e solo se Lucifero è essenzialmente F (F in ogni mondo possibi-
le in cui esiste), indipendentemente dall’analiticità o meno dell’enuncia-
to, “Lucifero è F”? (L’identificazione della necessità con l’analiticità è
problematica, non solo perché talvolta è necessario che p, benché l’e-
nunciato p non sia analiticamente vero, ma anche perché forse talvolta
l’enunciato p è analiticamente vero, benché non sia necessario che p. A
quanto pare, i significati dei termini nell’enunciato, “Se sono da qualche
parte, sono qui” garantiscono che quell’enunciato afferma qualcosa di
vero. È tuttavia contingente, e non necessario, che se sono da qualche
parte, sono qui, dal momento che, pur essendo a Ham, avrei potuto es-
sere a Occam.)

QUINE E KRIPKE SULLA NECESSITÀ DE RE

È a questo punto del dibattito che Quine insiste sull’indifendibilità e sul-


l’inintelligibilità della tesi secondo la quale un individuo (a prescindere dal
modo in cui è descritto) ha alcune proprietà necessariamente (o meglio,
essenzialmente), e altre contingentemente (o meglio, accidentalmente).
Secondo Quine, la distinzione tra verità analitiche e verità sintetiche
(cioè, non-analitiche) è problematica, e in ultima analisi indifendibile.
Ciononostante, Quine ammette che a prima vista è plausibile che una ta-
le distinzione ci sia, e che siamo per lo più in grado di accertare se un da-
to enunciato sia analiticamente vero o meno. (“Se Ada e Augusta sono
sorelle, Augusta e Ada sono sorelle” ci sembra ovviamente analitico,
“Ada ha una sorella” ci sembra ovviamente non-analitico). Di conse-
guenza, sempre che la necessità sia l’analiticità, sembra esserci una di-
stinzione tra verità necessarie e verità contingenti, e pare che siamo per
lo più in grado di accertare se sia necessario o meno che p.
D’altro canto, per come la vede Quine, l’idea secondo cui si può di-
re di certe, ma non di altre proprietà, che un dato individuo ha quelle


CHRISTOPHER HUGHES

proprietà non in quanto ciclista, o in quanto matematico, ma “in quan-


to sé stesso”, è peregrina. E, anche ammesso a fini argomentativi che ci
sia una distinzione tra proprietà essenziali e proprietà accidentali, sem-
bra del tutto arbitrario annoverare essere razionale o essere bipede tra le
proprietà essenziali, o tra le proprietà accidentali, dell’individuo che si
dedica alla matematica oltre che al ciclismo (anche se una venerabile tra-
dizione vuole che entrambe le proprietà siano proprietà essenziali del ci-
clista-matematico). In nuce, nell’ottica quineana c’è un modo di inten-
dere la necessità che lascia spazio a una distinzione non misteriosa, non
arbitraria, e almeno inizialmente difendibile tra verità necessarie e verità
contingenti. E c’è un modo di intendere la necessità che lascia spazio al-
le proprietà modali di individui (equivalentemente, alle cosiddette “pre-
dicazioni modali de re”). Ma non c’è alcun modo di intendere la neces-
sità che soddisfi le due condizioni allo stesso tempo.
(Per inciso, Quine direbbe che c’è un altro modo, più ordinario, di
intendere la necessità che lascia spazio a una distinzione non misteriosa,
non arbitraria, e difendibile tra verità necessarie e verità contingenti, ma
non ne lascia alle predicazioni modali de re. Spesso, “è possibile che q”
significa grossomodo: “per quanto io sappia, q”; ed “è necessario che q”,
o “dev’essere che q”, significa grossomodo: “sono certo che q”, ossia: “so
che q”. Se intendiamo la necessità e la possibilità in questa accezione
“epistemico”, la distinzione tra verità necessarie e verità contingenti non
sarà misteriosa o arbitraria. Ma l’argomento, “Espero è necessariamen-
te identico a Espero, Lucifero = Espero”, quindi “Lucifero è necessa-
riamente identico a Espero” sarà invalido, visto che è perfettamente pos-
sibile che io sappia che “Espero = Espero”, pur non sapendo che “Lu-
cifero = Espero”. Di conseguenza, se la necessità in questione è episte-
mica, “essere necessariamente identico a Espero” non è una proprietà
dell’individuo che è Espero, e Lucifero.)
Kripke insiste sul fatto che, con buona pace di Quine, la distinzione
tra le proprietà essenziali e le proprietà accidentali di un individuo, ben
lungi dall’essere astrusa e squisitamente filosofica, è una distinzione che
il proverbiale uomo della strada trova perfettamente intelligibile (cfr. Na-
ming and Necessity, trad. it. pp. -). Poniamo che un filosofo, indican-
do una fotografia di Richard Nixon, dica al non-filosofo: “Quell’uomo
avrebbe potuto perdere le elezioni presidenziali americane del ’”. Il
non-filosofo non troverà quest’asserzione oscura o problematica. Certo
che non risponderà: “L’uomo nella fotografia, in quanto candidato,
avrebbe potuto perdere; ma cosa mai potrebbe significare dire che quel-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

l’uomo (a prescindere dal modo in cui è descritto) avrebbe potuto per-


dere? Dopotutto, anche se è vero che l’uomo nella fotografia, in quanto
candidato, avrebbe potuto perdere, non è vero che l’uomo nella foto-
grafia, in quanto vincitore delle elezioni, avrebbe potuto perdere”. Se in-
vece il filosofo avesse detto, indicando la fotografia di Nixon, “Quel-
l’uomo avrebbe potuto essere una canzone”, l’uomo della strada sareb-
be rimasto a dir poco perplesso. La ragione di questa asimmetria è che
l’uomo della strada non ha difficoltà a riconoscere che quell’uomo (la
persona nella fotografia, Nixon, a prescindere da come lo descriviamo)
avrebbe potuto perdere le elezioni, mentre non può credere che avreb-
be potuto essere una canzone. In altri termini, crede che quell’uomo sia
essenzialmente una non-canzone, ma solo accidentalmente il vincitore
delle elezioni americane del ’.
Qui un difensore di Quine potrebbe obiettare che se l’uomo della
strada è disposto ad accettare l’affermazione secondo cui quell’uomo
(Nixon) avrebbe potuto perdere le elezioni, ma non quella secondo cui
avrebbe potuto essere una canzone, non è perché ritiene che l’individuo
concreto Nixon sia essenzialmente una non-canzone, ma solo acciden-
talmente il vincitore dell’elezione del ’. È perché ritiene che gli uomi-
ni in quanto uomini siano non-canzoni, ma non ritiene che gli uomini in
quanto uomini siano non-perdenti-delle-elezioni-del-’. (In altre paro-
le, è perché ritiene che: necessariamente, se qualcuno è un uomo, è una
non-canzone; mentre non ritiene che: necessariamente, se qualcuno è un
uomo, è un non-perdente-delle-presidenziali-americane-del-’.)
Ma le cose non stanno così. Mettiamo che, anziché indicare una fo-
to di Nixon, il filosofo avesse detto:

(a) Il vincitore delle elezioni presidenziali americane del ’ avrebbe potuto
perderle.

L’uomo della strada non avrà problemi di sorta con quest’asserzione. Sa-
rebbe stato diverso, se invece il filosofo avesse detto:

(b) Il vincitore delle elezioni presidenziali americane del ’ avrebbe potuto es-
sere una canzone.

Ma se è necessario che, se qualcuno è il vincitore delle elezioni presi-


denziali americane del ’, quel qualcuno non sia una canzone, è altret-
tanto necessario che, se qualcuno è il vincitore delle elezioni presiden-
ziali del ’, quel qualcuno non abbia perso quelle elezioni. L’uomo del-


CHRISTOPHER HUGHES

la strada accetterebbe (a), ma non (b), non perché ritiene che i vincitori
delle elezioni presidenziali americane del ’, in quanto vincitori, siano
non-canzoni, mentre non ritiene che i vincitori delle elezioni presiden-
ziali del ’, in quanto vincitori, siano non-perdenti-di-quelle-elezioni.
La ragione per cui l’uomo della strada accetterebbe (a) ma non (b) è che
ritiene che di un individuo concreto – l’individuo che nel mondo reale
ha vinto le elezioni presidenziali americane del ’ – si possa dire: quel-
l’individuo avrebbe potuto perdere le elezioni del ’. Non ritiene, in-
vece, che di un individuo concreto – l’individuo che nel mondo reale ha
vinto le elezioni presidenziali americane del ’ – si possa dire: quell’in-
dividuo avrebbe potuto essere una canzone.
Cambiamo l’esempio leggermente. Supponiamo che il filosofo e
l’uomo della strada discutano a lungo del Polo Nord. Il giorno dopo, il
filosofo dice all’uomo della strada:

(c) La cosa di cui abbiamo discusso a lungo ieri – mi sfugge il suo nome – avreb-
be potuto essere una canzone.

L’uomo della strada sarà senz’altro sconcertato. Ma (dato il contesto giu-


sto) non lo sarebbe stato, se invece il filosofo avesse detto:

(d) La cosa di cui abbiamo discusso a lungo ieri avrebbe potuto essere la can-
zone The Other End of the Telescope, anziché il Polo Nord.

L’uomo della strada troverà (c) sconcertante, perché equivale a

(c') C’è qualcosa, il cui nome mi sfugge, di cui abbiamo discusso a lungo, e di
cui si può dire: quella cosa avrebbe potuto essere una canzone.

Il che, a suo giudizio, non è vero, dato che la cosa a lungo discussa ieri è
il Polo Nord, e il Polo Nord non avrebbe potuto essere una canzone. Ma
(nel contesto giusto) non troverebbe (d) sconcertante, perché (d) non
implica che ci sia qualcosa di cui si può dire: quella cosa è il Polo Nord,
ma avrebbe potuto essere una canzone (nel caso specifico, The Other
End of the Telescope). La cosa di cui il filosofo e l’uomo della strada han-
no discusso a lungo ieri avrebbe potuto essere una canzone, ma solo se
fosse stato qualcos’altro – qualcosa di (numericamente) diverso dalla co-
sa di cui hanno (effettivamente) discusso a lungo ieri.
Gli argomenti anti-quineani di Kripke a sostegno della non esoteri-
cità della predicazione modale de re hanno avuto (a ragione, a mio avvi-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

so) un impatto enorme. Nel decennio precedente alla comparsa di Na-


ming and Necessity, molti filosofi analitici erano convinti che le predica-
zioni modali de re fossero astruse e malauguratamente “metafisiche”.
Dieci anni dopo Naming and Necessity, questa convinzione era per lo più
scomparsa. (Dato che mi sono iscritto all’università, negli USA, nel ’ –
l’anno della pubblicazione di Naming and Necessity – e mi sono addot-
torato nell’, sempre negli USA, ho potuto osservare questo mutamento
di persona, non solo nella letteratura di riferimento, ma anche nelle le-
zioni e nei seminari che frequentavo.)

... UN ARGOMENTO NON-QUINEANO


CONTRO L’ESSENZIALITÀ DELL’IDENTITÀ

Non tutti i filosofi che negli anni cinquanta e sessanta negavano o dubi-
tavano di (EI) negavano o dubitavano della legittimità delle predicazioni
modali de re. Alcuni trovavano (EI) problematica perché quella tesi sem-
brava loro incompatibile con la contingenza di alcuni enunciati che era-
no innegabilmente contingenti.
Questo potrebbe sorprenderci. Dopotutto, come Kripke mette in
evidenza (cfr. la Prefazione di Naming and Necessity; e Identity and Ne-
cessity, trad. it. pp. -) la tesi secondo la quale l’identità è una rela-
zione essenziale (o necessaria, o “interna”) non dice nulla sulla contin-
genza o meno di enunciati; afferma solo che se “due” oggetti sono iden-
tici, lo sono necessariamente. Ma ci sono vari argomenti che potrebbero
indurre qualcuno a pensare che la contingenza di certi enunciati sollevi
problemi per (EI). Eccone uno:

Supponiamo che qualcuno diventi Miss Veneto, e poi diventi Miss Italia. In
tal caso, potremo dire che Miss Veneto e Miss Italia sono la stessa persona, ma
avrebbero potuto essere persone diverse. E ciò costituisce un controesempio
a (EI).

Come Kripke sottolinea (Identity and Necessity, trad. it. pp. -) que-
st’argomento è confuso per motivi già discussi da Bertrand Russell.
Nell’esempio in questione, c’è una persona – Sara, diciamo – che è es-
senzialmente identica a sé stessa, e solo accidentalmente esemplifica la
proprietà di essere Miss Italia nonché Miss Veneto; e, quindi, solo ac-
cidentalmente co-esemplifica le proprietà di “essere identica” ed “es-
sere Miss Italia” ed “essere Miss Veneto”. Quindi la contingenza nel-


CHRISTOPHER HUGHES

l’esempio ha a che fare con la relazione di co-esemplificazione, e non


con quella d’identità.

... UN ALTRO ARGOMENTO


CONTRO L’ESSENZIALITÀ DELL’IDENTITÀ

Fin qui, la posizione kripkeana sembra cavarsela bene. Ma c’è un altro


argomento a sostegno della falsità di (EI) che è molto meno palese-
mente difettoso. Come Kripke fa notare, abbiamo fortissima l’intui-
zione secondo cui, se è impossibile accertare la verità o meno di p a
priori, p dev’essere contingente (Naming and Necessity, trad. it. p.  e
passim). Di norma anche se non sempre, dobbiamo far ricorso all’e-
sperienza per scoprire se un enunciato contingente p è vero o meno –
per scoprire se il mondo reale è un mondo possibile in cui p o un mon-
do possibile in cui non si dà il caso che p. Ma, se p è una verità neces-
saria, allora siamo fortemente inclini a pensare che sarà almeno possi-
bile accertare la verità di p tramite un ragionamento a priori (a meno
che p non sia una proposizione la cui verità è per qualche motivo as-
solutamente “inaccertabile”). Di primo acchito, tutto ciò non solleva
problemi per (EI). Dopotutto, gli argomenti a favore di quella tesi so-
no del tutto a priori.
Se non fosse che è stato un astronomo, e non un logico, a scoprire
che Lucifero e Espero sono lo stesso pianeta, piuttosto che pianeti di-
versi. Ed è difficile credere che qualcuno avrebbe potuto scoprirlo a
priori. Ammesso che gli enunciati non conoscibili a priori siano sempre
contingenti, ne segue che “Lucifero e Espero sono lo stesso pianeta” e
“Lucifero e Espero sono pianeti diversi” sono entrambi contingenti. Da
cui sembra seguirne: sarà vero che Lucifero ed Espero sono lo stesso pia-
neta, ma avrebbero potuto essere pianeti diversi.
Un difensore della essenzialità dell’identità potrebbe pensare che
questo ragionamento non ponga particolari problemi. Dopo tutto, ab-
biamo già visto che la contingenza di “Miss Veneto e Miss Italia sono la
stessa persona, ma avrebbero potuto essere persone diverse” è perfetta-
mente compatibile con (EI). E lo stesso può dirsi della contingenza di
“Lucifero e Espero sono lo stesso pianeta, ma avrebbero potuto essere
pianeti diversi”.
C’è un problema, tuttavia. Diciamo che due pianeti sono vicini se
non c’è nessun pianeta tra di loro, e non-vicini se c’è qualche pianeta tra
di loro. In tal caso potremo dire che:


. IDENTITÀ ED ESSENZE

(I) Venere e Mercurio sono vicini, ma avrebbero potuto essere non-vicini.

Se:

(II) Venere = questo pianeta [il pianeta che si chiama Espero e Lucifero].

E:

(III) Mercurio = quel pianeta [il pianeta più vicino al sole].

Allora, a quanto pare, potremo desumere (da I-III) che:

(IV) Questo pianeta e quel pianeta sono vicini, ma avrebbero potuto essere
non-vicini.

E:

(V) Quest’individuo e quell’individuo sono vicini, ma avrebbero potuto esse-


re non-vicini.

Analogamente, poniamo che:

(I') Espero e Lucifero siano lo stesso pianeta, ma avrebbero potuto essere pia-
neti diversi.

Se:

(II') Espero = questo pianeta [il pianeta che si vede in questa parte del cielo in
tarda serata].

E:

(III') Lucifero = quel pianeta [il pianeta che si vede in quella parte del cielo in
prima mattinata].

Allora, a quanto pare, potremo desumere (da I'-III') che:

(IV') Questo pianeta e quel pianeta sono lo stesso pianeta, ma avrebbero potu-
to essere pianeti diversi.

(Necessariamente) ogni pianeta è un individuo, “due” individui non


possono essere lo stesso pianeta senza essere identici, e due individui


CHRISTOPHER HUGHES

non possono essere pianeti diversi senza essere diversi. Quindi da (IV')
ne segue che:

(V') Quest’individuo e quell’individuo sono identici, ma avrebbero potuto es-


sere diversi.

E (V') è palesemente incompatibile con (EI): afferma che due individui


che sono in realtà una cosa sola avrebbero potuto essere due cose diver-
se. (Qui assumo che quest’individuo possa essere diverso da quell’indi-
viduo – ossia essere in una relazione di diversità con quell’individuo –
soltanto se quest’individuo e quell’individuo esistono. Altrimenti, (EI)
non ci precluderebbe di dire che può capitare che “quest’individuo e
quell’individuo sono identici” sia vero nel mondo reale, e che “quest’in-
dividuo e quell’individuo sono diversi” sia vero in un mondo possibile
alternativo, purché l’individuo nel mondo reale che è quest’individuo e
quell’individuo non esista nel mondo possibile alternativo.)

... ESSENZIALITÀ DELL’IDENTITÀ: UNA POSSIBILE DIFESA

Ed ecco come potrebbe rispondere un difensore di (EI).

Mettiamo che
(I*) Miss Veneto e Miss Italia siano la stessa persona, ma avrebbero potuto es-
sere persone diverse.
(II*) Miss Veneto = questa persona [Sara].
E:
(III*) Miss Italia = quella persona [Sara].
Gli enunciati (I*)-(III*) non implicano congiuntamente che:
(IV*) Questa persona e quella persona sono la stessa persona, ma avrebbero po-
tuto essere persone diverse.
Se questa persona = Sara = quella persona, questa persona e quella persona non
avrebbero potuto essere persone diverse.
Analogamente, non possiamo desumere (IV') da (I')-(III'). Da Lucifero e Espero
avrebbero potuto essere pianeti diversi, questo pianeta = Lucifero, e quel pianeta =
Espero, non segue che questo pianeta e quel pianeta avrebbero potuto essere
pianeti diversi.

L’invalidità dell’inferenza da (I')-(III') è un caso particolare di un feno-


meno più generale, che l’introduzione di un po’ di terminologia ci aiu-
terà a spiegare. Se iniziamo con un contesto modale – ad esempio, ____


. IDENTITÀ ED ESSENZE

e ____ avrebbero potuto essere diversi – possiamo riempire i vuoti in quel


contesto con diversi termini, tra i quali titoli (“Miss Veneto”, “Miss Ita-
lia”), nomi propri (“Lucifero”, “Espero”), e frasi dimostrative (“que-
st’individuo”, “quel pianeta”). Quando riempiamo (tutti) i vuoti in un
contesto modale, otteniamo un enunciato che sarà vero o falso (tipica-
mente, a seconda del modo in cui abbiamo riempito i vuoti).
Diciamo che due termini t e t' sono intersostituibili salva veritate in
un dato contesto modale se non fa alcuna differenza alla verità o meno
dell’enunciato che otteniamo riempiendo i vuoti di quel contesto se
riempiamo un dato vuoto con un termine o con l’altro. Banalmente ogni
termine è intersostituibile salva veritate con sé stesso in ogni contesto
modale. Meno banalmente, “” e “V” sono intersostituibili in ogni con-
testo modale. Se t e t' sono due titoli diversi, non è detto che siano in-
tersostituibili salva veritate in ogni contesto modale, anche se quei ter-
mini sono co-referenziali (cioè, anche se si riferiscono allo stesso indivi-
duo). È vero che Miss Veneto e Miss Italia avrebbero potuto essere per-
sone diverse, ed è falso che Miss Veneto e Miss Veneto avrebbero potu-
to essere persone diverse. Quindi i titoli “Miss Veneto” e “Miss Italia”
non sono intersostituibili salva veritate nel contesto modale “Miss Ve-
neto e _____ avrebbero potuto essere persone diverse” (benché “Miss
Veneto” e “Miss Italia” si riferiscano allo stesso individuo, Sara). Inol-
tre, se t è un titolo, e t' è una frase dimostrativa, non è detto che t e t' sia-
no intersostituibili salva veritate in ogni contesto modale, anche se quei
termini sono co-referenziali. Se t = “Miss Veneto” e t' è “questa perso-
na” (Sara), t e t' non saranno intersostituibili salva veritate nel contesto
“____ avrebbe potuto essere un’altra persona”. Analogamente, se t e t
sono titoli, e t e t sono frasi dimostrative, non è detto che t e t, o t e
t siano intersostituibili salva veritate, anche se t e t, e t e t sono cop-
pie di termini co-referenziali. Nell’esempio discusso sopra, “Miss Vene-
to” e “questa persona” sono co-referenziali, e lo stesso vale per “Miss
Italia” e “quella persona”. Tuttavia, se riempiamo il primo vuoto del
contesto modale, “___ e ___ sono la stessa persona, ma avrebbero po-
tuto essere persone diverse”, con “Miss Veneto”, e il secondo vuoto con
“Miss Italia”, otterremo un enunciato vero; se invece riempiamo il pri-
mo vuoto con “questa persona” e il secondo vuoto con “quella perso-
na”, otterremo un enunciato falso.
Nell’argomento contro (EI) in discussione (cioè, l’argomento la cui
prima premessa è (I'), e la cui conclusione è (V'), viene assunto che i no-
mi propri e le frasi dimostrative siano intersostituibili salva veritate in


CHRISTOPHER HUGHES

contesti modali, purché siano co-referenziali. Ma quest’assunto è sba-


gliato: così come la sostituzione di una frase dimostrativa a un titolo in
un enunciato modale può trasformare una verità in una falsità, la sosti-
tuzione di una frase dimostrativa a un nome proprio in un enunciato mo-
dale può trasformare una verità in una falsità. (Per inciso, anche se t e t'
sono nomi propri co-referenziali, non è detto che siano intersostituibili
salva veritate in ogni contesto modale. “” e “V” sono intersostituibili
salva veritate in ogni contesto modale, ma “Espero” e “Lucifero” non lo
sono. Dopotutto, è a posteriori e quindi contingente che, se Lucifero esi-
ste, Lucifero = Espero. Ma è a priori e necessario che, se Espero esiste,
Espero = Espero. Quindi i nomi propri “Espero” e “Lucifero”, pur es-
sendo co-referenziali, non sono intersostituibili salva veritate nel conte-
sto modale “è necessario che se ___ esiste, ___ = Espero”.)

... RIGIDITÀ E INTERSOSTITUIBILITÀ IN CONTESTI MODALI

Che dire di questa difesa di (EI)? Kripke direbbe che è sbagliata, in quan-
to assimila (a torto) i nomi propri ai titoli. Per spiegare perché Kripke è
di quest’avviso, sarà utile far ricorso alla celebre distinzione kripkeana
tra i cosiddetti “designatori rigidi” e i “designatori non-rigidi” o acci-
dentali (cfr. CAP. , in particolare PAR. .).
Ci sono termini che si riferiscono a un certo individuo nel mondo
reale, e si riferiscono a un altro individuo in un altro mondo possibile.
In parole più povere, ci sono termini che si riferiscono a una certa cosa,
ma sarebbero potuti riferirsi a un’altra, se le cose fossero andate diver-
samente. Ad esempio, il termine “la capitale d’Italia” si riferisce a Roma,
ma se le cose fossero andate diversamente, si sarebbe riferito, poniamo,
a Venezia. Kripke chiama un termine di questo tipo un designatore non-
rigido. (A scanso di equivoci: quando dico che Kripke chiama un termi-
ne che si riferisce a una cosa, ma avrebbe potuto riferirsi a qualcos’altro
un designatore non-rigido, intendo con ciò che il termine avrebbe potu-
to riferirsi a qualcos’altro, pur avendo il significato che ha nel mondo rea-
le. “La capitale d’Italia” avrebbe potuto riferirsi a Venezia, pur avendo
il significato – in quanto distinto dal riferimento – che ha nel mondo rea-
le. Se non richiedessimo che il significato di un termine rimanesse co-
stante, allora il concetto di designatore non-rigido non sarebbe interes-
sante, visto che ogni termine che si riferisce a una cosa, avrebbe potuto
riferirsi a qualcos’altro, se quel termine avesse avuto un significato di-
verso dal significato che ha nel mondo reale.)


. IDENTITÀ ED ESSENZE

Ci sono invece termini che si riferiscono a un dato individuo in ogni


mondo possibile, o per lo meno in ogni mondo possibile in cui quell’in-
dividuo esiste. In parole più povere, ci sono termini che si riferiscono a
una cosa, e che non avrebbero potuto non riferirsi a quella cosa (am-
messo che quella cosa esista). Kripke chiama termini di questi tipo desi-
gnatori rigidi. (Ancora una volta, quando dico che Kripke chiama un ter-
mine che non sarebbe potuto non riferirsi a una certa cosa un designa-
tore rigido, intendo con ciò che il termine non avrebbe potuto non rife-
rirsi a quella cosa, dato il significato che ha nel mondo reale; altrimenti il
concetto di designatore rigido non sarebbe interessante, visto che ogni
termine che si riferisce a una cosa, avrebbe potuto riferirsi a qualcos’al-
tro, se quel termine avesse avuto un significato diverso dal significato che
ha nel mondo reale.)
Mettiamo che a e b siano designatori non-rigidi, e che a e b designi-
no lo stesso individuo nel mondo reale, ma individui diversi in un mon-
do possibile alternativo m. Se, nel mondo m, a e b designano individui
diversi, l’enunciato a è diverso da b sarà vero nel mondo m. D’altro can-
to, l’enunciato “a è diverso da a” non sarà vero in m o in alcun altro mon-
do. Inoltre, un enunciato della forma, “avrebbe potuto darsi che p” sarà
vero se e solo in qualche mondo possibile è vero che p. Ne segue che, nel
caso in discussione, “avrebbe potuto darsi che a fosse diverso da b” è ve-
ro, ma l’enunciato “avrebbe potuto darsi che a fosse diverso da a” è fal-
so. Da ciò possiamo inferire che i designatori a e b, pur essendo co-refe-
renziali, non sono intersostituibili salva veritate in ogni contesto modale
(perché non sono intersostituibili salva veritate nel contesto modale, “sa-
rebbe potuto darsi che a fosse diverso da ___”).
Stando allo stesso argomento, se a e b sono designatori co-referen-
ziali, solo uno dei quali è rigido, può capitare che a e b non siano inter-
sostituibili salva veritate in un contesto modale.
Se invece a e b sono designatori rigidi co-referenziali, a e b saranno
intersostituibili salva veritate in contesti modali. Quindi saranno inter-
sostituibili in contesti quali “è necessario che ___ = ___” e “sarebbe po-
tuto darsi che ___ e ____ fossero diversi”. A titolo d’esempio: se “” e
“V” sono designatori rigidi co-referenziali, ed è necessario che “ =  +
”, allora è necessario che “V =  + ”. Ecco l’argomento:

() Mettiamo che sia necessario che  =  + .


()  =  +  è vero in ogni mondo possibile. (Da , e dalla definizione di neces-
sità.)
()  =  +  è vero in un mondo possibile qualunque m. (Da .)


CHRISTOPHER HUGHES

()  =  +  è vero nel mondo m se e solo se l’individuo designato da “” nel


mondo m = l’individuo designato da “ + ” nel mondo m. (Per definizione.)
() V =  +  è vero nel mondo m se e solo se l’individuo designato da “V” nel
mondo m = l’individuo designato da “ + ” nel mondo m. (Per definizione.)
() L’individuo designato da “” nel mondo m = l’individuo designato da “V”
nel mondo m. (Dalla rigidità e dalla co-referenzialità di “” e “V”.)
()  =  +  è vero nel mondo m se e solo se V =  +  è vero nel mondo m (Da
 – .)
() V =  +  è vero nel mondo m. (Da  e .)
() È necessario che V =  + .
Infine, siccome abbiamo mostrato che V =  +  è vero in un mondo pos-
sibile m scelto arbitrariamente, sappiamo che V =  +  è vero in ogni mondo
possibile; e se V =  +  è vero in ogni mondo possibile, allora è necessario che
V =  + .

()-() mostra che, se è necessario che “ =  +”, è necessario che “V =


 + ”. Mutatis mutandis, lo stesso argomento può mostrare che, se è ne-
cessario che “V =  + ”, è necessario che “ =  + ”. Quindi è necessa-
rio che “ =  + ” se e solo se è necessario che “V =  + ”, e non fa al-
cuna differenza per la verità dell’enunciato che otteniamo riempiendo il
vuoto nel contesto “è necessario che ___ =  + ” se riempiamo quel vuo-
to con “” o con “V”.
Come facciamo a sapere se un dato designatore è rigido o meno?
Kripke suggerisce il seguente test: se possiamo dire che qualcos’altro (o
qualcun altro) avrebbe potuto essere a o dire che “a avrebbe potuto esi-
stere senza essere a”, allora il termine a è non-rigido. Altrimenti a è rigi-
do (cfr. Naming and Necessity, trad. it. p. . Il test suggerito da Kripke
in quel passo è in effetti un po’ più semplice, ma la versione più com-
plessa è più consona al modo in cui Kripke definisce “rigido”.) Stando
a questo test, “Miss Veneto” e “Miss Italia” sono designatori non-rigidi:
“Sara = Miss Veneto”, ma qualcun’altra avrebbe potuto essere Miss Ve-
neto. “Quest’individuo” e “quell’individuo” invece sono designatori ri-
gidi: non possiamo dire che qualcos’altro avrebbe potuto essere questo
individuo, o dire che quest’individuo sarebbe potuto esistere senza es-
sere questo individuo.
Che dire dei nomi propri? Kripke insiste sulla loro rigidità (Naming
and Necessity, trad. it. p. ; e Identity and Necessity, trad. it. pp. -).
Un’altra persona avrebbe potuto essere Miss Veneto, ma un’altra perso-
na non avrebbe potuto essere Sara. Miss Veneto sarebbe potuta esistere
senza essere Miss Veneto, ma Sara non sarebbe potuta esistere senza es-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

sere Sara. Kripke ha persuaso tutti o quasi (me compreso) della rigidità
dei nomi propri.
Se, però, i nomi propri e le frasi dimostrative sono rigidi, potremo
sostituire frasi dimostrative a nomi propri in contesti modali, purché
quei termini siano co-referenziali. In tal caso, dato (I'), potremo giunge-
re a (V') – cioè, alla conclusione che due individui possono essere solo
accidentalmente identici.
Ammesso che vogliamo respingere questa conclusione, che fare? Per
Kripke, l’unica opzione è quella di negare (I'). Dovremo dire che se
Espero e Lucifero sono lo stesso pianeta, non avrebbero potuto essere
pianeti diversi. Quindi dovremo dire che se Espero = Lucifero, è neces-
sario (nel presunto senso debole kripkeano di “necessario” già discusso)
che Espero = Lucifero. O, altrimenti detto, se Espero = Lucifero, allora
è necessario che, se Espero/Lucifero esiste, Espero = Lucifero. Questa
conclusione, per quanto sorprendente a prima vista, sembra ben moti-
vata dalle considerazioni messe in evidenza da Kripke.
Ricapitolando. Negli anni cinquanta e sessanta (EI) veniva spesso
considerata, nella peggiore delle ipotesi, una tesi disperatamente confu-
sa, e nella migliore, una tesi altamente paradossale, alla luce delle sue
conseguenze paradossali. Ad oggi, quella tesi potrebbe sembrare una ba-
nalità della logica modale. Spero di aver spiegato perché Kripke ha ra-
gione a sostenere l’incontestabilità di (EI). Ma spero anche di aver spie-
gato perché quella tesi, e gli argomenti kripkeani a suo sostegno sono
tutt’altro che banali.

.
Implicazioni dell’essenzialità dell’identità
... NECESSITÀ E A PRIORICITÀ

Se “Espero = Lucifero” è (almeno “debolmente”) necessario, delle due


l’una: o “se Espero esiste, Espero = Lucifero” è conoscibile a priori, o
“se Espero esiste, Espero = Lucifero”, pur essendo necessario, non è co-
noscibile a priori, e non potremo più dire che, qualora sia necessario che
p, e sia possibile venire a sapere che p, è almeno possibile venire a sape-
re che p senza far ricorso all’esperienza.
In Naming and Necessity, Kripke sembra dire che dovremmo ab-
bandonare l’idea secondo la quale ogni proposizione necessaria (o ogni


CHRISTOPHER HUGHES

proposizione necessaria che è conoscibile) è conoscibile a priori (cfr. Na-


ming and Necessity, trad. it. pp.  e ; e Identity and Necessity, trad. it.
pp. -). E non pochi filosofi danno per scontato che Kripke sia im-
pegnato all’esistenza di verità necessarie (conoscibili) che non sono co-
noscibili a priori. Va sottolineato però che nell’articolo A Puzzle About
Belief () Kripke si limita a dire che dovremmo abbandonare o l’idea
secondo la quale ogni proposizione necessaria che è conoscibile è cono-
scibile a priori, o quella secondo la quale proposizioni quali “se Espero
esiste, Espero = Lucifero” non sono conoscibili a priori (cfr. A Puzzle
About Belief, nn.  e ).

... IDENTITÀ E COINCIDENZA

Come Kripke evidenzia, (EI) ha conseguenze importanti riguardanti il


criterio d’identità per gli oggetti materiali, e il rapporto tra l’identità e la
coincidenza (cioè, l’essere nello stesso luogo allo stesso tempo).
Un criterio d’identità per un dato genere è un tentativo di specifica-
re le condizioni che “due” individui di quel genere devono soddisfare
per poter esser detti identici. I seguenti sono esempi di criteri d’identità
(adeguati o inadeguati che siano) per i generi molecola d’acqua, squadra,
e essere umano:

Due molecole d’acqua sono identiche se e solo se sono composte degli stessi
atomi.
Due squadre sono identiche se e solo se sono composte degli stessi atleti.
Due esseri umani sono identici se e solo se sono composti dello stesso corpo e
della stessa anima.

Qual è un criterio adeguato per gli oggetti materiali? (Parlo di un crite-


rio adeguato, anziché del criterio adeguato, perché non è detto che per
ogni genere ci sia solo un criterio d’identità adeguato. Forse “due ani-
mali sono identici se e solo se hanno lo stesso corpo” e “due animali so-
no identici se e solo se hanno la stessa vita” sono entrambi criteri d’i-
dentità adeguati per il genere animale). Diciamo che due oggetti mate-
riali coincidono in qualche istante se e solo se, in qualche istante, quei due
oggetti riempiono completamente e non si estendono oltre la stessa re-
gione di spazio. Alcuni metafisici contemporanei (tra i quali Peter van
Inwagen) hanno proposto il criterio di coincidenza in qualche istante, se-
condo cui:


. IDENTITÀ ED ESSENZE

Due oggetti materiali sono identici se e solo se coincidono in qualche istante.

Sembra esserci un argomento chiaro e semplice a sostegno di questo cri-


terio. Vediamolo.
Così come non si trova mai un oggetto materiale in due luoghi di-
versi (allo stesso tempo), non si trovano mai due oggetti materiali diver-
si nello stesso luogo (allo stesso tempo). Se così è, ne consegue che:

(a) Due oggetti materiali sono diversi solo se non coincidono mai.

Inoltre, è palese che:

(b) Due oggetti materiali sono diversi se non coincidono mai.

Mettendo (a) e (b) insieme, otteniamo:

(c) Due oggetti materiali sono diversi se e solo se non coincidono mai.

Il quale a sua volta equivale a:

(d) Due oggetti materiali sono identici se e solo coincidono in qualche istante.

Alla luce di quest’argomento, il criterio di coincidenza in qualche istan-


te potrebbe sembrare ovviamente adeguato. In realtà, ha delle conse-
guenze decisamente non ovvie. Per esempio, implica che una statua di
marmo e la “porzione” di marmo che costituisce quella statua non sono
oggetti materiali diversi. Dopotutto, se una statua e la porzione di mar-
mo che la costituisce sono oggetti materiali diversi, sono oggetti mate-
riali diversi che coincidono in qualche istante (più precisamente, in tut-
ti gli istanti in cui la porzione di marmo costituisce la statua). Più in ge-
nerale, il criterio di coincidenza in qualche istante implica che un ogget-
to materiale e la sua materia non sono mai oggetti materiali diversi, e che
il mondo materiale non contiene porzioni di materia in aggiunta ad altri
oggetti materiali. Qui qualcuno potrebbe obiettare:

È un truismo che una statua è una porzione di materia con una certa forma (e
storia). E se una statua è una porzione di materia con una certa forma (e storia),
per ogni statua c’è qualche porzione di materia (la porzione con la forma e la
storia giusta) di cui possiamo dire: quella statua = quella porzione di materia.
Un oggetto immateriale (quale il numero sette), o un oggetto parzialmente im-


CHRISTOPHER HUGHES

materiale (come un essere umano, se San Tommaso ha ragione a credere che gli
esseri umani siano costituiti da un corpo materiale e un’anima immateriale) ov-
viamente non può essere identificato con qualsiasi porzione di materia. Ma che
cosa mai potrebbe essere un oggetto (del tutto) materiale, se non una porzione
di materia?

Se però una “statua di marmo = la porzione di marmo” che la costitui-


sce, quella statua e quella porzione di marmo avranno esattamente le
stesse proprietà. E questa condizione non sembra essere soddisfatta. Ad
esempio, la porzione di marmo, ma non la statua, è preesistita alla sta-
tua. E la porzione di marmo (probabilmente) esisterà ancora (forse in
uno stato “sparpagliato”), quando la statua non esisterà più.
Un difensore del criterio di coincidenza in qualche istante potreb-
be dire che, siccome la statua = la porzione di marmo che la costituisce,
non è vero che la porzione di marmo è preesistita alla statua. Se quella
porzione di marmo esisteva in un momento passato, quella statua esi-
steva in quel momento – anche se in quel momento quella statua non
era ancora una statua. Se quella porzione di marmo esisterà in un mo-
mento futuro, quella statua esisterà in quel momento – anche se in quel
momento quella statua non sarà più una statua. (Ecco un’analogia: se
questo adulto = questo essere umano allora, se questo essere umano esi-
steva in un momento passato, quest’adulto esisteva in quel momento –
anche se non era ancora un adulto. E se questa bambina = questo esse-
re umano allora, se questo essere umano esisterà in un momento futu-
ro, questa bambina esisterà in quel momento – anche se non sarà più
una bambina.)
A pensarci bene, però, la relazione tra (poniamo) una statua bron-
zea e la porzione di bronzo che la costituisce sembra diversa dalla re-
lazione tra (poniamo) la bambina Chiara e l’essere umano Chiara. Met-
tiamo che molti anni addietro, quando frequentavo la scuola elemen-
tare, io avessi una compagna di classe di nome Chiara. Nel tentativo di
ritrovare Chiara, torno alla scuola elementare che ho frequentato.
Chiedo al preside (che è preside da cinquant’anni, e ha una memoria
ferrea): “Molti anni fa, una bambina di nome Chiara N. frequentava
questa scuola. Non saprebbe per caso che fine ha fatto?”. Il preside ri-
sponde, “Certo che lo so: ha l’ufficio dietro l’angolo. È vice-preside di
questa scuola!”. La risposta del preside è perfettamente accettabile,
perché l’individuo che era una bambina, ed era la mia compagna di
classe = Chiara N. = l’individuo che ha l’ufficio dietro l’angolo, ed è vi-
ce-preside.


. IDENTITÀ ED ESSENZE

Torniamo ora alla statua e al materiale che la costituisce. Mettiamo


che molti anni addietro io abbia lasciato a casa tua una statua di bronzo
a forma di piramide. Qualche anno dopo, dimenticandoti che la sta-
tuetta mi apparteneva, l’hai fusa, e col bronzo fuso hai realizzato una sta-
tua di un porcellino d’India che hai messo sulla mensola del caminetto.
Ignaro di tutti questi avvenimenti, a un certo punto, mi torna alla men-
te la statuetta, busso alla tua porta, e ti chiedo: “Molto tempo addietro,
ho lasciato da te una statuetta. Ce l’hai ancora?”.
Se la relazione tra la statua piramidale e la porzione di bronzo che
la costituisce è una relazione d’identità, allora – proprio come l’indivi-
duo che era una ragazza, ed era la mia compagna di classe = l’essere
umano Chiara N. = l’individuo che è dietro l’angolo, ed è vice-preside
– l’individuo che era una statua piramidale, ed era da te = questa por-
zione di bronzo = l’individuo che è una statua di un porcellino d’India
ed è sulla mensola del caminetto. In tal caso, potrai (correttamente) ri-
spondere alla mia domanda così: “Certo che ce l’ho. Eccola!” (indi-
cando la statua del porcellino d’India sulla tua mensola del caminetto).
Ma questa risposta è palesemente sbagliata. La porzione di bronzo sul-
la tua mensola del caminetto = la porzione di bronzo che ho lasciato da
te, ma la statua piramidale che ho lasciato da te e la statua a forma di
porcellino d’India che è sulla mensola del tuo caminetto sono manife-
stamente statue diverse.

... IDENTITÀ E COINCIDENZA QUADRIDIMENSIONALE

La tesi secondo la quale un oggetto materiale = la porzione di materia


che lo costituisce è a dire poco problematica per un’altra ragione. Nel
caso di una statua di marmo, ammesso che quella statua sia da identifi-
care con una qualche porzione di marmo, sappiamo con quale porzione
identificarla (la porzione di marmo che costituisce quella statua perma-
nentemente). Ma se affermiamo che un fiume è da identificare con una
qualche porzione d’acqua, quest’affermazione inviterà la domanda,
“Con quale, precisamente?” Un fiume è composto di diverse porzioni
d’acqua in diversi momenti, e non può essere identificato con una di es-
se (tanto meno con una porzione d’acqua diversa da tutte quelle che in
un qualche momento costituiscono quel fiume!) E questo problema sor-
gerà ogniqualvolta un oggetto materiale sia costituito da qualche por-
zione di materia solo temporaneamente (sia quell’oggetto materiale un
fiume, un corpo umano, una casa...)


CHRISTOPHER HUGHES

Considerazioni di questo tipo hanno indotto quasi tutti gli “ontolo-


gi” di orientamento analitico a concludere che il criterio di coincidenza
in qualche istante, per quanto inizialmente plausibile, è inadeguato. Tut-
tavia, molti ontologi direbbero, quel criterio è inizialmente plausibile,
perché non è lontano mille miglia dalla verità. A loro parere, il busillis
sta nel separare l’elemento di verità dall’elemento erroneo. E questo, se-
condo Nelson Goodman, David Lewis, Donald Davidson, Theodore Si-
der, Quine, e vari altri ontologi, è possibile grazie a una concezione qua-
dridimensionalista degli oggetti materiali. Mi spiego.
Per Newton, gli oggetti materiali sono collocati in uno spazio tridi-
mensionale eterno. Un oggetto materiale è permanentemente collocato
nello spazio, ma di norma ha diverse collocazioni in diversi momenti.
In altri termini, in ogni momento in cui esiste, un oggetto materiale
riempie e non si estende oltre una qualche regione di spazio; ma di nor-
ma non vi è nessuna regione di spazio di cui si può dire: l’oggetto riem-
pie e non si estende oltre quella regione di spazio in ogni momento in
cui esiste.
Invece di supporre che gli oggetti materiali siano collocati in uno
spazio tridimensionale eterno, potremmo supporre che siano collocati
in una specie di “iperspazio” a quattro dimensioni che ha tre dimen-
sioni spaziali e una quarta dimensione temporale – un iperspazio che
potremmo chiamare “spazio-tempo”. (Qui il riferimento è alla teoria
della relatività, e in specie a Hermann Minkowski.) In tal caso, po-
tremmo dire che quell’oggetto ha una “ipercollocazione” nell’iperspa-
zio una volta per tutte. In altre parole: anziché dire che un oggetto ma-
teriale riempie e non si estende oltre diverse regioni di spazio in mo-
menti diversi, potremmo dire che un oggetto materiale riempie e non si
estende oltre una regione d’iperspazio (ossia una regione di spazio-tem-
po) una volta per tutte.
In quest’ottica quadridimensionalista, ci sarà una sovrapposizione
parziale tra una statua di marmo e la porzione di marmo dalla quale è
stata creata (o un fiume e la porzione d’acqua dalla quale è costituito in
questo momento). Questo perché la statua (o il fiume) riempirà e non si
estenderà oltre una regione di spazio-tempo che si sovrappone solo par-
zialmente alla regione di spazio-tempo che la porzione di marmo (o la
porzione d’acqua) riempie e rispetto alla quale non si estende oltre. Di
conseguenza, se abbiamo una concezione quadridimensionalista degli
oggetti materiali, potremo dire che due oggetti che coincidono in qual-
che istante, senza coincidere in ogni istante, si sovrappongono solo par-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

zialmente, mentre due oggetti materiali che coincidono in ogni istante si


sovrappongono totalmente. E potremmo offrire il seguente criterio al
posto del criterio di coincidenza in qualche istante:

Due oggetti materiali sono identici se e solo se coincidono quadridimensional-


mente (vale a dire, se e solo se si sovrappongono totalmente nello spazio-tem-
po, se e solo se riempiono e non si estendono oltre la stessa regione di spazio-
tempo).

Chiamiamo questo criterio il criterio di coincidenza quadridimensiona-


le. Secondo un discreto numero di ontologi, come accennavo sopra,
l’elemento di verità nel criterio di coincidenza in qualche istante sa-
rebbe racchiuso proprio nel criterio di coincidenza quadridimensio-
nale, e consisterebbe nel fatto che vi è una specie di coincidenza spa-
zio-temporale tra oggetti materiali che è sufficiente per l’identità di
quegli oggetti. L’elemento scorretto risiederebbe invece nel fatto che
quella specie di coincidenza è coincidenza nello spazio in un momen-
to, piuttosto che “ipercoincidenza” ossia coincidenza “eterna” nello
spazio-tempo. Il paladino del criterio di coincidenza in qualche istan-
te ha ragione a credere che, se due oggetti materiali si sovrappongono
totalmente, sono lo stesso oggetto materiale. Ma sbaglia nel ritenere
che coppie di oggetti come la statua e la porzione di bronzo dalla qua-
le è stata ricavata, o il fiume e l’acqua che lo costituisce in un certo
momento, si sovrappongano totalmente almeno temporaneamente. La
statua e la porzione di bronzo, o il fiume e la porzione d’acqua sono
oggetti quadridimensionali, e, in quanto tali, si sovrappongono solo
parzialmente. Supporre che quegli oggetti si sovrappongano total-
mente adesso è come supporre che un uomo e la sua mano si sovrap-
pongono totalmente qui.
Il criterio di coincidenza quadridimensionale è legato a filo doppio
con l’idea quineana che un oggetto materiale non è altro che il contenu-
to materiale di una data regione di spazio-tempo. Queste idee risultano
attrattive almeno per gli appassionati di un certo ideale di parsimonia
ontologica (per “gli amanti dei paesaggi desertici”, come Quine li chia-
ma). Tuttavia, come Kripke fa notare, sembrano esserci casi in cui due
oggetti materiali coincidono quadridimensionalmente solo accidental-
mente. Nell’esempio discusso da Kripke nelle sue lezioni inedite sull’i-
dentità attraverso il tempo, se un fiore muore prima di sbocciare, lo ste-
lo (o per la precisione, lo stelo più le radici) e il fiore coincideranno qua-
dridimensionalmente in modo solo accidentale, dal momento che il fio-


CHRISTOPHER HUGHES

re sarebbe potuto estendersi oltre lo stelo (si sarebbe esteso oltre lo ste-
lo, se non fosse morto anzitempo).
Per chiarire il punto, vediamo un altro esempio di coincidenza qua-
dridimensionale accidentale. Consideriamo la gatta Beppa, una gatta
“normale” dal punto di vista fisico. Innanzitutto, chiamiamo il comple-
mento universale della gatta Beppa tutto ciò che Beppa non è (in altre
parole, ciò che resterebbe dell’universo se Beppa svanisse d’un colpo).
Analogamente, chiamiamo il complemento felino della coda di Beppa
tutta Beppa meno la sua coda (in altre parole, ciò che resterebbe di Bep-
pa se non ci fosse più la sua coda). È chiaro che Beppa e il complemen-
to felino della sua coda non coincidono quadridimensionalmente (poi-
ché stiamo assumendo che adesso Beppa abbia una coda). Si consideri
adesso uno scenario in cui – a differenza di quello che abbiamo traccia-
to – quando era ancora in utero Beppa è stata esposta a una dose di ra-
diazione mutagena e, di conseguenza, non le è mai cresciuta la coda. In
questo scenario, Beppa e il complemento felino della sua coda coinci-
dono quadridimensionalmente e lo fanno solo accidentalmente (solo per
via della radiazione che ha impedito che Beppa a un certo punto si esten-
desse oltre il complemento felino della sua coda). Certo, questo è un ca-
so meramente ipotetico di coincidenza quadridimensionale accidentale;
ma, a pensarci bene, è chiaro che vi possono essere gatti che (perché ven-
gono esposti alla radiazione, o perché muoiono anzitempo) coincidono
quadridimensionalmente con il complemento felino della coda che
avrebbero potuto avere e lo fanno solo accidentalmente. Se siamo d’ac-
cordo su questo punto, allora ne seguono dei problemi per il quadridi-
mensionalismo. Vediamo perché.
Prima di Naming and Necessity, i sostenitori del criterio di coinci-
denza quadridimensionale avrebbero probabilmente accettato tranquil-
lamente l’esistenza di coppie di oggetti che coincidevano solo acciden-
talmente. Avrebbero per lo più ragionato in questo modo: o Beppa non
esiste o Beppa coincide quadridimensionalmente con il complemento feli-
no della coda che le sarebbe cresciuta se non fosse stata esposta alla radia-
zione mutagena è ovviamente non-analitico e a posteriori. È perciò un
caso chiaro di una proposizione contingente.
Se, però, “due” oggetti non possono essere identici in modo solo ac-
cidentale, e due oggetti materiali possono essere quadridimensional-
mente coincidenti in modo solo accidentale, ne segue che il criterio di
coincidenza quadridimensionale è sbagliato. Ecco perché: mettiamo
che l’oggetto materiale (o) coincida quadridimensionalmente con l’og-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

getto materiale (o') solo in modo accidentale. Siccome ogni oggetto ma-
teriale è essenzialmente identico a sé stesso, e “due” oggetti materiali
non possono essere identici senza coincidere quadridimensionalmente,
ogni oggetto materiale essenzialmente coincide quadridimensional-
mente con sé stesso. Di conseguenza, sebbene (o) coincida quadridi-
mensionalmente con (o') solo accidentalmente, (o') coincide quadridi-
mensionalmente con (o') essenzialmente. In altri termini, (o) e (o') so-
no discernibili rispetto alla proprietà di essenzialmente coincidere qua-
dridimensionalmente con (o'), e rispetto alla proprietà di solo acciden-
talmente coincidere quadridimensionalmente con (o'). Stando all’indi-
scernibilità degli identici, (o) e (o') sono oggetti materiali diversi, ben-
ché coincidano quadridimensionalmente. Quindi il criterio di coinci-
denza quadridimensionale è sbagliato, quod erat demonstrandum. (Si
noti la somiglianza di quest’argomento con quello di Barcan Marcus e
Kripke a sostegno di EI.)
In sintesi: secondo una tradizione che risale ai tempi dei pre-so-
cratici, ogni oggetto materiale non è altro che la porzione di materia
che lo costituisce (e con cui coincide); perciò un elenco completo del-
le porzioni di materia che vi sono al mondo sarebbe un elenco com-
pleto degli oggetti materiali che vi sono al mondo. Secondo un’altra
tradizione, che risale almeno ad Aristotele, vi sono oggetti materiali
che sono diversi dalle porzioni di materia che li costituiscono (e con
cui coincidono). Come abbiamo visto, l’identificazione di oggetti ma-
teriali con porzioni di materia sembra problematica se gli oggetti ma-
teriali e le porzioni di materia vengono concepite tridimensionalmen-
te. Ma qualcuno potrebbe supporre (e, prima di Kripke, come abbia-
mo visto, non pochi l’hanno fatto) che quell’identificazione non fosse
problematica, purché gli oggetti materiali e le porzioni di materia ve-
nissero concepiti quadridimensionalmente. Kripke ha mostrato che le
cose non stanno così. A quanto pare, due oggetti materiali possono
coincidere permanentemente ma accidentalmente, ed è un corollario
dell’essenzialità dell’identità che nessun oggetto materiale può coinci-
dere accidentalmente con sé stesso. Quindi, a prescindere dal numero
di dimensioni che gli oggetti materiali e le porzioni di materia possono
avere, sembrano esserci buone ragioni per respingere l’idea secondo
cui ogni oggetto materiale è identico a qualche porzione di materia, e
ogni oggetto materiale si sovrappone totalmente solo a sé stesso. Que-
sto mi sembra un bell’esempio del modo in cui Kripke, partendo da
premesse che appartengono alla logica modale – in questo caso, (EI) –


CHRISTOPHER HUGHES

arriva a conclusioni che appartengono alla metafisica – in questo caso,


alla metafisica degli oggetti materiali.

... IL PROBLEMA MENTE-CORPO

Come Kripke stesso ha messo in evidenza, (EI) ha anche delle implica-


zioni importanti per il problema mente-corpo. Vediamole.
Secondo una certa posizione materialista, vi sono enunciati veri del-
la forma m = n, in cui m è il nome di una proprietà mentale ossia psico-
logica, e n è il nome di una proprietà fisica. (A titolo d’esempio, per John
J. C. Smart, m = n è vero se m è “provare dolore” e n è il nome di una
certa proprietà neurale: si veda il suo articolo Sensations and Brain Pro-
cesses, pubblicato nel  su “The Philosophical Review”.) Negli anni
cinquanta e sessanta, Smart e molti altri materialisti davano per sconta-
to che questi enunciati d’identità “psicofisici” fossero contingentemen-
te nonché empiricamente veri. Ma, come Kripke fa notare (Naming and
Necessity, trad. it. pp. -), (EI) implica la necessità (debole) di m = n,
qualora m e n siano designatori rigidi (a questo punto, il lettore dovreb-
be essere in grado di ricostruire l’argomento, e gli risparmierò i dettagli).
Di conseguenza, (EI) costringe Smart e gli altri materialisti a . negare la
(difficilmente controvertibile) tesi secondo la quale i nomi propri sono
designatori rigidi, o . cambiare parere sulla contingenza degli enuncia-
ti d’identità psicofisici contenenti (solo) nomi propri.
C’è di più. Per alcuni materialisti, così come ogni individuo (com-
preso ogni individuo dotato di una mente) è identico a un qualche indi-
viduo materiale o fisico, allo stesso modo ogni evento (compreso ogni
evento mentale) è identico a un qualche evento fisico, e ogni proprietà
(compresa ogni proprietà mentale, ossia psicologica) è identica a una
qualche proprietà fisica. Per brevità, chiamerò questi materialisti: mate-
rialisti monisti o semplicemente monisti. (Al pari dei simpatizzanti del
criterio di coincidenza quadridimensionale, i monisti tendenzialmente
amano i paesaggi desertici. Così come i primi non vogliono ammettere
la possibilità che ci siano porzioni di materia insieme ad altri oggetti ma-
teriali, i secondi non vogliono ammettere la possibilità che ci siano indi-
vidui fisici insieme ad altri individui, o eventi fisici insieme ad altri even-
ti, o proprietà fisiche insieme ad altre proprietà.) Ancora una volta, ne-
gli anni cinquanta e sessanta, i monisti davano per scontato che le pro-
prietà psicologiche fossero soltanto accidentalmente identiche alle pro-
prietà fisiche alle quali erano identiche; una data proprietà psicologica


. IDENTITÀ ED ESSENZE

(PS), pur essendo in realtà identica alla proprietà fisica (PF), avrebbe po-
tuto essere diversa da (PF).
Come nota Kripke, siamo fortemente propensi a credere che le pro-
prietà psicologiche siano separabili da quelle fisiche, e viceversa. Ponia-
mo che la proprietà di provare dolore sia effettivamente sempre accom-
pagnata dalla proprietà di aver neuroni di un certo tipo eccitati in un cer-
to modo, e viceversa. Sembrano tuttavia esserci mondi possibili o situa-
zioni controfattuali in cui qualcuno ha la seconda proprietà (quella neu-
rale e fisica) senza avere la prima. Anche se questo è “nomicamente” im-
possibile (cioè anche se le leggi naturali vigenti nel mondo reale non la-
sciano spazio alla possibilità che qualcuno abbia la seconda proprietà
senza avere la prima proprietà), sembra “assolutamente”o “intrinseca-
mente” possibile che ciò accada.
Inoltre, poniamo che la proprietà di provare dolore sia effettiva-
mente sempre accompagnata dalla proprietà di avere neuroni di un cer-
to tipo eccitati in un certo modo, e viceversa. E poniamo che la proprietà
di provare un prurito sia effettivamente sempre accompagnata dalla pro-
prietà di aver neuroni di un certo tipo eccitati in un certo modo, e vice-
versa. Sembrano tuttavia esserci mondi possibili o situazioni controfat-
tuali in cui invece, rispettivamente, la prima e la quarta proprietà, e la se-
conda e la terza, si trovano sempre insieme. Anche se tali mondi o situa-
zioni controfattuali sono nomicamente impossibili, sembrano essere
possibili assolutamente o intrinsecamente.
Infine, supponiamo per amore d’argomento, di afferrare che cosa si-
gnifica dire che un individuo o un evento sono fisici. Cosa significa in-
vece affermare che una proprietà è fisica? Sembra naturale supporre che
una proprietà (di un oggetto o di un evento) sia fisica se soltanto un og-
getto fisico o un evento fisico potrebbe avere quella proprietà. (Stando
a questo criterio, la massa sarà una proprietà fisica, in quanto soltanto
un oggetto fisico può essere dotato di massa; e questo sembra corretto.)
Sembra inoltre naturale supporre che una proprietà sia fisica solo se sol-
tanto un oggetto fisico o un evento fisico potrebbe avere quella pro-
prietà. Certo non vorremo dire che, se un oggetto fisico o un evento fi-
sico potrebbero avere una proprietà, allora questa sia una proprietà fisi-
ca. Sarebbe come dire che, se un individuo che ha una mente potrebbe
avere una proprietà, allora questa è una proprietà mentale o psicologi-
ca; ma, se questo fosse vero, allora la proprietà di essere identico a sé
stesso sarebbe una proprietà psicologica (in quanto un oggetto che ha
una mente potrebbe essere identico a sé stesso). E ovviamente questo


CHRISTOPHER HUGHES

sembra bizzarro: le proprietà psicologiche sono quelle che soltanto qual-


cosa con una mente potrebbe avere; sono quelle proprietà quali “crede-
re che l’identità sia una relazione necessaria” o “tifare per i Red Sox” che
appunto esprimono stati mentali (o psicologici che dir si voglia).
Ora consideriamo la proprietà di essere felice. Come Cartesio ha fat-
to notare, anche se nel mondo reale questa proprietà è sempre accom-
pagnata da una certa proprietà fisica e viceversa, sembrano esserci mon-
di possibili o situazioni controfattuali in cui un essere non-fisico (una
mente cartesiana, un angelo, Dio...) è felice. Se ci sono tali mondi possi-
bili, allora, visto che solo un individuo fisico può avere proprietà fisiche,
potremo dire:

Per ogni proprietà fisica (PF), la proprietà di essere felice è qualcosa di cui si
può dire: sarebbe potuto darsi che qualcuno avesse quella proprietà, senza
avere (PF).

E inoltre – questa appunto era la tesi cartesiana – la proprietà di essere


felice, non è solo a essere separabile da qualsivoglia proprietà fisica con-
siderata singolarmente, ma è separabile anche da tutte le proprietà fisi-
che considerate collettivamente.
I materialisti monisti degli anni cinquanta e sessanta credevano di
poter tranquillamente accettare queste intuizioni circa la separabilità tra
proprietà fisiche e proprietà psicologiche. A loro giudizio, la proprietà
di essere felice era solo accidentalmente identica a un certa proprietà fi-
sica (PF). Di conseguenza sembrava loro lecito affermare l’esistenza di
mondi possibili in cui la proprietà di essere felice e la proprietà (PF) era-
no diverse tra loro, cioè di mondi in cui qualcuno aveva la prima pro-
prietà senza avere la seconda, o viceversa, e altri in cui qualcuno aveva
la prima proprietà, pur mancando, non solo di (PF), ma anche di ogni al-
tra proprietà fisica.
Ma se si accetta (EI), affermazioni come quelle riportate sopra non
sono lecite. Se la relazione d’identità potesse essere accidentale, una
proprietà psicologica e una proprietà fisica potrebbero essere identi-
che ma separabili. Così non è se invece la relazione d’identità è “inter-
na” o essenziale, per il semplice fatto che: . se le proprietà P e P so-
no separabili, allora sono separate in un qualche mondo possibile; . se
P e P sono separate in un qualche mondo possibile, allora sono di-
verse in quel mondo; e . se P e P sono diverse in un qualche mon-
do, allora (stando all’essenzialità dell’identità) non sono identiche in
nessun mondo possibile.


. IDENTITÀ ED ESSENZE

Morale della favola: come Kripke sottolinea (cfr. Naming and Ne-
cessity, trad. it. p.  e passim), a costo di rinunciare al monismo, un ma-
terialista monista dovrà abbracciare una versione della sua posizione se-
condo cui non vi è traccia di contingenza nel rapporto tra il fisico e lo
psicologico (non essendoci nessun’altra forma coerente). Se il materiali-
sta monista identifica la proprietà di provare dolore con la proprietà
neurale (PN), dovrà dire che uno scenario in cui qualcuno ha la prima ma
non la seconda proprietà, o viceversa, è metafisicamente impossibile, an-
che se è epistemicamente possibile. Se identifica la proprietà psicologi-
ca “credere che  +  = ” con una data proprietà fisica (PF), dovrà dire
che uno scenario in cui un angelo ha la prima proprietà pur mancando
della seconda e di ogni altra proprietà fisica è metafisicamente impossi-
bile, sebbene epistemicamente possibile.
In tal caso, partendo da (EI), possiamo giungere alla conclusione che
una delle tre seguenti tesi sarà vera: o a) la separabilità delle proprietà
psicologiche dalle proprietà fisiche (e viceversa), per quanto intuitiva-
mente plausibile, è illusoria; o b) il materialismo è vero, ma non implica
il monismo (lascia spazio al dualismo, almeno per quanto riguarda le
proprietà); oppure c) il materialismo è falso. Ancora una volta, risulta
che una tesi della logica modale abbia conseguenze metafisiche impor-
tantissime.
Resta da vedere se Kripke abbia sopravvalutato o meno le difficoltà
sollevate dall’apparente separabilità dello psicologico dal fisico per quel-
le versioni del materialismo che identificano lo psicologico con il fisico.
Alcuni filosofi hanno ragionato nel modo seguente:

Per motivi messi in rilievo da Kripke stesso, non è lecito passare da – ponia-
mo: “provare dolore e avere neuroni di un certo tipo eccitati in un certo mo-
do sembrano separabili” a “provare dolore e avere neuroni di quel tipo ecci-
tati in quel modo non sono una cosa sola”. Espero e Lucifero, o la luce e un
certo tipo di radiazione elettromagnetica sembrano separabili: a quanto pare,
possiamo immaginare un mondo in cui Espero e Lucifero siano corpi celesti
diversi, o un mondo in cui la luce non sia un tipo di radiazione elettromagne-
tica. Tuttavia, Espero e Lucifero, o la luce e quel tipo di radiazione elettroma-
gnetica sono identici (e quindi inseparabili). Analogamente, possiamo imma-
ginare un mondo in cui qualcuno provi dolore senza avere neuroni di un cer-
to tipo eccitati in un certo modo, e viceversa: provare dolore e avere neuroni
di quel tipo eccitati in quel modo sembrano separabili. Ma ciò lascia aperta la
possibilità che in realtà, provare dolore e avere neuroni di quel tipo eccitati in
quel modo siano una cosa sola. Dall’apparente separabilità di a da b possia-
mo, tutt’al più, passare alla non-a prioricità di a = b. Ma, come Kripke stesso


CHRISTOPHER HUGHES

ha rilevato, a = b può essere una verità necessaria, nonostante nessuno sia in


grado di sapere a priori che a = b.

Kripke ritiene che l’analogia tra “la luce = un certo tipo di radiazione
elettromagnetica” e “provare dolore = avere neuroni di un certo tipo ec-
citati in un certo modo” non regga. A suo giudizio, possiamo spiegare
perché la luce e quel tipo di radiazione elettromagnetica sembrano sepa-
rabili, anche se in realtà non lo sono; ma non possiamo spiegare come
provare dolore e avere neuroni di quel tipo eccitati in quel modo po-
trebbero sembrare separabili, se non lo fossero davvero (cfr. Naming and
Necessity, trad. it. pp. -). Sono incline a credere che qui Kripke ab-
bia ragione; ma il dibattito è tuttora molto aperto (cfr. per esempio gli
articoli Imaginability, Conceivability, Possibility, and the Mind-Body Pro-
blem di C. Hill, e Mental Properties di G. Bealer).
Secondo Kripke, le nostre intuizioni riguardanti la separabilità del-
lo psicologico dal fisico rendono controintuitiva non solo l’identifica-
zione di proprietà psicologiche con proprietà fisiche, ma anche l’identi-
ficazione di eventi psicologici con eventi fisici (Naming and Necessity,
trad. it. pp. -), e persino l’identificazione di persone umane con so-
stanze (puramente) materiali (ivi, p. , nota ). Per come la vedono
molti – me compreso – le nostre intuizioni riguardanti la separabilità fa-
voriscono il dualismo per quanto riguarda le proprietà, ma non per
quanto riguarda gli eventi, o le sostanze individuali. Per ulteriori detta-
gli, rimando all’ultimo capitolo del mio Kripke: Names, Necessity, and
Identity ().

.
L’essenzialità delle origini materiali
e della costituzione materiale originale
... ESSENZIALITÀ DELLE ORIGINI MATERIALI: DUE TESI

Ma potrebbe questo tavolo esser stato fatto di un pezzo di legno completamente


differente [dal pezzo dal quale il tavolo è stato in effetti fatto], o addirittura di ac-
qua abilmente solidificata in ghiaccio? [...] Anche se possiamo immaginare di aver
fatto un tavolo di identico aspetto con un altro pezzo di legno o persino col ghiac-
cio [...] mi sembra che non voglia dire immaginare questo tavolo come fatto di le-
gno o di ghiaccio, ma piuttosto immaginare un altro tavolo [...] fatto di un altro
pezzo di legno o persino di ghiaccio (Naming and Necessity, trad. it. pp. -).


. IDENTITÀ ED ESSENZE

Secondo Kripke, quest’esempio (insieme ad altri simili) suggerisce il se-


guente principio:

Se un oggetto materiale trae origine da un certo pezzo di materia, allora esso non
avrebbe potuto avere origine in alcun’altra materia (ivi, p. , nota ).

In base a questo passo (cfr. anche un passo analogo a p. ) si dice spes-
so che Kripke accetta la cosiddetta “essenzialità delle origini”. Quest’af-
fermazione potrebbe essere per certi versi fuorviante. In primo luogo, il
principio che – secondo Kripke stesso – i suoi esempi suggeriscono ri-
guarda solo gli oggetti materiali, e riguarda solo l’origine materiale di un
oggetto materiale. In secondo luogo, a rigore dei termini, il principio non
implica che gli oggetti materiali abbiano le loro origini materiali essen-
zialmente.
Poniamo che in un mondo possibile m, Dio crei ex nihilo un tavo-
lo T costituito da una porzione di legno L. In un altro mondo possibile
m' Dio crea una “superporzione” di legno L', che ha la forma di un cu-
bo, e contiene la porzione di legno L (allo stesso modo in cui una “su-
perporzione” di marmo al quale uno scultore sta lavorando contiene la
porzione di marmo che costituirà la statua). Poi Dio annienta tutto il le-
gno che circonda L (per dirla nella terminologia introdotta nella sezio-
ne precedente, Dio annienta l’L'-complemento di L). In tal caso il ta-
volo T' che Dio crea ex ligno nel mondo m' avrà la costituzione, il vo-
lume, la forma ecc., che ha il tavolo T che Dio crea ex nihilo nel mon-
do m. Per quanto mi risulta, il tavolo T' che Dio crea ex ligno in m' = il
tavolo T che Dio crea ex nihilo in m; ad ogni modo, non vi è nessuna
motivazione evidente per distinguere T da T'. Inoltre T' non ha nes-
sun’origine materiale: benché T' sia fatto di (una porzione di) legno
(perlomeno, nel primo momento della sua esistenza), T' non è stato fat-
to da (nessuna porzione di) legno, dal momento che a è stato fatto da b
implica la pre-esistenza di b rispetto ad a. (Immaginiamo un universo
aristotelico in cui le stelle sono eterne. In questo universo ogni stella è
fatta di, una porzione di, quintessenza, ma nessuna stella è stata fatta da
una porzione di quintessenza.)
Se le cose stanno così, il principio che Kripke formula (e che è pro-
penso ad accettare) non merita sensu stricto il titolo di “essenzialità del-
le origini (materiali)”. Sarebbe più esatto denominarlo (UPOM), cioè Uni-
ca possibile origine materiale. Certo, se (EOM) è la tesi secondo la quale
ogni oggetto materiale ha la sua origine materiale essenzialmente, qual-


CHRISTOPHER HUGHES

cuno potrebbe sostenere che (EOM), insieme a (UPOM), sia vera. Forse lo
sosterebbe lo stesso Kripke. Comunque sia, l’argomento che Kripke for-
nisce a favore di (UPOM) – o meglio, a favore di una conseguenza di
(UPOM) – non è un argomento (cogente) a favore di (EOM).

... UN ARGOMENTO A SOSTEGNO DELL’UNICA POSSIBILE ORIGINE

Ecco l’argomento (in cui, per semplificare l’esposizione, ho modificato i


nomi dei tavoli e dei pezzi di legno rispetto al testo di Kripke):

Sia “T” il nome (designatore rigido) di un tavolo, e “L” denomini il pezzo di le-
gno da cui in effetti proviene. “L’” denomini un altro pezzo di legno. Suppo-
niamo allora che T sia fatto con L, come nel mondo reale, ma che simultanea-
mente anche un altro tavolo T' sia fatto con L', [...] Ora in questa situazione T
≠ T'; quindi, anche se solo T' fosse costruito e nessun tavolo fosse costruito con
L, T' non sarebbe T. (Naming and Necessity, trad. it. p. , nota ).

(La conclusione di quest’argomento ovviamente non è UPOM – un prin-


cipio generale, che non ha, specificamente, a che fare con tavoli o pezzi
di legno. Però potremmo sperare che se l’argomento funziona, vi sarà
qualche modo di generalizzare la sua conclusione, giungendo così a
UPOM.)
Supponiamo quindi di avere il tavolo T, e i pezzi di legno L e L'
(completamente diversi tra di loro, nel senso che non vi è alcuna so-
vrapposizione tra le parti di L e le parti di L'). Poi consideriamo un mon-
do possibile alternativo m, in cui T è stato fabbricato a partire da L (co-
me nel mondo reale) e in cui c’è contemporaneamente un altro tavolo,
T' (diverso da T), che è stato fabbricato da L'. Dal momento che è vero
nel mondo alternativo m che T e T' sono tavoli diversi, e T e T' non pos-
sono essere diversi in un mondo possibile, e identici in un altro, ne se-
gue che non c’è nessun mondo possibile in cui T = T'. Di conseguenza,
quand’anche avessimo creato T' da L' senza costruire nessun tavolo da
L, il tavolo che avremmo costruito non sarebbe stato lo stesso tavolo (T)
ma con un’origine materiale diversa (L'); invece, sarebbe stato un tavo-
lo diverso da T (cioè, T'), con un’origine materiale diversa da quella di
T (cioè L').
In quest’argomento, Kripke fa due supposizioni, sebbene, da quel
che mi risulta, una sarebbe stata sufficiente per l’argomento. Cioè, sup-
pone che T' è diverso da T sia vero nel mondo alternativo m, e suppone


. IDENTITÀ ED ESSENZE

che nel mondo m la fabbricazione del tavolo T' dal pezzo di legno L' e
quella di T da L abbiano luogo contemporaneamente. Se però T' è di-
verso da T è vero nel mondo m, allora (data la necessità – debole – del-
l’identità e della diversità) possiamo concludere immediatamente che,
anche in un mondo in cui nessun tavolo viene fabbricato da L, non è ve-
ro che T = T', indipendentemente dalla contemporaneità o meno in m
della fabbricazione di T da L e di T' da L'. Analogamente, se supponia-
mo che in m la fabbricazione di T da L e di T' da L' siano contempora-
nee, non occorre anche supporre che in m, T' è diverso da T sia vero: due
tavoli che hanno le loro origini nello stesso momento, e da due pezzi di
legno diversi, non possono essere identici.
Come Nathan Salmon ha fatto notare (Reference and Essence, cap.
) e come Kripke non sembra negare (Naming and Necessity, trad. it. p.
), quest’argomento non sembra dimostrare che nessuno avrebbe potu-
to fare il tavolo T a partire dal pezzo di legno L'. Se c’è un mondo in cui
il pezzo di legno L “dà vita a” il tavolo T e il pezzo di legno L' “dà vita
a” un altro tavolo T', allora non c’è nessun mondo possibile in cui T’ =
T: su questo non ci piove. Ma questa affermazione (che segue banal-
mente dall’essenzialità dell’identità) lascia aperta la possibilità che L' –
o un altro pezzo di legno diverso da L – avrebbe potuto dare vita a T. (Si
noti che la metafora del “dare vita a” non è ingiustificata, visto che la pa-
rola latina “materia” ha un senso che equivale più o meno a “legno”, e
proviene, a quanto pare, dalla parola “mater”.)
Come Salmon rileva, date le premesse dell’argomento in discussio-
ne, potremmo giungere alla conclusione che L’ non avrebbe potuto dar
vita a T, data la premessa aggiuntiva (per brevità, PA) secondo cui:

(PA) L’unico tavolo cui L' avrebbe potuto dare vita è T'.

Se T' è l’unico tavolo cui L' avrebbe potuto dar vita, e T' e T sono (es-
senzialmente) diversi, L' non avrebbe potuto “dar vita a” T, e T non
avrebbe potuto essere fabbricato da L'.
Ma ciò non sembra aiutarci a trasformare l’argomento di Kripke in
un argomento cogente, visto che – come Salmon fa notare – la premes-
sa aggiuntiva (PA) sembra falsa. Partendo dallo stesso pezzo di legno, un
falegname avrebbe potuto fare un tavolo con gambe lunghissime e un
piano molto piccolo, o un tavolo con gambe cortissime e un piano mol-
to grande. Perché mai supporre che in entrambi i casi avrebbe necessa-
riamente fatto lo stesso tavolo? (Tra parentesi, forse un argomento ana-


CHRISTOPHER HUGHES

logo a quello che Kripke sembra avere in mente può mostrare che una
molecola d’acqua M “realizzata” da un atomo di ossigeno O e due ato-
mi d’idrogeno H e H' non avrebbe potuto essere “realizzata” da atomi
diversi: che sappia io, non è da escludere che vi sia solo una molecola
d’acqua che può essere realizzata a partire dagli atomi O, H, e H'. Ma
questo ci consentirebbe di concludere, tutt’al più, che alcuni oggetti ma-
teriali non avrebbero potuto avere un’origine materiale diversa da quel-
la hanno effettivamente – ammesso che gli atomi O, H, e H' siano la “ma-
teria” della molecola M.)
A questo punto, è naturale domandarsi se potremmo trasformare
l’argomento di Kripke in un argomento cogente facendo ricorso a una
versione indebolita – e difendibile – di (PA). Forse, anche se un artigia-
no avesse potuto realizzare diversi tavoli dallo stesso pezzo di legno, non
avrebbe potuto però realizzare diversi tavoli dallo stesso pezzo di legno
in conformità allo stesso blueprint o progetto. In tal caso, potremmo ar-
gomentare così:

Sia “T” un nome (designatore rigido) di un tavolo e sia “L” un nome del pezzo
di legno da cui T è venuto. Mettiamo che T fosse stato fatto da L – come nel
mondo reale – e un altro tavolo T' fosse stato fatto contemporaneamente da L'.
Nel mondo possibile alternativo, il pezzo di legno L' dà origine a un tavolo T'
diverso dal tavolo T. Se solo un tavolo può essere realizzato a partire da un da-
to pezzo di legno in conformità a un dato progetto, ne segue che nessuno avreb-
be potuto realizzare il tavolo T dal pezzo di legno L' in conformità al progetto
P cui T è stato realizzato nel mondo reale. Se, però, nessuno avrebbe potuto rea-
lizzare il tavolo T a partire dal pezzo di legno L' in conformità al progetto P, al-
lora a quanto pare nessuno avrebbe potuto realizzare quel tavolo a partire da
quel pezzo di legno in conformità a un altro progetto (o in conformità a nessun
progetto, mettendo insieme le parti di T a casaccio). Ne possiamo desumere che
nessuno avrebbe potuto realizzare il tavolo T a partire dal pezzo di legno L'.

Per motivi messi in evidenza da Salmon, la premessa indebolita (secon-


do cui c’è al massimo un solo tavolo che un artigiano avrebbe potuto fa-
re da una data porzione di materia in conformità a un dato progetto) re-
sta comunque troppo forte per essere plausibile. Poniamo che una nave
sia inizialmente costituita da una certa porzione di materia. La materia
che costituisce la nave viene gradatamente rimpiazzata, ma la struttura
della nave non cambia. Molti anni dopo, quella nave è costituita da una
porzione di materia del tutto diversa da quella originaria. Poniamo inol-
tre che la materia originale della nave esista ancora (non assemblata). Se


. IDENTITÀ ED ESSENZE

l’artefice della nave riassemblasse quella materia sparpagliata in confor-


mità al progetto originale, non (ri)costruirà la nave originale (quella na-
ve è già in esistenza ed è costituita da una porzione di materia del tutto
diversa dalla materia che l’artefice riassembla). Ne possiamo dedurre
che la nave originale non è l’unica nave che un artefice avrebbe potuto
costruire dalla materia originale in conformità al progetto secondo cui la
nave originale è stata costruita, e la premessa (PA), seppur indebolita, è
tuttavia troppo forte per essere vera.
Qui si potrebbe suggerire che vi è tutt’al più un artefatto che un ar-
tefice avrebbe potuto realizzare da una data porzione di materia in
conformità a un dato progetto in un dato luogo in un dato momento. A
ben vedere, però, questo suggerimento non sembra risolvere la difficoltà
in questione. Supponiamo che nel mondo reale l’artefice costruisca la
nave originale nel luogo l nel momento m, e che nel mondo reale la ma-
teria originale della nave non dia mai origine a un’altra nave tramite un
processo di riassemblaggio. Resterà vero che l’artefice avrebbe potuto
costruire la nave originale dieci anni prima, dalla stessa materia che è (nel
mondo reale) la materia originale di quella nave. Quella materia avreb-
be potuto essere gradatamente rimpiazzata e, da essa, l’artefice avrebbe
potuto costruire una seconda nave nel luogo l nel momento m (cioè, nel-
lo stesso luogo, e nello stesso momento in cui, nel mondo reale, ha co-
struito la nave originale) in conformità al progetto originale.
Alla luce di queste difficoltà, un sostenitore di (UPOM) potrebbe con-
tinuare a cercare una versione di (PA) abbastanza debole da essere di-
fendibile, e abbastanza forte da permetterci di desumere che T non
avrebbe potuto essere realizzato a partire da L'. Non è lecito escludere
che tale versione della premessa possa esistere ma, per quanto mi risul-
ta, nessuno è riuscito a formularla. Di sicuro non è un gioco da ragazzi
trasformare l’argomento kripkeano a sostegno di (una conseguenza di)
(UPOM) in un argomento cogente: se lo fosse, Kripke lo avrebbe fatto
molto tempo addietro.

... UN ALTRO TIPO DI ARGOMENTO


A SOSTEGNO DELL’UNICA POSSIBILE ORIGINE

In alternativa, un sostenitore di (UPOM) potrebbe dire:

A livello intuitivo e pre-argomentativo, sembra scontato che un tavolo realizza-


to a partire da un pezzo di legno diverso dal pezzo di legno dal quale questo ta-


CHRISTOPHER HUGHES

volo è stato realizzato sarebbe stato un tavolo diverso da questo tavolo (cfr. Na-
ming and Necessity, trad. it. pp. -).

In base a questa – e ad altre simili intuizioni forti e condivisibili riguar-


do a una gamma di casi reali e ipotetici – è ragionevole accettare (UPOM).
È vero che le nostre intuizioni depongono massicciamente a favore di
(UPOM)? Parlando a titolo strettamente personale, credo che ci siano pa-
recchi casi ipotetici o reali in cui, secondo le mie intuizioni, un oggetto
materiale avrebbe potuto avere un’origine materiale diversa da quella
che di fatto ha. Tra questi:
. Un gamete potrebbe sopravvivere alla sostituzione graduale (trami-
te un processo naturale o artificiale) della materia che ha in un dato mo-
mento, purché la sua struttura sia conservata. Poniamo che io sia stato
originato dai gameti G e G' e che, all’istante i della fecondazione, G e G'
siano costituiti rispettivamente dalle porzioni di materia M e M'. C’è un
mondo alternativo m in cui (I) G e G' esistono fino all’istante i, e sono
costituiti, rispettivamente, da M e M' a i; (II) G non feconda G' all’istan-
te i; (III) in seguito, G e G' sopravvivono alla sostituzione di tutta la ma-
teria che avevano all’istante i (M e M' rispettivamente) da due nuove por-
zioni di materia Mn e Mn'; e (IV) dopo questa sostituzione, G feconda G'.
Io esisterò in m – e avrò in m lo stesso corpo che ho nel mondo reale,
benché nel mondo reale quel corpo sia stato originato da M e M' e, nel
mondo alternativo m, da Mn e Mn'. Quindi il mio corpo è un oggetto ma-
teriale che, pur avendo una certa origine materiale, avrebbe potuto ave-
re un’altra origine materiale.
. Poniamo che in un dato momento io realizzi un’amaca a partire da
certe corde, in conformità a un dato progetto. Avrei potuto fare la stes-
sa amaca dalle stesse corde in conformità allo stesso progetto una set-
timana, o un mese, o un anno, o un decennio più tardi. Ora immagi-
niamo che io costruisca un’amaca usando dei pitoni adulti (vivi ma
anestetizzati) in conformità a un dato progetto. Analogamente, mi
sembra naturale supporre che avrei potuto fare la stessa amaca dagli
stessi pitoni in conformità allo stesso progetto una settimana, o un me-
se, o un anno, o un decennio più tardi. (I pitoni hanno un’aspettativa
di vita di tutto rispetto.) Ma immagino che quasi tutta la materia che
costituisce un pitone venga rimpiazzata nel corso di un decennio. Chia-
miamo M la porzione di materia che costituisce i pitoni vivi e aneste-
tizzati nel momento in cui intreccio l’amaca, e chiamiamo M' la (quasi
completamente diversa) porzione di materia che costituisce quei pito-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

ni dieci anni più tardi. L’amaca è un oggetto materiale che, pur aven-
do una certa origine materiale (M), avrebbe potuto avere un’altra ori-
gine materiale (M'). Ecco un argomento analogo a favore della stessa
conclusione che invoca la “distanza modale” piuttosto che la “distan-
za temporale”: poniamo che nel mondo reale io realizzi la mia amaca
con dei pitoni vivi anestetizzati costituiti dalla porzione di materia M.
Avrei potuto fare la stessa amaca dagli stessi pitoni in conformità allo
stesso progetto allo stesso tempo, anche se i pitoni avessero mangiato
animali diversi per tutta la loro vita, e quindi fossero stati costituiti da
una porzione di materia M' (quasi completamente) diversa da M. An-
che in questo caso, l’amaca è quindi un oggetto materiale che, pur
avendo una certa origine materiale, avrebbe potuto avere un’altra ori-
gine materiale. Ancora, mettiamo che nel mondo reale, un costruttore
di labirinti realizzi il labirinto del palazzo di Hampton Court usando
certe siepi in conformità a un dato progetto. Nel mondo alternativo,
invece, il costruttore costruisce un labirinto con le stesse siepi, nello
stesso luogo, nello stesso momento e in conformità allo stesso proget-
to; ma le siepi, pur avendo la forma e le dimensioni che hanno nel mon-
do reale, hanno una costituzione materiale diversa da quella che han-
no nel mondo reale. Il labirinto che il costruttore realizza nel mondo
alternativo = il labirinto che realizza nel mondo reale, benché le por-
zioni di materia di partenza siano porzioni di materia diverse. Quindi
il labirinto è un oggetto materiale che, pur avendo una certa origine
materiale, avrebbe potuto avere un’altra origine materiale.
. Immaginiamo che gli artefatti realizzati a partire da legno pietrifica-
to siano molto ricercati; data la scarsità del materiale, questi artefatti co-
stano l’ira di Dio. Un giorno un artigiano intraprendente scopre una tec-
nica che consente di pietrificare il legno artificialmente e speditamente.
Con l’aiuto di questa tecnica, realizza (e vende) un numero impressio-
nante di tavoli in legno pietrificato. Prima costruisce le gambe e il piano
usando dei pezzi di legno. Poi assembla le parti. A questo punto, ha un
tavolo di legno. Immerge il tavolo nella vasca di pietrificazione e, non
molto tempo dopo, ripesca dalla vasca un tavolo pietrificato. L’artigiano
costruisce un tavolo T che è inizialmente un tavolo di legno, e successi-
vamente un tavolo di calcite. Ma avrebbe potuto immergere le gambe e
il piano nella vasca prima di assemblarli “a tavolo”. In tal caso, avrebbe
fatto un tavolo che era inizialmente, nonché successivamente, di calcite.
Inoltre, mi sembra proprio che il tavolo realizzato in questo secondo sce-
nario sarebbe il medesimo tavolo T che ha costruito nel primo scenario


CHRISTOPHER HUGHES

(quello reale): nei due scenari, abbiamo due processi diversi che termi-
nano nello stesso tavolo di calcite. Se così, il tavolo T è un oggetto ma-
teriale, che pur avendo una certa origine materiale (il legno) avrebbe po-
tuto avere un’altra origine materiale (la calcite).
. Il Tamigi straripa, e l’acqua uscita dai suoi argini riempie una cava
abbandonata, creando un laghetto. Lo stesso laghetto sarebbe esistito se
lo straripamento avesse avuto luogo una settimana prima o una settima-
na dopo. Se però lo straripamento avesse avuto luogo una settimana pri-
ma, o una dopo, la cava sarebbe stata riempita da una porzione d’acqua
diversa rispetto a quella da cui è stata riempita nel mondo reale. Quindi
il laghetto è un oggetto materiale che ha avuto origine da una certa por-
zione d’acqua, ma avrebbe potuto essere costituito da una porzione d’ac-
qua differente.
. Un esempio strawsoniano: un costruttore navale costruisce un
transatlantico – la QEII, diciamo – da una certa porzione d’acciaio (per
motivi di semplicità, facciamo finta che si possa fare un transatlantico
costituito interamente d’acciaio). L’acciaio che usa è tedesco, e costo-
sissimo. In seguito, il costruttore viene a sapere che avrebbe avuto la
possibilità di comprare tutto l’acciaio occorrente da un’acciaieria ge-
novese, che vende acciaio di prima qualità a un prezzo modicissimo.
Pensa tra sé: “Che stupido che sono stato! Avrei potuto costruire la
QEII con l’acciaio genovese per un tozzo di pane; invece l’ho costruita
con quel maledetto acciaio tedesco e ho buttato via un sacco di soldi!”.
La QEII è un oggetto materiale che è stato costruito a partire da una
porzione d’acciaio (una porzione d’acciaio tedesco), ma avrebbe potu-
to essere costruito con un’altra porzione d’acciaio (una porzione d’ac-
ciaio genovese). (Quest’argomento dipende dall’assunto secondo cui
QEII è un nome proprio, anziché un titolo; ma quest’assunto mi sembra
più che difendibile, come possiamo vedere applicando i soliti test
kripkeani per la rigidità.)
Non dico che ()-() siano tutti incontrovertibili controesempi a
(UPOM). Ma quantomeno bisogna riconoscere che, considerati nell’in-
sieme, sollevano seri dubbi in merito all’idea secondo cui le nostre in-
tuizioni sarebbero inequivocabilmente dalla parte di (UPOM). (In questo
contesto, è degno di considerazione che nella nota  di Naming and Ne-
cessity, Kripke ammette che sembrano esserci controesempi a UPOM.
Senza fornire dettagli sulla loro natura, afferma di essere convinto che
non siano controesempi autentici, benché ammetta che la questione è
complessa.) Ad ogni modo, se non abbiamo a disposizione un argomen-


. IDENTITÀ ED ESSENZE

to filosofico ingegnoso a favore di (UPOM), non credo che possiamo in


buona coscienza accettarla lo stesso in base alla sua indubbia plausibi-
lità intuitiva.
A scanso di equivoci: non sto avanzando la tesi secondo cui gli og-
getti materiali hanno le loro origini materiali accidentalmente. Per mo-
tivi già evidenziati, sono disposto a credere che alcuni oggetti materiali
abbiano la loro origine materiale essenzialmente. E non solo oggetti
scientifici come le molecole: un cubetto di ghiaccio, mi pare, non avreb-
be potuto essere costituito da una porzione d’acqua (completamente) di-
versa da quella di cui è costituito nel mondo reale, e un caffè macchiato
non avrebbe potuto essere realizzato da porzioni di caffè e di latte (com-
pletamente) diverse da quelle dalle quali è stato realizzato nel mondo
reale. Per quanto io sappia, ci sono casi sufficientemente chiari dell’es-
senzialità delle origini materiali. Ma chi accetta (UPOM) in mancanza di
un argomento ingegnoso – e convincente – a suo sostegno in base ai ca-
si apparentemente chiari dell’essenzialità delle origini materiali genera-
lizza in modo ardimentoso, se non addirittura frettoloso. Dal momento
che non sono a conoscenza di un tale argomento, ritengo che (UPOM) (e
a fortiori EOM) siano – nella migliore delle ipotesi – affermazioni molto
più dubbie di (EI); e credo che Kripke, pur essendo incline ad accettare
(UPOM), sarebbe d’accordo.
Un’ultima constatazione: la tesi secondo cui un individuo (materia-
le) ha le sue origini materiali essenzialmente va distinta dalla tesi secon-
do cui un essere vivente ha le sue origini biologiche essenzialmente.
Kripke sostiene che gli esseri umani hanno origine dai gameti da cui ef-
fettivamente hanno origine essenzialmente (cfr. Naming and Necesity,
trad. it. pp. -). E sembra plausibile, per lo meno a prima vista, che
un essere umano originato da gameti diversi da quelli da cui (poniamo)
Margaret Truman è originata non potrebbe che essere un essere umano
diverso da Margaret Truman. Inoltre, un argomento analogo all’argo-
mento kripkeano a sostegno di (UPOM) può forse mostrare che Margaret
Truman non avrebbe potuto avere origine da gameti diversi da quelli da
cui ha effettivamente avuto origine: sembra cioè naturale supporre che,
data una certa coppia di gameti, vi sia un solo essere umano al quale
quella coppia avrebbe potuto dare origine. E se si può mostrare che Mar-
garet Truman non avrebbe potuto avere origine da gameti diversi, forse
si può generalizzare l’argomento, e mostrare che tutti gli esseri viventi
(compresi quelli che non hanno origine da gameti) hanno le loro origini
biologiche essenzialmente.


CHRISTOPHER HUGHES

... L’ESSENZIALITÀ DELLA COSTITUZIONE MATERIALE ORIGINALE

In Naming and Necessity, Kripke sembra simpatizzare per la tesi secon-


do cui gli oggetti materiali hanno la loro costituzione materiale origina-
le essenzialmente – (ECMO), per brevità. (Il passo in questione è la nota
 dell’edizione inglese originale, che nella traduzione italiana si trova al
secondo capoverso della nota , per un refuso.) Secondo (ECMO), un ta-
volo costituito da una data porzione di legno nel suo primo momento di
esistenza non sarebbe potuto esistere senza essere costituito da quella
porzione di legno nel suo primo momento di esistenza. Si noti che (EC-
MO) potrebbe essere vera, anche se (EOM) fosse falsa: il caso teologico del
tavolo creato ex ligno in un mondo possibile ed ex nihilo in un altro non
è un controesempio a (ECMO), anche se è un controesempio a (EOM). Co-
munque sia, alcuni dei (presunti) controesempi a (UPOM) – e quindi a
(EOM) – di cui abbiamo parlato prima sono presunti controesempi a (EC-
MO): se il laghetto menzionato sopra ha avuto origine da una data por-
zione d’acqua solo accidentalmente, è inizialmente costituito di quella
porzione d’acqua solo accidentalmente; e via dicendo.

.
L’essenzialità dell’appartenenza
ai generi naturali e artificiali
Kripke non dice – e non crede – che tutte le proprietà essenziali di un
oggetto materiale riguardano la identità, l’origine materiale, o la costitu-
zione materiale originale di quell’oggetto (cfr. Naming and Necessity,
trad. it. nota , secondo capoverso). Secondo una venerabile tradizione
di matrice aristotelica (ultimamente reinterpretata e difesa da David
Wiggins nel suo influente Sameness and Substance), ogni oggetto (a for-
tiori, ogni oggetto materiale) appartiene essenzialmente a qualche gene-
re. Nell’ottica aristotelica, un porcellino d’India – ad esempio – appar-
tiene essenzialmente al genere Cavia cobaya, e al regno Animalia. Una
porzione d’acqua appartiene essenzialmente alla “specie” fisico-chimica
acqua, e al genere (fisico-chimico) elemento (il genere che, nella fisica ari-
stotelica, comprende l’acqua, l’aria, la terra, e il fuoco). E così via. Per
quanto riguarda gli artefatti, alcuni metafisici nella tradizione aristoteli-
ca sono disposti a dire che un tavolo appartiene essenzialmente al gene-
re tavolo, e una statua appartiene essenzialmente al genere statua. Altri


. IDENTITÀ ED ESSENZE

metafisici in quella tradizione (tra i quali San Tommaso) sostengono che


una statua di bronzo appartiene essenzialmente al genere porzione di
bronzo, ma non appartiene essenzialmente al genere statua. In quest’ot-
tica, non ci sarebbero artefatti, in aggiunta ad altri oggetti materiali (cioè
oggetti materiali naturali): gli unici oggetti materiali che ci sono, sono og-
getti materiali naturali.
Benché Kripke discuta estesamente dei generi naturali, dice relati-
vamente poco sull’essenzialità o meno dell’appartenenza ai generi na-
turali. Egli afferma esplicitamente che, necessariamente, i gatti sono
mammiferi e animali. Qualcosa che fosse un rettile o un automa non sa-
rebbe e non potrebbe essere un gatto: per quanto gli possa assomiglia-
re superficialmente, non avrebbe la struttura interna necessaria (Na-
ming and Necessity, trad. it. pp. - e passim). E dice chiaro e tondo
che, necessariamente, le porzioni d’oro appartengono al genere porzio-
ne di una sostanza che ha il numero atomico . Una porzione di materia
che non fosse una porzione di una sostanza con il numero atomico 
non sarebbe e non potrebbe essere una porzione d’oro; per quanto pos-
sa assomigliarvi superficialmente, non avrebbe la microstruttura neces-
saria per essere una porzione d’oro (ivi, p.  e passim). Ma dobbiamo
distinguere:

(I) Necessariamente, ogni gatto è un animale.

da:

(II) Ogni gatto è essenzialmente un animale.

Il primo enunciato potrebbe essere vero, senza che sia vero il secondo,
così come potrebbe essere (ed è) vero che:

(III) Necessariamente, gli scapoli non sono sposati.

Nonostante non sia vero che:

(IV) Ogni scapolo è essenzialmente un animale.

Per quanto io sappia, Kripke non afferma mai che i gatti sono essenzial-
mente animali. Dice che, visto che Nixon è un essere umano, sembra es-
sere essenzialmente un essere vivente, e potrebbe darsi che sia essenzial-
mente un essere umano (ivi, p. ).


CHRISTOPHER HUGHES

Analogamente, dobbiamo distinguere (il banale):

(V) Necessariamente, ogni porzione d’oro è una porzione d’oro.

dal (non-banale)

(VI) Ogni porzione d’oro è essenzialmente una porzione d’oro.

Qualcuno potrebbe sostenere che le porzioni di ghiaccio non sono es-


senzialmente porzioni di ghiaccio: quando si sciolgono, cessano di esse-
re porzioni di ghiaccio – vale a dire, porzioni di acqua gelata – pur ri-
manendo porzioni d’acqua. Similmente, qualcuno potrebbe sostenere (a
ragione o a torto) che le porzioni d’oro sono solo accidentalmente por-
zioni d’oro. È interessante notare, però, che in un luogo Kripke dice sen-
za mezzi termini che le porzioni d’oro a cui ci riferiamo quando fissiamo
il riferimento di “oro” sono essenzialmente porzioni d’oro (cfr. ivi, pp.
- e nota ). Infine, per quanto riguarda l’essenzialità o accidentalità
di appartenenza a generi di artefatti, nella nota  (secondo capoverso)
di Naming and Necessity, Kripke riconosce, con la sua solita circospe-
zione, che la proprietà di essere un tavolo sembra essere una proprietà
essenziale del tavolo.
Ricapitolando: oltre a credere che ogni individuo abbia la sua iden-
tità essenzialmente, e che ogni individuo materiale abbia le sue origini
materiali essenzialmente, Kripke sembra simpatizzare per l’idea se-
condo cui certi individui (esseri umani, porzioni d’oro, tavoli) appar-
tengono a certi generi (naturali o artificiali che siano) essenzialmente.
Ma non si azzarda a formulare e tanto meno a difendere principi ge-
nerali in merito.
Infine, se intendiamo “individuo” in senso lato, di modo che il ter-
mine si applichi non solo alle sostanze ma anche agli eventi individuali,
Kripke è convinto che gli eventi psicologici essenzialmente appartenga-
no ai generi naturali cui appartengono. A suo modo di vedere, un dolo-
re è un dolore – una sensazione, uno stato psicologico – essenzialmente:
l’idea che quel dolore sarebbe potuto esistere senza essere un dolore, o
senza essere uno stato psicologico, è “palesemente assurda” (ivi, p. ).
È interessante che, per come la vede Kripke, questo dolore sarebbe potu-
to esistere, senza essere né un dolore né uno stato psicologico è un’affer-
mazione palesemente assurda, mentre non lo è quest’uomo sarebbe po-
tuto esistere, senza essere né un uomo né un essere vivente. Per quanto mi


. IDENTITÀ ED ESSENZE

risulta, le due affermazioni sembrano, di primo acchito, ugualmente


plausibili. Comunque sia, Kripke si limita ad affermare che alcuni even-
ti appartengono essenzialmente ai loro generi naturali; ancora una volta,
non si azzarda a formulare e tanto meno a difendere principi generali in
merito. Se per “essenzialismo” intendiamo la tesi secondo cui ogni cosa
ha proprietà essenziali, Kripke si impegna non solo all’intelligibilità del-
l’essenzialismo, ma anche alla sua verità. Detto questo, Kripke, è un es-
senzialista straordinariamente cauto – tranne per quanto riguarda la
mente e le proprietà e gli eventi mentali, rispetto a cui ha intuizioni for-
ti (e fortemente cartesiane).


Letture consigliate

I consigli per la lettura forniti di seguito rispecchiano la ripartizione del libro:


sono stati pensati come autonomi, proprio come i capitoli stessi, per cui alcuni
testi potrebbero venir segnalati più volte. Li precede un elenco delle principali
opere a carattere generale sul pensiero di Kripke e sulla sua biografia.

***
Ci sono ad oggi cinque volumi in lingua inglese che ricostruiscono, in maniera
introduttiva e con diverse enfasi, il pensiero di Kripke: A. Ahmed, Saul Kripke
(Continuum Press, New York ); C. Hughes, Kripke. Names, Necessity and
Identity (Oxford University Press, Oxford ); G. W. Fitch, Saul Kripke (Mc-
Gill-Queen’s University Press, Montreal ); C. Preti, On Kripke (Thomson-
Wadsworth, Toronto ); e S. Soames, Beyond Rigidity: The Unfinished Se-
mantic Agenda of Naming and Necessity (Oxford University Press, Oxford ).
Utili informazioni biografiche si trovano invece negli articoli di T. Branch,
New Frontiers in American Philosophy (“The New York Times Magazine”, 
August , pp. -); e C. McGrath, Philosopher, , Lectures Not About “What
Am I?” but “What Is I?” (“The New York Times”,  January ). L’affasci-
nante storia dell’amicizia tra Myer – il padre di Saul – e Warren Buffett si trova
raccontata in N. R. Kleinfield, Enriched by His Friendship With an Agnostic, a
Rabbi Finances a Storied Legacy (“The New York Times”,  May ).
Per quanto riguarda invece la biografia intellettuale, al momento disponia-
mo di un numero limitato di ricostruzioni storiche o logico-filosofiche dell’ope-
ra di Kripke, che coprono soltanto alcuni aspetti della sua opera. Per una rico-
struzione del contesto entro cui ebbe origine la semantica a mondi possibili, cfr.
B. J. Copeland, The Genesis of Possibile Worlds Semantics (“The Journal of Phi-
losophical Logic”, , , pp. -). Per un’analisi invece delle origini della
teoria del riferimento diretto e della diatriba tra Kripke e Barcan Marcus, cfr. il
volume a cura di J. Fetzer, P. Humphreys, New Theory of Reference: Kripke, Mar-
cus and Its Origins (Kluwer, Dordrecht ). Per una ricostruzione della rivo-
luzione operata da Naming and Necessity, cfr. A. Bird, Kripke, contenuto in C.
Belshaw, G. Kemp (eds.), Twelve Modern Philosophers (Wiley-Blackwell,


IL GENIO COMPRESO

Oxford , pp. -); una pungente analisi critica della stessa si trova inve-
ce in J. Fodor, Water’s Water Everywhere (“London Review of Books”, ,  Oc-
tober , pp. -); di utile lettura anche l’introduzione di M. Santambrogio
all’edizione italiana (Nome e necessità, Boringhieri, Torino ). Sul paradosso
scettico di Kripkenstein, oltre che l’introduzione di M. Santambrogio all’edi-
zione italiana (Wittgenstein su regole e linguaggio privato, Boringhieri, Torino
), cfr. M. Kusch, A Sceptical Guide To Meaning and Rules. Defending
Kripke’s Wittgetnstein (Acumen, Chesham ), ed E. Lalumera, Concetti e
normatività. Il paradosso scettico di Kripke e la filosofia analitica della mente (Il
Poligrafo, Padova ). Infine, C. Norris, Fiction, Philosophy, and Literary
Theory. Will the Real Saul Kripke Please Stand Up? (Continuum, London )
offre una peculiare rilettura di alcune tesi centrali dell’opera di Kripke, acco-
standole a delle questioni centrali di teoria letteraria.
Infine, per quanto riguarda gli scritti inediti di Kripke, alcuni hanno avuto
ampia circolazione e, in certi casi, sono già un punto di riferimento nel loro cam-
po. Si tratta in genere di manoscritti su cui Kripke aveva basato un ciclo di le-
zioni, o di trascrizioni delle lezioni stesse, come le John Locke Lectures, tenute
nel  e dedicate a riferimento ed esistenza (una cui trascrizione è disponibile
nella biblioteca di filosofia dell’università di Oxford); oppure il seminario su
tempo e identità tenuto nel  a Princeton, di cui sono circolate varie versio-
ni. Vi sono poi altri testi inediti o obiezioni proverbiali, come quelle sollevate
contro la teoria della conoscenza di Robert Nozick (una versione dell’esternali-
smo) durante una conferenza dell’American Philosophical Association negli an-
ni ottanta; le obiezioni sono state discusse in letteratura per decenni senza che
venissero pubblicate, e finalmente vedranno la luce nel primo volume di Col-
lected Papers di Kripke, in procinto di pubblicazione. Proprio la mancanza di
un ufficiale testo di riferimento ci ha spinto a lasciar fuori questi materiali, che
fino a poco tempo fa erano circondati da un’aurea di esoterismo. Con la crea-
zione del Saul Kripke Center, tuttavia, essi potrebbero rendersi facilmente ac-
cessibili. Per il momento, sul sito del centro (http://web.gc.cuny.edu/Kripke-
Center/) si può consultare la lista degli inediti “ufficiali”, nonché si possono gra-
tuitamente acquisire i files di alcune lezioni tenute da Kripke.

Capitolo primo: Modalità e verità


Achille C. Varzi
.. LOGICA MODALE

Per apprezzare la portata filosofica dei contributi di Kripke alla logica modale
è sicuramente utile integrare la lettura del testo con quella di opere a carattere
più generale. Il libro di J. Melia, Modality (McGill-Queen’s University Press,


LETTURE CONSIGLIATE

Montreal ), e quello, ancora più introduttivo, di A. Borghini, Che cos’è la


possibilità (Carocci, Roma ), tracciano un quadro piuttosto completo delle
tematiche principali. Per un approfondimento dei delicati intrecci tra aspetti lo-
gici e aspetti metafisici della modalità si può inoltre consultare l’introduzione al-
l’antologia curata da M. J. Loux, The Possible and the Actual (Cornell Univer-
sity Press, Ithaca, NY, ), mentre l’ampia introduzione al volume collettaneo
curato da T. Szabó Gendler, J. Hawthorne, Conceivability and Possibility (Cla-
rendon, Oxford ), è consigliata per chi volesse approfondire l’intreccio tra
modalità e questioni epistemologiche.
Altrettanto utile, soprattutto per misurare l’impatto innovativo della teoria
di Kripke, è l’inquadramento delle tematiche affrontate in una più ampia pro-
spettiva storica. Per una prima panoramica sulla logica modale nell’antichità e
nel Medioevo è ancora attuale The Development of Logic, di W. C. Kneale, M.
Kneale (Clarendon, Oxford ; trad. it. Storia della logica, Einaudi, Torino
), soprattutto i parr. II., III., e IV.-. Per un approfondimento della teoria
aristotelica si possono inoltre consultare le monografie di G. Seel, Die Aristote-
lische Modaltheorie (Walter de Gruyter, Berlino ), J. van Rijen, Aspects of
Aristotle’s Logic of Modalities (Kluwer, Dordrecht ), e R. Patterson, Aristo-
tle’s Modal Logic (Cambridge University Press, Cambridge ); mentre per le
teorie medievali segnaliamo gli studi di S. Knuuttila, Modalities in Medieval Phi-
losophy (Routledge, London ), H. Lagerlund, Modal Syllogistics in the Midd-
le Ages (Brill, Leiden ) e P. Thom, Medieval Modal Systems: Problems and
Concepts (Ashgate, Aldershot ). Sulla nozione leibniziana di “mondo possi-
bile”, che Leibniz introduce nel primo capitolo della Teodicea, un buon punto
di partenza è il capitolo  dell’Introduzione alla filosofia di Leibniz di M. Mugnai
(Einaudi, Torino ). Infine, per gli sviluppi più recenti ci si può ancora affi-
dare al citato volume di Kneale e Kneale, specialmente al par. IX., e successi-
vamente all’articolo di B. J. Copeland, The Genesis of Possible Worlds Semantics
(“Journal of Philosophical Logic”, , , April , pp. -), che offre una ri-
costruzione molto dettagliata del contesto storico nel quale ha finalmente preso
forma la teoria semantica di Kripke.
Per quanto concerne gli aspetti più tecnici, abbiamo cercato per quanto
possibile di rendere l’esposizione autosufficiente, ma va da sé che una certa co-
noscenza della logica classica (non modale) costituisce lo sfondo naturale sul
quale apprezzare i dettagli della teoria di Kripke, soprattutto qualora si volesse
integrare la lettura del capitolo con quella degli articoli originali. A questo ri-
guardo sono disponibili in italiano diverse opere a carattere manualistico, fra cui
testi decisamente introduttivi come (in ordine crescente di complessità) Il pri-
mo libro di logica di E. Bencivenga (Boringhieri, Torino ); Logica da Zero a
Gödel di F. Berto (Laterza, Roma-Bari ); Logica di A. C. Varzi, J. Nolt, D.
Rohatyn (McGraw-Hill Italia, Milano ); Corso di logica. Introduzione ele-
mentare al calcolo dei predicati di D. Palladino (Carocci, Roma ); e Logica
di M. Mondadori, M. D’Agostino (Bruno Mondadori, Milano ). Più avan-


IL GENIO COMPRESO

zati, ma particolarmente utili per una comprensione delle proprietà matemati-


che (metalogiche) della logica classica, sono i testi di E. Casari, Introduzione al-
la logica matematica (UTET, Torino ) e di V. M. Abrusci, Logica matematica
(Laterza, Roma-Bari ) e gli ormai classici Introduction to Mathematical Lo-
gic di E. Mendelson (Van Nostrand, New York ; trad. it. Introduzione alla
logica matematica, Boringhieri, Torino ) e Mathematical Logic, di J. R.
Shoenfield (Addison-Wesley, Reading, MA, ; trad. it. Logica matematica, Bo-
ringhieri, Torino ).
Molto ricca è anche la letteratura a carattere manualistico dedicata esplici-
tamente alle logiche modali, a conferma degli enormi sviluppi della disciplina
sotto l’influsso delle teorie semantiche proposte da Kripke. Tra i più classici se-
gnaliamo i due volumi di G. E. Hughes e M. J. Cresswell, An Introduction to Mo-
dal Logic (Methuen, London ; trad. it. Introduzione alla logica modale, Il
Saggiatore, Milano ), e A Companion to Modal Logic (Methuen, London
; trad. it. Guida alla logica modale, CLUEB, Bologna ); benché ormai su-
perati da un terzo volume degli stessi autori intitolato A New Introduction to Mo-
dal Logic (Routledge, London ). Due altri manuali piuttosto agevoli e ag-
giornati sono Modal Logic for Philosophers, di J. W. Garson (Cambridge Uni-
versity Press, Cambridge ), e Modal Logic: An Introduction to Its Syntax and
Semantics, di N. B. Cocchiarella, M. A. Freund (Oxford University Press,
Oxford ). Per un approfondimento della logica modale proposizionale e
delle sue applicazioni si possono inoltre consultare i manuali di B. F. Chellas,
Modal Logic: An Introduction (Cambridge University Press, Cambridge ); S.
Galvan, Logiche intensionali: Sistemi proposizionali di logica modale, deontica,
epistemica (Angeli, Milano ), e di W. A. Carnielli, C. Pizzi, Modalità e mul-
timodalità (Angeli, Milano ), se non quelli più completi ma assai impegna-
tivi di A. Chagrov, M. Zakharyaschev, Modal Logic (Oxford University Press,
Oxford ) e di P. Blackburn, M. de Rijke, Y. Venema, Modal Logic (Cam-
bridge University Press, Cambridge ); mentre per la logica dei predicati se-
gnaliamo soprattutto First-Order Modal Logic, di M. Fitting, R. L. Mendelsohn
(Kluwer, Dordrecht ). Infine, di recente pubblicazione – ma rivolto princi-
palmente al lettore esperto – è il monumentale Handbook of Modal Logic, cura-
to da P. Blackburn, J. van Benthem, F. Wolter (Elsevier, Amsterdam ), che
fornisce un quadro completo dello stato dell’arte della disciplina per ciò che
concerne le sue diverse interpretazioni (aletica, epistemica, deontica, tempora-
le ecc.) e le sue numerose applicazioni (ad esempio in ambito linguistico, mate-
matico e informatico).
Venendo al dibattito più propriamente filosofico, buona parte della lettera-
tura è disponibile in forma di articoli apparsi su riviste o volumi collettanei in
lingua inglese. Esistono tuttavia diverse raccolte antologiche che, nell’insieme,
raccolgono i contributi più significativi e influenti degli ultimi decenni. Tra que-
ste, oltre al già citato volume curato da M. J. Loux, Metaphysics, sono essenzia-
li le antologie di B. Linsky, Reference and Modality (Oxford University Press,


LETTURE CONSIGLIATE

Oxford ; trad. it. Riferimento e modalità, Bompiani, Milano ), di C. Piz-
zi, Leggi di natura, modalità, ipotesi (Feltrinelli, Milano ), e di D. Silvestrini,
Individui e mondi possibili (Feltrinelli, Milano ). Quest’ultima è particolar-
mente utile per chi volesse approfondire le questioni filosofiche che, a partire
da Quine, hanno accompagnato l’integrazione delle modalità nella logica dei
predicati. Esiste inoltre una cospicua letteratura dedicata a temi specifici. In par-
ticolare, un testo classico sullo scetticismo quineano è la dissertazione di D. Føl-
lesdal, Referential Opacity and Modal Logic, risalente al  ma pubblicata di
recente con una nuova e aggiornata introduzione (Routledge, London ).
Sugli sviluppi del dibattito segnaliamo anche il volume collettaneo Studies in Es-
sentialism, curato da P. A. French, T. E. Uehling Jr., H. K. Wettstein (University
of Minnesota Press, Minneapolis ), e la rassegna di M. Della Rocca, Recent
Work on Essentialism (“Philosophical Books”, , , pp. - e -). Sulla me-
tafora dei mondi possibili è utile la lettura di J. Divers, Possible Worlds (Rou-
tledge, London ), sebbene le tesi esaminate vadano ben oltre le sporadiche
osservazioni di Kripke sino ad abbracciare la posizione dichiaratamente realista,
ben più impegnativa e controversa, difesa da D. K. Lewis in On the Plurality of
Possible Worlds (Blackwell, Oxford ). Per ulteriori approfondimenti su que-
sto tema è consigliabile anche la lettura di C. S. Chihara, The Worlds of Possibi-
lity: Modal Realism and the Semantics of Modal Logic (Clarendon, Oxford ).
Infine, è giusto riconoscere che sul piano filosofico il successo della teoria di
Kripke è stato determinato, in parte, anche dai successivi contributi di quegli
autori che si sono fatti carico di approfondirne presupposti, implicazioni e
aspetti critici sino ad elaborare varianti e teorie alternative, talvolta radicali. Tra
questi, oltre al già citato D. K. Lewis, meritano di essere menzionati soprattut-
to A. Plantinga, Essays on the Metaphysics of Modality (Oxford University Press,
Oxford ); R. C. Stalnaker, Ways a World Might Be: Metaphysical and Anti-
Metaphysical Essays (Clarendon, Oxford ), e K. Fine, Modality and Tense.
Philosophical Papers (Clarendon, Oxford ).

.. TEORIA DELLA VERITÀ

Anche a questo riguardo, data la vastità del tema, è sicuramente utile integrare
la lettura del capitolo con quella di opere a carattere generale. La monografia di
G. Volpe, Teorie della verità (Guerini, Milano ), è attualmente la più com-
pleta in lingua italiana per ciò che concerne le teorie contemporanee, ma per una
panoramica più approfondita si raccomandano i testi di R. L. Kirkham, Theo-
ries of Truth: A Critical Introduction (MIT Press, Cambridge, MA, ), e di W.
Künne, Conceptions of Truth (Clarendon, Oxford ), possibilmente in con-
giunzione con l’antologia curata da M. P. Lynch, The Nature of Truth: Classic and
Contemporary Perspectives (MIT Press, Cambridge, MA, ). Più specifica, ma
particolarmente utile per un esame critico della teoria di Kripke alla luce delle


IL GENIO COMPRESO

proposte che l’hanno preceduta, è la monografia di G. Usberti, Logica, verità e


paradosso (Feltrinelli, Milano ), mentre per un confronto con le principali
varianti e alternative che sono seguite si può partire dal recente studio di L. Bel-
lotti, Teorie della verità (ETS, Pisa ). Il libro di S. Soames, Understanding
Truth (Oxford Universty Press, Oxford ), è invece consigliabile soprattutto
per chi volesse approfondire i presupposti filosofici della teoria, a partire dall’i-
potesi che la nozione di verità debba in qualche modo trovare espressione nel
linguaggio (per esempio attraverso un predicato di verità).
Sulla tematica dei paradossi, che come abbiamo visto costituiscono la sfida
con cui ogni teoria deve misurarsi, si può abbinare la lettura del libro di Usber-
ti a quella di F. Rivetti Barbò, L’antinomia del mentitore da Peirce a Tarski. Stu-
di, testi, bibliografia (Jaca Book, Milano ), che oltre a un excursus storico in-
clude la traduzione di alcuni testi classici tra cui il fondamentale articolo di Tar-
ski più volte citato nel corso dell’esposizione. Le due antologie di R. L. Martin,
The Paradox of the Liar (Ridgeview, Atascadero, CA, ), e Recent Essays on
Truth and the Liar Paradox (Oxford University Press, Oxford ), sono co-
munque il riferimento essenziale per chi volesse approfondire lo stato del di-
battito ai tempi dell’elaborazione della teoria di Kripke (il cui articolo è ristam-
pato nel secondo volume). Per prendere il polso al dibattito più recente si rac-
comandano invece i contributi inclusi nelle due collettanee curate da J. C. Beall,
Liars and Heaps: New Essays on Paradox (Clarendon, Oxford ), e Revenge
of the Liar: New Essays on the Paradox (Clarendon, Oxford ), e nel volume
curato da S. Rahman, T. Tulenheimo, E. Genot, Unity, Truth and the Liar. The
Modern Relevance of Medieval Solutions to the Liar Paradox (Springer, Berlin
). Tutti questi testi includono saggi di autori che hanno contribuito alla let-
teratura anche mediante scritti a più ampio respiro, e fra questi sono molti quel-
li che, direttamente o indirettamente, si confrontano con l’opera di Kripke. I
principali sono: V. McGee, Truth, Vagueness, and Paradox: An Essay on the Lo-
gic of Truth (Hackett, Indianapolis ); A. Gupta, N. Belnap, The Revision
Theory of Truth (MIT Press, Cambridge, MA, ); A. M. Yaq)b, The Liar Speaks
the Truth: A Defense of the Revision Theory of Truth (Oxford University Press,
Oxford ); K. Simmons, Universality and the Liar: An Essay on Truth and the
Diagonal Argument (Cambridge University Press, Cambridge ); T. Maudlin,
Truth and Paradox: Solving the Riddles (Oxford University Press, Oxford );
G. Priest, Doubt Truth to Be a Liar (Oxford University Press, Oxford ); e
H. Field, Saving Truth From Paradox (Clarendon, Oxford ). Infine, il libro
di A. Cantini, Logical Frameworks for Truth and Abstraction: An Axiomatic Study
(Elsevier, Amsterdam ) costituisce il punto di riferimento obbligato, benché
impegnativo, della letteratura dedicata al trattamento assiomatico del predicato
di verità alla quale si è accennato en passant verso la fine del capitolo.
Sul piano tecnico, abbiamo visto che la formulazione rigorosa della teoria
di Kripke presuppone una certa familiarità con le procedure di “aritmetizzazio-
ne” della sintassi e con la teoria degli insiemi (inclusa la teoria degli “ordinali


LETTURE CONSIGLIATE

transfiniti”). Per quanto riguarda il primo aspetto, il terzo capitolo del libro di
F. Berto, Tutti pazzi per Gödel: la guida completa al Teorema di Incompletezza
(Laterza, Roma-Bari ), contiene un’esposizione chiara ed esauriente, e per
ulteriori approfondimenti è sempre attuale il testo ormai classico di D. R. Hof-
stadter, Gödel, Escher, Bach: An Eternal Golden Braid (Basic Books, New York
; trad. it. Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante, Adelphi, Mila-
no ), specialmente al cap. IX. Per quanto invece riguarda la teoria degli in-
siemi e degli “ordinali transfiniti”, ci si può affidare a uno qualsiasi dei nume-
rosi testi a carattere manualistico. Per una prima panoramica possono essere suf-
ficienti il volume di P. Casalegno, M. Mariani, Teoria degli insiemi: un’introdu-
zione (Carocci, Roma ) e i due libri di G. Lolli, Dagli insiemi ai numeri (Bol-
lati-Boringhieri, Torino ) e Guida alla teoria degli insiemi (Springer Italia,
Milano ). Tra i testi più avanzati si possono invece consultare G. Lolli, Teo-
ria assiomatica degli insiemi (Boringhieri, Torino ); K. Kunen, Set Theory
(North Holland, Amsterdam ); e T. Jech, Set Theory (Academic Press, New
York ). Infine, e su queste basi, l’articolo di M. Fitting, Notes on the Mathe-
matical Aspects of Kripke’s Theory of Truth (“Notre Dame Journal of Formal Lo-
gic”, , , , pp. -), è particolarmente importante per una comprensione
approfondita degli esatti presupposti matematici su cui si regge la teoria di
Kripke (e sui quali Kripke stesso non si pronuncia in modo esplicito).

Capitolo secondo: Riferimento, credenze, regole


Marco Santambrogio
Una buona conoscenza dei concetti fondamentali della moderna filosofia del
linguaggio, delineata nelle linee essenziali da Gottlob Frege, Bertrand Russell,
Ludwig Wittgenstein e gli altri fondatori della filosofia analitica del linguaggio,
è indispensabile per apprezzare il contributo di Kripke e le novità che ha por-
tato al quadro tradizionale. In italiano è disponibile un certo numero di testi in-
troduttivi a diversi livelli di approfondimento. Il più rigoroso e sistematico è
quello di P. Casalegno, Filosofia del linguaggio. Una introduzione (NIS, Roma
), che presenta tuttavia qualche difficoltà per un lettore del tutto digiuno di
logica. Un tale lettore troverà probabilmente più abbordabili D. Marconi, La fi-
losofia del linguaggio: da Frege ai nostri giorni (UTET, Torino ); C. Penco, In-
troduzione alla filosofia del linguaggio (Laterza, Roma-Bari ); E. Picardi,
Linguaggio e analisi filosofica. Elementi di filosofia del linguaggio (Pàtron, Bolo-
gna ).
È disponibile in italiano un certo numero di articoli classici dei principali
autori, da Frege in poi. I testi filosofici di G. Frege pubblicati dal  al  si
trovano in italiano nella raccolta curata da Carlo Penco ed Eva Picardi, Senso,
funzione e concetto (Laterza, Roma-Bari ), mentre gli scritti postumi editi da


IL GENIO COMPRESO

H. Hermes, F. Kambartel, F. Kaulbach (G. Frege, Posthumous Writings,


Blackwell, Oxford ) sono stati tradotti da E. Picardi: G. Frege, Scritti po-
stumi (Bibliopolis, Napoli ). L’antologia curata da A. Iacona e E. Paganini,
Filosofia del linguaggio (Cortina, Milano ) contiene quei testi di G. Frege,
B. Russell, L. Wittgenstein, R. Carnap, W. V. O. Quine, S. Kripke, H. Putnam,
D. Davidson, P. Grice, M. Dummett, N. Chomsky che anche il lettore più fret-
toloso dovrebbe conoscere. Filosofia analitica, curato da C. Penco per La Nuo-
va Italia, Firenze , contiene saggi di G. Frege, B. Russell, L. Wittgenstein,
W. V. O. Quine, J. Austin, P. Grice, J. Searle, H. Putnam. L’antologia curata da
A. Bonomi, La struttura logica del linguaggio, Bompiani, Milano , va ricor-
data sia per l’importanza che ha avuto per la diffusione della filosofia analitica
del linguaggio in Italia negli anni settanta, sia perché contiene una traduzione
del fondamentale saggio di Russell, On Denoting (originariamente uscito in
“Mind”, , , pp. -): Sulla denotazione (pp. -). Le due antologie
curate da L. Linsky, Semantics and the Philosophy of Language (Illinois Univer-
sity Press, Urbana, IL, ; trad. it. di A. Meotti: Semantica e filosofia del lin-
guaggio, Il Saggiatore, Milano ) e Reference and Modality (Oxford Univer-
sity Press, Oxford ; trad. it. di E. Bencivenga, Riferimento e modalità, Bom-
piani, Milano ), sono utili perché offrono un quadro chiaro della discussio-
ne sui principali temi della filosofia del linguaggio negli anni immediatamente
precedenti a Naming and Necessity.
Molto ampia è la selezione dell’antologia in inglese curata da P. Martinich,
The Philosphy of Language (Oxford University Press, Oxford ), che è suffi-
ciente da sola a dare al lettore attento un quadro chiaro e articolato dei temi di
ricerca e degli autori più rappresentativi in filosofia del linguaggio, per gli anni
precedenti al . La raccolta in inglese oggi più autorevole e più diffusa dei la-
vori di Frege è The Frege Reader, a cura di M. Beaney (Blackwell, Oxford ).
Per uno sguardo d’insieme sui principali problemi della filosofia del linguaggio
a un buon livello di approfondimento, il lettore non principiante può leggere,
anche separatamente, i capitoli di A Companion to the Philosophy of Language,
a cura di B. Hale, C. Wright (Blackwell, Oxford ). Una storia molto artico-
lata della filosofia e in particolare della filosofia del linguaggio del Novecento
(Frege escluso) si trova nei due volumi di S. Soames, Philosophical Analysis in
the Twentieth Century (Princeton University Press, Princeton ), la cui par-
te settima, di circa cento pagine, è interamente dedicata a Kripke.

.. ANALITICITÀ, A PRIORI, NECESSITÀ

Sono relativamente pochi i lavori monografici dedicati alla filosofia del linguag-
gio di Kripke. Oltre al già citato S. Soames, Philosophical Analysis in the Twen-
tieth Century (Princeton University Press, Princeton , parte settima) vanno
ricordati G. W. Fitch, Saul Kripke (McGill-Queen’s University Press, Montreal


LETTURE CONSIGLIATE

) che oltre a una trattazione più dettagliata dei temi affrontati nel presente
capitolo dedica una certa attenzione al tema della verità, C. Hughes, Kripke. Na-
mes, Necessity, and Identity (Oxford University Press, Oxford ) che com-
prende anche una parte dedicata al problema dell’identità di mentale e fisico, e
A. Ahmed, Saul Kripke (Continuum, London-New York ) soprattutto i ca-
pitoli primo, quarto e quinto.
Vastissima è invece la letteratura che si è sviluppata direttamente a partire
dai lavori di Kripke di filosofia del linguaggio o ne ha subito indirettamente l’in-
flusso. Bisogna tener presente che le riflessioni di Kripke nel corso degli anni
Sessanta e Settanta del secolo scorso sulla relazione che intercorre tra le parole
e il mondo non erano quelle di un filosofo isolato. Altri, tra cui Ruth Barcan
Marcus, Keith Donnellan, Hilary Putnam e David Kaplan, avevano più o meno
indipendentemente sviluppato idee per qualche verso in sintonia con quelle di
Kripke. Le loro posizioni sono state indicate collettivamente come la «teoria del
riferimento diretto» (l’espressione è di Kaplan) e anche come la «nuova teoria
del riferimento» (Stephen Schwartz). Un’altra etichetta che intende caratteriz-
zare solo le posizioni di Kripke e di Donnellan, ed è peraltro un po’ fuorviante,
è quella di «teoria causale del riferimento», coniata da Gareth Evans. Questo
piccolo gruppo di filosofi, che erano comunque in contatto tra loro, ha prodot-
to nella filosofia del linguaggio una vera e propria rivoluzione che ha avuto ri-
percussioni in molti altri settori della filosofia e anche nel modo di concepire la
natura e i metodi di tutta la filosofia. Non è sorprendente quindi che sia così va-
sta la letteratura in cui l’influenza diretta o indiretta di Kripke è evidente.
Una bibliografia sulla teoria del riferimento diretto, per quanto essenziale,
non può fare a meno di menzionare i lavori che seguono. Tra quelli più signifi-
cativi di R. Barcan Marcus: Modalities and Intensional Languages (“Synthèse”,
, , pp. -), Essentialism in Modal Logic (“Noûs”, , , pp. -), en-
trambi ristampati in R. Barcan Marcus, Modalities: Philosophical Essays (Oxford
University Press, Oxford ) e una tavola rotonda a cui parteciparono, oltre
alla Barcan Marcus, W. V. O. Quine, S. Kripke, J. McCarty, D. Follesdal, pub-
blicata come Discussion on the Paper of Ruth B. Marcus (“Synthèse”, , , pp.
-). Di K. Donnellan: Reference and Definite Descriptions (“The Philosophi-
cal Review”, , , pp. -; trad. it. in A. Bonomi, La struttura logica del
linguaggio, cit., pp. -); Proper Names and Identifying Descriptions, in D. Da-
vidson, G. Harman (ed.), Semantics for Natural Languages (Reidel, Dordrecht
, pp. -); The Contingent A Priori and Rigid Designators (“Midwest Stu-
dies in Philosophy”, , , pp. -); Kripke and Shoemaker on Natural Kind
Terms, in C. Ginet, S. Shoemaker (eds.), Knowledge and Mind (Oxford Univer-
sity Press, Oxford , pp. -). Di H. Putnam: Explanation and Reference,
in G. Pearce, P. Maynard (eds.), Conceptual Change (Reidel, Dordrecht ); Is
Semantics Possible? (“Metaphilosophy”, , , pp. -; ristampato con al-
cune revisioni in H. E. Kiefer, M. K. Munitz, eds., Language, Belief, and Me-
taphysics, State University of New York Press, Albany , pp. -); Meaning


IL GENIO COMPRESO

and Reference (“The Journal of Philosophy”, , , pp. -); The Meaning
of “Meaning”, in K. Gunderson (ed.), Language, Mind, and Knowledge. Minne-
sota Studies in the Philosophy of Science, n. , University of Minnesota Press,
Minneapolis , pp. - (tutti questi lavori sono ristampati in H. Putnam,
Philosophical Papers,  voll., Cambridge University Press, Cambridge ; Is Se-
mantics Possible? (È possibile la semantica?) e The Meaning of “Meaning” (Il si-
gnificato di “significato”) compaiono in traduzione italiana, di R. Cordeschi, in
H. Putnam, Mente, linguaggio e realtà (Adelphi, Milano , pp. - e -
, rispettivamente). Di D. Kaplan negli anni in cui prendeva forma la teoria del
riferimento diretto sono circolati molti lavori in forma dattiloscritta, che solo do-
po alcuni anni sono stati effettivamente pubblicati. Tra questi: Dthat, in P. Cole
(ed.), Syntax and Semantics (vol. IX, Academic Press, New York , pp. -;
ristampato in A. P. Martinich, ed., The Philosophy of Language, Oxford Univer-
sity Press, Oxford , pp. -); Demonstratives, in J. Almog, J. Perry, H.
Wettstein (eds.), Themes from Kaplan (Oxford University Press, Oxford ,
pp. -); Opacity, in H. Hahn, P. Schilpp (eds.), The Philosophy of W. V. Qui-
ne (Open Court, La Salle , pp. -).
Alcune delle prime e più interessanti valutazioni critiche della teoria del ri-
ferimento diretto nella versione di Kripke si trovano in G. Evans, The Causal
Theory of Names (“Proceedings of the Aristotelian Society”, suppl. , , pp.
-; ristampato in G. Evans, Collected Papers, Oxford University Press,
Oxford ) e, ancora di G. Evans, The Varieties of Reference (Oxford Univer-
sity Press, Oxford ). Per una difesa della teoria descrittivista di Frege con-
tro l’attacco di Kripke, cfr. M. Dummett, Frege. Philosophy of Language
(Duckworth, London ). Deve essere menzionato a parte S. Soames, Beyond
Rigidity. The Unfinished Semantic Agenda of Naming and Necessity, Oxford
University Press, Oxford , che contiene, insieme a una presentazione chia-
ra e rigorosa delle dottrine di Naming and Necessity, un tentativo di sviluppare
una teoria semantica completa che risponda ai molti interrogativi lasciati aperti
da Kripke, da parte di un altro autorevole sostenitore del riferimento diretto.

.. IL PUZZLE DELLA CREDENZA

È vastissima anche la letteratura sugli atteggiamenti proposizionali e sulla se-


mantica delle attribuzioni di credenza che ha subito l’influenza della teoria del
riferimento diretto e, più in particolare, dell’articolo A Puzzle about Belief. Due
raccolte di saggi particolarmente significativi sono Propositions and Attitudes, a
cura di S. Salmon, S. Soames (Oxford University Press, Oxford ), e Propo-
sitional Attitudes: the Role of Content in Logic, Language, and Mind, a cura di C.
A. Anderson, J. Owens (CSLI, Stanford ). Di N. U. Salmon (che è anche au-
tore di un interessante studio sull’essenzialismo, Reference and Essence, Prince-
ton University Press, Princeton, NJ, ) deve essere ricordato Frege’s Puzzle


LETTURE CONSIGLIATE

(MIT Press, Cambridge, MA, ), che è uno dei primi testi in cui è chiaramen-
te formulata la cosiddetta “teoria neo-russelliana” delle attribuzioni di creden-
za. M. Richard, Propositional Attitudes (Cambridge University Press, Cambrid-
ge ) e il più recente S. Schiffer, The Things We Mean (Oxford University
Press, Oxford ) presentano entrambi teorie proprie originali, ma esamina-
no anche in dettaglio le difficoltà che deve affrontare qualunque teoria degli at-
teggiamenti proposizionali, dopo la svolta che ha subito il problema ad opera di
Kripke e degli altri rappresentanti della teoria del riferimento diretto.

.. KRIPKE E WITTGENSTEIN

Il libro di Kripke su Wittgenstein contiene pochissimi riferimenti all’enorme let-


teratura sulle Ricerche filosofiche di Wittgenstein, che in italiano sono state pub-
blicate nella traduzione di M. Trinchero presso Einaudi, nel . Per un’intro-
duzione alla lettura del testo wittgensteiniano si rimanda a A. Voltolini, Guida
alla lettura delle “Ricerche filosofiche” di L. Wittgenstein (Laterza, Roma-Bari
). Fra i testi citati da Kripke si trovano invece N. Goodman, Fact, Fiction,
and Forecast (Bobbs-Merrill, Indianapolis ; trad. it. di C. Marletti: Fatti, ipo-
tesi e previsioni, prefazione di H. Putnam, Laterza, Roma-Bari ), e W. V. O.
Quine, Word and Object (MIT Press, Cambridge, MA, ; trad. it. di F. Monda-
dori, Parola e oggetto, Il Saggiatore, Milano ).
Tra i principali interventi nel dibattito cui il testo kripkeano ha dato avvio
vanno ricordati almeno i seguenti: W. D. Goldfarb, Kripke on Wittgenstein on
Rules (“The Journal of Philosophy”, , , pp. -); G. Forbes, Scepticism
and Semantic Knowledge (“Proceedings of the Aristotelian Society”, , , pp.
-); G. Baker, P. M. S. Hacker, On Misunderstanding Wittgenstein: Kripke’s
Private Language Argument (“Synthese”,  , pp. -); J. Searle, Indeter-
minacy, Empiricism, and the First Person (“The Journal of Philosophy”,  ,
pp. -); C. Wright, Kripke’s Account of the Argument Against Private Lan-
guage (“The Journal of Philosophy”, , , pp. -); S. Blackburn, The In-
dividual Strikes Back, (“Synthese”, , , pp. -); H. Putnam, Why Rea-
son Can’t Be Naturalized (“Synthese”, , , pp. -; ristampato in H. Put-
nam, Realism and Reason, Cambridge University Press, Cambridge , pp.
-); P. Boghossian, The Rule-following Considerations (“Mind”, , , pp.
-) e The Status of Content (“Philosophical Review”, , , pp. -);
M. Devitt, Transcendentalism About Content (“Pacific Philosophical Quar-
terly”, , , pp. -); P. Horwich, Wittgenstein and Kripke on the Nature
of Meaning (“Mind and Language”, , , pp. -); R. Millikan, Truth, Ru-
les, Hoverflies, and the Kripke-Wittgenstein Paradox (“The Philosophical Re-
view”, , , , pp. -); P. Pettit, The Reality of Rule-Following (“Mind”,
, , pp. -); C. Ginet, The Dispositionalist Solutions to Wittgenstein’s Pro-
blem About Understanding a Rule: Answering Kripke’s Objection (“Midwest


IL GENIO COMPRESO

Studies in Philosophy”, , , pp. -); P. van Inwagen, There is No Such
Thing as Addition (ivi, pp. -); S. Soames, Skepticism about Meaning, Inde-
terminacy, Normativity, and the Rule-Following Paradox (“Canadian Journal of
Philosophy”, suppl. , , pp. -); G. Wilson, Semantic Realism and
Kripke’s Wittgenstein (“Philosophy and Phenomenological Research”, , ,
, pp. -).

Capitolo terzo: Identità ed essenze


Christopher Hughes
In anni recenti, gli studi di metafisica di stampo analitico in lingua italiana han-
no avuto una fioritura; ad oggi, esistono vari testi d’ambito di carattere intro-
duttivo, che risulteranno di utile lettura per inquadrare l’opera di Kripke in una
più ampia cornice. Tra questi segnaliamo di A. C. Varzi, Parole, oggetti, eventi e
altri argomenti di metafisica (Carocci, Roma ) e Ontologia (Laterza, Roma-
Bari ); di M. Ferraris, Ontologia (Guida, Napoli ); e di E. Runggaldier,
C. Kanzian, Problemi fondamentali dell’ontologia analitica (Vita e Pensiero, Mi-
lano ). Per una selezione di testi classici di metafisica analitica si vedano A.
C. Varzi, Metafisica. Classici contemporanei (Laterza, Roma-Bari ) e Onto-
logia di M. Ferraris, già citato. Alcune questioni sull’identità, complementari a
quelle centrali nell’opera kripkeana, sono discusse in M. Carrara, Impegno on-
tologico e criteri d’identità (CLEUP, Padova ).
In lingua inglese, fra i testi introduttivi si segnalano M. J. Loux, Metaphy-
sics. A Contemporary Introduction (Routledge, London ); E. J. Lowe, A
Survey of Metaphysics (Oxford University Press, Oxford ); e T. Sider, J.
Hawthorne, D. W. Zimmerman (eds.), Contemporary Debates in Metaphysics
(Wiley-Blackwell, Oxford ). Tra le antologie si segnalano quella curata da
M. J. Loux, Metaphysics. Contemporary Readings (Routledge, London ); e
da J. Kim, E. Sosa, Metaphysics. An Anthology (Wiley-Blackwell, Oxford );
di utile consultazione anche M. J. Loux, D. W. Zimmerman (eds.), The Oxford
Handbook of Metaphysics (Oxford University Press, Oxford ).
Tra le recenti monografie dedicate al pensiero di Kripke, C. Hughes,
Kripke: Names, Necessity, and Identity (Oxford University Press, Oxford )
è forse quella che s’incentra maggiormente sugli aspetti metafisici; di utile let-
tura in questo contesto anche G. W. Fitch, Saul Kripke (McGill-Queen’s Uni-
versity Press, Montreal ). Le due raccolte curate rispettivamente da M. J.
Loux, The Possible and the Actual (Cornell University Press, Ithaca, NY, ) e
da B. Linsky, Reference and Modality (Oxford University Press, Oxford ;
trad. it. di E. Bencivenga, Riferimento e modalità, Bompiani, Milano ) ri-
sultano preziose per una più piena comprensione del dibattito in cui l’opera di
Kripke si inserisce.


LETTURE CONSIGLIATE

.. L’ESSENZIALITÀ DELL’IDENTITÀ

Un buon punto di partenza per orientarsi nella vasta letteratura sul tema dell’i-
dentità sono i già citati testi di A. C. Varzi, Parole, oggetti, eventi e altri argomenti
di metafisica e Ontologia; mentre alcuni testi classici si trovano tradotti nella se-
conda parte di Metafisica. Classici contemporanei, cit., sempre di Varzi. In lingua
inglese, cfr. anche la voce Identity nella Stanford Encyclopedia (H. Noonan,
Identity, in E. N. Zalta, ed., The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter
 Edition), http://plato.stanford.edu/archives/win/entries/identity/) e
C. O. Hill, Rethinking Identity and Metaphysics (Yale University Press, New
Heaven, CT, ).
Sulla necessità e l’essenzialità dell’identità, un locus classicus è l’articolo The
Identity of Individuals in a Strict Functional Calculus of Second Order di R. Bar-
can Marcus (“Journal of Symbolic Logic”, , , pp. -); per una difesa del-
l’identità contingente, cfr. D. K. Lewis, Counterpart of Persons and Their Bodies
(“The Journal of Philosophy”, , , pp. -) e A. Gibbard, Contingent
Identity (“Journal of Philosophical Logic”, , , pp. -). Per ulteriori svi-
luppi del dibattito sulla necessità dell’identità, si vedano J. E. Lowe, On the Al-
leged Necessity of True Identity Statements (“Mind”, , , pp. -); A. Gal-
lois, Rigid Designation and the Contingency of Identity (ivi, , , pp. -);
M. Della Rocca, Kripke’s Essentialist Argument Against the Identity Theory
(“Philosophical Studies”, , , pp. -); sempre di M. Della Rocca, Es-
sentialists and Essentialism (“The Journal of Philosophy”, , , pp. -);
S. Häggqvist, Essentialism and Rigidity (“The Philosophical Quarterly”, ,
, pp. -).
Una fonte importantissima di dubbi riguardanti l’intelligibilità dell’essen-
zialismo e della predicazione modale de re è il saggio Reference and Modality di
W. V. O. Quine, contenuto in From a Logical Point of View (Harper Torchbooks,
New York ; trad. it. di P. Valore, Da un punto di vista logico. Saggi logico-fi-
losofici, Cortina, Milano ). Cfr. anche, sempre in Quine, la discussione del-
la modalità in Word and Object (MIT Press, Cambridge, MA, ; trad. it. di F.
Mondadori, Parola e oggetto, Il Saggiatore, Milano ). Per altri dubbi sul-
l’intelligibilità dell’essenzialismo, cfr. T. Parsons, Essentialism and Quantified
Modal Logic (“Philosophical Reivew”, , , pp. -), e D. Kaplan, Trans-
World Heir Lines, in M. J. Loux (ed.), The Possibile and the Actual (Cornell Uni-
versity Press, Ithaca, NY, ).

.. IMPLICAZIONI DELL’ESSENZIALITÀ DELL’IDENTITÀ

Per una recente panoramica sul rapporto tra necessità e a priori si veda A. Ca-
sullo, A Priori Justification (Oxford University Press, Oxford ). Tra gli studi
che seguirono la pubblicazione di Naming and Necessity segnaliamo: G. W. Fit-


IL GENIO COMPRESO

ch, Are There Necessary a Posteriori Truths? (“Philosophical Studies”, , , ,
pp. -); R. Stalnaker, Assertion (“Syntax and Semantics” , , pp. -); P.
Tich™, Kripke on Necessity a Posteriori (“Philosophical Studies”, , , pp. -
). Tra gli studi più recenti, invece: F. Jackson, From Metaphysics to Ethics: A De-
fence of Conceptual Analysis (Oxford University Press, Oxford ); D. J. Chal-
mers, The Foundations of Two-Dimensional Semantics, in M. Garcia-Carpintero,
J. Macia (eds.), Two-Dimensional Semantics: Foundations and Applications
(Oxford University Press, Oxford ); e M. Devitt, No Place for the A Priori,
in Id., Putting Metaphysics First. Essays on Metaphysics and Epistemology
(Oxford University Press, Oxford di prossima pubblicazione, cap. ).
Per un’introduzione al problema della persistenza, in italiano, cfr. i già ci-
tati testi di A. C. Varzi, Parole, oggetti, eventi e altri argomenti di metafisica e On-
tologia; mentre alcuni testi classici si trovano tradotti nella terza parte dell’anto-
logia curata, sempre da Varzi, Metafisica. Classici contemporanei, cit. In lingua
inglese, si consigliano la rassegna di T. Sider, Recent Work on Identity Over Ti-
me (“Philosophical Books”, , , pp. -) e l’antologia curata da S. Ha-
slanger, R. M. Kurtz, Pesistence. Contemporary Readings (MIT Press, Cambrid-
ge, MA, ). Le prime formulazioni del quadridimensionalismo risalgono agli
anni venti: C. D. Broad, Scientific Thought (Routledge and Kegan Paul, London
); B. Russell, The Analysis of Matter (Routledge and Kegan Paul, London
; trad. it. di L. Pavolini, L’analisi della materia, Longanesi, Milano ); R.
Carnap, Der logische Aufbau der Welt (Weltkreis, Berlin; trad. it. di E. Severino,
La costruzione logica del mondo, Fabbri, Milano ); e A. N. Whitehead, Pro-
cess and Reality (Macmillan, New York ; trad. it. di N. Bosco, Il processo e
la realtà. Saggio di cosmologia, Il Saggiatore, Milano ). Di fondamentale im-
portanza per la diffusione di questa posizione è W. V. O. Quine, Identity, Osten-
sion, and Hypostasis in From a Logical Point of View (cit., pp. -). Vi è una di-
fesa alquanto eccentrica ma decisamente ingegnosa del criterio di coincidenza
in qualche istante in Material Beings di P. van Inwagen (Cornell University Press,
Ithaca, NY, ). Altri luoghi classici per il quadridimensionalismo sono D. K.
Lewis, Survival and Identity, in R. Rorty (ed.), The Identity of Persons (Califor-
nia University Press, Berkeley, CA, , pp. -; ristampato con un poscritto
in D. K. Lewis, Philosophical Papers. Volume , Oxford University Press, Oxford
); D. K. Lewis, On the Plurality of Worlds (Blackwell, Oxford ); M. Hel-
ler, The Ontology of Physical Objects: Four-Dimensional Hunks of Matter (Cam-
bridge University Press, Cambridge ), e T. Sider, Four-Dimensionalism: An
Ontology of Persistence and Time (Oxford University Press, Oxford ).
Per un’inquadratura generale del problema mente corpo si vedano, in ita-
liano: S. Nannini, L’anima e il corpo. Un’introduzione storica alla filosofia della
mente (Laterza, Roma-Bari ); M. Di Francesco, Introduzione alla filosofia
della mente (Carocci, Roma ); e A. Paternoster, Introduzione alla filosofia
della mente (Laterza, Roma-Bari ). All’interno della vasta letteratura ri-
guardante la trattazione kripkeana del problema, consigliamo in particolare: C.


LETTURE CONSIGLIATE

McGinn, Anomalous Monism and Krikpe’s Cartesian Intuitions (“Analysis”, 


, pp. -); C. S. Hill, Imaginability, Conceivability, Possibility, and the
Mind-Body Problem (“Philosophical Studies”, , , pp. -); R. Boyd, Ma-
terialism Without Reductionism: What Physicalism Does Not Entail, in N. Block
(ed.), Readings in Philosophy and Psychology (Harvard University Press, Cam-
bridge, MA, , pp. -); D. K. Lewis, Reduction of Mind, in S. Guttenplan
(ed.), Blackwell Companion to the Philosophy of Mind (Blackwell, Oxford );
G. Bealer, Mental Properties (“The Journal of Philosophy, , , pp. -)
e The Origins of Modal Error (“Dialectica” , , pp. -); D. J. Chalmers,
The Conscious Mind: In Search of a Fundamental Theory (Oxford University
Press, Oxford ); e infine A. Byrne, Possibility and Imagination (“Philo-
sophical Perspectives”, , , pp. -).

.. L’ESSENZIALITÀ DELLE ORIGINI MATERIALI


E DELLA COSTITUZIONE MATERIALE ORIGINALE

Tra i primi lavori sull’essenzialità delle origini materiali segnaliamo: C. McGinn,


On the Necessity of Origin (“The Journal of Philosophy”, , , pp. -);
N. U. Salmon, How Not to Derive Essentialism from the Theory of Reference
(“The Journal of Philosophy”, , , pp. -); e soprattutto Reference and
Essence (Blackwell, Oxford ); H. Noonan, The Necessity of Origin (“Mind”,
, , pp. -); G. Forbes, The Metaphysics of Modality (Oxford University
Press, Oxford ). Per i più recenti sviluppi del dibattito cfr.: T. Robertson,
Possibilities and the Arguments for Origin Essentialism (“Mind”, , , pp.
-); J. Hawthorne, T. Szabó Gendler, Origin Essentialism: The Arguments
Reconsidered (ivi, , , pp. -); G. Rohrbaugh, L. deRosset, A New
Route to the Necessity of Origin (ivi, , , pp. -) e Prevention, Inde-
pendence, and Origin (ivi, , , pp. -); D. Barnett, The Problem of Ma-
terial Origins (“Noûs”, , , pp. -); L. deRosset, Production and Ne-
cessity (“The Philosophical Review”, , , pp. -).

.. L’ESSENZIALITÀ DELL’APPARTENENZA


AI GENERI NATURALI E ARTIFICIALI

Per un quadro degli studi e del dibattito sui generi naturali e sull’essenzialismo
a essi applicato cfr.: A. Bird, E. Tobin, Natural Kinds, in E. N. Zalta (ed.), The
Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring  Edition), ,
http://plato.stanford.edu/archives/spr/entries/natural-kinds/; K. Koslicki,
Natural Kinds and Natural Kinds Terms (“Philosophy Compass”, , , pp.
-); A. Bird, Essences and Natural Kinds, in R. LePoidevin (ed.), The Rou-
tledge Companion to Metaphysics (Routledge, London ); e A. Borghini, M.


IL GENIO COMPRESO

H. Slater, Lessons from the Scientific Butchery, in M. H. Slater (ed.), Carving Na-
ture at Its Joints, MIT Press, di prossima pubblicazione.
La questione dell’essenzialità dell’appartenenza ai generi naturali è stata da
subito al centro di un ampio dibattito. Oltre a Naming and Necessity, altri luo-
ghi classici in cui viene discussa sono: B. A. Broady, Natural Kinds and Real Es-
sences (“The Journal of Philosophy”, , , pp. -); N. Cocchiarella, On
the Logic of Natural Kinds (“Philosophy of Science”, , , pp. -); D. H.
Mellor, Natural Kinds (“British Journal for the Philosophy of Science”, , ,
pp. -); S. Schwarz (ed.), Naming, Necessity, and Natural Kinds (Cornell
University Press, Ithaca, NY, ); e J. Dupré, Natural Kinds and Biological Taxa
(“Philosophical Review”, , , pp. -). Per una posizione anti-essenziali-
sta riguardo ai generi cfr. R. Stalnaker, Anti-Essentialism (“Midwest Studies in
Philosophy”, , , pp. -) e P. Tich™, Kripke on Necessity A Posteriori
(“Philosophical Studies”, , , pp. -). Tra i contributi più recenti si se-
gnalano J. Dupré, The Disorder of Things (Harvard University Press, Cambrid-
ge ); J. LaPorte, Chemical Kind Term Reference and the Discovery of Essen-
ce (“Noûs”, , , pp. -); I. Hacking, A Tradition of Natural Kinds (“Phi-
losophical Studies”, , , pp. -) e Kinds of People: Moving Targets (“Pro-
ceedings of the British Academy”, , , pp. -); A. Bird, Nature’s Me-
taphysics. Laws and Properties (Oxford University Press, Oxford ). Una no-
ta a parte merita il cosiddetto “essenzialismo scientifico” di derivazione kripkea-
na, criticato in G. Bealer, The Philosophical Limits of Scientific Essentialism
(“Philosophical Perspectives”, , , pp. -), ha tuttavia poi conosciuto
una notevole diffusione; cfr. J. Bigelow, B. Ellis, C. Lierse, The World as One of
a Kind. Natural Necessity and Laws of Nature (“British Journal for the Philo-
sophy of Science”, , , pp. -) e B. Ellis, Scientific Essentialism (Cam-
bridge University Press, Cambridge ).


Bibliografia
delle opere edite di Kripke

Si fornisce di seguito una bibliografia completa delle opere edite di Kripke, con
le relative ed eventuali traduzioni italiane. Le edizioni qui indicate sono quelle
a cui si fa riferimento nel corpo principale del testo. Sul sito del Saul Kripke
Center (http://web.gc.cuny.edu/KripkeCenter/) è disponibile una lista costan-
temente aggiornata delle opere di Kripke (priva, naturalmente, delle relative ed
eventuali traduzioni italiane).

(a), A Completeness Theorem in Modal Logic, in “The Journal of Symbolic


Logic”, , pp. -.
(b), Distinguished Constituents (abstract), in “The Journal of Symbolic
Logic”, , p. .
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