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Franco Tassi

Alghero Capo Caccia: Il Promontorio più bello della Sardegna


in Airone, n. 19, novembre 1982
Mondadori e Associati

“Non v’è in Italia ciò che v’è in Sardegna, né in Sardegna v’è quel d’Italia”, scriveva già nel
Settecento il naturalista padre Francesco Getti, affascinato dal carattere peculiare della splendida
natura dell’isola. Aveva pienamente ragione: ogni viaggio nell’antica isola dei mufloni e degli
avvoltoi non fa che confermarlo.
A volte, però, una descrizione scientifica o un’impressione ecologica non possono dare neppure una
pallida idea dello “spirito” magico d’un luogo. Capo Caccia, per esempio. Siamo all’estremità nord-
occidentale della Sardegna, questa è davvero la fine della terra. Qui il calcare poderoso si spacca
all’improvviso e precipita per centinaia di metri nell’azzurro del mare. Più verticale e brusco di così
sarebbe difficile persino immaginarlo: candidi bastioni digradanti e in certi tratti, come a Punta
Cristallo, addirittura lembi sospesi, massi sporgenti nel vuoto come fantastici trampolini aerei.
Fra terra e mare, è facile socchiudere gli occhi e aver quasi la sensazione di rivivere nella preistoria.
Le onde che s’infrangono sulla roccia drammatica non sembrano neppure scalfirla: eppure, con il
paziente lavorio di migliaia d’anni, sono state proprio loro a modellarla. E a creare miracoli unici
quali grotte, cavità marine e persino “finestre orografiche”, archi e gallerie naturali, come quella
famosissima dell’Isola Foradada, perforata al livello del mare. La celebrità di Capo Caccia è legata
soprattutto alle grotte, e specialmente alla Grotta di Nettuno immortalata da Paul Valéry (delle
grotte parlerà subito dopo Giulio Badini). Vi si accede dal mare, oppure da un’interminabile
rampata di 656 gradini detta Escala del Cabirol. Curiosa denominazione, che manifesta assonanze
catalane: qui si parla infatti quasi come a Barcellona, perché Alghero divenne colonia di Catalogna
nel lontano 1354. E per di più cabirol non si riferisce al capriolo vero e proprio, mai vissuto
nell’isola: bensì a quel daino, ormai scomparso, di cui si dirà tra breve.
Capo Caccia deve il proprio nome a battute venatorie tanto fruttuose da passare alla storia. Vi si
faceva strage soprattutto di piccioni torraioli o selvatici, parenti stretti e antichi ascendenti di quelli
che oggi popolano le piazze e i centri storici delle città. Qualche cacciatore sparava alla rinfusa
negli stormi, sicuro d’ottenere molte prede, altri non sprecavano neppure un colpo e penetravano
negli anfratti naturali, riuscendo ad afferrare i confidenti uccelli addirittura con le mani.
Dalla cresta che lega Capo Caccia a Punta Cristallo ci si può affacciare su Cala dell’Inferno, su
Porto Tramariglio, sull’Isola Piana. Oppure spaziare verso Porto Conte, l’antico porto romano delle
Ninfe, o al di là di Punta del Giglio, fino ad Alghero, oggi rinomata stazione turistica. Viene da
sorridere pensando che, alla fine dell’Ottocento, il naturalista e viaggiatore Costa vi trovò il
soggiorno assai sgradevole “per i grossi mucchi di alghe, sparsi qua e là in piena putrefazione”.
Questi vegetali marini sono ormai scomparsi dalla terraferma, ma il nome originario di Alghero è
rimasto. E se da Capo Caccia par di sovrastare un immenso paradiso – immaginate cento, duecento,
trecento metri di strapiombi a picco sul mare o, dal basso, la costa alta a scarpata più verticale
d’Italia –, sui pochi tratti di litorale pianeggiante incombono già i primi pericoli. Sono le propaggini
d’una edilizia nefasta, che sembrano pronte a espandersi per ghermire ogni incanto di questa perla
naturale. Oggi duemila posti letto, domani forse il doppio o il triplo, secondo le stesse tendenze che
già hanno compromesso oltre mille dei 1.900 chilometri di costa sarda.
È un posto di sogno, ma può essere anche un luogo d’orrori. Dipende se vi si capiti al sole d’una
serena giornata estiva, oppure nella bufera invernale o sotto il maestrale dell’autunno. Da qui,
comunque, non si riparte senza aver captato luci, suoni e colori, assorbito forti sensazioni, penetrato
un mondo remoto e affascinante.
L’ascensione alla vetta del promontorio è stata per la prima volta descritta con vivezza da Alberto
La Marmora nel suo Viaggio in Sardegna del 1826: “Se poi si vuol recarsi sul punto culminante”,
riferiva l’ufficiale-naturalista piemontese, “si può arrivarvi solo per un passo obbligato, che non ha
un metro di larghezza, mentre di sotto, da ogni lato, stanno due precipizi verticali spaventosi, di
parecchie centinaia di metri di profondità, che arrivano fino al mare. Solo dopo superato questo
passaggio, che fa impallidire il viaggiatore più intrepido, si arriva a godere un panorama magnifico,
di cui nessuna descrizione saprebbe dare un’idea esatta”.
Siamo nella Nurra, terra assolata e silenziosa, dalla geologia tanto ricca e complessa che tutte le ere,
dal Paleozoico al Quaternario, vi sono rappresentate. Pensate che, appena trent’anni fa,
quest’angolo d’Italia era praticamente intatto: severo e deserto, regno impenetrabile della macchia
mediterranea e della gariga. La prima colonizzazione fu infatti intrapresa dall’Ente di sviluppo,
l’ETFAS, nel 1951: le cronache raccontano della “dura lotta delle macchine contro la natura
selvaggia della Nurra nera, degli intricati meandri, delle palme nane, del lentisco, del mirto, degli
asfodeli, degli orridi macigni e dei misteriosi nuraghe”. Chi avrebbe mai pensato che proprio quella
natura inospitale sarebbe diventata tanto preziosa? Lo sconquasso fu tale che la prima azienda
agraria della zona venne dai pastori battezzata “Corea”. E prima ancora al posto della macchia
c’erano stati, quasi in ogni avvallamento, boschi compatti e secolari.
Vittima predestinata della trasformazione ambientale fu subito la più innocente delle creature
selvatiche, il daino, ancora ricordato da parole e toponimi (come era-pala, crabolu o cabirol).
Inutilmente, nel convegno del 1956 a Copenaghen, l’Unione Internazionale per la Conservazione
della Natura raccomandava “la tutela dell’importantissima fauna sarda, costituita quasi
integralmente da endemismi d’ogni genere, fra cui il daino di Sardegna ormai divenuto rarissimo”.
Qualche anno dopo, sotto la persecuzione d’un irresponsabile bracconaggio perpetrato a volte con la
complicità di chi avrebbe dovuto stroncarlo, il daino scompare definitivamente. Una criminale
fucilata abbatte, forse intorno al 1969, l’ultimo individuo di questa popolazione insulare
mirabilmente adattata all’ambiente estremo mediterraneo. Tutto ciò che ne resta oggi è la struggente
ripresa d’un corteggiamento tra maschi e femmine nella sbiadita pellicola d’uno sconosciuto
cineamatore.
Quasi contemporanea dovette essere la sparizione del più singolare mammifero marino, la foca
monaca. Una foca nel cuore del Mediterraneo già sembra un avvenimento fantastico: ma se la
immaginiamo destreggiarsi ai piedi delle falesie bianche o tra le acque cobalto delle cavità marine,
il quadro risulta più fedele e completo. Quando, nella prima metà dell’Ottocento, Alberto La
Marmora cominciava a interessarsi delle foche di Sardegna, la situazione era però diversa da quella
attuale. “Abitano specialmente le caverne marine nei dintorni di Dorgali e di Orosei”, egli scriveva,
“se ne vedono talvolta a Sant’Elia presso Cagliari, nell’Isola di San Pietro e sulle rocce della Nurra
battute dalle onde. Gli isolotti del Catalano o Coscia di Donna e quelli del Toro e della Vacca son
quasi sempre abitati da questi animali”. Ma poi la persecuzione dei pescatori e l’invadenza d’un
certo tipo di turismo balneare segnarono il declino inesorabile di questo pacifico animale: presso
Capo Caccia qualche foca è stata ancora sporadicamente avvistata fino a qualche anno fa. Poi è
sceso il silenzio.
Per fortuna, vive ancora a Capo Caccia un’altra creatura eccezionale, relitto di tempi lontani e
sicuro indicatore d’un equilibrio ecologico ancora non compromesso del tutto. È lo smisurato
grifone, un avvoltoio capace di raggiungere i tre metri d’apertura alare. In tutta la Sardegna, dove
un tempo era abbondantissimo – l’ornitologo Helmar Schenk stima che intorno al 1945 ve ne
fossero ancora 1.000-1.400 esemplari –, è oggi in preoccupante declino: se ne contano, forse, un
centinaio di individui. Ma questo tratto della costa nord-occidentale sembra uno dei più frequentati
dai grossi rapaci: per sopravvivere, si sono rifugiati tra pareti inaccessibili e orizzonti marini, un
ambiente alquanto insolito per chi sia abituato a incontrarli nelle aride steppe e tra le gole
dell’entroterra. Sta di fatto che a Capo Caccia si offrono sempre nel più magico scenario: padroni
dell’aria, esploratori della terra e dominatori del mare. Accompagnarli con l’occhio, allorché si
librano sfruttando le correnti termiche ascensionali, significa davvero dimenticare i propri limiti,
uscire dalla piccolezza della vita di tutti i giorni e volare con loro. Almeno per qualche minuto.
Anche se il vandalismo che li minacciava fino a qualche anno fa – si racconta che qualche pilota
della locale base militare li abbia persino mitragliati – sembra sconfitto dalla graduale presa di
coscienza protezionistica, il futuro di questi anacronistici uccelli non è tranquillo. E i giovani
naturalisti della LIPU di Alghero e del WWF sono costretti a nutrirli con speciali “carnai”,
depositando in luoghi segreti carcasse d’animali e cascami di macelleria, per evitare che i grifoni
alla ricerca del cibo si allontanino troppo dai luoghi più sicuri. La zona di Capo Caccia è stata infatti
dichiarata “oasi permanente di protezione faunistica”.
Questa tutela gioverà non solo al grifone, ma anche alle brigate di pernici sarde che frullano dalla
macchia o trotterellano fra i bassi cespugli, all’aquila del Bonelli, al falco pellegrino, al gabbiano
reale e corso, alla berta maggiore e minore, al cormorano dal ciuffo e alle altre creature della fauna
sarda scampate alla distruzione.
Ma Capo Caccia non è soltanto un rifugio faunistico privilegiato nella più grandiosa delle cornici: è
anche uno splendido giardino spontaneo di piante uniche al mondo, con un complesso di
endemismi, cioè di specie che non esistono altrove, eccezionalmente ricco e variato. Vi si contano
infatti 20 entità, di cui 6 tirreniche, 9 sardo-corse, una sardo-sicula (Dianthus arrostii) e 3
prettamente sarde: il limonio lieto, il limonio dalle foglie acute e l’orobanche denudata. Tanto che la
Società Botanica Italiana ha proposto fin dal 1970 di istituirvi una riserva naturale integrale di circa
tremila ettari. Ed è incredibile che la Sardegna, forse la regione italiana più ricca di patrimonio
ambientale, non vi abbia ancora provveduto né del resto tuteli ancora, in forma adeguata e
completa, neppure un metro quadrato dei suoi splendidi 23.813 chilometri quadrati di estensione.
Senza una vera riserva integrale la natura sarà condannata prima o poi a soccombere. Basti
l’esempio di ciò che è accaduto ai danni dei pulvini della centaurea orrida, una pianticella spinosa
apparentemente insignificante, ma in realtà una esclusività botanica di valore assai superiore a
quello di vegetali locali più belli e vistosi come la ferula, l’euforbia arborea o la scilla dalle foglie
ottuse. Proprio per il loro aspetto selvaggio e quasi esotico, i campi di centaurea vennero scelti
qualche anno fa per girare uno dei tanti “spaghetti western” nostrani, e la straordinaria vegetazione
spensieratamente devastata e bruciata con gravissime conseguenze.
Ma la pianta che spicca su tutte e colpisce l’osservatore in questa bassa macchia frugale è la palma
nana, vero frammento di flora tropicale alle latitudini mediterranee. Capo Caccia ospita uno dei
popolamenti più notevoli di questa miniatura d’albero, a volte quasi un cespuglio strisciante, relitto
delle flore calde dell’Era Terziaria, che ormai sopravvive soltanto in poche circoscritte zone del
nostro Paese, dal litorale tirrenico alla Sicilia. Non si tratta, come fino a qualche tempo fa credevano
i naturalisti, dell’unica specie di palma indigena presente nel continente europeo: perché a Creta è
stata recentemente scoperta un’altra specie, battezzata palma di Teofrasto in onore del noto filosofo
e botanico dell’antichità greca. Ma ciò nulla toglie al valore scientifico della palma nana, una tra le
più curiose particolarità della natura mediterranea, che certo ebbe in passato maggiore diffusione
lungo le coste della nostra penisola.
Non si può tornare da un’escursione a Capo Caccia senza un bottino ricchissimo: negli occhi
contrasti e verticalità, nei polmoni aromi d’essenze mediterranee, nelle orecchie frullare e gridi di
animali selvatici. Però secondo il codice non scritto in vigore per chiunque ami davvero la natura:
“senza lasciar altro che l’impronta del proprio piede, e senza portar via che immagini, impressioni e
ricordi”. Una “caccia” che da immensamente più soddisfazione di qualsiasi altra.
(pagg. 8-13)