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Creare legami: l'attaccamento in una prospettiva comparata Forming bonds: a


comparative perspective of attachment

Article  in  Psyche · January 2011

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2 authors:

Emanuela Prato Previde Paola Valsecchi


University of Milan Università di Parma
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Creare legami: l’attaccamento in una prospettiva comparata
Forming bonds: a comparative perspective of attachment

Emanuela Prato Previde e Paola Valsecchi

Riassunto. Il contributo riporta una visione etologica e comparata del fenomeno dell’attaccamento
collocandolo in una prospettiva evoluzionistica. Dopo una breve introduzione sui legami sociali nel
mondo animale, ed in particolare nei mammiferi, viene illustrato il fenomeno dell’ attaccamento
secondo la prospettiva etologica ed evoluzionistica sviluppata da Bolwby. Infine l’articolo si
focalizza sulla natura e sulle caratteristiche del legame uomo-cane, iniziando con un breve excursus
sul processo di domesticazione del cane ed illustrando i risultati delle più recenti ricerche
sull’attaccamento del cane verso l’uomo e viceversa. Viene sottolineato come esista una continuità
fra il mondo animale e quello umano nella formazione dei diversi tipi di legami sociali.
Parole chiave: legami sociali, attaccamento, relazione uomo-cane, etologia, domesticazione

Summary. The present paper describes attachment within an evolutionary and comparative
framework. A brief introduction on different social bonds in animals, and particularly in mammals,
is followed by a presentation of Bolwby’s ethologocal attachment theory. Finally, the paper
considers the nature and characteristics of the dog-human relationship in the light of the
domestication process and reports up-date scientific knowledge on dog-human attachment. The
continuity between animals and human being in the formation of different social bond is
highlighted.
Key words: social bonds, attachment, human-dog relationship, ethology, domestication

1. Legami sociali negli animali

“E’ certo che gli animali sociali hanno un sentimento d’amore gli uni per gli altri”
C. Darwin

Gli studi sulla natura e sull’ontogenesi delle relazioni sociali negli animali indicano che gli

individui formano con i membri della propria specie vari tipi di legami sociali (Hinde, 1976, 1991;

Wilson, 1975). I legami sociali facilitano la riproduzione, forniscono un senso di sicurezza e

riducono gli stati emotivi negativi determinati da stress e ansia. Nei mammiferi e negli uccelli, ma

non solo, il legame madre-piccolo è essenziale per la sopravvivenza e la crescita: i piccoli sia di

prole inetta sia di prole precoce devono essere nutriti, difesi e protetti dai predatori. Inoltre, la stretta

prossimità con la madre permette ai piccoli di imparare a conoscere l’ambiente, selezionare i cibi

sicuri ed evitare quelli nocivi, consente la trasmissione di informazioni importanti quali il

riconoscimento dei predatori, o l’utilizzo di strumenti. I gruppi sociali più numerosi sono tenuti
insieme non solo da legami di accudimento parentale o di coppia, ma anche da legami come

l’amicizia fra individui adulti che pur facendo parte del medesimo gruppo non sono

necessariamente parenti fra loro (per approfondimenti: Massen et al., 2010). Primati, cavalli,

mucche, suricati, corvi, sono solo alcuni degli animali nei quali l’esistenza dei legami di amicizia è

stata rivelata dagli studiosi negli ultimi anni. Questi legami sono così importanti per la fitness degli

individui, che si sono evoluti sofisticati comportamenti di riconciliazione per evitare che le

inevitabili tensioni ed i conflitti all’interno dei gruppi possano destabilizzarli (Aureli e de Waal,

2000): ad esempio la consolazione di un individuo vittima di una aggressione è stata dimostrata nei

canidi, nei corvidi e nelle grandi scimmie. Studiare i legami sociali negli animali vuole dire

condurre indagini a tutto campo sul comportamento degli individui e dei gruppi: indagare le

capacità degli animali di riconoscersi individualmente e/o come parenti, valutare i comportamenti

affiliativi come il grooming o la prossimità fisica, indagare i comportamenti attuati durante le

separazioni, stabilire se e quali relazioni gerarchiche esistono nei gruppi, valutare le motivazioni

che possono spingere a stabilire legami specifici e misurare i benefici che si ricavano da questi

legami (per approfondimenti: Dunbar e Shulz, 2010). Se è affascinante indagare l’esistenza di

questi legami sociali nel mondo animale, coglierne la varietà e specificità, così come la similarità

con i legami sociali che esprimiamo noi essere umani, altrettanto stimolante è capire come si

formino questi legami e come la loro espressione sia regolata a livello neurobiologico. I mammiferi

da sempre hanno rappresentato un ottimo modello per gli studi volti ad indagare i meccanismi

prossimi dell’attaccamento e dei legami sociali in generale. In particolare i piccoli roditori con prole

inetta che possono essere allevati in laboratorio ed i primati non umani si sono rivelati utilissimi per

la comprensione dei meccanismi che regolano la formazione dei legami di coppia, l’attaccamento

ed anche l’amicizia. Recenti ricerche hanno rivelato che diversi ormoni sono coinvolti nella

formazione e nella regolazione dei legami sociali. In particolare piccoli neuropeptidi appartenenti

alla famiglia dell’ossitocina e della vasopressina, agiscono a livello di sistema nervoso centrale

come regolatori del comportamento sociale. L’ossitocina è nota per regolare il legame madre-prole
(Carter e Keverne, 2002), mentre la vasopressina agisce nella regolazione di alcuni comportamenti

sociali del maschio (Goodson e Bass, 2001). Inoltre questi neuropeptidi giocano un ruolo

importante nella formazione del legame di coppia, come dimostrato in una serie di ricerche condotte

su due specie di arvicole, quella di pianura monogama e quella di montagna poligama. L’infusione

intracerebrale di ossiticina nella femmina e di vasopressina nel maschio di arvicole di pianura

(Microtus ochrogaster), accelerano la formazione del legane di coppia. In confronto alla specie di

arvicola di montagna che è poligama (Microtus montanus), l’arvicola di pianura ha una più alta

densità di recettori per l’ossitocina e la vasopressina nelle regioni del cervello che sono coinvolte

nella formazione del legame di coppia (Insel et al., 1994). Invero l’azione regolatrice di questi

neuropeptidi sui legami affiliativi non è limitata ai roditori, infatti ossitocina e vasopressina sono

due molecole che si sono altamente conservate nel corso dell’evoluzione e che agiscono similmente

anche in altri gruppi di animali. La mesotocina, omologo per gli uccelli dell’ossitocina, nel

diamante mandarino Taeniopygia guttata (Goodson et al., 2009) , determina un aumento del tempo

speso con i partner sociali, e la somministrazione di isotocina (omologo dell’ossitocina per i pesci)

stimola nel comune pesciolino rosso, Carassius auratus, l’approccio ai conspecifici (Thompson &

Walton, 2004). Paralleli nell’organizzazione e nelle funzioni di questi neuropeptidi esistono in un

ampia varietà di vertebrati come dimostrato dagli effetti che l’ossitocina esercita nel facilitare la

formazione del legame di coppia nelle marmoset Callithrix penicillata (Smith et al., 2010). Neppure

noi esseri umani siamo esenti dall’azione facilitatrice dell’ossitocina: inalazioni di questo

neuropeptide aumentano la fiducia verso gli estranei (Kosfeldt et al., 2005) e la generosità in

generale (Zak et al., 2007). Inoltre dopo la somministrazione di ossitocina i pazienti con diagnosi di

autismo migliorano la comprensione del linguaggio affettivo ed emozionale (felice, triste),

esibiscono comportamenti sociali più appropriati e dimostrano maggiore affettività (Hollander et

al., 2007; Andari et al., 2010). Da ultimo, l’urina dei bambini allevati in orfanotrofio contiene una

minor livello di ossitocina e vasopressina se confrontata con quella di bambini allevati in famiglia

(Fries et al., 2005) e questo potrebbe essere collegato alle difficoltà che i bambini allevati in
orfanotrofio possono avere nella formazione dell’attaccamento verso altri esseri umani (Chisholm,

1998). Certamente lo studio delle cause prossime dei comportamenti sociali non si esaurisce

nell’analisi di questi due neuropeptidi, recenti lavori hanno discusso l’importanza delle endorfine,

così pure di dopamina e serotonina, nella costruzione di un legame su base emozionale. Appare

quindi chiaro che la formazione ed il mantenimento dei legami sociali sia un affare piuttosto

complicato che presenta più sfaccettature: quella cognitiva (riconoscimento individuale e dello stato

sociale, comprensione delle relazioni reciproche, memoria), quella emozionale (meccanismi psico-

neurobiologici, profili genetici) e quella comportamentale (grooming sociale, prossimità spaziale,

riconciliazione) che si basano su precise cause ultime e prossime che solo ora iniziamo a scoprire e

che ci daranno molto lavoro ancora per il futuro.

2. L’attaccamento nella prospettiva etologica: definizione e caratteristiche

“Vivivivi?: io sono qui, tu dove sei?”


K. Lorenz

Formare legami affettivi e attaccamenti è una caratteristica tipica degli esseri umani, sia bambini

che adulti, e rappresenta un bisogno profondo che affonda le sue radici nella nostra storia biologica

e nell’evoluzione della nostra specie (Hinde, 1982; Ainsworth, 1989; Suomi, 1999). Come abbiamo

visto, noi esseri umani (Homo sapiens sapiens) condividiamo questo bisogno di stringere legami

con molte altre specie animali. Solitamente, per ovvi motivi, i legami affettivi e l’attaccamento si

creano tra individui che appartengono alla stessa specie (legami intra-specifici) ma è possible, e

tutt’altro che infrequente, che questi legami coinvolgano individui appartenenti a specie diverse

(legami inter-specifici). Ad esempio, nel suo libro l’Anello di Re Salomone (1967) Konrad Lorenz,

uno dei padri fondatori dell’etologia, descrive l’imprinting, un fenomeno di attaccamento sociale da

lui studiato in modo sistematico nelle oche selvatiche, raccontando una storia commovente. Una

piccola oca selvatica, Martina, dimentica del suo becco, delle sue penne e delle sue zampe palmate,

si era legata indissolubilmente a lui, scegliendolo come “madre”. Quando Lorenz si allontanava da
lei o l’abbandonava anche per un solo minuto, Martina cadeva in uno stato di angoscia e

disperazione, e protestava con tutte le sue forze per la separazione emettendo insistentemente un

richiamo il cui significato era inequivocabilmente: “io sono qui, tu dove sei?”. La piccola oca

Martina si era attaccata a Lorenz in modo intenso e significativo e la presenza e la vicinanza dello

scienziato ponevano fine alla sua condizione di profondo distress.

Il concetto di “attaccamento” fu utilizzato per la prima volta da Bowlby (1958) per spiegare la

natura del legame che si sviluppa tra un piccolo umano e la propria madre, o un’altra figura di

accudimento. Negli anni ’50 Bowlby scoprì l’etologia e i lavori di Lorenz sull’imprinting e di

Timbergen sui comportamenti istintivi. Leggendo questi lavori gli si prospettò un mondo nuovo in

cui scienziati di alto profilo studiavano in specie non umane gli stessi problemi su cui lui stava

lavorando in campo umano. Successivamente, grazie a Hinde, scienziato di spicco e suo

collaboratore presso la Tavistock Clinic di Londra, Bowlby venne a conoscenza anche degli studi

condotti da Harlow sui macachi (Macaca mulatta; Harlow, 1958; Harlow e Zimmerman, 1959). Gli

studi di Lorenz sull’imprinting evidenziavano come i piccoli di oca, anche se capaci di nutrirsi

autonomamente fin dalla nascita, seguissero e si “attaccassero” al il primo oggetto in movimento

(che in condizioni naturali era la madre) senza bisogno del cibo come rinforzo, muovendosi

tranquilli nell’ambiente in sua presenza, ma mostrando segni analoghi all’ “angoscia” in caso di

separazione. Anche le ricerche di Harlow sulle scimmie dimostravano chiaramente che la

formazione del legame di attaccamento era indipendente dal cibo: i piccoli macachi preferivano

stare in contatto con una madre inanimata morbida, calda ed accogliente che con una madre fatta di

metallo che però forniva loro il cibo.

Le ricerche etologiche e la conoscenza delle teorie darwiniane sull’evoluzione portarono

Bowlby ad elaborare in collaborazione con Mary Ainsworth (1969, 1972) un modello etologico che

colloca il fenomeno dell’attaccamento in una prospettiva biologica ed evoluzionistica,

sottolineandone la funzione adattatativa (Cassidy, 1999). Per i suoi presupposti teorici questo

modello può essere esteso anche alle relazioni intraspecifiche esistenti in molte specie di animali
sociali. Infatti, grazie all’interdisciplinarietà alla base del pensiero di Bowlby e di Ainsworth il

fenomeno dell’attaccamento può essere considerato un frutto dell’ evoluzione per selezione

naturale, che affonda le sue radici nella biologia e svolge la funzione primaria di promuovere la

sopravvivenza ed il successo riproduttivo dell’individuo.

In linea con la visione etologica l’attaccamento può essere definito come un particolare tipo di

legame affettivo, durevole nel tempo, che una persona o un animale forma fra sé ed un altro

specifico individuo, percepito come più forte e più saggio, nel corso della vita (Ainsworth e Bell,

1970; Ainsworth,1989). E’ quindi un sistema comportamentale specie-specifico adattativo

organizzato in modo da regolare il rapporto degli individui sia con l’ambiente che con gli altri

individui, e che ha come risultato la ricerca e il mantenimento da parte di un individuo della

vicinanza ad un altro individuo. Il sistema comportamentale dell’ attaccamento interagisce in modo

complesso con gli altri sistemi comportamentali dell’individuo (come quello dell’ esplorazione,

della paura, sociale) mantenendo con essi un equilibrio dinamico (Cassidy, 1999).

L’attaccamento condivide con gli altri legami affettivi che un individuo forma nel corso della

vita il fatto di essere persistente nel tempo, emotivamente significativo e diretto ad un individuo

specifico, ma se ne distingue per il senso di sicurezza e di conforto in presenza dell’altro e per la

capacità di utilizzare il partner come una “base sicura” da cui allontanarsi per esplorare il mondo e a

cui tornare in caso di bisogno o di pericolo (effetto base-sicura, Ainsworth, 1989). Diversi fattori

contribuiscono ad attivare il sistema di attaccamento: alcuni riconducibili a condizioni interne

all’individuo (malattia, fatica, fame, dolore) ed altri legati all’ambiente (stimoli minacciosi,

allontanamento della figura di attaccamento, assenza o rifiuto delle richieste di accudimento).

Infine, per comprendere appieno l’attaccamento è necessario considerare il complementare

“sistema di accudimento”, che riguarda la figura di attaccamento e raggruppa il sottoinsieme dei

comportamenti genitoriali che promuovono la vicinanza fisica o psicologica ed il conforto, la

rassicurazione e la consolazione del bambino (Bolwby, 1969). Come per il sistema di attaccamento

la conseguenza prevedibile dell’attivazione del sistema di accudimento è il ripristino della vicinanza


col piccolo (il recupero del piccolo, il richiamo, il raggiungere, l’afferrare il trattenere, il seguire il

rassicurare/calmare ed il cullare) e la sua funzione biologica è la protezione da pericoli reali o

percepiti, con conseguente aumento della fitness riproduttiva.

3. L’ attaccamento interspecifico

“[...] Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”


“[...] Vuol dire ‘creare legami’[...]”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me non sei che un
ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io
non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno
l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo”.
A. de Saint-Exupéry

Sebbene in generale in condizioni naturali le relazioni sociali e i legami affettivi si stabiliscano tra

individui della stessa specie e appartenenti ad un gruppo sociale, è possibile che individui di specie

diverse e anche filogeneticamente distanti formino relazioni intense, durevoli e affettivamente

significative. Un esempio lampante di ciò ci viene dagli animali domestici e dal loro rapporto

affettivo con gli esseri umani, ma non solo. Lo studio operativo dell’attaccamento fra l’uomo e gli

altri animali presuppone l’utilizzo di uno strumento sperimentale che consenta di osservare e

quantificare rigorosamente il comportamento di individui affettivamente legati quando vengono

separati e quando possono riunirsi. Il test della Strange Situation ideato per studiare l’attaccamento

madre-bambino e per evidenziare i diversi stili di attaccamento (Ainsworth et al., 1978), ha

esattamente queste caratteristiche, e si è rivelato molto utile e adatto anche allo studio delle

relazioni sociali interspecifiche fra esseri umani e animali come scimpanzè, gatti, e cani. La

ricercatrice Kim A. Bard (1991), ad esempio, ha utilizzato il test della Strange Situation presso lo

Yerkes Regional Primate Research Center per valutare il legame di attaccamento di 16 piccoli di

scimpanzè di età compresa tra 12-15 mesi alla loro figura di accudimento umana. I piccoli, rifiutati

dalle madri, erano stati allevati insieme a coetanei in una nursery progettata per massimizzare la

possibilità che sviluppassero un comportamento adulto competente ed inoltre avevano un contatto

continuativo e intenso con persone che li accudivano. La figura di accudimento preferita dal piccolo
assumeva il ruolo di “madre” e una donna sconosciuta agli scimpanzè fungeva da estraneo. Il test si

svolgeva in una stanza non familiare contenente giocattoli familiari e nuovi, una struttura per

arrampicarsi, una sedia per la madre e una per l’estraneo. La stanza sperimentale, gli episodi del test

e le istruzioni date alla “madre” e all’estraneo ricalcavano il più fedelmente possibile il test

originale di Mary Ainsworth. Ciascuna seduta veniva videoregistrata per procedere poi all’analisi

del comportamento dei piccoli e indagarne lo stile di attaccamento. In linea con l’approccio

etologico evoluzionistico di Bowlby emerse una interessante similarità di comportamento nel test

tra scimpanzè e bambini; non solo i risultati ricalcavano quelli riportati negli studi sui bambini ma

anche la classificazione dei tipi di attaccamento era simile a quella trovata nelle varie culture umane

confermando l’importanza e l’influenza delle prime esperienze.

Il test della Strange Situation è stato anche utilizzato per studiare il legame interspecifico tra

persone ed animali da compagnia come cani e gatti. Ad esempio Edwards e collaboratori (2007)

hanno utilizzato una versione adattata di questo test per valutare i comportamenti di attaccamento

dei gatti adulti (Felis catus) nei confronti dei loro padroni. La stanza sperimentale, conteneva giochi

per gatti e due sedie, una per il proprietario e una per l’estraneo. I risultati hanno evidenziato che

similmente a quanto osservato nei bambini e nei cani, i gatti si comportavano in modo

significativamente diverso nel test a seconda che fossero in presenza del loro proprietario,

dell’estraneo o da soli; esploravano di più in presenza del proprietario e giocavano solo in sua

presenza. Inoltre, erano significativamente più inattivi e orientati verso la porta della stanza quando

soli o con l’estraneo, vocalizzavano di più in assenza del proprietario e stavano in contatto fisico

significativamente di più con il proprietario.

Infine, come vedremo più avanti, vi sono oggi diverse ricerche che hanno utilizzato il test

della Strange Situation per analizzare la natura e le caratteristiche del particolare legame che un

cane forma con il suo padrone e viceversa e gli effetti che alcune esperienze di vita del cane hanno

su tale legame.
Se la ragione per studiare i legami fra i primati non umani e l’uomo è legata soprattutto alla

vicinanza filogenetica tra le due specie, le ricerche sul legame fra gatti e cani ed esseri umani è

motivata principalmente dall’intento di comprendere come la domesticazione e la selezione

artificiale operata dall’essere umano su questi animali abbiano influito a livello comportamentale

sulla capacità di formare legami affettivi reciproci. Fra gli animali domestici il cane ha sicuramente

una posizione particolare perchè come ha scritto Irenaus Eibl-Eibesfeldt: ‘Il cane è l'unico

mammifero in grado di vivere realmente con noi, e non semplicemente accanto a noi’.

4. La nascita del legame uomo-cane

Un lupo, sfinito dalla magrezza, si imbatté per caso in un cane ben pasciuto. Si salutarono e si
fermarono a parlare: "Dimmi un po', come fai a essere così bello lustro? Che cosa hai mangiato
per avere messo su tanta carne? Io, che sono molto più forte, muoio di fame". Il cane con
franchezza: "Puoi essere nella mia stessa condizione se sei disposto a prestare al padrone un
servizio come il mio". "Quale?", chiese il lupo. "Custodire il portone e proteggere di notte la casa
dai ladri"......segue
Fedro

La grande diffusione del cane domestico (Canis familiaris) come animale da compagnia e da

lavoro è riconducibile alle sue particolari caratteristiche comportamentali che sono state ereditate

dal suo progenitore selvatico, il lupo (Canis lupus), e successivamente modellate da un lungo

processo di domesticazione iniziato almeno 15.000 anni fa (Savolainen, 2007) e legato

indissolubilmente all’affermarsi e diffondersi dell’ Homo sapiens. Sebbene non sia possibile sapere

con certezza come uomo e lupo abbiano iniziato il loro legame sembra chiaro che il processo di

domesticazione sia stato graduale. Una delle evidenze archeologiche più interessante del cane

domestico proviene da un villaggio ritrovato nel nord di Israele e risalente al periodo Natufiano,

dove era insediato un popolo di cacciatori-raccoglitori che visse tra il 10.000 e 12.000 A. C. (Davis

e Valla, 1978). Qui gli archeologi trovarono una tomba contenente lo scheletro di una donna che

giaceva sul lato destro, in posizione raccolta; accanto vi era lo scheletro completo di un cane di
quattro o cinque mesi di età. La sua mano era posata sul torace del cucciolo come ad indicare che

tra i due non esisteva solo un rapporto di tipo utilitaristico, ma un legame affettivo.

Come sostiene Clutton-Brock (1999) la domesticazione del cane è il risultato di due processi, uno

biologico legato all’isolamento di individui più “adatti” a questo scopo rispetto a quelli selvatici; e

uno culturale basato sull’introduzione del cane nella società umana. Questo inserimento è stato

possibile grazie alla somiglianza tra la vita sociale del lupo e quella dei primi uomini: entrambi

facevano parte di gruppi sociali organizzati gerarchicamente, e basavano molto la loro

comunicazione su espressioni mimiche e posture del corpo.

E’ probabile che non sia stato l’uomo inizialmente a scegliere il cane, ma piuttosto il

secondo a scegliere di restare con il primo: attorno agli accampamenti umani dovevano esserci i

resti delle prede che attiravano gli animali selvatici fra cui i progenitori dei nostri cani. E’

verosimile che i lupi meno aggressivi e meno paurosi, sempre alla ricerca di cibo, abbiano imparato

ad aggirarsi intorno agli abitati per arraffare qualche boccone esercitando in poche parole il ruolo di

spazzino, come accade ancora oggi in molte parti del mondo ai cani dei villaggi (Coppinger e

Coppinger, 2001).

Diversi studiosi hanno sottolineato il fatto che le donne abbiano avuto un ruolo

fondamentale nella domesticazione, adottando e allattando i cuccioli rimasti orfani, abitudine questa

ancora diffusa verso i neonati di animali sia domestici sia selvatici, in alcune popolazioni in Asia,

Sud America e Africa. Anche i bambini possono essere stati fondamentali in questo processo: essi

consideravano i cuccioli come compagni di gioco, e quest’ultimi, essendo nella fase critica della

socializzazione, imparavano a considerare gli umani come componenti del branco. Questi cuccioli

avevano un’alta probabilità di diventare adulti e di riprodursi nella comunità umana permettendo

così ai nostri antenati di selezionare i soggetti con temperamento più docile. E’ probabile che non

un singolo meccanismo abbia determinato la domesticazione del lupo ma che l’insieme degli eventi

descritti abbia portato alla formazione dei primi gruppi di lupi addomesticati (per approfondimenti

sul processo di domesticazione: Morey, 2010). Si può solo ipotizzare il ruolo dei primi cani nella
società umana: probabilmente furono guardiani della casa e delle greggi, ed aiuto prezioso per la

caccia grazie alle loro doti innate di cacciatori. Nel dipanarsi della storia umana questo rapporto si è

modificato molto ed il cane oggi è soprattutto un compagno fedele per uomini, donne e bambini di

qualunque età, estrazione sociale e cultura.

5. Il legame uomo-cane visto da noi

“Il sentimento per i cani è lo stesso che nutriamo per i bambini”


S. Freud

Nelle odierne società occidentali i cani sono spesso tenuti esclusivamente per motivi di compagnia,

data la loro capacità di fornire affetto in modo incondizionato e di essere fonte di sostegno sociale e

psicologico. L’esistenza di un forte legame emotivo ed affettivo tra l’uomo e il cane e viceversa ha

sempre ha stimolato l’interesse e la fantasia di poeti e scrittori, l’entusiasmo dei proprietari di cani

sparsi per il mondo, ma non la curiosità dei ricercatori. Come se non vi fosse nulla da capire o da

spiegare in un fenomeno quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Recentemente però l’interesse

scientifico per il rapporto tra esseri umani e cani è molto aumentato, anche alla luce del ruolo

sempre più centrale che questi animali hanno nella nostra vita, e diversi ricercatori hanno iniziato a

indagare sia gli effetti che questo speciale partner sociale ha sulla nostra salute e sulla qualità della

nostra vita (Wilson & Turner 1998, Podberscek et al., 2005) sia la natura psicologica del legame

interspecifico che si crea tra noi umani e il cane e viceversa. (Voith, 1987; Archer, 1997; Edenburg,

1995; Menanche, 1998)

La maggior parte dei dati disponibili sulla natura del legame tra umani e cani sono stati

raccolti, a partire dagli anni 80, attraverso questionari e interviste ai proprietari volte a valutare il

loro attaccamento nei confronti del cane. Gli studi basati sui questionari hanno evidenziato che le

persone sono molto legate ai propri animali, provano un senso di affetto, li considerano una parte

importante della loro vita, ne ricavano un senso di conforto, provano dolore alla loro morte e
arrivano a paragonare il dolore per la perdita di un animale da compagnia a quello per la perdita di

una persona cara (Archer e Winchester, 1994; McCutcheon e Ffleming, 2001).

Inoltre, i proprietari di cani tendono a vedere il cane come un membro della famiglia e a trattarlo

come un bambino: possiedono la fotografia del loro “beniamino”, festeggiano il suo compleanno,

gli concedono di dormire sul letto (Askew, 1996). Amano giocare con lui, coccolarlo, ne cercano il

contatto fisico (Serpell 1986) e gli parlano in “motherese” come si fa con i bambini (Hirsh-Pasek e

Treiman 1982; Mitchell 2001, Burnham et al., 2002, Prato Previde et al., 2006). Infine, molte

persone ritengono che i cani abbiano sentimenti ed emozioni e comprendano i nostri sentimenti, le

nostre emozioni (Sanders e Clinton 1993) e in parte le nostre parole (Walton e McConocha 1996).

E’ stato sottolineato che la somiglianza tra la relazione genitore-bambino e padrone-cane sia legata

al fatto che il cane domestico ha mantenuto tratti morfologici e comportamentali tipici del cucciolo,

che si manifestano anche nello stadio adulto (neotenia) e che favoriscono comportamenti parentali

e di accudimento (Askew 1996; Archer 1997). Inoltre, nel cane si osservano altre caratteristiche

peculiari dei bambini, come la stretta dipendenza dagli altri per quanto riguarda il nutrimento, la

salute, la protezione e l’affetto.

La relazione tra uomo e cane è stata studiata non solo con questionari ma anche osservando

direttamente il comportamento verbale e non verbale dei proprietari di cani nei confronti dei loro

“pet “(Prato Previde et al., 2006). Per fare ciò è stato utilizzato il test della Strange Situation

focalizzandosi sul comportamento dei padroni, uomini e donne, e valutando eventuali differenze di

genere in condizioni standardizzate e adatte ad attivare comportamenti di attaccamento nel cane e di

accudimento nel proprietario. Il comportamento dei proprietari è stato analizzato al momento delle

separazioni e negli episodi di riunione col cane, rilevando diversi comportamenti relativi al gioco,

all’ accudimento e conforto e alla comunicazione verbale. Lo studio ha chiaramente evidenziato che

i proprietari rispondevano ai comportamenti di attaccamento esibiti dal proprio cane durante le

separazioni e le riunioni manifestando accudimento e conforto. Non sono emerse differenze di

genere nel fornire conforto fisico (coccolare, accarezzare, tenere vicino ecc.) o nel promuovere il
gioco, ma le donne parlavano significativamente di più durante le riunioni e al momento delle

separazioni. Inoltre utilizzavano molto di più il “motherese”, una modalità di comunicazione

semplificata e melodica ritenuta tipica degli umani nella comunicazione con i piccoli della propria

specie, e che può essere considerata come una forma di comunicazione non verbale che veicola

emozioni e affettività piuttosto che specifici significati (Fernald 1994; Monnott 1999; Falk 2004).

Questi risultati hanno avvalorato l’ipotesi che il comportamento dei proprietari sia di tipo parentale

e che comportamenti specie specifici (linguaggio compreso) evolutisi per proteggere, confortare e

calmare i bambini in momenti di stress e paura vengano attivati nell’interazione con altre specie

con comportamenti e caratteristiche simili.

6. Il legame uomo-cane visto da loro

Non si cura di chiedersi se abbiate torto o ragione; non gli interessa se abbiate fortuna o no, se
siete ricco o povero, istruito o ignorante, santo o peccatore. Siete il suo compagno e ciò gli basta.
Egli sarà accanto a voi per confortarvi, proteggervi e dare, se occorre, per voi, la sua vita. Egli vi
sarà fedele nella fortuna come nella miseria. E' il cane!
J.K. Jerome

Se noi umani consideriamo i nostri cani come dei figli e manifestiamo verso di loro comportamenti

di tipo genitoriale, è possibile ipotizzare, come pensano i proprietari, che i nostri cani siano un po’

come dei bambini piccoli e sviluppino nei nostri confronti un legame affettivo con le caratteristiche

di attaccamento infantile come quello che i bambini hanno nei confronti dei loro genitori? Per

rispondere a questa domanda il test della Strange Situation si è rivelato molto utile, in quanto gli

episodi tipici del test, come trovarsi in un ambiente nuovo, essere separati dalla figura di

attaccamento, trovarsi in presenza di una persona estranea, sono situazioni si verificano

normalmente anche nella vita di un cane. Pertanto le risposte comportamentali esibite dall’animale

in tali situazioni ci possono fornire informazioni interessanti sulla natura e le caratteristiche del
legame affettivo che il cane ha con il proprio padrone nonchè sul tipo di relazione che esiste tra i

due.

Due importanti studi sono stati condotti da gruppi di ricerca ungheresi ed italiani con coppie

formate da padroni ed i loro cani da compagnia: il primo studio ha utilizzato una procedura

semplificata della Strange Situation cercando di descrivere gli stili di attaccamento dei cani nei

confronti dei loro padroni (Topal et al., 1998); il secondo studio ha riprodotto integralmente la

procedura usata con i bambini e con gli scimpanzè (Prato-Previde et al., 2003; Figura 1). I risultati

di questi due lavori hanno confermato che la relazione fra cane e proprietario è un legame affettivo

con caratteristiche di attaccamento infantile: infatti i cani adulti, durante il test, esploravano

l’ambiente maggiormente in presenza del loro proprietario, giocavano significativamente più a

lungo con il loro padrone che con l’estraneo e rivolgevano lo sguardo maggiormente al padrone che

alla persona estranea. Inoltre, proprio come i bambini e gli scimpanzé durante le fasi di separazione

dal padrone manifestavano comportamenti di ricerca e di protesta attiva restando orientati alla porta

dalla quale avevano visto uscire il padrone, cercando di aprirla e grattandola con le zampe,

abbaiando e uggiolando, oppure stando seduti vicino alla sedia del padrone con gli occhi puntati

sulla porta. Infine, al ritorno del padrone esibivano comportamenti di saluto e di richiesta di

conforto in modo significativamente più intenso che alla comparsa della persona estranea. Tuttavia,

data l’organizzazione temporale del test, nessuno dei due studi riuscì a dimostrare

inequivocabilmente che il padrone costituisse effettivamente una ‘base sicura’ per il suo cane così

come la madre lo è per il suo bambino. Alcuni anni più tardi, Palmer e Custance (2008) con un

elegante esperimento hanno dimostrato in modo molto chiaro l’esistenza dell’effetto ‘base sicura’

nel cane, confermando che il legame tra cane e padrone è davvero da considerarsi al pari

dell’attaccamento infantile degli esseri umani e che il padrone è a tutti gli effetti la figura di

riferimento/accudimento del cane.

7. Il trauma dell’abbandono: riformare il legame


Quando si sceglie di vivere con un cane, è per sempre. Non lo si abbandona. Mai.
D. Pennac

Le evidenze scientifiche fin qui raccolte sulla natura del legame tra il cane e le persone pone un

interrogativo etico e scientifico sul fenomeno dell’abbandono dei cani da parte dei loro padroni.

Tutti noi sappiamo quanto sia diffuso e radicato questo fenomeno e come, per motivi spesso futili,

icani che fino al giorno prima erano comodamente sdraiati sul divano di casa finiscano abbandonati

in un canile. I ricercatori hanno dimostrato ampiamente che l’esperienza dell’abbandono e

dell’ingresso in canile è altamente stressante per tutti i cani, ma in particolare per quelli di famiglia

che perdono in un colpo solo le loro coordinate ambientali e sociali, vale a dire le loro figure di

riferimento (Valsecchi et al., 2007; Hennessy et al., 2001). Inoltre, purtroppo troppe persone

ritengono che il cane adottato in canile sia ‘di seconda mano’ e che in seguito all’esperienza

negativa difficilmente potrà legarsi ad un nuovo padrone con la stessa intensità. Recentemente ci

siamo chiesti in che misura l’essere stati abbandonati influenzasse il formarsi di un nuovo legame

ed abbiamo cercato una risposta confrontando nel test della Strange Situation il comportamento di

cani che erano stati adottati da almeno un anno dal canile e di cani che da sempre vivevano con il

medesimo proprietario (Prato-Previde e Valsecchi, 2007). Nel complesso questo studio ha

dimostrato che i cani abbandonati avevano pattern di attaccamento simili a quelli dei cani non

abbandonati: non abbiamo rilevato differenze fra i due gruppi di cani nè nei comportamenti di

ricerca del padrone negli episodi di separazione dal padrone (restare orientati alla porta, grattare la

porta), nè nei comportamenti di protesta (abbaiare, uggiolare) alla separazione e neppure nella

ricerca di conforto, contatto e saluto rivolti al padrone durante gli episodi di riunione. Tuttavia, i

cani abbandonati sono risultati più insicuri ed ansiosi durante il test rispetto ai cani non abbandonati

e meno fiduciosi nei confronti degli estranei: questo disagio è stato manifestato con una maggiore

attività locomotoria, con una scarsa disponibilità al gioco con l’estraneo, una minore propensione al

gioco anche con il padrone, e mantenendo maggiormente il contatto visivo con il padrone

specialmente nelle fasi di riunione.


Si può quindi concludere che sebbene l’esperienza dell’abbandono sia indiscutibilmente traumatica

e lasci una traccia di insicurezza nei cani, tuttavia non compromette la loro capacità di formare un

nuovo legame affettivo ed un attaccamento altrettanto intenso come quello che si stabilisce con il

primo padrone.

8. Un legame speciale fra uomo e cane: i cani guida per non vedenti

"E l'antica amicizia, la gioia di essere cane e di essere uomo tramutata in un solo animale che
cammina muovendo sei zampe e una coda intrisa di rugiada"
P. Neruda

Un caso molto speciale di legame fra uomo e cane è rappresentato dai cani guida per non vedenti:

in questa coppia una buona cooperazione dipende strettamente dalla qualità del legame che si

instaura fra i due individui. Se il cane guida fosse legato alla persona non vedente in maniera

insicura o eccessiva, questo influirebbe negativamente sulle sue capacità di guida, allo stesso modo

una persona non vedente che non si fidasse del suo cane trasmetterebbe a quest’ultimo insicurezza e

stress. Per questo motivo la formazione della coppia cane guida - persona non vedente è un

passaggio molto delicato che richiede un’attenta valutazione sia del temperamento del cane sia della

personalità e dello stile di vita della persona non vedente. Ma come avviene tutto ciò? Come si

preparano e si scelgono i cani che svolgeranno il delicatissimo compito di ‘essere gli occhi’ di un

essere umano? La prassi che si è consolidata fra le scuole che preparano in cani per non vedenti è

quella di utilizzare nel primo anno di vita del cane delle famiglie adottive che hanno il compito di

allevare il cucciolo nell’ambiente familiare consentendogli così di sperimentare fin dai primi mesi

le normali attività umane: passeggiate in città in mezzo alla gente ed al traffico, viaggi in

automobile, ecc. Al termine di questo periodo il cane che ha formato un legame con la sua famiglia

adottiva, viene portato alla scuola dove viene affidato ad un addestratore che ha il compito di

istruirlo a divenire cane guida. Il cane quindi cambia completamente le sue abitudini di vita e le

persone di riferimento, si trova a vivere all’interno del canile della scuola insieme ad altri cani e a

lavorare per circa sei-otto mesi sempre con la stessa persona. Al termine di questa fase, quando è
ormai pronto ad assumere il ruolo effettivo di guida, viene affiancato alla persona non vedente che

ne ha fatto richiesta. Quindi nel breve arco di tempo di circa due anni il cane forma tre legami

diversi: con la famiglia affidataria, con l’istruttore ed infine con la persona non vedente. Ma cosa

significa per il cane questo passaggio forzato da un legame all’altro? E quanto e come influenza il

rapporto che creerà con il suo ultimo proprietario il fatto di aver subito due ‘abbandoni’, due rotture

di legami precedenti? Oggi sappiamo che questa prassi, sicuramente dura ma necessaria a garantire

le più alte probabilità di successo dell’addestramento, non ha una ricaduta negativa sulla capacità

del cane di creare un forte legame con la persona non vedente. Grazie alla disponibilità della

Scuola Cani Guida per Ciechi della Regione Toscana con sede a Scandicci, abbiamo studiato un

centinaio di cani guida lungo l’iter di formazione e li abbiamo sottoposti al test della Strange

Situation nelle diverse fasi del loro percorso di vita (Fallani et al., 2006, 2007; Valsecchi et al.,

2010). I risultati emersi sono stati molto interessanti e ci hanno mostrato che i cani guida sono dei

working –pet (cani da compagnia che lavorano): riescono a formare con il non vedente un legame di

attaccamento che è del tutto simile a quello che cani di famiglia hanno verso il loro primo ed unico

padrone ma allo stesso tempo si comportano diversamente dai pet. I cani guida durante tutto il test,

nè più nè meno dei pet, erano sicuri e rilassati in presenza del loro padrone e invece sotto stress

durante la separazione. A differenza però dei cani di famiglia le loro proteste erano meno

‘rumorose’ e ‘vistose’, abituati dal lungo addestramento a mantenere il controllo, quando il loro

padrone usciva dalla stanza invece di piangere e grattare la porta, si sedevano o si sdraiavano

pazienti davanti ad essa non distogliendo mai lo sguardo dal punto in cui il padrone è uscito. Ma a

tanta compostezza di comportamento non corrispondeva una tranquillità interiore: il loro battito

cardiaco, misurato grazie ad un cardiofrequenzimetro del tutto simile a quelli che usano gli sportivi,

accelerava e raggiungeva i livelli massimi di tutto il test! La discrepanza rilevata fra l’aspetto

fisiologico e quello comportamentale è particolarmente interessante perchè mette in luce come

anche negli animali l’esperienza soggettiva possa non esprimersi completamente a livello

comportamentale e come questo processo sia mediato dalle esperienze di vita e dall’apprendimento.
Infine, questo studio ha in definitiva dimostrato che il cane è in grado di formare

attaccamenti successivi nel tempo e di ricreare solidi legami soprattutto quando gli eventi di

separazione sono gestiti con accortezza come avviene presso la Scuola di Scandicci.

9. Ritorno alle origini: dal cane al lupo

..... Cammin facendo, il lupo scorge il collo del cane spelato dalla catena. "Come te lo sei fatto,
amico?" "Non è nulla." "Ma dimmelo, per piacere!" "Dato che appaio aggressivo, durante il giorno
mi tengono legato, perché dorma quando c'è il sole, e stia sveglio quando è notte: mi sciolgono al
crepuscolo, e allora vado in giro dove mi pare. (....)"Dì un pò, se ti viene voglia di andartene a
zonzo, hai la libertà di farlo?" "Ma certo che no" rispose. "Goditi pure, cane, le delizie che decanti:
non voglio essere re, se non posso essere libero come voglio io".
Fedro

Dal momento che l’ipotesi più accreditata circa la domesticazione del cane è quella che sia stato il

lupo a scegliere di avvicinarsi all’uomo e non viceversa, e che una delle differenze fra il cane

odierno ed il suo parente selvatico il lupo, sia la capacità di formare intensi legami con gli uomini,

viene spontaneo chiedersi se un lupo allevato esattamente come un cane si legherebbe agli umani

nello stesso modo e con la stessa intensità. Rispondere a questo interrogativo con rigore scientifico

è tutt’ altro che facile per ovvie difficoltà metodologiche ed etiche. Tuttavia alcuni studiosi hanno

provato ad allevare a mano cuccioli di lupo tolti alle madri entro pochi giorni dalla nascita. Questi

cuccioli erano affidati a care-giver che giorno e notte stavano con loro, li nutrivano, li portavano in

giro, giocavano con loro. All’età di quattro mesi questi cuccioli sono stati sottoposti al test della

Strange Situation ed il loro comportamento è stato confrontato con quello di cuccioli di cane della

stessa età ed allevati nello stesso modo e con quello di cani adulti (Topal et al., 2005). I risultati

hanno evidenziato che i giovani lupetti, intensamente socializzati con l’uomo, mostravano di gradire

l’interazione con le persone ed erano molto esplorativi nella stanza del test, ma a differenza dei

cuccioloni di cane non dimostravano di aver stabilito un rapporto preferenziale con la figura di

riferimento rispetto all’estraneo. Infatti giocavano indifferentemente con l’uomo e con l’altro, non li

accoglievano in modo differenziale al loro ritorno nella stanza ed anzi preferivano il contatto fisico

con l’estraneo. Dato il campione ridotto di soggetti utilizzati e l’unicità dello studio questi dati non
possono essere considerati definitivi e richiederebbero un ulteriore approfondimento. Tuttavia

l’allevamento a mano di cuccioli di lupo (ed in generale di tutti i selvatici) pone molti problemi

anche etici in quanto bisogna interrogarsi sul futuro di questi animali una volta che l’esperimento è

finito. Possiamo tranquillizzare i lettori sulla sorte di questi lupetti in particolare: sono entrati a far

parte di un progetto di ricerca sullo studio comparato delle capacità cognitive di cani e lupi e vivono

felicemente in una riserva speciale.

L’etologia, la psicologia e la neurobiologia nel loro insieme hanno messo in evidenza come esista

una continuità fra il mondo animale e quello umano nella formazione dei diversi tipi di legami

sociali. Oggi sappiamo che questi legami valicano il confine della specie per creare relazioni

affettive significative e reciproche anche fra uomo ed animale. Il contributo dello studio delle altre

specie alla comprensione di noi stessi si è rivelato ancora una volta fondamentale ed illuminante. Ci

auguriamo che ciò che abbiamo imparato su come e quanto intensamente gli animali si legano a noi

ci serva per aumentare il nostro senso di responsabilità verso di loro in quanto crediamo che come

detto da Gandhi: “La grandezza di una nazione e il suo progresso morale possono essere giudicati

dal modo in cui sono trattati gli animali”.

Ringraziamenti

Le nostre ricerche sono state rese possibili dall’aiuto costante di tesisti e dottorandi delle Università
di Milano e di Parma a cui va il nostro sentito ringraziamento. Inoltre siamo grate alla Scuola
Nazionale Cani Guida per Ciechi di Scandicci (FI) e a tutti i proprietari che hanno messo a nostra
disposizione il loro tempo e i loro amici cani.

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