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PRE-ROMAN

CAMUNIC
INSCRIPTIONS

CORPUS INSCRIPTIONUM CAMUNNARUM

work in progress curato da

Adolfo ZAVARONI

in collaborazione con il

Dipartimento Valcamonica e Lombardia

del Centro Camuno di Studi Preistorici

POGGIO CROCE (BERZO-DEMO)

Il Poggio della Croce è situato a monte di Berzo Demo, da cui in linea d’aria dista
alcune centinaia di metri. Dal Poggio si domina un grande tratto della media Val
Camonica. Su due superfici rocciose vicine che si estendono per alcuni metri e sono
lievemente inclinate, si trovano, insieme ad altre figurazioni, iscrizioni di tipo filiforme, le
cui prime notizie risalgono ad A. Priuli (1983). Qui sarà indicata come “Roccia 1” la
superficie che si trova a sinistra di un osservatore che volge le spalle alla valle (a sud) e
come “Roccia 2” la superficie di destra.
Le iscrizioni furono studiate e pubblicate da M.G. Tibiletti Bruno (1990) e da A.
Mancini che, non avendo riconosciuto il valore di vari grafi, diedero letture erronee. Le
letture che proponiamo qui si basano sulle autopsie compiute nel maggio 2003 e
nell’ottobre 2004 dal sottoscritto e dall’Ing. Mauro Colella che ha effettuato numerose
macrofotografie. Purtroppo la superficie rocciosa, particolarmente granulosa e sensibile
agli agenti atmosferici, sembra notevolmente deteriorata: le incisioni più fini sono
percepibili solamente con luce radente e la lettura presenta varie difficoltà. Gli apografi
pubblicati da Tibiletti Bruno, coadiuvata da Priuli, risultano abbastanza buoni. Il repertorio
pubblicato da Mancini è incompleto ed i suoi apografi sono quasi tutti inattendibili (per di
più a volte risultano capovolti o speculari).
Al Poggio della Croce, soltanto due iscrizioni sembrano riferirsi a simboli divini vicini.
Per le altre è molto dubbio che esista un rapporto con figure vicine, mentre è possibile che
le scritte siano in rapporto con tutto il complesso figurativo per il fatto che questo e quelle
alludono alle stesse divinità. Le due rocce di Poggio Croce sono intersecate da numerose
figure di armi, generalmente lance con punte di vario tipo, le cui punte sono rivolte spesso
verso sud.
Per l’analisi dei grafi di Poggio Croce rinviamo al lavoro di Zavaroni (2005b).

Rilievo generale della Roccia 1


da A. Priuli, Valcamonica: Valley of Prehistory.

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BD-01 (Roccia 1): makasþ // sepþa esþ

(apografo di Zavaroni)

Due righe sinistrorse, lunghe ciascuna 250 mm. circa, nella parte alta della roccia 1.

Letture precedenti: 1a riga: mapaχ1? // χ1 ; 2a riga: χ1epz1ael o χ1epz1aeu (Tibiletti Bruno 1990:
37-38). 1a riga: z2epzaez o t’epzaez o (se sinistrorsa) χepuaez o χepzaez ; 2a riga: ??] mapaz2uz o
(se sinistrorsa) mapaχuz (Mancini 1991: 97-98); sepz3a esþ (Zavaroni 2001: 738); makasþ //
sepþa esþ (Zavaroni 2005b).

La terza della prima riga è stata letta p ( ) dai precedenti autori, ma è più
probabilmente un k del tipo II o o meno probabilmente . In verità, si vedono tre linee
verticali: la terza, però, è irregolare e troppo vicina all’ a successivo; inoltre eccede
sensibilmente sia verso il basso che verso l’alto, tanto da parere estranea all’iscrizione.
Anche la seconda riga sembra prolungarsi verso il basso oltre la riga orizzontale del
presunto p ( ). Però la parte eccedente inferiormente è meno profonda ed ha contorni poco
netti. Quindi ci pare da escludere la presenza di una h del tipo III, attestata anche in camuno
oltreché in retico e venetico.
Sul piano linguistico due motivi spingono a scegliere makasþ piuttosto che mapasþ. In
primo luogo una base *map- è improbabile: essa è presente soltanto in gallico (teonimo
Maponus) ed in gallese e riflette un precedente *makwo- “figlio, puer”. Dal celtico potrebbe
essere acquisito *mapo-, ma non *map-a che invece implica l’aquisizione della base
*makw- morfologizzabile. Per contro, una base *mak- è documentata nel latinizzato Macci
(genitivo latino) dell’iscrizione della “Roccia di Vanius” presso Piancogno (Zavaroni
2005c). La terminazione -s-þ = -s-θ potrebbe essere quella di un locativo (genitivo in -s +
suffisso -θi > -θ come in linsθi = linsθ di Luine e come in etrusco).
La forma (= þ) dell’ultimo grafo è più elaborata del þ presente in sepþa. Inoltre,
all’asta obliqua inferiore ne sono associate altre due convergenti, come per formare una s
del tipo , simile al grafo che sta davanti. Ciò potrebbe essere il frutto di un intervento
tendente a denotare la nuova pronuncia /ss/ al posto della più antica /sþ/ o viceversa
tendente a rendere meno ambiguo, con sþ, il gruppo ss scritto in precedenza. In ogni modo,
rimane confermata la tesi che il gruppo sþ è lo stadio intermedio fra indoeuropeo /st/ e
cam. ret. etr. /ts/ ÷ /s’s/.
Anche per la parte finale della seconda riga sorge qualche problema. Mentre Mancini
(1991: 97-98), dopo la seconda e, vede due segni molto più alti dei precedenti, simili a
quelli riprodotti nell’apografo, Tibiletti Bruno (1990: 37) non considera grafi tali due segni
e ne vede un terzo, a forma di l, situato fra quelli. A nostro avviso, lo scriba, dopo aver
inciso la e, iniziò a tracciare una legatura comprendente una s del tipo e una t rovesciata
( ); ma, non soddisfatto dall’esito che si profilava, ne abbandonò l’esecuzione e fece una s
e una þ del tipo molto più grandi per rendere più visibile la correzione. Quindi leggiamo
sepþa esþ.

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BD-02 (Roccia 1): zupeu

(apografo di Zavaroni)

Iscrizione sinistrorsa con legatura che coinvolge quattro delle cinque lettere.

Lettura precedente: zupeu (Zavaroni 2005b).

A pochi centimetri a sinistra di esþ si nota un raggruppamento di lettere non rilevato da


Marinetti né da Mancini. A bostro avviso si tratta del nome divino Zupeu scritto in
legatura. L’uso di legature nelle iscrizioni camune e retiche non è raro e probabilmente
appartiene alla fase finale della scrittura epicorica. Le legature sono comuni nel retico e nel
camuno recenziore: ad esempio sono presenti in iscrizioni su oggetti votivi trovati nei
santuari retici, nelle iscrizioni di Steinberg (Zavaroni 2003).
Il primo grafo della legatura, = z, è chiaro, sebbene sia poi stato utilizzato anche per
disegnare la metà di una punta di lancia romboidale. L’asta sinistra della u serve anche da
asta destra della p di tipo Π e nel contempo da barra verticale della e. L’asta sinistra della p
è in comune con la u finale. Il nome zupeu si trova pure sulla Roccia 50 di Naquane nelle
forme śupe[u] e zúupeu /zoupeus/ (vedi Lu-11).

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BD-03 (Roccia 1): eulú / (u)esθ2iau

Due righe sinistrorse leggermente arcuate in sensi opposti, lunghe circa 77 e 120 mm., situate
sotto BD-01, a sinistra.

Letture precedenti: neχ1tiau o (n) eχ1tiau / eua o euli (Tibiletti Bruno 1990: 40 con inversione
delle righe; eul.i o euri / eχt2iau o (se destrorsa) ez2t2iau (Mancini 1991: 99-100, che ha capovolto
l’apografo della 2a scritta); eulú (o euli) / es2θ2iau (o es2tiau (Zavaroni 2001: 736, 740); eulú /
esθ2iau (Zavaroni 2005b).

La lettura eulú è facilitata dalla presenza di questo nome divino attestato anche al Pià
d’Ort ed a Seradina. Quindi è possibile ricusare la lettura eua di Tibiletti Bruno. La terza
lettera è una l del tipo con il trattino obliquo sottile; la quarta è una y speculare presente
in altre iscrizioni camune, ma il tratto più breve è meno spesso e meno profondo. e con
intrusione iniziale di un segno che in realtà non è un n e non sembra grafico).
Tibiletti Bruno ipotizza che la scritta inferiore possa iniziare con un n i cui due tratti
obliqui sono incisi dentro una grossa punta di lancia, mentre il tratto obliquo sarebbe stato
sovrapposto dalla spessa linea di contorno della punta. In effetti i due tratti obliqui dentro il
disegno della punta di lancia sono ben visibili; ma essi formerebbero un consueto u
capovolto. L’esame lessicale non aiuta a risolvere il dubbio fra le letture esθ2iau e uesθ2iau
perché il primo epiteto è attestato a Pagherina presso Naquane ed il tema *est(h)- trova
conferma in retico e galico, mentre il tema *uesθ- è attestato proprio a Poggio Croce (BD-
09) e sulla Roccia delle Spade di Piancogno. Il fatto che eulú sia un sinonimo di enesau
(entrambi indicano il dio “(del) Soffio, (dello) Spirito, l’Animatore”) e che in BD-09
enesau u2esθes “Animatore della natura” troverebbe conferma in una lettura eulú uesθ2iau
“Soffio concernente la natura” non è un argomento probante: infatti il senso di esθ2iau (da
*es- “essere, esistere, essere generato”) è affine a quello di *uesθ2iau (germ. *wes-t- vale
anche “essere; essenza, natura”).
Qualche incertezza esiste per il segno a croce di esθiau che risulta un incrocio fra un t (
) inclinato ed un θ del tipo X. Il confronto con i termini camuni in cui compaiono ora sθ
ora sþ e con quelli retici mi induce ad optare per θ.

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BD-04 (Roccia 1): salusero[-]au

(apografo di Zavaroni)

Iscrizione sinistrorsa lunga circa 260 mm. Altezza delle lettere molto variabile.

Letture precedenti: lat1u(zeuo?au[... ?]? o lat1u(zeuoiau[... ?]? (Tibiletti Bruno 1990: 43);
????zel (Mancini 1991: 100); salusero[-]au (Zavaroni 2005b).

L’iscrizione presenta dubbi epigrafici soprattutto nella parte finale. Il primo grafo,
notevolmente più grande dei successivi, è intaccato da una erosione che tuttavia lascia
intravvedere tre dei quattro rami di un s del tipo . Il terzo grafo è associato a varie linee
che ne rendono dubbia la lettura. Tibiletti Bruno (1990: 40) ha ipotizzato che sia una t
rovesciata . A mio avviso si tratta di una l del tipo . L’impressione che possa essere una
una t rovesciata è dovuta al fatto che la lettera si sovrappone parzialmente ad una linea
sinuosa che probabilmente rappresenta un serpente cornuto. Tale serpentina utilizza il
trattino obliquo della l dal cui vertice partono le due corna del serpente. Il corno inferiore
sembra in effetti un prolungamento della linea obliqua della l. Inoltre, sull’estremo
superiore della l converge un tratto curvo che potrebbe dare l’impressione di una = r.
Il quarto grafo è una u incisa in una posizione più alta del grafo precedente. Il quinto
grafo è riconoscibile come , sebbene sia intersecato dalle linee molto spesse che
rappresentano la punta di una lancia ed una lama. La e successiva ha il trattino superiore
sottile, ma riconoscibile. Secondo Tibiletti Bruno (1990: 43) il settimo grafo è una u; ma
una barra è verticale (parallela alle verticali di e di s); inoltre, dal vertice inferiore parte un
arco di cerchio chiaramente visibile per oltre 90° e mal percepibile in seguito: la lettera può
essere solo un rho (Zavaroni 2005b).
Dopo una piccola o, sono presenti altri tre grafi il cui valore è incerto. Del nono grafo
fa certamente parte un’asta leggermente obliqua, chiaramente visibile. Ma il susseguirsi di
piccoli solchi obliqui a sinistra di essa non permette di accertare se l’asta appartiene ad un
n. Per Tibiletti Bruno (1990: 43) la penultima ed ultima lettera sono una a ed una u; ma il
trattino interno nella penultima lettera non è netto, mentre un sottile trattino interno di una
a è visibile nella supposta u. Non è da escludere la presenza di -ua finale, ma -au è più
probabile.
La sequenza (ad esempio saluseronau o saluseronua) sarebbe da suddividere in due
parole oppure denoterebbe un appellativo composto. Date le incertezze di lettura, qualsiasi
proposta risulterebbe precaria.

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