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Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

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Quando sei con me il Mostro non c'è


Quattro cose sul Mostro di Firenze

martedì 31 ottobre 2017

Il biglietto del maresciallo Fiori Pagine

Perchè un nuovo blog sul Mostro di Firenze


L’argomento della misteriosa segnalazione anonima che avrebbe consentito agli inquirenti di Contenuti scaricabili
collegare il delitto di Signa a quelli successivi è stato affrontato numerosissime volte, nei libri e Contattami
sulla rete. È il caso di segnalare gli ottimi articoli usciti sul blog “Storia del Mostro di Firenze” di
Comunicazioni 6/5/2018
Omar Quatar – qui, qui e qui – che illustrano la materia in modo chiaro ed esauriente, senza
----- In evidenza --------------------------------...
sbilanciarsi troppo di fronte alle numerose incertezze, come del resto è consuetudine per l’autore,
che preferisce più illustrare e commentare la documentazione piuttosto che azzardare
interpretazioni personali. Per propria inclinazione naturale, chi scrive è invece più portato a Archivio blog
superare le incertezze attraverso un ragionamento di probabilità, contando sul fatto che quando
► 2018 (8)
un’ipotesi è molto più probabile delle altre è quasi sempre anche quella vera, soprattutto se si
armonizza con uno scenario generale di altre ipotesi anch’esse molto probabili. ▼ 2017 (3)
In questo articolo la materia verrà trattata con il taglio appena illustrato, scontando purtroppo ► novembre (1)
inevitabili ripetizioni nella citazione dei documenti rispetto agli articoli dell'amico Omar. Vedremo ▼ ottobre (1)
che la segnalazione anonima ci fu, la recente scoperta di un documento inedito da parte del Il biglietto del maresciallo Fiori
sempre benemerito lavoro dell’avvocato Vieri Adriani lo comprova senza dubbio alcuno,
ridimensionando il valore di alcune interviste dove si affermava il contrario e che pretendevano di ► giugno (1)
aver messo la parola fine sull'importante argomento. Il che porta a conseguenze assai significative
► 2016 (35)
per l’intera vicenda.
► 2015 (18)
L’inizio della pista sarda. È ormai noto a tutti che gli inquirenti si accorsero soltanto dopo il delitto
di Baccaiano, il quarto fino ad allora, che nel 1968 a Signa aveva sparato la medesima pistola
Ultimi commenti
usata dal Mostro. Ecco come il giudice istruttore Mario Rotella, subentrato nell'aprile 1983 a
Vincenzo Tricomi, racconta nella sua celebre sentenza (1989) l’inizio di quella che sarà presto Infatti, ho parlato di sopravvivenza e non di
“vit... - 2/10/2018 - Richard Sorge
denominata “pista sarda”:
sul fatto che il mostro fosse ambidestro
cosa ne p... - 2/10/2018 - superciuk
Venuta meno la pista ‘Spalletti’ […] le indagini non avevano un filo conduttore. Questo filo sarebbe ciuksuper
stato offerto dal ricordo del m.llo Fiori, in servizio presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze,
Che per Lotti fosse meglio la galera della
e nel 1968 alle dipendenze della Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del vita fu... - 2/10/2018 - Antonio Segnini
Reparto Operativo, T.Col. Dell’Amico, che in quell’anno dirigeva il Nucleo Investigativo dello stesso Il percorso di Michel nel mio disegno è
Gruppo, che nel 1968, appunto, era stata uccisa una coppia in Castelletti di Signa a colpi di pistola. chiarament... - 2/10/2018 - Antonio Segnini
L’arma non era mai stata rinvenuta. Un colpevole era stato trovato in persona del marito della A proposito di Baccaiano, un Lotti astuto
donna uccisa, per quanto se ne sapeva condannato dalla Corte d’Assise di Firenze nel 1970. avrebbe ... - 1/10/2018 - Kozincev
Effettuati opportuni riscontri, si accertava che il condannato, Stefano Mele, aveva subito tutti i gradi
di giudizio ed uno di rinvio a Perugia. Il G.I. dell’epoca, avvertito, disponeva il recupero del
Cerca nel blog
fascicolo processuale. Intorno al 20 di luglio del 1982 esso si trovava sul suo tavolo. Allegati al
fascicolo erano, per fortuita e inspiegabile combinazione, i bossoli e i proiettili rinvenuti dopo il Cerca
duplice omicidio. Disposta comparazione, già a livello informale si accertava l’identità dell’arma
adoperata nel 1968 e 1982.
Il giudice avvertiva il p.m.. La notizia veniva tenuta segreta per necessità imprescindibili delle Etichette

indagini. Calamandrei (5)


Compagni di merende (19)
Molti giornalisti sapevano, ma per tre mesi e mezzo rispettarono la consegna del silenzio, e le
Le dinamiche (11)
forze dell’ordine ebbero modo di effettuare con tranquillità le loro indagini. Soltanto ai primi di
Leggende (7)
novembre iniziò a comparire qualche velato accenno a una nuova pista, favorito da alcune frasi
Narducci (8)
allusive pronunciate in una conferenza stampa da Tricomi (“La Città”, 5 novembre 1982): “Prima
eravamo completamente al buio, davanti a noi c’era un muro di milioni di persone ciascuna delle Pacciani (12)
quali poteva essere l’assassino. Adesso invece abbiamo delle facce. Ora abbiamo motivo di Pista esoterica (3)
essere un pochino più ottimisti”. Il successivo mandato di cattura spiccato per il delitto di Signa Signa (2)
contro Francesco Vinci, in carcere con un pretesto già da tre mesi, fu come un “libero tutti”, del Suggestioni (1)
quale i primi ad approfittarne furono Giorgio Sgherri e il suo giornale, “L’Unità”, che il 7 pubblicò la

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E probabilmente proprio questa partenza nascosta fu la causa principale dei misteri iniziali della
vicenda, che vedono nella semileggendaria figura del maresciallo Francesco Fiori, spesso
erroneamente indicato come Fiore, il loro cardine. Senza giungere all’esagerazione di Nino Filastò,
il quale addirittura arrivò a sospettare che tale personaggio neppure fosse mai esistito, non
comparendo il suo nome in alcun atto ufficiale delle indagini del 1968, non sembra per nulla sicuro
che la scoperta del clamoroso collegamento possa essere attribuita ai suoi soli ricordi.

Il ritaglio. Voci sull’esistenza di un messaggio anonimo circolarono assai presto. Già nell’articolo di
Sgherri si parlava di “alcune lettere anonime” che “facevano riferimento a 5 e non a 4 duplici
omicidi”, per merito delle quali gli inquirenti erano andati “a rispolverare il fascicolo sulla tragica fine
di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco”. Due giorni dopo anche Franca Selvatici, su “La Città”,
scrisse che “un autore anonimo ricordò agli inquirenti di un duplice omicidio avvenuto sei anni
prima di quello di Borgo San Lorenzo”, ripetendosi sulla stessa testata in almeno due altre
occasioni (1983 e 1984).
Negli anni successivi le voci, ben lontane dallo spegnersi, trovarono il loro propalatore e interprete
nel compianto Mario Spezi. Nel libro del 1983 Il Mostro di Firenze il giornalista aveva sposato la
tesi dei ricordi autonomi del maresciallo Fiori, ma poi nel 1988 così ne scrisse in Delitti in Toscana:

Per molto tempo, e ancora oggi, è stata accreditata la tesi che un maresciallo dei carabinieri, il
maresciallo Francesco Fiore, che era di stanza a Signa nel '68, si sarebbe ricordato del vecchio
delitto e che anche allora l'assassino aveva usato una pistola Beretta calibro 22 mai ritrovata. […]
Ora, secondo una voce che non ha mai trovato conferma ufficiale e che fu per la prima volta
riportata da chi scrive queste pagine, arrivò nel giugno 1982 un biglietto anonimo alla caserma dei
carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze. L'autore del messaggio invitava gli inquirenti ad andare a
rivedere le carte del vecchio processo d'appello per i fatti del '68, celebrato, per complesse ragioni
procedurali, a Perugia anziché a Firenze. […]
La storia del biglietto anonimo, come si è detto, non è stata mai confermata ufficialmente. E
tuttavia, per la prima volta, chi scrive può dire quale fonte gliela rivelò: il giudice istruttore Vincenzo
Tricomi, il magistrato che all'epoca si occupava dell'indagine sul mostro. Il giudice Tricomi mi
aggiunse un particolare grave: quando chiese di vedere il biglietto, gli fu risposto che era
irreperibile. Quel biglietto, insomma, non esiste più. Imperdonabile distrazione di un carabiniere o
ipotesi molto più preoccupante?

Quale poteva essere l’ipotesi molto più preoccupante? Forse quella di un carabiniere che aveva
scritto il biglietto e poi lo aveva fatto sparire per paura di essere scoperto? In questo caso Spezi
avrebbe preceduto di molti anni Filastò nel sospettare di un Mostro appartenente alle forze
dell’ordine.
L’anno dopo Mario Rotella si sentì in dovere di smentire le voci, scrivendo nella sua sentenza:

Nel 1983 tutti coloro che, tra i carabinieri del gruppo di Firenze, avevano contribuito alla scoperta
del precedente sono stati escussi e taluni, nuovamente, negli anni successivi. Da ultimo, in questo
1989, si è ritornati incidentalmente sull'argomento, in rapporto ad atti rinvenuti nel fascicolo del
Nucleo Operativo della Compagnia di Prato (cfr: fascicolo 'Parretti' in vol. 7K), ed alla possibilità,
smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata
ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza.
Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell’epoca un [biglietto]
anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa.

A giudicare dallo scritto, di gran peso vista la sua collocazione entro un atto ufficiale, sembra
proprio che la notizia della segnalazione anonima fosse fasulla. In ogni caso Mario Spezi, che
conosceva bene la sentenza Rotella avendone tratto ampi suggerimenti per i propri articoli e libri,
continuò a sostenere la propria versione, arricchendola sempre un po’ di più. Ad esempio, in un
articolo de “La Nazione” del 2 novembre 1994 – senza firma, ma di sicuro da lui scritto o almeno
ispirato – in cui si affrontava l’argomento delle lettere anonime nell’ambito del processo Pacciani:

L'anonimo più importante è quello del giugno 1982, di cui non resta traccia. Ed è proprio la sua
scomparsa, assieme al suo inquietante contenuto, ciò che lo rende più interessante. Giunse allora

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ai carabinieri un biglietto sul quale era scritto: “perchè non andate a vedere il processo d'appello a
Stefano Mele celebrato a Perugia?”. [...]
Si potrà facilmente obiettare che di questo biglietto non c'è traccia nel processo. Benissimo:
eppure ne parlò in maniera estremamente chiara il giudice istruttore Vincenzo Tricomi. Tricomi
disse di aver letto quel biglietto e aggiunse che quando lo richiese ai carabinieri di Borgo
Ognissanti gli fu risposto: “il biglietto è andato smarrito”. Perché Tricomi non è mai stato ascoltato
nel corso del processo? Così si depistarono le indagini deviandole sulla cosiddetta pista sarda per
ben quattro anni.

Incidentalmente vale la pena notare come Spezi non avesse ancora maturato la successiva ferrea
convinzione che proprio all’interno della pista sarda fosse da ricercarsi il Mostro, anzi, vedeva nel
biglietto anonimo un riuscito tentativo di depistaggio.
Nel libro Toscana Nera del 1998 il giornalista ribadì la propria versione aggiungendovi un
particolare importante: la frase di invito a indagare sarebbe stata vergata su un ritaglio di giornale
in cui si parlava del delitto del 1968.

Siamo in grado di rivelare che gli investigatori furono informati da un biglietto anonimo,
probabilmente inviato dal mostro stesso. In quel biglietto – anzi un ritaglio di giornale in cui si
parlava dell’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco era scritto: “Perché non andate a
rivedere il processo d’appello per i fatti del ’68 che si svolse a Perugia?”
Incredibilmente il messaggio, custodito nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti, si perse.
La procura della Repubblica di Firenze negò che fosse mai esistito.
Ma il giudice Vincenzo Tricomi, tuttora in servizio, lo ebbe in mano e ci ha autorizzato a
confermarne l’esistenza.

Finalmente nel 2006 Spezi scrisse la sua versione definitiva, riempiendone varie pagine del libro
Dolci colline di sangue, dove è anche riportata la scena nella quale Tricomi gli avrebbe raccontato
del ritaglio.

Me lo raccontò lo stesso giudice Vincenzo Tricomi, il magistrato che aveva visto quel ritaglio. Era il
giorno di una solenne cerimonia, l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Nell'aula più grande di cui la
magistratura fiorentina dispone erano riuniti, avvolti nelle loro severe toghe nere e scarlatte
bordate di ermellino, quasi tutti i magistrati della zona. Durante una pausa, il giudice istruttore
Vincenzo Tricomi uscì in un corridoio per fumare una sigaretta e lì incontrò un altro incallito
fumatore come me. Chiacchierammo per un po' del più e del meno, e poi io, credendo di poter
approfittare della circostanza che il magistrato fino a pochi mesi prima si era occupato del Mostro,
portai lentamente il discorso sul caso. Parlammo del delitto di Montespertoli, l'ultimo, e a un tratto
chiesi al giudice, senza una vera ragione: “Ma davvero fu solo per la memoria del maresciallo Fiori
che vi accorgeste che le pallottole del 1968 erano le stesse degli altri delitti?” […]
“Macché! Può anche essere che quel maresciallo si sia ricordato del delitto del '68, ma la verità è
che ricevemmo un'informazione precisa”.
“Un'informazione? E da chi? Che tipo d'informazione?” lo incalzai, annusando una notizia
clamorosa.
“Arrivò un biglietto”, riprese Tricomi per nulla agitato “un biglietto anonimo, scritto in stampatello.
Anzi, la scritta era su un vecchio ritaglio di giornale che parlava dell'omicidio del '68. Si leggeva:
Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?” […]
“E dov'è ora quel biglietto?” balbettai, troppo eccitato per la notizia appena ricevuta.
“Non c'è. Non c'è più. Scomparso.[…] Lo richiesi tempo fa ai carabinieri che lo avevano ricevuto,
ma dopo un po' mi risposero che, nonostante le ricerche fatte, il biglietto non si trovava più.”[…]
Di quel messaggio, nessuno tra gli inquirenti aveva fatto cenno. Come se non ci fosse mai stato.
La notizia che pubblicai su La Nazione a qualcuno sembrò inventata. Tanto che ai giornalisti che
domandarono al giudice Piero Luigi Vigna se fosse davvero esistito, la risposta parve una
smentita.
“Agli atti”, replicò il procuratore, “non esiste alcun biglietto del genere.”
Io, invece, mi ero fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi, che ho sempre, con la quale
mi confermava la storia.

La dichiarazione scritta di Tricomi. In virtù di alcuni elementi in esso contenuti – Montespertoli


ultimo delitto, cerimonia di inaugurazione anno giudiziario sempre svoltasi a gennaio – l’episodio
va collocato nel gennaio 1983. Purtroppo al momento non è disponibile in rete e a chi scrive la
pagina de “La Nazione” dove Spezi avrebbe pubblicato la notizia, si presume in quello stesso
mese. Forse nell’articolo potrebbe trovarsi la riprova dell’autenticità del racconto. Che ne Il Mostro
di Firenze del 1983 Spezi avesse riportato la versione ufficiale dei ricordi del maresciallo Fiori
potrebbe anche spiegarsi con l’esigenza di evitare inopportuni contrasti con la versione ufficiale.
D’altra parte il giornalista sosteneva di essersi fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi,
ostentando quindi massima sicurezza che ben difficilmente si sarebbe potuto ritenere fasulla. In
effetti il documento fu rintracciato a casa sua, il 7 aprile 2006, durante una perquisizione
domiciliare effettuata nell’ambito delle note vicende giudiziarie che lo riguardarono. La notizia
emerse nel 2010, nella sentenza Micheli, dove si leggono queste frasi riportate dalla richiesta di
rinvio a giudizio di Mignini:

Vi è da dire che, alla luce di una dichiarazione del Dr. TRICOMI del 15.01.02, rinvenuta nel corso
della perquisizione domiciliare all’imputato MARIO SPEZI, probabilmente nell’inverno 1982 il
Maresciallo FIORI si presentò da lui con un ritaglio di giornale che riferiva della condanna definitiva
del MELE a Perugia e gli chiese se fosse possibile acquisire il procedimento.

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In tempi recenti è venuta alla luce una scannerizzazione del documento stesso, visibile qui sotto.

15.01.02 In ordine all'episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito ed
incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell'inverno 1982, venne il
Maresciallo Fiore con un ritaglio di giornale di cui ignoro di come e con quale modalità erano venuti
in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a
Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile.
Vincenzo Tricomi.

Come si vede c’è qualcosa che non torna rispetto a quanto si poteva intendere leggendo Dolci
colline di sangue. La dichiarazione non è del 1983, ma successiva di ben diciannove anni (in
compenso però è del 15 gennaio, tre giorni dopo la cerimonia di inaugurazione di quell’anno
giudiziario nell’aula bunker di Firenze). Si potrebbe pensare che Spezi, all’atto della progettazione
del suo futuro bestseller, avesse pensato bene di consolidare quanto il giudice gli aveva svelato
oralmente anni prima, a scanso di equivoci e smentite, senza avvertirne il lettore. Un peccato
veniale, insomma. Di sicuro più grave è il fatto che nel documento non c’è alcun cenno a una
lettera anonima, o comunque a un’imbeccata venuta dall’esterno, mentre si menziona il ritaglio di
giornale, che avrebbe riguardato non la notizia del delitto, ma quella della condanna definitiva di
Stefano Mele pronunciata a Perugia.
Per venire incontro alle affermazioni contenute nel libro di Spezi, che rimangono comunque poco
rispettose del proprio lettore, si può notare che il giudice collocava la consegna del ritaglio da parte
di Fiori, del quale peraltro sbagliò il cognome, nell’inverno 1982, circostanza di sicuro errata, visto
che il collegamento con Signa era del luglio. Quindi forse, a distanza di tanto tempo, i suoi ricordi
erano davvero sbiaditi, come del resto lui stesso aveva premesso.

Il cittadino amico. Aggiungiamo un ulteriore tassello alla vicenda. Sulla sentenza Rotella si legge
che il fascicolo di Signa sarebbe giunto sul tavolo di Tricomi “intorno al 20 di luglio del 1982”.
Guarda caso, proprio quel giorno venne pubblicato su “La Nazione” questo trafiletto dal titolo “Un
appello dei carabinieri per il mostro”:

Un appello è rivolto dal comando del nucleo investigativo dei carabinieri di Borgo Ognissanti a una
persona che ha dato più volte il suo contributo anonimo all’indagine sui delitti del maniaco perché
si rimetta in contatto con loro. L’uomo, che nella sua ultima lettera si è firmato “un cittadino amico”
e che ha scritto tre volte affermando di non rivelare la sua identità per non essere preso per
mitomane, dovrebbe fornire di nuovo la sua collaborazione, magari anche solo telefonando al
nucleo investigativo.

A segnalare la grande importanza del trafiletto fu il mitico forumista De Gothia, che lo mise al
centro di uno scritto, il noto “La notte del cittadino amico”, scaricabile qui, nel quale si lanciava in
un’azzardata interpretazione di depistaggio.
Il lettore converrà che la coincidenza di date non può essere casuale. Un pubblico appello dei
carabinieri a un mittente anonimo non è certo cosa di tutti i giorni, quindi che esso fosse stato
disposto proprio nel momento in cui si era appena scoperto il clamoroso collegamento con Signa
non può voler dire altro che le tre lettere in questione proprio di quello avevano trattato. Ci si
potrebbe chiedere però come potesse essere stata possibile una reazione così rapida alla
scoperta che l’anonimo aveva ragione, poiché il testo dell’appello doveva essere stato trasmesso
al giornale almeno il giorno precedente a quello di pubblicazione, il 19 quindi, mentre il fascicolo di
Signa sarebbe pervenuto nelle mani di Tricomi “intorno al 20”.
Di recente è emerso il documento con il quale il giudice aveva chiesto il fascicolo al tribunale di
Perugia, e la cui lettura consente di trovare la spiegazione.

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17 luglio 1982
Oggetto: Omicidi di varie coppie avvenuti nel circondario di Firenze negli anni 1974/81/82
Per motivi di giustizia attinenti alle indagini in corso sugli omicidi in oggetto indicati, prego
trasmettermi con massima urgenza e possibilmente tramite sottufficiale del Reparto Operativo CC
di Firenze latore della presente, il fascicolo relativo al duplice omicidio di Barbara Locci nei Mele e
Antonio Lo Bianco avvenuto il 22.8.1968 in agro di Signa (FI) e per il quale è stato precessato
Mele Stefano. Tale giudizio in sede d'appello è stato celebrato presso codesta Corte d'Assise
d'Appello a seguito di remissione della Corte di Cassazione che aveva annullato la sentenza
emessa nello stesso grado dalla Corte d'Assise di Firenze. Tale giudizio di remissione è stato
celebrato presumibilmente nel 1972-73 in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di
condanna della Corte d'Assise d'Appello di Firenze, nella prima decade del febbraio 1972. In uno
al procedimento mi si vorrà trasmettere anche il Corpo di Reato onde effettuare le comparazioni
balistiche tra i bossoli repertati in occasione dell'omicidio Locci/Lo Bianco con quelli repertati nei
duplici omicidi commessi in Firenze e in oggetto indicati.

Se non quello stesso 17, almeno il 18 una gazzella dei carabinieri doveva essere partita alla volta
di Perugia, con una richiesta di massima urgenza da soddisfare attraverso lo stesso latore. Quindi
al massimo il 19 luglio 1982 i bossoli di Signa dovevano essere entrati nella disponibilità dell’ufficio
istruzione di Firenze. Ci si può immaginare con quale fretta fosse poi stato chiesto un parere
balistico, con cui, scrisse Rotella, “già a livello informale si accertava l’identità dell’arma adoperata
nel 1968 e 1982”. A quel punto una telefonata a “La Nazione” e il trafiletto era pronto per essere
pubblicato il giorno dopo, e cioè il 20.
Va notato che l’appello dei carabinieri al “cittadino amico” parla di tre lettere, e di “alcune lettere
anonime” aveva scritto Giorgio Sgherri il 7 novembre 1982, come Franca Selvatici nel 1983. Quindi
ci dovette essere stato qualcosa di più, o almeno di diverso, rispetto al chiacchieratissimo ritaglio di
giornale di Spezi. Qualcosa però che sembra sia stato cancellato, sia dagli atti sia dalla memoria
dei protagonisti.

Le interviste del 2012. Sul portale “CN-Cronaca-Nera.it” è stata pubblicata un’intervista a Tricomi,
risalente al 2012, nella quale il giudice, ormai in pensione, ribadisce quanto dichiarato nello scritto
in possesso di Spezi (vedi).

Devo precisare che dopo quel delitto fui io personalmente a disporre l’invio di fonogrammi ai vari
Comandi dei CC e polizia di ricerca per eventuali casi di duplice omicidio con modalità simili. Un
giorno venne il Maresciallo Fiori con un vecchio articolo di giornale inerente il caso del delitto del
1968 chiedendomi se sarebbe stato opportuno approfondire la questione. Ovviamente disposi il
“recupero” del fascicolo che stava a Perugia ed il Maresciallo se ne occupò assieme al Colonnello
Olinto Dell’Amico.

A successiva specifica domanda Tricomi afferma di non ricordare il modo in cui il ritaglio era
pervenuto nelle mani di Fiori, come nulla ricorda dell’appello dei carabinieri al “cittadino amico”.
Anzi, con l’accenno all’invio di fonogrammi per la ricerca di altri casi di duplici omicidi l’ex giudice
sembra voler suggerire che la “scoperta” di Fiori fosse legata proprio alla sua iniziativa.
In un altro articolo del medesimo portale (vedi) è stata pubblicata una testimonianza dello stesso
Fiori, che nel 2012 era da tempo deceduto, rilasciata di fronte a Rotella, Vigna e Canessa in data
28 novembre 1986.

Dal 1960 al 1969 prestavo servizio a Signa, presso la tenenza dei CC, nel settembre/ottobre del
‘69 sono passato alla compagnia di Firenze fino al 1974, successivamente tornai a Signa fino al
1979 e poi di nuovo a Firenze sino al congedo avvenuto il 27.5.1986. Avevo seguito il caso sul
delitto di Signa, accompagnando il Maresciallo Ferreri all’Istituto dove era ospitato il bambino
Natalino Mele. Nei giorni dell’omicidio non ero presente a Signa perché in ferie. Dopo il delitto del
1982, parlando con l’appuntato Piattelli Ugo, che era in servizio a Signa nel 1968, venne fuori il
ricordo del duplice delitto del 1968. Più precisamente, ricordammo che in quella località fu
compiuto un duplice omicidio ai danni di una coppia di amanti in atteggiamenti amorosi in auto con
un’arma da fuoco.

A seguire viene poi riportata una dichiarazione di Ugo Piattelli, interpellato sull’argomento.

Confermo l’episodio descritto dal Maresciallo Fiori e ricordo che avemmo una discussione circa
l’anno dell’omicidio, lui ricordava il 1964, mentre io sostenevo che si trattava del 1968. Assieme ci
recammo dal Colonnello Dell’Amico che seguiva le indagini, il quale rinvenne un fascicolo
personale, non so a quale persona implicata nella vicenda appartenesse. Dell’Amico informò
subito il G.I. Dr. Tricomi, che dapprima contattò il perito balistico dell’epoca e poi fece richiesta alla
Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia e successivamente a quella di Firenze per
l’acquisizione degli atti processuali.

Piattelli aggiunge però altra confusione, poiché non parla del ritaglio di giornale, anzi, sembra
ignorarne l’esistenza quando racconta la discussione sull’anno del delitto, che non avrebbe avuto
senso di fronte al ritaglio.
Per “CN-Cronaca-Nera.it” le dichiarazioni di Tricomi e Piattelli, più il documento del 1986
sottoscritto da Fiori, sarebbero la dimostrazione definitiva che non ci sarebbe stata alcuna
imbeccata dall’esterno nella scoperta del collegamento tra Signa e i duplici omicidi successivi. Una
conclusione un po’ troppo precipitosa, che sorvola sull’appello al “cittadino amico”, e che viene

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contraddetta da un documento molto sui generis, ma non per questo privo di valore.

Il Brigadiere Ricci. Nel noto forum “Il Mostro di Firenze”, durante una discussione sui misteri
dell’inizio della pista sarda, il 2 ottobre 2011 un utente iscritto da tre giorni con il nick “Ricci”, fece
questo primo clamoroso intervento:

Mi è stata segnalata questa discussione da D., un ragazzo che qui dentro credo abbia scritto
qualcosa. Mi presento per dirvi ciò che so sulla segnalazione anonima che ricollegò il delitto di
Signa a quelli del mostro nel 1982. In quel periodo, fino al 1987, ero appuntato a Borgo Ognissanti
e nonostante non mi occupavo in prima linea del mostro ho avuto la possibilità di seguire da vicino
quell’indagine. Non so se sono il primo carabiniere a dirlo ma il ritaglio di giornale con spillato un
biglietto che diceva di revisionare il processo Mele arrivò veramente all’inizio di luglio del 1982,
credo preceduto da altri due biglietti (questi però io non li ho visti) arrivati in caserma alcuni giorni
prima che accennavano più genericamente al delitto del 1968. Fu Fiore il primo ad avere fra le
mani il pezzo di giornale mandato da un anonimo perché era lui che smistava le segnalazioni che
arrivavano sul mostro. Fiore lo mostrò anche a me oltre che a tutti quelli della caserma che non
erano in vacanza estiva. L’articolo era del 1968 e parlava del delitto della Locci ma non era (come
dicono tanti) del processo del 1974 a Mele tenutosi a Perugia. Era solo il biglietto allegato scritto a
macchina che parlava del processo Mele (dicendo di andare a rivederlo), ma l’articolo di giornale
era del 1968 e questo me lo ricordo senza margine di errore.
Oltre alla mia memoria escludo inoltre che la condanna definitiva al Mele sia mai finita su un
qualsiasi giornale. Una notizia del genere per un delitto d’apparenza così poco importante non
finiva su un giornale 6 anni dopo l’omicidio per la sola notizia della condanna dell’autore e questo
lo dico per l’esperienza professionale che mi ha portato ad avere sotto mano tanti giornali anche
degli anni 60 e 70.
Quello del ritaglio di giornale con il biglietto anonimo ricordo che diventò il segreto di pulcinella del
periodo a cavallo fra il 1982 e il 1983, se ne parlava fra le righe ma mai ufficialmente perché la
versione da tenere era quella del ricordo di Signa del Maresciallo Fiore (grande uomo d’Arma e
molto spiritoso). Ho letto che qualcuno crede che invece non ci fu nessun anonimo ma (come
dicono tanti vecchi inquirenti) il collegamento con Signa fu al cento per cento opera dei Carabinieri,
ma non è vero perché le cose andarono come scrivo di seguito. Quando arrivò il giornale col
biglietto si credette probabilmente di avere chiuso il caso perché l’assassino non poteva altro che
essere uno degli amici o parenti del Mele e la roba dell’anonimo fu buttata via dopo pochi giorni
perché si pensò non serviva più. Dell’Amico e altri decisero (questo probabilmente me lo disse
Fiore stesso) di non rivelare la notizia del collegamento fatto grazie all’anonimo perché altrimenti i
giornali avrebbero scritto di tutto e di più e, soprattutto, le segnalazioni anonime che facevano
perdere tempo (per esempio quelle dei mitomani) sarebbero aumentate esponenzialmente una
volta rivelato che una dritta anonima si era rivelata utile.
Credo che chi mandò quel messaggio anonimo era qualcuno che voleva dare un aiuto sincero alle
indagini e non il mostro in persona. Saluti dal Brigadiere Ricci.

È difficile nutrire dubbi sull’autenticità della testimonianza, tanto il linguaggio appare spontaneo e
la narrazione del tutto plausibile, mentre ha poco senso vedere un individuo qualsiasi che prepara
un intervento così ben congegnato soltanto per prendere in giro i partecipanti a un forum. Non
sfugga poi al lettore l’accenno ad “altri due biglietti arrivati in caserma alcuni giorni prima che
accennavano più genericamente al delitto del 1968”, in completo accordo con quanto scritto
nell’appello al “cittadino amico”, del quale il sedicente Ricci sembra essere all'oscuro.
Un altro elemento interessante è l’affermazione che il ritaglio di giornale avrebbe riguardato un
articolo del 1968, in contrasto con lo scritto di Tricomi del 2002, dove si legge invece che
l’argomento sarebbe stato quello della “conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a
Perugia” di Stefano Mele. Ma il giudice ricordava senz'altro male, poiché nella sua richiesta del
fascicolo Mele inviata al tribunale di Perugia si legge: “Tale giudizio di remissione è stato celebrato
presumibilmente nel 1972-73, in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna della
Corte d’Assise d’Appello di Firenze nella prima decade del febbraio 1972”. Quindi Tricomi non
conosceva la data esatta della condanna di Stefano Mele, dal che si deduce che il ritaglio di
giornale che gli aveva consegnato Fiori non riguardava quel processo.
Il sedicente brigadiere Ricci fu subito aggredito da chi voleva saperne di più, ma le sue repliche
furono soltanto due, dopodiché non scrisse più nulla. Purtroppo la maggior parte dei forumisti non
capì l’importanza dell’intervento, e alcuni non furono neppure troppo diplomatici nel manifestare il
loro scetticismo. Dato il possibile alto valore della testimonianza vale la pena riportare
integralmente anche le successive domande e risposte, nelle quali Ricci dimostrò un’ottima
conoscenza di alcuni particolari affatto banali della vicenda.

Forumista: Hai mai sentito parlare di un appello fatto tramite il quotidiano La Nazione ad un certo
"Cittadino Amico" che un forumista che si chiama De Gothia pensa si riferisse proprio al
segnalatore anonimo di Signa? In tal caso, non pensi invece che questo appello potesse riferirsi a
qualcos'altro, tipo a colui il quale mandò dei messaggi anonimi con la storia della B di Babbo
nell'autunno inverno '81-'82? Eppure anche quelle erano lettere arrivate alla caserma di Borgo
Ognissanti, ne parla anche Spezi nel suo libro dell'83...
Ricci: Ho letto il documento di De Gothia che sicuramente coglie nel segno riguardo alla prova
dell’esistenza del messaggio anonimo anche se non condivido molte sue considerazioni personali
riferite al possibile tranello che l’anonimo che portava a Signa aveva in mente. L’appello del
20/07/1982 sulla nazione si riferiva senza dubbio all’ignoto anonimo di Signa, quello non ci piove
perché come già detto Fiore aveva parlato del giornale e il biglietto a tutta la caserma e forse a tutti
i suoi amici e le voci girano in fretta. A quei tempi non c’era un coordinamento unico delle indagini,

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o meglio c’era ma - non so se mi spiego - ogni carabiniere o poliziotto era abbastanza libero di
indagare per gli affari suoi perché il caso colpiva tutti molto. Fu sicuramente uno fra le varie decine
di forze dell’ordine che sapevano dell’anonimo ad avere l’idea di individuare il mittente di Signa
provando a lanciare quella specie di appello sulla nazione. Non so dire chi fu (magari non era
neanche uno di Borgo Ognissanti) ma non ci voleva una potenza e un abilità speciale per
contattare un giornalista proponendogli la cosa. Credo anche che questo appello passò
abbastanza inosservato io infatti nel 1982 neanche lo notai. Quello che ricordo bene fu che da fine
luglio 1982 tutti cercarono il più possibile di tenere riservato il modo con cui si era arrivati a Signa. I
motivi li ho già scritti nel mio intervento precedente e inoltre c’era una nuova fase d’indagine che
stava per partire, cioè la pista sarda che fu indagata e seguita il più possibile in silenzio almeno
fino alla notizia dell’arresto del Francesco Vinci.
Le lettere della b sono una cosa diversa di qualche mese prima. Erano delle lettere di circa sei
mesi prima il collegamento con Signa dove si diceva che il mostro sceglieva i posti dove uccidere
seguendo la parola babbo, ma quello che mandò quelle lettere era un mitomane perché già allora
la cosa non tornava e non venne presa sul serio dal segnalarla come appello sul giornale. Se le b
di Borgo e Baccaiano potevano starci non ci stava la a di Arrigo, perché il posto era Mosciano e
Arrigo era solo la via, Via dell’Arrigo appunto. L’arma non è quella che si racconta in certe
barzellette e già allora si capì che mescolando le località, le vie e i comuni si potevano formare
infinite parole. Era un periodo quello dove arrivavano decine di lettere anonime al giorno credo che
un fine settimana ne arrivarono addirittura 57. Molte di quelle lettere erano sicuramente più
interessanti di quelle del babbo, se queste sono rimaste nella memoria è solo per il libro dello
Spezi. Inoltre se l’appello del 20/07/1982 si riferiva all’autore della b di babbo quell’appello doveva
contenere almeno un riferimento temporale di sei mesi prima, altrimenti quello della b di babbo non
poteva capire che si voleva entrare in contatto con lui. Sicuramente dunque l’appello sul giornale fu
un primo tentativo senza seguito di individuare l’anonimo che segnalò Signa.

In questo primo scambio viene affrontato l'argomento del “cittadino amico”, in certe discussioni in
rete intrecciato a quello di un mitomane di qualche mese prima. Come si vede Ricci dimostrò di
avere le idee ben chiare sulla questione.

Forumista: Perché sia Dell'Amico, sia Tricomi, ma anche la Della Monica e Vigna non
ammetterebbero questo episodio della segnalazione anonima dopo più di vent'anni se così fosse?
Ricci: Dopo tanti anni si tende a dire la versione che si è ripetuto di più ma che non
necessariamente è quella vera soprattutto perché si parla di stimati professionisti che quando non
dicono esattamente come andò la vicenda lo fanno a fin di bene. Comunque Dell’Amico, Tricomi,
Vigna e la Della Monica sono quattro persone che hanno avuto un ruolo diverso in questa storia e
credo sia utile dire le differenze di ruolo di queste persone. Dell’Amico per il suo ruolo primario
nell’Arma che indagava decise in accordo con il giudice Tricomi di dare un ufficialità al
collegamento con Signa. Una volta distrutta ogni traccia del collegamento anonimo (forse fu un
errore ma con il senno del poi è troppo facile a dirsi) questo è come se non fosse mai esistito
dunque sarebbe poco saggio ad anni di distanza dire che ci fu l’anonimo quando niente può più
provarlo. I giornali che hanno pubblicato per anni la notizia del messaggio anonimo fin dal 1982
non sono mai stati smentiti dagli inquirenti come anche i resoconti di Spezi nei suoi libri. Proprio
nel primo libro dello Spezi, quello del 1983, gli fu detto di puntare su un altra segnalazione
anonima meno rilevante come quella di babbo perché rivelare dell’anonimo di Signa con la pista
sarda in pieno corso poteva essere un azzardo. Insomma a volte il silenzio è un segno di assenzo
e chi vuole capire capisca. Vigna e la Della Monica hanno conoscenza dell’anonimo di Signa solo
per ciò che gli ha riferito l’Arma ed è quindi inevitabile che la loro versione dei fatti sia quella della
scoperta interna all’Arma ad opera di Fiore. Un pm serio come le persone in questione giudica ciò
che sta agli atti e non deve interessarsi ad altro.

Si può notare che nella risposta Ricci dà spiegazione plausibili anche sul perché Mario Spezi, nel
libro del 1983, sposò la versione ufficiale.

Forumista: Chi sarebbe allora questo segnalatore anonimo?


Ricci: Penso qualcuno dell’Arma o della Polizia che non si occupava del mostro ma seguiva lo
stesso la vicenda per passione o per dare un aiuto e poiché aveva scoperto che quello di Signa
ricordava i delitti del mostro voleva aiutare le indagini. Qualcuno che magari prestava servizio in un
altra provincia toscana non di competenza e voleva dare un aiuto senza mettersi in mostra.
Forumista: Qual'è la tua idea in generale sul mostro?
Ricci: Il delitto del 1968 è stato commesso da più persone almeno 4 o 5 senza volontà maniacali.
Fra queste persone c’è anche il futuro mostro ma preferisco non aggiungere altro.

Qui arriviamo alle convinzioni personali, e a parere di chi scrive risulta molto poco convincente
quella di un carabiniere che scrive una lettera anonima ad altri carabinieri! Riguardo il possibile
Mostro, è chiaro che Ricci pensava a Salvatore Vinci, come in genere tutti i suoi colleghi d’arma.

Forumista: Le sembrerebbe una prassi normale, come brigadiere dell'Arma, "buttare" una
segnalazione anonima che si è rivelata corretta e veritiera?
Ricci: Non credo si può parlare di prassi perché trovare una lettera anonima utile su dei delitti in
serie è una situazione che non era mai capitata prima in italia e forse non è più capitata neanche
dopo. Essendo un eccezione i più influenti decisero che una volta scoperto di Signa il giornale e il
messaggio non servivano più a prescindere dalle future verifiche. So che oggi sembrerà un grave
errore ma bisogna entrare nella mentalità di quel periodo. Bisogna poi tenere presente che il
Francesco Vinci viene incarcerato verso metà agosto 1982 e senza l'accusa formale di essere il

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mostro. Quello che voglio dire è che si capì subito che quella lettera poteva essere decisiva ma
non si comprese bene quale poteva essere il suo valore materiale una volta che l'indagine si
concentrò interamente sui sardi delle famiglie Mele e Vinci o una volta finita l'indagine sulla pista
sarda.
Forumista: Come sarebbe arrivato il biglietto in caserma? Era in una busta affrancata? Spedita da
dove e indirizzata a chi?
Ricci: Il giornale del 1968 con il biglietto spillato e scritto a macchina da scrivere era dentro una
busta francobollata senza mittente ma con destinatario il nucleo dell'Arma di Borgo Ognissanti.
Non penso si è mai verificato da dove proveniva, credo che una verifica del genere si fece solo per
il pezzo di seno inviato alla Della Monica.

La scoperta di Vieri Adriani. Arriviamo finalmente a quella che al momento è l’ultima puntata
della intricata vicenda. Ce ne riferisce Omar Quatar nel terzo dei suoi tre articoli (vedi). In un
recente convegno (Pistoia, 8 settembre 2017) l’avvocato Vieri Adriani ha riferito dell’esistenza di un
documento, datato 20 agosto 1982, con il quale Silvia Della Monica, all’epoca PM titolare delle
indagini assieme al collega Adolfo Izzo, rivolgeva la seguente richiesta al Nucleo Operativo
Carabinieri di Firenze:

Il giudice istruttore del tribunale di Firenze dottor Vincenzo Tricomi segnalava a questo ufficio
l’importanza di una lettera anonima. Questa lettera indirizzata alla scrivente e trasmessa per
indagini a codesto reparto, la quale evidenziava come i duplici omicidi commessi dal Mostro
fossero cinque, non quattro, richiamando l’attenzione su un episodio analogo avvenuto in passato
in altra località della provincia.
Questo ufficio ritiene indispensabile al fine delle ulteriori indagini concernenti l’identificazione
dell’autore dell’anonimo rientrare in possesso dello scritto potendosi presupporre che esso sia
attribuibile a persone a conoscenza dell’identità del vero assassino. Facendo seguito pertanto a
passate sollecitazioni verbali, si prega di voler procedere a pronta trasmissione.

La registrazione video del convegno su menzionato è disponibile qui, con l'inizio dell'intervento
sulla lettera anonima a 1:10:17. Vieri Adriani ha poi aggiunto che, a quanto a lui risultava, la lettera
sarebbe effettivamente rientrata nella disponibilità di Procura e Ufficio Istruzione, ma soltanto
qualche mese dopo.
Il documento conferma in modo inequivocabile che, dopo il delitto di Baccaiano, era arrivata nelle
mani degli inquirenti almeno una lettera anonima nella quale si richiamava l’attenzione sul delitto di
Signa. Tale lettera era stata indirizzata alla stessa Silvia Della Monica, la quale, evidentemente
senza darle soverchia importanza, l’aveva affidata ai carabinieri affinché procedessero con le
opportune verifiche, salvo richiederla indietro non appena gli eventi erano precipitati (si tenga
presente che Francesco Vinci era stato arrestato cinque giorni prima della sua richiesta). Non
sfugga al lettore il fatto che Giorgio Sgherri, nel suo futuro articolo, avrebbe scritto di “riferimento a
5 e non a 4 duplici omicidi”, esattamente come risulta dal documento in questione.
È chiaro che la rivelazione di Adriani conferma indirettamente anche quanto risultava dall’appello
dei carabinieri al “cittadino amico”, e cioè il fatto che le lettere anonime erano state tre. Con un
pizzico di fantasia si potrebbe immaginare che l’anonimo mittente ne avesse inviate prima due,
indirizzandone una ai carabinieri di Borgo Ossignanti e l’altra alla Della Monica, e poi una terza con
dentro il ritaglio di giornale ancora ai carabinieri. Merito del maresciallo Fiori dovrebbe quindi
essere soltanto quello, ma non è poco, di aver intuito l'importanza della segnalazione.

Suggestioni e interpretazioni. Che dietro l’anonimo mittente ci fosse stato il Mostro è ben più di
una fondata ipotesi, è una logica certezza. Chi altri avrebbe potuto essere? Certamente non si
trattava di un cittadino qualsiasi illuminato da una felice intuizione, il quale avrebbe sì potuto
desiderare di rimanere anonimo, ma non si comprende il perché avrebbe scritto ben tre lettere al
posto di una sola ben argomentata. Poi è poco credibile che un cittadino qualsiasi fosse arrivato a
intuire quanto non avevano intuito né investigatori né giornalisti. In realtà doveva trattarsi di un
individuo a conoscenza del destino della pistola, e per questo in qualche modo coinvolto nelle
vicende del 1968. Ma al quale non interessava contribuire alla cattura del Mostro, poiché in questo
caso non si sarebbe limitato a un sibillino suggerimento, per di più dopo aver lasciato che
venissero uccise otto persone prima di farsi vivo.
In realtà l’anonimo mittente non poteva essere che qualcuno interessato a far partire la pista sarda,
e che da quella partenza aveva tutto da guadagnare e niente da perdere; quindi proprio il Mostro:
anni di inutili indagini durante i quali l'individuo sarebbe rimasto libero di uccidere stanno lì a
dimostrarlo. Data per valida questa ipotesi, si aprono vari scenari, alcuni dei quali è bene
escludere a priori.
Va escluso innanzitutto qualsiasi scenario che non preveda l’uccisione di Barbara Locci e Antonio
Lo Bianco da parte di Stefano Mele e complici e addebiti al Mostro anche quel delitto. Nonostante i
disperati tentativi di chi ha inteso risolvere in questo modo l’eterno enigma del passaggio della
pistola, rimangono del tutto insuperabili gli indizi che coinvolgono Mele nel duplice omicidio, e
assieme a lui qualcun altro. D’altra parte in uno scenario del genere tornerebbe poco anche la
storia delle lettere anonime, che dovrebbero essere interpretate come una specie di rivendicazione
da parte del Mostro. Come a dire, se otto vi sembrano pochi sappiate che ne ho fatti fuori dieci. Ma
allora perché non mandare il messaggio già l'anno prima e direttamente alla stampa?
Va poi escluso qualsiasi scenario che preveda la sostituzione dei bossoli nel fascicolo di Signa.
Con questa ipotesi si lascerebbe il delitto del 1968 a Mele e compagni, svincolandolo dai
successivi opera invece del Mostro. In sostanza si sarebbe trattato di un depistaggio effettuato dal
Mostro stesso, che avrebbe messo dei bossoli suoi al posto di quelli originali per poi avvertire gli
inquirenti con le lettere anonime e metterli quindi su una falsa pista. A parte la difficoltà di introdursi

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in un ambiente di tribunale e quella di sostituire in modo plausibile anche i proiettili deformati, torna
poco la fortuna del Mostro di aver avuto sottomano un delitto da taroccare molto simile ai propri,
così poco usuali, non troppo lontano né nel tempo né nello spazio.
A proposito di depistaggi, è bene spendere qualche parola sulla mancata distruzione dei bossoli e
dei proiettili del 1968, prevista dalla legge a giudizio consolidato, nella quale in molti hanno voluto
vedere chissà quali retroscena. Ecco quel che ne pensava Micheli:

Il fatto che quei reperti si trovassero ancora dopo otto anni non può seriamente sorprendere, ove la
realtà delle cose si valuti non solo con “la mente critica dell’operatore del diritto”, ma soprattutto
con il buon senso di chi ha un minimo di pratica di uffici giudiziari: siamo veramente convinti che ad
ogni provvedimento di confisca di un bene sequestrato faccia seguito una esecuzione immediata?
O non siamo piuttosto abituati a vedere locali dove i corpi di reato rimangono giacenti e
dimenticati, come pure fascicoli dove un reperto resta tranquillamente spillato con i punti di una
pinzatrice senza che nessuno si faccia carico di regolarizzarne l’iscrizione?

Per logica va anche escluso qualsiasi scenario che veda il Mostro far parte dei sospettati del 1968.
Già l’aver continuato a uccidere con la medesima arma di allora appare un comportamento di
un’imprudenza unica, per di più sarebbe stato lui stesso ad avvertire gli inquirenti che non se ne
erano accorti da soli. Assurdo.
Alla fine lo scenario di gran lunga più plausibile è quello di un individuo che era entrato in possesso
della pistola del 1968 senza aver avuto nulla a che fare con quel delitto e senza che i personaggi
allora indagati o comunque coinvolti nulla ne avessero saputo. E lui nulla avrebbe avuto da temere
da una riapertura delle indagini, anzi, avrebbe avuto tutto da guadagnare, come in effetti fu. Ma
allora, perché attendere i primi di luglio del 1982 per mettere gli inquirenti su quella falsa pista?
Considerata la coincidenza di date, la spiegazione di gran lunga più plausibile è una sola: paura.
Il lettore sa bene che Paolo Mainardi fu portato in ospedale ancora vivo. Purtroppo il ragazzo era in
coma irreversibile, e la mattina morì senza aver mai ripreso conoscenza. Tutti i giornali lo
scrissero, ma subito dopo Silvia Della Monica ebbe l’idea di tentare un trucco, in accordo con
alcuni giornalisti. Ecco quindi che il 22 giugno 1982 uscì la notizia di un’indiscrezione secondo la
quale Mainardi, prima di morire, avrebbe fornito una traccia per catturare l'assassino.

La speranza era quella di indurre il Mostro, se non a costituirsi, a commettere qualche passo falso.
Si trattò di un trucco tardivo e un po’ maldestro, ma nel quale l’assassino sorprendentemente
cadde, decidendo di giocare in quel momento la carta di Signa. Tra l’altro su “La Nazione” del 23
comparve un articolo di Spezi proprio su Silvia Della Monica, destinataria di una delle tre lettere;
quella stessa Silvia Della Monica che tre anni dopo, ormai fuori dal caso, avrebbe ricevuto la nota
lettera con il frammento di seno.

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Entrambi gli articoli sono tratti dall'emeroteca di “Insufficienza di prove”.


Infine, a beneficio di chi non è troppo inquadrato nei propri pregiudizi, si riporta un passaggio
dell’interrogatorio di Giancarlo Lotti del 26 aprile 1996:

Ho assistito anche all'omicidio di Baccaiano; ho visto la macchina dei ragazzi uccisi; c’è una strada
che si sale ed a metà c’era questa macchina. Io fui costretto ad andare lì come per gli omicidi
successivi. Anche quella volta io ero con la macchina mia e Vanni e Pacciani erano con quella del
Pacciani. Il Pucci non c’era. Gliene ho parlato dopo io. Furono uccisi una coppia di fidanzati: io ero
rimasto un po' più in giù. Sentii che sparavano dentro la macchina. Era Pietro che sparava. Non li
aveva presi tanto bene e volevano uscire di macchina. Per me i due avevano riconosciuto le
persone.

Addendum. L’avvocato Vieri Adriani mi ha gentilmente messo a disposizione il documento da lui


letto al convegno di Pistoia dell’8 settembre 2017. In sostanza non ci sono differenze nel contenuto
rispetto alle sue parole, in ogni caso metto qui la relativa immagine a beneficio di chi, giustamente,
preferisce disporre della documentazione originale.
Adriani mi ha anche reso partecipe di una sua ulteriore scoperta. Si tratta di una richiesta del
giudice Vincenzo Tricomi al tribunale di Palermo, datata 29 ottobre 1982, affinché venissero
interrogati Giuseppe Barranca e il fratello, cognati di Antonio Lo Bianco, sul noto episodio della
scommessa tra lo stesso Lo Bianco e Francesco Vinci riguardo la conquista di Barbara Locci.
Ebbene, nel documento – scaricabile qui – dopo l’elencazione dei quattro duplici omicidi del
Mostro, da quello di Borgo a quello di Baccaiano, si legge:

A seguito di segnalazione anonima che esisteva un quinto duplice omicidio commesso dal
cosiddetto “mostro” si risaliva all’omicidio di Lo Bianco Antonio e Locci Barbara commesso nel
1968 in relazione al quale era stato condannato il marito della Locci.

A questo punto qualsiasi dubbio sull’esistenza della segnalazione anonima è del tutto ingiustificato.
Ne rimane invece qualcuno sul perché poi dall’autorità giudiziaria non è mai arrivata una conferma
ufficiale. L’impressione di chi scrive è quella di un pasticcio interno alle forze dell’ordine, con il
biglietto che una parte distrusse o smarrì cercando di nascondere il peccato alle altre. Si spiega
forse così anche la smentita di Rotella, che magari era tra quelli che non sapeva. O forse sapeva,
ma non se l’era sentita di affrontare le conseguenze dirompenti di quella segnalazione anonima.

Pubblicato da Antonio Segnini a 23:28

Etichette: Signa

121 commenti:

nico56 1 novembre 2017 06:26

C'è a mio avviso un fatto che non è mai stato approfondito. L'avvocato Ricci che difese il Mele per
il duplice omicidio del 68 è lo stesso Dante Ricci che difese Pacciani per il delitto della Tassinaia?
Se si, potrebbe esserci una contiguità fra Pacciani e i sardi.

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 1 novembre 2017 10:42

Credo proprio sia lo stesso Ricci, ma che il fatto indichi un legame tra Pacciani e Mele
ne dubito molto.

Omar Quatar 4 novembre 2017 02:29

Cettamente è lo stesso Dante Ricci. A livello di curiosità, mi chiedo come mai spiantati
come Mele e Pacciani potevano permettersi di essere difesi da un principe del foro.
Una situazione che, come sappiamo, si ripeterà nel 1996.

Rispondi

Simone 1 novembre 2017 11:11

Complimenti anzitutto per questo nuovo articolo, veramente ben fatto. Trovo affascinante ed,
ancor più, convincente l ipotesi del mostro come mittente degli anonimi su Signa. Ho però una
piccola questione da porre: come coniughi il carattere estremamente efficace delle comunicazioni
anonime su Signa (con tanto di ritaglio di giornale e con comunicazione scritta avente riferimenti
al processo di Perugia) con il quasi comico confezionamento della nota lettera alla Della Monica
con il lembo di seno della Mauriot? E poi, può essere credibile che un soggetto quale il Lotti (in
ordine al quale sono totalmente d accordo con te, su tutto) avesse seguito la vicenda processuale
del Mele sino al esito del processo di rinvio post cassazione?

Rispondi

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Risposte

Antonio Segnini 1 novembre 2017 13:04

Innanzitutto l'analisi storica non può prescindere dalle prove storiche. Escludere
Stefano Mele e complici dal delitto del 1968 soltanto perchè non si riesce a spiegare il
passaggio della pistola è come far tornare un solitario intervenendo sull'uscita di
qualche carta. Analogamente, Lotti o non Lotti, si deve accettare il fatto che il Mostro
inviò effettivamente tre messaggi scritti, di cui uno contenente un ritaglio di giornale del
delitto.
Certo, a questo punto chi sospetta che Lotti fosse stato il Mostro, e ancor più chi ne è
fermamente convinto, come chi scrive, deve interrogarsi sulla fattibilità di tali azioni da
parte sua.
Io comincerei con l'affrontare una questione affatto banale: conosciamo abbastanza
Lotti? Una volta messi da parte i giudizi dozzinali di chi lo vede inseguire gli UFO, quel
che sembra rimanere è un individuo ignorante ma per nulla stupido, anzi, un vero
furbacchione, capace di svicolare dalle domande imbarazzanti riparandosi dietro la
propria ignoranza. Ma era soltanto questo? Se davvero dietro il suo aspetto a prima
vista inoffensivo c'era il Mostro, di quali altre azioni imprevedibili potremmo doverlo
ritenere capace?
Delle tre lettere sappiamo troppo poco, in ogni caso non sembra che si sia trattato di
scritti particolarmente lunghi. Riguardo la notizia della condanna definitiva di Stefano
Mele a Perugia, si potrebbe pensare a un Lotti (che sapeva come erano andate le
cose e aveva addirittura in mano l'arma del delitto) sempre molto interessato alla
vicenda e per questo sempre inorecchito. La gente parla, non c'era bisogno di leggere
i giornali per averne notizia.

Rispondi

Hap Dale 2 novembre 2017 03:44

Non conoscevo gli interventi del brigadiere Ricci e li trovo molto interessanti. Onestamente mi
sorgono dei sospetti per via del fatto che una persona così coinvolta negli eventi e in grado di
ricordare chiaramente molti dettagli di allora poi finisca per sbagliare ripetutamente il cognome del
collega Fiori, di cui ancora avrebbe ben presente il carattere e il valore professionale.
Una domanda: se, come Ricci e molti altri credono, il messaggio con il ritaglio di giornale sarebbe
opera di un anonimo desideroso di aiutare e non del Mostro, il benefattore avrebbe conservato dal
1968 al 1982 un articolo su un omicidio ufficialmente risolto e tutto sommato marginale. Mi pare
più credibile che, per aver dato così tanta importanza al delitto, l'autore del messaggio fosse
coinvolto personalmente.

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 2 novembre 2017 05:03

Concordo naturalmente con le considerazioni sul ritaglio di giornale. Riguardo l'errore


di Ricci su Fiore invece di Fiori posso solo dire che anche Tricomi lo commise nel
biglietto del 2002 scritto per Spezi. A mio parere si tratta comunque di un intervento
genuino, per lo stile "carabignieresco" e per la plausibilità della storia. In ogni caso è
un di più, poichè il documento letto da Vieri Adriani assieme all'appello al cittadino
amico bastano e avanzano per convalidare lo scenario dell'anonimo, che quindi
imbeccò anche Fiori, altrimenti sarebbe una bella coincidenza il suo ricordo autonomo,
non credi?

Hap Dale 2 novembre 2017 06:04

Se il brigadiere Ricci fosse una persona reale, potrebbe rivelarsi una fonte molto
importante, anche oltre l'autenticazione sull'esistenza del messaggio anonimo.
Potremmo ricavare informazioni precise sul clima e suoi metodi all'interno delle forze
dell'ordine che si occuparono del Mostro, o anche ottenere nuovi dati, magari
insignificanti per il brigadiere stesso ma in realtà di enorme valore. Dato che abbiamo
nomi, date, località e altre informazioni, mi chiedo se, per uno dei tanti giornalisti
appassionati del caso, sia così difficile rintracciare il brigadiere per fargli qualche
domanda in più, magari in pieno anonimato.
Per esempio, se ci fosse qualche informazione più precisa sul testo allegato
all'articolo, potremmo fare varie valutazioni. Infatti sappiamo che Lotti aveva enormi
difficoltà a mettere una parola dietro l'altra in italiano corretto, mentre Pacciani, pur
essendo anche lui scarso in quanto a cultura scolastica, possedeva una capacità di
scrittura ben più elevata.

Rispondi

luca lorenzo baldini 2 novembre 2017 05:31

ciao antoine,ci hai fatto aspettare tanto per il tuo nuovo articolo ma ne è valsa la pena.come
sempre ben strutturato e condivisibile su quasi tutto.
una cosa mi sono sempre chiesto,e vorrei chiederla anche al brigadiere Ricci: sappiamo la ben
poca confidenza che il MdF aveva con la sintassi e la grammatica.pensi fosse possibile che

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potesse avere scritto un periodo lungo come quello apparso nella famosa lettera dove indicava il
processo di Perugia senza seminarlo di errori e strafalcioni come sembra invece non abbia fatto?
mi sembra poco credibile,da una persona che è riuscita a sbagliare la scritta di un semplice
indirizzo,
Rispondi

Antonio Segnini 2 novembre 2017 20:39

Mi sembra che sui testi delle tre lettere sappiamo troppo poco per giudicare il livello culturale di
chi le scrisse. C'erano dentro degli strafalcioni grammaticali alla Giancarlo Lotti e la sua lettera
spontanea? Lettera peraltro che tanto spontanea non dovette essere, sicuramente per il
contenuto e forse anche per la forma fin troppo "estrema".
Rispondi

Roberto C. 3 novembre 2017 03:10


Salve,
una domanda al volo:
ma le lettere anonime arrivate prima di quella del ritaglio di giornale si sono "perse" anch'esse?
Grazie mille

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 3 novembre 2017 03:31


Sembrerebbe proprio di sì, a meno che l'avvocato Vieri Adriani non faccia un altro
miracolo...

Rispondi

Domenico Lovecchio 4 novembre 2017 14:47


Una soffiata troppo precisa fatta ad un maresciallo che non si occupava del caso? La domanda da
porsi è perché non inviarla proprio al giudice istruttore o ai poliziotti che si occupavano del caso?
Sarebbe stato piu sicuro ? O no? Ma se l'intento era depistare perché prendersi un rischio del
genere? Che la missiva cadesse nel vuoto?
Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 4 novembre 2017 21:13

Di missive ne furono mandate tre, due ai carabinieri (e non a Fiori direttamente) e una
alla Della Monica.

Rispondi

Toxicity 4 novembre 2017 16:27

Ma se abbiamo sul "tavolo":


a)un maresciallo Fiori scelto come "front-man" di una operazione volta a trasformare le
segnalazioni anonime su Signa in un riscontro interno all'arma;
b)una distruzione di prove operata per cancellare le tracce dell'anonimo;
c) una procura che da quel momento non si fida più dei cc;
d) la perizia Arcese Iadevito che riscontra un diverso numero di rigature, sul proiettile estratto da
Lo Bianco, rispetto a quelle contate da Zuntini sullo stesso;
e) i proiettili e i bossoli del '68 conservati fuori da qualsiasi tutela e garanzia della prova;
f) nessuna tracciabilità dei passaggi che hanno condotto la pratica sulla scrivania di Tricomi;
g) la sparizione dell'originale della perizia Zuntini del '68;
su quali basi si può escludere qualsiasi scenario che preveda la sostituzione dei bossoli?
Solo a titolo d'esempio perché i soggetti con accesso al fascicolo erano parecchi: i cc, cui
apparteneva pure Zuntini, potevano agilmente praticare la sostituzione con l'ipotetico movente di
fornire prove ad un'intuizione sui "sardi".

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 4 novembre 2017 22:18


A distanza di tanti anni e in uno scenario più che inquinato dalle manchevolezze degli
investigatori del tempo chi si trastulla con ipotesi di complotto, come te e i tuoi
fantasiosissimi compagni di forum, ha senz'altro buon gioco. E nessuno riuscirà mai a
convincervi del contrario, quindi non mi illudo. Comunque, vediamo i punti.

a) non fu scelto alcun "front-man", ma furono mandate due missive ai carabinieri e una

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 12 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

alla procura, indirizzata direttamente alla Della Monica. La testimoninza "Ricci" spiega
bene perchè Fiori entrò nella storia: smistava le lettere.

b) la "distruzione di prove" è ben spiegabile con l'imperizia di chi quelle prove ebbe in
mano, e che non ne capì l'importanza.

c) sarebbe questo uno degli obiettivi cercato dai depistatori? oppure i problemi di
convivenza tra le diverse branche delle nostre forze dell'ordine sono purtroppo
endemici? Tanto per fare un esempio, sono proprio di questi giorni le accuse tra polizia
e carabinieri sulla mancata cattura di Igor il russo.

d) allora, i potentissimi depistatori sarebbero riusciti, sparando si presume a una


carcassa di animale, a ottenere un insieme di proiettili e frammenti di proiettile molto
simili a quelli descritti (e si presume pesati e fotografati) nella perizia Zuntini del 1968,
ma sarebbero stati così somari da spararne uno con una pistola differente!!! In realtà il
numero delle rigature può risultare inferiore a quelle canoniche per due motivi: la
deformazione del proiettile e la sua conservazione non ottimale nel tempo. Riguardo
questo secondo punto, basta leggere la perzia Arcese-Iadevito su Giogoli, dove i periti
si lamentarono della mancata pulitura dei proiettili dai residui organici, i quali li
corrosero. Riguardo invece il primo punto, nella perizia precedente Arcese e Iadevito
descrissero cinque proiettili più o meno deformati di Signa, riscontrando questa
sequenza di numero di rigature (tutte destrorse): 6-6-1-4-2, senza nessun allarme. Non
si sa quale perizia avesse avuto in mano Giuttari, lui stesso dice però che questa
aveva preso in esame solo due proiettili per ogni delitto. Evidentemente per Signa ce
n'era uno dei due con sei rigature e quello con quattro.

e) così andavano e ancora vanno le cose in Italia, gli esempi anche di oggi non
mancano certo.

f) ma quale tracciabilità? leggiti bene l'articolo, e capisci subito che semplicemente


Fiori e Dell'Amico andarono a Perugia con una gazzella, si fecero consegnare il
fascicolo e lo portarono, seduta stante, a Tricomi. Forse mancò qualche carta bollata,
ma anche in questo caso, per di più considerando il clima orgasmico del momento,
non mi pare ci sia da stupirsi.

g) così andavano e ancora vanno le cose in Italia, gli esempi anche di oggi non
mancano certo.

Antonio Segnini 4 novembre 2017 22:37

A far escludere qualsiasi scenario di sostituzione dei bossoli è la logica del buonsenso.
Mettiamoci nei panni della potente setta di Mignini, oppure anche in quelli del poliziotto
di Filastò, che avrebbero deciso di mettere i bastoni fra le ruote alle indagini
dirottandole sui sardi. Di che cosa avrebbero avuto bisogno?

a) il delitto di una coppia commesso non troppi anni prima e non troppo lontano dalle
successive scene del crimine

b) l'uso di una pistola beretta calibro 22

c) il mancato ritrovamento della pistola

d) un risultato processuale poco soddisfacente

Un immane colpo di fortuna trovare tutto questo assieme, non credi? Direi pure
impossibile.

Dave Blue Soul 25 gennaio 2018 16:53


Buona sera... Scusate se mi intrometto nella vostra interessante argomentazione ma
vorrei dare uno spunto interpretativo.
Io penso che il 68 sia una specie di copione. La follia omicida di mdf (che partecipa
alle indagini e segue da vicino i fatti) trova in quel caso e nella manomissione delle
prove il guanto perfetto per la sua mano. Sono anni che vorrebbe passare dalla
fantasia alla realtà ma ha il dilemma di guadagnarsi l'impunibilità e questa la coglie nel
caso del 68. è un procedimento lento che è pronto ben prima dell'82.. è il suo asso
nella manica da giocare nel caso in cui le cose inizino a girare male...(vedi
Baccaiano).. anche l'inizio della serie omicida nel 74 ha una sua logica nel correlarsi
con la fine del processo a S.M. pochi mesi prima di quell'evento. Non trovo assurdo
che un personaggio (militare/giustizia) sia potuto accedere con facilità a quel faldone,
studiare bene il caso e carpirne i dettagli per far apparire in seguito sempre il copione
di quella stessa scena rafforzando l'idea che il 68 faccia parte della serie del killer...
invece secondo me è tutto costruito sopra e dopo quell'omicidio d'onore avvenuto e
circoscritto in un ambiente estraneo a mdf... (in questa ipotesi va a posto anche il
rovistare nel vano porta oggetti delle macchine) in quanto mdf sta copiando, sta
eseguendo un copione... trovo molto più assurdo che chi commette il delitto 68 lasci
tranquillamente in terra la pistola dopo il delitto e che nello stesso tempo vi sia mdf in
veste di guardone nascosto proprio lì ad aspettare che l'altro assassino lasci la pistola
incustodita... (questo sinceramente fa ridere)... molto più plausibile l'ipotesi che mdf la
requisisca...(questo elimina anche la manomissione dei bossoli ma conduce alle
stesse conclusioni ovvero impunità garantita per mdf)... in entrambe i casi mdf è un
esperto di armi... se requisisce è un militare se monomette il faldone lo è lo stesso)
questo è corroborato dalla vicenda dell'asta guidamolla che perviene come regina

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 13 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

delle prove per incastrare pacciani.. ed è rinforzato dalle continue intrusioni nelle
indagini... volevo dire in sostanza che i punti a) b) c) d) dell'ultimo commento non
vengono assunti in una ricerca disperata all'ultimo minuto ma che mdf matura tutto il
piano lentamente nel tempo tesse la sua tela con pazienza non va certamente a
cercare il caso in cinque minuti... e la sua follia si incanala dentro ai fatti del 68....

Antonio Segnini 25 gennaio 2018 23:50


Naturalmente si può dare spazio alla propria fantasia per architettare gli scenari più
vari, però prima si dovrebbe superare l'evidenza delle prove. In questo caso Natalino
disse chiaramente di aver visto lo zio Piero lasciare la pistola sul posto. Se non gli si
vuole credere va spiegato perchè.

Dave Blue Soul 26 gennaio 2018 05:57


bastano le parole di un bambino sotto shock per far credere che un assassino abbia
davvero lasciato l'arma del delitto sul luogo abbandonandola e rischiando che
quest'ultima venga studiata?... le dichiarazioni di Natalino sono sempre state
controverse... e la logica ci induce a pensare che in nessun caso l'arma del delitto
viene abbandonata ... contemporaneamente a questa già difficile situazione dovremmo
ammettere che a) ci sia un guardone sul luogo del delitto b) che quel guardone sia mdf
c) che mdf sappia usare una pistola oppure sia appartenente alle forze dell'ordine...
sinceramente anche qui la fantasia galoppa... il 68 è un evento che non avrebbe dato
adito a nessun seguito. è un delitto d'onore orchestrato dalla famiglia M. CHE è
disonorata dal comportamento di B.L. ... (si prostituisce in casa sua?) ... (inutile
ricordare che fece mettere delle sbarre alle finestre)... in quest'ottica si capisce come
B.L riferisca in giro delle minacce... questo serviva per cercare di accendere un faro
disperato sulla sua condizione... sapeva che era a rischio della vita perché
probabilmente in famiglia le avevano dato un ultimatum.. quindi riferisce a più persone
di essere minacciata di morte da un estraneo.. credo che S.M non sia l'autore del
delitto e che chiunque lo abbia commesso gli abbia messo in mano la pistola per farlo
risultare positivo alla paraffina e quindi colpevole... il disonore era anche colpa sua e
doveva pagare ... pensando come il più dei probabili lo scenario di un delitto d'onore,
riguardo al 68 risulta ancora più difficile pensare all'abbandono della beretta sul luogo
del delitto.. per tre ragioni..
a) chi commette l'omicidio potrebbe essere un malvivente che sta facendo un lavoro su
commissione... stile mafioso ...(anonoma sarda è ben presente in toscana)
b) chi uccide potrebbe aver pagato per la pistola sfruttando delle conoscenze in quello
stesso ambito malavitoso...
c) la pistola era nel clan dei M.
in ognuno dei tre casi l'abbandono della pistola è IMPOSSIBILE...
comunque la ringrazio perché ritengo che il suo blog sia fatto veramente bene...

Antonio Segnini 26 gennaio 2018 06:18


Ma chi lo dice che l'arma del delitto non viene mai abbandonata sul posto? Ci potrebbe
essere una ragione, ad esempio per incolpare qualcun altro, come in questo caso.
Quando Natalino raccontò della pistola lasciata sul posto non era affatto sotto shock,
erano passati molti mesi

http://insufficienzadiprove.blogspot.it/2009/06/natale-mele-dichiarazioni-agli.html

Non si vede il motivo per cui avrebbe dovuto inventarsi una storia del genere. Piuttosto
anche nel tuo caso si assiste all'eliminazione di un elemento dello scenario che non si
confà a una visione precostituita. Comunque tranquillo, sei in buona compagnia, a
cominciare dal compianto Rotella, altrimenti uno dei più bravi.

Dave Blue Soul 27 gennaio 2018 06:57

nella sentenza contro S.M (qui scaricata) viene affermato con chiarezza che Natalino è
ritenuto inattendibile persino in merito a chi fosse presente o meno sul luogo del
delitto... non elimino questo dettaglio... seguendo la logica e la probabilità risulta più
comune che l'arma del delitto venga distrutta o nascosta...tutto qui... grazie delle
risposte ... queste vicende rappresentano una vergogna per la giustizia italiana è
giusto continuare a parlarne...

Antonio Segnini 27 gennaio 2018 10:14


Se la verità si fosse trovata nelle sentenze non saremmo stati ancora qui a
discuterene. La sentenza di condanna a SM vale quel che vale, cioè poco. Preso atto
del coinvolgimento dell'uomo nella morte della moglie, nulla fu appurato riguardo i suoi
complici, che dovevano esserci per forza, considerata la sua incapacità di organizzare
e portare a compimento un delitto tanto complesso.
Di ben maggiore caratura è la sentenza Rotella, dove le dichiarazioni di Natalino
bambino vengono esaminate con cura, alla luce di questa importantissime e
condivisibilissima considerazione dello stesso giudice:

Senonché i bambini tradiscono facilmente le loro menzogne, così che è più facile
intenderne le ragioni di condizionamento. Il discorso di Natalino è interessante non
solo per il dichiarato, quanto per gl'inquinamenti che appalesa e le loro fonti.

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 14 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

Finalmente è difficile trovare un solo caso nel quale egli sembri inventare. Tutto quanto
dice non ha nulla di fantastico e, lì dove è incredibile, lo è solo per assenza di riscontro
nella realtà storica, che si è potuta altrimenti ricostruire. Né trapela dalle sue versioni
alcun interesse o ragione di affettività tale da indurlo a mentire.

Purtroppo Rotella, di fronte al racconto della pistola gettata via dallo zio Piero, non
applicò tale ragionamento. La ragione è comprensibile: una pistola lasciata sul posto
avrebbe interrotto il legame del delitto del 1968 con i successivi, e quindi avrebbe reso
del tutto vane le sue indagini, nelle quali voleva arrivare al Mostro partendo proprio dal
delitto di Signa. Il fatto che alla fine non ci riuscì avvalora invece proprio il racconto di
Natalino.

In ogni caso vorrei mettere in chiaro un fatto: non si può effettuare una rilettura della
vicenda se ci si pongono dei limiti precostituiti. Trovare assurdo che la pistola fosse
stata lasciata sul posto e che un estraneo l'avesse presa vuol dire partire male. Vuol
dire non chiedersi se qualcuno avesse avuto interesse a lasciare quella pistola sul
posto, il che potrebbe aiutare in una rilettura dello scenario. Vuol dire ignorare il
racconto di Natalino, che non aveva alcun motivo per mentire. Del resto questi
pregiudizi non riguardano soltanto il passaggio della pistola. I peggiori sono su Lotti
che inseguiva gli UFO, da parte di gente che, ad esempio, davanti alla frequentazione
da parte dell'individuo della piazzola di Vicchio, un posto lontanissimo da casa sua e di
difficile accesso, si gira dall'altra parte. Come si fa a non domandarsi per quale strano
scherzo del destino un individuo, che poi sarebbe stato coinvolto nella vicenda come
sappiamo, almeno fin dal 1981 aveva frequentato quella piazzola?
Quello che voglio dire è che si vuole portare avanti una ricostruzione storica vanno
abbandonati i pregiudizi che fino ad oggi non hanno portato a nulla. Attaccarsi al
colpevole mai individuato vuol dire rinunciare a capire, quando invece gli elementi per
capire potrebbero essere sufficienti, se soltanto si volessero intepretare.

Dave Blue Soul 28 gennaio 2018 15:21


La verità non è nelle sentenze... e siamo d'accordo (in queste sentenze, non in tutte).
La condanna a S.M. varrà anche poco e, come sempre appare discutibile l'operato
degli inquirenti..(Rotella stesso critica in più punti l'operato dei colleghi)... Credo che
potremmo essere d'accordo anche qui. Potremmo essere d'accordo anche
nell'affermare che proprio in conseguenza di tali lacune non si possa stabilire:
a) la veridicità delle dichiarazioni di Natalino
b) la veridicità delle dichiarazioni di S.M.
Questo è incontrovertibile.
Resta incontrovertibile anche che nel delitto del 68 ci sono almeno altri tre moventi
chiari e inequivocabili che gareggiano in probabilità con il movente seriale.
1° MOVENTE La famiglia M. è infangata nell'onore dal comportamento di B.L. ed il suo
consorte consenziente
2° MOVENTE L'ipotetica esplosione di una gelosia celata
3° MOVENTE Lo sperpero dei soldi da parte di B.L.
Questi moventi non appaiono mai messi in discussione nella trattazione dell'omicidio.
Non emerge nessun altro movente quando accadono i fatti. Quindi attenendosi
rigidamente ai fatti e senza voli di fantasia bisogna ammettere che il 68 è diverso da
tutti gli altri duplici omicidi.
è incontrovertibile che il 68 ammette un quadro di fondo delineato con chiarezza e nel
suo complesso appare accettabile la condanna di S.M. reo confesso dell'omicidio.
S.M. non chiede la revisione del processo a suo carico. Appare incontrovertibile che
almeno per lui esiste un colpevole e la vicenda è chiusa!! (anche qui la fantasia non
appare in volo).
Le eventuali inadempienze dell'inquisitoria nel fornire un quadro ancora più completo
ricadono solo all'interno del contesto in cui è inquadrato il primo duplice omicidio;
a) nel definire il destino dell’arma del delitto
b) nel definire l’identità di eventuali complici
c) nel valutare le dichiarazioni di N.M. e S.M.
ma non nell’individuazione dell’assassino e nemmeno esiste qualcosa che possa
intaccare la concretezza del quadro generale in cui avviene tale duplice omicidio. La
sentenza è congrua ed è accettata da chi la subisce. Non mi pare che si debba e che
si possa escludere questo dato. (anche qui non mi pare di far prendere il volo alla
fantasia) .
In questo l’unica cosa che ricade verso l’esterno è proprio rappresentata dal mancato
rinvenimento della beretta che spara nel 68. Appare incontrovertibile che durante il
processo a S.M. per il delitto di Signa non viene segnalato nulla di così rilevante che
possa spostare il quadro generale verso qualsiasi altra motivazione. Non avviene
niente, non viene rilevato niente che possa mettere in dubbio quel contesto. Persino le
presunte minacce tanto decantate a cose stra finite che sarebbero state subite dalla
B.L. appaiono marginali e non possono di certo concorrere con i moventi primari.
A questo punto le vorrei fare una domanda:
Quale vantaggio avrebbe conseguito S.M. nell’abbandonare la pistola sul luogo del
delitto ammesso che fosse da solo?
Quale vantaggio avrebbero conseguito S.M. e i suoi complici?
Sul Lotti non rispondo perchè è off topic...vorrei rimanere sull'abbandono dell'arma.

Antonio Segnini 28 gennaio 2018 23:25

Perchè Stefano Mele, nella sua prima confessione, indicò Salvatore Vinci come
complice istigatore e insieme disse di aver lasciato la pistola sul posto? Se si pensa

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 15 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

alle modalità del tutto implausibili con le quali Vinci avrebbe parecipato al delitto,
secondo le dichiarazioni di Mele, si giunge subito alla conclusione che l'individuo non
c'era affatto, altrimenti Mele avrebbe detto la verità. Si deve infatti pensare che Mele si
stava accusando di aver sparato, quindi che cosa avrebbe perso raccontando il vero
modo in cui Salvatore Vinci avrebbe partecipato?
E perchè Mele disse di aver lasciato la pistola sul posto? E perchè qualche mese dopo
Natalino avrebbe raccontato di aver visto lo zio Piero gettare la pistola sul posto?
Quella pistola era dei Vinci, ed era a loro riconducibile, proveniendo da Villacidro.
Quale migliore conferma del racconto di Mele sarebbe stato il ritrovamento della
pistola sul posto? In questo caso il piano dei Mele sarebbe andato a buon fine: in
carcere Stefano, il colpevole predestinato, insieme a un complice, necessario per
l'oggettiva incapacità dell'individuo.
Il perchè la pistola dei Vinci era in mano ai Mele è abbastanza semplice da ipotizzare.
Fu una truffa, attuata dai Vinci per spillare 400 mila a Stefano Mele, i soldi riscossi
dall'assicurazione. Mal gliene incolse.
Questa mia ricostruzione non è affatto di fantasia, ma lega assieme e spiega molti
elementi dello scenario.

Antonio Segnini 28 gennaio 2018 23:31

Direi tutti. Provi a farmi le pulci, sarebbe un ben utile esercizio per entrambi.

Dave Blue Soul 29 gennaio 2018 03:47

Non ho capito come passa l'arma dai V. ai M.

Dave Blue Soul 29 gennaio 2018 10:40

Quindi abbiamo
a) l'autore del delitto che lascia sul posto la pistola per dar la colpa al suo legittimo
possessore (Il vinci), si suppone quindi che l'arma sia ascrivibile con chiarezza a
quest'ultimo... se la lasciano lì deve poter essere subito collegata a lui... si suppone
anche che sia lasciata sul luogo perché fosse ritrovata dagli inquirenti
poi abbiamo
b) il Vinci che consegna nelle mani dei M. tale arma pienamente associabile alla sua
persona..

Direi che possiamo anche fermarci qui vista la contraddizione logica...

Antonio Segnini 29 gennaio 2018 11:57


Premetto, se ancora non fosse abbastanza chiaro, che TUTTE le mie supposizioni si
basano sull'interpretazione combinata degli elementi dello scenario, sulla quale si
potrà anche discutere, purtroppo in questa sede non in modo esaustivo. Tanto per fare
un esempio, che Mele dette 400 mila lire a Salvatore Vinci in cambio della pistola fu
l'ultima sua verità svelata a Rotella nel 1985, sperando di non tornare in carcere. Se
l'era tenuta sempre per sè, addebitando alla moglie la sparizione di quei soldi, per
paura dei rimproveri dei propri familiari. Ai quali aveva detto semplicemente che Vinci
gli aveva dato la pistola e basta, probabilmente a saldo di qualche vecchio debito.
E veniamo al suo appunto. Che Vinci avesse dato a Mele un'arma che poteva
ricondurre a lui sarebbe una contraddizione logica. Perchè? In realtà Vinci, che
davvero dette a Mele la pistola invitandolo a uccidere la moglie, evidentemente
pensava che l'ometto non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. E non aveva torto.
Soltanto che commise un grosso errore di valutazione non prevedendo l'intervento dei
suoi familiari, fratello, sorelle e cognati, che invece ci fu.

Dave Blue Soul 29 gennaio 2018 16:34

Mi dispiace ma non sono d'accordo... Alla faccia dell'errore di valutazione!... Non credo
che uno come S.V. abbia potuto commettere una leggerezza simile... Non è
compatibile in relazione alla tipologia di persona... Non era infatti uno stinco di santo e
aveva già saputo dissimulare bene la faccenda della povera B.S. anni prima... Non è
nemmeno credibile perché:
a) Le due famiglie è certo che si conoscono…
b) S.V era sardo e quindi conosceva bene il contesto culturale dei M. e le regole non
scritte che potevano vigere all'interno di quel contesto... Questo è confermato proprio
dall'esperienza del suo primo matrimonio dove fu costretto a sposare una donna dopo
averla disonorata!!...
c) Era a conoscenza, in quanto protagonista diretto, del profondo malumore che
animava i M.
d) Era stato amante della B.L. come entrambe i suoi fratelli..
e) Non si può nemmeno supporre (lo ammette anche Rotella come fatto privo di logica
e di aderenza alla prassi comune) che S.V. o F.V. potessero avere dei motivi di gelosia
tali da indurre all’omicidio S.M. o peggio esserne direttamente complici… Mi viene in
mente la battuta di un comico che diceva alla sua spalla… “Cico tua moglie mi
tradisce!!”… Infatti solo un comico può pensare che qualcuno si prenda la briga di
essere geloso e uccidere una che è chiamata ape regina, una i cui costumi sessuali
sono ritenuti più che libertini… Mentre al contrario, tale condotta appesantisce sempre
di più il malumore all’interno della famiglia M.
quindi S.V. appare come una persona navigata in certe questioni poco limpide,

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 16 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

piuttosto intelligente, (uno smanicato insomma non uno sprovvedutello che viene dalla
val d’aosta),conosce i fatti, conosce le persone, conosce il malumore( direi pure
incazzatura pesante!!) dei M. e conosce bene il contesto culturale da dove proviene…
Nonostante tutto, secondo lei, non esiterebbe a fornire al S.M un’arma a se
riconducibile.??? io lo ritengo altamente improbabile in quanto per i motivi elencati la
situazione era troppo calda!! e ritenere S.M. incapace di commettere tale delitto è un
contrappeso troppo esile per poter far pensare che sia accaduta una vicenda simile….
Non regge proprio … Almeno io la penso così’…
Le dichiarazioni di S.M. poi sono altamente illeggibili, e contrastanti non si possono
ritenere valide a comodo o considerarne vere solo alcune, ma vanno giudicate come
sempre inattendibili…C’è solo un dato sicuro che si può evincere dalle dichiarazioni di
S.M., una sola costante: le sue accuse sono sempre rivolte verso l’esterno e mai verso
l’interno della sua famiglia… Questa è l’unica costante… (C.C. e due dei fratelli V.) …
In questo si esplica la volontà vendicativa e riparatrice che gli è stata inculcata nei
ranghi della sua famiglia: nell’obbligo di dover dare la colpa dell’omicidio a chi ha
coperto di ridicolo la famiglia… Ecco la vera e unica chiave di lettura delle accuse …
Questo è corroborato dalla testimonianza del vecchio padre e dei familiari che si
accodano in genere a tali accuse verso i V. .. Almeno in questo S.M. doveva
dimostrare di poter riacquistare un minimo di credibilità ai loro occhi… L’unica
testimonianza che va verso l’interno è quella di Natalino che indica sulla scena del
delitto uno zio Pietro (probabilmente P.M.) infatti a quel punto il padre è pronto a
smentirlo (chiede il confronto e dice che suo figlio si sbaglia) e nella cerchia dei
famigliari partono fortissime pressioni e tentativi di inquinamento dei ricordi…
Concludo dicendo che se Vinci ha fornito l’arma ne ha fornita una non ascrivibile a se ,
non collegabile a se in modo alcuno… e allora in quel caso dovremmo prendere per
vero il commento a lui attribuito dal S.M. : quel famoso “pazienza” che S.V avrebbe
esclamato quando non si vide riconsegnare la pistola dopo l’omicidio… S.M., nella
giungla dei suoi cambiamenti di versione, dichiarò anche che la pistola gli era stata
prestata dai V… (ma non si può ragionare così, secondo il mio parere).

Antonio Segnini 29 gennaio 2018 18:47

Cioè in sostanza lei, escludendo con rigida sicumera che, per intascare un discreto
gruzzolo, Salvatore Vinci possa aver commesso una leggerezza, chiude subito una
porta senza neppure dare un'occhiata a quello che potrebbe esserci al di là. Direi che
a questo punto è del tutto inutile proseguire.

Dave Blue Soul 30 gennaio 2018 05:26


Ovvia!!... Rigida sicumera... Direi che si fa per ragionare e per parlare... Non chiudo le
porte a niente, cerco sempre di documentarmi meglio su questa vicenda assurda e in
questo il suo blog è molto utile. Mi sembra di seguire una via logica e scorrevole...
Dietro l'eventualità che lei immagina come vera ci deve essere l’abbandono dell’arma
da arte di/degli esecutori dell’omicidio del 68 e la raccolta dell'arma da parte del mdf.
Questa raccolta deve avvenire subito dopo l'omicidio e sinceramente anche qui le ho
già spiegato i motivi per cui secondo me risulta difficile, si tratta insomma di due
eventualità poco probabili che devono accadere insieme; cioè devono essere vere
entrambe e sinceramente la somma di due eventi poco probabili porta a propendere
per una negazione... Credo in sostanza che il 68 finiva lì e non avrebbe avuto nessun
seguito, l'arma è reperita dai M. e lì rimane… Solo un evento post factum dall'esterno
collega quell'evento a tutta la serie che inizia nel 74... Questo è e rimane solo il mio
punto di vista e niente di più…
Ma come mai nella soffiata arrivata ai carabinieri e riferita dal F. non si fanno nomi?...
Ma come è possibile che chi si premura di fare tale rivelazione non conosca
materialmente chi possa aver sparato?...Non indica una rosa di indiziati?
Rispetto le sue deduzioni e ci mancherebbe altro!!... Ho solo raccolto il suo invito a
farle le pulci!... Lei ha grandi meriti per l'obiettività e la serietà con cui tratta questa
materia e molte altre cose che lei riferisce sono pienamente condivisibili. Non è un
caso che mi sono permesso di intervenire qui nel suo blog, in altri contesti un
commento sulle vicende che viene ritenuto errato dal tuo interlocutore può scatenare
una serie infinita di ingiurie e insulti, fino alle minacce... Credo che lo scambio avuto
sia costruttivo e redatto in un buon italiano... (Non è poco)... Detto questo, non posso
fare altro che ringraziarla e salutarla nell'attesa di qualche suo altro articolo sulla
vicenda da utilizzare come spunto e riflessione.

Antonio Segnini 30 gennaio 2018 06:05


Sono sicuramente stato eccessivo nell'usare il termine sicumera, rimane però il fatto
che una sua pura convinzione, quella che giammai Salvatore Vinci avrebbe potuto
commettere la leggerezza di consegnare l'arma che sappiamo a Mele, chiude la porta
ad una ricerca che invece potrebbe portare, e a mio parere porta, molto lontano. Il che
non è un buon modo per affrontare da un punto di vista storico una vicenda che, per i
misteri che l'hanno sempre caratterizzata, esigerebbe maggior coraggio. Si cita
sempre il noto aforisma di Conan Doyle ma al momento di applicarlo non si applica.

Rispondi

Toxicity 5 novembre 2017 06:56

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 17 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

Dalla maggiore parte dei punti che abbiamo toccato si evince che, partendo dagli stessi elementi,
interpretiamo diversamente i dati. I tuoi competenti lettori non meritano di sorbirsi diatribe
interpretative che nulla aggiungerebbero ai dati obiettivi, bene esposti nel tuo articolo e in quello di
Frank Powerful. Ciò che merita di essere chiarito è il punto f):

"f) ma quale tracciabilità? leggiti bene l'articolo, e capisci subito che semplicemente Fiori e
Dell'Amico andarono a Perugia con una gazzella, si fecero consegnare il fascicolo e lo portarono,
seduta stante, a Tricomi. Forse mancò qualche carta bollata, ma anche in questo caso, per di più
considerando il clima orgasmico del momento, non mi pare ci sia da stupirsi."

Qui i nostri dati sono discordanti; a me risulta che Tricomi richiese a Perugia il fascicolo e le prove,
in data 17/07/82, senza successo. Il 20/07/82 produsse la stessa richiesta al tribunale di Firenze;
questa volta con un tale successo che ebbe il fascicolo sulla scrivania il giorno stesso e senza
burocrazia ad intralciare -ma neppure a certificare- i passaggi da ufficio a ufficio. Possiamo
interpretare con maggiore o minore "malizia" il complesso dei dati in nostro possesso ma non mi
pare si possa arrivare ad escludere la manipolazione di questo fascicolo "errante" e senza
"portatore".

La tua esclusione per "logica del buonsenso", se applicata per esteso, non salva quasi nessuna
ipotesi. Nel senso che -ogni ipotesi che non preveda che il "mostro" fosse uno dei sardi-
richiederebbe "l'immane colpo di fortuna" per sostenersi. Ma poiché i "sardi" sono stati "rivoltati
come calzini", la cosa più probabile è che un evento raro (voluto o fortuito) sia intervenuto.

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 5 novembre 2017 10:20


Confesso la mia fretta nel liquidare la vitale questione di dove fosse stato rinvenuto il
fascicolo Mele. Mi sono riletto la nota GIDES 2005 dove Giuttari cita la richiesta n.
357/81° con la quale Tricomi richiedeva il fascicolo a Perugia. Si tratta dello stesso
documento da me trascritto (Giuttari non è preciso però sul codice, che è 357/81A).
Giuttari avrebbe trovato sul retro un'annotazione dalla quale si evincerebbe che tale
fascicolo sarebbe stato restituito al tribunale di Firenze in data 1/4/1974.
Poi Giuttari scrive che Tricomi avrebbe richiesto gli atti alla cancelleria del tribunale di
Firenze in data 20/7/1982. Quali atti, e con quale documento? Non ne viene fornito il
codice, e nell'elenco allegati non compare.
Dopo le bugie sulla partenza della pista Narducci non credo molto a queste notizie
poco documentate. L'appello del cittadino amico, uscito su La Nazione del 20,
dimostra che almeno fin dal giorno precedente si era scoperto che l'anonimo aveva
scritto la verità. Quindi Tricomi aveva già potuto esaminare i bossoli almeno il 19.

Toxicity 6 novembre 2017 02:52


Ecco. Su queste basi documentali ci ritroviamo con un'origine della "pista sarda"
fumosa e non adeguatamente documentata. Ma la responsabilità, questa volta, non
può essere addebitata a Giuttari che semplicemente rileva le altrui anomalie, due
decenni dopo gli eventi. Qui è Tricomi, nel caso, a dover stare sulla "graticola";
all'epoca dei fatti si mosse senza lasciare le tracce documentali necessarie ad una
successiva verifica del suo operato e successivamente "perde la memoria". Perde la
memoria su fatti essenziali ed enormi nell'economia del caso, non su particolari
insignificanti. Ma a te sembra normale che qualsiasi appassionato al caso mdf sappia,
del collegamento con Signa, molto più del G.I. che quei fatti li ha vissuti e determinati?
Se pure avesse avuto qualche lacuna nel ricordare, l'avrebbe facilmente colmata
andando a rileggersi le carte. Invece ha preferito sostenere (in sintesi): "non ricordo
nulla tranne che la pistola era la stessa, fidatevi".

Riguardo "l'appello al cittadino amico" del 20 luglio: è possibile che le rassicurazioni


sulla bontà dell'informazione siano giunte da Zuntini che, come evidenzia Frank
Powerful nel suo articolo, venne interpellato da Tricomi ancora prima di avere il
fascicolo (fonte Piattelli). Frank riporta anche parte della sentenza Rotella in cui si
riferisce di una verifica informale effettuata da Tricomi. In sintesi: non posso escludere
in assoluto che Tricomi avesse già il fascicolo di Signa con bossoli e proiettili ma sono
propenso a credere che il 19 (o anche un giorno prima) avesse visionato solo la copia
del perito Zuntini.
Nello scenario peggiore -opinione personale non riscontrabile- Zuntini potrebbe essere
stato chiamato perché si adeguasse a confermare un collegamento che, all'epoca
delle perizie, non aveva riscontrato.

Antonio Segnini 6 novembre 2017 05:01


Se Tricomi aveva riscontrato l'identità dell'arma già a partire dall'esame della copia
della perizia Zuntini in possesso dello stesso perito mi pare ovvio che qualsiasi ipotesi
di depistaggio cade. A meno che la piovra non fosse arrivata anche lì.
In realtà la pubblicazione dell'appello al 20 comporta necessariamente un'esame dei
bossoli almeno al 19. Sarebbe stato davvero stupido sbilanciarsi con quell'appello per
non attendere un giorno in più prima di essere sicuri. Questo vuol dire che vanno
prese con le molle le osservazioni di Giuttari secondo le quali il fascicolo sarebbe stato
recuperato a Firenze con richiesta di Tricomi del 20. Ripeto, nella nota GIDES dove il
tutto compare non c'è traccia di questo documento, che non risulta né identificato né
elencato tra gli allegati. Lo stesso Mignini scrive nella sua requisitoria

[...] dall’informativa che il Responsabile del G.I.De.S. Dr. MICHELE GIUTTARI ha

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 18 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

inviato alle due Procure di Firenze e di Perugia [...] in data 2 marzo 2005 [...] emerge
che il G.I. Dr. TRICOMI il 20.07.1982 ha effettivamente richiesto gli atti alla Cancelleria
della Corte d’Assise di Firenze ma non è stata rinvenuta traccia documentale dei
successivi passaggi e, quindi, del rinvenimento dei bossoli.

Come si vede, anche Mignini deve fidarsi delle affermazioni di Giuttari, non facendo
riferimento a quella che avrebbe dovuto essere la sua fonte primaria, e cioè il
documento, ma all'informativa GIDES.
Riguardo l'appunto trovato dietro il documento di richiesta di Tricomi, dal quale si
evincerebbe un ultimo passaggio del fascicolo a Firenze l'1/4/1974, sarebbe bello
vederlo. Nella fotocopia che ho io, che si presume sia la stessa che Giuttari allegò alla
sua informativa, non c'è. Le parole di Giuttari sull'argomento non lasciano molto
tranquilli:

da una annotazione sul retro di tale nota si evince che gli atti processuali in data
1.4.1974 erano stati restituiti dalla cancelleria della Corte di Assise di Perugia a quella
di Firenze.

Perché "si evince"? Quell'annotazione era datata e firmata? E di quali atti processuali
parlava, di tutti?

Toxicity 6 novembre 2017 17:04

Capisco la ratio del tuo ragionamento ma non posso condividerlo. La tua ipotesi è
pesantemente condizionata da una totale sfiducia nei confronti di Giuttari.
L'appello dei cc al "cittadino amico" teneva il "profilo basso"; la prova pratica nel fatto
che fu De Gothia a rintracciare il trafiletto mentre Tricomi (come da intervista rilasciata
a Cochi) non ne conosceva l'esistenza, o meglio non ricordava, nel 2011. Nel suo
contenuto, l'appello dei cc non era così circonstanziato da richiedere obbligatoriamente
preventive assicurazioni prima della pubblicazione. Quali motivi poteva avere Giuttari
per inventarsi di "sana pianta" una richiesta a Firenze di Tricomi il 20 luglio, non riesco
a immaginarli. Soprattutto alla luce del fatto che Tricomi avrebbe potuto sbugiardarlo.
Anche Piattelli, il collega di Fiori, sostenne che la richiesta fu fatta prima a Perugia e
poi a Firenze. A questo si aggiunge che non c'era ragione di conservare il fascicolo a
Perugia, visto che il rinvio era stato celebrato in quel tribunale solo per carenze
d'organico a Firenze. Nell'inventarsi un ritorno del fascicolo a Firenze il 1 aprile 74,
Giuttari avrebbe potuto essere colto in fallo dalla cancelleria di Perugia e da chissà chi
altri. Su queste basi, pur rispettando la tua ipotesi, mi tengo la mia e resto in attesa di
ulteriori documenti.

Antonio Segnini 6 novembre 2017 18:26


Se vogliamo inserire le interviste del 2012 a Tricomi e Piattelli, dobbiamo dirla tutta.

Tricomi: "disposi il “recupero” del fascicolo che stava a Perugia ed il Maresciallo se ne


occupò assieme al Colonnello Olinto Dell’Amico."
Quindi per il Tricomi del 2012, i cui ricordi valgono quel che valgono, il fascicolo era a
Perugia.

Piattelli: "Dell’Amico informò subito il G.I. Dr. Tricomi, che dapprima contattò il perito
balistico dell’epoca e poi fece richiesta alla Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia
e successivamente a quella di Firenze per l’acquisizione degli atti processuali."
A Firenze certamente c'erano degli atti processuali da acquisire, ma Piattelli non parla
dei bossoli. Analogamente la richiesta che Giuttari avrebbe trovato al 20 luglio
potrebbe riguardare proprio gli altri atti processuali, in conseguenza del preventivo
esame dei bossoli che aveva generato anche l'appello sul giornale. Ecco perchè mi
piacerebbe leggerlo quel documento, che, ripeto, Giuttari non allegò alla nota in cui vi
fece riferimento. Il che, se mi permetti, puzza. Anche perchè Giuttari ha sempre colto
ogni occasione per buttare benzina sul fuoco delle sue fantasiose supposizioni
esoteriche e complottistiche.

Direi che conviene fermarsi qui.

Antonio Segnini 6 novembre 2017 19:15


Tra l'altro anche Micheli, che ebbe modo di esaminare tutti i documenti allegati alla
requisitoria di Mignini, dunque, si presuppone, anche quelli dei quali qui si discute,
scrive riferendosi ai bossoli:

questi ultimi sarebbero stati ancora rinvenuti (probabilmente a Perugia, all’esito del
giudizio di rinvio sopra ricordato)...

Dunque anche lui non ebbe modo di verificare le certezze che invece sembra che tu
abbia, anzi, da addetto ai lavori ritenne più probabile che il fascicolo fosse stato
rintracciato a Perugia.

Toxicity 7 novembre 2017 02:08


Concordo sul fermarci qui prima di finire col ripeterci. Ti ringrazio per il lavoro accurato
e la disponibilità al confronto, che sono merce rara di questi tempi (forum a parte, la

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 19 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

ritrovo solo qui e nel blog di Frank Powerful).

Omar Quatar 7 novembre 2017 12:23

Non mi sembra esatto quanto scrivi, Antonio. In quel passaggio, Micheli sta
ricostruendo l'ipotesi accusatoria del PM, non si pronuncia di suo, probabilmente
perché non ha nulla su cui basarsi per un giudizio. In generale, non vedo ragioni per
no0n accettare la versione di Giuttari in un aspetto che va contro la sua tesi
complottista (ovvero il fascicolo era a Firenze, non a Perugia dove la famiglia N. la
massoneria ecc dettavano legge e depistavano come volevano, secondo D'Altilia e
seguito). La sentenza definitiva a perugia venne pronunciata il 12.04.1973, la data
indicata come restituzione a Firenze è plausibile.

Antonio Segnini 7 novembre 2017 21:57


Può essere, rimane il problema che la pubblicazione dell'appello al cittadino amico,
commissionata al giornale almeno il 19, confligge con la data di richiesta del 20 che
Giuttari asserisce sia stata fatta da Tricomi al tribunale di Firenze. Quella richiesta
potrebbe aver riguardato altri atti, quelli dei processi che si erano svolti a Firenze.
Alla fine l'unica prova che Giuttari fornisce del ritorno dei bossoli a Firenze è un
appunto scritto dietro la richiesta di Tricomi che lascia intendere che Fiori e D'Amico,
quando andarono a Perugia a prendere il fascicolo, non lo trovarono e qualcuno
scrisse quell'appunto.
Ora io mi domando se è possibile che il passaggio di un fascicolo processuale di un
processo per omicidio che viene spostato da un tribunale a un altro possa non lasciare
alcuna traccia.
Alla fine si discute di poco, e sono d'accordo con te che la presenza del fascicolo a
Firenze già dal 1974 toglierebbe qualche freccia all'arco dei complottisti narducciani,
ma la verità storica andrebbe comunque rispettata. Perchè Micheli, a fronte
dell'affermazione di Mignini, da lui riportata, che il fascicolo venne "restituito alla
Cancelleria della Corte d’Assise di Firenze il 1 aprile 1974" scrive invece
"probabilmente a Perugia"? Vuol dire che nella requisitoria quell'affermazione era priva
di pezza d'appoggio documentale.
Non voglio dire che Giuttari avrebbe mentito riportando notizia dell'appunto, ma
potrebbe aver interpretato male, e il suo uso del "si evince" non lascia tranquilli.
Ritornando alla data in cui venne commissionato l'appello del cittadini amico, è difficile
immaginare che prima di tale appello non si fosse stati sicuri dell'identità dell'arma.
Quindi, o si erano già messe le mani sui bossoli, e un perito li aveva confrontati in
modo informale, oppure si era esaminata una copia della famigerata perizia Zuntini
contenente foto ben intellegibili. Quest'ultima evenienza toglierebbe di mezzo ogni
ipotesi di sostituzione.

Rispondi

Domenico Lovecchio 5 novembre 2017 13:19

Che ci sia stata una imbeccata da fuori o che sia stata una riminescenza di qualche carabiniere
poco cambia.! I delitti sono collegati! Trovo inverosimile ritenere che chi ha ucciso dal 74 in poi,
sia un esterno al gruppo di indagati del 68. Uno che conosceva l accaduto del 68 e che nn si
capisce bene come sia entrato in possesso della pistola e delle cartucce? Guarda caso che li
piace uccidere coppie di amanti ?La trovo una possibilità molto remota! Se è stata una imbeccata
dall esterno ritengo piu probabile che uno di quelli indagati del 68 abbia voluto indirizzare l
attenzione degli inquirenti sul piu famoso indagato del 68 (francesco vinvi) motivo per cui vinci
cerco di tagliare la corda! Ma rimane una mia opinione, anche perché in un caso cosi intricato,
non riuscendo a trovare l autore si deve ragionare per probabilità e il presunto passaggio della
pistola è una possibilità!

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 5 novembre 2017 21:23


Scrisse De Fazio:

Occorre sin d’ora formulare l’ipotesi che questo primo delitto abbia costituito, per
l’autore o per qualcuno che vi ha assistito, uno stimolo qualificato per una ulteriore
evoluzione in senso criminoso di motivazioni che sono alla base della dinamica dei
delitti. Vale a dire che l’aver compiuto tale delitto […] o l’avervi assistito da ‘complice’
non materialmente esecutore, anche da semplice ‘spettatore’, può aver innescato un
processo psicologico di slatentizzazione di impulsi sadico-sessuali, che ha poi
condotto alla perpetrazione di altri delitti, con ben diversa matrice motivazionale.

Come vedi, a chi all'epoca ci aveva capito di più non parve affatto inverosimile l'ipotesi
di uno spettatore il quale, evidentemente entrato in possesso della pistola, si fosse
lasciato in qualche modo suggestionare. Ma a te pare inverosimile, e preferisci
pensare a qualcuno che si dette martellate sulle dita avvertendo gli inquirenti che era il
caso di indagare meglio attorno a un delitto nel quale lui stesso era implicato. Che altro
posso dire?

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 20 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

Domenico Lovecchio 6 novembre 2017 01:53


Forse mi sono espresso male o sono stato travisato! Non ho detto che sia impossibile
che ci sia stato qualcuno che abbia assistito senza partecipare! Trovo inverosimile che
questo qualcuno poi sia entrato in possesso di quella pistola! Uno che con quel gruppo
nn centra nulla

Antonio Segnini 6 novembre 2017 02:53

Io invece lo trovo molto verosimile, anzi, l'unico modo in cui si riescono a conciliare
molti elementi dello scenario, tra i quali la testimonianza di Natalino che vide lo zio
Piero lasciare la pistola sul posto. Troppo comodo far finta di nulla su questa
testimonianza, resa di fronte al giudice istruttore Spremolla nell'aprile del 1969. Una
testimonianza che ben si connette alla prima confessione di Stefano Mele, che disse
appunto di aver lasciato la pistola sul posto.
Sia il gesto di Mucciarini sia il racconto di Mele avevano un perchè, ma non è questa la
sede per parlarne.
Tra l'altro ti invito a leggere il mio articolo sulla scatola di cartucce, dove si dimostra
che non c'è alcuna prova che ci sia stato passaggio di munizioni.

Hap Dale 6 novembre 2017 05:08


Il collegamento tra Signa e il mostro di Firenze è lo scoglio su cui la maggior parte
delle teorie si arenano.
Le versioni principali sugli avvenimenti di Signa sono 3:

1) L'omicida era il Mostro. Mele era innocente e si accusò per recuperare onorabilità,
dopo che era diventato lo zimbello di tutti per via degli amanti che la moglie accoglieva
in casa e a cui doveva persino portare il caffè in camera da letto, dopo che avevano
avuto un rapporto sessuale con lei. Per quanto possa sembrare strano, non sarebbe il
primo caso di un innocente che si accusa da solo per guadagnare fama e rispetto,
specialmente se proveniente da contesti difficili come quello di Mele.

2) L'assassinio fu compiuto da un "gruppo di sardi" per punire la Locci. Uno dei


membri, dopo quest'esperienza, decise di proseguire compiendo altri omicidi analoghi.
Capita abbastanza spesso che un serial killer inizi a uccidere per motivi
apparentemente razionali quali denaro o vendetta, per poi continuare spinto da quelle
motivazioni abnormi tipiche dei sk. Forse il futuro mostro è lo stesso che ha proposto
al gruppo l'omicidio: la spinta patologica da sk sarebbe già stata presente in lui, ma per
compiere il primo delitto sentiva il bisogno del supporto di un gruppo.

3) L'omicidio fu commesso dal gruppo dei sardi o da Mele da solo ma il Mostro,


casualmente, stava osservando la scena come guardone. Una volta che gli assassini
si furono allontanati, raccattò l'arma del delitto, abbandonata sul posto. Il futuro Mostro
fu colpito così tanto da ciò a cui assistette da decidere di seguirne l'esempio,
compiendo una serie di omicidi analoghi.

Il primo scenario è più credibile di quello che sembra. Una lieve traccia positiva al
guanto di paraffina e l'aver accusato un malore a lavoro lo stesso giorno del delitto non
mi paiono indizi abbastanza forti da rendere certa la colpevolezza di Mele. Ricordiamo
le numerose contraddizioni tra la sua versione e gli esami della scientifica e anche le
dichiarazioni del colonnello dei carabinieri che comandava la sezione operativa,
secondo cui Mele non sapeva neanche maneggiare l'arma.
Anche la seconda possibilità appare credibile e spiega perfettamente il passaggio della
pistola. Secondo questa teoria almeno un membro del gruppo avrebbe sempre saputo
chi era il Mostro e chi aveva la pistola, ma non avrebbe mai parlato. Un'omertà che
non può sorprendere chi ha capito la pasta delle persone di cui si parla.
La terza versione mi pare la meno probabile. Un guardone che, stando lì per caso,
assiste a un omicidio. L'assassino (o il gruppo di assassini) non lo vede e non lo sente,
poi butta l'arma a terra. Il guardone la recupera e decide di imitare ciò che ha visto,
con il suo profilo psicologico che si trasforma, passando dall'essere un masochista (un
guardone) a un sadico (un assassino). Però stiamo attenti: sarà anche una versione
poco probabile, ma ciò non dimostra che non sia quella corretta. Anzi, credo che molti
misteri che avvolgono questo caso non siano mai stati chiariti anche perché sono
accadute vari eventi poco prevedibili o decisamente improbabili.

Rispondi

Domenico Lovecchio 6 novembre 2017 05:48


Ho letto tutti gli articoli di questo blog anche i contenuti scaricabili ( matassino, perizia de fazio ecc
ecc) su molti mi trovi d'accordo(dinamiche dei delitti, una strana malattia, dal dottore alla setta, la
leggenda di spalletti, maniac, una misteriosa frattura, in fuga da vicchio, l ombra nera e l articolo
sull album tedesco )(sulla scatola di cartucce) ho dubbi e non ostante ciò non vedo l'uomo da te
ipotizzato come il mostro! Partendo dal presupposto che non ho mai creduto in pacciani unico
autore, compagni di merende, sette esoteriche, secondo livello e depistaggi (sostituzione di
bossoli) e altre ipotesi fantasiose. Finché nn si accenderà la lampadina che spiega come il nostro,
( l uomo da te ipotizzato) appaia sul primo delitto. Mi basta un acceno, un indizzio, viveva li in
zona all' epoca del primo delitto? frequentava il gruppo dei sardi? Appiedato o con il motorino
girava da solo in cerca di coppie da spiare? Conosceva le vittime ? Le ha mai spiate prima ? Sull'

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 21 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

argomento MdF ho letto molto, tranne il tuo e-book..riuscissi a trovarlo e leggerlo magari cambio
idea!
Rispondi

Antonio Segnini 6 novembre 2017 06:14

Non è detto che chi raccolse la pistola gettata a terra da Mucciarini fosse un guardone, né che
fosse lì per caso, e neppure che avesse assistito al delitto. Anzi, secondo me nessuna delle tre
situazioni è vera.
C'era qualcuno che seguiva la Locci, un tizio in motorino, disse lei. Un uomo entrò per ultimo al
cinema, appena dopo la coppia già entrata in ritardo. Infine Natalino all'uscita notò un uomo. Non
disse perchè, il fatto che lo avesse notato tra tanta gente qualcosa però potrebbe significare.
Guardava insistentemente verso di loro? La madre e Lo Bianco ne avevano parlato, quindi poteva
essere il tizio che la seguiva?
Io credo che quest'uomo fosse invaghito della Locci, e la seguisse spiandola nelle sue uscite
amorose, come probabilmente avrebbe fatto sei anno dopo con Stefania Pettini. Quella sera
potrebbe essersi reso conto di quello che stava per succedere, aver atteso gli eventi da posizione
sufficientemente lontana per non farsi notare, ed essere andato sulla scena del crimine quando
questa tornò deserta. Quindi aver raccolto la pistola.
Naturalmente non ci sono prove su questo scenario, ma certo si accorda molto bene con una
miriade di elementi altrimenti poco spiegabili, compreso quello dell'anonimo che avverte gli
investigatori di indagare su Signa.

Rispondi

Domenico Lovecchio 6 novembre 2017 09:49

Che la locci fosse seguita da qualcuno se non mi sbaglio lo dichiarò francesco vinci
Che qualcuno vide entrare un uomo dopo la coppia nel cinema lo dichiarò la cassiera
Di natalino che disse di aver visto un uomo fuori dal cinema non ricordo, cosi come non ricordo
che natalino abbia dichiarato che pietro (lo zio pietro( mucciarini)) abbia gettato la pistola dopo
aver sparato.
Stando a quello che ho letto e all'idea che mi sono fatto sul luogo del delitto del 68 erano in 4,
almeno, i due fratelli Mele , Mucciarini e il piu defilato S.V. con i primi tre che fatto tutto e S.V che
gurdava a debita distanza!
Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 6 novembre 2017 18:38


Il personaggio in motorino che seguiva la Locci emerge da una dichiarazione in
tribunale di Barranca durante l'interrogatorio dell'avvocato di Mele, dove, a dire il vero,
l'individuo la smentisce:

“Mai ho avuto occasione di invitare la moglie del Mele al cinema, avendo da questa un
rifiuto con la scusa che c’era uno con il motorino che la seguiva; e mai – pertanto – ho
potuto fare questo discorso al Mele dopo l’uccisione della moglie, nella caserma dei
C.C.”.

Ho la pagina di verbale, emersa un paio d'anni fa. Non credo che Mele si fosse
inventato l'episodio, che non portava nessuna acqua al suo mulino, anche perchè il
suo avvocato gli aveva creduto. Credo piuttosto che Barranca fosse timoroso che la
sua affermazione in qualche modo fosse interpretabile come un'accusa contro
Francesco Vinci e il suo Gabbiano.

Le dichiarazioni di Natalino le puoi trovare tutte qui

http://insufficienzadiprove.blogspot.it/2009/06/natale-mele-dichiarazioni-agli.html

e nella sentenza Rotella.

Rispondi

vieri adriani 23 aprile 2018 15:22

Complimenti per l'articolo, informativo, preciso e dettagliato.


Come posso fare per allegare su questo Blog una nota del 29 ottobre 1982 a firma del Dr. Vigna
la quale conferma l'esistenza della segnalazione anonima e quindi che non vi fu alcuna "intuizione
investigativa"?
Cordiali saluti
Vieri Adriani

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 23 aprile 2018 20:11


Grazie avvocato, se vuole può utilizzare la pagina Contattami anche scrivendo solo

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 22 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

buongiorno, poi le risponderò con un indirizzo mail al quale potrà inviare un normale
messaggio con eventuale allegato che io pubblicherò.
Saluti.

Omar Quatar 26 aprile 2018 03:16

Rimaniamo in fiduciosa attesa... la notizia è importante e a mio parere molto


sottovalutata

Antonio Segnini 26 aprile 2018 04:39

Ecco fatto. In realtà il documento dovrebbe essere stato scritto da Tricomi, l'avvocato
aveva dato un'occhiata veloce alla firma in fondo ricevendo l'impressione che si fosse
trattato di quella di Vigna.

Omar Quatar 26 aprile 2018 05:31

Grazie ad entrambi. Quanto a Rotella, sembra impossibile che non conoscesse un


documento formato nel suo ufficio, per quanto dal precedente titolare.Peraltro nella
sua sentenza cita esplicitamente le escussioni dei testi in Sicilia. Forse dovremo
cambiare paradigma.

Antonio Segnini 26 aprile 2018 06:45

Anche a me pare difficile che Rotella non sapesse nulla della segnalazione anonima,
mi chiedo però il perchè avesse sentito il bisogno di smentirla in sentenza. Poteva
glissare, e nessuno avrebbe avuto niente da ridire.
In ogni caso mi pare evidente che quella segnalazione anonima avrebbe scombinato
alquanto le sue ricostruzioni. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensa qualche
fan di Salvatore Vinci Mostro, tu che frequenti luoghi dove se ne trovano potresti
stimolare la discussione.

Rispondi

Omar Quatar 26 aprile 2018 09:14

Caro amico, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire...

Rispondi

CD 12 maggio 2018 09:04


Salve Antonio, e come sempre complimenti per l'impressionante lavoro di ricerca e ricostruzione.
Vorrei proporre un articolo in merito alla vicenda del famoso biglietto del 1982 e alla possibilità che
l'autore fosse l'assassino stesso.
Personalmente non lo credo, ma la vicenda è davvero troppo intricata e nebulosa per lasciare
spazio alle certezze assolute. Mi limiterò quindi ad analizzare una serie di punti che, secondo me,
meritano una riflessione attenta.

Vediamo innanzitutto la questione dei reperti trovati allegati al fascicolo del delitto Locci-Lo
Bianco. Chiaramente la possibilità che la pistola dei delitti '74-'85 sia diversa da quella del '68 è
talmente labile da rasentare l'assurdità. Poiché il fascicolo sul delitto di Signa conteneva anche la
perizia balistica del colonnello Zuntini, per accettare l'ipotesi di due pistole diverse dovremmo
ammettere la fantastica coincidenza che i proiettili usati a Borgo e in seguito fossero uguali a
quelli del '68 (perlomeno nei dati riportati dalla perizia come, presumibilmente, marca, calibro ecc).
Senza contare che, per prepararli, l'assassino avrebbe dovuto conoscere in precedenza il
contenuto della perizia stessa. Troppo improbabile per essere vero.

Accettiamo quindi l'assunto che si tratta della stessa pistola. Ovvero che, chiunque sia l'autore del
biglietto, la dritta che dà è giusta.
Resta ora da vedere per quale motivo l'assassino (se dell'assassino si tratta) avrebbe dovuto
farlo. Esistono, a mio parere, solo due motivi accettabili: la pubblicità o il depistaggio.

1) Pubblicità: esiste un'ampia casistica di serial killer narcisisti, attratti dalle luci della ribalta al
punto da attribuirsi perfino delitti non loro. Ammettendo l'ipotesi che l'assassino di Firenze abbia
voluto, con il biglietto, attribuirsi a torto o a ragione il delitto di Signa, viene da chiedersi: perché
proprio ora? Esce allo scoperto all'acme del "successo" con una tattica da pubblicitario
consumato? O a muoverlo è un desiderio di rivalsa dopo il mezzo pasticcio di Baccaiano?
In ogni caso, non si capisce perché abbia spedito il biglietto alla dott.sa Della Monica, con il
rischio di vederselo coprire dal segreto istruttorio, anziché ai giornali.
Può darsi, è vero, che intendesse stabilire un contatto con gli inquirenti più che con i media: in tal
caso la scelta del destinatario avrebbe perfettamente senso. Eppure casi analoghi (Zodiac,
Rader) insegnano che, per questi soggetti, scrivere è un istinto non meno compulsivo di quello di
uccidere. Perché l'assassino di Firenze scrive qui e nel 1985 e (per quanto ne sappiamo) mai
prima né dopo?
Non solo. Se si trattava di una rivendicazione, perché non presentarsi direttamente ("sono il
mostro di Firenze eccetera")? Perché scrivere in modo anonimo?
(1/4)

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Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

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CD 12 maggio 2018 09:05

2) Depistaggio. Non si comprende come l'assassino dovrebbe darsi tanta pena e correre tanti
rischi per dirottare le indagini altrove quando sa benissimo che il suo omicidio successivo
scagionerà gli indagati. Perché costruire un alibi che sa già destinato a cadere?
Rifiutando il comodo ombrello della follia per spiegare tutto quello che non torna, dobbiamo
attenerci alla logica. Una condotta tanto manifestamente incoerente è riferibile solo a un
mentecatto che agisce in preda a raptus imprevedibili, oppure a un improbabile "assassino suo
malgrado" che uccide spinto da una "forza più grande di lui" sperando, ogni volta, che sia l'ultima.
Ma l'uno non sarebbe stato in grado di concepire e attuare un piano tanto raffinato, e l'altro non
quadra, a mio parere, con il profilo dell'assassino di Firenze, che era un freddo e lucido
pianificatore (posso fornire le ragioni di questa asserzione ma, per ragioni di spazio e di attinenza,
non in questa sede).

Postilla al punto 2: alcuni commentatori hanno avanzato l'ipotesi ingegnosa che l'assassino sia
caduto nella trappola tesagli dal sostituto procuratore Silvia Della Monica e abbia gettato i sardi in
pasto agli inquirenti per depistare le indagini e guadagnare un po' di tempo. Questa teoria,
purtroppo, trascura un fatto cruciale: se l'assassino era un attento spigolatore di giornali (e, in
merito alle sue "imprese" siamo certi che lo fosse), sapeva sicuramente che il Mainardi era morto
senza riprendere conoscenza, poiché la notizia era stata pubblicata prima dell'astuto ma tardivo
espediente di Della Monica.
Ma anche ammettendo che la discrepanza gli fosse sfuggita, non vedo come potesse sperare di
dirottare l'attenzione degli inquirenti da una prova così inoppugnabile e definitiva come la
testimonianza oculare di una vittima.
(2/4)

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 12 maggio 2018 09:59


Nei fatti gli omicidi successivi, dopo aver scagionato qualcuno, hanno lasciato sempre
altri sospettati sui quali indagare, quindi la mossa sortì l'effetto voluto. D'altra parte il
delitto di Signa riguardava una donna che poteva aver avuto più di qualcuno
interessato a ucciderla per gelosia, quindi invitare gli inquirenti a indagare su quel
delitto voleva dire metterli al lavoro su un problema in cui facilmente potevano perdere
la testa. A mio parere, comunque, il Mostro non lavorò troppo di fino inviando il
biglietto, era una carta da giocare il cui valore poteva anche essere piccolo, ma il
momento buono per giocarla era proprio quello.
Riguardo invece la paura del Mostro che Mainardi potesse aver dato qualche dritta su
di lui. Sono senz'altro d'accordo che il trucco era grossolano, ma ci sono i tarli della
mente contro i quali la ragione nulla può. Magari il Mostro era cosciente del trucco, ma
per lui c'era in gioco qualcosa di troppo grosso per non giocarsi quella carta, che alla
fin fine non gli costava nulla, anzi era un modo per provocare gli inquirenti e stare alla
finestra a vedere quel che combinavano. E così andò.

Rispondi

CD 12 maggio 2018 09:06

Ho lasciato per ultimo il problema più grande.


Se l'assassino ha usato la pistola di Signa, va da sé che i casi sono due: o era implicato in quel
delitto oppure no.
Se era implicato nel delitto, poi, possiamo contemplare il sottocaso che facesse parte, a qualche
titolo, del "gruppo dei sardi", oppure che ne fosse totalmente estraneo.
Il secondo sottocaso è quasi certamente da escludere, non essendo chiaro per quale ragione un
estraneo dovrebbe lasciare in vita un testimone oculare (il piccolo Natale), né potendosi spiegare i
vari indizi di colpevolezza a carico di Stefano Mele (l'alibi traballante, la prova del guanto di
paraffina, la conoscenza di alcuni dettagli cruciali del delitto come il numero di colpi o il fatto che la
Locci fosse stata rivestita).
Il primo sottocaso - che cioè l'assassino, a Signa, abbia agito insieme ad altri - è meno irreale, ma
non troppo plausibile lo stesso: a fronte degli inenarrabili disagi di trovarsi al centro di un'inchiesta,
per non parlare del rischio di vedersi appioppare i delitti del mostro, chi, sapendo, non avrebbe
parlato? Anche nell'ipotesi che ciò comportasse accusarsi del delitto del '68, credo che con una
simile rivelazione in tasca si sarebbe potuto patteggiare una pena irrisoria.
Non lasciamoci ingannare dalle dichiarazioni roboanti di FV, "piuttosto che fare il collaboratore di
giustizia mi ammazzo" (peraltro pronunciate in contesto diverso): a nessun criminale al mondo
piace stare sotto i riflettori, perché le attenzioni della legge fanno male agli affari.
Né, al di fuori degli assurdi teoremi cospirazionisti, concepisco una minaccia (o un premio, se è
per questo) capace di comprare il silenzio di un uomo che si appresta a scontare una mezza
dozzina di ergastoli.

Usciamo dai sottocasi. Finora ho esaminato l'eventualità che l'assassino delle copiette fosse
implicato nel delitto di Signa. Vediamo ora l'eventualità contraria. L'autore dei delitti delle coppiette
ha in comune con Signa soltanto la pistola.
Come se l'è procurata?
Ovviamente non ho la pretesa di rispondere a questa che è, come tutti i mostrologi sanno, la
chiave di volta dell'enigma. Possiamo però, con l'aiuto del ragionamento, giungere a qualche
conclusione parziale. Ci sono, a mio modo di vedere, tre maniere in cui la pistola può essere

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arrivata nelle mani dell'assassino:

1) tramite il ritrovamento;
2) tramite il furto;
3) tramite l'acquisto;

(3/4)

Rispondi

CD 12 maggio 2018 09:06

1) Ritrovamento: implica, ovviamente, un abbandono precedente. Mi sembra un'ipotesi poco


plausibile, anche nell'interessante variante dell'abbandono "volontario" per incastrare il legittimo
proprietario.
Premetto che, per mia scelta, non prendo in considerazione le varie dichiarazioni rilasciate, nel
corso degli anni, da Stefano Mele. Ragionare sul perché o il percome avrebbe detto una cosa
invece di un'altra mi sembra un esercizio sterile, considerata la totale inattendibilità del soggetto.
La tecnica di Mele è sempre la stessa: cambiare accusato non appena una circostanza scagiona
l'accusato precedente. Alla notizia che Salvatore Vinci può esibire dei testimoni che hanno
trascorso con lui la sera del 21, il Mele, senza battere ciglio, passa a indicare Francesco Vinci. Ma
saputo che questi ha superato il test del guanto di paraffina, eccolo passare a Carmelo Cutrona,
eccetera.
Era matto? No (o magari sì, ma non importa), il punto è che si comportava coerentemente con la
sua estrazione sociale e culturale, ostentando a un tempo arrendevolezza e impemeabilità alla
legge, piegandosi come un fuscello in qualunque direzione le indagini puntassero. Per Mele, a
mio parere, esisteva una realtà dei fatti (l'accaduto la notte del 21 agosto) e una "realtà della
legge" che lui, disperatamente, si sforzava di indovinare per accontentare i suoi inquisitori. Ecco
perché, secondo me, non ha senso basarsi sulle sue parole.
Tornando alla questione del ritrovamento della pistola, respingo l'ipotesi per un semplice calcolo
delle probabilità: mi sembra una coincidenza troppo forte che di tutte le persone che potevano
trovarla, sia capitato proprio a quella persona. Un po' come la possibilità che la nostra macchina,
lasciata incustodita, venga rubata da un terrorista per compiere un attentato.

Per mie convinzioni personali, sono assai più incline a credere alle ipotesi 2 o 3. Il motivo è presto
detto: credo che l'assassino delle coppiette sia rimasto affascinato dal delitto di Signa,
probabilmente sulla base dei resoconti dei giornali. Mi spingerei perfino a sostenere che
quell'omicidio gli abbia fornito l'ispirazione. Niente di più facile, quindi, che abbia cercato di
procurarsi la pistola, considerandola dapprima un souvenir e, in seguito, con il precipitare
dell'ossessione, un vero e proprio feticcio "magico". È una convinzione personale, naturalmente, e
non la propongo qui come argomentazione, ma solo come spunto di riflessione e dibattito.

2) Furto: implica che l'assassino sia a conoscenza dei retroscena del delitto di Signa, o,
perlomeno, dell'identità del possessore della pistola. Non esclude un membro delle due famiglie o
un soggetto gravitante nell'orbita delle stesse.

Lo stesso dicasi per il caso 3) con la differenza che l'acquisto - e relativo contatto personale -
implica un rischio eccessivo da ambo le parti. Inaccettabile, quindi, a meno di non concepire che
(v. sopra) qualcuno nell'orbita dei responsabili di Signa abbia trafugato e rivenduto la pistola per
motivazioni che possono variare dal lucro, alla vendetta, all'ignoranza della natura dell'oggetto.
Ma spero di aver modo di approfondire meglio questi aspetti in un prossimo intervento.

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Risposte

Antonio Segnini 12 maggio 2018 10:08

Qui commetti un grosso errore di valutazione, nel giudicare inutilizzabili le storie


raccontate da Stefano Mele e, immagino, anche quella raccontate da Natalino, poichè
non menzioni neppure il fatto che il piccolo disse di aver visto lo zio Pietro (ma
intendeva Piero) gettare la pistola nel fosso. C'era un piano abbastanza ben
congegnato dietro, nel quale però non è detto che gli attori avessero gli stessi
interessi. Alla luce di questo piano e dei diversi interessi il comportamento di Stefano
Mele è perfettamente spiegabile. Purtroppo sei in buona compagnia, tra registi e
mostrologi vari, i quali, non avendoci capito un acca, preferiscono buttare all'aria il
tavolo.

Lorenzo Franciotti 13 maggio 2018 05:24


Ma non è ragionevole pensare che Mele, accusando i Vinci e Cutrona, stesse
proteggendo i suoi parenti?

Antonio Segnini 13 maggio 2018 07:16

Ma certo che sì, purtroppo non sempre le cose ragionevoli sono le preferite...

Omar Quatar 13 maggio 2018 10:27

e perché nel 1984 non li protegge più?

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Antonio Segnini 13 maggio 2018 21:08


Caro Omar, mi pare una domanda del tipo di quelle: il televisore non funziona, ma
come mai se fino a ieri funzionava?
Sai meglio di me la storia del biglietto e di Mele che era deluso dalla poca attenzione
dei suoi parenti, lo scrive Rotella stesso. Ti aggiungo una frase di Mele da un'intervista
a La Città del 13 novembre 1982: "Sono stato abbandonato da tutti, non ho più
nessuno".
Questo è il contesto in cui Mele cede, ma non del tutto, come suo solito. Si tiene per
sè, ad esempio, il coinvolgimento di Chiaramonti, che confesserà soltanto qualche
mese più tardi, e qualcos'altro.

Omar Quatar 14 maggio 2018 06:07

Come ti aspetterai, dissento completamente sul punto. Mele non protegge i familiari -
prima del gennaio 1984 - per il semplicissimo fatto che nessuno li ha seriamente
accusati. Alla prima contestazione, dovuta alla scoperta del biglietto, cede; e come sai,
Chiaramonti non lo tira in ballo lui, è Mucciarini che fa presente che gli accusati
all'epoca non avevano auto (ma non ci potevano pensare prima Rotella e i CC?). E' un
fuscello nelle mani della giustizia, non riesco a vedere in lui nessuna consapevole
strategia né nel 68-70 né nel 1982-85. Alla fine, ci informa Rotella, era tornato ad
accusare Francesco V. (Salvatore era stato assolto a Cagliari).

Antonio Segnini 14 maggio 2018 10:28


Credo che nessuno dei due cambierà opinione, comunque, dal mio punto di vista,
Mele ammise la partecipazione di Chiaramonti quando non ne potè fare a meno.
Mucciarini, sempre dal mio punto di vista, si era semplicemente difeso ponendo il
problema della mancanza di un'auto.

Rispondi

CD 12 maggio 2018 09:06


In conclusione, secondo me ci sono ben poche probabilità che l'autore del biglietto fosse
l'assassino. Quasi sicuramente la segnalazione del 1982 fu davvero opera di un "cittadino amico":
un appassionato di "nera", qualcuno che aveva ragione di ricordare il delitto del 1968, non
escludendo un nemico dei Vinci o dei Mele. A chi sembra strano che si possa ricordare un delitto
di 14 anni prima, ricordo che esistono categorie come i parenti, gli amici, i vicini di casa, le
persone strane (come noi) che si interessano ai delitti e così via. Insomma, i candidati non
mancano.
Quanto alla scelta dell'anonimato, infine, credo che la spiegazione più semplice vada cercata
nell'italica propensione a evitare di immischiarsi nelle cose della legge.

Post scriptum: in rete ho trovato notizia (non so quanto attendibile) che, benché la legge preveda
la distruzione delle prove dopo la sentenza, ciò non si applica ai reperti balistici nel caso in cui
l'arma di un delitto non sia stata ritrovata, dato che, com'è intuibile, essi possono servire per
eventuali raffronti futuri.
Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 12 maggio 2018 10:12

Certo, tutto può essere, anche che esista un "cittadino amico" che scrive tre biglietti
anonimi, immagino molto sintetici e criptici, invece di una bella lettera con tanto di
firma. Il mondo è vario, e qualche volta può sorprendere.

Rispondi

CD 13 maggio 2018 14:04

Pensavo che questo ottimo blog fosse un luogo di scambio di idee (pur naturalmente nei limiti del
buon senso), vedo invece che c'è poco spazio per le opinioni diverse, anche quelle ben
documentate e argomentate.
Fuori da ogni tentazione di polemica, caro Antonio, faccio comunque notare l'improbabilità di un
episodio come quello da te prospettato: le armi personali non si vendono a nessuno, proprio per il
timore che succeda quello che tu prospetti! Cioè che qualcuno le usi per commettere un omicidio
e poi faccia ricadere la colpa sul vecchio proprietario. E questo a prescindere che l'acquirente sia
o meno capace di farne uso: potrebbe smarrirla, essere derubato ecc. È estremamente
imprudente.
Con immutata stima.

Rispondi

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Antonio Segnini 13 maggio 2018 20:57

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 26 di 40
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Mi dispiace che tu abbia preso male le mie osservazioni, che possono essere rudi, ma
non credo offensive.
La questione della pistola lasciata sul posto è un punto cruciale che non può essere
liquidato appellandosi all'improbabilità di un evento come quello della vendita
clandestina. Che poi tanto improbabile non mi pare sia, poichè le pistole clandestine
girano e, credo, quarant'anni fa giravano anche di più, e tra tutte questi passaggi può
ben essercene qualcuno imprudente.
In ogni caso qualsiasi evento improbabile va accettato quando le prove ci dicono che è
avvenuto e ancora di più quando tramite esso si possono spiegare gli eventi
successivi. In questo caso noi abbiamo un bambino che colloca lo zio Piero sulla
scena del crimine e dice di averlo visto gettare la pistola nel fosso. Questa è la prova,
secondo me, che rende l'evento come accaduto davvero, poichè non vedo il motivo
per il quale Natalino avrebbe dovuto inventarsi un fatto del genere. Anche perchè
NIENTE di quello che disse Natalino può ritenersi frutto di sua invenzione, ma può
essere o accaduto davvero, o creduto da lui che fosse accaduto davvero, o infine frutto
di pressioni degli adulti. Questo non lo dico soltanto in via teorica, ma anche per aver
soppesato ogni sua dichiarazione inserendola nel contesto.
Riguardo il fatto che la pistola fosse stata lasciata sul posto, Rotella, per il quale
l'evento avrebbe vanificato ogni sua indagine, optò per la seconda possibilità, cioè
immaginò che lo zio Piero avesse fatto il gesto di buttare via la pistola per
tranquillizzare il bambino. Può essere, ma questo non giustifica il perchè Mele inserì
nella sua prima confessione, quella che chiamava in causa Salvatore Vinci, il fatto
della pistola lasciata sul posto. Certo, è più facile buttare tutte le carte per aria e
considerare quello che disse Mele soltantio frutto della sua supposta oligofrenia, come
si fa per Lotti e per Pucci. Se invece si vede quella confessione di Mele, che, non a
caso, aveva accanto a sè Mucciarini, come un tentativo di tenere fuori i propri familiari,
i conti tornano tutti. Non tornarono per lui, però, poiché quella pistola, che avrebbe
costituito la dimostrazione migliore della verosimiglianza della sua confessione per altri
versi inverosimile, non c'era. Da qui iniziano i suoi pencolamenti, la ripresa di una sua
personale versione dove al posto di Salvatore c'era Francesco e soprattutto che non lo
faceva andare in galera, o perlomeno non con analoga gravità di accuse.

CD 14 maggio 2018 02:07

Capisco benissimo le ragioni della tua teoria e non dico che non stia in piedi.
Purtroppo non posso accettarla perché collide con la metodologia che mi sono
imposto, ovvero di prediligere sempre l'eventualità percentualmente più probabile, in
mancanza di dati irrefutabili. In una breve corrispondenza avuta con Mario Spezi anni
fa, lui definì la vicenda del MdF un "verminaio" e lo è davvero, sia per la questione in
sé, sia per lo scempio che ne hanno fatto gli inquirenti. In un simile caos, secondo me,
l'unico barlume di luce che può guidare un investigatore è - mi rendo conto di quanto
suoni prosaico e squallido - il calcolo delle probabilità. E, in base a questo, trovo
assolutamente inaccettabile la tesi secondo cui il ritrovamento della pistola è stato
fortuito.
Sono del tutto d'accordo con te sull'ipotesi che l'assassino del '68 non sia il MdF (e
sinceramente nutro qualche dubbio anche sul '74, ma questo è un altro discorso che ci
porterebbe lontano). Sono disposto a rivedere la mia diffidenza verso le dichiarazioni
di Stefano e Natalino Mele, e perfino ad ammettere che, in determinati casi, una
pistola possa passare di mano nel modo che indichi.
Ma che la trovi proprio la persona destinata a diventare il mostro, questo no.
Perché se accettiamo questa - che è una probabilità nell'ordine dello 0,00 - cosa può
impedire a qualcuno di sostenere una tesi altrettanto remota come, mettiamo, quella
della Schola della Rosa Rossa?
Perché è una stupidaggine colossale?
D'accordo. Ma in un mondo dove si verificano probabilità dello 0,00, praticamente tutto
è possibile, dunque anche quello.
Insomma, cerca di capirmi: non dico che non approvo intellettualmente quello che
sostieni, dico solo che non posso accettarlo a livello metodologico. Non possiamo
imboccare il binario del "tutto è possibile" perché sarebbe la fine di ogni indagine
razionale.

Antonio Segnini 14 maggio 2018 03:00


Ribadisco la necessità di far quadrare l'evento probabile con gli elementi noti. In
questo caso l'evento probabile, che non so per te quale sia ma non è certamente
quello dello sconosciuto che raccatta la pistola, collide con la testimonianza di Natalino
e con la prima confessione del padre.
Veniamo invece a quello sconosciuto. Certo, la probabilità che fosse un lustmurderer è
davvero bassa, dell'ordine di quella che pensi tu, poichè tali personaggi sono, per
fortuna, estremamente rari, quindi che il tizio che seguiva la Locci in motorino, che
quella sera entrò per ultimo al cinema dietro di lei, e che rimase impresso a Natalino
all'uscita, non poteva esserlo. Ma il Mostro di Firenze non era un lustmurderer, era un
malvagio criminale che uccideva per divertirsi e leggere delle proprie imprese sui
giornali (a parte Borgo, dove il discorso cambia). Tutto sommato una persona normale,
quindi, malvagia quanto vuoi ma come ce ne sono tante, la cui malvagità può
emergere in seguito allo stimolo giusto, che per lui fu il possesso di quella pistola.
Chi rifiuta il passaggio della pistola nelle mani di uno sconosciuto si priva della
possibilità di spiegare in modo logico l'unicità del Mostro di Firenze, un serial killer
diverso da ogni altro proprio per le modalità in cui lo diventò.

Rispondi

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CD 14 maggio 2018 04:58

Prima di venire al punto di chi fosse il serial killer, permettimi di esporre i motivi che meno mi
convincono della tua ricostruzione. E specifico che lo faccio perché credo che solo dalla fucina del
confronto e della critica costruttiva possano scaturire le teorie solide.
Innanzitutto, non ho alcuna difficoltà ad accettare che i fratelli e i cognati M. siano stati la mente e
il braccio della faccenda. Disponevano del movente più valido, e alcuni di loro non erano neanche
degli stinchi di santo.
Tuttavia, la seconda parte del "piano" (ovverossia la messinscena per accusare SV) mi sembra un
po' troppo raffinata per questa Banda Bassotti di periferia.
Sempre per una questione di probabilità, non sarebbe stato più semplice simulare, per esempio,
un furto? Si uccidono i due amanti, si portano via portafogli e orologi ed ecco la polizia a caccia di
fantomatici ladri.
Se invece, poniamo, era necessario rendere pubblica la partecipazione di Stefano Mele al delitto,
per ragioni di "onore familiare" o simili, perché il Mele avrebbe dovuto procurarsi un alibi, con il
rischio di essere creduto? Anzi, meglio per lui sarebbe stato confessare. Tra l'altro, il delitto
d'onore (art. 587 del Codice Penale) in Italia è stato abrogato solo nel 1974.

Veniamo alla questione delle probabilità che un serial killer passasse da quelle parti proprio quella
notte.
Sulla tua affermazione che il MdF non fosse un lustmurderer sono completamente d'accordo. Su
quella che si trattasse di un "malvagio criminale che uccideva per divertirsi" anche. Non concordo
però con l'affermazione che di tipi del genere ce ne siano tanti, men che meno con la definizione
di "persona normale".
Se vuoi dirmi che non era un cannibale necrofilo alla Jeffrey Dahmer hai tutta la mia
approvazione. Ma questo non significa che non fosse un individuo affetto da gravissime turbe
psichiche. La persona "normale" che uccide a sangue freddo, senza motivi di vendetta, lucro o
ideologia (e, evidentemente, al di fuori delle guerre) è sempre patologica. Può darsi che sia una
patologia un pochino più comune di quella del lustmurderer, ma sempre rara è (per fortuna).
Secondo la stima di un criminologo, negli Stati Uniti i serial killer (tra attivi e incarcerati,
lustmurderer e non, insomma, tutti quelli che uccidono sistematicamente gente innocente per
ragioni insensate) sono circa lo 0,000092% della popolazione.
Considera quanto mi sono tenuto alto nel mio 0,00...

Tutto questo per ribadire la mia convinzione che il ritrovamento della pistola, così come lo
prospetti, sia inaccettabile.
Ciò non toglie che la prima parte della tua ricostruzione, fatto salvo qualche snodo, sia
indubbiamente valida. A mio parere occorre solo trovare una migliore giunzione logica per
spiegare il passaggio di mano della pistola dall'esecutore del '68 a quello del '74 e seguenti.
Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 14 maggio 2018 06:34


Però continui a ignorare il racconto di Natalino, del quale la mia ricostruzione tiene
conto, la tua no, se rifiuti la possibilità che la pistola fosse stata lasciata sul posto.
Attenzione, non è che io mi baso solo su quello che disse Natalino, ma lo inserisco in
un contesto che spiega anche tutto il resto, compreso il perchè Mele disse qualcosa di
analogo durante la sua prima confessione. Si tratta di due elementi non collegati che si
rafforzano a vicenda.
Su "al posto loro io avrei fatto così" si potrebbe discutere all'infinito senza arrivare a
una conclusione. I comportamenti manifestamente assurdi sono io il primo a
respingerli, in questo caso però non ci vedo niente di assurdo, fu deciso un piano che
aveva i suoi pro e i suoi contro. Non ci fosse stato il problema della pistola sparita
magari avrebbe funzionato.
Riguardo la possibilità che il tizio che seguiva la Locci avesse potuto portare dentro di
sè delle tendenze criminali è difficile valutarlo in termini di probabilità. Certo, uno che
seguiva una donna di facili costumi da lontano senza farsi avanti, sempreché il tizio in
motorino fosse lui, qualche problema di rapporti difficili con il mondo doveva averlo
avuto. Poi non è che dall'oggi al domani prese la pistola e si mise a sparare. Per il
primo delitto ci mise ben sei anni a decidersi, per la fase seriale sette.
A questo punto però sono curioso di conoscere le tue ipotesi, se riesci in soldoni.

CD 15 maggio 2018 02:07

Se vogliamo prestare fede alle dichiarazioni di Natalino, perché allora non credere a
quella in cui sentì lo "zio Pietro" annunciare di aver appena comprato una pistola?
Perché preferire la versione dello "zio Pietro" che getta via la pistola a quella,
mettiamo, di "Salvatore tra le canne"?
Accertare quale versione sia quella vera è impossibile perché credo che nessuna lo
sia. Svegliato di soprassalto, abbagliato e frastornato dagli spari, in preda allo choc,
Natalino secondo me non ha visto un bel niente. Le sue testimonianze sono state
influenzate dalle domande di inquirenti indubbiamente volenterosi, ma completamente
a digiuno di psicologia infantile (sono arrivati a minacciare un teste di sei anni!).

Passiamo ad altro. Mi chiedi un'ipotesi, ma le ipotesi sono pericolose senza un quadro


completo dei fatti. Cerco sempre di resistere alla tentazione di formularne, perché so
quanto sia terribilmente facile aggiustare le prove affinché quadrino con l'ipotesi di cui
ci siamo innamorati.
Preferisco lasciare che le ipotesi emergano da sole, eliminando dalla massa dei dati
tutto quello che non torna, tutto quello che è impossibile, tutto quello che non trova
riscontri oggettivi.

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Qui però posso provare ad allineare qualche idea.

Il problema di chi uccise nel '68, a mio parere, si può affrontare a posteriori. Dopo il
1982, e il biglietto del "cittadino amico", c'è un particolare che i partecipanti al delitto
del '68 non possono ignorare: a chi appartiene - o è appartenuta - la pistola del mostro.
Sanno dai giornali che è la stessa che ha sparato a Signa, sanno chi l'aveva portata in
quell'occasione. Eppure nessuno parla.
Parlare di sé, è ovvio, significherebbe autoaccusarsi o perlomeno rendersi complici di
un duplice omicidio. Però si può sempre parlare degli altri: i dissapori, i sospetti, le
paure non mancano. I Mele temono i Vinci. Omar ha ricordato come Mucciarini tirasse
in ballo Chiaramonti. Lo stesso Mucciarini sospettava Giovanni Mele di tramare contro
di lui. Non parliamo di quanto si volevano bene i fratelli Vinci. Insomma, un covo di
vipere.
Gli inquirenti proveranno, nel corso degli anni, a fare leva su questo clima di sospetto.
Se tutti hanno partecipato, prima o poi qualcuno parlerà, non fosse altro che per
precedere gli altri e godere di qualche vantaggio in sede giudiziaria (la figura del
collaboratore di giustizia nell'ambito della criminalità comune, purtroppo, verrà
introdotta solo nel 1991). Invece nessuno parla, nemmeno gli arrestati. Perché?
La risposta più semplice, secondo me, è che nessuno sa cosa dire. A Signa, quella
notte, c'erano solo Stefano Mele e un'altra persona sulla cui identità i vari attori
coinvolti possono solo nutrire sospetti ma non certezze. Questo, sfortunatamente, fa di
Mele l'unico depositario del nome del proprietario della pistola (oltre al proprietario
stesso, naturalmente).

Mi affretto a precisare che non credo nel modo più assoluto che l'esecutore del 1968
sia lo stesso del 1974. C'è, a mio parere, un netto scarto generazionale. Assassini e
vittime nel 1968 erano coetanei: perché non presumere lo stesso anche nel '74? È più
probabile che conflitti e desideri nascano tra persone di età simile. E poi il delitto di
Borgo è improvvisato, pasticciato, l'opera di qualcuno che ha perso la testa.
(Sì, lo so che questa teoria assomiglia maledettamente a quella di Spezi, ma Spezi
aveva torto a sospettare di AV: nel 1974 era troppo giovane. Però, secondo me, Spezi
aveva indovinato il succo della vicenda: un passaggio di mano generazionale della
pistola).

Antonio Segnini 15 maggio 2018 12:18

Io credo che Natalino vide davvero lo zio Pietro (ma intendeva Piero) mostrare ai suoi
genitori una pistola. Si trattava di un avvertimento per la Locci, un tentativo estremo
per evitare l'omicidio che lei capì, e infatti disse a Barranca "ci potrebbero sparare", e
si portò dietro Natalino proprio per quello, perchè sperava che con lui a bordo i suoi
parenti non avrebbero osato. Come vedi, a quella che a te pare un'invenzione di
Natalino io dò un'interpretazione plausibile sulla base di altri elementi che s'incastrano.
Riguardo Salvatore tra le canne, Natalino disse che era stato lo zio Piero a dirgli di
dirlo. Quindi Natalinò rivelò una pressione subita e la sua fonte. Anche in questo caso
si possono fare agevolmente degli incastri di altri elementi, ma non mi pare questa la
sede.
In ogni caso dissento alla radice sul modo in cui mi pare tu tratti l'argomento, facendo
in sostanza di tutte le erbe un fascio, come molti altri del resto, e non soltanto con
Natalino. Si evita di analizzare le sue dichiarazioni, quelle di Mele, quelle di Lotti,
quelle di Pucci squalificandole in partenza, illudendosi così di essersi liberati di
fastidiosa zavorra. Invece si è buttato via l'acqua sporca assieme al bambino.
Sulla tua teoria ho poco da dire, perchè è troppo nebulosa. Il personaggio che sarebbe
stato assieme a Mele chi era, Salvatore Vinci? In ogni caso dovresti spiegare il perchè
Mele prima dice una cosa poi ne dice un'altra e il perchè Natalino dice quello che dice.
Troppo comodo far finta che non avessero detto niente di utile, la gente non parla mai
a caso, o perlomeno, è molto più facile che sia chi ascolta che non capisce quello che
vuole dire.

Rispondi

ulisse71 15 maggio 2018 03:21

buongiorno, dando per buona la ricostruzione, secondo cui la pistola fu volutamente lasciata sul
posto del delitto Locci, non si potrebbe ipotizzare che l'abbia raccolta qualcuno che non sia
divenuto il mdf? e che il mostro abbia appreso la pistola in un secondo tempo, acquistandola,
rubandola, a sua volta casualmente trovandola? Da un lato, si spiegherebbe così il lungo periodo
di "attesa" del mdf, per compiere il suo primo omicidio; dall'altro, sarebbe ridimensionato il grado
di improbabilità che la pistola sia stata ritrovata, casualmente, proprio dal futuro mdf. cordialmente
Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 15 maggio 2018 08:55

E' un'ipotesi senz'altro valida, che però farebbe un po' perdere il valore suggestivo di
aver in qualche modo toccato con mano l'omicidio.

Rispondi

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Amneris 24 maggio 2018 10:55

Buonasera, senza pretesa alcuna, sul tema eta` del presunto MdF ricordo il caso della bimba
britannica, Mary Bell, che negli anni `60 del secolo scorso uccise tre bimbi a mani nude, il primo
dei quali alla vigilia del suo undicesimo compleanno. Fermata, curata e poi riabilitata, non ne
commise per giunta nessun altro nel corso della sua restante vita.
Circa l`autore o gli autori del primo omicidio del `68, ricordo di aver visto su youtube il processo a
carico di un sardo facente parte in qualche misura del clan dei sardi "fiorentini", mi scuso per non
saper dire ora il suo nome, dove egli riportava in apparenza credibilmente la circostanza che il
delitto fu compiuto d`intesa tra Stefano Mele e Salvatore Vinci, con l`accordo che in galera ci
sarebbe finito solo uno dei due, Mele, il quale si sarebbe poi diciamo con un eufemismo lamentato
di essere stato lasciato solo nonostante si fosse accollato in toto la responsabilita` del delitto,
come da accordi presi.
Tale testimonianza non e` da ritenersi attendibile?
grazie!
Sandra

Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 24 maggio 2018 11:12

Può essere che lei si riferisca a Giovanni Calamosca, del quale è stata inserita su
Youtube la deposizione al processo Vanni.

https://www.youtube.com/watch?v=LbQy8WKsLNc

A dire il vero io non l'ho ascoltata, è un po' lunga, ma mi pare che Calamosca abbia
raccontato di un delitto compiuto non da Salvatore Vinci ma dal fratello Francesco, del
quale lui era amico.
Il personaggio è molto equivoco, quindi quello che dice va preso con le molle. In ogni
caso le ripeto quello che ho scritto altre volte: ritengo vincolante la testimonianza di
Natalino bambino, secondo il quale sulla scena c'erano suo padre e lo zio Piero, i quali
entrambi fecero pressione perchè coinvolgesse rispettivamente Francesco e
Salvatore. La dicotomia si spiega con i differenti interessi che avevano Mele e i suoi
parenti riguardo alla versione da presentare alle forze dell'ordine.
Riguardo la possibilità di un Mostro di Firenze adolescente, come sarebbe stato
Antonio Vinci nel 1974, lo trovo difficile per le modalità del delitto, con una pistola, di
notte, in campagna e altro. A parte che su di lui ci sono solo le fantasie romanzesche
della Nabb e di Spezi, che credo soltanto un'adeguata ricompensa ne possa aver
consentito la pubblicazione.

Rispondi

kemperboyd 9 luglio 2018 03:59

Tra i tanti meriti di questo Suo lavoro, mi pare ve ne sia uno decisivo e uno molto rilevante. Provo
ad evidenziarli e poi a provare una lettura complessiva dei fatti di Lastra a Signa.
Il primo merito è quello di aver validato una parte delle dichiarazioni di Natalino e Stefano Mele;
peraltro si tratta del tema determinante quello della ormai mitica calibro 22. Ritengo che a mezzo
secolo dei fatti, non si possa raggiungere alcuna altra sicurezza (il che non implica certezza,
naturalmente) circa la sorte della pistola a muovere da quella sera disgraziata. Sia Natalino che
Stefano Mele, tra le molte dichiarazioni opache e contraddittorie, concordano, in tempi diversi, su
una medesima circostanza: la pistola fu gettata dopo aver commesso il duplice omicidio. Fu
gettata sul posto. Ora, secondo il metodo impiegato per accertare la verità processuale, questo
dato appare solido. Infatti: le due dichiarazioni sono coerenti tra loro e si autosostengono; in più,
rilevano un fatto che ha una sua logica intrinseca (in altro intervento proverò a dire perché);
inoltre, le affermazioni provengono da due individui non in condizione, in via generale, di
impiegare la fantasia. Stefano Mele perché coinvolto direttamente, in nulla avvantaggiato da
quella affermazione e direi quantomeno poco incline all'impiego della fantasia. Non la usa, infatti,
in nessuna sua dichiarazione precedente o successiva e su questo concordano tutti, inquirenti
compresi, qualunque sia il peso da assegnare alla presunta oligofrenia del soggetto.
Non diversa è poi la condizione del piccolo, che non si vede proprio perché dovrebbe inventare
una cosa tanto strana e innaturale. Avrebbe potuto benissimo affermare di non sapere o di non
aver visto. Debolissimo mi pare, in punto di logica, il teorema del bimbo condizionato da terzi
(padre incluso). Infatti, si ricade nel problema di cui sopra: "perché fargli dire una cosa falsa e
comunque complicata, dato che implicava dire di aver visto qualcuno compiere il gesto"?
Ma i riscontri esterni non finiscono qui. Tutto si sposa benissimo con la dinamica delle minacce
ante delictum alla Locci. Anche qui, il quadro tiene e soprattutto si comprende la matrice punitiva
familistica sottesa al delitto del cimitero di Signa.
Quindi, in chiusura di questo piccolo contributo svolto secondo logica processual-penalistica,
penso si possa dire che nessuna conclusione ha raggiunto un grado di probabilità come questa,
nel complicato quadro dei legami potenziali tra il 1968 e l'inizio della serie maniacale.
Personalmente, mi sento di considerare questo dato come quasi acquisito, salvo smentite: la
pistola fu gettata subito dopo il doppio omicidio, nei dintorni del luogo ove la macchina del Lo
Bianco era in sosta. Quanto accadde poi, cercherò di ipotizzarlo (ma con minor grado di
esattezza) in altro intervento in cui credo si possa trarre a profitto l'altro grande merito dell'analisi
di Antonio Segnini. Segue.

Rispondi

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Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

Antonio Segnini 9 luglio 2018 04:52


Lei non immagina quanto mi abbia reso felice questo suo intervento. Non tanto perché
va in appoggio a una mia ipotesi, quanto perché mi riconcilia con la speranza che in
questo mondo la semplice e tanto vituperata logica del buonsenso abbia ancora un
posto.
Sono moltissimi gli incastri con l'evidenza della pistola gettata sul posto e raccolta da
uno sconosciuto, tantoché, per quanto mi riguarda, dubbi non ce ne sono. Anche
questa storia del biglietto ne costituisce una conferma. Chi aveva in mano quella
pistola non temeva per nulla la riapertura delle indagini su Signa, quindi...

Rispondi

Kemperboyd 10 luglio 2018 04:14


Nel ringraziarLa per le belle parole, passerei ad illustrare il secondo merito indiscusso della Sua
analisi che - questa volta in chiave di ricerche mie personali - mi appare ancora più prezioso del
primo, se possibile.
Si tratta della questione, tutta intrisa di logica formale nel metodo di ricostruzione dei fatti, che
concerne la vicenda dell'immissione nell'analisi della serie delittuosa dei fatti del 1968. Io ritenevo,
già per mio conto, di aver sgomberato il campo da veri e propri detriti che non consentono di
vedere chiaro su questa vicenda che apre alla decisione di battere la pista Sarda. Si trattava di
comprensibili reticenze e tentativi di nascondere goffaggini ed errori da parte di magistrati e forze
di polizia. Si spiegavano così, a mio avviso, i vuoti di memoria su come si arrivò effettivamente a
collegare il primo duplice omicidio del 1968; si comprendevano del pari i silenzi sul punto, questi
ultimi dovuti all'idea di non privare di forza la pista sarda facendo sapere che vi si era approdati in
seguito ad un anonimo (per quanto qualificato esso fosse, come vedremo).
Per come conosco la disciplina processuale ante 1988 e le prassi degli Uffici giudiziari, mi risulta
del tutto plausibile, ed anzi probabile, che il materiale accluso al fascicolo del processo Mele non
sia stato manipolato, ma, anzi, recuperato e posto all'attenzione dei magistrati procedenti ed
inquirenti nella sua interezza e genuinità, BOSSOLI COMPRESI. Ma la Sua dimostrazione
dell'invio di informazioni da parte di qualcuno fuori dall'ambiente di polizia giudiziaria -
dimostrazione anche qui circostanziata e perfettamente coerente - reggerebbe anche avanti un
giudice.
Gli indizi sul fatto che non si sia trattato affatto della reminiscenza o dell'intuizione/agnizione
geniale del Fiori/e, sono plurimi, precisi e concordanti.
Vediamoli: a. costui era competente allo smistamento della posta; b. si sa per certo che questi non
fu un "reduce" diretto delle indagini di Signa (era in ferie quando fu consumato quel duplice
delitto), ma che, al massimo, era stato consapevole del verificarsi del caso zero e, al limite, del
processo che ne seguì;
c. che sia venuto in gioco il ritaglio di giornale è anche confermato da più voci, autonome per
provenienza e diverse per estrazione e ruolo nella vicenda; d. la vicenda del trafiletto sul "cittadino
amico", per quanto i detrattori tendano a sminuirne il senso, ne ha e ne mantiene con riguardo ad
una serie di segnalazioni ab externo di cui si chiedeva un'ulteriore integrazione; e) che i tentativi di
far cenno al quinto delitto (il primo in ordine cronologico, appunto quello del 1968) possano essere
stati più d'uno, come in una sorta di progressione informativa, è anch'esso dimostrato dati alla
mano.
Come si può credere che non sia vero che quella del "ritaglio di giornale" non fosse l'ultima di tre
indicazioni, non mi riesce di comprenderlo. Basta leggere il testo del trafiletto, per cogliere come
non si trattasse di una richiesta riferibile al seguito di una sola comunicazione, ma proprio una
domanda affinché si proseguisse nella serie di rivelazioni che dovevano essere state sempre più
circostanziate e certamente da considerare attendibili prima facie, anche se era servito proprio
l'articolo di giornale a far mettere in moto la curiosità e l'attenzione "vincenti" del magistrato.
Ce ne sono anche altre di evidenze in questo senso. Ma per ragioni di sintesi, vorrei chiarire che
tutto questo ci consegna un altro elemento, dopo quello della pistola lasciata sul luogo del delitto
di Lastra a Signa, che ha la statura di un fatto. Il richiamo al delitto Locci- Lo Bianco proviene da
un soggetto terzo alle indagini, esterno alla cerchia di chi procede, che instaura una progressione
di rapporti comunicativi con chi indaga e che ha un forte interesse a far legare quei fatti alla serie
maniacale fin lì realizzatasi, tanto da insistere non poco.

Rispondi

kemperboyd 10 luglio 2018 05:03

Senza ancora procedere ad inferenze fondate sugli effetti della scelta di percorrere la pista sarda,
(il post hoc propter hoc, indebolirebbe il metodo seguito sino ad ora), mettiamo ora insieme i fatti
da considerare dimostrati (si badi non certi storicamente ma, si vorrebbe dire, assicurati a verità
processuale indiziaria forte). La pistola del 1968 è abbandonata sul luogo del delitto; nel 1982,
quattordici anni dopo, vi è una forza esterna alle indagini che indirizza a riconnettere il delitto del
1968 agli altri verificatisi dal 1974 in poi. E questo tentativo di legame ha come tramite
inoppugnabile proprio la pistola gettata via dagli assassini (o dall'assassino) di Signa. Vorrei
ribadire che queste due informazioni sono relativamente certe e, soprattutto, portano con sé un
preziosissimo legame reciproco che, quando si tratterà di trarne conclusioni sulla base del buon
senso e della probabilità, ritengo saranno cruciali e persino dirimenti. Per ovvie ragioni di
continenza e non volendo tediare, né invadere questo spazio, ne rimanderei lo svolgimento ad
altro intervento.

Rispondi

Vincenzo Aversa 11 luglio 2018 06:08

http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2017/10/il-biglietto-del-maresciallo-fiori.html Pagina 31 di 40
Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

Vorrei rivolgere i miei complimenti a kemperboyd per le sue acute osservazioni ed incoraggiarlo a
continuare con i suoi interventi. Per quanto mi riguarda, non risultano affato tediosi.
Rispondi

Risposte

Antonio Segnini 11 luglio 2018 06:36

Concordo, passo volentieri il testimone, siamo tutti in attesa... Invito però kemperboyd
a leggere bene gli articoli sul medesimo argomento dell'amico Omar Quatar, che
preferisce andare in orizzontale, al contrario di me che vado in verticale...

http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/

Rispondi

kemperboyd 20 luglio 2018 04:02

Vi ringrazio per l'apprezzamento. Sto studiando attentamente alcuni atti e ho raccolto l'invito di
Antonio Segnini, per cui sto cercando di seguire anche le osservazioni e le tesi sviluppate da
Omar Quatar del quale, in altre parti del blog, ho avuto modo di apprezzare molti, acuti rilievi.
Il fatto è che, a mio avviso, si è già riusciti a sgomberare, con relativa certezza, il problema di
Signa dal quadro dell'analisi complessiva. Non vorrei sbagliarmi, quindi vi chiedo di avanzare
obiezioni se cogliete delle aporie al seguente ragionamento.
Dando per dimostrati in chiave indiziaria forte i due elementi di cui sopra: a. la pistola gettata sul
luogo del delitto; b. che il famoso riferimento all'omicidio del 1968 non sorse da una reminiscenza
del Fiori, ma da un'indicazione esterna, si ottengono le seguenti inferenze logiche. Giuridicamente
le considererei presunzioni (deduzioni del verificarsi di un fatto incerto, dalla conoscenza di un
altro certo).
La prima inferenza, doppiamente convalidata da a) e da b), è che chi inviò il messaggio che
condusse sulla pista di Signa non aveva nulla da temere da quella connessione. Anzi, forse
poteva guadagnare qualcosa dall'atto volto a legare Lastra a Signa agli altri delitti; ciò ancorché,
naturalmente, non potesse (o necessariamente dovesse) immaginare i meandri di implicazioni
che quel gesto avrebbe determinato per l'intera vicenda. Su questo mi pare opportuno ragionare a
fondo, perché già Antonio Segnini vi ha fatto ripetutamente cenno, ma non sono certo che si sia
colta la vitale importanza di questa intuizione.

Rispondi

kemperboyd 20 luglio 2018 04:07

Infatti, questa, in un colpo solo, sottrae forza a tesi concorrenti che, pure, hanno ancora oggi
qualche credito. Dobbiamo assumere che chi ha indirizzato gli inquirenti su Signa doveva essere
per lo meno consapevole che vi era una frattura forte tra chi aveva usato la pistola dal 1974 in poi
e chi l'aveva lasciata in loco nel 1968. Ora, ma chi poteva saperlo, questo? Non una persona, ad
esempio, cui la pistola l'avessero trafugata (la celebre tesi di Spezi). Quest'ultimo ipotetico
individuo, infatti, doveva avere come minimo a che fare con il delitto di Signa (con nulla da
guadagnare dunque dalla scoperta che l'arma impiegata, secondo la verità giudiziaria, dal Mele
era la stessa dei delitti maniacali). Ma soprattutto, uno a cui avessero rubato la pistola, non
avrebbe mai potuto essere certo che l'arma fosse la medesima nel 1974. Quest'ultimo rilievo ci
aiuta molto più di quanto non sembri. Tutto torna, dunque, nel senso di: un individuo che sa che la
pistola era stata abbandonata; che sa che quell'arma aveva sparato dal 1974 in poi; che sa anche
che il delitto di Signa non potrà mai essere ricondotto alla sua persona, ma che altri lo hanno
compiuto; inoltre, questo individuo deve almeno ritenere che chi ha commesso il delitto di Signa
non sarà in grado di collegare la sua persona, a propria volta, alla pistola. Quest'ultima inferenza è
mortale per un lato della pista sarda. Vediamo perché. Non può trattarsi di uno dei Sardi a
comunicare il legame con il 1968. Infatti, ciò non avrebbe avuto alcun senso: avrebbe riaperto i
conti sul 1968 e poi avrebbe lasciato sospettare (magari persino ingiustamente) di un legame
diretto tra Signa e la serie avviatasi dal 1974. Più in generale, resta esclusa anche la cessione
volontaria dell'arma ad un individuo noto.

Rispondi

kemperboyd 20 luglio 2018 04:09


Questo elemento che mi pare senza appello è a mio avviso micidiale, perché elimina dal quadro
anche una parte di ipotesi che riguardavano Francesco Vinci in carcere. Rotella - e con lui molti di
noi - hanno a lungo pensato che il Vinci fosse in carcere e sapesse dell'identità del mostro (o
perché aveva contribuito ai delitti lui stesso, o perché sapeva l'identità di chi si era impossessato
dell'arma). Ma appunto, alla luce delle inferenza da a) e b), non può essere così. Per il semplice
fatto che il getto dell'arma e la logica della soffiata del 1982, escludono che qualcuno sapesse del
nuovo proprietario dell'arma medesima e tanto più che avesse interesse, in quell'estate, a guidare
gli inquirenti verso Signa. Mi pare che cadano, così, anche i dubbi instillati dal Calamosca (già di
per sé assai ambiguo quale personaggio) e tutte le tesi secondo cui F.V. in prigione temeva per la
sua vita o anche ricattava il /gli assassini. Qui c'è un passaggio logico delicatissimo che è quello
finale a cui mi sto dedicando. La domanda che mi pongo è: c'era un altro modo per cui FV poteva
aver capito chi fosse il mostro, ancorché la pistola fosse passata di mano con lui all'oscuro dell'
"utilizzatore finale" e dovendosi escludere che fosse lui l'autore del collegamento tra Signa e la
serie? Segue

Rispondi

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kemperboyd 26 luglio 2018 12:17


Chiudo questa disamina su quel poco che si può affermare sull’intera Pista sarda, facendo notare
che Francesco Vinci, in effetti, fu ad un certo punto detentore di una frazione di verità di cui si
dovette anche rendere conto. Finito in carcere per altri guai (che certo non mancavano ad un
personaggio di caratura media, in termini di criminalità comune), poteva essersi reso conto
dell’elemento fuorviante che lo aveva proiettato nell’olimpo dei sospettati. E infatti lui della pistola
doveva aver ben conosciuto la sorte, dopo i fatti di Lastra a Signa, avendo compreso (o saputo)
che l’avevano gettata via i veri assassini di Locci e Lo Bianco, magari essendo stato direttamente
partecipe di quella disgraziata missione omicidiaria. Quantomeno, già nel 1982 doveva sapere
che l’arma aveva cambiato di mano. Tuttavia, far conoscere tutto questo lo avrebbe esposto a
conseguenze terribili. Come minimo avrebbe dovuto far rileggere in profondità i fatti del 1968, a tal
punto, forse, da confessare la propria corresponsabilità in quella notte di sangue. Inoltre, avrebbe
potuto anche essere preso di mira dal vero Mostro; questi, forse, sapeva su di lui, più di quanto
FV non sapesse degli omicidi delle coppiette.

Rispondi

kemperboyd 26 luglio 2018 12:18


Seguendo questa logica ricostruttiva si spiegherebbe, a mio giudizio, tutto e si eliminerebbe dal
campo della ricostruzione storica molto materiale sviante.
In conclusione, rivalutando con attenzione la doppia testimonianza (confessione) di Stefano e
Natalino Mele nell’estate del 1968, si ha conferma dell’abbandono della calibro 22 a Lastra a
Signa sul luogo del delitto. Qui abbiamo un incrocio di rilievi di primo livello che si auto-supportano
vicendevolmente e che sono rinsaldati anche dalla logica di fondo di rappresentare un agire
coerente da parte degli assassini(o) del 1968: quello di far ritrovare la pistola riconducibile al Vinci
con la quale, peraltro, la Locci era stata minacciata indirettamente in tempi non sospetti, e alla
presenza del figlio Natalino. Peraltro, tutto questo si spiegherebbe anche se ad uccidere la Locci e
il Lo Bianco fosse stato proprio il Vinci; in quel caso il ritrovamento della pistola avrebbe potuto far
parte di un piano di simulato omicidio d’onore, con acquisto della pistola da parte del Mele (il che,
guarda caso, è esattamente ciò che confusamente ricostruì la verità giudiziaria sui fatti di Signa).
Rispondi

kemperboyd 26 luglio 2018 12:18

Ora, congiungendo questo rilievi indiziari ma plurali, precisi, concordanti e logicamente


riconducibili ad un globale inquadramento di tutti i fatti in nostro possesso, si deducono alcune
conclusioni salde, specie se si associa il tutto con l’altissima probabilità che quella dell’estate del
1982 fu una soffiata vera e propria (e non un bagliore di reminescenza del Fiori; si badi che tutto
ciò tiene anche con la tesi del c.d. “aiutino”, e cioè che un anonimo illuminò la memoria di Fiori).
Le conclusioni sono che: qualcuno aveva interesse ad allungare all’indietro la serie degli omicidi
fino a riconsiderare Signa. Che questo qualcuno doveva guadagnarci da tale depistante indizio,
poiché la pistola era stata gettata e non fu ritrovata mai, e ciò era a questi noto. Che questo
qualcuno non poteva essere uno dei coinvolti nei fatti del 1968, perché altrimenti la soffiata
avrebbe fatalmente portato gli inquirenti a coinvolgere l’anonimo (in ipotesi qui scartata,
direttamente associabile al mondo sardo trapiantato in Toscana), nelle indagini sul MDF.
Quest’ultimo fatto, in effetti accadde e vide Rotella accanirsi sulle tracce dei Sardi, sulla scorta
della sola pistola che non passava di mano. Qui Segnini ha ragione da vendere, nel dire che
Rotella volle mettersi le mani davanti agli occhi, nel non vedere questo assurdo effetto spiazzante
in cui ci si cacciava assumendo che il killer del 1968 avesse tenuto la pistola (senza poter essere
Stefano Mele reo confesso finito in carcere), e poi avesse ripreso ad usarla contro le coppiette dal
1974.
Le rilevanti inferenze ci dicono anche che: la pista sarda è cieca; che il concitato e strano agire del
Vinci (la macchina infrascata e tutto il resto), per quanto sospetto, non può implicare che sia lui il
MDF. Ciò fa giustizia anche della suggestiva tesi per cui Giogoli fosse l’azione (impura e anomala)
di qualcuno che voleva tirar fuori di prigione il Vinci. Però collima con l’idea che il Mostro sapesse
che l’uccisione dei tedeschi avrebbe poi lasciato fuori di galera il Vinci, come effetto collaterale.
Tutto questo, tuttavia, ci spiega anche alcune altre cose su cui proseguire l’analisi, finalmente
liberi delle scorie della pista sarda. L’assassino doveva essere qualcuno che ragionava e, in certa
misura, si produceva in un gioco sanguinario con gli inquirenti. Ciò non implica che fosse un
genio, naturalmente. Ma che fosse in grado di depistare e guidare fuori dal seminato dei
magistrati in difficoltà e confusione, questo sì. (Segue)
Rispondi

kemperboyd 30 luglio 2018 05:23

Scusandomi per l’occupazione (ormai insistente) di questo interessantissimo spazio, chiudo con
alcune sintetiche conclusioni di merito e di metodo che, mi pare, si possono trarre a questo punto.
Quello sul MDF è, ancora oggi, un lavoro storico su cui insistere. Ce lo dimostra la vicenda su cui
si sta accanendo Vieri Adriani in modo meritorio. Ce lo confermano le intuizioni di Signini
(abbandono della pistola nel 1968 e biglietto depistatorio su Signa) che io mi sono soltanto
incaricato di raccordare e che, come ho tentato di dimostrare, sono davvero difficili da scalfire, in
quanto suffragate da elementi di prova e rinsaldate da una ricostruzione logica di insieme.
Venendo al merito, aggiungo due elementi molto solidi in favore della tesi conclusiva sostenuta da
Signini che, inspiegabilmente, nessuno cita. Sono due elementi indiziari, certo; ma, anche qui,
spiegano molte cose.
Conosco personalmente Ugo Fornari e ho studiato lungamente il suo modo di procedere. Potrete
immaginare la mia sorpresa quando, dalla sua viva voce, ho appreso che il Lotti (da lui periziato)
poteva anche avere un q.i. limitato; ma cito: “quel che conta è il modo in cui impiega le sue
facoltà. Ed Egli le sa usare molto bene”.
Ugo Fornari, che tra l’altro era chiamato a rispondere a quesiti peritali piuttosto limitanti e

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Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

circostanziati, evidenzia un dato a mio parere dirimente. Quello che conta non è il livello di
capacità cognitiva, culturale, relazionale, emotiva che può mostrare una persona in via statica ed
assoluta; ma come impiega le sue abilità in chiave dinamica. Rispetto, cioè, a quello che fa e agli
atti che compie e si prefigge di realizzare.

Rispondi

kemperboyd 30 luglio 2018 05:25


Ma non basta. Fornari aggiunge anche che il Lotti, in apparenza remissivo e quasi bonario,
quando si trattava di farsi valere, mostrava improvvisi accessi di rabbia e di orgoglio (Fornari ne
cita uno riguardo al Pacciani, quando quest’ultimo era ancora in vita).
Ora, durante il processo, se si ha la pazienza di riascoltare tutte le dichiarazioni di chiamata in
correità e le contestazioni rispetto a quanto affermato in incidente probatorio, si incappa in
numerose circostanze in cui l’analisi psicodinamica (sempre quella di Fornari) si materializza
dirompente. Ma ce ne è uno che lascia di stucco e non capisco perché sia tanto trascurato
(almeno a mia conoscenza).
Lotti si ritrova imbrigliato in una discussione apparentemente minore che riguarda una lettera da
lui scritta. Succede una cosa straordinaria. Da che si esprime in modo a malapena comprensibile,
improvvisamente diviene un’autentica belva. E insiste ripetutamente sul fatto che lui non è in
grado di scrivere tanto bene, che non ne è capace. Lo dice davvero troppe volte, con veemenza,
ancorché non si tratti di un fatto tanto rilevante, per quella questione incidentale. Le parole
trasudano rabbia, accanimento e, quasi di improvviso, il suo modo di parlare e rispondere si fa
diverso, più nitido.
E’una cosa raggelante, a mio avviso. E ritengo di poter dire anche perché mi ha colpito tanto.
Infatti, quale è la ragione che, dai più superficiali ai più acuti studiosi, tende a far escludere la tesi
del Lotti come unico colpevole? Una e una sola.
La circostanza che non gli si riesce ad attribuire tanta scaltrezza da inviare la lettera alla Della
Monica, da porre in atto i saltuari depistaggi che pure tanti danni sortirono alle indagini, da
sfuggire a legioni di analisti, investigatori e cultori della materia.
Ebbene, quel momento cruciale del processo ai compagni di merende fa riflettere. Perché lascia
affiorare una natura e delle capacità diverse da quelle che gli si attribuirebbero. (Segue).

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Kozincev 30 luglio 2018 09:56

Non rammento la reazione di Lotti cui lei fa riferimento. Potrebbe indicare con più
precisione il contesto sì da poterla (ri)ascoltare?
La perizia di Fornari e Lagazzi è certamente molto interessante, ma non può essere
sufficiente per fare di Lotti il mostro di Firenze. Ci sarebbe bisogno di qualcosa di più
concreto, magari una confidenza sulla pistola, ma non risulta che Lotti ne abbia mai
fatte, neppure alle prostitute che frequentava (ricordo addirittura che secondo Lotti in
una circostanza la Nicoletti gli avrebbe puntato contro un'arma da fuoco...).
Sarei curioso di conoscere la sua opinione sull'argomento che obiettivamente rende
difficile da sostenere la teoria del Lotti serial killer solitario: la conoscenza con
Pacciani, cioè il falso mostro (secondo questa teoria); sappiamo che, per il tramite di
Vanni, si conobbero in un'epoca compatibile con la cronologia dei delitti; vivevano nello
stesso comune, teatro dell'ultimo duplice omicido; frequentavano entrambi la piazzola
di Scopeti e Lotti quella di Vicchio (dove Pacciani era nato e che doveva conoscere
come le sue tasche).
Queste coincidenze (e forse altre che dimentico) bastano, per coloro che rifiutano tout
court la verità giudiziaria, per concludere che il mostro, se non era Pacciani, è
evidentemente da cercare altrove, lontano dalla cerchia delle sue conoscenze. Qui
però concordo con Segnini: anche io credo che i mostrologi lo cercheranno sempre
invano...

Antonio Segnini 30 luglio 2018 13:35

Questa storia della coincidenza che il falso Mostro e il vero Mostro si conoscevano va
decisamente ridimensionata. La coincidenza vera è quella di un personaggio a rischio
di essere considerato il Mostro che va ad abitare vicino a dove il Mostro risiedeva. Il
resto è venuto da sè. E' facile immaginare Lotti che desidera conoscere un assassino
come lui, e che si avvale del postino, che conosceva tutti, per realizzare il suo
desiderio. Lotti era un complessato che trovava soddisfazione nel leggere delle proprie
imprese sui giornali, io immagino anche che potesse trovare soddisfazione a sentirsi
superiore a Pacciani, anche se lui non sapeva niente.

Rispondi

kemperboyd 1 agosto 2018 05:45

Sto cercando di ritrovare l'indicazione puntuale dello scambio cui mi riferivo, A breve la riuscirò a
rintracciare nel mare magnum di dati e fascicoli. Concordo con la sua obiezione circa
l'insufficienza della perizia a dimostrare alcunchè. Ci tengo, in ragione del metodo che mi ostino a
seguire, ad evidenziare due fatti sui quali sono giunto a conclusione francamente difficile da
confutare (almeno ai miei occhi). Lotti sa alcune cose che solo chi ha assistito ai delitti può
conoscere e, circa la sua presenza sui luoghi del delitto, non vi è dubbio alcuno, per via di riscontri
seri e articolati, specie con riguardo agli ultimi tre episodi omicidiari.
Al contempo, però, vi sono alcune sue dichiarazioni non suffragate da alcuna conferma che

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Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

ripugnano la logica, la verisimiglianza e la ragionevolezza minima dell'agire umano. La maggior


parte di questi elementi riguardano Giogoli, ma non mancano sia per Scopeti che per il delitto, a
mio giudizio, più importante della serie in quanto a rilevanza della dinamica: quello di Baccaiano.
Dunque, ne discende che Lotti è implicato direttamente; che, come minimo, il riparto dei compiti
(Pacciani, Lotti, Vanni) non può essere stato quello da lui descritto e al quale, invece, aderisce la
verità processuale.
Quanto ai rapporti Lotti - Pacciani, emergono rilievi importanti dalla testimonianza del figlio della
Sperduto, con l'auto targata Gorizia che orbitava nei dintorni della casa dell'Indovino e dei
Malatesta.
Di particolare rilievo, a mio parere, resta la strana argomentazione sviluppata dal Lotti, secondo
cui questi sarebbe stato minacciato di diffondere la notizia della sua presunta omosessualità,
proprio dal Pacciani. Fa riflettere perchè sarebbe questo, dunque, lo strumento di coazione al
coinvolgimento di G.L. nella serie omicidiaria più recente. Oltre questo livello di indagine, si pone
l'analisi dei tipi psicologici che, almeno secondo me, offre molti riscontri utili, però raggiunge minor
grado di certezza, ovviamente. Infine, un discorso a parte merita la pistola sulla quale, si badi,
Lotti non è muto, ma indica un luogo particolare dove guida gli inquirenti prospettando un
possibile ritrovamento della calibro 22. Qui, soccorre, a mio modo di vedere, un'analisi sul livello di
fantasia (pochissimo) che queste persone sapevano mettere in gioco nel ricostruire le vicende e
persino nel mentire. Sono dell'idea che in quella nicchia, la calibro 22 ci deve essere stata,
almeno in qualche circostanza di tempo.

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Antonio Segnini 1 agosto 2018 08:11


Fil: No. Quella volta lì e basta. E guarda la combinazione, per l'appunto arrivano questi
e passano di lì. Però, scusi eh, lei ha scritto... lei dice che sa fare solamente la sua
firma e basta. Però una lettera, una lettera, uno scritto l'ha fatto, l'ha scritto, vero?
GL: Sì. Ma l'ho scritto come so io.
Fil: Come sa lei.
GL: Come so scrivere.
Fil: E in questo scritto c'è scritto: "Che facevi in quella piazzetta della strada verso il
bar che ti inculavi Fabrizio Butini?" Ma non è vero. L'ha scritto lei, ma non è vero.
Ber: Comunque leggiamo anche la parte iniziale, eh, di questa frase. Dice: "Vieni con
noi sennò si dice".
Fil: Sì.
Ber: Appunto, ecco.
Fil: Sì, sì.
Ber: Anche questo è importante.
Fil: "Ti inculavi Fabrizio Butini".
Ber: Si dice.
Fil: Si dice.
GL: E lo dica, lo dice...
Fil: Lo dice.
Ber: Si dice.
Fil: Allora, senta, avvocato...
GL: O mi sono espresso male io.
Fil: ... visto che lei è intervenuto, facciamogliela leggere a lui questa lettera. Gli
dispiace leggerla lei?
Pres: Se la vuol leggere.
Fil: Dall'inizio eh, piano piano.
GL: (voce fuori microfono)
Pres: No, forte, forte.
GL: "Mario e Pietro Pacciani. Che volete da me "
PM: È una fotocopia?
GL: Può darsi che non mi sia espresso bene anche qui. Non è che...
Pres: Non lo so. Comunque ora legga quello che è scritto, poi si chiarirà se si è
espresso bene, o no.
GL: "... che faceva quella piazzetta..."
Pres: Più voce, perché sennò non si sente.
GL: "... la strada verso..." Che c'è scritto, non ci capisco nemmeno io e l'ho scritto io.
(voce fuori microfono) "... Fabrizio Butini. Sono andato con loro la strada a Giogoli.
Siamo arrivati vicino alla piazzetta dove è avvenuto l'omicidio. Io sono sceso dalla
macchina e Mario Vanni... erano già... andavano verso il furgone. Poi mi chiamano:
'vieni qui perché devi sparare'. E allora m'ha dato la pistola in mano e ho sparato
diversi colpi. Poi presi bene... mia presa di mano per andare verso là, parte sinistra.
Poi ho aperto lo sportello, ho visto due... incazzato come una bestia è andato verso la
macchina". Insomma sul di dietro... sul davanti... Sul di dietro l'ho visto. Non sul
davanti della guida, sul di dietro.
Fil: A me me lo dice?
GL: Non ho mica scritto tutto qui, per bene.
Fil: Boh.
GL: "Vado via. Vado verso... poi sono salito in macchina e sono andato a casa
(incomprensibile).
Fil: Va be', Lotti, senta, i' che voleva scrivere con questa lettera lei? Cioè a dire, i' che
c'è scritto? Di che parla codesta lettera?
GL: No, l'ho scritta cosi, ma non mi sono espresso bene nemmen qui nella lettera,
Fil: No. Ma perché l'ha scritta, scusi?
GL: L'avevo scritta così, per sfogarmi io, non lo so. Però non l'ho scritta precisa, come
dovevo... perché non so scrivere proprio perfetto.
Fil: Lei ha detto che è una persona chiusa, no? Ha detto dianzi, quando a un certo
punto le ho chiesto perché non aveva parlato con quelle persone, dopo che ha saputo
che quei due ragazzi di Baccaiano erano stati ammazzati. Lei dice: 'mah, io son
chiuso, sono una persona chiusa'. E, insomma, poi c'ha tutte queste difficoltà a

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Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

scrivere, sembra anche a lei. E tutto a un tratto si mette a scrivere questa lettera?
GL: Come?
Fil: Tutto a un tratto invece lei, per sfogarsi, scrive questa lettera.
GL: L'ho scritta così.
Fil: Così.
GL: Spontanea mia.
Fil: Uhm. È sicuro che sia spontanea?
GL: Sì, è spontanea.
Fil: Uhm. Che vuol dire spontanea?
GL: Per liberammi di qualcosa.
Fil: Uhm.
GL: L'ho detto innanzi, non so scrivere come tante persone.
Fil: Sì, sì, no, questo non è mica colpa sua. Non è mica colpa sua, Lotti.
GL: Non c'ho studi, sicché.
Fil: Ma si figuri, Lotti, per carità.
GL: Non so esprimermi bene sulle cose.

Antonio Segnini 1 agosto 2018 08:12

Non riesco a trovare il punto in insufficienza di prove

Kozincev 1 agosto 2018 13:21

Lotti ha detto molte bugie, di questo siamo tutti convinti. Ma anche qualche verità:
distinguere le une dalle altre è un lavoro arduo.
La ricostruzione inverosimile del delitto di Baccaiano che Lotti ha offerto agli inquirenti
porta quasi tutti a ritenere che Lotti non abbia visto un bel nulla e qualcuno a vedere in
lui l'unico mostro di Firenze.
Faccio notare che anche una versione intermedia non sarebbe illogica: Lotti potrebbe
aver partecipato al delitto, mettendo a disposizione la sua auto, l'unica utilizzata dagli
assassini nell'andata e nella fuga; potrebbe aver raccontato la balla delle due auto per
mantenere il ruolo secondario che si era già ritagliato nel racconto dei delitti
successivi, quale che fosse stato nella realtà.
Sulla storia del nascondiglio della pistola, anche io non la ritengo inverosimile. Tra
l'altro molti dimenticano che quello di Vicchio non fu l'ultimo delitto, e quindi l'arma non
poteva essere rimasta nascosta nella nicchia all'interno del casolare, se non altro
perché era stata riutilizzata almeno in un'occasione.
Io mi riferivo però alla teoria di Segnini e quindi al possesso dell'arma da parte del solo
Lotti. Come tutti sanno, nel processo Pacciani furono diversi i testi che misero in
relazione l'imputato con la famosa pistola (Nesi e il confronto Bruni-Cairoli sono i primi
che mi vengono in mente). Nel caso di Lotti, non risulta niente di simile. Eppure le
prostitute amiche di Lotti (Nicoletti e soprattutto Ghiribelli) non erano certo reticenti.
Possibile che Lotti non abbia mai fatto loro nessuna confidenza al riguardo?

Lorenzo Franciotti 2 agosto 2018 05:10

la versione intermedia non regge assolutamente, perchè mai lotti avrebbe dovuto
mettere a disposizione la sua auto a vanni e pacciani? perchè poi solo in
quell'omicidio? non si capisce perchè, poi, mentire in quel modo per baccaiano, e
ammettere di aver sparato a giogoli. Senza voler criticare nessuno ma nell'ipotesi vi è
troppo paccianismo preconcetto e troppo attaccamento alla verità giudiziaria. Il nesi
quando avrebbe detto di aver visto pacciani con un'arma da fuoco in mano?
Rammento solo la storiella insulsa sui fagiani che cadevano giù come sassi.

Kozincev 2 agosto 2018 05:57

Io non ho detto che Lotti avrebbe messo l'auto a disposizione di Pacciani e Vanni (sul
conto del quale ho molti più dubbi), ma che potrebbero essersi recati insieme con
quell'auto. Questo potrebbe spiegare anche l'eventuale ruolo svolto da Lotti, molto più
logico rispetto a quello del "palo" prospettato dalle sentenze. La storia delle due auto,
che certamente non regge in questa occasione, potrebbe essere riconducibile al
tentativo di Lotti di sminuire il suo ruolo nei delitti.
Non ho mai parlato di un'arma vista in mano a Pacciani, ma soltanto di episodi
concernenti la pistola riferiti in dibattimento nel processo Pacciani. Ce ne sono anche
altri, ben più significativi.
Io credo che Pacciani sia un personaggio enormemente sottovalutato. Tanto per
cominciare fra tutti gli indagati, sospettati, incarcerati, rinviati a giudizio di questa
infinita vicenda è l'unico di cui si possa dire con certezza che era un assassino. Per
non parlare poi della sua accertata dimestichezza con le armi e dei suoi spostamenti di
residenza e lavorativi, che sfortunatamente consentono di collegarlo a tutte le zone dei
delitti.
La ragione principale per la quale Lotti non è, a mio modesto avviso, il mostro (unico)
delle coppiette è molto semplice: l'escissore compiva la mutilazione del seno
muovendo la mano (e la lama) in senso orario, operazione naturalissima per un
destrimane e scomodissima per un mancino. A meno di non credere che Maurri abbia
preso un granchio anche in questo caso.

Lorenzo Franciotti 3 agosto 2018 10:05

quello che non fila nel discorso è : perchè sminuire il suo ruolo per baccaiano e

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addirittura darsi dell'assassino da solo per giogoli? perchè c'erano perizie balistiche da
soddisfare? a lotti non cambia nulla, in fin dei conti. il discorso invece torna molto di più
se prendiamo perlomeno in considerazione altre due ipotesi: su baccaiano lotti ha
mentito perchè non c'era, o perchè c'era ma non c'erano gli altri due. io vorrei solo
ricordare che durante il dibattimento lotti non seppe rispondere alla domanda di
lombardi : " ma perchè vanni e pacciani l'hanno portata dietro, che faceva lei?". non
rispondeva. fu il giudice, disgraziatamente, a suggerire : " faceva il palo?". passò tutto
sotto silenzio. ma fu una forzatura gravissima. ci sono innumerevoli casi in cui, giudice
e pm suggerivano le risposte a lotti. anche chi è paccianista convinto, dovrebbe,
secondo me, riflettere su questo.

Rispondi

Omar Quatar 2 agosto 2018 08:37


Ammettiamo per un attimo che Lotti non sapesse nulla di suo, come penso io. Viene incastrato
proprio usando la presenza dell'auto rossa. Si ricostruiscono gli episodi a ritroso. A Scopeti erano
state viste due auto (anche se separatamente); a Vicchio due auto che fuggivano insieme (vabbé,
con molta fantasia); perché Lotti avrebbe dovuto a questo punto inserire una variazione di sua
iniziativa? E' normale che ripeta lo stesso schema che ha ottenuto credibilità nei primi (ma
cronologicamente ultimi) due episodi. Che poi tre assassini vadano a uccidere con due auto può
sembrare strano ma non è impossibile; sarebbe forse la minore delle stranezze.

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kemperboyd 3 agosto 2018 05:46


Devo dire che Baccaiano, per tante ragioni, rimane una delle chiavi dell'intera vicenda.
Ho difficoltà ad ammettere che Lotti non sapesse nulla di suo su Baccaiano, perchè è
un'ipotesi che non si legherebbe con la logica processuale complessiva. Perchè,
allora, non relegare quell'episodio nell'oblio come fu per quelli pregressi? L'unica
spiegazione sarebbe che Egli nulla sapesse di tutta la serie. Ma questo postula l'idea
di un mitomane autoelsionista che contrasta con troppi dati certi. Concordo, sulla terza
via. E cioè che Baccaiano veda mentire Lotti clamorosamente, perchè lui c'era, ma il
suo racconto più vicino al reale avrebbe determinato una nitida ammissione del suo
ruolo effettivo in quel delitto e nell'intera serie. Per questo, macchine avvistate a parte,
Baccaiano resta il delitto che, più di tutti, depone nel senso dell'unico killer e lascia
ipotizzare che questi potesse essere GL.

kemperboyd 20 agosto 2018 05:19

Contro questa impostazione che riguarda Baccaiano e che ipotizza che il racconto da
testimone oculare sia solo costruito sulla base dei precedenti, a mio modesto modo di
vedere, stridono due elementi determinanti: il primo è che, se non aveva assistito a
nulla, non si vede perché parlarne da parte di Lotti; meglio rimanersene arroccati sui
soli fatti di Giogoli, Vicchio e Scopeti.
Ma in generale l'idea che Lotti non sappia nulla di quel che dice implica
automaticamente che gli inquirenti lo abbiano forzato enormemente (o proprio coartato
e manipolato). Il che mi pare davvero difficile da pensare e, sinceramente, un poco
dietrologico e svilente per un gruppo di persone che, più male che bene, si sono gettati
anima e corpo sul caso per quasi vent'anni. L'unica plausibile risposta su Calenzano è
che Lotti racconti sì molto poco e piuttosto male, ma perché ogni altra parola avrebbe
mostrato il suo vero coinvolgimento, ben maggiore di quel che egli dichiarò. Questo
non porta direttamente alla tesi del Lotti unico Mostro, ma spiega come tutti i suoi
racconti, nessuno escluso, si siano sviluppati all'insegna dello sminuire un ruolo che -
come la vicenda di Vicchio dimostra - era ben maggiore di quel che si può credere.

Kozincev 27 agosto 2018 05:17

C'è un fatto però che differenzia Baccaiano dai delitti successivi, per i quali Lotti aveva
già ammesso il suo coinvolgimento. A Scopeti era stata vista un'auto rossa compatibile
col 128 da diversi testi: Ghiribelli, Chiarappa, De Faveri, Galli (con alcune incertezze
sul colore) e Carmignani; a Vicchio Lotti si recava con la Nicoletti in un periodo
antecedente al delitto; a Giogoli era stata vista una 128 da Giovanni Nenci.
Su Baccaiano non c'è nulla. Nessuno ha visto l'auto di Lotti. Perché ha confessato di
aver partecipato? E cosa differenzia la posizione di Lotti da quella che avrebbe avuto
confessando anche di aver avuto un ruolo a Calenzano? Un duplice omicidio (o anche
tutti i precedenti) in più non avrebbe modificato di molto l'entità della sua condanna,
ma avrebbe reso più coerente il racconto e risolto il problema agli inquirenti. Ne
consegue che Lotti non ha ricevuto nessuna istruzione, ma al massimo potrebbe
essere stato "fregato" raccontando più di quanto in realtà non sapesse. Al contrario,
che il suo racconto sia incompleto per difetto (di responsabilità, dinamiche o
quant'altro) mi sembra improbabile.

Antonio Segnini 27 agosto 2018 06:53

Su Giogoli, Baccaiano e Calenzano c'erano le parole di Pucci (18 aprile 1996), il quale
costituiva il vero punto debole di Lotti, essendo depositario di certe sue confidenze.
Quando si erano conosciuti Lotti aveva già ucciso a Borgo, e di quello non gli disse

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nulla. Non gli disse nulla neppure di Scandicci, quando già lo frequentava da cinque
anni, evidentemente non si fidava. Cominciò con Calenzano, dicendogli che sapeva
qualcosa. Su Baccaiano gli disse invece di aver assistito, idem di Giogoli. A Vicchio lo
portò addirittura sulla piazzola a guardare la coppia che aveva individuato, e infine a
Scopeti gli fece vedere i cadaveri. Tutto un crescendo, insomma.
Questo è quanto ho ricostruito in ipotesi.

Kozincev 27 agosto 2018 10:46

Non pensa che Lotti potrebbe davvero aver raccontato a Pucci che Pacciani e Vanni
erano gli assassini (vero o falso che fosse)? Secondo questa ipotesi prima del 2
gennaio potrebbero essersi già accordati sui nomi di Pacciani e Vanni.
Nell'interrogatorio del 18 aprile Pucci tira fuori anche il nome di Faggi, che fino a quel
momento Lotti aveva detto di non conoscere neppure. Pertanto anche in questo caso
è Lotti ad adeguarsi (nell'interrogatorio del 26 aprile) alle dichiarazioni di Pucci.
A mio avviso, e credo che anche lei lo avrà notato, nell' esprimersi Lotti aveva maggiori
difficoltà di Pucci che, pur nei limiti di una bassa istruzione, aveva una discreta
proprietà di linguaggio.
Secondo la sua ipotesi, la Nicoletti poteva sapere qualcosa? Anche a lei Lotti aveva
fatto delle confidenze, come disse appunto Pucci?

Antonio Segnini 27 agosto 2018 11:06


C'è un particolare che mi induce a ritenere che Lotti e Pucci non si fossero accordati
sui nomi dei due personaggi. Nell'interrogatorio dell'11 febbraio 1996, prima dello
scandaloso "confronto" con Pucci, Lotti giocò quasi tutto di rimessa, aspettando gli
imbeccamenti di Vigna. I nomi non li volle dire, e se si era già messo d'accordo con
Pucci avrebbe potuto dirli. Anzi, a domanda sull'altezza dei due rispose: "Quello che
aveva la pistola, mi pare, era più alto. Suppergiù erano della stessa corporatura".
Pucci aveva messo la pistola in mano a Pacciani, che era più basso di Vanni.
Secondo me Lotti si era "vantato" anche con la Nicoletti, dicendole di sapere qualcosa,
ma probabilmente lei non lo aveva preso troppo sul serio.

kemperboyd 29 agosto 2018 04:10

Mi pare che nelle letture di entrambi, affiori un elemento di condivisione che credo
colga nel segno. Lotti, quando comincia il suo percorso di ammissioni, deve tenere in
massimo conto la posizione di Pucci, le sue dichiarazioni, quello che egli è in grado di
dire e che lui non può sapere con certezza. Questo in fondo spiegherebbe perchè su
Baccaiano si senta di dire qualcosa, ancorchè sia il minimo possibile e, ovviamente,
fedele alla tesi minimizzante del palo - partecipe marginale. Dei fatti antecedenti il
1982, l'unica spiegazione del silenzio tombale si ha dall'ipotesi che Lotti fosse certo
che il Pucci non potesse creargli problemi su quei fatti omicidiari. In linea teorica,
seguendo le argomentazioni di Kozincev, si ha che Lotti fu indotto a parlare di
Baccaiano dagli inquirenti per rendere il tutto più credibile. Questo però non mi pare
decisivo, innanzitutto perchè rimanevano scoperti almeno Borgo e Scandicci (con tutte
le ambiguità su Calenzano che costituisce ennesimo problema nel problema); ma poi
anche perchè gli inquirenti (reduci dalla tragedia processuale del Processo di appello a
Pacciani) sapevano che non conveniva tentare dimostrazioni probatorie velleitarie e
temerarie, perchè questo avrebbe indebolito l'impianto del processo che si profilava;
non a caso, la strategia processuale muta radicalamente e Canessa e i suoi si
concentrano su Giogoli, Scopeti e Vicchio, sui quali soli - dice bene Kozincev - hanno
elementi di conferma delle confessioni e delle chiamate in correità. Ora, tutto questo ci
dice che se non sono stati gli inquirenti a forzare, se Lotti temeva Pucci su Baccaiano
e non sugli altri delitti, si ha di necessità che: Baccaiano non si poteva disconoscere
per intero da parte di Lotti, ma era il più duro da rjferire parzialmente, per la dinamica
sui generis e per tutto quello che vi era intorno (assai complesso e arduo da far
digerire minimizzando le proprie responsabilità).
D'altra parte, questo ci fa anche capire - secondo me - che Pucci non era stato
indottrinato in anticipo dal Lotti in modo diabolico; perchè altrimenti GL avrebbe potuto
far credere al Pucci stesso che Baccaiano era opera di Vanni e Pacciani, per intero,
come nei fatti doveva aver tentato di sostenere per Calenzano. Insomma, c'è una parte
di rompicapo che anche qui non si scioglie: ma rimangono due poli con cui fare i conti.
Il Pucci su Scopeti si qualifica come testimone oculare; sul resto parla de relato. Lotti
che chiaramente mente e omette (lo dice persino Giuttari candidamente, verso
l'epliogo del suo libro "Il Mostro"), doveva avere qualche interesse a interrompere la
catena degli accertamenti a Baccaiano.
La mia ipotesi su cui sto ragionando da tempo è che, a partire da Borgo e fino a
Baccaiano, vi era una modalità; da lì in poi si cambia, c'è qualcosa che muta. In
definitiva, potrei pensare che Borgo (dove si spara in modo approssimativo e si
conosce bene la povera Pettini), Scandicci (in cui il Mostro evolve e si perfeziona) e
Calenzano dove raggiunge l'apice della sua freddezza chirurgica, si tratti di opera in
solitario. Poi c'è il fallimento (con rischi enormi) approssimativo ed emotivo di
Baccaiano. Dopo di che, forse, si può immaginare l'accostamento di altri partecipi o
autori alla serie delittuosa. Infine, su Faggi devo dire che i punti interrogativi sono
enormi. Liquidarlo in modo disinvolto potrebbe essere stati un errore. Come pure, da
ultimo, merita un surplus di ragionamenti la vicenda Narducci, su cui, dato il momento
contingente, è bene parlare con prudenza ripartendo da alcuni dati puri (cioè depurati
dalla vicenda Dora e dal problema delicato della frattura).

Rispondi

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kemperboyd 2 agosto 2018 08:46

Un grazie aggiuntivo ad Antonio Segnini che ha riportato proprio il tratto cui mi riferivo io delle
dichiarazioni (una sorta di controesame improprio) che videro protagonista il Lotti. Invito tutti a
rivedere l'audio su youtube (da 1.07 in poi del video "Giancarlo lotti risponde all'avvocato Filastò",
in cui si parte con la vicenda Butini per poi finire alla fatidica lettera) perchè accresce (e di molto)
la sensazione che si fosse di fronte a qualcosa di davvero importante, Filastò, peraltro, sembrò
per un attimo avere un bagliore di lucidità, fin quasi a cogliere che in quella circostanza si stava
diradando la nube istrionica del personaggio Lotti, ma non fu capace a mio avviso di cogliere il
momento fatale. Mai come in quella fase, peraltro, si ha conferma dell'intuizione di Fornari: la
personalità del Lotti ruota intorno ad un profondo venato di omosessualità, occultato dalla
scaltrezza nell'adoperare la menzogna e l'omissione, e nella gestione difensiva di una minorità
senz'altro inferiore a quanto si percepiva. Il detonatore di questo equilibrio che fu pernicioso per il
processo tutto, stava - lo si vede benissimo proprio in quel dialogo - nel controllo della rabbia e
dell'aggressività. Resta evidente poi che il livello di scrittura era tutt'altro che nullo come lo stesso
Lotti si affannava a sostenere. Secondo me il mistero trova una sua chiave rispondendo alla
domanda: ma perchè questo sforzo di nascondere le proprie abilità? Perchè occultare capacità di
cui invece disponeva?

Rispondi

kemperboyd 3 agosto 2018 05:36

Al termine di questa analisi complessiva sul Lotti, mi pare si possano confermare alcune
evidenze.
Su Baccaiano, fa una confusione pazzesca su quel che vede, tanto da doversi considerare
persino l’evenienza che Egli non fosse sul luogo del delitto (elementi minimi: il parcheggio delle
due macchine; i fari sempre spenti dell’auto del Mainardi; la posizione del Vanni e del Pacciani
che vengono addirittura descritti come fermi “da quell’altra parte”, cioè - si deve credere – verso il
fossetto dove l’auto rimarrà incagliata dopo la manovra); il dopo delitto che pare congelato in una
stasi assurda dato il rischio altissimo di essere individuati.
Su Giogoli siamo al massimo dell’incongruenza: Pacciani che gli mette in mano la pistola; lui che
spara “verso il pulmino”, ingenerando, come minimo, la fine dell’effetto sorpresa sulle vittime e la
perdita di due o tre colpi dal caricatore (che, invece, risultano andati a segno); per non dire
dell’evidente stupidità di Pacciani che lo spingerebbe (senza motivo plausibile) a sparare,
moltiplicando i rischi di essere catturati o di non portare a compimento l’opera.
Su Vicchio, le menzogne evidenti sembrano minori; ma ci sono eccome. Il pedinamento e
l’individuazione iniziale della Panda celestina è svolto da lui in prima persona. Questo non riesce
a negarlo, il Lotti; e infatti lo riconoscerà anche la verità giudiziaria. Quanto al percorso di
allontanamento post delictum, sembra davvero assurdo.
Su Scopeti, ci sono quantomeno: i problemi relativi alla tenda e al famoso taglio operato dal
Vanni; la strana storia di lui che va con il Pucci, facendo “incazzare Pacciani, alla vista di due
invece che uno”; la data dell’omicidio che viene fissata la domenica sera (e invece, ormai, si
concorda quasi unanimi che dovesse essere sabato, o persino venerdi).

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kemperboyd 3 agosto 2018 05:36

A tutte queste menzogne conclamate se ne aggiungono altre, per così dire intermedie. Vale
citarle: a. il pasticcio sul Vinci e il legame della sua fuoriuscita dal carcere con il delitto di Giogoli;
b. la storia per cui Egli (il Lotti) non saprebbe scrivere; c. l’invenzione totale della minaccia basata
sull’incontro erotico con il Butini.
Accanto a queste menzogne conclamate, vi sono tuttavia delle verità che è difficile sostenere gli
venissero dettate da terzi: il vetro semi-oscurato del pulmino dei TedeschI, ad esempio.
Poi ci sono aree di omertà profonde, ma logicamente non giustificabili: lui nulla sa di Borgo San
Lorenzo e di Scandicci (è importante notare che la conoscenza con il Pacciani non rimonta, a suo
dire, a prima del 1976, dunque l’omicidio del 1974, stando all’impianto logico del Lotti, l’avrebbero
commesso gli stessi due - o solo Pacciani - senza che il Lotti c’entrasse nulla); della provenienza
della pistola; delle escissioni; delle comunicazioni agli inquirenti che non si esauriscono nel
famoso invio della parte anatomica della Muriot alla dott. ssa Della Monica. Su quest’ultima
questione, Lotti è poi l’unico ad accreditare la storia della cessione dietro compenso e del medico
in macchina a San Casciano, da cui poi sorgeranno immensi problemi laterali e successivi (da
Calamandrei, a Narducci).
Conviene tenere presente, per discernere la verità dal falso, che alcune vittime furono certamente
casuali: in particolare, mi riferisco a Baccaiano. Altre certamente furono prese di mira: Vicchio e
Scopeti. Giogoli fu frutto di errore, quindi di perlustrazioni parziali, incomplete o fallaci. Mi sento di
dire, dopo aver riascoltato l’intero processo ai CDM, che Lotti ebbe certamente un ruolo
determinante nella scelta delle vittime. Persino nella ricostruzione prospettata dallo stesso GL non
pare mai che Pacciani e Vanni scelgano le vittime in prima persona, se non nell’oscura (e strana)
circostanza di Giogoli. Su Scopeti c’è una qualche confusione, ma si desume con chiarezza che
Lotti, la tenda l’aveva vista tempo prima e sembra quasi pacifico che sia stato lui ad individuare le
vittime, una volta ancora. Conviene ora farsi una domanda: la memoria e le dichiarazioni di Lotti
coprono solo gli episodi da Baccaiano in poi, e lui ha ritenuto di dividere la propria posizione
processuale dai fatti pregressi di cui dice di non sapere nulla; ora, pur volendogli credere, negli
episodi maniacali dal 1974 fino al 1982, chi individuava le vittime? Possiamo solo credere che
fossero casuali in tutti i casi (ma nessuno che ha studiato quei fatti lo può ragionevolmente
pensare); oppure dovremmo credere che dal 1974 in poi, le vittime fossero scelte dalla coppia
Vanni - Pacciani, che poi, ad un tratto, avrebbe accolto il Lotti come selezionatore di coppiette e
palo anti-curiosi, nel sodalizio criminale. A me questo non pare credibile, né in punto di
verisimiglianza, né in di logica generale e comportamentale.
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Quando sei con me il Mostro non c'è: Il biglietto del maresciallo Fiori 02/10/18, 13)10

Kozincev 30 agosto 2018 02:42

Nell'interrogatorio del 16 novembre 1996 c'è una risposta interessante di Lotti: "Un furgone come
quello dove erano i due ammazzati nel 1983, lo avevo visto in un altro posto, in una piazza a
Scandicci che saprei indicare. Non so se Mario e Pietro lo avevano visto anche loro prima
dell'omicidio. Quella sera, come ho detto, mi portarono loro a Giogoli".
Qui Lotti sembra poco furbo, perché le sue parole lasciano intuire che avesse adocchiato lui il
furgone, così come aveva notato la coppia a Vicchio e la tenda a Scopeti. L'ipotesi di kemperboyd
è sicuramente valida: Lotti non parlò dei delitti antecedenti al 1982 perché a Pucci non ne aveva
detto nulla, a parte che Pacciani e Vanni avevano "morto anche quelli a Calenzano". Si potrebbe
però anche fare un ragionamento inverso: proprio perché non ne aveva detto nulla a Pucci e non
correva il rischio di essere smentito dal compare, Lotti avrebbe potuto addossare la responsabilità
dei delitti precedenti a Vanni e Pacciani (o anche al solo Pacciani), come del resto aveva fatto per
Calenzano.
Nell'interrogatorio del 26 aprile 1996 c'è uno spunto interessante: viene mostrato a Lotti un
verbale di dichiarazioni di Pucci, che sul delitto di Borgo aveva detto di aver visto solo qualcosa in
televisione. Lotti, dopo aver dato una rapida occhiata, dichiara: "Io del '74 non l'ho detto". Le
ipotesi sono sempre le solite: Lotti aveva la coscienza sporca sul delitto di Borgo o temeva di
essere "fregato" anche in questo caso?

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Antonio Segnini 30 agosto 2018 11:44

La frase "Io del '74 non l'ho detto" suona, isolata dal contesto, come un'ammissione di
aver detto altro, che però in quel momento Lotti aveva appena negato. A voler essere
partigiani sulla tesi Lotti unico assassino si potrebbe anche pensare che Lotti avrebbe
potuto dire invece "Io del '74 non so nulla".
Purtroppo, in questo come in tutti gli altri casi, il comportamento degli inquirenti è agli
antipodi di una corretta indagine. Pare veramente assurdo che prima di sentire la sua
campana vengano lette all'interrogato le dichiarazioni sul cui contenuto fino a quel
momento è stato zitto, invece di tendergli qualche tranello.
Questa indagine è stata davvero una vergogna.

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