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Piccola Cultura

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DELLO STESSO AUTORE

23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo

Ha-Joon Chang

Economia

Istruzioni per l’uso

Traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Marilena Lucchini e Alessandra Repossi

per l’uso Traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Marilena Lucchini e Alessandra Repossi

© Ha-Joon Chang, 2014

All rights reserved

© il Saggiatore S.r.l., Milano 2015

Titolo originale: Economics: The User’s Guide

Economia. Istruzioni per l’uso

Ai miei genitori

Prologo. Perché preoccuparsi? Perché bisogna imparare l’economia?

Perché la gente non si interessa molto di economia?

Se avete preso in mano questo libro, probabilmente l’economia vi interessa almeno un po’. Anche in tal caso può darsi che queste righe provochino in voi una certa apprensione: si dice sempre che l’economia è difficile, magari non quanto la fisica, ma comunque impegnativa. Forse vi è capitato di aver sentito un economista parlare alla radio e sostenere una tesi che ha suscitato in voi qualche perplessità, e di averla presa per buona perché, dopotutto, l’esperto è lui, e voi non avete nemmeno mai letto un vero e proprio libro di economia. Ma l’economia è davvero così difficile? Non necessariamente, a patto che sia spiegata in termini semplici. Nel mio libro precedente, 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, mi sono spinto a sostenere che il 95 per cento della scienza economica è semplice buonsenso reso complicato da espressioni tecniche e formule matematiche. A un occhio inesperto, la scienza economica non è la sola a sembrare più difficile di quanto realmente sia. In qualunque ambito professionale che richieda un po’ di competenze tecniche, dall’economia all’idraulica, alla medicina, il gergo che facilita la comunicazione all’interno del settore la rende più ostica nei confronti dei profani. Volendo essere cinici potremmo dire che tutte le professioni tecniche sono incentivate ad apparire più complicate di quanto siano davvero, in modo da giustificare gli elevati compensi richiesti per i loro servizi. Ciò detto, la scienza economica è riuscita particolarmente bene a tenere a distanza il grande pubblico. La gente è sempre pronta a far sentire la propria opinione su qualunque cosa, pur non avendo le competenze necessarie:

cambiamento climatico, matrimoni gay, guerra in Iraq, centrali nucleari… Ma quando si parla di questioni economiche, molti non mostrano di avere alcun interesse, figuriamoci un’opinione chiara in merito. Quando è stata l’ultima volta

che avete partecipato a una discussione sul futuro dell’euro, sulla disuguaglianza in Cina o sul futuro dell’industria manifatturiera americana? Sono questioni che possono avere un impatto enorme sulla vostra vita, ovunque siate, influenzando in positivo o in negativo le vostre prospettive di trovare un lavoro, il vostro stipendio e persino la vostra pensione, ma probabilmente non ci avete mai riflettuto seriamente. Questa curiosa circostanza si spiega solo in parte con il fatto che le questioni economiche non hanno quell’attrattiva viscerale che contraddistingue cose come l’amore, l’esilio, la morte e la guerra. In realtà il punto è che, specialmente negli ultimi decenni, siamo stati indotti a credere che l’economia sia una «scienza» come la fisica o la chimica, in cui tutte le domande hanno una sola risposta corretta; pertanto i profani dovrebbero semplicemente accettare «l’opinione degli esperti» e smettere di pensarci. Gregory Mankiw, professore di economia a Harvard e autore di uno dei libri di testo più diffusi, afferma: «Gli economisti amano proporsi come scienziati. Lo so perché spesso lo faccio anch’io. Ai miei studenti descrivo l’economia come una scienza di proposito, per assicurarmi che nessuno si avvicini al corso con l’idea di imbarcarsi in un’attività accademica approssimativa». 1 Tuttavia, come sarà chiaro proseguendo nella lettura, l’economia non sarà mai una scienza alla stregua della fisica o della chimica. In questo campo esistono infatti teorie molto differenti, ognuna delle quali sottolinea aspetti diversi di una realtà complessa, genera giudizi di valore morale e politico diversi e giunge a conclusioni diverse. Inoltre, le teorie economiche non riescono mai a prevedere quello che accadrà nel mondo reale, nemmeno nelle aree di specifica competenza, non da ultimo perché gli esseri umani sono dotati di libero arbitrio, diversamente dalle molecole chimiche o dagli oggetti fisici. 2 Se in economia non esiste un’unica risposta esatta, allora non possiamo lasciare tutto in mano agli esperti. In altre parole, ogni cittadino responsabile deve imparare un po’ di economia, il che non significa procurarsi un librone di testo e assimilare una prospettiva economica particolare. Ciò che serve è studiare l’economia per essere consapevoli che esistono diversi tipi di tesi economiche e sviluppare lo spirito critico per valutare quale posizione sia più sensata in una determinata situazione e alla luce di determinati valori morali e obiettivi politici (notate che non sto dicendo «quale posizione sia corretta»). Ci vuole dunque un

libro che parli di economia in un modo completamente nuovo, e credo che quello che state leggendo lo faccia.

In che senso questo libro è diverso?

In che modo questo libro si distingue dagli altri volumi di introduzione all’economia?

Una prima differenza consiste nel fatto che prendo davvero sul serio i miei lettori. Questo libro non è il bignami di una qualche complicata verità universale. Accompagno i lettori nell’analisi dell’economia da tanti punti di vista diversi, convinto che siano perfettamente in grado di distinguere tra i diversi approcci. Non evito le questioni metodologiche fondamentali dell’economia, come per esempio se possa essere definita una scienza o quale sia (o debba essere) il ruolo dei valori morali al suo interno. Quando è possibile, cerco di svelare i presupposti alla base delle differenti teorie economiche, in modo che i lettori possano valutare autonomamente quanto siano realistici e plausibili. Inoltre, racconto come nell’economia vengono definite e combinate le cifre, invitando i lettori a non considerarle qualcosa di oggettivo, come per esempio il peso di un elefante o la temperatura di un recipiente pieno d’acqua. 3 In poche parole, cerco

di spiegare come pensare, anziché cosa pensare.

Sebbene porti il lettore al livello di analisi più profondo, il libro non è affatto difficile. Non contiene informazioni che un diplomato non sia in grado di capire. Tutto ciò che chiedo a chi legge è la curiosità di voler scoprire che cosa succede nella realtà e la pazienza di assimilare alcuni paragrafi per volta.

Un’altra differenza cruciale rispetto ad altri libri di economia è che il mio volume contiene tantissimi dati sul mondo reale. E quando dico «mondo», è

proprio quello che intendo: il libro fornisce informazioni su molti paesi diversi. Ciò non significa che tutti i paesi ricevano uguale attenzione, ma che, diversamente dalla maggioranza dei libri di economia, le notizie non sono limitate a uno o due paesi o a una particolare tipologia (per esempio, i paesi ricchi o i paesi poveri). Le informazioni saranno soprattutto in forma di numeri:

le dimensioni dell’economia mondiale, il ruolo degli Stati Uniti o del Brasile, la

percentuale di Pil che la Cina o la Repubblica Democratica del Congo destinano agli investimenti, la durata della vita lavorativa in Grecia o in Germania. Ma il

tutto sarà integrato da informazioni qualitative su assetti istituzionali, contesto storico, politiche dominanti e così via. Mi auguro che alla fine del libro il lettore possa dire di avere una percezione più chiara di come funziona l’economia nel mondo reale. «E ora, qualcosa di completamente diverso…» 4

Primo interludio. Come leggere questo libro

Mi rendo conto che almeno all’inizio non tutti i lettori sono disposti a dedicare molto tempo a questo volume. Perciò suggerisco diversi modi di leggerlo, a seconda del tempo che pensate di avere a disposizione. Se avete dieci minuti: leggete i titoli e la prima pagina di ogni capitolo. Se sono fortunato, alla fine di quei dieci minuti potreste improvvisamente accorgervi di avere un altro paio d’ore a disposizione. Se avete un paio d’ore: leggete i Capitoli 1 e 2, e poi l’Epilogo. Sfogliate velocemente il resto. Se avete mezza giornata: leggete solo i titoli delle sezioni e le sintesi in corsivo che ho inserito qua e là fra i paragrafi. Se siete lettori veloci, potete dare un’occhiata anche alla parte introduttiva e alle osservazioni conclusive di ogni capitolo. Se avete il tempo e la pazienza di leggerlo tutto: vi invito a farlo: è il modo più efficace. E mi renderete felice. Ma anche in questo caso, sentitevi liberi di saltare le parti che non vi interessano granché e di leggerne solo i titoli.

PARTE PRIMA

Familiarizzare con l’economia

1. La vita, l’universo e tutto quanto Che cos’è l’economia?

Che cos’è la disciplina che chiamiamo economia (economics)? Un lettore che non conosca bene l’argomento potrebbe pensare che consista nello studio della realtà economica (economy). Dopotutto, se la chimica è lo studio degli elementi chimici, la biologia è lo studio degli esseri viventi e la sociologia è lo studio della società, l’economia deve essere la disciplina che studia le economie o una particolare economia. Tuttavia, secondo alcuni fra i testi economici più diffusi della nostra epoca, l’economia è molto di più. Secondo questi libri, la scienza economica affronta la domanda fondamentale, quella «sulla vita, l’universo e tutto quanto» della Guida galattica per gli autostoppisti, il romanzo umoristico di fantascienza di Douglas Adams, un cult che è diventato film nel 2005 con Martin «The Hobbit» Freeman nel ruolo di protagonista. Secondo Tim Harford, giornalista del Financial Times e autore del bestseller L’economista mascherato, l’economia tratta della vita: il suo secondo libro si intitola infatti La logica nascosta della vita. Finora, nessun economista ha mai affermato che la sua materia di competenza è in grado di spiegare l’universo. Per il momento l’universo rimane il territorio dei fisici, che la gran parte degli economisti ha preso a modello per secoli, con l’ambizione di trasformare in scienza anche la propria materia. 1 Ma alcuni economisti ci sono andati vicino, dichiarando che la scienza economica tratta del «mondo». Per esempio, nella versione originale il sottotitolo del secondo volume della famosa serie di Robert Frank Polli contro balene e altri piccoli enigmi quotidiani è How Economics Helps You Make Sense of Your World (Come l’economia ti aiuta a capire il mondo). E poi c’è la parte che riguarda «tutto quanto». Il sottotitolo della Logica nascosta della vita è Mettere ordine nel caos con l’economia. Nel libro di

economia forse più noto del nostro tempo, Freakonomics di Steven Levitt e Stephen Dubner, il sottotitolo accenna a un’esplorazione del «lato nascosto del mondo in cui viviamo». Robert Frank concorda, anche se la sua affermazione è molto più modesta. Nel sottotitolo del suo primo libro della serie Polli contro balene e altri piccoli enigmi quotidiani, dice semplicemente Why Economics Explains Almost Everything (Perché l’economia spiega quasi tutto; l’enfasi è mia). Ed eccoci qua: la disciplina «economia» riguarda la vita, l’universo e tutto quanto (o quasi). 2 Se ci pensate, è un’affermazione di un certo peso, posto che viene da un ambito che ha clamorosamente fallito in quello che la maggior parte dei non economisti ritiene il suo compito principale, ossia spiegare la realtà economica. Agli albori della crisi finanziaria del 2008, gran parte degli economisti predicava al mondo che i mercati si sbagliano raramente e che la scienza economica moderna aveva trovato dei modi per appianare i pochi ostacoli che i mercati possono presentare. Nel 2003 Robert Lucas, vincitore del premio Nobel per l’economia 3 nel 1995, dichiarò: «Il problema di prevenire le recessioni è stato risolto». 4 Così, la crisi finanziaria globale del 2008 ha colto totalmente di sorpresa quasi tutti gli economisti, 5 i quali, per di più, non sono riusciti a trovare soluzioni soddisfacenti ai postumi della crisi, che ancora perdurano. Considerato tutto questo, la scienza economica pare soffrire di una grave sindrome da megalomania: come può una materia che non è in grado di spiegare bene nemmeno la propria area di competenza pretendere di spiegare (quasi) tutto?

L’economia è lo studio delle scelte razionali dell’uomo…

Potreste pensare che io sia ingiusto. Tutti questi libri non si rivolgono forse al mercato editoriale di massa, dove la concorrenza per accaparrarsi i lettori è talmente accesa che editori e autori sono spinti a esagerare le cose? Penserete che le dissertazioni accademiche serie non si possono certo spingere così in là, pretendendo di spiegare «tutto». Questi titoli sono effettivamente esagerati, ma il punto è che lo sono in un modo particolare. Avrebbe potuto essere un’esagerazione del tipo «ecco come la

scienza economica spiega ogni fenomeno economico», invece è del tipo «come la scienza economica spiega non soltanto i fenomeni economici, ma anche tutto il resto». Il fatto che le esagerazioni vadano in questa direzione dipende dal modo in cui la scuola che attualmente domina l’economia, ossia quella neoclassica, definisce la disciplina. La tradizionale definizione neoclassica dell’economia, di cui si usano ancora alcune varianti, risale al 1932 ed è contenuta nel libro di Lionel Robbins Saggio sulla natura e l’importanza della scienza economica. Nel volume, Robbins descrisse l’economia come «la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi». Secondo questa visione, la scienza economica è definita dall’approccio teorico più che dal suo oggetto di discussione. Consiste nello studio della scelta razionale, cioè una scelta effettuata in base al calcolo deliberato e sistematico della misura massima in cui determinati fini possono essere raggiunti usando mezzi inevitabilmente scarsi. L’oggetto del calcolo può essere qualsiasi cosa (il matrimonio, la decisione di avere figli, il crimine o la tossicodipendenza, come ha scritto Gary Becker, il celebre economista di Chicago vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1992), anche al di fuori dei temi di natura economica, come li definirebbero i non economisti, quali il lavoro, il denaro o il commercio internazionale. Quando nel 1976 Becker intitolò il suo libro L’approccio economico al comportamento umano, in realtà stava davvero dichiarando, senza voler esagerare, che la scienza economica riguarda tutto. Questa tendenza ad applicare l’approccio cosiddetto economico a ogni cosa, definito dai critici «imperialismo dell’economia», ha recentemente raggiunto l’apice in libri come Freakonomics, il quale tratta ben poco temi che i più definirebbero economici. Parla di lottatori di sumo giapponesi, degli insegnanti nelle scuole americane, delle bande di narcotrafficanti di Chicago, dei partecipanti al quiz televisivo Anello debole, di agenti immobiliari e del Ku Klux Klan. La gente comune non penserebbe mai che questi personaggi, eccetto gli agenti immobiliari e le bande di narcotrafficanti, abbiano a che fare con l’economia (e anche gli autori concordano). Ma, secondo la maggior parte degli economisti contemporanei, il modo in cui i lottatori di sumo giapponesi si accordano per aiutarsi a vicenda o quello in cui gli insegnanti americani falsificano i voti degli

studenti per ottenere una migliore valutazione del proprio lavoro sono argomenti di economia tanto legittimi quanto decidere se la Grecia debba restare o meno nell’Eurozona, il modo in cui Samsung e Apple si contendono il mercato degli smartphone o come si possa ridurre la disoccupazione giovanile in Spagna (che supera il 55 per cento, nel momento in cui scrivo). Per questi economisti, tali temi «economici» non godono di uno status privilegiato nell’economia, ma sono solo alcune delle tante cose che questa può spiegare (cioè tutto, quasi dimenticavo), perché questi esperti definiscono la loro materia in termini di approccio teorico invece che di contenuto.

… o è lo studio della realtà economica?

Una definizione alternativa e ovvia dell’economia intesa come disciplina (economics), che ho dato per scontata, la inquadra come lo studio dell’economy, la realtà economica. Ma che cos’è un’economia?

È economia quando si parla di soldi: ma è proprio così? Per la maggior parte dei lettori, la risposta più intuitiva potrebbe essere che è economia qualunque cosa abbia a che fare con i soldi: non averli, guadagnarli, spenderli, finirli, risparmiarli, prenderli in prestito e restituirli. Non è esattamente così, ma è un buon punto di partenza per ragionare sia sull’economy che sull’economics. Ora, quando diciamo che l’economia riguarda i soldi, non parliamo del denaro fisico. Il denaro fisico, si tratti di una banconota, di una moneta d’oro o dei massi praticamente inamovibili un tempo utilizzati in alcune isole del Pacifico, rimane sempre e soltanto un simbolo. Il denaro è un simbolo di quello che altri membri della società vi devono o dei vostri diritti su una certa quota di risorse della società. 6 Il modo in cui è possibile creare, vendere e acquistare denaro e altri titoli finanziari – come le azioni di una società, i derivati e altri prodotti finanziari complessi, che spiegherò nei capitoli seguenti – rientra in una grande area della scienza economica denominata economia finanziaria. Oggigiorno, dato il ruolo predominante della finanza in molti paesi, l’equivalenza tra economia ed economia finanziaria è molto diffusa, ma in realtà la seconda è solo una piccola

parte della prima. Il vostro denaro – o il vostro diritto all’utilizzo di risorse – può essere generato in vari modi differenti, ed è di questo che tratta (o dovrebbe trattare) buona parte dell’economia.

Il modo più comune per procurarsi soldi è avere un lavoro Il modo più diffuso di procurarsi del denaro – a meno che non lo si possieda per nascita – è avere un posto di lavoro, anche autonomo, che permetta di guadagnare soldi. Quindi, la scienza economica verte in gran parte sul lavoro, un tema su cui si può riflettere da prospettive diverse. Il lavoro può essere analizzato dal punto di vista del singolo. La possibilità di trovare un impiego e il corrispettivo che si riceve per svolgerlo dipendono dalle capacità di una persona e da quanto sono richieste. Potreste ricevere un compenso molto alto perché avete abilità molto rare, come Cristiano Ronaldo, il calciatore. Potreste perdere il lavoro (o diventare disoccupati) perché qualcuno inventa una macchina per fare cento volte più velocemente quello che fate, come è successo a Mr Bucket, il padre di Charlie nella versione cinematografica della Fabbrica di cioccolato (2005) di Roald Dahl, che tappava i tubetti di dentifricio. 7 Oppure potreste dover accettare un salario inferiore o condizioni di lavoro peggiori perché la vostra azienda sta perdendo soldi, per esempio a causa dei beni importati a basso costo dalla Cina. E così via. Quindi, per comprendere il lavoro anche al livello del singolo individuo, è importante conoscere le abilità richieste, l’innovazione tecnologica e il commercio internazionale. I salari e le condizioni di lavoro, inoltre, sono profondamente influenzati dalle decisioni «politiche» di cambiare la portata e le caratteristiche del mercato del lavoro (metto «politiche» tra virgolette perché in fondo il confine tra economia e politica è labile, ma ne parleremo in seguito, nel Capitolo 11). L’ingresso degli stati orientali nell’Unione Europea ha avuto un impatto fortissimo sui salari e sui comportamenti dei lavoratori occidentali, visto l’improvviso aumento dell’offerta di lavoratori nei mercati dei loro paesi. Le restrizioni al lavoro minorile introdotte tra la fine dell’XI e l’inizio del XX secolo ebbero l’effetto opposto, restringendo i confini del mercato del lavoro: tutt’a un tratto, gran parte dei potenziali lavoratori si ritrovò esclusa dal mercato. La regolamentazione dell’orario, delle condizioni di lavoro e dei salari minimi sono esempi di

decisioni «politiche» meno drastiche che hanno comunque avuto un impatto sulle nostre attività professionali.

Nell’economia si trasferiscono soldi in continuazione Oltre che grazie a un posto di lavoro, potete procurarvi denaro attraverso un trasferimento, cioè semplicemente ricevendolo da qualcuno. Il denaro può essere trasferito in contanti o «in natura», cioè elargendo direttamente particolari beni (per esempio cibo) o servizi (per esempio istruzione primaria). Che siano in contanti o in natura, questi trasferimenti possono avvenire in tanti modi diversi.

Il denaro può venire da «persone che conoscete», per esempio genitori che sostengono i figli, persone che si prendono cura di familiari anziani, regali della comunità per il matrimonio di vostra figlia. Poi c’è la beneficenza, cioè un trasferimento intenzionale a estranei: a volte individualmente, altre collettivamente (per esempio attraverso imprese o associazioni di volontariato), le persone donano soldi a enti non profit che aiutano gli altri. In termini quantitativi, i governi superano di gran lunga la beneficenza dei singoli, tassando alcune persone per dare sostentamento ad altre. Perciò molta dell’economia si occupa di queste cose: in particolare quella branca nota come «economia pubblica». Anche nei paesi poveri esistono programmi statali per distribuire denaro o beni

in natura (per esempio generi alimentari gratuiti) alle persone in difficoltà (per

esempio anziani, disabili, persone sotto la soglia di povertà); ma le società più ricche, soprattutto in Europa, hanno programmi di trasferimenti molto più ampi e generosi: il sistema è noto come stato sociale e si basa sulla tassazione progressiva (chi guadagna di più versa in tasse una quota proporzionalmente più elevata del proprio reddito) e sulle prestazioni universali (tutti, non soltanto i più poveri o i disabili, hanno diritto a un reddito minimo e ai servizi di base come sanità e istruzione).

Le risorse guadagnate o trasferite vengono consumate sotto forma di beni o servizi Una volta avuto accesso alle risorse, che sia tramite un lavoro o un trasferimento

di denaro, le si consuma. Come esseri viventi, abbiamo bisogno di consumare un

quantitativo minimo di cibo, vestiti, energia, di un tetto e di altri beni per soddisfare i nostri bisogni elementari. In più, per soddisfare esigenze intellettive «più elevate», consumiamo beni come libri, strumenti musicali, attrezzature per l’attività fisica, televisione, computer ecc Acquistiamo e consumiamo anche dei servizi: un viaggio in autobus, un taglio di capelli, una cena al ristorante o anche una vacanza all’estero. 8 Ecco perché gran parte dell’economia si dedica allo studio del consumo, cioè a come le persone distribuiscono i loro soldi tra diversi tipi di beni e servizi, scelgono tra varietà concorrenti dello stesso prodotto e sono manipolate e/o informate dalla pubblicità, e al modo in cui le aziende spendono denaro per costruire la propria «immagine di marca» e così via.

Alla fin fine, beni e servizi devono essere prodotti Per essere consumati, questi beni e servizi devono innanzitutto essere prodotti: i beni nelle industrie o nelle aziende agricole, i servizi negli uffici e nei negozi. Entriamo così nel regno della produzione, un ambito dell’economia piuttosto trascurato, da quando la scuola neoclassica ha preso il sopravvento negli anni sessanta, dando risalto allo scambio e al consumo. Nei manuali di economia più diffusi, la produzione è dipinta come una «scatola nera», in cui certe quantità di lavoro (svolto da esseri umani) e capitale (macchinari e strumenti) vengono in qualche modo combinate per produrre beni e servizi. Sono in pochi a riconoscere che la produzione è molto più di una combinazione di quantità astratte definite «lavoro» e «capitale», e che coinvolge anche altri dettagli decisivi. Si tratta di cose che la maggior parte dei lettori non collega direttamente all’economia, anche se sono essenziali: l’organizzazione pratica di una fabbrica, il controllo dei lavoratori o la gestione dei rapporti con i sindacati, il miglioramento sistematico delle tecnologie attraverso la ricerca. Gran parte degli economisti è felice di lasciare lo studio di queste cose ad «altri», ossia a ingegneri e manager aziendali. Ma se ci pensate, la produzione costituisce il fondamento di qualsiasi economia. E, in effetti, spesso i cambiamenti nella sfera della produzione si sono rivelati anche il più potente motore del cambiamento sociale. Il mondo moderno è il risultato di una serie di trasformazioni tecnologiche e istituzionali legate alla sfera della produzione, verificatesi a partire dalla Rivoluzione industriale. Gli economisti, e tutti noi che

ci facciamo un’opinione dell’economia basandoci sulle riflessioni degli specialisti, dobbiamo prestare molta più attenzione alla produzione di quanto facciamo adesso.

Note conclusive: l’«economics» come studio dell’«economy»

Sono convinto che l’economia non debba essere definita in base alla metodologia o all’approccio teorico, bensì all’oggetto di studio, come accade in tutte le altre discipline. E l’oggetto di studio dell’economia intesa come disciplina dovrebbe essere la realtà economica – che riguarda il denaro, il lavoro, la tecnologia, il commercio internazionale, le tasse e altri aspetti che hanno a che fare con i tanti modi in cui produciamo beni e servizi, distribuiamo il reddito creato nel processo e consumiamo i prodotti –, e non la «vita, l’universo e tutto quanto» (o «quasi tutto»), come ritengono molti economisti. Tale definizione della disciplina «economia» è ciò che distingue in maniera sostanziale questo libro dalla maggioranza degli altri volumi che parlano di economia. Definendola in termini di metodologia, gran parte dei libri sull’economia presuppone che vi sia un solo modo corretto di «trattare l’economia», cioè l’approccio neoclassico. Nei casi peggiori, non vi diranno nemmeno che in ambito economico ci sono altre scuole di pensiero, oltre a quella neoclassica. Definendo l’economia in base all’oggetto di studio, questo libro evidenzia come esistano molti modi diversi di trattare l’economia, ognuno con i propri interessi prevalenti, angoli ciechi, punti di forza e di debolezza. Dopotutto, quello che vogliamo dall’economia è la migliore spiegazione possibile dei vari fenomeni economici, e non la costante «dimostrazione» che una particolare teoria economica possa spiegare non soltanto l’economia, ma tutto quanto.

PER SAPERNE DI PIÙ

Roger Backhouse, The Puzzle of Modern Economics: Science or Ideology?, Cambridge University Press, Cambridge 2012. Ben Fine e Dimitris Milonakis, From Economics Imperialism to Freakonomics:

The Shifting Boundaries between Economics and the Other Social Sciences, Routledge, London 2009.

2. L’evoluzione, dai pins al Pin Il capitalismo nel 1776 e nel 2014

Dai «pins» al Pin

Di che cosa trattava il primo testo di economia? Oro? Terra? Sistema bancario? Commercio internazionale? La risposta è: parlava di pins. Non del codice della carta di credito, ma di spilli (in inglese pins), quegli oggettini di metallo che in genere non usate, a meno che non vi confezioniate i vestiti da soli. La manifattura degli spilli è l’argomento del primo capitolo di quello che viene comunemente (ma erroneamente) 1 considerato il primo libro di economia politica, ossia l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, di Adam Smith (1723-1790). Smith inizia sostenendo che la chiave ultima per incrementare la ricchezza è aumentare la produttività attraverso una maggiore divisione del lavoro, ossia suddividendo i processi di produzione in fasi più limitate e specializzate. A suo parere, ciò aumenta la produttività in tre modi. Innanzitutto, ripetendo uno stesso procedimento, o al massimo due, i lavoratori diventano bravi in quello che fanno molto in fretta («la pratica rende perfetti»). In secondo luogo, specializzandosi, i lavoratori non hanno bisogno di tempo per muoversi – fisicamente e mentalmente – tra mansioni diverse (riduzione dei «costi di transizione»). E, ultima ma non meno importante, una migliore scomposizione del processo facilita l’automazione di tutte le fasi, che può quindi essere eseguita a una velocità sovrumana (meccanizzazione). Per illustrare la sua tesi, Smith spiega che, suddividendo tra loro il processo di produzione di uno spillo e specializzandosi in uno o due sottoprocessi, dieci persone sono in grado di produrre 48000 spilli (o 4800 spilli ciascuno) al giorno. E ci esorta a confrontare questo dato con i 20 spilli al massimo che un singolo

lavoratore riuscirebbe a produrre ogni giorno se dovesse seguire tutto il processo da solo. Smith definiva la manifattura degli spilli un esempio «di poco conto», e in seguito notava quanto fosse più complicato suddividere altri tipi di processo produttivo, ma non si può negare che vivesse in un’epoca in cui dieci persone che lavoravano insieme per produrre uno spillo erano percepite come qualcosa di innovativo (o quantomeno di abbastanza innovativo da poter tenere testa alla futura magnum opus di qualcun altro in quello che allora era considerato un ambito d’avanguardia). I due secoli e mezzo successivi hanno registrato progressi incredibili in campo tecnologico, spinti dalla meccanizzazione e dall’utilizzo di processi chimici, non da ultima nella manifattura degli spilli. Due generazioni dopo Smith, la produzione di ciascun lavoratore era quasi raddoppiata. Sull’onda dell’esempio di Smith, nel 1832 Charles Babbage, il matematico del XIX secolo noto come il padre concettuale del computer, studiò le fabbriche di spilli. 2 Scoprì che producevano circa 8000 spilli al giorno per ogni lavoratore. Altri 150 anni di progresso tecnologico hanno fatto aumentare la produttività di altre 100 volte:

secondo uno studio condotto nel 1980 dal compianto Clifford Pratten, 3 economista di Cambridge, si era arrivati a produrre fino a 800000 spilli al giorno per lavoratore. L’aumento della produttività nel realizzare lo stesso oggetto, per esempio uno spillo, è solo una parte della storia. Oggi produciamo moltissime cose che ai tempi di Smith si potevano soltanto sognare, come la «macchina volante», o che non si potevano nemmeno immaginare, come il microchip, il computer, i cavi in fibra ottica e altre tecnologie, che ci servono per usare non più i pins, gli spilli, ma il Pin.

Tutto cambia: come sono mutati gli attori e le istituzioni del capitalismo

Da Adam Smith ai giorni nostri non sono cambiate solo le tecnologie produttive, cioè il modo in cui le cose vengono prodotte. Anche gli attori economici – chi intraprende attività economiche – e le istituzioni economiche – le regole che riguardano l’organizzazione della produzione e di altre attività economiche –

hanno subito trasformazioni profonde. L’economia britannica dell’epoca di Smith, che egli definiva «società commerciale», aveva alcuni fondamentali punti in comune con la maggior parte delle economie dei giorni nostri. Se così non fosse la sua opera sarebbe superata. Diversamente dalla maggioranza delle economie sue contemporanee (a eccezione dei Paesi Bassi, del Belgio e di alcune zone d’Italia), era già «capitalista». E che cos’è, dunque, l’economia capitalista, o il capitalismo? È un’economia in cui la produzione è organizzata allo scopo di ottenere profitti, invece che per l’autoconsumo (come nell’agricoltura di sussistenza, in cui ciascuno coltiva il cibo che gli occorre) o per obblighi politici (come nelle società feudali o nelle economie socialiste, dove le autorità politiche, rispettivamente gli aristocratici e l’autorità centrale di pianificazione, stabiliscono che cosa si deve produrre). Il profitto è la differenza tra ciò che si guadagna vendendo qualcosa sul mercato (definito come utili ricavati dalle vendite, o semplicemente ricavi) e i costi di tutto quello che è servito per produrlo. Nel caso della fabbrica di spilli, il profitto sarebbe la differenza tra quanto ricavato dalla vendita degli spilli e i costi sostenuti per la loro produzione, cioè il filo d’acciaio da trasformare in spilli, i salari dei lavoratori, l’affitto della fabbrica e così via. Il capitalismo è organizzato dai capitalisti, ossia coloro che possiedono beni capitali. I beni capitali sono anche noti come mezzi di produzione e si riferiscono agli input durevoli del processo produttivo (per esempio le macchine, ma non le materie prime). Nella vita di tutti i giorni, utilizziamo il termine «capitale» anche per indicare il denaro investito in un’iniziativa imprenditoriale. 4 I capitalisti possiedono i mezzi di produzione direttamente o, circostanza oggi più comune, indirettamente, tramite quote (o azioni) di una società, cioè diritti di partecipazione in proporzione al valore totale della società che possiede quei mezzi di produzione. I capitalisti assumono altre persone sulla base di un rapporto commerciale, affinché facciano funzionare i mezzi di produzione. Queste persone sono definite lavoratori salariati, o semplicemente lavoratori. I capitalisti realizzano profitti producendo cose e vendendole ad altre persone sul mercato, che è il luogo in cui vengono comprati e venduti beni e servizi. Secondo Smith la concorrenza tra chi vende beni sul mercato garantisce che i

produttori, mirando al profitto, producano al costo più basso possibile, generando così vantaggi per tutti. Tuttavia, le analogie tra il capitalismo ai tempi di Smith e quello dei giorni nostri non vanno molto al di là di questi aspetti fondamentali. Se guardiamo a come queste caratteristiche essenziali – la proprietà privata dei mezzi di produzione, la ricerca del profitto, l’impiego di personale salariato e lo scambio di mercato – si traducono in realtà, le differenze tra le due epoche sono notevoli.

I capitalisti sono diversi Ai tempi di Adam Smith, la maggior parte delle fabbriche (e delle fattorie) era posseduta e gestita da singoli capitalisti o da partnership formate da un piccolo gruppo di individui che si conoscevano e la pensavano allo stesso modo. Di norma, questi capitalisti partecipavano in prima persona all’attività di produzione, e spesso erano fisicamente presenti in fabbrica, dando ordini ai lavoratori, insultandoli e perfino malmenandoli. Oggi, gran parte degli stabilimenti è posseduta e gestita da persone «non fisiche», cioè da società, che sono «persone» solo in senso giuridico. A loro volta, queste ultime sono di proprietà di numerosi individui che ne acquistano le quote e ne diventano comproprietari. Ma avere una quota di partecipazione non significa essere un capitalista nell’accezione classica del termine. Possedere 300 azioni della Volkswagen su un totale di 300 milioni non vi autorizza ad andare nella fabbrica tedesca di Wolfsburg, per esempio, e dare ordini ai «vostri» operai nel «vostro» stabilimento per un milionesimo del loro orario di lavoro. Nelle grandi imprese, la proprietà e la gestione delle attività sono quasi sempre distinte. Oggi i proprietari delle grandi aziende hanno perlopiù una responsabilità limitata. In una società a responsabilità limitata (S.r.l.) o in una società per azioni (S.p.a.), se qualcosa va storto i soci perdono soltanto la quantità di denaro che hanno investito in quote, e nulla più. Ai tempi di Smith, i titolari delle società avevano in genere responsabilità illimitate, e questo significa che se l’attività falliva dovevano vendere i propri beni personali per rimborsare i debiti, e se non ci riuscivano finivano nel carcere dei debitori. 5 Smith era contrario al principio della responsabilità limitata. Sosteneva che chi gestisce una società di questo tipo senza esserne proprietario gioca con «i soldi degli altri» (la sua frase

ha ispirato una celebre commedia, e nel 1991 anche un film, con Danny DeVito nel ruolo del protagonista) e quindi non avrà una gestione vigile quanto quella di chi rischia tutto ciò che ha. Indipendentemente dalla configurazione della proprietà, oggi le società sono organizzate in modo molto diverso rispetto ai tempi di Smith. Allora le società erano in maggioranza piccole, con un unico sito di produzione retto da una semplice struttura di comando, con pochi responsabili e pochi operai, e a volte un «amministratore» (così veniva chiamato un manager assunto). Oggi molte imprese sono enormi, e spesso contano decine di migliaia, o anche milioni, di dipendenti in tutto il mondo. Walmart dà lavoro a 2,1 milioni di persone, mentre McDonald’s conta circa 1,8 milioni di dipendenti, compresi i negozi in franchising. 6 Hanno strutture interne articolate, costituite da divisioni, centri di profitto, unità semiautonome e altro ancora; assumono persone con mansionari e livelli di retribuzione complessi che rientrano in una struttura gerarchica e burocratica sofisticata.

Anche i lavoratori sono diversi Al tempo di Smith, perlopiù la gente non lavorava per i capitalisti in cambio di un salario. La maggior parte era ancora occupata nell’agricoltura, anche nell’Europa occidentale, dove il capitalismo era più evoluto. 7 Una minoranza ristretta lavorava come manodopera salariata per capitalisti agrari, ma la popolazione era composta soprattutto da agricoltori di sussistenza o fittavoli (contadini che affittano la terra e danno in cambio una parte del raccolto) di proprietari terrieri aristocratici. In quel periodo anche molti di coloro che lavoravano per i capitalisti non erano salariati. Esisteva ancora la schiavitù e, come i trattori o gli animali da tiro, gli schiavi erano mezzi di produzione posseduti dai capitalisti, soprattutto dai proprietari delle piantagioni negli Stati Uniti del Sud, nei Caraibi, in Brasile e altrove. In Gran Bretagna la schiavitù fu abolita due generazioni dopo la pubblicazione della Ricchezza delle nazioni, nel 1833. Dopodiché ci vollero quasi un secolo e una sanguinosa guerra civile perché la schiavitù fosse abolita negli Stati Uniti (1862). In Brasile fu vietata solo nel 1888. Mentre gran parte della popolazione che lavorava per i capitalisti non percepiva uno stipendio, molti salariati erano persone che oggi non potrebbero

lavorare. Si trattava di bambini, e a quei tempi erano in pochi a pensare che fosse sbagliato farli lavorare. Nel 1724 Daniel Defoe, autore di Robinson Crusoe, pubblicò Viaggio attraverso l’intera isola della Gran Bretagna, in cui esprimeva la propria soddisfazione per il fatto che a Norwich, all’epoca centro di manifattura del cotone, «i bambini dai 4-5 anni in su potevano ciascuno guadagnarsi il pane», grazie alla messa al bando, nel 1700, dell’importazione del calicò, la pregiata tela di cotone indiano. 8 In seguito, il lavoro minorile fu limitato e poi bandito, ma solo generazioni dopo la morte di Adam Smith, avvenuta nel 1790. Oggi in Gran Bretagna e in altri paesi ricchi lo scenario è completamente diverso. 9 Il lavoro minorile è vietato, tranne che per un orario limitato e per una serie di attività ben precise, come la consegna dei giornali. La schiavitù è illegale. Tra i lavoratori adulti, il 10 per cento è costituito da autonomi, che hanno appunto un impiego in proprio, il 15-25 per cento è alle dipendenze dello stato e il resto è costituito da lavoratori stipendiati da capitalisti. 10

I mercati sono cambiati All’epoca di Smith, i mercati erano locali o tutt’al più di portata nazionale, tranne che per le merci più importanti, oggetto di commercio internazionale (per esempio zucchero, schiavi o spezie), e per una serie limitata di prodotti industriali (per esempio abiti di seta, cotone e lana). Questi mercati erano serviti da numerose aziende di piccole dimensioni, in uno scenario che oggigiorno gli economisti definirebbero di concorrenza perfetta, all’interno del quale nessun operatore, da solo, può influenzare il prezzo. Per i contemporanei di Smith sarebbe stato impossibile persino immaginare società con una quantità di dipendenti pari a oltre il doppio della popolazione londinese del tempo (800000 nel 1800) e attività in un numero di nazioni sei volte maggiore rispetto alle colonie britanniche di allora (che erano una ventina, mentre oggi McDonald’s opera in oltre 120 paesi). 11 Oggi la maggior parte dei mercati è popolata, e spesso manipolata, da grandi aziende. In alcuni casi c’è un unico attore sulla scena dell’offerta (monopolio), più tipicamente ce ne sono alcuni, ma pochi (oligopolio), a livello non soltanto nazionale, ma sempre più spesso anche mondiale. Per esempio, Boeing e Airbus producono quasi il 90 per cento degli aerei civili del mondo. In altri casi c’è

un’unica azienda acquirente (monopsonio) o ce ne sono poche (oligopsonio). Diversamente dalle piccole aziende dell’epoca di Smith, le società monopolistiche o oligopolistiche sono in grado di influenzare l’andamento del mercato, cioè hanno quello che gli economisti chiamano potere di mercato. Un’azienda monopolistica può deliberatamente limitare la propria produzione per alzare i prezzi fino a ottenere il massimo profitto (spiegherò le parti più tecniche nel Capitolo 11: per ora sentitevi liberi di ignorarle). Le aziende oligopolistiche non possono manipolare i propri mercati quanto un monopolio,

ma possono mettersi deliberatamente d’accordo per massimizzare i profitti evitando di abbassare i prezzi per farsi concorrenza l’un l’altra: questo fenomeno

è noto come cartello. Il risultato è che oggi la maggior parte dei paesi ha una

legge sulla concorrenza (a volte chiamata legge antitrust) finalizzata a contrastare tali comportamenti anticoncorrenziali, che scioglie i monopoli (per esempio, nel 1984 il governo statunitense ha diviso la compagnia telefonica AT&T) e proibisce la collusione tra aziende oligopolistiche. Fino a pochi decenni fa le aziende monopsonistiche e oligopsonistiche erano considerate curiosità teoriche. Oggi alcune di queste hanno la capacità di condizionare l’economia in modo ancora più significativo delle aziende monopolistiche e oligopolistiche. Esercitando il potere che deriva loro

dall’essere tra i pochi acquirenti di particolari prodotti, a volte anche su scala mondiale, società come Walmart, Amazon, Tesco e Carrefour esercitano un’influenza enorme, a volte perfino determinante, quando si tratta di decidere dove devono essere prodotte certe cose, quanto profitto deve guadagnare questa

o quell’azienda e che cosa possono acquistare i consumatori.

È cambiato anche il denaro, cioè il sistema finanziario 12 Oggi diamo per scontato che tutti i paesi abbiano solo una banca che conia banconote e monete, cioè la banca centrale, come per esempio la Federal Reserve statunitense o la Banca del Giappone. Ai tempi di Smith, la maggior parte delle banche europee emetteva la propria moneta, e lo faceva anche qualche grande commerciante. Queste non erano banconote nel senso moderno del termine. Ogni biglietto veniva emesso a una persona specifica, aveva un valore unico e veniva sottoscritto dal cassiere che lo emetteva. 13 Solo nel 1759 la Banca d’Inghilterra

iniziò a stampare cartamoneta con denominazione fissa (la banconota da 10 sterline, nella fattispecie; quella da 5 sterline fu stampata solo nel 1793, tre anni dopo la morte di Adam Smith). E fu solo due generazioni dopo Smith (nel 1853) che vennero emesse esclusivamente banconote stampate, senza il nome del creditore e senza la firma del cassiere emittente. Ma anche in quest’ultimo caso non si trattava di cartamoneta nel senso moderno del termine, poiché il suo valore era espressamente legato alla quantità di metalli preziosi, come oro o argento, posseduti dalla banca emittente. Questo sistema è noto come gold standard o sistema aureo (o silver, argenteo, oppure basato su altri metalli). Il gold (o silver) standard è un sistema monetario in cui la cartamoneta emessa dalla banca centrale può essere scambiata liberamente con una determinata quantità d’oro (o argento). Ciò non significa che la banca centrale dovesse avere riserve d’oro pari al valore della valuta emessa; la convertibilità delle banconote in oro, però, presupponeva che detenesse riserve auree molto consistenti. Per esempio, il consiglio della Federal Reserve statunitense possedeva oro in quantità equivalente al 40 per cento del valore del denaro emesso. Ne seguiva, per la banca centrale, una scarsa discrezionalità nel decidere quante banconote emettere. Il sistema aureo venne introdotto in Gran Bretagna nel 1717 grazie a Isaac Newton, 14 all’epoca responsabile della Royal Mint (zecca reale), mentre negli altri paesi europei fu adottato intorno al 1870. Questo sistema ha svolto un ruolo molto importante per l’evoluzione del capitalismo nelle due generazioni successive; ma ne parleremo nel Capitolo 3. Detto ciò, utilizzare le banconote è una cosa, risparmiare e prendere denaro in prestito dalle banche è un’altra: si chiama attività bancaria. Quest’ultima, ai tempi di Smith, era ancora meno sviluppata, dato che solo una ristretta minoranza accedeva ai servizi bancari. Tre quarti della popolazione francese non hanno avuto accesso alle banche fino agli anni sessanta dell’Ottocento, quasi un secolo dopo la pubblicazione della Ricchezza delle nazioni. E anche in Gran Bretagna, dove il settore era ben più sviluppato che in Francia, l’attività era estremamente frammentaria, e fino a XX secolo inoltrato sono stati applicati tassi d’interesse diversificati tra le zone del paese. I mercati azionari, sui quali vengono acquistate e vendute le quote (azioni) delle società, all’epoca di Smith esistevano già da un paio di secoli. Ma poiché le compagnie che emettevano quote di partecipazione erano poche (come ho già

detto, le società a responsabilità limitata erano rare), il mercato azionario restava marginale rispetto allo sbocciare del capitalismo. Peggio ancora, molti consideravano i mercati azionari poco più che bettole in cui si gioca d’azzardo (e c’è chi la pensa ancora così). La regolamentazione dei mercati azionari era minima e ben poco applicata, e gli intermediari non erano obbligati a dare molte informazioni sulle società di cui negoziavano le quote. Gli altri mercati finanziari erano a uno stadio ancora più primitivo. Il mercato dei titoli di stato, cioè cambiali trasferibili a chiunque, emesse da uno stato che chiede denaro in prestito (è proprio il mercato al centro della crisi dell’euro, che scuote il mondo dal 2009), esisteva solo in pochi paesi, tra cui Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi. Il mercato delle obbligazioni societarie (cambiali emesse da società) non era ancora molto evoluto nemmeno in Gran Bretagna. Oggi il settore finanziario è altamente sviluppato, anche troppo a detta di qualcuno. E non consiste soltanto nel settore bancario e nei mercati azionari e obbligazionari, ma anche (e sempre più) in quelli dei derivati finanziari (future, opzioni, swap) e nel minestrone degli acronimi che si riferiscono a prodotti finanziari composti, come Mbs, Cdo e Cds (non vi preoccupate, spiegherò di che cosa si tratta nel Capitolo 8). Sostanzialmente il sistema è garantito dalla banca centrale che, durante le crisi finanziarie, quando nessun altro è disposto a concedere prestiti, agisce da prestatore di ultima istanza e concede denaro senza limiti. Di fatto, ai tempi di Adam Smith la mancanza di una banca centrale rendeva molto arduo gestire situazioni di panico finanziario. Diversamente da quanto accadeva allora, oggi vige una regolamentazione molto articolata che delimita l’ambito di operatività degli attori finanziari, indicando per esempio fino a quale multiplo del loro capitale sociale possono emettere prestiti, quali informazioni devono rivelare su se stesse le società che vogliono collocare le proprie azioni, quali asset sono permessi ai vari investitori istituzionali (per esempio i fondi pensione non possono detenere titoli rischiosi). Nonostante tutto, i mercati finanziari sono così sfaccettati e complessi che è diventato problematico regolamentarli, come abbiamo visto a partire dalla crisi finanziaria globale del 2008.

Note conclusive: cambiamenti reali e teorie economiche

Confronti di questo genere mostrano che negli ultimi due secoli e mezzo il capitalismo è cambiato profondamente. E se alcuni dei princìpi fondamentali di Smith rimangono validi, lo sono però solo a un livello molto generale. Per esempio, la concorrenza tra imprese a scopo di lucro rappresenta ancora la forza propulsiva del capitalismo, com’era nella teoria di Smith, ma ormai la partita non si gioca più tra aziende piccole e anonime che, accettando i gusti dei consumatori, competono diventando più efficienti nell’utilizzo delle tecnologie a disposizione. Oggi la concorrenza è tra grandi società multinazionali, che hanno la capacità non soltanto di influenzare i prezzi, ma anche di ridefinire gli standard tecnologici in un breve lasso di tempo (pensate alla battaglia tra Apple e Samsung) e di manipolare i gusti dei consumatori, costruendosi un’immagine di marca e facendosi pubblicità. Per quanto una teoria economica possa essere valida, è relativa al suo contesto temporale e geografico. Di conseguenza, per trarne vantaggio occorre una buona conoscenza delle forze tecnologiche e istituzionali che caratterizzano i mercati, i settori e i paesi specifici che desideriamo analizzare con il supporto di una teoria. Ecco perché, se vogliamo comprendere le diverse teorie economiche e collocarle nel giusto contesto, è importante sapere come si è evoluto il capitalismo. E questo è ciò che faremo nel prossimo capitolo.

PER SAPERNE DI PIÙ

Ha-Joon Chang, Kicking Away the Ladder: Development Strategy in Historical Perspective, Anthem Press, London 2002. Robert L.Heilbroner, Nascita e sviluppo della società capitalistica, a cura di R. Pasca, Liguori, Napoli 1978. Göran Therborn, The World: A Beginner’s Guide, Polity, Cambridge 2011.

3. Come siamo arrivati fin qui? Breve storia del capitalismo PROF.SSA LINTOTT: Dunque, qual è la sua definizione di storia, Mr Rudge?

RUDGE: Professoressa, posso parlare liberamente, senza beccarmi delle botte? PROF.SSA LINTOTT: Ti proteggo io. RUDGE: Qual è la mia definizione di storia? La storia è una serie di stronzate messe in fila.

ALAN BENNETT, Gli studenti di storia

Una serie di stronzate messe in fila: a cosa serve la storia?

Riguardo alla storia, probabilmente molti lettori la pensano come Rudge negli Studenti di storia, la commedia di successo di Alan Bennett, diventata film nel

2006, su un gruppetto di ragazzi di Sheffield, intelligenti ma poveri, che cercano

di farsi ammettere a Oxford per studiare storia.

Molti pensano che la storia economica, cioè la storia di come le nostre economie si sono evolute nel tempo, sia superflua. Abbiamo davvero bisogno di conoscere ciò che è accaduto due, tre secoli fa per sapere che il libero scambio promuove la crescita economica, che una tassazione elevata ostacola la creazione della ricchezza e che snellire la burocrazia favorisce le attività commerciali?

Queste e altre perle di saggezza economica dei nostri tempi non derivano tutte da teorie a prova di bomba, comprovate da una vasta mole di dati statistici recenti? La maggioranza degli economisti ritiene di sì. La storia economica è stata materia di studio obbligatoria nelle facoltà di Economia di gran parte delle università americane fino agli anni ottanta, ma oggi molte non offrono più corsi

di questo tipo. Tra gli economisti più orientati alla teoria c’è persino la tendenza

a considerare la storia economica, bene che vada, un’innocua distrazione, come guardare i treni che passano, e alla peggio un rifugio per chi è debole di intelletto e non riesce ad affrontare scienze «dure» come la matematica e la statistica.

Malgrado ciò, in queste pagine proporrò ai lettori una breve (be’, non così breve) storia del capitalismo, perché una base di conoscenze è fondamentale per capire i fenomeni economici del nostro tempo.

La realtà è più strana della finzione: perché la storia è importante La storia influisce sul presente, e non solo perché tratta di ciò che è venuto prima, ma anche perché la storia (o meglio, ciò che la gente pensa di sapere sulla storia) ispira le decisioni delle persone. Moltissime raccomandazioni politiche si basano su esempi storici, perché per persuadere la gente nulla è più efficace dei

casi reali, di successo o meno. Per esempio, i sostenitori del libero scambio fanno sempre notare che la Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi sono diventati superpotenze economiche mondiali proprio grazie a esso. Se si rendessero conto che la loro versione della storia è sbagliata (come dimostrerò più avanti), non mostrerebbero tanta sicurezza nel diffondere raccomandazioni politiche. Incontrerebbero anche maggiori difficoltà nel convincere gli altri. La storia ci costringe inoltre a mettere in discussione alcuni presupposti dati per scontati. Non appena si comprende che molte cose oggi impossibili da comprare o vendere – esseri umani (schiavi), lavoro minorile, cariche governative – un tempo erano facilmente smerciabili, si smette di credere che i confini del «libero mercato» siano stati tracciati da qualche legge scientifica senza tempo, e ci si comincia a rendere conto che possono essere ridefiniti. Una volta appreso che le economie capitaliste avanzate sono cresciute più in fretta che mai tra gli anni cinquanta e settanta, quando le regolamentazioni erano tantissime e la tassazione elevata, si diventa immediatamente scettici verso l’idea che promuovere la crescita richieda di tagliare le tasse e snellire la burocrazia. La storia è utile per mettere in luce i limiti della teoria economica. La realtà spesso è più strana della finzione, e la storia fornisce numerosi esempi di successo economico (a tutti i livelli: paesi, aziende, individui) che non si possono spiegare appieno con una sola teoria economica. Per esempio, se leggiamo esclusivamente giornali come The Economist o il Wall Street Journal sentiremo parlare soltanto della politica di libero scambio di Singapore e della sua grande disponibilità ad accogliere gli investimenti esteri. Si potrebbe così concludere che il successo economico di Singapore sia la dimostrazione di come il libero scambio e il libero mercato siano la soluzione migliore per lo sviluppo economico… finché non si scopre che quasi tutto il suolo del paese è di proprietà statale, che l’85 per cento delle abitazioni viene fornito dall’agenzia per gli alloggi di proprietà pubblica (Housing and Development Board) e che il 22 per cento della produzione nazionale proviene da imprese statali (nel mondo la media è intorno al 10 per cento). Non esiste una singola teoria economica (neoclassica, marxista, keynesiana, scegliete voi) che possa spiegare il successo di questa combinazione di libero mercato e socialismo. Esempi del genere dovrebbero renderci sia più scettici sull’influenza delle teorie economiche, sia più cauti nel trarre conclusioni riguardo alle politiche da adottare.

Infine, dobbiamo guardare alla storia perché abbiamo il dovere morale di evitare il più possibile di fare esperimenti sulla pelle della gente. Dalla pianificazione centrale dell’ex blocco socialista (e dalla sua transizione in stile «Big Bang» al capitalismo), passando per i disastri delle politiche di austerity di molti paesi europei in seguito alla Grande depressione degli anni trenta, fino al fallimento della trickle-down economics * negli Stati Uniti e in Gran Bretagna negli anni ottanta e novanta, la storia è costellata di esperimenti politici radicali che hanno distrutto le vite di milioni o addirittura decine di milioni di persone. Studiare la storia non ci consentirà di evitare del tutto gli errori, ma dovremmo comunque fare del nostro meglio per impararne le lezioni, prima di elaborare politiche che si ripercuoteranno sulla vita della gente. Se uno qualsiasi degli argomenti che ho appena illustrato vi ha convinto, leggete attentamente il resto del capitolo: verranno messi in discussione molti «fatti» storici che pensavate di conoscere, e dunque potrebbe anche cambiare (come spero) il modo in cui concepite il capitalismo.

La tartaruga e la lumaca: l’economia mondiale prima del capitalismo

L’Europa occidentale è cresciuta molto lentamente… Il capitalismo ha avuto inizio nell’Europa occidentale, soprattutto in Gran Bretagna e nella regione che corrisponde al Belgio e ai Paesi Bassi di oggi, intorno al XVI e XVII secolo. Il motivo per cui nacque in quell’area – e non, per esempio, in paesi come l’India o la Cina, che fino ad allora avevano avuto livelli di sviluppo economico simili a quelli dell’Europa occidentale – è da tempo materia di acceso dibattito. Le spiegazioni proposte sono innumerevoli: dal disprezzo dell’élite cinese per le attività pratiche (come il commercio e l’industria) alla scoperta delle Americhe, alla distribuzione geografica dei giacimenti di carbone inglesi. Qui il dibattito non ci interessa: ciò che conta è che il capitalismo si è sviluppato prima di tutto in Europa occidentale. Prima dell’ascesa del capitalismo le società europee, come tutte quelle precapitaliste, cambiavano molto lentamente. In sostanza ruotavano intorno all’agricoltura, che di fatto ha utilizzato le stesse tecniche per secoli, con limitati scambi commerciali e poche industrie manifatturiere. Tra il 1000 e il 1500, nel Medioevo, il reddito pro capite (cioè a persona)

dell’Europa occidentale crebbe dello 0,12 per cento l’anno. 1 Ciò significa che nel 1500 il reddito era aumentato solo dell’82 per cento rispetto all’anno 1000. Giusto per capire, è un tasso che la Cina, che cresce all’11 per cento annuo, ha raggiunto in sei anni, fra il 2002 e il 2008. Questo vuol dire che, in termini di progresso materiale, un anno in Cina oggi equivale a 83 anni nell’Europa occidentale del Medioevo (che, a loro volta, equivalevano all’epoca a tre vite e mezzo, dato che l’aspettativa di vita era solo di ventiquattro anni).

… ma la sua crescita è stata comunque più rapida che in ogni altro paese del mondo Detto questo, la crescita dell’Europa occidentale fu comunque fulminea rispetto

a quella di Asia ed Europa orientale (Russia compresa), che si calcola siano

cresciute a un terzo del suo tasso (e cioè allo 0,04 per cento). Ciò significa che i

redditi di questi paesi dopo cinquecento anni erano aumentati solo del 22 per cento. L’Europa occidentale si sarà anche mossa come una tartaruga, ma altre aree del mondo sono state vere e proprie lumache.

L’alba del capitalismo: 1500-1820

La nascita del capitalismo… alla moviola

Il capitalismo nacque nel XVI secolo. Ma la sua comparsa fu così lenta che non è

facile individuarla analizzando le cifre. Nel periodo tra il 1500 e il 1820, il tasso di crescita del reddito pro capite in Europa occidentale era ancora fermo a un misero 0,14 per cento: in sostanza identico a tutti gli effetti a quello del periodo 1000-1500 (0,12 per cento).

In Inghilterra e nei Paesi Bassi ci furono segni visibili di crescita alla fine del XVIII secolo, soprattutto in settori come l’industria del cotone e del ferro. 2 Di conseguenza, tra il 1500 e il 1820, l’Inghilterra e i Paesi Bassi ebbero tassi di crescita economica pro capite rispettivamente dello 0,27 e dello 0,28 per cento l’anno. Si tratta di cifre molto basse per gli standard odierni, ma rappresentavano comunque il doppio della media dell’Europa occidentale: furono il risultato di numerosi cambiamenti.

L’emergere di nuove scienze, tecnologie e istituzioni

Per prima cosa, ci fu una transizione culturale verso approcci più «razionali» alla comprensione del mondo, che favorirono la nascita di discipline come la matematica e le scienze. Molte di queste idee furono inizialmente prese in prestito dal mondo arabo e dall’Asia, 3 ma nel XVI e XVII secolo in Europa occidentale cominciarono a fiorire innovazioni originali. I padri fondatori della scienza e della matematica moderne, come Copernico, Galileo, Fermat, Newton e Leibniz, vissero in quell’epoca. Il progresso scientifico non influenzò da subito l’economia in senso lato, ma nel tempo consentì di mettere a sistema le conoscenze che resero le innovazioni tecnologiche meno dipendenti dal singolo individuo e dunque più facilmente trasferibili: ciò favorì la diffusione di nuove tecnologie e così la crescita economica. Il XVIII secolo vide la nascita di diverse nuove tecnologie, precorritrici del sistema di produzione meccanizzata soprattutto in campo tessile, nell’industria dell’acciaio e in quella chimica. 4 Come nella fabbrica degli spilli di Adam Smith, stava prendendo piede una maggiore divisione del lavoro, con l’utilizzo, già ai primi del XIX secolo, di catene di montaggio a ciclo continuo. Per la nascita di queste nuove tecnologie produttive uno dei fattori fondamentali fu il desiderio di aumentare la produzione al fine di poter vendere di più e dunque ottenere profitti maggiori; in altre parole, la diffusione del modo di produzione capitalistico. Come sostenne Smith nella sua teoria sulla divisione del lavoro, quest’ultima fu resa possibile dall’aumento della produzione, che innescò un «circolo virtuoso» tra crescita della produzione e crescita della produttività. Nacquero anche nuove istituzioni economiche allo scopo di agevolare le nuove realtà produttive capitalistiche. Con la diffusione delle transazioni commerciali, le banche si trasformarono per facilitarle. L’emergere di piani d’investimento che richiedevano un capitale superiore persino alla ricchezza dei più agiati portò all’invenzione delle corporations, cioè delle società a responsabilità limitata, e così del mercato azionario.

Inizia l’espansione coloniale Dall’inizio del XV secolo, i paesi dell’Europa occidentale iniziarono a espandersi rapidamente. Definita con un eufemismo «l’Età delle esplorazioni geografiche», questa espansione implicò l’espropriazione di terre, risorse e forza lavoro locale attraverso il colonialismo.

Cominciando con il Portogallo in Asia e la Spagna nelle Americhe, dalla fine del XV secolo i paesi dell’Europa occidentale si mossero brutalmente al di là dei loro confini. A metà del XVIII secolo l’America del Nord era divisa tra Inghilterra, Francia e Spagna. Quasi tutti i paesi latinoamericani furono governati da Spagna e Portogallo fino agli anni dieci o venti dell’Ottocento. Intere regioni dell’India erano sotto il dominio inglese (soprattutto il Bengala e il Bihar), francese (la costa sudorientale) e portoghese (diverse fasce costiere, in particolare Goa). Negli stessi anni cominciavano anche gli insediamenti in Australia (la prima colonia penale risale al 1788). In questa fase l’Africa non risentì quasi per niente dell’espansione; furono soltanto creati alcuni insediamenti costieri da parte dei portoghesi (Capo Verde e São Tomé e Príncipe, isole prima disabitate) e degli olandesi (Città del Capo, nel XVII secolo). Il colonialismo fu gestito secondo princìpi capitalisti. È emblematico che, fino al 1858, l’amministrazione inglese dell’India fu di fatto affidata a un’impresa commerciale (la Compagnia delle Indie Orientali), e non al governo di Londra. Le colonie fornirono all’Europa nuove risorse. Le prime conquiste furono motivate dalla ricerca di metalli preziosi da utilizzare come moneta (oro e argento) e di spezie (soprattutto pepe nero). Con il tempo, nelle nuove colonie – Stati Uniti, Brasile e Caraibi in particolare – furono create delle piantagioni che impiegavano schiavi, perlopiù provenienti dall’Africa, allo scopo di portare in Europa nuovi prodotti, come lo zucchero di canna, il cotone e il tabacco. Alcune colture del Nuovo mondo furono introdotte anche in Europa e altrove, e diventarono alimenti di base. Bisogna fare un grosso sforzo di immaginazione per pensare a un’epoca in cui gli inglesi non avevano le loro patatine, gli italiani i pomodori e la polenta (di mais o granoturco), gli indiani, i thailandesi e i coreani i peperoncini.

Il colonialismo lascia profonde cicatrici

È in corso un annoso dibattito per stabilire se il capitalismo avrebbe potuto

svilupparsi senza le risorse ottenute dalle colonie dei secoli dal XVI al XVIII:

metalli preziosi da utilizzare come moneta, nuove risorse alimentari (come patate

e zucchero) e materie prime per l’industria, come il cotone. 5 Se è fuori

discussione che i colonizzatori abbiano tratto grandi vantaggi da queste risorse,

c’è da dire che probabilmente sarebbero arrivati al capitalismo anche senza. Ma non c’è alcun dubbio che il colonialismo abbia devastato le società dei paesi assoggettati. Le popolazioni native furono sterminate o messe ai margini. Le loro terre e le risorse che custodivano (comprese quelle sotterranee) furono espropriate. L’emarginazione delle popolazioni indigene è stata così massiccia che l’attuale presidente della Bolivia, Evo Morales, eletto nel 2006, è solo il secondo capo di stato amerindio del continente dall’arrivo degli europei nel 1492 (il primo fu Benito Juárez, presidente messicano dal 1858 al 1872). Milioni di africani (la stima più diffusa è 12) furono catturati da europei e arabi, e imbarcati come schiavi. Non fu una tragedia soltanto per chi finì in schiavitù (sempre che fosse sopravvissuto a quel viaggio atroce): molte comunità africane furono depredate di forza lavoro e videro distrutto il proprio tessuto sociale. Alcuni stati vennero creati dal nulla, con frontiere arbitrarie, e ripercussioni sulle politiche interne ed estere che arrivano fino ai nostri giorni. Lo testimonia il fatto che in Africa tanti confini sono rettilinei: quelli naturali non lo sono mai, perché in genere sono costituiti da fiumi, catene montuose e altri elementi geografici. Spesso il colonialismo implicava la distruzione arbitraria delle attività produttive esistenti nelle regioni economicamente più avanzate. Inoltre, come abbiamo visto nel Capitolo 2, nel 1700 l’Inghilterra proibì l’importazione del cotone indiano (calicò) per favorire la propria industria tessile, infliggendo così un colpo letale a quella indiana, che si spense definitivamente a metà del XIX secolo per effetto delle esportazioni delle manifatture inglesi del cotone, già meccanizzate. In quanto colonia, l’India non poté agire sui prezzi o servirsi di altre misure politiche per proteggere i produttori nazionali dall’assalto delle importazioni inglesi. Nel 1835 Lord Bentinck, governatore generale della Compagnia delle Indie Orientali, pronunciò una frase diventata famosa: «Le ossa dei tessitori di cotone imbiancano le pianure dell’India». 6

1820-1870: la Rivoluzione industriale

La storia mette il turbo: inizia la Rivoluzione industriale Il capitalismo decollò veramente intorno al 1820, l’anno di un’evidente

accelerazione della crescita economica in tutta l’Europa occidentale e poi nelle «propaggini occidentali» in America del Nord e Oceania. Tale accelerazione fu così intensa che i cinquant’anni seguenti sono in genere chiamati Rivoluzione industriale. 7 Per tutti quei cinquant’anni, nell’Europa occidentale il reddito pro capite crebbe dell’1 per cento, che può sembrare poca cosa rispetto a oggi (nel cosiddetto «decennio perduto» degli anni novanta il Giappone è cresciuto a questo tasso), ma paragonato allo 0,14 per cento registrato tra il 1500 e il 1820 fu come se la storia avesse messo il turbo.

Un’aspettativa di vita di diciassette anni e ottanta ore lavorative alla settimana:

per alcuni la miseria aumenta Questa accelerazione nella crescita del reddito pro capite, però, fu inizialmente accompagnata da un peggioramento del tenore di vita di molti. Chi possedeva abilità ormai superate, come gli artigiani tessili, perse il lavoro, sostituito dalle macchine azionate da operai non specializzati e meno costosi, tra cui molti bambini. Alcune di queste macchine venivano persino costruite su misura per la loro minore statura. Chi veniva reclutato nelle fabbriche, o nelle piccole officine che fornivano loro i semilavorati, aveva orari lunghissimi: di norma lavorava dalle settanta alle ottanta ore a settimana, e alcuni superavano persino le cento, avendo libera soltanto mezza giornata di domenica. Le condizioni di lavoro erano estremamente pericolose. Molti operai dell’industria tessile inglese morivano di malattie polmonari causate dalle polveri sollevate durante il processo produttivo. La classe operaia urbana viveva ammassata, e a volte in una stanza abitavano 15 o 20 persone; era normale che in cento condividessero un solo bagno. Uomini e donne morivano come mosche. Nelle zone povere di Manchester, l’aspettativa di vita era di diciassette anni: 8 il 30 per cento in meno rispetto a quella di tutta la Gran Bretagna prima della conquista dei normanni, nell’anno 1000 (in quel periodo era di 24 anni).

La nascita dei movimenti anticapitalisti Data la miseria che il capitalismo stava creando, non dovrebbe sorprendere che siano sorti vari movimenti anticapitalisti. Alcuni cercavano semplicemente di riportare indietro le lancette dell’orologio. I luddisti – artigiani tessili inglesi che

avevano perso il lavoro perché soppiantati dalla produzione meccanizzata negli anni dieci dell’Ottocento – presero a distruggere le macchine, causa immediata della loro disoccupazione e simbolo più evidente del progresso capitalista. Altri cercarono di costruire una società migliore e più equa attraverso associazioni volontarie. Robert Owen, imprenditore gallese, cercò di realizzare una società basata sul lavoro collettivo e sulla vita in comune tra persone dalle idee affini, un po’ come nei kibbutz israeliani. Il principale ideologo dell’anticapitalismo fu però Karl Marx (1818-1883), economista e rivoluzionario tedesco che trascorse gran parte della propria vita in esilio in Inghilterra (è sepolto nel cimitero di Highgate a Londra). Marx definì Owen e altri come lui «socialisti utopici», perché credevano che una società postcapitalista potesse basarsi su un’idilliaca vita comunitaria. Definì invece «socialismo scientifico» la propria impostazione, e sostenne che la nuova società avrebbe dovuto fondarsi sulle conquiste del capitalismo, anziché rifiutarle. Una società socialista avrebbe dovuto abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma al tempo stesso conservare le grandi unità produttive create dal capitalismo, in modo da sfruttarne al massimo l’elevata produttività. Inoltre, secondo Marx, un’economia socialista avrebbe dovuto essere gestita come un’azienda capitalista per quanto riguardava un punto importante: sarebbe stato necessario pianificare le questioni economiche in modo centralizzato, esattamente come un’azienda capitalista organizza tutte le sue operazioni. Il concetto è noto come pianificazione centralizzata. Marx e molti dei suoi seguaci – tra cui Vladimir Lenin, leader della Rivoluzione russa – erano convinti che l’unico modo per creare una società socialista fosse una rivoluzione guidata dai lavoratori, dato che i capitalisti non avrebbero rinunciato spontaneamente a ciò che avevano. Ma alcuni marxisti, chiamati «revisionisti» o socialdemocratici, come Eduard Bernstein e Karl Kautsky, ritenevano che i problemi del capitalismo si potessero alleviare grazie alla riforma, e non all’abolizione, del capitalismo, mediante la democrazia parlamentare. Auspicavano provvedimenti come la regolamentazione dell’orario e delle condizioni di lavoro, oltre che lo sviluppo dello stato sociale. Con il senno di poi è facile capire che questi riformisti interpretarono al meglio le tendenze storiche: il sistema che propugnavano è quello adottato da tutte le economie capitaliste avanzate di oggi. All’epoca, però, non era così ovvio che i

lavoratori potessero ottenere condizioni migliori in un regime capitalista, non da ultimo perché gran parte dei capitalisti si opponeva ferocemente alle riforme. A partire dal 1870 circa, le condizioni di lavoro della classe operaia migliorarono sensibilmente. I salari aumentarono: almeno in Gran Bretagna, la paga media di un adulto divenne abbastanza alta da permettere ai lavoratori di comprare qualcosa in più dei semplici beni di sussistenza, e alcuni iniziarono a lavorare meno di sessanta ore alla settimana. L’aspettativa di vita salì dai trentasei anni del 1800 ai quarantuno del 1860. 9 Al termine di questo periodo si videro anche gli albori dello stato sociale, che ebbe inizio in Germania con il piano assicurativo contro gli incidenti in fabbrica del 1871, introdotto da Otto von Bismarck, cancelliere della neonata Confederazione Tedesca del Nord.

Il mito del libero mercato e del libero scambio: la verità sullo sviluppo del capitalismo

Il progresso del capitalismo, nel XIX secolo, nei paesi dell’Europa occidentale e

nelle loro propaggini viene spesso attribuito alla diffusione del libero scambio e del libero mercato. Alcuni sostengono che fu solo perché lo stato non tassava né limitava i commerci internazionali (libero scambio) e, più in generale, non interferiva con l’andamento del mercato (libero mercato) che questi paesi poterono sviluppare il capitalismo. C’è chi dice anche che Gran Bretagna e Stati Uniti siano avanzati a un ritmo superiore agli altri paesi perché furono i primi a adottare il libero mercato e, soprattutto, il libero scambio. Ebbene, non c’è niente di più lontano dalla realtà. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, così come in altri paesi dell’Europa occidentale, agli albori dello

sviluppo capitalistico lo stato svolse un ruolo di primo piano. 10

La Gran Bretagna pioniera del protezionismo

A partire da Enrico VII (1485-1509), i Tudor favorirono l’industria tessile della

lana – cioè quella che ai tempi era l’industria europea tecnologicamente più avanzata, guidata da Olanda e Belgio, soprattutto nelle Fiandre – attraverso l’intervento statale. I dazi doganali (tasse sulle importazioni) proteggevano i produttori inglesi da quelli olandesi e belgi, a loro superiori. Il governo inglese arrivò persino a sponsorizzare l’ingaggio di abili artigiani tessili soffiati alla concorrenza, cioè alle Fiandre, in modo da garantirsi l’accesso alle tecnologie

più avanzate. Gli inglesi e gli americani che si chiamano Flanders, Fleming e

Flemyng discendono proprio da questi artigiani: senza politiche simili, oggi non

ci sarebbero lo 007 di Ian Fleming né la penicillina di Alexander Fleming, e

credo anche che I Simpson non sarebbero stati così divertenti se Ned Flanders si fosse chiamato Ned Lancashire. Tali politiche proseguirono anche dopo i Tudor, e nel XVIII secolo l’industria tessile della lana costituiva circa la metà dei proventi delle esportazioni inglesi. Senza queste entrate, la Gran Bretagna non avrebbe potuto importare il cibo e le materie prime di cui aveva bisogno per la Rivoluzione industriale. L’interventismo del governo inglese si intensificò nel 1721, quando Robert Walpole, il primo politico a ricoprire la carica di primo ministro della nazione, 11 lanciò un ambizioso piano di sviluppo produttivo ad ampio raggio. Garantì protezione doganale e sussidi alle industrie «strategiche» (soprattutto per favorire le esportazioni). Grazie anche al piano di Walpole, nella seconda metà del XVIII secolo la Gran Bretagna iniziò a fare grandi progressi. Nel decennio del 1770 era così palesemente avanti rispetto agli altri paesi che Adam Smith ritenne che non ci fosse più bisogno del protezionismo né di altre forme di intervento statale per sostenere i produttori inglesi. Tuttavia, la Gran Bretagna si convertì pienamente al libero scambio soltanto un secolo dopo La ricchezza delle nazioni di Smith, cioè quando la sua supremazia in campo industriale era ormai incontrastata. All’epoca il paese deteneva il 20 per cento della produzione manifatturiera mondiale (nel 1860) e il 46 per cento del commercio mondiale di beni industriali (nel 1870), nonostante avesse solo il 2,5 per cento della popolazione mondiale; il peso di queste cifre si può chiarire sottolineando che i corrispettivi dati della Cina odierna sono il 15 e il 14 per cento, sebbene il paese ospiti il 19 per cento della popolazione mondiale.

Gli Stati Uniti campioni di protezionismo

Il caso degli Stati Uniti è ancora più interessante. Sotto il governo coloniale

inglese, lo sviluppo industriale fu deliberatamente ostacolato. Sembra che, giunta

notizia dei primi tentativi dei coloni americani di avviare un’industria manifatturiera, William Pitt il Vecchio, primo ministro inglese dal 1766 al 1768, avesse affermato che «non si doveva permettere loro di produrre nemmeno un chiodo per i ferri di cavallo».

Dopo la conquista dell’indipendenza, molti americani sostennero che, se avesse voluto trattare da pari a pari con inglesi e francesi, il paese avrebbe dovuto industrializzarsi. A sostenere questa posizione fu nientemeno che il primo politico statunitense a ricoprire la carica di ministro dell’Economia, Alexander Hamilton, segretario al Tesoro (quello riprodotto sulle banconote da 10 dollari). Nel documento presentato al Congresso del 1791, il Rapporto sulle manifatture, Hamilton argomentò che il governo di una nazione economicamente arretrata come gli Stati Uniti doveva sostenere «le industrie appena nate» proteggendole dai concorrenti stranieri più forti finché non si fossero sviluppate: la sua idea è nota con il nome di teoria dell’industria nascente. Hamilton propose di avvalersi di dazi doganali e altri provvedimenti per aiutare le industrie appena sorte: sussidi, investimenti pubblici nelle infrastrutture (soprattutto canali), una legge sui brevetti per incoraggiare le nuove invenzioni e altre misure per dare impulso al sistema bancario. All’inizio i proprietari terrieri del Sud, che allora possedevano schiavi e dominavano la politica americana, ostacolarono il piano di Hamilton: non capivano perché avrebbero dovuto comprare beni yankee, ma di qualità inferiore, quando potevano importare cose più belle e meno costose dall’Europa. Ma in seguito alla Guerra angloamericana (1812-1816) – prima e finora unica occasione in cui gli Stati Uniti furono invasi – molti americani aderirono all’idea di Hamilton che un paese potente avesse bisogno di un settore industriale forte, eventualità che non si sarebbe concretizzata senza dazi doganali e altri interventi statali. Purtroppo Hamilton non riuscì a veder realizzato il proprio piano: era stato ucciso in un duello di pistola nel 1804 da un certo Aaron Burr, al tempo vicepresidente americano (è vero, era un’epoca barbara: un vicepresidente in carica uccide un ex ministro delle Finanze e nessuno va in prigione…). Dopo il cambiamento di rotta del 1816, la politica commerciale statunitense divenne sempre più protezionista. Negli anni trenta dell’Ottocento, il paese vantava i dazi doganali mediamente più alti del mondo sui prodotti industriali, record che avrebbe mantenuto per (quasi tutto) il secolo successivo, fino alla Seconda guerra mondiale. In quei cent’anni, paesi come Germania, Francia e Giappone – che in genere oggi associamo al protezionismo – avevano dazi molto più bassi. Nella prima metà di questo secolo protezionista, insieme alla schiavitù e al

federalismo il protezionismo rimase il pomo della discordia tra il Nord industriale e il Sud agricolo. La questione fu finalmente risolta dalla Guerra civile (1861-1865), vinta dai nordisti. La vittoria non fu casuale: il Nord vinse proprio perché nel mezzo secolo precedente, dietro al muro del protezionismo, aveva sviluppato un’industria manifatturiera. Nel classico di Margaret Mitchell, Via col vento, Rhett Butler, il protagonista maschile, dice ai suoi compatrioti del Sud che gli yankee avrebbero vinto la guerra in quanto avevano «fabbriche, fonderie, cantieri navali, miniere di ferro e carbone – tutte cose che noi [sudisti] non abbiamo».

Il libero scambio si diffonde… perlopiù con mezzi poco liberi Il libero scambio non fu all’origine del capitalismo, ma effettivamente si diffuse per tutto il XIX secolo: nel decennio del 1860, per esempio, fu adottato in Gran Bretagna, e nello stesso periodo in Europa occidentale venne firmata una serie di trattati di libero scambio bilaterali, con cui due paesi abolivano reciprocamente le restrizioni sulle importazioni e i dazi doganali sulle esportazioni. Ma il libero scambio si diffuse soprattutto ai margini del capitalismo, in America Latina e in Asia. Ciò accadde a causa di un elemento che in genere non viene associato al concetto di «libertà», ossia la forza, o quantomeno la minaccia di usarla. La colonizzazione fu la strada più ovvia per «imprigionare il libero scambio», ma anche molti paesi che non erano stati colonizzati furono ugualmente obbligati a adottarlo. Attraverso la cosiddetta «diplomazia delle cannoniere» questi furono costretti a firmare trattati iniqui che li privavano, tra le altre cose, dell’autonomia doganale (cioè del diritto di stabilire dazi propri). 12 Potevano imporre solamente un tasso doganale basso e uniforme (3-5 per cento), sufficiente ad aumentare le entrate del governo ma non a proteggere l’industria nascente. Il più celebre di questi accordi scorretti è il Trattato di Nanchino, che la Cina fu costretta a firmare nel 1842 in seguito alla sconfitta subita nella Guerra dell’oppio. Ma non fu certo il primo: i paesi latinoamericani firmarono trattati iniqui fin da quando ottennero l’indipendenza tra il 1810 e il 1830. Tra il 1820 e il 1860, un’altra serie di paesi fu obbligata a firmarli: l’Impero ottomano (l’attuale Turchia), la Persia (l’odierno Iran), il Siam (la Thailandia di oggi) e

persino il Giappone. I trattati latinoamericani giunsero a scadenza negli anni settanta e ottanta del XIX secolo, ma quelli asiatici rimasero in vigore fino a Novecento inoltrato. L’impossibilità di proteggere e favorire le loro industrie nascenti, sia a causa del controllo coloniale diretto sia per i trattati iniqui, fu un fattore determinante per la recessione economica vissuta dall’Asia e dall’America Latina nel periodo in cui si verificò una crescita negativa del reddito pro capite (al ritmo rispettivamente di − 0,1 e − 0,04 per cento all’anno).

1870-1913: Mezzogiorno di fuoco

Il capitalismo ingrana la marcia: nasce la produzione di massa Lo sviluppo del capitalismo iniziò ad accelerare verso il 1870. Tra il 1860 e il 1920 fecero la loro comparsa innovazioni tecnologiche che portarono alla nascita della cosiddetta industria pesante e di quella chimica: macchinari elettrici, motori a combustione interna, coloranti sintetici, fertilizzanti artificiali e via dicendo. Al contrario delle tecnologie della Rivoluzione industriale, che erano state inventate da uomini pratici dotati di buone intuizioni, queste nuove tecnologie furono sviluppate mediante l’applicazione sistematica di princìpi scientifici e ingegneristici. Ciò significava poter replicare e migliorare molto rapidamente ogni nuova invenzione. Inoltre, in molti settori l’organizzazione del processo produttivo fu rivoluzionata dall’invenzione del sistema di produzione di massa. L’uso di una catena di montaggio mobile (nastro trasportatore) e di parti intercambiabili fece crollare i costi di produzione. Tale sistema produttivo rappresenta la spina dorsale (se non addirittura la totalità) di quello attuale, nonostante si parli della sua scomparsa fin dagli anni ottanta del Novecento.

Nascono nuove istituzioni economiche per affrontare la maggior scala della produzione, i rischi e le instabilità crescenti Durante il suo «mezzogiorno di fuoco», il capitalismo acquisì l’assetto istituzionale che possiede ancora oggi, incentrato su elementi quali la società a responsabilità limitata, il diritto fallimentare, la banca centrale, lo stato sociale, il diritto del lavoro e così via. Tali trasformazioni istituzionali si verificarono di

fatto a causa di più profondi mutamenti tecnologici e politici. Riconoscendo il crescente bisogno di investimenti su larga scala, la responsabilità limitata, fino ad allora riservata a poche aziende privilegiate, venne «generalizzata», cioè concessa a qualunque impresa rispondesse ad alcuni requisiti minimi. Consentendo volumi di investimento prima inauditi, la società a responsabilità limitata divenne il più potente vettore dello sviluppo capitalistico:

Karl Marx, intuendo il suo enorme potenziale prima di qualunque altro sostenitore del capitalismo, la definì «produzione capitalistica al suo massimo grado di sviluppo». Prima della riforma inglese del 1849, il diritto fallimentare era incentrato sulla

punizione dell’uomo d’affari in bancarotta, che veniva condannato, nel peggiore dei casi, alla prigione per debiti. Al contrario, le nuove leggi fallimentari, entrate

in vigore nella seconda metà del XIX secolo, concedevano agli uomini d’affari

falliti una seconda possibilità, permettendo loro di non pagare gli interessi ai creditori mentre erano in fase di riorganizzazione dell’attività (come si legge

nell’articolo 11 della legge statunitense sui fallimenti, entrata in vigore nel 1898)

e costringendo i creditori a cancellare parti del debito. Mettersi in affari

diventava così molto meno rischioso. Società più grandi favorirono l’arrivo di banche più grandi. Aumentò il rischio

che il fallimento di una banca potesse destabilizzare l’intero sistema finanziario, perciò, per affrontare il problema, furono fondate le banche centrali, con funzione di prestatore di ultima istanza. La prima fu la Banca d’Inghilterra, nel

1844.

Con l’aumento delle agitazioni socialiste e delle pressioni riformiste per migliorare le condizioni della classe operaia, dal 1870 fu implementata una serie di leggi sociali e sul lavoro: assicurazione sanitaria e contro gli infortuni, pensioni di anzianità e indennità di disoccupazione. Molti paesi abolirono anche l’impiego del lavoro minorile sotto la soglia dei dieci o dodici anni e limitarono l’orario di lavoro dei ragazzi più grandi (all’inizio a «sole» dodici ore!). Inoltre, disciplinarono le condizioni e gli orari di lavoro delle donne. Purtroppo, quest’ultima misura non fu presa per questioni di cavalleria, ma per disprezzo nei loro confronti. Si credeva infatti che, al contrario degli uomini, le donne non avessero piene facoltà mentali, e che pertanto avrebbero potuto firmare un contratto di lavoro svantaggioso: avevano bisogno di essere protette da loro

stesse. Le leggi sociali e sul lavoro smussarono gli angoli del capitalismo e permisero a tantissimi poveri di vivere meglio, anche se, all’inizio, solo di poco. Questi cambiamenti istituzionali aiutarono la crescita economica. Le leggi sulla responsabilità limitata e quelle sulla bancarotta a tutela del debitore ridussero i rischi insiti nelle attività commerciali, incoraggiando di conseguenza la creazione di ricchezza. Anche il sistema delle banche centrali da un lato, e le legislazioni sociali e del lavoro dall’altro sostennero la crescita potenziando, rispettivamente, la stabilità politica e quella economica, il che a sua volta fece aumentare gli investimenti e di conseguenza lo sviluppo. Durante quel «mezzogiorno di fuoco», il tasso di crescita del reddito pro capite nell’Europa occidentale aumentò dall’1 per cento del periodo 1820-1870 all’1,3 per cento del periodo 1870-1913.

Perché l’età dell’oro liberale non fu poi tanto liberale

Il «mezzogiorno di fuoco» del capitalismo è spesso descritto come «prima

globalizzazione», ossia come la prima volta in cui l’intera economia mondiale fu integrata in un unico sistema di produzione e scambio. Molti studiosi attribuiscono tale risultato alle politiche economiche liberiste adottate in un periodo caratterizzato da scarse restrizioni legislative sugli spostamenti transfrontalieri di beni, capitali e persone. Questo liberismo sul fronte internazionale si rispecchiava nell’approccio del laissez-faire alla politica economica interna (per una definizione di questi termini, vedi il riquadro più avanti). Gli ingredienti decisivi, a quanto si dice, furono la concessione della massima libertà negli affari, la ricerca del pareggio di bilancio (quando il

governo spende esattamente la cifra che raccoglie in tasse) e l’adozione del sistema aureo. Peccato che le cose fossero molto più complicate di così.

Il periodo che va dal 1870 al 1913, in realtà, non vide un’applicazione universale del liberismo sul fronte internazionale. Nel cuore del capitalismo, cioè

in Europa occidentale e negli Stati Uniti, il protezionismo di fatto aumentò,

invece di diminuire.

Gli Stati Uniti divennero ancora più protezionisti di prima in seguito alla Guerra civile nel 1865. Ben pochi dei paesi europei che avevano firmato accordi

di libero scambio tra il 1860 e gli ultimi mesi del 1870 li rinnovarono; anzi,

quasi tutti si impegnarono a incrementare i dazi doganali dopo la loro scadenza

(in genere duravano vent’anni). Lo scopo era in parte proteggere l’agricoltura, che faticava a competere con le nuove importazioni a basso prezzo dal Nuovo mondo (soprattutto Stati Uniti e Argentina) e dall’Europa orientale (Russia e Ucraina), ma in parte anche tutelare e favorire le nuove industrie chimiche e pesanti. La Germania e la Svezia furono gli esempi migliori di questo «nuovo protezionismo», che fra i tedeschi diventò noto come «matrimonio tra ferro e segale». Quando, negli anni settanta e ottanta dell’Ottocento, giunsero a scadenza i trattati iniqui che avevano firmato al raggiungimento dell’indipendenza, i paesi latinoamericani applicarono dazi piuttosto alti (pari al 30-40 per cento). Ma negli altri «paesi periferici» il libero scambio obbligato di cui abbiamo parlato sopra si diffuse ampiamente. Le potenze europee si misurarono tra loro per occupare ciascuna una porzione di Continente nero in quella che fu definita la «corsa all’Africa», e anche molti paesi asiatici cominciarono a essere colonizzati (Malesia, Singapore e Birmania dagli inglesi; Cambogia, Vietnam e Laos dai francesi). L’Impero britannico raggiunse un’estensione incredibile grazie anche alla sua potenza industriale, e ciò diede origine al celebre detto per cui: «Il sole non tramonta mai sull’Impero britannico». Paesi come la Germania, il Belgio, gli Stati Uniti e il Giappone, che ancora non si erano impegnati nelle conquiste coloniali, decisero di avviarle. 14 Non è un caso che questo periodo storico sia noto come «Età dell’imperialismo». Nei paesi più marcatamente capitalisti l’intervento statale, anziché diminuire, aumentò in misura significativa anche sul fronte interno. Di fatto si manifestò una notevole aderenza alle dottrine del libero mercato in rapporto alla politica fiscale (dottrina del pareggio di bilancio) e monetaria (sistema aureo), ma in questo periodo anche il ruolo dello stato divenne più forte: leggi sul lavoro, sistemi previdenziali, investimenti pubblici nelle infrastrutture (soprattutto ferrovie, ma anche canali) e nell’istruzione (in particolare negli Stati Uniti e in Germania). Pertanto, l’età dell’oro liberale che va dal 1870 al 1913 non fu poi così liberale come pensiamo. Anzi, nei principali paesi capitalisti lo stava diventando sempre meno, in termini di politica sia interna che estera. Le liberalizzazioni ebbero luogo quasi esclusivamente nei paesi più poveri, ma più per obbligo che per scelta, attraverso il colonialismo e i trattati iniqui. Nell’unica zona in via di

sviluppo in cui, in quel periodo, ci fu una rapida crescita, e cioè in America Latina, alla scadenza dei trattati iniqui il protezionismo aumentò notevolmente. 15

«LIBERALE»:ILTERMINEPIÙAMBIGUODELMONDO?

Pocheparolehannogeneratopiùconfusionedeltermine«liberale». * Sebbene nonrisultiutilizzatoinmodoesplicitofinoal XIX secolo,leideechestannoalla base del liberalismo risalgono almeno al XVII secolo, grazie a pensatori del calibrodiThomasHobbeseJohnLocke.Nelsensoclassico,laparoladescrive laposizionedichiritieneprioritarialalibertàindividuale.Interminieconomici, ciòsignificatutelareildirittodell’individuodiutilizzareliberamenteciòchegli appartiene,inparticolareperottenerneunguadagno.Inquestaprospettiva,il governo ideale è quello che offre solo le condizioni di base per favorire l’esercizio di tale diritto, come per esempio la legalità e l’ordine pubblico. Questo tipo di governo (stato) è chiamato anche stato minimo. Lo slogan celebre tra i liberisti di un tempo era laissez-faire («lasciate fare»), ed è per questocheilliberismoènotoanchecome«dottrinadellaissez-faire». Ainostrigiorniilliberalismovieneingenereidentificatoconladifesadella democrazia,datalaparticolareattenzionededicataaidirittipoliticiindividuali, compresalalibertàdiparola.Mafinoallametàdel XX secolodisolitoiliberali noneranodemocratici.Rifiutavano,èvero,lavisioneconservatricesecondola qualelatradizioneelagerarchiasocialeavrebberodovutoprevaleresuidiritti individuali, ma credevano anche che non tutti fossero degni di tali diritti. Erano convinti che le donne non possedessero piene facoltà mentali e che dunque non meritassero il diritto di voto. Ritenevano inoltre che tale diritto nonspettasseaipoveri,poichécredevanochequestiavrebberovotatopolitici favorevoli alla confisca delle proprietà private. Adam Smith ammise pubblicamente che il governo «è in realtà istituito per la difesa dei ricchi controipoveri,odicolorochehannounpocodiproprietàcontrocoloroche nonnehannoaffatto». 13 CiòcherendeilquadroancorapiùconfusoèchenegliStatiUnitiiltermine liberal è usato anche per definire una visione di centro-sinistra. In Europa i liberal americani come Ted Kennedy o Paul Krugman sarebbero chiamati socialdemocratici.InEuropa,infatti,iltermine«liberale»indicaperesempioi sostenitoridelPartitoliberaledemocraticotedesco(Fdp),chenegliStatiUniti

sarebberochiamatilibertariani. Esistepoiilneoliberalismooneoliberismo,chesièimpostocometendenza economicadominanteapartiredaglianniottanta(comesivedràpiùavanti).È simile,manonidentico,alliberalismoclassico.Dalpuntodivistaeconomico sostiene la necessità di uno stato minimo, ma con alcune varianti, la più importante delle quali è l’accettazione della presenza di una banca centrale che detenga il monopolio dell’emissione di banconote, mentre i liberali classiciritenevanochecidovesseessereconcorrenzaanchenellacreazionedi valuta. In termini politici, i neoliberisti non si oppongono apertamente alla democrazia come facevano i liberali classici, ma molti di loro sono disposti a sacrificare la democrazia per il bene della proprietà privata e del libero mercato. Il neoliberismo è chiamato anche, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, Washington Consensus, essendo stato sostenuto con forza dalle tre organizzazioni economiche più potenti del mondo, tutte con sede a Washington, e cioè il dipartimento del Tesoro statunitense, il Fondo monetariointernazionale(Fmi)elaBancamondiale.

––––––––––

* La lingua italiana consente di aggirare almeno in parte l’ambiguità sottolineata dall’autore. Proprio per evitare confusioni, si è preferito tradurre liberalism/liberal con «liberalismo»/«liberale» se inteso in sensoclassico,econ«liberismo»/«liberista»seapplicatoalcampoeconomico.[N.d.T.]

1914-1945: gli sconvolgimenti

Il capitalismo fa un passo falso: la Prima guerra mondiale e la fine dell’età dell’oro liberale Per il capitalismo, lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914 segnò la fine di un’epoca. Fino ad allora, nonostante le continue minacce di rivolta dei poveri (i moti del 1848 in tutta Europa, la Comune di Parigi nel 1871 ecc.) e i problemi economici (la Grande depressione del 1873-1896), sembrava che il capitalismo fosse in crescita. Questa convinzione fu violentemente scossa dalla Prima guerra mondiale (1914-1918), che screditò completamente l’idea, all’epoca molto diffusa, che la rete sempre più fitta di scambi commerciali tessuta dal capitalismo in tutto il

pianeta avrebbe reso assai improbabili, se non impossibili, le guerre tra nazioni ormai profondamente legate tra loro. Da un lato, lo scoppio della Grande guerra non avrebbe dovuto sorprendere più di tanto, considerato che la globalizzazione del «mezzogiorno di fuoco» capitalista era stata in gran parte guidata dall’imperialismo, più che dalle forze di mercato. Ciò significava che le rivalità internazionali tra i principali paesi capitalisti avevano buone possibilità di degenerare in conflitti violenti. Alcuni si spinsero oltre, argomentando che il capitalismo aveva raggiunto uno stadio oltre il quale non sarebbe più stato sostenibile senza una continua espansione verso l’esterno, che prima o poi sarebbe terminata segnandone la fine.

Il capitalismo trova un rivale: la Rivoluzione russa e l’ascesa del socialismo Questa teoria, come è noto, fu illustrata in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di Vladimir Lenin, leader della Rivoluzione russa del 1917. Per i sostenitori del capitalismo, la rivoluzione fu un colpo anche peggiore della Prima guerra mondiale, in quanto portò alla creazione di un sistema economico volto a minare tutti i fondamenti del capitalismo. Nel decennio che seguì fu abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione (macchinari, fabbriche, terreni e altro). La prima, grande svolta fu la collettivizzazione dell’agricoltura nel 1928, grazie alla quale le terre dei grandi proprietari, i kulaki, vennero confiscate e trasformate in aziende agricole di stato (sovchoz), mentre i contadini furono costretti a aderire alle cooperative agricole (kolchoz), che a parte il nome erano di fatto aziende agricole statali. In seguito vennero aboliti i mercati, sostituiti dalla tanto conclamata pianificazione centrale nel 1928, quando ebbe inizio il primo Piano quinquennale. Da quell’anno l’Unione Sovietica si ritrovò con un sistema economico tutt’altro che capitalista, che funzionava senza proprietà privata dei mezzi di produzione, obiettivi di profitto né mercati. Quanto all’altro fondamento del capitalismo, il lavoro salariato, il quadro era più complicato. Certo, in teoria gli operai sovietici non erano lavoratori salariati, perché tramite lo stato o le cooperative erano proprietari dei mezzi di produzione. In pratica, però, erano difficili da distinguere dai lavoratori salariati dell’economia capitalista, dato che esercitavano uno scarso controllo sulla gestione delle imprese e sull’economia in senso lato, e il loro lavoro quotidiano

era ancora soggetto agli stessi rapporti gerarchici. Il socialismo sovietico fu un colossale esperimento economico (e sociale). Fino ad allora, nessuna economia era stata pianificata in modo centralizzato. Karl Marx aveva affrontato i dettagli solo in modo vago, e l’Unione Sovietica dovette inventarsi tutto avanzando lungo un cammino inesplorato. Persino molti marxisti, soprattutto Karl Kautsky, erano scettici sul suo futuro: lo stesso Marx pensava che il socialismo sarebbe dovuto emergere dalle economie capitaliste più avanzate. L’idea era che queste ultime si trovassero a un solo passo dal costituire un’economia pianificata, perché le aziende più grandi e i cartelli di imprese pianificavano già le proprie attività economiche in maniera significativa. L’Unione Sovietica – persino la sua porzione europea, la più sviluppata – aveva un’economia molto arretrata in cui il capitalismo si era a malapena formato, e di fatto il socialismo non avrebbe avuto alcun motivo di nascere. Con grande sorpresa di tutti, all’inizio l’industrializzazione sovietica fu un enorme successo, e ne è chiara dimostrazione il fatto che l’Urss riuscì a bloccare l’avanzata nazista sul fronte orientale durante la Seconda guerra mondiale. Si calcola che tra il 1928 e il 1938 il reddito pro capite salì del 5 per cento l’anno, un tasso incredibilmente rapido in un mondo nel quale in genere il reddito cresceva dell’1-2 per cento. 16 Questa crescita avvenne al costo di milioni di morti, dovuti alla repressione politica e alla carestia del 1932. 17 Ma all’epoca la vera portata della carestia non era nota, e molti rimasero colpiti dalla performance dell’economia sovietica, soprattutto perché a quel tempo il capitalismo era ormai in ginocchio per la Grande depressione del 1929.

Il capitalismo si deprime: la Grande depressione del 1929 Per i sostenitori del capitalismo, la Grande depressione fu un evento ancora più traumatico dell’ascesa del socialismo. L’impatto fu notevole soprattutto negli Stati Uniti, dove la Depressione ebbe inizio (con il famigerato crollo di Wall Street del 1929) e colpì più duramente. Tra il 1929 e il 1932 la produzione (o «output») statunitense precipitò del 30 per cento e la disoccupazione aumentò di 8 volte, dal 3 al 24 per cento. 18 Solo nel 1937 la produzione tornò ai livelli del 1929. Anche Germania e Francia subirono duri colpi, e il loro output crollò rispettivamente del 16 e del 15 per cento.

Una teoria influente, propugnata dagli economisti neoliberisti, è che questa crisi finanziaria, vasta ma comunque gestibile, si trasformò in una Grande depressione per via del collasso del commercio mondiale dovuto alla «guerra commerciale» indotta dall’adozione del protezionismo da parte degli Stati Uniti, con la legge Smoot-Hawley del 1930 sulle tariffe doganali. A un esame approfondito, però, questa teoria non regge. L’aumento dei dazi dovuto alla Smoot-Hawley non fu sconvolgente (negli Stati Uniti le tariffe doganali industriali medie passarono dal 37 al 48 per cento), né causò una guerra dei dazi su vasta scala. A parte qualche paese economicamente debole come l’Italia e la Spagna, il protezionismo non aumentò molto in seguito alla Smoot-Hawley. Non solo, ma studi recenti dimostrano che la ragione principale del crollo dei commerci internazionali dopo il 1929 non fu l’aumento delle tariffe doganali, ma la spirale discendente della domanda internazionale, provocata dall’adesione dei governi delle principali economie capitaliste alla dottrina del pareggio di bilancio. 19 Dopo una crisi finanziaria ingente come il crollo di Wall Street del 1929 o la crisi globale del 2008, i consumi del settore privato crollano. I debiti non vengono ripagati, il che obbliga le banche a ridurre i prestiti. Impossibilitati a chiedere credito, aziende e individui tagliano le spese, e questo, a sua volta, riduce la domanda di altre imprese e soggetti che prima fungevano loro da fornitori (per esempio, ditte che vendono al dettaglio, imprese che producono macchinari per altre imprese, lavoratori che offrono la propria forza lavoro alle aziende). L’andamento della domanda si avvita in una spirale discendente. In questo contesto, lo stato è l’unico attore economico in grado di mantenere un adeguato livello della domanda spendendo più di quanto guadagna, vale a dire operando in deficit. Durante la Grande depressione, però, la fiducia nella teoria del pareggio di bilancio impedì che le cose andassero così. Se il gettito fiscale precipitava a causa della contrazione delle attività economiche, l’unico modo per pareggiare il bilancio era tagliare le spese, abbattendo anche l’ultimo baluardo che contrastava la spirale discendente della domanda. 20 A peggiorare le cose, il sistema aureo impediva alle banche centrali di aumentare l’offerta di denaro, per paura di compromettere il valore delle rispettive valute. Con un’offerta di moneta limitata, il credito si assottigliò, asfissiando così le attività del settore privato e riducendo ulteriormente la domanda.

Iniziano le riforme: Stati Uniti e Svezia aprono la strada La Grande depressione segnò a lungo il capitalismo e portò a un rifiuto diffuso della teoria del laissez-faire e a decisi tentativi di riformare il sistema. Negli Stati Uniti, dove la Depressione aveva colpito più duramente e si era protratta più a lungo, le riforme furono diffuse e cospicue. Il cosiddetto primo New Deal (1933-1934), promosso dal nuovo presidente, Franklin Delano Roosevelt, separò l’attività commerciale delle banche da quella d’investimento (Glass-Steagall Act del 1933), istituì un sistema di assicurazione dei depositi bancari per tutelare i piccoli risparmiatori in caso di fallimento delle banche, aumentò il controllo sulle operazioni di borsa (Federal Securities Act del 1933), allargò e rafforzò il sistema creditizio agricolo, fornì la garanzia del prezzo minimo in agricoltura e realizzò nuove infrastrutture (come per esempio la diga Hoover, quella che si vede nel film Superman del 1978, con Christopher Reeve nei panni del protagonista) e via dicendo. Con il secondo New Deal (1935-1938) furono introdotte molte altre riforme, tra cui il Social Security Act (1935), che prevedeva pensioni di anzianità e un’indennità in caso di disoccupazione, e il Wagner Act (1935), che rafforzò i sindacati. Anche in Svezia furono varate riforme significative. Nel 1932, cavalcando l’onda dello scontento popolare verso le politiche economiche liberiste, che avevano fatto salire la disoccupazione al 25 per cento, salì al potere il Partito socialdemocratico. Fu introdotta una tassa sul reddito, con sorprendente ritardo per un paese che oggi viene considerato il baluardo di tale imposta (l’avevano introdotta la Gran Bretagna nel 1842 e persino gli Stati Uniti, notoriamente avversi alle tasse, nel 1913). Il gettito fiscale fu utilizzato per allargare lo stato sociale (l’introduzione dell’indennità di disoccupazione risale al 1934, anno in cui vennero anche alzate le pensioni di anzianità) e per aiutare i piccoli agricoltori (il credito agricolo venne esteso e furono garantiti i prezzi minimi). Nel 1938, i sindacati e i patronati centrali firmarono l’accordo di Saltsjöbaden, che sanciva la pace nei rapporti industriali. Altri paesi non riuscirono a riformare il capitalismo nella misura raggiunta da Stati Uniti e Svezia, ma le riforme di questi due paesi fecero presagire i contorni che la situazione avrebbe assunto dopo la Seconda guerra mondiale.

Il capitalismo vacilla: la crescita rallenta e il socialismo ottiene risultati

migliori Gli sconvolgimenti del periodo 1914-1945 raggiunsero l’apice con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, che causò decine di milioni di vittime tra militari

e civili (le stime più alte parlano di 60 milioni di morti). La guerra provocò la prima inversione di tendenza nell’accelerazione della crescita economica dagli inizi del XIX secolo. 21

1945-1973: L’Età dell’oro del capitalismo

Il capitalismo va a gonfie vele su tutti i fronti: crescita, occupazione e stabilità

Il periodo che va dal 1945, anno in cui finì la Seconda guerra mondiale, al 1973,

data della prima crisi energetica, viene spesso chiamato «Età dell’oro del capitalismo». E senz’altro merita questo nome, dato che si verificò il più alto tasso di crescita mai registrato. Tra il 1950 e il 1973 il reddito pro capite dell’Europa occidentale crebbe del 4,1 per cento l’anno, una percentuale davvero straordinaria. Gli Stati Uniti registrarono una crescita più lenta, ma comunque a un tasso mai visto prima, pari al 2,5 per cento. La Germania Occidentale registrò un 5 per cento, performance che guadagnò il titolo di «Miracolo del Reno», mentre il Giappone arrivò addirittura all’8,1 per cento, inaugurando una serie di «miracoli economici» in Asia orientale che sarebbe durata 50 anni. L’alto tasso di crescita non fu l’unico successo economico dell’Età dell’oro. Nei paesi capitalisti avanzati dell’Europa occidentale, in Giappone e negli Stati Uniti (vedi il Capitolo 10), fu praticamente eliminata la disoccupazione, assillo delle classi lavoratrici. Queste economie erano particolarmente stabili anche da molti altri punti di vista: produzione (e dunque occupazione), prezzi e finanze. La produzione fluttuava molto rispetto ai periodi precedenti, non ultimo grazie alle politiche fiscali keynesiane che aumentavano la spesa pubblica durante i momenti di difficoltà e la riducevano nei periodi di boom. 22 Il tasso di inflazione, cioè la variazione relativa (nel tempo) del livello generale dei prezzi, era piuttosto basso, 23 e infine si registrò un livello altissimo di stabilità finanziaria. Durante l’Età dell’oro, di fatto nessun paese conobbe una crisi del sistema bancario. A partire dal 1975, invece, ogni anno le crisi finanziarie hanno colpito tra il 5 e il 35 per cento dei paesi mondiali, con l’esclusione di alcuni anni fra il 2000 e il 2010. 24

L’Età dell’oro fu dunque un periodo significativo sotto tutti i punti di vista. Quando il primo ministro inglese Harold Macmillan disse: «Non è mai andata così bene», non stava esagerando. Che cosa, di preciso, abbia originato questa straordinaria performance economica, senza precedenti e ancora oggi ineguagliata, è tuttora materia di discussione.

Cosa c’è dietro l’Età dell’oro Alcuni sostengono che dopo la Seconda guerra mondiale ci fosse un’insolita quantità di nuove tecnologie che aspettavano solo di essere utilizzate, e che fu questo a stimolare la crescita durante l’Età dell’oro. Molte nuove tecnologie sviluppate durante la guerra per scopi militari poterono essere usate anche per scopi civili: computer, componenti e sistemi elettronici, radar, motori a reazione, gomma sintetica, microonde (un’applicazione della tecnologia radar) e molto altro ancora. Alla fine della guerra vennero fatti molti nuovi investimenti nei settori che impiegavano queste tecnologie, all’inizio per la ricostruzione postbellica e poi per soddisfare le richieste dei consumatori, represse durante il periodo di austerità dovuto al conflitto. Si verificarono poi importanti cambiamenti nel sistema economico internazionale, che favorirono lo sviluppo durante l’Età dell’oro. La conferenza del 1944 che si tenne a Bretton Woods, New Hampshire, tra le forze alleate della Seconda guerra mondiale diede vita a due istituzioni fondamentali del sistema finanziario internazionale postbellico: il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Birs), più comunemente nota come Banca mondiale. 25 Il Fmi venne creato per erogare finanziamenti a breve termine ai paesi in crisi di bilancia dei pagamenti (quest’ultima definisce la posizione di un dato paese nelle transazioni economiche con il resto del mondo; vedi il Capitolo 12 per una spiegazione dettagliata). Una crisi della bilancia dei pagamenti si verifica quando una nazione paga le altre (per esempio, importando beni o servizi) così tanto, rispetto a quello che riceve da loro, che nessuno vuole più prestarle denaro. In genere questa situazione sfocia nel panico finanziario, seguito poi da una profonda recessione. Concedendo prestiti d’emergenza ai paesi in tali condizioni, il Fmi permette loro di superare le difficoltà con minori conseguenze negative.

La Banca mondiale fu istituita per fornire prestiti per la cosiddetta «finanza di progetto» (il denaro viene erogato per particolari programmi d’investimento, come la costruzione di una diga). Concedendo prestiti a lunga scadenza e/o a tassi d’interesse inferiori a quelli offerti dalle banche private, la Banca mondiale ha permesso ai paesi che vi si sono rivolti di investire in modo più aggressivo di quanto sarebbe stato possibile altrimenti. La terza colonna del sistema economico postbellico internazionale fu l’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (General Agreement on Tariffs and Trade, noto come Gatt), firmato nel 1947. Tra il 1947 e il 1967, il Gatt organizzò sei cicli di negoziazioni (chiamati «round») che sfociarono nel taglio dei dazi doganali (soprattutto) dei paesi ricchi. Poiché il Gatt vigeva in paesi dai livelli di sviluppo simili, questi tagli produssero risultati positivi, espandendo i mercati e stimolando la crescita della produttività mediante una concorrenza più serrata. In Europa fu condotto un esperimento di integrazione internazionale che ebbe conseguenze molto vaste. Iniziò con la fondazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) nel 1951 da parte di sei nazioni (Germania Occidentale, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) e culminò con la creazione della Comunità economica europea (Cee) – un accordo di libero scambio – grazie al Trattato di Roma (1957). 26 Nel 1973 Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca si unirono al gruppo, che in quegli anni era identificato con l’espressione Comunità europee (Ce). Portando la pace in un’area dilaniata da guerre e rivalità, e integrando i mercati, la Cee contribuì allo sviluppo economico dei paesi membri. In ogni caso, l’interpretazione più autorevole riguardo all’Età dell’oro è che fu in sostanza il prodotto di riforme istituzionali e politiche economiche che diedero vita a un’economia mista, la quale integrava i tratti positivi di capitalismo e socialismo. In seguito alla Grande depressione, i limiti del capitalismo del laissez-faire risultarono evidenti. Si concordava sul fatto che lo stato avrebbe dovuto assumere un ruolo attivo nell’affrontare i fallimenti dei mercati non regolati. Allo stesso tempo, il successo della pianificazione bellica durante la Seconda guerra mondiale stemperò lo scetticismo intorno alla fattibilità dell’intervento pubblico. I successi elettorali dei partiti di sinistra in molti paesi europei, dovuti

al ruolo chiave nella lotta al fascismo, portarono a un ampliamento dello stato sociale e a maggiori diritti per i lavoratori. Si ritiene che questi cambiamenti politici e istituzionali abbiano contribuito all’avvento dell’Età dell’oro in tanti modi: creando pace sociale, sostenendo gli investimenti, aumentando la mobilità sociale e promuovendo innovazioni tecnologiche. Poiché si tratta di un punto importante, permettetemi di entrare nel dettaglio.

Il remix del capitalismo: politiche e istituzioni a sostegno dei lavoratori Poco dopo la Seconda guerra mondiale, molti paesi europei nazionalizzarono alcune società private, oppure ne fondarono di nuove – che presero il nome di imprese statali o pubbliche – in settori chiave quali l’acciaio, le ferrovie, le banche e l’energia (da combustibili fossili, nucleare ed elettrica). Questo cambiamento rifletteva la convinzione dei movimenti socialisti europei che il controllo pubblico dei mezzi di produzione fosse un elemento chiave della democrazia sociale, così come incarnato dal celebre Titolo IV del Partito laburista inglese (abolito nel 1995 in seguito al rimodernamento di Tony Blair con il suo New Labour). È opinione diffusa che in paesi come Francia, Finlandia, Norvegia e Austria le imprese statali abbiano dato un forte impulso alla crescita durante l’Età dell’oro, acquisendo industrie ad alta tecnologia che il settore privato riteneva troppo rischiose. Le misure assistenziali, introdotte per la prima volta alla fine del XIX secolo, furono ampiamente rafforzate grazie a servizi di base forniti dallo stato: per esempio, il National Health Service (servizio sanitario nazionale) britannico. Tali prestazioni furono finanziate con un forte aumento delle tasse (in rapporto al reddito nazionale). Un miglior sistema di welfare incrementò la mobilità sociale, e così anche la legittimazione del sistema capitalista. La pace sociale che ne risultò favorì un maggior numero di investimenti a lungo termine, e di conseguenza la crescita.

Il capitalismo gestito: lo stato disciplina e plasma i mercati, in tanti modi diversi Avendo imparato le lezioni della Grande depressione, i governi dei paesi capitalisti avanzati introdussero deliberatamente delle politiche macroeconomiche anticicliche, note anche come politiche keynesiane (vedi il

Capitolo 4), aumentando la spesa pubblica e l’offerta di moneta della banca centrale nei periodi di stagnazione e riducendole in quelli di crescita. Riconoscendo i potenziali pericoli dei mercati finanziari non regolati che si erano evidenziati durante la Grande depressione, la regolamentazione finanziaria fu rafforzata. Pochi paesi furono più rigidi degli Stati Uniti nel separare le banche commerciali da quelle d’investimento, ma tutti introdussero restrizioni alle operazioni delle banche e degli investitori istituzionali. Fu un periodo in cui i banchieri erano considerati persone rispettabili ma noiose, assai diverse dai loro successori spacconi di oggi. 27 Molti stati applicarono una politica industriale selettiva mirata a favorire i settori considerati «strategici» attraverso una gamma di provvedimenti quali la tutela degli scambi commerciali e le sovvenzioni. Ufficialmente il governo statunitense non aveva una politica industriale, ma influì notevolmente sullo sviluppo industriale del paese concedendo ingenti fondi di ricerca ai settori più avanzati: computer (finanziato dal Pentagono), semiconduttori (Us Navy), aeronautico (Us Air Force), Internet (Darpa, Defense Advanced Research Projects Agency, «agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa»), farmaceutico e scienze naturali (Nih, National Institutes of Health, «istituti nazionali di sanità»). 28 I governi di paesi come Francia, Giappone e Corea del Sud non si limitarono a favorire settori particolari, ma coordinarono espressamente le politiche industriali grazie ai Piani quinquennali: una pratica chiamata pianificazione indicativa per distinguerla da quella sovietica, centralizzata e «direttiva».

L’alba di un nuovo giorno: finalmente i paesi in via di sviluppo sperimentano il progresso economico Durante l’Età dell’oro si verificò una decolonizzazione su vasta scala. A partire, nel 1945, dalla Corea (che nel 1948 fu divisa in Nord e Sud) e nel 1947 dall’India (da cui si separò il Pakistan), gran parte delle colonie ottenne l’indipendenza. In molti paesi il processo si compì attraverso violenti scontri con i colonizzatori. Nell’Africa subsahariana l’indipendenza arrivò più tardi: il primo paese fu il Kenya, che la raggiunse nel 1957. Circa la metà dei paesi dell’area si rese autonoma agli inizi degli anni sessanta, ma alcuni dovettero attendere molto di più (Angola e Mozambico si staccarono dal Portogallo nel 1975, la Namibia

dal Sudafrica nel 1990) e altri sono ancora in attesa. Ma quasi tutte le ex colonie (oggi chiamate «paesi in via di sviluppo») ottennero l’indipendenza prima che finisse l’Età dell’oro. Una volta autonomi, molti di questi paesi rifiutarono le politiche di libero mercato e libero scambio imposte loro durante il colonialismo. Alcuni aderirono

al socialismo (Cina, Corea del Nord, Vietnam del Nord e Cuba), ma la maggior

parte, pur restando di fatto capitalista, seguì strategie di industrializzazione guidata dallo stato. Questa strategia è chiamata industrializzazione per sostituzione delle importazioni (Isi), perché consiste nel sostituire le merci importate con beni di produzione propria, e fu messa in atto per tutelare i produttori interni dalla maggior forza della concorrenza estera, limitando le importazioni (protezione dell’industria nascente) o disciplinando severamente le

attività delle aziende straniere all’interno dei confini nazionali. Spesso i governi erogavano sovvenzioni ai produttori con fini di lucro e fondavano imprese statali

in settori invisi agli investitori privati perché troppo rischiosi.

Avendo essi ottenuto l’indipendenza tra il 1945 e il 1973 e oltre, non è possibile parlare di una «performance economica dei paesi in via di sviluppo durante l’Età dell’oro». In genere, il lasso di tempo considerato per valutare la performance economica di questi paesi va dal 1960 al 1980. Secondo i dati della Banca mondiale, in questo periodo il loro reddito pro capite crebbe a un tasso del 3 per cento annuo: ciò significa che riuscirono a tenere il passo delle economie più avanzate, la cui crescita era del 3,2 per cento. Nello stesso periodo Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong, dove era in corso il «miracolo» economico, crebbero del 7-8 per cento l’anno in termini di reddito pro capite, raggiungendo così tassi di crescita tra i più rapidi nella storia dell’umanità

(insieme a quelli del Giappone prima di loro e della Cina in seguito). C’è però un aspetto da considerare, e cioè che persino le aree in via di sviluppo

a crescita più lenta fecero notevoli progressi. Tra il 1960 e il 1980, con un

incremento del reddito pro capite dell’1,6 per cento l’anno, l’Africa subsahariana fu la regione a crescita più lenta del globo: l’America Latina tenne un ritmo doppio (3,1 per cento) e l’Asia orientale più che triplo (5,3 per cento). Sono comunque tassi da non disprezzare: ricordiamoci infatti che durante la Rivoluzione industriale la crescita del reddito pro capite nell’Europa occidentale era solo dell’1 per cento.

La via di mezzo: il capitalismo funziona al meglio con adeguati interventi statali Durante l’Età dell’oro del capitalismo, l’intervento pubblico aumentò moltissimo in quasi tutti i settori di tutti i paesi, a eccezione del commercio internazionale nei paesi ricchi. Eppure, la performance economica sia dei paesi ricchi sia di quelli in via di sviluppo fu molto superiore rispetto al passato, e non è più migliorata dagli anni ottanta, quando l’intervento statale venne notevolmente ridotto (ci arriveremo tra poco). L’Età dell’oro dimostra che il capitalismo può dare maggiori frutti se viene disciplinato e stimolato da opportuni interventi statali.

1973-1979: l’interregno

L’Età dell’oro iniziò a vacillare con la sospensione, nel 1971, della convertibilità del dollaro in oro. Dopo gli accordi di Bretton Woods il sistema aureo era stato abbandonato, riconoscendo che rendeva la gestione macroeconomica troppo rigida, come dimostrato dalla Grande depressione. Ma il nuovo sistema era ancora sostanzialmente ancorato all’oro, perché il dollaro statunitense, che aveva tassi di cambio fissi con tutte le principali valute, era liberamente convertibile in oro (a 35 dollari l’oncia). Ci si basava ovviamente sul presupposto che questa moneta fosse «buona quanto l’oro» – ipotesi neanche tanto irragionevole, visto che gli Stati Uniti producevano circa metà dell’output mondiale e che ovunque nel mondo, dal momento che tutti volevano comprare merci americane, c’era una forte richiesta di dollari. Con la ricostruzione postbellica e il successivo, rapido sviluppo di altre economie, questo presupposto cessò di essere valido. Quando ci si rese conto che il dollaro statunitense non era più buono quanto l’oro, tutti vollero convertirlo in oro, il che ridusse ulteriormente la riserva aurea degli Stati Uniti e fece apparire il dollaro ancor meno affidabile. Le passività degli Stati Uniti (banconote e buoni del Tesoro, ossia i titoli di stato americani), che fino al 1959 erano state pari a metà della riserva aurea, già nel 1967 la superavano di una volta e mezza. 29 Nel 1971, gli Stati Uniti annullarono l’impegno a convertire i dollari in oro, il che nei due anni successivi spinse gli altri paesi ad abbandonare la prassi di legare la propria valuta nazionale al dollaro a cambi fissi. Ciò creò instabilità

nell’economia mondiale, con valute che fluttuavano a seconda degli umori del mercato e sempre più diventavano oggetto di speculazioni monetarie (gli investitori scommettevano sull’aumento o il calo del loro valore). La fine dell’Età dell’oro fu segnata dal primo shock petrolifero del 1973, durante il quale, da un giorno all’altro, i prezzi del greggio aumentarono di quattro volte a causa dell’intesa sui prezzi stabilita dal cartello dei paesi produttori di petrolio, l’Opec. Dalla fine degli anni sessanta l’inflazione era lentamente aumentata in molti paesi, ma dopo la crisi energetica balzò alle stelle. Ancora più importante, parecchi degli anni successivi furono caratterizzati dalla stagflazione. Il neologismo si riferiva all’interruzione di quella regolarità economica di lungo corso in base a cui durante una recessione (o stagnazione) i prezzi calano, per poi risalire nei periodi di boom economico. In quel periodo, invece, l’economia era stagnante (anche se non per via di una recessione prolungata, come durante la Grande depressione), ma i prezzi aumentavano rapidamente, del 10, 15 e persino del 25 per cento l’anno. 30 Il secondo shock petrolifero del 1979 chiuse definitivamente l’Età dell’oro, portando con sé un’altra ondata di inflazione e consentendo a governi neoliberisti di insediarsi al potere nei principali paesi capitalisti, soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti. Spesso i sostenitori del libero mercato, critici nei confronti del sistema a economia mista, affermano che questo fu il periodo di un disastro economico totale. Questa affermazione è fuorviante. Lo sviluppo dei paesi capitalisti avanzati rallentò rispetto all’Età dell’oro, ma il tasso di crescita del reddito pro capite nel periodo 1973-1980, pari al 2 per cento, restava molto più alto che in qualunque altro periodo storico fino alla Seconda guerra mondiale (1,2-1,4 per cento) e leggermente superiore a quello dei successivi trent’anni di neoliberismo (1,8 per cento tra il 1980 e il 2010). 31 Il tasso di disoccupazione, con una media del 4,1 per cento, era più alto di quello dell’Età dell’oro (3 per cento), ma non di molto. 32 Fatto sta che l’insoddisfazione nei confronti delle performance economiche fu tale da rendere possibili i cambiamenti radicali che si verificarono negli anni successivi.

Dal 1980 a oggi: ascesa e declino del neoliberismo

La Lady di ferro: Margaret Thatcher e la fine del compromesso postbellico inglese Una svolta decisiva si ebbe con l’elezione di Margaret Thatcher alla carica di primo ministro inglese nel 1979. Rifiutando il «fiacco» compromesso firmato dai conservatori con il Partito laburista dopo la Seconda guerra mondiale, la

Thatcher iniziò a smantellare sistematicamente l’economia mista, guadagnandosi

il soprannome di «Lady di ferro» per il suo atteggiamento inflessibile.

Il governo Thatcher abbassò le tasse sui redditi più alti, ridusse la spesa pubblica (soprattutto per istruzione, alloggi e trasporti), introdusse leggi che diminuivano il potere dei sindacati e abolì i controlli di capitale (la limitazione dei movimenti transfrontalieri di denaro). I provvedimenti più emblematici della

Thatcher furono le privatizzazioni, cioè la vendita di imprese statali a investitori privati. Vennero privatizzati acqua, elettricità, industria dell’acciaio, aeronautica

e automobilistica, e in parte anche l’edilizia pubblica. I tassi d’interesse furono alzati in modo da ridurre l’inflazione, frenando le attività economiche e dunque la domanda. Gli alti tassi d’interesse attrassero capitali stranieri, facendo lievitare il valore della sterlina e rendendo le esportazioni inglesi non competitive. Il risultato fu una recessione di enormi proporzioni che si verificò dal 1979 al 1983, quando consumatori e aziende dovettero tirare la cinghia. La disoccupazione giunse a colpire 3,3 milioni di persone, il tutto sotto un governo che era salito al potere criticando i risultati dell’amministrazione laburista di James Callaghan, sotto la quale i disoccupati avevano superato la soglia del milione, con il celebre slogan «Labour isn’t working», ** ideato dall’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi. Durante la recessione una grossa fetta dell’industria manifatturiera britannica, che aveva già visto scemare la propria competitività, fu distrutta. Molti dei tradizionali centri industriali (come Manchester, Liverpool e Sheffield) e molte zone minerarie (Inghilterra del Nord e Galles) furono devastati, come si vede in film tipo Grazie, signora Thatcher, che parla dei minatori di Grimley, cittadina il cui nome allude ben poco velatamente alla città mineraria di Grimethorpe, nello Yorkshire.

L’attore: Ronald Reagan e la ricostruzione dell’economia americana Ronald Reagan, ex attore ed ex governatore della California, divenne presidente

degli Stati Uniti nel 1981 e fece anche meglio di Margaret Thatcher. Il governo Reagan tagliò di netto le tasse sui redditi più alti, e spiegò che così i ricchi avrebbero avuto maggiori incentivi a investire e creare ricchezza, potendo trattenere una quota maggiore dei frutti dei propri investimenti. Inoltre si

riteneva che, avendo più soldi, i ricchi avrebbero speso di più, creando più posti

di lavoro e più reddito per tutti: si tratta della teoria del trickle-down. Allo

stesso tempo furono tagliati i sussidi ai poveri (soprattutto per gli alloggi) e congelati i salari minimi, affinché i meno abbienti avessero un incentivo

maggiore a lavorare di più. Se solo ci si riflette, la logica è ben strana: perché mai dovremmo far arricchire ulteriormente chi è già ricco per indurlo a lavorare

di più e al contempo impoverire i poveri allo stesso scopo? Strana o meno,

questa concezione, definita supply-side economics (economia del lato dell’offerta), divenne il credo fondamentale della politica economica americana per i successivi trent’anni – e oltre. Come in Gran Bretagna, i tassi d’interesse furono aumentati nel tentativo di ridurre l’inflazione. Tra il 1979 e il 1981 i tassi d’interesse raddoppiarono, passando da circa il 10 per cento a oltre il 20 per cento l’anno. Una parte significativa dell’industria americana, che già aveva perso terreno rispetto al Giappone e ad altre nazioni concorrenti, non riuscì a sopportare un tale aumento degli oneri finanziari. Il tradizionale cuore industriale del Midwest si trasformò nella «Rust belt». *** La deregolamentazione finanziaria negli Stati Uniti pose le basi dell’odierno sistema finanziario. Il rapido aumento delle acquisizioni ostili, con le quali una società viene comprata contro il volere del suo consiglio di amministrazione, cambiò l’intera cultura aziendale degli Stati Uniti. Molti di coloro che facevano acquisizioni di questo tipo erano corporate raiders interessati solamente allo scorporo delle attività (ossia alla vendita delle attività di un qualche valore, a prescindere dall’impatto che essa può avere sulla sopravvivenza a lungo termine della società); personaggi come quello reso immortale da Gordon Gekko nel film Wall Street (1987) e dal suo motto: «L’avidità è giusta». Per evitare un simile destino, le aziende dovevano ottenere profitti più in fretta di prima, altrimenti gli azionisti, impazienti, avrebbero venduto, facendo diminuire il prezzo delle azioni e dunque esponendo l’impresa al pericolo di subire un’acquisizione ostile. Per le aziende, il modo più semplice di distribuire maggiori profitti era il

ridimensionamento, che consiste nel ridurre la forza lavoro e minimizzare gli investimenti ben oltre quanto occorre per produrre risultati immediati, anche se queste misure diminuiscono le prospettive di più lungo periodo dell’impresa.

La crisi del debito e la fine della rivoluzione industriale nel Terzo mondo La politica degli alti tassi d’interesse negli Stati Uniti tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, detta anche «Volcker shock», dal nome dell’allora presidente della Federal Reserve (la banca centrale americana), ebbe ripercussioni a lungo termine non tanto negli Stati Uniti, ma nei paesi in via di sviluppo. Gran parte di questi paesi aveva chiesto ingenti prestiti negli anni settanta e nei primi anni ottanta, in parte per finanziare il processo di industrializzazione e in parte per pagare il petrolio, divenuto più caro in seguito alle varie crisi energetiche. Quando i tassi d’interesse statunitensi raddoppiarono, aumentarono di pari passo anche quelli internazionali, e ciò provocò il default (insolvenza) dei debiti esteri dei paesi in via di sviluppo, a cominciare dal Messico nel 1982. Si trattò della crisi del debito del Terzo mondo, così chiamata perché all’epoca i paesi in via di sviluppo erano noti come Terzo mondo, che seguiva il Primo (formato dai paesi capitalisti avanzati) e il Secondo (quello socialista). Di fronte alla crisi economica, i paesi in via di sviluppo dovettero ricorrere alle istituzioni di Bretton Woods (ricordo: il Fmi e la Banca mondiale). Queste posero loro una condizione: i paesi che richiedevano un prestito avrebbero dovuto implementare un programma di aggiustamento strutturale (Pas), che richiedeva una forte riduzione del ruolo dello stato nell’economia attraverso il taglio del budget, la privatizzazione delle aziende statali e l’allentamento delle regolazioni, soprattutto quelle relative al commercio internazionale. I risultati dei Pas furono a dir poco deludenti. Pur attuando tutte le riforme «strutturali» necessarie, negli anni ottanta e novanta la maggior parte dei paesi sperimentò un drastico rallentamento della crescita. I tassi di crescita del reddito pro capite in America Latina (Caraibi compresi) crollarono dal 3,1 per cento del 1960-1980 allo 0,3 per cento del 1980-2000. Anche nell’Africa subsahariana il reddito pro capite crollò: nel 2000 era inferiore del 13 per cento rispetto al 1980. Ne derivò un effettivo arresto della «rivoluzione industriale del Terzo mondo», definizione che Ajit Singh, economista di Cambridge, aveva utilizzato per

descrivere la crescita economica dei paesi in via di sviluppo nei primissimi decenni dopo l’indipendenza. Solo il Cile seppe cavarsela bene grazie alle politiche neoliberiste degli anni ottanta e novanta, ma a un costo altissimo in termini di vite umane, sotto la dittatura di Pinochet (1974-1990). 33 Tutte le altre realtà di successo del periodo erano economie che attuavano un massiccio intervento statale e liberalizzazioni solo graduali. Gli esempi più eclatanti furono il Giappone, le economie «tigre» (o «drago», a seconda di quale sia il vostro animale preferito) dell’Asia orientale (Corea del Sud, Taiwan e Singapore) e progressivamente anche la Cina.

I muri cominciano a crollare: la caduta del socialismo Poi, nel 1989, si verificò un cambiamento epocale. Fu l’anno in cui iniziò a sfaldarsi l’Unione Sovietica e venne abbattuto il muro di Berlino. La Germania fu riunificata (1990) e gran parte dei paesi dell’Europa dell’Est abbandonò il comunismo. Nel 1991 la stessa Unione Sovietica era smembrata. Quando la Cina si aprì e iniziò le liberalizzazioni (già dal 1978) in maniera graduale ma decisa, e il Vietnam (unificato sotto il governo comunista nel 1975) adottò la sua politica «delle porte aperte» (Doi Moi) nel 1986, il blocco socialista si era ridotto a pochi stati «duri e puri», ossia Corea del Nord e Cuba. I problemi delle economie socialiste erano noti da tempo: la difficoltà di pianificare un’economia sempre più diversificata, la questione degli incentivi, dovuta agli scarsi legami tra performance e ricompense, e una diffusa diseguaglianza di matrice politica in una società che pretendeva di essere equa (vedi il Capitolo 9). Ma erano stati in pochi, anche fra i commentatori più ostili al socialismo, a pensare che il blocco sarebbe imploso così in fretta. In ultima analisi, il problema fu che le economie del blocco sovietico avevano cercato di costruire un sistema economico alternativo basandosi su tecnologie di scarsa qualità. Naturalmente c’erano settori, come quello spaziale e della tecnologia bellica, in cui questi paesi erano leader mondiali (dopotutto, fu l’Unione Sovietica a mandare il primo uomo nello spazio nel 1957) grazie alle ingenti risorse investite. Tuttavia, quando fu chiaro che il blocco avrebbe offerto ai suoi cittadini solo prodotti di scarsa qualità – ne era simbolo la Trabant, la macchina della Germania dell’Est con la scocca in plastica, che dopo la caduta del muro di Berlino diventò subito un pezzo da museo –, i cittadini si

ribellarono. Nei dieci anni successivi i paesi socialisti dell’Europa dell’Est fecero uno scatto improvviso e si (ri)trasformarono in capitalisti. Molti pensarono che la «transizione» potesse avvenire rapidamente. Non bastava forse privatizzare le imprese statali e reintrodurre il sistema di mercato, che dopotutto è una delle istituzioni umane più «naturali»? Altri aggiunsero che la transizione doveva avvenire rapidamente, per non dare alla vecchia élite di governo il tempo di riorganizzarsi e contrastare il cambiamento. Quasi tutti i paesi adottarono riforme «Big Bang» nel tentativo di riportare in auge il capitalismo dall’oggi al domani. Il risultato fu nientemeno che un disastro in buona parte dei paesi. La Jugoslavia si disintegrò e fu dilaniata dalle guerre e dalla pulizia etnica. Molte ex repubbliche dell’Unione Sovietica subirono un periodo di forte depressione. In Russia il tracollo economico, che portò con sé disoccupazione e incertezza, causò ai cittadini stress, alcolismo e altri problemi di salute al punto che si stima siano morti diversi milioni di persone in più di quante ne sarebbero scomparse se le tendenze pre-transizione fossero continuate. 34 In molti paesi, i membri della vecchia guardia si limitarono a «cambiare casacca» e a trasformarsi da apparatčiki di partito in uomini d’affari, arricchendosi enormemente con l’acquisizione di beni di stato a prezzi stracciati, tramite atti di corruzione e insider dealing durante il processo di privatizzazione. I paesi dell’Europa centrale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) se la cavarono meglio, soprattutto dopo l’ingresso nell’Unione Europea nel 2004, perché possedevano maggiori competenze di base e introdussero le loro riforme in modo graduale. Ma persino nel caso di questi paesi è difficile affermare che la transizione sia stata un grande successo. La caduta del blocco socialista fu seguita da un periodo di «trionfalismo del libero mercato». Alcuni, come (l’allora) teorico neoconservatore americano Francis Fukuyama, annunciarono la «fine della storia» (no, non la fine del mondo), sostenendo che nel capitalismo avevamo finalmente e definitivamente identificato il miglior sistema economico possibile. Il fatto che tale sistema si declini in molte varietà diverse, ciascuna con specifici punti di forza e di debolezza, fu beatamente ignorato nel clima di euforia generale.

Un solo mondo, che siate pronti o no: la globalizzazione e il nuovo ordine economico mondiale

A metà degli anni novanta, il neoliberismo si era ormai diffuso in tutto il globo.

La maggior parte del vecchio mondo socialista era stata assorbita nell’economia

mondiale capitalista, sia attraverso le riforme «Big Bang» sia, come nel caso della Cina e del Vietnam, mediante un’apertura e una deregolamentazione graduali ma costanti. All’epoca, l’apertura dei mercati e le liberalizzazioni avevano fatto notevoli progressi anche nella maggioranza dei paesi in via di

sviluppo. In molti ciò accadde rapidamente grazie ai programmi di aggiustamento strutturale, ma in altri il processo fu più lento e passò attraverso cambiamenti politici spontanei, come per esempio in India. Negli stessi anni vennero firmati alcuni importanti accordi internazionali che segnarono l’inizio di una nuova era di integrazione globale. Nel 1994, Stati Uniti, Canada e Messico firmarono il Nafta (North American Free Trade Agreement). Si trattò del primo grande accordo di libero scambio tra paesi avanzati e un paese in via di sviluppo. Nel 1995 si concluse l’Uruguay round degli accordi sul Gatt, che portò il Gatt a espandersi nell’Omc (Organizzazione mondiale del commercio). L’Omc copre molte più aree (per esempio, i diritti per la proprietà intellettuale, come brevetti e marchi registrati, o gli scambi di servizi) e ha maggior potere sanzionatorio rispetto al Gatt. Nell’Unione Europea, l’integrazione economica procedette ulteriormente con il completamento, nel 1993, del progetto del «Mercato unico» (basato sulle cosiddette «quattro libertà

di circolazione» – persone, servizi, merci, capitali) e con l’adesione, nel 1995, di

Svezia, Finlandia e Austria. 35 Il risultato complessivo fu la creazione di un sistema internazionale di scambi orientato a un commercio più libero (sebbene non del tutto). Inoltre, il concetto di globalizzazione si fece strada come idea rappresentativa dell’epoca. Ovviamente l’integrazione economica internazionale era in corso fin dal XVI secolo, ma stando alle nuove interpretazioni della globalizzazione, il processo aveva raggiunto un livello assolutamente inedito. Ciò si doveva alle rivoluzioni tecnologiche nei campi della comunicazione (Internet) e dei trasporti (viaggi aerei, movimentazione di container via mare), che avevano portato all’«annullamento delle distanze». Secondo i sostenitori della globalizzazione, ormai i paesi non potevano fare altro che accogliere la nuova realtà e aprirsi

completamente al commercio e agli investimenti internazionali, liberalizzando al contempo le proprie economie interne. Coloro che si opponevano a questo inevitabile processo erano derisi e chiamati «moderni luddisti», perché convinti di poter riportare in vita un mondo ormai scomparso invertendo la rotta del progresso tecnologico (vedi sopra). Libri dai titoli come Il mondo senza confini, Il mondo è piatto e One World, Ready or Not (Un solo mondo, che siate pronti o no) riassumevano il succo di questo nuovo concetto.

L’inizio della fine: la crisi finanziaria asiatica L’euforia di fine anni ottanta e dei primi anni novanta non durò a lungo. Il primo segno che nel «mondo nuovo» qualcosa non funzionava fu la crisi finanziaria messicana del 1995. Troppe persone avevano investito in asset finanziari messicani aspettandosi utopicamente che, avendo abbracciato tutte le politiche di libero mercato e firmato il Nafta, il paese sarebbe stato sede del nuovo miracolo economico. Il Messico dovette essere soccorso finanziariamente dai governi di Stati Uniti e Canada (i quali certo non volevano che il loro nuovo partner di libero scambio precipitasse in una crisi), oltre che dal Fmi. Nel 1997 si verificò un evento ancor più preoccupante: la crisi finanziaria asiatica. Un certo numero di paesi che fino ad allora avevano raggiunto un buon successo economico – le cosiddette «economie Mit» (Malesia, Indonesia e Thailandia) e la Corea del Sud – incontrarono problemi finanziari. La causa fu lo scoppio delle bolle degli asset (i prezzi dei titoli finanziari salirono molto al di sopra dei valori reali a causa di aspettative irrealistiche). Se da un lato questi paesi erano stati più cauti di altre aree in via di sviluppo nell’aprire le proprie economie, dall’altro, tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta furono piuttosto radicali nell’aprire i propri mercati finanziari. Ritrovandosi con minori restrizioni, le rispettive banche chiesero prestiti sempre più ingenti ai paesi ricchi, che avevano tassi d’interesse minori. A loro volta, le banche dei paesi ricchi erano convinte di correre pochi rischi prestando denaro a stati con trascorsi economici eccellenti da decenni. Con l’afflusso di maggiori quantità di capitale straniero, i prezzi dei titoli salirono, il che permise ad aziende e famiglie dei paesi asiatici di chiedere ulteriori prestiti, dando in garanzia i propri asset che adesso valevano di più. Ben presto il processo si trasformò in una profezia che si autoavvera, perché l’aspettativa di un continuo rialzo dei

prezzi dei titoli giustificava nuove richieste e i relativi prestiti (vi ricorda qualcosa?). Quando si capì che quei prezzi erano insostenibili, i soldi prestati vennero richiesti indietro, e ciò scatenò la crisi finanziaria. La crisi asiatica lasciò una grossa cicatrice sulle economie colpite. In sistemi economici nei quali una crescita del 5 per cento (in termini pro capite) era considerata «recessione», nel 1998 la produzione crollò del 16 per cento in Indonesia e del 6-7 per cento negli altri paesi. Decine di milioni di persone rimasero senza lavoro in società in cui la disoccupazione significa miseria, essendo lo stato sociale ridotto al minimo. In cambio dei fondi ricevuti dal Fmi e dai paesi ricchi per il salvataggio finanziario, i paesi asiatici colpiti dalla crisi dovettero accettare numerosi cambiamenti politici, tutti mirati alla liberalizzazione dei mercati interni, soprattutto di quelli finanziari. Se da un lato questo li orientò maggiormente verso il mercato, dall’altro la crisi asiatica, insieme a quelle brasiliana e russa che seguirono a ruota, piantò di fatto il primo seme di scetticismo nei confronti del trionfalismo mercatista diffusosi dopo la fine della Guerra fredda. Si discusse seriamente della necessità di riformare il sistema finanziario globale, perlopiù seguendo le stesse direttrici emerse in seguito alla crisi finanziaria del 2008. Persino molti sostenitori della globalizzazione, tra cui l’editorialista del Financial Times Martin Wolf e l’economista liberoscambista Jagdish Bhagwati, iniziarono a mettere in discussione l’assennatezza del libero flusso internazionale di capitali. Insomma, la nuova economia globale non era tutta rose e fiori.

Un’alba fasulla: dal boom delle dot.com alla Grande moderazione Quando queste crisi furono domate, si smise anche di parlare di una riforma finanziaria globale. Negli Stati Uniti si ebbe una decisa spinta nella direzione opposta, che si manifestò nell’abrogazione, nel 1999, della legge più rappresentativa del New Deal, il Glass-Steagall Act del 1933, che separava strutturalmente le banche commerciali da quelle d’investimento. Nel 2000 ci fu un altro momento di panico quando negli Stati Uniti scoppiò la cosiddetta bolla delle dot.com: aziende di servizi Internet senza alcuna speranza di generare profitti in un futuro prossimo si videro quotare le azioni a livelli assurdamente alti. Presto il panico si affievolì, anche perché la Federal Reserve

americana prese in mano la situazione tagliando drasticamente i tassi d’interesse e le banche centrali degli altri paesi ricchi la seguirono a ruota. Da quel momento, i primi anni del millennio sembrarono scorrere meravigliosamente lisci nei paesi ricchi, soprattutto negli Stati Uniti. La crescita fu notevole, anche se non proprio spettacolare. Pareva che i prezzi degli asset (immobili, quote azionarie e via dicendo) sarebbero saliti per sempre. L’inflazione rimaneva bassa. Gli economisti – compreso Ben Bernanke, presidente del Comitato dei governatori della Federal Reserve dal febbraio 2006 al gennaio 2014 – parlavano della «Grande moderazione», una fase nella quale la scienza economica era finalmente riuscita a superare l’andamento ciclico di espansioni e contrazioni (in cui l’economia sale e scende con grandi oscillazioni). Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dall’agosto 1987 al gennaio 2006, era riverito come un «maestro» (così venne immortalato nel titolo della biografia scritta da Bob Woodward, il giornalista dello scandalo Watergate) che aveva dimostrato doti quasi magiche nel gestire un costante boom economico senza alimentare l’inflazione o incappare in crisi finanziarie. Verso la metà degli anni duemila il resto del mondo iniziò a sentire gli effetti della «miracolosa» crescita vissuta dalla Cina nei due decenni precedenti. Nel 1978, all’avvio delle riforme, l’economia cinese rappresentava un misero 2,5 per cento di quella mondiale. 36 Aveva un impatto minimo sul resto del mondo: la sua quota di esportazioni mondiali di beni si limitava infatti allo 0,8 per cento. 37 Nel 2007 le cifre erano salite rispettivamente al 6 per cento e all’8,7 per cento. 38 Avendo relativamente poche risorse naturali e crescendo a una velocità spaventosa, la Cina iniziò ad assorbire alimenti, minerali e carburante dal resto del mondo, e di conseguenza il peso della sua crescita si fece sentire sempre di più. Ciò diede impulso ai paesi africani e latinoamericani esportatori di materie prime, le cui economie poterono finalmente riguadagnare parte del terreno perduto negli anni ottanta e novanta. La Cina diventò inoltre uno dei principali creditori e investitori in alcuni paesi africani, fornendo a questi ultimi una leva per negoziare con le istituzioni di Bretton Woods e con i precedenti erogatori di aiuti, come gli Stati Uniti e i paesi europei. In questo periodo i paesi dell’America Latina abbandonarono le politiche neoliberiste, che si erano rivelate inefficienti per molte economie. Il Brasile (con Lula), la Bolivia (con

Morales), il Venezuela (con Chávez), l’Argentina (con i coniugi Kirchner), l’Ecuador (con Correa) e l’Uruguay (con Vázquez) ne sono gli esempi più eclatanti.

Una crepa nel muro: la crisi finanziaria globale del 2008 Nei primi mesi del 2007 scattò l’allarme lanciato da quanti erano preoccupati per il (mancato) rimborso dei mutui ipotecari chiamati eufemisticamente «subprime» (leggi: «con alte possibilità di insolvenza»), emessi dagli istituti finanziari americani durante il precedente boom edilizio. A persone senza reddito fisso e con un passato creditizio tormentato fu concesso in prestito più denaro di quanto potessero permettersi di ripagare, in base al presupposto che i prezzi delle case sarebbero continuati a salire. Se le cose si fossero messe male, si riteneva che avrebbero potuto rimborsare i mutui vendendo le case. Non solo, ma migliaia o forse centinaia di migliaia di questi mutui ipotecari ad alto rischio vennero accorpati in prodotti finanziari «complessi», come i Mortgage Backed Securities (Mbs) e le Cdo (Collateralized Debt Obligation; in questa fase non è necessario sapere che cosa sono, ci torneremo in dettaglio nel Capitolo 8), e venduti come titoli a basso rischio, partendo dal presupposto che la morosità di tanti mutuatari allo stesso tempo fosse molto meno probabile dell’insolvenza dei singoli. All’inizio, il problema dei mutui ipotecari negli Stati Uniti venne stimato sui 50-100 miliardi di dollari: una cifra non piccola, che però avrebbe potuto facilmente essere assorbita dal sistema (o così molti sostenevano all’epoca). Eppure nell’estate del 2008 scoppiò una vera e propria crisi, con la bancarotta delle banche di investimento Bear Stearns e, in seguito, Lehman Brothers. Il mondo fu travolto da una colossale ondata di panico finanziario. Si venne a sapere che persino alcuni dei nomi più sacri del settore finanziario erano nei guai, poiché avevano creato e acquistato enormi quantità di prodotti finanziari complessi di dubbia natura.

La «primavera keynesiana» e il ritorno dell’ortodossia del libero mercato, più aggressiva di prima Le reazioni iniziali delle economie più forti sono state molto diverse da quelle che si erano verificate dopo la Grande depressione. Si tratta di politiche macroeconomiche keynesiane, nel senso che hanno permesso immensi deficit di

bilancio – se non altro evitando di tagliare la spesa pubblica di pari passo al crollo del gettito fiscale, e in alcuni casi aumentandola (la Cina lo ha fatto in modo consistente). Le principali istituzioni finanziarie (per esempio la Royal Bank of Scotland in Gran Bretagna) e le principali aziende (come la GM e la Chrysler negli Stati Uniti) sono state salvate con denaro pubblico. Le banche centrali hanno abbassato i tassi d’interesse ai minimi storici: la Banca d’Inghilterra, per esempio, li ha tagliati al livello più basso dai tempi della sua fondazione, avvenuta nel 1694. Quando non è più stato possibile ridurre ulteriormente i tassi d’interesse, ci si è imbarcati in quello che viene chiamato quantitative easing o alleggerimento quantitativo: in sostanza la banca centrale crea denaro dal nulla e lo immette nell’economia, perlopiù comprando titoli di stato. Presto, però, l’ortodossia del libero mercato è tornata più aggressiva di prima. Il punto di svolta è stato il maggio del 2010: l’elezione in Gran Bretagna di una coalizione guidata dai conservatori e l’imposizione, nell’Eurozona, del programma di salvataggio per la Grecia in quello stesso mese hanno segnato il ritorno della vecchia dottrina del pareggio di bilancio. In Gran Bretagna e nei cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) sono stati imposti piani di austerità fiscale, con un drastico taglio delle spese. Il successo dei repubblicani statunitensi nello spingere il governo Obama ad accettare un piano di ingenti tagli alle spese nel 2011 e il riaffermarsi della tendenza antideficit nei principali paesi europei – nella forma del Fiscal Compact, o Patto di bilancio europeo, firmato nel 2012 – hanno spinto ulteriormente le cose in quella direzione. In tutti questi paesi, ma soprattutto in Gran Bretagna, la destra sta anche usando gli argomenti in favore del pareggio di bilancio come scusa per sfrondare drasticamente lo stato sociale, che da sempre desidera limitare.

Conseguenze: il decennio perduto? La crisi del 2008 ha avuto conseguenze devastanti e la sua fine è di là da venire. Quattro anni dopo il suo scoppio, alla fine del 2012, la produzione pro capite rimaneva inferiore a quella del 2007 in 22 dei 34 paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), il club dei paesi ricchi con base a Parigi (che comprende anche una manciata di paesi in via di sviluppo). 39 Il Pil pro capite del 2012, anno in cui stava svanendo l’effetto

dell’inflazione dei prezzi, rispetto al 2007 era inferiore del 26 per cento in Grecia, del 12 in Irlanda, del 7 in Spagna e del 6 per cento in Gran Bretagna. Persino negli Stati Uniti, che si dice si siano ripresi dalla crisi meglio di altri paesi, il reddito pro capite del 2012 era ancora dell’1,4 per cento inferiore ai livelli del 2007. 40 Con l’austerità di bilancio, in molti di questi paesi la prospettiva di un risanamento economico è piuttosto debole. Il problema è che un taglio netto della spesa pubblica in un’economia stagnante (o addirittura in recessione) ostacola la ripresa: l’abbiamo già visto accadere durante la Grande depressione. Di conseguenza, potrebbe trascorrere gran parte del decennio prima che questi paesi riescano a tornare quelli che erano nel 2007. Potrebbero anche trovarsi nel bel mezzo di un «decennio perduto», simile a quello sperimentato dal Giappone negli anni novanta e dall’America Latina negli anni ottanta. Si calcola che, nel momento peggiore, la crisi abbia fatto salire di 80 milioni il numero dei disoccupati in tutto il mondo. In Spagna e in Grecia la disoccupazione è balzata dall’8 per cento circa del periodo precedente alla crisi rispettivamente al 26 e al 28 per cento nell’estate del 2013. La disoccupazione giovanile è ben oltre il 55 per cento. Persino nei paesi con problemi di disoccupazione meno gravi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, i tassi ufficiali hanno raggiunto vette dell’8-10 per cento.

Troppo poco e troppo tardi? Le prospettive di riforma Nonostante l’entità della crisi, le riforme delle politiche sono state condotte molto lentamente. E sebbene la causa della crisi sia stata l’eccessiva liberalizzazione del mercato finanziario, le riforme al riguardo sono state alquanto deboli, e la loro introduzione molto lenta (lungo l’arco di diversi anni, mentre invece le banche americane avevano avuto soltanto un anno per adeguarsi alle riforme finanziarie molto più severe del New Deal). Ci sono aree della finanza, come per esempio il trading di prodotti finanziari altamente complessi, in cui non vengono introdotte neanche le riforme più blande e lente. Ovviamente questa tendenza potrebbe essere invertita. Dopotutto, sia negli Stati Uniti (dopo la Depressione), sia in Svezia le riforme arrivarono solamente dopo qualche anno di recessione economica e difficoltà. Di fatto, nella primavera del 2012 l’elettorato di Paesi Bassi, Francia e Grecia ha votato partiti

favorevoli all’austerità, come hanno fatto anche gli italiani nel 2013. L’Unione Europea ha introdotto alcune disposizioni in materia finanziaria più stringenti di quanto la gente ritenesse possibile (per esempio la tassa sulle transazioni finanziarie e il tetto massimo sui bonus del settore finanziario). La Svizzera, spesso considerata il paradiso dei super-ricchi, nel 2013 ha approvato una legge che impedisce di offrire premi troppo alti ai top manager che hanno ottenuto risultati mediocri. Anche se rimane molto da fare in relazione alle riforme finanziarie, si tratta di sviluppi che prima della crisi sarebbero stati giudicati impensabili.

PER SAPERNE DI PIÙ

Paul Bairoch, Economia e storia mondiale. Miti e paradossi, trad. di G. Barile, Garzanti, Milano 2003. Ha-Joon Chang, Kicking Away the Ladder: Development Strategy in Historical Perspective, Anthem, London 2002. Barry J. Eichengreen, La nascita dell’economia europea. Dalla svolta del 1945 alla sfida dell’innovazione, trad. di L. Fantacci, il Saggiatore, Milano 2009. Andrew Glyn, Capitalismo scatenato. Globalizzazione, competitività e welfare, trad. di P. Canton, Brioschi, Milano 2007. David S. Landes, Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche e sviluppo industriale nell’Europa occidentale dal 1750 ai giorni nostri, trad. di V. Grisoli e F. Salvatorelli, Einaudi, Torino 2000. Angus Maddison, L’economia mondiale dall’anno 1 al 2030. Un profilo quantitativo e macroeconomico, trad. di P.A.G. Pagnoncelli, Pantarei, Milano

2008.

Stephen A. Marglin e Juliet B. Schor, The Golden Age of Capitalism, Clarendon,

Oxford 1990. Deepak Nayyar, Catch Up: Developing Countries in the World Economy, Oxford University Press, Oxford 2013.

––––––––––

* La teoria per cui la ricchezza si diffonde, letteralmente «cola», dall’alto verso il basso, e perciò i benefici economici a vantaggio dei più abbienti finiscono per favorire l’intera società. [N.d.T.] ** Gioco di parole su labour, che si riferisce sia al Partito laburista che ai lavoratori, e work, che significa

sia «lavorare» che «funzionare». [N.d.T.] *** Letteralmente «cintura della ruggine»: è un gioco di parole con il precedente nome della zona, Factory Belt, cioè «cintura industriale». [N.d.T.]

4. Lasciate che cento fiori fioriscano Come «fare» economia

Ogni cliente può ottenere un’auto di qualunque colore desideri, purché sia nero.

HENRY FORD

Lasciate che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero si affrontino.

MAO ZEDONG

Un anello per domarli? Le diverse impostazioni allo studio dell’economia

Contrariamente a ciò che molti economisti vorrebbero farvi credere, non c’è un solo tipo di economia, ossia quella neoclassica. In questo capitolo presenterò non meno di nove differenti tipi o scuole, come spesso sono chiamate. 1 Queste scuole però non sono nemiche inconciliabili: i confini tra loro sono di fatto vaghi. 2 Ma è importante riconoscere che ci sono modi diversi di concettualizzare e spiegare l’economia o, se preferite, di «fare» economia. E nessuna di queste scuole può rivendicare la propria superiorità sulle altre, e tantomeno il monopolio sulla verità. Una delle ragioni è la natura stessa della teoria. Tutte le teorie, anche nelle scienze naturali come la fisica, implicano necessariamente un’astrazione, e dunque non possono cogliere ogni aspetto della complessità del mondo reale. 3 Ciò significa che nessuna teoria è in grado di spiegare tutto. Ciascuna, infatti, possiede specifici punti deboli o di forza a seconda di quello che evidenzia o ignora, di come concettualizza i fenomeni e analizza i rapporti fra loro. Non esiste una teoria che possa spiegare tutto meglio delle altre – o, per gli amanti del Signore degli anelli, «un Anello per domarli», 4 per governare ogni cosa. Oltre a questo c’è il fatto che, al contrario degli oggetti di indagine delle scienze naturali, gli esseri umani sono dotati di libero arbitrio e immaginazione. Non si limitano a reagire alle condizioni esterne. Cercano di cambiarle, e spesso ci riescono, immaginando un’utopia, persuadendo gli altri e organizzando la società in modo diverso; come affermò Karl Marx con grande eloquenza, «gli uomini fanno la propria storia». 5 Tutte le materie che studiano gli esseri umani, compresa l’economia, devono essere umili riguardo alle proprie capacità predittive. Inoltre, al contrario delle scienze naturali, l’economia coinvolge dei giudizi di

valore, anche se molti economisti neoclassici vi diranno che la loro teoria ne è

priva. Come dimostrerò nei prossimi capitoli, dietro ai concetti tecnici e alle aride cifre esistono giudizi di valore di ogni genere: che cos’è una vita buona, in che modo devono essere trattati i punti di vista minoritari, qual è la definizione

di miglioramento sociale e quali mezzi siano accettabili per perseguire il «bene

comune», comunque lo si voglia definire. 6 Anche se una teoria è più «corretta» delle altre da un certo punto di vista politico o etico, potrebbe non esserlo da un altro.

Solo un cocktail o tutta la lista? Come leggere questo capitolo

Se da un lato il lettore ha buoni motivi per volerne sapere di più sulle diverse scuole economiche, mi rendo conto che sentirsi improvvisamente chiedere di

assaggiare nove gusti di gelato quando si pensava che esistesse solo la vaniglia rischi di essere piuttosto destabilizzante. Anche se ho semplificato molto le cose, i lettori potranno comunque pensare che l’argomento sia troppo complicato. Per aiutarli, introdurrò la presentazione

di ciascuna scuola con una frase riassuntiva. Ovviamente queste frasi sono fin

troppo semplificate, ma vi aiuteranno a superare la paura iniziale di ritrovarvi in una città sconosciuta senza cartina, o meglio, senza smartphone. Ora, anche chi è disposto a saperne di più su più di una scuola può pensare che, su un totale di nove, ce ne siano sei o sette di troppo. Sono d’accordo. Nella tabella della pagina precedente offro a questi lettori un certo numero di «cocktail» formati da due, tre o quattro scuole diverse, ciascuno dei quali copre

al meglio determinati argomenti. Alcuni di questi cocktail, come il CMSI o il

CK, visti i sapori contrastanti che contengono, sono come un Bloody Mary con tantissimo tabasco. Altri, come il MSvKI o il CMSvS, assomigliano più a un Planter’s Punch, con diversi gusti che si completano a vicenda. La mia speranza è che assaggiando un cocktail o due vi venga voglia di provare tutta la lista del bar. Comunque, anche se non volete arrivare fino in fondo, averne assaggiati uno o due vi avrà dimostrato che esiste più di un modo per «fare» economia.

ICOCKTAILECONOMICI

Ingredienti:A,C,Co,I,K,M,N,SeSvovvero

Austriaca,Classica,Comportamentale,Istituzionalista,Keynesiana,Marxista,

Neoclassica,SchumpeterianaeSviluppista.

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Per punti di vista divergenti sulla vitalità e sostenibilità del capitalismo, provateCMSI. Perscopriremodidiversidiconcepirel’individuo,assaggiateNACo. Se volete capire come vengono interpretati i gruppi sociali e soprattutto le classi,prendeteCMKI. Per affrontare i sistemi economici invece di limitarsi alle loro componenti, provateMSvKI. Sedesideratesaperecomeinteragisconoindividuiesocietà,fapervoiANICo. Perscoprirevarimodididifendereilliberomercato,assaggiateCAN. Percapireperchéavolteabbiamobisognodell’interventostatale,c’èNSvK. Percomprenderechel’economianonèfattasolodimercati,sceglieteMICo. Perstudiarecomesisviluppanoletecnologieecomeaumentalaproduttività, prendeteCMSvS. Se desiderate scoprire perché esistono e come funzionano le corporation, assaggiateSICo. Peranalizzaredisoccupazioneerecessione,c’èCK.

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Avvertenze: non bere un solo ingrediente alla volta. Potrebbe provocare visione limitata,arroganzaeforseanchemortecerebrale.

La scuola classica

In poche parole: Il mercato tiene sul chi vive i produttori grazie alla concorrenza, perciò lasciamolo stare.

Oggi domina la scuola neoclassica. Come avrete immaginato, precedentemente all’economia neoclassica c’è stata quella classica, di cui la prima, in teoria, rappresenta l’erede designato (anche se la scuola marxista può proclamarsi sua

discendente altrettanto a buon diritto, come spiegherò più avanti). La scuola classica dell’economia – o meglio, la scuola classica dell’economia politica, come si chiamava all’epoca la materia – emerse alla fine del XVIII secolo e dominò la scena fino alla fine del XIX. Il fondatore fu Adam Smith (1723-1790), di cui abbiamo già parlato. Le idee di Smith vennero ulteriormente sviluppate ai primi del XIX secolo da tre economisti quasi contemporanei tra loro:

David Ricardo (1772-1823), Jean-Baptiste Say (1767-1832) e Robert Malthus

(1766-1834).

La mano invisibile, la legge di Say e il libero scambio: gli argomenti chiave della scuola classica Secondo la scuola classica, il perseguimento dell’interesse personale da parte dei singoli attori economici produce un risultato positivo a livello sociale, nella forma della massima ricchezza per il paese. Questo risultato paradossale è reso possibile dalla forza della concorrenza sul mercato. Nel tentativo di generare profitti, i produttori lottano per fornire beni meno cari e di miglior qualità, realizzando i loro prodotti ai più bassi costi possibili e massimizzando così l’output nazionale. Quest’idea è nota come mano invisibile e probabilmente è diventata la metafora più influente della disciplina economica, anche se lo stesso Smith la usò soltanto una volta nella Ricchezza delle nazioni e nella sua teoria non le accordò affatto un ruolo di spicco. 7 Gran parte degli economisti classici credeva nella cosiddetta «legge di Say», secondo cui l’offerta crea da sé la propria domanda. Il ragionamento alla base della tesi era che ogni attività economica genera redditi (salari, profitti ecc.) equivalenti al valore della sua produzione di beni e servizi. Pertanto, così si sosteneva, non potevano esistere recessioni causate dal crollo della domanda. Qualunque recessione doveva essere provocata da fattori esogeni, come una guerra o il fallimento di una banca importante. Poiché il mercato non poteva provocare una recessione in maniera spontanea, qualunque tentativo del governo di contrastarlo – poniamo, mediante una calcolata spesa in disavanzo – era condannato a turbare l’ordine naturale delle cose. Per questo, ai tempi dell’economia classica, certe recessioni che avrebbero potuto essere abbreviate o alleviate si prolungarono nel tempo. La scuola classica rifiutava ogni tentativo di limitare il libero mercato da parte

dello stato, per esempio mediante il protezionismo o la regolamentazione. Ricardo sviluppò una nuova teoria del commercio internazionale, chiamata dei vantaggi comparati, che rafforzava ulteriormente le argomentazioni a favore del libero scambio. La teoria mostrava che, a partire da certi presupposti, anche quando un paese non può produrre alcun bene a costi minori rispetto a un altro, il libero scambio permette a entrambi i paesi di massimizzare la produzione nazionale. Per raggiungere questo risultato occorre che ognuno si specializzi (esportandoli) nei prodotti in cui ha un vantaggio comparato – quelli cioè con i maggiori vantaggi relativi in termini di costi nel caso dei paesi più sviluppati e quelli con i minori svantaggi relativi in termini di costi nel caso dei paesi meno efficienti. 8 La scuola classica credeva che l’economia capitalista fosse composta dalle «tre classi della comunità», per dirla con le parole di Ricardo, e cioè capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri. La scuola, e in particolare Ricardo, sottolineava che era nell’interesse di lungo termine di tutti che la fetta più grande del reddito nazionale (cioè i profitti) andasse alla classe capitalista, perché questa era l’unica che investiva e generava crescita economica; la classe lavoratrice era troppo povera per risparmiare e investire, mentre quella dei proprietari terrieri spendeva il proprio reddito (le rendite) in consumi di lusso «improduttivi», come l’assunzione di domestici. Secondo Ricardo e i suoi seguaci, in Gran Bretagna l’aumento della popolazione costringeva a coltivare terra di qualità sempre più infima e ad aumentare al contempo la rendita delle terre (di ottima qualità) rimaste. Ciò portava la quota dei profitti a diminuire sempre più, minacciando gli investimenti e la crescita. Ricardo suggerì di abolire le protezioni nei confronti dei produttori di grano (all’epoca chiamate Corn Laws in Gran Bretagna) e di importare cibi meno costosi da paesi nei quali si trovava ancora della terra di buona qualità, in modo da aumentare la quota dei profitti e di conseguenza la capacità di investire e di crescere.

Analisi delle classi e vantaggio comparato: l’importanza della teoria classica ai giorni nostri Pur essendo una vecchia scuola con pochi sostenitori, la scuola classica riveste ancora oggi una certa importanza. L’idea di un’economia composta da classi invece che da individui ci permette

di capire come il comportamento del singolo sia fortemente influenzato dalla sua

posizione all’interno del sistema produttivo. Il fatto che ancora oggi le aziende di marketing utilizzino le classi sociali per pianificare le proprie strategie suggerisce che la categoria è ancora rilevante, anche se la maggior parte degli economisti accademici evita di ricorrere a questo concetto o ne nega persino l’esistenza. Se da un lato la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo mostra limiti evidenti, in quanto ipotesi «statica» che dà per scontate le tecnologie di un paese, dall’altro è ancora una delle migliori per quanto riguarda il commercio internazionale. È più realistica della sua versione neoclassica, nota come Heckscher-Ohlin-Samuelson (Hos), che è quella oggi dominante. 9 Nell’Hos si presume che tutti i paesi siano in grado di produrre qualunque cosa, sia dal punto

di vita tecnologico, sia da quello organizzativo. Scelgono di specializzarsi in

prodotti differenziati solo perché beni diversi richiedono combinazioni diverse di capitale e manodopera, la cui disponibilità varia da un paese all’altro. Questo presupposto porta a conclusioni assurde: se il Guatemala non produce beni come

le Bmw non è perché non può, ma perché farlo non è economico, dato che il

processo produttivo utilizza molto capitale e poca manodopera, quando invece il Guatemala ha moltissima manodopera e pochissimo capitale.

A volte sbaglia, a volte è antiquata: i limiti della scuola classica Alcune teorie della scuola classica erano semplicemente sbagliate. L’adesione alla legge di Say impedì ai suoi sostenitori di affrontare i problemi macroeconomici (cioè quelli che riguardano lo stato complessivo dell’economia, come le recessioni e la disoccupazione). Anche la sua teoria del mercato a livello microeconomico (cioè degli attori economici individuali) presentava gravi limiti. Non offriva gli strumenti teorici per spiegare perché la libera concorrenza sul mercato non sempre produce risultati socialmente desiderabili. Alcune teorie classiche, anche se corrette sul piano logico, hanno oggi ben poche possibilità di applicazione, perché sono state concepite per un mondo molto diverso dal nostro. Molte delle cosiddette «leggi ferree» dell’economia classica si sono rivelate tutt’altro che tali. Per esempio, gli economisti classici pensavano che la pressione della crescita demografica avrebbe fatto aumentare le

rendite agricole e schiacciato i profitti industriali al punto da far cessare gli investimenti, perché non sapevano – e non potevano sapere – quanto si sarebbero sviluppate le tecnologie per la produzione del cibo e il controllo delle nascite.

La scuola neoclassica

In poche parole: Le persone sanno quel che fanno, perciò lasciatele stare, tranne quando il mercato va male.

La scuola neoclassica nacque negli anni settanta dell’Ottocento grazie alle opere

di William Jevons (1835-1882) e Léon Walras (1834-1910). Prese poi

definitivamente piede con la pubblicazione dei Princìpi di economia di Alfred Marshall nel 1890. Più o meno all’epoca di Marshall, gli economisti neoclassici riuscirono anche a cambiare il nome della disciplina, dal tradizionale «economia politica» (political economy) a «economia» (economics). Il cambiamento indicava il desiderio della scuola neoclassica di trasformare le proprie analisi in una scienza pura, priva di dimensioni politiche (e pertanto etiche) che implicassero giudizi di valore soggettivi.

Fattori della domanda, individui e scambi: le differenze con la scuola classica

La

scuola neoclassica sosteneva di essere l’erede intellettuale di quella classica,

ma

si sentiva diversa quanto bastava per inserire il prefisso «neo». Vediamo le

principali differenze. La nuova scuola enfatizzava il ruolo delle condizioni della domanda (derivate dalla valutazione soggettiva dei prodotti da parte dei consumatori) nel determinare il valore di un bene. Gli economisti classici credevano invece che il valore di un prodotto fosse determinato dalle condizioni dell’offerta, cioè dai suoi costi di produzione, e misuravano i costi sulla base della quantità di lavoro necessaria per produrlo: si tratta della teoria del valore-lavoro. Gli economisti neoclassici sottolineavano come il valore (definito «prezzo») di un prodotto dipendesse anche dall’importanza che rivestiva agli occhi dei potenziali consumatori; il fatto che qualcosa sia difficile da produrre non vuol dire che valga di più. Marshall perfezionò questa idea argomentando che per determinare

i prezzi nel breve periodo, quando l’offerta non può essere cambiata, contano di più le condizioni della domanda, mentre quelle dell’offerta sono prioritarie nel lungo periodo, quando si possono fare più investimenti (o disinvestimenti) in fabbrica per produrre maggiori (o minori) quantità di ciò che è più (o meno) richiesto. Questa scuola concepiva l’economia come un insieme di individui egoisti e razionali, e non come una serie di classi diverse alla stregua di quella classica. L’individuo, secondo l’accezione neoclassica, è un essere unidimensionale – una «macchina del piacere», come è stato chiamato, dedita a massimizzare il piacere (utilità) e a minimizzare il dolore (disutilità), in genere in termini materiali rigidamente definiti. Come spiegherò nel Capitolo 5, ciò limita enormemente le potenzialità esplicative dell’economia neoclassica. 10 La scuola neoclassica spostò l’obiettivo dell’economia dalla produzione al consumo e allo scambio. Per la scuola classica, e in particolare per Adam Smith, al cuore del sistema economico c’era la produzione. Come abbiamo visto nel Capitolo 2, Smith era particolarmente interessato a studiare il modo in cui i cambiamenti nell’organizzazione della produzione stessero trasformando l’economia, e aveva una visione della storia nella quale le società avanzano per gradi in base alla forma di produzione dominante: caccia, pastorizia, agricoltura e commercio (questa idea venne ulteriormente ampliata da Karl Marx, come dirò più avanti). Secondo la teoria neoclassica, invece, il sistema economico è sostanzialmente una rete di scambi, determinati di fatto dalle scelte operate da consumatori «sovrani». Si parla ben poco di come i processi di produzione vengano organizzati e modificati.

Individui egoisti e mercati che si equilibrano da soli: le analogie con la scuola classica Nonostante queste differenze, la scuola neoclassica ha ereditato e sviluppato due idee fondamentali di quella classica. La prima è che gli attori economici sono guidati dall’egoismo, ma la concorrenza sul mercato garantisce che le loro azioni producano nel complesso un risultato positivo per la società. La seconda è che i mercati si equilibrano da soli. In conclusione, come nell’economia classica, il capitalismo – o meglio, l’economia di mercato, come i neoclassici preferiscono chiamarlo – è un sistema sul quale è meglio evitare di intervenire, perché tende

già da sé all’equilibrio.

La conclusione favorevole al laissez-faire della scuola neoclassica fu ulteriormente rafforzata dagli sviluppi critici della teoria ai primi del XX secolo, il cui scopo era consentire una valutazione oggettiva dei miglioramenti sociali. Vilfredo Pareto (1848-1923) sosteneva infatti che, se rispettiamo i diritti di ciascun individuo sovrano, dovremmo considerare il cambiamento sociale come un progresso solo quando migliora la condizione di alcuni senza peggiorare quella di altri. Non dovrebbero più esistere sacrifici individuali nel nome di un «bene più grande». Si tratta dell’ottimo paretiano, che oggi costituisce la base

di qualunque giudizio sui miglioramenti sociali degli economisti neoclassici. 11

Purtroppo nella vita reale i cambiamenti che non danneggiano nessuno sono ben pochi; perciò, di fatto, l’ottimo paretiano diventa la ricetta ideale per mantenere

lo status quo e lasciare le cose come stanno, ossia per il laissez-faire. La sua

adozione ha pertanto conferito alla scuola neoclassica un netto pregiudizio conservatore.

La rivoluzione contro il libero mercato: la teoria del fallimento del mercato Negli anni venti e trenta del Novecento, due sviluppi teorici spezzarono il legame apparentemente indistruttibile tra economia neoclassica e sostegno alle politiche di libero mercato. Dopo tali sviluppi, è diventato impossibile assimilare l’impostazione neoclassica a quella favorevole al libero mercato, come alcuni, sbagliando, fanno ancora oggi. Il cambiamento più importante è stato la nascita dell’economia del benessere, ossia la teoria del fallimento del mercato, formulata negli anni venti da Arthur Pigou, professore a Cambridge. Pigou sosteneva che in certe occasioni i prezzi di mercato non riescono a rispecchiare i veri costi e benefici sociali. Per esempio, una fabbrica può inquinare l’aria e l’acqua perché queste risorse non hanno un prezzo di mercato e dunque possono essere trattate come beni gratuiti. La «sovrapproduzione» di inquinamento, però, distrugge l’ambiente, e la società ne patisce. Il problema è che gli effetti di alcune attività economiche non hanno un prezzo

di mercato e dunque non rientrano nelle decisioni economiche: si tratta di

esternalità. In questo caso, lo stato sarebbe giustificato se imponesse alla fabbrica che, come si suol dire, crea un’esternalità negativa di inquinare meno,

tramite l’introduzione di ecotasse (cioè multe sullo scarico eccessivo di effluenti). Per contro, alcune attività possono avere un’esternalità positiva. Un esempio è costituito dalle attività di ricerca e sviluppo (R&S) di un’azienda. Generando nuove conoscenze utilizzabili da altri, la R&S crea del valore aggiunto, oltre a quello di cui fruisce l’azienda che conduce tali attività. In questo caso, lo stato sarebbe giustificato se elargisse sussidi a chiunque si dedichi alla R&S, affinché se ne faccia di più. Di conseguenza, all’esternalità di Pigou si sono aggiunti altri tipi di fallimento del mercato, come illustrerò nel Capitolo 11. Una modifica minore, ma di portata significativa, ebbe luogo negli anni trenta, nella forma del principio di compensazione: un cambiamento può essere considerato un progresso sociale anche quando viola l’ottimo paretiano (nel senso che la situazione di alcuni peggiorerà), a patto che i vantaggi complessivi per chi beneficia dalla situazione siano tali da compensare tutti coloro che ci rimettono e da lasciare comunque un margine. Consentendo agli economisti neoclassici di sostenere trasformazioni che potrebbero danneggiare alcuni individui (i quali però possono essere pienamente risarciti per le loro perdite), il principio di compensazione ha permesso loro anche di aggirare la tendenza ultraconservatrice dell’ottimo paretiano. Ovviamente il problema è che la compensazione viene applicata molto di rado. 12

La controrivoluzione: il revival del libero mercato Grazie a queste modifiche, la scuola neoclassica non aveva più motivo di restare fedele alle politiche di libero mercato. Di fatto, tra gli anni trenta e settanta, molti economisti neoclassici non erano economisti pro libero mercato. La situazione attuale, in cui la stragrande maggioranza degli economisti neoclassici è orientata al libero mercato, in realtà è dovuta più al mutamento dell’ideologia politica dagli anni ottanta a oggi che all’assenza o scarsa qualità di teorie che, all’interno dell’economia neoclassica, individuino i limiti del libero mercato. Semmai, le armi a disposizione degli economisti neoclassici che rifiutano le politiche di libero mercato sono aumentate a partire dagli anni ottanta grazie all’avvento dell’economia dell’informazione, sostenuta da Joseph Stiglitz, George Akerlof e Michael Spence. L’economia dell’informazione spiega come mai l’asimmetria informativa – la situazione in cui una delle parti coinvolte in uno

scambio sa qualcosa che l’altra non sa – determini un malfunzionamento del mercato o addirittura lo faccia venir meno. 13 Dagli anni ottanta, però, molti economisti neoclassici hanno anche sviluppato teorie che si spingono a negare la possibilità di fallimenti del mercato, come quella macroeconomica delle «aspettative razionali» o l’«ipotesi dei mercati efficienti» dell’economia finanziaria, secondo la quale, in sostanza, la gente sa quello che fa, e dunque lo stato dovrebbe lasciarla a se stessa – o, per dirla in termini tecnici, gli attori economici sono razionali e di conseguenza il mercato produce risultati efficienti. Nello stesso periodo è stata avanzata anche l’argomentazione del fallimento dello stato per affermare che di per sé il fallimento del mercato non può giustificare l’intervento pubblico, perché lo stato rischia di essere ancora più inefficiente dei mercati (fornirò maggiori dettagli nel Capitolo 11).

Precisione e versatilità: i punti di forza della scuola neoclassica La scuola neoclassica possiede alcuni punti di forza unici. Per esempio, insiste sulla necessità di ridurre i fenomeni al livello individuale, cosa che le conferisce precisione e chiarezza logica. La teoria è anche versatile. Alcuni potrebbero trovare difficile essere un marxista «di destra» o un esponente «di sinistra» della scuola austriaca, ma ci sono tanti economisti neoclassici «di sinistra», come Joseph Stiglitz e Paul Krugman, quanti ce ne sono di molto «a destra», come James Buchanan e Gary Becker. Esagerando solo un po’, se siete abbastanza svegli, con l’aiuto dell’economia neoclassica potete giustificare qualunque politica governativa, strategia aziendale o azione individuale.

Individui poco realistici, accettazione passiva dello status quo e scarsa considerazione per la produzione: i limiti della scuola neoclassica La scuola neoclassica è stata criticata per la rigidità del suo assunto secondo cui le persone sono egoiste e razionali. Dai soldati che altruisticamente si beccano le pallottole al posto dei commilitoni ai banchieri e agli economisti ben istruiti che hanno creduto (fino al 2008) alla favola del boom finanziario infinito, questa ipotesi si è dimostrata falsa fin troppe volte (vedi il Capitolo 5 per i dettagli). L’economia neoclassica accetta troppo supinamente lo status quo. Nell’analizzare le scelte individuali, accoglie come un dato di fatto la struttura

sociale sottostante – o se preferite la distribuzione di denaro e potere. Questo la spinge a considerare soltanto le scelte che sono possibili senza cambiamenti sociali importanti. Per esempio, molti economisti neoclassici, tra cui persino il «liberal» Paul Krugman, sostengono che non dovremmo criticare il lavoro sottopagato nelle fabbriche dei paesi poveri, perché l’alternativa potrebbe essere l’assenza di lavoro. È vero, a patto di dare per scontata la struttura socioeconomica sottostante. Se però si è disposti a cambiare tale struttura esistono moltissime alternative a quei lavori sottopagati. Con nuove leggi che rafforzino i diritti dei lavoratori, una riforma agraria che riduca l’afflusso di manodopera sottopagata nelle fabbriche (sempre più persone, infatti, rimangono in campagna) o politiche industriali che creino posti di lavoro altamente qualificati, gli individui potrebbero scegliere tra lavori pagati poco e altri pagati meglio, invece che tra un’occupazione sottopagata e la disoccupazione. Il fatto che la scuola neoclassica si concentri sullo scambio e sul consumo la induce a trascurare la sfera produttiva, che rappresenta una larga fetta – la più importante, secondo molte altre scuole economiche – della nostra economia. Commentando tale limite, l’economista istituzionalista Ronald Coase, nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per l’economia nel 1991, parlò dell’economia neoclassica in tono denigratorio, definendola una teoria adatta solamente per l’analisi di «individui solitari che scambiano noci per mele al margine della foresta».

La scuola marxista

In poche parole: Il capitalismo è un veicolo potente per il progresso economico, ma è destinato a soccombere, perché la proprietà privata sarà d’ostacolo a ogni ulteriore progresso.

La scuola economica marxista nacque grazie agli scritti di Karl Marx, pubblicati tra gli anni quaranta e sessanta dell’Ottocento: il primo fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848 (scritto a quattro mani con Friedrich Engels, 1820- 1895, suo partner intellettuale nonché finanziatore), e l’apice si toccò con la pubblicazione del primo volume del Capitale nel 1867. 14 La teoria fu poi ulteriormente sviluppata in Germania e Austria, e infine nell’Unione Sovietica tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. 15 Più di recente, è stata rielaborata in

Europa e negli Stati Uniti tra gli anni sessanta e settanta.

Teoria del valore-lavoro, classi sociali e produzione: la scuola marxista come vera erede di quella classica Come ho già accennato in precedenza, la scuola marxista ha ereditato molti elementi da quella classica. Sotto diversi punti di vista, è più fedele alla dottrina classica della scuola che si è autoproclamata sua discendente, cioè quella neoclassica. La scuola marxista adottò la teoria del valore-lavoro, esplicitamente rifiutata da quella neoclassica, e si concentrò inoltre sulla produzione, mentre per la scuola neoclassica i punti chiave erano il consumo e lo scambio. I marxisti concepivano un’economia fatta di classi anziché di individui: un’altra idea chiave della scuola classica rifiutata dai neoclassici. Sviluppando le idee della scuola classica, Marx e i suoi sostenitori giunsero a concepire una teoria economica molto diversa da quella proposta dalla sua sorellastra, quella neoclassica.

La produzione al centro dell’economia Sviluppando la visione economica dei classici, basata sulla produzione, la scuola marxista sostenne che «la produzione è […] il fondamento dell’ordine sociale», per dirla con Engels. Ogni società è fondata su una struttura economica, o modo di produzione. Questa struttura è costituita dalle forze di produzione (tecnologie, macchinari, competenze umane) e dai rapporti di produzione

(diritti di proprietà, rapporti di lavoro, divisione dei compiti). Su tale base poggia

la sovrastruttura, che comprende la cultura, la politica e altri aspetti della vita e

che a sua volta influenza il modo in cui viene gestita l’economia. In questo senso, Marx è stato forse il primo economista a esplorare sistematicamente il ruolo delle istituzioni nell’economia, preannunciando la futura scuola istituzionalista. Ampliando ulteriormente la teoria di Adam Smith sulle «fasi dello sviluppo»,

la scuola marxista concepiva la società come un organismo in evoluzione grazie

a una serie di fasi storiche, definite in base ai modi di produzione che le

caratterizzano: comunismo primitivo (società «tribali»), modo di produzione dell’antichità (basato sulla schiavitù, come in Grecia e a Roma), feudalesimo (in cui i proprietari terrieri comandano dei semischiavi, o servi della gleba, legati

alle loro terre), capitalismo e comunismo. 16 Il capitalismo è considerato una semplice fase dello sviluppo umano che precede il raggiungimento di quella finale, il comunismo. Questa concezione della natura storica dei problemi economici contrasta vivacemente con le convinzioni della scuola neoclassica, che ritiene universale il problema «economico» della massimizzazione dell’utilità – valido per Robinson Crusoe su un’isola deserta come per i clienti del mercato settimanale nell’Europa medievale, tanto per gli agricoltori di sussistenza della Tanzania quanto per un ricco consumatore tedesco del XXI secolo, e così via.

La lotta di classe e il crollo del sistema capitalista La scuola marxista portò su un altro piano l’idea di una società basata sulle classi che caratterizzava la scuola classica. Secondo i marxisti, infatti, i conflitti di classe sono la forza propulsiva della storia, concetto sintetizzato nella celebre dichiarazione contenuta nel Manifesto del Partito Comunista: «La storia di ogni società è stata finora la storia di lotte di classe». Inoltre, la scuola rifiutò di considerare la classe lavoratrice un’entità passiva, come faceva la scuola classica, e le attribuì un ruolo attivo nella storia. Per gli economisti classici i lavoratori erano anime semplici, incapaci persino di controllare i propri impulsi biologici. Non appena l’economia si espande, la domanda di manodopera cresce e le paghe si alzano, e i lavoratori fanno più figli. Ciò significa più lavoratori, il che farà diminuire gli stipendi fino a un livello di semplice sussistenza. Per queste persone, secondo i classici, si poteva prospettare soltanto una vita di miseria, a meno che i lavoratori non imparassero a controllarsi smettendo di fare tanti figli, prospettiva altamente improbabile, si ipotizzava, vista la loro indole semplice. Marx la pensava in modo completamente opposto. Per lui i lavoratori non erano la «massa indistinta» e impotente concepita dagli economisti classici, ma promotori attivi del cambiamento sociale, «becchini del capitalismo», come li chiamava lui, con le capacità organizzative e la disciplina forgiate dalla rigida gerarchia che imperava all’interno di fabbriche sempre più grandi e complesse. Marx non credeva che i lavoratori potessero scatenare una rivoluzione e rovesciare il capitalismo a loro piacimento. I tempi dovevano essere maturi, e questo sarebbe successo solo quando il capitalismo si fosse sviluppato a

sufficienza, esasperando la contraddizione tra i requisiti tecnologici del sistema (le forze di produzione) e la sua organizzazione istituzionale (i rapporti di produzione). Grazie alla continua evoluzione delle tecnologie, spronata dal bisogno dei capitalisti di investire e innovare per sopravvivere a una concorrenza sempre più spietata, la divisione del lavoro si fa sempre più «sociale», rendendo le aziende capitaliste via via più interdipendenti, come fornitrici e acquirenti. Questo processo impone di coordinare sempre più le attività tra le aziende, ma la proprietà privata dei mezzi di produzione rende il coordinamento assai difficile, se non del tutto impossibile. Ne segue una contraddizione sempre più marcata all’interno del sistema, che alla fine ne determina il crollo. Il capitalismo sarà rimpiazzato dal socialismo, nel quale l’autorità di pianificazione centrale coordina le attività di tutte le aziende collegate, gestite collettivamente dai lavoratori.

Gravemente difettose, ma ancora utili: le teorie dell’impresa, del lavoro e del progresso tecnologico La scuola marxista ha molti difetti gravi. Innanzitutto, la sua previsione che il capitalismo sarebbe crollato sotto il proprio peso non si è avverata. Il capitalismo si è dimostrato molto più abile nel riformarsi di quanto aveva ipotizzato la teoria. Per quanto il socialismo si sia effettivamente affermato, lo ha fatto in paesi come la Russia e la Cina, dove il capitalismo era ben poco sviluppato, e non nelle economie capitaliste più avanzate come aveva previsto Marx. Dato che questa teoria era strettamente legata a un progetto politico, negli anni molti dei suoi sostenitori hanno iniziato a credere ciecamente in tutto ciò che disse Marx o, peggio ancora, in quella che secondo l’Unione Sovietica era la corretta interpretazione delle sue idee. Il crollo del blocco socialista ha dimostrato che la teoria marxista sulle modalità di organizzazione dell’alternativa al capitalismo era profondamente inadeguata. La lista degli errori è lunga. Nonostante questi limiti, la scuola marxista offre ancora alcuni spunti utili per comprendere il funzionamento del capitalismo. Marx è stato il primo economista a prestare attenzione alle differenze tra le due istituzioni chiave del capitalismo: l’ordine gerarchico e pianificato dell’azienda e l’ordine (formalmente) libero e spontaneo del mercato. Ha descritto le aziende

capitaliste come isole di pianificazione razionale nel mare anarchico del mercato. Inoltre, in un’epoca nella quale gran parte degli economisti favorevoli al libero mercato era ancora contraria all’idea stessa di responsabilità limitata, ha previsto che le grandi imprese di proprietà di numerosi azionisti con responsabilità limitata, che ai suoi tempi si chiamavano joint stock companies, sarebbero diventate le principali protagoniste del capitalismo. Al contrario di molti economisti, Marx e alcuni dei suoi seguaci si sono concentrati sul lavoro in sé, e non sulla disutilità che la gente doveva sopportare per guadagnare i soldi necessari a pagare i propri consumi. Era convinto che il lavoro potesse permettere alle persone di esprimere la loro creatività, e criticava l’impresa capitalista e gerarchica perché impediva tale possibilità. Sottolineava gli effetti di disumanizzazione e alienazione di quell’attività ripetitiva che nasceva da una divisione del lavoro sempre più pronunciata. Tornando a Adam Smith, è interessante notare che, se da un lato elogiava gli effetti positivi della divisione del lavoro sulla produttività, dall’altro si preoccupava dell’impatto negativo dell’attività parcellizzata sui singoli operai. Infine, ma il punto non è meno importante, Marx è stato anche il primo grande economista a comprendere davvero l’importanza dell’innovazione tecnologica nel processo di sviluppo capitalistico, collocandola al centro della sua teoria.

La tradizione sviluppista

In poche parole: Se le economie arretrate lasciano fare tutto ai mercati, non possono svilupparsi.

Una tradizione dimenticata Sconosciuta ai più e citata di rado persino nei libri di storia del pensiero economico, c’è una tradizione addirittura più antica della scuola classica. Si tratta dello sviluppismo, che nacque tra la fine del XVI e i primi del XVII secolo, circa duecento anni prima della scuola classica. Non definisco «scuola» la tradizione sviluppista, perché il primo termine implica la presenza di fondatori e sostenitori identificabili, con un chiaro nucleo teorico. Questa corrente è invece frammentaria, ha numerose fonti di ispirazione e una discendenza intellettuale un po’ complicata.

Ciò è dovuto al fatto che a inaugurare questa tradizione sono stati dei decisori politici, interessati a risolvere i problemi del mondo più che alla purezza intellettuale. 17 Questi policy makers hanno messo insieme elementi di diversa provenienza in modo pragmatico ed eclettico, anche se alcuni di loro hanno fornito importanti contributi originali. Non per questo, però, la tradizione sviluppista è meno importante; anzi, probabilmente è la tradizione intellettuale di maggior rilievo per l’economia, in termini di impatto sul mondo reale. È stata questa corrente, e non il rigido razionalismo dell’economia neoclassica o la visione marxista di una società divisa in classi, a dar vita a quasi tutte le esperienze positive di sviluppo economico nella storia dell’umanità, dalla Gran Bretagna del XVIII secolo alla Cina di oggi, passando per l’America e la Germania del XIX secolo. 18

Aumentare la capacità produttiva per superare l’arretratezza economica La tradizione sviluppista si concentra su come permettere ai paesi economicamente arretrati di sviluppare le proprie economie e colmare il divario con quelle più avanzate. Secondo gli economisti ascrivibili a questa tradizione, lo sviluppo economico non dipende soltanto da un aumento del reddito, che potrebbe verificarsi grazie alla fortunata scoperta di risorse come petrolio o diamanti, ma anche dall’acquisizione di una capacità produttiva più sofisticata, ossia delle competenze per produrre beni sfruttando tecnologie e organizzazioni (e sviluppandone di nuove). La tradizione sviluppista sostiene che alcune attività economiche, come le industrie manifatturiere ad alta tecnologia, consentono meglio di altre di sviluppare le capacità produttive di un paese. Aggiunge però che in un’economia arretrata tali attività non nascono spontaneamente, perché sono già svolte dalle aziende che operano nelle economie più avanzate. Nei paesi meno sviluppati, a meno di un intervento dello stato – con dazi, sovvenzioni e norme – volto a incentivare tali attività, i liberi mercati riporteranno sempre l’economia a quello che sa già fare, e cioè ad attività a bassa produttività, imperniate sulle risorse naturali e sulla manodopera a buon mercato. 19 Questa tradizione sottolinea che le attività auspicabili e le politiche più appropriate dipendono dai tempi e dal contesto. Il settore ad alta tecnologia di ieri (per esempio quello tessile nel XVIII secolo) oggi potrebbe essere un vicolo cieco, mentre una politica valida per

un’economia avanzata (per esempio il libero scambio) potrebbe essere deleteria per un paese meno sviluppato.

I primi filoni della tradizione sviluppista: il mercantilismo, la teoria dell’industria nascente e la scuola storica tedesca Sebbene la pratica politica sia iniziata già in precedenza (per esempio sotto Enrico VII d’Inghilterra, che regnò dal 1485 al 1509), i primi scritti teorici della tradizione sviluppista apparirono tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo grazie agli economisti italiani Giovanni Botero e Antonio Serra, i quali sottolinearono la necessità che lo stato promuovesse le attività manifatturiere. Gli economisti sviluppisti dei secoli XVII e XVIII, noti come mercantilisti, ai nostri giorni vengono in genere descritti come interessati esclusivamente a ottenere un surplus commerciale, cioè quella differenza tra esportazioni e importazioni che si genera quando le prime sono maggiori delle seconde. In realtà, però, molti di loro erano più interessati a promuovere attività economiche a maggior produttività intervenendo politicamente. Quantomeno i più raffinati tra gli sviluppisti ritenevano che una bilancia commerciale attiva fosse un segno di successo economico (vale a dire dello sviluppo di attività ad alta produttività), e non un obiettivo di per sé. Dalla fine del XVIII secolo, la tradizione sviluppista si liberò della morsa mercantilista e del suo interesse per l’avanzo commerciale, per concentrarsi maggiormente sulla produzione. Questo sviluppo critico si deve all’elaborazione, da parte di Alexander Hamilton, della teoria dell’industria nascente, descritta nel capitolo precedente. La teoria di Hamilton fu ulteriormente sviluppata dall’economista tedesco Friedrich List, che oggi viene erroneamente definito il padre della tesi dell’industria nascente. 20 Accanto a List, verso la metà dell’Ottocento emerse in Germania la scuola storica del diritto, che dominò gli studi economici tedeschi fino alla metà del XX secolo e influenzò pesantemente anche quelli americani. 21 La scuola sottolineava l’importanza di comprendere la storia di come era cambiato nel tempo il sistema produttivo, influenzando le leggi e le altre istituzioni sociali e subendo a sua volta la loro influenza. 22

La tradizione sviluppista nel mondo contemporaneo: l’economia dello sviluppo La tradizione sviluppista fu proposta nella sua forma attuale tra gli anni

cinquanta e sessanta del Novecento, da economisti come (in ordine alfabetico) Albert O. Hirschman (1915-2012), Simon Kuznets (1901-1985), Arthur Lewis (1915-1991) e Gunnar Myrdal (1898-1987), stavolta riuniti sotto la categoria di «economia dello sviluppo». Scrivendo soprattutto dei paesi alla periferia del capitalismo, in Asia, Africa e America Latina, questi economisti e i loro allievi non solo perfezionarono le precedenti teorie sviluppiste, ma aggiunsero anche numerose innovazioni teoriche. La più importante arrivò da Hirschman, il quale osservò come alcuni settori abbiano rapporti (o collegamenti) particolarmente stretti con altri, ossia comprano da – e vendono a – un numero di industrie particolarmente cospicuo. Se lo stato identifica tali industrie (gli esempi più noti sono l’automobile e l’acciaio) e le favorisce, l’economia crescerà molto più di quanto non farebbe se affidata ai meccanismi del mercato. Recentemente alcuni economisti dello sviluppo hanno sottolineato la necessità di affiancare alla protezione dell’industria nascente investimenti intesi a sviluppare la capacità produttiva di un’economia. 23 A loro avviso, la protezione degli scambi crea soltanto lo spazio entro il quale le aziende di un paese possono aumentare la loro produttività, ma perché questo aumento sia effettivo occorrono investimenti mirati nel campo dell’istruzione, della formazione e della ricerca e sviluppo.

Molto più di quel che sembra: una valutazione della tradizione sviluppista Come ho sottolineato prima, la mancanza di una teoria coerente e onnicomprensiva è uno dei principali punti deboli della tradizione sviluppista. Dato che gli esseri umani tendono a farsi sedurre da una teoria che apparentemente spieghi ogni cosa, questa tradizione gode di minor considerazione rispetto ad altre scuole più coerenti e sicure di sé, come per esempio quella neoclassica o quella marxista. La tradizione sviluppista è più esposta all’argomentazione del fallimento dello stato rispetto ad altre scuole economiche che auspicano un ruolo pubblico più attivo. Raccomanda una serie particolarmente ampia di politiche, che verosimilmente mette a dura prova la capacità amministrativa dello stato. Nonostante queste debolezze, lo sviluppismo merita maggiore attenzione. Il suo punto debole fondamentale, vale a dire il suo eclettismo, può diventare in

realtà un punto di forza. Data la complessità del mondo, una teoria più eclettica potrebbe riuscire a spiegarlo meglio. Il successo del singolare mix di politiche socialiste e libero mercato messo in atto da Singapore, citato nel Capitolo 3, avvalora questa tesi. Inoltre, l’impressionante curriculum della corrente sviluppista nella promozione di cambiamenti effettivi a livello mondiale ci dice che questo approccio è molto più valido di quel che sembra.

La scuola austriaca

In poche parole: Nessuno ne sa abbastanza, perciò lasciate in pace la gente.

Non ci sono solo le arance (nel cesto della frutta): i diversi tipi di economia pro libero mercato Non tutti gli economisti neoclassici sono sostenitori del libero mercato. Non tutti gli economisti favorevoli al libero mercato appartengono alla scuola neoclassica. I sostenitori della scuola austriaca sono ancora più sfegatati nell’appoggiarlo di quanto lo sia la maggior parte dei neoclassici. La scuola austriaca fu fondata da Carl Menger (1840-1921) alla fine del XIX secolo. In seguito, Ludwig von Mises (1881-1973) e Friedrich von Hayek (1899- 1992) ne estesero l’influenza oltre i confini della madrepatria. Attirò poi l’attenzione internazionale negli anni venti e trenta, durante il cosiddetto dibattito sul calcolo socialista, nel quale diede battaglia ai marxisti sulla fattibilità della pianificazione centralizzata. 24 Nel 1944 Hayek pubblicò un libro molto influente e noto, La via della schiavitù, in cui metteva in guardia con toni appassionati contro il rischio che l’intervento dello stato potesse condurre alla perdita di libertà individuali fondamentali. Oggi la scuola austriaca fa parte della stessa corrente, caratterizzata dal laissez- faire, cui appartengono gli esponenti della scuola neoclassica pro libero mercato (oggi in maggioranza), arrivando a conclusioni simili, se non addirittura più estreme, sulle politiche da adottare. Tuttavia, dal punto di vista metodologico è molto diversa dalla scuola neoclassica. L’alleanza tra i due gruppi è dovuta più alle loro opinioni politiche che alle loro idee economiche.

Complessità e razionalità limitata: la difesa austriaca del libero mercato

Se da un lato la scuola austriaca sottolinea l’importanza dei singoli individui, dall’altro non crede affatto che questi ultimi siano esseri razionali atomizzati, come invece sostiene l’economia neoclassica. Ritiene infatti che la razionalità umana sia qualcosa di molto limitato, e che un comportamento razionale è possibile solo perché come esseri umani limitiamo volontariamente, sebbene in

modo inconsapevole, le nostre scelte, accettando le consuetudini sociali senza metterle in discussione: «I costumi e le tradizioni si collocano tra l’istinto e la ragione» diceva Hayek. Per esempio, ipotizzando che la maggior parte delle persone rispetti i codici morali, possiamo impiegare le nostre energie mentali per calcolare costi e benefici di una potenziale transazione commerciale, invece che

le possibilità di essere fregati. La scuola austriaca sostiene anche che il mondo è estremamente complesso e

incerto. Come hanno sottolineato i suoi fautori nel dibattito sul calcolo socialista, nessuno – neanche l’onnipotente autorità di pianificazione centrale di un paese socialista, che può chiedere quello che vuole a chiunque – è in grado di ottenere tutte le informazioni necessarie per gestire un’economia complessa. È solo attraverso l’ordine spontaneo generato dalla concorrenza sul mercato che possono riconciliarsi i diversi e sempre mutevoli piani su cui si muovono i tanti attori economici reagendo ai cambiamenti imprevedibili e complessi del mondo. Pertanto, gli economisti della scuola austriaca sostengono che il libero mercato sia il miglior sistema economico non perché siamo perfettamente razionali e sappiamo tutto (o almeno possiamo sapere tutto ciò che ci occorre), come sostengono le teorie neoclassiche, ma proprio perché non siamo molto razionali

e tantissime cose di questo mondo sono per loro natura «inconoscibili». Una

difesa del libero mercato molto più realistica di quella neoclassica, basata sul presupposto di livelli inverosimili di razionalità e sulla convinzione errata che il mondo sia «conoscibile».

Ordine spontaneo contro ordine artificiale: i limiti della teoria austriaca La scuola austriaca ha perfettamente ragione quando dice che faremmo meglio ad affidarci all’ordine spontaneo del mercato, avendo una capacità limitata di costruire intenzionalmente un ordine. Il capitalismo, però, è pieno di «ordini costruiti» intenzionalmente, per esempio le società a responsabilità limitata, le banche centrali o le leggi sulla proprietà intellettuale, che sono state introdotte

per la prima volta alla fine del XIX secolo. Anche la varietà delle soluzioni proposte dalle istituzioni, con le corrispettive differenze nelle performance delle varie economie capitaliste, è dovuta in gran parte alla creazione intenzionale dell’ordine, e non alla sua nascita spontanea. 25 Inoltre, il mercato stesso è un ordine artificiale (e non spontaneo), basato su norme e regole appositamente stabilite che vietano certe cose, ne scoraggiano altre e ne incoraggiano altre ancora. Per comprendere meglio questo punto basta ricordare che i confini del mercato sono stati ripetutamente disegnati e

ridisegnati mediante decisioni politiche – fatto che la scuola austriaca non riesce

a (o si rifiuta di) accettare. Molti oggetti di scambio che un tempo erano legali –

tra cui gli schiavi, il lavoro minorile, alcuni narcotici – sono stati eliminati dal mercato. Contemporaneamente, molte cose in passato non commerciabili sono diventate oggetto di scambio grazie a decisioni di tipo politico. I commons, pascoli che un tempo erano di proprietà collettiva e dunque invendibili e impossibili da acquistare, diventarono proprietà privata grazie alle cosiddette enclosures * che si diffusero in Gran Bretagna tra il XVI e il XVIII secolo. Il mercato dei permessi di emissione di gas serra è nato solamente negli anni novanta del Novecento. 26 Definendo il mercato un «ordine spontaneo», gli economisti austriaci dimostrano di aver frainteso profondamente la natura dell’economia capitalista. La posizione austriaca contro l’intervento pubblico è troppo estrema. L’idea

che la scuola sostiene è che qualunque intervento statale al di fuori di quelli volti

a far rispettare le leggi e l’ordine pubblico (soprattutto la tutela della proprietà

privata) farà inevitabilmente scivolare la società lungo la china del socialismo, idea esposta in modo inequivocabile nel libro di Hayek La via della schiavitù. Dal punto di vista teorico, però, questa tesi non è convincente, né è corroborata dalla storia. La combinazione fra stato e mercato si concretizza in modi molto diversi nei vari paesi e persino all’interno di ciascuno di essi. Negli Stati Uniti, per l’offerta di tavolette di cioccolato ci si affida al mercato molto più di quanto accada per l’istruzione primaria. Forse per la fornitura di servizi sanitari la Corea del Sud privilegia le soluzioni di mercato più di quanto faccia la Gran Bretagna, ma per quanto riguarda l’acqua e le ferrovie la situazione si ribalta. Se questa «china scivolosa» esistesse, non avremmo tanti casi diversi.

La scuola (neo)schumpeteriana

In poche parole: Il capitalismo è un potente veicolo di progresso economico, ma

è

destinato ad atrofizzarsi mano a mano che le aziende diventeranno più grandi

e

burocratizzate.

Quello di Joseph Schumpeter (1883-1950) non è uno dei nomi di maggior spicco nella storia dell’economia, ma le sue idee si sono rivelate abbastanza originali da far nascere una scuola di pensiero che porta il suo nome: la scuola schumpeteriana, o neoschumpeteriana. 27 (Nemmeno Adam Smith ha avuto una scuola a lui intitolata.) Come gli economisti austriaci, Schumpeter lavorò all’ombra della scuola marxista, al punto che i primi quattro capitoli della sua opera principale, Capitalismo, socialismo, democrazia, pubblicata nel 1942, sono dedicati a Marx. 28 Una volta Joan Robinson, la celebre economista keynesiana, fece una battuta passata alla storia: disse che Schumpeter era praticamente «Marx con gli aggettivi cambiati».

Venti di distruzione creatrice: la teoria schumpeteriana dello sviluppo capitalista Schumpeter portò avanti le idee di Marx sul ruolo dello sviluppo tecnologico come forza trainante del capitalismo. Sosteneva infatti che il capitalismo si evolvesse attraverso le innovazioni degli imprenditori, cioè la creazione di nuove tecnologie produttive, nuovi prodotti e nuovi mercati. Le innovazioni consentono agli imprenditori di successo di godere del monopolio temporaneo nei rispettivi mercati, e così di ottenere profitti eccezionali, che l’economista chiamò profitti imprenditoriali. Nel tempo, i loro concorrenti imitano tali innovazioni, facendo calare il profitto di tutti al livello «normale»; basti pensare a quanti prodotti esistono oggi sul mercato dei tablet, una volta dominio assoluto dell’iPad Apple. Secondo Schumpeter, questa concorrenza stimolata dalle innovazioni tecnologiche è molto più potente e importante della concorrenza sui prezzi neoclassica, nella quale i produttori cercano di battersi l’un l’altro vendendo a prezzi più bassi e aumentando l’efficienza nell’uso di tecnologie date. Per Schumpeter «questo tipo di concorrenza», quello basato sull’innovazione, è «molto più efficace dell’altro, come un bombardamento è molto più efficace di

uno scasso». Su questo punto, Schumpeter si è dimostrato profetico. Sosteneva che, nel lungo periodo, nessuna azienda, per quanto possa sembrare ben difesa, è al riparo da questi «venti di distruzione creatrice». Il declino di colossi come Ibm e General Motors o la scomparsa della Kodak, aziende che nei loro momenti migliori hanno dominato il mondo nei rispettivi campi, dimostrano il potere della concorrenza guidata dall’innovazione.

Perché Schumpeter ha predetto il declino del capitalismo, e perché ha avuto torto? Sebbene credesse fermamente nella dinamicità del capitalismo, Schumpeter non era ottimista riguardo al suo futuro. In Capitalismo, socialismo, democrazia osservò che, con l’avvento di imprese capitalistiche sempre più grandi e l’applicazione di princìpi scientifici all’innovazione tecnologica (la nascita dei «laboratori aziendali»), gli imprenditori stavano aprendo la strada ai manager professionisti, che Schumpeter definiva con disprezzo «gli esecutivi». Con una gestione aziendale sempre più burocratizzata, il capitalismo avrebbe perso il proprio dinamismo, che sostanzialmente si fonda sulla visione e la dinamicità di quegli eroi carismatici chiamati imprenditori. Il capitalismo sarebbe lentamente avvizzito, per poi trasformarsi in socialismo, invece di incontrare una morte violenta come aveva previsto Marx. La profezia di Schumpeter non si è avverata. Di fatto, da quando con toni cupi ne predisse la fine, il capitalismo è diventato ancora più dinamico. Commise questo grosso sbaglio perché non riuscì a comprendere che l’imprenditorialità stava rapidamente diventando uno sforzo collettivo, che non riguardava soltanto l’imprenditore visionario, ma anche molti altri soggetti, all’interno o all’esterno dell’impresa. Gran parte del progresso tecnologico, nelle moderne industrie complesse, si verifica mediante innovazioni incrementali originate dai tentativi pratici di risolvere i problemi che sorgono durante il processo produttivo. Ciò significa che anche gli operai che lavorano alla catena di montaggio sono coinvolti nell’innovazione. Le aziende automobilistiche giapponesi, in particolare la Toyota, hanno tratto risultati positivi da un metodo di produzione che massimizza l’apporto dei lavoratori nel processo di innovazione. Sono tramontati

i giorni in cui geni come James Watt o Thomas Edison riuscivano (quasi) da soli a perfezionare nuove tecnologie. E non è tutto. Quando innovano, le aziende attingono ai risultati della ricerca e ai fondi che a tale scopo vengono loro elargiti da vari attori non commerciali, quali lo stato, le università e le fondazioni benefiche. L’intera società è coinvolta nell’innovazione. Non essendo riuscito a comprendere il ruolo svolto da tutta quest’«altra gente» nel processo d’innovazione, Schumpeter giunse all’errata conclusione che un minore spazio di manovra per i singoli imprenditori avrebbe reso il capitalismo meno dinamico, portandolo all’atrofia. Fortunatamente gli eredi intellettuali dell’economista (a volte ascritti alla «scuola neoschumpeteriana») hanno superato questo limite teorico, soprattutto con l’approccio del sistema nazionale di innovazione, che studia le interazioni fra i diversi attori del processo di innovazione: aziende, università, stati e altri soggetti. 29 Detto questo, la scuola (neo)schumpeteriana ha forse il difetto di concentrarsi soltanto su tecnologia e innovazione, tralasciando (in termini relativi) altri aspetti dell’economia, come il lavoro, la finanza e la macroeconomia. A essere onesti, anche altre scuole si concentrano su temi specifici, ma quella schumpeteriana mostra di avere una prospettiva più ristretta della maggior parte delle altre.

La scuola keynesiana

In poche parole: Ciò che è positivo per i singoli potrebbe non esserlo per l’intera economia.

Oltre allo stesso anno di nascita, John Maynard Keynes (1883-1946) condivide con Schumpeter anche l’onore di avere una scuola che porta il suo nome. In termini di influenza intellettuale, tra i due non c’è paragone: Keynes fu probabilmente il più importante economista del XX secolo e ridefinì la materia inventando la macroeconomia, cioè quella branca della nostra materia che analizza l’intera economia come un tutto ben diverso dalla somma delle sue parti. Prima di Keynes, molti concordavano con questa affermazione di Adam Smith:

«Ciò che è prudenza nella condotta di ogni famiglia privata, difficilmente può essere stoltezza in quella di un grande regno». E alcune persone la condividono

ancora. Nell’ottobre del 2011 David Cameron, primo ministro britannico, disse che tutti i cittadini del Regno Unito avrebbero dovuto cercare di pagare i debiti delle rispettive carte di credito, senza rendersi conto che, se un certo numero di persone avesse davvero raccolto il suo invito e ridotto le spese per pagare i propri debiti, nell’economia inglese la domanda sarebbe crollata di colpo. Semplicemente, non aveva capito che le spese di una persona rappresentano il reddito di un’altra – finché non venne costretto dai suoi consiglieri a rimangiarsi quell’imbarazzante osservazione. Rifiutando quest’idea, Keynes cercò di spiegare come potessero esistere lavoratori disoccupati, aziende inattive e prodotti invenduti anche per lunghi periodi di tempo, mentre invece i mercati dovrebbero idealmente uguagliare domanda e offerta.

Perché esiste la disoccupazione? La spiegazione keynesiana Keynes partì dalla banale constatazione che un’economia non consuma tutto ciò che produce. Occorre investire questa differenza – cioè i risparmi – se vogliamo che tutto quello che è stato prodotto sia venduto e che tutti gli input produttivi, compreso il lavoro degli operai, siano impiegati (fenomeno definito pieno impiego). Purtroppo, non ci sono garanzie che i risparmi siano pari agli investimenti, soprattutto se coloro che investono e coloro che risparmiano non coincidono, al contrario di quanto accadeva agli inizi del capitalismo, quando i capitalisti investivano attingendo perlopiù dai propri risparmi e i lavoratori non potevano risparmiare, visti i salari troppo bassi. Questo succede perché gli investimenti, i cui utili non sono immediati, dipendono dalle aspettative che gli investitori hanno sul futuro. A loro volta, tali aspettative si basano su fattori psicologici, e non su un calcolo razionale, perché il futuro è pieno di incertezza. L’incertezza non riguarda soltanto il non sapere con precisione che cosa accadrà. In alcuni campi, siamo in grado di calcolare con esattezza le probabilità di ogni possibile evenienza, ossia quello che gli economisti chiamano rischio. La nostra capacità di calcolare il rischio insito in molti aspetti della vita – morte, incendi, incidenti d’auto e così via – è infatti il fondamento stesso del sistema assicurativo. Ma in tanti altri campi non conosciamo nemmeno tutte le possibili evenienze, per non parlare delle probabilità che si verifichino. La spiegazione

migliore del concetto di incertezza è stata fornita, e questo forse vi stupirà, da Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa nel primo governo di George W. Bush. Durante una conferenza stampa sulla situazione in Afghanistan nel 2002, Rumsfeld disse: «Ci sono conoscenze note, cioè cose che sappiamo di sapere. E ci sono incognite note, cioè cose che sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche incognite ignote, cioè cose che non sappiamo di non sapere». L’idea delle «incognite ignote» ben riassume il concetto di incertezza di Keynes.

Politica fiscale attiva per il pieno impiego: la soluzione keynesiana In un mondo incerto, gli investitori potrebbero improvvisamente diventare pessimisti sul futuro e ridurre gli investimenti. In tal caso, si risparmierebbe più

di quanto serve: in termini tecnici, ci sarebbe un «eccesso di risparmio». Gli

economisti classici pensavano che prima o poi tale eccesso sarebbe stato eliminato, perché una minor domanda di risparmio avrebbe fatto abbassare il

tasso d’interesse (o, se preferite, il costo dei prestiti), rendendo gli investimenti più allettanti. Keynes spiegò che non è affatto così. Quando calano gli investimenti, precipita anche la spesa aggregata, che riduce il reddito, essendo la spesa di uno il reddito

di un altro. Una riduzione del reddito fa a sua volta calare i risparmi, visto che

questi ultimi sono di fatto ciò che rimane dopo i consumi (i quali tendono a non variare granché in risposta a un crollo del reddito, essendo determinati dalle nostre necessità di sussistenza e abitudini). Alla fine, i risparmi caleranno sempre di più per far fronte alla minore domanda di investimenti. Se l’eccesso di risparmio viene ridotto in questo modo, non ci sarà più alcuna tendenza al ribasso dei tassi d’interesse né, di conseguenza, alcun ulteriore stimolo agli investimenti. Keynes era convinto che gli investimenti sono sufficienti per il pieno impiego solo quando gli spiriti animali – nelle sue parole, «lo stimolo spontaneo all’azione invece che all’inazione» – dei potenziali investitori sono pungolati dalle nuove tecnologie, dall’euforia finanziaria e da altri eventi insoliti. In quest’ottica, la normalità è che gli investimenti siano pari ai risparmi al livello della domanda effettiva (la domanda effettivamente sostenuta dal potere d’acquisto), che è insufficiente per il pieno impiego. Al fine di raggiungere il pieno impiego, argomentava Keynes, lo stato deve dunque utilizzare attivamente

la spesa pubblica per sostenere il livello della domanda. 30

La moneta trova il suo posto nella scienza economica: la teoria keynesiana della finanza La prevalenza dell’incertezza nell’economia keynesiana significa che la moneta non è solo un’unità di conto o un utile mezzo di scambio, come ritiene la scuola classica (e quella neoclassica con lei). È uno strumento che fornisce liquidità (cioè il mezzo per cambiare velocemente la propria posizione finanziaria) in un mondo incerto. Se questo è vero, il mercato finanziario non è soltanto un mezzo per ottenere denaro da investire, ma anche un luogo per fare soldi sfruttando le differenze tra le varie opinioni personali sui profitti ricavabili dagli stessi progetti di investimento: in altre parole, un luogo dove speculare. In questo mercato, la decisione di comprare o vendere un titolo è guidata non tanto dagli utili che questo maturerà alla fine, quanto dalle aspettative sul futuro – e, ancora più importante, dalle aspettative su ciò che gli altri si aspettano o, come disse Keynes, riguardo a «come l’opinione media immagina che sarà l’opinione media stessa». Questo, secondo Keynes, fornisce la base del comportamento gregario, o «del gregge», a cui si assiste spesso sui mercati finanziari, tendenza che rende questi ultimi intrinsecamente vulnerabili ad attacchi speculativi, boom e crac finanziari. 31 Fu partendo da questa analisi che Keynes espresse il suo celebre avvertimento contro i pericoli posti da un sistema finanziario guidato dalla speculazione: «Gli speculatori possono non causare alcun male come bolle d’aria in un flusso continuo di intraprendenza; ma la situazione è seria quando l’intraprendenza diviene la bolla d’aria in un vortice di speculazione. Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di una casa da gioco, è probabile che vi sia qualcosa che non va bene». E Keynes sapeva quel che diceva: era lui stesso un abile speculatore che aveva accumulato una fortuna di oltre 10 milioni di sterline (equivalenti a 15 milioni di dollari) in valuta odierna, anche dopo generosissime donazioni in beneficenza. 32

Una teoria economica adatta al XX secolo… e oltre? La scuola keynesiana elaborò una teoria economica più adatta all’economia

capitalista avanzata del XX secolo rispetto alle scuole classica e neoclassica. La teoria macroeconomica keynesiana si basa sul riconoscimento del fatto che

la distinzione strutturale fra risparmiatori e investitori emersa alla fine del XIX

secolo ha reso più difficile uguagliare risparmi e investimenti, e dunque

raggiungere il pieno impiego.

Inoltre, la teoria sottolinea giustamente il ruolo chiave svolto dalla finanza nel capitalismo moderno. La scuola classica non si era occupata molto di finanza, essendosi sviluppata in un mondo in cui i mercati finanziari erano ancora rudimentali. La teoria neoclassica si sviluppò in un mondo già abbastanza simile

a quello in cui viveva Keynes, ma, non essendo in grado di riconoscere

l’incertezza, non assegnò alla moneta un ruolo essenziale. Nelle teorie keynesiane, invece, la finanza è fondamentale, il che spiega come mai ci abbiano aiutato a capire eventi come la Grande depressione del 1929 e la crisi finanziaria globale del 2008.

«Nel lungo periodo siamo tutti morti»: i limiti della scuola keynesiana La critica che si può muovere alla scuola keynesiana è che ha prestato troppa

attenzione alle questioni di breve termine, come ben riassume la celebre battuta

di Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».

Keynes faceva benissimo a sottolineare che non possiamo gestire le politiche economiche sperando che nel lungo periodo le forze «fondamentali», tra cui tecnologia e demografia, riescano in qualche modo a risolvere tutto, come invece sostenevano gli economisti della scuola classica. Ciononostante, il fatto di concentrarsi sulle variabili macroeconomiche di breve termine ha indebolito la

sua scuola relativamente alle questioni di lungo periodo, come il progresso tecnologico e i cambiamenti istituzionali. 33

La scuola istituzionalista, vecchia e nuova?

In poche parole: Gli individui sono il prodotto della società in cui vivono, sebbene ne possano cambiare le regole.

A partire dalla fine del XIX secolo, un gruppo di economisti statunitensi mise in

discussione le scuole classica e neoclassica, allora dominanti, nella convinzione che sottostimassero, o addirittura ignorassero, la natura sociale dell’individuo,

cioè il fatto che le persone sono il prodotto della società in cui vivono. Sostenevano che dobbiamo analizzare le istituzioni, o regole sociali, le quali influiscono sugli esseri umani finendo per plasmarli. Questo gruppo di economisti è noto come scuola istituzionalista – altrimenti detta «vecchia economia istituzionale», per distinguerla dalla «nuova economia istituzionale» comparsa negli anni ottanta.

Gli individui sono modellati dalla società: l’ascesa della scuola istituzionalista La nascita della scuola istituzionalista si può far risalire alla figura di Thorstein Veblen (1857-1929), che si fece un nome mettendo in discussione il concetto di individuo egoista e razionale. Veblen riteneva che dietro al comportamento degli esseri umani ci sono più livelli di motivazioni stratificate: istinto, costumi, credenze e, solo alla fine, la ragione. Sottolineò anche che la razionalità umana non può essere considerata atemporale, in quanto viene modellata dall’ambiente sociale, che è dato dalle istituzioni – regole formali (per esempio, leggi e regolamenti aziendali) e regole informali (per esempio, convenzioni sociali, prassi nelle trattative d’affari) – che circondano il singolo individuo che stiamo osservando. Per Veblen le istituzioni non solo influiscono sul modo in cui si comportano le persone, ma le cambiano anche, e a loro volta le persone cambiano le istituzioni. 34 Riprendendo da Veblen l’enfasi sulle istituzioni, ma ispirandosi anche (esplicitamente e implicitamente) al marxismo e alla scuola storica del diritto tedesca, all’inizio del XX secolo si fece avanti una nuova generazione di economisti statunitensi, che fondò una propria scuola economica. La scuola venne ufficialmente battezzata come «istituzionalista» nel 1918, con la benedizione di Veblen, e fu guidata da Wesley Mitchell (1874-1948), allievo di Veblen e all’epoca leader del gruppo. 35 Il momento di massima gloria della scuola fu il New Deal, alla cui ideazione e gestione parteciparono molti suoi affiliati. Oggi il New Deal è generalmente considerato un programma politico di stampo keynesiano; ma, se ci pensate bene, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, principale opera di Keynes, non fu pubblicata che nel 1936, cioè un anno dopo il secondo New Deal del 1935 (il primo è del 1933). Il New Deal riguardava più le istituzioni – regolamentazione finanziaria, previdenza sociale, sindacati e

regolamentazione delle opere pubbliche – che le politiche macroeconomiche, come ho sostenuto nel Capitolo 3. Economisti istituzionalisti come Arthur Burns (principale consigliere economico della presidenza degli Stati Uniti dal 1953 al 1956 e governatore della Federal Reserve dal 1970 al 1978) svolsero un ruolo fondamentale nella politica economica statunitense dopo la Seconda guerra mondiale.

Gli individui non sono totalmente determinati dalla società: il declino della scuola istituzionalista Dopo gli anni sessanta, la scuola istituzionalista iniziò a tramontare, in parte a causa dell’ascesa dell’economia neoclassica, che negli Stati Uniti si era affermata negli anni cinquanta. La visione piuttosto ristretta di quest’ultima su ciò che dovrebbe essere lo studio dell’economia – con tutta l’importanza attribuita all’individuo, ai presupposti «universali» e ai modelli astratti – la indussero a considerare la scuola istituzionalista non solo diversa, ma addirittura intellettualmente inferiore. Il declino della scuola, però, fu dovuto anche ai suoi punti deboli: non riuscì infatti a teorizzare in modo convincente i variegati meccanismi legati alla nascita, alla durata e al cambiamento delle istituzioni. Considerava le istituzioni semplicemente come il prodotto di decisioni formali collettive (per esempio, la legislazione) o della storia (per esempio, le norme culturali). Le istituzioni, però, possono nascere anche in altri modi: come ordine spontaneo che emerge dalle interazioni tra individui razionali (scuola austriaca e nuova economia istituzionale); mediante i tentativi, da parte di singoli individui e organizzazioni, di sviluppare stratagemmi cognitivi che permettano di affrontare la complessità (scuola comportamentale); oppure come risultato dello sforzo di mantenere i rapporti di potere esistenti (scuola marxista). Un altro grande problema era che alcuni membri della scuola istituzionalista esagerarono nell’evidenziare la natura sociale degli individui, arrivando di fatto a adottare un determinismo strutturale. Per loro esistevano soltanto le istituzioni sociali e la struttura da queste creata, mentre gli individui erano interamente determinati dalla società in cui vivevano: Clarence Ayres, uomo di punta della (declinante) scuola istituzionalista statunitense nel secondo dopoguerra, fu autore della famigerata affermazione per cui «l’individuo non esiste».

Costi di transazione e istituzioni: la nascita della nuova economia istituzionale Dagli anni ottanta un gruppo di economisti con simpatie per le scuole neoclassica e austriaca – guidato da Douglass North, Ronald Coase e Oliver Williamson – fondò una nuova scuola di economia istituzionalista, nota come nuova economia istituzionale (Nei). 36 Definendosi istituzionalisti, gli appartenenti alla Nei dichiaravano apertamente di non essere i tipici economisti neoclassici, che considerano solamente gli individui e non le istituzioni che influiscono sul loro comportamento. Tuttavia, aggiungendo l’aggettivo nuova, questo gruppo si è chiaramente dissociato dalla scuola istituzionalista originaria, che adesso è chiamata «vecchia economia istituzionale». La principale differenza è che la Nei analizza come le istituzioni emergano da scelte deliberate degli individui. 37 Il concetto chiave su cui si basa la Nei è il costo di transazione. Nell’economia neoclassica, gli unici costi sono quelli di produzione (materiali, salari ecc.). La Nei fa notare che esistono anche i costi relativi all’organizzazione delle attività economiche. Alcuni ne limitano l’ambito, riducendoli alle spese relative agli scambi di mercato – trovare prodotti alternativi («andare in giro per vetrine»), spendere tempo e denaro per fare shopping e, a volte, contrattare prezzi migliori. Altri li intendono in senso più ampio come «costi di gestione del sistema economico», che comprendono il costo di condurre gli scambi commerciali, ma anche quello di far rispettare i contratti una volta conclusi gli scambi. Perciò, in questa definizione più ampia, i costi di transazione comprendono le spese per le politiche di prevenzione dei furti, per gestire il sistema giudiziario e persino per monitorare gli operai delle fabbriche affinché lavorino davvero il numero di ore specificate nel contratto.

Le istituzioni non sono solo limitanti: pregi e difetti della nuova economia istituzionale Introducendo il concetto di costo di transazione, la Nei ha sviluppato un’ampia gamma di teorie e casi di studio interessanti. Un esempio fra tutti è la questione del perché, in un’economia apparentemente «di mercato», tante attività economiche vengano gestite all’interno delle aziende. La risposta (semplificata) è che le transazioni commerciali sono spesso molto dispendiose a causa dell’elevato costo delle informazioni e dell’applicazione dei contratti. In questi

casi è molto più efficiente fare tutto attraverso la catena di comando interna all’azienda. Un altro esempio è l’analisi degli impatti dell’esatta natura dei diritti di proprietà (le norme su ciò che i proprietari possono fare con tipi diversi di proprietà) su modelli di investimento, scelta delle tecnologie produttive e altre decisioni di tipo economico. Nonostante questi contributi fondamentali, la Nei si dimostra limitata in quanto teoria «istituzionalista», perché in sostanza considera le istituzioni come limiti a uno sfrenato comportamento egoista. Ma le istituzioni non sono semplicemente «limitanti», possono anche essere «abilitanti». Spesso circoscrivono la nostra libertà individuale proprio per consentirci di più a livello collettivo: un esempio fra tutti è il codice stradale. Molti aderenti alla Nei non negherebbero esplicitamente il ruolo abilitante delle istituzioni, ma evitando di citarlo e continuando a riferirsi alle istituzioni come limiti danno di queste ultime un’impressione negativa. Ancora più importante, la Nei non ha colto il ruolo «costitutivo» delle istituzioni, che non si limitano a vincolare il comportamento degli individui, ma ne influenzano le motivazioni. Trascurando questa dimensione cruciale del ruolo delle istituzioni, la Nei di fatto non riesce a essere una teoria economica istituzionale vera e propria.

La scuola comportamentale

In poche parole: Non siamo abbastanza intelligenti, perciò dobbiamo limitare scientemente la nostra libertà di scelta attraverso le regole.

La scuola comportamentale si chiama così perché cerca di fornire un modello del comportamento umano per come è veramente, rifiutando il principale presupposto della scuola neoclassica, secondo il quale gli individui agiscono sempre in modo razionale ed egoistico. La teoria comportamentale ricomprende nel proprio campo d’indagine anche lo studio delle istituzioni e delle organizzazioni economiche: per esempio, cerca di capire come organizzare al meglio un’azienda o come architettare le norme finanziarie, dimostrando così un’affinità con la scuola istituzionalista, con la quale condivide anche alcuni membri. La scuola comportamentale è la più recente fra quelle che abbiamo esaminato finora, ma è più antica di quanto si pensi. Negli ultimi tempi è balzata agli onori

della cronaca grazie alla finanza comportamentale e all’economia sperimentale, ma è nata negli anni quaranta e cinquanta, soprattutto per merito delle opere di Herbert Simon (1916-2001), premio Nobel per l’economia nel 1978. 38

I limiti della razionalità umana e il bisogno di regole individuali e sociali L’idea centrale di Simon è la razionalità limitata. L’economista critica la scuola neoclassica per aver dato per scontato che le persone possiedano illimitate capacità di processare le informazioni, e cioè che abbiano una razionalità «divina» (da lui definita «olimpica»). Simon non riteneva che gli esseri umani fossero irrazionali: era convinto che tutti noi cerchiamo di essere razionali, ma che la nostra capacità in tal senso è molto limitata, soprattutto considerando la complessità del mondo, o la prevalenza dell’incertezza, se vogliamo dirla in termini keynesiani. Ciò significa che spesso il limite principale dei nostri processi decisionali non è la mancanza di informazioni, ma la nostra limitata capacità di processare quelle che già abbiamo. Poiché abbiamo una razionalità limitata, sosteneva Simon, costruiamo delle «scorciatoie» di pensiero che ci permettono di risparmiare energie mentali. Si tratta delle euristiche (o pensiero intuitivo), che possono assumere forme diverse: regole empiriche, decisioni basate sul buonsenso o su pareri di esperti. Alla base di tutti questi stratagemmi mentali c’è l’abilità di riconoscere gli schemi, che ci permette di trascurare una grande quantità di alternative e di concentrarci su poche e gestibili, ma molto promettenti, possibilità. Simon citava spesso i campioni di scacchi come esempi di persone che sfruttano un simile atteggiamento mentale: il loro segreto sta nella capacità di eliminare in fretta i percorsi di ricerca meno promettenti e di concentrarsi su una sequenza di mosse che presumibilmente daranno i risultati migliori. Focalizzarsi su un sottoinsieme di possibilità implica che la scelta risultante potrà non essere ottimale, ma questo metodo ci consente di gestire la complessità e l’incertezza del mondo con razionalità limitata. Pertanto, afferma Simon, quando compiamo le nostre scelte, applichiamo il concetto del satisficing:

cerchiamo soluzioni «adeguate» invece che ottimali, come sosteneva la teoria neoclassica. 39

Economia di mercato contro economia organizzativa Sebbene parta dallo studio dei processi decisionali del singolo, l’ambito della scuola comportamentale è molto più vasto. Secondo questa corrente, non è solo a livello individuale che creiamo norme decisionali semplificatrici per riuscire a operare con razionalità limitata in un mondo complesso. Creiamo anche routine organizzative e istituzioni sociali, in modo da poter compensare la razionalità limitata. Come le euristiche sul piano individuale, queste regole organizzative e sociali limitano la nostra libertà di scelta, ma ci aiutano a prendere decisioni migliori perché riducono al tempo stesso la complessità del problema. Un aspetto particolarmente importante è il fatto che queste regole ci consentono di prevedere più facilmente il comportamento degli altri attori coinvolti, che presumiamo seguano tali regole e si comportino in modi specifici. Questo punto è sottolineato anche dalla scuola austriaca, sebbene in forma leggermente diversa, là dove parla dell’importanza della «tradizione» come fondamento della ragione. Adottando un’ottica comportamentale, iniziamo a vedere la nostra economia in una prospettiva molto diversa da quella neoclassica dominante. I neoclassici di solito descrivono l’economia capitalista moderna come un’«economia di mercato». I comportamentali fanno notare che il mercato in realtà rende conto solo di una parte piuttosto piccola dell’economia. Herbert Simon, a metà degli anni novanta, stimava che circa l’80 per cento delle attività economiche statunitensi si svolgesse all’interno delle organizzazioni, come le imprese e lo stato, piuttosto che sul mercato. 40 Simon sosteneva che sarebbe stato più appropriato chiamarla economia organizzativa.

Perché emozioni, lealtà e correttezza sono importanti La scuola comportamentale fornisce anche spiegazioni convincenti del perché siano importanti caratteristiche umane come le emozioni, la lealtà e la correttezza, che la maggior parte degli economisti, soprattutto neoclassici e marxisti, ignorerebbe in quanto irrilevanti nel migliore dei casi e fonte di distrazione dalle decisioni razionali nel peggiore. La teoria della razionalità limitata spiega perché le nostre emozioni non sono necessariamente d’ostacolo al processo decisionale razionale, anzi, spesso possono costituirne una parte utile. Secondo Simon, poiché la razionalità ha le

sue lacune, dobbiamo concentrare le nostre limitate risorse mentali sulla soluzione del problema più importante che abbiamo davanti. Le emozioni ci forniscono questo tipo di concentrazione. I comportamentali sostengono che nelle organizzazioni la lealtà dei membri è essenziale per un buon funzionamento, dato che un’organizzazione con molti membri sleali sarebbe

sopraffatta dai costi legati al monitoraggio e alla punizione dei comportamenti egoistici. Da questo punto di vista, la questione della correttezza è molto importante, perché se i membri di un’organizzazione o di una società ritengono

di essere stati trattati ingiustamente, non le saranno leali.

Troppo concentrata sull’individuo? Una valutazione della scuola comportamentale La scuola economica comportamentale, nonostante sia la più giovane, ci ha aiutati a ripensare radicalmente le teorie sulla razionalità e sulle motivazioni umane. Grazie a questa scuola abbiamo affinato la comprensione del modo in cui la gente pensa e agisce. Il suo tentativo di comprendere la società umana a partire dagli individui, anzi da una prospettiva ancora più «bassa», ossia dai nostri processi mentali, è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza. Concentrandosi troppo su questo livello «micro», la scuola spesso perde di vista il sistema economico nel suo complesso. Ma ciò non dovrebbe accadere: dopotutto, Simon ha dedicato molti

scritti al sistema economico. La maggior parte degli esponenti della scuola, però,

si è concentrata troppo sugli individui, in particolare quelli dediti all’economia

sperimentale (che cerca di stabilire se le persone siano razionali o egoiste tramite

esperimenti controllati) o alla neuroeconomia (che cerca di chiarire i legami tra le attività mentali e determinati tipi di comportamento). Bisogna anche aggiungere che, dato il suo interesse per i processi cognitivi e la psicologia, la scuola comportamentale ha poco da dire sulle questioni della tecnologia e della macroeconomia.

Note conclusive: come migliorare l’economia

Preservare la diversità intellettuale e incoraggiare un proficuo scambio di idee Riconoscere che esistono diverse impostazioni all’economia non basta. Questa

varietà deve essere preservata, anzi, promossa. Poiché i differenti approcci sottolineano differenti aspetti e offrono differenti prospettive, conoscere una serie di scuole, e non soltanto un paio, ci permette di comprendere in modo più completo ed equilibrato quell’entità complessa chiamata economia. Come un gruppo biologico con un pool genetico più vario è più resistente agli sconvolgimenti, così, soprattutto nel lungo periodo, una disciplina che contiene varie impostazioni teoriche può affrontare il mondo che cambia meglio di un’altra caratterizzata da monocoltura intellettuale. In questo momento ne abbiamo la prova davanti agli occhi: se i governi dei principali paesi non avessero deciso di lasciar perdere le teorie economiche pro libero mercato e di adottare politiche keynesiane allo scoppio della crisi finanziaria globale del 2008, l’economia mondiale avrebbe subito un crollo simile a quello della Grande depressione del 1929. Potrei anche fare un passo più in là e dire che preservare la diversità non basta. Non dovremmo solo «lasciare che cento fiori fioriscano»: dovremmo fare in modo che si fecondino a vicenda. Le diverse impostazioni all’economia possono trarre grandi benefici imparando le une dalle altre, arricchendo la nostra comprensione del mondo economico. Alcune scuole con evidenti affinità intellettuali hanno iniziato un proficuo scambio di idee. La tradizione sviluppista e la scuola schumpeteriana hanno interagito a reciproco vantaggio, la prima fornendo teorie per comprendere il contesto più ampio nel quale avviene lo sviluppo tecnologico e la seconda proponendo teorie dettagliate sul modo in cui si verifica l’innovazione tecnologica. Le scuole marxista, istituzionalista e comportamentale hanno interagito a lungo, spesso con accenti ostili, in merito alle dinamiche interne dell’impresa e in particolare alla relazione capitalista-lavoratore. L’enfasi sui fattori psicologici accomuna da sempre la scuola keynesiana e quella comportamentale, ma recentemente ha prodotto uno scambio di idee particolarmente proficuo nel nuovo ambito della «finanza comportamentale». Tuttavia, la fecondazione incrociata può verificarsi anche tra scuole che per molti sono incompatibili. Anche se coprono tutto lo spettro politico, gli economisti classici (a destra), i keynesiani (al centro) e i marxisti (a sinistra) condividono una visione della società basata sulle classi. La scuola austriaca e i keynesiani possono anche essersi scontrati fin dagli anni trenta, ma concordano

tra loro (oltre che con comportamentali e istituzionalisti) sull’idea di un mondo

molto complesso e incerto, di una razionalità umana gravemente limitata nell’affrontarlo. La scuola austriaca, quella istituzionalista e quella comportamentale concepiscono gli esseri umani come entità stratificate, fatte – per usare la formulazione istituzionalista – di istinto, abitudini, convinzioni e ragione, anche se forse alcuni esponenti della scuola austriaca ritengono gli altri degli antipatici sinistrorsi.

Tutti (non solo gli economisti di professione) possiamo fare la nostra parte per migliorare l’economia Persino i lettori convinti della mia tesi in favore della diversità intellettuale e della fecondazione incrociata delle idee potrebbero ancora chiedere: «Che cosa c’entro io con tutto questo?». In fondo, solo pochi di loro avranno la possibilità

di difendere o accrescere la varietà dell’economia diventando economisti di

professione. Il punto è che, se non vogliamo diventare vittime passive delle decisioni altrui, dobbiamo sapere qualcosa sulle diverse impostazioni all’economia. Dietro alle politiche economiche e alle attività delle imprese che influiscono sulle nostre vite – il salario minimo, l’outsourcing, la previdenza sociale, la sicurezza alimentare, le pensioni e tutto il resto – esiste una teoria economica che ha

ispirato quelle azioni o che, più spesso, fornisce una giustificazione a quello che chi detiene il potere vuole comunque fare. Solo sapendo che esistono teorie economiche differenti siamo in grado di dire

ai governanti che si sbagliano, quando ci raccontano che «non ci sono

alternative» (in inglese there is no alternative, formula nota anche come «Tina»), come fece una volta Margaret Thatcher per difendere le sue controverse politiche. Quando scopriamo che, dal punto di vista intellettuale, esiste un terreno comune tra presunte «fazioni nemiche» dell’economia, possiamo opporre una resistenza più efficace a coloro che cercano di polarizzare il dibattito dipingendo tutto in bianco e nero. Una volta compreso che, almeno in parte, le diverse teorie economiche dicono cose diverse perché si basano su valori etici e politici diversi, acquisiamo la sicurezza necessaria per trattare l’economia per ciò che è davvero, ossia un argomento politico, e non una «scienza» nella quale è chiaro cosa è giusto e cosa è sbagliato. E solo quando l’opinione pubblica

mostrerà consapevolezza di tali questioni gli economisti troveranno impossibile dominarla proclamandosi custodi di verità scientifiche. Pertanto, conoscere diversi tipi di economia e sapere quali sono i rispettivi punti di forza e di debolezza non è un esercizio esoterico riservato ai soli economisti, ma un aspetto vitale nell’apprendimento dell’economia e anche un contributo al nostro sforzo collettivo per far sì che la materia sia più efficacemente al servizio dell’umanità.

PER SAPERNE DI PIÙ

George Argyrous e Frank Stillwell, Readings in Political Economy, Pluto Press, Annandale 2003. Phyllis Deane, The State and the Economic System: An Introduction to the History of Political Economy, Oxford University Press, Oxford 1989. John Kenneth Galbraith, A History of Economics: The Past as the Present, Penguin, London 1989. Robert Heilbroner, The Worldly Philosophers: The Lives, Times, and Ideas of the Great Economic Thinkers, Penguin, Harmondsworth 1983, VI edizione rivista e corretta (trad. it. di O. Nuccio, I grandi economisti da Smith a Schumpeter, Bizzarri, Roma 1975). Geoffrey Hodgson, How Economics Forgot History: The Problem of Historical Specificity in Social Science, Routledge, London 2001. Erik Reinert, How Rich Countries Became Rich, and Why Poor Countries Stay Poor, Constable, London 2007. Alessandro Roncaglia, La ricchezza delle idee. Storia del pensiero economico, Laterza, Roma-Bari 2001.

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* La recinzione delle terre demaniali a favore dei proprietari terrieri. [N.d.T.]

Appendice:lescuoleeconomicheaconfronto

5. Dramatis personae Chi sono gli attori economici?

La società non esiste. Ci sono solo gli individui, uomini e donne, e le famiglie. MARGARET THATCHER

Le corporation non hanno più bisogno di fare pressioni sul governo: sono il governo. JIM HIGHTOWER

Gli individui come eroi ed eroine

La visione individualista dell’economia Nella dominante visione neoclassica, l’economia è la «scienza della scelta», come abbiamo detto nel Capitolo 1. Secondo questa posizione, le scelte sono fatte dagli individui, che si presume siano egoisti, interessati solo a massimizzare il proprio benessere o tutt’al più quello dei familiari. Si ritiene che, nel fare questo, tutti gli individui compiano scelte razionali, ossia che scelgano il modo più efficiente in termini di costi per realizzare un dato obiettivo. In quanto consumatore, ogni individuo ha un sistema di preferenze innato che descrive ciò che gli piace. Usando il sistema di preferenze e considerando i prezzi di mercato di vari oggetti, sceglie una combinazione di beni e servizi che massimizzino la sua utilità. Una volta aggregate attraverso il meccanismo del mercato, le scelte compiute dai singoli consumatori dicono ai produttori qual è la domanda dei loro prodotti a seconda dei prezzi (la curva della domanda). La quantità di merci che i produttori sono disposti a fornire ai vari prezzi (la curva dell’offerta) è determinata dalle loro scelte razionali, compiute allo scopo di massimizzare i profitti. Nel fare queste scelte, i produttori tengono conto dei costi di produzione, legati alle tecnologie, analizzando diverse combinazioni possibili di input e i loro costi. L’equilibrio di mercato si raggiunge nel punto in cui la curva della domanda e quella dell’offerta si incontrano. Questa è una narrazione dell’economia in cui gli individui sono eroi ed eroine. A volte i consumatori vengono definiti «famiglie» e i produttori «imprese», ma sostanzialmente entrambe le entità sono estensioni degli individui. E vengono analizzate come se compissero scelte in quanto unità singole e coerenti. Alcuni economisti neoclassici, sulla scia del lavoro pionieristico di Gary Becker, parlano di «contrattazione intrafamiliare», che però viene concettualizzata come un processo tra individui razionali che fondamentalmente cercano di

massimizzare la propria utilità personale, anziché tra i membri di una famiglia alle prese con la vita reale, con i loro sentimenti di amore, odio, empatia, crudeltà e impegno.

Il fascino e i limiti della visione individualista dell’economia Anche se questa visione individualista non è l’unico modo di teorizzare la nostra realtà economica (vedi Capitolo 4), è diventata dominante a partire dagli anni ottanta. Una delle ragioni è che esercita un forte fascino politico e morale. È prima di tutto una parabola della libertà individuale. Le persone possono

ottenere ciò che vogliono finché sono disposte a pagare il giusto prezzo, che si tratti di prodotti «etici» (come il cibo biologico o il caffè del commercio equo) o

di giocattoli che i bambini avranno dimenticato prima del Natale successivo (mi

ricordo la mania dei Cabbage Patch Kids del 1983 e quella dei Furby del 1998). Gli individui possono produrre qualunque cosa serva a farli guadagnare, usando qualsiasi metodo di produzione sia in grado di massimizzare i profitti, che si tratti di palloni cuciti dai bambini o di microchip prodotti con macchinari hi- tech. Non c’è un’autorità suprema – il re, il papa o il ministro della Pianificazione – che dica agli individui ciò che devono desiderare e produrre. Partendo da questo presupposto, molti sostenitori del libero mercato ritengono

che esista un legame inscindibile tra la libertà di scelta dei singoli consumatori e

la loro libertà politica. Tra gli esempi famosi ci sono l’autorevole critica di

Friedrich von Hayek al socialismo, La via della schiavitù, e l’appassionato elogio di Milton Friedman al sistema di libero mercato, Liberi di scegliere. Inoltre, la prospettiva individualista offre una paradossale, ma molto potente giustificazione morale dei meccanismi del mercato. Come individui compiamo le nostre scelte soltanto per noi stessi, dice la teoria, ma il risultato è la massimizzazione del benessere collettivo. Per avere un’economia efficiente che avvantaggi tutti i suoi membri non occorre che gli individui siano «buoni». O meglio, è proprio perché gli individui non sono «buoni» e sono spietati nel cercare di massimizzare utilità e profitti che la nostra economia è efficiente e porta vantaggi a tutti. Il seguente celebre brano di Adam Smith è la tipica affermazione di questo punto di vista: «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale».

Per quanto possano apparire affascinanti, queste giustificazioni presentano gravi problemi. Uno riguarda la politica: non esiste un rapporto evidente tra la libertà economica di un paese e la sua libertà politica. Molte dittature hanno sostenuto politiche di libero mercato piuttosto audaci, mentre tante democrazie, come quelle dei paesi scandinavi, hanno scarsa libertà economica a causa delle forti tasse e della grande quantità di regole. Di fatto, molti dei fautori della visione individualista preferirebbero sacrificare la libertà politica per difendere quella economica (è per questo che Hayek elogiava la dittatura di Pinochet in Cile). Per quanto riguarda le giustificazioni morali, ho già parlato di diverse teorie, compreso l’approccio al fallimento del mercato basato sulla visione individualista neoclassica, e ho mostrato che quando gli individui perseguono in maniera incontrollata i propri interessi personali attraverso il mercato, spesso i risultati economici sono poco desiderabili dal punto di vista sociale. Dato che questi limiti erano ben noti anche prima della sua ascesa, l’attuale predominio della visione individualista deve trovare una spiegazione quantomeno parziale nella politica delle idee. Rispetto ad altre posizioni alternative (soprattutto quelle basate sul concetto di classe, come le scuole marxista e keynesiana), quella individualista riceve grande sostegno e approvazione da chi detiene potere e denaro – e quindi maggiore influenza – perché dà per scontata la struttura sociale soggiacente, come i diritti di proprietà o quelli dei lavoratori, senza mettere in dubbio lo status quo. 1

Le organizzazioni sono i veri eroi: la realtà del processo decisionale in economia

Alcuni economisti, in particolare Herbert Simon e John Kenneth Galbraith, hanno studiato i processi decisionali economici nella realtà, invece che in un mondo ideale. Hanno scoperto che la visione individualista è diventata obsoleta almeno dalla fine del XIX secolo. Da allora, gli atti economici più importanti sono stati intrapresi non da individui ma da grosse organizzazioni con strutture decisionali complesse: corporation, governi, sindacati e, in maniera crescente, organizzazioni internazionali.

I decisori economici più importanti sono le corporation, non gli individui

I produttori più importanti sono oggi le grandi corporation che danno lavoro a centinaia di migliaia e talvolta anche a milioni di lavoratori in decine di paesi. Le 200 corporation più grandi producono circa il 10 per cento dei beni e dei servizi mondiali. Si stima che il 30-50 per cento del commercio internazionale di beni industriali sia in realtà costituito da scambi intraziendali o dal passaggio di input e output all’interno della stessa impresa multinazionale o transnazionale, con operazioni in più paesi. 2 Il fatto che la fabbrica di motori Toyota a Chonburi, in Thailandia, «venda» i suoi prodotti agli impianti di assemblaggio Toyota in Giappone o in Pakistan può essere considerato un export thailandese verso questi paesi, ma non si tratta di vere transazioni di mercato. I prezzi dei prodotti scambiati in questo modo sono dettati dalle sedi centrali giapponesi, non dalla concorrenza di mercato.

Le corporation non prendono decisioni come gli individui Sotto il profilo legale, possiamo far risalire le decisioni prese dalle grandi corporation a individui specifici come i Ceo (chief executive officer, cioè gli amministratori delegati) o i presidenti dei consigli di amministrazione. Ma questi soggetti, per quanto potenti, non compiono le scelte aziendali allo stesso modo degli individui nella vita privata. Come vengono prese le decisioni nelle corporation? Alla radice di tali decisioni si trovano gli azionisti. In genere si dice che questi sono i «proprietari» delle aziende. Anche se si tratta di una buona semplificazione, a rigor di termini non corrisponde al vero. Gli azionisti detengono quote o azioni che danno loro determinati diritti sulla gestione dell’azienda. Non la possiedono nel modo in cui io possiedo il mio computer o le mie bacchettine cinesi. Questo concetto si spiega meglio se specifichiamo che in realtà esistono due tipi di azioni: «privilegiate» e «ordinarie». Le azioni privilegiate danno ai loro detentori la priorità nel pagamento dei dividendi, ossia dei profitti che vengono distribuiti agli azionisti invece che «trattenuti» dall’azienda. Ma tale priorità è acquisita rinunciando al diritto di voto sulle decisioni chiave riguardanti la società, per esempio quali dirigenti scegliere, quanto pagarli e se fondersi con un’altra azienda, acquisirla o cederle l’attività. Le azioni che danno il diritto di voto su tali questioni sono chiamate ordinarie. Gli azionisti «ordinari» (tutt’altro che tali in termini di potere

decisionale) prendono decisioni collettivamente tramite votazione. In genere i voti vengono espressi in base alla regola «un’azione, un voto», ma in alcuni paesi certe quote detengono più voti di altre e in Svezia particolari azioni possono corrispondere a mille voti l’una.

Chi sono gli azionisti? Di questi tempi, pochissime grandi aziende appartengono a un singolo azionista

di maggioranza, come i capitalisti di una volta. La famiglia Porsche-Piëch, che

possiede poco più del 50 per cento del gruppo Porsche-Volkswagen, è un’eccezione degna di nota. Esistono ancora numerose grandi imprese con un azionista dominante che

detiene quote sufficienti a determinare il futuro della società. Di un tale azionista

si dice che possiede una quota di controllo, in genere superiore al 20 per cento

delle azioni con diritto di voto. Mark Zuckerberg, che possiede il 28 per cento di Facebook, è un azionista dominante. La famiglia svedese Wallenberg è l’azionista dominante di Saab (40 per cento), Electrolux (30 per cento) ed Ericsson (20 per cento). La maggior parte delle grandi aziende non ha azionisti di controllo. La proprietà (delle quote) è talmente diffusa che nessun singolo azionista ha un controllo effettivo. Per esempio, nel marzo 2012 la Japan Trustee Services Bank, principale azionista della Toyota Motor Corporation, deteneva poco più del 10 per cento delle azioni Toyota. Gli altri due azionisti più grandi possedevano il 6 per cento circa ciascuno. Anche agendo di concerto, i tre non sarebbero arrivati neppure a un quarto dei voti.

La separazione tra proprietà e controllo «Proprietà diffusa» significa che i manager detengono il controllo effettivo di buona parte delle principali aziende mondiali, sebbene non ne possiedano quote significative. La situazione è nota come separazione tra proprietà e controllo e crea il problema principale-agente, in cui gli agenti (manager) perseguono pratiche commerciali che promuovono i loro interessi anziché quelli dei principali (gli azionisti). In sostanza, i manager potrebbero massimizzare le

vendite invece dei profitti oppure ingigantire l’apparato burocratico dell’azienda,

in quanto il loro prestigio è legato alle dimensioni dell’impresa che dirigono (in

genere misurate in base alle vendite) e a quelle del proprio entourage. Questa era

la tipica prassi condannata da Gordon Gekko nel film Wall Street (lo abbiamo

incontrato nel Capitolo 3) quando faceva notare che l’azienda che stava cercando

di acquisire aveva non meno di trentatré vicepresidenti, dediti a dio sa cosa.

Molti economisti pro mercato, in particolare Michael Jensen e Eugene Fama, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2013, hanno ipotizzato che il problema principale-agente può essere contenuto, se non addirittura eliminato, allineando maggiormente gli interessi dei manager a quelli degli azionisti. Hanno suggerito due impostazioni principali: la prima consiste nel rendere più facili le acquisizioni aziendali (quindi ci occorrono più Gordon Gekko!), affinché i manager che non soddisfano gli azionisti possano essere facilmente sostituiti. La seconda prevede di pagare ai manager gran parte del compenso sotto forma di azioni della loro società (le cosiddette «stock options»), per indurli a guardare le cose il più possibile dal punto di vista degli azionisti. Il concetto è stato sintetizzato nell’espressione massimizzazione del valore per gli azionisti - dello shareholder value - coniata nel 1981 da Jack Welch, ai tempi nuovo amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione della General Electric, e da allora ha guidato il settore delle corporation prima nei paesi angloamericani e poi, sempre più, anche nel resto del mondo.

Anche i lavoratori e gli stati influenzano le decisioni aziendali Benché non sia la prassi di Gran Bretagna e Stati Uniti, anche i lavoratori e lo stato esercitano un’influenza significativa sulle decisioni aziendali. Oltre a condizionare l’attività dei sindacati (ne parleremo più avanti), i lavoratori di alcuni paesi europei, tra cui Germania e Svezia, influenzano la condotta delle loro aziende tramite una rappresentanza formale nei consigli di amministrazione. In Germania, in particolare, i consigli delle grandi aziende hanno una struttura a due livelli. Con tale sistema, detto di codeterminazione, il «consiglio manageriale» (che equivale al consiglio di amministrazione di altri paesi) è incaricato di prendere le decisioni più importanti, come le fusioni e la chiusura delle fabbriche, approvate da un «consiglio dei supervisori» nel quale i rappresentanti dei lavoratori detengono metà dei voti, anche se sono i manager a eleggere il presidente, il cui voto è decisivo.

Anche i governi sono coinvolti nelle decisioni manageriali delle grandi corporation in veste di azionisti. Gli stati detengono molte più quote di imprese private di quanto comunemente si creda. Stora Enso, il più grande produttore mondiale di pasta di legno e carta, è per il 25 per cento di proprietà del governo finlandese. Commerzbank, la seconda banca più grande della Germania, appartiene per il 25 per cento al governo tedesco, e la lista è lunga. I lavoratori e i governi hanno obiettivi diversi da quelli degli azionisti e dei manager. I lavoratori vogliono ridurre al minimo le perdite di posti di lavoro, aumentare la sicurezza e migliorare le condizioni di impiego. I governi devono tenere in considerazione gli interessi di gruppi che vanno al di là dei confini legali della società in questione; per esempio, le aziende fornitrici, le comunità locali e persino i gruppi ambientalisti. Di conseguenza, le aziende con un forte coinvolgimento statale e dei lavoratori agiscono diversamente da quelle dominate da azionisti e manager.

La Volkswagen e la complessità dei processi decisionali nelle aziende moderne La Volkswagen, fabbrica di automobili tedesca, illustra la complessità dei processi decisionali nelle corporation moderne. Ha un azionista di maggioranza, la famiglia Porsche-Piëch, che dal punto di vista legale può abbattersi come una furia su ogni decisione. Ma non è così che vanno le cose alla Volkswagen. Come altre grandi aziende tedesche, la compagnia ha un organo di amministrazione su due livelli, in cui i lavoratori sono fortemente rappresentati. Inoltre, il 20 per cento della società è di proprietà governativa, più precisamente dello stato (Land) della Bassa Sassonia (Niedersachsen). Di conseguenza, alla Volkswagen le decisioni vengono prese attraverso complicati processi negoziali che coinvolgono gli azionisti, i manager, i lavoratori e la popolazione (tramite la proprietà statale). Quello della Volkswagen è un esempio estremo, ma è emblematico del fatto che le decisioni aziendali vengono prese in modo molto diverso da quelle individuali. Non possiamo capire l’economia moderna senza avere quantomeno una certa cognizione della complessità insita nelle decisioni aziendali.

La cooperativa come forma alternativa di proprietà e management aziendali Alcune grandi imprese sono cooperative di proprietà dei loro utenti

(consumatori o risparmiatori), dei loro impiegati, o di piccole unità aziendali indipendenti. Il secondo venditore al dettaglio della Svizzera è una cooperativa di consumatori, la catena di supermercati Coop. La sua controparte inglese, Co-op, è la quinta catena di supermercati del paese. Le cooperative di consumatori

consentono a questi ultimi di ottenere prezzi più bassi mettendo insieme il loro potere d’acquisto e negoziando per avere sconti dai fornitori. Ovviamente raggruppare gli acquirenti per ottenere condizioni migliori dai fornitori è proprio ciò che fanno molti rivenditori, da Walmart a Groupon, ma la differenza è che, a parità di altri fattori, le cooperative possono praticare maggiori sconti ai consumatori, perché non devono pagare gli azionisti. La cooperativa di credito è composta da risparmiatori. Nel mondo, circa 200 milioni di persone fanno parte di enti di questo tipo. Alcune delle principali banche mondiali, come la Rabobank olandese e il Crédit Agricole francese, sono

in realtà cooperative di credito. Entrambe sono state fondate come casse di

risparmio cooperative del settore agricolo. Esistono due tipi di cooperative di produttori: le cooperative di lavoratori,

che appartengono ai loro stessi dipendenti, e quelle dei produttori, di proprietà di produttori indipendenti che decidono di svolgere insieme determinate attività unendo le rispettive risorse. La spagnola Mondragon Corporation ha circa 70000 dipendenti-soci che lavorano in più di cento cooperative, con vendite annuali pari a circa 19 miliardi

di dollari nel 2010. 3 È la settima azienda spagnola sia per vendite che per

numero di addetti, ed è anche la più grande cooperativa al mondo. Un’altra cooperativa di lavoratori molto nota è l’inglese John Lewis Partnership, proprietaria dei grandi magazzini John Lewis e dei supermercati Waitrose (la sesta catena di supermarket del paese). Le sue dimensioni sono simili a quelle della Mondragon: oltre 80000 soci e un fatturato superiore ai 14 miliardi di dollari nel 2011. Tra gli esempi più diffusi di cooperative di produttori indipendenti che lavorano insieme ci sono quelle dei produttori del settore lattocaseario, in cui ciascun allevatore è proprietario delle sue mucche, ma tutti insieme lavorano il latte e i suoi derivati (burro, formaggio ecc.). Tra i nomi più famosi Arla, la cooperativa di prodotti caseari svedese-danese che produce il burro Lurpak e il

latte Lactofree; Land O’Lake, la cooperativa di produttori caseari del Minnesota; e Amul, formata da produttori indiani.

Una testa, un voto: le regole decisionali delle cooperative Essendo organizzazioni associative, le cooperative prendono le loro decisioni basandosi sulla regola «una testa, un voto», invece che su quella tipica delle corporation, «un dollaro (di azioni), un voto». Da ciò derivano scelte che nelle aziende di proprietà degli azionisti non potrebbero essere compiute. La cooperativa Mondragon è famosa per la regola salariale secondo cui il socio che occupa la posizione di top manager può ricevere un compenso massimo che va da tre a nove volte il salario minimo pagato a un socio che opera sul campo; la percentuale precisa viene stabilita dai voti dei soci di ogni cooperativa. Confrontate questo risultato con la remunerazione dei top manager americani, che ricevono un compenso pari come minimo a 300-400 volte il salario medio (non minimo) dei lavoratori. 4 Alcune cooperative impongono persino la rotazione degli incarichi, in modo che ciascuno faccia esperienza in ruoli diversi all’interno dell’organizzazione.

Molti lavoratori non prendono più decisioni individuali Nelle economie moderne, alcuni lavoratori non prendono più decisioni economiche individuali. Molti infatti sono organizzati in sindacati. Consentendo ai lavoratori di contrattare in gruppo, piuttosto che come singoli in potenziale competizione tra loro, i sindacati li aiutano a ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro. 5 In alcuni paesi si ritiene che i sindacati siano controproducenti e blocchino i necessari cambiamenti nella tecnologia e nell’organizzazione del lavoro. In altri sono considerati i partner naturali in qualunque attività produttiva. Pare che quando la Volvo, casa automobilistica svedese, acquisì il settore macchinari della Samsung all’indomani della crisi finanziaria asiatica del 1997, chiese ai lavoratori di fondare un sindacato (la Samsung praticava, e lo fa tuttora, una famigerata politica antisindacale). I manager svedesi non erano in grado di gestire un’azienda senza un sindacato con cui discutere! Come le cooperative, i sindacati sono organizzazioni associative nelle quali le decisioni vengono prese secondo la regola «una testa, un voto». Le scelte

sindacali a livello aziendale sono in genere accorpate dai sindacati nazionali, come nel Cosatu sudafricano (Congress of South African Trade Unions) e nell’inglese Tuc (Trade Union Congress). In molti paesi esistono più sindacati nazionali, in genere legati a confessioni religiose o partiti diversi. Per esempio, la Corea del Sud ha due sindacati nazionali, mentre la Francia ben cinque. In alcuni paesi i sindacati sono organizzati anche in base al settore industriale. I più famosi sono Ig Metall (Industriegewerkschaft Metall), il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, e Uaw (United Auto Workers), quello statunitense dei lavoratori del settore automobilistico. Per quanto riguarda Ig Metall, la sua influenza si estende alle industrie connesse al metallo (tra cui quella automobilistica, di particolare rilievo), perché essendo il sindacato più potente le sue azioni stabiliscono il trend anche per gli altri.

Alcuni sindacati hanno persino un ruolo nell’elaborazione delle politiche nazionali In diversi paesi europei (Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Austria, Germania, Irlanda e Paesi Bassi) i sindacati sono esplicitamente riconosciuti come partner fondamentali nei processi decisionali di livello nazionale. In questi paesi sono coinvolti nell’elaborazione delle politiche non solo in ambiti «ovvi» come i salari, le condizioni di lavoro e la formazione, ma anche nelle politiche sociali, nel controllo dell’inflazione e nelle ristrutturazioni industriali. In alcuni paesi, questi accordi esistono proprio perché una considerevole percentuale di lavoratori è sindacalizzata. Circa il 70 per cento dei lavoratori islandesi, finlandesi e svedesi è iscritto ai sindacati; per mettere il dato nella giusta prospettiva, teniamo presente che negli Stati Uniti la media è dell’11 per cento circa. Ma il tasso di sindacalizzazione (noto anche come «densità sindacale») non è sufficiente a spiegare questi accordi. Per esempio, i lavoratori sono più sindacalizzati in Italia (il 35 per cento circa) e in Inghilterra (circa il 25 per cento) che in Germania e nei Paesi Bassi (entrambe sotto il 20 per cento), ma i sindacati italiani e britannici hanno un’influenza molto più scarsa sull’elaborazione delle politiche nazionali rispetto ai loro omologhi tedeschi e olandesi. Contano anche il sistema politico (per esempio, quanto i partiti sono legati ai sindacati) e la cultura politica (consensuale o conflittuale).

Lo stato è il singolo attore economico più importante In tutti i paesi che non vivono in condizioni di virtuale anarchia (come la Repubblica Democratica del Congo e la Somalia nel momento in cui scrivo), lo stato è l’attore economico più importante. Analizzeremo le sue attività in maggior dettaglio nel Capitolo 11, perciò per il momento fornirò soltanto il quadro generale. In quasi tutti i paesi, lo stato è di gran lunga il principale datore di lavoro: in alcuni casi impiega fino al 25 per cento della forza lavoro nazionale. 6 La sua spesa ammonta a una quota che va dal 10 al 55 per cento della produzione nazionale, e generalmente è più alta nei paesi ricchi che in quelli poveri. In molti stati, il governo possiede e dirige imprese pubbliche che in genere producono il 10 per cento della produzione nazionale, anche se in paesi come Singapore e Taiwan si sale al 15 per cento. Lo stato influenza anche il comportamento degli altri attori economici aprendo, chiudendo e regolamentando i mercati: ne sono esempio, rispettivamente, la creazione di un mercato per i permessi di inquinamento negoziabili, l’abolizione della schiavitù e le varie leggi che riguardano l’orario e le condizioni di lavoro.

Come prende le decisioni lo stato: compromessi, compromessi (e lobbying) Il processo decisionale degli stati è addirittura più complicato di quello delle maggiori corporation dagli assetti proprietari più complessi. Questo dipende dal fatto che lo stato fa molte più cose di una grande impresa, e al tempo stesso deve soddisfare molti più soggetti, con scopi ben più vari. Quando prendono le decisioni, persino gli stati a partito unico non possono ignorare gli interessi delle minoranze, come invece può fare la maggioranza nei processi decisionali aziendali. Tranne i casi più estremi, come quello di Pol Pot in Cambogia, le fazioni politiche esistono e le rivalità possono essere molto forti, come nella Cina odierna. Nelle democrazie il processo decisionale è ancora più complesso. In teoria, il partito di maggioranza può imporre la sua volontà al resto della società, e talvolta lo fa, ma in molti paesi la maggioranza parlamentare è formata da una coalizione di partiti indipendenti, perciò bisogna sempre scendere a compromessi: chiunque abbia guardato le serie televisive danesi The Killing o Borgen se ne sarà reso conto.

Anche dopo che i politici hanno preso decisioni generali, sono i funzionari pubblici o i burocrati a elaborare e attuare le politiche nel dettaglio. Queste persone hanno le proprie regole decisionali, che sono di tipo gerarchico come quelle delle imprese, anziché deliberative come in Parlamento. Politici e burocrati ricevono pressioni da lobby di ogni genere per l’adozione di particolari politiche. Esistono gruppi dediti a una sola causa che si concentrano su temi specifici, come l’ambiente. In alcuni paesi, anche i sindacati hanno un’influenza diretta sui politici, ma sono le corporation ad avere il maggiore ascendente. In altri, come gli Stati Uniti, dove esistono ben poche restrizioni al lobbismo delle grandi imprese, l’influenza delle corporation è enorme. Certo Jim Hightower, commentatore politico americano, stava un po’ calcando la mano (ma non troppo), quando disse: «Le corporation non hanno più bisogno di fare pressioni sul governo: sono il governo».

Le organizzazioni internazionali che hanno i soldi: Banca mondiale, Fmi e altre Alcune organizzazioni internazionali sono importanti perché – come posso dire? – hanno i soldi. La Banca mondiale e altri istituti di credito multilaterali sovranazionali, perlopiù di proprietà dei paesi ricchi, concedono prestiti ai paesi in via di sviluppo. 7 Quando prestano denaro, offrono condizioni più favorevoli (tassi d’interesse più bassi, tempi di rimborso più lunghi) rispetto alle banche del settore privato. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) concede prestiti a breve termine su larga scala ai paesi in crisi finanziaria che non possono riceverli dal mercato privato. La Banca mondiale, il Fmi e altre istituzioni multilaterali simili richiedono ai paesi che ricevono i prestiti di adottare particolari politiche economiche. È vero che tutti i prestatori pongono condizioni, ma la Banca mondiale e il Fmi sono particolarmente criticati perché stabiliscono condizioni considerate buone dai paesi ricchi, invece di quelle che aiuterebbero davvero i paesi debitori. Ciò accade perché sono corporation che seguono la regola «un dollaro, un voto». Gran parte delle loro azioni è di proprietà dei paesi ricchi, che possono così decidere la condotta da seguire. Ma il punto fondamentale è che gli Stati Uniti hanno di fatto un diritto di veto sulla Banca e sul Fondo, poiché le decisioni più importanti richiedono una maggioranza dell’85 per cento, e gli Usa, per l’appunto, detengono il 18 per cento delle quote.

Le organizzazioni internazionali che fissano le regole: Omc e Bri Alcune organizzazioni internazionali sono potenti perché fissano le regole. 8 Un esempio è la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che stabilisce le norme internazionali sulla regolamentazione finanziaria. Ma il più importante degli organismi internazionali che stabiliscono le regole è di gran lunga l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc, o Wto nell’acronimo inglese). L’Omc fissa le norme sulle interazioni economiche internazionali, tra cui quelle commerciali, gli investimenti e persino la protezione transfrontaliera dei diritti di proprietà intellettuale, come brevetti e diritti d’autore. L’aspetto più significativo è che l’Omc è l’unica organizzazione internazionale basata sulla regola «un paese, un voto». Ne consegue che, in teoria, dovrebbero essere i paesi in via di sviluppo, che sono numericamente in vantaggio, a stabilire la condotta

da seguire. In pratica, però, non si vota quasi mai, perché per evitare le votazioni

i paesi ricchi fanno leva su ogni genere di influenze ufficiose (per esempio,

minacciando in modo neanche troppo velato di diminuire gli aiuti internazionali ai paesi poveri che non si adeguano).

I promotori di idee: le agenzie dell’Onu e l’Ilo Alcune organizzazioni internazionali influenzano la nostra vita economica perché conferiscono legittimità a determinate idee. A questa categoria appartengono diverse agenzie delle Nazioni Unite. L’Unido (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale), per esempio, promuove lo sviluppo industriale, l’Undp (il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) sostiene la lotta alla povertà su scala mondiale e

l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) 9 difende i diritti dei lavoratori. Queste organizzazioni promuovono le loro cause perlopiù offrendo una sede per la discussione pubblica su questioni che ricadono nei rispettivi ambiti e fornendo assistenza tecnica ai paesi che desiderano mettere in pratica le loro idee. A volte pubblicano dichiarazioni e convenzioni ma, poiché l’adesione è volontaria, hanno ben poco potere. Per esempio, di fatto nessun paese che riceve immigrati ha sottoscritto la convenzione dell’Ilo che protegge i diritti dei lavoratori migranti (ma d’altra parte non ci si può aspettare che i tacchini votino

a favore del Natale, come si dice in Gran Bretagna). Non essendo sorrette da fondi e dal potere di stabilire le regole, le cause

promosse da queste organizzazioni sono sostenute con molto meno vigore rispetto all’agenda del Fmi, della Banca mondiale e dell’Omc.

Nemmeno gli individui sono come dovrebbero

Le teorie economiche individualiste distorcono la realtà delle decisioni economiche sminuendo o addirittura ignorando il ruolo delle organizzazioni. Quel che è peggio è che non sono nemmeno molto brave a capire gli individui.

L’individuo diviso: le persone hanno «sé multipli» Gli economisti individualisti sottolineano come l’individuo sia l’unità sociale più piccola e irriducibile. Ovviamente, ciò è vero in senso fisico. Ma filosofi, psicologi e persino alcuni economisti hanno discusso a lungo chiedendosi se l’individuo possa essere considerato davvero un’entità indivisibile. Le persone non devono necessariamente soffrire di un disordine multipolare per avere preferenze in conflitto fra loro. Il problema dei sé multipli è molto diffuso. Anche se l’espressione può risultare poco familiare, è qualcosa che abbiamo sperimentato quasi tutti. Spesso vediamo la stessa persona comportarsi in modi completamente diversi in circostanze diverse. Un uomo può essere molto egoista quando si tratta di condividere il lavoro domestico con la moglie, ma in guerra può essere disposto a sacrificare la vita per i commilitoni. Ciò accade perché le persone hanno ruoli multipli: nell’esempio, quello di marito e di soldato. Ci si aspetta che si comportino in modi diversi, ed è quello che fanno. A volte questa tendenza è legata a una volontà debole: decidiamo di fare qualcosa in futuro ma, quando è il momento, non lo facciamo. Questo fenomeno preoccupava gli antichi filosofi greci tanto da spingerli a inventare una parola per definirlo: akrasia. Per esempio, decidiamo di condurre una vita più sana, ma la nostra volontà si sbriciola davanti a un dessert invitante. Aspettandoci una reazione del genere, possiamo ideare dei modi per impedire che il nostro «altro sé» prenda il sopravvento in futuro, come Ulisse che chiese di essere legato all’albero della nave per non lasciarsi sedurre dalle sirene. All’inizio della cena possiamo dichiarare di essere a dieta, e che quindi non prenderemo il dessert: a fine cena eviteremo di ordinarne uno, quantomeno per paura di perdere la faccia

(e comunque potremo ricompensarci mangiando qualche biscotto al cioccolato quando torniamo a casa).

L’individuo integrato: le persone sono plasmate dalla società Il problema dei sé multipli dimostra che gli individui non sono atomi, perché possono essere ulteriormente divisibili e anche perché non sono nettamente separabili dagli altri individui. Gli economisti che operano nel solco della tradizione individualista non si chiedono da che cosa nascano le preferenze. Le trattano come dato definitivo, prodotto da individui «sovrani». L’idea è ben sintetizzata nella massima de gustibus non est disputandum (sui gusti non si discute). Eppure, le nostre preferenze sono in gran parte plasmate dall’ambiente in cui viviamo: famiglia, vicini, scuola, classe sociale e così via. Persone con retroterra diversi non solo consumano cose diverse, ma arrivano a desiderare cose diverse. Questo processo di socializzazione implica che in realtà non possiamo trattare gli individui come atomi separabili gli uni dagli altri. Gli individui sono, per usare un termine di moda, integrati (embedded) nella società di appartenenza. Se sono prodotti della società, allora Margaret Thatcher si sbagliava di grosso quando pronunciò la famosa (o famigerata) frase: «La società non esiste. Ci sono solo gli individui, uomini e donne, e le famiglie». Senza la società non può esistere l’individuo. In una scena della fortunata serie televisiva di fantascienza Red Dwarf, trasmessa dalla Bbc negli anni ottanta, il protagonista Dave Lister, uno sciatto tecnico di Liverpool, confessa con aria colpevole di essere stato una volta in un wine bar, come se avesse commesso un crimine (e in effetti alcuni suoi amici lo avrebbero definito un «traditore della classe»). In Gran Bretagna alcuni giovani delle classi più povere, anche dopo decenni di politiche statali volte a incoraggiare la loro partecipazione all’istruzione universitaria, credono ancora che gli atenei non siano il posto giusto per loro. In molte società, le donne sono indotte a credere che professioni «dure» come quelle in campo scientifico, ingegneristico, economico e legale non facciano per loro. Un tema sempre vivo nella letteratura e al cinema – pensiamo a My Fair Lady (versione cinematografica della commedia Pigmalione di George Bernard Shaw), Rita, Rita, Rita, film tratto da una commedia di Willy Russell, e La

gloire de mon père, film tratto dal romanzo La gloria di mio padre di Marcel Pagnol – è il modo in cui l’istruzione e il conseguente accostarsi a stili di vita diversi strappano le persone al loro ambiente d’origine: finiranno per volere cose diverse da quelle che desiderano i loro cari e che anche loro un tempo desideravano. Ovviamente gli individui hanno il libero arbitrio e possono compiere – e in effetti compiono – scelte opposte a quelle che, dato il loro retroterra, si pensava desiderassero, come fa la protagonista di Rita, Rita, Rita decidendo di seguire un corso universitario. Ma l’ambiente in cui viviamo influenza notevolmente la nostra personalità, i nostri desideri e le nostre scelte: gli individui sono il prodotto della società cui appartengono.

L’individuo influenzabile: le persone sono deliberatamente manipolate dagli altri Le nostre preferenze non sono plasmate solo dall’ambiente: spesso vengono deliberatamente manipolate da altre persone allo scopo di farci pensare e agire a loro piacimento. Tutti gli aspetti della vita umana – la propaganda politica, l’istruzione, gli insegnamenti religiosi, i media – implicano un certo livello di manipolazione. L’esempio più noto è quello della pubblicità. Alcuni economisti, sulla scia delle opere di George Stigler, noto economista degli anni sessanta-settanta e fautore del libero mercato, ritengono che in sostanza la pubblicità consista nel fornire informazioni sull’esistenza, il prezzo e le caratteristiche di vari prodotti, e non nel manipolare le preferenze personali. Quasi tutti gli economisti, però, concordano con la tesi esposta da John Kenneth Galbraith nel suo capolavoro del 1958, La società opulenta, secondo cui gran parte della pubblicità serve a indurre i potenziali consumatori a desiderare un prodotto più di quanto avverrebbe in sua assenza, o addirittura a desiderare cose che non avevano idea gli servissero. Gli spot pubblicitari possono associare un prodotto a una celebrità, una squadra sportiva (quale logo compare sulla divisa della vostra squadra preferita di calcio o baseball?) oppure a uno stile di vita alla moda. Possono usare stimoli mnemonici che agiscono sul nostro subconscio ed essere trasmessi in orari in cui gli spettatori sono più sensibili (ecco perché gli spot televisivi di merendine e

salatini vanno in onda tra le 21 e le 22). E non dimentichiamo l’inserimento dei prodotti all’interno dei film, pesantemente ridicolizzato in The Truman Show:

ricordo ancora il Mococoa, estratto dalle «fave di cacao delle pendici più alte del monte Nicaragua». Coloro che vogliono ridurre al minimo le limitazioni alla ricerca del proprio profitto manipolano le preferenze individuali a un livello ancora più profondo, attraverso la diffusione delle ideologie del libero mercato (e così torniamo alla politica delle idee). Le corporation e i ricchi finanziano generosamente dei think tank che producono idee pro mercato, come la Heritage Foundation americana e l’Institute of Economic Affairs britannico. Offrono fondi ai partiti e ai politici favorevoli al mercato. Alcune grandi aziende scelgono di orientare i propri investimenti pubblicitari su mezzi di comunicazione benevoli con il mondo degli affari. Una volta convinti i poveri che sono la causa della condizione in cui si trovano, che chi ha accumulato molto denaro se lo merita e che se si sforzano possono diventare ricchi anche loro, la vita dei ricchi diventa più facile. I poveri, andando contro i propri interessi, iniziano a chiedere meno tasse redistributive, una minore spesa sociale, meno regole per gli affari e meno diritti per i lavoratori. Le preferenze individuali, non solo dei consumatori, ma anche di contribuenti, lavoratori ed elettori, possono essere e spesso sono deliberatamente manipolate. Le persone non sono quelle entità «sovrane» dipinte dalle teorie economiche individualiste.

L’individuo complicato: le persone non sono soltanto egoiste Le teorie economiche individualiste ipotizzano che le persone siano egoiste. Quando il concetto viene abbinato al presupposto della razionalità, la conclusione è che dovremmo lasciar fare agli individui ciò che vogliono; loro sanno che cosa è meglio per se stessi e come raggiungere i propri obiettivi. Per secoli economisti, filosofi, psicologi e altri scienziati sociali hanno messo in dubbio l’assunto per cui le persone sono egoiste. La letteratura è vasta e molti punti sono alquanto oscuri, anche se importanti da una prospettiva teorica. Vediamo i principali. Lo stesso egoismo è definito in maniera troppo semplicistica, ipotizzando implicitamente che gli individui siano incapaci di cogliere le conseguenze

sistemiche a lungo termine delle loro azioni. Alcuni capitalisti europei del XIX secolo sostennero la messa al bando del lavoro minorile, anche se tali leggi avrebbero ridotto i loro profitti: comprendevano infatti che lo sfruttamento prolungato di bambini privi di istruzione avrebbe abbassato la qualità della manodopera, danneggiando nel lungo periodo tutti i capitalisti, loro inclusi. In altre parole, la gente può perseguire un interesse personale illuminato, e lo fa. A volte siamo semplicemente generosi: le persone tengono le une alle altre e agiscono contro il loro interesse per aiutare gli altri. Molti fanno donazioni in beneficenza, si dedicano al volontariato e aiutano gli estranei in difficoltà. Un pompiere entra in una casa in fiamme per salvare un’anziana rimasta intrappolata e un passante si tuffa nel mare agitato per salvare dei bambini che stanno affogando, pur sapendo entrambi che potrebbero rimanere uccisi. Le dimostrazioni sono infinite. Solo chi è accecato dalla fede nel modello dell’egoismo individuale tenta di ignorarlo. 10 Gli esseri umani sono complicati. Certo, la maggioranza delle persone è egoista per gran parte del tempo, ma è anche spinta da patriottismo, solidarietà di classe, altruismo, senso della correttezza (o giustizia), onestà, dedizione a un’ideologia, senso del dovere, generosità, amicizia, amore, ricerca della bellezza, semplice curiosità e molto altro. Il fatto stesso che ci siano così tante parole per descrivere le ragioni del comportamento umano dimostra che siamo esseri complicati.

L’individuo maldestro: le persone non sono molto razionali Le teorie economiche individualiste ipotizzano che le persone siano razionali, ossia che conoscano tutti i possibili scenari futuri, facciano calcoli complicati sulla probabilità che ciascuno di questi si verifichi e sappiano riconoscere le loro preferenze in merito, scegliendo di conseguenza il miglior modo di procedere in ogni occasione. Ancora una volta, l’implicazione è che dovremmo lasciare le persone libere di agire, perché «sanno quello che fanno». Il modello economico individualista ipotizza una razionalità che nessuno possiede – Herbert Simon la definiva «razionalità olimpica» o «iperrazionalità». La linea di difesa standard consiste nel sostenere che non importa se le ipotesi su cui si basa una teoria siano realistiche o meno, finché il modello predice gli eventi in modo accurato. Ai nostri giorni questa giustificazione suona falsa, dal

momento che è stata una teoria economica che presupponeva l’iperrazionalità, nota come «ipotesi del mercato efficiente», a svolgere un ruolo chiave nel provocare la crisi finanziaria globale del 2008, facendo credere ai decisori politici che i mercati finanziari non avessero bisogno di regole. Il problema, in parole povere, è che gli esseri umani non sono molto razionali:

sono dotati di razionalità limitata. 11 La lista dei comportamenti irrazionali è infinita. Le nostre decisioni vengono spesso influenzate dagli istinti e dalle emozioni (pii desideri, panico, istinto del branco e tutto il resto); e sono condizionate dalla «formulazione» della questione anche quando non dovrebbero, nel senso che capita di prendere decisioni diverse sulla stessa questione a seconda di come viene presentata. Inoltre tendiamo a reagire in maniera eccessiva a nuove informazioni e a rispondere debolmente alle informazioni già esistenti, problema che si osserva spesso sui mercati finanziari. Normalmente basiamo le nostre azioni su un sistema di pensiero intuitivo ed euristico (fatto di scorciatoie), il che genera un pensiero logico scadente. Soprattutto, confidiamo troppo nella nostra razionalità.

Note conclusive: solo individui imperfetti possono compiere scelte reali

Una conseguenza paradossale del concepire gli individui come esseri molto imperfetti (con razionalità limitata, ragioni complesse e contrastanti, credulità, condizionamenti sociali e persino contraddizioni interiori) è che questo aumenta la loro importanza, invece di ridurla. È proprio perché ammettiamo che gli individui sono prodotti della società che possiamo apprezzare meglio il libero arbitrio di chi fa scelte contrarie alle convenzioni sociali, alle ideologie dominanti o al loro stesso retroterra sociale. Accettando che la razionalità umana è limitata, riusciamo ad apprezzare di più le iniziative prese dagli imprenditori che si lanciano in imprese «irrazionali», che tutti gli altri ritengono fallimentari (le quali, quando hanno successo, vengono definite innovazioni). In altre parole, solo se ammettiamo la natura imperfetta degli esseri umani possiamo parlare di scelte «reali», e non delle scelte vuote che la gente è destinata a compiere in un mondo di individui perfetti che sanno sempre qual è la migliore linea d’azione.

Sottolineare l’importanza delle scelte «reali» non vuol dire affermare che possiamo fare qualunque scelta desideriamo. I manuali di autoaiuto possono anche dirci che, se lo vogliamo, possiamo fare o diventare qualunque cosa, ma le opzioni tra cui la gente può scegliere (dette anche opzioni di scelta) sono in genere estremamente limitate. Ciò può dipendere dalla scarsità delle risorse che si hanno a disposizione: come disse Karl Marx con una frase a effetto, agli albori del capitalismo i lavoratori potevano scegliere tra lavorare ottanta ore alla settimana in condizioni durissime oppure morire di fame, perché non avevano mezzi di sostentamento autonomi. Limitate opzioni di scelta possono anche dipendere, come dicevo prima, dall’aver appreso a restringere la gamma delle cose che desideriamo e che riteniamo possibili, attraverso il processo di socializzazione e la deliberata manipolazione delle nostre preferenze da parte di altri. Come tutti i grandi romanzi e i grandi film, il mondo economico reale è popolato da personaggi complessi e pieni di difetti, che si tratti di individui o di organizzazioni. È ovvio che elaborare teorie su di loro (o su qualunque altra cosa) implica necessariamente un certo grado di generalizzazione e semplificazione, ma le teorie economiche dominanti semplificano davvero troppo. Solo quando prenderemo in considerazione la natura sfaccettata e limitata degli individui, riconoscendo al tempo stesso l’importanza delle grandi organizzazioni con strutture e meccanismi decisionali interni complessi, potremo elaborare teorie che ci permettano di comprendere la complessità delle scelte nelle economie del mondo reale.

PER SAPERNE DI PIÙ

George Akerlof e Robert Shiller, Spiriti animali. Come la natura umana può salvare l’economia, trad. di I. Katerinov, Rizzoli, Milano 2009. John Davis, The Theory of the Individual in Economics: Identity and Value, Routledge, London 2003. Bruno Frey, Non solo per denaro. Le motivazioni disinteressate dell’agire economico, trad. di M. Faillo, Bruno Mondadori, Milano 2005. John Kenneth Galbraith, Il nuovo stato industriale, trad. di P. Ciocca e G. Costa, Einaudi, Torino 1968.

Friedrich von Hayek, Individualismo: quello vero e quello falso, trad. di A.M. Cossiga, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997. Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, trad. di L. Serra, Mondadori, Milano

2012.

Herbert Simon, La ragione nelle vicende umane, trad. di G.P. del Mistral, il Mulino, Bologna 1984. Peter Ubel, La follia del libero mercato. Perché la natura umana fa a pugni con l’economia (e con il benessere, il risparmio, la salute…), trad. di R. Merlini, ETAS, Milano 2009.

Secondo interludio. Andiamo avanti…

La prima parte di questo libro è servita a «familiarizzare» con l’economia. Abbiamo visto che cos’è l’economia intesa come disciplina (economics) e qual è il suo oggetto di studio, cioè la realtà economica (economy), e inoltre il modo in cui le nostre economie sono diventate quel che sono oggi, come esistano diversi modi per studiarle e chi sono i principali attori economici. Ora che questi concetti ci sono «familiari», vediamo come «usarli» per capire l’economia del mondo reale.

PARTE SECONDA

Usare l’economia

6. Quanto volete che faccia? Output, reddito e felicità

QUANDO: Anni trenta, un giorno qualunque DOVE: Ufficio del Gosplan, l’autorità di pianificazione centrale dell’Urss CHE COSA: Colloquio per la posizione di responsabile statistico

Durante il colloquio, al primo candidato viene chiesto: «Quanto fa due più due, compagno?». E lui risponde: «Cinque». Il presidente della commissione di valutazione sorride con indulgenza e dice: «Compagno, apprezziamo il tuo entusiasmo rivoluzionario, ma questo lavoro richiede qualcuno che sappia far di conto». Il candidato è gentilmente invitato a uscire. La risposta del secondo candidato è: «Tre». Il membro più giovane della commissione di valutazione si alza di scatto e ordina: «Arrestate quest’uomo! Non possiamo tollerare questa propaganda controrivoluzionaria che sottostima i nostri risultati!». Le guardie trascinano il secondo candidato fuori dalla stanza senza troppi riguardi. Alla stessa domanda, il terzo candidato risponde: «Ovviamente, quattro». Il membro della commissione dall’aria più accademica si lancia in una severa reprimenda sui limiti della scienza borghese, ancorata com’è alla logica formale. Il candidato china la testa pieno di vergogna ed esce dalla stanza. Il quarto candidato viene assunto. Qual è stata la sua risposta? «Quanto volete che faccia?»

La produzione

Il Prodotto interno lordo o Pil Persino nei paesi socialisti è raro che i dati sulla produzione (o output) nazionale siano palesemente «costruiti», salvo che in situazioni politiche estreme, come i primi anni del governo Stalin o durante il «Grande balzo in avanti» della Cina di Mao Zedong. In ogni caso, sarebbe un errore pensare di poter misurare la produzione, o qualsiasi altro numero dell’economia, come si fa nelle scienze naturali, per esempio nella fisica o nella chimica. La misura della produzione preferita dagli economisti è il Prodotto interno lordo o Pil che, a grandi linee, è il valore monetario totale di ciò che è stato prodotto all’interno di un paese in un dato periodo: di solito un anno, ma anche un trimestre o addirittura un mese. Non è un caso che abbia scritto «a grandi linee», perché «ciò che è stato prodotto» ha bisogno di una definizione. Nel calcolo del Pil misuriamo la produzione – o prodotto – in base al valore aggiunto, ossia il valore dei beni e servizi finali meno il valore dei prodotti intermedi. Supponiamo che un panificio guadagni 150000 euro l’anno vendendo pane e pasticcini: se ha pagato 100000 euro per acquistare i vari prodotti intermedi – le materie prime (farina, burro, uova, zucchero), il gas, l’energia elettrica e altro – ha aggiunto solo 50000 euro al valore di quei prodotti. Se non sottraessimo il valore dei prodotti intermedi e semplicemente sommassimo i beni e i servizi di ogni produttore, conteremmo due, tre o più volte alcuni elementi, gonfiando la produzione effettiva. Il panettiere ha comprato la farina da un’azienda di macinatura, quindi, sommando tra loro la produzione del panettiere e del mugnaio, conteremmo due volte la farina acquistata dal primo. Il mugnaio ha comprato il grano da un contadino, quindi, se aggiungessimo

semplicemente la produzione del contadino a quella del mugnaio e del panettiere, conteremmo tre volte la parte di prodotto ceduta al mugnaio e poi rivenduta, sotto forma di farina, al panettiere. Solo calcolando il valore «aggiunto» si può misurare l’entità reale della produzione. 1 E che cosa significa il termine «lordo» della sigla Pil? Significa che non abbiamo ancora sottratto qualcosa che invece potremmo togliere dal quadro d’insieme, esattamente come nell’indicazione del peso lordo e del peso netto sulle scatolette di tonno (cioè il peso del pesce sgocciolato, senza l’olio o la salamoia). Nel caso del Pil, il «qualcosa» da togliere è relativo alla parte deteriorata dei beni capitali: in sostanza i macchinari, come i forni della panetteria, le impastatrici e le affettatrici. I beni capitali, cioè i macchinari, non vengono «consumati» e inseriti nella produzione come avviene per la farina nel caso del pane, ma sono soggetti a una riduzione di valore economico che deriva dall’uso, e che è nota come ammortamento. Se dal Pil togliamo il deterioramento e l’usura dei macchinari, otteniamo il Prodotto interno netto, o Pin.

Il Prodotto interno netto o Pin Il Pin tiene conto di tutto ciò che è entrato nel processo di produzione – prodotti intermedi e beni capitali – e perciò, rispetto al Pil, offre una rappresentazione più accurata di ciò che l’economia ha generato. Eppure si tende a utilizzare il Pil anziché il Pin, in sostanza perché non esiste un’unica formula condivisa per stimare l’ammortamento dei capitali (qui è sufficiente accennare che esistono metodologie molto diverse), e questo rende piuttosto insidiosa la definizione della lettera «n» della sigla Pin. Che cosa vuol dire invece la lettera «i» di Pil? «Interno» significa compreso nei confini di uno stato. Non tutti i produttori sono cittadini o aziende registrati nel paese in cui operano. Da un altro punto di vista si potrebbe dire che non tutti i produttori svolgono la loro attività nella nazione di appartenenza: le aziende hanno impianti di produzione all’estero e le persone lavorano in paesi stranieri. Si chiama Prodotto nazionale lordo o Pnl il numero che esprime la produzione di tutti i cittadini (e le aziende) di un certo paese, anziché i beni e i servizi prodotti entro i suoi confini territoriali.

Il Prodotto nazionale lordo o Pnl Negli Stati Uniti o in Norvegia, Pil e Pnl sono grosso modo identici. In Canada, Brasile e India, dove operano molte aziende straniere, ma poche aziende nazionali producono all’estero, il Pil può superare il Pnl anche del 10 per cento. In Svezia e Svizzera, dove il numero di imprese nazionali attive all’estero è maggiore rispetto a quello delle aziende straniere che operano sul territorio nazionale, il Pnl è più alto del Pil, nel 2010 rispettivamente del 2,5 per cento e del 5 per cento circa. Il Pil è usato più spesso del Pnl perché nel breve termine si rivela un indicatore più preciso del livello delle attività produttive svolte all’interno di un paese. D’altro canto, però, il Pnl misura meglio la forza di un’economia nel lungo termine. Un paese può avere un Pil (Pnl) superiore a un altro, ma questo può dipendere da una popolazione più numerosa. Perciò, se vogliamo sapere quanto è produttiva un’economia, dobbiamo necessariamente guardare al Pil o al Pnl pro capite (a testa, o a persona se preferite). In realtà la questione è più complessa, ma per il momento non ne terremo conto; se volete approfondire, rimando alla nota. 2

I limiti di Pil e Pnl Gli indicatori del Pil e del Pnl presentano un limite fondamentale: misurano la produzione secondo i prezzi di mercato. Dato che molte attività economiche si svolgono fuori dal mercato, il valore della loro produzione deve in qualche modo essere calcolato (l’espressione tecnica è «imputato»). Per esempio, molti contadini dei paesi in via di sviluppo si dedicano all’agricoltura di sussistenza e consumano gran parte del cibo che producono. Perciò è necessario stimarne la quantità e imputare dei valori di mercato a ciò che questi contadini hanno prodotto ma non venduto sul mercato (e consumato in prima persona). O ancora, quando le persone vivono in abitazioni di proprietà, si imputa il valore dei relativi «servizi abitativi», come se i proprietari corrispondessero a se stessi un affitto a prezzi di mercato. Diversamente dai prodotti scambiati attraverso il mercato, l’imputazione di valori di mercato a prodotti non commercializzati comporta approssimazioni che compromettono l’accuratezza dei numeri. Fatto ancora più grave, esiste una particolare classe di prodotti non

commercializzati sul mercato il cui valore non è nemmeno imputato. Il lavoro domestico, che comprende attività come cucinare, pulire, prendersi cura dei bambini o dei familiari anziani e altro, non entra a far parte del Pil o del Pnl. Secondo una battuta che gira tra gli economisti, se sposi la tua governante o la tua domestica riduci la produzione nazionale. Di solito ci si giustifica sostenendo che è difficile imputare un valore ai lavori domestici, ma si tratta di una difesa molto debole. Dopotutto, imputiamo un valore a qualsiasi altro tipo di attività economica non commercializzata, compreso il vivere in una casa di proprietà. Ed essendo la maggior parte del lavoro domestico svolto dalle donne, questa pratica ha come conseguenza una pesante sottovalutazione del lavoro femminile. Molte stime attribuiscono al lavoro domestico un valore che si aggira intorno al 30 per cento del Pil.

LE CIFRE REALI

Perché è necessario conoscere le «cifre reali»? Nonostante l’economia dia l’impressione di essere una scienza fatta di «cifre», in realtà, per come è insegnata oggi, si tratta di una materia piuttosto carente di numeri. Capita spesso che un laureato in economia ignori alcuni dati economici «ovvi», come il Pil o le ore di lavoro medie nel proprio paese. Nessuno, alla fine, riesce a ricordarne più di una manciata, e nell’era di Internet non è neppure necessario, perché si possono consultare facilmente. Ma credo sia importante che i lettori familiarizzino con alcune di queste «cifre reali», anche solo per sapere quali sono quelle che contano. E, ancora più importante, è necessario sviluppare il senso di come si presenta il nostro mondo economico nella realtà: quando ci riferiamo al Pil della Cina, parliamo di centinaia o migliaia di miliardi di dollari? Quando affermiamo che il Sudafrica ha uno dei livelli di disoccupazione più alti del mondo, stiamo parlando del 15 o del 30 per cento? Quando sosteniamo che un’alta percentuale della popolazione indiana vive in povertà, intendiamo il 20 o il 40 per cento? Ecco perché in questo e nei prossimi capitoli fornirò una selezione delle cifre economiche reali più importanti.

La maggior parte dei beni e servizi mondiali è prodotta da un numero limitato di

paesi Secondo i dati della Banca mondiale, nel 2010 il Pil mondiale ammontava a circa 63400 miliardi di dollari. Le principali economie, in base al Pil, erano gli Stati Uniti (22,7 per cento dell’economia mondiale), la Cina (9,4), il Giappone (8,7), la Germania (5,2) e la Francia (4). 3 Questi cinque paesi concentravano la metà della produzione mondiale. Nel 2010, i cosiddetti «paesi ad alto reddito» nella classifica della Banca mondiale (con un reddito pro capite superiore a 12276 dollari) registravano un

Pil complessivo di 44900 miliardi di dollari 4 e rappresentavano il 70,8 per cento

dell’economia mondiale. Il resto del mondo, o mondo in via di sviluppo, aveva

un Pil complessivo di 18500 miliardi di dollari, equivalente al 29,2 per cento del

Pil mondiale. Ma due terzi (66,6 per cento) di questi 18500 miliardi di dollari

erano prodotti dalle cinque maggiori economie in via di sviluppo: Cina, Brasile,

India, Russia e Messico. 5 Il resto del mondo in via di sviluppo, con un Pil totale

di 6300 miliardi di dollari, rappresentava poco meno del 10 per cento

dell’economia mondiale.

La maggioranza dei paesi in via di sviluppo produce una piccola, minuscola, frazione di ciò che producono i più ricchi Il Pil tipico dei paesi in via di sviluppo molto poveri e di piccole dimensioni (5- 10 milioni di persone), come la Repubblica Centroafricana o la Liberia, oscilla tra uno e due miliardi di dollari. Non arriva nemmeno allo 0,01 per cento del Pil degli Stati Uniti che, nel 2010, ammontava a 14400 miliardi di dollari. I 35 paesi che la Banca mondiale classifica «a basso reddito» (con un Pil pro capite inferiore, nel 2010, a 1005 dollari) registravano un Pil collettivo di 420 miliardi di dollari. È lo 0,66 per cento dell’economia mondiale o il 2,9 per cento

del Pil degli Stati Uniti.

Persino i paesi in via di sviluppo più grandi (30-50 milioni di persone) a reddito medio, come la Colombia o il Sudafrica, hanno un Pil di soli 300-400 miliardi di dollari, equivalente a quello di uno stato americano di medie

dimensioni, come il Minnesota o lo stato di Washington. La varietà dei Pil pro capite è amplissima. Essendo questi indicatori simili –

per la verità identici, in teoria, ma non necessariamente nella pratica – ai dati sul

reddito pro capite che tratteremo a breve, è sufficiente dire che stiamo parlando

di differenziali di oltre 500 volte.

Il reddito

Il Reddito interno lordo o Ril

Il Pil può essere visto in termini di somma dei redditi anziché di produzione,

perché ogni soggetto coinvolto nell’attività produttiva è pagato per il suo contributo (altro discorso è stabilire se l’ammontare del pagamento sia «equo» o meno). Tornando all’esempio del panettiere, dopo aver pagato la farina, le uova

e altri prodotti intermedi, il panificio distribuirà il proprio valore aggiunto tra le

retribuzioni dei lavoratori, i profitti degli azionisti, il pagamento degli interessi

sui prestiti eventualmente contratti e le imposte indirette (imposta sul valore aggiunto, Iva, o imposta sulle vendite), automaticamente incluse nelle entrate. La somma di queste entrate è chiamata Reddito interno lordo, o Ril. In teoria, questo indicatore dovrebbe essere identico al Pil, perché è semplicemente un modo diverso di conteggiare la stessa cosa. In pratica, però, è leggermente diverso, perché la raccolta dei dati utilizzati per determinare i due indicatori può avvenire attraverso canali differenti.

Il Reddito nazionale lordo, o Rnl, e l’Rnl pro capite

Il Prodotto nazionale lordo, o Pnl, sta al Pil come il Reddito nazionale lordo, o

Rnl, sta al Reddito interno lordo. L’Rnl è il risultato ottenuto sommando i redditi dei cittadini di un paese, anziché i redditi dei soggetti che producono entro i

confini territoriali di quel paese, che corrispondono invece al Ril. La Banca mondiale pubblica il Pil e l’Rnl, invece che il Pnl e il Ril. La ragione di questa

scelta risiede presumibilmente nel fatto che il reddito, in quanto misura delle entrate, si determina meglio basandosi sulla nazionalità di chi lo dichiara, mentre

il prodotto, in quanto misura dell’output, si calcola meglio tenendo conto della

localizzazione delle attività produttive. Il reddito pro capite, solitamente misurato dall’Rnl (o dal suo equivalente per il prodotto, il Pnl) pro capite, è considerato da molti il miglior indicatore singolo per misurare il tenore di vita di un paese. Ma dire che è il migliore non significa che sia sufficientemente valido. Un problema ovvio è che l’Rnl pro capite misura solo il reddito medio. La

media, però, può nascondere una variazione ben più consistente tra i diversi individui e gruppi di un paese rispetto a quelli di un altro. Per fare un semplice esempio numerico, supponiamo che i paesi A e B abbiano entrambi un reddito pro capite di 5000 dollari e una popolazione di dieci persone (quindi un Rnl di 50000 ciascuno), ma A potrebbe avere un solo cittadino con un reddito di 45000 dollari e nove di 500 dollari, mentre B potrebbe avere un cittadino con un reddito di 9500 dollari e gli altri nove di 4500 dollari ciascuno. In questo caso, indicare 5000 dollari come reddito pro capite sarebbe una descrizione abbastanza accurata del tenore di vita del paese B, ma totalmente fuorviante nel caso di A. Usando una terminologia più tecnica, si potrebbe dire che il reddito medio è un indicatore più preciso del tenore di vita nel caso di paesi con una distribuzione dei redditi più equa. (Nel Capitolo 9 approfondiremo l’argomento.)

Adeguamento dei livelli di prezzo: la parità di potere d’acquisto Un frequente, importante aggiustamento ai dati dell’Rnl (o del Pil) è quello che tiene conto dei diversi livelli dei prezzi nei vari paesi. Il tasso di cambio di mercato tra corona danese e peso messicano può corrispondere a circa una corona per 2,2 pesos, però con 2,2 pesos in Messico si possono acquistare più beni e servizi di quanto si possa con una corona in Danimarca (spiegherò tra poco come mai). In questo modo, il tasso di cambio ufficiale tra corona danese e peso messicano sottostima il tenore di vita reale del Messico. Il problema è che i tassi di cambio sul mercato sono in larga parte determinati dalla domanda e dall’offerta di beni e servizi commercializzati a livello internazionale, che si tratti di telefoni Galaxy o di servizi bancari, mentre quello che con una certa somma di denaro si può comprare in un certo paese è dato dal prezzo di tutti i beni e i servizi, inclusi quelli non scambiati a livello internazionale, come cenare al ristorante o prendere un taxi. 6 Per risolvere questo problema, gli economisti hanno avuto l’idea del «dollaro internazionale». Basata sulla nozione di parità di potere d’acquisto (Ppa), che consiste nel misurare il valore di una moneta secondo la quantità dei beni e dei servizi inseriti in un set comune ai vari paesi (conosciuto come «paniere di consumo») che permette di comprare, questa valuta fittizia consente di convertire i redditi percepiti nei diversi paesi in una misura comune del tenore di vita.

Il risultato della conversione è che i redditi a Ppa dei paesi con un elevato costo del lavoro nel settore dei servizi (quelli ricchi, esclusi i pochi che hanno a disposizione molta manodopera a basso costo fornita dagli immigrati, come gli Stati Uniti e Singapore) sono sensibilmente inferiori rispetto ai redditi valutati al tasso di cambio sul mercato, mentre i redditi dei paesi con manodopera a basso costo nei servizi (i paesi poveri), tendono a diventare molto più alti dei redditi valutati secondo i tassi di cambio. 7 Restando sul confronto Danimarca-Messico citato sopra, in Danimarca il reddito pro capite a Ppa nel 2010 era inferiore del 30 per cento circa al reddito valutato secondo i tassi di cambio sul mercato (40140 dollari contro 58980), mentre in Messico il reddito pro capite a Ppa era circa il 60 per cento più alto di quello calcolato ai tassi di cambio (15010 dollari contro 9330). Dopo aver applicato i correttivi della Ppa, un reddito più che sestuplo (58980 dollari contro 9330) si è dimostrato equivalente a un tenore di vita migliore poco meno di tre volte (40140 dollari contro 15010). L’aggiustamento della Ppa risente molto della metodologia e dei dati utilizzati, non ultimo perché si fonda sulla considerazione vagamente ottimistica che tutti i paesi consumino lo stesso paniere di beni e servizi. E non stiamo parlando di differenze trascurabili. Nel 2007, cambiando il metodo di valutazione, la Banca mondiale ha ridotto il reddito pro capite a Ppa della Cina del 44 per cento (da 7740 dollari a 5370) e ha aumentato quello di Singapore del 53 per cento (da 31710 dollari a 48520), dalla sera alla mattina.

I dati sul reddito non rappresentano esattamente il tenore di vita, anche a parità di potere d’acquisto Anche applicando gli aggiustamenti della Ppa, i dati sul reddito, come il Pnl pro capite e l’Rnl pro capite, non sono completamente rappresentativi del tenore di vita, per una serie di ragioni. Un aspetto ovvio ma importante è che non viviamo di solo reddito monetario. Desideriamo libertà politica, una vita sociale vivace, realizzarci come persone e molto altro che il denaro non può comprare. L’aumento delle entrate monetarie non garantisce miglioramenti in questi ambiti, anzi, li può persino danneggiare. Se per esempio il nostro reddito aumenta perché lavoriamo più a lungo e più intensamente, potremmo avere meno tempo ed energie da dedicare alla vita

sociale o all’autorealizzazione. Un altro motivo, già indicato prima, è che i dati sul reddito non tengono conto del lavoro domestico (incluse le attività di assistenza e cura), che per una parte considerevole dell’umanità – bambini, anziani e ammalati – è fondamentale. Anche riguardo alle cose che si possono acquistare con il denaro, da consumatori spesso prendiamo decisioni inadeguate (come abbiamo visto nel Capitolo 5). Influenzati dalla pubblicità o spinti dal desiderio di «non essere da meno dei Rossi» (o dei Jones, degli Zhang, dei Patel, dei Castro o di chiunque altro, a seconda di dove viviamo), molti di noi hanno comprato cose di cui non sapevano nemmeno di avere bisogno. Oltre alla gioia effimera dell’acquisto in sé, questi oggetti aggiungono ben poco al nostro benessere. Anche se come consumatori siamo del tutto razionali, l’esistenza dei beni posizionali trasforma il reddito in una misura inaffidabile del tenore di vita reale (o della felicità, della soddisfazione, o ciò che preferite). 8 I beni posizionali sono beni il cui valore dipende dal fatto che solo una piccola parte dei potenziali consumatori se li può permettere. 9 Anche se il nostro reddito personale cresce, probabilmente continueremo a non poter acquistare case in località esclusive, quadri di Rembrandt o un’istruzione d’élite che permetta di accedere ai lavori più prestigiosi, specialmente se altri sono diventati più ricchi di noi e possono sborsare ancora più soldi. Il problema è più accentuato nelle economie ricche, dal momento che le cose più piacevoli della vita tendono a coincidere con i beni posizionali, e non con i beni essenziali. Questi limiti non significano che il reddito sia poco importante nella misurazione del tenore di vita. Avere un reddito alto è un fatto estremamente positivo, specie nei paesi più poveri. In questi ultimi, anche un piccolo aumento può fare la differenza tra una corretta alimentazione e la fame, tra un lavoro pericoloso, fisicamente sfibrante, e un altro «solo» faticoso, tra vedere i propri figli morire a un anno di età e vederli crescere. Nelle società più ricche, gli impatti positivi sul tenore di vita di un reddito più alto sono meno scontati. Anche qui, però, un reddito maggiore contribuisce a migliorare il tenore di vita delle persone, se è ben utilizzato; per esempio, può consentire a un paese di ridurre gli orari di lavoro, permettendo alle persone di trascorrere più tempo con la famiglia e gli amici o di migliorare la propria formazione in età adulta, pur mantenendo i precedenti livelli di consumo di beni materiali.

LE CIFRE REALI Quali sono i dati sul reddito nel mondo reale? Avendo già parlato a lungo di produzione complessiva in termini di Pil e Pnl, che teoricamente sono identici agli indicatori del reddito complessivo e in pratica sono molto simili, ci concentreremo ora sui dati che riguardano il reddito pro capite.

I paesi che tipicamente consideriamo più ricchi hanno un reddito pro capite superiore a 40000 dollari Secondo la classifica della Banca mondiale, nel 2010 il paese con il reddito pro capite più alto (Rnl) al mondo era il Principato di Monaco (197460 dollari), seguito dal Liechtenstein (136540 dollari). Entrambi sono paradisi fiscali con una popolazione ridottissima (rispettivamente 33000 e 36000 abitanti). Escludendo i paesi con una popolazione inferiore al mezzo milione di persone, la Norvegia risulta il paese più ricco, con un reddito pro capite di 85380 dollari (cioè con l’Rnl pro capite più alto). La Tabella 6.1 presenta una selezione dei paesi più ricchi. Si trovano per la maggior parte in Europa occidentale e nei cosiddetti Western offshoot. *

Nei quattro paesi più poveri, l’individuo medio non guadagna nemmeno un dollaro al giorno All’estremo opposto, il Burundi, con un reddito pro capite di 160 dollari, nel 2010 era il paese più povero del mondo. In molti dei paesi economicamente più svantaggiati, l’individuo medio non arriva a guadagnare nemmeno un dollaro al giorno (365 dollari all’anno). I paesi con un reddito pro capite inferiore a 1000 dollari sono ufficialmente classificati «a basso reddito» (la linea di demarcazione è 1005 dollari) dalla Banca mondiale o come paesi meno sviluppati da diversi trattati e organizzazioni internazionali.

Tabella6.1Redditideipaesipiùricchi(Rnlprocapite,2010)

FASCIA DI

 

REDDITO

PAESI (dal più ricco al più povero del gruppo)

Più di 50001 $

Norvegia (85380 $), Svizzera (70350 $), Danimarca (58980 $)

45001

$ –

Svezia (49930 $), Paesi Bassi (49720 $), Finlandia (47170 $), Usa (47140 $),

50000

$

Belgio (45420 $)

40001

$ –

Australia (4340 $), Germania (43330 $), Francia (42390 $), Giappone (42150 $),

45000

$

Canada (41950 $), Singapore (40920 $)

30001

$ –

 

40000

$

Regno Unito (38540 $), Italia (35090 $), Spagna (31650 $)

20001

$ –

Nuova Zelanda (29050 $), Israele (27340 $), Grecia (27240 $)

30000

$

15001

$ –

Corea del Sud (19 890 $), Repubblica Ceca (17 870 $), Slovacchia (16 220 $)

20000

$

Fonte:Bancamondiale,WorldDevelopmentReport,2012.

Tabella6.2Redditideipaesipiùpoveri(Rnlprocapite,2010)

FASCIA DI

 

REDDITO

PAESI (dal più povero al più ricco del gruppo)

Meno di 300 $

Burundi (160 $), Repubblica Democratica del Congo (180 $), Liberia (190 $)

301

$ – 400 $

Malawi (330 $), Eritrea (340 $), Sierra Leone (340 $), Niger (360 $), Etiopia (380 $), Guinea (380 $)

401

$ – 500 $

Mozambico (440 $), Togo (440 $), Repubblica Centroafricana (460 $), Zimbabwe (460 $), Uganda (490 $), Nepal (490 $)

501

$ – 600 $

Tanzania (530 $), Ruanda (540 $), Burkina Faso (550 $), Mali (600 $)

601

$ – 800 $

Bangladesh (640 $), Haiti (650 $), Benin (750 $), Cambogia (760 $), Tagikistan (780 $)

801

$ – 1000

 

$

Kirghizistan (880 $)

Fonte:Bancamondiale,WorldDevelopmentReport,2012.

Tabella6.3Redditidipaesiinviadisviluppo(Rnlprocapite,2010)

FASCIA DI

 

REDDITO

PAESI (dal più ricco al più povero del gruppo)

8001

$ –10 000

Cile (9940 $), Russia (9910 $), Turchia (9500 $), Brasile (9390 $), Messico

$

(9330 $), Argentina (8450 $)

6001

$ – 8000 $

Malesia (7900 $), Costa Rica (6580 $), Bulgaria (6240 $), Sudafrica (6100 $)

4001

$ – 6000 $

Colombia (5510 $), Ecuador (4510 $), Algeria (4460 $), Cina (4260 $), Thailandia (4210 $), Tunisia (4070 $)

3001

$ – 4000

 

$*