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Il foro

Il foro non è un edificio, ma tutt’al più un insieme di edifici riuniti attorno a una piazza; di
conseguenza esso rientra in una riflessione più sull’urbanistica che sull’architettura in senso stretto.
Nel primo libro del suo trattato, Vitruvio spiega che la definizione di Foro è di natura
essenzialmente spaziale: essa dipende dalla scelta, all’interno del tessuto urbano, delle zone libere
destinate all’uso collettivo. E’ generalmente ammesso che nel sistema ortogonale delle città
coloniali fondate da Roma il foro si apra all’incrocio degli assi principali, “regola” che presenta
moltissime eccezioni. L’unica indicazione puntuale fornita da Vitruvio riguarda le proporzioni di
2:3 del foro, in linea di principio più allungato rispetto all’agorà greca.
Il foro rappresenta il luogo attorno al quale si concentrano tutti i simboli della dignità municipale:
edifici religiosi e amministrativi, monumenti celebrativi e iscrizioni onorarie. Nella forma in cui lo
troviamo nella maggior parte delle città dell’Italia e delle province occidentali, il foro si presenta
come una piazza rettangolare bordata da portici, con un tempio in posizione dominante su uno dei
lati corti e una basilica giudiziaria sul lato opposto, mentre tutti gli altri edifici – curia, tribunal, ed
eventualmente la sede degli archivi municipali (tabularium), il tesoro (aerarium) e la prigione
(carcer) – sono variamente distribuiti negli spazi circostanti. Tuttavia questo schema canonico può
contemplare un’infinità di varianti.
Uno degli aspetti principali da considerare è che il foro ha conservato a lungo il valore di templum
augurale, e come tale era circondato da alberi o da pali, che lo separavano dallo spazio profano
circostante. Ciò dipende dal fatto che lo spazio centrale del foro è in origine il luogo in cui il popolo
si riunisce quando è chiamato a votare, ed è pertanto assimilabile ai saepta (recinti “inaugurati” da
dove si prendono gli auspici). Anche se a Roma le funzioni propriamente elettorali furono ben
presto trasferite nel Campo Marzio, questa vocazione spiega la disposizione delle piazze nelle
colonie latine. Il fatto che gli alberi o pali siano stati rapidamente sostituiti da colonnati, non
modifica questo particolare aspetto dei fori.
L’elemento determinante in questa unità spaziale, quello che orienta gli assi e che concentra le
attività, è stato per lungo tempo il comitium, ossia lo spazio riservato alle riunioni elettorali, con il
suo annesso, il diribitorium, e cioè il luogo in cui si eseguiva lo spoglio dei voti.
Il comitium si presenta come uno spazio aperto dapprima rettangolare e poi circolare, ma sempre
inscritto in una cornice quadrangolare, da autentico templum quale era, e insieme alla curia senatus
(l’edificio in cui si riuniva il Senato), formava il centro politico della città.

Il Foro romano

 Età Regia

Gli abitanti latini dei piccoli villaggi distribuiti sul colli, forse ancor prima di unirsi in un’unica
giurisdizione1, chiamarono “forum” o “foro” un tratto della valle compresa tra il Campidoglio e il
Palatino, utilizzata come Necropoli e originariamente paludosa; qui cominciarono a incontrarsi per
lo scambio di merci, di idee e di progetti sul destino comune, uscendo “fuori” dei proprio abitati.
Si ritiene vada merito ai Tarquini nel VI secolo a.C. l’inizio dell’opera di bonifica dell’area,
mediante la canalizzazione e la trasformazione di un corso d’acqua naturale in un condotto di
drenaggio a cielo aperto, che, dopo numerosi miglioramenti, all’inizio del I secolo a.C. – in età
tardo – repubblicana o augustea – sarebbe stato definitivamente trasformato in un condotto
sotterraneo voltato in tufo – la Cloaca Maxima – che si immetteva nel Tevere con un arco formato
da tre strati di conci radiali.
La piana così risanata, pavimentata e liberata dalla necropoli, divenne un centro di attrazione,
richiamando il popolo per il mercato e gli scambi, e le istituzioni che li proteggevano, li regolavano
e in base ad essi legiferavano. Fu quindi creata una piazza rettangolare in tufo, il Comitium, sede
dell’amministrazione politica e giudiziaria; da qui si diramavano le strade, coma la Via Sacra.
Sul lato nord del comizio affacciava la Curia Hostilia, il più antico luogo di riunione del Senato
romano, costruita secondo la leggenda dal terzo re di Roma Tullo Ostilio (673 – 641 a.C.); essendo
un'area sacra agli auguri, era orientata sui punti cardinali, con un'aula rettangolare con il lato
maggiore sull'asse nord-sud.
Durante gli scavi condotti i fine ‘800 fu trovato sul fronte sud del Comitium, al di sotto di una
piattaforma lastricata di marmo nero, il cosiddetto Lapis Niger, tutt’ora visibile e risalente al I
secolo a.C., un basamento quadrato di tufo di Grotta Oscura con un cippo che presentava
un'iscrizione con una delle più antiche testimonianze scritte della lingua latina, la prima ad uso
pubblico, e databile intorno al 575-550 a.C.: ritenuto inizialmente la tomba di Romolo, questo
basamento è in realtà un altare per metà templum, perché dedicato al dio Vulcano, e per metà
heroon, perché dedicato all’eroe fondatore della città.
Sul lato a ovest del Comizio verso le pendici del Campidoglio, in prossimità del cosiddetto
Umbilicus Urbis, si trovava il Volcanale, un antichissimo santuario dedicato al dio Vulcano,
fondato secondo la leggenda da Tito Tazio.
Sempre al VI secolo a.C. risalirebbero la Regia, dove il rex sacrorum o il pontifex maximum
esercitavano i culti, e il Tempio di Vesta a pianta circolare.
Vicino al foro si trovava anche il carcere, che era composto dal Tullianum, o carcere mamertino, e
dalle Lautunie, le cave ai piedi del Campidoglio.
Nel mondo antico infatti non esisteva il concetto di prigionia per scontare una pena, e quindi uscire
purificati; la pena si pagava o con il lavoro nelle cave di pietra, o con la morte. Il Tullianum, il
luogo più terribile del carcere romano, era una antica cisterna che veniva utilizzata solo per i
prigionieri di stato che dovevano essere poi giustiziati sulla rupe Tarpea (dove oggi c’è l’ara coeli).
Quindi i prigionieri venivano presi dal carcere, venivano trascinati per le scale egemonie, e posti in
una cassa di legno su delle travi a strapiombo; a un certo punto si apriva il fondo della cassa e i
prigionieri precipitavano. Tutta la scena era ben visibile dalla zona principale del Foro, che era il
Comitium.
Da un’immagine tridimensionale possiamo vedere come il Campidoglio fosse diviso in due
sommità: il Capitolium vero e proprio, dove sorgeva il tempio di Giove capitolino, e l’Arx, la
roccaforte; in mezzo c’era una depressione, che corrisponde all’attuale piazza del Campidoglio, che
si chiamava Asylum, dove si rifugiava la popolazione in caso di pericolo. La rupe Tarpea era il
muro a strapiombo dove sorgeva la roccaforte.

 Età repubblicana

Agli inizi del V secolo a.C. sono da ricondurre l'inaugurazione del tempio di Saturno, con l'annessa
sede dell'erario (il tesoro di Roma), e il tempio dei Càstori (484), dedicato ai Dioscuri, Castore e
Polluce. Sempre nel V secolo (445) avvenne la consacrazione del Lacus Curtius a opera del Console
Gaio Curzio Filone.
Nel IV secolo a.C. fu costruito ad opera del console Marco Furio Camillo, sul lato verso il
Campidoglio, il tempio della Concordia, in occasione dell'accordo tra patriziato e plebe.
Agli inizi del III secolo a.C., il Comitium venne trasformato in una piazza circolare cinta da
scalinate ad uso di sedili. A sud – ovest si trovava la Graecostasis, il settore della piazza in cui
venivano accolte le delegazioni straniere, mentre a sud – est si trovava la tribuna dei liberi oratori,
un podio semicircolare sul cui fronte stavano piantati i rostra2 delle navi nemiche catturate ad Anzio
nel 338 a.C., in seguito alla battaglia del Bellum Italicum, che assicurò a Roma il dominio sul
Tirreno. Così l’esposizione dei rostra designò il Foro Romano anche come luogo privilegiato della
testimonianza dei grandi eventi che avevano scandito in passato e avrebbero scandito in futuro la
storia di Roma.
Con il passare del tempo, sotto la spinta dell’aumento della popolazione, e quindi con l’articolarsi
delle magistrature, l’attività politica, civica e giudiziaria si estese per tutta l’area a sud e ad est del
Comitium, approfittando anche dell’espulsione del mercato alimentare. Magistrati e oratori
decretarono o arringarono tanto dai rostra che dal tempio dei Dioscuri, e il Senato alternò le proprie
sedute nella Curia e nel tempio della Concordia.
Nel 210 a.C. Tito Livio racconta che nella notte precedente la festa dei Quinquatri scoppiò un
incendio intorno al Foro in più punti. Contemporaneamente vennero distrutte dal fuoco sette
botteghe, in seguito sostituite da altre cinque e da nuove botteghe per gli argentari. Vennero poi
aggrediti dal fuoco anche alcuni edifici privati, in quanto non vi erano in quell'area ancora le
basiliche. Furono incendiate anche le carceri, il mercato del pesce e l'atrio della Regia. Il tempio di
Vesta venne a fatica salvato, grazie soprattutto a tredici schiavi, che furono subito dopo riscattati a
spese pubbliche e liberati. L'incendio continuò notte e giorno e non vi fu alcun dubbio che non fosse
stato doloso, considerando che il fuoco era stato appiccato contemporaneamente in più luoghi
diversi.
Una rinnovata spinta
edilizia trasformò il Foro
a partire dal II secolo
a.C.: nel 184 a.C. venne
infatti eretta per volere
del censore Marco
Porcio Catone la
Basilica Porcia, la prima
basilica civile di Roma,
posta tra la Curia
Hostilia e il carcere.
Fecero seguito la
Basilica Fulvia –
Emilia, realizzata lungo
il margine nord della Via
Sacra nel 179 a.C. dai
censori M. Emilio
Lepido e M. Fulvio
Nobiliore, e,
immediatamente a sud, la Basilica Sempronia, fondata nel 170 a.C. dal censore T. Sempronio
Gracco, padre dei due celebri fratelli. Infine nel 121 a.C. fu edificata accanto al tempio della
Concordia la quarta Basilica, la Opimia, finanziata da Lucio Opimio. Di queste quattro basiliche
solamente la Fulvia - Emilia è giunta fino a noi attraverso numerosi rifacimenti, mentre la Porcia e
la Sempronia furono sostituite dalla Basilica Giulia, costruita per ordine di Cesare e terminata sotto
Augusto.
La Basilica civile era un edificio con funzioni paragonabili a quelle di un tribunale e di una borsa
del giorno d’oggi, perché fu la sede privilegiata per l’amministrazione della giustizia, ospitando allo
stesso tempo un gran movimento di cittadini che vi si trovavano per offrire o cercare testimonianze,
per contrattare affari e transazioni commerciali. Ospitando diverse attività, la sua organizzazione
interna non rispettava norme troppo rigide; fu composta normalmente da una sala rettangolare di
varia estensione, circondata da un deambulatorio continuo, o divisa in 3 o 5 navate; l’unico
elemento che doveva obbligatoriamente rispondere ad esigenze di monumentalità, posizione
dominante e isolamento era il tribunal, un podio più o meno alto rispetto allo spazio circostante, sul
quale sedeva il giudice.
Nella configurazione iniziale, come appare nelle monete, la Basilica Fulvia – Emilia si affacciava
sulla Via Sacra con un portico di colonne su stilobate continuo e una loggia soprastante ugualmente
di colonne con ornamento di scudi dorati posta dinnanzi ad una serie di botteghe in opera quadrata
di tufo, tra le quali si aprivano più accessi all’aula basilicale con circuito di colonne in duplice fila;
la Sempronia, di cui non resta efige, probabilmente esibiva una analoga facciata.
Nel 78 a.C. Silla ridefinì l’estensione del Foro, rinnovandone l’antica pavimentazione, e ne ribadì la
connessione con il Campidoglio facendo ricostruire dal console Q. Lutezio Catulo, sul ripido fianco
del colle volto a valle, Tabularium, l’edificio – deposito delle Tabulae dell’Archivio di Stato,
distrutto dall’incendio dell’83 a.C.. Il fronte del nuovo Tabularium si compone di un alto basamento
di blocchi regolari di tufo e peperino, sormontato da una galleria sviluppata per più di una settantina
di metri, e suddivisa in più vani voltati a padiglione, aperti sul Foro mediante arconi impostati su
pilastri inquadrati da semicolonne doriche in peperino e travertino unite da una trabeazione continua
a metope e triglifi. Da alcuni frammenti di fusti ritrovati si deduce che alla prima galleria se ne
sovrapponeva una seconda con ampie luci scandite da libere colonne corinzie di travertino.
1. Secondo lo storico Tacito, la piana del foro e il colle del Campidoglio furono aggiunti alla Roma quadrata (Palatino) di Romolo da Tito Tazio (re sabino che a
seguito del ratto delle sabine regnò per cinque anni, probabilmente tra il 750 e il 745 a.C. assieme a Romolo, ma che non viene annoverato tra i sette re di
Roma).
2. Rostro: sperone di bronzo, inserito nella prua, con cui le navi antiche si colpivano in battaglia

- Foro di Cesare
Con il bottino delle Gallie, Cesare non solo finanziò nel 54 a.C. la ricostruzione della Basilica
Emilia, ma anche la costruzione di una nuova Basilica sull’area dell’antica Sempronia, tra il tempio
di Saturno e quello dei Castori, che battezzò Iulia, dal nome della propria casata.
Entrambe le imprese furono portate a termine da Augusto nel 34 a.C..
Nel nuovo assetto la Basilica Emilia acquistò a nord una doppia navata e a sud, sulla piazza, una
nuova facciata che riprendeva quella del tabularium con due registri sovrapposti di sedici campate
ciascuno.
La Basilica Giulia invece si avvalse di un maggiore perimetro, di una più ampia sala centrale, di due
file di colonne parallele ai lati lunghi e di tre file parallele ai lati brevi, riprendendo però lo stesso
tipo di facciata della Basilica Emilia. Tuttavia appena compiuta la Basilica Iulia venne devastata da
un incendio nel 9 a.C., ma venne subito riparata e dedicata a Gaio e Lucio Cesare, figli adottivi ed
eredi di Augusto.
Inoltre, mentre ancora
si trovava in Gallia,
Giulio Cesare acquistò
tramite prestanome, un
famosissimo avvocato
Marco Tullio Cicerone,
tutta una serie di aree
nell’immediato intorno
del Foro romano:
l’obiettivo era quello di
costruire proprio foro
mettendolo dunque in
esatta correlazione con
il comitium.
E’ significativo che
mentre Pompeo compra
fuori dell’ambito
cittadino, nel Campo
Marzio, Cesare compra
invece nel cuore
nevralgico della città.
A seguito della battaglia di Farsalo (48 a.C.), Pompeo scappa e viene ucciso in Egitto: Cesare resta
l’unico padrone di Roma, e velocissimamente si costruisce il proprio foro.
Questo era costruito su terra privata, per cui tecnicamente non sarebbe nemmeno un foro, bensì un
temenos, cioè un’area sacra rispetto al tempio, che non a caso verrà poi dedicato a Venere Genitrice:
colei che aveva determinato la nascita di Roma. Essendo la nonna di Julo, era antenata di Giulia
Cesare, e questo evidenzia la volontà di Cesare di una divinizzazione della sua famiglia.
Il foro di Cesare presentava la fronte principale sull’Argiletum (un prolungamento dell’attuale via
Cavour), la strada che dal quartiere popolare della Subura sfociava nel Foro, unendo l’Esquilino col
Foro e il Tevere.
Gli scavi hanno inoltre evidenziato che, quando ancora esisteva la Curia Hostilia, Cesare nello
stesso momento costruisce un vano, la futura Curia Julia. È quindi evidente che Cesare gioca con
grande ambiguità: costruisce un santuario privato, originariamente dedicato solo a Venere, e
probabilmente il vano, che faceva da accesso al Comitium, doveva essere l’ingresso monumentale
del santuario di Cesare sul foro vero e proprio.
Più tardi, essendo rimasto unico padrone di Roma, demolisce la vecchia curia, inaugura la Curia
Julia, e fa dedicare a Venere genitrice il suo Foro.
Notiamo che mentre la vecchia curia era relativa al Comitium, la nuova curia è relativa in tutte le
sue direzioni al foro di Cesare; assistiamo quindi al primo esempio di politica dittatoriale
applicata all’architettura di Roma.

Nella prima fase dunque il Foro di Cesare si presenta così: il tempio di Venere che era inserito in
una collina, tagliata successivamente da Traiano, un portico a due navate su tre lati a racchiudere la
piazza lastricata in travertino, in più c’è la curia ancora accessoria.
Il modello è interessante da individuare, in quanto fino a quel momento il foro romano era stato il
risultato di stratificazioni successive; notiamo quindi la somiglianza con il ginnasium di Atene dove
anche qui vediamo un santuario con tre ali di portico. Quindi il modello è ellenistico.
Una volta completato il temenos con il portico, vengono aggiunti successivamente ulteriori spazi
esterni, la tabernae, in quanto Cesare non aveva comprato l’area rettangolare strettamente necessaria
a realizzare il suo foro. Queste tabernae avevano un proprio muro di fondo, accostato a quello del
temenos; quando quest’ultimo fu abbattuto per ricavarne il marmo, restava solo il muro delle
tabernae, che non presentava i fori per le travi del portico. Quindi quello che oggi noi vediamo non
è il foro di Cesare vero e proprio, ma le tabernae.
Il tempio è un periptero sine postico octastilo picnostilo (intercolumnio pari a 1.5 il diametro
all’imoscapo). Inoltre si rinuncia alla scalinata frontale, preferendo avere una scala laterale, una
tribuna frontale dove verrà porto l’altare.
All’interno il tempio presenta
un’abside semicircolare, il primo
esempio di questa soluzione, dove
verrà posta la statua di Venere
Genitrice. Gli scavi hanno
evidenziato la presenza di ulteriore
absidi scavate all’interno della
collina.
Il tempio era quindi rigorosamente
frontale, per cui chi si fosse messo
sull’ingresso principale
sull’Argiletum, avrebbe visto la statua
della dea.

Negli anni ’30 del ‘900 sono stati


rimontati per anastilosi alcune
colonne del tempio di Venere.
Notiamo come l’anastilosi sia stata
integrata con mattoni per distinguere
le parti vecchie da quelle nuove.
Nel V secolo d.C., a seguito
dell’incendio dei Goti, il foro di
Cesare era stato completamente
ricostruito.
I capitelli di età cesariana ritrovati
negli scavi, mostrano una tecnica
ancora molto arretrata (i cosiddetti
capitelli corinzi secondo triunvirati 
I triunvirato: Cesare, Pompeo,
Crasso; II triumvirato: Marcantonio,
Ottaviano, Lepido), dove le foglie di
acanto sono separate da una goccia e
da un triangolino. Questi sono datati
tra il 50 e il 30 a.C., quindi da Giulio
Cesare fino alla battaglia di Azio.

Foro di Augusto

Giulio Cesare viene ucciso perché voleva farsi re e inaugurare un sistema di successione dinastico.
Egli tuttavia aveva fatto in tempo a adottare un nipote, Caio Giulio Cesare Ottaviano. Questi, che
alla morte di Cesare aveva all’incirca 18 – 20 anni, aveva ereditato una fortuna, che molto
scaltramente donò al popolo romano, comprandoselo in sostanza.
Dopodiché si appoggia a persone molto più esperte di lui, come Marcantonio e Lepido, dando la
caccia agli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio, i quali troveranno la morte nella battaglia di Filippi.
Cominicia così un periodo, che va dal 44 al 34 circa a.C., che è il cosiddetto II triunvirato.
Ben presto però Marcantonio e Ottaviano entrano in rotta di collisione; si cercherà dapprima una
soluzione con il matrimonio tra Ottavia, sorella di Ottaviano, e Marcantonio, il quale però cadrà tra
le spire di Cleopatra.
Tra il 40 e il 30 a.C: la lotta tra Marcantonio e Ottaviano, dato che i romani non amavano le guerre
civili, avveniva soprattutto per criptoimmagini: Roma viene tappezzata di rappresentazioni della
battaglia tra Apollo e Ercole per il tripode delfico; Ottaviano si identificava con Apollo,
Marcantonio con Ercole. La battaglia secondo la mitologia era stata vinta da Apollo (il che spiega
che a volere questo tipo di sfida fosse stato proprio Ottaviano).
Mentre Marcantonio si trovava in Egitto da Cleopatra, Ottaviano profana la casa delle vestali e si
appropria del testamento che il suo rivale aveva lasciato in loro custodia prima di partire; così
Ottaviano fa pubblicare questo testamento, in cui era riportata la volontà di Marcantonio di farsi
seppellire ad Alessandria vicino a Cleopatra.
Non contento si fa costruire a Roma il proprio Mausoleo, volendo con ciò mostrare al popolo
romano la sua volontà di restare a Roma. Nella battaglia di Azio i romani sconfissero il regno
Tolemaico d’Egitto, e sia Marcantonio che Cleopatra si tolsero la vita.

Una volta riportata la pace a Roma, nel 30 a.C. Ottaviano assumerà il nome di Augusto (colui che è
in auge, che fa crescere la città). Nel 28 a.C. grazie a un decreto del senato sarà incaricato di
ricostruire tutti i templi della città.
Questo è il momento in cui Vitruvio scrive il suo trattato, ma dei pochi edifici augustei rimasti
pochissimi rispecchiano quanto riportato nel libro. Il trattato infatti descrive la situazione di
partenza, quella del tardo ellenismo e di Giulio Cesare, dalla quale prenderanno avvio gli edifici
successivi. Non a caso nel trattato non viene riportato l’ordine corinzio, che proprio in età augustea
troverà la propria canonizzazione.

Tutti questi cambiamenti politici saranno rispecchiati nel foro, che viene completamente rinnovato e
pavimentato; vedranno la ricostruzione la basilica Emilia, la basilica Giulia, il tempio dei Dioscuri,
il tempio della concordia, la curia che viene finita come il foro di Cesare, il tempio del divo Giulio,
il tempio di Saturno ecc..
In tale occasione Augusto fa costruire il proprio foro, che è esattamente coordinato con quello di
Cesare, ad indicare la volontà di proseguire la politica del predecessore.

Attualmente il Foro di Augusto è in parte attraversato da Via dei Fori Imperiali, per cui noi
conosciamo solo la metà superiore della pianta. In base agli scavi, durante i quali è stata ritrovata
una terza esedra, si è potuto ipozzare un impianto con 4 esedre, anziché 2; l’area della 4° fu in
seguito occupata dal foro di Nerva.
I romani giudicavano il foro di Augusto “angustius”, cioè un po’ troppo stretto. Si è ipotizzato così
che l’area del settore inferiore tra la 3° e la 4° abside fosse occupata da una basilica.

Il Foro di Augusto va letto in due modi:


- architettonicamente
- iconologicamente: studio di quello che vuol dire l’immagine
L’impianto inoltre presentava già da principio una serie di problemi urbanistici, in quanto Augusto
si limitò a costruire solo nella porzione di terreno che i cittadini romani gli vendettero, non osando
estorcere con le minacce altre parti necessarie (fonte Svetonio).
Le grandi esedre quindi possono essere spiegate dal solito discorso fatto per il Foro di Cesare che,
non essendo il lotto regolare, ci si allarga dove si può.
Inoltre la risega superiore è spiegata dal fatto che dietro il Foro si trovava la Cloaca Maxima, cioè la
rete fognaria di Roma; per conseguenza anche l’altro lato fu inclinato, anche se c’era ancora spazio.
Lo strano impianto ci porta a domandarci se in origine il progetto non prevedesse il tempio di Marte
Ultore in una posizione più arretra, a filo cioè con la terminazione dei portici. Infatti lo spazio che si
viene a creare tra il tempio e i due portici, da dove tra l’altro avveniva l’ingresso attraverso due
archi di trionfo, era particolarmente stretto: forse deriva da ciò l’attributo di angustius. La presenza
della Cloaca Maxima rese necessarie delle modifiche il progetto, tanto è vero che il tempio fu
iniziato nel 42 e inaugurato nell’8 a.C..

In ogni caso il tempio era posto a filo con l’asse mediano delle due esedre, tra l’altro interamente
coperte dai portici. Questi erano spazi di percorso, mentre le esedre spazi di sosta. Uno dei portici
terminava nella cosiddetta sala del Colosso.

Il tempio era dedicato a Marte Ultore, cioè Vendicatore, vendicatore del divo Giulio che veniva
venerato al suo interno. Sul frontone erano presenti le sculture di Marte, Venere, la Fortuna,
Romolo, Auguto, e agli angoli il Palatino e il Tevere, ad indicare che fin dalle origini tutto fosse
preparato per arrivare al principato di Augusto; nell’abside troviamo invece Marte, Venere e il divo
Giulio, colui che aveva adottato Augusto, era morto ed era stato divinizzato.
Di fronte al tempio, in asse con l’altare, si trovava la quadriga del padre della patria, cioè
Augusto si presenta su un carro trainato da quattro cavalli, pronto per l’apoteosi.
Lungo i porticati ci sono i Summi Viri, cioè i ritratti degli uomini più importanti della Repubblica,
sia amici che nemici; anche questi ultimi infatti contribuirono a rendere grande Roma e soprattutto
erano parte integrante del volere degli dei affinché Augusto regnasse su Roma. Nell’esedra sinistra
sono inoltre presenti i re di Alba Longa, che sono quelli che discendono da Rea fino a Romolo e
Remo, mentre nell’altra i re di Roma.
In sostanza il Foro di Augusto incarna un ideale politico: tutte le immagini comunicavano che la
salita al potere di Augusto facesse parte del piano divino fin dalle origini.

Il tempio era un periptero corinzio sine postico octastilo èustilo (intercolumnio pari a 2.25 diametri
all’imoscapo). Per la prima volta viene codificato l’ordine corinzio, che prevede la base attica
semplificata - cioè composta da plinto, toro, scozia, toro – colonna scanalata non a spigolo vivo,
capitello corinzio, architrave a tre fasce, fregio e soprattutto cornice a mensole.
Purtroppo oggi l’ordine architettonico si ferma all’architrave a tre fasce.
I capitelli sono caratterizzati dall’acanto molle (cosiddetto per distinguerlo dalle foglie greche che
erano spinose) e da volute molto libere, grecizzanti.
I disegni degli architetti del ‘500 ci mostrano come era fatto l’interno della cella; questa doveva
avere delle lesene sul muro su cui ribattevano le colonne (una specie di impronta delle colonne sul
muro), creando una sorta di cappelle con in mezzo delle statue: si tratta di un lemma architettonico
che da ora in poi avrà un successo travolgente.
Altri capitelli figurati sono scolpiti con cavalli alati: secondo la leggenda infatti Romolo, figlio di
Marte fu portato in cielo da cavalli alati e di conseguenza anche il divo Giulio.
I porticati erano coperti all’interno con volta a botte cassettonata, la cui altezza all’esterno era
coperta da un attico con cariatidi. Inoltre il peso di questo attico contribuiva a contrastare la spinta
della volta, che in ogni caso era appesa alle travi del tetto.
Il gruppo scultoreo delle cariatidi è oggi custodito alla casa dei cavalieri di Rodi. Nell’Eretteo le
Cariatidi erano delle fanciulle che vegliavano la tomba dell’eroe Cecrope, il fondatore di Atene; qui
invece le vediamo asservite a reggere il peso delle armi di Augusto. Tra le Cariatidi era scolpito a
bassorilievo il dio di Alessandria, Serapide, ad indicare la sottomissione dell’Egitto.
Atene infatti nella lotta tra Marcantonio e Augusto di era schierata dalla parte di Marcantonio, così
Augusto si vendicò facendo smontare i templi dell’Attica e facendoli ricostruire nell’Agorà, il luogo
della democrazia ateniese, mentre le statue vennero prese e inserite nei templi romani. Inoltre
Augusto smonta la statua di Atena sull’acropoli e ci mette un tempio di Roma.

Il Foro di Augusto farà scuola, infatti per dimostrare fedeltà all’imperatore le città sotto il dominio
romano riprenderanno l’impianto e le decorazioni nel loro foro di Augusto.
Non solo, addirittura nel palazzo Massimo alle colonne di Baldassarre Peruzzi possiamo ritrovare la
stessa decorazione a meandri che decorava le travi del tempio di Marte Ultore.

Negli scavi degli anni ’30 fu scoperta una chiesetta medievale, annidata nell’abside del tempio.