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Robert Ludlum & Kyle Mills

Il dio della guerra

2012 Rizzoli

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Capitolo 1

In volo sopra l’Uganda settentrionale

12 novembre, ore 02:03 GMT+3

Il rombo nelle orecchie di Craig Rivera e l’oscurità in cui era immerso


avevano annullato ogni traccia del mondo reale. Si chiese se gli astronauti
provassero quel senso di vuoto, e se, come lui, si domandassero se ci fosse Dio al
di là del loro campo visivo.
Gettò un’occhiata al quadrante fosforescente sul suo polso. Le lettere erano in
cirillico, ma le cifre che indicavano l’altitudine e le coordinate corrispondevano a
quelle dell’unità governativa con cui aveva compiuto l’addestramento.

Rivera inclinò leggermente il busto, piegandosi verso nord mentre scendeva


in picchiata per quindicimila piedi. Sentì la pelle intorno alla maschera
dell’ossigeno inumidirsi per il sudore caldo. Sotto di lui, deboli luci sparse
punteggiavano il buio denso.

Fuochi da campo.
Quando il GPS gli confermò che si trovava esattamente sopra la zona di
lancio, si voltò un istante a scrutare il cielo stellato, nel vano tentativo di
individuare la sagoma dell’aereo da cui si era lanciato.
Erano soli. Questa era la sua unica certezza.
Non sapeva molto del Paese sul quale stavano piombando a duecento
chilometri orari, e ancora meno dell’uomo che costituiva il loro bersaglio. Caleb
Bahame era un terrorista, un brutale assassino, ed era difficile determinare se le
notizie trapelate sul suo conto corrispondessero al vero o fossero frutto di un
bizzarro mosaico di leggende tramandate da una popolazione terrorizzata. Alcuni
atti di crudeltà, tuttavia, erano attestati da numerose prove fotografiche.
Una volta aveva ordinato ai suoi uomini di arroventare i machete prima di
mozzare le gambe e le braccia dei bambini. Cruente istantanee documentavano
l’agonia delle piccole vittime, lasciate morire lentamente per quelle ferite
rozzamente cauterizzate.
A causa dell’esistenza di uomini come quelli, Rivera si chiedeva se Dio fosse
davvero perfetto, o se invece anche lui commettesse degli errori. In tal caso,
probabilmente la responsabilità di quella missione era in parte sua.

Non che le questioni filosofiche avessero importanza, in quel momento.


Bahame era feccia umana, ma Rivera riteneva che sarebbe stato il bersaglio
ideale per i suoi proiettili, magari per più di un caricatore.

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Controllò di nuovo l’altimetro e voltandosi vide la distesa delle chiome
alberate, illuminata dalle stelle, farsi sempre più vicina. Dopo qualche secondo,
quando le cifre fosforescenti diventarono rosse, aprì il paracadute, scendendo in
una rapida spirale verso una radura ancora non visibile a occhio nudo, ma la cui
esistenza gli era stata assicurata dagli esperti dell’intelligence.

Era a una trentina di metri dal suolo quando identificò la zona di atterraggio.
Vi si diresse, iniziando una brusca discesa che concluse rotolando su un fianco,
come da manuale. Raccolse il paracadute e corse al riparo degli alberi,
recuperando dallo zaino gli occhiali per la visione notturna e il fucile.

Gli fece uno strano effetto poter nuovamente stringere tra le mani il suo
fidato AK-47, mentre, a intervalli di trenta secondi, gli altri membri della sua
squadra toccavano il suolo. Quando ne furono trascorsi quattro, attivò il
laringofono.
«Spegnete il volume. State tutti bene?»
Era impossibile prevedere l’esito di quel tipo di lanci, e si sentì sollevato nel
verificare che tutti i suoi uomini erano giunti a terra sani e salvi.
Rivera si addentrò silenzioso nella giungla, dove il rombo del vento aveva
lasciato il posto al ronzio degli insetti e agli stridii degli uccelli tropicali. Avevano
scelto quella zona perché la natura selvaggia scoraggiava insediamenti umani. Ne
era certo, presto avrebbe maledetto quella decisione, ma in quel momento non
essere inseguiti da qualcuno con un machete arroventato gli sembrava già un
buon punto di partenza.

Procedevano verso nord, disposti in una fila ordinata. Rivera era dietro un
uomo basso e muscoloso, con le braccia dipinte di verde che spuntavano da una
felpa nera con le maniche tagliate. Puntava rapido a destra e a sinistra la canna
della sua mitragliatrice di fabbricazione israeliana, avanzando su un terreno che
avrebbe fatto incespicare di continuo un uomo normale. Ma quello non era un
uomo normale. Nessuno di loro lo era.

Equipaggiamento e abiti erano un’accozzaglia di indumenti provenienti da


ogni parte del mondo. I membri della squadra non avevano tatuaggi né altri segni
distintivi; persino gli interventi odontoiatrici erano stati fatti in modo da non
poter risalire al loro Paese di origine. Se fossero stati catturati o uccisi, nessuno
se ne sarebbe accorto, e nessuno di loro si sarebbe guadagnato un posto nella
storia. Non ci sarebbero stati racconti di eroismo per consolare amici e familiari.
Solo una minuscola lapide su una tomba vuota.
«Siamo vicini al luogo del rendez-vous» disse la voce dell’uomo, leggermente
distorta dall’auricolare difettoso di Rivera. «Mancano circa dieci metri.»

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La formazione ordinata degli uomini tornò a mimetizzarsi nella vegetazione,
disponendosi intorno a una piccola area aperta creatasi di recente a causa della
caduta di un fulmine. Rivera sbirciò tra il fogliame gli alberi anneriti dal fuoco,
individuando infine un alto ugandese, in piedi su un cumulo di cenere. Era
immobile; solo la testa oscillava avanti e indietro a ogni minimo rumore, come se
fosse la terra stessa a muoverla attraverso le scariche di energia elettrica
immagazzinate.

«Andiamo» ordinò Rivera nel laringofono.


L’aveva già visto fare centinaia di volte in addestramento, ma guardare i suoi
uomini materializzarsi dalla giungla era sempre per lui motivo di orgoglio. In
territorio neutrale, sarebbero stati all’altezza di qualsiasi altro corpo speciale,
anche del britannico SAS (lo Special Air Service), degli incursori della Marina
israeliana della Shayetet 13 o dell’esercito del diavolo in persona.

L’uomo sussultò impaurito vedendosi circondato all’improvviso da fantasmi


armati, e si coprì il volto con un braccio. «Toglietevi i visori notturni» intimò loro
con un forte accento africano. «Erano questi i patti.»
«Perché?» replicò Rivera, togliendosi gli occhiali e facendo segno ai
componenti della squadra di fare lo stesso. Per quanto fosse una situazione a dir
poco bizzarra, faceva davvero parte dell’accordo.
«Non vi mostrerò il mio volto» rispose. «Bahame può vedere attraverso i
vostri occhi. È capace di leggere nella mente.»
«Quindi lo conosci?» chiese Rivera.
Nel buio della notte l’ugandese era solo una sagoma indistinta, ma quando
rispose si incurvò vistosamente. «Mi prese con sé quando ero un bambino. Ho
combattuto nella sua milizia per molti anni. Ho fatto cose indicibili.»
«Però sei riuscito a scappare.» «Sì. Ho inseguito una famiglia fuggita nella
giungla quando abbiamo attaccato il loro villaggio. Non ho fatto loro del male. Ho
corso e basta. Ho corso per giorni.»
«Hai detto ai nostri che sapevi come trovarlo.» Quando il suo interlocutore
rimase in silenzio, Rivera prese dallo zaino un sacchetto pieno di banconote e
glielo porse. L’ugandese l’accettò, sempre senza parlare. Si limitò a fissare
l’involucro di nylon tra le sue mani.
«Ho sei bambini. Uno, il maschietto, è molto malato.» «Be’, con questi soldi
potrai aiutarlo.» «Sì.»

Gli tese un pezzo di carta e Rivera lo prese, rimettendosi per un momento il


visore per esaminare la piantina disegnata a mano. Era incredibilmente
dettagliata e quasi identica alle foto satellitari dell’area.

«Ho fatto quanto mi è stato chiesto» mormorò l’ugandese.

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Rivera annuì e si voltò per rientrare nel folto degli alberi, ma l’uomo lo afferrò
per una spalla. «Scappa» lo esortò. «Di’ ai tuoi superiori che non sei riuscito a
trovarlo.» «E perché dovrei?» «Bahame è a capo di un esercito di demoni. Non
hanno paura di niente. Non è possibile ucciderli. Qualcuno dice che sanno
addirittura volare.» Rivera si liberò dalla presa dell’uomo e si addentrò nella
giungla.
L’esercito del diavolo in persona.

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Capitolo 2

Al largo della costa orientale dell’Africa

12 novembre, ore 04:12 GMT+3

«Vede, ammiraglio, è proprio il governo distruttivo di Idi Amin a rendere


l’Uganda un esempio tanto fulgido. Abbiamo fatto incredibili passi avanti dal
punto di vista economico, politico e nel controllo delle malattie infettive. Ma il
resto del mondo non se ne accorge.
Non nota tutti i progressi compiuti dal mio Paese. E proprio per questo, i
nostri sostenitori si stanno tirando indietro. Eravamo a un passo dallo sradicare
certi problemi, ma purtroppo stanno riemergendo.»
Il fumo del sigaro Arturo Fuente, appartenente alla riserva personale
dell’ammiraglio Jamison Kaye, usciva in piccole volute dalla bocca di Charles
Sembutu mentre pontificava sugli obblighi morali del mondo verso il suo Paese.
Kaye manteneva un’espressione impassibile. Era abile nell’arte di dissimulare
il proprio disprezzo nei confronti dei politici. Anche lui era cresciuto in povertà,
in una fattoria del Kentucky, e nemmeno nei momenti più drammatici la sua
famiglia si era ridotta a chiedere la carità. Suo padre diceva sempre che nessuno
può risollevarti da terra.
O ce la fai da solo, oppure resti lì dove sei.
«Spero si renda conto dell’importanza di ciò che stiamo facendo qui,
ammiraglio. E della portata della minaccia.» «Sì, signor presidente.»

Sua moglie gli rimproverava spesso di giudicare i politici con eccessiva


severità, e in genere aveva ragione. Ma non questa volta.
Sembutu aveva conquistato il potere in Uganda con un colpo di Stato
sanguinoso e violento, culminato nell’assassinio dell’ex presidente, della sua
famiglia e di almeno un migliaio dei suoi sostenitori.

Si udì un discreto colpetto alla porta e l’ammiraglio accolse con sollievo


l’ingresso del suo capitano nella stanza.
«Siamo pronti, signori. Prego, seguitemi.»
Il centro di controllo dell’operazione si trovava sepolto nelle profondità della
portaerei: uno spazio angusto preposto a monitorare eventi che non sarebbero
mai finiti sulle pagine dei giornali.
Le due donne addette ai sofisticati impianti elettronici si alzarono in piedi,
sull’attenti, quando videro entrare l’ammiraglio e il suo ospite, ma si risedettero
subito a un rapido gesto dell’ufficiale.

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«Queste sono riprese effettuate dai vostri soldati?» domandò Sembutu
indicando cinque monitor che trasmettevano immagini in diretta. Ognuno di essi
emanava una luce verdastra, mentre istantanee sfocate della giungla scorrevano
lente sugli schermi.

«Sull’uniforme di ciascun uomo è applicata una videocamera che invia le


immagini al satellite» spiegò Kaye.
Sembutu si chinò in avanti per leggere i nomi dei soldati scarabocchiati sul
bordo dei monitor, mentre l’ammiraglio digitava un numero su un telefono
criptato.

Aspettando la risposta, fu assalito da un forte senso di nausea.


Sapeva benissimo che nei Paesi africani, sconvolti da continue guerre
intestine, la pace era solo un miraggio. Mandare i suoi ragazzi a eseguire una
missione di cui non comprendevano in pieno l’importanza per gli Stati Uniti lo
metteva a disagio. Senza le dovute spiegazioni questa situazione poteva sembrare
loro troppo simile all’intervento in Somalia del 2007. Eppure non poteva evitarlo
perché questa operazione aveva la priorità assoluta.

Udì un clic e subito dopo la voce inconfondibile di Sam Adams Castilla.


«Sì, ammiraglio?» «La squadra ha stabilito il contatto e sta procedendo.» «Il
lancio ha avuto successo?» «Sì, signor presidente. Finora sta andando tutto
secondo i piani.»

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Capitolo 3

Uganda settentrionale

12 novembre, ore 06:09 GMT+3

La luce dell’aurora stava cominciando a penetrare tra le fronde degli alberi,


disperdendo l’oscurità nella quale ormai la squadra si muoveva senza alcuna
difficoltà. Il tenente Craig Rivera superò l’uomo davanti a lui, per prendere il
comando fino a quando il buio non avesse ceduto il passo al giorno.

La condensa sulle foglie stava già iniziando a evaporare, trasformandosi in


un’umidità che appesantiva gli indumenti e rendeva il respiro affannoso. Si
arrampicò su un pendio ripido e sassoso, stendendosi a terra quando raggiunse la
cima. Passò più di un minuto a cercare di distinguere qualche figura umana oltre
l’intrico dei rami. Nulla. Solo lo scintillio delle foglie bagnate di rugiada.

Fece per spostarsi, ma si bloccò quando una voce gracchiò nel suo auricolare.
«Tieni d’occhio il cielo.» Rivera si appiattì contro il tronco massiccio di un albero
e guardò in alto, appoggiando una mano sul laringofono. «Perché?»

«Bahame potrebbe piombarci addosso da un momento all’altro, sparando


proiettili anche dal culo.» Udì distintamente le risatine sommesse degli uomini
vicini a lui e riprese ad avanzare, indeciso su come reagire. «Disciplina, ragazzi.
Non dimenticate cos’è successo agli altri.» Una squadra dell’Unione Africana
aveva ricevuto una soffiata sull’ubicazione di Bahame e si era messa sulle sue
tracce, circa sei mesi prima. Di loro era rimasta soltanto una registrazione audio.

Non l’avrebbe mai ammesso davanti ai suoi uomini, ma Rivera ne era rimasto
molto turbato e gli pareva ancora di sentirla: un chiacchiericcio sommesso e il
crepitio del fuoco che si trasformavano all’improvviso in urla di panico e raffiche
di mitragliatrice, mescolate alle grida disumane degli assalitori. E poi gli scontri
corpo a corpo, i grugniti dei combattimenti a mani nude. Un sanguinoso
gorgoglio di morte.

Quando i ragazzi della sua squadra l’avevano ascoltata, avevano liquidato


l’accaduto con la loro tipica spavalderia. Le forze dell’Unione Africana? Avevano
la preparazione di un gruppo di ragazze scout!
In quanto caposquadra, però, Rivera aveva letto i dossier dei miliziani uccisi.
Non erano affatto uomini inesperti, come aveva ironicamente suggerito uno dei

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suoi uomini dopo essersi scolato parecchie birre. No, erano militari preparati,
addestrati a operare sul proprio territorio.
Rivera sollevò un pugno e si chinò, puntando il suo AK-47 verso gli alberi, in
direzione di un riflesso ramato nel mare di vegetazione color smeraldo. Dietro di
sé i suoi uomini non avevano prodotto alcun suono, ma sapeva che si stavano
disponendo a ventaglio in formazione di difesa.

Si distese sul ventre e strisciò in avanti, controllando il respiro e stando


attento a non fare rumore. Impiegò più di cinque minuti per percorrere pochi
metri, ma finalmente la vegetazione si fece più rada e si ritrovò ai margini di un
piccolo villaggio.

Il rivestimento di paglia intrecciata della capanna di fronte a lui era una delle
poche cose che si erano salvate dalle fiamme. Nemmeno gli abitanti avevano
avuto scampo. Era difficile stabilire con precisione quanti fossero i corpi
carbonizzati ammucchiati accanto a quella che un tempo era stata la porta di un
improvvisato campo da calcio, ma dovevano essere almeno quaranta. Allora
l’informazione era giusta: si trovavano nel territorio di Bahame.

Alle sue spalle udì un gemito soffocato e un tonfo, come di un corpo caduto al
suolo. Imprecando fra i denti, si voltò, il dito sul grilletto.
«Mi dispiace, capo, non ho potuto farci niente. È venuta dritta verso di me.»
La donna se ne stava rannicchiata contro un albero in preda al panico, le braccia
strette intorno alle ginocchia. Gli occhi saettavano da una parte all’altra, mentre
gli uomini uscivano allo scoperto e la circondavano.
«Chi può essere?» chiese uno di loro, in tono calmo.

«Qui c’è un villaggio» osservò Rivera. «O per meglio dire, c’era. Poi è arrivato
Bahame. Dev’essere riuscita a sfuggirgli. Forse è rimasta qui da sola negli ultimi
giorni.»
Aveva una ferita infetta al braccio e una caviglia fratturata, ruotata in modo
grottesco e innaturale verso destra, con le ossa che tendevano la pelle. Rivera
tentò di calcolare quanti anni avesse, ma le sue caratteristiche fisiche erano a dir
poco contraddittorie: la pelle aveva il colore e la consistenza di un vecchio
copertone, le braccia erano forti e muscolose, i denti bianchi e regolari. Era
impossibile capire qualcosa di lei.

«Cosa ne facciamo?» intervenne uno degli uomini.


«Capisci la mia lingua?» le domandò Rivera, scandendo le sillabe.
La donna iniziò a parlare nella sua lingua madre, con un tono che risuonò
altissimo in quel silenzio. Le chiuse la bocca con una mano e si portò l’indice alle

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labbra. «Capisci l’inglese?» le ripeté.

Quando tolse la mano, lei riprese a parlare a voce più bassa, ma sempre nel
dialetto locale.
«Cosa ne pensi, capo?» Rivera fece un passo indietro, mentre un rivolo di
sudore gli correva sulla guancia. Non sapeva cosa pensare. Avrebbe voluto
informare il suo comando, ma conosceva già la risposta dell’ammiraglio Kaye: lui
non si trovava sul campo, dunque non era in grado di valutare la situazione e
pertanto non c’era motivo di chiamarlo.

«Non pare essere un’amica di Bahame, a giudicare da come lui ha ridotto il


suo villaggio.» «Già» osservò uno degli uomini. «Ma la gente lo teme e non vuole
certo inimicarselo. Qui lo ritengono un essere soprannaturale.» «E allora cosa
proponi di fare?» lo incalzò Rivera.
«Se la lasciamo andare, come facciamo a essere sicuri che non parlerà?
Diavolo, non sappiamo neppure chiederle di stare zitta.»
Aveva ragione. Quali parole aveva usato il loro contatto? Bahame poteva
vedere con gli occhi degli altri? Le leggende avevano sempre un fondo di verità.
Forse la gente aveva un tale terrore di quell’uomo che persino chi lo odiava gli
spifferava qualsiasi cosa, nella speranza di entrare nelle sue grazie.
«Potremmo legarla a un albero e imbavagliarla» propose un altro.
Era un’idea ridicola.
«Capo?» «Non possiamo legarla a un albero. Morirebbe di sete, o peggio,
sbranata da qualche animale.» L’uomo in piedi dietro di lei estrasse il coltello
senza fare rumore.
«In ogni caso non resisterebbe a lungo, qui da sola. Le faremmo un favore.»

Rivera rimase immobile per un tempo che parve eccessivo agli occhi della sua
squadra. L’indecisione non era una qualità molto apprezzata nel suo mestiere.

D’istinto la sua mente corse all’addestramento. Simulare la decisione di porre


fine alla vita di una persona innocente non era certo come doverlo fare davvero.
«Ce ne andiamo» concluse, girandosi e avviandosi in direzione opposta al
villaggio raso al suolo. Avrebbe già dovuto dare un mucchio di spiegazioni,
quando un giorno si fosse trovato al cospetto del Padre Eterno. Non aveva alcuna
intenzione di aggiungere a quel lungo elenco di cattive azioni anche l’assassinio
di una donna inerme.

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Capitolo 4

Namibia meridionale

12 novembre, ore 13:58 GMT+3

La dottoressa Sarie van Keuren allungò una mano, e una smorfia di dolore le
si dipinse in volto quando le sue dita si chiusero su un ramo spinoso. Non
pioveva da settimane e inerpicarsi sul terrapieno era faticoso perché i piedi non
facevano presa sul terriccio arido.

Ignorò il sangue sul palmo sudato e si tirò su, procedendo verso la


videocamera su treppiede, posizionata sulla sommità.
Soffiò via la polvere dall’obiettivo e osservò il cespuglio frondoso sul quale era
puntato. Anche sotto il riverbero del sole africano, impiegò solo pochi attimi per
individuare tra le bacche ciò che stava cercando, una formica di una colonia
situata nelle vicinanze.

In genere, gli esemplari di questa specie erano piccole creature terricole. Ma


questo in particolare aveva subito una mutazione a causa dell’attacco di un
minuscolo parassita. Aveva l’addome gonfio, di un rosso brillante ed era
perfettamente mimetizzato tra le bacche.
Cosa ancora peggiore, il parassita aveva infettato il ganglio cerebrale della
formica, inducendola ad arrampicarsi sul cespuglio, ad attaccarsi con le
mandibole a uno stelo e a esporre il suo addome colorato all’aria.

All’inizio aveva lottato per liberarsi, opponendosi con tutta la forza delle sue
sei zampette alla morsa del parassita. Ora però i suoi arti sembravano paralizzati,
forse perché l’altra creatura le stava divorando i nervi dall’interno.

La dottoressa gettò un’occhiata alla volta sconfinata del cielo azzurro, alla
ricerca degli uccelli, vero obiettivo del parassita. Questo particolare nematode
poteva riprodursi solo nei visceri dei volatili e aveva bisogno di un organismo
ospite per potersi spostare. Un connubio perfetto. A meno, naturalmente, di
essere una formica.
La van Keuren si sedette, abbracciandosi le ginocchia nel tentativo di ripararsi
il più possibile all’ombra dell’ampio cappello. In basso, il paesaggio brullo e arido
si estendeva all’infinito, in ogni direzione.
L’unica traccia del mondo moderno era il suo Land Cruiser, rimasto in panne

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ai piedi del terrapieno.

Cercò di calcolare quante specie avesse scoperto nel corso degli anni, ma
subito tornò con la mente alla prima. Quella settimana sarebbero stati
venticinque anni da quando suo padre era tornato a casa con un videoregistratore
un po’ malconcio e uno scatolone di videocassette, un lusso per la comunità
rurale namibiana in cui era cresciuta. Aveva appena otto anni, all’epoca, ed era
rimasta affascinata dai cartoni animati; li guardava per ore, analizzando ogni
dettaglio, imparando a memoria tutte le battute. Dopo un po’, tuttavia, aveva
cominciato a considerarli noiosi ed era tornata a frugare nello scatolone, dove
aveva trovato una vecchia copia di Alien seminascosta sul fondo.
Secondo suo padre le avrebbe fatto venire gli incubi, ma lei l’aveva guardato lo
stesso, ammaliata dall’orrenda creatura che si attaccava alla faccia delle persone e
si riproduceva all’interno dei loro corpi.

Era stato un film horror rinvenuto in fondo a una scatola ad accendere in lei
la scintilla di un’ossessione che avrebbe condizionato il resto della sua vita. Chi
l’avrebbe mai immaginato?
Grazie al cielo non aveva trovato una videocassetta di Rocky. Forse in quel
momento sarebbe stata su un ring, a farsi massacrare di pugni.

Il sole stava calando, senza però far abbassare la temperatura.


Doveva essere intorno ai 45° C. Era ora di tornare al riparo del suo
fuoristrada.
La discesa si rivelò meno difficoltosa, la terra smossa le consentiva di
mantenere un certo equilibrio. Arrivata in fondo, versò qualche goccia d’acqua su
un fazzoletto e si guardò nello specchietto retrovisore. Spostò alcune ciocche di
capelli biondi dalle guance e si ripulì la zona intorno alla bocca dalla polvere e dal
sudore.

Il suo cappello era abbastanza ampio da somigliare a un sombrero, ma non


era sufficiente a evitarle l’ustione: aveva il viso arrossato e il naso spellato.
Nonostante la sua famiglia vivesse in Namibia da generazioni, aveva avuto la
disgrazia di ereditare la pelle chiara di cui sua madre andava tanto orgogliosa.

Aprì un frigo portatile pieno di ghiaccio sciolto e ne estrasse il necessario per


prepararsi un gin tonic. Alcuni cercatori d’oro erano passati da lì sei giorni prima,
e le avevano assicurato che avrebbero segnalato la sua posizione all’officina
Toyota di Windhoek. In quel momento però rimpiangeva di non avere accettato
la loro offerta di un passaggio. La sua ostinazione poteva rivelarsi una virtù, ma il
più delle volte le creava solo dei problemi.

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Sarie si appoggiò con la schiena al Land Cruiser e si lasciò scivolare contro la
lamiera rovente, sistemandosi contro la gomma di scorta, un poco meno calda. La
tanica d’acqua era sufficiente solo per un altro giorno, però a qualche chilometro
di distanza sapeva esserci una fonte. Quanto a scorte di cibo, era messa un po’
meglio, ma non le importava granché: in caso di necessità avrebbe trovato di che
sfamarsi sul territorio. Il vero problema era il gin. Ormai ne rimaneva solo un
fondo di bottiglia, e questo davvero non riusciva a sopportarlo.

Aggrottò la fronte e si lasciò sfuggire un sospiro. Avrebbe atteso il tramonto,


per mettersi in cammino. La strada più vicina era a circa due giorni di marcia, e là
avrebbe dovuto aspettare che passasse qualcuno. Dov’era finito quell’appunto sul
quale aveva scritto PROCURARSI UN TELEFONO SATELLITARE? Quasi
sicuramente nel cassettino del cruscotto, assieme a tutti gli altri bigliettini
dimenticati.

Era a metà del terzo drink quando in lontananza cominciò a delinearsi una
sagoma indistinta, distorta dall’effetto del calore.
All’inizio pensò fosse un miraggio prodotto dall’alcol, ma presto capì che era
una persona in carne e ossa. Sarie entrò nel fuoristrada dal portellone posteriore
aperto e prese il fucile, osservando attraverso il mirino la figura in
avvicinamento.
Era un ragazzo di circa sedici anni, con la pelle del colore dell’ossidiana, frutto
di una vita trascorsa all’aria aperta. Non aveva scarpe, era vestito solo di un paio
di pantaloncini color kaki e portava una bisaccia di tela a tracolla sulle spalle
nude.
Sarie si versò quanto rimaneva del gin per festeggiare, sorseggiando felice il
liquore tiepido mentre guardava il ragazzo avvicinarsi.

«Salve!» esordì, quando lui poté sentirla. «Se in quella sacca hai un
alternatore, fratello, sei il mio eroe.» Si fermò di fronte a lei, con un’espressione
confusa sul volto. Sarie allora gli si rivolse in afrikaans, ancora senza successo,
poi finalmente riuscì a farsi capire parlando ndonga, idioma che aveva imparato
dai braccianti della fattoria della sua famiglia.

«Sì» rispose il ragazzo, annuendo con aria stanca. «Gli uomini della macchina
l’hanno dato a mio padre a Windhoek e lui mi ha detto di portarlo qui.» Gli offrì
una Coca-Cola e del cibo presi dal frigo ormai a temperatura ambiente, quindi si
mise alla ricerca degli attrezzi. «Riposati all’ombra. Se siamo fortunati, ci

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muoveremo prima del buio.»

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Capitolo 5

Uganda settentrionale

12 novembre, ore 17:39 GMT+3

Il tenente Craig Rivera si appoggiò su un ginocchio e riesaminò la cartina


disegnata a mano prima di scrutare la foresta davanti a sé. Il fogliame era meno
fitto e gli alberi più distanziati, inframmezzati da cespugli bassi. Terreno agevole
per procedere, ma non particolarmente adatto a offrire un riparo.

Gettò un’occhiata alle sue spalle: l’uomo più vicino a lui era immobile e
appiattito al suolo, mentre il resto della squadra era del tutto invisibile, anche al
suo sguardo allenato.
«Ci stiamo avvicinando» annunciò Rivera nel laringofono. «Ci sono
problemi?»
Negativo.
Stavano avanzando senza sosta da quindici ore e il tenente ringraziò Dio per
l’estenuante addestramento a cui si erano sottoposti in Florida. La sua filosofia di
ufficiale di comando era: «Segui un addestramento lungo il doppio e con il
doppio delle difficoltà rispetto a quante dovrai affrontarne sul campo». Erano le
operazioni come questa a dare un senso a tutta la fatica e la sofferenza.

«State pronti. Ci muoviamo.»


In base alla cartina, il quartier generale di Bahame doveva essere piuttosto
esteso, con le attrezzature nascoste sotto reti mimetiche e la maggior parte dei
miliziani accampati sulla terra nuda. Il perimetro più esterno era sorvegliato da
ragazzini armati di fucili d’assalto leggeri, carne da cannone, messi lì solo per
avvertire Bahame di un eventuale pericolo imminente. Superato questo primo
ostacolo, la squadra avrebbe affrontato i soldati adulti, più esperti, e infine la
guardia personale del capo guerrigliero.

Il piano era di forzare la difesa esterna; approfittando dell’oscurità per non


attirare l’attenzione, prendere posizione e attendere che il bersaglio entrasse nel
mirino dei fucili dei tiratori scelti. Purtroppo, in quel piano non mancavano le
incognite. Sarebbero riusciti a scovare delle postazioni che garantissero loro una
buona copertura e al tempo stesso una visuale adeguata? E, cosa ancora più
importante, avrebbero trovato una rapida via di fuga dopo aver colpito a morte un
individuo ritenuto dai suoi soldati un’incarnazione divina?

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Erano domande senza risposta. Non avevano informazioni sufficienti,
potevano soltanto entrare in azione e sperare di farsi venire in mente qualcosa.

Più avanti la vegetazione si diradava ulteriormente e Rivera notò un ceppo su


cui erano visibili i segni di alcuni utensili. Con un cenno ordinò agli uomini di
fermarsi e si gettò a terra supino, procedendo sui gomiti per andare a dare
un’occhiata da vicino.

Si fermò al limitare di un sentiero erboso e tortuoso, piuttosto ampio, ma


difficile da individuare dall’alto. Scivolò sotto un cespuglio e seguì con lo sguardo
la stradina in direzione sud, ma vide solo una mucca intenta a brucare in una
piccola macchia fiorita.
«Ci siamo, ho trovato la strada» comunicò piano nel laringofono.
«La costeggeremo, verso… Un momento. Aspettate. C’è qualcuno.» Da dietro
l’angolo apparve una ragazza, nuda a eccezione della catena metallica, lunga
quasi un metro, che le pendeva dal collo.
Singhiozzava disperata, correndo, e Rivera cercò di capire cosa diceva tra un
singulto e l’altro, senza successo.

La mucca smise di brucare quando la giovane le passò accanto, ma anziché


guardare lei girò la testa nella direzione da cui era arrivata.
Batté gli zoccoli a terra e inarcò la schiena, sollevando nuvolette di polvere,
incerta sul da farsi.

Rivera restò immobile. Non potevano uscire allo scoperto, se prima la ragazza
non si allontanava. Ma invece di proseguire sul sentiero, la giovane si gettò nella
vegetazione a pochi metri da lui e cominciò a guardare tra i cespugli, in preda al
panico, come se stesse cercando qualcosa.

Pochi secondi dopo, oltre una curva a qualche centinaio di metri a sud, si
materializzò ciò da cui stava scappando.
Sembrava l’intera popolazione di uno dei piccoli villaggi locali.
Correvano tutti, stravolti, a stento capaci di reggersi in piedi. Sangue misto a
sudore copriva i loro volti e scendeva a rivoli sul corpo e sugli abiti. Davanti
c’erano uomini e donne adulti, i bambini e gli anziani leggermente indietro, più
lenti ma di certo non meno motivati.

«Soggetti ostili provenienti da sud» annunciò Rivera in tono calmo.


Il fogliame sopra di lui si aprì e il tenente afferrò la ragazza, atterrandola e
tappandole la bocca con una mano. Lei si dibatté, ma era esile ed esausta, dunque
facile da domare.

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Il tenente toccò il laringofono con la mano libera. «Trentacinque, forse
quaranta in tutto. Non sono armati. Cerchiamo di allontanarci da qui.»
Iniziò a strisciare per uscire da sotto il cespuglio, ma si bloccò quando vide la
mucca fuggire verso la foresta. Almeno cinque persone si staccarono dal gruppo,
si avventarono sull’animale terrorizzato e lo colpirono su un fianco,
abbattendolo. Rivera notò appena la ragazza agitarsi sotto di lui e tirarlo per la
manica, incitandolo a scappare.

Il bovino cercava disperatamente di rialzarsi, ma il peso degli uomini lo


teneva immobilizzato a terra. Urlando per la rabbia e la frustrazione, assalirono la
bestia inerme a pugni, calci e morsi. Un uomo vestito solo di un paio di calzoncini
mimetici si prese un poderoso calcio in faccia, e crollò nella polvere. Sembrava
morto. Un attimo dopo, però, si trascinava a fatica verso l’animale sempre più
debole.

Rivera balzò in piedi, afferrò la ragazza e cominciò a correre nella direzione da


cui era venuto. Avevano fatto solo una decina di metri quando udì fruscii e
rumori inequivocabili alle sue spalle: qualcuno li aveva seguiti nella foresta.
Davanti ai suoi occhi balenò la bocca di un’arma da fuoco, poi un’altra e
un’altra ancora. La rassicurante raffica di colpi coprì gli schiamazzi degli
inseguitori e il senso di panico di poco prima si dileguò.
I suoi ragazzi non sbagliavano mai un colpo. Mai.
Trovò una buona copertura tra due grandi alberi, quindi si girò, abbracciando
l’intera visuale attraverso il mirino del suo fucile.

Nessuno lo inseguiva più. Uomini, donne e bambini, erano stati tutti distratti
dai colpi esplosi dai suoi uomini asserragliati e ora correvano allo sbando
incontro al fuoco. Sembravano non rendersi conto di quanto accadeva intorno a
loro, superavano i caduti, talora calpestandoli, lo sguardo fisso sui soldati che li
tenevano sotto tiro. A volte chi veniva colpito non pareva nemmeno
accorgersene.
Cercavano di rialzarsi, per poi soccombere accasciandosi come sacchi di patate
a causa delle ferite.

A una decina di metri di distanza, il suo comandante in seconda doveva tener


testa a quattro persone. Uno era un bambino di non più di sei anni, un’altra una
donna con una brutta frattura a un braccio e altri due uomini. Rivera puntò
l’arma contro uno degli adulti, inspirando forte e trattenendo il respiro prima di
premere il grilletto.
L’uomo cadde a terra, gli altri tre vennero avanti, gettandosi addosso al suo
vecchio amico con un impatto che risuonò tra gli alberi.

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Il tenente cercò di spostarsi per vedere meglio, ma era impossibile: percepiva
a tratti soltanto un’accozzaglia di corpi, il luccichio di una lama, il rosso del
sangue. Non poteva fare niente. Il compagno con cui aveva condiviso oltre cinque
anni di combattimenti e addestramenti non sarebbe uscito vivo da quella foresta.
«Ritirata!» ordinò nel laringofono.

La squadra uscì allo scoperto, mentre lui faceva del suo meglio per rallentare
gli inseguitori.

Donny Praman correva alla ricerca di una copertura, mentre una donna
corpulenta con un abito tradizionale ridotto a brandelli e sporco di sangue lo
rincorreva. Rivera sulle prime non si preoccupò, ma poi fu costretto a chiudere e
riaprire le palpebre, faticando a credere ai suoi occhi. La donna stava
raggiungendo il soldato.

Il tenente esplose un colpo, ma la confusione e il respiro concitato gli fecero


sbagliare mira. Un grosso ramo cadde da un albero, sfiorando la spalla della
donna.
La sparatoria era ormai fuori controllo e le grida degli uomini sempre più
disperate. Si mise in posizione per provare a colpirla di nuovo.
Ce l’aveva ormai nel mirino, quando lei aggredì Praman alle spalle e caddero
insieme, rotolando lungo una ripida scarpata.

La ragazza dietro di lui stava piangendo e balbettando, ma quasi non la


sentiva, sconvolto dalla vista di quella donna sul punto di sopraffare il soldato più
valoroso con cui avesse mai lavorato. Forse il migliore in assoluto.

Quando la sagoma femminile si stagliò chiaramente di fronte al suo fucile


notò che stava indicando qualcosa con l’indice. Seguì la traiettoria del suo dito:
gli spari avevano attirato l’attenzione di un gruppo di almeno cinque africani.
Stavano correndo verso di loro.
Veloci.
Rivera fece fuoco, abbattendo il primo uomo; altri due inciamparono sul
corpo del loro compagno. Mentre cadevano non distolsero lo sguardo da lui e
dalla ragazza, senza preoccuparsi di poter essere feriti da pietre o rami.
Tentò ancora di prendere la mira, ma era inutile. Quei due erano di nuovo in
piedi e altri tre stavano sopraggiungendo.
Afferrò la ragazza per un braccio e cominciò a correre, cercando di ignorare il
fuoco intermittente e le grida sempre più fievoli dei suoi compagni.

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20
Capitolo 6

Dakota del Sud, USA

12 novembre, ore 08:30 GMT-7

Il dottor Jonathan Smith sfogliava una pila di cartelle, mentre la caposala lo


aggiornava sulle condizioni dei suoi pazienti. Alzava lo sguardo su di lei a
intervalli di pochi secondi, per dimostrarle la sua attenzione, ma anche per
ammirarne i capelli rossi, che ricadevano in morbide onde sulle spalle, e la pelle
color avorio, priva di qualsiasi imperfezione.

«Jon Boy!» In fondo al corridoio apparve il dottor Derek Canter. Accelerò il


passo per andargli incontro, ansimante. L’aureola di capelli grigi attorno alla testa
calva sobbalzava a ritmo con la pancia, particolare che, abbinato ai lacci sciolti
delle scarpe trascinati sul pavimento, lo faceva assomigliare a un clown. I
bambini del reparto lo adoravano anche per questo.
«Derek, cercavo proprio te» esordì Smith. «Ieri sono andato a fare la spesa e
indovina un po’? Ancora non mi lasciano pagare.»

«Ne ho già parlato con loro, JB, ma i tuoi soldi qui non valgono, è questo il
problema. Diavolo, quest’anno non vedo proprio l’ora di firmare un assegno per il
fisco.»
Smith si accigliò. La situazione gli stava sfuggendo di mano. Il proprietario del
vecchio motel in cui alloggiava gli portava ogni sera in camera pasti cucinati in
casa e il giorno prima, quando aveva platealmente ignorato lo stop davanti alla
stazione di polizia, lo sceriffo si era limitato a rivolgergli un sorriso e un pollice
alto.

Canter si rivolse all’infermiera sporgendosi oltre la spalla di Smith.


«Allora, Stace, come vanno le cose?» «Pare che il peggio sia passato.» «E
Tina?» «È in netto miglioramento, da ieri sera.» Canter batté forte le mani e si
allontanò svelto, mentre la sua voce continuava a rimbombare nei corridoi.
«Chissà se c’è il riquadro delle mance sulla tua dichiarazione dei redditi…
Qualcuno chiami il mio commercialista!»
Smith tornò alle sue cartelle, scuotendo la testa e ridacchiando tra sé.
«Sta iniziando a nevicare» annunciò Stacy. Sembrava agitata mentre lo diceva
e Smith alzò la testa per guardare fuori dalla finestra i radi fiocchi di neve. Non
era certo una bufera in grado di preoccupare una ragazza nata e cresciuta in
quella piccola città del Dakota del Sud.

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«È pericoloso guidare, per chi non è abituato» continuò lei. «Potrei darle un
passaggio in hotel, stasera…» Smith posò le cartelle sul bancone che li separava e
cercò sul viso dell’infermiera il minimo indizio di una ruga, senza successo.
Calcolò mentalmente la sua età, doveva avere all’incirca venticinque anni:
diciannove meno di lui.
«Ah, e poi, Jon, mio fratello gestisce il miglior ristorante della città.
Magari potremmo fermarci a mangiare un boccone.»
Forse a lei non sembrava così vecchio. Certo, aveva le spalle larghe e gli
addominali scolpiti, ma Stacy non poteva avere la minima idea di quanti sforzi
dovesse fare per mantenersi in forma. I capelli erano ancora folti e neri e
incorniciavano un volto dalla carnagione scura.
A guardarlo nessuno avrebbe sospettato a quali condizioni estreme era stato
sottoposto.
D’istinto Smith avrebbe rifiutato: lo stile di vita che aveva scelto non lasciava
spazio a coinvolgimenti personali. D’altro canto, cenare con una donna simpatica
e carina era senz’altro preferibile a un’altra serata trascorsa a guardare
l’ennesima replica sull’unico canale della TV dell’albergo.

«Fanno le bistecche?» Lei gli sorrise, e nemmeno con quel piccolo


movimento le si formò una qualche increspatura all’angolo degli occhi. «Le
migliori del mondo.» Smith si avviò verso l’improvvisato reparto di isolamento,
allestito in un’ala della struttura. «Affare fatto, allora.»

In fondo al corridoio, superò un tendone di plastica e nastro adesivo,


dopodiché varcò una serie di doppie porte.
«Allora, come ci sentiamo oggi?» Lungo le pareti erano allineati otto letti
pediatrici. Alcuni bambini giocavano con le loro consolle portatili e sembravano
pronti per essere dimessi, altri invece si misero a sedere con estrema fatica.

«Buongiorno, colonnello Smith» lo salutarono in coro.


Si sedette su un basso sgabello e iniziò il giro, muovendosi sulle rotelle fino al
letto di una ragazzina di quinta elementare.
«Ho sentito che stai andando alla grande, Tina.» Lei fece un colpetto di tosse,
nel chiaro intento di far sembrare la situazione più rosea di quanto fosse in
realtà. «Mi sento molto meglio di ieri.»
«Bene, sono proprio felice di saperlo» commentò lui, infilandosi i guanti di
lattice per controllarle i linfonodi.
Vivere in una piccola comunità coesa poteva essere meraviglioso ma, come
tutte le cose, aveva i suoi svantaggi. Nella cittadina viveva una donna molto
carismatica, convinta che i vaccini avessero provocato l’autismo di sua figlia.

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Aveva intrapreso una campagna per convincere le altre famiglie a evitare o
posticipare le vaccinazioni dei figli. E ci era riuscita.

Il primo caso di morbillo si era manifestato circa un mese prima in un


bambino di sei anni, che abitava in un ranch nel nord della città, e aveva
contagiato tutti i compagni di classe. La velocità di propagazione della malattia
aveva sorpreso tutti; la trasmissione era stata agevolata dal tasso di vaccinazione
sempre più basso, insufficiente a rendere immune la comunità.

Quando una bambina morì a causa delle complicazioni, lo staff medico,


oberato di lavoro, lanciò appelli disperati al governo e al CDC, il centro per la
prevenzione e il controllo delle malattie. Alla fine la richiesta giunse a Fort
Detrick, dove il colonnello Smith lavorava come specialista in malattie infettive.
Era passato molto tempo da quando aveva visitato un paziente, ma si era subito
offerto volontario.
«Come sta il mio collo?» domandò Tina, alzando su di lui uno sguardo
speranzoso.
«Sta benissimo. Sei ufficialmente convalescente.» «Davvero?» «Sì, te lo
giuro.» Il cellulare del medico squillò e lui lo estrasse dalla tasca per controllare
chi lo stesse chiamando; aggrottò la fronte quando vide solo linee e una
minuscola icona che indicava un numero criptato.
«Chi è?» chiese Tina.

«Mia madre» mentì con disinvoltura Smith, come aveva imparato quando era
nell’intelligence militare. «E non si può ignorare la mamma, lo sai, vero?»

23
Capitolo 7

Uganda settentrionale

12 novembre, ore 18:53 GMT+3

Il tenente Craig Rivera lasciò cadere il fucile scarico ed estrasse una pistola
dalla fondina sul fianco, cercando di restare concentrato e di non perdere terreno.
Alcuni sassi nascosti sotto il tappeto di rampicanti lo fecero quasi cadere e,
mentre ritrovava l’equilibrio, azzardò una rapida occhiata alle sue spalle. C’erano
ancora quattro inseguitori, sempre più vicini. La giovane accanto a lui gli teneva
dietro spinta unicamente dal terrore, ma stava cominciando a rallentare, ormai
vinta dalla stanchezza.

Sparò una raffica in pieno petto a un uomo con una maglietta del Manchester
United insanguinata e prese in braccio la ragazza esausta, cercando di spremere
ancora un po’ di energia dalle sue gambe doloranti.

Non riusciva a capire come facesse quella gente alle sue calcagna a correre più
veloce di quanto facesse lui al top della condizione. Con il peso della giovane, poi,
sarebbe stato raggiunto in una manciata di secondi. Rivera si diresse verso una
fila di cespugli dalle foglie grandi come orecchie d’elefante, nella speranza di
confondere gli inseguitori.

La vegetazione umida gli sferzava dolorosamente il volto, oscurandogli la


vista e facendolo barcollare, mentre la ragazza cominciava a strillare e ad agitarsi.
Erano vicinissimi. Non ce l’avrebbe mai fatta.
Rivera sentì una mano agguantargli il collo, e d’un tratto la penombra della
foresta pluviale lasciò il posto a una luce accecante.
Non udiva più il suono dei suoi passi né di quelli degli uomini alle sue spalle.
Le sue gambe adesso mulinavano nell’aria, mentre la sua mente cercava di
raccapezzarsi in quell’universo sottosopra.
Distingueva solo il rosso e il bruno delle persone che stavano precipitando
insieme a lui, il verde della foresta e l’azzurro del cielo.

Restò senza fiato per il fortissimo impatto. Considerata l’altezza del salto,
aveva creduto di morire all’istante. L’acqua torbida vorticava attorno a lui mentre
lottava per non lasciar andare la ragazza, cercando di capire dov’era il fondo e
dove la superficie.

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Aveva i polmoni in fiamme, ma ignorò il dolore il più a lungo possibile, e
attese di essere sul punto di perdere conoscenza prima di emergere. Riusciva a
vedere solo uno degli inseguitori; si dibatteva disperatamente, provando a tenere
a galla la testa. Gli altri sembravano essere stati inghiottiti dalle acque agitate del
fiume.

Rivera guardò in alto, verso lo strapiombo di una ventina di metri dal quale
era precipitato, mettendo a fuoco le persone affacciate sul ciglio. Non gli
staccavano gli occhi di dosso, ma parevano incerte sul da farsi.
Si girò per contrastare la corrente che lo stava trascinando, bilanciandosi per
trattenere la ragazza tra le braccia. Quando la testa di lei gli sfiorò il petto,
tuttavia, notò l’angolazione innaturale del collo, e a malincuore lasciò andare il
corpo.
Sopra di lui, gli africani stavano cercando il modo di scendere dal dirupo e
raggiungerlo. Tentò di nuotare verso la riva opposta, ma la corrente era troppo
forte e lo riportava continuamente, insieme agli altri detriti, al centro del fiume.

Un tronco sommerso lo colpì forte alle spalle, spingendolo in avanti e


trascinandolo sott’acqua. Provò a riemergere dandosi la spinta con i piedi, ma si
rese conto di avere la gamba destra fuori uso. L’acqua gli riempì la bocca e andò
giù nei polmoni, mentre si dibatteva per tornare in superficie.
Vedeva la luce del sole e ne immaginava il calore, ma più lottava, più gli
sembrava distante. Gli venne in mente il lago dove andava sempre con la famiglia
da piccolo, e all’improvviso era là, a nuotare con i suoi fratelli. Era stanco. Ma
non era ancora il momento di riposare.

Charles Sembutu osservava impassibile l’ammiraglio Kaye abbaiare ordini


alle addette alle postazioni video. Tre delle schermate si erano oscurate. Un’altra
era fissa sul cielo. Nella quinta si vedeva la mano immobile di un bianco che
stringeva un coltello affondato nella gola di un ragazzo.
«Riusciamo ad avere qualcosa di Rivera?» chiese Kaye, per quanto la risposta
fosse ormai ovvia.
«La radio è fuori uso, signore. E lo sono anche le riprese video.»

Si chinò sullo schienale di una delle ragazze. «Rivediamo le ultime immagini


della sua videocamera. Al rallentatore, questa volta.» Lei riaccese il monitor
assegnato al tenente e insieme guardarono le foglie sbattere contro l’obiettivo, un
bre-ve fotogramma degli uomini all’inseguimento, quindi il salto.
«Signore, in fondo al precipizio sembra esserci dell’acqua e infatti le nostre
foto dal satellite confermano l’esistenza di un fiume in direzione est-ovest, vicino
al luogo in cui è iniziata la schermaglia.
Rivera potrebbe essere ancora vivo. Ho il permesso di comunicare le sue

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ultime coordinate note alla squadra di estrazione?»
Kaye si voltò e Sembutu incrociò il suo sguardo, sforzandosi di non far
trapelare la sua collera. In genere, quando qualcuno a cui lui aveva assegnato un
compito falliva, finiva per avere una vita molto breve e decisamente sgradevole.
Ma finché erano coinvolti gli americani non poteva fare ricorso a quel genere di
rimedi.

In apparenza, il suo gli era sembrato un piano perfetto: lasciare agli stranieri
il compito di eliminare un uomo disprezzato da tutto il mondo, e attribuirsene il
merito. Con una sola mossa avrebbe neutralizzato una minaccia al proprio potere
e sarebbe diventato un eroe agli occhi della popolazione rurale vessata da
Bahame.

Ma gli americani avevano mandato a monte l’operazione, come aveva temuto


fin dall’inizio. Nonostante la loro abilità, i soldati del Primo mondo erano troppo
legati alla tradizione e a stupidi codici morali per poter operare in modo efficace
in Africa.
In quel momento non aveva altra scelta se non accettare l’alleanza offerta
dagli iraniani. Era un azzardo pericoloso, ma le opzioni a sua disposizione erano
sempre più esigue. Le milizie di Bahame avanzavano senza tregua verso sud, con
l’obiettivo di guadagnare una posizione dalla quale tentare un assalto in piena
regola alla capitale dell’Uganda. Era necessario fare qualcosa per contrastarle.

Ma occorreva agire con la massima cautela. Se gli americani avessero scoperto


il piano iraniano e i legami di Sembutu con quel Paese, senza dubbio la loro
ritorsione avrebbe decimato la popolazione ugandese e lui sarebbe stato ucciso,
anche se avesse cercato di fuggire.
Kaye, esitante, fece un passo indietro, dimostrando la sua debolezza: perché
darsi tanta pena per un singolo e insignificante soldato?
«No» rispose l’ammiraglio. «Dica alla squadra di estrazione di tenersi pronta
sul luogo del rendez-vous.» «Ma signore, la cascata. Probabilmente…» «Mi ha
sentito. Aspetteremo settantadue ore. Dopodiché, sgomberiamo.»

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Capitolo 8

Washington, USA

12 novembre, ore 09:00 GMT-5

Il presidente Sam Adams Castilla allungò le gambe su un tavolino in legno di


pino massiccio, un ricordo della sua precedente abitazione, la residenza del
governatore di Santa Fe.
Da quando aveva preso possesso dello Studio Ovale, ne aveva rivoluzionato
l’arredamento, e gli oggetti presenti venivano man mano sostituiti da quelli che
riceveva in dono nei suoi viaggi ufficiali. Tutto questo contribuiva a ricordargli
quanto enormi fossero le sue responsabilità.

«Ha qualche domanda, signore?» Lawrence Drake, direttore della CIA, sedeva
di fronte a lui su una poltrona dallo schienale alto, regalatagli dai francesi. Non
avrebbero esitato a dichiarare guerra agli americani se avessero visto il tessuto
tradizionale dei nativi con cui era stata rifoderata.
«Riguardo alla Corea del Nord?» «Sì, signore.»

Castilla rifletté, accigliato. Quei briefing di intelligence diventavano ogni volta


più complicati e deprimenti. Cina, Russia, Israele, Medio Oriente: situazioni già
piuttosto complesse se prese singolarmente, senza contare l’intricato groviglio
delle relazioni internazionali… un mistero quasi insondabile.
«No, procediamo, Larry. Il prossimo?» «Iran.»
Castilla si fece ancora più serio. C’era una sola cosa di cui voleva parlare, ma il
momento pareva non arrivare mai. Rivolse un gesto d’impazienza a Drake.
«Grazie, signore. Alla manifestazione antigovernativa svoltasi a Teheran la
settimana scorsa hanno partecipato circa diecimila…»
«Ci sono stati morti?» «Non abbiamo informazioni precise, ma stimiamo
almeno un centinaio di feriti. Due le vittime accertate: una calpestata dalla folla
dopo il lancio di gas lacrimogeni da parte degli agenti e un’altra deceduta in
ospedale per le gravi contusioni riportate negli scontri con la polizia
antisommossa.»
«Ho visto il video sulla CNN» commentò Castilla. «Un bel caos, per un Paese
a cui piace l’ordine.» Drake annuì con aria grave. «L’Iran si sta destabilizzando
più in fretta di quanto si potesse pensare, signore. L’ayatollah Khamenei è
sempre più intransigente nei confronti dell’opposizione. Stando ai rapporti, la
polizia segreta perseguita le famiglie dei dissidenti.

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Circolano voci di un’imminente epurazione di funzionari governativi ritenuti
troppo liberali. È accaduto migliaia di volte, nel corso della storia. Quando la
paranoia raggiunge questi livelli, la crisi non può essere molto lontana.»
«Tempi previsti?» «Difficile fare una stima. Le variabili sono molteplici e noi
non abbiamo il polso reale della situazione, in quel Paese. Detto questo, non sarei
sorpreso se succedesse qualcosa entro i prossimi diciotto mesi.» Castilla trasse
un lento e profondo respiro. «Non posso dire che mi dispiacerebbe vederli
crollare.» Drake strinse le labbra.
«Cosa c’è?»
«Signore?» «Conosco quell’espressione, Larry. Cosa c’è?» «Il nemico del
nostro nemico non necessariamente è nostro amico.» «Farrokh.»
Drake non si preoccupò di nascondere il disgusto nel sentir pronunciare il
nome del capo della resistenza iraniana. «Le nostre sanzioni hanno avuto una
certa efficacia, ma ancora più importante è il fatto che il governo non abbia il
sostegno dei giovani e degli intellettuali. E, diciamolo, costruire una bomba
atomica senza il supporto di queste due categorie può comportare un cospicuo
dispendio di tempo.» «Mentre Farrokh ha il sostegno di entrambe.» «Sì, signore.
Ancora non sappiamo molto su di lui, solo che è un mago della tecnologia,
soprattutto nel campo della telefonia cellulare e di Internet. Il modo in cui
utilizza la musica degli artisti alternativi mediorientali e i filmati storici per
raccogliere consensi farebbe impallidire la maggior parte dei consulenti delle
campagne elettorali occidentali. Quello su cui dobbiamo concentrarci, però, è il
fatto che veicola un messaggio non certamente filoccidentale. Lui aspira al
cambiamento, ma in fondo è un nazionalista.»
«Andiamo, Larry. Non penserai che instaurare una democrazia progressista
laggiù possa peggiorare la situazione attuale.» Drake fece una pausa prima di
rispondere, e Castilla attese. Fin dal primo giorno in cui aveva messo piede nello
Studio Ovale, era stato chiarissimo su un punto: in quell’ufficio ognuno era
libero, anzi in obbligo, di esprimere il proprio pensiero in tutta sincerità. Il modo
più sicuro per essere licenziati dal suo staff era far circolare informazioni
distorte, al solo scopo di renderle gradite all’opinione pubblica.

«Signore, i fondamentalisti sono spesso individui retrogradi, manipolabili,


isolati e ricattati. Farrokh è diverso. Con una persona come lui al governo, l’Iran
potrebbe facilmente superare le barriere tecnologiche che al momento gli
impediscono di diventare una potenza nucleare. E non è tutto. Finora, Khamenei
non è riuscito a sfruttare a suo vantaggio l’instabilità della regione. L’opinione
pubblica è sospettosa nei confronti degli iraniani e i sunniti non intendono
lasciare maggior potere agli sciiti. Quelli che cercano di dare un nuovo impulso
allo status quo non hanno compreso fino in fondo quanto Farrokh possa essere
in grado di creare divisioni, e non sto parlando semplicemente di liberali e di

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progressisti. C’è il pericolo concreto, se uno come lui andasse al potere, di
assistere a un’unificazione del Medio Oriente in qualcosa di simile al blocco
sovietico. Ma con un’arma molto più appropriata ed efficace…»
«Il petrolio.» «Proprio così, signore.» Castilla si appoggiò allo schienale del
divano in pelle e rifletté.
Farrokh era un fantasma. Molti agenti dei servizi segreti non credevano
neppure che esistesse davvero, ipotizzando fosse solo una sorta di avatar dei capi
della resistenza iraniana. Da politico esperto, tuttavia, Castilla si era fatto un’altra
idea. I gruppi compositi non erano in grado di prendere le redini del potere: solo i
singoli individui potevano riuscirci. E chiunque fosse questo Farrokh, non
c’erano dubbi che volesse con tutte le sue forze mettere le mani su quelle redini.

In realtà, per quanto potesse apparire instabile la regione, le cose stavano


molto peggio. Gli iraniani finanziavano chiunque li sostenesse o si ponesse come
antagonista degli USA. Gli israeliani non vedevano l’ora di usare i loro missili e i
pochi governi islamici stabili si servivano di canali clandestini per spingere gli
Stati Uniti all’azione militare. Ovviamente, se l’America avesse imbracciato le
armi contro l’Iran, quegli stessi governi si sarebbero limitati a un semplice
«grazie», dichiarando intanto la jihad contro i moderni crociati.

«Meglio scegliere il male minore, giusto?» disse infine Castilla.


«Secondo me dobbiamo considerare che se Farrokh andasse al potere,
potrebbe davvero ledere i nostri interessi. E alla luce di questo, forse dovremmo
agire su…»
Castilla alzò una mano. «Ci siamo già passati, Larry. Non ho intenzione di
tenere un intero Paese fermo al Medioevo, sulla base dei “se” e dei “forse”. Il
cambiamento può essere dannatamente pericoloso, ma può anche rivelarsi un
vantaggio. Rinunciare alla possibilità di un rapporto pacifico con un Iran
democratico per perpetuare invece il disastro attuale è una scelta troppo
disfattista per i miei gusti.»
«È disfattista, signor presidente? Oppure realista?» Castilla incrociò le dita
sul ventre, che sembrava dilatarsi e contrarsi a seconda del suo livello di stress.
«Quando non si sa cosa fare, è preferibile non fare niente, immagino. Dunque,
passiamo ad altro.» «Ma, signore…»
«Passiamo ad altro, Larry.» Come sempre, il volto di Drake era una maschera
impenetrabile, e ciò metteva a disagio Castilla. Si fidava ciecamente della propria
capacità di leggere l’animo delle persone, e non riuscirci lo rendeva nervoso.
«L’ultimo punto in agenda è quella faccenda in Uganda.»

Castilla puntò i piedi sul pavimento e si protese in avanti, fissando negli occhi

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il direttore della CIA. «Si sa cos’è accaduto?» «La dinamica sembrerebbe la stessa
dell’incidente occorso alla squadra dell’Unione Africana inviata per stanare
Bahame. Riteniamo che tutti i nostri soldati siano stati fatti fuori, a eccezione del
caposquadra. Lui potrebbe essere ancora vivo. Abbiamo alcuni uomini sul posto
ad attenderlo, ma a mio parere è solo una perdita di tempo…»
«Una perdita di tempo!» esclamò Castilla, quasi urlando. «Nessuno ha visto
morire quell’uomo e noi non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo.»
«Non stavo dicendo che dovremmo farlo, signore.» Il presidente tenne lo
sguardo fisso sul tappeto per un momento. Si era messo contro tutti inviando la
squadra in quella missione. Per quanto trovasse ripugnante un’alleanza con
Charles Sembutu, le atrocità commesse da Caleb Bahame erano ormai diventate
intollerabili e non potevano più essere ignorate.

«Perdonami, Larry» mormorò Castilla quando rialzò gli occhi. «So che non
intendevi dire questo. E so anche che eri contrario all’operazione sin dall’inizio.»

Drake osservò Castilla riaccomodarsi sul divano. I politici amavano l’azione, a


meno che non provocasse conseguenze indesiderate: inscenare uno spettacolo
gradito ai loro elettori, senza però far succedere nulla di abbastanza tangibile da
attirare delle critiche. E anche se Castilla ispirava maggiore rispetto di tanti altri
uomini di potere, in questo non era diverso da loro. A volte lanci i dadi e perdi.
A volte mandi degli uomini incontro alla morte.
«Hai visto il video?» domandò il presidente.
Drake non mostrò alcuna reazione, ma si sentì invadere dalla collera.
Kaye. Quel marinaio da strapazzo, consumato dall’ambizione, l’aveva
bypassato inviando le riprese dei soldati direttamente alla Casa Bianca.

«Sì, signore. L’ho esaminato stamattina.» «Hai mai visto una cosa del genere?
Cosa diavolo sta succedendo, laggiù? I tuoi sono riusciti a trovare una
spiegazione?» Drake rifletté a lungo prima di rispondere. Riguardo all’Uganda si
era premurato di fornire alla Casa Bianca solo quelle informazioni che non
potessero in alcun modo lasciar intendere che la CIA stava nascondendo
qualcosa, ma nemmeno così aveva potuto evitare di finire in quell’impresa
insensata ed estremamente inopportuna. Si chiese se Castilla sapesse più di
quanto veniva comunicato nei briefing dell’Agenzia. Aveva forse altre fonti?

«Mi perdoni, signore. Quale spiegazione?» L’esasperazione del presidente era


ovvia e prevedibile. «La nostra squadra speciale è stata eliminata da un manipolo
di indigeni disarmati, alcuni dei quali pare fossero addirittura donne e bambini.
Ci sarà pure una spiegazione, non pensi?» Castilla sembrava non sospettare
nulla e Drake non aveva altra scelta, se non rispondere alle sue domande.

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«No, signore, non credo. Bahame deve aver ricevuto una soffiata e ha inviato i
suoi soldati a intercettare i nostri.» «Soldati? Quelli non erano soldati, Larry.»
«Se mi permette, non sono d’accordo. Quella era una delle tipiche milizie messe
assieme da Bahame dopo le sue razzie nei villaggi: dà la possibilità alle persone di
scegliere se morire o combattere per lui.
Non è una novità, nel contesto africano.»
Castilla era visibilmente scosso, come sarebbe stato chiunque alla vista di
quelle terribili immagini, e Drake decise di approfittare della momentanea
debolezza del presidente.
«Signore, Bahame è un pessimo soggetto. Mi dispiace per gli ugandesi, ma
questo è un problema loro. Cosa possiamo fare noi?
Inviare un battaglione? Né l’Unione Africana, né Sembutu accetteranno mai, e
anche se riuscissimo a convincerli, dove recluteremmo i soldati? Ci abbiamo già
provato, signore, e non abbiamo ottenuto alcun risultato.»
«Quindi tu non ci trovi nulla di insolito in quel video?» «Mi perdoni, signore,
ma… no, non mi pare. I nostri uomini si sono trovati in condizione di inferiorità
numerica, all’incirca otto contro uno. Hanno dovuto affrontare indigeni invasati
che hanno subito il lavaggio del cervello e si sono convinti della natura
semidivina di Bahame. Di solito, la sopravvivenza di una piccola squadra in
questo tipo di situazioni tattiche dipende, almeno fino a un certo punto, dalla
capacità di ingenerare timore negli avversari: se spari e uccidi delle persone, gli
altri decidono di ritirarsi. Questa volta non ha funzionato.» «Cosa suggerisci di
fare?» «Di seppellire i morti e andarcene.» Castilla annuì con aria assorta, ma
non disse nulla.
«Abbiamo finito, signore?» «Sì… abbiamo finito. Grazie, Larry.»
Rimasto solo, il presidente Castilla si avvicinò alle finestre dietro la scrivania
e osservò le nuvole ammassate sopra la città. Non si voltò quando la porta dello
studio si aprì. «Hai sentito?» «Sì.» «Cosa ne pensi?» «Ti ho fatto avere quel
video perché sapevo che volevi vederlo, Sam.
Ma in questo caso devo dare ragione a Larry.»
Castilla si girò a guardare Fred Klein mentre si sedeva su una poltroncina.
Appariva invecchiato rispetto a qualche anno prima: ormai era stempiato e il
completo scuro sembrava di due taglie più grande, tanto era dimagrito. Essere
l’amico più fidato del presidente non era un lavoro facile.

«Sono stato io a mandarli laggiù, Fred. E adesso tutti vogliono semplicemente


dimenticarli.» «Nessuno vuole dimenticare. Ma non vincerai mai questa
battaglia.» «Hai trascorso la maggior parte della tua vita nei servizi segreti, Fred.
Adesso dimmi che hai già visto qualcosa di simile a quel video.»
Klein si tolse gli occhiali e li passò sulla cravatta.

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«Non posso.» «Qualcosa non va» osservò Castilla, accomodandosi sul divano
di fronte a lui. «Ti chiedo di servirti delle tue risorse e di studiare la questione per
me. Ho bisogno di sapere cos’è successo laggiù, Fred.
Devo poter dormire, la notte.» Sulle labbra di Klein balenò un fugace sorriso,
mentre continuava a pulire le lenti.
Castilla strinse gli occhi. «Detesto essere prevedibile.»

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Capitolo 9

Provincia del Capo Occidentale, Sudafrica

12 novembre, ore 17:01 GMT+2

La città sudafricana di Paarl, incorniciata dalle cupole di granito, era appena


visibile in lontananza, scintillante nella luce pomeridiana. I vigneti si stendevano
a perdita d’occhio in tutte le direzioni, con i filari ordinati che scomparivano tra le
colline ondulate.

Sarie van Keuren sterzò, imboccando con il Land Cruiser una strada rurale
deserta, e socchiuse gli occhi, abbagliata dal sole. Avrebbe dovuto fermarsi a
Springbok per la notte, ma aveva deciso di proseguire. Dopo ventuno ore di
viaggio, tredici tazze di caffè e una quantità imbarazzante di salsicce caserecce, si
trovava ora a meno di un chilometro da casa.

Rallentò e prese una stradina sterrata, fermandosi sulla ghiaia di fronte a un


muro antico, al cui restauro aveva dedicato due interi anni. Al tocco di un
pulsante, il cancello ricoperto di fiori cominciò lentamente ad aprirsi; Sarie entrò
e parcheggiò davanti a una fattoria del Capo in stile coloniale olandese
imbiancata con cura.

Nessuno dei suoi amici capiva perché si ostinasse a vivere da sola nel
cosiddetto «hinterland», e a volte non sapeva spiegarselo neppure lei.
Più o meno ogni sei mesi cominciava a pensare di trasferirsi a Città del Capo e
lasciarsi alle spalle i quarantacinque minuti di macchina fino all’università dove
lavorava, ma quando poi arrivava il momento di alzare il telefono per chiamare
un’agenzia immobiliare le mancava il coraggio.

Due delle ragioni principali della sua riluttanza le corsero incontro nell’istante
in cui spense il motore. Si avventarono contro la portiera, aggiungendo altri graffi
a quelli già presenti, nel tentativo di infilare il muso nel finestrino aperto. Sarie si
tirò indietro, ma non riuscì a schivare una leccata umida sull’orecchio. «Halla!
Ingwe! Giù!»
I cani ignorarono il comando, continuando ad abbaiare mentre lei appoggiava
un piede alla portiera per cercare di aprirla, opponendosi al peso dei due
Rhodesian Ridgeback.
Una rastrelliera, con le formiche ancora attaccate agli steli d’erba nelle

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provette, era posata sul sedile del passeggero, e dovette tenerla alta sopra la testa
per raggiungere la porta d’ingresso.

Appoggiò i campioni accanto alla pila della posta lasciata dalla governante su
un buffet antico e si inginocchiò per accarezzare i cani sulla testa, cercando di
non farsi sbavare addosso.

«Vi ha dato da mangiare oggi Mandisa?» disse in afrikaans. «No?


Okay, andiamo a prenderci qualcosa di buono.» Forse i suoi amici avevano
ragione solo in parte, rifletté mentre prendeva un grosso sacco di crocchette dalla
dispensa. Il problema non era vivere in campagna. Era vivere da sola. Farsi
assorbire completamente dal lavoro ed escludere il resto del mondo. Ma dove
l’avrebbe portata tutto questo, alla fine?

Al di là del canale di irrigazione, Dembe Kaikara sbirciò oltre il cancello


dall’altra parte della strada. Vide la donna entrare e uscire dalla porta principale
spalancata e cominciare a scaricare la macchina: fotocamere, attrezzatura da
campeggio e strumenti scientifici.
Quando gli avevano detto che era una docente universitaria si era immaginato
una vecchia incartapecorita, con i capelli grigi e gli occhiali spessi, e la stessa
faccia arcigna e sprezzante della suora belga arrivata nel suo villaggio tanti anni
prima, per insegnare a lui e agli altri abitanti a leggere e a professare la religione
dei bianchi.

Sarie van Keuren non era nulla del genere. Anche da quella distanza poteva
vedere le sue braccia tornite e muscolose e la grazia atletica dei suoi movimenti. I
capelli, come il Land Cruiser, erano impolverati, ma una volta lavati sarebbero
tornati di un biondo schiarito dal sole, lucido ed esotico.

Lei avrebbe lottato. Gli pareva quasi di sentirla sotto di lui, mentre cercava di
divincolarsi dalla sua stretta, fino a quando non avrebbe finalmente capito di non
poter fare niente e si sarebbe arresa. Forse, quando non fosse più stata utile,
gliel’avrebbero concessa come ricompensa per la sua lealtà.
Kaikara tornò al riparo del canale e prese dalla tasca il cellulare per fare una
chiamata.
«Sì.» «È qui.» «E la strada?» «Non c’è traffico e nessun’altra casa nel raggio
di oltre un chilometro. Sarà un gioco da ragazzi.»

«Nessuno sta giocando, qui!» La collera improvvisa nella voce del suo
interlocutore gli provocò una scarica di adrenalina. «È solo una donna. Non ti ho
mai deluso finora, e non inizierò adesso.» «Attendi il buio, quando si sarà
addormentata.» La voce era di nuovo calma e Kaikara si abbandonò a un sospiro

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grato e silenzioso. «Okay.» «Il codice del cancello è quattro-tre-nove-sei. Hai
preso nota?» Estrasse una pistola e tracciò i numeri nella polvere con la canna,
proprio come gli aveva insegnato la suora belga.
«Sì. Sono pronto.»

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Capitolo 10

Contea di Prince George’s, Maryland, USA

13 novembre, ore 11:12 GMT-5

Jon Smith si piegò in avanti, avvicinando il volto al parabrezza della sua


Triumph del 1968 in modo che le telecamere nascoste potessero identificarlo. Un
momento dopo, un cancello costruito per sembrare molto meno robusto di
quanto fosse in realtà si aprì verso l’interno, consentendogli di procedere sui
curati vialetti dell’Anacostia Seagoing Yacht Club, come era scritto sull’insegna.

Serpeggiò oltre alcuni edifici, svoltando infine su una strada parallela a un


lungo molo, al quale erano ormeggiate lussuose barche in perfetto stato. Erano
inutilizzate, ma ogni tanto venivano portate al largo per rendere le cose più
credibili agli altri porti turistici della zona.
Non era facile per lui abituarsi al fatto che Covert-One fosse cresciuta al
punto da diventare un vero e proprio quartier generale.
Quando il presidente aveva autorizzato l’attività, all’inizio, erano solo un
gruppo di agenti indipendenti, ognuno con il proprio settore di competenza, e
un’opportuna assenza di rapporti personali. I finanziamenti erano ancora del
tutto clandestini, fondi sottratti al fisco e destinati in origine a progetti e agenzie
governative senz’altro più ordinari.

Covert-One era vittima in parte del suo stesso successo e in parte degli
insuccessi delle agenzie di intelligence di stampo tradizionale.
Gli sforzi della Sicurezza interna per rendere più efficiente la comunicazione
fra strutture cruciali del governo avevano avuto invece l’effetto contrario: una
corazzata di burocrazia, paralizzata dai conflitti di competenza, dalla politica e da
gente che pensava solo ai propri interessi.

Ciononostante, la peculiarità di C1 – muoversi rapidamente e in modo


decisivo, senza i limiti del normale iter di autorizzazione né problemi
amministrativi – ne faceva un’arma formidabile, anche se illegale, nell’arsenale
del presidente.
«Jon!» lo accolse Fred Klein, alzandosi in piedi e tendendogli la mano sopra
una scrivania semplice e sgombra. «Mi scuso per averti sottratto ai tuoi piccoli
pazienti.»

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«Nessun problema. Ormai sono tutti fuori pericolo, e un mio amico al CDC li
terrà d’occhio al posto mio. Cos’è successo?» Klein sembrava titubante mentre si
sedeva, tirava fuori una pipa dal cassetto e l’accendeva. Un ventilatore a soffitto si
accese automaticamente, attirando il fumo verso l’alto.

«A essere sinceri, non sono neppure certo che dovremmo occuparcene, Jon.
Come ben sai, ho sempre cercato di non chiamare in causa Covert-One.» Smith
annuì. La segretezza che circondava l’organizzazione era allo stesso tempo
opprimente e necessaria. Ogni volta che Klein sguinzagliava i suoi uomini
rischiava di essere scoperto, e ciò sarebbe stato disastroso non solo per
l’amministrazione, ma per l’intero Paese.
«Il presidente non intende tenerci fuori da tutto questo, suppongo.»
«È molto coinvolto in questa faccenda. Non riuscirò a fargli cambiare idea, lo
so, lo conosco troppo bene. Forse tutto questo si trasformerà presto, e senza
clamore, in un’impresa disperata.» Fece una breve pausa. «Hai mai sentito
nominare Caleb Bahame?»
«È un capo guerrigliero affetto da delirio di onnipotenza» rispose Smith. «Ha
una milizia formata per lo più da bambini soldato, di cui si sta servendo per
creare scompiglio nell’Uganda settentrionale.» «Complimenti. Forse però non sai
che di recente abbiamo inviato sul posto una squadra speciale per stanarlo.»
«Bene» commentò Smith. «Quel tipo è un osso duro. L’hanno preso?» Klein
aspirò una profonda boccata dalla pipa e soffiò fuori un filo di fumo. «La squadra
è stata annientata nel giro di pochi minuti. Il capo, un SEAL di nome Rivera, è
riuscito a fuggire e da due giorni sta vagando nella foresta per raggiungere il
punto di estrazione.»
«Non ne sapevo niente.» «Nessun altro lo sapeva. Il presidente si è esposto
politicamente per questa operazione. La gente si sta stancando di veder morire i
nostri ragazzi in missioni che sembrano non portarci mai da nessuna parte.

E per quanto il Medio Oriente possa essere considerato una battaglia persa in
partenza, l’Africa subsahariana è messa molto peggio.» «Se non gli serve per la
popolarità, cosa ci facciamo noi, laggiù?» «Bahame sta mettendo in atto azioni
più efficaci e mirate, nell’ultimo periodo. Le sue milizie irrompono nei villaggi
quasi tutti i giorni, radendoli al suolo. L’ondata di panico crescente potrebbe
destabilizzare non solo l’Uganda, ma anche il Kenya e la Repubblica Democratica
del Congo. Stiamo parlando di un incubo umanitario di proporzioni spaventose e,
secondo il presidente, il nostro Paese ha l’obbligo morale di intervenire.»
«Potrei anche essere d’accordo» osservò Smith. «Ma cosa c’entra Covert-
One? Sembra più una faccenda di competenza dell’ONU o dell’Unione Africana.»

Klein batté su alcuni tasti di un computer portatile e lo girò verso Smith

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perché potesse vedere i cinque video.

Quest’ultimo osservò attentamente le immagini, fino a quando lo schermo


non si oscurò, quindi spinse indietro la propria sedia, sentendo la necessità di
frapporre una certa distanza tra sé e il monitor. Aveva passato metà della sua vita
a cacciarsi in situazioni dalle quali era difficile uscire, ma mai, in tutti quegli
anni, aveva visto niente del genere.
«Gesù» mormorò.
«Cosa ne pensi?» «Sto ancora elaborando.»

Klein annuì, con espressione solidale. «L’avrò guardato venti volte ma faccio
ancora fatica a rivedere quelle scene. All’inizio ho pensato a una suggestione di
massa. Stando ai rapporti, al confronto di Bahame Charles Manson è un
dilettante. Avevo immaginato che potesse caricare i suoi combattenti attraverso
una sorta di sacrificio rituale, per poi imbrattarli di sangue e sguinzagliarli. Ma
adesso non ne sono più tanto sicuro.»
«Perché no?» «Ho messo all’opera i nostri investigatori. Hanno intercettato
delle voci in Iran riguardo a Bahame. Parlavano di una nuova arma.» «Sono
fondate?» domandò Smith.
«No, niente di concreto. Scavando più a fondo è emersa un’altra
indiscrezione, proveniente da una fonte iraniana meno affidabile: menzionava
Bahame e la possibilità di qualche tipo di compenso o di accordo.»
«La CIA o l’NSA (National Security Agency) ne sanno qualcosa?»
«Apparentemente no. O, se ne sono al corrente, non hanno intenzione di
occuparsene.» Smith guardò alle spalle di Klein, dove si trovava un antico
mappamondo con il continente africano bene in vista. In genere nelle questioni
d’intelligence il problema non era mai la scarsità, ma la sovrabbondanza di dati.
Le risorse umane limitate obbligavano a stabilire delle priorità e di solito i capi
guerriglieri africani finivano sempre in fondo alla pila di scartoffie. In Africa certe
assurdità erano all’ordine del giorno.
«Hai mostrato il video a qualche esperto?» s’informò Smith.
«Solo a te.» «Io sono un microbiologo, Fred, non uno psicologo. Non ne so
molto di isteria collettiva.»
«Ma da quel poco che sai, questa potrebbe essere una spiegazione plausibile,
secondo te?» Smith si strinse nelle spalle. «Il rasoio di Occam… la spiegazione
più semplice di solito è quella corretta. Basta guardare alla storia per capire di
cosa sono capaci gli esseri umani. È per questo che esiste il nostro lavoro.»
«Okay, ma ti chiedo di fare qualche indagine» replicò Klein. «Nella migliore
delle ipotesi avremo una conferma della tesi della suggestione di massa e a quel
punto archivieremo il caso.» «Posso avere una copia del video?» «Chiederò a
Maggie di fartene avere una prima che tu vada in aeroporto.» «Dove, scusa?» «Il
SEAL sopravvissuto è in ospedale a Camp Lejeune. Immagino tu voglia

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parlargli.»

«Il mio ufficiale di comando mi sta aspettando a Fort Detrick, Fred.


Sanno che ho lasciato il Dakota del Sud e sai come la pensa l’esercito su quelli
che non si presentano al lavoro.»
Con un’espressione leggermente seccata, Klein si chinò sulla scrivania quanto
bastava per affacciarsi dalla porta aperta dell’ufficio. «Maggie!» Maggie
Templeton, sua assistente da lungo tempo e la sola altra persona al corrente delle
attività di Covert-One, comparve un attimo dopo, con una grande busta gialla tra
le mani.

«Ecco qua, Jon. Un foglio di aspettativa a tempo indeterminato firmato dal


generale Stapleton, biglietti aerei e informazioni sul contatto che verrà a
prenderti in aeroporto, a Wilmington. Inoltre, le prenotazioni degli hotel e una
pendrive con le copie dei video. Oh, quasi dimenticavo…» Si affrettò a uscire e
riapparve un secondo dopo, con una divisa dell’esercito ancora chiusa nel
cellophan del lavasecco.
«Maggie, sei una vera forza della natura.» Lei sorrise. «Sbrigati. Il tuo aereo ti
sta aspettando.»

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Capitolo 11

Provincia del Capo Occidentale, Sudafrica

14 novembre, ore 01:02 GMT+2

Sarie van Keuren vedeva suo padre, con le bretelle della tuta da lavoro sulle
spalle ampie, il vecchio cappello da cowboy acquistato in America, gli occhi
chiarissimi che sembravano vedere e comprendere ogni cosa.

Era davanti al fienile e reggeva in mano un attrezzo agricolo appuntito, ma lei


non capiva cosa fosse. Spinta dalla curiosità, fece per corrergli incontro, i suoi
piedi però non riuscivano a fare presa sul terreno. Era come se la gravità avesse
improvvisamente cessato di esistere, e lei non potesse fare altro che scivolare sul
suolo bruno e fertile.

Suo padre si avvicinò e Sarie allungò le braccia verso di lui, ma l’uomo si


fermò a qualche metro di distanza, lasciandola a fissarsi le piccole mani chiare e
delicate, non sciupate da anni di lavoro nelle foreste dell’Africa.
Lui soppesò la gigantesca pala, alzandola sopra la testa. Il sole scintillò per un
attimo sul metallo, poi la pala si abbatté su di lei, descrivendo un arco verso il suo
collo, mentre alzava le braccia e urlava.

Sarie saltò a sedere sul letto con il cuore in gola, finché non riconobbe la sua
stanza, che pareva galleggiarle intorno nel bagliore verdastro emanato dalla
sveglia sul comodino. Sollevò una mano tremante e si asciugò il sudore dalla
fronte, sforzandosi di calmare i battiti impazziti del suo cuore.

Erano anni che non faceva quell’incubo, ma aveva sempre avuto un lieto fine.
Suo padre si voltava e scompariva lentamente, mentre lei lo chiamava e cercava
con tutte le sue forze di raggiungerlo; non ci voleva certo un genio per
interpretarlo. Ma cosa significava il nuovo finale?
Di sicuro non sarebbe riuscita a riprendere sonno. S’infilò i pantaloni di una
tuta e andò a piedi nudi in cucina, a vedere cosa ci fosse in frigorifero. Bevve un
po’ di succo d’arancia andato a male, nel vano tentativo di calmarsi.

Chiuse gli occhi, cercando di svuotare la mente come le avevano insegnato,


ma non funzionò. A volte il passato ritornava.

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Ricordò i gesti concitati di suo padre che cercava di aprire l’armadio dei fucili
e le risate crudeli degli uomini introdottisi in casa loro. Lei era stata sbattuta a
terra con violenza, incapace di gridare mentre le strappavano gli abiti di dosso.
Suo padre aveva cercato di soccorrerla, ma era stato colpito alla nuca con un
grosso bastone ed era caduto barcollando. L’avevano picchiato per quelle che le
erano sembrate ore, e quando era rimasto immobile Sarie aveva perso i sensi. Sua
madre allungava le braccia verso di lei mentre venivano stuprate più e più volte
ma, come nel sogno, la gravità le impediva di muoversi.

Alla fine quegli uomini se n’erano andati, dopo aver rubato tutto ciò che
potevano portare via e lasciandole là, come morte. Sarie aveva ripreso conoscenza
solo quando il sole era già alto e penetrava attraverso le finestre. Aveva cercato
con lo sguardo i suoi genitori: erano distesi a terra e la fissavano, la luce del
mattino riflessa sulle pupille immobili.
Avrebbe voluto essere morta anche lei. Essere con loro in quel paradiso di cui
le parlavano ogni domenica. Ma il suo cuore di dodicenne non si era fermato,
aveva continuato a battere.

Alla fine si era trascinata fuori di casa, nuda e sanguinante, incapace di


reggersi in piedi a causa del bacino fratturato e della rotula slogata.
Quando i braccianti di suo padre l’avevano vista, si erano messi a correre
verso i campi alla ricerca dei malviventi, gli uomini urlando furiosi e le donne
levando grida di disperazione.

La fattoria in Namibia era stata messa in vendita poco dopo e lei era stata
mandata a vivere da una zia a Città del Capo, dove avrebbe potuto ricevere
un’educazione adeguata e andare a scuola. Ma adesso anche quella donna gentile
e meravigliosa non c’era più.
Quando il senso di solitudine, mai così intenso, cominciò a farsi
insopportabile, Sarie si accorse del silenzio. Dov’erano i cani? Di solito, quando si
alzava di notte, correvano subito a farle le feste.
«Halla? Ingwe?» chiamò, andando alla porta sul retro per aprirla.
«Qui ci sono delle salsicce per voi. Venite a fare uno spuntino!»

Qualcosa si mosse nell’oscurità e lei si mise in ginocchio, con le braccia tese.


A volte una vigorosa leccata in faccia bastava a spazzar via i problemi.
La violenza dell’impatto la fece cadere all’indietro, in casa, ma non erano stati
i cani. La sagoma di un uomo apparve nella cornice della porta e Sarie rotolò su
un fianco, ritrovandosi in soggiorno.

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Lo sconosciuto si avventò su di lei, ma inciampò rovinosamente sul
pavimento di vecchia quercia, imprecando, mentre Sarie si sforzava di rialzarsi.
Il divano era lontano solo pochi metri; tentò di raggiungerlo, tuffandosi in
avanti quando l’uomo riuscì ad afferrarle un piede. Non cercò di mantenersi in
equilibrio, ma si lasciò cadere a terra mettendo davanti una mano per attutire
l’impatto.

C’era una fondina avvitata al telaio del divano, e dentro una delle tante armi
nascoste in tutta la casa. Non avrebbe commesso lo stesso errore di suo padre.
Le dita sfiorarono il metallo freddo, senza riuscire però ad aprire la fibbia di
sicurezza, mentre una mano le si avvinghiava con forza alla caviglia.

Sarie si girò di scatto sulla schiena e scalciò con violenza, cercando di colpire
l’altro all’inguine. Quasi per miracolo il piede nudo centrò l’obiettivo e l’uomo la
lasciò andare, sbraitando in un dialetto tribale a lei sconosciuto.
Il cuore le martellava furiosamente nel petto mentre si dirigeva a un tavolino.
Nel cassetto avrebbe trovato una minuscola calibro .22.

Non era l’arma ideale, ma poteva comunque fare effetto, se fosse riuscita a
colpirlo in faccia.
Ancora una volta, non fu abbastanza veloce e la mano l’abbrancò alla coscia.
Un attimo dopo si ritrovò sollevata a mezz’aria. Il ventilatore a soffitto era acceso
e lo sfiorò con la spalla mentre veniva scagliata oltre il divano. Atterrò su una
poltrona, che slittò all’indietro con un rumore di legno spaccato.

L’uomo, solo un’ombra nella stanza buia, le era quasi addosso, ma scivolò
sulle vecchie tavole di legno del pavimento, lucide e consunte da oltre un secolo
di viavai.

Isolata dal resto della casa, Sarie scattò verso l’isola al centro della cucina, su
cui teneva il ceppo portacoltelli, e ne prese uno al volo.
Girò su se stessa nel momento in cui l’aggressore le fu alle spalle, vibrando il
coltello e sentendolo penetrare nella carne. Ma un secondo dopo un avambraccio
muscoloso la bloccò alla gola, facendole battere la testa sul bancone rivestito in
piastrelle di ceramica. Si divincolò e cadde a terra, lottando per non perdere i
sensi mentre lui barcollava all’indietro, lo sguardo fisso sul manico del coltello
che gli spuntava dal fianco. Lei rimase a guardare quando lui lo estrasse,
stringendo i denti per il dolore. Era solo un coltellino per le verdure. Nella
concitazione, aveva preso la lama più piccola del set.
L’intruso l’assalì, lei cercò di non perdere l’equilibrio, ma non aveva neppure
la forza di alzare una mano per proteggersi dal coltello puntato contro di sé.

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Lui gridava, schizzandole in faccia la saliva, la scuoteva e le premeva la lama
sul collo.

«Smettila di urlare, fallo e basta» disse lei con voce distante.


L’uomo indietreggiò, furioso. Stava perdendo lucidità. Lasciò cadere il coltello
e prese una lampada da terra, sollevandola sopra la testa, esattamente come
aveva fatto suo padre nel sogno con la pala. Ma, anziché spaccargliela in testa,
esitò una frazione di secondo e la gettò sul pavimento.

Un attimo dopo la stava trascinando fuori di casa tirandola per i capelli,


mentre Sarie cercava di aggrapparsi all’avambraccio del suo assalitore.

La vista dei suoi cani morti sul vialetto d’ingresso la svuotò delle ultime forze
residue e non fece più resistenza quando lui la gettò sull’asfalto e la girò di
schiena. Non era quasi più in sé e percepì solo vagamente il rumore e la
sensazione del nastro adesivo avvolto attorno ai polsi.
Forse non avrebbe dovuto sopravvivere quella volta, tanti anni fa.
Forse, alla fine, il destino era tornato a prenderla.

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Capitolo 12

Camp Lejeune, North Carolina, USA

13 novembre, ore 18:26 GMT-5

Il dottor Ronald Blankenship spinse l’anta di una porta metallica e Jon Smith
lo seguì su un pianerottolo deserto dell’ospedale della Marina di Camp Lejeune.
«Allora, come mai Fort Detrick s’interessa a un SEAL convalescente?»
Non avendo ricevuto risposta, Blankenship si appoggiò al corrimano.
«Voglio dire, ho esaminato la cartella del ragazzo e, al di là dell’aspetto
malridotto, come se fosse stato centrifugato in una lavatrice assieme a delle palle
da bowling, non potrebbe stare meglio.
Neppure uno starnuto. Dunque perché mai i vostri cacciatori di virus
dovrebbero scomodarsi?»
Smith si limitò a un sorrisetto.
«Non guardarmi in quel modo, Jon. Sono qui per darti una mano, giusto?» Si
conoscevano da anni, avevano fatto insieme parte della specializzazione e
lavorato fianco a fianco nelle unità MASH, gli ospedali militari da campo, in tutto
il mondo. Smith lo aveva chiamato dall’aeroporto e gli aveva chiesto di fare in
modo che sul suo colloquio con il marine ricoverato fosse mantenuto il massimo
riserbo. Nessuno doveva saperne assolutamente nulla.

Per ironia della sorte, questa volta il problema non era il suo legame segreto
con Covert-One, bensì il suo lavoro ufficiale nell’USAMRIID, l’Istituto di ricerca
per le malattie infettive dell’Esercito degli Stati Uniti. Anche se i particolari
dell’operazione del SEAL erano classificati come top secret, era impossibile
nascondere allo staff medico che fosse stato in Africa. L’improvvisa comparsa di
un microbiologo militare, esperto di gravi epidemie e armi biologiche, poteva
destare qualche sospetto.

«Sì, mi stai dando una mano» rispose Smith. «Ma non c’è molto da dire, in
realtà. Secondo me è soltanto uno spreco di soldi pubblici.» Blankenship si
accigliò e si avviò su per le scale. «Sei di nuovo nei servizi segreti, non è così?»
«No.»
«Andiamo, Jon. Sono passato dai MASH a tre figli e una piscina che perde, per
quanto io continui a farla riparare. Sai qual è stata la cosa più eccitante che mi è
successa nell’ultimo mese? Mia moglie mi ha annunciato di avere intenzione di
lasciare il suo lavoro per fare l’artista a tempo pieno. E non intendo “eccitante”
nel senso buono del termine, capisci? Dammi almeno un piccolo indizio.
Raccontami come vive l’altra metà del mondo.» Smith scandì con calma la sua

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risposta. «Non sto lavorando per i servizi segreti militari, te lo giuro.»

«Ah… e questo marine non ha su di sé qualche microspia super segreta di cui


dovremmo sapere?» «Adesso stai diventando un po’ paranoico, Ron.»
Blankenship si appoggiò energicamente alla sbarra di apertura di una porta che
immetteva su un corridoio deserto. «Hai vinto, Jon. Come sempre, del resto.
Scendi e svolta a sinistra. È la seconda porta sulla destra.»
«Ti devo un favore, Ron.» Si strinsero la mano e Blankenship gli diede una
pacca sulla spalla.
«La prossima volta che vieni in città, beviamo qualcosa insieme.
Visto che non ti piace parlare del presente, ci ubriacheremo e rivangheremo i
bei tempi andati.»
«Buona idea. Magari facciamo anche un tuffo nella tua piscina, se c’è ancora
un po’ d’acqua dentro.» Il suo vecchio amico fece un sorriso più simile a una
smorfia e si richiuse la porta alle spalle mentre Smith si avviava lungo il
corridoio. Trovò la sala riunioni in cui il SEAL lo stava aspettando e si fermò con
la mano sulla maniglia, scorrendo mentalmente la lista delle domande che voleva
fargli e chiedendosi di nuovo come fosse meglio rivolgergliele.
Quando alla fine entrò, il giovane soldato fece per alzarsi in piedi.
«Riposo, tenente.»

Rivera ignorò il comando e, in precario equilibrio sulla gamba ingessata, gli


fece un perfetto saluto militare. «Buonasera, colonnello.» «Buonasera a lei.
Prego, si accomodi.»
Rivera si sedette e Smith prese l’unica altra sedia, posando il dossier
personale del marine sul tavolo che li separava. La descrizione di Blankenship, di
uno uscito da una centrifuga assieme alle palle da bowling, era del tutto calzante;
oltre alla vistosa ingessatura, il giovane aveva il volto contuso e punteggiato di
suture qua e là, e la spalla sinistra lussata e bloccata in un’imbragatura.

Ciononostante indossava una divisa modificata appositamente per adattarsi a


lesioni e ingessature, corredata di arma lucida e scintillante. Un vero soldato.
«La ringrazio per avermi incontrato con così poco preavviso» esordì Smith.
«Sarà stato difficile per lei.»
«Sì, signore.» «Ho già letto il suo rapporto, ma vorrei che mi raccontasse
cos’è successo.» «Tutta la mia squadra è stata trucidata» rispose il marine, con la
voce venata di amarezza. «Tranne me. Esistono dei filmati, ho saputo.
Dovrebbe procurarseli.»
Smith mantenne un’espressione impassibile e non disse niente. Alla fine
Rivera si sentì obbligato a rompere un silenzio che si stava prolungando troppo.

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«Una ragazza è arrivata di corsa lungo la strada, inseguita da altre persone.
Sembrava sapere della nostra presenza. Voleva essere aiutata. Portata in salvo.»
«Quelli però non erano soldati regolari…»
«Non come li intendiamo noi, signore. Avevano l’aria di essere stati presi a
casaccio in un villaggio, in un mercato o qualcosa del genere.»
«Erano armati?»
Rivera scosse la testa, pieno di vergogna. «Forse alcuni avevano dei bastoni,
non ne sono sicuro. Molti di loro non avevano neppure i vestiti. Erano coperti di
qualcosa che sembrava sangue…» La voce gli si spezzò e il suo sguardo si fece
assente.
«E lei ha fatto fuoco contro di loro» lo incalzò Smith.

«Non avevo intenzione di ucciderli, signore. Volevo solo allontanarli, per


poter battere in ritirata. Ma loro non indietreggiavano. Era come se non avessero
niente da perdere. Come se non si accorgessero nemmeno delle pallottole.» Fece
una breve pausa. «Mi hanno detto che lei sa chi siamo. Anzi, chi eravamo…»
«Il meglio delle nostre forze speciali, riunito in un corpo di élite.» «Proprio
così. E il più valido dei nostri era un ragazzo di nome Donny Praman. Giocava a
football nei campionati studenteschi dell’Ohio e, anche in base alla mia
esperienza, aveva qualcosa di sovrumano. Non si spaventava di nulla, non era
mai stanco, non si ammalava né si feriva mai. E poi ho visto una donna grassa
rincorrerlo e raggiungerlo senza alcuna difficoltà, facendolo sembrare un pivello.
Come è potuto succedere, colonnello? Lei può dirmelo?» «Temo di no. Però ho
intenzione di scoprirlo. Cos’è successo dopo, quando Praman è caduto?»
«Non lo so» rispose il giovane, in tono sempre più amareggiato. «Ero troppo
impegnato a correre.» Smith spostò lo sguardo sulla sua penna, facendola
rotolare avanti e indietro sul tavolo con l’indice. «Secondo lei sarebbe stato
possibile salvarli?»
Sentiva gli occhi di Rivera fissi su di sé, ma non alzò lo sguardo.
«Non ha importanza, signore.» «Non sono d’accordo. Se non c’era più nulla
da fare per loro, allora il suo compito era sopravvivere e fare rapporto.» «Fare
rapporto? Su cosa? Sul fatto che ho permesso a un branco di donne e bambini
disarmati di ammazzare i miei compagni? Che mi sono ritrovato in mezzo a
un’imboscata?»
«Si calmi, tenente.» «Lei mi sembra un vero duro, colonnello. Ma, con il
dovuto rispetto, è solo un medico. Non ha idea di ciò di cui stiamo parlando.»

Smith espirò piano. In realtà sapeva esattamente di cosa stavano parlando.


Aveva visto degli amici morire quando lui era riuscito a fuggire. Aveva passato
notti insonni a ripercorrere l’accaduto con gli occhi della mente, cercando di

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capire se avrebbe potuto agire in modo diverso. Ma le operazioni a cui aveva
preso parte erano coperte da un tale livello di riservatezza che, tecnicamente,
neppure lui era autorizzato a saperne di più.

«Avrei dovuto uccidere la ragazza» continuò Rivera, parlando quasi tra sé e


sé, lo sguardo fisso su una parete vuota. «Poteva riferire a Bahame della nostra
presenza. Ero io il responsabile dell’incolumità dei miei uomini, e mi sono tirato
indietro.»
«Uccidere una donna ferita senza avere ragione di credere che abbia un
collegamento con l’obiettivo è una decisione molto delicata, ragazzo. Al suo posto
nemmeno io l’avrei fatto.» «Non ha importanza cosa avrebbe fatto lei!» scattò
Rivera. «Ero io il comandante! Quella troia sarebbe probabilmente morta
comunque. E per dare a lei poche ore di vita in più, ho dovuto assistere al
massacro dei miei uomini. E poi sono scappato via, e non certo per tornare qui e
fare rapporto. Non ho neppure tentato di far fuori quegli assassini.
Vuole sapere perché sono scappato? Perché ho visto quelle persone.
Le ho guardate negli occhi e mi sono fatto prendere dal panico!»
«Adesso basta!» esclamò Smith, battendo forte i palmi delle mani sul tavolo.
Rivera ansimava, sconvolto, e una delle ferite sulla fronte stava iniziando a
riaprirsi, creando un sottile rivolo rosso tra il naso e il sopracciglio.

Il cellulare di Smith squillò in quell’istante. Era Klein.


«La smetta! Non ho tempo per i suoi piagnistei» disse, alzandosi.
«Adesso devo rispondere al telefono. Nel frattempo lei ripenserà ai particolari
omessi nel suo rapporto che potrebbero essermi utili per capire cos’è accaduto a
lei e ai suoi uomini. Siamo intesi, tenente?»

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Capitolo 13

Provincia del Capo Occidentale, Sudafrica

14 novembre, ore 01:57 GMT+2

Il tachimetro del Land Cruiser segnava centocinquanta chilometri orari


quando i fari illuminarono l’indicazione della curva pericolosa a sinistra. Dembe
Kaikara schiacciò il freno e girò il volante mentre le ruote stridevano per
mantenere la presa sulla strada.
Quella puttana l’aveva ferito!

Teneva la mano sinistra premuta sul profondo taglio sul fianco e sentiva il
sangue gocciolargli tra le dita. Non era grave, ma gli faceva male ed era sempre
più furioso.

La strada diventò rettilinea e lui tolse la mano dal volante, chiudendola a


pugno e battendola forte sul cruscotto. Gli ordini erano di portarla al punto
prestabilito senza farle del male. E, come sempre, se avesse disobbedito sarebbe
stato severamente punito.
Ma quella coltellata le sarebbe costata cara. Di sicuro Bahame sarebbe stato
d’accordo: aveva il diritto di essere risarcito. L’avrebbe tenuta in vita per fare di
lei ciò che voleva.

Un’auto comparve in senso opposto e Kaikara rallentò mentre i veicoli si


incrociavano, gettando un’occhiata al sedile posteriore e alla donna legata e
immobile. Aveva ripreso i sensi e gli restituì uno sguardo di sfida.

Quella fierezza non sarebbe durata a lungo. Presto la rabbia si sarebbe


trasformata in terrore. Con le sue belle labbra l’avrebbe implorato di smettere,
offrendogli qualunque cosa volesse. Dopo un po’ facevano tutte così.

Si concentrò di nuovo sulla guida, accelerando leggermente. La strada era buia


e scrutò il ciglio alla ricerca di un posto appartato e nascosto alla vista di
eventuali macchine di passaggio. Un posto dove nessuno potesse disturbarli.

Sarie rinunciò a cercare di allentare il nastro adesivo intorno ai polsi.


Era abbastanza lucida da sapere che avrebbe finito soltanto per ferirsi.
Cosa voleva quell’uomo? Le irruzioni violente erano frequenti in Africa, ma di

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certo lui non era entrato per rubare. Non aveva preso nulla, se non il Land
Cruiser, un mezzo decisamente comodo per trasportare un ostaggio.

Anche l’aggressione sessuale era diffusa in Sudafrica, ma perché quella


messinscena così complicata? La sua casa era in mezzo al nulla e lui poteva
contare sulla sua forza.
No. C’era qualcos’altro. Com’era riuscito a entrare dal cancello e neutralizzare
il sistema di allarme? Le venne da piangere al pensiero dei suoi cani, ma ricacciò
indietro le lacrime. Non ne aveva il tempo.

Non riusciva a immaginare cosa avesse in mente quell’uomo, ma lei ora


temeva per la propria vita. Se c’era un momento giusto per farsi venire una buona
idea, era quello.

L’uomo si sporse dal finestrino aperto e frenò all’improvviso, facendo


sobbalzare il veicolo in modo che lei rotolasse nello spazio tra i sedili.
Si girò di scatto, afferrandola per i capelli con una mano imbrattata di sangue.
Le gridò contro, con voce meno collerica, ora; Sarie non riusciva a capire le
parole, ma la ragione di quel raddolcimento era chiara. Aveva vinto lui. E adesso
era pronto a prendersi la sua ricompensa.

Il rumore della ghiaia sotto le ruote lo obbligò a riportare l’attenzione sulla


strada; continuò a parlare mentre guidava, rallentando ogni tanto e affacciandosi
dal finestrino, come se stesse cercando qualcosa.
Nel frattempo, Sarie premette la schiena contro il sedile anteriore e infilò le
mani sotto l’imbottitura. La lezione della morte di suo padre non era rimasta tra
le mura di casa.

Riusciva a toccare la pistola nascosta solo con la punta delle dita: la fondina
era posizionata in modo da poter essere raggiunta dal posto di guida, non con le
mani bloccate dietro la schiena dal nastro adesivo.
Facendo leva sulle ginocchia, strinse i denti e provò ad allungare ancora un
po’ le braccia. Aveva la sensazione che le spalle fossero sul punto di uscire dalle
articolazioni, ma ancora non era sufficiente.

Il suo rapitore lanciò un urlo di gioia e frenò di nuovo con violenza,


spingendola con tutto il peso contro il sedile anteriore: l’improvvisa
decelerazione le consentì di mettere una mano sulla pistola e di aprire la fondina.
L’uomo ingranò la retromarcia e lei riuscì a prendere l’arma, ma il mirino si era

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incastrato nelle molle del sedile.

Cercò di tirare per liberare la pistola, ma si rese conto di essere giunta al


limite: un altro movimento e il braccio si sarebbe spezzato.
Un’ondata di disperazione la invase; cercò di non pensarci, puntando le
ginocchia contro il sedile posteriore. Bastava solo una spinta. Una sola. Non
sarebbe stata la prima volta che si rompeva un braccio e di certo una frattura
sarebbe stata preferibile a quello che aveva in mente il suo aggressore.
Al tre, si disse mentalmente. Uno… due…
Le ruote sprofondarono in un solco quando l’auto si allontanò dalla
carreggiata. Il sobbalzo improvviso fu seguito dal colpo di pistola e dall’odore acre
della polvere da sparo.
Dalla sua posizione, non aveva modo di sapere dove fosse finito il proiettile;
poteva aver attraversato il sedile senza provocare altri danni, invece l’abitacolo fu
invaso da un lamento che sovrastava il ronzio nelle sue orecchie.

Era stato colpito. Grandioso. Però non era morto, e questo non era grandioso
affatto. Anzi. In ogni caso, doveva muoversi da lì.
Aprire la portiera con un dito risultò più semplice di quanto pensasse, uscire
da sotto il sedile lo fu molto meno. Si divincolò con forza, sentendo la brezza
fresca sulla pelle mentre avanzava, centimetro dopo centimetro, verso l’agognata
libertà.

Sul sedile di guida il dolore si era trasformato in collera cieca. Nel momento
in cui posò un piede sul terriccio, Sarie udì armeggiare sulla maniglia sopra la sua
testa, e subito dopo un grugnito di frustrazione quando l’uomo scoprì che la
portiera era bloccata.

Non gli venne in mente di passare da quella aperta e fracassò il vetro con il
gomito, mentre Sarie cercava con tutte le sue forze di tirarsi fuori dall’auto,
puntando i talloni contro il predellino.

Troppo tardi. Di nuovo quella mano che la tirava per i capelli, e un attimo
dopo le schegge acuminate del finestrino le si stavano conficcando nella schiena.
Con uno strattone riuscì a liberarsi e a spingere l’uomo verso la strada.
Il suo aguzzino cadde rovinosamente sull’asfalto, ma riuscì comunque a
rimettersi in piedi. Alla luce della luna si guardò la gamba destra: il tessuto jeans
era diventato di un nero lucido, impregnato di sangue.

Era impossibile capire se il proiettile l’avesse colpito alla coscia o nella natica,
ma in entrambi i casi sarebbe stato molto più lento rispetto a prima.

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Anche lui era giunto alla stessa conclusione, e mise la mano alla cintura, alla
ricerca di qualcosa: Sarie decise che era meglio non aspettare per vedere cosa
fosse. Corse oltre un rosaio fiorito, sul limitare di un filare di viti, sforzandosi di
non cadere, con le mani ancora legate dietro la schiena e a piedi nudi.
Il primo proiettile attraversò il fogliame alla sua destra e lei lo schivò,
spostandosi a sinistra. Il secondo le passò abbastanza vicino da sfiorarle la testa,
ma si era già addentrata parecchio nel vigneto e la mira dell’uomo diventò più
incerta.
Infine cadde a terra in un piccolo avvallamento, respirando forte mentre
ascoltava l’uomo svuotare il caricatore nella sua direzione.

Rimase immobile, aspettando di sentire da un momento all’altro il rumore


dell’inseguitore alle sue spalle; invece, udì in lontananza delle voci gridare
qualcosa in afrikaans. Un attimo dopo il Land Cruiser ripartì con un rombo,
slittando e stridendo sull’asfalto mentre un gruppo di viticoltori si avvicinava da
est, elencando con voci concitate i tipi di fucili che imbracciavano, un monito per
chiunque osasse mettere in dubbio la loro risolutezza.
Sarie sentì le ultime forze abbandonarla e appoggiò la fronte sulla terra
umida. Ce l’aveva fatta un’altra volta. Era ancora viva.

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Capitolo 14

Camp Lejeune, North Carolina, USA

13 novembre, ore 19:32 GMT-5

Jon Smith camminava lungo il corridoio deserto, sbirciando nelle stanze


vuote mentre parlava al telefono.
«Hai scoperto qualcosa di interessante?» gli chiese Fred Klein.
«Il colloquio non è iniziato benissimo. Il ragazzo è molto scosso.» «È
comprensibile.» Girò l’angolo e individuò una sala ristoro dove c’era un
frigorifero.
«Tu invece? Hai novità?»
«Non molte. Pare ci siano notizie su attacchi simili. La fonte è un medico
ebreo, fuggito in Africa durante la Seconda guerra mondiale.» «È ancora vivo?»
«Ne dubito, ma sto cercando conferme e vorrei trovare il suo ultimo indirizzo
noto in Uganda.»

«Abbiamo qualche supposizione sulle cause di questo comportamento, al di là


di quelle più ovvie? Magari un agente biologico o chimico?»
«Non ancora, è un filone sul quale stiamo indagando da poco.
Continueremo a cercare. Se lì c’è qualcosa, lo scopriremo.»
Smith entrò nella sala ristoro e aprì il frigo. Fece per prendere due lattine di
Coca-Cola, prima di vedere una confezione di sei birre in fondo.
«Chiamami quando hai terminato il colloquio» continuò Klein. «Non ti
preoccupare se è tardi. Voglio essere informato.»
«Ti aggiornerò sulla strada per l’aeroporto.» Chiuse la telefonata e prese due
birre, lasciando in cambio una banconota da dieci dollari.
Non era stato facile trovare un apribottiglie, ma riuscì a rimuovere i tappi
facendo leva sul bordo di un armadietto e uscì di nuovo in corridoio. Doveva fare
di meglio, portare Rivera al punto. Il problema era come.

Smith era più vecchio di lui e forse aveva più esperienza, ma non sapeva se
avrebbe reagito in modo diverso al suo posto. Aveva visto persone morire per le
ferite mentre lui cercava con tutte le sue forze di salvarle, non aveva potuto fare
niente quando la donna che amava era stata uccisa da un virus creato da un pazzo
criminale. E aveva deliberatamente mandato uomini e donne in battaglie che già
si presagivano impossibili da vincere.

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Non si era mai del tutto preparati ad affrontare quel genere di situazioni. Al
massimo si poteva cercare di scacciare il pensiero la sera, prima di dormire, in
modo da potersi ritagliare qualche ora di sonno senza gli onnipresenti fantasmi.
Aprì la porta della sala riunioni, tenendo le birre davanti a sé come un bottino
di guerra. «Guardi cosa ho…»
Le parole gli morirono in gola quando Rivera alzò lo sguardo dalla pistola
posata sul tavolo davanti a sé.

Smith lasciò cadere le bottiglie, e si era già avventato sul tavolo quando
andarono in frantumi. Aveva dei riflessi prontissimi in confronto alla maggior
parte degli uomini della sua età. Ma quelli di Rivera erano ancora più allenati.
Il SEAL afferrò la pistola e se la puntò sotto il mento, premendo il grilletto
nell’istante stesso in cui Smith lo raggiungeva.

Il proiettile gli sfondò il cranio e i due uomini caddero sul pavimento, fra
schizzi di sangue e di materia cerebrale.
La reazione immediata di Smith fu di controllare se c’era polso.
Ovviamente era inutile. Si lasciò scivolare con la schiena contro la parete e
cominciò a sbatterci la testa.
Aveva sbagliato tutto. Era talmente concentrato sulla missione che gli era
stata assegnata, barricato dietro i suoi preconcetti, da ignorare i segnali, ora così
evidenti.

Il sangue usciva copioso dal corpo del giovane, scorrendo sul pavimento fino a
formare una chiazza attorno a un piede di Smith. In situazioni del genere un
dettaglio si fissa nella mente con più forza degli altri, un ricordo che non ci si
riesce a staccare di dosso, nemmeno dopo molti anni. Stavolta sarebbe stato
l’odore di quella maledetta birra.

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Capitolo 15

Langley, Virginia, USA

14 novembre, ore 09:01 GMT-5

Quando Drake entrò, Brandon Gazenga era intento a scorrere i fogli che aveva
in grembo.
«Buongiorno, signore.» Drake annuì e si sedette, rompendo il sigillo su una
cartellina con scritto STRETTAMENTE CONFIDENZIALE ed esaminandone con
rapidità il contenuto. «È già terminata?»
«Sì, signore. La considererei una versione definitiva. Manca soltanto la sua
firma e quella di Dave.» I genitori di Gazenga erano arrivati dal Congo quando lui
aveva solo sei anni, trasformandosi ben presto nella perfetta incarnazione del
sogno americano. Il padre si era dedicato al ramo della ristorazione, iniziando
come lavapiatti fino a diventare proprietario di una catena di locali specializzati
in cucina tipica africana.
Nonostante vita e lavoro radicati nella nuova patria, i genitori di Brandon non
gli avevano mai permesso di dimenticare le sue origini.

Parlava molto bene kituba e da ragazzo, ogni anno, trascorreva almeno un


mese con i suoi cugini a Kinshasa.
Questa caratteristica, insieme a una laurea in Studi internazionali a Yale,
avevano fatto di lui il tipo ideale per essere reclutato dalla CIA.
Da quando era stato assunto si era sempre comportato in modo impeccabile,
diventando uno dei principali analisti della situazione centrafricana dell’Agenzia,
sebbene fosse ancora molto giovane.

Drake, tuttavia, non l’avrebbe mai cooptato nelle operazioni clandestine solo
sulla base di tali qualifiche. Era la personalità di Gazenga a fare la differenza.

Il ragazzo era ancora molto legato a una cultura rigidamente gerarchica e


aveva passato la vita a servire un padre autoritario; la sua recente perdita lo aveva
lasciato allo sbando. Per di più, il tempo trascorso in un luogo come Kinshasa,
martoriato dalla povertà, aveva sviluppato in lui una profonda gratitudine nei
confronti dell’America per le grandi opportunità che gli aveva offerto. Tutti questi
fattori lo avevano reso quanto mai esposto alla manipolazione da parte delle
figure da lui ritenute superiori.

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«Quindi il presidente e i suoi collaboratori la troveranno soddisfacente?»
Gazenga si asciugò di sfuggita un velo di sudore all’attaccatura dei capelli.
«Penso di aver esposto le migliori argomentazioni possibili, signore.
Al di là dei video, sui raid di Bahame ci sono solo i resoconti dei sopravvissuti,
inaffidabili e ammantati di leggenda. Li ho analizzati nei primi paragrafi,
ponendo l’accento sull’alto livello di superstizione e sulle discrepanze nei
racconti dei testimoni oculari. Il resto è costituito per lo più dalle opinioni degli
psicologi e da descrizioni di fenomeni analoghi occorsi nella storia, con un
approfondimento su Pol Pot e la brutalità con cui ha sottoposto dei bambini al
lavaggio del cervello perché organizzassero il genocidio in Cambogia. Concludo
con una descrizione dei rituali africani che in qualche modo richiamano
l’accaduto, come la scarificazione e l’usanza dei guerrieri di cospargersi di sangue
di vacca prima di andare in battaglia.»
«E gli iraniani?» «Come può immaginare, non ne parlo nella relazione da
consegnare al presidente, ma ho inserito il materiale nell’ultima pagina della sua
copia, sotto forma di domande e risposte. Ho vagliato ogni singola informazione
in possesso dell’intelligence che possa collegare gli iraniani a Bahame e ho
segnalato delle possibili risposte nel caso il presidente ipotizzi il legame e le
ponga delle domande. Non è stato molto difficile. È uno dei punti deboli dei
servizi segreti.»
Drake esaminò rapidamente la parte dedicata all’Iran e lanciò il dossier sulla
scrivania. «Hai fatto come sempre un lavoro eccellente, Brandon. D’altronde
ormai me lo aspetto da te.» Gazenga sorrise, un po’ a disagio, e si asciugò di
nuovo la fronte.
«Grazie, signore.» Drake lo guardò accigliato sopra le lenti da presbite,
consapevole della necessità di mantenere il suo ruolo di sostituto del padre
perduto. «C’è qualche problema?»

Negli occhi del giovane balenò un vago timore. «No, signore. Perché dovrebbe
esserci un problema?» «Perché si tratta di un incarico difficile. Ma questo è il
nostro lavoro.
Castilla è un uomo intelligente, però è un politico. Io lavoravo nei servizi
segreti già da quindici anni quando lui decise di lasciare il suo studio legale ed
entrare in politica. Siamo noi gli esperti e abbiamo il dovere di proteggere il Paese
– entro certi limiti, si capisce – dagli influssi e dalle lobby del Congresso e della
Casa Bianca.»
«Sì, signore, lo so.» C’era qualcosa che il suo tono sicuro non riusciva a celare
alla perfezione. Il dubbio.
«Tu hai visto le stesse cose che ho visto io, Brandon: le forze militari e i
servizi d’intelligence stanno diventando sempre più politicizzati e burocratici.
Quelli che dovrebbero guidare il Paese preferiscono dedicarsi a questioni ben più
frivole, solo per assecondare le loro smanie di protagonismo. Questa situazione ci

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sta spingendo al collasso un’altra volta. L’America viene mantenuta in vita
artificialmente e, per quanto detesti ammetterlo, è l’energia proveniente dal
Medio Oriente a infonderci nuova linfa. Senza quella, il nostro Paese muore.»
«Sono d’accordo, signore» commentò Gazenga, ma Drake non era convinto e
decise di arrivare al punto.
«Riesci a immaginare cosa succederà se permettiamo all’Iran di
modernizzarsi e di produrre armi nucleari? Non saremmo in grado di contrastare
la sua influenza in Medio Oriente e finiremmo per competere con il resto del
mondo in una gara umiliante a chi è più bravo a baciare il culo ai persiani. Ci si è
presentata un’opportunità, Brandon, ma dobbiamo agire in fretta. Dobbiamo far
capire ai politici che anche se l’esercito americano non è in grado di riformare
una nazione, resta comunque il nostro strumento punitivo per eccellenza.»
Gazenga annuì e sembrò riacquistare la sua consueta risolutezza. Ma quanto
sarebbe durata? Drake stava cominciando ad avvertire i limiti della sua influenza
sul giovane e la cosa lo preoccupava molto.
«Bene. Per ora è tutto, Brandon. Esaminerò la tua relazione stasera e ti
chiamerò se dovessi riscontrare qualche problema.»
Gazenga era visibilmente sollevato per essere stato congedato e si allontanò
dall’ufficio. Un momento dopo si aprì una porta laterale ed entrò Dave Collen.
«Hai già avuto modo di leggerla?» esordì Drake, battendo l’indice sulla
cartellina posata sulla scrivania.

«Sì, Brandon me l’ha inviata stamattina. È un lavoro molto accurato, come al


solito. Diavolo, ha quasi convinto anche me.» Drake annuì piano, fissando lo
sguardo su un riquadro di parete vuota davanti a sé.

«Potrebbe porre fine ai nostri problemi con Castilla» osservò Collen.


«Perché hai l’aria così afflitta?» «Si tratta di Brandon. Comincio a intravedere
delle crepe.» «Così gravi da richiedere un intervento immediato?»

«No. Non ancora. Ma forse potrebbero diventare un ostacolo prima di quanto


avevamo previsto.»

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Capitolo 16

Nei dintorni di Bloemfontein, Sudafrica

14 novembre, ore 16:20 GMT+2

Dembe Kaikara fece una smorfia di dolore quando la vecchia Volkswagen


sobbalzò su una buca profonda, e il proiettile conficcato nella sua coscia finì
contro l’osso. La ferita sul fianco non sanguinava più, ma quella alla gamba era
molto più grave. La striscia di stoffa legata poco sopra il foro di entrata era così
stretta che gli aveva fatto perdere la sensibilità del piede sull’acceleratore, e
nonostante quello il sedile era inzuppato di sangue.

La stretta strada sterrata attraversava un agglomerato di baracche costruite


con materiali di recupero, vecchi cartelloni stradali, lamiere, assi di legno e fil di
ferro. Alcune persone sedevano all’ombra, gettando occhiate distratte al suo
passaggio e voltando poi subito la testa. Era il tipo di posto in cui, se non si
imparava in fretta a badare agli affari propri, non si raggiungeva l’età adulta.

Gli girava la testa a causa dell’emorragia e faticava a ricordare le indicazioni


memorizzate prima di lasciare l’Uganda. Alla fine scorse sulla destra una cisterna
dell’acqua rovesciata e vi si diresse lentamente, portando l’auto fuori dalla
carreggiata, su un terreno arido e pieno di crepe.

Aveva pensato di scappare, ma dove? Era entrato in Sudafrica illegalmente e


se fosse andato in ospedale avrebbero denunciato alla polizia la ferita d’arma da
fuoco. Senza dubbio, la van Keuren a quel punto aveva già chiamato la polizia e
magari lo stavano già cercando.

Non temeva l’espulsione o il carcere; aveva passato di peggio, sin da quando


era bambino. No, la sola cosa al mondo che lo terrorizzava era Caleb Bahame.
Non c’era modo di sfuggirgli. Lui vedeva tutto. E avrebbe mandato i suoi demoni
a cercarlo.

Kaikara fermò la macchina di fronte a un gruppo di uomini seduti sui cofani


di una fila di auto di lusso tirate a lucido, del tutto fuori luogo in mezzo a quella
desolazione. Riconobbe solo il volto affilato e pieno di cicatrici di Haidaar, uno
dei seguaci più fidati di Bahame.
Gli altri erano trafficanti di droga nigeriani, con il compito di controllare i

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villaggi circostanti; sapevano come fare affari senza attirare l’attenzione della
polizia sudafricana. Appoggiate ai paraurti c’erano armi di diverso tipo e alcuni
machete insanguinati.

Quando fece per scendere dalla macchina gli si annebbiò la vista e quasi cadde
a terra. Riuscì ad aggrapparsi alla portiera, con il sangue che gli scorreva lungo la
gamba. I nigeriani risero mentre Haidaar si avvicinava e Kaikara cercava di
trovare il coraggio di guardarlo in faccia.
«Cosa ti è successo?» «La donna aveva una pistola. Mi ha sparato.»
I nigeriani risero di nuovo. Probabilmente pensarono che quella disgrazia
andasse celebrata con dell’alcol, perché cominciarono a passarsi una bottiglia di
liquore.

«Sto perdendo sangue da ore» continuò Kaikara con un filo di voce.


«C’è qualcuno qui che può aiutarmi?» Haidaar gli rivolse un ghigno di
disgusto e aprì lo sportello posteriore della macchina. Quando alzò la coperta
stesa sul sedile, fece un passo indietro, titubante. «Cosa significa?»
Kaikara guardò i corpi della giovane coppia a bordo dell’auto di cui si era
impossessato. «La van Keuren mi è sfuggita. Ho dovuto liberarmi della sua
macchina…» Haidaar restò in silenzio per un momento, incredulo. L’accenno di
paura comparso sul suo volto si trasformò in un attimo in collera.
Afferrò Kaikara per la nuca, facendogli perdere l’equilibrio e scaraventandolo
a terra, tra i numerosi rifiuti sparsi.

«L’hai persa?» urlò. «Hai permesso a una donna di farti questo e poi te la sei
lasciata scappare?» Kaikara cercò di rimettersi in piedi, ma era troppo debole.
Ebbe la forza soltanto di alzare le mani, nel patetico tentativo di difendersi.
«Aveva una pistola. È riuscita a fuggire. Io…»
Haidaar gli assestò un calcio nel fianco, facendolo rotolare prono, e poi
schiacciò il piede sulla ferita nella coscia. «Non è molto lontano dal tuo culo, eh,
Kaikara? Magari eri tu, quello che scappava.» I nigeriani avevano smesso di
ridere e di bere e li avevano circondati, le armi in pugno. Uno di loro si fece avanti
col machete e Kaikara implorò, in preda al panico: «No! Stavo guidando! Quella
puttana aveva nascosto la pistola sotto il sedile. Lei…».

Il machete si sollevò in aria e Kaikara cercò di allontanarsi strisciando, ma il


dolore e l’emorragia lo rallentavano, rendendo quasi grottesco il suo tentativo di
fuga.

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«Basta così!» sentì gridare Haidaar. «Trovategli un dottore.» «Cosa?» fece
uno degli uomini. «Perché vorresti lasciare in vita questo inutile pezzo di merda
un minuto di più?» «Perché non intendo essere io a dire a Bahame che non
abbiamo la donna.»
Kaikara comprese all’improvviso la gravità del suo fallimento. «No!
Non è stata colpa mia. Non ho mai deluso Bahame.» «Chiudi la bocca!» urlò
Haidaar, colpendolo con un altro calcio, anche se meno violento. A quel punto la
sua stessa sopravvivenza era in pericolo, ma se non portava a Bahame qualcuno
su cui potesse sfogare la sua furia, la sua fine sarebbe stata inevitabile.

«Muovetevi!» ringhiò Haidaar. «Trovate un dottore!» Kaikara provò di nuovo


a scappare, strisciando dolorante verso una fogna a cielo aperto, mentre i
nigeriani discutevano animatamente.
Forse sarebbe riuscito ad annegarsi. Oppure a trovare un pezzo di vetro da
conficcarsi nel cuore. Non poteva permettere di essere riportato in Uganda da
Bahame.
«Noi trasportiamo cose e persone oltreconfine» protestò uno degli uomini.
«Non siamo un ospedale.»

«Benissimo» rispose Haidaar. «Allora chiamerò Caleb e gli dirò che non siete
in grado di eseguire un semplice ordine. Vi ha pagato per niente!» Ci fu un breve
silenzio, quindi scoppiò una disputa tra i nigeriani, ma Kaikara non riuscì a capire
cosa dicessero. La sua mano cadde su un pezzo di filo spinato. Non provò dolore,
solo esultanza. Lo tirò per liberarlo dal paletto mezzo marcio attorno al quale era
avvolto e se lo avvicinò alla giugulare. Uno squarcio profondo, e nessuno avrebbe
più potuto salvarlo. Sarebbe stato libero.
Il metallo arrugginito gli aveva appena sfiorato la pelle quando qualcuno
glielo strappò di mano e lo trascinò verso le automobili.

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Capitolo 17

Contea di Prince George’s, Maryland, USA

16 novembre, ore 14:48 GMT-5

«In nome di Dio, cosa sta succedendo qui?» esclamò Fred Klein bloccandosi
sulla soglia. Il massiccio schieramento di computer e megaschermi a parete di
Covert-One era spento e buio, le spine staccate dalle prese di corrente.

Jon Smith terminò di fissare con il nastro adesivo un sacco della spazzatura
sull’obiettivo della videocamera di controllo sopra alla sua testa e saltò giù dalla
sedia su cui era salito. «Marty è l’informatico migliore del mondo. Però soffre di
curiosità ipertrofica.
Meglio non averlo collegato.» «È solo una videoconferenza, Jon. Il nostro
sistema è completamente isolato e protetto da avanzati mezzi di sicurezza. Siamo
inattaccabili.»
«Fidati, nel suo caso è come sventolare il drappo rosso di fronte al toro.
L’unico modo per garantire la segretezza dell’attività tua e di Covert-One è
rinunciare alla tecnologia.»

Klein alzò le spalle ed entrò, scrutando Smith in volto con una strana
intensità. «Tu come stai, Jon? Quello che è successo a Rivera è stato orribile. Ma
non è stata colpa tua, lo sai, vero?»
Smith fece un sorriso tirato. In realtà non ne era così sicuro. Sarebbe stato
meglio concedere al giovane SEAL un po’ di tempo, anziché precipitarsi da lui con
tutte quelle domande. O forse lui sarebbe dovuto arrivare un attimo prima. Forse,
a quel punto, Rivera sarebbe stato ancora vivo.

«Sì, sto bene, Fred. Grazie per avermelo chiesto.» «Okay. Siamo pronti,
allora?» «Ci siamo quasi.»
Smith si sedette di fronte a una piccola scrivania e aprì un computer portatile
nuovo di zecca, coprendo con il nastro adesivo la videocamera integrata e
collegandolo a uno dei megaschermi della sala. Inserì una pendrive da tre giga
per collegarsi a Internet senza usare la rete di Covert-One e diede l’avvio.

Al posto della consueta schermata di login comparve un’immagine a tutto


schermo del malefico clown del film It, tratto dal romanzo di Stephen King.
«Dove sei stato, Jon?» disse It. «Ti sto aspettando da almeno un anno.»
Smith si fece serio quando il volto del clown si trasformò nel faccione gonfio e

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incorporeo di Marty Zellerbach. Come aveva fatto?

«Mi dispiace, amico. Ho dovuto occuparmi di alcune questioni.» «Cosa?


Dovevi pulire il forno? Mi stai prendendo in giro? Hai visto questo video? È una
cosa pazzesca! E se lo dico io…» Lui e Zellerbach si conoscevano dai tempi della
scuola elementare; già da piccolo quello strano ragazzo aveva iniziato a
manifestare sia la propria straordinaria intelligenza sia l’instabilità mentale con
la quale continuava a lottare. Erano diventati amici, e Smith aveva imparato le
astuzie del combattimento corpo a corpo per difendere quel genio inerme da chi
scambiava i suoi disturbi mentali per mancanza di rispetto.

«Ehi, ma non riesco a vederti, Jon. Cos’è successo alla videocamera?»


«Dev’essere guasta.» L’espressione sul volto di Zellerbach si fece perplessa.
«Dovrebbe funzionare tutto, però vedo solo uno schermo vuoto. Aspetta, lo
sistemo.» «Non ha importanza, Marty. La conosci, la mia faccia.»
«Ma non dovrebbe esserci nessun guasto» protestò. «Non riesco a capire.
Non mi piegherò a una stupida webcam. Né adesso né mai.» «Marty!
Concentrati, okay? Alla webcam penseremo dopo. Cosa mi dici del video?» «Il
video. Sì! Il video. Orripilante! Affascinante! Non ho mai visto riprese del genere
prima d’ora. Riesci a immaginare…»

«Hai scoperto qualcosa?» «Ma per chi mi hai preso? Certo che sì. Allora…
adesso vivi nella Contea di Prince George’s?» Klein sollevò le sopracciglia e gettò
un’occhiata nervosa alle videocamere interne coperte dai sacchi della spazzatura.
Smith si rivolse a Zellerbach: «No, mi trattengo solo oggi pomeriggio. Ma
torniamo al video…».

«Giusto.» La faccia dell’informatico scomparve per lasciare il posto a uno


degli uomini di Rivera atterrato da una donna imbrattata di sangue. Le immagini
erano cruente, molto nitide e dettagliate. Smith dovette sforzarsi di non
distogliere lo sguardo quando la donna cominciava a picchiare e dilaniare il
soldato che si dibatteva.

«Hai notato con quale velocità l’ha raggiunto?» osservò Zellerbach.


«Praman sembrava quasi muoversi al rallentatore.» Klein gli scoccò
un’occhiata severa e Jon alzò le spalle in segno di impotenza. Non aveva rivelato
a Zellerbach chi fossero gli uomini nelle riprese né altri particolari, limitandosi a
spiegargli a grandi linee cosa gli interessava che analizzasse. Lo svantaggio, nel
rivolgersi al miglior informatico sulla piazza, era trovarsi di fronte alle sue
scoperte, cose che forse sarebbe stato preferibile non sapere.

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«Già, Marty. Difficile non notarlo. Magari era ferito, o forse solo stanco per
l’inseguimento e la corsa.» «Au contraire, mon frère. Quel tipo correva come un
indemoniato.
Sapevi che era tra i migliori ricevitori della nazione, quand’era al liceo?
Avrebbe potuto frequentare qualunque università e probabilmente sarebbe finito
tra i professionisti. Cheerleader. Super modelle. Lamborghini. Ma, per qualche
imperscrutabile motivo, lui voleva fare il soldato.»
«Dio solo sa perché una persona dovrebbe essere tanto stupida da voler
entrare nell’esercito» commentò Smith con voce stanca.
«Secondo me neppure Dio poteva immaginarsi una cosa del genere.
In sostanza, è la donna a essere troppo veloce.» «Cosa intendi con “troppo
veloce”?»
«Ho fatto delle simulazioni e quella velocità è incredibile.» «Le simulazioni
non sono mai precise al cento per cento.» «Non sai quanto ti sbagli. Ma sapevo
che avresti obiettato, quindi ho creato una mappa in 3D e l’ho inviata ad alcuni
miei collaboratori.
Loro l’hanno riprodotta sotto forma di percorso a ostacoli su un terreno di
mia proprietà, nella West Virginia.» «Cos’hai fatto?»
«Ho ricostruito quel pezzo di foresta.» «Ma se hai avuto il video solo tre
giorni fa…» «Lo dicono anche nel mondo delle corse automobilistiche. La
velocità costa cara. Quanto forte vuoi andare? Comunque. Dove mando la
fattura? Direttamente a te?»

«Certo, Marty. Va benissimo.»


«Okay. Poi ho chiesto al primatista di corsa veloce dell’Università della West
Virginia di fare il percorso. Dopo varie prove, ho cronometrato il suo tempo
migliore.» «E allora?» Una griglia di linee verdi si sovrappose al video e le
immagini ripartirono, con il velocista rappresentato da una figurina stilizzata.
Era appena più rapido di Praman, ma decisamente più lento della donna.

«Non può essere vero, Marty.» «Sono d’accordo, non può essere. Ma è così.
Quella donna, sovrappeso, correndo su un terreno sconnesso, sembra avere
appena stabilito il record mondiale dei cinquanta metri.»
Smith si mordicchiò l’unghia del pollice. Non era quello che avrebbe voluto
sentire. «E cosa mi dici del sangue?» «Non è spalmato sui corpi, se è questo che
mi stai chiedendo.» Lo schermo si oscurò per un attimo e comparve l’immagine
di un nero a torso nudo che correva verso la videocamera.

«Guarda: il sangue parte dalla testa, gli scorre uniformemente sul torace e si
raccoglie attorno alla cinta dei pantaloni. Allora ho pensato di fare un’altra
simulazione: ho alzato il riscaldamento nel soggiorno di casa mia, ho acceso un

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umidificatore per ricreare le presunte condizioni atmosferiche di quel giorno, in
Uganda, mi sono ricoperto di sangue e mi sono messo a correre.»

Smith aggrottò le sopracciglia immaginando Marty Zellerbach mezzo nudo


mentre si strizzava sulla testa una costata di manzo e si metteva a saltellare con
tanto di inalatore. Una scena agghiacciante.

«Sai, Jon, questa cosa della sperimentazione fisica è davvero divertente.


Secondo me voi microbiologi non la apprezzate perché siete un po’ ottusi, sempre
chini sui vostri microscopi. Ma adesso sto cominciando a subirne il fascino.»
«Sono felice di sentirlo. Cos’hai scoperto?» «Quando inizi a sudare, il sangue
si diluisce e scorre via. Questo mi porta a pensare che quel sangue venisse dal
cuoio capelluto.»
«Tagli sulla testa? Un rituale?» «Mi spiace, Jon, non so dirtelo. Ho pulito il
video il più possibile ma non sono riuscito a ottenere la risoluzione necessaria
per individuare piccole ferite autoinflitte. La prossima volta chiamami prima di
fare una cosa del genere, e ti procurerò delle videocamere decenti.»
«Okay. C’è altro?» «Un’ultima cosa» aggiunse Zellerbach mentre un altro
video partiva al rallentatore sul monitor. «Osserva il tipo alto con gli occhiali da
sole sullo sfondo, quello che cade con la faccia in avanti.» Smith vide l’uomo
stramazzare a terra e restare immobile nella polvere.
«Gli hanno sparato?»

«No, non c’è nessun impatto. Adesso guarda questi fermo immagine e l’ora.»
Comparve una serie di fotogrammi dell’uomo steso a terra: messi insieme
coprivano quasi l’intera durata dell’attacco.
«Ho confrontato tutti i fotogrammi al millimetro e quel tipo non si muove.
Quasi sicuramente è morto. La cosa interessante è che questo è solo uno dei
video. Ho riscontrato lo stesso fenomeno in altri tre casi.» «Se non è stato un
proiettile, allora cosa?»
«Niente a noi noto. È questa la vera stranezza. È come se cadessero morti,
così, senza motivo.» Smith tamburellò piano le dita sul tavolo. Il cervello inibiva
imprese fisiche straordinarie per impedire danni catastrofici e un’eccessiva
spossatezza. Quella valvola di sicurezza poteva essere neutralizzata, ma non era
così facile: per esempio, una donna era in grado di sollevare l’auto che aveva
investito suo figlio, oppure un uomo poteva compiere imprese titaniche sotto
l’effetto di certi narcotici, o quando era davvero terrorizzato.

«Okay, grazie, Marty.» «Nessun problema. Se ti capita ancora tra le mani una
cosa del genere, mandamela subito, mi ci metto all’istante. Incredibile.
Pazzesco…» «Lo farò. Adesso però devi cancellare il video e tutte le tue

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analisi.» «Va bene.»

«Intendo che devi proprio eliminare qualunque traccia. Non deve essere in
alcun modo recuperabile dal tuo computer.» Zellerbach sembrava un po’ deluso.
«Come vuoi.»
Lo schermo si oscurò e Smith spense il computer.
«Cosa…» esordì Klein, fermandosi subito quando l’altro fece il gesto di
tagliarsi la gola con la mano.
«Il computer è spento, Jon.» Smith lo sollevò per sbatterlo con forza contro lo
spigolo del tavolo, mandandolo in pezzi.
«Mai sottovalutare Marty Zellerbach.»

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Capitolo 18

Contea di Prince George’s, Maryland, USA

16 novembre, ore 15:51 GMT-5

«Quindi non hai trovato niente, Barry?» Jon Smith si incastrò il telefono tra
la spalla e il collo e ispezionò con lo sguardo l’ufficio in cui Klein l’aveva
sistemato. Era completamente vuoto, a eccezione di una sedia, una scrivania e un
blocco di fogli. Rispecchiava il senso pratico dell’uomo a capo di Covert-One.

«Non saprei, Jon. Un sanguinamento dai follicoli piliferi non è molto


frequente. Mi viene in mente lo scorbuto, ma non produrrebbe il tipo di flusso di
cui parli. Ci sono altri sintomi collegati?»
«Non mi pare» replicò Smith, irritato per essere stato costretto a mentire. La
scienza era basata sul libero scambio di idee. Tenere nascosti dei particolari a una
delle menti più illuminate della facoltà di Medicina di Harvard non era il modo
migliore di ottenere delle risposte.
«Allora non so proprio cosa dirti.»

«Grazie comunque. Se ti viene in mente qualcosa, sai dove trovarmi.»


Riattaccò e tirò una riga sul nome del suo interlocutore su una lunga lista
scritta a penna: tutti luminari in vari campi, dalla tossicologia alle malattie
infettive, fino alla psicologia. E dopo tutte quelle telefonate cosa aveva ottenuto?
Ipotesi su ipotesi, ma nulla di concreto.
Qualcuno bussò piano sullo stipite della porta e Smith alzò gli occhi dai fogli
davanti a sé. «Dimmi che hai buone notizie, Star.»
La sua stagista era una bibliotecaria, anche se a giudicare dall’aspetto
sembrava più una teppista. Klein la trovava irritante, ma non poteva lamentarsi:
lei stava ai documenti come Marty Zellerbach stava alle tecnologie informatiche.
«Credo di aver trovato tutto» rispose, in tono stranamente abbattuto.

«Grazie a Dio. Sapevo che ce l’avresti fatta.» «Già… ma quando dico “tutto”,
intendo questo.» Gli porse due fogli di carta.
«Nient’altro?»
«Spiacente, Jon.» Fece scivolare una delle carte sulla scrivania. «Il signor
Klein ti aveva parlato del medico tedesco che sessant’anni fa, in Africa, aveva
riscontrato attacchi di questo tipo?» «Sì, ma senza approfondire.»

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Lei picchiettò un dito sul documento. «Questo è un appunto di un professore
di Stanford, un collaboratore del dottor Duernberg in Uganda. Leggi la parte
evidenziata, il resto sono solo chiacchiere.»
Poche righe in cui si menzionava l’ipotesi di un’infezione parassitaria come
possibile causa di squilibrio mentale negli esseri umani. Il medico ebreo
trapiantato in Africa stava studiando il fenomeno. Fine.

«Duernberg è morto, ma questo professore?» «Anche lui. È stato attaccato da


uno squalo.» «Sul serio?» «Giuro.»
Smith si appoggiò allo schienale della sedia. Un parassita.
Interessante, ma improbabile. Indicò l’altro foglio, ancora tra le mani della
stagista. «E quello?» Un sorriso le si aprì in volto. «È il pezzo forte. Sei pronto?»
«Sempre.»
Posò sulla scrivania una fotocopia in bianco e nero e Smith si chinò a leggere
un articolo manoscritto su una tribù di feroci guerrieri che combattevano coperti
di sangue e senza armi. Gli indigeni credevano fossero posseduti da demoni.
«Gira il foglio» suggerì Star.

Sul retro c’era la foto del cadavere di un uomo africano, con indosso abiti
tradizionali. Aveva i capelli incrostati di sangue secco e il torso rigato da strisce
nerastre.

«Dove l’hai trovato?» chiese Smith in tono concitato.


«Nell’archivio del “National Geographic”.» «Possiamo metterci in contatto
con l’autore dell’articolo?» La ragazza fece una smorfia di rammarico. «Non hai
letto la data, vero?» Smith scorse rapidamente il foglio con un dito, fermandosi
all’ultima riga. Tre ottobre 1899. Grandioso. La lista di scienziati ed esploratori
defunti era sempre più lunga.
«Abbiamo fatto progressi?» Fred Klein era appoggiato allo stipite della porta,
con le braccia conserte su una cravatta malconcia.
Star s’incupì. «Vado, vi lascio parlare.» Si avviò alla porta, ma Klein non si
mosse, indicando invece l’anellino d’oro che aveva al naso. «È nuovo?» «No,
signore. Ma lo metto solo di venerdì.» Klein si sforzò di non digrignare i denti
quando rispose: «Molto carino».

Lei gli scoccò un sorriso radioso e uscì dalla stanza.


Klein la seguì con lo sguardo corrucciato e si chiuse la porta alle spalle.
«Cos’avete scoperto?» «Niente di clamoroso» commentò Smith. «Star ha

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rintracciato una breve menzione di un parassita che potrebbe causare squilibrio
mentale, ma nessun altro dettaglio. Inoltre abbiamo questa foto del secolo
scorso, un guerriero in condizioni simili a quelle degli assalitori della nostra
squadra operativa. Non prova niente, comunque. Magari è solo un vecchio rituale
riesumato da Bahame.»
«E le persone che crollano a terra morte senza alcuna ragione? Le donne che
fanno i record di velocità? Mi sembra qualcosa di più di un rituale.»
Smith annuì. «È tutto molto strano, lo ammetto. Ma non è un fatto
completamente nuovo. Pensa ai berserkir, per esempio.» «I cosa?» «Erano i
guerrieri vichinghi più temuti. Esistono numerose teorie sulla loro provenienza,
ma pare che venissero selezionati in base ai loro tratti di personalità – forse
anche lo squilibrio mentale era uno dei criteri – e addestrati con elaborati rituali
e alcol o droghe. In sintesi, manifestavano caratteristiche molto simili a quelle
degli ugandesi: forza e velocità sovrumane, insensibilità al dolore, audacia e così
via.» «Allora secondo te Bahame inebetisce quella gente con cocaina e credenze
religiose per poi sguinzagliarla sul territorio?»

«Non è l’unica spiegazione, ma è la più razionale, direi.» «E cosa mi dici del


parassita?» Smith alzò le spalle. «Non sono ancora sicuro di poter escludere
l’ipotesi. Forse c’è un portatore sano che vive in qualche luogo disabitato. Ogni
cent’anni o giù di lì, qualcuno viene morso, o si ciba di animali selvatici senza
cuocerne bene la carne, e viene contagiato.»
«Forse allora l’infezione è insorta di nuovo negli ultimi tempi: gli uomini di
Bahame tendono a rifugiarsi in aree isolate e deserte. Deve aver visto gli effetti
del parassita e ha pensato di servirsene come arma.»
Smith aprì un cassetto e ne estrasse un dossier completo su Caleb Bahame.
Era un uomo molto intelligente e, nonostante fosse nato in un piccolo villaggio,
aveva studiato per due anni all’Università Makerere di Kampala. Avrebbe potuto
ottenere una borsa di studio e trasferirsi a Londra, ma aveva cominciato ad avere
visioni mistiche e a comportarsi in modo sempre più violento. Alla fine era stato
espulso.
In seguito si era dato per due anni al traffico di droga, spostandosi spesso. Poi
era sparito dalla faccia della terra, per ricomparire cinque anni dopo nelle vesti
attuali del terrorista spietato e del leader oggetto di culto.

Smith scartabellò tra i fogli e trovò la copia del libretto universitario di


Bahame. «Era iscritto alla facoltà di Biologia, ma ha fatto solo pochi esami prima
di passare agli studi religiosi. Tutti voti molto alti, ma…»

«E secondo te è stato sufficiente qualche esame di biologia?» «Bahame sarà


anche uno psicopatico, ma non è stupido. Se qualche agente biologico gli si è

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parato sotto il naso senza dubbio era in grado di riconoscerlo. Ma potrebbe anche
aver trovato qualche sostanza allucinogena naturale nella foresta, soprattutto
considerata la sua esperienza nel campo della droga. Comunque, le mie sono solo
congetture. I comportamenti di cui stiamo parlando sono piuttosto sofisticati.»
«Sofisticati?» domandò Klein, incredulo. «Agivano come un branco di
animali.» «Forse, ma erano come bestie feroci lanciate tutte nella stessa
direzione, non si attaccavano l’un l’altro. Pensa al comportamento sconnesso
osservabile in un gruppo di animali affetti da rabbia o trattati con LSD. Al
contrario, il modo di agire di quelle persone è bene organizzato e prevedibile. Se
dovessi tentare un azzardo, punterei tutto su isteria religiosa di massa potenziata
con qualche narcotico di origine locale.»
Klein lanciò sul tavolo la cartellina che aveva in mano. «Sarai felice di sapere
che gli analisti dell’Agenzia la pensano come te. Questa è una copia della
relazione inviata da Larry Drake alla Casa Bianca.» Smith spinse da parte la
documentazione su Bahame e aprì il rapporto della CIA, sfogliando un’analisi
dettagliata che spaziava dai rituali africani a Pol Pot e alla Germania nazista.
«Qui non c’è molto su cui essere in disaccordo, Fred. Il presidente ha fatto
domande sul possibile collegamento con l’Iran?»

«Sì.» «E…?» «Larry era preparato a questa eventualità e gli ha fornito delle
spiegazioni assolutamente plausibili sulle nostre intercettazioni.
Castilla ne è rimasto soddisfatto e ha lasciato un messaggio per autorizzarci a
sospendere.»
«Questa è una buona notizia, giusto? Non è quello che volevi?» «Prima di
ascoltare l’analisi del video del tuo amico informatico, sì.
Adesso non ne sono più così sicuro. Per come la penso io, se c’è anche una
sola possibilità su un milione che esista qualcosa su cui gli iraniani possono
mettere le mani per servirsene per scopi poco chiari, noi siamo obbligati ad
andare a fondo.»
«E il presidente?» «Lo vedrò oggi nel tardo pomeriggio per parlargli delle
conclusioni di Zellerbach e ho intenzione di chiedergli di concederci libertà di
movimento.»
Smith chiuse il rapporto e alzò lo sguardo sul suo capo. «Deduco che mi
aspetti un viaggio in Africa. Però ti avverto, Fred: le mie conoscenze in fatto di
parassiti non riempirebbero una cartolina.
Avrò bisogno di qualche collaboratore.» «Comunica i nomi a Maggie. Si
occuperà lei di organizzare le cose.» «E voglio portare con me anche Peter.»

Klein fece una smorfia. «Posso metterti in contatto con gente molto valida, in
Africa.» «Lo so, e sono sicuro si tratti di professionisti eccellenti. Ma Peter ha
qualcosa che loro non hanno.» «Cosa?» «È il migliore in assoluto quando si

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tratta di tenermi in vita.»

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Capitolo 19

Teheran, Iran

17 novembre, ore 13:03 GMT+3:30

Mehrak Omidi sedeva silenzioso nel retro del furgone, intento a guardare una
serie di piccoli monitor sui quali scorrevano le immagini della manifestazione nel
centro di Teheran.

La folla era molto più numerosa rispetto alle previsioni dei servizi segreti, e
ora riempiva non soltanto piazza Azadi, ma anche le strade circostanti, bloccando
il traffico diretto verso il cuore della città. Era impossibile sapere se l’errore sulla
stima dei manifestanti fosse dovuto a una raccolta di informazioni poco accurata,
o se al corteo si fossero uniti all’ultimo momento dei passanti, estranei alla
pianificazione della protesta. L’organizzazione meticolosa faceva pensare,
purtroppo, alla prima ipotesi.

Sul lato occidentale della piazza, dove il numero di agenti di sicurezza era più
esiguo, la folla si era fatta man mano più audace.
Una pietra disegnò una parabola nell’aria e rimbalzò su uno scudo di
plexiglas. In mancanza di reazioni, qualcuno lanciò una bottiglia.
La stampa internazionale non era stata autorizzata, ma tutti potevano
trasformarsi in reporter, grazie a cellulari e videocamere. Come ministro
dell’Intelligence, Omidi aveva tentato di tutto per creare un sistema per
interrompere parzialmente le comunicazioni nazionali, ma la tecnologia era
troppo complessa e diffusa perché qualsiasi governo potesse tenerla sotto
controllo. E in realtà il suo staff non maneggiava quei mezzi con la stessa
dimestichezza dei membri della resistenza. I giovani iraniani, come quelli di tutto
il mondo, riuscivano a sfruttare appieno tutti gli ultimi ritrovati tecnologici non
appena erano disponibili online.

La folla ondeggiò verso la barriera dei poliziotti e osservò la scia silenziosa dei
gas lacrimogeni lanciati in aria. Nei punti di impatto si creavano dei vuoti, ma il
corteo non si stava disperdendo nel caos, come sarebbe accaduto solo pochi mesi
prima. Un gruppo di uomini trasportava una donna ferita tenendo un chador
disteso sulle proprie teste, mentre altre persone facevano largo al loro passaggio.
C’era qualcosa di diverso nelle recenti proteste come questa, una conquista: la
loro sobria determinazione faceva pensare a un’adeguata preparazione.

Tutto era iniziato circa un anno prima, quando piccoli gruppi tra la folla

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avevano cominciato a restare fermi sulle loro posizioni, subito imitati dagli altri,
neutralizzando in questo modo la paura sulla quale contava la polizia, molto
meno numerosa dei manifestanti. Ora quei gruppi costituivano oltre la metà
della folla, e si erano dati una struttura organizzativa, una mano invisibile che
guidava quei criminali comuni come fossero soldati.

Ma il mistero era stato presto svelato: a guidarli era Farrokh. E, con l’aiuto di
Allah onnipotente, quella mano stava per essere troncata di netto.
La folla si sollevò di nuovo, spingendosi contro la parte meno difesa della
barriera. Omidi teneva il dito pronto su un pulsante con il quale avrebbe
autorizzato la polizia a usare le armi, sostituendo i manganelli con i fucili
mitragliatori. La marea umana si ricompattò, gridando slogan inneggianti alla
libertà e alla democrazia, attenta però a non lasciarsi andare a provocazioni
fisiche.
Come previsto, il cellulare gli squillò nel taschino e trasse un profondo respiro
prima di rispondere.
«Sì, Eccellenza?»
Sentire la voce della Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Amjad Khamenei,
venata di panico scatenò in Omidi un forte malessere dovuto alla collera.
Khamenei era un grande uomo, scelto da Dio come guida della Repubblica
Islamica. Eppure, questa gente, i suoi figli, gli sputava addosso.

«Perché non entri in azione, Mehrak? La folla ha attaccato i nostri uomini,


hanno sfondato la linea di difesa. Devi fermarli, è compito tuo.» «Sì, Eccellenza.
Capisco. Ma i nostri pol…»
«Stanno cercando di distruggerci, di destituire la repubblica e instaurare un
governo basato sul peccato e la corruzione occidentale… e tu te ne stai seduto a
guardare. Dobbiamo dimostrare a quella gente che i fedeli combatteranno fino
alla morte per contrastare la loro blasfemia.»
Dall’ultima rielezione presidenziale lo scontento era andato crescendo. Lui
stesso si era strenuamente opposto al modo in cui il governo aveva gestito le
votazioni, ma era stato messo all’angolo.
Sosteneva che lo scarto di voti tra i due candidati avrebbe dovuto essere
minore per apparire legittimo, ma Khamenei non era d’accordo. Il suo regime
doveva godere di un supporto incondizionato e schiacciante, e non era disposto a
far sospettare il contrario.

Il caos – a suo parere, del tutto evitabile – che ne era scaturito aveva favorito
l’ascesa di Farrokh: un giovane indemoniato, capace di servirsi della tecnologia
più avanzata per portare dalla sua parte i coetanei e diffondere idee sovversive.

Fino a quel momento, qualunque tentativo di stanarlo era fallito


miseramente. In realtà, all’inizio, non vi era neppure la certezza della sua

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esistenza. Un mese prima, però, avevano avuto un colpo di fortuna ed erano
riusciti a individuarlo. L’intercettazione casuale di una e-mail non criptata aveva
consentito di catturare uno dei più stretti collaboratori di Farrokh, una donna che
conosceva personalmente lui e la sua rete.

Non era stato facile convincerla – avevano dovuto ammazzarle alcuni membri
della sua famiglia davanti agli occhi –, ma alla fine aveva confessato tutto.
«Devi dare l’ordine di sparare sulla folla» insistette Khamenei.

«Sarei felice di veder morire quei vigliacchi» ammise Omidi in tono sincero.
«La loro sfida è un affronto a Dio. Ma rispondere alla violenza con altra violenza,
a questo punto, sarebbe controproducente.» «Perché? Non starai per dirmi che
siamo sotto gli occhi del mondo, vero? Quale mondo? L’America? Gli ebrei? Farai
come dico io.»

Omidi sospirò, in silenzio. Gliel’aveva spiegato in tutti i modi, ma l’anziano


religioso non riusciva a capire che proprio grazie a quella sommossa avrebbero
potuto risalire a Farrokh. Disperdere la folla avrebbe significato rispedire il ratto
nella tana.

«Eccellenza, la prego…» I portelloni posteriori del furgone si spalancarono


all’improvviso e comparve la sagoma del suo luogotenente più fidato, illuminato
alle spalle dal sole al tramonto. Omidi sorrise e recitò mentalmente una
preghiera di ringraziamento. «Ce l’abbiamo, Eccellenza.»
Mehrak Omidi osservò l’imponente casa inerpicata sul fianco di una collina
boscosa, puntando il binocolo prima su un’antenna satellitare installata sul tetto,
poi lungo gli archi e le colonne, un aggraziato connubio tra architettura francese
e persiana.

Era nascosto tra gli alberi a qualche metro dal ciglio della strada e ascoltava
attraverso l’auricolare le voci degli uomini che prendevano posizione intorno
all’edificio. Sarebbe stato meglio se Farrokh si fosse trovato in centro città: lì
sarebbe stato più semplice far arrivare le forze d’assalto senza dare troppo
nell’occhio. Ma, se da una parte l’operazione era più complessa, dall’altra offriva
alla preda minori possibilità di fuga. Il traffico era stato deviato, tutte le strade
erano bloccate, e gli elicotteri sorvegliavano la zona dal cielo. A Teheran, Farrokh
avrebbe potuto confondersi tra la folla nel costante viavai della città; qui invece
sarebbe stato solo e molto più esposto.
Quando i trenta agenti che partecipavano all’azione diedero il segnale, Omidi
si avviò di corsa lungo la collina, aggrappandosi ai rami degli alberi per darsi più
spinta. Sentiva dietro di sé gli altri uomini, molto più giovani di lui, ansimare

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mentre cercavano di tenere il passo. Alla loro età lui faceva parte di un’unità di
élite annessa alla Guardia Rivoluzionaria e, anche ora, continuava a vivere come
se il tempo non fosse passato, mantenendosi in ottima forma fisica e mentale,
pronto a servire Dio e il suo rappresentante sulla terra, l’ayatollah Amjad
Khamenei.

Giunto al limitare del prato ben curato che circondava la casa, Omidi si fermò
e avvicinò la ricetrasmittente alla bocca. «Ora!» Si udì il rombo del motore di
un’auto lanciata a tutta velocità sul lungo viale di accesso e Omidi balzò sul prato
nel momento in cui la macchina si fermava sgommando a pochi metri
dall’ingresso principale. Prese la pistola e avanzò a braccia tese tenendola puntata
con le due mani, correndo dietro agli uomini che trasportavano un ariete preso
dal veicolo.

I battenti istoriati del portone si spalancarono al primo impatto e Omidi seguì


la squadra all’interno.
Normalmente avrebbe diretto le operazioni dal furgone della centrale
operativa, per controllare che non vi fossero falle delle quali il nemico potesse
approfittare e per coordinare eventuali cambi di strategia da effettuare in corsa.
Ma non questa volta. Voleva essere presente quando avrebbero messo le mani su
Farrokh.

In fondo all’ingresso pavimentato in marmo comparve una donna in


scandalosi abiti occidentali, lanciò un urlo spaventato e domandò loro chi
fossero. Fu zittita all’istante da un colpo alla testa con il calcio del fucile e Omidi
ne scavalcò il corpo immobile dirigendosi sul retro della casa attraverso un
passaggio a volta. Due bambini si affacciarono nel corridoio dieci metri più in là,
ma si precipitarono subito in un’altra stanza.
Li seguì, abbandonando la cautela mentre correva lungo il sontuoso corridoio.
Oltre un anno di vita speso a cercare di acciuffare un fantasma stava finalmente
giungendo alla fine. Farrokh era là, lo sentiva.

Arrivato all’altra estremità del corridoio, Omidi fece segno ai suoi uomini di
coprirlo mentre irrompeva in una delle stanze, ispezionandola al di sopra del
mirino della pistola.

«Chi siete?» domandò un giovane uomo, cercando di liberarsi dalla stretta dei
due bambini aggrappati alle sue gambe. «Cosa state facendo?» Aveva poco più di
trent’anni, era un po’ sovrappeso e indossava abiti più vistosi che alla moda. I
suoi tratti erano piuttosto ordinari e gli si leggeva in volto la paura, nonostante
gli sforzi per dissimularla. Il grande Farrokh sembrava incredibilmente piccolo,
spogliato dei miraggi elettronici dietro ai quali amava tanto rifugiarsi.

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«Non muoverti!» gridò Omidi.
«Chi siete?» chiese di nuovo l’altro. «Avete…» «Silenzio!» Omidi si avvicinò,
afferrando uno dei bambini piagnucolanti, senza spostare la canna della pistola
dal volto dell’uomo.

«Allora, quando il grande Farrokh non può nascondersi dietro il monitor di


un computer, si fa proteggere da due bambini?» lo provocò Omidi in tono
sarcastico, mentre la squadra circondava l’empio terrorista.
«Farrokh? Siete impazziti? Io sono…»
Il Taser lo colpì in mezzo alla schiena e l’uomo cadde a terra, scosso dalle
convulsioni.
Omidi spinse via i bambini imploranti e s’inginocchiò, afferrando l’uomo per i
capelli per alzargli la testa. «So benissimo chi sei. E lo sa anche Dio!»

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Capitolo 20

Nei pressi del Parco nazionale di Yosemite, USA

17 novembre, ore 15:17 GMT-8

Jon Smith sentì la motoslitta a noleggio alzarsi in aria e fu costretto a


decelerare quando toccò di nuovo terra. La neve polverosa gli entrò nella bocca
semiaperta, attaccandosi alla barba corta sul mento. Il bosco di pini altissimi
stava diventando più fitto e rallentò ancora, zigzagando tra gli alberi. Dalla luce
accecante era passato all’ombra più intensa.

Modificò leggermente la traiettoria, tenendo come punto di riferimento la


vetta del monte Dana, al limitare del Parco nazionale di Yosemite, in California.
Un branco di cervi lo guardò sbucare dal bosco e dirigersi verso una colonna
di fumo in lontananza, che divideva in due l’orizzonte.

Non aveva mai visto la Sierra innevata e rimpianse di non esserci venuto
prima. Lo scenario era spettacolare, al pari di altre meraviglie della natura
incontrate nei suoi tanti viaggi: imponenti pareti di granito, cascate di ghiaccio,
foreste inviolate.
D’altro canto, quel luogo era davvero difficile da raggiungere. Per avere una
tazza di caffè occorreva calcolare un giorno di viaggio, se il tempo era buono. Con
la neve, poi, si rischiava di rimanere sepolti, per sempre.
La piccola capanna di legno, da cui saliva la colonna di fumo, si stagliò
finalmente di fronte a lui e Smith si tolse cappuccio e occhiali da sole per farsi
riconoscere: laggiù c’era un uomo che lo stava osservando.

Quando fu a poche centinaia di metri, spense il motore della motoslitta e


continuò a piedi, avanzando nella neve alta e tenendo d’occhio il bordo del
precipizio che, ricordò, impediva l’accesso diretto alla proprietà.

Costeggiò l’orlo del burrone e procedette verso ovest, finché non scorse uno
stretto ponte pedonale. Nessuna traccia umana era visibile, mentre numerose
erano quelle dei puma. Peter Howell aveva stretto da qualche tempo una curiosa
amicizia con i felini: due creature pericolose, che non disdegnavano un po’ di
compagnia, ma solo quando ne avevano voglia.

Smith superò un cumulo di neve dalla vaga forma del pickup di Howell e
attraversò con cautela il ponticello scivoloso: un solo passo falso e sarebbe
precipitato, con un salto abbastanza alto da vedersi passare tutta la vita davanti

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agli occhi almeno due volte.

Di recente la regione era stata investita da una delle peggiori bufere di neve
mai registrate e tutto il lato nord della capanna era sepolto.
Da quella valanga in miniatura spuntavano i resti contorti di una parabola
satellitare; ecco perché Smith non era riuscito a mettersi in contatto con il suo
vecchio amico.

«Guarda guarda, l’impavido Jon Smith» disse una voce dal marcato accento
britannico alla sua sinistra. «È difficile trovarmi, eh?» Smith si girò in tempo per
vedere un uomo magro con il volto segnato dal tempo sbucare da dietro un
albero. Sembrava non sentire il freddo: indossava solo un paio di jeans, una
maglietta bianca e un vecchio cappello da cowboy. In una mano teneva un fucile,
il calcio appoggiato su un fianco.

La sensazione era quella di ritrovarsi catapultati all’improvviso nel secolo


precedente. Sotto numerosi punti di vista, Peter Howell sarebbe stato più a suo
agio nel passato. Aveva trascorso buona parte della sua vita nel SAS inglese,
combattendo in quasi tutti i punti caldi del pianeta, prima di dedicarsi a quella
che, usando un eufemismo, definiva una carriera di consulente. Smith sapeva per
certo che tra i clienti di Peter c’era l’MI6, l’agenzia di spionaggio per l’estero della
Gran Bretagna, perché gli era capitato di incontrarlo nelle sue missioni per conto
di Covert-One. Oltre ai servizi segreti di Sua Maestà, tuttavia, la lista dei clienti di
Howell era piuttosto vaga: diversi governi di Paesi stranieri e qualche industria
privata. Smith non faceva domande e, da parte sua, Howell fingeva di essersi
bevuto la storia che lui era semplicemente un medico militare come tanti.

«È passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta, Peter. Ti trovo bene.»


«Adulatore. Adesso sì che mi fai preoccupare davvero. Vieni, il fuoco è acceso.
Facciamo due chiacchiere.» Entrare nella casetta era sempre un’esperienza
curiosa. Un enorme camino di pietra era l’unico aspetto che ricordasse il West
americano.

Il mobilio era tipico della campagna inglese e i tronchi sovrapposti a formare


le pareti erano quasi del tutto nascosti da bandiere di reggimenti, armi antiche e
oggetti ricordo dei vari luoghi dove aveva combattuto.

Howell lo fece accomodare su una poltrona in cuoio accanto al fuoco e Smith


si tolse la tuta da neve prima di sedersi, accostando i palmi delle mani al calore

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delle fiamme.

«La tua non è una visita di cortesia, giusto?» esordì Howell, tendendogli un
bicchiere e versandogli del whiskey americano.
«Perché, non posso venire qui per passare la giornata con un vecchio amico?»
«Se non ricordo male, l’ultima volta che abbiamo trascorso del tempo insieme mi
hanno sparato, e stavamo quasi per precipitare con l’elicottero.»
«Ehi, non puoi ritenermi responsabile per l’elicottero. C’eri tu ai comandi.»
«Vero, hai ragione.» Smith si appoggiò allo schienale, si tolse i doposci e sentì
che il sangue riprendeva a circolare nelle dita dei piedi. «C’è un problema in
Africa di cui non riesco a venire a capo. Forse potrebbe farti bene allontanarti da
tutta questa neve per un paio di settimane.» «Sabbia e sole?» domandò l’inglese,
con leggero sarcasmo. «Cosa può esserci che non va?»

Smith sorrise e sollevò da terra il suo giaccone, prese dalla tasca una pendrive
e la porse a Howell. «La password è Ares.» L’ex soldato inserì la chiavetta in un
computer portatile e osservò con attenzione il video girato in Uganda, mentre
Smith centellinava il suo whiskey.

«Questo è davvero il dio della guerra» commentò alla fine, visibilmente


colpito. «Sono dei SEAL?» «È una squadra operativa clandestina composta da
uomini provenienti da unità diverse.»
«Ci sono dei sopravvissuti?» Smith rifletté se fosse il caso di dirgli del
suicidio del caposquadra, ma decise di tacere. «No.» Howell scosse la testa.
«Africa.» Nella sua voce c’era un fatalismo che Smith non aveva mai colto prima,
un velo di rassegnazione.

«Forse si tratta solo di un leader carismatico diventato oggetto di culto che è


riuscito ad aizzare un gruppo di persone superstiziose e terrorizzate. D’altro
canto, però, potrebbe esserci di mezzo qualcosa di più, forse un agente biologico.
Secondo l’esercito bisogna indagare più a fondo.» «L’esercito» ripeté Howell
accigliato per la finzione sempre in atto tra loro. «E le alte sfere non sono in
grado di assegnarti un soldato americano di scorta?»

«Sicuramente potrebbero, ma io apprezzo la tua compagnia, lo sai.»


L’inglese non alzò lo sguardo, che teneva fisso sulle fiamme, come se
celassero qualcosa. «Puoi continuare a combattere fino alla fine dei tuoi giorni,
Jon. Puoi cercare di capire perché l’Africa è fatta così. Tentare di difendere i
deboli dall’assalto dei forti. Ma non potrai mai riuscirci. Ascolta il mio consiglio.
Stai lontano da quel posto.»
«Capisco quello che intendi, Peter. Ma l’uomo dietro a tutto questo, Caleb

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Bahame, è completamente diverso.» Howell si agitò sulla poltrona, guardandolo
negli occhi per la prima volta dall’inizio della conversazione. «Bahame?»
«Ne hai sentito parlare?» L’inglese spostò di nuovo lo sguardo sul fuoco del
camino. «Ho letto qualcosa.» «Be’, non so cosa hai letto, ma non può rendere
l’idea di ciò che sta accadendo laggiù, te l’assicuro. Sei mai stato in Uganda?»
Howell non sembrava avere intenzione di rispondere, quindi Smith riprese a
parlare. «Sta’ a sentire: noi andiamo là, facciamo un po’ di indagini e poi te ne
torni a casa con i cinquantamila più facili della tua vita.» «Stai parlando di
sterline inglesi, immagino.» Smith sorrise. «Non è facile convincerti, eh?»

Howell si passò una mano tra gli incolti capelli grigi e riprese ad assaporare il
suo whiskey.

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Capitolo 21

Teheran, Iran

18 novembre, ore 15:00 GMT+3:30

Mehrak Omidi esitò di fronte alla porta chiusa, con un vago senso di nausea
dovuto a un eccesso di adrenalina. Solo l’ayatollah Amjad Khamenei riusciva a
farlo sentire così.
Si conoscevano da quando Omidi era un giovane miliziano della Guardia
Rivoluzionaria e Khamenei un imam dell’estrema regione nord-orientale del
Paese. Il religioso aveva intravisto le potenzialità di Omidi e l’aveva preso sotto la
sua ala protettiva, offrendogli consigli spirituali e vegliando sulla sua carriera; gli
aveva persino finanziato gli studi all’estero.

Quando Khamenei era divenuto Guida Suprema, Omidi l’aveva seguito,


all’inizio come assistente personale, poi ricoprendo diversi altri incarichi, prima
di essere nominato ministro dell’Intelligence.
Nonostante l’innegabile successo e il rispetto suscitato in tutto il Paese, non si
era mai sentito degno di tanta ammirazione. Non prima di quel momento,
almeno.
Khamenei stava diventando vecchio e nostalgico. Aveva una visione
chiarissima del passato, ma faceva sempre più fatica a guardare con lucidità al
futuro. Omidi lo considerava un padre, ancora più di quello vero, e ora doveva far
fronte allo scomodo ribaltamento di ruoli che tutti i figli prima o poi
sperimentano. Negli anni a venire avrebbe dovuto guidare il suo maestro in un
mondo nuovo ormai alle porte.

Bussò piano ed entrò non appena la voce soffocata dell’ayatollah lo invitò ad


accomodarsi. Era un ufficio spoglio, privo di mobili e quadri; c’erano solo cuscini
sparsi sul pavimento.
«Eccellenza» lo salutò Omidi, rivolgendogli un profondo inchino.

Quando l’aveva conosciuto, Khamenei aveva la barba nerissima e uno sguardo


intenso e magnetico. Ora dal turbante spuntavano ciocche di capelli grigi e un
paio di occhiali dalle lenti spesse lo rendeva ormai quasi irriconoscibile.

L’uomo seduto su un cuscino accanto a lui fece per alzarsi in piedi – sul viso
glabro un’espressione indurita dall’odio –, ma si rimise subito al suo posto
quando l’anziano religioso gli posò una mano sul braccio.
«Mehrak. Sono felice di vederti. Ti prego, vieni qui vicino a me.»

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Omidi obbedì, chinando la testa con atteggiamento contrito per evitare di
incontrare lo sguardo furente dell’uomo seduto di fronte a lui.
Si chiamava Rahim Nikahd ed era un influente esponente dell’ala moderata
del parlamento, un uomo scaltro e ambizioso, con un piede nell’Iran del passato e
uno in quello del futuro invocato dalla folla.

Omidi non sopportava il fatto che una personalità del calibro di Khamenei
dovesse strisciare ai piedi di uno come Nikahd, ma quella era la complessa realtà
della politica. Nessun leader, per quanto grande o potente, poteva dimenticare le
vere origini del proprio potere.

«Cosa ci fa qui quest’uomo?» sbottò Nikahd. «Perché fa ancora parte di


questo governo? Io…» «Shhh.» Khamenei gli toccò di nuovo il braccio. «Calma,
amico mio.» Per una sfortunata coincidenza, oltre a essere un parlamentare,
Nikahd era anche il padre del giovane arrestato da Omidi il giorno prima.
«Mehrak ha un grande carico di responsabilità sulle spalle, in questo
momento» continuò Khamenei. «Era convinto che tuo figlio fosse Farrokh.»
«Farrokh? Ma è assurdo!» protestò l’uomo. «Come ha potuto fare un simile
sbaglio?»
Omidi rimase in rispettoso silenzio, come se non fosse stato presente alla
discussione, nonostante gli piovessero addosso insulti e improperi.
«Non c’è dubbio, Farrokh si è servito delle sue conoscenze tecnologiche per
farci credere che le sue comunicazioni partissero dalla casa di tuo figlio. Era un
piano per allontanarti da me. E da Dio.»

«La moglie di mio figlio, la madre dei miei nipoti, è in coma per essere stata
colpita alla testa con il calcio di un fucile. È competenza, questa? Non poteva fare
una telefonata e verificare di chi fosse la casa, prima di fare irruzione?»
«Non c’era tempo, Rahim. Farrokh ci è sfuggito dalle mani troppe volte ormai.
E, per rispondere alla tua domanda, Mehrak è qui perché ha insistito per venire
di persona a chiedere il tuo perdono.» Non era esattamente la verità, anzi non lo
era affatto, ma Omidi chinò ancora di più il capo, assumendo una postura di
assoluta remissione.

«Fallo per me» continuò Khamenei. «Perdona entrambi per aver causato
tanto dolore alla tua famiglia.» Omidi continuò a tenere gli occhi bassi, grato
perché la collera del suo sguardo era celata al grasso parlamentare seduto di
fronte a lui.
Nel mondo della politica si era spesso costretti a scendere a compromessi. Un
giorno Khamenei avrebbe dovuto ripianare il debito creato da Omidi. Si era

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lasciato fregare da Farrokh, ancora una volta.

Nikahd non rispose subito, sembrava intento a considerare la propria


posizione. Doveva stare molto attento a non spostarsi a sinistra tanto da rendersi
inviso alle istituzioni, ma nemmeno a destra, in modo da non risultare sgradito al
movimento giovanile, qualora avesse vinto.
«Eccellenza, lei ovviamente ha il mio perdono.»

Khamenei gli tese una mano e Nikahd la baciò. «Ringrazio di avere vicino
uomini come te, Rahim. Uomini ancora leali nei confronti dell’Islam.»
Nikahd si alzò per congedarsi, ma non prima di aver scoccato a Omidi
un’occhiata piuttosto eloquente. Se in quella estenuante lotta per il potere fosse
risultato vincitore, avrebbe cancellato Omidi e la sua famiglia dalla faccia della
terra.
Lo guardarono andare via e Khamenei attese che la porta fosse chiusa prima
di parlare.

«È stato molto difficile, Mehrak. È un uomo potente. Oggi mi sono fatto un


nemico, stanne certo.» «Sì, Eccellenza.» «Hai disobbedito ai miei ordini e non
hai sparato sulla folla. Così si sono fatti più audaci, ci hanno visti deboli e
spaventati. E poi questo…»
«Sono pronto a dimettermi.» Khamenei fece un sorriso stanco. «È un’offerta
inutile, Mehrak. Non c’è nessuno di cui possa fidarmi completamente, e lo sai.
Non più, almeno.» Mehrak accettò il complimento con un cenno del capo. «Al
suo servizio, Eccellenza.» Khamenei vedeva ovunque i nemici della rivoluzione,
ma non afferrava del tutto fino a che punto si fosse diffuso quel cancro: la moda
occidentale, i videogiochi, Internet. Ogni giorno la marea si gonfiava sempre di
più e i guardiani della fede invecchiavano.
Il governo stava perdendo consensi. Il programma nucleare, che solo l’anno
prima destava grande entusiasmo, aveva ceduto alla pressione del mondo
esterno. I giovani iraniani preferivano i lettori MP3 e la libertà politica alla forza
della fede.

«Ti conosco da quando eri un ragazzino, Mehrak. Tu mi stai nascondendo


qualcosa.» Omidi soppesò le parole prima di parlare. «Sono stato sconfitto,
Eccellenza.» «Cosa? Non capisco, spiegati meglio.»
«Farrokh e i suoi seguaci hanno conoscenze tecnologiche superiori alle mie.»
«Tu non puoi sapere tutto, Mehrak, solo Dio può. Ma il tuo compito è mettere
insieme una squadra in grado di sconfiggere quel sobillatore.»
«E come, Eccellenza? Chi possiede quel tipo di conoscenze, nel nostro Paese,
appoggia la resistenza. Forse dovrei cercare degli esperti all’estero, ma potrei
davvero fidarmi di loro? Con il resto del mondo e l’America schierati contro di

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noi, non mi azzarderei ad affidare un simile incarico a qualcuno che potrebbe
essere sul libro paga della CIA. No, non possiamo contrastare Farrokh con le sue
stesse armi. Non siamo in grado di costruire barriere che possano impedire alle
idee e ai valori occidentali di sommergerci.»

«Però possiamo contenere l’onda.» «Oggi sì, in un modo o nell’altro. Ma


domani? Non credo.» Era doloroso leggere lo smarrimento sul volto di
Khamenei. Ma doveva andare avanti.

«Cosa intendi dire, Mehrak? Dovremmo rinunciare? Credi che Dio non possa
nulla contro la seduzione dell’America? Avresti dovuto fare fuoco sui
manifestanti. Avresti dovuto mostrare loro la risolutezza della nostra fede.»
«Sparare sulla folla era impossibile, Eccellenza.» «Impossibile? Perché?»
«Perché non posso garantire sulla lealtà della polizia e dell’esercito.» «Se sospetti
la presenza di traditori, incastrali e arrestali.»
«Non si tratta di semplici traditori. Questi uomini amano il loro Paese, ma
molti fanno parte di una generazione più recente: non ricordano lo scià, non
erano ancora nati ai tempi della rivoluzione.
Non capiscono cosa rappresenti la Repubblica Islamica. Vedono solo
l’inflazione al trenta per cento, l’isolamento dal resto del mondo e un tasso di
disoccupazione a due cifre. Se alcuni di loro dovessero unirsi alla protesta,
potremmo essere i primi ad aprire il fuoco in una guerra civile.» «È Farrokh. Se
noi…»

«Non è Farrokh» lo interruppe Omidi, osando alzare la voce. «Lui è


importante, ma ormai è solo una figura di rappresentanza. Anche se dovessimo
catturarlo, e non sono affatto sicuro che ci riusciremo, ci saranno sempre delle
persone pronte a prendere le redini della protesta al suo posto.»
Il vecchio religioso appariva sempre più confuso e Omidi abbassò di nuovo lo
sguardo.
«Farrokh è un agente americano della CIA. Dobbiamo far capire alla gente…»
«Non ci crede più nessuno, Eccellenza. Il presidente Castilla ha fatto un’ottima
mossa mettendo in atto una politica di non interferenza.
L’unica responsabilità imputabile all’Occidente è il fatto stesso di esistere e di
esercitare un’immensa forza d’attrazione sui nostri giovani. Non c’è un
intervento diretto. E anche se ci fosse, non sarebbe determinante. Farrokh si
dipinge come un nazionalista che non nutre un grande amore nei confronti
dell’America.»
«Mi stai dicendo che ho le mani legate nel mio stesso Paese, Mehrak?» «No,
Eccellenza. Non ho detto questo.» «E cosa mi suggerisci, allora?» Omidi rialzò lo
sguardo sul religioso. «Caleb Bahame.» Ne avevano già parlato, ma Khamenei era

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rimasto sul vago.
«L’ugandese.»

Omidi annuì, estraendo dalla tasca una busta e disponendo sul pavimento le
foto che conteneva. «Gli americani sono stati trucidati dai seguaci di Bahame nei
pressi del suo accampamento. Le altre foto sono tratte da un articolo di giornale
statunitense: un incidente in cui è rimasto ucciso un gruppo di operativi delle
forze speciali durante un addestramento.»
Khamenei socchiuse gli occhi dietro le lenti per mettere a fuoco le immagini.
«Sono gli stessi uomini.» «Esatto, Eccellenza. Gli americani li hanno mandati là
per catturare o ammazzare Bahame e, non essendoci riusciti, hanno mentito sulle
circostanze della loro morte.»
«Allora sanno qualcosa. Ma cosa?» «Non possiamo dirlo con certezza.
Comunque credo che non abbiano ancora capito il potenziale della scoperta di
Bahame, ma ci arriveranno presto. Dobbiamo agire ora, altrimenti non saremo
più in grado di…»
«… togliere di mezzo gli americani e gli ebrei» lo interruppe Khamenei,
terminando la frase.
«Non solo, Eccellenza, ma scatenare contro di loro l’inferno perché il mondo
intero ne sia testimone. Perché ricordi quanto è terribile il potere di Dio.»
L’ayatollah rifletté qualche istante. «Devi andarci tu di persona.»

«Certo» replicò Omidi, mascherando la sua gioia per il cambiamento d’umore


di Khamenei, che attribuì alla mano di Dio. Come tutte le imprese memorabili,
anche quella comportava molti rischi. Il premio finale, tuttavia, era grandioso. Il
1979 non era stato niente al confronto. La vera rivoluzione, quella che avrebbe
ricreato la terra a immagine di Allah, era finalmente cominciata.

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Capitolo 22

Città del Capo, Sudafrica

20 novembre, ore 16:12 GMT+2

Jon Smith fece di corsa la scalinata in pietra e si girò a guardare il portico


colonnato che dominava i prati ben curati del campus dell’Università di Città del
Capo. La montagna scoscesa che si ergeva sopra l’ateneo vecchio di duecento
anni offriva uno spettacolo tanto magnifico da sembrare quasi irreale,
un’armonia di grigio e verde sotto un cielo di un azzurro intenso.

La temperatura era salita oltre i trenta gradi, ma una fresca brezza


proveniente dalla Table Bay gli accarezzava la pelle sotto la camicia leggera
mentre si faceva largo tra gli studenti con i loro zaini, alla ricerca della dottoressa
Sarie van Keuren.

Dopo alcuni giri a vuoto, trovò la porta che cercava ed entrò, esplorando il
laboratorio con lo sguardo. Sul sito web dell’università aveva visto la foto di una
donna seriosa e con i capelli in perfetto ordine.
Stava per uscire, quando un giovanotto massiccio con indosso una maglia da
rugby si spostò, lasciandogli intravedere la donna alle sue spalle.

Le foto del personale docente erano sempre opera di professionisti, ma in


questo caso la differenza era notevole. Visti da vicino, i capelli biondi e mossi
sfuggivano ribelli dall’elastico che cercava di contenerli. Il volto era un po’
arrossato dal sole e aveva un livido ormai giallastro sulla guancia sinistra. Il naso,
in apparenza così regale dall’angolatura della foto, recava i segni di un vecchio
trauma ed era arcuato quel tanto che bastava a non farla assomigliare alla tipica
ragazza da spiaggia californiana.

Alzò lo sguardo dalla cartellina davanti a sé e Smith si avviò per andarle


incontro, sperando di non essere stato notato mentre la fissava.
«Cosa posso fare per lei?» esordì la donna con un piacevole accento
sudafricano.

«La dottoressa van Keuren? Mi chiamo Jon Smith.» «Colonnello Smith!


Stavo cominciando a pensare che si fosse perso da qualche parte in mezzo
all’oceano.» «Siamo rimasti bloccati sulla pista per un paio d’ore, a Londra. Ecco

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il motivo del ritardo.» Le tese la mano. Aveva una stretta energica e un corpo
atletico, come rivelava il camice da laboratorio leggermente aperto.
«Allora mi permetta di darle il benvenuto nel nostro magnifico Paese.»

«Grazie. Anche per aver accettato di incontrarmi con così poco preavviso.
Ogni volta che cerco informazioni sui parassiti, salta fuori il suo nome.»
Lei ignorò il complimento. «Non è mai una buona idea rifiutare una richiesta
dell’organismo militare più potente del mondo. Lei è dell’USAMRIID, giusto? Un
cacciatore di virus del Maryland. Mi piacerebbe tornare negli Stati Uniti. Sono
stata solo a New York e a Chicago. La prossima volta però vorrei andare nel
Montana.»
«Da buona africana, potrebbe trovarlo un po’ freddo in questo periodo.» «Ma
ci sono le foreste, no? Big sky Country. Se non sbaglio lo chiamano così. Mi
piace.» Agitò le mani come un direttore d’orchestra scandendo le parole. «Il
Paese dal grande cielo. Secondo me dice tutto.»
Aveva un modo di parlare particolare, appena un po’ troppo rapido, come se
temesse di non avere il tempo per dire tutto ciò che aveva in mente.
«Non ci ho mai pensato. Ma forse ha ragione.»
«Comunque, non sarà certo venuto fin qui per sentire le mie chiacchiere.
Voleva parlarmi di parassiti, giusto? Ha qualcosa di interessante per me?» Smith
si guardò intorno, per accertarsi che non ci fossero studenti a portata d’orecchio.
«Dunque, il problema è questo… veramente non ne sono sicuro, non è la mia
area di specializzazione.»

«Certo. Virus… immagino quanto si diverta.» «Scusi?» Lei assunse


un’espressione afflitta. «Voglio dire… in fondo sono solo delle minuscole capsule
contenenti il DNA.»
«Non mi sembra un’appassionata della materia.» «Oh, non voglio essere
offensiva, ma tecnicamente non sono neppure esseri viventi, santo cielo.»
«Saranno anche microscopici, ma possono causare danni molto gravi» rispose
lui, avvertendo l’improvvisa necessità di difendere il lavoro di una vita intera.
«Ma per favore! Qual è il migliore? Il vaiolo? No, direi la malaria… Sì, quello è
un parassita piccolo e cattivo e ha ucciso più persone di tutte le altre malattie
messe insieme. Si potrebbe affermare, senza volare troppo con la fantasia, che sia
l’artefice della morte di almeno metà di tutti i defunti della storia.»
Lo afferrò per un braccio e lo tirò verso un grande acquario, appoggiato alla
parete in fondo al laboratorio. «Venga, voglio mostrarle una cosa.» Sarie era
davvero forte e robusta, e Smith si lasciò trascinare.

«Questa è Laurel» gli spiegò indicando un pesce lungo una trentina di


centimetri che nuotava nell’acquario. «È un Lutjanus guttatus, una specie di

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dentice californiano. Avanti, picchietti sul vetro per attirare la sua attenzione.»

Smith obbedì e Laurel nuotò verso di lui, con la bocca aperta.


Riuscì a stento a non fare un salto indietro quando vide una sorta di
gamberetto che lo fissava dalle fauci spalancate del pesce. «Che diavolo è
quello?»
«Lui è Hardy» rispose Sarie con un largo sorriso. «Cymothoa exigua.
Appena nato, è penetrato nel corpo del pesce attraverso le branchie e gli si è
attaccato alla lingua per nutrirsi del sangue dell’arteria sottostante. Alla fine la
lingua si è atrofizzata, è caduta e Hardy ha preso il suo posto. Il pesce non sente
alcun fastidio. Vivranno insieme per tutta la vita.»
«Ha vinto» ammise Smith. «È davvero repellente.» «Ma no, è molto
ingegnoso, invece» replicò lei, prendendo un verme da una scatolina piena di
terra e tenendolo sospeso sull’acquario.
Mentre Smith la guardava dar da mangiare a quel pesce sfortunato, gli venne
in mente la sua fidanzata, Sophia. Lavorava con lui a Fort Detrick e aveva la
stessa passione di Sarie per il suo lavoro. Alla fine, però, questo l’aveva uccisa.

«Colonnello Smith, tutto bene? Mi dispiace, forse Hardy l’ha sconvolta. Sa,
può fare quell’effetto.» Gli ritornò il sorriso e fece del suo meglio perché non
apparisse forzato. «No, Hardy non c’entra. Senta, se c’è un posto dove possiamo
parlare in privato, potrei raccontarle qualcosa di più sconvolgente.»

L’ufficio di Sarie era minuscolo e strapieno di libri dalle copertine strapazzate,


per lo più ricoperti da post-it. Doveva essere una vera e propria mania per la
dottoressa. Non c’era quasi più un centimetro quadrato libero, i foglietti gialli
erano attaccati ovunque. Entrando, ne vide uno sullo stipite della porta, zeppo di
punti esclamativi, per non dimenticare una riunione di facoltà di due anni prima.

Sarie fece un po’ di spazio sulla scrivania e indicò la borsa che Smith portava a
tracolla. «Ce l’ha lì il campione? Viene dal Maryland?» «No, e… no.» Smith si
fermò a guardare una fotografia in cui Sarie posava insieme a un uomo molto
anziano accanto alla carcassa di qualche specie di antilope. Lei aveva in mano un
fucile e sorrideva sotto la tesa di un ampio cappello di paglia.

«È un eland?» «Un kudu. Se le capita di trovarlo nel menu di un ristorante ne


approfitti, è ottimo.» Riprese il discorso. «Allora, mi stava parlando di un nuovo
parassita. Si tratta di qualcosa di sconosciuto?» Smith si morse il labbro
inferiore. «In realtà si tratta di qualcosa di molto confidenziale e…» «Ja, ja» lo
interruppe in tono sbrigativo. «Me l’ha già detto al telefono, colonnello. O
preferisce che la chiami dottore?» «Jon.»

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«Jon. I segreti sono tossici per l’anima. Perché non mi mostra l’oggetto
misterioso? Vedrà, si sentirà subito meglio.» «Devo avvertirla che il mio governo
considera questa faccenda assolutamente top secret.»
«Lei mi sta uccidendo, Jon. Sono troppo curiosa, adesso.» Il suo tono era
allegro. «Se parlo, dovrà farmi fuori, giusto?» «Forse non ci sarà bisogno di
arrivare a questo, ma di sicuro dovremmo discuterne.»
Sarie rise, anche se non era più sicura che lui stesse scherzando. Ci fu una
breve pausa, quindi annuì. «Va bene. Giuro sulla tomba di mio padre. Coraggio,
mi faccia vedere.» Sembrò perplessa quando Smith prese un laptop dalla borsa e
lo appoggiò sulla scrivania, ma si affrettò ad abbassare le veneziane alle finestre e
si protese verso il computer per guardare il video appena iniziato.

Smith sgombrò una sedia dai libri e vi si lasciò cadere, sollevando una nuvola
di polvere. Lei era impallidita.
«Pazzesco» mormorò alla fine del filmato. Passarono alcuni istanti, poi
riprese a parlare. «Chi erano le persone uccise?» «Non ha importanza.» «Per loro
sì.» Lui non disse niente.

«Dove è stato girato il video? In quale zona dell’Africa centrale?» «Uganda.


Quegli uomini erano là per catturare Caleb Bahame.» «Bahame?» ripeté lei, con
voce improvvisamente dura. «Mi dispiace che non l’abbiano trovato. E poi
ammazzato.» Lui prese una copia pubblica del rapporto della CIA e la
documentazione con le informazioni trovate da Star sull’ipotesi del parassita.
«Milleottocentonovantanove?» commentò Sarie, scorrendo i fogli.

«Sono aggiornate le vostre ricerche, eh?» Jon fece un mezzo sorriso. «Allora,
cosa ne pensa, dottoressa?» «Sarie. E diamoci del tu.» «Okay, Sarie. Quel tipo di
comportamento potrebbe essere ingenerato da un parassita?»
«Certo, è possibile. Non è così difficile incitare le persone alla violenza.»
«Però in questo caso si tratta di un modo di agire più sofisticato.» «Ti riferisci al
fatto che non si attaccano fra loro?» Era molto colpito dalla sua perspicacia.
«Esattamente. Per questo propendiamo per un mix di narcotici e carisma. Ma
vogliamo esserne sicuri.»

«Cosa avete scoperto sul sangue?»


«Non è applicato o versato, se intendi dire questo. Potrebbero essersi praticati
delle incisioni sul cuoio capelluto, forse a scopo rituale.»
«Ne dubito. Le scarificazioni cerimoniali esistono, è vero, ma perché

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nasconderle sotto i capelli? Perché non praticarsi un grande taglio sul petto che
avrebbe senz’altro fatto più impressione? E che non si attacchino fra loro non mi
sorprende. Se davvero hanno un parassita nel cervello, è una mutazione molto
vantaggiosa quella che permette di riconoscere altri soggetti infetti e lasciarli
indenni. Sarebbe un progresso evolutivo enorme rispetto ad altre infezioni simili,
in cui le vittime finiscono per ammazzarsi l’un l’altra in una mischia infernale.
Per un parassita equivale a un suicidio.»
«Però…» commentò Smith, in tono scettico «nello specifico la mutazione di
cui parli mi sembra un po’ inverosimile.» «Oh, no, non sono d’accordo. Pensa al
Toxoplasma gondii. È un protozoo che normalmente infesta i gatti, ma può
propagarsi a molte altre specie, compreso l’uomo. Ti faccio un esempio. I topi
sono terrorizzati dall’odore dell’urina di gatto, il che non è così sorprendente ai
fini della loro sopravvivenza. Al contrario, i topi infestati dal toxoplasma non solo
non hanno paura dell’urina di gatto, ne sono addirittura attratti. Il topo fa una
brutta fine, ma è un vantaggio per il toxoplasma, che ritorna al suo ospite
preferito quando il topo viene mangiato.» «Quindi stai dicendo…» cominciò
Smith, ma lei continuava a parlare, non era chiaro se con lui o con se stessa.

«E la Hymenoepimecis argyraphaga? È una vespa parassita che attacca una


determinata specie di ragno, in Costa Rica. Il suo uovo si schiude sull’addome
dell’insetto e ne succhia i fluidi. Alla fine rilascia una sostanza chimica che
induce il ragno a produrre una rete particolare, adatta a proteggere la vespa e non
più a catturare insetti di cui cibarsi. Poi c’è un altro parassita che vive sott’acqua,
e infesta le cavallette. Per riprodursi le induce al suicidio per annegamento.»
Si alzò e prese a camminare avanti e indietro nell’ufficio stipato, fermandosi
ogni tanto per dare un’occhiata a qualche appunto sulle pareti o sui mobili.
«Quindi, qui potenzialmente abbiamo un parassita che si diffonde attraverso il
sangue: questo spiegherebbe il sanguinamento dal cuoio capelluto.» «E la
violenza» aggiunse Smith.

«Proprio così. Lo scopo è mescolare il sangue con quello della vittima, quindi
quale miglior modo se non attaccarla, ferirla e contaminarla? È un po’ come con i
tuoi virus. Sono loro a farti starnutire, tossire, o a provocare la diarrea. Tutte
strategie molto semplici per propagarsi da un ospite a molti altri.» «Quindi cosa
ne pensi?»
«Molto probabilmente vi trovate di fronte a qualche tipo di agente patogeno.
In base alla documentazione che mi hai mostrato e alla complessità del
comportamento dei soggetti, un parassita è l’ipotesi più verosimile, direi. Però è
davvero incredibile! Non si è mai vista una cosa del genere nell’uomo. Cioè, il
toxoplasma è alquanto comune nella nostra specie, ma l’unico effetto psicologico
noto è che ci rende automobilisti tremendi.»

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«Hai detto “automobilisti”?» Sarie annuì. «Potrebbe avere a che fare con la
nostra attitudine per il rischio, ma non è accertato. Allora, hai intenzione di
andare in Uganda?»
«In base a quello che mi stai dicendo, mi pare di non avere altra scelta.»
«Abbiamo il tempo di passare da casa mia?» «Scusa?» «Devo prendere alcune
cose, prima di partire.»
Smith aprì la bocca per protestare, ma rinunciò. Sarie era un’esperta di Africa,
era la parassitologa migliore del mondo e, a giudicare dalla foto sulla parete,
sapeva usare un fucile. Valeva la pena aspettarla.
Jim Clayborn sedeva sul prato del campus dell’Università di Città del Capo,
tenendo d’occhio lo studente iraniano che si stava interessando troppo, e in modo
alquanto sospetto, alla dottoressa Sarie van Keuren.

Con la coda dell’occhio osservò il ragazzo prendere disinvolto il cellulare


quando la van Keuren comparve in compagnia di un uomo alto e atletico, il quale
secondo i documenti dell’auto a noleggio era il colonnello medico Jon Smith,
dell’Esercito degli Stati Uniti. Lo studente scattò qualche foto mentre la van
Keuren veniva presentata a un altro uomo, più anziano, che puzzava lontano un
miglio di forze speciali britanniche.

Clayborn digitò un breve messaggio sul cellulare e lo codificò con un


algoritmo di criptazione di ultima generazione prima di inviarlo a Langley. Alla
CIA non sarebbero stati contenti.
La faccenda si stava complicando.

89
Capitolo 23

Langley, Virginia, USA

20 novembre, ore 10:35 GMT-5

L’oscurità fu rischiarata da una slide che mostrava una fila di eleganti edifici
in pietra con una montagna sullo sfondo. Brandon Gazenga zoomò sulle tre
persone in piedi in cima a una scalinata.
«Partendo da destra, si vede il colonnello Jon Smith, microbiologo, in servizio
all’USAMRIID. Lui…»
«Brandon» lo interruppe Lawrence Drake, senza curarsi di nascondere la
propria impazienza. «Ho una riunione con Dave tra dieci minuti. Non poteva
aspettare, questa cosa? Che c’è di tanto importante?»
«Sì, signore, capisco. Ma ci hanno riferito che una settimana prima che fosse
scattata questa foto, il dottor Smith si trovava a Camp Lejeune per un colloquio
con il SEAL unico superstite dell’operazione in Uganda. Era presente quando il
marine si è suicidato, sembra.» Drake si chinò in avanti, preoccupato. «Okay,
Brandon. Ti ascolto.
Chi è la donna?»

«Sarie van Keuren, dovrebbe conoscerla.» «La parassitologa. Gli iraniani la


stanno ancora tenendo d’occhio?» «Sì, signore. Anche loro dovrebbero essere in
possesso della stessa foto.» «E l’uomo al quale stringe la mano?» «Questo è un
po’ meno facile. Viaggia con un passaporto argentino, a nome Peter Jourgan. In
realtà si chiama Peter Howell. Ex SAS, ex MI6, ora è in pensione e vive in
California.» «Se è in pensione, cosa diavolo sta facendo con la van Keuren a Città
del Capo?» intervenne Dave Collen.

«Avrei dovuto dire più o meno in pensione. Si occupa di consulenze, ma non


abbiamo altri dettagli.» «Hai consultato i dossier dell’esercito, immagino»
continuò Drake.
«A cosa sta lavorando Smith?»
«A niente. Ufficialmente è in aspettativa.» «Cazzate. È nell’intelligence
militare?» «In passato sì» rispose Gazenga. «Ma non ci sono prove di una
collaborazione attuale.» «Però se stesse ancora svolgendo qualche incarico per
loro, non sarebbe laggiù con un libero professionista inglese» osservò Collen.

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«Anch’io la penso così» concordò Gazenga. «Ricorderete che Smith è stato
coinvolto nel disastro Hades in quanto medico dell’USAMRIID. Dopo
quell’episodio, è apparso in un mucchio di posti senza una ragione apparente.»
«Qualcuno gli ha offerto un lavoro dopo che ha smascherato Tremont» arguì
Drake.
«Potrebbe essere un’ipotesi plausibile, signore.» «Sì, ma chi?»
«Non saprei, non riesco a trovare nulla, neppure un indizio da cui partire. Se
sta lavorando per un’agenzia clandestina, sarà difficile scoprire qualcosa: sono
incredibilmente bravi a restare nell’ombra e a non farsi scoprire.» Drake si
appoggiò allo schienale, allungò le gambe e scrutò gli occhi azzurri di Smith. Chi
era così potente da reclutare una risorsa come Smith? E chi nutriva tutto
quell’interesse per Caleb Bahame?
Conoscere la risposta a quelle domande poteva rivelarsi molto pericoloso.

«Dove si trovano adesso?» «In viaggio per l’Uganda.» Collen si voltò verso il
direttore della CIA e gli si rivolse in un sussurro. «Gesù, Larry…»

Drake annuì senza dire niente. Poi: «Falli seguire, Brandon. Voglio sapere
dove vanno, con chi parlano e tutto ciò che vengono a sapere.
E in tempo reale. Sono stato chiaro?».
«Sì, signore.» «E scopri per chi diavolo stanno lavorando.» Gazenga assentì
con un cenno obbediente del capo, ma sembrava sempre più a disagio.
«Devi dirci qualcos’altro, Brandon?» «No, signore.» «Sì, invece. Parla.»
Brandon esitava, oscillando avanti e indietro sulla sedia nella luce del proiettore.
«Signore, finora abbiamo agito in modo…» «Legale?» «Con tutto il rispetto,
stavo per dire plausibile. Riguardo ai metodi di Bahame e agli interessi dell’Iran
abbiamo detto solo cose del tutto ragionevoli e fondate, dal punto di vista
dell’analisi.» «Ma…?» «È vero, non sappiamo di preciso per chi lavori Smith,
tuttavia è possibile che si tratti di qualcuno dalla nostra parte…»

«Il tuo è un suggerimento o una constatazione di cose ovvie?» lo interruppe


Drake.
Brandon aveva alzato la testa per la prima volta. Un segno di sfida?

«In un certo senso, potrebbe rivelarsi un fatto non del tutto negativo per noi,
signore. Gli iraniani finora sono stati prudenti. Un cacciatore di virus americano
che va a ficcare il naso in giro potrebbe costringerli a darci indizi più chiari su
quali siano i piani di Khamenei.»
«Quindi secondo te dovremmo calpestare un intero anno di attenta
pianificazione e affidarci a due cittadini stranieri e a un medico militare che
obbedisce agli ordini di chissà chi?» Brandon non arretrò. «Dovremmo

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considerare l’op…»
«Gli iraniani portano avanti il loro programma di armamento nucleare» lo
incalzò Drake. «E noi come reagiamo? Con una tiratina d’orecchie. Adesso il
Paese si sta destabilizzando e potrebbe cadere con estrema facilità nelle mani di
Farrokh, con il benestare della comunità scientifica iraniana. E noi? Continuiamo
a stare a guardare.
Ed è quello che faremo anche quando quelli avranno testate nucleari in grado
di raggiungere le nostre coste, e l’OPEC finirà nelle grinfie di Teheran.»
La risolutezza di Gazenga cominciava a vacillare. Si spostò dal raggio del
proiettore nell’ovvio tentativo di nasconderlo. «Se noi…» «È tutto, Brandon»
concluse Dave Collen.
«Ma… Sì, signore. Grazie.»

Mentre il giovane si affrettava a uscire, Drake rifletté su quanto rapidamente


e violentemente il mondo stesse cambiando. Russia e Cina erano più facili da
tenere sotto controllo di quanto ritenesse l’opinione comune: entrambi i Paesi
avevano una burocrazia immensa e sofisticata, una popolazione con obiettivi a
lungo termine molto prevedibili e un arsenale di armi convenzionali ed
economiche senz’altro inferiore rispetto a quello statunitense. L’Iran era diverso.

In netta opposizione alla politica di non interferenza di Castilla, Drake stava


conducendo una guerra silenziosa contro l’Iran. I due scienziati nucleari uccisi di
recente da un’autobomba e il worm Stuxnet lanciato contro le loro centrifughe
erano il risultato di attentati orditi da agenzie clandestine. Ma lui stava solo
rimandando l’inevitabile. La minaccia costituita dalla Repubblica Islamica doveva
essere resa nota al mondo intero e, cosa ancora più importante, era necessario
dimostrare la capacità militare dell’America nella gestione di quella minaccia.
Questa volta non ci sarebbero state estenuanti guerriglie urbane, nessun politico
locale corrotto, nessun IED (ordigni esplosivi improvvisati). L’Iran sarebbe stato
completamente cancellato, e in fretta.

Il mondo musulmano aveva iniziato a considerare debolezza l’ossessione


tutta americana di evitare le vittime civili. Quell’errore di valutazione sarebbe
presto stato fugato, mentre il mondo sarebbe rimasto a guardare i pochi
sopravvissuti iraniani lottare per tenere in piedi un Paese catapultato di nuovo
all’Età della pietra, e non in senso metaforico.
Era tempo di ristabilire l’ordine mondiale e di inviare un messaggio chiaro e
univoco al Pakistan, all’Afghanistan e a tutti gli altri Paesi mediorientali: se
tenete sotto controllo i vostri fondamentalisti, l’America si terrà in disparte. Ma
se permettete loro di diventare una minaccia, sarete voi i prossimi.
Gli serviva soltanto un catalizzatore e il parassita di Caleb Bahame era

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perfetto. Anche secondo gli standard delle armi biologiche, era un agente
tremendamente feroce, e tutti i governi del pianeta avrebbero voltato le spalle a
un Paese che ne facesse uso.

Se adesso consentiva a Smith e alla sua squadra di confermare l’esistenza del


parassita e di portare allo scoperto il coinvolgimento dell’Iran, come ipotizzava
Gazenga, il loro piano sarebbe abortito.
Sarebbe intervenuta la politica, agitando spade di latta mentre l’Iran
diffondeva una smentita dopo l’altra. Castilla e le Nazioni Unite avrebbero
indetto tavoli di discussione, preteso maggiori prove, preso inutili decisioni. E gli
americani, stanchi delle guerre e alle prese con il loro disastro finanziario, si
sarebbero opposti a una nuova battaglia in nome dell’ennesima lotta contro
fantomatiche armi di distruzione di massa.

No. Perché gli Stati Uniti potessero rispondere con una forza schiacciante, la
minaccia non poteva esistere solo nelle parole dei commentatori televisivi e dei
portavoce del governo. Agli iraniani si doveva permettere di usare il parassita di
Bahame. Gli americani, deboli e sempre più concentrati su se stessi, avrebbero
dovuto sperimentare sulla propria pelle le conseguenze della loro apatia.
«Larry?» interloquì Collen, rompendo il silenzio nell’ufficio, ancora in
penombra. «Cosa facciamo adesso? Non avevamo previsto nessuna di queste
complicazioni. E Brandon lo vedo titubante.»

Drake espirò a fondo, obbligandosi a fare mente locale. Gazenga era un


profondo conoscitore dell’Africa centrale, e fino ad allora le sue competenze
erano state essenziali per l’operazione, ma si sapeva fin dall’inizio che prima o
poi sarebbe arrivato il momento di fare i conti con la sua storia personale; non
avrebbe avuto il coraggio di spingersi fin dove era necessario. Perderlo adesso,
tuttavia, sarebbe stato il male minore.

«Stai imparando in fretta, Dave.» «Faccio il possibile. Ma il mio livello di


esperienza non si avvicina neppure lontanamente al suo. Lo stesso vale per i miei
contatti sul territorio.»
Drake annuì, comprensivo. «Dovremo accelerare sulla tabella di marcia e
metterlo sotto sorveglianza. Anzi, comincerei già da stasera.
Forse dimostrerà di avere più spina dorsale di quanto ci aspettiamo.» «E
Smith?»
«Per adesso limitiamoci a seguirlo. Magari si lascia scappare quello che sa e
per chi lavora. Quando capiremo che stanno per mettere le mani su qualcosa di
concreto, però, dovremo eliminarli.» Brandon Gazenga rivolse un pallido sorriso
alle persone nel corridoio, cercando di mantenere la sua consueta andatura
mentre raggiungeva il suo ufficio e si chiudeva la porta alle spalle.

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Come aveva fatto a cacciarsi in una situazione del genere?

La risposta era fin troppo semplice. Era stato Drake in persona a chiamarlo e
lui era stato lusingato dall’attenzione del direttore della CIA. Quando gli era stata
data l’opportunità di un avanzamento di carriera e di fare sul serio, aveva
semplicemente chiuso gli occhi e si era buttato.

All’università il mondo gli era sembrato bianco e nero, ma adesso aveva


assunto i toni di un grigio uniforme e deprimente, dentro le mura del quartier
generale dell’Agenzia. Un po’ di propaganda qui, una piccola selezione dei dati là,
e si poteva confezionare un rapporto ad hoc per qualsiasi cosa. Ma ora tutto si era
capovolto. Drake aveva intenzione di eliminare Smith e i suoi collaboratori,
ormai ne era sicuro. Ovviamente il coinvolgimento della CIA sarebbe stato
indiretto, come sempre: un rapido pagamento in contanti a un intermediario, un
passaggio di informazioni ai criminali della zona, magari una parolina a uno dei
miliziani di Bahame. Nell’ultimo anno aveva appreso molto bene quella regola
fondamentale: era indispensabile non lasciare alcuna traccia della propria
presenza.

Ma lui avrebbe saputo la verità. Non essersi sporcato le mani di sangue non lo
sollevava dalla sua responsabilità.
Tutta l’operazione si svolgeva in un equilibrio incredibilmente delicato: gli
iraniani dovevano dare loro una prova inconfutabile dell’esistenza del parassita,
ma senza spingersi a utilizzarlo davvero.

Razionalizzando, tuttavia, Gazenga iniziò a capire quanto fosse soggettivo


quel punto di equilibrio. Fino a che punto sarebbero stati capaci di spingere
l’Iran, Drake e Collen? Quale livello di rischio erano disposti ad assumersi, prima
che l’operazione sfuggisse loro di mano?

«Benvenuto nell’élite dell’intelligence statunitense» disse al suo ufficio


vuoto.
Buffo, quanto la realtà fosse diversa dalla fantasia. Chi avrebbe mai pensato
che non si sarebbe accontentato di affiancare i suoi fratelli nella gestione della
catena di ristoranti? Che la sua massima aspirazione non fosse starsene immerso
fino ai gomiti nel manzo speziato e nei piatti sporchi?

Gazenga si avvicinò stancamente alla scrivania e si lasciò cadere sulla


poltrona di pelle, regalo di suo padre per la laurea. Questa faccenda stava

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diventando troppo grande per lui. Aveva bisogno di parlare con qualcuno che
sapesse cosa diavolo avevano intenzione di fare i suoi capi. Qualcuno di cui
potesse fidarsi.

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Capitolo 24

Entebbe, Uganda

21 novembre, ore 15:17 GMT+3

Sarie van Keuren lanciò una corda elastica sopra la cassa dell’attrezzatura da
campo e Smith l’afferrò al volo, agganciandola a un foro arrugginito sul tetto del
veicolo.
«Così dovrebbe reggere fino a Kampala» commentò, e l’autista si sporse dal
finestrino aperto, annuendo con energia.
«No problem.»
Sapeva solo quelle due parole d’inglese, ma con l’accento e l’espressione
adeguati riuscivano a comunicare su qualsiasi cosa.
Smith salì sul sedile anteriore, accanto al posto di guida, tirandosi sulle
ginocchia lo zaino prima di sbattere più volte la portiera, nel tentativo di farla
stare chiusa. «Peter! Partiamo.»
Howell era sul marciapiede davanti all’aeroporto ugandese di Entebbe, girato
di spalle, con le mani affondate nelle tasche dei jeans scoloriti, nonostante il
caldo e l’umidità. Il vecchio edificio del terminal non c’era più, ma l’aeroporto
rappresentava tuttora una sorta di santuario per gli uomini che avevano fatto
parte delle forze speciali di tutto il mondo.
Nel 1976, ai tempi del presidente Idi Amin, un gruppo di terroristi palestinesi
aveva dirottato un aereo dell’Air France con a bordo duecentocinquanta
passeggeri, partito da Tel Aviv e diretto a Parigi, obbligando il pilota ad atterrare
in Uganda. Dopo aver rilasciato qualche passeggero, i terroristi minacciarono di
uccidere gli ostaggi rimasti a bordo se non fossero stati liberati alcuni loro
compatrioti, detenuti in Israele.

Le trattative pacifiche non portarono a niente, anche a causa del sostegno di


Amin alla causa palestinese, e gli israeliani cominciarono a organizzare una
missione di salvataggio.

L’operazione Thunderbolt, cui presero parte circa cento militari scelti, si


svolse nell’arco di un’ora e mezza. Alla fine furono salvati tutti gli ostaggi tranne
tre, mentre i dirottatori, insieme a quarantacinque soldati ugandesi, furono
uccisi.
Era stata un’eccellente dimostrazione di cosa può fare una forza ben
addestrata, e da allora quel piccolo aeroporto era divenuto famoso in tutto il
mondo.

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«Peter!» lo chiamò Sarie, caricando a forza il suo zaino sul sedile posteriore e
infilandosi accanto al bagaglio. «Cosa stai guardando? Il tassametro corre!» La
sua voce lo risvegliò da una sorta di trance e salì in macchina di fianco a lei.
«Tutto bene?» gli domandò Sarie.

«Ma certo, mia cara. Perché non dovrei stare bene?» Smith lanciò una rapida
occhiata alle sue spalle, per poi sistemarsi meglio sul sedile di plastica, rattoppato
con abbondante nastro adesivo, mentre il taxi s’immetteva nel traffico. Per
qualche minuto guardò dal finestrino le colline verdeggianti punteggiate di case,
ma faceva sempre più fatica a tenere gli occhi aperti. Il tragitto fino in città e poi
all’hotel non sarebbe durato più di mezz’ora, ma forse poteva approfittarne per
riposarsi un po’. Se aveva fatto bene i calcoli, nelle prossime due settimane
avrebbe avuto ben poche occasioni per dormire.

Il cellulare di Sarie squillò e lui ascoltò le domande circospette che rivolse al


collega parassitologo tedesco al quale aveva lasciato un messaggio quella
mattina. Quando percepì nella sua voce l’inevitabile delusione, Smith riportò
l’attenzione al monotono rumore di fondo del motore. Ancora una volta Star
aveva avuto ragione: qualunque cosa fosse quel fenomeno, le due misere
paginette in suo possesso costituivano l’intero corpo di conoscenze al riguardo.

Nonostante la stanchezza, Smith non riusciva a svuotare la mente,


rimuginando di continuo sulla sua sempre più lunga lista di dubbi e problemi.
Lavorare a contatto con pericolose malattie era piuttosto difficile, anche
mantenendo un controllo ferreo su ciascuna variabile. Di solito conosceva il tipo
di patogeno che aveva di fronte, i suoi pazienti erano grati per la sua presenza e
lui poteva contare sulla collaborazione di un folto gruppo di eminenti specialisti e
di attrezzature all’avanguardia.

Affermare che la situazione al momento non era ottimale era l’eufemismo del
secolo. Tutto l’equipaggiamento protettivo di cui disponevano erano guanti
chirurgici e qualche mascherina recuperati al volo nella cantina di Sarie.
Praticamente non sapeva nulla di quel parassita misterioso e neppure se
esistesse davvero. C’erano solo delle ipotesi sulla sua modalità di propagazione e
nessuna idea su come attaccasse le vittime. E i pazienti, anziché offrirgli in dono
degli animali, come era accaduto l’ultima volta che aveva lavorato in Africa, con
tutta probabilità per sdebitarsi avrebbero cercato di farlo a pezzi.

E poi c’era Caleb Bahame, un soggetto che aveva introdotto la jeep come

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innovazione tecnologica alla pratica di tortura barbarica del drawing and
quartering, quella in cui le vittime venivano trascinate da un cavallo, prima di
essere squartate. Non sarebbe certo stato contento di ritrovarsi tre bianchi che
ficcavano il naso e facevano domande nel suo territorio…
Smith sobbalzò sul sedile per l’improvviso colpo di clacson. Strizzò gli occhi
nel sole abbagliante, senza capire per un attimo dove si trovasse. Davanti a loro,
alti palazzi moderni interrompevano il profilo delle verdi colline, creando uno
skyline vagamente sovietico che sovrastava i tetti rossi e le strutture bianche di
epoca coloniale.

Kampala era una città ordinata e sorprendentemente graziosa, in netto


contrasto con la sua turbolenta storia politica segnata dalla dittatura militare, e
ora da Caleb Bahame. Era una situazione davvero ingiusta, ma comune in quella
parte del mondo: appena il popolo riusciva ad alzare la testa e la speranza iniziava
a soppiantare la paura e la disperazione, arrivava qualcuno con la sua milizia
improvvisata, mosso da un’oscura determinazione a distruggere tutto.
«Gira a sinistra alla prossima» suggerì Howell, protendendosi dal sedile
posteriore per dare un leggero colpetto sulla spalla dell’autista.

L’ugandese sembrava confuso e indicò la città oltre il parabrezza dal vetro


incrinato.«No problem. Hotel.» «Non all’hotel» insistette Howell con maggiore
convinzione.
«Adesso. Gira qui.»
«No! Problem! Posto non buono.» Smith si voltò verso l’amico per dirgli
qualcosa, ma fu contento quando Sarie parlò al suo posto. «Cosa succede, Peter?
Credevo che non fossi mai stato in Uganda.»
La sua ingenua franchezza era non soltanto attraente, ma anche utile.
Smith non riusciva a fare domande a Howell, specie dopo averlo coinvolto in
una missione per conto di un’organizzazione di cui l’inglese non conosceva
neppure l’esistenza.

«Ti ho detto di girare qui!» esclamò Howell, alzandosi dal sedile e afferrando
il volante. Il taxi sobbalzò malamente su una strada sterrata, tanto da mandare
Smith a sbattere contro la portiera malferma. Si afferrò al cruscotto e per un pelo
riuscì a non essere sbalzato fuori.
«Cosa diavolo fai, Peter?» chiese, provando a richiudere lo sportello.
«Pensavo di fare un giro panoramico.»

Howell allungò tre banconote da cento dollari all’autista, il quale ormai non
sapeva se avere più paura dell’uomo seduto dietro di sé o di ciò che stava davanti
al muso della macchina. Il denaro sciolse il dilemma.

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Smith riuscì a richiudere la portiera e si girò per quanto gli consentiva lo
zaino posato sulle ginocchia. Non era stupito del fatto che Howell non gli avesse
detto del suo passato in Uganda, del resto il loro rapporto era basato
essenzialmente sui segreti. Tuttavia, era seccato per il suo cambiamento di
umore, poiché l’ex SAS, in genere posato e calmo, era diventato imprevedibile.

Non aveva mai avuto motivo di mettere in dubbio il giudizio di Howell prima
di allora, ma percepiva qualcosa di strano. Fino a che punto poteva lasciarlo
andare a briglia sciolta prima di tirarla di colpo?

Mentre si avvicinavano a una township, una delle malandate aree periferiche


della città, l’autista cominciò a parlare in tono irritato nella sua lingua, come per
convincersi di qualcosa. Erano ormai a pochi metri dalla prima abitazione, una
capanna sbilenca fatta di lamiera ondulata e di fil di ferro, quando l’autista frenò
di colpo. «Io ferma qui! No avanti!»
Howell scese con calma dalla macchina e spalancò la portiera del lato guida,
trascinando in strada l’uomo terrorizzato.
«Torniamo in un batter d’occhio» scherzò, infilandosi al volante e partendo a
tutta velocità.

«Peter» mormorò Sarie mentre procedevano tra file di baracche, attirandosi le


occhiate perplesse dei pedoni che si scansavano al loro passaggio. «Io provengo
da questa parte del mondo e secondo me non dovremmo essere qui. Non siamo i
benvenuti.»
Howell non rispose e Smith sentì la mano di lei posarsi leggera sulla sua
spalla, come per invitarlo a intervenire. Ma per la prima volta nella sua vita, o
quasi, non sapeva come comportarsi. Se non fosse stato per Peter Howell,
sarebbe già morto almeno cinque volte.

Più andavano avanti, più il quartiere cambiava aspetto. Le donne e i bambini,


numerosi all’inizio, erano scomparsi. Ora c’erano solo uomini armati. Un pickup
con una mitragliatrice montata sul tettuccio attraversò loro la strada e l’uomo a
torso nudo seduto nel cassone puntò l’arma verso di loro, senza avere il tempo di
decidere se fare fuoco o meno, prima di sparire dietro un angolo.

«Okay, adesso basta, Peter» proruppe Smith afferrando la leva del cambio e
mettendola in folle. «O ci dici cos’hai in mente, oppure facciamo marcia indietro
e ce ne andiamo di qui il più in fretta possibile.»
L’inglese lanciò un’occhiata al sedile posteriore, dove Sarie, in ginocchio,
osservava la folla avvicinarsi alla macchina. A differenza del mitragliere, quelle
persone avevano avuto il tempo di riflettere sulla presenza di quegli stranieri e

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avevano già preso una decisione.
Che non avrebbe accontentato tutti.

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Capitolo 25

Langley, Virginia, USA

21 novembre, ore 10:15 GMT-5

Lei era là.


Brandon si fermò a osservare la donna in attesa davanti all’ascensore e,
quando ebbe appurato che non era in confidenza con nessuno dei presenti, si fece
avanti.

A causa del suo tormento interiore per l’operazione in Uganda, aveva


cominciato a guardarsi attorno alla ricerca di qualcuno a cui potersi rivolgere, se
non fosse più riuscito a reggere la situazione. Lavorando con Drake, aveva
accesso ai database della CIA molto al di sopra del suo livello gerarchico e in poco
tempo aveva messo insieme una breve lista di persone ritenute irreprensibili, di
grande esperienza e di incrollabile integrità morale.

Sebbene dimostrasse all’incirca trentacinque anni, la donna di fronte a lui era


una piccola leggenda all’interno dell’Agenzia. All’inizio l’aveva scartata perché si
occupava di Afghanistan e viaggiava spesso, ma in quel periodo era in sede, per
gestire l’emergenza seguita all’uccisione di un leader talebano stanato tra le vette
dell’Hindu Kush. Forse stavolta la fortuna era dalla sua parte.

La porta dell’ascensore si aprì e Brandon vi s’infilò, posizionandosi


abbastanza vicino a lei da sentire il profumo dello shampoo emanato dai suoi
capelli biondi, tagliati corti. Il fisico atletico, le labbra carnose e la pelle
abbronzata erano indubbiamente dei vantaggi nel suo lavoro, ma in quel
momento erano d’intralcio a Brandon. Le occhiate furtive degli altri uomini
presenti non gli facilitavano il compito.

Gazenga riuscì ad avvicinarsi a lei nonostante lo spazio affollato, guardandola


di sottecchi mentre lei teneva gli occhi scuri fissi sul display con il numero dei
piani.
L’ascensore si fermò con un sobbalzo, dando a Brandon la scusa per urtarla
leggermente e infilarle un foglietto nella tasca della giacca.

Lei si girò appena. I suoi occhi neri, scrutandogli il profilo della mandibola, gli
causarono all’improvviso un intollerabile senso di claustrofobia. All’ultimo

101
momento si fece largo tra le persone di fronte alla porta e si precipitò fuori.
L’atrio era quasi deserto e si fermò sotto una ventola di aerazione,
concentrandosi per controllare la respirazione e asciugandosi il sudore sotto il
getto di aria fresca.

Non si era lasciato prendere dal panico. L’aveva fatto. Ma per qualche motivo,
non aveva provato il sollievo che si era aspettato.
Continuava ad avere quell’orribile sensazione di essere in trappola.
Con quel foglietto si era, per così dire, lanciato dal trampolino e non poteva
più tornare indietro. Poteva solo sperare che la piscina non fosse vuota.

102
Capitolo 26

Periferia di Kampala, Uganda

21 novembre, ore 16:26 GMT+3

Peter Howell sorrise con nonchalance a un gruppo di uomini, armati fino ai


denti da risultare quasi ridicoli, che li guardarono passare con aria attonita.
Davanti a loro, un elaborato arco si apriva nel muro di pietra che avevano
costeggiato negli ultimi minuti. Quando si fermarono di fronte all’apertura,
c’erano almeno tre mitragliatrici e non meno di trenta armi leggere puntate sul
vecchio taxi. Un uomo in tuta mimetica si avvicinò a passo cauto, tenendoli sotto
tiro e guardandoli da sopra il mirino di un fucile d’assalto Tavor, di fabbricazione
israeliana, mentre gridava istruzioni incomprensibili.

Furono obbligati a scendere dal veicolo e Smith afferrò Sarie per un braccio
per impedire agli uomini di trascinarla via e cercando di mettersi davanti a lei in
modo da farle scudo.

«Hai un piano?» gridò Smith da sopra il tetto dell’auto, incerto se essere più
in collera con Howell o con se stesso. «Oppure hai scelto proprio oggi per
suicidarti?» «Andiamo a fare un po’ di shopping» rispose l’inglese in tono
enigmatico.

Un giovane con una T-shirt sbrindellata dei Puffi diede a Smith uno spintone
e questi reagì allo stesso modo, facendo cadere l’altro a terra. «Sta’ indietro!» Il
ragazzo si rialzò rapido, afferrando il mitra che aveva a tracolla, e Smith gli si
scagliò contro. Qualcuno alla sua sinistra gli tirò una gomitata e Jon si piegò per
evitarla, senza staccare gli occhi dalla Heckler & Koch compatta puntata su di sé.

Poi tutto si fermò. Dall’arco nel muro si levò un secco comando e il giovane
con il mitra fece un passo indietro, lasciando la presa sull’arma.

La folla cominciò a disperdersi e i miliziani armati persero interesse nei


confronti dei tre, tornando a sorvegliare il viavai degli abitanti nella strada
polverosa.

«Peter, amico mio!» disse una voce dal forte accento straniero. Gli ultimi
astanti si allontanarono all’arrivo di un uomo alto e dalla pelle scura.

103
«Mi scalda il cuore rivederti» aggiunse, continuando a stringere la mano
dell’inglese. «Non avrei mai osato nemmeno sognarlo.» «Anch’io sono felice di
vederti, Janani. Ti presento i miei amici, Sarie e Jon.» L’uomo fece ai tre un
cenno con la mano. «Venite. Togliamoci da questo sole.» Smith lanciò
un’occhiata a Sarie e si strinse nelle spalle, prendendola per il gomito prima di
seguire i due uomini oltre l’arco di pietra.

«Hai messo su peso» commentò Howell.


«Tu invece sei invecchiato, fratello. Me la passo bene. Ho molte mogli e figli.
Tu quanti figli hai?» «Nessuno.» Janani scosse la testa con aria di compatimento
mentre svoltavano in un vicolo sul quale si aprivano numerose botteghe
specializzate in «oggetti pericolosi». C’erano venditori di armi, esperti in vari tipi
di esplosivo e un negozio con una tenda giallo canarino che pubblicizzava la
migliore selezione di missili terra-aria portatili di tutta l’Africa.

Janani li guidò oltre una porta priva di insegna e si ritrovarono in un’officina


enorme e super attrezzata.
«Janani costruisce armi personalizzate» spiegò Howell, facendo un ampio
gesto con la mano, ma senza guardare i suoi compagni di viaggio. «È il migliore al
mondo.»
«Tu mi lusinghi, Peter. Hai ancora la pistola che ti ho fatto tanti anni fa?»
«Purtroppo no, l’ho persa.» «Ma non prima di averla usata molte, molte volte.»
Howell annuì e rispose in tono un po’ distante. «Sì, ho ucciso tanti uomini.»

Passando da una porta sul retro uscirono su un patio coperto, dove era
esposto uno stupefacente assortimento di armi, allineate su rastrelliere. Ai loro
piedi s’inerpicava una collina lussureggiante e dalla sommità piatta. Sul fianco
erano installati numerosi bersagli a distanze regolari.

«Jon» disse Janani, girandosi verso Smith. «Cosa usi, di solito?» «Sig Sauer.
O Beretta, qualche volta.» L’africano si accigliò, poco convinto. Si voltò a
prendere una pistola da un espositore in gommapiuma.
Smith l’accettò, ma dopo pochi secondi Janani gliela tolse di mano con una
smorfia di disgusto.
«Assolutamente inadatta» borbottò, scegliendone una dal calcio un po’ più
massiccio. «Dimmi come ti trovi con questa.»
Smith dovette ammettere che non era niente male: aveva la stessa
apprezzabile solidità della Sig Sauer, ma era meno pesante.
«Ti dispiace?» domandò Smith, indicando i bersagli.
«Prego.» Sparò un colpo alla sagoma posta a cinquanta metri, centrandola in

104
pieno.
«Vedi, è perfetta» commentò Janani, con l’orgoglio del bravo artigiano nella
voce.

«L’impugnatura è comoda, spara bene. Ma è abbastanza efficace? Il rinculo


mi sembra leggero.» «È un proiettile dieci millimetri da 170 grani con una
velocità di 396 metri al secondo.» «Ma dai… davvero?» L’africano annuì. «Allora
qual è il verdetto, amico?»
«Se è affidabile, è l’arma migliore con cui abbia mai sparato.» «Certo che lo
è!» protestò Janani. «Di sicuro più di qualunque arma costruita dagli italiani.»
«Va bene» tagliò corto Howell. «Ne prendiamo due, una anche per me. Poi mi
servono un paio di fucili d’assalto. Qualcosa di maneggevole, tipo uno SCAR-L,
però mi fido di te. Non ci importa viaggiare leggeri, quindi dammi anche un
migliaio di colpi per i fucili e un centinaio per le pistole. E tre caricatori di riserva
per ogni arma.»
«Posso preparare tutto per domattina. Può interessarti qualcos’altro?
Un lanciarazzi portatile? Ho qui un prototipo che fa al caso tuo.» «Allettante,
ma stiamo cercando di tenere un profilo basso. Magari conosci qualcuno che
potrebbe venderci una macch…» «Scusate!» Si girarono tutti e tre a guardare
Sarie, che agitava nervosamente una mano. «Non state dimenticando qualcuno?»

L’africano non riuscì a celare l’imbarazzo. «Sta scherzando?» «Secondo me


sta parlando sul serio» osservò Smith.
Janani scosse il capo con aria afflitta. «Le donne sono diventate così… qual è
la parola? Presuntuose, arroganti. È questo il nuovo femminismo.» Si diresse
verso una cassettiera e ne estrasse una minuscola .32 cromata. «Ecco, questa è
l’arma ideale da tenere in borsetta.»
Persino Howell scoppiò a ridere, più per l’espressione serissima di Sarie che
per la battuta di Janani.
«Io pensavo più a una cosa di questo genere» disse lei, avvicinandosi a una
fila di fucili semiautomatici con mirino. Ne prese uno e tirò indietro l’otturatore,
verificando che fosse carico prima di avviarsi verso una pila di sacchi di sabbia
ammassati su un tavolo.

«Quello non è un giocattolo» l’avvertì Janani, mentre Sarie s’inginocchiava e


prendeva la mira.
Quando lei non lo ascoltò, si girò verso i due uomini. «Anche la mia prima
moglie si comporta così. Secondo me è colpa di Oprah.
Avremo…»

105
Tutti e tre si chinarono all’unisono quando un’esplosione fece vibrare il
traballante tetto di paglia sopra le loro teste. Si udirono delle grida all’interno
dell’edificio e arrivarono di corsa diversi uomini armati, mentre Sarie batteva le
mani, tutta allegra. «Ma dietro c’era della dinamite? Fantastico!»

L’africano guardò accigliato i resti del suo bersaglio di compensato rotolare


lontano, in una nuvola di terriccio e roccia frantumata. «Solo dietro ai bersagli a
ottocento metri.»
«Le dispiace se faccio un’altra prova?» Janani le si avvicinò e le strappò di
mano il fucile. «Non se ne parla nemmeno, signora. Quest’arma è troppo pesante
per lei e il calcio assolutamente inadatto. Le farò trovare qualcosa di più adeguato
quando ritornerà con i suoi amici, domattina.»

106
Capitolo 27

Kampala, Uganda

21 novembre, ore 17:41 GMT+3

«No problem. Hotel.» Sarie ridacchiò sommessamente sul sedile posteriore, e


Jon Smith si nascose la faccia tra le mani. Avevano ritrovato l’autista a qualche
chilometro dal mercato delle armi, mentre tornava a piedi a Kampala.
Sembrava molto colpito nel rivederli vivi, ma riprese di buon grado possesso
della sua macchina arrugginita, dopo aver controllato se avesse riportato danni.

«No» ripeté Smith per la quinta volta. «Hospital. Prima vogliamo andare
all’ospedale.» La deviazione di Howell, per quanto proficua, non aveva lasciato
loro il tempo di passare dall’albergo prima dell’appuntamento con il direttore del
principale ospedale di Kampala.
«No problem. Hotel.» Smith emise un gemito e si abbandonò sul sedile.

«Forse non riesce a capire la differenza di suono tra le parole “hospital” e


“hotel”» suggerì Sarie. «Come si chiama l’ospedale?» Doveva essere davvero
stanco, per non esserci arrivato da solo.
Sessanta ore di viaggio avevano messo a dura prova le sue forze, molto più di
quando aveva trent’anni.

«Mulago» rispose Smith, scandendo le sillabe. «No hotel. Mulago hospital.»


L’autista spalancò gli occhi per la sorpresa. «Mulago? Tu malato?» «Sì! Ce l’hai
fatta! Sono malato. Molto, molto malato.» «Mulago. No problem.» Un quarto
d’ora dopo si fermarono di fronte a un enorme edificio, circondato da
un’inferriata dipinta di un improbabile celeste.

«Mulago!» annunciò il taxista mentre Smith spalancava la portiera difettosa e


si liberava dal peso dello zaino sulle ginocchia.
Si chinò a guardare Howell. Dopo essersi rianimato al mercato delle armi, era
tornato taciturno; era molto strano, considerata la sua personalità. «Puoi
aspettarci in macchina, Peter? Non ci metteremo molto.» L’inglese appoggiò la
testa allo schienale e fissò la fodera ammuffita del tettuccio. «Non ho altri
appuntamenti urgenti.»

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«Salve, sono il dottor Jon Smith, e la signora è la dottoressa Sarie van Keuren.
Abbiamo appuntamento con il dottor Lwanga.»
La donna si alzò con sorprendente agilità da dietro una piccola scrivania.
L’iniziale cipiglio si trasformò in un largo sorriso. «Certo» disse con un leggero
accento africano. «Vi stavo aspettando. Se volete seguirmi, prego, da questa
parte.»
Li guidò a pochi metri di distanza, fino alla porta aperta di un ufficio, e si
scostò di lato per farli entrare.

«Il dottor Lwanga?» esordì Smith, rivolto a un uomo con gli occhiali, fermo in
una postura strana, forse eredità di una poliomielite infantile. Chiuse di scatto il
libro che aveva in mano e venne loro incontro zoppicando. «Dottor Smith,
dottoressa van Keuren. È un grande onore per me.»
«Anche per noi» rispose Sarie. «Avete una bella struttura, qui.» «Non
disponiamo di molti mezzi economici» ammise il medico. «Ma si fa quel che si
può.» «Di certo lei è molto impegnato, dottore, e non abbiamo intenzione di
portarle via molto tempo…» iniziò Smith.

«Ma figuratevi. Cosa posso fare per voi?» Smith lasciò la parola a Sarie, come
convenuto. Era una piccola celebrità nel continente per i suoi studi sulla malaria,
e sapeva meglio di lui quali fossero le domande giuste da porre. Lui avrebbe solo
controllato che Sarie non si facesse prendere dalla foga e rivelasse troppo.

«Siamo diretti a nord sulle tracce di un verme parassita che colpisce le


formiche. Ma, durante le nostre ricerche, ci siamo imbattuti nella descrizione di
un altro interessante parassita.» «Temo che questo non sia esattamente il mio
campo» disse Lwanga in tono di scusa.

«Siamo venuti da lei perché da alcuni rapporti è emerso che può colpire anche
gli esseri umani, causando sintomi simili a quelli della rabbia, squilibrio mentale
e forse un sanguinamento dei follicoli piliferi. Inoltre sembra confinato al nord
del Paese, dove è nato lei, giusto?»
Lwanga si era irrigidito. Sarie continuò: «Non siamo riusciti a trovare
informazioni su quali potrebbero essere gli organismi ospite del parassita, né in
realtà alcuna conferma della sua esistenza. Questo le dice qualcosa?».

Il medico africano si riscosse all’improvviso. «Ho paura di no. Non ho mai


sentito niente di simile alle sue descrizioni.» «Forse conosce qualcuno con cui
potremmo parlare, magari un medico dislocato nelle aree rurali del nord? In
modo da poter fare delle domande mirate alle persone giuste?»
«Ho lasciato il mio villaggio molto tempo fa e non ho mantenuto molti

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contatti.» Alzò la mano in un palese gesto di congedo. «Mi dispiace, non posso
aiutarvi. Adesso scusatemi, devo fare il mio giro di visite.»

«È stato un incontro molto strano» commentò Sarie quando furono usciti in


strada, nel caldo pomeridiano. «Non voglio sembrare diffidente, ma secondo me
non è stato del tutto sincero con noi.»
Era evidentemente a disagio per aver dubitato della parola di un medico
rispettabile e per di più anziano, ma Smith non si faceva certi scrupoli. Nel
mondo di bugiardi professionisti in cui viveva lui, Lwanga era un dilettante.

«Sapeva di cosa stavi parlando, Sarie. Hai notato il servizio da tè vicino alla
scrivania?» «Ja.» «Quante tazze hai contato?» «Quante tazze? Non saprei.»
«Ah» disse Smith. «Tu vedi, ma non osservi.»
«Ha parlato Sherlock Holmes» ribatté lei sorridendo. «Allora io dovrei fare
Watson?» «Non ancora. Ma potresti arrivarci. C’erano tre tazze e dalla teiera
usciva del vapore. Gli africani sono educatissimi, lo sai meglio di me.»
Lei annuì piano. «Pensava di offrirci il tè.» «Fino a quando tu non ti sei
messa a parlare di pazzoidi che sanguinano dai capelli.»

«Anche quella storia di aver perso i contatti con il suo villaggio è una
menzogna, Jon. L’educazione degli africani non è nulla, rispetto alla loro
devozione e al loro attaccamento alla famiglia.»
Attraversarono la strada e Smith aprì la portiera del taxi. «E così, il mistero
s’infittisce.» Il dottor Oume Lwanga era in piedi davanti alla finestra e guardava
la strada, in basso. Stringeva forte tra le dita il telefono umido di sudore per non
farlo scivolare a terra.

«Hanno detto esattamente questo?» chiese la voce del presidente Charles


Sembutu all’altro capo della linea.
«Sì, signore. Non sono entrati nello specifico dei sintomi della rabbia, anche
se hanno accennato alla pazzia. Hanno menzionato proprio il sanguinamento dai
capelli.»
«C’è altro?» «Hanno fatto allusioni a un possibile ospite animale, ma il loro
obiettivo principale era un verme delle formiche. Quest’altro parassita è saltato
fuori dalle loro ricerche. Non erano sicuri della sua esistenza.» «Dove sono
adesso?» «Stanno salendo su un taxi marrone con una cassa sul tetto.» «C’è
qualcun altro in macchina, oltre all’autista?»

«Forse c’è una persona sul sedile posteriore, ma da dove mi trovo è difficile
capirlo. Devo…» La comunicazione venne interrotta all’altro capo del filo e

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Lwanga rimase a guardare il taxi mentre si staccava dal marciapiede, con un
improvviso senso di colpa. Ora il loro destino era nelle mani di Dio.

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Capitolo 28

Uganda settentrionale

21 novembre, ore 18:33 GMT+3

Mehrak Omidi rallentò il passo quando il giovane di fronte a lui si scatenò in


un’elaborata pantomima del karate, menando calci in aria e ai cespugli,
barcollando e facendo dei versi da gallina strozzata.
Inciampò su un tronco mezzo marcio e imprecò di rabbia, poi afferrò una
delle bottiglie di birra ficcate nelle tasche della mimetica.

Omidi era atterrato in Uganda nove ore prima ed era stato subito condotto al
luogo del rendez-vous stabilito da Caleb Bahame. Si era aspettato di essere
prelevato da qualcuno in auto per andare poi all’accampamento. Invece aveva
fatto un tragitto di tre ore, bendato, nel retro di uno sgangherato mezzo militare.
E non era ancora finita.

Stavano camminando da un tempo indefinito nella giungla infestata di insetti,


tanto da fargli dubitare che gli uomini intorno a lui avessero idea della loro meta.
Erano quasi tutti ubriachi ed erano scoppiate almeno tre risse. In un’occasione
era stato costretto a intervenire, poiché erano comparsi dei coltelli.
«Quanto manca ancora?»

L’uomo davanti a lui si girò a guardarlo con aria truce e gli disse qualcosa
nella sua lingua, quindi riprese il cammino.

Omidi lo seguì, procedendo spedito nonostante l’umidità e il suolo così poco


familiari. Detestava l’Africa subsahariana e tutto ciò che ne faceva parte: l’aria, le
malattie, gli abitanti spregevoli. Avrebbe preferito di gran lunga inviare al suo
posto uno dei suoi luogotenenti, ma non era possibile. A nessun altro poteva
essere affidato un compito tanto delicato.

Quando si concesse di riflettere su ciò che avrebbe ottenuto, a Dio piacendo,


dall’incontro con Bahame, il respiro gli si fermò nel petto.
Avrebbero messo la parola fine a secoli di dominazione dell’America e
dell’Occidente. Quei popoli arroganti avrebbero finalmente compreso che tutti i
loro possedimenti erano solo illusioni.
Avrebbero constatato con orrore come il potere e il denaro accumulati con
tanta avidità non erano più in grado di proteggerli. E quando tutto fosse finito, si

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sarebbero ritirati con la coda tra le gambe, come cani bastonati.

Il sole era basso sull’orizzonte, e ciò non fece che aumentare in lui rabbia e
frustrazione. Presto avrebbero dovuto fermarsi. Mentre le guide erano ben
equipaggiate di alcolici e materiale pornografico, nessuno sembrava aver pensato
di portare una torcia o dei visori notturni.
Accelerò il passo e affiancò l’uomo davanti a lui, ma in quel momento udì un
richiamo riecheggiare nella foresta. Anche gli altri lo sentirono e lo accolsero con
grida eccitate di giubilo e sparando in aria con i fucili d’assalto.
Bahame.

Avvicinandosi alla voce amplificata, fu assalito dal tanfo dell’insediamento


umano: latrine a cielo aperto, immondizia e un inconfondibile odore di morte.
Passarono accanto a casse di armi e cibarie, e ad alcuni mezzi militari leggeri.
Tutto era coperto da frasche e fogliame, in modo da risultare invisibile dall’alto.

Sbucarono in una radura e Omidi individuò un uomo che percorreva a grandi


passi un palco improvvisato, parlando in un megafono.
Indossava una consunta tuta mimetica, decorata da un vistoso amuleto fatto
di denti e ossa umane.

Nello spiazzo erano ammassate non meno di cento persone, intente ad


ascoltare immobili quella figura dai capelli grigi. Erano per la maggior parte
adolescenti e bambini, vestiti con logori abiti civili e tutti armati, dai sofisticati
AK-47 alle lance primitive, adorne di piume. Almeno un quarto dei presenti erano
ragazze, alcune spudoratamente mezze nude, con i seni acerbi umidi di sudore.
Uno spettacolo disgustoso, tipico di quella gente.
L’uomo sul podio di legno e sassi lo vide e lo indicò, dicendo qualcosa di
incomprensibile mentre il pubblico apriva un varco per lasciarlo passare.

Visto da vicino, Caleb Bahame era una figura regale, dai lineamenti decisi, la
pelle scurissima e priva di imperfezioni, nonostante vivesse da anni in
accampamenti simili a quello. I suoi movimenti erano plateali, quasi
coreografati, ad accentuare ogni sua parola. Vedere Bahame là in alto, sentire la
sua presenza carismatica faceva capire molto bene come quell’uomo avesse
accumulato un così grande potere, e in così poco tempo.

Bahame aveva cominciato a diffondere la sua religione autoreferenziale nei


villaggi dell’Uganda settentrionale circa venticinque anni prima. Poco tempo

112
dopo aveva armato un gruppo di seguaci abbastanza numeroso da iniziare a
convertire i contadini locali, non importava se convinti dei suoi dogmi o meno.
Bruciava i villaggi, stuprava le donne e rapiva i bambini, imparando man mano a
manipolare le loro giovani menti per trasformarli in una forza di combattimento
priva di limiti morali o religiosi che non fossero dettati da lui.

Con il passare del tempo, il suo culto religioso divenne più politicizzato e
maggiormente incentrato su se stesso. Si era presentato come l’incarnazione
suprema di Maometto, di Gesù, di Karl Marx, soffiando sul fuoco dell’animosità
tribale e promettendo una società utopica dove latte e miele sarebbero scorsi in
abbondanza per tutti, senza necessità di lavorare o fare fatica. Ora Bahame
contava migliaia di seguaci e non era più in grado di individuare il confine tra sé e
Dio.

Omidi salì sul palco e Bahame lasciò il megafono per accoglierlo. La loro
stretta di mano fu salutata da alte grida.
«Mehrak, amico mio» esordì Bahame in un ottimo inglese. «Dio me l’aveva
detto che ti avrebbero condotto sano e salvo da me.» «Sia lodato il suo nome.»
Bahame sorrise e si voltò per aprire con la penna di un martello una cassa di
whiskey. I suoi seguaci accolsero esaltati il dono delle bottiglie lanciate loro da
Bahame, il quale ne tenne una per sé.

«Grazie alla mia magia abbiamo ottenuto numerose vittorie, e questa gente
mi ama» commentò, spezzando il collo della bottiglia. Dal suo sguardo, chiaro e
diretto, era impossibile capire cosa pensasse. Era un uomo da affrontare con
estrema cautela.
«Sei un grande capo.» «Sì, ma l’Uganda è un Paese vasto, dove c’è tanto male.
La mia magia non basterà per sconfiggerlo. Nemmeno la mia magia.»
Omidi annuì con aria grave. «Tutti i grandi capi, e in generale tutti i grandi
uomini, devono affrontare lo stesso problema. Non puoi contare solo sulle tue
forze. E affidarsi agli altri è… un azzardo.» «Dici bene, Mehrak.» «Vorrei vedere
la tua magia in azione, per capire se possiamo imparare a maneggiarla senza
l’ausilio del tuo potere.»
Sembrò lusingato da quella frase e prese un lungo sorso dalla bottiglia, prima
di porgerla al suo ospite.
«Il mio Dio non me lo permette» disse l’iraniano.
«E invece sì.» Omidi sorrise educatamente, sforzandosi di mantenere uno
sguardo mite e sereno. Bahame stava dicendo di aver parlato con Dio in suo
favore? O forse credeva di essere Dio?

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Un brusio serpeggiò tra la gente di Bahame e Omidi ne approfittò per girarsi a
vedere cosa li avesse distratti dai loro litigi per impossessarsi del liquore.

Un gruppo di miliziani simile a quello che l’aveva scortato fin lì irruppe nella
radura, trascinando un africano che si dibatteva, ferito.
Dietro di loro comparve un bianco sulla settantina, terrorizzato ed esausto.

Bahame saltò giù dal palco e Omidi lo seguì, tenendosi a una distanza
sufficiente per osservare la scena senza rischiare di esserne coinvolto.
«Dov’è la donna?» chiese Bahame con voce dura.

Uno degli uomini spinse il ragazzo ferito ai suoi piedi. «Dembe se l’è lasciata
scappare.» La gamba destra dei pantaloni del giovane era stata tagliata e intorno
alla coscia aveva una fasciatura sporca di sangue. Cercò di strisciare via, ma fu
bloccato dall’anello impenetrabile di uomini armati che si era formato attorno ai
nuovi arrivati.

Bahame indicò il bianco. «Chi è quello?» «Un dottore. L’abbiamo preso per
non far morire questo maiale e portartelo vivo.» Bahame spalancò gli occhi e
fissò il suo sguardo sul giovane implorante ai suoi piedi.

Lasciò cadere la bottiglia di whiskey e afferrò una pietra della grandezza di


una mela, mettendosi in ginocchio e assestando un colpo tremendamente
violento tra le scapole di Dembe. Questi proruppe in un urlo di dolore, subito
sovrastato dalle risa dei presenti.

«No, basta!» gridò il medico, cercando di proteggere il suo paziente, ma fu


spinto a terra prima di poterlo raggiungere.
Bahame continuò a torturare il ragazzo a colpi di pietra, evitando con
attenzione la testa e il collo, per concentrarsi sulle braccia, il torso, le gambe. Era
coperto di sudore e ansimava per lo sforzo, mentre al tonfo sordo del sasso sulla
carne faceva eco quello delle ossa fratturate e del gorgoglio del sangue nella gola
dell’africano.

Era incredibile: aveva trasformato il corpo di quel ragazzo in un cumulo di


ossa rotte, mantenendolo però non solo in vita, ma cosciente.
Quando fu stanco, Bahame si alzò, ma non intendeva ancora finire la sua
vittima. Raccolse la bottiglia schizzata di sangue, bevve e allungò il braccio verso
Omidi.

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L’iraniano esitò un momento, guardando il ragazzo scosso da deboli spasmi
sul terreno intriso di sangue. Poi fece un passo avanti e accettò il liquore, facendo
un brindisi al suo ospite prima di portare la bottiglia alle labbra.

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Capitolo 29

Kampala, Uganda

21 novembre, ore 21:12 GMT+3

Jon Smith rivolse il viso verso il getto di acqua tiepida della doccia, lasciando
scorrere via la polvere e il sudore. L’hotel si era rivelato perfetto: molto
tranquillo, quasi deserto e abbastanza fuori mano da non attirare l’attenzione.

E, cosa ancora più importante, la pressione dell’acqua era ideale, il letto


sembrava comodo e al ristorante servivano alcolici. Chissà quando avrebbe avuto
di nuovo l’occasione di godere di quelle comodità: intendeva approfittarne, finché
poteva.

Rimase sotto la doccia fino a consumare tutta l’acqua calda, si avvolse in un


telo di spugna e si spostò in camera, dove aveva lasciato la porta aperta sul
terrazzo. Tra le tende leggere si intravedeva la luna; si vestì senza accendere la
luce, prese una birra ghiacciata e uscì nell’aria notturna.
Dall’alto riusciva a scorgere il bar esterno, addobbato con luci natalizie, e i
pochi ospiti della struttura raccolti nella zona della piscina. Howell e Sarie erano
seduti a un tavolo un po’ defilato, accanto alla siepe di confine, ognuno con un
drink adorno di ombrellini di carta. Howell non sembrava più di umore cupo e
sorrideva al racconto avventuroso di Sarie, che mimava con le mani le corna di
qualche animale.
Smith stava per raggiungerli, ma poi ci ripensò. La brezza era gradevole, la
birra gelata e in lontananza le luci di Kampala brillavano nell’aria umida. La
quiete prima della tempesta.

«Posso farvi compagnia?» «Jon!» esclamò Sarie. «Ma guardati! Come sei
bello, tutto pulito!» «Stavo per dire lo stesso di te.» Portava un’ampia gonna a
fiori e un top aderente, che metteva in evidenza il suo fisico atletico. I capelli
erano sciolti sulle spalle.
Mentre si sedeva arrivò il cameriere. Servì alcune bibite in una mezza noce di
cocco e aggiunse un coperto nel quale spiccava un coltello così grosso da poterci
squartare un rinoceronte.

«Abbiamo già ordinato?» «Sarie si è presa la libertà di ordinare per te»


intervenne Howell. «Tu mangi… involtini di zebra, mi pare.» «Ja. Non
preoccuparti, ti piacerà.»
«Stavo giusto pensando che da tanto non mi gusto un bel piatto a base di

116
zebra» osservò in tono scherzoso, guardandosi attorno. Erano quasi le dieci di
sera e la maggior parte degli ospiti si era ritirata in camera. C’era ancora qualcuno
al bar e una giovane coppia scandinava seduta sul bordo della piscina a bere birra,
ma nessuno a portata di orecchio.
«Quali sono i programmi per domattina?» domandò Sarie.
«Ce ne andiamo senza dare nell’occhio, cercando di portare via da qui
l’insegna al neon che lampeggia sulle nostre teste.»
«Cosa intendi dire?» «Forse la deviazione dall’amico di Peter e il nostro
incontro con il dottor Lwanga non sono stati esattamente il modo più anonimo
per iniziare il nostro viaggio.» Sarie si protese verso di lui sopra il tavolo. «Tutta
questa clandestinità è piuttosto elettrizzante, devo dire. Mi sento quasi un agente
segreto.» Howell si trattenne a stento dallo sputare la misteriosa bevanda che
aveva portato alle labbra.

«Cosa c’è?» chiese Sarie.


Smith continuò senza lasciare all’inglese il tempo di aprir bocca.
«Per prima cosa andremo a ritirare le armi, e poi alla fattoria del medico che
ha fatto la scoperta negli anni Cinquanta. Magari la sua famiglia vive ancora là.»
Sarie annuì. «Altrimenti potremmo visitare i villaggi della zona e domandare agli
anziani se avessero mai sentito parlare di una cosa del genere prima dell’arrivo di
quel bastardo di Bahame. Se questa infezione è causata da un parassita, potrebbe
manifestarsi e scomparire periodicamente anche da migliaia di anni.» «Perché
non andiamo al sodo e ci mettiamo a cercare Bahame?» intervenne Howell.
«Nessuno va a cercare Caleb Bahame» replicò Sarie. «È lui che viene a cercare
te. È un assassino psicopatico.»
«Per ora ci terremo alla larga da lui» aggiunse Smith. «Non sappiamo
neppure con cosa abbiamo a che fare: abbiamo soltanto qualche vecchio articolo.
Se questo è davvero un agente biologico, però, dobbiamo procurarci tutte le
informazioni possibili sulla patologia e cercare di scoprire dove si annida.»
«Magari potremmo tentare di individuare una zona diventata meta di viaggio
solo di recente» suggerì Sarie. «Contatti con animali insoliti, cose del genere.»
Nell’ombra del vialetto accanto alla piscina si stagliò una figura che attirò
l’attenzione di Jon, mentre Sarie si lanciava piena di entusiasmo nelle ipotesi
sulle pressioni selettive del parassita.

L’uomo si spostò con nonchalance, senza guardare nessuno in particolare, ma


si faceva notare comunque. Era molto alto e aveva l’aspetto di un ex sollevatore
di pesi, con la muscolatura un po’ rilassata; aveva la pelle chiara, anche se
bruciata da una vita trascorsa sotto il sole africano.
Si diresse verso un tavolo coperto in parte da una pianta rampicante.
Ma quando passò vicino a loro cambiò improvvisamente direzione.

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Prima che Smith potesse reagire, si era già seduto sulla sedia vuota tra lui e
Sarie.
Dapprima Jon pensò che fosse il direttore dell’hotel, ma poi intravide il
luccichio di una pistola nascosta sotto il piano del tavolo.
«Peter!» esordì l’uomo, con un marcato accento olandese. «Sei qui in città e
non ti sei nemmeno fatto sentire. Voi inglesi non eravate quelli educati?»
Howell conservava un’espressione tranquilla, mentre Sarie era piuttosto
agitata. Era impossibile capire se era perché aveva visto la pistola o solo perché
nei suoi viaggi aveva già conosciuto uomini di quel genere. Visto da vicino aveva
tutto l’aspetto di un mercenario, uno dei tanti che si erano fatti le ossa nella
guerra in Angola e poi avevano passato il resto della vita a combattere battaglie
sanguinose nel resto del continente.

«Dovrai accettare le mie scuse, Sabastiaan. Ti credevo morto.» «Non ne


dubito. Stavo sanguinando di brutto quando te ne sei andato.
Ma me la sono cavata.» «Sono in tremendo imbarazzo. Avrei giurato di averti
colpito a un’arteria.» Sabastiaan fece un ghigno crudele e afferrò il drink di Sarie,
prosciugandolo in meno di un secondo. «Non mi presenti ai tuoi amici?»
«Naturalmente. I dottori van Keuren e Smith. Li sto accompagnando, sono in
cerca di campioni scientifici.»

Howell stava cercando di accampare una scusa, ma senza grandi risultati.


Quel tipo era un professionista abbastanza sveglio, e molto diffidente nei
confronti dell’ex SAS.

«E vi siete portati dietro questo inglese figlio di puttana? Quanto lo pagate?


Potevate trovare di meglio.» Smith finse un’espressione spaventata, quella che ci
si poteva aspettare da un accademico americano in una situazione analoga.
«Ma di cosa state parlando? Noi… noi non vogliamo problemi.»
Come attore era stato abbastanza bravo. Sabastiaan lo liquidò giudicandolo
poco interessante. Un errore grossolano, per un mercenario. Forse fatale.
«E tu cosa mi racconti, dolcezza?»
Sarie gli rispose in afrikaans, con aria risentita. Non doveva avergli detto
qualcosa di gentile, perché Sabastiaan le rispose in tono ancora più aggressivo.
Cercò di incrociare lo sguardo di lei per cercare di tranquillizzarla. Altro sbaglio.

Con un unico movimento fluido, Smith afferrò il suo coltello da bistecca e lo


agitò sotto il mento del mercenario. Sabastiaan fu sorpreso per un attimo, ma poi
sorrise, sarcastico. «È coraggioso, il professore.» Smith si piegò leggermente in
avanti, controllando con la coda dell’occhio se le persone al bar erano ancora
girate di spalle.

118
«Guardami bene, Sabastiaan. Mi credi sul serio un professore?»

Il sorriso sul volto del mercenario si spense. Essere in grado di soppesare con
cura un avversario era tra le qualità più importanti, per un uomo nella sua
posizione, e stava iniziando a capire quanto si fosse sbagliato.

«Ho una pistola puntata sul tuo amico» replicò, con qualche esitazione. «Mi
basta solo premere il grilletto.» «Sarebbe una seccatura. Dovrei trovare un’altra
guida, e poiché intendo ficcarti questo coltello nel collo fino a sfondarti il cranio,
tu saresti fuori gioco.»
Smith sentì spalancarsi la porta d’ingresso dell’hotel, ma non osò staccare gli
occhi da Sabastiaan, anche quando alle sue spalle sentì il tonfo di passi pesanti.

«Metta giù il coltello!» ordinò una voce con forte accento straniero.
«Ha una pistola» si giustificò Smith. «Sta…» «Lo metta giù subito!» «Fallo»
intervenne Sarie. «Ma lentamente.» Howell annuì in segno di intesa e Smith
appoggiò il coltello sul tavolo. Subito dopo si sentì sollevare dalla sedia e i quattro
furono circondati da militari armati.
«Lasciatemi spiegare» protestò Smith, mentre gli legavano le braccia dietro la
schiena con una fascetta di plastica. «Noi siamo…»

«Chiudi il becco!» lo zittì qualcuno alle sue spalle, colpendolo alla nuca con
tanta violenza da fargli annebbiare la vista. Le persone sedute al tavolo erano
diventate una massa indistinta.

Furono tutti condotti in strada e allontanati da Sabastiaan prima di essere


sospinti nel retro di un SUV nero. Quando l’auto partì, Smith riuscì a mettersi
seduto e a sollevarsi abbastanza da guardare fuori dal finestrino.
Nella strada semibuia alle loro spalle, il vecchio mercenario cercava di
proteggersi dalle manganellate. A quel ritmo l’avrebbero ucciso in meno di un
minuto. Sarebbe stato fortunato anche questa volta?

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Capitolo 30

Langley, Virginia, USA

21 novembre, ore 16:02 GMT-5

«Cosa c’è di tanto importante, Dave? Non potevi proprio aspettare?» Collen
chiuse la porta alle sue spalle, con un’energica spinta.
«Abbiamo un problema con Brandon, Larry.» «Di che genere?» Collen
appoggiò il suo computer portatile sulla scrivania di Drake e fece partire un video
della sorveglianza, in cui si vedeva un ascensore pieno di persone. «Guarda qui.»

Drake si chinò verso lo schermo stringendo gli occhi, mentre le porte si


aprivano e altre cinque persone entravano nello spazio già affollato. Tra loro c’era
Gazenga, che faceva in modo di mettersi in fondo, accanto a una bella bionda.
Dopo tre piani, Gazenga si faceva avanti. Il video terminava con la sua uscita
dall’ascensore.
«Bene, abbiamo scoperto che non gli piace fare le scale» ironizzò Drake. «Non
mi pare una questione di fondamentale importanza.»

«Osserva con più attenzione» continuò Collen. Fece ripartire la ripresa,


fermandola nel punto in cui Gazenga andava a mettersi accanto alla donna, e
procedendo poi fotogramma per fotogramma.
«Vedi il suo braccio destro?» Non si riusciva a scorgere nulla sotto l’altezza
del gomito, ma Drake notò come la spalla di Gazenga si alzava
impercettibilmente per ricadere all’arresto dell’ascensore. La donna gli lanciava
un’occhiata incuriosita mentre scendeva al suo piano.

«C’è stato un lieve sobbalzo, lui ha urtato la donna al suo fianco e poi è uscito.
Dove vuoi arrivare, Dave?» «Le ha infilato qualcosa in tasca. Guarda di nuovo.»
Drake guardò per la terza volta il video, aggrottando la fronte. In effetti era
possibile interpretare quel movimento del braccio come se avesse portato la
mano alla tasca della giacca di lei, ma poteva anche non significare nulla.
«Apprezzo la tua pignoleria, Dave, e forse a questo punto c’è un pizzico di
paranoia, ma…»
«Sai chi è quella donna?» «No.» «Randi Russell.» Drake ne aveva sentito
parlare, come tutti all’Agenzia, ma non l’aveva mai conosciuta di persona.
«Secondo le voci più recenti pare stesse dando la caccia a qualche dinamitardo
talebano nell’Hindu Kush.» «Già. Però poi c’è stato un incidente.» «Quale
incidente?» «Il terrorista si è scontrato con uno dei proiettili di Randi ed è

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precipitato da un dirupo alto duecento metri. Lei è tornata al quartier generale e
ci resterà per un paio di mesi, fino a quando le acque in Afghanistan non si
saranno calmate.»
«Okay, ma lei e Brandon non avrebbero avuto modo di conoscersi perché, per
quanto ne so, lei ha lavorato in tutti i continenti del pianeta, tranne l’Africa.
Anche se tu avessi ragione e lui fosse in difficoltà, perché dovrebbe rivolgersi a
lei?» Collen si lasciò cadere su una delle poltroncine di fronte alla scrivania di
Drake. «Tempo fa Smith aveva una fidanzata. È morta per un’infezione del virus
Hades.»
«E allora?» «Si chiamava Sophia Russell.» Drake sentì un nodo allo stomaco,
lo stesso che lo perseguitava dall’inizio di quell’operazione. «Sono parenti?»
«Erano sorelle. E non escludo che lei e Smith si frequentino.» Drake tornò a
guardare il fermo immagine sul monitor per un attimo.
«Potrebbe sempre trattarsi di una coincidenza.»

«Ci sono altre riprese della sicurezza sui movimenti di Brandon dopo essere
uscito dall’ascensore. Non aveva nulla da fare a quel piano, ha imboccato
direttamente le scale ed è andato nel suo ufficio.» Drake sentì il nodo allo
stomaco afferrargli il petto. «Lei l’abbiamo controllata?»
«Non appena ho ricevuto il video, l’ho fatta chiamare per una riunione.
Abbiamo alzato il riscaldamento e lei si è tolta la giacca.
Alla pausa caffè ho frugato nelle sue tasche. Niente.» «Allora, o non c’era
nulla fin dall’inizio…» «Oppure ha ricevuto il messaggio.»
Drake aprì un cassetto e prese due aspirine, buttandole giù senz’acqua nella
speranza di bloccare sul nascere il mal di testa imminente. «Se le ha passato
qualcosa, poteva essere qualunque cosa, un invito per una chat room privata o un
indirizzo e-mail per scaricare una dissertazione completa su tutte le nostre
operazioni.»
«Ho passato al setaccio tutta l’attività del suo computer» continuò Collen. «È
furbo, quel piccolo bastardo, ma ha lasciato una traccia: stava cercando qualcuno
da contattare. Sono abbastanza sicuro di essere riuscito a ricostruire tutte le sue
mosse.» «Allora ci sarà un luogo, una data. Un appuntamento.» Collen annuì.
«Se ti sbagli e lei ha informazioni su di noi…»

«Appena ho visto il video l’ho fatta mettere sotto stretta sorveglianza. Se sa


qualcosa, alla fine noi lo scopriremo.» «Alla fine non è abbastanza, Dave. Randi
Russell è l’ultima persona di cui abbiamo bisogno e non deve ficcare il naso negli
affari nostri.
Se lei…»
La voce gli morì in gola, sotto il peso degli scenari disastrosi che si
susseguivano nella sua mente. Si alzò e fece qualche passo nel sontuoso ufficio,

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fermandosi su un tappeto con il logo della CIA.
«Siamo pronti a muoverci contro Gazenga?» «Lo siamo sin dal suo primo
giorno all’Agenzia. Procediamo?» «Possiamo permettercelo?»
«Non in questo momento» replicò Collen. «Omidi dovrebbe essere in Uganda
e Brandon sta usando i suoi contatti per avere conferma di questa ipotesi,
contatti con i quali io non ho alcun rapporto. Ma d’altra parte, possiamo
permetterci di non procedere?»
«Accidenti a Castilla e alla sua squadra di operativi! Le cose non avrebbero
mai dovuto complicarsi fino a questo punto. Procedi.
Liberati di lui. E porta a termine il lavoro, Dave. Niente scuse.»
«E la Russell?» «Vale lo stesso discorso, no? Farla fuori è pericoloso. Ma
tenerla in vita è un atto potenzialmente suicida.» «Abbiamo considerato
l’eventualità di trattare con lei?»

Drake annuì.
«Inizierò a gettare le basi, ma ci vorrà del tempo. Se si tratta di rialzarsi
quando la si è data per morta, Randi Russell è una maga. È necessario pianificare
tutto nei minimi particolari.» «Non abbiamo tempo da perdere, Dave. Voglio
vedere un elenco completo delle opzioni possibili entro domani pomeriggio.»

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Capitolo 31

Periferia di Kampala, Uganda

22 novembre, ore 06:53 GMT+3

Ormai potevano abbandonare ogni speranza di uscire da quelle quattro mura


in breve tempo. Quello era il peggiore di tutti gli scenari in cui Smith fosse
incappato fino ad allora. Eppure, nell’ultimo periodo, la sua vita poteva essere
definita come una sequela di scenari uno peggiore dell’altro.

Nessuna chiamata all’ambasciata, niente avvocati né interrogatorio.


Li avevano chiusi in un locale senza finestre, con le pareti di cemento che
cadevano a pezzi e una porta in ferro arrugginito che pareva recuperata da un
relitto. Faceva caldo e l’aria stava diventando sempre più pesante a causa
dell’anidride carbonica emessa dai loro respiri.

Il solo mobilio era costituito da tre sedie inchiodate al pavimento e dotate di


robuste cinghie di cuoio per le braccia e le gambe. La cosa più inquietante erano i
rivoli di sangue secco tra la base di ciascuna sedia e uno scarico nel pavimento.
Sarie passava le mani sullo stipite della porta, cercando un appiglio, tirando
inutilmente con le dita tremanti quando credeva di averne trovato uno. Howell si
era appisolato sul pavimento poco dopo essersi convinto dell’assoluta mancanza
di vie di fuga. Era impossibile uscire dalla porta, passare davanti alle guardie
appostate in corridoio e fuggire dalla malandata base militare. Meglio risparmiare
energia e ossigeno per combattere al momento opportuno.

Smith attraversò la stanza e posò una mano sulla spalla di Sarie.


Erano prigionieri già da otto ore e lei ne aveva passate almeno quattro
camminando avanti e indietro, come un animale in trappola.
«Dai, stenditi vicino a Peter e riposati un po’. Qui continuo io.»
Lei si girò a guardarlo, cercando di nascondere la paura, ma lui gliela leggeva
negli occhi spalancati. «Dobbiamo uscire di qui, Jon. Questa non è l’America. Qui
il governo può fare di te quello che vuole.
Possono…» Ci fu un lieve stridio metallico e lui l’afferrò per un braccio,
proteggendola con il suo corpo e indietreggiando. Howell balzò in piedi all’istante
per strisciare lungo la parete e mettersi in un angolo, mentre la porta si apriva
piano.

Entrarono cinque soldati armati di tutto punto, posizionandosi in modo da


rendere impossibile anche solo pensare di poter scappare.

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Howell incrociò le braccia sul torace, quasi noncurante dei tre fucili puntati
contro di lui.
Fece il suo ingresso un altro uomo, dall’aspetto familiare. Era altissimo, con
due gambe esili, all’apparenza inadeguate a sostenere il torace massiccio e le
innumerevoli medaglie appuntate sull’uniforme.

Charles Sembutu, presidente dell’Uganda.


Da anni ormai controllava il Paese con il pugno di ferro, ma da qualche tempo
la situazione gli stava sfuggendo di mano. Molti ritenevano che avesse tollerato
l’ascesa di Bahame con l’obiettivo di servirsi della sua brutalità per alimentare la
paura, e questo gli aveva permesso di consolidare sempre più il proprio potere
allo scopo di «combattere il terrorismo». Ma la sua smodata avidità lo aveva
portato a concedere a Bahame troppa libertà, mettendo Kampala a rischio di
invasione da parte dei miliziani del nord.

I soldati trasportarono nella stanza una poltrona in pelle e una scrivania con il
logo presidenziale. Sembutu si sedette, aprendo i loro passaporti. «Dottoressa
van Keuren, la sua reputazione la precede» esordì, scrutando freddamente Smith.
«E nonostante questo passaporto falso, purtroppo lo stesso vale per il signor
Howell. Ma lei… lei è un’incognita.»
«Mi chiamo Jon Smith e sono un medico microbiologo, lavoro con…» «Lei fa
parte dell’Esercito degli Stati Uniti» lo interruppe Sembutu.
«E ha un passato piuttosto movimentato, giusto? Forze speciali, servizi
segreti militari. E a quanto mi dicono, sarebbe anche un esperto di coltelli.» «È
stato…» «Lei parli solo quando le faccio una domanda diretta» esclamò Sembutu,
battendo una mano robusta sul piano del tavolo. «Cosa sta facendo nel mio
Paese?»

«Sono in aspettativa dall’esercito. Sono virologo di formazione, ma


nell’ultimo periodo mi occupo di parassitologia. Ho avuto l’occasione di fare
questa spedizione con Sarie e ne ho approfittato.» «E perché si è portato dietro
un ex SAS?»
«Solo per precauzione, signor presidente. Ho seguito anche un addestramento
militare, ma resto pur sempre un semplice medico.» «Trova il mio Paese poco
sicuro? O forse reputa me incapace di controllarlo…» Era arrivato il momento di
rispolverare le sue doti diplomatiche. Lo scopo di quella stanza era chiarissimo e
non intendeva trascorrere i giorni successivi legato a una di quelle sedie, ad
aggiungere chiazze di sangue a quelle già presenti sul pavimento e magari morire.

«Niente affatto, signore. Conosco benissimo gli enormi progressi compiuti

124
dall’Uganda da quando lei è diventato presidente. Ma so anche quanto sia difficile
portare le riforme nelle aree rurali più lontane, e quindi ho deciso di muovermi
con prudenza.»
Un sorriso duro si aprì sul volto di Sembutu. «Io non sono un sempliciotto,
dottore. Non è facile manipolarmi, e lei se ne accorgerà presto.» «Non era mia
intenzione, signore. Io…» «Perché siete andati all’ospedale?» Smith aveva
passato buona parte delle ore di prigionia a immaginare il motivo del loro arresto
ma non era stato semplice. Era trascorso troppo poco tempo tra la visita
all’ospedale e la loro puntatina dal mercante d’armi di Peter.
«Volevamo parlare con il dottor Lwanga di alcune ricerche su un parassita
umano che stiamo studiando. Noi…»
«E poi avete fatto riferimento a qualcosa di molto simile agli attacchi di Caleb
Bahame ai villaggi del nord.» Smith fece una faccia smarrita. «Caleb Bahame? Il
terrorista? Non capisco, signore. Questo parassita provoca squilibrio mentale ed
emorragie. Cosa c’entra con Bahame?» Sembutu lo studiò attentamente, senza
lasciar intendere se credeva alla sua bugia, tutto sommato plausibile. Di solito gli
americani non si occupavano delle tante guerriglie in atto in varie zone
dell’Africa.
Perché un medico militare avrebbe dovuto essere al corrente della dinamica
dei raid di Bahame?

«Non ha importanza che lei colga il nesso, colonnello. Bahame è uno


psicotico: imbottisce i ragazzi di metamfetamine, li imbratta di sangue e li
convince a sterminare le loro stesse famiglie. Le persone ignoranti delle aree
rurali lo considerano uno stregone e lui ne approfitta per diffondere la sofferenza
e la superstizione nel mio Paese. Se si venisse a sapere che c’è un medico
dell’esercito americano interessato a lui, la leggenda sul suo potere ne uscirebbe
rafforzata.» «Ma non avevamo intenzione…» «Non m’interessa quali fossero le
vostre intenzioni!» esclamò Sembutu. «Se Bahame dovesse vincere, ucciderà
ogni essere vivente in Uganda e poi passerà altrove. L’America si limita a restare
a guardare, ma io ho una responsabilità nei confronti del mio popolo e del mio
Paese. E dei miei concittadini.» «Signor presidente» intervenne Sarie con una
calma sicuramente artefatta. «Non siamo esperti di politica, né di guerra. Siamo
solo degli scienziati…»
Sembutu le lanciò una rapida occhiata e ritornò a guardare Howell e Smith.
«Tutto sembra dimostrare il contrario.» «Il nostro obiettivo principale è un
parassita delle formiche» continuò Sarie. «Era solo un argomento interessante,
in cui ci siamo imbattuti durante i nostri studi. Avevamo già abbandonato l’idea
di cercarlo, convincendoci che se il dottor Lwanga non ne aveva sentito parlare,
forse non esiste neppure.»
«Formiche…» ripeté Sembutu in tono scettico.
«Sì, signore. Io lavoro moltissimo con le formiche.» Il silenzio calò sulla
stanza per qualche secondo, poi Sembutu riprese a parlare. «Se non fosse stato

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per la dottoressa van Keuren, avreste rischiato di diventare ospiti delle nostre
carceri. Ma i suoi studi sulla malaria sono stati di grande aiuto per tutti gli
africani e sono al corrente della sua attività sugli insetti.» Tese loro i passaporti
oltre il piano della scrivania. «Ho inserito un biglietto da visita con il mio numero
telefonico personale. Se doveste avere problemi, vi autorizzo a usarlo. E se nel
corso delle vostre ricerche doveste venire a conoscenza di informazioni su
Bahame e il suo esercito, vi sarei grato se me le comunicaste. Il vostro e molti
altri governi criticano i miei metodi e la mia legittimità, lo so. Però mi sembrate
persone concrete, in grado di comprendere come va il mondo. E dunque capirete
anche che, pur non essendo ben visto dall’Occidente, in questa situazione io
rappresento il male minore.» Smith rimase immobile, un po’ stupito per quel
cambiamento di umore tanto repentino da sembrare quasi schizofrenico.
Sembutu stava concedendo loro l’opportunità di andarsene, in cambio solo della
remota possibilità di ottenere da loro qualche informazione?

«È molto gentile da parte sua, signor presidente» disse Sarie, prendendo i


documenti prima che l’altro cambiasse idea.
Sembutu annuì. «Le siamo molto grati per la sua opera, dottoressa, e le
facciamo i migliori auguri per il futuro. Buona giornata.» Charles Sembutu
rimase seduto a riflettere, osservando i tre bianchi mentre venivano scortati fuori
e si allontanavano. Nonostante le loro ovvie menzogne, ora sarebbero stati
riaccompagnati in albergo e, al momento di andarsene, avrebbero trovato il conto
pagato dal governo ugandese.

Smith lavorava a Fort Detrick ed era stato tra gli artefici della lotta al virus
Hades, causa di un’epidemia che aveva mietuto numerose vittime in Occidente.
Solo un idiota poteva credere che uno dei più famosi esperti americani di armi
biologiche si fosse messo in aspettativa per venire a studiare gli insetti in
Uganda. E Sembutu non era di certo un idiota, se era diventato uno degli uomini
più potenti d’Africa.

Era una situazione molto pericolosa e sembrava essere fuori controllo ogni
giorno di più. Di norma gli americani avevano un approccio distaccato nei
confronti delle questioni africane, purché non minacciassero i loro interessi. In
quel caso, invece, la loro apatia si sarebbe radicalmente trasformata. Non era
davvero il caso di andare a svegliare il can che dorme.

Squillò il telefono e rispose subito. «Eccomi.» «Cos’ha scoperto?» Mehrak


Omidi parlava a bassa voce, come se stesse cercando di non farsi sentire da chi gli
stava intorno; di certo non era solo.
«Smith ha detto di essere in aspettativa. È diretto a nord, per studiare un

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parassita delle formiche.» «Formiche!» ripeté Omidi con un tono sprezzante.
«Hanno di lei una considerazione così bassa da pensare che possa credere a una
fandonia del genere?»
Sembutu sentì crescere l’irritazione. Era ancora più sgradevole trattare con gli
iraniani che con gli americani. Nonostante tutte le loro chiacchiere sull’arroganza
dell’Occidente, l’incrollabile convinzione degli iraniani di essere il popolo eletto
da Dio era allo stesso tempo insopportabile e pericolosa. In quel momento, però,
loro erano nella posizione di dargli ciò di cui aveva più bisogno. A differenza degli
americani.
«Questa cosa va sistemata» continuò Omidi.
«Cosa intendi per “sistemata”?»

«Mi ha capito perfettamente, signor presidente. Devono essere messi sotto


torchio e poi eliminati.» «Uccidere un militare americano e uno inglese non
faceva parte dell’accordo.» «Ma la regione a nord dell’Uganda è un luogo
selvaggio e pericoloso, signor presidente. Là scompaiono delle persone ogni
giorno.»

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Capitolo 32

Annandale, Virginia, USA

22 novembre, ore 00:26 GMT-5

Brandon Gazenga parcheggiò nel garage e chiuse il portone, bloccando fuori il


vento gelido sceso sul distretto di Washington.
Restò quasi intrappolato nell’auto da un sacco della spazzatura fuori posto e
dovette spingere con la spalla per aprirsi un varco sufficiente a uscire. Tra un
mese avrebbe dovuto cominciare a posteggiare sul vialetto.

Se l’era già riproposto diverse volte, ma ora intendeva farlo sul serio: quel fine
settimana avrebbe noleggiato un furgone per portare in discarica tutta quella
roba. Inoltre aveva intenzione di assumere un consulente organizzativo,
preferibilmente un’arcigna signora inglese un po’ in là con gli anni, con tanto di
frustino. Era arrivato il momento di riprendere il controllo della sua vita.

La casa non era in condizioni migliori, ma almeno era calda. Accese le luci e si
guardò attorno prima di dirigersi in cucina. L’operazione in Uganda era per lui
una spina nel fianco da mesi, ma ora stava cominciando a tormentarlo sul serio.
Smith e la sua squadra erano stati arrestati e le prime notizie, secondo cui si
attribuiva la causa dell’arresto a una rissa in hotel, si erano subito rivelate
inattendibili quando aveva saputo che erano stati condotti in una base militare ad
alta sicurezza.
Inoltre gli era giunta voce della presenza di Mehrak Omidi in Uganda
settentrionale. Per concludere, e forse questa era la cosa peggiore, c’era Randi
Russell e quel biglietto che le aveva fatto scivolare in tasca.

L’aveva già trovato? Cosa avrebbe pensato della richiesta di incontrarsi con
uno sconosciuto? Avrebbe fatto rapporto?
In realtà non aveva alcun modo di saperlo. Era solo un analista con manie di
grandezza. Tutte le sue conoscenze sugli incontri clandestini derivavano dai film
di James Bond, come per chiunque altro.

Questo però non era un film d’azione e lui non era Sean Connery.
Drake e Collen avevano rischiato la carriera, e forse anche la vita, per questa
operazione e non sarebbero stati felici di scoprire che un signor Nessuno stava
lavorando alle loro spalle da un seminterrato di Langley. No, non avrebbero
gradito affatto.

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Aprì il frigorifero e passò in rassegna alcuni contenitori da asporto finché
trovò qualcosa dall’aspetto ancora commestibile.
Si spostò nel soggiorno senza accendere la luce, lasciandosi cadere su una
poltrona di cuoio e pescando un pezzetto di carne dal cartone del pollo tailandese
con una forchetta già usata. Da tempo aveva abbandonato le fantasie romantiche
sul lavoro operativo. Qui non c’erano panama a tesa larga o ventilatori a soffitto.
Niente super modelle né fuoriserie. C’era solo la costante e sgradevole
sensazione di aver commesso a un certo punto un errore madornale, e della
presenza di qualcuno dietro di te pronto a fartela pagare.
Adesso però non poteva più tornare indietro. Randi Russell aveva il suo
biglietto e se non si fosse presentato all’appuntamento, difficilmente lei avrebbe
digerito la cosa. Era ritenuta una persona molto tenace, e questa era una delle
ragioni per cui l’aveva scelta.

S’infilò in bocca un’altra forchettata di cibo. Non aveva fame, ma se fosse


dimagrito ancora avrebbe dovuto comprarsi degli altri completi.
Presto le cose sarebbero andate meglio. La Russell ce l’avrebbe fatta, come
sempre. Lei sapeva come agire, con chi parlare. Ma soprattutto, non l’avrebbe
lasciato solo.

Gazenga posò il cartone vuoto sul tavolino ingombro e andò in camera da


letto, chiuse la porta a chiave e vi appoggiò davanti una bottiglia di birra vuota, in
modo da svegliarsi per il rumore se qualcuno avesse cercato di entrare. Si spogliò
e, in mutande, s’infilò sotto una coperta tradizionale africana, regalo di sua
madre. Sotto il cuscino sentiva la Colt: gli dava più conforto del giorno prima e ne
accarezzò il calcio con dita leggere prima di rotolare sulla schiena a guardare il
soffitto della stanza buia.
Sì, le cose sarebbero andate meglio. Molto presto.
Gazenga si svegliò in un bagno di sudore, con i crampi allo stomaco e una
sensazione di intorpidimento al torace. All’inizio pensò a un brutto sogno e
scosse la testa per cercare di tornare del tutto in sé, con l’unico risultato di farsi
venire la nausea.
Le lancette fosforescenti dell’orologio segnavano le quattro del mattino. Si
mise a sedere e si sforzò di respirare in modo regolare.
Avendo viaggiato molto in Africa, aveva contratto diverse malattie nel corso
della sua vita, comprese la malaria e l’oncocercosi.
Abbastanza da capire quando aveva un problema serio.

Aveva lasciato il cellulare nella tasca dei pantaloni e nello scendere dal letto si
bloccò. Le tende oscuranti acquistate di recente per dormire meglio erano chiuse,
ma alla debole luce della sveglia colse una forma indistinta accanto alla porta.
Aveva forse messo una sedia per maggiore sicurezza? No, era una bottiglia di
birra. La sedia avrebbe dovuto essere… «Come ti senti, Brandon?»

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Fu attraversato da un’intensa scarica di adrenalina e mise fulmineo la mano
sotto il cuscino. Niente. La pistola era sparita.
«Mi dispiace, ho dovuto prendertela. Non vorrei mai che ti facessi male.» Gli
sembrava di conoscere la voce, ma gli ci volle qualche istante per identificarla
fuori dal suo contesto usuale.
«Dave? Cosa diavolo ci fai qui?» disse Gazenga, mentre lo shock iniziale
lasciava il posto a un profondo senso di terrore.
Era per la Russell. Doveva essere per quello. In qualche modo l’avevano
scoperto.

«C’è… qualche problema in Uganda?» «In un certo senso.» Gazenga cercò di


raggiungere l’interruttore della luce, ma il braccio non rispondeva ai suoi
comandi e riuscì solo ad agitarlo debolmente verso quell’ombra indistinta.
«Tu sai perché sono qui» continuò Collen. «Dimmi cos’hai dato a Randi
Russell.»
«Alla Russell?» domandò Gazenga, fingendo di essere sorpreso mentre
cercava di valutare le opzioni a sua disposizione, con la mente obnubilata dalla
paura e dalla mancanza di ossigeno. «Di cosa stai parlando?»
Balzò fuori dal letto, ma le gambe non lo sostennero e crollò sulla moquette
polverosa.
«Abbiamo un video in cui tu le infili qualcosa nella tasca in ascensore,
Brandon. Stai sprecando il tuo tempo. E non te ne resta più molto.»
«Cosa mi hai fatto?» Collen si alzò e fece un passo avanti, proiettando la sua
ombra su di lui. «Ti ho dato qualcosa durante la riunione, oggi pomeriggio.
L’ultima tazza di caffè, ricordi? È un composto interessante, a base di tossina
botulinica. Provoca la paralisi dei muscoli respiratori. La causa ufficiale della
morte sarà intossicazione alimentare, con tutto quel cibo andato a male nel tuo
frigo. A meno che tu non mi dica quello che voglio sapere.» «Non so di cosa stai
parlando» ripeté Gazenga, sforzandosi di restare vigile. Passato e presente
iniziavano a confondersi nel suo cervello e si sentiva sempre più stanco.

«Non te lo chiederò un’altra volta» continuò Collen, con voce venata di


collera.
«Io Randi Russell non la conosco neppure. È di stanza in Afghanistan, o Iraq,
o un posto del genere.»
Collen osservò nella fievole luce la figura prona del giovane collega,
studiandone la posizione innaturale degli arti, quasi del tutto paralizzati, e il volto
nascosto dall’ombra impenetrabile. Era una situazione frustrante e quanto mai
sfortunata. La perdita di Gazenga poteva mettere a rischio l’operazione, e questo
era già abbastanza negativo, ma il vero potenziale disastro era doverlo minacciare
di morte per ottenere le informazioni necessarie. Tuttavia non aveva altra scelta.

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Certo, c’erano tecniche più affidabili, ma erano molto più lente e lasciavano delle
tracce, cosa assolutamente da evitare. Le cause della morte del giovane dovevano
essere al di sopra di ogni sospetto.
«Ho qui l’antidoto, Brandon. Non siamo arrabbiati con te. Ti sei spaventato e
hai fatto un errore. Può capitare a tutti. Tu dimmi quello che voglio sapere, e
sistemeremo tutto.»

Gazenga boccheggiava come un pesce in agonia, mentre il panico si faceva


evidente nel suo sguardo. «Non le ho detto niente. Solo… un’ora e un posto in cui
incontrarci.» Collen s’inginocchiò e prese dalla tasca un flacone con due grandi
compresse, agitandolo in modo da far sentire a Brandon il rassicurante rumore.
Era solo un comune antidolorifico, ma la disperazione poteva trasformare in veri
credenti anche i più scettici.
«Va bene, Brandon. Ora ho solo bisogno di sapere dove e quando, e poi
possiamo lasciarci questo incidente alle spalle.»

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Capitolo 33

Periferia di Kampala, Uganda

22 novembre, ore 10:46 GMT+3

Questa volta la gente si fece da parte quando il taxi si avvicinò all’arco nel
muro. Si attirarono comunque gli sguardi di tutti, ma quasi nessuno mise mano
alle armi.

«Qui va bene» indicò Peter Howell allungandosi dal sedile posteriore per dare
all’autista i duecento dollari pattuiti. «Non aspettarci, puoi andare.» Scesero tutti
e tre dalla macchina e gettarono gli zaini sullo sterrato, prima di prendere dal
tetto della vettura l’attrezzatura scientifica di Sarie. Portarono dentro il materiale
aiutati da alcuni uomini di Janani. L’africano era seduto su un basso sgabello a
bere tè in loro attesa.

«Peter!» esordì, alzandosi per stringere la mano all’inglese. «Sei tornato sano
e salvo da me un’altra volta.» «Per un pelo. Sapevi che Sabastiaan era in città?»
«Me l’hanno riferito. Ma secondo me non è più un problema. E non è una grave
perdita per il resto del mondo, oserei dire.»

Seguirono Janani nel cortile esterno, dove erano schierati in bella mostra su
un tavolo due pistole fatte su misura e due fucili d’assalto di fabbricazione belga.
Sembravano armi ordinarie, anche se probabilmente non lo erano.

Smith soppesò la pistola con il suo nome su un cartellino e provò a prendere


la mira. Il calcio pareva fatto sul calco delle sue dita e l’equilibrio era perfetto.
«Andrà bene?» gli chiese Janani.
«Questa è un’opera d’arte, amico mio.» L’africano sorrise rivolto a Sarie.
«Penserà che mi sia dimenticato di lei, ma come tutte le belle donne, salta subito
alle conclusioni.»
Le appoggiò una mano sulla schiena e l’accompagnò a un altro tavolo, dove
era esposta una carabina a ripetizione manuale leggermente più piccola della
norma, in una custodia di alluminio.
Era un altro magnifico esemplare, con oculare in cristallo Swarovski e la
canna nera e lucida. Tali qualità, tuttavia, erano oscurate dalle decorazioni in
colori vivaci dipinte sul calcio. La fattura artistica era indiscutibile, ma un po’
fuori luogo.

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Janani porse l’arma a Sarie tenendola con due mani, ma si accigliò quando lei
rimase perplessa a fissare i fiori gialli e rosa. «Ho raccontato di lei alla più
giovane delle mie mogli e lei ha insistito per abbellirla con questi ornamenti. Ha
solo sedici anni e, mi imbarazza dirlo, non riesco a negarle nulla. Ma se preferisce
posso chiedere a uno dei miei uomini di sostituire il calcio prima della vostra
partenza.»

Sarie accettò il fucile, esaminando le vivide immagini sul legno liscio.


«Assolutamente no. È bellissimo, la ringrazi da parte mia.» Un largo sorriso si
aprì sul volto di Janani, compiaciuto di non essere il solo ad apprezzare l’opera di
sua moglie. «Allora, siete tutti soddisfatti? La nostra transazione sta per
concludersi bene?»
«Non avevamo parlato anche di un veicolo?» domandò Smith.
«Ma certo! Come ho fatto a dimenticarmene?» Lo seguirono in un piccolo
magazzino, attraversarono un imponente schieramento di acciaio e legni esotici
finché si trovarono nel retro, di fronte a un Land Cruiser Toyota. Era di colore
bordeaux scuro, con pneumatici sovradimensionati e fari addizionali montati sul
tetto.

Smith si fermò a qualche metro di distanza, rimirando il proprio riflesso nel


paraurti cromato. «Non hai per caso qualcosa di un po’ meno vistoso?»
«Meno vistoso?» replicò Janani, un po’ offeso. «Se volete un pickup vecchio
di venticinque anni che cade a pezzi, andate da un venditore di auto usate. Io
tratto solo merce di prima qualità.» Sarie s’inginocchiò accanto al veicolo e
scivolò sotto per esaminarlo da vicino. Un momento dopo si sentì un fischio di
ammirazione. «Il telaio è stato rinforzato, le piastre sono a prova di missile
atomico, le sospensioni ottime anche se non originali, il differenziale
bloccante…»

Uscì da sotto la macchina e s’infilò dal finestrino aperto del lato guida per
aprire il cofano e dare un’occhiata al motore. Le sue gambe si sollevarono da
terra per qualche secondo, sospese sopra la griglia del radiatore mentre esplorava
il vano motore. «Motore V8 small block dotato di snorkel: semplice, classico,
facile da riparare, pezzi di ricambio reperibili ovunque. Non c’è che dire, è
l’ideale.»
Janani si chinò per parlare all’orecchio di Smith. «È una donna
incredibilmente utile. Hai mai pensato di separarti da lei?» «Scusa?» «Magari
potremmo fare uno scambio alla pari. La macchina e le armi in cambio di lei.»
«Non credo proprio.» «No, certo. Ti chiedo scusa se ti ho offeso. La macchina, le
armi e cinquantamila dollari.» Smith sorrise. «La tua è un’offerta generosa,
Janani. Però c’è un problema: non è mia.» «Peccato.» Sarie saltò sul sedile e

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cominciò a premere pulsanti sul quadro.
«Allora, cosa ne dici?» le gridò Smith. «Dobbiamo prenderla?» «Stai
scherzando? Ha i sedili in pelle e perfino l’entrata per l’iPod!»

134
Capitolo 34

Nei pressi di Lancaster, Pennsylvania, USA

23 novembre, ore 23:31 GMT-5

Randi Russell uscì dal bosco e si fermò di fronte a una parete verticale alta
una decina di metri. Più in basso, il fiume Susquehanna scorreva nero e lucente
sotto la luna; alcune chiazze di neve spiccavano sulla ferrovia parallela, ora
abbandonata.

Non c’era modo di scendere, quindi si mosse verso est, costeggiando gli alberi
senza fare rumore. Le ci erano volute due ore per arrivare fin lì, e aveva
impiegato la maggior parte del tempo ad attraversare il labirinto di strade rurali
della Pennsylvania agricola. A eccezione di due automobili e un carretto Amish
trainato da un cavallo, non aveva incrociato nessuno. Erano le undici e mezza di
sera e in quella parte del mondo evidentemente tutti prendevano alla lettera il
proverbio «Il mattino ha l’oro in bocca».
Aveva evitato con cura l’ingresso più ovvio alla ferrovia, parcheggiando invece
sul bordo di una stradina sterrata appena visibile e addentrandosi nella boscaglia
in direzione del fiume. Di solito per questo tipo di appuntamenti preferiva i
luoghi affollati e quell’orario notturno le pareva un po’ insolito, ma la curiosità le
aveva impedito di lasciar perdere.

Un piccolo burrone si apriva sulla sinistra e Randi si avvicinò per osservarlo,


calcolando la difficoltà della discesa e cercando di individuare le zone ghiacciate.
Le immagini satellitari non davano l’idea di quanto fosse scoscesa quella zona,
ma ormai era lì, e doveva andare avanti. Il tempo passava.
Si sedette sul bordo del precipizio con le gambe nel vuoto, si diede lo slancio e
atterrò su un’angusta sporgenza sottostante.

Aveva le mani intorpidite dal freddo e questo, insieme all’oscurità, rendeva la


discesa molto più insidiosa di quanto si aspettasse. La cosa più intelligente da
fare sarebbe stata avanzare con calma, ma anche in pantaloni e giacca a vento
neri non si sentiva a suo agio, così in vista sulla parete.

Continuando a scendere, la roccia offriva molti più appigli e anfratti e riuscì a


procedere in modo più agevole. Saltò giù quando fu a circa quattro metri dal
suolo, atterrando sulla ghiaia. Rimase completamente immobile per qualche

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secondo, verificando di non essersi slogata una caviglia.

Dopo essersi assicurata che non ci fosse nessuno, attraversò i binari,


trasalendo per l’inevitabile scricchiolio dei suoi passi. Quando fu di nuovo al
riparo degli alberi, si fermò ad ascoltare. Ancora nulla. La notte era calma e senza
vento e gli animali della zona avevano avuto tutti il buon senso di rintanarsi per
proteggersi dal freddo.
Ricominciò a camminare circospetta verso est, controllando di tanto in tanto
la sua posizione sull’iPhone. Il foglietto che si era trovata in tasca era piuttosto
stringato, solo una serie di coordinate GPS, una data, un’ora e un nome molto
interessante: colonnello Jon Smith.

Di sicuro, l’uomo dell’appuntamento sarebbe stato deluso di non essere


rimasto anonimo come pensava. Randi aveva trascorso gran parte della sua vita
in Paesi instabili, pieni di piccoli criminali e borseggiatori, ed era sempre molto
attenta a tutti i minimi dettagli di quanto le stava intorno, anche a Langley. La
tecnica di Brandon Gazenga non era malvagia per uno appena uscito
dall’università, ma certo non era un ragazzo di strada iracheno.

Le restava da capire quali fossero le intenzioni di un giovane analista di


questioni africane dal curriculum notevole, anche se non spettacolare, nel
passarle un biglietto in ascensore.
E, cosa ancora più misteriosa, perché aveva scarabocchiato sul fondo il nome
di un cacciatore di virus dell’esercito?
Dal navigatore risultava ormai vicina alle coordinate ricevute e continuò a
camminare con la Glock in mano. La freccia sul display indicava un punto alla
sua sinistra, in apparenza proprio sui binari.
Si avvicinò a un masso abbastanza grande da proteggerla su un fianco e si
acquattò in modo da poter vedere chiunque arrivasse in direzione della ferrovia.

Jon Smith.
Gazenga non avrebbe potuto fare una scelta migliore, per il nome da scrivere
su quell’appunto. Per molto tempo aveva accusato Smith della morte di sua
sorella. Forse era ingiusto, ma lui incarnava quello di cui aveva bisogno in quel
momento: un bersaglio per la sua rabbia, la disperazione e il senso di
frustrazione. Stranamente, però, alla fine si era sentita vicina a lui più di ogni
altra persona al mondo.

Nonostante il loro strano rapporto, tuttavia, c’erano molte cose che non

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sapeva di lui. Jon aveva sempre ribadito di essere solo un medico ricercatore, ma
poi continuava a farsi vedere in luoghi lontanissimi dal suo lavoro a Fort Detrick.

Al loro primo incontro, si era lasciata conquistare dal suo modo di fare da
«semplice medico di campagna». E non si era preoccupata troppo, la seconda
volta in cui le loro vite si erano incrociate: le coincidenze potevano accadere, di
tanto in tanto.
In seguito, però, le cose erano degenerate. Era un operativo, non c’era alcun
dubbio, e non lavorava per nessuna delle sigle note.

In genere, simili sotterfugi le facevano drizzare le antenne, ma con Jon era


diverso. Per quanto detestasse ammetterlo, era una delle poche persone al
mondo di cui non mettesse in discussione motivazioni e integrità morale. Se la
parola non le si fosse bloccata in gola a ogni tentativo di pronunciarla, avrebbe
potuto persino ammettere di avere fiducia in lui.

Il suo contatto aveva cinque minuti buoni di ritardo, come le rivelò una rapida
occhiata al telefono.
Il freddo stava iniziando a penetrarle nelle ossa. Era diventata più sensibile
dopo un intervento chirurgico andato male, subito su un’isola nei pressi del
circolo polare artico. Dove avrebbe potuto essere sepolta, se non fosse stato per
Smith.
Si alzò in piedi, stringendosi con le braccia, senza muoversi troppo per restare
mimetizzata tra gli alberi.

Forse anche Gazenga era in attesa da qualche parte, ma certo lei non sarebbe
rimasta lì a lungo, con in tasca solo il biglietto di uno sconosciuto. Nel corso degli
anni si era fatta troppi nemici per stare ferma lì, a fare da facile bersaglio.

Tornata alla macchina a noleggio, Randi Russell si sedette al posto di guida,


accese il riscaldamento al massimo e controllò che la strada fosse completamente
deserta prima di partire.
Indugiò con il pollice sulla tastiera del cellulare, poi ci ripensò e prese invece
dal vano portaoggetti un telefono satellitare irrintracciabile. Non aveva senso
correre rischi.
Compose un numero e lasciò squillare per un po’, premendo subito REDIAL
quando partì la segreteria telefonica. Il terzo tentativo andò a meraviglia.

«Sì?» rispose una voce assonnata. «Pronto?» «Trip, sono Randi.» «Randi?
Cosa… Ma lo sai che ore sono negli States?» Non aveva l’abitudine di raccontare
a tutti dove si trovasse e non vedeva il motivo di dire la verità al suo amico. «Le

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due del pomeriggio, giusto?» «No, sono le due del mattino.» Conosceva Jeff
Tripper da oltre cinque anni, da quando avevano collaborato alla cattura di un
terrorista afghano che era riuscito ad attraversare il confine con il Messico. Da
allora, la sua carriera nell’FBI aveva fatto un balzo in avanti e negli ultimi tempi
era diventato il direttore dell’ufficio di Baltimora.
«Del mattino?» domandò in tono innocente. «Mi spiace, ma non c’è poi tanta
differenza, sai?» «Per quanto mi riguarda, sì» replicò lui, ormai abbastanza
sveglio da essere diventato sospettoso. «Allora, questa non è una chiamata di
cortesia, presumo.»
«Mi sento offesa.» «E io ho sonno.» «Okay, hai ragione: non è del tutto una
chiamata di cortesia. Hai contatti con la polizia della Virginia?» «Sì. Perché?»
«Vedi se possono mandare un’auto a casa di un certo Brandon Gazenga.»
«Perché?» «Trova una scusa. Non so, un vicino si è lamentato per la musica
troppo alta.» «Intendo dire… Cosa dobbiamo cercare?» «Voglio solo essere sicura
che stia bene.»

«E vuoi saperlo adesso o va bene anche alle nove del mattino?» «Mi devi un
favore, ricordi?» Tripper imprecò tra i denti. «Ti richiamo io.» Randi aveva
appena passato il confine con il Maryland quando il telefono satellitare squillò.
S’infilò l’auricolare e rispose.
«Allora, cosa mi dici?» «Non sono un uomo felice, Randi.» «Hai mai pensato
alla meditazione?»
«Hanno trovato il corpo di Brandon Gazenga, questa mattina.» Randi guardò
meditabonda nello specchietto retrovisore, registrando la presenza di tre coppie
di fari dietro a sé e valutando le distanze.
«Come?» «Stamattina non si è presentato al lavoro, un collega è andato a
casa sua e l’ha trovato sul pavimento della camera da letto. Pensano a
un’intossicazione alimentare.»
«Intossicazione alimentare? Stai scherzando.» «Ma ti pare? Secondo la
polizia, non è così raro come si pensa.» «Nelle circostanze del ritrovamento c’era
qualche elemento sospetto?»

«Oltre a ricevere una chiamata da un’operativa della CIA alle due del mattino,
vuoi dire?» «Ma tu non hai mai ricevuto una chiamata da un’operativa alle due
del mattino… Giusto?» «Giusto. Ah, ho parlato con l’inquirente, davvero
felicissimo di essere svegliato in piena notte, tra parentesi, e mi ha detto che quel
tipo viveva in una specie di porcile, con il frigo zeppo di take-away andati a male.
Secondo lui è sopravvissuto fino adesso solo per miracolo.»
Alle sue spalle comparve una nuova coppia di fari, in rapido avvicinamento.
Randi attese fino all’ultimo momento, poi imboccò uno svincolo senza
segnalarlo. L’altra macchina rimase sulla sua corsia e procedette tranquilla.

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«Okay. Grazie, Trip.» «No, aspetta un attimo. Secondo il poliziotto, Gazenga
lavorava per una certa Agenzia governativa, e tu dovresti conoscerla piuttosto
bene. Di cosa stiamo parlando, qui?» «Noi non stiamo parlando affatto, ricordi?»

«Ottimo. Davvero perfetto, ma considera la posizione in cui mi hai messo,


Randi. Ho appena fatto una chiamata molto sospetta, in cui denunciavo il
ritrovamento del cadavere ancora caldo di un agente della CIA, in pratica.»

«Ho la massima fiducia in te e so che t’inventerai una spiegazione plausibile.»


Nessuno dei due parlò per qualche secondo. «Ehi, Randi?» «Sì?» «Ricordi quel
favore che ti dovevo? Siamo pari.» La linea cadde e Randi chiamò subito un
numero in memoria. A questo punto non aveva scelta.

Due squilli, poi partì la segreteria telefonica.


«Questo è il numero di Jon Smith. In questo momento non posso rispondere,
ma lasciate un messaggio e richiamerò appena possibile.»
«Ciao, Jon, sono Randi. Si sta avvicinando il compleanno di Sophia e sono un
po’ triste. Volevo solo parlare con te. Chiamami, quando puoi.» Chiuse la
telefonata e gettò il cellulare sul sedile accanto. Era un messaggio assolutamente
neutro, nessuno avrebbe potuto sospettare nulla. Anche se fossero stati così
scrupolosi da controllare, avrebbero scoperto che davvero il compleanno di sua
sorella cadeva alla fine di quella settimana. Jon però avrebbe capito. Lei non era
il tipo da indulgere alla malinconia e la sua chiamata l’avrebbe messo senz’altro
in allarme.

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Capitolo 35

Uganda settentrionale

24 novembre, ore 09:04 GMT+3

Mehrak Omidi si afferrò con le mani al cruscotto mentre la jeep aperta


sobbalzava su una serie di buche nel fango. L’aria si stava facendo meno umida e,
nonostante Bahame stesse pilotando il veicolo privo di portiere come il pazzo che
aveva dimostrato di essere, Omidi si beava della sensazione del vento sulla pelle.

Il capo guerrigliero si vantava di dormire con i suoi miliziani e insisteva


perché lo facessero anche gli ospiti, esponendoli a tutti i tipi di insetti e agli
acquazzoni improvvisi, tipici di quelle zone dimenticate del mondo. Oltre a
chiudere gli occhi per qualche momento, Omidi passava le sue notti a scacciare le
zanzare della malaria e ad ascoltare le risse degli ubriachi e l’attività sessuale di
quelli attorno a lui.
Ma, a Dio piacendo, non sarebbe durata a lungo. Se tutto fosse andato
secondo i piani, presto quel posto sarebbe crollato sotto il peso della sua stessa
decadenza. E con l’aiuto dell’Onnipotente, non avrebbe più avuto motivo di
ritornarci.

Bahame svoltò oltre una curva cieca e frenò di colpo, per fermarsi
sgommando dietro a un camion con rimorchio intento a fare un’inversione a U in
uno spiazzo.

Il rimorchio si muoveva avanti e indietro in modo strano, non seguendo gli


avvallamenti del terreno, ma apparentemente per moto proprio. Nella lamiera
erano state praticate delle feritoie quadrate larghe circa trenta centimetri, dalle
quali sbucavano braccia di disperati, ricoperte di lacerazioni; il sangue scorreva
dai bordi taglienti lungo la fiancata arrugginita. Delle mani si protendevano,
agitandosi frenetiche nell’aria, e grida animalesche sovrastavano i suoni della
giungla.

Il camion si fermò e un gruppo di uomini armati scese dal mezzo, trascinando


un ragazzo terrorizzato. Avevano le facce dipinte con qualcosa di simile a gesso
bianco e tutti portavano al collo elaborati amuleti, destinati, secondo le promesse
di Bahame, a proteggerli dai demoni. Questa volta aveva fornito loro anche
occhiali protettivi e guanti chirurgici. Ovviamente lo sciamano aveva anche un

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certo senso pratico.

Nonostante le protezioni, i tre uomini non sembravano meno terrorizzati del


loro prigioniero. Si tenevano alla larga dal rimorchio, lontani almeno cinque
metri dalle braccia sanguinanti protese verso di loro.
«Vieni» disse Bahame, saltando giù dalla jeep.
Passò molto più vicino al rimorchio rispetto ai miliziani, pur tenendosi a
debita distanza, mentre il rollio aumentava, al punto quasi di far rovesciare il
mezzo, pensò Omidi.

Seguì l’africano sul retro, dove una lunga catena inchiodata al portellone
venne fissata al collo del ragazzo, che cercava di sottrarsi con tutte le sue forze. Il
meccanismo di aggancio del rimorchio sembrava troppo complesso per questa
parte di mondo, ma Omidi non aveva intenzione di avvicinarsi per studiarlo
meglio.

Il prigioniero cercò di liberarsi, lanciando grida ancora più acute delle urla
disumane provenienti dall’interno del camion, finché non vide Bahame venire
verso di lui e ammutolì.
Nella sua veste di leader religioso, Bahame s’inginocchiò e pregò sottovoce,
immergendo il pollice in un barattolo di polvere rossastra e tracciando delle
strisce sulle guance del giovane. I soldati guardavano rapiti mentre il loro capo
invocava divinità e demoni, benediva il ragazzo e rivendicava la vittoria. L’uomo
aveva un carisma impressionante, quasi quanto la sfacciataggine con cui ne
faceva sfoggio.

Al termine della cerimonia, fece cenno a Omidi e ai suoi uomini di seguirlo


nella giungla. Raggiunsero un punto in cui non potevano essere visti, ma che allo
stesso tempo consentiva loro di tenere d’occhio il giovane, ancora alle prese con i
suoi inutili tentativi di spezzare la catena arrugginita, ferendosi le mani e il collo.

Rimasero accovacciati là per almeno cinque minuti. Poi Omidi indicò il


radiocomando tra le mani di Bahame. «Hai intenzione di liberare quella gente?»
«A tempo debito. Prima dobbiamo liberare la loro mente.» Bahame aveva
effettuato quel genere di operazioni molte altre volte e ovviamente aveva
imparato a servirsi di quell’arma senza farsene distruggere assieme ai suoi
nemici. Qualcuno dal rimorchio avrebbe potuto vederli mentre si addentravano
tra gli alberi e sarebbe stato molto rischioso se se ne fosse ricordato una volta in
libertà. Omidi si chiese quanti soldati fossero morti nei primi esperimenti con il
parassita.

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Passarono altri dieci minuti, poi Bahame rimosse la custodia protettiva del
radiocomando e glielo porse. «A te l’onore.» Omidi esitò per un istante, quindi
premette il pulsante. Non ci fu alcun suono, ma dalla sua posizione riuscì a
vedere che il perno attaccato al rimorchio cominciava ad allentarsi. La catena
cadde a terra e il ragazzo si diede alla fuga, trascinandosela dietro mentre correva
verso il suo villaggio, poco distante dalla strada. I prigionieri infetti si misero a
gridare, frustrati, guardando scappare la loro preda.

Il perno continuava a muoversi. Dopo neanche un minuto si udì un forte


schiocco e i portelloni si aprirono, liberando un groviglio di corpi contorti che
rotolarono a terra. Il tono delle loro urla si trasformò, passando dalla frustrazione
all’eccitazione, mentre si rimettevano in piedi e cominciavano a correre dietro al
ragazzo.
Era un sistema primitivo, ma sembrava funzionare. Se non ci fosse stato il
giovane davanti a loro, gli infetti si sarebbero dispersi a caso, finendo per perdere
l’orientamento e alla fine morire nella giungla.
Così, invece, sarebbero arrivati direttamente nel villaggio nel mirino di
Bahame.

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Capitolo 36

Uganda centrale

24 novembre, ore 09:30 GMT+3

«Lo vedi?» chiese Peter Howell.


Erano distesi sulla sommità di un’altura, nel bel mezzo della strada sterrata
che si snodava in tornanti fino in cima. Smith regolò la messa a fuoco del
binocolo, perlustrando con lo sguardo la valle verdeggiante ai loro piedi fino a
quando non ebbe localizzato la causa del pennacchio di polvere.

«Sì, è una camionetta blindata. Due uomini davanti, altri sei nel retro.
Tutti armati.» «Ed essendo l’unico veicolo a motore incontrato in quattordici
ore, possiamo dire con certezza che ci stanno seguendo.» «Il presidente Sembutu
ci aveva detto di chiamarlo se avessimo avuto dei problemi» intervenne Sarie.
«Forse quelli sono suoi uomini, inviati da lui per la nostra sicurezza.» Entrambi
si voltarono a guardarla.
«Era solo un’idea.»

«Sì, potrebbero essere uomini di Sembutu» concesse Smith. «Ma secondo me


non hanno intenzioni molto amichevoli.» «Be’, di sicuro qualcuno ha chiamato
dal suo ufficio per dare istruzioni» continuò lei. «Abbiamo già superato tre posti
di blocco e nessuno ci ha fermato. Mi pare un comportamento un po’ insolito in
questa parte dell’Africa.» Smith si girò sulla schiena a guardare il cielo terso e
azzurro. «Forse hai ragione, Sembutu ci sta facilitando le cose…»
«La domanda è: perché?» intervenne Howell, terminando la frase.
Sarie prese il suo nuovo fucile dal sedile posteriore e osservò la camionetta in
marcia attraverso il mirino. «A questo punto non possiamo fare molto. Incroci
non ce ne sono e stiamo lasciando delle tracce piuttosto evidenti.»
«Forse sono un po’ paranoico» riprese Smith, allungando un braccio per farsi
aiutare da Howell a rimettersi in piedi. «Magari pensa che troveremo qualcosa di
utile per lui. Ma cosa gli può importare se scopriamo che Bahame sta impiegando
un’arma biologica? Non avrà niente in contrario se gli Stati Uniti scaricano
qualche B-52 sull’accampamento di Bahame.» «Oppure potrebbe aver creduto
alla storia delle formiche» ipotizzò Sarie.
Smith alzò le spalle. «Tutto è possibile. E poi non si può mai sapere, forse
avremo bisogno di altra potenza di fuoco.»

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«Dipende da chi ci troveremo di fronte» commentò Howell, sedendosi di
nuovo al volante e chiudendo la portiera.
«Non mi sembra tanto contento» osservò Sarie, caricandosi il fucile in spalla.
«No, in effetti.»
«Gli è successo qualcosa, qui» continuò Sarie. «Qualcosa di tremendo.» Era
un’ipotesi sensata, e ci aveva pensato anche lui. Ma cosa potesse essergli
accaduto rimaneva un dilemma. Conosceva Howell e gli uomini di quel tipo.
Dopo un’intera carriera con il SAS e l’MI6, cosa poteva averlo impressionato
tanto?

«Perché non glielo chiedi?» suggerì Smith.


«Io?» rispose lei, abbassando la voce a un sussurro, il tono ruvido.
«Stai scherzando? Voglio dire, è un tipo interessante per cenarci insieme e
fare quattro chiacchiere, ma non hai notato il suo sguardo?
Sembra sul punto di farti fuori con un coltello a serramanico ogni trenta
secondi.» «Dai, adesso esageri.» «Ah, sì? E allora perché non glielo domandi tu?
Lo conosci da anni, giusto?» «Sì, da tanto tempo» ammise Smith. «Ma abbiamo
un rapporto… be’, un po’ complicato.»

Sarie piegò la testa di lato e lo studiò attentamente. «Come mai ho


l’impressione che tutti i tuoi rapporti siano complicati?» Howell avviò il motore e
lo mandò su di giri, consentendo a Smith una ritirata strategica. «Non ne ho idea.
Sono solo un semplice medico di campagna.»
«Okay, adesso cerchiamo un punto dove svoltare» disse Smith, scorrendo
l’indice sulla foto satellitare piuttosto sgranata che Star gli aveva inviato. Aveva
segnato le distanze sui due assi, ma l’accuratezza della sua stagista si era rivelata
del tutto inutile nella realtà delle strade dell’Africa rurale. «Dovremmo girare a
sinistra tra non molto, ma è difficile essere più precisi di così.»
Entrarono in un piccolo villaggio e Smith salutò con un cenno dal finestrino
aperto i bambini che correvano accanto al loro fuoristrada.
Era impossibile non farsi conquistare dalla spontaneità delle loro risate, in un
ambiente di una povertà che la maggior parte degli americani non poteva
nemmeno immaginare.
«È incredibile, vero?» commentò Sarie, seduta sul sedile posteriore.
«Questa gente non possiede nulla: niente acqua corrente, niente elettricità e
neppure denaro. Ma anche questo niente è troppo, per persone come Bahame.
Non riesce a lasciarli in pace, a godersi la loro vita di tutti i giorni.»
Si sporse dal finestrino per stringere rapidamente le mani dei piccoli più
tenaci mentre lasciavano l’abitato.
«Ognuno di quei bambini potrebbe essere arruolato con la forza nella milizia
di Bahame» proseguì. «O peggio ancora, potrebbero fare la fine degli aggressori
di quei soldati nel video. Se abbiamo visto giusto e questo è un parassita, Bahame

144
alla fine non sarà più in grado di controllarlo. Più lo utilizza, più diventa difficile
gestirlo.» Howell parve riscuotersi dalla sua trance, nel sentire quella apparente
contraddizione. «Però, se diventa sempre più esperto nell’utilizzo di quest’arma,
come potrebbe sfuggirgli di mano?»
Sarie si allungò sul sedile, appoggiando il fucile accanto a sé e facendosi
ombra con il cappello. «Le cose non stanno proprio così.
Mi preoccupa il fatto che, usandolo in questo modo, possa indebolire il
parassita.» Howell rifletté su quelle parole. «Continuo a non seguirti. Se è più
debole, non è meglio?»
«Il termine “debole” non va inteso nel suo significato comune» intervenne
Smith. «In questo momento il parassita, sempre che esista davvero, è in una
forma piuttosto primitiva. Per quanto riguarda gli esseri umani, direi poco
sviluppato. Compare a intervalli di alcuni decenni, le persone infettate ne
contagiano altre e tutti muoiono in un arco di tempo piuttosto breve, e infatti
non si verifica mai una diffusione su larga scala.»
Sarie proseguì nella spiegazione. «Però, questo genere di infezione può
diventare più efficace se il parassita s’indebolisce. Uccidere l’organismo ospite
troppo in fretta non è una buona strategia di sopravvivenza, soprattutto se le
concentrazioni di popolazione sono distanti tra loro nello spazio.»

«Esatto. Più a lungo vive l’ospite, più aumentano le possibilità del parassita di
riprodursi, sia nella vittima originaria sia in altre, attraverso il contagio.»
«E non è tutto» riprese Sarie. «Anche altre mutazioni potrebbero essere
vantaggiose. Se l’infezione si diffondesse al punto da permettere alla selezione
naturale di fare il suo corso sul parassita, forse potremmo assistere a una sua
manifestazione meno violenta.»
«Assolutamente» concordò Smith. «In fondo, all’ospite il parassita chiede
solo di praticare qualche taglio su una persona non infetta, in modo da
procurargli una nuova vittima. È meglio attaccare e ferire, anziché uccidere. Un
cadavere non gli serve a niente.»
«Inoltre non mi meraviglierei se la comparsa dei sintomi dovesse rallentare»
continuò Sarie. «Questo consentirebbe al parassita di spostarsi ancora, alla
ricerca di un nuovo ospite. In questo momento, mi sembra che l’insorgenza
rapida dei sintomi sia in realtà un vantaggio perché le ferite di molte vittime sono
così gravi da non consentirne la sopravvivenza. La forza e la velocità che
manifestano potrebbero anche non essere un espediente per infettare un numero
sempre maggiore di persone, considerato che spesso si rivelano anzi
controproducenti. Potrebbe invece essere un effetto secondario del parassita per
cercare di tenere in vita persone che, con simili ferite, probabilmente non si
reggerebbero nemmeno in piedi.»
«Interessante. Non ci avevo pensato» disse Smith. «Ma cosa succederebbe
se…» «Voi scienziati passate un mucchio di tempo a farvi seghe mentali, vero?»

145
ironizzò Howell.

«Be’, è più proficuo dell’altro tipo» rispose Sarie con una risatina.
«Quindi, secondo voi, se ci limitiamo a non fare niente e a starcene seduti con
le mani in mano, alla fine il parassita potrebbe diventare innocuo.» «Non è così
raro» osservò Smith. «Alcuni microrganismi, un tempo micidiali, oggi non
causano più danni di un semplice raffreddore. Il problema sono i milioni di
persone che potrebbero morire mentre noi aspettiamo che Madre Natura si
decida a intervenire.»

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Capitolo 37

Uganda settentrionale

24 novembre, ore 10:01 GMT+3

Mehrak Omidi cercava di stare al passo con Bahame, ma era costretto di tanto
in tanto a fermarsi per schivare alberi e altri ostacoli. Circondati da guardie
armate, si muovevano rapidi, senza far rumore, costeggiando la strada a una
distanza tale da riuscire a scorgerla soltanto a tratti.

La maggior parte degli infetti li aveva superati, ma due erano rimasti indietro,
tra il fogliame. Il primo era un bambino di forse quattro anni, troppo piccolo per
comprendere la propria furia e sapere su chi scaricarla. L’altro era ancora più
inquietante a vedersi: era un vecchio con un’orribile frattura esposta nella parte
inferiore della gamba, della quale sembrava non accorgersi minimamente.
Cadeva e si rialzava di continuo, slanciandosi in avanti di qualche metro per
ricadere subito dopo, in uno spruzzo di sangue arterioso. Omidi rallentò. Non
riusciva a staccare gli occhi da quell’uomo, alla fine rassegnato a trascinarsi per
terra sui gomiti.
Giunsero al villaggio dopo altri cinque minuti. Bahame lo afferrò per un
braccio, spingendolo in un punto in cui fosse al sicuro, ma che gli consentisse di
osservare la scena in svolgimento davanti ai loro occhi.

Ancora una volta, Omidi rimase di sasso. Gli uomini del villaggio
combattevano con tutte le loro forze, armati di bastoni, machete, attrezzi agricoli.
Uno di loro aveva un fucile, ma fu abbattuto ancora prima di riuscire a
imbracciarlo. Gli assalitori infetti correvano ovunque: forti e veloci com’erano,
sembravano più numerosi di quanti fossero in realtà.

Una donna in fuga si lanciò tra i cespugli proprio di fronte a loro, tanto che
Bahame e Omidi dovettero indietreggiare per ripararsi tra il fogliame. La donna
percorse appena dieci metri, inseguita da un ragazzino coperto di sangue, il quale
riuscì ad atterrarla e a girarla sulla schiena. Iniziò a picchiarla selvaggiamente: in
pochi attimi era già morta, ma lui non si fermava. Il suono sordo dei pugni
continuò a mescolarsi alle grida e ai richiami di aiuto provenienti dall’abitato,
finché cadde esanime a sua volta. Era impossibile stabilire se fosse privo di sensi
o morto.

147
Una delle capanne era stata incendiata e Omidi lanciò un’occhiata a Bahame:
nei suoi occhi vitrei, avidi di potere, si rispecchiava il riflesso delle fiamme. In
quel momento capì che quell’uomo non stava recitando una parte, né cercava di
compiacere i suoi seguaci.
L’africano era davvero convinto di essere una divinità.
Dalla capanna proveniva il pianto di un neonato e uno degli assalitori corse
verso di essa come se volesse essere d’aiuto. Un attimo dopo il pianto era cessato.
Quando riapparve, la lunga veste chiazzata di sangue stava bruciando.
Nonostante le fiamme crepitanti e sempre più alte, si riunì alla mischia,
avventandosi su una donna che cercava riparo in un recinto dove scorrazzavano
delle capre terrorizzate. Non riuscì a raggiungerla per un soffio, e crollò
aggrappandosi con le mani alla staccionata traballante, arso dal fuoco.
Omidi scivolò da sotto il cespuglio mentre gli ultimi abitanti del villaggio
venivano abbattuti uno a uno. Ma lui adesso non vedeva più l’Uganda rurale.
Vedeva New York, Chicago, Los Angeles. Era uno spettacolo esaltante.

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Capitolo 38

Uganda settentrionale

24 novembre, ore 19:06 GMT+3

Alla guida della jeep, Caleb Bahame rallentò, aumentando la distanza tra il
veicolo e il camion sgangherato che svoltava una ventina di metri più avanti. Gli
abitanti del villaggio catturati guardavano Omidi, con occhi pieni di terrore, dai
buchi nella lamiera, alla disperata ricerca d’aria, senza riuscire a capire cosa fosse
successo a loro e alle loro famiglie.

Erano tutti feriti, anche se solo superficialmente. I più gravi erano stati finiti
sul posto e i loro corpi bruciati. Ai pochi che erano riusciti a evitare il contatto
con gli infetti era stato concesso di fuggire: in questo modo avrebbero diffuso le
voci sul potere e le arti magiche di Bahame.
Gli sfortunati erano senz’altro quelli che avevano riportato solo qualche
lesione. Erano stati caricati sul camion al posto degli assalitori, scomparsi e
disorientati nella giungla, dove sarebbero morti per le emorragie.
Bahame aveva calcolato con precisione la distanza che ognuno degli infetti
poteva coprire a piedi prima che sopraggiungesse la morte; faceva sempre in
modo di attaccare insediamenti abbastanza isolati per evitare una propagazione a
catena dell’infezione.
Non si era però preoccupato dei dettagli. Per esempio, gli animali erano in
grado di diffondere il parassita? C’erano differenze nelle modalità con cui il
patogeno infettava il cervello? Poteva subire delle mutazioni? Cosa sarebbe
successo se uno dei contagiati avesse attaccato un pastore o un viandante, che poi
sarebbero tornati al proprio villaggio?

Queste domande basilari avevano una sola risposta: la rete di spie e di


osservatori di Bahame aveva il compito di individuare e uccidere chiunque fosse
risultato infetto e fosse riuscito a fuggire dalla sua quarantena improvvisata.
Ma se quel sistema poteva funzionare in Africa per un certo periodo di tempo,
era del tutto inesportabile. No, per utilizzare l’agente patogeno in Europa o in
America, sarebbero stati necessari studi più approfonditi.

Dopo un’altra mezz’ora raggiunsero l’accampamento. Quando la jeep si


fermò, furono acclamati dalle urla assordanti dei miliziani di Bahame.
Circondarono la macchina e smisero di gridare solo quando lo sciamano salì in
piedi sul sedile e alzò le braccia al cielo. Recitò a gran voce il racconto della
vittoria, sovrastando il brusio della giungla e i lamenti dei prigionieri rinchiusi

149
nel camion dalla lamiera arroventata.
Omidi smontò dalla jeep e si fece largo tra i soldati ipnotizzati dalla vista e
dalle parole di Bahame. Una rapida occhiata alle sue spalle gli confermò che non
erano solo quei ragazzi cenciosi a essere ammaliati: Bahame stesso sembrava
completamente perso nei suoi deliri. Era il momento perfetto per curiosare un
po’ in giro.
L’iraniano si diresse verso una caverna illuminata a giorno da lampade
elettriche. L’ingresso era sorvegliato da due guardie armate, una delle quali non
poteva avere più di dodici anni, mentre l’altra sembrava intontita dalla nuvola di
fumo nero proveniente dal generatore lì vicino.
Passò loro davanti con studiata indifferenza, liquidandoli con un gesto
spazientito della mano quando gli si rivolsero nella loro lingua.
Di certo erano a conoscenza del suo rapporto privilegiato con Bahame, e
restarono a guardarlo con gli occhi sgranati, senza sapere se dovessero fermarlo o
meno.

Il vantaggio di essere un condottiero messianico psicotico era che i seguaci


terrorizzati non volevano altro che soggiacere alla sua volontà. Eppure, a volte, e
questo era l’aspetto negativo, non erano in grado di indovinare quella volontà. Se
avessero fermato per sbaglio il rispettabile ospite di Bahame, sarebbero stati
destinati con ogni probabilità a una morte lenta e orribile. D’altro canto, se quella
non era una visita autorizzata e loro non fossero intervenuti, sarebbero
comunque andati incontro a una fine certa e dolorosa.

Alla fine rimasero confusi dalla sua sicurezza calcolata e lo lasciarono


accedere a un corridoio naturale così stretto che in alcuni punti vi si passava solo
mettendosi di fianco. Delle lampadine nude pendevano da cavi fissati al basso
soffitto della grotta. Seguì le sorgenti luminose, ignorando i cunicoli che si
addentravano nell’oscurità. Temperatura e umidità diminuivano man mano che
procedeva, ma il tanfo di escrementi, sangue e sudore si faceva sempre più
soffocante. Alla fine il passaggio si allargava in un ampio locale e Omidi si fermò
a qualche metro di distanza, per osservare la scena senza farsi notare.
C’era un bianco piuttosto anziano, il medico arrivato a seguito del ragazzo
ucciso a sassate da Bahame. Indossava un grembiule di tela macchiato e una
mascherina per gli occhi, e lavorava chino su un cadavere parzialmente sezionato.
In fondo alla grotta, un tendone di plastica tutto chiazzato di sangue e chiuso da
sbarre d’acciaio era posizionato di fronte a una cavità scavata nella roccia.
All’interno, sul pavimento in terra battuta, era disteso un malato che ansimava
come un animale e osservava una donna, all’apparenza in buona salute,
imprigionata in una gabbia analoga, distante circa tre metri.
Era in lacrime.

Quando Omidi si decise a entrare nel locale, l’uomo nella gabbia levò un grido

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acuto e protese un braccio tra le sbarre con una forza tale che si udì lo schiocco
dell’osso spezzato.
Il medico sollevò lo sguardo e fece qualche passo indietro, esitante, afferrando
il bisturi e tenendo il braccio teso davanti a sé.
«Calma» disse Omidi in inglese. «Sono un amico.» «Un amico?» balbettò
l’uomo. «Mi chiamo Thomas De Vries. Sono stato rapito da casa mia, a Città del
Capo. Mi hanno portato…» L’iraniano lo fermò con un gesto della mano e
ispezionò le attrezzature del laboratorio. Era piuttosto malconcio e disordinato,
ma sembrava funzionale; c’era anche un moderno microscopio e un piccolo
frigorifero.
«Cos’ha scoperto?»

«Scoperto? Io non sono un biologo. Sono un medico generico in pensione.


Lei…» «Zitto!» lo interruppe Omidi. Non avevano molto tempo. I discorsi di
Bahame erano caratteristici non soltanto per l’intensità, ma anche per la brevità.
«Mi aiuti e io la porterò con me quando me ne andrò da qui.» Indicò il
cadavere sul quale il medico stava lavorando.

«Deve aver scoperto qualcosa.» «Sì» rivelò De Vries, guardandosi intorno


nervoso. «È un’infezione parassitaria per certi aspetti simile alla malaria. Questo
microrganismo però dopo essere entrato in circolo si stabilizza nella testa,
facendo scoppiare i capillari attorno ai follicoli dei capelli e attaccando il
cervello.»
«Si diffonde in questo modo?» domandò Omidi. «Attraverso le emorragie?»
«Sì… penso di sì. Ho rilevato un’alta concentrazione nel sangue.
Entra attraverso tagli nella pelle, forse anche dagli occhi, ma non ne sono
certo.» «Quanto ci vuole?» «Per cosa?» «Quanto ci vuole perché faccia effetto?»

«Mi riporterà a Città del Capo? A casa mia?» «La farò salire su un volo
commerciale, a Entebbe» promise Omidi, nascondendo a fatica il suo disprezzo
per quel discendente dei conquistatori cristiani, assoggettatori dell’Africa e del
mondo.

De Vries annuì. «È difficile rispondere alla sua domanda. L’unica vittima che
ho avuto occasione di osservare ha iniziato a manifestare agitazione e confusione
mentale dopo circa dieci ore. Forse varia da soggetto a soggetto. Io direi tra le
sette e le quindici ore perché insorga un evidente disorientamento. In seguito la
malattia ha un decorso rapido e prevedibile. L’agitazione cresce finché inizia il
sanguinamento, circa tre ore dopo i primi sintomi, seguito quasi subito dal
comportamento violento.» «E la morte?»

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«Circa quarantott’ore dopo il picco della sintomatologia, anche se i malati
muoiono per lo più per le ferite o per un probabile attacco di cuore.» La donna
nella gabbia balzò in piedi di scatto e cominciò a parlare in modo sconnesso,
aggrappandosi con le mani alle sbarre, senza badare alla sua nudità.

Il dottore la guardò con compassione, nonostante anche lui non fosse in una
situazione migliore. «Bahame tiene sempre un ammalato rinchiuso qui dentro,
così non c’è il rischio di estinzione per il parassita. Quando quest’uomo starà per
morire, verrà infettata la donna per conservare la riserva di microrganismi.»

Omidi annuì. Anche questo poteva funzionare in Africa, ma era del tutto
inadeguato per il contagio in un Paese moderno. Si guardò alle spalle per
accertarsi che fossero soli e indicò il frigorifero.
«È possibile congelare un campione da portare via?»
«No. Non sopravvive fuori dal corpo umano per più di qualche minuto ed è
estremamente sensibile alla temperatura: ho provato a conservare dei campioni,
ma sono morti quasi subito.» Dal corridoio giunse un suono di passi e smisero di
parlare. Un momento dopo Bahame comparve sulla soglia del locale.

Omidi s’irrigidì, incerto sul da farsi. Era meglio cercare di spiegare o non dire
niente? L’africano era una mina vagante. Avrebbe potuto cambiare umore da un
momento all’altro.
Per sua fortuna, fu Bahame a prendere la decisione al suo posto.
«Fuori di qui.»
Omidi annuì, rispettoso, e si avviò rapido lungo lo stretto passaggio, inseguito
dall’eco delle grida del medico e dal rumore delle attrezzature scagliate a terra.
Sperava che Bahame uccidesse il vecchio. Avrebbe potuto rivelarsi una fonte di
complicazioni indesiderate, anziché di informazioni utili.
Marcisse pure all’inferno.

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Capitolo 39

Langley, Virginia, USA

24 novembre, ore 12:05 GMT-5

«Brandon non avrebbe voluto una cerimonia in grande, ma come suo amico
sono molto felice di vederla» esordì l’uomo, spostandosi a disagio dietro il leggio.
Dave Collen non lo ascoltava. Del resto non si ricordava il suo nome e non era
interessato alle sue parole.

Il piccolo auditorium era gremito di persone e gettò un’occhiata in giro,


chiedendosi quanti di loro avessero conosciuto davvero Brandon Gazenga e
quanti, invece, erano venuti solo per curiosità e per mangiare al buffet. Alcuni
sembravano commossi, ma la maggior parte dei presenti aveva un’espressione
seria e distaccata.

«Di certo tutti qui conoscevano Brandon come un abile analista, anche se, per
come è strutturata l’Agenzia, forse molti di voi non hanno avuto il tempo di
scoprire che splendido ragazzo fosse» continuò l’uomo, in tono triste. «Io ho
avuto il privilegio di lavorare fianco a fianco con lui negli ultimi anni e…» Collen
riprese a scrutare la folla, senza però riuscire a individuare l’oggetto del suo
interesse.

Stavano ancora valutando le conseguenze della decisione di eliminare


Gazenga così presto, ma lo aveva colpito il modo in cui era morto. Chi avrebbe
mai pensato che sarebbe arrivato al punto di soffocare su quella moquette
schifosa per dimostrare di avere una dignità? Dopo avere ammesso di aver
contattato la Russell, alla fine aveva spifferato l’ora e il luogo dell’appuntamento
e Collen aveva mantenuto la sua promessa, dandogli il falso antidoto.

Si era aspettato di vedersi strappare il flacone di mano e di guardare Gazenga


rovesciarsi in bocca quelle inutili compresse. Invece le aveva accettate con calma,
le aveva ingoiate piano e aveva appoggiato la testa sul pavimento. Collen era
andato via solo quando lo sguardo dell’analista si era fatto fisso e vitreo.
Avevano inviato una squadra sul luogo dell’appuntamento, con l’unico
risultato di appurare che Gazenga aveva mentito, sapendo ormai di essere
spacciato. Dall’indicatore di posizionamento installato sull’auto della Russell
avevano scoperto che era diretta in Pennsylvania, ma ormai era troppo tardi per

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organizzare un’altra imboscata.

Collen ritornò in sé quando la porta in fondo alla sala si aprì per lasciar
entrare Randi Russell. Toccò col gomito Larry Drake e la indicò con un cenno
della testa pressoché impercettibile. Lei forse non sapeva che era stato Gazenga a
infilarle in tasca quel bigliettino, ma la sua presenza era un indizio importante.
Non era certo il tipo da farsi vedere a una commemorazione, specie di una
persona sconosciuta.
«Quando porteremo a termine l’operazione?» bisbigliò il direttore della CIA,
riferendosi al nuovo piano per far fuori la Russell.

«Presto. Dobbiamo lavorare ancora su alcuni dettagli. Quando è in Virginia


vive da sola, nel cottage di un’amica. Situazione ideale per noi: niente sistemi di
sicurezza, nessun vicino nel raggio di chilometri, e vi si accede solo da una
stradina rurale, poco trafficata.»
«Allora perché non è ancora stato fatto niente?» «La persona a cui intendo
affidare l’incarico è difficile da contattare senza lasciare tracce.»
«Non ammetto errori, Dave. Mi hai capito? Non possiamo permettercene
altri.» Collen annuì, chiedendosi se avesse fatto una valutazione troppo
ottimistica della situazione. Aveva effettuato un’analisi approfondita del
computer di Gazenga, dove aveva scoperto la sua ricerca, accuratamente
nascosta, di qualcuno in grado di aiutarlo, ma non aveva trovato altro. Anche la
Russell ne era uscita pulita allo stesso modo.

Ma qualcosa doveva pur esserci, anche se gli sfuggiva. Era molto probabile
che Gazenga avesse detto la verità quando aveva parlato solo di un’ora e un luogo
per incontrare la Russell. Tuttavia non poteva esserne sicuro.
Per concludere, la perdita dei loro informatori in Uganda era stata una bella
sfortuna. Adesso stavano seguendo Smith tramite immagini parziali dal satellite
e un solo uomo sul campo, e per di più inaffidabile. Solo un’ora prima erano
riusciti a localizzare la posizione della squadra con un’approssimazione di
cinquanta chilometri.

E di certo non potevano permettersi altri errori. Restava da chiedersi se non


ne avessero già commessi troppi.
Randi Russell si spostò lungo la parete, ridendo sommessamente quando la
persona al microfono raccontò un aneddoto su un’esperienza di rafting condivisa
con Gazenga. Si fermò accanto a un tavolo e sollevò la stagnola da uno dei piatti
allineati per il buffet.

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Ciambelle.
Ne prese una e le diede un morso, dirigendosi verso un angolo della sala un
po’ meno affollato. La quantità di persone presenti la spinse a domandarsi quante
di loro sarebbero venute a commemorarla il giorno in cui la fortuna, com’era
inevitabile, l’avesse abbandonata.
Vivere facendo cose di cui non si poteva neppure parlare, in Paesi quasi
introvabili su una carta geografica, non le permetteva di coltivare troppe amicizie.
E le poche che aveva tendevano a essere un po’ reticenti a farsi vedere con lei, o
anche solo ad ammettere di conoscerla.

No, per lei non ci sarebbero stati discorsi celebrativi della sua vita e dei servizi
resi al Paese, e neppure sale illuminate e pasticcini.
Avrebbe dovuto accontentarsi di qualche brindisi alla sua memoria da parte di
donne e uomini senza nome in qualche bar polveroso del terzo mondo, in un
punto imprecisato del globo. E a dire la verità, non voleva niente di diverso.
L’oratore terminò l’aneddoto e indicò un punto alla sua destra. «Il direttore
Drake ha avuto l’onore di conoscere di persona Brandon e vorrebbe dire qualche
parola, quindi gli cederei il microfono. È pronto, signore?» Randi osservò Drake
avvicinarsi al leggio, mentre dai presenti si levava un applauso rispettoso. Questo
sembrava confermare la voce secondo cui Gazenga stava lavorando a qualcosa di
molto importante e di alto livello. Lei, però, continuava a non avere idea di cosa si
trattasse. Brandon si occupava di questioni dell’Africa centrale e non le veniva in
mente nulla che non potesse rientrare nel normale stato di caos, a stento
controllato, del continente.

Naturalmente, fino a quel momento non aveva indagato più di tanto.


Il fatto che fosse morto in seguito a un incidente tutto sommato credibile
subito dopo averle fatto avere quel biglietto indicava due possibilità. La prima:
avrebbe dovuto svuotare e pulire il frigo più spesso. Oppure, qualcuno molto
scaltro e molto potente l’aveva fatto fuori. Supponendo che l’ipotesi giusta fosse
la seconda, aveva fatto bene a usare la massima discrezione.
Purtroppo non era in grado di ricavare molto dalle ombre. Non aveva avuto
risposta al messaggio lasciato a Jon ed era riuscita a scoprire solo che si era
messo in aspettativa dal lavoro a Fort Detrick. Perché l’avesse fatto e dove si
trovava al momento rimaneva ancora un mistero.

Aveva chiesto a un amico alla TSA (la Transportation Security


Administration) di verificare se per caso avesse preso un volo di linea, ma la
risposta tardava ad arrivare. Se Jon era nei guai, lei aveva bisogno di saperlo e
doveva aiutarlo a tirarsene fuori.
E quindi eccola lì, aveva fatto la sua comparsa alla veglia funebre per Brandon
Gazenga. Chissà se qualcuno l’aveva notato.

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156
Capitolo 40

Uganda settentrionale

24 novembre, ore 22:42 GMT+3

Il nugolo di insetti pareva fumo nero alla luce dei fari, mentre Peter Howell
attraversava con il fuoristrada una buca fangosa. Oltre il piccolo cerchio
illuminato l’oscurità era assoluta e ininterrotta, come il fondo dell’oceano.

Smith diede un’occhiata al sedile posteriore, dove Sarie era distesa con un
braccio abbandonato sul fucile. Sotto molti aspetti gli ricordava Sophia: lo stesso
entusiasmo inesauribile nel lavoro, il sorriso aperto, lo spirito dell’avventura.
Come sarebbe stata la sua vita se lei non fosse morta? Dove sarebbe stato in
quel momento? A tosare il prato di casa? In giro con i loro figli a bordo di una
monovolume? Non riusciva a immaginare nessuno di quegli scenari.
Quando tornò a guardare davanti a sé, il nugolo si era diradato abbastanza da
consentirgli di aprire il finestrino per far entrare una zaffata di aria calda e
umida.
«Ti chiedi mai cosa farai non appena tutto questo sarà finito, Peter?»

«Tutto questo cosa?» «Lo sai… Quando saremo troppo vecchi per inseguire
qualcuno o qualcosa nella giungla.» Howell, visibile solo in controluce, scosse la
testa. «Quelli come noi non vanno in pensione, Jon. Un giorno non saremo più
veloci come un tempo, oppure commetteremo un errore, e sarà la fine.»
Smith emise un lungo respiro e sprofondò nel sedile di pelle. «Una
prospettiva allegra.» Peter allungò un braccio e gli diede una pacca sulla coscia,
mentre sulle labbra gli fioriva uno dei suoi rari sorrisi. «Non è ancora arrivato il
momento, amico. Scommetto che ci resta da combattere ancora qualche bella
battaglia.» Davanti a loro si stendeva una staccionata malconcia, costruita con
legname locale. Smith la indicò: «Potrebbe essere quella?».

«Siamo arrivati?» chiese Sarie con la voce impastata dal sonno, mettendosi a
sedere e affacciandosi tra i due sedili anteriori.
«Non ne sono sicuro.» Howell costeggiò la recinzione, fermandosi infine di
fronte a un cancello. Sarie saltò giù senza aspettare il completo arresto dell’auto,
stiracchiando la schiena intorpidita. Chiavistello e cardini si aprirono docilmente
sulla strada di accesso alla proprietà, non invasa dalla vegetazione. Forse la
fortuna stava girando dalla loro parte.

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Dopo altri dieci minuti di tragitto comparve una casa, una vecchia costruzione
irregolare con piante rampicanti fiorite sui muri sbiaditi.
Sarie fece per aprire la portiera, ma Smith allungò un braccio verso di lei per
fermarla. «Si muove qualcosa, sulla destra.»
«Li vedo» rispose Howell, controllando nello specchietto retrovisore.
«Proprio dietro di noi. Almeno tre. Un machete e due fucili. Neppure un’arma
automatica.» «Cosa? Che sta succedendo?» domandò Sarie.
«Aspetta in macchina» le raccomandò Smith aprendo la portiera dal suo lato e
scendendo. Sotto il portico si accese una luce di sicurezza e alzò lentamente una
mano per schermarla. Un attimo dopo dalla porta si affacciò un uomo bianco, a
piedi nudi, con un paio di jeans e una maglietta. Era armato di fucile.
«Chi siete?» «Mi chiamo Jon Smith, sono un medico americano.» «E i suoi
amici?»
Smith gettò un’occhiata nel buio che lo circondava, cogliendo con la coda
dell’occhio la presenza degli africani individuati da Howell nel chiarore delle luci
posteriori dell’auto. Con quelli nascosti ai lati della casa, avevano almeno cinque
fucili puntati su di loro. Howell e Sarie avrebbero potuto cavarsela se le cose si
mettevano male, ma Smith sapeva di essere in trappola.
«Il mio amico Peter Howell e la dottoressa Sarie van Keuren, dell’Università
di Città del Capo.»

L’uomo soppesò per un attimo le sue parole, quindi appoggiò il fucile a una
delle colonne del portico.
«Scusate l’accoglienza» si giustificò, scendendo i gradini e facendosi loro
incontro con la mano tesa. «Non siamo abituati alle visite a sorpresa, e questa
parte dell’Africa non è più così tranquilla come un tempo. Mi chiamo Noah
Duernberg.»
«Piacere di conoscerla» replicò Smith, mentre le portiere del veicolo alle sue
spalle si aprivano e si richiudevano. Quando si guardò indietro, gli uomini che li
tenevano sotto tiro si erano già dispersi.

Duernberg li invitò a entrare e si sedettero attorno a un tavolo di legno


massiccio, alla luce di una lampada a cherosene. «Dobbiamo produrci da soli
l’energia elettrica, quaggiù» spiegò. «Quindi la sera spegniamo tutto. I generatori
fanno un baccano infernale.» Prese alcune bottiglie di birra da una credenza e le
offrì ai suoi ospiti.
Era tiepida, ma Smith aprì la sua grato e felice.

«Dove siete diretti?» s’informò Duernberg, accomodandosi su un sedile


intagliato a mano accanto alla finestra.

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«Proprio qui» rispose Smith.
«Qui? Intende quest’area? Cosa…» «Intendo questa fattoria.» L’uomo era
chiaramente confuso, quindi Smith continuò la sua spiegazione.

«È corretto presumere che il dottor Lukas Duernberg sia suo padre?» Noah
annuì. «Era. È morto da anni.» «Mi dispiace.» «In realtà pensavamo non ci
vivesse nessuno, qui» intervenne Sarie.
«Non siamo riusciti a trovare alcuna informazione su di lei e speravamo di
ricavare dalla popolazione locale notizie sull’ultimo indirizzo della sua famiglia.»

«Mio padre ha salvato la vita a uno dei figli di Idi Amin. È stato lui a donarci
questi terreni. Poi devono essersi dimenticati di noi, forse dei bianchi in una
fattoria sperduta non sono il primo pensiero del governo, di questi tempi.»
«Dev’essere dura, con Bahame che spadroneggia nella zona» osservò Howell.
L’uomo annuì con aria triste. «Questa casa la costruì mio padre.
Abbiamo la nostra vita qui, amici, persone che contano su di noi per il loro
pane quotidiano. Ma in questo momento mia moglie e mio figlio si trovano a
Kampala, alla ricerca di un Paese disposto ad accoglierci. Qui è diventato troppo
pericoloso.» «Comprendo quello che state passando» commentò Sarie. «Anch’io
sono cresciuta in una fattoria in Namibia e ho dovuto lasciarla. Ci penso ancora,
tutti i giorni.»

Duernberg prese una lunga sorsata di birra. «Basta parlare di queste cose,
tanto è tutto nelle mani di Dio. Perché vi interessa tanto la mia famiglia?» Smith
tirò fuori il documento trovato da Star, in cui si menzionava il sospetto di suo
padre sull’infezione parassitaria. Duernberg lo scorse rapidamente, quindi si alzò
e andò a prendersi un’altra birra.

«Lei doveva essere molto piccolo all’epoca» osservò Smith.


«Avevo dodici anni.» Smith aggrottò le sopracciglia. Non c’era la data sul
documento.
«Si ricorda se le aveva mai parlato del parassita?» «No» rispose Duernberg,
rimettendosi a sedere. «Però non posso dimenticare quando lui si ammalò e
attaccò mia sorella Leyna. Né di avere usato il fucile ricevuto in dono da lui per il
mio compleanno per ucciderlo.» Sul gruppo scese il silenzio e Duernberg volse lo
sguardo verso una finestra, trasformata in specchio dall’oscurità esterna.
«Ci scusi, non era nostra intenzione farle rivangare queste cose» si giustificò
Smith.
«I nostri braccianti bruciarono il suo cadavere e volevano uccidere Leyna.
Dicevano che era indemoniata. Fummo costretti a rifugiarci in uno degli edifici

159
annessi alla fattoria e a barricarci all’interno.
Circondarono la casa, rimanendo in attesa là, seduti. Dopo poco tempo, Leyna
cominciò a sentirsi confusa e a comportarsi in modo strano. Poi divenne una
furia. Alla fine dovetti sparare anche a lei.» Smith si incrociò le braccia al petto e
si appoggiò alla parete dietro di sé. Non era ancora una prova concreta, ma poteva
bastare. Questa non era ipnosi di massa, e neppure l’effetto di una droga. Era un
agente biologico ed era quanto mai pericoloso.

«Dev’essere terribile per lei, me ne rendo conto, ma può forse dirci


qualcos’altro su questa patologia?» domandò Sarie. «Suo padre aveva condotto
qualche esperimento? Sa come possa essersi procurato l’infezione?» Duernberg
scosse la testa. «Ero troppo piccolo. Però ho alcune cose che potrebbero esservi
utili.»

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Capitolo 41

Uganda settentrionale

25 novembre, ore 02:09 GMT+3

Jon Smith frugò nel baule e ne tirò fuori una vecchia bambola, ancora con il
suo abitino a fiori e la cuffietta di merletto ingiallito.
L’appoggiò delicatamente accanto a una pila di foto in bianco e nero, capi di
abbigliamento lisi e libri con il dorso in cuoio.

La temperatura nella soffitta di Duernberg era vicina ai quaranta gradi e il


caldo, sommato al debito di sonno, gli faceva sentire come un cerchio alla testa.
Howell aveva organizzato una ritirata strategica e stava ronfando da un’ora su
una comoda amaca, tesa tra le colonne del portico.
«Niente?» chiese, asciugandosi il sudore dal viso per evitare che gocciolasse
sul diploma di laurea in Medicina di Lukas Duernberg.

Sarie, in canotta e pantaloncini, era al centro di quello spazio angusto,


circondata dalle carte e dai taccuini rinvenuti nel baule.
«È dura non farsi distrarre da queste meraviglie» rispose, battendo la mano
sul libro rilegato che teneva in mano. «Questo diario parte dalla metà degli anni
Trenta e parla della sua esperienza di perseguitato sotto il nazismo e dei suoi
piani per mettere in salvo la sua famiglia. Chissà se Noah vorrà portarlo con sé
quando se ne andrà… La nostra biblioteca farebbe carte false per avere una
testimonianza del genere.» «Già» rispose Jon, estraendo un’altra pila di carte dal
fondo del baule e depositandole accanto a lei sul pavimento. «Ma se rimango qui
ancora a lungo, mi scioglierò.»
«Ah, voi americani…» commentò lei, mettendo da parte il diario e aprendo un
taccuino scritto a mano, con la caratteristica grafia di Lukas. «L’aria condizionata
vi ha rammolliti.» Smith fece un mezzo sorriso e si chinò sulla sua spalla per
osservare i disegni dettagliati della flora locale e sforzandosi di leggere le
didascalie. Essendo cresciuta in una ex colonia tedesca, Sarie fu più rapida, poi
voltò la pagina.

Gli dispiaceva per Noah Duernberg. Quella parte dell’Uganda era magnifica e
lui non riusciva nemmeno a immaginare quanto dovesse essere difficile
abbandonare tutto, per ricostruirsi una vita in un luogo sconosciuto.
E una simile scelta risultava ancora più drammatica perché del tutto
immotivata. La terra era fertile, il Paese ricco di risorse naturali e tutti avevano
voglia di lavorare. Non c’era alcuna ragione per cui non si potesse condurre

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un’esistenza tranquilla e gratificante, in Uganda.

Nessuna ragione concreta, almeno, ma il lato oscuro della natura umana. Era
quasi impossibile non avvertirne la presenza in un Paese, come quello di
Bahame, pervaso dalla memoria del nazismo… «Aspetta un attimo…»

Smith le si avvicinò. «Hai trovato qualcosa?» «Non lo so» rispose lei,


appoggiando i fogli sul pavimento di legno e facendoli scorrere rapidamente. «Sì!
Guarda qui: un parassita che provoca agitazione violenta e sanguinamento dai
capelli. A quanto pare i locali lo conoscevano bene e credevano fosse una forma
di possessione demoniaca. L’infezione era scoppiata in un villaggio a quaranta
chilometri da qui e aveva registrato un tasso di mortalità del cento per cento.
Nessuno osava avvicinarsi al luogo del contagio, temendo di essere contaminato
dal male. Ma Duernberg era riuscito a scoprirlo da solo. Qui descrive l’area come
una zona di guerra.
Capanne bruciate, corpi in putrefazione abbandonati là dov’erano caduti…»
Sarie tacque per un momento, alla ricerca di altri dati interessanti.
«Ecco, qui scrive a distanza di una settimana. Si corregge: il tasso di mortalità
dell’infezione non era del cento per cento, ma molto inferiore.» «Quindi c’erano
dei sopravvissuti?»
«Fa’ attenzione, non erano stati colpiti dall’infezione. Gli scampati alla
malattia pare siano stati uccisi e bruciati dalle tribù limitrofe.» «Come i familiari
di Noah.» «Esatto. Qui dice che i racconti su questo fenomeno risalgono a
centinaia di anni addietro, forse addirittura a migliaia. Probabilmente l’usanza di
isolare, uccidere e bruciare i potenziali posseduti si è consolidata nel tempo,
perché funzionava.»

«Una specie di quarantena primitiva, ma efficace» commentò Smith.


Sarie continuò a passare in rassegna le carte, poi la sua attenzione fu attirata
da un foglio alla sua destra. «Jon! Dai un’occhiata qui.» Lui si chinò per vedere
meglio ed esaminò una mappa, disegnata a mano, dove la casa in cui si trovavano
era posizionata in un angolo.

«Qui parla di un complesso di grotte e ipotizza che il parassita viva ospite di


un animale nel quale resta dormiente. Ha fatto delle ricerche e ha prelevato
campioni di insetti, rettili e mammiferi della zona.» «E ha scoperto qualcosa?»
Sarie girò tutte le pagine fino alla fine del taccuino. Erano bianche.
«Sembra proprio di no.»
Smith scese le scale e uscì sotto il portico; superò Howell allontanandosi di
una cinquantina di metri prima di fare una telefonata. Fred Klein rispose al
primo squillo.

162
«Jon. Tutto a posto?» «Sto bene. Abbiamo trovato qualcosa.» «Parla.»
«Siamo alla fattoria dei Duernberg. Abbiamo sfogliato i diari del padre: lui
riteneva che l’infezione avesse avuto inizio in una serie di grotte, in una zona a
circa trenta chilometri da qui, in direzione nord est. Appena fa giorno intendiamo
andare là per cercare dei campioni.» «È una zona tranquilla?» Smith ridacchiò
piano, per non svegliare le persone che dormivano poco lontano. «A parte i
guerriglieri di Bahame, un complesso di grotte inesplorate e probabilmente
instabili, leoni, ippopotami e l’agente infettivo stesso, dovrebbe essere una
passeggiata.»
Klein ignorò il suo sarcasmo. «Allora forse Duernberg aveva ragione?»
«Forse, in base alle nostre scarse informazioni. Possono passare anni senza
alcuna manifestazione, poi qualcuno s’introduce per un qualunque motivo in una
di quelle grotte ed entra in contatto con un portatore. Devi chiamare Billy
Rendell al CDC e informarlo. Se l’infezione valica i confini del Paese, sarà
necessario un piano di contenimento, e lui è il migliore in questo campo.»
«Rendell» ripeté Klein. «Possiamo fidarci di lui?» «Billy sa come mantenere
la massima discrezione. Non devi preoccuparti di questo.» «Devo preoccuparmi
solo di te.»
«Già. Ascoltami, Fred. Se non hai nostre notizie entro un paio di giorni, vorrà
dire che avremo avuto dei problemi e dovrai pensare al modo migliore di gestire
l’emergenza. Inoltre dovrai inviare qui un contingente militare per perimetrare la
zona e una squadra super equipaggiata per entrare in quelle grotte.»

«Capisco, Jon. Ma ci troviamo in una posizione delicata, non soltanto con gli
iraniani e gli africani, ma con la stessa Covert-One.
Sicuramente la CIA sospetta qualcosa e dobbiamo stare molto attenti a come
ci muoviamo.»
«Se questa cosa si viene a sapere, Fred, quello sarà l’ultimo dei nostri
problemi.» «Ho un incontro con il presidente, domani. Lo ragguaglierò sui vostri
progressi e gli riferirò le tue raccomandazioni. Ma in questo momento la
credibilità dell’America non è ai massimi livelli per quanto riguarda le operazioni
di intelligence in Medio Oriente, sia qui sia all’estero. Se vogliamo piombare
addosso agli iraniani o inviare un contingente significativo in Africa ci serve
qualcosa di concreto. E poi non bisogna sottovalutare la questione tempo, lo sai
quanto ci vuole per organizzare una missione del genere…» «Lo so, Fred. Ma non
riesco a smettere di pensare a quel video e all’ipotesi che simili scene possano
ripetersi altrove, a New York o a Londra, per esempio.» «Già» rispose Fred in
tono sommesso. «Neanch’io.»

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Capitolo 42

Teheran, Iran

25 novembre, ore 10:55 GMT+3:30

L’ayatollah Amjad Khamenei sedeva a gambe incrociate su un grande cuscino,


intento ad ascoltare la registrazione di un’intercettazione ambientale procurata
dalle persone riunite attorno a lui. Chiuse gli occhi, cercando di rimanere calmo e
di confidare in Dio, mentre i particolari della congiura contro di lui si facevano
via via più chiari. La nuora di Rahim Nikahd era morta in seguito alle lesioni
riportate per mano degli uomini di Omidi. Il politico non aveva perdonato la
leggerezza del ministro dell’Intelligence.

Se non fosse stato così lontano, di sicuro Mehrak si sarebbe rifiutato di


crederci. Il complotto ordito da Nikahd e un gruppetto di colleghi parlamentari
non poteva essere scaturito solo dal suo errore. Era troppo complesso, troppo
elaborato. Molto più probabilmente, stavano tramando da mesi, se non da anni.
«Lasciatemi solo» ordinò con un gesto della mano.

Gli uomini presenti nella stanza erano stati scelti uno a uno da lui
personalmente, ma non si fidava di loro. In quei momenti di pericolo poteva
essere sicuro solo dei familiari più stretti e di Omidi, che considerava come un
figlio.

Khamenei ascoltò i particolari del piano per ucciderlo, della trasformazione


dell’Iran in un Paese «moderno», del ramoscello d’ulivo da offrire a Farrokh.
Al termine della registrazione, si tolse gli auricolari e li appoggiò sul
pavimento. Aveva commesso così tanti errori nella sua lunga vita.
Soprattutto, aveva sottovalutato il potere del denaro. Le sanzioni
internazionali avevano provocato il crollo dell’economia del Paese e impedivano
ai cittadini di procurarsi gli inutili oggetti di cui venivano a conoscenza attraverso
Internet e le pubblicità occidentali.
Oggi la gente poneva quelle sciocchezze al di sopra di Dio.

Inoltre, aveva giudicato male la reazione dei giovani iraniani all’occupazione


americana dell’Iraq e dell’Afghanistan. L’aveva considerata un funesto presagio
dell’ascesa di un nuovo imperialismo, che li avrebbe annientati, privi com’erano
di armi con cui difendersi. In quel momento, a distanza di anni dal fallito

164
tentativo dell’esercito americano di controllare quei Paesi e di fronte all’incerto
futuro finanziario del governo degli Stati Uniti, in Iran molti ritenevano
improbabile un’invasione militare. A meno che non vi fossero state delle
provocazioni reali.

E ora l’Iran che aveva contribuito a costruire veniva corrotto dall’interno da


persone interessate solo a soddisfare i propri appetiti.
Il sogno della Repubblica Islamica si sarebbe infranto con l’avvento di
macchine costose, abbigliamento indecente e mezzi di comunicazione fuori
controllo.
Prese un grosso faldone e ne estrasse una foto, studiando ancora una volta le
facce ritratte. Jon Smith era un microbiologo del Centro militare di ricerca per le
armi biologiche, nel Maryland. Sarie van Keuren era la massima esperta al
mondo in parassitologia. E Peter Howell era un ex SAS e MI6. Gli americani
dovevano aver scoperto qualcosa. Restava poco tempo.

Omidi temeva l’insubordinazione delle forze di sicurezza iraniane se avesse


ordinato loro di sparare sui manifestanti, la nuova piaga del Paese. I loro leader,
in parlamento, stavano tramando per ucciderlo.
E si diceva che Farrokh stesse cercando di armarsi.

Khamenei sapeva di aver aspettato anche troppo, e il suo potere si era ridotto
a tal punto che non aveva certezze. L’unica cosa che gli restava da fare era scavare
direttamente alla radice del male che gettava la sua ombra minacciosa sulla
repubblica.
Diede un’occhiata all’orologio. Mancava meno di un minuto.

Rispose al primo squillo. «Dio sia con te, Mehrak.» «E con lei, Eccellenza.»
«È bello sentire la tua voce. Ho pochi amici, qui. Ancora meno, penso, di quanto
tu possa immaginare.»
«Ho saputo della riunione tra Nikahd e gli altri. Ce ne occuperemo al mio
ritorno, ma dovremo muoverci con molta cautela.» «È troppo tardi, amico mio.
Avrei dovuto dare ascolto ai tuoi avvertimenti. A volte ho l’impressione di essere
diventato vecchio e stupido.» «Lei vede devozione in uomini che ne sono privi,
Eccellenza. Ciò non significa essere stupidi. Vuol dire essere un uomo di Dio.»

«Tu sai sempre come darmi conforto, Mehrak. E di questo ti ringrazio. Adesso
dimmi cos’hai scoperto.» «L’arma di Bahame è quasi perfetta. L’ho vista in
azione e corrisponde in pieno alla descrizione. È davvero l’ira dell’Onnipotente.»
Khamenei chiuse di nuovo gli occhi, immaginando un’America in preda al
caos, con le strade ingombre di corpi massacrati e i sopravvissuti accovacciati e
nascosti, a pregare invano il loro falso Dio.

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«Hai detto quasi perfetta. Perché quasi?» «È difficile da gestire e deve ancora
essere trasformata in una vera e propria arma.» «L’anniversario della vittoria
della rivoluzione è tra undici settimane.
La diffonderemo in America in quella data.» «Eccellenza, è impossibile. Non
disponiamo di persone con la necessaria esperienza. Io farò…»
«Abbi fede, Omidi. Dio provvederà.» «Certo, Eccellenza. Ma dobbiamo essere
realistici. Le difficoltà legate a…» «Quanto richiesto da Bahame è in attesa al
confine con il Sudan.
Darò immediata autorizzazione al trasferimento.»

166
Capitolo 43

Uganda settentrionale

25 novembre, ore 12:07 GMT+3

Jon Smith controllò la mappa disegnata a mano, mentre procedevano lenti


lungo una pista per fuoristrada a malapena distinguibile nella vegetazione
circostante.
Erano partiti dalla fattoria dopo aver fatto onore a un’elaborata colazione
offerta da Duernberg, e adesso il sole era proprio sopra le loro teste.

La temperatura era salita a un livello tale da mettere a dura prova anche il


condizionatore montato sopra il tettuccio del Land Cruiser di Janani, e in
lontananza si distinguevano spesse nuvole di polvere sollevate dal vento.
«Non servirà a molto» commentò Sarie dal sedile posteriore, quando Smith si
allungò fuori dal finestrino per asciugarsi il sudore dal viso.
Aveva ragione: l’aria pareva uscire da un forno rovente.
Tornò a sedersi, sistemando la canna del fucile d’assalto posizionato tra i due
sedili in modo da potersi spostare in avanti e staccare così le spalle dal cuoio
dello schienale. «Secondo la mappa tra poco dovremmo incrociare una strada in
condizioni migliori. Giriamo a sinistra, e poi abbiamo solo un paio di chilometri
fino alla zona delle grotte.» «Sempre se l’incrocio esiste ancora» osservò Howell.
«Non mi sembra una cartina aggiornata.» «È tutto ciò che abbiamo. Ci segue
qualcuno, Sarie?» «No. I nostri amici devono aver rinunciato.»
I soldati sulle loro tracce non si vedevano dal pomeriggio del giorno prima.
Dovevano aver rotto un assale o forse erano rimasti in panne attraversando un
corso d’acqua, come era successo a loro stessi almeno una ventina di volte, dopo
aver lasciato Kampala. O magari erano semplicemente tornati indietro. Bahame
non sarebbe stato molto felice di sorprendere dei soldati ugandesi a spasso nel
suo territorio.

La strada si fece pianeggiante e Howell ne approfittò per accelerare in


prossimità di un curvone. Il caldo e la monotonia del paesaggio gli avevano
annebbiato i riflessi, di solito acutissimi, e schiacciò il pedale del freno in ritardo
di una frazione di secondo. Il veicolo slittò sul terriccio polveroso, per concludere
la sua corsa contro la fiancata del mezzo militare fermo in mezzo alla strada.
Howell fece per prendere il fucile, ma Smith gli afferrò il polso per bloccarlo.
L’abitacolo dell’autocarro era vuoto, ma c’erano tre uomini armati sul cassone e
si trovavano nella posizione ideale per mirare dritto al parabrezza del fuoristrada.
Dall’erba alta spuntarono altri militari in tuta mimetica e si avvicinarono ad armi

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spianate.

«Scendete dalla macchina!» ordinò uno di loro in inglese, con un marcato


accento africano.
«Ci avete seguito fin da Kampala» replicò Smith, scendendo lentamente dal
veicolo. «Siamo autorizzati.»
Avevano sei fucili puntati contro e con la coda dell’occhio Smith notò che
Howell stava valutando gli uomini. Sembravano di un livello superiore rispetto ai
miliziani improvvisati così comuni in quella parte di mondo.

D’un tratto fu colpito dalla sensazione di essere stati lasciati soli. E se


Sembutu avesse deciso che stavano creando troppi problemi, e avesse optato per
una rapida eliminazione? Sarebbe stato semplice.
Nessuno avrebbe mai trovato i loro corpi e la loro scomparsa sarebbe stata
attribuita a Bahame o a uno qualunque tra le centinaia di pericoli che ogni giorno
uccidevano gli esseri umani in quella zona.

«Dovete tornare indietro» intimò loro il soldato. «Andatevene a casa.»


«Siamo scienziati» intervenne Sarie. «Siamo qui per fare ricerche su alcuni dei
vostri animali locali.» «Lei studia le formiche, giusto?» «È esatto, noi…» «E
volete morire per delle formiche?»

«Noi non studiamo soltanto le formiche» aggiunse Smith. «Studiamo le


malattie e le loro modalità di trasmissione. Il nostro lavoro è salvare delle vite.»
«Non la vostra, se vi trova Bahame.» «È un rischio del quale siamo consapevoli.»

Il soldato rimase immobile per alcuni istanti, accigliato di fronte a quella


stupidità abissale. Poi prese dalla tasca un telefono satellitare e cominciò a
parlare in una lingua incomprensibile. Quando interruppe la chiamata sembrava
ancora più serio.

«Se vi rifiutate di tornare indietro, i miei uomini e io abbiamo ricevuto ordine


di proteggervi.» «Ve ne siamo davvero grati, ma non è necessario. Non vogliamo
mettervi in pericolo. È…» «Allora ritornate a Kampala.» «Non possiamo farlo,
temo.» L’uomo sospirò, frustrato, e si avviò all’autocarro.

«Come ti senti?» domandò Smith, arrampicandosi su un mucchio di sassi per


raggiungere Sarie. Il paesaggio si era trasformato in una prateria punteggiata da
massi e da sporadici gruppi di alberi simili a enormi ombrelloni. Lei stava
all’ombra di uno di essi e Smith prese una borraccia, bevendo un sorso d’acqua

168
prima di offrirgliela.

«Oh, normale amministrazione.» Agli angoli degli occhi, dietro le lenti scure,
le si formarono dei ventagli di piccole rughe mentre osservava le forme ondulate
disegnate dal vento sull’erba. «Ma sto cominciando a chiedermi se siamo nel
posto giusto. A questo punto avremmo già dovuto trovare qualcosa.»
Erano stati costretti ad accettare l’aiuto dei soldati di Sembutu e questi,
assieme a Peter Howell, stavano perlustrando il terreno circostante, alla ricerca
dell’ingresso di una grotta.
«O almeno così si evince dalla mappa.» «Per il bene dei suoi pazienti, voglio
sperare che Duernberg sia stato migliore come medico. Come cartografo non era
un granché.»
Smith tirò fuori il suo cappello di paglia da cowboy, tenendolo alto per
schermare i raggi del sole mentre osservava quella distesa sconfinata.
«Le condizioni qui sono dure» osservò Sarie. «Stai andando molto meglio di
quanto mi sarei aspettata.»
Smith sorrise. «Non riesco a capire se è un complimento o un insulto.» «È
un’osservazione» rispose lei, facendosi seria e indagatrice. «Tu e Peter non
sembrate preoccuparvi molto delle buche nella strada, o del sole cocente, o se la
gente vi punta addosso delle armi. Lui era nel SAS, ma tu, invece?» «Non sarò del
SAS, Sarie, ma ho lavorato in prima linea nelle unità MASH aggregate alle forze
speciali.»

«Ah-ah» replicò lei, ostentando il suo scetticismo. «Ho girato un po’ il


mondo, Jon. Ho conosciuto dei medici militari. Alcuni hanno vissuto anche
avventure interessanti. Ma alla fine sono uomini comuni.»
«Cosa intendi per “uomini comuni”?»
«Vanno religiosamente in palestra tre volte alla settimana. Magari praticano il
triathlon, come antidoto alla crisi di mezza età. Fanno una vita un po’ diversa da
quella che si conduce qui nella savana. Ma tu lo sai bene, vero?»
La conversazione stava prendendo una piega pericolosa e Smith fu quasi
sollevato nel sentire l’urlo di spavento di uno dei soldati di pattuglia a nord.
Estrasse la pistola dalla fondina e corse sul terreno accidentato seguendo la voce.
Sarie gli stava subito dietro.

Gli altri uomini di Sembutu erano piegati su un ginocchio e agitavano i fucili


in posizione di guardia, mentre Howell cercava di calmarli.

Nonostante quel caos, Smith riuscì a capire il motivo di quel grido.


Uno dei soldati, che sembrava essere accovacciato, in realtà era caduto in una

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buca fino all’altezza del petto. Solo le braccia, appiattite al suolo, gli impedivano
di precipitare al di sotto.
Smith e Sarie lo afferrarono dalle spalle e lo tirarono fuori, mentre gli altri
facevano capannello intorno a loro.
«Tutto bene?»

Il militare sembrava non capire e Smith gli indicò la gamba destra della
mimetica, intrisa di sangue. «Mettiti giù e cerca di rilassarti.
Sono un medico.» Qualcuno tradusse e Smith prese un coltello per tagliare il
tessuto ed esaminare la ferita provocata da qualche pietra sporgente nella buca.

«Ho con me un kit di pronto soccorso» disse Howell, frugando nello zaino e
allungandogli una cassettina di plastica ben fornita, che doveva aver preparato da
solo. Smith pulì e disinfettò la ferita, quindi prese ago e filo chirurgico.
«Questo gli darà un po’ fastidio.»
L’uomo si distese a terra, senza muovere un muscolo né emettere un lamento
mentre Smith ricuciva la ferita.
«Ecco la rivincita del dottor Duernberg» annunciò Sarie, distesa a terra per
sbirciare nella buca. «Qui sotto c’è una caverna, a circa quindici metri. Non riesco
a vedere come si estende nelle varie direzioni, ma sembra piuttosto grande.»
«Cosa mi dici della pietra contro cui ha urtato?» domandò Smith.
«Pulita e asciutta.» Smith annuì. C’erano buone probabilità che avessero
trovato il nascondiglio del parassita. L’ingresso della grotta era occultato da un
intrico di erba e rovi, e chiunque stesse camminando nella zona avrebbe potuto
facilmente cadervi dentro. Se il soldato fosse precipitato fino in fondo e la ferita
fosse venuta in contatto con acqua o escrementi di pipistrello, le cose avrebbero
potuto complicarsi.
Erano stati fortunati.
Smith bendò la gamba del militare mentre Sarie sistemava la sua attrezzatura
e Howell dava istruzioni agli altri soldati perché liberassero la buca dal tappeto di
vegetazione.

Quando ebbe finito, Smith prese una torcia e si distese a terra per fare luce
all’interno della caverna. Non c’era modo di scendere: il foro si apriva al centro di
una volta della quale non riusciva a vedere i contorni. Il suolo era sommerso da
pietre, venute giù in millenni di minuscoli cedimenti, e si sentiva l’eco di una
goccia che cadeva incessante da qualche parte, al di là del tenue anello di luce.
«Cosa ne pensi?» chiese a Sarie rialzandosi in piedi.

«Andiamo a dare un’occhiata» rispose lei, svolgendo una fune accanto a una
scatola di guanti di lattice.
Aggrottò le sopracciglia e si guardò intorno. Oltre ai guanti e a qualche

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semplice mascherina chirurgica, non avevano altro per proteggersi dal rischio
biologico. E a eccezione della fune non avevano attrezzature da arrampicata. Non
era certo l’ideale. Ma, ancora una volta, questa era una situazione assolutamente
fuori dalla norma.
«Sei sicuro che ce la fate?» Non c’erano appigli a cui ancorare la corda, e
l’unica soluzione trovata da Howell era di mettere un gruppo di soldati a fare da
contrappeso, come nel tiro alla fune. Le premesse non ispiravano molta fiducia.
«Sarai il primo a scoprirlo, amico.» «Grandioso» borbottò Smith,
appendendosi alla fune con tutto il peso per testarne la tenuta e lasciandosi
scivolare nel buco. La corda cedette di qualche spanna e presto si trovò nella
stessa posizione del soldato caduto, e non molto desideroso di abbandonare la
terraferma.

«Allora vai» disse Howell, puntando gli scarponi nel terreno per fare maggior
presa.
Smith chiuse gli occhi, cercando di non pensare al vuoto sotto ai piedi e agli
effetti del parassita che stavano andando a stuzzicare nella tana.

Poi trasse un profondo respiro e si lasciò andare, stringendo la fune tra le


ginocchia e aggrappandosi con tale forza ai nodi fatti da Howell da farsi venire le
nocche bianche. Sentiva le voci allarmate dei soldati mentre venivano trascinati
verso la buca e gli mancò il respiro quando la corda cedette ancora un po’.

«Se scendi più veloce è meglio» gli consigliò Howell, la voce strozzata per lo
sforzo.
Smith si affrettò, ma quando toccò terra ebbe una sensazione sgradevole. Si
assicurò un’altra volta di avere l’orlo dei calzoni infilato negli scarponi e i polsini
della camicia chiusi dai guanti di lattice. «Ci sono, Sarie. Vieni giù.»

Lei scese con prudenza, tastando con i piedi in cerca di un appiglio e


ansimando per la fatica. Quando fu abbastanza vicina, Smith l’aiutò negli ultimi
metri reggendole le gambe.
«A vedere te mi era parso più facile» commentò, massaggiandosi la mano
destra dolorante.
«Tutto a posto?»
«Sto benissimo, grazie. Hai notato che bel fresco, qui sotto?» In effetti non ci
aveva fatto caso, ma era vero, la temperatura si era abbassata di almeno venti
gradi e c’era un sottile refolo d’aria. Ogni cosa ha il suo aspetto positivo. A volte
però bisognava proprio volerlo trovare a tutti i costi.
Lo aiutò a togliersi lo zaino dalle spalle, facendolo inavvertitamente cadere,
poi cominciò a trafficare con la chiusura.

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«Paura?» chiese lui, spostandole con garbo la mano e aprendo da solo le clip a
scatto.
«Un pochino. In realtà gli spazi chiusi mi danno un senso di ansia. E la
maggior parte dei parassiti con cui lavoro non…» La voce le si affievolì per un
istante. «E tu?» «Paura? Sì. Ansia nei posti chiusi? No. Mi piacciono. Anche se al
momento mi piacerebbe di più una bella tuta anticontaminazione.» Sarie sorrise,
illuminata dall’alto da un raggio di sole. «Anche secondo me non ci starebbe
male, in questa situazione.»

Un’ombra si frappose tra i due e Smith guardò in su, per vedere Howell chino
sulla buca.
«Tutto bene laggiù?» «Non possiamo lamentarci, qui abbiamo l’aria
condizionata.» L’inglese scosse la testa. «Quasi quasi preferisco stare quassù, al
sole.»
Smith sapeva che Peter Howell non avrebbe esitato ad affrontare venti uomini
armati equipaggiato soltanto di una biro e di una bustina di tè usata, ma non
andava pazzo per le creature minuscole e striscianti. Forse nella sua mente si
trattava di una lotta impari.

«Vado a vedere se trovo qualche appiglio per appendere una rete» disse Sarie.
«Mi piacerebbe prendere un campione di sterco di pipistr…» Furono sorpresi
dallo schiocco inconfondibile di uno sparo, seguito dall’altrettanto inconfondibile
tonfo sordo e dal gemito di un uomo colpito da una pallottola. Un attimo dopo la
fune cadde sul fondo della grotta.
«Peter!» gridò Smith, ma Howell non si vedeva e per tutta risposta
echeggiarono altri spari di mitragliatrici, provenienti da almeno tre armi diverse.
«Peter!» chiamò Sarie. «Cosa succede? Va tutto bene?»

Si udì un altro colpo e per un attimo tutto piombò nell’oscurità. Con uno
scatto, Smith afferrò Sarie e la spostò appena in tempo per evitare che le
precipitasse addosso un soldato ferito a morte.
Smith s’inginocchiò accanto all’uomo e gli controllò il polso.
«È mor…» balbettò Sarie.

«È stato colpito al torace. È morto ancora prima di toccare terra.» Smith diede
a Sarie l’arma del soldato e gli frugò nelle tasche, alla ricerca di qualunque
oggetto utile. Non trovò niente, se non qualche monetina ugandese e una zampa
di coniglio di colore rosa acceso, apparentemente deforme.

«Non possiamo uscire da dove siamo entrati. Il terreno è troppo friabile e a


strapiombo» disse Smith, afferrando Sarie per un braccio e guidandola

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nell’oscurità. «Sarie, mi stai ascoltando?» Lei aveva il respiro corto e sembrava
incapace di staccare gli occhi dal cadavere illuminato dal sole, a pochi metri di
distanza. Smith si spostò in modo da impedirle la vista e le appoggiò le mani sulle
spalle. «Sarie, ci sei?»
«Dammi solo un secondo, okay?» Il suo respiro si fece più lento e chiuse gli
occhi per un istante.
Quando li riaprì sembrava più tranquilla. «E Peter?» «Adesso non possiamo
fare niente per lui. Dobbiamo pensare a noi stessi e trovare un modo per uscire di
qui.»

«Come pensi di fare? Non sono mai rimasta bloccata in una caverna con degli
uomini armati all’uscita. E tu?» «A me è già successo.» «Stai scherzando.»
«Niente affatto. La senti l’aria fresca?» Sarie annuì.

«Seguiamola e scopriamo da dove arriva.» La roccia frastagliata rallentava la


loro andatura, ma almeno il terreno era pianeggiante e non scendeva senza fine
verso il centro della terra. Si fermavano di tanto in tanto, tendendo l’orecchio per
capire se qualcuno li stesse seguendo, ma intorno a loro c’era solo silenzio, e il
tonfo di qualche sasso precipitato dalla volta della grotta.

Il passaggio si fece più stretto e terminò di fronte a un muro in mezzo al quale


si apriva un buco di circa un metro di diametro. Sarie fece luce con la torcia,
facendo scintillare una parete incrostata di cristalli nel punto in cui il cunicolo
svoltava a destra.
«Adesso mi dirai che dobbiamo entrare lì dentro, giusto?» Smith allungò una
mano per saggiare il movimento d’aria nel passaggio. «Se non hai un’idea
migliore…» Lei rimase immobile, mordendosi il labbro per l’agitazione.

«Prima le signore» la incoraggiò.


«Devo andare avanti io? Non dirai sul serio.» «Non offenderti, Sarie, ma se
vai nel panico preferisco averti davanti e non alle spalle. Devi solo procedere
lentamente e stare attenta ai tunnel laterali. Io sarò con te tutto il tempo.»
Sarie esitò ancora, sforzandosi di vedere nell’oscurità, mentre lui si poneva in
ascolto per controllare che non ci fosse nessuno dietro di loro. Peter avrebbe
tenuto a bada gli assalitori il più a lungo possibile, ma non avendo idea di quanti
fossero né della loro potenza di fuoco, era impossibile calcolare il tempo a
disposizione.
Alla fine Sarie prese coraggio. Si mise a tracolla il fucile preso al soldato morto
e s’infilò nel cunicolo.

173
Il tempo smise di esistere, in quell’angusto passaggio, e Smith continuava a
guardare le lancette fosforescenti del suo orologio per convincersi che fossero
passati pochi minuti e non delle ore. Sarie si fermò di tanto in tanto per
riprendere fiato, ma teneva duro, senza emettere neppure un lamento.
Procedettero per circa un quarto d’ora, poi lei si bloccò all’improvviso. «Jon,
forse abbiamo un problema.» «Tranquilla. Sono qui con te. Stai bene?» «Ja. Ma
sono sull’orlo di qualcosa e il fascio luminoso della torcia non arriva fino in
fondo.»

«C’è un sasso? Lancialo giù e conta finché non si sente il tonfo.» «Okay.
Aspetta.» La risposta non fu rapida come Smith sperava.
«Sei secondi.» «Sarà un po’ più alto della nostra fune. Il cornicione dove
porta?» «Va verso destra.» «Quant’è largo?» «Mezzo metro.» «Riesci a
percorrerlo?» «Senza cadere, intendi?» «Sarebbe meglio.» La sentì sospirare, e
poi percepì il raschio del fucile sulla pietra, mentre lo usava come sonda per
saggiare il terreno.
«Cazzo!» esclamò lei, mentre il grido riecheggiava tra le pareti di roccia.
Smith stava per chiederle cosa fosse successo, ma un attimo dopo udì il clangore
metallico del fucile che si schiantava sul fondo.
Magnifico.

«Non importa, Sarie. Nessun problema. Concentrati su quello che stai


facendo.» L’afferrò per una caviglia mentre lei, accovacciata, girava l’angolo, pur
dubitando di riuscire a tenerla se fosse caduta. In quel caso forse sarebbero
precipitati entrambi.

«Okay» disse lei, sforzandosi di controllare la respirazione. «Sono uscita,


sono sul cornicione. Ma più avanti si interrompe. C’è un vuoto di un metro, poi
ricomincia.» «Riesci ad alzarti in piedi?» «Non ci penso nemmeno.» «L’unico
modo che conosco per superare un vuoto di quel tipo è saltarlo.» «Lo so
benissimo!» scattò lei. Riprese a parlare in tono più calmo.
«Scusa, Jon. Stai solo cercando di renderti utile, lo so. Ma questo punto del
cornicione è così stretto che ho il fianco destro sospeso nel vuoto e la volta sopra
la mia testa mi sembra solo un mucchio di pietra e fango. Non riuscirei mai a
tenermi in equilibrio.»
«Capisco» rispose lui in tono pacato. «Allora, ecco cosa potresti fare: scivoli
indietro finché il tuo bacino sarà al livello del buco dove mi trovo io. Capito?»
«Sì. Okay. Indietro. Indietro va bene.» Il fascio luminoso della torcia di Sarie
danzò sulle pareti della grotta mentre si muoveva con estrema cautela.

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«Brava, così. Stai andando benissimo.» Fece scivolare una mano sul suo
fondoschiena, afferrando saldamente la cintura dei pantaloni cargo di cotone
pesante.
«Anche a me piacerebbe approfondire la nostra conoscenza, Jon. Ma ti
sembra il momento giusto?»
Risero entrambi, forse più di quanto richiedesse la battuta, ma almeno servì
ad allentare un po’ la tensione.
«Okay, Sarie. Adesso sono incuneato qui come una zecca. Non mi posso
muovere e non ti lascerò andare. Alzati e non preoccuparti, non cadrai.» «È facile
a dirsi, per te.» «In effetti è stato abbastanza semplice.» Risero di nuovo, poi Jon
si puntellò con forza alla parete di roccia mentre lei sollevava il bacino. Quando
fu con le spalle al livello del buco, Smith cominciò a tirare, facendole grattare la
schiena contro la parete mentre si alzava.
«Spostati sulla destra e cerca qualcosa di solido a cui appigliarti.» «Sì… okay,
ho trovato. Mi sembra abbastanza solido.» «Adesso girati e aiutami.»

Meno di un minuto dopo Jon era in piedi, con il dorso premuto contro la
parete e la punta dei piedi in un vuoto nero come lo spazio cosmico.
Camminarono verso destra e lui le prese la mano, facendole da appoggio mentre
lei superava lo spazio vuoto.

Procedettero cautamente lungo la parete della grotta, mentre la brezza


diventava sempre più decisa. Quando si trasformò in vero e proprio vento,
sufficiente a mettere in pericolo il loro già precario equilibrio, si fermarono.
«Spegni la torcia, Sarie.» «Cosa? Perché?» «Dammi retta.» Sarie premette il
pulsante e attesero di abituarsi all’oscurità. Subito dopo il buio si fece meno
intenso, per il chiarore distante del sole.

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Capitolo 44

Uganda settentrionale

25 novembre, ore 15:49 GMT+3

«Dammi la mano.» Smith non avrebbe mai pensato di essere felice di


ritrovarsi sotto il sole feroce dell’Uganda, ma gli era difficile ricordare una
sensazione più bella. Il buco dal quale era affacciato aveva circa le stesse
dimensioni di quello da cui erano entrati, ma l’uscita era stata agevolata da un
mucchio di pietre ammassate lungo l’ultimo tratto del tunnel.

Afferrò la mano di Sarie e l’aiutò a uscire, facendo attenzione a non sbucare


con la testa e il torso oltre l’erba alta. Lei restò distesa sulla schiena per qualche
momento, fissando il cielo azzurro e inspirando avidamente l’aria umida.
«Grazie, Jon.» «Siamo un’ottima squadra.» In lontananza si udì un colpo di
arma da fuoco e Smith sbirciò oltre l’erba, nella direzione del colpo.

«Stanno ancora sparando, maledizione» gli comunicò Sarie.


«Già, ma mi sembra un fatto positivo.» «Cosa intendi dire?» «Se qualcuno
sta sparando, significa che c’è qualcuno contro cui fare fuoco. Almeno uno dei
nostri è ancora vivo.» «Cosa facciamo adesso?»
«Noi non facciamo proprio niente. Tu aspetterai qui, mentre io cerco di
raggiungerli.» «Neanche per idea! Noi restiamo insieme. Nel territorio di Caleb
Bahame è più sicuro agire e combattere che starsene seduti ad attendere di essere
catturati.»
Era un ragionamento logico. Lasciarla lì da sola, nel bel mezzo di una zona
controllata da guerriglieri armati, non era propriamente un atto di cavalleria.
«Bene, allora» continuò Smith, cominciando a spostarsi nell’erba alta
strisciando sui gomiti. «Stammi attaccata. E ricorda: stai bassa e muoviti piano.»

La fortuna non li abbandonò e non si sentirono altri spari nell’ora e mezza che
impiegarono a percorrere non più di quattrocento metri.
La vegetazione si faceva più rada in prossimità dell’ingresso della caverna, e
Smith fu costretto a fare segno a Sarie di fermarsi e a continuare da solo. Si
appiattì al suolo, coordinando la sua avanzata con l’ondulazione dell’erba mossa
dal vento. Dopo altri quindici minuti non c’erano quasi più ciuffi d’erba e
continuare avrebbe significato esporsi per forza. Per fortuna era già molto avanti.
Vide Peter Howell seduto per terra, con la schiena appoggiata a un grosso masso,

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accanto all’uomo che saggiamente aveva cercato di convincerli a fare ritorno a
Kampala.

Il breve lampo di orgoglio provato da Smith per essere riuscito ad arrivare non
visto alle spalle dell’amico durò ben poco. Howell voltò di scatto la testa nella sua
direzione, serio e preoccupato in volto, con la mano già sul fucile.
Magari un’altra volta.

«Non sparare» bisbigliò Smith. «Sono io.» Howell si girò verso di lui quanto
poté senza dare nell’occhio. Alle sue spalle, l’africano alzò una mano in segno di
saluto e fece subito una chiamata dal suo telefono satellitare, senza dubbio per
informare Sembutu.
«Sarie sta bene?» chiese Howell.

«Un po’ ammaccata, ma niente di grave.» «Stavo cominciando a pensare che


ve la foste squagliata per tornare a Città del Capo.» «Eh no, ci siamo solo fermati
per pranzo. Com’è la situazione?» «Non buona, amico. Abbiamo perso due
uomini e siamo bloccati qui.
Ogni tanto quelli sparano un caricatore per farsi sentire e probabilmente
stanno inviando altri uomini per tallonarci da vicino, oppure attendono i
rinforzi.» Indicò con il pollice l’africano, ancora intento a parlare al telefono,
alquanto concitato. «Secondo l’amico Okot, e io sono d’accordo, la nostra unica
possibilità è aspettare finché non si fa buio e cercare di dirigerci verso est. Ma
non lasceranno tramontare il sole senza attaccarci di nuovo, e non sarà
piacevole.»
Okot s’infilò il telefono nella tasca della mimetica e prese il fucile.
Howell non fece in tempo ad accorgersi del calcio dell’arma che lo colpì alla
nuca, facendolo cadere a faccia in avanti nel terriccio.
Smith cercò di sollevare la pistola, ma l’africano l’aveva preceduto.
Richiamò i suoi uomini e un attimo dopo uno di loro stava agitando uno
sporco fazzoletto bianco oltre l’erba.

177
Capitolo 45

Nei pressi di Washington, USA

25 novembre, ore 11:59 GMT-5

Randi Russell rallentò dietro a una Honda che aveva sbandato leggermente e
attese il momento giusto per superarla, mentre la sintonia della stazione radio
cominciava a perdersi. Quando di fronte a lei si aprì un rettilineo, premette a
tavoletta sull’acceleratore della Chevrolet Aveo, tamburellando con impazienza
sul volante mentre sorpassava l’auto a oltre cento chilometri orari.

Aveva venduto la sua Porsche assieme alla casa, alcuni anni prima, stanca di
gestire le sue proprietà da un punto sempre diverso del globo. Adesso, le rare
volte in cui tornava negli Stati Uniti, abitava nella minuscola casa di campagna
della sua ex compagna di stanza all’università, la quale dopo averla ristrutturata
non trovava mai il tempo di andarci. Era perfetta: a due ore di macchina dalla
città, tranquilla e costruita intorno a un caminetto enorme, il luogo ideale per
rilassarsi tra un incarico e l’altro.
Il brano musicale ormai non si sentiva quasi più e spense la radio,
concentrandosi su Jon Smith. Non aveva ancora risposto al suo messaggio, e da
un’insistente chiamata all’USAMRIID aveva ottenuto solo la risposta ufficiale: il
colonnello era in aspettativa per motivi personali e al momento non era
raggiungibile.

Il suo amico alla TSA si era fatto vivo e aveva rintracciato Jon in Sudafrica, a
Città del Capo. Interessante, proprio il continente di cui era esperto il povero
Brandon Gazenga.
Aveva prenotato un volo per il giorno successivo, utilizzando uno pseudonimo
ignoto alla CIA. La prudenza non era mai troppa.

La strada iniziava a salire e premette di nuovo sull’acceleratore,


mantenendosi sui sessanta all’ora quando cominciarono a cadere piccoli fiocchi
di neve. In fondo, un piccolo viaggio al Capo non le dispiaceva. Detestava il
freddo e con tutta probabilità avrebbe trovato Jon disteso su una spiaggia a
prendere il sole. Diavolo, magari avrebbe potuto mettere nel trolley anche un
bikini e restare alcuni giorni.
O forse no.

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La loro relazione era una delle poche cose nella sua vita che non riusciva a
capire fino in fondo. Il destino continuava a farli incontrare, in genere in
situazioni estreme, in cui avevano rischiato persino la morte, e in occasione di
alcune devastanti disgrazie personali. Al punto in cui erano, non era certa di
sapere a quanti incontri ancora sarebbero potuti sopravvivere.
Giunta in cima alla salita, il motore dapprima perse potenza, facendo
sbandare leggermente l’auto, quindi si spense. Randi riuscì a fatica ad accostare
la piccola Chevrolet sul ciglio della strada. Provò a girare più volte la chiave
d’accensione, senza risultato. Non si illuminavano neppure le spie sul quadro.

Quella stupida utilitaria aveva meno di ventimila chilometri e neppure un


graffio sulla carrozzeria, né una scheggiatura sul parabrezza. Dopo aver passato
l’ultimo anno su un cammello ed essere stata il bersaglio dei suoi sputi ogni volta
che gli si avvicinava, era troppo chiedere un piccolo mezzo di trasporto affidabile?

In quella zona il cellulare non aveva campo. Randi scese e, dopo aver dato
un’occhiata nel vano motore, andò ad aprire il bagagliaio per prendere la sacca
della palestra. C’erano quasi sette chilometri fino a casa, la temperatura era scesa
sottozero e il cielo era coperto. Una bella camminata, una tazza di tè bollente e
una chiamata al soccorso stradale, o un’ora con le mani gelate nel motore, alla
ricerca di un probabile guasto alla centralina elettronica? Non era una decisione
così difficile da prendere.

Stava cercando le scarpe quando sentì un’auto fermarsi alle sue spalle. Era la
Honda superata poco prima.
«Problemi con la macchina?» l’apostrofò un uomo sulla trentina, aprendo la
portiera e saltando fuori con l’entusiasmo tipico di un ex boyscout.
«Già, ma è tutto a posto. Abito poco lontano da qui.» «Saremmo felici di darle
un passaggio.» «La ringrazio, ma preferisco fare un po’ di moto.» La donna,
visibilmente incinta, seduta sul sedile del passeggero scese a fatica dall’auto.
«Non possiamo lasciarla qui da sola, al freddo.»

«Davvero, sto bene. Io…»


I due non si muovevano in maniera abbastanza veloce o coordinata da
metterla in allerta, ma all’improvviso Randi si ritrovò due pistole puntate al
petto.
«Le sarei grato se potesse consegnarci la sua Glock, signorina Russell.»
Non si mosse, esaminandoli con attenzione. Erano in posizione ideale,
distanziati quel tanto che bastava a impedirle di affrontarli nello stesso momento

179
e allineati; in quel modo potevano tenere lei sotto tiro senza rischiare di colpirsi a
vicenda. La donna era nella postura leggermente accovacciata del tiratore scelto,
per niente impedita dalla falsa gravidanza.

Chiunque fossero quei due, erano bravi, anche per i suoi standard.
Inoltre erano bene informati. Non soltanto conoscevano la marca della sua
arma da fuoco, ma probabilmente avevano utilizzato il sistema OnStar per
bloccare la Chevy. A quei codici non aveva accesso qualunque ladro di automobili
fornito di indirizzo e-mail.

Con un movimento lento Randi estrasse la pistola dalla fondina posteriore,


maledicendo tra sé la sua stupidità. Il fatto di trovarsi negli Stati Uniti mentre la
maggior parte della sua lunga lista di nemici era dall’altra parte del mondo le
aveva fatto abbassare la guardia. Non tanto, ma abbastanza per rischiare di farsi
ammazzare.
«Si allontani dalla macchina, per favore.» Nel frattempo, una donna di cui
non si era accorta scese dal sedile posteriore della Honda e le andò incontro.
Aveva più o meno la sua stessa corporatura, abiti e capelli erano identici. Randi la
guardò mentre si sedeva al volante della sua Chevrolet Aveo e girava la chiave di
accensione. Il motore partì all’istante e la donna si allontanò senza dire una
parola.

Forse non avevano intenzione solo di eliminarla. E poiché stava ancora


respirando, ogni momento era buono per cercare di fuggire.
Se l’avessero fatta salire sulla loro auto, avrebbe potuto provare a prendere il
coltello che non aveva consegnato. Era una remota possibilità, ma non ne aveva
altre.
«Forse possiamo darle un passaggio» riprese l’uomo. «Prima però dovrebbe
darmi il coltello che tiene legato alla coscia.»

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Capitolo 46

Uganda settentrionale

25 novembre, ore 20:18 GMT+3

Mehrak Omidi si svegliò al suono delle grida di giubilo e uscì dalla tenda di
comando, dove si era rifugiato per sfuggire agli insetti molesti della giungla. I
miliziani più giovani avevano circondato un vecchio pickup e fu obbligato a
raggiungere Bahame sul podio per vedere i due bianchi semisvenuti caricati sul
cassone.

La folla li accolse con calci e sputi mentre venivano trascinati giù dal veicolo
per essere rinchiusi e, presto, uccisi. Charles Sembutu, nonostante la reputazione
di duro, si era dimostrato una donnicciola con quegli americani. Non aveva
sfruttato le varie occasioni per eliminare la squadra di Smith e quando poi ne
avevano avuto la possibilità, si era rifiutato di agire: aveva passato a Omidi le
informazioni sulla loro posizione, per poi lavarsene le mani.
I fari del pickup si spensero, rivelando un debole chiarore in avvicinamento
tra gli alberi. Subito dopo, un curioso fuoristrada entrò nell’accampamento,
sgommando. Caleb Bahame balzò a terra, senza badare alle grida di adulazione
dei miliziani mentre afferrava la donna seduta sul sedile del passeggero per farla
scendere, strattonandola.

Omidi fece un passo avanti, per osservare da vicino i capelli biondi e arruffati
e il volto della donna, che tentava di mostrarsi coraggiosa, senza successo. La
reiterata pretesa dell’ayatollah di diffondere il parassita nell’anniversario della
vittoria rivoluzionaria gli era sembrata inattuabile, anche con il lavoro febbrile
dei migliori biologi del Paese. E aveva giudicato pericolosamente ingenua la sua
incrollabile fiducia nella provvidenza divina. Ma Omidi si era ritrovato ancora
una volta umiliato dalla saggezza e dalla fede dell’anziano religioso.

Saltò giù dal podio e andò a mettersi in una posizione defilata, al limitare
della foresta, senza riuscire a staccare gli occhi dalla prigioniera. I dubbi sui loro
piani e i timori riguardo alle agenzie di intelligence americane erano scomparsi
all’improvviso. Dio aveva manifestato la sua presenza e ora il successo del
progetto sembrava quasi predestinato. Sarie van Keuren, la persona più
qualificata al mondo per stabilizzare e trasformare il parassita in una vera arma
biologica, era stata consegnata nelle sue mani.

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Jon Smith aprì gli occhi, osservando le ombre vaghe intorno a lui diradarsi
rivelando una volta di roccia, sbarre arrugginite e, più in là, un rudimentale
laboratorio. Non aveva ancora la forza di alzarsi e lasciò ciondolare la testa verso
Peter Howell, disteso e immobile accanto a lui.
«Peter. Stai bene?» La botta alla nuca del vecchio soldato era stata forte e
Smith temeva che avrebbe potuto non svegliarsi più.
«Peter. Riesci a…»

L’uomo emise un basso gemito e farfugliò qualcosa di incomprensibile.


«Cosa? Hai detto qualcosa?» Quando parlò di nuovo, la voce era più ferma.
«La scommessa… “i cinquantamila più facili della tua vita”, eh?»
Smith stava faticosamente provando a mettersi a sedere quando nel locale
risuonò un urlo agghiacciante. La scarica di adrenalina amplificò il dolore
pulsante alla testa e si ritrasse d’istinto dalle sbarre, cercando di capire da dove
provenisse il grido.

A circa tre metri da loro c’era una donna, anche lei rinchiusa in una gabbia
scavata nella parete opposta della caverna. Tra le pieghe di un tendone di plastica
pesante e sporco di sangue, Smith la vide tendere un braccio verso di loro
attraverso le sbarre, quasi fosse disposta a spaccarsi tutte le ossa pur di
raggiungerli.
«Vi siete ripresi.»
Smith si voltò verso la voce, cercando di mettere a fuoco: nel locale con loro
c’era un uomo anziano, con un grembiule di tela che pareva aver passato gli
ultimi cinquant’anni in un macello.
«Dov’è Sarie?» «Chi?» chiese di rimando l’uomo.
Smith si aggrappò a quelle solide sbarre per alzarsi in piedi, mentre Howell
cercava di valutare il danno subito alla nuca.

«Sarie van Keuren. Era con noi.» «Non so rispondervi.» Quell’uomo non era
tra i seguaci di Bahame, si capiva subito: era bianco, troppo vecchio e, a giudicare
dal suo modo di parlare, di grande cultura.
«Chi è lei?»
«Io?» replicò, piuttosto allarmato dalla domanda. «Mi chiamo Thomas De
Vries. Sono un medico in pensione e sono stato rapito dalla mia casa per curare
un uomo che doveva essere consegnato vivo a Bahame. Poi mi hanno rinchiuso
qui, con l’incarico di trovare il sistema per mantenere in vita un parassita
cerebrale al di fuori dell’organismo, e renderne dunque possibile il trasporto.» «E
ci è riuscito?»
Scosse la testa. «Non sono uno scienziato. E anche se lo fossi, non lo farei.»

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Indicò con un gesto la donna ammalata. Sembrava affaticata, ma non così tanto
da rinunciare a lottare per liberarsi. «Bahame tiene in vita il parassita attraverso
un contagio a catena mirato. Voi adesso siete nella gabbia di attesa. Quando
inizierà l’agonia della donna, sarai messo nella gabbia con lei. E quando tu starai
per morire, sarà la volta del tuo amico. Mi dispiace.» «Geniale» commentò
Howell alzandosi in piedi, sorretto da Jon.
«Dimmi un po’, dottore. C’è un modo per…»

Si bloccò al suono di passi in arrivo e De Vries corse a un tavolo di


compensato, fingendosi molto occupato.

Pochi attimi dopo entrò un uomo, ma non quello che si aspettava Smith. Era
un arabo e, nonostante i vestiti sporchi e chiazzati di sudore, sembrava curato.
Quando Smith cercò di immaginarselo in un’altra situazione e con abiti puliti, vi
trovò qualcosa di familiare.
Aveva già visto la sua faccia da qualche parte.

«Colonnello Smith, signor Howell. È stato davvero facile catturarvi, devo


dire.» L’accento persiano era l’ultima tessera del mosaico. «Siamo ridotti un po’
male, vero, Omidi?» L’uomo sorrise. «Bene, colonnello. Certo, la mia presenza
qui non era così difficile da immaginare. Qualcuno deve impedire agli americani
di impossessarsi di questo agente patogeno per usarlo contro le popolazioni
musulmane.»
«Siete proprio un’ottima squadra, lei e Bahame» commentò Howell.
«Degni l’uno dell’altro.» Omidi ignorò il sarcasmo, certo di avere il coltello
dalla parte del manico. «Cosa sa il governo americano di quello che sta accadendo
qui?» «Non sarà così semplice portare a termine il vostro piano» obiettò Smith.
«No, in effetti no. Ma ormai non ha più importanza. Siete fuori tempo
massimo.»

Si udì di nuovo l’eco dei passi e Smith li contò, cercando di valutare quanto
distassero le gabbie dall’ingresso della grotta, aggiungendo un nuovo elemento
alle osservazioni sull’ambiente in cui si trovavano: le sbarre erano solide,
nonostante la ruggine superficiale, e il lucchetto era nuovo. Buona parte
dell’attrezzatura del laboratorio poteva essere usata per tagliare tessuti umani,
ma non vedeva nessuno strumento adatto a segare l’acciaio. L’anziano medico
era di certo una risorsa, ma non aveva né l’indole, né la prestanza fisica di
compiere atti di eroismo. In fin dei conti forse Omidi aveva ragione.
Non avevano più tempo.

Sarie comparve per prima, inciampando a causa di uno spintone.

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Aveva una manica intrisa di sangue e gli occhi gonfi e rossi, ma per il resto
sembrava illesa.
Dietro di lei entrò Caleb Bahame, il quale, a eccezione delle tempie brizzolate,
aveva lo stesso aspetto delle foto, risalenti a venticinque anni prima, allegate da
Star al suo dossier.
Howell scattò in avanti verso le sbarre, stringendole forte e fissando l’africano
mentre si avvicinava a lui.

«Peter Howell» lo salutò. «Quanto tempo è passato. Non hai un bell’aspetto.»


Bahame notò l’espressione di sorpresa sul volto di Smith e sorrise.
«Peter non gliel’ha detto? Ci conosciamo da tanto tempo. Ha ucciso molti dei
miei uomini.» «Tutte persone che usavi come scudi umani» ribatté l’inglese.

«Loro mi amano. Capiscono chi sono. Cosa sono.» «E cosa saresti,


esattamente?» lo provocò Smith, ma Bahame lo ignorò.
«Ho assoldato un uomo in America perché ti controllasse, Peter. Non lo avevo
mai fatto prima, dovresti essere lusingato di suscitare l’attenzione di una persona
come me.»
«Ah già, ora ricordo» replicò Howell. «Se ti venisse in mente di venire a fargli
visita, sappi che è sepolto fuori dal mio capanno.» Il sorriso di Bahame si allargò.
«Devi essere molto ansioso di sapere cos’è successo a Yakobo. Era un ragazzo in
gamba ed è diventato un eccellente soldato. Alla fine sono riuscito a rintracciare
qualcuno della sua famiglia. Una zia, credo. Gli ho ordinato di violentarla e di
bruciarla viva, anche se lui certo non aveva bisogno del mio incoraggiamento. Si è
divertito molto a farlo.»
Howell scrollò le sbarre con tutta la sua forza, tanto da staccare sabbia e
pietrisco dalla volta di roccia.
Bahame rise. «Ma ora Dio vi ha condotti a me. Come mi aveva promesso. Sarà
un piacere occuparmi di voi.» «Fallo subito» lo incitò Omidi, prendendo la parola
per la prima volta da quando era entrato l’africano.
«A tempo debito.» «Non a tempo debito. Adesso. Non ci sono di nessuna
utilità.
Mantenerli in vita è un rischio inutile.»

Bahame lo liquidò con un gesto della mano, godendosi la sensazione di avere


Howell completamente alla sua mercé. «Ho detto a tempo debito. Mi servirò dei
bianchi per divertirci. Mostrerò alla mia gente che nessuno può resistere alla mia
magia.»
«Noi abbiamo un accordo. Noi…» «Un accordo? E cosa c’entrano i miei
prigionieri con il nostro accordo?» «Sono stato io a metterti sulle loro tracce. È

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stato il mio contatto in America…»
«Dio mi ha messo sulle loro tracce. Tu eri solo un comodo intermediario.»
Afferrò Sarie per i capelli e l’attirò a sé. Lei fu abbastanza intelligente da non
ribellarsi, ma faceva fatica a tenere a bada la sua furia.
«E poi adesso ho la donna. Forse non mi servi più, eh, Mehrak?»
Omidi comprendeva di essere in una posizione di debolezza. Bahame era un
mistico psicopatico, ma di biologia ne sapeva abbastanza per capire quanto Sarie
poteva essere preziosa per manipolare il parassita e trasformarlo in arma
biologica.
«Magari su di lei potremmo trattare» propose Omidi.
Bahame fece una faccia vagamente risentita. «Lei non fa parte dell’accordo e
posso servirmene a mio piacimento.»

«Certo, hai ragione» ammise Omidi in un tono tra il conciliante e il servile.


«Ma noi abbiamo le attrezzature per sfruttare al meglio tutte le sue capacità.
Secondo me esiste un ampio margine di trattativa.» L’africano annuì. «C’è
sempre margine di trattativa fra buoni amici.
Andiamo, beviamo qualcosa e discutiamo la faccenda.»

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Capitolo 47

Nei pressi di Washington, USA

25 novembre, ore 12:44 GMT-5

Lo scricchiolio della ghiaia gelata era fortissimo mentre Randi veniva


condotta a piedi verso una piccola capanna nascosta nei boschi, a una quindicina
di chilometri dalla strada più vicina. Il tragitto in macchina non aveva offerto
opportunità di fuga e la situazione non stava migliorando. I due tizi alle sue
spalle si tenevano a circa tre metri di distanza, spostati di trenta gradi uno a
destra e l’altro a sinistra, ai margini del sentiero.

Le probabilità di riuscire a sfruttare un varco e di correre al riparo senza


prendersi un proiettile erano quasi pari a zero. Sarebbe stata un bersaglio facile
anche per un tiratore scarso, figuriamoci per quei due. Ma anche se per miracolo
l’avessero mancata, dove avrebbe potuto andare nella neve, disarmata, in gonna e
scarpe col tacco?
Randi si fermò davanti alla porta e si voltò a guardarli, incerta sul da farsi. La
donna, ora molto più magra dopo essersi liberata del falso pancione, la spinse
all’interno.
Gli alberi erano molto vicini e Randi si concentrò, cercando di fissarli con la
coda dell’occhio, prima che la porta si chiudesse dietro di lei. A quel punto doveva
limitarsi a restare viva almeno finché uno dei suoi rapitori non avesse commesso
un errore. Non era una brillante strategia, ma era l’unica disponibile al momento.
Sulla destra c’era un bel fuoco crepitante e non poté fare a meno di crogiolarsi
per un attimo in quel confortevole tepore. La piccola cucina, sulla parete in
fondo, era separata dal soggiorno da una penisola con il piano in granito; un
uomo era chino sul lavello, intento a pulire qualcosa. Era alto circa un metro e
ottanta, la capigliatura rada e portava un abito piuttosto sgualcito.
«Randi!» esordì, alzando lo sguardo. «Sono subito da lei. Versi da bere per
tutti e due.»
C’era una caraffa con due bicchieri su un tavolino accanto al caminetto e,
dallo strano modo in cui riflettevano le fiamme, dedusse che erano di plastica.
Una rapida occhiata in giro le confermò l’assenza di qualsiasi oggetto più
pericoloso di un cuscino.

L’uomo fece il giro della penisola e appoggiò un piatto con formaggio e frutta
sul tavolino, quindi si accomodò su uno dei divani. «Prego, si sieda.»
Non sembrava per nulla atletico, ma dietro le lenti degli occhiali lo sguardo
era penetrante, forse un po’ troppo per i gusti di Randi. Era un uomo intelligente,

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erano i suoi stessi occhi a rivelarlo.
Non avendo scelta, la Russell si sedette di fronte a lui e versò da bere. Lui
prese un bicchiere e assaporò un sorso di vino, annuendo in segno di
approvazione. «Temevo fosse un po’ troppo invecchiato, ma per fortuna mi
sbagliavo. La prego, non sprechi questa occasione, lo assaggi. Se l’avessi voluta
morta o priva di sensi, non l’avrei fatta venire fin qui.» Era difficile controbattere
la sua logica e bevve il vino. Doveva ammetterlo, quell’uomo era un vero
intenditore.
«Prima di tutto, deve perdonarmi per tutta questa messinscena. Lei viene
controllata da un numero di persone davvero notevole, e non tutti fanno parte
della mia organizzazione. Abbiamo dovuto fare lo scambio molto in fretta, perché
nessuno se ne accorgesse.»
«La sua organizzazione?» ripeté Randi.
L’uomo si fece serio. «Mi scusi, non mi sono ancora presentato. Mi chiamo
Fred Klein.» Randi bevve un altro sorso di vino, restando impassibile mentre
cercava di elaborare il nome.
«Forse ha già sentito parlare di me.» «Alla CIA c’è stato per un po’ di tempo
un Fred Klein, ma poi è passato alla NSA dove ha lavorato per anni. Dopo, però,
non so cosa ne sia stato di lui.»
«Oh, ha fatto diverse cose, e ora è seduto qui di fronte a lei.» «Capisco»
commentò lei, senza nascondere il suo scetticismo. Non aveva mai conosciuto di
persona Fred Klein e non aveva modo di sapere se fosse davvero lui. Ma era
incuriosita. Nel mondo dei servizi segreti aveva un’ottima reputazione e le sue
improvvise dimissioni dalle attività governative avevano ispirato numerose tesi
sulle sue nuove frequentazioni.
«Qualche giorno fa lei ha lasciato un messaggio a Jon Smith» continuò lui.
«Quando gliel’ho riferito si è preoccupato.» Smith. Continuava a saltare fuori
nelle situazioni più impensate.

«È stato gentile da parte sua, ma era solo una telefonata personale, si tratta di
mia sorella. Lei sa dove si trova? Vorrei parlargli.» «Purtroppo abbiamo perso i
contatti.» «Peccato. Be’, cercherò di sentirlo al suo ritorno. Grazie per il vino.
Forse qualcuno potrebbe darmi un passaggio fino a casa?»
Klein sorrise e infilzò un cubetto di formaggio con uno stecchino.
«Lei sa dov’è Jon?» «Non ne ho idea.» «Quindi la sua prenotazione di un volo
per Città del Capo è una semplice coincidenza?» «Complimenti, lei è proprio
bene informato.» «In questo caso ho avuto fortuna, devo ammetterlo. Ho avuto
modo di trattare con lo stesso falsario ceco al quale si è rivolta lei per il suo
passaporto. Ma purtroppo Jon non si trova più in Sudafrica.» «No?» chiese
Randi, cercando di non far trapelare le sue emozioni.
Preferiva lasciar parlare Klein, o chiunque lui fosse.

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«Ha preso un volo interno per l’Uganda quattro giorni fa.» «Davvero?»
commentò lei in tono neutro. «Molto interessante.» Klein si appoggiò allo
schienale.
«Forse dovremmo cambiare argomento per un attimo. Io sapevo del
messaggio lasciato a Jon non perché stiamo controllando lui, ma perché stiamo
controllando lei, Randi.» «Me? E perché?» «Perché da qualche tempo alcune
persone molto influenti del governo sono interessate a lei, e vorrebbero che
entrasse a far parte della nostra famigliola.»
«Quali persone di preciso? E di quale famigliola sta parlando?» Klein ignorò
volutamente la prima parte della domanda. «Lavoro per un’organizzazione
chiamata Covert-One.» «Mai sentita nominare.» «Nessun altro è al corrente
della sua esistenza. Abbiamo iniziato come squadra d’emergenza: compatta, agile
e non soggetta alla normale burocrazia. Forse lei conosce bene uno dei nostri
migliori agenti operativi…» «Jon.» Klein annuì.

«Questo spiega molte cose…» osservò lei, per poi tacere di nuovo.
«Le sto rivelando informazioni molto più che top secret.» Su questo non
c’erano dubbi. Se si fosse saputo che alcuni esponenti del governo degli Stati
Uniti erano collusi con agenzie di servizi segreti clandestine, la cui attività si
poneva al di fuori di qualsiasi controllo, sarebbero stati guai seri. Detto questo,
aveva lavorato nel mondo dei servizi convenzionali abbastanza a lungo da poter
comprendere la necessità di un gruppo di quel tipo.

«Lei conosce un uomo di nome Brandon Gazenga, Randi?» «Non ho idea di


chi sia» mentì con disinvoltura.
Klein sorrise. «Non intende facilitarmi le cose, vero? E allora perché ha
chiamato il suo amico all’FBI per chiedergli di mandare qualcuno a casa di
Gazenga?» Questa volta Randi non fece nulla per nascondere la sorpresa e Klein
ostentò la sua soddisfazione per essere riuscito a ottenere una reazione.

«E va bene, Fred. Sono colpita, lo ammetto. Ma qui, di cosa stiamo parlando


esattamente? Perché scegliere questo momento per offrirmi di salire a bordo?
Forse avete mandato Jon in Africa per qualche incarico e qualcosa è andato
storto? E magari adesso io vi servo per tirarlo fuori dai guai, e voi con lui?»

Klein aggrottò le sopracciglia e si allungò a prendere un altro cubetto di


formaggio. «Non è proprio così semplice, ma ci è andata abbastanza vicino.»
«Allora veniamo subito al punto. Perché Jon si trova in Africa?» Klein rifletté
qualche secondo prima di azionare un video col telecomando. «Queste immagini

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sono state riprese nell’Uganda settentrionale due settimane fa. Quelli sono nostri
uomini, i nostri migliori operativi sul campo. Nessuno di loro è sopravvissuto,
temo.»

189
Capitolo 48

Uganda settentrionale

27 novembre, ore 19:04 GMT+3

Caleb Bahame camminava avanti e indietro, da un capo all’altro della radura,


a passi sempre più rapidi e nervosi con il trascorrere del tempo. I suoi uomini si
erano quasi tutti ritirati al riparo della foresta, e a fianco del capo erano rimaste
solo poche giovani reclute.
Omidi controllò l’orologio. Due ore di ritardo.
Non riuscivano a contattare gli uomini incaricati alla consegna delle armi. Il
trasferimento al gruppo di Bahame era andato a buon fine, ma da allora non
c’erano state comunicazioni.

Anche senza quel contrattempo, la situazione era molto delicata.


Omidi aveva avuto da Sembutu il permesso di muoversi in totale libertà in
Uganda senza che le agenzie di intelligence occidentali ne venissero informate,
per ultimare la consegna delle armi iraniane; ora però il presidente sembrava
essersi fatto prendere un’altra volta dal panico. Se all’ultimo momento avesse
deciso che armare Bahame era troppo rischioso rispetto ai vantaggi promessi,
allora la situazione poteva degenerare in fretta, diventando pericolosa.

D’un tratto dalla foresta uscì di corsa un giovane soldato, inciampando e


perdendo l’equilibrio quando Bahame levò il machete e cominciò a gridare. Il
ragazzo alzò una mano per proteggersi, cercando di spiegare qualcosa con parole
incomprensibili. La collera violenta del capo si raffreddò in fretta e, anziché fare a
pezzi il ragazzo, lo aiutò a rimettersi in piedi.

Non era necessario conoscere la lingua locale per capire cosa fosse successo.
La spedizione era in arrivo.
Il primo camion apparve dopo circa un quarto d’ora, avanzando
rumorosamente sulla strada dissestata utilizzata per trasportare le vittime
dell’infezione nei villaggi invasi da Bahame. La fiancata recava il logo di una delle
tante agenzie umanitarie attive nel Paese e, quando le prime casse furono
scaricate dal rimorchio, ne uscirono dei pacchi sigillati di razioni d’emergenza.

Nonostante l’evidente malnutrizione, i ragazzi soldato sbucati dalla boscaglia


non sembravano interessati al cibo. Si entusiasmarono solo all’apertura della

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prima cassa di mortai.

Bahame assunse in prima persona il controllo dello scarico, smistando


cannoni, mine, fucili e munizioni tra le varie aree di stoccaggio al limitare del
campo.
All’arrivo del secondo autocarro era già passato a esaminare una cassa
enorme, ancora fissata al rimorchio. Un sorriso quasi impercettibile increspò le
labbra di Omidi. Non era sicuro che sarebbe arrivato, ma ancora una volta Dio
aveva provveduto.
«Questo è un regalo per te, da parte di Sua Eccellenza l’ayatollah Khamenei.»

Bahame balzò sul cassone mentre Omidi chiamava in aiuto due ragazzi perché
portassero le rampe per lo scarico. La parte anteriore della cassa fu scardinata e
Bahame scomparve all’interno per abbattere a calci le altre pareti.
Alla fine, in mezzo ai resti distrutti apparve un veicolo simile a un piccolo
carro armato. Era tozzo e squadrato, dotato di spessi finestrini in plexiglas e un
unico sedile.

«È di fabbricazione americana ed è in dotazione alle milizie per le operazioni


di sminamento» spiegò Omidi. «Può viaggiare a oltre sessanta chilometri orari
anche se colpito da una bomba anticarro, mi hanno detto.»
Bahame balzò giù dal camion e strappò un mitra dal collo di uno dei soldati.
Voleva di sicuro verificare la resistenza del mezzo e Omidi si gettò a terra, mentre
nelle orecchie gli rimbombava il frastuono dei proiettili che rimbalzavano
sull’acciaio.
Quando si rialzò l’africano era di nuovo sul camion, dopo aver superato con
noncuranza il corpo di una ragazza che non si era messa al riparo abbastanza in
fretta, e allungava una mano per passarla sulla superficie integra del veicolo. Aprì
lo sportello e si insediò con qualche difficoltà al posto di guida, cercando
l’accensione. Subito il motore ruggì, in una nuvola di fumo nerastro di gasolio.
Omidi si allontanò verso il podio improvvisato al limitare della foresta e digitò
un numero sul suo telefono satellitare. Dopo alcuni squilli, una voce familiare
rispose.
«Sì?»

«I primi due camion sono arrivati.» Bahame intanto era riuscito a scendere
con il mezzo dalle rampe e stava inseguendo gli uomini terrorizzati sullo spiazzo.
«Allora dovremmo passare ai preparativi finali?» «Quanto prima.»
«Aspettiamo solo il tuo segnale.» Bahame sterzò di centottanta gradi e si diresse
rombando verso di lui, ma Omidi non si diede la pena di spostarsi. Quell’uomo

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non avrebbe mai rischiato di danneggiare il palco sul quale amava tanto ostentare
la sua natura divina.

192
Capitolo 49

Langley, Virginia, USA

27 novembre, ore 11:29 GMT-5

Dave Collen si lasciò cadere su una delle sedie di fronte alla scrivania di
Drake, tirato in volto. Aveva gli occhi arrossati, non avendo dormito per oltre
ventiquattro ore, e l’espressione delusa faceva capire che la veglia non era servita
a molto.
«Non abbiamo ancora notizie sull’arresto di Smith e degli altri, se non che
sono stati portati in una vecchia base militare e rilasciati dopo otto ore. Forse li
hanno arrestati solo perché Smith è stato visto da alcuni soldati mentre
minacciava con un coltello Sabastiaan Bastock…»
«Sarebbe una coincidenza un po’ strana» osservò Drake. «E comunque non
spiega perché alla fine Bastock sia morto.» «Non ci credo neppure io, ma i nostri
informatori non hanno accesso a quella base. Non abbiamo modo di sapere cos’è
successo là dentro.» «E dopo il loro rilascio?»

«Si sono procurati un veicolo al mercato nero e si sono diretti a nord, seguiti
dagli uomini di Sembutu. Niente da segnalare, finché non si sono fermati in una
fattoria di proprietà di Noah Duernberg. Hanno passato lì la notte, per poi
addentrarsi nel territorio di Bahame. A quel punto abbiamo perso le loro tracce.»

«C’è qualche legame tra Duernberg e il parassita?» «Per quanto ne sappiamo,


no. È un africano di seconda generazione.
Suo padre era un medico, con qualche collegamento con Idi Amin.» «Un
medico? E non potrebbe essere venuto a conoscenza dell’infezione?»
Collen si strinse nelle spalle, scoraggiato. «È morto da parecchio tempo, e in
quella parte del mondo i sistemi di archiviazione dei documenti non sono molto
aggiornati.» «Ne sai veramente poco, vero?» commentò Drake, lasciando
trasparire la frustrazione.

«In Uganda non abbiamo uomini, te l’avevo detto ancora prima


dell’eliminazione di Brandon.» «C’è almeno qualcuno da poter mandare alla
fattoria di Duernberg a dare un’occhiata?»
Collen scosse la testa. «A questo riguardo le notizie sono ancora peggiori.
Dopo la partenza di Smith e della sua squadra, la fattoria è stata incendiata, e
Duernberg è morto. Sua moglie e suo figlio si trovavano in un appartamento a

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Kampala, per organizzare il trasferimento della famiglia. Abbiamo mandato
qualcuno a vedere…» «E…?» «Li hanno trovati nella vasca da bagno, con la gola
tagliata.» Drake si passò una mano sulla bocca e la ritrasse umida di sudore.
Duernberg sapeva qualcosa e qualcuno voleva metterlo a tacere. Ma chi?
Bahame era la risposta più ovvia, ma se si fossero sbagliati? Il fatto che Smith e i
suoi fossero stati condotti in una base militare e poi seguiti faceva pensare
all’ingerenza di Charles Sembutu. Poteva esserci un collegamento tra lui e gli
iraniani?

Collen sembrò avergli letto nel pensiero. «Larry, la cosa ci sta sfuggendo di
mano. Tutto questo è iniziato come un semplice esercizio di raccolta di dati.
Adesso abbiamo una squadra di americani dispersa da qualche parte nella
giungla, la famiglia di un vecchio medico uccisa e una delle nostre agenti più
pericolose che sta subodorando qualcosa, e della quale dobbiamo sbarazzarci.
Secondo me dovremmo considerare la possibilità di andare dal presidente con
quello che abbiamo scoperto finora.»
«Te la stai facendo sotto?» esclamò Drake alzando la voce nella stanza
insonorizzata. «Visto che questa operazione potrebbe comportare dei rischi
personali tu cosa proponi di fare? Di lavarcene le mani, eh? Solo finché…»
«Stronzate, Larry!» lo interruppe Collen. «Sono stato al tuo fianco fin dall’inizio
e sono anche l’unico che si è esposto in prima persona.
Non sei tu a doverti occupare di trovare gente affidabile per seguire Smith in
quella dannata giungla. E sicuramente non c’eri tu nella stanza di Brandon
quando è morto. Ma abbiamo perso le tracce di uno dei nostri microbiologi e di
un’autorità mondiale nel campo delle infezioni parassitarie. E se sono caduti
nelle mani di Bahame? O li ha catturati Omidi? Cristo! In questo caso potremmo
non trovarci di fronte a un semplice agente patogeno, tutto sommato facile da
controllare, ma a un microrganismo trasformato in arma biologica.» Drake aprì
la bocca per replicare, ma si limitò a trarre un profondo respiro. «Ti chiedo scusa,
Dave. Non intendevo mettere in discussione il tuo impegno.» «Forse siamo
entrambi un po’ nervosi» rispose, con un sorriso forzato.

Drake annuì. «È vero, i rischi – sia per noi sia per il Paese – sono più alti di
quanto ci aspettavamo. Ma non cambierebbe niente, anche se a questo punto
rinunciassimo. Cosa potrebbe fare Castilla? Mettersi sulle tracce di Bahame? Ha
già inviato sul posto la nostra squadra migliore. Dovrebbe rendere pubblici i
nostri sospetti? Otterrebbe soltanto l’ennesimo inconcludente dibattito politico e
questo darebbe agli iraniani altro tempo per lavorare al loro progetto stando
attenti a non lasciare tracce. Khamenei sta perdendo mordente, e lui lo sa meglio
di noi. Non si darà per vinto stavolta. Del resto, non ha altra scelta.»
Drake fece una pausa per consentire a Collen di replicare, ma questi si limitò
a tenere gli occhi fissi sul pavimento.
«Ecco la mia proposta, Dave. Innanzitutto, dobbiamo modificare il nostro

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sistema di risposta al bioterrorismo; valutare nuovi possibili scenari, compreso
quello più pessimistico in caso di effettivo impiego di questo agente patogeno
come arma biologica. Così potremmo reagire prontamente se gli iraniani
riuscissero a perfezionare il parassita prima di utilizzarlo. Forse ci sarebbero più
vittime rispetto alle nostre stime iniziali, ma non dovrebbero superare le
750.000, il massimo che possiamo accettare. Comunque, secondo me non ci
riusciranno. Ho la sensazione che Smith e i suoi siano morti.» L’assistente annuì
senza una parola.
«Sei d’accordo?» lo incalzò Drake.

Collen alzò gli occhi dopo qualche istante. «Già. Scusa, Larry. Hai ragione.
Abbiamo sempre saputo che non sarebbe stato facile annientare gli iraniani,
ma…» «Speravamo che sarebbe stato più facile di così» lo interruppe Drake,
terminando la frase al suo posto.
«Già.»
«Okay, allora. Passiamo a Randi Russell. A che punto siamo con lei?» «Su
questo versante abbiamo notizie migliori. Teniamo sotto controllo lei e la sua
auto, e non sembra avere fatto nulla dopo aver contattato la TSA.» «Non ha
cercato di indagare sulla morte di Brandon tramite il suo amico dell’FBI?»
«Negativo.»

«Ha fatto altri tentativi di rintracciare Smith?» «Non più, dopo la seconda
chiamata a Fort Detrick.» «Quindi non dovrebbe essere approdata a nulla.»
«Sono abbastanza sicuro che non abbia scoperto niente, se non le poche note sul
biglietto consegnatole da Brandon.»
«Si è arresa, secondo te? Dovremmo fare marcia indietro con lei?» Collen
scosse il capo. «Se si trattasse di qualcun altro, probabilmente sì. Ma Randi
Russell non si arrende, mai. Quando mette le mani su qualcosa non la molla,
finché non ne viene a capo. Forse in questo momento si trova in un vicolo cieco,
e questa è solo una pausa fino a quando non avrà studiato la sua prossima
mossa.»
«Sono d’accordo. Allora è il momento di farla finita, prima che scopra qualche
dettaglio trascurato da noi. Ti sei già messo in contatto con Gohlam?»
«È tutto sistemato. Gli abbiamo fornito i suoi dati e sta solo aspettando
l’autorizzazione a procedere.» Drake tamburellò le dita sulla scrivania, con lo
sguardo fisso sulla porta dell’ufficio, chiusa. Padshah Gohlam era una «talpa»
afghana, al momento si trovava nel Maryland con un visto studentesco. La CIA lo
teneva d’occhio sin dall’inizio e lo aveva lasciato circolare negli Stati Uniti per
cercare di scoprire i suoi contatti. Erano riusciti a entrare nel suo sistema di
comunicazione e Collen si fingeva il suo responsabile in Afghanistan, bypassando
la sorveglianza dell’Agenzia. L’ultimo compito affidatogli era scovare
un’americana che aveva provocato la morte di innumerevoli jihadisti in tutto il

195
mondo.
Era un piano apparentemente perfetto. Non soltanto nessuno alla CIA
avrebbe avuto motivo di sospettare del movente di Gohlam; anzi, sarebbero stati
molto ansiosi di pararsi il culo nascondendo sotto il tappeto, per così dire, la loro
incapacità di controllarlo. Randi Russell sarebbe scomparsa dalla circolazione e i
particolari della sua morte sarebbero stati risucchiati da un buco nero.

«Procedi.» «A scanso di equivoci» replicò Collen in tono cauto, «mi stai


dicendo di dargli il segnale per far fuori la Russell.» Drake annuì. «Fallo,
altrimenti quella troverà il modo di farci saltare tutti per aria.»

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Capitolo 50

Uganda settentrionale

27 novembre, ore 21:05 GMT+3

«Riesci a spostarlo un po’ più in fuori, Sarie?»


Lei si spinse contro le sbarre e si girò il lucchetto tra le mani, offrendo a Jon
più spazio per trafficare con il seghetto arrugginito. Ci stavano provando da ore e
lui aveva intaccato di non più di un millimetro l’acciaio temperato. Ma del resto
quale alternativa avevano? Stare seduti ad aspettare di morire?
Smith si sentiva le braccia in fiamme e rivoli di sudore gli scorrevano lungo il
naso e in bocca, quando respirava l’aria appestata dall’odore ferrigno del sangue.
Poi la lama quasi gli sfuggì di mano e Howell gli diede il cambio.

Il dottor De Vries faceva da palo all’ingresso della grotta. Era troppo anziano e
malridotto per chiedergli di fare qualcos’altro. La donna nella gabbia accanto alla
loro stava perdendo le forze e ora era distesa in una pozza di sangue. Si sentì
osservata e allungò debolmente le mani maciullate e ferite verso le sbarre. Tra
pochissimo tempo non sarebbe stata in grado di fare neppure quello.
E in quel momento Bahame sarebbe tornato da loro.

Smith appoggiò la schiena alla parete di roccia e si lasciò cadere esausto nella
polvere, sforzandosi di capire se gli fosse sfuggito qualcosa. Nella fattispecie, un
modo per uscire di lì.
«Come fai a conoscere Bahame?» domandò Sarie.
Il suo viso e quello di Howell erano vicinissimi e lei cercò il suo sguardo per
avere la risposta.

«C’è stato un periodo in cui frequentavamo lo stesso ambiente sociale» disse


lui, continuando ad armeggiare con il lucchetto.

«Non è un po’ tardi per fare i misteriosi? Siamo destinati a morire qui
dentro.» Howell si fermò per un momento. «Morto vuol dire morto, quasi morto
vuol dire ancora vivo. Sono due cose molto diverse.» Si rimise all’opera e Smith
rivolse l’attenzione all’attrezzatura da laboratorio. Doveva esserci qualcosa, là in
mezzo. Qualcosa di cui potersi servire.
Stava scrutando forse per la ventesima volta il generatore rotto appoggiato
alla parete quando Howell ricominciò a parlare.

197
«Anni fa ho svolto un incarico in Angola. Quando finì, decisi di visitare il
continente. Un viaggio di piacere. Sono capitato in un villaggio non lontano da
qui, dove un’agenzia di aiuti internazionali stava allestendo un progetto di
irrigazione. Gli mancava un uomo e io un po’ me ne intendevo, essendo cresciuto
in un’area agricola, così sono entrato nel gruppo… Tienilo più in alto, tesoro.»

Sarie sistemò il lucchetto e Howell continuò. «Bahame non era come lo


vedete oggi. Era a capo di un gruppo di ex spacciatori e tagliagole dedito al
saccheggio e agli stupri. Questo prima di incontrare Dio, suppongo.» Howell fece
un sorriso amaro. «Comunque, ero al villaggio da circa sei mesi quando arrivò
lui, assieme ai suoi uomini.»
«E cos’è successo?» «Be’, ci sottomisero piuttosto in fretta: gli abitanti erano
persone pacifiche. Non avevano armi, se non gli attrezzi agricoli.» «Ma tu sei
riuscito a cavartela.»
«Certi utensili possono essere piuttosto efficaci, se usati nel modo giusto. Ho
ucciso sei o sette uomini di Bahame, poi sono stato costretto a rifugiarmi nella
giungla. Ho provato a tornare indietro, ma mi avevano sparato e non ero in grado
di muovermi con rapidità.
Quando sono riuscito a fermare l’emorragia, al villaggio erano già tutti morti,
temo.» «Chi è Yakobo?» Howell non rispose subito, concentrandosi sul
lucchetto. «Era un ragazzo di qui. I suoi genitori erano morti e gli zii non avevano
voglia di occuparsi di lui. L’ho aiutato come potevo. In realtà il gioco non valeva
la candela.»
Il tono grave della voce suggeriva invece che di Yakobo gli importava, e molto.
«Mi dispiace tanto, Peter.»

Howell si fermò e fece un passo indietro, chiedendo il cambio.


Smith non si era ancora alzato in piedi, quando De Vries si girò verso di loro.
«Sento dei passi!» li avvisò parlando piano. «Stanno venendo qui!»
Smith circondò con un braccio le spalle di Sarie e si spostarono sul fondo della
minuscola nicchia. Lei gli strinse una mano, un semplice gesto che però acuì il
suo senso di colpa. A cosa stava pensando quando le aveva permesso di unirsi a
loro? Sapeva fin troppo bene a quali rischi si stavano esponendo.

Bahame era accompagnato dallo stesso ragazzo e dalle tre guardie presenti
quando era arrivata Sarie. Il sistema adottato per l’apertura della gabbia era
semplice, ma certo non infallibile: il giovane miliziano, disarmato e troppo
mingherlino per essere usato come copertura, apriva il lucchetto mentre le
guardie si mettevano a distanza, con le armi spianate. Di certo c’erano altri
uomini in posizioni strategiche nel corridoio, trasformato così in un tiro a segno

198
senza speranza di uscita.

Smith se l’aspettava. Nessuno poteva essere felice di essere rinchiuso in


gabbia con un ammalato pazzo furioso, specie dopo aver visto con i propri occhi a
cosa erano destinati. Persino l’animo più pacifico poteva essere tentato di
cogliere un’opportunità di fuga, anche se suicida.
«Cosa succede adesso, Caleb?» lo apostrofò Howell, avvicinandosi alle sbarre.

L’africano sorrise e si fece da parte per lasciar entrare Mehrak Omidi e un


uomo alto, con indosso la tradizionale galabeya e un turbante di un bianco
immacolato. Aveva la pelle nera e lucida, del colore dell’ossidiana, come i suoi
occhi. Di sicuro, non era tra i seguaci di Bahame. Quasi certamente era un
sudanese.

«Chi è quello?» domandò Smith.


Omidi ignorò la domanda, guardando invece l’uomo mentre stendeva il
tappetino da preghiera e vi si inginocchiava.

Bahame non riusciva a tenere a freno l’impazienza mentre il sudanese


pregava insofferente come un bambino costretto a sorbirsi la messa.
«Vorrei mostrarvi perché non vincerete mai su di noi» disse Omidi quando
l’uomo si fu rialzato, e spostò il tendone di plastica davanti alla gabbia della
donna. Ci fu un rumore sordo sul metallo quando la poveretta allungò un braccio
tra le sbarre.

Il sudanese si praticò un lungo taglio sull’avambraccio con un pugnale


dall’elsa tempestata di pietre preziose e si avvicinò alla donna per mostrarle la
ferita.
Chiaramente non si aspettava una tale esplosione di forza: fu afferrato e
trascinato con violenza contro le sbarre. Il sangue gli schizzò sull’abito e fu
costretto a prenderla per i capelli con la mano libera per impedirle di morderlo.
La colluttazione andò avanti per almeno trenta secondi prima che l’uomo
riuscisse a divincolarsi, favorito dalla corporatura robusta e dalla pelle scivolosa
per il sangue e il sudore.

Appariva scosso da quell’esperienza e, allontanandosi tra le urla di


frustrazione della donna, non staccava gli occhi da lei.
Omidi fece un cenno a De Vries. «Si occupi della ferita di Dahab.»
L’anziano medico sembrava sull’orlo dell’infarto per lo spavento, ma riuscì a

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infilare dei guanti di lattice e a controllare il tremito delle mani mentre suturava
la lacerazione.
Bahame fece un verso e indicò la loro gabbia al ragazzo, il quale si avvicinò
con la chiave del lucchetto.

«Dottoressa van Keuren» l’apostrofò Omidi. «Esca, per favore.» Lei si


avvicinò di più a Smith. «Preferirei restare qui, se per lei fa lo stesso.» «Sa bene
cosa le succederà, se resta qui. Le sto offrendo una via di uscita. In pratica, le sto
offrendo la libertà.» Lei si limitò a scuotere la testa.

Howell teneva la punta del seghetto tra le dita e scostò la mano per mostrarlo
a Jon. Smith fu travolto da una scarica di adrenalina, seguita da un’improvvisa
debolezza. L’inglese non gli stava suggerendo un tentativo di fuga, chiaramente
impraticabile. Gli stava proponendo di concedere una fine rapida e indolore a
Sarie van Keuren.
«No…» balbettò Smith. D’un tratto quella ragazza era Sophia. Nella sua mente
il momento attuale andava a sovrapporsi a quello in cui aveva visto morire la
donna della sua vita.

Omidi sbuffò contrariato e indicò De Vries, impegnato a bendare il braccio di


Dahab. «Uccidete il vecchio.» Una delle guardie gli spianò contro l’arma e Sarie
balzò verso il cancello aperto della cella. «Fermo!» urlò.
L’iraniano si limitò a sorridere e le tese una mano.
Il sudanese fece salire Sarie e De Vries nel retro di un mezzo militare
telonato, sotto lo sguardo vigile di Omidi. Gli altri due erano ancora vivi: un
contrattempo sgradevole, ma per il momento avrebbe dovuto accontentarsi.
Erano uomini fuori dal comune, ma le probabilità che riuscissero a evadere da
quella prigione e non farsi catturare di nuovo dagli uomini di Bahame in un
territorio sconosciuto erano estremamente scarse. Soprattutto perché rimaneva
ancora meno tempo di quanto pensassero.
«Ricordi il nostro accordo?» chiese Bahame mentre Omidi si avviava alla
cabina di guida. «Dovrai darmi tutto ciò che la donna riesce a scoprire.» «Ma
certo, amico mio. Noi combattiamo per lo stesso obiettivo: la libertà dei nostri
Paesi.» L’africano sembrava compiaciuto e Omidi gli strinse la mano, confidando
nell’oscurità perché celasse il suo disgusto. Bahame anteponeva i propri desideri
a quelli di Dio, e per questo l’avrebbe pagata molto cara.

L’iraniano salì al posto di guida e avviò il motore, salutando dal finestrino con
la mano alzata mentre si allontanava.

200
Bahame si stagliava nella luce rossastra dei fanali posteriori e Omidi attese
fino a quando la sua immagine non fu scomparsa dallo specchietto laterale,
quindi prese un piccolo dispositivo GPS e lo accese. Il segnale avrebbe trasmesso
le coordinate dell’accampamento di Bahame a un gruppo di soldati ugandesi già
dislocati a circa duecento chilometri a sud-est.
In un certo senso gli dispiaceva. Smith e Howell non meritavano quella rapida
morte. No, meritavano la stessa fine che presto avrebbero fatto i loro
connazionali: folle e sanguinosa.

201
Capitolo 51

Uganda settentrionale

27 novembre, ore 21:53 GMT+3

Jon Smith reggeva il lucchetto mentre Howell cercava di segarlo, pur sapendo
entrambi di essere ormai senza via di scampo. La donna nella gabbia accanto non
si muoveva quasi più, neanche quando i loro sguardi si incrociavano oltre il
tendone di plastica macchiato di sangue. Presto sarebbe morta e a quel punto il
parassita avrebbe avuto bisogno di un nuovo ospite.

Nel tunnel di accesso si udirono dei passi e Howell s’infilò la lama dietro la
schiena, nella cintura dei pantaloni, mentre tutti e due si allontanavano dalle
sbarre. Subito dopo comparve Bahame insieme alla squadra addetta al trasporto
dei prigionieri dentro e fuori dalle celle.
«Le concederò di scegliere chi dovrà entrare per primo nella gabbia con la
donna, dottore. Lei o il suo amico?» Howell si limitò ad alzare le spalle. Non
aveva alcuna intenzione di passare le ultime ore della sua vita fuori di testa, in
una gabbia dal fondo viscido. Di sicuro avrebbe preferito lottare fino all’ultimo.
Smith si chiedeva se anche lui avrebbe fatto lo stesso. La prospettiva di una
scarica di proiettili in pieno petto, rapida ed efficace, era diventata quasi
allettante durante quelle ore di prigionia, ma per carattere e addestramento lui
era un osso duro. Forse avrebbe potuto andare volontariamente incontro a un
AK-47 carico.
«Mi dispiace» mormorò, dando una pacca sulla spalla di Howell.
«Forse questa è davvero la nostra ultima avventura.»
L’inglese sorrise. «Te l’avevo detto, gli uomini come noi non invecchiano.
Noi…» L’inconfondibile boato della detonazione di una bomba, cui ne seguirono
altri tre in rapida successione, scosse con violenza il sottosuolo, tanto che Smith
dovette reggersi con una mano alla parete di roccia per mantenere l’equilibrio.
Subito dopo si sentì il crepitio attutito di fucili automatici, e una serie di ordini
gridati da Bahame mentre cercava di abbandonare la grotta seguito dai suoi.

Ci fu un’altra esplosione e Smith si protesse il volto con il braccio mentre


parte del soffitto crollava, sollevando una nuvola di polvere soffocante. Per un
attimo tutto divenne indistinguibile, poi si afferrò alle sbarre, nella speranza che
si fossero allentate con l’onda d’urto, ma Howell lo tirò indietro nell’istante
stesso in cui la loro compagna di prigionia si slanciava contro il metallo
arrugginito.
«Attenzione agli occhi e alle ferite aperte!» urlò Smith mentre si rifugiavano

202
in fondo all’antro, per evitare di entrare in contatto con il sangue che scorreva dal
braccio teso della donna.

Impiegò solo pochi secondi a capire che non sarebbe riuscita a raggiungerli e
si voltò, pronta ad aggredire gli altri uomini ancora presenti. Bahame era caduto e
si stava rialzando in piedi quando la vide arrivare. Una delle guardie e il ragazzo si
erano già allontanati e l’ultimo dei suoi stava per entrare nel tunnel di passaggio,
quando Bahame lo afferrò per un braccio e lo frappose tra sé e la donna.
Quando se lo trovò davanti le uscì di bocca uno stridulo urlo di gioia, lo sfogo
di una frustrazione divenuta ormai intollerabile.
Il giovane miliziano gridò per chiedere aiuto a Bahame mentre lei lo stringeva
tra le mani grondanti di sangue, ma l’oggetto della sua devozione si stava già
dileguando verso l’uscita.

La colluttazione dei due fu coperta dal suono assordante della scarica dei
proiettili di un fucile automatico e dei bossoli che rimbalzavano contro la roccia.
Smith e Howell si gettarono a terra mentre la guardia riusciva finalmente a
imbracciare l’arma e a puntare la canna contro il torace della donna. Lei fu scossa
da movimenti convulsi quando l’uomo premette il grilletto, poi si accasciò e
scivolò a terra.
Smith balzò in piedi e si scagliò contro le sbarre con tutta la sua forza.
Nonostante i crolli e le lesioni nella caverna-prigione, non si mossero di un
millimetro.

«Ehi!» gridò al ragazzo, coperto da schizzi di sangue, intento a fissare il corpo


esanime della donna. L’espressione disperata dei suoi occhi era ben visibile
anche oltre la nuvola di polvere. Smith poteva cercare di fare leva su
quell’angoscia.
«Ehi!» lo chiamò di nuovo Smith, cercando di farsi sentire nel frastuono della
battaglia sopra le loro teste. «Parli la mia lingua?» Il giovane si girò a guardare
verso il tunnel di uscita, e poi di nuovo Smith. Annuì rapido, senza riuscire a
muoversi.

«Ascolta. Io sono un medico. L’hai sentito, l’ha detto anche Bahame.


Questa non è magia. È solo un’infezione, e io posso curarti.» «Tu… tu puoi
aiutarmi?» chiese con un forte accento locale.
«Sì» mentì Smith. «Devi soltanto farmi uscire di qui.» Il ragazzo guardò di
nuovo verso il tunnel, incerto sul da farsi.

«Bahame è scappato come una femminuccia. Hai visto anche tu quanta paura
aveva. Lui non ha alcun potere su questo male, mentre io sì.» La maggior parte

203
degli africani nutriva un grande rispetto per la medicina occidentale, e per
fortuna quel giovane non faceva eccezione.
«Spostati» disse, mirando con il fucile al lucchetto e sparando un solo colpo.
Smith spalancò la gabbia con un calcio, respirando a fondo l’aria viziata della
grotta. Erano liberi. Probabilmente sarebbero morti nella battaglia che infuriava
all’esterno, ma almeno sarebbero caduti all’aria aperta.
La guardia gli puntò contro il fucile e indicò con un cenno della testa
l’attrezzatura medica sparsa a terra. «Adesso fallo. Curami.»
«Mi serve…» «Basta parlare!» gridò l’altro, piantandogli la canna dell’arma in
mezzo agli occhi. «Adesso tu mi guarisci. Io voglio tornare a casa.
Nel mio villaggio. Dalla mia famiglia.»

Ci fu un’esplosione vicinissima e Smith si chinò d’istinto, poi vide aprirsi


sopra le loro teste una larga crepa. Ma non poteva pensarci in quel momento.

S’inginocchiò a frugare sul pavimento. Quando si rialzò, con una siringa in


mano, si accorse che il ragazzo era così angosciato dal pensiero di fare la stessa
fine della donna morta ai suoi piedi da non aver notato Howell passargli
silenziosamente alle spalle. L’inglese aveva deciso di ridurre al minimo lo
spargimento di sangue e aveva optato per una pietra della grandezza di una palla
da baseball anziché per il seghetto. Smith fece finta di armeggiare con la siringa,
per distrarre l’attenzione del giovane mentre Howell gli arrivava dietro.

La sua fine fu molto rapida. Il soldato, di certo rapito da Bahame quando era
ancora un bambino, non avrebbe più fatto ritorno al suo villaggio. Non avrebbe
rivisto la sua famiglia.
Smith prese il fucile del miliziano e seguì Howell nel tunnel. Dopo pochi
secondi erano all’uscita e si appiattirono ai lati opposti dell’imboccatura,
cercando di capire cosa stava succedendo.

Si vedevano tre elicotteri, armati di cannoni, che falciavano qualsiasi obiettivo


in movimento: miliziani in fuga, ragazzini. I caccia che avevano lanciato il primo
attacco con i razzi si stavano ritirando verso sud, ma potevano essercene altri in
arrivo.

Ovunque erano sparsi cadaveri avvolti dalle fiamme o carbonizzati e,


all’improvviso privi di un capo, i soldati rimasti lottavano sulle casse aperte per
impossessarsi di armi di cui non conoscevano nemmeno il funzionamento.

Smith si avvicinò a Howell e gli si rivolse gridando, per farsi sentire nel

204
frastuono assordante. «Dobbiamo trovare la nostra auto. Omidi ha parecchio
vantaggio e quello è il solo mezzo abbastanza veloce da raggiungerlo.» L’inglese
sembrò non averlo sentito, intento a osservare la distruzione davanti ai loro
occhi.

«Peter! Mi stai…» «Guarda là!» esclamò l’inglese, indicando un punto al


limitare dello spiazzo. Un gruppetto di soldati avanzava a ranghi stretti,
spostandosi parallelamente agli alberi. Smith localizzò subito l’oggetto
dell’interesse del compagno: la capigliatura brizzolata di Caleb Bahame
illuminata dal riflesso delle fiamme, mentre cercava di sfuggire all’inevitabile
esito dei suoi accordi con gli iraniani.

Howell uscì allo scoperto senza esitare, schivando i cadaveri e i miliziani in


stato confusionale, raccogliendo un machete piantato su un ceppo. Smith
imprecò tra i denti e lo seguì, imbracciando il fucile e tenendolo puntato davanti
a sé, senza sapere se ci fossero ancora munizioni nel caricatore.
Per fortuna le persone attorno a loro pensavano più a sopravvivere che a due
bianchi in fuga, e Smith si addentrò nella giungla alcuni secondi dopo Howell e
Bahame.

Quando giunse in un piccolo spiazzo esterno all’accampamento vero e


proprio, si fermò a controllare se ci fossero dei nemici nei paraggi e rimase basito
nel vedere Howell scattare in corsa. Al limite occidentale della radura, il profilo
indistinto di tre giovani soldati si stagliava sul fondo di una sorta di tettoia
ricoperta di frasche e fogliame. Sotto c’era il fuoristrada acquistato a Kampala
pochi giorni prima. D’un tratto i fari si accesero.
Al volante c’era Bahame, intento a cercare di mettere in moto il veicolo. Smith
spostò lo sguardo sui lampi di luce provenienti dai fucili dei tre ugandesi.
Terrorizzati, avevano aperto il fuoco su un bianco invasato che si scagliava contro
di loro armato di machete.

Il caricatore non era vuoto e Smith sparò una raffica appena sopra le loro
teste.
«Via! Via!» gridò, agitando l’arma.
I soldati non abbandonarono la posizione, continuando a esplodere colpi su
Howell. Nessun proiettile finì a meno di un metro e mezzo da lui, ma qualcuno
dei tiratori avrebbe anche potuto avere un colpo di fortuna.

Smith selezionò la modalità semiautomatica e trasalì quando si accorse di


aver colpito in pieno petto un ragazzino di forse quattordici anni: in America
avrebbe appena iniziato la scuola superiore. Gli altri due decisero di rinunciare e
mentre uno correva verso est, lungo il limitare della giungla, per sparire
all’interno, l’altro imboccò una strada meno sicura, dietro il Land Cruiser, appena

205
partito in retromarcia.

Il paraurti posteriore si schiantò contro le sue gambe e il ragazzo scomparve


sotto le ruote mentre Bahame cercava di imboccare una stretta pista diretta nel
cuore della giungla. Smith prese con cura la mira e fece fuoco mentre Bahame
ingranava la prima. La raffica mandò in frantumi il finestrino del lato guida un
secondo prima che Howell si avventasse contro la portiera e gli tirasse un pugno
attraverso il vetro rotto.
Dall’interno dell’auto partì uno sparo e l’inglese cadde poco lontano, battendo
la schiena sullo sterrato. Smith esplose un altro colpo, senza centrare Bahame,
ma fece un buco sul lato destro del parabrezza.
L’africano guardò verso di lui e si rese conto che se Smith avesse sparato di
nuovo sarebbe stato spacciato. Si abbassò e aprì la portiera dal lato del
passeggero, dileguandosi nell’oscurità.

«Peter! Stai bene?» Quando Smith lo raggiunse, l’ex SAS si stava rialzando in
piedi. Non era stato colpito per miracolo, ma aveva aloni di bruciature da polvere
da sparo in faccia e gli occhi gli lacrimavano.

«Riesci a vedere?» gli domandò Smith, controllando se ci fossero elicotteri in


arrivo prima di aprire una palpebra di Howell per verificare se avesse subito
danni.
«Sì, ci vedo» rispose, scansandosi. «Sto bene.»
Non c’era tempo per discutere, quindi Smith aprì la portiera del Land Cruiser
e si mise alla guida. «Le chiavi sono ancora infilate nel quadro e il serbatoio è
pieno. Sali, guido io.» Howell invece si allontanò e andò a raccogliere il machete
caduto a terra. «Perché non vai avanti tu? Io ti raggiungo.» «Cosa diavolo stai
dicendo, Peter? Sali su questa cazzo di macchina.»

«Mi dispiace, Jon.» «Ti dispiace? Non ti ho portato qui per le tue vendette
personali.
Omidi ha il parassita e anche qualcuno in grado di trasformarlo in arma…»
«Non venire a farmi la morale, Jon. Avrei detestato farlo, ma avresti dovuto
permettermi di occuparmi di Sarie in quella gabbia, lo sai bene anche tu. Adesso
sei da solo, amico.»

206
Capitolo 52

Uganda settentrionale

27 novembre, ore 22:26 GMT+3

Peter Howell superò con un salto un ceppo mezzo marcio, per rallentare
quando si trovò di fronte un gruppo di miliziani di Bahame. Nessuno sparò, ma si
dispersero e scomparvero in un coro di grida terrorizzate.
La loro struttura di comando, guidata da una sedicente divinità, era crollata e
non erano stati attaccati dai soliti contadini disarmati ai quali erano abituati. Da
quanto aveva visto, sulle loro teste stava sorvolando la forza aerea ugandese al
gran completo, intenta a scaricare l’intera scorta di missili del Paese e
incalzandoli con incessanti raffiche di mitragliatrice. Alle sue spalle la foresta era
in fiamme, un muro di fuoco impenetrabile alto una trentina di metri nel cielo
velato e odoroso di sostanze chimiche.

La maggior parte dei seguaci di Bahame era in fuga verso il fiume, a est. Lì il
terreno era più agevole e l’acqua avrebbe arrestato l’avanzata del fuoco, ma
prendere quella direzione era un errore fatale. Ormai erano stati localizzati e
c’erano soldati ugandesi appostati sulla riva opposta; purtroppo però quei
ragazzini in preda al panico l’avrebbero scoperto troppo tardi.

Howell notò una striscia di sangue su una foglia e si diresse a sinistra,


ricominciando a correre. Aveva il vento a favore, ma se fosse cambiato si sarebbe
ritrovato a vagare senza punti di riferimento in una nuvola di fumo opaco e
soffocante. Ormai c’era quasi: non poteva permettere che ciò accadesse.
Dietro di lui stavano sopraggiungendo degli elicotteri; li ignorò, fino a quando
non sentì il rumore dei rotori rimbombargli nel petto.
Avevano sotto tiro i miliziani in fuga verso il fiume e fu costretto a gettarsi a
terra quando la mitragliatrice anteriore aprì il fuoco. Le raffiche fischiavano
sopra la sua testa. Per un attimo si sentirono le grida dei ragazzini e Howell si
ritrovò ad augurare loro una morte rapida; non per umana pietà, ma per
opportunismo. Non aveva il tempo di rimanere bloccato lì. Bahame stava
scappando, e lui doveva prenderlo.

Il suo desiderio fu esaudito e cercò di mettere a tacere il senso di colpa


quando calò il silenzio e l’elicottero virò per andarsene. Seguì le altre tracce di
sangue. La ferita che Bahame si era procurato quando lo sparo aveva fracassato il

207
finestrino doveva essere piuttosto profonda. Eppure, più si allontanava dalla luce
dei fuochi, più diventava difficile capire quale direzione avesse preso. Entro pochi
minuti le tracce si sarebbero dissolte in un’oscurità sempre più fitta e Howell lo
sapeva bene.
Stava procedendo in salita adesso, e si era ritrovato a correre in una gola buia,
con le pareti ricoperte di rovi. Poteva essere una trappola, ma non si fermò, in
una sorta di trance, esaltato dal bruciore dei polpacci, dall’odore del campo di
battaglia, dal luccichio intermittente del sangue di Bahame. Poi si fermò.
Desiderava che quella inebriante sensazione procuratagli dalla caccia a Bahame
non avesse mai fine. Ma non aveva alcuna intenzione di morire. Non ancora.
Howell afferrò un robusto rampicante e si tirò su lungo il pendio.
Arrivato in cima, riprese a camminare a piccoli passi. Poi percepì un
movimento.

Non riusciva a distinguere da dove provenisse quella flebile luce. Si mise


carponi e continuò la sua avanzata, cercando di non pensare che poteva aver
scelto la direzione sbagliata, mentre Bahame scompariva in una giungla troppo
vasta per un uomo solo.
Lo schiocco dello sparo fu subito seguito da un dolore bruciante alla spalla. Si
tuffò al riparo di un tronco; in addestramento aveva imparato che a quel punto
era necessario localizzare la posizione del nemico e controllare la gravità della
ferita.

Invece uscì allo scoperto, slanciandosi a tutta velocità nella direzione da cui
era stato esploso il colpo. Ne arrivò subito un altro, ma evidentemente chi gli
puntava addosso l’arma stava correndo, e lo mancò. Subito dopo intravide la
sagoma dell’aggressore. Stavolta non era un ragazzino, ma un adulto in tuta
mimetica. Bahame.
Howell notò appena i proiettili che gli passavano di fianco, mentre lo invadeva
una pericolosa sensazione di invulnerabilità. Tutto intorno a lui scomparve: la
giungla, le esplosioni, gli elicotteri. Rimase solo Bahame, e in quel momento
sembrava davvero un dio. L’ultima cosa rimasta sulla terra.

Lo assalì sul bordo di un basso strapiombo e vi caddero avvinghiati nella lotta,


rotolando tra i rovi. Bahame estrasse un coltello e Howell lasciò cadere il
machete per bloccargli il braccio. Cercò di piantare i pollici negli occhi
dell’africano, ma venne allontanato dallo schianto sul fondo della gola.
Travolto dall’emozione di avere finalmente Bahame tra le mani, Howell non
aveva buttato fuori l’aria dai polmoni prima dell’impatto e adesso non riusciva a
respirare. A Bahame era andata meglio e si era rimesso in piedi, ma anziché
gettarsi sull’avversario si era aggrappato alle liane e cercava di arrampicarsi, per
tornare verso l’alto.

208
Per fortuna, pensò Howell, i suoi addestratori militari non potevano assistere
a quella scena patetica: l’africano che cercava febbrilmente di salire sulle liane,
scivolando a terra di continuo, e lui riverso al suolo boccheggiante, come un
pesce in agonia.
A ogni respiro inalava un po’ più di ossigeno, tuttavia dopo poco tornò
abbastanza lucido da riuscire a strisciare verso il machete.

«Troppo… tardi, Caleb.» Bahame si voltò a guardarlo, perdendo la presa e


cadendo di nuovo.
Non provò a scappare, incredulo che tutto questo stesse accadendo proprio a
lui, un semidio.
Si strappò di dosso la camicia mimetica e si procurò un taglio sul petto con un
osso appuntito che portava appeso al collo. Roteò gli occhi all’insù, lasciando
intravedere il bianco mentre cantilenava nella sua lingua.
«Stai evocando i tuoi demoni per uccidermi?» chiese Howell, riacquistando
pian piano le forze e l’equilibrio. Verificò le condizioni della spalla destra alzando
il machete sopra la testa. Funzionava ancora, il proiettile di Bahame lo aveva solo
scalfito.
«Penso di essere un po’ cresciuto per avere paura del buio, Caleb.»

209
Capitolo 53

Washington, USA

27 novembre, ore 17:06 GMT-5

Il presidente Sam Adams Castilla sollevò gli occhiali con la montatura in


titanio e si sfregò gli occhi, esausto. «Non riesco neppure a capire cosa mi stai
dicendo, Fred. Larry Drake, che tra parentesi conosco da anni, ha fatto
ammazzare uno dei suoi analisti?» «Sam, noi…»
«Aspetta, non ho finito. Ha fatto eliminare uno dei suoi analisti in modo da
avere via libera per aiutare l’Iran a impossessarsi di una terrificante arma
biologica da utilizzare poi contro l’America?» «In parole povere, sì» ammise
Klein.
Detestava presentare al suo vecchio amico una tesi tanto inconsistente: il
presidente degli Stati Uniti aveva già a che fare ogni giorno con disastri concreti e
reali. A questo punto, però, era diventato pericoloso ignorare la situazione ed era
impossibile agire senza coinvolgerlo in prima persona.
«Cosa dovrei fare secondo te con questa notizia, Fred? Chiamare il direttore
dell’FBI e raccontargli la storia di un uomo che ha servito questo Paese per tutta
la vita ma in realtà è una specie di fondamentalista islamico in incognito? E
quando lui mi chiederà una prova, l’arma del delitto, io dovrei tirare fuori delle
costolette di maiale scadute da una settimana?» Castilla si alzò di scatto e
cominciò a percorrere avanti e indietro lo Studio Ovale.
«Sam, tutto bene?»
«No, accidenti, non va per niente bene. Se chiunque altro fosse venuto da me
con questa storia, l’avrei licenziato su due piedi e fatto ricoverare in una clinica
psichiatrica. Ma tu non sei uno qualsiasi e quindi non ho altra scelta se non
prendere sul serio il tuo avvertimento. Devo iniziare a dubitare della lealtà del
capo della nostra intelligence.» «Se può fare qualche differenza, secondo me
Larry non è un fondamentalista, per lo meno non islamico. E a suo modo, crede
davvero di agire nell’interesse del Paese.» «Ma in nome di Dio, cosa stai
blaterando, Fred? Sarebbe nell’interesse del Paese lasciare liberi gli assassini di
quei soldati?» «Forse sta cercando di forzarti la mano sull’Iran.» «Cosa
intendi?» «Come ti muoveresti se la notizia trapelasse e lui potesse provare il
coinvolgimento del governo iraniano?»

«Raderei al suolo qualunque cosa in quel Paese, purché più alta di un idrante
antincendio» replicò Castilla, rallentando e fermandosi.
«Dunque Drake starebbe cercando di manipolarmi perché io autorizzi un

210
attacco militare?» «Se penso alle sue idee riguardo alla minaccia rappresentata
dall’Iran, mi sembra plausibile.» Troppo nervoso per tornare a sedersi, Castilla
riprese a misurare la stanza a grandi passi, borbottando tra sé.
«Sam?»
«Okay» riprese il presidente. «Se fosse vero, e non ne sono convinto neanche
un po’, cosa proponi di fare? Drake ha un mucchio di alleati e io sono tra questi,
accidenti. Destituire un uomo che conosce tutti gli scheletri nell’armadio degli
Stati Uniti non è certo una cosa semplice.»
Klein annuì e prese la tazza di tè fumante dal tavolino di fronte a sé.
«No, non lo è. Ma lì dentro abbiamo una persona di fiducia…» «Randi Russell
ha accettato la tua offerta.» «A essere sincero non ne sono del tutto sicuro. Ma lei
non crede alla storia dell’intossicazione alimentare di Gazenga e non volterà mai
e poi mai le spalle a Jon Smith.»
«A proposito, abbiamo sue notizie?»
Klein scosse la testa. «E non sono molto fiducioso. La fattoria dove hanno
trascorso la notte è stata distrutta da un incendio e le forze governative ugandesi
stanno bombardando l’area in cui ci è stata segnalata la sua ultima posizione.
L’accampamento di Caleb Bahame è stato localizzato, sembra.» «Se Bahame è
morto…»
«Allora potrebbe essere scomparsa anche la minaccia del parassita» continuò
Klein. «Ma non ci conterei troppo. Dopo averlo cercato per decenni, gli ugandesi
sono riusciti a rintracciarlo proprio questa settimana, strano, non trovi? Per me,
gli iraniani hanno ottenuto quello che volevano e l’hanno tradito, rivelando il suo
nascondiglio.»
D’un tratto Castilla si sentì debole e si lasciò cadere su una sedia.
«Cosa mi suggerisci di fare?» «Se Randi acconsente a darci una mano,
potremmo avere una possibilità di tenere sotto controllo Drake.» «Ma se sei
convinto della sua colpevolezza, perché non sollevarlo dall’incarico?»
«Perché, in tutta onestà, non ne sono convinto al cento per cento. E perché i
nostri problemi con Drake, sempre che esistano, in questo momento sono in
secondo piano.» «Gli iraniani» indovinò Castilla, e Klein annuì.

«Sto organizzando l’invio di un piccolo contingente di appoggio in Uganda e


sto sondando i nostri contatti in Iran per vedere cosa riusciamo a scoprire.»

Castilla appoggiò la testa allo schienale e fissò lo sguardo sul soffitto.


«Quindi, per riassumere: stai per inviare una squadra sostitutiva per affrontare
qualcosa che con ogni probabilità ha ucciso il tuo miglior agente operativo, e
inoltre stai cercando informazioni su un’arma biologica super segreta, in un
Paese dove non riusciamo neppure a sapere in quali giorni ritirano la
spazzatura.»
L’immagine di Smith e Howell balenò per un attimo nella mente di Klein, ma

211
non poteva permettersi di soffermarsi a pensare a loro. Il momento di piangerli
sarebbe venuto dopo. «Ecco, hai toccato un nervo scoperto, Sam. Covert-One ha
risorse limitate, mentre le tue non lo sono. Mi serve la tua autorizzazione per far
convergere su queste indagini altro personale: qualcuno del CDC,
dell’USAMRIID e dell’università. Inoltre dovresti iniziare a studiare un piano B
se, come non mi sento di escludere, questi esperti dovessero fallire
nell’impresa.»
«Un’opzione militare, intendi.» Klein annuì di nuovo. «Non possiamo farci
cogliere impreparati a questa eventualità, e tu devi decidere quale livello di
intelligence potrebbe servirti.»

212
Capitolo 54

Uganda settentrionale

28 novembre, ore 01:43 GMT+3

Jon Smith sollevò il piede dal pedale del freno per un momento e poi
premette forte sull’acceleratore mentre si avvicinava a una zona allagata della
pista. Era larga almeno tre metri, ma il Land Cruiser si alzò docilmente in aria e
atterrò sulle sospensioni rinforzate senza neppure un cigolio.
Era impossibile sapere con certezza in quale direzione fosse andato Omidi, ma
con ogni probabilità stava guidando verso Kampala, dove avrebbe trovato le piste
adatte per fare atterrare un aereo. Uno dei vantaggi del dirigersi verso la capitale
era di avere il vento a favore; il fumo infatti avrebbe celato il fuoristrada dall’alto
per i primi trenta chilometri. Quando Smith fosse uscito dalla foschia sarebbe
ormai stato ben lontano dall’area sulla quale si stavano concentrando le forze di
Sembutu.

Superò una curva e sul rettilineo successivo accelerò, approfittando della luce
intensa dei fari alogeni montati sul tetto. Dov’era quel bastardo iraniano? E se si
era sbagliato? C’era davvero una pista di atterraggio, a nord? Se invece Omidi
avesse usato altri mezzi di fuga?

Si ritrovò a pensare a Sarie e si sforzò di limitarsi alle implicazioni del suo


essere ostaggio di Omidi. Presto, però, iniziò a fantasticare su una cattedra
all’Università di Città del Capo. Di sabato avrebbero lavorato nella vecchia casa di
campagna di lei e poi avrebbero mangiato kudu alla griglia e bevuto birra con i
vicini di casa. Ma soprattutto, immaginava quanto sarebbe stato bello rispondere
al telefono e non sentire mai più la voce di Fred Klein all’altro capo del filo.

Scosse energicamente la testa. Come diavolo gli venivano in mente certe idee?
Doveva restare concentrato.
Svoltò di nuovo e si aggrappò al volante, strizzando gli occhi per mettere a
fuoco due aloni di luce rossastra, appena visibili in lontananza. Quando fu a
meno di duecento metri dal malandato veicolo militare, questo accelerò
bruscamente e Smith ebbe la certezza di aver trovato quello che cercava. Omidi
aveva capito di essere seguito e ora tentava di seminarlo.

Non c’era spazio sufficiente per un sorpasso, quindi rimanevano poche

213
possibilità. Tamponare il mezzo pesante era inutile, sarebbe servito solo a
distruggere la griglia anteriore del Land Cruiser.
Sparare dal finestrino con una mano sola sembrava ugualmente poco fattibile.
Gli restava solo un’ultima opzione, non tanto migliore delle altre.
Scelse l’AK-47 in migliori condizioni tra quelli trovati lungo la strada, impostò
il cruise control e si alzò in piedi, sporgendosi dal tettuccio panoramico.
Stava per mirare alla ruota posteriore sinistra, quando la sponda sul retro del
camion si aprì. Smith spostò la canna del fucile in direzione del movimento.
Riconobbe una sagoma femminile: era Sarie van Keuren, scarmigliata, il volto
tumefatto. Era in ginocchio e alle sue spalle c’era Dahab, con un braccio fasciato
stretto attorno al collo di lei e una mitragliatrice appoggiata a una cassa lì vicino.

Finché i veicoli avessero continuato la loro folle corsa, gli restava un’unica
possibilità. Puntare al baricentro di Sarie, nella speranza che il proiettile colpisse
l’uomo alle sue spalle.
Smith esitò solo per una frazione di secondo prima di appoggiare il dito sul
grilletto, ma al jihadista bastò. Esplose una raffica di colpi contro la griglia del
radiatore del Land Cruiser, e di rimbalzo sul parabrezza.

Smith tornò a sedersi, lasciando scivolare l’AK-47 sul tettuccio e dunque sulla
strada. I proiettili continuavano a fischiargli intorno mentre si rimetteva al
volante, cercando di recuperare il controllo dell’auto. Gli pneumatici dalla parte
del passeggero finirono in un fossato e il veicolo si ribaltò, mentre Smith veniva
sballottato su e giù nell’abitacolo.

Alla fine il fuoristrada si fermò contro un albero, con le ruote in aria, mentre
Dahab continuava a sparare alla parte inferiore nel tentativo di far esplodere il
serbatoio. Per fortuna i proiettili rimbalzarono sulla carrozzeria blindata che
tanto aveva impressionato Sarie, e presto le raffiche s’interruppero.
Stordito, Smith strisciò lentamente fuori dal finestrino rotto del lato del
passeggero e tornò barcollando sulla strada con uno degli AK-47 rimasti, ma il
camion era già scomparso nell’oscurità.

214
Capitolo 55

Langley, Virginia, USA

27 novembre, ore 19:02 GMT-5

Randi Russell lasciò cadere un sandwich mangiato a metà nel cestino accanto
alla scrivania e si guardò intorno. Le era stato assegnato un ufficio provvisorio, il
cui arredo era costituito solo da un computer, la scrivania con una sedia e un
poster incorniciato vicino alla porta.
Era la foto di una canoa con quattro rematori, e la didascalia recitava «Lavoro
di squadra». Voleva essere ironica, nessun dubbio.

In quel momento avrebbe voluto più di ogni altra cosa essere di nuovo in
Afghanistan. Sentire il vento ululare tra le cime montuose, vedere i magnifici
colori dei campi di papaveri, sperimentare di nuovo la sensazione di vuoto totale.
Le mancava poter avere almeno una certezza: sapere che i talebani avrebbero
fatto di tutto per eliminarla e che i suoi uomini avrebbero fatto di tutto per
impedirlo.
Sotto diversi punti di vista, aveva passato la vita a cercare di prolungare il più
possibile il gioco di guardie e ladri per il quale aveva abbandonato le bambole fin
da piccola. Gli uni contro gli altri, e armi a volontà.
Ma quello era il passato. Adesso erano gli adulti a giocare.

Negli ultimi due giorni aveva usato tutti i metodi, legali e illegali, per scavare
a fondo nella vita di Nathaniel Frederick Klein. Le sue credenziali erano
immacolate, godeva di un rispetto pressoché universale e persino i suoi detrattori
usavano termini come «persona brillante» e «autentico patriota» per descriverlo.
Ancora più interessante era la conferma di un suo vago ricordo circa il rapporto
personale tra Klein e il presidente Castilla: erano amici sin dai tempi
dell’università.
Ovviamente a quel punto era Castilla la persona «molto influente» del
governo cui alludeva Klein, dunque dietro Covert-One c’erano i finanziamenti e il
potere della Casa Bianca. Ma di questo non aveva prove.

Si era messa in contatto con Marty Zellerbach, essendo lui il primo a cui si
sarebbe rivolta se qualcuno le avesse dato una copia di quel video girato in
Uganda. La sua sensazione si era rivelata esatta ed era riuscita a farsi mostrare le
sue analisi, dopo aver dovuto giurare di non rivelare a nessuno che ne aveva

215
tenuto una copia.

Quindi Klein le aveva raccontato la verità. Ma era sincerità pura e semplice, la


sua, o solo una prova della sottile astuzia che tutti gli riconoscevano? Lavorava
forse come contractor privato? Il suo stile di vita discreto non suggeriva chissà
quali guadagni stratosferici, ma questo non voleva dire nulla. Anche se avesse
avuto degli introiti superiori alla media, non sarebbe stato così sciocco da esibire
la sua ricchezza.
E poi c’era Jon Smith, misterioso al punto da diventare irritante.
Klein sapeva quale ascendente avesse su di lei quel nome, sia perché voleva
davvero assicurarsi che non fosse morto, sia perché tendeva comunque a fidarsi
del giudizio di Smith sulle persone. Ma Jon lavorava veramente per Covert-One?
Come poteva esserne sicura?
Per quanto ne sapeva, Jon poteva anche lavorare contro l’organizzazione e
Klein voleva servirsi di lei per rintracciarlo e attirarlo in trappola.
In definitiva, comunque, non poteva restare indifferente alla storia di Klein.
Se era in buona fede e lei non fosse intervenuta, moltissime persone sarebbero
potute morire. D’altro canto, se si fosse lasciata manovrare, ne sarebbero potute
morire anche di più.

Randi rimase seduta in silenzio per qualche altro minuto, poi alzò il telefono e
chiamò Charles Mayfield, vicedirettore della CIA.
«Non dirmi che non puoi venire a pranzo con me domani» le rispose.
Erano amici di lunga data e Mayfield le aveva sempre guardato le spalle,
anche quando questo poteva mettere a rischio la sua carriera.
Ma fin dove era disposto a spingersi per lei?

«Ho bisogno di parlarti, Chuck. Subito.» «Non mi piace il tono della tua voce.
Di cosa?» Randi puntò un gomito sulla scrivania e appoggiò il mento sulla mano.
Bella domanda.

216
Capitolo 56

Uganda settentrionale

28 novembre, ore 04:02 GMT+3

Peter Howell frenò di colpo facendo sgommare la jeep rubata, correndo nella
polvere fino al Land Cruiser rovesciato sul tetto. La fiancata e il muso, alla debole
luce dell’unico faro funzionante della jeep, erano crivellati di fori di proiettili ed
ebbe un attimo di esitazione prima di guardare all’interno.
Non c’era sangue e, grazie a Dio, nessun corpo. Solo un paio di AK47
arrugginiti, senza i caricatori.

Aveva già perso degli amici in operazioni sul campo e, in effetti, Jon Smith era
tra gli ultimi suoi commilitoni ancora in vita. Ma le circostanze della morte degli
altri erano state molto diverse.
Ragionando a mente lucida, non più ossessionato dall’idea di vendetta, vedeva
chiaramente cosa aveva fatto. Aveva messo a rischio una missione della quale
faceva parte, si era disinteressato dei milioni di potenziali vittime dell’infezione e,
cosa peggiore di tutte, aveva abbandonato un uomo che non avrebbe mai fatto lo
stesso con lui.

Howell si rialzò e si mise a studiare le impronte nella polvere, sul ciglio della
strada. Le seguì per alcuni metri e notò l’allungarsi delle falcate. Smith non
soltanto era vivo, ma stava anche abbastanza bene da poter correre. Non per
merito suo, comunque.

Risalì sulla jeep col motore acceso e si rimise in viaggio, schiacciando


l’acceleratore. La velocità massima non superava i sessanta chilometri orari,
anche se non era in grado di dirlo con precisione, perché al posto del tachimetro
c’erano solo alcuni fili staccati. Per fortuna, invece, l’unico dispositivo elettronico
non asportato dall’ultimo proprietario del veicolo era l’indicatore di temperatura
del motore, e Howell regolava la velocità in modo da restare appena sotto il
livello di guardia.

Passò quasi mezz’ora, senza guasti alla jeep, ma anche senza alcuna traccia di
Smith. Si fermava spesso per controllare la presenza delle impronte, ma le falcate
adesso sembravano più corte e lente.
Nonostante l’ora notturna, c’erano circa trentotto gradi. Neppure Jon Smith

217
avrebbe potuto correre a lungo con quel caldo. Non era possibile.
La luce del faro superstite della jeep era sempre più fioca e Howell si
concentrò sul piccolo cono illuminato davanti al muso, tenendosi pronto a
frenare di fronte a un eventuale ostacolo inaspettato.
La sua trovata era geniale per evitare di rompere un assale, ma gli permise di
accorgersi dell’uomo con l’AK-47 spianato solo all’ultimo momento.
Howell pestò sul freno e girò il volante, perdendo per qualche istante il
controllo del veicolo, mentre la figura si gettava tra gli alberi per non essere
investita. Non appena l’auto si fermò l’inglese balzò fuori, senza pensare a
prendere una delle armi nel retro. «Janani non sarà contento di come hai
conciato la sua macchina.» Al contrario di lui, Smith non aveva voglia di
scherzare mentre si toglieva di dosso un po’ di polvere e si sistemava il fucile in
spalla.
Aveva gli abiti inzuppati di sudore e la faccia sporca di nero, a causa degli
incendi innescati dai bombardamenti di Sembutu.

«Jon, io…» Quando Howell fu abbastanza vicino, Smith gli assestò un pugno
in pieno diaframma, così forte da sollevarlo da terra. L’inglese crollò in ginocchio
e poi rotolò su un fianco, cercando disperatamente di non vomitare.
«Okay» borbottò, appena fu in grado di respirare di nuovo. «Me lo sono
meritato. Ma adesso è tutto a posto, eh, amico? Sarebbe stata un po’ lunga, a
piedi fino a Kampala.»
«E questa è l’unica ragione per cui non ti ho sparato nel sedere» rispose
Smith, tendendogli una mano per aiutarlo a rialzarsi.
«C’è dell’acqua, nell’auto» disse Howell. Smith si avvicinò zoppicando, e
allungò un braccio per prendere una borraccia. Ma qualcosa lo bloccò, facendogli
ritrarre il braccio di scatto e indietreggiare di un passo.
«Cosa diavolo è?» Howell andò verso la jeep e sollevò la testa mozzata di
Caleb Bahame, fissando gli occhi semichiusi mentre Smith puliva con la manica
il sangue da una borraccia.

«Solo un piccolo souvenir.» «Sarà difficile non dare nell’occhio, con quella a
bordo» commentò Smith, versandosi l’acqua sulla faccia e in bocca.
Howell aggrottò la fronte. «Forse hai ragione. Ma devi ammettere che avrei
potuto farne un magnifico posacenere.»

218
Capitolo 57

Nei pressi di Entebbe, Uganda

28 novembre, ore 08:06 GMT+3

Il sole si era levato sopra l’orizzonte e già picchiava forte sul caos del traffico
mattiniero alla periferia di Entebbe. Mehrak Omidi sterzò bruscamente per
impedire a un tizio su un pickup anni Settanta di tagliargli la strada, ma subito si
rimproverò tra sé e sé. Non era il momento di farsi sopraffare dalla frustrazione.
Una rapida occhiata attraverso il vetro rotto del lunotto posteriore gli
confermò che la situazione era sotto controllo. La van Keuren e De Vries erano
legati e imbavagliati nel cassone telonato e Dahab sorvegliava la strada seduto
accanto alla sponda. Tuttavia, il sudanese non aveva più l’aria altera e fiera
ostentata quando si trovavano all’accampamento di Bahame. Era sballottato
nell’autocarro ondeggiante e la veste, prima immacolata, era fradicia di sudore.
Doveva aspettarselo. Presto essere l’ospite del parassita l’avrebbe condotto
alla morte, un destino di cui era consapevole fin dall’inizio.
Sarebbe stato consegnato nelle mani di Dio come un martire.
«Eccoli là!» esclamò Dahab all’improvviso.

«Di cosa stai parlando?» chiese Omidi, guardando le auto alle sue spalle dallo
specchietto.
L’uomo parlava appena un po’ di inglese e puntò il dito contro il lembo del
telone, ora chiuso. «Ho visto i bianchi!»
Omidi continuò a guardare nello specchietto, ma appoggiò una mano sulla
pistola al suo fianco. Fino a quel momento Dahab non aveva dato segnali di
confusione mentale. Forse era lui a non aver notato i sintomi? E se il sudanese
stesse iniziando ad avere le allucinazioni?
Poi li vide. Una jeep decappottata dell’esercito, circa dieci auto dietro di loro,
avanzava nel traffico cercando di superare gli altri veicoli. Omidi pulì lo
specchietto dalla polvere e si concentrò sull’immagine riflessa dei due uomini.
Era impossibile distinguere i loro lineamenti, ma sentì una scarica di adrenalina
quando la corporatura, l’abbigliamento e il colore di capelli dei due confermarono
i suoi sospetti. Pareva impossibile, ma era proprio vero. Jon Smith e Peter
Howell.

Provarono di nuovo a sorpassare, questa volta a sinistra, ma furono obbligati


a rientrare da un cedimento del bordo della strada.

219
Omidi trasse un profondo respiro e buttò fuori l’aria lentamente, cercando di
dominare il panico che si sentiva crescere dentro. Non poteva fallire adesso. Non
quando era così vicino.

Davanti a sé vide un aereo decollare e descrivere un ampio arco in direzione


del Lago Vittoria. Entebbe non distava ormai più di venti chilometri, ma la sua
destinazione, una pista di decollo privata dove c’era un jet ad attenderlo, si
trovava ancora più in là. Alla fine quei due alle sue spalle sarebbero riusciti a
raggiungerli, mentre lui con quel camion malconcio non poteva accelerare più di
così.
Omidi staccò la mano dalla pistola e prese un cellulare, col quale chiamò il
numero personale di Charles Sembutu. Rispose dopo un paio di squilli.

«Signor presidente. Sono sulla strada per Entebbe, nei pressi di Kisubi. Smith
e Howell sono dietro di me. Io…» «Perché il tuo problema dovrebbe riguardarmi,
Mehrak?» Omidi cercò di mantenere un tono di voce calmo e rispettoso. «Ho
bisogno di un suo intervento. Sono su una jeep decappottata e hanno una guida
pericolosa. Li faccia fermare dalla polizia. Mi servono solo quindici minuti.» «Ho
già fatto arrestare e interrogare Smith e Howell, ma non ti è bastato. Li ho
consegnati nelle tue mani, su al nord, e te li sei fatti scappare. Se tu non sei
riuscito a tenerli a bada è…»
«E io le ho consegnato Bahame e i suoi seguaci, permettendole di porre fine a
un’insurrezione che avrebbe spazzato via il suo governo.» «Quindi abbiamo
onorato entrambi il nostro accordo. Ti auguro buona fortuna.» La comunicazione
venne interrotta e Omidi sbatté il telefono sul sedile. Vigliacco.

Da una rapida occhiata allo specchietto vide che la jeep non era ancora
riuscita a superare e dal cofano usciva uno sbuffo di vapore.
Ma continuavano a stargli dietro e il suo mezzo era facilmente individuabile.
«Dahab!»
L’africano si avvicinò al finestrino posteriore.
«C’è stato un cambio di programma» lo informò Omidi, scandendo le parole
in modo da farsi capire. «Devi farlo adesso.» Dahab afferrò De Vries e lo girò di
spalle, ignorando le sue grida soffocate mentre gli praticava un taglio profondo
sulla schiena. La van Keuren cercò di allontanarlo scalciando quando il sudanese
si fece un taglio a sua volta sul pollice, per poi premerlo nella ferita dell’anziano
medico.

De Vries non impiegò molto tempo a capire cosa fosse accaduto e che non
c’era più nulla contro cui lottare. Cominciò a piangere in silenzio attraverso il
bavaglio, scosso da lievi tremiti.

220
Soddisfatto, Omidi si concentrò di nuovo sulla strada. «Dahab, tu scendi
all’aeroporto di Entebbe. Hai capito?» «Ho capito. Quali sono le istruzioni?»

221
Capitolo 58

Entebbe, Uganda

28 novembre, ore 08:28 GMT+3

«Ferma qui» lo esortò Smith, alzandosi per vedere oltre il pennacchio di


vapore proveniente dal radiatore della jeep. Il camion con Omidi e i prigionieri
aveva svoltato in direzione dell’aeroporto, ma poi l’avevano perso di vista quando
erano rimasti bloccati nel traffico congestionato.
«È laggiù?» chiese Howell accostando in una piazzola di sosta da dove
riuscivano a vedere il terminal e l’area del parcheggio, senza attirare l’attenzione
della sorveglianza. Due bianchi malconci, in una vecchia jeep dell’esercito
imbrattata di sangue secco, non potevano passare inosservati.

«No» rispose Smith, lasciandosi cadere sul sedile.


«Quindi cosa facciamo, capo?» Rifletté per qualche minuto, ma non gli venne
alcuna idea brillante.
Solo piani disperati.

«Entriamo in aeroporto» propose, usando l’acqua dell’ultima borraccia per


ripulire alla bell’e meglio faccia e mani da sporco, fuliggine e sangue.
«Secondo te Omidi vuole imbarcare Sarie su un volo di linea?»
Smith gli passò la borraccia. «No, però forse qui possono atterrare anche aerei
privati. E se così non fosse, dovresti cercare qualcuno che possa indicarci
eventuali piste private nella zona.» «E tu cosa farai mentre io gioco al detective?»
«Una telefonata.» Howell si accigliò a quella risposta enigmatica. «Posso
suggerirti di chiamare la cavalleria?»
Entrarono in aeroporto camminando disinvolti, con due magliette identiche
con la serigrafia della bandiera ugandese, l’unico capo della loro taglia al chiosco
dei souvenir. Smith si diresse subito verso una fila di telefoni pubblici, lisciandosi
i capelli umidi e sorridendo con l’aria più naturale possibile quando incrociò una
guardia un po’ curiosa e molto bene armata. Sollevò la cornetta del primo
telefono e la portò all’orecchio. Niente linea. Stessa cosa con il secondo. E con il
terzo.

«Sono fuori servizio.» La donna indossava un’impeccabile uniforme del


personale di terra e gli si rivolse con un lieve accento africano. «Mi dispiace. C’è
stato un incendio di recente e non sono ancora stati sistemati. Non sembrava

222
un’emergenza, dato che oggi quasi tutti hanno un cellulare.» Si sforzò di
sorridere con educazione. «Ho urgente bisogno di mettermi in contatto con la
mia famiglia. Ci sono dei telefoni funzionanti?»
«Temo di no.» «Lei ne ha forse uno da prestarmi? Le pagherei la chiamata.»
«Ce l’ho, ma non è abilitato per le chiamate internazionali. Forse le conviene
acquistare un telefono cellulare e…» «Comprare un cellulare» la interruppe. «E
dove posso trovarlo?» «Qui c’è un negozio. Segua il corridoio fino in fondo e giri
a sinistra.
Non può sbagliare.»
Il negozio era dove aveva detto la hostess, ma c’era un solo commesso e
cinque clienti in coda. A giudicare dal tono impaziente dell’uomo di fronte al
banco e dall’espressione seccata della donna dietro di lui, l’attesa avrebbe potuto
protrarsi per ore.
«Jon?»
Si girò e vide Howell sulla porta del negozio che lo invitava a uscire.
Trovarono un posto tranquillo in fondo al terminal, lontani da orecchie
indiscrete.
«Abbiamo un problema, amico.»

«Quale? Ci sono altre piste qui intorno?» «No. Ma ho incontrato il tizio alto,
quello della grotta.» «Quello che è stato infettato dalla donna?» Howell annuì.
«Dove?»
«Era ai controlli di sicurezza. Sta per salire su un volo diretto a Bruxelles e
non ha un bell’aspetto.» Smith si accigliò. Calcolò mentalmente da quanto tempo
l’uomo aveva contratto l’infezione e ci aggiunse le ore di volo necessarie per
atterrare in Belgio.

«Anche con le stime più ottimistiche di De Vries, manifesterà tutti i sintomi


mentre sarà su quell’aereo» osservò Smith. «E quando comincerà ad attaccare gli
altri passeggeri, di sicuro lo prenderanno per un terrorista. E potrebbe contagiare
molte persone prima che riescano ad arrestarlo.» «Hanno già iniziato le
operazioni di imbarco» lo incalzò Howell.
«Non abbiamo molto tempo. Non riesci a metterti in contatto con qualcuno
che possa far atterrare l’aereo in un posto sicuro?» «È una trappola, Peter. Omidi
ha fatto infettare qualcun altro e ha lasciato qui Dahab come diversivo.»

«Non ne dubito. Ma devi ammetterlo, è un diversivo dannatamente valido.»


Aveva ragione. Omidi poteva essere ovunque, in attesa del suo jet in una saletta
privata a un centinaio di metri da loro, oppure pronto al decollo con un elicottero
a noleggio, o ancora diretto al confine di Stato in una macchina anonima zeppa di
funzionari della sicurezza iraniana. Le loro probabilità di trovarlo, a quel punto,

223
erano vicine allo zero.

Da lontano Smith osservò l’uomo ancora intento a protestare per il suo


cellulare e un’altra guardia armata di mitra, che teneva d’occhio i due bianchi.
Era inutile cercare di saltare la fila: non sarebbe servito a fargli avere un telefono
più in fretta e di certo avrebbe attirato l’attenzione della polizia aeroportuale.
Spiegare alla guardia che era necessario impedire al sudanese di salire su
quell’aereo non avrebbe portato a niente, se non a coinvolgere un numero ancora
maggiore di funzionari e a mettere in moto la macchinosa burocrazia africana.

«Capo?» lo incalzò Howell.


«I suggerimenti sono ben accetti…» «Be’, se riusciamo a raggiungere subito
l’area di imbarco, magari potremmo trovare il modo di bloccarlo.» Smith scosse
la testa. «Ci sono troppe probabilità di uno spargimento di sangue. Noi due
verremmo uccisi o arrestati e l’uomo infetto potrebbe comunque prendere quel
volo o fuggire verso Kampala. Ci saranno ancora posti liberi sull’aereo?» «Forse
sì, ma temo di aver perso i miei documenti di viaggio.»

Smith tirò fuori di tasca il suo passaporto, insieme a quelli di Howell e di


Sarie. «Sono sempre rimasti nel portaoggetti dell’auto.
Evidentemente un bambino soldato nel cuore della giungla non saprebbe cosa
farsene.» «E quindi lo lasciamo salire su un aereo per l’Europa?»
«Mettiamola così: quello non è un semplice aeroplano, è un sistema di
isolamento a tenuta stagna, con un apparato di comunicazione internazionale
valido e non più di duecento persone a rischio.» Howell alzò le spalle, senza
nascondere il suo scetticismo. «Decidi tu. Sai quello che stai facendo, voglio
sperare.» «Lo spero anch’io» rispose Smith, dirigendosi al banco della Brussels
Airlines.

224
Capitolo 59

Alla periferia di Washington, USA

28 novembre, ore 02:57 GMT-5

Padshah Gohlam guardò l’orologio, ma le lancette non erano più


fosforescenti. In base al movimento delle stelle dovevano essere le due passate,
una stima confermata anche dai dolori che iniziavano a tormentarlo.

L’addestramento per questa missione era cominciato il giorno stesso in cui


era nato, in una regione remota dell’Afghanistan centrale. Le montagne
dell’Hindu Kush erano più brulle e aride, ma anche lì c’era lo stesso freddo
penetrante e la stessa opprimente solitudine. Suo padre, un uomo retto e molto
religioso, gli aveva insegnato a muoversi in silenzio e senza farsi vedere in quella
terra desolata, a rifuggire la tecnologia degli americani e a tendere imboscate alle
loro forze speciali che volevano piegare il suo Paese alla dominazione dei
cristiani.
Alla morte di suo padre gli americani, credendolo ancora un sostenitore
dell’invasione degli infedeli, avevano concesso al giovane Padshah un visto per
andare a studiare nel Maryland. Quegli anni gli avevano causato indicibili
sofferenze: professori arroganti, ragazze svergognate sedute accanto a lui durante
le lezioni, il piano di studi che non includeva Dio. In realtà, però, stava solo
aspettando di essere chiamato. Da tanto attendeva una notte come quella.
Si protese in avanti e spostò con delicatezza un ramo dell’albero sul quale era
seduto per controllare il piccolo cottage, a un centinaio di metri di distanza. Era
in buona parte coperto dal fogliame, ma da un angusto varco riusciva a scorgere il
vialetto carrabile e parte del percorso ghiacciato fino alla porta d’ingresso. Dio
aveva provveduto ancora una volta.
Ricominciò a nevicare e dovette riconoscere che gli indumenti da caccia
occidentali erano molto più adatti a quel clima degli abiti tradizionali del suo
Paese. Tante volte non era riuscito a portare a termine un agguato ai nemici a
causa delle mani tremanti per il freddo. Ma quella notte non sarebbe successo.

Alla fine, dopo diverse ore, avvistò la luce dei fari e alzò il fucile, seguendo con
il mirino l’auto mentre svoltava sul vialetto. La portiera si aprì e ne uscì una
donna dai capelli biondi, a passi un po’ incerti.
Sarà ubriaca, pensò. Chissà cosa poteva aver combinato nella vita senza la
supervisione di un padre o di un marito. Gli americani volevano fare esattamente
questo alla sua gente, privarli della loro identità e trasformare in puttane le loro
figlie. Come poteva un Paese incapace di controllare le proprie donne sperare di

225
avere la meglio sull’Afghanistan?

Il suo bersaglio si avviò a passi lenti sul terreno insidioso, tirando su il collo
del cappotto mentre andava alla porta. E questa era la grande Randi Russell? La
donna responsabile della morte di tanti suoi fratelli talebani? Non riusciva quasi
a crederci, trovandosela davanti.

All’inizio la vedeva solo di profilo e attese che arrivasse davanti alla porta,
mirando alla schiena. Gohlam inspirò e trattenne il fiato, cercando di contenere
l’eccitazione e concentrandosi per non anticipare inconsciamente il rinculo del
fucile.
Lo sparo risuonò fortissimo tra i fiocchi di neve, echeggiando per un
momento tra gli alberi prima di lasciargli solo un ronzio nelle orecchie. La
Russell cadde in avanti, sbatté contro la porta e crollò nella neve accumulata sul
bordo del vialetto.

Gohlam caricò di nuovo il fucile e percorse con il mirino la schiena imbrattata


di sangue, fermandosi a inquadrare la nuca. Una preghiera silenziosa per gli
uomini caduti a causa sua gli salì alle labbra prima di prepararsi a esplodere un
altro colpo.
Ma un istante dopo, anziché il rassicurante impatto del calcio contro la spalla,
sentì il bruciore delle schegge di legno che gli penetravano nella guancia.

Capì subito cosa stava succedendo e si gettò sulla destra, evitando per un
soffio un secondo proiettile che andò a conficcarsi nel tronco al quale era
appoggiato. I rami attutirono la sua caduta e quando fu a terra riuscì a rotolare su
un fianco, dandosi la spinta per rialzarsi e cominciare a correre. Risuonò un altro
sparo. Credeva di essere sul punto di morire, invece il proiettile gli passò accanto
fischiando, lasciandolo indenne.
D’istinto Randi Russell cercò di muoversi per mettersi al riparo. Non poteva
fare altro. Udiva delle grida e gli spari, ma non sentiva più le braccia e le gambe.
L’intenso dolore alla schiena era scomparso, lasciandole un’insensibilità diffusa,
e non riusciva a capire se stesse respirando. La neve era diventata rossa e si
chiese perché.
«Randi!» Si sentiva del tutto senza peso mentre veniva trascinata via dalla
porta di casa.
«Tieni duro, Randi!» Non ci riusciva. Questa volta, no. Chiuse gli occhi ed
ebbe l’impressione di essere ancora più leggera. Avevano pianificato tutto.
Come diavolo aveva fatto a ritrovarsi a faccia in giù nella neve?

Eric Ivers teneva il collo del cappotto di Randi con una mano e il fucile con

226
l’altra, sparando in direzione del bosco mentre un secondo uomo sul tetto mirava
con precisione.
«Ci siamo quasi, Randi! Resisti!» la incoraggiò, lasciando una scia vermiglia
nella neve mentre la portava al riparo dell’auto. La sua partner attraversò la
strada di corsa per sparire nel bosco, mentre alla radio arrivava una
comunicazione del tiratore scelto. «Non ce l’ho più nel mirino. L’aggressore è
illeso.»
Ivers imprecò tra i denti e adagiò Randi sul vialetto carrabile, incerto sul da
farsi. Era un militare, non un medico. Si limitò a girarla di lato in modo che
potesse respirare anche se avesse vomitato, e si mise in contatto con la sua
partner.
«Karen, hai qualcosa?» chiese nel laringofono.

«Tracce evidenti sulla neve. Ma mi servono rinforzi.» «Arrivo.» Ivers si gettò


fra gli alberi una ventina di metri più a valle rispetto al punto in cui era entrata
lei e si mise a correre in una zona scoperta, per fare più in fretta.
Vide il lampo di uno sparo poco distante e deviò la sua traiettoria per
sorprendere il cecchino alle spalle.

«L’ho preso!» sentì Karen dire alla radio. «L’aggressore è a terra.


Ripeto, l’aggressore è a terra.» Ivers sopraggiunse di lato, in tempo per
vederla avanzare sui gomiti verso un uomo steso supino, di traverso sopra un
tronco coperto di neve. Stava cercando di mettersi seduto quando lei gli urlò di
stare giù.

Il tiratore lasciò andare il fucile, non avendo più la forza di maneggiarlo, e


rotolò su un fianco per nascondere a Karen le mani.
Ivers invece lo vide prendere un piccolo tubo metallico da una tasca del
giubbotto mimetico.
«Bomba!» gridò. «Karen, sta’ g…» Si coprì gli occhi per proteggerli
dall’esplosione e si lasciò cadere nella neve, travolto da un’ondata di calore.
Quando rialzò lo sguardo Karen era a terra, ferita ma non in modo grave,
poiché alzò un pollice tremante per rassicurarlo. Dopo aver verificato le sue
condizioni, Ivers fece una chiamata radio su un canale criptato e riservato.
«Signor Klein. È lì?» «Sono qui. Va’ avanti.» «Randi è ferita, le hanno sparato
in mezzo alle scapole. L’aggressore è rimasto vittima della sua trappola esplosiva
e di lui non è rimasto molto.»
«Come ha fatto ad avvicinarsi alla casa tanto da riuscire a sparare?» «Non lo
so, signore. Ma me ne assumo tutta la responsabilità. Il resto della squadra è
stato impeccabile.» «Non è il momento di cominciare a ripartire le colpe, Eric. La
tua situazione è stabile?» «Qui la foresta sta cominciando a bruciare, signor

227
Klein. Non so se basterà la neve a spegnere le fiamme.» «Ho capito. Un elicottero
di estrazione è in arrivo tra pochi minuti.
Brucia il cottage e la macchina di Randi, poi allontanatevi. Più a lungo
riusciamo a tenere nascosto l’accaduto, più guadagniamo tempo.»

228
Capitolo 60

In volo sopra l’Uganda centrale

28 novembre, ore 09:53 GMT+3

L’aereo raggiunse la quota di crociera e la spia delle cinture di sicurezza si


spense. Jon Smith non aspettava altro per alzarsi dal sedile e andare in fondo alla
cabina di prima classe. Non fu difficile individuare Dahab tra le tende semiaperte.
Svettava tra gli altri passeggeri per l’altezza e il turbante. Era seduto accanto al
finestrino e si guardava attorno con spasmi scomposti del collo, tamponandosi la
faccia con un fazzoletto.

Smith si avvicinò all’apertura, per controllare se sulla veste bianca ci fossero


tracce di sangue. Non ancora, per fortuna. Ma sarebbero comparse presto, anche
troppo.
«Altro champagne?» Smith si voltò a osservare la hostess mentre appoggiava
un bicchiere sul vassoio di Howell.
«Questa mi sembra quasi vuota» commentò l’inglese, picchiettando col dito
sulla bottiglia. «Magari potrebbe lasciarla qui?»

Lei acconsentì con un sorriso e si diresse verso la cucina di bordo per


prenderne un’altra. Howell se la portò alla bocca e la finì, sotto lo sguardo di
disapprovazione di una donna nella fila di sedili vicina, visibilmente contrariata
per la presenza di due uomini sporchi e puzzolenti come cammelli.

Come sempre, Howell era previdente. La bottiglia poteva rivelarsi un’arma


molto utile: era abbastanza pesante da causare danni seri se assestata sul cranio,
ma anche smussata, in modo da non provocare un sanguinamento eccessivo.

La hostess ritornò con un vassoio di formaggi e andò dritta da Smith.


«Già insofferente? Siamo in volo da appena quindici minuti. Forse gradisce
del brie?» «No, grazie» rispose lui, abbassando la voce. «Mi stia a sentire, sono il
colonnello Jon Smith, dell’Esercito degli Stati Uniti. Ho bisogno di parlare con il
pilota di una situazione che si è creata su questo aereo.»
«Una situazione? Di che tipo?» «Da settimane sono sulle tracce di un
terrorista e qualche ora fa l’ho localizzato all’aeroporto di Entebbe. Ma non sono
riuscito a impedirgli di imbarcarsi.» Lei sgranò gli occhi, ma non era convinta, si
vedeva. «Ha un documento di identificazione?» «Ho solo il passaporto. Per ovvie
ragioni non ho niente con me che possa collegarmi al governo degli Stati Uniti.»

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La donna lo studiò in volto per qualche istante e, persuadendosi che non era
pazzo né uno in vena di scherzi, si girò verso la cabina di comando. «Parlerò con
il pilota.»
Quando guardò di nuovo oltre la tenda, Dahab stava discutendo in modo
animato con il passeggero seduto accanto a lui. Smith s’irrigidì, preparandosi a
segnalare a Howell di intervenire, ma il sudanese sembrò d’un tratto perdere il
filo del discorso, ponendo fine al diverbio.
«Signore?» lo chiamò la hostess, ferma alle sue spalle. «Vuole seguirmi, per
favore?» Lo condusse alla cucina di bordo, dove lo aspettava un uomo basso in
uniforme, dall’espressione stizzita.
«Sono Christof Maes, comandante di questo volo» si presentò, tendendo la
mano con qualche esitazione. «Dunque, lei ritiene che ci sia un problema
sull’aereo.»
«Temo di sì, capitano. Sono da tempo sulle tracce di un terrorista sudanese,
che in questo momento si trova a bordo…» «È armato? È riuscito a far passare
un’arma attraverso i controlli di sicurezza?» «Non nel senso classico» rispose
Smith, pronto a riferire la storia che si era inventato durante il decollo. «Tuttavia
ha una forma estremamente grave di tubercolosi resistente ai farmaci. Intende
arrivare in Europa e diffondere la malattia.»

«E da quanto ho capito lei non ha con sé documenti di identificazione, né può


provare quanto dice.» «Se mi consente di usare la sua radio, penso di riuscire a
ottenere una conferma.» «Forse sarebbe meglio se avvertissi io stesso le autorità
a Bruxelles.
Loro possono…»
«Potrebbe essere troppo tardi, capitano. È un soggetto piuttosto violento,
soffre di disturbi borderline. Sa che mi trovo a bordo assieme al mio collega, e di
sicuro non se ne resterà tranquillo.
Inoltre bisogna mettere in quarantena i passeggeri.» «Quarantena? È davvero
necessario?»
«Purtroppo sì. Ora, se per favore mi lascia usare la radio per chiamare i miei
superiori, loro contatteranno il suo governo e cercheremo di gestire il problema
nella maniera migliore.» «Il regolamento vieta di fare accedere chicchessia alla
cabina di pilotaggio» ribatté il comandante, tirando fuori dalla tasca un telefono
satellitare. «Però può usare questo. Nel frattempo avvertirò i controlli di terra…»

«Il telefono andrà benissimo» replicò Smith, lottando per reprimere l’impulso
di strapparglielo di mano. «Ma per il momento le chiederei di non contattare
nessuno. È consigliabile lasciare che siano i nostri rispettivi governi a gestire la
situazione.»

230
Maes aggrottò la fronte mentre Smith faceva la sua chiamata. «Le concederò
un po’ di tempo, colonnello. Ma poi esigo di sapere chi è lei.» Smith annuì e si
allontanò. Maggie Templeton rispose quasi subito.
Non era mai stato tanto felice di sentire la sua voce.
«Creative Party Supplies. Con chi desidera parlare?»
«Ciao, sono Jon, chiamo da un telefono non criptato. Fred è lì?» «Era ansioso
di avere tue notizie» replicò lei in tono disinvolto.
«Resta in linea.» Klein arrivò un momento dopo. «Ciao, Jon. È bello sentire la
tua voce. Ci hai fatto preoccupare, quando abbiamo perso i contatti.»
«Mi dispiace, Fred. Non sono più riuscito a trovare un telefono.
Adesso Peter e io siamo su un volo della Brussels Airlines diretto in Europa.»
«Devo mandare uno dei nostri rappresentanti a prendervi all’aeroporto?» «Non
penso sia necessario. C’è un uomo infetto a bordo dell’aereo e Mehrak e Sarie
hanno deciso di non prendere lo stesso volo. Non so bene come faranno a
tornare.» Ci fu una breve pausa, poi Klein rispose. «Ho capito. Quanto è grave
l’uomo contagiato?» «Potrebbe essere necessario intervenire nel giro di due
ore.»

«L’aereo dispone di attrezzature per l’intervento?» «Spero di sì.» «Lasciami


verificare se posso fare qualcosa, Jon. Ti richiamo io appena possibile.»
Terminata la chiamata, Smith restituì il telefono.
«È stata una conversazione alquanto criptica» osservò il comandante.
«Forse possiamo identificare il suo amico?»
Un passaporto argentino a nome di un certo Peter Jourgan non li avrebbe
certo convinti.
«Ho solo bisogno di un po’ di tempo, capitano. I miei colleghi si stanno
occupando del problema. Presto riceverà conferma della mia identità.» «E nel
frattempo?»
«Le chiedo il permesso di bloccare quell’uomo.» Il pilota scosse la testa. «È
impossibile. Fino a quando non so per certo chi è lei e se ha una qualche
autorizzazione, lei non può fare nulla contro alcun passeggero di questo volo. È
chiaro?» Smith era deluso dalla risposta, ma non poteva insistere oltre.
Ritornò nella cabina di prima classe e raggiunse Peter Howell accanto alla
tenda.

«Sei stato convincente, amico?» «Sembra di no. Ho parlato con il mio


ufficiale di comando. Sarà lui a mettersi in contatto con gli europei per cercare di
farci avere un minimo di collaborazione.»

231
«Speriamo che il tuo superiore sia molto veloce e soprattutto persuasivo» si
augurò indicando lo spiraglio tra le tende. «Da’ un’occhiata.» Un assistente di
volo stava offrendo a Dahab qualcosa da bere, ma lui non ebbe alcuna reazione.
Stava lì seduto e batteva le nocche sul finestrino a intervalli di sei secondi precisi.

«Possiamo muoverci in qualunque momento, Peter, ma nella migliore delle


ipotesi saremo noi due soli.» «E nella peggiore?» «L’equipaggio cercherà di
fermarci.» Howell sospirò piano. «Troppi passeggeri e troppo poco spazio, Jon.
È un disastro annunciato.»
Stavano tenendo d’occhio il sudanese da due ore buone quando la hostess
arrivò alle spalle di Smith e gli batté un colpetto sulla spalla.
Si alzò e la seguì nella cabina di pilotaggio, pregando tra sé che Klein fosse
riuscito a compiere il miracolo.
Un sottile anello rosso stava iniziando a filtrare dal bordo del turbante di
Dahab, il quale sembrava aver perso del tutto il senso della realtà. Per fortuna,
invece, il passeggero seduto accanto a lui si era spostato in un sedile vuoto in
coda all’aereo. Un problema risolto, e mille altri ancora da affrontare.
«Non sono ancora del tutto certo della sua identità» esordì il pilota quando
Smith entrò in cabina e chiuse la porta. «Ma di certo lei è una persona molto
influente. Siamo stati dirottati su una base militare in un’isola nei pressi delle
Maldive. E ci daranno un caccia di scorta: sta per decollare dalla portaerei
americana più vicina.»
Non gradiva l’ingerenza della Marina degli Stati Uniti, si capiva dalla sua
espressione, e inoltre era abbastanza intelligente da sapere che un caccia non
avrebbe potuto fare nulla per aiutarli. L’unica ragione della sua presenza era
impedire all’aereo di linea di atterrare, se le cose fossero degenerate sul serio.
«Inoltre mi hanno ordinato di cederle subito il comando dell’aeromobile. Noi
abbiamo istruzione di obbedirle senza discutere.» Smith annuì, visibilmente
sollevato. Fred Klein ce l’aveva fatta un’altra volta.
Jon Smith uscì nel corridoio con l’uniforme da copilota, occhiali da sole e
berretto calato sulla fronte. Sorrideva e faceva cortesi cenni col capo ai
passeggeri, senza perdere di vista il sudanese con la coda dell’occhio.
La gente si era lamentata parecchio di lui con l’assistente di volo, e
avvicinandosi ne comprese il motivo. Il bordo del turbante di Dahab era già
intriso di sangue e presto gli sarebbe colato sul viso. Lui non sembrava farci caso
e continuava a battere le nocche sul vetro a intervalli regolari.
Per quanto micidiali potessero essere virus come Ebola e Marburg, Sarie
aveva ragione: erano solo stupide macchine biologiche. I microrganismi nel
sangue e negli organi di quell’uomo sembravano invece quasi dotati di
intelligenza propria. Parevano aver capito che l’ospite stava morendo e stavano
cercando una via di fuga.

Dahab continuava a tenere lo sguardo fisso sul finestrino. Smith si avvicinò

232
con una sacca di tela, del tipo usato per la posta, contenente una pesante chiave
inglese e un rotolo di nastro adesivo, l’arma più sofisticata e l’attrezzatura più
pericolosa trovata sull’aereo. Si fermò all’altezza della toilette in coda al velivolo,
guardando un’assistente di volo percorrere agitata il corridoio e appoggiare il suo
notevole décolleté alla fila di sedili dietro al sudanese.

«Signori, voi sembrate piuttosto forti» esordì, seguendo il copione


concordato.
«Mi si è rovesciato un carrello delle bevande a prua. Potreste darmi una
mano?» Smith prese il nastro adesivo dalla borsa e lo utilizzò per fissare gli
occhiali da sole dietro la testa, mentre gli uomini seguivano la hostess lungo il
corridoio. L’equipaggiamento protettivo comprendeva un paio di guanti
chirurgici, e si passò una mano protetta dal lattice su un taglietto nella guancia,
per chiuderlo con un cerotto cianoacrilico.
Era giunto il momento di dare inizio allo spettacolo.

Cercò di mantenere un’andatura rilassata mentre scivolava sui sedili vuoti


nella fila dietro a Dahab, quindi prese la chiave inglese dalla sacca e controllò la
tenuta del cordoncino inserito negli occhielli attorno all’apertura.
Il suo armeggiare aveva attirato l’attenzione di qualche vicino e sorrise a un
bimbo piccolo, seduto tre file più avanti, girato a fissarlo.
Era facile nascondere i guanti, e buona parte del nastro adesivo era coperto
dal berretto, quindi dopo pochi minuti i passeggeri tornarono ai loro libri e film.

Si alzò con calma e sorrise un’altra volta al bambino, ancora incantato a


guardarlo, prima di infilare con un movimento rapido la sacca sulla testa di
Dahab. L’africano cercò subito di scattare in piedi, ma aveva la cintura di
sicurezza allacciata, come Smith si era premurato di verificare.

Mentre Dahab si agitava con gesti convulsi per slacciarla, Howell aveva
scansato i passeggeri delle file davanti che fuggivano in preda al panico,
fiondandosi ad afferrare il meccanismo di chiusura per impedirgli di farlo
scattare. Smith strinse il cordoncino di chiusura della sacca attorno al collo di
Dahab con una mano e con l’altra alzò la chiave inglese per colpirlo, senza tener
conto del rollio dell’aereo causato dallo spostamento in massa delle persone.
Mancavano pochi centimetri all’impatto quando il sudanese scattò in avanti.
La potenza del suo movimento aveva qualcosa di disumano e sollevò Smith
contro la fila dei sedili, impedendogli di mandare a segno il colpo.
Con tre uomini adulti che colluttavano nello spazio ridotto di due sedili di
classe economica, Smith non riusciva a dare alla chiave inglese lo slancio
sufficiente ad abbatterla sull’africano. Abbandonò l’utensile, concentrandosi per

233
evitare che la sacca cadesse. Dahab riuscì a voltarsi e gli afferrò la gola. La sua
stretta poderosa sembrava una morsa dotata di cinque dita invece che la mano di
un uomo. Con la circolazione del sangue e le vie respiratorie bloccate, Smith
riuscì soltanto ad aggrapparsi debolmente al polso dell’uomo. Cercò di fare leva
in qualche modo, ma aveva la vista annebbiata e non riusciva a capire da quale
lato fosse la parete. Il rumore di un osso spezzato, che all’inizio temette essere la
propria spina dorsale, allentò la pressione soffocante. Al secondo schiocco la vista
gli si schiarì abbastanza da fargli capire cosa stesse accadendo: Howell stava
spezzando le dita di Dahab, una alla volta.

Alla terza frattura Smith si spinse all’indietro con tutte le sue forze e cadde
sulla schiena nel corridoio, ansimante. Era libero.
Ma anche il sudanese si era liberato. La cintura di sicurezza si era slacciata e
stava barcollando nel corridoio, con Howell appeso come un pupazzo alla sua
spalla. Smith rimase a terra e afferrò le gambe di Dahab con le braccia, facendolo
cadere senza volere sopra Howell.
La sacca scivolò via, ma l’inglese riuscì a rimettergliela in testa, anche se stava
incassando una serie di pugni che facevano risuonare nell’aria lo stesso tonfo
nauseante di una bistecca battuta dal macellaio. Smith lasciò andare le gambe
dell’africano e riprese la chiave inglese, assestandogli un colpo fortissimo alla
nuca. Ma Dahab non crollava, e anzi continuava a picchiare Howell, sempre più
inerme. Non aveva provato alcun dolore, perché era protetto dalla sacca, dal
turbante e dall’infezione stessa.

Smith lo colpì più volte con il pesante attrezzo, sbuffando e ansimando come
un invasato. Sentiva il cranio dell’africano molle sul lato sinistro e si concentrò
su quel punto, stringendo i denti e assestando i colpi con tutte le sue forze.
Alla fine l’uomo si accasciò e Smith si lasciò cadere contro lo schienale dietro
di sé, cercando di riprendere fiato. Gli occhiali da sole erano ancora fissati alla
testa e se li tolse, controllando poi che il taglio sulla guancia fosse ancora sigillato
con la colla. Sembrava tutto a posto.

Howell riuscì a fatica a liberarsi del peso morto di Dahab e cercò di rimettersi
in piedi, come avrebbe fatto qualsiasi ufficiale del SAS degno di questo nome. Le
gambe non lo reggevano, però, e dopo qualche coraggioso tentativo ricadde a
terra, scosso da incontrollabili colpi di tosse.

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Capitolo 61

In volo sopra l’Etiopia settentrionale

28 novembre, ore 13:12 GMT+3

Jon Smith scavalcò il corpo di Dahab, avvolto nei sacchi neri della spazzatura,
e si avvicinò alla porta socchiusa. «Tutto bene, Peter?» Howell era chino sul
lavabo e si reggeva con i palmi delle mani sui due lati. Quando parlò, dalla bocca
gli uscì un filo di saliva rossastra.
«Sì, grazie per l’interessamento.» «Pensi che il suo sangue ti sia entrato da
qualche taglio?» «Come diavolo faccio a saperlo, Jon? Non ho più un centimetro
quadrato di pelle senza tagli o abrasioni.» «Vedo…» «E tu?» «Lo stesso.» «Be’,
allora lo sapremo presto.»

Il pilota aveva fatto del suo meglio per calmare i passeggeri, spiegando loro
che Dahab era un corriere della droga ricercato per omicidio e che i due erano
dell’Interpol, ma senza riuscire a convincerli del tutto. I cauti sussurri si erano
trasformati in discussioni ad alta voce e in lingue diverse, e dopo ancora in un
brusio di fondo, costante e venato di panico. Dieci file più avanti, due uomini si
erano alzati in piedi e sbraitavano l’uno contro l’altro. La situazione stava
andando fuori controllo. Quando uno dei due fu spinto dall’altro sulle ginocchia
della signora alle proprie spalle, Smith uscì da dietro la tenda e batté forte la
mano sulla parete.

«Signori! Posso avere la vostra attenzione, per cortesia?» Calò il silenzio


all’istante e tutti si girarono verso di lui.
«Mi chiamo Jon Smith e sono un ufficiale medico dell’Esercito degli Stati
Uniti. Se mi concedete un minuto, vorrei spiegarvi cosa sta succedendo.» Il suo
tono non risultò per nulla autorevole e calmo come sperava, anzi, doveva
ritenersi fortunato di essere ancora in grado di parlare.
La sensazione della stretta di Dahab sul collo era ancora palpabile sotto le
contusioni violacee con le impronte delle dita.

«L’uomo che è stato ucciso era un terrorista.» Si alzò un coro di voci con una
raffica di domande: Aveva dei complici a bordo? C’era una bomba? Com’era
riuscito a imbarcarsi?
Smith attese qualche istante prima di iniziare a rimpolpare la storia imbastita
per l’equipaggio.

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«Non era armato e non ci sono esplosivi sull’aereo. Era affetto da una forma
di tubercolosi farmacoresistente e intendeva diffondere il batterio in tutta
Europa.» Un’altra salva di domande, mentre il livello di agitazione saliva alle
stelle.
«Per favore! Lasciatemi finire. Voglio sottolineare che questo ceppo di batteri
della TBC può essere curato con antibiotici specifici. Si tratta però di medicine
costose, di cui sono disponibili solo poche migliaia di dosi. Come di certo
capirete, questa situazione si rivelerebbe disastrosa in caso di pandemia, mentre
non rappresenta un problema per le persone a bordo di questo aereo. Siamo stati
dirottati su una base militare, dove saremo tutti visitati da medici americani
specializzati. Nel caso altamente improbabile che qualcuno di voi abbia contratto
la malattia, sarà curato con appositi farmaci e terapie.»
Jon Smith rimase in piedi in fondo all’abitacolo, guardando dal finestrino lo
scenario sotto i loro piedi. A terra c’erano tre aerei da trasporto C-5 e alcuni
soldati stavano montando delle tende mediche.
Lungo la pista erano allineati numerosi veicoli militari e diverse figure in
uniforme verde correvano indaffarate alla luce delle torce elettriche. Non era
certo un’immagine tranquillizzante per i passeggeri, ma non c’era tempo di
preoccuparsi di questo.
Atterrarono e il velivolo avanzò sobbalzando per qualche metro, prima di
fermarsi di fronte a una barricata in lamiera d’acciaio. Fu subito circondato da
uomini armati ed equipaggiati contro il rischio biologico. Attorno alle ruote del
carrello furono posizionati dei blocchi per fare in modo che l’aereo non si
staccasse da terra. Le grida dei passeggeri spaventati quasi coprirono gli squilli
del telefono satellitare del pilota.
Rispose Smith. «Parla pure.» «Qual è la situazione?» domandò Fred Klein.
«Purtroppo il paziente non ce l’ha fatta. Abbiamo avvolto il corpo in sacchi di
plastica e l’abbiamo sistemato in coda.» «Possibilità di contagio?»
«Per i passeggeri e il personale di bordo, direi minima. Per me e Peter, da
media ad alta.» «Adesso vi faccio scendere. Nessun altro deve muoversi finché
non è tutto organizzato. Andate all’uscita più vicina alla cabina di pilotaggio.
Troverete una scala.» «Dammi due minuti» rispose Smith. «Devo informare i
passeggeri.»
«Due minuti, allora.» Tornò nel corridoio e individuò Peter mentre cercava di
farsi largo fino alla prua dell’aereo, assediato da persone concitate che gli
indicavano i soldati a terra.
«Ehi! Posso avere di nuovo la vostra attenzione, per favore?» Tutti lo
guardarono e Howell si servì del diversivo per raggiungere zoppicando la parte
anteriore del velivolo.

236
«Il mio collega e io stiamo per scendere» esordì Smith, prima di essere
sommerso da nuove domande.
«Calmatevi tutti e statemi a sentire! Siamo stati a diretto contatto con il
portatore del virus, dunque potremmo essere stati infettati. Ci metteranno in
quarantena, così non potremo contagiarvi in alcun modo. Sta arrivando altro
personale medico e altro equipaggiamento.
Vi faranno scendere non appena sarà tutto pronto.» «Quando ci verranno
somministrati gli antibiotici?» gridò una voce.

«Forse non ne avrete bisogno, poiché dubito che qualcuno di voi si ammalerà:
questo ceppo batterico non è particolarmente contagioso.
Ma voglio rassicurarvi: conosco molti dei medici presenti, sono i migliori al
mondo. Siete in ottime mani.» Da fuori una mano batté sul portellone e Smith
girò la maniglia dall’interno.

Quando lo aprì, il soldato era già sceso a terra e si era posizionato dietro a una
mitragliatrice protetta da sacchi di sabbia. Alcuni dei passeggeri fecero per
avvicinarsi all’uscita, ma Howell li fermò.
«Restate dove siete, per favore» li esortò, indietreggiando verso la scala.
«Potrei essere infetto.» A queste parole la gente si fermò e Smith scese rapido
dalla scala, cercando di non pensare alla batteria di armi puntate sulla sua
schiena.

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Capitolo 62

Isola di Diego Garcia

28 novembre, ore 23:00 GMT+6

«Procedete senza fermarvi, signori.» Smith diede un’occhiata dietro di sé ai


soldati che li scortavano, poi agli uomini armati e in tuta anticontaminazione
biologica che correvano frenetici dappertutto. Il jet privato verso il quale erano
diretti lui e Howell sembrava nuovo di zecca. Era del tutto anonimo, senza
insegne o scritte che potessero rivelare l’identità del proprietario o fornire
qualsiasi collegamento con gli Stati Uniti.
Smith salì i gradini senza protestare fino a un boccaporto aperto, fermandosi
un attimo sulla soglia prima di decidersi a entrare.

Un tendone di plastica spessa era stato installato sulla sinistra, isolando


completamente la porzione anteriore del velivolo. A destra erano stati tolti tutti i
sedili, tranne gli ultimi due, ed erano stati sistemati dei filtri portatili per
mantenere separati i circuiti dell’aria.
Una bottiglia di scotch single malt faceva bella mostra di sé su uno dei
cuscini, mentre sull’altro c’erano due bicchieri e due paia di manette. Fred Klein
aveva pensato proprio a tutto.
Howell lo seguì lungo il corridoio e si lasciò cadere su uno dei sedili.
Dopo aver esaminato l’etichetta della bottiglia, abbassò lo schienale di pelle
con un sospiro di soddisfazione. Smith gli tese i due bicchieri e l’inglese li riempì,
alzando il suo per brindare. «Ai fugaci piaceri del qui e ora.» Era un augurio come
un altro, e Smith bevve con l’amico, godendosi la sensazione del liquore vellutato
e bruciante nella gola secca.
Quando si appoggiò allo schienale, notò un oggetto della grandezza di una
scatola di scarpe accanto alla quinta di plastica. La parte superiore era ricoperta
da una fila di LED verdi e – ne era quasi certo era zeppa di esplosivo, sufficiente a
disintegrare l’aereo, in caso di necessità.
«Come vi sentite, signori?» Smith si protese in avanti e strizzò gli occhi,
cercando di mettere a fuoco la figura proveniente dalla cabina di pilotaggio, con la
voce inconfondibile di Fred Klein. I capelli, di solito più lunghi, erano tagliati
corti e aveva sostituito gli occhiali con un paio di lenti a contatto azzurre. Il
consueto completo stropicciato aveva lasciato il posto a un’uniforme
perfettamente stirata e inamidata dell’Esercito degli Stati Uniti, aderente a un
girovita tanto stretto da suggerire che indossasse una sorta di guaina. Era un
opportuno travestimento per evitare di attirare l’attenzione e impedire a Peter
Howell di riconoscere l’ex spia.

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«Meglio, adesso, generale» rispose Howell, sollevando la bottiglia di scotch in
un improbabile saluto rispettoso.
Klein si sedette al di là del tendone di plastica, di fronte a loro. «Ho pensato
che potesse farvi piacere bere qualcosa, da quanto ho letto.» «Grazie, signore»
disse Smith, stando al gioco.

Klein annuì e continuò. «Se voi due avete contratto l’infezione, dovreste
cominciare a manifestare i primi sintomi tra le sette e le quindici ore dal
contagio.»
«Sì, signore.» Smith calcolò nella sua mente per l’ennesima volta quanto era
passato dalla colluttazione con Dahab: sette ore e trentanove minuti. «Sembra
cominciare con una sensazione di generale disorientamento, seguita da
un’emorragia e poi da una furia violenta.» L’aereo iniziò il rullaggio sulla pista e
Klein fece un gesto verso di loro.
«Allacciate le cinture.» L’implicazione era chiara, e dopo averlo fatto ognuno
dei due si assicurò un polso al sedile con le manette fornite.

«Colonnello, se dovessero manifestarsi i sintomi non posso fare niente per


aiutarvi, me lo conferma?» «Esatto, signore. Ma penso di parlare anche a nome
di Peter quando le dico che le saremmo grati se non ci lasciaste morire in quel
modo.» «Se sarà necessario, siamo attrezzati anche per questa evenienza.»
«Grazie, signore.» Klein annuì con un altro breve cenno del capo. «Voi due ci
avete messo in una situazione difficile. Abbiamo parlato con alcuni esperti e tutti
concordano nel dire che la van Keuren è davvero in grado di trasformare il
parassita in arma biologica, e non le ci vorrà molto tempo. È autrice di un trattato
sul trasporto di parassiti vivi. Detto in soldoni, ha scritto un intero libro su come
trasferire microrganismi dal terreno al laboratorio.»
Smith prese un sorso del suo scotch, facendolo scorrere sui tagli all’interno
della guancia. Era di nuovo colpa sua. Aveva avuto un mucchio di occasioni per
fare quanto necessario riguardo a Sarie ma aveva esitato. E adesso non aveva le
mani sporche del suo sangue, ma avrebbe potuto macchiarsi di quello di milioni
di altre vittime.
«Ho parlato a lungo con il presidente» continuò Klein, «e non abbiamo molte
alternative. Iniziamo dalle cattive notizie. La diplomazia è a un punto morto; non
ha senso neppure avviare delle trattative. Gli iraniani negheranno ogni
coinvolgimento e non abbiamo altre carte da giocare, se non la testimonianza di
due uomini, i quali – mi rincresce dirlo – potrebbero essere morti tra poche ore.»

«Avete preso in considerazione un’opzione militare?» s’inserì Howell.


«È complicato. Non ci sono prove abbastanza concrete per fare intervenire i

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nostri alleati, e inoltre russi e cinesi non staranno a guardare mentre noi
andiamo avanti con le armi spianate. Certo, abbiamo uomini e mezzi disponibili.
Un attacco mirato sarebbe auspicabile, ma non abbiamo idea di dove si trovi
Omidi né dove abbia portato il parassita.» «Sono stato io a mandare tutto a
puttane, lo so benissimo» scattò Smith. «Dobbiamo per forza insistere su questo
punto?»

Klein alzò le sopracciglia e Smith provò a farsi un’autodiagnosi.


Aveva perso le staffe per la frustrazione e la stanchezza, o c’era qualche altro
motivo?

«Il mio non intendeva essere un rimprovero, colonnello. Tutte le persone


coinvolte sanno che lei ha fatto il possibile. Ora, dove ero rimasto?» «Stiamo
arrivando alle buone notizie, spero» intervenne Howell.

«Già, le buone notizie. La CIA dispone di diversi piani di emergenza per gli
attacchi bioterroristici, e uno in particolare risulta facilmente applicabile a questo
scenario. Abbiamo riunito una squadra di esperti per mettere a punto il piano e in
questo momento stiamo reperendo equipaggiamento e procedure in tutti gli Stati
Uniti. Inoltre stiamo richiamando dall’estero dei militari per gestire le
operazioni.» «Ci sono stime sulle possibili vittime?» domandò Smith.

«Trecentomila per l’epidemia, nella migliore delle ipotesi. Altre venti-


trentamila a causa del caos generale. La stima più verosimile è nell’ordine di un
milione di persone.» «E queste sarebbero le buone notizie?» commentò Smith.
«Un milione di morti?» «È chiaro, la nostra speranza è di rimanere al di sotto di
quelle cifre, e disponendo del corpo dell’africano ucciso sull’aereo potremmo
scoprire qualcosa di utile. In ogni caso, ci servirà per perfezionare il nostro piano
di contenimento.»

«Un piano di contenimento? Tutto qui? Gli iraniani sono sul punto di
utilizzare un’arma in grado di far rimpiangere la bomba atomica e noi pensiamo a
un piano di contenimento?» «No, c’è dell’altro. Stiamo trattando con la
resistenza iraniana.» «La resistenza? Siete in contatto con Farrokh?»
«Contatto è una parola grossa. Abbiamo avviato comunicazioni con persone
che dicono di essere in collegamento con lui. Certo, si tratta di un canale
secondario, per usare un eufemismo, colonnello. Riesce a immaginare cosa
succederebbe se si venisse a sapere che siamo vicini al leader della resistenza in
Iran?»
Howell aveva lasciato perdere il bicchiere e stava bevendo direttamente dalla
bottiglia. «Con il dovuto rispetto, signore, mi sembra che lei non sia così sicuro di

240
questi contatti.» «Non del tutto. Sentite, noi abbiamo deciso di essere più o meno
onesti con gli uomini di Farrokh riguardo alla situazione, e abbiamo chiesto loro
di aiutarci a introdurre nel Paese le nostre forze speciali per localizzare la
struttura in cui Omidi sta lavorando con il parassita.»
«E cosa hanno detto?» «Hanno opposto un netto rifiuto. Tuttavia hanno
acconsentito a una visita da parte del medico inquirente e del suo
accompagnatore inglese.» «Una visita?»

«Di più non posso fare. È gente molto sospettosa.» «Quindi, sempre che non
moriamo durante il viaggio, ci sta mandando in Iran?» «Temo di sì. Entrerete nel
Paese passando dalla Turchia e vi unirete alle forze della resistenza. Fate in modo
di conquistare la loro fiducia perché vi aiutino a trovare la van Keuren. Poi ci
riferirete quello che avete scoperto e resterete in attesa.»
Smith guardava fisso il suo capo. «Tutto qui?» «Vi sto chiedendo molto,
colonnello, lo so. E, per essere sincero, non mi aspetto un risultato positivo
dell’operazione. Anche se riusciste davvero a raggiungere Farrokh, con tutta
probabilità lui capirà che siete delle spie e vi ucciderà.» «E poi, un milione di
persone morirà» commentò Smith.
Klein scosse la testa. «Un milione di americani. Abbiamo messo a punto dei
piani di rappresaglia, e non andremo per il sottile, questo posso assicurarvelo.»
«Quante vittime pensa ci saranno in Iran?»
«Dopo aver azzerato le loro forze armate, puntiamo a distruggere tutte le città
più importanti, la rete elettrica e gli acquedotti. Non è possibile fare una stima
precisa delle vittime, perché in tutta onestà non esiste un precedente nella storia.
Posso comunque affermare che il numero di morti per malattia, fame e sete nel
periodo immediatamente successivo potrebbe essere di oltre dieci volte superiore
a quello delle vittime dell’assalto iniziale. Se non possiamo usare lo scalpello,
allora useremo il martello.»

241
Capitolo 63

In volo sopra l’Iran centrale

28 novembre, ore 22:34 GMT+3:30

Sarie van Keuren sentiva su di sé lo sguardo di Omidi mentre andava in coda


all’aereo reggendo una tazza d’acqua tra le mani.
«Thomas, hai sete? Vuoi qualcosa da bere?» Il medico canuto era legato con
la cintura di sicurezza sul sedile, e bloccato da una camicia di forza e da manette
alle caviglie. Era un’immagine incredibilmente stridente: un uomo anziano e
fragile imprigionato come se fosse una specie di psicopatico o un serial killer.

Nonostante la sua lunga esperienza nella ricerca sui parassiti, tutto ciò le
sembrava impossibile. Da un punto di vista razionale, sapeva bene che gli esseri
umani appartengono a tutti gli effetti al regno animale, ma nel profondo aveva
sempre creduto nell’esistenza dell’anima. Vedere con i suoi occhi quanto fosse
facile sottrarla a qualcuno, essere costretta ad assistere allo spettacolo di una
persona gentile trasformarsi in un mostro era una cosa terrificante.
«Thomas…»

Aveva lo sguardo vacuo e fisso sul sedile di fronte, e lei si vergognò per la
paura che la assalì quando lui voltò la testa a guardarla.
Pareva non riconoscere più nulla, non si rendeva neppure conto della
presenza di un altro essere umano.
Come faceva sempre quando si sentiva sola, depressa o spaventata, Sarie si
rifugiò con la mente nella scienza. Come agiva il parassita?
Quali aree del cervello prendeva di mira? Con quale velocità si moltiplicava?
Quel distacco che ora leggeva negli occhi del medico era il primo passo nella
creazione di un essere incapace di provare compassione o pietà?

«Stiamo per atterrare» la avvertì Omidi. «Si sieda.» Sarie si girò a guardarlo:
il suo volto, privo di espressione, sembrava una maschera. Non era molto diverso
da quello del povero Thomas.
A certi uomini non serve un parassita. Si trasformano in mostri da soli.

La pista di atterraggio era ben camuffata, e solo a meno di cento metri da terra
apparvero due strisce di deboli luci a segnalarne i confini. Per il resto riuscì a
distinguere solo alcuni affioramenti rocciosi e il profilo delle montagne
illuminate dalla luce della luna.

242
«La sua nuova casa» annunciò Omidi. «Il luogo dove lei renderà questo
parassita trasportabile e più virulento.» «Cosa? Perché, in nome di Dio, vuole
obbligarmi a fare questo?
Bahame è pazzo, ma lei non lo è affatto. Chiunque abbia visto gli effetti di
questa malattia nelle vittime, persone innocenti, non potrebbe nemmeno pensare
di usarla come arma.» L’iraniano sorrise, compiaciuto. «L’Occidente ha imposto
al mondo una struttura morale che riesce sempre e comunque a manipolare a
proprio favore, dottoressa van Keuren. Se gli americani colpiscono con un missile
una scuola elementare o un mercato allo scopo di uccidere un solo uomo del
quale non condividono l’ideologia, le vittime sono considerate un danno
collaterale, ossia una conseguenza accidentale e secondaria di una guerra che
neppure esiste. Se invece un aereo si scaglia contro un grattacielo americano,
allora è uno sconvolgente atto di terrorismo. Perché?»
«Non so neppure di cosa diavolo stia parlando.» «Secondo l’Occidente è
giusto uccidere solo se si usano armi considerate onorevoli. Ma poi fa tutto il
possibile per impedire agli altri di procurarsi quelle armi. Loro, gli occidentali,
possono accumulare migliaia di testate nucleari con cui minacciare il mio Paese,
ma noi non possiamo fare altrettanto. Loro possono uccidere quante donne e
bambini vogliono con bombe sofisticate prodotte dalla Lockheed Martin e dalla
General Dynamics, ma se un musulmano facesse la stessa cosa con un esplosivo
autoprodotto nella sua cantina sarebbe inaccettabile. Gli americani hanno fatto il
lavaggio del cervello al resto del mondo, cambiando di continuo le regole del
gioco, e sempre a loro vantaggio. Ma adesso il tempo è scaduto. Il loro tempo è
scaduto. L’ordine delle cose sta per cambiare.»

243
Capitolo 64

Turchia orientale

29 novembre, ore 08:20 GMT+2

«Un treno fa molto rumore quando si avvicina e molto meno quando si


allontana. Come viene chiamato questo fenomeno?» Jon Smith, mezzo
appisolato, si svegliò di soprassalto e batté le palpebre più volte.
«Mmm… effetto Doppler?»
L’uomo al volante della station wagon gli sorrise nello specchietto retrovisore
e premette l’acceleratore a tavoletta, superando un cumulo di neve su una ripida
strada di montagna.
Erano trascorse oltre venti ore da quando avevano ucciso Dahab, ma Klein
aveva deciso comunque di essere prudente. Aveva fornito alla loro guida una
lunga lista di domande, allo scopo di identificare i primi sintomi di confusione, e
istruzioni precise su cosa fare qualora si fossero manifestati.
Era un po’ come essere il concorrente di un gioco a premi infernale.

Sbagli una domanda, e ti becchi due pallottole in testa e una cremazione


istantanea sul bordo della strada, cosparso di benzina.
Il veicolo sbandò sulla destra e si fermò con una ruota in una buca nascosta
dalla neve, mentre il loro autista, Nazim, alzava le mani contrariato. «Com’è che
dite voi? Capolinea?»
Spalancò la portiera e scese, sorridendo ai grossi fiocchi di neve.
Smith non sapeva niente di lui. Era solo uno dei tanti collaboratori
indipendenti con i quali Klein manteneva i contatti in tutto il globo terrestre.

Howell saltò giù dopo il turco, cingendogli le spalle mentre facevano il giro
della macchina. Era bello vederlo di nuovo normale. Bahame era morto e loro
avevano superato di gran lunga il lasso di tempo in cui avrebbero dovuto
manifestarsi i primi sintomi, se fossero stati contagiati. Considerato il tipo di vita
che conducevano, le cose erano rientrate più o meno nella loro routine.

Sci e zaini erano già pronti sulla neve, accanto alla macchina, quando Smith li
raggiunse. Faceva molto freddo e aveva la sensazione di essere stato investito da
un tir. Le ferite non erano gravi, ma lividi, dolori e abrasioni sarebbero potuti
bastare per due vite. Questo, unito al fatto di aver passato la maggior parte delle
ore di volo per la Turchia a cercare di interpretare con ansia ogni minimo

244
impulso di rabbia e ogni momento di confusione, mentre Howell russava
stringendo la sua bottiglia di scotch, l’aveva reso stanco e privo di energie.
«Questo è il meglio che ho potuto procurarvi senza farvi sembrare in tenuta
mimetica» disse Nazim, porgendo loro una pila di capi di abbigliamento usati, nei
toni del bianco e del grigio chiaro. Smith si spogliò, esponendo per qualche
istante al freddo sferzante gli ematomi nella parte bassa della schiena e sul
gomito prima di cambiarsi.
«Ho controllato gli sci personalmente e sono in condizioni perfette» continuò
Nazim. «Una delle due paia di scarponi non è messa tanto bene, ma mi hanno
detto di non preoccuparmi.»
Quando li vide, Smith sorrise per l’efficienza prodigiosa di Klein, o più
probabilmente di Maggie Templeton. Gli scarponi erano del suo capo. Recuperati
dal garage e spediti in Turchia, in tempo per il loro arrivo.
«Voi andate da quella parte» disse il turco, indicando una stretta gola fra due
pendici montuose sferzate dal vento. Smith cercò di studiare il percorso, ma con
la neve e le nuvole grigie sospese al limitare delle pareti rocciose, era impossibile
vedere oltre quattrocento metri.

«Il confine iraniano è a circa dieci chilometri. Non ci sono strutture difensive
fisse, ma lì intorno girano le pattuglie di sorveglianza.
Passaporti e documenti sono nei vostri zaini. Racconterete che siete due
escursionisti e che vi siete persi. È una storia poco originale, ma plausibile. La
cosa migliore è evitare ogni contatto.» «E gli uomini di Farrokh?» chiese Smith,
appoggiandosi al paraurti per infilare gli scarponi. Nonostante i pugni terrificanti
presi solo poche ore prima, Howell stava già fissando le pelli di foca agli sci
perché avessero la trazione necessaria a superare la gola tra i monti.
«Sanno del vostro arrivo e da quale parte entrerete.» «Come faremo a
riconoscerli?»

Nazim ci pensò per un momento. «Forse non vi uccideranno subito.»


«Nessuna parola in codice?» «Il nostro sistema di comunicazione con loro non è
molto valido.
Deve passare attraverso troppi intermediari, perciò non è molto affidabile.»
«Grandioso.» L’autista richiuse il portabagagli non appena Smith si fu alzato,
ansioso di allontanarsi da lì più in fretta possibile.
«Sai dirci qualcosa sulle condizioni del manto nevoso, Nazim? È stabile?» «Io
vengo da un paesino sulle rive del Mediterraneo» rispose lui, rimettendosi al
volante. «Per me, la neve è neve.»
Mise in moto e cominciò a fare manovra per disincagliare l’auto dalla buca.
Quando fu pronto a partire, aprì il finestrino e richiamò Smith con un cenno.
«Il signor Klein dice che lei ha molti nemici. Forse anche interni alle vostre
agenzie di intelligence. Stia attento e non si fidi di nessuno.» Con queste parole,

245
si avviò lungo la strada del ritorno. Dopo pochi metri inchiodò la macchina e
abbassò di nuovo il finestrino. «Peter!
382 a.C., battaglia di Gaugamela. Chi aveva l’esercito più grande?» «Dario. Ed
era il 331.»

Nazim salutò i due con il pollice alzato e scomparve nella nebbia, imboccando
la discesa con una leggera sbandata.
Smith sistemò gli scarponi negli appositi attacchi, poi controllò se le batterie
nel segnalatore antivalanga erano cariche. «Sei pronto?» «Sì.» Smith fece segno
con la testa in direzione della gola. «Prima gli anziani.»

246
Capitolo 65

Iran centrale

29 novembre, ore 10:44 GMT+3:30

Sarie van Keuren fece quanto le veniva chiesto senza ribellarsi. Non aveva
altra scelta. Aveva passato le ultime undici ore chiusa in una stanza, forse in una
residenza per studenti, senza riuscire a chiudere occhio. Il pensiero di De Vries,
gli iraniani, Smith e il parassita sarebbe bastato a tenerla sveglia per il resto della
vita.

Mehrak Omidi aprì una pesante porta d’acciaio, simile a tutte le altre che
avevano superato, e con un cenno la invitò a entrare. Quando Sarie fece per
indietreggiare, lui la spinse all’interno.
Era una semplice sala conferenze. Non c’erano sedie a sufficienza attorno al
grande tavolo e alcuni erano rimasti in piedi, appoggiati al muro. Le espressioni
dei presenti variavano dalla dura risolutezza al panico mal celato.

Sarie prestò loro scarsa attenzione, concentrandosi su una parete di plexiglas


oltre la quale c’era un cubicolo con un solo occupante: Thomas De Vries.
Il medico si slanciò contro lo schermo trasparente quando la vide entrare,
picchiandovi con furia le mani, la bocca distorta in un grido silenzioso. Il sangue
gli scorreva sul viso mentre lottava per uscire, e rivoli di un rosso brillante
coprivano le tracce già incrostate.
Lei si voltò, cercando di autoconvincersi che il miserabile essere in quel
cubicolo non era la stessa persona conosciuta in Uganda. De Vries non c’era più,
distrutto da Mehrak Omidi e dalla indifferente crudeltà della natura.

«Mi permetta di presentarle il suo team» esordì l’iraniano, chiudendo la porta


alle sue spalle con un clangore metallico che parve segnare il trionfo del suo
ineluttabile destino.
«Il mio team?» «Gli uomini che collaboreranno con lei per modificare il
parassita.
Per renderlo più controllabile.»
Non le fu facile capire i nomi mentre Omidi le presentava biologi, chimici e
tecnici di laboratorio. Cercò di guardare ognuno negli occhi, per scorgervi una
scintilla di umanità. Perché erano stati scelti loro e non qualcun altro? Erano le
menti migliori di tutto l’Iran, o solo devoti musulmani?
Terminati i convenevoli, Omidi le indicò una pila di cartelle al centro del
tavolo. «Tutti i presenti hanno letto la mia relazione su quanto ho potuto

247
osservare in Africa riguardo l’infezione, e conoscono già il suo curriculum e la
sua fama.»
«Il mio curriculum e la mia fama?» gli fece eco, incredula, con una voce che
non sembrava quasi più la sua. «Ma di cosa sta parlando?
Cosa state facendo, qui?» Indicò De Vries, ormai esausto, in ginocchio di
fronte allo schermo trasparente. «Vedete quell’uomo?

Vogliono farvi trasformare tutto questo in un’arma. Per poi usarla contro altri
esseri umani!» «La sua indignazione morale è encomiabile» osservò Omidi. «Ma
lei non era forse in missione insieme a un medico americano del Centro militare
di ricerca per le armi biologiche e un ex agente dei servizi segreti britannici?»
«Gli Stati Uniti non hanno un programma di armamento biologico» replicò
lei.
«Lei mi sembra un po’ ingenua, dottoressa. Da soli, gli americani sostengono
spese militari più alte di tutto il resto del mondo. Sono l’unico Paese ad aver
utilizzato un ordigno nucleare durante la guerra, e in particolare contro obiettivi
civili.» Parlando guardava i presenti, rivolto più a loro che a lei. «Invadono e
bombardano qualsiasi Paese non cristiano alla minima provocazione, a volte
anche senza alcun pretesto. Lei crede davvero che esista qualcosa in grado di
porre fine a questo tipo di ricerca?»
«Anche se ciò che sostiene fosse vero, perché dovreste fare lo stesso anche
voi?» «Non abbiamo intenzione di sferrare un attacco biologico contro gli Stati
Uniti, dottoressa. Utilizzeremo il parassita come deterrente, per impedire che
l’America provi ancora a privarci della libertà.» «Cosa vi fa pensare di riuscire a
controllarlo? E se cadesse nelle mani di qualcun altro? Se uscisse da questa
struttura per caso? No, dobbiamo distruggerlo, invece. Dobbiamo farlo
scomparire.» «Questo non potrà accadere un’altra volta. Lo sa bene.»

«Non deve per forza…»


«Ora basta!» la interruppe Omidi, stanco di servirsi di lei come interlocutrice
della sua lezioncina. Premette un pulsante sull’interfono e disse qualcosa di
incomprensibile per Sarie, ma non per gli altri, e tutti si agitarono sulle sedie,
lanciandosi occhiate nervose l’un l’altro.

Subito dopo si aprì una porta scorrevole in fondo al locale dov’era rinchiuso
De Vries, rivelando un minuscolo ascensore e il suo unico occupante. Era un
uomo alto e dalla pelle olivastra, con la barba, di corporatura massiccia. Aveva un
atteggiamento di sfida, senza alcuna traccia di timore.

De Vries si girò, balzò in piedi e si slanciò contro di lui; quest’ultimo, non

248
potendo indietreggiare, si fece avanti con i pugni alzati.

A giudicare dall’aspetto, il nuovo arrivato sembrava uno che nella vita di


violenze ne aveva viste, e forse anche inflitte parecchie, dunque non doveva
considerare pericoloso quell’uomo anziano e grassoccio, coperto di sangue.
Sarie lesse lo shock negli occhi del medico quando fu sollevato da terra e
scagliato contro la parete alle sue spalle. De Vries gli piantò le dita adunche in
faccia, cercando di cavargli gli occhi mentre l’altro cercava di ripararsi e spingerlo
via con un avambraccio.
Riuscì ad allontanare De Vries abbastanza da assestargli un calcio con lo
scarpone pesante, facendolo scivolare sul pavimento liscio.

L’anziano medico però non perse l’equilibrio e si avventò ancora contro il suo
avversario, atterrandolo senza alcuna fatica.
A quel punto divenne impossibile seguire la colluttazione: De Vries mulinava
le braccia velocissimo, riuscendo presto ad avere la meglio sui patetici tentativi di
difesa dell’uomo. Rimasero avvinghiati a lungo, poi la porta dell’ascensore si aprì
di nuovo, per far uscire un uomo armato e in tuta anticontaminazione.

De Vries perse interesse per la sua prima vittima, ormai quasi esanime; fece
per slanciarsi contro il nuovo arrivato, ma fu fermato da uno sparo. Cadde a terra
pesantemente, lottando con tutte le sue forze per rialzarsi. Nella stanza tutti
rimasero senza fiato quando risuonarono altri colpi, una raffica di proiettili, tutti
al petto. Era impossibile capire se fossero più impressionati dal veder sparare
sotto ai loro occhi a un anziano inerme, o dal fatto che De Vries continuò a
cercare di rimettersi in piedi fino all’ultimo.

Nel fumo provocato dai proiettili esplosi, il corpo del dottore venne trascinato
nell’ascensore, mentre l’altro uomo alto strisciava verso la parete trasparente.
Aveva sulla guancia destra un taglio dall’angolo della bocca fino quasi
all’orecchio, e alla radice del naso era visibile la cartilagine sotto la carne lacerata.
Gli occhi sembravano intatti, ma uno dei due non era più in asse. Rivolgeva il suo
sguardo implorante alle persone sedute al sicuro, nella sala conferenze.
Sarie deglutì più volte, cercando di reprimere il senso di nausea sotto il freddo
sguardo di Omidi.
«Lo abbiamo prelevato da una prigione periferica, dove era in attesa di essere
giustiziato per violenza carnale e omicidio. Avere pietà di lui sarebbe una perdita
di tempo, e le consiglierei di usare il suo in maniera più produttiva.» Era abituata
a situazioni di pericolo, ci conviveva da sempre: nel Paese in cui era nata erano
all’ordine del giorno. Era cresciuta in mezzo a quel genere di rischi, ed erano
diventati parte di lei.

249
Ma lì era diverso. Non aveva il cielo sopra la testa né un fucile in mano, per
quanto rudimentale; non c’era nulla di familiare. Non sarebbe morta per la
malaria o il morso di un serpente, o per mano di una gang di uomini violenti. No,
sarebbe uscita di senno in quel locale sottoterra, prima di morire dissanguata
mentre gli uomini di Omidi prendevano appunti.

Fece dei respiri lenti e regolari, come le aveva insegnato lo psicologo quando
era bambina, e riuscì a calmarsi un poco. Non avrebbe permesso a Omidi di
servirsi della paura e delle sue vane promesse per piegarla al suo volere. Non ci
sarebbe stato nessun premio per lei, anche se avesse collaborato: non vedeva
alcuna salvezza possibile, non sarebbe più tornata a casa e non aveva nessuno a
cui chiedere aiuto. La sua vita stava per finire. Si chiese cosa avrebbe dovuto fare
con il poco tempo che le rimaneva.

Sarie mantenne un’espressione timorosa e incerta, anche se provava solo


rabbia e odio. Sì, sarebbe riuscita a cavarsela solo con quelle emozioni. Rabbia e
odio.
«Tutte le malattie hanno una diffusione molto rapida in Africa» annunciò,
iniziando il discorso preparato nelle lunghe ore trascorse chiusa nella sua stanza.
«L’AIDS è un esempio perfetto. Ma in Occidente è diverso. Laggiù i sistemi di
diagnosi e reazione contro le emergenze mediche sono sofisticati, i mezzi di
comunicazione affidabili e la popolazione è mediamente colta e informata.» Con
la coda dell’occhio notò lo sguardo dell’uomo nella gabbia trasparente fisso su di
lei, e perse il filo per un attimo.

«Continui» la incalzò Omidi.


«Il primo sintomo dell’infezione è un evidente disorientamento. Tutti i mezzi
di informazione darebbero massimo risalto alla notizia e, poiché in America quasi
tutti hanno una casa, un’arma da fuoco e un telefono, potrebbero presentarsi
molteplici scenari.

La gente potrebbe barricarsi da qualche parte, sparare ai potenziali soggetti


infetti, chiamare la polizia o un’ambulanza…» Stava dicendo cose senza senso,
era ovvio. La fase di confusione non era così evidente o di durata tale da essere
notata per forza. Una persona sposata, con una famiglia, poteva benissimo
ammalarsi nel momento in cui il coniuge usciva per andare al lavoro e
manifestare i sintomi nelle ore in cui era a casa da sola. Oppure, cosa ancora più
probabile, la fase di disorientamento poteva iniziare di notte, durante il sonno.
Gli ospedali, non essendo in grado di fornire cure adeguate e di gestire migliaia di
pazienti agitati e violenti, avrebbero dovuto bloccare gli ingressi. I familiari
avrebbero cercato di proteggere i loro cari dalle autorità e non vi sarebbe stata

250
altra scelta che praticare eutanasie di massa per contenere la pandemia. E con
tutte le armi esistenti in America, cosa sarebbe accaduto? Molti non avrebbero
avuto il coraggio di sparare ad amici e familiari, mentre altri si sarebbero fatti
prendere dal panico e avrebbero cominciato a fare fuoco all’impazzata.

Omidi annuì, pensoso. La sua arroganza e la sua misoginia non gli


permettevano di ragionare con lucidità. Pur non avendo studiato biologia o
medicina, non riusciva comunque a sopportare che qualcuno potesse essere più
intelligente di lui, soprattutto una donna.
«Sono d’accordo» disse. «Oltre a lavorare sulla trasportabilità del parassita,
sarà necessario rendere più rapida e violenta l’insorgenza dei sintomi. La gente
non deve avere il tempo di reagire.»

251
Capitolo 66

Langley, Virginia, USA

29 novembre, ore 16:07 GMT-5

«Quindi non ne siamo ancora del tutto certi» commentò Lawrence Drake,
sfogliando la pila dei rapporti della polizia e dei vigili del fuoco.
Dave Collen fece scivolare sul tavolo un’altra cartellina. «Non abbiamo un
cadavere, in effetti. Ma le indagini della polizia locale sono ancora in corso e, a
questo punto, non so se troveranno qualcosa. Sappiamo solo che la macchina
della Russell era lì, e da allora nessuno l’ha più vista. Secondo la polizia era in
casa quando è scoppiato l’incendio.»
«E tu cosa ne pensi?» «Non lo so. Era troppo rischioso ispezionare la scena
subito dopo il fatto. Non abbiamo idea di cosa abbia provocato l’incendio né di
cosa sia successo a Gohlam. Magari, anziché un fucile, ha deciso di usare qualche
tipo di esplosivo ed è saltato in aria nel tentativo di far fuori la Russell,
accidentalmente o intenzionalmente.» «È un’ipotesi fantasiosa, Dave.»

«Lo so, ma a questo punto non possiamo fare molto per scoprirlo.
Forse la Russell è riuscita a fuggire e a nascondersi, ma ne dubito.
Con un afghano alle costole, avrebbe provato ad avvalersi delle nostre risorse
per scoprire da dove sono partiti gli ordini.» «A meno che il messaggio di
Brandon non l’abbia spaventata.» Collen annuì. «Purtroppo ci sono notizie anche
peggiori. Riteniamo che la van Keuren sia nelle mani degli iraniani.»
«Abbiamo la stima aggiornata delle vittime?» «Certo, anche alla luce del
piano di reazione messo a punto con il pretesto di perfezionare i nostri protocolli
di emergenza in caso di attacco biologico. E se gli iraniani possono contare sul
decisivo contributo della dottoressa potremmo superare il milione.»
Drake emise un lungo sospiro e indicò la cartellina ancora chiusa sulla sua
scrivania. «Smith e Howell?» Il suo assistente fece un cenno con il capo. «Erano
sull’aereo per Bruxelles che è stato dirottato sulla base militare di Diego Garcia.
Secondo la versione ufficiale, il velivolo ha avuto un guasto al sistema di
navigazione e si è reso necessario un atterraggio di emergenza. Da quel poco che
sono riuscito a sapere dai servizi di intelligence dell’esercito, in realtà a bordo
c’era un sudanese con una malattia infettiva sconosciuta ed è stato ucciso. I
passeggeri sembrano tutti sani e saranno rilasciati presto.» «E di quei due cosa
mi dici?»

252
«Sono saliti su un jet privato del quale non sappiamo niente.
Ovunque mi sia rivolto per ottenere informazioni, mi sono ritrovato in un
vicolo cieco.» Qui c’entra Castilla, pensò Drake. Doveva essere così per forza.
«Conosciamo almeno la destinazione?»
Collen aprì il dossier e ne estrasse una foto satellitare di un piccolo aereo in
fase di atterraggio su una pista isolata. «Turchia. Sono saliti subito su un’auto e
sono partiti verso il confine con l’Iran. Il satellite li ha persi sulle montagne, a
causa di una copertura nuvolosa.
Quando sono riuscito a mandare lassù uno dei miei contatti, le loro tracce
erano già state cancellate dalla neve. Secondo lui la macchina si è fermata almeno
dieci o dodici chilometri prima del confine, poi la neve era troppo alta per
proseguire.»
«E poi dove sono andati?» Collen picchiettò con un dito su una mappa
topografica della Turchia orientale.
«Con ogni probabilità, Smith e Howell si sono addentrati in questa gola a
piedi.» «Quindi abbiamo il misterioso dottor Smith e un ex agente operativo
dell’MI6 diretti in territorio iraniano su ordine della Casa Bianca, niente meno.
La van Keuren potrebbe essere nelle mani degli iraniani e nessuno ha visto Randi
Russell, né viva né morta. Cristo, Dave. C’è qualcos’altro che potrebbe esploderci
tra le mani?» «Non ci sono soltanto cattive notizie. Anche se l’ordine fosse
partito da Castilla in persona, secondo me due uomini soli senza alcuna
assistenza non hanno nessuna chance di riuscire ad attraversare il confine. Come
faranno a trovare la struttura dove Omidi custodisce il parassita? E anche se la
trovassero, come pensano di fermarlo?» Erano due domande interessanti, ma
certo non le più urgenti per Drake. Ormai era chiaro, la CIA era stata tenuta fuori
di proposito.
Non era sorpreso: di sicuro Castilla non avrebbe mai rivelato l’esistenza di
un’organizzazione extralegale. Era però quanto mai preoccupante.

«Abbiamo contatti in quella regione dell’Iran?» Collen annuì. «Sepehr


Mouradipour. È un ex membro delle forze speciali iraniane, risiede in un
villaggio non lontano da dove sono entrati Smith e Howell.» «È affidabile?»
«Se gli si offre una congrua somma di denaro, lui e i suoi uomini non
falliscono mai.» Drake si chinò in avanti, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e fissò
il tappeto. Si trovava a un bivio. Poteva chiamarsi fuori, e attribuire in seguito
l’ignoranza della situazione da parte della CIA a un semplice buco
nell’intelligence. Oppure poteva continuare per la sua strada e tentare il tutto per
tutto per scongiurare una minaccia potenzialmente peggiore di quella del Terzo
Reich o dell’Unione Sovietica. La Germania nazista non sarebbe mai stata in
grado di pianificare e condurre un’invasione nel NordAmerica, e i membri del
Politburo non avrebbero mai rischiato di dover assistere alla distruzione del
proprio mondo, delle loro dacie in Crimea e delle giovani e bellissime modelle.

253
Ma i musulmani erano diversi. Si stavano impadronendo di una tecnologia di
attacco a sorpresa preventivo del tutto impensabile per Hitler e, a differenza dei
sovietici, non parevano farsi troppi scrupoli riguardo all’eventualità della loro
autodistruzione. Sotto molti punti di vista, anzi, quasi la agognavano.
Drake alzò lo sguardo su Collen. «Dagli quello che chiede e facciamoli fuori.»

254
Capitolo 67

Iran occidentale

30 novembre, ore 08:02 GMT+3:30

Jon Smith aprì la cerniera lampo della tenda e strisciò fuori, lasciando a
Howell l’incombenza di arrotolare i sacchi a pelo.
Il sole, basso sull’orizzonte, era ancora velato dalle nuvole, ma il vento
sembrava essersi calmato. Per quasi tutta la notte raffiche violente provenienti da
nord avevano investito con furia impressionante il loro fragile rifugio di nylon.

Avanzò in un metro e mezzo di neve fresca, costeggiando una parete rocciosa


che risaliva ad almeno duemila anni prima. All’estremità si ergeva una scultura
alta quasi due metri: un volto incorniciato da un elaborato copricapo. Un tempo
era stata posta all’ingresso di una fiorente città, mentre ora era relegata a un
compito meno glorioso, quello di assicurare uno dei cordini della loro tenda.
Stavano per dare il via al secondo giorno sugli sci, da un luogo in mezzo al
nulla della Turchia a un altro luogo in mezzo al nulla dell’Iran. Smith cominciava
ad avvertire la morsa della tensione.
Sarie era là, da qualche parte, e il parassita con lei. Aveva accettato di mettere
le sue competenze a disposizione degli iraniani e condannare a morte milioni di
persone? Oppure si era rifiutata, condannando a morte se stessa?
Stava diventando sempre più difficile mantenere il controllo, pensare in
maniera razionale e attribuire alla situazione che stavano affrontando il giusto
peso. Avrebbe voluto soltanto togliersi quegli sci e correre fino a farsi scoppiare i
polmoni. Ma per andare dove?

Howell mise la testa fuori dalla tenda e sorrise guardando il cielo.


«Non sembra così male.» «Vediamo cosa ne penserai dopo dieci ore di
massacrante cammino.» «Ogni giorno nel mondo dei vivi è un buon giorno»
commentò, trascinando gli zaini nella neve. «Qual è il programma per oggi?»
Smith indicò un ripido pendio a una decina di metri da loro e iniziò a
smontare la tenda. In tempi antichi, quella posizione sopraelevata doveva essere
stata vantaggiosa per gli arcieri della città sulle armate degli invasori, ma ora
costituiva un pericolo per chiunque l’affrontasse con gli sci o per un qualsiasi
soldato: in caso di valanga non c’era via di scampo.

Howell infilò gli sci e percorse la piccola salita per raggiungere il ciglio del
pendio, aggrottando la fronte davanti ai cornicioni di neve sporgenti sopra la gola,
ancora in ombra. Indicò con il pollice le teste di pietra silenziose davanti a loro.

255
«Una granata ben piazzata e raggiungeremo gli amici, qui, come ospiti fissi.»
Smith cacciò la tenda nello zaino e raggiunse l’inglese. «Dimentichi una cosa: il
nostro scopo è proprio cercare di cadere in un’imboscata.»

Howell alzò le spalle. «Allora forse dovremmo provare a considerare il lato


positivo.» «E cioè?» «L’eventualità di ammazzarci scendendo con gli sci.»
Si avviò lungo il pendio compiendo curve aggraziate. Di solito gli inglesi non
erano ritenuti grandi sciatori, ma Howell era vissuto tra i monti della California e
aveva grande esperienza. Una spolverata di neve fresca gli passò sopra la testa
mentre aggirava uno sperone roccioso, acquistando velocità.

Smith s’irrigidì quando un lastrone di neve attorno all’amico si mosse,


accerchiandolo mentre veniva trascinato dalla forza di gravità verso il vuoto. La
valanga tuttavia non si materializzò e poco dopo Howell era in fondo alla discesa,
agitando allegro uno dei bastoncini.
S’infilò in bocca il suo boccaglio AvaLung, per sputarlo subito dopo.
Il dispositivo aveva lo scopo di aiutare una persona sepolta sotto una valanga
a respirare per il tempo necessario all’arrivo dei soccorsi, ma se avesse provocato
lui stesso lo spostamento di una massa nevosa sarebbero rimasti sepolti
entrambi. E tutto sommato, visto che le squadre di emergenza non sarebbero mai
arrivate, quello strumento sarebbe servito solo a prolungare la sua sofferenza.

Il cornicione sul quale si trovava era alto circa un metro e mezzo e saltò giù,
affondando fino alle anche nella neve alta prima di slanciarsi verso l’alto e
gettarsi lungo la discesa. In circostanze diverse sarebbe stata una giornata
stupenda e cercò di illudersi di essere lì per divertimento, mentre si tuffava nella
neve fresca e polverosa, guardandosi ogni tanto alle spalle per controllare la
situazione.
Quando arrivò in fondo, Howell stava sorridendo attraverso i cristalli di
ghiaccio che gli punteggiavano la barba ispida. «Non abbiamo il tempo di farne
un’altra, immagino.»
Smith scoppiò in una risata, riuscendo per un breve istante a dimenticare
perché si trovassero lì.
«Magari la rifaremo al ritorno» rispose, togliendosi gli sci e cominciando ad
applicare le pelli di foca. Ma Howell non lo stava ascoltando. Era intento a
osservare la parete della gola davanti a loro.

«Hai sentito qualcosa, Peter?» «Un movimento lassù in alto.» «Non


possiamo farci niente. Mettiamo le pelli e andiamo avanti.» Howell si mosse,
poco convinto. Cadere in trappola di proposito era già abbastanza imbarazzante
per un membro del SAS, ma farlo senza neanche provare a ribellarsi era davvero
umiliante.

256
«Non c’è nessuno dietro di noi?» domandò Howell.
Smith cercò di sembrare credibile mentre scrutava il crinale. «Io non vedo
niente. Ma quel…» A circa tre metri sulla destra si alzò una nuvola di neve e si
gettarono di lato. Dall’alto giungeva il suono ovattato degli spari.

Smith si rialzò subito e fece per riprendere gli sci, ma dall’alto piovvero altre
raffiche, investendolo con lapilli di neve e ghiaccio.
«Siamo nel mezzo di un fuoco incrociato!» gridò Howell, cercando d’istinto la
pistola nella giacca a vento, senza trovarla. Due uomini sugli sci, persi in una
zona remota e disarmati.

L’intensità del fuoco aumentò, e i proiettili cadevano sempre più vicini a loro
mentre i tiratori scelti calcolavano la traiettoria. Howell cominciò ad avanzare
nella neve alta con una lentezza quasi comica verso una piccola roccia alla base
della parete della gola.

I colpi arrivavano a meno di trenta centimetri dall’inglese a intervalli di un


secondo. In base ai calcoli di Smith provenivano da almeno tre fucili diversi. Non
avrebbe mai potuto farcela.
Poi tutto tacque.
Howell rallentò e si fermò a pochi metri dalla sporgenza. Fra le nuvole si era
aperto uno squarcio di sereno e alzò una mano per schermarsi dal sole mentre
controllava di nuovo il crinale.

«State fermi! Non muovetevi!» Una voce dal forte accento straniero
riecheggiò nella gola, ma non si riusciva ancora a capire da dove provenisse.
Subito dopo, dall’alto vennero calate delle funi, lungo le quali scivolarono alcuni
uomini, rapidissimi, mentre altri proiettili finivano nella neve tra Smith e
Howell. Era un chiaro monito: meglio per loro non tentare alcuna azione
aggressiva.

257
Capitolo 68

Iran occidentale

30 novembre, ore 14:49 GMT+3:30

Furono liberati dagli zaini e intuirono subito che, se fossero rimasti indietro,
sarebbero stati abbandonati al loro destino. Sarebbe stato un rischio inutile. Il
vento stava aumentando e l’alta pressione faceva scendere vertiginosamente la
temperatura; non sarebbero sopravvissuti a lungo, solo con gli sci e gli abiti che
avevano indosso.
Per il momento Smith ritenne comunque di essere al sicuro. I nove uomini
dell’agguato erano sparpagliati sul terreno pianeggiante. Si guardò alle spalle per
vedere cosa facesse il ragazzo incaricato di sorvegliarli. Si era fermato a oltre
cento metri di distanza e si era appoggiato, esausto, ai bastoncini mentre
qualcuno gli sfilava l’enorme zaino e se lo caricava in spalla. Smith sorrise
quando riconobbe Peter Howell come il benefattore del giovane soldato.
Oltre agli ordini e alle minacce iniziali, nessuno degli iraniani aveva più
parlato. In realtà Smith ancora non sapeva con certezza chi fossero quegli
uomini. Erano stati mandati da Farrokh? Si trattava di una pattuglia dell’esercito
iraniano che li aveva arrestati per essere entrati in maniera illegale nel Paese?
Erano banditi o corrieri della droga, magari intenzionati a chiedere un riscatto?
Fino a quel momento non aveva trovato una risposta.

Una cosa era certa però, era una banda di cialtroni. Non erano sciatori molto
abili e l’equipaggiamento era malandato.
Smith accelerò l’andatura, inalando l’aria gelida nei polmoni mentre si
avvicinava al disgraziato che avanzava a fatica sotto il peso del suo zaino da trenta
chili. Il soldato teneva una mano sotto la giacca a vento, reggendo con l’altra
entrambi i bastoncini, e camminava in maniera goffa, era sfinito.
Si allarmò quando Smith lo raggiunse e aprì una delle cerniere laterali dello
zaino, ma era troppo stanco per reagire all’eventualità che l’americano stesse
prendendo un’arma.

Smith estrasse invece un paio di guanti da arrampicata sul ghiaccio


nuovissimi che aveva di scorta. Il giovane lo guardò da dietro un paio di occhiali
dalla montatura di metallo incrostati di neve e lo ringraziò con un cenno del capo.
Jon accelerò di nuovo, superando un uomo dopo l’altro fino ad affiancare il
capofila. «La squadra ha bisogno di riposare.» L’uomo si girò di scatto. Sembrava

258
sorpreso di essere stato raggiunto dal prigioniero così in fretta e senza farsi
sentire. «O forse è lei che ha bisogno di una pausa?»
Per tutta risposta, Smith indicò con il pollice gli uomini alle loro spalle.
L’uomo si voltò a guardare chi era rimasto indietro, con un’espressione tra
l’irritazione e il disgusto quando si accorse che Howell oltre allo zaino si era
caricato anche un fucile, dando prova di riuscire ad avanzare meglio dei suoi
uomini nella neve.
«Accademici e intellettuali» commentò il capo con un lieve accento nel suo
inglese. «Si esercitano fino allo sfinimento, ma anche dopo l’addestramento tanti
di loro continuano… come si dice?»
«A non avere il fisico?» suggerì Smith.
L’uomo scosse la testa, mentre una piccola cascata di neve dal berretto gli
ricopriva la barba curata. «Delle femminucce. Ecco cosa sono. Non come voi
americani o come gli inglesi. Due occidentali riescono ad addentrarsi nelle
foreste dell’Uganda, sfuggire a uno dei peggiori terroristi del mondo ed entrare in
Iran a piedi superando le montagne innevate e percorrendo oltre sessanta
chilometri. Siete dei combattenti. Nati e cresciuti per questo.»
Si allontanò sugli sci e Smith lo lasciò andare.
«Stai facendo amicizia?» domandò Howell, arrivando alle sue spalle.
L’uomo più vicino era oltre cinquanta metri indietro e si sforzava di applicare
i consigli dell’inglese alla sua tecnica di sci.
«Non gli siamo molto simpatici, mi è parso di capire. Però, da quanto ha
appena detto il capo, dovremmo aver trovato le persone giuste.»
«E quindi possiamo fidarci di loro?» «Non abbiamo molta scelta.»

«Avevo un amico che diceva sempre: “Cosa può accadere di peggio?”»


«Avevi?» «È saltato in aria su una bomba. Non siamo riusciti a raccogliere di lui
resti sufficienti a mettere qualcosa in una bara. Però, alla fine immagino abbia
trovato risposta alla sua domanda.»
Smith non replicò, e si avviò svelto lungo la gola fino a raggiungere di nuovo il
capofila. «Qui siamo dalla stessa parte, e dovremmo cercare di ricordarcelo.»
«Davvero?» ribatté l’uomo senza voltarsi. «Come nel 1953, quando la CIA depose
il nostro primo ministro, eletto in modo democratico, per sostituirlo con un
dittatore?» Era meglio non dire niente, pensò Smith: quell’uomo era la loro unica
possibilità per trovare Farrokh. D’altro canto, non era nella sua natura lasciar
perdere quando il suo Paese veniva insultato.

«Mi sbaglio o questo è avvenuto perché lui aveva nazionalizzato le


concessioni petrolifere della British Petroleum in Iran?» «Ah, già. Il vostro
petrolio. La cosa più importante al mondo, più importante delle vite di migliaia di
innocenti. Più importante della democrazia che volete imporre ovunque. O
meglio, ovunque ma non in Arabia Saudita, dove le donne non hanno neppure il

259
permesso di guidare la macchina.»

«Noi chiediamo soltanto una fornitura di petrolio abbastanza stabile e la


sicurezza per i nostri cittadini. In cambio accettiamo di convogliare sull’intera
regione un gigantesco fiume di denaro.» «E se non volessimo i vostri soldi? Se
volessimo portare avanti gli sforzi per avere un deterrente nucleare contro il
vostro governo, che ci ha pubblicamente minacciati di distruzione totale?»
«Questa non è mai stata la posizione ufficiale della Casa Bianca, ma solo lo
sfogo verbale di qualche politico.» «Ma i regimi e le circostanze cambiano, o
no?» «Non spetta certo a noi oggi risolvere i problemi di tutto il mondo» osservò
Smith mentre il sole tramontava dietro le montagne. «Siamo onesti l’uno con
l’altro: entrambi i nostri Paesi hanno commesso degli sbagli. Adesso però
concentriamoci sul futuro e non sul passato.»

260
Capitolo 69

Iran centrale

1° dicembre, ore 22:06 GMT+3:30

Sarie van Keuren si muoveva con cautela nella sua tuta anticontaminazione,
controllandone di continuo gli erogatori dell’aria, a dir poco usurati. Il laboratorio
sembrava essere stato messo assieme nel giro di poche settimane e i protocolli di
isolamento erano ben al di sotto degli standard di funzionalità. Era come non
essere protetti affatto.

Tuttavia doveva riconoscere un merito a Omidi: il laboratorio e ogni altro


locale a lei concesso avevano tutti la vista panoramica sulla cella in cui era
imprigionata la vittima dell’infezione. Era un costante avvertimento del rischio
che avrebbe corso se avesse deciso di disobbedirgli.
L’uomo definito da Omidi stupratore e assassino manifestava in quel
momento tutti i sintomi, ma non aveva ancora iniziato a perdere le forze. Era
attirato da ogni movimento di Sarie e degli altri tecnici di laboratorio nei locali
adiacenti e continuava a muoversi frenetico avanti e indietro, battendo sulla
parete trasparente senza posa, nel disperato tentativo di trovare al parassita un
nuovo ospite.

Cercò di non pensarci, ma non riusciva a calmarsi. A pochi metri di distanza, il


cadavere di De Vries era disteso su un tavolo autoptico, privo della calotta cranica
e con un’espressione di furore congelata sul viso. Sul pavimento si era formata
una pozza di sangue, a causa di uno scarico otturato; forse il materiale organico
finiva, non trattato, direttamente nel terreno. In generale, il suo attuale
laboratorio era appena un po’ più sofisticato della caverna di Bahame.
Sul vetrino del microscopio c’era una delle tante sezioni trasversali del
cervello del vecchio medico. Incrociando i dati con quelli ricavati tramite una
connessione Internet sorvegliatissima, aveva ottenuto alcune conferme alle sue
ipotesi sull’infezione e qualche sorprendente smentita.

I bersagli iniziali del parassita erano il lobo frontale e la corteccia cingolata


anteriore: dunque la vittima poteva essere in grado di controllare le emozioni di
base, come la collera, o di capire le potenziali conseguenze delle sue azioni.
Ancora più interessanti erano i danni provocati ai neuroni specchio, che
influiscono sull’empatia e sulla relazione tra gli esseri umani.

261
Erano lesioni molto specifiche, e la causa era incerta. Un’ipotesi affascinante
poteva essere che, in seguito ai traumi riportati, le vittime perdessero la capacità
di identificarsi con altri esseri umani non infetti; questo avrebbe spiegato perché
non si attaccassero gli uni con gli altri.

Ma la cosa più stupefacente erano le emorragie. I capillari del cuoio capelluto


scoppiavano per l’alta concentrazione del parassita nell’area e non perché erano il
bersaglio specifico dell’infezione. Era un po’ come per lo starnuto, la tosse o la
diarrea: il sanguinamento era solo il veicolo preposto alla trasmissione, e dunque
alla sopravvivenza, del patogeno. E comunque l’emorragia non era grave come
sembrava. Le vittime non morivano dissanguate, ma a causa di danni cerebrali
irreversibili.

Il parassita si moltiplicava in modo incontrollato e sembrava avere un codice


genetico piuttosto instabile, grazie al quale poteva adattarsi con estrema rapidità
ai cambiamenti. Quando nelle aree bersaglio la concentrazione di microrganismi
era eccessiva, parte di essi si dirigeva verso le regioni preposte al controllo delle
funzioni autonome, come la frequenza cardiaca, la termoregolazione e la
respirazione.
In pochissimo tempo aveva scoperto molto più di quanto si sarebbe mai
aspettata, e questo era senz’altro un bene. Ma a quel punto non sapeva come
gestire quelle informazioni.

262
Capitolo 70

Iran centrale

2 dicembre, ore 07:55 GMT+3:30

L’unica sedia libera rimasta era a capotavola, accanto a Omidi. Ai lati erano
seduti gli esperti chiamati ad affiancare Sarie, i capireparto, per così dire, i
migliori scienziati specializzati in diversi campi.
Nessuno di loro era un parassitologo e anche se alcuni erano più dimessi di
altri, ciascuno era molto competente nel suo settore. Era questo a renderli
pericolosi.
«Dottoressa van Keuren» esordì Omidi mentre lei si accomodava.
«Ha avuto l’opportunità di eseguire i primi rilievi autoptici su Thomas De
Vries. Cosa ha scoperto?»
Non era mai stata brava a mentire, ma adesso era questione di vita o di morte.
Non ci sarebbe stato nessun prode cavaliere o salvataggio in extremis: era
completamente sola.
«Il patogeno ha un ciclo riproduttivo molto rapido ed è molto versatile, ma
non più di altri. Perciò dovrebbe essere abbastanza semplice manipolarlo. Per
ottenere un’insorgenza più rapida della piena sintomatologia, dovrebbe essere
sufficiente servirsi di animali da laboratorio per riuscire a isolare i parassiti che
agiscono più in fretta nel corso di generazioni successive.»

Non stava dicendo a Omidi niente di più complesso rispetto alle conoscenze di
uno studente al secondo anno di biologia, ma lui non sembrava essersene reso
conto. Forse poteva essere più semplice di quanto pensasse.

«Questo potrebbe anche accelerare il momento della morte, dottoressa? E in


questo caso, la capacità di diffusione del parassita non verrebbe compromessa
dalla morte più rapida degli organismi ospite?» Il barlume di speranza di un
momento prima si spense. Avrebbe voluto evitare quella domanda il più a lungo
possibile: qui era necessario rispondere con pericolose bugie. Ancora una volta,
Omidi aveva dimostrato di essere il peggior figlio di puttana mai visto, ma
tutt’altro che stupido.

«L’affezione del lobo frontale e di altre aree cerebrali collegate è legata


all’emorragia, ma non in maniera rilevante. Ciò di cui sto parlando non è
aumentare in maniera esponenziale il carico parassitario, ma renderlo più mirato
nella sua azione. Di fatto è possibile un rallentamento dell’emorragia, poiché il

263
sanguinamento è solo un effetto secondario.»
«È sicura che la morte sopraggiunga per emorragia?» A quella domanda si
sentì attraversare da una scarica di adrenalina e fece del suo meglio per
nascondere l’agitazione. Cosa sapeva Omidi?
«Le cause principali del decesso parrebbero essere le ferite e l’esaurimento
delle energie» rispose in modo vago.

«Ma escludendo queste?» insistette lui.


«Io… la risposta più ovvia è il dissanguamento, ma non ho approfondito
questo punto. Non sono specializzata in neurologia.»
Omidi fece un gesto a presentare l’uomo seduto alla sua destra. «Per nostra
fortuna, abbiamo qui Yousef.» Non era riuscita ancora a trovare una categoria
adeguata per classificare il dottor Yousef Zarin. C’erano i «rammolliti», come li
definiva tra sé, in genere uomini dal viso paffuto e ben rasato, docenti e
ricercatori che sembravano essere stati strappati da Omidi dai loro comodi posti
di lavoro appena prima del suo arrivo. Molti apparivano terrorizzati quanto lei e
tendevano a spaventarsi se qualcuno gli arrivava alle spalle senza fare rumore.

La seconda categoria era quella dei «credenti». Erano maschi imponenti, con
la barba, intellettualmente meno dotati dei primi.
Anche loro sembravano temere Omidi, ma ne avevano soprattutto soggezione.
Quando questi parlava dell’ascesa del potere iraniano e del declino
dell’Occidente, assumevano un’espressione rapita simile a quella dei contadini
nei dipinti sovietici.

E poi c’era Zarin. Era robusto, con una folta barba, e poteva perciò rientrare
nella categoria dei credenti. D’altra parte era una mente brillante e, quando
pensava di non essere osservato, assumeva un’aria preoccupata: tipico dei
rammolliti. La prova finale, ossia la sua reazione di fronte a Omidi, era
indecifrabile. Sembrava quasi sprezzante nei suoi confronti.
«Sarei interessata a sentire l’opinione del dottor Zarin» si limitò a replicare
Sarie.

Lo scienziato annuì, piantandole addosso i suoi occhi scuri.


«Secondo me la perdita di sangue delle vittime appare così copiosa a causa
dell’abbondante sudorazione e del movimento costante. La dottoressa van
Keuren è nel giusto quando sostiene che la causa più probabile della morte sono
le ferite o l’esaurimento delle energie, ma se escludiamo questi fattori, sarebbe il
danno alle funzioni cerebrali autonome a uccidere, non l’emorragia.»

264
Sarie stava sfoggiando un sorriso educato da troppo tempo, se ne rese conto
da sola. Cercò di rilassarsi, ma dentro di sé imprecava come faceva suo padre
quando una delle vacche abbatteva una staccionata nella loro proprietà. Se Zarin
ci era arrivato senza l’ausilio di nessuno, cos’altro poteva sapere? E cosa poteva
aver rivelato a Omidi?

«E per quanto riguarda la trasportabilità?» intervenne un credente del quale


non ricordava il nome. «Se otterremo un’insorgenza rapida, sarà ancora più
problematico utilizzare un organismo umano come ospite.» «A mio parere, non è
una questione di primaria importanza» rispose Sarie. «Non ho mai riscontrato
difficoltà nel trasferimento di un parassita, anche disponendo di attrezzature
alquanto rudimentali. Ma mi sembra una perdita di tempo pensarci adesso. Non
possiamo sapere quali cambiamenti interverranno quando inizieremo il processo
di coltura selettiva, pertanto qualsiasi procedura di trasporto potrebbe rivelarsi
inutilizzabile in seguito.» In realtà, le probabilità che eventuali alterazioni
avessero qualche effetto sulla trasportabilità del parassita erano vicine allo zero.
Ma più riusciva a ritardare la consegna della loro arma, più tempo avrebbe avuto
per studiare una strategia per sabotare il loro piano.

265
Capitolo 71

Iran occidentale

3 dicembre, ore 10:51 GMT+3:30

Sepehr Mouradipour guardò attraverso il mirino la fila di uomini, in parte


nascosta dalla fitta neve. La gola nella quale si trovavano era pressoché
pianeggiante e il percorso più agevole aveva consentito loro di serrare la
formazione, come previsto.
Indossava una tuta bianca col cappuccio ed era disteso sul ventre su un
materassino gonfiabile, semisepolto nella neve, per garantirsi un minimo
isolamento dal freddo. La faccia era anch’essa dipinta di bianco e da lontano
poteva essere scambiata per un semplice spuntone di roccia.

Il gruppo di uomini sembrava essere costituito per lo più da suoi


connazionali; secondo le informazioni ricevute, seguaci di Farrokh.
Traditori e senza Dio. Sarebbe stato un piacere ucciderli, ma quello era un
extra non previsto.
Dopo qualche minuto individuò i due soggetti, più o meno al centro della
colonna. Entrambi portavano tute da sci occidentali, di colore grigio chiaro;
quello davanti aveva le spalle larghe e la carnagione scura, con un ciuffo di capelli
neri sfuggito dal berretto di lana.

L’altro era più magro, di pelle chiara, arrossata dal sole, e portava degli
occhiali da sci.

Mouradipour premette un pulsante sul lato del fucile per segnalare la


posizione degli obiettivi, a duecento metri di distanza. Un LED integrato nei suoi
occhiali da sole lampeggiò sette volte in risposta. I suoi uomini erano pronti. La
colonna impiegò un po’ più del previsto per coprire la distanza, ma era difficile
valutare la velocità su quel tipo di terreno; di certo la sua squadra non avrebbe
avuto bisogno del suo intervento per apportare eventuali modifiche. Dai suoi
uomini pretendeva una disciplina ferrea, pena la morte. Il gruppo con cui
lavorava in quel momento aveva portato a termine nove missioni di quel genere
senza la minima defezione.

Quando il centro della colonna arrivò all’altezza di un cornicione roccioso che


aveva preso come punto di riferimento, Mouradipour inviò tre scatti in rapida

266
successione.
Tutto durò pochi istanti.
I suoi uomini uscirono allo scoperto e sul crinale di fronte a lui si
materializzarono i cecchini. Alcuni dei seguaci di Farrokh tentarono di prendere
le armi con movimenti goffi, ma erano quasi tutte fissate agli zaini, fuori portata,
oppure erano ingestibili con quei grossi guanti. In meno di cinque secondi,
ciascun componente della colonna era in ginocchio, con le mani legate sopra la
testa.

Mouradipour scese con agilità lungo il pendio, lasciandosi scivolare sulle


suole degli scarponi. Si avvicinò al primo dei due occidentali, gli strappò il
berretto dalla testa e confrontò la sua faccia con la foto che aveva stampata nella
memoria. I capelli erano gli stessi e così pure gli zigomi alti, ma non aveva gli
occhi di un azzurro intenso.

Un effetto della luce? Lenti a contatto?


Quando ebbe sfilato gli occhiali da sci al secondo uomo, scoprì con
raccapriccio il volto privo di rughe di un ragazzo di poco più di trent’anni.
«È una trappola!» gridò in farsi, afferrando il fucile.
Risuonarono alcuni spari e i suoi uomini crollarono uno a uno nella neve. I
prigionieri, così goffi e stanchi un attimo prima, si gettarono sul terreno
ghiacciato in modo da non bloccare la linea di fuoco agli altri e presero le armi
nascoste sotto le giacche a vento.

Mouradipour era appena riuscito a prendere il fucile con una mano quando si
sentì mancare la terra sotto i piedi. Prima ancora di capire cosa stesse accadendo,
già un cavetto d’acciaio gli stringeva il collo nonostante il tessuto pesante della
tuta. A ogni minimo movimento il metallo freddo gli tagliava la pelle.
In fondo alla gola apparve una persona sugli sci, schivando i miliziani morti o
moribondi. Aveva una sagoma particolare, stranamente morbida e flessuosa,
sebbene l’abbigliamento fosse ingombrante. Mouradipour batté le palpebre,
sempre più confuso. La figura si fermò davanti a lui e scostò il cappuccio della
giacca a vento, scoprendo i corti capelli biondi e la pelle di porcellana di una
giovane donna.
«Fa’ quella telefonata» disse Randi Russell, stringendo i denti e cercando di
appoggiare il fucile sulle spalle in una posizione più confortevole.

Dopo il volo dall’America, stipata tra le merci di un aereo da trasporto


strategico Starlifter C-141B, l’attraversamento clandestino del confine iraniano e

267
diciannove ore sugli sci, sulle tracce di quei bastardi, non era certo di buonumore.

Fred Klein era stato più che soddisfatto, quasi estasiato dalla seta
geneticamente modificata con la quale era tessuto il dispositivo antiproiettile che
le aveva fornito: quattro volte più resistente del Kevlar e del peso di soli
quarantacinque chili, comprese le sacche di sangue finto fissate con il nastro
adesivo.
Alla fine, comunque, la sua riluttanza a trovarsi di fronte al proiettile di un
assassino afghano con la sola protezione di un congegno fatto dello stesso
materiale della sua biancheria intima si era rivelata giustificata. Sulla schiena le
era rimasta un’escoriazione del diametro di trenta centimetri, che le tingeva la
schiena dei colori del tramonto.

«Telefonata?» chiese Mouradipour. «Non so di cosa stia parlando.» Randi


prese un flacone di antidolorifici e si rovesciò in bocca cinque compresse,
deglutendole senz’acqua, prima di parlare di nuovo.
«Non ti conviene farmi innervosire oggi, Sepehr. Te lo sconsiglio.» Lui non
rispose subito, distratto dalla vista dei suoi uomini mezzo affondati nella neve
sciolta a causa del calore del loro sangue. «E se acconsento a fare quella
chiamata?» «Allora ti tratterremo il tempo sufficiente a verificare che tu non
commetta stupidaggini, come utilizzare qualche parola in codice per segnalare la
tua cattura. Poi, se tutto va bene, ti lasceremo andare.»

«Quali assicurazioni ho?» «Ti assicuro che se non ti attacchi a quel dannato
telefono entro cinque secondi, chiederò al mio amico qui di tagliarti la testa. Cosa
te ne pare?» Il cavetto si strinse un po’ di più e, dopo una breve esitazione,
Mouradipour fece scivolare una mano nella tasca.

Randi fece un passo indietro e strinse gli occhi per fissare l’orizzonte. Tutte le
mappe, le foto satellitari e le coordinate sulle quali aveva lavorato Mouradipour
erano dei falsi, congegnati con l’unico scopo di sviarlo dalla effettiva posizione di
Jon e Peter, centosessanta chilometri più a nord. Sempre che non fossero morti
congelati, incappati in una pattuglia sul confine iraniano o si fossero beccati una
pallottola in testa per mano di Farrokh.

Usò il suo telefono satellitare per avvisare Covert-One che la chiamata di


Mouradipour stava per essere inoltrata e potevano quindi iniziare a localizzarla.
All’insaputa di Klein, Charles Mayfield avrebbe fatto la stessa cosa nel quartier
generale della CIA: una piccola verifica per conto suo l’avrebbe aiutata a dormire
meglio la notte.

Randi si girò e si avviò sugli sci, mentre sentiva la collera montarle dentro

268
assieme a uno strano senso di disperazione, difficile da decifrare. Si fermò solo
quando le voci dei suoi uomini furono coperte dall’urlo del vento. Aveva sperato
di non trovare nulla laggiù, a parte la neve. Desiderava che Klein si fosse
sbagliato.
Ma ora non poteva più cullarsi nell’illusione. Sapeva chi era il destinatario di
quella chiamata: un uomo per il quale lei aveva prestato servizio mettendo a
rischio la sua stessa vita innumerevoli volte. Un uomo che rispettava e
ammirava.
Lawrence Drake.

269
Capitolo 72

Iran occidentale

3 dicembre, ore 15:03 GMT+3:30

Erano quasi arrivati in cima, ma il villaggio era ancora invisibile. Le


formazioni rocciose coniche svettavano nel cielo fino a trenta metri di altezza,
molte con porte e finestre ricavate nelle pareti. Le costruzioni più moderne
parevano avere almeno mille anni: tuguri sghembi costruiti in blocchi di pietra e
circondati da vecchi recinti per il bestiame.
Entrarono dal lato orientale. Smith aveva imboccato una salita troppo ripida
per gli iraniani, ormai rassegnati all’evidenza della loro incapacità di esercitare un
qualche controllo sui due occidentali. Si trovò all’inizio di un sentiero dove la
neve era più battuta, forse la strada principale, e la percorse pattinando. Alle
finestre ghiacciate si affacciarono dei volti, che subito si ritrassero alla vista di
uno straniero.

Sentì picchiettare alla base della sua schiena e si voltò, riconoscendo il capo di
quella estenuante spedizione tra le montagne.

Si fermarono accanto a dei gradini di pietra e si tolsero gli sci, per poi
raggiungere una porta che si apriva nella parete rocciosa. La sua guida bussò
utilizzando un complicato codice di colpi e un momento dopo scomparve
nell’abbraccio di un uomo grosso quanto un orso, munito di un AK-47.
La sensazione del calore sulla pelle lo attirava in modo irresistibile e Smith
entrò, calpestando diversi strati di tappeti tradizionali fino a trovarsi davanti al
focolare.

«Si trova qui Farrokh?» chiese, sfilandosi i guanti e tenendo le mani tese
verso il fuoco. Il loro viaggio era durato tre giorni, più di quanto avesse calcolato,
e non aveva idea se Omidi avesse fatto dei progressi nel trattamento del parassita
per trasformarlo in arma biologica. Né, in effetti, se lo stesse facendo davvero. A
quel punto poteva anche essere riuscito a infiltrare una vittima infetta oltre il
confine americano e magari il contagio aveva già spazzato via metà della
popolazione.

«Prendete qualcosa da mangiare.» Una donna giovane e bella, con il capo


coperto da uno scialle, entrò subito dopo con un vassoio muqabillat, la tipica
selezione di antipasti locali, accompagnato da due fumanti tazze di tè.
«Senta, non ho tempo da perdere. Voglio vedere Farrokh. Subito.»

270
L’iraniano si tolse la pesante tuta da sci e si lasciò cadere su una pila di
cuscini colorati, accanto al fuoco. «Farrokh è un uomo molto occupato.» Senza
berretto e occhiali scuri, sembrava più giovane. Lo sguardo rifletteva
un’intelligenza fuori dal comune e un grande senso di calma e fiducia in se
stesso. Non era certo un uomo da sprecare in una missione come quella appena
portata a termine.

«È lei, vero?» domandò Smith, imprecando fra sé per la propria stupidità. «È


lei Farrokh.» Per tutta risposta l’uomo indicò i cuscini accanto al fuoco. «Prego,
dottor Smith. È stato un lungo viaggio. Si riposi.» Jon obbedì, sfilandosi la tuta da
sci e cercando di dominare la sua impazienza. I ritmi erano diversi in quella parte
di mondo, e non sarebbe arrivato da nessuna parte cercando di contrastare
tradizioni perpetrate da millenni.

«La nostra organizzazione deve essere capillare, in modo da sopravvivere alla


morte di un singolo individuo. Ma, per rispondere alla sua domanda, sì, è vero. Io
sono colui che chiamano Farrokh.» Sebbene si stesse sforzando di mantenere un
atteggiamento diplomatico, Smith non riuscì a celare la sua collera. «E allora
cosa diavolo abbiamo fatto finora? Pensavo fosse informato sulle novità.»
«Non è mai consigliabile agire d’impulso» rispose Farrokh. «E cercare di
capire come ragiona un uomo che vuole essere mio alleato non è mai una perdita
di tempo. In realtà, è grazie a questo se sono ancora vivo.» Quando Smith riprese
a parlare era riuscito a calmarsi un poco. «E qual è il verdetto?» «Lei mi sembra
un uomo da prendere sul serio.» «Quindi si fida di me, adesso?»

Farrokh rise e prese una delle due tazze di tè, offrendola a Smith.
«Potrei contare le persone di cui mi fido sulle dita di una mano, e forse non
mi servirà un altro dito solo perché adesso l’ho conosciuta.» «Ma crede
all’esistenza del parassita e al fatto che è in mano al suo governo.»
«Sì, anche se non riesco a capire perché dovrebbe essere un problema mio.»
Nonostante l’apparente indifferenza, sapeva esattamente perché la questione lo
riguardasse.
«Lei non ha molta simpatia per gli Stati Uniti e lo capisco, ma ammetterà che
vi stiamo lasciando in pace. Pensi alle possibili conseguenze, se Omidi riuscisse a
lanciare un’arma biologica entro i nostri confini.»
Farrokh si strinse nelle spalle. «L’America è, in maniera diretta o indiretta,
responsabile della morte di milioni di iraniani, del regno di un brutale dittatore e,
a dirla tutta, anche del sistema islamico repressivo e retrogrado sotto il quale
viviamo. Forse questo rimetterebbe le cose in pari.» «No» riprese Smith. «Lei è
troppo intelligente per parlare in questo modo. Non ha importanza quanti

271
americani verranno uccisi; ne basterebbe uno solo per premere un bottone. E
allora non avrete più un Iran da liberalizzare.» Farrokh annuì, pensoso.
«L’ayatollah ormai ragiona come un vecchio e Omidi è pazzo. Pensano di aver
ricevuto quest’arma da Dio e che sarà lui a guidare la loro mano quando si
accingeranno a distruggere i nemici dell’Islam.» «Non sono certo che andrà in
questo modo.» «No. In queste questioni Dio non prende quasi mai posizione,
l’ho imparato a mie spese. I giusti e gli innocenti soffriranno quanto i malvagi, se
non di più. Affidarsi unicamente al suo intervento è sintomo di arroganza e
stupidità. L’America ha sia il potere sia la volontà di massacrare chiunque non
mostri anche il minimo segno di deferenza.»
Smith cercò di escludere dal suo udito l’inesorabile ticchettio dell’antico
orologio appeso alla parete. Sembrava sempre più forte, mentre loro
continuavano a trascinarsi in quella sterile discussione geopolitica.
«L’America è un’enorme forza stabilizzatrice per il mondo, lo sappiamo
entrambi. Quanti Paesi con la stessa forza militare ed economica avrebbero
dimostrato la stessa moderazione? Cosa farebbe il suo Paese con un arsenale del
genere? O cosa farebbero i tedeschi?» Farrokh sorseggiò il suo tè per qualche
istante prima di passare a un argomento più concreto. «Lei sa dov’è stata portata
la dottoressa van Keuren?» «No. In territorio iraniano non disponiamo di
un’intelligence degna di questo nome.» «Ah, e quindi lascia a me anche questo
compito?»

«È il suo Paese, e per quanto ne so l’esperienza in questo tipo di cose non le


manca di certo.» Alzò le spalle di nuovo. «Così dicono, almeno.» Le parole erano
criptiche, ma il tono non dava adito a dubbi. La rete di Farrokh aveva cominciato
a scavare in quella storia dal momento in cui i collaboratori di Klein si erano
messi in contatto con loro.

«Dov’è? Dove la tengono?» Farrokh esaminò gli assaggini sul vassoio in


mezzo a loro, arricciando il naso, decidendosi poi per una cremina non meglio
identificata, da spalmare su un pezzo di naan. «Di recente c’è stata attività in una
struttura di ricerca abbandonata, nella regione centrale del Paese. Inoltre diversi
docenti universitari sono stati convocati per questioni governative, e da allora
hanno perso i contatti con le loro famiglie. Questi fatti, e il momento scelto, non
mi sembrano semplici coincidenze.» «Qual è il livello di protezione della
struttura?»
«Si trova nel sottosuolo, e l’ingresso è sorvegliato.» «Non so se riuscirò a
ottenere una copertura aerea, ma posso provarci.» Farrokh aggrottò la fronte e si
adagiò sui cuscini. «E lei pensa davvero che le darei il mio aiuto per coordinare
un attacco al mio Paese? Io sono un riformatore, non un traditore.» «Ma…»

272
L’iraniano alzò una mano per interromperlo e un momento dopo sulla porta
comparve l’uomo che li aveva accolti in casa. Sembrava meno gioviale ora e
teneva l’arma imbracciata, non più in spalla.
«Teymore l’accompagnerà nelle sue stanze. Avremo l’opportunità di parlare
presto di nuovo, spero.»

273
Capitolo 73

Iran centrale

3 dicembre, ore 19:12 GMT+3:30

Sarie van Keuren teneva con estrema cautela il bisturi mentre incideva una
sezione trasversale del cervello sul tavolo davanti a sé.
Le piccole dimensioni rendevano difficile l’esecuzione, ma era felice di essere
riuscita a convincere Omidi che lavorare con gli animali sarebbe stato più
produttivo. La stanza con la parete trasparente confinante con il suo laboratorio
adesso era piena di gabbie, ognuna delle quali teneva imprigionata una scimmia:
alcune erano cavie da laboratorio, altre sembravano state sottratte agli zoo o ai
loro proprietari.

Ogni gabbia era coperta con un telo, una misura da lei ritenuta necessaria per
evitare che gli animali morissero dopo essersi feriti cercando di raggiungere le
persone oltre il vetro. La vera ragione, però, non era di impedire loro di vedere i
suoi nuovi colleghi, bensì di vedersi tra di loro, una sottile distinzione sfuggita a
Omidi e ai suoi scienziati tirapiedi.
Sarie notò le macchie di sangue sui teli che ricoprivano diverse gabbie al
centro della stanza. Annotò l’ora su un blocco e tornò a lavorare sul tessuto
cerebrale.

C’erano varie potenziali strategie per rendere il parassita meno pericoloso, ma


quasi tutte cedevano sotto il peso di qualsiasi analisi più approfondita. La più
ovvia poteva essere indurre una mutazione nelle cornee della vittima, al fine di
causarne la cecità. Sarebbe stato un espediente ineccepibile dal punto di vista
scientifico, ma un tantino azzardato; un gran numero di animali infetti che
scorrazzavano in giro e sbattevano contro ogni cosa non potevano passare
inosservati. I tirapiedi di Omidi non erano delle cime, ma neppure dei perfetti
idioti.

Poi aveva preso in considerazione la possibilità di acuire la loro capacità di


concentrazione. All’inizio le era parsa un’idea geniale, per quanto perversa. Se
avesse potuto ridurre la tendenza degli animali infetti a farsi distrarre durante un
attacco, questi avrebbero ammazzato le loro vittime, bloccando la catena del
contagio.
Per sua sfortuna, però, le zone del cervello responsabili di quell’attività erano

274
troppo diffuse per poterle colpire in maniera mirata. Il parassita aveva lavorato
su quell’aspetto per milioni di anni. Lei non aveva tutto quel tempo a
disposizione.

La risposta, a sorpresa, era già presente nei neuroni specchio. Era facile
modificare lo schema del danno, e lei era riuscita a influenzare il modo in cui le
vittime del parassita si identificavano l’una nell’altra, creando le basi per una
reciproca inimicizia. Il piano aveva diversi punti deboli, ma se avesse fatto in
modo di indurre i soggetti infetti ad aggredirsi a vicenda, stimava di poter ridurre
il tasso di diffusione anche del quaranta per cento.
E poi aveva fatto un’altra eccezionale scoperta sulla relazione tra l’esposizione
e la risposta: più alta era la quantità iniziale di parassiti somministrati alla
vittima, prima comparivano i sintomi. Aveva usato questo assunto per
convincere Omidi dei suoi progressi nel ridurre il tempo di sviluppo della
sintomatologia mentre, in realtà, stava solo somministrando dosi sempre più alte
di sangue infetto alle cavie.
A Omidi però non era sfuggito l’effetto collaterale della sua intuizione: le
vittime morivano molto più in fretta, e la cosa, ovviamente, limitava le occasioni
di contagiare altre persone. I credenti, aveva notato Sarie, stavano iniziando pian
piano a sparire: forse Omidi stava formando un gruppo alternativo da qualche
altra parte all’interno della struttura, per controllare la sua ricerca e lavorare sul
problema della morte precoce. Inoltre, Sarie doveva tener conto di una cosa:
avrebbero di sicuro eseguito dei test sulle «modifiche» negli esseri umani e
dunque molto presto ne avrebbero scoperto l’inefficacia.

Ecco perché era così importante per lei mettere in atto la fase due del suo
piano, il prima possibile. Purtroppo, però, fino a quel momento non aveva ancora
elaborato una fase due.
Sarie terminò con la sezione del tessuto cerebrale e passò alle procedure di
decontaminazione, alquanto grossolane, prima di entrare nella grande stanza
adiacente al laboratorio. Cinque rammolliti seduti davanti a computer abbastanza
datati la osservarono mentre si sedeva di fronte all’unico terminale con sistema
operativo in inglese.
Aveva appena iniziato a inserire le nuove informazioni quando Yousef Zarin
accostò una sedia alla sua.
«So cosa sta facendo» le sussurrò all’orecchio.

«Pardon?» rispose, continuando a digitare numeri in una matrice con false


cifre di mortalità.
«Ho analizzato i suoi dati ed esaminato alcuni campioni io stesso.» Sarie
sorrise a denti stretti, sforzandosi di pensare con lucidità, senza farsi assalire

275
dalla paura.
Lo scienziato continuò: «Il danno ai neuroni specchio evolve molto in fretta».

«Deve scusare la mia ignoranza in neurologia, dottor Zarin. Mi ripete cosa


sono i neuroni specchio?» Lui sorrise a sua volta. «Sarà sorpresa di scoprire che
in realtà ho letto i suoi studi sugli effetti della toxoplasmosi sul comportamento
umano. Le sue doti intellettuali e la perfetta comprensione delle funzioni
cerebrali si evincono in maniera piuttosto chiara.»
«La ringrazio per il complimento» replicò Sarie, in tono un po’ troppo vivace
per una persona nella sua posizione, ma trovando difficoltà a mantenere un
equilibrio. «Solo, non capisco cosa…» Zarin abbassò ancor di più la voce. «Se
queste mutazioni dovessero continuare, le vittime del parassita non saranno più
capaci di distinguere tra soggetti infetti e persone sane.» Sarie smise di scrivere,
ma le sue dita sembrarono congelarsi sulla tastiera.
«È molto astuto da parte sua» proseguì Zarin. «Pensavo che si sarebbe
limitata a ridurre gli impulsi aggressivi, ma forse questo sarebbe stato troppo
ovvio, non è vero? Come dite voi? Tanto di cappello.» «Credo che lei stia
fraintendendo…» «Non pretendo certo di essere alla sua altezza, dottoressa, ma
l’argomento un po’ lo conosco.»
«Lei…» balbettò, cercando qualcosa di credibile da dire. «Potrebbe essere un
effetto collaterale dei tempi di sviluppo che mi è sfuggito… Magari potremmo…»
Lui scosse la testa e lei tacque.
«No, più ci penso e più capisco quanto sia sensazionale. Con il tempo
potrebbe avere un effetto significativo sulla diffusione del contagio. Purtroppo, di
tempo proprio non ne abbiamo.»
«Cosa?» «Possiamo darci del tu? Vedi, Sarie, non siamo tutti fondamentalisti
e fanatici. Dobbiamo smetterla di dedicarci alla costruzione di armi sempre più
terrificanti. Deve essere così. La tecnologia ha messo troppo potere nelle mani
degli uomini, si sentono in diritto di distruggere ogni creazione di Dio.»
Era una trappola? Stava cercando di scoprire i particolari del suo lavoro per
ostacolarla? Oppure poteva fidarsi di lui? In definitiva, era stata smascherata. I
suoi sforzi per sabotare il piano di Omidi non avevano più senso. Ma se Yousef
Zarin era davvero dalla sua parte, avrebbe potuto aiutarla a salvare milioni di vite.
Se era contro di lei, il suo destino era segnato.

«Non avrai intenzione di dirlo a Omidi?» gli chiese, ricordandosi delle


telecamere sempre accese sul soffitto.

«Omidi è un porco. Questo è un tentativo disperato, è il male perseguito dagli


uomini politici che cercano di rimanere attaccati al potere, camuffandolo da
devozione religiosa. Sì, ti aiuterò. Ma temo che la strada che hai imboccato non

276
porti da nessuna parte.»
Aveva ragione, certo. Era stato il suo tentativo disperato. Nel caso improbabile
in cui avesse avuto il tempo di perfezionare le mutazioni genetiche, non
sarebbero state durature. Il parassita era dotato di grande adattabilità: se fosse
stato diffuso in un’area geografica non isolata come l’Africa, si sarebbe evoluto
con velocità devastante, nascondendo i sintomi, modificando le sue modalità di
trasmissione ed estendendo i tempi della finestra di contagio nelle persone
infette.

Il suo istinto le suggeriva di essere cauta, ma aveva davvero bisogno di


qualcuno al suo fianco. Di non sentirsi più sola.
«Esiste una via di fuga, Yousef? Oppure un modo di comunicare con il mondo
esterno? Ho degli amici che potrebbero aiutarci.» L’iraniano scosse la testa.
«Siamo a cento metri sottoterra. Tutti i messaggi in uscita vengono controllati da
Omidi in persona.» «Allora dobbiamo pensare a qualcos’altro.» Lui annuì: «Sì, e
in fretta. Secondo me gli scienziati non sono più dalla nostra parte. Quelli fedeli a
Omidi credo stiano lavorando a un modo di trasportare il parassita fuori dal
corpo umano».

«Cosa? Ne sei sicuro?» «È venuto da me e mi ha chiesto se ero d’accordo che


il lavoro sul trasporto dovesse aspettare fino al completamento della sequenza
genetica definitiva. Io ti ho difesa, ma le domande che mi ha fatto erano troppo
tecniche perché le avesse formulate da solo. I suoi devono avergli detto che le
modifiche non avrebbero influenzato le modalità di trasporto.» «Allora dobbiamo
andarcene da qui, Yousef. Dobbiamo cercare aiuto.»
«Temo sia impossibile. Però qualche idea ce l’ho.» «Cosa intendi?» «Ero già
stato qui anni fa, quando questo era un laboratorio di armi biologiche. In
quell’occasione mi chiesero di scrivere una relazione sulla sicurezza. C’erano
molti problemi, sistemi arcaici o fuori uso, procedure poco oculate, crepe nei
muri e nei soffitti. Il governo contava sull’isolamento del luogo. Il più vicino
centro abitato si trova a due ore di auto da qui.»
«Da quanto ho potuto vedere, non ti hanno ascoltato. Questo posto è una
bomba a orologeria.» Lui annuì. «Poco dopo la mia ispezione, l’America ha
attaccato l’Iraq a causa delle presunte armi di distruzione di massa. Il nostro
governo temeva che lo stesso destino attendesse anche l’Iran e questa struttura
fu chiusa.» «Allora tu conosci le falle nei sistemi di sicurezza?»

«Meglio di chiunque altro.» Sarie si appoggiò allo schienale e guardò oltre le


spalle di Zarin, fissando le persone che erano nella stanza e cercavano in tutti i
modi di non attirare l’attenzione. Si chiese cosa avrebbero detto se avessero

277
saputo cosa lei e Yousef avevano in serbo per loro.

278
Capitolo 74

In volo sopra l’Iran centrale

4 dicembre, ore 10:14 GMT+3:30

Il vecchio elicottero russo sembrava essere sul punto di disintegrarsi mentre


sfiorava il crinale. Smith si aggrappò al quadro degli strumenti arrugginito
mentre il terreno sotto di loro svaniva, e Farrokh virò verso la vallata.
Non gli avevano permesso di usare il cellulare né altri mezzi di
comunicazione, e tutte le sue domande, sulla ricerca di Omidi e il parassita, su
dove fosse finito Peter Howell, e su quando diavolo avrebbero iniziato a «fare»
qualcosa, erano state educatamente sviate.

«Laggiù» urlò Farrokh per sovrastare il frastuono delle eliche. Indicò un


gruppo di una cinquantina di persone appena visibili sotto di loro, alcune in
formazione militare, altre che si spostavano in fretta su quello che sembrava un
percorso a ostacoli.
«Il nostro nuovo centro di addestramento» spiegò l’iraniano, descrivendo in
volo un ampio cerchio sulle teste degli uomini per atterrare all’ombra di un
imponente massiccio. «Prima eravamo concentrati su tecniche di protesta
pacifiche, con il sostegno della tecnologia. Ma più cresce il nostro successo, più
disperato e violento diventa il governo.»

«E quindi state mettendo a punto un braccio armato?» L’iraniano spense il


motore e saltò giù, seguito subito da Smith.
«Non è concepita come una forza offensiva. A mio avviso, se siamo pazienti,
possiamo vincere senza sporcarci le mani di sangue.
Cercare di sbarazzarci della vecchia guardia arroccata nel nostro governo
sarebbe una strategia inutile.» «Sarebbe quasi meglio aspettare che muoiano, per
poi sostituirli in sordina.»
«Proprio così» commentò Farrokh. «Una violenza esplicita contro la classe
dirigente sarebbe una pessima pubblicità per noi. Credo non sia diverso negli
Stati Uniti. Non importa quanto sia disprezzato il governo, chiunque cercasse di
rovesciarlo con le maniere forti non avrebbe l’approvazione di nessuno. D’altro
canto, ci sembrava irresponsabile non dotarci di strumenti di difesa.» «Spera nel
meglio, ma preparati al peggio» sentenziò Smith. «È un sistema che ha sempre
funzionato, per quanto mi riguarda.» Si schermò gli occhi con una mano per
guardare due uomini mentre cercavano di arrampicarsi su una barriera alta tre
metri, poi si girò a destra a osservarne altri in fila, distesi sul ventre, impegnati in

279
prove di tiro al bersaglio. Un istruttore andava avanti e indietro alle loro spalle,
fermandosi ogni tanto per correggere una posizione errata o per dare consigli.
Aveva il volto nascosto da un ampio cappello di paglia, ma i movimenti fluidi e
atletici e l’energia straripante erano inconfondibili.

«Mi scusa per un istante?» disse Farrokh, allontanandosi per raggiungere un


gruppo di uomini intenti a studiare delle carte spiegate su un tavolo da campo.
Smith annuì e continuò a camminare, chiudendo le mani a imbuto intorno
alle labbra mentre si avvicinava alla fila. «Peter!» Howell si girò e poi urlò una
serie di ordini agli uomini a terra. Un attimo dopo, correvano uno dietro l’altro
verso una struttura dalla quale pendevano delle corde da arrampicata.

«Stavo iniziando a preoccuparmi per te, vecchio mio» mormorò afferrando la


mano di Smith con una stretta energica.
«Potrei dire la stessa cosa, ma non mi sembri più sbattuto del solito.» «Un
letto e tre pasti al giorno. Cosa deve volere di più gente come noi?» Era una
questione filosofica interessante, ma potevano affrontarla in seguito. «Come
siamo messi, allora?»
«Quarantotto uomini con qualche mese di addestramento e nove ex militari
professionisti, due dei quali con un passato nelle forze speciali. Ma sono come
me, un po’ attempati.» «Cosa mi dici dei quarantotto? Sono in grado di
combattere?» Howell si accigliò. «Si impegnano molto, sono in gamba. Ma sono,
per così dire, un po’ in affanno.»

«Si va in battaglia con l’esercito che si ha, non con quello che si vorrebbe
avere.» «Appunto. Ma vedi di non trovarti davanti a loro, quando inizieranno a
sparare.»

280
Capitolo 75

Iran centrale

5 dicembre, ore 02:01 GMT+3:30

Jon Smith cercò di sistemarsi in una posizione meno scomoda sul terreno
roccioso. Erano quasi trecento chilometri a nord-est del campo di addestramento
di Farrokh, e avevano fatto l’ultima parte del viaggio a cavallo. Mezzo di trasporto
tranquillo ed efficiente su quel percorso accidentato, certo, ma lui non saliva in
sella dal giorno del suo quinto compleanno.

Installò il binocolo per la visione notturna sul cavalletto, osservando la doppia


rete metallica, le torrette di guardia, la collocazione delle mitragliatrici. Non vide
però l’obiettivo principale: un edificio. Il laboratorio per le armi biologiche era
interamente sottoterra, e anche di parecchi metri, se le informazioni di Farrokh
erano corrette.
Al centro del perimetro ben difeso si ergeva uno sperone di roccia e Smith
scorse una sezione lucida e grigia al suo interno. Porte di acciaio quadrate, sei
metri di lato e di spessore imprecisabile. Era difficile immaginare uno scenario
peggiore, a parte qualche gigante robot alieno.
«Non sei riuscito a procurarti una pianta del sito?» sussurrò.

Erano distesi sul terreno duro e sabbioso, circa a un chilometro e mezzo dal
perimetro esterno. Arrivare più vicino avrebbe richiesto doti militari che il suo
compagno non aveva.
«Purtroppo no» rispose Farrokh.

«Vecchi permessi di fabbricazione? Mappe? Rapporti delle ispezioni?» «Il


black out sulle informazioni è assoluto. In un certo senso anche troppo: è stata
proprio la sparizione improvvisa di ogni notizia sulla struttura a portarci qui,
all’inizio.»
Le torrette e la recinzione esterna sembravano nuove e costruite senza un
criterio logico, con materiali locali. Si trattava però di una finta trasandatezza,
creata ad hoc dagli iraniani per non rendere riconoscibile l’impianto dall’alto.
Smith regolò di nuovo la messa a fuoco, concentrandosi sulla base della più
orientale delle due torrette a protezione dell’entrata.
Nonostante sapesse con precisione dove guardare, il suo occhio impiegò
trenta secondi buoni prima di percepire un movimento.

281
Peter Howell e un veterano delle forze speciali anche più vecchio di lui
avevano passato le ultime cinque ore nascosti sotto un telone sporco,
avvicinandosi pian piano alle difese esterne della struttura.
Erano giunti sopra il basso muretto che costituiva il loro obiettivo e Smith
avvertì la vibrazione del cellulare sul fianco di Farrokh.
L’iraniano abbassò gli occhi per controllare e poi alzò il telefono per far
leggere a Smith l’SMS sul display.
Fossa prof. 2 m. e larg. 4 m. ponte pericoloso.

Lo sospettava, ma aveva sperato in un briciolo di fortuna. Qualunque


tentativo di accesso da un punto diverso dall’ingresso principale sarebbe stato
bloccato e la persona fatta a pezzi dalle mitragliatrici sulle torrette.
«Quindi, o attraverso l’ingresso principale o niente» concluse Farrokh.

Smith annuì nel buio, ma non poté fare a meno di pensare che «niente»
sarebbe stata l’opzione più semplice.
Non c’era modo di provare a entrare senza essere visibili a chilometri di
distanza e non era possibile evitare il ponte di accesso, predisposto per saltare in
aria al primo transito non autorizzato.
Farrokh digitò una breve risposta e poi tornò al punto di osservazione, mentre
Smith rotolava sulla schiena guardando in su, verso un cielo pieno di stelle. Si
chiese se Sarie fosse ancora viva. Se fosse dentro a quel bunker.

«Chi porterai alla festa, Farrokh?» «Cinquanta uomini in gamba, pronti a


morire per quello in cui credono.» Ed era proprio la fine che avrebbero fatto se si
fossero trovati contro dei veri soldati nelle posizioni di trincea.
«Artiglieria?»

«No. Abbiamo degli esplosivi, ma possiamo trasportarli solo a mano.» «E la


tecnologia? Siamo in grado di interrompere ogni via di comunicazione con
l’edificio?» «No, usano il satellite e non abbiamo nessun modo di interferire con
il segnale.» «E l’elettricità?»
«Non ci sono fili, quindi devono avere un generatore interno.» Smith emise
un lungo sospiro. Quella non era un’operazione da lasciare a metà. Rompere la
linea di sicurezza, e poi non concludere l’attacco, poteva favorire la fuoriuscita del
patogeno. Se avessero fatto irruzione, la struttura avrebbe dovuto essere
sterilizzata. E Sarie van Keuren? C’erano due sole opzioni, salvarla o eliminarla.

«Ho bisogno di mettermi in contatto con i miei collaboratori, Farrokh. Forse

282
abbiamo già informazioni sufficienti per convincerli a entrare nello spazio aereo
iraniano. Abbiamo uomini specializzati e…» «È fuori discussione. Non intendo
usare forze armate americane contro il mio Paese.» «Io sono dell’Esercito degli
Stati Uniti.» «Non è la stessa cosa, non ti sembra?» «C’è in gioco la vita di
milioni di persone, Farrokh. Questo non è…»

«Come sarebbe andata se aveste avuto la certezza che in Iraq non c’erano
armi di distruzione di massa? Avreste aiutato le forze aeree irachene ad
attraversare il confine e distruggere le vostre basi militari, per fermare
un’invasione che ha portato morte e miseria in tutta la regione? Abbiamo
cinquanta uomini pronti a morire ai miei ordini, colonnello. Niente di più.»
Smith rotolò di nuovo sulla pancia, immaginando di fracassargli la nuca con
una pietra e prendergli il cellulare. Purtroppo aveva notato che inseriva un PIN a
ogni utilizzo e non era riuscito a decifrarlo.
«Sei tu il capo, Farrokh. Chiama Howell e il tuo uomo. Voglio andare via di
qui prima dell’alba.» L’iraniano compose un altro SMS e pochi attimi dopo il
telefono vibrò con una risposta.
Non ancora. ho un’idea. divertim garantito x tutti.

283
Capitolo 76

Iran centrale

5 dicembre, ore 06:54 GMT+3:30

Sarie entrò nella stanza delle cavie, pervasa da strida assordanti e dal clangore
delle gabbie scosse con forza dalle scimmie. Lottò contro l’istinto di togliersi la
tuta anticontaminazione e correre via, mentre sistemava con calma il suo blocco
e faceva scivolare il pollice dentro l’anello di una grossa siringa.
Era piena del sangue di un animale allo stadio finale dell’infezione, e i
sensibili parassiti al suo interno avrebbero iniziato presto a morire.
Non c’era più tempo per riflettere. Non aveva il tempo di formulare una
seconda ipotesi o di pensare a un finale meno drammatico. Non c’era più tempo
per niente.

Mentre superava la prima delle gabbie coperte dai teli, sentiva le scimmie
reagire ai suoi passi attaccandosi con tutte le forze alle sbarre per cercare di
raggiungerla. Più avanti c’erano animali infettati solo qualche ora prima, e non si
mossero affatto, chiusi nel loro silenzioso, allucinato stupore. Ma era la terza
sezione che le interessava, quella con le scimmie sane.
Ogni animale aveva una sonda collegata al sistema centrale per introdurre
medicinali e patogeni. Sarie vi attaccò la siringa e inserì un dato in un portatile
protetto da una custodia di plastica. Il numero di parassiti iniettato era molto
superiore rispetto a quanti ne sarebbero stati introdotti in seguito a un eventuale
attacco. In base alla sua ipotesi, il gruppo due e il gruppo tre avrebbero sviluppato
tutti i sintomi più o meno nello stesso momento. A quel punto, le scimmie del
gruppo uno sarebbero state moribonde, ma ancora in possesso del trenta per
cento di forza e mobilità. Quanto bastava a renderle letali.

Le procedure per eliminare la siringa e togliere la tuta protettiva non avevano


alcun senso ora, ma ripeté quelle mosse con la stessa deliberata risolutezza di
ogni altro giorno. Anche se il tempo a disposizione era poco, non poteva rischiare
che le telecamere di sicurezza riprendessero qualcosa di insolito.
Quando entrò nell’ufficio, l’orologio sul muro segnava le 7:30 del mattino.
Yousef Zarin era l’unico presente ed era intento a lavorare al computer,
circondato da documenti e fogli sparsi.

Si sedette accanto a lui, girando la schiena alle telecamere mentre guardava lo


schema apparso sul suo monitor. Grazie a un incredibile colpo di fortuna, la
struttura era stata chiusa subito dopo l’esito negativo dell’ispezione, e nessuno si

284
era preoccupato di cancellare le vecchie password. Zarin aveva accesso completo
al sistema e sufficienti nozioni di programmazione per mettere in atto il loro
piano.
«È tutto pronto?» Lui annuì. «Quando viene segnalata un’emergenza, tutte le
porte di uscita verso l’esterno si sigillano in maniera automatica, come era stato
programmato. A ogni modo, ho apportato due piccole modifiche. La prima alle
porte interne: il sistema originale le faceva chiudere ermeticamente, in modo da
isolare le varie zone dell’edificio e contenere ogni perdita in un’area più piccola
possibile.
Ho lasciato intatto il programma di blocco delle porte, ma ho introdotto un
errore nel dispositivo che ne provoca la chiusura.»
«Quindi saranno ancora aperte quando scatterà la serratura di sicurezza»
commentò Sarie. «E questa ne impedirà la chiusura.» «Proprio così. L’altra
modifica è stata più difficile perché ho dovuto programmare un nuovo codice, ma
ho tentato una simulazione e funziona.»
«Le gabbie delle scimmie?» «Esatto. I lucchetti delle gabbie si apriranno e poi
saranno fuori uso.» Sarie annuì, cercando di imporre ai battiti impazziti del suo
cuore di rallentare. Sotto tutti i punti di vista, stavano trasformando quel centro
in una tomba. Una trappola che sarebbe stata travolta da un’inaudita violenza e
dal caos più assoluto prima di piombare nel silenzio per sempre.

«Tutto bene?» chiese Zarin, con un’ombra di preoccupazione negli occhi


scuri.
«Sì.» «Non è una prospettiva piacevole, vero?» «No, ma sto iniziando ad
accettarla.»

«Anch’io» concordò lui, «ma mi sarebbe piaciuto rivedere la mia famiglia


un’ultima volta. Restano sempre tante cose non dette, quando si è convinti di
avere ancora tempo.»
Sorrise debolmente, un po’ frastornata all’idea di non avere niente e nessuno
da rivedere. Trascorso un po’ di tempo dalla sua scomparsa, l’università avrebbe
organizzato una sentita commemorazione. I suoi colleghi avrebbero scosso la
testa, affermando che in fondo era troppo pericoloso per una donna passare tanto
tempo da sola nella boscaglia a catturare insetti per i suoi esperimenti. E poi la
vita sarebbe continuata come prima.

«Adesso scusami» disse Zarin, alzandosi in piedi. «Vado a pregare.» Lo


osservò uscire, desiderando di avere almeno un po’ della devozione che suo padre
aveva per la Bibbia. Un minimo di conforto dall’alto sarebbe stato gradito, vista la
completa assenza di alcol nell’edificio.

Nella macchina del caffè c’era ancora un fondo rimasto dalla sera precedente

285
e doveva accontentarsi di quello. Le sembrò quasi surreale pensare che forse non
avrebbe mai più bevuto una tazza di caffè appena preparato.
Si chiese cosa avrebbe immaginato chi li avesse ritrovati: il sangue, i resti di
barricate improvvisate, i corpi di persone e animali ancora avvinghiati nella lotta
mortale.
La cosa più importante, comunque, era una sola: nemmeno il parassita
sarebbe sopravvissuto all’ecatombe.

286
Capitolo 77

Iran centrale

5 dicembre, ore 09:02 GMT+3:30

Sarie van Keuren si sedette di fronte al monitor di Zarin, ascoltando il


continuo vociare delle scimmie e guardando l’orologio nella sua corsa
inarrestabile. Aveva sperato che lui ritornasse, che non la lasciasse lì a fare tutto
da sola. Ma rispettava il suo desiderio di starsene un po’ per conto suo.

Stentava a riconoscere se stessa nell’immagine riflessa sullo schermo nero del


computer. I lineamenti tirati, gli occhi cerchiati di scuro, l’espressione spenta
sembravano appartenere a qualcun altro.
Qualcuno ormai giunto troppo lontano da casa.

Si asciugò una lacrima e toccò la tastiera, riportando il monitor in vita. Con


alcuni clic del mouse richiamò la schermata della chiusura di emergenza e vi
indugiò un attimo con il cursore, pensando a Zarin e alla famiglia che non
avrebbe più rivisto. E anche a quella che lei non avrebbe mai avuto.
Bastò un impercettibile movimento del dito ad attivare l’allarme. La sirena,
assordante, coprì le grida delle scimmie. Trattenne il respiro, resistendo
all’istinto di scappare. Meglio farla finita in fretta.

Ma non accadde nulla.


Sarie si voltò sulla sedia e scrutò la porta chiusa che conduceva all’ingresso.
Avrebbe dovuto aprirsi automaticamente, e i cilindri della serratura avrebbero
dovuto scattare subito. Confusa, premette di nuovo il tasto. L’allarme continuò a
suonare, ma la porta rimase chiusa e le scimmie rimasero al sicuro nelle gabbie.

Dopo un breve sfarfallio, lo schermo divenne nero per un momento, tornando


alla fine alla pagina del login. Inserì la password di Zarin e stava iniziando ad
accedere alla mappa della struttura, quando la porta alle sue spalle si aprì
all’improvviso.
Ma il computer non c’entrava: scattò in piedi mentre tre uomini armati di
mitra irrompevano all’interno. Omidi li seguiva, trascinando con sé Yousef Zarin.
Lo scienziato aveva la gamba destra spezzata e si accasciò quando il ministro
dell’Intelligence lo lasciò andare, abbandonandolo sanguinante e confuso sul
pavimento.

287
«Pensava di non essere controllata?» urlò Omidi. «Si illudeva che non avessi
letto il rapporto di Zarin?» «Io…» balbettò Sarie. «La serratura di una delle
gabbie mi sembrava rotta… credevo…» L’iraniano le si avventò contro, dandole
uno schiaffo in faccia tanto forte da farla cadere a terra. «I computer sono tutti
monitorati! Lui stava manipolando i dispositivi di sicurezza, questo lo sappiamo.
Adesso mi dica cosa ha fatto lei!» Sarie scosse la testa, sforzandosi di pensare.
Zarin non aveva parlato.
Era riuscito a resistere, nonostante la tortura.

«Ho… ho infettato il resto delle cavie» spiegò, rimanendo sul vago.


«Noi…» «Questo lo so» la interruppe Omidi, puntando la pistola su Zarin,
«ha lavorato sul parassita giorno e notte. Mi dica cosa ha fatto!» «Niente.» Omidi
premette la canna della pistola contro la nuca dello scienziato.
«Parli, o lo ammazzo.»
«Ecco cosa ho fatto, niente!» si giustificò Sarie, facendo attenzione a non
rivelare dettagli che i fedeli sostenitori di Omidi non avrebbero potuto indovinare
da soli. «Non ho accelerato il tempo di insorgenza dei sintomi, ho solo infettato
gli animali con dosi sempre più massicce.» «La grande Sarie van Keuren non è
riuscita a trovare di meglio?» la provocò, premendo il dito sul grilletto. «Voglio la
verità, subito!»
Era finita. Le restava solo un ultimo tentativo per salvare le loro vite.
«Okay! Non fategli del male. Selezionavo i parassiti che attaccano la cornea
per aggiungere la cecità alla sintomatologia.» Sobbalzò al rumore dello sparo,
alzando una mano per ripararsi gli occhi dagli schizzi di sangue e materia
cerebrale del povero Zarin.
«Adesso lei farà vedere ai miei collaboratori esattamente come ha modificato
il parassita e come rimediare al danno» le intimò Omidi, puntando di nuovo
l’arma contro di lei.

Sarie fissò il corpo dello scienziato. Non aveva più paura. Non sentiva più
niente. Poi, con un gesto lento, alzò la mano e gli mostrò il dito medio.

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Capitolo 78

Iran centrale

5 dicembre, ore 09:30 GMT+3:30

L’autocarro slittò in una distesa di sabbia profonda, e il telone sul retro si aprì.
Peter Howell scorse attraverso la fessura un veicolo simile subito dietro al loro.
Avanzava a fatica. Sarebbe stato un miracolo se ce l’avesse fatta. In realtà sarebbe
stato un miracolo se anche uno solo di loro ce l’avesse fatta.
Richiuse il telone e osservò le facce degli uomini ammassati tra i pesanti
sacchi usati per zavorrare il veicolo. Lo stoicismo e la concentrazione che aveva
trovato così confortanti nel SAS erano del tutto assenti. Ogni espressione
raccontava una storia diversa: odio per lui, per gli inglesi in genere, per il governo
iraniano. Paura.
Scarsa fiducia in se stessi.

In quel momento sarebbe stato utile un discorso corroborante, ma poiché


solo pochissimi uomini parlavano inglese, non sarebbe servito a molto. Ritornò a
guardare fuori, attraverso un forellino, strizzando gli occhi contro il sole
accecante, verso le torrette di controllo sempre più vicine. Ce n’erano due, una su
ciascun lato del cancello d’ingresso, armate entrambe di una mitragliatrice e
presidiate da militari dall’aspetto molto più maturo di ciascuno dei suoi ragazzini,
la maggior parte dei quali in quel momento si godevano gli ultimi istanti della
loro breve vita.
Il loro autista, Hakim, un ex operativo delle squadre speciali, solido come una
roccia, iniziò a frenare. Avevano fatto insieme non meno di cinquanta
esercitazioni di tiro, e Howell fu soddisfatto nel vedere i suoi ragazzi cominciare a
controllare i fucili, proprio come aveva insegnato loro.

Quando l’autocarro salì sobbalzando sul ponte di cemento, ritornò a scrutare


dal foro. Uno dei due militari del corpo di guardia si avvicinò con cautela alla
portiera del conducente, mentre l’altro si diresse verso il cassone. Howell non
aveva idea di quello che Hakim stesse dicendo, ma l’annoiata irritazione nella sua
voce era perfetta per coprire il rumore del secondo camion proveniente da dietro.
Howell estrasse una calibro .22 con silenziatore, ascoltando accigliato i passi
del soldato in avvicinamento. Un coltello sarebbe stato più appropriato in quella
situazione, ma Smith, che era sull’altro camion con Farrokh, non voleva
impressionare col sangue le giovani reclute.

Fuori il militare stava aprendo il telone e Howell sollevò con calma la pistola.

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Non c’era bisogno di affrettarsi, il soldato per un momento avrebbe visto solo
buio e, se Hakim era stato convincente come sembrava, nessuno sospettava
alcunché.
Howell attese ancora un attimo, quindi sparò con precisione nell’occhio
dell’uomo.

La pistola silenziata di piccolo calibro non produsse quasi alcun suono, quindi
Howell scivolò giù dall’autocarro, mentre due dei suoi uomini trascinarono
all’interno il corpo senza vita del militare.

L’autista del secondo veicolo fece un impercettibile cenno di assenso da dietro


il parabrezza. Nessuno aveva capito cosa stesse succedendo. Le mitragliatrici
sulle torrette erano state posizionate in modo da scatenare un eventuale fuoco
incrociato sul ponte, ma in quel momento la linea di tiro era bloccata dai teloni
degli autocarri.

Howell pulì una striscia di sangue dal cancello e aiutò uno dei suoi uomini a
scendere dal camion. Avevano scattato delle foto ai soldati di guardia e avevano
trovato due sosia abbastanza somiglianti per entrambi, che ora indossavano
uniformi cucite a mano dalle donne nel campo di addestramento di Farrokh.
Il giovane sosia si spostò con nonchalance verso il finestrino dell’autista del
secondo veicolo, mentre Howell faceva uscire altri uomini. Smith avrebbe fatto lo
stesso con i suoi, che si sarebbero messi in posizione al riparo delle ruote
posteriori.

Howell alzò il pollice verso i soldati impauriti, poi con calma uscì allo scoperto
e iniziò a sparare contro la postazione della mitragliatrice nella torretta ovest. La
guardia rimasta impugnò il suo coltello, ma Hakim lo freddò con un colpo di
pistola prima di premere l’acceleratore a tavoletta, lasciando Howell e i suoi
uomini completamente allo scoperto.
Come previsto, la prima sventagliata dalle torrette non andò a segno: i
mitraglieri erano stati colti di sorpresa. Non era la prima volta che si trovavano a
fare fuoco, comunque, e non impiegarono molto a capire quello che Howell già
sapeva: le torri erano fatte in modo da essere del tutto impenetrabili alle armi
leggere del neonato esercito di Farrokh.
Con la coda dell’occhio vide Smith e il suo team concentrare il fuoco sulla
torretta est, mentre Hakim abbatteva il cancello. Il camion riuscì a passare, ma
poi si sbilanciò su due ruote e si rovesciò su un fianco. L’autista cercò di uscire
dal finestrino, ma era fuori solo per metà quando un tiratore scelto gli sparò da
una torretta perimetrale sul lato ovest, tranciandogli parte del collo.
Il giovane a pochi metri da Howell fu colpito a un fianco da una raffica di

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mitragliatrice e l’inglese si buttò a sinistra, rotolando verso il secondo autocarro,
ancora fermo sul ponte, mentre l’autista cercava di inserire la marcia, facendo
stridere forte gli ingranaggi.

I soldati sulle torri iniziavano a sentirsi più sicuri e aggiustarono il tiro. Un


altro uomo fu colpito, e Howell vide Smith scattare di corsa, precedendo di un
soffio una sventagliata di proiettili che crivellarono il cemento dietro ai suoi
talloni.
Superato il cancello divelto, gli uomini saltarono giù dal camion rovesciato,
stando chini per sfuggire alla vista del cecchino, ma trovandosi allo scoperto se i
mitraglieri sulle torrette avessero deciso di aprire il fuoco su di loro.

Il rumore dell’autocarro alle spalle di Howell coprì per un attimo le scariche


di proiettili e lui rotolò via mentre il mezzo si spostava in avanti, sotto una raffica
di colpi. «Fate saltare il ponte, maledetti idioti!» disse tra sé, mentre trovava
riparo dietro al veicolo.
Come se lo avessero sentito, un’improvvisa, accecante esplosione sulla destra
lo fece cadere sul cemento ancora intatto.

Frastornato dalla detonazione, si sforzò di concentrare lo sguardo sulla torre


est, e la vide oscillare per un momento prima di andare a schiantarsi sull’altra.
«Hakim, sei un grande» si congratulò Howell mentre le due strutture si
scontravano e le mitragliatrici tacevano.

Durante la ricognizione, avevano spostato alla base della torre le cariche


esplosive destinate a far saltare il ponte. Hakim aveva passato gran parte della
sua carriera in una unità di demolizione e aveva garantito sul crollo della torretta,
proprio come era accaduto. In un primo momento Howell non ci aveva creduto.
Quante volte le cose vanno secondo i piani, dopo l’inizio dello scontro a fuoco?
Il secondo autocarro era all’interno del perimetro adesso, diretto a velocità
sostenuta verso una massiccia porta di acciaio installata in uno sperone di roccia.
Howell corse verso il lato est del ponte e raggiunse Smith, al riparo su un lato del
fossato.

Il veicolo viaggiava ad almeno cinquanta chilometri orari quando andò a


schiantarsi contro la pesante porta. L’impatto fece esplodere le cariche nascoste
sotto le tavole del pianale. Era impossibile sapere se fosse riuscito a sfondare la
porta, ma Howell rese onore in silenzio al coraggio dell’autista, caduto in azione.
Poi tolse il copriobiettivo dalle lenti del binocolo.
«Cosa devo controllare?»

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«Le torrette a ore nove e a ore tre sono attive» gli urlò di rimando Smith.
«Uomini in arrivo da nord, stanno cercando di sorprendere alle spalle i nostri
uomini rimasti nel camion rovesciato.» Howell guardò nel binocolo e riuscì a
scorgere un po’ di movimento lungo il perimetro a ovest. Sparò alcuni colpi in
rapida successione e abbatté il primo di una fila di sei uomini diretti al riparo di
un masso, a circa centotrenta metri di distanza.
«Sai, Peter, volevo dirti…» sentì dire a Smith mentre cercava un altro
possibile obiettivo. «È bello vederti ancora respirare.»

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Capitolo 79

Iran centrale

5 dicembre, ore 09:46 GMT+3:30

Sarie van Keuren si scagliò senza successo contro l’uomo che la trascinava
lungo il corridoio, finendo per sbilanciarsi e quasi cadere mentre l’allarme
assordante finalmente taceva.
Non aveva idea di cosa stesse accadendo, ma era impossibile non cogliere il
cambiamento nel comportamento degli iraniani quando anche nel sottosuolo era
riecheggiato l’inconfondibile rumore di un’esplosione, qualche minuto prima.
Omidi aveva subito abbandonato il suo atteggiamento di rilassata superiorità e il
freddo sorriso, e si era messo a correre, urlando ordini alle persone impaurite
dentro gli uffici e nei laboratori vicini all’ingresso.

Sferrò un altro pugno inefficace al fianco dell’uomo che la teneva stretta per
un braccio mentre superavano una serie di porte ora spalancate. Dentro, gli
scienziati spariti uno a uno dopo il suo arrivo, i seguaci di Omidi, ora
camminavano frenetici avanti e indietro con le braccia cariche di fascicoli,
campioni e hard disk portatili.
La guardia la lasciò andare, puntandole un dito contro e intimandole di non
muoversi.

Poi corse ad aiutare gli altri a infilare tutto ciò che non era inchiodato al
pavimento dentro uno scivolo collegato all’inceneritore, mentre l’attenzione di
Sarie veniva attirata dalla scena al di là della parete trasparente alla sua sinistra.
Dentro il locale erano imprigionati tre uomini infetti. Battevano le mani ferite e
insanguinate contro la barriera mentre nel laboratorio imperversava il caos. Non
mostravano alcuna aggressività tra loro, e non sembravano nemmeno consci
della presenza degli altri. Erano stati infettati con la versione più recente del
parassita? Le sue modifiche funzionavano sugli esseri umani? O forse le
alterazioni non erano ancora abbastanza potenti? Magari i malati continuavano a
prediligere le persone non infette, e non si sarebbero attaccati a vicenda, almeno
non finché avessero avuto a disposizione sempre nuovi organismi da contagiare.

Mehrak Omidi era agitatissimo e stava inserendo dei comandi in un computer


mentre guardava due monitor agganciati al soffitto. Sarie si avvicinò, esitante,
cercando di mettere a fuoco le minuscole riprese dell’esterno della struttura.

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Sentì un’ondata di conforto alla vista di uomini armati che affrontavano le
guardie, per scoraggiarsi subito dopo quando vide che non erano americani.
Dall’aspetto sembravano iraniani, e persino lei ne notava la mancanza di
coesione. Alcuni davano addirittura l’impressione di sparare a casaccio, voltati
dalla parte sbagliata.

Omidi si era spostato di corsa davanti a una cella frigorifera e stava digitando
un lunghissimo codice sulla tastiera. La porta si aprì con una nuvola di aria gelida
e lui ne estrasse una serie di fiale di vetro, trasferendole poi con delicatezza in
una valigetta rivestita di gommapiuma.

Badavano sempre meno a lei e quindi si mosse piano verso un tavolo, qualche
metro più in là. Tastò con le mani dietro la schiena, cercando le forbici appoggiate
sul ripiano; mentre se le infilava nella cintura dei pantaloni Omidi chiuse la
valigetta e corse verso di lei seguito da tre uomini armati.
La afferrò per un braccio e la trascinò verso l’ingresso, fermandosi nell’atrio
per gridare gli ultimi ordini alle due guardie della sicurezza rimaste nella stanza.
Imbracciarono i fucili e lei le guardò terrorizzata mentre aprivano il fuoco sugli
scienziati ancora al lavoro per distruggere le prove del loro operato.

Finì tutto in pochi brevi istanti. Nel locale si levarono delle nuvolette di fumo,
e l’odore della polvere da sparo le riempì le narici mentre osservava annichilita i
cadaveri, gli uomini armati e le tre vittime infette che cercavano senza posa di
abbattere la barriera trasparente.
Quando Omidi la strattonò per condurla via, non aveva più la forza di opporre
resistenza.

Arrivarono alla fine del corridoio, mentre altri spari riecheggiavano alle loro
spalle. Una delle guardie di Omidi inserì un codice in una tastiera sul muro e una
porta di acciaio si aprì, rivelando una vasta grotta illuminata da lampade e
sorretta da pilastri di cemento. La spinsero nel retro di un veicolo militare seguita
da Omidi, che stringeva tra le braccia la sua valigetta come se contenesse la cura
per il cancro.
La sorprese a fissarla e sorrise senza espressione. «I miei uomini sono riusciti
a mantenere in vita l’agente patogeno fuori dal corpo umano per quasi
quarantotto ore. Il tempo sufficiente per portarlo in Messico e fargli attraversare
il confine americano.»

Una delle guardie scivolò sul sedile di guida tenendo in mano un laptop,
quello di Yousef Zarin. Omidi lo accese, mentre un altro dei suoi uomini saltava

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nel retro del veicolo per mettersi dietro alla mitragliatrice montata sul cassone.

«È paradossale, no?» disse Omidi. «Il piano con cui lei voleva distruggerci
sarà invece quello che ci salverà.» Il motore venne avviato e un momento dopo
stavano già facendo marcia indietro per uscire. Non c’era più tempo. Doveva fare
qualcosa.
Aveva ancora le forbici infilate nella cintura dei pantaloni e le prese,
conficcando la punta nelle costole dell’autista con una mano, mentre con l’altra
afferrava il volante. Lui urlò per la sorpresa e per il dolore, ma le forbici
penetrarono solo qualche millimetro e gli lasciarono la forza di schiacciare il
pedale del freno.

Furono tutti sbalzati in avanti dal contraccolpo e Sarie d’istinto allungò una
mano verso l’apertura della portiera di Omidi. Si aprì di scatto e lei la spinse,
rotolando a terra assieme a lui. L’iraniano batté forte la schiena, mentre Sarie
riuscì ad atterrare su un fianco.

Con la caduta la valigetta gli era sfuggita di mano, scivolando sulla terra
battuta. Sarie l’afferrò per il manico, rialzandosi di slancio.
Era inutile guardarsi indietro e quindi corse verso la porta dalla quale erano
arrivati. Alle sue spalle qualcuno gridò e dalla mitragliatrice della camionetta
partì una scarica di proiettili. La mancarono.
Il mitragliere riposizionò l’arma in un istante e Sarie fu obbligata a rifugiarsi
dietro a un pilone mentre veniva esplosa un’altra serie di colpi. Per qualche
secondo le potenti raffiche sgretolarono il cemento fino a esporre i tondini di
ferro dell’armatura. Poi, a un tratto, tutto tacque.
«Dottoressa van Keuren» risuonò la voce di Omidi, «mi ascolti. Non può
andare da nessuna parte. Venga fuori e le garantisco che uscirà di qui sana e
salva. Mi sente?»
Sarie fece capolino da dietro la colonna, e si ritirò subito.
L’autista ferito si dirigeva verso destra, con una pistola in mano e una
macchia di sangue che gli si allargava sulla camicia. Omidi era a terra e digitava
qualcosa sul laptop: a quanto sembrava, non si era rotto nella caduta.

Sarie non credeva alle parole di Omidi; aveva fermato il mitragliere solo
perché temeva danni alla sua preziosa valigetta. L’iraniano l’avrebbe ammazzata
per poi diffondere il parassita in America, oppure l’avrebbe fatta prigioniera di
nuovo per obbligarla a trasformare il patogeno in arma biologica. Nessuna delle
due era una prospettiva allettante.
Sentì un rumore dietro di sé e vide la porta che iniziava a chiudersi.
Omidi stava usando il programma di Zarin, cercando di bloccare al di fuori
della struttura gli assalitori e liberare al contempo le scimmie.
Senza altra alternativa, Sarie corse verso la porta semichiusa, uscendo allo

295
scoperto con la valigetta stretta al petto. Ignorò il suono degli spari,
concentrandosi solo nel raggiungere la porta prima che si richiudesse del tutto.

Avvertì un dolore bruciante alla gamba e cadde, scivolando senza controllo in


avanti mentre la valigetta le sfuggiva di mano. Si fermò sulla soglia e indietreggiò
per cercare di riprenderla, ma fu costretta a bloccarsi quando una pallottola
esplose sulla parete di roccia, vicinissima a lei.

La porta la colpì alla spalla e lei cercò di opporre un’inutile resistenza contro il
motore che la stava chiudendo. L’autista ferito stava arrivando di corsa e la
mitragliatrice era puntata contro di lei.
Non poteva fare niente. Stavano venendo a riprendersi la valigetta.
Ma di certo non avrebbero preso lei.
Si trascinò oltre la porta, riuscendo appena a ritirare i piedi prima che si
sigillasse, e poi rimase immobile sul pavimento freddo, cercando di riprendere
fiato.

La ferita alla gamba era superficiale e si strappò una manica per usarla come
benda. Non sapeva ancora chi stesse attaccando il centro, ma chiunque fossero,
erano la sua unica speranza.
Sarie si mise in ginocchio e provò a rialzarsi in piedi, poi si fermò, tentando di
decifrare un sordo brusio, appena percepibile al di sopra del fischio dentro le sue
orecchie.
Erano le scimmie, libere.

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Capitolo 80

Iran centrale

5 dicembre, ore 10:15 GMT+3:30

Jon Smith guardò oltre il bordo del fossato in secca e studiò la torretta sul lato
nord-est del perimetro, alla ricerca del cecchino che vi era nascosto. Il camion
rovesciato di Hakim aveva creato un grosso problema, bloccando gli uomini di
Farrokh e rischiando di trasformare l’intera operazione in una invincibile guerra
di logoramento.
Howell era steso sul ponte poco più in alto, e con la sua stupefacente
precisione di tiro copriva i soldati al riparo del mezzo rovesciato.
Farrokh andava su e giù in mezzo a loro per incoraggiarli con pacche sulle
spalle, ma ormai sembravano quasi tutti sul punto di cedere.
Essendosi ormai avvicinati alle torrette ancora in piedi, avevano neutralizzato
il vantaggio delle mitragliatrici in posizione sopraelevata e le guardie di Omidi
erano passate ai fucili. Erano brave ma non molto precise, tranne una. Nella torre
di nord-est c’era un tiratore scelto eccezionale. Aveva già eliminato tre dei loro
uomini e stava distruggendo ciò che era rimasto della loro mitragliatrice.

La sua faccia barbuta apparve oltre il bordo della torretta e Smith non riuscì a
prendere la mira prima della fiammata del suo fucile. La raffica rimbalzò sul
ponte e lui si girò in tempo per vedere che aveva staccato un blocco di cemento
vicino alla spalla di Howell. L’inglese era rimasto del tutto immobile, con gli
occhi fissi sul suo obiettivo.
«Ti sarei davvero grato se tu potessi far fuori quel figlio di puttana, Jon.» «Ci
sto lavorando.»
Una pallottola fece alzare della sabbia a pochi centimetri dalla testa di Smith e
Howell sparò alcuni colpi nella direzione da cui era arrivata. Non era consigliabile
stare fermi mentre gli iraniani aggiustavano il tiro e magari chiamavano i
rinforzi. Se fossero usciti allo scoperto, però, per il cecchino a nord-est sarebbe
stata una passeggiata.
Dovevano tirare a indovinare. Da quale parte della torre sarebbe apparso la
prossima volta? Per prendere la mira con cura, Smith avrebbe dovuto prevedere
la sua posizione con uno scarto di circa trenta centimetri.
«Mi sto arrostendo al sole» commentò Howell, alludendo al fatto che non era
andato fin là per rimanere coinvolto in un letale gioco al massacro.
«Sud, est o ovest?» «Cosa?» chiese Howell.

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«Scegline uno.»

«Sud.» «Dimmi un numero da uno a dieci.» «Due.» Smith mirò al lato sud
della torretta, spostandosi di circa due metri sulla sinistra, e attese. Cinque
secondi, dieci, quindici. Quando la faccia scura comparve di nuovo era quasi
esattamente dove Howell aveva predetto, senza saperlo.

Smith trattenne il respiro e sparò, attendendo quel mezzo secondo che i


proiettili arrivassero all’obiettivo prima di vedere la testa del cecchino inarcarsi
all’indietro in un’esplosione di sangue.

«Sei fortunato, amico! Vai!» Gli uomini di Farrokh si sdraiarono, pronti a far
fuoco contro la linea che Howell aveva tenuto sotto controllo, ma data la loro
posizione era impossibile contrastare i tiratori scelti delle altre torrette.
Smith sentì le pallottole passargli accanto fischiando mentre cercava di
avanzare il più in fretta possibile nella sabbia pesante. «Vai a destra!»
Peter eseguì, tuffandosi dietro i sacchi fuoriusciti dal retro del camion quando
si era rovesciato. Esplose alcuni colpi mirati verso le torrette, mentre Smith
scavalcava uno degli uomini per raggiungere Farrokh, che cercava di convincere i
suoi nove superstiti a non dare fondo alle munizioni sparando a casaccio tutto il
caricatore.

«Siamo salvi! Venite via!» Farrokh urlò ai suoi di ritirarsi di nuovo dietro al
camion. Smith afferrò il più giovane di loro, strappandogli il cellulare con il quale
stava inspiegabilmente filmando la battaglia, e trascinandolo vicino a Howell.
«La torre a ore tre!» ordinò Smith, scaraventandolo a terra accanto all’inglese.
«Hai capito? Devi coprire la torre a ore tre!» Il ragazzo urlò mentre una scarica di
colpi finiva a pochi metri da loro, ma poi si distese e appoggiò il fucile su un sacco
di sabbia. Era la sua prima battaglia, ma era cresciuto andando a caccia con suo
padre ed era più bravo dei suoi commilitoni a sparare.

Howell lo raggiunse e gli diede una pacca sulla spalla. «Sei in gamba, ragazzo.
Andrà tutto bene.» Farrokh e gli altri si erano ammucchiati dentro il cassone del
camion mentre gli uomini di Omidi miravano alla base del mezzo, senza dubbio
per cercare di perforare la piastra blindata a protezione del serbatoio di benzina.

Con la visuale finalmente sgombra, Smith alzò lo sguardo verso lo sperone di


roccia dove si trovava l’ingresso del centro. Le pesanti ante metalliche erano
annerite e ammaccate, ma in basso si scorgeva uno squarcio. Il passaggio era
molto piccolo, forse non più di sessanta centimetri per un metro e mezzo, nel

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punto in cui mancavano le lastre di acciaio. Era abbastanza, comunque. Sempre
che fossero riusciti ad arrivarci. L’autocarro era l’unica barriera a proteggerli da
un micidiale fuoco incrociato. E poiché non potevano abbandonarlo, la loro unica
possibilità era portarselo dietro.

«Forza!» urlò Smith, affondando le dita nella sabbia sotto la sponda


rovesciata sul fianco. «Rimettiamo questo trabiccolo in piedi!» Farrokh e i suoi
uomini arrivarono ad aiutarlo e con lo sforzo congiunto di dieci uomini il mezzo
cominciò a muoversi.

«Continuate così!» gridò Smith per sovrastare il frastuono delle raffiche di


colpi che Howell e il suo nuovo protetto sparavano in rapida successione contro
le torrette. L’uomo alla sinistra di Smith cadde, centrato da un proiettile sotto la
scapola, e la sua «defezione» fece di nuovo inclinare il camion verso terra.
«Riproviamoci. Più forte!» Riuscirono a sollevare il veicolo finché il bordo degli
pneumatici toccò il suolo e lui fece scorrere le mani lungo il parabrezza mentre il
carico si faceva più leggero. Quando alla fine la forza di gravità coronò i loro
sforzi, Smith si tuffò all’interno attraverso il finestrino aperto, spostando il corpo
di Hakim e premendo la frizione con il gomito.
Girò la chiave e con sua grande sorpresa il motore partì quasi subito.
La fortuna era di nuovo dalla loro parte.

Sempre rannicchiato sotto al cruscotto, usò il ginocchio per muovere la leva


del cambio e rilasciare la frizione, avviando il camion verso l’entrata della
struttura, mentre le pallottole rimbalzavano sulle porte blindate.
Dopo un tempo che sembrò interminabile, in realtà meno di un minuto,
l’autocarro urtò contro qualcosa e si fermò. Il motore si spense e Smith aprì la
portiera con un calcio, sporgendosi per vedere Howell e il suo compagno di nuovo
in posizione e pronti a far fuoco contro le torrette.
In lontananza si intravedeva una nuvola di polvere diretta verso di loro.
Doveva essere il convoglio di uomini lasciati indietro per non dare troppo
nell’occhio arrivando al ponte tutti insieme, come un’armata di invasori. Ma non
sarebbero arrivati prima di un quarto d’ora, quindi non potevano contare su di
loro.

Mantenendosi al riparo del camion, Smith si avvicinò alla porta di acciaio


annerita. Sentiva l’aria fredda filtrare oltre lo squarcio e vide il bagliore delle luci
fluorescenti all’interno. Solo questo. Nessun suono, nulla a indicare la presenza
di qualcuno.
Rimase fermo per un momento, mentre una sventagliata di proiettili
mandava in frantumi il parabrezza del camion alle sue spalle. Howell stava

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facendo tutto il possibile, ma prima o poi i cecchini li avrebbero colpiti.

«Cosa facciamo adesso?» chiese Farrokh, raggiungendolo. Smith si mise in


spalla il fucile e tirò fuori la vecchia .45 che gli era stata assegnata. La sentiva
pesante e scomoda nella mano rispetto al gioiellino su misura fabbricato da
Janani, ma doveva accontentarsi.
Si fece avanti, ma quando infilò la canna della pistola nell’apertura della
porta, risuonò un colpo e l’arma gli fu strappata di mano.

«Dannazione!» imprecò, tirandosi indietro e contandosi in fretta le dita.


C’erano ancora tutte.
Seguirono altri spari. I soldati di Farrokh si sparpagliarono, confusi, mentre
Smith cercava di decifrare i suoni all’interno. Tre, forse quattro armi distinte,
tutte puntate contro il piccolo passaggio dal quale avrebbero dovuto introdursi.
«Hai con te qualche esplosivo?» Farrokh scosse la testa. «Gli uomini in arrivo
hanno qualche granata, ma tutto il resto è rimasto nel camion.» «Stai
scherzando. Non hai preso niente?»
«Se non fossimo riusciti a passare, cosa ne avremmo fatto?» Aveva ragione,
ma avrebbe preferito una risposta diversa. C’era sempre l’autocarro. Come
potevano usarlo? Colpire le porte non avrebbe portato a niente, sembravano
ancora molto solide. Forse attaccare delle catene e tirare?

Ottima idea, se avessero avuto delle catene. E qualche ora a disposizione. E


nessuno che provasse a farli fuori.
Altri spari risuonarono al di là della porta e Smith si allontanò dallo squarcio,
ma poi capì che le pallottole non passavano attraverso l’apertura. Subito dopo si
udirono urla di panico, seguite da un inquietante stridio riecheggiante da qualche
punto lontano, molto simile ai versi delle scimmie.
Raccolse un paraurti annerito e ammaccato e lo brandì davanti all’apertura.
Gli urli e gli spari all’interno continuavano, ma nessuno di questi sembrava
essere motivato dal paraurti.

Anche se avrebbe preferito non entrare alla cieca, gli si era offerta
un’opportunità ed era impossibile sapere se ce ne sarebbe stata un’altra.
«Peter!» urlò. «Noi andiamo!» Howell salutò con una pacca sulla spalla il
giovane vicino a lui e poi corse verso Smith, che stava impartendo ordini mentre
Farrokh traduceva.

«Tu, vai al posto di Peter e cercate di coprire quelle torrette. Voi tre, prendete
il camion e qualsiasi altra cosa troviate per bloccare l’ingresso dopo che siamo
entrati. Nessuno deve uscire. È chiaro?» Annuirono tutti. «Okay. Tenete duro, i

300
rinforzi arriveranno tra poco.
Tutti gli altri, con noi.» Smith spianò il fucile d’assalto e respirò a fondo prima
di varcare lo squarcio. Si gettò subito a terra, rimanendo aderente al muro e
gridando a tutti gli altri di fare lo stesso.
Nel locale c’erano effettivamente tre uomini, ma in realtà non avevano
nemmeno notato il suo ingresso. Stavano sparando all’impazzata su due piccole
scimmie coperte di sangue che saltavano dal pavimento al soffitto così in fretta
da sembrare quasi dotate di ali. I proiettili rimbalzavano ovunque sulle superfici
di pietra e acciaio, senza trovare qualcosa in cui affondare.
Farrokh entrò dopo di lui e Smith lo fece abbassare mentre i suoi uomini lo
seguivano.

«Aspetta…» iniziò, ma era troppo tardi. Il secondo uomo a varcare l’apertura


fece partire una serie di raffiche incontrollate che si aggiunsero alla pioggia di
dardi infuocati tutto intorno a loro, appestando l’aria di altro fumo.
«Peter! Le scimmie!» urlò Smith mentre l’inglese entrava.
Le guardie di Omidi erano distratte dalla presenza degli animali sul soffitto e
questo li rese facili bersagli. Crollarono a terra senza un lamento quando Smith
sparò loro in pieno petto.

«Abbassate le armi!» gridò Jon mentre Howell si rifugiava in un angolo,


tenendo sotto tiro una scimmia che saltava da un’estremità all’altra di una
plafoniera sospesa. Nessuno sembrava ascoltarlo, quindi si lanciò su Farrokh,
strappando il fucile dalle mani dell’uomo vicino a lui e scuotendolo forte.
«Basta!» Una serie di lampadine esplose mentre Smith bloccava un altro
miliziano intento a sparare a casaccio. Con il buio, le loro chance contro quelle
bestie indemoniate erano pari a zero. Riuscì a prendergli l’arma e stava cercando
di placare l’ultimo dei ragazzi in preda al panico, quando una delle scimmie si
lasciò cadere a terra e lo precedette.
Il ragazzo gridò e mollò la presa sul fucile, per cercare di afferrare l’animale
che gli affondava i denti nella nuca.
Era l’occasione attesa da Howell. La sua pallottola distrusse la metà destra del
cranio della scimmia e uscì dall’altro lato, troncando di netto il midollo spinale
dell’uomo disperato. Una fine rapida e dignitosa per entrambi.

L’altra scimmia era più piccola e veloce, ma era confusa dai giochi d’ombra
creati dall’oscillazione dell’ultima lampadina rimasta.
Farrokh e i suoi uomini la tenevano sotto tiro, controllando la paura ma,
purtroppo, non il fuoco.

301
L’animale saltò verso il muro ma mancò la nicchia scavata nel cemento in cui
voleva rifugiarsi, e questo lo fece rotolare a terra.
L’impatto lo lasciò tramortito, rendendolo un facile obiettivo. Il primo colpo
di Howell lo fece rivoltare su se stesso, il secondo gli fece saltare gran parte del
torace.

A un tratto, nel locale si sentirono solo i loro respiri affannosi e lo scricchiolio


dei cavi delle luci. Smith fu il primo a rimettersi in piedi, un po’ disorientato
nell’improvviso silenzio. Aiutò Farrokh ad alzarsi, poi tese la mano agli altri tre
uomini. Lo fissavano con espressione vacua, mentre Howell imboccava una
rampa di scale in discesa.
«Guarda il lato positivo» disse l’inglese mentre spariva dietro un angolo.
«Potrebbe andare peggio di così?» Nel momento in cui raggiunsero il livello
principale, il cuore di Smith aveva rallentato, pur restando ancora su una
frequenza doppia del normale. Era quasi tranquillo quando girò un angolo, con il
fucile spianato di fronte a sé.
«Via libera!» disse, conscio delle telecamere puntate su di loro, ma senza
poter fare nulla per evitare di essere ripresi.

A metà del corridoio trovarono tre cadaveri con addosso camici da laboratorio,
ognuno con una pallottola conficcata con precisione nella nuca.
«Non toccate niente.»
Non udì nessuna risposta, quindi si voltò verso Farrokh. «Hai intenzione di
tradurre?» L’iraniano gli lanciò uno sguardo interrogativo indicando gli uomini.
«Non credo ce ne sia bisogno.» Aveva ragione. Erano pietrificati. Non avrebbero
toccato quei corpi per nessuna ragione al mondo.
Proseguirono, controllando in ogni stanza; alcune erano vuote, altre
disseminate di corpi. Nessuno di questi era però stato attaccato dalle scimmie che
avevano incontrato all’ingresso. Erano stati uccisi da colpi di pistola.

Smith sbirciò in un locale dove due persone erano riverse sulle scrivanie,
sollevato nel vedere che Sarie non c’era. In realtà forse avrebbe dovuto sentirsi
meglio se l’avesse trovata. Aveva già abbastanza problemi senza saperla ancora
nelle mani dei servizi segreti iraniani.
Un lamento soffocato si levò in lontananza e Smith si fermò ad ascoltarlo,
mentre si componeva piano in un coro di strida.
«Hai sentito?» disse Howell. «Non sono soltanto due, questa volta.» Era vero.
Se la squadra fosse rimasta intrappolata nell’angusto spazio dell’ingresso, non
avrebbe resistito più di trenta secondi.

302
«Dentro!» ordinò Smith, rientrando nella stanza seguito dagli altri. Si sbatté
la porta alle spalle, notando subito che il chiavistello era posizionato in modo da
impedirne la chiusura.
«Farrokh. La serratura. Riesci a sistemarla?» L’iraniano si abbassò per
esaminarla.

«No, è elettronica. Controllata a distanza, forse.» «Arrivano!» avvertì Howell,


afferrando un fucile e infilando la canna nella stretta fessura tra la porta e lo
stipite.
Erano almeno dieci e grondavano tanto sangue da lasciare abbondanti tracce
sul pavimento e sulle pareti. Smith si abbassò dietro all’inglese, puntando la sua
.45 in direzione del corridoio e cercando invano di prenderne di mira una alla
volta.

«Farrokh! Tieni la porta bloccata.» L’iraniano premette la schiena contro la


porta e chiamò in aiuto i suoi uomini. Le loro preghiere si sentivano appena,
sovrastate dalle urla bestiali.

303
Capitolo 81

Iran centrale

5 dicembre, ore 11:02 GMT+3:30

Il braccio riapparve di nuovo, agitandosi nella fessura della porta semichiusa,


come per afferrare disperatamente il buio. Sarie si ritrasse, avvolgendosi nei
camici appesi nell’armadietto, sempre con una mano ferma sulla cintura di cuoio
stretta intorno alla maniglia per tenere chiusa la porta.

Pugnalò il braccio con la punta affilata di un manico di scopa spezzato,


colpendo il bicipite insanguinato al quinto tentativo.
L’uomo parve non averlo nemmeno notato, ma cambiò strategia: non cercava
più di prenderla alla cieca, ma stava provando ad aprire la porta.
Voleva solo coprirsi le orecchie per non sentire quelle urla selvagge.
E forse avrebbe dovuto farlo. Non c’era modo di uscire dalla struttura e alla
fine si sarebbe stancata, mentre lui avrebbe continuato a tentare fino a farsi
scoppiare il cuore. Se lo avesse lasciato entrare, tutto sarebbe finito nel giro di un
minuto. Forse anche meno.
L’uomo riuscì a introdurre una spalla e lei gli vide la faccia nella semioscurità,
i lunghi rivoli di saliva rossastra sulla barba, gli occhi sgranati per cercare di
individuare la preda.

Colpì con il manico di scopa quella faccia, procurandogli un taglio profondo


sotto l’occhio.
Ma il suo tentativo era servito solo a renderlo ancora più grottesco.
Abbandonando la sua inutile arma, mise un piede contro la porta e tirò la
cintura con entrambe le mani, cercando di fare leva per intrappolarlo tra la porta
e lo stipite.

Si sentiva gli avambracci in fiamme e il cuoio della cintura le scivolava piano,


ma inesorabilmente, tra le dita sudate. La porta si aprì di altri pochi centimetri e
l’uomo cacciò dentro la testa, con il sangue che sgorgava copioso dal taglio in
faccia. Sentì alcune gocce calde caderle sulle mani, ma non le importava. Tra
pochi secondi non sarebbe stata più capace di lottare, avrebbe mollato la presa, la
porta si sarebbe aperta e… All’improvviso lui non c’era più.

La serratura produsse un rumore secco quando Sarie spinse l’anta contro lo

304
stipite di metallo, mentre non sapeva come interpretare nella sua testa le urla
soffocate e gli spari provenienti dall’altra parte.
Qualche minuto dopo, delle dita afferrarono il bordo della porta, cercando di
riaprirla.
«Sta’ lontano da me!» gridò, agguantando il manico di scopa e mancando di
poco la mano che si ritraeva all’ultimo momento.
«Sarie? Sei tu?» La mano riapparve e lei provò a colpirla di nuovo.

«Apri la porta, Sarie. E, per l’amor del cielo, molla quell’affare, mi fai male!»
L’accento non era iraniano, ma americano. E c’era qualcosa di familiare nella
voce.
«Sarie, ascoltami. Lascia la porta, okay?» La cintura le scivolò dalle mani e
socchiuse gli occhi, abbagliata dalla luce, mentre Jon Smith la tirava fuori dal suo
nascondiglio.
«Stai bene?» le chiese, controllando l’assenza di tagli in cui poteva essere
penetrato il parassita; poi lo sguardo gli cadde sulla sua gamba. «Cos’hai lì? Sei
stata attaccata? È…»
Lei scosse la testa e gli gettò le braccia al collo, cominciando a singhiozzare
come una bambina. L’uomo con cui aveva lottato fino a un minuto prima era
steso a terra a quindici metri da loro, privo di metà della testa. Peter Howell era
in piedi accanto al corpo e teneva d’occhio il corridoio deserto assieme a tre
iraniani armati.

«Scusami, ma non abbiamo molto tempo» mormorò, allontanandola con


gentilezza.
«Meno di quanto tu creda» confermò Sarie asciugandosi gli occhi.
«Gli uomini di Omidi sono riusciti a rendere trasportabile il parassita.
Ho provato a fermarlo, ma se n’è andato. E lo ha portato con sé.» Smith
guardò verso il corridoio. Già risuonava delle urla delle scimmie. Fino a quel
momento erano stati fin troppo fortunati a essere ancora vivi: nessuno degli
animali era abbastanza piccolo da passare dallo spiraglio o abbastanza robusto da
abbattere la porta d’ingresso della struttura, e lui aveva ucciso il cecchino nemico
più temibile con un colpo di quelli che va a segno una volta su mille. Gli dei non
sarebbero stati così clementi la prossima volta.
«Cosa vuol dire “se n’è andato”, Sarie?» «È salito su una camionetta ed è
partito.»

305
Capitolo 82

Iran centrale

5 dicembre, ore 11:23 GMT+3:30

Mehrak Omidi scrutò attraverso il parabrezza polveroso per cercare di vedere


la strada che correva diritta davanti a sé. Il terreno sconnesso e la posizione
precaria dell’uomo alla mitragliatrice sul retro non permettevano di superare gli
ottanta chilometri all’ora, una velocità troppo bassa.

«Quanto manca ad Avass?» domandò l’ayatollah Khamenei.


Omidi teneva il telefono satellitare tra l’orecchio e la spalla mentre consultava
un navigatore GPS. Il villaggio, un poverissimo centro rurale con meno di tremila
abitanti, era troppo piccolo per essere segnalato, ma basandosi sulla topografia
poteva fare una stima verosimile.
«Meno di un’ora, Eccellenza.» «E il nostro centro di ricerca? Com’è la
situazione lì?» «L’infezione è sfuggita al nostro controllo e la porta principale è
stata sfondata.»

«Sono stati gli americani?» «No, gli iraniani. Membri della resistenza, credo.
Ma di certo sono stati aiutati dagli americani.» «Quindi sanno molte cose.»
«Troppe, Eccellenza.» Una sensazione di paura finora sconosciuta gli stava a
poco a poco torcendo lo stomaco. Non c’era modo di tornare indietro, si erano
bruciati tutti i ponti alle spalle. Bahame doveva essere morto, e secondo la
stampa internazionale la sua armata di guerriglieri era stata spazzata via.
Qualunque fosse stato il destino di Jon Smith, aveva di sicuro riferito tutto
quanto ai suoi superiori, e in base a quelle informazioni gli americani avrebbero
agito, se possibile con alleati, ma all’occorrenza anche da soli.

«Eccellenza, mi dispiace. Io…» «Non hai niente di cui scusarti, Mehrak. Sei
stato solo un soldato leale e instancabile al servizio di Dio.» In quel momento la
voce di Khamenei non sembrava più quella di un anziano, ma il suo tono era di
nuovo quello che a Omidi ricordava la risolutezza e la fiducia di molti decenni
prima.
«Prosegui per Avass» lo esortò l’ayatollah. «Ho contattato la polizia locale,
stanno radunando altri fedeli a Dio e alla rivoluzione. Vi offriranno protezione
fino a quando non arriveranno i militari a soccorrervi.»

306
«Tra quanto?» «Il primo aereo da trasporto dovrebbe arrivare tra meno di
quattro ore.» «Quattro ore» ripeté Omidi. Sembrava un’eternità. Le forze che
avevano piegato le loro difese a quel punto dovevano essersi accorte della sua
fuga e forse erano già sulle sue tracce.
«Eccellenza, io…» Il finestrino del lato passeggero esplose e si ritrovò coperto
di frammenti di vetro mentre la camionetta sbandava con violenza. Il telefono gli
scivolò via e lui si abbassò in avanti, proteggendo la valigetta con il corpo mentre
la portiera veniva crivellata di proiettili.

L’autista sanguinava da un taglio profondo sulla fronte, ma riuscì a riprendere


il controllo del veicolo. Il mitragliere, sballottato nel cassone, cercava di mirare
agli uomini armati posizionati su un crinale sul lato est della strada.

Un momento dopo, il rassicurante crepitio della mitragliatrice sul retro coprì


il suono delle pallottole martellanti sulla portiera, e Omidi alzò il capo per
guardare oltre il cruscotto mentre l’autista accelerava.
Una vecchia automobile apparve da dietro una bassa collina di fronte a loro,
imboccando la strada in un punto molto stretto, dove era bordata da un fosso
profondo da un lato e una parete rocciosa dall’altro. La macchina continuava ad
acquistare velocità e Omidi notò la determinazione dell’uomo al volante, chino e
concentrato sulla guida. Aveva intenzione di schiantarsi contro la camionetta.
Il mitragliere sparò una sventagliata di proiettili contro l’utilitaria, colpendo la
griglia del radiatore, il cofano e strappando via buona parte del tetto.

L’auto sbandò prima a sinistra e poi a destra. Ormai l’autista aveva la testa
quasi staccata dal collo. L’estremità destra del parafango del camion attutì l’urto,
mandando a sbattere la macchina impazzita contro la parete rocciosa.
Il mitragliere si appoggiò di nuovo con la schiena contro la cabina di guida,
poi si sdraiò per rispondere al fuoco, seguendo con la canna dell’arma i lampi
intermittenti degli spari, sempre più lontani.
«Mehrak! Ci sei? Mehrak!»
Da sotto il sedile della camionetta proveniva la voce metallica di Khamenei.
Omidi rimase chino sul fondo dell’automezzo, tastando alla cieca con la mano
fino a trovare il telefono.
«Sì, Eccellenza, sono qui.» «Cos’è successo?» «Siamo stati attaccati. La
resistenza sa che questa è l’unica strada per allontanarsi dal centro di ricerca.»
«Sei ferito?» «No, sto bene.»

«E il parassita?» Omidi inserì un codice elettronico e aprì la valigetta,


controllandone il prezioso contenuto.
«Intatto.» «Sia ringraziato Dio.» «Se ci sono terroristi in zona, Eccellenza,
potrebbero essercene altri nel villaggio.» «Contatterò i nostri ad Avass per

307
avvertirli. Vi staranno aspettando.» «Grazie, Eccellenza.» «Mehrak, so di non
doverti ripetere quanto sia importante che quelle fiale giungano intatte a
Teheran. Abbiamo sette uomini pronti a partire con un visto per gli Stati Uniti.
Dobbiamo essere determinati e colpire in fretta, prima che gli americani possano
arrivare a noi.»

308
Capitolo 83

Iran centrale

5 dicembre, ore 11:41 GMT+3:30

«Tutto qui?» chiese Smith fissando una granata. Sembrava un residuato


bellico della Seconda guerra mondiale.
Il giovane in piedi davanti a lui annuì con un debole cenno del capo, piegato in
due mentre cercava di riprendere fiato.
«Quanto ci costerà tornare all’ingresso principale?» «Eravamo in quattro
quando siamo entrati» rispose con un forte accento persiano. «Sono rimasto solo
io.» «Cristo, Sarie. Ma quante scimmie ci sono?» «Trentuno. E due uomini,
senza contare quello che avete eliminato.» «Tutti ai propri posti!» gridò Howell
mentre il ticchettio delle unghie di un animale in corsa risuonava sul pavimento.
Avevano eretto barricate dal suolo al soffitto su entrambi i lati del corridoio,
ma i materiali disponibili, soprattutto mobili da ufficio, lasciavano diversi
spiragli. Howell e Smith stavano in piedi in mezzo al corridoio, con le pistole
spianate, mentre gli altri si posizionarono dietro di loro. La bestia si avvicinava in
fretta, si intravedevano brevi scorci di pelliccia sporca di sangue attraverso le
fessure.
Nonostante l’apparente fragilità, la barriera fece il suo dovere. La scimmia la
colpì forte e subito cercò di infilarsi in un foro lasciato appositamente da loro,
grande abbastanza da apparire invitante, ma non sufficiente per lasciarla passare.
L’animale sporse la testa, ma rimase bloccato con le spalle. Smith non sparò,
mentre Howell prese la mira con cura per esplodere una serie di colpi in rapida
successione sulla calotta cranica della bestia.
«Ha funzionato!» esclamò Farrokh alle loro spalle. «Avevo qualche dubbio, lo
ammetto.»
«Tutta fortuna» commentò Howell, controllando il caricatore. «Una si
gestisce bene. Forse anche due. Se sono di più sarà dura fermarle.» Aveva
ragione.
Se gli umani infetti erano un problema, almeno erano obiettivi abbastanza
grandi e lenti in confronto a quei piccoli mostri. E secondo Sarie i sei scimpanzé
adulti non si sarebbero lasciati sviare dai loro fori. Se li sarebbero creati da soli.
«E adesso?» chiese Farrokh. Aveva un walkie-talkie in mano, ma dopo
l’iniziale successo nel farsi consegnare la granata dal giovane soldato, tutti i
tentativi di mettersi in contatto con l’esterno erano falliti. I rinforzi erano
arrivati, ma non potevano indovinare cosa stesse accadendo oltre quel corridoio
nel quale si erano barricati.

309
«Sarie, Omidi è uscito proprio da questa porta, sei sicura?» domandò Smith.
«Sì, certo. È chiusa, dunque conduce all’esterno» rispose lei. E indicando una
striscia di sangue a terra, aggiunse: «E quello è mio».
«Allora dobbiamo aprirla.» «L’acciaio è troppo spesso» osservò Farrokh. «La
granata non lo sfonderà.»
Non aveva tutti i torti. Mettere l’esplosivo a diretto contatto con la porta
avrebbe con tutta probabilità solo piegato il metallo, rendendo anche più difficile
provare a forzarla.
«Forse…» proseguì esitante Farrokh.
«Cosa? Se hai un’idea, parla!» «Non ho mai avuto a che fare con questo tipo
di meccanismo in particolare, ma prima facevo l’ingegnere. Se dovessi progettarla
tu, come la faresti chiudere?»
«Giusto…» fece Smith, concentrandosi sulla parete a destra della porta.
«Perché complicarsi la vita? Basta trovare l’attuatore che agisce sul sistema di
bloccaggio.» Lavorarono in fretta, smontando la barricata e usando i vari pezzi
per creare una struttura che pilotasse l’esplosione contro la parete adiacente alla
porta. Erano rimasti senza protezione, ma a quel punto dovevano tentare il tutto
per tutto.

Quando ebbero finito, Smith tirò la linguetta corrosa della granata.


«State indietro!» Si ripararono dietro l’angolo e si appiattirono contro il muro
durante l’esplosione, mentre l’aria veniva invasa da una nuvola di polvere di
cemento.
Funzionò. Il meccanismo era scoperto, ma anche contorto e annerito.
Smith eliminò i detriti con le mani mentre Farrokh si chinava a guardare da
vicino.

«Eccolo qui» disse indicando una semplice barra di acciaio posta accanto
all’ingranaggio principale.
Smith raccolse un blocco di cemento e lo sbatté più volte sulla barra, cercando
di piegarla, intanto Farrokh e i suoi uomini tiravano la porta con tutte le loro
forze. Si mosse di un paio di centimetri, e poi si fermò.
«Più forte! Avanti!» li esortò Smith.
Nonostante l’impegno, non fecero progressi.
«Di nuovo, coraggio!» «Jon!» intervenne Sarie alle sue spalle. «Cos’è quella
cosa lassù, nel foro dell’esplosione?»
Non sapeva come avesse fatto a non vederla: c’era una matassa di cavi
anneriti incastrata nello stipite superiore e bloccava il movimento della porta.
L’afferrò e la rimosse mentre Farrokh e i suoi uomini si davano da fare attorno al

310
piccolo spiraglio.

Fecero una fatica immane a spostarla, mezzo centimetro per volta, ma la porta
iniziò a cedere. Quando l’ebbero aperta di circa trenta centimetri, il giovane che
gli aveva portato la granata si avvicinò alla fessura. «Basta così, ci passo!»
esclamò.
«Fermo!» gridò Smith, ma era troppo tardi.

Il ragazzo si era appena fatto largo nell’apertura quando risuonò uno sparo e
si accasciò, il corpo incastrato tra la porta e lo stipite, vittima della stessa trappola
preparata per le scimmie.

Farrokh corse al riparo, ma Smith s’infilò dietro al povero giovane.


Non c’era tempo per il dispiacere o il rispetto per i caduti. Omidi era sempre
più lontano e non potevano permettersi di rimanere bloccati lì dentro.
Altre pallottole affondarono silenziose nella carne del ragazzo già morto
mentre Smith lo afferrava per il lembo della giacca e lo metteva in piedi. Le
scariche di proiettili sembravano provenire da un unico fucile, semiautomatico,
allo scopo di respingere eventuali intrusori più che ucciderli.

«Peter! Con me!» L’inglese lo seguì mentre Smith teneva il cadavere davanti a
sé, usandolo come scudo umano per addentrarsi in un parcheggio sotterraneo
cavernoso e poco illuminato.
Gli spari continuarono, assorbiti dal peso morto del corpo del giovane, ormai
sempre più difficile da trasportare. Sentiva Howell che gli stava attaccato mentre
si spostavano in blocco sulla destra, cercando riparo dietro a un pilastro di
cemento sgretolato.

Howell rispose al fuoco, riuscendo quasi a centrare il tiratore sdraiato a terra


e facendogli schizzare sabbia e pietruzze negli occhi. L’uomo balzò in piedi e
corse inciampando verso un furgone a pochi metri di distanza, ma invece di
ripararvisi dietro, continuò ad allontanarsi.
«Ne avrà avuto abbastanza di questa giornata. Come biasimarlo…» commentò
Howell.
Smith si girò verso la porta. «Via libera. Andiamo.»
Quando Sarie, Farrokh e i pochi sopravvissuti ebbero attraversato indenni
l’apertura, Smith rientrò nella struttura e trascinò fuori un tavolo per bloccare la
porta.
«Voi rimanete qui» ordinò agli uomini di Farrokh. «Non dovete far uscire
nessuno, anche se si tratta di persone che conoscete. Capito?
Se insistono dite loro di tornare all’ingresso principale, dove c’è qualcuno in

311
grado di controllare se le loro ferite sono infette.»
Annuirono e lui corse verso la fila di veicoli parcheggiati all’altro lato della
caverna, con Farrokh al seguito. Dopo un breve giro di ricognizione, Smith puntò
un dito contro l’iraniano. «Hai detto di essere un ingegnere, giusto? Sai far
partire un’auto senza la chiave?» «Ingegnere e ladro sono due cose diverse,
colonnello.» «Perfetto» mormorò Smith mentre Howell stava di guardia, nel caso
in cui il fuggiasco di poco prima avesse ritrovato il coraggio di attaccarli. Ma Sarie
nel frattempo era sparita.

Stava per chiamarla quando nel vasto locale riecheggiò il rombo di un motore.
Un minuto dopo, un pickup pieno di attrezzi si fermò davanti a lui.
«Vi serve un passaggio?» chiese Sarie, sporgendosi dal finestrino.
«Peter, ce ne andiamo!»
Lei si spostò per lasciar guidare Smith, mentre Farrokh saliva dalla parte del
passeggero. Si stavano già muovendo quando Howell si lanciò nel retro,
scaraventando a terra cassette di attrezzi e pale per fare spazio mentre Smith
accelerava verso quella che sperava fosse un’uscita.
La caverna era molto più ampia e articolata di quanto si aspettassero, ma
seguirono le tracce degli pneumatici di un autocarro fino a trovare l’imboccatura,
camuffata con estrema cura.

Farrokh si mise subito al telefono mentre Smith, socchiudendo gli occhi


contro il sole abbagliante, si dirigeva a nord. Erano già ad almeno un chilometro
oltre il perimetro esterno del centro, una sessantina di metri più in alto. I
combattimenti si erano spostati all’interno della struttura e il ponte era stato
bloccato da alcuni camion, mentre le postazioni per le mitragliatrici erano state
installate su sacchi di sabbia.
Farrokh disse qualcosa in tono concitato al telefono, parlando in farsi, poi lo
guardò. «I miei uomini hanno intercettato una camionetta armata sulla strada
per Avass.»

«Ci siamo» confermò Sarie. «È il veicolo con cui è scappato Omidi.


L’hanno fermato?» L’iraniano scosse la testa. «Però abbiamo qualcuno dei
nostri nel villaggio. Abbiamo detto loro cosa cercare.» «Possono fermare un
veicolo come quello?» chiese Smith.

«Certo, se hanno libertà di movimento. Ma Avass è un posto di conservatori e


lì il governo ha di sicuro molti appoggi.» «E il laboratorio?» «Stiamo prendendo
il controllo. I due uomini infetti sono morti, ma ci sono ancora animali liberi.»

312
«Quante persone sono state esposte all’infezione?» «Molte più di quante
credessimo. Ma non mi preoccuperei, con le procedure che avete messo in atto.
Tutti erano al corrente dei rischi, quando si sono offerti volontari. E delle
possibili conseguenze.»
Sarie si chinò in avanti e si coprì la faccia con le mani. «È colpa mia.
Sono stata io a infettarli, volevamo isolare la struttura e liberarli. Se solo non
avessi fatto niente… adesso avremmo soltanto qualche animale mezzo morto da
gestire, e quei ragazzi starebbero bene.» «Non potevi saperlo» la rassicurò
Farrokh, «hai solo provato a renderti utile. Sono io lo stupido, a non aver
immaginato che Omidi potesse liberare le scimmie infette per coprire la sua
fuga.»

«Tutti noi abbiamo commesso delle sciocchezze» lo corresse Smith.


«Notizie delle forze iraniane?» «Temo di sì. Una squadra scelta sta arrivando
via aria.»

313
Capitolo 84

Nei pressi di Avass, Iran

5 dicembre, ore 12:04 GMT+3:30

Avass apparve in lontananza, oltre un piccolo colle, e Mehrak Omidi esaminò


gli antichi edifici ai lati di un labirinto di strade in condizioni pietose. Il terreno si
faceva molto impervio al limitare del villaggio, l’asfalto lasciava spazio a un
lastricato consunto da migliaia di anni di traffico pedonale.

«Ecco!» esclamò, toccando la spalla dell’autista e indicando quattro macchine


ferme sul ciglio della strada. Un’auto della polizia e un pickup pieno di uomini
armati si mossero verso di loro, accelerando per adeguarsi alla loro velocità.
Omidi guardò nello specchietto laterale mentre superavano i rimanenti due
veicoli, osservandoli mentre si affiancavano ai lati della camionetta. Khamenei
aveva disposto per loro una scorta fino al centro del villaggio, che li avrebbe
lasciati alla stazione di polizia, la cui sicurezza era stata molto rafforzata nelle
ultime ore.

Dopo altri dieci minuti di tragitto entrarono ad Avass. Omidi si stringeva la


valigetta contro il petto mentre i suoi occhi correvano dai palazzi ai passanti che
si scansavano per far passare il veicolo. I traditori di Farrokh erano ovunque,
guardavano, aspettavano, tramavano. Nessuno era immune al sospetto. Non più,
ormai.

Attraversarono un mercato affollato di venditori in fila davanti a un edificio di


pietra da cui pendevano antichi tappeti. Dal finestrino vedeva banchi con spezie e
gioielli, oltre agli oggetti occidentali di cui il suo popolo non poteva più fare a
meno.
Sul lato nord del mercato, due uomini vestiti con pantaloni ampi e pesanti
maglioni di lana trasportavano a fatica una grande cassa di legno fin sul
marciapiede, mentre una donna al cellulare li guardava con aria indifferente.

Al passaggio del piccolo convoglio, gli uomini si fermarono e si diressero


verso un vicolo con una strana andatura, come se cercassero di trattenersi dal
correre. Anche la donna terminò la sua telefonata, infilandosi tra la folla e poi
dentro l’edificio del mercato.
«Ferma!» urlò Omidi, e l’autista premette sui freni, bloccando le ruote, un

314
istante prima di essere tamponati dall’auto dietro alla camionetta. Il rumore
dell’impatto, però, fu coperto completamente dal boato di un’esplosione.

La bomba nella cassa era stata rivestita di chiodi e il pickup davanti a loro era
avvolto in una nuvola mortale di fuoco e schegge. L’auto della polizia sbandò
sulla destra e investì un gruppo di persone terrorizzate prima di andare a
fermarsi contro gli archi di pietra di una farmacia.
Un attimo dopo si innescò una terrificante sparatoria. I proiettili sembravano
arrivare da ogni angolo, dai vicoli stretti che si snodavano dalla via principale, dai
tetti delle case, dalle vetrine aperte dei negozi e dalle finestre delle case private.

«Vai!» gridò ancora Omidi, scivolando sul fondo del veicolo.


«Portaci via da qui!» La camionetta andava troppo piano. Alzò lo sguardo e
vide il conducente accasciato sul volante. Dopo un breve crepitio, la mitragliatrice
sul retro tacque e il mitragliere rotolò dal cassone cadendo sul selciato.

Era costretto a rimanere giù per proteggersi dalle pallottole.


Fischiavano da ogni lato, e il vapore che fuoriusciva dal radiatore lo avvolse in
una nuvola di calore accecante. Non poteva resistere a lungo: un colpo andato a
segno o una bomba a mano ben piazzata, e lui sarebbe morto, assieme all’unica
speranza di salvezza per l’Iran.

La portiera venne aperta di scatto, e lui cercò di farsi più piccolo, cercando di
nascondere la valigetta dietro di sé.
Invece di sparare, però, l’uomo gli tese una mano. «Andiamo!
Veloce!» Omidi lo seguì, correndo piegato verso l’edificio della farmacia
mentre altri fedeli alla Repubblica Islamica si stringevano attorno a lui, sparando
all’impazzata in ogni direzione. l’uomo davanti a lui e quello alla sua destra
caddero in rapida successione, creando dei buchi nel suo scudo umano. Omidi si
staccò dal gruppo, dirigendosi verso gli archi del negozio. Mancavano solo pochi
metri quando qualcosa lo colpì alla schiena e lo fece rotolare sopra un banco
pieno di lampade a olio. Subito dopo si sentì afferrare da una mano robusta e
trascinare verso le porte della farmacia.

Riuscì a trattenere a fatica la valigetta, bagnata del suo stesso sangue.


L’uomo lo lasciò andare e si spostò verso una delle vetrine rotte,
appiattendosi contro il muro mentre le continue raffiche mandavano in frantumi
gli oggetti allineati sugli scaffali del negozio.
Omidi riuscì a mettersi in ginocchio, barcollando carponi verso un gruppo di

315
persone nascoste sotto una fila di tavoli. Quando era a pochi metri, arrivarono
due uomini e lo trassero in salvo.

«Sta bene?» disse uno. «Le hanno sparato!» Cercò di esaminare la ferita, ma
Omidi gli allontanò la mano con fare brusco. Non aveva quasi più sensibilità
nelle gambe, e a tratti sembrava perdere conoscenza. Farrokh aveva troppi
seguaci e troppa potenza di fuoco in quel villaggio, per gli uomini reclutati da
Khamenei. Avrebbero raggiunto la farmacia prima dell’arrivo dei militari.
«Lei lavora qui?» chiese alla donna vicino a lui, cercando di parlare in tono
autoritario, per quanto possibile.
Lei scosse la testa e indicò un uomo con i capelli bianchi, rifugiato in un
angolo.
«È lei il farmacista?» «Sì» rispose sgranando gli occhi mentre guardava
schegge volare da un mobile in legno che due poliziotti stavano spingendo contro
una delle vetrine rotte. «Mi chiamo Muhammad Vahdat.» «Sono Mehrak Omidi,
il capo del ministero dell’Intelligence.»

L’uomo lo guardò attonito per un istante, ma poi sembrò riscuotersi.


«Sì… sì, certo. Adesso la riconosco…» «Ascoltami bene» iniziò Omidi, ma
perse il filo del discorso perché l’emorragia gli annebbiava la mente. Cosa
bisognava fare? Il parassita! Doveva concentrarsi. Pensare con lucidità, almeno
per qualche altro momento.
«Gli uomini qui fuori sono i miliziani di Farrokh. Hanno sviluppato un’arma
biologica e secondo le nostre informazioni stanno per testarla sul vostro
villaggio.»
L’uomo, terrorizzato, parve sul punto di svenire. «Qui? Ma siamo solo una…»
«Questo posto è perfetto, invece. Un centro piccolo, isolato e devoto» lo incalzò
Omidi, toccando la valigetta con una mano grondante di sangue. «Qui c’è
l’antidoto. L’ho portato io di persona appena abbiamo scoperto il suo obiettivo.
Ho bisogno di siringhe, in numero sufficiente per tutti. Ne ha?»
«Sì, certo, dietro il bancone.» «Vada a prenderle, così posso cominciare a
iniettarlo.» «Ma sono laggiù…» «Preferite morire di una malattia orribile?» Il
farmacista soppesò la domanda per un istante, poi si avviò verso il retro del
negozio strisciando sui gomiti.

Omidi lo guardò, appoggiandosi al muro e lottando per rimanere cosciente.


Avevano fatto molti esperimenti sul rapporto dose-reazione e avevano
constatato che era molto basso. Nella valigetta aveva una quantità di agente
patogeno sufficiente per iniettarne a tutti i presenti nella farmacia una dose
molto più alta di quanta ne veniva trasferita con il normale contagio. Sulla base

316
degli ultimi dati disponibili, in meno di due ore sarebbero insorti tutti i sintomi.
Era l’unica via. Il destino del parassita e quello dell’Iran in quel momento
erano legati in maniera indissolubile. Non poteva permettere che fossero distrutti
o cadessero nelle mani dei traditori.
Dovevano sopravvivere.

317
Capitolo 85

Avass, Iran

5 dicembre, ore 14:10 GMT+3:30

«Un’altra situazione di stallo» commentò Peter Howell, girando intorno a un


edificio di pietra.
Aveva ragione. Erano arrivati ad Avass a piedi e stavano percorrendo un vicolo
stretto e tortuoso a cinque isolati dal centro del villaggio. Il ritmo della sparatoria
era rallentato, ora si udiva un colpo di arma da fuoco più o meno ogni trenta
secondi e in genere in area urbana questo significava che le due forze si erano
trincerate in posizione di difesa.

Farrokh chiudeva la fila, parlando concitato al telefono mentre attraversava


un tratto innevato riparato dal sole da un largo tendone.
«Omidi si è barricato in una farmacia, pensiamo con un gruppo di quattro
uomini armati e almeno venti ostaggi» riferì. «Ha con sé la valigetta e secondo i
nostri ha una brutta ferita.» «È possibile raggiungerlo?» chiese Smith.
«La strada di fronte alla farmacia è impraticabile e non ci sono entrate laterali
o sul retro.»

«Avete previsioni sul tempo di arrivo delle forze iraniane?» «Un’ora circa»
rispose Farrokh. «Due C-130 delle forze speciali Takavar. Altri sette sono in
arrivo, ma i miei non sono riusciti a stabilire quando.» «Sappiamo quanti stanno
puntando su Avass e quanti sono diretti al laboratorio?»
«No, ma i miei uomini hanno sigillato il centro e sono in una buona posizione
difensiva. Terranno duro finché il parassita non morirà.» Smith non era tanto
sicuro, nove aeroplani potevano portare fino a seicento uomini e le truppe
Takavar erano il fiore all’occhiello dell’esercito iraniano.
I colpi di arma da fuoco ora erano più vicini e Jon seguì Howell su un pendio
fangoso con in cima un basso muro. Da quella posizione elevata si resero conto di
quanto fosse complesso lo scenario.
C’erano uomini ovunque, dietro le auto, sui tetti, nei vicoli, ma era
impossibile distinguere a quale fazione appartenessero. I resti di un pickup
stavano bruciando ancora davanti a quello che pareva l’edificio di un mercato e il
fumo rendeva meno nitida la visuale. La farmacia di cui parlavano gli uomini di
Farrokh aveva degli archi davanti, in grado di resistere anche a un carro armato, e
c’era almeno un uomo appostato dietro a ogni vetrina semibarricata.
«Forse, se potessimo raggiungere il camion in mezzo al…» iniziò Howell, ma

318
poi tacque quando un uomo uscì allo scoperto e corse fino a un rimorchio
rovesciato per poter avere una vista migliore sulle finestre della farmacia. Il
silenzio venne subito rotto da una scarica di pallottole e l’uomo fu falciato prima
di riuscire a fare due metri.
«Meglio di no» commentò Howell.
Smith si lasciò scivolare con la schiena contro il muro, imprecando sottovoce.
I Takavar sarebbero piombati su di loro come l’ira di Dio in meno di un’ora.
Non avrebbero impiegato molto a eliminare le forze di Farrokh e caricare Omidi
su un aereo per Teheran.

«Avete niente di più pesante dei fucili d’assalto?» «Un lanciarazzi.» Indicò un
tetto a nord. «È lassù.» Smith diede un rapido sguardo e scorse un RPG sulle
spalle di un uomo con in mano un videofonino appostato dietro un comignolo.
L’angolazione non era ideale, ma con un po’ di fortuna si poteva tentare di
superare le arcate e far entrare la granata dalla vetrina.

«Dobbiamo usarlo, non abbiamo altra scelta» disse Howell.


«Cosa?» protestò l’iraniano. «No… ci sono degli ostaggi, donne e bambini.»
Smith guardò oltre il muro di nuovo. «Se Omidi è ferito e sta male, forse
possiamo offrirgli uno scambio. Lui ci dà la valigetta e noi lo lasciamo libero.»

«Non accetterà mai» obiettò Sarie. «Lo conosco meglio di tutti voi.
Se vuoi quella valigetta, dovrai strappargliela dalle mani, e potrai farlo solo
dopo averlo ucciso.» «Sono d’accordo» commentò Farrokh. «Omidi non scende a
compromessi.» Smith rimase seduto in silenzio per un istante, cercando di
concentrarsi sulla situazione tattica e di non pensare alle facce terrorizzate delle
persone dentro la farmacia.

«Peter ha ragione. Chiedi al tuo uomo di sparare il razzo.» Farrokh lo fissò


indignato. «Non riesco a fare a meno di chiedermi se avresti preso la stessa
decisione se lì dentro ci fossero degli ostaggi americani e l’arma fosse una
minaccia per l’Iran.» Smith alzò di nuovo la testa di alcuni centimetri oltre il
muro e scrutò la farmacia, cercando di valutare la resistenza delle barricate e la
potenza di fuoco degli uomini appostati. Infine notò un movimento.
Gli scaffali appoggiati alla vetrina iniziarono a vibrare con violenza, facendo
cadere sul pavimento i pochi prodotti ancora esposti.

«No…» mormorò quando il militare a guardia della posizione uscì dalla


vetrina, rompendo l’ultimo frammento di vetro. Si voltò per lottare contro
qualcosa di invisibile, mentre le pallottole martellavano le pareti intorno a lui. Fu
colpito alla spalla ma continuò a dibattersi, fino a quando altre due scariche non
gli penetrarono nella schiena e lo lasciarono sdraiato sulla soglia.

319
Dopo pochi istanti apparve la faccia insanguinata di una donna. Si avventò
sull’uomo senza vita aggredendolo in modo selvaggio, la bocca contorta dalla
furia mentre il suo esile corpo veniva scosso da un proiettile dopo l’altro.
«Li ha infettati!» urlò Smith. «Spara! Ora!» Farrokh era ancora al telefono e
iniziò a gridare ordini concitati. Un attimo dopo dal tetto si levò una scia di
condensazione e la granata fu deviata da uno degli archi della farmacia,
esplodendo di fronte alle pesanti porte e producendo moltissimo fumo e rumore,
ma pochi danni.

Smith si passò il fucile oltre la testa e lo diede a Sarie, poi estrasse dalla
fondina la sua .45. «Spara a tutto quello che si muove! Capito?
Li voglio morti, tutti!» Gli ostaggi di Omidi uscirono di corsa dalla nuvola di
fumo, mentre Farrokh continuava a impartire istruzioni al telefono. Howell
sparava con calma, colpendo con precisione tutto quello a cui mirava. Per Sarie,
malgrado fosse molto abile, uccidere delle persone non era come sparare ad
animali o bersagli. Gli uomini sui tetti e nelle strade esitarono, e quando
capirono cosa stava accadendo, era troppo tardi.

320
Capitolo 86

Iran centrale

5 dicembre, ore 14:39 GMT+3:30

Il generale Asadi Daei era in piedi sul portellone dell’abitacolo del C-130 e
guardava dal grande vetro anteriore mentre l’aereo si alzava dalla base militare e
virava a destra. Stando all’ultimo rapporto, non meno di cinquanta affiliati alla
resistenza si erano trincerati nel centro di ricerca e altri venticinque stavano
combattendo per le strade di Avass. Per fortuna, la polizia era riuscita a scortare
Mehrak Omidi in un edificio protetto, dove attendeva i soccorsi del primo
scaglione di militari.

Daei stava per richiedere un aggiornamento ETA (Estimated Time of Arrival),


ma il pilota si girò e picchiettò con un dito sulla sua spalla per segnalare una
comunicazione in arrivo.
Il generale afferrò un paio di cuffie e si abbassò sul copilota per spingere il
tasto che isolava la linea.
«Parla Daei.» Si irrigidì un po’ quando sentì la voce dell’ayatollah Khamenei
in persona. «Le nostre difese fanno acqua da tutte le parti, generale.»

Nonostante fosse stato ferito in tre occasioni nella guerra con l’Iraq, Daei
provò un brivido di paura. «Fanno acqua» significava che la malattia di cui era
stato informato era sfuggita al controllo; «hanno ceduto del tutto» era come dire
«le persone infette ora si trovano in strada».

«Capisco, Eccellenza.» «Che Dio sia con lei.» Subito dopo Daei si mise in
contatto con i comandanti degli altri aerei da trasporto. «Passiamo al piano
Theta. Ripeto. Piano Theta.»
Dopo aver ottenuto conferma da tutto lo stormo, riappese la cuffia al suo
gancio e rimase immobile per un istante, in preda a un leggero capogiro. Negli
altri aerei, in quel momento, i suoi ufficiali stavano spiegando alle rispettive
squadre quale resistenza ci si poteva aspettare: persone con la forza di tre
uomini, coperte di sangue, pronte ad attaccare ogni obiettivo in movimento come
un branco di cani rabbiosi. Sembrava impossibile, uno scenario assolutamente
folle. Ma era Omidi in persona ad aver fornito dati e stime, e lui in genere non
indulgeva a facili isterismi.

Daei tornò in coda all’aereo, per parlare con i membri di un’equipe medica

321
ben equipaggiata. «Le nostre difese fanno acqua da tutte le parti.» Questi
slacciarono le cinture di sicurezza e scattarono in piedi attivandosi all’istante.
Aprirono i contenitori con le tute anticontaminazione, rovistarono in pile di
materiale medico, parlando concitati ad alta voce.

A quel punto, Daei sarebbe stato obbligato a far confluire la maggioranza delle
truppe ad Avass. Il team per il rischio biologico sarebbe atterrato su una pista
secondaria mentre i paracadutisti del Takavar avrebbero messo in sicurezza le
strade. La loro unica missione in quel momento era cercare di catturare e di
mettere sull’aereo una persona infetta, ma ancora viva. Una volta decollati,
Omidi avrebbe comunicato loro qual era la destinazione del soggetto che ospitava
il micidiale patogeno.

In qualche punto a sud della loro posizione attuale, bombardieri con l’ordine
di radere al suolo il villaggio di Avass attendevano il via libera. Neppure i Takavar
sarebbero sopravvissuti. Il rischio che diffondessero l’infezione o potessero far
trapelare informazioni discordanti dalla versione ufficiale era troppo elevato.

322
Capitolo 87

Langley, Virginia, USA

5 dicembre, ore 06:19 GMT-5

«Queste immagini sono state registrate circa sei ore fa» spiegò Dave Collen.
Il direttore della CIA si sedette davanti al computer portatile per guardare
alcune riprese satellitari. Erano mosse e la risoluzione era piuttosto bassa a causa
dell’ingrandimento, ma non lasciavano dubbi sulla ferocia dei combattimenti. Un
automezzo militare era esploso dopo aver sbattuto contro quello che sembrava
uno sperone di roccia, e le sue schegge infuocate erano sparse in mezzo ai corpi
stesi sulla sabbia.

«Una struttura sotterranea?» ipotizzò Drake, mentre le immagini venivano


sostituite da altre in cui degli uomini rimettevano in piedi un camion rovesciato
simile al precedente e lo spingevano avanti come riparo mobile.
Collen annuì. «Non eravamo al corrente della sua esistenza e, a quanto
risulta, lo ignoravano anche le altre agenzie. Stiamo riesaminando i nostri dati
satellitari degli ultimi mesi, e abbiamo trovato segni di una maggiore attività, ma
qualsiasi cosa gli iraniani stessero facendo, sono stati attenti a nasconderlo
bene.»

«Potrebbe esserci qualche collegamento con il parassita?» «Non abbiamo


modo di verificarlo, ma potrei scommetterci.
Abbiamo le foto di un jet privato atterrato su una pista abbandonata una
settimana fa.» «E Omidi?»
«Nemmeno sul suo conto abbiamo notizie certe. Ma se consideriamo la storia
del jet, il fatto che Smith e Howell abbiano deciso di attraversare il confine
iraniano a piedi, e il prelevamento dei biologi a opera della polizia segreta…» La
sua voce si affievolì per un istante. «Con ogni probabilità Omidi si è procurato il
parassita e lo sta trasformando in arma biologica in questa struttura. Forse con
l’aiuto di Sarie van Keuren.»
Drake si avvicinò al monitor e osservò la battaglia finché il video non terminò
e ripartì dall’inizio. «Non siamo gli unici, immagino, ad avere accesso a questi
dati.» «Esatto. Questo materiale viene direttamente dai satelliti spia del National
Reconnaissance Office.»
Non erano notizie del tutto inattese, ma questo non le rendeva affatto meno
pericolose. Smith e Howell non erano andati in Iran per contrastare da soli le
forze di Khamenei. No, si erano messi in contatto con la resistenza e malgrado le

323
perdite subite per mano di Sepehr Mouradipour, Farrokh si era servito delle
informazioni in suo possesso per trovare il centro di ricerca di Omidi. Ma quali
erano le loro intenzioni?

«C’è dell’altro» proseguì Collen. «Abbiamo notizie di combattimenti nelle


strade di un villaggio a centosessanta chilometri a nord di questo centro. Gli
iraniani stanno trasportando truppe speciali via aria in quella direzione e hanno
già fatto decollare una squadriglia di bombardieri.»
«Tempo di arrivo stimato?» «A questo punto i soldati saranno già a terra. Non
ho aggiornamenti sui bombardieri.» «Il parassita potrebbe essere fuoriuscito
dalla struttura?» «Non abbiamo nessun contatto nella zona e il satellite è fuori
portata.
Non avremo altre immagini prima di sei ore.» Drake si lasciò sfuggire un
sospiro di frustrazione. «Be’, io ho…»
Il telefono squillò sul suo tavolo e lui si zittì appena lesse l’identità del
chiamante. Lo Studio Ovale.
Castilla era in genere un uomo prevedibile, vincolato da orari e comunicazioni
ufficiali. Telefonate a sorpresa, prima dell’alba, non erano nel suo stile.
Collen fece un passo indietro e lo guardò sollevare il ricevitore.
«Buongiorno, signor presidente.» «Cosa diavolo sta succedendo in Iran,
Larry? Hai visto le immagini dal satellite?» «Sì, proprio in questo momento.
Stiamo raccogliendo dati a…»

«È in corso una guerra tra due fazioni sconosciute in una struttura di cui non
sapevamo niente e tu stai raccogliendo dati?» «Ne sapremo di più molto presto.
Il…» «Sono a Camp David, Larry, e tra un’ora ti voglio qui con tutte le
informazioni di cui disponi. Voglio sapere cosa stanno architettando gli iraniani
in quel bunker sotterraneo in un posto sperduto, e voglio sapere chi gli ha
rovinato la festa. Mi hai capito bene?»
«Non abbiamo abbastanza tempo, signore. È complicato…» «È inutile che
accampi scuse, Larry. Ti voglio qui tra un’ora.» Drake deglutì a fatica, cercando di
reprimere un’ondata di nausea, la fronte imperlata di sudore.
«Sì, signore.» Cadde la linea e lui riagganciò il ricevitore. «Raduna tutto il
materiale sul parassita e sugli iraniani.» «Tutto?» chiese Collen, visibilmente
allarmato.

«Partiamo in elicottero per Camp David. Studieremo una strategia durante il


volo e valuteremo cosa è indispensabile sottoporre all’attenzione di Castilla. Non
lascerò andare tutto in malora. Non adesso. Siamo troppo vicini.»

324
325
Capitolo 88

Avass, Iran

5 dicembre, ore 15:05 GMT+3:30

Jon Smith si impose di rallentare, voltandosi a guardare le persone dietro di


lui. Sarie non aveva problemi: la sua vita nelle selve africane, unita a una sana
dose di paura, la spingevano a stare al passo nonostante la gamba ferita. Farrokh
faticava un po’, il respiro affannoso, e gridava alla gente di rimanere nelle case e
barricare porte e finestre. Howell chiudeva la fila, correndo da una parte all’altra
per garantire la copertura sui lati.

Verificato che tutti stessero bene, Smith riprese la sua andatura e scavalcò un
cesto di verdure abbandonato. Ma subito avvertì una fitta improvvisa e rovente
alla testa e cadde sul selciato, mentre il rumore dello sparo rimbombava tra gli
edifici in pietra.
Non aveva più equilibrio e la vista annebbiata gli rendeva impossibile alzarsi
in piedi. Udì una voce familiare e si trascinò in quella direzione, ancora confuso,
mentre Sarie lo afferrava per spingerlo al riparo di un’auto parcheggiata.
«Sta’ fermo!» la sentì dire mentre si strappava un lembo della giacca e glielo
premeva sul cuoio capelluto. «Jon, stai bene? Quante dita sono queste?»

Lui batté le ciglia a fatica e cercò di mettere a fuoco. «Ehm… due?» Sarie lo
aiutò ad alzarsi e poi lo lasciò piano, assicurandosi che riuscisse a mantenere
l’equilibrio.
«Sto bene. È solo… solo un graffio.» «È più di un graffio, Jon. Sembra
profondo.» «Non preoccuparti, non è la prima volta.» «Sei ancora con noi,
amico?» Howell aveva rotto il finestrino dal lato guida di un autoarticolato
dall’aria vagamente sovietica, e insieme a Farrokh lo stava spostando in modo da
creare una buona copertura rispetto alle strade dietro di loro.

«Non sono ancora morto.» «Be’, se restiamo qui ancora un po’ lo sarai
presto.» Aveva ragione. Non sapevano quante persone contagiate dal patogeno si
trovassero nei paraggi e neppure la posizione e la forza degli iraniani inviati a
contrastarle.
«È stato Omidi» mormorò Sarie, incredula. «Ha infettato degli innocenti per
mantenere in vita il parassita.» «Ci occuperemo anche di lui, te lo garantisco»
rispose Smith. «Ma se il cecchino che mi ha appena sparato comunica la nostra
posizione o salta da un tetto all’altro fino ad arrivarci sopra la testa, saranno guai

326
seri. Non possiamo fermarci adesso.» «Come? Lui può…» «Eccolo là!» gridò
Howell, e si girarono entrambi in tempo per scorgere l’ombra di un uomo
scivolare dietro l’angolo. Emise un verso a metà tra un urlo e un ruggito soffocato
quando li vide; il sangue che gli era colato in bocca ora gli gocciolava sulla
camicia.
Howell appoggiò la canna della pistola sul cofano del veicolo mentre Farrokh
cominciò a fare fuoco all’impazzata, riuscendo a colpire l’individuo allo stomaco e
alla coscia sinistra. Howell fece di meglio, centrandolo appena sotto lo sterno e
facendolo cadere a terra.
L’inglese continuò a tenerlo sotto tiro mentre l’uomo cercava di mettersi in
piedi. Non abbassò l’arma finché non rimase del tutto immobile.

«Coprici di lato!» lo esortò Smith, spingendo Sarie verso il muro e posando


una mano sul fucile che portava appeso al collo. «Devi fare una cosa per me.»
«Cosa?» Indicò il tetto. «Devi sparare all’uomo lassù.» «Io? Perché io?» «Perché
io non ci vedo bene, Farrokh non è in grado e Peter deve coprirci le spalle.» «Non
sarebbe una cattiva idea andarcene da qui» ironizzò Howell.
«E prima possibile, anche.»

«Ci sto lavorando!» rispose Smith, poi si concentrò di nuovo su Sarie.


«Ascoltami. Ora uscirò di nuovo allo scoperto. Tu sporgiti da dietro l’angolo e
mira al tetto.» «Ma sei pazzo? Ti ha quasi ammazzato la prima volta e ora ti starà
aspettando.»
«Be’, allora dovrai essere più veloce di lui.» «Non sono un soldato, Jon. Io…»
«Oggi lo sei» tagliò corto lui, cominciando a indietreggiare. Quando ebbe fatto
almeno dieci metri per prendere la rincorsa, respirò a fondo e scattò in avanti,
sfiorando Sarie appiattita contro la casa.

Sentì un colpo e vide la raffica centrare un muro a poca distanza.


Quando risuonò il secondo sparo s’irrigidì, certo che sarebbe stato quello
fatale. Rimase in piedi, però, e un momento dopo si mise in salvo dietro un
angolo.
Una serie di lampi luminosi riverberarono sull’edificio vicino a lui, e
indietreggiò nella direzione da cui era venuto, avvertendo uno strano crepitio
difficile da decifrare.
Proprio dietro quell’angolo c’era il suo cecchino. Era precipitato in un
groviglio di cavi elettrici e vi era rimasto appeso a testa in giù in un ammasso di
scintille.

Subito dopo Sarie, Howell e Farrokh arrivarono di corsa. Smith li ignorò,

327
concentrandosi su un rombo sempre più forte proveniente dall’alto. Due C-130
stavano volando sopra le loro teste, a quota tanto bassa da poter vedere i
portelloni aperti.
«Immagino che voi non abbiate in dotazione armi contraeree, giusto?» chiese
a Farrokh appena questi lo raggiunse.
L’iraniano scosse la testa. Intanto i primi paracadute si aprivano sullo sfondo
di un cielo sempre più azzurro.

328
Capitolo 89

In volo sopra la Contea di Frederick, Maryland, USA

5 dicembre, ore 07:01 GMT-5

Si erano lasciati alle spalle le luci dei sobborghi di Washington, e Larry Drake
guardò il buio sotto di loro prima di rivolgere la sua attenzione di nuovo a Dave
Collen, seduto accanto a lui sull’elicottero.
«Anche se eravamo in possesso di validi indizi sul legame IranUganda,
possiamo sempre dire che li ritenevamo troppo deboli per muoverci» suggerì
Collen parlando in una cuffia isolata dal pilota.
«Come giustificheremo allora l’aver cambiato idea e raccolto tutti questi
dati?»
«Possiamo sfruttare a nostro vantaggio la morte di Brandon. Ecco cosa ho in
mente: Gazenga stava cercando le prove di possibili collusioni fra gli iraniani e il
presidente Sembutu, quando morì.
Abbiamo tentato di approfondire la faccenda, ma con la sua scomparsa
abbiamo perso anche l’unico informatore che avevamo a Kampala.» Le bugie
migliori erano quelle poco lontane dalla verità, e questa era piuttosto credibile.

«Abbiamo niente che possa ricondurre l’attacco al bunker ai ribelli della


resistenza?» «Niente.» «Possiamo inventarci qualcosa?» «Farrokh tiene la sua
organizzazione blindata e, per quanto ne sa il presidente, noi non abbiamo
informatori in Iran. Sarebbe rischioso.»
«Allora dobbiamo solo contare sul fatto che la sua è l’unica forza di guerriglia
in grado di attaccare una postazione fissa come quella in Iran. Punteremo a
ingigantire la minaccia: il parassita esiste ed è in mano agli iraniani; la struttura è
attiva. Forse l’infezione si sta diffondendo a macchia d’olio in Iran, il governo
locale l’ha trasformata in arma biologica e progetta di usarla contro di noi, e
Farrokh potrebbe anche volersene impadronire per rafforzare la sua posizione.»
«L’ultima parte forse è un po’ eccessiva.» «Davvero? Fino a oggi abbiamo
sempre considerato la resistenza un movimento tutto sommato pacifico, a base
popolare, invece adesso abbiamo le prove di un’organizzazione gerarchica con
capacità paramilitari. È abbastanza per far mettere in dubbio a Castilla tutte le
informazioni raccolte finora su Farrokh. Se ci muoviamo con attenzione e non
commettiamo errori, ci sono buone chance di fargli autorizzare un attacco
unilaterale prima di…» Un forte segnale acustico interruppe la conversazione e
all’improvviso l’abitacolo si illuminò della luce rossa intermittente di una spia di

329
emergenza. Drake spinse il pulsante di collegamento con la cuffia del pilota
proprio mentre il terrificante rumore del motore che si accendeva e si spegneva
cominciava a rimbombare nell’abitacolo.

«Cosa diavolo succede? Qual è il problema?» «Potrebbe trattarsi del blocco


degli iniettori di carburante!» rispose il pilota mentre l’elicottero perdeva
rapidamente quota e poi si risollevava a fatica. «Sono costretto ad atterrare,
subito!»
Collen si sistemò sul sedile e si allacciò la cintura di sicurezza intorno alle
spalle, con il petto che si alzava e si abbassava in un respiro affannoso.
«Cosa sta dicendo? Siamo sopra a una foresta!» urlò nel microfono.

«Laggiù!» indicò il pilota. «A est c’è una radura.» Il muso del velivolo
s’inclinò verso il basso e cominciò a scendere, mentre il motore sputava e tossiva,
minacciando di tacere a ogni istante.
Drake sentiva il sangue pulsargli nelle tempie e si tolse con impeto la cuffia,
sforzandosi di ricacciare indietro la bile che gli saliva in gola.
Un lungo grido sgraziato si levò al di sopra del segnale d’allarme, e solo
quando i pattini dell’elicottero urtarono contro il terreno si rese conto di essere
lui a urlare.
Si sentiva soffocare dalla cintura e lo stridio assordante del metallo gli
riempiva le orecchie.

Poi tutto tacque. Il pilota spense il motore e le luci del quadro, mentre le
eliche smettevano di girare. C’era del sangue sulla tempia di Drake. Aveva
sbattuto contro il finestrino, ma a parte quello era illeso. Era vivo.
Il pilota non disse niente, scalciando per aprire il portellone prima di saltare
nel buio. Drake udì i suoi passi risuonare nella radura per un istante, poi
svanirono mentre si allontanava nella luce del primo mattino.

«Ehi! Dove vai?»


Non rispose.
Si girò verso Collen e gli scosse una spalla. «Dave, stai bene?» Il suo
sottoposto stava ancora cercando di riprendere fiato, ma riuscì ad annuire.
«Le carte» disse Drake, indicando i fogli con le informazioni riservate sparsi
nell’abitacolo.

«Raccoglile e rimettile dentro la valigetta.» Attese per verificare che Collen


avesse capito e poi scese dal velivolo danneggiato. Contrasse la mascella,
contrariato. Il pilota, un ex ufficiale decorato della Guardia Costiera, era sparito.

330
Drake tirò fuori il suo cellulare e lo guardò, imprecando tra sé: non c’era segnale.
Avevano lanciato un SOS? Non se lo ricordava. Gli uomini del presidente
avrebbero contattato Langley non vedendoli arrivare, ma quanto ci sarebbe
voluto? Indossava soltanto giacca e pantaloni e la temperatura era sottozero.

«Figlio di puttana!» gridò, mentre la paura e la frustrazione riuscivano alla


fine a incrinare l’imperturbabile corazza che aveva impiegato una vita a costruire.
Sbatté più volte il telefono sulla fiancata dell’elicottero, fino a farlo a pezzi. Stava
andando tutto così bene. Fino a quando Castilla non aveva inviato quella sua
dannatissima squadra di agenti speciali e Gazenga non aveva deciso di pugnalarlo
alle spalle. Adesso si trovava in mezzo al nulla mentre il presidente degli Stati
Uniti lo aspettava per metterlo sulla graticola.
Un errore, un passo falso nel labirinto di bugie da lui stesso creato, e il suo
mondo gli sarebbe crollato rovinosamente addosso.

Fece due profondi respiri e osservò il vapore che gli usciva dalle labbra.
Cominciava ad albeggiare.
«Dave! Cosa diavolo stai…» iniziò, ma poi tacque. C’era qualcosa al limitare
della radura, una sagoma che si stagliava contro gli alberi.
Non erano soli.

331
Capitolo 90

Alla periferia di Avass, Iran

5 dicembre, ore 15:40 GMT+3:30

Jon Smith si schermò gli occhi con una mano e guardò altri paracadute
spiegarsi sopra le loro teste. Voci impaurite si levarono dal gruppo di circa
cinquanta residenti di Avass in cui si erano imbattuti, e accelerarono il passo,
mentre uscivano dall’abitato per entrare in pieno deserto. Venti metri più avanti
intravide i capelli biondi di Sarie. Gli veniva incontro insieme a Farrokh.
«Abbiamo trovato sette persone ferite» riferì, una volta giunti a portata di
orecchio.

«Hai parlato con loro? Sono entrati in contatto con qualcuno degli infetti?»
Farrokh annuì. «Uno è caduto dalle scale e un altro è rimasto ferito da una
pallottola. Ma gli altri sono stati aggrediti.»
«E tutti e cinque hanno ferite aperte» aggiunse Sarie. «Non ho mai testato gli
effetti di una dose maggiore di patogeno, ma dovremmo prepararci a una
reazione più rapida del normale.» «Quanto più rapida?»

«Secondo i miei parametri, ci vorranno sette ore. Otto, se siamo fortunati.»


«Possiamo separarli dal resto del gruppo?» «Un americano, un inglese e una
sudafricana che cercano di convincere le famiglie ad abbandonare gli ammalati?»
intervenne Farrokh. «Credo proprio di no.» «Perché non tu, allora? Tu sei
iraniano e la gente ti conosce.» «Io sono in una posizione ancora più debole, Jon.
Questa è una zona molto conservatrice del Paese, poco istruita. Se queste persone
sapessero chi sono, con tutta probabilità mi ucciderebbero. E anche nascondendo
loro la mia identità, mi considererebbero comunque un estraneo, un liberale.»
Smith rallentò e alla fine si fermò, osservando i fuggiaschi in cerca di riparo.
Impauriti e incerti su cosa stesse accadendo, avrebbero fatto quello che sapevano
fare meglio, sparire in un territorio nel quale nessuno straniero poteva muoversi
con disinvoltura.

«Cosa c’è?» chiese Howell, mettendo rapido la mano alla cintura per prendere
la pistola. «Qualche problema?» In quel momento Smith non sapeva più cosa
stessero facendo o dove stessero andando.
Altri gruppi come questo, alcuni forse con un numero maggiore di soggetti
contagiati, si stavano sparpagliando in ogni direzione, circondati da amici e
familiari incapaci di decifrare, né tantomeno di gestire quel comportamento

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incomprensibile. Lui non era più in grado di controllare la situazione, ma il fatto
che forse ci sarebbero riuscite le forze armate iraniane poteva trasformarsi nella
più cocente delusione della storia.
«Farrokh, dammi il tuo telefono.»
L’iraniano fece un esitante passo indietro. «Per farci cosa? Per ordinare ai
tuoi soldati di distruggere il mio Paese? Per imporci un altro dittatore?»
«Vuoi la verità?» chiese Smith in tono adirato, tanto che i presenti si
allontanarono di qualche passo da lui. «Non so cosa farà Castilla. Ma questa
situazione disastrosa si diffonderà, prima in Iran e poi in tutta la regione. A
questo punto, un nuovo dittatore potrebbe essere la soluzione migliore.»
«No!» protestò Farrokh, sgomento. «Potremmo…» «Potreste fare cosa?
Perché, da quanto vedo, non stiamo facendo altro che vagare senza meta nel
deserto. Vuoi incappare in quei militari? Vuoi rifugiarti in quelle gole con un bel
gruppetto di infetti e aspettare che scenda la notte?» «No, io…» «Allora, qual è la
tua prossima mossa, capo?» Una donna con il soprabito intriso di sangue crollò a
terra pochi metri più in là, senza riuscire più a muoversi. La gente intorno a lei si
apprestò ad aiutarla, ma Sarie corse verso di loro per impedirlo.
«Fermi! Non toccatela!»

Nessuno parlava inglese e riuscì solo a raccogliere alcuni sguardi stupiti prima
di essere ignorata del tutto. Farrokh rimase a guardare la scena in silenzio per un
istante, poi inserì il PIN nel suo telefono e lo passò a Smith. Questi digitò rapido
un numero, avvicinandosi al gruppo mentre Howell scrutava le facce intorno a
loro per capire se vi fossero minacce.
«Pronto?» Fu sollevato nel sentire la voce di Fred Klein, ma non quanto
sperava.
«Abbiamo qualche problema, qui.» «Jon? Cristo, stai bene? Dove sei?»
«A circa un chilometro e mezzo da un villaggio chiamato Avass.» «Allora sei
stato tu ad attaccare la struttura sotterranea a sud di quel posto.» «Come l’hai
saputo?» «Abbiamo alcune foto satellitari, ma niente di più. Volevamo inviare
qualche U-2 in ricognizione, ma in quella zona c’è parecchia attività delle forze
aeree iraniane e ce ne sono altre in arrivo. Voi come siete messi?» «Male, Fred. Il
parassita è fuoriuscito dal centro di ricerca e non sono sicuro della situazione
attuale. C’è gente infetta ad Avass e chi è stato attaccato è in fuga nel deserto,
verso le gole.»

«C’è poca ricezione, Jon, la linea è disturbata. Ci sono persone infette e con
sintomi in atto in giro per Avass e il contagio si sta diffondendo nei dintorni, ho
capito bene?» «Perfettamente. Avevate previsto questa eventualità?»
«Abbiamo passato tutta la scorsa settimana a trasferire materiali e personale
attrezzato per la guerra batteriologica verso i confini dell’Iran con l’Iraq e

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l’Afghanistan. I tuoi amici dell’USAMRIID e del CDC non sono convinti che sarà
sufficiente, però.» E non hanno tutti i torti, pensò Smith. I normali piani di
contenimento prevedevano che le vittime si ammalassero, perdessero mobilità e
cercassero aiuto. I vettori del contagio erano già noti, ed esisteva una possibile
terapia, anche per patogeni devastanti come il vaiolo. Ma questo caso non
rientrava affatto nei protocolli standard.

«Abbiamo lavorato più o meno alla cieca» proseguì Klein. «E non ti nascondo
che la situazione sta scatenando il panico. In questo momento il presidente è con
i capi di Stato Maggiore e i rappresentanti di Europa, Cina e Russia. Abbiamo un
sottomarino armato di testate nucleari al largo della costa e l’idea di usarlo non è
stata ancora esclusa. Capisci cosa sto dicendo?» Smith non rispose, guardando
Sarie e Farrokh mentre cercavano di allontanare la folla dalla donna a terra.
Pensò al villaggio, dove gli abitanti si stavano prendendo cura delle vittime.
Pensò alle persone già contagiate, in fuga verso le gole, e a quelle in cerca di aiuto
da amici e parenti nei centri abitati circostanti.

«Jon? Sei ancora lì?» «Fallo, Fred. Bombarda tutto con i missili. L’intera
area.» Seguì un lungo silenzio. «Voglio essere sicuro al cento per cento di non
averti frainteso. In veste di specialista di malattie infettive ed esperto di questa
particolare patologia, mi stai suggerendo di lanciare testate nucleari sulla vostra
posizione.»
«Esatto, anzi, te lo sto caldeggiando.» «C’è qualcuno con te? La van Keuren?
Peter?» Smith passò il telefono a Howell. L’inglese sembrò un po’ confuso ma lo
prese. «Sì? Generale, riconosco la sua voce.» Jon si piegò in due, sforzandosi di
non vomitare. Con ogni probabilità aveva appena condannato a morte se stesso, i
suoi amici e migliaia di innocenti.
«Un colpo di striscio alla testa» sentì dire a Howell. «Ma sembra stia bene. Sì,
purtroppo credo sia ragionevole, vista la situazione qui.» Smith avvertì un tocco
sulla spalla e Howell gli ripassò il telefono.
«Jon?» disse Klein.
«Eccomi.» «Qual è la vostra posizione attuale? Potrei fare intervenire i nostri,
inviare un elicottero e…»

«Sappiamo tutti e due che non è possibile, Fred. Fallo e basta, okay?» Un’altra
lunga pausa. «Riferirò il tuo suggerimento al presidente, con il mio sostegno.
Grazie per tutto quanto hai fatto, Jon. Ti auguro buona fortuna.» La linea cadde e
lui restituì il cellulare a Farrokh. Le forze ormai lo stavano abbandonando.
«Tutto bene, amico?» gli chiese Howell, mettendogli una mano sotto il
braccio per sostenerlo.

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«Non è il mio giorno migliore, Peter.» «Certo, le cose sarebbero potute andare
meglio» commentò, tendendogli la mano. «A ogni modo… è stato un onore per
me.»

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Capitolo 91

Contea di Frederick, Maryland, USA

5 dicembre, ore 07:22 GMT-5

«Ehi…» Lawrence Drake fece un passo avanti, esitante. Lo scricchiolio delle


foglie gelate sotto i piedi risuonava altissimo nel silenzio della radura. «C’è
qualcuno?» «Larry, con chi…» urlò Dave Collen ancora dentro l’elicottero, ma
Drake lo interruppe.
«Sta’ zitto e metti via quei fogli!» Le nuvole scure a est si illuminarono del
fioco bagliore dell’aurora, trasformando le sagome indefinite nel profilo di un
SUV e di un grosso furgone. Quattro figure umane, tre uomini e una donna,
erano immobili davanti ai veicoli. L’aria gelida del mattino attanagliò Drake allo
stomaco e si fermò, alzando gli occhi verso gli alberi che circondavano la radura.
Adesso era tutto chiaro: il guasto meccanico dell’elicottero era un trucco. Il
pilota era stato pagato per atterrare in quel punto. Ma da chi? Dai terroristi? Dai
servizi segreti stranieri? Quelle persone erano lì per ucciderlo?
Qualche anno prima non sarebbe mai accaduto. Ma i musulmani non
rispettavano le regole del gioco codificate durante la guerra fredda.
Niente era più vietato. La morte era qualcosa da agognare, non da evitare.
«Cosa volete?» esordì, con la bocca secca.

Le prime luci del mattino si facevano sempre più intense e la scena di fronte a
Drake si arricchiva di nuovi dettagli. La donna era alta e atletica, i capelli biondi
risplendevano nella luce perlacea. Anche se il volto era ancora in ombra, c’era
qualcosa di familiare in lei, nella forza e nella grazia che emanava anche quando
stava ferma.
Iniziò a indietreggiare ma poi si fermò al suono della sua voce.
«Dove pensi di andare, Larry?» «Russell? Randi Russell? Ma che sta
succedendo? Cosa ci fai qui?» «Ho trovato la squadra inviata da te a cercare Jon e
Peter.» Drake provò a dissimulare lo sgomento e la paura, ma poteva solo sperare
che l’oscurità celasse l’espressione dipinta sul suo volto.
«Ma cosa stai dicendo?» «Era tutto falso» replicò lei. «Tutte le tue
informazioni su di loro mentre entravano in Iran provenivano direttamente da
me e da Charles Mayfield: la rotta del loro aereo dall’isola di Diego Garcia, le foto
satellitari dell’auto con cui sono arrivati sulle montagne. Tutto quanto. Sono
sempre stati a oltre centocinquanta chilometri di distanza da lì.» Per un istante,
Drake ebbe difficoltà a fare arrivare l’aria nei polmoni, ma poi si impose di
calmarsi. Doveva esserci una via di uscita. Per forza. Aveva solo bisogno di
ragionare con calma.

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Se quanto diceva la Russell era vero e per tutto quel tempo avevano ricevuto
informazioni fuorvianti, Smith doveva essere ancora vivo e trovarsi in quel
momento ad Avass. Quindi la chiamata di Sepehr Mouradipour era stata una
montatura, e senz’altro registrata.
Non osò guardare verso Collen, ma il pensiero dei documenti sull’elicottero
non gli dava tregua. Lì c’era tutto: ogni loro mossa, anche quelle tenute nascoste
a Castilla.

Calma!
Se la Russell avesse messo le mani su quelle carte, sarebbero finiti in guai
seri, ma forse il disastro non sarebbe stato irreparabile. La politica poteva essere
uno sporco lavoro.
«Voglio parlare con il presidente.» La Russell scosse piano la testa. «Non
credo che lui voglia parlare con te.»
Drake gemette di dolore quando cadde a terra per il colpo al retro delle
ginocchia. Qualcuno gli tirò indietro le braccia e sentì lo scatto metallico delle
manette; in sottofondo udiva le urla di Dave Collen che veniva trascinato fuori
dall’elicottero.

Quando Drake venne rimesso in piedi, la Russell stava venendo verso di lui.
«Cosa farai, Randi? Mi denuncerai? Hai idea di quanti affari loschi di questo
Paese io abbia coperto? Le operazioni illegali, le persecuzioni, gli accordi segreti?
E tu e Smith? Per chi lavorate? È stato proprio il presidente a mettere insieme
una squadra speciale clandestina. E questa storia potrebbe essere molto scomoda
per lui, se venisse fuori.»
Lei si fermò a qualche passo da lui. Lo guardò, la testa piegata di lato.
«Secondo i medici, se il killer da te inviato a casa mia avesse mirato solo cinque
centimetri più a sinistra, la protezione antiproiettile non mi avrebbe salvata.
Come minimo, ora sarei paralizzata.» «Sei un’agente maledettamente in gamba,
Randi, lo ammetto. Ma adesso stai esagerando.» «E tu hai giurato di proteggere il
nostro Paese e chi ci vive!» urlò.
«Gli devi la tua lealtà, e di certo devi lealtà agli agenti che rischiano la pelle
per te ogni giorno.»
«Quanto sei ingenua, Randi. Adesso toglimi queste dannate manette.
E di’ a Castilla che sono disposto a rassegnare le dimissioni per motivi
personali. Ma la mia offerta non sarà valida per sempre.» «E poi? Troverai un
incarico ben pagato nel settore privato? Eh, Larry? Non hai bisogno di
impantanarti in questo pasticcio: hai nascosto a milioni di americani
informazioni su un’arma biologica letale. E quegli innocenti in Uganda, allora? O
quelli che stanno morendo in questo momento in Iran? E Jon e Peter? Loro non

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torneranno mai più a casa, lo sai? Ma infischiamocene di tutto, giusto?»
La sua reputazione, insieme al suo tono infuriato, bastavano già a farlo
sudare. Ma era tutta scena. Randi Russell era solo un soldato semplice, un
ingranaggio inutile di una macchina il cui funzionamento lei non era neppure in
grado di comprendere del tutto.
«Puoi gridare quanto vuoi, Randi, ma con tutto quello che so Castilla di certo
non mi metterà alla gogna. E dopo il fiasco del caso Lazarus, la CIA non può
rischiare di perdere la faccia un’altra volta.»
Lei rise e si avviò verso i veicoli parcheggiati al limitare della radura.
«Chi è l’ingenuo adesso, Larry?» Drake sentì di avere la canna di una pistola
puntata alla testa e fu costretto a seguirla. Subito dietro c’era Collen, anche lui
sospinto da un uomo con in mano la valigetta contenente i loro documenti.

Davanti a loro, il portellone del furgone venne aperto e gli uomini della
Russell ne estrassero tre grossi sacchi. Confuso, Drake li guardò trascinarli verso
l’elicottero. Solo quando gli passarono accanto si rese conto di cosa contenesse la
plastica nera.
Cadaveri.
«Aspettate!» protestò, fermandosi. «Ma cosa…» L’uomo dietro a Drake lo
spinse avanti con forza, tanto da farlo quasi cadere sul terreno ghiacciato. Randi
gli afferrò il collo della giacca, tirandolo su, e lo fece salire a forza nel retro del
furgone. «Come dicevi, Larry, la CIA non può rischiare di perdere la faccia.»
«No!» gridò mentre Collen veniva gettato dentro insieme a lui.
Il portellone scorrevole si chiuse, lasciandoli al buio, e un attimo dopo il
veicolo venne messo in moto e partì ondeggiando sul terreno sconnesso. Un
istante dopo, Drake sentì il temuto rumore, l’esplosione destinata a incenerire
l’elicottero con i tre corpi all’interno.

Il mondo intero avrebbe creduto che lui era morto nell’incidente.


Avrebbero fatto un funerale di Stato, un elogio funebre alla sua abnegazione
al servizio alla nazione. Sua moglie avrebbe ricevuto la bandiera in cui era avvolta
la bara contenente il corpo di un estraneo, e non avrebbe mai saputo dove fosse
davvero suo marito: sepolto in una fossa anonima, scavata nella terra che aveva
tradito.

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Capitolo 92

Nei pressi di Avass, Iran

5 dicembre, ore 18:39 GMT+3:30

«Arfa, mi riceve? Risponda!» Il generale Asadi Daei osservava furioso i suoi


uomini mentre facevano scendere un SUV blindato dalla rampa del C-130 con
una lentezza quasi ridicola. Il team biomedico aveva già indossato la tuta
anticontaminazione e attendeva sul ciglio della strada buia da quasi cinque
minuti.

La condizione del luogo preposto all’atterraggio era molto peggiore di quanto


gli esperti del ministero dell’Intelligence avessero assicurato, costringendoli a
sorvolare la strada per Avass e individuare una zona ampia e pianeggiante dove
atterrare. Era stato un errore imperdonabile, causa di un ritardo di venti minuti
rispetto alla tabella di marcia, e li aveva allontanati più del previsto dal villaggio.
«Arfa! Risponda!» La radio crepitò per un istante e attraverso le interferenze
si udì la voce a stento comprensibile dell’uomo a capo delle truppe di
contenimento. Daei diede una rapida occhiata alla strada, lasciando il gruppo dei
medici a controllare nervosamente l’equipaggiamento per la seconda o terza
volta.
«Generale, mi riceve?» «Non bene. Qual è la situazione? Avete messo in
sicurezza il centro della città?» Via radio risuonò una raffica di colpi d’arma da
fuoco, seguiti dalle grida incomprensibili di Arfa.

«Maggiore, è ancora lì?» «Sì, signore. No, non siamo stati in grado di mettere
sotto controllo la zona. È difficile distinguere la polizia dai membri della
resistenza, soprattutto adesso, con il buio. E poi ci sono i civili…» «Non mi
interessa di chi si tratta!» urlò Daei. «Dovete eliminare tutti coloro che non si
mostrano collaborativi. Non ero stato chiaro?» «Certo, signore, ma…» «Niente
scuse, maggiore, esegua gli ordini!» «Sì, signore.»
La reticenza dell’ufficiale era comprensibile, date le circostanze.
Ignorava peraltro l’arrivo imminente dei bombardieri. Su ordine di Daei,
Avass sarebbe stata rasa al suolo insieme ad Arfa e alle sue forze ancora sul
posto. I militari avrebbero creato un ampio perimetro, intercettando eventuali
civili in fuga e, alla fine, sarebbero morti anche loro. L’area sarebbe stata
completamente sterilizzata.

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«Siete riusciti a catturare una vittima del parassita, maggiore?» «Abbiamo
fatto due tentativi, ma sono più veloci e più forti del previsto. Un soggetto è
morto a seguito di una brutta caduta e siamo stati obbligati a sparare all’altro.»
Daei batté con rabbia un pugno sulla fusoliera del C-130, continuando a
camminare. Alle spalle sentiva già il rombo degli aerei in arrivo, ma non si
preoccupò di guardarsi indietro.

«Voglio essere chiaro, maggiore. Se arrivo ad Avass e lei non ha catturato


nessun soggetto infetto, non solo lei ma anche la sua famiglia ne pagherete le
conseguenze. Mi ha capito?»
Arfa rispose, ma tra le interferenze e i bombardieri in avvicinamento le sue
parole erano impossibili da decifrare. Daei si voltò furibondo, alzando lo sguardo
verso una formazione di aerei da combattimento appena distinguibile alla luce
della luna. Cosa stavano facendo, nel nome di Allah?
«Ripeta il suo ultimo comunicato, maggiore. Io…» Tacque mentre uno degli
aerei si staccava dal gruppo iniziando a cabrare, l’inconfondibile sagoma stagliata
contro il cielo scuro. Daei lasciò andare la radio e corse in direzione del deserto.
«Allontanatevi dall’aereo!» urlò, mentre i medici lo guardavano allibiti correre
nella sabbia. «Trovate un riparo!» Il colpo sembrò arrivare dal nulla, atterrando
Smith e facendogli cadere la pistola con cui stava prendendo la mira. Non
riuscendo a divincolarsi in tempo dall’uomo che gli era saltato addosso, si
preparò all’impatto con il terreno roccioso.
Ignorò il rumore sordo di almeno una delle sue costole che si spezzava e tese
la mano alla ricerca dell’arma. Ma era inutile: lo sconosciuto era in posizione di
vantaggio e pesava venticinque chili più di lui. L’avrebbe raggiunta prima lui.
«Peter! Il fu…»
Vide un lampo di capelli biondi nel buio, e all’improvviso fu liberato dal peso.
Smith rotolò su se stesso e afferrò la pistola, ignorando il dolore terrificante al
costato, mentre Sarie iniziava a soccombere nella lotta con l’uomo su cui si era
avventata. La situazione stava volgendo al peggio quando Smith gli premette la
canna della pistola sulla nuca.

Trascinò via Sarie, guardando le facce dei presenti, illuminate dalla luna, con
l’arma ancora in pugno. Il gruppo di abitanti incontrato durante la loro fuga da
Avass ormai non contava più di venticinque individui, quattro dei quali erano
infetti. Tre erano ancora nello stadio confusionale, ma l’altro aveva appena
aggredito i due giovani ai quali si sorreggeva. Farrokh era intervenuto all’istante,
urlando in farsi con il mitra puntato, ma subito era scoppiato il caos. Alcuni
scappavano, spingendo e cadendo uno sull’altro, mentre altri cercavano di
calmare l’uomo che urlava e perdeva sangue, proteggendo i ragazzi da quello che
Smith immaginava fosse il loro stesso padre.
Howell si era assunto il compito di eliminarlo, ma la folla in continuo
movimento e la semioscurità gli erano d’intralcio, come anche Smith aveva avuto

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modo di constatare. Alla fine il soggetto infetto si liberò della persona che cercava
di trattenerlo e mostrò il petto per un istante prima di girarsi di nuovo verso i due
figli a terra.
Lo sparo echeggiò tutt’intorno: sfiorò di striscio non meno di quattro persone
prima di colpire il bersaglio. L’uomo cadde di schiena, dimenandosi in movimenti
convulsi e ululando come un animale ferito.

Quando rimase immobile, tutti gli occhi erano puntati su Howell, con la
pistola ancora fumante in mano. Nessuno dei presenti capiva cosa stesse
accadendo o come mai vi fossero tre occidentali con loro, ma fino a quel
momento avevano tollerato la loro presenza. Adesso però uno straniero, un
inglese, aveva appena sparato a un uomo disarmato che conoscevano da una vita.
Farrokh cercò di approfittare di quel minaccioso silenzio per dare loro una
spiegazione, ma nessuno sembrava ascoltarlo. Non aveva mentito sulla propria
credibilità in quelle zone dell’Iran. Ai loro occhi non era migliore di quegli
stranieri.
Il ragazzo a cui Howell aveva salvato la vita saltò in piedi e prese a urlare
contro di loro, subito imitato dagli altri.

«Non siamo più i benvenuti qui» osservò Smith. «È il momento di andare.»


Farrokh lo ignorò, continuando la sua inutile spiegazione ed evitando per un
soffio di farsi abbrancare da un uomo anziano. In pochi istanti si trovarono
circondati dal gruppo, investiti da maledizioni e insulti comprensibili anche per
Smith, che pure conosceva a malapena il persiano.

Alla fine Farrokh si arrese di fronte alla realtà e sparò una raffica in aria per
poi unirsi agli altri che battevano in ritirata. Si allontanarono sotto una gragnola
di pietre, con le armi spianate, senza fermarsi prima di aver interposto almeno
cinquecento metri tra loro e la folla inferocita.
«Gli altri tre manifesteranno tutti i sintomi tra meno di un’ora» annunciò
Sarie. «Non possiamo abbandonarli in questo stato. Siamo gli unici armati, qui.»
«Lascia perdere le armi» protestò Smith. «Ormai sono contro di noi.
Non possiamo fare nient’altro.»
«Non possiamo fare nient’altro?» gli fece eco lei, con la voce pervasa dalla
paura e dalla disperazione, ormai diversissima da come la ricordava al loro primo
incontro. «Gli iraniani non sono in grado di tenere sotto controllo tutto questo.
Qui la gente non ha idea di cosa dovrà affrontare.»
«Ha ragione lei» intervenne Farrokh. «Gli americani dovevano venire in
nostro aiuto. L’avevi detto tu, Jon. Dove sono?» «Non lo so.» «Come non lo sai?
Tu ci hai parlato.» «È vero.» «E allora?» Lanciò un’occhiata a Howell, in cerca di
aiuto.

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«Ho detto loro di cancellare tutta questa zona.» «In che senso, “cancellare”?»
chiese Sarie.
«Abbiamo un sottomarino nucleare al largo della costa. Gli ho suggerito di
usarlo.»
Ci fu un breve silenzio, quindi Farrokh riprese a parlare. «Non capisco. Per
sottomarino nucleare intendi un sottomarino a propulsione nucleare munito di
armi convenzionali…» «Intendo un sottomarino armato di missili nucleari.»
Smith lo vide arrivare, ma non provò nemmeno a difendersi, prendendosi il
calcio del fucile in pieno petto e cadendo rovinosamente a terra. La mano di
Howell indugiò sulla pistola che teneva alla cintura, ma non sembrava avere
intenzione di farsi coinvolgere. Sarie rimase immobile, attonita.
«Hai detto ai tuoi connazionali di attaccare il mio Paese con armi nucleari?»
gridò Farrokh, puntando il fucile alla testa di Smith. «Mi fidavo di te. I miei
uomini sono morti per te!»
«Farrokh…» iniziò Smith. Era già abbastanza difficile riuscire a parlare con le
costole incrinate, senza contare il macigno della sua decisione che gli soffocava il
petto. «Non avevo scelta. Non potevo rischiare…» A ovest balenò il lampo di
un’esplosione, seguito poco dopo da un fortissimo boato che scosse il terreno. Si
girarono tutti e videro un muro di fuoco alto almeno trenta metri levarsi dalla
strada principale, circa venticinque chilometri a sud di Avass.

Gli aerei sopra di loro ruppero la formazione e presero direzioni diverse,


stagliati contro il chiarore del fuoco. Smith li identificò quasi subito: erano F-16
americani.
Impiegò qualche istante più del dovuto a capire quanto stava accadendo. La
convinzione di essere ormai spacciato e il rimpianto per gli imperdonabili errori
commessi fin dall’inizio di quella missione avevano alterato la sua percezione
della situazione in cui si trovavano.
«Castilla non lo farà» disse alla fine. «Non userà i missili nucleari!
Farrokh, ridammi quel telefono. Se riesco a comunicare la nostra posizione,
forse verranno a tirarci fuori da qui.»

342
Epilogo

Iran centrale

9 dicembre, ore 16:18 GMT+3:30

Smith si sistemò sul supporto del computer di bordo dell’Humvee mentre


Randi Russell accelerava su un rettilineo, in un paesaggio brullo. Si erano
incontrati il giorno prima in un ospedale mobile delle Nazioni Unite, dove lui
teneva un briefing sugli effetti dell’infezione.
Lei faceva parte di un team della CIA incaricato della prevenzione delle rivolte
popolari, potenziali intralci alle attività di contenimento di una pandemia.
«Sei sicura che questa è la strada giusta, Randi? Io vedo soltanto rocce e
sabbia.»
«Farrokh ama la solitudine e l’anonimato» urlò lei di rimando, cercando di
sovrastare il rombo del motore. «Ma ora sappiamo chi è, lo terremo d’occhio da
vicino, stanne certo.» Sarie si affacciò tra i due sedili anteriori. «Ma sta bene?»
«Oh, sì, sta bene. Probabilmente sta solo cercando un po’ di pace e tranquillità
prima di gettarsi nel caos che ha scatenato.»

I seguaci di Farrokh avevano messo in rete ore di video non tagliati che
raccontavano cosa era accaduto nel laboratorio sotterraneo e ad Avass,
suscitando l’indignazione del mondo intero nei confronti degli iraniani. I russi e i
cinesi alla fine avevano aperto gli occhi e imposto pesanti sanzioni. Al Jazeera
scagliava invettive contro l’Iran ventiquattro ore al giorno. Gli Stati Uniti erano
stati criticati pubblicamente dalla Lega Araba per non aver raso al suolo l’intero
Paese.

«Dunque è ufficiale, lui non è più un nostro nemico, giusto?» domandò Peter
Howell dal sedile posteriore.
«Non più, stando al patto stretto dalle forze politiche» rispose Randi, «anche
se la situazione resta comunque piuttosto delicata.» Schiacciò il pedale del freno
e si fermò con una leggera sbandata, indicando una specie di mulattiera che
s’inerpicava in una serie di curve fino a un pendio disseminato di massi.

«Lo troverete là.» «Sembra molto ripido» osservò Sarie con apprensione «e
non c’è un filo d’ombra.» La sua ferita alla gamba si era infettata, e tra gli
antibiotici, la febbre e le giornate di lavoro frenetico appena trascorse, era un po’
meno vivace del solito. Si fece comunque aiutare da Howell a scendere
dall’imponente veicolo militare e si avvicinò alla portiera aperta del lato guida. «È

343
stato un piacere conoscerti, Randi.» «Piacere mio. Sei sicura di voler andare a
piedi fin lassù? Posso portarti io con l’auto di pattuglia quando ritorno.»

«No, ce la faccio.» «Come vuoi. Manderò qualcuno a prendervi tra un paio


d’ore.» Sarie sorrise e batté sul finestrino prima di avviarsi zoppicando dietro a
Howell, già arrivato al primo tornante del sentiero.
«Non vieni con noi?» chiese Smith.

Randi scosse la testa. «No, preferisco mantenere un po’ le distanze trattandosi


di Farrokh. Al momento è l’eroe di tutto l’Occidente, ma le cose cambiano in
fretta. E quando succede, il più delle volte sono io a dovermene occupare.» «Sei
sempre la solita cinica insopportabile.» Lei gli rivolse un sorrisetto enigmatico.
«Sii gentile, Jon. Sei in debito con me.» «Per cosa, per il passaggio? Si è trattato
solo di qualche chilometro e, a quanto pare, l’hai anche rubato, l’Hummer.»
Randi scrutò il deserto, pensierosa. «Hai mai sentito parlare di Sepehr
Mouradipour?» «Il mercenario iraniano? Era operativo nei Balcani, o qualcosa di
simile, giusto?» «Non sei aggiornato. Si trovava in Iran, al soldo di Larry Drake.
Se non fosse stato per me, saresti finito dritto dritto nella sua imboscata.»

Smith rimase senza parole. Aveva sentito qualche indiscrezione sul


tradimento di Drake e sull’incidente all’elicottero in cui era morto, ma gli
avevano fatto capire che non era il caso di porre altre domande sull’argomento. Si
trattava di un’operazione Covert-One: come aveva fatto Randi a venirne a
conoscenza, e poi a rimanervi coinvolta in prima persona?

Lei sembrava divertita nel vederlo confuso e fece una pausa a effetto prima di
parlare di nuovo. «A proposito, Fred Klein ti saluta.» Smith emise un profondo
sospiro, sollevato e sorpreso. «Sono contento che tu sia finalmente dei nostri,
Randi. È stato difficile tenerti all’oscuro di tutto.»
Lei assunse un’espressione severa. «Tenermi all’oscuro di cosa?
Voglio dire, tu sei un semplice medico di campagna, no?» Lui fece per
replicare, ma Randi lo bloccò alzando una mano. «Avrai tutto il tempo di scusarti
quando rientrerai negli Stati Uniti e mi offrirai una cena molto costosa.»
«Possiamo pagare il vino a metà?»
«Oh, no» rispose lei seria, indicando dal parabrezza Sarie che arrancava sulla
salita. «Secondo me la tua amichetta ha bisogno di aiuto.» Era arrivato il
momento dei saluti e Smith aprì la portiera. Ma prima di scendere, si voltò verso
Randi e le fece un teatrale baciamano. «Tu sei una dea, un fulgido esempio di
bellezza e virtù…»

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«Cominciamo bene» commentò lei spingendolo fuori dall’auto e lasciandolo a
ridere tra sé in una nuvola di polvere e pietrisco.
Con ogni probabilità la cena sarebbe costata a Smith buona parte dello
stipendio, ma ne sarebbe valsa la pena. Randi era la migliore, nel loro campo, e
con lei e Peter Howell a vigilare su di lui, forse avrebbe vissuto abbastanza da
vedere il suo prossimo compleanno.

Gli ci volle più del previsto per raggiungere Sarie, e subito le passò un braccio
attorno alla vita, non tanto per aiutarla, quanto per sentirla vicina. In realtà non
stava molto meglio di lei. I medici militari gli avevano rasato buona parte della
testa, e una garza bianca copriva i trentacinque punti con cui era stata ricucita la
ferita al cuoio capelluto.
Ma le tre costole rotte erano ciò che più lo tormentava; dopo appena mezzo
respiro il dolore diveniva lancinante.

Sarie indicò Howell. Saliva con agilità tra i massi davanti a loro.
«Ma per quale motivo noi sembriamo appena passati sotto un camion,
mentre lui pare reduce da una noiosa partita a golf?» Smith sorrise, con un
labbro spaccato. «Credimi, non sei la prima a porti questa domanda. Come ti
senti?» «Sopravviverò. Ma non credo di voler continuare a fare questo genere di
cose ogni giorno.» Salirono in silenzio e trovarono Farrokh seduto a gambe
incrociate sul bordo di un’alta roccia. Howell era a qualche metro di distanza, e
guardava la vallata che si stendeva ai loro piedi.

«Devo ammetterlo» confessò l’inglese, mentre Smith arrivava alle sue spalle.
«È un’operazione dannatamente complessa.» Un altro esempio della modestia di
Howell. Era quasi un miracolo.
Sotto di loro, il sole si rifletteva sulla più imponente concentrazione di
tecnologie militari e mediche mai messe insieme: tre laboratori mobili del quarto
livello di biosicurezza, una pista di atterraggio costruita in meno di sette ore, e un
continuo flusso di aerei da trasporto zeppi di rifornimenti e attrezzature. Sopra di
loro, elicotteri d’attacco provenienti da dodici Paesi sorvegliavano il deserto.
Ancora più in alto, invisibili, satelliti spia e aerei di sorveglianza di Russia,
Europa e Stati Uniti impiegavano tecnologie a infrarossi per localizzare qualsiasi
essere vivente a sangue caldo entro un raggio di tre chilometri.

A est era stata allestita un’enorme tendopoli con le croci rosse, circondata da
una recinzione temporanea e adibita ad area di osservazione per chiunque fosse
entrato in contatto con le vittime del parassita, ma non ancora dichiarato
immune.
A tutti gli ingressi delle gole erano state installate mitragliatrici fisse e filo

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spinato, oltre a migliaia di mine sotterranee. Ogni città e paese vicino era
presidiato da un contingente di forze alleate e le loro coordinate erano state
memorizzate nei computer di bordo delle batterie dei missili di riserva. Se veniva
registrato un attacco e le truppe di terra non erano in grado di intervenire in
maniera tempestiva, anche i centri abitati più remoti avrebbero potuto essere
inceneriti nel giro di pochi minuti.

«Di solito sono contrario a quei politici che non tengono conto delle
raccomandazioni degli uomini sul campo» continuò Howell. «Ma in questo
caso…» Smith si fece serio. Era d’accordo con Peter quando diceva: «Ogni giorno
nel mondo dei vivi è un buon giorno». Però quella era stata una decisione
avventata da parte di Castilla. Le conseguenze di una valutazione errata
sarebbero state fatali.

Ma il presidente non sembrava essersi sbagliato. L’ultimo contatto con una


vittima del parassita era avvenuto quarantotto ore prima, quando un uomo
infetto aveva cercato di attaccare un team di forze speciali belghe che ispezionava
un gruppo di grotte più a nord. Per fortuna aveva un femore rotto e la frattura lo
aveva rallentato abbastanza da permettere ai soldati di eliminarlo prima che si
avvicinasse troppo a loro.

«Secondo te dovrei ringraziare gli americani per non aver distrutto un terzo
del mio Paese, vero?» disse Farrokh.
«Non essere troppo duro con Jon» rispose Sarie. «Se fossi stata io al telefono
con gli americani, forse mi sarei comportata nello stesso modo.» L’iraniano
continuò a guardare in basso, verso lo spiegamento di forze alleate che
occupavano la sua terra. «E a loro cosa dirai?
Perché non abbiamo ricevuto neppure lo stesso livello di assistenza offerta
alla Libia?» Smith ebbe la tentazione di mentire, ma Farrokh non gli avrebbe
creduto, lo sapeva.

Il video messo su Internet dai suoi sostenitori non solo aveva scioccato il
mondo esterno; aveva anche determinato una forte reazione negativa all’interno
dell’Iran, dando vita a un’improbabile alleanza tra liberali laici, moderati e
persino conservatori, seguaci di alcuni imam che avevano dichiarato le armi
biologiche come antislamiche. Non si erano mai viste in tutto il Paese
dimostrazioni tanto estese e virulente, al punto da obbligare il governo a
chiamare subito l’esercito in appoggio, nell’estremo tentativo di mantenere il
potere.

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«Era una situazione complessa, Farrokh. Noi…»
«Allora quelle complicazioni sono la ragione per cui, nelle ultime quarantotto
ore, più di tremila miei connazionali sono morti per mano dell’esercito
iraniano?» Smith sospirò piano. «Nessuno voleva questo. Ma cerca di capire, non
ho mai visto riuniti tanti militari stranieri e forze delle Nazioni Unite, la stampa,
osservatori internazionali e organizzazioni come l’OMS e il CDC. Khamenei ha
accesso a missili moderni, e se anche uno solo o due di questi avessero superato
le nostre difese tutta l’operazione sarebbe fallita. E allora l’infezione sarebbe
arrivata a Riyad, al Cairo, a Damasco. Non potevamo correre questo rischio, nella
maniera più assoluta.»
«E quindi avete stretto un patto con il diavolo.» «Abbiamo detto a Khamenei
che se ci avesse lasciato in pace, noi avremmo fatto lo stesso. Ma abbiamo anche
chiarito che se dovesse lanciare un semplice petardo a meno di centocinquanta
chilometri da uno dei nostri uomini, distruggeremo la sua intera forza militare e
imporremo una no-fly zone fino a quando non potremo scattare una foto a colori
20×25 di lui appeso a un cappio.» «Siamo da soli, quindi» commentò Farrokh.
«Non perdi mai un’occasione per dirmi che vuoi l’Occidente fuori da casa tua.
Be’, hai mai sentito dire: Attento a quel che desideri, potrebbe avverarsi?»
«E il parassita?» «Non sono più io a occuparmene, adesso» replicò Smith. «Il
presidente Castilla ha messo una certa sudafricana di tua conoscenza a capo di
quella parte dell’operazione.» Farrokh si voltò e cercò lo sguardo di Sarie. «È
vero?» «Al cento per cento» rispose lei, dando un colpetto sulla spalla di Smith.
«D’ora in poi il colonnello qui presente sarà un mio sottoposto.»
Smith rise e pensò di farle il saluto militare, ma non era certo di riuscire ad
alzare il braccio così in alto.
«Avete curato le persone contagiate?» chiese Farrokh.
Lei scosse la testa, con aria triste. «Molte delle vittime manifestavano già la
sintomatologia conclamata. A quel punto il danno al cervello è irreversibile e non
c’è più niente da fare. Se riuscissimo a intervenire entro un’ora al massimo dal
contagio, un cocktail di antiparassitari generici potrebbe funzionare. Ma finora
non abbiamo ancora trovato la giusta combinazione.»

«Si sta ancora diffondendo, quindi?» «Sono cautamente ottimista, ma credo


di no» rispose Sarie. «Non sappiamo di preciso in che modo il parassita colpisca
organismi differenti, stiamo ancora facendo dei test. Qui però non ci sono tanti
animali selvatici, a causa del clima arido, ed è abbastanza facile tenere il bestiame
domestico sotto controllo. Credo che ce la faremo.» «E se ti sbagliassi?» Lei gli
appoggiò una mano sulla spalla. «Dovresti provare a pensare in positivo, per una
volta, Jon. Se le cose fossero andate in maniera diversa, di te forse a quest’ora
sarebbe rimasta solo una sagoma su un muro incenerito.»

FINE

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Nota dell’Autore

Tutto è iniziato quando avevo un anno.


Mio padre di punto in bianco ci disse che si era licenziato dal lavoro per
collaborare con l’FBI, quando mia madre non sospettava minimamente che fosse
interessato a questo tipo di attività.
Noi fummo spediti dai nonni materni, mentre lui seguiva l’addestramento a
Quantico, poi a Salt Lake City, uno dei tanti posti dove abbiamo abitato nel corso
degli anni.
Ma la sua non era stata una scelta impulsiva come poteva sembrare.
Papà era cresciuto in una piccola cittadina del Missouri sud-orientale, dove si
coltivava il cotone, e durante una visita di famiglia, quando ero adolescente, mia
nonna mi raccontò come lui aveva conosciuto i Federali. Era il 1953 e un agente
dell’FBI si trovava in città per interrogare il gestore dell’emporio locale, in
seguito a una rapina in una banca della zona. Mio padre, allora dodicenne, era
entrato nel negozio per acquistare qualcosa e si era nascosto dietro uno scaffale a
origliare. Tornato a casa, raccontò a sua madre di quell’esperienza, dicendole che
quell’uomo «era molto elegante e parlava proprio bene», e un giorno anche lui
sarebbe diventato un G-man, un uomo del governo. Lei si era limitata a sorridere.
Crescere nella famiglia di un agente federale è sicuramente interessante, ma
anche impegnativo. Ci sono i continui trasferimenti, un po’ faticosi per un
bambino. La cosa più strana, però, è il perenne senso di segretezza, riguardo a
cose che dovevano rimanere nascoste.
Forse devo la mia passione per la scrittura a tutti gli anni spesi a cercare di
inserire dettagli immaginari nelle pieghe delle conversazioni a bassa voce che mi
capitava di udire per caso. E di certo anche all’abitudine, nata in famiglia, di
rivelare solo lo stretto necessario, come può testimoniare chiunque abbia
osservato me e mio padre intenti a spostare una scala. L’attrezzo continua a
oscillare in alto, mentre lui urla: «A sinistra! A destra! Non così a destra, Cristo
santo!».
Oggi è in pensione e mi piacerebbe tanto sapere dove vuole che sia
posizionata la scala prima di iniziare. Non ci spero molto, tuttavia.
Pur con i suoi lati negativi, la nostra vita era anche divertente. Quanti ragazzi
hanno occasione di cenare con qualcuno che, per legge, non può essere
fotografato? Di bere una birra con un SAS? O ancora, di parlare dell’Irlanda del
Nord con il capo della polizia irlandese, il Royal Ulster Constabulary? E poi c’è
stato il giorno in cui sono tornato a casa dal lavoro (quando ero studente, durante
le vacanze estive svolgevo qualche piccolo impiego) e mi dissero che a cena
avevamo un ospite, un assicuratore e scrittore, al quale serviva una consulenza
per le parti sull’FBI del suo terzo romanzo. Fu così gentile da regalarci una copia
della sua prima fatica letteraria, pubblicata dalla Naval Institute Press:

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s’intitolava La grande fuga dell’Ottobre Rosso.
E quante persone hanno l’onore di trovare la propria cena di laurea nei libri di
storia? Era il 1988 ed ero con la mia famiglia in un ristorante di Londra, dove mio
padre era stato invitato come attaché legale dell’FBI. Eravamo circa a metà degli
antipasti quando ci si avvicinò un addetto dell’ambasciata e ci disse che un aereo
della Pan Am era precipitato nei pressi della cittadina di Lockerbie. In
quell’occasione non vidi mio padre per diversi mesi.
Con tutti questi misteri era difficile non appassionarsi al genere thriller. Il
primo che lessi fu Shogun, e me lo ricordo piuttosto bene: ero alle medie, dovevo
scrivere una scheda di lettura sul romanzo e fui felicissimo di scoprire l’esistenza
di un secondo volume.
Non ero però solo un appassionato, ero anche molto critico. Mi arrabbiavo se
leggendo trovavo degli errori o se gli autori non riuscivano a descrivere con
esattezza di particolari gli agenti segreti protagonisti delle loro storie. E così, col
tempo, imparai ad apprezzare i maestri indiscussi del genere: nomi del calibro di
Jack Higgins, John le Carré e Robert Ludlum.
Ecco perché sono onorato che il mio undicesimo romanzo faccia parte della
serie Covert-One. Spero che vi divertiate a leggerlo quanto io mi sono divertito a
scriverlo.
Kyle Mills 12 maggio 2011

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