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LA MERITOCRAZIA DELLE CHIACCHIERE

Comincia una settimana decisiva per il futuro dell'università e del Paese. Cade o non cade il
governo Berlusconi? Da questo dipende la sorte della legge Gelmini. Speriamo che domenica
prossima sia un giorno di festa e si possa esultare sia per l'abbandono del Cavaliere sia per la
cancellazione di un progetto dannoso.
Lavoreremo col massimo impegno in Parlamento. Occorre tenere alta la mobilitazione contro la
legge. E soprattutto si deve continuare a smascherare la propaganda che l'ha sostenuta e che
purtroppo è penetrata in profondità nel senso comune accademico. Ancora oggi mi sento dire da
tante persone in buona fede che la Gelmini introduce la politica del merito. Purtroppo è vero
esattamente il contrario. Il merito è solo nella straordinaria capacità del governo di raccontare un
falso clamoroso. In tutti i sensi, è il trionfo della Meritocrazia delle Chiacchiere.
Per dimostrarlo ho provato a elencare una serie di fatti relativi sia al disegno di legge sia alla
gestione corrente del ministero. Se vi sono errori o eccessi vi prego di correggerli, se vi sono
dimenticanze vi prego di integrare le informazioni, se proprio non condividete neppure l'impianto
del documento ditemelo sinceramente.
Insomma, vi propongo una sorta di gioco collettivo, una sorta di Wikipedia dello smascheramento
mediatico o, se preferite, una sorta di Aufklärung dell'ideologia governativa.

1. C’è poco da valutare se vince la burocrazia


Che il ddl sia in contrasto con la politica del merito risulta evidente già a un sommario sguardo del
testo. Infatti, se fosse approvato la mole spropositata di norme, circa 500 disposizioni e 1000
regolamenti, avrebbe l'effetto di rafforzare la convergenza degli atenei verso un modello unico,
quello appunto preferito dal legislatore, che non è detto sia il più efficace. Una volta realizzata
questa uniformità normativa non si capisce cosa si dovrebbe valutare. La qualità di un ateneo, ad
esempio, dipende per grande parte dai suoi professori, ma se la politica delle risorse umane è
ingabbiata in un pesante apparato normativo le performance risulteranno inevitabilmente molto
appiattite. Al contrario, la politica del merito presuppone la promozione di differenze e di
innovazioni che poi si espandono per emulazione e per competizione, innalzando la qualità del
sistema. Tutto ciò può avvenire solo con una legislazione mite che lasci ampi spazi alla
realizzazione di diversi modelli universitari.
Questa prospettiva di differenziazione è in atto in tutto il mondo ma non ha mai avuto molta fortuna
nel nostro paese e anche da sinistra è stata vista con diffidenza. Pesa una malintesa concezione
egualitaria che dovrebbe riguardare le condizioni di accesso ma non la disponibilità dell'offerta.
A ben vedere questo è il principale problema italiano. Il vecchio modello dell'università di élite che
funzionava dignitosamente con pochi studenti è stato tirato come un elastico per rispondere a una
popolazione studentesca dieci volte maggiore senza che intervenisse nessuna sostanziale
differenziazione. Ed è molto difficile che tutti gli atenei sappiano fare bene le stesse cose, dalle
lauree brevi ai dottorati, dalla didattica alla ricerca avanzata. La vera riforma avrebbe dovuto
promuovere una nuova concezione dell’università pubblica con un'offerta molteplice di percorsi
formativi e diversi assetti dell’attività di ricerca.

2. Il blocco dell'Anvur e del Civr


Il ministero ha bloccato qualsiasi attività di valutazione. In due anni e mezzo la Gelmini non è
riuscita a presentare neppure un dato sulla produttività scientifica degli atenei e non sarebbe ormai
in grado di farlo neppure se malauguratamente dovesse concludere il mandato alla scadenza
prevista del 2013. In due anni e mezzo il ministro non è stato capace neppure di attivare l'Anvur
che pure era già stata legiferata dal precedente governo. Ha perso inutilmente tempo nell'incertezza
se abrogarla o approvarla, per poi concludere di mantenerla in vita riducendone però l'indipendenza
rispetto al ministero. Il buon senso avrebbe voluto che nel frattempo si consentisse al Civr di
proseguire le valutazioni dopo la buona prova data da questo organismo nel rapporto relativo agli
anni 2001-2003, che ancora oggi rimane l'unico ranking disponibile sulla qualità scientifica
dell'università italiana. Anche in questo caso ci sono voluti due anni per fare il decreto che
autorizzava il Civr a riprendere le attività, ma dopo qualche mese c'è stato di nuovo un blocco. Che
cosa è successo? Il primo passo della procedura di valutazione prevede la nomina dei valutatori per
le diverse aree disciplinari. Qui viene da pensar male. Forse la lista predisposta dal Civr non è
piaciuta al ministro e vorrebbe modificarla? Se si pretende di controllare i valutatori in sede politica
è finita prima di cominciare la valutazione indipendente. Se anche l'Anvur dovesse funzionare in
questo modo sarebbe meglio non farne niente.

3. Come NON si deve fare valutazione


Uno dei capisaldi della metodologia internazionale consiste nel rendere certi e preventivi i criteri di
valutazione in modo che gli atenei possano regolare i propri comportamenti. L’attuale gestione
ministeriale, al contrario, potrebbe costituire una sorta di manuale degli errori che bisogna
assolutamente evitare nella valutazione. Già lo scorso anno per il famoso Fondo per il merito
vennero improvvisati i criteri in corso d'opera e si poteva pensare che fosse un difetto di avvio.
Invece, a ottobre di quest’anno è uscito un nuovo schema di attribuzione dei punteggi che introduce
modifiche a posteriori e addirittura esclude alcune voci precedentemente considerate: ad esempio,
l'occupabilità dei laureati e il giudizio degli studenti sulla didattica. Proprio questi parametri lo
scorso anno ebbero molto risalto nella propaganda ministeriale e furono ripresi con molta enfasi dai
giornali a riprova che si faceva sul serio nel valutare le università in relazione ai risultati negli studi.
Tuttavia la fretta comunicativa andò a discapito della significatività nella misura di quei parametri,
come feci osservare a suo tempo nel documento di critica al ddl
(http://www.centroriformastato.org/crs2/spip.php?article114). Finita l'operazione propagandistica i
tecnici del ministero hanno dovuto ammettere che non sono disponibili dati attendibili per misurare
quei parametri. Se però nel frattempo qualche ateneo ci avesse creduto cominciando a muoversi in
quelle direzioni vedrebbe vanificato il proprio impegno. E' questa la strada per far perdere
credibilità alla cultura della valutazione prima ancora che si consolidi nel nostro paese.
Nel frattempo i ritardi della gestione ministeriale rischiano di sprecare i soldi del Fondo di
programmazione – circa 60 milioni – che di solito vengono attribuiti secondo parametri di qualità –
verso obiettivi di offerta didattica, ricerca scientifica, servizi per gli studenti, internazionalizzazione,
mobilità dei docenti – che invece sono ben conosciuti dagli atenei.

4. La valutazione che non scontenta nessuno


Mentre si chiacchiera di meritocrazia la Gelmini ha stretto un patto con i rettori per ridurre l'impatto
sui finanziamenti dei pur timidi esercizi di valutazione. Hanno concordato, infatti, una regoletta che
funziona in questo modo: il taglio dei finanziamenti 2010 rispetto all'anno precedente è di 3.72% (e
il prossimo anno sarà quasi lo stesso, a proposito degli aumenti di cui parlano le veline
governative). L'ateneo che otterrà i risultati peggiori non potrà scendere sotto il 5%, mentre il più
virtuoso potrà al massimo evitare il taglio e attestarsi allo stesso finanziamento del 2009. Ciò
significa che la banda di oscillazione tra gli atenei sarà del 5%. Tuttavia per esigenze di propaganda
si annuncerà che il fondo per merito quest'anno si attesterà al 10% del FFO in modo da poter dire
che si fanno dei passi in avanti rispetto alla percentuale fissata al 7% lo scorso anno. Peccato però
che l'aumento è sterilizzato dalla regola di attenuazione al 5%. La valutazione va bene, purché non
scontenti nessun rettore, soprattutto mentre in Parlamento si discute la legge.
Inoltre, nel ddl al primo articolo c’è una norma ambigua che potrebbe costituire una via di uscita per
gli atenei che perdono finanziamenti in base ai risultati della valutazione. Si prevede infatti la
possibilità di fondi aggiuntivi da assegnare tramite accordi di programma per i quali non sono
definiti criteri trasparenti.
Infine, era stata annunciata l’anagrafe dei ricercatori con l’elenco delle pubblicazioni. I dati sono già
inseriti nel sistema Cineca e basterebbe un click per attivare la procedura. È tutto pronto da mesi,
ma non si parte. Secondo il decreto 180 del 2008 su questa base si sarebbero dovuti escludere dalle
commissioni di concorso i professori che mostrano un’evidente inattività scientifica. Poiché molti
degli inattivi sono spesso anche quelli che frequentano di più il ministero viene il sospetto che
qualche papavero delle burocrazie accademiche voglia ritardare l’attivazione dello strumento.

5. L'idoneità non si nega a nessuno


Si continua a leggere nei giornali che il ddl reintroduce il concorso nazionale per farla finita con il
localismo. La realtà è ben diversa. Il testo introduce un'idoneità senza limiti numerici, quindi non
comparativa e molto poco selettiva. Nelle commissioni nazionali si faranno gli stessi accordi che
ieri si facevano nelle commissioni locali. Il bravo professore sosterrà l'allievo di valore, ma non
avendo vincoli comparativi da rispettare, lascerà fare il collega che sostiene una persona meno
capace. L'idoneità senza limiti non si nega a nessuno. Poi si dovrà passare a una sorta di concorso
locale per la chiamata effettiva. Con molta probabilità vincerà di nuovo il candidato locale, con
l'unica differenza di aver raddoppiato inutilmente le procedure e le burocrazie. La legge Gelmini
produce quindi una grave dequalificazione degli accessi alla docenza, altro che merito.
Ma la cosa più pericolosa è la lista nazionale degli idonei che si formerà a prescindere dal
fabbisogno. E' uno strumento criticabile anche in linea di principio poiché stabilisce una sorta di
condizione giusnaturalistica del professore, i cui requisiti individuali hanno valore a prescindere dai
posti disponibili.
Il sistema universitario ha già dimostrato di concepire l'idoneità come un diritto certo a diventare
professore, basta ricordare il forte aumento di chiamate in seguito alle terne della vecchia legge sui
concorsi. La lista costituirà quindi una pressione continua per l'accesso alla docenza e una
tentazione per il legislatore a inserire una qualche ope legis in uno dei tanti disegni di legge
omnibus coperti da voti di fiducia senza discussione parlamentare. D'altro canto si dovrebbe sapere
in Italia cosa significa stilare una lista di idonei a prescindere dal fabbisogno. È già successo con le
abilitazioni nella scuola degli anni ottanta e ne paghiamo ancora le conseguenze con circa 200 mila
insegnati precari che premono per entrare nei ruoli e bloccano nei fatti ogni discorso sull'accesso
secondo il merito. Quando avremo accumulato anche nell'università una lista di venti-trentamila
idonei la pressione diventerà insostenibile e farà impazzire la politica e l'accademia.

6. Quando si ribellano i professori associati?


A regime quasi tutti i professori saranno inquadrati nel ruolo di associato. Questo perderà la
funzione attuale e sarà caratterizzato da un forte appiattimento nel riconoscimento dei meriti. Se il
ddl è stato criticato con tante ragioni dai ricercatori avrebbe dovuto ricevere contestazioni ben più
rumorose dagli attuali professori associati che ne subiscono tutti gli effetti negativi. Essi avranno,
infatti, molte difficoltà nel passaggio a ordinario - anche chi ne avrebbe i meriti - perché troveranno
il muro del blocco del turn-over e in generale i freni determinati dai tagli ai finanziamenti e dai
tempi lunghi delle nuove procedure nazionali di idoneità. Nel frattempo il ruolo in cui si trovano
diventerà l'unica ancora di salvezza per 26 mila ricercatori collocati a esaurimento e per circa 50
mila giovani ricercatori in attesa di entrare nel sistema. La figura dell’associato perderà di
significato, non denoterà alcun livello competenza e tanto meno individuerà una funzione da
espletare. D'altro canto non sono ben definite neppure le differenze funzionali con il professore
ordinario, al quale la legge attribuisce in più solo alcune prerogative nella composizione delle
commissioni di concorso e nelle norme di elettorato passivo degli organi di ateneo. Si può quindi
concludere che l'insieme dei professori associati e ordinari, pur distinti formalmente in due ruoli, di
fatto costituiranno una sorta di Ruolo unico della docenza. Il ddl governativo realizza così il sogno
sindacalese degli anni settanta. Per una sorta di eterogenesi dei fini a mettere in pratica
l'appiattimento egualitario sarà proprio il ministro che ossessivamente predica la fuoriuscita dal
sessantottismo.
Al contrario, la complessità organizzativa della moderna università richiederebbe ruoli diversi per
competenze scientifiche, didattiche e gestionali e uno sviluppo di carriera davvero basato sul merito
e sull'impegno dei professori. Questa era la vera riforma da fare, ormai matura nella consapevolezza
generale, ma il ddl invece di andare avanti guarda al passato.
7. La discrezionalità nei fondi per la ricerca
Negli ultimi tempi i fondi Prin hanno perduto il rigore nella trasparenza delle procedure. Il
ministero ormai li gestisce con la vecchia logica burocratica, invece di seguire i metodi di peer
review diffusi a livello internazionale. La conferma viene da quanto accaduto nella designazione dei
garanti per gli ultimi bandi del 2009. Su quattordici designati ben tre scienziati di valore hanno
rinunciato all’incarico: uno del MIT di Boston, un altro di un istituto di ricerca di Parigi e un
importante economista italiano. Un garante, invece, è stato nominato pur non avendo dichiarato
alcuna pubblicazione scientifica. Non è certo un risultato brillante per la credibilità della procedura.
D’altro canto, mentre i ricercatori si affannano a partecipare ai bandi per pochi soldi e in grave
ritardo sulle scadenze previste (ritardi purtroppo cominciati ai tempi del nostro governo), diventa
sempre più importante un’altra fonte di finanziamento della ricerca che opera in assoluta
discrezionalità. L’IIT ha in dote circa 300 milioni di euro non spesi e un finanziamento annuo di
circa 100 milioni, superiore a quello disponibile per tutte le università italiane e in tutte le
discipline. Chi ha i denti non il pane e chi ha il pane non ha i denti. L’istituto si trova col problema
insolito in Italia di possedere risorse superiori alle sue possibilità di spesa. Ha deciso quindi di
investire nel consenso stipulando convenzioni con diversi rettori per distribuire finanziamenti senza
bandi ai rispettivi atenei e ottenendo in cambio un clima più favorevole verso la propria esistenza. E
questo dovrebbe essere il soggetto innovativo della ricerca italiana!

8. La costante universale dei dipartimenti


Il ddl stabilisce in 35 il numero di professori che compongono il dipartimento, a prescindere dalle
discipline scientifiche e dalle diverse vocazioni degli atenei. Non è un risultato di poco conto.
Nessuno era mai riuscito finora a misurare questa costante universale dei dipartimenti. La scoperta
avrebbe meritato una pubblicazione scientifica invece che un semplice testo normativo!
L’attuazione della norma imporrà la supremazia della quantità con effetti che potranno essere molto
negativi sulla qualità. Ci saranno aree forti numericamente che imporranno le proprie scelte non
sempre coincidenti con quelle di settori disciplinari più piccoli ma preziosi per la crescita della
conoscenza. Inoltre, molte occasioni di crescita della conoscenza oggi nascono proprio dagli
attraversamenti dei vecchi saperi e anche questo fenomeno può essere frenato da forti
organizzazioni disciplinari. Ciò vale non solo per la ricerca fondamentale ma anche per settori
molto finalizzati, come ad esempio la scienza della Terra.
Non si capisce quale sia il supremo interesse nazionale che porta a stabilire in una legge dello Stato
il numero di professori per dipartimento. Questo dovrebbe essere il risultato di scelte organizzative
che possono cambiare secondo le diverse strategie degli atenei. Ad esempio, se si vuole accentuare
il ruolo della didattica oppure della ricerca saranno necessarie organizzazioni dipartimentali molto
diverse. Inoltre, ciò che è valido per Medicina o Ingegneria non è detto che debba valere per
Giurisprudenza o Lettere e così via.
L’unica esigenza nazionale che dovrebbero rispettare i diversi modelli organizzativi è la
comparabilità dei risultati ai fini della valutazione nazionale. Ma questo obiettivo avrebbe richiesto
un approccio al problema del tutto diverso. Bisognava partire dalle Linee Guida dell’Anvur o del
Civr per stabilire criteri qualitativi da rispettare nell’organizzazione dipartimentale, lasciando liberi
gli atenei e i settori disciplinari di fare le proprie scelte assumendosene la responsabilità.

9. La numerologia cabalistica della didattica


Un esempio concreto dei provvedimenti attuativi che seguirebbero l’approvazione della legge
Gelmini è dato dal DM 17 del 22 settembre relativo alla didattica. E’ un delirio di norme che
ingabbiano l’organizzazione dei corsi di studio in rapporto al numero degli studenti e dei professori.
Anche in questo caso si ricorre alla numerologia come fosse una magia cabalistica. La quantità
viene imposta come unico riferimento, ma ci possono essere corsi di studio di scarsa qualità che
pure rispettano le soglie previste dalla legge o viceversa corsi davvero innovativi che scontano
all’inizio numeri bassi. L’esigenza da cui parte il decreto di limitare i corsi di studio è falsa, poiché
la proliferazione esplosa ai tempi della Moratti è stata contenuta con il decreto 270 del 2007
emanato dal governo di centrosinistra e oggi la situazione è in linea con le dimensioni presenti
prima dell’avvio del 3+2. Anzi, alcuni effetti imprevisti del DM 17 potrebbero addirittura riaprire il
problema. Ad esempio, il requisito che impone distinti corsi di studio quando sia presente una
differenziazione di almeno 40 crediti potrebbe portare a una forzosa proliferazione dei medesimi. E’
solo un esempio di come la numerologia cabalistica può portare a risultati paradossali e in contrasto
con criteri di qualità dichiarati. Oltre alle norme scritte si vanno aggiungendo sempre di più le
norme digitali che scaturiscono da vincoli assunti arbitrariamente dalle griglie informatiche di
accesso utilizzate dal ministero. Infine, si devono considerare gli inutili disagi che tutto questo
armamentario di regole scarica sugli studenti, sui docenti e sulle strutture amministrative. Si dovrà
mettere mano nuovamente all’ordinamento didattico gestendo allo stesso tempo la sovrapposizione
col precedente. Gli studenti in ritardo del vecchio ordinamento si troveranno un’offerta didattica
non allineata con i precedenti piani di studio e avranno difficoltà a recuperare il tempo perduto. I
legislatori non si rendono mai conto della fatica che nella vita reale produce ogni norma, anche
quando è appropriata, e non è sempre questo il caso.
L’avvenuto riallineamento quantitativo dei corsi di studio era invece l’occasione buona per
cambiare approccio e assumere la qualità come unico criterio di regolazione. La politica del merito
nella didattica non si fa con i numeri, ma con la verifica dei programmi formativi, delle concrete
metodologie adottate e dell’efficacia nei risultati. In tale direzione era maturo il tempo per attivare
anche in Italia un moderno sistema di accreditamento dei corsi di studio, secondo le migliori
esperienze e le precise indicazioni europee, tra l’altro già sottoscritte dal governo. Anche questo
obiettivo di riforma è completamente disatteso dal ddl.

10. Si affaccia la meritocrazia del CEPU


Le università telematiche sono un esempio del cattivo uso che spesso si fa in Italia dell’innovazione
tecnologica. La formazione a distanza doveva essere uno strumento diffuso in tutto il sistema e ben
integrato con la normale attività didattica. Invece, si è deciso di farne atenei finti che costituiscono
una sorta di lascia passare per i peggiori vizi dell’accademia e servono solo a vendere i titoli di
studio e le cattedre. I meccanismi son ben noti: si bandiscono concorsi non per assumere i vincitori,
ma semplicemente per ottenere idoneità da spendere negli atenei pubblici. Tutto ciò è un regalo
della Moratti, anche lei a suo tempo presentata come campione della meritocrazia sulle colonne del
Corriere della Sera e del Sole-24 Ore. Mussi bloccò le nuove autorizzazioni e poi la Gelmini si era
impegnata ad affrontare la questione dopo avere ricevuto un rapporto molto negativo dal CNVSU.
Non solo l’impegno non è stato mantenuto dal ministro, ma si affaccia la vera soluzione in un
documento inviato il 27 ottobre alla Crui per il parere di competenza. In esso compare il seguente
obiettivo: “..la trasformazione delle università non statali telematiche esistenti in Università non
statali (non telematiche), su proposta delle università interessate, che preveda l’erogazione di
almeno la metà della propria offerta formativa con modalità tradizionale o mista”. Sembra solo un
gioco di parole, ma l’effetto è devastante. Le attuali telematiche assumono il rango della Bocconi o
della Luiss ed entrano a pieno titolo nel relativo capitolo di finanziamento che è stato appena
integrato di 25 milioni con l’emendamento della maggioranza alla Camera. Ma non finisce qui, le
nuove università potranno, come dice la norma, presentare un’offerta mista, in parte a distanza
come è già adesso e in parte con didattica frontale tradizionale. Sembra una concessione innocua,
ma per capirne le ragioni bisogna fare un esempio. La E-Campus è una delle più potenti fra le
telematiche – annovera ad esempio tra i suoi docenti un certo Marcello Dell’Utri – e soprattutto è
direttamente collegata al Cepu. Con il decreto Gelmini questa struttura, dotata di 120 sedi in tutta
Italia, può entrare nel sistema pubblico delle università non statali facendosi trascinare dalla
trasformazione di E-campus. E il gioco è fatto. D’altro canto, Berlusconi di recente ha visitato la
sede del Cepu additandolo come esempio da seguire per l’università italiana. E così la meritocrazia
può passare dalle chiacchiere agli affari.
On. Walter Tocci Camera dei Deputati – Partito Democratico