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Archeologia Medievale

XXXV, 2008, pp. 000-000

Paul Arthur1, Marisa Tinelli, Benedetto Vetere2

Archeologia e Storia nel castello di Lecce: notizie preliminari

1. INTRODUZIONE avvio a sistematici lavori di ampliamento del sistema


difensivo lungo le coste dell’Italia meridionale (Guidoni,
Il presente contributo nasce da un progetto sul castello Marino 1991).
di Lecce, meglio noto come Castello di Carlo V, avviato Carlo V visita per la prima volta il viceregno di Na-
nei primi anni del 2000 da Benedetto Vetere, come parte poli nel 1535, soggiornandovi �no al 1536, anno in cui
di un Accordo di Programma stipulato tra il Comune di esegue numerosi sopralluoghi, disponendo di migliorare
Lecce e l’Università degli Studi di Lecce (Dipartimento con opere di consolidamento strutturale i castelli di
dei Beni delle Arti e della Storia), per raccogliere ed ana- Manfredonia, Barletta, Trani, Brindisi, Otranto Gallipoli
lizzare tutta la documentazione scritta per la storia del e Taranto. Il castello di Lecce era del tutto sguarnito
monumento. Su suggerimento del prof. Vetere, nell’ottica di idonee difese. In tutto il Regno si procede, quindi, a
di aggiungere l’archeologia al programma, il progetto si è potenziare le mura urbane con l’inserimento di baluar-
arricchito della collaborazione di Paul Arthur, ed una serie di, spuntoni, fossati, terrapieni ecc. L’assalto turco del
di giovani studiosi afferenti al Laboratorio di Archeologia 1480, e i continui attacchi da parte delle �otte veneziane,
Medievale del Dipartimento di Beni Culturali. Il momento rivelarono la fragilità del sistema castellare aragonese e
è stato più che mai opportuno, in quanto dal 1999 era l’inadeguatezza della difesa piombante medievale agli
stata avviata un’imponente attività di restauro sotto la attacchi dell’artiglieria, evidenziando l’urgenza di inter-
direzione dell’arch. Antonio Bramato, coordinatore del venti di fondo nel sistema di forti�cazioni.
Centro Operativo dell’allora Soprintendenza per i Beni Molto spesso i lavori procedono per alcuni anni,
Architettonici e per il Paesaggio di Lecce. Alcune fra le pri- tranne che per Lecce, dove le opere furono realizzate
me attività di scavo archeologico, sono state condotte su nell’arco di circa un decennio (1539-1549), suscitan-
richiesta e in collaborazione con la Soprintendenza stessa do grande ammirazione (Tamborrino 2003, p. 165;
nel 2006, cui è seguita una campagna di scavo nel 2007 Fagiolo, Cazzato 1984, p. 45). L’idea progettuale al
in regime di concessione dal Ministero per i Beni e per cantiere leccese di una fortezza quadrangolare bastionata
le attività Culturali. A partire da maggio 2007 il castello si presenta in tutta la sua unitarietà anche nel castello di
di Lecce è stato, inoltre, inserito in un progetto dal titolo Barletta (1532-1537). Diverso discorso si deve fare per
“Information technologies and Urban Archaeology”, gli altri castelli pugliesi; le relazioni che si susseguono
�nanziato dal Comune di Lecce per la realizzazione di un nel tempo, denunciano un generale stato di inef�cienza
percorso formativo teorico pratico e work experiences, (Tamborrino 2003, pp. 165-166).
nell’ambito del POR Puglia 2000/2006. Nel 1570 la battaglia di Lepanto, vinta dalla Santa
L’idea di uno studio multidisciplinare nasce dall’esi- Alleanza, arrestò la politica espansionistica dell’Impero
genza storica di ricostruire le fasi di vita del castello �n Ottomano verso Occidente, ponendo �ne all’opera di
dalla sua prima edi�cazione. Non bisogna dimenticare che rafforzamento delle strutture difensive del Regno, e
l’attuale con�gurazione del castello di Lecce, il più grande privando di qualsiasi importanza strategica il castello di
della Puglia con una super�cie complessiva di 13.200 Lecce, ridottosi in seguito a presidio spagnolo.
m², è il risultato di un processo di addizione di strutture Esso andrà incontro nel corso degli anni, sino agli inizi
appartenute a momenti storici differenti, ed è soprattutto del secolo scorso, a numerose e, a volte, profonde ristrut-
legata all’evoluzione delle tecniche costruttive e difensive turazioni responsabili di alterazioni adesso deturpanti.
che hanno interessato il monumento. L’attuale pianta è il P.A, B.V.
risultato, infatti, degli interventi cinquecenteschi, generi-
camente, e a volte del tutto sommariamente, attribuiti a
Gian Giacomo dell’Acaya, ingegnere ed architetto celebre 2. LA RICERCA STORICO-DOCUMENTARIA
per aver progettato le più importanti forti�cazioni del
Il castello di Lecce, posto sul tracciato orientale della
Regno (Brunetti 2006, pp. 45-55).
cinta muraria (�g. 1), è conosciuto comunemente come
Quando tra il 1529 e il 1530 Carlo V cinge la co-
“castello di Carlo V” (�gg. 2-3). Etichetta del tutto er-
rona imperiale a Bologna, uno degli impegni prioritari
ronea se accolta con riferimento storico alla paternità
riguardò, infatti, l’incolumità del Regno, in linea con
dell’intero edi�cio. L’intervento degli architetti militari
una nuova politica militare e mediterranea che diede
dell’imperatore riguarda, infatti, oltre ad alcune inevi-
tabili ristrutturazioni interne e di arredo architettonico,
la messa in opera, contestualmente alle mura urbane, di
1
Dipartimento di Beni Culturali, Università del Salento. nuovi bastioni più rispondenti al nuovo modo di fare la
2
Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia, Università del guerra con l’introduzione, ormai diffusa nel secolo XVI,
Salento. delle armi da fuoco (�g. 2).

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NOTE E DISCUSSIONI

�g. 1 – Lecce. Pianta del del circuito murario di età aragonese e del castello (elaborazione a cura di P. Arthur).

Gli studi compiuti fra Otto e Novecento, sino alla �ne da identi�carsi, forse, con la «turris magistra», richiamata
di quest’ultimo, hanno contribuito, pur nella sottintesa nel registro 253 del 14634, come la torre rotonda5, la
consapevolezza di precedenze più antiche, a fare di quel- torre “mozza”; informa ancora sulla manutenzione dei
l’etichetta quasi un’identità. Il materiale documentario fossati, e sulle varie parti, con relativa destinazione d’uso,
proveniente dagli archivi spagnoli di Simancas e presente di cui si componeva la fabbrica. Nello stesso registro 253,
nei contributi apparsi ancora tra gli anni settanta e gli vengono riportate le spese affrontate per interventi di
anni ottanta del secolo scorso, conferma, nella scelta restauro e di manutenzione del rivelino, dei fossati6, della
di quanti si sono avvicinati allo studio della fabbrica, porta di ingresso al castello dalla parte della città, indicata
questo tipo di sedimentazione della memoria e di cultura come seconda porta «versus civitatem». L’intervento di
storica locale. manutenzione riguarda, in questo caso, la realizzazione di
Gli esiti delle indagini in corso condotte da un’équipe un rivestimento in ferro della stessa, che la farà indicare
di studio con il coordinamento scienti�co di Paul Arthur come “porta ferrata”7. Risulta abbastanza evidente come
e Benedetto Vetere dell’Università del Salento, hanno
confermato la presenza delle diverse fasi di costruzione
entro un ambito temporale, allo stato dei lavori, com- 4
ASN, Regia Camera della Sommaria, Diversi, Seconda numerazio-
preso tra il XIV e il XVI secolo (�g. 4). ne, 253 (in corso di pubblicazione), c. 78v: «Eidem Scopa scoperienti
La documentazione d’archivio fornisce notizie sulle suppennum prope turrim magistram et dirupanti certam fabricam
strutture e sulla fabbrica preesistenti gli interventi di castri»; ibid., c. 83r.
ristrutturazione del Cinquecento.
5
Ibid., c. 41v.
Essa informa, infatti, sulla presenza delle torri che rin-
6
Ibid., c. 78r: «De solutis infrascriptis magistris fabricantibus in
reparacione rivellini et fossati castri Licii».
forzavano la struttura medievale come la torre “magna”3, 7
Ibid., c. 78v: «Magistero Antonio Valenti et sociis laborantibus
plastas ferreas quinquaginta sex, necessarias pro coperiendo secundam
portam introitus castri versus civitatem … Magistro Gabrieli Lupo
3
ASN, Regia Camera della Sommaria, Diversi, Seconda numera- pro factura varronorum quatordecim de ferro et femenellarum octo
zione, 255/I (1473-1474), c. 59v, in corso di pubblicazione. magnarum necessariarum pro �cta porta ferrata.».

274
NOTE E DISCUSSIONI

4 5

�g. 2 – Castello di Lecce: 1. cortina muraria meridionale e bastione di San Giacomo; 2. cortina muraria meridionale e corpi di fabbrica
interni; 3. il porticato orientale e il cortile interno; 4. il corpo di fabbrica orientale costruito nel Cinquecento; 5. il camminamento
meridionale.

275
NOTE E DISCUSSIONI

Si ha notizia ancora delle altre chiese del castello, del


tenore di vita di questa corte principesca, dell’attenzione
data alla musica con le committenze da parte di Giovanni
Antonio Orsini di strumenti musicali, e di copia miniata
del Libro delle cento novelle (il Decamerone).
Si tratta di un patrimonio di dati documentari che
stanno restituendo il giusto contesto storico alla fabbrica
con le sue vicende legate alla funzione da essa svolta nel
territorio da difendere, nonché al ruolo dei personaggi
che vi hanno trovato la residenza. Si tratta di un patrimo-
nio, che, spostando sempre più in alto il terminus a quo
dell’intera questione, parla non solo dei viceré di epoca
spagnola (sec. XVI), ma anche del periodo comitale at-
traverso la famiglia Brienne (secc. XIII-XIV), il cui leone
d’oro in campo azzurro è riprodotto, non a caso, sui
reperti ceramici provenienti dal castello, oltre che nella
chiesa dei Ss. Niccolò e Cataldo di Lecce, fatta costruire da
Tancredi d’Altavilla negli anni ottanta del sec. XII, primo
conte di Lecce (1159-1190) e re di Sicilia (1190-1194),
con cui i Brienne si imparentarono, avendo Gualtieri III
di Brienne sposato Albiria, �glia di Tancredi.
Si tratta, di testimonianze che a loro volta sollecitano,
tenendo presente la distruzione del materiale documenta-
rio di epoca angioina avvenuta negli anni della seconda
guerra mondiale, a moltiplicare gli sforzi nella ricerca
proprio su questo periodo del principato, vale a dire sul
periodo di Filippo I (1293/94-1332/33), �glio di Carlo
II d’Angiò re di Sicilia (1289-1309), del fratello Roberto
d’Angiò (1332/33-1364), e del �glio Filippo II d’Angiò
(1364-1373), giungendo, attraverso Giacomo del Balzo,
che succede a Filippo, e Ottone di Brunswich, marito
della regina Giovanna d’Angiò, da questa fatto princi-
pe di Taranto, alla successione orsiniana di Raimondo
�g. 3 – Stemma di Carlo V imperatore.
(1393-1406).
Il problema che si poneva all’inizio della ricerca, e
che, sia pur in parte, si pone ancora, è il terminus a quo
dell’edi�cio. Il castello di Lecce, intanto, è presente nel-
la porta di ingresso per eccellenza, indicata nei documenti l’elenco delle località munite di castrum (1241-1246) a
come «primus introitus»8 o come «prima porta»9, dovesse disposizione dei soprintendenti svevi alle fortezze per la
essere quella aperta sulla cortina muraria diametralmente reparatio delle stesse. La documentazione federiciana ri-
opposta (lato est) e in asse con la precedente. È altresì guardante la Reparatio castrorum, infatti, dà notizia di un
verosimile che la «porta reale» della documentazione «castrum Licii», la cui manutenzione con i rispettivi oneri,
cinquecentesca sia da identi�carsi con questa10. La terza gravava sull’Universitas Licii, «per homines Licii»13.
porta di accesso al castello era costituita dalla “porta Sulla base, perciò, dei dati di cui oggi si è venuti in
falsa”11. Il diario di cantiere del 1544-1545 consente possesso dovrebbe essere più prudente parlare, come è
di individuare l’ubicazione di questa in corrispondenza stato fatto da Marcello Fagiolo e Vincenzo Cazzato14,
della Torre Mastra: «Al ditto maestro Mariano Barci et di «cittadella o piazzaforte» per la zona dell’an�teatro,
compagni fabbricatori ad staglio ad la cortina del la Porta come «borgo forti�cato» in linea col modello altomedie-
Falsa verso lo spontone de la Torre Mastra»12. vale e bizantino in particolare della “città murata” priva
di castello, tipo di struttura introdotta dai Normanni.
Soluzione interpretativa suggerita ai due studiosi dal
8
ASN, Regia Camera della Sommaria, 255, c. 36r: «pro buccarellis passo relativo a Lecce di un’opera geogra�ca redatta agli
duobus necessariis pro faciendis bandis in ponte in primo introitu albori del XII secolo, il Liber Guidonis de variis historiis.
castri». Lecce vi appare, nell’autonomia descrittiva di Guidone da
9
ASN, Regia Camera della Sommaria, 253, c. 84v: «Magistro altri autori precedenti, quale l’Anonimo Ravennate (VII
Iacobo Speciato et sociis pontem primum ante portam primam castri
denuo levaticum confuse pro diesis duodecim ad grana quindecim per secolo), come l’ombra di se stessa. Le mura completa-
diem, tareni novem». mente distrutte («solo coequatis»), palazzi e monumenti
10
ASN, Dipendenze della Sommaria. Forti�cazioni contro il Barba- in assoluta rovina, «monumenta antiquorum innumera
rossa, 1544-1545, ms., fasc. 188-III, c. 103v: «Allo ditto et compagni
fabbricatori ad staglio ad la cortina de la Porta Regale».
11
ASN, Regia Camera della Sommaria, 255, c. 68v: «de reparacione
ponte porte false castri Licii». 13
Acta imperii inedita saeculi XIII et XIV, p. 773. Il periodo
12
ASN, Dipendenze della Sommaria. Forti�cazioni contro il Bar- riguarda gli anni compresi tra il 1241 e il 1246.
barossa, 1544-1545, ms., fasc. 188-III, c. 103v. 14
Fagiolo, Cazzato 1984.

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NOTE E DISCUSSIONI

�g. 4 – Pianta generale del castello.

sub divo exposita solido sculta cernuntur lapide»; unica riusata in assenza, o in sostituzione, di una fortezza
sopravvivenza di un passato di sicuro prestigio il teatro come l’anfiteatro collocato «in corrispondenza del
(«theatrum tantummodo»). Visione senza dubbio diretta caput della città e in posizione di cerniera tra l’abitato
delle cose, ma anche topos riscontrabile in diversi altri e il territorio»15, in direzione del porto di San Cataldo.
casi, testimonianza, comunque, degli effetti di eventi Sembra anche di poter ipotizzare che Federico, in questo
disastrosi come la guerra greco-gotica (metà del VI caso, e a differenza di Brindisi, non abbia costruito una
secolo) e come la stessa conquista normanna tanto da fortezza, ma (si tratta senza dubbio di un argomento
potersi esprimere, anche a distanza di tempo, in termini ex silentio e formulato in analogia con altri casi), abbia
assolutamente sconfortanti: «�guram magis urbis quam riutilizzato un preesistente come a Bari. Manca per Lecce
eandem urbem exprimit». una testimonianza di tutto rispetto, anche perché coeva,
È di Lupo Protospatario la notizia di una violenta come quella di Ugo Falcando che riferisce dei gravi danni
distruzione (dicembre 1047) della città negli anni in cui subiti dal castello di Bari («quod a Barensibus dirutum
si avvia la conquista normanna. In tali circostanze, nel erat») nel 1151 quando la città, nel frattempo ribellatasi,
periodo in cui bande armate al comando di condottieri sarà ripresa da Guglielmo I e da questi rasa al suolo per
mercenari di origine normanna come Rainulfo Drengot, il mancato rispetto dei baresi nei confronti del castello,
fondatore di Aversa (1030), dopo essersi messo al servizio dal sovrano indicato come «domus mea». La memoria,
del duca di Napoli minacciato dal principato longobardo molto tarda per poterla considerare una fonte, dell’uma-
di Capua, Lecce, ripresa da truppe al soldo dei Bizantini, nista leccese Jacopo Ferrari (1507-1587) riferisce sulla
sembra essere stata gravemente danneggiata. presenza di un castello – si intende come già esistente
Appare altresì poco verosimile pensare che Federico di – al momento della conquista angioina, al momento
Svevia nella Reparatio castrorum, richiamando l’obbligo dell’insediamento dei nuovi signori della contea, vale a
ai cittadini leccesi di farsi carico delle spese occorrenti dire dei Brienne. In occasione degli eventi bellici tra le
alla manutenzione del castello, abbia fatto riferimento
a qualcosa che non fosse una struttura speci�camente
deputata alla difesa della città, vale a dire a qualcosa 15
Ibid., p. 10.

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NOTE E DISCUSSIONI

truppe francesi dell’Angiò, quelle di Manfredi e quelle di d’Aragona, e di Alfonso II d’Aragona tra il dicembre del
Corradino di Svevia le strutture difensive di Lecce sembra 1487 e il gennaio del 148821.
siano state profondamente danneggiate, in particolar La morte di Giovanni Antonio Orsini del Balzo (1463)
modo le mura. segnerà la �ne non solo della dinastia, ma anche quella
Tra le altre notizie offerte dalla documentazione scrit- del Principato, realtà sovraregionale pericolosa per la sua
ta sono da menzionare i riferimenti al castello fatti da estensione, per la sua potenza militare ed economica, per
Gualtieri VI Brienne nel suo testamento redatto a Hesdin la forza politica dei suoi signori. Questo rende ragione
nel 1347, ultimo principe di Taranto di questa famiglia, del suo immediato smembramento. Da questo momento
morto senza �gli, la cui sorella sposerà Gualtieri III d’En- il castello diventerà sede degli uf�ciali spagnoli come
ghien, divenuto, così, nuovo Principe di Taranto. testimoniano i richiami ai locali adibiti a sede di vari
Nove anni prima della morte, il 18 giugno del 1347 uf�ci, e le monete rinvenute nella Cisterna 1 del locale
Gualtieri VI, dunque, mentre si trovava ad Hesdin, delle carceri (infra Tinelli), le cui pareti sono fregiate da
località sul Pas-de-Calais, non distante da Montreuil, graf�ti, opera dei forzati ospiti, smarrendo il ruolo ed
redige il proprio testamento con il quale costituiva ere- il clima di corte signorile, dalla quale l’Orsini ammini-
de universale la sorella Isabella: «Item nous lessons et strava un feudo a capo di un vero e proprio esercito, di
istituons nostre houer general … tant au royaulme de una propria �otta, di una burocrazia parallela a quella
France, comme en royaulmes de Pouille et Chypre … del Regno, datando gli atti, oltre che con gli anni del
nostre très chere et bien amèe soeur, Ysabeau de Brienne, sovrano, con quelli del Principato.
dame d’Anghien»16. Gualtieri, richiama a sua volta le vo- Il Quaderno del tesoriere regio di età aragonese,
lontà testamentarie del padre, Gualtieri V (1295-1311), relativo agli anni 1473-1474, informa, dunque, della
il quale aveva costituito una rendita annua di sedici once presenza di domus, probabilmente da intendersi come
per la istituzione di quattro cappellanie destinate alla “stanza” o “camera”, adibite a vari usi, e di altri locali,
celebrazione di messe in suffragio della sua anima. Gual- ivi compresa la «sala magna»22. Sempre in quegli anni
tieri VI, inoltre, trasferisce il dispositivo fatto ai quattro dovevano essere in corso interventi di ristrutturazione,
cappellani di cantare «les quattres messes auxquelles ilz dal momento che si parla di una sala nuova voltata, e dei
sont tenus pour l’ame de nostre père en la chapelle de lavori alla volta della camera del tesoriere posta al piano
nostre chasteau de Liche»17. superiore. Si parla ancora degli appartamenti riservati a
Per sapere qualcosa di più sulla fabbrica per il periodo residenza della contessa, verosimilmente Anna Colonna,
del Principato, in speci�co dell’ultima parte del Principa- la moglie di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, più
to, rispondente al governo della famiglia Orsini del Balzo, che Maria d’Enghien, abbastanza lontana dall’epoca di
imparentatasi con gli Enghien mediante il matrimonio di redazione del quaternus, essendo morta nel 1446, e suc-
Raimondo (1393-1406) con Maria, contessa di Lecce e cessivamente adibiti a deposito di paglia, quasi damnatio
regina di Napoli, si devono attendere le notizie offerte memoriae da parte di Ferrante d’Aragona23; si parla di
dalle rendicontazioni (Quaterni) di spesa curate dai due �gure di «giganti» affrescate ai lati di una delle porte
tesorieri (quella, per esempio, del 144618, del 146319, o di ingresso al castello24; si parla dell’uf�cio della dogana25
del 147320) relative soprattutto al periodo di Maria e del e del tesoriere26, del razionale27, dell’appartamento del
�glio Giovanni Antonio Orsini del Balzo (1420-1463). maggiordomo «domini Federici»28, di una camera nel
Gli stemmi dei principi Orsini del Balzo e delle fami-
glie con essi imparentate furono ostentati sugli oggetti
che comparivano sulla tavola; è degli anni antecedenti
il matrimonio tra Maria d’Enghien e Raimondo Orsini
21
Zacchino 1974, pp. 19-20.
del Balzo l’anfora rinvenuta nell’ipogeo del castello che 22
ASN, Regia Camera della Sommaria, 255/I, c. 48r.
reca sulla spalla l’arme della famiglia Enghien-Brienne. La 23
Ibid., c. 101v: «certas domos in quibus deposita fuit palea ac
eciam ubi residebat domina comitissa». È da tener presente la data di
presenza di questa prestigiosa araldica, all’interno della redazione (1473) del registro 255; sono trascorsi ormai quattordici anni
veste uniforme di cui si rivestì Lecce in età barocca, fa del dalla morte del principe Orsini del Balzo e dallo smembramento del prin-
castello, insieme alla chiesa suburbana dei Santi Niccolò e cipato di Taranto da parte della Corona; il che non riguardava la contea
Cataldo, ai resti di affresco riproducente Santa Caterina di Lecce. Vedi il registro 253, c. 83r: «facenti portam unam de novo in
che riceve le stimmate del convento di San Giovanni d’Ay- domo prope turrim magistram et claudenti portam unam camere, qua
morabatur domina principessa ac riparanti alia hedi�cia castri». In
mo e alla chiesa extraurbana di Santa Maria di Cerrate, quest’ultimo caso è certo trattarsi di Anna Colonna, essendo il quaternus
lo scrigno delle testimonianze del Medioevo di Lecce. 253 compilato nel 1463, l’anno in cui morirà Giovanni Antonio Orsini
La dignità dell’edi�cio, residenza di Maria d’Enghien, del Balzo nel corso della congiura consumatasi in Altamura, mandante
titolare della contea di Lecce, si diceva, e regina di Na- della quale, per alcuni, sarebbe stato lo stesso Ferrante d’Aragona, che
pur aveva sposato una nipote dell’Orsini, Isabella Chiaromonte. Alla c.
poli, sarà confermata anche negli anni successivi, subito 73r dello stesso registro 253 si fa riferimento ad una: «camera dicta de
dopo la morte dell’ultimo principe, Giovanni Antonio, madamma», termine con il quale si soleva indicare Maria d’Enghien, e
dal prolungato soggiorno di Federico, �glio di Ferrante che testimonierebbe, se così fosse, il ricordo ancora vivo di queste �gure,
che dal castello di Lecce, eletto a sede stabile, governarono il Principato
di Taranto e controllarono l’intero Regno.
24
ASN, Regia Camera della Sommaria, 253: «pro thumulis sex
16
Testamentum, p. 196. et medio de calcis necessarie in reparacione et �nitura parietis prope
17
Testamentum, p. 200. portam castri ubi picti fuerunt duo gigantes».
18
ASN, Regia Camera della Sommaria, Diversi, Prima numerazione,
25
Ibid., c. 48r: «in porta camere palaci domus dohane».
170 (in corso di pubblicazione). 26
Ibid., «in camera dicti thesaurerii».
19
ASN, Regia Camera della Sommaria, 253. 27
Ibid., «in camera scribe raiconalis».
20
ASN, Regia Camera della Sommaria, 255/I. 28
Ibid., «supra cameram maiordomus domini Federici».

278
NOTE E DISCUSSIONI

supportico adiacente la cappella dedicata a Sant’Angelo Un raffronto tra il diario di cantiere del 1544, pre-
nel cortile del castello. Dallo stesso cortile si aveva acces- ziosa memoria sugli inizi dei lavori di ristrutturazione
so alla «domus curie in cortilio castri»29, alla «domus de dell’edi�cio medievale eseguiti contestualmente alla
furno»30, ad una «camera de conservanda robba»31, al costruzione della nuova bastionatura, e le conclusioni
mulino, alle cucine, allo «stabulum mangnum», ad una sull’inadeguatezza del castello a svolgere le funzioni di
«scala labidea»32, ad una «scala de ligno sale magne ve- difesa della città e del territorio tanto da dichiararlo
teris de castro Licii»33. Si fa anche menzione di un locale «inferior a otros edi�cios», nonostante gli interventi
adibito a luogo di reclusione34, che, però, potrebbe aver del secolo precedente, e tanto da ritenere inutile spreco
avuto un’ubicazione differente da quello rinvenuto al di danaro le annuali spese di manutenzione, «el dinero
piano interrato della torre “mozza” (infra Tinelli), men- que en el se gasta cada año», consente di seguire la parte
tre il riferimento a due giardini, ai bagni, ad un pozzo, terminale della parabola, dell’esistenza cioè di questo
al «palmentum ingenie balneorum»35 completano, al edi�cio, sede come accennato tra la �ne del Trecento e
momento, il quadro di notizie della documentazione la metà del Quattrocento di una corte principesca che
quattrocentesca. La documentazione cinquecentesca, seppe interpretare il suo ruolo sia dal punto di vista
sebbene discontinua risulta ad oggi molto più dettagliata politico che culturale, sede della curia, residenza per un
di quella medievale, soprattutto per quel che riguarda i periodo abbastanza lungo di membri della casa regnante
lavori del cantiere del 1544 (registro 188) responsabile e dello stesso Alfonso II d’Aragona (seconda metà del
della nuova bastionatura e delle ristrutturazioni interne XV secolo), ed in�ne dei luogotenenti.
della fabbrica medievale. Il progetto di ammodernamento Dopo gli interventi radicali del Cinquecento non si
cinquecentesco con la cinta bastionata e con due porte registrano sostanziali modi�che. Ciò non è indizio di
d’accesso, che ripropongono quelle presenti nell’edi�cio caduta importanza del castello di Lecce, ma testimo-
medievale, mantiene la stessa tipologia di impianto. Esso nianza della diminuita tensione nel Mediterraneo dopo
risponde alla necessità di un adeguamento della struttura la vittoria dell’Occidente cristiano a Lepanto (1571)
alle mutate tecnologie in materia di armamenti. Necessità sulla potenza turca, testimonianza del cessato incubo
che sembra avvertita per tutto il XVI secolo, tanto da che veniva dal mare, da quell’Adriatico verso cui guar-
giungere alla proposta di soppressione della fortezza di dava questa imponente fortezza. Ciò non equivale a
Lecce per l’inadeguatezza delle sue strutture, nonostante diminuito interesse storico, non essendo la ricerca legata
trovasse ancora sede nel castello la regia corte36. «El all’importanza e alla risonanza degli avvenimenti, ma
castello de Liche es … antiguo y edi�cado de tal forma alla conoscenza dei processi nella lunga durata.
que de niuna manera puede defender la ciudad y el B.V.
enemigo que se hiziesse señor della lo seria del castillo
sin di�cultad, porsque es inferior a otros edi�cios»37. 3. LE INDAGINI ARCHEOLOGICHE
Considerazioni che facevano apparire spreco inutile di
danaro per qualsiasi forma di manutenzione «y assì el Le indagini archeologiche al castello di Lecce hanno
dinero que en el se gasta cada año es perdido»38. preso avvio nell’estate del 2004 con lo scavo all’interno
della torre di sud-est o torre mozza. A partire da quel
recupero, annualmente si svolgono campagne di scavo,
29
Ibid., c. 78r: «in porta domus curie scite in corrtilio sistente in alle quali si af�anca lo studio dei reperti archeologici,
frontispilio castri pope Sancta Crucem». Dovrebbe signi�care “nella mentre dal 2007 si procede al rilievo metrico-architet-
porta dell’uf�cio della curia sita nel cortile”, oppure “sita in corrispon-
denza del lato del cortile del castello che guarda verso la chiesa della
tonico dell’intero monumento e allo studio delle fasi
Santa Croce”, all’epoca di dimensioni molto più contenute rispetto costruttive della fabbrica39.
all’attuale edi�cio del tardo Cinquecento e nei pressi del castello, della Si intende pertanto fornire, in questo contributo,
quale è fatta menzione nel testamento di Gualtieri VI Brienne (1347), alcuni risultati del tutto preliminari dei lavori effettuati
conte di Lecce. Cfr. ancora 51r: «prope ecclesia dicti Sancti Angeli in negli ultimi anni e di quelli tuttora in corso.
cortilio castri», c. 63v: «de cortilio et balio ipsius castri».
30
Ibid., c. 48r. 3.1 L’Ipogeo
31
Ibid., c. 49v.
32
Ibid., c. 48r. Al di là dei rinvenimenti fatti in occasione dei lavori di
33
Nel registro 253, c. 85v si fa menzione ad un ballatoio in legno che sterro del 1952 ad opera di Mario Bernardini (Vacca 1954,
collegava gli appartamenti del castellano alla “torre magna”, «laboran- pp. 34-36), durante i quali si rinvennero alcuni frammenti
tibus in facendo super sala nova quoddam ambolatorium tabularum per di ceramica medievale che già testimoniavano una frequen-
quod castellanus possit discorrere a sua camera ad turrim magnam».
tazione dell’area durante il basso medioevo, bisogna atten-
34
ASN, Regia Camera della Sommaria, 255, c. 50r: «porta nova in
domo carceris»; c. 50v: «in catenaczio porte ferrate dicti carceris». Vedi
dere l’estate del 2004, con il restauro strutturale in alcune
il registro 253: «Magistero Petro Scupa coperhienti ballium castri». parti dell’edi�cio già in parte completato, per dare avvio
35
Ibid., c. 77r. alle indagini archeologiche (�g. 5; Bramato 1999).
36
ASN, Dipendenze della Sommaria. Fortificazioni contro il Si può parlare, infatti, di scavi archeologici condotti
Barbarossa, 1544-1545, ms., fasc. 188-III, fol. 281v. Il manoscritto, con metodo stratigra�co quando si diede avvio alle prime
per intero trascritto, è stato fatto di recente argomento di una tesi di operazioni di pulizia e rilievo del piano seminterrato della
laurea in Storia Medievale discussa dal dott. Francesco Mercurio (AA. cosiddetta torre mozza (cfr. infra).
2004-2005). Si veda c. 281r: «Passante de Leze de li dinari dispendo
et pago … per continuarse la fabbrica fa fare la regia corte in lo regio
castello de dicta citta de Leze incomenzando da le vinti secte del mese
de magio et continuando per tutte le trenta de quello 1545». 39
Gli scavi archeologici sono condotti sotto la direzione scienti�ca
37
Zacchino 1974, pp. 142-143. di Paul Arthur ed ha visto la partecipazione di studenti e laureandi
38
Ibid., pp. 142-143. della Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento.

279
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 5 – 1. Il vano Ipogeo: 2.


Epigrafe di Giovanni An-
tonio del Balzo; 3. Interno
dell’Ipogeo.

Prima di tale intervento, la documentazione archeo-


logica consisteva nel rinvenimento di una notevole
quantità di reperti ceramici, monete, fauna sia terrestre
che marina, oggetti in metallo, oggetti vitrei ed elementi
lapidei, tra cui la bella epigrafe di Giovanni Antonio del
Balzo (�g. 5, n. 2), recuperati durante i restauri dell’ala
sud del cortile, in un vano ipogeo di cui non si conosceva
l’esistenza (�g. 5, n. 1, 3). La scoperta di questo ambiente,
probabilmente una grande cisterna per la raccolta delle
acque, e soprattutto del materiale archeologico ivi rin-
venuto in discarica, ebbe notevole importanza poiché
permetteva di veri�care, in maniera tangibile, l’ipotesi
dell’esistenza di una struttura castellare risalente ad un
periodo precedente gli ampliamenti strutturali datati al
pieno Cinquecento (Arthur et al. 2003).
Il materiale archeologico, sebbene non rinvenuto al-
l’interno di un contesto stratigra�co, permetteva, infatti,
1 2 di ricostruire le fasi di vita del castello a partire almeno
dall’età angioina, e senza interruzioni, �no a quella
contemporanea. Tra i reperti rinvenuti risalta il cospicuo
numero di monete soprattutto in bronzo, in particolare
quattrini della zecca di Siena (1511 o 1514), sestini del
�g. 6 – Vetri rinvenuti nell’Ipogeo. Regno di Sicilia, Sardegna e Napoli (1516-1519), nume-

280
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 7 – Percentuali delle classi ceramiche rinvenute nell’Ipogeo.

rosi bagattini della Repubblica veneta (1539-1540), car- (�g. 8, nn. 1-2; Arthur et al. 2003; Tinelli 2006; Ead.
lini e cinquine del Regno di Carlo V (1542-1548), mentre 2008). L’analisi dei singoli manufatti evidenzia la totale
tra le monete in argento è stato rinvenuto un denaro della assenza di prodotti provenienti da botteghe al di fuori
zecca di Tebe (Guy de la Roche 1287-1308)40. del Salento, mentre del tutto diverso è il panorama pre-
I reperti metallici sono perlopiù chiodi e grappe di età sentato dalle ceramiche invetriate. All’interno di questo
moderna, mentre spicca la presenza di oggetti in vetro, macro gruppo, che costituisce il 32% del totale, vanno
alcuni dei quali di pregevole fattura databili agli inizi distinte le invetriate policrome e le RMR di tradizione
del Cinquecento, e che hanno dei precisi paralleli con i angioina, che rappresentano il 13%, le invetriate mono-
prodotti del’Italia centro-settentrionale. In particolare si crome (senza ingobbio, 11%), le ingobbiate monocrome
segnala uno stelo di calice sof�ato con protomi leonine (�g. (4%), le ceramiche bicrome (3%) e le double dipped ware
6, n. 1), e un bicchiere a calice che trova confronti, oltre (1%) (�g. 7; �g. 8, nn. 3-10).
che in altri contesti leccesi (�g. 6, n. 2), anche negli scavi Il quadro delle produzioni invetriate appare dunque
dei castelli di Otranto (Ciminale, Dell’Aquila 1998, p. più articolato rispetto a quello prospettato dalle cerami-
405, n. 20) e di Bari (Dell’Aquila, Ciminale 1999). che comuni acrome e dipinte, con prodotti provenienti
La maggior parte dei reperti rinvenuti nel 1999 consi- dalla Puglia settentrionale (�g. 8, n. 3; Salvatore 1977;
steva in manufatti ceramici, in particolare 582 esemplari Fiorillo 2000; Whitehouse 1978), e dall’arco jonico
parzialmente ricostruibili; tale corpus di materiali risulta tarantino (�g. 8, n. 5), in particolare con manufatti che
oggi interessante sia dal punto di vista tipologico e mor- trovano ampia diffusione lungo i siti costieri pugliesi da
fologico-funzionale sia da quello cronologico. La presenza Gallipoli (LE) a Porto Cesareo (LE) a sud di Lecce, Torre
di diverse classi ceramiche distribuite attraverso un arco di Mare e Montescaglioso in Basilicata (Durfournier,
temporale di circa cinque secoli, seppur con tutti i limiti Flambard, Noyé 1986, p. 265, �g. 5, 3), �no ad arrivare
dovuti al tipo di rinvenimento, permette ad oggi, di avere in Calabria (Corrado 2003), e lungo l’alto Adriatico
un quadro delle produzioni ceramiche pugliesi41, e non solo, �no a Stari Bar in Montenegro (Zagarcanin 2004),
abbastanza ampio tale da costituire una base di riferimento nonché in Grecia (Gregory 1993).
per futuri studi (Arthur et al. 2003; Tinelli 2008). La maggior parte del vasellame sembra però attribuibile
In particolare, abbastanza corposo appare il gruppo alle più vicine botteghe di Cutro�ano, Ugento (�g. 8, n. 4) e
delle ceramiche comuni con decorazione dipinta che co- chiaramente Lecce che probabilmente era un centro �gulo
stituiscono il 21% del totale (�g. 7), con una gamma di attivo già nel XIV secolo (�g. 8, nn. 9-10). In particolare,
prodotti inquadrabili tra gli inizi del XIV e il XVIII secolo sembrano caratteristiche della produzione locale alcune
ciotole, brocche e anforette con il tipico schema decorativo
a linee ondulate verdi e rosse divise a metà e riempite con
punti di colore bruno (�g. 8, n. 6), nonché alcuni boccali a
40
Si ringrazia per l’informazione Giuseppe Sarcinelli (Università
del Salento), che ha effettuato la schedatura delle monete. foglie cuoriformi, attraversate da una sottile linea in bruno
41
La schedatura dei materiali dall’Ipogeo è stata fatta in questi anni
(�g. 8, n. 8); il medesimo motivo decorativo sarà ancora di-
da Paola Tagliente, Patricia Caprino e dalla scrivente. I disegni sono pinto nel pieno XV secolo nei bacini di Vico degli Albanesi
stati realizzati da Giuditta Cavallo e Patricia Caprino. (Tagliente 2003). Manufatti del tutto simili furono rinve-

281
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 8 – Ceramiche dall’Ipogeo: 1-2. Dipinte; 3-10. Invetriate policrome.

282
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 9 – Ceramiche dall’Ipogeo: 1-5. Invetriate policrome; 6. Protograf�ta; 7. Double dipped ware; 8-14. Invetriate monocrome.

283
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 10 – Ceramiche dall’Ipogeo: 1-6. Invetriata da cucina; 7-9. Comune acroma.

nuti a Lecce da Nicola Vacca negli scavi dell’An�teatro e in bruno (Durfournier, Flambard, Noyé 1986, p. 273,
nello stesso castello Carlo V (Vacca 1954) nonché in alcuni �g. 9,1), ma soprattutto di vasellame recante stemmi di
siti costieri dell’Albania (Gilkes et al. 2002, pp. 349-350), famiglie nobili attestate in Terra d’Otranto tra XIV e XVI
a testimonianza del legame economico e commerciale tra secolo (�g. 9, n. 4). In attesa di uno studio dettagliato dei
le due sponde già nella tarda età angioina. singoli blasoni e del signi�cato sociale che evocavano tali
Di notevole importanza è, inoltre, il rinvenimento di manufatti in un contesto di corte, sono stati riconosciuti
numerose ceramiche decorate con croci potenziate dipinte gli stemmi della famiglia Loffredo (�g. 9, n. 1), quello del-

284
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 11 – Ceramiche dall’Ipogeo: 1-3. Smaltata; 4-6. Ingobbiata policroma; 7-8. Smaltata in “stile compendiario”; 9. Porcellana;
10-12. Portalampada e lucerne invetriate.

l’Orsini e dei del Balzo (�g. 9, n. 2), mentre altri rimangono tarde graf�te policrome di tradizione cinquecentesca (�g.
al momento non identi�cati. All’interno dell’ostentazione 9, n. 6). Tra le produzioni invetriate, con o senza ingobbio,
delle varie famiglie nobili si colloca anche Maria d’En- prevalgono i servizi da tavola composti da ciotole, scodelle,
ghien (1367-1446), contessa di Lecce e regina di Napoli salsiere e boccali realizzati in serie e probabilmente pro-
(cfr. supra Vetere), alla quale va attribuita la bellissima dotte da un’unica bottega che non è escluso possa essere
anfora riproducente lo stemma del ramo di discendenza stata nella città di Lecce (�g. 9, nn. 8-14).
Enghien-Brienne (�g. 9, n. 5), realizzata prima, dunque, del Un cospicuo gruppo di materiali è costituito dalle
matrimonio con Raimondo del Balzo, principe di Taranto ceramiche da cucina tutte rivestite internamente di
(Carducci, Kiesewetter, Vallone 2005; Poso 2000; vetrina generalmente incolore (12,03%), mentre solo
Massaro 1979, Ead. 2000, Ead. 2003). pochi esemplari presentano la decorazione ad ingobbio
Nell’ambito della produzione locale delle ceramiche sul corpo ceramico (1%). Le ceramiche da cucina e da
invetriate è possibile cogliere il passaggio dal XIV al XV fuoco rinvenute coprono un arco cronologico abbastanza
secolo in alcuni manufatti i cui cambiamenti morfologici, lungo (secoli XIV-XIX), tale da rappresentare un buon
preannunciano l’inizio di un periodo di mutamento che campione per uno studio crono-tipologico e funzionale
dalle forme tipicamente medievali porterà a forme e motivi della classe in relazione anche con i rinvenimenti da
decorativi del periodo rinascimentale. In tale fase, accanto contesti strati�cati (�g. 10, nn. 1-6; Caprino 2006).
ai bacini dalla caratteristica forma troncoconica, vengono Il repertorio morfologico è prevalentemente composto
rinvenuti alcuni esemplari di brocche protograf�te di da pentole e pignatte realizzate con impasto refrattario, in
produzione leccese, che troveranno un felice esito nelle più alcuni casi ricco di inclusi bianchi, opachi e rosso scuro.

285
NOTE E DISCUSSIONI

(secoli XVI-XIX)42. Tali prodotti di “lusso”, tra i quali si


segnala una sola ciotola in porcellana con decorazione a
�ori rossi e oro e con racemi in blu e oro (�g. 11, n. 9),
sono af�ancati inoltre da manufatti policromi su base di
ingobbio bianco (3,61%), caratteristici di una produzio-
ne non ancora meglio identi�cata ma che possiamo per
grandi linee attribuire a botteghe da localizzarsi a sud
di Lecce, data anche la somiglianza morfologica con le
più tarde graf�te policrome delle botteghe di Cutro�ano
e forse Copertino (�g. 11, n. 6)43.
Da attribuire a botteghe locali sono anche le lucerne e i
relativi sostegni (�g. 11, n. 10), o portalampade, rinvenuti
nell’Ipogeo, in modesta quantità (4,12%); la maggior par-
te di essi presenta rivestimento vetroso trasparente diret-
tamente su corpo ceramico, o invetriatura verde brillante,
mentre poco attestate sono le lucerne smaltate.
La presenza di manufatti importati getta luce, inoltre,
sulle relazioni economiche e commerciali tra Lecce e alcu-
ne aree dell’Italia centro-settentrionale (Grohmann 1969,
Sakellariou 2000), come testimonia il rinvenimento di
un frammento di graf�ta di produzione toscana (�g. 12,
n. 4), mentre un altro frammento con decorazione graf�ta
riproducente un motivo a girandola stellata entro meda-
glione, rientra nel gruppo delle graf�te arcaiche padane
(Guarnieri, Bosi, Mazzanti 2006, pp. 147-149); tale
motivo verrà successivamente imitato dalle botteghe di
�g. 12 – Ceramiche dall’Ipogeo: 1. Lustro valenzano; 2. Maio- Cutro�ano (�g. 12, n. 3). Ancora dall’Italia settentrionale
lica; 3-4. Graf�ta policroma. proviene un fondo di maiolica probabilmente da Monte-
lupo (�g. 12, n. 2), mentre rapporti di più ampio raggio
sono testimoniati dal rinvenimento di una ciotola in lustro
valenzano databile al XV secolo (�g. 12, n. 1).

3.2 La torre angioina


Se non stupisce la presenza numerosa delle pignatte (�g.
10, n. 2), forme ben conosciute nel Salento già a partire Una delle testimonianze architettoniche del castello
dal basso medioevo grazie al rinvenimento in contesti medievale, ancora oggi visibili, è costituita dalla torre
di scavo da Quattro Macine (Arthur et al. 1996) ed quadrangolare posta nell’angolo sud-est del cortile in-
Apigliano (Arthur 1999), meno frequente è il rinveni- terno (�g. 13, n. 1).
mento di pentole con corpo emisferico ed anse a nastro La torre, comunemente conosciuta come torre mozza,
verticale, diffuse invece in Italia centrale, ad esempio tra per le sue ridotte dimensioni in altezza, è inglobata nei
i materiali della Crypta Balbi a Roma, già a partire dal corpi di fabbrica aggiunti in età moderna lungo il lato sud
XV secolo (Ricci 1990, p. 255). Allo stesso modo l’uso del cortile e collegata alla torre di nord-est (torre magna o
dei tegami pare essere introdotto in Puglia non prima magistra), da un corridoio coperto impostato sopra il por-
del XVI secolo (�g. 10, n. 5); dal castello di Lecce se ne ticato che delimita il lato orientale del cortile (�g. 14).
conoscono diversi esemplari, taluni privi di invetriatura Al suo interno la torre è strutturata in tre piani
ed esposizione al fuoco, tale da fare ipotizzare un diffuso di cui quello seminterrato è stato oggetto d’indagine
uso anche come contenitori per la preparazione degli archeologica, mentre per i piani superiori si è proceduto
alimenti (�g. 10, n. 4; Caprino 2006). al rilievo metrico-architettonico e allo studio delle diverse
Le ceramiche acrome depurate rappresentano il fasi murarie visibili44.
8,76% del totale (�g. 10, nn. 7-9); esse sono caratte-
rizzate da manufatti destinati alla conservazione delle
derrate, tra cui prevalgono le anfore da dispensa e alcuni 42
Le maioliche dipinte in blu, che imitano i decori della porcellana
contenitori cilindrici con orlo svasato e doppia ansa uti- si diffondono in Italia a partire dalla �ne del XV secolo e continuano
lizzati, �no a non molti anni fa, soprattutto in campagna, ad essere attestate per tutto il XVI secolo. In Puglia, in anni recenti, le
attestazioni di tali ceramiche sono notevolmente cresciute grazie a scavi
per la conservazione delle olive e dei pesci in salamoia, sistematici e recuperi occasionali. Per Bari si veda Salvatore 1980;
mentre altri contenitori tipo bottiglie venivano utilizzati per Lecce Arthur 1996, Ciminale 2000; per Otranto Ciminale,
per contenervi acqua (�g. 10, n. 8). Dell’Aquila 1998, p. 400; Patterson, Whitehouse 1992. A questi
I manufatti, in cui l’uso ormai invalso dello smalto siti vanno aggiunte le ceramiche rinvenute a Muro Leccese, provenienti
sia bianco (2,23%; �g. 11, nn. 1-3), che arricchito con dagli scavi del Palazzo del Principe, da Casa Fiorentino e dai recenti
scavi a Borgo Terra (si ringrazia per l’informazione Brunella Bruno),
tocchi di colore blu (smaltate dipinte in blu 4,30%, con Bruno (a cura di) 2007; Arthur, Bruno 2007.
decoro alla porcellana 1,20%, �g. 11, n. 5), o decoro 43
Un frammento di scarto di prima cottura proviene da Copertino
policromo nel cosiddetto “stile compendiario” (2,58%; (materiale inedito), piccolo centro a sud di Lecce. Al momento l’attri-
�g. 11, n. 7; smaltata policroma semplice 2,41%; �g. buzione a tale centro rimane del tutto ipotetica.
11, nn. 4, 6), caratterizzano le fasi più recenti del sito 44
Il rilievo architettonico è condotto da Luigi Oliva.

286
NOTE E DISCUSSIONI

2
1

�g. 13 – La torre “mozza”; 1. Pianta generale del piano terra; 2. La torre vista da sud-est; 3. Interno; 4-5. I graf�ti.

Le indagini archeologiche sono state condotte all’in- giche rimaste in seguito allo svuotamento dell’ambiente
terno di un vano che, almeno dal XVI e �no al XVIII avvenuto durante i restauri della �ne degli anni ’90, e
secolo, era stato adibito a luogo di reclusione (�g. 13, dall’altra al rilievo e allo studio dei graf�ti incisi sui primi
n. 3), come sembrano testimoniare i graf�ti e le incisioni tre �lari delle murature perimetrali e nell’intradosso dei
che ricoprono le pareti interne (�g. 13, nn. 4-5)45. I lavori, due archi del muro di spina centrale46.
avviati nel 2004 e conclusi nel 2006, avevano la �nalità
da una parte, di documentare le poche tracce archeolo-
46
I graf�ti, sono stati restituiti gra�camente da Massimo Limon-
celli e annoverano non solo iscrizioni ancora da decifrare, di cui due
45
I lavori sul campo furono coordinati sul campo da Massimo probabilmente in ebraico, ma anche �gure umane, animali, croci e
Limoncelli, cui si deve anche la realizzazione delle piante di scavo soprattutto stemmi araldici attualmente in corso di studio da parte
qui presentate. del Prof. Luigi Montefusco.

287
NOTE E DISCUSSIONI

Il vano si presenta come un ampio ambiente a pianta


quadrangolare di circa 10×9,50 m, diviso centralmente
da un muro disposto in senso est-ovest con due aperture
arcuate ad ogiva convergenti su un pilastro centrale di
forma quadrangolare. Tale ambiente è quindi suddiviso
in due vani rettangolari coperti da volte, ciascuna sor-
retta centralmente da un arco di sostegno poggiante su
semipilastri (�g. 15).
Durante il primo intervento archeologico la rimozione
degli strati di terreno a contatto con la roccia (US 15) ha
portato alla luce una serie di tagli rettangolari realizzati
nel banco roccioso af�orante, disposti a est ed a ovest
del pilastro centrale e paralleli tra loro (US 25, 27, 47,
59, 60, 61, 64; �g. 15). Gli altri tagli intercettati erano
invece pertinenti la realizzazione di due cisterne (Cisterna
1 e Cisterna 2) e silos, localizzati in particolare lungo il
lato sud del vano (�g. 16).
Lo scavo della Cisterna 1 ha permesso il recupero di
ingente materiale archeologico databile prevalentemente
al XVI secolo, mentre la Cisterna 2 (US 23), tagliata da
un successivo grande silo ad imboccatura circolare e
pro�lo a campana, individuato nell’angolo sud-ovest
dell’ambiente, al di sotto del muro sud, è stata rinve-
nuta priva di riempimento. La Cisterna 1, localizzata
nell’angolo sud-est del vano, presentava una copertura
costituita da un doppio strato di blocchi monolitici (US
12, 50), disposti ortogonalmente l’uno sull’altro, legati
con malta. L’asportazione dei blocchi ha rivelato la
presenza di una volta di copertura (US 75) composta da
pietre parzialmente lavorate legate con malta. La cisterna,
di forma tronco-piramidale, è stata realizzata scavando
il banco roccioso per una profondità di 3,82 m dal
piano di calpestio (�g. 17). Il materiale rinvenuto come
riempimento era costituito da ceramiche, monete, fauna
marina e terrestre, oggetti in metallo, vetro, osso e resti
vegetali. In particolare le analisi archeobotaniche su al-
cuni campioni di terreno, hanno aiutato a comprendere
�g. 14 – La torre “magistra”. e meglio de�nire i modi di formazione del deposito,
avvenuto in tempi brevi, grazie alla presenza di semi
di frutti consumati prevalentemente durante il periodo
estivo-autunnale47.
Tra i reperti non �ttili rinvenuti nella cisterna, la
maggior parte di essi è in metallo, circa il 92% del tota-
le, mentre l’85% in ferro, il 14% in lega di rame, e solo
l’1% in piombo, mentre un esiguo gruppo di oggetti è
in osso lavorato e vetro48.
I reperti monetali provenienti dal riempimento della
Cisterna 1 rivestono una notevole importanza sia in virtù
della loro abbondanza, sia grazie alle informazioni che
il loro studio può fornire ai �ni della ricostruzione delle
vicende storiche dell’edi�cio e delle relazioni economiche
e commerciali della città dal medioevo all’età moderna.
La rilevante presenza, infatti, di emissioni della Repub-
blica Veneta e di Siena, sta ad indicare come nel XVI

47
Le indagini archeobotaniche e i campionamenti sono stati effet-
tuati dal prof. Girolamo Fiorentino e dalla dott.ssa Anna Maria Grasso
del Laboratorio di Archeobotanica e Paleoecologia dell’Università del
Salento. Si ringraziano Girolamo Fiorentino e l’amica Anna Maria
Grasso per le informazioni e i suggerimenti in merito al campionamento
e ai modi di formazione del deposito.
48
Lo studio degli oggetti in metallo è condotto da Luciano Piepoli
�g. 15 – Pianta generale di scavo della torre “mozza” (le frecce che ringrazio per i dati quantitativi forniti, mentre le monete sono state
indicano le pareti con i graf�ti). catalogate e studiate da Giuseppe Sarcinelli.

288
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 16 – Pianta di scavo del settore sud della torre.

continuo scambio di modelli e di idee soprattutto con le


città dell’Italia centro-settentrionale49.
Sebbene la maggior parte del materiale ceramico sia
composto da ceramica databile entro la prima metà
del Cinquecento, un piccolo campione (1,4% circa del
totale)50, è costituito da ceramica di età tardo medie-
vale, quali le ultime produzioni di ceramica da mensa
invetriata policroma, ceramica invetriata monocroma,
bicorma e del tipo double dipped ware, nonché ceramica
protograf�ta (�g. 18; Arthur 2003; Tagliente 2003;
Tinelli 2008). Il quadro delle produzioni tardo medie-
vali rinvenute nella cisterna rispecchia appieno quello
già delineato per l’Ipogeo (cfr. supra) ma, il passaggio
al Cinquecento, è qui meglio evidenziato dalla presenza
di contenitori le cui forme preannunciano quelle che
saranno le caratteristiche morfologiche delle stoviglie
da mensa del pieno Rinascimento (�g. 19).
La quasi totalità del contesto (96,3%), è invece composto
da ceramiche databili entro la prima metà del Cinquecento,
infatti il campione è ampio e variegato costituito da ma-
nufatti destinati alla cucina, alla dispensa e alla mensa con
manufatti di pregio di produzione pugliese (dal Tavoliere
alla Puglia meridionale, in particolare Lecce e Cutro�ano),
e con prodotti importati prevalentemente dall’area emiliana
�g. 17 – Sezione stratigra�ca della Cisterna 1. e marchigiana (Cafaggiolo, Deruta e Faenza).
Tra i manufatti da mensa ingobbiati e invetriati (17,3%),
di sicura produzione locale prevalgono le ciotole e le sco-
delle a tesa ampia con vetrina spessa e lucente all’interno e
corpo nudo all’esterno (�g. 20, nn. 1-3; Verrocchio 2002;
secolo Lecce si collochi all’interno di orizzonti di scambi
e contatti commerciali di ampio respiro (Visceglia 1988;
Andenna 1993; Massaro 1993).
Anche il campione rinvenuto è signi�cativo sia dal 49
Nell’ambito del progetto “Information technologies and Urban
punto di vista quantitativo, con oltre 15.000 frammenti Archaeology” è stato avviato lo studio dei materiali ceramici della
cisterna da parte della scrivente e da Luciano Piepoli, Mauro Rizzo e
e circa 350 manufatti ricostruiti, sia per l’importanza che Walter Santoro. I disegni dei materiali ceramici sono a cura di Mauro
esso assume nell’acquisizione di nuovi dati sulla ceramica Rizzo, Patricia Caprino e della scrivente.
post-medievale a Lecce e nel Salento, e soprattutto testi- 50
Distinta in Invetriata Policroma 0,93%; Ceramica Bicroma
monia la ricchezza commerciale e culturale di Lecce nel 0,03%; Double Dipped Ware 0,31%; Protograf�ta 0,10%.

289
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 18 – Percentuali delle classi ceramiche rinvenute nella Cisterna 1.

di produzione salentina (�g. 20, nn. 4-5), esibiscono una


maggiore presenza di prodotti di pregio importati soprat-
tutto dall’area padano-veneta e da quella ferrarese (�g. 21;
Guarnieri, Bosi, Bandini Mazzanti 2006, pp. 153-157).
Ad area veneta o romagnola è da attribuirsi una ciotola
invetriata monocroma con decorazione graf�ta a stecca (�g.
20, n. 8), mentre dalla Puglia settentrionale, in particolare
dalla Capitanata, sembrano provenire due esemplari di
ceramica graf�ta policroma del tipo “Torre Alemanna” (�g.
20, n. 6)51. Ancora al gusto delle corti rinascimentali del-
l’Italia centro-settentrionale, fa riferimento un frammento
di tesa di un piatto da parata, probabilmente un lustro da
Deruta o Cafaggiolo, databile al primo ventennio circa del
�g. 19 – Cisterna 1, ceramiche tardo medievali. XVI secolo (�g. 20, n. 10; Busti, Cocchi 1999; Fiocco,
Gherardi 1993; Vannini, Caroscio 2004, p. 99, tav. 3),
e due boccali di probabile produzione faentina di cui una
con decorazione gotico-�oreale entro medaglione a scaletta
Iannelli 1994). Questi manufatti sono inoltre caratteriz- (�g. 20, n. 9; �g. 22, n. 1), ed un’altra con rappresentazione
zati da incisioni a crudo, realizzate all’esterno dei fondi (�g. zoomorfa, sempre entro medaglione a scaletta e fasce poli-
20, n. 3), che riproducono motivi a stella, asterischi e linee crome sui lati (�g. 22, n. 2; Nepoti 2006, tav. X, 6)52.
trasversali, mentre non sono assolutamente attestate sigle o
lettere che potrebbero in qualche modo rimandare a segni
proprietà o pertinenze particolari come accade, soprattutto 51
La datazione di questo tipo ceramica non va oltre la �ne del
in contesti conventuali, a partire dal tardo Medioevo, in XVI secolo, secondo i dati di scavo provenienti da Torre Alemanna
Italia centro-settentrionale e in Europa (Tesei, Zanini (Capitanata), sito in cui tale ceramica è stata individuata come riem-
pimento di una fossa-silo rinvenuta all’interno del palazzo dell’abate
1985; Gelichi, Librenti 2001; Librenti 2006). costruito nel 1570, data in cui avviene anche la chiusura della fossa.
La ceramica graf�ta policroma sembra essere una delle Si veda Busto, Ciminale, Dell’Aquila 2000, p. 326. Manufatti
classi maggiormente attestate (9,3%; �g. 20), sia per nu- appartenenti alla stessa classe provengono dagli scavi della cattedrale
mero di individui ricostruibili che per la varietà di forme di Bari e dal museo di Bovino (FG), nonché dalla stessa città di Lecce
individuate. Numericamente maggiori sono i prodotti durante i lavori eseguiti nel 1998 presso quello che nel XVI secolo era
il Palazzo del Pubblico Governo e il Sedile dell’Università di Lecce. Per
locali, probabilmente importati dalla vicina Cutro�ano, in Bari si veda Salvatore 1980, pp. 159-161, �gg. 10-12, 14; per Bovino,
particolare per quanto riguarda le forme chiuse, brocche Carbosiero, Magistrale 1994; per Lecce si veda Ciminale 2000.
e borracce (�g. 20, n. 7; Castronovi 1999, Castronovi, 52
Questi materiali sono in fase di studio da parte di Walter Santoro
Matteo 2000), mentre le forme aperte, oltre che essere che ringrazio per i suggerimenti forniti.

290
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 20 – Cisterna 1; 1-3. Ingobbiata monocroma; 4-7. Graf�ta policroma; 8. Graf�ta monocroma a stecca; 9. Maiolica; 10. Lustro.

291
NOTE E DISCUSSIONI

1 2

�g. 21 – Cisterna 1; graf�ta policroma. �g. 22 – Cisterna 1, boccali in maiolica.

La datazione più antica di questi materiali, tra la �ne forma prevalente, seguita numericamente dalle bottiglie,
del XV e la prima metà del XVI secolo, rispetto al resto dalle micro-pignatte, dalle tazze, ovvero salsiere, e dai
del contesto, potrebbe essere spiegata con il fatto che ma- misurini o porta-spezie (�g. 23, nn. 5, 7, 9-10), mentre
nufatti di questo tipo, già diffusi nel tardo Quattrocento sembrano molto rari i tegami, di cui al momento ne sono
in altri contesti al di fuori della Puglia, siano giunti nel stati ricostruiti solo tre esemplari (�g. 23, n. 8). Tutta la
Salento, relativamente tardi incontrando il gusto dell’ari- ceramica da cucina è del tipo invetriato, con soluzione
stocrazia leccese solo nel pieno Cinquecento, anche alla vetrosa spessa e brillante, raramente pigmentata in
luce di altri contesti di rinvenimento quali Bari e Otranto, verde, mentre sembra del tutto assente la ceramica con
dove sono stati rinvenuti gruppi di manufatti del tutto sovradipintura ad ingobbio, a conferma del ristretto arco
omogenei per composizione e cronologia al butto della cronologico dell’intero contesto, che non si data oltre
Cisterna 1 del castello di Lecce (Dell’Aquila, Ciminale la �ne del XVI secolo (Caprino 2006). Tra le forme
1999; Ciminale, Dell’Aquila 1998). da cucina che presentano delle particolarità si segnala
Tra le ceramiche destinate alle attività quotidiane di una tazza/salsiera invetriata bi-troncoconica e biansata,
conservazione, preparazione e cottura degli alimenti, decorata a impressioni (�g. 23, n. 9), e micro-pignatte
numerose sono quelle con decorazione dipinta (17,8%), con incisioni cruciformi su cotto, o segnate attraverso
in particolare le anfore da dispensa e le anforette da sigle e lettere (�g. 23, n. 7). Da notare ancora, come nei
tavola in cui la decorazione principale si dispone sulla contemporanei contesti di XVI secolo dai castelli di
spalla con motivi decorativi resi a pennellate veloci che Corigliano d’Otranto e di Muro Leccese54, la presenza
riproducono una serie di fasce orizzontali sormontate delle ampolle portaspezie invetriate, talvolta ricoperte
da catenelle e arricchite da motivi ad incrocio (�g. 23, d’ingobbio (�g. 23, n. 10).
n. 1), mentre sulle anse il motivo della doppia fascia Alla �ne del XVI e inizi del XVII secolo sono invece
verticale af�ancata sembra rimandare alle produzioni da attribuire alcune smaltate, sia bianche che con deco-
quattrocentesche di Ugento (Tinelli 2002, Ead. 2006; razione in blu (�g. 23, n. 3), nonché quelle con decora-
D’Andria 1979). Accanto ai contenitori da dispensa si zione policroma nel cosiddetto “stile compendiario”, che
rinvengono numerosi frammenti pertinenti a brocche e chiudono il gruppo dei materiali rinvenuti nella Cisterna
bottiglie di varie dimensioni con elaborati schemi deco- 1 (�g. 23, n. 4).
rativi prevalentemente in rosso (�g. 23, n. 2), mentre le
forme aperte consistono in due soli grandi contenitori 3.3 La cappella di Santa Barbara
troncoconici (Patitucci Uggeri 1977)53. Le indagini archeologiche all’interno della Cappella
La ceramica da cucina destinata alla preparazione denominata Santa Barbara (�g. 24), edi�cata lungo il
degli alimenti e alla loro cottura appare una delle classi lato occidentale interno del cortile, sono state avviate in
maggiormente attestate in tutto il contesto (27,7%). seguito al rinvenimento di alcune tracce archeologiche
Dal punto di vista morfologico la pignatta biansata emerse, durante i lavori di restauro, sotto il piano pavi-
(�g. 23, n. 6), nelle sue differenti dimensioni, appare la mentale dell’aula55.
La rimozione del pavimento ha permesso, infatti, di
rivelare la presenza di strutture murarie antecedenti la
53
Si rammenta che la classi�cazione di ceramica dipinta “a uccelli”
risale agli anni ’70 secondo uno studio condotto da Stella Patitucci
Uggeri sulla base dei materiali di Mesagne (BR), Brindisi e Latiano
(BR). L’accresciuto numero di rinvenimenti e la variegata gamma
decorativa prospettata dalla ceramica dipinta di età moderna spinge
54
I materiali del castello di Corigliano d’Otranto e del Palazzo del
oggi verso una ride�nizione della classe che tenga conto delle differenti Principe di Muro Leccese sono al momento inediti.
aree di produzione e caratterizzazione tipologica dei manufatti. Le 55
Le indagini archeologiche sono state coordinate sul campo
ceramiche acrome e dipinte della Cisterna 1 sono in fase di studio da dalla scrivente, coadiuvata da Elisabetta Caliandro, Stefania Trizza e
parte di Mauro Rizzo. Stefania Alfarano.

292
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 23 – Cisterna 1; 1-2. Dipinta; 3. Maiolica dipinta in blu; 4. Maiolica in “stile compendiario; 5-10. Invetriata da cucina.

293
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 24 – Cappella di Santa Barbara.

costruzione della cappella avvenuta, molto probabilmen- descrive l’altare dedicato alla santa e la lapide posta sul
te, dopo il 1570. Di questo edi�cio, di cui oggi rimane pavimento a ricordo della sepoltura del Generale Tom-
un’aula vuota, abbiamo, al momento poche notizie, di cui maso Romano, Commendatore di Terra d’Otranto, morto
una del 1609 e un’altra secondo cui la cappella aveva tre nel 1857 e deposto nella cappella del castello per volere
altari tutti demoliti nel corso di rimaneggiamenti, mentre della comunità leccese (De Simone 1937, p. 252). Prima
l’intitolazione a Santa Barbara, non riportata in nessun della realizzazione del muro USM 204, vi era, al centro
documento, è in realtà il titolo di un altare costruito nel dell’aula un piccolo ambiente ipogeo (ambiente A), con
1660 dalla guarnigione spagnola stanziata nel castello copertura a volta (US 221), all’interno del quale è stato
(De Simone 1937). rinvenuto il feretro con il corpo di un individuo adulto
Tra le trasformazioni più recenti a carico della struttu- maschio, probabilmente da identi�care con il personaggio
ra furono sicuramente quelle prodotte tra il XIX e il XX illustre cui faceva riferimento il De Simone.
secolo, quando il castello divenne Distretto Militare; le La rimozione del muro USM 204 e dell’ambiente A,
tracce delle trasformazioni subite in quegli anni furono ha permesso di riportare alla luce i resti delle strutture
molteplici e di varia natura, tale da modi�care comple- murarie del castello medievale sopravvissute almeno
tamente l’aspetto della costruzione. La Cappella fu com- �no alla costruzione della cappella. Lo spiccato dei muri
pletamente privata degli arredi architettonici e scultorei e, individuati si trovava alla stessa quota delle strutture di
probabilmente un iniziale progetto di ammodernamento, fondazione dell’aula (-32 cm), probabilmente rasati in
prevedeva la divisione dell’aula in due ambienti più pic- occasione della sua costruzione. Le strutture intercettate
coli. Sotto il piano pavimentale, infatti, è stato rivenuto sono costituite da due grossi blocchi murari paralleli tra
un muro (USM 204), realizzato in blocchi di carparo, loro (USM 235, 272; �g. 26, nn. 2-3), disposti in senso
che dall’ingresso est correva verso la parete ovest divi- est-ovest chiusi a ovest da un altro blocco murario (USM
dendo l’aula esattamente a metà (�g. 25, n. 1). Il sacco 200, 201, 202, 203), mentre ad est non è stato intercet-
del muro era stato riempito con gli arredi architettonici tato alcun muro di chiusura (�g. 25, n. 2). Le strutture
della cappella stessa; nel riempimento è stata rinvenuta, murarie nord e sud sono realizzate con blocchi squadrati
infatti, un’iscrizione, probabilmente facente parte di un di pietra locale (biocalcarenite), e riempimento costituito
altare (cfr. supra Vetere), che riportava i nomi dei com- da pietre informi e blocchi legati da terra rossa (US 210).
mittenti, l’anno di realizzazione (1660) e l’intitolazione Esse hanno uno sviluppo longitudinale di 10,58 m ed una
dello stesso a Santa Barbara, protettrice degli artiglieri. larghezza di 2,53 m. Il lato occidentale del vano è occupa-
Durante una visita fatta presso il castello di Lecce da to, anch’esso, da un grosso muro con orientamento nord-
Luigi De Simone nel 1937, si poteva ancora vedere la ovest/sud-est che presenta la stessa tipologia costruttiva
cappella di Santa Barbara con i suoi arredi poiché l’autore a blocchi di tufo (USM 372, 201, 200) e riempimento di

294
NOTE E DISCUSSIONI

che al di là del paramento murario, verso ovest, si apriva


il fossato e la città, inoltre la posizione di un ingresso
su questo lato si porrebbe in asse tra le due torri poste
sull’altro lato del cortile (�g. 25, n. 2).
Il rinvenimento dei blocchi murari all’interno della
cappella trova piena conferma in una pianta del castello
di Lecce, conservata a Madrid, dove è chiaramente visibi-
le il fronte occidentale del muro ovest che guardava verso
il fossato e la città, mentre verso est i due muri paralleli
fungevano da corridoio verso il cortile (Brunetti 2007).
La pianta del castello, custodita presso la biblioteca del
Palacio Real della città madrilena, fa parte di un codice
composto di quarantanove piante, che costituiscono
un’importante documentazione per lo studio dei castelli
del Regno di Napoli, grazie anche all’af�dabilità della
restituzione gra�ca di alcune di esse tra le quali spicca
senz’altro quella del castello di Lecce. Purtroppo non è
possibile stabilire con certezza la datazione della pianta,
poiché i fogli che compongono il codice, che provengono
dalla raccolta del Cardinale Antonio Perrenot (1517-
1586), durante gli anni al servizio della monarchia
spagnola, non sembrano riportare alcuna indicazione
cronologica, anche se appare certo poterla attribuire agli
anni antecedenti la costruzione della cappella di Santa
Barbara (Brunetti 2007, p. 15, �g. 12).
In seguito alla rimozione dell’ambiente A sono stati
messi in luce i depositi archeologici originari relativi ai
periodi di uso delle strutture murarie intercettate a nord
e a sud, leggibili soprattutto nella sezione stratigra�ca
ovest, dove sono stati individuati almeno quattro diversi
piani d’uso pertinenti i vari periodi di occupazione del
castello (�g. 26, n. 4). Lungo il lato occidentale dello
scavo, infatti, è stato rinvenuto un piano pavimentale in
basoli rettangolari (US 311; �g. 25, n. 2), in buono stato
di conservazione tranne che per una leggera depressione
nella parte centrale, probabilmente da attribuire al peso
dei deposti soprastanti. Il pavimento posto in opera in
un momento successivo alla costruzione del muro USM
262, risulta lacunoso lungo il lato sud-est a causa della
costruzione prima dell’ambiente A, e in seguito del muro
USM 204; il rinvenimento, tra due basoli della pavimen-
tazione, di una moneta di argento della Repubblica Ve-
�g. 25 – Planimetria della cappella e della sacrestia. neta (1523-1539), ci permette di datare l’ultimo utilizzo
dell’ambiente prima della edi�cazione della cappella.
Sotto la pavimentazione US 311, è stato rinvenuto un
pietre e terra. Il muro si conserva per 7,92 m in direzione altro lembo di pavimento (US 331), di cui rimangono
nord-ovest/sud-est e 1,35 m di larghezza. Quattro grossi solo alcuni blocchi che recano evidenti tracce d’uso e
blocchi, USM 202 e 203, interrompono la continuità super�ci levigate. Purtroppo la costruzione dell’ambiente
della costruzione; il rinvenimento di questi e la rispettiva A ha interrotto l’originaria continuità del pavimento, di
posizione ha fatto scaturire alcune ipotesi circa la loro cui è stato rinvenuto un altro tratto lungo il lato sud-est
originaria funzione. Dal punto di vista stratigra�co è della cappella, in prossimità dell’ingresso principale (US
possibile stabilire la contemporaneità della costruzione 361, 362, 363; �g. 25, n. 2; �g. 26, n. 5).
delle due strutture longitudinali (USM 235, 272), poste La medesima quota alla quale si trovano i due brani
a 3,07 m di distanza l’una dall’altra, con i blocchi USM pavimentali, quello ovest e quello est, lascia supporre
202 e 203. La disposizione dei blocchi dell’USM 202 e un’originaria unitarietà, mentre le forti tracce di usura
203, e il modo in cui sono stati posti in opera, ha fatto riscontrabili su entrambi, portano ad ipotizzare una loro
ipotizzare la presenza di un’apertura da identi�care con prolungata esposizione al continuo passaggio non solo
un ingresso. Apparterebbe, infatti, ad un momento suc- di uomini ma, probabilmente, anche di carri.
cessivo la realizzazione del blocco murario delimitato dal Nella ricostruzione degli spazi e delle funzioni dei
paramento USM 201 verso ovest e da quello USM 262 resti individuati si può ipotizzare che la cappella sia stata
verso est. Si potrebbe dunque interpretare tale struttura realizzata al di sopra di un ambiente che, �no almeno alla
quale tamponamento dell’apertura delimitata dai blocchi seconda metà del XVI secolo, era ancora in uso. La lettura
USM 202 e USM 203, ipotesi supportata anche dal fatto degli strati in sezione conservati sotto i pavimenti (US 311,

295
NOTE E DISCUSSIONI

4 6

�g. 26 – Cappella di Santa Barbara; 1. USM 204; 2. USM 235; 3. USM 272; 4. Sezione stratigra�ca sotto il pavimento US 311;
5. Il paleosuolo agricolo US 354.

296
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 27 – Sacrestia: 1. Strutture murarie USM 211 e 212 viste da ovest; 2. Lastre del piano di cottura del forno.

331) ha rivelato la presenza di altri piani di calpestio di ha inoltre intercettato, un forno circolare con cupola
natura diversa (alcuni realizzati semplicemente in calcare (US 422), di cui si è conservata solo la parte meridionale
sbriciolato e compattato, altri in sottili lastre di calcare), e 6 lastre in pietra dell’originario piano di cottura (US
interrotti dalla realizzazione di una fossa (US 346), di cui 389; �g. 27, n. 2).
rimane ben poco poiché la maggior parte di essa è stata Le strutture individuate nel corso dello scavo della
obliterata dalla costruzione dell’ambiente A. cappella e della sacrestia hanno trovato conferma nella
Tracce riguardanti una frequentazione del sito ante- pianta conservata presso la biblioteca del Palacio Real di
riore all’età tardo medievale, sono in realtà molto poche; Madrid, dove si possono chiaramente leggere i muri est e
la sezione stratigra�ca ovest ha, infatti, restituito solo ovest nella cappella e l’accesso al cortile, nonché il grande
un frammento di ceramica invetriata tardo bizantina forno circolare con imboccatura da nord che occupava un
importata (tardo XII-XIII secolo), mentre mancano del grande ambiente a sud della lunga galleria settentrionale.
tutto elementi per il periodo di dominazione bizantina I resti individuati trovano inoltre conferma nella lettura
nel Salento (Arthur 2005). della documentazione scritta (cfr. supra Vetere), dove è fatta
A contatto con la roccia (US 423), è stato invece in- chiara menzione ai vari ambienti che si affacciano sul cor-
tercettato uno spesso strato di terreno agricolo (US 353), tile tra i quali è citato un forno e i magazzini da intendersi,
probabilmente risalente ad età romana, che costituisce, probabilmente, come luoghi destinati alla conservazione
al momento, l’unico dato disponibile per identi�care un delle derrate, un mulino e un pozzo nel cortile.
uso del sito in età romana (�g. 26, n. 6).
Le indagini archeologiche si sono estese anche alla 3.4 Il porticato nord
sacrestia della cappella, un piccolo ambiente rettangolare Durante i lavori di restauro dei corpi di fabbrica
di 5,21×3,21 m, all’interno del quale, la rimozione della settentrionali che si affacciano sul cortile, sono emerse
moderna pavimentazione, ne ha rivelato una di poco alcune strutture archeologiche al di sotto del pavimen-
precedente (US 215), al di sotto della quale sono state to del porticato e all’interno della lunga galleria che si
intercettate alcune strutture murarie che presentavano la imposta ortogonalmente alla torre magistra (�g. 28).
medesima quota di rasatura di quelle individuate nella L’intervento di recupero dei resti ha portato alla luce
cappella (�g. 25, n. 2; �g. 27, n. 1). tre grandi cisterne destinate alla raccolta delle acque,
Il muro ovest (USM 211), con orientamento nord-sud, nonché il piano di calpestio dell’originario porticato di
perfettamente allineato al muro di chiusura individuato cui rimane traccia nella campata orientale56.
nella cappella, si è conservato solo per 2,37 m poiché un
taglio (US 213) longitudinale ne ha asportato la porzione
settentrionale. Il taglio, effettuato verosimilmente in oc- 56
Lo scavo è stato coordinato dalla scrivente e condotto sul campo da
casione della costruzione del muro nord della sacrestia, Elisabetta Caliandro che ha curato i rilievi e la redazione gra�ca �nale.

297
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 28 – Il Porticato settentrionale.

I lavori all’interno della galleria hanno portato alla riore da una parete in muratura sono state obliterate tra
luce, in prossimità dell’accesso dal porticato, una cisterna la �ne del XVIII e gli inizi del XIX secolo, mentre in una
(Cisterna I), posta lungo la parete sud della galleria; la fase di poco precedente, le tre cisterne furono utilizzate
struttura, scavata nel banco roccioso (US 529), è parte di come discariche in cui vennero gettati oggetti in metallo
un complesso di tre tagli collegati alla parete meridionale come campanellini, bottoni di bronzo e chiodi, nonché
della galleria attraverso un canale verticale ricavato nel fauna, ceramiche, oggetti in osso, tre proiettili in pietra
muro (�g. 28, nn. 2-3). e una bombarda.
Le tre strutture di forma campaniforme, ricavate nel L’originaria funzione delle cisterne era, probabilmen-
banco roccioso (US 529), e completate nella parte supe- te, quella di conservazione delle granaglie, almeno �no

298
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 29 – Il cortile, pianta generale del saggio di scavo.

agli inizi del XV secolo, come dimostrano le ceramiche che la Cisterna II inizialmente fosse stata utilizzata come
invetriate policrome rinvenute sul fondo di una di esse, silo per le derrate e, solo successivamente, convertito in
mentre il cambiamento nella destinazione d’uso deve cisterna attraverso il collegamento con le altre due. La Ci-
essere avvenuto nel XVI secolo, in occasione degli in- sterna III è stata invece, intercettata dalla costruzione del
terventi di ammodernamento del castello. muro meridionale della galleria; la parte superiore della
La Cisterna I (US 520), di pianta circolare e pro�lo struttura è realizzata in muratura (US 542; �g. 28, nn.
campaniforme, presenta il fondo piano con una fossetta 2-3). Durante la fase di utilizzo delle tre strutture come
rettangolare utilizzata per la raccolta dei liquidi e per cisterne, le acque provenienti dal solaio del porticato
far sedimentare le impurità, mentre la parte superiore convogliavano in esse tramite un condotto verticale rica-
in muratura (US 519), in origine elevata �no al relativo vato all’interno del muro meridionale della galleria; tale
piano di calpestio, è stata quasi completamente asporta- condotto, attualmente tamponato all’altezza del solaio
ta, durante la realizzazione della scala che dal porticato della galleria, presenta un imbocco nel porticato, tramite
conduceva all’interno della galleria nord (�g. 28, n. 3). il quale probabilmente veniva prelevata l’acqua.
La seconda cisterna (Cisterna II), è stata invece inter-
cettata in seguito alla rimozione della pavimentazione 3.5 Il cortile
della prima campata est del porticato. La struttura, Il cortile del castello di Lecce è uno spazio aperto che
sempre a sezione campaniforme, risultava collegata alla ha assunto nel corso dei secoli una forma piuttosto re-
Cisterna I e ad un’altra cavità (Cisterna III), attraverso golare. Esso risulta oggi delimitato a sud, dagli ambienti
un taglio verticale (US 514), praticato lungo la sua pa- costruiti nel corso del XVI secolo, a est da un porticato
rete nord, e successivamente in parte tamponato con un e da due torri poste negli angoli nord-est e sud-est (ri-
muretto in blocchi di tufo (US 528; �g. 28, n. 3). spettivamente torre magistra e torre mozza), a nord dal
Le dimensioni ridotte, la mancanza della fossetta di porticato e dalla galleria che si imposta ortogonalmente
decantazione e la mancanza del rivestimento delle pareti, alla torre magistra, e ad ovest dalla cappella di Santa
presente invece nelle Cisterne I e III, portano ad ipotizzare Barbara (�g. 29).

299
NOTE E DISCUSSIONI

�g. 30 – Particolari dello scavo


nel cortile: 1. Struttura muraria;
2. Il pozzo US 639; 3. Foto ge-
nerale dell’area sud del saggio
di scavo.

2
1

Gli interventi di scavo e restauro condotti nel 2006 dimostrare i reperti ceramici ivi rinvenuti, costituiti da
hanno rivelato la presenza di strutture sottostanti l’attuale smaltata dipinta in blu, ceramica comune dipinta e smal-
piano di calpestio. Ciò è particolarmente evidente in segui- tata bianca. Sotto tale strato di demolizione sono stati
to al rinvenimento lungo il Porticato Nord delle tre cisterne individuati diversi piani di calpestio (XVI-XVII secolo),
(cfr. supra) scavate nel banco roccioso. La quota del cortile ben livellati realizzati con scarichi di calcare sbriciolato e
ha subito un progressivo innalzamento durante le varie terra (US 611, 615, 616). Questi, interpretabili come piani
fasi che hanno modi�cato l’aspetto strutturale del castello; di calpestio, hanno obliterato alcune strutture pertinenti
lo scavo al suo interno si è reso quindi indispensabile per uno spazio aperto, probabilmente da identi�care con un
comprendere lo sviluppo delle strutture medievali emerse cortile del castello precedente a quello oggi visibile, da
all’interno della cappella di Santa Barbara. identi�carsi con quello citato nei documenti del XV secolo
La rimozione degli strati recenti (US 600), presenti (cfr. supra Vetere). La rimozione dei piani individuati ha
oggi nel cortile, ha messo in luce un piano ben livellato portato alla luce i resti di alcune strutture di notevole
costituito da pietre informi, schegge di tufo, calce e pie- interesse che trovano riscontro nella lettura della docu-
trisco misto a terra (US 603), sotto al quale sono stati mentazione scritta di epoca tardo quattrocentesca.
rinvenuti altri due piani costituiti da calcare sbriciolato Lungo il lato nord-ovest del saggio, infatti, è stato
e compattato (tu�na), schegge di tufo e pietre (US 604, individuato un pozzo (US 639), probabilmente da iden-
605), realizzati, sulla base dei reperti rinvenuti, tra il ti�carsi con il puteum indicato dalle fonti, intorno al
XIX e XX secolo. Sotto tali piani, interpretabili come quale vi era un piano pavimentale, realizzato con basoli
pavimentazioni moderne del cortile, sono stati rinvenuti in calcare (US 632, US 643), di varia forma e grandezza
blocchi squadrati misti a terreno (US 608, 610, 638), che presentava una leggera pendenza verso il centro del
pertinenti la distruzione di una struttura, molto probabil- pozzo, dinanzi al quale era collocata una lastra rettan-
mente da localizzarsi in prossimità del pozzo oggi visibile golare in pietra calcarea (US 641) alloggiata in un taglio
dinanzi l’ingresso della cappella di Santa Barbara. (US 642) praticato nel pavimento e inzeppata con terra
La distruzione della struttura deve essere avvenuta e pietre (US 644; �g. 30, n. 2). Il pavimento in basoli è
entro la seconda metà del XVIII secolo, come sembrano stato rinvenuto perimetralmente al pozzo; un battuto in

300
NOTE E DISCUSSIONI

tu�na e pietre è stato invece intercettato in tutto il saggio Allo stato attuale delle analisi ogni evidenza riconduce
di scavo (US 617; �g. 29). ad una frequentazione di tipo agricolo nella fase precedente
Alla stessa fase appartiene il riutilizzo di un muro (US la costruzione della fortezza medievale. La sequenza stra-
619) orientato in senso est-ovest che si conserva per 3,72 tigra�ca messa in luce all’interno della cappella di Santa
m di lunghezza, ed una larghezza (nord-sud) di 0,68-0,72 Barbara sembra indicare la presenza di un paleosuolo
m. Il muro è realizzato con blocchi parallelepipedi posti agricolo immediatamente sopra un banco roccioso, verosi-
in opera con un sacco formato da pietre minute e laterizi milmente coltivato in età romana. Le risultanze degli scavi,
ben costipati legati da malta. al momento, sembrano collocare le prime costruzioni sul
A sud di questo muro è stato individuato un piano sito in età federiciana o nella prima metà di quella angioina,
battuto (US 622), del tutto simile a quello intercettato a quando il cortile aveva, verosimilmente, forma diversa e
nord dell’US 619, con una preparazione fatta in parte con dimensioni più modeste rispetto a quelle attuali. L’assenza
pietre informi ben livellate in super�cie (US 623) sopra di materiali databili ad epoca anteriore al secolo XIII, il
alle quali è stato steso un sottile strato di tu�na che ne silenzio, quando non l’assenza, di dati provenienti dalle
ha costituito anche il legante. I battuti così intercettati fonti scritte (a differenza di quanto si veri�ca per il XIV ed
hanno obliterato i resti della struttura US 619 che era un il XV secolo, e soprattutto per quest’ultimo) ripropongono
muro, entrato in disuso e rasato, probabilmente alla �ne il problema dell’ubicazione di una fortezza per la città di
del XIV secolo, come sembrano dimostrare i materiali Lecce in epoca normanna. Per ora, al di là della considera-
ceramici provenienti da un saggio effettuato nei battuti zione fatta sul non infrequente riuso in epoca federiciana
US 617 e US 62357 (�g. 30, n. 3). di preesistenze normanne – esemplare il caso più che
Altri saggi aperti nell’area di scavo hanno permes- importante del castello di Bari – si può solo ipotizzare, in
so di datare i resti individuati in un arco cronologico assenza ed in attesa di riscontri probanti, che una prima
abbastanza ristretto tale da poter datare il disuso delle forti�cazione a Lecce possa essere stata ubicata presso l’an-
strutture alla �ne del XIII o probabilmente agli inizi del �teatro romano con il possibile riutilizzo di quelle antiche
XIV secolo (�g. 30, n. 1). strutture a somiglianza di quanto avvenuto in altre parti
M.T. di Italia ed altrove. Ipotesi, questa, che potrebbe fornire
spiegazione sul posizionamento successivo del castello a
4. CONCLUSIONI poche decine di metri dall’an�teatro tutt’ora esistente e
dove nel corso di vecchi scavi si è rinvenuto materiale di
Nonostante da alcuni decenni cantieri di restauro per epoca bizantina ed anche di età precedente, senza però che
i castelli dell’Italia meridionale si susseguano con una questo confermi il tipo di riutilizzo ipotizzato.
certa frequenza, un adeguato e propedeutico lavoro di La posizione del castello inoltre rivela la necessità di
ricerca storica ed archeologica è quasi sempre mancato. controllare la via di accesso alla città dal mare. I richiami
Inoltre, l’intervento, quando non distruttivo, è stato nel fatti dalle fonti scritte ai lavori di manutenzione della
migliore dei casi invasivo. Rari, dunque, gli interventi di torre del vicino porto di San Cataldo, in relazione con le
restauro supportati da ricerche sistematiche, condizione spese di manutenzione del castello, confermano le ragioni
per una migliore operazione di tutela, di conservazione sottese alla scelta del sito nell’ubicazione dello stesso. Lo
e valorizzazione, col conseguente arricchimento del stato attuale della ricerca consente, dunque, di privilegiare
patrimonio di dati e di conoscenze. Da segnalare, per una datazione della costruzione del castello al XIII secolo,
le migliori soluzioni adottate e per i canteri di scavo verosimilmente nella metà del Duecento. Dati, questi, che
appositamente aperti, i restauri nel castello di Lucera troverebbero riscontro con la prima attestazione della
(Whitehouse 1978), di Santa Severina (Ceraudo 1998; forti�cazione leccese proveniente dalla documentazione
Spadea 1998), Lagopesole (Peduto, Fiorillo 2003), e scritta, vale a dire dalla Reparatio castrorum del 1241.
più recentemente a Taranto (D’Angela, Ricci 2006). Questi problemi di cronologia, unitamente alle testi-
Ben note sono le polemiche sviluppatesi fra gli anni ot- monianze di una differente impostazione planimetrica
tanta e novanta intorno ai restauri nel castello di Otranto. In della fabbrica originaria, evidenziano la necessità di
questa occasione, tuttavia, sono state studiate e pubblicate, proseguire nella campagna di scavi soprattutto nel cortile
almeno in parte, le ceramiche rinvenute nel corso dei lavori attuale, dove le sequenze stratigra�che dovrebbero essere
all’interno del fossato (Ciminale, Dell’Aquila 1998). Più meglio conservate rispetto alle aree circostanti, largamen-
recentemente, nonostante vari casi di restauro e consolida- te interessate da costruzioni di epoca successiva.
mento, solo il piccolo castello, poi palazzo di Muro Leccese, La necessità della prosecuzione nello scavo d’archivio
è stato ampiamente indagato (Arthur, Bruno 2007). va di pari passo con quello archeologico, integrandosi
Il caso di Lecce, perciò, si potrebbe dire sia, per lo a vicenda i dati d’informazione, integrandosi reciproca-
meno per il territorio salentino, quasi unico per l’ampio mente nelle rispettive lacune.
spettro di indagine cui il castello è stato sottoposto, La questione tutt’ora aperta del rapporto del castello
con l’indagine storico-documentaria, con l’indagine con la città e la campagna, l’identi�cazione del “rivelino”
archeologica e con il rilievo architettonico. Analisi incro- del quale si ha certa notizia solo dai registri di spesa tenuti
ciate, perciò, che hanno consentito una lettura sistematica dal tesoriere regio, l’ubicazione delle chiese, del forno,
del monumento e del sito su cui sorge. dei bagni, dei giardini con pergolato (tutti documentati
da questi documenti di rendicontazione), l’ubicazione di
una serie di strutture realizzate nel corso dei secoli quali,
57
Si tratta di frammenti pertinenti una piccola anfora dipinta a linee
sottili con motivo a cerchi concentrici sulla spalla, due scodelle invetriate con
per esempio, quelle per lo smaltimento delle acque, per
decorazione policroma in bruno e verde, probabilmente provenienti dalla l’immagazzinamento e per il consumo di derrate, di ma-
Puglia settentrionale, e una tazza RMR di probabile produzione locale. teriali da costruzione, di approvvigionamento vario per

301
NOTE E DISCUSSIONI

la corte principesca e per gli uf�ci ivi alloggiati, sono solo Arthur P., 2003, I Balcani e il Salento nel Medioevo, in L’ar-
alcuni dei problemi in grado di evidenziare la necessità cheologia dell’Adriatico dalla Presitoria al Medioevo, a
di una ricerca condotta su diversi terreni. cura di F. Lenzi, Convegno Internazionale (Ravenna 2001)
In�ne, accanto allo studio delle trasformazioni strut- Firenze, pp. 654-665.
turali susseguitesi nel corso dei secoli, accanto all’in- Arthur et al. 2003 = Arthur P., Bramato B., Tagliente P.,
dagine sulla vita e le vicende del castello strettamente Vetere B., Medioevo e Rinascimento dal Castello Carlo V
di Lecce, Galatina.
correlate con gli interventi strutturali, in quanto testi-
monianza, questi, del mutare delle esigenze nel tempo, si Arthur P., 2005, Il Salento Bizantino: alcune osservazioni, in
L’Adriatico dalla Tarda Antichità all’età Carolingia, a cura
sta procedendo ad un “access analysis” mirato ad iden- di G.P. Brogiolo, P. Delogu, Atti del Convegno di studio
ti�care le singole componenti funzionali nelle rispettive (Brescia), Firenze, 183-194.
interrelazioni con conseguente crescita delle conoscenze Arthur P., Bruno B., 2007, Alla scoperta di una Terra Me-
scienti�che ed una più agile lettura del monumento da dievale. Muro Leccese, Galatina.
parte dei visitatori sempre più numerosi.
Bramato A., 1999, Lecce. Il castello: i restauri, in Castelli e
P.A., B.V.
cattedrali di Puglia. A cent’anni dall’Esposizione Nazionale
Ringraziamenti di Torino, a cura di C. Gelao, G.M. Jacobitti, Catalogo della
mostra (Bari 1999), Bari, pp. 633-637.
La ricerca non sarebbe stata possibile senza il sostegno di di-
verse persone che si desidera ringraziare: l’arch. Ruggero Martines, Brunetti O., 2006, A difesa dell’Impero. Pratica architettonica
i Soprintendenti dott. Giuseppe Andreassi, arch. Augusto Ressa, e dibattito teorico nel Viceregno di Napoli nel Cinquecento,
l’On. Adriana Poli Bortone, il dott. Paolo Perrone, la dott.ssa Anna Galatina.
Maria Perulli, ci hanno gentilmente aiutati con i necessari permessi Brunetti O., 2007, Disegni di architetture militari del Vicere-
e �nanziamenti. L’arch. Antonio Bramato, l’allora Progettista e gno di Napoli nella raccolta del cardinale Antonio Perrenot
Direttore Lavori di restauro che ci ha seguito sul campo. Si rin- de Granvelle (1517-1586), «Kronos», 11, pp. 3-21.
grazia inoltre il prof. Lucio Galante, Direttore del Dipartimento Bruno B (a cura di), 2007, Archeologia urbana a Borgo Terra,
dei Beni delle Arti e della Storia dell’Università del Salento. Le Mesagne.
foto del contributo sono a cura di Michele Onorato. Busti G., Cocchi F., 1999, Museo Regionale della Ceramica
Hanno partecipato ai lavori sul campo Stefania Alfarano, di Deruta. Ceramiche policrome, a lustro e terrecotte di
Elisabetta Caliandro, Anna Maria Grasso, Massimo Limoncelli, Deruta dei secoli XV e XVI, Milano.
Luigi Oliva, Luciano Piepoli, Mauro Rizzo, Walter Santoro. Si
Busto A., Ciminale D., Dell’Aquila C., 2000, Ceramiche da
ringrazia Dario Gallina che ci ha gentilmente aiutato ad impostare
un sito dei cavalieri teutonici: lo scavo di Torre Alemanna
lo studio delle strutture in elevato. Hanno inoltre collaborato: Bru-
in Capitanata, «Albisola», XXXIII, pp. 325-336.
nella Bruno, Patricia Caprino, Daniela Caracciolo, Iolanda Cito,
Antonella Falcone, Amalia Ingrosso, Ernestos Karydis, Daniela Caprino P., 2006, Appunti sulla ceramica da fuoco fra Basso-
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ca, Claudia Portulano, Paola Tagliente, Lorenza Vantaggiato. della Ceramica di Cutro�ano», 10, 2, pp. 11-47.
Si ringrazia inoltre tutto il personale di custodia del castello Carbosiero P., Magistrale F., 1994, I materiali. Età me-
per la disponibilità dimostrata durante le attività di ricerca. dievale. Area urbana e territorio, in Bovino. Studi per la
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