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La paternità di Dio 1

Henryk Pietras SJ
La paternità di Dio

PUG 2006/2007, sem. II, TP 2027

Testi da commentare

1. Filone di Alessandria,

La creazione del mondo secondo Mosè (De opificio mundi), in: Filone di Alessandria, La
filosofia mosaica, a cura di Clara Kraus Reggiani, Roberto Radice, Giovanni Reale, Rusconi,
Milano 1987.

Opif 7-12

7. Certuni, presi d’ammirazione per il mondo più che per il suo Creatore, hanno dichiarato che
il mondo è ingenerato ed eterno e hanno mosso falsamente a Dio l’empia accusa di grande
inerzia, mentre al contrario avrebbero dovuto rimanere attoniti al cospetto dei Suoi poteri
come creatore e come padre, e non esaltare il mondo oltre la giusta misura.
8. Mosè invece, e per aver raggiunto le più alte vette della filosofia e perché aveva appreso
per tramiti sovrannaturali gran parte dei principi essenziali della natura, acquisì appunto
coscienza del fatto che nell’ordine dell’universo esiste una causa attiva e una causa passiva, e
che la causa attiva è l’intelletto universale, perfettamente puro e incontaminato, che trascende
le virtù, che trascende il sapere, che trascende perfino il bene e il bello;
9. mentre la causa passiva è di per sé priva di anima e incapace di movimento; ma, una volta
messa in movimento, foggiata e animata dall’intelletto, è trasformata nel capolavoro che è
questo mondo. I sostenitori della teoria che questo mondo è ingenerato non si accorgono di
eliminare alla radice l’elemento più utile e indispensabile ad alimentare la pietà, ossia la
provvidenza.
10. La ragione infatti ci induce a credere che il Padre e Creatore si prenda cura di ciò che ha
portato a nascimento. Così il padre vigila sulla preservazione dei figli, l’artigiano su quella dei
suoi manufatti e ambedue cercano di tener lontano con ogni mezzo quanto può essere loro di
pregiudizio o di danno e desiderano invece di assicurare loro ad ogni costo quanto può
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risultare utile e vantaggioso. Nessun legame del genere si instaura, all’opposto, tra un’oggetto
che non è stato portato all’esistenza e a un soggetto che non lo ha prodotto.
11. Ora, è certamente una tesi insostenibile e nociva quella che – come si trattasse di una città
– postula per questo mondo una condizione di anarchia, per cui esso non avrebbe né un
protettore né un arbitro né un giudice al quale fosse affidato il compito di governare e dirigere
tutto.
12. Al contrario, il grande Mosè, ritenendo che l’ingenerato fosse di natura affatto diversa dal
visibile (dacché ogni cosa sensibile, in quanto soggetta a essere generata e a subire
mutamenti, non rimane mai nella stessa condizione), attribuì all’invisibile e all’intelliggibile
l’eternità come proprietà ad esso legata da intima parentela e al sensibile assegnò il nome ad
esso appropriato di “genesi” (Gen 2, 4 – scil.: ciò che diviene). Ora, poiché questo mondo è
visibile e sensibile, ne consegue di necessità che sia anche generato. Non è quindi fuor di
proposito che Mosè abbia descritto la genesi del mondo, parlando con profonda riverenza
dell’opera di Dio.

Opif 135
Dell’uomo sensibile e individuabile, Mosè dice che la sua costituzione è composta di sostanza
terrestre e di soffio divino: il corpo è stato creato in quanto l’Artefice prese del fango e ne
trasse, plasmandolo, una figura umana; l’anima invece non deriva assolutamente da nulla di
creato, ma dal Padre e Signore dell’universo. Infatti il soffio che Egli infuse altro non era che
lo spirito divino che è trasmigrato quaggiù distaccandosi da quella natura beata e felice, per il
bene del genere che noi siamo, perché esso, se anche è mortale nella sua parte visibile,
partecipi dell’immortalità almeno con quella invisibile. Perciò si può dire appropriatamente
che l’uomo è al confine tra la natura mortale e la natura immortale, in quanto partecipa
necessariamente dell’una e dell’altra ed è stato creato insieme mortale e immortale: mortale
nel corpo, immortale nella mente.

I sogni sono mandati da Dio (De somnis), in: Filone di Alessandria, L’uomo e Dio, a cura di
Clara Kraus Reggiani, Rusconi, Milano 1986.

Somn I, 140-143
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140. Altre anime vi sono, di purezza e qualità perfette, dotate di un carattere più elevato e più
divino; queste non hanno provato assolutamente mai un’attrazione per le cose terrene, sono
ministri del Sovrano dell’universo e, come fossero le orecchie e gli occhi del grande re,
sentono e vedono tutto.
141. Gli altri filosofi le chiamano “demoni”, la Sacra Scrittura “angeli”, con termine più
appropriato, perché riferiscono gli ordini del Padre ai figli e le necessità dei figli al Padre.
142. Perciò il legislatore li rappresenta in atto di salire e scendere, non perché Dio già
presente dappertutto abbia bisogno di informatori, ma perché a noi mortali è di aiuto avvalerci
di “Parole” mediatrici e conciliatrici, tanto grande e paralizzante è il timore del Signore
dell’universo e dell’immensa forza del Suo potere.
143. Presa coscienza di tale forza, abbiamo rivolto un giorno questa supplica a uno dei Suoi
mediatori: “Parlaci tu e non ci parli Dio, perché non ci tocchi di morire” (Esodo 20, 19). In
effetti, noi non siamo in grado di reggere non dico alle punizioni, ma neppure ai benefici
esorbitanti e assoluti che fosse Dio stesso a dispensarci, senza ricorso ai Suoi ministri.

3. L’Epistola degli Apostoli


(Trad. italiana: M. Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento III, Lettere e Apocalissi,
Marietti, Torino 1969, p. 37-62)
Originale greco degli anni ca. 160-190, versioni: copta, araba, latina, etiopica (probab.
dall’arabo).

I discepoli domandano sul tempo della parusia

17. ...Quando la centesima parte e la ventesima è compiuta, tra Pentecoste e la festa degli
azimi, allora avverrà la parusia del Padre.
Gli dicemmo:
- Ora, dunque, tu hai detto: verrò, e come puoi dire: chi mi ha inviato, lui stesso verrà?!
Egli ci spiegò:
- Io sono tutto nel Padre mio e mio Padre è in me.
Quindi gli dicemmo:
- Ci lascerai, dunque, fino alla tua venuta? Dove ci è possibile trovare un maestro?
Ma lui ci rispose:
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- Non sapete dunque che, come sono stato qui fino adesso, così mi trovavo là con chi
m’inviò?
E noi a lui:
- Signore, è dunque possibile che tu ti trovi contemporaneamente qui e là?
Ma lui a noi:
- Io sono tutto nel Padre mio e il Padre è in me a causa della somiglianza della forma, del
potere, della perfezione, della luce, della piena misura e della voce. Io sono il Verbo. (18) Io
sono divenuto per lui una cosa, cioè sono divenuto il pensiero, perfetto nell’impronta. Ho
preso l’esistenza nell’ottavo giorno, che è il giorno del Signore. Ma la fine completa della fine
voi la vedrete mediante la redenzione avvenuta a mio riguardo. Voi mi vedrete, mentre andrò
in cielo da mio Padre, che è nei cieli. Ma ecco: io vi dò un precetto nuovo: amatevi l’un
l’altro, obbeditevi a vicenda, la pace sia continua fra voi. Amate i vostri nemici e non fate a
nessuno ciò che non volete sia fatto a voi. (19) Lo stesso predicate voi pure e insegnate a
quelli che vorranno credere in me. Predicate circa il regno celeste di mio Padre e come il
Padre mio celeste mi ha concesso che voi gli conduciate i suoi figli. Voi predicate ed essi
crederanno. Avete l’obbligo di portare in cielo i suoi figli.
(...)
State certi: voi sarete per me fratelli e amici, perché mio Padre ha trovato compiacenza in voi
e in quelli che crederanno in me, per mezzo vostro. In verità vi dico: mio Padre ha preparato
una tale e così grande gioa per voi che gli angeli e le potestà desiderarono e desiderano di
vederla e contemplarla. Ma a loro non è dato di contemplare la gloria di mio Padre.
Gli domandammo:
- Che cos’è quello di cui ci parli?
Rispose:
- Vedrete una luce più sfavillante della luce normale, più perfetta della perfezione. Il Figlio
sarà perfezionato per mezzo del Padre, la luce, poiché è il Padre quelli che è perfetto, il quale
compie la morte e la resurrezione e una perfezione che supera un’altra. Io sono
completamente alla destra del Padre; io sono tutto in lui, il perfezionatore.

2. L'Ascensione d'Isaia
(Trad. italiana: M. Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento III, Lettere e Apocalissi,
Marietti, Torino 1969, p. 175-204)
(Con il capitolo VI comincia la visione di Isaia, il suo viaggio nel settimo cielo).
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VII (7): [L'angelo che lo conduce dice:] "vedrai con che bontà e serenità un tale, che è pure
maggiore di me, ti rivolgerà la parola. (8) Vedrai pure il Padre di lui, che è ancora superiore.
Io sono stato inviato dal settimo cielo, per farti luce su tutto ciò".
[Entrato nel primo cielo vede gli angeli cantare le lodi e domanda:]
"a chi è inviata questa lode?". L'angelo risponde: "
“(17) Essa è a onore di colui che si trova nel settimo cielo, per colui che tra i santi in eterno
riposa e per il suo Diletto. E di là che sono stato inviato e là essa è inviata".
[Fino al quinto cielo vede sempre un angelo sul trono e due cori, uno a destra ed altro a
sinistra, in ogni cielo sempre più grandi e più magnifici. Vedendo ciò dice:]
"(37) Io lodai l'Ineffabile e l'Unigenito che dimora nei cieli, il cui nome è investigabile da
parte di ogni carne. E' lui che concesse una tale maestà di cielo in cielo e rese grande la gloria
angelica e ancor più la gloria di chi siede in trono".
[VIII - Prima di salire nel sesto cielo, angelo gli dice:]
"(8) Io ho dunque il potere e il compito di farti salire qui, per vedere la gloria (9) e per vedere
il Signore di tutti i cieli e di tutti i troni, (10) mentre si trasforma, fino a raggiungere la vostra
apparenza e figura".
[Nel sesto cielo:] "(18) tutti invocavano all'unisono il primo Padre, il suo Diletto, Cristo, e lo
Spirito Santo".
[Isaia ammira la luce di questo cielo e si sente dire:]
"(25) Se tu ti rallegri già di questa luce, quanto più ti rallegrerai, quando vedrai la luce del
settimo cielo, dove ci sono Dio e il suo Diletto, donde io sono stato inviato. - Quelli nel
mondo sarà chiamato Figlio, (26) ma non è stato ancora manifestato chi deve venire nel
mondo corrotto".
[IX - Il capo degli angeli del sesto cielo non lo lascia entrare nel settimo, ma una voce glielo
permette. L'accompagnatore gli spiega:]
"(5) chi te permise, è il tuo Signore, Dio, Il Signore Cristo, che in terra sarà chiamato Gesù.
Tu però non puoi udire il suo nome, finché non sia salito, liberandoti dal tuo corpo".
13-18: il Cristo sarà disceso, non riconosciuto, ucciso, risorgerà e rimarrà sulla terra 545
giorni.
"(27) Vidi là un tale in piedi, la cui gloria era a tutti superiore. La sua gloria era imponente e
meravigliosa [...] (30) Egli si trasformò e divenne come un angelo. (31) Allora l'angelo che mi
conduceva mi disse: Adoralo! Adorai e lodai. (32) L'angelo soggiunse: E' il Signore di ogni
gloria quello che hai visto!"
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" (33) Mentre l'angelo parlava ancora, vidi un altro essere glorioso, che gli assomigliava. I
giusti si accostarono, adorarono e lodarono. Anch'io lodai con loro; la sua gloria non si
trasformò però conforme al loro aspetto. [..] (35) Io vidi il Signore e il secondo angelo. Essi
erano in piedi. Il secondo però che avevo visto era alla sinistra del mio Signore. (36) Chiesi:
Chi è costui? E lui a me: Adoralo, questi è l'angelo dello Spirito santo, il quale parla in te e
negli altri giusti".
"(40) Ed io vidi il mio signore adorare e così pure l'angelo dello Spirito Santo e vidi che
ambedue lodavano insieme Dio. (41) Quindi tutti i giusti si accostarono e adorarono. (42) Si
accostarono gli angeli e adorarono. Tutti gli angeli lodarono".
[In seguito Dio manda il Signore sulla terra, quindi egli discende passando attraverso tutti i
cieli, trasformandosi in forma degli angeli, per non essere riconosciuto. Compiuta la sua
missione ritorna senza nascondersi più:]
"(XI, 32) Lo vidi salire al settimo cielo, mentre i giusti e gli angeli tutti lo lodavano. Subito lo
vide assidersi alla destra di quella Grande Gloria, la cui maestà, come vi ho detto, non ero
capace di contemplare. (33) Vidi ancora che l'angelo dello Spirito Santo si sedette alla
sinistra".

4. I Padri apostolici

Clemente Romano (ca. 90)

EpCor XXIII - 1. Il Padre misericordioso e benevolo in tutto ha cuore verso coloro che lo
temono, e con dolcezza e con soavità offre le sue grazie a quelli che si rivolgono a lui con
semplicità di pensiero.
2. Perciò non restiamo dissociati, né la nostra anima si gonfi dei suoi benefici sovrabbondanti
e magnifici.
3. Non sia per noi la Scrittura quando parla: "Infelici quelli dall'animo doppio e vacillanti
nello spirito che dicono: queste cose udimmo già dai padri nostri, ora siamo diventati vecchi e
nulla di questo ci è accaduto.
4. O stolti paragonatevi ad un albero; prendete ad esempio la vite; prima perde le foglie, poi si
ha il germoglio, poi la foglia, poi il fiore e dopo ciò il grappolo verde, infine l'uva matura".
Vedete che in poco tempo il frutto dell'albero si matura.
5. In verità presto e improvvisamente si compirà la volontà di Lui, e lo attesta anche la
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Scrittura: "Egli verrà presto e non tarderà" e "all'improvviso verrà il Signore nel suo tempio e
il santo che voi attendete".
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Ignazio di Antiochia (ca. 106)

EpEf
III - 1. Non vi comanderò come se fossi qualcuno. Se pur sono incatenato nel Suo nome, non
ancora ho raggiunto la perfezione in Gesù Cristo. Solo ora incomincio a istruirmi e parlo a voi
come miei condiscepoli. Bisogna che da voi sia unto di fede, di esortazione, di pazienza e di
magnanimità.
2. Ma poiché la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia
con la mente di Dio. E Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come
anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo

IX - 1. Ho inteso che sono venuti alcuni portando una dottrina malvagia. Voi non li avete
lasciati seminare in mezzo a voi, turandovi le orecchie per non ricevere ciò che spargevano.
Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con
l’argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra
leva e la carità la strada che vi conduce a Dio.
2. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e
dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo. Mi rallegro di essere stato
stimato degno delle cose che vi scrivo, per trattenermi con voi e congratularmi perché per una
vita diversa non amate che Dio solo.

Ign, EpMagn
VII - 1. Come il Signore nulla fece senza il Padre col quale è uno, né da solo né con gli
apostoli, così voi nulla fate senza il vescovo e i presbiteri. Né cercate che appaia lodevole
qualche cosa per parte vostra, ma solo per la cosa stessa: una sola preghiera, una sola
supplica, una sola mente, una sola speranza nella carità, nella gioia purissima che è Gesù
Cristo, del quale nulla è meglio.
2. Accorrete tutti come all’unico tempio di Dio, intorno all’unico altare che è l’unico Gesù
Cristo che procedendo dall’unico Padre è ritornato a lui unito.

A Diogneto

IX, 2. Dopo che la nostra ingiustizia giunse al colmo e fu dimostrato chiaramente che come
suo guadagno spettava il castigo e la morte, venne il tempo che Dio aveva stabilito per
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manifestare la sua bontŕ e la sua potenza. O immensa bontŕ e amore di Dio. Non ci odiň, non
ci respinse e non si vendicň, ma fu magnanimo e ci sopportň e con misericordia si addossň i
nostri peccati e mandň suo Figlio per il nostro riscatto; il santo per gli empi, l'innocente per i
malvagi, il giusto per gli ingiusti, l'incorruttibile per i corrotti, l'immortale per i mortali.
3. Quale altra cosa poteva coprire i nostri peccati se non la sua giustizia?
4. In chi avremmo potuto essere giustificati noi, ingiusti ed empi, se non nel solo Figlio di
Dio?
5. Dolce sostituzione, opera inscrutabile, benefici insospettati! L'ingiustizia di molti viene
riparata da un solo giusto e la giustizia di uno solo rende giusti molti.
6. Egli, che prima ci convinse dell'impotenza della nostra natura per avere la vita, ora ci
mostra il salvatore capace di salvare anche l'impossibile. Con queste due cose ha voluto che ci
fidiamo della sua bontŕ e lo consideriamo nostro sostentatore, padre, maestro, consigliere,
medico, mente, luce, onore, gloria, forza, vita, senza preoccuparsi del vestito e del cibo.

Martirio di Policarpo (156?)

[la preghiera di Policarpo sul rogo]


XIV, 1. Non lo inchiodarono ma lo legarono. Con le mani dietro la schiena e legato come un
capro scelto da un grande gregge per il sacrificio, gradita offerta preparata a Dio, guardando
verso il cielo disse: "Signore, Dio onnipotente Padre di Gesù Cristo tuo amato e benedetto
Figlio, per il cui mezzo abbiamo ricevuto la tua scienza, o Dio degli angeli e delle potenze di
ogni creazione e di ogni genia dei giusti che vivono alla tua presenza.
2. Io ti benedico perché mi hai reso degno di questo giorno e di questa ora di prendere parte
nel numero dei martiri al calice del tuo Cristo per la risurrezione alla vita eterna dell’anima e
del corpo nella incorruttibilità dello Spirito Santo. In mezzo a loro possa io essere accolto al
tuo cospetto in sacrificio pingue e gradito come prima l’avevi preparato, manifestato e
realizzato, Dio senza menzogna e veritiero.
3. Per questo e per tutte le altre cose ti lodo, ti benedico e ti glorifico per mezzo dell'eterno e
celeste gran sacerdote Gesù Cristo tuo amato Figlio, per il quale sia gloria a te con lui e lo
Spirito Santo ora e nei secoli futuri. Amen".

5. San Giustino (+167), Dialogo con Giudeo Trifone (trad. Giuseppe Visonà, Ed. Paoline,
Milano 1988)
[a proposito delle apparizioni di Dio nella Bibbia]
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127, 2. Infatti ineffabile Padre e Signore dell’universo non va da nessuna parte, non se ne va
in giro, non dorme, non si alza, ma rimane al suo posto – dovunque esso sia – vedendo e
ascoltando con chiarezza ma non con gli occhi e gli orecchi bensì con una potenza indicibile.
Sorveglia e conosce ogni cosa e nessuno di noi gli sfugge. Non si muove, dunque, colui che
nessuno luogo può contenere, neanche il mondo intero, e che era prima che il mondo
cominciasse ad esistere.
3. Come avrebbe potuto, questo Dio, parlare con qualcuno o apparire a qualcuno o
manifestarsi in un piccolissimo angolo della terra, quando il popolo sul Sinai non ebber la
forza di vedere la gloria di colui che era stato da lui inviato e neppure Mosè fu in grado di
entrare nella tenda che aveva costruito, quando fu riempita della gloria di Dio (cf. Es 40, 35)?
Neppure il sacerdote riuscì a rimanere davanti al tempio quando Salomone introdusse l’arca
dell’alleanza nella dimora di Gerusalemme, che lo stesso Salomone aveva costruito (cf. 2 Cr
5, 14).
4. In realtà né Abramo, né Isacco, né Giacobbe né alcun altro uomo ha visto il Padre e
ineffabile Signore dell’universo intero e dello stesso Cristo, bensì hanno visto colui che
secondo la volontà di quel Padre è anche Dio, Figlio suo e, per il fatto di servire i suoi disegni,
angelo. Dio ha voluto anche che nascesse come uomo per mezzo della vergine. E’ sempre lui
che si è fatto fuoco per parlare a Mosè dal roveto (Cf. Es 3, 2-4).
5. Perché, se non intenderemo in questo modo le Scritture, ne conseguirà che il Padre e
Signore dell’universo non era in cielo quando per mezzo di Mosè veniva detto: Il Signore fece
piovere su Sodoma e Gomorra fuoco e zolfo da parte del Signore dal cielo (Gn 19, 24) ...
[critica del modalismo]
128, 2. Non crediate, voialtri, che io ripeta spesso queste cose per eccesso di verbosità, ma è
perché so che ci sono alcuni che vogliano mettere le mani avanti dicendo che la potenza
manifestatasi a Mosè, ad Abramo e a Giacobbe da parte del Padre dell’universo è chiamata
angelo quando si fa incontro agli uomini perché per mezzo suo sono annunciate agli uomini le
cose del Padre; è chiamata gloria perché a volte si manifesta in visioni ineffabili; a volte
invece è chiamata uomo perché si presenta in questa forma secondo la volontà del Padre; è
chiamata infine Verbo perché porta agli uomini i discorsi del Padre.
3. Questa potenza, dicono, è indivisibile e inseparabile dal Padre, così come la luce del sole
che è in cielo: quando questi tramonta, con lui se ne va anche la luce. Così, sostengono, il
Padre quando vuole proietta fuori la sua potenza e quando vuole la riconduce di nuovo a sé.
Insegnano poi che allo stesso modo Dio ha fatto gli angeli.
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4. Ma abbiamo dimostrato che esistono angeli e che essi sussistono stabilmente e non si
dissolvono nell’entità che li ha prodotti. Che poi questa potenza che la parola profetica –
come ugualmente è stato più volte dimostrato – chiama anche Dio e angelo non si distingua
solo di nome, come la luce del sole, ma sia numericamente distinta, è questione che ho
brevemente trattato sopra, la dove dicevo che si tratta di una potenza sì generata dal Padre con
la sua potenza e volontà, ma non per amputazione, come se l’essenza del Padre si fosse
suddivisa, come succede per tutte le altre cose che una volta divise e tagliate, non sono più le
stesse di prima. Ivi adducevo come esempio quello del fuoco che vediamo appiccare altri
fuochi: dal primo se ne possono accendere numerosi altri senza che risulti sminuito, ma
rimanendo sempre lo stesso.

61, 1. ... come principio prima di tutte le creature Dio ha generato da se stesso una potenza
razionale che lo Spirito Santo chiama ora Gloria del Signore (cf. Es16, 7), ira Figlio, ora
Sapienza, ora Angelo, ora Dio, ora Signore e che definisce se stessa Arcistratega quando
appare in forma umana a Gesù di Navé (Es 5, 13-14). I vari appellativi infatti le vengono dal
fatto di essere al servizio della volontà del Padre e di essere stata generata dalla volontà del
Padre.

Apologia I

[Dio dei cristiani e dèi greci]


XXII.- 1. Il Figlio di Dio, chiamato Gesù, se anche fosse solo uomo comune per sapienza,
sarebbe degno di essere chiamato figlio di Dio. Infatti tutti gli scrittori chiamano Dio padre sia
degli uomini sia degli dei.
2. Se poi, come abbiamo affermato sopra, noi affermiamo che Egli è stato generato da Dio
come Logos di Dio stesso, in modo speciale e fuori dalla normale generazione, questa
concezione è comune alla vostra, quando dite che Ermete è il Logos messaggero di Zeus.
3. Se poi qualcuno ci rimproverasse il fatto che Egli fu crocifisso anche questo è comune ai
figli di Zeus annoverati prima, i quali, secondo voi, furono soggetti a sofferenze.
4. Anche di loro infatti si narrano patimenti di morte non eguali, ma diversi. Cosicché neppure
nella particolarità della sofferenza Egli sembra essere inferiore; anzi, come abbiamo
promesso, nel seguito del discorso dimostreremo che è anche superiore; o meglio, questo e già
dimostrato: infatti chi è superiore si rivela dalle opere.
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5. Se poi diciamo che è stato generato da una vergine, anche questo sia per voi un elemento
comune con Perseo.
6. Quando affermiamo che Egli ha risanato zoppi e paralitici ed infelici dalla nascita, e che ha
resuscitato dei morti, anche in queste affermazioni appariremo concordare con le azioni che la
tradizione attribuisce ad Asclepio.

6. Affermazioni monarchiane:

Tertulliano, Adversus Praxean


cap. 1: "Unicum Dominum vindicat (diabolus), omnipotentem mundi conditorem, ut et de
unico haeresim faciat. Ipsum dicit Patrem descendisse in virginem, ipsum ex ea natum, ipsum
passum; denique ipsum esse Jesum Christum".
cap. 5: "Deus unum volunt esse, ut idem Pater et Filius habeatur".
cap. 27: "In una persona utrumque distinguant, Patrem et Filium, dicentes Filium carnem esse,
id est hominem, id est Jesum, Patrem autem spiritum, id est Deum, id est Christum".

Professione di fede di Callisto, che si mostra monarchiano anche se condannò Sabellio

[Elenchos IX 12, 16-18] Il Logos è il Figlio, e lo stesso è anche chiamato Padre, essendo il
solo spirito (pnema) indiviso. E tutte le cose sono ripiene di spirito divino, in alto e in basso; e
lo spirito che si è incarnato nella Vergine non è altro rispetto al Padre, ma uno solo e lo stesso
(hen kai to autó). Questo significano le parole: "Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in
me?" (Io 14, 10). Infatti ciò che si vede, cioè l'uomo, questo è il Figlio, mentre lo spirito ch'è
disceso nel Figlio, questo è il Padre. Infatti egli dice: io non affermo due dei, il Padre e il
Figlio, ma uno solo. Il Padre venuto nel Figlio e assunta la carne, unendolo a sé stesso l'ha
deificato e ne ha fatto una cosa sola, sì che il solo Dio è chiamato Padre e Figlio, e questo ch'è
un solo próspon non può essere due, e così il Padre ha patito insieme con Figlio (trad. di M.
Simonetti, Il problema dell'unità, 454).

7. Ireneo di Lione (ca. 200)


Adversus Haereses IV, 20, 5-7
La gloria di Dio dà la vita; perciò coloro che vedono Dio ricevono la vita. E per questo colui
che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e
intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e vedono.
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E' impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la
partecipazione all'essere divino.
Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà.
Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere, e verranno resi immortali e divini in forza della
visione di Dio.
Questo, come ho detto prima, era stato rivelato dai profeti in figura, che cioè Dio sarebbe stato
visto dagli uomini che portano il suo Spirito e attendono sempre la sua venuta.
Così Mosè afferma nel Deuteronomio: Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l'uomo e
l'uomo aver la vita (cfr. Dt 5, 24).
Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti
gli essere da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo,
imparano che il Padre è unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l'esistenza, come sta
scritto nel vangelo: "Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno
del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1, 18).
Fin dal principio dunque il Figlio è il rivelatore del Padre, perché fin dal principio è con il
Padre e ha mostrato al genere umano nel tempo più opportuno le visioni profetiche, la
diversità dei carismi, i ministeri e la glorificazione del Padre secondo un disegno tutto ordine
e armonia.
E dove c'è ordine c'è anche armonia, e dove c'è armonia c'è anche tempo giusto, e dove c'è
tempo giusto c'è anche beneficio.
Per questo il Verbo si è fatto dispensatore della grazia del Padre per l'utilità degli uomini, in
favore dei quali ha ordinato tutta l'economia della salvezza, mostrando Dio agli uomini e
presentando l'uomo a Dio.
Ha salvaguardato però l'invisibilità del Padre, perché l'uomo non disprezzi Dio e abbia sempre
qualcosa a cui tendere. Al tempo stesso ha reso visibile Dio agli uomini con molti interventi
provvidenziali, perché l'uomo non venisse privato completamente di Dio, e cadesse così nel
suo nulla, perché l'uomo vivente è gloria di Dio e vita dell'uomo è la visione di Dio.
Se infatti la rivelazione di Dio attraverso il creato dà la vita a tutti gli esseri che si trovano
sulla terra, molto più la rivelazione del Padre che avviene tramite il Verbo è causa di vita per
coloro che vedono Dio.

8. Tertulliano (ca. 220)


La paternità di Dio 14

Il Dio che diventò Padre


Advrsus Praxean, trad. italiana di G. Scarpat, Corona Patrum 12, SEI, Torino 1985.

V, 2. Prima di tutte le cose Dio era solo; Egli stesso era per sé il mondo, il luogo, il tutto. Era
solo, perché, oltre Lui, null’altro vi era di estrinseco a lui. Ma neppure allora egli era solo,
perché aveva con sé quella Ragione che egli aveva in sé, la sua naturalmente. Perché Dio è
razionale e la ragione è dapprima in lui; e così da lui derivano tutte le cose; la quale ragione è
la sua stessa mente. (3) Essa è ciò che i Greci chiamano Logos...
VII. 1. Proprio allora la Parola assume forma e bellezza, cioè suono e voce, quando Dio disse:
“Sia la luce” (Gn 1, 3). Questa è la reale nascita della Parola, quando essa procede da Dio.
Dapprima fu creata da Lui in ordine al pensiero sotto il nome di Saggezza – “Dio mi creò
come inizio dei suoi piani” (Prov 8, 22) – quindi generata in ordine all’azione – “quando Egli
preparava il cielo io ero con lui” (Prov 8, 27) – poi fece di lui il proprio Padre, procedendo dal
quale egli divenne il Figlio, primogenito, perché generato prima di tutte le cose ed unigenito,
perché il solo generato da Dio, propriamente dal grembo del suo cuore, secondo quanto il
Padre stesso testimonia: “Il mio cuore ha emesso la buona Parola” (Ps 44(45), 2).
2. Godendo il Figlio, che a sua volta gioisce immedesimato in lui (in persona illius), dice: Tu
sei mio Figlio, oggi io ti ho generato” (Ps. 2, 7) e “Prima della stella del mattino io ti generai”
(Ps. 109(110), 3).
3. Allo stesso modo anche il Figlio, sotto il nome della saggezza, confessa, parlando in
persona propria, il Padre: “Dio creò me inizio dei suoi piani per le sue opere, già prima delle
colli egli mi generò” (Prov 8, 22.25).

De oratione, trad. P. A. Gramaglia, Ed. Paoline 1984.


II, 1. Si comincia con una testimonianza su Dio e con un valore acquisito nella fede, quando
diciamo: “Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 9). Infatti preghiamo Dio e nello stesso tempo
esprimiamo il valore della fede perché per merito di questa possiamo usare tali parole. Sta
scritto: “A quanti credettero in lui, ha dato potere di essere chiamati figli di Dio” (Cf. Gv 1,
12; 1 Gv 3, 1).
2. A dire il vero il Signore ci ha proclamato soventissimo che Dio è Padre, anzi ha addirittura
ordinato di non chiamare “padre” nessun altro sulla terra, solo quello che abbiamo nei cieli
(Mt 23, 9). E pertanto, rivolgendoci a lui con questa preghiera, mettiamo anche in pratica un
precetto evangelico.
La paternità di Dio 15

3. Beati coloro che riconoscono il Padre! Ecco ciò che viene rinfacciato ad Israele, ecco ciò
che lo Spirito asserisce chiamando i testimoni il cielo e la terra: “Ho generato dei figli ma essi
non mi hanno riconosciuto” (Is 1, 2).
4. Quando poi lo chiamiamo “Padre”, noi implichiamo anche l’appellativo di Dio. Il termine
“Padre” nella sua semantica indica tenerezza e autorità.
5. Inoltre nel Padre noi invochiamo il Figlio. Dice infatti: “Io e il Padre siamo una cosa sola”
(Gv 10, 30).
6. E non tralasciamo neppure la madre, cioè la Chiesa, perché nel Figlio e nel Padre è
riconoscibile la madre; da lei infatti il nome del Padre e del Figlio è autorevolmente garantito.
7. Con un solo termine a largo significato o con una sola parola noi nello stesso tempo
onoriamo Dio assieme a quelli che sono con lui, siamo memori di un precetto evangelico e
denunciamo coloro che si sono dimenticati del Padre.

Tertulliano, L’Apologetico 21 (trad. I. Giordani, Città Nuova, Roma 1967, p. 103s.)

[il Figlio dalla sostanza del Padre]

Abbiamo detto già che Dio ha costruito questo universo con la parola, la ragione e la virtù.
Anche secondo vostri sapienti il logos, che vuol dire parole e ragione, è visto come artefice
dell’universo. [...] Anche noi riconosciamo la Parola e la Ragione e insieme la Virtù, - onde
dicemmo che Dio aveva composto le cose tutte, - come una sostanza propria, uno Spirito, cui
è insita la parola quando parla, è presente la ragione quando ordina e assiste la virtù quando
opera. Noi lo diciamo proferito da Dio, generato da Dio nel proferirlo, e quindi chiamato
Figlio di Dio e Dio per la unità della sostanza: che anche Dio è spirito. Così quando un raggio
è proiettato dal sole, è una parte che viene dal tutto; ma il sole sarà nel raggio, perché è raggio
del sole, e la sostanza non si separa, ma si dilata, come luce accesa da luce. La materia
matrice resta integra e intatta, anche se per più canali si protende la sua natura. Così anche ciò
che è uscito da Dio è Dio, e Figlio di Dio, ed entrambi sono uno: altro in misura, secondo per
rango, non per stato; venuto, ma non separato, dalla matrice. Pertanto, questo raggio di Dio,
come prima sempre era predetto, disceso in una vergine e fatto carne nel suo seno, nasce
uomo congiunto con Dio.

9. Origene (186-253)
La paternità di Dio 16

[natura del Padre]


Princ I, 1, 6, trad. di. M. Simonetti, I Principi di Origene, UTET Torino 1968.
Talvolta i nostri occhi non possono guardare la natura della luce, cioè la sostanza del sole; ma
osservando il suo splendore i e raggi che si diffondono nelle finestre o in piccoli ambienti atti
a ricevere la luce, di qui possiamo arguire quanto grande sia il principio e la fonte della luce
materiale. Analogamente le opere della provvidenza divina e la maestria che si rivela nel
nostro universo sono, per così dire, i raggi di Dio in confronto della sua natura e della sua
sostanza. Pertanto, poiché con le sue forze la nostra mente non può concepire Dio quale egli è,
dalla bellezza delle sue opere e dalla magnificenza delle sue creature lo riconosce padre
dell’universo (cf. Platone, Tim. 28 C).
Perciò non si deve credere che Dio sia corpo o sia racchiuso in un corpo, bensì che egli è
natura intellettuale semplice, cui assolutamente nulla si può aggiungere, perché non si pensi
che egli abbia in sé qualcosa di più e di meno: ma egli è in senso assoluto monade e, per così
dire, enade: intelligenza (mens – nous) e fonte di cui deriva ogni intelligenza e tutta la
sostanza intellettuale.

[vera sostanza – a proposito di epiousion nel Padre nostro]


La preghiera, trad. N. Antoniono, Città Nuova, Roma 1997, Collana di Testi Patristici 138.
XXVII, 7. ... Un termine simile a epiousios è scritto da Mosè, ed è parola di Dio: “E voi sarete
per me il popolo eletto (periousios – Es 19, 6)”. Ora, sembra che entrambi i termini siano
formati da ousia: l’uno a significare il pane che si muta in Sostanza, e l’altro il popolo che sta
attorno alla Sostanza e comunica con essa.
8. I filosofi affermano che la sostanza propriamente detta sia il fondamento essenziale delle
cose incorporee, quelle in cui essere non muta e non riceve aumento né soffre diminuzione.
Diversamente si comportano le cose corporee, per cui esiste accrescimento o mancamento,
per il fatto di esser labili e di aver bisogno di un qualcosa che le sostenga e le sostieni,
cosicché, se a un certo punto sopraggiunge più di quanto è fuoruscito, si ha l’accrescimento;
se di meno, una perdita. Se poi alcune cose corporee non hanno nessun apporto, sono, per dir
così, in pura diminucione.
Altri filosofi che suppongono la sostanza come accessoria nelle cose incorporee, ma
fondamento in quelle corporee, la definiscono così: sostanza è la materia prima di cui e per
cui è fatto ciò che esiste; oppure è la materia di cui constano i corpi.....
La paternità di Dio 17

[l’incorporeità = l’invisibilità del Padre]


Princ I, 1, 8
Se poi mi chiedi che cosa io pensi anche dell’unigenito, se neppure a lui dico visibile la natura
di Dio, che per natura è invisibile, ciò non ti sembri subito empio ed assurdo, perché come il
Figlio non vede il Padre, così neppure lo Spirito santo vede il Figlio. Altro è vedere, altro
conoscere: esser visto e vedere è dei corpi, esser conosciuto e conoscere – della natura
intellettuale. Perciò tutto ciò che è proprio dei corpi, non lo dobbiamo attribuire né al Padre né
al Figlio; ciò che invece appartiene alla natura della divinità è comune al Padre ed al Figlo.
Infatti anche questi nel vangelo non ha detto: Nessuno ha visto il Padre e non il Figlio, bensì:
Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio (Mt 11,
27). Di qui è chiaro che qualsiasi rapporto fra nature corporee noi indichiamo con vedere ed
esser visto, tale rapporto fra il Padre ed il Figlio indichiamo con conoscere ed essere
conosciuto, grazie alla forza della conoscenza, non alla debolezza della visibilità....
9. Se poi qualcuno ci chiede perché è detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,
8), anche di qui, come penso, la nostra spiegazione sarà ancor più rinforzata: infatti che altro è
vedere Dio col cuore, se non, secondo quanto sopra abbiamo detto, comprenderlo e
conoscerlo con l’intelletto?

[eternità della generazione del Figlio]


Princ I, 2, 2
Chi mai sano di mente cerca figura colore e grandezza di dimensioni nella sapienza per il fatto
che è sapienza? E come uno, che abbia coscienza di pensare rettamente di Dio, può supporre
che un tempo anche un solo istante, Dio sia stato privo della sapienza da lui generata? Infatti
dovrebbe dire o che Dio non l’ha generata, sì che egli avrebbe generato e tratto all’essere in
un secondo tempo quella che prima non esisteva; ovvero che Dio la poteva generare, ma – e
neppure questo è lecito dire di lui – non ha voluto. Ma a tutti è chiaro che ambedue le ipotesi
sono insensate ed empie: cioè, o che Dio da una condizione di impotenza abbia progredito
fino a potere; o che, pur potendo, abbia trascurato e differito di generare la sapienza. Perciò
noi riconosciamo che Dio è sempre Padre del Figlio suo unigenito, che da lui è nato ed ha
tratto il suo essere, tuttavia senza alcun momento d'inizio, non solo quello che si può
determinare cronologicamente, ma neppure quello che la mente può immaginare da sé e che,
per così dire, si può osservare solo con l'intelletto e l'animo: bisogna credere che la sapienza è
stata generata senza alcun punto d'inizio che si possa esprimere e immaginare. In questa
sapienza sussinstente era contenuta virtualità e forma di ogni futura creatura, sia di quelle che
La paternità di Dio 18

esistono primariamente sia di quelle che ne derivano in via accidentale ed accessoria, tutte
preformate e disposte in virtù di prescienza: proprio in relazione a queste creature, che erano
state definite e prefigurate nella sapienza, essa per mezzo di Salomone dice di essere stata
creata quale inizio delle vie di Dio (Prov 8, 22), cioè in quanto conteneva in sé stessa princìpi,
ragioni e specie di tutto in mondo della creazione.

[generazione del Figlio]


Com Gv Fr 108, trad. di. E. Corsini, UTET Torino 1968.
Dunque, il Dio Unigenito, nostro Salvatore, [è] generato unico dal Padre ed è figlio per natura
e non per adozione. Egli è nato dall'intelletto stesso del Padre, così come la volontà [nasce]
dall'intelletto. Infatti la natura divina, cioè del Padre non generato, non è divisibile, in modo
da poter pensare che il Figlio sia stato generato per una divisione o una diminuzione della
sostanza. Quale che sia però il nome – intelletto, cuore, sentimento, - che si deve applicare
alla divinità, egli divenne Padre del Verbo, emettendo il germe della volontà pur restando
indiviso (indiscussus). Questo Verbo, pur restando nel seno del Padre, annunzia Dio che
nessuno ha mai visto (cf. Gv 1, 18) e rivela il Padre, che nessuno conosce se non lui solo (cf.
Mt 11, 27) e coloro che il Padre attira a lui.

[piano salvifico del Padre]


Princ II, 1, 2; cf. I, 1, 6, trad. di. M. Simonetti, I Principi di Origene, UTET Torino 1968.
Riteniamo che Dio, Padre di tutti, per la salvezza di tutte le sue creature per mezzo della sua
ineffabile sapienza e parola ha disposto ogni cosa in modo che nessuno degli spiriti o anime
(o comunque debbano essere chiamati questi esseri razionali) viene costretto con la forza e
contro la sua libera volontà ad agire diversamente dalla sua inclinazione - altrimenti sarebbe
tolto loro il libero arbitrio e risulterebbe modificata la qualità della loro stessa natura -; ma
d'altra parte i diversi movimenti ed inclinazioni si adattano acconciamente ed ultimamente
alla concordia di un solo mondo, là dove alcuni hanno bisogno di essere aiutati, altri possono
aiutare, altri infine provocano contese e contrasti a coloro che progrediscono, per rendere più
lodevole la loro operosità e più stabile lo stato di dignità recuperato dopo la vittoria e stabilito
tra fatiche e difficoltà.

[la pedagogia del Padre]


Princ III, 1, 13
La paternità di Dio 19

Colui che viene abbandonato viene abbandonato per giudizio divino, e Dio è paziente con
alcuni peccatori non senza motivo ma perché, in relazione all’immortalità dell’anima e al
tempo infinito, giova loro non essere subito aiutati e tratti alla salvezza ma esservi tratti più
lentamente, dopo aver sperimentato molti mali. Così anche i medici, pur potendo guarire
rapidamente, allorché sospettano che il veleno nascosto si sia diffuso nel corpo fanno il
contrario per guarire, comportandosi così perché vogliono operare la guarigione con maggiore
sicurezza: infatti ritengono meglio che uno rimanga ancora per lungo tempo in preda
all’infiammazione e alla malattia perché possa acquistare la salute con maggiore sicurezza,
piuttosto che abbia l’apparenza di essere guarito subito mentre invece successivamente la
guarigione troppo affrettata si rivela effimera e viene meno. Alla stessa maniera Dio, che
conosce i segreti del cuore (Lc 16, 15) e sa in anticipo ciò che avverrà, per sua longanimità
permette forse anche per avvenimenti esterni che il male nascosto venga tratto alla luce per
purificare colui che, per sua trascuratezza, ha già accolto i germi del peccato, affinché, venuti
questi alla luce, li possa rigettar via, e anche se si è trovato oppresso da molti mali, possa in
seguito essere rigenerato, avendo ottenuto insieme col male la purificazione. Infatti Dio
amministra le anime non in vista di uno spazio, per così dire, di cinquant’anni della nostra
vita, ma in vista del tempo infinito, poiché ha creato incorruttibile la natura intellettuale ed a
lui affine, e l’anima razionale non viene esclusa dalle cure come accadrebbe nei limiti della
nostra vita.

[preghiera al Padre]
La preghiera, trad. N. Antoniono, Città Nuova, Roma 1997, Collana di Testi Patristici 138.
XV, 1. Ora, se abbiamo compreso la vera essenza della preghiera, non dobbiamo pregare mai
alcuno dei mortali, neppure lo stesso Cristo, ma solo il Dio e il Padre di tutte le cose, che
anche lo stesso nostro Salvatore pregava (l’abbiamo già detto prima) ed insegna a noi a
pregarlo. Quando infatti sentì chiedersi: “Insegnaci a pregare” non insegno a pregare se
stesso, ma il Padre, così: “Padre nostro che sei nei cieli” ecc. Se dunque è distinto il Figlio dal
Padre nella sostanza e nella persona, come si spiega altrove (cf. ComGv X, 37), allora si
dovrà pregare il Figlio e non il Padre, o entrambi, o il Padre solo. Ora, pregare il Figlio e non
il Padre, tutti riconosceranno che sarebbe una cosa assurda e contro evidenza; pregare
entrambi, è chiaro che dovremmo pregare parlando al plurale: accogliete, beneficate, elargite,
salvate e simili. Cosa che appare assurda da sola e nessuno è in grado di addurre un luogo
scritturale a suffragio di ciò; resta quindi di pregare solo Dio, Padre di tutte le cose, ma non
senza il Sommo Sacerdote che è stato costituito con giuramento dal Padre secondo la formula:
La paternità di Dio 20

“Giurò e non si pentirà: tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” (Ps 109,
4)

XXII, 1. “Padre nostro che sei nei cieli”. Converrebbe esaminare piuttosto a fondo il
cosiddetto Antico Testamento semmai vi si può trovare la preghiera di uno che chiami Dio col
nome di Padre. Noi, almeno per ora, per quanto cercammo, non abbiamo trovato. Non
vogliamo dire che Dio non venga chiamato Padre e che coloro i quali si sono accostati alla
Parola di Dio non siano chiamati figli di Dio, ma nel senso che nella preghiera non abbiamo
in alcun modo trovato qualla libertà di parola dimostrata dal Salvatore nel chiamare Dio:
Padre. In molti passi del Deuteronomio, per esempio, si parla di Dio come di un padre e di
colori che si accostarono alla parola di Dio come di figli: “abbandonasti Dio che ti generò e ti
dimenticasti di Dio che ti nutrì (Dt 32, 18). E ancora: “Non è proprio egli il tuo padre che ti
possedette, ti fece e ti creò?” (Dt 32, 6) E di nuovo: “Figli quelli in cui non c’è fede” (Dt 32,
20). In isaia: “Nutri dei figli e li esaltai; ma essi mi disprezzarono (Is 1, 2). Ed in Malachia: “Il
figlio onorerà il Padre ed il servo il suo padrone. E se io sono padre, dov’è l’onore a me
dovuto? E se sono Signore, dov’è il mio timore? (Ml 1, 6).
2. Se quindi Dio è chiamato Padre, e figli coloro che sono stati generati dalla parola della fede
in Lui, pure non è possiblile trovare presso gli antichi il concetto di una figliolanza vera e
stabile. Gli stessi luoghi che abbiamo citato, quindi, dimostrano che quelli che si dicono figli
sono sottomessi, poiché secondo l’Apostolo “fin tanto che l’erede è fanciullo, non differisce
in nulla dal servo, benché sia padrone di tutto ma è sotto tutori e curatori filo al tempo
prestabilito dal padre (Gal 4, 1-2). Ora, la pienezza del tempo è nella venuta del Signore
nostro Gesù Cristo, quando coloro che vogliono ricevono l’adozione, come insegna Paolo con
queste parole: “Poiché non avete ricevuto lo spirito di adozione per il quale gridiamo “Abba,
Padre” (Rm 8, 15).

[Padre dei fedeli]


Com Io 20, 17, 137. 140
Dio non è Padre di quelli che non amano Gesù. E siccome c'è stato un tempo in cui Paolo non
amava Gesù, c'è stato un tempo in cui Dio non era Padre di Paolo.
[140]E quand'è che Dio diventa Padre di qualcuno, se non quando questi osserva i
comandamenti? In virtù di questi, chi prima non era figlio del Padre celeste, lo diventa: ed è
La paternità di Dio 21

allora che il Padre, facendolo giungere alla rigenerazione, sì che egli diventa figlio, assume il
nome di Padre nei confronti di lui.

[Figlio non generato della sostanza]


Com Io 20, 18, 157-159
Altri però hanno spiegato l'espressione "sono proceduto da Dio" come equivalente a
quest'altra: "Sono nato da Dio". In conseguenza di ciò, costoro devono affermare che il Figlio
è nato dalla sostanza (ousia) del Padre, sicché in certo modo Dio viene a esser diminuito e a
mancare della sostanza che aveva prima di generare il Figlio, press'a poco quello che si pensa
circa le gravidanze [cf. 10, 246]
[158] Costoro poi saranno anche costretti ad affermare che tanto il Padre quanto il Figlio sono
corpo e ad ammettere, quindi, una scissione nel Padre. Ma queste sono opinioni di uomini che
non sono mai riusciti a concepire, nemmeno in sogno, una natura invisibile e incorporea, la
sola che realmente sia sostanza [Platone riservava questo termine alle entità superiori, come
idee. cf. E. Corsini, ed. cit., p. 436, n. 51].
[159] E' chiaro che gente del genere non può concepire il Padre se non in un luogo
materialmente inteso e perciò , quando il Figlio è venuto alla vita, lo debbono concepire come
passato materialmente da un luogo a un altro, non già da una condizione a un'altra, come
abbiamo inteso noi.

[il Figlio nutrito dal Padre]


Com Io 13, 34, 219-220
E non è certamente assurdo dire che non soltanto gli uomini e gli angeli hanno bisogno dei
nutrimenti intelligibili, ma anche lo stesso Cristo di Dio. Anche'egli infatti è, per così dire,
ristorato costantemente dal Padre suo, che solo è completo in sé stesso e solo autosufficiente
[cf. C Cels VII, 64].
[220] Ma mentre la folla di coloro che sono ammaestrati ricevono questo nutrimento dalle
mani dei discepoli di Gesù, che hanno l'ordine di distribuirlo alla folla (cf. Lc 9, 16), i
discepoli invece lo ricevono direttamente dalle mani di Gesù oppure, in qualche caso, dalle
mani dei santi angeli. Invece il Figlio di Dio lo riceve soltanto dal Padre suo e senza
intermediario alcuno.

[la paternità rispetto al Figlio ed ai figli adottivi]


Com Io Fr 109 (Panfilo, Apol. pro Orig. 5; Delarue IV pp. 99)
La paternità di Dio 22

Pertanto, quelli che ricevono "uno spirito di figli adottivi nel quale esclamano" Abba, Padre!"
(Rom 8, 15), e sono anch'essi figli di Dio, hanno ricevuto il potere di diventare figli di Dio (cf.
Io 1, 12). Ed essi, sebbene "non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da
Dio siano nati" (cf. Io 1, 13), tuttavia non hanno avuto una nascita pari alla nascita del Figlio
Unigenito.

[uguaglianza della Trinità]


Com Rom XIII (1141 A-B)
Infatti Cristo non è dopo il Padre, ma dal Padre. Questa stessa realtà poi, la Sapienza di Dio
l'ha fatta comprendere anche a proposito dello Spirito santo, dove dice: "Lo Spirito del
Signore ha riempito l'universo e colui che tutto contiene ha conoscenza di ogni voce" (Sap 1,
7). Se dunque il Figlio è detto "Dio sopra tutte le cose" (Rom 9, 5), e si ricorda che lo Spirito
santo contiene tutte le cose, è poi Dio il Padre "dal quale derivano tutte le cose" (1 Cor 8, 6), è
dimostrato in modo evidente che una è la natura e la sostanza della Trinità che è sopra tutte le
cose.

10. Dionigi di Roma e d’Alessandria (ca. 260)

[la difesa della monarchia]


Dionigi di Roma, Lettera alla chiesa di Alessandria
Devo pronunciarmi a proposito di coloro che in certo modo dividono, separano e sopprimono
la monarchia, domma venerabile delle Chiese di Dio, in qualche tre potenze, ipostasi distinte e
tre divinità [...]
[Sabellio] bestemmia dicendo che il Figlio è il Padre e viceversa, quelli predicano invece in
qualche modo tre dèi, dividendo la santa Monade in tre ipostasi estranee tra loro e del tutto
separate. E' necessario, infatti, che il Logos divino sia unito al Dio dell'universo e che anche
lo Spirito Santo abbia in Dio il suo soggiorno e la sua dimora. Inoltre è assolutamente
necessario che la triade divina sia ricapitolata e ricondotta ad uno solo come al suo vertice,
cioè Dio dell'universo, il Pantocratore.
La dottrina dell'insensato Marcione che divide la monarchia in tre principî, proviene dal
diavolo e non dai discepoli di Cristo [...] (in: Feltoe 177-179).

Si devono parimenti condannare coloro che insegnano che il Figlio sia un'opera (poíema), e
pensano che il Signore abbia avuto origine come una delle tante cose prodotte (hén ti tôn
La paternità di Dio 23

ontôs genoménôn), mentre gli oracoli divini gli attribuiscono espressamente la generazione
che gli è propria e gli conviene, e non plasmazione (plásin) o produzione (poíesin) qualunque.
E' una bestemmia, non piccola ma piuttosto grande, dire che il Signore fosse prodotto
(cheiropoíeton) in qualche modo (Feltoe 179).

Non si deve dunque dividere in tre divinità l'ammirabile e divina unità, né abbasare con l'idea
di produzione la dignità e la sovrana grandezza del Signore, ma si deve credere in Dio Padre
onnipotente ed in Gesù Cristo suo Figlio e nello Spirito santo e (credere) che il Logos è unito
al Dio dell'universo. Poiché egli dice: `Io e il Padre siamo una cosa sola' (Io 10, 30) e `Io sono
nel Padre e il Padre è in me' (Io 14, 10-11). Soltanto così, infatti, si può salvaguardare la
Trinità divina e predicare la santa dottrina della monarchia (Ed. Feltoe 181 - 182).

[come Dio è il Padre del Figlio]


Dionigi Alessandrino, Elenchos kai apologia
Nessuno dei nomi da me usati possa essere separato e distinto dall'altro. Parlai del Padre e
così indicai il Figlio nel Padre prima di nominarlo. Parlai del Figlio e anche se prima non
dicessi niente del Padre, egli non può essere concepito se non nel Figlio. Parlai pure dello
Spirito Santo, ma nello stesso tempo indicai come e da chi proviene. [...] Il Padre non può
essere separato dal Figlio perché è Padre e questo nome è causa dell'unità (synapheia). Anche
il Figlio non può essere separato dal Padre, perchè la denominazione "padre" indica l'unione
(koinônia). Nelle loro mani c'è lo Spirito che non può essere separato da chi lo proferisce e da
chi lo porta. [...] In tal modo allarghiamo (platúnomen) la Monade in Triade senza dividerla e
la Triade uniamo (synkephalaio metha) in Monade senza diminuirla. (in Atanasio, De
sententia Dionisii 17, 1-2).

Se qualcuno dei [miei] accusatori, dal momento che chiamai Dio fattore di tutto e creatore,
pensa che l'ho detto anche in rapporto al Cristo, osservi che prima l'avevo nominato Padre in
cui è incluso anche il Figlio. Dopo aver detto che il Padre è fattore ho aggiunto che non è
Padre delle stesse cose di cui è fattore perché giustamente si comprende che Padre è uno che
genera... Il Padre non è fattore se si chiamasse fattore soltanto chi lavora con le mani. Presso i
greci, però, anche i sapienti vengono chiamati fattori delle loro tesi e Apostolo parla di quelli
che `praticano la legge' (Rm 2, 13). Si parla pure di mozioni interne come virtù o vizio, che
vengono fatte, come dice Dio: `aspettavo che facessero giustizia, ma fecero ingiustizia' (Is 5,
7) (Sent., 20, 3)
La paternità di Dio 24

Allora non chiamo il Logos opera, né Dio suo fattore ma Padre. Ed anche se parlando in fretta
in un discorso sul Figlio chiamassi Iddio fattore, pure questo posso difendere. Infatti, anche i
sapienti tra i greci si chiamano nello stesso momento fattori delle loro tesi e i loro padri. Pure
la Scrittura ci chiama fattori delle mozioni che vengono dal cuore quando parla di coloro che
`praticano la legge' (Rom 2, 13), `giudicano' (1 Mac 6, 22; Gv 5, 27) e 'praticano la giustizia'
(1 Gv 2, 29; 3, 7) (Sent 21, 3).

La nostra mente emette il logos da sé, come disse il profeta: "il mio cuore ha emesso una
buona parola" [Ps 44(45), 2]; uno è diverso dall'altro (sc. la mente e il logos) e a ciascuno di
loro spetta un altro luogo, a lui proprio: uno risiede nel cuore, l'altro sulla lingua, nella bocca,
e si muove. Non sono, però, separati né privi l'uno dell'altro: nous non è logos e logos non è
senza mente ( nous), ma la mente produce (poiei) il logos manifestandosi in esso, e il logos
mostra la mente nella quale è diventato [se stesso]. La mente è il logos interno (enkeimenos),
e il logos è la mente che sale all'esterno. La mente passa a essere logos, il logos invece
contiene in sé la mente e la porta gli ascoltatori. In tale maniera la mente, mediante il logos,
occupa uno spazio nelle anime degli ascoltatori, entrandovi con il logos, ma nello stesso
momento è padre del logos in quanto [la mente] esiste per sé. Il Logos invece è figlio della
mente, perché non può essere prima di essa e neanche può procedere insieme a lui da qualche
luogo esterno, ma è germogliata da lui. Così anche il Padre, Mente suprema e universale, da
principio possiede il Figlio, suo Logos, Interprete e Messaggero (Sent. 23, 3-4).

11. Ario (ca. 323)

[l’eccellenza del Padre]


Lettera ad Alessandro di Alessandria
(Il Cristo, a cura di M. Simonetti, 1986, 77ss)
1. Al beato papa e vescovo nostro Alessandro, da parte dei preti i dei diaconi, salute nel
Signore.
2. La nostra fede, che ci viene dai padri e che anche da te, beato papa, abbiamo appreso, è la
seguente. Sappiamo che esiste un unico Dio, solo ingenerato, solo eterno, solo senza
principio, solo vero, solo che possiede l’immortalità, solo sapiente, solo buono, solo potente,
che giudica regge e governa ogni cosa, immutabile e inalterabile, giusto e buono, Dio della
Legge, dei profeti e del Nuovo Testamento. Egli ha generato il Figlio unigenito prima di
La paternità di Dio 25

tempi eterni, e per mezzo di lui ha creato i tempi e tutte le cose: lo ha generato non in
apparenza ma in realtà, per propria volontà lo ha fatto sussistere, immutabile e inalterabile,
creatura perfetta di Dio, ma non come una delle creature, genitura, ma non come una delle
geniture.
3. [...] Affermiamo che il Figlio è stato creato per volere di Dio prima dei tempi e dei secoli,
ed ha ricevuto dal Padre la vita, l’essere e la gloria, mentre il Padre sussiste insieme con lui.
4. Infatti il Padre, nel dare a lui l’eredità di tutto, non ha privato se stesso di ciò che possiede
in sé stesso senza essere stato generato, in quanto è fonte di tutte le cose. Sicché esistono tre
ipostasi; e Dio che è causa di tutte le cose è senza principio assolutamente solo; invece il
Figlio, generato dal Padre fuori dal tempo e creato e fondato (Prov 8, 22-25) prima dei tempi,
non esisteva prima di essere stato generato, ma generato fuori dal tempo prima di tutte le cose,
egli solo ha derivato l’essere sussistente dal Padre. Infatti non è eterno né coeterno né
ingenerato insieme col Padre, né ha l’essere insieme col Padre, come dicono alcuni sulla base
del principio di relazione, introducendo così due principi ingenerati. Ma in quanto monade e
principio di tutto, Dio esiste prima di tutto; perciò esiste anche prima del Figlio, come
abbiamo appreso anche da te che insegnavi in mezzo alla chiesa.

12. Rufino di Aquilea (340-410)

Spiegazione del credo

4. Credo in Dio Padre onnipotente. Quasi tutte le Chiese d’Oriente tramandano così: Credo in
un solo Dio Padre onnipotente. E ancora, nella frase che segue, dove noi diciamo: e in Gesù
Cristo, unico Figlio suo, nostro Signore, gli orientali tramandano: e in un solo Signore nostro
Gesù Cristo, unico Figlio suo, cioè professano un solo Dio e un solo Signore, secondo
l’autorità dell’apostolo Paolo (1Cor 8, 6). Ma questo punto lo riprenderemo appresso; ora
invece esaminiamo l’espressione in Dio Padre onnipotente. Dio, secondo quanto può pensare
la mente dell’uomo, è definizione di quella natura o sostanza che è al di sopra di tutto. Padre è
parola che racchiude un mistero profondo e indicibile. Quando senti nominare Dio, intendi
una sostanza senza inizio e senza fine, semplice e senza alcuna mescolanza, invisibile
incorporea indicibile incomprensibile, nella quale nulla c’è di aggiunto, nulla di creato. Non
ha infatti creatore colui che è il creatore di tutte le cose. Quando senti nominare il Padre,
intendi il Padre del Figlio, il quale Figlio è immagine della suddetta sostanza (Eb 1, 3; Col 1,
15). Come infatti nessuno è detto signore se non ha un possedimento o un servo su cui
La paternità di Dio 26

esercita il dominio, e come nessuno è detto maestro se non ha un discepolo, così anche un
padre in nessun modo può essere definito tale se non ha un figlio. Perciò con lo stesso nome
con cui Dio è definito Padre si dimostra che anche il Figlio deve parimenti sussistere col
Padre.
In che modo poi Dio Padre abbia generato il Figlio, non voglio che tu lo esamini né che con
troppa curiosità ti introduca nel mistero di questa profondità: c’è infatti pericolo che, mentre
scruti con troppa insistenza lo splendore della luce inaccessibile, tu venga a perdere anche
quella modesta capacità visiva che per dono divino è stata data ai mortali (Prov 25, 27). Che
se poi tu credi che su questo argomento bisogna sforzarsi in ogni modo di comprendere,
proponiti prima alla mente le realtà che sono alla nostra portata: se riuscirai a spiegarle
coerentemente, allora spingiti dalle realtà terrestri a quelle celesti, dalle visibili alle invisibili
(Rom 1, 20). Dapprima spiega, se ne sei capace, ed esponi in che modo la mente, ch’è dentro
di te, generi la parola e quale sia in essa lo spirare della memoria. Come mai queste facoltà,
pur diverse di fatto e per operazione, tuttavia sono una cosa sola per sostanza e natura? e
come mai, pur procedendo dalla mente, non si distaccano mai da questa? Se poi queste
facoltà, benché si trovino in noi e nella sostanza della nostra anima, tuttavia ci sembrano tanto
più nascoste quanto più sono invisibili all’occhio corporeo, esaminiamo realtà più accessibili.
In che modo la fonte genera da sé il fiume? da quale forza è trasportata la rapida corrente?
perché mai, pur costituendo il fiume e la fonte una sola e inseparabile realtà, tuttavia né la
fonte può essere intesa o chiamata come il fiume né il fiume come la fonte? E tuttavia chi avrà
visto il fiume vede anche la fonte. Esercitati prima nella spiegazione di queste cose ed
esamina, se sei capace, ciò che hai tra le mani: e allora passeremo a realtà più sublimi. E non
credere che io ti voglia convincere a salire subito dalla terra al di sopra dei cieli; ma prima, se
sei d’accordo, ti condurrò a questo firmamento che si vede con gli occhi, e qui, se sei capace,
spiega la natura di questa luce visibile: in che modo questo fuoco celeste generi da sé lo
splendore della luce; in che modo produce anche il vapore; e pur essendo tre di fatto, tuttavia
nella sostanza sono una cosa sola.
Se sarai riuscito a indagare tutte queste realtà, sappi che il mistero della generazione divina è
tanto più eccelso e trascendente quanto il creatore è più potente delle creature, quanto
l’artefice è superiore alla sua opera, quanto colui che sempre è, è più nobile di colui che ha
cominciato ad essere dal nulla. Perciò bisogna credere che Dio è Padre del suo unico Figlio e
nostro Signore, non bisogna sottoporlo ad esame. Infatti non è permesso allo schiavo discutere
circa la nascita del padrone. Lo ha affermato il Padre dal cielo dicendo: "Questo è il mio
Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo" (Mt 17, 5): il Padre afferma che
La paternità di Dio 27

quello è suo Figlio e comanda di ascoltarlo. Il Figlio dice: "Chi ha visto me ha visto anche il
Padre", e: "Io e il Padre siamo una cosa sola", e: "Io sono uscito da Dio e sono venuto in
questo mondo" Gv 14, 9; 10, 30; 16, 28). Ma allora chi oserà mettersi in mezzo, per discutere,
fra queste parole del Padre e del Figlio, e dividere la divinità, distinguere la loro volontà,
spezzare la sostanza, tagliare a mezzo lo Spirito, dire che non è vero ciò che afferma la
verità?. Perciò Dio è vero Padre, in quanto Padre della verità, e non crea dall’esterno ma da
ciò ch’egli stesso è genera il Figlio: in quanto sapiente genera la sapienza, in quanto giusto la
giustizia, in quanto eterno l’eternità, in quanto immortale l’immortalità, in quanto invisibile
l’invisibile, in quanto luce lo splendore, in quanto mente la parola.
5. Quando poi abbiamo detto che la Chiesa d’Oriente tramandano un solo Dio Padre
onnipotente e un solo Signore, bisogna intenderlo in questo modo: uno è detto non riguardo al
numero ma riguardo alla totalità. P. es., se uno dice: un uomo, o: un cavallo, qui egli ha
introdotto uno in senso numerico; infatti ci può essere un secondo uomo e un terzo, e così per
il cavallo. Ma là dove non si può aggiungere un secondo e un terzo, se si dice uno, questo
nome non ha valore numerico ma indica la totalità. Così, se, p. es., diciamo: un sole, qui uno è
detto in modo tale che non si può aggiungere un secondo e un terzo: infatti il sole è uno solo.
Perciò ben più a ragione quando si dice un solo Dio, uno è detto con valore non di numero ma
di totalità: cioè, egli è detto uno solo perché non ce n’è altri. Analogamente anche riguardo al
Signore bisogna intendere che uno solo è il Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale Dio
Padre esercita la dominazione su tutte le cose. Di conseguenza la parola che segue definisce
Dio onnipotente.
Dio pertanto è detto onnipotente perché esercita il dominio su tutte le cose. Ma tale dominio il
Padre esercita per mezzo del Figlio, secondo quanto dice anche l’Apostolo: "Perché per suo
mezzo sono state create tutte le cose, visibili e invisibili: sia i troni sia le dominazioni sia i
principati sia le potenze" (Col 1, 16). E di nuovo, scrivendo agli Ebrei, dice: "Per suo mezzo
stabilì i secoli, e lui ha costituito erede di tutte le cose" (Eb 1, 2). Che se per mezzo del Figlio
il Padre ha stabilito i secoli e per suo mezzo sono state create tutte le cose ed egli è l’erede di
tutte le cose, è anche per suo mezzo che il Padre esercita il dominio su tutte le cose. Infatti,
come la luce deriva dalla luce e la verità dalla verità, così dall’onnipotente è nato
l’onnipotente, secondo quanto anche nell’Apocalisse di Giovanni è detto dei Serafini: "E non
si fermavano mai notte e giorno dicendo: Santo santo santo il Signore Dio, che era e che è e
che verrà onnipotente" (Ap 4, 8). È definito onnipotente colui che verrà: e chi altro è colui che
verrà se non Gesù Cristo il Figlio di Dio?
La paternità di Dio 28

Qui è aggiunto nel Simbolo: invisibile e impassibile. È bene sapere che queste due parole non
si trovano nel Simbolo della Chiesa di Roma. Ma sappiamo che presso di noi sono state
aggiunte a causa dell’eresia di Sabellio, cioè quella che i Latini definiscono Patripassiana, in
quanto afferma che proprio il Padre è nato dalla Vergine e sostiene che egli si è fatto visibile e
ha patito nella carne. Pertanto, al fine di respingere tale empietà riguardo al Padre, i nostri
predecessori hanno aggiunto tali parole ed hanno definito il Padre invisibile e impassibile.
Sappiamo infatti che il Figlio, non il Padre, è nato nella carne e in forza della nascita carnale il
Figlio è diventato visibile e passibile. Ma per quanto attiene alla sostanza immortale della
divinità che per lui è una sola e la stessa del Padre, in tal senso non crediamo visibile e
passibile né il Padre né il Figlio né lo Spirito Santo. In quanto poi il Figlio si è degnato di
assumere la carne, egli nella carne è stato visto ed ha patito. Tutto ciò anche il profeta aveva
predetto con queste parole: "Questo è il nostro Dio: e nessun altro sarà ritenuto tale a
confronto con lui. Ha trovato ogni via di conoscenza e l’ha data a Giacobbe suo figlio e ad
Israele suo diletto. Dopo è apparso in terra e si è trattenuto fra gli uomini" (Bar 3, 36-38).