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«Concluse un’alleanza con il popolo

e gli diede uno statuto e una legge»


(Gs 24, 25)

Giosuè, capo carismatico, eletto da Dio, successore immediato di Mosè, raduna tutte le tribù di
Israele nella pianura presso le due montagne di Ebal e Garizim, a Sichem. Sichem è un luogo
celebre dell’antichità, ricco di ricordi, di tradizioni per tutto il popolo di Israele. A Sichem Mosè
convoca tutto il popolo, sia direttamente sia nei suoi principali rappresentanti.
Come le tribù d'Israele radunate da Giosuè in Sichem, in questa Chiesa di Salerno – per molti
motivi, insieme alla Chiesa di Vallo di Lucania, legata alla storia dell’«Associazione Internazionale
Rinnovamento Carismatico Servi di Cristo Vivo» – sono ora radunati i membri e i responsabili
dell’Associazione per celebrare in questo XXXI Congresso Internazionale il riconoscimento
pontificio e l’approvazione dello statuto da parte della Sede Apostolica.
Scorrendo il documento e ripercorrendo i lineamenti dell’Associazione, troviamo tre elementi di
consonanza con l’evento di Sichem.

1. Fare memoria — Come le tribù di Israele a Sichem vogliamo anzitutto fare memoria della storia
che ci ha condotti sin qui, storia abitata da Dio e luogo della sua manifestazione: «Ricordati di tutto
il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per
umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i
suoi comandi» (Dt 8, 2).
Tutte le tappe che sono seguite sino ad oggi – dai primi passi di p. Michele Vassallo al contributo
offerto da p. Emiliano Tardif, fino al primo riconoscimento concesso dai vescovi locali, ai fruttuosi
scambi con la Conferenza Episcopale Italiana e alla definitiva approvazione da parte del Pontificio
Consiglio per i Laici – ci ricordano che non siamo soli né siamo i soli o i primi a compiere questo
cammino di fedeltà al Signore e di apertura all’azione dello Spirito «a servizio della missione
santificatrice ed evangelizzatrice Chiesa» (Introduzione).
La nostra azione trova il suo luogo naturale entro la vita di un popolo, che è il popolo di Dio,
quello di ieri come quello di oggi e di domani, perché il dono di Gesù Cristo e l’incessante azione
dello Spirito hanno segnato la vita di tantissime persone prima di noi e ancora continueranno a
segnarla, e noi siamo parte di questa immensa folla che cammina e rende grazie animata dal dono
pasquale del Salvatore.
Noi non siamo i primi ad impegnarci nella «nuova» proclamazione dell’Evangelo, nella
catechesi e nella promozione della santificazione universale (cfr. art. 10, § 2); non siamo i primi a
sottolineare l’urgenza dell’incontro personale con Gesù Cristo quale fondamento della perfezione
cristiana (cfr. art. 10, § 2); non siamo i primi a porre la Scrittura, i Sacramenti e la preghiera di
adorazione e di intercessione quale fondamento della nostra vita spirituale e della nostra attività
apostolica (cfr. Introduzione; art. 10, § 2); né siamo i primi a proclamare la nostra devozione e il
nostro amore per lo Spirito Santo, così come a possederne una esperienza personale (cfr.
Introduzione).
Questa considerazione – che lo Statuto ripetutamente ci suggerisce – è un indizio prezioso, che
non solo ci radica profondamente all’interno della storia del popolo di Dio, ma ci dice che siamo
strumenti, invitandoci ad interrogarci con serietà sul nostro rapporto con il presente, sul rapporto
con la tradizione ricevuta e il suo significato, sul dialogo con le situazioni pastorali in cui siamo
inseriti, affinché l’annuncio del regno di Dio sia sempre più efficace e puntuale.

2. La scelta — «Scegliete oggi chi volete servire», invita Giosuè; e il popolo risponde: «Noi
serviremo il Signore» (Dt 24, 15.21).
Facciamo nostra la domanda di Giosuè; e vedremo che lo statuto ci presenta molteplici, opportune
risposte, a più livelli, che con cordiale adesione siamo chiamati a far nostre:
A livello ecclesiale generale:
– vogliamo essere «a servizio della missione santificatrice ed evangelizzatrice della Chiesa»
(Introduzione; cfr. art. 10, § 4);
– vogliamo essere a servizio del Signore Gesù, aperti all’azione dello Spirito Santo (cfr. art. 2, §
2),
– vogliamo «aiutare e collaborare [...] per un risveglio della fede cristiana» (art. 10, § 1);
– vogliamo dedicarci all’annuncio del vangelo e alla catechesi «rivolta a tutti» (art. 10, § 2);
– vogliamo «aiutare tutti i battezzati a vivere una vita cristiana più perfetta» (art. 10, § 2);
– vogliamo porci a servizio delle vocazioni suscitate dallo Spirito (cfr. art. 10, § 2);
a livello delle Chiese locali:
– vogliamo collaborare con tutti «i legittimi pastori a tutti i livelli», obbedendo, oltre che al
Romano Pontefice, «ai vescovi delle diocesi» in cui operiamo, «alle competenti Conferenze
Episcopali» e ai legittimi superiori dgli Istituti religiosi (cfr. Introduzione);
– vogliamo collaborare con i vescovi diocesani per favorire, sotto la loro direzione, il risveglio
della fede cristiana (cfr. art. 10, § 1; v. anche art. 13);
a livello del mondo carismatico:
– vogliamo «aiutare e collaborare [...] per un cammino carismatico unitario» (art. 10, § 1);
– vogliamo promuovere e accompagnare il cammino di discernimento sia dei nascenti nuovi
gruppi di preghiera (cfr. art. 10, § 3; v. anche 18, § 2 sub b) sia la crescita di quelli già
essitenti (cfr. art. 18, § 2 sub c);
– vogliamo sostenere «il cammino personale verso la santità» e «la crescita dell’amore e
dell’aiuto reciproco tra i membri» affinché divengano nella compagine ecclesiale il sale e il
lievito evangelici (cfr. art. 10, § 5);
a livello interno:
– vogliamo tutelare e promuovere a tutti livelli la natura, il carisma e la spiritualità
dell’Associazione (cfr. art. 18, § 2 sub a).

3. Il segno — A memoria dell’assemblea, Giosuè «scrisse queste cose nel libro della legge di Dio;
prese una grande pietra e la rizzò là, sotto il terebinto, che è nel santuario del Signore» (Dt 24, 26).
Quale segno per questo nostro convenire al XXXI Congresso Internazionale?
Il primo segno è la qualità di fede della nostra vita, come singoli fedeli e associati. Ricorda infatti
lo statuto: «Una persona, qualsiasi sia stata la sua vita passata, può essere ammessa
nell’Associazione, purché abbia purezza di intenzioni e il retto desiderio di servire il Signore Gesù,
aprendosi all’azione dello Spirito Santo» (art. 2, § 2).
Il secondo segno è la qualità evangelica dell’Associazione nel suo concreto strutturarsi e vivere,
a cui lo statuto fa numerosi richiami.
Ad esempio, il passo di Mt 18, 19-20 («Se due di voi sopra la terra si accorderanno per
domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre
riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»), strettamente legato al tema del perdono, viene
posto come fondamento della costituizione dei gruppi di preghiera.
Ancora, il gruppo dei 12 apostoli (Mc 3, 13-15: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli
volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a
predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni»), richiamato a proposito del Consiglio
internazionale (art. 17, § 1) e quello dei 72 discepoli (Lc 10, 1-12: «Dopo questi fatti il Signore
designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava
per recarsi...») citato in riferimento al Comitato internazionale (art. 18, § 1) trovano il proprio punto
di contatto e la propria ragion d’essere nella missione ricevuta direttamente dal Signore Gesù.
E non si dimentichi il genitore esemplare indicato come modello del fondatore/animatore del
gruppo di preghiera (art. 20, § 2): come non pensare al Padre che «darà cose buone a quelli che
gliele domandano» citato da Gesù in Mt 7, 9-11?
Il terzo segno è il riferimento alla comunità primitiva – esemplare nella sua capacità di
accogliere il seme dell’Evangelo di Cristo – così come appare dall’esplicito riferimento ad At 2, 42-
47 («Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione
del pane e nelle preghiere...») a proposito delle Comunità di membri che assumono i consigli
evangelici (art. 8, § 2), ma soprattutto il gesto dell’imposizione delle mani come segno
dell’invocazione del dono dello Spirito sui membri più giovani (art. 4, § 2).