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LA

STORIA DELLE PIANTE


DI

TEOFRASTO

---
VOLGARIZZATA E ANNOTATA

DA

FILIPPO FERRI MANCINI

R Cl;\I J\
ERMANNO LOESCHER & C.0
(BRETSCllNELDEm E H"Whl::-!U..t:RU)

1901

i
LA

STORIA DELLE PIANTE


LA

STORIA DELLE PIANTE


DI

TEOFRASTO
VOLGARIZZATA E ANNOTATA

D,\

flLIPPO FERRI MANCINI

RO!\IA
ERMANNO LOESOHER & O.•
(Bm:rscmnmma E H.1-;<,F.XInmo)
1900
l'HOl'HIE"r,\ 1.1-:Tn:ICAHI,\
PREFAZIONE

Se si consideri a che larghezza e profondita di


cognizioni sia pervenuta ne' tempi moderni la scienza
che tratta dei vegetali, i primi scritti degli antichi
filosofi intorno alla natura delle piante. anzi le stesse
due opere di botanica di Teofrasto, tenute in così
grande onore per pi(t secoli, parranno certamentl' ben
poca cosa ; ma, d'altra parte, checchè si 1iensi del va­
lore intrinseco di cosl latti lavori, per la storia ,!ella
botanica saranno sempre documenti preziosi e ,la es­
sere esaminali e studiati con ogni diligenza. Le opere
poi cli Teo(rasto sulle piante, anche per un altro ri­
spetto, devono richiamare la nostra attenzione, es­
sendo i primi trattati di botanica che si conoscano r,
quel eh',') pili, condotti con metodo fondato sull' o,;ser-
VI PREFAZIONB

vazione, quantunque non sempre diretta, dei fatti.


Queste opere si collegano strettamente con i libri na­
turali d'Aristotele e fanno parte di quel movimento
scientifico, per il quale gli Ellenici appaiono come i
veri fondatori di tutte le scienze.
Poichè, sebbene altri popoli antichi si fossero de­
dicati a speculazioni e indagini scientifiche, come per
esempio, i Caldei e gl' Indiani, nondimeno soltanto in
Grecia ci fu un indirizzo schiettamente scientifico e
suscettibile di vero progresso. I Greci mossero da\-
1' osservazione profonda e geniale del mondo esterno
e interno, e animati da uno spirito indagatore delle
leggi della natura, si trovaron anche dotati <li facolt!J.
atte a investigare le ultime ragioni ,!elle cose. Gi!J. fln
,lai tempi di Talete, d'Anassimandro e d'Anassimene,
noi li vediamo volger l'acume della loro mente alla ri­
cerca degli elementi costitutivi dei corpi, per modo
che la loro prima filosofia fu la filosofia della natura.
Con la sofistica, purgata presentemente da molte delle
antiche accuse, la filosofia progredisce, 1 ma cambia
direzione, passando dallo studio del mondo fisico a
quello dell'animo umano. Socrate che combatteva i

l La Sofistica vogliono che acuisse l'intelletto greco e coope


rnsse al perfezionamento della prosa attica, Per un certo tempo
la Sofistica fu confusa con l'Eristica, la quale. comhnttcndo per
combattere, si vantava. di saper contraddire a ogni tesi.
PREFA7.!0:"IE VII

�ofisli. perchi, non volevano ammettere una verità as­


soluta e riducevan tutto 11 opinione individuale, pure
gl'irnitò nel tenersi lontano dalle indagini sulla natura,
e richiamò le menti all'analisi interna dello spirito. 1
Platone lo segui in parte per questa via; ma con l'al­
tPzza ,lei suo intelletto che spaziava per un mondo
trascf'ndentale, immagini, poi un nuovo sistema, s11-
bli111,,, se si vuole, ma ,lei t11tto lontano dall'esperienza
ch'Pgli giudicava estranea alle ricerche scientifiche. 2
Le interrotte fila della primitiva speculazione, ante­
riori' alla sofistica, cioe ,!ella scuola ionica, della scuola
pilag-orica, degli Eleatici e di Empcdocle che scrissero
pocrn i sulla natura, l'uron riprese da Aristotele che
richiamò la filosofia da un mondo ideale alla realtà.
Il metodo dello Slagirila, nello studio delle cosr
naturali, è londalo sul!' induzione {i1t�ywy,i). Per quanto
si voglia celebrare Bacone e il suo metodo induttivo
che ha scl1iusa la via a tutte le grandi scoperte fisi­
che tlf'i tempi modPrni, non si può negare che Ari­
sto!Ple non 111ovesse g"iil dal!' esperienza e tlall' ana­
lisi ,wcurala e minuta dei latti. Se cadde in discrP­
dito !"Aristotelismo, fu colpa di ![UB' peripatetici dPi
trm pi posl!'riori, che, seg-uenrlo pii1 la lettera che lo

1 XENot'H, : ne fartù1 et dictis l,'oc1·. I.


:! .\msT. : OJ)el'a 011inùi, Amhrosio Firmiu Di<lot, editor<·.
l',tri:siis, 1�78. II, pp. 434, 4::J5.
\"ilJ i>ltEFAZIOtU':

spirito <lel grande mne:-;tro, s'anilavan Sl'lllprc pii1 al­


lontanando dal rnru mr•todo di lui.L'impulso impresso
da Aristotele allo studio rlellr scienze otlcnnn tosto
o tardi il pii1 grande successo: e dico sciPnzc a�solu­
tamente, perchi, cli tutte <'gli getti, le prime e più salcle
fondamenta. Alla precisa ed offic:acr csposizionn ,l,•lla
materia vi concorreva ancora la ,p,alith della for­
ma da lni prescelta: poiel11\ 1111antunq11r. r.gli avrssP
da prima usalo il dialogo, 1 come� focn costantomcmlr.
Platone, pure nPlle opere che ci rimangono, ' tro­
Yiamo il vero trallalo con 1limoslrazioni r·igorosP,
spoglio di tulli q11egsli ormtmPnli 1\i stile\ pii, pro­
pri clclla poesia e dell' eloq11nnza dm del sever·o lin­
guaggio xdcmtiflco n di<la!-ìcalic:o. La St,n·ù1, d(•gli Ani­
mali di AristotclP, per acu11H'. originaliU1 e prol'ondil:1
di osservar.ioni, i, anche og-;.!'Ld'1 reputala un capnln­
Yoro; n il Cuvi<.•r ùic:Pva di non polerla higg-crP, :-;cnr.a
esserne preso dalla pii1 grandr i a1111nirazionn. :i Con la
SltJria degli Ani,w1,li si connettono In upcrn: [)f!lle
parti de(Jli Animali, Della g(!nera�ione (ht!fli ,1.11.imuli
e 11uclla Del carnminare degU :Ininutli. Tra g-li scrilLi

I Han B11silio ass1!ris1·c (J.;pi:sl. lfi7) che .\ristr)t1·h·. 1i T1•nfn\.."itO


i,;mr-ttr.ssero 111 fornm 1Iialo�ic11. riconr,scP:::idosi in 1·.s:1:1 inli.·riori
1l Platone.
2 Eccetto alcuni lh11111w·11ti. V. ,\r,1sT1rr., op. cit. /•'1·a.,111w11lrr
.-,h1Jjtotdis, pp. 15 1· srg::.
3 /listob-e cles is,·iewi:11 11r1t,m:lles, I. I'· I lii.
PRK1''AZION'E n:
attrilmiti ad Aristotele ce n' è uno diviso in due libri
e intitolato Delle Piante. La critica moderna_ lo vuo­
le apocrifo, dicendolo di l'ìic:olò Damasceno; e tale è
l'opinione del Mayer che lo tradusse in Ialino e )(}
commentò. Ma due lavori ben più estesi sulle piante
e complemento dei trattati sulla scienza della natura
scritti da Aristotele, sono la Storia delle Piante, e
delle Cause delle Piante di Teofrasto, discepolo e con­
tinuatore della scuola dello Stagirita.

Le notizie intorno alla vita di Teolra�to le ab­


biamo da Aulo Geli io, da Strabone, da Ateneo. da Suirla,
da Cicerone e, molto partieolarcggiate col catalogo
delle sue opere, tla Diogene Laerzio nelle Vite dei
chiari filosofi. ' Teofrasto figlio di un Melanta, tintori'
o smacchiatore,• era nato in Ercso nell'isola di Le­
sbo verso il 371 a. C., un spclici anni dopo Aristotele. •
In patria studiò sotto LeuCiJIPO o, come altri leggoncJ,

1 De Vit!S et Apophthegmatihus clarm·wn philosophontm


tani X, g1"(iece et latine) cum. sztbiunctis integl'i� mwotatiouib�
Is. Casauboni, 'l'h. Aldoln·mulini et Me,•, Casaubuni etc. �\m
stelttcdmni, 1692.
2 0.::0fp::r.inc,; i'lhÀi"Tou xv:t?ù,,;, c.I ò! Aiov"t"c..:;. Così Suida. Nei
Cm·attm·l X, XIX, XXX certe allusioni parrC'blit'l'O remini­
scenze dcll' arte pntcrna.
a Il ::J71 n. C. è congetturn fo)l(latll su alcuni p.irLicohH'i dcll11
vita di Tcofrm;to.
PRBP'AZIONB

Alcippo, 1 suo concittadino; indi si traslerl ad Atene,


dove seguitò eia prima Platone e poi Aristotele, nella
cui scuola ebbe a condiscepolo, come scrive Stra­
bonc, Fania, anch' esso di Ereso, investigatore ac­
curato della natura delle piante, secondo che apparisce
,lai /'rammenti de' suoi scritti conservatici da Ateneo.
Strahonc racconta anche r1uesto, che il vero nome di
'feof'rasto fosse in origine 'firtamo, e che Aristotele
lo volesse cambiato in Teolrasto per evitare la caco­
fonia o asprezza del primo nome e per alludere an­
che alla grazia ciel suo favellare. 2 Soggiunge poi che
se• Ari�totelfl potè render facondi tutti i suoi discepoli,
rese Teofrasto lacon<lissimo.
La storia <li Teolrasto i, strettamente legata a
1 1uella del suo maestro, massime per quel tempo che
g-li successe nell' insegnamento della filosofia. Morto
I '.\lx.{'::,...�:., lmbent MBs. quidam; quos inter Pl<Yrtntinus, 'llt
pulo 1·ccli1ts. Le1tci1,pus Eresius 110n fuU. Mcungio in Diog.
op. dt. li, p. 204.
2 ( 'oi,;i dicono unchc Diogene, 8uic1a e tutti gli nntichi. Il
Tcnncman nota che Jo:rcso fu dn prima nominate. Tyrtnmos.
Il rnordnni, rispondendo iii Monti che lo conault:.avn. sul signi­
lic;tto cli alcune voci greche, dimostrò cotesta mutazione di
nome non potere css�r nitro che una tavoltitte.. l>el resto, per
quanto Tcoti'nsto favellasse hc:nc. scrive Cicerone (De Claris
(h·ato'l'il,11s 46) che la sua pnrlat.n. lo rivclù suhito forestiero a
un,, \"(�c·l'hierella di Atene.
PREP'AZIO:-lE Xl

Alessandro, Aristotele per le sue relazioni con l'estinto


monarca, fu preso di mira e accusato d'empietà; on­
de, affidata a Teofrasto la direzione del Liceo, dovette
abbandonare Atene e si ritirò in Calcide, dove mori.
Aulo Gellio ci racconta in che motlo Aristotele avesse
voluto proporre Teofrasto a suo successore. Essendo
Ari,totele nel sessantesimo secondo anno di età e trc­
vandosi in mal ferma salute, i suoi discepoli se gli
fecero iI\torno, pregandolo caldamente a voler indi­
care chi gli dovesse succedere nella sua scuola. Tra
cotesti discepoli ce n'eran molti valenti, ma due spe­
cialmente, Teofrasto di Lesbo ed Eudemo I di Rodi,
superavan tutti gli altri per ingegno e dottrina. Ari­
stotele promise che a tempo e luogo avrebbe fatto
quanto essi domandavano ; e, in vero, passati alcuni
giorni e trovandosi a conversar di nuovo con loro,
prese a dolersi del vino che beveva, come quello che
era aspro e insalubre, e li pregò a volergliene pro­
curare del migliore, di Hodi o di Lesbo che fosse.
Recatigli i vini desiderati e assaggiatili : tutt' e ,tue,
disse, son buoni ; ma rp'iwv ò Ab�co;. Da queste parole,
graxiose e modeste nel tempo stesso, tutti s'accorsero
che designava per suo successore Teofrasto. '

1 r�udcmo, non )[enedemo, come hanno le edizioni nntiche.


2 A. (ho:LLI Noct. Att. XIII, 5. Diogene scrive che Teo-
"111 PUPlZIOMB

Come già era avvenuto a Socrale e Aristotele, an­


che Teofrasto lu accusato di empietà ; ma il popolo lo
difese. L'ebbero caro i re Tolomeo e Cassantlro, e gran
favore dovette go,lere nei 11ieci anni (317 a 307) che
Demetrio Falereo! già suo discepolo, era slato posto
da Cassandro al governo di Atene. Quanilo però, ces­
sato il governo d i Demetrio, nessun filosofo, per la
legge di un tal Sofocle, pote tener più scuola in Atene
senza un decreto del senato e del popolo, ·reofrasto
si vide obbligato a partire ,li la e non vi ritorno se
non dopo che, per opera di Filone, gli Ateniesi ebbero
abrogata la legge e, per soprappiù, multato ,li cinque
talenti lo stesso Sofocle,.
Teol'rasto ebbe discepoli mollissimi ; si vuole che
fossero un duemila, tra i quali Menantlro, il principe
della commedia, Demetrio ram meni.lii.o di sopra e Ni­
comaco figlio d'Aristotele. Diogene ci ha conservato
il suo testamento, nel quale si vede ,pianto il fllosolo
onorasse e amasse Aristolclc e Nicomaco, o come
pensassci di provvedere, an<:ho dopo morte, agli stu1 1 i

fn1sto isuccc�c nd Aristotele ncll'Olirnp. 1 14. Il P11 l111C"erlo (Earc.


in optimos auct. gracoos) IKISticnf! che si dchha lt�ggcrc : nrl :i0
nnno <lcll'Olimp. 114, pcrchi! in tale nnno Arh,totiilc ei ritit'il in
Cl\lcidc, e non pnr rngioncvole che Teofraslo gli succcdesRc
due anni prima.
PREFAZIONE XIII

fllosoflci, lasciando orto, passeggi e case a quegli


amici che volessero insieme attendere alle lettere e
alla filosofia.
Vicino a morte, riferisce Laerzio che pronunziasse
questa sentenza: Quando cominciamo a vivere, allora
si muore; e Cicerone aggiunge che avesse accusato
la natura d'aver concesso lunghissima vita ai cervi e
alle cornacchie, ai quali poco ne importava, e brevis­
sima agli uomini, ai quali ne importava assaissimo; e si
lagnava che allora appunto si dovesse morire, quando
si cominciava a sapere. ' Quest'ultime parole furono
ripetufe da san Girolamo nell' epistola a Nepoziano,
dove afferma che Teofrasto, se pur non si debba leg­
ger Temistocle, ' morisse a cento e sette anni, contro
quanto scrive Diogene che lo dice morto a al.tanta-

1 'l'heophrQ8tus autem 11lQrrens accuBCUJSe naturam dicitur,


quod cervis et cornicfbuB vitam diuturnam ; quorum i· d nihil
interesset : 1,ominibus, quorum maa:ime inter{uissetT tam e:r:iguam
vita.m. dedisset : quorum Bi at'tas potuis,et esse langfnquior, futu­
rum fuisse, ut, omnibus pe,"{ecJ:iB artihus, omni doctrina hominum
vita eMJ.diretur. Q,uerebatu,· igitur ae tum, quu11, illa videre coepù­
set, ,.,.tinuui. Tusc. III, 28.
2 Tutti i codici e le antiche edizioni hanno ThemiBUJC1.es in­
vece di 1'heophrastus, nome che fu probabilmente sostituito,
pcrchè In sentenza riferite. era veramente di Teofrasto. Del
resto, notava il Casaubono nel Commento ai Caratteri, se il
filosofo fosse vissuto cosi lungamente, l'avrebbe notato Cicerone
XIV PK!.P'AZJO!fB

cinque. Onorato anche dopo morte, ebbe solennissime


esequie col concorso di tutto il popolo ateniese.
Diogene Laerr.io ci ha lascialo i titoli di pii1 lii
dugento opere � trattati scritti da Teofrasto intorno
alla Grammatica, alla Rettorica, alla Dialettica, alla

nelle Tuscolenc, là do\"c dice che T. si clolc\"a d<"IIR hrc,·it..'t


della vita umana, e l'nvrcihhcro nominnto Luciano nel auo lihro
O::EfÌ. "tUv p.:uc.po�(.,)v, dove notA tutti i fllo1iott più longevi. e ('rn­
eorino che fa altrettanto nella sua opera De J>ie Natali cap. Hi.
Se poi san Girolamo chhc scritto Temistocle, <'.8Cluso Tr.mi­
stocle capitano ateniese. non ci resterchhc tra i ttlosoH noti
di questo nome se non uno de' due stoici, o quello nomlnn:o
da I..ougino o l' altro da Plutarco, a cui snn Girolamo 11.vrr.hhe
applicato le. sentenza teofrnetea. Il l'almerio (&ere.) per <1ue­
ste regioni conclude : locus 1/�ronymi. . . . . infirmum ,atis esf.
m·gumentum. Ma due altri argomenti contro l' f1S.'4crzionc cli
Diogene che vuol morto T. " 85 anni. sono cavati l' uno dnl
Proemio ai l'a'l'tltteri e l' altro dal Lih. IV, cnp. 14 delln Htm·ia
delle Piante. Schbene dai fntti ncccnnnti nel caratteri VI 1 [
e XXIII si deduca che que' due cnpitoli fossero stflti scritti
nel 319 a. C., ossia quando T. era in ctA di 52·Anni (THEOl'Ji.
Cha,-••• erkli17-t .•• von d. phil. Guell. zu Leipzig. Leipzlg, 1Hrl7,
p. LVII), tuttfl.vin, <1uando scriveva il l'roemio, dice Il filosofo
di essere già vissuto ti!) anni : 11.21 �,�,wx.�J� ln1 l"vs'l't,xc.Y't'Q. l-.vi�.
Ora non volendosi teut,r come errftti i codici di Lacrzio nè SU JI
porre che Laerzio St.e$0 nbhia prci;o un abhaglio, si credette
che fosse da leggersi : !fiar..:,,.�11.c.vn invece <li lvv,.'",xo'IITII, Di poi
i critici moden1i, anche JWr nitre r11gic.ni, hanno gimlicn.10
apocrifo il Prormio (.A. RoMJ71 i J Cctratltri morali di 'l'., J,'i-
PRl::FAZIONB X V _-

Psicologia, alla Morale, alla Politica, alla Fisica, al-


1' Astronomia, alla Mineralogia, alla Zoologia, alla
Botanica, alla Medicina, alla Musica, ali' Aritmetica ;
e tli monografie intorno agli antichi filosofi greci. Al­
tre opere sono citate dallo Scoliaste tli Apollonia,

renze, 1899, p. 7). Più grave è quanto ai legge nel cap. 1-1
del Lib, IV della SI-Oria. Plinio alfermn esplicitamente che T.
acrivcssc quest' opera nell'anno 440 di Roma (313 a. C.), os­
ala nella età di 58 anni (XIII, 30, 16. XV, 1. I). Nel!' oper•
stessa di T., Lib. IV, 3, 2 si fa menzione di Ofella, generale
di Tolomeo Lagida che col ano esercito corse pericolo di morh'
di fame e di sete, quando marciava contro Cartagine. Questo
fatto av,·enne nel 308 a. C. (Diod. Siculo), avendo allora T. 63
anni. Nel medesimo quarto libro, al cap. 81 4 dice T. che
Antigono adoprò il papiro di Siria per farne canapi di navi.
Antigono ebbe il governo della Siria Del 311 e mori in Isso
nel 301 a. C., quando T. era nell'età dai 60 ai 70 anni. Dalla
fondazione ùi Cirene fino a Simonide arconte di Atene, dice
nel Lib. VI, a, 3, sono corsi al più 300 anni : e Simonirle fu
arconte nel 311, a. C. Nel Lib. V, 8, 1 ai parla degli alberi
abbattuti da Demetrio (Poliorcete) per In costruzione della sun
grande go.lea; il qual fotto� cou1c t1sserisce K. Spr.engeJ nelle
ene annotazioni a T. si può porre nel 30:i, eontaudo il filo­
1

sofo 68 anni. Tutti cotesti fai.ti essendo riferiti come cosa pas­
sai.a, se ne conclude soltanto che T. abbia scritto, parte aJ- ,
meno dcll_a storia, dopo il euo sessantesimo otto.vo 11.nno. L'anno
allegato da Plinio, la. c_ui tcst.imonianza, del resto, non è di
gran valore, potrebbe intendersi del tempo in cui T. sta.va
scrivendo 111 stona, piuttostochè ùi quello in cui l'ebbe com-
XVI PRfFAZIONK

dallo Scoliaste di Pindaro , da Giuliano, da Simpli­


eio, da Alessandro di A frodisia. cla san Girolamo,
,la Plinio, da M. Antonino e rla Suide. Molte di queste
sono anelate perdute, e fino a noi sono giunte soltanto :
La Sto,-ia delle Piante, Delle Cause delle Piante, i
Caratteri etici e, in fra mmenti pii1 o meno estesi,
Del Senso e dei Sensibili, Del/e Pietre, 1 Del Fuoco,

pita. Ma nel Lih. IV, cap. U, li, parlando di un ventu


che abhrucin gli alberi, preci"'"n l'anno in cui scrivc,·e., dicendo
essere ciò in singolar modo nvYcnuto quKrant' anni innanzi,
essendo allora arconte Ar<:hippo. Il qu11Ic fu arconte, come
ocrive Diodoro (18, 58), al tempo del consolato di L. Pnplrio
e di Q. Elio (Emilio) il 4:J4 4:J5 di Rom!\ (:J20 :JLO a. C.) ; per
il che T. nvrebbe scritto questo tratto della Storia l'onno 280,
novantesimo primo di aua età. Il Pnlmerio (E:rerc.) volendo so-­
stenere l' esntLCzzn dell'a.aserzioue di Diogene, propose che si
dovesse leggere òt' hwv ,n":if',,v invece di ,1nczpiJC.c.vn. Qne�
sta sostituzione o rcintegrezion<.' del testo, riporterebbe In dat.A
al :H6. Ma nllora come concilinre questa. d11t.a con la menzione
.che nello stesso libro IV si ti., di Antigono e di OtcJla, di Si­
monide n<.'I VI, dt Demetrio nf�l V, tutti a.vvenimcnt.1 di parec­
chi anni posteriori al 31 6 ? C' i· dunque rngione <li_ dubit:Jtre elci
so1i ottantncinque Rnni di vita che Diogene nssegtu1. a Teofrasto
e da credere a una strRordinnrin longevità del filosofo.
1 Questo libro fu scritto non primR del 316 a C., dicendo
Teofrasto (50) che la preparazione del _cinabro era stata intro­
dotta da un certo CA.Ula atcDh!se, circa novant'anni prima clel­
l'arcont.uto di Prassibulo, il quo.le fu arconte nel 316 a. ç.
l'RB1"AZ1UNI!: XVII

Degli Odori� dei Venti; Dei Segni delle Procelle, Della


Stanche:;:;a, Della Vertigine, Del Sudore, Del Deli­
quio, Della Paralisi, Della Metafisica e altri cen­
settantotto frammenti minori. L'esame di queste opere
ce lo fa conoscere seguace e continuatore d'Aristotele,
ma con una certa indipendenza, cliversamente dal suo
condiscepolo Eudemo che non osò allontanarsi in nulla
daÌle dottrine del maestro. 1

Come si rile\'a da' suoi scritti, da' titoli delle sue


opere perdute e dalle testimonianze degli antichi, Teo­
frasto sì dedicò più che aÌle generali speculazioni sulla
natura dell'essere, allo studio dei fatti e a ricerche
empiriche. Le sue teorie riguardanti la metafisica e la
psicologia non si dipartono gran fatto da quelle d'Ari­
stotele, per quanto sì può giudicare dai frammenti,
spesso oscuri, riportati dagli antichi commentatori,
specialmente da Simplicio. 2 Nondimeno, come rife­
risce questo filosofo, egli avrebbe contro l'opinione di
Aristotele, negato l' esistenza del luogo (-co1t�), non
considerandolo se non come mero assetto (T<>;<<;) e po -

I SIMPL. Phya. 29, a: h EùSlj!Lo,; 'l'G;'1 'Apta't'o-t!.Att ncfv't'cr. l!°v1.'t"�­


xc.Àou'!JWv.
:11 Citiamo questi frammenti, secondo il numero con cui
!!ODO registrati in TBEOPHR, ERESII, Op� ... Parisiis, editore
A.mbrosio Firmin Didot, 1866.
X\'Jll

slzionc (iji�•,) dei corpi. 1 Si dilunga dal maestro anche


nella teoria ùel moto chl' egli tiene come hase ili ogni
camhiamento. li tempo, determinazione nmneri(·a di
moto per Aristotele, è definito da Teolrasto un acei­
dente del moto ,tesso (TJ/1;5,�·r;-.ò; TI), 2 Estese poi il molo
a tutte le categorie, ' dove per Aristotele non sussiste
che in quattro, cioi• nella sostanza, nella qualiti1, nella
quanti la e nel lu,igo. • E contro la dottrina aristotelica
che nell'anima non ammetteva il molo, ma sollanto
delle energie, • Teofrasto voleva che l'anima fosse in
moto, sebbene non a modo del corpo; e vi distingueva
due moti. l'uno corporeo, l'altro incorporeo: al primo
attribuendo l'appetito, il ilesirlerio e la collera : al se-

1 O·j;< l�':"L 'lC:t::. ·�!Jt},v l)·Jah ,t; 6 T61toc n:u. t'� t'i;u n1 ùi:!t
,.Qv i:to1id't'o1v. Fr. XXII.
' Fr. XXXVIII. ARIST, in Natur. Auscult. IV, I l , 5,
t'Ci�'t'O "(�� l,;TtV I., /_F,;v,:,;, if,L:S!L-Ò; :t:vf,a..:w; IC.2.t"à 'l'b �@�nrov x.•ii �?TE�OV.
3 "Ev !A-tv -:;'1 ito(:C'!L�' t"7,; x.1VT,G".atot; na:z.tn 'i'�}dv CE.,:,,11 ; e.l?71
6021 x.n'lir,;,rl:i.i. Fr. XX.
" Lo Zcller in Philosophie <lcr <lriec.1um, Tilbingen t 84ti,
Zweitcr Thcil p. ;J')R, sostient.· che la dottriua. di T. sulle c11.­
tcgorie non bia dn. intender.iii in senso tl�l tutto contrario ,ul
Aristotele
.s .\ri�totclc diceva che l' ir:1, In compassione e vn dicendo.
non sono moti clcll'anima, ma solnmcnte moti dell' uomo per
mezzo dcll'nnim<l, Zcllcr. o. c. p. 485.
PREFAZlONE X IX

condo, il giudizio e la conoscenza. 1 E pPrb trova diffi­


coltà nello spiegare l' intelletto separato (vou; xo,,,,,d;)
indipender.te dall'attività organica; e non dissimula
d'indebolire il concetto saldamente posto da Aristotele
della differenza essenziale tra l'anima e il corpo. 2
L' accusa fatta a Teofrasto di non distinguere, par­
lando del moto e della sua relazione con l' energia,
l' energia stessa dal divenire fisico, secondo lo Zel­
ler •, non è fondata •.

1 A( !'-lv tp i;tii; x:il xi lm:n,f,Licir.t xxl òpy�ì c;t,1r,,,ntul x1 ..T,1u: 1i;


E1c.l x:r.l «l1tò 't'O"J't'wv &fz->1v l-;.o".J'j:v, S,:u òl 11,flc.u; x:iì ::r.i:wplou, n'Jn;
o�x laTIV e:ii; Eupov a,�y.i:.tv iÀÀ' lv tliJT"� T� 'fuz� x . ì � ir'I'.� uì ·�
ivipyii,x x�l TÒ TEÀ?;. Fr. LIII.
2 Tuttavia vogliamo notare che nel frnmmento citnto
(LIII), parlando dell' animn, dice : 6 yo:j;, xrit'•T6..., 't't "''roi; x:i.l
Ou6npov é.tT.i: �·Ìj l;wOn l 7t e: t atldv.
' Op. cit. p. 568. Vedi F'r. XXIV. Vedi anche RITTER,
Gesch. d. Ph. III, p. 4U.
' L'ENCYCLOP,UmtA. BRIT.-\:S'1ICA all'articolo Peripatttics, cosi
parla della logica tcofrastea : • Thcophrastus ..... aucl Eudemus
of Rhodes wcre clistinguished by 11 lcarnzd diligencc r:1ther
than by originnl speculative power. They ma.de no innovntions
upon the ma.in doctrines of their master� and their industry is
chicfly d.irecte:1 to supplementing his works in minor particu­
le.rs. Thus they amplifled tbc Aristotelian logie by the theory
of the hypothetical nnc\ diajunctive syllogism. and acldcd to
the first figure of the cathegorical syllogism the flvc moode
out of wich the fourth fi1rt1re wns after>vards constructecl. The
xx PREFAZIONE

In ([uanto alla divinità, Teofrasto scrisse: i.,,,,,;. "'P'


�·..3'J O:.it,,·J in sci libri e rr�p·: ��,..;" in tre ; ma di queste
opere non conosciamo altro che i titoli, tramanda­
tici da Diogene. Pare che ammettesse un solo prin­
cipio diYino, per il quale tutte le cose sussistono e
durano : 1 il che , come nota qui giustamente il
Brucker, ò conciliabile con la dottrina aristotelica di
un primo motore.' Cicerone, per altro, faceva un rim­
provero a Teofrasto <li tenere come divinità ora il
cielo, ora lo spirito, ora l<l stelle : accusa ripetuta da
Clemente Alessandrino, ' ma lo Zeller crede che Cice­
rone abbia preso un equivoco. •

impuh;e towards natural science and the systematizing of empi­


ricnl (lct.n.ils wich distinguishcd Aristotle from Plato was shared
hy Thcophrastus. llis Lwo ,.,.·orks on the llistory of Planf.tl and
l'auses of Plants, prove him to bave hcen a carcful and acuto
ohserver. •
1 0iifL '"f11l "fi 'Jl'iv-;t,JV à.fJ'..� 3�' ;,i; &-:.cr.V't':% Xll\ ltJ"t'I x:z} Ò1�(Uvu.
H·. XII, 4.
2 1/iatmia critica pliiloJiophiae, T. I, P. II, L. 11, Lipsiae 1767.
v,�di P.r. XJI, 5.
3 Xec vero 1'heoplira11ti inc01UJta11tia ferenda est. Modo enim

menti dicinum tribuit pri11cipatum : 1nodo cae'lo : tum autem Bi­


ynia 11iden·bus'JU.e caelestibua. De Nat. l)ear. I, 13, 35. E Cle­
mente Aleissandrino : •o Ol 'Epiaco; 0i.?l'f:tO"'t'o� 6 'Ar1aTc..,t1ou,
liw�l}L'J; 'Jl'"Ì [,Ùv ,;,1rxv�.... r.ì; � r.vt'ij!-1-1 't'�V !rtÒ'I' :J-:-;ovoil. Fr. XIV.
1

' Op. cii. p, 5G9.


PREFAZIONE XXI

Cicerone lo rimprovera anche per alcune sue


dottrine intorno alla morale ; e dice eh' egli a\·eva
diminuito alla virtù il suo valore, negando che la fe­
licità 11otesse esser tondata meramente sulla virtù : 1
anzi aggiunge che, ben diverso da Zenone, avesse ta­
gliato i nervi alla virtù •. Sebbene, come fa Aristotele,
asserisse che la vita dell' uomo sapiente dev' essere
volta alla contemplazione e cognizione delle . cose ',
pure diversamente dagli Stoici, rifugge dal dolore
e lo teme '; e afferma nel libro sulla Fortuna che in
nessun modo ci possa esser beatitudine in mezzo agli
strazi del corpo. 5 Fu poi, secondo che riferisce lo st<'sso
Cicerone, censurato dalle scuole di tutti i fllosofi,perchè
nel suo Callistene avesse approvato la molle sentenza :
Vitani regit fortuna non sapientia. • E poco scrupo-

1 Spoliavit vfrtutem su.o deco1·e, imbecillamque ,reddi'dit, quod


11egavit in ea sol.a potritum esse beate vivere. Acad. I, 9, e De
Fin. V. 5.
2 Zeno nullo moda UI e1"at, qui, ut Tlt.eophraatus, nervo.i -cir-
tu& ineùkree. Acad. I, IO.
3 De Fin. V. 4.
' Tusc. 8, 30.
6 'I'lieophrCUJtU8 de. fortuna, de cruciatu corpo1'is di':I:it, cum
quihus coniungi beatam vita,n nullo modo passe putavif. De
J.'in. V. 26.
• Tusc. V, 3.
XXII

!oso in !atto lii morale si sarebh!' mostrato nel libro


chi, ha per titolo 1Jell'.:l;11ici:;ia, <love non dubita di
,uhorclinare i dovcl'i morali, in cose per altro non
g1·a,·isf:ime, a un gran hene che sia per derivarne a un
amil'o. 1 Cicerone, del resto, non ostante tutte le sue
censure, lo Zcller le chiama ùcclamazioni, è costretto
a coulessarc che nel concetto ùel sommo bene non
si ì• sostanzialmente allontanalo dalle dottrine del
maC'stro. 2
Le iùce di Teofrasto sul!' etica si possono anche
dedurre ùalle definizioni ùc' vizi ne' suoi Caratteri
7,z,wali che rigtiarùano la vita privata, la pubblica,
lo stato e la religione. Concorda con lo stile ùi questi
CaraLteri quanto troviamo scritto nel frammento tl' un
suo l ibro sul matrimonio, riportato da san Girolamo ',
nel 11uale Teol'.rasto sostiene che l' uomo dedito alla
scienza non ùeve ammogliarsi, perchù ne avrebbe un
impedimento pc' suoi studi, non potendo nel tem110
stesso attendere a questi e alla consorte. Ma la pittura·

i l'a1'Vci et tenuls vel turpitudo vel infamia subeunda e,;,


si ea re ma{J'lla 1ttilita.B amico qu<U1·i potest.At.:L.G!!.r,L. N. A. 1,3,
A. <�<·Jlio crede che Cicerone ahhin consult.nto QUC!Bto libro di T.
'! De B1tmnw autem bono... non umper idem clicm·e viden­
tur : 1UC in summa tamen 1j,sa. ntd vm·ietaa est ulla... aut
intu· ipso:J clissentio. JJe l•'in. V. 5.
:i Adversus Jovinianum, I, 47,
PREFAZIONE 'X'XIIJ

che fa delle stravaganze d' una donna, ha piuttosto


forma di satira che di serena analisi filosofica. 1

Ma checchessia tli queste dottrine filosofiche, i


suoi studi furon volti principalmente alla storia na­
turnle, come e dimostrato dai titoli di molti de' suoi
scritti perduti, da parecchi frammenti e dalle due
opere che ci sono pervenute quasi nella loro'integrità:
[,a Stoi·ia delle Piante e Delle Cause delle Piante.
Alla compilazione della Storia delle Piante attese
per molti anni, .e già vecchio. ' L' opera l' abbiamo
presentemente divisa in nove libri, ma Diogene scrive
che fossero dieci : e, in vero, avendo parlato nel libro
quarto fino a tutto il capitolo decimosecondo, tielle
piante acquatiche, col decimoterzo prendé a trattare
della longevità dei vegetali : per il che c'è da credere
che il quarto sia la riunione di due libri. Il codice
di Urbino ha un libro decimo, ma è ripetizione
del nono, per altro con molte varianti, dalle parole
""" �i F•�wv del capitolo ottavo, fino a 11.<l'ix,T�, ��uTò
y,.,,,,a, del diciannovesimo.

1 Lotfl.rio (Innocenzo III) p.1rlando degl' incomodi del ma­

trimonio nclln sua opera: De contemptu mundi, deve nvere


nvuto innanzi ngli occhi questo frammento tcofrastco. Ct'r. an­
che il Iloman ,w la Rose.
2 Vedi not.<t cronologica a pp. XIII e segg.
'I.XIV PREFAZIONE

L' opera e condotta con beli' ordine. Nel primo e


secondo libro d,1 le teorie generali sulle parti ddle
piante e sui diversi modi di propagazione. Poi, ve­
nendo ai particolari, tratta nel terzo, degli aìbcri e dei
frutici; nel quarto, d'alcune piante pro11rie di certe
regioni, delle pian le acquatiche e dcll'efa e vita degli
alberi. Nel quinto, sesto, settimo e ottavo, si parla
della qualità e dell' uso dei legnami, dei suffrutici,
delle erbe, dei grani e dei legumi. Il nono libro,
che il Wimmer giudica un' appendice alla Storia
delle piante, ' tratta dei succhi e delle piante aroma­
tiche. li filosofo si diffonde molto intorno alle parti,
delle quali si compone la pianta e cerca, senza per�
insistervi troppo, di paragonare le piante agli ani­
mali. È evidente eh' egli segue l' andamento e il
metodo dei primi capitoli della Storia degli Animali
di Aristotele.
La classificazione è indicata dall' argomento dei
diversi libri : albero (ò'ivb'p,.,\ frutice (601,·n;), suffrutice
(9péya"-'•), erba (,:òa). 2 Questi sono i generi sommi
(np·oca ••• 1,i·r-""" ,,ò''i). È in sostanza la fondamenta!

.divisione dei vegctali,stabilita dal Cesalpino e dal Tour-

1 Theoph. E1·esii, Ilist. Pla.nt., cmondavit .. F'RID. W1m, 1ER.


Vratislavio.e, 1842, p. IX.
2 I, ::i.
PREFAZIONE xxv

nelort. Divide poi queste quattro classi in generi,


specie e varietà e, quando può, distingue le specie
stesse in domestiche e salvatiche, sebbene sia del
parere d' Ippone che voleva ogni pianta dome­
stica o salvatica, secondo che è o no coltivata. 1 Ac­
cenna anche ad alcune famiglie ; e nomina , per
esempio, le graminacee, le leguminose, tra le quali
rettamente comprende anche alcuni alberi, le coni­
fere, le ·palme. Parla di maschi e femmine, ma per
lo più non secondo verità, poichè non aveva nessuna
nemmen lontana idea degli organi ond' é composto
il fiore. È vero che riconosce la necessità di portare
i fiori maschi della Phoenix dactyli(era a contatto
dei fiori femminei : 2 ma è da sapere che ciò era stato
già scritto da Erodoto, cent'anni prima. :'i:ella descri­
zione del terebinto dice · che c'è il maschio e la fem­
mina ; e che il primo, perchè sterile, è �hiamato
maschio. ' Nota anche i fiori sterili di alcune cucur­
f
bitacee. ' Tratta difusamente delle pianle acquatiche
e ne forma una famiglia speciale. Le fungie, le ma­
drepore e, in genere, i polipi coralligeni per lui non

' I, 3.
2 II. 8, 4, Caus., III, Hl, 1 .
• Ili, 15, 3.
' I, 13. 4.
'.I.XVJ PREFAZIO�E

sono altro che erbe petrificale. Nomina in diversi


luoghi le crittogame più comuni : i tartufi, i funghi,
le J'r.lci ; ma non le seppe esaminare come il suo con­
cittadino fania il quale, secondo che riferisce Ateneo,
f
af ermò esservi piante che non hanno nè fiori nè
organi di fruttificazione apparenti; e citava appunto
i funghi e le felci.
Esamina accuratamente la forma delle foglie : nel­
le composte, distingue le pari . pennato dalle impari­
pennate e ha il concetto rli foglie e foglioline. Dicenrlo
le, toglie delle graminacee simili a quelle <!ella canna,
si verle come notasse la direzione parallela tielle loro
nervature. Considerò poi le foglie come organi della
nutrizione e affermò che ric�vono il nutrimento per
le vene e p<'r le fibre, in ugual modo, rlall'una e dall'al ­
tra suporficir. •
Tra arbusti ed erbe, nonostante che li avesse
già definiti generi sommi, dimostra che non ci può
essere alcuna distinzione filosc,fica ; ' e cita la malva,
il mirto e gli erbaggi che, lasciati in terra, rami­
ficano. In r1uanto ai semi, riferl l'opinione di Em­
peùoclo che li paragonava alle uova ùegli animali. '
Trattando ,!elle graminacee ,, delle leguminose, av

I J. 10, ;).
' L c. :1.
�' (tt llS. ! . j'
PRH.FAZfONE X.X\"U

verte che i semi di quelle sono di un sol ,:otiledone;


e gli altri, di due : distingue anche gli angiosper­
mi dai gimnospermi. 1 Nel libro ottavo al capitolo
{JUinto, osserva che i semi ricevono il nutrimento
dalla placenta. Chiama carne (7J.�) il tessuto cellulare,
come fece Aristotele parlando d�gli animali; e col
nome di fibre (k;), pare intendesse in qualche modo
i fasci fibro-vascolari.
Fece un' importantissima osservazione che lo
Schneider chiama /ocus classicus, sulla struttura del
fusto della palma, dicendola al tutto diversa da quella
di altri alberi ; ' e, parlando della corieccia, notò che
tutti gli alberi muoiono se si scortecciano intorno in­
torno. •
Dalle osservazioni d' indole generale, dalla mor­
/ologia e dallo studio delle funzioni, JJassa non di rado
ad applicazioni pratiche, conformi agli usi de' suoi
tempi. Cosi, nel libro quinto, esamina le qualità dei le­
gm,mi, sia che debbano essere adoprati per fabbriche,
sia per costruzioni navali, per masserizie, per mobili.
Tratta dei carboni, ' e distingue quali siano buoni
agli usi llomesticl, quali alle officine dei metalli. De-

1 .Non però nel senso scientifico moderno.


2 V, 3, 6.
• IV, 15 .
• Nel!' opuscolo n,pl ì./�.,, (16) parlR del carbon fossile.
Xli.VIII PBBP'AZIONB

scrive minutamente il modo cli cavare la pece clalla


teda delle resinifere e di raccogliere l'incenso. Nota
certe piante i cui succhi fanno dar volta al cervello ;
e cita per l'appunto lo stricno. Negli ultimi capitoli dr!
libro sesto, ragiona dei suffrutici e dei fiori ria intrec­
ciar ghirlande e ne forma una classe (7a,,.,,.,;J,.aT�).Parla
diffusamente della caprificazione (ip,w.7J.Lò;), proce�so
che serviva ad affrettare la maturazione dei frutti del
fico coltivato. 1 Tra le specie vegetali da lui in singo­
lar modo descritte, vogliamo rammentare il Ficus in­
dica, la Plwenix dactyli(era, la Trapa natans e varie
qualitil di pini. 2
L' opera clelle Cause delle Piante, vien dopo la
Storia. ma l'autore vi deve aver lavorato per molli
anni. E, in vero, nel primo libro si parla di cosr.
come da poco accadute, essendo arconte Nico,loro, '
il qual<', secondo Diodoro, fu arconte nell'anno terzo
dell' Olimpiade 1i6 (31-1 a. C.), quando Teofrasto era
nell'eia cli 57 anni, mentre, come abbiamo visto, at­
tendeva ancora a (i3 e 68 anni, a scriver la Storia. '
L' opera che, secondo un' osservazione del \ViPs-

1 Il. B.
2 Nella Storia sono nomin11.oo un 455 pinnte.
8 I, 19, 5.
' Vedi nota cronologica a pp. XIII e scgg.
PREFAZIONE :XXlI

ner, 1 dovrebbe piuttosto denominarsi : Sulle Cause


della Vita delle Piante, è divisa in sei libri, sebbene
Diogene dica in otto. Quivi svolge Teolrasto le sue
principali teorie : tra le altre, ammette, come fa Ari­
stotele, la generazione spontanea, specialmente per i
vegetali inferiori ; e i fenomeni della vegetazione
vuol che dipendano dall'azione del caldo e del freddo,
dell'umido e del secco. Parla della coltura dei cereali,
della vite, dei legumi, dell'aratura e della concima­
zione del terreno. Ne' due ultimi libri tratta delle
malattie e dei sapori e odori tielle piante. Da un luogo
(Caus. I, 7, 3), osserva l'Hoefer, 2 sì comprende come
egli fosse tra i primi a combattere nella scienza quella
teleologia che vorrebbe la natura avesse prodotto
ogni cosa in servizio dcli' uomo : il pericarpio delle
frutta non dice che esista perchè sia mangiato dal­
l'uomo, ma bensl per proteggere il seme. '

, Elementi di Botanica Sciemiftca, Casa editrice Vallardi.


Voi. III, pag. 219.
:! Hiataire d8 la Botan1"que, Paris, Libr. Hachctte 1882, p. 58.
a Il Cav. CARLO SPERANZA. in nn suo Discorso ( Teofra1UJ
primo botanico, Firenze 1841) troppo risoJutamente asserisce
che Teofi·asto avesse p,·0(011.da conoscenza delle più segrete leggi
clt ll'organizzazicw (p. 7). Più giuste ci pniono le seguenti os­
st:1·vazioni. • Comprendeva prima d'ogni altro che i fiori del loto
(..Ygmplwa lotus) all' epoca deJla fecondazione si innalzano in
u:x l·Ul:'.V'AZIONE

'.',;on ostante che Teolrasto aYcssc, eonosei11lo il


metodo seguito dal suo gran,lr maestro n,•I c11111 por1•c
la storia ùegli animnli, hiso;ma pur conf<,ssarc che

snl mattino, e si nprono sulla supr,rfi.cie dell'nc11n1t: chi• primR


· di sera si chiudono intt·mmc·ntc, ,,d 11n·enuLit la ti.·co1ulniionr.
rimnngono mai sempre� sotL' nr•1ua r,p. 1�1\ .... Osi;1�n·an1\o rhc
le noci cli galla vengono produttl' d:igli insetti. a1privn In �tr:tcln
a Malpighi per descrivC'rc l<' di\"Cl'=.-<� specie 11i gnlln, 1•1 1 n
Réaumur per ripctcmc Jn pro,·cnicnzn nel maggior numero
dei casi dagli insetti. e specinlm<·ntc ckl gtmere Cy11ips (r,. :?ti t,,,
Conosceva gli umori: i succhi. i hnhmmi clahorati dnll<� divrrfo;c
piante: il modo con cui vc·ng-,mo cstrntti. mlult(•rnti, e nd­
l'umorc che nnturnlmentc sgorga dal cedro spieg.nv:l il tmdore
tramnnùato dnl simulacro dei �umi. fenomeno cho tanto im­
poneva all'uomo soverchiamc·utc credulo, o !tUpc�tizioso. �(m
i çiorava le piante mc<licinnli. ln virtù, l'l\zionc proprin i pitr­
ticolnre e J'applicr.zionc delle medesime alle <liYursc mnlllttic,
con ritenere che le regioni cnldc. poste 1tl mt•?.zogiorno sono
le più ricche di pi1mtc mcdicinnli. Comprendeva le piunto vr.­
lcnosc, e riguRrdava la Grcr.fa e l'Egitto qulll term n�rncc di
veleni. Altri ùei qunli coni;i<ter,wn inebbrianti, nitri stupr•f,t­
cienti pn.ri ai nostri virosi ; altri rapidamente mortitli, cd nuche
senza produrre dolore, e altri conducenti n hmtn. morte 11er
conlionzionc, nel qun.J concetto precedeva le oùicrne cognizioni
intorno il lento vcuctlcio. E scorgendo che in forw. dcll' 1\hi­
tudinc, divenuto. debole, incrtf'. ccl nnche nulln l'nzionc dei m,�­
dicamenti <J clogli stessi veleni. rigunrdavn la mcdeHimtt per
una secon<ln naturai ed 11.nticipava un concetto, nnzi unn lrgge
che i fisiologi, e<\ i patologi tutti hmmo succ<'<ssiv.:uncnt.c con­
ferm.11.to • (pngg. 28, 29).
PRl:.F,\ZION� XXXI

le opere teo/rastee sono molto inferiori a quelle


dello Stagirita. È vero, per altro, che questi ebbe la
fortuna che il regio discepolo, lungo il corso clellc sue
conquiste e delle sue vittorie sulle rive cieli' Oxus
e del!' Indo, pensava al maestro, inviandogli sempre
nuovi esemplari di animali da qualunque luogo si
trovasse.'feofrasto, al contrario, da questo e da rruello
raccoglieva notizie intorno alla natura e qualita di al­
beri e di erbe, senza che il più delle volte ne facesse·
esperienza lui stesso. Filosofi, erborizzatori e racco -
glitori di radici, tarmacopoli, medici, gente di cam­
pagna, taglialegna, carbonai sono generalmente gl'in­
formatori di cui si vale, anche per la tiara della
sua Grecia. Poichil pare che, dall' Attica, dall' Eubea
e da Lesbo in fuori, appena egli abbia fatto qualche
viaggio per le altre contrarle della Grecia, almeno
con iscopo scientifico. Quante e quali piante avesse
coltivato nel suo orto che legò ag·li amici, non si
sa nulla ; e lo Schneider I osserva che dalle parole
di Diogene non si puo deù urre che il filosofo colti­
vasse un tale orto per farvi esperimenti botanici.
Per quanto inferiore la storia delle piante a quella
degli animali rii Aristotele, tuttavia l' indirizzo dell'o­
pera resta sempre veramente scientifico. E'eguire co-

1 Voi. V, p. 229,
XUII l'&EF,UIONB

testo metodo e con l' esame dei vegetali cercare di


scoprir nuove leggi e raccogliere nuovi latti, sarebbe
dovuta esser la via più sicura per profittare larga­
mente del!' impulso dato agli studi di botanica dal­
l'opera teofrastea. Ma la cosa non andò cosl : la co­
noscenza dei vegetali non fu giudicata fruttuosa se
non per applicarla alla medicina ; e perciò più che stu­
diare la morfologia e la fisiologia vegetale, si pensò
di creare una ricca farmacopea.

Dioscoride che fioriva ai tempi di Nerone, applicò


tra i primi la botanica alla medicina, e scrisse un'o­
pera "''P' iiÀ'IJ, ia�p,x-q;, ossia della materia medica, che
per molti secoli godè di una gran fama e fu come fon­
damento degli studi di medicina fino al secolo xvn. Dio­
scoride pare che abbia percorso la Grecia, l' Italia,
l'Asia Minore e alcune parti della Gallia, facendo rac­
colta di piante e notandone le qualità vere o credute.
Il sanese Pier Andrea Mattioli, vissuto nel secolo xvi,
ci lasciò una hella versione dei sei libri dell'opera di
Dioscoride, corredandoli di ricche ed erudite anno­
tazioni, essendo che il Mattioli era dotto medico e
botanico, per que' tempi, valenti�simo. Molte delle
piante nominate da Dioscoride, trovandosi già. in Teo­
frasto, il Mattioli non lascia di citarlo, e non di rado
PREFAZIONE XXXIII

ne da la versione italiana per qualche tratto dei più


importanti.
Ma tra gli antichi chi largamente attinse da Teo­
frasto in modo da riportarne intieri periodi, è Plinio
il Vecchio nelle sue Historiae Mundi in trentasette
libri, dei quali ne dedica sedici alla botanica. I libri
di Plinio sono una grande compilazione, fatta spesso
con poca esattezza nel riferire le opinioni altrui; e
fu anche notato non essere stata molto profonda in
lui la conoscenza del greco idioma, donde i molti ab­
bagli nel prender notizie da Aristotele e Teofrasto.
In conclusione, l'opera teo/raslca non servi di
impulso a studi metodici sul regno vegetale . La
scienza della natura, fondata veramente da Ippocrate,
Aristotele e Teofrasto, dovcYa tornare in onoro nel
secolo xvu. Nata dal!' esperienza e dall' osservazione
derivata dalla curiosità d'indagare le leggi del mondo
fisico , riprese il suo glorioso cammino , quando si
fece ritorno ali' osservazione e al!' esperienza. Per
il che e allora e molto piét presentemente, quegli
antichi paiono e sono in effetto più moderni de' loro
successori per secoli e secoli.

Col Rinascimento cominciano gli studi critici sulle

..
opere di botanica di Teofrasto. Nicola V, munifico
mecenate degli Umanisti e gran !autore del risorgi­
'X XXIV PRRFAZIONE

lllcnto delle lettere, commise a 'frodoro Gaza, celebre


letterato greco di 'fc>ssalonica, Jlas�ato in Italia verso
il 1429, di vollarP dal greco in latino le opere J1ota­
niche di TeoJraslo. 1 Chr il codicP greco usato da Gaza
lasse mutilo e in gran .parte corrotto, si rileva dalla
stessa versione ; e il Gaza confessa di aver molti
luoghi corretto, altri supplito a suo giudizio. Dove
trovo poi che Plinio avesse tradotto alla lettera Teo­
frasto, il più delle volte lo segui senr.'altro. ' La ver­
sione di Teodoro fu stampata la prima volta in Tre­
viso nel 1-183. •

I Da rtlcune parole dr.lln Prcfnziono c\i Teodoro a.Ua. ver­


sione dei libri teofrnstci, parrehhc che già ne esistesse una
nntica. e harbura, fatta ctn un tal Guglielmo, della quale lo
Xchncidcr scrivo non :1vcr mai potut.o avere contezza alcuna.
Voi. 111 p. IV. Lo fichncider sospettò dn prima che questo
trnduttore fosse il frntc <lomcnicano Guglielmo di Moerbeeka
che, nd istanza. di sttn Tommnso d'Aquino, tradusse do.I greco
tutti o quasi tutti i libri di Aristotele, t1.i quali si solcva unire
In St.oria <\elle piante di T. Poi (Voi.V, p. 233) penoù che Teo­
cloro avesse giudicato bnrharo il 1110<10 tenuto da Guglielmo
nel tradurre Aristotele, non già che Guglielmo avesse voltata in
latino la Storia delle piante.
' Wimmer p. IV.
a Il ,vimmcr, p. XXV, crede questa l'editio princeps : lo
Schneider la dice riproduzione di UDI\ anteriore sine loci an­
nique indicio. Praef. p. X.
PREFAZIONE XXX.V

Nel 1497 l'u pubblicato in Venezia eia Aldo )Ia­


nuzio il testo greco della Storia e delle Cause delle
Piante, nella parte prima ,lei tomo quarto delle opere
<l'Aristotele. Il codice del quale si valse Aldo non si
conosce ; ma da confronti fatti con i codici che pos­
_ sediamo, s'argomenta essere stato a tutti inleriore.
L'Aldina è la fonte di tutte le al tre eùizioni fino allo
Schneider. Dopo l'Aldina, viene ,1uella <li Basilea del
1541, curata da Giovanni Oporino, che contiene olt1·e
alle due opere botaniche di Teofrasto, anche parecchi
de' suoi opuscoli. L'Aldina rni-nor, stampata nel 1552
dai figli di Aldo, fu curata dal Camozio. 1
Daniele Heinsio nel Hil3 pubblicò in Liegi : 'l'h.
Eresii graece et latine opem omnia. Questa edir.ione
lo Schneider la disse ornniurn vessimam e il ,vim­
mer la giudi0ò con le seguenti parole : Camotiane edi·
tionis, e qua suam exp,·imendam curavi/ , lapsus
tantum non omnes r·epetiit, suisque au::cit, de codif'i­
òus a se inspectis alit:,que subsidiis falmlas quasdam
narravit, ipse ad emend<indum contextum vartem
perexiguam contulit. 2
Nel 1G14, in Amsterdam da Giovanni Bodeo ,Ii

1 Di nessun valore l: In trnduzionc in itnli:mo (\ei primi tre


libri della Storia, f1tttn <l,t )(ichcl :\ugclo Biondo medico, e pub·
blicntn in Venezia nel 15.J.9.
2 Pracf. p. II.
Xl.IVI PKBFAZIOSK

Stapel, fu stampala la Storia delle Piante, secondo il


contesto di l leinsio e la versione di Teodoro Gaza,
con illustrazioni silografiche. Ricchissime note, spesso
ùi estranea e varia erudizione, vi appose il Dodeo; e
altre giudiziose e sottili ve ne aggiunsero Giulio Ce­
sare Scaligero e Hoberto Costantino.
Si propose •li correggere i guasti ùel testo, ma
troppo arbitrariamente , l' inglese Giovanni Stack·
house, pii! dotto in botanica, come asserisce il Wim­
mer, che nella critica c nella lingua greca. L'opera
fu pubblicata nel 1813 in Oxford.
Un lavoro magistrale su tutti gli scritti di 'feo­
l'raslo è quello di Gottloh Schneider, in cinque vo­
lumi, editi in Lipsia ùal 1818 al 1821. Lo Schneiùer
consultò i due codici Mmlicei della Laurenziana che
contengono le due opere botaniche, ' e quello di
Vienna che ha i primi cinque libri e i primi due
capitoli del seslo ,Jclla Storia. Non curò per altro
il codice parigino della Storia e delle Cause, nu­
mero 2069, ' e nemmeno l' altro ugualmente <li Pa-

t Non solamente nc.1 codice di \;rhino ! come nhbinmo già


notnto, mn anche nei l\fcdicei, p11rtc ciel Lih. IX clclln Storia
è ripetuta sotto il titolo <li Lih. X. mn con moloo varinuti.
:! Scconclo il ,vimmC'-r, chn se ne vn.lttc per correggere al­
cuni passi, qu.csto codice l! cli m.inor pregio elci Medicei e del
Viennese, e si nvvicinn molto ali' .Aldinn.
PREFAZIONB XX1VU

rigi, numero 1823, che contiene soltanto degli estratti


<lai nove libri della Storia, ma ha molte buone lezi_oni,
spesso solo comuni col celebre codice di Urbino.
Aveva già lo Schneider pubblicato quattro volumi
della sua opera, quando dal dotto medico di Dresda
Weigel I gli fu indicato il codice Urbinate della Bi­
blioteca Vaticana, numero 61, che fu subito ricono­
sciuto come il più antico e il migliore di tutti. 2 Rac­
colse allora nel quinto volume tutte le varianti sotto
il titolo : Auctariurn lectionum variarum; e col Syl­
labus emendandorum et addendorum in p_rimo vo­
lumine, corresse il contesto, secondo i nuovi aiuti sco­
perti. Scrive il Wimmer ' essere stato il primo lo
Schneitler che, con la sua dottrina e fatica, rendesse
intelligibili i libri di Teofrasto.
Si giovò dell'opera dello Schneider e ciel codice
Urbinate, Kurt Sprengel, illustre botanico e filologo,
per tradurre in terlesco la Storia delle Piante, lavoro

t Voi. V, Prnef.
' li codice di Urbino della Storia e delle Cau.,e è del se­
colo IX o X, mcmbrnnaceo, di fogli 269. Se ne ha la descri­
zione in Bibliothec.ae Vatir..anae Codice.s manuscripti recensiti , , .
Codic-C8 Urbina� G1'accos edidi� Cosnn;.::1 STORNAJoLO. Romae,
1895, pp. 6G-67.
3 Prnef.
1. '1 XV111 PRBFAZION!

dato alle stampe nel 1822 con note eruditissi111c, cli­


rette principalmente a chiarire la flora teofrastea. 1
Ultimo tra i cultori delle opere di Tco(raslo è
Federico WimmC'r. il quale fece tesoro <li tutti gli
stuc\i prece.denti ; e nel 1842 pubblicb in Vratislavia
la Storia delle piante, corredandola di note critiche.
P ubblicò poi nel 18(;(, con i tipi di Firmin Didof, tn f.te
le opere di Teofrasto con la versione latina e l' inclice
delle piante ivi notate, interpretandole sccondn le
congPtlure c\cllo Sprengel e del Fraas ' ; e vi aggiunse
lo spoglio tielle varianti dell'edizione Aldina e dei co­
dici finora conosciuti. •
Tra i piÌI benemeriti commentatori ,!egli scritti
botanici di Teolrasto, oltre allo Scaligero e a Roherto
Costantino, nominati di sopra, rammentiamo il Sa\­
masio, • il Palmerio, ' il ).feursio, 0 il Dalc<'hamp, 7

1 'J'hr:ophrast'H Natm·aeschidite de,· (Je1dlclise. Uc/Jcr1<etzt tmd


e,·l.<'iute1·t von K. Np1·engel, Altona 1822. Il ,rimm�r è ;1si:mi se­
vero nel giudicR.rc l'opera dc]lo fiprcngcl. V. o. c. p. XXVII.
2 Synopsùt plant<wum fforae clas1'ùxie.
:i QucsL'cclizionc non i'! sccvrn cli mende tipografiche�. i,;pc­
cinlmcntc nella versione latina che ne hll di grnvi:,;t-imc e dn.
indurre facilmente in errore chi non consulti il testo grt'('O.
' E;rercit. Plinian. Trajrcli nd llhenum 11i8!1.
5 E.1:c1·cit. in optimos au.cti>res gmeros. Lugcl. llnt. 11if:F t
1; Theopltrastu.�, HC. f�r:r.tionwn 'l'heoph1·cu;tea·r um libdllf.11.
Lugù . Bnt. 1640.
Jlist. plmit. Uni,,. Lugcl. 15S7.
PREFAZION.S XXXIX

l' !Ioffman, 1 il Moldenhawer, ' l'Accoramboni,' E.Ste­


fano, • N iclas, ' Coraes • e Lobeck. 7
Cooperò anche ali' illustrazione della flora teo­
frastea il naturalista inglese Sibthorp, il quale fece
apposta un viaggio per la Grecia per trovarvi le piante
descritte da Dioscoride, e quindi in gran parte anche
da TeofrasLo. •

Tali sono le vicende di questo antico Trattato di


botanica, il quale, ha affaticato la monte di tanti dotti
naturalisti e filologi fino al secolo nostro. Ci parve che
in questo tempo in cui si torna cosi volentieri alle ori­
gini cli ogni scienza ed arte, o se ne studia con
tanta cura lo storico svolgimento, non sarebbe stato
g·iudicato lavoro inutile metterci, come abbiamo fatto,
alla versione italiana di questo libro.

t Interpretazione latina non edita, ma. consultata dallo


Schncidcr.
2 7'entamen in hist. Plantarum Th. Hamburgi 1791.
• Explanati-0 eententiarum dif/fciliu,n i1' 1'. librilJ de pianti•.
Homao, 1590.
• Thu. L. Graecae.
& Nell'edizione Geopcrnicorum.
6 Cenaura editioniB Schneiderianae.
1 Notae ad Phrynichum.
• Fior. G,mca, Lond. 1805.
IC PREFAZIO�B

In quanto al testo, ci siamo giovati di !JU<'llo pubhli­


cato dal ,vimmcr ; e, ,love abbiamo credulo scostar­
cene, sarà indicato nelle annotazioni. La version<', per
quanto ro comporta l' indole 1l<'lle due lingue, si at­
tiene con fedeltà al testo · greco. In generale, ah ·
biamo poi creduto opportuno d' evitare quel linguag­
gio sricnlifico troppo moderno, c·.l w farebbe �upporre in
Teofrasto concetti e cognizioni eh' egli non aveYa.
;,..elle annotazioni diamo il nome greco d'ogni pianta
cd esponiamo le congetture fotte dallo Sprnng<'I, dal
Fraas e <la altri, per determinarle e classificarle. Un
indice, alfabelico renderà !acile il riscontrare il nomf'
vuoi greco, vuoi italiano, delle singole piante, come
pure i nomi propri di persone e luoghi citati nel ·
l'opera teofrastea.
S 'l' O R I A DE L L E P I A N T E
DI

TE O F R A STO
L I B RO P R I M O

CAPITOLO I .

caratleai delle piante e le altre l o r naturali qua­


lità si devono desumere dalle part' di cui si compongono,
dalle modificazioni a cui vanno per avventura soggette,
dal come si propagano e come vivono, non avendo esse,
al par degli animali, costu mi e operazioui. I caratteri
dedotti dalla propagazione, dalle modificazioni e dalla
form a di vivere meglio e più facilmente si determinano,
dove quelli dedotti dalle parti sono molto incerti. Poichè
innanzi tutto non è stato neppure sufficientemente de ­
finito, e resta tuttora in un certo dubbio, quali cose si
abbiano da nominare parti e quali no. (2) E, per vero, ciò
che è parte, come quella cho dipende dalla natura pro­
pria della pianta, parrebbe che ci si dovesse trovare o
sempre assolutamente, o almeno dopo che si è prodotta,
siccome è il caso degli animali, ne' quali alcune parti
che si sono formate tardi perdurano, eccett.ochè non ven­
gano poi a essere distrutte da malattia, vecchiezza o
mutilazione. Ma nelle piante ci son tali parti che durano
4 LlBRO PRIMO

solamente un anno, come i fiori, gli amenti, le fogl ie,


i frutti : in una parola, tu tto ciù che prima dei frutti,
o insieme con ·essi si produce. È anche cosi delle nuove
messe ; pcrchè gli albori non cessan di crescere ogni
anno tanto nelle parti superiori quanto intorno alle ra­
dici. Per il che se noi consideriamo tali cose come parti,
il numero cli esse sarà sempre indeterminato, nè mai il
medesimo ; se poi non le vorremo considerar come tali,
ci accadrà di dover negare la natura di parle a ciò per
cui una pianta diventa e comparisce perJetta ; perocchè
germogliando, fiorendo e porlando il suo frutto, pare e,I
è in realtà più bella e più perleLJa. Queste press'a poco
sono Je incertezze accennate.
'.I) Non è poi per avventura da ricercare in ogni
cosa la somiglianza con gli animali, nè quanto alla gene­
razione, nè quanto al resto ; e cii, ste•so che è generato,
come per esempio il frutto, deve nelle piante riguardarsi
come parte, scbhene parte dell'animale non sia il feto.
Se poi le piante venute a maturità sono piu helle a ve­
dersi, ciò non è un segno loro particolare, perché anche
gli animali sono prosperosi e belli, (j Uando fecondi. Molti
animali perdono annualmenle alcune parti, come le
corna i cervi, le penne gli uccelli al tempo della muda
e i peli i quadrupedi, il che non è nulla di si ngolare,
o corrisponde alla caduta delle foglie. Così nelle piante
non persiste nemmeno (jllanto serve alla generazione ; e
anche negli animali alcune cose vengono fuori insieme
col feto, allre sono espulse come estranee alla loro na­
tura. In modo simile pare che proceda anche il germo-
CAP!T�Lo l, 5

gli amento, il quale è ordinato a una generazione perfetta.


(4) In sostanza, secondochè abbiamo detto, nelle piante
non si ha da considerare ogni cosa allo stesso modo che
negli animali. Per il che anco il numero delle parti re­
sta indeterminato ; chè una pianta può per ogni dove
gerrnogliaro, avendo per ogni dove la vita. Cosi adunque
va presa la cosa non solo per la intelligenza di quanto
esponiamo presentemente, ma anco di quanto saremo
per dire di poi. E que' paragoni che non quadrano, è
inopportuno volerli fare ad ogni costo, se non vogliamo
perdere il vero concetto della pianta.
La storia delle piante esamina, generalmente par­
lando, le parti esterne e la loro intera forma, oppure le
parti interne, . come negli animali ciò che si conosce
per l'anatomia. (5) E studiando le parti dobbiamo ricer­
care quali siano comuni a tutte le piante, e quali proprie
di ciascuna specie ; così pure in che consista la somi­
glianza in quelle parli che sono comuni, come dire le
foglie, le radici e la corteccia. Nè si dee trasandare di
osservar le analogie, come si fa trattando degli animali,
chè tutto si confronta con ciò che è più simile e più
perfetto. In conclusione, ciò che è proprio delle pianto
è da paragonarsi con quanto c' è di corrispondente negli
animali, floo a che corra il paragone tra cose simili. Tali
quistioni adunque siano così definite.
(6) Le differenze delle parti sono, per dire la cosa in
breve, da considerarsi da tre diversi aspetti : o la pianta
ha certe parti e certe altre no, come per esempio le fo­
glie e il fr utto; o le ha, ma nè simili, nè uguali ; o flnal-
6 LIBRO PHIIIO

mente non le ha nello stesso modo. Le ,lissomiglianze si


desumono dalla figura, dal colore, dalla densità o rarità
della materia, dall' asprezza, dalla levigalezza e da altre
qualità, non escluso il sapore diverso ; la disuguaglianza
dall' eccesso o dal difetto nel numero e nella grandezza.
Sebbene, a dir vero, anche le altre differenze si riducano
a questa, il più o il meno altro non essendo che eccesso o
difetto. (7) In quanto al non trovarsi le parli allo stesso
modo, ciò va inteso della loro posizione; cosi per esem­
pio il fruito si trova alcune volte sopra, altre sotto allo
foglie : alcuni alheri lo portano in cima, alcuni ai !ali,
al lri anche aderente al tronco, come il moro egizio. Al­
cune piante lo hanno sotterra come l'arachidna e quella
che gli Egiziani chiamano vingo ; inoltre alcune lo hanno
col peduncolo altre senza. Si dica lo stesso dei fiori che
possono stare intorno al fruito o altrove. Insomma con­
viene osservare la posizione de' frutti, de' fiori, delle fo­
glie e de' germogli. (8) Certe parli differiscono anche per
la loro disposizione, essendo alcune volte poste senza or­
dine di alcuna sorta, laddove, a mo' d'esempio, i rami del­
l'abeto si riscontrano simmetricamente. Anche i nodi di­
stano talvolta di un uguale intervallo e sono del mndesimo
numero, come gli alberi di tre nodi. Bisogna dunque esa­
minare le differenze di queste parli , dal cui complesso
apparisce chiara l'intera forma di ogni singola specie.
(O) Fatla l'enumerazione delle parti, /J da trattare di
ciascheduna di esse in particolare. Le principali, mag­
giori e comuni al più delle piantc, sono la radice, il caule,
i rami e i ramoscelli, nelle •]liali, quasi in memhri po-
CAPITOl,O J, 7

trebbero le piante dividersi, come si fa per gli animali ;


chè ognuna· di esse è dissimile dallo altre, e da tutte
insieme è formala la pianta. I,a radice è quella parte
cho assorbe il nutrimento, e il caule, quella per cui passa.
Chiamo caule quello che sta sopra terra, ed è comune
alle piante così annue come perenni, e che negli a.Iberi
piglia il nome di tronco. I rami sono quei membri che si
dipartono dal tronco, e da alcuni sono appellati nodi. Il
ramoscello è il germoglio che spunta tutto solo sul ramo,
ed è specialmente di un anno. Coteste parti sono più
proprie degli alberi.
(10) Il caule, come è stato detto, è molto comune, ma
pure non lo hanno tutte le p ianto, come si vede in certe
erbacee. In alcune non è perenne ma annuo, anche quando
le radici vivano lungamente. In somma la pianta è un
essere moltiplice e vario, ed è malagevole definirlo in
modo assoluto, non potendosi assegnare una cosa a tutte
comune, come sarebbero negli animali la bocca e il
ventre.
111 ) Alcune parti sono per analogia le medesime, altre
in altro modo ; porciocchè non tutti i vegetali hanno
radici, caule, rami, ramoscelli, foglie, fiori, frutti, cor­
teccia, midollo, llbre e veno, come, per esempio, i funghi
e i tartufi, i quali pure hanno la natura di piante. Ma
le parti enumerate si trovano massimamente negli alberi,
come si è detto; e agli alberi conviene in i special modo
la fatta divisione, per il che meritamente con essi si deve
fare il confronto delle altre piante. (12) E queste parti
spiegano in certo modo le altre varie forme di ciascuna
8 l.lRRO PRl�O

pianta ; derivando le differenze dal maggiore o minor


numero delle parti, dalla densità o rarità della lor ma­
teria, dall'essere semplici o dividersi in più, e da altre
cose simili.
Nessuna poi delle dette parti è forma•a di particelle
simili : dico così, perchè, sebbene ogni parte della radice
e del tronco consti della medesima sostanza, pure la non
si addomanda tronco, 1Da parte del tronco, come anche
si fa parlando di alcuni membri degli animali. Chè ogni
parte della tibia o del cubito è formata sì di una mede­
sima materia, ma non le si accomuna il medesimo nome,
come quando si tratLa della carne e delle ossa, ma reòta
anonima; si dica lo stesso di ogni altro organo uniforme,
le cui parti sono sempre senza nome. Il nome conviene
alle parti dei membri cùmposti, quali il piede, la mano,
il capo, che hanno dita, naso e occhi.
E queste presso a poco sono le parLi principali
delle piante.

CAPITOLO li.

Le altre parti sono quelle di cui queste si compon­


gono, cioè la corteccia, il legno, e, in que' vegetali
che l' hanno, il midollo; le quali parti constano di par­
ticelle simili. Rifacendoci più addietro, come loro compo­
nenti, abbiamo l'umore, le libre, le vene, la carne che sono
da riguardarsi come principii, quando non si voglia ri­
salire ai primi elementi comuni a tu ti.i i corpi. In cosiffatte
c,ise adunque eonsiste l' ess<,nza e LutLa la natura delle
CAPITOl.0 I l .

11iante. Ve ne ha di quelle che sono come parli annue


ordinate alla produzione del frutto, come le foglie, il flore
e il peduncolo, il quale è ciò con cui la foglia e il frutto
stanno attaccati alla pianta. Altrettanto si dica de' viticci
e degli amenti, quando ci sono, e in tutte poi il seme
che è nel frutto. Il qual frutto non è altro che il seme
con esso il pericarpio. Oltre a queste parti ce n' è al­
cune tutte proprie di certe specie, come la galla della
quercia e i viticci della vite.
(2) Così, come abbiamodetto, hanno a divisarsi le parti
negli alhcri. Nello piante annue, annua è pure ogni lor
parte, tutto l' esser loro terminando col frutto. Le piante
fruttifere annue e le biennali, come l'appio e alcune altre,
e quelle che vivono più a lungo, hanno naturalmente il
caule ; e quando stanno per fare il seme, allora formano
il caule, come quello che esiste pel seme. E basti l'aver
fatto queste distinzioni. Ora ci proveremo a trattare bre­
vemente di ciascheduna delle parti di sopra enumerate.
(3) Che cosa sia umore è manifesto ; ma alcuni lo chia­
mano semplicemente succo, come fece anche Menestore ;
altri io certe piante succo, in certe altre lagrima, e in
altre finalmente non gli danno verun nome particolare.
Le fibre e le vene per sè non hanno nome, ma prendono
tale denominazione dal!' analogia con le fibre e le vene
degli animali. Ci saranno forse anche altre differenze e in
queste parli e generalmente in ogni specie di piante,
la cui natura è complessa, come abhiam- detto di so­
pra. Ma poichè per mezzo delle cose più note dobbiamo
indagare le ignote, e più note e al senso manifeste sono
10 LJBllO PRIIIO

le parti maggiori, è chiaro che per procedero ordinata­


mente, di queste convenga prima p,1rlare. fi) E ron que­
ste parti maggiori andercmo confrontando lo altre, nno a
quel punto e a quel modo che la somiglianza lo permet­
terà. Esaminate le parli, ci porremo dipoi a studiare le
loro differenze, e così ce ne sarà manifesta l' essenza
e insieme ogni differenza tra i diversi generi. La dif­
ferenza tra le parti maggiori, cioò a dire la radice, il
caule, e le altre parti, 6 già stata presso a poco espo­
sta ; di poi si ragionerà delle forze e delle funzioni di
ognuna. Ora dobùiamo provarci a esporre di che cosa
queste e le altre parti siano composte, incominciando
clai principii.
I primi principii sono l'umore e il calore ; impercioc­
chè tutte le pian le, al par degli animali, hanno un umore
e un calore ingenito, cominciando i quali a mancare, suc­
cede la vecchiaia e la consunzione, e mancati poi del tullo,
la morte e il disseccamento. (,,) Per crclinario l' umore
non ha un nome particolare, salvo alcuni casi, come è
stato notato. Il meclosimo avviene anche negli animal i ;
chò solo i n quelli che hanno sangue, l'umore ha u n nomo
speciale, per cui si fa anche una distinzione fondata sulla
mancanza cli questo, e si cliviclono gli animali in animali
con sangue e senza sangue. L'umore aclunque è una parte
insieme col calore con cui va unito. C' è poi altre parti
interne, le quali non hanno un nomo particolare, ma per
una certa analogia si paragonano con le parti degli ani­
mali. Ed in vero lo piante hanno come dello Hhre, le
quali sono conlinue, fissili, allungate, e non metl.ono
CA�ITOLO 11. Il
germi dai lati nè da nessnn' altra partAl. (6) Hanno anco
le veno, somiglianti del resto alle fibre, ma più grandi
e spesse, e mettono germogli dai lati e contengono d�l-
1' umore. ()' è inoltre il legno e la carne ; ma alcune
piante hanno la carne, allrc il legno. li legno è fissile,
laddove la carne si può dividere per ogni verso, come
se fosse terra e cosa formata di terra, e si trova in mezzo
alle fibre e alle vene. La si può vedere nella pelle dei
frutti e in qualche altra parte della pianta.
La corteccia e il midollo hanno una loro propria
denominazione, ma tuttavia dell' una e dell'altro con­
viene dare la debita definizione. La corteccia è la parte
che sta al di fuori, e può essere spiccata dal corpo sot­
toposto. Il midollo che sta in mezzo al legno, viene in
terzo luogo dopo la corteccia, e può paragonarsi alla mi­
dolla delle ossa. Chi lo chiama cuore, chi semplicemente
midollo ; altri poi alla parte più interna dà il nomo di
cuore, oppure quello che è proprio della midolla delle
ossa. Tali, a un di presso, sono le parti del tronco.
(T) Queste ultime parti sono formate dalle prime ; così
il legno è composto di fibre e di umore, e qualche volta
anche di carne, la quale si fa legnosa indurendosi, come
nello palme e nelle ferule, e in tutto ciò che diventa legno,
quale è per esempio la radice del rafano. Il midollo è
composto d' umore e di carne. La corteceia talora di
tutt' e tre queste cose, come quella della quercia, del
pioppo e del pero : talora d' umore e di fibre, come nella
vite, o di carne e di umore, come nel sughero. E così alla
lor volta. di uueste parli si compongono quelle chc sono
l:l LI BllO PRIMO

le maggiori e le principali e quasi a dire membri ; non


tutte per altro delle medesime parli nè in ugual modo,
ma diverso. Ora avendo noi cosi per le generali esami·
nate tutte le parli, doùbiamo provarci a mostrare quelle
differenze che ci sono tra esse, e la natura di tul to l'albP.ro
e di tutta la pianta.

CAPITOLO lii.

Poichè più chiara suol riu,cire la cognizione delle


cose, quando siano distinte secondo i generi, è con­
veniente che ciò si faccia quando si puù. Primi e sommi
generi che abbracciano tutti o quasi tuLli i vegetali, sono
questi : alùero, frutice, sulfrnlice, erba. L'albero ò <1uello
che sorge dalla radice con un sol tronco ; ha molti rami,
è nodoso nè facilmente perisce : tali sono l'ulivo, il Ileo
e la vite. Il frulico fin dalla radice porla molti rami,
come il rovo e il paliuro. Il suffrutice sorge dalla radice
con più tronchi e più rami, come la gamhra e la ruta.
L'erba nasce dalla radice con le foglie, non ha tronco,
e il cauto stesso porla i semi, come le uiade e gli or­
taggi. (2) Queste deOnizioni non si hanno da prenclcrc e
intendere rigorosamente, ma cosi in generale ; poiclu)
alcune piante pare che si trasformi110, e altre per ope,·a
della collivazione si cambiano e allontanano dalla loro
natura, come la malva fatta crescere alta o divenuta
arborescente, il che avviene non già in lungo tempo,
n1a in sei o selle mesi, e per lunghezza e grossezza
C.APJTOLO lii. 13

diventa come un'asta, onde può servire anche da ba­


stone ; e in proporzione cresce poi anche di più con
magg.ior tempo. Lo stesso avviene delle bietole che di­
ventano ben grandi : molto più poi l' agnocasto, il pa­
l iuro e l'edera, i quali manifestamente prendono forma
di alberi, quantunque non siano che frutici. (31 li mirto
ss non è potato spesso, diventa fruticoso; così pure il noc ·
ciuolo, il quale par che produca migliori frutti e in
più copia, se gli si lasciano molti rami, essendo fru­
ticoso di sua natura. Nè di un sol tronco pare che siano
per sò il melo, il melagrano e il pero, nè, in un a pa­
rola, quelle piante che mettono germogli dalla radice,
ma che tali divengano in grazia della coltivazione, come
siano recisi gli altri ..ami. Alcune piante, quali il mela­
grano e il melo, si fanno crescere con più fusti per
causa della loro debolezza ; agli ulivi poi e ai fichi si
taglia il tronco e cosi si lasciano crescere.
(4) A qualcuno forse potrebbe parer conveniente che
certe piante si avessero al tutto da dividere secondo la
grandezza e piccolezza loro, altre secondo la robustezza e
la debolezza, secondo la maggiore o minore durata. Poi­
chè ci sono certi sutfrutici e certi erbaggi che crescono
con un sol tronco e prendono quasi natura di alberi, come
il cavolo e la ruta, onde alcuni li chiamano erbaggi
arborei. E gli erbaggi, o tutti o la maggior parte, quando
siano lasciati in terra, formano come dei rami, e diven­
gono al tutto arborei nella figura, ma non hanno poi
lunga vita.
t5l Per le quali cose, queste definizioni, come abbiamo
11 L'8R? PRIMO

detto, non si han da prendere tanto rigorosamente, ma


,:osi in generale ; e tali distinzioni devono considerarsi
come q uellc che passano tra piante colti vate e salvatt­
che, lruLtifere e sterili, fiorifere e senza fiori, sempre
verdi e con foglie caduche. E l' esser la pianta sal­
vatica o no, pare che dipenda dalla coltivazione, di­
cendo Ippone che ogni pianta è salvatica o domestica,
secondo che è o no coltivata. Sterili o fruttifere, fiorifere
o senza fiori divengono le piante, secondo i luoghi e la
qualità dell'aria che le circonda ; lo stesso s'intenda delle
sempreverdi e di quelle che hanno le fog!ie caduche;
e dicono che nel territorio di Elefantina nè la vite nè
il Ileo perdano lo foglie.
(6) Ciò nondimeno è necessario dividere le piante
secondo le norme da noi date. Imperocchè c'è qualche
cosa di comune nella natura degli alberi, dei suffrutici,
dei frutici e delle erbe, delle quali piante volendo esporre
le cause, è chiaro che si deva parklre di tutte in co­
mune e non definirle in particolare ; ed è ragionevole
che le cause siano a tutte comuni. Apparisce poi chia­
ramente una certa natural differenza tra salvatiche e
domestiche da questo, che alcune non posson vivere
come le coltivate e in nessun modo vogliono la colti­
vazione, ma anzi ne soffrono, come l'abete, la picea, il
celastro: in una parola, tutte quelle che amano i luoghi
freddi e nevosi. Il medesimo si dica dei suffr utici e delle
erbe, come sono il cappero e il lupino. È poi conve­
niente chiamare domestica o salvatica una p ianta, se­
condo le cose dette, e a ugni modo relativamente alle
specie più domestiche.
CAPITOLO lii. 15

L' uomo poi o esso solo, o più di tutti gli altri es­
seri v"iventi, è domestico.

CAPITOLO IV.

Rispetto alla forma c' è anche differenze ben manife­


ste trapianta e pianta, e tra parte e parte. Queste differenze
derivano dalla grandozza o piccolezza, dalla durezza o mol­
lezza, dalla levigatezza o ruvidezza sia della scorza, sia
delle foglie, sia delle altre parti ; così pure da una certa
bellezza o deformità esteriore e da una particolare bontà o
asprezza di frutti. I quali par che ne producano in mag­
gior copia le salvatiche, come il peruggine e l' oleastro;
ma in quella vece pi-O belli e di più dolci e grati sapori,
e in tutto e per tutte migliori le domestiche. (2) Queste
sono, come è state detto, naturali differenze, e anche di
pili quelle tra infruttifere o fruttifere, con foglie cadu­
che e sempreverdi, e va discorrendo. Ma in tutte con­
viene sempre osservare anche il luogo in cui vivono,
senza di che mal si potrebbero conoscere. Chè ci son
certe piante che non possono vivere che nell' umido, e
queste si distinguono conforme il genere doli' umidità,
secondochè vivono nelle paludi, nei laghi, nei fiumi o
nello stesso mare ; e queste ultime da noi sono più piccole
e nel Mar Rosso più grandi. Alcune amano i terreni umi­
dicci e paludosi, come il salcio e il platano ; altre vice­
versa non possono vivere noli' umidità, ma cercano i luo­
ghi asciutti. Alcune delle minori crescono anche sui
16 I.IDRO PRIMO

lidi. (3) Se non che tra queste stesse, volendo fare un' in­
dagine più minuta, se ne troverebbero alcune che vi­
vono ugualmente in acqua e in terra, e sono come an­
fibie, il tamarisco, per esempio, il salcio e l'alno ; e altre
che riconosciute come terrestri, vivono talvolta nel mare,
come il palmizio, la scilla e l' anterico.
Ma queste distinzioni e, a dir vero, tutte queste os­
servazioni non è da credere · che siano rigorosamente
esatte; chè la natura nè a questo modo, nè in ·questo cose
segue una legge necessaria. Così adunque si hanno da
prendere tali differenze e in generale la storia delle piante.
Tutte queste piante e le altre ancora si d,tfcrenziano nella
forma del loro complesso e nelle diverse parli, avendo
ora certe parti, ora no ; ora in maggiore ora in minor
numero ; ora senza una regola, ora con r1uell' ordine
indicato di sopra.
141 Sarà pure opportuno considerare anche dove una
pianta voglia o non voglia vi vere ; essendo tal circo­
stanza di gran momento , e al tolto peculiare delle
piante, le quali stanno fisse al suolo, e non possono cam­
biar luogo come gli animali.

CAPITOLO V.

Ora ci proveremo a esaminare parte per parte le


differenze, parlando prima di quell� che sono i,:enerali
e comuni, poi delle particolari e proprie dei singoli ge­
neri ; o torneremo in fine a esaminarle come di nuovo,
ma più pienamente. Alcune pianl� crescono diritte e con
CAPITOI.O V. 17

alto tronco, come l' abete, la picea e il cipresso; altre


sono tortuose e di corto fusto, come il salcio, il fico e il
melagrano. C' è anche questa differenza che il tronco ora
è grosso, ora sottile. Inoltre alcune crescono con un sol
fusto, altre con più, il che in certo modo corrisponde al­
i' avere o non avere rami laterali. E portano ora molti
rami, ora pochi come il palmizio, e i rami stessi dif­
feriscono anche in robustezza, grossezza e in cose si­
mili. (2) Oltre a ciò alcune hanno la corteccia sottile,
come l' alloro e il tiglio; altre grossa, come la q uor­
cia, o liscia, come il melo e il fico; altre al contrario
ruvida, come la quercia salvatica, il sughero e il pal­
mizio. Del resto poi tutti gli alberi hanno più liscia
la corteccia quando sono giovani, e più ruvida quando
invecchiano. In alcuni la corteccia si screpola, come nella
vite, in altre si stacca e cade da sè, come nell' andracne,
nel melo e nel corbezzolo. Talora la corteccia è carnosa,
come nel sughero, nella quercia, nel pioppo; talora fi.
brosa e senza carne, e ciò tanto negli alberi e nei frutici
<Juanto nelle piante annue, come nella vite, nella canna
e nel frumento. Può anche esser formata di più tuniche,
come nel tiglio, nell' abete, nella vite, nel linosparto,
nella cipolla; ovvero di una sola, come nel fico, nella
canna e nel loglio. Queste sono le differenze che riguar­
dano la corteccia.
(3) Parlando poi dei legni o propriamente dei cauli,
ora sono carnosi, come nella quercia e nel fico, e tra le
p iante minori, nel ramno, nella bietola e nella cicuta;
ora poi senza carne, come noi cedro, nel loto e nel
18 LIBRO PRIMO

cipresso. Ce n' è di fibrosi, e tale è il legno dell'abete


e della palma ; ce n ' è senza fibre, a mo' d' esempio,
quello del Ileo. Cosi pure può essere con veno e senza
vene. Nei suffrutici , nei frutici e generalmente nelle
erbe si notano anche altre differenze ; e in vero la canna
è nodosa, e spinosi il rovo e il paliuro. La tifa e al­
cune specie palustri e lacustri che portano un medesimo
nome, sono senza nodi e schiette, come il giunco. Il caule
del cipero e del ,butomo è liscio e uguale in singolar
modo, e forse anche più <1uello del (ungo.
(l) Queste parrebbero le differenze delle parti onde
consta la pianta. Altre poi si riferiscono alle loro <JUa­
lità e alle loro forze, come dire la durezza e la mol­
lezza, la pieghevolezza e la fragilità, la compatlezza e
la rarezza, la leggerezza e la gravità e cose simili. Im­
perciocchè il salcio benché verde, e leggero, come il
sughero ; il bossolo e l'ebano al contrario non diven­
tano leggeri nemmeno diseccati. Certi legni sono fissili,
come l'abete, certi piuttosto fragili, come l' ulivo. Ce n' è
senza nodi, come il sambuco e nodosi come la picea
e l' abete.
(5) Coteste differenze dobbiam ripeterle dalla natura
degli alberi ; cosi si sfondo l'abete, perché ha i meati ver­
ticali ; è fragile l'ulivo per la sua torluosiLiL e durezza ;
sono flessibili il tiglio e altre simili piante, perchc
hanno un umore viscoso ; pesanti il bossolo e l' ebano
per la loro compattezza, la quercia perchè terrea. Cosi
tutte le altre qualità dello pianto si riferiscono alla loro
natura.
CAPl'ror.o YI. 19

CAPITOLO V I.

Differiscono le pianle anche rispetLo al midollo,


conciossiachè alcune lo hanno e altre no, come tra le
altre il samùuco, secondochè alcuni dicono. li midollo
poi può essere carnoso, legnoso, o membranaceo : car­
noso, come quel della vite, del fico, del melo, del me­
lagrano, del sambuco e della ferula : legnoso come Io
hanno i]. pino, l'abete, la picea, e quest'ultima special­
mente come quella che dà molta teda. Più duro e più
denso è nel corniolo, nell' elce, nella quercia, nel citiso,
nel moro, nell'ebano e nel loto. (2) Differisce anche nel
colore, essendo nero nell' ebano e in quella specie di
quercia chiamata melandrio. Sempre poi è più duro e
più fragile del legno, per la qual cosa non si lascia pie­
gare. La sua rarità ora è maggiore, ora minore. Negli
alberi o non mai o di rado è membranaceo ; ma tale è
nei frutici, e del tutto poi nelle piante minori, come nella
canna, nella ferula e in altre consimili. Talora è grande
e appariscente, come nell'elce, nella quercia e in altre
n ominate di sopra ; talora poco riconoscibile, come nell'u­
livo e nel bossolo, ne' quali non si può distinguere dovo
finisca, sicchè alcuni credono che non deva cercarsi
nel mezzo, come quello che è diffuso per tutto il legno,
e non ha luogo determinato. Per la qual cosa certe piante
pare che non l' abbiano punto, come il palmizio in cui
non si scorge distinzione di sorta alcuna.
(3) Differiscono le piante anche per le radici ; alcune,

come il fico, la quercia e il platano, ne hanno molte e


20 LIURO PRIMO

lunghe, le quali poi se trovano spazio vanno quanlo vo­


gliono. Alcune ne hanno poche, come il melagrano e il
pero ; altre non più di una, come l'abcto e la picea, ma
di tal maniera che scende profondamente e metto di
molte barbe. Talvolla, c1uando una pianta abuia più ra­
dici, ce n'è una nel mezzo grandissima e profonda, come si
vede nel mandorlo ; ali' incontro l' ulivo ha piccola quella
di mezzo, e maggiori e intrecciate le altre. In alcune
piante sono piuttosto grosse ; in altre disuguali, come nel
lauro e nell' ulivo ; in allrc poi tutte sottili, come nella
vite. (�) Differiscono anche rispetto alla levigatezza, alla
ruvidezza e alla compattezza loro. Bcnchè le radici di
ogni pianta siano di una materia meno compatta delle
altre parti superiori, pure ce n' è di più o meno sode
e legnose. Fibroso sono quelle dcll'abeto, piuttosto car­
nose quelle della quercia. Alcune volle sono nodose o
sfrangiate, come nell'ulivo, e ciò perchè mettono molte
barbicine sottili e fitte ; e sebbene tu tic le piccole barhe
provengan sempre da una grossa radice, non è però che
in ogni caso siano in cosi gran numero e cosi folte. Altre
sono profonde, come nella quercia, altrc superficiali, come
nell' ulivo, nel melagrano, nel pero e nel cipresso. Cosi
ce n 'è di quelle che sono dirille e della medesima for­
ma, e di quelle tortuose e disuguali ; e questo deriva non
solo dalla qualità del terreno, nel quale non possono se ­
guire una via diritta, ma anco dalla lor particolare na­
tura, come si vede nel lauro e nell'ulivo ; ma nel fico o in
altre piante la radice cresce tortuosa perchè non p uò
camminare diritta. (5) In tutte poi c' è il m idollo come
C.\PITOLO VI. 21
nel tronco e ne' rami ; ed è ragionevole perchè pro­
vengono dallo stesso principio. Alcune mettono germo­
gli laterali volti in alto, come è il caso della vite e
del melagrano ; altre poi no, come nell' abete, nel ci­
presso e nella picea. Le medesime differenze si notano
nei suffrutici, nell' erbe e va dicendo, salvo che delle
piante non abbiano radici di sorta alcuna, come il tar­
tufo, il fungo, il pezi, i l ceraunio. Certe piante hanno
di molte radici, quali il frumento, la tifa, l'orzo e altre
simili ; certe ne hanno poche, come i legumi. (6) Gli
erbaggi per lo piu hanno una sola radice, come il ca­
volo, la bietola, l' appio o il lapazio ; ma alcuni hanno
anche di grandi propaggini, come l'appio e la bietola ; e
in proporzione sono più profonde le radiche delle erbe
che quelle degli alberi. Sono poi queste radici alle volte
carnose, come nel rafano, nella rapa, nell' aro e nel
zafferano; alle volle legnose, come nell'eruca, nel basilico
e nella maggior parte delle salvatiche, nelle quali non
sogliono, come avviene nel frumento, nell'orzo e in quella
che propriamente si chiama poa cioè erba, venir fuori
dal punto stesso molte e ben distinte radici. E c' è que­
sta differenza di radici nelle piante annuo ed erbacee
che in alcune la radica si divide subito in molte radi­
chette tutte della stessa forma, dove in altre c' è una
o duo radiche grandi con barbe.
(T) Generalmente sono molte le differenze di radici
nell' erbe e negli erbaggi, essendo altre legnose, come
nel basilico, altre carnose come nella bietola, e più an­
che nell' aro, noli' asfodelo e nel zafferano. Altre sono
LlnRO PRBIO

composte come di corteccia e di carne, per esempio nel


rafano e nella rapa; altre poi nodose come quelle della
canna, delle agrostidi e cli specie amni alla canna ; e
queste radici o esse sole o esse in ispccial modo sono
simili alle parli che si trovano sopra terra, e sono come
canne radicate nel suolo con tenui barbicine. Altre sono
squamose e con più coitecce come quelle della scilla,
del bulbo, della cipolla e di altre piante simili, sic­
chè si può sempre toglier loro un invoglio dopo un altro.
(8) Tutte queste piante pare che abbiano quasi due sorte
di radici, anzi, secondo alcuni ciò sarebbe proprio di
tutte quelle che hanno una radice capitata dalla quale
nascono delle radichette ; e I' una specie sarebbe quella
parte carnosa e tunicata come l' ha la scilla, l' altra le
barbe che ne provengono ; e queste due specie non dif­
feriscono già solamcn le per sottigliezza o grossezza, come
avviene negli alberi e negli erbaggi, ma perchè sono di
natura diversa. E al tutto è manifesta la differenza tra
le radici dell'aro e del ci pero, essendo l' una grossa, liscia
e carnosa, l' altra sottile e flbrosa. Per il che sarebb� da
dubitare se queste radici capitate abbiano o no a tenersi
come vere radici ; perchè paiono radici in quanto che
stanno sotterra, ma non si dirchhero poi lali per la loro
natura diver$a da tulio le altre. E in vero ogni radice
diminuisce e si assottiglia a mano a mano che scende,
laddove tuLLo il contrario avviene nella scilla, nel bulbo
e nell' aro. (9J Inoltre le altre radici emettono delle
barbe dai lati, ma non cosi quelle della scilla e del
bulbo, uè quelle dell' aglio e della cipolla. E quelle barbe
CAPITOLO VI, 23

che scendono clal mezzo della radico capitata hanno al


tutto forma cli radici e assorbiscono il nutrimento. La
radico capitata è come un foto o un frutto, cosicchè non
impropriamente tali piante furono denominate produttrici
cli frutti sotterra, il che non avviene dell' altre. E poichè
ciò va di là dall'essere proprio della radice, quindi sor·
gono dei dubbi. E in vero non è esatto chiamare ra­
dice ogni parte della pianta che si trovi sutto terra, chè
allora anche il caule del giacinto e del getio, e tutto ciò
che sta sotterra sarebbe radice, e così pure il tartufo
e quello che chiamano aschio, e il vingo, tutto quello in
somma che dentro la terra si produce, delle quali cose
poi nessuna è radice, non avendosi a giudicare dal luogo,
ma bensì dalle qualità naturali. (to) Sebbene questo sia
per avventura ben detto, nondimeno quelle parti sono
veramente radici. Sicchò bisognerà distinguere le radici
e secondo la grandezza e la qualità, e secondo che una si
n utriscc per mezzo di un'altra. Se non che anche le stesse
radici carnose pare che assorbiscano il nutrimento; e
quelle dell'aro le sogliono voltare sottosopra prima che
germoglino, e cosi, impedito il germogliamento, addiven­
gono più grosse. Ed ò manifesto che la natura di tutte
queste piante è di volgersi all'ingiù ; e il caule, e gc­
neralmeo te le parli sopra terra, sono corte e deboli,
laddove quelle di sotto s' ingrossano, si moltiplicano e
si fanno robuste, non solo nelle piante summentovate,
ma eziaodio nelle canne, nelle agrostidi e io quelle che
sono del genere delle canne e a esse somigliano. Grosse
e carnose sono pure le radici delle ferulacee. (Il' Anche
l.!IIRO PRIMO

parecchie erbacce hanno radici consimili, come l'aspa­


lace, il zafferano e il cosiddeLto perdicio, il quale ha
radici grosse e io maggior n umero delle foglie, e si
chiama perdicio perchè le pernici vi si rivoltolano sopra
e le scavano. Cosi pure quel che in Egitto chiamano
vingo che ha foglie grandi, piccolo germe e una lunga
radice che è come il frutto ; ed è cosa molto pregiata e
si mangia, e la raccolgono frugando sotterra quando si ri­
tira il fiume. (t2J Maggiormente e in modo piil mani fesi.o
differiscono dalle altre piante il silfio e la cosiddetta. ma­
gidari, nelle quali la natura, come in tutte le altre con­
simili, risiede in ispecial modo nelle radici. E queHte
cose così si hanno a intendere.
Alcune radici poi mostrerebbero di avere singolarità
maggiori delle già riferite ; come le radici dell'arachidna
e di una certa pianta simile all'araco, le quali portano
tuLt' e due attaccati alla radice frutti non minori di quelli
che si producono al di sopra. E questa pianta cho so­
miglia all'araco ha una radice grossa che discende pro­
fondamente, e altre, alle quali sta attaccato il frutto,
piil sottili, non profonde e sfrangiate. Ama i luùghi are­
nosi specialmente ; non ha foglie nè parti simili alle
foglie, ma è carica di frutti sopra e sotto, il che dav­
vero sembra mirabile. Queste sono le differenze prodotte
dalla diversa natura e dal diverso vigore delle radici.
(13)..... Tale è la generazione e la natura delle pi ante
che producono i frutti sotto terra, come il tartufo, e
q uella che nasce presso Cirene, chiamata colà misi, la
quale è molto gustosa e ha odore di carne. Quella che
CAPITOLO V J , 25
cresce in Tracia si domanda itone. Raccontasi qualcosa
di singolare di cosiffatte piante. Dicesi che elle nascano
allora quando vengono le piogge autunnali e forti tuoni,
e massimamente per causa di questi. I tartufi non du­
rano molto, ma solo un anno. Giungono a perfezione in
primavera e allora si mangiano. Tuttavia affermano al­
cuni che essi nascono dal seme, poichè nella spiaggia
di Miti lene non vengono prima che per le grosse piogge
non vi siano stati trasportati i semi da Tiari, nella qual
regione crescono in copia. Essi prediligono le spiagge
e i luoghi sabbiosi : tale è Tiari. Crescono anche bellis­
simi intorno a Lampsaco nell' Abarnide, in Alopecon­
nesu, e nella Grecia intorno a Elide.

CAPITOLO V II.

A quanto sembra, le radici crescono più presto di


tutte le altre parti della pianta che sono sopra terra. Si
svolgono all'ingiù, ma niuna per altro oltrepassa quel
punto che è fuori dell"azione del sole, essendo il calore
quello che genera. Giova assai all'andar sotto e più anche
ali' allungarsi delle radici la natura del terreno, cioè,
quando esso sia leggiero, sciolto e permeabile, poichè ivi
s'ingrossano e si allungano di più, Il che si fa manifesto
nelle piante coltivate, le quali, se abbiano acqua, si esten­
dono, per dir così, dovecchessia, quando non incontrino
intoppi e il luogo sia vuoto, come un pozzo o un acqui­
dotto. Un platano nel Liceo, essendo ancora novello, al-
U9RO PRIiio

lungò per un acquidolto la sua radice circa trecento tre


cuhiti in grazia del luogo e insieme del nutrimento che
trovò. (2) Radici lungl11ssime semhra che abbia il Ileo ;
e generalmente parlando le hanno più lunghe quelle
piante, la cui materia è rara e le radici diritte. Tulle
le piante giovani pervenute al vigore dell'età, gettano
radici più profonde e pi,ì lunghe delle vecchie, perchè
anche le radici inflacchisc)no come il resto della pianta.
I succhi poi delle radici sono sempre più gagliardi, e
talvolta anche gagliardissimi, per cirì la radice di alcune
piante è amara, laddove il fr nlto è dolce. Cc n' IJ anco
delle medicinali, e delle aromatiche come r1uelle dell' i­
ride. (3) Una natnra e una forza al tnlto singolare ha
la radice del Ileo d'India, chè dai rami vongono giù dei
sarmenti, i quali giunti a terra ba, bicano. o si forma
così, a una certa distanza peraltro, torno torno al tronco,
una corona di radici. Ella è una cosa simile a questa,
ma io certo modo anche più mirabile, cho le radici spun­
tino dalle foglie, come dicono che faccia un' erhicciuola
che cresce vicin di Opuoto ed ò buona a mangiarsi.Meno
singolare è ciò cho accade nei lupini, i quali, so semi­
nati sopra un letto di foglie e cespugli, giungono con le
radici a toccare il terreno, e vi germogliano vigorosa­
mente. Queste sono le osservazioni che hanno a farsi
sulla varietì, delle radici.
CAPITOLO VIII. 27

CAPITOLO VIII.

Negli alberi si possono osservare le seguenti diffe­


renze. Alcuni sono nodosi, altri senza nodi, e più e meno
secondo la natura !uro e dei luoghi. Dico senza nodi, non
già che non no abbiano punto, chè degli alberi non co n' è
alcuno senza nodi, e solo senza nodi sono altre piante di­
verse, come il giunco, la tifa, il ci pero e le lacustri prin­
cipalmente ; ma che ne abbiano pochi. Senza nodi per
loro natura possono dirsi il sambuco, il lauro, il fico e,
generalmente, tutti quegli alberi che hanno la corteccia
liscia e il fusto cavo e poco sodo. Nodosi invece sono
l' ulivo, la picea, l'oleastro. Dei quali alcuni nascono
in luoghi ombrosi, difesi dai venti e acquosi ; altri
poi in luoghi aprichi , volti a settentrione , esposti ai
venti, magri e aridi ; e quelli hanno meno nodi dei
loro congoneri, e questi più. A ogni modo gli alberi cre­
scono più nodosi sui monti che nel piano, ne' luoghi
asciutti che nei paludosi. (2) Ci sono anche differenze
derivate dal come gli alberi siano stati piantati : chè
crescono diritti e senza nodi, so piantati folti ; nodosi e
torti, se radi. E ciò avviene perchè quelli si trovano al­
l'ombra, questi esposti al sole. Degli alberi che hanno i
due sessi, i maschi sono più nodosi delle femmine, come
il cipresso, l' abete, il carpine e il corniolo, essendovi
anche 11na certa specie di corniolo che dicono femmina.
Sono anche pi1ì nodosi gli albori salvatici che i coltivati ;
e questo tanto è vero generalmente <1uanto per una mo-
211 LIAllo ·PRIIIO

desima specie, siccM l'oleastro sarà pi1'1 nodoso dell' u­


livo, il caprifico del fico, il peruggine del pero. Così in
generale tutti quegli alberi che hanno un legno com­
patto, sono piu nodosi di quelli che l'hanno raro ; e com­
patto in vero l'hanno i maschi e i salvatici. Se non che
alcuni per la troppa compattezza o sono al tutto senza
nodi o ne hanno pochi, come il bossolo e il loto. (3) I
nodi ora stanno senz'ordine e come a caso, ora ordina­
tamente disposti sia per la distanza, sia pel numero,
eome già è staLo detLo, per cui allora si chiamano al­
beri dai nodi ordinati. E alcuni si trovano alla mede­
sima distanza ; altri a maggiore, a mano a mano che si
estendono alle parti piu grosse : e ciò in una certa pro·
porzione. Il che massimamente è manifesto nell'oleastro
e nelle canne, nelle quali il ginocchio è come un nodo.
Alcuni nodi sono opposti come quei dell'oleastro, altri
sparsi. E ce n' è di quelli che vanno a due a due, a
tre a tre, e più ancora ; anzi perfino a r.inC)ue a cinque.
Nell'abete i nodi (i rampolli) al par dei rami stanno ad
angolo retto e come infissi, ma negli altri no, per il che
fortissimo è l'abete. (4) Singolari sono i nodi del melo,
e simili al muso d'una bestia : nel mezzo uno più grande
e intorno intorno molti altri più piccoli. I nodi sono parie
ciechi, parte fecondi. Chiamo ciechi quelli dai quali non
ispunta vcrun rampollo, e ciò accade o naturalmente,
o per qualche lesione, secondochè il nodo non possa
svilupparsi e germogliare, ovvero sia stato reciso e
come bruciato da una grande arsura. I no,li ciechi si
trovano specialmente nelle parti piu grosse dei rami e
CAl'JTOLO VIJJ. 29

talvolta anche nei tronchi. Del resto in qualunque parte


del tronco o di un ramo si faccia un taglio o un' in­
cisione, ivi si forma un nodo, quasi che interrotta la
continuità, venga a prodursi un nuovo principio, sia
con la lesione sia per altra cagione, chè non è secondo
natura ciò che si fa con una ferita. (5) Sempre e in
tutti gli alberi i piccoli rami si vedono assai nodosi,
perchè le parti intermedie non sono ancora cresciute,
e però sono assai scabri i ramoscelli del fico, come le
punte dei tralci della vite ; chè quale è il nodo negli altri
alberi, tale è l'occhio nella vite e il ginocchio nella
canna. In alcuni alberi, per esempio, nell' olmo, nella
quercia e massime nel platano si produce una sorta di
rami salvatici, il che avviene sempre quando gli alberi
siano piantali in luoghi aspri, aridi ed esposti ai venti.
Questa malattia che è propria della vecchiaia si mani­
festa vicino a terra, e quasi alla base del tronco.
16) Certi alberi, come l'ulivo, hanno delle protuberanze
che chiamano gongri o con qualche altro nome simile,
ma per l'ulivo il nome proprio è gongro, e pare che que­
st'albero più d'ogni altro vada soggetto a tal malattia.
V'è però chi lo chiama premno, chi crotone e chi altri­
menti. Vanno del tutto o quasi del tutto esenti da questo
morbo le piante che crescono su diritte, con una sola
radice o senza stoloni, diversament� dalla palma che gli
ha. L' ulivo e l' oleastro hanno anche delle crespe par­
ticolari ne' loro tronchi.
LIRRO PRIMO

CAPITOLO IX.

Ci sono alcuni alberi che o solamente o in ispecial


modo crescono per altezza, come r ahelc, la palma, il ci­
presso, e soprattullo quelli di un sol tronco che non hanno
nè molte radici nè molli rami. Allri poi in questo li somi­
gliano, che in modo analogo crescono in profondità. Al­
cuni si dividono subito in rami, come il melo ; allri hanno
molti rami e più voluminosa la chioma nella parte su­
periore, èomo il melagrano. Del resto contribuiscono as­
saissimo a ciascuna di queste cose la coltura, il luogo
e la nutrizione ; e in vero se gli alberi stanno troppo
folti crescono alti e sottili, se radi, più grossi e più bassi.
E cosi vengono bassi se si lasciano crescere i germogli,
e se si lovan via, lunghi come la vite. (2) Il cho si prova
a sufficienza anche da questo, che alcune piante erbacee
possono prendere forma di albero, come alJbiamo detto
della malva e della bietola. Tutte le piante poi fanno
meglio nei siti loro propri i e vengono su più belle. Così
anche tra le congeneri, meno nodose, più grandi e belle
riescono quelle cresciute nelle loro regioni, per esempio
gli abeti di Macedonia in comparazione di quolli cho
crescono nel Parnasso e altrove. Tutte queste piante, e
soprattutto le salvaticho, vengono più helle e in mag­
gior copia ne' luoghi montuosi volLi a settentrione, an­
zichè a mezzo�iorno.
(3) Degli alberi alcun[ sono sempreverdi, altri con
foglie caduche. Tra i colli vati sono sempreverdi l'ulivo, la
CAPITOLO IX. 31

palma, l'alloro, il mirto, una certa specie di picea, il ci•


presso ; tra i silvestri, l'abete, la picea, il ginepro, il tasso,
la tuia, la quercia dagli Arcadi chiamata quercia sughero,
la flllirea, il ceùro, il pino salvatico, il tamarisco, il bos­
solo, l'elce, il celastro, l'alaterno, l'ossiacanta, l'afarce, i
quali alberi crescono intorno ali' Olimpo ; l'andracne, il
corbezzolo, il terebinto e il lauro salvatico. A quanto
sembra e l'andracne e il corbezzulo gettano le foglie infe­
riori, e restano sempreverdi nelle punte dei rami, e pro­
ducono sempre rami nuovi. Ciò sia detto per gli alberi.
(4) Dei frutici sono sempreverdi l'edera, il rovo, il ramno,
la canna, il ginepro nano, il quale è piccolo e non diventa
mai albero ; dei suffrutici e delle erbe la ruta, il cavolo,
la rosa, la viola, l'abrotono, l'amaraco, il serpillo, !'ori·
gano, l'appio, l' ipposelino, il papavero o molte specie
salvatiche. In alcune di queste piante perdurano le foglie
sulle punte, cadendo le altre, come nell'origano e nell'ap­
pio; la ruta poi si guasta e si cambia. Queste e tutte le al·
tre piante sempreverdi hanno foglie strette, un po' grasse
e odorose. (5) Alcune piante che per natura non sarebbero
sempreverdi, addivengono tali in grazia del luogo, come,
secondochè si dice, quelle di Elerantina e di Memfl. Più
sotto nel Delta non cessano, che per brevissimo tempo,
dal continuo germogliare. Dicono che in Creta siavi un
platano nel territorio di Go1·tina presso una fonte, al quale
non cadono mai le foglie; e si favoleggia che sotto questo
giacesse Giove con Europa. Tutti gli altri alberi vicini
peraltro hanno le foglie caduche. In Sibari c' è una
quercia sempreverde, visil>ile dalla città ; e affermano
LlflllO PRIIIO

che non germogli quando le altre, ma b�nsi dopo il sor­


gere della canicola. È opinione che anco in Cipro ,iavi
un plalano di questa fatta. (6) Cadono le foglie dagli al­
beri in autunno e verso la fine d' autunno, quali prima
quali dopo, fino a toccare l' inverno. La caduta delle foglie
non sta in correlazione col germogliamento, in modo che
quegli alberi che si sono vestiti di foglie i primi, siano
poi sempre i primi a perderle ; ma pel contrario alcuni
hanno un germogliamento precoce e non sono i primi
a perdere le foglie, ma lo fanno anche più tardi degli
altri : cosi la il mandorlo. (7) Ce n' è che germogliano
tardi, ma non per questo perdono le foglie più tardi
degli altri, come per esempio il moro. Sembra peraltro
che la regione e I' umidità de' luoghi conferiscano al du­
rare delle foglie ; poichè ne' terreni aridi e magri cadono
più prestamente. Gli alberi vecchi lo perdono prima dei
giovani ; talora cadono le foglie anche innanzi al maturar
dei frutti, come è il caso del Ileo tardivo e del pero sal­
vatico. La caduta e il disseccamento delle foglie sempre­
verdi avviene a poco a poco, porchè non durano sem­
pre quelle stesse, ma mentre alcune crescono altre si
seccano. Ciò accade per lo più verso il solstizio di estate ;
e sarebbe da osservare se per alcuni alberi anche dopo
Arturo o in altro tempo. E questo è quanto riguarda il
cader delle foglie.
CAPITOLO X.

CAPITOLO X.

Ogni albero ha tutte le sue foglie della stessa forma;


ma fanno eccezione il pioppo bianco e il cici, che si
chiama anche crotone, ne' quali le foglie sono dissimili
e hanno diversa 1Igura, essendo rotonde le nuove e an­
golose le altre ; e questa trasformazione avviene in tutte.
è'<ell'edera iavece, quand'ella è giovane, sono angolose,
rotonde quando è adulta ; e così anche questa pianta
cambia la forma delle sue foglie. Un fatto singolare si os­
serva nell'ulivo, nel tiglio, nell'olmo e nel pioppo bianco :
ossia pare che le foglie voltino la pagina superiore dopo
il solstizio di estate, e da questo fatto si riconosce che
è avvenulo il solstizio.
t�) In tutte le foglie la pagina superiore è diversa
clalla inferiore; e la superiore ordinariamente è più verde
e più liscia, poichè le fibre e le vene stanno nella in ·
feriore, ramificate come la mano dell'uomo. Ma nell'ulivo
è pii.I bii.nca la superiore e meno liscia. Liscia è anche
nell'edera. Tutte � quasi tutte hanno la pagina superiore
più visibile ed esposta al sole, e secondo il corso del
sole vanno anche la maggior parte volgendosi, onde non
è facile definire quale delle due pagine sia più rivolta
verso il ramo. Pare che specialmente la superficie della
foglia che guarda ali' in su faccia giudicare quale ne
sia la pagina di sotto ; e la natura stessa determina la
super1Icie superiore, soprattutto perchè la foglia si volge
per effetto del sole. Ciò si può bene osservare in quelle
3
�, I.IHRO PRBIO

piante che hanno le foglie folte e OP?OSle, come il mirto.


(3J Alcuni credono che l'.11imento si tras:nelta dalla pa­
gina inferiore alla superiore, perchè quella è sempre umi­
d iccia e lanuginosa; ma s' ingannano. Ciò forse dipende
non da una speciale lol'O natura, ma hensi dal non essere
ugualmente esposte al sole. Le foglie hanno l'alimento
per le vene e per le fibre in ugual modo da tutt'e due le
parli ; e che dall'una passi ah' altra non è verosimile,
verchè non vi ha meati nè una grossezza sumciente.�la in
altro luogo si ragionerh della nutrizione e delle sue vie.
(ll Molte sono le varietà delle foglie. Ce n' è delle
larghe, come nella vile, nel flco, nel platano: delle strette,
come nell'ulivo, nel melagrano, nel mirto: di quelle in
lorma di spina, come nella picea, nel pino e nel cedro.
Alcune sono carnose come quelle ,le! cipresso, del la ·
tnerice e del · melo: t,·a i suffrutici, del cneoro, della
stebe e, tra le piante erhacec, del semprevivo e del polio,
(la qual pianta è utile contro le tignuole delle vesti).
Le foglie delle bietole e dei cav11li sono in altra forma
carnose, come anche quello delle così dette peganie,
nelle quali la carnosil:\ � diffusa e non raccolta in forma
rotonda. Tra i frutici anche l' erica ha la foglia car­
nosa. (5) Alcune sono simili a quelle della canna, come
nella palma, nel coix e in aUre di tal fatta; e queste
quasi tutte hanno le foglie angolari. Tali sono anche le
foglio della canna, del cipero, del hutomo e di altre
piante palustri, che paiono quasi composte di due e
hanno in mezzo come una cRrena che corrisponde a ciò
che nelle altre è la costola.
CAPITOI.O ,C . 35

Differiscono le foglie anche per la forma, essendo


alcune tonde, come nel poro, altre più lunghe, come nel
melo, altre acuminate e aculeate, come nella smilace.
E queste sono indivise. Divise e dentate come una segà
sono, per esempio, quelle dell'ahele e della felce. In certo
modo sono anche divise le foglie della vite e del Ileo,
che si direbbe quasi abbiano la forma del piè della cor­
nacchia. (6) Alcune foglie sono intaccate, come quelle
dell'olmo, del nocciuolo e della quercia ; altre aculeate
e nella punta e nei margini, come le foglie del leccio,
della quercia, della smilace, del rovo, del paliuro e altre
simili. Hanno le foglie terminate con un aculeo nella
punta la picea, il pino, l'abele, il cedro e il ginepro nano.
Degli alberi non ve n' è alcuno, per quanto sappiamo,
che abbia spine in luogo di foglie, ma questo è il caso
di alcune piante minori, come per esempio l' acona, la
dripide, l'acano e tutte quelle che sono del genere del­
!' acano, nelle quali la spina sta in luogo della foglia.
E se le spine non si vorranno considerara come foglie,
bisognerà dire che di foglie in tali piante non ve ne
sia punto, in guisa che alcune avranno le spine e per
nulla le foglie, come l'asparago.
(1) Alcune hanno le foglie senza picciuolo, come la
scilla e il bulbo, altre col picciuolo ora lungo come la vite
e l'ellera, ora corto e direi quasi inserito come l'ulivo, e
non affisso qual è quello delle foglìe del platano e della
vite. Differiscono anche i picciuoli, perchè non proven­
gono tutti da una medesima parte della pianta, stando
i più attaccati ai ramoscelli, alcuni ai rami, e nella
36 LIBRO PRIIIIO

quercia poi allo stesso tronco. :Sella maggior parie degli


erbaggi sorgono le foglie direttamente dalla radice come
si vede nella cipolla, nell'aglio, nella cicoria, nell'asfo­
delo, nella scilla, nel bulbo, nel sisirinchio e, brevemente,
in tutte le piante bulbose. In queste non solo il primo
germe, ma bensì tutto il caule è senza foglio. In alcune
pianto, appena nato il caule, spuntano le foglie, come
nella lattuga, nel basilico, nell' appio e nelle diverse
specie di frumento. Alcune di queste piante hanno il
caule che poi diventa spinoso, come la lattuga e tutte
quelle che han le foglie aculeate, e molti frutici spe­
cialmente, come il rovo e il paliuro.
(8) Una differenza comune a tutti gli alberi e a tutte
le altre piante è questa che possono avere molte o poche
foglie. Generalmente le piante con molte foglie le hanno
disposte con un certo ordine, come il mirto. Nelle altre
stanno senza ordine e <1 uasi poste a caso, come si vede
nella maggior parte delle er!Jacee. Una singolarità di al·
cnni erbaggi, della cipolla comune per esempio e di quella
chiamata gotio, è di avere le foglio concave. In con­
clusione le dillorenze delle foglie si desumono o dalla
grandezza, o dal numero, o dalla figura, o dalla larghezza,
o dalla concavità o dalla strettezza, o dal\' asprezza o
dalla levigatezza, o dall'essere o non essere spinose. Si
aggiunga anche dove e in che modo sono attaccate : dove,
ossia se alla radice o ai ramoscelli o al caule o ai rami :
in che modo, ossia se col picciuolo o senza, e se piil
da uno stesso picciuolo provengono. Alcune anche por·
tano il frutto e lo tengono chi uso nel loro mezzo, come
CAPITOI.O li. 37

il lauro alessandrino che fa i frutti proprio sopra le


foglie. Queste adunque che abbiamo descrit.to, sono co­
munemente le differenze delle foglie, e in tali cose presso
a poco consistono. Sono poi alcune foglie composte di
flbre, di buccia e di carne, come quelle del Ileo e della
vite; altre quasi di sole flbre, come nella canna e nel
frumento.
(9) L' umore è comune a tutta la pianta, chè non
I' hanno solamente le foglie e qualsiasi parte annua come
il gambo, il fiore, il frutto e simili, ma anco e in mag­
gior copia le parti non annue. Nessuna parte insomma
ne è senza. In quanto ai gambi, pare che alcuni siano
composti di sole flbre, come quei del frumento e della
canna, altri degli stessi elementi del caule.
(IO) Dei flori alcuni constano di buccia, di vene e di
carne, altri solo di c�rne, come quelli che spuntano in
mezzo all'aro. Il medesimo deve dirsi dei frutti, essendo
alcuni composti di came e flbrc, altri di carne solamente;
altri hanno anche la pelle. In tutti e' è poi l' umore. Di
carne e flbre constano i frutti del prugno e della zucca;
di fibre e pelle, quoi del moro e del melagrano. Altri
sono in altro modo composti, ma quasi t.utti hanno di
fuori la buccia, e di dentro la carne, e alcuni anche
il nocciolo.
CAPITOLO Xl.

Di tutte le parLi della pianta ultima è il seme ;


questo ha in sè ingeniti, umore e calore, mancando i
quali, diverrebbe infecondo, come e dell'.uovo. li some
SII I.IURO PRIMO

trovasi talvolta subito dopo l'involucro, come nella palma,


nel noce, nel mandorlo ; ma gl'inrnlucri possono anche
essere più di uno, come per esempio nella stessa palma.
In alcuni frutti (tra l'involucro e il seme) vi è in mezzo
la carne e il nocciolo, come nell'uliva, nella prugna e
in altri. Talvolta il seme sta racchiuso in una siliqua,
in una membrana o in una capsula, talvolta è al tutlO
nudo. (2J Non solo le pianto annue hanno la siliqua, come
le leguminose e molte altre salvatiche, ma eziandio al­
cuni alberi, come la coronia che alcuni chiamano Ileo
egizio, la cercide, il citiso che cresce in Lipari. Hanno
il seme avvolto in una membrana alcune piante annue,
a mo' d'esempio il frumento e il panico. Certi semi sono
chiusi come i n un vascolo, certi altri sono nudi. Della
prima specie gli ha il papavero e le piante somiglianti
al papavero ; il sesamo per altro gli ha in una torma
particolare. Sono nudi i semi in molte specie ùi erbaggi,
come nel!' aneto, nel coriandro, nell' anice, nel comino,
nel finocchio, e in tl'olti altri. (3) Degli alberi nessuno ha
nudi i semi, ma o ravvolti in una polpa, o dentro a un
guscio ora coriaceo, corno quello della ghianda e della
noce euboica, ora legnoso, come nel mandorlo e nel
noce. Nè i semi degli alùeri sono mai racchiusi in un
vascolo, salvo che non si voglia aver per tale il cono
delle conifere, perchè può essere separato dai frutti. I
semi stessi poi ora sono al tutto carnosi, come nel ge­
nere delle ghiande e delle noci ; ora la polpa sta intorno
a un nocciolo, come nell'uliva, nelle bacche di alloro e
in altri frutti consimili. Altri constano del solo nocciolo
o.&PITOLO :U. 39

o di una materia dura come il nocciolo e sono quasi sec­


chi, come quei del cartamo, i granelli ciel fico e i semi di
molti erbaggi. A questo genere appartengono manifesta­
mente i semi della palma, i quali non hanno cavità di al­
cuna sorta e sono tutti impregnati di succo, sicchè non
mancano di umore uè di calore, come già abbiamo detto.
(Il) Differiscono i semi anche per quesio che alcuni
stanno aggruppati, altri a una certa distanza o disposti
con ordine, come quelli dei cetriuoli, delle zucche, e tra
gli alberi, del melo persiano. Degli aggruppati alcuni
hanno un comune involucro, come i semi del melagrano,
del pero, del melo, dell' uva, del fico ; altri sebbene vi­
cini, non hanno un invoglio comune, come tra le piante
annue, quelle che portano la spiga, eccettochè non si
voglia considerare come involucro la spiga stessa. Al­
trettanto dovrebbe dirsi allora dei grappoli dell' uva e
delle altre specie di grappoli, e così di tutti que' frutti
che per la fertilità e bontà del terreno vengono aggrup­
pati, come dicono che in Siria e in altri luoghi faccia
l' ulivo. (5) Ma parrebbe una certa differenza anche questa,
cioè che alcuni semi da un sol gambo e da un medesimo
punto di connessione derivano aggruppati, senza avere
un invQglio comune, come già è stato detto dei grap­
poli e delle spighe ; altri poi no. E osservando ciascun
seme e il sno invoglio si vedrà che essi hanno il loro prin·
ci pio dal punto d' inserzione, come i chicchi dell' uva,
della melagrana, del grano e dell' orzo. Non è però così
nelle mele e nelle pere; chè i semi di queste si toccano,
e sono con!enute da un,i membrana comune coriacea,
40 LIRRO PRIIIO

la quale è chiusa nel pericarpio. (6) Tuttavia ognnno di


questi semi ha il sno proprio principio e inserzione, la
quale è ben manifesta nella melagrana, i cui semi sono
separati, e ogni seme ha uu' inserzione sua propria che
nei grani del ftco è poco visibile per la copia dell' umore.
Per questo sono gli uni e gli altri frulli tra sè differenti,
sebbene gli uni e gli altri abbiano un involucro carnoso,
e ancora un secondo involucro, il quale racchiude quello
primo con le altre parli. Ciò che circonda ogni nocciolo
è <1uesto umore carnoso ; ma i granelli del ftco sono in­
clusi in una certa carne comune, come anche i granelli
dell'uva e altri frutti consimili. Di tali differenze so ne
potrebbero trovare anche altre, ma non si devono certo
ignorare le principali e più naturali.

CAPITOLO X li.

Il sapore, la figura e l' intera forma ,le' frutti sono


coso a tutti così note, che non hanno bisogno d'essere di­
chiarate ; se non che questo ò da notare che nessun peri­
carpio ha facce piane nè angoli. I succhi possono essere
viscosi, come nella vite, nel moro, nel mirto ; oleosi, come
nell'olivo, nell'alloro, nel noce, nel mandorlo e nella picea ;
con sapore d i miele, come quei del ftco, della palma, e
del castagno ; acri, come nell'origano, nella timbra, nel
cardamo, nella senapa; amari, come nell'assenzio e nella
centaurea. Aromatici sono i succhi dell'anice e del gi­
nepro nano ; altri sembrano acquosi, come quei del pru-
CAPITOI.O ltll, 41

gno, o acidi, come nel molagrano e in alcune sorte di


pomi. A questa categoria poi appartengono tutti i vinosi.
Altri finalmente sono di diverse qualità. Delle quali tutte
cose ragioneremo più accuratamente in un trattato in­
torno ai succhi, enumerando e gli stessi generi e le reci­
proche diffe1·enze, e la natura e forza di ognuno.
(2) Di varie specie, come si è detto, è l'umore degli
alberi : latteo, come nel fico e nel papavero ; resinoso,
como nell'abete, nella picea e nelle conifere. Alcune volto
è arqueo, come nella vite, nel pero, nel melo, e anco
negli erbaggi, per esempio, nel popone, nel cetriuolo e
nella lattuga. Altri succhi hanno una certa acrimonia,
come quelli del timo e della timbra; ovvero un profumo,
come nell'appio, nell'aneto, nel finocchio e in altre piante
consimili. In somma ogni albero, anzi ogni pianta ne
ha conforme alla sua natura. Jmperciocchè ogni vegetale
ha un suò temperamento e una sua particolar compo­
sizione di succhi che certamente vengono a ritrovarsi
nei relativi frutti, sicchè con questi vi è non di rado una
sou.iglianza di succhi, sebbene non al tutto certa e ma­
nifesta, essendochè nel pericarpio la natura de' succhi
è meglio elaborata, e assume una cozione pura e sincora.
E bisogna considerare questo succhio come materia, e
l' altro come forma e specie.
(3) Negli stessi semi poi e negl' involucri che li cir­
condano c' è diversità di succhi. Ma in generale tutte
le parti di un albero e di qualsiasi pianta, come dire la
radice, il caule, il ramo, la foglia e il frutto hanno una
certa affinità con la natura di tutto il vegetale, scllllene
42 l.lflRO PRIMO

abbiano odori e sapori diversi, per modo che di una me­


desima pianta alcune parli sicno odorose e saporite, al I.re
al tutto senza odore e insipide (lJ . E in vero i fiori in
alcune piante sonn più odorosi che le foglie, in altre al
contrario le foglie e i rami, a mo' d'esempio nelle piante
che si adoprano per le corone. Tal volta sono odorosi i
frutti, talvolta nè questi nè il resto. Ora sono odorose
le radici, ora qualche altra parte. Si dica il medesimo
dei sapori ; essendo alcuni vegetali mangerecci, e di altri
non mangiandosi ne foglia nè frutto. È cosa singolai:e il
tiglio. le cui foglie sono dolci e si mangiano da molLi
animali, dove da nessun animale si mangia il frutto. Il
contrario non è punto cosa strana, cioè che le foglie non
sien mangiate, ma bensì i frutti, e non solo da noi ma
anco dalle bestie. Ma di queste e di altre simili cose
cercheremo appresso di studiarne le cagioni.

CAPITOLO Xlll.

Ora questo dee essere manifesto che in tutte le


parti delle piante c' è in più modi parecchie differenze.
Poichè anche tra i fiori, alcuni sono lanuginosi come
quei della vite, del moro e dell'edera; altri fogliacei
come quei del mandorlo, del melo, del pero e del prugno.
E alcuni di questi fogliacei hanno una ragionevole gran­
dezza; ma sebbene fogliaceo, piccolo è il fior dell' ulivo.
Nelle piante annue ed erbacee talora sono fogliacei, ta·
Jora lanuginosi. E i fiori tutti sono di due colori o di
CAPITOLO 1:111.

uno solo. Bianchi per lo più o di un sol colore sono quelli


degli alberi, chè quasi del solo melagrano il flore è rosso,
e rossastro quello di alcuni mandorli. Degli altri alberi
colli vati nessuno ha il flore di una tinta vivace o di due
colori. Ma ve ne ha tra i salvatici ; e giallastro in vero
è il fior dell'abete, e color cli rosa dicasi che gli abbiano
le piante nel mare esterno. (2) Ali' incontro quasi nella
maggior parte delle piante annue il flore è di due colori
e doppio. Chiamo doppi que' fiori chP. ne hanno un altro
nel loro mezzo, come la rosa, il crioo e la viola nera.
Alcuni fiori constano di una sola foglia, nella quale non
v'è che indicata la descrizione di più foglie, come lo ia­
sione, nel cui flore le singole foglie non sono divise. Anche
il giglio, non gil\ nella parte inferiore, ma solo nella
superiore ha delle lacinie angolose. E il flore dell' ulivo
è presso a poco allo stesso modo.
(3) Anche rispetlo al puolo io cui nasce il fru tto e
alla sua posizione, c' è delle differenze. Poichè alcuni
fiori circondano il frutto, come il fior della vite e del­
l'ulivo. Questi quando c·adooo, appaiono perforati ; e ciò
si prende come segno che siano bene sfioriti. Chè se
siano troppo inariditi o madefatti, cadono insieme col
frutto, nè appaiono perforati. Quasi In maggior parte
delle piante ha il frulto nel mezzo dAI flore : tutta­
via ve ne ha di quelle in cui il fiore sta· sopra, come
nel melagrano, nel pero, nel prugno, nel mirto ; e tra ·i
frutici, nella rosa e in molte di quelle piante che ser­
vono a !ar corone, chè queste portano i semi, sotto il
flore. Il che è evidentissimo nella rosa, per la sua gran-
LIBRO PRIIIO

dezza. Alcuni portano il flore sopra i semi, come l'acano,


il cartamo e tutto il genere delle acanacee, nelle quali
tutte ogni seme ha il suo flore. Allo stesso modo av­
viene anco in alcune piante erbacee, come nell'antemo,
e in quanto al genere degli ortaggi, nel popone, nel ce­
triuolo e nella zucca. Chè tutti portano il flore sulla punta
de' frutti, e mentre questi crescono, i ftori durano an ­
cora luogo tempo. (U In alcune piante nascono i fiori
in un modo al tutto singolare, come nell' edera e nel
moro, ne' quali si trovano sull'intero pericarpio, e non
nell'apice, nè circondano le singole parti ma stanno nel
mezzo, salvo per altro che la cosa non possa essere stata
bene osservata a cagione della lanugine. Ci sono anche
dei fiori sterili come quelli del popone, che truvansi in
cima ai germogli ; e si levano via. perchè impediscono il
crescere della pianta. Si dice anche che i fiori del melo
medico, quando hanno in mezzo al flore come una rocca,
sono fruttiferi; quando no, sterili.
Sarebbe eia esaminare sP. ci,) accada anche in altre
piante fiorifere, cioè se portino dei fiori sterili, sia se­
parati, .sia non separati; chò ci sono alcun� specie di vili
e di melagrani inetti a produrre frutti perfetti, e tutta
la vegetazione giunge solamente al flore.
(5) Il flore del melagrano è anche copioso e den­
so, e di volume ampio come quello della rosa ; ha le
parti superiori rimose, e in hasso un altro calice car­
noso più piccolo, al di fuori rigonfio. Si dice anche che
di questa specie aie.uni fioriscano, altri no ; così il pal­
mizio masch io norisce e non giA la femmina, ma pron·
CAPITOLO 1111. 45

tamente produce il frutto. Ques1e sono le differenze delle


piante congeneri, e al tutto di quelle che non possono
portare il frutto a maturità. Dalle cose dette apparisce
adunque come la natura do' fiori presenti molte differenze.

CAPITOLO XIV.

Differiscono gli alberi anche quanto al produrre i


frutti, nel seguente modo : ossia alcuni li producono dai
novelli germogli, alcuni da quelli dell'anno innanzi, altri
finalmente dagli uni e d agli altri. Dai nuovi germogli
gli produce il fico e la vite ; da quelli di un anno l'u­
livo, il melagrano, il molo, il mandorlo, il per�, il mirto,
o quasi tutti gli altri consimili. E se talvolta questi ul­
timi e llori e frutti producono dai nuovi germogli, ciò
che accade in alcuui, nel mirto, per esempio, ed in que­
gli alberi massimamente nati dopo Arturo, tai frutti non
giungono a maturitt\, ma periscono mezzo fatti. Nell' un
modo e nell'altro, valo a dire dai germogli dell'anno proce­
dente e dai nuovi, nascono i frutti in quei meli che duo
volte fioriscono, e in simili alberi fruttiferi. Anche il fico
tardivo viene dai giovani germogli, e matura. (2) Cosa al
tutto singolare è che dal tronco nasca il frutto, come è
il caso del moro egizio in cui dicono che spunti dallo
stesso tronco. Certi poi affermano che il frutto viene
alle volle e dal tl'Onco e dai rami, come nella ceroni:i ;
chè questa anche dai rami li produce, sebbene non fre­
quen temonLe ; e chiamano coronia quell'albero che fa i
10 LIBRO PRUIO

flch.i deUi egiziani. C' è alberi e cerle altre piante eh.e


portano i frutti sulle punte dei rami, e' è di quelle
eh.e gli h.anno sui rami, e finalmente altre eh.e li !anno
nell'uno e nell'altro modo. Ma piu spesso elle negli al­
beri, nelle altre piante vengono i fruUi dalle punte dei
ram i ; tali sono Lra le frumentacee, quelle eh.e fanno la
spiga ; tra i frutici l' erica, la spirea, l' agnocasto e al­
cune altre ; tra gli ortaggi, quelle che hanno la radice
capitata. In tutL' e due i modi portano il frutto alcuni
alberi, e tra gli ortaggi il liliLo, l'atriplice e il cavolo.
Anche l'ulivo fa presso a poco cosi, e dicono che quando
porta in cima i suoi frutti, sia indizio di abbondanza.
Medesimamente la palma ha in certo modo i suoi frutti io
cima, ma in questa e foglie e germogli vengono dalla
punta, poichè tutta la forza vitale della pianta sta nel­
l'alto. A questo modo adunque sono da ,lichiararsi le
differenze delle parti.
(3) A tutta intera la pianta si rifeciscono manifesta·
mente le differenze accennate. Cioè a dire che alcune
piante sono domestiche, altre salvatiche; alcune frutti­
fere, altre sterili ; quali sempreverdi o con foglie caduche
come è stato dello, quali al tutto prive di foglie ; così
pure alcune con fiori, altre senza ; alcune cho germo­
gliano preslo e portano precocemente i frutti, altre che
tardi, e lardi fruttificano. E cosi si dica di altre differenze
simili a queste che si riferiscono alle parti, o almeno non
possono esser considerate sonza le parti.
Ma una differenza al tutto propria e in certo m<,do
importantissima è questa che, al par degli animali, ci
OAPITOLO XIV, 47

sono piante e acquatiche e terrestri ; sicchè certe non


posson vivere altro che in luoghi umidi e, se crescono al­
trove, non vengono della stessa bontà, ma tralignano.
(4) Di tutti gli alberi e, generalmente parlando, di
tutte le piante, c'è molte specie in ogni genere, e
non ce n'è forse nessuna che sia di una specie sola.
Quelle che si chiamano domestiche e salvatiche, hanno in
questa distinzione la lor principale e più manifesta dif­
ferenza, come il fico e il capriflco, l'ulivo e l'oleastro,
il pero e il peruggine. E quelle piante che a una di
queste specie appartengono, mostrano la differenza loro
ne' frutti, nelle foglie, e nelle altre forme e parti. Delle
salvatiche molte non hanno verun nome, e son pochi
che le conoscano. Ma le domestiche la maggior parte
hanno il loro nome, e ne è più comune la conoscenza :
intendo parlare della vite, del fico, del melagrano, del
melo, del pero, dell'alloro, del mirto e di altre. Chè
l'uso comune di qu,iste piante fa sì che ne siano ben
nl)te le dilTerenze . (5) Anche questo è proprio delle
dette specie, che le salvatiche si dividono solamente
o principalmente in maschi e femmine, dove in quella
vece molte sono le specie delle domestiche. E dì quelle
è facile determinare ed enumerare le specie ; di queste
difficile, per la loro moltiplice varietà. Così adunque bi­
sogna considerare le differenze delle parti e delle altre
cose che appartengono alla natura delle piante.
Della generazione si ragionerà in appresso, procedendo
così ordinatamente.
LIBRO SECONDO

CAPITOLO I.

La propagazione degli alberi, e in generale delle


piante, o avviene spontanean:ente ; o si fa · per seme, per
radice, per polloni, per rami, per ramoscelli, per lo stesso
tronco, o finalmente tagliando il legno in minuzzoli, chè
anche così alcune piante si propagano. La principale è
certamente la spontanea ; ma quella che si la per seme
e per radici parrebbe la più naturale e da aversi
come spontanea, per cui si trova anche nelle piante sal­
vaLiche. Gli altri modi di propagazione sono frutto di
arie e d' industria. 12) Ogni pianta si propaga per uno
di quest i modi, ma la maggior parte anche per più. Così
l'ulivo si moltiplica come si vuole, salvo che per li ramo­
sceJJi, i quali conficcati in terra non mettono radici, come
le mettono un ramo di Hco o una verga di melagrano; seb­
bene raccon liro alcuni che piantato presso un'edera un
palo (ramo) di ulivo, vivesse insieme con essa e diven­
tasse albero ; ma questo è un caso raro, laddove gli
altri mcdi di propagazione sono per natura pi1ì comuni. li
CAPITOLO I.

fico in tutti gli allri modi si propaga, eccettochè pel


tronco e pel legno ; il melo e il pero, raramente anche
pei rami. Se non che è da credere che quasi tutte le
piante possano moltiplicarsi pei rami , quando questi
siano schietti, giovani e vigorosi. Ma gli altri modi sono
più conformi alla natura ; e ciò che è riuscito bene una
volta, non si ha da riguardare se non come possibile.
(3) Poche al tutto sono quelle piante che volentieri si
propaghino e germoglino per le cime dei rami ; così la
vite vien bene dal tralcio, e si propaga per questo e non
per le cime, del pari che alcuni altri cosiffatti alberi
o suffrutici, come, secondochè si crede, la ruta, la viola,
il sisimbrio, il serpillo e l'elenio. Ma la propagazione più
comune è quella che si fa per via di polloni o di semi :
chè ogni pianta che fa i l seme, nasce dal some. Dicono
che anche l'alloro prenda per polloni, so svelto un ra­
moscello, si pianti ; ma bisogna che porti seco alcun poco
delle radici o del ceppo. Senza che si badi a questo, può
pur germogliare il melagrano e il melo primaverile.
Cresce anche il mandorlo così piantato. (4) In moltissimi
modi si può moltiplicare l'ulivo, sia spaccando il tronco
e il ceppo, sia per le radici, pel legno, per una verga
o per un palo, come è stato detto. Tra le altre piante, il
m irto si propaga pel legno e pel ceppo ; ma bisogna che
così il legno del mirto, come quello dell'ulivo non sia
stato tagliato per una lunghezza minore di una spanna,
nè scortecciato. Ecco per che Diodi gli alberi germo­
gliano e si propagano. L' innestare poi e l' inocchiare
00 •�mao &&001100

sono come un composto o una generazione di tuU'altra


lorma; ma di ciò si ragionerà appresso.

CAPITOLO I l.

I suffrutici e le erbe nas,:ono la maggior parte dal


seme o dalla radice, e alcuni dall'uno e dall'alLra ; tal­
volta anche dai germogli, come è stato dett.o. Si pro·
pagano le rose e i crini dividendo i cauli, come pure
l'agrostide ; ma e crini e rose possono anche moltipli­
carsi, sotterrando tutto il caule. Singolarissima è la pro­
pagazione per la lagrima, e pare che cosi nasca il crino,
quando la lagrima si sia disseccala. li medesimo dicono
dell' ipposelino, dal quale pure stillano le lagrime. Si
propaga la canna, se tagliala a pezzi, si pongano questi
obliquamente, coprendoli di concime e di terra. È proprio
delle piante che hanno la radice capitata, il moltiplicarsi
per la radice.
(2) Essendo cosi molliplice la virlù della riproduzione,
anche gli alberi, come è stato dello di sopra, si propa­
gano la maggior parte per più modi. Vero è che alcuni
nascono solamente dal seme, come l'ahcle, la picea, il
pino : in una parola, tulle le conifere. Così pure la palma,
la quale però in Babilonia, come dicono alcuni, si mol­
tiplica anche per le verghe. li cipresso nasce ordinaria­
mente dal seme, ma in Creta anche dal tronco, come
ne' luoghi montuosi presso Tarra, dovo ci sono cipressi
cedui che germogliano sempre dal taglio, in qualunque
modo siano tagliali, o rasente terra, o nel mezzo, o nella
CAPITOLO Il,

parte superiore. Talvolta, sebbene di raro, ripullulano an­


che dalla radice. (3) In quanto alla quercia, ci sono varie
opinioni : alcuni dicono che si propaghi solamentè per
via di seme; altri anche per radici, ma a stento; aUri
finalmente, anche per lo stesso tronco tagliato.
Per polloni e per radicfnon si propaga nessun al­
bero di quelli che non fanno stoloni. 14) Quelle piante
che in più modi si moltiplicano, crescono assai più presto
e piit facilmente, se riprodotte per polloni : molto più
poi se 'l uesti abbiano radici e siano stati staccati dalla
radice principale, E ciò che si propaga per questa guisa,
e generalmente per rampolli con radici, pare che pro­
segua a produrre la qualità stessa dei frutti della pianta
madre. Ma se, essendo di quelle che possono nascere an­
cho dal frutto, da questo provengano, quasi tutte rie­
scono peggiori, e alcune al tutto tralignano, come la vite,
il melo, il fico, il melagrano e il pero. Così da un gra­
nello di fico, non vien punto un fico domestico, ma un
caprifico o un fico salvatico che spesso cambia anche il
colore, facendosi di nero bianco e di bianco nero. Pa­
rimente una vite domestica ne dà una salvatica e
spesso di una specie diversa. Alcune volte perdono
cosi fattamente le loro buone qualità e diventano
tanto salvatiche, cho non maturano più i loro frutti, e
nemmeno li formano perfettamente , giungendo solo
alla fioritura. (5) Dai noccioli dell'uliva nascono oleastri
e dagli acini dolci del melagrano, melagrani salvatici.
Da que' frutti che non hanno nocciolo, nascono frutti
duri e spesso anche acidi. Medesimamente avviene nel
52 LIRRO fil!OCJNOO

pero e nel melo : chè dal pero nasce il peruggine, e il


melo degenera e di dolce si fa acido. Cosi il cotogno
domestico diventa salvatico. Traligna anche il mandorlo
e pel succo, e perchè di molle si fa duro ; per la qual
cosa consigliano d' innestarlo anche quando è adulto, o,
se no, di trasporre spesso le giovani piante. (6) Dego­
nera anche la quercia, e molti, seminate le ghiande di
quelle che crescono in Pirra, non ne polerono avere d i
uguali. L'alloro e il mirto alcune volle vengono bene, secon­
dochè si dice ; ma per lo più degennrano anch'essi, e non
mantengono nemmeno il loro colore, chè i frutti rossi pas·
sano in neri, come avvieno in Antandro. Il cipresso spesse
volLe di femmina diventa maschio. Il palmizio per allro
pare che si mantenga il medesimo più di qualunque al­
tra pianta che si ri produce per seme ; e cosi la picea
conifera e il pino ftiroforo. E ciò, por lo piante coltivate.
In quanto poi alle salvaticho è chiaro che in mag­
gior numero si mantengono inalterate, pcrchè più robu·
ste. Il contrario non è da ammettersi ; chè degenerano
anche queste, solo però quando siano nate dal seme,
salvoch/i poi non migliorino un poco per opera della
coltivazione.
(7) Conviene anche distinguere luogo da luogo o
clima da clima. In certi paesi pare che il terreno non
alteri punto la qualiti< delle piante, come per esompio
in Filippi. Ma poche o in pochi sili fanno tal cam-
1,iamento ùa riuscire domestiche da un seme salvatico,
o, a ogni modo, migliori di com'erano prima. Del mela­
grano solamente abbiamo sentito dire che ciò avvenga
CAPITOLO li

in Egitto e Oilicia =� dicono che, sia seminando, sia pian­


tando un melagrano agro in Egitto, riesce poi di sapore
dolce o vinoso. In Soli di Oilicia presso il fiume Pinaro,
là <love avvenne la battaglia c�n Dario, tutti i mela­
grani portano il frutto senza noccioli. (8) Nè dC'Ve fare
maraviglia se, piantando fo Babilonia le nostro palme,
riescano fruttifere e simili a quelle là; e medesimamente
se qualche altro terreno dia frutti corrispondenti alla
bontà do! suolo, poichè la qualità di esso val più del-
1' industria e della coltura, come lo dimostrano quelle
piante che, trasportate in altro luogo, divengono infru t­
tilere e alcune non germogliano nemmeno. (9) Possono
anche modificarsi le piante per cagione del nutrimento
e di certe cure speciali, cosicchè le salvatiche si addo­
mesticano, e delle stesse addomesticate alcune diventano
salvatiche, come il melagrano e il mandorlo. Dicono al­
cuni che dall' orzo fosse nalo il grano, e dal grano l'orzo,
e l'uno e l'allro sopra un mede;imo cespo; il che è da
tenersi come al tutto favoloso.
(IO) Le piante che si mutano in questo modo, lo fanno
per effetto del cambiamento del suolo, come abbiamo detto
del melagrano in EgiUo e in Cilicia, e senza alcuna spe­
ciale coltura. Si dica il medesimo quando le fruttifere
diventano sterili, come il persio che viene dall' Egitto,
la palma trapiantata in Grecia e il pioppo nero di Creta,
quando altri lo trasportasse altrove. Alcuni affermano
che il sorbo diviene infruttifero, se piantato in luogo
assai caldo, essendo frigido per natura. È verosimile
che l'una e l'altra cosa avvenga pel concorso di cit·co-
LlkKO Bl!Oollbo
stanze contrarie, talchè, cambiato luogo, alcune piani.e
non vogliono nascer più in nessun modo. E r1ueste sono
le mutazioni che dipendono dal luogo. (Il) Nelle piante
nate dal seme, come si è detto, avvengono moltiplici mu­
tazioni. Per opera della coltura si cambiano il melagrano
e il mandorlo : quello quando abbia avuto del concime
suino e abbondanza di acqua corrente ; questo, se vi ai
conficchi un cavicchio, e per un buon tratto di tempo
se ne levi via l'umore che scola, e ai tratti con ogni altra
cura. (1%) Per tal modo è chiaro, come alcune divengano
domestiche da salvatiche che erano, e altre domestiche
iosalvatichiscaoo, per opera della coltura cambiandosi
quelle, e pe1· difetto di coltura queste, salvochè altri non
voglia chiamar questa una vera mutazione, ma piuttosto
un passaggio sia in peggio, sia in meglio. Perocchè
non avviene mai che un oleastro si possa far di veni.are
ulivo, nè pero un peruggine, nè Hco uo, caprifico. E se
si dice dell'oleastro che, mozzatagli la chioma e trapian­
tato, possa produrre que' frutti che si chiamano faulie,
non ò questa una gran mutazione. Ma s'intenda pure
la cosa come si vuole, poco monta.

CAPITOLO 111.

Ma dicono che alcune di queste mutazioni accadano


spontaneamente ora nei frutti, ora io tutto l'albero ; la
qual cosa gli aruspici tengono in conto di portenti, come
quando un melagrano aspro porti dei frutti dolci, e uno
dolce, aspri ; e cosi pure quando lo stesso albero al tutto
0APITOLO Ili, 156
si cambi, di aspro divenendo dolce e di dolce aspro.
La mutazione fo dolce è riguardata come peggior segno.
Cambiandosi il caprifico in fico, o il fico in caprifico,
questo secondo mutamento è di cattivo augurio. Dall'u­
livo viene l'oleastro, e dall'oleastro, caso rarissimo, l'u­
livo. Inoltre (prendono come augurio), se il fico di bianco
si faccia nero e di nero bianco. Il medesimo all'armano
della vite. (2) Tali cose le credono prodigiose e contro
le leggi della natura; ma dei fatti consueti non se ne
maravigliano punto ; come quando la cosiddetta vite
capnea cambia il colore dell'uva, facendosi di nera, bianca
e di bianca, nera. A ciò non guardano gli aruspici, come
nemmeno quando avvengano cambiamenti per cagion
del terreno, secondo che abbiamo detto del melagrano
in Egitto. Il maraviglioso è per essi, quando ciò avvenga
nei nostri paesi, per uno o due alberi,e raramente in lungo
spazio di tempo. Ma del resto se cambiamenti ci sono, li
vedi piuttosto nei frutti che in tutto l'albero. (3) Poichè in
vero a tale irregolarità vanno soggetti i frutti ; così già
una volta in un fico nacquero i frutti dietro le foglie,
nel melagrano e nella vite spuntarono dal tronco, e una
vite fruttillcò sebbene priva di pampani. Un ulivo per­
dette le foglie e fece il frutto, la qual cosa raccontano
che fosse stata veduta da Tessalo figlio di Pisistrato,
Questi fatti sono da attrilmirsi alle invernate e ad altre
cagioni ; e sebbene paiano con_tro l'ordine della natura,
pure non è così; come quando un ulivo arso interamente,
germogliò tutto di nuovo, e in Beozia rimise di nuovo
(un altro ulivo), a cui dalle locuste erano stati rosi i gio-
116 I.IDRO 811COND0

vani virgulti..... Ma cotesti c11Si non fanno punto mara­


viglia, essendo manifesle le luro cagioni ; la farebbero
piuttosto se un albero nato in terrenu propriu non Jll'O­
ducesse fruUi, o li producesse di una turma diversa; molto
più se tutta la natura dell' albero si mutasse, come è
stalo detto. E queste sono le mut.azioni che avvengono
negli alberi.

CAPITOLO IV.

Tra le altre piante parti che il sisimbrio si tras­


formi in menta, quando non ne sia impedito dalla col­
tura ; onde lo trapiantano spesso. Il frumento si muta
in loglio. Negli alberi quando avvengono cosi fatti cam­
biamenti, avvengono sp!lntaneamente ; nelle piante an­
nue, per arte. Cosi la tife e la spelta si trasformano in
frumento, quando i chicchi siano stati seminati, tolta loro
la buccia ; il cambiamento però non avviene subilo, ma
dopo tre anni. La cosa va presso a. poco allo stesso modo
nel cambiarsi che fanno i semi per ragione del suolo ;
chè anche questi si cambiano secondo la diversa natura
dei terreni,. e circa in quello spazio di tempo che la
tife. Si mutano parimente per la coltura, e in un tempo
uguale, il frumento salvalico e l'orzo, e diventano do ·
mestici. (2) Cosi fatte mutazioni, a quanto pare, avven­
gono per il cambiamento del clima e per la coltura : in
alcune piante, per l'uno e per l'altra; in altre, per la sola
coltura.. Cosi, perchè i legumi riescano cottoi, sugge­
riscono di tenerne una notte i semi in inCusione col nitro,
CAPITOLO IV. 67

e poi il giorno appresso seminarli in una terra secca :


di seminare nel concime le lenticchie per averle belle ;
per avere grossi i ceci, di seminarli rammolliti e con
tutta la buccia. Si cambiano anche secondo i tempi in cui
si fanno le seminagioni, rispetto al riuscire più leggieri
e di men faticosa digestione : cosi l' ervo seminato a
primavera,vicne leggerissimo ; se d'autunno, al contrario,
assai grave. 13) Anche gli erbaggi si m odificano per opera
della coltura ; cosi l'appio dicono che diventi crespo se,
dopo seminato, si pigi il terreno e si spiani con un ci­
lindro. Si modificano ancora cambiando luogo, come le al­
tre piante ; chè questa è legge comune a tutte. Se poi
un albero diventi sterile per una lesione o mutilazione
di qualche sua parte, come avviene negli animali, è cosa
che vuol essere esaminata. Non c' è però alcun mani­
festo indizio che diviso un albero dia meno frutti, quasi
fosse indebolit o ; ma o perisce del tutto, o resta frutti­
fero come prima. Rovina comune a tutti /J la vecchiaia.
14) Piuttosto sarebbe da far le maraviglie, avvenendo
negli animali cosi fatte mutazioni naturalmente e fre­
quentemente. E per vero alcuni par che si mutino se­
condo le stagioni, come lo sparviero, l' upupa e si­
mili uccelli ; altri per il cambiarsi la condizione dei
luoghi, come l'idro cho diventa vipera al prosciugarsi
dello stagno. l\otissimi sono quelli che nella lor gene­
razione prendono forme di vari animali , come la cri­
salide che viene dal bruco e si trasforma poi in far­
falla, il che si osserva anche in m olti altri casi. Ciò per
avventura non è nulla di straordinario, e non ha che
58 LIBBO IIICONDO

fare con quello che andiamo esaminando. Ma gli alberi,


e in genere ogni sorta di piani.a, come si è detto di
sopra, producono spontaneamente germogli che son pro­
prii di altre specie, operandosi un tal camMamento per
gl' influssi del cielo. A questo modo adunque erano da
esaminarsi le generazioni e le trasformazioni delle piante.

CAPITOLO V.

La coltivazione e la cura essendo di gran mo­


mento alle piante, e in primo luogo il modo di porle,
dalle quali cose derivano grandi elfetti, anche di · questo
si tratterà, e delle piantagioni innanzi tutto. Quali siano
le stagioni da piantare, è stato detto di sopra. In quanto
alla scelta delle piante, consigliano di prendere le più
belle da un terreno di r1ualiLà simile o inferiore a
quello in che si traspongono, e di fare le buche mol­
tissimo tempo prima, e sempre assai profonde, anche
per quelle piante che radicano più superficialmente.
(2) Dicono alcuni che nessuna radice scenda più giù di un
piede e mezzo ; onde biasimano chi pone a maggior pro­
fondità. Ma non pare che per molte piante dicano bene ;
chè quelle che di lor natura tendono a discendere a basso
con le radici, se trovino una prùfonda cav it/1. o un
terreno sciolto, le allungheranno molto di più. E un tale
raccontava che avendo mossa con una leva una picea
per trapiantarla, ne trasse fuori una radica lunga più di
otto cubiti ; eppure non l'ebbe sveli.a tutta, ma troncai.a.
CAPITOLO V, 59

(3) Le piante da trasporre, quando si può, si pren­


dano con tutte quante le radici: quando poi no, è bene
preferire le parti basse alle superiori, eccetlochè per la
vite. Quelle che hanno radici, si pongono diritte ; delle al­
tre se ne mette sotto quant' è la lunghezza di una spanna o
poco più. Alcuni consigliano di metter sotto una parte del
tronco, anche di quelle che hanno radici, e vogliono che
nel piantarle rimangano volte a tramontana o a levante o
a mezzogiorno, così com'eran prima che fossero staccate
dall'albero. Quando si possa, è utile anche propaggi­
nare prima il ramo, o non istaccato ancora dal suo al­
bero, come nell' ulivo, nel pero, nel melo e nel Ileo ; o
dopo reciso, come nella vite, i cui tralci non si devono
propagginare nella pianta madre. (4) Quando non si pos­
sono avere le piante con le radici e parte del ceppo,
come nell'ulivo, allora si deve spaccare il legno dalla
parte di sotto e, cacciatovi dentro un sasso, piantarlo ;
così farai col Ileo e con altre piante. Il Ileo si pone anche,
aguzzandone un grosso ramo e conficcandolo in terra con
un martello, tino a cht1 solo un poco ne rosti fuori che
poi si coprirà, gettandovi della sabbia ; e dicono che
così fatte piante riescano più belle, llnchè son gio­
vani. (5) Simile è la piantagione delle viti, quando
si faccia con un palo, il quale apre la via al tralcio �he
per sè sarebbe debole ; cosi si pongono anche i mela­
grani e altri alberi. Il Ileo, se piantato in una scilla,
cresce più presto ed è meno mangiato dai bruchi ; che
anzi tutto ciò che si pianta nella scilla, cresce più rigo­
gliosamente e prontamente. Quando si pone una parte
60 LIRRO OOOlfOO

recisa dal tronco, bisogna che nel porla il taglio sia


volto ali' ingiù, e il pezzo non sia più corto di una spanna,
come è stato detto, nè privato ile.Ila corteccia. Cosi cresce
la pianta ; e a mano a mano che �crmoglia vi si accu­
mula intorno la terra, fino a che non si sia fortiftcato
abbastanza. (6) Questo modo di propagazione è proprio
dell'ulivo e del mirto, la•1dove gli allri sono comuni a
tutti. È cosa ottima che il ramo del fico abbia già messo
le radici, perchè possa riuscirne bono la piantagione.
Vogliono che i melagrani, i mirti e i lauri siano
piantati folti, di guisa che Ira albero e alhero non vi
corra maggicr intervallo di nove piedi : i meli un poco
più distanti e, anche più, i peri e i peri salva1ici trapian·
tali, e molto maggiormente poi i mandorli, i fichi e cosi
pure gli ulivi. Gli intervalli siano secondo i luoghi : mi·
nori, nei montuosi ; maggiori, nei piani. (7) È cosa di
sommo momento assegnare a ogni pianta il terreno
adatto, chè allora prosperano grandemente. Cosi, per
esempio, ali' ulivo, al fico e alla vite ,!icono che si allà
molto la pianura, e agli alberi fruttiferi, le radici de'
monti. Conviene anche non ignorare il luogo n., tivo delle
stesse piante congeneri.
Infinita è, per cosi dire, la differenza delle viti ;
ta\chè dicono alcuni tante essere le specie delle viti
quante quelle dei terreni. E buone riusciranno le viti,
se piantate conforme alla loro natura ; sterili, se altri­
menti. E questa è, in certo modo, legge comun,, a ogni
pianta.
CAPITOLO VI. 61

CAPITOLO VI.

Cosa singolare è la piautagione delle palme e la


susseguente co!Lura. Chè si depongono più semi nel me­
desimo luogo, due sotto e due sopra, e tutti col dosso
in su, non ispuntando il germe dalla parte di sotto e
dal solco, come affermano alcuni, ma bensì dal dosso ;
per il che nell'accoppiare i semi non bisogna coprire il
punto, donde si svolge l'embrione, il qual punto sanno
ben riconoscere le persone pratiche. E si depongono più
semi in un medesimo posto, perchè da un solo la pianta
verrebbe su troppo debole ; ma di tutti intrecciandosi
tra loro le radici, e ben presto anche i primi germogli,
si va a formare tutt'un fusto. (2) Tale è la propagazione
che si fa pel seme. Si propaga pure pel tronco, levan­
dogli via il di sopra dove sta il cervello; di poi si taglia
per la lunghezza di due cubiti, si spacca dalla parte
di sotto e si pone cosi in un terreno umidiccio. Amano
poi le palme il terreno salso, o dove non è di tal
qualità, i coltivatori vi spargono sopra del sale, non in­
torno alle radici, ma un poco discosto ; e vi si sparge
un mezzo sestario di sale. Che questa sia la qualità del
terreno che vogliono le palme, si fa manifesto da ciò
che dovunque c'è moltitudine di palme, ivi il terreno è
salmastro. Cosi avviene in Babilonia in qua' posti dove
si trovano le palme, e in Libia e in Egitto o in Fenicia.
E nella Celesiria, dove ce n' è tante, solo in tre luoghi
di terreno salso producono frutti buoni da conservarsi,
62 l,IBRO HCOll'DO

laddove negli altri uon si mantengono ma si guastano ;


sebbene ancor verdi siano dolci, e cosi li mangino.
(3) La palma ama anche assaissimo l' irrigazione.
In quanto alla coucimaziooe, disputano ; chè secondo al­
cuni non vorrehbe il concime come daonosiseimo ; se­
condo altri, e lo vorrebl,e e ne crescerebbe più rigogliosa ;
annaffiata per altro ahoondantomenle dopo concimata.
come fanno quei di Rodi.
Ma questa cosa vuol essere più diligentemenle esa­
minata ; perchè forse chi in un modo chi in un altro
tratLaquest'albero; e il concime con l'annafflamentogiova,
come senza, torna nocivo. Giunta a un anno di età, la
si traspone, geilandovi del sale ; altrettanto si la il se­
condo anno, amando molto le palme di essere tra­
piantate. (4) In altri luoghi ai trapiantano io primavera,
ma in Babilonia intorno al nascimento della Canicola,
quando, per ordinario, i più sogliono farne le piantagioni,
perché allora l'albero vien su più presto e più presto cre­
sce. Finchè la pianLa è novella, non la toccano, salvo a ri­
legarle la chioma, afflnchè cresca diritta e non pendano
le verghe ; di poi, divenuta adulta e ingrossata, la moz­
zano, lasciando le verghe quant'è la lunghezza di una
spanna. Finchè la palma è giovane, produce il frutto senza
nocciolo, ma poi c'è anche questo. (5) Altri dicono che
gli abitanti della Siria non adoperano per le palme altra
coltura che quella di rimondarle e adacquarle ; per questa
faccenda si servono, anzichè della piovana, dell' acqua
di sorgente, della quale ce n' è gran copia nella val­
laLa in cui crescono le palme. Queata vallata, a quanto
CAPITOJ.O VI. 63

dicono i Sirii, si distende per l'Arabia fino al Mar Rosso ;


e molti affermano di averla percorsa : nella parte più
bassa crescono le palme. L'una cosa e l'altra può es­
sere ugualmente vera, perché è ragionevole che, come
col variare de' terreni variano le piante, cosi varii anche
la loro coltivazione.
\6J Parecchie sono le specie delle palme. Primamente,
e questa è come la principal differenza, si dividono in
fruttifere e sterili, e di quest' ultime que' di Babilonia
se ne servono per fabbricar letti e altre masserizie. Di
poi delle fruttifere, altre sono maschi, altre femmine, e
di/feriscono in questo, che il maschio produce dapprima
il flore ravvolto in una spata, laddove la femmina fa su­
bito un piccolo frutto. I frutti sono anch' essi di molte
sorte, chò alcuni sono senza nocciolo e altri lo hanno
molle ; rispetto al colore ce n'è di bianchi, di neri e d i
gialli. E dicono che i n sostanza i fichi stessi non offrono
nè più varietà di colori, nè più specie di verse. Cosi dif­
feriscono anche per la grojsezza e la forma, essendovene
dei rotondi come pomi,e cosi grandi che quattro misurano
la lunghezza di un cubito e qualche volta perfino di un
piede. Altri in quella vece sono piccoli come ceci. Variano
anche molto pel sapore dei succhi. (7) Cosi tra i bianchi
come tra i neri ottima è quella specie che chiamano
regii, vuoi per la grossezza, vuoi per la bontà: ma, a
quanto si dice, sono rari, chè forse ce n'è solamente nel
giardino di Dagoa il vecchio, presso Babilonia. In Cipro
c'è una qualità singolare di palme che non porta a ma­
turità il frutto, il quale per altro, sebbene i mmaturo, è
64 LIBRO 8BCONDO

assai gustoso e dolce, ma di una certa aua speciale dol­


cezza. Alcune palme si distinguono dalle altre non solo
pel frutto, ma anche per le proporzioni e altre qualità
dell'albero ; e in vero non sono oè grandi nè elevate, ma
piccole, e tuttavia piu fruttifere delle altre, e il terzo
anno portano il frutto. Cipro ne ha molte di cosiffatle.
Anche in Siria e in Egitto si trovano palme dell' altezza
di un uomo che danno il frullo il quarto o il quinto anno.
(8) In Cipro cc n'è pure un'altra specie la quale ha
la foglia piu larga e il frullo molto piu grosso e di una
forma singolare, per essere della grossezza di una me­
lagrana, ma bislungo ; non ha sapore così gradevole
come gli altri, ma simile a quello delle melagrane, di
guisa che non si può mangiare, ma appena masticato,
si sputa.
Sono, dunque, come ò stato detto, molte le sorte delle
palme. Possono conservarsi, secondo che si afferma, solo
que' datteri che si raccolgono nella valle di Siria ; e quei
d'Egitto, di Cipro e d'altri luoghi si mangiano verdi.
(9) La palma ordinariamente ha un sol tronco e in·
diviso : tuttavia ce n' è, per esempio in Egitto, delle ra­
mificate e come biforcate, e l'altezza del tronco fino alla
divisione è di un cinque cubiti. I rami crescono in ugual
modo. Si dice che in Creta ci siano molle di queste palme
bipartite, e alcune anche tripartite ; in Lapea ce n' è qual·
cheduna anche con cinque leste. È cosa del resto natu·
raie che cosiffatle palme al,bondino ne' luoghi fertili; e
che, a ogni modo, molte ne siano le specie e le varietà.
(10) Ce n' è un' altra specie che dicono cresca ab-
CAPl'OOl,O VI. 65

bondànt.amente in Etiopia, e la chiamano coix, Queste


palme sono fruticose e non hanno un solo fusto ma più,
i quali talvolta fino a un ceri.o punto s' intrecciano e ne
formano uno solo. Le verghe non sono lunghe, ma quanto
un cubito, e sono lisce con la chioma sull'estremità. Hanno
foglie larghe e come composte di due minori : son belle
a vedere. Producono frutti singolari per la forma, la
grossezza e il sapore, perché più rotondi, più grossi e
gusl.osi, sebbene meno dolci. Maturano in tre anni, co­
sicché c'è sempre dc' frutti nell'albero, trovandosi i nuovi
insieme con quelli di un anno. Se ne fa anche pane. Ma
queste cose vorrebbero essere anche più diligentemente
esaminate.
(HJ Quelle che si domandano cameropi, sono un'altra
specie di palme, sebbene vadano sotto il nome com uno
di palma. I cameropi, se si mozza loro il capo, proseguono
a vivere, e ripullulano anche se recisi fino alle radici.
Differiscono dalle altre e pel frutto e per le foglie, le
quali sono larghe o flessibili, per il che se ne servono a
tesser ceste e stuoie. Molti ce ne sono in Creta, e anche
più in Sicilia. Ma delle palme abbiamo ragionato più che
non richiedesse l'argomento.
(12) In certe altre piantagioni si pongono le talee ca­
povolte, come si fa con i magliuoli ; i l che, secondo alcuni,
non serve a nulla, massime poi in quanto ai magliuoli.
Altri credono che il melagrano piantato in tal guisa faccia
una chioma più densa e ombreggi meglio il frutto, come
pure che cadano meno i fiori fecondati. Il medesimo si
dice anche dei fichi, i quali se piantati capovolti, non fa-
66 LIBRO BF.CONOO

rebbero cadere i frutti e ramillcherebhero in modo da


rendere più agevole il montarvi su ; nem'Deno cadono
i frutti, se allri spunli le cime appena nale.
E così è stato dichiarato, per le generali, in che modo
si facciano le piantagioni e le propagazioni.

CAP ITOLO V I I.

In quanlo alle operazioni da farsi negli alberi e


alla cura che se ne deve avere, ci sono cose comuni a
tutti e particolari di alcuni. Comune a lutti è scavare
le fosse, annaffiare e concimare gli alberi, come pure ri­
mondarli e levarne via i seccumi. Ma in queste cose
dilforiscono gli alberi nel più e noi meno; perchè alcuni
amano l'acqua e il concime, altri non cosi, come il ci­
presso che non vuole nè l'una nè l'altro : anzi dicono che
muoia, se, essendo novello, sia annatllato abbondante­
mente. Invece al melagrano e alla vite si confà la molla
acqua. li fico, se annaffiato, cresce rigoglioso, ma produce
frulli meno buoni, salvo però il laconico che ama l'an­
naffiamento. (2) Tutti :.rii alberi vogliono esser rimandati,
e vengon su meglio, levati via i seccumi, parti diventale
come estranee, e che impediscono il crescere e il nutrirsi
delle piante. Per il che quando l' albero è invecchialo,
si recide tutto, e cosi sorge un nuovo germoglio. Al dire
di Androzio, il mirlo e l'ulivo, vogliono essere assai bene
rimondali, perchè ,,uanto meno se ne lascia, tanto meglio
germogliano e più copiosamente lruLlificano. Non cosi la
CAPJTOLO VIJ'. 67

vite, a cui bisogna lasciar qualche cosa di più, afflnchè


germogli e porti buoni frutti. In conclusione, e in cotesta
faccenda e in tutte le altre cure, conviene adattarsi alla
natura dei diversi alberi.
13) Androzio dice che l'ulivo, il mirto e il melagrano
hanno bisogno d' un concime assai sostanzioso, di anÌl.al'...
llamento abbondante, come anco di rimondatura, perchè
allora il lor midollo non diventa spugnoso, nè corron
pericolo di ammalarsi nelle parti sotterra. E quando
l'albero è invecchiato, bisogna recidergli i rami e trat­
tare il tronco, come se piantato di nuovo ; e dicono che,
così facendo, il mirto e l'ulivo vivano lungamente e di­
ventino robustissimi. Queste cose per altro vorrebbero
essere più diligentemente esaminate, se non tutte, al­
meno per quanto concerne il midollo. (4) Il concime nè
allo stesso modo, nè di una stessa qualità si confà a
ogni sorta di alberi, poichè alcuni lo amano più, altri
meno sostanzioso, altri poi al tutto leggiero. Gagliar­
dissimo è il concime dell' uomo, e Cartodra lo reputa
migliore di tutti. In secondo luogo viene quello del
porco, in terzo quollo delle capre, e poi quello delle
pecore e de' buoi, e in sesto luogo finalmente quello dei
cavalli e degli asini. Il concime di spazzatura varia di
qualità, nè si può sempre adoperare allo stesso modo ;
e quando è meno, quando più sostanzioso.
(5) Vuolsi che vangare il terreno giovi a tutte le
piante, come il sarchiarlo alle più piccole, perché cos·ì
si nutriscono meglio. Pare che per alcune lo spargerci
sopra la polvere le nutrisca e le faccia vegete, come è
68 LIBRO SBOONDO

il caso dell' uva, la quale per queslo la impolverano


spesso. Alcuni là dove ce n'è bisogno, vangano la terra
sotto i fichi. I Megaresi, quando soffiano i venti etesii,
impolverano i poponi e i cetriuoli, sarchiando il ter­
reno ; e per tal modo li rendono pili dolci e più te­
neri, senza bisogno di adacquarli : e <1uesto è un fatto
da tuLti riconosciuLo. Ma alcuni affermano che non va
sparsa la polvere sulla vite, nè �·ha da toccare in alcun
modo, quando l' uva sLa malurandosi, ma sibbene di­
ventala che sia nera. Altri non vorrebbero nemmen que·
sto, e si ristringono a nettare sotto dalle erbe il teneno.
Intorno a queste cose adunque ci sono diverse opinioni.
(6) Se qualche albero non fa i fruLti e va tutto in
fronde, s' incide il tronco rasente terra, e vi si conficca
un sasso per tenerlo aperto ; e dicono che allora diventi
fruttirero. Si otLiene il medesimo effetto tagliando parte
delle radici ; perciò anche alle viti, � uando son troppo
lussureggianti, si recidono quelle che sono a fior di terra.
Per i fichi, oltre al taglio delle radici, vi si sparge in­
torno della cenere, e e' incide il tronco, e così dicono
che fruttifichi più abbondantemente. I mandorli si forano
prima con un chiodo, e poi si pone nel buco un cavie·
chio di quercia e si ricopre con terra, il che chiamano
alcuni castigaro la superbia dell'albero. Il medesimo si
pratica da alcuni per i peri e per altri alberi. 17J In Ar­
cadia questa operazione si domanda correggere il sorbo,
del quale albero cc n'è là gran copia ; il cho fatto, di­
cono i sorbi sterili diventare fruttiferi, e quei che non
portavano i rruLti a maturitit, maturai-li. Il mandorlo di
dAPITOLO ttn. 69

amaro diventa dolce, se inciso il tronco intorno intorno


e foratolo quant'è l'altezza d'un palmo, da tutte le parti
quell' umore che ne distilla si faccia colare in un sol
luogo. Con questi metodi adunque si possono rendere
fruttiferi gli alberi, e nel tempo stesso produttori di buoni
frutti.

CAPITOLO VIII.

Lasciano cadere il frutto, innanzi che maturi, il


mandorlo, il molo, il melagrano, il pero e, più di tutti,
il Ileo e la palma ; per il che hanno pensato a trovare
qualche rimedio, e uno è la caprillcazione. Questa si fa
sospendendo sopra la flcaia i frutti del caprifico, dai
quali sbucano i pseni che corrodono e forano l'estremità
dei llchi. li cadere dei frutti dipende dalla natura dei
luoghi. ln Italia, per esempio, si dice che non cadano
punto, per cui "non e' è bisogno di -caprillcazione ; non
cadono nemmeno nei luoghi boreali e magri, come in
Falico nella Megaride e in certe parti del paese di Co­
rinto. Dipende ancora dalla qualità dei venti, cadendo in
più copia là dove soffia tramontana che dove austro,
e tanto più quanto il vento è più freddo e frequente.
Vi concorre pure la natura degli alberi, poiché quelli
che fanno i frutti primaticci li gettano, quelli che tar­
divi, no, come il flco laconico e altri alberi ; onde nem­
meno per questi si usa la caprillcazione. Tali differenze
adunque dipendono dai luoghi, dalla qualità degli al-
70 LIBRO S!CO�D0

beri e dal clima. (2) I pseni sbucano dal frullo del ca•
prifico, come è staio detto, e sono generati dai granelli ;
e si argomenta da questo che come siano volati fuori,
i granelli non ci sono più. Scappano via ordinariamente
la.sciandovi dentro un piede o un'ala. C' è poi un'altra
specie di pseni che domandano centrine ; queste sono
insetti oziosi come i fuchi, uccidono quei che rientrano,
ma poi muoiono esse stesse. Sono lodati massimamente
i caprifichi neri, perchè hanno molti granelli ; essi pro­
vengono da luoghi sassosi. (3) Si riconosce il fico ca­
prificato dall'essere rosso, screziato o sodo, laddove gli
altri sono bianchi e molli. Si pone il caprifico sulla flcaia
che ne ha bisogno, quando piove. Moltissimi e robustis­
simi crescono i flèhi salvatici dove ci sia di molta polvere.
Dicono che serva alla capriflcazionc anche il polio e l'e­
gipiro, dove ce ne siano molti, e le samare del l'olmo,
producendosi anche in queste certi animaluzzi. Le for­
miche, se nascono nei fichi, divorano i pseni ; ma c'è
un rimedio che, a 'I uanto si dice, consiste nel legarvi
su dei granchi, perchè allora le formiche si gettano sopra
'l.uesti. Tali sono i rimedi per i fichi.
(•) Per le palmo giova ravvicinare il flore maschio
al fiore femmina, pcrchè •1uello la sì che il frutto non
cada e maturi, la quale operazione per analogia si ap­
pell3c da alcuni capl'iflcazione. E si fa in questo modo.
Quando fiorisce il inaschio, si recide la spata col flore
che vi è dentro, così come sta ; e_ lanugine, flore o
polvere si scuotono sopra il frutto della remmina, la quale
CAPITOI.O <fil!, 11

per questa operazione lo manliene e non lo fa più ca­


dere. �� perlanto manifesto che in due modi i l flore
maschio giova al flore femmina, chè cosi si chiama quello
che porta il frutto, ossia pel congiungimento e per quel­
l'altra operazione (che abbiamo esposto).
LIBRO T E RZO

CAPITOLO I.

Avendo ragionato 11n qui degli alberi domestici,


ora similmente è da trattare dei �alvatici, e dichiarare
in che cosa con quelli convengono, in che da essi dif­
feriscono, e se per natura abbiano delle qualità tutte
loro particolari. Semplice è il modo della loro propaga·
zione, chè tutti nascono di seme o di radice : non già
che diversamente non possano propagar.ii, ma perchò
forse nessuno lo ha mai sperimentato. E in vero ciò si
potrebbe fare assai bene, quando altri scogliesse un luogo
acconcio, o li coltivasse convcnientcmento, come anche
ora è il caso di alcuni alberi da bosco e amanti di luoghi
umidi ; per esempio, il platano, il salcio, il pioppo bianco
e il nero, e l'olmo. Chè tutti questi e altri simili ger­
mogliano prestamente e rigogliosi da un ramoscello ; e
trapiantati, siano pur grandi e diventati albori, prostl­
guono a vivere. Molte di queste piante si possono anche
moltiplicare, ficcandone dei pezzi sotterra, come, per O·
sempio, il pioppo bianco e il nero. (2) Tali alberi adun-
OAPITOLO I. 73

q_ue, oltre al nascere di seme e di radici, hanno anche


questo modo di propagazione. Gli altri hanno que' due,
eccetto alcuni che nascono solamente per via di seme,
come l'al:>ete, la picea e il pino. Ogni albero che produce
semi e frutti, sebbene si moltiplichi per via di radici,
nasce anche da quelli ; e gli albori stessi che pare non
producano frutti di sorta alcuna, pur tuttavia si dice che
possano generare, come fanno l'olmo e il salcio. Il cho
vogliono che si argomenti non solo dal vedere che pa­
recchi alberi sono nati dovechessia, lontano dalle radici,
ma anche dall'osservazione di certi fatti. Cosi intorno a
Feneo d'Arcadia, quando irruppe l'acqua, la quale, ser­
ratisi gli sbocchi, si era raccolta nella pianura, là dove
sorgevano dei salci vicino al luogo inondato, l'anno di
poi, prosciugato che fu il terreno, crebbero nuovi salci.
E cosi dove erano olmi, vennero nuovi olmi, e piceo e
abeti, dove trovavansi picee e abeti, quasichè questi vo­
lessero pigliare esempio da quelli, (3> Il salcio poi pre­
sto getLa i suoi frutti innanzi che siano perfetti e maturi :
e però il poeta non a tol'to lo deuominò perditore cli
frutLi. Che l'olmo nasca di some l'argomentano da que­
sto, che, trasportato il frutto da' venti in qualche luogo
vicino, ivi nasce l'albero. Una cosa simile pare esser
quella che avviene in alcuni suffruttici e in alcune erbe,
le quali piante non avendo semi visibili, ma una certa
lanugine o un flore, come il timo, tuttavia nascono da
questi. li platano produce i suoi semi in un -modo ma­
nifesLo e da essi nasce ; il che, oltre ad altri seg11i, si
desume evidentemente dal fatto che una volta fu veduto
74 l,IIIRO 'i'!UO

nascere un platano in un tripode di bronzo. ('> Questi


sono i modi di propagazione che si devono riconoscere
nelle piante salvatiche; ma c'è anche la generazione spon­
tanea, come la chiamano i naturalisti. Anassagora sli­
mava che l'aria contenesse i semi di tutte le piante, e
che questi poi trasportllti dalle acque le generassero.
Secondo Diogene, possono nascer le piante dall'acqua
putrefatta e mescolata con la terra. Clidemo diceva le
piante composte degli stessi elementi degli animali, ma
quanto più essere quost'elementi impuri e freddi, tanto
più allontanarsi da quelli degli animali.
(5) Altri ancora hanno trattato dalle generazione
(spontanea) ; ma sono cose che sfuggono in certo modo
alla osservazione dei sensi. C 'è però altri modi di pro ­
pagazione generalmente conosciuti e manifesLi, come
quando avvieno un'inondazione, traùoccando un ftume, o
quand'esso si apre tutt'altro corso, secondochè fa il Neso
nel paese di Abdera, che spesso straripa e, straripando,
genera in quelluogo così gran copia di piante che in capo
a tre anni ne è lutto coperto. Inoltre si vedono venir su
delle piante là dove per molto tempo siano caduto piogge
dirotte. Pare poi che le inondazioni dei fiumi menino
semi e frutti di alberi, come i semi delle erbe, i canali.
Anche gli acquazzoni fanno il medesimo, trasportando
molti semi e formando una certa putredine con l'acqua
e con la terra ; e in vero nell' Egitto la terra mescolata
con l'acqua par che sia la causa della generazione di certe
piante. (6) Talvolta, solo chn sia leggermente lavorato e
mosso il terreno, vi nascono subilo le piante proprie cli
CAPITOLO I, 76

que' posti, come in Creta i cipressi, Si dica il medesimo


delle erbe che spuntano dovunque sia stata mossa la
terra. Ne' terreni mollicci, per poco che siano lavorati,
apparisce il tribolo ; cosi almeno si dice. Queste gene­
razioni adnnque vengono per effetto di un m utamento_
del terreno, sia che esso racchiuda in sè dei semi, sia
che abbia una così fatta virtù ; e forse questa supposi_·
zione, il terreno contenendo dell' umidità, non è _da te­
nersi come assurda.
In qualche luogo pel cader delle piogge nascono
molti alberi d'una certa loro specie ; come in Circne,
per cagione di uO:a pioggia grassa e come di pece, crebbe
vicino alla città una selva che prima non c'era. E di­
cono che anche il silfio che prima non c'era, ci sia nato
per la stessa cagione. E questi sono i modi della gene­
razione spontanea.

CAPITOLO II.

Tutti gli alberi sono fruttiferi o sterili , sempre


verdi o con foglie caduche, con fiori o senza dori. Co­
teste distinzioni sono comuni così agli alberi domestici
come ai salvatici. Ma i salvatici banno questo di proprio,
in paragone dei coltivati, che fanno il frutto più tardi,
crescono più robusti, e producono, in apparenza, maggior
copia di frutti. E in vero maturano tardi i loro frutti, come
anche tardi per ordinario fioriscono e germogliano ; sono
per natura più forti, e mostrano maggior quantitàdi frutti,
76 t,llno tent.o

ma poi ne portano di meno a maturità ; il che se non in


1.uLLi, si avvera cerlamente negli alberi congeneri; cosi,
per esempio, ranno l'oleasLro e il pero sai valico, se li para­
goni con l'ulivo e col pero coltivato. E ciò è p�oprio di
tutti gli alberi congeneri, fatte rare eccezioni, come pel
corniolo e poi sorbo, dei quali le specie salvatiche, a
quanto si dice, producono rruLti che maturano meglio e
riescono più dolci che quelli delle domesLiche. Cosi pure
qualche allra pianta che non vuol essere coltivata, sia
essa albero, o qualcuna delle piante minori, come il
silllo, il cappero, e tra i legumi il lupino, le quali pro­
priamenLe devono chiamarsi salvatiche per natura. (2) Poi·
chè quelle piante che non vogliono in nessun modo di­
venir domestiche, sono , com' è il caso degli animali,
di lor natura salvatiche. E sebbene dica lppone che ogni
specie (di piante e di animali) sia e clomesLica e salva•
tica insieme : ossia domestica se coltivata, se non col­
livata, salvatica; tuttavia ciò per una parte è vero, ma
per un' altra, no. Chè ogni specie negletta degenera ,
e divenla salvaLica ; ma non cosi per la coltura tutto
si migliora, come si pretenderebbe. Bisogna adunquc di­
stinguore cosa da cosa, e alcune piantn chiamarle sal­
vatiche e altre domestiche, come domostici sono chiamati
quegli animali che vivono con l'uomo e diventano man­
sueti. (3) Ma !orse poco importa in che modo s'abbia a
intendere queste cose. Ogni albero che si va insalvati­
chendo produce frutti peggiori, ed esso stesso si dimi­
muisce nelle foglie, ne' rami, nella corteccia e in tutta
la sua forma. Chè più dense, più crespe e più dure di-
CAP!TOI.O J I , 17

ventano queste parti, e tutto ciò che costituisce la natura


dell'albero ; cosicchè in queste note è riposta la principal
differenza tra lo pianto domestiche e le salvatiche. Per
la qual cosa, quando un albero, anche tra i domestici, ap ·
parisce tale, si chiama salvatico, come per esempio la
picea, il cipresso maschio e femmina, o solo il maschio, e
cosi an_che il noce e il castagno.
(4) Inoltre le piante salvaliche amano maggiormente
i luoghi freddi e montuosi, il che serve come indizio per
riconoscer la natura salvalica degli alberi e in genere
delle piante, sia per sè, sia per accidente. Ma la determi­
nazione delle piante salvaliche fatta in questo o in qual­
sivoglia altro modo, non è per avventura di alcuna impor­
tanza nel presente discorso. Si deve dire però con tulta
verità che, generalmente, le piante salvatiche sono più
montane, e che la maggior parto di esse prosperano meglio
ne' monti, fatta solamente eccezione per quegli alberi
che vivono presso le acque, lungo i fiumi e ne' boschi ;
chè questi e altri simili sono piuttosto amanti delle pia­
nure.
(5) Del resto sulle grandi montagne, come nel Par­
neso, in Cillene, noll'Olimpo pierico e misio, e in altri
luoghi simili, cresce ogni sorta di alberi per la varia
forma di q ue' monti, essendovi oolà posti paludosi, umidi
e secchi , fertili e sassosi, e prati nel mezzo, insomma
quasi ogni specie di terreno. Ci sono inoltre valli e luoghi
di aria quieta, corno anche punti elevati ed esposti ai
venti, per modo che ci può vivere ogni maniera di piante,
anche di quelle che sono proprie delle pianure.
78 L1BII.O TBR.ZO

16) Non è per altro da maravigliarsi se alcuni monti


non producano allo stesso modo ogni specie di piante,
ma abbiano una loro flora particolare o del tutto o in
massima parte, come il monte Ida in Creta i cipressi,
i monti di Cilicia o di Siria i cedri, e qualche posto
della Siria i tereuinti. Chè la diversa natura doi paesi
fa si che alcune pianto siano pl'Oprie di corti luoghi.
E ciò sia detto di queste piante proprie in generale.

CAPITOLO l i i.

Alberi propri dei monti o che non vivono nella


pianura sono in Macedonia l'abete, la picea, il pino sal­
vatico, il tiglio, la zigia, l'eschio, il bosso, l'andracno, il
tasso, il ginepro, il terebinto, il caprifico, l'alaterno, il
corbezzolo, il noce, il castagno, l'elce. Crescono anche nella
pianura il tamarisco, l'olmo, il pioppo bianco, il salice,
il pioppo nero, il corniolo, il corniolo femmina, l'alno,
la .quercia, la lacara, il pero salvatico, il melo, il car­
pino, il celastro, H frassino, il paliuro, l"ossiacanla e
l'acero, il quale se nasce ne' monti, si domanda zigia, se
nel piano, glino. Altri poi distinguono diversamente questi
alberi, e dell'acero e della zigia fanno due specie diverse.
12) Tutti gli alberi che sono comuni ai monti e alle pia­
nure, vengono su più grandi o più belli a vedere nelle
pianure, ma per la qualità del legname e dei frutti, sono
migliori quelli nati ne' monti, eccettuati il peruggine, il
pero e il melo, dei quali il legname e i frutti sono mi-
C.4.PITOLO III, 79

gliori nelle pianure, chè ne' monti crescono piccoli, nodosi


e spinosi. Tutti gli alberi poi, anche sui monti, quando
abbiano trovato un luogo che lor si confaccia, diventano
più belli e prosperano maggiormente. E io generale nelle
pianure che si trovano sui monti, crescono assai bone; de­
gli altri i migliori sono quei de' luoghi bassi e delle gole ;
vengono di pessima qualit.à sulle cime de' monti, salvo
che non siano per natura amanti del freddo. (31 Ma anche
io questi casi c'è differenza, secondo la varietà dei luoghi,
della qual cosa si ragionerà appresso. Ora è da parlare
distintamente di ciascun albero, secondo le accennate
differenze.
Tra i salvatici sono sempre verdi i già di sopra
nominati, cioè: l'abete, la picea, il pino salvatico, il bosso,
l'andracne, il tasso, il ginepro, il terebinto, l' alaterno,
il corbezzolo, il lauro, il sughero, il celastro, l'flssiacaota,
l'elce, il tamarisco. Tutte le altre piante perdono lo foglie,
eccello qualche caso singolare in alcun luogo, come già
abbiamo detto di un platano in Creta e di una quercia
(in Sibari), ovvero anche se qualche terreno sia di una
fertilità straordinaria.
(4J Tutti gli alberi sono frutti fori ; ma si disputa sul
salcio, sul pioppo nero e sull'olmo, secondochè è stato
detto. Alcuni, come gli Arcadi, aff'ormano che il solo pioppo
nero è sterile, e fruttiferi tutti gli altri che nascono sui
monti. Ma in Crei.a ci sono molti pioppi neri che fanno
frutto ; ce n'è uno nella bocca della spelonca del Monte
Ida dove si depongono i doni offerti al nume; lì vicino
un altro piccolo e molti più in là, alla ti istanza di dotlici
80 1,IBRO TBH.ZO

stadi, al più, presso una certa fonte che si domanda


di Sauro. Crescono parimente sul monte che è vicino
all'Ida e che si chiama Cindrio, e ne' monti presso Presia.
Alcuni, come i Macedoni, credono che dogli alberi cit:\ti
solamente gli olmi producano il frutto. (5) Molto anche
dalla natura dei luoghi dipende la lertiliLà o sterilità
degli alùeri, come è il caso della porsea e delle palme.
La persea in Egitto e ne' luogh� vicini produce il fruLto ;
laddove in ltodi arriva solo alla fioritura. Intorno a lJa­
bilonia la palma è mirabilmente fruttifera; ma in Grecia
non matura i frutti, e in alcuni altri luoghi poi non ne
produce punto. (6) Si dica il medesimo di molte altre
piante. E delle erbe minori e anche degli arbusti che
crescono in un medesimo luogo, o in luoghi limiLron,
alcuni sono fruttileri, altri no : come il centaurio in Elea,
il quale nella parte montuosa è fruttifero ; nella pianura
sterile e fa solo il flore ; nelle gole poi non fiorisce cho
a stento. E pare che anche tra gli altri vegetali che ap­
partengono a una medesima specie e hanno il medesimo
nome, alcuni portino il frutto e altri no; come l'elce che
ora è frutLifero, ora sterile. Così pure l' alno. L' uno e
l'allro però fa il fiore. (7) Nelle specie che hanno il ma­
schio e la femmina, gli alùeri che si domandano maschi,
quasi tutti sono sterili ; e secondochè si dice, fioriscono
bene la maggior parte ; ma gli altri ora poco, ora punto. È
opinione d'alcuni, al contrario, che soltanto i maschi pro­
ducano il frutto. E si crede che certi alberi possano n a­
scere dai fiori, allo stesso modo che dai frutti quelli che
sono fruttiferi. E nell'uno e l'altro di questi casi la vege-
CAPITOLO III. 81

ta.zione è talvolta così densa, che i taglialegna non vi


possono passare in mezzo, se non aprendosi una via con
la scure.
i8J Si disputa anche, come abbiam detto, sul flore di
alcuni alberi. C'è chi asserisce che facciano il flore la quer­
cia, il nocciuolo, il castagno, e parimente 111 picea e il
pino. Altri dicono il contrario, e l' amento del noce e
della quercia, e il follicolo del pino li vogliono simili e
analoghi a que' primi frutti del fico che presto cadono.
A detta degli agricoltori di Macedonia, non farebbero il
flore, nè il ginepro, nè il faggio, nè l' aria, nè l'acero.
Secondo alcuni, due sono le specie del ginepro : I; una
che fa il flore, ma è infruttifera ; l'altra che non fiorisce,
ma · mette subito fuori il frutto, come fa il fico con i suoi
primi frutti caduchi. Solo di questo albero avviene che il
frutto resti appiccato alla pianta per due anni. Queste
cose del resto devono essere esaminate ancora più di­
l igentemente.

CAPITOLO IV.

Il germogliamento degli alberi salvatici avviene al


tempo stesso dei domestici, o poco· dopo, o molto più
tardi, sempre per altro in primavera. Ma la differenza
rispetto alla maturazione de' frutti è molto maggiore ;
chè, come già abbiamo detto di sopra, il tempo in che
il frutto matura non corrisponde a quello del germo­
gliamento, ma ne differisce assai. Poichè anche quelli
82 LIBRO TBKZO

che maturano tardi i loro frutti, così tardi che per al­
cuni ci vuole un anno intero com'è il ca.so del ginepro
e dell'elce, germogliano ciò nonostante allo stesso modo in
primavera. Anche quelli che apparteng-ono a una mede·
sima specie,germogliano quale pii, presto quale più lardi,
secondo la natura del terreno. Prima, come vogliono
i Macedoni , germogliano gli alberi che sono ne· luo�
ghi paludosi, poi quelli dello pianuro e final mente quelli
che vivono nei monti. (2) E venendo a parlal'c degli al­
beri in particolare, diremo che alcuni germogliano in­
sieme con i domestici, come l' andracne e l' afa.ree; un
poco più tardi del pero, il peruggine. Alcuni e innanzi
e subito dopo lo spirar di zeffiro. Innanzi, il corniolo
maschio e femmina; dopo, l'alloro e l'alno. Poco prima
dell'equinozio, il tiglio, la zigia, l'eschio, il fico. Parimente
il noce, la quercia e il sambuco germogliano presto ; e
anche più quelli che crescono nei boschi e son tenuti
per infruttiferi, come il pioppo bianco, l'olmo, il salcio
e il pioppo nero. Un poco più tardi di r1uesti, il platano.
Gli altri alberi germogliano al principiar della prima­
vera, come il caprifico, J'alaierno, l'ossiacanta, il paliuro,
il terebinto, il noce, il castagno. li molo è tardo ; più
tardo quasi di tutti l'ipso, l'aria, l'evonimo, la tuia e il
tasso. Così germogliano questi alheri.
(3) La fioritura segue per lo più l'ordine del germo­
gliamento ; tuttavia ci sono delle differenze, o differenze
anche maggiori rispeUo alla maturazione de' frutti. ·così
il corniolo dai frutti primaticci, li matura verso il solstizio
d'estate ; quello dai frutti tardivi, che alcuni chiamano
CAPITOl,O JV. 83

femmina, in aulunno. Il frulto <li quest'ullimo non è man­


gereccio : debole e fungoso ne è il legname.Questa è la dif­
lerenza tra le due specie. (4) Il terebinto matura il frutto
verso la mietitura del grano o poco dopo ; il frassino e
l'acero, in estate. L'alno, il noce e una certa specie di
pero salvatico, in autunno. La quercia e il caslàgno più
tardi, verso il tramontar delle Pleiadi; e tramontate che
siano, l'alaterno, l'elce, il paliuro e l'osSiacanta. L'aria
al cominciar dell' estate, il melo ai primi freddi, il pe­
ruggine Lardivo nell' iuverno. L' andracne e l' afarce
maturano i primi frutti quando le uve cominciano a co­
lorirsi; gli altri, ché pare facciano il frutto due volte,
all' entrar dell' inverno.
(5) Poco prima del solstizio d'estate fioriscono il tasso
e l'abete, il quale fa un flore croceo e assai bello. L'uno
e l'altro producono il frutto dopo il tramonto delle Pleiadi.
La picea e il pino precedono di poco, un quindici giorni
circa, i sopraddetti alberi nel germogliamento e, a propor­
zione,dopo tramontate le Pleiadi, l'anno il loro frutto.Queste
sono mediocri differenze di tempo ; le maggiori si hanno
nel celastro, nel ginepro e nel leccio. Chè il ginepro par
che porti i fr utti per tutto l'anno, tanto che i nuovi ven­
gono a stare intorno ai vecchi. Secondo che dicono alcuni,
questi frutti non giungono a m aturità; per la qual cosa
si colgono immaturi e si tengono in serbo per qualche
tempo : lasciati sull'albero, si seccano. (61 Gli Arcadi di­
cono che anche il leccio mette nn anno a maturare i
frutti ; e mentre i vecchi maturano, compariscono i
nuovi ; cosicchè egli avviene che in cotesto albero ce ne
84 r.lBRO T!RZO

siano continuamente. Nel celastro si dice che cadano


l' inverno. Nel tiglio e nel bosso sono assai tardivi, e,
come quelli del corniolo femmina non si mangiano da
nessun animale. Tardivo è anche il frutto dell'edera, del
ginepro, della picea, dell'andracne ; ma forse sopra ogni
altro, a detta degli Arcadi, è quello dell'evonimo, della
tuia e del tasso. Tali adunque sono le differenze nella
caduta e maturazione de' frutti degli alberi salvatici,
considerata la cosa non solo rispetto ai domestici, ma
anco paragonati tra loro stessi.

CAPITOLO V.

Come gli alberi abbiano cominciato a germogliare,


continuano a germogliare e crescere senza interruzione ;
ma la picea, l'abete e la quercia si arrestano, e tre volte
muovonsi e fanno tre germinazioni, onde tre volte anche
si scorzano, scorzandosi tutti gli alberi quando germo­
gliano. Il primo germogliamento avviene subito al co­
minciar della primavera, nei primi giorni di Targelione,
e nel monte Ida un quindici giorni pi1ì tardi al mas­
simo. Di poi, passati trenta giorni o poco più, mettono
nuovi germogli dalla punta clavata del primo germoglio,
e nascono intorno intorno dei ramoscelli, parte verti­
cali, parte orizzontali che con la punta clavata della prima
messa formano un angolo, come in simil modo-si era for­
mato nel primo germoglio. Ciò avviene sulla fine di Scir­
roforione. (2) Nel tempo di questa germinazione nascono
0AP!TOLO 't.

anche tutte le galle, così le bianche come le nere, e na­


scono per lo più di notte, in gran copia. Crescono per
un giorno, eccetto le resinose, le quali se totche dal
caldo si seccano, e non posson più crescere, eh.è diver­
samente giungerebbero a maggior grossezza, per il che
alcune non diventano più grosse di una fava. La galla
nera per più giorni verdeggia e cresce in modo che
talora giunge alla grossezza di un pomo.
Il terzo germogliamento avviene quindici giorni dopo
questo, nel mese di Ecatombeone, ma dura minor tempo
del primo e del secondo ; sei o sette giorni circa. Questa
germinazione è simile alle altre e avviene allo stesso
modo. Giunti a questo punto, gli alberi non crescono più
in lunghezza, ma bensì per grossezza. (3) In tutti gli al­
beri tali germinazioni sono manifeste, massime poi nel­
l'abete e nella picea, perchè i ramoscelli geniculati sono
disposti in serie, e i nodi trovansi a distanze uguali.
È allora il tempo adatto a tagliare il legno, perchè \'al­
bero si scorza; chè in altri tempi la corteccia non si
stacca facilmente, e, tolta che sia, il legno si fa nero e
brutto a vedersi ; sebbene ciò non rilevi punto ali' uso
che se ne fa ; a.ozi il legno riesce più robusto, se tagliato
dopo la maturità dei frutti. Queste cose paiono esser
proprie dei sopraddetti alberi.
(4) Le germinazioni al sorgere del Cane e di Arturo
cbe vengono dopo quella di primavera, sono comuni
quasi a tutti gli alberi e in singolar modo si vedono nei
domestici, massime nel Hco, nella vite e nel melagrano ;
in una parola, in tutti quelli che cresco110 facilmente e
80 1.IBRO Tt-:R?.O

si trovano in un terreno fertile. Per la qual cosa si dice


che molto copiosi al sorgere di ArLuro siano i germogli
in Macedonia e in Tessaglia, nei quali luoghi l'autunno
è bello e lungo, e la dolcezza dell'aria favorisce la vege­
tazione. Per questa ragione in Egitto gli alberi non ces­
sano mai dal germogliare, o per poco tempo soltanto.
,5) Le germinazioni arlunque che vengono dopo sono,
come abbiamo detto, comuni ; ma gl' intervalli tra queste
e la prima, differiscono negli alberi, dei quali si è parlato.
È cosa propria di alcuni alberi, come rii quelli nominati
di sopra, la formazione del cosiddetto cacri ; chè lo hanno
l'ahete, la picca, la quercia, e inoltre il tiglio, il noce, il ca­
stagno e il pino. Apparisce nella quercia innanzi la ger­
minazione, sul principio di primavera. Esso è come
una gemma fogliacea che si forma tra la prima turgi­
dezza e lo svolgimento dello foglie. Nel sorbo si forma
in autunno dopo la caduta delle lbglie, a mo' di un (bot­
tone), liscio e gonflu, quasi pronto a germogliare ; e cosi
sta tutto il verno sino II primavera. Il nocciuolo, dopo la
caduta dei frutti, produce dei biorcoli, come grossi vermi
attaccati in molti a un sol peduncolo, e eia alcuni ap­
pellati amenti. (6) È formato ognun d'essi di piccole
scaglie disposte come nel cono della picea, talchè non
è dissimile da un cono giovane e ancor verde, salvo che
è più lungo e quasi tutto rlella stessa grossezza. Cresce
nell'inverno. e al principio della primavera si aprono
le scaglie e ingialliscono, e esso si estende fino alla lun­
ghezza cli tre dita. Allo svilupparsi delle foglie in pri­
mavera, i bioccoli cadono, e nascono sul peduncolo i
CAPITOLO V.

pericarpi della noce a modo di calice, chiusi, e tanti


quanti erano i fiori, e ognuno di essi contiene una noce.
Il tiglio vuole essere più diligentemente esaminato
e cosi anche ogni altro albero che produca il cacri.

CAPITOLO VI.

Alcuni alberi crescono con facilità, altri"difflcilmente.


Vengono su facilmente quei che nascono presso le acque,
come l'olmo, i l platano, il pioppo bianco e il nero, e i l
salcio, sebbene di quest'ultimo si dubiti, reputandolo al­
cuni di lento incremento; così anche tra i fruttiferi, l'abe­
te, la picea, la quercia. Crescono assai facilmente..... il
tasso, la lar.ara, l'o_schio, il ginepro, l'acero, i l carpine,
la zigia, il frassino, l'olmo, il pino, l'andracne, il corniolo,
il bosso e il pero salvatico. Fanno presto il frutto l' abete,
la picea, il pino, anche quando siano giunti solamente
a una mediocre grossezza.
(2) Crescono gli alberi e germogliano per lo più
senza ordine alcuno, rispetto ai punti da' quali na­
scono i germogli ; ma nel!' abete ciò succede con ordine
continuo e costante. Chè dopo la prima ramificazione
sul tronco, ne seguono altre nello stesso modo ; e così
sempre in tutte le nuove ramificazioni. Negli altri nem­
meno i nodi sono opposti, fatte poche eccezioni, come
a dire l'oleastro e qualche altro. Un'altra differenza nel
crescere, comune cosi ai domestici come ai salvatici, è
questa che alcuni crescono e dalle cime dei rami e dai
88 LIRRO TF:RlO

lati, come il pero, il melagrano, il fico, il mirto e quasi


la maggior parte degli alberi ; dove altri non mettono
dalle cime, ma solo dai lati, e le parti che già esistono,
sono spinte su, come anche I' inlero tronco e i rami. Ciò
avviene nel noce di Persia, nel nocciuolo e in altri.
(3) In tutti questi alberi i ramoscelli terminano ton
una foglia ; per il che non possono n aturalmente pro­
durre dalle punlc nuovi germi e crescere, mancandovi
il principio. Bimile in certo modo è anche il crescere del
frumento, il quale spinge sempre in su le parti già for­
mate, anche se siano state mutilate le foglie, come si
vede là dove le bestie sono andate a pascolare. Il grano
per altro non produce germogli laterali, come tlnno al­
cuni legumi. Queste sono . le differenze che si devono no­
tare rispetto al germogliare e al crescere degli alberi.
(') Alcuni affermano c,he le piante salvatiche non
mettono radici profonde, perchè vengono tutte di seme.
Ma ciò non è ben detto, ed è provato che quanto più
sian vissute, tanto più a dentro le cacciano. E anche
molti legumi fanno il medesimo, sebbene siano più de­
boli, o seminati visibilmente (alla superficie del terreno).
Pare che tra gli alberi salvatici !'elci, getti profondis­
sime le radici ; mezzanamente profonde l'abete e la picea ;
nella sommità del terreno il traupalo, il prug·no e la spodia
che è una specie di prugno salvatico. Queste ultime piante
hanno anche poche radici ; ma il traupalo, m olte. Agli
alberi poi che non radicano troppo profondamente, mas­
sime all'abete e alla picea, accade essere sbarbati dai
venti. (6) Così dicono quei d'Arcadia. Ma gli abitanti del
CAPITÒLO VI. 89

monte Ida sostengono aver l'abete radici più profonde


della quercia, ma in minor numero, ed essere più di­
ritte ; profondissime esser quelle del prugno e del noc­
ciuolo, ma sottili e robuste nel nocciuolo, molte nel
prugno ; esser necessario che questi alberi sian vissuti
un buon pezzo ; assai vivace essere il prugno ; poche e
superficiali radici aver l'acero ; molte, grosse e profonde
il frassino ; superficiali il ginepro e il cedro ; l'alno sot­
tili e leggiere ; così anche il faggio, poche e alla super­
ficie del terreno; superficiali il sorbo, ma robuste, grosse
e vivaci, non però molte.
Questi sono gli alberi, le cui radici ora vanno pro­
fonde, ora no.

CAPITOLO VII,

Reciso il tronco, tutti gli altri alberi ordinariamente


rigermogliano, purchè prima le radici non abbiano sof­
ferto ; ma la picea e l'abete s' inaridiscono del tutto nello
stesso anno tino dalle radici, anche se sia stata tolta
loro la sola cima. Nell'abete poi accade questo di sin­
golare : se per il vento o per qualsiasi altra cagione sia
stata lesa ovvero mutilala la parte liscia del tronco, poi­
chè tino a una certa altezza l' abete è liscio e senza
nodi e buono per . farne un albero di nave, si forma allora
nella parte superiore una specie di cercine, che da al­
cuni si chiama aumento circolare, da altri escrescenza
circolare, di color nero, assai duro, col quale gli Arcadi
90 LIBRO TERZO

ci fabbricano delle tazze ; la grossezza è in proporzione


dell'albero : ossia quanto questo è pii, robusto, più pieno
di succhi e più grosso, tanto 11uello è maggiore. 12) C' è
anche nell'abete, relativamente a quanto stiamo dicendo,
un'altra cosa singolare. Se tagliati tutti i rami, gli si
levi la cima, l'albero perisce subito; se si taglino in basso,
là dove è la parte liscia dell'albero, ciò che rimane vive,
e lì intorno si produce quel detto aumento circolare;
e l'albero prosegue a vivere, perchè è verde � pieno di
succo, sebbene non germogli più dai lati. E 11uesto ha
di singolare l'abete.
(3) Gli alberi, la maggior parLe, non producono se non
i loro propri frutti, e ciò che ogni anno rinnovasi, valo
a dire le foglie, i fiori e i germi. Ma alcuni producono
anche amen Li o viticci ; altri, più cose ; cosi l' olmo ra
grappoli o follicoli; il fico, alcuni frutti che cadon presto ;
un'allra surta di fichi, gli olinti, i quali forse in certo
modo si potrebbero dir frutti.
Il nocciuolo fa il gallino, l'elce le coccole scarlatte,
l'alloro il grappolo, il quale ,·, prodoLLo anche dagli al­
lori f'ruLLiferi, se non da tutti, almeno da alcune specie.
In maggior copia ne produce l'alloro sterile che da alcuni
è chiamato maschio. La picea fa un follicolo caduco. (4) La
11uercia, oltre il !'rutto, produco molte altre cose : cioè la
galla piccola e l'altra nera o resinosa ; inoltre certe bacchP
che somigliano alle more, ma tlure � difficili a spezzarsi ;
queste però sono ram. r.onera anche u n certo corpo dalla
forma di pene, il •1uale 'luando è giunto a maturità è
duro e forato, et! è anche in certo modo simile a tesia
CAPITOLO vn. 91

di toro; spezzato, ci si trova dentro un nocciolo simile


a quello delle ulive. Produce anche ciò che alcuni chia­
mano pelo che è una pallottolina lanosa e molle, cresciuta
intorno intorno a un nucleo più duro, e che serve per lu­
cignolo, essendochò arda bene, come fa anche la galla
nera. Produce ancora un altro globetto chiomato, il quale
del resto non è utile a nulla. Esso trasuda in primavera
un umore che somiglia al mele, sia al tatto, sia al gusto.
(5) Fa oltre a ciò nell'ascella de' rami un altro globetto
sonza gambo, che è cosa singolare, vuoto e screzia·
to; imperocchè ha certe protuberanze come umbilichi,
biancastre o punteggiate di nero, e gl'interstizi sono di
un rosso scarlatto e lucenti. Aperto, è dentro nero e
mezzo putrido. Genera poi, ma di rado, una piccola pie·
tra assai simfle alla pomice; anche più di rado, un corpo
bislungo, composto di foglie ravvolte in se stosse. Sopra
le foglie poi vicino alla costola, fa una pallottolina bianca
o trasparente, la quale mentre che è tenera, è acquosa e
racchiude alcune volte delle mosche; cresciuta poi in­
durisce a modo di una piccola galla liscia. (6) Tutte queste
cose, oltre al frutto, produce la quercia. 1 funghi che na­
scono sulle sue radici o presso alle radici, sono comuni
anche ad altri alberi. Così il vischio. Ma nondimeno,
come è stato detto, la quercia è l'alhero che, più di ogni
altro, genera assaissime cose; ed è da tenersi anche più
rerace se, come vuole Esiodo, produce mele e api. E il
succo di mele pare che dall'aria si depositi specialmente
sopra questo albero. Si dice pure che dalla quercia bru­
ciata si cavi il nitro. Queste cose adunque sono proprie
della quercia.
92 LIRÌlO Tlllto

CAPITOLO VIII.

Prendendo a esaminare, come è stato detto,le singole


specie degli alberi, avremo da notare molte differenze.
A tutte comune è quella, per la quale gli alberi si di­
stinguono in femmine e maschi : le femmine pori.ano il
frutto, i maschi alcune volte sono sterili. E quando per
avventura le une e gli altri sono fruttiferi, le fem­
mine fanno i frutti più belli e più abbondanti, se pure,
come vogliono alcuni, non si abbiano anche queste a
chiamare maschi. Così pure si distinguono gli alberi in
domestici e salvatici. Un'altra differenza riguarda le
specie che appartengono a un medesimo genere ; e di
questo ora si deve ragionare, e descrivere nel tempo
stesso quelle forme particolari di piante poco manifeste
e conosciute. (2) Div'erse specie massimamente si asse­
gnano al genere della quercia. Alcuni in prima chia·
mano domestica una specie e un'altra salvatica, non gi/t
distinte per la dolcezza de' frutti, poiché i più dolci gli ha
l'eschio che pur si v uole sia salvatico ; ma perchè si do­
mandano domesLiche quelle che crescono in luoghi colti­
vati e hanno un legno liscio ; e l'eschio ha il legno ruvido
e cresce nei luoghi montuosi.
Delle quercie alcuni ne (anno quattro, altri cinque
specie ; ma non convengono nei nomi. Chè q nella che
produce i frutti dolci, alcuni la nominano emeri, altri
quercia vera ; e cosi ugualmente c'è diversità nella de­
nominazione delle altre. Gli al.iitanti del Monte Ida t.li-
CAPITOLO VJII. 93

stinguono le seguenti specie : l'emeri, l'egilope, la quercia


latifoglia, l'eschio, l'alifteo o eutifteo, come altri la chia­
mano. Tutte coteste specie sono fruttifere. Più gustosi
di tutti sono, come è stato dichiarato, i fruLti dell'eschio ;
in secondo luogo vengono quelli dell' emeri, .Poi quelli
della quercia dalle foglie larghe, in quarto luogo i frutti
dell'alitleo : di peggior qualità e amarissimi li produce
l' egilope. (3J Tuttavia non sempre dolci sono i frutti
di una medesima specie, anzi alle volte riescono anche
amari, come avviene nell' eschio. C' è anche differenza
nella grossezza, nella forma e nel colore delle ghiande.
Singolari sono quelle dell' eschio e dell' alifteo, perchè
negli alberi che si chiamano maschi, si pietrificano dal­
l'una e l'altra estremità della ghianda, quando nel guscio,
quando nella carne stessa ; per il che lel'ata via quella
materia pietrosa, ci rimangono delle cavità, come av­
viene negli animali (4) Differiscono anche per le foglie,
pel tronco, pel legno e per tutta la loro forma. L'emeri
non ha il tronco diritto, nè liscio, nè alto. Fa una chioma
rotondeggiante, è torto e mette molti rampolli, cosicchè
è di una forma nodosa e tozza; Robusto ne è il legno,
meno per altro di quello dell'eschio che lo ha fortissimo
e non soggetto a marcire. Nemmeno questo cresce di­
ritto, ma meno torto doll'emeri : il tronco è grossissimo,
sicchè ha del tutto una forma tozza. Anch'esso ha una
chioma rotondeggiante, nè si leva ali' in su. L'egilope in­
vece cresce su assai diritta, assai alta e con un tronco
molto lis,iio : robustissimo è il legno preso dal Iato della
lunghezza. Quest'albero ne' luoghi colli non cresce mai
o di rado.
94 LIBRU TERZO

(5) Viene dopo questa, io secondo luogo, per dirit­


tezza e lunghezza di Lronco, la lati foglia ; ma come le­
gname da adoperarsi nella costruzione delle case è, dopo
l'alifteo, di pessima qualità ; ed è anche catliva per ar­
dere e farne carbone, come pure i, il caso dell'alifteo ;
e dopo questo, ò in singolar modo corrosa dai vermi.
L'alifleo ha un tronco grosso ; o, <1uando è beo grosso,
è per lo più fungoso e cavo, onde non � adatto per
costruire. Inoltre s' infracida assai prosto, la qual cosa
proviene dalla oaLura dell' alhero, e per 11ue,to anche
diventa cavo. Secondo alcuni, esso solo non ha midollo.
Dicono anche gli ahitanLi dell'Eolia che ,ole queste due
specie di quercia siano percosse dal folgore, benchè non
abbiano grande altezza ; e di questi legni non li,ono uso
nei sacriflzi. (6) E queste sono le differenze che riguar­
dano la qualità del legno, e tutta la forma dell'albero.
Ogni specie di quercia produco le gallo, ma solo
l'emeri fa <1uelle che servono por la concia delle pelli. L a
galla dell'egilope e <lolla latifoglia e in apparenza simile
a quella dell'emeri, ma più liscia e non serve a nulla.
L'emeri ne produce anche un'altra nera, con la 11uale si
tinge la lana. Quel che alcuni chiamano fasco e che ha
f .Jrma di stracci, è prodotto dalla sola egilope ; esso è
bi anco, ruvido, pendente per la lunghe,za di quaLtro cu­
biti a modo di un luogo e lacero panno di lino, e na­
sce dalla scorza dell'albero e non dalle punte, come la
ghianda ; nè dalle gemme, ma da un lato dei rami supe­
riori. L'alifleo ne pl'oducc uno simile, ma nero e corto.
(7) Cosi dividono le quercie gli abitanti del monte Ida.
CAPITOLO Vili, 95

I Macedoni poi ne fanno quattro specie : la quercia vera che


fa le ghiande dolci, la latifoglia che le fa amare, l'eschio
che le ha rotonde, e finalmente l' aspri che, secondo al­
cuni, non fa nessun frutto; secondo altri, li fa così cat­
tivi che non li mangiano nemmeno gli animali, dal porco
in fuori, e anche questo quando non ne abhia alLri. Dopo
mangiati, producono per lo più il dolor di capo. Cattivo
ne è anche il legname, se digrossato con l'ascia, perchè
si fende e cade in pezzi ; non ascialo è migliore, e cosi
se ne servono. È cattivo anche per ardere e farne car­
bone, il quale scoppiando e mandando faville, non si
potrebbe adoperare, eccettochè dai fabbri, nelle cui of­
ficine anzi si tiene come migliore di ogni altro, perchè
si spegne subito quando non si soffia più, e così se ne
consuma poco. Il legno dell'ali Ileo è utile solamente per
far sale di ruote e cose simili. E queste sono le specie
della quercia.

CAPITOLO IX.

In minor numero sono le specie degli altri alberi. Per


ordinario si dividono, la maggior parte; secondo che è
staio detto, in maschi e femmine, fatte poche eccezioni,
come per esempio la picea, la quale può esser domestica
o salvatica, e questa di due sorte : l'una chiamata dea ;
l'altra, marittima. L' idea è più diritta, più alta e con fo­
glie più grosse ; la marittima ha foglie più sottili e più
molli, liscia la corteccia e utile per la concia dalle pelli,
96 LIBRO TBRZO

diversamente dalla corteccia dell'altra. Lo strobilo della


marittima è tondo e presto si apre ; quello dell' idea è più
lungo, verdastro, e si apre meno facilmente, essendo più
salvatico. Più rohusto è il legno della picea marittim a.
E bisogna notare tra le congeneri anche coteste diffe­
renze, le quali si vennero a conoscere dall'uso. (2) Più di­
ritta e pili grossa è, come abbiamo deLto, l' idea; tutto l'al­
bero inoltre è pi1i abbondante di pece ; e, questa è più nera,
più dolce, pi1ì sottile e più odorosa quandu è cruda : cotta
si altera, perchè contiene molto umore acquoso. Coteste
specie che alcuni indicano con nomi particolari, pare ad
altri che siano semplicemente da distinguersi in maschi
e femmine. Dicono i Macedoni che ci sia anche una specie
di picea al tutto sterile ; basso il maschio e con foglie più
dure ; più alta la femmina e con foglie più belle, più
tenere e più inclinate ; il legno del maschio assai duro
nel midollo, e che si torce nel lavorarlo ; quello della
femmina tale che si lavora bene, non si torce ed è più
tenero. ,3) Una quasi comune differenza tra alberi ma­
schi e femmine, a detta dei taglialegna, è la seguente.
Ogni albero maschio, trattato con l'ascia, riesce più corto,
più contorto, è più difficile a lavorarsi ed è di colore più
oscuro. Dalla femmina si cava un legname più lungo; essa
dà ancora la cosi detta egida, la quale non è altro che il
midollo. E la cagione è perchè ha meno pece, meno
teda, è più, liscia e ha fibre più diritte. Si forma nei grossi
alberi, quando il legno bianco che hanno intorno intorno
s'infracida e cade ; e, levato via questo, rimane il midollo,
il quale si lavora con l'ascia, ed è di un assai bel colore
CAPITOLO J'I..

e di flbre sottili. Quei che nel monte Ida raccolgono le


tede, chiamano flco una certa escrescenza· della picea,
di colore più rosso della teda e cho si trova piuttosto
nei maschi. È di odore cattivo che non ha nulla che fare
con quello della teda : non brucia, ma salta dal fuoco.
(i) Della picea dunque fanno due specie : la dome­
stica e la salvatica, e ,,uesta su<ldividono in maschio,
lemmina e sterile. Quei di Arcadia non ammettono nè
la picea sterile, nll la domestica, ma dicono che coteste
non siano se non pini. Poichè il loro tronco è somi­
gliantissimo a q,10110 del pino, ne ha la sottigliezza e la
lunghezza, e nel lavorarlo vi si riconosce la stessa q ua­
lità di legno. Il tronco della picea invece è più grosso,
più liscio e pii, alto. Cosi le foglie della picoa sono molte,
belle, lunghe e inclinate, dove il pino e la (picea) co­
nifera no hanno poche, pii1 aride e più erette. L'uno e
l'altra poi l1anno foglie capillari. Anche la pece è più
simile a qnella del piuo che ne ha poca e amara, come
la (picca) conifera ; <love la picea ne ha molta e odorosa.
Il pino cresce sca1·samentc in Arcadia, in copia intorno
ad Elea. Gli Arcadi adunque dissentono nel modo di divi­
dere tutte queste specie. (5) Il pino pare che differisca
dalla picea anche perchè è più pingue, ha fogliè più
sottili, è meno grande e con un tronco meno diritto.
Inoltre porta dei coni minori e volti all'insù, ha i noc­
cioli più resinosi e un legno più bianco simile all'abete,
e non ha teda. Differisce molto dalla picea anche in
queslo, che la picea, arse le sue radici, non rimeLte ; ma
il pino si dice che germogli di nuovo, come raccon-
98 LII\RU Tf.RUJ

taoo che sia avvenuto io Losho, essendo arso il monte


di pini a Pirra.. Gli abitanti del moow Ida dicono che
la picea vada soggetta a fjUesta malaLlia, cioè che quando
non solamente il midollo, ma anrhe la parte pi1ì esteriore
del tronco diventi teda, la pianta ne rP.sti come soffi>­
cata, il che avviene naturalment.11 pe,r il troppo n11tri­
mento dell'albero, secondo che si può congetturare ; e
tutto l'albero diventa teda. Questa adunque è la malattia
propria della picea.
(6) L'abete è maschio o lemmma, e l'uno si distingue
dall'altro per le foglie, essendo quelle del maschio più
acute, pilÌ pungenti e più Hessuose, per il che l' intera
pianta a vederla pare pii1 crespa. e· A dilferonza anche
nella qualità dol legno ; chè quello della femmina è più
bianco, più tenero e più facilmente si lavora; e tutto il
tronco è più lungo. Il legno del maschio è screzillto, più
grosso, più duro, ha più midollo e.d è al tutto di una
più brutta apparenza. li cono del maschio nella parte
di sopra ha pochi noccioli ; quel della femmina, a detta
dei Macedoni, nessuno. Le foglie (squamme del cono)
sono alate, decrescenti a poco a poco, per modo che il
tutto rende forma di cupola o di herretLo beotico ; e sono
poi così fitte, che non vi penetra n/\ neve nè acqua.
L'albero poi è veramente bello a vedersi ; anche il
suo modo di germogliare è singolare, e, come ò stato
detto, diverso da quello degli altri alberi, avvenendo in
esso solamente secomlo un certo ordine. È albero assai
grande o molto più alto della picea. (7) Dalla picea diffe·
risce anche non poco per la qualità del legno ; chè quello
CAflTOLO rx.
dell'abete è fibroso, tenero e leggiero, dove quello della
picea abbonda più di teda, è pesante e più carnoso. La
picea ha più nodi, ma più duri l'abete, e forse i più
duri di tutti, sebbene il legno sia più tenero. Del resto,
i nodi dell'abete e della picea sono molto spessi e duri,
quasi trasparenti, del colore della teda, e che grandemente
si distinguono dal legno, massime nell' abete. Come la
pir.ea ha l'egida, cosi l'abete ha una materia bianca chia­
mata lusso che corrisponde ali' egida, salvo che quella è
bianca, e I' egida, perchè piena di teda, colorata. Dagli
alberi già invecchiati si ha solida, bianca e bella ; ma
la qualità utile è scarsa, dove abbondantissima è la cat­
tiva ; e con questa si fanno le tavolette dei pittori e la
maggior parte delle tavolette da scrivere. Per tavolette
flnamente lavorate si adopera la qualità migliore (8), Gli
Arcadi chiamano egida cosi la materia che sta nella picca
come quella dell'abete, e dicono che è in maggior copia nel­
!' abete, ma più bella nella picea : che l' a.bete ne ha molta,
liscia e soda : la picea non molta in voro, ma più crespa,
più robusta e al tutto più bella. Pare adunque che costoro
dissentano nei nomi. Tali sono le differenze tra l'abete e
la picea, al che vuolsi aggiungere quel certo cercine del­
l'abete, del quale abbiamo parlato di sopra.

CAPITOLO X.

Nel faggio non ci sono differenze da notare, perchè


è di una sola specie. Quest' albero è diritto, liscio, senza
nodi, di una grossezza e altezza qunsi come l' abete, al
100 l.1BR.O TERZO

quale somiglia anche in allre rose. Ila il legno rii nn bel


colore, robusto, fibroso ; una cortnc<"ia liscia n spcsMa, la IO­
glia intera alquanto piiJ lunga di quo.Ila ,lo! porn,fl spinosa
nella punia; radici nù molte ne prolim•lo, un frutto liscio,
e a mo' di ghianda., chiu8u in un involucro che è liscio an�
eh' esso, e non gih spinoso come il riccio dt?lla castagna,
sebhene le sia simile pe,r 1lok"zz" e, sapore. Il faggio che
nasce sui monLi, ha un lc:,.rname bianco che ù utile per
molte cose, poichù si a<lopora per 13.r carri, leLLierc,
seggiole, tavolini e per costruzione di navi. Il faggio che
cresce nelle pianure, ha un lc�nu nero e non sorve per
i sopraddetti usi. Ma l'una e l'altra 111,aliià produce un
fruito quasi uguale.
(2) Anche il tasso è di una sola specie. È un alhero
diritto che cresce facilmente, simile atraheio, meno allo
del resto, ma molto pii, ramoso. Anche le foglie le ha simili
a q uelle dell'abete, ma pii, nitide e pii1 molli. Il tasso
che nasce in Arcadia ha il legno nero o rosso ; quello
del monte Itla, di un µ:iallo carico e simile al cedro, per
modo che si dico che i mercanti <li legname, con inganno,
lo vendano per cedro. i� tulio cuore, Jalla corteccia in
fuori, la quale è anche simile a •1uella ilei cedro e per
asprezza o per colore. Le radici sono piccole, soltili e
alla superficie del terreno. !taro è il Lasso vicino al monte
ltla, al>bondante invece nella Macedonia o nell'Arcadia.
Fa un frullo rotondo, un por.o maggiore di una fava, cl i
color rosso, n molle al tatto. })icono che se i cavalli e g-H
asini ne mangiano '"' foglie, muoiano ; <love i ruminanli
non ne soffrono punto. Alcuni uomini ne mangiano i l
frutto che è gustoso e innocuo.
CAPl'l'OLO X. 101

(3) Di una sola specie è anche l'ostri o carpine che alcu­


ni domandano ost.-ia, e nel complesso è somigliante al fag­
gio, come puro nella scorza. Le foglie sono di una forma si­
mile a quelle del pero, molto più lunghe per altro, finite
in punta e maggiori ; hanno molte nervature e dalla me­
diana che è diritta e grande, se ne diramano delle altre
a modo di costole e di una certa grossezza. Tra queste
nervature la fog·lia è rugosa e ha il margine flnamente
seghettato. Il legno è duro, senza colore e bianchiccio;
il frutto µiccolo, bislungo, simile all'orzo e giallo. Le ra­
dici sono alla superficie del terreno. Ama i luoghi acquosi
e le valli. �on si vuole adoperare per le case; e dicono
che !IL dov'egli è, avvengano male morti e parti infelici.
(•) Il tiglio è maschio e femmina, e sono differenti
tra loro così per la forma est.erna come per la materia,
e anco perchè la femmina è fruttirora e sterile il maschio.
Il legno del maschio è duro, giallo, più nodoso o più sodo ;
quel della femmina,più bianco. La corteccia del maschio
è più spessa e, staccata che sia, µoco flessibile, per effetto
della sua durezza; quella della femmina è più sottile e
arrendevole, e con ossa si fanno le ceste. Il legno della
!emmina è anche più odoroso. Il maschio è sterile e senza
fiori; la femmina produce !lori e frutti. Il flore in forma
di calice, posto vicino al picciuolo delle foglie e vicino
alla gomma che si svolge l'anno di poi, sta sopra un altro
gambo, ecl è verdastro flnchè sta rinchiuso nel calice;
apertosi, d iventa giallognolo. Fiorisce insieme con gli
alberi coltivati. (5) Il frullo è rotondo, bislungo, clolla gros­
sezza di una fava, simile al frutto dell'edera, con cinque
IO! l,IRRO TRR!O

angoli quando è maturo, i <jUali sono rilevati come fthre


e convergono in punta. Poco distinguonsi nei frutti non
ancora maturi. Quando si apre il frullo maturo, mostra
alcuni semi piccoli e sottili, simih a quelli dell'atrepice.
Le foglie e la corteccia hanno sapore gustoso e dolce.
La foglia somiglia nella forma a 11uella dell'edera. se non
che la circonferenza a poco a poco si Ya facendo verso
il picciuolo molto curva, e dal mezzo in su si ristringe,
allungandosi e andando a ftnire in punta. i,; poi legger­
mente crespa e seghettata nel margine. Il tronco ha poco
midollo, non mollo più duro del legno che anch'asso è
molle.

CAPITOLO X l.

Dell'acero, cnmr. ahhiamo già detto, alcuni ne fanno


due specie ; altri, Ire. L' una è chiamala col nome co­
mune <li acero ; la i-;econda, zigia ; la terza, 8tando a quei
di Stagira, clinolrnco. La differen1.a tra l'acero e la zigia
sia in questo, che l'acero ha il legno hianco e con belle
llhre ; la zigia, giallo e. crespo. In tutt'e due le specie
la foglia è ben grande e lohata, come nel platano ; ma
piana, più sotlile, assai meno carnosa, più molle e più
bislunga. Tutte le incisioni delle foglie vanno a llnire
in punta, non gi ungono fino al mezzo, ma si arrestano
nella parie superiore. In ragione della loro grossezza, le
foglie non hanno molle nervature. La scorza è un poco
più ruvida cbe nel tiglio, lendenle al bigio, spessa, di
CAPITOLO :li. 103 -

materia più solida che nel pino e non flessibile. Poche le


radici e nella sommità del terreno, crespe la maggior
parte cosi nella specie gialla come nella· bianca. (2) Nasce
ordinariamente ne' luoghi umidi, secondo che riferiscono
quei del monte Ida, ma non in gran copia. Del flore non
sanno dir nulla. Il !rutto non è molto lungo, ma più di
quello del paliuro, al quale somiglia. Gli abitanti del-
1' Olimpo dicono che la zigia cresce volentieri nei monti,
e l'acero poi anche nella pianura. L' albero nato sui monti
ha un legno giallo, di un bel colore, crespo e robusto e
lo adoperano per lare lavori fini : quello delle pianure è
bianco, menct compatto e men crespo. Alcuni lo doman­
dano glino e non acero. Il legno del maschio è più crespo
o contorto, cresce più volentieri nelle pianure e germo­
glia più presto.
(3) Di frassini ce n' è pure duo specie ; chè alcuni
sono alti e snelli, con un legno bianco, di belle fibre,
tenero, poco nodoso e poco crespo ; altri poi più bassi,
che stentatamente crescono, con un legno più ruvido,
più duro e di color giallo. Le foglie hanno una forma
simile a quelle del lauro dalle larghe foglie, più aguzze
per altro, leggermente seghettate nel margine e acu­
leate. Ma tutte le foglioline prese insieme potrebbero chia·
marsi una foglia sola, perchè esse cadono tutte in una
volta e derivano da un comune picciuolo. Sono poi ar­
ticolate sopra una costola, disposLe a due a due, spesse,
e l'un paio ben distinto dall'altro, come nel sorbo. In
una specie, gl' internodi sono corti e poche le paia di
foglioline; ma nella specie bianca sono lunghi e molti,
104 LIBRO TER?.o

e le singolc fogliolinn pi1'1 lung-h", pii1 :,;trctte e del co­


loro del porro. La scorza I! liscia, .1.ri1la, sottile e di
colore rossastro. (41 Le r.·ul iri sono folr.e, g-rossA e non alla
superficie ciel terreno. Gli ahit.1 nti ilei!" J<la crrnlcvano ch•l
non facesse nè frulti nè /lori ; ma in rnrf',<lcnlro a un sottil
guscio, ha un nocciolo di sapor� aruaro!(nolo come una
mandorla. Produce anche altr,• cose : come a dire l'a­
mento, simile a q110Ilo dell'alloro, salvi, per() rhc C pili.com­
patto. Ogni amento è slhrico come nel platano. Ili co­
desti amenti ne n:1sconQ alcuni vwino a.I frutto ; altri,
o sono invnro i pili, lontani di mollo. Il f1·assinn liscio cre­
sce piì1 volcntiP,ri ne' luoghi hassi e umidi: <1ucllo ruvido
anche negli sterili f! sassosi. Alcuni, comn i Macedoni,
una sp�cic la chiamano f'rassino e un'altra h11mel1:1. (5) La
liumelia f? più granile e il suo l11gn11 ii 1nnno cornpallo, o
percii'J anc·.ho me-no crespo. l'r.r natur-a, rp1csia è pian La
propria delle pianul'C ecl ù ruvicla; laclclove l'allra ù mon­
tana e liscia. li frassino che nasco nni monti ù di un
))(�I colore, liscio, soliùo e viscoso; 11uello che cresco nelle
pianure ò senza colore, meno compatto e r·uvitlo. Or<li·
nariaruenlc poi c1uegli altu�ri che nascono C'Osi noi monti
corno nelle pianurn,sn nati ne' monti sono ,li un hcl colore,
<li un legno solido e liscio, c:0111c per esempio il faggio,
l'oltno o altri; se nelle pianure, sono di materia meno
compatla, meno colurita e meno a("<"Oncia a nsserc la­
vorata, eccello per altro il pero, il melo e il pero sal\'a­
tico, come alformano .quei dell'Olimpo. �; queste ultime
piante riescono mi,..;·liori nelle pianUH\ tanto pcl frutto
quanlo pel legno ; e !:-e nei munti sono ruvido, aculeate e
CAPITOLO :II. 105

nodose, nelle pianure vengon su più lisce, più grandi, e


nel tempo stesso producono frutti più dolci o più carnosi.
Sempre poi sono più grandi gli alberi cresciuti in pianura.

CAPITOLO XII.

li corniolo ha il maschio e la femmina che si domanda


anche corniolo femmina. I cornioli hanno la foglia di
mandorlo, ma più lustra e più grossa; la scorza è fibrosa
e soltile, il tronco poco grosso, e produce ramoscelli i n
forma d i verghe come l'agnocasto ; ma questi p o i sono
più piccoli nella femmina, la quale è piuttosto frutice.
L'una e l'altra specie hanno, come l'agnocasto, dei nodi
a due a due e opposti. li legno del maschio è senza mi­
dollo, tulto solid,i e per compattezza e robustezza si­
mile al corno ; quello della femmina ha il midollo ed è pi(1
tenero e cavo, per il che non si adopera per le frecce.
(2) Il maschio cresce, al più, a dodici cubiti. I maggiori
rami hanno la l unghezza e.li una sarissa, poiché lo stesso
tronco non sorge a un'altezza considerevole. Gli abitanti
del monte Ida nella Troacle dicono che il maschio sia
sterile e fruttifera la remmina. li frutto che ha un noc­
ciolo come quello delle ulive, è clolce al gusto e di grato
odore. Il flore che è pur simile a quello dell'ulivo, allo
slesso modo di questo porta fiori e frutti, cosicchè da
un solo peduncolo ne provengono di molli e circa allo
stesso Lempo. Quei di Macedonia vogliono che sia rru t­
Lifero cosi il maschio come la femmina, ma che il frutto
106 LIBRO TBRIO

della femmina non sia mangiabile. Le radici del cor­


niolo sono come quelle dell'agnocaslo, robusle e di molla
vitalità. Nasce non solo ne' luoghi a.,ciulti, ma anco negli
umidi. Si propaga per seme e per rampolli. ·
i3J Del cedro alcuni ne fanno due specie, il licio e
il fenicio ; altri poi, come quei del monte Ida, una sola.
Il cedro è simile al ginepro, e la maggior dilferenza sia
nelle foglie, essendo quelle del cedro dure, acute e pun·
gemi, e quelle del ginepro piì1 molli. Pare anche che il
ginepro cresca più alto. llel resto alcuni non distinguono
con simili nomi il cedro e il ginepro, ma chiamano l'uno
e l'altro cedro, indicando il primo con l'aggiunto di acuto.
Tutt'e due le specie sono nodose, con molti rami e con
un legno contorto. Il ginepro ha piccola midolla, com·
patta e che facilmente si guasta, tagliata che sia ; dove
il tronco del cedro è quasi tutto midolla e non sog­
getto a infracirlarsi. La mi1lolla d,ill' uno e dell'altro è
rossastra ; odorosa nel cedro, nell'altro no. (�) I frutti del
cedro sono gialli, g-rossi come quei del mirto, odorosi e
buoni da mangiare. Sono simili quelli ,lel ginepro, sal­
vochè neri, aspri e appena mangiabili ; clm·anu un anno,
e cadono q uanùo Mono nati quei dr,11' amu, �uccessi vo.
Secondochè affermano gli Arcadi, tre i,;en1Jraz,oni di frutti
sarebbero sull'alhero : i frutLi dell'anno antecedente non
ancora maturi, quelli di <lue anni innanzi più rnaL11ri e
mangiabili, e i nuovi. Satiro racconta che i taglialegn:l
gliene avevano recati di tutt' e due h, specie senza fiori.
La corteccia somiglia a quella del cipresso, ma è più
ruvida. L"uno e l'altro hanno radici di materia non com-
CAPITOLO 111, 107

patta e alla superficie del terreno. Crescono nei luoghi


sassosi e freddi, e ci prosperano.
(5) Tre sono le specie del nespolo : l'antedone, la se­
tania e un'altra specie simile all'antedone, secondo la
divisione che fanno quei del monte Ida. La setania porta
frutti più grossi, più bianchi e più molli, e contiene
noccioli più teneri. Le altre due specie hanno frutti u n
poco più piccoli e più odorosi, ma più aspri, per modo
che si possono conservare un bel pezzo. Hanno inoltre
un legno più compatto e più giallo, ma simile del resto
a quello dell' antecÌone. In tutt' e tre queste specie di
nespolo, il flore è simile a quello del mandorlo, salvo
che non è rosso come quello, ma verdastro. L'albero è
grande e ha una chioma frondosa. La foglia (nelle piante
giovani) ha molte incisioni e finisce in punta come la
foglia dell'appio; nelle piante adulte ha più incisioni
ancora e più profonde ; è angolosa, piana, fibrosa, più
sottile che quella dell'appio e al tutto più lunga, anche
nelle incisioni, e tutta seghettata nel margine. Ha un
picciuolo sottile e lungo. Prima cli cadere, si colorano
le foglie di un rosso vivo. L' albe1·0 ha molto radici e
profonde, per il che ha vita lunga, nè facilmonte pe­
risce. Il legno è denso e non soggetto a infradiciare.
(6) Nasce per via di seme e di rampolli. Una malattia
propria del nespolo sta in questo che invecchiando, è
corroso da certi vermi grossi e diversi da quelli degli
altri alberi.
Del sorbo ne fanno due specie: una fruttifera che è
la femmina, una sterile che è il maschio. Inoltre v'è dif-
108 LIRRO TERZO

rerenza nei frutti ; chè alcuni gli hanno rotondi, altri bis­
lunghi, alu·i poi oviformi. C"I> anche dilforenza nel sapore ;
essendo più odorosi e pii, ,loie-i i fr ulli rotoncli, dove gli
oviformi sono spesso aci,li e me.no ••lnrosi. (7) Tull' e due
le specie hanno foglioline atlaccale a una lunga costola
fibrosa, disposte in serie ,li <1ua e di là, come in una
penna, quasichè non fosse il tutto che una sola foglia,
divisa in !ohi fino alla c:ost1Jla, ma con le foglioline poste
a una certa distanza. Al c:ulcr clelle, foglie, non cade
'!Uesla o quella parte, ma tutta insieme la foglia pennata.
Le foglie più vecchie e più lunghe. hanno più paia di
foglioline; cli meno, le pil"o giovani e piìo corle, ma in
tulle per altro c'è una fogliolina isolala alla estremità
dalla costola, per modo che impari è il numero di tulle
le foglioline. Sono simili per la rorma a quelle ciel lauro
dalle piccole loglie, salvoch,-. sr.ghellale, piìo corte nè ter·
minale in punta e piuttosto arrotonclate. Hanno un flore
a grappolo composto rii molli fiorellini pic·coli e hianchi,
attaccati a un pe,luncolo c1Jmunr.. (8) Anehc i frutti,
quando siano hen graniti, stanno a mo' di grappolo, per·
ché nascono da uno stesso pr.duncolo, presentando così la
forma di un favo. Il l'rulto, anclw se immaturo, è sullo
str.sso alhero corroso ,lai vermi vie più che le nespole, le
pere e le pere salvatiche, nonostante d1e sia molto acerho.
Anche J'alhero ;, g-uasto dai vermi ; n r.os\, i nvP,cc·hianclo,
si Eecca. Cotesti Uruchi sono ,li una singolar natura, rossi
n pelosi. li sorho (h. i rrutli , 1iss,mdo ancora molto giovane,
e già suhito il terzo anno. In autunno, clopo la c:uluta clelle
foglie, produce una certa clava, corno una gmn ma, ni Li<la
CAPITOLO 'Xlll. 109

e tumida, quasi fosse sul punto dì germogliare e si man­


tiene così per tutto l'inverno. (9) Il sorbo, del pari che il
nespolo, è senza . spine. La corteccia l' ha liscia, nitida,
finché l'albero non è invecchiato, e di un colore tra giallo
e biancastro ; invecchiando, diventa ruvida e oscura. L'al­
bero cresce assai alto e diritto, ha una bella chioma
la quale ordinariamente, quando non vi sia nulla che
l' impedisca, prende una forma conica. li legno è solido,
compallo, robusto e di un bel colore. Non ha molte ra­
dici nè profonde, ma robuste, grosse e dotate di molta
vitalità. Si moltiplica per radici, per ramoscelli e per
seme. Ama i luoghi freùdi e umidi, e ivi cresce rigo­
gliosamente e con difficoltà perisce ; tuttavia si trova
anche sui monti.

CAPITOLO Xlll.

Il ciliegio è albero d' una natura singolare. t grande


e cresce tino all' altezza di ventiquattro cubiti : il suo
tronco e assai diritto. La grossezza del tronco, sopra le
radici, giunge spesso a due cubiti di circonferenza. Le
foglie le ha simili a quelle del nespolo, ma molto solide
e più larghe, cosicchè l'albero pel suo colore si scorge
da lontano. La scorza per liscezza, colore e spessezza
è simile a quella del tiglio ; per il che, come sò fa con
la corteccia del tiglio, l'adoperano a lalibricarne cane­
stri. Circonda il tronco, non isvolgendosi in dire,ione ver­
ticale, nè in circoli regolari, ma a spira, dal basso in alto,
110 LIBRO TBRZO

come la forma delle foglie ; e quando si scorza, si scorza


pure a questo modo, chè diversamente la cosa non riesce
bene e la corteccia si lacera. (2) E così anche si può levar
via una parLe della corteccia, staccandone uno strato
sottile come una foglia ; e l'altra parte rimane ·e difende
l'albero, crescendo intorno allo stesso modo. Se si to­
glie la corteccia 'Illando l' albero è turgido, allora ne
sgorga l' umore ; e quando sia levata via solamente
la tunica esterna, ciò che resta si fa nero por un certo
umor viscido; e di nuovo, l'anno seguente, se OP, produce
un' alLra in sua vece, ma più sottile. Anche le fibre del
legno sono come 'I llelle della corleccia torte a spira; e
le verghe, suhito che nascono, sono allo stesso modo.
Col crescer dell'albero crescono anche i rami superiori,
dove quei di sotto periscono. (3) Por ordinario cotesto
albero non ha molti rami, anzi ne ha assai di meno del
pioppo nero. Ha molte radici, ma alla superficie del ter­
reno, e non grosse gran fatto. La con torsione delle ra·
dici e della loro corteccia è come quella (del Lronco). li
flore è hianco come nel pero e nel nespolo, ma composto
di piccoli fiori, disposLi a guisa di lavo. 11 lruLto è rosso,
simile nella forma a quello del diospiro, e grande come
una lava; ma dove il nocciolo del diospiro è duro, quello
del ciliegio è molle. :siasce negli stessi luoghi che il ti­
glio, e al tutto nelle vicinanze de' fiumi o delle acque.
Cl) Anche il sambuco vi ve ordinariamente presso le
acque o ne' luoghi ombrosi ; ma si trova anche altrove.
Esso è un frutice, e i suoi rami annui crescono in lun­
ghezza fino al tempo della caduLa delle foglie ; dipoi
CAPITOLO 'I.lii. 111

aumentano in grossezza. L a lunghezza d e i rami non è


gran cosa, e giungo a sei cubiti al più. La grossezza
de' tronchi più vecchi è come la circonferenza di un elmo.
Liscia è la corteccia, sottile e arida ; fungo"" il legno
e leggiero, quando ò secco. Ha una midolla molle, in
guisa che le verghe possono vuol arsi del lutto ; e ne
fanno delle mazze leggicre. Qt1ando il legno è secco, egli
è saldo e durevole, anche se lo bagni e gli levi la cor­
teccia. Si scorza anche da sè quando è secco. Ha le ra­
dici in cima della terra, non molte nè grosse. 15) Le sin­
gole foglioline sono deholi, bislunghe, simili nella forma a
quello dell'alloro laiifolio, maggiori per altro, più lar,;-he
e più arrotondate dal mezzo in giù, ma finite in punta
nella parte superiore. Hanno poi il margine seghettato.
L' intera foglia ha un grosso e ftoroso picciuolo in forma
di ramett.o, e di qua e di là, a due a due, sono artico­
late le foglioline poste a una certa distanza l'un paio
dall' altro, e una sola in cima del picci uolo. Le foglio­
line sono un poco rossicce, fungose e C'lrnose, e cadono
tutte insieme, per il che si potrebbe dire che siano una
foglia sola. I giovani rami hanno una forma angolosa.
(6) Il flore è bianco, composto di molti bianchi fiorellini
a mo' di favo, derivati dalla divisione di un sol pedun­
colo. Ha odore di giglio, grato ma forte. Medesimamente
i frutti vengono in forma di grappolo da un grosso
peduncolo. Maturi, sono neri ; immaturi. del colore del­
l'uva acerba. '1n grossezza superano alquanto l'orobo.
Dai maturi si cava un succhio del colore del vino col
quale (gl' iniziati) si tingono le mani e il capo. I semi
dentro al frutto sono aimili a quei del sesamo.
112 LIBRO TERZO

(71 Anche il salcio /J un albero acquatico cd /J di molte


specie. Una chiamasi nera, perchè ha I:\ corteccia nera
e rossiccia; un'altra bianca, pcrchè l' ha 1Ji:1nca. I.a nAra
produce verghe pii, belle e più adalte a essere intrec­
ciate, dove la hianca le 13. più rigid,�. g cosi della nora
,·ome della bianca cc n' è una !jUalità piccola che non
cresce mollo in alLezza, come cerli altri alberi, per e­
sempio il cedrn e la palma. Quest' albero in Arcadia
non lo chiamano salcio, ma cli cc ; e credono, come ah­
biamo deLto, che produca anche il f'rutLo focondo.

CAP!'l'OLO X I V.

Due sono le specie dell'olmo ; l'una che si domanda


olmo montano; l'altra, olmo semplicemente. Di fferiscono
in questo che l'olmo ha ,orma di frutice e il monLano
cresce più aHo. La foglia non /J incisa, ma flnamenlc
seghettata, l unga pii! di quella del pero, non liscia, ma
ruvida. L'alhcro i.i alLo e grande ; non cresce in copia
presso al monte Ida, anzi vi ò raro. Ama i luoghi
umidi. Il legno è gial lognolo, robusto, con hcllc Hhre, vi­
scoso ed /J llltto mi,lolla. Lo adoperano per larno porte
di fino lavoro ; verde si sfonde con faciliti,, secco diffl­
cilmenle. Lo dicono sterile, ma nei follicoli contiene una
gomma e certi ani1ualuz7:i come zanzare. In autunno
vroùucn molte singolari gemme (crl.m·i), piccole e nereg­
gianti, le quali nelle altre stagioni non si vedono.
(2) l i pioppo hianco e il nern formano ognuno una
CAPITOLO SIV. 113

sola specie. Crescono l'uno e l'altro diritti; ma il nero


è mollo più alto, ha un legno molto meno compatto, ed
è più liscio. Le foglie cosi nel bianco come nel nero, sono
della medesima forma. Anche il Jogno, tagliandolo, mostra
in tutt' e due uguale bianchezza. Paro che non produ­
cano nè flore nè frutto.
La cerci de è simile al pioppo bianco, sia per grandezza,
sia per i suoi rami biancheggianti. Ha le foglie come l'e­
dera, ma non angolose dall'una parte, e dall'al(ra allun­
gantisi ad angolo acuto. Sono del colore modesimo nella
pagina superiore e nell'inferiore, e attaccate a un picciuolo
lungo e sottile in guisa che non istailno diritte, ma incli­
nate. La scorza è piit ruvida di quella del pioppo bianco, e
squamosa come nel 1ioro salvatico. La pianta è sterile.
(3) Anche l'alno è di una sola specie. Cresce per na­
tura diritto, ha tenero il legno e tenera la midolla per
modo che i ramoscelli si possono vuotare del tutto. Le
foglie sono simili a quelle del pero, salvochè maggiori
e con più nervature. lfa una corteccia aspra, rossa di
dentro, per cui tinge anche il cuoio. Le radici sono alla
superficie del terreno..... come nell'alloro. Nasco ne' luoghi
umidi, e non altrove.
(4) La semida ha la foglia simile al cosi dotto noce
di Persia, · ma un poco più piccola ; la corteccia è scre­
ziata, il legno leggiero e utile soltanto per farne dello
mazze.
La colutea ha foglie che si avvicinano a quelle del
salcio ; ramosa, f'ronzuta, è al tutto un grande albero.
li frutto è un baccello come nei legumi ; questi baccelli
ll4 LIBRO TERZO

poi non sono stretti ma larghi, e contengono un seme


piccolo anzichè grosso, e mezzanamente duro ; nè mo!U
sono i fru tti in ragione della grandezza dell'albero. Del
resto rari sono i frutti in forma di baccelli ; e pochi alberi
solamente ne hanno di così fatti.

CAPITOLO XV.

Il nocciuolo è di sua natura salvatico ; e i frutti della


qualità salvatica non sono punto o ben poco inferiori a
quelli della coltivata.• Sopporta i freddi, cresce in copia
sui monti , e in cotesti luoghi è mollo fruttifero. Non ha un
vero tronco, perchè è piuttosto un frutice con verghe nè
ramose nè nodose, lunghe e qualche volta anche grosse.
Diventa poi anche domestico ; e la differenza sta in questo
che, coltivato, dà un frutto migliore e ha foglie più grandi.
Domestico o salvatico che sia, ha le foglie seghettate,
somigliantissime a quelle del!' alno, eccettochè più lar­
ghe, corno l'albero stesso è tuLtc, più grande. Tagliando
lo verghe, la pianta si fa sempre più feconda. (2) Così nel
domestico come noi salvatico, ci sono duo specie : l'una
produco nocciuole rotonde ; l'altra, bislunghe ; il frutto
dell'albero domestico è più bianco. Ottimi frutti si hanno
nei luoghi umidi specialmente. TrasposLe le piante sal­
vatiche, si addomesticano. La corteccia è liscia, sottile,
tersa e in singolar moùo pu nteggiata di bianco. li le­
gno è assai pieghevole, in guisa che con le tenere verghe
sbucciate e co' rami r.naggiori digrossati se ne fanno
CAPITOLO XV. 115

canestri. La midolla è leggiera, gialla e si può estrarre


dalle verghe. Una proprietà di questi alberi è quanto
abbiamo già detto dei loro amenti.
i3J Il terebinto è maschio e femmina. Il maschio è
sterile, e per questo lo chiamano maschio. Dei terebinti
femmine una specie produce subito frutti rossastri an­
che non essendo maturi, _ della grossezza di una lente.
L'altra specie fa un frutto verde che poi diventa rosso,
e finalmente nero nel tempo che maturano le uve, grande
q uanto una fava, resinoso e di un grato odore. Presso
il monte Ida e in Macedonia, i terebinti sono piccoli, fru­
ticosi e torti ; presso Damasco di Siria, crescono grandi, in
abbondanza e belli ; e dicono che ivi tutto il mc,nte sia co·
perto di terebinti e non vi alligni nessun'altra specie di
alberi. (•J Hanno un legno viscoso, radici robuste, pro­
fonde e dotate di molta vitalità. I fiori sono simili a quelli
dell'ulivo, ma di color rosso. Le foglie, della forma di
quello del lauro, sono molte e articolate a due a due so·
pra una costola, come nel sorbo; e in cima ce n'è una iso­
lata. Se non che codeste foglioline son meno angolose di
quelle del sorbo, più simili nel margine alle foglie del
lauro, e tutte nitide. Insieme col frutto produce follicoli
cavi come fa l'olmo, nei quali nascono animaluzzi simili al­
le zanzare, e vi si produce anco una certa materia resinosa
e viscosa. Tuttavia la ragia non si raccoglie da qui, ma
dal legno. I frutti non danno molta ragia, ma si appic­
cicano alle mani ; e, se non si lavano dopo raccolti, si
agglutinano. Lavati, i bianchi e immaturi galleggiano; i
neri vanno a fondo,
116 LIBRO TBRZO

(5) li bossolo non è molto grande e ha le foglie come


quelle del mirto. Nasce ne' luoghi freddi e aspri, e tale
è Citoro che ne produce in gran copia. L'Olimpo di Ma­
cedonia essendo freddo, nasce anche là, ma non viene
grande. I più grandi e più belli crescono in Corsica ;
ivi sono assai più alti e grossi che in qualsiasi altro
luogo ; per il che il mele di colà non è buono, mandando
odore di bossolo.
\6) Molto comune è il cratego che alcuni appellano
crategono ; ha foglie somiglianti a quello del nespolo,
piane, maggiori por altro, piil larghe che lunghe, nè come
quelle seghettate. QuesL'albero non è molto alto nè grosso.
Il legno è screziato, robusto, giallo; la corteccia, liscia
come nel nespolo. Per lo piu ha una sola radice e pro­
fonda. li frutto è rotondo, grosso come una bacca di olea­
stro ; !atto maturo, diventa giallognolo o nerastro ; ha il
sapore e il succo della nespola, onde parrebbe un ne­
spolo salvatico. È di una sola specie, nò ha varietà.

CAPITOLO XVI.

L' elce ha le foglie di quercia, minori per allro e


aculeate; la corteccia è più liscia cho nella quercia. Se
l'albero abbia trovato un luogo o un terreno adatto, vien
grande quanto una <1uorcia. li legno ò sodo o robusto ;
le radici piuttosto profondo e molte. Fa un frutto in forma
di ghianda, ma piccola. Spunta il nuovo frutto quando
c'é ancora il vecchio, pcrchè matura tardi; onde alcuni
CAl>ITOLo :r.V!. 117

dicono che fruttiftca due volte. Oltre la ghianda, fa anche


una coccola rossa, il vischio e l' ifear, per modo che
produce quattro cose a un tempo : due proprie e due av­
ventizie che sono il vischio o l'ifear. Il vischio lo produce
dalla parte verso settentrione, l'altro dal lato di mezzodì.
(2) Gli Arcadi appellano smilace un certo albero somi­
gliante all'elce, ma con foglie non aculeate, più molli,
più lunghe e molto diverse. Il legno non è solido e com­
patto come quello dell' elce; e, messo in opera, riesce
debole.
(3) L'albero chiamato dagli Arcadi quercia sughero
è di tale natura cho sta, per così dire, di mezzo tra
l' eleo e la quercia; e alcuni credono che sia un elce
femmina ; e così là dove non cresce l'elce, l' adoperano
per farne carri e cose simili, come usano gli abitanti
della Lacedemonia e di Elea. I Dorici la chiamano anche
aria. Essa è più tenera e meno compatta dell'elce; più
dura e più soda della quercia. Il legno scortecciato è piìt
bianco dell'elce, ma più scuro della quercia. Le foglie
somigliano a quelle di questi due alberi, se non che sono
piti grandi che nell'elce, più piccole che nella quercia.
Il frutto non è della grossezza di quello del!' elce, ma
come le ghiande più piccole; più dolce delle ghiande
<lell' elce e più amaro <li quello della quercia. Alcuni
chiamano acilo il fru!lo della quercia sughero 1, del­
l'elce ; ghianda, quello della quercia. Il midollo è più di­
stinto che nell'elce. Tale è la natura della quercia su­
ghero.
(4) Il corbezzolo, che produce il memecilo mangereccio,
118 LIIIRO TBR!O

non è molto grande, ha la scorza soUile quasi come il


tamarisco, e le foglie tra quelle dell'elce e dell' alloro.
Fiorisce il mese di Pianepsione. I ftori a grappolo nascono
da un solo peduncolo in cima ai rami. Ogni singolo flore
è simile nella forma a un flore allungalo di mi rio e quasi
della stessa grandezza; ma non è diviso in lobi ed è vuoto
come un guscio di uovo, e con la bocca aperta. Quando
cade il flore, resta aperta anche la parte di sollo che ade­
riva (al ricettacolo) ; e ciò che rimane, spoglialo della
corolla, è una cosa sottile e prosenta la forma, direi quasi,
rii un fusaiuolo sul fuso o di una colonna dorica. Il fruLt,,
matura in un anno, in guisa che avviene che lrutlo e
flore si trovino insieme sull'albero.
(5) L' andracne, siuiilc al corbezzolo nelle foglie, è un
albero non molto grande. La corteccia è liscia o sere·
polata : il frutto, somigliante a quello del corbezzolo.
(6) Anche lo scolano ha le foglie come quelle del cor­
bezzolo e dell'andracne. L'albero è piccolo e ha questa
singolarità, che il frutto va a finire in un pappo, la qual
cosa non abbiamo udito narrare di nessun altro albero.
E questi alberi sono comuni a molte regioni e luoghi.

CAPITOLO XVII.

Alcuni alberi sono più propri di certi luoghi, come,


per esempio, il sughero, il quale nasce nella Tirrenia,
Quest' albero ha nn fusto semplice e pochi rami ; è
assai alto e cresce rigoglioso. Il legno è robusto, assai
CAPITOLO :r.vn. 119

spessa la corteccia e screpolata come nel pino, ma in


pezzi più grossi. Le foglie son simili a quelle del frassino,
ma spesse e più lunghe ; non persistenti, ma caduche.
Il fruLto è sempre uoa ghianda, simile a quella dell'a­
ria. Ne staccano la corteccia, e dicono che bisogna le­
varla via tutta, pcrchè altrimenti l' albero ne soffri­
rebbe ; in tre anni si riproduce di nuovo.
(2) Una pianta singolare è anche la colutea che na·
sce in Lipari. È un albero mollo grande, e nei hsccelli
porLa un seme grosso èome:una lenticchia, che ingrassa le
pecore io modo maraviglioso. Nasce per via di seme e
riesce bellissimo, se concimalo con letame di pecora. Il
tempo di seminarlo è al tramontare di Arturo, ma te­
nuto prima il seme in macero fino a che non cominci
a germinare nell'acqua stessa. Le foglie sono come quelle
del fieno greco. Cresce dapprima per tre anni al più,
con solo il fusto, e in questo tempo se ne tsgliano dei
bastoni, che allora pare riescano bene. Se l'albero si
mozza, m uore ; perchè non pullula dalla parte bassa.
Di poi si divide in rami, e il quarto anno prende forma
arborea.
(3) L'albero che nasce in Ida e si domanda coletia
è d' un' altra qualità; fruticoso, nodoso, con molti rami
e non comune ma raro. Ha lo foglie come l'alloro la­
tifoglio, ma più rotondeggianti e ampie, di modo cho pa­
iono somigliare a quelle dell'olmo, più l unghe per altro.
Sono verdi nella pagina superiore, e biancastre nell' infe­
riore con molte e solLili fibre che dalla nervatura me­
diana si spargono ai laLi a modo di costole. La corteccia
120 LIBM TERZO

non è liscia, ma come quella rlella vite ; duro il legno


e solido ; le radici alla superOcie ,Iel lerreno, sottili, di
una materia non compaUa, crespe talvolta e mollo gialle.
Dicono che non produca nè frutti nè flori, ma bensì
amenti a mo' di clava e, vicino alle foglie, gemme mollo
lisce, nitide e bianche, le quali nella forma sumigliano agli
amenti. Taglialo e arso, rimette e germoglia di nuovo.
1•1 Ci sono anche delle piante proprie dei luoghi
presso il monte Ida ; per esempio, il lauro alessandrino
e una certa specie di fichi e di viti. li lauro alessan­
drino ha questo di singolare, che porla il frutto sulla
foglia, come il rusco ; o in vero nell'uno e nell'altro il
frutto sta sulla rachide della foglia. (5) li fico è un ar­
busto non molto alto, ma così grosso che il fusto ha la
circonferenza di un cuuilo. li legno è contorto e viscoso;
la parie di sollo dell'aluero è liscia e senza nodi; chio­
mata, quella di sopra. Le foglio e la corlcccia son grig·ie.
Per la form.,, le foglie somigliano a quello del tiglio e
sono ugualmente molli, larghe e grandi. Il Ooro lo ha
come il nespolo e fiorisce insieme con. quello. Il frutto
che appellano fico, e� rosso, grande come un'uliva, ma
più rotondo e del sapore delle nespole. Le rndici sono
grosse, quasi come quelle del fico domestico, e viscose.
Quest' albero non è soggetto a putrel'arsi e consta tutto
di cuore solido e non ha midollo.
(6) La vito cresco in quella parto doli' Ida che si
chiama Falacra. È nn fruLice con picco}� vr.rghe, P. così.
falli ramoscelli hanno presso a poco la lunghe,zza di
un cubito ; a que::;li stanno allaccati da un lato degli
CAl>l'rOI.O 1VJ!, 121

acrn, neri, grossi come fave e dolci, con dentro gra­


nelli teneri. Le foglie sono rotonde, intere o piccole.

CAPITOLO XVIII.

Anche altri monti hanno i loro propri alberi, fru­


tici o altre piante minori. E spesso si è già ragionato
cli coteste particolari là che si t�ovano nei singoli luoghi.
Delle differenze poi tra le stesse piante congeneri, come
negli alberi, così ce n'è nlli frutici e nella maggior parte
degli altri vegetali ; per esempio, nel ramno, nel paliuro,
nell'eso, nel rus, nell' edera, nel rovo e in molti altri.
(2) Chè il ramno è nero o bianco : diverso il frullo, ma
aculeate tutt' e due le specie. Anche dell'oso ce n'è una
qualitiL bianca e una nera; e i fiori, come i frutti sono,
in correlazione, bianchi o neri. Ma cc n' è un'altra qua­
lità che sta come nel mezzo, coi fiori nè scuri nè bianchi,
ma rossicci. L'eso bianco ha le foglie più sottili e lisce,
e i rami in forma di verghe.
(31 li paliuro è di varie specie ... Tutte coteste piante
sono fruttifere. Il frutto del paliuro è un follicolo come
una foglia, con dentro tre o quattro semi. I medici gli
adoperano, pestati, contro la tosse, chè hanno una certa
viscosità e untuosità, come i semi del lino. Nasce, come
il rovo, nei luoghi umidi e negli asciutti ; e trovasi pure
presso le acc1ue. Ila foglie caduche e non come il ramno,
persistenti.
(4) Così anche sono parecchie le specie del rovo, e
122 UIIIIO 'IDIO

si differenziano in quesl.o massimamente, che alcuni cre­


scono diritti e grandi, altri vanno serpendo per terra,
piegandosi subii.o in basso e, l.occato che abbiano la terra,
radicano ; per il che alcuni li chiamano rovi prostrati.
li cinosbato fa un frutto rosseggiante, simile a una me­
lagrana. Sta di mezzo tra l'albero e il frutice ed è eume
un melagrano, ma con foglie che somigliano a quelle
dell'agnocasto.
(&) Il rus altro lo chiamano maschio allro femmina,
per essere sterile quello, questa fruttifera. Non ha verghe
alte nè grosse ; la foglia è simile a quella dell'olmo, ma un
poco più lunga e pelosa. Nei giovani ramoscelli stanno le
foglie a uguale distanza, appaiate e opposte, l'una rli qua,
l'altra di là, in guisa che formano una serio. Con queste
i conciatori tingono le pelli bianche. Il flore è bianco,
racemoso e !orma un lutto composto di cirri, come un
grappolo di uva. Caduti i fiori, il frutto e il grappolo di­
ventano cli color rosso, e si formano come delle piccolo
lenti agglomerate in forma anche di grappolo. Quel medi­
camento che si chiama rus, contiene dei p:ccoli grani
ossei che spesso si ri Lrovano nel rus, ancora dopo stac­
cialo. La radice è superficiale e semplice per modo che
facilmente si può svellere tutta. Il legno ha la midolla ; è
soggetto a guastarsi ed è corroso dai vermi. Nasce da per
tutto, ma prospera specialmente nei terreni argillosi.
(6) L' edera è di molte sorte, essendoci quella che
va serpendo per terra e quella che si arrampica in alto :
e questa è ancora di molte qualità ; ma tre paiono esse.re
IP. principali, cioè la bianca, la nera e in terzo luogo
O&PITOLO '1'1'111. 123

J'elice. E ciascuna di queste si suddivide in pitì altre ;


chè la bianca o è tale solamente nel fru tlo, o anche
nelle foglie. Inoltre quella solamente bianca nel frutto,
o lo ha perfetto, sodo e raccolto come in globo, il che
alcuni chiamano corimbo e quei d'Atene acarnico, ov·
vero lo fa più piccolo e più sparso, come la nera. An­
che la nera ha le sue differenze, ma non cosi manifeste.
(7) Grandissimo ce n'è nell'elice, massime in quanto alle
foglie, e perchè piccole, e perchè angolose e più rego­
lari, laddove l'edera le ha più rotonde e semplici. Un'al­
tra differenza sta ancora nella lunghezza dei ramoscelli e
ntll'essere sterile. Alcuni sostengono che l'elice per na­
tura non si tr,�formi in edera ; ma che quell'elice che
si perfeziona (ve1.ga) dall'edera (e sia una vera edera per­
fetta e fruttifera). Che se poi ogni elice va a trasfor­
marsi in edera, come alcuni vorrebbero, cotesta trasfor­
mazione sarebbe da ripetersi, non già da diversità di
specie, ma dall'età e da altre condizioni, come è anche
il caso del pero domostico rispetto al pero salvatico. Non­
dimeno le sue foglie, sebbene mutate, sono molto diffe­
renti da quelle dell'edera. Ma ciò rare volte e in pochi
·casi accado che per vecchiezza si mutino le foglie, come
fanno il pioppo bianco e il ricino. (8) Sono poi molte
le specie dell'elice, ma come maggiori e più nole se ne
possono contare Ire : la verde ed erbacea, la quale è co­
piosissima; la bianca, e in terzo luogo la screziata che
alcuni chiamano tracia. Ognuna poi di queste ha le sue va­
rietà ; chè tra le verdi alcune hanno le foglie più sottili,
più regola,·i e più fitte ; altre banno tutto questo si, ma in
12-t t.n.ao 1'BkZO

grado minore. E nella specie screziala ce n' è con foglie


grandi e con piccole, e c'è anche differenza nella screzia­
tura. Cosi pure nella bianca si notano differenze in quanto
alla grandezza e al colore. Assai facilmenle cresce la
verde e molto si diffonde. Quella che s' è trasformala in
edera, dicono che si riconosca manifestamenle non solo
dalle foglie che sono più. grandi e più. larghe, ma anche
dai ramicelli, i quali crescono diritti nè si piegano, come
nell'altra (erùacea) per la loro sottigliezza e lunghezza.
L'ederacea li ha più. corti e più grossi. L'edera, quando
comincia a fare i semi, ha i rami alti e diritti.
(9) Tutte le specie di edera hanno molte e dense ra·
dici, contorte, legnose, grosse e non molto profonde, spe­
cialmenle poi la qualità nera e, della bianca, quelle che
sono più aspre e salvatiche. Per il che l' edera è rlannosa
a tutti gli alberi, ai quali si avviticchia e li uccide tutti,
facendoli seccare o togliendo loro il nutrimento. S' in­
grossa poi molto e prende forma di albero, anzi diventa
albero a dirittura. Ma per lo più. ama e cerca un altro
albero e vive sopra quel tronco. (tu) ì,; anche una proprietà
della sua natura, che dai ramoscelli in mezzo alle foglie
generi sempre delle radici, con le quali si attacca agli·
alberi e ai muri, qnasichè dalla natura a bella posta fos­
sero state creale a tal o scopo. E cosi attirando con quelle
I' umore e succhiandoselo, fa seccare gli alberi. Recisa
l' edera dal piede, può nondimeno vivere ancora e du­
rare. Un' altra differenza e non piccola, si riferisce ai
frutti, essendo dolciastri alcuni, altri molto amari, cosi
nella bianca come nella nera. Del che danno manifesto
CAPITOLO :XVIII. 126

indizio gli uccelli che mangiano gli uni, e gli altri, no.
Tale adunque è la natura dell'edera.
(Il) La smilace cresce anch'essa sugli altri alberi,
e ha il tronco spinoso con aculei diritti ; le foglie sono
simili a queJle dell'edera, piccole, non angolose, con due
orecchiette sul picciuolo. È cosa singolare che per mezzo
alla foglia vada un sollile nervo, senza che da esso na­
scano, come nelle altre foglie, i nervi secondari, i quali
invece girano intorno e hanno il loro principio dalle
orecchie!le del picciuolo. Presso i nodi do! l'u sto e aJla
base delle loglio nasce dallo stesso picciuolo cosi la
foglia come un sollile e attorio viticcio. Il flore è bianco
e odoroso come un giglio. Il fr ullo è simile a quel dello
stricno e del melotro, massime poi a quella che si chiama
uva saivalica. (12) Pendono i grappoli come nel!' edera,
ma sono serraLi al modo dei racemi dcli' uva, nascendo
da uno stesso punto i peduncoli che portano gli acini.
Il frutto è rosso con due semi comunemenlo ; ma i più
grossi ne hanno tre, uno i più piccoli. Assai duro è il
nocciolo, e di color nero al di fuori. È proprio dei ra­
cemi che dai lati si stringano al caule, mentre in cima
ad esso sta il grappolo maggiore, come nel ramno e nel
rovo. È d unque manifesto che la smilacc porta il suo
frutto e in punta del caule e ai lati,
( 13) L'albero chiamato evonimo nasce in quel monte
dell' isob di Lesbo, che si appella Ordinno e anche al­
trove. È grande come un melagrano, e ne ha quasi si­
mili le foglie che sono maggiori di quelle dell' alloro
umile, e molli come nel melagrano. Comincia a germi-
126 J.IRRO TBRZO

nare il mese di Poseidone e finisce la primavera, fa­


cendo i fiori del colore delle viole bianche, ma d'un odore
cattivo, come di cadavere. li frutto con la buccia è simile
alle silique del sesamo ; internamente è duro, ma diviso
in quatto parti. Mangiato dalle greggi, tanto il frutto
quanto la foglia, le uccide, massime le capre, se non si
purgano : si purgano poi col vomito. E questo era da
dire intorno agli alberi e ai frutici. Si ragionerà poi
delle altre piante.
LIBRO QUARTO

CAPITOLO I.

Le differenze tra le piante dello stesso genere sono


state esaminale di sopra. Tutte le piante vengono su più
belle e più robuste, se cresciute in una regione loro pro­
pria : chè anche le salvatiche hanno ognuna i loro luoghi
più acconci, al pari delle coltivate. E in vero alcune piante
amano i terreni acquosi e palustri, come il pinppo nero
e il bianco, il salcio e quante, in una parola, vivono vi­
cino ai fiumi : altr, •, i luoghi aperti e assolati; altre poi, gli
ombrosi. La picea ne' luoghi a solatio cresce bellissima e
grandissima; in quelli a bacio non fa bene. L'abete, al
contra io, è assai bello nei luoghi ombrosi, ma non così
negli aprichi. <2) In Arcadia, presso un luogo chiamato
Crana, c'è una valle difesa dai venti, e tale che, a quanto
dicono, il sole in nessun modo vi può penetrare. Ivi ere·
scono abeti di un' altezza e grossezza straordinaria, m a
non sono d ' u n legno compatto, nè belli a vedersi, cC1me
anche è il caso dello picee che nascono in ll1oghi ombrosi.
Per il che non si servono di così fatto legname per opere
128 LIBRO QUARTO

di pregio, come sarebbero porte e altre cose di flno la­


voro, ma per costruzioni di navi e di casc,e sc ne tanno
bellissime travi e pali e antenoe,e anche alberi di nave
di grande allezza, ma non rohusti come quelli cresciuti
in luogo aprico, i 11uali per essere piiJ corti sono più
densi e più rohusti.
(3) Amano grandemente i luoghi ombrosi il tasso,
il pado e il traupalo. Sulle vette .te' ,nonti e ne' luoghi
freddi cresce alta la tuia, e vi crescono anche l'abete e
il ginepro, ma non cosi alti, come in cima del monle
Cillene. :'(e' luo:;hi elevati e fre.d,Iissimi nasce il celastro.
Questi alheri a<lurn1ue si devono dire amanti del fredclo.
Tutti gli allri ordinariamente vogliono ·i luoghi assolati.
·Ilei resto, ciò è sempre in corrispondenza col terreno che
più si alf'J. a ciascun albero. In Creta, sui monti Idei, e
•U quelli chiamali Bianchi, dove le punte son sempre
coperte di neve, dicono che cresca il cipresso ; o di ci­
prnssi in vero si trovano abbondanti boscaglie per I' isole
e sui monti.
(t, Cosi tra gli alberi salvatici, come tra i domestici,
c' è, secondo che è stalo detto, di q nelli che amano i
monti, o di quelli che amano le pianure; e medesima­
mente nei monti stessi, alcuni riescono pii, belli e robusti
nelle parli piiJ basse, altri nelle pii, elevate. Ua por Lu i.lo
poi gli alberi esposti a settentrione hanno il legno pii,
compatto, piiJ crespo e, in una parola, pii, bello; e ivi
crescono anche più abbondantemente. Gli alberi piantati
fitti aumentano e crescono piullosto in l unghezza, per
ciò sono senza nodi, e divengono diri\Li ed alti, e se ne
CAPITOLO I, 129

fanno bellissimi remi. Quelli piantati radi crescono in


larghezza e grossezza, onde sono tortuosi e nodosi ; ma
al lutto più solidi e compatti.
(51 Quasi le stesse differenze si notano in quegli al­
beri che nascono nei luoghi ombrosi e negli aprichi, nei
luoghi difesi e nei battuti da' venti : chè più nodosi, più
corti e meno diritti vengono negli aprichi e Ventosi. Che
poi per ogni albero ci voglia un terreno adatto e un
clima conveniente, è manifesto da ciò che in certi luoghi
alcuni alberi vi allignano e altri no, nè di quelli che spon·
taneamente nascono, nè di quelli che sono stati piantati;
e se pure per avventura vi crescono, non producono frutto,
com'è stato detto della palma, del moro egiziano e d' altri.
E in vero ci sono molti alberi che in diversi luoghi o non
attecchiscono altrimenti, o nati che siano, non ingros·
sano, non fruttificano e degenerano al Lutto. Delle quali
cose è da parlare per quanto ne sappiamo.

CAPITOLO II.

In Egitto ci sono molte sorto di alberi propri di quella


regione, come il moro, la così eletta persea, il balano, la
spina e altri. Il moro è alquanto simile al moro nostrale
nelle foglie, nella grandezza e nella forma esterna. Ma il
frutto lo produce in modo singolare, diversam�nte dagli
altri, come è stato detto fin dal principio: poichè non
nasce nè dai ramoscelli nè dai rami, ma dal tronco stesso.
Somiglia al fico per la grossezza, come anche per la forma;
130 LI BRO QCARTO

ma per il succo e la dolcezza, al fico tardivo; sebbene sia


ancora più dolce. Non ha granelli, o nasco in copia. Se
non si graffia, non matura, o però sogliono graffiarlo
con certe unghie di ferro ; dopo ciò, in quattro giorni
giunge a maturità. Colli i frulti, ne nascono di nuovo al­
tri e altri ancora dallo stesso punto o al tullo simili. Ciò
avviene, secondo alcuni, tre volte ; più, secondo allri. (2)
Quest'albero è pieno di un succhio latteo, e il legno serve
a molli usi. Ha poi questo di singolare che, tagliato an­
cor verde, si secca immergendolo noll'acrp1a; per il che
lo gettano suhito in una fossa o in uno stagno, o cosi lo
macerano. In fondo all'acqua si secca e, quando è sec­
cato tutto, viene su e galleggia; e allora par che sia
ben macerato, percM divenuto leggiero e rado. E queste
sono le proprietà che ha il moro.
(3J Un albero di simile natura paM esser quello cho
in Creta si chiama fico cipriotto ; poichè anch' esso fa
il suo frulto nel lronco e nei rami più grossi ; ha però
un sottil gambo senza foglie,come una radichetta, al quale
sta appiccato il frutto. Il tronco è grande o simile al
pioppo bianco : le foglie, corno quelle dell'olmo. Fa il frutto
quattro volte l'anno, o altrettante germina. Non matura
i frutli , se non sono stati incisi in modo che n'esca il
latte; quesli sono dolci come i fich i ; nell' interno somi·
gliano ai fichi salvatici, e per grossezza sono da para­
gonarsi alle prugne. (�) Al detto albero è anche somigliante
quello che gli Ionii chiamano ceronia: chè anche in que­
sto la più parte dei frutti nasce dal lronco e pochi, come
è già stato detto, dai rami. Il frulto è un baccello cho
CAPITOI.O JI. 131

alcuni chiamano Ileo egiziano, erroneamente però, per­


chè non nasce in Egitto, ma in Siria, in Ioma, intorno
a Gnido e in Rodi. È sempre verde con un flore bian­
castro di un odore alquanto grave. Non cresce molto
in altezza, e dalla parte di sotto mette sempre nuovi
germi, diseccandosi quoi di supra. Porta a un tempo
stesso i frutti dell' anno innanzi e i nuovi. Quando se
ne coglie uno dopo il Cane, se ne forma subito visibil­
mente un altro e produce come un grappolo, il quale
cresciuto che sia, fiorisce verso Arturo e l'equinozio, e
poi si mantiene nell' inverno fino al Cane. Questi al­
beri dunque àono simili al moro egiziano, perchè anche
essi portano il frutto sul tronco. In che poi ne differi­
scano, già è stato detto di sopra.
(5) L' Egitto ha un altro albero chiamato persea,
grande e bello a vedersi, assai simile al pero nelle fo­
glie, ne' fiori, ne' rami e in tutta la forma esterna, ma è
sempre verde e non getta, come quello, le foglie. Fa molti
frutti e in ogni stagione : i nuovi succedono sempre a
quei dell' anno innanzi, e si maturano al soffiare dei
venti etesii. Gl' immaturi si colgono e si ripongono. Per
grossezza il frutto somiglia a una pera, ma è bislungo
come una mandorla e di color d'erba. Ha dentro un noc­
ciolo come quello d' una prugna, molto più piccolo per
altro e più molle. La polpa è dolce, assai gustosa e di fa.
cile digestione, sicchè non fa mal veruno mangiandone
anche molta. L'albero ha molte radici, lunghe e grosse ;
robusto è il legno, bello, nero come il loto o se ne fanno
statue, lettiere, tavole e altre cose simili.
132 LIBRO QUARTO

(6) Il balano prende questo nome dal frutto. Le fo­


glie sono simili a quelle del mirto, $alvochè piit lunghe.
L' albero è grosso e grande ; ma non bello, e torlo. Gli
unguentari adoprano i gusci pesti ciel frullo che sono
di soave odore, ma il frutto per sè non reca nessuna
utilità; esso ha la grossezza e la forma d' un cappero.
Il legno è robusto e sc1·ve per costruzione di navi e al­
tri usi.
(7) L'albero chiamato cuciofora, somiglia alla palma
nel fusto o nelle foglie ; ma ne di fferisce in questo, che
la palma ha un fusto solo e semplice, laddove la cucio·
fora, col crescere, si divide e biforca, e cosi fa ogni ramo.
Inoltre questi rami sono in forma di verghe, assai corti
e pochi. Le foglie, come quelle della palma, si adopra­
no a far cose intessuto. Produce un frutto particolare
assai diverso dal frutto della palma per grossezza, per
la forma e per il succo ; chè egli è cosi grande eh' em ­
pirebbo quasi la mano, cd è rotondo e non bislungo, e
di colore giallastro. Il succo è dolco e soave al guslo.
Questi frutti non istanno aggruppali come nella palma,
ma separaff l'uno dall' allro. I noccioli sono grossi e assai
duri e, lavorati al tornio, se ne fanno anelli da servire p er
i tappeti screziati. Il legno è molto diverso da quollo
della palma ; chè questo è poco compallo, fibroso e spu­
gnoso ; e quello, sodo, pesante, carnoso e, taglialo che
sia, mollo crespo e duro. I Persiani l' avevano in gran
pregio e con esso facevano i piedi delle lettiere.
(8) La spina ha questo nome, perchè tutto l'albero,
eccetto il tronco, è spinoso ; avendo delle spine ne' rami,
CAPITOLO li. 133

ne' ramoscelli e sulle foglie. È albero assai grande ;


e se ne tagliano travicelli per tetti, di dodici cubiti. È
poi di due qualità, bianca e nera : debole l'una e sog­
geita a marcire ; più robusta l'altra e immune da putre­
fazione, onde nella costruzion delle navi l' adoprano
per farne le coste. L'albero non cresce molto diritto. Il
frutto, come quollo dei legumi, è un baccello di cui si
servono per conciare le pelli invece della galla. Il flore
è vago a vedersi, e ne fanno corone ; e i medici lo rac­
colgono, perchè è un farmaco. Si forma in essa una
gomma che sgorga da un' incisione che vi si faccia, o
anche da sè. Tagliata, rimette il terzo anno. Cresce ab­
bondantemente e cc n'è una gran selva nel nomo te­
baico, dove allignano anche e quercie e persee in gran
copia e ulivi ; (9) perchè in quel luogo nascono anche
gli ulivi e sono irrigati non dal fiume, il quale è lon­
tano più di trecento stadi, ma da acque sorgive, essendovi
colà molte fonti. L' olio è di qualità non inferiore al
nostro, ma di cattivo odore, pcrchè non purificato se non
raramente col sale, di cui c'è scarsezza. Il legno è duro
e, tagliato, del colore del loto.
(10) Un altro albero è il prugno, assai grande e per
la natura e grossezza del frutto, simile al nespolo, ma
col nocciolo rotondo. Comincia a fiorire il mese di Pia­
nopsione e matura i frutti nel solstizio d'inverno. È sem­
pre verde. Gli abitanti della Tebaide per l'abbondanza
di questi alberi ne seccano i frutti ed, estratti i noc­
cioli, li pestano e ne fanno focacce.
(Il) Intorno a Menfi cresce un arboscello singolare,
LIBRO QUARTO

non già per le foglio, pe' rami o per l'intera forma, ma


per una certa sua particolar proprielà. Esso è spinoso e
ha le foglie simili alla felce. Quando si toccano i suoi
ramoscelli, le foglie si piegano come appassite, e poi,
dopo un certo spazio di tempo, si ravvivano e proseguono
a vegetare.
Tali sono gli alberi e i frutici più notabili di cosi
fatta regione. Delle piante poi che vivono nel flume e
nelle paludi (dell'Egitto)ne ragioneremo appresso, quando
si tratterà delle altre piante acquatiche. (12) Del resto
tutti gli alberi di quei luoghi sono per altezza e gros­
sezza notabili. E, in Menn, raccontano che c'è un albero
così grosso, che tre uomini non giungono acl abbracciarlo.
Bello ne è il legno, tagliato che sia ; molto sodo e del
colore del loto.

CAPITOLO Ili.

Nella Libia nasce in gran quantità e bellissimo il


loto, così anche il paliuro ; e in alcuni luoghi, come nel
paese dei Nasamoni e presso Ammone o altrove, la palma.
Nella Cirenaica crescono cipressi o ulivi bellissimi che
producono olio abbondantemontc. Ma una pianta soprat­
tutto propria di <1ue' luoghi, è il silflo ; anche il zafferano
vi nasce in gran copia e odorosissimo. li loto è colà di
una specie tutta singolare, assai grande, cioè a dire uguale
a un pero o poco meno, con foglie dentate come il leccio,
e il legno di color nero. È di molte qualità che si di­
stinguono pei frutti, i quali hanno la grossezza di una
tAPITOLO lii. 135

fava, e nel maturarsi cambiano colore come le uve. Na­


scono fitti e opposti sui ramoscelli come nel mirto. Li
mangfano i così detti Lotofagi; e sono dolci, soavi e non
pure innocui ma anzi utili per il mal di ventre. Più gu­
stosi sono quelli senza nocciolo, chè ce n'è ancora di così
fatti ; con questi fanno anche del vino. (2J Cotesti al­
beri sono molti e producono assai frutti. Si racconta che
l'esercito di Ofelia, quando marciava contro Cartagine,
si nutrisse per più giorni coi frutti del loto, essendo
venuti a mancare i viveri. Molti di questi alberi sono
anche nell'isola dei Lotofagi, chiamata Faride, la quale
sta di fronte alla terra ferma e ne è poco lontana;
ma nel continente ce n' è assai di più. In una parola, il
loto è abbondantissimo nella Libia, e così anche il pa­
liuro. Gli Evesporìdi si servono del loto come legna da
ardere ; ma cotesto loto è diverso da quello dei Lotofagi.
(3) Il paliuro più del loto ha forma di frutice. Le foglie
sono simili al nostrale, diverso però è il frutto, porchè non
piatto ma rotondo e rosso e grande quanto quello del
ginepro o poco più. Ha un nocciolo che non si mangia
insieme come nello melagrane. Il frutto poi è dolce e,
versandoci del vino, diventano l'uno e l'altro più dolci.
(4) Secondo alcuni, il loto è albero fruticoso e ramoso
con grosso fusto. li frutto ha dentro un gran nocciolo
e di fuori non è carnoso, ma coriaceo. Assaggiandolo, è
piuttosto gustoso cho dolce; e il vino che se ne fa, non
si mantiene se non due o tre giorni, e poi inacetisce. Più
dolce è il frutto che si coglie nel paese dei Lotofagi, che
è luogo più caldo ; ma in quanto al legno, è migliore
IM l.lhRO QOARTO

quello della Cirenaica. Assai più nnra del legno è la ra­


dice, ma molto meno soda e atta ai lavori ; no fanno
manichi di coltelli e opere d'intarsio : col legno, pi/ferì
e molte altre cose.
(5) In quella parte della Libia dove non piove mai,
nascono molli altri alberi e grandi, e belle palme. Dove
cresce la palma, il suolo è salmastro e umido, non già
molto profondamente, ma fino a nove cubiti al più. Del
resto l'acqua in questo luogo è dolce, ma poco lontano
di là, salata. Dove poi nascono le altre piante, il suolo
è arido e manca l'acqua. In certi luoghi c'è dei pozzi di
trecento cubiti, per modo che bisogna attinger acqua con
carrucole, adoprando i giumenti. Ed è cosa mirabile
come, scavando, siano potuti giungere a tanta profon­
dità. E dicono che anche presso il tempio di Ammone
ci sia acqua sotto le palme, a quel modo che abbiamo detto
di sopra. In quella parte dove non piove, crescono e molto
timo o parocchie altre piante singolari. Ci sono anche
lepri, gazzelle, struzzi e altri animali. (6) Non si sa se
cotesti animali vadano in altri luoghi a dissetarsi ; del
resto, per la loro snell�zza, possono far molto cammino
in poco tempo, massime poi se tollerano la sete per qual­
che giorno, come è il caso anche di alcuni animali do­
mestici che tre giorni o quattro possono star senza here.
È cosa manifesta che i serpenti, le lucertole e altre si­
mili bestie non bevono mai ; mangiano poi, a detta dei
Libii, i porcellini, bestiole, le quali si trovano anche da
noi, con molti piedi, di color nero e che si ravvolgono
sopra se stesse. Colà cc n'è in abbondanza, o sono umide
per nal ura.
CA�ITOLO lit. 13'7

(1) Nei paesi nei quali non piovo, cade sempre molta
rugiada, onde è chiaro che le palme e qualsiasi altra
pianta di que' luoghi, traggano il loro nutrimento parte
dalla terra, parte dalla rugiada. E così fatto umore è
sulllciente al crescer loro e alla loro natura che è secca,
come secche sono le parti di che tali piante si com­
pongono.
. E questi sono gli alberi più notevoli e più propri
della Libia. Del silfio e delle sue qualità ne ragioneremo
appresso.

CAPITOLO IV.

Ogni regione del!'Asia ha le sue piante speciali,


onde certe crescono in un luogo sì o in un altro no ;
come, per esempio, l'eJera e l'ulivo che dicono non al­
lignare in quella parte dell'Asia che sta sopra la Siria,
un cinque giornate lontana dal mare. Ma nel!' India si
vede l'edera sul monte chiamato Mero, dal quale favoleg­
giano avesse avuto origine Ilacco. E Alessandro, ritornan­
do dall' India, si coronò di edera ed egli e i suoi soldati.
(L'ulivo), nello altre parti dell'Asia non cresco se non nella
Media, la quale pare quasi che circondi il mar (Caspio)
e lo tocchi. Per quanto poi Arpalo si fosse adoprato
d' introdurre l'edera negli orti intorno a Babilonia, pian­
tandovela più volte e con ogni diligenza, pure non vi riuscì ;
chè non ci volle vivere altrimenti, come nemmeno le altre
piante venute di Grecia. E ciò perchè il luogo non lo
comporta per ragion del clima. A mala pena ci potè
138 r.rbao QOAato
vivere il bosso e i l tiglio, chè s' ingegnaron di propagare
anche così fatti alberi ne' giardini habilonesi. L'Asia pro­
duce poi altre piante speciali, tante alberi quanlo frutici.
(2) E al tutte parA che quella regione che guarda
l'oriente e il mezzodi, come certi animali cosi produca
certe sue piante speciali, a prelerenza di tutti gli altri
luoghi ; come la Media e la Persia che, oltre a molte
altre piante, producono il melo chiamate medico o per­
sico. Questo albero ha foglie simili e quasi uguali a
quelle dell'andracne ; e spine come il pero e l'ossiacanta,
ma lisce, molto acute e robuste. Il pomo non si mangia,
ma è di marav iglioso odore non meno cho le foglie del·
l'albero; o se si ripono tra le vesti, le guarda dalle ti­
gnuole. È anche utile per chi a caso abbia bevuto un
qualche veleno mortifero ; chè, date nel vino, muove il
corpo od espelle il veleno. Serve anche per dare buon
odore all'aliLo; puichè cotta nel brodo o in altro liquido
la parte interna del pomo, e spremuta in bocca e inghiot­
tita, il flato si fa odoroso. (3) Si seminano a primavera,
in un'aiuola diligentemente lavorata, i semi estratti dal
frulto, e poi s' annaffiano ogni quaLtro o cinque giorni.
Quando l'albero s' è fatte grandicello, la seguente pri­
mavera si trapianta in un terreno sciolte , alquante
umido e non troppo magro ; cM l'ama cosi. Porta poi i
frulli in lulte le stagioni ; e monlrc so ne colgono al­
cuni, altri sono in flore e altri stanno maturando. <luci
fiori che, como dicclllmo, hanno nel loro mezzo una
specie <li rocca prominente, sollo fertili ; ,1uclli che no,
sterili. Si semina.no ancora io testi forati, como le palme.
CAPITOto nr. 139

Questo albero, secondo che s' è detto, nasce nella Persia


e nella Media.
(4) L' India produce quell'albero che si chiama fico,
il quale, come già è stato detto, ogni anno manda giù
delle radici da' suoi rami ; non già dai novelli, ma da
quei di un anno e anco dai più vecchi. Coteste radici
abbarbicando�i in terra, fanno intorno intorno all'albero
come una siepe per modo che vi si forma una specie
di capanna dove gli abitanti di que' luoghi sogliono ri­
pararsi. Lo radici poi che nascono, si distinguono facil­
mente dai rami, ossendo più bianche, irsute, tortuose
e senza foglie. L'albero ha di sopra una folta chioma e
rotondeggia tutto ; ed è così grande, che, a quanto di­
cono, la sua ombra si estende per più di due stadi.
Tale è poi la grossezza dd tronco, che alcune volte è
più di sessanta passi di giro ; più spesso, di quaranta.
Le foglie non sono minori di una pelta : assai piccolo
come un cece il frutto, ma somigliante a un fico ; e per
questa ragione l'albero fu dai Greci denominato fico. È
cosa poi singolare che i suoi frutti siano pochissimi, non
solo per rispetto alla grandezza dell' albero, ma anche
assolutamente presi. (5J Cosi fatti alberi nascono pure
presso il fiume Acesine.
C'è un altro albero, insigne per grandezia, che pro­
duce frutti dolci in modo straordinario e grossi, de' quali
si nutrono que' sapienti indiani cho sogliono andar nudi.
Un altro albero ha foglie bislunghe, simili alle penne
di struzzo che si pongono sugli elmi, alte due cubiti.
Ce n' è un' altra specie che fa certi frutti lunghi,
14 LIDllO QDU'l'O

non diritti ma curvi e dolci al gusto, i quali però se si


mangiano producono dolori di venire e dissonleria ; per
il che Alessandro fece bandire da un araldo a' suoi sol­
dati che non ne mangiassero. Un altro albero ha i frutti
simili a quelli del corniolo. E così ce ne sono molli
altri, ma differenti da quelli che crescono in Grecia e
non hanno nome. Questa differenza non d�ve recar ma·
raviglia; poichè, al dire di alcuni, falle poche eccezioni,
nessun albero, somiglia a quelli di Grecia, come anche
nessun frutice e nessun' erba.
(6) Un'altra pian la propria di questi paesi, è l'ebano,
ed ò di due sorte, secondo che ha buono e bello il legno,
o catlivo. Rara è la prima specie, comune l'altra. Il suo
bel colore non gli viene dall'essere lenuto in serbo, ma lo
mostra subito di sua natura. L'albero è come un frutice
simile al ciliso.
(7) Dicono che l à. ci sia ancho il lerebinto, o com'allri
vogliono, un albero che gli somiglia, il quale ha foglie,
rami e ogni altra cosa come il terebinto, salvo il frullo
che è diverso, perchè simile a una mandorla. Così falli
terebinti nascono nel paese dei llaltri, e portano delle
noci non grosse, ma come mandorle e press' a poco
della medesima forma. Il guscio per allro non ò scabro;
e il frutto per bontà e dolcezza ò migliore della man­
dorla; J>er il che quei popoli là ne l'anno grand' uso.
(8) Gli alberi buoni ( per lossuli) per farne vesti,
hanno foglie simili a quello del moro, ma tutla la pianta
somiglia alla rosa canina. Si pungono per filari nelle
piannre; onde veduti da lontano, paiono viti. In alcuni
CAPITN,O IV. 141

luoghi c'è anche di molte palme. E questo sia detto in­


torno alla natura d egli alberi.
(9) L' India ha anche dei semi propri; alcuni simili
ai legumi, altri al frumento e ali' orzo. Il cece, la len­
ticchia e altre civaie nostrali non vi allignano, ma bensi
ce n' è delle altre da farne, cocendole, cibi simili ai
nostri ; perciò, a quanto dicono, non li distingue chi
non lo sa. Vi crescono per altro l' orzo, il frumento e
una certa specie di orzo salvatico, col quale si ra bo­
nissimo pane e una bella polenta. Quest'orzo lo mangia­
vano sulle prime i cavalli de' Greci e ne morivano ; poi,
a poco a poco assuefat!isi alla loppa, non ne solfriron
più alcun danno.
(IO) Seminano in gran quantità il così detto riso, il
quale si mangia cotto. Esso ò simile alla spelta e, pe­
stato, se ne fa una specie di polenta di facilissima cot­
tura. La pianta, a vederla, somiglia al loglio, e sta quasi
sempre nell'acqua. Non fa la spiga, ma una pannocchia,
come il panico e il miglio. C'è colà un' altra pianta che
i Greci chiamano lenticchia ; a vederla, è simile al fieno
greco, e si miele verso il tramontare delle Pleiadi.
(Il) L' India ha di singolare anche questo, che in una
parte crescono certe piante e in un'altra no; e, in vero,
la regione montuosa produce la vite, l'ulivo e altri alberi
rruttifori. Ma quell'ulivo è $terile, e di tal natura e tal
forma, che sta, come a dire, tra l' oleastro é l' ulivo ; ha
foglie più larghe di questo, ma più strette dell'oleastro.
E ciò in quanto ali' India.
(12) Nel paese che si chiama Aria, e' è una pianta
142 LIBRO QOARTO

spinosa, dalla quale stilla una lagrima che, a vederla


o odorarla, è simHe alla mirra; e non cola se non quando
risplende il sole. Si trovano colà molle altro piante, di·
verse dalle nostrali, e pei campi e presso i fiumi. In
altri luoghi cresce un albero bianco spinoso con tre rami,
dal quale se ne taglianù verghe e basLoni. È pieno di un
certo succhio o ha un legno non compatto : lo chiamano
eraclea. C'è poi un virgulto grande corno un cavolo, ma
con foglie simili al lauro per grandezza e per forma. Chi
no mangiasse, ne morrcl>ùe; per il che, dove c1 erano ca­
valli, i Greci non li pordevan mai d'occhio e li conduco­
vano a mano.
(IJJ Nella Gedrosia dicono che nasca una pianta si·
ruile nelle foglie al lauro, della quale i giumenti se ne
mangiano, per poco che sia, ne m uoiono in breve, presi
da convulsioni come se fossero epilettici. Cresce colà an­
che una pianta spinosa, senza foglie, che sorge su da una
sola radice e porta in ogni ramo una spina assai acuta,
dalla quale, spezzata o stropicciata, sgorga in copia un
latte che accieca tutti gli animali e anche gli uomini,
se ne siano spruzzati. In alcuni luoghi nasce una certa
orba, sotLo la quale si raggruppano piccolissime serpi ;
e se altri le pesta e ne è morso, la ferita è mortale. La
palma se si mangia cruda, produce il soffocamento; la
qual cosa fu tardi avvertita. Ma cosi fatte sorte di piante
e di animali si hanno forse anche in altri luoghi.
\ 1 4) Le piante pii', rare e 'l 'lelle che più dalle altre
diversificano, son le aromatiche nell'Araùia, nella Siria
e nell' India, come l' incenso, la mirra, la cassia, l'opo-
CAPITOLO IV. \43

balsamo, il cinnamomo e simili, delle quali distesamente


si parla altrove.
Queste e molle altre ancora sono dunque le piante
proprie delle regioni volte a levante e a mezzodì.

CAPI TOLO V.
Le regioni volte a settentrione, non hanno nulla di
singolare ; chè là non vi sono piante che meri Lino par­
ticolar menzione, oltre a quegli albori comuni che vo­
gliono il freddo o si trovano anche da noi, come a diro
la picea, la quercia, l'abete, il bosso, il castagno, il tiglio
e altri simili. Fuori di questi, non c' è là quasi nessun
altro albero, ma piuttosto orbo che amano i luoghi freddi ;
per esempio, la centaurea, l'assenzio e le dotate di virtù
medicinali r:ielle radici e ne' succhi, come l'elloboro, l'ela­
terio, la scamonea : in una parola, quasi tutLe quello,
le cui radici sono ricercate.
(2l Alcune di queste crescono nel Ponto e nella Tracia,
allre presso I' Eta, il Parnasso, il Polio, l'Ossa e il Teletrio,
e in quesLi monti, al dire di alcuni, in copia grandissima.
Molte vo ne sono pure nell' Arcadia e nella Laconica, re­
gioni anche queste feraci di pianto medicinali. I paesi
settentrionali non producono piante aromatiche, salvo
l' iride, che cresce nell' llliria e presso il Mare Adriatico,
dove cc n' è di ottima qualità. e migliore delle altre ; ma
ali' opposto crescono nei luoghi caldi e in quelli volti a
mezzodì. E i luoghi caldi hanno anche molti cipressi,
come Creta, la Licia, Rodi. Sui mo,,Li della Tracia e della
Frigia, si trova il cedro.
144 LIBRO QOARTO

(3) Delle pianto addomcslicate, dicono che il lauro e


il mirto non resistano nei luoghi freddi; meno poi il mirto.
E se ne :tdduce a prova che sul!' Olimpo molti sono i
lauri, ma nessun mirto. �el Ponto, intorno a Panticapco,
non crescono nè lauri nè mirti, selJIJenc si siano studiati
e provati in tuUi i modi a propagarveli per gli usi sacri.
Ci sono fichi molti e grandi, e melagrani che l'inverno
si coprono ; e peri e meli moltissimi di ogni sorta e squi­
siti che dànno frutli in primavera, eccettochè per av­
ventura non maturino più tardi. Di alberi salvatici ci
sono quercie, olmi, frassini o altri simili; ma non già
picee, abeti, pini, nè alberi che diano le tede. Quel legno
poi è umido e assai peggiore di quello di Sinope, onde
non se ne fa molto uso, salvo che per opere che devon
restare a ciclo aperto. E queste sono le piante che vivono
intorno al Ponto, o almeno in alcuni luoghi del Ponto.
(4) Su i monti della Propontide crescono in molli
luoghi il mirto e il lauro. Probabilmente ci saranno anche
alberi propri di questo paese ; chè ogni luogo, come è
stato detto, ha le sue particolarità rispetto ai )ogni, non
solo per la miglioro o inferiore qualità loro, ma anche
perchè dove ci fanno, e dove no. Così il Tmolo e l'Olimpo
di Misia abbondano di noci, castagni, viti, meli, granati ;
dove l' lcla alcuni di questi non ne ha punto, di altri ben
pochi. Medesimamente in Macedonia e nell'Olimpo pierio
alcuni di questi vi crescono, altri no. Nell'Eubea e in·
torno alla Magnesia c' è una gran copia di noci euboiche,
ma non altro, come nemmeno nel Polio e in que' monti
vicini.
CAPITOLO V. 145

(5) Sono ben pochi i luoghi che producono legname


per costruzioni navali: in Europa, a quanto pare, la Ma­
cedonia, qualche parte della Tracia e l' Italia ; in Asia
la Cilicia, Sinopo, Amiso, come anche l'Olimpo misio e
l' Ida, seùbene in poca quantità. La Siria produce il cedro
che si adopra per le triremi. (6) Si dica il medesimo
delle piante che amano i luoghi umidi, e vivono vi­
cino ai fiumi. Dicono che lungo l' Adriatico non cresca
il platano, ecccttochè presso il tempio di Diomede ; e in
tutta I!alia esso è raro, sebbene ci siano molti e grandi
fiumi da una parto e dall'altra ; ma pare che il clima
non gli sia favorevole. A Reggio, que' platani che con
gran fatica piantò nel parco il tiranno Dionisio il vec­
chio, e ora sono nel Ginnasio, non poterono diventar
grandi. (7) Ma in alcuni luoghi cresce il platano abbon­
dantemente; in altri poi l'olmo, il salice ; in altri il ta­
marisco, come sull' Erno. Tali pianto adunque, secondo
che è stato detto, sono da aversi come proprie di questi
luoghi, tanto le salvatiche quanto le domestiche. Tut­
tavia può darsi che alcune di queste, se coltivate con
ogni cura, possano vivere anche in altri luoghi, come
vediamo in verità avvenire presentemente per corti ani­
mali e certo piante.

CAPITOLO VI.

Una grandissima differenza nella natura stessa degli


alb8ri e in generale delle pianto, è da porsi, come è
stato detto di sopra, in questo che alcune vivono in terra,
IO
146 LIBRO QUARTO

altre nell'acqua, com' è anche i l caso degli animali. Nè


solo nelle paludi, negli stagni e nei fiumi, ma nel nostro
mare stesso nascono piccole piante, e negli altri mari,
anche degli alberi. E in vero tutte piccole sono le piante
che si Lrovano nel mare oo::;Lro, e nessuna, diroi quasi,
emerge dalle acque; dove negli altri ed emergono, e
ci sono anche grandi alheri. (2) Nel nostro mare le
piante più note e comuni sono il fuco, l'ulva e altre si­
mili. Ugualmente note, ma proprie di certi luoghi, sono
l' abete, il Ileo, la quercia, la vite, la palma. E alcune
di queste crescono vicino al lido, altre in mezzo alle
acque ; altre così sul lido come nel mare. Ci sono di quelle
che si dividono in più specie, come il fuco ; o di quelle
che ne formano una sola. Una specie di fuco fa. le foglie
larghe, simili a un nastro, di color verde·; ed è chiamata
da alcuni porro, da altri zostera. Ha una radice irsuta
di fuori, squamosa di dentro, relati vamenle lunga e
grossa, e alquanto simile a una cipolla. (3) Un' altra
specie ha foglie capillari come il finocchio, non è verde
ma di un giallo pallido; e, senza gambo, sta s11 diritta
da sè. Cresce sui nicchi e sui sassi, non come l' altra
sul suolo; ma tutt' e due si trovano vicine a terra,
anzi quella che ha le foglie capillari, sta sul lido per modo
che è solo lam!Jita dallo acque; dovo l'altra cresce proprio
nel mare.
(4) Nel mare esterno, vicino allo Colonne d' Ercole,
c'è una pianta di maravigliosa grandezza, secondo che
dicono, ed è più larga della palma d' una mano. Dalle
correnti di fuori è trasportata nel mare interno, e la
CAPITOLO VJ.� 147

chiamano porro. Colà o in certi allri luoghi cresce così


alta, che giunge fln sopra all'ombelico. È, a quanto di­
cono, pianta annua che nasce sul finire della primavera;
è in pieno vigore I' estate, appassisce l' autunno, I' in­
verno poi muore ed è gettala sul lido. Anche tutte le
altre piante che crescono ili mare, l'inverno diventano
brutte e appena riconosci bili. Queste adunquo vivono
nel mare vicino al lido.
In alto mare cresce quel fuco marittimo cho rac­
colgono i palombari, i quali vanno in cerca delle spugne.
16) i;: in Creta, presso il lido, vive in gran copia e bellis­
sima sui sassi una di queste piante, con la quale non solo
si tingono le ùende, ma anche la lana e le vesti ; e fln­
chè la tinta è fresca, il colore è molto più bello della
porpora. Nasce in maggior quantità e più bella dalla
parte di tramontana, come è il caso delle spugue e di
altre cose simili.
(6) Un'altra pianta somiglia all'agrostide ; chè ha le
foglie come quelle dell'agrostide, e una radice nodosa,
lunga e posta obliquamente. Per grandezza poi ò molto
minore del fuco.
L'ulva è un' erba marina, con foglie di color ver­
de, larghe, non dissimili a quelle della lattuga, salvo
che sono più rugoso o· come contratte. È senza gambo,
e da un sol principio vengono su più foglie ; e cosi altre
da un altro. Nasce sugli scogli e sui nicchi vicino al lido.
E q ueste press' a poco sono le minori piante marine.
(7) La quercia e l'abete nascono pure vicino al lido
sui sassi e sui nicchi, ai quali aderiscono come patelle.
148 LIBRO QUARTO

Non hanno radici. Le foglie dell' una e dell'allro sono


carnose ; ma l'abete le ha assai più lunghe e più grosse,
quasi simili ai baccelli dei legumi, concave dentro e
vuote ; sottili la quercia e simili a quelle del tamarisco.
Hanno colore come di porpora. Tutta la pianta dell'a­
bete è diritta, e diritti sono anche i rami ; la quercia
invece è contorta e si dilata più in larghezza.
(8) L'uno e l'altra hanno più gambi, ma l'abele è
più semplice. I ramoscelli di queslo sono lunghi, diritti
e di una materia poco compatta; più corti quelli della
quercia, più torti e più sodi. Queste due piante hanno
l'altezza di un cubito o poco più. Ordinariamente l'abete
è più alto. Le donne si servono della quercia per tin­
gere la lana. Stanno appiccali ai rami alcuni molluschi,
e in basso certi allri aderiscono intorno intorno al fusto ;
e ne' {loro nicchi) si annidano dei porcellini e altri
simili animaluzzi e uno che somiglia ai polipi. (2) Queste
piante crescono vicino al lido, ed è cosa facile osservarle.
Dicono alcuni che un'altra specie di quercia . nasce in
alto mare, la quale produce anche:dei frutti, e:questi
frutti o ghiande sono utili a qualche cosa. Naufraghi e
palombari raccontano esservene anche altre di maggior
grandezza.
La vite cresce tanto presso: al :lido, quanto in alto
mare : questa seconda specie ha foglie più�grandi, e più
grandi palmi ti e frutti. Il Ileo non ha foglie,�non è molto
grande, e il colore della scorza è rosso.
(IO) La palma nasce in alto mare con un gambo
assai corto ; le verghe crescono su quasi diritte dal basso,
UD
non intorno intorno come i rami degli alberi, e si svol­
gono in un piano, ciascuna separatamente in linee con­
tinue, qualche volta per allro anche intrecciandosi. La na­
Lura.di queste verghe o ramoscelli è simile in certo modo
alle foglie della spina acanacea, come pure al sonco e
a piante di questo genere, salvochè !(verghe delle palme
sono dirilte e non piegate come quelle, e han le foglie
corrose dalla salsuggine del mare. Del resto la somiglian·
za consiste e nel passare che fa il caule per lo mezzo di
tutta la pianta, e in altre particolarità relative alla sua
forma esterna. li colore delle foglie, del caule e di tutta
la pianta è d'un rosso intenso e purpureo. E queste·sono
le piante cho si trovano nel nostro mare. Le spugne, le
cosi dette aplisie e altre cose di questo genere, sono
d' un' altra natura.

CAPITOLO VII.

Nel mare di fuori, intorno alle Colonne d' Ercole, na­


scono, secondo che abbiamo detto, il porro e le piante
che si trasformano in pietra, come i timi e quelle che
hanno forma di alloro e altre. Nel così detto Mar Rosso,
poco al di sopra di Copto in Arabia, nessun albero cresce in
terra, fuorchè una spina chiamata siziontc ; e anche que­
sta è rara per ragiono dei grandi calori e della si'<cità ;
iroperocchè col,\ non piove se non ogni quattro o cinque
anni una volla, dirottamente e per poco tempo. In mare
poi nascono quelle piante che chiamano alloro e ulivo.
(2) L'alloro è simile all'aria; l'ulivo, alla mercùrella. Que·
15o LIBRO Q�ARTO

sto porta dei frutti che paiono ulive e stilla una gomma,
con la quale i medici preparano un medicamento molto
utile per istagnare il sangue. Quando siano cadute molte
piogge, in un cerio luogo vicino al mare nascono dei
funghi, i quali poi al calore del sole si trasformano in
pietra. Quel mare abbonda di grossi animali e ha mol·
tissimi cani marini, per modo che i palombari non vi
si possono tuffare. Nel golfo chiamato degli Eroi, dove
sogliono approdare gli Egiziani, crescono l'alloro, l'ulivo e
il timo, ma non di color verde; chè simili a pietre emer­
gono dalle acque, non disformi per altro dallo pianto
verdi nelle foglie o nei germogli. Nel timo si distingue
bene anche il colore del flore, ma come non ancor giunto
alla sua perfezione. L'altezza di questi arboscelli è di tre
cubiti circa.
(3) Quelli che per ordine di Alessandro fecero la
spedizione navale dall'India, raccontarono che le piante
marino nell'acqua avevano il colore delle altre specie
di fuchi, ma appena fuori ed esposte ai raggi del sole,
diventavan subito come di sale. Stando alle loro rela­
zioni, sul lirlo crescono anche dei giunchi di pi"'clra, che
nessuno a vederli, saprehho distinguerli dai veri. Rac·
contarono poi, cosa da fare anche più mamv;glia, d' al­
cuni arbusti, i quali han colore di corna di buoi con
rami ruvidi, rossi sulla cima e che, a comprimerli, si
spezzano. Messi nel fuoco, diventan roventi come ferro ;
raffreddati, ripigliano la natura e il colore di prima.
(4) Nelle isole che sogliono essere inondate dal mare, a
quanto dicevano, vivono grandi a.lheri come i più alti
OAl>ITol.O VII. 151

platani e pioppi. E quando le acque crescono restan


tutti sommersi, salvo i rami degli alberi più alti, ai
quali ai legano i canapi delle navi, che poi, quando il
mare s' abbassa, si legano alle radici. Questi alberi
han foglie di lauro, fiori del colore e dell'odore della
viola, e frutti grossi come ulive e assai odorosi. Non
perdono mai le foglie ; in autunno compaiono i fiori e
i frutti, e cadono in primavora. (5) Nello stesso mare
nascono piante sempre vordi e con frutti simili al lupino.
In qu@a parte della Persia che confina colla Ca­
ramania, dove il mare spinge la marea, si trovano al­
beri assai grandi, simili all'andracne nella forma e nelle
foglie. Producono copiosi frutti, di fuori molto simili
pel colore alla mandorla, ma dentro con tutte le loro
parti insieme ravvolte e come connesse. Questi alberi
fino alla metà son corrosi dal mare e sorretti da ra­
dici che aderiscono al suolo come polipi ; il che si
può osservare quando è bassa marea. (6) In quel luo­
go non c' è acqua ; ma solo alcuni canali pei quali
navigano, derivati dal mare, per il che avvisano es­
ser cosa manifesta che cotesti alberi prendano nu­
trimento dal mare e non dall' acqua dolce, eccettochè
dalla terra non ne assorbissero alcun poco con le radici.
Ma poi anche cotest' acqua dovrebbe esser salata, non
iscendendo molto a basso le radici. Generalmente si vuole
che così le piante nate in mare, come quelle che in terra
sono bagnate dalla marea, appartengano a un mede­
simo genere ; ma quelle di mare appaiono piccole e si­
mili ai fuchi, dove le altre sono grandi e verdi, con un
flore odoroso e un frutto simile ai lupini.
152 Ll�RO QUARTO

f7l Nell' isola di Tilo, la quale sta nel golfo ara­


bico, cresce, a quel che dicono, dalla parte di levante,
tanta copia di alberi, che quando la ma.rea s' abbassa.,
pare che vi resti come un vallo. Tutti questi alberi sono
grandi come fichi e fanno fiori odorosissimi. I frutti non
sono mangerecci e somigliano nella forma ai lupini. In
quest' isola nascono a.nchP- molti a.Iberi che producono
lana ; hanno foglie simili ai pampini, sebbene minori, e
non fanno frutto. Quella parte che contiene la. lana. è
simile a una mela primaverile ed è chiusa ; giunta a
maturità, si apre e mette fuori la lana, con la quale si
tessono vesti e dozzinali e di gran va.Iuta. (8) Questi a.I­
beri, come è stato detto, nascono anche nell' India e nel­
l'Arabia.
Ci sono colà. anche a.Itri alberi con ftori simili al
leucoio, ma. senza odore e quattro volte più grandi. Un
altro ha molte foglie come la rosa; questo la. notte stanno
chiuse, cominciano ad aprirsi al levar del sole ; di mez­
zodì si espandono tutte, e poi sul vespro si ripiegano e
la notte si richiudono ; e la gente di quei paesi dice che
allora l'albero dorme. In quell' isola nascono palme, viti
e altre piante fruttifere e fichi che non pardon lo foglie.
Sebbene piova in que' luoghi, tuttavia quell' a.equa non
la credono utile per i frutti ; ma. essendovi nell' isola.
molte sorgenti, con queste irrigano tutto, cosa. che giova.
assai meglio al frumento e agli alberi. Per il che quando è
piovuto, fanno correre per li campi l'acqua delle sorgonti,
come per lavarli. E questi sono press' a poco gli albori
del mare esterno fino ad ora conosciuti.
l!.I.Pl'Ì'OLO vnt . . 153

CAPITOLO VIII.

Dopo queste cose è da parlare delle piante che na·


scono ne' fiumi, nelle paludi, negli stagni e che formano
tre generi : alberi, erbe, cespugli. Tra le erbe pongo, per
esempio, il selino palustre e altre piante simili ; tra i ce­
spugli, il calamo, il cipero, il Ileo, il giunco, il butomo,
i quali _si trovano comunemente in tutLi i flumi e in altri
luoghi simili. In qualche luogo crescono anche il rovo,
il pali uro e altre così falle piante ; o alberi, come il salcio,
il pioppo bianco e il platano. Alcune di queste piante
son tutte coperte dall' acqua ; ne stanno altre alcun
poco fuori; altre, immerse con lo radici e con una pic­
cola parte del tronco, hanno fuori tutto il resto. Questo
è il caso del salcio, dell'alno, del platano, del tiglio e di
tutti quegli alberi che amano l'acqua. (2) Si trovano questi
in tutti i fiumi, e nascono anche nel Nilo; ma pochi sono i
platani e pochissimi i pioppi bianchi : assai copiosi l'or­
niello e la bumelia. Le piante acquatiche che nascono in
Egitto sono in tanta quantità, che non si finirebbe più a
numerarne tutte le specie. Del resto sono tutte general­
mente buone a mangiarsi, e di un succo dolce. Ma tre
paiono più delle altro eccellenti per dolcezza e come nu·
trimento : il papiro, il così detto sari e il mnasio. (3J Il
papiro non cresce dovo l'acqua è molto profonda, ma là
dove ha un duo cubiti di altezza e, qualche volta, an­
cora meno. La radice è grossa come il carpo della mano
di un uomo robusto; e lunga oltre a dieci cubiti. Sta obli-
154 LIBRO QOAR'i'O

qua sopra terra, e si apprende al limo con sottili e fitte


barbe ; al di sopra produce fusti triangolari cho si chia­
mano papiri, alti un quattro cubiti, aventi una chioma
molle e di nessun uso : non fanno frutti di sorta alcuna.
Così fatti fusti vengono su da molte par Li della radice.(4) Si
adoprano le radici cume legno non solo per ardere, ma
anche per lavurarne varie specie di utensili ; chè in esse
c' è mollo legno e bello. li papiro stesso è utile a più
cose; poichè serve per lacostruzione delle barche e,con la
interna sostanza del fuslo, si tessono vele, stuoie, una
certa specie di vesti, tappeti, funi e molle altre cose.
Notissime poi nei paesi di fuori sono la carte che se ne
fanno. È anche in modo singolare di grandissima utilità
come nutrimento ; chè tulti gli abitanti di que' luoghi
masticano il papiro sia crudo, sia lesso, sia arrostilo, suc­
chiandone l'umore e gettandone via il resto. Tale adun­
que è il papiro e tali gli usi a cui serve. Nasce pure
in Siria presso a quella palude, nella 11ualo c'è il ca­
lamo odorato ; e Antigono se no servì per farne canapi
di navi.
(5) li sari vive nell' acqua clelle paludi e di quei
campi, clai quali il fiume si è rilirato. Ha una radice
dura e conlorta, dalla qualo spunLano i cauli, chiamati
sari, alti quasi due cubiti e grossi quanto un pollice.
Anche questi sono triangolari come ·i l papiro, e termi­
nano con una chioma al medesimo modo. Si masticano
e poi si sputa ciò che si è masticato. Della radice si
servono i fabbri ferrai, pcrchè dà ottimo carbone, es­
sendo il legno assai ,!uro. (G) Il mnasio è un'erba e non
OAPJToto vlu. 156

è utile se non come nulrimenf.o. Queste sone le piante


notevoli per la loro dolcezza.
Un'allra pianta nasce nelle paludi e negli stagni e
non giunge tino a terra. È simile ai gigli, ma con più
foglie, disposte parallelamente corna in una doppia se­
rie. Il colore è di un verde carico. L' adoprano i me­
dici per i mestrui e nelle fratture. (71 Queste piante cre­
scono anche nel fiume, se la corrento non le trasporta ;
ma accade che siano trasportate come le molte altre che
vi sono.
La faTa (egiziana) nasce nelle paludi e negli sta­
gni con un fusto che, quando è l unghissimo, giunge a
quattro cubiti. È della grossezza di un dito, simile a un
calamo molle, ma senza nodi ; ha dentro degl' interstizi
che corrono lungo tutto il caule,e sono simili ai favi.Porla
in cima una capsula che somiglia a un nido rotondo di
vespe ; e in ciascuna loggia è contenuta una fava che
sporge alcun poco. Tali fave sono, al più, una trentina.
Il flore è il doppio maggiore di quello dei papaveri e
di un colore roseo intenso. La capsula sta sopr' acqua.
Tra le capsule nascono grandi foglie, della grandezza
d' un cappello tessalico, la quali hanno lo stesso caule
cho le fave. Se si spezza un seme, si vede venir fuori
il piccolo germe attorto, dal quale si svolge quella foglia
che ha ferma di cappello. (8) Ecco quanto si riferisce al
frutto. La radice è più grossa della più grossa canna,
e ha gl' interstizi come il fuslo La mangiano cruda,
lessata, arrostita, ed è l'alimonio degli abitanti di quelle
paludi. Per lo più, nasce <la sè ; ma se ne immergono
166 LlbRO QDAR1'o

anche i semi ravvolti nel limo che si copre poi di pa­


glia, alllnchè più facilmente calino a fondo, e si man­
tengano incorrotti. In questo modo si preparano le pian­
tagioni delle fave. Preso che abbiano i semi, le piante
durano poi in perpetuo, essendo robusta la radice nè
molto diversa da quella delle canne, salvo che è spi­
nosa; perciò i coccodrilli la fuggono, per non farsi
male agli occhi, non avendo la vista acuta. Questa pianta
nasce anche in Siria e in Cilicia, ma in tali regioni non
giunge a maturità. Nasce pure presso Torona nella Cal·
cidica, in uno stagno non molto grande, e vi prospera
e produce il frutto.
(Dl ii così detto loto cresce abbondantemente nei campi
che sono stali inondati. Il suo fusto è simile a quel
della fava, così pure le foglie a forma di cappello, ma
più piccole e più sottili. Il flore, come nella fava egiziana,
sta in cima al gambo; è bianco, con foglie strette come
quelle del giglio, ma in maggior copia e più serrate. Que­
ste, quando il sole tramonta, si ripiegano e ricoprono la
capsula ; quando si leva, si riaprono e vengon fuori
dall' acqua. E ciò fanno sino a che il frutto non venga
a maturità e non siano caduti i fiori.
(10) La capsula è come un grosso capo di papavero,
divisa in logge nello stesso modo del papavero ; ma i n
questo i granelli son p i ù fllti e simili a l panico. A quanto
dicono, noli' Eufrate il capo e i flori del loto, sul vespro
si tuffano nell' acqua e discendono inslno a mozza notte
così profondamente che non si giunge a toccarli cou
la mauo. Poi allo spuutar del giorno escono su di nuovo,
CAPITOLO VIII. 157

sollevandosi sempre più a mano a mano che il giorno


cresce, flnchè al levar del sole sono fuori del!' acqua e
si aprono i fiori e, aperti, si vanno tanto in alzando che
rimangono sopra l'acqua molto alti. (11 ) Gli Egiziani fanno
monti di questi capi e li lasciano putrefare. Putrefatto
I' involucro, li lavano nel fiume e raccolgono i granelli,
con i quali , secchi e macinati , fanno pane e lo
mangiano. La radice del lolo si chiama corsion : è
rotonda e grossa quanto una mela cotogna. Ha una
scorza nera come la castagna. Dentro è bianca ; lessai.a
e arrostita, diventa come una specie di torlo d'uovo ed
è soave al gusto. Si mangia anche cruda, ma è migliore
lessata nell' acqua e arrostila. E queste sono, a un di
presso, le piante che nascono nell' acqua.
(1 2) Ne' luoghi arenosi non molto discosti dal fiume,
vive sotto terra quella pianta che si chiama malinatalla
eh' è rotonda e grande come una nespola, ma senza noccio­
lo e senza corteccia, con foglie simili a quelle del ci pero.
Questi tuberi raccolti dagli abitanti del luogo, cotti in
brodo di orzo, diventano molto dolci e si mangiano per
sopratavola. (13) Buoi e pecore si pascono di tutte le piante
di quella regione ; e negli stagni e nelle paludi ce n'è
una specie di qualità eccellente, che, ;erde; serve di pasco­
lo; e l' inverno, secca, si dà a' buoi che lavorano e questi
ci s' ingrassano, sebbene non si pascano di nient' altro.
(H) Un'altra erba nasce da sè tra il grano. I semi, dopo che
il grano è stato purgato, s' immollano e si pongono l' in­
verno in una terra umida. Appena hanno germogliato,
si taglia l' erba, si secca e si dà a' buoi, ai cavalli e
LIRH.O l)UARTO

ai giumenti insieme con i fruiti che nascono dopo quel


primo Laglio. QuesLi sono grossi como i frùiii del se­
samo, rotondi, di color l'Crde e assai buoni. Tali, a un
di presso, sono in Egiitu le piante clrn meritano d' es­
sere più notaie.

CAPITOLO IX.

Ogni fiume pare che pro,luca piante proprie come


ra ogui terreno. Co::;ì il tribolu non na::;cc in ogni fiume
né in <J11alsiasi luogo, ma solo là dove le acque doi numi
s' impaludano. La profondità maggioro nella quale si
irova, è di cinque cubiti o poco più, come nello Sirimo­
nc. Quasi cosi profonde stanno anche la canna o al­
ire piante. Fuori dcli' acqua non emergono se non le
foglio, le quali galleggiano e coprono il fruilo che �i
piega verso il fondo. (2) Le foglie sono larghe, simili
a quelle dell'olmo, con un picciuolo lunghissimo. li caule
nella parie suporiore è assai grosso, e da questo deri­
vano le foglie o il fruito. In basso ftno alla radice è più
sottile e porta delle appendici capillari, parallele, la mag­
gior parte, ma alcune anche alternate. Quelle vicino
alla radice sono pii, grosse, quelle di sopra vanno sempre
diminuendo e le ultimo son piccolissime. Cosicchè dalla
radico andando verso il frutto, diventano grandemente
diverse. Dallo sLesso caule provengono alcuni germogli
lalerali, tre o quattro, il maggiore dei quali è più pros­
simo alla radico e gli a!Lri vanno a mano a mano di­
minuendo. Codesti germi laterali non sono altro che
CAPITOLO IX, 11'9

cauti, più soLtili certo del principale, ma con foglie


e frutti allo stesso modo. li frutto ò nero e durissimo.
La radice poi come sia grossa e di �he forma, è cosa che
deve essere esaminala. Taio è la natura del tribolo. Esso
nasce dai frutti che cadono, e germoglia in primavera,
(3) Alcuni vogliono che sia pianta annua, altri che la ra­
dice duri molto tempo e da essa rinascano i cauli, il
che pure è da esaminare. Ma cosa tutta propria del tribolo
si devono dire quelle appendici capillari del caule che
non sono nè cauli uè foglie. In quanto ai germogli la­
Lerali, li hanno anche le canne e altre piante.

CAPITOLO X.

Di quelle piante che sono proprie di certi deter­


minati luoghi si devo, senza dubuio, trattare in modo
particolare; ma con discorso generale di quelle che a
più luoghi sono comuni. Anche secondo la natura dei
luoghi convien distinguere le une dalle altre ; e vedere
se più volentieri crescono nelle paludi, negli stagni e nei
fiumi, o se da per tutto in ugual modo. Di poi si ha da
notare quali possano vivere o ne' terreni umidi o nei
secchi; quali solo negli umidi. In una parola, dobuiamo
ragionare parLicolarmente di quel che fino a qui è stato
detto in generale.
Nel lago presso Orcomeno nascono i seguenLi alberi
e frutici: il salice, l' aleagno, la sida, la canna auletica
e la canna comune, il cipcro, il fico, la tifa, il menanto,
l' icma e il cosi detto ipuo. Quella che chiamano lemma,
160 LIBRO QUARTO

por lo più sta sott' acqua. ("!) Le altre piante sono ben
note ; per il che prenderemo qui a trattare dell'eleagno,
della sida, del menanto, del!' icma e del!' ipno, che forse
cresceranno anche altrove, ma chiamate con altri nomi,
L' eleagno per natura è frutice e somiglia ali' agnocasto,
Gli somii;lia anche nella forma delle foglie, se non che
queste sono molli come nel melo, o lanuginose. Il ftore
è •1uale nel pioppo bianco, ma più piccolo. Non produce
frutto di sorta alcuna. :'>asce in copia nelle isole natanti,
chè anche li ce ne sono alcune, come nelle paludi d'E­
giUo, della Tesprotitle, e in altri stagni. Di rado nasce
nelle acque. Tale adunque è l' eleagno.
(3) La sida nella forma è simile al papavero; chè
anch' essa porla in cima un capo, più grosso per altro
di quello del papavero, essendo come una mela; non è
nudo, ma ravvolto in bianche membrane, sopra le quali
ha quattro foglie verdi simili al calice delle roso. Se si
apre questo capo, mosLra dei chicchi rossi, non però
simili a quelli della melagrana; ma rotondi, piccoli, no
molto maggiori dei granelli di panico. Contengono un
sugo acquoso come quello del frumento. Matura in estate
e ha un lungo gambo. Il flore somiglia al calice delle
rose, ma è quasi due volle più grande: flore e foglie gal­
leggiano. Caduto il fiore, e formatosi a perfezione il pe­
ricarpio, il fruLto si piega sempre più sott'acqua e fi­
nalmente tocca il fondo, gettando fuori i semi. (4) Delle
piante che vivono negli sLagni,dicono che la sida, il bulomo
e il Ileo producano il frutto. Quello del butomo è nero, grosso
come !lolla sida. Il frullo del Ileo è quel che si domanda
CAPITOLO X, 161

pannocchia..... o se ne servono per il ranno....; è un corpo


a forma di focaccia, mollo e rossastro. La femmina del
fleo e del butomo è sterile, ma buona per lavori intrec­
ciati, al che il maschio non serve. Per l' icma, il menanto
e l' ipno, bisogna fare altre osservazioni.
(5) Singolarissima pianta è la tifa, per essere senza
foglie e perchè non ha molte radici come le altre piante,
le quali non meno che nello parti di sopra aumentano
e hanno vigore in quelle di sotto, massime poi il cipero
e l' agrostide; per il che queste e, genoralmen te tutte
le altre cosi fatte, si estirpano con difficoltà. La radice
del cipero è molto singolare per la sua ineguaglianza,
essendo parte grossa e carnosa, parte legnosa e sottile.
È anche diversa dalle altre pel modo di germogliare e
propagarsi; poichè dal ceppo nasce obliquamente un'altra
radice sottile, nella quale si forma la parte carnosa che
contiene il germe da cui si svolge il caule. Getta poi radici
profonde e, per questa ragione, dura più di ogni altra
pianta e non si estirpa se non a fatica.(6)Quasi allo stesso
modo nasce dai nodi l'agrostide; chè le sue radici avendo
dei nodi, ognuno di questi produce di sopra un caule e
di sotto un'altra radice. Cosi pure la spina chiamata
ceanono; ma la sua radice non è come quella della canna,
nè nodosa. Di queste piante abbiamo voluto ragionare
più diffusamente per ragion� della loro· affinità.
Così in terra come in acqua nascono il salcio, la
canna, non però l' auletica, il cipero, la tifa, il Ileo, il
butomo; ma solo nell'acqua, la sida. Della tifa per altro
si dubita. Quelle che possono nascere in terra e in acqua,
Il
162 Ll'BIIO Q'O H'IO

se nate in acqua, son sempre pii! belle e pii! grandi.


Alcune di quoste si dice che nascano anche nell' iaole
natanti, come il cipero, il hulomo, il ftao e in tal copia da
coprirne ogni parte. (7) Delle piante lacustri aon man­
gerecce le seguenti : la sida con tutte le foglie sene di
nutrimento alle pecore, i germogli li mangiano i porci;
il frutto, l'uomo. Del fleo, della tifa e del butomo i teneri
rampolli delle radici si mangiano specialmente dai bam­
bini; del Ileo la sola radice si d;\ al bestiame. In t.empo
<li siccità o non cadendo la pioggia, tutte queste piante
lacustri inaridiscono, massimo poi la canna, dalla quale
ora resta a trattare; chò delle altre so n'è ragionato
abbastanza.

CAPITOLO XI.

Due, a quanto dicono, sono le specie della canna :


l'auletica e la comune. In quest' ultima, sebbene non
formi che una specie sola, si devono tuttavia distinguere
due varietà. : la robusta e grossa, e la sottile e debole ;
quella si domanda caracia, questa flessibile, e nasce nelle
isole natanti, dove la caracia nei <:omiti. Così chiamano
quei luoghi, ne' quali le canne crescon fitte e con le radici
intrecciale e si trovano negli sLagni 111. dove la terra è
molto grassa. Qualche volta la caracia nasce nello stesso
luogo dell'aulelica, e vien più alta cho altrove; ma è sog­
getta a ·esser rosa dai vermi. E tali sono le differenze da
notarsi in queste canne.
CAPITOLO XI. 163

(2) Quel che si dice della canna auletica, cioè che


nasca ogni nove anni e per legge costante di natura,
non è punto vero. Chè nasce quando il lago è cresciuto,
il che in antico parendo che avvenisse, per ordinario,
ogni nove anni, fu assegnato questo tempo al nascere
della canna, pigliando come regola ciò che era avvenuto
per caso. (3l Nasce, quando essendo cadule copiose piogge,
l'acqua (traboccata) rimane almeno due anni; e se di più,
cresce anche più bella. E ricordano che ciò si è in ispecial
modo avverato ai nostri tempi, quando fu combattuta la
battaglia di Cheronea. Raccontano poi che prima il
lago, per più anni, si fosse abbassato; e dopo, all'inlleriro
di una gran pestilonza, riempito; ma l'acqua non ri­
manendovi ed essendo l'inverno venuta meno, le canne
non vi crebbero. Si dice, ed è verosimile, che col crescer
del lago, la canna altresì cresca in lunghezza e, mante­
nendosi l'acqua anche per un secondo anno, giunga a
piena maturità. E allora la canna si chiama zeugite,
dove a quella, a cui è mancata l' acqua, si dà il no­
me di bombicia. E questo sia detto circa alla genera­
zione dello canne. (4) La zeugite differisce in generale
dalle altre specie di canna per una certa sua natural
grossezza; poichè è più piena e più carnosa e, a ve­
derla, pare al tutto femmina. Anche le foglie son più
larghe o più bianche, e la pannocchia più piccola che
nelle altre: anzi alcune. non ne hanno punto, e per ciò
son chiamate eunuche. Con queste si fanno i migliori
flauti doppi, ma di rado il lavoro riesco a perfezione.
li tempo opportuno per tagliarle era, prima di Antigo-
164 L1HRO QtlA RTO

nide, quando si sonava con meno arte, al princ1pw di


Arturo, il mese di Boedromione. La canna cosi tagliata
bisognava adoprarla molti anni dopo, e domarla con
lungo esercizio ; Bi comprimeva poi la bocca delle lin­
guette, il che era utile per l'emissione dei suoni chiari.
15) Quando poi si pose più arto nel sonare i flauti, si
mutò anche il tempo di tagliar le canne; e ora si
tagliano noi mesi di Scirrolorione e di Ecatombeone, poco
innanzi al solslizio d' estate o nel solstizio stesso. Di­
cono che si possa adoprare la canna di tre anni o che
il flauto per esser domato non abbia bisogno se non
di un breve esercizio. Le linguette poi devono avere i
regolatori, necessari per chi suona con molta arte. Questi
adunque sono i tempi da tagliare lo zeugiti.
(6) La canna si prepara nel seguente modo. Rac­
colte le canne, l'inverno si espongono all'aria aperta con
le loro tuniche ; in primavera, levate via le tuniche e
nettate bene, Bi mettono al sole. In estate finalmente si
tagliano i bocciuoli, e di nuovo Bi pongono all'aria aperta
per qualche tempo. Si lascia poi nel bocciuolo quel nodo,
dal qualo spunta il germe. La lunghezza dei pezzi non
dev' essere minore di due palmi. I migliori bocciuoli
per fare i doppi 11.auti si prendono dal mezzo di tutta
la canna. Le parti più deboli sono verso la cima ; vi·
cino alla radice, le più robuste. 171 Le linguette fatte con
lo stesso bocciuolo consuonano, le altre ntl. Quella che
si piglia dalla parte verso la radice, si pone a sinistra ;
quella verso la cima, a destra. Diviso il bocciuolo in due
parti, la bocca delle due linguette dev' essere secondo
CAPITOLO 11. 165

il taglio della canna ; perchè, se le linguette fosser ta­


gliate in altro modo non si accorderebbero pienamente.
E tali sono le norme per la preparazione delle canne.
(Bi Gran quantità di queste canne da zufoli cresce tra
il Ceflso e il Mela, in una regione che si chiama Pelecania.
lvi nello stagno ci sono alcune parti elevate, dette Chitri,
dove si dice che crescano bellissimo. Si trovano anche
alla foce della cosi detta Probazia, Jlume che deriva
da Lebadia. Ma le più belle di tutte le altre, sono nel
luogo chiamato Oxia Campe, allo sbocco del CoJlso. Gli
sta vicino quel campo fertilissimo che si domanda lppia.
(Q) A settentrione di Oxia Campe c'è un altro luogo de­
nominato Boedria ; e dicono che anche là vi sia una bella
qualità di canne. In sostanza poi esse crescono più ri­
gogliose dove le acque del Ceflso si mescolano col terreno
profondo, fertile e melmoso, e, oltre a ciò, dove si estendo
di più il lago. E tutte queste c?ndizioni si trovano in
mo,lo speciale presso Oxia Campe o Boedria. Che poi il
Cefiso abbia una grande efficacia a produrre belle canne,
se ne ha un segno in quest.>, che là dove si scarica il
Mela, sebbene il lago sia profondo, e il terreno grasso e
limaccioso, tuttavia la canna o non ci alligna punto, o ci
viene di cattiva qualità. Della generazione adunque, della
natura, della preparazione della canna auletica, e come
essa differisca dalle altre, se n' è discorso abbastanza.
(IO) Ma tutte le specie delle canne non sono so­
lamen I.e queste ; chè ce n' è ancora molte altre e
con differenze ben palesi. Alcune hanno una materia
compatta tanto nella carne quanto nei nodelli, altre
166 I.IBRO (IDAR'l'O

rara e con pochi nodelli. Ce n'è di vuoto, che alcuni chia­


mano siringhe, e non hanno quasi nè legno nè carne ; e
di solide, e poco meno che tulle piene. Altre son corte,
altre ben cresciute, alte e grosse : certe, sottili e con
molte foglie, certe altre con poche foglie o con una sola.
In somma, molte sono le dilferenze secondo la natura e
gli usi ; poichè ciascuna specie serve a qualche cosa.
(lii Altro sono chiamate con altri nomi. Una specie co­
munissima è la donax che produce molti germogli e cre­
sce specialmente presso i fiumi e i laghi. In ogni ge­
nere di canne poi e' è gran differenza tra quelle che
vivono ne' luoghi asciutti e quelle che nell' acqua. Una
specie singolare è la canna da frecce che alcuni chia­
mano eretica, la quale ha pochi nodelli, è piiI carnosa
di tutte le altre e si curva facilmente ; riscaldata poi,
uno la può piegare come vuole.
(1 2J Anche nelle foj!'lie, come abbiamo dotto, si no­
tano grandi dilferenze, e rispetto alla quantità e gran­
dezza loro, e rispetto al colore ; cosi quella canna che
si domanda laconica le ha tutte screziate. Oltre a ciò
ci sono differenze rispetto al dove poste e come inse­
rite ; chè alcune canne il piiI delle foglie le hanno nella
parte bassa, e da queste vengono i culmi a mo ' di fru­
tici. Si dice anche che le canne palustri differiscano
ordinariamente dalle altre, per aver molte foglie e
simili in certo modo a quelle del ciporo, del fico, del
trio e del butomo. Il che per altro dcv' essere esaminato
piiI diligentemente.
(13) Un' altra specie di canna terrestre non ha il
OAPITOLO lll, 167

culmo retto, ma prostrato come l'agrostide, e così cresce.


il maschio è solido e da alcuni è chiamato iletia. La
canna indiana differisce assaissimo dalle altre, come so
al tutto formasse un' altra specie. Robusto è il maschio,
vuot.a la remmina, essendoci anche qui distinzione tra
maschio e femmina. Da un sol ceppo nascono parecchi
culmi, ma non fruticosi (legnosi). Le foglie non sono
lunghe, ma simili a quelle del salcio ; i culmi grossi e
di una materia compatta, sicchè si adoprano per farne
dardi. Questa canna �resce presso il fiume Acesine.
Ogni canna è vivace ; e tagliata o bruciata che sia,
rimette più bella di prima. Ha molte e grosse radici ;
por il che si estirpa difficilmente. Questo sono nodose,
come nell'agrostide, ma non allo stesso modo in tutte
le specie.
E basti quanto s' è detto delle canne.

CAPITOLO XII.

Resta ora a parlare dello scheno, come apparte­


nente a questo genere di piante; chè anch'esso è da
porsi tra le acq natiche. Tre sono le specie dello scheno,
secondo che alcuni lo dividono : l'acuto e sterile che certi
domandano maschio ; il fruttifero che noi chiamiamo
melancrani per i suoi frutti neri, ed è più grosso o
carnoso ; finalmente l'oloscheno, notevole per grossezza,
densità e carnosità. (2) li melancrani cresce da sè; lo
scheno acuto e l'oloscheno provengono da un medesimo ce-
)tifi LIIIRO QO&R'l'O

spo. E parve cosa incredibile e maravigliosa a vedere che,


essendo stato raccolto una volta un intero cespo di scheno,
molti culmi erano sterili, e alcuni pochi fruttiferi. Ma
questa cosa dev' essere ancora più diligentemente esa­
minata. I fruttiferi sono per solito più piccoli ; più adatto
per opere tessili è l'oloscheno, perché carnoso e molle. Lo
scheno fruttifero è al tutto in forma di clava; a un certo
punto i suoi sottili fusti si rigonfiano e producono di poi
come delle uova. Imperocchè da un gambo anch'esso sot­
tile si dipartono peduncoli spigati, nella cui cima, al­
quanto obliquamente, stanno dei vascoli rotondi, un poco
aperti, in ciascuno dei quali c' è un piccol seme acuminato,
nero, simile a quello del!' asterisco, ma più esile. (3) Lunga
ha la radico e più grossa dello scheno acuto. Questa ogni
anno si secca, e poi se ne forma un' altra discendente
dal capo dello scheno. E si vede in modo manifesto come
alcune radici siano già aride, mentre altre, quelle che
vengono giù, verdi. li capo è simile a quello dell' ag lio
e del getio, formato come di più capi insieme riuniti,
largo e con tuniche rossastre di sott.o. I� una cosa sin­
golare che le radici, come abbiamo detto, ogni anno ina·
ridiscano e dalla parte di sopra se ne producano di nuove.
E questa è la natura degli scheni.
(4) Si trovano in cerLi luoghi delle specie di rovi e
di pali uri che vi vano nell' acqua o vicino alle acque. I
loro caratteri sono palesi, e già degli uni e degli altri
se n' è parlai.o di sopra.
L' estensione delle isole natanti nel lago Orcomenio
è varia, e la più grande di esse ha una circonferenza
OAPITOLO ltll. 169

di circa tre stadi. Ma in Egitto se ne vedono delle gran­


dissime, nelle quali vivono molti porci ; e gli Egiziani si
recano colà per dar loro la caccia. E ciò sia dotto in­
torno alle pianto acquatiche.

CAPITOLO Xlii.

La durata della vii.a degli alberi e delle piante acqua­


tiche, I, ordinariamente minore cho nelle terrestri, come
è ancho il caso degli animali. Ora bisogna in partico­
lare esaminar la durata della vita delle piante terrestri.
La salvatiche, come affermano i taglialegna, in questa
cosa non presentano alcuna differenza ; perchè tutte
hanno vita lunga e nessuna, breve. li che sembra in
sostanza essere ben detto, superando tutte di molto la
vita dello altro. Ma, ciò non ostante, anche tra le sai·
vatiche, come accade nelle domostiche, ce n'è di più o
mono longeve. Queste poi quali siano, è cosa che deve
essere esaminata. Nelle domestiche invece è facilissimo
riconoscere quali abbiano vita più lunga, quali più breve.
In conclusione dunque le salvatiche vivon piti lunga­
mente delle domestiche, e al tutto poi quelle specie che,
in ogni genere, corrispondono alle domestiche, como
l'oleastro rispetto all'ulivo, il poro salvatico rispetto al col­
tivato, e il caprifico in paragone del fico. E questo avviene
percho sono più robuste, hanno un legno più conipatto
e il pericarpio de' loro frutti è. meno carnoso. (2) La vita
lunghissima di certe pianto così domestiche come sai-
170 LIFIKO Q0AR1'o

vatiche è attestata dalle leggende tramandate dai mi­


tologi : come di un ulivo in Atene, di una palma in Delo,
di un oleastro in Olimpia, col quale si facevano le co­
rone per i vincitori; e di alcuni eschi presso Ilio nel
tumulo d'Ilo. Alcuni dicono che un platano in Delfo e
un altro in Cafie di Arcadia, siano stati piantati per
mano di Agamennone. Checchessia di ciò, non è qui
luogo di parlarne; ma è certo però che negli alberi si
notano in questa cosa grandi differenze. Sono di lunga
vita le piante nominate e anche molte altre. Hanno vita
breve, a detta di tutti, il melagrano, il fico, il melo ; e,
tra i meli, più il primaverile, e il dolce più dell' agro,
come tra i melagrani più quelli che non hanno nucleo.
Breve durata hanno anche certe specie di viti, massime
se producono molti frutti. Pare anche che le piante che
crescono vicino alle acque abbiano vita più breve di quelle
che crescono nella terra asciutta, come per esempio il
salcio, il pioppo bianco, il sambuco e il pioppo nero.
(3) Alcuni albori invecchiano e marciscono prestamente,
ma rimettono dallo stesso ceppo, come l' alloro, il melo,
il melagrano, e la maggior parte di quelli che amano
i luoghi umidi. In questi casi si potrebbe dubitare se
il nuovo rampollo sia da tenersi per lo stesso albero di
prima, ovvero per uno nuovo. Come se alcuno abbia moz­
zato il tronco di un albero, ciò che sogliono fare gli agri­
coltori, e curi poi i rampolli ; o se il tronco sia alato
tutto intero reciso e bruciato fino alle radici, il che si
suol fare a bella posta, ·e qualche volta avviene an­
che per accidente: in questi casi si deve dire che il
171

nuovo albero sia quello stesso di prima o uno diversoY


Considerando che le parLi di un albero si vedono sempre
cambiare si.a nel crescere, sia nel perire, sia nel ri­
mondarsi, parrebbe che l' albero dovesse dirsi il medesi­
mo; poichè qual mai differenza ci può essere tra quelle
parti e queste I (41 Ma perchè poi l'essenza e la natura
dell' albero consiste massimamente nel tronco, parrei/be
che, cambiato questo, anche tutto l' albero sia da re­
putarsi diverso, salvo che non si voglia tenerlo per il
medesimo, perchè il vecchio tronco e il nuovo proven­
gono da un medesimo principio ; sebbene accade molte
volte che nascano altre radici e si rinnovino, perchè le
vecchie marciscono e ne rinascono delle altre.
Ciò che si dice poi delle viti, che siano quanto mai
longeve, perchè non producono nuove radici, ma da se
stesse continuamente si ristorano, pare cosa ridicola; poi­
chè, per legge di natura, le radici devono durare quanto
il tronco, nel quale sta quasi il fondamento e l' essere
del!' albero. Del resto, in qualunque modo si voglia inten­
der la cosa, poco o punto imporl.a per quello che stiamo
ora trattando.
(5) Forse di lunghissima vita dovrebbero essere q ne­
gli alberi che .al tutto possono bastare a se stessi, quale
è l'ulivo e per il tronco e per i polloni e per avere ra­
dici che con difllcoltà si distruggono. La vita dell'ulivo,
volendone computare l'età dal volume del tronco come
da una misura, pare che sia di dugent'anni al più. Se
poi è vero quel che alcuni affermano della vite, che,
tolte in parte le radici, possa vivere 11 tronco, man-
Ll!IIO (IDARTO

tener la stessa natura e seguitare a produrre gli stessi


frutti quanto si voglia, sarebbe certamente la più longova
d'ogni sori.a di piante. Ma dicono che la vite quando pare
che cominci a decadere, convenga curarla nel seguente
modo. Si lascian crescere i tralci e si raccolgono i grappoli
dell'anno ; poi si scava il terreno da una parie, si levano
via tutte le radici, e si riempie la buca con sarmenti,
accumulandovi sopra la terra. (6) Quell'anno la vile darà
pochi frutti, più l'anno dopo ; il terzo poi e il quarto si
riavrà del tutto e produrrà molte e buone uve in modo
che non ci sarà differenza da quando era nel suo pieno
vigore. Appena comincia di nuovo a decadere, vogliono
che si faccia uno scavo dall'altra parte, adoprando lo
stesso metodo ; e cosi la vite durerà perennemente.
Questo lavoro si fa per solito ogni dieci anni. Quei che
trattano le viti in così fatta guisa, non le tagliano mai,
e i tralci durano per molte generazioni, sicchè si perde
la memoria di chi le ha pian late. Questo dobbiamo cre­
dere, poichè si è sentito dire da chi ne ha fatta l' espe·
rienza.
Da quanto abbiamo esposto si vedo quali piante at>­
biano una vita lunga, o quali una breve.

CAPITOLO XIV.

Dicono che le piante salvatiche non vadano soggetto


a malattie, per le quali llbbiano a perire ; ma che per
altro se ne risentano, come è in singolar modo manifesto,
CAPITOLO XIV, 173

quando le batta la gragnuola, essendo vicine o avendo già


cominciato a germogliare, o essendo in flore, o quando in
questo tempo soffino venti troppo freddi o troppo caldi,
M� dai freddi ordinari dell' inverno, ancorchè intensi,
non ne risentono verun nocumente ; anzi si vuole che
a tutte giovi il freddo invernale, e che senza questo non
germoglierebbero bene. (2) Le piante domestiche vanno
soggette a più malattie, delle quali alcune sono a tutte,
o almeno alla maggior parte, comuni ; altre particolari
a certe loro specie. Comuni sono l' inverminare, l'assi­
derazione e la cancrena. Quasi tutte hanno dei vermi;
ma quali meno, quali più come il fico, il melo, il pero.
Ordinariamente non sono infestate dai vermi quelle che
hanno succhi acri e latticinosi, e cosi anche non vanno
soggette all'assiderazione. Di così fatte malattie soffrono
più le piante novelle, che le adulte; e più di tutte, il
fico e la vite.
(31 L'ulivo, oltre ai vermi, i quali uccidono anche il
fico prolificandovi, produce il chiodo che alcuni chia­
mano fungo, altri patella. Gli ulivi giovani muoiono tal­
volta anche per la troppa fertilità. Malattie proprie dei
fichi sono la scabllia o certe chiocciolette che vi si an­
nidano ; questo però non avviene da per tutto, perchè le
malattie vengono secondo i luoghi, com' è il caso per
gli animali. Così in certi siti, come intorno a Enia,
la scabllia non si conosce. 141 Ma il fico va grande­
mente soggetto alla cancrena e al crado. Si chiama
sfacelismo o cancrena quando lo radici diventano nere ;
crado, quando tali diventano i rami; perchè alcuni chia-
174 LIBElO QUARTO

mano i rami anche cradi, e di qui è nato il nome di tal


malattia. Il caprifico poi non va soggetto nè allo sra­
celismo nè al crado nè alla scabbia, e non è infostato
dai vermi come avviene al Ileo. E ad alcuni caprifichi non
cadono i frutti, nemmeno se siano stati innestati sul Ileo.
{o) l,a scabbia s' ingenera massimamente quando,
dopo le Pleiadi, le piogge siano rare : perchè se sono
spesse, dilavan l' albero. Allora avviene anche cho ca­
schino i frutti così primaticci come tardivi. I vermi
del fico, parte son generati dallo stesso albero, parte
deposti da quell'animaluzzo chiamato ceraste ; tutti poi
si muLano in cerasti, e mandan ruori un suono stridulo.
Il fico s'ammala anche quando cadano piogge dirotte ;
chè le parti vicino alla radice imputridiscono, come
anche la radico stessa ; la qual cosa si chiama lopada.
16) La vite, oltre all'assiderazione, soffre per sover­
chio rigoglio. Questa malattia l'ha specialmente quando
i germogli siano stati spezzati dal vento, o non sia stata
coltivata como si deve, o, in terzo luogo, se potata col
taglio rivolto ali' insù. Soffre poi di una malattia che si
domanda caduta, chiamata da alcuni calvizie; e ciò av­
viene quando, essendo la vite in flore, è bagnata da una
leggiera pioggia, o pure quando s' ingrossa in qualche
parte per un nutrimento eccessivo. Per questa malattia
alcuni acini cadono, e gli altri rimangono piccoli. An­
che altre pianto soffrono como fa la vile, quando siano
offese dal freddo ; poichè gli occhi di quelle potate per
tempo, ne restano incotti: soffrono anche pel troppo caldo ;
chè ci vuole la giusta misura come nel!' alimento così
CAPITOLO 'I.JV. 1711

anche in queste cose; e in genere tutto ciò che è contro


natura, è pericoloso. (71 Le ferite e i colpi che riceve
la pianta da chi le scava intorno il terreno, sono una
delle principali cagioni per cui non possa più reggern
alle mutazioni del caldo e del freddo; chè, indebolita
per una lesione o per altro patimento, facilmente sog­
giace a tutto ciò che è eccessivo. Secondo l'opinione di
alcuni, le malattie hanno origine, la maggior parte, da
una lesione; e anche quello che sono state colpite dal·
l'assiderazione e dallo sfacelismo, soffrono cosi, perchè
offese nelle radici.Sì vuoto anche che queste due malattie
siano una sola cosa, ma non tutti ne convengono.
Più debole di ogni altro albero è il melo primave­
rile, massimamente il dolce.
(81 Certe mutilazioni non uccidono le piante, ma le
rendono sterili. Cosi, se alcuno levi la cima a un pino
o a una palma, l'uno e l'altra pare che divengano ste­
rili, ma non muoiono. Ammalano pure gli stessi frutti,
se i venti o le piogge non vengono ai tempi necessari.
Talora anche i frutti cadono dagli alberi, venute o no
le piogge, come è il caso del fico ; o si guastano, sia
putrefacendosi, sia restando soffocati, o inaridendo ol­
tre misura. Per alcuni è cosa dannosissima se cade la
pioggia mentre sfioriscono, come per l'ulivo e la vite;
perchè allora il frutto essenù? debole, è portato via.
(9) Gli ulivi in Mileto, al tempo della fioritura, sono
infestati dai bruchi ; chè alcuni ne rodono le foglio :
altri, ma di una specie diversa, i fiori, por modo che
gli alberi diventano calvi. Questi animaletti nascono
176 LIBRO QUARTO

quaodo soffia l'austro e il cielo è sereoo; venuti po, 1


grandi caldi, scoppiano. Intorno a Taranto gli ulivi pro­
mettono sempre una gran copia di fruiti ; ma poi,al tempo
della fioritura, vanno a male la maggior parte.
Queste cose aduoq ue sono proprie di certe regioni.
(IO) Gli ulivi vanno soggetti a un'a!Lra malattia che
si chiama ragoo, il quale appena è oato distrugge il
frutto. Aoche un cerio grado di calore abbrucia cosi le
ulive come i grappoli dell'uva e a!Lri frutti. looltre certi
frutti sooo rosi dai vermi, come per esempio le ulive,
le pere, le mele, le nespole, le melagraoe. Il verme del·
l'uliva se le s'interna sotto la pelle, la guasta ; ma se
rode il nocciolo, ò piuttosto di giovamento. Per altro
il verme non s' interna più sotto la buccia doli' uliva,
quando venga la pioggia al sorgere di Arturo. Nascooo
i vermi aoche io quello ulive che cadon da sè ; e allora
l'olio non si cava più beoe, e le ulive par che siano diven­
tate tutte fradicie. Questi vermi si generano al soffiare
dei venti australi e massimamente oei luoghi acquosi.
In alcuni alberi, come nella quercia e nel neo, si
producono anche certe formiche, le quali pare che na­
scano da quell' umor dolce che sia soLlo la corteccia.
Nascono anche in alcuni erbaggi ; in altri poi ci sooo
i bruchi che manifestamente hanno diversa origine.
(fil Tali press' a poco sono le malattie di questi alberi.
Alcune volte, per effetto delle stagioni e de' luoghi,
gli alùeri vanno soggetti a tali accidenti che sogliono
riuscire micidiali, ma che tuttavia nessuno chiamerebbe
mai malaLtie, come a dire il gelare e quella che si do-
CAPITOLO 'I.IV. 177

manda incottura. I n certi luoghi anche alcuni venti uc­


cidono e abbruciano le piante, come avviene in Calcide
di Eubea , quando soffia quel vento freddo chiamato
Olimpia, poco prima o dopo il solstizio d' inverno. E in
vero esso abbrucia gli alberi e li rende così aridi e secchi,
che il simile non avverrebbe per forza di sole e in lungo
tempo : e così anche questo fatto chiamano incottura. CiO
è avvenuto più volte nei tempi passati, e in singolar modo
poi quaranta anni fa, essendo arconte Archippo.
(12) Questi danni patiscono massimamente le gole
de' monti, le valli, i luoghi posti presso i !lumi : in
sostanza tulti quelli che sono poco o punto ventilati. Tra
gli alberi soffrono in singolar modo i ftchi e poi gli ulivi.
L' oleastro, sebbene più robusto, soffre più dell'ulivo, il
che è cosa da recar maraviglia. E reca anche maraviglia
che i mandorli non soffrano punto e nemmeno i meli, i
peri e i melagrani. (L' oleastro) s' incuoce fin dal prin­
cipio del tronco, ma Ol'dinariamente le parti di sopra
patiscono di più e prima delle altre. Questa cosa si fa
subito manifesta al tempo della germinazione ; ma nel­
!' ulivo, perchè è sempre verde, più tardi. Gli albori che
perdono le foglie si rianno ; quelli che no, muoiono.
Certe volte alberi che avevan sofferto l'incottura e le foglie
eran secche, rigermogliarono, nè perdettero lo foglie, lo
quali anzi rinverdirono. In alcuni luoghi ciò accade spesso,
come per esempio, a Filippi. (U) Questi alberi che hanno
patito il gelo, purchè non siano al tutto periti, riger­
mogliano prestissimo, por modo che la vite fa subito
il frutto, come si è veduto in Tessaglia. Nel Ponto, presso
lt
178 LIBB.O QUARTO

Panticapeo, le gelate avvengono in due modi: per il


freddo, quando l' invernata è stata molto cruda; o per
la brina, se la rimane sugli alberi per un pezzo. E queste
due cose sogliono avvenire ordinariamente un quaranta
giorni dopo il solstizio d' inverno. Si ha la brina quando
è sereno ; e quel freddo che produce il gelo, allora spe­
cialmente che a ciel sereno cadono delle squammette.
Queste sono simili a raschiatura, salvochè più larghe ;
si vedono aggirarsi per l' aria e, cadute, si sciolgono ;
ma intorno alla Tracia si congelano.
(Il) Fin qui dunque abbiamo trattato delle malattie
degli albori, esponendo quante e quali siano, come anche
de' danni cho derivano dall'eccesso del freddo e del caldo
e dai venti o troppo freddi o troppo caldi. Alcune di
cosi fatte malattie possono esser comuni agli stessi al­
beri salvatici, in guisa che o tutto l' albero muoia, o,
ancora più facilmente, vadano a male i frutti ; la qual
cosa vediamo che realmente accade, perchè molte volte
le piante salvatiche non portano buoni frutti ; quantun­
que, a mio avviso, non siano state in ugual modo esa­
minate.

CAPITOLO XV.

Resta a dichiarare quali alberi muoiano per cagione


di alcune parti che siano loro tolte. Danno comune a
tutti gli alberi è il levar loro la scorza intorno intorno ;
e in vero pare che tutti ne muoiano, fuorchè l'andracne ;
ma muore anche questa, se s' intacca la carne e si gua-
CAPITOLO 'I.V. 179

stano i germi futuri. Si deve eccettuare anche il sughero,


il quale dicono anzi che prenda maggior vigore se gli
si levi la corteccia ; e s' intende quella di fuori e quella
di sotto vicino alla carne, come è anche il ,:aso dell 'an­
dracne. Si toglie pure la corteccia al ciliegio, alla vite
e al tiglio ; e con questa del tiglio so ne fanno delle funi.
Tra le piante minori si leva alla malva, ma non già la
vitale e la prima, bensì quella di fuori che talvolta
cade da sè, sospinta da un'altra che le nasce sotto. (2) E
certamente in qualcho albero la corteccia si screpola e
cade, come nell'andracne e nel platano. Secondo l'opi­
nione di alcuni, in certi alberi ne nasce una nuova, e l'e­
sterna si secca, si sfende e cade da sè; la qual cosa per al­
tro non è sempre ugualmente palese. Soffrono adunque,
come si crede, tutti gli alberi, togliendo loro la corteccia ;
ma quale prima, quale dopo ; qual più, qual meno. Ce n'è
che durano un pezzo, come il flco, il tiglio e la quercia;
e dicono alcuni che, oltre questi, proseguano a vivere
l' olmo e la palma, e che al tiglio rinasca la cor­
teccia poco meno che tutta, dove negli altri alberi si
forma come un callo che ha una natura sua particolare.
Si procura di medicare le scortecciatura, applicandovi
un cataplasma di melma e legandovi sopra cortecce,
canne e altre cose simili, acciocchè non si risentano
troppo delle impressioni del freddo e del caldo. E rac­
contano che con tal rimedio sia rinala la buccia a qual­
che albero, come per esempio, ai fichi in Eraclea Tra­
chinia.
(3) Uisogna poi che insieme con la bonti, dol suolo
180 LIBRO QUARTO

e la temperatura dell' aria concorrano anche altre fa­


vorevoli condizioni. Poichè se segue gran furia di freddo,
o di caldo, gli alberi muoiono subito. Le stagioni fanno
anche una differenza. E certo se si toglie la scorza al­
i' abete o alla picea verso il tempo del germogliamento,
quando abbondano di succhi, cioè a dire nei mesi di
Targelione e di Scirroforione,subito muoiono; se poi nel­
l'inverno, resistono meglio, soprattutto i piil robusti, come
la rtuercia e I' elce, i quali periscono piil tardi. (•) Del
resi,o in questi casi il pezzo della scorza che si leva via,
dcv' essere di una certa grandezza, massime nelle piante
piil robuste: se ne togli solo una piccola parte, non è
maraviglia che l'albero non perisca. E sebbone alcuni
affermino che, tolta una qualsisia parte della corteccia,
I' albero debba morire, ciò è naturalo che si deve inten­
dere dei più deboli. Alcuni nati in terreni magri e sterili,
soglion perire ancorchè non iscortecciati intorno intorno,
E questa, come abbiamo detto, è la cagione comune della
morte di tutti gli alberi.

CAPITOLO XVI.

Lo svettare l'albero è solamente dannoso alla picea,


ali' abel.e, al pino, alla palma e, come vogliono alcuni,
anche al cedro e al cipresso. Perchè se a questi si re­
cide la parte superiore della chioma o si leva loro la
cima, muoion tutti e non rigermogliano più; come anche
o tutti, o almeno parecchi, periscono, quando siano ab·
hruciati. Tutti gli altri, se svettati, proseguono a ger-
OAPITOLO XVI, 181

mogliare, anzi alcuni diventano più belli, come l'ulivo.


Molti muoiono se si fende loro il tronco; chè ad ecce­
zione della vite, del fico, del melagrano e del melo, nes­
suno resiste a simile ingiuria. Alcuni periscono per ferite
grandi e profonde ; ma altri non patiscono punto, come
la picea da cui si cava la teda, e tutti quegli alberi, dai
quali si raccoglie la resina, come per esempio, l'abete e
il terebinto. Eppure vi si fa una ferita e una lesione
profonda. (�) Cotesti alberi inoltre, di sterili diventan
fecondi ; e di poco fruttiferi, fruttiferi mirabilmente.
Alcuni tollerano la scure tanto se diritti quanto se
prostrati dai venti, in guisa che si rizzano di nuovo e
vivono e germogliano ; così fanno il salcio e il platano.
Il che avvenne in Antandro e in Filippi : poichè, es­
sendo stati recisi i rami a un platano coricato e che
aveva ricevuto colpi di scure, in una notte, alleggerito
dal peso, si rialzò, si riebbe e si riprodusse la corteccia.
L'albero, asciato da due parti, era lungo più di dieci
cubiti, e cosi grosso che appena quattro uomini poi.&
vano abbracciarlo. (3) In Fitippi si riebbe un salcio, al
quale avevano reciso i rami ; per altro non era stato
digrossato con l'ascia. Un indovino consigliò gli abitanti
di quel luogo che facessero sacrifici, e conservassero
l'albero, come quello che ora segno di felice augurio.
Anche a Stagira nel Museo, un pioppo bianco che era
cadut.o, si dirizzò di nuovo.
(4) Quasi nessun albero muore, levai.o via il midollo;
e una prova è questa che molti grossi alberi sono vuoti.
Ma vogliono gli Arcadi che, se si toglie solo una pari.o
182 LIBRO QUARTO

del midollo, l' albero viva ; ma se è tolto tutto quanto,


periscano la picca, l'abete o ogni altro albero.
(5) Periscono tutti quando son tagliate loro le ra­
dici, o tutte o la maggior parte o le più grosse e le vitali.
Queste sono le cause di morte che hanno origine dalla
privazione di una qualche parte. Ma di maggior danno
alle piante è il versarvi sopra dell'olio, il quale a tutte
è nemico ; onde l'adoprano per distruggere quel che
resta delle radici che si vogliono estirpare. Più forza ha
l'olio nello piante novelle e nato di fresco, essendo più
deboli ; e por questa st..)ssa ragiono (gli agricoltori) non
vogliono che altri le tocchi.
Inoltre certe piante si nocciono tra loro, o toglien­
dosi il nutrimento, o dandosi impaccio per qualsivoglia
altro modo. È dannosa l'edera che cresce sopra un'al­
tra pianta; dannoso anche il citiso che uccide quasi
tutti gli alberi ; ma più forte di questo è l'alimo che
fa morire il citiso. (6) Alcune piante non uccidono, ma
offendono le altre con la potenza de' loro succhi e odori,
come fanno il cavolo e l'alloro verso la vite, la quale
dicono che senta gli odori e li attiri a sè ; per cui quando
il tralcio è nato loro (al cavolo e all'alloro) vicino, esso
si rivolta e discosta per fuggire quell'odore nemico. E
Androcide s' è fondalo su questo fatto per adoprare
il cavolo qual rimedio contro l'u bbriachezza, essendoché
la vite, anche viva, fugga l'odore del cavolo.
Dalle cose dotte lln qui è adunque manifesto per
quali cagioni e in quali e quanti modi avvenga la morte
delle piante.
LIBRO QUINTO

CAPITOLO I.

Prendendo ora con lo stesso metodo a trattare dei


legni, diremo qual sia la natura di ciascuno, quale il
tempo più acconcio a tagliarli, a che uso servano, quali
facilmente, quali con difficoltà si lavorino ; e qualunque
altra cosa in fine che appartenga alla presente materia.
I legni che hanno da restare tondi e che si vogliono
spogliare della corteccia, si devono tagliare quando gerc
mogliano ; chè allora quella si stacca con facilità ; il che
si addomanda scorzarsi ; e ciò avviene per l'umore che
si forma sotto di essa. Dopo questo tempo, la scorza si
toglie con difficoltà, il legno diventa nero, e pare più
brutto. I legni poi da squadrare si tagliano passato il
tempo · in che sogliono scorzarsi ; perché con la scure
si può levar via tutto ciò che non è bello a vedere. Or­
dinariamente, acciocché qualsivoglia legno riesca robu­
sto, è opportuno tagliarlo non solo dopo che abbia finito
di germogliare, ma, ancora più, dopo maturati i frutti.
Quando ali' albero che deve restar tondo, si sia tolta
1 94 I.IDRO QOINTO

prima la corteccia, anche il taglio fuor di tempo può


riuscire come se fatto a tempo opportuno ; onde i tempi
inopportuni non sono da prendersi assolutamente. Gli
abeti sono di un colore più hello sul primo formarsi del­
l'umore sotto la corteccia.
(2) Perchè poi la corteccia si suole levar via sola­
mente o almeno principalmente agli abeti, alle picee e
ai pini, ne segue che questi alberi si debbano tagliare
a primavera, essendo allora in germogliamento. Gli al­
tri si tagliano o dopo la mietitura, o dopo l' autunno
e il sorger di Arturo, come per esempio l' aria, l'olmo,
I' acero, il frassino, la zigia, il faggio, il tiglio, I' e­
schio o, in una parola, tutti quei legni che han da stare
sotterra.
La quercia si taglia molto più tardi sul cadere
dell' autunno e il cominciar dell' inverno. Ma, tagliata
quando si scorza per l'umore che si forma sotto la cor­
teccia, con questa o senza questa, si guasta quasi su·
bito. Il che accade più spesso nel primo affluire dei
succhi, meno nel secondo, e meno ancora nel terzo. I
legni tagliati dopo che i frutti sono giunti a maturità,
rimangono illesi dai vermi, quantunque la corteccia
non sia stata levata via. I vermi per altro, insinuandosi
sotto la corteccia, lasciano sulla superficie del tronco
alcuni segni come di scrittura, e c'è chi si serve di que­
sti legni per sigillo. Tagliato a tempo debito, il legname
di quercia resiste · alla putrefazione, non è roso dai
vermi, diventa sodo e serrato come corno, e in tutte le
sue parti è simile a quel che si chiama cuore. Si dove
CAPl'tOLO I, 11<5

per altro eccettuare la quercia, detta alifleo, che è legno


cattivo, anche se tagliato a tempo.
(3) Si hanno poi effetti contrari quando l'albero si
taglia nel germogliamento, o dopo maturati i frutti ;
chè nel primo caso il fusto si secca e l' albero non
germoglia più; nel secondo, germoglia di nuovo ; ma
allora si taglia con fatica, perchè il legno è duro. Con­
sigliano anche di tagliare gli alberi, tramontata che sia
la luna, essendo allora il legno più sodo e men sog­
getto a guastarsi. E perchè poi varia il tempo della
maturazione dei frutti, è chiaro che debba variare anche
il tempo per il taglio ; e così quegli alberi cho tardi por·
tano il frutto, tardi devono esser tagliati.
I�) Per il che hanno tentato alcuni di determinare
il tempo opportuno per il taglio di ogni specie di alberi.
Così al fluire dei succhi si tagliano la picea e l'abete ;
in autunno il faggio, il tiglio, l'acero, la zigia; sul ca­
der dell'autunno la quercia, come è stato detto di sopra.
Alcuni vogliono che la picea sia da tagliare a prima·
vera, quando ha il così detto cacri, e il pino al venir
fuori de' suoi fiori a grappolo. A questo modo hanl)o de­
finito quali alberi si abbiano più opportunamente da
tagliare nelle varie stagioni dell'anno. È poi cosa al
tutto manifesta che riesce migliore il legname degli al·
ber i che sono in pieno vigore, che quello dei troppo gio­
vani o invecchiati : poichè l' uno è umido; l'altro, terroso.
(5) A molti usi e di gran momento servono l'abete
e la picea che danno bellissimo e grosso legname.
Ma differiscono tra di loro per molte ragioni ; chè la
186 LIBRO QUINTO
picea è più carnosa e ha meno fibre, dove l' abete ha
molte fibre e poca carne : fibre e carne per altro che
vi si trovano in modo contrario, essendo robuste le prime,
e molle e rara la seconda. Onde il legno della picea
è pesante; dove quello dell'abete, leggiero : l'uno è ricco
di teda, l'altro non ha teda e perciò è più bianco. (8) La
picea ha più nodi, ma quelli dell' abete son molto più
duri, anzi i più duri di tutti. E cosi nella picea come
nell' abete, sono sodi, cornei, di color giallognolo e si­
mili a tede. Tagliati, per un pezzo cola un umore da
questi due alberi, ma in maggior copia dall'abete. Il quale
poi ha molte tuniche come una cipolla ; perchè sempre
sotto quella che si vede ce n'è un'altra ; e tutta intera
la pianta è composta di così fatte tuniche. (I) Per il che
quelli che levigano i remi, s'ingegnano di togliere co­
testi strati a uno a uno e in modo uguale ; e, così fa·
condo, i remi riescono forti : chè se non avessero que­
st'avvertenza e non si levassero in ugual modo gli strati,
il remo sarebbe debole : perchè cosi si farebbe una
ferita, dove nell'altro caso non si fa &ltro che staccare
le tuniche. Il tronco dell'abete è lunghissimo e dirittis­
simo, onde ne fanno antenne e alberi di nave ; sopra
ogni altro poi ha vene e fibre spiccatissime. 18) Cresce
dapprima in lunghezza, flnchè non possa godere libera­
mente del sole ; e in questo mozzo non ha nodi, nè rami
laterali, nè ingrossa. Di poi cresce in profondità e in
grossezza e, nel tempo stesso, si formano nodi e rami.
Queste cose sono proprie dell'abete ; il resto è comune
all'abete, alla picea e ad altre piante (consimili).
CA1'JTOLO I . IS7

(9) L'abete è quadrifldo o bitldo. Si chiamano qua­


drifidi que' tronchi, nei quali da un lato del midollo ci
sono due raggi in direzione opposta ad altri due che
stanno dall'altro lato. Secondo ognuno dei raggi si col­
pisce con la scure, dando colpi opposti alla direzione di
ciascun raggio quando si rivolge la scure dall'una e dal­
l'altra parte del midollo ; la qual cosa avviene di necessità
per la natura stessa di questi raggi. Cosi fatti tronchi di
abeti e anche di picee si sogliono chiamare quadritldi, e
sono eccellentissimi per lavorare, perchè il legname è as­
sai sodo, o dà ciò che si chiama il cuore del legno (egida).
(IO) I tronchi bifidi hanno un raggio di qua e uno
di là dal midollo ; e l' uno opposto ali' altro. Onde
ci voglion due colpi di scure, ossia uno per ciascun
raggio, ma in modo che i colpi siano dati con direzione
opposta. Dicono che cosi fatti legni siano molto teneri,
ma dei più cattivi per lavori, torcendosi con facilità. Si
chiamano semplici quegli alberi che hanno un sol rag­
gio, e si spaccano con la scure, dandovi allo stesso modo,
dei colpi dall'una e dall'altra parie del midollo. Il le­
gname di questi alberi, a quanto dicono, è di sua na­
tura assai poroso, ma non si torce.
(Il) C'è poi differenza tra c:orteccia e corteccia, onde
a prima vista si conosce la natura dell'albero. Perocchè
qnegli alberi che hanno bei raggi e non sono soggetti
a torcersi, mostrano una corteccia liscia e piana, dove
negli altri è scabra e contorta. Così si dica del resto.
Pochi sono gli alberi che si possono dividere in quat­
tro ; moltissimi invece quelli che hanno un sol raggio.
188 LIBRO QUINTO

Tutti gli alberi che vivono ne' luoghi boreali sono,


come abbiamo già detto, più grossi, più diritti e si tor­
cono assai meno ; sono poi solidissimi e, in tutto e per
tutto, piu belli e crescono in maggior copia; anche nello
stesso albero più soda e gagliarda è la parLe volta a
settentrione. Ma se la tramontana batte gli alberi da un
lato o soffia loro intorno intorno, questo vento li torce
e sciupa, in guisa che lo stesso midollo non rimane più
diritto, ma si piega.
(12) Questi alberi, se interi, sono forti ; se tagliati,
deboli per avere le fibre in varie direzioni ; e gli arte­
fici li chiamano legname corto, perchè così li tagliano
per l'uso che ne voglion fare. Al tutto poi il legname
che proviene da luoghi umidi, difesi dai venti, ombrosi
e chiusi, è sempre cattivo tanto per i lavori quanto per
ardere. E queste, rispetto ai luoghi, sono in generale le
differenze degli alberi congeneri.

CAPITOLO Il.

Alcuni dividono i legni secondo i paesi in cui cre­


scono ; e dicono che il miglior legname per servire ai
lavori è quello che viene in GMcia dalla Macedonia,
perchè è liscio, non si torce e ha il così detto tyio. Poi
segue quello del Ponto, poi quello che proviene da &in­
daco, o, in quarto luogo, l'eniaoico. Di pessima qualità
è il legname del Parnaso e del!' Eu bca, perehè nodoso,
ruvido e facilmente marcisce. Per quello dell'Arcadia c'è
ancora da fare delle ricerche.
CAPITOLO Il, 189

(2) I legni senza nodi e lisci sono robustissimi e


anco bellissimi a vedere. Diventano nodosi gli albori mal
nutriti e che abbiano sofferto per il freddo o per altra
simil cagione ; e i molti nodi sono al tutto indizio di
uno scarso nutrimento. Quando poi gli alberi mal nu­
triti cominciano a riaversi e rinvigorirsi, avviene che
i nodi siano incorporati dal legno che cresce intorno
intorno. Gli alberi ben nutriti e ingrossati si ristorano ;
sicché spesso <li .fuori il legno apparisce liscio, dove
poi è nodoso di dentro. Per il che nei Jogni spaccati si
osserva il midollo, il quale se è nodoso, è necessario che
anche al di fuori ci siano dei nodi. E questi nodi in­
terni sono più fastidiosi degli estorni, o subito si ri­
conoscono.
(3) Nel legno si formano anche le spire cagionate
sia dall' inverno sia dal cattivo nutrimento. Si chiama
spira quella specie di grande attorcimento, composto di
più circoli, di forma diversa dal nodo e dallo increspa­
ture, le quali si diffondon per tutto il legno e in modo
uguale. Coteste �pire sono più fastidiose e più difficili a la­
vorare dei nodi. Pare che si formino come i così detti
centri che son nelle pietre. Che poi l'albero s'incorpori
il nodo poi nuovo incremento del legno, è cosa che chia­
ramente si vede e che si può conoscere anche in altri
modi. (4) Poichè spesso qualche parte di un albero è
chiusa dentro da un altro, nato insieme con quello; e
se, fatta nell'albero una cavità, vi si pone una pietra
o altra simil cosa, queste restan chiuse sotto il legno
che cresce intorno intorno; il clrn sappiamo essere av-
100 LIBRO QUINTO

venuto in quell' oleastro che sorgeva nel foro di Megara.


Quando questo fosse abbattuto, l'oracolo aveva presagito
la prosa e il sacco della città, il che avvenne sotto De­
metrio. Spaccato il legno, vi si rinvennero dentro schi­
nieri e altri oggetti di attico lavoro, là dove erano stati
appesi allorchè era cavo l' albero. E di cotesto albero
ne resta iuLlora una piccola parte. Anche in altri luoghi
di cosi fatti casi se ne son visLi parecchi. E ,,ueste
cose, come è stato de!Lo, sono comuni a più alberi.

CAPITOLO Ili.

In quanto poi alla particolar natura delle singole


specie di alberi, sono da notare le seguenti qualità : com·
pattezza e porosità, gravità e leggerezza, durezza e mol­
lezza e va dicendo. Coteste qualitil sono comuni alle piante
domestiche e alle salvaiiche ; per il che di tutte si dovrà
ragionare. Molto sodi e pesanti par che siano il bossolo e
l'ebano; sicchè non istanno a galla nell'acqua : il bossolo
va tutto quanto a fondo ; ma dell'ebano il solo midollo che
è di color nero. Degli altri nominiamo il loto. Sodo è anche
il midollo della quercia che chiamano nera; e ancora
più quello del citiso, il quale s' accosta molto ali' ebano.
(2) Molio nero e sodo è il legno del terebinto ; e dicono
che in Siria sia più nero dell' el>ano ; e ne fanno manichi
di pugnali .e, lavorato al tornio, vasi tericlei che nessuno
saprebhe distinguere da quelli di terra cotta. Adoprano
per quest'uso il cuore del legno, il quale bisogna un­
gerlo perchè sia più bello e più nero.
CAPITOLO 111. 191

C' è anche un altro albero nero con macchio ros­


sastre, da sembrare ebano screziato. Se ne servono per
far lettiere, sedili e altre cose di pregio. L' albero è molto
grande, con belle foglie, e somiglia al pero. (3) Questi
legni, oltrechè neri di colore, sono sodi e serrati ; come
anche sodi e serrati son l' acero, la zigia e, in una parola,
tutti i legnami crespi. Lo stesso si dica dell' ulivo e del­
l' oleastm, i quali per altro sono fragili. Tra i salvatici
e quei che si adoprano per la copertura delle case,
sono poco compatti gli abeti principalmente e, tra gli
altri, il sambuco, il fico, il melo e il lauro. Legnami dn­
rissimi hanno le varie specie di quercia, la zigia e l'aria;
e quando s'hanno da trapanare conviene tenerli nel-
1' acqua per renderli più teneri. E teneri generalmente
sono tutti i legnami non compatti e spugnosi. Tra i più
carnosi c' è il tiglio che si crede caldissimo; e la prova
è questa, che rintuzza in singolar modo il ferro, inde­
bolendogli la tempra col suo calore.
(4) Calda è anche l'edera ; cosi l'alloro o tutti que­
gli altri di cui si fa battifuoco. Menestore dice il me­
desimo del moro. I più freddi son quelli che vivono
nell'acqua e gli acquosi di lor natura.
Pieghevole è il legno del salcio o della vite, e l'a­
doprano per farne scudi ; perchè, ferito che sia, si ri­
chiude. Più leggicro però è il salcio, come quello che è
men compatto ; e perciò è più in uso. li platano ha
pure una certa pieghevolezza, ma rli sua natura è umido
come anche l'olmo. E si veùe da questo che tenendolo
diritto dopo che è stato tagliato, manda fuori mollo umore.
192 LIBRO QUINTO

li legno del moro è insiemi! sodo e pieghevole. (S) L'olmo


non si torce punto, e perciò i cardini delle porte si vuol
farli di olmo ; e quando questi stan saldi, le imposte
non si torcono : altrimenti si torcerebbero. E li fanno
invertendo le parti del legno ; ossia mettendo sopra il
legno che è vicino alla radice, e sotto quello vicino alle
foglie, il quale dagli artefici è chiamato parte superiore.
Adattate così le parti tra loro, l'una frena la tendenza
contraria dell'altra. Che se fosser poste secondo la loro
natura, là dove è la tendenza comune, il legno al tutto
si piegherebbe. Alle imposte non si dà subito finimento,
ma si compongono insieme e si lasciano così ; e poi si
compiono il secondo anno, e anche il terzo, quando
si voglia un lavoro perfetto. Chil l'estate disseccandosi,
si aprono ; e l' inverno per l' umidità si ristringono. E
la cagione è questa, che il legno dell' abete, essendo
poco compatto e carnoso, assorbisce l'aria umida.
(6) Il legno della palma è leggiero, si lavora facil­
mente ed è tenero come il sughero ; ma migliore di que­
sto, perchè arrendevole, dove l'altro è fragile. Per il cho
i simulacri ora si fanno di palma; lasciato da parte il
sughero. Il quale poi ha fibre che non corrono per tutto
il legno, nè sono molto lunghe nè tutte poste secondo
la medesima direzione, ma in varie guise. Il legno vuol
essere disseccato quando s'ha da levigare e segare.
(7) Il tio che alcuni domandano tia cresce presso
il tempio di Ammone e nello. Cirenaica. Per la forma
de' rami, delle foglie, del tronco e del frutto somiglia al
cipresso, massime poi al salvalico. Nasce in copia là.dove
CAPITOLO 111. 193

ora sorge la città ; e si racconta che si conservano an­


cora vecchi pezzi di questo legno, i quali han servito
per la travatura del tetto, poichè esso non marcisce
altrimenti. La sua radice è molto crespa e se ne fanno
lavori llnissimi. Per i simulacri s'adopra il cedro, il ci­
presso, il lolo e il bossolo; ma, so son piccoli, anche la
radice dell'ulivo, la q ualo non si · fende punto ed è tutta
ugualmente carnosa.
Quanto è stato detto serva dunque a dichiarare al­
cune qualità proprie e de' luoghi onde vengono i legnami,
e della natura e dell'uso di questi.

CAPITOLO IV.

È cosa manifesta che i legnami si giudicano pesanti


o leggieri, secondo che son compatti o porosi, umidi o
aridi, pieghevoli, duri o teneri. Alcuni sono insieme duri
e pesanti, come il bossolo e la quercia ; ma i fragili e,
per ragione della loro aridilà molto duri, non sogliono
esser pesanti . Tutti gli alberi salvatici sono più sodi,
più duri, pitì pesanti e al tutto più robusti dei coltivati ;
e similmente i maschi in paragone delle femmine, siccome
abbiamo detto di supra. Cosi, in generale, sono anche
gli alheri che fanno pochi frutti rispetto ai pit'l fruttiferi;
e quei che li producono cattivi rispetto a quelli che ne
fanno dei buoni : salvo il caso che l'albero ma,;chio sia
più fruttifero, come tra gli altri, il cipresso e il corniolo,
a quanto si dice. Ma, per le viti, è certo che il legno di
quelle che producon pochi frutti e hanno spossi occhi,
13
194 LIBRO QOINTO

è più duro. Il che vale ancora per il melo e per altri al­
beri coltivati.
(2) Per natura non marciscono punto il cipresso, il
cedro, l ' ebano, il loto, il hossolo, l' ulivo, l'oleastro, la
picea che dà la teda, l'aria, la quercia, il noce euboico.
Tra questi, pare che il cipresso sia pii1 durevole di tutti ;
e, in vero, il legname di cipresso con cui l'uron fatte le
porte del nuovo tempio di Efeso, stava riposto da quat­
tro generazioni di uomini. Esso solo prende un pulimento
lucentissimo, onde l'adoprano per lavori di pregio. Tra
gli altri, meno soggetto a marcire, dopo i cipressi e le
tuie, dicono che sia il moro egizio, il quale ha u n
legno robusto, [acile a lavorarsi e che, invecchiando, di­
venta nero come il loto.
(3) C'è inoltre dei legnami, .i quali per certi usi
e posti in certi luoghi, non marciscono; per esempio,
l'olmo esposto all'aria, e la quercia sotterrata e imbe­
vuta d'acqua ; chè allora pare che non infradici altri­
menti, per la qual cosa di questo legno si costruiscono
le barche per i fiumi e per i laghi, Nell'acqua marina
si guasta, dove invece gli altri legnami durano di più,
il che si spiega dall'essere come imbalsamati dall'acqua
salsa. (4) Anche il faggio nell'acqua, dura incorrotto, anzi
diventa di qualità migliore. Non si guasta nemmeno il
legno del noce euboico.
Vogliono che la picca sia infestata dalla teredine
più dell'abete ; perchè questo legno è arido, dove la picea
ha un certo umore dolciastro, tanto più poi quanto ò
più ricca di teda. Del resto ogni legno (in mare) è of-
CAPITO[.O IV. 105

feso dalla teredine, fuor che l'oleastro e l'ulivo ; e questi


in grazia del loro sapore amarognolo. Se i legni si gua­
stano in mare, perchè rosi dalla teredine, ali' asciutto
sono infestati da.i vermi o dai tl"ipi, chè la teredine non
vive se non nell'acqua. La teredine è un animaluzzo con
un grosso capo e co' denti. (5) I tripi sono simili _ai vermi
e rodono il legno a poco a poco, al che facilmenl.c si pone
rimedio, spalmando di pece i legni quando s' han d"
mettere in mare, e così restano chiusi tutti i buchi. Ma
contro la teredine non c'è rimedio di sorta alcuna. I vermi
che vivono nel legno, parte hanno origine dalla putrela­
zione dello stesso legno, parte nascono per generazione.
E,in fatto,il così detto ceraste depone le uova negli alberi,
quando li va perforando e scavando tortuosamente a quel
modo che fanno i topi. Esso fugge i legni odorosi, quelli
di sapore amaro e, perchè non li può traforare, anche i
duri, come il bossolo. (6J Dicono ancora che l'al•ete, scor­
tecciato al tempo che germoglia, non si guasta nell'acqua;
il che si vide chiaramente quando, otturate le fauci del
Feneo in Arcadia, i campi furono cambiati in un lago.
Chò essendosi allora costruiti ponti di abete e, per
il crescer delle acque, fattino altri sopra questi, quando
l'acqua irruppe e potè scolare, tutto il legname fu tro­
vato incori·otto. E ciò fu riconosciuto per caso.
(7) �ell' isola di Tiro, vicino ali'Arabia, dicono che
ci sia un certo legno che si adopra per la costruzione
delle navi ; questo in mare si conserva quasi incorrotto ;
e, sommerso, dura più di dugenlo anni : fuor dell'acqua
dura bene alcun tempo, ma poi marcisce rapidamente.
H l6 LJBRO QUINTO

Racconlano poi un'altra mirahil <·osa, la ,,uale del


resto non si riferisce punto al guastarsi de' legnami :
ossia che c'è un certo albero dal riualc si I.agli ano maz1.e
assai belle e indanaiate come il mantello delle tigri. Co­
testo legno è oltremodo pesante ; e, lanciato contro un
corpo più duro, si spezza come fosse di terra cotta.
(8) Il legno del tamarisco non /J dehole, come da
noi ; ma forte come quello dell' elce, e di qualsivoglia
altro legno robusto, il che deriva dalla diversità e dalla
virtù del suolo e del clima. Quando dei legni congeneri,
come quelli delle quercie e delle picee, si mettono nel-
1' acqua salsa, non immergendoli tutti alla stessa pro­
fondità, ma alcuni vicino a terra, altri un poco più
dentro, altri finalmente a maggiore profondit!I., in tutti
le parti più vicine alla radice vanno pi1"1 presto a fondo;
e, se il legno resta a galla, si volgono verso_ il bass�.

CAPITOLO V.

Alcuni legnami sono facili a lavorarsi, altri difficili.


Facili sono i teneri, e più di tutti il tiglio : clifllcili i
cluri, i nodosi e quelli che hanno attorcimenti crespi. Si
lavorano con gl'an difficoltà l'aria, la quercia e le parti
noclose della picea e dell'abete. Degli alberi congeneri
il legno più tenero è sempre migliore del più cluro, pel'ch/J
più carnoso; e da questo gli artefici giudicano subito della
qualità delle tavole. I ferri cattivi possono tagliar meglio
i legni duri che i Leneri ; vcrchè noi teneri il Laglio si
rintuzza, come abbiamo detto parlanclo del tiglio, dovo
�APITOl.o 'f. 1117

nei duri si affila ; perciò i calzolai le loro tavolette (da


affllare) le fanno di pero salvatico. (2) Dicono gli artefici
che tutti i legni hanno il midollo, Dla cho, in singolar
modo, si distingue nell'abete, nel quale l'unione delle zone
si mostra a modo di corteccia. Il che non è proprio del­
l'ulivo, del bossolo e di altri simili legni ; onde alcuni
atfermano che il bossolo e l'ulivo sono privi della forza
del midollo, poichè questi legni non si torcono punto ; e
il torcersi non è altro se non il ·seguire che fa il legno
i movimenti del midollo. li midollo pare che prosegua
a vivere per un pezzo ; e però in tutti i legnami che si
mettono in opera, massime poi nelle imposte, lo levan
via, acciocchè non sì torcano ; e per questa ragione sì
spaccano i legni.
(.3) Pare poi una cosa strana che nei tronchi ro­
tondi il midollo si mantenga saldu e immobile, laddove
in quei digrossati, se non è stato tolto via tutto, muove il
legno e lo storce ; eppure sarebbe più naturale che messo
a nudo il midollo dovesse più presto cessare di aver moto
e vita. Tuttavia gli alberi di nave e le antenne, tolto il
midollo, d iventano inutili. Il che avviene per accidente,
cioè perchè (il tronco) è rivestito di più tuniche, e quella
di fuori è fortissima e sottilissima, essendo molto secca, e
le altre in proporzione ; e quando il legno si fende, si tol­
gono via quelle parti secche. In che relazione poi stia
il midollo con la siccità, è cosa che deve essere ancora
esaminata.
(41 Il muoversi che fa il midollo storce i legni non
pure se spaccali, ma anche i segati, quando non siano
l9S I.IDRO onrNTO

segati come si deve. La segatura ha da esser retta � non


obliqua. Cosi se il midollo sia in direzione A, non bisogna
segare secondo BC, ma secondo BD ; e a questo modo il
midollo non vive più, dove diversamente vivrebbe. Che
ogni legno abbia il suo midollo, da questo cose lo argo­
mentano. Ed è poi manifesto che l'hanno anche quegli
alberi che�parrebbe non l'avessero ,,unto, come a dire
il boss0lo, il loto, l'elce ; e la prova sta in questo, che,
lavorandosi con cosi fatti legnami gli arpioni delle porte
di pregio, gli architetti mettono per patto che sia escluso
il midollo ; il che è segno che ogni midollo si storce,
anche quello dei legni pi,1 duri, il quale da alcuni si
domanda cuore del legno.
(5) li midollo è la parte più dura e la meno com­
patta di tutto il legno, anche nello stesso abete, ed è la
meno compatta, perchè tra le fibre ci sono molti spazi
e nel mezzo molta materia carnosa. È poi durissi ma, per
essere e fibre e carne di gran durezza. Onde gli archi­
tetti sogliono pattuire che sia levalo via Lut.to ciò che è vi­
cino al midollo, per avere quella parte del legname che
è più compatta e più dolce.
(6) De' tronchi, alcuni si suol fenderli, altri si pali·
scono con l'ascia, altri si lasciano tondi. I primi si di·
vidono per lo mezzo con la sega ; ai secondi si toglie la
parte di fuori ; e i tondi finalmente si lasciano come sono.
I legni segati non crepano in nessuna parte, perchè il
m idollo messo a nudo si clisecca e muore. Quelli digros·
sati con l' ascia e i londi sogliono c1·epare ; :mollo più
poi i tondi, perchè ci resta dentro il midollo. In gene·
CAPl'l'OLO V, 11!9

raie per altro, raro è quel legno immune da ogni cre­


patura. Per il che il loto e quegli altri legnami che si
adoprano per far cardini, acciocchè non si sfendano, si
ungouo cou sterco bovino; e così il midollo si secca e,
a poco a poco, ne esce via l'umore. Tale è la natura o
la forza del midollo.

CAPITOLO VI.-

Sono buoni a sostener peso l'abete e la picea, se posti


attraverso ; e non cedono puuto, come fanno la quercia
e altri legnami terrosi, ma invece resistono. Se n' ha
una prova in questo, che non si schiantano come l' u­
livo e la quercia, e piuttosto imputridiscono o si gua­
stano in altro modo. Anche la palma· è un legname ro­
busto, e si ripiega al contrario degli alLri ; chè dove questi
si curvano per di sotto, la palma si curva in arco. Si dice
che anche la picea e l'abete si pieghino ali' insù. Il noce
euboico, il quale è un grande albero e buono per i tetti,
fa un cricchio quando vuol frangersi, onde uno n' è av­
visato; il che avvenne in Antandro, dove tutLi, fug­
gendo da un bagno, si potettero salvare. Robusto è an­
che il fico, purchè non sia messo in opera d iritto. (2) Ro­
bustissimo ò il legno dell'abete e per lavori da legnaiuolo
ritiene assai bene la colla, essendo legname poroso o con
fibre diritte. E dicono che quando i pezzi siano stati incol-·
lati, non si stacchino più in nessun modo. L'alaterno è
attissimo all'opere del tornio, ed è bianco come il celastro.
Tra gli altri, il liglio si lavo,·a tutLo mollo bene, per es-
200 Linao QUINTO

ser •lolce, come è stato eletto ,li sopra. In generale, sollo


pieghevoli tulti i legni viscosi ; e io singolar 01odo, a
quanto pare, il moro o il capriftco per cui ne fanno for­
chette, cerchi e, in una parola, tutti quegli arnesi che
servono per ornamento.
•3) Si segano e tagliano più facilmente i legni umidi
che i legni al tutto aridi ; porchè questi cedono e quelli
resistono. I troppo verdi si richiudono e nei denti della
sega lascian la segatura che vi si accumul a ; perciò i
denti vogliono essere piegati uno di qua e uno di l à ;
e cosi si rimandano. Sono anche difficili a trapanarsi,
11erchè a mala pena si può cavar il legno tritato, es­
sendo molto pesante ; invece dai secchi esce facilmente,
chè l'aria riscaldata lo porta subito !uori. I legni poi
troppo secchi, si segano con difficoltà a cagione della
loro durezza ; chè par di segare un pezzo di terra cotta,
onde si trapanano e si bagnano.
(4) I legni verdi più facilmente si digrossano, si tor­
niscono e si levigano, perchè il ferro vi aderisce meglio
e non rimbalza. Si digrossano anche con facilità i legni
teneri e si levigano bene. Robustissimo è il legno del
corniolo e, tra gli aliri, q uello dell'olmo, per cui, come
� stato detto, l'adoprano per i cardini delle pori.e. Molto
umidi sono il frassino e il faggio, o servono per fare
quelle lelLiere che devono esser cedevoli.
GAPJTOLO VII.
Ora ci proveremo a dichiarare a che cosa serva ogni
. specie di legname ; quale sia da adoprare nella costru-
ÒAVITOtO VJÌ. 201

zione delle navi, quale negli edifizi, dove frequentissimo


è l'uso che se ne fa e per opore grandi : determineremo
in somma l'utilità d' ogni sorta di legni.
Per la cosLruzione delle navi s'adopra soprattutto
l'abete, la picea e il cedro ; le triremi e le navi da guerra
si voglion fare di abete per la leggerezza di questo legno;
le navi da carico, di picea ; perchè non marcisce : alcuni
poi ci fanno anche le triremi, là dove non c'è abbondanza
di abeti. Gli abitanti della Siria e della Fenicia si servono
del cedro, perché non hanno picee. Quei di Cipro ado­
prano il pino ; chè l' isola lo produce, e pare anche
sia miglioro della picea. (2) Con questi legnami si fa
ogni parte della nave ; ma nelle triremi si adopra la
quercia per la carena, afflnchè possan resistere quando
si tirano a terra. Le navi da carico si fanno di picea ;
ma quando s' han da tirare a terra, vi si pone sotto
del legna111e di quercia. Per le piccolo navi si adopra il
faggio, e soprattuLto si fa di questu legno la trave sotto
alla chiglia.
Il legname di quercia non si congiunge por mezzo
di colla in ugual modo con la picea e con l'abete ; per­
chè la picea è compatta e l'abete, poroso ; quella è si·
mile alla quercia ; questo no. E bisogna che i coi·pi che
si voglion congiungere, siano della stessa natura e non
di natura contraria, come, per esempio, il legno e la
pietra.
(3) Quelle parti arrotondate che oc.corrono per le
navi, si fanno di moro, di frassino, di olmo e di platano,
dovendo esser pieghevoli e robuste. li peggior legname
LIBRO QIJINTO

è il platano, perchè pre9to marcisce. Per le triremi al­


cuni adoprano il pino, come quello che è leggiero. L'os· ·
satura, con la trave che sta sotto alla chiglia, come
anche le grue si fanno di frassino, di moro e di olmo,
perchè coteste parti della nave devono esser robuste.
(4) Tali sono a un di presso i legnami che ai ado­
prano per le navi. In molto maggior numero sono quelli
buoni per gli edifizi, cioè l'abete, la picea, il coo.ro, il
cipresso, la quercia e il ginepro ; in una parola, ogni
sorta di legname, purchè non sia troppo debole. Non
ogni legno, come nemmeno nella costruzione delle navi
è buono a ogni uso ; a moltissimi usi per altro serve
l'abete, e anco alle tavole da dipingere ; dove gli altri
legnami -sono adoprati per i lavori delle diverse arti,
come a dire per vasi, utensili e cose simili. Purchè non
magagnato, è otLimo per le fabbriche il legname vecchio,
il quale è, per così dire, buono per ogni sorta di lavori.
Per la costruzione delle navi ci vuole un legname al·
quanto più umido, perchè deve potersi curvare ; in­
vece quello che ha da esser attaccato con la colla, è
meglio che sia secco. Costruita la nave, si lascia in
terra (per qualche tempo) ; e quando la colla abbia fatLo
presa, si vara ; e allora il legno diviene più compatto
e si chiudon le fessure, eccetto il caso che non ne sia ve­
nuta fuori prima tutta l'umidità ; perchè allora la colla
o non la ritiene punto o non in ugual modo.
I!>) Veniamo ora a ragionare dei singoli legni, di­
chiarando a quali usi servano. L" abete dunque e la
picea, come è stato detto, si adoprano per le navi, per
OAPITOLO l'n. 200

gli edifizi e anche per altri lavori, soprattutto poi l'a­


bete. Il· pino è buono per gli edifizi e per le navi mas·
simamonte, ma presto marcisce. La quercia ·si adopra
nella costruzio11e delle case e delle navi, e in quelle opere
che devono star sotterra. li tiglio è buono per i tavo­
lati delle navi da guerra, per le casse e per gli assi che
servono a misurare ; è utile anche la corteccia, perchè
ne fanno e funi e ceste.
(6) L'acero e la zigia servono per lettiere e gioghi
di giumenti ; · il tasso per impiallacciatura di casse, di
sgabelli e di simili masserizie ; l'elce per le sale dei carri
a due ruote, e per gioghi di lire e salteri. Col faggio
si fabbricano carri e sedili di carri di poco prègio ; con
l'olmo, porte e trappole da pigliar donnole ; e qualche
volta ne fanno anche carri. Il pado è buono per le sale
dei carri e per la bure degli aratri. Ne' loro telai le donne
adoprano l'andracne. Il ginepro è atto per costruzioni
tanto a cielo scoperto, quanto sotterra, ·perchè non mar­
cisce.
C1) Non marcisce nemmeno il noce di Eubea ; e,
adopraio per lavori sotterranei, resiste anche meglio alla
corruzione. A qualche uso serve pure il bossolo, ma non
quello che cresce nell'Olimpo, perché corto e nodoso. li
terebinto, dal frutto e dalla resina in fuori, non serve
a nulla. L' alatcrno è buono solamente per le pecore,
poichè è sempre pieno di foglie ; il corbezzolo per far
pali e per ardere. Col celastro e con la semida si fanno
bastoni : alcuni li fanno anche di alloro e riescon leg­
gieri e acconci per i vecchi. Col salcio s'intessono scudi,
LIBllO QUINTO

ceste, canestri e cose simili. E in quesla guisa si po­


trebbe seguitare a trattar di tutte le altre qualità di
legnami.
(BJ Si distinguono i legni anche secondo che sono
utili per i vari istrumenti delle. arti. Cosi per i magli
e i (manichi dei) trapani è ottimo l'oleastro, sebbene si
facciano anche di bosso, olmo e frassino ; ma i magli
molto grandi vogliono esser fatti di pino. Similmente
ogni altro legno ha il suo uso particolare. Cosi adunque,
secondo cotesti usi, si distinguono i legni;

CAPITOLO VIII.
I legnami, come anche è stato detto di sopra, va·
riano secondo i luoghi ; chè in alcuni prospera il loto,
in altri il cedro cresce a maraviglia, come avviene nella
Siria. E in vero ne' monti della Siria i cedri giungono a
un'altezza e grossezza straordinaria,,per modo che ce n' è
di quelli che tre uomini non li potrebbero abbracciare ;
e in que' parchi se ne vedono anche dei più grandi e
più belli. E pare che ogni albero, se si lascia crescere
e non si mozza, purchè il luogo sia adatto, aumenti ma­
ravigliosamente in lunghezza o grossezza. In Cipro, per
esempio, dove quei re non facevano tagliare gli alberi,
sia perchè li volevano conservare e rispettare, sia anche
perchè sarebbe stato poi difficile trasportarli, la lun­
ghezza di quelli che furono abbattuti per costruire la
galea di Demetrio da undici banchi, era di tredici orgie;
e i pezzi di legname erano anch'essi mirabili per lun­
ghezza, senza nodi e lisci.
CAPITOJ,0 VIII. 205

Grandi sopra tutti gli altri dicono essere gli alberi


in Corsica, coi quali non sono da paragonare nemmeno
i bellissimi alberi di abeti e picee che crescono nel paese
latino, dove trovi i più belli-� più grandi di tutta Italia.
(2J E si racconta che una volta, volendo i !:I.omani
fabbricare una città in quel!' isola, vi approdassero con
venticinque navi ; ma sull'entrare nei seni e nei porti,
così grandi alberi vi trovarono e così fitti, che gli alberi
delle navi ne furono spezzati. E perchò tutta l'isola era
densa di alberi e come un luogo selvaggio, smisero il
pensiero di edificarvi la città. Alcuni poi penetrati nel­
!' interno, da un piccolo luogo tagliarono tanto legname,
che ne fabbricarono una zattera che doveva esser mossa
da cinquanta vele, la quale poi peri in alto mare. La
Corsica adunquo così per le piante che vi crescon libe­
ramente, come per la qualità del suolo e del clima, sta
molto sopra ad altri luoghi.
(3) Tutta la campagna del Lazio abbonda di acque ;
nello pianure crescon lauri, mirti e faggi magnifici; e
se ne tagliano di tale lunghezza, che un albero basta
per quel legno che si pone sotto la chiglia di una nave
tirrena. Ne' monti crescono picee e abeti. Quel luogo
detto il Circeo è un allo promontorio, mollo denso di
alberi, tra i quali quercie, gran copia di lauri e mirti.
Dicono quegli abitanti che colà. era la casa di Circe; e
mostrano la tomba di Elpenore, dove crescono mirti simili
a quelli che servono a far ghirlande, essendo altrove
più grandi. Questo promontorio in processo di tempo
si è congiunto al continente, perchè i1 Circeo in oris-inc
206 LIURO QUJ NTO

non era altro che un'isola, ma poi per la terra trasportala


dai fiumi venne a formarsi un l i do. La grandezza dell'i·
sola è di circa ottocento starli. La di versa qualità adun­
que dei luoghi produce molte differenze, come è stato
detto pii, volle.
CAPITOLO IX.
Ora, con lo stesso mcLodo, abbiamo da e::,aminare
quanto le diverse specie di legnami siano idonee p�r
ardere.
li miglior carbone si fa con i legni più compatti,
come a dire J'aria, la r1 uercia, il corbezzolo, i quali ei,.
sendo durissimi, mantengono il fuoco per molto tempo
e hanno gran forza. Per queste loro qualità nelle offi­
cine, dovo si lavora l'argento, sono adoprati por la prima
cottùra del metallo. Di questi legnami per altro, men
buoni sono le quercic, pcrchè troppo terrose; e le più
vecchie son peggiori delle giovani, e vie più le vecchis·
simc per la stessa cagione ; chè, essendo oltremodo aride,
fanno molte scintille. E il carbone bisogna che abbia
IJUalche poco di umidità.
(2) Ottimo è il carbone di alberi in pieno vi­
gore, massime poi di legname taglialo, pe,·chè allora
v' è giusta misura di densità, di terra e d' umidità.
Con i legnami provenienti da luoghi assolati, asciutti,
e volti a tramontana, si fa miglior carhone che con quelli
cresciuti in luoghi om brosi, umidi e volti a mezzodì.
Se si vuol far caruone con legname umido, hisogna che
sia anche compatto, perchè i compatti hanno piu succo.
E, a ogni modo, LuLLi quei lc�nami che, o di lor nalura
CAPITOLO IS.

o per esser cresciuti in luoghi asciutti, sono più com­


patti, sono anche, per questa medesima cagione, i mi­
gliori di tulti per far carbone. Diversa dev' essere la
qualità del carbone, secondo I' uso che se ne fa. Per
alcune cose ce lo vuol tenero ; cosi nelle ferriere si ado­
prn il carbone di noce euboico, quando già (il ferro) sia
stato bruciato ; e nelle officine dell'argento, il carbono di
pino. E di queslo si fa uso ancho nello diverse arti.
(:l} Quei che lavorano il rame, preferiscono il carbone di
picea a quello di quercia, nonus(anle che sia meno forte,
p�rchè regge meglio al flato dei mantici e si consuma
men facilmente. La sua fiamma è più vivace, come ge·
neralmente suol essere quella di carboni e legni poco
compatti , leggieri e aridi ; al contrario i legni sodi e
verdi danno una fiamma pigra e crassa. Tra tutte poi
vivacissima è la fiamma dei virgulti, ma non se ne può
far carbone, perchè non hanno corpo.
(4) Per far carbone si tagliano e si scelgono legni
diritti e lisci ; essendo necessario che ben si !occhino
per soffocare la fiamma. Intonacata di tango la catasta a
uso di fornace, vi si dà fuoco e si punzecchia qua e là con
piccoli spiedi. E ques(i sono i legnami che si adoprano per
far carbone. Fanno gran fumo tulti i legni umidi e, per
la stessa cagiono, anche i verdi. Chiamo legni umidi gli
alberi palustri ; come il platano, il salcio, il pioppo bianco
e il nero. Anche la vite è fumosa, so umida. Taio pure
è di sua natura la palma, il cui legno, secondo alcuni,
fa un fumo densissimo ; onde Cheromone cantava : « Le
vene della fumosissima palma che dalla terra vengon su
208 LIBRO QOJNTO

per le radici. • (5) Molto acre è il fumo del fico, del ca­
prifico e di quegli alberi che hanno del latte ; della qual
cosa è cagione l' umidità; ma se cotesti alberi siano
sLati scortecciali · e tenuti nell'acqua corrente e poi di­
seccati, n<m fanno fumo di sorta alcuna e levan fiamma
delicata, avendo discacciato tutta la loro umidità. Acre
è anche la lisciva e la cenere che se ne cava; il che
in singolar modo si deve dire del mandorlo. (6) Per far
carbone e per allre industrie serve adunque or questa
or quella qualità di legname.
Como legna da ardere sono oLtimi il fico e l'ulivo ;
il fico perchè è viscosù e poroso, onde attira a sè o non
manda fuori nulla ; l'ulivo perchè è sodo e pingue. I
legni, onde si desta fuoco. possono esrnr di molte specie;
ma, al dir di Menestore, oUima è l'edera, la quale assai
prontamente e con gran forza tira a sè l'aria. Ma si
vuole che sia buona anche l'airal{ene, secondo che al­
cuni la chiamano, la quale è una pianta somigliante alla
vite e all'enanto salvatica ; e come queste s'arrampica
sugli alberi.
(7) Queste dunque son le specie di legni, con cui
si fa il pezzo che dev' essere stropicciato ; ma lo stru­
mento col quale si sLropiccia bisogna che sia di lauro ;
perchè il legno che serve a stropicciare o quello che è
stropicciato non hanno da essere d' una stessa qualità,
ma bensi di natura diversa; per modo che l' uno sia
atto a ricevere, l'altro a fare. Ciò non ostante si ranno
talvolta tutt' e due i pezzi di un medesimo legno ; e
alcuni tengono che non ci sia ùilfcrcnza. Si lanno anche
CAPITOLO IX. 209

di ramno, di leccio, di tiglio e quasi d' ogni sorta di al·


beri, dall'ulivo in fuori; il che veramente parrebbe strano,
essendo l'ulivo piil duro degli altri legni o pingue; se non
che, per la sua troppa umidità, non è idoneo a eccitar
fuoco. Se per tutt'e due i pezzi si può adoprare il ramno,
esso è in ispecial modo atto per quello · che è stro·
picciato, il quale dev' essere non solo arido e senza suc­
0

chi, ma ancora molto poroso, afllnchè l'attrito riesca pili


otllcace. Pili . resisLento ha da essere l'altra parte dello
strumento ; onde ottimo è il lauro, il quale per ragione
della sua asprezza resiste assaissimo. Tutti questi legni
prendono fuoco più prontamento e facilmente con i venti
di settentrione, che con quelli di mezzodi, e meglio nei
luoghi elevati, che nei bassi.
(8) li cedro trasuda un umore, come in generale
tutti i legni, la cui umidità è oleosa; e questa è la ra­
gione per cui si racconta che alcune volte abbiano su­
dato le statue degli Dei, lo quali erano state fatte di
tali legni.
Quel che gl' indovini d' llitia chiamano purgazione,
sul quale anche sagriflcnno, nasce nei legni di abete da
un certo umore concrelo, di figura rotonda, della gran­
dezza poco più o poco meno di una pera.
li legname dell'ulivo, rozzo o lavorato, facilmente ger­
moglia, se può atLirare dell'umore e si trovi in luogo
umido, come avvenne quando germogliarono un cardine
di porta e un remo, il quale con alquanto fango era
stato poslo in un vaso di terra cotta.
LIBRO SESTO

CAPITOLO I.

Degli al bcri e dei frutici si è già trattalo : veniamo


ora a parlare dei suffrutici e delle erbe, e di qualunque
altra pianta che appartenga alla loro natura, come, per
esempio, il frumento che è da porsi tra le erbe. Innanzi
tutto diremo dei suffrutici, come quelli che, essendo le­
gnosi, son più amni alle pianto di cui si è ragionato di
sopra.
Da per tutto le piante salvatiche suno in maggior
numero delle domestiche, certo almeno in quanto ai suf­
frutici, de' quali le specie domestiche son poche e quasi
tutte comprese nel genere delle coronarie, come a dire
la rosa, la viola, il flor di Giove, l'amaraco, l'emerocalle;
e così pure il serpillo, il sisimbrio, l'elenio e l' abrotano.
E tutte queste, perchè legnose e di piccole loglie, appar­
tengono alla classe dei suffru lici.
(2) Vi appartengono meùesimamento degli ortaggi,
come il cavolo, la ruta o altre simili piante ; e non sarà
forse men necessario discorrerne sotto prop1 i Litoli,
CAPITOW I. 21 1

quando tratte,·emo degli erbaggi e delle piante che ser­


vono a far ghirlande. Ora, in primo luogo, è da parlare
delle piante salvatiche. Di queste molte sono le specie,
come pure molti i generi ; per il che converrà dividerle,
e secondo lo singole specie, e secondo i generi comuni.
Principal differenza da notarsi noi g,•neri sommi pare
questa, che alcune piante hanno spine e altre no. Poi,
in ognuna di queste due classi, vi sono molte suddivi­
sioni e di generi e di specie ; e ci proveremo a dichia­
rarle, parlando de\\' una e dell'altra classe.
(3) Tra le spinose alcune sono propriamente tali,
come l'asparago e lo scorpione, perchè non hanno foglie,
ma spine soltanto. Altre hanno foglie aculeate, come l'a­
cano, l'eringio e il cartamo; e queste e altre simili piante,
per avere le spine nelle foglie, si domandano aculeate.
Alcm,e poi vicino alla spina hanno anche la foglia, come
I' onone, il tribolo e il reo, chiamato da alcuni stebe.
Il tribolo ha spinoso anche il peri carpio; proprietà che
lo distingue da tutte le altre piante. Del resto, hanno
rami spinosi molti alberi e arbusti, come il pero sal­
vatico, il melagrano, il paliuro, il rovo, il rosaio, il cap­
pero. E queste, in poche parole, sono le differenze che
si notano nelle piante spinose.
(4) Ma le piante senza spine non così facilmente si
posson dividere per generi ; chè infinita e indetermi­
nata è la varietà delle foglie, rispetto alla grandezza,
alla piccolezza e alla forma; onde bisognerà dividerle
in altro modo. E molti e ben diversi tra loro sono i ge­
neri di tali piante, come il cisto, il melotro, la robbia,
212 LIBRO SESTO

la spirea, il cneoro, l'origano, la timbra, lo sfaco, l'eleli­


sfaco, il prasio, la coniza, la melissa e altre simili. Inol­
tre ci sono le ferulacee e quelle che hanno il caule fl.
broso, come il finocchio, I' ippomaratro, la nariecia, la
ferula, il cosi detto miofono e va dicendo. E tutte queste,
e quante in una parola somigliano alla ferula, sono da
mettere nella classe dei suffrutici.

CAPITOLO II.

Nelle piante su mentovate le specie e le differenze


talora sono ben manifeste, talora incerte. Del cisto si
hanno due specie : il maschio e la femmina ; quello,
più grande, più duro, più pingue e coi fiori rossastri.
In tutt' e due le specie per altro i fiori somigliano alla
rosa salvatica, eccetto che sono più piccoli e senza
odore. (2) Son due le specie anche do! cneoro : il bianco
e il nero. Quello ha le foglie coriacee, bislunghe o di
una forma simile, press'a poco, alle foglie dell'ulivo ; il
nero le ha carnose come il tamarisco. Il bianco è più
basso e odoroso ; il nero senza odore. Amendue hanno
una grossa radice che va profondissima; e rami molti,
grossi e legnosi che cominciano da terra immediata·
mente o poco sopra. La pianta è legnosa e mollo pie·
ghevole, onde se ne servono, come dell'eso, per legare
e far fastelli. Germoglia e fiorisce dopo l' equinozio di
autunno, e sta in flore per un pezzo.
(3) L'origano se nero, è sterile; se bianco, fruttifero.
Anche il timo ha una specie hianca e una nera ; porla
CAPITOLO JJ. 213

molti fiori e fiorisce intorno al solstizio d'estate. Da esso


le api suggono il mele ; e dicono gli apicultori che dal
timo stesso si può argomentare se la raccolta del mele
sarà copiosa o no; chè, sfiorendo bene, se l' impromettono
copiosa. I fiori si guastano e periscono al venir delle
piogge. Visibile è il seme (econdo nella timbra e an­
che più nell'origano ; ma quello del timo non si discerne,
perchè sta quasi confuso col flore, onde si semina que­
sto, e la pianta nasce. (•) E tali fiori appunto cercano
e raccolgono quei che dall' Attica voglion propagare
altrove questa pianta. Ha poi questa singolarità, rispetto
non solo alle piante affini, ma anche alle altre, che non
nasce n� germoglia dove non soffia vento di mare ; per
il che non vivo nell'Arcadia; laddove la timbra, l'ori­
gano e simili altre piante vi crescono copiosamente
per tutto. Il medesimo si deve dire dell'ulivo, il quale
non par che cresca oltre a trecento stadi lontano dal
mare.
(5) Lo sfaco e l' elelisfaco diff'eriscono come una
specie dome.stica da una salvatica ; chè dello sfaco le
foglie son più lisce, più piccole e più ari,le ; quelle del­
l'elelislaco più ruvide. Due sono anche le specie del
prasio ; l'una ha foglie come un'erba, molto seghettate
cun intaccature ben appariscenti e profonde, e di que­
sta i vP.nditori di farmachi si servono per cerLi loro ri­
medi ; nell'altra specie le foglie son più rotondeggianti
e molto aride, come q uelle dello sfaco : hanno intacca­
ture meno sensibili e sono meno seghettate.
(6) La coniza altra è maschio, altra è temmina.
2U l,JÌIRO BBS'Ì'O

Ditferiscon tra loro come quelle altre piante che han


maschio e femmina; poichè la femmina ha le foglie piil
strette, è più serrata e in tutto più piccola : il maschio
è più grande ; ha più grosso e ramoso il tronco, le foglie
più larghe e più grasse, e porta un flore più bello.
Tutt'e due fruttificano ; ma germoglian tardi e tardi
fanno il frutto, cioè al principio di Arturo ; e dopo Ar­
turo lo portano a maturità. L'odore del maschio è grave,
acuto quello della femmina, e perciò uLile contro gli
animali nocivi. Così, dunque, queste e altre simili piante
sono ira loro diverse (per il sesso). Ma ce n'è di quelle,
e tra le nominate di sopra e anche tra le altre, cho non
hanno diversiià. di sesso ; e queste sono molte.
(1) Le ferulaceo che sono anch'esse suffrutici, com­
prendono parecchie specie. Intorno a riuesto dobbiamo
prima vedere ciò che è comune a tutte, e ciò che appar­
tiene al nartece (ferula) e alla nartecia, sia che formino
una merlesimaspecie e si distinguan solo per ]a grandezza,
sia che ne formino due, come vogliono alcuni. Ma in
vero il nartece e la nartecia esternamente non diffe­
riscono se non per esser quello molto grande, e pic­
cola questa. (B, Tutt'e due hanno un solo caule articolato,
e dai nodi spuntan le fogli e e alcuni piccoli rami. Le
foglie sono alterne : dico cosi, perchè non ispuntano
dalla stessa parte dei nodi, ma alternativamente. Ab­
bracciano in gran parte il caule, come le foglie della
canna, ma sono più inclinate, perchè più molli e più
grandi. Sono anche llnamente divise e quasi capillari.
Le più basse sono più grandi ; e a mano a mano che
CAPITOLO Il. 215

sorgono, decrescono. Il flore è giallo e piccolo : il frutto


simile all'aneto, salvochè più grosso. Il caule in cima si
divide in alcuni piccoli rami che portano il flore e il
frutto. Ma fiori e frutti si trovano anche nei ramoscelli
laterali, al tutto come nell'aneto. li caule è annuo. In pri­
mavera spuntano le prime foglie e poi il caule, come
nelle altre piante. Ha una sola e profonda radice. Tale
è la natura della ferula.
(9) Delle altre (ferulacee), alcune sono simili a questa
e hanno il fusto cavo, come la mandragora, la cicuta,
l'elleboro e l'anterico ; altre hanno il caule fibroso, come
il finocchio, il miofono, e altre simili. È singolare il
frutto della mandragora, perchè nero, fatto come un
acino d'uva e con un succo che sa di vino.

CAPITOLO III.

Pr�gevolissime e al tutto singolari sono le qualità


del silfio e del papiro egiziano: anche queste piante
ferulacee. Del papiro già si è parlato dove si trattava
delle acquatiche ; ora dobhiam parlare dell'altro. Il silfio
ha molte e grosse radici : il garobo come la ferula e quasi
della medesima grossezza. La foglia che chiamano ma­
speto, soroiglia a quella dell'appio. Ha un seme largo e
quasi fogliaceo ; e lo chiamano foglia. Come nella fe­
rula, il gambo è annuo. li maspeto che spunta al prin­
cipio di primavera, purga le pecore, le ingrassa di molto
e ne rende le carni di sapore squisito. Dipoi nasce il
gambo che si mangia cotto lesso, arrosto e in tanti altri
216 LtbRO SES'Ì'O

modi ; anche questo, secondo che dicono, purga i corpi


i primi quaranta giorni. (2J Il succo del silflo è di due
sorte : l'uno si estrae dal caule, l'altro dalla radice ; onde
quello lo chiamano caulia, questo rizia. La radice ha una
corteccia nera, la quale dev'csser tolta. Nelle incisioni si
osserva una certa misura; e s' incide solo quel tanto cho
par necessario, lasciando il resto per tagh successivi, chè
non si può fare il t aglio oltre a una data linea, nè più
incisioni di quelle che son prescritte, guastandosi il
succo puro e putrefacendosi, se si tiene in serbo per
qualche tempo. Quelli che lo portano al Pireo, lo pre­
parano nel modo seguente. Messo in un vaso, lo mescolano
con la farina e lo agitano per un bel pezzo; allora prende il
suo colore e, così preparato, si mantiene senza guastarsi.
In questo modo dunque si prepara e si taglia il silfio.
(3) Il silfio cresce in un largo tratto della Libia per
un' estensione, a quanto dicono, di più che quattro­
mila stadi ; e se ne trova moltissimo presso la Sirte che
guarda le isole Evesperidi. È proprio di questa pianta
fuggire i luoghi colti ; sicchè si va sempre ritirando dai
campi lavorati, come quella che non ha punto bisogno
di coltura e vuol vivere salvatica. I Cirenei dicono che
il silfio sia comparso sette anni innanzi alla fondnzione
della loro citt à ; e dalla fondazione di Cirene fino a Si­
monide, arconte di Atene, sono corsi al più trecento anni.
(�J Così questi raccontano. Dicono ancora che la radke
del silfio sia lunga un cubito o poco più ; e che dentro
abbia una specie di tubero, ma nella parte superiore e
quasi sopra terra. Questo tubero contiene il latte e da
OAPITOLO Ili. 217

esso nasce poi il caule o magidari e la così detta foglia


cho, in sostanza, è il some. Quando dopo la canicola
soffia un forte vento australe, i semi si spargono e da
questi nasce il silfio. Nello stesso anno si forma la ra­
dice e il caule; il che per altro non è cosa peculiare a
quest.a pianta, ma avviene anche in molte altre : salvo
che non si voglia intendere che il siltlo nasca subito
dopo sparso il seme.
t5J Ma la cosa singolare, diversamento da quel che è
stato dichiarato di sopra, è questa che, a quanto dicono,
si deve ogni anno scavare la terra intorno allo radici ; il
che non facendosi, la pianta produrrà certamente il seme
e il frutto, ma di qualità inferiore, come anche le radici;
le quali al contrario, dopo questa oporazione, diventano
m igliori in grazia del rimescolamento della terra. E ciò
il contro l'opinione di quelli che affermano il silfio esser
nimico della coltura. Le nuove radici, tagliate da poco o
messe nell'aceto, son buone da mangiare. Le foglie sono
di color d'oro.
'6) Diversamente da quanto s' è detto, vogliono al­
cuni che le foglie dol siltlo non purghino le pecore ; e
dicono che a primavera e nel!' inverno, menate a pa­
scolare sui monti, mangiano di queste foglie e di un'altra
erba simile al!' abrotano, le quali erbe, a quanto pare,
riscaldano e non purgano altrimenti ; tolgono però gli
umori e aiutano la digesLione. g se ci vanno pecore
o malate o non ben sane, presto guariscono o muoiono ;
ma por lo più guariscono. T_uttavia la cosa è ancora da
esaminare.
218 LIBRO SBSTO

(I) Il cosi detto magidari è un'altra pianta diversa


dal silflo, più porosa, meno acre e senza succo latticinoso.
Chi se ne intende la riconosce a prima vista. Nasce in
Siria e non in Cirene ; dicono che ce ne sia molta sul
monte Parnaso : alcuni la chiamano silflo. Se rifugga dai
luoghi colii, come il silflo, sarebbe da vedere ; come anche
se abbia qualche cosa di simile al silflo nelle toglie e
nel caule, e se veramente non ne sLilli nessun umore.
Queste adunque sono le qu�lità che fanno conoscere
la natura delle ferulacee.

CAPITOLO IV.

Seguono ora le aculeate, le quali essendo divise


in piante al tutto spinose e in quelle che hanno spinose
le foglie, delle une e delle altre parleremo separata­
mente. In terzo luogo si tratterà anche di quelle che,
oltre le spine, hanno le foglie, come il feo e il tribolo.
Il cappero ha questo di speciale, che non solo porta delle
spine nel fusto, ma anche nelle foglie. Tra que.te specie
che abbiamo distinto, moltissime sono le piante con le
foglie aculeate, pochissime quellP, al tutto spinose, delle
quali c' à ben poco da dire ; e, oltre ali' asparago e allo
scorpio, non è facile trovarne delle altre. (2) Queste due
piante fioriscono dopo l' equinozio d' autunno. Lo scorpio
porta il flore in un tumore carnoso sotto la punta della
spina; prima è bianco, poi diventa rossastro. L' aspa·
rago produco presso le spine come una piccola clava,
dalla quale spunta un fiorellino. Lo scorpio ha una sola
CAPITOLO 1\t. 219

radice e corta. L' asparago invece s' interna profonda­


mente con molte e fitte barbe, da formare nella parte
superiore un tutto continuo, donde spuntano i polloni
dei cauli; e da questo ceppo germogliano a primavera
e sono allora mangerecci, ma poi con l'avanzare della
stagione induriscono e si coprono di spine. I l!ori com­
paiono non solo nei nuovi cauli, ma anche nei più vecchi,
perchè durano più di un anno. Tale è la natura delle
piante al tutto spinose.
(3) Tra quelle che hanno le foglie aculeate, quasi la
maggior parte son del genere degli acani : dico del
genere degli acani, perchè il ricettacolo ov' è il flore o
il frutto è in tutte o un acano o in forma di acano. Dif­
feriscono del resto tra loro per la grandezza, per la fi­
gura, per il colore e per la copia o scarsità sia delle
spine sia delle altre parti. Da poche in fuori, come lo
strutio, il sonco e qualche altra, sono tutte della me­
desima nat.ura. In quanto al sonco, esso è spinoso, ma
non ha il ricettacolo dei semi simile alle altre. Si­
mile lo hanno tutte le seguenti piante, cioè l' acorna, la
leucacanta, il calceo, il cartamo, il poliacanto, l'atratti­
lide, l'onopisso, l'issine, il cameleone; salvochè questo non
ha le foglie aculeato, come le hanno lo scolimo, la li­
monia e altre non poche.
<4J Oltre a quanto è stato notato, differiscono tra
loro anche in questo, che alcune hanno più gambi e ra­
mosi, come l'acano ; altre ne hanno uno soJo e non ra­
moso, come il cartamo; altre poi hanno i rami in cima del
caule, come il ritro. Così pure alcuno germogliano su-
220 LIBRO SESTO

hito dopo le prime piogge, altre più tardi, altre I' e­


state, come la cosi detta tctralico, e I' issine. Medesi­
mamente varia il tempo della fioritura ; chè lo scolimo
fiorisce tardi e mantiene i fiori per un pezzo. (5) Dol­
i' acano non ci sono specie di verse, bensì del cariamo
che è salvatico e domestico. li salvatico è di due sorte :
I' uaa somiglia molto al domestico, ma ha il fusto
più diritto, por modo che in antico alcune donne
se ne servivano per Juso ; la ua frutto nero, grosso e
amaro. L'altra è irsuta, con i fusti simili a quelli del sonco ;
e si potrebbero dire prostrati, perchè essendo molli s' in­
clinano a terra. Il frutto è piccolo. Tutte hanno i semi
pelosi, ma con maggiore e più denso pelo la specie sai­
valica; la quale poi in confronto delle altre salvatiche
ha questa singolarità, cho dove quelle sono più dure e
spinose delle domestiche, questa invece è più molle e
più liscia.
(6) L'acorna è quasi simile, a primo aspetto, al car­
tamo domestico, ma ha i fiori di color giallognolo e un
succo grasso. La cosi detta atrattilide è più bianca di
questa e ha la proprietà cho, svelleadoae una foglia con la
parte carnosa aderente, ne cola un succo saaguigno ;
per la qual cosa alcuni la chiamano sangue. Ha odor
gravo e come di sangue ; matura tardi i frutti, verso
l'autunno, come in generale ogni pianta spinosa. Tutte
queste possono nascere di seme e di radice; e in modo
tale che corrP, assai breve tempo tra il nascere e il giun­
gere i semi a maturih\.
(7) Lo scolimo non ha solo questa particolarità che
CAPI'Ì'OJ,O IV. 221

la radice lessata o arrostita è buona da mangiare, ma


anche che è ottima quando la pianta fiorisce e che,
indurita, manda fuori un succhio latticinoso. È cosa sin,
golare anche la sua fioritura, perchè avviene verso il
solstizio.
(8) Carnosa e mangereccia è la radice del sonco. Il
ricettacolo non è a modo di acano, ma bislungo ; il che
è una proprietà del solo sonco Ira le piante dalle foglie
con aculei, all'oppostù del cameleone, il quale, non es­
sendo di foglie spinose, ha forma di acano. Invecchiando
il flore, forma il pappo, come nell'apape e in altre piante
simili. Fino all'estate prosegue a far bottoni, fiori e semi;
manda fuori un poco di umore e ha delle spine. La fo­
glia col disseccarsi si rammollisce e non punge più.
(9) L' issinc non cresce in molLa copia ; le sue foglie
partono dalla radice. Dal mezzo della radice, vien su un
capolino con i semi, grosso quanto un pomo e tutto ri­
coperto di· foglie. Dalla cima stilla una lagrima di grato
sapore, la quale si chiama mastice del cardo. Questa e
altre piante simili si trovano quasi in tutti i luoghi.
t!O) Il così detto cacto nasce solo in Sicilia e non
in Grecia; ed è una pianta tutta diversa dalle altro, po­
rocchè direltamente dalle radici emette dei cauli pro­
strati, e ha foglie l arghe e spinose. Questi cauli si chia­
mano cacLi e sono mangerecci, levata via la scorza.
Hanno sapore amarognolo e si conservano in salamoia.
(11) Un' altra pianta ha il gambo diritto e si do­
manda pternice ; è mangereccia anche questa, ma non
si conserva. JJ pericarpi o, nel quale sia il seme, ha forma
222 LIBRO 8BBTO

di capolino ; e, levati via i semi pelosi, è · huono da


mangiare e somiglia al germoglio di una palma : lo
chiamano scalia. Quesle sono le differenze che erano da
notare nelle piante che hanno le fogliA spinose.

CAPITOLO V.

Alcune piante oltre alle spine hanno anche le lo­


glic, come il teo, l'onone, la pantadusa, il tribolo, I' ip-
pofeo, il miacanto ......... (li reo l) ha le foglie carnoso e
suddivise, e molte barbe che per altro vanno poco pro­
fonde. Germoglia con le Pleiadi e con i primi lavori dei
campi ; e allora spuntano le foglie. Non è pianLa annua,
ma vive per un pezzo.
(2) li cappero ha inoltre questo di proprio che, come
è stato detto, ha spinose le foglie e spinoso il caule, di­
versamente dal fco e dall' ippofeo che hanno le foglie
senza spine. Ha una sola radice e basso e prostralo il
caule. Germoglia e fiorisce di estate, e mantiene verdi
le foglie fino alle Pleiadi. Ama i terreni sabbiosi e magri.
Dicono che non voglia nascere ne' luoghi coltivati ; ma
tuttavia cresce presso le città e in terre fertili, nè già
nei monti, come fa il silflo. Per il che quell'opinione non
è del tutto vera.
(3) li tribolo ha il pericarpio spinoso, ed è di due
specie : l'una ha le foglie simili al cece, l'altra spinose ;
tutt' o due sono prostrate e con molti rami. Quella che
ha le foglie spinose germoglia più tardi e nasce vicino
11,lle siepi che chiuclono le ville. Il seme d�l tribolo pri-
CAPITOLO V. 223

ma!iccio somiglia al sesamo, quello del tardivo è tondo,


nereggiante e chiuso in una capsula. E queste sono pre ;­
s'a poco le piante che, oltre alle spine, hanno anche le
foglie.
L'onone ha i ramoscelli spinosi ed è pianta annua.
Le foglie somigliano a quelle della ruta e spuntano in­
torno intorno al fust.o, alternandosi (con i fiori), per modo
che tutta la pianta ha forma di corona. I fiori sono ir­
regolari ; i semi stanno in baccelli senza tramezzi. (4) Cre·
sce nei terreni viscosi e lieti, massime dove si è semi­
nato o lavorato ; per il che è odiata dagli agricoltori.
Si estirpa con difficoltà; chè dove ritrova buon fondo di
terreno, caccia subito molto a dentro le sue radici, da cui
nascendo poi ogni anno lateralmente nuove barbe, l'anno
seguente si profondano ancor queste in ierra. Onde bi­
sogna sveller tutta la pianta, cosa che si fa bene in nn
suolo umido; e così facilmenLc si estirpa. Ma, se ne lasci
anche una piccola parte, vien su di nuovo. Comincia a
germogliar!' l'estate e si matura l'autunno. E da quanto
si è detto si conosce la natura dei suffrutici salvatici.

CAPITOLO VI.

Non c' è molto da ragionare int.orno ai suffrutici col­


tivati che si adoprano per le ghirlande. Ora ne parleremo
generalmente in modo da comprendervi tutte le specie.
Queste piante da far corone formane, una classe, mista
di suffru!ici e di erbe Perciò tratteremo anche di queste,
lacbndonc menzione quando sarà opportuno ; ma prima
221 LIBRO SB8TO

parliamo dei suffrutici. (2) Quesli si voglion dividere io


due categorie, secondo l'uso che se ne fa : di alcuni solo
il flore è utile, il quale o è odoroso come la viola, o senza
odore, come il fior di Giove e il Hogo. Di altri sono odo­
rosi i rami, le foglie e tutta inliera la pianta, come il
serpillo, l'elenio, il sisimbrio e ljimili. Gli uai e gli altri
appartengono ai suffrutici. Chè anche le piante pregiate
per i loro fiori, per lo più son di natura suffruticose ; o
ce n' è di annue e di perenni. È da notare per allro
che la viola nera è al lutto senza rami, con foglie che
si dipartono dalle radici e sempre verdi. Potrebbe anche,
a detia di alcuni, fiorire costantemente, se fosse colti­
vata in un certo modo ; e questa sarebbe una sua pe­
culiare proprietà.
13) Delle altro, o per dir meglio di lutie, la forma
intiera è comunemente conosciula ; quindi non dobbiamo
discorrere se non di quello che, per avvenlura, abbiano
di singolare. Alcune par che formino una sola specie,
altre che sian tra loro differenti. Di una specie sono le
legnose, come il serpillo, il sisirnbrio, l'elenio, che però
possono esser domestiche e salvatiche, odorose e senza
odore. Così pure non aman tutte la stessa coltura, lo
stesso terreno o lo stesso clima. Anche tra i fiori ce n'è
di quelli tutti di un modo, come la viola ne1·a, la quale
non pare che abbia le varietà della hianca che, come è
manifesto, prende diverse tinte. Il cri no varia anche più ;
chè, a detta di alcuni, talvolta è anche rosso.
! I • Molle sono lo specie dello rose che si distinguono
per la copia o scarsità, per l'asprezza o morbidezza delle
CAPITOLO VI, 225

foglie e per la bellezza del colore e soavità dell'odore. Le


più sono di cinque foglio, ma ce n'è di dodici, di venti o
d'un numero anche molto maggiore; anzi ce ne sono al­
cune chiamate di cento foglie, le quali crescono abbon­
dantemente presso Filippi, dove furon trapiantate dal
Pangeo che ne è feracissimo. Queste hanno le foglie in­
terno assai piccole, essendo tale la loro natura che le
foglie (del flore) stanno parte dentro, parte f�ori : non
sono poi nè odorose nè grandi. Delle rose più grandi, odo­
ratissime son quelle che hanno ruvida la parte inferiore.
,&l Ordinariamente, come si è detto, la bellezza del
colore e il grato odor delle rose dipendono dalla natura
de' luoghi; tuttavia ce n' è con odore e senza odore,
anche se cresciute in un luogo stesso. Odorosissime sono
le rose di Cirene; e perciò se ne fa un balsamo di una
fragranza straordinaria. Del resto colà, anche l'odor delle
viole e degli altri fiori è sincerissimo, massime del zalfe­
fano che è d'una qualità m igliore di tutte le altre. (6) La
rosa nas�e anche per via di seme, il quale è contenuto
sotto il fiore in un frutto dalla forma di cartamo o acano; e
ha intorno una certa lanuggine, sicchè somiglia ai semi
col pappo. Ma perchè, propagala a questo modo, cresce
lentamente, si usa, come è stato detto, tagliarne i ramo·
scelli e piantarli. Arsa e potata, produce rose migliori :
lasciata crescere, va in rigoglio e insalvatichisce. Biso­
gna anche trasporla spesso ; e cosi, dicono, fa i fiori più
belli. Le specie salvatiche hanno più ruvidi i rami e le
foglie, e i l fiore cli una ìinla men viva e più piccolo.
(7J La viola nera differisce dalla bianca come per
15
LIBRO SESTO

altre cose, così pure per la stessa forma della pianta,


avendo foglie larghe, prostrate e carnose, e molte radici.
(B) I erin i differiscono nel colore, come è stato detto
,li sopra. Per lo più hanno un sol gambo; di rado, due:
il che forse dipende dal terreno e dal clima. Ogni gambo
porta uno o più ftori : ramifica alla sommi là, ma di rado :
ha molte barbe, carnose e tonde. li frutto staccalo ger­
moglia e fa il tiare, ma più piccolo. Stilla pure dal gambo
un umore in forma di lagrima, i.\ quale si suol seminare,
come ò stato detto.
(9) li narcisso o giglio, poichè chi lo chiama con
l' uno chi con l' altro nome, ha foglie prostrate, simili
all'asfo<lelo, ma molto più larghe come quelle del crino. 11
caule è senza foglie, erbaceo, col flore in cima e, in una
membrana che ha forma di vaso, un frutto molto grosso,
nero e bislungo, caduto il quale, la pianta nasce senz'al·
tro. Tuttavia lo raccolgono per seminarlo; o piantano an·
che la radice che è carnosa, rotonda e grande. È pianta
tardiva ; chò fiorisce dopo Arturo e verso l'equinozio.
\IO) Il zalferano, come le nominate di sopra, è per
natura un'erba : ha foglio sottili e quasi capillari. Fio­
risce e germoglia assai tardi o assai presto, secondo
che si prendono le stagioni ; perchè fiorisce con le Ple­
iadi, ma per pochi giorni : mette il flore insieme con le
foglie e forse anche prima. La radice è grossa, carnosa
e al tulio vivace : ama di essere premuta e, calpestata
dal pierlc, il zalforano viene più bello. Perciò presso allo
vie e ne' luoghi battuti è bollissimo. Si propaga per
radice. Così dunque nascono queste piante.
CAPITOLO VI, 227
(Il) Gli altri fiori di cui s' è parlato di sopra, si se­
minano tutti, come la viola, il flor di Giove, l' iflo, il
flogo, l'emerocalle. Queste piante e le loro radici _sono
legnose. Si semina anche l'enante che medesimamente
è pianta da fiori. E queste e altre simili s' han da te­
nere come notevoli per i loro fiori.

CAPITOLO VII.

Tutte le altre piante fioriscono e fanno il seme ; ma


non si crede che lo faccian tutte, perchè non sempre il
frutto si vede bene; e in certe non si vede bene nem­
meno il flore. Quando alcune per via di seme vengono
lente e stentate, allora sì vuol piuttosto· moltiplicarle
piantandole, come ò stato detto da principio. (2) Alcuni
dunque affermano che tra queste piante ce ne sian di
quelle che non producono fruito dì sorta alcuna; e, aven­
dole spesso fatte seccare, tritate e poi seminate, non le
hanno vedute germooliar mai ; come è stato il caso del
serpillo, del!' elenio, del sisim brio, della menta, chè an­
che su questa han fatto l' esperimento. Ma ciò non
ostante la contraria opinione è più vera ; e c' è chi dice
,\i averne fatto la prova, e lo dimostra la natura stessa
,!elle piante salvatiche. In vero il serpillo è per natura
salvalico, e si pianta in Sicione, portato dai monti, e in
Atene dall' !metto. Altrove, come in Tracia, i monti e
i colli son pieni di serpi li� ; e (ne' monti) il sisimbrio e
altre piante esalano un odore acuto. In certi luoghi il
serpillo ha del tutto l' odore del timo. È dunque mani­
festo che tutte coteste piante devono esser nate dal semo.
228 LIBRO SESTO

(3) L' abrotono si moltiplica meglio per via di seme,


che per via di radice o di polloni ; ma anche di seme
viene con difficoltà. I polloni, come si fa nei giardini
di Adone, si metton dentro un testo in estate, perchè
l'abrotono teme molto il freddo ; e perisce anche facil­
mente, dove sia molto esposto alla sferza del sole. Quando
poi ha preso ed è cresciuto, diventa grande e forte e
come un arbusto, a mo' della ruta ; salvochè questa è
molto più legnosa, secca e squallida.
(4) L'amaraco si propaga per via di polloni e di
seme ; e di semi ne ha molti e odorosi d' un odor de­
licato. Si può anche trapiantare. L'abrotono pure ha molti
semi, e non senza odore : le sue radici sono diritte e
vanno molto a dentro ; ma propriamente non ha altro
che una grossa radice, dalla quale se ne diramano delle
altre (minori). Ma I' amaraco, il serpillo, il sisimbrio e
l' elenio alla superficie del terreno hanno radici molto
divise e intrecciate. Son tutte legnose, massime quelle
dcll'abrotono, per cagione tanLo della grossezza, quanto
dell' aridi tà.
(S) Del serpillo creseono i polloni in modo singolare
e possono allungrtrsi fp1anto si vuole, trovato che ab­
biano un appog�lo, o pianta.ti prP.sso una siepe, o in
basso no' pozzi dove crP.scono straorclinariamente. Di spe­
cie col Li vate non ce ne sono, come è stato detto ; ma bensì
di salvatiche. Chè del serpillo nato su i monLi ce n' è
una r1ualità che è simile alla timbra e ha un odore
acre, o un'altra di odore grato e più delicato.
(6) Il tempo della piantagione per la maggior parte
CAPITOLO VII, 229

di queste piante è l' autunno, e si proc11ra di piantarle


quanto prima si pub : per alcune anche la primavera.
Tutte vogliono l'ombra, J'un1idità. e il concimo ; ma il ser·
pillo tollera la siccHà e, tra tuUe le altre, ha men bi­
sogno di acqua. Ama poi molto il concime, massime
quello di cavalli, muli e asini. Dicono che bisogna
trapiantarlo spesso ; e cosi diventa più bello. Anche il
sisimbrio, se non è trapiantato, degenera, secondo cho
è stato detto.

CAPITOLO VIII.

Dei fiori il primo ad apparire è la viola bianca :


al principio dell' inverno, dove il clima è mite; dove è
più rigoroso, più tardi ; in � lcuni luoghi poi a primavera.
Insieme con la viola o poco dopo, fiorisce il cosi detto
flogino salvatico. Coteste piante pl'ecorrono di molto nella
ftoritura a tulle le altre, di cui si servono quelli che fanno
ghirlande. Dopo queste fioriscono il narcisso, il giglio,
una specie di anemone salvatica, detta montana, e i l
bulbocodio, chè ancor questo alcuni lo mettono nelle co­
r0ne. Inoltre l"enanle, la viola nera e, delle salvatiche,
l'elicriso, l'anemooe, detto pratense, il gladiolo, i)"giacinto,
e quasi tutte quelle altre pianto montane adoperate per
le corone.
(2) La rosa è più tardiva di queste ; sboccia per
ultima, erl è la prima a sftoriro tra i fiori di primavera,
on�e la sua fioritura è di breve durata. Anche tra le
salvatiche fioriscono lo altre solo per poco tempo, ec-
230 LIBR.O Bf.STO

cetto il giacinto non pur ealvatica, ma coltivato che dura


un pezzo, come anche la viola bbnca e piil ancora il
Jlogino. La viola nera, come è stato detto, ftorisce tutto
l'anno, quando sia ben coltivata. Così I' enante che è
pianta da ft0ri, ma erhacea per natura (ftorisce lunga­
mente), quando per altro i ftori siano stati staccati e levati
via, nè le si lasci fare il some e sit posta in luogo aprico.
Il flore è a grappolo e bianco come quello della vite sal­
vatica. Questi fiori dunque sono da dirsi primaverili.
tJ) Nell'estate fioriscono specialmenle la Jicn ide, il
fior di Giove, il crino, I' iflo e l'amaraco frigio. Aggiungi
quel che si chiama polo che è di due specie : l' una
col fi0re simile al giacinto, l'altra senza colore, bianca
e che si pianta presso i sepolcri. Questa specie viv� più a
lungo. Fioriscono in estate anche I' iride e il cosi detto
strulio che fa un flore bello a vedersi, ma non odor0so.
Fioriscono in autunno un'altra specie di gigli e il zaf·
ferano, così il montano che ò senza odore come il col­
tivato ; e la tloritura avviene alle prime piogge. 1'ra le
salvatiche ò utile anche il frutto dell' ossiacanta e il
flore della smilaco. (4) Tale ò la ftoritura delle diverse
stagioni.
V.a. in sostanza, non c'è nessuna stagione senza fiori ;
e lo slesso inverno, sebbene parrebbe dovesse essere
infecondo per cagione del freddo, pure ne ha, conti­
nuando la ftoritura d'autunno ; molto più poi, se l' inverno
è mite. Chè tutte le piante, o almeno la maggior parte,
proseguono a ftorire oltre il loro proprio tempo, massime
se il luogo è aprico. Da qui deriva una certa continui-
CAPITOLO VJIJ. 231

tà di fioritura. E questo era da dirsi intorno alle sta­


gioni e alla durata dei vari fiori.
(&) La viola bianca vive tre anni al più ; invec­
chiando, impiccolisce e fa i fiori più bianchi. La vita
della rosa dura in pieno vigore cinque anni, se non si
abbrucia ; ma con l'invecchiare, anch 1essa produce fiori
meno belli. In quanto poi alla fragranza delle rose, delle
viole e di qualunque altro flore, vi concorre assaissimo
il luogo e la qualità rlel clima adatto alla diversa na­
tura delle piante. Così in Egitto i fiori e ogni pianta,
anche se aromatica, son senza odore ; eccetlo il mirto
che esala una fragranza maravigliosa. E si racconta che
colà le rose, le violo e gli altri fiori compaiono un
due mesi prima che da noi e durano più dei nostri, o
non meno certamente. (6) Pare anche che una gran di­
versità nell' odore dipenda, come si è detto, dall' esser
l'anno così o cosi, non solo per l'abbondanza delle piogge
o µer la siccità, ma ancora per il cadere della pioggia
e lo spirar dei venti a tempo opportuno; e il medesimo
si dica di ogni altro fenomeno atmosferico. Ne' monti
ordinariamente, le rose, le viole e gli altri fiori man­
dano un odore assai meno grato.
Ed ecco esposta la sLoria delle piante che servono
a far corone, e, in genere, dei suffrutici.
LIBRO SET TIMO

CAPITOLO I.

Dopo le cose trattate di sopra, dubbiamo ora parlare


delle piante erbacee ; perciocchè di quo' generi, nei quali
nbbiamo diviso ogni maniera di piante, non rimane se
non questo che comprende gli erhagqi e lo frumentacee.
E trattando prima degli erbaggi, cominceremo dai col·
tivali, i quali per avventura son più noli che i salvatici.
Delle piante coltivate negli orti si fanno tre seminazioni;
e ogni specie di ert,aggi ha la sua nella stagione sua
propria. Una si fa nell' inverno, un' altra nell' estate e,
tra queste due stagioni, ce n'è una terza dopo il solstizio
<l' inverno.
12> Se non che, tal denominazione non rigu1trda la se­
minazione propriamente detta, ma il nascere e I' uso delle
varie piante ; poichè la vera semi nazione si fa in tempi
quasi al tutto opposli. E in vero la. seminaziono d' in­
verno comincia dopo il solstizio d' esta'.e, il mese di
Metagitnione, nol quale si semina il cavolo, il rafano,
la rapa e quegli erbaggi che possono seminarsi più
O•PHOLO I. 233

volte l'anno: ciò sono la bietol,1, la lattuga, l' cruca, il


lapazio, la senapa, il coriandre, l'aneto e il cardamo. E
questa si domanda la prima seminazione. La seconda si
fa dopo il solstizio d' inverno, nel mese di Gamclione, nel
quale si seminano e si piantano il porro, l'appio, il getio
e l'atrepice. La terza che si domanda di estale, si fa nel
mese di Muni�hione, nel quale si seminano il popone,
il cetriuolo, il blito, il basilico, la portulaca e la timbra.
Ma si fanno anche in ogni stagione più seminazioni di
una stessa specie di piante, come a dire del rafano, del
basilico e di altro. In ogni seminazione poi si seminano
quegli erbaggi che per l'appunto prendono il nome dal
poter esser seminati più volte nel medesimo anno.
(3) Queste piante non nascono tutte in un LOedc­
simo tempo, ma altre più presto, altre più tardi ; e tali
sono quelle che soglion germogliare con più difficoltà.
Nascono prestissfmo il basilico, il blito, l'eruca e, tra le
invernali, il rafano; chè vengon su dopo tre giorni circa.
La lattuga nascé il quarto o il quinto giorno ; il popone
e il cetriuolo, dentro cinque o sei giorni o, secondo alcuni,
sette ; ma prima e più facilmente, il popone. La porlu­
laca ha bisogno di maggior tempo : l'aneto germoglia
il quarto giorno, il cardarne e la senapa, il quinto ; la
bietola, d' estate il sesto e d' inverno il decimo; l'atrepice
l'ottavo, il cavolo il decimo. Il porro e il getio non na­
scono in uno spazio uguale di tempo, ma l'uno i11 di­
ciannove e, in qualche luogo, in venti giorni ; l'altro in
dieci o dodici. Il coriandre stenta a venir su, e i semi
freschi non germogliano se non inumiditi. La timbra e
2�4 LIHltO Sl!:ffUIO

l'origano voglion più di trenta giorni. L'appio stenta piil


di tutti ; e chi gli assegna il tempo più breve, dice
che nasce il quarantesimo giorno ; altri poi il cinquan ·
tesimo, e si semini pure in qual seminazione s' voglia.
(•> Per ordinario quelle piani.e che in diverse sta·
giooi si sogl ion seminare, non vengon su più presto, se
si seminano d'ostate ; e reca maraviglia il vedere come
la stagione e l'aria non ne affrettino punto il germo­
gliamento ; e il cattivo tempo e il freddo, e il cielo coperto
non lo ritardino. Perciocchè venuto dopo la seminazione
o un tempo fosco o un cielo sereno, i semi hanno germo­
gliato quando più tardi, quando più presto. C'è per altro
una differenza nella sementa delle diverse piante in
questo, che ne' luoghi aprichi e temperati germogliano
assai per tempo.
(5) Generalmente parlando, la causa di questi fatti
bisogna ricercarla in più cose ; cioè nella qualità stessa
dei semi, nella natura del suolo e del clima, nel iempo
in che si semina, il qual può essue tempestoso o se­
reno. Ma si vuole anche por mente in quali casi varia il
tempo del germogliamento e in quali no. Perchè alcuni
dicono che il rafano nasce il terzo giorno tarito in in­
verno, quanto in estate ; e al contrario, la bietola, come
è stato detto, varia secondo lo stagioni. Ed ecco quanto
riguarda il tempo del germogliamento.
(6) Anche dall'età dei semi dipende il loro germo­
gliare più presto o più tardi. Nascono presto i semi !ra­
schi del porro, del getio, del popone, e del cetriuolo : e
di questo alcuni li macerano prima nel latte o nell'acqua,
CAPITOLO I, 235

affinché germoglino anche più preslo. Ma altre piante,


come l'appio, la b:ctola, il cardamo, la timbra, il co­
riandro, l'origano, vengono più presto dai semi vecchi ;
chè dai freschi verrebbero con difllcoltà.. Nella bietola c'è
questo di singolare, che non nasce tutLa subito, ma molto
dopo seminata, parie nel secondo anno, parte nel terzo ;
per il che si vedon nascere pochn piante da molto seme.
(7) Ogni seme, quando cade maturo, si mantiene
fino al suo tempo, nè prima di questo germoglia; il che
è secondo legge di natura. E vediamo avvenire il me­
desimo nelle piante salvatiche, purchè il seme non si
sia guastato. La piena maturità. di ogni frutto si ha in
estate ; ma prima e più pronlamente maluran q uelli
che furono seminati prima. È da badare anche alla
stagione; chè gli ortaggi seminali ai di caldi, formano
il caule e fanno il seme più presto, come si vede nel
rafano e nella rapa. Alcuni non producono il frutto il
primo anno, ma il secondo, come l'appio, il porro, il
getio; e questi vivono per un pezzo, onde non si devono
dire annui. Ma cotesti erbaggi si seccano la maggior
parte, <lopo che hanno portato il some a maturità.
(8J Quasi tutte le piante che han formalo il caule
e maturati i frutti, danno compimento alla loro forma
esterna, con la produzione di ramoscelli dai lati de' cauti ,
eccelto per altro quelle che hanno un sol caule, come
a dire il porro, il getio, la cipolla e l'aglio. Tutte poi
amano l'ac,iua e il concime, massime quelle che sono
più delicate e hanno bisogno di maggior cura e di mag­
gior nulrimento.
LIBRO SETTIMO

CAPITOLO II.

Ogni pianta si propaga per via di seme ; alcune poi


anche per via di polloni, di ramoscelli e di radici. li
cavolo nasce per via di polloni, ma questi devono svel­
lersi con una piccola parte di radice. Vengon di ger­
mogli la ruta, l'origano, il basilico; e questo lo piantano,
tagliato nel mezzo, quando è alto un palmo e anche più.
Nascono di radice l'aglio, la cipolla, il bulbo, l'aro e, in
una parola, ogni pianta che ha la radice capitata. E a
questo modo si propagano anche quelle che hanno ra­
dici che vivono per un pezzo e i cauli annui. Che ogni
pianta poi possa venire di seme, è cosa manifesta ; e
così fa, sebbene alcuni lo neghino, anche la ruta, len­
tamente per altro ; o perciò si preferisce di moltiplicarla
per germogli. (2) Gli erbaggi che si riproducono per ra­
dice, hanno questa perenne, ma annuo il caule. Così
fatte radici germogliano lateralmente e si moltiplicano ;
e ciò non solo nelle piante domestiche e coltivate negli
orli, ma ancora nelle salvatichP,, come nel bulbo, nel
getio, nella scilla e in altre. Anche alcune di quelle
che non hanno la radice capitata, ma pure perenne,
come l'appio e la bietola, germogliano lateralmente e
producono radici, dallo quali poi nascono e foglie e cauli.
Il getio e il porro germogliano anch'essi dai lati, e dalla
parte di sotto generano un capo simile a un bulbo, <lai
qnale spuntano lo foglie, dopo seccalo il caule e rac­
colto il seme. Ma così fatti capi non servendo a nulla,
CAPITOLO H. 237

non si raccolgono per seccarli, e perciò non si piantano.


(3) Forse perchè cotesti erbaggi sono di una speci,1 alllne
e simili per natura alla cipolla, non c'è da far le ma­
raviglie se le radici di tutti quanti e domestici o salvatici,
quand' esse siano perenni e annuo il caule, mettono
lateralmente alle radici dei germogli, come è il caso nei
suffrutici e ·nei frutici. Ma nello cipolle, negli agli e nei
bulbi si produce un maggior numero di tali gerniogli.
La riproduzione adunque di cotesti erbaggi, come è stato
detto, avviene in tre modi : per via di seme in tutti ; per
via di cauli e di radici in quelli nominati di sopra.
(4) Tagliando il torso, quasi tutte !'erbe rimettono,
fuor che quelle che hanno il caule annuo. I cauli del
basilico, della lattuga e del cavolo, com'è chiaro, si ta­
gliano per l'uso che se ne fa. Dicono che i cauli della
laLLuga rimessi ,iano più dolci, essendo i primi lattigi­
nosi e amari come quelli che hanno troppa crudezza.
Altri, al contrario, affermano che questi secondi hanno
più quantità di succhi, ma paiono più dolci flnchè son
teneri. In quanto · al cavolo però, è certo che se mette
nuovi gambi, è di miglior sapore, purchè siano state
1evate via le foglie prima della formazione del gambo.
(5) Le radici di molti erbaggi sono durevoli, ma al­
cune germoglian di nuovo, altre .no. Il rafano e la rapa
durano tino all'estate e s' ingrossano, se ricoperte di
terra, il che qualche ortolano lo fa a bello studio ; ma
nè germogliano nè metton foglia, nemmeno se si leva
la terra accumulata sopra. Anche per altre erbe av­
viene lo stesso. Gli ortaggi hanno, la maggior parte, una
238 LIBRO Bi'M'IIIO

radice unica e grossa che va molto sotto ; e se ce ne


sono altre di uguale grossezza, come nell'appio e nella
bietola, queste derivano dalla radice di mezzo, e non
dal punto dove quella ha il suo principio. Dal llttono
unico provengono delle piccole barbe nel rafano e nella
rapa. E questi erbaggi sono a tutti noti p�r l'uso che
se ne fa.
(6) La bietola ha, come il rafano, un fittone lungo,
grosso e diritto. Questo produce grosse radici accessorie,
quando duo, quando tre, quando solamente una e sempre
con piccole barbe. La radice della bietola è c.trnosa, dolce
e gradevole al gusto, per il che c'è chi la mangia anche
cruda. La buccia non è spessa, nè si spicca come nel ra­
fano ; ma è piuttosto simile a quella dell' ipposelino. Allo
stesso modo l' atrepice ha una radice che va molto pro­
fonda e da questa ne nascono delle altre.
(7) Il lapazio più costantemente di tutti gli altri
erbaggi ha un solo fittone, chè non produce grosse radici
accessoràe, ma soltanto alcune barbicine. Questo fi ttone
va più sotto di tutti gli a!Lri ed è lungo più d' un piede
e mezzo. Più corto è quello del lapazio salvatico, il qual
produce anche molti cauli e u10Iti rami ; e come sia
cresciuto appieno, prende in tutto una forma simile alla
bietola. Il lapazio coltivato vive più a lungo del salva­
tico e di quasi tutti gli altri erbaggi ; e dicono che possa
durare quanto si vuole. Ha una radice carnosa e piena
di umore per il che, sterpaia, vive ancora un pezzo. Il
basilico ha una radice grossa che va mollo giù ; le altre
laterali sono sottili e lunghette. Alcune erbe poi, come
CAPITOLO Il. 239

il blito, non hanno quella radice solitaria diritta, ma


subito dal sommo ne formano molte grosse e più lunghe
di quelle dell'atrepice.
es) La radice più legnosa, e lo stesso si dica del
caule, di tutl, quanti gli erbaggi, è quella del basilico ;
chè cosi legnosa non l'hanno nè il blito, nè l'alrepice,
nè altre simili piante. In generale le rarlici sono car­
nose o legnose. Sono carnose le radici della bietola, del­
l'appio, dell'ipposelino, del lapazio, del rafano, della rapa,
e in ispecial modo di quelle che le hanno capitate, sic­
chè nemmeno secche diventano al tulto dure. Legnosa è
la radice del basilico, del blito, dell'atrepice, del!' eruca,
dell'apeto, del coriandro e, in una parola, di quante hanno
i cauti fibrosi. L'aneto e il coriandro hanno una sola
radice legnosa, ma nè lunga, nè con molte barboline
laterali. L'uno e l'altro poi mettono molti cauti e molti
ramoscelli; per il che, in nessuna di queste due pianto
la parte di sotto è per grandezza in proporzione con
quella di sopra.
(O) Le radici della lattuga e della portulaca sono
corte, tanto quella di mezzo, quanto le laterali. La lattuga
non ha propriamente radici accessorie, ma solo delle
barboline ; e perciò pare che più delle altre abbia una
sola radice. Tutte le piante estive hanno la radice corta;
come, per esempio, il popone, il cotriuolo e la zucca ;
e ciò così per causa della stagione, corno e forse anche
più, per la natura loro che si adatta alla stagione. La
lattuga trapiantala ha una radice più corta di quella
seminata, perchè la prima germoglia più ai !ali. Anche
240 LIBRO SETTIMO

la lattuga salvatica ha radici più corte della coltivata,


o cresce con molti cauli,

CAPITOLO Ili,

Ogni specie di erbaggi fa generalmente i suoi fiori,


tutti a un tempo stesso; ma il basilico, un poco per
volta : prima fiorisce la parte di sollo, poi, sfiorita questa,
quella di sopra, in guisa che ha una lunga fioritura, come
la fava o, tra !'erbe, il così detto eliotropio e altre piante
salvatiche. Anche la fioritura del popone dura un pezzo,
perchè germoglia di nuovo. I fiori di questo piante sono
quali biancastri, quali giallognoli, quali rossastri ; ma
non ce n' è punto di colori vivi.
(2) Varia è anche la forma dei semi ; i più sono tondi,
alcuni bislunghi, altri largbi in forma di foglia, come
quelli dell'atrepice che son simili ai semi del silfio; altri
sottili o lineari, come quelli del comino. Variano anche
nel colore, essendo o neri, o del color del legno, o bian­
cast1·i. Son tutti o dentro una siliqua, o nudi, o vestiti
d' una buccia o coronati da un pappo. Il rafano, la sa­
napa, la rapa hanno la siliqua; nudi sono i semi del
coriandro, del finocchio, dell'aneto, del comino ; il blito,
la 1,ietola, l'atrepice, il basilico li hanno chiusi in una
buccia; la lattuga, coronati dal pappo
(3J Tutti fan molti frutti e molti germogli ; ma più di
ogni altro è fruttifero il comino. Raccontano di questo una
cosa singolare, ed è che bisogna seminarlo tra mali au·
gurii e imprecazioni, se si vuole che cresca bello o co,
CAPITOl,O J[I. 241

pioso. Quasi tutti, ecceLto il comino, si seccano con dif·


flcoltà, diversamente dal frumento che appena maturo
si secca e cade. Anche più difficilmente si seccano i semi
che sono nella buccia, massime poi il hasilico. Tutti i semi
seccati riescono più fecondi ; per il che, dopo raccolti, si
suole seccarli.
(•) Quelle piante che producon molli frutti, fanno anche
molti semi ; e tra le più fruttifere è il basilico. Alcuni
erbaggi portano il frutto in cima, come il basilico, il
porro, la cipolla; alcuni piuttosto lateralmente, come il
rafano, la rapa e simili. AILri nell' un modo e nell'altro,
come il blito e l'atrepice, chè tutt' e due portano il frutto
anche ai lati ; e il blito poi ad ogni nodo ha i suoi se­
mi in forma di grappolo. Le piante naLe da semi
invecchiati, fanno più presto il gambo ; prestissimo poi
se son vigorosi, chè anche in questi c' è una certa età
di pieno vigore. Da ciò dipende anche la maggiore o
minor bellezza delle piante, quando per altro ci si ag­
giunga una conveniente coltivazione. Pare anche che
alcune piante crescano più belle e rigogliose se i semi
siano stati messi a mucchi; perciò il pol'ro e l' appio,
si seminano legandone i semi in pezze ; e così vengono
grossi.
(5) Anche lo spazio giova in qualche modo al cre­
scer delle piante. E in vero consigliano, quando si ha
da trapiantare l'appio, di fare con un piuolo una fos­
sicella, grande quanto si vuole che l'appio divenga grosso ;
e quando si semina, messo il seme in una pezza, fii
caccia dentro con· un piuolo, e il vuoto fatto si riem-
16
LlORO seTTl'.ldO

pie di letame e di terra. Alcune pianle imitano la stessa


forma del luogo dove sono ; cosi la zucca prende la fi­
gura del vaso nel quale è stata posta. Per alcune pre­
parazioni del seme si cambiano anche i sapori, come
avviene del popone, quando il seme sia stato macerato
nel latte. Ma queste cose apparlengonu forse più alla
coltivazione.

CAPITOLO IV.

Alcune pi�nte hanno più s1lecie, altre una sola. Il


basilico, il lapazio, i l hlilo, il cardamo, l'eruca, l' atre­
pice, il coriandro, 1'aneLo, la ruta ne hanno, a quanto
dicono, una sola. No formano parecchie il rafano, il ca­
volo, la bietola, il popone, il celriuolo, il cominu, l'aglio
e la lattuga; e le specie differiscono nelle foglie, nello
radici, nel colore, nel succo e in allre simili quali là,
(2) Cosi, per esempio, lo specie del rafano sono : i l
corinzio, il cleoneo, il liolasio, l'amoreo, il beozio. Il co­
rinzio cresce vigoroso e ha nuda la radice, la quale e
volta in su e non i n basso, come le altre. Il liotasio
che alcuni domandano tracio, resiste benissimo ai freddi
invernali. Il beozio ha un sapore assai dolco ed è di
forma rotonda e non lunga come il clconeo. Quei raran i
poi che hanno le foglie lisce sono più dolci e guslosi ;
e più acri quei che lo hanno ru,·iclo. Oltre a queste specie ,
ce n' è un' altra con foglie simili all'oruca. Queste sono
le specie ciel rafano.
(J) La rapa alcuni vogliono che abhia più specie
CAPITOLO IV, 243

altri no, ma che si distingua il maschio dalla femmina,


con tutto che nascano l'uno e l'altra del medesimo seme.
Per avere le femmine, i semi si gettano rari : se si get­
tano folti, nascono tutti maschi ; il medesimo avviene
se si semina in terreno cattivo. Per il che le piante da
cui si vuol raccogliere il seme, si traspongono, ponen­
dole rare. Si distingue a prima vista il seme buono dal
cattivo, essendo quello minuto, questo grosso. Amano il
freddo la rapa e il rafano ; e si crede che per esso di­
vengano più dolci e che nel tempo stesso aumentino nelle
radici piuttostochè nelle foglie. La rapa, se spirano i
venti australi e il tempo è bello, fa presto il caule. È
dunque necessario esaminar bene se le dilferenze (tra
maschio e femmina), con una si grande analogia, siano
sufflcientemenle determinate.
(4J Il cavolo è di tre specie : con foglie crespe, con
foglie lisce e il salvatico. Anche questo ha le foglie lisce,
ma piccole, tonde e in gran copia, molti rami e un succù
acre e medicinale, sicchè i medici lo prescrivono pel'
muovere il corpo. Nelle due prime specie pare che si
,lebbano notare altre dilferenze, chè e' è una sorta cli
cavoli, i quali o non fanno punto i l seme o lo fanno
cattivo. In generalo il c:wolo crespo ha un succo mi­
g-liore e foglie più grandi ciel l iscio. Anche tra le bie­
tole, la bianca ha un miglior succo della nera e pro­
rluce minor copia di seme. Questa specie alcuni la chia-
1nano siciliana.
(5) Il medesimo avviene della lattuga, chè piìt dolce
e piu tenera è la specie \>(anca. Se ne conoscono anche
244 LIBRO SETTIMO

altre tre specie, cioè : col torso largo, col torso tondo
e la laconica. Questa ha le foglie simili a quelle dello
scolimo, e un torso diritto, robusto e senza rami. Tra
le lattughe col torso largo, alcune lo hanno di tal fatta
da poter esser adoperato, a quanto dicono, negli usci
degli orti. Quella specie che ha molto succo, foglie pic­
cole e un torso bianco, somiglia alla lattuga salvatica.
(6J Le specie dell' appio differiscono nella qualità
delle foglie e dei cauli ; chè una specie ha le foglie folte
crespe e pelose ; e un'altra più rade e più larghe, e
più grosso il caule. I cauli ora sono biancastri, ora ros­
sastri, ora screziati ; e in sostanza tutte queste specie
sono simili alle salvatiche. In quanto al popone e al
cetriuolo, dicono che del primo ci siano diverse specie,
ma non del secondo, com' è il caso del rafano e della
rapa; in quell'unica specie per altro alcune piante ven­
gono meglio, altre peggio. Del popone si conoscono tre
specie : il laconico, il cilindrico e il beozio. Tra questi
il laconico riesce m igliore se annaffiato ; gli altri due
non hanno bisogno d'annaffiamento.
(I) Anche la cipolla e l'aglio hanno le loro specie.
Molte ne ha la cipolla : la sardia, la gnidia, la samo­
tracia, l'ascalonia che prendono il nome da' luoghi onde
provengono ; e poi la setania e la fissile. La setania è
piccola, ma assai dolce ; la fissile e l'ascalonia differi­
scono e per il modo della coltivazione e per la stessa
loro natura. Chè la fissile si lascia in inverno con la sua
chioma, senza fare altro ; in primavera le si levano le
foglie di fuori, e poi si ha· cura del resto. Alle foglie
CAPITOLO lV, 245

levate via ne succedono delle altre, e la parte di sotto


si divide, e di qui hanno preso il nome. Alcuni vo­
gliono che a ogni sorta di cipolle si debbano levar le
foglie, acciocchè tutto il vigore della pianta abbia da
concentrarsi nel capo e non vada in seme. (8) Le asca­
lonie hanno propria natura, poichè queste sole non si
dividono, e sono come sterili dalle radici ; non crescono
nè si molliplicano da sè, per il che non si pongono ma
si seminano ; e si seminano tardi verso la primavera e
poi quando germogliano, si traspongono. Cosi maturano
presto per modo che si cavano insieme con le altre e
anche prima. Lasciate por un pezzo in terra, s' infraci­
dano. Piantate, vanno in gambo e in seme, e poi inva·
niscono e si seccano. IO) E tale è la natura di queste
cipolle.
Alcune differiscono anche nel colore. Cosi in Isso ce
n'è di quelle che, simili in tutto alle bianche, sono per
altro di una bianchezza maggiore : le vogliono simili
alle sardie. Le cretkhe sono di una natura singolaris­
sima, e in un certo modo somigliano alle ascalonie,
quando pure non siano con esse una stessa cosa. Chè
iu Creta ce n'è una specie che, seminata, forma la ra­
dice ; piantata, va tutta in gambo e seme, e non forma
il capo ; il succo poi è dolce. Questa specie in somma
ha una natura quasi contraria alle altre; (IO) perchè tutte
le altre, piantate, vengono più belle e crE>scono più presto .
Tulle si piantano dopo Arturo, quanclo la terra è ancor
calda, acciocchè le pianticelle possano godere delle
piogge autunnali. E si piant�no o tutte intiere, o con
24d LIRRO BKTTIMO

i capi divisi. Il germogliamento poi non avviene nello


stesso modo; ché dalla parte di sotto si forma la cipolla
e al di sopra - crescono solo le foglie. Tagliate vertical­
mente, non possono più germogliare.
Il così detto getio è quasi senza capo e ha il collo
lungo ; germoglia dalla cima di <1uesto e spesso si sega
come il porro. Perciò si semina e non si pone. E queste
sono press' a poco le specie delle cipolle.
(11) L'aglio si pianta o un poco prima o dopo il sol­
stizio, diviso n spicchi. Può esser tardivo e primaticcio ;
e ce n'è una specie che matura in termine di sessanta
giorni. Differiscono gli agli anche per esser grossi e
piccoli ; e cc n' è di una gros:rnzza straordinaria, come
in singolar modo il cosi detto ciprio, il quale non
si cuoce ma si adopra per una certa salsa; e nel pe­
starlo è cla maravigliare quanta schiuma faccia. C'è an·
che una specie di aglio che non ha spicchi. La dolcezza,
l' odore, la grossezza sono qualità che ordinariamente
dipendono ,lai terreno e dalla cultura, come nello altre
piante. L'aglio nasce anche di seme e giunge a maturità,
ma tardi ; chè il primo anno fa il capo g· 1·osso quanto
un porro, il secondo si divido in spicchi, il terzo è per­
fottamcnte maturo; e non è punto inferiore a quello che
si pianta, anzi dicouo certi che sia migliore.
(12) La formazione delle radici non avviene nello
stesso modo nell'aglio e nella cipolla. Poichè quando lo
spicchio clcll' aglio s'è gonfiato, si torce tuUo, s' ingrossa
e si divide in nuovi spicchi ; o cosi <li uno se ne lanno
più e il capo è formato. La cipolla invece fa subito dalla
CAPITOLO IV. 247

radice un capo dopo l'altro, come il bulbo, la scilla e


altre simili piante. L'aglio e la cipolla, non raccolti ma
lasciati in terra, s_i moltiplicano senz'altro. Dicono che
l'aglio e la cipolla anche sul fusto producano agli e ci­
polle. E intorno alla generazione basti quanto si è detto.

CAPITOLO V.

Ad eccezione della ruta che non vuol essere conci­


mai a, tutti gli altri ortaggi amano l'acqua e il letame :
gl' invernali non meno degli estivi, e i deboli come i
robusti. Lodano massimamente il cuncime mislo ; e di­
cono cattivo quello dei giumenti, perchè non trattiene
che pochissimo l' umidità. Vogliono che il concime si
sparga insieme col seme; ma alcuni lo spargono sul
terreno già seminato. Si servono anche degli escre­
menti umani freschi, diluiti. Amano l'acqua gli ortaggi
invernali più degli estivi, i deboli più dei robusti e così
quelli che han bisogno del massimo alimento. La cipolla
e il geti o vogliono anch' rssi 1 ' acqua, !iebbene alcuni
rlicano che non ee ne sia più bisogno, quando l'abbiano
avuta da principio due o tre volte.
(2) Le migliori acque sono le putabi li e le fredde ;
le peggiori, le salse e quelle che con difficoltà cvaporiz­
zano. L'acqua che passa per i canali, non è buona ; per­
chè porta semi di erbacce : ottima è la piovana e si
crede che disLrugga ceri.e bestiuole che mangiano i germi;
ma alcuni dicono che non giovi nè ai poponi nè alle
cipolle. Le allre piante si annaffiano il mattino o verso
248 LIBRO BE1TIMO

sera, alfinchè l'acqua non si riscaldi al sole ; ma il ba•


silico ancora di mezzogiorno, perchè tengono che nasca
più presto quando da principio sia stato adacquato nel
caldo. Si crede che sia utilissima la lnolLa acqua, mas­
sime dove è stato messo il concime abbondantemente,
chè gli erbaggi spesso mostrano aver bisogno di ali­
mento; e ciò conoscono assai bene gli ortolani esperti.
(3) Tutte le piante che si traspongono, di ventan più
belle e più grandi ; e dall'essere trasposti, dipende la
grossezza dei porri e dei rafani. Specialmente poi si de·
vono trasporre le piante destinate pel seme. li getio, il
porro, il cavolo, il popone, l' appio, la rapa, la lattuga e al­
tre, reggono assai bene a questa operazione, ma alcune
piante non cosi. Tutte poi vengono più bélle e grosse, se
i semi siano stati ficcati in terra piutLosto che sparsi.
(4) Lo bestiuole che vivono sopra gli erbagg·i, sono :
nel rafano le psille, nel cavolo i bruchi e i verm i ; e nella
lattuga, nel porro e in molte altre pianto, i prasocuridi.
Per distruggere questi ultimi si getta lor sopra un muc­
chio "di fieno mezzo secco o anche di concime, perchè
coteste bestiuole, amando il concime, non pure vi si cac­
cian dentro, ma vi si annidano, per la qual cosa è fa­
cile il pigliarle, chè diversamente non si potrebbe. Per
le psille de' rafani basta seminarvi in mezzo l'ervo ; ma
per impedire che nascano i bruchi, dicono che non c'è
rimedio. Il basilico intorno al nascimento della canicola
impallidisce, e il coriandro si copre di salsugginc. Da
quanto è stato <letto si può conoscere a che cosa vadan
soggetti gli ortaggi.
CAPITOLO V, 249

(5) In quanto ai semi, alcuni si mantengono bene,


altri no. Si mantengono quelli del coriandro, della bie­
tola, ciel porro, del cardamo, della senapa, della ruchetta,
della timbra : in una parola, tuLti quelli di sapore acre.
Più deboli sono i semi del getio, che durano assai poco,
dell'atrepice, del basilico, del cetriuolo, del popone : in
soslanza, gli staterecci più dei vernerecci. Non ce n'è
alcuno che oltre a quattro anni sia ancor buono per la
sementa. li migliore è quello di un anno ; quel di due
e di tre non si può dir cattivo, ma diventa veramente
cattivo di là da questo ternpo.
(6) A uso di cucina per altro, sono buoni più a lungo ;
solo è da notare che necessariamente diventan deboli e
svaporando ed essendo rosi dai vermi. Il ma{lgior guasto
è prodotto dagl' insetti che s' ingenerano in tutti i semi,
anche so di sapore acre, eccetto il popone. Svaporanclo,
si fanno amari al gusto ; e perciò men buon ! per l'uso
che so ne vuol fare.
E intorno ai semi e, in una parola, intorno ag!i or­
taggi, sia sufficiente quanto è stato detto fln qui.

CAPITOLO VJ.

Ora con lo stesso metodo prenderemo a parlare delle


piante salvatiche e dello così dette di campo, alc:me delle
quali hanno il medesimo nome delle coltivate. Poichè
tutte le specie delle coltivale si trovano anche allo stato
silvatico ; e molte di queste hanno una forma simile alle
domestiche, salvochè le foglie son più piccole e più
LIBRO 8E'rl'IMO

l'Uvide o cosi i c:i.uli ; e hanno succhi assai più acri o


forti, come, per esempio, la timbra, l' origano, il cavolo
e la ruta. E se il lapazio salvalico è piil grato al gusto
che il domestico, ha tuttavia un succhio piil acido; e per
quest<J massimamente d ifferisce dall'altro. Oltre a ciò, le
salvatiche sono più ari<le delle coltivate e forse per ciò,
sono, la maggior parte, più acri e più robuste.
(2) Il cavolo salvatico ha questo di proprio rispetto
alle altre piante salvatiche, che i suoi torsoli son più
tondi e più lisci della specie colLivata ; e il picciuolo
delle foglie è piatto, diversamente dal coltivato, che l'ha
tondo, e le foghe stesse meno angolose. Le altre piante
salvaticho invece sogliono avere più ruvidi i torsoli e le
foglie. La rapa ha una radico lunga come il rafano e
corto il gawbo. La lattuga salvalica ha le foglie più
corte della sativa : cresci uta . appieno, diventa spinosa
anche nel caule. Ha un succo acre e medicinale. Nasce
nei campi : il succo si raccoglie al Lempo uella mietitura,
e <licono che abbia la virt1ì di guarire l'idrope, liberar
gli occhi ù:illa caligine e dall'argcma, se si dia mesco·
lato con latte di ,\unna.
t3J L' ipposelino, l'appio di palude e l'appio montano
differiscono tra loro e dall'appio coltivalo. L'appio di
palude che nasce presso gli ac,1uouotti e nelle paludi
ha foglie rade e non irsute, e somiglia in qualche modo
all'appio coltivato nell' otlorc, nel succo e nella forma.
L'ipposelino ha foglie simili ali' appio di palude, ma è
irsuto ; ha un grosso caule e una radice grossa. e nera
come il rafano. :,;ero b anche il frullo o pii, grosso di
CAPITOLO VJ. 251

quello dell'ervo. È utile al pari dell' appio di palude,


per la stranguria, dato in vino bianco dolce, e per il
mal di pietra. Nasce da per tutto. Si forma in esso an­
che una lagrima simile alla mirra : anzi dicono alcuni,
che sia propriamente mirra. (4) L'appio montano diffe·
risce dagli altri anche pii.i ; chè ha le foglie simili alla
cicuta, una radice soltile, e il trutto come quello del­
l'aneto, ma piu piccolo, il quale lo danno in vino bru­
sco per regolare i mestrui.
Ci sono poi delle piante salvatiche che non si pos­
sono in verun modo paragonare con le coltivate, rispetto
ai succhi e alle virtu loro, come, per esempio, il pc pone
salvatico col domestico ; e tulta la somiglianza consiste
nella forma esterna, come, tra le piante da far ghirlande,
le foglie della viola salvatica. E questi sono i caratteri
delle piante di cui abbiamo parlato.

CAPITOLO VII.

Dopo ciò dobbiamo discorrere delle così dette erbe


de' campi e, in genere, dell'orbe che non sono da man­
giare. Noi chiamiamo erbaggi quelli che si coltivano
per nostro uso; ma in senso lato sotto un� tal clenomi­
nazione si comprendono anche dell'erbe campestri, per
il che si dovrà ragionare anche di queste.
Così sotto il nome di erbaggi s' intendono anche la
cicoria, l'apape, Ja condriHa, l' i pccheri, l' erigero e, in
una parola, tutte quelle che si domandano cicoriacee in
grazia della somiglianza delle loro foglie ; chè tutte le
252 LIBRO BBTl'JIIO

hanno simili a quelle della cicoria. Lo stesso si dica


del caucali , dell' antrisco e della menta degli orti. Altri
poi ne contano a migliaia di così falle piante, tra cui
la scandice e quante han forma di scandice, il trago­
pogono, che alcuni domandano chioma, il quale ha una
radico lunga e dolce, foglie simili al zafferano, ma più
luoghe, e un caule co1-to con sopra un grosso calice che
porta un gran pappo bianco, donde gli è venuto il nome
di tragopogonf\, ossia barba di becco.
(21 Cosi a!Lre piante che appa rtengono alla mede­
sima classe, hanno dei succhi che se rvono di alimento,
ma quali crudi, quali cotti. Hanno bisogno di cottura,
per esempio, la malva, la bietola salvatica, il lapazio,
l' ortica e il partenio. I.o stricno, che alcuni dicono utile
per il mal tli legato, si mangia :tnche crudo. E ce ne
sono molle altre di così latte, tra cui il corcoro dive­
nuto proverbiale per la sua amarezza, e che ha le foglie
simili al basilico. Tutte queste piante o sono annue o
hanno il caule annuo ; chè alcune si seccano :1ddiriilura,
tli altre si mantiene la radice per un pezzo ; e queste
non sono poche.
13) Alcune nascono di radice e di seme, altre solo
di seme, se pure non ce n' è di quelle che vengono spon­
laneamente. Queste e altre germogliano alle prime
piogge dopo l' equinozio, come l'apape il cinopc e quel­
l'erba che alcuni domandano bu preste, ovvero dopo le Ple­
iadi, come la cicoria e la maggior parlc delle cicoriacce.
Alcune fanno il flore insieme con le foglie, come l'afta;
altre non mollu dopo, come l' anemone ; altre poi al ca-
CAPITOLO vn. 258

minciar del! , primavera mettono cauli e fiori, come la


cicoria, le cicoriacee e, Ira le spinose, quelle che ap­
partengono al genere degli erbaggi.
(•l Grande è la varietà dei fiori, come è stato dichia­
rato di sopra. Le piante quasi tult� fanno i loro fiori :
dico quasi, perchè alcune non ne fanno punto, coioe è
il caso dell' epipetro. Quelle che producono insieme flore
e gambo, sfioriscono presto ; eccetto l' apape, la quale,
invecchiato il primo flore, ne mette successivamente de­
gli altri; e questo fa per tutto l' inverno e la primavera
fino ali' estate. Dura molto anche la fioritura del!' eri­
gero. Non cosi le altre piante ; come, per esempio, il zaf­
f;rano tanto l' odoroso, quanto il bianco e quello con le
spine, tutl' e due senza odore.

CAPITOLO Vlll.
Una differenza comune a tutte I' erbe è questa, che
alcune hanno il caule dirilto e con nervi; altre, prostrato,
come la malva, la scandice, il popone salvatic0, molto più
poi l'eliotropio ; e tra le spinose, il tribolo, il cappero e
molte allre, nelle quali ci sarebbe da notare non poche
differenze. Alcune piante si appoggiano ad altri tronchi
e, quando non trovano dove appoggiarsi, distendono il
caule a terra, como l'epeline, l'aparino e in genere tutte
quelle che hanno un sottil g'lmbo, molle e lungo; per il che
queste crescono per lo più vicino ad altre piante. La
qual cosa si osserva non pure nell, erbe e ne' suffrutici,
ma anche nei frulici ; e in vero l'edera e molto più la
smilace s' appoggiano agli alberi.
l!54 LIBRO SE"l'TIIIO

(2) Oltre a ciò l'erhe, alcune crescono con più cauli,


altre con uno solo, e queste con uno solo ora lo hanno
non ramiflc.ato, ora si, come, tra le coltivate, il rafano
e alcune altre. Quelle con più cauli li hanno per lo
più prosl.rati ; e al contrario diritti, quelle che ne hanno
uno solo o pochi. Non sono ramificato I' erbe col caule
liscio, come a dire la cipolla, il porro e l'aglio ; il che
è proprio anche delle coltivate. E tra queste ce n'll con
cauli diritti e con inclinati.
(31 Un'altra differenza nelle piante erbacee è anche
< 1 uesta, che alcune hanno le foglie basilari, altre lungo
il fusto, altre finalmente in tult'e due i modi. Le hanno
basilari il coronopo, l'antemo senza fiori a lin�uetta, l'an­
cusa, la poa, l'anemone, l'apargia, l'arnoglossa, l'at)ate.
Con foglie lungo il fusto c'b la crepide., l'antemo con fiori
a linguetta, il loto, il leucoio : nell'un modo e nell'.•.ltro la
cicoria, la quale lungo i gamhi, insieme con i ramoscelli
porta dei fio ri. Anche alcune piante con foglie spinose,
purchll non troppo, come, per esempio, il sonco, appar­
tengono a questa classe.

CAPITOLO JX.

Altre poi sono sterili, altre fruttifere. Per ordinario,


tra le piante erbacee ce n'è di quelle che giungono solo
alla produzione delle foglie, dove altre fanno il gambo
e il flore, ma non il fruito. Altre producono anche il
frutto, come quelle che sono per natura perfettissime ;
e in alcuni casi, come avviene negli alberi, portano i
CAPITOLO IX. 255

frutti anche senza flori. E nelle foglie ci son dilferenze


non punto minori, ma anzi maggiori che negli alberi ; e
ce ne sono anche tra le foglie di questi e quelle delle
erbe. La principal clilferenza è che alcuno foglie sono
attaccate al fusto col picciuolo, altre sono sessili, al!re
inserite in una certa appendice del caule. li germoglia­
mento di a•cune comincia col fusto ; ma più spesso
con le foglie, le quelli ordinari'lmente fin dal principio
sono grandi e al tutto mangerecce. Negli alberi le foglie
producono prima come un piccolo gambo.
(2) Anche ne' flori ci son mollo differenze, essendo
negli alberi per lo più bianchi o alquanto rossastri, o
color d'eÌ'ba, o verdastri, ma non mai di tinte vivaci ;
nelle erbe al contrario sono di molti e svariat.i colori,
ora tutti uguali, ora misti ; e ce n' è di odorosi e senza
odore. E dove gli alberi producono molti IIÒri insieme,
queste invece pochi per volta, secondo che è stato detto
del basilico ; ond' è che durano a fiorire un bel pezzo,
come fanno, per tacere di molte altre, l' eliotropio e la
cicoria.
(3) Ci sono anche nelle radici molte ,lifferenio e tali
che appaiono in certo modo più manifeste. Così alcuno
sonry legnose, altro carnose e fll}rose, come, ira le piante
coltivate, il frumento e parecchie graminacee. E tutte
queste differiscono nel colore, nell'odore, nel sapore, nella
grossezza; chè ce n' è delle bianche, delle . nere e delle
rosse, come nell'ancusa e nella robbia ; delle giallastre
e del colore del legno. Sono pure ora dolci , ora
amare, ora ac!" · , ora di buono o di cattivo odore, e al�
LIBRO 81!:"n'UIO

cune anche medicinali, come è stato detto in altro luogo.


(4) Anche le stesse radici carnose differiscon� le une dalle
altre ; chè ce n· è di tonde, di bislunghe, in forma di
ghianda, come quelle del\' asfodelo e del zafferano ; di
squamose, come nel bulbo, nella scilla e in quante so­
migliano al bulbo ; così pure nell:i cipolla, nel getio e
in altre simih. Alcune son lisce, fragili, al tutto molli
e quasi senza buccia, come, per esempio, nell'aro ; altre
poi hanno la buccia sopra la carne, come la radice del
ciclamino e della rapa. Non tutte le radici odorose o
dolci o grate al gusto sonu anche buone da mangiare ;
nè le amare, nocive ; ma sono mangerecce tutte quelle
che, dopo gustate, non recano al corpo verun no�11mento.
E in vero alcune radici dolci producono morte e malat­
tie, dove ali' incontro altre amare e di cattivo odore sono
giovevoli ; (5 e tale è anche il caso delle foglie e del
caule, coma nell'assenzio e nella centaurea.
Cosi fatte piante differiscono anche in quanto al tempo
del germogliamento e della fioritura, il quale per alcune
può essere o al principio del\' inverno, o a mezzo in­
verno ; e per altre o in . primavera, o in est.ate, o in
autunno. Del pari anche i frutti sono in alcuno piante
mangerecci e pieni di succo ; e cosi pure le foglie, i semi
e le radici ; e i succhi stessi variano, potendo essere
acidi, piccanti, dolci, aspri e di altri sapori che hanno
o in modo aSsoluto, ovvero più o meno.
E in questo cose consistono le differenze (dell' orbe).
CA..PITOLO X. 257

CAPITOLO X.
Avendo ogni pianta la stagione propria pel germo­
gliamento, per la fioritura e per la maturazione dei
frutti, non ce n'è nessuna che, nata dalla radice o dal
seme, germogli innanzi tempo ; chè tutte attendono la
lor propria stagione, nè un tal ordine s'altera punto per
cagion delle piogge. Alcune, germogliano e fioriscono
a estate inoltrata : per esempio, lo scolimo e il popone
salvatico, come tra i sutfrutici abbiam detto della co­
n izza, del cappero e di altri ; e non c' è pianta alcuna,
nemmeno tra questi, che fiorisca e germogli innanzi al
suo tempo.
(2) Una differenza tra !'erbe e gli alberi parrebbe
consistere anche in questo, che gli alberi tutti al tempo
stesso, o a breve intervallo o per lo meno nella me­
desima stagione , fioriscono ; l' erbe al contrario in
vari tempi, o, per dir meglio, in ogni stagione, germo­
gliano e più ancora fioriscono, in guisa che se uno vi
pone ben mente, vedrà che quasi è continuo per tutto
l' anno e il loro germogliamento e la fioritura; e le
une succedendo alle altre, occupano tulle le stagioni.
Così, per esempio, dopo l'apape vengono il zafferano,
l'anemone, l'erigero e altre piante invernali : dopo que­
ste, le primaverili, (le estive) e le autunnali.
(31 Molte piante, come si è detto, perchè fioriscono
parte per parto, prolungano il tempo della fioritura, In
questo modo fioriscono, per esempio, l'apape, l'onochila,
la cicoria, l'arnoglossa e altre. A cagione poi di cotesta
17
258 LIDRO SETTIMO

continuità e del succedersi le une alle altre nella fiori ­


tura, certamente non è facil cosa definire per alcune,
quali abbiano un germogliamento precoce e_quali tar­
divo, salvo che non si voglia stabilire un qualche prin­
cipiei di anno col principio di una qualche stagione.
(4) E le generazioni e le stagioni non si posson poi
con precisione determinare, quando dopo la maturazione
de' fruiti ci siano di nuovo altri principii di genera­
zione ; il che per lo più suole avvenire passalo l'equi­
nozio d' autunno. Poichè allora già la maggior parte
de' semi e moltissimi frutti di alberi sono pienamente
maturi ; e avviene un certo mutamento (nella stessa
pianta) e nella stagione. Quelle piante poi che, non com­
piuto il loro sviluppo nè maturati i frulti, sono sorprese
(dall' inverno), è naturale che (non) possano germogliare
(nè) floriro (nè) porlaro i fru tti a malurilà nel tempo
loro proprio ; per il che avviene che altre fioriscano nel
solstizio, altre ne' giorni del Cane, allre dopo Arturo e
l' equinozio d' autunno.
(5) Queste coso sono come generali osservazioni per
determinare il principio (di cui si è parlato di sopra).
È poi manifesto che ci sono anche alLre maggiori o non
minori differenze ; poichè alcune di quest' erbe sono
sempre verdi, come il polio, l'eliulropio e l'adianto.

CAPITOLO Xl.
Definite così queste cose attinenti alle differenze ira
erba ed erba, e detto in quali (erbe) siano e come, è da
parlare ora della storia delle singole erbe, (esponendo
CAPlTOI.O :I.I. 259

prima cib che è loro comune) e non quel che appartiene


alla propria natura di ciascuna. lnlendo dunque di par­
lare delle spigale, di quelle che sono in forma di scandice
e di altri generi che offrano caratteri a tutte comuni 0
da potersi sensibilmente riconoscere o nelle foglie, o nei
Oori, o nelle radici, o ne' frutti. Poichò dalle parti che
son manifeste, si devono desumere le divisioni, come an­
che dalle radici.
(2) Appartengono alle spigale quell' erba chiamata
da alcuni cinope e che comprende molto specie, l' alope­
curo, lo stelefuro chiamato da chi arnoglossa, da chi
ortige. Simile a questa è in certo modo anche la trial­
Iide. Queste piante son semplici e press' a poco tutte
d' una forma, senza spighe acute nè aristate. L' alope­
curo poi ha la spiga molle e lanuginosa, simile a coda
di volpe, onde ha preso il nome. Ali' alopecuro è anche
simile lo stelefuro·; se non che questo non fiorisce parte
per parte come quello, ma con tutta la · spiga in una
volta, come il grano ; e come il frumento hanno un flore
lanuginoso l'uno e l' altro. Somiglia poi in tutta la
sua forma al frumento, salvo che ha le foglie più
larghe. Si dica lo stesso di tutte l' allre piante spi­
gate.
(3) Tutte le cicoriacee hanno foglie annue che ven­
gono dalla radice : germogliano dopo le Pleiadi, eccetto
l'apape. Dilferiscon per altro assaissimo Ira loro nei
ciiuli e nelle radici ; chè dove le altre hanno un caule
semplice e piccolo, la cicoria lo ha grosso, mollo ramoso,
pieghevole e difficilmente divisibile; e percib I' usano
260 LIBRO SRTrlMO

per far legature. Anche la radice mette delle radicine


laterali : essa è lunga e si estirpa con di lllcoltà. Tolto
quel tanto che è buono per mangiar, la parte che resta
comincia a germogliar di nuovo. Avviene anche che
una parte della pianta fiorisca dopo l' altra, per modo
che i flori durano fino all'autunno, quando già il fusto
par secco. Intorno alle punte de' ramoscelli porta degli
acheni con dentro il seme.
(4) La ipocheri è, a primo aspetto, più liscia e meno
salvatica : è anche più dolce, diversamente dalla condrilla
che non è punto mangereccia e ha nelle radici un sugo
abbondante, ma acre. Nemmeno l' apapc è buona a
mangiarsi ed è di sapore amaro. Fiorisce presto, ma
presto anche i fiori invecchiano, formando il pappo. I
fiori si succedon l'un l' altro per tutto l' inverno e la
primavera fino ali' estate : sono di coloro giallo. Allo
stesso modo la picride fiorisce in primavera e anche
tutto l' inverno e l'estate. È di sapore amaro ; e perciò
fu chiamata picride. Ecco quanto doveva notarsi re·
lativamente a coteste differenze, le quali ò da provare,
come è stato detto, d' applicarle nello stesso modo ad
altre piante,
CAPITOLO Xli.

Molto numeroso è il genere delle pian te erbacee che


hanno la radice carnosa o capitata; e queste non solo
dalle altre, ma anche tra loro differiscono nelle radici,
nelle foglie, ne' cauli e in altre parti. Poichè le radici,
come già è stato osservato, possono essere squamose,
CAPITOLO J: [I. 261

carnose, con la corteccia e senza corteccia ; e oltre a


ciò rotonde o bislunghe, mangerecce o non mangerecce.
Son buoni da mangiarsi non solo i bulbi e altre simili
piante, ma anche le radici dell'asfodelo e della scilla; non
però di qualsivoglia specie, ma di quella che si chiama
epimenidea, la quale ha preso un tal nome dall'uso che
se ne fa. Questa ha foglie strette ed è più liscia delle
altre. 12) Si mangia anche la radice dell'aro, come pure
se ne mangian le foglie, cotte prima nell'aceto. Questa
radice è dolce e buona per le fratture. Per farla poi
crescer meglio, si levano via le foglie che sono molto
grandi, si svelle e si capovolge affinché non germogli
più, ma attiri a sè tutto l'alimento, il che fanno alcuni
anche coi bulbi quando si hanno da raccogliere. La ra­
dice do! draconzio,_ che è una specie di aro chiamato
cosi per il suo caule screziato, non è mangereccia, m a
medicinale.
(3) Invece la radice del fasganio è dolce ; e cotta,
tritata e mescolata con la farina, fa dolce il pane e
non punto nocivo. Essa è rotonda, senza corteccia e ha
alcune piccole appendici come il getio. Se ne trova in
gran quantità presso le tane delle talpe le quali amano
questa radico e ne fanno raccolta. La radice dol tesio è
amara �. tritata, pur·ga il ventre ; anche alcune altre
hanno virtù medicinali. Del reslo, molte non sono nè
medicinali nè· mangerecce. Ecco le differenze che si
notano nelle radici.
262 Ll\tRO SETTI MO

CAPITOLO XIII.

Le foglie differiscono · per la grandozza e per la


forma. L'asfodelo le ha lunghe, strette e alquanto pie­
ghevoli ; la scilla, larghe e facilmente divisibili ; il ra­
sganio, chiamato da alcuni gladiolo, in forma di spada,
onde ebbe il nome ; l' iride, simili a quello . della canna.
La foglia dell'aro, oltre a esser grande e concava, so­
miglia a quella della zucca. Il narcisso ne ha molte,
strette e grasse ; il bulbo o le piante simili al bulbo,
assai strette ; ancora più strette il zalforano.
(2) Alcune piante non hanno nò caule nè flore, come
per esempio, l'aro mangereccio ; altre, solo quel gambo
che porta il flore, come il narcisso e lo zafferano ; altre fi­
nalmente hanno un vero caule, come la scilla, il bulbo,
l' iride e il gladiolo. L'asfodelo lo ha -più alto di tutti ;
e (questo che chiamano) anterico, è veramente altissimo.
Minore è il caule del!' iride, ma più duro : del resto, si­
mile in tutto all'anterico. L' asfodelo fa molLi semi le­
gnosi, triangolari e di color nero. Stanno sotto il flore in
un vaso tondo ; questo l'estate si apre, e i semi cadono.
(3) Fiorisce un poco per volta come la scilla ; e i fiori piu
bassi sono i primi a sbocciare. NeW anterico nasce un
me, che p oi si trasforma i n un animaluzzo simile a
verun'ap e , il quale quando l'anterico si secca, lo rode e
vola via. Una singolarità dell'asfodelo rispetto alle altre
piante che hanno il caule liscio, pare che consista in
questo, che sebbene il suo caule sia sottile, pure è ra-
CAPITOI.O 'Xl Il, 263

moso in alto. Ha molte parti buone da mangiarsi, chè


l'auterico si mangia arrostito, il seme torrefallo, soprat­
tutto poi la radice pesta co' fichi ; e fa molto bene, come
dice Esiodo.
(4) Tutte le radici capitate sono assai vivaci, massime
poi la radice della scilla, la quale sospesa, non cessa di
vivere e dura Iu1:1ghissimo tempo. Serve anche a man­
tenere in buono stato i frutti che si vogliono conservare,
come, per esempio, la melagrana infiggendovi il pedunco­
lo; e alcune piante germoglian più presto, se messo i n
questa radice. Dicono ancora cho, piantata innanzi alla
porla di casa, sia rimedio contro i venefici i. Tutte queste
piante crescon folte come le cipolle e gli agli, poiché met­
tono dalle radici germogli laterali, e alcune volte mani­
festamente anche dal seme, come è il caso dell'anterico,
del giglio, del fasganio e del bulbo, (5) il quale, secondo
che dicono, ha una singolarità, ed é che i suoi semi non
nascon tutti in una volta, ma parte nello stesso anno,
parte nell'anno successivo. Il medesimo però si afferma
anche dell' egilope e del loto. Il che, se è vero, ,!avremo
dire che cotesta sua proprietà l'abbia comune con altre
piante. Medesimamente, sebbene non con molte, ha
di comune anche questo che ne diremo : cosa in vero
che desta sempre una certa maraviglia e che si vede
avvenire nella scilla e nel narcisso. Nelle altre piante
dunque, tanto la prima volta che nascono, quanto allora
che germoglian di nuovo, spuntano alla loro stagione,
prima le foglie e più tardi il caule : in queste, al con­
trario, il caule nasce per primo.
204 LIBRO B&'l'TIMO

(6) Nel narcisso vien su il solo caule che porta il


flore, il quale suhito è come spanto fuori. Il caule della
scilla cresce da sè ; e poi da esso si svolge il flore che
vi sta attaccato. La scilla ha tre fioriture, la prima delle
quali pare che indichi la prima seminazione ; la se­
conda, quella di mezzo ; la terza, l' ultima. E quali le
fioriture, tali per lo più sogliono riuscire le seminazioni.
Quando il caule è invecchialo, pochi giorni dopo nascono
le foglie. Cosi pure fa il narcisso, salvo che non ha altro
caule se non quello del flore, come già è alato detto,
nè produce un frutlo visibile. 11 llore appassisce insieme
col caule e, quando questo è inaridito, spuntano le fo­
glie. f7) Tali proprietà dunque hanno queste due piante
rispclto alle altre. Differiscono poi da quelle che produ­
cono il llorc prima delle foglie e de' cauli, come par che
facciano r ifto e altre coronarie, e tra gli alberi, o so­
lamente o certo in singolar modo, il mandorlo. E la dif­
ferenza è questa, . che il narcisso e la scilla producono le
foglie o insieme col flore o subito dopo, per modo tale
che in alcuni casi si è in dubbio (sul tempo preciso della
llorilura), dove nell' ilio e nell' altre piante indicate, lo
foglie par che vengano da una nuova forza germinatrice,
perchè molti sono i giorni che passano (dallo &bocciare
dei flori allo spuntar delle foglie), e perchè anche non
germogliano prima che il llore della scilla e tutto il caule
del narcisso non siano inaridili. Prima germoglia la scilla
e poi il narcisso. Questo ha molte foglie e una radice
piuttosto piccola che grande, simile nella forma a quella
del bulbo, ma non squamosa. E queste son le cose che
si dovevano osservare.
CAPITOLO XIII. 265

(8) È noto che ci sono molte specie di bulbi o cipolle


che differiscono per grandezza, _colore, forma e sapore'.
In qualche luogq ce n' è dico sì dolci, che si mangiano
crudi, come nel Chersoneso taurico. Ma il bulbo lanoso
è quello che massimamente e in singolar modo dilfe­
risce dagli altri. E ce n' è una specie lungo le rive de'
fiumi' che ha una certa lana sotto le prime tuniche, sicchè
è posta in mezzo tra la parte interna che si mangia e quella
di fuori ; e la tessono per farne calzari e vesti. Così
faUi bulbi sono semplicemente lanosi e non criniti, come
quelli dell' India.
10) Ci sono anche molte altre bulbose, ma più piccole;
come, per esempio, il leucoio, la bulbi ne, l'opitio, la cyix
e in certo modo anche il sisirinchio. Si chiamano bul­
bose perchè hanno radici rotonde : sono di color bianco
e non formate di tuniche. Il sisirinchio ha questa sino
golarità, che prima cresce la parte inferiore della radice,
la quale è denominata invernale ; poi, al cominciar della
primavera, questa scema e cresce la superiore che è
mangereccia.
E tali sono lo differenze di queste piante.

CAPITOLO XIV.

Le piante erbacee hanno altre qualità loro parti­


colari, come, a mo' d' esempio, ciò che si avvera nell'a­
dianto, le cui foglie per acqua o rugiada che vi cada
sopra, non si bagnano altrimenti, pcrchè l'umidità non
vi aderisce; e da questo fatto ha preso il nome. L' a-
266 LIBRO SETTIMO

dianto è di due specie : bianco, detto anche tricomane,


e nero : e così l'uno come l'altro tritati nell'olio sono
un rimedio contro la caduta dei capelli. Crescono nei
luoghi umidi specialmente. Secondo che avvisano alcuni ,
il tricomane è utile anche nella stranguria. Esso h a il
caule simile al\' adianto nero, molto piccole le i9glio,
folte e opposte. Non ha radici e ama i luoghi ombrosi.
(2• Tra quello che fioriscono parte per parte, l'anlemo
ha questo di particolare, che dovo in tulle !'altre i fiori
cominciano a sbocciare in basso, nell' antcmo invece·
sbocciano in allo. Il suo flore è bianco intorno intorno
e giallo nel mezzo. Il [rutto cade come ncll o acantacee,
las9iando v uoto il ricettacolo. Molte sono _le sue specie.,
(3) Una singolarità dell'aparine è l'appiccarsi che fa
ai vestimenti per la sua asprezza, e difficBmcnte se ne
stacca. Nella parte aspra e irsuta si forma il flore non
isporgente nè visibile ; esso si svolge dentro di sè e pro­
duce il seme ; sicchè potrebbe- in qualche modo parago­
narsi al pesce cane e alla razza. Chè come questi ani­
mali internamente fanno le uova e poi mettono alla luce·
il feto, cosi l'aparine tiene chiuso in sè il flore, lo porta
a compimento e quindi produce il frutto.

CAPITOLO XV.

Tutte quelle piante che fioriscono in relazione al corso


degli astri, come il cosi detto eliotropio, lo scolimo che
fiorisce anch'esso pel solstizio e la chelidonia che fiorisce
al soffiare del vento chelidonio, pare che ciò facciano
CAPITOLO 1V. 267

parte per una legge naturale, parte per caso. (2J Anche
altre piante hanno molte singolarità loro proprie, come
il semprevivo che si mantiene sempre umido e verde
con foglie carnose, lisce e piuttosto lunghe. Nasce sul
lido del mare, negli spazi sopra i muri e sulle tegole,
dove si sia accumulata della terra arenosa. (3J Si po­
trebbero notare nelle piante molte altre cose singolari ;
se non che, come è stato detto più volte, bisogna osser­
"are non solo ciò che una pianta ha di singolare, ma
ancora in che cosa di/ferisce dalle altre. Chè certe
piante formano più specie e quasi con un medesimo
nome, come quelle che si domaudano loto, le quali
sono di molte specie dilferen ti tra loro per le fo­
glie, i cauti, i fiori, i lrutU ; di/ferenti inoltre per l'uso
che se ne fa come alimento, e perchè non tutte amano·
g·li stessi luoghi. Tali sono il così detto meliloto e molte
altre. (4J Alcune poi formano un minor numero di spe­
cie, come quelle che si domandano stricno e portano
assolutamente uno stesso nome. Una specie è mangerec­
cia e come domestica e fa un frutto che è una bacca ;
ce ne sono altre due, l'una delle quali produce il sonno,
l'altra la follia ; e, presa in maggior q uaniità, può cagio­
nare anche la morte. Allo stesso modo si potrebbero fare
delle osservazioni su altre che hanno tra loro molte dif­
ferenze.
Iielle altre erbacee è stato trattato sufficientemente ;
ora è da parlare dei frumento e dello frumcntacee, chè
questa è la parte che rimane ancora da trattare.
L1 BRO OTTAVO

CAPITOLO I.

Dell' altre piante erbacee è stato già sufficiente­


mente trattato ; ora prenderemo con lo stesso metodo a
trattare del frumento e delle frumentacee, che sono le
sole erbe di cui ci resta a parlare. Queste comprendono
due generi 11rincipali : le frumentacee propriamente dette,
come il grano, l'orzo, la tife, la spelta e altre simili al
grano o all'orzo ; e i legumi, come la fava, il cece, il
pisello e, in una parola, tutte quelJe che si chiamano
ci vaie. Inoltre possono considerarsi come un terzo genere
il panico, il miglio, il sesamo: quelle, in somma, eh� ap­
partengono alla seminazione estiva e non hanno una
denominazione comune.
I)!) Il modo delJa loro generazione è unico e sem­
plice, chè tutte vengon di seme, sai vo in alcuni pochi
e rari casi che nascono per via di radice. Due ordina­
riamente sono i !empi _d elJa seminazione : il primo e il
principale verso il tramonto delle Pleiadi, il qual tempo
è seguilo da Esiodo e dalla maggior parte quasi degli
C/.PITOLO I. 169

agricoltori ; e perciò alcuni chiamano questa la semi­


nazione per eccellenza: l'altro al principio della prima·
vera dopo il solstizio d' inverno. Ma queste due semi­
nazioni non si confanno sempre a una medesima specie
di piante ; chè alcune voglion essere seminale per
tempo, altre invece tardi, perchè non potrebbero tolle­
rare l'inverno; altre poi non soffrono se le semini nel-
1' una o nell' altra stagione, cioè d' invt>rno o di pri­
mavera.
(3) Voglion essere seminati per tempo il grano e
l'orzo; questo poi prestissimo. Inoltre la spelta, la tife,
l'olira e altre piante simili al frumento; chè tutte que·
sto amano di essere seminate press'a poco nel medesimo·
tempo.
Tra i legumi, la fava e l'ocro devono essere semi­
nati per tempo, poichè per la loro debolezza bisogna
cbe gettino le radici prima cho venga l'inverno. Anche
il lupino convien seminarlo presto: dicono anzi che si
debba seminare appena !ovato dall'aia.
(�) Sono da seminarsi tardi le varietà delle piante
sopra menzionate, come una certa qualità di frumento
e quell'orzo che dal tempo che mette a giungere a ma­
turità perfetta, si domanda trimestrale; e, tra le legu­
minose, la lenticchia, l'afaca e il pisello. Alcune legu­
minose si posson seminare presto o tardi come si vuole :
per esempio, l'orobo e il cece. La fava c'è chi la semina
tardi, quando la prima seminazione sia stata ritardata.
In generale si seminano presto e quelle piante che, per
esser forti e robuste, reggono ai freddi dell' inverno ; e-
LIBRO OTTAVO

{!Uelle che, essendo deboli, possono aver modo di cre­


scere, mentre ancora il cielo è sereno. Questi adunque
sono i due tempi delle seminazioni. Ma ce n'è un terzo
nell' estate, come s' è detto, nella quale stagione si se­
mina il panico, il miglio, il sesamo, come pure l'erisimo
e l' armino. E questi per le diverse piante sono i tempi
da seminare.
(51 Alcune nascono più presto, altre più tardi : l'orzo
e il frumento per solito, in sette giorni ; anzi l'orzo anche
prima : i legumi in quattro o cinque, eccetto la fava che,
come pure alcune lrumcntacee, vuol maggior tempo,
quando quindici, quando venti giorni, perchè stenta a
nascere più di ogni altra, specialmente poi se, dopo
seminata, cadano piogge abbondanti. Sarebbe poi da
esaminare se il più pronto germogliar delle piante se­
minate in primavera dipenda dalla stagione.
(6) Del resto, quanto si è detto del germogliare e ere·
scer tielle piante va inteso in generale ; perchè alcune
volte e in certi luoghi ce n' è di quelle che vengon su
in più breve tempo, come in Egitto l'orzo, il quale di­
cono che spunti in tre o quattro giorni ; mentre poi al­
trove nascono dopo u n tempo più lungo di quantoabhiam
riferito. La qual cosa non deve far maraviglia quando
le condizioni del suolo e del clima siano differenti, o s i
semini più presto o più tardi, o s e sopraggiunga qualche
cosa d' insolito. E invero un terreno sciolto e leggiero,
e un clima temperato sono cagione che le piante ger­
moglino prontamente e con facilità, laddove la vegeta­
:zione ritarda, se i terreni son viscosi e forti, massime
CAPITOI,O I 271

poi se aridi. (7) Inoltre .secondo che sopravvengano pro­


celle o siccità, giorni sereni o piogge, varia di molto
il tempo della vegetazione ; come pure se la terra sia
stata prima lavorata e concimata, ovvero se non si sia
fatto nulla di questo. Finalmente si semina presto o
tardi secondo la natura e varietà dei terreni. In Grecia
alcuni, come i Focesi, sogliono, a cagione del rigor del
clima, seminare tutto per tempo, afflnchè sopraggiun­
gendo l' inverno non trovi le piante troppo tenere.

CAPITOLO Il.
Alcune piante germogliano in modo che da uno
slesso punto del seme vengon fuori radice e foglie; in
altre poi da una estremità spunta la radice e la foglia
dall'altra. Il grano, l'orzo, la tifo e, iu conclusione, tutto
le frumentacee quanle sono, si svolgono da tutt' e due
l'estremità ; e così come il semo si trova nella spiga, dalla
parte cli sotto che è più grossa discende la raclicina e
da quella di sopra spunta il germoglio ; e l'una e l'altro
vengono a formare tutt'un corpo continuo. La fava al
contrario e gli altri legumi germogliano in altro modo,
emettendo dal medesimo punto la radice e il caule. Il
qual punto è quello con cui stanno attaccati i semi al
baccello e quivi hanno un manifesto principio di vita.
In alcuni semi que•to punto ha una certa somiglianza
con la natura della femmina, come nella fava, nel cece
e, in modo particolare, nel lupino. Da questa parte, in
basso si svolge la radicina ; in alto, la plumula e il
caulicolo.
272 LIBRO OTTAVO.

(2) Per queste cose adunque c' b una certa diffe­


renza tra le frumenlacee ·e i legumi ; ma in questo poi
convengono, che tulle emettono la radice da quel punto
pel quale il seme sta attaccato al baccello o alla spiga,
diversamente da quel che si vede in alcuni alberi, come,
per esempio, nel mandorlo, nel noce, nella quercia e
in altri simili. In tutti la radico apparisce alquanto
prima del caule. Avviene poi, come in alcuni alberi,
che il germe cominci a svolgersi dentro lo stesso se­
me, il quale col crescer del germe, si divide in due
parti. Così fatti semi son tutti in certo modo bipartiti ;
i legumi poi sono manifestamente di due lobi e doppi.
In quanto alla radice, essa viene subito fuori prima del
germoglio. Nelle frumentacee, essendo i loro semi indi­
visi, non avviene quel che abbiamo detto di sopra ; per
altro la radice si svolge un poco prima del resto.
(3) L'orzo e il frumento nascono con una foglia ; il
pisello, la fava e il cece, con più. Tutti i legumi hanno
una sola radice legnosa dalla quale provengono delle
barboline. Il cece radica più profondamente di tutti e
alcune volte ha radici accessorie. Il grano, l' orzo e le
altre frumentaceo hanno molte e sottili radici, e perciò
intrecciate ; e tutto le altre piante così fatte producono
molti calmi. In questi due gruppi di piante par che ci
siano proprietà contrarie ; chè i legumi, i quali hanno
una sola radice, sopra terra emettono poi dal caule più
rami, eccetto la fava ; dove le frumentacee che hanno
molte radici e molti culmi non ramificano altrimenti,
se ne eccettui certe specie di grani che si domandano
sitania e critania.
CAPITOLO Il. 273

(4) I cereali nel!' inverno non ·mettono altro che


foglie ; ma alla buona stagione producono dal loro mezzo
un culmo intersecato da nodi, e dal terzo nodo e qualche
vo!La dal quarto, viene subito la spiga, sebbene non
manifesta per la sua piccolezza. Lungo tutto il culmo
nascono poi molti nodi. Adunque insieme col for_marsi
del culmo si forma anche la spiga, o poco dopo ; ma
non apparisce -prima di essersi ingrossata dentro la
guaina : solo allora questo che s i potrebbe chiamar feto,
si rende manifesto pel suo volume. (5) Venuta fuori la
spiga, dopo quattro o cinque giorni cominciano a fio­
rire il grano e l'orzo, o per altrettanti continuano ; e chi
vuole un tempo più lungo dice che sfioriscano dopo sette
giorni. Le civaie lùngamenle fioriscono e tra queste più
l' orobo e il cece, e molto più lungamente e con notabile
differenza dalle altre, la fava, fino in quaranta giorni.
Ma alcuni dicono che in questo tempo si vada aprendo
I' un flore dopo· l'altro, svolgendosi la fioritura gradata­
mente; altri poi parlano in senso assoluto. Ma in vero
la fioritura delle piante che fanno la spiga, avviene tutta
in una volta, quella delle siliquose e leguminose, parte
per parte ; e prima sbocciano i !lori più bas;i, e, sfioriti
questi, si aprono i pro&simi che stan sopra ; e cosi la
fioritura va sempre salendo fino alla cima. Per il che
parecchie leguminose della specie dell'orobo che si svel­
gono quando son caduti i semi nella parte bassa della
pianta, hanno le punte ancor verdi.
(6) Il grano e l'orzo, quando sono sfioriti, ingrossano
e per lo più si maturano in quaranta giorni : così fanno
18
214 LIBRO OTTAVO

la tifa e altre simili piante. Anche la fava è matura dopo


quaranta giorni, per modo che tanto tempo mette nel
fiorire q uanto nel maturarsi. Le altre piante maturano
il frutto in minor tempo. li cece in pochissimi giorni,
se, come dicono alcuni, viene a perfezione quaranta
giorni dopo seminato ; a ogni modo è certo che matura
prestissimo. Il panico, il sesamo, il miglio e in generalo
le piante estive, come è a lutti nolo, maturano il frutto
in quaranta giorni e, secondo alcuni, anche in un tempo
più breve.
li ) Del resto in quanto alla m aturazione, dillerisce
tet·reno da terreno e cli ma da clima, chè in certi luoghi
avviene in più breve tempo, come tra gli altri in Egitto
massimamente, dove l' orzo si mieto il sesto mese e il
grano i l settimo, mentre in Grecia l'orzo si raccoglie il
settimo mese e nella maggior parte dei luoghi, l'ottavo:.
il grano poi ancora più tardi. Nè là in Egi tto si rac­
coglie subito tutta la mes5e in una volta, :ma solo quanta
ce ne vuole per l'offerta delle primizie : chò il sesto mese
sogliono olfrire, per uso di certi loro riti, della farina
nuova venula dai paesi alti sopra Menfi.
(SJ Dicono che anche in quel luogo chiamato Mila
pres5o Messina in Sicilia, le piante seminate tardi matu­
rino il frutto assai presto; poichè la semi nazione durando
sei mesi, chi ha seminato per ultimo può far la raccolta
insieme con i primi. Il suolo è colà feracissimo, per modo
che il grano fa delle trenta ; e vi sono bellissimi pascoli
e boschi. Ma qualche cosa di più maraviglioso raccontano
di Melo, cioè che i vi si miete trenta o quaranta giorni
CAPITOLO IJ. 275

dopo seminato, onde c' è là quel detto, che bisogna se­


m inare finché uno vede manipoli. Ma cotesto grano tar­
divo non riesce molto abbondante. Le terre di Melo son
poi lruttifere in modo singolare e feracissime di grano
e di ulive; mediocre per altro è il raccolto delle uve.
(9) Ma una cosa straordinaria e sopra tutte le altre ma­
ravigliosa è quel che avviene in Calcia, isola de' Ro­
diani. Chè là, come dicono, c' è un certo luogo di tanto
pronta vegetazione e tanto ferace, che l'orzo, Seminato
quando si semina altrove, si miete, si risemina e si torna
a mietere nel tempo appunto della mietitura ordinaria.
Il che, se è vero quanto dicono, è un fatto dei più singo­
lari. E certamente che le piante portate da uno in altro
paese si modifichino, come dicono che avvenga di quelle
che furon portate dalla Cilicia in Cappadocia e in altri
luoghi di là dal Tauro, non è da farne le waraviglie,
chè tuUi sanno quanta è la distanza di quei luoghi ;
(!O) ma che in un terreno si faccian due raccolte nel tempo
che negli a!Lri una, pur essendo limitrofi e formando
come tutta una regione, è cosa in vero da stupire.
E questa è la massima singolarità di un tal luogo. In
altri paesi non c'è che poca o quasi nessuna difl'erenza
di tempo. lo quel di Atene ciò che si semina viene a
maturità trenta giorni o poco più, prima che intorno
all'Ellesponto. Sicchè se (pressò Atene) si anticipasse
la semina, si avrebbe uno spostamento di stagione; ma
seminando in tutt'e due i luoghi nel tempo · medesimo,
(nell'Ellesponto) non ne segue altro che un aumento del
tempo necessario alla maturazione (Il). C'è poi tra luoghi
216 LIBRO OTTAVO

e luoghi, sebben vicini, non lievi differenze. Così in Sa­


lamina tutto matura prima che nell' Attica ; e ordina­
riament� la maturazio�e de' frutti nominati e d' altri
ancora, è pi_ù precoce ne' terreni sul mare, come in quel
luogo del Peloponneso chiamato Atte, e in Faleco nella
Megaride. Ivi per altro v' influisce anche la qualità del
t�rreno che è sottile e arido. E questo sia detto intorn o
., Ila generazione e maturità di queste piante.

CAPITOLO Ili.

Non solamente ci son differenze tra i generi che


abbiam descritto, come il frumento, i legumi e le piante
estive, ma ancora tra le specie di ogni genere. Le fru·
mentacee hanno le foglie simili a qnelle della canna ;
delle leguminose, alcune le hanno tonde, come la fav.i
e la più parte quasi delle altre ; alcune bislunghe,
come il pisello, la cicerchia, l'ocro e simili. Ce n'è con
foglie fibrose e con foglie senza vene e fibre. li sesamo
e l'erisimo hanno anche a!Lre parLicolarità.
(2) Il caule in alcune piante è nodnso e vuoto, ed è
chiamato culmo. Vuoto è anche quello della fava ; ma
nelle altre leguminose, legnoso, specialmente nel cece.
Tra le piante estive, il panico e 1 1 miglio lo hanno
simile a un calamo ; il sesamo e l' erisimo piuttosto
come una ferula. In alcune è diritto, come nel grano,
nel!' orzo e, generalmente, nelle trumentacee e nell'e­
stive ; in alcune piuttosto ohliquo come nel cece, nel­
l'orobo, e nella lenticchia ; in altre prostrato, come
CAPITOJ.O III.

nell'ocro, nel pisello e nella_ cicerchia. Il fagiuolo, se glì


pianti vicino _ un alto bastone, vi si arrampica e porta
il frutto ; se no, intristisce e irrugginisce. Tra le legu­
minose ha il caule diritto solamente, o almeno più di
tutte le alLre, la fava.
(3) Anche i fiori hanno tra loro delle dilTerenze, de­
rivate così dalla lor propria natura come dal l uogo ; e
di essi è già stato trallato in generale. Alcuni sono co­
perti di lanugine, come i fiori del frumento e di qu�lle
piante che fanno · la spiga ; altri sono fogliacei, come
nelle leguminose e, tra questi, molti irregolari. Lanu­
ginosi sono anche i fiori del panico e del miglio ; ma
quei del sesamo e dell'erisimo, fogliacei. Alcune piante
hanno il fiore intorno al fruito, come le frumentacee e
il panico che l'hanno intorno alla spiga. Nelle legumi­
nose il frutto proviene dal flore, o al meno dallo stesso
principio del flore. E i fiori talora sbocciano tutti in
una volta, talora successivamente. E così si dica di al­
tre cose simili.
''•) Medesimamente ci son delle differenze rispetto
ai frutti ; chè alcune pianle fanno la spiga, i legumi i1
baccello, il panico la pannocchia che è una specie di
chioma qualc si vede nelle cnnne. I n generale alcune
hanno il seme chiuso in un i nvoglio in forma di vaso,
altre avvolto in una membrana, altre finalmente nudo.
Inoltre alcuno portano i frutti raccolti in cima, altre li
hanno ai lat i ; e così si dica di quante allre cose di­
pendono cla questo genere di osservazioni. I legumi poi,
generalmente parlando, producono una gran copia di
278 LIBRO OTl'AVO

frutti e sono fecondissimi, sebbene le piante estive, il


panico e il sesamo, posseggano queste qualità in grado
anche maggiore. Del rosto, la lenticchia è tra tutte le
leguminose, più fruttifera e feconda.
(5) Per ordinario fanno molti semi quelle piante
che li hanno minuti, come, per esempio, tra gli er­
baggi, i quali pure ne producon tutti di molti, il ci­
mino. In quanto al resistere all' invernate e general­
mente all' intemperie, son più robuste lo frumentacee :
come alimento, sono più sostanziosi i legumi ; ma forse
non fanno il medesimo clTetto in noi · e negli altri animali.

CAPITOLO IV.

Queste adunquo che abbiamo riferite sono le dif­


ferenze tra i generi. Lo specie poi dilTeriscon tra loro
per la disuguaglianza dello parti : come, tra lo frumen­
tacee, il grano, il quale ha le foglie più strette, il culmo
più liscio, più compatto, più pieghevole e men fragile
dell'orzo. Medesimamente il grano ha il seme racchiuso
in più tuniche, l'orzo no ; poichè l'orzo ha i semi del lutto
nudi. Molle tuniche hanno anche la tife, l' olira e tutte
le allre piante simili, massime l' avena. Anche il culmo
del grano è più alto di quello dell' orzo e ha la spiga
più lontana dalle foglie. La paglia poi del grano è più
fin a di quella dell' orzo , perchè ha più succo ed è più
tenera.
(2) Dal grano differisco l'orzo anche in questo, che
l' orzo ha le spighelle disposte in filo ; il grano senza
OAPITOLO IV. 2i9

file e allo stesso modo da ogni parte. Tali sono le di(.


ferenze tra l' un genere e l'altro. Ma in tuU' e due cotesti
generi, cioè ·a dire, nell'orzo e nel grano, si distinguono
molte specie che dilferiscon tra loro ne' frulLi, nelle spi ·
ghe, nella forma dell' altre parti e nelle loro qualità
così atLive come passivo. Alcune specie di orzo (hanno
la spiga con le spighette disposte) in due file. altre in
trP, in quattro, in cinque, ma la maggior parte in soi ; e
anche qneste ultime costiLuiscono una vera specie. L'or1.0
a molto mo ha quasi sempre le spighette più serrate.
Un' importante clifferonza è anche questa che, corno già
è stato doito, l'orzo indiano produce germogli laterali. In
aJcune specie di orzo la spiga ò grossa con spighet�e
raro: in allre, piccola con le spighette pii:t fitte. Le spi·
ghc son lontano dalle fo,lie quando più o quando meno ;
e questo è il caso dell'orzo chia'llato achilleo. I chicchi,
alcuni sono più tondi e più minuti, altri più lunghi, più
grossi e più rari lungo la spiga. Inoltro ce n' è cli l>ian·
chi, neri e rossastri, i ouali a. quanto pare, danno più
farina e sono più robusLi dei bianchi, per roggor me­
glio ai freddi invernali, ai venti e, in uni p 1r,1la, al�
l' intem perie.
(3, Molte sono anche ·1e specie dei grani : alcuni han
preso iJ nome dai vari paesi, come· il grano libic,), il
pontico, il tracio, l' assiro, l' egizio, il siculo; e son tra
loro differenti nel colore,. nella grossezza, nella forma,
n�lte proprietà loro particolari. Sono ancora di/ferenti in
quaolo alla loro bontà, massime p3i se riguardati quale
alimento. Altri da altre cose presero il nomo, coma i
2IIO I.JRHO OTTAVO

cancridia, lo stlengys, l'alessandrino, le quali specie sono


dà. distinguersi secondo le note caratteristiche riferite di
sopra. Nè meno opportunamente potrebbe uno notare
anche queste differenze, ossia che ci son grani prima­
ticci e tardivi; alti e fecondi, (bassi) e poco fertili; con
spighe grandi e con spighe piccole; cun spighe che escon
tardi dall'involucro e con spighe che ne escon presto,
come fa il libico; grnni che hanno il culmo sottile o
grosso qual è quello del libico e del cancridia; con poche
tuniche, o con molte come il tracio ; e finalmente quali
con un sol gambo, quali con più, siano questi molti o
pochi.
(4) Cosi pure è da ragionare de' caratteri relativi
alla forza de' grani, caratteri simili o � questi ora in­
dicali o a quelli dichiarali ed esposti più sopra; perchè
pare che tali caratteri derivino in singolar modo dalla
natura del frumento. Tra questi c' è che alcune specie
sono trimestrali, alLre bimestrali, altre che maturano in
un tempo anche minore, come, secondo che si dice,
fanno i grani presso Enea, che maturar.o e giungono
a perfezione quaranta giorni dopo seminato. Questa qua­
lità di grano è dura e pesante, e non gi,\ leggiera come
il trimestrale, per il che la lasciano per i servi : dà poi
poca crusca. Questa adunque è la specie più rara, e eh�
prestissimo giunge a maturità. C'è anche un grano bi­
mestrale porlato in Acaia dalla Sicilia, non molto fe­
condo nè mollo fertile ; per altro leggiero come alimen1D
e gustoso. Altri grani bimestrali crescono nell' Eubea,
specialmente presso Caristo. Il trimestrale nasce in molti
CAPITOLO V. 281

luoghi e da per tutto è leggiero, poco fecondo, con u n


sol gambo e a l tutto debole. (5J Più leggiero di tutti i
grani è il pontico : più pesante tra quelli introdotti in
Grecia, il sicili ano ; ma ancor più di questo il beotico.
Della qual cosa adducono a prova che gli allei.i in Beozia
consumano appena una chenice e mezzo di grano ; e,
se si recano in Atene, senza alcuna difficoltà, ne man­
giano due e mezzo. Leggiero è anche il laconico.
Così fatte differenze dipendono dalla qualità ciel suolo
e del clima. E di vero in Asia, non molto lontano dalla
Battriana, dicono che in un certo luogo il granò yien
grosso come un nocciolo di uliva; e che nel paese dei
Pissati nasce così duro che a mangiarne molto, si pro­
ducono delle lacerazioni (interne) ; e lale fu il caso di molti
Macedoni. È cosa straordinaria o non corrispondente
alla Jrggerezza de' grani trimestrali ciò che avviene nel
grano pontico : ossia che quel di primavera è duro e
molle quel d' inverno : il molle poi è Jpggiero in modo
particolare. (o) E del frumento si fanno, come pare,
due seminazioni, l'una cl' inverno, l'altro di primavera,
nel qual tempo si seminano anche i legumi.
Alcuni grnni sono mondi rlal loglio, come il pontico
e l' egizio : abbastanza mondo è anche il siciliano, ma
senza loglio del tutto l'agrigentino. Il siciliano ha un'erha
propria che si chiama melampiro, innocua del resto,
e che non cagiona, come fa il loglio, gravezza e dolore
di capo. Ma queste cose, come è stato detto, sono da at·
tribuirsi alla natura de' luoghi e, in part� anche, alla
diversità delle specie.
LIBRO O'rTA.VO

CAPITOLO V.

Nei legumi non possiamo determinare in ugual modo


delle differenze, come si è falto per i cereali, vuoi perchè
non esaminati con pari diligenza, vuoi forse anche per..
chè più uniformi. Chè, ad eccezione del ecce, della len­
ticchia e, in parle anche, della fava e dell' orobo, nei
quali c' è varietà di colori e di sapori, degli altri le­
gumi non si conoscono specie. I ceci sono per gros­
sezza, per sapore, per colore e per figura differenti,
come gli arietini, quei simili all'orobo e una specie in­
termedia. Tutti i legumi poi, se bianchi, sono più dolci :
per esempio, l'orobo, la lenticchia, il cece, la fava e i l
ses�mo, chè c'è anche il sesamo bianco. ,2) M a piutto­
sto le differenze sono da prendersi dalle seguenti cose :
ossia che avendo tutti i legumi il bacrello, in alcuni
esso è senza diaframmi, per modo che i semi si toc­
cano, come nell'orobo, nel pisello e nella mnggior parie
quasi dei legumi ; in altri poi c'è un diaframma, come
nel lupino, e ancor più e in particoiar modo, nel sesa·
mo. Alcuni poi hanno i baccelli lunghi, altri tondi, come
il cece ; e in relazione alla grandezza de' baccelli sta
la quantità dei semi, essendo minore nei piccoli, come
nel cece e nelle lenticchie. (3) F. queste differenze sono
per avventura simili a quelle che, parlando dei ceroali,
notammo per le spighe e per gli slessi frulli.
E i baccelli seguono quasi sempre la forma del se­
me, essendo alcuni piatti, come quei della lenlicchia e
CAPITOLO V. · 283

dell' afaca, altri piuttosto cili11drici, come uell' orobo e


nel pisello ; e tale i11 vero è la forma dei semi in tutte
e due queste piante. Ma di tali differenze se ne trove­
rebbero mo I Le in ogni sp_ecie : alcune comuni a tutte,
altre proprie delle singole specie.
(4) Ohe poi tutti i semi siano attaccati al baccello
e abbiano come un certo principio o prominente, come
nella fav a e nel cece, o concavo, come noi lupino, e in
altri simili legumi, o non cosi evidente, ma assai piccolo
e quasi solamente segnato, è cosa che a prima vista
si scorge. Dal qual principio, seminato che sia il le­
gume, spuntano, come è stato detto, il germoglio e la
radice. I semi poi attaccati al baccello per via di quello
stesso principio ricevono il loro nutrimento, e così fanno
fino a che non siano giunti a maturità, La qual cosa è
manifesta e da quanto diciamo ora e da quanto è stato
detto da prima. E basti ciò per le differenze di queste
piante.

CAPITOLO VI.

Si deve seminare, per quanto si pnò, n ella stagione


opportuna. Tuttavia, anche quando il terreno è arido,
alcuni seminano il grano e l'orzo specialmente, cereali
che più degli altri sono resistenti, in luoghi per 1ti.ro
non infestati dagli uccelli nè da altri animali. La prima
seminazione par che sia quasi sempre la migliore ; la
peggiore è quando si semina in terreno umido, perchè
i semi si guastano e diventan come latte, e in pari tempo
LIBRO OTTAVO

nasce molta erba. Dopo seminato, sono sempre utili le


piogge, salvo per quelle piante che germogliano con
difficoltà, come a dire la fava e, tra le estive, il sesamo,
il comino e l'erisimo.
(2) II seme bisogna gettarlo fitto o rado conforme
la qualità delle terre: una terra grassa e fertile ne può
ricevere in maggior quantità di una sabbiosa e magra,
sebbene alcuni affermino che una terra medesima ne ri·
ceva ora pi1ì, ora meno. Quando ne abbia ricevuto
molto, ne prendono cattivo augurio, dicendo che la ter­
ra ha fame ; ma questa per avventura è una ragione
sciocca.
E in quanto al dover seminare fitto o rado, più ret­
tamente giudicherebbe chi badasse alla natura de' semi,
e in particolar modo ai luoghi, alla qualità delle t�rre
e alla loro posizione rispetto ai venti e al sole.
(3) Come il seminare cosi anche il concimare deve
essere secondo la qualità del terreno. Il letame fresco
d' inverno /J migliore di quello di pr imavera. In certi
paesi non è bene arare profondamente, come nella Si·
ria ; e perciò l à si usano piccoli aratri. In altri luoghi
il troppo lavorar la terra, nuoce ; come r. vviene in Si­
cilia ; per il che molti agricoltori forestieri, com'/J na·
turale, s' ingannano spesso. Questo osservazioni riguar­
dano la diversità delle terre.
(4) Si deve giudicare anche qual sco:.e conver.ga a
ciascun terreno. No' luoghi freddi si vuol seminare il
grano piuttostoch/J l'orzo ; e del tutto il frumento piut·
tostoch/J i legumi nei campi incolti e nei maggesi. Que·
CAPITOLO VI.

sti campi poi producono grano meglio che orzo. Il grano


desidera la pioggia più dell' orzo e fa meglio ne' luo­
ghi non concimati. Così pure tra le varie qualità di
grano è da vedere quale convenga a ciascun terreno:
ossia quale a uno fertile e grasso, quale a uno arido e
magro e va discorrendo.
l5) Le piogge abbondanti giovano a tuLte le piante
quando sono in erba e nel concepire ; ma quando il grano,
l'orzo e le frumcntacee fioriscono, noccion loro e le fan
perire. Alle civaie non sono nocive, fuorchè al cece, il
quale, dilavata la sua salsedine, muo•n marcilo e. roso
dai bruchi. Del resto resiste meglio il cece nero e
rosso, che il bianco. Dicono che sia bene seminarlo tardi
in luoghi umidi. La fava, quando è in flore, desidera
massimamente l'acqua ; e perciò non vogliono, come è
stato_ dei to, che sia seminata tardi, durando un pezzo
la sua fioritura ; ma quando ò sfiorita, non vuol che
poca acqua, essendo vicina alla maturità. Quando lo
frumentacee sono mature par che la pioggia sia loro
n:civa, e più all'orzo che al grano.
(6) In Egitto, in Babilonia e nella llattriana, dove le
terre sono poco o punto bagnate dallo piogge, le piante
si nutriscono di rugiada, come pure presso Cirene e
l' Evesperidi. Opportunissime son sempre le piogge di
primavera e perciò la Sicilia è feracissima di grano,
perctiè là in primavera, ne cadon molte e leggiere, e po­
che l' inverno. Le terre magre desiderano molt' acqua,
ma poca per volta : le grasse possono tollerare così le
piogge abbondanti come la siccità, Ne' luoghi dove non
286 LIBRO OTTAVO

piove mai, si credo che giovino i venti di mare e le aure


fresche. Vari poi sono i venti nei vari paesi, come an­
che è stato detto di sopra. (7) Per ordinario al grano giova
più la siccità che la molta acqua, la quale oltre a esser
nociva per altre ragioni, guasta anche gli stessi semi,
oppure fa crescere una gran quantità di erbacce che
soffocano i semi e ruban loro I' alimento.

CAPITOLO VII.

Nessun seme corrompendosi, passa da una i n altra


specie, eccetto il grano e l'orzo che dicono trasformarsi
in loglio, specialmente poi il grano, il che accade dopo
acque dirotte e soprattutto ne' luoghi umidi e dove ca­
dono spesse piogge. Che poi il loglio non sia, come le
altre erbe, !J"imaverile, secondo cho alcuni vorrebbero,
apparisce da questo, che sì vede subito al cominciar
dell' inverno e si riconosce a molti segni. Chè esso ha
foglie strette, serrate e lisce; e quest' ultima quali tà
gli è pìù specialmente propria, chè serrate sono anche
le foglie dcli' egilope, il che peri> non si conosce che a
primavera.. Queste trasformazioni adunque son proprie
de' semì sopra nominati e anche del lino, il quale dicono
che possa trasformarsi in loglio.
(2J li cece si distingue dagli altri legumi tanto per quel
che s' è detto del suo flore, quanto anche per la solle­
cita maturazione de' suoi rrutti. Essendo assai robusto
e legnoso, non rende fertile il maggese ; distrugge per
altro le male erbe, sopn,ttutto e prontamente il tribolo.
OAPlTOLO VII. 287

Per ordinario non alligna dove che sia, ma nelle terre


nere e grasse. Tra !'altre civaie la fava dà un' eccellente
maggese, sebben sia seminata fitta e produca frutti ab­
bondanti.
13) Le piante che sono di seminazione estiva, non hanno
bisogno di molta (acqua) ; e dicono che quella corrente
sia lor o più utile della piovana. Il miglio e il panico
desiderano poca acqua : se ne hanno molta, perdono le
foglie. Più robusto è il panico, più dolce e più debole
il miglio. Nessun animale mangia il sesamo, quando è
verde, come nemmeno il lupino. Se poi si debba dire il me­
desimo del!' erisimo e del!' ormioo, ò da vedere. Anche
queste son piante di sapore acre. L' erisimo è simile al
sesamo ed è pingue ; l'ormino somiglia al comino ed è
nero. Si serr.inano allo stesso tempo del sesamo. Ma
queste piante vogliono essere ancora meglio osservate.
(4J Nei terreni fertili, aflì11chè il grano non vada tutto
i n foglie, vi mettono a pascolar le bestie e lo segano ; e
così fanno in Tessaglia. Ora avviene che la qualilà del
grano, sebben più volte vi siano andate a pascoiar lo
heslie, non si altera punto per questo; ma invece, segato
anche una volta sola, traligna, si fa lungo e non ma­
tura pienamente. Lo chiamano allora pertica; o, semi­
nato di nuovo, non ripiglia più il suo vigore nativo, salvo
in alcuni pochi casi, a detta dei Tessali. In Babilonia,
come per legge, segano le biade due voltè e, la terza,
,•i mettono a pascere le bestie. Così si forma il culmo,
chè altrimenti non s' avrebbe altro che foglie. Coteste
biade, non diligentemente coltivate, fanno delle cin-
288 LIBRO OTTAVO

quanta per uno : diligentemente, delle cento. La col­


tura consiste nel far che l'acqua resti per lunghissimo
tempo ne' campi, afflnchè vi •i formi di molta melma;
chè, essendo quel'a terra gras,a e compatta, bisogna
renderla più sciolta. Ivi non crescono arbusti nè erbe,
come in Egitto ; e questo è un effetto della bontà del
suolo.
15) In molti luoghi rinascono dalla radice al secondo
anno il grano e l'orzo ; o anche nello stesso anno met­
ton nuovi culmi, quando sono stati segati per foraggio
fresco. Medesimamente se siano stati incotti dal gelo ;
chè, sopravvenendo lo piogge, spun tano altri gambi, dai
quali per altro si ha una spiga i:operfetta e piccola.
Rigermogliano il secondo anno le biade, anche se bat­
tute e calpestate per modo che non ce ne resti più ve­
stigio, com.e avviene quando vi è passalo sopra un eser­
cito. Ma anche in questo caso le spighe son piccole e
di quella forma che chiamano agnelli. De' legumi poi non
ce n'è alcuno che possa rigermogliare, o almeno allo
stesso· modo. (G. E queste sono le varie forme di ger­
mogliamento.
Al crescere e nutrirsi delle piante giova assaissimo
il clima e soprattutto una buona annata. Poichè quando
le piogge, i giorni sereni e i freddi invernali vengono
a tempo opportuno, tutte le piante vegetano bene e fanno
frutti abbondanti, quantunque il terreno sia salsugginoso
e magro. Onde non senza ragione dice un proverbio : il
frutto lo dà la stagione e non la terra. C' è poi gran dif·
renza tra terre e terre, non solo percbè possono essere
CAPITOLO YII 289

grasse e magre, umide e secche, ma anche per la qua­


,Jità dell'aria e per i venti, verso i quali sono volte. E, in
vero, cerLi campi magri e cattivi danno buoni frutti per
esser bene esposti ai venti di mare. (7) Diverso è l'effetto
de' venti secondo i vari luoghi, come più volte è stato
detto : chè per alcuni son più utili gli occidentali, per
altri i boreali, per altri poi quelli del mezzodi. Giova non
poco anche la lavorazione de' campi, massime quella che
precede la sementa, perchè i l terreno ben lavorato frutta
facilmente. Anche il letame è di grande utilità per ri­
scaldare e proparare il terreno; e, nélle terre concimate,
la vegetazione precede di un venti giorni quella delle
non concimate. li letame per altro non è utile in tutti
i casi: giova alle diverse specie di grani e ad altre pian!e ;
m a è dannoso alle felci che periscono se vi s i sparge
sopra. Perisce ancora la !elce se vi si sdraia il gregge :
cosi, a detta di alcuni, avviene anche dell'erba medica
per cagione dello sterco e dell'orina (delle pecore).

CAPITOLO VIII.

A ogni sorta di semi è necessario che si confaccia la


natura del luogo ; e, brevemente, i generi delle piante
che vi s' introducono, devono corrispondere al genere di
quelle che già vi sono : cosi si dica delle stesse specie.
Per questo appunto si procura di ben determinare i
generi e le specie. I semi esotici diventano indigeni in
tre anni al più. Tramutandoli poi da un luogo caldo i n
uno men caldo, bisogna badare che q nesto sia men caldo
19
21:0 J.IBR.O OTTAVO

solo di poco : e così si fa in modo analogo quando pro­


vengono da un luogo freddo. Le piante che vengon da
luoghi in cui l' inverno è molto rigido, poste là dove
la vegetazione suole esser precoce, tardano a mettere i
fiori, per modo che muoiono per la siccità, se non le
salva una pioggia tardiva. Laonde bisogna aver cura
di non mescolare i semi esotici con gl' indigeni, se non
provengono tutti da terre che si somigliano. E quando,
per la qualità del suolo, il tempo del seminare e del ve­
getar delle piante non è più quel di prima, è necessario
che la coltura sia diversa. Si deve dunque badare alla
differenza delle terre, alla robustezza dei semi e alla
stagione che più si conviene a ciascun genere di piante.
(2) Quando le stagioni sono state buone, i semi danno
più far:na. Per il che in Atene, paese fecondissimo di
orzo, questo cereale fa molta farina, non già quando ne
è nato molto, ma quando la stagione gli è stata pro­
pizia. :Sella Focide, presso Elatea, il grano rende una
metà più di farina ; e cosi non solo il granù, ma anche
l'orzo a Sole in Cilicia, e altrove altri cereali, ai quali
è benigna la natura del suolo. I semi adunque diven­
gon migliori e men buoni, tanto per la 'c ultura quanto
per la qualità delle terre ; e i nsalvatichiscono e si fanno
domestici, al pari degli alberi. Si mutan anche del tutto,
secondo il terreno, come fanno certi alberi che presto tra·
lignano.
(3) :-.essun genere di piante si trasforma in un altro,
salvo la tife e la spelta, come è stato eletto nei primi
libri, e il loglio che nasce dal grano e dall'orzo che si
CAPITOLO VIII, �01

corrompono, se pure non si voglia dire ch'esso ami di


nascere massimamente tra i grani, come il melampiro
pontico, il seme di certi bulbi e al!re male erbe che
crescono tra altri semi. Poichè l'egilope par che nasca
più volentieri tra l'orzo, l'araco ch'è un seme aspro e
duro tra la lenticchia, e lra l'afaca il pelecino che è
simile nella forma a una scure. E così tra qua.i tulli
i semi nasce qualche erbaccia che vive con essi e vi
si mescola, o per la natura del suolo, com'è probabile,
o per qualche altra ragione. ('' Alcune erbacce, com'è
manifesto, si vedono unite con vari semi ; ma perchè
allignano specialmente tra certe piante, pare che sian
proprie di queste, come, per esempio, l'orobanche del­
l'orobo e l'aparine della lenticchia, la prima delle quali
soffoca massimamente gli orobi per la loro debolezza,
e l'aparine trova il suo alimento sulle lenticchie soprat­
tutlo ; e in certo modo è simile all'orobanche nel get­
tarsi sopra una pia'nta e avvinghiarsele attorno. Così
l'orobanche soffoca l'orobo, e da questo Fatto ha preso
il nome.
,5) Il così detto emodoro che nasce dalla stessa ra­
dice del comino e del flono greco, è una pianta assai
singolare. Esso ha un solo gambo e non è dissimil� dal�
l'orobanclle, salvo che è molto più corto, con una ciocca
di fiori in cima e una radico rotondeggiante. Non reca
danno a nessun'altra pianta, fuorchè al fieno greco. Co­
teste piante allignano nei terreni leggieri e non nei
grassi ; così nall'Eubea non nascono a Lelanto, ma in­
torno a Caneto e in altri luoghi simili. Sebbene tali erbe
21l2 l.lBR.O 011'.iL VO

crescano tra molte piante, tuttavia vivono meglio tra


le notate di sopra, perchè più deboli.
(6) Cottoie e non cottoie si dièono specialmente le
civaie ; non senza ragione però si potrebbe dire qual­
cosa di simile e forse anche il medesimo delle biade, ma
ciò non è in ugual modo palese, non servendo le biade
allo stesso uso. Avviene spesso e, in molti modi, che ci
sian de' luoghi che producono sempre legumi coltoi ·e
allri, non cottoi ; e por lo più i cuttoi si hanno dalle terre
leggiere. l7) Anche l'aria può produrre così fatte mo­
dificazioni nelle civaie ; o se ne ha una prova in questo,
che una medesima terra e allo stesso modo coll.ivata,
ora le fa cottoie, ora no. Intorno a Filippi, ventilandosi
le fave, so sollla il vento del paese, le cottoie diventano
non cottoic. Ciò spiega come per moltiplici ragioni in
uno stesso paese, di due campi limitrofi, allo stesso
modo situati, punto differenti per la natura del suolo e
talvolta solamente divisi da un solco, l' uno produca
legumi cottoi e l'altro no.

CAPITOLO IX .

Sfruttano la terra il grano massimamente e poi


l'orzo ; por il che quello desidera un terreno buono, lad·
dove l'orzo può far bene anche in uno sterile. Il cece, sfrutta
la terra più di tutti gli altri legumi, sebbene viva per
brevissimo tempo. La fava, come è stato detto, olirechè
non è in verun modo · dannosa, pare che ingrassi anche
il terreno per essere di una materia poco compatta e
.
facile a putrefarsi ; cmli<! ' ih- . Micedonia e in Tessaglia,
ql\&n.do . mette ;i fiori, la sovescian� (2). Tra .i çereal i
eh.e soµo simili _ al grano . e . ali' orzo, cioè . la spelta, la
life, l'olira, !'-avena e l'egilope, gagliardissi!"-a è la spelta
e sfrutta la terra in modo singolare, avendo. molte e
profonrle radici e anche molti culmi. li fr_,ttto: è -leg­
gerissimo e grato a quasi tutU gli animali. ·viene pÒi
l'avena che ha pure · molte radici e molti culmi. Fr3:
queste più molle e più debole è l'olira ; ma più leggiera
di tutte, la !ife, la quale ha un solo ·e sottil ga�bo, e
perciò desidera un terreno leggiero e non, come la spelta,.
grasso e buono. Queste due specie di cereali, cioè la spelta
e la tife, sono assai simili al grano. L'egilope poi �
l'avena sono quasi salvatiche e per nulla domestiche. i3J
Anche l' egilope sfrutta grandemente il terreno, come
quella che ha molte radici e molti rami. Il loglio poi è
una pianta al tutto insalvatichita.
Tra le piante che appartengono alla seminazione
estiva, par che il sesamo sia delle più ilannose al terreno
e che grandemente lo sfrutti, quantunque il panico metta
molti culmi, più grossi e abbia molte radici.
Del resto . la leggerezza (dei frutti) va intesa diver­
samente, secondo che si riferisce al t�rreno o al nostro
alimento : poiché in alcune piante, come ne' Jegumi 0
nel panico, la cosa va in senso contrario. Inoltre e' è
diversità secondo che un frutto debba servire per cibo
.
all'uomo o ad altri · animali, come già è stato detto. Ciò
basti intorno a questa materia.
294 LIBRO 01'TAvn

CAPITOLO X.
Le malattie dei semi, certe, sono a tutti comuni,
come la ruggine : certe, proprie di alcuni, come il car­
bone del cece. C' è dei semi rosi dai bruchi, dalle pulci
e da altre bestiuole ; e ce n' è di quelli infestati da una
specie di rogna e dalla salsuggine, come il comino. Le
bestiuole non nate negli slessi semi, ma venute dal di
fuori, son meno dannose. Così sul grano nasce la can�
taride ; sul!' orobo, il falangio ; e altre specie eu altri
semi. (2) La ruggine, per ordinario, infesta piuttosto i ce­
reali che i legumi ; tra quelli pitì l' orzo che il grano,
e delle varie specie di orzo alcune più, altre meno, ma
l'orzo achilleo in modo particolare. Anche dalla postura
e dalla qualità delle terre dipende in gran parie il pro­
dursi della ruggine; poichè ne' luoghi ventosi ed elevali
non ce n' è o ben poca, al contrario dei bassi e riparati
dai venti. La ruggine si produce principalmente nel
plenilunio (3). Anche il vento distrugge il grano e l'orzo,
se li coglie in flore o subito dopo sfioriti, quando ancora
son deboli. L' orzo specialmente quando sta per matu­
rare, se lo battono forli e conlinui venti, si disocca a
inaridisce, iJ che alcuni esprimono in greco con una
parola che suon a : distrutto dal vento. Anche il sole che
trapela dalle nubi è nocivo a tutt' e due questi cereali,
ma più al grano che al!' orzo, per modo che la spiga
non dà più nell'occhio, essendo diventata vuota.
(4) Distruggono il grano anche i vermi, alcuni ap­
pena nati, rodendo lo radici : altri, quando a cagione
CAPITOLO ][.

della siccità, la spiga non si può sviluppare ; chè allora


il verme che vi è nato rode il culmo fino alla spiga ; e
poi, consumato quel che gli ha servito di cibo, perisce.
Se ha roso tutto il culmo, muore l' intiera pianta : ma
se ne ha tocco sola una parte, e la spiga con la sua
forza erompendo, si sia sviluppata, una parle della spiga
inaridisce, ma l'altra si salva. Del resto, non da per tutto,
come in Tessaglia, i grani son cosi danneggiati, ma in
certi luoghi soltanto, come in Libia e in Lelanto d'Eubea.
(.5) Dei vermi nascono anche neIJ•ocro, nella cicer­
chia e nel pisello, quando, essendo bagnati, sopravven,
gano giornate calde, allo stesso modo che nel cece na­
scono i bruchi. TuLte queste bestiuole, consumata la
materia che ha servito loro di cibo, periscono : siano le
piante ancor verdi o abbiano i frutti già secchi. Così
fanno gl'ipi e gl' insetti che nascono nella fava e in altri
(legumi), come è stato detto degli alberi e dei legni, ec­
c�ttuati quegl' insetti che si domandan cerasti. Tutte
queste cose dipendono, corno /J chiaro, in gran parte
dalla natura dei luoghi; chè l'aria ora è calda, ora fredda,
ora umida, ora secca : e la virtù di generare è neH'aria
Per il che anche là dove cotesti insetti sogliono na­
scere, non vi nascon poi sempre.

CAPITOLO XI.

I semi non hanno un' ugual forza per germogliare


e per conservarsi. Chè alcuni germogliano e maturano
prestissimo e ottimamente si conservano, come il miglio
LIBRO OTTAVO

e il' panico. Altri invece· g,irmo'glian bene, mà prestò · si


guasla�o, come . ta·' fava, massime la -�ttoi,.; · !' araca,
il fàgìuolo e l"ori:o prima del grano. Si guasta anche il
. .
grano se è polve�Òso 'e· riposto in granai intonacati ·,n
calce anzi che· no. lii in· ogni seme che s.i guasta na�
scono certi specialiJnseUi, secondo che è si.alo detto. Fa
ecc_ezione il cece Cne· �Olo noll ne produce. In tutti i_ semi
i mputriditi e' è un verme ; · e, nei rosi, un insetto lor pro·
prio, il quale li rode. Illesi sono il cece e l'orobo mas�
simamentè, ma: piiÌ di questi il lupino cbe pa�e sia da
tenersi come pianta_ salvatica.
(3) Differisce, com'è naturale, luogo da luogo e clima
da clima in quanto all'esser i semi soggetti o no a gua­
starsi. I n Apoilonia sul Mar Ionio dicono che la fava
non sia infestata per nulla dai vermi , per il che la ri­
pongono in quei luoghi per conservarla. Così anche
presso Cizico si mantiene lungamente. Giova molto alla
conservazione dei semi il coglierli quando sono beri
secchi, perchè allora contengono meno umidità. I le·
gumi per altro vogliono esser colti un poco freschi, ché
allora si colgono meglio e con più facilità ; altrimenti ca­
dono subito e si frantumano, perchè troppo secchi.
Nè il grano e una certa specie di orzo si devon mie·
tere al tutto secchi, se si vuol avere una buona qualità
di polenta. (4) Per la stessa ragione si ammucchiano il
grano e l' orzo, e pare che, co�ì ammucchiati, maturino
sempre meglio. Il frumento segato dopo che l'ha bagnato
la pioggia, non è infestato dagl' insetti : non segato, si
mantiene un gran pezzo e anche più il lupino, il quale
C�PITÒLO Xl�

non si suol cogliere prim'> che sia caduta· la pioggia ;·


percM, altrimenti, i semi saltano via e si disperdono.
(5) Germinano meglio e al tutto sono da preferirsi
i semi · di un anno ; quelli di due· e di tre sono peggiori,
e 'quasi sterili i più vecchi, sebbene buoni abbastanza:
rhme alimento. E in vero a ciascun seme è stabilito un
certo tèrmine per la capacità di germogliare. Varia per
altro il vigore dei semi secondo i luoghi ne' quali sono
stati riposti. IÌ1 un · certo luogo di Cappadocia, chiamato
Petra, dicono che sì· mantengan fecondi e buoni per
esSere seminati,tj_uarant'anni ; e, come alimento, sessanta
e settanta, perchè non sono punto infestati dagl' insetli,
r quali puro rodono le vesti e altre suppellettili. (6J Co­
testo luogo è elevalo e bene esposto ai venti e alle aure
che spirano da levante, ponente e mezzodì. Anche nella
Media e in altre regioni elevate, le biade riposte si
mantengono per un pezzo. È noto poi che il cece, i lu­
pini, l'orobo, il panico e simili durano molto più, come
anche in certi luoghi della Grecia. E queste cose, come
è stato detto, si rireriscono alla natura stessa dei luoghi.
(TJ Pare che ci sia una certa sorta di terra che
mescolata col grano serva a conservarlo, come è quella
che si trova in Olinto e in Corinto d'Eubea. Questa terra
rende men buono il grano come alimento, ma gli dà
un'apparenza di piil piena maturità. Ne mescolano una
ehenice con un medimno di grano. TutLi i semi torre­
fatti si guastano e diventano sterili. Presso Babilonia
dicono che l'orzo e il grano sal\ino sull'aia, come quando
si abbrustoliscono. Il che deriva certamente dal calore,
LIBRO u'l'TAVO

poichè per effetto del riscaldamento sopraLtutto, sogliono.


saltare i semi. Queste cose pare che siano comuni a
tutti (i semi) o almeno ai più.
tBl Alcune piante, anche di quelle che paiono come
salvatiche, hanno certe loro proprietà rispetto al na­
scere e al germinare, come il lupino e l'egilope. li lu­
pino, sebben robustissimo, se subito dall'aia non è posto
in Lerra, non vien su bene, come è stato . detto ; e al
tutto non vuol essere coperto dalla terra ; e perpiò non
lo seminano, arando profondamente. Spesso, se ne ca·
dono i semi in mezzo ai folti virgulti, facendo forza
spinge fino a terra le radici e germoglia. Ama una terra
arenosa e cattiva, e non vu9l vivere nei campi colti­
vati. (9) Al contrario l'egilope fa meglio nelle terre la·
vorate, per modo che alcune volte non avendo prima
germogliato, dopo lavorato il terreno, germoglia e cre­
sce rigogliosamente. Deside�a insomma una terra buona.
Dicono che abbia questo di particolare in relazione ai
semi delle altre frumentacee, che una parte dei semi
nasce il secondo anno, onde chi la v uole al tutto estir·
pare, ed è per natura di difficile estirpazione, la.scia per
due anni il campo senza seminarlo ; e quando l'egilope
spunta di nuovo, vi mette spesso a pascere le pecore,
finchè non l'abbiano consumata : chè solo allora è pie­
namente distrutta. E questa è una prova che l'egilopc
non nasce tutta in una volta.
L1 BRO NONO

CAPITOLO I.

Gli umori propri delle piante che, con un nome co•


mune, da alcuni son chiamati succhi, hanno certamente
ognuno le loro particolari virtù. Han sapore quando più,
quando meno forte : talvolta ancha pare che non ne ab­
biano di sorta alcuna, tanto son deboli e acquosi. Ab­
bondantissimi al tempo del germogliamento, sono poi
assai gagliardi e mostrano massimamente la propria na·
tura quando la pianta ha cessato di germogliare e fare
i frutti. Alcuni di questi succhi hanno un colore loro
speciale : bianco, come nelle piante lattiginose ; sangui·
gno, come nella centauride e nella spina chiamata atrat­
tilide ; in alcune, verde ; in altre, di altri colori. l i che
nelle piante annue e ne' cauli annui si vede in modo più
manifesto che negli alberi.
(21 In alcune piante il succo è solamente denso,
come nelle lattiginose : in altre prende forma di lagrima,
come nell'abete, nella picea, nel terebinto, nel mandol"lo,
nel ciliegio, nel susino, nel ginepro, nel cedro, nella
300 LIBRO NONO

spina egizia e nell'olmo, chè anche questo produce una


gomma che non cola già dalla corteccia, ma è conte­
nuta in vesciche. Aggiungi quegli alberi, dai quali stil­
lano l' incenso e la mirra, succhi anche questi che si
devono chiamar lagrimé, e n balsamo e:· il galbano. Ce
n' è ancora degli altri, come, a quanto dicono, la spina
indiana, dalla quale cola una sostanza simile alla mirra.
Hanno dei succhi anche lo schino e la spina denominata
issine, dai quali s'est�a� il masti_ce.
(3) Tutti questi su·ccài mandano odore, come in ge­
nere gli oleosi e grassi. Chè quelli che non son grassi,
sono anche senza odore, come la gomma 'e la lagrima
del mandorlo. Anche dall' issia che vive in Creta · e dalla
tragacanta stilla un umore Ìn forma di lagrinia.Sl credeva
una volta che quest'ultima crescesse solamente in Creta ;
ma ora è noto che vive anche nell'Acaia del Pelopon­
neso e altrove, e perfino in Asia nella Media. In tutte
quesle piante si raccoglie la lagrima dai cauli, dai
tronchi e dai rami ; ma in certe si ha dalle radici,
come per esempio, nel!' ipposelino, nella scamonea e in
molle altre medicinali. Ce Ìl' è anche di quelle che
rhanno tanto nel caule quanto nella radice ; e quindi
l' estraggono dall' uno e . dall'. altra, come si fa nel
silfio. (4)' La lagrima dell; ipposelino è alquanto si­
mile alla mirra; e alcuni, avendo udito dire che l' ippo­
selino produceva la mirra, hanno supposto che quello
nascesse da questa. È vero per altro, ed è già stato
detto, che l'ipposelino nasce dalla lagrima èhe ne sgorga,
come è il caso del crino e di alcune altre piante. La
CAPITOJ�O I 301

lagrima del silfio è acre, come lo stesso silfio : e dico


lagrima, perchè tale è veramente cotesto succo, La
scamonea e altre piante simili posseggono, come si è
detto, virtù medicinali.
15) Tutti questi succhi o sgorgano da sè, o per un&
incisione, oppure nell' uno e nell'altro modo insieme.
Si fanno le incisioni per raccogliere que' succhi che son
più utili e pregiati ; e perchè il mandorlo ha una gomma
che non è di veruna utilità, non s' incide. È poi cosa
manifesta che, quando i succhi sgorgano e si coagulano
da sè, il flusso ne è più copioso. (6) Non in ogni sorta di
piante nè a un tempo medesimo si posson fare le in·
cisioni, nè avviene il flusso dei succhi. Così nelJa vite
dicono che l'umore sgorga in maggior copia, quando
si fanno i tagli poco innanzi al tempo del germoglia­
mento : in minor quantità, se in autunno o sul comin­
ciar dell' inverno , sebbene per molte piante cotesti
tagli siano opportunissimi per la produzione del frutto.
Il terebinto, la picea e altri simili alberi che producono
la resina, s'incidono dopo il loro germogliamento.
Il taglio non si vuol fare ogni anno, ma dopo un tempo
più lungo. Rispetto all'incenso e alla mirra, le inc1s,oni
devono farsi per la canicola e ne' giorni più caldi. Si
dica il medesimo del balsamo di Siria.
17) Molto accuratamente e leggiere vogliono esser
fatte le incisioni in cotesle piante, perchè poco è l'umore
che ne stilla. Quando s' ha da incidere il caule e la radice,
s' incide prima il caule, come si fa pel silfio. Il succo
poi, secondo l' incisione, si chiama di caule o di radice ;
302 LJRRO NONO

e questo è migliore perchè puro, limpido e più asciutto.


Quello del caule è più umido, sicchè vi si mescola della
farina per farlo coagular meglio. Il tempo opportuno
per le incisioni lo conoscono i Libii, come quei che fanno
raccolta di siltlo ; lo conoscono anche i rizotomi e i rac­
coglitori di erbe medicinali, e anche questi estraggono
prima il succo dal caule. In conclusione, quanti vanno
.in cerca di radici e succhi sanno scegliere per coteste
loro operazioni il tempo opportuno. E questo sia detto
generalmente.

CAPITOLO !1.

La resina si ottiene nel seguente modo. Si e.trae


dalla picea, incidendone la corteccia, perchè nel luogo
dell' incisione concorre più abbondantemente l'umore :
nell'abete e nel pino si fa il taglio sino a incidere al­
quanto il legno, chè per tutti gli alberi il modo del ta­
glio non è il medesimo ; cosi il terebinto s' incide nel
tronco e nei rami. Sempre poi è più copiosa e cli mi­
glior qualità la resina del tronco che quella che cola
dai rami.
(2) Differisce la qualità della resina secondo la na­
tura degli alberi. Ottima, sebben poca, ne dà il terebinto,
perchè densa e di un odore gratissimo e delicatissimo,
In secondo luogo vien la resina dell'abete e del pino
che è più leggiera di quella della picea, la quale ne
produce in gran quantità, ma assai greve e abbon­
dante di pece, ossendo quest'albero sopra ogni altro
CAPITOLO Il. �01

ricco di teda. La trasportano liquida negli otri, dove poi


si condensa da sè. Dicono che io Licia si bruci anche il
terebinto per cavarne la pece, essendoci là, come ab­
biamo detto, un gran monte eh' è tutto pieno di grossi
terebinti. 13) Alcuni affermano che il pino e il cedro di
Fenicia servano allo stesso uso, il che per altro av­
vif!n di rado, ed è però da tenersi solo come un caso
possibile. I Macedoni non bruciano la picea per cavarne
la pece, salvo gl' individui maschi, com'essi li chiamano,
e son quelli che ·non fanno frutto. Dalle femmine pren­
dono solo alcune radici, chè ogni picea ha la teda nelle
radici. La pece migliore e più pura si ha dagli alberi
esposti al sole e al vento di tramontana : brutta e come
fangosa, da quelli che crescono in luoghi ombrosi ;
anzi, dove l'ombra sia troppa, la picea non nasce in
nessun modo.
(4) C'è anche la cattiva e la buona ;accolta rispetto
all'abbondanza e bellezza della pece: poichè quando l'in­
verno è mite, se ne ha molta, bella e d' un colore più
chiaro ; quando è rigoroso, poca e di peggior qualità.
E queste sono le cause, dallo quali dipende la copia e
la bontà della pece, non già l'abbondanza di frutti della
picea.
(5) Gli abitanti del monto Ida distinguono due specie
di picea ; la idea e la lllariltima. La pece delle idee, a
quanto dicono, è più abbondante, più nera, più dolce e
al tutto più odorosa quando è cruda : cotta, diminuisce
di volume, essendoché contiene più siero; e per questo
è anche più sottile. La pece della picea marittima, se
304 l.lBRO NONO

cruda, è più gialla e più densa, per il che diminuisce


meno con la cottura. In quanto poi alla quantità della
teda, ne ha più l'idea. Ordinariamente da un' uguale
quantità di tede si ha più pece e più acquosa ne' tempi
piovosi che negli asciutti ; e più dai luoghi freddi e om­
brosi che dagli aprichi e sereni. Cosi dicono gl'Jdei e
i Macedoni.
(6) Le cavità degli alberi vanno poi riempiendosi. di
pece, sicché se ne estrae di nuovo. Le migliori picee si
riempiono nel corso di un anno, le mediocri in due,
le peggiori in tre. Coteste cavità si riempiono, non perchè
il legno cresca e si ricongiunga, ma per la pece che si
accumula, non essendo possibile che il legno sì ripro­
duca e si riunisca. La pece è quella parte che si va
formando. È poi manifesto che necessariamente avviene
nel legno stesso un certo aumento, poiché tolte le tede e
bruciate, segue il flusso della pece. Cosi va intesa la cosa.
(7) Gli abitanti del monte Ida dicono che, levata la
scorza al tronco, il che soglion fare dalla parte volla a
mezzodì, due o tre cubiti sopra terra,ivi concorre l'umore;
e in un anno al più vi si genera la teda. Cavata questa
con la scure, torna a rigenerarvisi l'anno seguente e pa­
rimente il terzo. Dopo cii>, per i ripetuti tagli, l'albero
si putrefà e casca per terra, scosso dai venti. Allora si
cava la parte interna del legno, che ha sempre molta
teda e anche quella delle radici, le quali parimente, se­
condo che è stato detto, son sempre abbondanti di teda.
(8) È naturale che coteste operazioni sugli alberi robusti
si posson fare di seguito, ma su i più deboli è neces-
CAPITOLO ur. 305

sario a lungo intervallo. Così pure cavata la teda con


moderazione, gli alberi durano un pezzo : cavata tutta,
poco.Come si crede, possono al più sostenere tre di questi
tagli. Le picee non fanno i frutti e danno la teda al
tempo stesso : il frutto lo producono quando son gio·
vani ; la teda molto dopo, quando già sono invecchiate.

CAPITOLO III.

La pece, per via di fuoco, la cavano in questo modo.


Si prepara un luogo piano come un·aia, ma nel mezzo,
concavo e lastricato. Si taglia il legno in pezzi e questi
si dispongono a quel modo che soglion fare i carbonai,
eccettochè non si fa la fossa, ma i legni si pongono di·
ritti l' uno vicino ali' altro, in guisa che il mucchio si
vada elevando a mano a mano che aumenta. E dicono
che, se il mucchio ha una circonferenza di cent'ottanta
cubiti, possa elevarsi tino a cinquanta o al più sessanta;
se poi la teda è per avventura molto pingue, può avere
un cento cubiti tanto di circonferenza quanto di altezza.
(2) Formata così la catasta, la coprono di frasche e
vi gettan sopra della terra per chiuderla in modo che
da nessuna parte sbuchin le fiamme ; i l che se avve­
nisse, la pece . aoderebbe a male. Si dà fuoco al mucchio
per quell'apertura che vi si è lasciata, la quale poi si
tura con frasche e con terra accumulata sopra. Quindi,
salendo sulla catasta con una scala, osservano se per
caso esca il fumo da qualche parte, chè allora vi get­
tano continuamente della terra, afflnchè non divampin
!O
30� LlBRO NONO

le fiamme. A traverso la catasta si fa un canale per


farvi scorrer la pece che va in una fossa lontana un
quindici cubiti. La pece che vi si raccoglie si raffredda
per modo che uno la può toccare.
(3J La pece si liquefà in due giorni e due notti
al massimo ; chè spesso il secondo giorno innanzi al
tramontar del sole, la catasta è bruciata e cade disfatta,
il che avviene quando la pece non cola più. Per tutto
questo tempo si sta vigilanti e si bada che le fiamme non
isbuchino da nessuna parie, e si fanno sacriflzi e altre
cerimonie, pregando che la pece riesca abbondante e
bella. In questo modo i Macedoni preparano la pece.
(4) I Siri nell' Asia, secondo che si dice, non ta­
gliano con la scure la teda, ma la bruciano sullo stesso
albero, adoprando un cerio loro strumento, fatto ap­
posta e spalmalo di olio. Liquefatta la pece in una parte
dell' albero, applicano lo strumento a un' altra parte e
cosi di seguito. Conoscono ben essi lino a che punto
possa durare questa operazione ; e cessano a certi segni,
il principale dei quali è naturalmente quando la pece
non cola più. Cavano la pece, come s'è detto di sopra,
dal terebinto, poichè in , ue' luoghi non vive la picea.
Ecco 'l "anl'l si 1lo1° eva dire intorno alla resi na e alla
pece.

CAPITOLO IV.

L' incenso, la mirra, il balsamo e altre simili so­


stanze già è stato detto che si raccolgono o per mezzo
di un'incisione fatta nell'albero o da uno scolo spontaneo.
CAPITOLO JV. 207

Ora ci proveremo a trattare della natura di cotesti alberi


e di quel che c'è di speciale nel prodursi dei succhi,
nel modo di raccoglierli e va discorrendo. Tratteremo
anche dell' altre piante aromatiche, le quali ci vengon
quasi tutte da paesi meridionali e orientali.
(2) L'incenso, la mirra, la cassia e il cinnamomo si
trovano nella penisola arabica, intorno a Saba, Adra­
mita, Citibena e Mamali. Gli alberi dell'incenso e della
mirra nascono parte sul monte, parte in appositi campi
ai piedi del monte, per il che questi si coltivano e quelli
no. Dicono che cotesto monte -sia alto, boscoso, coperto
di neve e che da esso scendano dei fiumi nella pianura.
L'albero dell'incenso, a quanto affermano, non è molto
alto, un cinque cubi Li circa, ma assai ramoso, con foglie
simili a quelle del pero, molto più piccole per altro, di
uri verde carico come la ruta, e con una scorza tutta
liscia simile a quella dell'alloro. (3) Si dice che l'albero
della mirra sia più piccolo e abbia forma di arbusto:
duro il tronco, contorto vicino a terra e grosso più
della polpa d'una gamba : liscia la corteccia, simile a
quella dell'andracne. Altri poi che affermano di averlo
visto, in quanto alla grandezza dicono press' a poco
lo stesso: non grandi nè l'albero dell' incenso nè quello
della mirra : questo per altro più piccolo e più basso.
L'albero dell' incenso vogliono che abbia foglie simili
al lauro e sia pulito e liscio nella corteccia : spinoso e
non liscio il tronco dell'albero della mirra con foglie
simili a quelle dell'olmo, ma crespe, spinose in cima,
come le ha l'elce. (4) Aggiungevano anche che nella n·a·
308 LIBRO NO�O

vigazione che fecero, partendo dal golfo degli Eroi, scesi


a terra e andati sul monte per cercare acqua, videro
così fatti alberi e notarono in che modo si facesse la
raccolta delle gomme. Sul tronco e sui rami di tutt' o
due coteste specie di alberi videro fatti dei tagli ; ma
i tronchi parevan feriti a colpi di scure, laddove i rami
avevano leggiere incisioni. Le lagrime, parte cascavano
a terra, parte restavano attaccate all'albero. In alcuni
luoghi videro distese stuoie tessute di palme ; e altrove
la terra nuda, ma spianata e pulita. L' incenso raccolto
nelle stuoie è assai net.lo e limpido, non così quello
caduto in terra. Quello che rimane attaccato all'albero
si spicca col ferro ; e perciò talvolta porta con sè un
poco di corteccia.
(5) Tutto quel monte è diviso tra i Sabei, i quali ne
sono signori e rispettano per modo l'altrui che non c'è
bisogno di chi stia a guardia degli alberi. Colà. quei na·
vigatori fecero un ricco bottino di mirra e d' incenso,
essendo il luogo deserto ; e, caricatene le navi, se ne
partirono. Raccontavano parimente e asserivano d' a­
verlo sentito dire, che da tutti i luoghi portan la mirra
e l' incenso al tempio del Sole, il quale per li Sabei è
di gran lunga il più santo di tutti in quella regione ;
e vi fanno la guardia alcuni Arabi armati. (6) Recato
colà. il raccolto del!' incenso e della mirra, ognun d'essi
lo dà in consegna ai custo,\i. Sopra il mucchio .pone una
tabella con una scritta che indiea il numero delle misure
e a quanto si vendo la misura. Come poi vengono i
mercanti, osservano le tabelle, misurano quella merce
CAPlTOLO IV, 309

che loro piace di più e lasciano il prezzo nello stesso


luogo dove han tolto la mercanzia. Viene poi il sacer­
dote che, presa la terza parte . del prezzo dovuta al
nume, lascia colà il resto che si serba sicuro ai propri
padroni finchè questi non vengano a pigliarselo.
(7) Alcuni vogliono che l'albero dell' incenso sia si­
mile al lentisco, simile anche il frutto, ma le foglie ros­
sastre ; e dicono che l' incenso che stilla dalle piante
giovani sia più bianco e odori meno di quello che cola
dalle vecchie che l' hanno più giallo e più odoroso. Di­
cono ancora che l'alhero della mirra somiglia al tere­
binto, ma che è più ruvido e spinoso e con foglie alquanto
più tonde, le quali masticate hanno il sapore di quelle
del terebinto. Vogliono che, anche in questo caso, sia
più odorosa la resina che cola dagli alberi vecchi. (8)
A quanto dicono, coteste due specie di alberi crescono
in un luogo medesimo, in terreno argilloso che fa crosta
e dove le sorgenti sono scarse. Il che è contrario al
viver di questi alberi tra nevi, piogge e corsi di fiumi
(come dicono alcuni). C' è chi quest'albero lo vuol simile
al terebinto : anzi alcuni dicono che sia un vero tere­
rebinto, perchè ad Antigono essendo stato presentato
dagli Arabi che gli recavano l'incenso anche il legno del­
l'albero, fu osservato come non differisse punto da quello
del terebinto. Se non che costoro pigliarono un altro
abbaglio anche maggiore, credendo che l' incenso e la
mirra distillino da uno stesso albero. (9) Per il che nar­
rarono cose più simili al vero que' che venivano dalla
terra degli Eroi. Chè anche quell'albero dell' incenso,
310 LIBRO NONO

nato in un certo santuario sopra Sardi, ha le foglie


crune il lauro, se. pure da questo si può togliere qualche
congettura ; è certo poi che quell' incenso che si cava
dal tronco e dai rami, quando brucia, è simile nella
apparenza e nell' odore al vero incenso. E solamente
questo albero è cresciuto colàsenza (essere stato colti vato1.
(IO) Dicono alcuni che l'Arabia produca l' incenso
in maggior quantità, ma che sia migliore q ucllo delle
vicine isole, soggette agli Arabi ; poiché ivi'si può dare
ali' incenso sull'albero stesso quella forma che si vuole ;
il che s' intenderà facilmente quando si pensi che l'al ·
bero riceve incisioni fatte in quel modo che più piace.
Alcuno volte il volume dell' incenso che si accumula è
così grande da empire la mano, e pesa più d'una terza
parte di mina. L'incenso di qualunque sorta sia, si espor­
ta greggio e, a vederlo, pare scorza d'albero. La mirra
è di due sorte : cosi com' è stillata da sè, o con una forma
datale ad arte. Al gusto si giudica quella che è ottima
e se ne scelgono que' pezzi che sono tutti d'un colore.
E questo è press' a poco quanto fino ad oggi abbiamo
udito intorno ali' incenso o alla mirra.

CAPITOLO V.

Del cinnamomo e della cassia riferiscono quanto se·


gue. L' uno e l'altra son frutici, non grandi, ma simili
all'agnocasto, ramosi e legnosi. Quando si estirpa il cin­
namomo tutto intiero, lo dividono in cinque parti. La
CAPITOLO V. 3ll

prima, che è la migliore, è la parte più vicina alla


cima, e se ne taglia per la lunghezza di un palmo o
poco più. La seconda è quella che segue dopo questa
e si taglia più breve ; poi' si tagliano la terza e la quarta.
L'ultima che resta più vicina alle radici, è la men
buona di tutti i pezzi, perché ha meno corleccia, la
quale solamenle è utile e non già il legno. E perciò le
cime dei rami sono migliori, per ritrovarvisi più cor­
teccia. Così dicono alcuni.
12) Altri poi affermano che sia frutice o piuttosto
suffrutice, e che sia di due sorte, nero e bianco. Rac­
contano anche una certa favolett�, dicendo che il cinna­
momo cresce in burroni dove sono moltissime serpi, il
cui morso è mortale. Bisogna scender laggiù con le
mani e i piedi ben coperti e difesi, e cosi raccoglierlo.
Portato fuori, lo dividono in tre parli, che estraggono
a sorte col Sole, al quale lrueciano quella che gli è toc­
cata. Partiti di là, dic�no che si vede subito la parte
lasdata ardere (da se stessa). Ma questa è una favola
beli' e buona.
(3) In quanto alla cassia, dicono che abbia le verghe
più grosse e assai fibrose, dalle quali con difficoltà si
distacca la corteccia, che anche nella cassia è la parte
buona. Quando s' hanno da tagliar le verghe, si divi­
dono in pezzi lunghi due dita o poco più e si cuciono
in pelli fresche. Da queste e da.I legno che si putrefà
nascono poi dei vermi che divorano il legno e non toc­
cano la scorza, per essere amara e di odore acuto. Questo
è quanto si dice della cassia e del cinnamomo.
312 LIBRO NONO

CAPITOLO VI.
Il balsamo nasce nella valle della Siria e solamente,
secondo che dicono, in due orti che sono colà, l'uno di
circa venti iugeri, l'altro molto minore. L'albero è grande
come un gran melagrano, (olto di molti rami ; ha le
foglie come la ruta, ma bianchicce, e persistenti. Il
frutto è simile per grandezza, forma e colore a quello
del terebinto, assai odoroso, anche più della stessa
lagrima. (2) La lagrima si raccoglie facendo dell' in­
cisioni con un'unghia di ferro nel tronco e nelle parti
di sopra della pianta, al tempo della canicola nei mas­
simi calori. Dura la raccolta tutta l' estate. Poca è la
materia che cola, per modo che un uomo in una giornata
a pena ne raccoglie tanto da empire una conchiglia.
L'odore ne è squisitissimo e così forte, che da una pic­
cola particella si spande a gran distanza. Da noi non
arriva mai sincero, ma misto ; e in molti modi si fa la
mistura. Quello che si vende in Grecia è quasi sempre
sofisticato. Le stesse verghe essendo molto odorose,
,3) I' albero si pota anche per questo, e i ramoscelli si
vendono a caro prezzo. E questa è la ragione delle cure
che si pongono intorno a cotesti alberi, e della dili­
genza nell'annaffiarli, giacchè vogliono essere annafllati
continuamente. Una delle cause per cui l'albero del bai·
samo non viene alto pare che sia il taglio dei rami ; e
l' albero per ossere spesso potato, mette dei ramoscelli
e non concentra la sua forza in un solo punto.
(i) Balsamo salvatico non si è mai trovato in nes·
CAPITOLO VI. 313

sun luogo. Dall' orto più grande se ne raccoglie un


dodici vasi che contengono ognuno mezza coa : due
soli, dall'altro. Il balsamo puro si vende per il doppio
peso d' argento ; I' altro in ragione della mistura. Il
pregio del balsamo si conosce dalla bontà dell' odore.

CAPITOLO YII.

Il calamo e lo scheno crescono di là dal Libano, in


una valletta tra questo e un altro piccolo monte, 11011
come alcuni credono, tra il Libano e l'Antilibano. L'An­
tilibano dista di molto dal Libano ; e tra essi s' esten­
de quella convalle che è una vasta e bella pianura.
Nel luogo dove nascono il calamo e lo scheno c' è un
gran lago, e crescono appunto vicino a questo in una
palude disseccata, la quale ha un' estensione di più di
trenta stadi. Non odorano verdi ma secchi ; e di forma
non sono dissimili dagli altri. Quando si pone piede in
quel luogo, si sente subito l'odore che mandano. (2) Tut­
tavia cotesti effluvi non si diffondono cosi di lontano
da esser sentiti, come vorrebbero alcuni, perfino dalle
navi volte verso quella regione ; ché il luogo di cui
parliamo dista dal mare più di cencinquanta stadi. Nel­
)' Arabia 1•eramente, secondo che dicono, esalano dal
paese effluvi odorosissimi. Queste, pross'a poco, sono nella
Siria le piante eccellenti per odore. Di odore piacevole
e medicinale è il galbano che è prodotto pure in Siria
da una pianta che si chiama panaces.
Tutte le nitre sostanze odorose che servono come
314 LIBRO NONO

aromi, parte provengono dall' India e di là sono spe­


dite per la via di mare ; parte dall' Arabia come, oltre
al cinnamomo e alla cassia, il comaco. li qual comaco
altro è il frutto, altro quello che si mescola con gli un­
guenti più preziosi.
li cardamomo e l'amomo vengono dnlla Media, se·
condo alcuni : dall' India, secondo altri, dalla quale ver­
rebbero e quesla pianta e il nar<lo e le altre spezierie,
o almeno la maggior parte.
(3) In conclusione, le sostanze adoprnte come aromi
sono press'a poco le seguenti : cassia, cinnamomo, car·
damomo, nardo, nero, balsamo, aspalato, stirace, iride,
narte, costo, panaces, zafferano, mirra, cipero, scheno,
calamo, amaraco, loto, aneto. E di queste, alcune sono
radici, altre o corteccia, o ramoscelli, o legno, o semi,
o lagr,me, o fiori. Alcune di queste piante crescono in
molti luoghi ; ma tutte le più eccellenti e odorose ven­
gono d<Lll' Asia e dai paesi caldi. In Europa non c'è al­
tro che l' iride. (il E ottima è quella che cresce nel-
1' Illiria, non nella regione marittima, ma nell' interno
del paese, specialmente verso settentrione. nel resto è
più o men buona, secondo che nasce in questo o quel
luogo. Non domanda altra cura se non di esser fatta sec­
care dopo nettata diligentemente.
Alcune radicine che nascono in Tracia, come quella
che ha odore di nardo e certe altre, mandano odori de­
boli e delicati. E questo sia detto delle sostanze aro­
matiche.
CAPITOLO V111 315

CAPITOLO Vili.

Ora prenderemo a ragionare di que' succhi, de' quali


non si è trattato di sopra : ossia di quelli che hanno
un uso medicinale o qualche altra virtù. Si parlerà an­
che delle radici ; chè da queste s' estraggono alcuni
succhi ed esse stesse hanno di per sè molte e varie
virtù. Specialmente poi si deve trattare di tutte quelle
cose che posseggono qualità medicinali : frutti, cauli,
foglie, radici, erbe ; poichè alcune piante medicinali gli
erbaiuoli le chiamano semplicemente erba.
Molte sono le virtù delle radici e per Ulolti usi. Sono
ricercate massimamente le radici medicinali percM più
utili ; e differiscono in questo le une dalle altre, che non
tutte posseggono le lor virtù per le medesime cose, come
nemmeno nelle stesse parti. Hanno, generalmente par·
lando, così fatte virtù in se stesse, nei loro frutti e nei
succhi, alcune anche nelle foglie ; e gli erbaiuoli, la mag­
gior parte di coteste piante che hanno nolle foglie le
loro virtù, le chiamano erbe, come è stato detto poco
sopra.
(2) Da quelle piani.e che l' hanno, il succo si estrae
ordinariamente l' estate, per alcune sul principio della
stagione, per altre a estat e inoltrata. La raccolta delle
radici si fa in parte al tempo della mietitura e anche un
poco prima, ma più abbondantemente in autunno, dopo il
sorgere d i Arturo, cadute già le foglie ; e, quando sono
utili anche i frutti, dopo che questi S)no stati colti.
316 LIBRO NONO

li succo si estrae o dai cauli, come nel ti ti malo,


nella lattuga e nella maggior parte delle piante, o dalle
radici, o in terzo luogo dal capo, come nel papavero :
il che si ra nel papavero solamente, ed è una sua sin­
golarità. Jn alcune piante il succo si rappiglia da sè in
forma di lagrime, come avviene nella tragacanta, nella
quale non si suol fare intaccature. Le alLre piante, la
maggior parte, vogliono essere intaccate. Alcuni succhi
si ricevono subito in vasi, come si fa pel titimalo o me­
conio, chè si chiama nell' un modo e nell' altro ; e per
quelle piante che stillano succo in gran copia. Ma se è
poco, si riceve nella lana, come quello della lattuga.
(3) Alcune piante non istillano propriamente sncchi,
ma se ne cava come un estratto. La pianta si taglia in
pezzi e si pesta, vi si versa dell' acqua, si filtra e poi
si prende la posatura, dalla qual� · si cava un estratto
che è secco e in poca quantità. Nelle radici, ordinaria­
mente, questo estratto ò più debole del (succo che si
cava dal frutto), ma nella cicuta è in voce più gagliardo;
per modo che, dandone alcun poco in una bevanda, pro­
duce facilmente e prontamente la morte. È gagliardo
anche per altri usi. Forte è anche il succo della tassia;
tutti gli altri son più deboli. E que,ti sono i vari modi
per cavare i succhi dalle piante.
(4) Non c' è diversità nel modo di raccoglier le ra­
dici, salvo in quanto alle stagioni, poichè altre si ca­
vano in estate, altre in autunno ; e in quanto a questa
o quella parte delle radici stesse. Cosi, per esempio, del­
l'elleboro, vogliono esser prescelte le barbicine più baose,
CAPITOLO Vili. 317

perchè, a quanto dicono, la parte di sopra grossa e in


forma di capo, è inutile e da darsi ai cani quando hanno
da essere purga ti. E simili osservazioni si fanno anche
per qualche altra (radice).
(5) Oltre a ciò, ecco quanto dicono i venditori di
farmachi e gli erbaiuoli, parte giustamente, parte per
ciarlataneria. Vogliono che certe radici siano tagliate,
stando col vento alle spalle : la tassia e alcune altre,
dopo essersi unti ben bene con olio : aggiungono gon­
fiarsi il corpo, se si ha il vento in faccia. Anche il frutto
del cinosbaio dicono che si ha da cogliere, avendo il
vento alle spalle ; perchè facendo altrimenti gli occhi
sono in pericolo. Alcune devono esser raccolte di notte,
altre di giorno, altre prima che spunti il sole, come
il così detto cli meno.
(6) Queste e altre simili norme non parrebbe che
si avessero a chiamar vane, perchè invero le forze di
certe piante sono così nocive, che consumano e bruciano
come fuoco. E l' elleboro fa venir presto il mal di capo,
e non si resiste molto a stare a scavarlo ; per il che
sogliono prima mangiare dell'aglio e poi bere vin pretto.
Ma cerLe altre prescrizioni sono ridicolo e strane, come,
per esempio, che la peonia, chiamata da alcuni glici­
side, debba esser cavata di notte : perchè se cavata di
giorno e uno fosse visto da un picchio in quella che
ne coglie i frutti, correrebbe pericolo per gli occhi; come
pure visto tagli11rne la radice, gli discenderebbe l' in­
testino dal sedere. (7) Affermano ancora che, cavando
la centauride, bisogna guardarsi dallo sparviere ' detto
318 LIBRO NONO

triorche, se non si vuole restar feriti, e altre cose si­


mili. Ma fare delle preghiere mentre si sta cavando le ra­
dici, non è per avventura una vana osservanza; tale
sarebbe se si prescrivesse per giunta che nel raccogliere,
per esempio, il panace detto asclepio, si debba meLter
sotterra nel posto della radice una focaccia fatta di ogni
sorte di frutti e condita con mele ; e, quando si raccoglie
la xiri, otferire alla terra per compenso una focaccia
melata di frumento di tre mesi : doversi inoltre tagliar
la radice con una spada a due tagli, dopo aver descritto
tre circoli ; e ciò che è stato prima tagliato, alzarlo al
cielo, e poi proseguire a tagliare il resto (BJ e molte altre
cose simili.Vorrebbero anche che intornoa!lamandragora
si segnassero con una spada tre giri e se ne cavasse la
radice con la laccia volta a ponente : un altro intanto do­
vrebbe mettersi a ballare intorno intorno, e parlare
quanto più può di cose veneree. li che mi par simile a
quel che dicono del comino, cioè che sia da mandare
imprecazioni mentre lo stanno a seminare. Vogliono
anche che si segni un circolo intorno all'elleboro nero,
e che si tagli con la faccia volta a levante, facendo
preghiere, e badando bene che nessun'aquila voli nè a
destra, nè a sinistra ; chè se un'aquila volasse vicino a
quei che taglian le radici, correrebbero pericolo di mo­
rire quell'anno stesso. Ma coteste son baie, come già
è stato detto. I veri modi di cavar le radici sono sola­
mente quelli indicati di sopra.
O.A.PITOLO IX. 319

CAPITOLO IX.

Di alcune piante, secondo che è stato detto, sono


utili tutte le parti : la radice, il frutto e il succo, come
tra le altre, è il panace ; di alcune altre solamente la
radice ·e il succo, come la scamonea, il ciclamino, la
tassia. Di altre, come della rnandragora, sono utili an­
che le foglie ; e dicono che queste mescolate con farina
giovino alle ulceri, e la radice grattugiata e infusa nel­
l'aceto, sia un rimedio contro la risipola, la gotta, l' in­
sonnia e buona per preparare dei filtri. La danno nel
vino o nell'aceto. Si taglia i n rotelline, come il rafano ;
e queste infilzate e (immerse) nel mosto, si sospendono
sopra il fumo.
(2) Dell'elleboro, si adoprano per gli stessi usi tanto
la radica quanto il frutto ; per modo che si dice che
quei d' Anticira si servano del frutto come purgativo.
Cotesti !rutti han torma di sesamo.
Molte sono le parti utili del pan ace, ma non tutte per
la stessa cosa, perchè il frutto fa abortire o giova alla
ritenzione del!' orina ; il succo, che chiamano galbano,
procura anch' esso l'aborto e giova negli spasimi e in
simili altri malanni, come pure pel male di orecchi e
l' indebolimento della voce. La radice è buona per i
parti (difficili), per i mestrui e per il gonfiore di ventre
doi giumenti. Serve anche per l' unguento d' iride, i n
grazia del suo odore. I l seme è più gagliardo della ra­
dice. Nasce in Siria e si raccoglie al tempo della mie­
titura.
320 LIBRO NONO

(3) La radice del ciclamino è usata con mele per


le suppurazioni delle infiammazioni, pel pessnrio delle
donne e anche per le ulceri. li succhio mescolato con
mele e tirato su pel naso, purga la testa ; e dato a
bere, disciolto nel vino, è un rimedio contro l' ubbria­
chezza. Coteste radici, porlate addosso, fanno presto
partorire e sono buone per i flllri. Cavate di terra, si
bruciano ; e con le ceneri impastate nel vino se ne fanno
rotelline, come si suol fa re con le fecce del vino, delle
quali ci serviamo per lavarci.
(4) La radice del cocomero salvatico si usa contro
la morfea e la scabl.,ia delle greggi. Il succo del seme
dà l' elaterio : si raccoglie in autunno, perchè allora è
ottimo.
(5) Le foglie del camedrio pestate nell'olio sono
utili per le fratture, per le ferite e per le ulceri cor­
rosive. li frullo purga la bile e giova agH occhi. Anche
contro gli argemi è un rimedio la foglia pestata nel-
1' ulio. Quest' erba ha foglie di quercia : è alta press' a
poco un palmo e manda un odore soave.
Che non tutte le parti siano utili a una cosa mede­
sima, non è da far le maraviglie, ma è notevole che della
stessa radice una parte purghi per vomito e un'allra per
di sotto, com'è pure il caso della tassia, dell' iscade che
alcuni chiamano apios e della libanotide. Che poi uno
stesso medicamento operi ugualmente per di sopra e per
di sotto, come l' elaterio, non è nulla di straordinario.
(6) La tassia ha foglie di finocchio, ma più larghe :

il caule come una ferula e bianca la radice. L' i scade


CAPITOLO IX. 321

o apios ha le foglie piccole e simili a quelle della ruta,


tre o quattro gambi prostrati e la radice come quella
dell' asfodelo, ma. squamosa. Ama i luoghi montuosi e
sassosi, e si raccoglie in primavera. Queste sono le pro­
prietr. delle sopra dette piante.

CAPITOLO X.

L'elleboro bianco e il nero hanno veramente un me­


desimo nome, ma in quanto alla loro forma ci sono varie
opinioni. Chè alcuni li vogliono simili in tutto, salvo nel
colore delle radici, avendole l'uno bianche, l'altro nere.
Altri affermano che lo foglie dell'elleboro nero sono come
quelle del lauro, e le foglie del bianco, come quelle del
porro : simili del resto le radici, eccetto il colore. Se­
condo l'opinione di chi li crede al tutto simili, tale sa­
rebbe la forma: caule somigliante all'anterico, m a assai
corto : foglie largamente· partite, molto simili a quelle
della ferula, assai lunghe, basilari e vicine a terra :
molte piccole radici che sono poi la parte utile. (2) Il
nero fa morire cavalli, buoi e porci ; o perciò non lo
mangia nessuno di cotesti animali. Il bianco lo man­
gian le pecore; e cosi si conobbe prima.mente la virtù
dell'elleboro, essendo che si purgavano. È maturo i n
autunno e non i n primavera. M a gli abitanti del monte
Eta lo raccolgono al tempo del concilio (degli Anflzioni)
alle Termopili, chè cresce colà in gran copia e di
qualità eccellente ; solamente per altro in quel luogo
dell'Eta che si domanda Pira. Quando si dà per be-
,1
322 LIBRO NONO

vanda, afflnchè più facilmente produca il vomito, vi si


mescola il seme dell'elleborina che è una piccola erba.
(3) Il nero nasce da per tutto ; e perciò si trova in
Beozia, nell'Eubea e in tanti altri luoglli; ma la miglior
qualità proviene dall'Elicona, monte feracissimo di piante
medicinali. Il bianco al contrario cresce in pochi luoghi.
Il migliore e quello di cui si fa maggior uso, si raccoglie
nell'Eta, nel Ponto, in Elea e nella Malia. Dicòno che
l'elleboro di Elea cresca tra le viti e renda il vino cosi
diuretico da generare rilassatezza in quanti ne bevono.
(4) Ma ottimo tra tutti, e tra i nominati di sopra e tra
altri ancora, è l'elleboro del monte Eta. Quello del Par­
nasso e dell'Etolia, chè anclle colà nasce e molti lo com­
prano e vendono senza conoscerlo, è duro e molto arido.
Coteste specie sono simili di forma, ma differiscono nella
loro virtù. Alcuni chiamano l'elleboro nero ectomo me­
lampodio dal nome di nn tale che per primo lo ritrovò
e tagliò. Si servono alcuni di cotest'elleboro per puri­
ficare le caso e le pecore, con certi loro incantesimi, e
l'adoprano anche a molti altri usi.

CAPITOLO Xl.

Molte sono anche le specie del panace, del titimalo


e di alcune altre piante. La prima specie di panace cre­
sce nella Siria, come è stato detto poco sopra : tre altre
si chiamano chironio, asclepio, eracleo. Il chirouio ha le
foglie simili al lapazio, ma più grandi e più ruvide, con
fiori color d'oro e una radice sottile : ama singolarmente
CAPITOLO Il. 323

i terreni grassi. Se ne servono contro le vipere, i ragni


velenosi, i serpi e altri rettili, dandolo nel vino e unto
con olio. Si applica come cataplasma sul morso della
vipera e si dà a bere infuso in vino acido. Dicono che
giovi anche alle ulceri con vino e olio, e con mele ai
tumori.
(2) L'asclepio ha la radice lunga una spanna, bian­
ca, assai grossa con molta corteccia e salsa ; il caule al
tutto genicolato, le foglie simili alla tassia, salvo che più
spesse. Dicono che valga contro il morso delle serpi, se
si prende tritato in una pozion e, come anche contro il
flusso di sangue alla milza, dato con acqua melata. Pe­
sto e imbevuto d'olio, giova al mal di capo e a qualche
altro male occulto di cui per caso uno soffra. Per i do­
lori di ventre lo danno tritato nel vino. Vogliono che
serva anche a tener lontane le malattie lunghe. Inoltre
si sparge sulle ulceri umide, dopo averlo lavato con vino
caldo : sulle secche poi, inzuppato nel vino, si applica
come cataplasma.
(3) Il panace eracleo ha le foglie grandi, larghe e
lunghe tre spanne da ogni parte. La radice è grossa
come un di to, bifida o trifida, amarognola al gusLo e di
un odore simile a quello ùel puro incenso. È utile con·
tro l' epilessia, presa in infusione e mista con una
quarta parte di presame di foca. Per i dolori di ventre
si dà nel vino dolce : sulle ulceri umide si applica secca ; e
sulle secche, mista con mele. Son coteste le varie specie
e le virtù del panace.
(4) Se non che ci sono anche altre specie di panace,
324 LIBRO NONO

l'una con foglie sottili, l' altra non così; ma tutt' e due
dotate delle stesse virtù. Le donne se ne servono appli­
candosele esternamente ; e, mescolandovi della farina,
ci si fanno cataplasmi giovevoli contro le ulceri, anche
se corrosive.
(6) Di stricni e titimali ce n' è varie specie con lo
stesso nome. Una specie di stricno produce il sonno ;
un'alira, la follia. Il primo ha la radice rossa come san­
gue, quando è secca; ma bianca, quando si cava dalla
terra. li frutto è più rosso del cocco e la foglia simile
a quella del titimalo o del melo dolce, pelosa e lunga
un palmo. La scorza della radice, tagliata minutamente
e infusa in vino pretto, si dà a bere e fa dormire. Nasce
nei burroni e presso ai vecchi monumenti.
(6) Lo stricno che fa impazzire, chiamato da alcuni
trioro da altri perisso, ha la radice bianca, lunga un
cubito e concava. Se altri ne prenda per il peso d' una
dramma, gli vien voglia di celiare e s' immagina d'esser
bellissimo. Due dramme fanno folleggiare di più e pro­
ducono allucinazioni. Con tre si l,a una follia continua,
mescolandovi, come dicono, il succo della centaurea.
Quattro dramme uccidono. Le foglie son simili all'e­
ruca, maggiori p9r altro ; e il caule è della lunghezza
di un'orgia. Il frutto è simile al getio, ma più grosso
e più peloso : ha una somiglianza anche col frutto del
platano.
(7) Tra le specie di titimali c' è quello chiamato
marittimo, rossastro, con le foglie tonde, il fusto e tutta
insieme la pianta alta una spanna e il frutto bianco.
CAPITOLO XI. 325

Si raccoglie nel te!_llpo che l'uva comincia a imbrunire.


Il frutto secco e trito si dà in pozione quant'è la terza
parte di un ossibafo. (8) li titimalo che chiamano ma­
schio, ha le foglie simili a quelle dell'ulivo ed è in tutto
alto un c ubito. Se ne spreme il latte al tempo della ven­
demmia, e si dà preparato come si dove per purgare
specialmente di sotto.
(9) Il titimalo che prende il nomo dal mirto, è bianco
e ha veramente le foglie simili a quelle del m irt.o, m a
appuntate i n cima. S e ne va con i sarmenti per terra,
della lunghezza di un palmo ; e questi non fanno il
frutto a un tempo medesimo ; ma un anno si, un anno
no ; ossia alcuni quest'anno, altri l'anno seguente, quan­
tunque tutti abbiano origine da una medesima radice.
Ama i luoghi montuosi. Il frutto si chiama noce : lo col­
gono quando l'orzo è maturo, lo fanno seccare e lo mon­
dano. Lavato poi nell'acqua e fatto seccare di nuovo, si
dà in infusione con due parti di papavero nero, in modo
che il tutto sia un ossibafo ; e così purga per di sotto la
flemma. Quando si dà la stessa noce, si deve dare tritata
in vino dolce o si fa inghiottire con sesamo abbrustolito.
Di questi titimali adunque sono utili foglie, succhi e
frutti .
(IO) Della libanotide ci sono due specie : l'una ste·
rile o l'altra fruttifera ; questa, utile per il frutto e le
foglie, quella solamente per la radice. I l frutto della
prima si chiama cacri e le sue loglie son simili a quelle
dell'appio palustre, ma molto maggiori. Il fusto è alto
un cubito e anche più ; la radice grande, grossa, bianca
J,IRRO NONO

e d' odore come d' incenso : il frutto bianco, ruvido e


piuttosto lungo. Nasce per lo pii.i in luoghi incolti e sas­
sosi. La radice è utile per le ulceri, e per i mali delle
donne bevuta con vino nero austero. li frutto giova per
curare la stranguria, i mali dell'orecchio, gli argemi, le
oftalmie, e per aumentare il latte alle donne. (Il) La
specie sterile ha foglie di lattuga amara, ma più ruvide
e più bianche, e la radice corta. Cresce dove c'è molta
erica. La radice purga per di sopra e per di sotto : chè
quella parte superiore verso il germoglio fa vomitare,
e la inferiore verso terra muove per di sotto. Messa tra
le vesti, tiene lontane le tignuole. Si raccoglie nel tempo
della mietitura.

CAPITOLO XII.

Del cameleone c' è una specie bianca e una nera.


Le virtù medicinali delle loro radici differiscono da specie
a specie, come anche è differente la forma delle radici
stesse. La radice della prima è bianca, grossa , dolce
e di grave odore. Dicono che giovi ai flussi, tagliata
in pezzi, cotta e infissa in un giunco, come si fa col ra­
fano. È utile anche contro la tenia, 'bevendone raschiata
quant'è un ossibafo in vino austero, dopo aver mangiata
dell'uva passa. Fa morire i cani e i porci : impastata con
farina, olio e acqua, i cani ; mescolata con cavolo mon­
tano, i porci. Alle donne si dà con mosto dolce o con
vino dolce. Volendosi sapere se un uomo ammalato sia
per vivere, dicono che potendo tollerare d'esser lavato
CAPITOLO XII. 327

tre giorni con questa radice, non ha da morire. Questa


pianta nasce per tutto : ha le foglie simili allo scolimo,
maggiori per altro : il capo grande, vicino a terra, simile
all'acano ; alcuni anche lo chiamano acano.
<2> li cameleone nero ha le foglie simili al bianco,
ossia come lo Hcolimo, ma minori e più lisce. Ha in tutto
forma d'ombrello; fa una radice grossa e nera, la quale
poi spezzata, è dentro giallognola. Ama i luoghi freddi
e incolti. Tritato nell'aceto, .caccia la scabbi a ; e, ap­
plicatane esteriormente la raschiatura, libera anche
ugualmente dalle vitiligini. Fa morire i cani.
(3) Molte sono le specie dei papaveri salvatici. L'una
cho si chiama cornuta, è nera, e le foglie son simili al
flomo nero, meno scure per altro. Il caulo è alto un cu­
bito, grossa la radice e a fior di terra, curvo il frutto a
modo di corno. Si raccoglie al tempo della mietitura
del grano. È utile per purgare il ventre e le foglie si
adoprano per· curare gli argemi delle pecore. Vive presso
il mare nei terreni sassosi. (•i Un'altra specie di papa­
vero, chiamato rea, è assai simile alla cicoria salvatica,
per il che è anche commestibile. Nasce tra le messi, mas­
sime tra l'orzo: porta un flore rosso e il capo grande
corno l'unghia di un dito. Si raccoglie prima della mie­
titura dell' orzo, specialmente quando è an,:ora verde.
Purga per di sotto. 15) La terza specie di papavero, detto
eracleo, ha foglie simili alla saponaria che serve per
imbiancare le tele di lino. Ha una radice sottile e alla
superficie del terreno : bianco il frutto. La radice purga
per le vie di sopra e, infusa in acqua melata, si adopra
3211 LIBRO NONO

da alcuni come rimedio contro l'epilessia. Coteste specie


sogliono essere indicate con lo stesso nome.

CAPITOLO Xlii.

Vario è il sapore e l'odore delle radici : chè ce n'è


di acri, amare, dolci e d i grato e grave odore. Dolce
è la così detta ninfea, la quale crosce nei laghi e negli
stagni come, per° esempio, nel lago orcomenio, presso
Maratona e in Creta. In Beozia la chiamano madon e
ne mangiano il frutto. Ha grandi foglie alla superficie
dell'acqua, le quali dicono che, pestate e applicate sulle
ferite, stagnino il sangue. (La radice, presa in infusione
è un rimedio contro la dissenteria.
(2) Dolce è la radice scitica che alcuni chiamano
semplicemente radica dolce. Cresce presso alla Meotide ;
e giova all'asma, alla tosse secca e, generalmente, ai do­
lori di petto : con mele sana anche le ulceri. Se uno la
tiene in bocca spengo la sete ; per il che dicono che gli
Sciti, soltanto con questa e con l' ippace, possan vivere
undici o dodici giorni.
(31 L' aristolochia grata ali' olfatto, assai amara al
gusto, è di color nero. La miglior qualità cresce su per
i monti. Ha foglie simili all'alsine, ma più tonde. È utile
a molte cose : ottimo rimedio alle ulceri del capo, buono
alle altre e al morso dei rettili, concilia il sonno e giova
all'utero. Per alcuni usi vogliono che si adoperi mace­
rata nell'acqua e come cataplasma ; per altri, raschiata
e mescolata con mele e con olio. Contro il morso dei
CAPITOLO un. 329

rettili si beve con vino acido e si applica sulla morsi­


catura; per conciliare il sonno si raschia in vino nero
aspro. Per l'abbassamento dell'utero, col decotto si fanno
delle abluzioni.
14) Queste radici sono dolci; altre poi amare e spia­
cevoli al gusto. Tra le dolci ce n· è che turhano la mente,
come quella simile allo scolimo e che cresce presso
Tegea : Pandio scultore che lavorava nel tempio, come
n' ebbe mangiato, impazzì. Alcune danno la morte, come
quelle che crescono presso alle miniere della Tracia;
sono leggiere e dolcissime al gusto, e producono una
morle non penosa e simile al sonno.
Le radici differiscono anche nel �olore, non solamente
perchè possono esser biancho, nere e gialle, ma perchè
alcune sono anche del colore del vino, altre rosse e come
la radice della robbia.
(5) La radice del cinquefoglio o pentapete, perchè
si chiama nell'un modo e nell' altro, appena si cava è
rossa, seccata poi diventa nera e quadrata. Ha le foglie
simili ai pampani anche nel colore, ma pili. piccole.
Cresce e muore insieme con la vite. Tutte le foglie son
composte di cinque foglioline, donde il suo nome. I fusti
sono molli e sdraiati con parecchie articolazioni.
<6) La robbia ha le foglie somiglianti a quelle del­
l'edera, ma pili. tonde. È pianta bassa come gramigna
e ama i luoghi opachi. E diuretica, e perciò se ne ser­
vono contro i dolori dei lombi e delle anche.
Alcune radici hanno una forma singolare: tali sono
quelle del così detto scorpione e del polipodio. La prima
330 LIHH.O NONO

ha · figura di scorpione ed è utile contro il morso di co1ì


fatto animale, e anche per altre cose. La radice del
polipodio è pel<>sa e ha delle cavità come i ricci del po­
lipo. Purga per di sotto. So uno la porta addosso sospesa,
dicono che non gli nasceranno i polipi. Ha le foglie si­
mili alla felce grande e nasce tra i sassi.

CAPITOLO XIV.

Delle radici alcune si conservano molto, altre poco.


L' elleboro è utile tino a trent' anni, dove l' aristo­
lochia tino a cinque o sei ; il cameleone nero dura qua­
rant'anni, e la centauride, la quale ha una radice
pingue e compatta, non più di dieci o dodici. Il peu­
cedano si mantiene per cinque o sei anni ; la vite sal­
vatica, per un anno, ma tenuta ali' ombra e che non
abbia sofferto tagli, chè altrimenti marcisce e diventa
fungosa. Altre radici durano un tempo più o meno lungo.
Tra tutti i farmachi poi l' elaterio si conserva più di
ogni altro ; o quanto più invecchia, tanto è migliore. Per
il che raccontava un certo medico tult' altro che cer­
retano e mendace, che aveva presso di sè, donatogli da
un tale, un elaterio di dugP.nt'anni e di maravigliosa vir­
tù. (2) E causa della sua conservazione è l' umidi là ; per il
che, tagliata la radice, la mettono nella cenere umida,
e cosi non si secca ; e anche dopo cinquant' anni, ap­
pressata a una lucerna, ne spenge il lume. Dicono che
tra tutti gli altri farmachi sia la sola o la più efficace
CAPITOI,O J:JV. ;J3l

a purgare per vomito. Questa dunque è una sua ·parti­


colare virtù.
(3) Le radici di Rapore dolce, se conservate a lungo,
sono rose dai vermi : le acri ne vanno immuni ; perdon
per altro della loro forza, diventando rare e vuote. Delle
bestiuole esterne, nessuna tocca le radici di sapore acre,
salvo la spondile che va su tutte, il che è istinto proprio
alla natura di cotesto animaletto.
(4) Ogni radice diventa men buona, quando si la­
scino ingrossare e maturare i frutti ; e parimente è men
buono il frutto, quando prima sia stata incisa la radice
per cavarne il succo. In generale, non si estrae il succo
dalle radici medicinali, ma da quelle che hanno i semi
medicinali. Alcuni dicono che più volentieri si servono
delle radici, perchè il frutto è più gagliardo di quanto
il corpo possa tollerare. Ma ciò non par che sia vero
in ogni caso : poichè quei di Anticira danno l'elleboro
sesamoide, il cui frutto è simile al sesamo.

CAPITOLO XV.

Feraci di piante medicinali pare che fuori della


Grecia siano !'Etruria e il Lazio, dove è fama che abi·
tasse Circe ; e anche più l' Egitto, chè di là venuti, al
dir di Omero, Elena
Farmachi insigai possedea, che in dono
Ebbe da Polidemna, dalla moglie
Di Tone nell 'EgitlO, ùVe possenti
Succhi diversi la feconda terra
Produce, quai salubri e quai mortali.
332 LIBRO NONO

Al qual genere di medicamenti egli dice che vi appar­


tenga anche quel farmaco che libera dalla tristezza e
dal!' ira, producendo la dimenticanza e l' insensibilità
dei mali. E cotesti luoghi pare che siano stati indicati
specialmente dai poeti ; onde Eschilo nelle sue elegie
addita !'Etruria come ricca di piante medicinali, chia­
mando i Tirreni un popolo preparatore di farmachi.
(2) Del resto, tutti i paesi paiono produttivi di piante
medicinali; ma quali più, quali meno. Le regioni setten­
trionali, per esempio, quelle a mezzogiorno e le orientali
producono piante di maravigliose virtù. In Etiopia c' è
una radice mortifera con la quale impiastrano le saette.
Presso gli Sciti c' è questa stessa e molte altre an­
cora, le quali a chi ne abbia gustato danno la morte o
subitamente o in tempo più o meno lungo, per modo
che alcuni finiscono di consunzione. Nell'India ce ne
sono di molte altre specie, due poi, se è vero quanto
si racconta, singolarissime. L' una ha la virtù di disper­
dere il sangue e come cacciarlo, l'altra invece di richia­
marlo di nuovo e attirarlo a sè ; e dicono che sono state
sperimentate (utili) contro il morso dei serpenti mortiferi.
(3) In Tracia tra le altre non poche piante, cresce
l'ischomo, dotato di una virtù straordinaria, poichè di­
cono che, punta una vena o anche violentemente lace­
rata, esso valga ad arrestare e impedire il flusso del
sangue. Queste cose invero, come abbiamo detto, paiono
indicare ciò che è comune a più luoghi. Tali sono fuori
della Grecia i paesi più feraci di piante medicinali.
( I) Nella Grecia sono ricchissimi di farmachi il monte
OAPITOLO XV

Pelio in Tessaglia, il Teletrio nell' Eubea e il Parnaso,


come ancbe son feraci di piante medicinali l'Arcadia e la
Laconia. Per la qual cosa gli Arcadi, anzichè prendere i
farmachi, bevono il latte a primavera, quando i succhi
delle piante essendo più vigorosi, il latte è ricchissimo
di virtù medicinali. Bevono poi il latte di vacca, perchè
gli animali bovini si pascono più degli altri di molta
erba e di ogni sorta.
(5) In Arcadia cresce l'elleboro cosi il bianco come
il nero : e parimente una specie di dauco simile al lauro,
del colore del zatrerano, che gli abitanti di que' luoghi
chiamano cavolo salvatico e alcuni medici, corno. Vi
crescono anche e la pianta da altri chiamata altea,
dagli Arcadi malva salvatica, e l'aristolochia e il seseli
e I' ipposelino e il peucedano e l'eraclea e le due specie
di stricno, dal frutto rosso e dal nero.
(6) Vi nasce anche il cocomero salvatico, col quale
si fa l'elaterio, e il titimalo, da cui proviene I' ippofae.
Il m igliore b quello che si trova presso Tegea ed è in
particolar modo ricercato : ivi cresce in gran quantità.
Ce n' è poi molto e bellissimo presso Clitoria.
(7) Presso Psofl, in luoghi sassosi, nasce la panacea
in gran copia e di qualità eccellent e : il moli si trova
intorno a Fenco e in Cillene ; e dicono che sia come
quello di cui parla Omero, con radice tonda come una
cipolla e con foglie di scilla. Se ne servono contro i
veleni e gl' incanti : non è vero che sia cosi malagevole
a cavarsi come vorrebbe Omero.
(8) Ottima è la cicuta che nasce presso Susa e nei
334 LIBRO NONO

luoghi molto freddi. Anche in Laconia ci sono molte di


queste piante, essendo il paese ricco di farmachi. In
Acaia cresce copiosa la tragacan ta; e credono che non
sia punto inferiore a quella di Creta; che anzi pare
più bella. Eccellente è il dauco presso Patra : ha forza
di riscaldare e la sua radice è nera. Molte di queste
piante vivono anche nel Parnaso e intorno al Teletrio.
Queste piante adunque sono comuni a più luoghi.

CAPITOLO XVI.

Il dittamo è proprio del!' isola di Creta, di virtù ma­


ravigliosa e utile a molte cose, specialmente ai parti delle
donne. Ha le foglie simili al puleggio, al quale s0tni­
glia anche un poco per il succo : i suoi ramoscelli per
altro son più sottili. Giova a molte cose, ma in singolar
modo, come s' è detto, ai parti difficili chè, a quanto
dicono, o rende facile il parto o certamente ne seda
le doglie. Lo danno a bere nell'acqua. Rara è quest'erba,
poiché oltre a esser piccolo lo spazio che la produce,
la pascono le capre che ne sono assai ghiotte. Dicono
poi esser vero che le capre trafitte da una freccia, la
caccin fuori solo che gustino di quest'erba.
(2) Tale adunque è il dittamo e tali le sue virtù.
Il falso dittamo ha le foglie simili a quelle del dittamo
vero, ma i ramoscelli son più piccoli ed è assai meno
efficace. Giova alle stes_se cose del vero dittamo, ma è
sempre inferiore e più debole. La forza del dittamo si
CAPJTOJ.O S.VJ 33:;

riconosce subito nella bocca, poichè anche una piccola


quantità può riscaldare assai. Il dittamo si conserva in
fascetti dentro il caule di una ferula o in una canna,
allìnchè non isvapori : chè, svaporato, diventa più debole.
Alcuni affermano che il dittamo vero e il falso sian della
stessa natura ; e che questo, solamente per crescere in
luoghi grassi divenga men buono, il che avviene anche
in molte altre piante che perdono della loro forza. E
in vero il dittamo ama i luoghi aspri.
(3) C' è anche un'altra specie di dittamo, la quale seb­
bene dello stesso nome, pure non ha nè la medesima forma,
nè le medesime virtù. Le sue foglie son come quelle del si­
simbrio; ma i rami, maggiori. (Col vero dittamo) non ha
comuni nè gli usi nè l'efficacia: chè quello, come s i è detto,
ha qualità straordinarie ed è pianta propria dell'isola di
Creta. Alcuni vogliono che e foglie e ramoscelli e, in
una parola, tutte quelle parli che le piante hanno sopra
terra, siano dotate in Creta di singolari virtù, e che
della maggior parte dell' altre piante, siano eccellenti
quelle che crescono sul monte Parnaso.
(4) L'aconito nasce in Creta e in Zacinto, abbondan­
tissimo poi ed eccellente in Eraclea nel Ponto. Ila foglie
come quelle della cicoria ; e una radico simile alla squilla
marina nella forma e nel colore. Questa radice è un ve-.
lene mortifero, ma ne vogliono innocue le foglie e pari­
mente i frutti. Il frutto è come quello dell' erbe e non
come nei virgulti. Quest'erba è bassa e non ha nulla
di singolare nella sua forma: è simile al frumento, ma
non ha i semi in una spica. Nasce per tutto e non già
H36 LTBRO NONO

solamente là onde prese il nome, os�ia in Acone, che è


un villaggio dei Mariandini. L' aconito ama i luoghi
sassosi massimamente. Non lo mangiano nè le pecore
nè allri animali. (5) P�rchè sia efficace, convien prepa­
rarlo in un certo particolar modo, e non è cosa da tutti.
Onde quei medici che non lo sanno preparare, I' ado­
prano come settico e per cose simili. Preso in infusione
o nel vino o nell' acqua melata, non si avverte punto. Si
può preparare in modo che produca la morte in un tempo
stabilito ; fra due, fra tre, fra sei mesi, dopo un anno,
dopo due. Quando opera dopo lungo tempo, produce una
morte penosa, essendochè uno va a finire per consunzione :
avviene il contrario, se opera prontamente. Per quanto
sappiamo, non è stato mai trovato in natura un rimedio
contro questo veleno ; ma gli abitanti di que' luoghi dove
nasce riescono a salvar qualcheduno con mele, vino e
cose simili ; di rado però e a mala pena.
(61 Ma contro l' efemera si è trovato un contravve­
leno in una piccola radice che ne distrugge gli effetti.
Le foglie dell'efemera sono simili all'elleboro o al giglio,
ed è comunemente nota la sua forza, tantochè spesso
anche gli schiavi irritati co' loro padroni l' adoprano ;
ma poi dopo, per evitarne i funesti effetti, ricorrono al
suddetto contravveleno. Chè l' efemera non produce nè
una morte immediata, nè facile, ma penosa e lenta. Forse
alcune volte non è ditflcilc evitarne le conseguenze, per­
chè spesso non è preparato nel debito modo. Ma invero
si dice anche che possa apportare la morte e istantanea­
mente e dopo sì lungo tempo, da sopravviverci ancora un
CAPITOLO XVI. 337

anno ; ma che (in questo caso) nonci sia più rimedio. E


queste cose, massime dai Tirreni in Eraclea, sono state
ililigentemonte esaminate. (7) 1'è deve recar maraviglia
che contro questo voleno in cerii casi non ci sia nes­
suna sorta di rimedio, e in altri sì, poichè vediamo ac­
cadere il medesimo in altro sostanze velenose. Così l'a­
conito, come si è detto, è inutile per chi non sappia
adoperarlo; tuttavia non ata permesso che altri lo te­
nesse presso di sè, sotto pena di morte. La differenza
del tempo nel quale (l'efemera I) produce la morie, di­
pende da quando è stato raccolto ; e dicono che dia la
morto dopo uno spazio di tempo corrispondente a quello
trascorso da che fu raccolto.
(8) Trasia di Mantinea aveva ritrovato, come ei di·
ceva, un cerLo suo veleno che produceva una morto fa.
cile e senza dolore, preparato con succhi di cicuta, di
papavero e di altre cose simili, assai condensati e in
così piccol volume, da pesare non più di una dramma ;
tale poi da non esservi rimedio di sorta alcuna, e du­
rare senza alterarsi quanto tempo si volesse. Si serviva
della cicuta, non nata dove che sia, ma in Susa e in
altri luoghi freddi e omhrosi : il medesimo faceva per · 1e
altre piante. Componeva czianclio molti altri farmachi
e con molti ingredienti. Di gran valore era anche Alessia
suo discepolo e di lui non meno perito, come quegli che
era versatissimo anche in altri rami della medicina.
(9) Queste cose pare che si conoscano meglio ora
che non per lo passato. Come poi in diversi modi si possa
adoperare ogni specie di farmaco, è per più cose manife­
H
338 I.IBRO NONO

sto. Cosi quelli di Ceo preparavano la �icuta non come si


fa al presente, ma la tritavano, come solevano fare anche
altri. Ora poi nessuna più la triterebbe, ma battutala
e tuUe ai semi le bucce, come quelle che sono molto
difficili a digerire, la pestano in un mortaio, la stacciano
con uno staccio tltto, la stemperano nell'acqua e la be­
vono o ne succede una morto pronta e non penosa.

CAPITOLO XVII.

Di tutti i veleni è più debole l'efficacia in chi vi è


assuefatto, e per qualcheduno riescono anche del tutto
innocui. C'è chi, mangiando tanto elleboro da consumarne
fascetti intieri, non ne risente verun m ale, come avve­
niva a Trasia che era reputato grandissimo conoscitore
di radici. Anche ad alcuni pastori avviene il medesimo ;
e ce ne fu uno che, andato da un venditore di farmachi
mclto ammirato perché poteva mangiare una o due ra­
dici, no mangiò un fascetto intiero, per la qual cosa
nessuno più ebbe ad ammirare il venditore ; e si diceva
ch'egli facesse ciò ogni giorno e non egli solo, ma
anche altri. (2) E io vero certi farmachi divengono tali
perché non vi siamo assuefatti o, per dir meglio, con
l'assuefazione cessano di essere farmachi. Poiché come
la natura dell'uomo li tolleri e vinca la loro forza, non
son più veleni, secondo che diceva anche Trasia, il quale
<>pinava che una medesima sostanza per alcuni fosse
veleno e per altri no, secondo la natura di ognuno; e
<JUesta voleva che fosse bene osservata, ed egli stesso
CAPITOLO XVU, 339

ne era abilissimo conoscitore. Oltre poi alla natura, è


manifesto che vi ha la sua parte anche l'assuefazione.
Eudemo venditore di farmachi, lodatissimo nella sua pro­
fessione, avendo scommesso che non avrebbe nulla sof­
ferto innanzi al tramonto del sole, inghiottì una molto
mediocre do•o di veleno, eppure non la potè tollerare
nè vincere. (3, Eudemo di Chio invece prendeva l'elle­
boro senza che punto gli operasse; e raccontava che una
volta ne ·prese in un sol giorno ventidue pozioni, stando
seduto al foro presso certe merci, nè si levò su prima del
tramonto del sole : di poi ritornò a casa, si lavò, cenò
secondo il solito, nè senti punto bisogno di recere. Se
non che questi, preparatosi un certo rimedio, polè im­
pedire gli elfetti del veleno : chè diceva d' aver preso
per bocca della pomice stemperata in un aceto aspro
dopo la settima pozione, e presala poi di nuovo nel vino
allo stesso modo. E tanta è là forza della pomice che,
se altri ne metta in un orcio di vino in fermento, la
fermentazione cessa non pure momentaneamente ma del
tutto; chò la pomice, com'è manifesto, ha virtù dissec­
cati va, attira i vapori e li manda fuori. Così costui potè
con q ueslo rimedio rendere innocua una gran dose di
elleboro che aveva preso.
<'l Che poi valga molto l'assuefazione è per più capi
manifesto. Così, per esempio, le pecore ne' nostri paesi
non mangiano l'assenzio, ma nel Ponto non solo se ne
pascono, ma ci si fanno più grasse e più belle e, come
dicono alcuni, non hanno allora più fiele. Ma coteste
cose sarebbero materia propria di altre scienze.
340 LIBRO NONO

CAPITOLO XVll l.

Le radici e gli arbusti, secondo che è stato detto,


posseggono molte virtù non solame11te rispetto ai corpi
animati, ma anche agi' inanimati.
Raccontano di una certa spina che gettata nell'acqua,
la fa coagulare; e dicono che avviene il medesimo, se
vi si getta una radice di allea pestata e poi si ponga
il tutto al sereno. L' altea ha foglie di malva, ma più
grandi e più irsute, molli i cauli, il flore giallo e il frutto
come quello della malva; la radice è fibrosa e bianca e
di un sapore simile al caule della malva. Se ne servono
con vino dolce nelle fratture e contro la tosse, e con olio
anche per le ulceri.
(2) C'è poi un'altra radice che, cotta con la carne,
vogliono che vi si unisca insieme e vi s'incorpori ; e ce
n'è di quelle che avrebbero virtù di attirare come la ca­
lamita e il succino. E questo riguarda esseri inanimati.
Il telifono che alcuni chiamano scorpione per aver
la radice simile a scorpione, se uno lo raschia sopra que­
sto animale, lo fa morire ; ma se poi vi si sparga sopra
l'elleboro bianco, dicono che si ravvivi. Ammazza anche
nello spazio di un giorno buoi, pecore, giumenti e, in
una parola, ogni sorta di quadrupedi, ponendone le ra­
dici o le foglie sui loro genitali. Bevuto, è utile contro
il morso dello scorpione. Ha le foglie simili al ciclamino
e la radice, come è stato detto, in forma di scorpione.
Nasce come la gramigna ed è genicolato : ama i luoghi
CAPITOLO XVIII. 341

ombrosi. Se è vero q uanto si dice dello scorpione, queste


allre cose non sarebbero incredibili ; e anche ciò che è
favoloso, non ha avuto origine senza qualche ragione.
(3) Le piante oltre al poter produrre nei nostri corpi
sanità, malatLic o morte valgono pure ad altre cose che
non solo si riferiscono al corpo, ma anche all'animo. In
quanto al corpo, aumentano o tolgono la facoltà di ge­
nerare. Alcune possono produrre ugualmente l'uno e l'al­
tro effetto, come, per esempio, quella che chiamano or­
chide. La quale, avendo due tuberi·, uno grande e uno
piccolo, col maggiore, dato insieme con latle di capra
che abbia pascolato sui monti, fa più vigorosi al coito,
col minore invece indebolisce e rende impotenti. Que­
st'erba ha le foglie simili alla scilla ma più lisce e mi­
nori, e il caule somigliantissimo al pero (i) o allo spino.
14) Parrebbe assurdo che effetti contrari dovessero
derivare, come è stato detto, da una medesima pianta ;
ma tratlamlosi qui di due diverse parti, la cosa non è
assurda altrimenti. E anche Aristofllo di Platea, ven­
ditòr di medicine, affermava di posseder certi farmacbi
efficaci tanto per infondere maggior vigore quanto per
toglierlo del tutto, sicchè egli poteva produrre un' im­
potenza o perpetua o per un dato tempo, come a dire
per due o tre mesi, e si valeva di tal rimedio con i suoi
servi, quando ne voleva castig�re alcuno o frenare.
(5) Ci sono anche dei farmachi per ottenere nella
generazione un sesso piuttostochè un altro, ond' è che
due erbe si chiamano l'una generatrice di maschi, l'al­
tra di femmine : esse sono simili tra loro e hanno la
342 LIBRO NONO

forma del basilico. Il frutto della seconda è come il flore


dell'uli vo, ma più pallido : quello della prima è fatto a
mo' di un'uliva appena venuta fuori dal fiore, doppio o
simile ai testicoli dell' uomo. Perchè lo sperma riesca
infecondo, dicono che si debba dare il frutto dell' edera
bianca ; e quello del crateogono con acqua, per ottenero
l'effetto contrario. (6) Questa pianta nasce come il lino
tra il frumento, e il frutto è simile al miglio. Dicono che
I' impotenza si produca ancora prendendo por trenta
giorni il frutto del climeno stemperato in vino bianco,
nel'.a quantità di una chenice al giorno ; al termine di
coteste pozioni si diventa al tutto impotenti.
(7) Le foglie dell'emionio producono nella donna la
steri1ità, ma conviene mescolarvi alcun poco di unghia
e d i cute di mulo. L'emionio ha foglie simili a quelle
dello scolopendro, una radice sottile e ama i luoghi mon­
tuosi e sassosi : piace assai ai muli. È utile anche per
la milza come il climeno.
(8) La telitteride è un rimedio contro i vermi larghi
e conlro i sottili ; contro quelli incorporala con mele,
contro questi presa con farina nel vino dolce. Data a
una donna, a quanto si dice, se è incinta, si sconcia,
se non è tale, diventa al tutto sterile. La telilteride
differisce dalla pteride in questo che ha le foglie sem­
plici, o la radice grande, lunga e nera. E queste sono
le piante, le virtù delle quali si riferiscono alla gene­
razione.
19) Singolarissima era una pianta posseduta da un
cotal Indiano, la quale non già mangiandola, ma ungen-
CAPITOLO XVII[. 3<13

dosene, dicevano che producesse l'erezione e infondesse


una così gran gagliardia da potere uno congiungersi
quante volte volesse ; il che asseriva un tale di aver fatto
dodici vulte ; e qucll' Indiano, uomo vigoroso e di gran
persona, talora settanta. Ma lo sperma uscito prima a
gocciolP. si convertì alla perflne in sangue. Da grande
ardore son prese anche le femmine quando adoprano
un tal farmaco. Se è vero quanto si dice, certamente
è straordinaria la forza di questa pianta.
fto) In conclusione, ci sono in natura certe sostanze
che hanno virtù di occitare, il che non deve far mara··
viglia, poichè l'osserviamo anche negli alimenti cosi so­
lidi come liquidi ; e di più vediamo che, oltre a questi
possono produrre anche altri effetti. Così in alcuni luoghi
dicono che l'acqua favorisca la reconditi< delle femmine,
come in Tespie : in altri poi che le renda sterili, come in
Pirra ; tale almeno è la causa che ne assegnano i modici.
In Eraclea di Arcadia ci sarebbe un vino che fa dar la
vo!La al cervello degli uomini che ne bevono e nelle donne
produco la sterilità. Cli) Inoltro in Acaia, massime in­
torno a Cerinia, cresce una certa specie di vite il cui
vino fa sconciare le donne gravide; e le cagne, so man...
giano di quell'uva, abortiscono anch'esse, Al gusto poi
quell'uva non ha sapore diverso dalle altre : il medesimo
si dica del vino. Il vino di Trezene fa impotenti gli uo­
mini che ne bevono : in Taso si trova un certo vino che
fa dormire e un altro che caccia il sonno. E questi sono
i medicamenti che operano nei corpi e nelle funzioni del
corpo.
344 LIBRO NONO

CAPITOLO XIX.

In quanlo all'animo, lo slricno, come ò slato detto


di sopra, perturba la mente e fa dare la volta al cer­
vello ; la radice poi dell' enolera, data nel vino, rende
l'uomo più.mite e più ilare. L' enolera ha le foglie si­
mili al mandorlo, ma pii, piccole : i fiori rossi come le
rose. È un grosso frutice con una radic3 rossa e grande
che quando è secca ha odore di vino : ama i luoghi mon­
tuosi. Cotesta sua proprietà non ci deve recar maravi­
glia, poichè dalla radice dell'enotera viene un'esalazione
che ha la forza del vino.
(2) Ma s' ha da tenere come sciocchezze e assurdità
quanto si dice sull' in�usso di certe cose che si appen­
dono e sui così eletti antiveleni, tanto rispetto alle per­
SO!le quanto rispetto alle case. Così il tripodio, secondo
che dicono Esiodo e Museo, avrebbe cla esser� utile per
ogni grave negoiio, onde lo scavano dl notio, dopo avervi
sopra fabbricalo una capanna. Una cosa ugualmente e
forse anche più ridicola ò quel che si dice della fama
e della gloria ; poichò vorrebhero che quella pianta che
si domanda an\irrizo (antirrino}, possa rendere un uomo
famoso. Questa pianta è simile all'aparine, ma seDza ra­
diche : il frutto ha la forma delle' narici d' un vitello.
erodono che se altri se ne unga, possa acquistar gloria.
(3) Gioverebbe anche ali' acquisto della gloria cin­
gersi il capo con fiori d'elicriso e ungersi con unguento
tolto da un vaso d'oro che non sia mai stato vicino al
CAPITOI.O X I J .

fuoco. L' elicriso ha il Hore color d'oro, le foglie bianche,


il gambo sottile e duro, e la radice aoch' essa sottile e
a Hor di terra. Preso con vino, se né servono contro il
morso delle serpi ; e bruciato e mescolato con mele per
IE!' scottature. Ma coteste cose, come già abbiamo di­
chiarato di sopra, sono imposture inventate da chi cerca
accattar credito alla sua arte.
(•) Le radici, i frutti e i succhi avendo mo/te e varie
virtù, parte delle quali sono di una medesima forza e
producono effetti n:edesimi, · e parte poi contrari, po­
trebbe alcuno muovere una questione, la quale forse è
com une anche ad altre cose dilllcili a essere spiegate :
cioè se quelle cause che producono effetti uguali ope­
rino cosi in forza di una sola facoltà, ovvero se è pos­
sibile che effet�i uguali provengano anche da cause
,Ii�erse. Ma basti di cosi fatti dubbi. Vegliamo ora ag­
giungere quanto per avventura resti a dire intorno alla
natura e alle virtù di altre piante.

CAPITOLO XX.

li pepe è un fruito, ed è di due specie. C' è un pepe


tondo simile ali' orobo con la buccia e una polpa ros­
sastra come una bacca d' alloro ; e c' è un altro pepe
lungo, nero, con semi simili a quelli del papavero. Que­
st' ultimo è molto più forte dell' altro. Tutti e due poi
hanno virtù di riscaldare, per il che giovano, come l' in­
censo, contro la cicuta.
346 LlltRO NO�O

(2) Il cocco di Gnido è tondo, di color vermiglio,


più grosso del pepe e di moito maggior forza nel ri­
scaldare, per modo che quando lo danno in pozione, lo
danno per muovere il corpo e involto in pane e farina,
chè altrimenti brucerebbe la gola. Riscaldativa è pa­
rimente la radice del peucedano, onde si fa con essa,
come anche con altre sostanze, un unguento che pro­
voca il sudore. La radice del peucedano si dà anche
per la milza. I semi e il succo non servono a nulla :
na'ce in Arcadia.
Ottimo è il dauco di Patrasso in Acaia e riscalda­
tivo per nalura : la sua radice è nera.
(31 Riscaldativa e acre è anche la radice della vite
salvatica, per il che è utile come depilatorio e per cavare
le lentiggini ; col frutto poi si tolgono i peli alle pelli.
Si raccoglie in tulle le sLagioni, massime in autunno.
La radice del draconzio, data con mele, giova a· se­
dare la tosse ; il gambo è screziato como la pelle d'una
serpe : del seme non si fa uso veruno.
La radice della tassia fa vomitare ; e quand.J si ri­
tiene, purga di sopra e di sotto. Giova anche a cancel·
lare le lividure, e fa tornar bianche quelle che si hanno
sotto gli occhi. Il succhio ha più forza e purga per vo­
mito e per di sotto. Del seme non si fa alcun uso, Nasce
nell'Altica e altrove : le greggi de' luoghi <love nasce non
lo toccano alLrimenti ; le altre sì, ma poi muoiono per
diarrea.
(•) Il polipodio spunta da terra dopo le piogge e
non produce alcun seme.
CAPITOLO XX. 347

Il legno dell' ebano somiglia di fuori al bosso ;


ma, toltagli la corteccia, diventa nero. Giova alle oftal­
mie, macinato sopra una cote.
L' aristolochia ha (una radice) grossa, di sapore
amaro, dì color nero e odorosa ; le foglie sono tonde e
non vanno molto sopra terra ; cresce per lo più- sui
monti, e quella è la m1gliore. L'uso che se ne fa, è mol­
tiplice, poichè è un eccellente rimedio per le lesioni del
capo, è efficace anche per le ·ulceri, per il morso delle
serpi, come sonnifero, come pessario per l'utero. Imbe­
vuta di acqua, si applica a modo d' impiastro : grat­
tugiata, si mescola con mele e olio. A chi è stato morso
dalle serpi si dà a bere in vino acido e se ne asperge
la parte offè8a ; per conciliare il sonno, si raschia in
vino nero e aspro. Per l' abbassamento dell' utero, col
decotto, vi si fanno delle abluzioni. f; in conclusione una
pianta eccellente per i suoi moltiplici usi.
(5) Della scamonea, ·al contrario, non è utile altro
che il succo. Della pte_ride si adopra la sola radice che
è d' un sapore agrodolce e giova a espeller la tenia.
Non ha nè seme nè succo. La migliore stagione per
raccoglierla, a quanto si dice, è l'autunno. La tenia è
ingenita a certi popoli ; quasi generalmente, l'hanno gli
Egiziani, gli Arabi, gli Armeni, i Mataditi, i Siri, i Ci­
lici. I Traci e i Frigi ne sono immuni. Tra i Greci, l'hanno
i Tebani che frequentano i ginnasi e i · Beoti soprat­
tutto : gli Ateniesi, no. Di tutti i medicamenti, ordina­
riamente sono migliori quelli che provengono da luoghi
freddi, boreali e asciutti. Per il che tra i farmachi che
34M I.JBRO NONO

produce I' Eubea sono da preferire quelli di Ege e del


Teletri o : çhè Ege è luogo asciutto e ombroso il Teletrio.
(6) Delle radici adunque medicinali o dotale di qual­
sivoglia altra virtù che abbiano in se stesse, o ne' suc­
chi o in qualunque altra loro parte ; e in generale dei
frutici o dell'erbe che posseggano così fatte virtù; e pa­
rimente dei succhi odorosi e senza odore e delle diffe­
renze, per le quali si distinguono e che ugualmente sono
<la dirsi naturali, è stato da noi trattato.
ANNOTAZIONI
ALLA

STORIA DELLE PIANTE


TAVOLA DELLE ABBREVIATURE
------ -

.A. Aldina. Pl. Plinio, Htstbrla mun ·


B. Bodeo. dt, con la traduzione
di M. Lodovico Do-

Causs.p!. Dellec&uee dellephmle
Dlo:lc. Dioscoride. rnenlchl l' lncllce
Dom. Domenichi,Traduzione delle cose naturali.
della storia naturale Venozla , AntonelU
di Plinio. 1844. SJ ella prima li
&Id. Edizioni ( HeiDBio, Ho- libro, poJ Il numero
dee , Scackhouse , arabo e, Jn terzo Juo·
Bchneider ). go, il romano.
l<'r. Fraae. RC. Roberto Costantino.
G.. Gaza. &,,J,. Beallgero.
H. Heiosio. Schn. Scbnelder.
Inde:x. lnde:r. plantarum, del- Sib. Slbthorp.
l'edizione di Teofra- Spr. Spreogel.
sto : P&rlslis, D�dot, SI. Stackhousc.

..
1B66. T. Teofrasto.
M. Codici Medicei. u. Codice di Urblno.
Alold. Moldenha.wer. ,·edl•
l'. Codice Parigino 2069. V. Codice dl Vienna..
/'2. Codice Parigino 18�3. 1'r, \Vlmmer.
L I B RO P RIMO

CAPITOLO I.
Caratteri ] a1:2.T'opciç, letteralmente differenze. - Modificazioni a
cui ccc. ] d�"· Zuf�lle Spr.
2. Amenti ] �Uov, amentum Mold., muaCU8 G., Sprosse Spr. In
:i, 3, 8. a, 7, � si parla degli e.menti, la cui natura non era
ben nota. SI chiama �pUov 8.Dche il flore dell'ulivo (9 1 18, 15�.
- Nuove meBBeJ a.UTÒ; 6 �ÀHT6i;, der Kn oten Spr. ll ger�
moglio è annuo, perchè poi diventa ramoscello e ramo.
7. Moro egizio ] auxd.i,uvoç a.iy,.nn{:x ; traducono morus aegyptia G.
Schn.W. Becondo il J'r., è Mcn-us nigra L. ; secondo lo Schn.
e lo Spr., Ficus 8ycornOT1uJ L. È descritto in 4, 2, 1. Il sico­
moro, reputato incorrnttiblle, si adoprava per i feretri delle
mummie. Ha le foglie simili a quelle dell'albero moru,
nigm, donde Jl nome di sicomoro. Dioscoride (1,145) tratta
del fico d' Egitto che dice chiamarsi anche sicomoro e si
camino, cioè moro. PI. 13, 7, 14: Arbor ( ficus Aegypl.ia)
m01·0 similis folio, magnitudine, aspectu. Cfr. Victor Hehn,
Kulturyflanzen und I!aWJthrere.•. Berlln, 1883, peg. 313 e
seguenti
.Arachidna] •p•z,8,�, Lathyru,, amphicaryus Dorth. (Spr.) Que­
sta pianta cresce in Rodi, in Cipro, nell'Asia Minore e anche
nel mezzodl della Francia. Oltre ai fiori e frutti sopra terra,
ne porta. altri su stoloni sotterranei, senza foglie e in for­
ma di radici. Plinio (21, 15, 52) erroneamente scrive: Ara­
chidna quidem et aracoa quum habeant rad�& raffl.08a8 et
352 LIBRO PRIMO

multiplias, 11ec folium, nec herbam ullam, aut quidquam


aliud supra 'ter-ram habent.
Vingo ] o�rrrov, vingum G. Arachi8 hypogaea L. (Spr.) ossia
pistftcchio di terra. Mold. Io credette un Arum; V. sotto G, 11.
B. Abete ] l).i,r, : V. 3, 9, 6. Cfr. Hehn o. c. p. 241 - Alberi
di tre nodi ] v. sotto 8, 4.
1 1 . I fnnghi e i t.nrtnfi ] i,i.Ux.)]i; , BBvov. Ateneo (2, pag. 237,
Schweigh!lnser) ci ho. conservato un passo di Teofrft.sto.
che ora non si legge più nelle sa.e opere, intorno ai funghi,

CAPITOLO II.
Viticci ] l1i';. Secondo Mold. p. 73, questa parola in senso pro-,
prio si dice della vite lifL1tE'l.ov), in senso improprio ancho
di altre piante.
Galla della quercia ] x-i;xli; Spu?i;.
2. Appio 1 a�A,vov, Nome comune per l' Apium graveolens L.
e l' A. Petroulinum L.
a. Menestore, nominato anche in Causa. pl. (1, :H, 6i ) qual
seguace di alcune dottrine di Empedoc]e ; doveva essere
un cu1tore delle scienze natura1i : nessun e.ltro scrittore
parla di lui.
7. Palma ] ,-.o{vt';, Phoenix dactylifera L. - l<'orula ] "ipOr,;',
.l•'erula t'.Omm1mia L. (Spr. }'r. ) . - Rafano ] �«;,:iv{i;, Ra,..
phanufJ sntivus L. (Spr. E:'r.). - Pioppo ] a.Lreipo,, Populus
nigra I..,, (Spr. Pr.) - Pero ] !1tt0;, Pfrus communis L.
(�'r.). - Sughero ] �,Uo,, Quercus p,eudo - ,uber Desf.
(Spr.).
CAPITOLO Ili.
Ulivo ] i).cix, Oliea europaea L. (Spr. l!'r.). - Fico ] G'\.lx'?l, Picu.a
carica cuU.a. - Rovo ] �:i,oç, in 3, 18, 4, sono indicate
le specie del rovo. - Paliuro ] 71'2.Ài'ovroi;, f'aliurus au.-
CAPITOLO m. 353

malui Gaertn. (Spr. �·r.). - Gambra J y•��p�. • Est vox


ignota ; Sch. comparat yo'p,'171 aut yo'l6tV"ll , qnac inter syno­
nyma òptyi....ou apud Hesrchium habentnr. At magie in
promptn est 8uf'�piz. Sed cum x:r:ì post oTI,).., piane impor­
tanum. sit, a.ddncor ut pro xc:t:l yi}Llipli scriptum fuisse
cnCJUfL�pio., crcdam. • W. p. 10.
Rnta ] �f,pm, Ruw graveolens L. (�'r.). R. montana L.
(Spr. ).
2. Malva ] �d:iz'i· La malva che diventa arborescente potrebbe
essere, secondo Sprengcl I la Lavatera arborea. L.; e il Sib­
tborp la dà come pianta comune in GreciA, Link suppone
che eia la Malva crispa. Pl. 19, 4, 22 : Tradwnt auctorea,
in Arabia malvas uptimo m.ense arborescere, baculorumque
usum praehere ext,emplo. Sed tt arbor ut malva in Mau­
rit.ania. - Biet.ola. ] Ttti•Ào.,, v. 7, 4, 4. - Agnocast.o ] &.yvoi;,
Vita ÀgnUBCaBtus L. (Spr.). - Edera ] xmoc, Hedera
Heliz L.
3. Mirto ] !-'Up�,,,.o,, da 1-L:J?�l"ll, Myrtu, communia L. - Noc­
ciuolo, fipixxlco>w,� )(.cr.plJ:i, C01"}Jl'ILB Avellana L. e C. Co­
lurna L. (�'r.). - Melo, �,.Ài•, l'yma Malu, L. (Fr.).
Melagrano, �od., Punica Granafum L.
4. Cavolo J f•t"'"· llr<J88ica oler= culta L. (Spr. Fr.).
5. Ippone è noto soltanto pcrchè nominato da Tcofruto qui,
in 3, 2, 2, e da. Aristotele che lo dice uomo di volgare
ingegno (Jt,fet. 3, 6) e lo biasima per aver eoetenùto che
l' anima fosse l' acqua (De Anima 1, 2, 18).
Elefantina ] Isola del Nilo tra Siene e la piccola cateratte..
Gli Arabi per la sua feracità e verdezza la. nominarono
/,a Fiore111e (Geziret el Sag).
6. Picea ] ,rfl>X,i1 v. 3, 9, 1. - Celastro ] xfiÀ�a't'pov. Il.ex aqui-­
folium L. (Spr.). Phillgrea lati/olia L. Wr.). - Cappero ]
23
354 LIBRO PRIMO

x<btn•pi;, Capparia ovata Dcsf. (Spr.) C. apmoaa L. (Fr.).


- Lupino ] Oipf'O<, Lupin'IJII albua L. et alta. apecia (Spr.). L.
angu,,tifoli'IJII L. (Fr.),

CAPITOLO VI.
Peruggine ] ò;:po.,, Pyrua aalicifolia L. (E'r.), H o I z b i r n ·
b a u m Spr. Piraster G. - Oleastro J dono,, Olea europa,a
L. silvestri.a.
2. Salcio ] i,,., Sali:c pu1'J}Urea L. et alba L. (Spr.). - Platano ]
1tÀ1ha.'IO;.
3. Tamarisco ] !L"F'""• Tamarix africana Poir. (Spr. Fr.) T. gai.
lica L. (Spr.). Nell' Ald. si legge p.opf/V'lv : lo Schn. con­
getturò f-LU?l1C.11v, come si trovò poi di fatto nel codice di
Urbino. - Alno ] x).+,:,p•, Alnua oblongata Willd. (Spr. Fr.).
- Scilla ] nlÀÀ•, Scilla mariUma L. (Fr.). - Anterico ]
fÌ\l'::l'iptxoY, Anthericum graecum (Spr.).

CAPITOLO V.
Cipresso ] x.v7t&.p1noi;, Cupresnu, sempervirens L.
2. Alloro J Bi,>V'l, Laurus nobi:iB L. - Tiglio J �!À,p•, v. 3, 10,
4. - Quercia aalvatica J òypl• Sp,,, Quercus Eaculua L.
(Fr.). Pare cbe sia la stessa pianta chiamat.a eJtrove q,71y&'i; ;
3, 8, 2.
La corteccia ..... cade da sè J f";!�).o«. PI. LG, :n, 55 : Qui­
lnudam etiam cadit, ut malo, unedoni. Lo Schn. nota :
e Maln.m etiam silvestrem nemo facile rupto et decidente
cortice viderit. •
Andracne ] à.v6poz).�, (sostitul il W. ad &v3pei.zw,). Arbutu,
Andrachne (Spr.); v. sotto 9, 3. Questa pianta non è da
confondersi con l' òvSp•xV'l che è la Portulaca oleracea L.
- Corbezzolo J ••p.op•<, Arbut'IJII l!nedo L. (Spr.), - Canna ]
xciJ.'XlLO:;, Arundo. - 1',rumento j 'l'l'upd',, Triticum.
CAPITOLO �- 355

Li.nosparto ) 11..,d'Cl"TC!l:p-to", Bparltum sroparium L. (Spr.). Spar­


tium junceum L. (�,r.). Il Gaza nella prima edizione tra­
dusse Unogen.i.Bt.am ; nella seconda, come se delle due voci.
per negligenza degli amanuensi, se ne fosse fatta. una sola:
lino, genistlu ().(..,o:., a-:tip--tou). Plinio (19, 2, 7 e 10) parla
dello sparto e afferma che Tcofrasto non ne ha mai fatto
menzione : Sparti quidem uaua multa post saeeula coeptu,
1:at : 11ec ante Poenorum arma, qua.e primum llitpaniae
intulerunt ... ,. Theophraatua .. • . . -nequ.e omnino ullam men­
tionem habet (spe.rtl), cuncta cura magna persecuhu,. Teo­
fraBto vcrR.mente non be. mai nominato sparto e 1:1010
una volta linoapaf'to. Sarebbe dunque giusta. l' osserva­
zione di Plinlo ; ed è da credere che aparto e li1&011parto
siano due piante dive!'Bc. Il primo è lo sparto di Spagna,
che cresce anche in Africa, e fu conosciuto per mezzo
dei Cartaginesi : � il Lygeum spar!um o la St;,pa tena­
cissima di Linneo. li linoaparto di Teofrasto, secondo
Sprengel, è piante. a.ssai comune in tutta la Grecia, dove
ora la chiamano 1111::ipTo : corrisponde e.Ilo ar.ipTo" cii Aristo­
tele (St. degli An. 9, 17) e allo ... o.rr••• di Dioecor!de
{4. 158) ; ed è lo Bpartium acoparium o iunceum di Linneo.
Dioscoride (4. 173), parlando della timelea., dice che al­
cuni la chiamano llno, percbè è simile allo 1111:cr.p-rG, ).(..,i,>,
che fu tradotto lino .sativo. Il Guilandino, cit.ato dallo
Schneider (III, p. 21). non crede che cotesto sparto lino
sia lo sparto di Spagna.
Cipolla ] 11:pO�o..,, Allium Ctpa L.
Loglio ] a1'p2., T..olium temulentum L.
3. Ramno ] p:i\JovOli, v. 3, 18, 2. W. ha sostituito per conget­
tura �i:i..,o:.i a fn).i..,ou della volgata. Bodeo propose À1u: iO'ju,
Cicuta ) lW1Y!10..,, Conium maculatum L. - Cedro ] xi8p01i,
356 LIBRO PRIHO

Iuniperus lycia L. (Spr. ). - · Loto ] A=6,, Celti• auslraliB


L. (Spr. Fr.). ··- Tifa ] '"r'l , Typha anguBlifolia L. e la­
tifolia L. (Spr. Fr.). - Giunco, azfuo; Scirpus vel Schoe­
nus. - Cipero ] . x�1ttt(c;..;, Cyperus ùmgus et O. rotu.ndus
L. (Fr.). - Butomo ] [lo'1«1'-•<, Bu!omus umbeUatu, L.
(Spr. Fr.). - Fungo ] !'-"•'o<, Agaricus e Boletus (Spr.).
4. Bossolo ] nU;oç, Ru.xus Bem,?niren.s L. - Ebano ] l�evo;,
Dio,pyros Ebenum Retz (Spr. Fr.).
Piuttosto fragili ] t�!l'f11.,crn., cosi in marg. P. ; i'.:l'p11.1.10't1:t U,P
Ald.; '!JF:i:.i'l'd corresse Schn. conforme si legge anche in
Plinio 16, 38, 73 : Alia f..angi celeriora, quam firuli, quibUB
ptùpa non est, ut oleae, vit.es.
Sambuco ixn\ (o i><'ii) SambUCUB nigra L. (Spr.) S. EbulUB
L. (Fr.).
CAPITOLO VI.
Corniolo ] v. 3, 12, I. - Elce ] �pr,.,, Quercus Ile:c L. -
Citiso ] x{maoç, M&J.icago arborea L. lSpr. ).
2. Melandrio ] �l&vSpuov. Secondo Schn. non è una specie di
quercia, ma il midollo del legno di quercia ; e ee è vere,
egli dice noll' indice, quell'annotazione di Rsiodo : lvòpuov,
;c.12.pòfa. Siv�pov u.l TÒ �ia'Jv, il melandrlo sarà cosi nominato
quasi j,UÀ:xv lv8ruo.... Plinio chiama mel.andrya il sa]sume
del tonno� per una. certa somiglianza con assi di quercia
segati : Melandrya vocantur, caeBi.s querctts a,,uli.t, aimil�
lima (9, 15, 18).
3. Radici ] PI. 16, 31, 56 : Magna et radicum differentia : co­
pi.oaae fico, robori, platano : breve, et nngzutae malo : ain­
gulare.a «hieti, larici. Singulia il!is innitu.ntur, quamqu.am
minuti.a in latera diaperai.B. Qui si dice che l' abete e la
picea mettano profonde radici ; in a, 6, 4 invece, parlando
CAPITOLO VI, 357

di questi due alberi medesimi. afferma T. che sieno 11up(10ç


fh:J"u?PiC"X, Riferisce per altro l'opinione degli Arcadi, con­
traria e. quella degli abitanti del monte Ida.
4. Nel le.oro e nell' ulivo ] Pl. 16, �1, 56, ha male interpre­
tato Teofrasto, scrivendo : Olecu m.alisque et cupresria ptr
summa ceapitum:···· AUiB recto meat11,, ut lauro, ok<u: aliia
fiexuoso, ut {lco.
5. Pczi, Ceraunio ] 1CiC1i;, xe.p:i!l•Mv. I codici U MV e l' Aldina
hanno 11U;oi; xpiviov ; H. St. ,rO;oi; x.pi"1ov. Da un luogo di
Ateneo l2. 19), si è creduto di restituire le. scrittura più
probabile : 0e.d'rpa.no; lv i,,uT1xori;· Àe.td1'À0t:t w.a:!J::i:rcsp tiSvov 11U1)ji;
1dC1i; yipi":.,ov. In quanto al r.éC1; e' è da note.re che, poco
sotto a.J. luogo citato, nel cap. 20, Ateneo dà, come di T.,
le seguenti parole : U7C0yt1'X St d. Tou1.tiTi ln1 ul l1tCyu'X
n!Ji;r.i:p ol!oç x:i.Àoi:'ia( Ttve.:,; 1tiCc:r.ç &�:r. ToTç i,i.'Jx"l]at ytvo[Uvouç·
ipp1Co1 r:tf xa.l :tÙTOl 1'\.IY)'_l1vouatv. E Plinio 19, a, 14 : Bunt
et tn /11,ngorum genere a Graecis dicti pezicae (veaeie D. e
nell' Indice, Jl�diz. Venezia 18 1 1, Morchella esculenta), qui
Bine radi.ce aut pedicu.lo nascuntur. Spr. tradusse, ma, come
egli dice, alquanto arbitrariamente, M o r c h e I (porcino}.
Rispetto poi a xe.p:r.6v1ov, non ostante il passo citato di Ateneo,
Spr. e W. l' hanno preferito a "J'ap&.va10", fondandosi sulla
opinione del come nascano corti funghi. Vedi più sotto 13.
PJ. 19, a, 12 : Simile est (tuberi) ...... et quod in Graecia
geranion.
Tifit. ] Tll')J, Triticum monococcum. L. (Spr. E'r.) PL 18, 10,
20 : Tiphe... ex qu.a fU in nost'1'0 orbe oryza. Apud Graecos
est zea. .....! Alph. De Candolle (Ol'igine cùs Planta cuUivka,
Paria, 186 i, p. 293) scrive del Trit. monoc. : e On a cru
le reconnaitre, d' après quelques moti, dans le Tip"hai de
Théophraste. Dioscorido est plus f.a.cilc h. invoquer, car il
358 LlRRO PRIMO

distingo.e deux eortes de Zeia, l' une ayant deux graines,


l' a.utre une seule. Celle-ci serait le Locular. Rien ne prouve
qn' il flit habitucllement culttvé chez les Grecs et les La­
tina. Leura descende.nts ne l'emploient pas aojourd' hui. �
Orzo ] ,p,:.�, Hordeum vu11Jare L. e H. hea:astichum L. (r'r.).
6. Cavolo ] �ipvo;. Cosl tutti i codici. Il Bodeo, come pure
lo Schn. corressero in �2.9�vl,, fondandosi sul seguc�tc
passo di Plinio 19, 6, 31 : HortensiiB omnibus (ere singulae
Tadicu, ut raphano, betae, apio, malvae. Amplissima autem
lapatho, ut quae det!C<11.dat ad tria cubifa. Il W. si è atte­
nuto ai codici, perchè quanto ai dice qui può convenire
anche al cavolc.
Lapazio ) Ài1t::r.!l'o�, (in 7, 1, � e 7, 2, 7, Àx'Tt'�!Jov) : coltivato.
Rumex Paticntia L. (Spr. Fr.) : salvatico, R. aceto•a L.
(Spr. Fr.), R. eriBpUB L. (Fr.). - Rapa ] y,yruÀ,;, BraBsica
Rapa L. con le sue varietà. - Aro ] ipo", Arum italicum
Lam. (Spr.) Arum Dioscoridis S!bth. (Fr.). - Zafferano J
•p6,o,, Crocus Bativus L. (Spr. Fr.).
Eruca ] ,�("'f'", Erw» •ativa D C. (Spr. Fr.). PI. �O, 13,
49 scrive dell' eruca. : In condiendi.8 obsonii.6 tanta est sua­
vi.tas, ut G1·aeci 8U.2'0mon appellaverint. - Basilico ] 1�.tti,'-0".
Ocimum Ba1rllieum L. (Spr. J<,r.), da non confonderei con
l' oc.imo di cui parla Plinio 18, 16, 42 : Apmt- antiqW'Js
erat pahuli gen11,1J, quod Caio ocymum vocat, quo siatebant
alvu.m bubus.
7. Dilfercnza di radici ] PI. 19, 6, 31 : Quibusd<lm BurculOBae ·ut
ocimo: aliis carnosae, 'Id betae, aut magis etiamnum croco :
aliquibus ex cortice et canze constant, ut raflbano, ,·apis.
Asfodelo ] iar&�:.Àoi;, Asphodelus ramosUB L. (Spr. Fr. ). -
Agrostide ] iypwaTti;, 1'-riticurn repens L. (Spr. Comm. in
Dioocor. p. 587), Cynodon Dactyl.on Pero. - Bulbo J �·).�''•
CAPITOLO Vf. 359

Mwcari com-08u.m L. (Spr.) Dioscoride nomina solamente


il ��i; l&.'JS!f,Lo; che, secondo Sibthorp, è la cipolla del
1Iyaeint1,ua comosus L.
9, Radi�i della scilla ] PI. 19, 6, 31 : Scilla auùm et bulbi et
caepe et alUum 71071 nisi in 1'fCtum mdicantur.
Denominate produttrici di frnt.ti. sotterra ] ln2.0Td'x.:t >.Éyovuç,
Congettura del W. assai rn.gionevole e fondata sul f'ram­
mooto di Toofrasto conservatoci da Ateneo (v. sotto 13):
� T".oV ll')'.EOTd'K«..IV -rtk;wy yiv2.1n;,
Giacinto ] (meglio: bulbo) �•Ài!6<-
Getio ] r�!l'uov, (altrove 'fl1T1co11), AUium Oepa L. (Spr.) A. fl-
8tolcsurn, L. (Fr.) Diocle io Ateneo (2, 78) lo dice una
varietà della cipolla comune: T'lntov, -rb zÀ1ùf!ÒY Kp6i,tiwov.
E 1>1. 19, 6, 32: Apud nos duo prima genera. Un:um con­
dimentariae, quam illi (i Greci) gethyon, 'IWBtri po.Uaca­
nam vooant..... Gethyum pene sine capite est, ce,,viciB tan­
tum longae, et idee, totum in fronde. Nell'Indice (cdiz. di
Venezia) il getio e' interpreta: AUium. Schoenopraaum L.
secondo i più; secondo altri, A. asc.alonicum L.
Aschio ] &.�1.fov, Tuber album, moschatum Hulliard e griseum
Pers. (Spr.). - Vingo] o�i."yyov. Cosi scrive il W., seguendo
Sch.; o�rxov hanno MV Ald. o·Jt":t� U. d ,ve il r." è forse
una nota ta.ehigraflca di yy.
11. Aspa.la.cc ] o-1tD.:r.;, Come si legge nell'Indice dello Schn.,
secondo Spr., S11rebbe Oolchicum aut1tmnal6. PI. 19, 6,
31: Sponle naacentium quaedam numm·oBiora Bunt radice,
q uam folio, td aapalaz, perdicium, crocum.
Perdielo J 1tEpS{M.1011. Dalechamp (Hist. lugd. p. 12 tl), se­
ga.endo Galeno, la crede Parietaria ofll.cinalis. PI. 22, 17,
20 : Perdu:ium sive parthenium..... a nosbia herba urc.eola­
ris vocatur, ab alii.a aatericum, folio simili., ocimo, nigrim·
360 LIBRO PRI.MO

tantum, 1u1.,cena in tegulV, parientinisque. \Nell'Indice: Po­


lygonum maritimum, o divaricatum L.).
Vingo ] G-Urno". Nei codici c..:'.n,o"· Il W., seguendo H. St.,
soetitnl o�i.-rrov, riferendosi al cap. 1, 7. Plinio deve aver
lette oTto"', perchè traduce : (Aegyptii) mandunt et oetum,
cui pauca (olia minimaque, verum nu:lix magna 21, 1\ G2.
12. Silfio ] Magidari. Vedi 6, 3, 1. Mzl"!ipi; �: il Dom. scrivo:
,i magidari.
Pianta. simile e.li' ara.ca J Lo Spr., citando Dort.hes fJoumal
a. phy,. tom. 31 p. 1:ll), la crede : Vicia amphicarpa.
PI. 2.1,15, ::2: ,4rachidna quidem et a-racos, cum habeant ra­
dice.s ramosas et multiplices, ne.e folium nec herbam u.Uam.
aut quidqunm aliud supra terram habent. Nota lo Schn.
e Ioeptissime ! ubi enim feret fructum superum, si nee
folium nec caulem supra terram emittit? 11

13. Te.le , , . ] Tutto questo paragrafo, Ateneo (2, 20) lo di>.


come di Teofrasto. Lo Schn. gli assegna. questo luogo,
non cast il W.
Misi ] t,tCau, Bcleroderma cervinum Pers? (Spr.). Plinio ha
tradotto questo passo 19, 3, 12: Simile est et quod in Cy·
renau» provincia vocant miAy, praecipuum sua.vitate odoris
et saporis, sed carnosiu.,: et quod in Thracia iton, (itone
Dom.), et quod in Graecia geranion. E prosegue sulla pre­
tesa origine dei tartufi dai tuoni.
Itone ] l'fov. Specie di tartufo.
Tiari ] Td.p1:u. PI. rn, 3, 13, traduce: lnvecto semiM ab
Tiarl$ (Dom. TiariJ. Tiari, meglio Tiare, doveva essere
nell'isola di Lesbo, non potendosi intendere di Tiara nella
Misia. Se Tiare fosse errore dei primi amanuensi invece
di Hiera, questo è luogo notissimo, distante un quindici
stadi da Mitilene. - Lampsaco ] ncll' Ellcsponto. -Abar
CAPITOLO Vl. 361

niéle ] si crede un luogo nei dintorni di Lampsaco. -


Alopcconoeso ] l!el Chersoncso di Tracia. -Nella Grecia
intorno a Elide j d., T� 'Hls{u.i..,. Seguo la versione di Plinio
(Hl, 3. 13) : Graeciae vero, circa Elin.

CAPITOLO VII.
PI. 16, 311 56: Quidam non altiua descendere radices, quam
soliB calor tepefaciat,, ùltJ_ue natura loci tenuioria crassiorisve
dixere : quod faùrum arbitror.
2. Iride lpiç, lriB fiorentina L. 1Spr.) I. germanica. L. (Fr.).
3, 1',ico d'India ] tJU:\' 1"S:)l.7j. Ficus ifld�a L. (Spr.). È de­
scritto 4, 4, 4 o da PliDio 12, 5, 11.
Erbicciuola ] ,rc;ipio..,, Lo Sprengc1 fa una congettura che
possa cseerc la fragola, piimtieclla mal notA agli itntiehi,
sebbene nominata da Ovidio (llet. l 1 104), da Plinio (1!3,
24, 2S. 21, 15, 1:0) o da Virgilio (Ecl. 3, 92). PI. 21, 17,
64 : Circa OpunUm opuntia est herba, etiam homini dulcis;
min1:mque e folio eiua radic-em fieri, ac .r,ic eam nasci.
Lupini ] 8ip�o,. Lupinus alhus L. e altre opccio (Spr.) L.
angustifol,ua L. (1',r.). PI. 18, 14, :m: Tellurem adeo amat,
ut quamvis frut,ectoso solo ooni.ectum inler fol'ia vepreaque
ad terram. tamen radice j,erveniat.

CAPITOLO VIII.
Tifa ] T6r'J,
2. Cipresso ] Plinio ne descrive il maschio o la. femmina 16,
33, 60 : Duo geuera earum: meta in faatigium convoluta
quae /emina appellatur. Maa spargit ezl'l'a Be ramoa. Ora la
Oupre.s1U8 horizontalis si suol chiamare Cipresso femmina.
Abete ] L'abete maschio è il Pinu.a orientali& Tourn. (Spr.);
362 LIBRO _PRIM:0

la femmina, Abi,s pectinafa DC. (Fr.), Abiu Ùceùia


Lamck (Fr.).
Carpine ] da-rputç (altrove ò'�Tpu;;, ÒnF:h), Ostrya carpinifolV:
Scop. '0aTp6« Of,>..u2., Carpinus Betulus L. (Spr).
Corniolo ] xpocve!a.. Il maschio, C<WnWI rhascul.a L. (Spr.) ; la
femmina, Cornus sanguinea (Spr.).
Caprifico ] lp1v,;i6ç. FicUB Carica silvestri&.
a. Nodi ordinati ] u'.;u)�wu., congettnra del W. in sostituzione
di ti;1oloyC:1nn.
Alcuni nodi ] ''OCoç nrm solo significa nodo, ma atichc ramo.
PI. 16, ao, 53 : In quibu.sdam omnino nuUUB ramua, ut in
suo ge11ere buxo, loto trans�arinae. Q'IUUIJ,am bifurcalJ :
at,que etiam in quiMB pa:rf,es diffusae. Quaedam dividuae,
nec ramosae, ut sambuci: quaedam. individuae, ramoaae,
ut p�.
4. I nodi del melo ] PI. 1. c.: Mali• p,·oprium genus: fera..
rum enim rostra reddunt, adhaerentibus uni ma:piino mi-
1UYl'WUB. 54. Ramorum ali.qui caeci, qui non genn.inant :
quod natura /U, Bi non evaluere: aut poena, quum depu,..
tatos cicatri;c hebetavit. Qua.e diuit:lui.8 in ramo natura est,
ha&: viti in ocul.o, arundini in geniculo.
5. Olmo ] ,ml.i,. Ulmus campestriB L. (Fr.) U. ouberosa Wili.
(Spr.).
Ra.mi ealvalici) xpi6:z.1, niv'tw:;-y{vtnt I! congettura del W.
6. Congro ] yOnpo;, chiamato anche 11pi:,i.vov o xpoTWYJJ, Plinio
16, lt\ 27, par]ando dell'acero scrive� Atkherrimum vero
est bru.scum, muUoque excellentiu.s etiamnum mollUBCUm, Tur
ber ufrumque arbOTiB eiu.s: bruscum intortiua criapum : mol­
lu.scum simpUcitts sparsum..... Reperitur et in alno tu.ber.
ID Toscana. si chiamano uovoli que' rigonfiamenti che si for­
mano al piede de' grossi ulivi e talora enl tronco e sui ram.i.
CAPITOLO IX. 36:J.

CAPITOLO IX.
Solamente ] l"D..un' ,j' ii&nv, congettura del W. invece di iii­
À1na. fLOv:a:. FI. 16, 3 ), 51 traduce, aggiungendovi del suo,
In longlludinem wcrescunt abiea, la1-i:I:, pa'lnna, cupressus,
ulmu,, et ai, qua unistirp"ia.
3. Una certa specie di picea. ] ,re.·�ic.11c: '\'1 yi"Wo;. Pinu, Pinl!,(J. L.
(Schn.). PI. 16, 20, 33 : Ha'l'Um generi non deddunl : ol.eae,
la,wo, palma.e, m:yrto, c:u:presso, pinis, ederae, rhododendro.
Picea. ] 'lft�x.1J, pinaster G. PI. l'.i, 2t, 33. Silvestrium generis
foUa non decidunt abieti, la:rici, pinastro, iunipe1'o, cecfro,
te1'ebintho, bU3!o, ilici, aq.uifoli.ae, suhe,·i, 'lazo, tamaricl,
Ginepro ) ipx!uTo;, Iuniperus phoenicia L. (Spr.). ---.:. Tasso ]
tu?.oi, Ta:cus bacctrta L. (Spr. 1',r. ). - Tuia ] :,..,{7., Spr.
traduce Lebe ns ba u m , albero della vit.'I.. Iunipe-rUJJ phoe­
nicea L ? (Spr.). - Qnercia sughero ] t•ll<ffip,,. Quercu•
ne:x L. var. Qu. hiBpanica Lmrk. (Spr.) Qu.' Buber L. (Fr.).
- Fillirea ] ;,l-upi.. PhiUyrea latifolia L. (S;,r.).
Cedro ] :r.i&fo;. Il cedro che cresce in Grecia è, secondo Spr.,
Iuniptrua lycia L. - Elce ] npl'vo; lt.yp{2.1 Ilex a<JU!folium
L. (Fr.). - Alaterno ] tù."""· Rhamnu• Alaternua L.
(Spr. Fr.). - 0:3.Siacanta ] ò;uiuv::i-�, Mespilus Pyracant.ha
L. (Spr.) Crataeg1u oa:yacan!ha L. (t'r.).
Afnrce ] ·�•p•"• Arbutua Unedo L. (Spr.) Cfr. 3, 4, 2, dove
l' a.farce è considerata come la specie snlvatica opposta
ali' andracne ; e x&!'-zpoc; 8 1 16,4. PI. 13 1 22,41: Apha1-r,e bife'l'a
aeque quam adrachne. Pri.ortm fructu.m incipiente pubesc�re
uva peragunt, alteru.m in'tio hiemia : qualea eos, non tra­
dUur (Indice Phillyrea anguatifolia L.). Lo Schn. riporta
il segnente luogo di Thiébant (Paulet), Primum Ezam.,
rammentato anche dallo Spr., il quale per altro nota che i
364 LIBRO PRIMO

frutti del corbezzolo salvatico sono anch' essi mange ·


recci : • Si l' on considère le rapprocbement que l' au­
tenr gree fait dee troie espòces d' arbousler, sous le nom
d' Andrachne, de Coman,a ou Memecylon, et d' .Apharce,
qui conservent tous lenre fenilles, et dont le nom aphar�
scmble dire apluu:e ou <1u' on ne mange pas, il y a lien
de soupçonner que cet Apharce, qui est un arbre dea mon­
tagues qui conserve ses feuillcs, est l' Arbutua unedo de
Linné ou l' arbonsier ordinaire qn' on trouve sur les mon­
tagnes, et dont on ne mango pas le fruit ; tandis que le
Comaros ou Memecyùm (Arbutus A11drachne Lin.) porte
un fruit bon à manger, ainsi que l'Andrachne de Théo­
phraste ou Arbutus integrifolù, de Lamarck ; tandis qne
l'Alatcrne, surtout d' après Jes observations de nelon, est
le Philyce de Théophraste (p. 27). • Schn. non conviene
neHe. determinazione dell' afarco.
Terebinto ] TiptJ,tv'.:ro,;,Piatacia 'l'ereblnthm L. (8pr. ) .Vedi 9,1,2.
L' andrachne o il corbezzolo J PI. 16, 21, 33: Inter utraque
genera sunt andrachne in Graecia et ubiqu,e unedo : reliqua
enim folia decidunt hia, praeterquam in cacuminibua.
-4. Ramno ] ��+1.voç, eenz' altrn aggiunta, Lycium europaeum L.
(Spr.). - Ginepro nano ) xs8p/,, Iuniperus nana Willd. I.
communii, L. (Fr.).
Rosa ] � �vti.. Roaa canina L. (Fr.). - Viola ) lc.,>vti. He­
sychius : �o&,vti 6 T1no,; lv�rJ. tU,nt Ti p&òoc, xoc�i1t&p x�l t,.,vti
01to;., d. h yU!nt ; e Snida : p oòwv1ì., fi Toiv é6Swv lt"'•&{a., i11!11tEp
lol'fti ·fi -.Wv fo>v.
Abrotono ] «�po,ow,, Sanwlina Chamaecyparii,BUB L. (Spr.).
Secondo il Fraae cho afferma non nascere in Grecia la
eantolina, Artemisia campestri, L. e À. Abrotanu.m L. -
Amaraco ] à.l'-ip:uc.ov. Origantcm Maiorana Desf. {1'"r.). -
CATJTOLO J.I, 365

Serpillo ) ipr.v).).o,, Thymu, illcan'U8 Sibth. (Spr.) Th.Serpyl­


lum L. (Fr.). - Origano J dply•m, v. 6, 2. 3. - Ippo­
selino ] ht1to0"D.tv,v, Smirnium Olusatruni L. (Spr. Fr.).
Papavero ] !L•wv. Nota lo �chn. : e: MUiti demnarunt, solns.
Bodaeus dcfendit ; et potest commode papaver orientale
intelligi, si Theophrastus folia radicaJia ad bune sensum
admisit. •
Come nell'origano ecc. ] PI. 19, 6, 31 : Folia cadunt a a,­
cuminibtu origano, inulae et aliqw:mdo ru� iniuria lesae.
Perciò deve aver lclto l),i..,1Gv Invece di as>.tvov.
5. Platano di Gortina ] Raccontano la stcsaR cosa. PI, 12, 1,
5 e Varrone De re ruat. t, 7. Questi parla anche della
quercia di Cipro.
In Sibari ) PI. 16, 20, 33.
6. Cadono ecc. ] Pl. 16, 22, 34 : Decidere Timaeus mcztheniati­
cus, sole scorpi011em transeunte, sideris vi et quodam veneno
ah'is putat ..... Ccuiunt plurimis autumno: quaedam tardiuS'
amiltunt atque in hiemem prorogant moraB.
7. Moro ] PI. I. c • .Jforus autem ·1wdssima genniiiat, cum pri­
mi/1 folia climittit. - Sembrn. peraltro ece. ] PI. l. c.
��lagna et in hoc vis soli. Prius decidunt in aiccis macria­
que : et vetustae prius arbori : mnUis etiam, ante..quam ma­
turescat fructus. In serotina ftcu et hiberna piro et malo
granato est pomttm tantum aspiri. cum malre . - La caduta
ecc. ] PI. 1. c. : Neque hia autem, quae semper retùie11t
romas, ead.em {olia durant, sed subnasc,mlibus aUis tum
arescunt vetera : qU-O<l eveult circa solstitia mazime.
Dopo Arturo ] !L"T' Clpx:rotifov. Verso Ja fine di settembre.
Quando Arturo sorge con le prime ore de] mattino. è
l' autunno (Esiodio. v. tHO) ; quando con Je prime ore
della sera, s' avl"icina la primavera (Es. v. 566.).
3G6 LIBRO PRIMO

CAPITOLO X.
Pioppo bianco ] ÀtU•Ti� Populus alba L. Pl. 16, 23, 35: Fo­
liorum unitas in suo cui(flU genere permanet, praeterquam
popltlo, ederae, crotoni, quam et cici diximus vocari. (Po­
pulus) alba foUo bkolor, lfUperne candicans, inferi.Me parte
viridi. Huic nigraeque, et crotoni, {olia in iuventa circinatae
Totunditatis sunt, vetustiora in angu,WB ueunt. E contrario
edei·ae ang�losa rotundantur. Qui Plinio ha preso un ab­
baglio, perchè il pioppo biaDco o gattice h& le foglie
glabre e verdescure di sopra : feltrate bianche, di sotto.
Cici che chiamasi anche crotone ] xixl "t'Où 1t1T-ro!j ul Tc:.U x:r.­
Ào:,t,Livc,:.i xpcfrti1..,oi;. Il W. dubita che la scrittura possa ·essere:
x.:r.t -r,;,i;i xudor., xa.lo;;:dvou Kp6n1voi;. Cosl lesse Plinio. K i:,&·n,1v,
Ricinus af1'icanus (Spr.) R. communiR L. (Fr.).
2. La superiore ••• è più verde ] -r:ì. �n.mix . 1to11ùSia-r1rix, ''fnTtOC
significa propriamente supino, volto all' inaù: ?tf-i:r.vfii;, prono,
volto in _giù. Ma Aristotele (Ilist. a1iim. I, 1, 7. II, 1. 2.
IV, l, 7. IV, 2, B.) e lo stesso Teoft"asto (2, 6, 1) hanno
nsato cosi fatti vocaboli anche in senso contrario. Plinio,
ingannato dalla equivoca significazione di queste due voci,
tradusse erroneamente : Est et publica omnium foliorum
in ipsis diffe:rentia : namque para inferi<Y1' a terra herbido
vfret colore: ab elUlem laevio1·a, nervos callumque et arti­
culos in superiore habent parte : incisuras vero subt,e,,, ut
mauus ltumana. (16, 241 :!6).
La mano ] Schn., sospettando una lacuna dopo � "/:.J.p , vi
aggiunse ·d: ip:�-pa., indottovi dalla parola incisuras di Plinio;
e sapendo che Aristotele (llist. anim. I. 15, 2) clliama
cosi le linee della palma della mano.
Nell' ulh·o è più bianca la superiore ) Negli ulivi si oa-
CAPIT(?LO I. 367

serva il contrario ; onde il Bodco . pènsb che Teofrasto


volesse ·intendere l' ulivo del Panteo di cui parla Aristotele
(})e mirah. auseuU. sir: 'Ev 't·�I nzvO,i� icnìv ÌÀ<lh, Wan,
Ò� x.illccnir:avo.:;· n6n1.,; nci.vrz 'ti ;,Jllz -rrd,; ).om<lì; Ui:r.l<li,;
li�v't&. 1t'1,11JLtv. l�w (sopra) rip, &.).).' oùx. lv.òç (sotto) l"J_u d
Àtux.i \secondo la correzione di Suida\ PI. I. c. : Oleae su­
pl>rne candidlara et mfn.11,s laev.ia : item. ederae.
La pagina superiore più visibile ] Pl. I. c. : Sed omnium
{olia quotidie ad solem oscitant� interiores parte.a tepefteri
'l:oùmtia. Plinio interpetra. a.el;,!nc con oscitu.re.
3, Lanuginosa ] ]a pagina infe.rioro. PI. li. c.) interpreta erro­
neamente �1mo.:; e npzvf.i; : Buperior pars omnium lanugi­
nem quantulamrunque habeJ,, quae in aliis gentium lana est.
.J. In forma di spina ] ix.(lv:s&ruHi:r. : congettura del W.; 0'1t2.:,0-
t"'U.2., lezione volgata.. Alcuni proposero -rp116iu).h, fon­
dandosi sull' autorità. di Plinio 16, 21, 38 : Latissima fico,
1.dti, platano: angusta myrto, puniuu, alea.e: capillata pino,
cedro : aculeata aquifoliae et ilicum generi : nam iunipero
spina pro folio est: ca1"1W8a ropresso, tamarici: crassissima
alno.
Pino ] 'l'tl-ruç, - Melo ] (,L'i>.iz. Lo �chn. lo vuole aoppresao:
Plinio 1. C. non lo nomina. - Cneoro ] M.vl!wpo,;, v. 6, 2,
2. - Stebe ] nol��' chiamR.ta anche tl!w� (6, 1, 3', Po­
terium spinosum L. (Spr. Fr.) Pl. 21, lj, 5,1: Quaedam in
folio hahent (apinam) et i n caule, ut pheos, q1tod aliqui
stoeben appellavere.
Semprevivo ] d.tt'Cll>0v. Bempervi'i:um tenuifolium L. (Spr.).
Sedum amplexkaule DC, o forse anche Sempervi.vum udo­
rum L. (Fr.) Vedi 7, 13, 2. PI. 25, 13, 102 : Aizoi duo
genera. Maius in · {l.ctilibus vcueulls seritur ..... Altfmtm mi-
11u1culum.
36� LIBRO PRIMO

Polio J r.6l.,o,. Teucrium Polium L. (Spr. Fr.).


La qual pianta..... vesti J Parole della glossa del margine.
Pcganie ] 1t'1lp: v(wv x.«À.011:ilvw-,, Lo Scbn. suppone che si ac-
cenni e. una elesse di piante simili alla rut.a (1r'r,yzvo....). -
Erica ] lpo/•�- 8alioornia fruliwsa L. (Spr.) Erica arborea
L. ? Wr.). Tutti i codici hanno !'-"PI.Ti. Schn. Spr. W.
hanno eost.ituit.o lpidx,;·
5. Coix ] 1t6i°ç. Coi:I; J..,acryma L. (Billerb.) Hgp1uume coriacea
Gaertn. (Spr. Fr.). Vedi 4, 2, 7.
Foglie delle. e1tnna ] Pl. 16, 2 l, 38 : Longa arU,ndini, salici :
palmae etiam duplic-ia.
Tonde come nel pero ] Pl. l. c. Circinata piro, mucronata
malo, angulosa ederae, divisa pùitana : in.seda pectinum
modo pic,eae, abieti.
Smilace ] v. 3. 1S, 11.
Felce ] 1tTip1i;, Aspidium Filix-mas Sw. (Spr.) Aspidium acu­
leatum con Sibthorp Sw. (�'r.).
O. Quercia ] specialmente le. Quercua Esculus ; e con foglie
aculeate, Quercus cocci/era. - La picee., il pino, l' abete
ecc. ] PI. 1. c.: Pungenti.a pi,no, piceae, ahieti, larici, cedro,
aquifoliis. -Acorna J i.op,., Centaurea benedida L. (Spr.)
Cnicus Acarna L. (Fr.). - Dripide ] 8punl,, Drypis spi­
nosa L. (Spr. Pr. ma con qualche dubbio). - Acano ]
&.11.m:voç, Onopordu.m Aca.nthiu.m L. (Spr.) Onop. iUyricum L�
(Fr.). - Asparago ] òadp,yoç (••f•p•r•,). Asparagus acu­
tifolius L. et aphyllus L. (Spr. l'r.\
7. Picciuolo ] PI. I. c. : Pe<liculo brevi oleae, et ilici : longo
'Ditibus : tremulo popll,lis. - I più att.accati ai ramoscelli ]
11:pOa-i'uo-,"· · · l11. 'tl\l,, xl.i&ù.... Pl. I. e. Pro.eterea aliiB circa
ramos, aliis et in cacumfoe ramorum : robori, et in caudice
ipso.
CAPITOLO .X, 369

Cicoria ] "';t&p,o,. Oiclwrium Intybwi L. (}'r.). Queota le­


zione dev'essere viziosa, perchè la cicoria non ei può porre
tra Ie · piante bulbose. - Sisirinchio ] olCNp(j.t_iov. Irùs trir
syrinchium L. ? (>pr. Fr.). - Lattuga ] o,,,.,r,,,, Lactuca
virosa L. (Spr.) o Lactuca coriacea Schultz. Bip. (Fr.).
8. Con molte foglie ] ito).U'fuD.«, sostituzione del W. al -d.izTU-
9""ll% dei codici. PI. l. c. : Iam densa et rara : semper(f'l,U
lata rariora. Disposrita myrW, concava bu.xo, inordi'nata
pomiB. Il W. chiama. ridicola le. vcrsionè dello Spr. che
tradusse il solo Ta.Elr"Ha.: S o e i n d i m G a.n z e n d i e
BHLtter i n g e w i s s e r O r d n u n g geste l l t ,
w i e b e i d e r M y r t e , b e i a n d e r n o h n e O r d n­
ung.
Lauro alessandrino ) n,;«vOpda. Sii9V1J, Rwcus Hypophyllum
L. (Spr.). Vedi 3, 17, 4.
10. In mezzo all' e.ro ] I codici e l'Aldina hannno cr.lplilv e il
G. voltb : ut guae infer · lolia nascuntur. Lo Schn., se,.
guito dallo Spr. 1 sostitul >Ìv::SWv. Con felice congettura il
\V. propose ipwv.
Prugno ] x0Jtx:..i,i.1JÀÉ11. C01·dia crenata Dclile. Pru,nus insititia
L. (E'r.), - Zucca J ant'J� : v. 7, 1, 2.

CAPITOLO Xl.
Dell' uovo ] Wi. Heinsio vi aggiunse o�ptv« �all' urinum ovum
delJe. versione di Haza. - Noce ] xipuov (ti.�oi'JtOv) Iuglana
1•egia L. - Prugna ] ll.011.xup:l)>.i:r., v. 41 · 2, 10. - Silique. ]
Ào�ç, siliqua e baccello.
2. Ceronia ] Cf. 4, 2, 4. - Cercido ] upxCi;, Cercis riliqua-
1trum L. (Spr.) La cercidc del 3, 14, 2. è Popu!us tre­
mula L.
370 I.IDRO PRIMO

Citiso ] xoÀoti:C� che cresce in Lipari. Lo Spr. è dell'opi­


nione del Paulet (Examcn, p. 37), che questa. pianta. sie.
il Cytun,,s I..abu,rnum, L. e confuta chi IR crede Colutea
arborescen.,. Il Mcursio vuole che si sostituisca qui xo-_

Panico ) xi'fì'_Foç, Panicum italic.um L. (Spr.) Panie.um mi­


liaceum L. (Fr. ) . - Papavero ] (J.f;xw", vedi 9. 12, 3. -
Piante somiglianti al papavero ] Heinsio dalla versione di
Gaza, aggiunse a IL-;.xb1v1, 6�01ix. Il W. propose (J.°ljXllJY1xi.
Sesamo ] ai)a:tµ.ov. Seaamum orientak L. Pl. 18, 7 1 10: Om­
nium satorum fructus ..... aut includitur sili.quis, ut legu­
minwm, aut vmlC'ltlis, ut sesamae ac papave1'is - Aneto ]
OCvr,:l'ov, Anethum graveolens L. (Spr. Pr.). - Coria.odro ]
Kop(ixwo", Ccmandru.m sativum L. (Spr. Fr.). - Anice ]
&.vV710-ov, Nella volg-ata xop,ivv)l-rc;v, Roberto e il Bodeo sup­
posero KopfavvoY e &.\ltaov, fondandosi sullo parole di Plinio
(19, 7, 36) : Nudum semen a.pii, coriand1-i, anethi, aniai;
foeniculi, cumini. - Comino ] x.6!L1vov. Cuminum Oyminum
L. (Spr. Fr.). - Finocchio ] �•p•�.,, Anethum foenicu­
lum L. (Fr.).
a. Semi ] PI. 15, 28, 34: Putamine clauduntur nur.es, corio
castaneae ...•• CrU8ta teguntur glarul.es, cut6 uva.e, cori.o et
membrana punica. - Const.e.no del eolo nocciolo ] ltJ-'ltU­
plJvr:t (J,6"vov: congettura. dello Schn. accettata dal W., invece
di Lv 1tup1iv1. :- Quelli del cartamo ] T'Ì x.v1Jx.WS11 ; v. 6, 4, 3, 5
4. Cetriuolo ] xoÀox.lJYT"IJ ; v. 71 l, 2. - Melo .persiano ] 1t1patx.�
�,,).i,. Amygdalus pimica L. Wr.). Ma per il W., è Ci­
trus medica L. o Oitrus decumana.
Ulivo in Siria ] In Provenza ai domandi\ bouteillau. È l' Olea
minor rotunda racenwaa, Magnol. (S.pr.). PI. 15, 3, 4 :
Decapoli vero Sy,·itre perquam parvae """ cappari maioru,
CAPl"[OLO Xl. 371

carne tamen com.mendantur : q:u.am ob cau.sam Italici,& trans­


marinae praeferuntur in cibi.B, cum oleo vincantur.

CAPITOLO XII.
I succhi possono essere ] Pl.15, 28, 33: Ergo succorum vino.,i
pyro, moro, myrto, minime (quod miremur) uvf.8 : p ingues
olivae, lauro, nud, glandi : dukUI uvis, flcl,8, palmi8: aqu.o­
BUS prunUJ.
Castagno ] s..,�:U.,o,. Omtanea vesca Gaertn. (Spr.), - Tim­
bra ] :.u��p•, Satureia Thymbra L. (Spr. �'r.). - Car­
damo J ••p8•�o,, Lepidium sativum L. (Spr.) Erucaria
akpyicà, Gaert. (Fr.). - Senapa ] '"""• 81:napis ni{!ra L.
e 8. alba L. (Spr.). La senapa è chiamata ,chu dagli
attici, ma dagli altri greci Glv:ir.u, alV1)11'U e al'l1J'1t't (Atcn. 9,
352, Eustath. ad Il. 16). La qualitA migliore era q,uclla di
Cipro (Aten. 1, 106). - Assenzio ] &,J,(,�«,, Artemi,ia ab­
Hinthium L. (Spr. ).
Centaurea. ] lC.tY't�IJfLOY 1 Centauna centawrium L. {Spr.} Pl.
19, 12, 61 : Namque et succorum sapo1-umque di.cenda
differentia est..... Swnt autem acres cunilae, origani, na­
llturtii, tri:napi.s : amari absmthii, centaurei: aquatilis cucu­
meri.8, cUCUl1'bifae, lactucae : acuti thymi, cunilae : acuti et
odorati apii, anethi, foen:ic uli.. Salsus 1,antum e saporibus
non naacitur ; aUquando extra insidif, pulveris 'IMdo ut ci­
oerilnu tantum.
A quesi, categoria ] cioè dei succhi acidi.
Trattato in1orno ai succhi ] Scritto, ora perduto, ma men­
zionato da Diogene Laerzip.
2 Popone ] a/xu0<, Oucumis Melo L. (Spr.) CucumiB sativus L.
(Fr.). - Timo ] :.U�•<, Satureia capitata L. (Spr. Fr.).
372 L1BRO PRIMO

CAPITOW Xlii.
Fiore di nna tinto. vivace ] :ìv�w&:i;.
Mare esterno ) l' Oceano, detto esterno in opposizione al Me­
diterraneo o nostro : .r2� -Jii,,,wv o nepl fifL�. Le piante color
cli rosa sono algbe ; e ce n' è di rosse anche nel Mediter­
raneo p. e. il PttcUJJ cartilagineua.
2. :F'iore d'oppio l Òt7.Y�T1, Lo Scaligero e il Bodeo intendono
il gruppo degli stami (c,-ocea filamento.) che stanno in
mezzo alle rose e ni gigli. Lo Spr. int.ende invece i due
verticilli floreali di alcune piante, p. e. del narciso e del
Pancratium ma.ritimum, al quale avrebbe fatto allusione
Tcofrasto col nome di giglio o crino. !Ila quèsta spiega­
zione non quadra per la roba o per la viola ; come non
quadra la prima, per la viola..
Crino J •flvov : giglio. Lilium chakedonicu,m L. e Lilium l>Ul­
biferv.m L.? {Fr.). Secondo Spr., pub anche indicare il
Lilium <"andidum L.; ma il Jt�raas afferma che questa spe­
cie non cresce se non coltivata. - Viola. nera ] T� lov d
p.iÀo,, Viola odomta L. Wr,). - lasione J ì.au,',Y'] , Oon­
volvul11,0 sepium L. \Spr. }'r.). PI. 21, 17, 65: l<JBÌO'M ""'"'"'
foiium habet, sed ita implicatum, ut plura videantur.
3. Prugno J li flore del prugno non ist.à sopra il frutto. -
Clll'tamo ] )C.v-7ixoi; : il domestico, CarthamUB tinctoriw L.
(Spr. }'r.): il oalvatico, OarlhamUB le?J,cocauli8 Sibth. (Spr.)­
Vedi G. 4. 5. - Acanacee ] llx«vv'..ò�. Congettura del W.
invece di i"�u'J67i. - Antemo ] iv�'!'O" · C'otula aurea o .Ana­
cyclw, eretica {Spr.) Anthemis Ohw (Fr.).
4. Nè circondano. J Nota il W.: • Insunt menda quaedam quae
nunc nemo tollere possit. Cum ad lx_11 subiectum Wz obi&­
ctum ·d . iv:i-11 subintelligenda sint: n1pmÀll!fo't:x scribendum
CAPITOLO ][fJJ, 373

esse videtur •. Lo Spr. traduce : G a n z e i g e n t h tl m -


l i c b v e r b ll l t e e e i c h b e y d e m E p h e u u nd
d e m M a u l b ee r b a u m : d e n n h i e r s i t z t d i e
B l u t h e in d e n g a n z e n �· r u c h t h ii l l e n , u n d
w e d e r a u f der Spitze , noch i ndem s i e
j e d e e i n z e l n e F r u c h t u m fa s s t , s o n d c r n
sie eteht in der Mitte, wenn man es. we­
g c n d e r w o l l i ge n D e s c h a ffcn � e i t, n u r d e u t ­
lich sehcn kan n .
Fiori eterili ] lro.•, congettura del W. invece di b>.i. -
Melo medico ] !'�Ai« f"lllm\. È deecritto 4, 4. 2.
5. Come quello della roea ecc. ] Lo Schn. euppone che le pa­
role debbano essere ordinate nel modo seguente : ,cr':.o.p
6 't'iiiv �&owv, lx_wv ·d. lvw ii�u;t.r:.>611, lf.'�TW!J�v Si lnpo:;, (LUtpO�
npO!; ò.ì, �cr11:tp l11.TtTp�t,.t�ivoc; x'J•tvoc;_ E lo Spr, traduce 1
w i e b e y d e n R o e e n , w o d e n n d e r o b e r e·
T h e i l r i s s i g w i r d : u n t e r w n. r t e i s t d e n n
noch ein a ndcrer k l ei ncrer, auew e ndig
a n g e w a c h e e n e r fl e i e c h i g e r K e l c h .

CAPITOLO XIV.
Dopo Arturo ] oeeia dopo il eorgere di Arturo nelle prime ore
della sera, il che avviene verso la flne di febbraio. -
Fico tardivo ] ÒÀuv::Soc;. Qui s' intende l' albero : altrove in­
dica sempre il frutto.
Frutti sulle punte ] bp•••r"" · PI. 16, 27, 50 : Est vero et
in ipsis arboribu.B etiam onUBU.s peculiari.B dilftrentia : ,umma
mi parte fertilwreo arlmtus, q """""1 : inferime, iuglandeo,
fid, mariscae.
Spire& ] ,nmp•f•, Spi,r<w, salicifolia L. (Spr.) Ligustrum vul-
374 J.IBRO .PRIMO

ga,·e I,. \r'r.) . - Blito ] jilfrov, Blitum capitatum L. ?


(Spr.) Amarantue Blitum L. ;J,'r.). - Atriplice ] "'f"f"'"''
AMpl"°' ho,wisù, L. (Spr.).
L I BRO S E CONDO

CAPITOLO I.
Lo. propagazione 1 Pl. 17, 10, 9 : Au.t eni11i aemine proveniunt,
aut plantis radu,i,s (aut rad�), aut propagine, aut avul­
�, aut aurculo, aut imiw et consecto arbori.s trunco.
Spontaneamente ] PI. 17, 16, 26 : Quaedam enim na,ci, mBi
spon!e nullo modo tpUUnt : eaque immitibus !antum et de­
serti, loci8 proveniwnt. E Virg. Georg. II, 10 :

Namqiu aliae, nulli.I homlnum cogentibus, ipaae


Sponte sua t1e1dunt.

Per rami ] iTC� d.xpt(J-6..,o:; : ·ramo G. e. u s d e n S p i tz e n


d e r T r i e b e , Spr.
In minuzzoli ] ,i, �"'f"'- Plinio 17, 10, 9 : Oonsecto arooris
trunc.o. -
2. Palo ] xif•;. È definit.o dallo scoliaste di Aristofane (Vesp.
v. 1196) : Xir�;, ),mfflv çUl.ov, � 'Jtp0<&:afLWO', 'f�V !f'7r!lov.
Spr. quindi traduce : W e i n p fa h I .
Eccettochè pel tronco e pel legno ] &nò Bl ,.;;, "P'�""" x�I
-rWv ;V>.w,, où t6t"Tcr.t , Lo Scbn. avverte che in ;U>.wv si sot­
tintende �m.tcr.x01tinwv.
3. Cime dei remi ] &11ò """' "P'"P"'· - Sisi.mbrio ] ·••ou��p•••.
Mentha BYlvestris L. (Spr.), Mentha aq,u,tica L. - Elenio J
o.,...,, Teucrium Marum (Spr.) Thymus incanus Sibt. (Fr.).
376 LIBRO 8BCONDO

- . Ramoscello ] lp,o, ; congettura dello Sebo. invece di


lnov.

CAPITOLO li.

Crino ] xplvoY. Lil.ium chaladonicum L. e Lilium bulbiferum


L. ? (Fr.) PI. 21, 5, 11 : Alba lilia eiBdem omnwus modi8
seru:ntur, quibus rosa, et hoc ampll-u, lacrima aua, ut hip­
poselinum: nihuque est foecum!ius, una radice quinquagenos
saepe emittente bulbos. Vedi Causs. pl. 1, 4, O. - Canna ]
Pl. 17, ::'.O, 33 : Arundo ..... seritu1· et tranaversa, non alt.e
terra condita, erumpuntque e singulis oculis J.otidem planf;ae.
2. Tarra. ] PI. 16, 33, 60: Cupressus ..... et in Aenaria succiBa
regerm.inat. Da. questo passo di Tcofrasto alcuni critici
vorrebbero in Plinio sostituire Ta.rra, che è in Creta, a Ena­
ria che è l' isola d' Ischin.
3. Non fanno stoloni ] tL?i n2.p:x�À:xi,u.v0v1'r.iv. Nisi qu� stolonum
facuUatem hp.bent W. D i e n i e h t S e I t e n t r l e b e
m a. e h e n . Spr.
4. Riprodotte per polloni ] à.nò 1t:xp:xanU.6oç xor.ì. • • •••• • cbtò ,r�pa.­
ifuci8o,;, Secondo Scaligero 1r:xpa1ti.ç aarcbbc : 4 avulaio
etiam a brachii.8, non solum a rad� •,· e però 1rxpr.t1"uic
deve intendersi con Ja radice. Ma aHorn, domande. lo
Schneider, perchè Teofrasto nggiw,ge: H., <inò p�"' � n•­
p:t,..uX.c � ? Suppone dunque che mr.pxl'uic dal 1Dargioe sia
passato nel testo ; e legge: &:nò 1t11�r.t0'1ti8oc Te1.x.la•7, n x11
eu1...;->\,, x�ì. l·n 11-iill.ov, B.v &:nò Pft 'iC fi 71'1lp::r.CMt!c �.
5. Il cotogno domestico diventa ealvatico J lx a-rpo:.i�lou xu6Wvtoc.
Kuòw...,to�, cotogno B&lvatico, Cydonia w'9ari.8 Pers. Pl. 15,
11, 10: Mala quae vocamus cotonea, et Graeci cydonia, e:v
Oreta insula ad.veda. . . .• Minora e,z eodem genere atru.thea,
CAPITOLO 11. 377

odoratiu, vibrant..... Strutheia aukm cotonea insita suum


genua fecere Mulvi,anum : quae so'/a, � his 11el cruda man­
duntur.
6. Picca conifera ] ne.Ux1ì -§i xw.,o!'°roc;. Pinu.s c�mbra L. ? (Spr.).
- Pino ftiroforo ] nl-t"uc; il t:::,,iironoLOc;. Pinus Pi1UUJter Ait. ?­
(Spr.). PI. 16, 10, 19 : Picea,, vero rotis panicu1u, minori­
bw graciliorihusque minimos ac nigros (nucleos habent),.
propt.er quod Graeci phthi1'oforon eam appellant.
In maggior num�ro ] r.À.�(w, Spr. traduce : U n t e r d e n
wild wac b s e n d en a b e r k D n n e n m e hr e r e
( i h r e N a t u r b e h a I t e u ) , d a s i è in V e r h Il. I t ­
n i s e k r !l f � i g e r .e i n d .
Il contrario ] :::i-inpo" Il W. interpreta questo luogo con le
seguenti parole : e Contra.rium enim (stirpes silvestree sa­
tas in melius verti) baud con.sentaneum est, si quidem
deteriora et inter illas (domesticas) et omnino (inter omnes)
tantum inter ea inveniuntur , quae e semine prove­
niunt. •
10. Persio ] '"P""'· Cordia llfyxa L. (Spr. b'r.). Lo stesso che
1tipaéa., descritte. 4, 2, 5, o forse il frutto. - Pioppo nero J
Per il frutto del pioppo nero, pare se ne debba intendere
la gemma rosinosa. Vedi a, 3, 4. - Sorbo ] Olj, Sorbus
domutica L. (Spr. Fr.) PI. 17, 25, 38 : Quidam et sorbum,
Bi in loca calid:iora venerit, sterilescere putant.
11. Per opera della coltura si C8Dlbiano ccc. ] PI. 17, 28, 47 :
Si mala Punic.a acida nascantur, abl,a,qiuatiB radicihus
ftmum suillum adhibfflt : eo anno vinolenta, proxi,rw dulcia
futura.
12. Faulie ] ,�,).r,., PI. 16, 44, 92 : Olea,tro quoque a.putato,
qwd gignit11,r, vocant pli.mtUas. Causa pl. G� 8, 5 : J;., òl
-� Gip'; 1to)..).}. 6 òl 1t:.ip�v i,i.1xròc; ÒÀ111;1ihtot x-i.:J:i.1t�1) cd f�:.iÀht.
::178 unao SECONDO

CAPITOLO III.
Portenti J Vedi PI. 17, 25, 38 : J>rodigia ex arboribus.
2. Vite capnea ] 't�v x.:brvm�v i:.t.·:n>.ov, da x.i1t'llo:;, fumo. Spr.
ti-aduce R a u c hweins t ock. Vedi Arist. De Gen. Anim.
4, 4. Columcll& 3, 2 : Sunt et helvolae qua., nonnulli
varias appellaut, neque pu1•purea.e, neque 1rigrae ab helvo,
ni,i (al/or, colore vocitate. Cf. <JaUJIB. pl, 5, 3, 2,
a. Clivo RrBO J PI. 17, 25, 38: Sunt et miracula fortuita. Nam
et oliva in totv.m ambusta revixit : et in Boeotia derosae a
locuati.s ficus iterum germinavere: Le parole HÌ «�t'� x.�l fi
';J'�).fa. furono omesse dal G. e giudicate Spurie dnllo Schn.
I giovani virgnlti ] TWv lpW" sostitol lo Sch. e. TWv lpy1J1v,
Plinio I. ·e, attribuisce al fico quello che qui si dice del�
l' ulivo.

CAPITOLO IV.
Menta ] \L(,o,, Mentha sativa L. (Spr.) Mentita piperita L.
(Fr.) PI. 19, 10, 57: Namque et ocymum senecta degenerat
in se-rpyllum et si.symbrium in calamintham. - Spelte. ]
C"i, T,iticum Spelta L. (Spr. Fr.). PI. 18, IO, 20: Tra­
duntque eam (zea.m) ac tiphen, quum B'int degeneres, redire
ad frumMttum, si piatae serantur : nec protinus sed terlio
anno.
2. Legumi..... cottoi ] Pl. IB, 17, 45: Virgilius nitro et amurca
perfundi iubet faham : sic etiam grandescere promittu, E
in vero si legge nella Georgica I, 193:

Semina vidi equ.itùm mu.lto.'l medicare sercnteA,


Et nitro priu.s et nigra perfundere am�rca.
CAPITOLO JV. 379

· Lenticchie ] t""''' Ji)rvum Lena L. (Fr.). Pl. 18, 24, 55 :


Hanc cum fimo arido seri volu.nt. Vedi C'atW. pl. 5, 6, 11.
Ceci J ipi�"�"' Oicer arietinvnn L. (Spr. Fr ).
Ervo J d;ojloç, Vic,'ls Eruilia Willd. (Spr. Fr.). Secondo &I­
tri : Ervum .Ervilia L. PI. 18, 15, 38 : (Ervumj Martio
mense satum, noa:ium esse bubus aiunt, item autumno gra­
vedinotmm : innoxium autem fieri primo vere sai,um.
4. Lo sparviero, 1' upupa ) tip-(l; l1t0"}. Aristotele nel1a Storia
degli animali (6, 7 J racconta come alcuni credessero che
lo sparviero si trasformasse in cuculo. Parlando poi del-
1' upupn. (9, 49/, dice eh' essa muta di colora e d' RBpetto ;
e cita Eschilo. - Idro che diventa vipera ] 6 eSpo; Eic l;x.1v.
- Crisalide ) zi:-ua«ÀM;. Plini() tratta delle crisallidi in 11,
32, 37. Ariet. Bk>rla degli animali, 5, 19.

CAPITOLO V.

O inferiore ] 1j x_Elt=,c;v°'. Cosl PI. 17, 11,16 : Ante omnia igitwr


in similem transfe,..ri tenam, aut meliorem oportet.
2. Una picea ] PJ. 16, �1, 56 : Quidam non alti,u deseendere
rad';cu, quam soli.a calor l,epefaciat, "idque natura lor.i te­
nuioris d,;:ure ; quod fal.sum m-bitror. Apud aucto1•e, c.erle
in-i,enitW', abietis planta cum tNnsferretur, VIII cuhitoru,m
in aUituàinem 11ec t-Otam refossam, sed ahruptam.
4. De1la sabbia ] PJ. 17, 17, 27 : P
. icus ..... optime quidem, ,i
vasti.ore ramo pali modo ex.acuto adigatur alte, t3:Ìf}UO su­
per terram relido capite, eoque ipso arena ooaperto.
5. In une. seilla ] lv n{U11 . Pl. 17, 11, 16 : Ficus si in acilla
(bulhorum genus hoc est), seratur, oci.ssimlJ {erre �raditur
pomum, neque vermiculationi obnoa:ium, quo vitto carent
nliqua poma Bimiliter sata. In Causa : 5, 6, 10, Tcoti'asto
31!0 LIBRO 8BCONDO

unisce alla scilla lo echino, e rende rRgione del feno­


meno : Oaat 6' lv trt.lv1:) l'uTd.loua,{ � o-xiU� xiv,a. dli; &ùjU.cxcrrlczc
ivu.� x::il !ÙTfOtlctç tunGovG"l'ol" lxr., r:lf TIV% itJ-l'W �tpi,LO't'1']Ti:z.
ic.111 &yp6·n1Ti,, X'J.} ylv,Tctt x«::,i,u.p è:i,i,tu-:tfa Tti;.
Fortificato ] à.p,1·ul.'ìj. Congettura. del W. invece dcll' ipTtov
del!' A. e ip«T<w, del Cod. U. Pl. 17, 17, 28: Ut illibaw
cortice, atque ut sectura inferior ponatur semper, et quod
erit ab rad,;,ce, açcumuleturque germinatio terra, donec robur
pianta capiat.
6. I peri e i peri selvatici ] cbtlouç 61 x�l Oyx_:r.,. Piros et prur
no, G. Nota Roberto Costantino che oyz,·� ln Omero (Odiaa.
� e W) è il pero salvatico trapiantato, il quale prima è
cbia.mato CXz.pii;.
E cosl pure gli ulivi ] Spr. sostituisco oh (sorbo} a. ìHctv,
data dal Bodeo invece di po,i, U. Ald. Vedi Pl. 17, 12, 17.
Intervalli ] PI. 17, 12, 19: Iam per ,e col/,es min,wa q,,a,­
_runt intervalla.
CAPITOLO VI.
Col dosso in su ] Pl. 13, 41 7 : Seritur autem pronum, et bina
iuzta composita aemiM, superque Wtidem, quoniam. inft:rma
Bingulia pianta ..t: quaternae coaZ..cunt. - Dalla parte
di sot� e dal solco ] lx 't'rav G1t't'{u;v nl xoO.wv. Qui l!Ì1t't'&:t
significa la parte di sotto. Vedl 1 , IO, 2.
2. Si propaga pure pel tronco ] Pl. 13, 4, 8: Beruntur aurem
pa,lma.e et trunco duorum cubitorum longitudine a cerebro
ipso arboris viridi ftsau,ia diviso atque de/osso.
Mezzo sestario J fJ1.1.lf.x<tov. Un sest.ar:io era formato da otto
chenici (fx't'oç, Ox't'�> x_o{vixtç, Hesych. 1, 1633 ) ; una chc­
nice da quattro cotile : une. cotila (xottlÀ-r,) da sette once
e mezzo.
CAPITOLO VI. 381

E'enicia J PI. 13, 4, 9 : Sed ut copia fbi atque feri;uJtaa, ita


nobilitaa in Iudaea, 11ec in tota, sed HiericunU m�me :
quanquam laudatmJ et Archelaide et Ph«eelide atque Li­
viade gentis eiusdem convallibus..... Bervantu.r hi demum,
qui nascuntur in aaùJis a.tque 11abulori&, ut in ludaea et
CY"enaica Af,icae : non item in Aegypto, Ogpro, SyriJJ et
Seleueia A,ayriae.
.
Dove ce n' è ] i, ; y' ol . Congettura del W.
a. Irrigazione ] Pl. 13, 4, 7 : Gaudet et riguiJJ, totoque anno
bibere cum mnet, anno aitienti. A 'fimo quidam etiam laedi
putant, Bi non rii,iB misceatUf'.
4. Si trapiantano ] PI. 13, 4, 8 : E'l-90 plantaria i-nstituunt, an­
niculaBque tra:nsferunt, et iterum bima.s. Gauilent enim mu­
Mti011e sedili, verna alibi, in Assyria autem circa ca.niJJ
ortum. Nec ferro attingunt ihi novellaa, sed religant c<YTIUJ8,
ut in altituàinem exeant. RobusUJs deputant craasitudiniB
gratia., semipedale.s 1·amorum relinquentes truncoa, qui decisi
alibi necant matrem.
(,, Que' di Babilonia. ] Pl. 13, 4, 9 : Genera earum multa :
aterllibus ad materia. operumq1.1e lautiora utitur Assyn"a et
tota PerB'i8.
Il maschio produce dapprima il fiore J PI. 13, 4, 7 : Maa
in palmif.e ft01'et, femi'RQ. citra fi01"em germinat tanht• spi­
cae mooo.
I frutti sono anch'essi di molte sorte ] PI. 13, 4, 9 : Di;jfe­
runt figura -rotunditatia aut :r,1'0Ceritatis : dilferunt colore
nigriores ac rubentea : Rel: paucibres fico tniduntur co'lorea :
mazime tamen placent candidi. Diatant et magnitudiM,
prout multi cul)llum effecere. Qvidam sunt non amplioru
faba.
Quattro misurano la. lunghezza di un cubito 1 PI. I. c. : Qua­
terni eubitoMtm longitudinem elf(ciunt.
382 LJBRO SBGONDO

Di un piede ] lv[on x«\ lr.ì Tt'Oh. Questa è congettara del


W. in sostituzione di tr.'t� xa.l tù-r:OÒOi.l; UM.V, l11't'11 òi Hl
eù'lt6Òo:.,� Ald. H. Sch, GI\Za e Spr, hanno omesso queste
parole nelle loro versioni.
Piccoli come ceci ] PI. l. c. Margarides : ™U breves, candi­
dae, rotundae, acini.s quam balams similWres : quare et no­
men a margaritis accepere.
7. liagoa il- vecchio ] PI. 1 3, 4, 9: Clarissimde omnium, quas
t·egUls appeUavere, ab hono1·e, quoniam regibus tantu,n Per­
Bidis servarentur, Babylone natae uno in horto Bagou : ita
enim vocant spadones, qui apu..d eos etiam regnavere. 1/crr­
tus il.le nunquam nisi d.ominanti8 in aula fuit. Lo Schn.
e }o Spr. affermano non essere manifesto perchè Tcofrasto
chiami questo Bagoa, iL vecchio. Secondo il Bodeo, questo
Bagoa che avvelenò il ro Artaserse Oco, e fu poi man­
dato a. morte dal successore Dario, sarebbe stato cbie.mat.o
il vecc hio per distinguerlo de. un altro Be.goa., familiare
di Alessandro Magno.
In Cipro ] Pl. 13, 4, 7 : QuibwJdam tamen in ÙJd8, ut in
Cyp ro, quanquam ad maturitatem Mn perveniat, grato sa­
pore dulcù est: et folium ibi l.atius, fructus quam reliquia
rotundior, nec ut dev01-etur 00'1'pWI, verum expuatur, BUCCO
modo ea,presso.
Piccolo ] PI. 13, 4, 9 : Vocant· ur chamaenpes folio latiore ac
molli, ad viti1,ia utilissimo. Copiosae in Oreta., sed ma,gia
in Sicilia.
9. Biforcate ] · ,,.p6o, lxovn,. Pl. 13, 4, B : Quaedam in Sgria
et Aegypto in binoa di'l,'idu.nt ae tmncos, in Creta et in
terno,, quaedamqu• et in qu,inoB. Per lo Spr. queste paln1e
ramifica.te sono le. cham.aerops humilis L. ; ma. per Hoefer
(Hist. do I.a B. p. 55), è la OU<ifera thebaica di Delisle
(doum degli Arabi), propria doli' Alto Egitto.
CA.PITOl.d VI. 383

Lapea ] in Creta.
10. Coix ] x:G"i; Salmasio propose x&'tx.:iç, invece di xUx:iç Ald.
U. PI. 13, 4, 9: In ipsa quidem Aethiopia friotur : tanta
egt siccit<,s : et fnninae modo spinatwr in panem. Gignitur
auttm in fMJ,(,iJ:.e rom1·s cubitalibus, folio liatiore, pomo
1·otundo, sed maiore quam mali amplitudine : coicas 1:ocant.
Prima di Harduina.s si leggeva cycas; ma molti codici
hanno coecas o coicas. Esicbio (2, 293) scrive : KG1'xtç lv
'A1:!w1di yo1v{xwy EÌ8r,ç. Vedi 4, 2 1 7.
Maturano in tre anni, cosicchè e' è sempre J &.tt, congettura
dello Schn., confermata. dal codice di Urbino. Cosi anche
lesse Plinio 1. c. ; Triennio maturescwnt : semper� fru­
tici pomum est subnascente alio.
11, Cameropi ] X�l-':r.tpt,'!i'ç, Chamaerops humili.s L. (Spr.). Vedi
sopra 7.
12. Si pongono le talee capovolto ] Pl. 17, 11, 16 1 ma non
conforme al senso di Teofr11sto, scrive : Quod e dive1"80
affecto.nt etia.m quidam in vite ficoque, pennutantea in con­
trarium. Deruriores enim ("olio ila fieri magisque prokgere
fructum, .et mt"nua ami�e, ficumque Bic etiam scan.sil.em
fieri.

CAPITOLO VII.

Il Cipresso ] PI. 17, 26, 39 : Oupressus et aquam aspernatur


èt ftmum.
2 Rimondati ] ò11u,1X�ixlpEa!l'�1. PI. 1. c. Plurima.e a �m, am.pu­
tari Bibi volunt onerosa ac supervacua, aicut nos unr,u,e, et
capillum,
Si recide tutto ) Pl. I. c. Reciduntur veteres totae, et 11traU8 a
,rowne aliquo resurgunt, seà non omnea, niai quarum na-
384 LIBRO SECONDO

turam pati di:r:im:us. Secondo Io Schn., non tutto il tronco,


ma i rami dell' albero si 1lovrebbero recidere.
Androzio ] È nominato anche in Causs. pl. 3, 10, 4.
Non cosi la vite ] Il W. diversamente dallo Spr. vuole che
s' intenda dover la vite essere rimandata più del mirto e
dell' ulivo.
4. Cartodr& 1 Nome proprio, forse corrotto.
Concime di spazzatura ) aupp.n'lw;. Rob. Const. : e viarum
vel corth colluvie. Vedi 7, 5, 1.
5. Spargerà sopra la polvere ] PI. 17, 9, 5: Bunt lJlli pul,,..,..
qu.oque uva.a ali jud:ia:nt, pubescenteaque pulverent, et vi­
tium arborumque Ndicibus adapergant.
-6. Per tenerlo aperto ] Onwi; 0CvE6J-r.i, congettura del W. Pl. 17,
27, 43 : Pomiferis, quae gerrninant, 'MC ferunt f1'UCtum,
fissa radiu inditur lapis, fertili!sque fiunt.
Per i fichi ] Pl. 17, I. c. : Etiam radius circumcidisse p<r
dest vitium lua:uriant;,um flcorumque et cir�mcisi.8 cinerem
add:idiase. E poco prima: Idl!,m (auccus inuUlis) et ftcorum
turgido cortice incisura in obliquum l,evt"bua emittitur : it,a
fit, ne decidant fructus.
'7. II mandorlo ] PI. I. c. Hoc idem et amygdali.s, e robore cuneo
adacto.

CAPITOLO VIIl.
-Capriflcozione ] Aristotele nella Storia degli animali (5, 32, 3)
tratt.a della capriflcazio�e. I>Jinio 17, 27, 44, ha seguito 1
come è solito, Teofra.sto e chiama i pscni, culicu. La ca­
prificnzione è anche presentemente usat.a nelle isole del­
!' Arcipelago. Tournefort (Relation d'un Voynge du Levant,
t. I, p. 130, Amsterdam, 1718) coal ne scrive: • On cul-
CAPITOLO VIJI &5

tive dans la plupart des iles de l'Archipel, deux espèces


de flguiers ; la première, qui est le fl.guicr sauvage, s' ap­
pelle ornos (erineos des aneicns Grecs, le capri'{lcus des
Latine) ; la seconde espèa_e est le flgnier domestique. Le
sauvage porte trois sortes de JruitB absolument nécessai­
res ponr fa.ire mfirir cenx du flguier domestiqne. Lee
fruita qu' on nomme fornitea, paraissent dans le mois
d' aoU.t et durent jusqu' en novembre sane mfi.rir ; il s' y
engendre de petits vers, d' où sortent cert.ains moncbe­
rons que l' on ne voit voltiger qu' autour de ces arbres.
Dans le mole d' octobre et novembre, ces moncberons
piqnent d' eux - memes les seconde fruit.s dee mémes pieds
de flgnier j ces fruits, que l' on appello cratitires, ne se
montrent qn' à l& fln de septcmbre. Les fornites tombent
peu A peu sprès la eortic de leurs moueherons j les cra­
titi.rea rcstent, au contra.ire, sur l'arbre jusqu' au mois de
mai, et renferment les oeufs que les moucberons dee for­
nitea y ont dépos<-..s cn les piquant. Dana lo mois de mai
la troisième sorte de fruita commcnce à pousscr sur les
m4;mes p�rds dc Ogues sauvages, quJ ont produit les deux
autres. Ce dernier fruit, qui se nomme orni, est beaucoup
plus gros ; lorsqu' il a une ccrta.lne grosseur, et que son
oeil commence à s' entr' ouvrlr, il est piqué dans cette
partie par les mouchcrons dee cratitrrea, qui se trouvent
en état de passer d' un fniit A l' autre pour y décharger
leurs oeufe..... Ces troia sortes de frnits ne sont pae bons
.à manger j ile sont destinée à falre mfrrir les fruita des
flguiers domestiques. Voiei l' u.sage qa' on en fait. Pen­
dant les mois de juin et de juillet, les payeans pre�ent
les 01"fJi, an moment où leu:n; mouchcro.ns sont prets A
sortir, et lca portent tous, enfllés dans dea fétus, sur Ics
26
386 l,IBRO SRC�ND0

flguier.s domestiques. Si l' on manque ce temps t&vorable,


les orni tombent et les fruit.s du figuier domestiqne ne
mùrissant pas, tombent anssi dans pcu de temps. Les
pa.yse.ns connaissent si bien ce précieux moment qne tous
les mn.tins, en t'aisant leur revue, ils ne transportent sur
les ftguiers que les OT?'i hien eonditionnés, autrement ils
pcrdrriient leur récolte....• Enfln, Ics paysans ménagent
si bicn Ics orni, que lenrs moucherons font mO.rir les
fruita du figuier domcstiqne dans l' espace de quarante
jours.•..•.. Je ne pouvais assez admirer la patience des
Grecs occupés pendant plus de deux mois à porter ces
piqueurs d' un flguier à l' autre ; j' en appris bientòt Ja
raison : un seul d e leure arbres rttpporte ordina.irement
jusqu' à deux cent qnatre - vingtB livres dc flgues, au
lieu que les nòtres n' en rendent pas vingt- cinq livres.
Los piqueurs contriboent peut - Ctre à la ma.turité des
fruits du figuier domestiqoe, en faisent extravnser le sue
nourricier dont ils décbirent Ics tuyaox cn dééha.rgeant
leurs oeufs, peut - Ctre a.usai qu' outr0 leurs oeuf's ils lais­
sent écho.pper quclque liqucur propre A fermenter donce­
mcnt avec le lait de la tigne et eu attcndrir la cha.ir.
Nos flgues, eu Provence et à Pnris m:!mc, mùri�sent bien
plus tòt si on piquo leura yeux nvec une pa.ille graiesée
d' huilc d' olive. •
2. Centrino ) Klv�plvz;. Secondo Spr. le xiY"l'riv·u sono una spe­
cie di tentredini.
:�. Egipiro ] �; y{r.;,,po; Eryngiun dilatatu. n L9.m. (Spr.) Ononi8
antiquorum I.. (�'r.).
Sa.ma.re dell' olmo ) 'fo�; x;,,11:x{?o'J; U., x"J:tipr.rJ; M V. T�..,
x°JTt tptv AJd. Lo Schn. fece x:nri;,01,1;, voce ignota. Il W,
sostituì x.urdpo�;. Schn. W. traducono ulmi folliculi. Lo
OAPITOLO VII[, 387

Sprengel m i t d e n B a a m e n d e r U l m o , ma poi
nelle note muta opinione e definisce cosi fatti follicoli
per d i e B I Jl s c h e n o d e r B o u t e l c h e n , w e lche
s i c h h .!1 u f i g a u f U l m e n b Hl t t e r n d a. r c h den
S t i c h � h n l i c h e r G a l l w e s p e n c r z e u g e n . Il
W. concorda con Spr, Porciò a.Ila parola samare si po­
trebbe BOBtituirc follicoli o borse.
Le formichB ] .c.v!1n; : A m e i e e n , Sprengcl : Aristotele De
sensu et Ben.sili, 5,) : 'l'à 'l'Giv f"UP!'-�x.wv yivo,, o�, 11tiÀo'ucr{ T1n,
Jtvt',rc,.�.
L I B RO TERZO

CAPITOLO I.

2. �·eneo ] PI. 31. 5, 30: Tet'f'ae quoque motus profwndum sor­


bentque aquas, BiC'Ut circa Pheneum Arcadiae quinquies ac­
cidisse <',()'TUJfat. E Catullo carme 68, v. 109 - 112 :

Quale ferunl. Grai Phtntum J>r(lJ>e Cylltneum


Siccari emultta pingue palude solum,
Quod quonda-m caem monUs f,.diJJBe medullls
.Audit falsiparens .A11tphit711o,i.iades.

Vedi Diod. 15, 49; o Srrabone e, in fine.


3. Innanzi che aie.no perfetti e maturi : e però il poeta. ecc. )
PI, 16, 20, 46: Oci.strime a'l!,tt.m salix amiUit semen, ante·
quam omni110 maturitatem sentiat : ob id dieta Home1'o fru-.
giperda. E in vero ncll' Odissea., 10, 510 ai legge :

4. An8888gora di Clazomene nacque verso il 500 a C. Accettò


il pronunziato del1a scuola eleatica che oulJA. può nascere
di nuovo e nuJla perire. Gli elementi erano per lui, di­
versamente da Jt�mpedoele, un miscuglio di semi (r.«',lntp­
tLla.) : diceva le piante essere animate. Varrone De re
r ust. 1, 39 scrive : Latet, Bi sunt semina in aere, ut ai,t
PhyBicua Anaxagoras. Vedi Ctru,a pl. 1, 5, 2.
C&P(TOLO I. 389

Diogene di Apollonia ] Aristotele afferma ebe, per Diogene.


il principio di totte le cose era l' e.ria.
CJidemo ] K.M0011!L"� Ald. e divers&mente nei codici. Lo Schn.
seguendo il Meuraio, ha &ostita.ito K>...dOr,!'o,;, sccondoehè è
nominato nell' opera delle Cause. Di questo tilosofo e delle
sue opere fa menziono Ateneo.
5. Neso ) Niao,; ; in Arist. NiaaGf;. Pl. 4, 11, 18. Nestus, fiume
di Tracia.
6. In Creta ) PI. 161 33, 60: In Creta, quocumque in loco
terram moverit quispiam, vi naturali haec (cupressns) gi­
gni.tur, protinu.sque emicat. - Tribolo ] 't'p(�).o;, 'Jlribulus
terrestri, L. (<pr. Fr.).
In Cirene ] Cf. 6. 3, a : e CaU8S. pl. 1, 5, 1. PI. 16, 33, 61.
Aq� p'lerumque semina a;!fçrunt et certo ftuunt genere :
aliquando et .iam incognito, quod accidit Cyrena� regioni,
cum primum ibi 1.aBerpitium natum est....• Nat.a e,t et, silva
urbi eiproxima imbre picea crassoque, clrciter ur-bis Romae
annum CCCCXXX. Il Dalecampio crede quest.a dat.a un
grave errore, argomentandolo dal seguente luogo dello
stesso Plinio (19, a. 15) ; e sostitn.isco CXXXVI: · Id apud
auctore, G-raecos evidenti.asimos · invenimu.s natum imbre
pi,ceo repente made.facta tellure circa Hesperidu.m hortos
Syrtf:mque maiorem, septem annis an� oppul.um Oyrena­
rum, quod conditum est 'Ulrbi3 nostrae anno CXLUI.

CAPITOLO Il.
In apparenza ] perchè ne portano di meno a maturità. -
Sorbo ] 0'°5ov, Jov, ò11, o�:a., Borbus domestica L. (Spr. },r.).
2. Diventa.no manso.eti. ] 't't�:a.azlcr.v, mansuetudine: sostituzione
del W. R 't'1::1Lcn.ov UM Ald.
300 J,IDRO TERZO

3. Più crespe ] oùl.&upiz pone il W. invece di dp'!r&u-roz Ald.


5. Pnrneso J monte tra l' Atlica e la Beozia. - CWene ] il
più aJto monte d'Arcadia. - Olimpo pierico ] tra la Ma­
cedonia e la Tessaglia : Olimpo misio, in Misia.1 nell'Asia.
Minore.
CAPITOLO lll.
Zigie J suyl•, Acer l,,,.,,doplalanw, L. (Spr.) ; Acer campestre
(Fr.). Secondo Vitruvio (2, 9) e Plinio (16, 15, 26), la suy/•
dei Greci è una stessa cosa col carpfnus dei Romani. -
Escbio : ,,1.S., Q,,...cu, EBCUlus, L. (Spr. Fr.). - Lacara J
).o,ipa. Phillyrea latifolia L. Nirk. (Spr.) Prunu,. C'ero8u8
L. ? Wr.) p,.,,,.u, Mahaleb (Stackhouse). - Carpino ]
ck1p'.u:i1 Vedi 1, B, 2.
Frassino ] �,)./a. Ornu, europea Pere. (Spr. )'r.). - Acero J
a,..i,,òa.!''rOt; ; Pare allo Spr. no� essere altro che l' Acer olr
tunfolium Sibth , perchè quest' albero anche presente­
mente è conosciuto in Creta col nome di Asphendamnos.
- Olino ] rÀsi\lot;. Ace1· cretfcum L., o Acer obtusatum WaJd.
Rit. (Fr.).
a. Una quercia (in Sibari) ) R. Const. e Meursio hanno a g ­
giunto è. " :Iu�ptt,
4. Spelonca del Monte Ida ] È JS: grotta dove Giove, da bam­
bino, fu dai Cureti Affidato alle ninfe. Questa spelonca
era sacra t! posta sotto la 1:1pecinle protezione del Nume.
11 paese intorno si domandava omphaloa, perch� ivi fu
staccato il cordone umbelicale del bambino. (Diod. 5, 70).
l'resso Fresia ] 7Cr.pl Tip�tirli:1.v, secondo la correzione fe.tt.a. dal
l[eursio : ,1pu{xv UMV Ald.
5. Pcrsea J PI. 16, 26, 47 : Pe,.,ncae arbore, in Rhodo (lo«nt
tantum. Cf 4, 2, 5.
CAPITOLO Ili. 391

8. A.mento del noce ] loul.oi; j 1r.cr.f�z, Iugl.ans regia L. A.mento


della quercia (flore maschio) llfUOv; i�oUicolo del pino,
•un•p•< - F�o ) Vedi cap. 10, 1. - Aria ] &pi•, Pyru,
Aria Willd. (Spr.) var. gracca Lodd. (Fr.). }I e h I b e e r ­
b a u m trad. Spr.

CAPITOLO IV.
2 Zeffiro ] Teofrasto (Dei Venti 38, 40) scrive che Zeffiro è
il più leggiero dei venti ; soffia su la sera e verso terra,
ma soltanto in primavera e aut.unno. Alcune volte è an­
che impetuoso, onde il poeta lo chJamò avr.r:�, (Il. 23, 200).
Pl. 16, 25, 39: Hic (Zeffiro o Favonio) est genitali, spt-
1itm mundi, a {avendo dict'UII, ut quidam ea:i.stimavere. Flat
ab occasu aequinoctiali, ver inchoan,.
Sambuco J &XTio,, altrove ùnj o i,.,-�. - Ipso ] lfo;, Pyrus
eretica Will. (Spr.), ....,- G. PI. 16, 25, 41 : Festinat et
platanua : cete1-ae vere coepturo, aquifolium, castaneae, iu­
glandes: serotino au.tem. germi1UJ nialu.s, tardisllimo suber.
- J!�vonimo ] ti.TfllTblYlo:, Ev<mymu.s europaeus L . ? (Spr.),
quadra!oria G. Vedi 3, 18, 13.
a. Il corniolo ] In PI. 16, 26, 43 sono indicate le due specie di
corniolo : l'ornu, mascula L. e Cor-nu.s sanguinea L. Nec
staUm fructm aequ.itur in aliquibus. Uornus enim cirro
solstitia reddit primo candidum, poatea sanguirurum: ex eo
genere r,-mfna post autum11um fert baccas acerbas, ingu­
stabiles cunctis animantibus, ligno quo� fungosa, et inu­
tilis, cum mas e fortisBimiB quoque B'it : tanta differenti.a ab
eodem genere fll,
Verso il solstizio d' estate ] Qui segu.ono le parole ax,1.�"
h>c;·1u:p ,i:fOToY, omesse da G. e dichiarate viziose dallo
�92 1.U:RO TEltZO

Schn. Il ,v. per altro le conserva. e traduce : JJ1'imum


(ere omnium.
4. Il terebinto J PI. I. c. : Se<l et rerebinthus meBBibus reddit
semen, uf ncer et fra:xinus : nuc.e.s et mala et pira, prae­
terquam hiberna aut prnecocia, au.tumno.
Tramonto delle Pleiadi ] T.!fÌ. IlÀ!faBo; ÒU�tv. PI. 1. c. : G'lan­
diferae 8e'l'ÌU8 etiamnum Vergiliarum occasu, eaculus -tan­
tum autumno, incipiente auf.em hieme qttaedam i,enera mali
py,·U]ue et suber. Quando le Pleiadi o Vergilie sorgono col
sole, seguano il principio dell' estate i quando tramoritnno
nelle prime ore della sera: indicano il principio dell' i n ­
verno.
L' andre.enc e l' afa.ree ] I> l. 13, 22, 41 : Siinilis et. apharca,
bifera aeque quam adrachne. Prit.nem incipiente uva pu.­
belcere peragU, alterum hiemi8 initio : qua.Le.fJ eos, non t1·a­
ditur.
5. Le. picea e il pino J Pl. 1. c. Pinus autem et pi,ct,a yrae­
veniunt germinatWne quindecim fere d'iebu.s : semen vc1·0
post Vergilias et ipsae reddunt.
Ginepro ] rip1uv!Jo,;, Iuniperus phoenicea L. {8pr.) ; ma in
questo luogo : Iuniperus communia L. (l•'ée).
Intorno ai vecchi ] 1rsp,unÀX1L�ivs1 yip 6 vioç Tbv 1rsFvat\lOv.
Lo Sprengel tradusse prima : D i e j u n g e }., r u e h t
n m s c b l i c s s t d i e v o rj l! h r i g e , e poi corresse :
h o h. l t e i e e i n . Cf. a, 16, 1. e 4, 2, 5.

CAPITOLO V.
Cominciano a gcrmoglid.rc } Pl. 16. 25, 41 : Et reUquae qui­
dem arborea, ut primum coel'e,·e, continuant ge:rmmatinnem.:
robur et abiu et lariz interm.Fitu.nt tl"i.partito, ac t.erna gei·-
OA.PJTOLO V. 393

mina edu.nt : ideo et ter squ una., corticum spargu.nt : quod


omnibu, arbori,bw in germinatione euenit, quDn"ia,n prcur
gnantium ru.mpitur cortez.
Scorzaudosi. ] Àor.iw, corticem. remitt,ere, glube1·e.
AL cominciar della prime.ver11. ] Pl. I. c. &t autem prima
ea1·u.n lnci}'Wnte v,we ct1'cite1· X V didius : it,erum. germi-
1ian.t transeunte GeminJJB sole : sic flt, ut p1·i,na cacumina
itnpeJ,li aecuti.s appareat, genkulato incremento. Tertia est
earumdem ad soistitium brevissima, ncc cli1ttius uptenis
diebus : cl.areqr/..8 et tu.ne cernitu.r e..xcre.sc.entium cacuminwn
arlic ulatio.
Nei primi giorni di Tergelione ] ta"t"::ilJ-i...ou To\j c->.zrrr.).,ra...oi;. Come
si legge uelLR. Sooria cre{Jli animali di Aristotele (5. 11), i
tre mesi di prime.vera sono : Munichio.u�, 'l'a.rgelione e
Sciroforionc : e però non paL·rebbè che il principio di
priwavern. corrispondesse al principio di Targclionc. Ma,
per il Ciclo Metonico, introducendosi ogni due o tre
anni, dopo Sciroforionc, ultimo mese dcll' anno greco, un
mese intercala.re, che è un secondo Poseidone, que.ndo
questo Poseidone comincia.va con niaggio, Sclroforione
doveva comincia.re con aprHo e •rargeJione con marzo.
In questo caso il principio della primavera. coiricidcva. con
quello del mese di •rargelio:qe, come scrive Teofrasto, il
quale piuttosto che a.I. computo tlell' anno ordine.rio si è
attenuto a quello col mese intercalare. :::e ne huuno degli
esempi anche in Aristotele.
Scirroforione ] l:1uppo;,opu,Jv ; la forma più corretta è !111.,ro­
;,opldv.
2. Galle J ·�'"'· Olivier (Voy. dans l' Empire Otlwman) ha
trovato comune nell' Asia Minore la quercia che ha le
galle prima nere e poi bianche. Questa è la Q.,,.,,,,,. in-
394 I.IBRO TER.Zò

fectoria, e l' insetto che produce la galla : Diplolepia Galr


lae. PI. 16, 6 e 7, 9 : Quae glandem ferunt, om11eB et gallam,
alterni• glandem..... Latifolia fert et nigram. Duo enim
genera sunt. Haec tingendi.B utilior, Nasdtu,. autem sole
de Gemini8 e.xeunte, erumpens noctu semper universa. Cre­
scit u·no die candidi.or, et si ciestu excepta e.st, arescit pro­
tinus, neque ad iuatum inC1'ementum pervenit, hoc est u �
nucleum fabae magnitudine habeat. Nigra diutius vit'et c,•e­
scitque, ut inteJ·dum mali compleat magnitudinem.
Il terzo germogliamento ] J!�catombeone è il primo mese
dell' anno greco e comincia col solstizio d' estate.
3. ì,; allora il tempo adatto J PI. 16, 39, 74 : Gaedi tempeBti­
vum qua.e decorticentur, ut teretea ad temp1,a ceteraq_ue U8US
rotundi, cum germinant, alias cortice ine::ctricabili, et carie
sulmaBcente Bi mat<riaque nigresCR:nte.
4. Al sçrgerc del Cane j alla fine di luglio ; e di Arturo, in
settembre.
Nel fico, nella vite e nel melagrano J PI. 16, 25, 41 : Qui­
buadam geminatur germiw,tio nimia soli uhertat.e, aut in­
vitantis caeli voluptaU: quod magi& in herbis segeturn eve;nit.
In arborib1L8 tamen nimia ge'1"11J,inatio elassescit. Bunt aliae
naturale, quibU8dam, prcuterque vernas, quae suiB constant
siderwus. . . . . Jfiherna aquilae e:xortu, aestiva cani& OTtu· ,
tertia arctwri, 1-Ias duas quidam 0111111,ibua arboribus com­
munes putant, sentiri autem maxime in fico, i.iU, punici.li :
causam affe,·entes, quoniam in Thasalia Mac.eàcmiaque plu­
rima tunc ficus e:tt.at. Ma.rime tamen in Aegypto apparet
haec ratio. Lo Sehn. notn. non sapersi donde Plinio abbia
tolto la terza germinazione nel nascere dell' aquila.
5. Ca.cri ] ,i.ixpuç (1; ; il Mattioli scrive il cacriJ : È le. gemme.
dcll' albero ; con significato diverso, è il frutto della li-
CAPITOLO V. 395

benotide Cf. 9, 11, 10 ; L' Etymol. magnum, in un senso


più ristretto lo definisce : ·fi -rV,i; r.d»nii; fO.Cla"T"'IJ«ni;. Robeno
Costantino scrivo del cacri : • Globosue foliorum concepws
est, qui cadit cum talinm arborum folla crescere �epérint.
Quibus detegitar Plinti nostri lapsus, qui sic scribit lib. 16.
cep. 8 : .li'et'tl'Tit rol.ora tt cachryn : ita vocatu,. pilula in
medicina u1'endi vim habens. Gignitur et in ahieU, laric.e,
picea, tilia, nuce, plaWno, postquam {olia cecidere, hieme.
dwrans. C011tintt nucleum pinei.s Bimilem: ia crescit hi.eme,
aperitur ven pilula tota: cadit, cum folia coepere creacere. •
A mo' di un (bottone) ] l1t"to18))xvTcr. : a n g e s c h w o l l e n e
( Kn o s p e ).
-O. Esso si estende ] ��xoç Àcxi,.�ivu. Il W. interpreta : Squa­
meolae longitudinem auequuntur.

CAPJ'l'OLO VI.
Crescono asse.i facilmente ] Lo Sebo. dopo queste parole pone
un segno che indica una lacuna. Dovrebbe seguire il no­
vero degli alberi cho crescono con d.HHcoltà ; e in vece
quelli qui accennati cre.scono ora lentament.e, ora presto :
per il che è da credere cho questo p8B80 sia corrotto.
3. Terminano con �a foglia: ] Ciò non è secondo verità.
4. Traupalo ] "p•unÀO<, Viburnum Lantana L. ? (Spr.). Eplle­
dro f•agilis Desf. var. graeea Wr.). - Spodia ] rnolM;,
Prunw spinosa L. (Spr. Fr.).

CAPITOLO VII.
Nella parte superiore una specie di cercine ) n-Ep1tUEn1 f-Uxpòv,
Gitotio.ionpov di; e,o�. Schn. e Spr. sostituiscono a Vl'Coòe.ian­
fOv, U1tEF<f'Epia·npov, e �pr. traduce : S o w 11. e h s t e i n e
"\\-· n l s t in d i e H O h c .
3�6 1.IBRO TKRZO

Aumento circola.re ] i�7'x1.1';t�; escrescenza circolare, &::ir11Ux.


2. Se si taglino ill basso ] PI. 16, 30, 53 : parlando dell' abete :
Mfn"m, cacuminibu..s 001'Um (ramorum l de,ci,ai.s m.oritur:
totis vero detruncatis durat : et si infra quam rami fuere,
praecidatur, quod superest vivit : Bi ve1'o caeumen tantum.
auferatur, tota moritur.
3. Olinti ) Oh":Joi; è un fico tardivo che viene dopo le foglie ;
Esichio (2, 744,) lo definisce : tò IL� 1aic"::1p.jU"o" atixov. -­
L' elce le coccole scarlatte ] Q,uercus coccifera L. (Spr.).
- L' alloro sterile J PI. 16, 29, 52 : Mulùu vero plura
gignunt, ut diximus in gla:ndiferia : in:ter qua.a laurus uvas
suas maxim&7ue sterili8, quaJ non !]i,gnit aliud, ob id a qui­
busdam mas exi.stimatw·. Ferunt et avellana.e iul.oa com­
pactili callo ad nihil utiles.
4. Ge.lla piccola ] Plinio 16, 7, 10 : Robm·, praeter fructum,
plurima et alia gignit. Namque fert et gallae utru:mque
genus, et quaedam veluti mora, ni distarent arida durUie :
pkrumque tauri caput imitantia, quibus fructU8 ineat nu­
cleis oUvae Bimilis. Nascuntur in eo pilulae, nucibus non
absimil.ea, inlus habentu fioccos molla, lucernarum lumi­
nibus aptos. Nam et siM ol.eo f(.agrant, sicmi galla nigra.
Fert et aliam inutilem pilulam cum capillo, ve1-no tamen
t.emp07'e 7TUJUigeni aucci. Gignunt et alae ramorum eju. pi­
lulas, corpore, non pediculo adhaerenta : c.andicantu um­
bilicis : ceter(, nigra varieta.te disper11a. Medi.a cocci colorem
habent• . Apertis amara inanitas est. Aliquando et pumicea
gi{fnit : necnon et e foliis c,anvolu.taa pilu/4B : et in folio
rubente aquosos nucleos, candicantes ac tramlucidt:JB, quan­
diu moll,es sint, in quibus et cu.lices nascuntu.r : indureacunt
in m.odum gallae.
Bacche che somiglia.no alle more ] Il D'Anthoine (Journal
CAPJTOI.O vn. 397

de Physique Tom. 44, p. 34) descrivo la galla rossa del


rovere con queste parole : • Une galle rouge, granulée,
comme nn coriandre sucré, imitant on ne pent mieux le
fruit de l' arbousier, arbutus unedo. • Secondo il Censor
Lipsien8iB, citato dallo Scbn., è la Sphaeria mori(ONnia
Pen.
Un certo corpo dalla forma di pene ] Secondo il Cen8or
Lips., è l' Hysf.erium quercinum. Anche lo Spr. fu dap­
prima di questa opinione, ma poi osservò che non gli
conveniva la forma di test& di toro ; e ad.eri al Dalechamp
che chiama queste ,ral.le : h o d e n ll h n l i c b e G a. 1 1 -
a.p f e l .- Pelo ] 'll'IÀoç ; un feltro o pelo compresso, pro­
dotto da qualche insetto. Questo pelo può servire per
lucignolo ; ma che posaa ardere senza olio, è una giunt.R.
che fa Plinio a Teorraeto. - Globotto chiomato ] escre­
scenza, formata anche questa probabilmente dalla puntura
di nn insett;o (bedeguar). ·In quanto al trasudare un umore
simile al mele, rammentiamo quel verso di Ovidio (Met.
I, 112):
Fta,,aque 1k vlrldi stillabanl illce meUa.

e l' altro di Virgilio (Eg. IV. 30) :


Et durae quercu., sudabunt roscida mella.

5. Globetto senza. ga.mbo j Lo Spr. cita Dalecha.mp (Hiat.


lugd. 9) che tratta di escrescenze rotonde senza gambo,
osservate nella quercia ; e Clusio (Hist. 1, 20) che fa men­
zione di simili escrescenze nate nelle ascelle del cerro. -
Piccola pietra ] È un umore che trasuda la corteccia e
indurisce come pietra. Non di rado Bi vede nelle querce
(Dalech. 1. c. IO). - Corpo bislungo ] formato da qualche
3Q8 LIBRO TERZO

bruco. - Pa.llottolina bianca J Secondo il Cent,or Lips., è


Io Xy/,oma pezizoidu Schulzii, autore della Fimo Sta•ga,·­
diensis.
G. Vischio ] l;fo. Vedi sotto 16, 1.
Mele e Api J �;s!odo: Op. et Dies, v. 232, 233.

Wf'ii!a, Sl Sp�i;
"Axp71 i,dv TI!. ttirtt �zÀi'l'Juc;, i,.tiaa11 òl i,t�Àlaa:r.c;.

Pl. 16, El, 11 s Robora ferunt et viscum, et mella, u.t au­


clor est Hesiodus. Oonstaf,qu,6 rores melkos, e cot:lo, ut dixi­
mU,B, c.adent,u, non aliis magiB in,idere frcmd,i.bU,S.
Nitro ] ÀITpov ; attice.mente, invece di vhpov. Pl. I. c. Cre­
mati quoque robari.8 cinerem . nitrosum eaae c.ertum ut.

CAPITOLO Vili.
2. Diverse specie ] Plinio (16, 5, 6) nota tredici specie di
ghiande : Genera earum multa. Distant fru.ctua aitu, sezu,
sapore. Namque alia fageae gl.andis figura, aUa quernae, et
alla iligneae : atque inter seae quoque generum Bi'lfluÙ>rum
<Ufferentiae. Pra�terea aunt aliquae lllvestru, aliae pl.aci­
diores, quae cuUa obtinent. 1am etian� in montuosi.a planis­
que �tant, Bicu.t et aezu marea a.e ft:minae. IUm sapore ;
dulcUIBima omnium fagi.... Genera distinguere non datur
nom.inibu.a, quo:Je sunt . alia alibi,.... ,. Diatinguem:ua ergo
proprief,a.te naturaque, et ubi rea coget, eti.am graecill no­
minibus.
�;meri J ��'•''· Que,•cus Ball,ota Desf. ("'pr.) Q. pubu,,e,u,
(Fr.). Quercia. vera, iru:,i."Hpv;. - Egilope ) :z;ìyO,w}. Q.1ter­
cu.s A.e9ilops (Fr. ' · - Quercia lati.foglia ] nÀ:z:rVruHo;. Quer­
cu., sessiliflora Willd. e pedunculata Willd. (Fr.) Que,•cw,
CAPITOLO VIII,

TourMfort (Spr.). - Alifleo o eutlfleo ] U(?À""• ,i:.l ­


�À"°'• Quercu, Pseudo- &ber Desf. (Spr.) Alifleo non de­
riva da éilç sale. ma da. ll1c; abbondanterrum.te ; onde vale
quanto en.tifleo. Il Gaza. prese qulndi un abbaglio, notato
dal Bodeo, nel tradurre queste due voci, salsi.corte:I: e re·
�-
I frutti dcll" oechio ] PI. 16, 6, 8 : 014"8 opeima in. qiurcu
atqru grandiatrima : moo: esculo : nam robori.8 parua, cerro
triBtiB, hurrula, echinato calice, ceu ca.staneiJe..... Mazime
aueem probantur latlfoliae e:e argwmenta dictae, qu.ae ma­
grwpere CUversa aunt.
3. Non sempre dolci J PI. I. c. Sed et in q,urna, alia du/cior
m.olliorque feminae : mari 1Jpi8rior.
Differenza nella groBBezza ecc. ] PI. I. c. Pro dilferentia ge­
nerum breviora vel l.ongioro foli.a • .• Ilicid glam utri1U1que
brevlor et gracllior...• , Dl.atant atdem inter u magnitudiM
et cutis tenuitale : item quod aliù subest tunica rul>igine
scabra, aliis protinw candidum oorpus..... l'rcuterea aliis
ovata, aliia rotunda, aUi.s aculior figura : Bic.ut et color ni­
grWr candidiorve, qui praefertur. Amaritudo in wtremita­
tibus, mediae dulc&. Quin et pediculi brevilaa proceritasque
dilferentiam habet. Di tutto ciò poco o nulla si trova in
Teofrasto.
Si pietrifica.no ] Pl I c. Probatur et ea cuius in balano utrin.­
que ex longltudi™ eztrema lapitlescit duritia : melior, cui
in cortice, quam cui in ccrrpore : utrtimque non nisi mari.
4. L' emeri ] PI. I. c. Hemeris..... brevior et in orbem rom.osa,
ali.aque ramorum crdJris cavata. FOT"tiw Ugnum. quercw
(,'7J)'&i., T.) habet, el incorruptiw, ramosa et ipsa, pro-;e­
rior t.amen et crlUUlior ca.udi.ce ,
L' egllope J PI. I. c. &c<Z.iuima autem aegllops, incttltis
R'IU'.ca.
400 LJRRO TERZO

5. Di peaaima. qualità ] Pl. I. c. Ab hac (aegilope) pro:r:imLS


latifolùJe procedla.s, sed minua utiliB aedificiis atque carboni:
do lata vitiis olm.oa:ia est : quam ob rem soUda utuntur.
L' alifleo ha un tronco grosso ] PJ. I. c. PesBima et carboni
et materiae haliphloe6B dieta, cui craaaissimua corte:x atq'fll
caude:z: et plerumque cavua fU71[lOBUBque : nec alia putre&eit
ex hoc genere, etiam cum vivit, Quin et fulmine saepi.sBimiJ
icitur, quam'V'UI altitudi'ne 'non excellat : ideo ligno eius nec
ad sacrificia uti fCIJJ habetur.
6. La concia delle pelli ] PI. 16, 6, 9 : Sed gaUam hemeru
optimam et coriis perficiendis aptiasimam : Bimilem huic la­
tifolia, sed laeviorem, muUoque minus probatam. Fert et
nigram; duo enim gemTa sunt : haec tingendia utili-Or.
J.,�asco J y'±IJ'x.ov. È un musco : l ' Usnea fiori.da Hoffm. (Fr.),
ovvero l' Usn,a hirla o barbata (Spr.) Pl. 16, 8, 13 : E
glandiferi.B sola qua.e vocatur aegiWps fert panMs arent,u,
muscoso villo canoa, non in cortice modo, i.·eru.m et e rami,
dependentes cubitali magnitudi"ne, odorat-Os, ut di:vlmua intet;,
unguenta.
7. Aspri ] &.111trii;, Quercus Cerris L. (Fr.) Plinio attribuisce
parte all' alifleo, parte alla quercia latifo]ia le qualitA che
Teofrasto dà. all' aspri.

CAPITOLO IX.
Picea ] La domestica (1u:Jx."'l fi!Upa.), come anche la 1t\-ru:; JLwvo
;,&re.:;, secondo l' opinione del Fraas, non sarebbero altro
che I• Pinus Ptne'a L. La picea del monte Ida (<!,t.J è
per Spr. Pinua maritima Mill.j mentre la picea cho Teo­
frasto chiama marittima (Tt'12p:i:À10;) è Pinus halepensis Mili.
(Spr. 1''r.). Plinio nomina più voJte la picea elle è stata i n -
CIAPITOLO ]I. 401

terpretata per l'Abie8 exc,l.,a DC. o abete rosso. (Vedi Indice


delle cose naturali). Nel libro XVI Plinio tratta del pino,
del pino salvatico, della picca, dcli' abe1e, del larice, della
teda ; e dichiara che essendoci gran differenza. nei nomi
dati degli autori a cotesti alberi : nos ista Romano diBcer­
nimus }udici.o. Cf. Mattioli in Diosc. 1, 71.
2. Il maschio e con foglie più dure ] PI. 16, IO, 19 : Alia
etiam11um g<'liu-ibus ipsis in se:ru di/fei-entia. Mas brevio"I"
et duri01' : /emina proce,-im·, pimguioribua foliis et BimFlici­
cibw, atque non rigentibw,.
Il legno dE"l maschio ) Pl. l. c.: Li!}'Rum ma,ibtls durum et
in fabrili opere contortum : feminae mollius : publico di­
scrimine in securibu.s. Rae in quocumqu.e genere deprehe11r
d1mt marem ; quippe respuwn.tur et frogoai:wJ 11uJ:unt, aegrius
1'evelluntur. Ipsa malel1'es retorrida, et 'Tligril)r maribus
radia:.
3. Egida ] "ìyt'.�. PI. 16, 39, 73 : Lari::e fe:mina habet, quam
Graeci vocant ae9ida, mtllei rol01fs. Inventum est picl.orum
tabellis imm01·tale, nullisque fisttile rimi& hoc Ugnum. Pro­
ximum rneduliiu est. In abitte ltmon G1'Utci vocant.
Il legno bianco ] PI. 16, 38, 72 : Pr(g(mi plerisqu6 adipes:
ii t:oranhtr a col01'e albu,·num, mollis ac peBBùna para U­
gni, ttiam in robore facile putrescena, t<rtdini obn,<Xcia :
quare aemper amputabitur.
14,ico ] PI. 16 1 10, 19 : 1/ae ma,·ts dumtaxat ferunt et eam
quam Graeci sycen t1ocant, odorUJ grat1iABi1rU.
4. (Picea) conifera ] xw't�OFc,,;1 Pinus Cembra L. ? (Spr.).
5. Il pino oi dice che germogli ] PI. 16, 10, 19 : Lari:c uatis
radiciùus non repullulat, ut in Lesbo accidit, incenso ne­
more Pyrrhaeo. Per conciliare queste pilrole di PliDio con
quan1o scrive Teotrasto, bisogna sostituire moo: a non ; e
26
402 LIBR.O TBRZO

sapere che Plinio suole alcune volte interpretare ":tlT�,


larice.
Malattia propria della. picea ] PI. 1. c. : Larici8 morbua est,
ut teda fiat.
6. L' abete è me.schio o femmina l 'F.HTr, ippr,v (maschio) Pi­
nu.s orient<lli, L. (Spr. ) ; Abies pectinata DC. Wr.). 'El.:h,
o,,i..,, (femmina\ Abies pectin.:,ùJ DC. (Spr.) Abies e:ccelJJa
Lmck. ,rr.). L' n.bete di Plinio è stato interpretato : Abies
pedinata DC. (Vedi Indice delle cose naturali). Ai Maee·
doni pareva che il cono della f\!m�ina. non avM�· noc­
cioli, perchè è proprio di questo cono� al maturarsi de'
semi, gittare da sè e semi e squamme.
Le foglie ,squamme del cono) sono AIRte } l1.it Sl 1t"rip:1rzç
TÒ i'UlJ..,,v .ul i'lt'' lÀXTTOv W7Tt TÌiv 8ÀIJV fL,;,Pi'�" s1v:u !Jo··o.it11j,
Prima della Schneider, queste parole si volev1tno riferite
alle foglie, ma lo Sclrneidcr propose che si dovessero in­
tendere dello strobilo cieli' abete. Lo Spr. segnl S(?-bn.,
ma a ,"°Jì.)..,.., sostitul ,�..n:ir:,,.:t e tradusse : D e r S a a m e
hat F l U g e l , d i e n n c h o b e n k l ei n e r w e r ­
d e u . s o d a e s d e r g ,i n z e Z !t p f e n b a. l d R. ­
c h i u a. r t i g a u s s i e h t . o d e r d o n b B o t i e c e n
K o p f b e cl e e k u n g e n g I e i e h t . I l Wimmer ritornò
a.U' iuterpreto.zione del Dalech,nnp. inten,lcmdo che tutto.
l' albero a.vusse formR. di cono ; e tradusse, suppo� eodo
anche una lacuna : e J,,oliR habet alilbrrnitt...... paullatim
decrescentin., it.a ut tota foL·mn. tholi speciem et umbra.­
culi boeotii referat. ..
7. Lusso 1 )....�,,.�""·
CAPITOLO X, 403

CAPITOLO X.
Faggio ] 6;u,, Pagu• •ylualica L. ? (Spr.). Lo Sprcngel, per­
chè la de&crir.looe cho fa q1,1i Teofrasto dcli' òi'J'i , corri­
sp, ,ndessc meglio al faggio, suppone che invece di uì
1' 1 ilh '11:2:p&'!L?l?Y Tb òiv6pov1 Si debba leggere : Ut' il).� 6i
à:v6!',0tOY TQ Siv�pov.
2. T8BBO ] �(Ào,, Ta:tJUB b=,at,, L. (Spr. �'r.) PI. L6, 13, 24 :
applica al f'rnssino 11"�).C,:J� ciò che Teofrnsto dice ùel tasso :
Procera lmec et teree, pinnata et ipsa folio..... Materia
est ad plu'rima utili,, E(f, quidem, qua.e fU in Ida Troadia,
in tantum cedro si nilia, ut emente.s fallat, cort:r,e ablato.
I cavalli e gli asini ] Mt,;ivr2:, ium,P,nta G. meglio: muli e
arini.
3. Carpine ] clarpv�, Ò'l'T?V2, PI. rn, �1, 37 : Graecia..... gignit
arborem c,stryn, quam. et osfrya.m vocant, solit,ariLHi, circa
sa:rx,, aquosa, similem frawino corti.ce et ramis, foliis pfri,
pauk> tam.en longioribus craasioribusque, ac ru,gotJis incisu,..
ria, quae pel' tota diBcurrunt : semine honleo sim,fli ,;t co­
lore. Materie est dura atque ft1'1TUJ, : qna in domum illata
dif!lcileo J)flrlW fwi produnt morùBque mi,eraB.
4. Il tiglio ] ll'l•.1p�. Secondo' i padri dell a. botanica., scrive
Sprengel, il tiglio dalle plecole foglie è fa 7'ilia m'icro­
phylla Vent. (maschio) ; o quello dalle larghe foglie, T.
fflQCl'ophilla Vent. (femmina). Ma qui Teofrasto non fa
nessuna. distinzione di foglie. Soggiunge Io Spr. che il
cosi detto tig1io maseh.io sia una specie che cresce su per
i monti, con legno scuro e non molto facile ft. lavorarsi.
Per il Fraas la ;;{).up� � 8-,:).:1, è Tilia argentea DC. Plinio
16, 14, -25 : In Wia mas et (emina dilfdrunt omni modo :
namque et mal,eriu mari dura rufù>rqUB ac nodoaa ef, odo-
404 I.l8RO TBBZ0

ratior : corU:x quoque cra.ssior ac detraetua infie3:ibilil. Nec


semen fel't aut fwrem, ut {emina, quae crauior arbm-e,
maten"e candida pmecellensque e,t. Mirum in hac arbore,
/1-uctum a nulW animalium attingi, foliorum corticiJJque
succum use dulcem. Inter c01·tt'cem ac lignum tenue, trt­
nicae multiplicis membranae, e quibuB vinculn. tiUae vo­
ca11tur : tenufesimae earum philyrae, cor01larom lemnvci8
celtlrres, a11:ti9uorum honore. lflateries teredinem !I� ,e,n­
tit, proceritak perquam modica, verum utiliB.

CAPITOLO X I.

Acero ) Vedi cap. 3, I.


Clinotroco ) xÀt..&'"tr(,xc.r;, lcctirotoria G. Sebbene alcuni cre­
<lnno errat,ff qucstl\ parola, pure al lib 5, 7, 6 ei accenna
all' uso dC'll' acero per i Jctti: a;,ivS«i,i.vd'i; 1't 1c.c1.l turftt TCpd',;
Ti xllVC.Tt''J)'ylcr.v, 1u1.l 1trbç 'fa Cuyi. 1'W\I ÀotOUFw".
2. Olimpo ) L' acero ùcll'Olimpo (io Macedonia, Bod.J è per
lo Schn. À<'P-r campeat1·e.
GJino ) Pl. 16, 15, 26 : G1·oeci Bitu di.Bcemunt : camputre
em'-m candidum esse nec crispum, quod glinon vocant : mon­
tanum. t:ern cri.spi11s durimque : etiamnum e maacula cri-­
apius ad laufiof-a opera. 1'ertium ge'IHUJ zy[Jiam, rubenUm.,
flstrili ligno, cortke livido et scabt·o. Hoc aUi generi8 proprii
eu� malu11t et latim ccnpinum apptllant.
Il legno del Jnaschio ] Non avendo sopra fatoo menzione
';r'eofrasto di aceri maschi e femmine, il W, suppone una
lacuna prima delle parole citate.
3. t'rasoino ] l")./o. li frassino èal legoo bianco e di belle fi­
bre, �ot..pdfa o �c;,uf'LÀ•CN; dei Macedoni, Frarinua ea:cel.Bior
(Spr.) ; qncllo dal Jegoo più ravido e di color giallo : FrClr
CAPITOLO J:I. 405

xinu.s ornua \Spr.) PJ. Vedi cap. 10, 2. Bumeliarn vocant


in �lacedonia amplùsimam lenll&imam.que. Alii Bitu divi­
aere. Campestrem enim esse crispam, montanam. apiaam, l. c.
4. Il frassino liscio J PI. I. c.: Groeci duo ge,iera eivA feure :
ùmgam enodem ; alteram brevem, duriorem fUBCi.oremque
laurei., foUiJJ.

CAPITOLO Xli.

Corniolo ] 1piv::.1::z., Corntu ma.a L. e Cornua sanguinea L.


• (Spr.). PI. 16, 26, 43 : Cornua ci,ca ao/.stitia reddiJ, primo
(l'roctnml candidum, postv.i aangu.ineu.m. E:,; eo genere fe ·
mina post autu,nnum f,:rt bacca, aurbaa, et inguJJtnbilea
cundia animantibus: ligno quoque f1mgosa et inutais, qu.u.m
mera e fartiBsimia quoque sit.
Agnocasto ] iy 110;. Vedi Eso, 3, 18. 2.
2. Sarissa ] Asta macedone lunga ben sedici braccia.
Porta t\ori J bx,;,t : fu,ret fructifte>tq.u. G: Scal. propone
iv:l'ir, Ualec. ln:tv)!.l'.
Ne provengono di molti e circa allo stesso tempo ] Il pa­
ragone si fa tra il corniolo ma.sc_bio e la femm.ina : e, se­
condo il Bodeo, sobmonte risp�tto ai ilori.
3. Cedro ] ,c,i;po;, Iunipe1'u.a Lycia L. (Spr.) ; Iuniperut plw&­
mcea L...(Spr.). Il cedro nel monte Id• : lunipér,,s ex­
cel.sa MB. (F-r.). Il cedro acuto : Juniperus ()xl(',edMLlj L.
(Spr.). Pl. 13, 5, 11 : Iuniperi similem hahent Phoenicea
et C".edru.m minor.!m.. Duo ejus gerwra, Lycia et Phoenicia :
dif!erunt folto : nam. quae du.ru.in, acutum, spinosum habet,
w:ycedru.a vocatu.r, romosa et 7Wdi.B infesta: altera odore
praatat. Fruetum fer,1,nt myrti magnitudine, dulc.em sapme.
II g,incpro ba piccola midolla, compatta e che facilmente si
406 LIBRO TBRZO

guasta ] Non s' intende come un legno, essendo compatto,


poss11, facilmente imputridirsi, AC tagliato. Questo luogo è
stato giurlicato corroLto ; e al W. piacerebbe il seguente
emendamento : p.'l;Tf:r.v i,' � �" �fKlf.u!Joc; l'/.u i,i.1xph xcd p.:r.­
À:r:x7;v.
4. Ginepro ] 1-umiperus communi.9 L. (Spr.) con coccole nere
o nero - violacee.
5. �espolo ] fUC1":t0.'1J ì\har.. <11,iTiv:.1oh Mespilw germanica L.
(Spr.). �hcr., llvO,,òwv, Meapilus ta1zautifolia var. t'roctu
flavo (Spr.). )ha..:. Ò:v61j&vouòi,,; 1 MeBpil·,u tanacetifolia fructn
rubro (Spr.) ; Sorlm.s Chamae1MSpil1UJ Craot.z. (Fr.). Plinio
15, 20, 2 2 : 3'Iespil:is tria genera, anthedon, setania : t.er­
tium degene1·at, anthedoni tamen aimilius, quod Gallicu.m
-vocant. Setaniae maius pomum candidi'lllU/tM, acini molli.ore
ligno : cetcris minus pomum, sed odore praatantiUB, et
quod diutiua aervetur.
LD foglia (nolle piante giovani) ] lnì -rWv viwv ha aggiunto lo
Schn.
6. Vermi grossi e diversi da quelli degli altri alberi ] l8,o,, ,,-,
nota lo Scaligero, è come dire alii quam. Lo Spr. intende
proprii, come si legge anche eotto 8: 6 axW>..11'; l61oc;.
tiorbo ] ò,. ,1,, Sorlma dom<Btica L. (Spr. Fr.). PI. 1.5, 21, 23 :
SorbiA quad1-uple.x d·i!ferentia : aliiA enim eorvm rotwnditaa
mali, aliis tu1·binatio pyri, alii.a ovata s� c.eu malorum
aliquibus : 1taec obnnxia acori. Odore et suavilate rotunda
prcucellu.nt : ceteri.8 vini sapor : geMrosissima, quibu.s circa
pedkulo, wu,,a foUa. QuaTtum genua ro, mioole appellant.
8. Brochi .... rossi e pelosi J PI. 17, 24, 37 : Et aorlm.s arbor
infesta-tur 1.;enniculis n.tfis pllc,sU, atque 1·ta emoritur.
OAPITOLO :I.lii, 40 7

CAPITOLO Xlii.

Ci1iegio ] xip-:iG"o;, La descrizione che di qnest' albero fa Teo­


frasto non �orrisponde pienamente al nostro ciliegio. Lo
S1•re11gel, che pur lo giudica un ce-rasus, crede che il fi­
losofo sia caduto in eITore, fondandosi su informazioni
poco esatte. Per il Fraas è: Cerasua a1.:ium Mocncb. Alpb.
de Candolle (Origine des Pkrntes cultivi<B p. 166) scrive:
« En lisaot les pa ssages de Tbéophraste, Pline et autres
nnciens auteurs ....., aucun ne parait s' appliquer nu Pru­
nus CeraBU.8. Le plus signifl.catif, celai de Théophraste,
convient au Prunus avium, à cause de la grandeur de
l' arbre, cA.ractère distinctif d' avec le Prunus Cerasus.
Kerasos étant le nom dn Cerisier de olsea.ux dnns Théo­
phraste, camme aujourd' bui Kerasaia chez les Grecs mo­
dernes, j e remarque un signe linguistique d' ancienneté
du PrunUB Cerasus. • Vedi V. llehn, Kulturpff.anzen,
p. .�25 : D e r K i r s e h b a. 11 m .
3. Diospiro ] ••••�"f''• Di-Olpyrus Lotu, L (Spr).
4. Sambuco ] &-.f,, Sambucua nigra L. (Spr.). Bamb1tcua Ebu­
lus L. (Fr.). l'!. 17, 20, 34 : Bambucus ffrmissima ad pa­
lum : taleiB seritu1', ut populus. E 16, 39, 73: Sambuci
interu.>ra mfre firma traduntur : nam qui venabula ez ea
faciunt, praeferunt omnibus. Queste cose dice Teot'rasto,
non del sambuco, ma. del corniolo.
6. L>ai maturi si cava un succhio del colore del vino col quale
(gl' iniziati) si tingono le mani e il capo ] 'n'Jv Oyp«o{"v Si
oivi:Jslj 'l"� O·�Et ; ..ai; ziir:w.i; n>.Elo:., &vcr.�ir.'l"OYTCU K«l di; KEtpcr.­
>.i;, Cosl il W. corregge questo luogo manifest.Rmente vi­
zioso, e traduce : • Succum ha.bet vinaceum aspcctu.....
40B LIBRO TERZO

quo et manus tiogunt (qui initiantur) et caput a. Lo Spr.


con lo Schn. legge : -rl:; z�t�2.,; 82 -rEÀ,;:io; (maturo) p:iTCT"
11:1t.l PH1t•st TÌ.,; x,;:p.H; ; e traduce : D i e e e (il succo)
f ll r b t , w e n n s i e r e i f i s t , d i H l n d e , o n d
n i m m t d e n K o p f e i n . Appresso gli antichi, nota
il Bodeo, era in grande onore il sambuco e l' ebbio per
le loro bacche che tingevano di colore sanguigno; e prima
che fosse in uso il minio, non si appressavano all' ara e
ai sacrifizi, senza ess)r:;i tinti il viso di rosso. A questo
uso si riferiscono quei versi di Virgilio (Egl. 10, 26, 27) :
Pan Deus Ar<"adiae ,."r.ntt : quem t,"idimUJt ip.d,
Snnguinets ebuli bacci.e1 minioque rubentem.
7. Saleio ] i-ri�, Sali$ purpm·ea L. e 8. alba L. (Spr.) ; ì:-rio:
Àouxf, S, alba {Fr.); ì·riz �?.:rn:t ,..;; , ample:cir.auliB Hory (Fr. ).
PI. 16, 37, 6� : In Asia tria gene,·a observant, nigram uti­
Uorem viminibus, candidam G[Jric.olarum uaibus : tertiam,
quae b1·evissùna est, helicem vocant.
Elice ] l>.lx.1j. �ota lo Schn. che in Grecia. crescono dei pic­
coli. salci, cioè 8. acuminata e viminrilis e 8. Helia;.

CAPITOLO XIV.

Olmo ] 'itTa.Ài�. Queste due specie di olmi, secondo �pr., non


sono altro cho va.riet.A dell' Ulmut euberosa. Ehrh. Ulmua
campe,!ris L. (Fr.) e Ulmus nemorali, 1 Fr.). PI. 16, 17,
29 : Graeci duo gener(J, ulmi 'TllJvere, montuosam, quae sit
ampUor, ca,npestremque, quae fruticosa.
�. Il pioppo bianco ] l.,·,•�. Populus alba L. - Il nero ] �1-
Y"P•<, Populus nigra L. (Spr. Fr.) .
Cercide 1 x.,pJC.lc;, Popul"" tremula L. ? (Spr. I-"r.) ; da non
0AP1TOLO XIV. 409

confondersi con la cercide del lib. 1, 111 2, lo. quale è


<Jercia Biliqua,tru"' L.
3. Alno J xl,\�1•, Alnus oblonpala Willd. (Spr. Fr ). Non. es­
sendo da paragonare le radici dell' alno con queÙe del
lauro, 1o Schneider, seguito dal W. e dallo Spr. pose 1

una lacuna, e credette che ivi si dovesse parlare dei fiori


dell' alno, paragonati ai �pV!)t; del lauro.
4. Semida ] cui!.1.-� :Cl: betula G., Sam.bucus racemosa L. (Spr.),
Cerci.& BiUquastTurn. L. (Fr.). Il Wimmer vuole RSsolut&­
mente erronea l' opinione dello Sprengel. - Colutea ] x.o-­
l.Vffx. Questo -par4gr11fo dal Wimmor è giudicato spurio.
Kol.uTi2., alh'3ro, i cui fratti sono dei grandi baccolli con
nn piccolo seme, è la Colutea a..bor8'Cen8 L. (Fr.).

CAPITOLO XV.

Nocciuolo ] fip�x.Àiwttx)i up,jz, (Jorylus Avellana L. e Corylm


Colurna L. (Fr.). Con aoccioo1e bislunghe : 001'ylua tu­
bu.losa W. (Spr.).
3. Terebinto ] Tiri,u..,:i:�, Pi.Bkl.Cia Tereblnthu.a L. PI. U: 6, 12 :
Syria et terebi:nthurn habet : e e hia maacula est sin.e fru­
ctu : ftJmÙVJru.m dU/J genera : alteri frtJCtua rubet, lentia
magnil,udi™, alte1'i pallidua cum. vih 11Vitu.rescit, non gron­
dior faba, odors iucundior, tactu resi1WBUS. Circa Idam
T,·oadi.B et in MacedtJnia brevi.s arbor haec atque fruticosa,
in DamtUeo Sgriae magna. Mat.lm'ea e, admodum lenta ac
fùùlu, ad oeru,,tatem, nigri spkndoria : flos racemosw olivae
modo, sed rubens : folta dema. Fert 61 foUiculos emittentss
quaedam animalia c.eu culic.es 1.entoremqu.6 resino.9um, qui.
et cortioe e,-umpit.
410 LIBRO TERZO

4. Meno angolose di quelle ùrl sorbo ] tiyt,,vu:.Onfov. Il codice


di Urbino, seguito dal "' · , ha lrrwv,�npov : più- angoloae ;
il che è fRiso. come aft'ermn lo Sprengel.
5. Bossolo ] ..U';c;;, Buxus semperuire11s L. PI. lG, 16, 2S : Bu­
:z:us Pyrenneis, ac CytorNs montib1lB plurima, et Berecyn­
tio tractu : e-rossissima in Corsica, fiore non spernendo,
quae cousa amaritudinis mellis. Remen illiua cunctia ani­
malibus inv&mm. Haec in Olympo Macedonine graciUor,
sed b1-e1.:is. Amol. fri{fida, aprica,. Il monte Citoro è in Pa­
flagonia.
-6. Crat.ego ) xfii.T�1yc.i;, Pìn,s Azarolus Scop. ( pr. 1-'r.). Pl. 26,
10, 63, trattando del se.tirio scrive: Jn totum qu:idem
Graeci, cum concitationem lume (veneream) volunt signi­
ficare, satyrion appellant : 8ic et crataegin cognom,inantu
et tltely9onon et <11'Thenogonon, quarum semen testium si­
mile est, E 27, 8, 40 : Theophrastua arbori.a genu, inteUigi
voluit craWegon sit:e crataegona. quam Itali aquifoliam
vocant. E I G, 30, 52 : Plurima vero bua'UB (fert). Nam et
semen suum, tt granum, quod crataegum vocant, et a 8'3-
pttntri011c viscum , a meridie hyplaear. Deduzioni da una
falsa interpretazione di questo paragrafo o del capitolo
seguente (Schn.J.

CAPITOLO XVI.

Elce ] r.,,,,,,
Quercu., cocci/era L. (Spr.). QueTCus Ila L. (Fr.).
Coccola rossa ] PI. 16, 8, 12 : Omnes tamen ha.B eius dota
il,u; solo provocat cocco. Granum 1u,c, primoque ceu sca-
1,ie, frutù:i8, par1,ae aquifoliae ilicù, : cu,cu/ium vocant,
Il vischio e l' ifear 1 t;lo., (,,,,io.p. In Cauas. pl. (2, 17, 1).
Teofrasto tratta di tre piante parassite : IH�, onÀ{ç e Ufii:r.F ;
CAPITOLO IVJ. 411
anl.{ç è nome usato d a quelli di Eubee, 6fi«p degli Ar ·
codi e Wu. o vischio è nome usato comunemente. L' ifear
e la stelis nascono nell' abete e nella picea, il vischio
nella quercia, nel terebinto e in t1ltri alberi. Cosi Teo­
frasto. •1;1u., viscum album L. (Spr. e Unger) ; LoranthUB
europaeus L. (Fr. ) : �"P, viscum album L. (Spr. Fr.) :
a·n:À{ç, Loranthus eti:ropaeus L. ( Spr. e Unger, \ PI: 16,
44, 93 : Visci tria gent:l'a : namque in abiete ac lari.ce Bte­
lin dicit Euboea nasci : hyphe<1r .Arcadia. Viscum autem in
quercu, robore, pruno Bilvestri, t,erebintho, nec aliis arbo­
ribw, adna,ci, plerique c.opiosissimum in quercu, quod dryos
hyphear vocant. In omni arbm·e, exr,epfa ilice et quercu,
dilferentiam facit odor viru.sque, et folium non iucundi
odoris, utroque visd amaro et lento.
'2. Sm.ilace ] al-LO.e.i.'; (da non confondersi con la Smila� cupera
L. I, 10, 5), Quercuo ile,; var. (Spr.) l'I. 16, 6, 8. Ilicis
duo genera : ex iis in Italia folio non multum ab olei.s
distant, smilaces a quibusdam Grneci.8 dictm! .... llici.B glana
utriuaque brevicn- et gracilior, quam 1/omcrua acylon air
pellat, eoque nomine a glande di.Btinguit. Maaculaa ilicea
nagant ferre. E B, 1� : Sunt et qui f�minrrm ilù:em vocent,
atque uhi non 'IUJ.8citur ilex, pro ea su.bere utunt·ur..... ut
cif'ca Elin et Lacedaemonem.
:3. Quercitt sngbero ] ;,tll6Spuc;1 Quercua Ilex L. var., Qut,rcu.s
hiBpanica Lmrk. (Bpr. ', Quercu, Suber (L, �·r.).
Carri e cose simili ] Pl. 1. c.: In carpentariia praedpue fa­
bricis, ut circa Elin et Laudaemonem.
Aria ] da non conrondersi con l' albero nominato sopra.,
cap. 3, 2.
Acilo ] ixul.oç, Vedi Omero, Odilsea, IO, 242.
4. Corbezzolo ] ••�•f0<, Ar/mtu, Unedo L. (Spr.). Vedi clf•p•�,
412 I.IDRO TERZO

1, 9. 3. MemeciW, �!J-7.{x:.,Àov. PI. 15. 24. 28: A,·bor ipsa


fruticosa. Fructus anno maturescit, prr.riterque ftoret BUÒ­
na.,cens, et prior coquitur. Mas Bit an {emina sterili.a, inter
auctores non constat. Pomum inhonorum, ut cui nomen
ex argumento fU, unum tantum eden.di. Duobu8 tamen· hoc
nominibus appeUant G-raeci, comaron et 'TTU3m«ylon : quo
apparet, totidem esse genera : et apurl nos alio nomine ar­
butu.s vocatur. Plinio interpreta erroneamente Teofrasto
che dice il memccilo essere il frutto del corbezzolo.
Pianepsione ] Ottobre -novembre.
Colonnn. dorica ] x:i.pntoi; òr,,put1.;. G. e altri traducono w.r­
nius dori.cus, ma non si se. che cosa sia cotesto ca.rnio,
nè xi?;,tto.;; è registrar.o nei lessici Lo Sprengel traduce:
.
c i n d o r i s c h e r � a u l e n s c h a f t . Il W. giudic11
viziata questa parola.1 RC. congetturò xF:vCov, ctipitello.
5. Andracnc ] ivòp:izÀ1J . Vedi 1, 5, 2. PI. 13, 22, 40: Ad1·a­
chnen omnes fere Graeci portulacam nomine inUrpretantwr,
cum illa Bit herba, et andrachne vocetu.r uniw litterae di­
versitate. CeteJrum adrachM eBt Bavutri.s arbor, nequs in.
plani'f nascens, aimilUf unedoni, foli-0 tantum minore, et
nunquam decidente : cortice non scabro quidem, Bed qui
drcumgelatw videri posait, tam trùJtiB affllpectu ut. Pare
che PliniÒ leggesse r.tpm71yVV�vov.
6. Scolano J "'""'Y'", Rhtts Cotinus L. (Spr.). PI. 13, 22, 41:
Simili, et coceygia folio, magnitudine minor. Propri.etatem
lwbet fructum a miUendi lanuginè, (pappum vocanl) qucd
nulli arborum evenit.

CAPITOLO XVII.
Sughero, il quale nasce nella Tirrenia l QuercUB Paeudo - Su­
be,- Desf. (�pr.). li frutto è simile a quello dell' Aria, os­
sia della Quercu, Il= e hiBpanlro Lmrk. (Spr.).
OAPITOLO S.VII. 413

2. Colutoa J •oÀov,i•, Cytùus Laburnum L. (Spr). Alcuni la


credono Colutea Arboreacens L.
Tramontare d'Arturo ] &.iui cìpJC.TOUf'f> &uotJi"'P· Vedi 1, 9, 7. -
lt'ieno greco ] �t( ; corrèzione di RC. TiÀtt UMV ; 't"'ljÀ�
Ald. Trigonella l!'oenum {Jl'CUCUm L.
3. Coletia ) xoÀo<Ti•, Salix Caprea L. (Spr.). Berberi• eretica
L. (�,r. ·. Ida, non di Creta , ma nella Troade, secondo
Ateneo. Nel § 6 si parla della vite di J!,alacr1t, luogo nel-
1' Ida di Creta (Tournefort, Voy. I, pag. 20).
4. Lauro alessandrino J Ruscue HypophyUum L. (Spr.). -
Rusco ] iu:vti1oi,,.upplv'i, R'UBCUB aculeatus. L. (Spr. Fr.).
5. �'ico J nel monto Ida, .,,.�. P!f'UB l'oUveria L. ? (Spr.).
PI. 15, 18, 19, parla delle varie specie di fichi I Jd.a,.a.
rubet olivati maflllitudine, rotundior t.antum, sapore me­
spili. Ale:z:a:n drinam hanc ibi vocant, r:-rculiludine cubit,ali,
ramosam, materie valùiam, Zen.tam, 8im lacte, cortwe vi­
ridi, folio tiliae, ,ed molli.
G. Vite ] iitJ,,uÀo�, Vacci11ium MyrtiUus L. (Clusio, Spr.) Plinio
14 1 3, 4 : Ale.ra11dri11:a appèllatur vitis, circa Phal,acram
brevi.a, ram.il cubilalibu.a, acino nigro, fabae magnitudine,
nucko molli et minimo, obliquis racemiB praedulcibus, folio
parvo et rotundo, aine divi.suriA. Falacra. calvo, è nome di
luoghi scnz' alberi e senza erbe.

CAPITOLO XVlll.

E nella maggior parte degli altri veget.ali ] Segue W�1t,p ,lp1;­


u1, ut exposuim:us G. omesso dallo Spr.
2. Ramno J f•IL'"· Il bianco: Lycium europaeum L. (Spr.
Fr.), Rhamnu., saa,atilù, L. (FrJ . Il nero : Rluimnua ol«>­
id& L. (Fr.). Pl. 24, 14, 76: Inter gemra ruborum rha-
414 LIB&O TERZO

mno, appellatur a Gra«is, mndU.lior et fruJ,icosior.... Al­


terum genus est allveatre, nigriu.s, et qu.adamtenu., nweTUI.
- }�o J o1a� o o1aov. Vite r, Agnus L. (Spr. Fr.), come
l' !yvoç, il, 12, 1.
3. Paliuro ] ntl/o,po;, Pali11,rU,B australiB Gaerto. (Spr. Fr.).
Lo Schn. suppone unà lacun11. dop9 la parola. 8L2�pii;.
4. Rovo ] �ioo;, Rubus idaeus L. (�'r.). Rubu, CIJ'8ius L. (Spr.).
Il primo cresce diritto e grande ; il ecco.odo v11. eerpendo
(Spr.). - Cinosbato ] Ko,,;�zTo;, Rosa canina L. (Spr.) ;
Rooa ••mpervires L. (]•'r.) Pl. 16, 37, 71: Rubi m()1'a 1e­
runt : et alio genere similitu.dinem rosae, qui vocatur cy­
nosbatoa. - Foglie che somigliano a quelle detr agnocasto ]
à.yvW5!ç, Casaubono, D:tlec. e RC. sostituirono izvGiS;ç, indotti
io errore dalle parole di Plioio 24. 13 - 14, 74 : Alterum
gemu rubi est, in quo 1·osll nascitu.r ....... Alia eat cynor-
rhoda. .... Cyno1Jbaton alii cyna.pana:in, alii 'MUJ'Ospaton vo­
cant : folium habet veJJtigio hoininis simile.
5. Rus ] �o�, RhU8 cor'iaria L., sommacco, (Spr.t {Domeni­
chi e Tramat.er, il ru.s). PI. 13, 6, 13 : Etiam rhus Sy­
rlae mascula fert, ot,,,-ili (emina, folw ulmi paullo longioie
et piloso, foliorum inter se semper contrariis pediculia, gra­
cili brevique 1'amo. P�lles candidae conftciuntur iia. Semen.
lenti simile, cum uva ru.bucit, qU(')d vocatur ,·hus, medica­
menti, neCilllarium. �econçlo Plinio, n rus maschio è frut­
tifero e la femmina, sterile ; mentre Teofrasto, concordi
tutti i commenta.tori, a.fferma. il contra.rio. Forse il luogo
di Plinio è viziato. - Corroso dai vermi ] xo11:l'Op.,..,o.., :
• i..O,rna!J:r.1 de noxa vermium saepiuscule usurpavit Theo­
phrastuo • ( Schn.).
6. Edera ] .,.,.,.;,, Hedea H<lia: L. (Spr.). El!ce, U.,;, Hedeffl
Heli:l: L. (Spr.). ��!ice verde cd erbacea , Amirrhinum A,a-
CAPITOLO Vili, 415
rina L., o A. Ogmba!ariLJ L. (Spr.'· Tournefort ( Voy., 2,
15), ha osservato in Grecin. molto belle varietà di edera,
tra le quali quella con i frutti di un gia.Uo oro. Pl. lti,
34, 62 : Duo genera eiU8 prima, ut 'l'eliquarum, mas et
femina (segue un periodo, tolto <la 6, 2, 1 1 li\ dove Teo­
frasto tratta. del ciBto_). Bpecies horum 9enerum tres : est
enim candida et nigra edera, tertiaque, quae -vocatur helix.
Etiamnum Jw.e apeck11 di.viduntur in alias : quonia,n eat
aliqua. fructu tantum candida, alia et folio-: fructum quo­
que candfàum ferentiwn aliiB densw, acinu.a.
Corimbo ] x::.pu��Lxv Pl I. c.: Alii.B densus acinus et gran­
dior, racemis in orbem circumactia, qui vocantm· corymbi.
Acarnico ) i;t.zp"uc.'lv. Dopo questa. parole. l' Ald. e l' edizioni
a.ggiungoao 2.20�:.i'J!'-!vo.., irri.gato. Dalechamp, seguito dallo
Spr., . propose &.apu"�:-uvo", maturo. ll W. I' ouiette.
Più piccolo e più sparso ] PI. l. c. : IU!.m seleniticuin, cuiua
eat minor acinus, sparsior racemu.a. Simili modo in nig1·a.
Alicui et semen nigru n.. Il Bodeo crede errata la parola
seleniti.cwn, e la corrog·ge con BC(3nites, intendendo dl una
edera che copr.e come una tenda. : e suppone che iu Teo­
frasto si debba leggere : 6 6l crx.1ivlTY,i; lHnt)),
7. Gradissimo ce n' è nell' elico ] PI. I. c. : A/ii cracatum,
cuiua coroni.a poet:ie utu.ntur, foliis minuB nigris, quam
quidam Ngliiam, aiii B!lCChica n vocant, maximis inter ni­
gras corymbis. Quida,n apud Graec.oB etia,nnu.,n duo genera
huiua facit1,nt a cotore acinoru.m, erythranon et chrysocar­
pon. Plurima, autem habet di/ft!.rentùuJ helt,;, quonam folio
ma::cilne diBtat. Parva sunt et angulosa concinniora..que, cu.m
reliquoru,m generurn simplicia siJl,t.
Lunghezza dei ramoscelli ] x.>..11�1"tw ... Distat et longitudine
inrernodiorum: Plinio e Gaza, erroJ.eam.ente invece ili
416 LlllllO TERZO

sarnumtorum (Scal.!, - Sterile ] iu;wo;, PI. I. c . : Fra6-


cipue tamen sterili.tate, quoniam fructum fl01I gignit.
Ricino ] xr0Twv, Ricinua africamu Mili. (Spr.). R. com.mu­
nis L. ,Fr. . • En l'gyptc et dans l' Asic occidentale, la
culture du Ricin date d' époques si reculéee qu' clles ònt
fait illusion sur l' or1g!ne. I.es ancks Egyptiens la prati­
quaient Jargement, d' après Hérodote. Plioe, Diodore etc.
Il n' y a. pas d' errcur sur l' eepèce, c:ir on a trouvé dans
lee tombeaux des graincs qui lui nppanieuneut. Le nom
égyptien ft.eit Kild. Théophroste et Dioscoride l' ont men-
tionnC ..... La .repidité exLrCme dc la croisBftnce du Ri-
cin..... . et l' an&logie avec le nom égypt.ien, Kiki, ont
fait prt'sumer que le lùka,jon de l' Ancien Teist.ameot.....
était le Ricin. , Alph. de Candolle. op. cit . .P · 341,
8. Verde ed erb:1cea ] 1.Àotr'1 ul 1tou,'>&r,�. Pl. 1. c. : . Quoniam
helic-i.a plu1·a ge'/1.era reperiu11t11,r, sed tria ma:dme insignii&,
lwrbacea ac vi:rens, quae plurima est : alt.era candido folio:
te1·tia versicol01-,·, quae 'l'hracia vocatur
Più. regolari ] invece di fL:xxroq,1.,ÀÀ0Tipix 1 RC. propose : nxTO·
T.1ÀÀ0Tir:x, congettura piaciuta a] W., sebbene non la se·
guissc. Questa. congctLurn. è confcrmnta da. Plinio J. c.:
Etiamnum herbctceae tenuiora /olia <:t in ordi·Mm diguta
densiO'raque : iu. alio gt,-ne,•e d versa omnia.
Ce n' è con foglie grtrndi e con piccole J Pl. I. c. : Et in
vers�olori alia tenuioribua foliis et Bimiliw· ordi11atis den.­
siortbusque est ; alteri generi 11.eglecta h�c omnia. Malora
quoque aut mi-n<n-a sunt folia mactila1-u.mque halJitu dt­
st.ant : et in candidi8 alia aunt candidiora. Molte di qne·
ste cose non leggrndosi in TeofrQsto, vi si suppone una
la.cuna. - Assai fflcilmente eresee la verde 1 PI. I, e. :
Adol<B<:it in wngiludinem maa:ime herbacea. - Quella che
OAPlTOI,0 XVIII, 4 lì

s ' è trasformata in edera. ] Pl. I. c . : Arborea autem necat


candida, omnemque succum auferendo tanta crassitudine
augetur, ut ipsa ai-bor fiat. Bi{fna eius foUa maxima atque
latissima, mamma, erigentis, qua6 sunt ceterts infie;,oo,,e :
racemi st.antes ac subrecti. Dopo le parole: signa ei.us etc.,
Plinio pone quaiito Teofra.sto attribuisce aJl' elice diven­
t&ta edera ; e dell' edera bianca, diventata a.Ibero, dice
quel cbe si legge nel parn.grafo seguente.
10. È anche una proprietà ] Pl. l. c. Et quanquam omnium.
ede1·arum gtrl.eri radicoaa brachia, h'ftic tamen . (cnndiclae)
111.axime ram.osa ac robwta ; ab 4?a nigroe. Sed proprium
alba.e, quod inter media /olia emittit brachia ut1inque sem­
per ampl.ectens : hoc et in mu7:UJ, quamvi.s a'"}hire non pos­
ait. Itaque etiam plu1'WU8 locis interctsa vivit tamen du-
1-atque; et totidem "initia radicum habet, quot bmchia, quibu.s
incolumis et solida arborea 8U{Jit ac &trangulat.
Altri molto amari ] PJ. I. c. : Est et ùi fntctu dilferentkt
afhae nig1·aeque ed.erae, qucniam aliis tant,a amaritudo acini,.
ut aves non allingant.
11. Smilace ] O"j,L{h; : "\V. vorrebbe si scrivesse �a.eit;. Smila;v
aape1·a L. tSl)r. },'r.). Bmiln(J) excel8a L. secondo Pnulct
(Examen, p. 8) � ma questn nou ha le orecchiette nella
base della foglia. PI. H!, 35 G3. Similis est ede.me e Ci�
licia primum quidem profecta, sed in Graec.i.a (1·equentior,
quam vocant smilacem, denaìa yenk:ulata caulibus, spinosts
frutectosa ramis, folio eden1ceo, pa1·vo, non anguloio (iyo'.1-
v10Y, non lyyi.'Jvtov), pedicuk> emittente pampinos fiore candiclo,
olent.e lilium. - Con due orecchiette sul picciuolo ] nf6'; f:,"''"
W'r"IJfO", pone molto felicemente lo Spr. invece di voo'ip&v
humectum G. Il \V. suppone 'f:,À�p6v, calloso.
Viticcio J fo:.iÀo:; che nltrove �a interpretato amento del noc-
ciuolo. 27
418 l,lllRO 'lBRZO

SLricno } arrUzvoi;. Solanum PhysalUI G. samnif'era L. (Spr.)


Vedi 7, 15, 4. - Melotro ] !'�À•••F"· Bryonia dioica (Spr.\
Plinio lo chiama ,z;itis alba 231 1. 1 6 ; e vitis '11.igra, la
hrionia, 17. - Gvn ealvatica ] an:Tul.?, ilrrl�, Tamua com­
munis L. (bpr.). Cva tamir,ia nominata da Plinio 23, 1, 13.
12 Sono serrati ) 1t::rf ,.:lJt"{xl�it deduce il W. da -r.a:ra.:rpc,.,auc.ltn
pt e dalla. medesimft parola. che segue dopo poche linee.
Il frutto è rosso } PI. l. c. : Pert racemos labMLacae modo,
non. ederae, colore ruin·o, comple.ra acini.a maioribus nucleOB
tenios, minoribus singulos, nigros durcsque.
rn. F..vonimo ] i,:,Ww1-10" · Ei:onymw, l<ttifolia lacq. (�pr.). Ne-
1·ium Oleander L. ? (Ji�r.). Pianta molto dubbie.. Dalcchamp
la voleva .Rhododendron ferrugineum L., ma è stato osser­
vato che non si trova in Grecia. :Mattioli, AnguiJJara e
nitri stnvano p3r Evonymus europaeus L. SibLhorp trovò
l' EvO'nymus 1,atifol. neJl' Olimpo di Misia e nel monte
Athos. Il Nerium Oleandei·, essendo un arbusto molto co­
mune in Grecia, parrehbe strano che Teot'rasto non I' a­
vesse mai nominato ; quindi alcuni hanno voluto vedervi
l' evonimo. Nel 3, 4, :&, Teofrasto nomina la 't'ttpixyw-vfa., che
pare l' Evonymus europaeus L. PJ. 13, 22, 38 : Ntc a�­
catior in Lesbo imJula arbor, qua.e vocatu1· evonymus, non
ahsimilis punicae arbori, inter eam et launtm folii magni­
tudine, figura vero et moilllie punicae : fiore candidim·e sta­
tim pestem denuncia:ns. Pert siliqua& seaamoe similes, intus
g1·an11.m quad:rangulo. figura, spissum., letale animalibus :
nec non et in folio eadem vis. Succu'l'rit aliquando prae­
ceps alvi e�inanitW.
Ordinno ] La. forma iv 'Op"'u-vlt..i è falsa. PI. 51 31. 39 : Mon­
tes habet (l' isola di Lesbo) Lepetymnum, 0,•dymnum, Ma­
ristum, C1·e011em, Olympum,
CAPITOLO XVIII. 419

Alloro umile ] 1.•1•uM�"'l· RUBCU8 Hypophyllum L.? (Spr. ).


Rus<:U8 mcemOSUB L. ? (Fr.) Gaza traduce : Vinca pervinca,
indotto da Plinio che 21, 11, 39, scrive : Vincapervinca
semper viret....... Haec a G'l'<Ud8 chamaedaphne vocatwr.
Se poi Plinio intendesse per quest.a. pianta, l' altra nomi­
nata (15, 30, 39) tra le specie di lauro : Est et chamae­
daphru, Bilvestris fruie:r, si dubita.
Poseidone J Dicembre. - Viole bianche J Vedi 6, 8, 1.
Vomito : Spr. dA ivb>�Ev invece di &.v&z�, e traduce: D i e
A u e l e e r u n g e r fo l g t n o. e h o b e n . Lo Schn.
suppone viziata la parola che in origine avrebbe indicato
un qualche medicamentò. Plinio tradusse pr<UCt!:pB alvi
e�inanitio. Il W. non approva. la sostituzione dello Spr.
LIBRO QUARTO

CAPITOLO I.
Non ft1. bene ] :,c.tlW;, correzione del Bodco invece di .;).<>J,, di­
cendo Teol'rasto nel pRragrafo seguente : <1.i 1n�K:u �t lv·
't'dt't; 1t�Àiaxfoiç,
2 Crana ] in Arcadia. Luogo ignoto.
l'ali ] u,fo,, tigna Schn. W. P 1 a n k e n Spr. Lo Scali­
gero dà J' etimologia della parola. dicendo: • -rzvd�,, ti­
gna sunt a tractu. �
3. Pa.tlo ) r.i;x, E incerto che albero sia.. Lo Scbn. asijcrisce
che lo Sprengel (Histor. p. 92J e altri lo credano Prunus
l'adus L. ; ma il W. nell' Indice pone P,-unua Mal,al.eb L.
{Spr.). Pl. 3, 16, 20, scrive che, secondo Metrodoro Scep­
sio, il Pa.do (Po) prende il suo nome dalle picee cho
gli crescon vicine, le tiuali in lingun. gallica si ùoma.ndano
Padea.
Tuia. ) :;i-u(2., Vedi 1, !J� 3.
4. Crescono in larghezza ) Spr. pone -::À2:tc.,; invece di �i:,o,.
5. Aprichi e ventosi ] Spr., dopo t.:i'ljÀ.{ou; 1 vuole xcd e non �-

CAPITOLO li.
Moro ) G'Uxi:itvo.:; (lv Aly:.l1t-;t:,). Vedi 1, 1, 7. PI. 13, 7, 14: Et
AegypW multa genera, quae non alibi : ante omnia ficus,
ob id Aegyptia cognominata, et arbor moro sirnilis magni
CAPITOLO Il. 421

tudine, a.Bpectu : pomum fert non rami.a, sed caudice i'pso:


idque ipsum ficus est praedu1CUJ, Bine grani.a interioribus,
perquam fecundo proventu : acalpendo t.antum ferreis u'ngUi­
bua, aliter non maturescit. Sed cum factum eat, quart-0 di/3
demetitU?·, alio subnascente : septeno ita numerosa partu,
pe1• Binguùu aestntes muUo la.et.e abundante. Subna,citur,
etiamai non scalpatur, fetus quater aeatate, prioremque e.cpel­
lit immaturum.
2. Tagliato ancor verde ] Pl. I. e. : Materies JYl'O'lii generis
inter utilisBimaa. Caesa .atatim stagnia mergitur : hoc est
eius aicw.ri. Et primo sidit, postea ftuitare incipit : certoque
s'Uflit eam alienus hu11WI', qUi aliani omnem rlgat. Cum
innatare coeperit, tempestivae habet signum.
3. Fico eipriotto ] a-.1x7. xv1tFl<Z. Ficus Hu1· Forsk (Spr.) PI. 13,
7, 15 : Iluù:, {al fico egizie.no) simllis quadamte,ius quae
vocatur Cypra ftcv.s in Oret.a. Nam et illa in caudir..e ipso
fe1-t, pomum et ramis, e:um in e,·assitudine adol.evere. Sed
haec germina emittit Bine utlis foliis, radi<-,e Bimilia populo,
folium ulmo. Cf. Diose. 1, 145 . - Fa il frutto quattro
volte l' anno ] PI. I. e. : Fructus qv.aternos fundit, totWI
et germinnt : sed grostJUB eius non matureacit, nisi incisura
emiBao lacte. Suavi� et intericnn, fici : magnitudo sorbi.
4. Ceronia ] XEfù1vl2., Ceratonia Siliqua L. (Spr. Fr.), carrubo.
Pl. 13, 8, 16 : Similis et qua.m IoneB ceroniam vocant,
trunco et ipsa fertilia, Bed pomo siliquae. Oh id quidam
Aegyptiam ficum di:Eere, er1'01'e nwnifeat-0. Non enim in
Aegypto 'flaBcihur, sed in Siria Ioniaque et circa Cnidum
atque in Rhodo : semper comantibus foliiJJ, flore candido
cu;m vehementia odQris.
5. Persca 1:iraiCl, Cordia Myxa L. (Spr. l'r.). PI. 13, U, 17 :
Aegyptus et pe,.sicam arborem sui genel'ia hahet, similem
422 LIBRO QUARTO

piro, {olia retlnentem. Pertilitaa iusidua est, aubnaacente


crastino f1•uctu : matu.ritaB eresia.rum. affl,'Jtu, - In ogni
stagione ) Dopo queste parole segue :irr.r.2.lvi.11 escluso da.Ilo
Schn., perchè in contraddizione con quanto si dice ap­
presso. - Ha dentro un nocciolo ] PL I. c.: Pom�m lon­
gius piro, inclusum amygdo,l,ae putamine et corio, colore
he1·bido, sed ubi nux illi, hu.ic prunu.m, dilferens brevilafie
a.e mollitie : et, quamvi.s blandi.atur praedulcis suaviucs,
innocuum. - Robusto ù il legno ] PI. 1. c. : Mat.rw. bo­
ni,tate, ftrmitudine, nigritia quoque nihil dilferem a loto. Si­
mulacra ex ea factitavere.
6. Balano ] �iÀ>•O<. llyperanlhe.ra Moringa Vahl. (Spr. �'r.).
Noce di hen. PI. I. c. Ri,nulacra ex ea (pcrsea.) factitave1·e,
non ettdP-m g1·atia� qumn fickli materie, ut w a1·bore qua ni
balanu.m appellavimtu, magna ea: parte contorta : 1WvaliB
itaque tantum est. - L' albero è grosso ] a,j:Jl':r.;t'_éç, 8chn.
e W., invece tli ir.:r..:i:; Ald. e r.U71"�:ric; U.
7. Cuciofora ] MulC.v59opc.v, cueioferaG. Hyphaene c01iaceaGaertn .
(Spr.). Vedi 1. 10, 5. PI 13, 9, 1S ln chi0.111& cuci : A! e
divenm cuci in '1110.(j1l0 hono,·e, palma.e similis, quando et
eiu.a foliis utuntur ad textilia. Di!fert quod in brachia ra­
mm·u11i spargitm·. Pomo magnitudo, quae manum impleat,
colo-r fulvus, commendabilia su.eco e� mistero dulci. I.,ignum
intus grande ftrmaeque duritiae ; e r, quo vela.rea rleto1'1W11t
annulos. In eo nucleus dulci4, dum recens est : siccatua
durescit ad infinitum, ut mandi non posBit niBi pluribus
diebus maceratuB. Materies c,·i.spioris el,egantiae et ob id PBT·
Bis gratissima.
8. Spina ] h'2v·::::,::r., "A, ?J }.,ull.�. Acacia Parnesiana Willd. (l4""'r,\
"A. +i :,a.D,,m:r.. Acaci<i i.·e1·a ·wmd. (Jt.,r .) Mimosa nilotica
L. (Spr.). PI. 13, 9, 19 : Nec minus spina celebratur in
CAPITOLO 11, 423

eadem gente duntoont nfUr!r,, qu.oniam incorrupta etiam "in


aqu,U durat; ob id utilissinui navium co11ti.s. Candida facile
putirescit. Aculeu s spina.rum et in foliUJ : s�men in siliquia,
qu.o coru, perftciuntnr galla.e vice. Ji'ù,s et coranis iucun­
dus et medicamentis util!s. Mttnat et gum. ml e:c ea: sed prae­
cip ua utilitns, quod caesa anno Urti<> resw·git. Cfrr,a Thebax
haec, uhi et qM1'tlUJ et pe,•sica e! oliva, COG a Nilo stailii.s,
silcestri t1·ad1t et auiJJ {crnUhus riguo. - Qnercie ] Lo
Spr. suppone che quest' à.lbero posso. csscrè la Cordia c,•,:­
n!lta Delil. non cost.e.ndogli della presenzR della querci11
in quella parte dell' Egitto.
9. Col sale di cui e' ò scardezza 1 Segue la parola <t:lait i �
potrebbe intendersi : scarsezza per natura del luogo.
10. Prugno ] x.ou:.J:,t1JÀi2.. Prunus G. Fu generalmente tennw
per Co,·dia SebeJJf,ena L fiachè Delile (De,cr. de l' Egypte,
•i, t. 2) la giudic() diversa da quella e la. nominò C01•dia.
crenata, P1-unus ins'Uitia L. (Fr . ) Plinio 13, 10, 19 : lbi �t
prwius Aegyptia, non dissimilis spina.e proxim.e dlctae, pomo
1nRBpili, maturesams bruma, nec foli,a dimit'Uns . Lignum
in. pomo grande, sed corpus ipsum 1UUura copiat· e, me8-
sium imtar iu.coltt. Pu1·gatum enim tundunt servantque
�iw offa�.
11. Arboscello singolare ] �À�:,.x I1t""' · ]limosa polyc,cantlui ,v.,
o M. Jlabbas Delil. (Spr. '. Erronea.mente descrive ! ·linio
(I. c . ) qnesi.a. piantn: }èu:ies... ipi.nae, {olia luWet eeu pen
nas, quae tactis ah homine ramis cadunt proti.nus, ac po1U',r1.
renascuntur.
1:.!. Questo pnragrnfo Jo Schn. lo crede appartenere nlla de­
scrizione dell' hn::J2: il W. al pnragrafo 10.
424 l,IHRO Ql'ARTO

CAPJTOLO lii.
Loto ] �wa6,. Il loto dell� grRndezza rii nn pero. con foglie di
elce e legno nero è Celti, aus!ralis L. (Spr. Fr. \. Il loto
fruticoso rlRi frutti mnn-gerecci, con i quali si fa una spe­
cie di vino, è il loto dei lotofagi di Omero !Od, 9, 84) •
Zizyphus J,otw, Willd. (Spr.\. TeofrftBto (7, 15, 31 sotto
Io stcsiso nome di Joto intende un' erbft. legaminosa, il
Melilotus mess(lne1lBÙI Desf. (Fr. \ ('. e.
8. !ll una piant.R
acqunticA, la l(1pnpluua Eotu.s L. (Spr. Fr. ). Plinio fa. nna
medesima cosR del loto e rlel celti, 13, 17, 32 : Eadem
.Afri.rn, qua vergit ad nns, insrqnem arborem loton gignif,
quam i:ocant celtin, et ifsam Ita.liae familiarem, sed terra
muta.tam. Praecipun est cirr.<i Syrtes atque NasammuuJ. Ma­
gnitudo quae piro. ,,,, incisnrae folio r.n1f>rioreR, qune ilids
vi.dentur. niffenntiae plm·ee eaeqve ma.:rim.e frurtibus ftunt.
Mn,qnitudo huic fabae, col01' croci, sedante maturitaf.em aliua
atque alius, sicut in ut:is. lilascitur cbm11us in ranu·s myrtl
modo, non, ut in Italia, cerasi, tam dulcis ihi cibo, ut no­
men etiam genti terrneque dederit, nimis hpspitnli advenn�
1-um. obUvione patria.e.
li mal di vèntre ] PI. I. c. : Ferunt ventri.JJ non senti,:e mor­
bum, qui eum mandcint : melior aine interiore nucleo, qui
in altero genere oaseus videtur.
2. L' esercito cli Ofelia ] Cf. not.n cronologica alla Prefazione,
p . xv.
}'a.ride ] �irt:;. L' isola dei Lotofagi, sitnata. nelln. Sirti Mi·
nore, è da Strabone (L. 17) chiamata Meninge : l''"fi
I.Ur"t'u;, �... x�\ Abl'tOt�'ft"t'l'I I6f,"t'lV >.iyou1nv••••• f. 1\r�...ty'; vr,a01;
1tffÌ d.:; :I�pTm; x.(ll 1:oAti;. E nel L. 3 : iÀÀ.ot n ,d.ltv u:lo::iv-rcu
>.WTotiyot ffiv f't'if12" oÌKo�vni; "t'Wv r.r,� 'C'11i; 1-14xp&<. I6[-TE.b>;
CAPITOLO 111. 425

VJJawv, 'Òjv l\1-f,vin:r.. Cosl anche Plinio 5, 7, 7 : Insulaa non


ita multas coniplectuntur hcwc mmia. Cùtrissima est Me­
ni'nx. . . . . ab E1·atostliene Lotophagi.Us appellata. . .• a de:i:tro
Syrtis mincn"ia promontorio passibus mille quingentis trita.
Ma in questo stesso libro 4, -1, divers.·Lmente da quant.o
scrive Strabone, pone il paese dei Lotofagi intorno alla
Sirti Maggiore : Syrti8 maior..... In intimo sinu fuit ora
Lotoplwgon, quos quidam AlachToa• dkl:ere, ad Philaerw­
rum ara.a : ex arena sunt eae.
Gli Evesperidi ] lv l1:',lt�pla, (meglio: Quei di Evesperido).
Apud Hesperides G. : Apud Euesperide.s Scho. : In Eueapc-
1'id:ibUB insulUJ \V. Evesperidc. la citt.à più occident.R.le
della CirenfllCA, posta sulla Grande Sirte. chiamata anche
J�speride e, al tempo dei 'folomei, Beronice. Vedi 6, :i, 3.
:i. Questo § 3 dnllo Schn. e dallo Spr. ù stato posto nel luogo
del § 4.
Paliuro ] -:t:1.ì.fo:.1r,;,i;, Zizyphus Spina Christi '''illd. (Spr.). Il
loto con cui si paragona è verisimilmcot.e CeltiJJ australiB.
Non si mangia insieme ] PJ. J :i. 19, 33 : Cyrena'ica regie
louni suae postp(mit paliuro. FruticosillT haec, fructuque
magis rubemJ, cuius nucleus non Bimul mandatur, iuc undu,
11er se atq1re suavior e vino : quin et vina succo suo com­
mendans,
4. Opere d' intarsio ] l..ix{jÀÀ�!,.1-:i:n:, glutinamenta G. PI. 1::t,
17, 32. Ligno eolos niger : ad tibiarum cantu.s e:i;pett"tur :
e radice cultellis capulos brevesque alios usu.s e:xc,ogitant.
JfMC ibi natuni arbo,·iB.
5. Nove cubiti ] l1t' òpr:.1(111; -rptalv. - Timo J :iui-tov: !l'i+i.vov,
U MV. Lo Spr. suppone che questo timo sia una pianta
bulbosa, cla non confondersi col :i:'Ji,i.o,; 1, 1:l, 2 e col =ru,...ov
ì.,Oo1naii;, 4, 7, 2.
426 LlD'i.O QU.1.RTO

CAPITOLO IV.
L' ulivo J Congettura dello Sp,·., seguita dal W. , invece di
HiT11, pianta comunissima nell' AsiR. superiore, dove. a
detta di Erodoto. Senofonte e Strabone, non alligna l' u­
livo. - Nell' India si vede l' edera. sul monte chiamato
Mero J La parola e<kra è congctturn del W. Pl. 16, 31,
62: Edera iam dicit,ur in A.ria naHci : negaverat Tluophra­
stus : nec in India nisi in. monte l�lero. fi.111. Teofrasto dic�
che l' .edera non si trova sopra la Sirio.. - Il mar ( C a ­
spio) J z u m ( k a s p i s e h e n ) M e e 1· Spr.
Arpalo J i'I . I. c. : Quin et Jlmpnlum omni modo laborasse,
ut sereret eam in Medis, frust1·a. Ale.candrum t·e1·0 ob ra­
ritatem ita coronato e:rercitu victorem em Indi.a rediisse,
exemplo Libm·l Patris, cuius dei et nunc adornat thyrsos
gaù:a,que etiam ac scuta in 'l'h1'aciae populi.8 in so'lemni­
bus Bctc1·iB. Arpa.lo, macedone, era sttito crc1tto da. Ales­
sandro �mtra.po <li Babilonia.
2. Melo chiamato medico o pen;ico ] !LriÀo" \Jo"'JÒuc.>,"· � 1ttp1rn1.0... .
È il ceclro o ce1rnto, Oitrus medica L. ; e questa di Teo­
frasto è la prima descrizione che se ne conosca. Il nome
cedro, xi,rfo", ignoto agli antichi, o.I dire di Ateneo (3, 26 1 ,
fu dato al melo medico dai Home.ni, come riferisce Dio­
ecoricle (1, 16G) : ·d. òl !L·'iòui.i ì..ir6i,i.tv� � ittpcrud. � xtòp6i,i.7,À!!.,
�w114-lG"•Ì òl xl.pi::r.. PI. 12, 3, 7 : 11falUB ÀBByria, quam alii
vocant /lfedicam, venenis medetrw. Follum ei,1ts e.st uned-0-
nis, inte'l'CU1Tentibus spinis. Pomum ipswn alias non man-­
ditur : odore p1·aecellit, folW'rum quoquc, qui transit in ve­
atea una condituB arcetque animnlium nQJ!ia. Nel L. 13,
16, 3\ : .Alia est arbor eocLm nomine (cedro, conifera), ma­
lum fe1•e1UJ exsecratum aliquit,us odm·e et ammit1µUne, aliiB
CAPITOLO IV. 427

expetitum, domos el:iam decorans, I pomi d'oro cosi del-


1' orto delle Esperidi, come quelli dÌJnnti da Venere ad
Ippomene per raUcnt.ere il corso di Atalanta.i non vanno
interpretati per mala cil1ina, secondo che a.otico.mente si
credette, e molto meno per aranci, come alcuni hanuo di
poi sognnto, ma per frutti immaginari ovvero per mela­
grane o cotogne, se pure nel primo mito, col nome di
tL'1lh, anzichè pomi, non s' abbia da intender pecore. U
cedrata fu introdotto in Europa dopo la. spedizione di
Alessandro Magno nell' interno dell'Asil\, e lo chinmarono
melo di Persia. .,.�ai più tardi, nel mediocvo i fn cono­
sciuto il limone, come pure l'arancio forte. L'nraucio dolce
o portogallo fu importato dA.lla. China nel secolo XVI.
(llehn, KuUU,rpftanzeii, Agrumi p. 357 J,
Cotta nel brodo ] Pl. 11, 53, 115 : Parthrwum populis hoc
praecipue (foetor oris) et a juventa, propt,er indi.scretos ci,..
bos : namque et vi1w foetent <na nirnio. Sed sibi procen1s
medentur gra'TU) Aasyrii mali, cuius est suavitas praeci'poo,
in uculenta addito. E 12, 3. 7 : Jlaec e.st autem, cuius
grana Parthorum. proceres incoquere dL'JJi.nus esculentis com­
mendandi Ju,,litus gmtia : nec ali<t firbor laudatu1· in Aledùi,
La parte interna del pomo ] ,ò l11w::slv U M V .Alci.
3. Porta poi i fruir.i in tutte le stagioni ] PI. I. c. A1·bO'I· ipsa
omnibus 11.0riB pomi/era ei,t, allis cadcntibus, aliis 1nature­
se,entibus, aliis i-·ero subnascentilnts.
Come dicemmo ] 1. 13. 4.
In testi forati J PI. I. c. 1'entavere gentes tmnsfe,Te acl sese
propter re1ne<lii praestaiitiam fictilibu s in vasi.s, dato per
cavernas rcuUcihus spir<tme1UO: qualiter omnia t1·ansitw·a
lcngius seri arctissime frarisfer-rtquc meminisse conveniet,
ut umel qu.oeq_u! dicantur. Sed nisi apud .Aleclos et in Per­
si.de nasci noluU.
42S I.IBRO QUARTO

Fico ] Fie1<s indica L. Vedi I, 7, 3. PI. 12, 5, 1 1 : Ficua


ibi e:rilirt poma habet. Jpsa se sem1>er serena, vastis di!fun­
ditu.r ramis ; quorwn imi adeo in termm curi·a11tur, ut
annuo spatio infigantur .. . .. Infra seJ;em eam aesf.i'l;ant pa­
st01·es, opacam pariter et munitam vallo m·boris....• Folio­
rum latitudo peltae ef!ìgiem Amaz011icae habet : hac causa
f1·11ctum integens cresce1·e 1n·oJn"lN:t : rarusque est, nec fabae
magnitudinem exhibens . . . . . Gignitur cfrca Acesinem maxime
agmen. Il fiume Ace�ine è un affluente <le]]' Idaspe.
5. Albero insigne per grRmkzzn ) Marigifera i'ndica ? Spr.
PI. 1 'l, G, 1 "2 : fl-laim· (llfa : pomo, e� suavitate pt'lttcellfntior,
quo 1,apientes ]11(fo1·um 1:ii:unt. Questi sono i Ginnosoflsti
che per lo più solevnno :mdnr nodi : !''� 'X!,Lm;,i_C:�tvc., P.
�chn. nel � illaho ; qui nudi degmit G. � K::ZÌ i1:eitfUvot Ald.
E<ld.
Un altro alhero ha foglie bislunghe ] Parrebbe una specie
di palmn <li cocco (Spr.). Pl. I. c. : Foliu,m alaa ai,ium
imitatw· lm2gitudine trium cubit01"Um, latitudine duum. Frur
ctum cortice mittit, acfmirabilem sue.ci dulcedine, ut uno
q11aterr,011 satitt. A1·b01i nomen JJalae, pomo arienae. Plu-
1·ima est in Bydracis, expeditwnum Ale.xandri termino.
Altrn. specie che fa certi frutti lunghi ] Si crede essere una
specie di banano (Spr.). PI. I. c. : Est et alia :dmili• huic,
di<lcior pomo, sed int&raneorum valetudini infesta. Edfxerat
Ale.rande1·, ne quis agminis aui id pom.um attingeret. -
Un llltro ::tlliero ha i frutti simili a quelli del corniolo ]
Calypfrantl,es lambolana W. ? (Spr.) Di quest' albero non
fa menzione Plinio. - Alberi che non hanno nome ] PI.
I. c. : Genera a1·bQMr,1n, Macedones na?'Tavere maim·e ex parte
slne nominibu,a.
6. Ebnno ] 1[,frr,. L' chnno dnl bel legno nero è Diospyro• E/Je-
r..APJTOLO 19'. 429

num Ret.z-, (Spr. Ii�r.) ; l'altro, un arbusto simile al citiso :


AntylUa eretica L. {Spr. ma non gih. Schn.) JJJ. 12, 4, 9 :
Duo genem(ebeni): rarum id, qWJd melius, arhoreitm, trunco
enodi, materie nigri splendoris ac vel sine arte proUnuB iu­
cundi : alterum fruticosu-n, cytisi modo, et tota India di­
sper,mm est.
Citiso ] ,c.tl,uro;, Afedicago arborea L. (Spr.).
7, Terebinto ] 't'ipfl,'v:!l'oç lv D2up(:,;1 Pisf.acUJ, vera L. (Spr.) PI.
12 1 6, 13 : Est et terebintlw similis cete,·a pomo · amygdn­
li.s, mi1UYl'e tamen magnUu.dine, J>Ta«.ipuae suavUatis. In
Bactris utiqv.,e hanc aliqui terebinthum esse p1-oprii generis
potius quam simikm ei putaverunt.
8. Alberi buoni (per tessuti) ] Browsonetia papyrifem, Veat.
(Spr: ). PI. I. c.: Sed un.de vestes linea, faciunt, foliis moro
si.milis, calyce pomi cynorrhodo. Serunt eam in campis, nec
est grati.or vinearum prospectus. Plinio non tutta la pinntn.,
ma so]o il frutto dice simile alla rosa canina.
9. Orzo se.lvatico ] Pl. 18, 7, 13 : Hordeum Indi.s sativu,n P,t
silvestre, e.x quo pania apud eos prne cipuus et alica \non
Italia). Ma:oime qu:idem oryza gaude.nt, ex qua p�isanam
conficiunt, quam reliqui morl,ales ex lwrdeo.
10. Riso ] JpuCov (ÒFu�11;J, Oryza sativa L. Aristobulo in Strabone
(L. 15) descrive la. coltura ,lel riso. Per lA. spedizione di
AlcssA.ndro nell' interno deJl' Asia fu introdotto il riso nolla
Grecia. Alcuni avvisano che anche prima fosse conosciuto
sotto il D')me di òplv;%, (Ilehn, K,tU., Der Reis p. 407).
Miglio ] nul-Loi;, Panicttm miliaamm. L, (Spr.).
Lenticchia J Questo legume simile al fieno greco ò Dolichott
Catiang e bi{f.orU8, (Spr.) .
Tramontare delle Pleiadi ] Il principio dcli' inverno.
11. Ulivo sterile ] Elaeagnus anguatifolia L. ? (Spr. Fr.). Pii-
4SO LJBRO QUARTO

nio 12, 7, 14 : Olii:a Indiae sterilis, praeterquam oleam"i


fructu.
12. Pianta spinosa J !luù• , lledysarum Alhagi L. ? (Spr.).
PI. 12, 8, 18: Contermina India gens A1iana appellatwr,
cu.ius spina l,at,•'rymarum yretiosa, myiThae simiUs, acceBBlt
propter a,�leos a11.�clo. L' Aria è un paese situato tre. IR
Battria (l. l' lrcnnia.
Alla mirra ] -r� o-!'-UPY?i : correzione dello Sclm.; T"11 i"•Àupl; Ald.
Eraclea J Euph<Yr bia spinosa L. ('l'hiébaut, &am. p. 17),
Me. lo Spr. oeserva. che codesta euforbia cresce in Creta,
nou già nell' India. Linck, consultato dallo Schn., sup­
poneva un Calamus, come il Calamua Rota'T!!} di Linneo;
ma _dai calami non stilla. il latte. - Virgulto grande come
un cavolo 1 Non si sa che pianta sie.. Pl. 12 , 8, 18: Ibi
et frutex pe:diùms 1·aphani, folio lauri, odore equos invitant.e,
qui pene equitatu orbavit Alexandrum primo introit'u: quod
et in Gedrosia accidit.
H. Pianta simile nelle foglie al lauro J Ge,·bera Manghas (Spr.).
Ne pal'1a. anche Strahone L. 15, ma la pone nell'Aria. -
Pianta SP.,inosa senza. foglie ] Euph<n·bia antiquorum L.
{ Spr.). PI. 1. c., conJbndendo quest.a pianta. con quella
citata di sopra. : Item laurino folio et ibi (in Gedrosia)
spina tradita est, cuiiu, liquor aspersus oculUI coecitatem
infert omnibus animalibus. Strabone 1. c. parla anche di
questl\. piant.a, ma la descrive alquanto diversamente da
Teofrasto, perchò dice che i suoi frutti giacciono in terra
come quel1i del cocomero.
Oi rnggruppano piccolissime serpi ] PI. I. c. : He:rf:>a pra6-
ci'pui odot'is refet·ta minutis sc.-rpentibus, qua,-um ictu pro­
tinus nw,· iendum esset.
14. I elle piante :tromu�ichc si trRttn nel Jibro IX.
CAPJTOI.O V, 431

CAPITOLO V.
Elleboro ] Cf. 9, 10, 1 ; ele.t.erio 9, 14, 1 ; scamone& 9, 1, 3,
2. Iride J lp,,, Iris fiorentina L. (Spr.). Iris germanica L. Wr.).
r,,.u, UÀ1Jf1X7j, J,·is (wrentina (Fr.). PI. 21, 7, HJ. Iris ,-adice
tantum r.ommendatur, w,guentfs et medicinae nascens. J..pu­
dqtissimn in Illyrico. T. nel Jibro : D,gli od(lf'i (24, 28,
36), tratta. delle radici dell' iride.
cedro ] xi<iroi;,
3. Panticapeo ) PI, 16, 32, 59 : Cedrum aestuosis pa,rtibus de·
derat (l'llltnra), et in Lyciis Phrygiisque montibtu nascitur.
Fri'!JU,$ inimicum lauro fecerat, se,J in Olt;mpo cop;o,or
nulla est. Cn·ca Bospo'l"Um Cimmerium in Panticapaeo
urbe omni modo lalxn·ov,it Mithridates 1·e:c et cetm·i incolae,
sar.ro1-vn1. certe causa, lau1·ùm myrtumque habe,·e : non
contri,it1 cum teporis arbcwes abunderd ibi1 pum'cae ficigue,
iam ma.li et pfri laudatissimae. Avvcrtiamo che Mitridate
viveva due secoli dopo Teofro.sto.
4. Id& J Nella Troade.
6. Dicono che lungo l'Adriatico non cresca il platano } Plinio
12, 1, 3. Sed quis non iure niiretur arbo,·em umbrae gratia
tantum ex alieno petitom orbe ? Platanw haec est, per
mare Jonium in Dfomedi, inmlam eimdem inmlae tumuli
gratia primum int,ectll, inde in Siciliam h·amgre,sa, atque
i"nle1· p,,'mas donata Itolr'ae..... IJr'onysiw prior Siciliae ty­
rannu., J.'liegium in urbem translulit ea, domua suae mi­
raculum, ubi postea factum gymnasium : nec potuiss8 iti
amplitudinem adolesccre, et alias (uisse in Italia, ac no,
minatim lli!tpania, opud auctoru reper·itur. Dove si vecle
che Plinio lc•,g<'�c lsw 'fc.7.cr.v(i invece di c..i�vlcr." · Dionisio
il Vecchio, timnno di SirncuSR 1 conquiHò Reggio l' enno
3S7 a. C.
432 LIBRO QUARTO

CAPITOLO VI.

2. l!,uco ] TÒ q,tixo; : (O T':Jxoc Ald.1 ma non potrebbe e.vere il


gen. To'ù l'Uxo!,,/c) . F. con foglie simili a un nastro : Fucu.a
briU1osus L. (Fr.). PI. 1:J, 25, 48 : Nascunlur et in ma,·i
frutices a,·boresque, min-0re,, ili nostro : rufn·um enim et
tolus Orienti, oceanus ,·efertus est silvis. Nnn habet U,igua
alia nomen, ,,uod Graeci vocant phycos : q ·•oniam. alga
herbarum magis vocabulum intelli'gitur, hic nutem frute:c.
FoUa lata col01·e vfridi gi'gnit; qW quidam pruson oocant,
alii zostera.
3. Un' altre. specie ha foglie wpilJnri ] Antipathes suJ,pinnata
ElliB ? (Spr.).
4. Porro ] 1tpioov 1 Lauch Spr. Pucus bulbosltB L. e Fucus sac­
charinus L. (Spr. Fr.).
In alto me.re cresce quel fuco marittimo ] Potrebbe essere
il F'll,CU$ natans che forma il mar clei -Sarga�si.
5. In Cret.a. ] Fucus cariilagineu.8 L. (Fr.) Plinio Vi, 25, 48 :
Circa Cretam imulam nato in petn's pu1·puras quoque i"n­
fìeiunt, laudatissimo a parte aquilonis au,l cum s']iongiis.
26� 10, 66 : Tertium crispis foliis, quo in Creta vestes
tinguntur. E 32, 6, 22, Laudatissima taiga) quae in Creta
insula iua::ta te1·1·am in pelris nascitur, tingendis eliam la­
nis ila colorem alligans, ul elui poslea non p?ssit.
6. Un' altra piani.a somiglia ali' agrostide ) Zostera ma1'ina
L. (Spr. Fr.) Pl. I. c. Thrtium est simile gramini, radice
geniculata et caule, qualiter calami.
Ulva ] [!f;uo,. Ulva lactuca L. (Spr. Fr.). l'linio 27, B. 33 :
B1·yon ma1·inum herha sine dubi(atione est, lactueae simi­
Us foliis, T'J.{IOSa, velut; contracta, si·ne caule, ab ima ra-
CAPITOLO 'VI. 433

dice e.xeunÌibu1 f oliis. Nnscitur in ,copulis ma::cime testilque


terra comprehensis.
7. Ln quercia e .l' abete ] òptiç, Ji'ucus fimbrintua Deron. lSpr.) :
IHa,. PU<U8Àuie& marina(Fr.).FucUJJ abrotanifolius L. (Spr.)
8. Certi altri aderiscono int?roo intorno al fusto ] Flu.atra fo­
liacea, pilosa (Spr.).
�.l . Un' altra specie di quercia ) Fucus vetricldoaUB o 1il1l]U08US
L. (Spr.). PI. 13, 25. 4� : Quercu et tingi lana• tradunt.
Glandem etiam quasdam fe1Te in alto : nau.fragU haec de­
prehen.la urinantibuaque.
Vite ] iJ'-<SÀo;, .Fucua bacciferu• Tonrn. (Spr. �·r.). - �'ico ]
G"'..x!i, Alcyonium auranti.acum. Quoi et Gaim. (Spr.) Plinio
l. c. Vitis enùn passim 1ia1tc-il:ur : sed ficus sine folii8, ru,,
bro oortic.e.
10. Palma ] :roTvt';. PI. 1. c. : J,Tit et palma fruticum gene'l"U.
<1uest1 palma mn.rina non ò st.nta determinata nè dallo
Sprengel nè d&l �'raas. Lo, Spr. cita P&llas (t,hamkt. dm
1'hùrpflanzen, J, 218) che la vorrebbe G01'9onUJ, pinnata,
ma non si vede che analogin possa avere con lo foglie
della spina aeanacea. Lo stesso Spr. ln erodette dapprima
Fucue palmatu,, G1nel ; ma poi ne dubitò, non trovandovi
i caratteri indicati da Teofrnsto. Il 1/'ucua nlat'UB è di
color rosso, ha un caale che pMsa .per il mezzo della.
pinnta, ma non e' è eomiglit1DZR di sorta. alcuna con le
fo.�lie della palma.
S;oneo ] Vedi 6, 4, 3.
tipugne ] e-1tc.nci ; aplisic, :brÀual:11� correzione di RC. ; 1tÀU­
a1:u {j. Ald. PI. 9, 45, 69 : Peuim.um omnium (spongia-­
rum) genus est earom, quae aplysiae "ocantur, quia e:lui
non pouunt, in quibus magnae sunt fi.,lulas, et reliqua
densi!cu spisaa.
28
434 LIBRO QOA RTO

CAPITOLO VII.
Intorno alle Colonne d' Ercole ] PI. 13, 25, ·19 : E,:tra He1·­
cu.lil eolumnas porri fronde nascitur frute:c, et alius lauri
et thymi, qui· ambo eiecti in pumfcem t1·ansfigurantur.
Spina chiamata eizienoo ] Una qualche specie di acacia
(Spr.). Pl. 13, 50, 25 : At in Oriente mirum est stati7Ji a
Copto per solitudines nihil gigni praeter spinam, quae si­
tiens TX>Catur, et hanc raram admodum : in mari 'Dero rubro
silvas viven, laurum maa;ime, et olivam ferentem baccas,
et cum pluat, fuYlgos, qui sole tacti mutantur in pumicem.
Fruticum ipsorom magnitudo ternum cubitorum est, cani­
culis referta, vUD ut pP'ospicere e navi tutum sit, remos
plerumque ipsos lnvadentibw.
2. L' alloro è simile all' aria ) Avicennia tomentosa L. (Spr.)
che è la schurah degli Arabi. L' alloro e l' ulivo e' in­
tende che nascano nelle isole di qnesto mare.
Ulivo simile alla mercorellft. ] 'l'71 9:'.int:), Schn. crode che
questo luogo eia ma.tilo, e eh� dopo lh(a. mo.nchi. il nome
dell' albero, col quale paragonare la foglia. Del resto
�ÀÀov 9, 1S, 5, è stato interpL·etato : Mercurialis perennis
L. (Spr.). PI. 12, 17, 3S : In Arabia et o/ea dotatur la:
cryma, qua medicamentum conficilu r> Graecis enaemon
dictum, singulari effectu contrahendis vi:ilnerum cicatrici­
bus. In mariUmi·s eae ftuclibus aestuque operiuntur : nec
baccae nocelur, cum constet et foliU satem relinqui.
Funghi i quali ...•. si trastVrwano in pieLra. J Madnpora Fun-

giJa Pali. Ellis (Spr.).
Golfo chiamnto degli Eroi J Il golfo di Suez. PI. 6, 29, 33:
Sinus, qu.em Arab,u Aeant wcant, in quo Heroum oppi­
dum est.
CAPITOLO VII. 435

Timo 1 !t.J;L'>v, Cellula.ria cereoid1a Lamrk. {Spr.). Lo . Spr.


confessa di non poter deoorminn.re che cosa siano I' allo�
e l' ulivo del golfo degli F.roi.
3. Giunchi di pietra ]. Gorgonia, iancea che il Pallos tiene cs­
�re il Iuncus lapideu., di Plinio che traduce questo lnogo
di Teofrasto 1Spr.). L' arbusto che ha il colore di corna.
di boe pub essere Iris ochracea PAU. (Spr.): Roberto Co­
etAntino vi vedevi\ iJ COl'allo. PI. 13, 25 1 51 : Q.ui navi­
gar,ere in Jndos Ale:candri milite.s, /rondem ma,·ina,.um
arbm-u:m tradidere in aqua -vi;idem fuisse, ea:emptam sole
protinw in saùnn arescentem. Iuncos quo1ue lapideos per­
quam limiles -verU per litora : et in alto quasdam arbu­
acuku colore bubuli cornus ramosa.a, et cacuminihus ruben­
te.s : quum tractarentur, vitri modo fragfles, in igne aute,n.
ut ferrum inardescentes, i-estinctis colare .mo redeunte.
4. Grandi alberi come i più alti platani ] Ntmu.m odoratum
Le.m. ? (Spr. '. PI. l. c. : Eodem tractu insularum silvas
oi,erit aestus, quar,quam altiores platanis populisquo altis­
&imis. Fulia iis lauri, 'f{os violae et odore et colore : baccae
ui olei,, et ipsae ocbJris iu!:Undi, autu,nno nascentes, foliis
nunquam deciduis. Harum minores totas integit mare :
maa:imarum cacumina ea:tant, ad quae naves reUgti,.ntui·.,
et cum recessit aettus ad radices.
5. Phmto sempre verdi e con frutti simili al lupino ] · Fucr,B
siliquoaus (Spr• . PJ. I. r. : Alias quoque arbores in altQ
ah eisdem accepimus eodem in mari f'Jit1as, semper {olia
retinenles, (ructu earum lupinis simili.
AIIJcri &BSO.i grandi simili ali' andrncne J Lo Spr. confessa
di non saperli determinare, Plinio 12, 9, 20 : M,h, arbcr
rum natu,-a. Namque eros ie sale, invectis dcrelictisque si­
miles, sicco littore radicibu.s n·,dis polyporum modo am-
436 LU RO Q1'!t,R.i0

ple:1.:ae steri/es a1·enas spectantu.1·, Raedcm mari advenienle


fl,uclibus pu/çatae 1·esistunl immobites. Quin et pieno aesttl
operiuntur totae, apparctque 1·erum m-gumentis aspitale
aquarum illas ali. Magni,udo miraiida est, species similis
uncdoni, pomumque amygdalis, intus contortis nucleis.
t'i, Le nltre imno grandi e Yerdi con un fiore odoroso ) Cae­
srtlpini-z elat.it Sw. (Spr.),
7. Isolo. di Tilo 1 Ncd goltò ,ua.l.>ico 1per;::.ico\ chiamata ora
Baharcio. PJ. li!, 10. 21 : Tylos iw,uh, in eodem sbm eat,
1·epleta silvis, qua s,.èctat ad Orientem, quaque et ipsa
aestu mari.a perfunditur. Magnitudo singulis a1·boribus fici,
ftos suavitale inena,,abiU, 710mum lvpino simile. V. § 6.
Alberi che producono lena J (J-osbyplu,m, a.rboreum L. �8pr. '.
Per frutto va inteso il 5:}me involto nella peluria e per()
sfuggito ni poco lliligcnti 6sserv1ttori. PI. I. c. : Eiu,deni
insulae ea:celsiore suggestu laniiJerae arbo,·es alio mod1
quam Serum. .... Fm-unt c?tonei ma.li amplitudine cucur­
bilas. . . . . Arb.res vocant gossympirws. " Le Cotonnicr hor­
bact\ scrh·e Alpb. dc Candollc o. c. p. 324, se nomme
A'apase en bengali, J{apas en hinctoustani, ce qui man.tre
\}Ue le mot &anscrit Kcwpassi répond bicn à l' cspèce, La
culture s' en était répnnllue de bonne heure daas la Bac­
trinne, où lcs Grecs l'nvaient remnrquéc lors de rexpé­
dition d' Alcxe.ndrc. Théophrnstc on pnrle d' une manière
qui ne pcut laisser aucun cloute, Le Cotounier cn arbre
de l' ile de T,Ylos .. . ét.nit probablemcat aussi Jc Gosay­
piu.m he1·lmceum, car Tylos n' est pas éJoign� de l' Inde,
et sous un cJimat o.ussi clrn.ud le Cotonnier herbacé est
un arbustc. •
8. Alberi con fiori simili al Jeucoio ] Quest' albero è rammen­
tato nnche dn. Ariano nello son. 'Avi!»,crc; 'AÀE;ci.v8po:., (6,
CAPITOLO vn. 437

:22), il quale per altro n fferma: diversamente da. Teolì'a­


sto. che i fiori siano molto odorosi : Michelia Clw.mpacca
(SprJ. PI. 12, 11. 22 : In 7'.1jlt3 aut.em �t aUa arbo1· '{f.oret
alba.e niolae specie, sed magnitudine quadruplici, sine odore.
Un altro ha molte foglie come la rosa ] Secondo Link,
consultato frequentemente dallo Schn., Averrlwa C'aram­
/)'lln. L. : snct"'ln:lo lo Spr., Tamarindua indica L. PI. 12, l 1,
23: Est el alia similis, foliosor tamen roseique {f,oris, que,n
noctu comprimens a erfre in�ipil solis ea:ortu, meridie e.7:­
pandit. /ncolae dot·mfre eum dic.-unt.
Palme viti ] PI. I. e. : Fert eadem insula et palmas oleaaqrt,:
aC eites et cum ,.eliq1UJ pomorum genere ficos. Nulli a,·l>o­
n,m (olia ibi decidunl ; n[l!Um·que gclidis (ontibus, et im­
bres accipit.

CAPITOLO VIII.

•·1eo... but.omo ] V. 4. 10, 4.


2. Bumclia ] �?:J!!-?Ài,;,:; (�o;.,!'-�Ài2 St. f:chn.} Vedi 3, 11, 3.
a. Papiro ] 1tir.:.iro; ' Cypel"US Ptipirus L. (Fr.) (Cipenl8 (tnti­
qum·um.). PI_. 1:1 1 1 1 , 22. Papyrnm nnscitu1· in prùust,·i­
bus Aeggpti aut quiescentibus Nili aquis, ul:tr eM,{latae
stagnane, duo cubiea w.m excedente altitudine gurgitum,
b,·achiali radici, obliqua.e crassitudine, t,·iangulis lateri6w,
decem non ampliu.s cub,torum longitudine in gracilitatem.
(astigialum, thyrsi modtJ cacume,i includens, semine nullo,
aut wu eius alio, qu.am {f,<>f'is ad deo.t coronandos.
Lo. radice lunga oltre dieci cubiti .•... i fusti ..... quat�ro cu­
biti ] Schn. e ,v. citano Bartel (Rtisc nach Si ·ilien mui
Calabri.en, 3, 857, 8G2), <love quest.o autore avverte che l1t
lunghezza dcJla radice r st.Rt:.R. atlribnita. al culmo, e vi-
438 I.IRRO QUARTO .

ccversa. - La radice sta sopra. terra ] Salmasio invece


di 0-::i r , sopra, proponeva si leggesse 01tò, sotto.
4. Si adoprano le radici ] PI. I. c. : RadicibuB incola6 pro li­
gno utuntur, nec igniB tantum gratia, sed ad alia quoque
utensilia vascn-um. E:c ipso quidem papyro navigia tea:unt
et e libro vela tegetesque, nec non et vestem etiam stragulam
ac funes. /lfandunt quoque �um deooctumque, suc..cum
tantum devorantes.
Con la intcrn.a sostan:r.n del fuijto ] lx T'Jlç pl�Àou, La p(�Àoç è
I' interna sostanza o pPrcnchima del fusto o papiro, sper
glinta dcJla sua scorza ; e però non corrisponde punto al
libe1· che � la pellicola tra la scorza e il legno. LB. con­
fusione della voce �/�Ào, con W,er è stata la cagione del-
1' errore per cui si è creduto che la carta t�1�Mo�). fosse
fatta coH' interna corteccia dello. piante, cioè col libe'I'.
Nasce pure in Siria..... nella quale e' è il calamo odorato )
x.il:i.1-'-oi; E•iu',671ç 1 Acorua Calamw L. (Spr.). Pl. J. c. : Na­
scitur et in Syria, circa quem odoratua ille c,alamus lacum :
neque alii,s U8'U8 eat quam imù funi.bus rez Anti'ganus· in
ru:u:alibus rebu6, nondum ,parto communicato.
5. Sari J •�f' , Oypenu fas!if!i.atus Rottb. (Spr.) Cyperos como­
BUB Sibl. (Fr.). PI. 13, 23, 45: Fruticosi est generis et sari,
circa Ni1um ruiscen8 duorum ferme cubitorum nltitudine,
1

pollicari C'l'aasitudfoe, coma papyri, Bimilique mandilur


modo, radice ferTariia officinh praecipua, carboni.s mu,
propter duritiem.
6. Mni.lsio ] l'-viGt?v. Lo Schn. lo credette da prima tutta una
cosa con la malinatalla § 1 2 ; ma poi ne dubitò. PI. non
ne fa menzione.
Un' altra pianta nasce nelle paludi ] Pi.stia Btrotwtes L. ?
(Spr.). Cf. Dioscoridc 4, 104 e segg.
CAPITOLO Vili, 439

7. l'ava (egiziana) ] xs•!"'<, Nelumhium •pecioBUm Wllld. (Spr.


Fr.). PI. 18, 12, 30: NaBCitwr in Aegyplo spinoa-0 caul<,:
qua de cawa crocodili oculi• Umenu• refugtum. l,<mgitruw
scapo quatuor cubilorum ..t, ampliuima cra..-itudo (digi­
ta.li•) : nec genicula habet molli calamo : simile caput pa­
paveri, colore rOBeo: in eo falxu non aupra. trice1uJ.8 : folia
ampla : frv.ctu. ipse amanu et odore : sed radix perquam
lauta incolaru.m ci"bis, cruda et omniflo decocta, arundinum
radicibu.8 Bimilù.
Fra le capsule J TWY xl>Cip.,a,Y. Spr. vorrrebbe leggere ,u,,ò(wy ;
ma col nome di fava si può Intendere cosl il seme come
l' intiera. pianta. - li piccolo germe ] Lo Scaligero p�
pose 1,1.uo:pcS'"Y invece di nuc.pOv UMV. Ald. Lo Spr. pone
(kleine) bittere.
� . Loto ] l.w«><, N!fTT'pluua LctUB L. (Spr. Fr.). PI. 13, 17, 32 :
Recedentibus aquis Nili riguiB provenit, similis fabae, caule
foliiBqy.e densa congerie atipatia, brevioribu.B tantu.m graci­
lioribusque..... Mirum ut, quod prcuter haec traditur : aole
occidente papavero ea camprimi et integi folw, : ad ortum
autem aperiri, donu maturescant, fl,osque, qui est candidw,
decidat.
10. Come un grosso capo di papavero ] fiÀ(N.oY lL"lxwvoç. PI. I.
c. : . Oui fructus in capite papaveri similiB inciJJuris omnj..
que alio modo : intua grana ceu milium. Incolae capii.a in
acervi.a pu,trefaciunt, mo;:r; aeparant lavando, et siccata tra­
dunt, eoque paiie utuntur.
Sul vespero ] rijç ò-.J,lciç, congettura del W. invece di -n1i;
Wpciç UMV P' Ald., fondata anche su PI. 13, 181 32 : In
Euphrate tTadunt, et caput ip,um et ftorem vespera mergi
usque in mediaa noci.es.
11. Corsion ] "F""' · PI. I. c. ; Radicem lo!us ,.,,.., hobet mali
440 LIBRO Q UARTO

cotonei magnitudine, opertam nfgro cortice, quali, et caata­


neas t.egi.t. Interius candidu.m rorpU8, gratu-n cihia, aed
crudo fl"<JUUB decoctum aive aqua Biue pruna : nec aUunde
magia quam 11urgamentis ei1U ,uu crasaeseu.nt.
12, Malinatnlla J f>À<»�illa, <Jyper.,,. e,culentu, L. (Spr. Fr. I,
Plinio 21, 15, 52 : Anthalium lo1JgiU11 a fiumine na.scitw,,
mespili. magnitudine et rotunditate, Bi'M nucleo, sine cor­
tic.e, folio cyperi. Mandunt igni paratum.
13. Negli stagni e nelle pah1d( ce n'è una specie di qualità
eccellente ) Nota lo Spr. che presentemente sulle rive del
Nilo e sogli stagni crescono Panicum appressum Le.m.
(geminatum Forsk.) e Panicu.m groasariu.m L., ottimi t'o­
raggi per i bovini.
14, Un' altra erba nMcc da aè tra il grano ] C!orchoru.s ae­
stuans L. (Spr. ).

CAPITOLO IX.
Tribolo ] Tpl�oÀo; ; è la cute.gna di pe.dule, Tra.pa 1tatam L.
(Spr.). Pl, 21, 16, 58: Tribu!us non ni.oi in palustribus
'llascitur, dira res alibi, iu:vta Ni.lu:m, et Strymonem amnes
e.xcipitur in dbis, inclinatwi in vadum, folio ad effigiem
ulmi, pe,J,ù,uw lungo.

CAPITOLO X.
Lemma J Àif� (Dalecamp. ffut. Pl. I, p. 1014, vuole si legga
Àif'I"'), Marsika quadrifoUa I,, ? (Spr. ).
2. Eleagno ] lhixr•••, Bali" viminali.B L.? (Spr.). Salix fm­
gfli.o Vili. (l,'r.).
3. Sida J ai'�. Nympltaea alba L. (Spr. Fr.).
4. Butomo J �·""f''' Bu!omus umbeUatus L. (Spr. �'r.). Lo
CAPITOLO X. 441

Spr. non SA. determinare che cosA. sia. la femminA. del bu­
tomo. - Pleo ] 9Àsll',;, Saccharum cylindricum Lmrk (Fr.).
- Icma ) lx./-'�, Umna minor L.? tFr.). - Menanto 1-'�vxv­
'!roi;, Villarsia nymphoidea Vcnt. (Spr.). - lpno 1 h·11ov,
HippwriB vu/g3ris L . ? (Spr).
5. Tifn ] T"Jr,i . Secondo lo Spr., non ai può definire con cer­
tez�a se questa. sia la Typha angustifolic.i L. o la T. la­
ti/olia L. - La radice del cipero ) Oyperu.s comosf/.8 Sibth.
(Spr.).
6. Cea.nono ] ix.xv8:r. x.dvwvo� (i<sivc.1:J'o; Ald. Schu.), Acanth1U
spiwmu L. ? (Fr.).

CAPITOLO XI.
Canna ] Canna auletica, x:il�/J--0'- '%.ÙÌ.:IJT&x&i;, Arundo Dona:x L.
(Spr.�. Saccharum Ravenna.e. Murr. (E'r.). Oan1eia, x.cr,Fa.­
xlcti; da ;,_ip«';, palo, per la sua robustezza, Phragmite.s com­
muniB L. Flaaibile, -n:Mx.1fLGt;, &rccharum cylindricum. L.
(Spr . .fr.). Plinio dovette leggere nÀb>t{!l:v invece di -n:ÀO·
x1!'-o·,1 16, 3li, 66 : De Orchomenii ùzcus arundinetia accrt­
ratius dici cogit admiratio antiqua. Oharaciam vocabant
C1'a&aiorem ftrmioremqu..e, plotian vero 1ubtilio1•em : hanc in
inBUli.s '(luitantibu.s natam, illam in ripi.s ex8patianti8 lacua.
Te,·tia n:rundo est tihirlli-8 calami, quem auleticon dicebant :
nono hi.c anno 1UUc.ebatu1·: nam et lacu.s inct·ementa hoc
temporiJJ spatio aervabat, prodigWsus, Bi 'fl�ndo amplil,ucli­
nem biennio ea:!tendisset : quod notatum apu.d Chaeroneam
infausto Athenien.sium praelio et apud Lebadiam aaepe no-­
tatu1· inff,uent,e Cephiao.
<.:omiti ) l'.W:i,v:iii;. V Etymol. 'lnllgn. definisce xW1L'J; : &iaµ.'Jj
7.&pTGU ; il che corrisponde in qualche modo aJle radici in­
trecciate delle canne.
442 LIBRO QUARTO

3. Battaglia di Cheronea ] nella quale gli Ateniesi e i Tebani


furono battuti da. Filippo il 7 agosto 33B a. C. Teofrasto
era nell' et.A di 33 anni.
Zeugite bombicia. ] PI. I. c. : Cum ;g;tu, anno permanB'it
inundatio, proficiunt in aucupaturiam quoque altitudinem:
vocabantwr zeugitae : contra bombyciae, matu1-im reciproco,
graci(,s.
4. Pare al tutto femmina ] PI. I. c. : Contra bombyciall, ma­
turius reciproco, graciU!s, feminarum lati.ore folio atque
candidiore, modica 'lanugt,J.e aut omnino nulla, spadr.mum
nomine insignibuB.
Antigenidc ] tebano che viveva ai tempi di Epaminonda e
anche prima. Egli introdusse il genere cromatico nel suono
del flauto, dove prima di lui si usava il diatonico, assai
più semplice. PI. I. c.: Caedi ,olebant t8mpeBtive UBque ad
Antigenidem tibici�, cum adhuc simpli.ce musica uteren­
ttw, sub Arcturo : sic praeparatae aliquot post annos uti1u
esse incipiebant.
Boedromione ] Agosto.
Per l' emissione dei suoni chiari ] 1tp�ç T�v Òt:('t'Oplcz:',I, Schn.
scrive: « Sttspicor, latere vocabulum e ò,i-rovoç formatum,
et genus musicae antiquissimnm ò,&..ovov intelligi, cui suc­
cessit iv2.pfLOvtov et zpwfL1'Tt>e.Ov > •
.5. Quando poi si pose più arte nel sanare ] 'ETCd ÒÈ EÌç -:+,v
r.Àia1v tJ.ZTi�71a�v, Pii.Dio I. c.: Postquam varietas acce.sBit et
cantus quoque lu.xuria, ccudi ante so"lstitia coeptae, et fieri
utiles in trimatu, apertwribuJJ earum Ugulis ad fi,ct,endo8
sonos, (JUa8 inde sunt et hodU.
Scirroforione, Ecatombeonc ] Qucst' ultimo cominciava col
solstizio d' estate, e segnava il principio dell' anno.
Regolatori ] cosi ho tradotto >e.a."Ta:ar.iia�-roc, strnmento che
CAPITOLO '.I.I. 443

serve ad allungare o scorciare I& parte vibrante della lfn­


go.ette.. Questo regolatore era inutile nella musica diatonica.
7. Le lingnotte ..... consuonano ] Plinio, L c. : Eam, qua.e ra­
dicem anteceaserat, laevae tibiae convenire : � cacumen,
dexterae,
B. Chitri ] x_llTro1� letteralmente, pento� : cosi si chiamavano
anche le sorgenti calde alle Tennopile. - Oxia Campe ]
•0;1t1'2. Hi,c.,.+., curvatura brusca o acuta.
10. :Materia compatta ] �uxv�, T"?I a2pxl : PI. I. c.: Plura autem
genera : alia ·spissior den.swrque genicul'ia brevibusque inter­
nodiiB : alia rari.or, maioribu.s, tenuiorque ipsa.
Siringhe J aup1yy{11v Schn. PI. I. c.: Oalamus t.'67'0 alim tatua
concavu.s, quetn ayringiam vocant, utiliBBimua ftstulis, quo­
niam nihil est ei cartilaginis at,qu.e carnia.
Poco meno cho tutte piene ] G'tl!L'ffÀ,jp'1jr; !L'xpo;;i. PI. 1. c. : Est
aliua cras8U»'e ligno et t.enui ffY1'amine : hunc totum fungosa
1·cplet medulla. Dioseoride chiama v,:aT&r; (I, 95) questa
specie di canna, con la quale ai fanno saette.
11. Donax ] 80,0;, Arundo don= L. (Spr. Fr. '. - Produce
molti germogli J Ào-/.J-LWÒiC"T:nov. PI. I. c. : Ji'rrdicosissim:us....
nonni.si in aquatici.B -natus.
Canna da frecce 1 "To';u�&r;. PI. l. e. : Suum genua BagiUarUJ
calamo, ut dkl:imu,, sed Cretico longiBBimUI infenwdiis, obstr
q,untique, quo Zibeat' ftecti, calefaef-0,
12. Canna..... laconica ] Arundo colorata Ait (Spr.). Sc,rghum
halepen,e Pers. (Fr. ), PI. I. c. : Dilfore:nJ;ias faeiunt et /olia
non multitudins, verum et colore : varia LaconicUI : et ab
ima pa-r� denBiora, qua?,es in totum circa Btagna gigni pu,­
tant, diBsimiles amniciB, longisque vestiti tunicis, spatioBiu.B
a nodo scancienu, compk:tu.
Tdo ] !:pUov, giunco, ulva : sostituzione dello Schn. a �pUov,
a/gr,,
�44 LIBRO Ql'ARTO

13. lieti� ] ,IJ.,.C,,, Arundo are11aria L. (Spr.). Arundo Epi­


gews Ih (Fr.). PI. I. c. : &t et obliqua an'11do non in
ezcelsitatem. nascena, aed iu.a:tc, te1Tam frutieis modo se spa1'­
gens, suavi.ssima in teneritate animalibru. Vocalur a qui­
lnudam ekgia.
Canna indiane. ] i.,;nd;. LR cosi detta femmina : Bambu.sa
.Arundinac.ea Retz. (Spr.). Il maschio ò forse una. specie
di Nami� o di Calamm. PI. 16, 36, 65 : A,-undini quidem
Indicae arborea amplitzulo, qualem vulgo in templis vide­
mus. Dilfen·e mares � feminas in his quoque ludi tradrmt•••
Circa Aces-inem amnen ma:eime nascuntm·.
Ogni canna è vivace ] Pl. 16. 35, 65 : ArunM omnia ex
una stirpe numerosa, atque etiam decisa feeundius resurgit.
Radiz natura viooz, geni.culata et ipsa.

CAPITOLO Xli.

Scheno ] rrJ.t:irvo; d;U;, Iuncus (teutus L. o ScbptUJ mUC1·01uitttB


L. ? (Spr.). Iuncus ma1·itim1t1J Lmrk. {Fr.) : !L'hrxp ixv{ç,
Schoenus nigricans L. (Spr. 1"r.) : iMazol'vo;, Scirpus llo­
loschoenus L. ? (Spr. Fr.). PI. 21, 18. 69. Tr,.'a genera eit<B
acuti, sterilis, quem ma1·em et o:cyn Graeci vocant : reliqua
foeminini, ferenUJJ semen nigrum, quem melancmnim vo­
cant : crassitn· hic et f1·uticosio,· rnngisque etinmnum. tertiu.s,
qui vocatur 1uiloschoenus.
2. Lo scheno acuto e l' oloscheno provengono dn. un medesimo
,�espo ] Opinione di quei tempi, ma non conforme all e
leggi della natura.
Come delle uova ] b1i. Dnl cc. congetturò òì., sorbe.
Aet.erisco ] iicrT,ptll'lt&;. Questo nome non è più. ripetuto. Jfe,-b<,
ingufnnlÙJ G.
CAPITOLO III. 445
\
3. 11 èapo ] xati1À71. La maggior parte degl'interpetri, compreso
lo Spr., intendono la radice bulbosa ; lo Schn.. al con­
trario, JA. parte superiore deJla pianta, e si vale dell' au­
toritA di Plinio (1. c.) che scrisse : Cacumine in terram
defi:co. Osserva nnche lo Schn. che le radici verdi non
potrebbero essere sotterranee.

CAPITOLO X.lii.
2. Oleastro in Olimpia ] PI. 16, 44, S9 : Alhenia quoqru ol,a dVr
rare traditur in certamine edita a Alinerva,... nec non palma
Deli ab eiUJJdem dei, aetate conspicitur. OlympUU oùaster,
ex quo prim�m He,'CUles coronatu.s est, èt nunc cu.stoditur
religio,e. - Tumulo d'Ilo ] PI. 16, 44, BB : Iu:eta urbem..•
qu.ercua in Ili tumulo tu.ne satae d'jcuntur, cum coepit llium
vo,nri, etc. - Hanno vita brcYc ] PI. lG. 44, 90: BreviJJ­
sima 1,ita est puni�, fico, malia, et 1.x his pnwcoci"bu.s bre­
vior quam aerotiniB, dulcibus quam acutis, et dulci.cri in
punici.& : i'tem in. vitibua JJr�cipueque fertilionbm... . . Vi­
dentu1· et aqu.aticae celerius inte1·ire. Benescunt quidem ve­
loci.te,·, secl et radicibu.s repullu.lant lawrus et mali et punicae.
Firm1�$ima'3 e1·go ad vivendum oleae, ut guaa durare anni.B
CC int.e1· auctcn·es convenit.

CAPITOLO X.IV.
Lo piaote salvatiche ] PI. 17, 24, 37 : Et silvestrium quicùm
(morboBJ pe,-nieiosoa negant tBBe, v�riqu.e tantum grandine
in gP,rminatione aut '{l,ore. Aduri quoque fervore aut flatv.
frigidiore pr<UJpostao die ; quoniam su.o frigora atiam. pro­
,unt. Cf. Ca=. pi. 5, 9.
2. lnverminare. assidemzione. caoerena } a.iwÀ11xo';jcr�:u 1 iiaTpo-
446 LJBRO QUARTO

�oÀ.ElO":liu, a,-�x,).lal-'Oi;. Pl. I. c.: Comm.unes vermicu,latio est,


s"ideratio ac do"l-Oru rnembrorum, unde partium debilit:as.
L' assiderazione è detta. da :ia.pov, ossia dft. Siria o Ca.ne,
che produce calori eccessivi, dannosi alle piante. Plinio
1. c. : Proprium•.• siderationi.B est sub 01'ttt CanU, siccitatum
vapor, quum insitae ae novellae arbores moriuntur, prati­
eipue ftcw et vita. - Succhi acri e latticinosi ] òpi}'-6" 111.cd
òrrl!J671, Plinio, l. c. lesse ,UC:.ò)J ; Vermiculantur magia mi.
nusve quaedam, om'TlU tamen fere ..... Afaa:ime autem arbo­
rum MC sentiumt piri, mali, /lei: mimu qua.e amara.e sunt
et odoratae,
3. Chiodo che aJcuni chiamano fungo, altri patella. ] ti>.or. , i,i.u­
X"l)l; 1 Ào,di;. Pl. I. c. : Olea � vermu:ulat'ionem, quam
cuque ac ficua sentit, clavum eti.am patitur sive fu.ngum
pùzcet dici ve! pateUam, l1,:w, ut soli., ezustio. Queste ul­
time parole corrispondono a : oTo" �).01 c:r.ù-rW., Ald. Schn. o
fillou Hu�� Sca.l. Il W. le omette nella versione. Lo Spr.
traduce : D i e s e i n d g l e i c h s a m n a p f f O r m i g a
N A g e l a n d e o B .11. u m e n .
Scabbia ] ,j,o\1•, I,e/Jbra lichenosa (Re, Sulle malattie delle
piante p. 84). I11inio I. c. : Scahia communia omnium est.
Impetigo et qine adnasei soleni C1JCh leae peculiaria fk,oru,m
vitia, nec uhique.. Sunt enim quaedam ae.gritudinu e:t lo·
rorum.
Enia. ] 'A1vsl4, cittA dei Pcrrebi nell' Epiro lSpr.).
4. Crado ] xpi!".
Il caprifico ] PI. 1. c. : Capriflcu, omnibus imm.unis est, qU&
adhuc di:cimua.
5. La. scabbia e' ingenera ] PI. l. c. : Scahies gignitur rorlhus
lenti8 post Vergilias. Nam si rario,·es fuere, perfundunt
d'l'borem, non Bcalpunt Bcabie. Et grossi cadunt, si vel i,n..
CAPITOLO 'S.tV. 447

bres nimii fueru.nt. In questo luogo vi sono molte mende ..


Dopo le Pleiadi, o le Vergilio, s' intende dopo la prima­
vera. - I vermi del Hco ] PI. I. c. : Eorum, qui in fkiJJ
e:cistunt, aUi n'18cUntu.r e:x ipsis, alios parit qui VO<'..atu.r
cerasteB : omnu t!lmim ùi cerastem ftgurantur, sonumque
edu.nt partruli stridori.a. 'O x...pi1rn1i; : Melolontha maiali.a,
o Lucanu, C<1"IJU8 (Spr.).
Lopade. ) Àoni�, À?nlv Schn. Qu.em affectu.m lopmfu i,ocant,
W. Sopra al § 3 il chiodo o il t"u.ngo dell'ulivo è chiamato
anche >.or.ii;, patella. Qui una malattia del fico, prodotta
dalle piogge dirotte, è indicata con lo stesso nome. Ao'l,iç.
o Àon,v è Io st.acc.arsi la corteccia dal corpo del la radic8
(gl·bbere), qoa.ndo le parti vicine alla radice imputridiscono
(@;'1,tf 1n8JJ. Qaesto luogo è conforme a. quaiito si legge
nelle Cause 5, 9, 9 : T"� &! a1.1x.� ul v5a,.,:..r.i Tt a:.i:,,.�:z:tve, r.,pl
Tii; p{l;�i;, a: KllÀOÙ(rt Ào'l,Jv· -:-o"&ro a 'oTov "'iata(ç ·t!i; lnt tii:iv �·­
tmv x111 jTiiiv) �nr.p�v hd.wa, O,i T�v 1toÀ.li��f:u.
O. La. vite ..... soffre per soverchio rigoglio 1 TP�r, : va in ri­
goglio e porta BC&l'Bi frutti. PI. 1. c. : Vitibus prneter ver­
m"iculationem et aiderat-io� m morbua peculiaris articu'latw
tribus de cau.sia: una ui temputatum germinibua ablati,:
altera, ut no1.avit Theophrastus. in aupinum excis'U: terl:ia
cuU�rae impe1·itia laaia. Omnea enim earum iniurUle in
articuli.s sentiuntur. Alcuni invece di articulatio voJlero
leggere hif'CUlatio i ma la. parola articu.latio è confermata
dall'in articulia dell' ultimo periodo.
Col taglio rivolto ali' insù J Ciò è dichiarato da Columella 4,
24, 15 : Ne ruupina caelu.m ,ed prona potlus plaga t.erram
spect,et : ne enim et gelir.uliia ipsa se p,ootegit e� ab B-Ol.e obum­
bMtur. - Caduta. ) �ui,; U. Defiuvium Schn. ; �,:,ii; Ald.
Edd, Romtw G. - Per qnesta malattia ] PI. I. c. : Sitk-
448 I.IDRO QUARTO

rationiB genw est in hl.! deftorescentibus roratio, aut cum


acini, priu,quam crescant, decoquuntur in callum. - Of­
fese dal freddo... . solfrono pel troppo caldo ] PI. l. c. :
Aeg·rotant et cu.m alse1·e, laesis u1"edine attonsarum oculis :
et calore hoc evenit intempestivo, quoniani· omnia modo con­
stant certoque t,emperam.ento.
7. Più debole...•. è il melo ] PI. I . c. : Infl,mi.uima vero ma­
lua maximeque quae dulcia est. Quibusdam debilitai steri­
litatem non necem atfert, ut ,i qui.a pioo cacumen auferat
vel palmae : sterilucuni enim, nec moriuntur.
"t-. Certe mutilazioni ] PI. I. c. Vedi sopra. - Ammalano pure ]
Pl. l. c. : A.egrotant aliquando et poma ipsa per M sin.e
arbore, .si neceBSariis temporibus imbrea aut Uporu vel
affl!itua defuere a1�t contra abundaV8're. Decid:unt enim au.t
def.erio1·es ftunt. - È cosa dannosiSBima ) PI. 1. c. : Pu­
simum est inter omnia, cum defi,orueentem. vitem et oleam
pe1-cusait imbe,·, quoniam Bimul deftuit fructru.
-S. Bruchi ] PI. 1. c. : Sunt ex eadem causa nascente, et m-ucae,
dirum animal, eroduntque frondem, aliae fiorem.
10. Ragno ] &.piz.,,,ov. Q11esto ragnatclo, secondo Spr., può es­
inre quello prodotto d;t.11'Ar..arus tdarius. PI. I. e : Est
etiamnum peculiare olivis et 1'itibus, arnneum -rocant, cum
tJeluti telae inoolvunt /ructv.m el absumv.nt. - Abbrucia ]
PI. 1. c. : Adurv.n( et /f,atus qiiidam eas maa.:ime, sed st
alios {ructus. Venniculationem et poma ip,a per se qui­
busdam annis sentiunt, mala, pira, mespila, punica. - Il
verme dell' uliva ] Oscinia oleae 11'abr. (Spr.\
Al sorgere di Arturo ] i-:.' &.px't'oÙpt:•, congettura ]o Scha.,
fondandosi in CaU88 . pl. 5, 10, 1 : (11r' &.px�O'Jpt,1 U. ; &.,e '
· �,F;c.To-�1:o:.i Ald. PI. I. c.: Gigni illos (i vermi) prohtbent pZu,­
viae quae flunt post Ai·cturom,
CAPITOLO XIV. 419

}l�òrmiche ] K\lìmç Culicu G. PI. I. c. : Sunt et culicum ge­


,u,ra. Vedi 2, 8, 3;
11. Vento freddo chiamato Olimpie. ] Vcuto di Nord-OYest. Teof'.
De venti& 62, scrive che il vento Argeate, alcuni lo chia­
mano Olimpia, altri Scirone : i sieiliA.ni poi Derci1t PJ. I. c.:
Quaedam temporum causae aut locorum non propn·e dicu.n­
tur morbi, quoniam prot.inus necant, sicut tabes cum (nvasit
arbtJrem aut uredo vel ff,atus alicuius regiOnis propn·us, ut
est in Apulia Atabulus, in Euboea Olympias. Hic enim si
fta1Jil circa brumam, f'ri'gore et.curlt arefaciens,, ut nullis
postea solibus recreari possint.
Quaranta anni fil ] Vedi nota cronolo1,'lca a p. XIII della
Prefazione.
i 2. Questi danni patiscono ) PI. I. c. : Jfoc genere convalla et
ap-posita fiumin,·bu, laborant, praecipueque vitis,, olea,, ficus.
13. Nel Ponto. pr<!i.so PA.nticnpeo ] r ·J. 1. c. : Aliae in septem­
trionalibus, ut Ponto, Phrygia , fn"gore aut gelu laborant,
si post brumam continua'!iSTe XL diebm. Et ibi autem et
in reliquis partibus,, si protinua editis {'ructibus gelati'o ma­
.
gna consecu.ta est, �tiam pauci.8 dielJus necat, - S� ha la
brina ] o! µ.lv 1l"iyot ; gelu G. PI. 1. c. tradusse pruina :
Pruinae perniciosior natura, quoniam lapsa penidet gelat­
que, ac ne aura quidem ulla depellitur, quia non fi.t nisi
,·mnwto aere et sereno.

CAPITOLO XV.
Danno comune a tutti �li nlb(';ri ) PJ. 17 1 24, 37 : Cortioa in
orbem detracto necantur, ea:cepto suhere,, quod sic etiam
iurotur : cr(lssescens enim praesiringit et strangulat. Nec
andraehne offenditur, si non simul incidatu.r et corpus.
Alioquin et cerasu.s el eilia et -oitis corticem mittune, sed
2�
400 LIBRO QUARTO

non ,,;talem nec prrxeim:im corpori, i,erum eum, qui sul,.


nascente alio e:xpellitur.
2. La corteccia si screpola ) PI. I. c. : Quarrmdam 11atura ri­
ffl08'UB c<wte:x, ut platani.e. Tiliae ,·erurscitur pauù, minUB
quam totu.,.
L' olmo e li\ palma 1 t7i.., OJ Hl 1CT!Ài:iv ul ,.olvtx.x (r6vu1.x) : pa­
role che si leggono soltanto nel codice di Urbino.
Un cataplasma di melma ] PI. I. c. : Ergo his, quarum ci­
catricem tnzhit, medentu.,· luw fimoque : et al/quando p,o­
sunt, si non vehemenUor frigorum aut calorum ui.B 86-
cuta Bit.
Eraclea. Trachini& ] CittA nella Locride fe.bbricat.a dagJi Spar­
tani a preghiera dei Tracllinii. 426 anni a. C. Quando si
dice che Ercole ha fabbricato la città, s' intende di Tra­
cbinio. che dieta sei et.Rdi da Eraclea.
3. Se ei toglie la scorza quando abbondano di succhi ] On 1C.1tl
Ào1eWat. Pl. 1. c. : Quaedam tanÙus ita mariuntu.1·, ut ro­
bora et quercus · t·efert et tempu.s anni : abieti enim et pi,w
si qui, detra:csrit, sole taurum vel gemintJI lrcznaeunle, cum
germinant, statim moriunlur. - 'l't1rgelione lMo.ggio) ;
8cirro!brione (Giugno). mense J,'ebruarW vel Ma1·tio. G.
Resistono meglio..... la quercia e l' elce ] PI. I. c. : Quae­
dam tardiw ita moriu.ntur.... Eamdem iniuriam hUme pas­
BM diutiua tol.e1-ant. Similiter t"l.ea; et robwr et quercua. Qua.e
lii angUBta decorticatio fuit, nihil nocetur trupra dictis.
4. I più deboli ] PI. I. c. : Infirmiores quidem et in solo gra­
cili vel ab una tantum pa'l'te detractw interimit.

CAPITOLO XVI.
Dannoso ] Lo Spr. aggiunge la parola v e r d e r b I i e b , dan-
1WS0, per render chinro il periodo� PI. 1. c. : Bimilem et
CAPll'Ol.0 XVI. 451

decacuminatio ratiotiem habet eupressi, piceae, cedri : 1uu


�nim dactracto caeumiae aut iqnibus aduatae intereunt.
Molti muoiono se si fende loro il tronco ) PJ. l. c. : Inte­
reunt ple,·aque et fissa stfrpe, exceptis vite, fico, punica.
Ouaedam vel ab ulcere tantum. Ficus hanc inturiam sper­
-nit, et oumia ,,uae resinam gi'gnv.nt.
2. Alcuui tollera.no la scure ] PI. 16, 32, 57 : Menurratu1· hoc
idem factum et in Philippis, salice procidua atque detrun­
cata : et Stagiris in Museo populo alba : omnia fausti omi­
nis. Seri ma;,:ims mfrum Ant!1nd1·i platanus etiam circum­
dolatis lateribus restibilis sponte facto vitaeque reddita,
lorigituditie quindecim cubitorum, crassitudine quatuor ul­
narum.
5. Periscono tutti quando son tngliate loro le radici ] PI. 17,
24, 37 : Radicibus ampulalis mori minime mirum. est : ple-
1·aeque tamen non omnibus sed maa;imis aut quae sunt in­
ter illas vitales absci:Jsis moriuntur.
Olio ] Pl. I. c.: Qua.e iniuria hominum con.atant, secundas
habent caUBas. Pix, oleum, adeps inimica praulpu.e noveltis.
Certe piante si nocciono tra lorn 1 PI. 1. c. : Nrrant fm:ic,m
inter se&o umbra vel den,itate atque alimenti rapina. Necae
et ede1·a vinciens : nec viscum prodese : et cgti;,us necatur
eo quod halimum vocant Graeci.
Alimo ] ilÀt!J-0", At,ipkx Ilallm,1t� L. (Spr. i.�r.). PI. 22, �2,
33 : Halimon alii olus marinum esso dixere salsum, et inde
nomen.
6. Succhi e odori ) Pl. 17, 24, 37 : Quorundam natu1·a non necat
quidem, sed laedit odore aut succi mi:ttura, u t raphanus
et laurus uitem : olfatri:x enim i'nteUigitur, et tangi odore
mirum in modu.m : ideo cum iu:cta slt, averti et recedere,
sapqrem,que inimicum fu.ge,re. Rinc sumslt An<frocydes me-
452 LIBRO QUARTO

dicinam contro ebrietata, raphanua ut mandatur praeci­


piens. Plinio pone qui raphanw invece di bt'<U8ica.
Androcide ] Di Androcide, medico al tempo di Alessandro


e che si erede essere tJ medesimo nominato da TeofrllSto,
cosi scrive PJ. 14, 5, 7 : Androcydes 11api�ntia clarus cuì
Àle:randrum magnum scripsit, inumperantiam eiwJ cohi­
bens, Vinu.m potaturua, Rex, 'TTl.e1Mnl.o, t,e bibere sanguinem.
LIBRO QUINTO

CAPITOLO I.
Si addòmanda scorzarsi ] x.zÀotiai Àor.,Y, PI. 16, 39, 74 : C'aedi
tempuUvum quae ilecorticentur, ut tereta ad tempia we-
1'CIIJ.1U UBUB rotundi, cum germinant, alia, corlice ine:J!trie.a­
biliJ et carie subnascente ei, materiaque nigrescents. Tigna
et quUnu aufert securis oortkem a bruma ad Favonium,
aut, ,i praevenire oogamur, Arcturi occasu et ante eum Fi­
dicu.lae: novùnrima ratione aol.atitio.
2. I vermi ] Cotesti vermi sono specialmente la larva del
Bostrychus typographw che attacca la corteccia delle co­
nifere, e quella dell'Anobium tasellatum che rode il vec­
chio legname. I faggi salvatici sono danneggiati dalla larva.
doli& Buprestu viridis.
Tagliato e. tempo debito ] PJ. J. c. : Vulgo satis putant ob­
seruare, ne qua dolan.da arbos sternatur ante editos suos
fru.ctus. Robur vere caesum teredinem sentit, bruma atdem
nequ.e vlliatur neque pandatur, alias obnoxium, etiam ut
WNJIJJ!a! sese flndm,que : quod in suber• tempesUve quoque
caeso evenit. Dove Plinio chiama eugbero l' il.{,i).o,0t;, la
Quercus l'leudo - Su!Jer Desr: ( Spr. ).
4. Troppo giovani o lnvocchlati ] PI. l. c. : Ne.e novella.e autem.
ad materiem nec vetere.s utilissi:mae.
6. Abete ] 0.11.TlJ, Pi.nua picea (Spr.) ; picea, nt'.JK�, Pinm ma­
ritima (Spr .).
454 LIBRO QUINTO

6. Cola un umore ds. questi due alberi ] PI. 16, 39, 76 : Larici.
et ·magiJJ abieti rucci.siB, humor diu <kfiuit.
7. Se non si levassero in uguRl modo gli strati ] ,i.ocnO"l'CWa1...
congettura del W. : nd. niat\l UMV. ud. r.ivTll Ald. Edd.
- Il tronco dell' abete è lnnghissimo ] Plinio, 1. c.: Hae
omnium arb&rum altissirruu ac rectùnrimae ; navium malia
antennuque propt,,r levitaù"' JJNUferlur abiu.
9. (L' abete) � quadriHdo o bifido ] Pare che quadriHdo o bi­
fido debba riferirsi all' abete. Spr. traduce: e D i e e i n e
A r t (dell' abete) l i e f e r t Il o l z , w o l c h e e s i c b
v i e r f a c h s p a. l t e t , d i o a n d e r c z w e i s p a l ­
t i g e s • • l 'linio, I . c . : Comm-umia hill pinoque, ut qua­
dripartito, ven<irum cu.rsu.s biftdosque habeant vel omnino
ai"mpli.ces. Ad fabrorum intaana opera medulla sectilis :
optima quadriparUtia materiu et mollior quam cet.erae.
Raggi ] xniS&vzç : vennrum cur8U8, G. che segue PJinio. Pe­
ctina Schn. W. e K i m m e • Spr. Lo scoliaste di Omero
(Il. 21, 169', definisco x-r11�dveç: cd -ypC1r,,.1J,:in'10uç •Wv �IJ>.wv
8t�l'Uau; (intervalli). Lo Spreogel dopo questa citazione
aggiunge : a H i e r a u s e r g i c b t s i c h , d a s s d a ­
r u n t e r d i e S p i cgelfa s e r n o d e r S t r a h l e n ­
F 1i n g e v o n d e r R i u d e z u m M i t t e l p u n k t ,
d i e M a. s c b e n d e r Wc r k l e u t o , v e r a t a n d e n
werden. •
In direzione opposte. ] lnv-r{:i" l"J_oua•:u "�" 9\laL.,. Natwrae con­
trarine Sebo. W. • c i n a n d e r c n t g e g e n g e s o t z
a i n d . • Spr.
11. A prima vista ai conosce la natnra dell'albero ] PI. I. c. :
IntelkctUB in cortice protinUfl periti.a.
12. Il legname che proviene da.i luoghi umidi � Plinio, I. c. :
Et in ips;a autem arbm·ibuB robustiorea aquiloniLu parte, :
CAPITOLO L

et in totum deteriore• ez humidia opadBque, tlpi88W'l'U et1J


aprici.a ac diuturna.e.

CAPITOLO Il.
Tyio ] �u1'ov, 't'Vfov P', AJd. Pare che col nome !J:..1'oy si debba
intendere una qualità robusta dt legno, non soggetta a
marcire. - Enianico ] a.lv1:r.y1x.l1v, Cosl correBBe il Palmer,
da Plinio, 1. c. : Deùmor AeMatica et Arcadica.
3. Spire ) a1tt't'pa.. PI. I. c. : Pu.blicum omnium 'flitium vocant
spiras, ubi convolvere se venae atque nodi. Inveni'untu:r in
quibusdam B'ic1d in marmore centra (xiv-rFa.J, id e.at dVA'itia
clavo sbnilia, inimt'ca serri,,
4. Megara J Questo luogo fu tradotto da Pllnio, I. c. : Et
quaedam forte _accidunt etc. Vedi più sotto: Megaria ot.c.
Il che avvenne sotto Demetrio ] Gli schi.niC'ri e gli altri og­
getti nominati, è da credere che fossero stati appesi al-
1' oleastro al tempo della contesa tra Atene e Megara per
il possesso di Salamina ; perchè la spedizione contro Me­
gara del 409 a. C., secondo che not& lo Sprengel 1 sarebbe
stata troppo recente per dar tempo al legno di crescer
t.a.nto de. rinchiudere le anni appese. Demetrio Polior­
cete Rseediò Mcgare. il 3()7 a. C.; me. poi, anzichè ditrug­
gerla, le restitul la sua autonomia, come atforma Diodoro
l20, 4G) : lx:r.0À1opx.f,a:zi;: cr.ÙT�Y li,ri&wxe: rliY <r.Ù-rovoiJi:r.v 't't\) ò'1l'fP,
Tuttavia, nota Jo Schneider, si può supporre che la sol­
datesca, anche contro il volere di Demetrio, abbia. dato il
sacco alla cittA.
Altri oggetti di nttico lavoro là dove erano stati appesi ]
ID' in:r. -T�ç iinut�i;: x.tp!,Lria-rl. Luogo corrotto. Gaza traduce:
In hoc enim. peraci88o repe'l'tae ocreae sunt et alia qua.e.
dam attici rittu, parte qua primum affixa fuere ad ramo-
456 LIBRO QOINTO

rum ambi.tum concavata. Plinio, 1. c. : Megaria diu stetit


o'leaster in foro, cui viri fortes atfixerant arma, qua.e cor­
tia ambiente aetas longa occuUaverat : fuUque arbor ul.a
f<Jt,alis ezcidio urbi.s, prcwmonit,ae oraculo, r,um arbor arma
peperillset ; quod aueciaae accidit, ocreis galeisque intus re-
perti,.

CAPITOLO III.
Il boeso]o e l' ebano ] PI. 16, 40, 76 : Spi.saUsima ex omni
materie et ideo graviBBi.ma iudiootur ebenus et bu:tus, gra­
ciks natura ; neutra in aqui.8 fiuitat, nec suber, Bi demal:u:,·
cortex. mc Zarix. Non si. sa donde Pl. abbia tolto questa
uotizia intorno al sughero ; in quanto al larice ha seguito
Vitruvio (2, 9). - Quercia..... nera J l'-'H,!puo., Pl. I. c.:
Ex · reliquia awci8sima lotos, quae Romae ita appeliatwr :
deinde robun· ea»lbwrnatum ,· et huic n'igric,ans coÙJr, ma­
gisque etiam cytiso, quae proxim.e accedere ebenum '17itùtwr,
quanquam non deaint, qui Syriaco.a f.erebinthos nigriorea af­
ftrment. - Citiso J Lo Schn. lo crede Gyti8us l.aburnum ;
lo Spr., Medù:ago arborea.
2. Terebinto••... in Siria ] V. 3, 15, 3 e 9, I, 2. - Vasi tcri­
clei ] Tericle era. un va.saio di Corinto vissuto a.i . t.empi
di Aristofane. Vasi tericlei furono chiamati anche quelli
fatti col legno del terebinto per la somiglianza con quei cli
terra cotta.. Essendo nero il legno del terebinto, si deduce
che i vasi di Tericle fossero di una terra nera, come
i buccheri degli Etruschi. Ateneo descrive queste coppe
tericlee, dicendole di ventre profondo e con due corte orec­
chiette. (Lib. II.). C' è chi crede che non da Terlcl�. ma
da1le figure di animali di cui erano ornate, sia derivato
questo nome. Plinio, l. c., cadendo gravemente in errore,
CAPITOLO IO. 457

scrive : C'el.ebratwr et Therida nomiM, calice8 e:e terebintho


aolitU,8 facere torno.
Albero 11ero con macchie rossastre ) Suppone lo Spr. che
(fossa. essere la &ooe.car'ia AgaUot:hn L., &:ya.ÀÀozov di Dio­
scoride. Sebbene quest' albero cresca nell' Indie. e nel
Ceylan e, come riferisce Dioscoride (1, 21), in Arabia,
pure da tali regioni pnò il legno essere stato trasportato
in Grecia da alcuni che ne abbian fatto anche la descri­
zione, o cosi esser stato conosciuto da TeofrRBto.
3, Quando s'hanno da trapano.re ] PI. I. c. : De cetero pkriaqué
eorum, sed utique robori, tanta duritia eat, ut terebr<lri nui
m.adefacium non queat, et ne aie quidem ndactus avelli cl.a­
trUB. E diverso clavum non tenet cedrus.
Il tiglio ] PI. I. c. : MoUUJBima taia, eadem videtur et caU­
diasima : arguvumtum al{erunt, qU,Od, citissime tUCias retun­
dat. C'alidae et �rus, launJ.B, edera, � omnes, e quibus
igniaria ftum.
4. Battifuoco ] 1tuptro:, igniaria G.
I più. freddi sono quelli che vivono nell' acqu& ] PJ. 16, 40,
77 : Frigidisai:ma quaecunque aqU.tJtica : lentissima autem
et WR,(J BCUtis faC'iendia aptialfima, quorum plaga Cbnl,rahit
88 protinua cl.auditqU6 auum vultnus, et ob id contumaciua
transmittit feN"um : in quo aunt !)enere flci, aali:c, tilia, be­
tulla, wmbucUB,Jpopul"" utraqU<l. Lewsimum ex his ficus
et saliz, ideoqu.6 utiUasimae.
5, I cardini delle porte si vtÌol farli di olmo J Fl. 1. c. : Ri­
gorem f'orliMime servat ulmua, ob id cardinibua craasamen­
tiBque portarum utiliBBima, quoniam minime torquetur :
permutanda tantum IW, ut cacumen ab inferUJ'l'e Bit car­
diM, radia: superior.
6, li legno della palma è lcggiero J PI. I. c. : l'alma est mo!-
LIBRO QOINTO

lis et suberi& materiea : spiuae et malus piruaque : nec non


acer, sed fragile, et quaecunque cri.apa. Questo luogo m&­
nifestameote vizioso fu nel seguent.e modo corretto dal
Bodco : Palmae et iro1Jeris materie• molli.9, sed frag,1Ù .,._
berla, Spissae malus pirusgu,, nec nqn acer et quaecunqu,,
cri.,pa.
7. Tio ..... tia ]""°', """·
Thuia articulata Vabl. (Spr.). PI,
13, 16, :io : Nola eliam HomP.rO full : thyon graece vocatur
ab alii.8 thya . • •• • The-OphraBtus•• •. magnum iam huic arbori
honorem tr;bu.it •. � •. Praecipuam autem esse· eam arborem
cit'ca Hammonia deluhrum : 1Jasci etiam inferiore Oyre:nat­
cae partt.

CAPITOLO IV.

Tutti gli alberi salvatici ] PI. ir., 40,. 77 : In omnibus silve


atf'f.a et mascula dilferenUas cuiu,que generis a1111ent : et in­
foecunda /lrmiora fm·tilibu.a, niBi quo in ge'M1'e "!'a1·es fenunt,
Bicut cupressus et co,-nu.s.
2. Tempio di Efeso ] PI. 16, 40, 79 : Maelme aeterna pv.tant
ebenum et cupressu� cedromque, claro da omnii>uB materiia
iudicio in templo Ephesiae Dianae,, •.• valva., uu e cupresao,
et iam quadringentis prope anrds durare materient omnem
novae simUem•••.. Oupresaus in e,rs electa, quoniam praeter
cetern. una in genere materb.le nitor ma.rime valeat cuternUB,
Mo..-o egizio ] a-..1Ki�1v'>;. PI. 1. c. : A pmedir.tUI morus Y,'0-
a;ime l.audatu.r, guae -vetuatate etiarn. nigreacif.
3. L'olmo esposto ali' aria ] PI. I. c. : Ulmus in perftatv. firma :
1·obur defossum, et in aquis quercut1 olnitta.,. , . Rol:rur ma­
rina aqua C<Yf'TU,m,pitur,
-1 . Anche il faggio ] xxì � d ;U"li, PI. 1. e.: Non improbatur et