Sei sulla pagina 1di 437

ALBERTO ANGELA

CLEOPATRA
LA REGINA CHE SFIDÒ ROMA E CONQUISTÒ
L’ETERNITÀ
© 2018 HarperCollins Italia S.p.A., Milano
© 2018 RAI COM S.p.A. Rai Libri, Via Umberto Novaro, 18 - 00195 Roma

eBook ISBN 978-88-5899-115-2

Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto,
trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun
altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini
e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge
applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così come
l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione
dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo
quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.

Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito,
rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto
dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella
in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere
imposte anche al fruitore successivo.
A Riccardo, Edoardo e Alessandro.
A tutti i ragazzi e le ragazze che hanno il futuro negli
occhi e tutte le nostre speranze nel cuore.
SOMMARIO

Introduzione

1
IL TRAMONTO DI UNA REPUBBLICA

15 marzo 44 a.C.
Roma all’alba
Il Colosseo non esisteva
La città si sta svegliando
Quest’uomo può cambiare la Storia
La toilette di Cleopatra
Una simpatica canaglia
Una festa romana
Il Nilo sul Tevere
Vacanze romane
Cesare e Cleopatra, entrambi sposati, ma amanti
Un uomo gioca con il pugnale
La “macchina del fango”
L’ultima cena di Cesare

2
LA MORTE DI CESARE

Casa di Bruto, alba del 15 marzo: perché Cesare deve essere ucciso oggi
Il luogo dove il mondo è cambiato per sempre
Casa di Cesare, alba del 15 marzo
Casa di Cassio, primo mattino
Isola Tiberina, ore 6.20
Casa di Cesare, ore 6.20 circa
Casa di Cesare, ore 7.00 circa: nuovi indovini
Curia di Pompeo, ore 7.00: arrivano i gladiatori
Casa di Cesare, ore 7.45: Cesare decide di non andare alla seduta del Senato
Curia di Pompeo, ore 8.00 circa: i congiurati arrivano e prendono posizione
Domus di Antonio, ore 8.00: Antonio riceve il messaggio di Cesare
Domus oltre il Tevere, ore 8.20: Cleopatra
Curia di Pompeo, ore 8.30: il nervosismo tra i congiurati
Ore 9.00 circa: Cesare non verrà
Casa di Cesare, ore 9.45: arriva Decimo
Casa di Marco Bruto, ore 10.00 circa
Casa di Cesare, ore 10.20: Cesare si prepara a uscire
Casa di Cesare, ore 10.25: uno schiavo vuole avvertire Cesare
Ore 10.30: Cesare si avvicina alla morte
Curia di Pompeo, ore 12.00 circa: arriva Giulio Cesare
Ore 12.15 circa: assassinio di Cesare

3
ROMA NEL CAOS

Un omicidio… tanti omicidi


La fuga di Antonio
Curia di Pompeo, ore 12.45: i congiurati escono
La notizia si diffonde nella città e raggiunge tutti i protagonisti
Ore 13.20: domus di Antonio
Horti Caesaris, ore 13.30: Cleopatra riceve la notizia
Ore 13.30: il ritorno a casa del corpo di Cesare
Ore 14.00-16.00 circa: Bruto cerca di convincere la folla
Ore 20.00: Antonio e Lepido valutano il da farsi
Ore 24.00: la prima notte senza Cesare
I nuovi dadi di Cesare
Il testamento di Cesare ignora Antonio e Cleopatra
La reazione di Cleopatra, e quella di Antonio
I funerali di Cesare e il discorso di Antonio
Un’eco che arriva fino a… Shakespeare

4
CLEOPATRA RITORNA AD ALESSANDRIA

Cleopatra incontra Antonio?


I due si sono già incontrati tanti anni prima?
Antonio, un militare con un perfetto “physique du rôle”
Cleopatra lascia Roma
Inizia il lungo viaggio di 2000 chilometri sul mare
L’ultimo lungo balzo verso casa
Cleopatra abortisce?
Una luce amica nella notte
Alessandria accoglie la sua regina
Una città uscita dall’Odissea di Omero
Il segreto di Alessandria
In giro per la città di Cleopatra
Cleopatra è tornata a casa

5
CLEOPATRA RICORDA CESARE

Il papà e la mamma di Cleopatra


L’infanzia
Il suo segno nella pietra
Cleopatra diventa un’abile regina
La fuga nel deserto
La testa tagliata di Pompeo
La bellezza e l’astuzia di Cleopatra
Il famoso incontro con Giulio Cesare
La prima notte d’amore
La reazione del fratello
Assassinare Cesare e Cleopatra al banchetto
La Guerra Alessandrina: Cleopatra asserragliata con Cesare
L’amore con Cesare e la crociera in luna di miele
Come nacque Cesarione
Gli Aghi di Cleopatra

6
LA BATTAGLIA DI FILIPPI

Ripartire con la morte nel cuore


Quel dito puntato
Le liste di proscrizione
Cleopatra rischia il naufragio nel Mediterraneo
Verso lo scontro
La prima battaglia di Filippi
La seconda battaglia di Filippi
Nella mischia
La fine di Bruto

7
CLEOPATRA E ANTONIO SI INCONTRANO

Il destino sceglie di andare verso Cleopatra


Un nuovo Dioniso
L’invito a Cleopatra
Il luogo del colpo di fulmine
Cleopatra si prepara all’incontro con il suo futuro uomo
L’incredibile incontro tra Cleopatra e Marco Antonio
L’invito ad Antonio
Antonio e Cleopatra
La bellezza di Cleopatra
Schiavo d’amore e del sesso

8
L’AMORE VERO
I due si cercano
Una luna di miele che dura sei mesi
Amore e banchetti in un nido dorato
Le perle di Cleopatra
Lo scherzo di Antonio
Il tempio della conoscenza: il Museion e la Biblioteca di Alessandria
Conservare o distruggere il sapere
La cultura di Cleopatra
Cleopatra scrisse dei libri?
Cleopatra di nuovo in dolce attesa

9
L’INIZIO DI UN INCUBO

Il risveglio da un sogno
L’incontro burrascoso tra Antonio e Fulvia
Le donne di Antonio
Il matrimonio di Antonio e Ottavia
Anche Ottaviano si sposa… come un dio
Antonio cerca di nuovo Cleopatra
La tanto attesa guerra contro i Parti
Cleopatra fa lo sciopero della fame
Finalmente una vittoria per Antonio e Cleopatra

10
LA BATTAGLIA DI AZIO

Inizia la guerra di propaganda a distanza


Il colpo di Stato di Ottaviano e la dichiarazione di guerra
Si avvicina la battaglia di Azio
Agrippa, l’asso nella manica di Ottaviano
L’ultimo consiglio di guerra
L’ultimo giorno
Infuria la battaglia di Azio
La fuga di Cleopatra
Fiamme sul mare

11
LA FINE DI ANTONIO E CLEOPATRA

E ora?
Cercare una soluzione
Estate del 30 a.C.: scatta l’attacco a occidente e oriente
Un’attesa piena di angoscia
Cleopatra nasconde il tesoro reale
30 luglio, la penultima notte
31 luglio, aurora: il nemico è alle porte
Ore 6.00, Porta del Sole: ci si prepara alla difesa
Ore 7.00: i primi reparti di Ottaviano in avanscoperta
Ore 7.30: arrivano le legioni di Ottaviano
Ore 7.30: Ottaviano vede Alessandria
Ore 8.00: l’ultima vittoria di Marco Antonio
Ore 10.00: Ottaviano riorganizza i suoi
Ore 11.00: Antonio raggiunge Cleopatra
Ore 14.00: accampamento di Ottaviano
Cala la sera su Alessandria
Sera, Palazzo Reale: l’ultimo banchetto
L’ultima notte di Antonio e Cleopatra
Intanto, nell’accampamento di Ottaviano…
1 agosto, mattina
Mattina dell’1 agosto: Cleopatra si rifugia nel mausoleo
La morte di Antonio
Cleopatra viene presa prigioniera
I funerali di Antonio
L’incontro tra Cleopatra e Ottaviano
La morte di Cleopatra
Fu davvero un serpente?

12
L’ALBA DI UN IMPERO
Cosa accade dopo?
Inizia l’era di Ottaviano
La nascita del mese di… agosto
Il grande trionfo

Conclusione
Ringraziamenti
Cartine
Crediti delle immagini
Referenze delle citazioni
Bibliografia
INTRODUZIONE

Cleopatra è un nome che in ognuno di noi evoca immagini e atmosfere ben


chiare. Nelle nostre menti appare subito il volto di una donna bellissima,
intelligente ed elegante, con lo sguardo profondo e una sensualità
prorompente. Veniamo immediatamente avvolti dal fascino dell’Antico
Egitto e da quello di Roma. Automaticamente associamo il suo nome a
Cesare e Marco Antonio in quelle che furono due tra le più grandi storie
d’amore di tutti i tempi… Poche figure del passato sono capaci di suscitare in
noi sensazioni così potenti, malgrado siano vissute in tempi remotissimi,
nello specifico più di 2000 anni fa.
Ma come è stato possibile? Come è riuscita una donna minuta e sola, in
un mondo antico dominato dagli uomini, a portare il Regno d’Egitto a una
delle sue massime espansioni di tutti i tempi e a diventare una delle stelle più
brillanti della Storia? In questo libro ho cercato di dare una risposta a questa
domanda.
Ho cercato di scoprire chi era in realtà Cleopatra, come ha fatto a sedurre
e conquistare alcuni tra i più grandi uomini di Roma, come Cesare e Marco
Antonio, e da dove deriva la sua grande abilità strategica nel campo della
geopolitica.
Verrà fuori, lo vedrete, la figura di una donna incredibilmente moderna.
Molto diversa da quella che pensiamo. È proprio questa sua “modernità” che
ha consentito a Cleopatra di spiccare in modo potente nella storia antica.
Anche oggi, con ogni probabilità, avrebbe lasciato un segno nel campo della
politica, dell’industria o dell’alta finanza. Vivendo oltre 2000 anni fa, ha
influenzato il suo mondo in maniera determinante.
Uno degli obiettivi che ha portato alla scrittura di questo volume è stato
quello di cercare di capire quanto abbia pesato la sua figura in uno dei
momenti cruciali dell’antichità. Non sfugge a nessuno, infatti, che questa
regina è vissuta in un periodo-cerniera tra due grandi civiltà, l’Antico Egitto e
Roma. Ma c’è di più: lei era presente nel momento esatto in cui finiva per
sempre la lunga storia dei regni in Egitto, compresi i faraoni, e iniziava quella
dell’Impero romano attraverso il Principato di Ottaviano. Potrei riassumere
l’epoca e la vita di Cleopatra in poche parole: il tramonto di un regno e l’alba
di un impero.
Questo libro si concentra proprio su un passaggio cruciale della Storia. In
particolare su quattordici anni, dal marzo del 44 a.C. all’agosto del 30 a.C. È
sorprendente scoprire come questi pochi anni siano stati fondamentali per
l’antichità e per la storia dell’Occidente. Il nostro racconto, infatti, parte con
sei grandi nomi legati al potere – Cesare, Cassio, Bruto, Marco Antonio,
Ottaviano e Cleopatra – e alla fine ne rimane solo uno, Ottaviano. E proprio
quest’ultimo, ormai senza più rivali, avrà poi il tempo e la saggezza di gettare
le basi di uno dei più grandi imperi di tutti i tempi, quello di Roma.
La domanda è: quanto è stata importante Cleopatra per consentire questo
processo e permettere indirettamente a Ottaviano di rimanere solo al potere?
Tantissimo, come vedrete. Perché Cleopatra non è solo una donna
affascinante e una regina abile nel gestire il potere, ma è anche un incredibile
“catalizzatore” della Storia.
Il viaggio che farete in questo volume si svolgerà in una cornice
straordinaria dell’antichità classica, costituita dagli scenari di tre continenti:
Europa, Asia, Africa. Dal Nilo alle distese montuose dell’Armenia, dai
palazzi di Cleopatra all’abitazione di Cesare, dal Faro di Alessandria al
Senato di Roma, dalle coste della Grecia alle distese aride del Medio Oriente,
e vi farà percorrere migliaia di chilometri, attraversando più volte il
Mediterraneo. Assisterete a grandi scontri navali, feroci battaglie terrestri,
esplorerete la residenza sfarzosa di Cleopatra ad Alessandria e quelle del
potere di Roma, il tutto raccontato con uno stile narrativo studiato apposta per
darvi la sensazione di entrare nei luoghi e nelle atmosfere di allora.
Questo percorso ha richiesto la puntigliosa consultazione di una notevole
quantità di materiali e fonti, dai saggi scritti da storici, esperti e studiosi
moderni ai testi degli autori antichi, alle descrizioni di scoperte
archeologiche. Non è stato facile realizzare una ricostruzione completa dei
fatti e dei luoghi che leggerete. A più di 2000 anni di distanza a volte ci si
può basare solo sulle testimonianze e sugli scritti degli antichi. Con tutti i
limiti che possono comportare, perché bisogna essere consapevoli che alcuni
erano ostili a Cleopatra e Marco Antonio o intrisi di propaganda a favore di
Ottaviano e contro la regina. Inoltre, in essi molti episodi del passato sono
lacunosi oppure nemmeno accennati.
A questo bisogna aggiungere che non possiamo sapere con certezza come
apparissero gli ambienti frequentati da Cleopatra, Cesare e Marco Antonio,
perché quasi sempre non esistono più. I tavoli, i vestiti, i marmi, i palazzi
sono scomparsi, il leggendario Faro è crollato, intere città sono svanite:
l’Alessandria di Cleopatra è stata demolita nei secoli e oggi è ricoperta da
palazzi moderni, così come non esiste più Antiochia che era la terza città del
Mediterraneo. Per fare un paragone, è come se tra 2000 anni fossero
scomparse Parigi, Francoforte, Londra, New York o Washington e ci si
chiedesse come erano fatte basandosi su testi e descrizioni.
Non conosciamo neppure il vero aspetto di Cleopatra…
Quindi come possiamo fare? Con l’unico approccio possibile. Se la realtà
non c’è più, si possono fare ricostruzioni VEROSIMILI basate su ciò che
sappiamo di allora, su dati archeologici e avvalendoci della consulenza di
storici contemporanei. Ogni parte “romanzata” di questo volume si basa su
una fedele ricostruzione storica dei luoghi e delle abitudini dell’epoca.
Lo stile narrativo aiuta a “dare vita” alla storia vissuta che è rimasta
appesa, spesso a brandelli, dentro quei preziosi testi antichi, purché il tutto
venga eseguito in modo rigoroso o, in mancanza di informazioni, quanto più
verosimile possibile.
Ancora più difficile è stato descrivere gli stati d’animo di Cleopatra,
Cesare, Antonio o Ottaviano. A volte sono stati riportati dalle fonti antiche, a
volte invece no ed è stato necessario raccontare la scena sottolineando che si
trattava comunque di una ricostruzione, certamente verosimile, ma pur
sempre un’ipotesi. A mio avviso, infatti, non c’è altro modo per essere
presenti accanto ai protagonisti nel momento in cui nasce la Storia. Esistono
molti libri di storia antica, e sono preziose fonti inesauribili di informazioni,
dati e citazioni. Ma spesso risultano troppo aridi perché mancano di “vita”.
La storia è anche racconto. È possibile unire le informazioni storiche a uno
stile narrato? Associare il piacere della lettura di un romanzo al rigore di un
testo “accademico”? Io credo di sì e con questo mio libro ho voluto fare una
cosa diversa: dare vita alla Storia e realizzare un’opera che possa fornire le
informazioni con uno stile differente, in modo che vada ad affiancarsi – e non
certo a sostituirsi – ai classici volumi di storia antica. Se ci sono degli errori,
me ne prendo tutta la responsabilità. Ma l’opportunità di trovarsi accanto a
Cleopatra nei momenti cruciali della storia antica era imperdibile…

Buona lettura,
Alberto Angela
1

IL TRAMONTO DI UNA REPUBBLICA

15 marzo 44 a.C.

Lo sguardo è rivolto a un orizzonte lontanissimo, quasi cercasse


l’abbraccio di sensazioni e ricordi dolci e protettivi.
Uno scialle di seta, che un refolo di vento gonfia come una vela, le
incornicia il volto. Sarebbe già volato via se non lo tenesse fermo con un
gesto deciso della mano. È l’unico cenno di forza del corpo nudo di questa
donna, dolcemente adagiato nella valva di una gigantesca conchiglia. La
debole luce dell’alba non definisce i suoi contorni. E sarebbe impossibile: la
sua bellezza infatti è raccontata da migliaia di piccole tessere di pietra che ne
compongono le forme sinuose al centro di una sala. Questo elegante mosaico
di Venere in una conchiglia viene progressivamente accarezzato da un fruscio
lontano. È quello di una veste finissima che si avvicina, sfiorando il
pavimento. All’improvviso si ferma e sul fianco di Venere, con la delicatezza
di una piuma, si posa un piede, piccolo e curato. Indugia un attimo sul
mosaico, poi prosegue nella sala senza far rumore, accompagnato solo dal
bisbiglio della veste sul pavimento. A ogni passo la veste bianchissima
ondeggia, seguendo le movenze del corpo come un danzatore avvinghiato
alla sua amata. A dirigere questo movimento cadenzato sono i fianchi, che
affiorano per un istante dal candore della tunica come delfini a pelo d’acqua,
per poi reimmergersi e svanire, lasciando alle lunghe plissettature solo pochi
istanti per ristabilire il loro elegante ordine. La tunica sembra galleggiare
nella semioscurità del corridoio, solo pochi fasci di luce fendono il buio,
proiettando ritmicamente il bagliore della veste sugli affreschi alle pareti: è
una carezza luminosa che sfiora le pitture, leggera come una nuvola. Si sta
dirigendo verso una finestra lontana, e la figura si staglia in controluce. La
tunica, allora, sembra dissolversi, trasformandosi in un alone luminoso
attorno al corpo che avvolge, quello di una giovane donna di venticinque
anni, piccola, esile quanto basta, ma dalle forme molto sinuose. Ogni suo
movimento sussurra un’indefinibile combinazione tra armonia, rotondità ed
eleganza, dando vita a una profonda sensualità. Il suo passo lento e il disegno
dei fianchi nell’aria fanno il resto. Il fascino di questa donna è impalpabile
quanto la scia di profumo che lascia dietro di sé. E proprio come accade per
un profumo, il suo vero segreto, più che nella bellezza, risiede nelle
sensazioni che evoca in chi le è accanto. Un segreto che lei ha imparato
abilmente a dosare e utilizzare, proprio come le pozioni curative e i veleni
che da tempo padroneggia.
Lei è Cleopatra.
Contrariamente a quanto si pensa, il suo nome non è egizio ma… greco.
Significa letteralmente “gloria del padre” nel senso di “di stirpe gloriosa”
(dal greco κλέος, kleos, gloria, e πατρός, patros, del padre). Cleopatra, infatti,
non è egiziana, ma greco-macedone. Appartiene a una dinastia di invasori che
da quasi trecento anni siede sul trono d’Egitto, con abitudini diverse e
un’altra lingua, il greco: sono i Tolomei (è corretto chiamarli anche Tolemei,
ma in questo libro abbiamo scelto di utilizzare il nome più conosciuto). Il suo
nome completo è Cleopatra Tea Filopatora, cioè letteralmente “Cleopatra dea
che ama il padre” (dal greco θεά, thea, dea, e Φιλοπάτωρα, philopatora, che
ama il padre). Sebbene ci appaia come un nome unico nella Storia, per una
regina altrettanto unica, non è stata la sola a portarlo. Se ne conoscono altre
sei prima di lei, al punto che gli storici oggi per non fare confusione la
chiamano Cleopatra VII. Come mai così tante “Cleopatre”? Il motivo è che
tra i Tolomei è tradizione usare nomi dinastici ricorrenti (un po’ come fecero
i re di Francia con il nome Luigi). Così le principesse hanno invariabilmente
uno di questi tre nomi: Arsinoe, Berenice o… Cleopatra, appunto.
L’Egitto di Cleopatra è molto diverso da quello che tutti noi abbiamo in
mente. Tra lei e altre donne egizie famose come Nefertari (la moglie del
faraone Ramesse II), Nefertiti (la moglie del faraone Akhenaton) o
Hatshepsut ci sono rispettivamente 1200, 1300 e più di 1400 anni! È come
paragonare una donna dell’epoca moderna con una vissuta all’epoca di Carlo
Magno o dei Longobardi nel primo Medioevo… Cleopatra, quindi, vive in un
Egitto completamente diverso. Un regno già invaso e governato dai persiani
addirittura per alcuni secoli, prima di essere conquistato da Alessandro
Magno, che diede avvio, poi, alla dinastia greco-macedone dei Tolomei,
rimasta sul trono per altri tre secoli circa.
Quando Cleopatra nasce, l’Egitto sembra destinato a finire nelle fauci di
Roma, la nuova potenza del mondo. Ma sarà proprio lei, grandissima statista
e stratega, ad allungare la vita dell’Egitto, dandogli persino nuove terre e
nuove ricchezze: grazie all’abile politica di Cleopatra, capace di irretire
Cesare prima e Antonio poi, l’Egitto arriverà infatti a controllare
praticamente tutte le rive del Mediterraneo orientale, dalla Turchia alla Libia.
Un risultato straordinario, che si deve solo al suo talento. Sarà l’ultimo
grande dominio di un regno egizio, prima di scomparire per sempre nella
Storia. Cleopatra regnerà solo ventun anni, ma il destino del mondo antico
passerà attraverso di lei, facendone una delle donne più potenti, influenti e
determinanti per la storia di tutti i tempi. Forse nessun’altra donna, con
l’eccezione di Elisabetta I d’Inghilterra, riuscirà a fare altrettanto. Eppure
morirà prima di aver compiuto quarant’anni.
In un mondo dominato dagli uomini, le sorti dell’Occidente sono nelle
mani di una ragazza. E lo sono in un momento cruciale, quando Roma si
trasforma da Repubblica in Impero. Senza Cleopatra ciò non sarebbe
possibile, o almeno non con i risultati che riempiono le pagine dei nostri libri
di storia: perché è anche a causa sua che si scatena quella lotta di potere tra
Antonio e Ottaviano che lascerà alla fine un solo protagonista, Ottaviano
appunto, capace di vivere e governare così a lungo da porre delle solide basi
per un impero che durerà secoli.

Ad accompagnare la ragazza che cammina silenziosa nelle sale affrescate c’è


una lista infinita di titoli: regina dei re e delle regine, regina dell’Alto e del
Basso Egitto, regina di Cipro… Ma oggi, a più di 2000 anni di distanza, il
suo nome ancora evoca soprattutto una donna dal fascino irresistibile ed
esotico, colta, indipendente, abile nel dominare gli uomini e nel conquistarli
con passioni travolgenti. Ma è davvero possibile che tutto ciò possa
concentrarsi in questa ragazza di appena venticinque anni?
Cleopatra è entrata in una pergula, una sorta di balcone coperto da
un’elegante grata di legno che lo separa dal mondo esterno. Le sue dita
sfiorano l’intreccio di arabeschi della grata e sentono filtrare l’aria frizzante
di un mattino appena iniziato, con il tipico odore fresco e penetrante. La
ragazza chiude gli occhi per un attimo, riempiendosi i polmoni con un lungo
respiro. Poi le sue palpebre lentamente si dischiudono ed emerge uno sguardo
caldo, intenso, luminoso… come il sole della sua terra natia, quando sorge
nel silenzio dei deserti senza fine dell’Egitto.
Ora, però, riflessa nei suoi occhi e interrotta solo dal battito delle lunghe
ciglia, c’è un’altra terra, e soprattutto un altro mondo. Ci avviciniamo
progressivamente al suo sguardo, e l’immagine che si rivela nelle sue iridi è
quella di una città enorme, al di là di un grande fiume. È Roma, come appare
a chi la osserva da Trastevere, dove si trovano gli Horti Caesaris, l’ampia
proprietà di Giulio Cesare che ospita la regina dell’Egitto venuta a Roma…
Si percepisce la vastità della città, la più grande del Mediterraneo e
sempre più protagonista assoluta del mondo allora conosciuto. Esattamente
come lo è stato l’Egitto per tanti secoli. Ma ora le cose sono cambiate…
Ormai siamo vicinissimi allo sguardo di Cleopatra… sempre di più… La
città riflessa nei suoi occhi ora ci appare nitidissima, al punto che possiamo
entrare nelle sue vie e iniziare a esplorarla.

Roma all’alba

Siamo nel 44 a.C., ci troviamo alla fine della Repubblica. Manca ancora
un’intera generazione alla nascita e alla potenza dell’Impero romano. Ma
Roma è ormai da tempo quella città caotica e cosmopolita che stupirà gli
scrittori antichi e gli archeologi. E soprattutto è già bellissima.
Un forte vento ha spazzato via le nuvole e la pioggia delle ultime ore. Il
sole è appena spuntato a est e i suoi primi, timidi raggi hanno colpito il
Campidoglio, illuminando il grande Tempio di Giove Capitolino, con le sue
immense colonne. All’interno, accanto alle statue di Giunone e Minerva tra le
quali passano in silenzio alcuni sacerdoti che preparano i riti mattutini,
troneggia quella immensa del dio supremo Giove, probabilmente realizzata
con avorio e oro, un vero capolavoro. In realtà tutto il tempio, con i suoi
sessanta metri per lato circa, lascia con il fiato sospeso. Secondo alcune fonti,
le magnifiche colonne con capitelli corinzi provengono dalla lontana Grecia;
Silla le avrebbe fatte asportare addirittura dal Tempio di Zeus Olimpio ad
Atene nell’86 (o 84) a.C. Un’anima greca nel cuore di Roma: prova della
forza della nuova potenza, ma anche una luce del passato per il suo futuro.
Questo voleva Silla. Con il sorgere del sole, le statue di bronzo dorato e i
rilievi del frontone del tempio progressivamente si accendono di luce; poi,
quasi all’improvviso, sembrano incendiarsi come fiaccole. Uno spettacolo
grandioso e simbolico, visibile da quasi ogni punto della città.
L’alba inonda di luce i palazzi della Città Eterna, e anima i suoi colori:
quel velo grigio bluastro che l’avvolgeva fin dall’aurora scompare a poco a
poco, lasciando emergere il rosso dei tetti. In questo primo respiro del giorno,
Roma appare come un mare increspato, una distesa infinita fatta di tante onde
che corrispondono a edifici di altezze diverse con terrazzi, abbaini, e vere
“scalinate” di tetti in corrispondenza dei colli. E qua e là, come fiori in un
prato, spiccano le sommità verdi e scintillanti dei templi, realizzate con tegole
di bronzo dorato, ormai ossidato.
Sembra una tastiera concepita da un architetto su cui la vita, quasi fosse
un’abile pianista, suona la sinfonia del risveglio: ovunque s’innalzano piccole
colonne di fumo bianco nell’aria frizzante, segno che qualcuno ha acceso un
focolare: per preparare il cibo, per celebrare riti nei templi, per accendere i
grandi forni delle terme o più semplicemente per avviare i lavori nelle
botteghe.
E poi ci sono i muri. Roma è, ancora, una città di mattoni… Sarà
Ottaviano, il futuro Augusto, a trasformarla in una città di marmi, come lui
stesso amerà dire. Ma si suppone che questi muri di mattoni siano ricoperti da
un intonaco bianchissimo che in questi istanti, con il sole, si accende
rivestendo la città di luce. Una luce che progressivamente scende nei vicoli,
ancora immersi nella semioscurità, quasi fosse un vapore luminoso. In uno di
questi si muove un uomo, cercando di evitare il rigagnolo che serpeggia sul
fondo di terra battuta. Sopra la sua testa si sente il cigolio di ante di legno che
si aprono, sbattendo violentemente sul muro (le finestre in vetro sono una
vera rarità, sicuramente poco conosciute dalla plebe di Roma). L’uomo
aumenta il passo. Sa bene che all’apertura delle ante corrisponde spesso lo
svuotamento dei vasi da notte. Per secoli, infatti, il bagno in casa sarà un
lusso in tutto l’Occidente, con l’eccezione dei ricchi, che a Roma vivono ai
piani bassi, quelli nobili, dove arriva anche l’acqua, un bene prezioso che
giunge solo nelle dimore di pochi fortunati (di solito famiglie
dell’aristocrazia, uomini facoltosi o… con “buoni agganci”
nell’amministrazione).
Il popolino, invece, si ammassa nei piani alti, senza servizi né acqua
corrente, in piccoli appartamenti affittati e, cosa comune nella Suburra, il
quartiere più popolare di Roma, persino con le varie stanze a loro volta
subaffittate (e non di rado ulteriormente “parcellizzate” con teli e divisori
interni per consentire a persone estranee di condividere lo stesso ambiente).
L’acqua, a Roma, difficilmente è un bene privato, ma anzi è un bene
pubblico di larghissima diffusione e disponibilità: non manca mai. Bisogna
però scendere a livello della strada, dove ci si trova di fronte a una miriade di
fontane pubbliche strategicamente posizionate nelle vie. La distanza tra di
esse non è mai eccessiva per non far fare troppa strada a chi riempie secchi e
brocche da portare poi in casa: un sistema capillare di distribuzione per
soddisfare la sete della più grande città del mondo occidentale.
Già, soddisfare quasi un milione di abitanti è forse il vero segreto di
Roma… Questa città verrà definita in vari modi nella storia: Caput Mundi,
Città Eterna, si dirà che “tutte le strade portano a Roma”… Ma pochi
ricordano che è stata chiamata anche Regina Aquarum, cioè regina delle
acque, tanto abbondavano in epoca romana.
Ci sarà un periodo – successivo a quello del nostro racconto – in cui,
grazie a undici acquedotti, riceverà un milione di litri di acqua corrente… al
giorno! Una quantità che solo in epoca moderna, e precisamente nel 1964,
verrà eguagliata e superata… Ma considerando che gli abitanti della Roma
dei Cesari, soprattutto sotto gli Antonini, superarono di poco il milione di
abitanti, mentre oggi nella Roma metropolitana ce ne sono poco più del
doppio, possiamo affermare che ai tempi dell’Impero romano ogni abitante
aveva il doppio di acqua pro capite rispetto a oggi.
Il nostro uomo è arrivato alla fine del vicolo, si ferma a una fontana e
beve. Poi, passandosi il dorso della mano sulla bocca, riprende il cammino,
mentre alle sue spalle giunge un urlo seguito da imprecazioni in latino.
Qualcuno è stato centrato dal contenuto di un vaso da notte… Oggi una scena
così può fare sorridere, ma all’epoca del nostro racconto no. Anzi, è un vero
reato: tra le varie leggi del sistema giuridico romano è contemplato anche
questo specifico tipo di insozzamento “aereo” (che a tutti gli effetti è un
crimine), con tanto di sanzioni a seconda del danno a tuniche, toghe e,
ovviamente… alla persona colpita.
Sebbene il sole sia sorto solo da pochi minuti, le strade sono già invase da
un gran numero di persone. Sono per lo più schiavi e servi che devono
sbrigare le prime incombenze della giornata, figure infagottate che
camminano un po’ intirizzite nel freddo dei vicoli. Ci sono pozzanghere
ovunque. In effetti ha piovuto molto stanotte, anzi, c’è stata una vera bufera,
con lampi, tuoni e vento forte. Per terra e nei vicoli si vedono numerosi
oggetti caduti dai tetti e dai balconi: vestiti messi a stendere e ora ridotti a
stracci informi, ceste volate via, vasi di fiori (anche se può stupire, sono già
ampiamente usati in epoca romana). La primavera deve ancora venire.
Questione di pochi giorni.
Una cosa appare chiara: Roma, in quest’epoca, non è ancora la città
sfarzosa e monumentale che si vede nei film, o che viene raccontata nei
romanzi. È più povera e semplice, sia nei monumenti sia nelle architetture, ed
è ancora un po’ “provinciale” rispetto alla maestosità che avrà tra pochi
decenni. È una città caotica e affollata, con un aspetto dimesso e un sapore
vagamente “medievale” perché è costituita da un intrico di vicoli stretti,
edifici alti, spesso un po’ pericolanti, colorati da un mosaico di panni stesi.
Tra questi palazzi, per le vie in terra battuta, in mezzo a rivoli di liquami,
brulica la vita e corrono i bambini con le loro risate e i loro schiamazzi…
Molti criticano lo stato delle strade nella Città Eterna, soprattutto dei clivi (le
strade in salita), un problema talmente sentito che lo stesso Giulio Cesare ha
ordinato di farli lastricare perché giudicati eccessivamente polverosi d’estate
e troppo fangosi d’inverno… Ma non accadrà mai. Oggi scopriremo insieme
il perché.

Il Colosseo non esisteva

Forse vi stupirà scoprire che Roma, ai tempi di Cleopatra, era priva di


molti dei monumenti e edifici che noi conosciamo e che pensiamo siano
sempre esistiti. Milioni di turisti arrivano ogni anno a Roma per ammirarli,
ma allora non sarebbero mai venuti perché… i monumenti non erano ancora
stati costruiti. La lista vi sorprenderà.

Ecco quello che Cleopatra, Marco Antonio, ma anche Giulio Cesare,


Cicerone e Ottaviano, non videro mai:
– Il Colosseo verrà inaugurato tra più di un secolo, 124 anni per
l’esattezza. Ma allora, vi chiederete voi, dove combattevano i gladiatori? Per i
munera gladiatoria, cioè gli scontri tra gladiatori, si innalzavano anfiteatri di
legno temporanei come si fa oggi con le strutture metalliche per gli spettacoli
e i concerti nelle piazze.
– Il Pantheon sarà edificato tra 17 anni, da Agrippa, genero e fedele
comandante di Augusto. Ma il suo aspetto attuale risale a un’epoca ancora
più lontana da Cleopatra: danneggiato da due incendi, verrà ricostruito sotto
Adriano, quindi all’incirca 160 anni dopo la giornata che stiamo descrivendo,
forse dallo stesso Apollodoro di Damasco, per alcuni quasi un Leonardo
dell’Impero romano, che in seguito sarà forse fatto assassinare dallo stesso
Adriano.
– Le Terme di Caracalla saranno costruite tra più di 250 anni.
– Le Terme di Traiano vedranno la luce tra circa 150 anni.
– Le Terme di Diocleziano apriranno tra 350 anni.
– Tutti i Fori Imperiali saranno innalzati tra 42 (Foro di Augusto) o
addirittura 156 anni (Foro di Traiano).
– Nel Foro romano, l’Arco di Tito e quello di Settimio Severo, tanto
fotografati oggi dai turisti, saranno costruiti rispettivamente tra 130 e 246
anni.
– Le Catacombe, ovviamente, ai tempi di Cleopatra e Cesare non ci sono
ancora. Nasceranno timidamente molti anni dopo, per diventare
progressivamente un immenso dedalo già sotto Costantino, nel IV secolo.
– I palazzi imperiali sul Palatino non esistono ancora. Ci sono solo alcune
bellissime domus affrescate delle famiglie aristocratiche più importanti della
città. Bisognerà aspettare il famoso incendio di Roma, tra 108 anni, per
vedere sorgere gradualmente i grandi palazzi del potere in cui vivranno e
comanderanno gli imperatori romani.
– La Domus Aurea comparirà tra più di un secolo, per scomparire nel giro
di pochi decenni.
– Non ci sono obelischi nei circhi e nelle piazze. Si trovano ancora in
Egitto, e sarà Augusto a portare i primi due a Roma con immense navi
costruite appositamente.

Viceversa, a Roma in questa giornata del 15 marzo del 44 a.C., giorno della
morte di Giulio Cesare, esistono monumenti e manifestazioni pubbliche che
forse Cleopatra vide (anche se non è chiaro se, in quanto regina straniera,
potesse circolare all’interno del Pomerio, cioè nel cuore “sacro” di Roma),
ma che in epoca moderna non ci sono più:
– Una naumachia, voluta da Cesare al Campo Marzio pochi anni prima.
– Il Tempio di Venus Genetrix (Venere Genitrice) e l’annessa zona sacra
(con una statua di Cleopatra all’interno, di fronte alla statua della dea).
– La Basilica Iulia, i cui lavori però non erano completamente terminati.
– Si poteva ammirare una quantità impressionante di statue di bronzo
razziate in Grecia, di una bellezza paragonabile a quella dei Bronzi di Riace,
di cui oggi si conservano in vari musei solo poche splendide copie in marmo
di epoca romana più tarda, spesso danneggiate. In particolare, nel portico di
Metello (in seguito chiamato portico di Ottavia in onore della sorella di
Augusto) c’era un magnifico gruppo che raffigurava Alessandro Magno al
galoppo con venticinque dei suoi cavalieri, caduti nel 334 a.C. nella battaglia
del fiume Granico, andato distrutto e rifuso all’inizio del Medioevo.
– Immense collezioni di gemme incise e di coppe scolpite in pietra dura,
portate a Roma da Pompeo e dallo stesso Cesare, come per esempio la Tazza
Farnese (o Tazza dei Tolomei).

La Roma che conobbero Cesare, Marco Antonio e Cleopatra tuttavia esiste


ancora, e potete ammirarne edifici, templi e monumenti rimasti in piedi per
secoli (sebbene leggermente modificati nel corso delle generazioni dai
romani stessi):
– Il Circo Massimo (anche se nel 44 a.C. è meno capiente e imponente).
– Il Foro romano con molti suoi templi, compreso il Tempio di Vesta,
dove è custodito il fuoco sacro di Roma.
– Il Foro di Cesare, inaugurato da poco dal dittatore.
– Il Campidoglio con il Tempio di Giove Capitolino.

Insomma, la Roma nella quale ci troviamo è diversa da quella che abbiamo in


mente quando pensiamo all’età classica, ed è importante sottolinearlo, perché
gli eventi ai quali assisteremo nel nostro racconto si situano in un momento
per così dire “formativo” di Roma, che non è ancora sbocciata nella Storia:
non ha ancora dato origine a un impero, però ha già sottomesso ampie aree
geografiche trasformandole in province. Benché sia già il centro politico del
Mediterraneo, non ha ancora il ruolo di motore culturale, economico e civile
che tutti le riconosceranno. Lo acquisirà alla fine del nostro racconto: da quel
momento in poi inizierà il processo che, passando dal Principato di Augusto,
farà nascere l’Impero romano. Ma senza il contenuto delle pagine che ci
separano da esso, la Storia sarebbe stata ben diversa. Si tratta di un momento
critico e fondamentale per tutto l’Occidente, e chissà come sarebbe il mondo
oggi, senza i protagonisti di questo volume: Giulio Cesare, Ottaviano, Marco
Antonio e, naturalmente, Cleopatra, la donna che unì i loro destini e
determinò le sorti di Roma. E del mondo.

La città si sta svegliando

Continuiamo il nostro percorso nelle strade di Roma seguendo l’uomo


sbucato dal vicolo. Si è appena imbattuto in un gruppo di persone che discute
animatamente a un incrocio: due carri cercano di passare ma si ostacolano a
vicenda. È un banale problema di precedenza, ma gli animi dei carrettieri
sono roventi e volano urla e insulti. Intorno a loro si è radunata una piccola
folla che assiste divertita. È uno dei classici spettacoli di strada della vita
moderna, ma che già si vedevano ai tempi di Cleopatra. E c’è una ragione.
Visto l’affollamento di Roma, Cesare ha vietato il transito dei carri durante il
giorno, trasformando di fatto la Città Eterna in un’immensa zona pedonale.
Tutti i mezzi che riforniscono botteghe, negozi, palazzi ecc. sono obbligati a
circolare per le strade di notte, togliendo il sonno a chi vive ai piani bassi, con
i cigolii delle ruote e le imprecazioni di chi li conduce. Come sta accadendo
in questo momento: entrambi i carrettieri non demordono, perché cercano di
affrettare la loro uscita dalla città entro le prime luci del giorno per evitare
multe e sanzioni.
Il nostro uomo passa di lato alla folla, fiancheggia furtivo il muro di un
palazzo e si allontana. È alto, magro, con le guance scavate e occhi infossati
dallo sguardo penetrante. La folta barba nera che gli scende sul petto ci dice
che è un filosofo. Un filosofo greco, per l’esattezza: il suo nome è
Artemidoro di Cnido. Da molti anni insegna a Roma la lingua, ma anche la
filosofia e la letteratura, del suo paese d’origine. Sappiamo dallo storico
Appiano, anche lui greco, che quest’uomo all’apparenza anonimo è in realtà
un amico fraterno di Giulio Cesare. La sua presenza in queste strade ci è nota
anche grazie a un altro scrittore e filosofo greco dell’antichità, Plutarco.
Quest’uomo, che cammina in una via della città che tra poco dall’alto
sembrerà un formicaio, non è un abitante qualunque. Anche se ci mancano le
fonti, è assai verosimile che in questo preciso momento lui abbia in mano un
rotolo di papiro su cui sono scritte poche righe che potrebbero cambiare la
storia del mondo antico e di tutto l’Occidente per i secoli a venire…
Sembra di essere in un romanzo di intrighi internazionali: davvero quel
piccolo rotolo contiene una sliding door tra le più importanti della storia della
civiltà? Continuiamo a seguire Artemidoro.
La città si sta svegliando attorno a lui. Sembra di assistere alla
preparazione di uno spettacolo, con le maestranze che allestiscono la scena.
Ecco un negozio che apre i suoi battenti. Sì, i battenti. Non esistono vetrate o
serrande di metallo: ogni bottega (o taberna) viene chiusa da dentro con una
serie di tavole di legno messe in verticale e tenute ferme da un lungo
chiavistello. Il cigolio del chiavistello arrugginito è un rumore ormai
familiare a chiunque abiti nelle vicinanze, così come quello delle tavole
sollevate e poi appoggiate pesantemente al muro ai lati del negozio. Un suono
che si trasforma in una piccola nuvola di polvere.
Passandoci davanti, Artemidoro lancia una rapida occhiata all’interno e
nell’oscurità scorge un padre con due figli che cominciano a esporre
all’esterno della taberna le mercanzie, in questo caso coloratissimi tessuti. Il
più piccolo dei figli s’inerpica con incredibile agilità su una lunga asta di
bronzo per appendere alcuni cuscini al soffitto. È chiaramente la taberna di
un commerciante di stoffe, in grado di fornire qualsiasi tipo di teli, coperte e
cuscini, e “… anche le sete più rare e raffinate giunte dall’Oriente”, come
ama dire il padrone, che in questo momento è in fondo alla bottega. Si
intravede solo il suo volto, illuminato dal chiarore di una lucerna. L’uomo sta
recitando le preghiere mattutine mentre offre vino e cibo a delle piccole
statuette in bronzo collocate all’interno di una nicchia. Quella nicchia ornata
da piccole colonne di legno è il Larario, una sorta di tempietto casalingo, di
importanza cruciale per la vita di tutti i giorni dei romani. Con quelle offerte
ci si garantisce la protezione degli dei Lari contro furti, incendi, malattie e
negatività.
Non è un caso infatti che spesso, appesi, dipinti o persino scolpiti sul
selciato davanti a un negozio si vedano dei falli eretti. Non sono indicazioni
per un lupanare, cioè una casa di tolleranza, come a volte si sente dire. Si
tratta in realtà di semplici portafortuna, che proteggono la salute, danno
energia vitale, richiamano buoni guadagni e soprattutto allontanano come
“parafulmini” le invettive dei passanti o… degli altri negozianti invidiosi.
Capita, come in questo caso, che una delle statuette del Larario rappresenti
Mercurio, divinità protettrice di commercianti, ma anche… dei ladri. Spesso,
in queste vie, la differenza è davvero sottile.
Artemidoro prosegue per la sua strada. Il negozio successivo è quello di
un vasaio, con anfore, piatti dipinti e brocche che vengono delicatamente
esposti su tavoli e sgabelli di legno all’entrata. Spicca tra i vari oggetti anche
quello splendido genere di ceramica chiamata “sigillata”, la cui decorazione
dona a coppe e piatti una patina lucida e un tipico colore rosso vivo. Queste
eleganti stoviglie, realizzate in serie a stampo con delle matrici, sono decorate
con raffinati motivi in rilievo grazie a una tecnica oggi chiamata “alla
barbotine”, che consiste nell’applicazione con un pennello o una spatola di
argilla diluita, in modo da creare piccoli grumi o onde increspate, e sono
l’equivalente in epoca romana delle ceramiche di Capodimonte o di Sèvres.
Ogni famiglia perbene le possiede: è il servizio buono da esibire agli ospiti.
Cleopatra le avrà mai utilizzate? Probabilmente sì, considerandole però ogni
volta dozzinali, abituata com’era a piatti in argento, coppe e bicchieri in
alabastro o vetro e a un tenore di vita ancora più alto e lussuoso.
Un fragore improvviso fa girare la testa ad Artemidoro. Uno schiavo ha
sbadatamente fatto cadere una brocca. La reazione del padrone è brutale: una
valanga di frasi intraducibili anticipa di pochi secondi una gragnola di
schiaffi e calci… a ricordarci quanto sia violenta questa società rispetto alla
nostra. La chiamiamo “civiltà” (per quanto antica), e lo è, perché mai nella
storia dell’umanità si era raggiunto un livello così elevato di organizzazione
sociale e raffinatezza artistica e culturale. Ma rispetto a oggi, in tanti settori,
soprattutto legati alla libertà e ai diritti delle persone, sa essere ancora molto
rozza e crudele con gli ultimi, gli schiavi. E non solo loro. In questa epoca la
pedofilia, la schiavitù, la pena di morte, i massacri alle frontiere sono
considerati cose normali e non fanno scandalo o notizia…
Artemidoro affretta il passo e continua questo suo viaggio nelle atmosfere
della Roma di Cesare e Cleopatra che si sta risvegliando con il nuovo giorno.
Ad accoglierlo dopo pochi metri è un tonfo sordo. E poi un altro, e un altro
ancora. Un macellaio ha appena affondato una serie di colpi di mannaia su di
un ceppo di legno a tre piedi per separare le costole di un bue. Ogni colpo
della mannaia lucente è accompagnato da uno svolazzare spaventato di
galline tenute legate poco distanti dall’uomo. Forse intuiscono il loro
destino… In fondo alla bottega, superata una distesa di teste di maiali, nugoli
di mosche e agnelli appesi, c’è una donna seduta. È la moglie del macellaio,
che, in attesa del primo cliente, pulisce un grande pallottoliere. Nella Roma
Antica, infatti, sono quasi sempre le donne a tenere la contabilità dei negozi e
a occuparsi della cassa, sicuramente perché molto accorte nei conteggi e
soprattutto più affidabili dei loro mariti nella gestione dei sesterzi.
Artemidoro fa una smorfia e con un gesto allontana le mosche della
macelleria, prima di attraversare la strada. Ora ad avvolgerlo è il profumo
pungente delle spezie esposte nella taberna che ha di fronte, una carezza per i
suoi sensi… ma mai quanto quella del pane appena sfornato che lo accoglie
nell’esercizio successivo. È una popina, cioè il tipico bar dell’epoca romana.
Se ne vedono ancora ai giorni nostri, in siti archeologici come Ostia e
Pompei, con il caratteristico bancone in muratura a L e gli ampi fori sulla
superficie. Molti vi diranno che quei fori corrispondevano a giare che
contenevano vino, ma non è così: il vino, e Artemidoro potrebbe confermarlo
anche adesso, è contenuto in anfore allineate lungo il bancone. Da quei fori il
negoziante attinge invece legumi secchi, grano, farro, e altri cibi che vengono
venduti ai clienti. All’epoca, dunque, i bar erano anche negozi di alimentari,
dove si poteva bere e acquistare cibo.
Alcuni avventori stanno sorseggiando vino caldo e mangiando uova sode
e focacce con il miele. È una sorta di continental breakfast dell’Antica Roma.
Bisogna ricordare che la prima colazione di un romano è sempre molto
abbondante e, a seconda delle tasche, comprende latte, carne o formaggi, vino
e frutta, ingredienti che contengono l’energia necessaria per cominciare la
giornata. Una giornata che inizia presto, all’alba, per sfruttare tutta la luce
disponibile.

Quest’uomo può cambiare la Storia

Artemidoro non si ferma nella popina ma prosegue. Non ha fame, è molto


teso e concentrato sulla propria meta. Le mani sudano, la gola è secca, i sensi
sono tesi al massimo. Sceglie vicoli e scorciatoie, evita i luoghi troppo
affollati. Spesso si gira all’improvviso per controllare di non essere seguito,
prima di infilarsi con passo veloce in passaggi secondari. Ha un unico scopo:
deve assolutamente recapitare il messaggio il prima possibile e senza essere
intercettato. È una questione di vita o di morte. Ma a chi lo deve dare? E cosa
c’è scritto di tanto importante in quel rotolo, chiuso con un sigillo? Se
recapitarlo è così urgente, perché non l’ha fatto consegnare da uno schiavo
fidato e veloce? Ebbene, il rischio è che lo schiavo possa essere catturato e il
messaggio letto, cosa che significherebbe la morte dello stesso Artemidoro, e
soprattutto quella della persona cui è indirizzato.
Abbiamo detto che quelle righe potrebbero cambiare la Storia, ma cosa
c’è scritto realmente di così importante?
Il messaggio, che secondo Appiano non solo è realmente esistito, ma la
mattina del 15 marzo del 44 a.C. si trovava proprio nella mano di
Artemidoro, ha un solo obiettivo: salvare Caio Giulio Cesare.
In quelle poche righe il filosofo avverte l’amico che qualcuno sta
tramando alle sue spalle e cercherà di ucciderlo durante la riunione del
Senato. Forse fa anche i nomi di alcuni dei congiurati, sperando che Cesare
eviti di farli avvicinare, o forse semplicemente lo prega di non partecipare
all’assemblea. Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che se questo
messaggio giungesse a destinazione e Cesare lo leggesse, l’assassinio delle
Idi di Marzo potrebbe essere sventato, con conseguenze incalcolabili, e
certamente profonde per tutti i secoli a venire.
Raramente, nel corso dei millenni, un solo uomo ha potuto stringere nella
sua mano una svolta così importante per la storia e il destino di così tante
persone nei secoli… Quel rotolo è come una chiave che può aprire due tipi
diversi di scenari: la storia senza Cesare, come la conosciamo noi, oppure la
storia con Cesare e, di conseguenza, senza lo scontro tra Ottaviano e Antonio,
senza l’amore tra Antonio e Cleopatra, che sarebbe rimasta la compagna di
Cesare e di certo avrebbe ottenuto dai romani il rispetto per il Regno d’Egitto,
che dunque non sarebbe diventato una provincia di Roma. Non ci sarebbe
stata, quanto meno nell’immediato, l’ascesa di Ottaviano, niente nome-
attributo di “Augusto”, niente nascita di un impero creato pazientemente e
saggiamente, con lo sviluppo del cursus publicus (l’efficientissimo servizio
postale creato in epoca imperiale), una rete di 80.000 chilometri di strade che
ancora oggi utilizziamo, e nemmeno le sue leggi e riforme. Avrebbe potuto
farlo qualcun altro al posto di Augusto? Forse, ma non come lui, che grazie
alla sua straordinaria longevità (è morto a settantasette anni, una rarità anche
se non un’eccezione) ha avuto tutto il tempo per edificarlo con cura.
Cesare invece, che è già avanti con gli anni, non avrebbe avuto tutto quel
tempo a disposizione. A parte questo dettaglio, se fosse vissuto, il suo
sarebbe comunque stato un mondo diverso, forgiato dalle sue riforme e dalla
sua forza.
Chissà come saremmo oggi…
Di certo in queste ore sta per entrare in azione un potente motore della
Storia, con un “effetto domino” che scolpirà i secoli a venire, le future
generazioni e, in definitiva, persino la vita di ognuno di noi oggi… Perché se
le cose fossero andate diversamente il 15 marzo del 44 a.C., voi e io
probabilmente non saremmo mai nati…
È davvero incredibile pensare che quel filosofo greco tenga tra le mani
sudate, letteralmente, il destino di miliardi di persone non ancora nate… È
semplicemente pazzesco.
Dai libri di storia sappiamo come sono andate le cose e, viste le ventitré
pugnalate che verranno sferrate tra poche ore, dovremmo concludere che
Cesare non riceverà mai quel messaggio. Ma le cose non andranno proprio
così… Anzi, Artemidoro riuscirà nella sua missione e consegnerà a Cesare
quel rotolo. Quello che accadrà poi ha dell’incredibile.
La toilette di Cleopatra

Le palpebre di Cleopatra sono chiuse. Si contraggono solo un po’ quando


la sua acconciatrice, Eiras, appoggia delicatamente il bastoncino d’oro per
disegnare con il kohl quella lunga linea nera che dagli occhi prosegue fin
sulle tempie, forse il tratto più famoso e distintivo del trucco egizio. Il
movimento è lento ma deciso, quasi armonioso. Il bastoncino scivola sulla
palpebra inferiore, poi continua sulla pelle. Ripete il gesto più volte, fino a
creare una perfetta striscia scura, senza sbavature. Eiras è certamente uno
degli assi nella manica di Cleopatra: allungati con il kohl, che ha eliminato o
nascosto ogni imperfezione, gli occhi sembrano ora incastonati nel nero,
come una luna piena nel cielo notturno. E quando la regina li riapre, il suo
sguardo già affascinante ha acquisito una potenza sorprendente.
È stato detto che se Cleopatra avesse avuto un naso più corto, la faccia
della terra sarebbe stata diversa (intendendo la sua storia). Scopriremo la
verità sul naso della regina più in là nel nostro racconto. Certo è che questo
trucco egizio, così pesante e intrigante, è un segreto silenzioso (e poco citato),
forse ancora più determinante per il fascino e il sex appeal di Cleopatra,
diventati leggendari.
Eiras è la migliore truccatrice della corte egizia e forse è anche qualcosa
di più, visto il contatto quotidiano con Cleopatra: probabilmente è una donna
che sa ascoltare e che raccoglie le sue confidenze mantenendo il segreto.
Sappiamo infatti che la regina la vorrà sempre al suo fianco. Sarà presente tra
qualche anno nella famosa battaglia di Azio e continuerà a esserle accanto,
silenziosamente, fino alla fine: Cleopatra morirà tra le sue braccia. È quindi
assai probabile che si trovi anche qui a Roma insieme a lei.
Ma come si trucca una regina? Qual è la sua toilette?
Non differisce fondamentalmente da quella di tutte le altre donne egizie
(se non per la qualità dei cosmetici, dei profumi e degli strumenti, la più alta
e costosa dell’epoca). In Egitto, le donne usano creme per il viso composte da
grassi naturali ai quali viene aggiunto del pigmento naturale (l’equivalente
delle terre) per dare un tocco di colore alla pelle. Al contrario di oggi, si cerca
di mostrare una pelle non abbronzata: deve essere chiarissima. Questo
comporta l’uso di un “fondotinta” candido a base di particolari varietà di
crete. Va detto che le sostanze grasse sono l’ingrediente fondamentale dei
loro cosmetici. Possono essere di origine vegetale (a base di olio di ricino, di
lino, o di oliva) ma sono molto costose, oppure di origine animale, più alla
portata di tutti. Per le tinte si usano pigmenti naturali, quasi sempre di origine
minerale: il blu deriva dall’azzurrite, il verde dalla malachite, il nero da
sostanze bruciate o da un minerale, il giallo e il rosso dall’ocra ecc. Questi
vengono sbriciolati, polverizzati e mescolati al grasso su piccole tavolozze di
legno o avorio. Proprio come fa ogni mattina Eiras. Il tutto viene poi
delicatamente spalmato con piccole palette. Sulle gote si usa di solito
dell’ocra, che dà calore e vitalità al volto, così come sulle labbra. Già,
com’era fatto il rossetto di Cleopatra e delle donne egizie? Scordatevi il
piccolo contenitore cilindrico con il movimento a vite che si vede ai giorni
nostri. Il “papiro erotico” conservato al Museo Egizio di Torino mostra una
donna nell’atto di mettersi il rossetto: usa un lungo stilo, forse un lungo
pennello, per umettarsi le labbra.
Gli strumenti per il trucco infatti non sono da “portare in borsetta” (che
non esiste). Sono meno pratici rispetto all’epoca moderna, perché si usano a
casa, la mattina. Il nécessaire è una cassettina di legno, con l’esterno dipinto
e decorato per personalizzarla e all’interno dei divisori dove alloggiano
boccette di vetro per unguenti, oli, cosmetici vari e profumi…

Cleopatra è seduta, immobile, mentre Eiras, aiutata da alcune ancelle, la


prepara per questa giornata che sembra come tante altre; nessuno sa che oggi
la storia del mondo antico cambierà per sempre… Loro intanto proseguono
nella preparazione, che è laboriosa. Cleopatra ha la mano allungata su un
tavolino: una serva le sta delicatamente dipingendo le unghie. Una donna
egizia porta le unghie laccate come oggi, ma quale sostanza utilizza? Sarete
sorpresi: l’henné…
Sono tante le curiosità dietro la cosmetica egizia. Il suo scopo infatti non
è solo estetico, ma anche protettivo. Le creme servono anche e soprattutto per
proteggere la pelle dal sole intenso dell’Egitto e dal suo clima aridissimo.
Un esempio emblematico è il kohl: è probabilmente realizzato con legno
bruciato, grasso e antimonio, che è un disinfettante, un antisettico naturale
che difende l’occhio da aggressioni batteriche, micosi e parassiti e lo
protegge anche dalle conseguenze delle irritazioni causate dal sole e dal vento
carico di polvere del deserto.
La cosmesi per gli egizi, quindi, è soprattutto e innanzitutto protezione
per il corpo.
Si comprende così un altro aspetto legato alla cura intima. Se vi chiedete
come si sia presentata Cleopatra a Cesare, la prima notte, possiamo dirlo con
certezza anche se nessun testo o autore antico lo ha scritto: aveva il corpo
totalmente depilato. L’abitudine di eliminare qualsiasi pelo dalla superficie
del corpo (tranne capelli, ciglia e sopracciglia, ovviamente) è frutto della
ricerca di una maggior igiene possibile, togliendo terreno fertile a parassiti di
ogni tipo. Piccoli pettini dai denti finissimi, trovati nelle tombe egizie come
anche a Pompei, ci raccontano quanto nell’antichità (e fino a oggi) la lotta ai
pidocchi sia stata una costante. La presenza di lame taglienti piccole e grandi,
o di piccole pinzette elaborate, come quelle rinvenute intatte nella famosa
tomba di Kha, il cui contenuto straordinario è esposto al Museo Egizio di
Torino, fa capire che questa abitudine era diffusa in tutte le classi sociali. La
presenza di un vasetto che contiene ancora della cera al suo interno
suggerisce l’uso di sostanze emollienti da spalmare sul corpo dopo la
rasatura.
Va detto che anche le donne romane si depilavano abitualmente, mentre
gli uomini solitamente non lo facevano (sebbene si radessero ogni giorno la
barba)… tranne Ottaviano: Svetonio ricorda la sua abitudine di bruciare i peli
del corpo con delle noci arroventate per avere la pelle liscia. Una
consuetudine un po’ curiosa per un uomo abituato in un certo periodo anche
alla rude vita militare.
La cosa interessante è che il trucco e la cosmesi per una donna e un uomo
egizio sono unisex: entrambi si truccano e si depilano, ed entrambi usano
parrucche.
È proprio quello che sta accadendo ora a Cleopatra. A suggello di questa
lunga ed elaborata sessione di trucco (ancora di più per una sovrana come lei)
giunge il momento di indossare la parrucca. Lei, che è greco-macedone, di
solito non porta la classica parrucca egizia, ma in questo caso, per rispetto
alla tradizione, alla religione, e (anche) alla potente casta dei sacerdoti, lo
farà, dato che deve celebrare un rito. Cleopatra, infatti, tra tutte le sovrane
tolemaiche è quella più vicina al popolo e alla cultura egizia, anche se forse
più per calcolo che per convinzione.
Un’ancella porta una grande cassetta di legno che, una volta aperta, rivela
al suo interno una voluminosa parrucca nera che viene estratta con
delicatezza. Si diffonde nell’ambiente una forte fragranza di oli profumati. È
fatta di capelli veri, nerissimi e lucenti, ordinatamente riuniti in fini ciocche
ondulate che scendono su ogni lato come getti di una fontana e terminano con
una piccola treccia strettissima e quasi solida, per dare peso alla parrucca e
impedirle di svolazzare al vento.
La parrucca è acconciata per formare tre grandi porzioni: una scende
dietro, sulla nuca, fermandosi all’altezza delle scapole, le altre due scendono
ai lati della testa, dietro le orecchie, fermandosi sul petto sopra i seni. È
proprio questa disposizione “tripartita” a darle maggiore stabilità. Per secoli,
in Egitto tutti, uomini e donne, ne hanno indossata una simile; diversa, certo,
a seconda delle possibilità economiche. Sotto si nascondono i capelli veri,
che potete solo immaginare: lisci, ricci, lunghi, cortissimi (un’abitudine molto
diffusa) o totalmente rasati. Naturalmente, nella vita di tutti i giorni si portano
anche i capelli liberi, pettinati in modi diversi e sempre curati con impacchi
d’olio.
Ci siamo, la parrucca è stata posizionata delicatamente sul capo della
regina e ritoccata con pettini in avorio e spilloni dorati. C’è un ultimo
momento dedicato ai profumi, che vengono aspersi sul capo e sulle vesti,
oltre a qualche goccia sul collo. Termina così una lunga operazione, iniziata
con la scelta delle vesti da parte delle sue serve di fiducia, che si ripete ogni
giorno, da anni…
Cleopatra si guarda nello specchio in bronzo levigato che Eiras le tiene
davanti. Un piccolo sorriso malizioso sboccia involontario sul suo volto… È
pronta. Può affrontare la giornata.

Una simpatica canaglia

Cleopatra si alza e si incammina in un porticato, con un passo diverso


rispetto a quello della mattina: è più regale, e chiunque la incontri si inchina
silenzioso. La regina è scomparsa oltre una porta, lasciandoci, al di là delle
arcate del portico che ha attraversato, la splendida vista del maestoso Colle
del Campidoglio in lontananza. Ai suoi piedi c’è il Foro e, su un lato, una
grande domus, dove in questo stesso istante uno schiavo attende che il suo
padrone esca dalla stanza da letto. Ha per lui un vassoio in argento con una
coppa di vino e un preparato medico che deve assumere ogni mattina. Per
tutta la notte il padrone ha russato rumorosamente, dopo una serata passata
tra risate e fiumi di vino a un banchetto. Ama circondarsi di persone di
dubbia reputazione, amanti della bella vita, con cui passa a volte intere
nottate. Di certo ha fatto sesso con una donna, non importa quale. E, sebbene
sia sposato, è uno stile di vita che ormai lo accompagna da tempo.
Ha destato scandalo, in passato, una sua love story con una “soubrette”
molto chiacchierata, Licoride, attrice di mimo nota anche con il nome di
Citeride, bomba sexy, frequentatrice dei salotti e soprattutto degli uomini che
contano… Per lei, ne parleremo più avanti, ha davvero perso la testa:
andavano addirittura in giro insieme per Roma in lettiga preceduti dai littori.
È stato lo stesso Giulio Cesare a chiedergli di cambiare rotta, vista la sua
carica di console. Cosa che lui ha fatto.
Cicerone lo definisce “gladiatore”, perché ritiene che il suo sviluppo
muscolare abbia assorbito buona parte dell’energia dedicata in teoria al
cervello. E lui stesso gioca molto sulla prestanza fisica, esponendo un petto
ampio e muscoloso, ma anche un sorriso solare, disarmante e dalle rughe
accattivanti, grazie al quale le sue donne e i suoi amici gli perdonano tutto.
Potremmo definirlo… una “simpatica canaglia”.
Il suo nome è Marcus Antonius, Marco Antonio. Ma noi lo chiameremo
indistintamente Antonio o Marco Antonio.
Lo schiavo di fronte alla sua porta abbassa la testa scuotendola e,
sconfortato, se ne va…
La casa del console è davvero grande. Si trova accanto a quella di Cesare,
sul Colle Velia, un piccolo rilievo, assente in epoca moderna, compreso tra il
Palatino e il Colle Oppio (oggi scomparso per permettere la costruzione della
Via dei Fori Imperiali). Si estende su oltre 2200 metri quadrati. Secondo
Andrea Carandini “si trattava di una dimora cospicua se paragonata ad una
abitazione contemporanea di medie dimensioni del Palatino, comprese tra i
915 e i 1340 metri quadrati”. Eppure il suo padrone, Antonio, si è lamentato
delle dimensioni appena l’ha acquisita, ritenendole “non sufficienti per lui”, e
l’ha fatta ingrandire.
Ha un grande giardino interno circondato da un elegante porticato a
colonne (il peristilium) lungo addirittura 86 metri: è una vera reggia nel cuore
di Roma. La parte centrale di questo giardino interno svela un lato della
personalità di Antonio. È stata trasformata in palestra per l’esercizio fisico. E
non è finita.
Dal quadriportico si accede alla parte della domus destinata alla cura del
corpo, con un esteso balneum dotato di sauna privata (laconicum)…
Questa bellissima dimora apparteneva una volta al grande antagonista di
Giulio Cesare, Pompeo Magno, e prima ancora al padre di costui, Gneo
Pompeo Strabone. Come ne è venuto in possesso Antonio? In un modo non
molto elegante, ma frutto della vittoria di Cesare. Quando Pompeo è morto,
nel 48 a.C., il suo patrimonio confiscato è stato messo all’asta. Parliamo di un
patrimonio sterminato: secondo Cicerone la vendita dei beni di Pompeo
Magno ha fruttato ben 700 milioni di sesterzi! Cesare ha incaricato Antonio
della vendita all’asta… e lui, ovviamente, è riuscito a ottenere questa dimora
a un prezzo bassissimo (insieme ad altre proprietà nel Campo Marzio). È una
casa che ha attraversato la Storia, quindi. E continua a farlo.

Una festa romana

Con il passare dei minuti Roma si riempie sempre più di persone che
scendono alla spicciolata dalle insulae, gli immensi caseggiati che
troneggiano ovunque. Ci sono uomini con borse piene di cibo, altri che
portano piccole anfore di vino sulle spalle e ridono con gli amici, e poi donne
con teli, coperte e cuscini. Prima ancora di essere circondati fisicamente dalla
folla, veniamo avvolti dalla sua presenza impalpabile: profumi femminili,
odori di cibo, fragranze di spezie, ma anche un vociare scandito da battute e
risate. Ma dove sta andando tutta questa gente? La risposta è semplice. Oggi
sono le Idi di Marzo (con “idi” i romani indicavano la metà del mese, invece
con “calende” designavano il primo giorno del mese), e per gli abitanti di
Roma questo significa una sola cosa: la festa di Anna Perenna. Per
festeggiare la ricorrenza, la gente si reca in un luogo preciso. Si tratta di una
piccola valle erbosa incorniciata da colline coperte di boschi sacri, dove è
proibito abbattere alberi, cogliere legna e cacciare animali. Questa valle si
trova pochi chilometri fuori città ed è facilmente raggiungibile a piedi
seguendo la Via Flaminia. Al centro di questa valletta c’è una fonte sacra,
dedicata appunto ad Anna Perenna. Questo nome, che a noi dice poco
(sembra quasi quello di un’attrice degli anni Settanta…), appartiene in realtà
a una divinità molto importante per i romani, perché sovrintende al perpetuo
rinnovarsi dell’anno. Anche se non lo sappiamo, facciamo riferimento a lei
quotidianamente, quando usiamo termini come “perenne” o “perennemente”.
Quello che colpisce è che il 15 marzo questa valle si riempie di gente,
diventando una sorta di “festival” dell’età romana. Si celebrano riti religiosi,
si beve l’acqua della fonte sacra, ma soprattutto scorrono fiumi di vino
mentre si banchetta fino all’alba sdraiati per terra. E non è tutto.
La tradizione vuole che proprio qui una donna faccia l’amore per la prima
volta, perché è di buon augurio. Se ciò accada davvero è impossibile
stabilirlo, ma di sicuro con il favore della notte sono in tanti a tirare su, con
dei semplici teli, piccole tende improvvisate per avere un po’ di privacy,
complici l’oscurità e le poche lucerne. La mattina seguente, un po’
barcollanti, i reduci della notte di passione ed eccessi rientrano in città.
La fonte sacra esiste ancora oggi, ed è visitabile. I suoi resti, quasi
irriconoscibili, costituiti da un’enorme massa di mattoni ancora saldamente
uniti e da lastre di marmo con iscrizioni perfettamente leggibili, si trovano a
qualche metro di profondità accanto a un ristorante. È stata riscoperta
casualmente, come spesso avviene a Roma, durante la costruzione di un
parcheggio sotterraneo. Le colline boscose invece non ci sono più: sono state
rimpiazzate da una selva di palazzi moderni, e al posto dei prati c’è il manto
stradale, su cui transitano migliaia di auto ogni giorno. Quello che per i
romani di 2000 anni fa era un sito sacro indelebile nei loro ricordi, per i
romani di oggi è semplicemente una piazza con una grande chiesa dove darsi
appuntamento nel caos del traffico: piazza Euclide. Quanti sanno che proprio
dove oggi c’è una grande chiesa, c’era una “Woodstock” dell’età romana, con
tutte le sue storie e le sue persone ormai dimenticate dal tempo?
Ma torniamo a quel giorno…
Artemidoro non aveva considerato che oggi tutti si sarebbero mossi così
presto, e quando sbuca da un vicolo per entrare in una strada più grande si
trova di fronte una folla sterminata. Il filosofo greco non può più evitare la
gente, è circondato e si perde nella calca, tenendo ancora più stretto il suo
rotolo di papiro. Lo riconosciamo per il passo dinoccolato ma deciso… Ce la
farà a trovare in tempo Giulio Cesare?

Il Nilo sul Tevere

In questa città, in queste ore, lo avete capito, si sta muovendo la Storia.


Artemidoro è una semplice pedina di un grande gioco che determinerà non
solo il destino di Roma, ma anche quello di interi popoli (molti dei quali
devono ancora nascere). E non è l’unico: da qualche parte, non lontano da lui,
c’è Giulio Cesare. Poco oltre, Marco Antonio. E poi Bruto, Cassio e persino
Cicerone. Quasi fossero attratti da un gigantesco magnete, tutti stanno
inconsapevolmente convergendo verso uno stesso luogo, e nello stesso
momento cruciale della Storia. Mancano ormai pochissime ore.
E Cleopatra?
Pur essendo in città, la regina d’Egitto non sarà coinvolta negli eventi, ma
ciò che accadrà la farà diventare la grande protagonista dei prossimi anni. Per
il momento, tuttavia, è esclusa anche fisicamente da ciò che sta per accadere
perché si trova al di là del Tevere (trans Tiberim, appunto; l’odierna
Trastevere), nella residenza dorata di Cesare, fuori dai confini della città. È
un quartiere dove tradizionalmente risiedono molti peregrini, cioè coloro che
non sono cittadini romani. Come lei. Non è un caso che viva lì. Per la legge
romana, infatti, nessun regnante straniero può superare, se non ufficialmente
invitato come “amico e alleato” di Roma, il perimetro sacro che circonda e
definisce la città, il pomerium (forse da post moerium, cioè “oltre il muro”).
Tutto ciò che si trova al suo interno è la vera città, con i suoi templi, il
Senato, il Foro e… il suo caos. Oltre, ci sono altri quartieri, certo, ma non si
tratta più della vera e propria urbs, da cui l’appellativo “Urbe” con cui è
ancora universalmente nota Roma. Pur facendone parte hanno, per così dire,
un altro “prefisso” sacro.
Anche se oggi è uno dei quartieri più caratteristici della città moderna,
cuore della movida romana, nel 44 a.C. Trastevere è considerata un’area un
po’ degradata della città. È una zona bassa, in origine almeno in parte
acquitrinosa, dove sia d’estate sia d’inverno l’aria è umida e pesante, con
tante zanzare e soggetta a frequenti esondazioni. Ma se si superano le case a
ridosso del fiume e si comincia a salire sul colle che la domina, il Gianicolo,
le cose cambiano radicalmente. Niente inondazioni, niente afa, e l’aria è
rinfrescata dalle brezze. E poi la vista su Roma, da lassù, è spettacolare.
Proprio per questo Giulio Cesare ha qui una delle sue favolose proprietà, gli
Horti Caesaris, che si trova sulla Via Portuensis, all’altezza del suo primo
miglio. Purtroppo non ci sono giunte descrizioni degli Horti Caesaris, ma da
quello che sappiamo sui giardini romani possiamo provare a immaginare il
luogo dove si era stabilita Cleopatra: eleganti giardini, viali, fontane, statue,
piccoli templi.
Il canto dell’usignolo che echeggiava al primo chiarore dell’aurora ha ora
lasciato posto al canto di tanti altri uccelli, trasformando i Giardini di Cesare
in un concerto della natura. Qui siamo lontani dal caos delle vie cittadine,
dalle voci nei negozi e dalle urla dei carrettieri. Ci troviamo in un bosco,
circondati da una natura incontaminata, avvolti dall’intenso profumo di resina
dei tanti pini dal fusto altissimo e dalle essenze delle erbe rese umide dalla
rugiada.
Davanti a noi c’è una linea di cipressi, al di là della quale cambia tutto:
all’improvviso la vegetazione non è più libera di crescere come vuole, è
letteralmente domata dall’uomo. Compaiono alberi e arbusti con le chiome
sagomate in forme eleganti, e lunghe siepi che circondano piante profumate.
Scorgiamo cespugli di mirto e di bosso, e poi, poco oltre, prati perfettamente
tagliati con al centro enormi pini romani dalla caratteristica forma a ombrello,
dei veri giganti, gli unici che sembra non si siano piegati al volere dell’uomo.
Ci addentriamo in un piccolo dedalo di vialetti curati, con staccionate basse.
A intervalli regolari spuntano statue di bronzo dorato, tempietti, altari
coloratissimi con ghirlande di fiori, e non mancano alcuni porticati dove
fermarsi a chiacchierare all’ombra. Insomma, un vero Eden in miniatura.
Giulio Cesare ha acquistato questa proprietà, nel 49 a.C., secondo
Svetonio per lasciare vivere in libertà i cavalli con i quali aveva varcato il
Rubicone, considerati ormai sacri. Al centro della tenuta sorgeva già una
splendida domus, ma non aveva nulla a che vedere con quello che Cleopatra
sta ammirando oggi. L’edificio è stato trasformato, ampliato con nuovi
colonnati e porticati, affreschi e mosaici, diventando una dimora regale. Il
tutto immerso in una piccola foresta di pini. C’è anche un santuario,
preesistente, dedicato alla dea Fortuna. Poco oltre, al di là di alcune siepi
elaborate, scorgiamo un altro tempio, dove una donna sta concludendo un rito
in onore di una divinità egizia: Iside. È circondata da sacerdoti dalla testa
completamente rasata, a torso nudo e con una lunga veste che arriva fino a
terra. Alcuni cantano preghiere, altri danno il ritmo con dei sistri, che
producono un suono cadenzato e ossessivo simile a quello di un sonaglio
metallico. Altri strumenti accompagnano la cerimonia, come ogni mattina. La
donna si è ora inchinata davanti alla statua della dea pronunciando delle
formule rituali. Le ciocche della parrucca nera tenuta ferma da un diadema le
coprono il viso. Il suo vestito bianco dalle mille plissettature ci è familiare…
In certi punti, come il petto, il grembo o i fianchi, l’avvolge come un guanto.
Poi la donna solleva il volto tenendo gli occhi chiusi e allarga le braccia con
le mani verso l’alto scandendo ad alta voce delle frasi in lingua egizia. È un
momento solenne. Sono le ultime parole della cerimonia. Per un attimo tutto
tace. Infine, si alza in piedi e si volta: è Cleopatra.
La regina si allontana in fretta, generando al suo passaggio un’onda di
inchini dei sacerdoti. Il passo è tornato a essere quello che abbiamo visto
stamattina, leggero, impalpabile, sensuale. Sembra quasi volare sul terreno. A
pochi metri di distanza la seguono due tra i suoi più fedeli servitori e, più
discretamente, tre guardie armate. Cleopatra è una regina in territorio
straniero, e molti a Roma non la vedono di buon occhio, soprattutto per la sua
relazione amorosa con Giulio Cesare. Non deve stupire che a sua difesa lo
stesso Cesare abbia posto un intero corpo di guardia, che oltre a sorvegliare la
villa lo tiene informato sugli incontri della regina. Ovviamente a seguirla da
vicino sono le sue guardie del corpo personali, venute da Alessandria.

Vacanze romane

Mentre seguiamo il cadenzato ondeggiare della tunica di Cleopatra nei


vialetti, scopriamo che non si tratta solo di una villa con parco, ma di un
pezzo di Egitto trasportato a Roma.
La regina è venuta ad abitare in questa lussuosa dimora due anni fa, nel
46 a.C., quando Cesare, tornato a Roma già da qualche tempo in seguito alla
vittoriosa campagna in Africa, l’ha mandata a chiamare.
Non sappiamo se Cleopatra sia rimasta a Roma due anni di fila, fino a
oggi, le Idi di Marzo. È probabile che sia tornata in Egitto quando Cesare è
partito per la Spagna, per poi farvi ritorno nell’autunno del 45 a.C., qualche
mese prima dell’assassinio del dittatore a vita.
Non è solo per amore di Cesare che è ritornata, ma anche per calcolo.
Nell’imminente spedizione di Roma contro i Parti, in Oriente, l’Egitto
giocherà un ruolo strategico fornendo navi e uomini. È un piccolo dettaglio,
che però rivela l’intelligenza di Cleopatra. Donna sì, regina sì, ma soprattutto
statista con la volontà di essere protagonista per il bene del suo paese.
In effetti, dopo aver ridato stabilità all’economia e all’amministrazione
del regno, ha preparato con cura il viaggio a Roma, comunicando al popolo
che partiva per difendere e favorire gli interessi del regno. L’operazione è
stata delicata, e assentarsi da un Egitto che di recente è stato dilaniato da
numerose faide, per affrontare un viaggio di 2000 chilometri (un’immensità
per l’epoca), non è stato facile. Ma Cleopatra ha giocato bene le sue carte: ha
legato Cesare a sé con un figlio “ufficiale” (pur con tutti i dubbi che
vedremo), e lui ha garantito stabilità al paese con le sue truppe consentendole
di venire a Roma. Forse anche Cesare ha dei dubbi sulla sua reale paternità,
ma non ne fa un grande problema: innanzitutto perché, essendo il figlio di
una straniera, il bambino non ha alcun diritto legale o di eredità nel mondo
romano, e poi perché l’Egitto è un regno ricchissimo, una vera cassaforte per
Roma, per Cesare stesso e per le sue ambizioni. Infine, un Egitto ostile o non
affidabile non conviene nemmeno a lui, e Cleopatra è la miglior garanzia di
stabilità per Roma. Oltre ai sentimenti, insomma, entrambi sono animati da
altri interessi, ben più concreti…
Cleopatra però è anche una donna, anzi una ventenne. Benché sia dotata
di un’intelligenza al di sopra della media, oltre ai calcoli politici il suo
viaggio a Roma è stato dettato anche da un impulsivo desiderio di assaporare
la vita e le atmosfere della più grande e potente città del mondo conosciuto, e
forse anche di vivere nel cuore del potere che controlla ormai tutto il
Mediterraneo. Senza contare che da qui, come si è detto, può tutelare meglio
le sorti dell’Egitto.
Forse non è la prima volta che Cleopatra viene a Roma. È possibile che
sia già stata qui a dodici anni, con il padre Tolomeo XII Aulete (“suonatore di
flauto”), quando cercava rifugio a causa di una rivolta ad Alessandria
orchestrata dalla sorella di Cleopatra, Berenice, insieme al marito Archelao di
Comana. Le truppe di Roma intervennero brutalmente e il padre fu rimesso
sul trono con una guarnigione romana a sua difesa. Era il 55 a.C.
Molti ritengono che in questo nuovo viaggio Cleopatra abbia seguito il
modello del soggiorno del padre, dallo sfoggio di ricchezza ed esotismo al
modo di spostarsi in lettiga. Di certo ha ottenuto ampio riconoscimento da
parte di Roma, che formalmente la considera una regina alleata. E Cesare ha
fatto persino realizzare una sua statua di bronzo dorato posta nel Tempio di
Venere Genitrice, la divinità protettrice della sua gens. Lei e il figlio Tolomeo
Cesare, o Tolomeo XV, che tutti conoscono come Cesarione, “piccolo
Cesare”, non arrivano da schiavi, ma come amici e alleati. Questo è un
grande successo politico per lei.
Appena arrivata, Cleopatra ha assistito ai trionfi di Cesare, nel corso dei
quali la sorella minore Arsinoe (che aveva cercato di impadronirsi del trono e
di uccidere sia lei sia Cesare) viene esibita in catene… Una situazione
curiosa: Cleopatra in tribuna come regina amica e alleata di Roma, e sua
sorella che sfila davanti a lei quale nemica di Roma. Cesare risolverà
l’impasse liberando la sorella, che si rifugerà nel Tempio di Artemide a
Efeso, una zona neutrale, un po’ come la Svizzera durante la Seconda guerra
mondiale…
Naturalmente la regina ha portato con sé un po’ della sua terra. Grazie
all’aiuto di Cesare, un poco alla volta gli Horti Caesaris di Trastevere si sono
trasformati in una corte egizia. Cleopatra soggiorna qui con consiglieri,
uomini di fiducia, ancelle, schiavi di vario tipo e persino eunuchi. A questi
bisogna aggiungere medici, filosofi, sarte, cuochi… e persino del personale
addetto a suo figlio Cesarione.
Sappiamo che a Roma con lei c’è sicuramente Ammonius, il suo
principale consigliere, un uomo saggio e scaltro, odiato da Cicerone perché
non gli darà dei preziosi volumi (quasi certamente provenienti dalla
Biblioteca di Alessandria) promessi dalla regina forse in cambio di un favore.
Una consegna mancata a causa dell’improvvisa morte di Cesare.
C’è Serapione, un vecchio consigliere del padre di Cleopatra, che dunque
è già venuto a Roma nel viaggio-esilio del faraone Tolomeo XII Aulete: di
tutta la corte è quello che conosce meglio la Città Eterna e le sue dinamiche
politiche.
Forse c’è Apollodoro Siculo, il fidato servitore dall’aspetto erculeo che
portò di nascosto Cleopatra al suo primo incontro con Cesare.
E infine c’è Olimpio, il vecchio medico personale di Cleopatra, che forse
l’aiuterà a suicidarsi…
Cleopatra ha chiesto e ottenuto di avere con sé decine di funzionari e
persone di rango, come per esempio lo scriba grasso e pelato che ora,
prostrandosi, le sta porgendo dei papiri. Ma, al di là degli aspetti
amministrativi, i membri della corte servono soprattutto per farle compagnia
e per mantenere quello stile di vita “alessandrino”, un po’ mondano e un po’
colto, che tanto le manca.
Cleopatra non è una donna di potere e basta, né una donna che predilige
la vita frivola degli ambienti dorati dell’aristocrazia. È una donna che ama la
cultura, è assetata di sapere, adora le nuove conoscenze. Come lo saranno
poi, secoli più tardi, Ipazia, Teodora di Bisanzio, Eleonora d’Aquitania,
Caterina Sforza, Isabella d’Este, Caterina de’ Medici, Elisabetta I
d’Inghilterra e Caterina II di Russia. In due anni, quindi, la dimora di Cesare
è diventata uno dei luoghi in cui si respira il piacere della cultura. Nei
giardini si parla soprattutto di filosofia, e benché siamo a Roma, in un
contesto egizio, la lingua in cui si discorre non è il latino e neppure l’antico
egizio, bensì il greco, la lingua della saggezza.
Durante i banchetti si può amabilmente parlare di massimi sistemi con
Filostrato, uno dei più celebri oratori di Alessandria, che è stato precettore di
Cleopatra insegnandole filosofia, retorica, oratoria.
In altri incontri si può invece conversare con Sosigene di Alessandria,
forse il più importante astronomo dell’epoca. Cleopatra lo ha presentato a
Cesare durante il suo soggiorno in Egitto, e secondo molti ha partecipato alla
preparazione del nuovo Calendario Giuliano (in uso fino al Rinascimento,
quando verrà sostituito da quello Gregoriano).
A spasso nei giardini, seduto sotto un pergolato e circondato da persone
che lo seguono con attenzione, si può anche incontrare Didimo, famoso
grammatico alessandrino e uno degli intellettuali più ascoltati nella corte di
Cleopatra. Appartiene alla scuola fondata ad Alessandria d’Egitto da
Aristarco, nella quale egli stesso ha insegnato a lungo. Secondo Seneca, a lui
va attribuita una vastissima produzione di almeno 3500 libri e trattati. Per
questa sua “bulimia” letteraria è soprannominato “Calcèntero” (“dalle viscere
di bronzo”), ma un altro suo soprannome, più affettuoso, è anche
“Bibliolathas” (“Dimenticalibri”) perché occasionalmente cade in
contraddizione per aver dimenticato quanto ha affermato nei libri scritti in
precedenza…
Gli aristocratici che frequentano il salotto di Cleopatra rimangono colpiti
dal suo gusto nel saper creare le atmosfere giuste, dalla raffinatezza
dell’estetica, dal lusso così spiccatamente orientale.
La regina egizia lancia una nuova moda nelle acconciature, che le donne
romane copiano, e sorprende gli uomini per i suoi abiti aderenti e bianchi da
sacerdotessa…
Tutti rimangono colpiti da questa ragazza, tanto diversa dalle tipiche
matrone romane, poco istruite e raramente così carismatiche. Lei invece parla
come un uomo, ma con il fascino della donna più desiderata. Mentre la sua
voce dolce ti avvolge, la sua intelligenza ti intrappola.
In buona sostanza, la villa in cui risiede Cleopatra, più che un salotto
colto, è un’oasi. Cibi, musiche, discorsi e atmosfere riportano direttamente ad
Alessandria. Al delta del Nilo. All’Egitto… Persino la sua imbarcazione reale
è ormeggiata a un molo privato. Di questo incredibile mondo al di là del
Tevere oggi non abbiamo resti archeologici, come accade per esempio a Villa
Adriana o in altre residenze sontuose. Tutto è scomparso nei secoli, rendendo
impossibile descrivere con precisione la vita quotidiana e le architetture, se
non con ricostruzioni verosimili.

Cesare e Cleopatra, entrambi sposati, ma amanti

E Giulio Cesare? Qui è di casa. Ha portato a Roma Cleopatra come


amante, come regina e come premio di guerra, ma sa benissimo il rischio che
corre. Roma non è facile, in città ha tanti nemici e serpeggia una vox populi
assai maligna: il conquistatore è stato conquistato dalla regina straniera, una
donna che lui accoglie con gli onori più alti e della quale tollera persino la
pretesa di essere la reincarnazione di Iside.
Ma Cesare non è stupido, e anche per chi vive in epoca moderna sarebbe
un errore far passare la sua relazione con Cleopatra meramente come un
legame d’amore. Cesare la frequenta soprattutto perché è una regina e quindi
ha un potere politico. E ha scelto di mantenere un profilo basso. La tiene
lontana da Roma, dal Senato, dal popolino, in una reggia dorata al di là del
fiume, dove può incontrarla in totale privacy. Anche perché, non
dimentichiamolo, Cesare è un uomo sposato… Sua moglie Calpurnia lo
aspetta ogni sera nella loro casa, nel cuore della Città Eterna.
Cesare, insomma, ha la moglie e l’amante nella stessa città… e frequenta
entrambe sotto gli occhi di tutti. Secondo la morale moderna, questa
ufficialità di un doppio rapporto sarebbe la rovina per qualsiasi politico. Nella
Roma repubblicana no, e non solo perché si tratta di Giulio Cesare. L’uomo
romano, infatti, può avere ufficialmente una moglie e contemporaneamente
più concubine. La legge non lo vieta. Avere due mogli invece non è
consentito. A essere onesti, la situazione di Cleopatra non è meno complessa,
perché anche lei è ufficialmente sposata. E suo marito vive con lei nella
villa… Si tratta però del fratello, Tolomeo XIV, diventato suo sposo per una
curiosa tradizione “dinastica” dei Tolomei secondo la quale ci si sposa tra
fratelli e sorelle per non mischiare il sangue di natura divina o semidivina.
Ma per Cleopatra è un marito più simbolico che reale: lei non va certo a letto
con il fratello. Anche la sua età non lo rende un avversario temibile per
Cesare: ha solo tredici anni…
Ma Cleopatra è scaltra, e il fatto che abbia portato con sé il fratello-marito
a Roma dimostra una grande lungimiranza politica: al di là delle
rassicurazioni di Cesare e della presenza delle guarnigioni romane, è troppo
rischioso lasciare in patria un fratello-marito coreggente, e al tempo stesso il
trono vuoto ad Alessandria.

Nella villa c’è un’altra persona importantissima per il cuore di Cleopatra. È il


suo più piccolo inquilino, un bambino di appena due anni: Cesarione è il
figlio di Giulio Cesare, o per lo meno così ha sempre sostenuto Cleopatra.
Sulla reale paternità di Cesare, però, non c’è unanimità tra gli studiosi. A
favore c’è il fatto che tendenzialmente le regine tolemaiche non sono
promiscue. Lui dunque potrebbe benissimo essere stato il primo uomo di
Cleopatra. È anche vero che Cesare, malgrado tutti i suoi amori, ha poi avuto
ufficialmente solo una figlia, Giulia.
Le fonti antiche non sono concordi: Plutarco e Svetonio sostengono che
era figlio di Cesare. Svetonio ha poi aggiunto che “molti greci ci hanno
tramandato che questi gli rassomigliava molto, sia nell’aspetto che nel
portamento”. Altri, come Gaio Oppio e Cassio Dione, negano la sua
paternità, e quest’ultimo in particolare dice: “Suo figlio di nome Tolemeo,
che ella diceva di aver avuto da Cesare e che appunto per questo chiamava
Cesarione”.
A complicare ulteriormente la questione sono i dubbi che permangono
sulla data di nascita di Cesarione. Alcuni studiosi la collocano nel 47 a.C.,
altri addirittura alcuni anni dopo.
Non possiamo tuttavia sposare quest’ultima tesi per i seguenti motivi.
Considerando la lacunosità e l’incompletezza delle nostre conoscenze su un
periodo storico di oltre 2000 anni fa, fare calcoli di mesi per verificare
gravidanze è molto ardito. Cesare e i suoi non sono ingenui. Sanno bene fare
i calcoli anche loro, come noi, dei mesi della gravidanza, così come i loro
detrattori e soprattutto i nemici di Cleopatra. Se nessuno, a parte Cicerone
(che però aveva un odio personale contro Cleopatra), all’epoca ha mai messo
in dubbio la paternità di Cesare, allora bisogna avere quanto meno il dubbio
che Cesarione possa essere effettivamente figlio di Cesare.
Lo stesso Ottaviano inoltre lo farà uccidere, segno che non c’era certezza
che non fosse figlio di Cesare. Anche perché – escludendo Cesare – non ci
sono ipotesi alternative credibili sull’identità del padre di Cesarione. Non
dimentichiamo poi che per abbellire il suo Foro Cesare fece costruire una
statua di bronzo dorato con le sembianze di Cleopatra alla fine del 45 a.C.
Questo insieme di considerazioni ci spinge a non prendere posizioni
definitive sull’argomento. Considereremo possibile che Cesarione possa
essere realmente il figlio di Cesare, senza andare oltre.
Di più non possiamo fare, anche perché, come dicevano i latini, mater
semper certa. Perciò nel nostro racconto abbiamo scelto di attenerci alla tesi
più accreditata, secondo la quale Cesarione sarebbe figlio di Cesare e sarebbe
nato il 23 giugno del 47 a.C.
Ed è proprio lui che corre verso la mamma sotto un porticato, inseguito
da una serva preoccupata che non cada. L’abbraccio che segue è lungo e
intenso. Le manine di Cesarione affondano nella tunica della madre cercando
il suo abbraccio protettivo. E la più potente regina d’Africa diventa, per un
istante, la più affettuosa e premurosa delle madri.

Un uomo gioca con il pugnale

Dall’altra parte del Tevere, lontano dalla luce dei giardini della dimora di
Cleopatra, dai sorrisi e dalla serenità di quel mondo dorato, un uomo
combatte con mille demoni che lacerano la sua anima. È chiuso in una stanza,
seduto davanti a un elegante tavolino con le gambe a forma di zampe di
leone. Sopra c’è solo una lucerna accesa che gli rischiara il viso stanco, dai
tratti scavati. La superficie del tavolino è un disco perfetto di marmo bianco.
Al centro c’è una piccola scheggiatura, quasi impercettibile, al cui interno
l’uomo ha inserito la punta di un pugnale che usa come perno per far ruotare
il piano. Le sue dita poggiano sul pomo, e con un secco movimento del
pollice fanno compiere al pugnale dei giri violenti, quasi fosse una ballerina
impazzita sulle punte. Il suo occhio non si stacca dallo sfarfallio di luce della
lama a ogni giro. È un movimento ossessivo, che va avanti da tanto, l’ultimo
di una notte passata in bianco. Qualcuno bussa alla porta. È il suo schiavo di
fiducia. Vuole sapere se deve portargli la colazione. L’uomo alza lo sguardo,
fissa la porta, ma non risponde. È Marco Giunio Bruto.
C’è qualcosa, nell’aria, che non si riesce a vedere. È qualcosa di
impalpabile, furtivo e invisibile. È un veleno che attraversa i muri della città,
si diffonde nelle vie, serpeggia nei vicoli, corre con le parole bisbigliate
all’orecchio tra i vapori delle terme, aleggia sui triclini dei banchetti che
contano, si insinua nelle menti dei senatori durante gli incontri riservati… E
porta con sé una parola sinistra: morte. Morte a Giulio Cesare.
In città, da tempo, c’è una congiura, una delle più infide della Storia, nei
confronti di un uomo che pure è molto amato dal popolo di Roma, forse come
nessun altro. Un uomo che nei secoli a venire sarà tra le figure più ammirate,
al pari di Alessandro il Grande. Ma com’è possibile?
Secondo Cassio Dione, storico di età romana, la spiegazione sta nel fatto
che uomini diversi, e in tempi diversi, conferirono a Cesare onori tali da
renderlo odiato e invidiato così in fretta da portarlo presto alla morte.
In realtà, le reali motivazioni partono da più lontano e sono molto
profonde. Cesare è diventato il nuovo dominatore assoluto di Roma,
togliendo di fatto il potere al Senato. È lui che decide e non più i senatori, con
tutti i loro interessi.
Da tempo immemorabile, infatti, chi tiene saldamente le redini del potere
e degli affari a Roma sono le famiglie aristocratiche, rappresentate in Senato
da loro esponenti togati. È ovvio che ogni decisione segue innanzitutto gli
interessi e le convenienze di queste famiglie. Secondo alcuni storici, la
Repubblica, arrivata nel 44 a.C., non è più quella solida aristocrazia nata con
la cacciata dell’ultimo re di Roma. Ormai ha esaurito la sua spinta, ha perso i
suoi ideali, e non ci sono più le menti illuminate e morigerate dei tempi
passati. Le poche rimaste sono in netta minoranza rispetto a ciò che è
diventato il Senato: un luogo attraversato (assai più di prima) da corruzione,
affarismo e abusi di potere. Un grande albero marcio dentro, ha detto
qualcuno. L’avidità dei senatori (attraverso i propri liberti, perché
formalmente essi non possono dedicarsi a forme ignobili di lucro) ha messo
in crisi la Repubblica, aprendo la porta all’arrivo di uomini forti, e in
particolare a un dominatore assoluto come Giulio Cesare.
Anche lui appartiene a una famiglia aristocratica, ma fa parte della
fazione dei populares, e ha fatto proprie anche le istanze del popolo, che lo
ricambia e, in buona parte, lo sostiene. E una parte dell’aristocrazia più
conservatrice gliel’ha giurata (ma non soltanto per questo motivo).
L’obiettivo dei congiurati è semplice: uccidere Cesare, che ormai agisce
da monarca, per creare un clima di confusione e incertezza, dal momento che
non esistono figure carismatiche in grado di prendere il suo posto. In questo
modo il Senato riprenderebbe il suo antico ruolo, ideale per continuare a
gestire il potere in modo spregiudicato.

La “macchina del fango”

Artemidoro, l’uomo che stiamo seguendo per le strade di Roma, ha deciso


di addentrarsi di nuovo nell’intrico dei vicoli: lo ritiene più sicuro rispetto alle
vie affollate. Gli edifici attorno a lui sono molto vicini, ci si può addirittura
stringere la mano da una finestra all’altra, come amerà dire Marziale nei suoi
Epigrammi. Persino la luce del cielo fatica a raggiungere il suolo: è solo una
lama sinuosa sospesa a grande altezza sopra la testa di Artemidoro. Le sue
pupille sono dilatate per la semioscurità ma anche per la paura. È molto buio,
e per un attimo il filosofo si chiede se non sia più prudente tornare indietro.
In questi vicoli malfamati aggressioni e uccisioni sono frequenti: ogni
mattina qualche corpo senza vita viene trovato a terra, nel fango. Omicidi
senza colpevoli. A convincerlo a continuare sono i suoi sensi. I cattivi odori
sono alle sue spalle, e ora viene avvolto dall’odore dolciastro del latte messo
a bollire in qualche casa. A rassicurarlo sono le voci che lo raggiungono da
direzioni diverse e che provengono dalle finestre aperte sopra di lui, dai
balconi, dalle porte socchiuse che gli scorrono ai lati, o dal fondo dei vicoli.
Sono come le carezze di veli invisibili che gli fanno capire che sta
attraversando una vera galassia di vite parallele, quelle che animano questo
alveare umano che è la Suburra, forse il quartiere più popolare di Roma. È
come se le sue orecchie leggessero tanti diari quotidiani della vita di queste
persone. Ecco una mamma che canta la ninna nanna, un uomo che recita
preghiere mattutine a bassa voce, uno schiavo che lavora mormorando una
nenia del suo lontano paese natio. Una donna saluta affettuosamente il marito
che esce di casa; le fa da contraltare un’altra, in lontananza, che sta litigando
a squarciagola con il suo uomo, colpevole di chissà cosa. Artemidoro sorride
e prosegue. Quasi non fa caso al pianto di un bambino. È un suono consueto
in un quartiere popolare, ma più avanza e più si fa forte. La cosa che lo
insospettisce è che non sembra provenire da una casa, ma dalla fine del
vicolo, dove non si vedono né porte né finestre. Dopo pochi metri il filosofo
si ferma, come pietrificato. In cima al vicolo, all’incrocio, scorge una colonna
isolata. È solo il basamento con un fusto spezzato, ma ai suoi piedi c’è una
cesta con un fagotto. Il pianto proviene da lì. È un neonato. C’è anche un
biglietto che spiega a chi lo trova come rintracciare in futuro la sua famiglia
d’origine. È un bambino rifiutato dalla famiglia, o meglio dal padre, chissà
per quale motivo. Sospetto tradimento della moglie? Grave menomazione
fisica? Ennesimo figlio con lo stesso sesso di tanti altri fratelli o sorelle?
Mancanza di mezzi per sostenerlo? Non lo sappiamo. La legge e le tradizioni
romane consentono di lasciarlo per la strada di modo che chiunque possa
raccoglierlo e allevarlo come proprio. Può capitare che lo prenda una persona
perbene, impietosita, o peggio, qualcuno senza scrupoli che farà di lui uno
schiavo. Quasi sempre i trovatelli vengono abbandonati in luoghi noti a tutti,
come questa colonna (la più famosa a Roma è la cosiddetta columna lactaria,
chiamata così in riferimento al latte, un simbolo per i neonati). Un foglietto
scritto o un oggetto personale possono consentire a chi raccoglie il piccolo di
riportarlo ai legittimi genitori chiedendo in cambio una somma per tutto il
tempo dell’adozione “temporanea”. È la versione antica delle nostre “ruote”
dove si lasciavano i figli indesiderati.
Artemidoro è fermo davanti al neonato. Ma non è questa vita
abbandonata a bloccarlo, bensì una scritta lasciata nella notte sul muro
accanto alla colonna perché tutti la vedano. È ancora fresca, e due gocce
colano lungo il muro cercando faticosamente di raggiugere il suolo. La scritta
è contro Giulio Cesare. Lo si accusa di essere un ladro, ma quello che è
peggio è che si insinua che stia per scappare con tutti i tesori di Roma ad
Alessandria d’Egitto insieme alla sua amante Cleopatra.
Artemidoro scuote la testa e affretta il passo. Deve assolutamente
raggiungere Cesare. Ormai corre nel vicolo e sparisce nella semioscurità.
Negli ultimi giorni, i congiurati hanno messo in moto una vera e propria
“macchina del fango” per screditare Giulio Cesare. Sono delle fake news
diffuse apposta per fare indignare il popolino, a volte sotto forma di scritte
sui muri, più di frequente sfruttando la vox populi, il passaparola basato
sull’irresistibile attrazione della notizia sussurrata. A fare da cassa da
risonanza sono luoghi come le botteghe dei barbieri, le popinae, i banchetti,
le terme, oltre, naturalmente, al Foro.
Ma quali sono le voci che circolano su Cesare?
Gli si attribuiscono debolezze, vigliaccherie, depravazioni di ogni genere,
e un’ambizione sconfinata che si fermerebbe solo se diventasse re, una parola
che nei romani evoca i fantasmi del passato, quando l’Urbe era dominata da
sovrani di origine etrusca cacciati solo con grande fatica. Ma Cesare lo sa, e
per questo ha preparato una contromossa. Un mese fa, il giorno dopo essere
stato nominato dittatore a vita, durante la festa dei Lupercali ha organizzato,
d’accordo con Antonio, una cerimonia nel cuore del Foro, sui Rostri (i podi
degli oratori, così chiamati perché ornati con i rostra, i robusti speroni di
bronzo sottratti alle navi nemiche catturate). Cassio Dione racconta che
Cesare era seduto su un trono d’oro e Antonio si è avvicinato con un
diadema, una sorta di corona reale (secondo alcuni, più che di una corona si
trattava di una striscia di stoffa bianca ornata di perle) dicendogli: “È il
popolo che te lo dà per mio mezzo”. Ovviamente tutto era concordato. Cesare
ha mostrato un plateale sdegno rifiutandola e dicendo: “Solo Giove è re dei
romani”. Ma tutto questo è servito ad acquietare gli animi? Non sembra…
In questa giornata così importante per la storia, manca ancora il
protagonista principale, Cesare. Cosa ha fatto in queste ultime ore?

L’ultima cena di Cesare


Poche ore fa, Cesare era mollemente disteso su un triclinio, a casa di un
fedele amico, Marco Emilio Lepido, magister equitum e, in quel momento di
dittatura, la seconda carica più importante dello Stato. Oltre a loro, sappiamo
che c’era anche Decimo Bruto. No, non il Marco Giunio Bruto che lo
pugnalerà tra poche ore.
Si tratta di un generale di grandi capacità che d’ora in avanti, per non
creare confusione, chiameremo soltanto Decimo. Ed è un suo fidatissimo
amico e alleato… o così almeno crede Cesare. Lui non lo sa ma… persino
Decimo è uno dei congiurati, anzi, uno dei principali! A cena con il nemico,
si potrebbe dire. Fa impressione pensare che Cesare stia mangiando in tutta
tranquillità accanto a uno dei suoi assassini.
Gli uomini hanno conversato tra pietanze, servitù silenziosa che versava il
vino e forse, chissà, anche con l’accompagnamento di un musico come
sottofondo. Secondo lo storico Appiano i tre hanno parlato della situazione
politica a Roma, ma anche di un’imminente spedizione militare. Fra tre giorni
infatti Cesare partirà per una guerra contro i nemici giurati di Roma, i Parti.
Sono una vera spina nel fianco dei romani, e il loro potente regno si estende
dalla Siria all’Iran orientale e oltre, includendo l’Iraq. Quello che tutti noi
abbiamo letto nel De bello gallico potrebbe ripetersi con nuovi nemici e
nuovi scenari in Medio Oriente. O meglio “avrebbe” potuto ripetersi, perché,
come sappiamo, Cesare sarà assassinato tra poche ore, quindi interi libri di
storia non saranno mai scritti e, ancor più, secoli di una storia “diversa” da
quella che conosciamo, non accadranno mai… Un altro universo parallelo di
vite, estensioni di imperi, monumenti e gesta che non ha mai preso forma…
Chissà come sarebbe il mondo oggi.
A proposito della morte, a un certo punto della cena la conversazione
cambia improvvisamente argomento. Scrive Plutarco che “mentre Cesare
stava firmando alcune lettere, come era solito fare quando giaceva a tavola, il
discorso venne a cadere su questo argomento: quale fosse la morte migliore.
Cesare, prevenendo le risposte di tutti, gridò: ‘Quella inaspettata’”. Appiano
sostiene che è stato proprio Cesare a lanciare l’argomento. Comunque stiano
le cose, la coincidenza con i fatti che accadranno tra poche ore è davvero
sconvolgente. Possibile che non avesse alcun sospetto? Molte voci saranno
sicuramente arrivate anche a lui. Perché non ha agito? È una questione sulla
quale molti storici ancora oggi discutono…
Sono almeno un paio di anni che si susseguono voci di possibili
complotti. Lo stesso Cicerone in una sua lettera ha sottilmente lasciato capire
che da tempo c’è aria di congiura. Almeno uno di questi complotti è stato
scoperto, ma stranamente Cesare ha bloccato tutto, non ha avviato
investigazioni. Si è limitato a far capire ai congiurati di aver scoperto il loro
piano attraverso un semplice editto in cui afferma di sapere tutto. Niente
arresti o indagini che portassero ai veri mandanti e alla “cupola”.
Tutti i suoi sostenitori, amici e alleati (i cosiddetti “cesariani”) sono
preoccupati e sostengono che è troppo imprudente: ha persino licenziato la
sua guardia del corpo, costituita da soldati iberici che lo circondano in ogni
spostamento con le spade sguainate. Perché? Lui stesso ha detto che il Senato
e i senatori hanno giurato di difenderlo. Andare in giro con la guardia armata
personale sarebbe un segno di chiara sfiducia verso il Senato.
Eppure dei segnali di un attentato imminente ci sono, eccome. Solo pochi
giorni prima, secondo Plutarco, sono comparse alcune scritte che… esortano
Bruto ad agire! Sono chiarissime nel loro contenuto: “O Bruto, dormi?” e “Tu
non sei veramente Bruto” (riferendosi a un suo avo, anche lui di nome Giunio
Bruto, che eroicamente cacciò l’ultimo re di Roma, diventando un grande
della storia di Roma). Queste scritte sono state lasciate di notte dagli schiavi
inviati da alcuni senatori e aristocratici coinvolti nella congiura, per spingere
Bruto a svegliarsi e ad agire, visto quanto è ancora indeciso.
Ma allora, se Cesare sa (e sa da tempo), perché non ha agito? Alcuni
studiosi hanno sostenuto che Cesare, essendo malato di epilessia e ormai in là
con gli anni (per l’epoca), abbia deciso di morire, in una sorta di “suicidio
programmato”, anziché indebolirsi e uscire di scena comunque. Riesce
tuttavia difficile credere che un uomo d’azione e di potere come lui abbia
volontariamente rinunciato a terminare il proprio lavoro, concludere le
riforme, vincere la guerra con i Parti, assaporare il successo assoluto, e
interrompere il rapporto con Cleopatra. Altri studiosi, invece, portano avanti
teorie differenti, più plausibili storicamente. Semplificando, la spiegazione
sarebbe che Cesare non ha adottato delle contromisure. Si può intuire il suo
punto di vista. A chi gli indica Bruto come possibile capo di una congiura, lui
risponde serenamente di essere già in là con gli anni. Per Bruto è meglio
aspettare più che uccidere, perché non gli conviene salire al potere macchiato
di omicidio e con l’onta del tradimento.
Questa spiegazione di Cesare, però, non tranquillizza i suoi, che
cominciano a vedere un po’ ovunque comportamenti sospetti, non solo in
avversari dichiarati come Bruto e Cassio ma persino tra le stesse file dei
fedelissimi di Cesare, come Antonio e Dolabella. Di fronte al panico e ai
timori dei suoi, racconta Plutarco, lui risponde con una battuta che mostra
tutta la sua serenità: “Non lo preoccupavano gli uomini grassi e dai capelli
lunghi, ma quelli pallidi e magri”. E in effetti Bruto e Cassio corrispondevano
alla prima descrizione, mentre Antonio e Dolabella alla seconda…
Infine, ed è questo il punto cruciale, sembra convinto che, malgrado le
continue avvisaglie, un attentato non abbia senso e sia poco “logico” per la
situazione nella quale si trova Roma, che dalla sua morte non trarrebbe alcun
beneficio e anzi, come ricorda lo storico Antonio Spinosa, rischierebbe di
essere travolta da sanguinose guerre civili. In altre parole, tutti ora
beneficiano della stabilità e della potenza di Roma che lui ha creato:
dall’esercito alle istituzioni, al commercio, al popolo… E ha ragione. Dopo
anni di guerre civili, la stabilità è forse il bene più prezioso. Cesare, insomma,
ha chiara l’idea che lui è la chiave di volta dell’intero mondo romano. Se
dovesse cadere, verrebbe giù tutto…
Ma lui ragiona da statista, con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Non
considera che i suoi nemici e i congiurati hanno lo sguardo rivolto molto più
in basso, verso interessi assai più vicini, immediati e personali.
L’errore di Cesare è quello di avere sopravvalutato i suoi avversari, di
non aver fatto i conti con la loro grettezza e stupidità (verranno infatti tutti
travolti e uccisi dalla sua morte, come lui stesso aveva previsto). A ucciderlo
saranno l’ignoranza e l’ingenuità di una parte dei congiurati, che non ha
capito che i tempi del regime aristocratico sono finiti. D’ora in poi il Senato,
svilito e svuotato di valore, anche per il diffondersi della corruzione e
soprattutto della spasmodica ricerca del potere personale (di cui, però, Cesare
è l’esponente di punta), sarà per secoli solo un’istituzione di secondo piano al
servizio di uomini forti: cominciando da Cesare, proseguendo con Augusto e
il suo principato, per continuare con tutti i futuri imperatori, veri attori
protagonisti per quasi cinque secoli di impero.
L’errore di Cesare è anche quello di aver sottovalutato il pericolo come
soldato. Lui, che ha combattuto e sconfitto galli, germani, egizi, celti della
Britannia, tribù iberiche e persino legioni e generali romani, rischiando in
prima persona nelle mischie sanguinose, forse ha pensato che dei senatori
abituati soprattutto al lusso e poco propensi alla militia non fossero capaci di
maneggiare nemmeno un pugnale. E qui ha sbagliato: quegli stessi senatori lo
hanno irretito e gli hanno teso una trappola con quello che sanno fare meglio,
parole e discorsi. Mai Cesare sarebbe caduto in una simile ingenuità sul
campo, ma lui è un soldato e, come tale, è abituato ad avere il nemico di
fronte, non alle spalle.
Alla fine della cena, prima di ritirarsi, è probabile che Cesare abbia
vomitato. Sappiamo infatti da Cicerone che praticava da tempo una dieta
emetica: mangiava abbondantemente e poi subito dopo i pasti rimetteva tutto.
Intorno alle 22 o 23 è andato a dormire… con una donna. Chi era questa
donna? Cleopatra? No, ce lo dice lo stesso Plutarco: “Andò a dormire, come
al solito, con la moglie”.
2

LA MORTE DI CESARE

Casa di Bruto, alba del 15 marzo: perché Cesare deve essere ucciso oggi

Marco Giunio Bruto continua ad andare avanti e indietro nervosamente


nella sua stanza. Ha il fiato corto, il respiro affannato. Non ha dormito per
tutta la notte. Nella sua mente esiste solo la giornata di oggi, nessun altro
progetto o pensiero riesce a entrargli in testa. Davanti a lui sua moglie Porzia,
appoggiata allo stipite della porta, non lo perde di vista un istante. Si regge in
piedi con fatica perché ha la gamba fasciata per via di una brutta ferita, un
taglio profondo che si è autoinferta per dimostrare la propria lealtà a Bruto.
Vedendo il marito teso, nervoso e distratto, giorni prima gli aveva chiesto
cosa lo turbasse così profondamente, ma lui non aveva risposto. Nessuno dei
congiurati ha mai aperto bocca con amici e familiari. Tantomeno con le
mogli. Ma Porzia è una donna diversa da tutte le altre. Ha valori profondi: è
figlia di Catone Uticense, che si è suicidato a causa di Cesare e ha insegnato a
Bruto a combattere re, tiranni e chiunque detenga il potere assoluto.
E Cesare è esattamente questo, sottolinea il professor Giovanni Brizzi,
ordinario di Storia romana all’università di Bologna e noto esperto di storia
militare antica. I suoi stessi soldati non hanno esitato a dirlo: riferendosi alla
pretesa di Cesare di avere affrontato la Guerra civile per difendere onore e
sicurezza, hanno intonato lo slogan: “Se ti attieni al diritto sei condannato, se
violi il diritto diventi re”. Cesare, come si è detto, non poteva tornare nelle
file della Repubblica, né estromettersi, come Silla, da una repubblica
ricostituita. La guerra intrapresa pro dignitate gli ha dato tutto; ma lui è
indeciso su come gestire la sua posizione. Roma è ormai governata come una
città soggetta: lui l’amministra come meglio gli pare. Esistono ancora Senato
e magistrati, ma dipendono dalla volontà di Cesare. Il senso delle istituzioni
gli manca: nel Senato vede sostanzialmente i singoli senatori, molti dei quali
nominati da lui stesso. Il Senato nel suo complesso per lui non significa nulla,
è solo un collegio che dibatte senza fine e spesso senza costrutto, impacciato
(anche dal fatto di essere stato reso elefantiaco: ben novecento membri). Se le
istituzioni non significano nulla per lui, allora anche l’alternativa tra
repubblica e monarchia non ha significato, quale che sia il suo atteggiamento
verso il titolo di re. Del consolato fa l’uso che vuole, conferendolo a
capriccio, e nomina senatori a suo talento. Giunge a fare eleggere un console
– Caninio – per un solo giorno. I poteri, le prerogative, i tributi d’onore che
ha ricevuto a più riprese vanno inoltre, in questo momento, ormai al di là di
qualsiasi limite. Alla fine del 45 o all’inizio del 44 a.C. gli ultimi in ordine di
tempo:
– Cesare potrà indossare sempre e dovunque le vesti trionfali;
– potrà dedicare i cosiddetti spolia opima, senza averlo meritato (non ha
mai ucciso un comandante nemico);
– i fasci dei suoi littori saranno avvolti sempre di alloro;
– ottiene il titolo di pater patriae;
– il giorno del suo compleanno diviene festività pubblica;
– il mese della sua nascita viene ribattezzato Iulius;
– vengono innalzate sue statue in tutti i templi di Roma e delle città
italiche, oltre a templi alla Nuova Concordia e alla Felicitas;
– ottiene l’immunità tribunizia;
– nelle sedute in Foro avrà un seggio d’oro invece di quello usuale;
– potrà portare la corona d’oro dei re etruschi;
– indossa già da tempo, come discendente di Enea, gli alti calzari rossi dei
re albani;
– tutti i senatori dovranno impegnarsi con un giuramento a difendere la
sua vita, e ogni quattro anni gli saranno dedicati giochi come a un eroe;
– l’immagine di Cesare come divinità, già prima approvata e condotta in
processione al circo, riceverà una sede sacra come quella degli altri dei: sulla
sua casa si dovrà collocare un frontone, come fosse un tempio;
– a lui e alla Clementia sarà consacrato un santuario, e dovrà avere un
flamine, vale a dire un sacerdote addetto al culto di una particolare divinità
(viene designato Antonio, ma il culto sarà avviato solo dopo la morte);
– sarà sepolto all’interno della città;
– i decreti di divinizzazione saranno incisi su tavole d’argento in caratteri
d’oro e posti ai piedi di Giove Capitolino;
– saranno prorogate a vita la praefectura morum e la sua sovrintendenza
alla moralità;
– e, poi, la dittatura.

Scompare così anche la parvenza di provvisorietà del suo potere. È una


monarchia de facto, con caratteri divini che non avranno neppure gli
imperatori del I e del II secolo. Ma perché accetta tutti questi onori che lo
mettono a rischio? Presumibilmente, per il desiderio di immortalità nella
memoria dei concittadini; eppure c’è una differenza con Pompeo: Cassio
Dione dice che “Pompeo ambiva a essere onorato da gente che agisse di sua
volontà, […] mentre Cesare non si curava se era a capo di gente che
l’odiasse, e se era lui stesso ad attribuirsi gli onori”. Ed erano onori divini,
come quelle virtù divinizzate – Felicitas, Concordia, Victoria – nelle quali si
specchiava. Pericolosissimo e, alla lunga, fatale.
Porzia, dunque, cova un odio profondo nei confronti del dittatore a vita,
alimentato anche dal primo marito, Bibulo, acerrimo nemico di Cesare.
Questi dettagli sono importanti per comprendere il ruolo di Porzia, una donna
che ha grande influenza sulle decisioni di Bruto. I due si conoscono da tempo
e si amano sinceramente – cosa rara in un’epoca in cui i matrimoni sono
combinati – e sono imparentati, cosa invece comune nel mondo romano.
Catone, infatti, era al tempo stesso zio di Bruto e padre di Porzia; di fatto,
Bruto ha sposato sua cugina.
Porzia, inoltre, è una donna molto sensibile e incredibilmente forte, tanto
che, di fronte al silenzio di Bruto sul tormento che lo assilla da mesi, ha preso
una decisione straordinaria: per capire se poteva resistere al dolore, si è
affondata una lama tagliente nella coscia, aprendosi una profonda ferita.
Vedendo che riusciva a sopportarlo, si è avvicinata a Bruto mostrandogli lo
squarcio, e dicendogli di meritare la sua fiducia perché nessuna tortura
l’avrebbe mai costretta a parlare. Di fronte a quella scena cruenta, Bruto ha
perso ogni indugio e le ha confidato il complotto, ma anche tutti i suoi dubbi
e timori. Da quel momento Porzia è diventata più che un supporto, per lui.
Sicuramente avrà detto la sua anche sul momento e il luogo dell’assassinio…
Già, come mai si è deciso di ammazzare Cesare proprio oggi, il 15 marzo,
e proprio durante una riunione del Senato? Non era più semplice per strada o
in un banchetto tra pochi intimi?
La scelta è stata fatta con molta cura e decisa all’unanimità nell’ultima
riunione tra i congiurati. I motivi sono chiari.
Non si può più aspettare, perché Cesare sta per lasciare Roma per
combattere contro i Parti: tra pochi giorni deve trovarsi ad Apollonia,
nell’attuale Albania, dove l’esercito lo aspetta (tra le sue file c’è anche un
giovane ragazzo di nome Ottaviano, il futuro Augusto, ignaro del destino che
sta per travolgerlo). Da lì arriverà in Medio Oriente per una campagna che
durerà chissà quanto, e se tornerà vittorioso sarà ancora più amato dal popolo
rendendo vana ogni motivazione per ucciderlo.
Paradossalmente, proprio l’inizio di questa guerra sta aiutando Bruto e gli
altri congiurati: secondo i libri sibillini “solo un re potrà abbattere l’Impero
partico”. Ma Cesare non è un monarca. Per questo il Senato si deve riunire
per conferirgli la carica provvisoria di re (una carica “tecnica” utile solo in
quell’occasione, la cui validità, ovviamente, scatterà solo una volta uscito da
Roma, fuori dal pomerium, il perimetro sacro dell’Urbe). Si sta
materializzando l’incubo peggiore per i senatori, e cioè che il Senato
trasformi ufficialmente e legalmente Cesare in un re.
Tutto questo avverrà in un momento preciso: nell’assemblea del Senato
prevista per il 15 marzo, le Idi. Ecco allora che tutto combacia alla perfezione
ponendo le condizioni ideali per il momento e il luogo dell’assassinio:
– il 15 marzo è giorno di festa, la città sarà semivuota e con poca attività.
– Cesare verrà in aula disarmato e soprattutto sarà solo: non ha più le sue
guardie del corpo e dato che si “fida” del Senato dovrà lasciare fuori dalla
sala ad aspettare il suo codazzo di sostenitori, amici, clienti che lo
proteggono.
– Dopo sarà troppo tardi.

Bruto si è fermato, e fissa la debole fiammella di una lucerna sul tavolino di


marmo che rischiara la stanza. Quel chiarore lo ha quasi ipnotizzato. Poi si
gira e con un ultimo intenso sguardo squadra il volto pallido di Porzia
tuffandosi nei suoi occhi. Lei abbozza un sorriso, di più non riesce, travolta
dalla stanchezza di notti insonni, e dalla debolezza per la ferita. Lui le si
avvicina in silenzio. Il suo respiro caldo accarezza le sue gote fredde. Porzia
alza lo sguardo. I suoi occhi cercano di aggrapparsi a quelli di Bruto.
Sembrano implorare qualcosa che manca da tante, troppe settimane di
angoscia: la serenità dei giorni felici. Il lungo bacio di Bruto sembra riportare
per un momento quei lontani attimi. Poi tutto scompare all’improvviso nella
mente di Porzia: nell’abbraccio al suo uomo sente qualcosa di freddo e rigido
premerle sul ventre. Guarda verso il basso e tra le pieghe della toga scorge
uno scintillio metallico. È il manico di un pugnale. Le sue piccole mani
delicate scendono come angeli sullo strumento di morte appoggiato sul suo
ventre, dispensatore di vita. Lo accarezza e poi con un movimento secco lo
sfila dalla cintura del marito. Progressivamente emerge una lunga lama. Lei
rigira il pugnale verso l’alto e lo frappone tra i due visi. È la classica arma
usata dai legionari, il pugio. È lungo poco più di una spanna. L’impugnatura
è di bronzo, e anziché terminare con un classico pomo è a croce, una foggia
insolita (quello dell’altro grande congiurato, Cassio, presenta invece due
dischi piatti, come indica una moneta con i due pugnali fatta coniare da Bruto
in seguito). Gli occhi e le labbra di Bruto e Porzia si riflettono sulla lama per
lunghi istanti. Lo sguardo di Porzia corre sul filo tagliente di entrambi i lati.
Poi lentamente bacia la lama fredda e la consegna al marito, che la rimette a
posto nella cintura con un gesto secco, senza mai distogliere lo sguardo da
lei. Un ultimo bacio. Una lenta carezza sul volto. E poi Bruto si gira ed esce
dalla stanza con passo deciso. Tutti i dubbi sembrano di colpo svaniti.
Allontanandosi dalla fiammella della lucerna, la sua ombra sulle pareti si
ingigantisce sempre più, divorando gli affreschi e spegnendone i colori.
Come farà effettivamente la sua “ombra” scura nei colori della Storia.

Il luogo dove il mondo è cambiato per sempre

Dove si dirige Bruto? Il suo sarà un percorso con più tappe, ma un unico
punto di arrivo. In questo giorno in apparenza anonimo e felice per tutti c’è
un monumento di Roma che funzionerà come una gigantesca chiave della
Storia per aprire una porta su scenari imprevedibili a tutti. Anche agli stessi
congiurati. Si tratta del Teatro di Pompeo. Prima dell’edificazione del
Colosseo, e a parte il Circo Massimo, è la costruzione più imponente della
Città Eterna. Per molti secoli Roma non ha avuto teatri in muratura: secondo
la rigida morale repubblicana, erano considerati luoghi di perdizione e
promiscui, così venivano eretti solo temporaneamente, in legno, e comunque
sempre accanto a templi o luoghi di culto per ricordare a tutti l’origine
religiosa delle rappresentazioni teatrali. Ma da un paio di generazioni Roma è
diventata una città cosmopolita e queste regole appaiono ormai superate e un
po’… “bigotte”. Lo stile di vita è più aperto e la gente ama sempre più
divertirsi. I nuovi generi teatrali attraggono un numero sempre maggiore di
persone. Per questo Pompeo Magno, grande antagonista di Cesare morto da
poco, dieci anni prima ha fatto costruire a proprie spese un immenso teatro in
muratura, degno della potenza e del dominio di Roma, che si estende ormai
dalla Spagna al mar Caspio. La sua, in realtà, è stata un’abile manovra
politica: utilizzando l’immenso bottino conquistato nelle sue guerre vittoriose
in Oriente, ha regalato ai romani il più grande teatro mai visto a Roma, in
modo da ottenere maggior consenso e accrescere la propria popolarità. Per
non offendere l’antica morale e le tradizioni religiose, ha aggirato la legge
con un’astuzia molto “moderna”, per così dire… Ha eretto un grande tempio
dedicato a Venere Genitrice in cima agli spalti. Così, stando seduti, avete il
palcoscenico davanti a voi e il tempio dietro di voi, in cima. Gli spalti quindi
possono essere considerati allo stesso tempo una scalinata per accedere al
tempio, in alto, o sedute per vedere lo spettacolo, in basso. Possiamo parlare
di una platea “double-face”, che accontenta tutti, anche se in modo ipocrita.
Il teatro è un edificio gigantesco, la cui grandezza non è stata più
eguagliata da quelli successivi, un capolavoro dell’ingegneria, frutto della
raffinata conoscenza delle volte ad arco e dell’uso rivoluzionario del
calcestruzzo (opus caementicium) inventato dai romani. Può contenere fino a
17.500 spettatori. Oggi i suoi pochi resti sono coperti da edifici medievali,
rinascimentali e barocchi della Roma moderna, e si indovina il suo profilo
solo dalla famosa piazza di Campo de’ Fiori.
Ma non è questo teatro l’obiettivo dei congiurati. Dietro la scena infatti si
estende un piccolo paradiso nel cuore di Roma, quasi un gigantesco “foyer”.
Si tratta di un immenso giardino, incorniciato su ogni lato da un lungo
porticato ricco di opere di pittori e scultori. Al centro si trovano due boschi di
platani con fontanelle, che fanno da ali a un viale centrale che dal teatro
conduce verso il luogo dove verrà assassinato Giulio Cesare: la Curia di
Pompeo Magno. È una grande aula alla quale si accede attraverso un’ampia
scalinata. Al suo interno ci sono marmi pregiati, colonne decorate in vari stili
e alti finestroni a intervalli regolari. È in questa aula che oggi si riunirà il
Senato.
Come mai qui e non nel Foro romano, dove c’è la sua antica sede
naturale, la Curia Cornelia? Perché sono in atto dei lavori per trasformarla in
un tempio. E così, nell’attesa che venga ultimata la costruzione della nuova
Curia Iulia voluta da Cesare, la Curia di Pompeo Magno è diventata
momentaneamente il cuore pulsante delle decisioni di Roma. Sui due lati
sono allineati i sedili dei senatori. Il seggio destinato a Cesare si trova sopra
un podio con alle spalle una nicchia dove troneggia una gigantesca statua di
Pompeo Magno, suo antico nemico. Sono solo supposizioni, naturalmente,
tanto più che gli scavi archeologici sono particolarmente difficili perché la
zona in cui un tempo sorgeva la Curia di Pompeo oggi si trova sotto una
strada.
Abbiamo definito questo edificio una “gigantesca chiave della Storia”,
per quello che accadrà. È vero, ma in questi primi momenti della giornata è
qualcosa di diverso. È un enorme magnete, un enorme attrattore, che in questi
minuti e in queste ore attira tutti i protagonisti a sé come può fare un buco
nero, che inghiotte stelle e galassie in un vortice sempre più veloce. Proprio
come i velieri, di notte, convergono verso un unico faro, così Bruto,
Artemidoro, e poi Antonio, Cassio, Cicerone e tutti i senatori congiurati fino
alla vittima sacrificale, Cesare, stanno ineluttabilmente avvicinandosi a
questo luogo, chi camminando, chi sulla lettiga… Attori e spettatori di un
colossale cambio di rotta della Storia.
Esattamente come una stella che precipita in un buco nero (da dove
neanche la luce può uscire) cambia stato e si annulla, le loro vite verranno
devastate e fracassate da quell’istante in cui si alzeranno i pugnali. Nessuno
potrà più tornare indietro. Tutto scomparirà: ricchezze, sogni, felicità e in
tanti casi la vita stessa. E allora proviamo a seguirli tutti
contemporaneamente, in questa mattina che non è come le altre, di un giorno
che non sarà mai più come gli altri.

Casa di Cesare, alba del 15 marzo

Anche Cesare ha avuto una nottata burrascosa. Dove si trova ora? Per
diverso tempo ha vissuto in una casa nel popolare quartiere della Suburra. Ma
da diciotto anni, da quando ha assunto la sua carica nel 62 a.C., si è trasferito
in una dimora ben più sontuosa e importante: la Domus Publica, nel cuore del
Foro romano. È la residenza ufficiale del pontifex maximus, quale lui è. In
effetti anche questa abitazione ha due volti: uno di rappresentanza, dove
svolgere attività pubbliche, e l’altro privato, dove Cesare vive la sua vita
personale quotidiana, dotato persino di piccole terme.
Dopo essere rientrato dal banchetto con Lepido e Decimo, Cesare si è
coricato accanto a Calpurnia, sua moglie. La notte non è stata serena. Da ciò
che ha poi scritto Plutarco, sappiamo che nel cuore delle tenebre il silenzio è
stato squarciato all’improvviso dalle porte e dalle finestre che si sono
spalancate a causa del vento. Cesare deve essersi alzato per richiuderle,
magari raggiunto all’ultimo istante da un suo schiavo di fiducia
semiaddormentato… Tornato a letto, non è riuscito a riprendere sonno: il
rumore del vento e la luce splendente della luna che filtrava nella stanza lo
hanno tenuto sveglio. Ha fatto un gesto molto tenero verso la moglie, le si è
avvicinato per abbracciarla e stringerla e forse anche per riscaldarsi a
vicenda, visto il freddo della notte che è entrato nella stanza con il vento. Ma
ha notato qualcosa di allarmante. Calpurnia dormiva profondamente ma
emetteva suoni indistinti e lamenti inarticolati. E poi all’improvviso si è
svegliata in preda a un’agitazione profonda, quasi nel panico. Cesare deve
averla abbracciata a lungo, chiedendole cosa aveva sognato e lei, come un
fiume in piena, ha raccontato l’incubo, provando di nuovo tutto il dramma dei
suoi sensi ancora sconvolti. Di questo sogno, a oltre 2000 anni di distanza,
abbiamo più versioni, tutte impressionanti, da autori diversi… In quella di
Plutarco, Calpurnia sognò che il pinnacolo sopra la loro casa precipitava
sfondando il tetto, mentre lei gridava aiuto. Cassio Dione invece riferisce che
nel sogno “la casa era crollata […] il marito veniva ferito da alcuni uomini e
si rifugiava nel suo grembo”. Appiano, dal canto suo, riferisce che Calpurnia
sognò il corpo di Cesare grondante di sangue. Per Svetonio, infine, la donna
“sognò che il tetto della loro casa crollava e che il marito le veniva
assassinato in grembo”.
Immaginiamo che le linee del viso del grande generale si siano per un
attimo increspate, per poi distendersi mentre stringeva la moglie in un lungo
abbraccio. Calpurnia piange… e non è una donna superstiziosa: l’incubo però
è stato davvero coinvolgente e molto vivido.
È possibile che nel dormiveglia il rumore del forte vento contro
l’abitazione abbia influenzato l’incubo di Calpurnia, dandole la sensazione
che il tetto crollasse. Ma dettagli come il corpo insanguinato, pugnalato e
morente di Cesare sul suo grembo forse ci rivelano qualcos’altro. Potrebbero
suggerirci indirettamente un fatto non noto, e cioè che in quei giorni le
fossero giunte voci di un possibile attentato al marito, terrorizzandola. O che
sia stato addirittura lui stesso a confidarle che qualcuno tramava per
ucciderlo, voci alle quali però non dava troppo peso.
Anche Cesare, sempre secondo Svetonio, poco dopo le ha raccontato il
suo sogno. Ha sognato di alzarsi nell’aria e di volare in alto, molto in alto,
fino a superare le nuvole, per poi stringere la mano a Giove.
La sensazione di volare nei sogni è tipica di chi deve affrontare un esame
o una sfida il giorno seguente, cosa che effettivamente Cesare doveva fare.
Tuttavia colpisce quanto, in entrambi i casi, questi sogni sembrino
anticipare davvero il dramma che si consumerà tra poche ore. Rimane
ovviamente da stabilire se siano veri o se siano stati “creati ad arte” in seguito
alla morte di Cesare. Non lo sapremo mai. Ma se fossero veri, possiamo
capire lo stato d’animo di Calpurnia e soprattutto di Cesare, immersi da
giorni in uno stillicidio quotidiano di sospetti, di complotti ma anche profezie
negative e presagi nefasti. È facile che si siano inconsciamente lasciati
influenzare… Questi sogni, insomma, più che “premonitori” sarebbero, in
un’interpretazione più razionale, delle “spie” accese sull’atmosfera di timori e
angosce che aleggiava nella loro casa e nelle loro menti in quelle ore. Quasi a
dire che entrambi erano ben coscienti dei rischi che ogni giorno portava.
In ogni caso la lista dei presagi infausti che possono aver influenzato
Cesare e Calpurnia è lunga e sorprendente. Ecco un breve elenco, basato su
ciò che hanno scritto gli autori antichi.
Nei giorni precedenti le Idi, racconta Plutarco, “fulgori celesti e tuoni si
ripercuotevano in molti luoghi di notte, e gli uccelli solitari si calavano sul
Foro”. Tutto questo ovviamente potrebbe semplicemente essere collegato a
una primavera ricca di temporali, ma con la mentalità degli antichi, abituati a
cogliere segnali e presagi un po’ ovunque, tutto acquista un’altra luce.
Plutarco riporta anche la testimonianza del geografo Strabone,
contemporaneo di Cesare, il quale racconta che nei giorni precedenti le Idi “si
videro molti uomini di fuoco combattere tra loro e che al servo di un soldato
scaturì da una mano una grande fiammata, e ai presenti parve che la mano
bruciasse; ma quando la fiamma cessò, si vide che egli non aveva riportato
alcun danno”. Al di là di questo, che oggi sarebbe interpretato come un
classico trucco usato da prestigiatori e illusionisti, per la mentalità degli
antichi invece è più inquietante quello che sarebbe capitato allo stesso Cesare.
Sempre Plutarco rivela che “Cesare stesso, durante un sacrificio, non riuscì a
trovare il cuore della vittima, il che è un terribile portento, perché non può
vivere, per Natura, un animale senza cuore”.
Secondo Svetonio, in Campania alcuni veterani e coloni stavano
demolendo in forza della legge Giulia alcuni antichissimi sepolcreti per
costruire le loro case. Nella tomba di Capi, il fondatore di Capua, fu rinvenuta
una lastra di bronzo con un’iscrizione in greco che prevedeva la morte di
Cesare: “Quando saranno scoperte le ossa di Capi un discendente di Iulo
verrà assassinato per mano di suoi consanguinei, e subito dopo sarà vendicato
con grandi stragi e lutti per l’Italia”. Sempre Svetonio racconta che “nei
giorni precedenti la sua morte venne a sapere che le mandrie di cavalli da lui
consacrate al tempo del passaggio del Rubicone, e lasciate libere e senza
custode, avevano smesso di pascolare e piangevano dirottamente”. E poco
dopo aggiunge che “la vigilia di quelle stesse idi uno scricciolo, che è anche
detto ‘uccellino regale’, entrò nella Curia di Pompeo portando nel becco un
ramoscello di alloro: immediatamente parecchi uccelli usciti da un boschetto
vicino gli si avventarono addosso e lo uccisero in quello stesso luogo”.
Cassio Dione riferisce che gli scudi sacri di Marte, custoditi nella Regia,
proprio nella notte precedente vibrarono e “fecero […] un gran rumore”.
Infine, c’è Spurinna, un aruspice etrusco, cioè un sacerdote incaricato di
esaminare le viscere durante i sacrifici. I romani avevano grande
considerazione per gli aruspici etruschi, al punto che secondo lo storico
statunitense Barry Strauss “alcuni importanti politici avevano un indovino
personale”. Spurinna era stato il summus haruspex, cioè il sacerdote
principale, che aveva officiato i sacrifici nei giorni precedenti ai famosi
Lupercali, il 13 e il 14 febbraio, un mese prima delle Idi di Marzo. Poiché i
responsi erano stati particolarmente negativi sia il primo che il secondo
giorno, e Cesare sembrava non curarsene, il 15 febbraio Spurinna fissò negli
occhi Cesare e lo mise in guardia pronunciando una frase che Shakespeare
poi rese immortale: “Guardati dalle Idi di Marzo”.
Cesare, da parte sua, era un romano anomalo: personalmente non credeva
a presagi e segni funesti, e se assecondava tali superstizioni lo faceva per
venire incontro alle tradizioni e accontentare tutti. Ma di certo non tenne
conto di questa minaccia dell’aruspice etrusco, anzi probabilmente gli fece
spallucce.

Casa di Cassio, primo mattino

Bruto non è solo a guidare la congiura. C’è un’altra figura importante,


Cassio, un uomo dal temperamento sanguigno, brusco, al limite
dell’arroganza. Queste caratteristiche lo hanno reso un ottimo generale nelle
legioni romane, anche se ben inferiore a Cesare per acume e grandezza.
Questa mattina c’è una certa agitazione nella sua casa, con schiavi che
mettono a posto le ultime cose nelle stanze pulite e ordinate in modo
inconsueto. Alcuni schiavi, quelli presenti da tanti anni, hanno gli occhi
lucidi. Si stanno preparando dei festeggiamenti… ma per cosa? Non sono
certo legati all’assassinio di Cesare, di cui nessuno è al corrente.
Per quelle strane coincidenze che a volte accadono, proprio oggi, 15
marzo, il figlio di Cassio diventa, per così dire, “maggiorenne”: deve cioè
prendere la “toga virile” (toga virilis). Si chiama come il padre, Gaio Cassio,
e ha tra i quattordici e i sedici anni. Già ieri sera, prima di andare a letto, ha
dato inizio ai riti che aprono ufficialmente la sua vita adulta. Ha raccolto la
toga da fanciullo (toga praetexta, orlata da una fascia color porpora) e la
bulla, cioè quel ciondolo contenente amuleti portafortuna che da sempre
porta al collo, e li ha deposti nel piccolo altare di casa dove si trovano i lares,
le divinità protettrici, e le maschere mortuarie in cera degli antenati più
illustri. Poi è andato a letto, indossando, secondo la tradizione, una tunica
bianchissima (tunica recta).
Possiamo immaginare lo stato d’animo del padre, obbligato a sorridere e
dimostrare il proprio orgoglio in un momento in cui la sua mente è
certamente altrove, con l’animo preoccupato e sottoposto a una tensione
inverosimile. Ha dovuto interpretare il ruolo di genitore felice, fingendo
serenità, ma in cuor suo avrà maledetto Cesare per avergli “offuscato” una
giornata come questa, così importante per la sua famiglia.
Ora suo figlio sta indossando un’altra toga, anch’essa bianca, ma da uomo
adulto (toga virilis), ed è emozionatissimo. A questo punto la tradizione e la
legge prevedono che padre e figlio vadano al Foro, attraversandolo tutto, per
salire sul Campidoglio e iscrivere il nome del giovane nelle liste civiche del
Tabularium.
I due non saranno soli: li accompagneranno amici, parenti, e clientes del
padre, ma ci saranno anche altre persone, inizialmente non previste.
Sono quelle con cui ora Cassio si sta intrattenendo. Agli occhi di tutti
sembrano solo amici e colleghi senatori, venuti a festeggiare l’evento in
segno di amicizia. Molti pensano sia una prova della notorietà e della potenza
del padrone di casa. Nessuno sospetta che quei senatori siano in realtà alcuni
dei congiurati che accompagneranno Cassio fino alla riunione del Senato, per
cambiare la Storia.
Eppure bastava stare un po’ più attenti per notare subito quello strano
incrocio di sguardi, di occhiate, e di mezze frasi dette sottovoce. Tra loro c’è
un volto che conosciamo già: da dietro una colonna sbuca Marco Giunio
Bruto, pallido e teso.
Dopo un ultimo rito, un ennesimo piccolo sacrificio e alcune frasi di
circostanza di Cassio, il gruppo esce di casa passando sotto le ghirlande
floreali beneauguranti fissate sopra la porta. Il padrone di casa sorride accanto
a suo figlio, intimidito da questa strana giornata. Dietro di loro si muove il
gruppo dei festeggiatori, tra frasi e battute ad alta voce. Quando esce l’ultimo
di loro e il corteo si incammina nella via, possiamo dire con certezza che la
congiura è ufficialmente cominciata…

Isola Tiberina, ore 6.20

Chiudendo la porta, uno schiavo alza lo sguardo verso il cielo e scorge


un’ombra scura che volteggia. È un rapace, forse una poiana, dal volo lento e
maestoso. È in ricognizione, in cerca di possibili prede come piccioni, tortore
o roditori, che non mancano mai nelle città. La sua presenza non è sfuggita a
un aruspice in un tempio vicino, che da molti minuti lo osserva aspettando di
scorgere nel suo volo un segno divino, fausto o infausto. Aggrotta le
sopracciglia cespugliose quando la sagoma dell’animale si staglia contro la
parte più luminosa del cielo, a est, prima di ritornare indietro continuando a
descrivere ampi cerchi nell’aria. Dove andrà? Perché gli dei non si decidono
a “spingere” il rapace in una direzione precisa, che sia un chiaro messaggio
per lui? I ragionamenti di quest’uomo di religione differiscono
completamente dall’istinto dell’animale. Non ci sono divinità dietro il suo
volteggiare, ma la sola ricerca di cibo. Dal momento che non si stanno
presentando facili catture, il rapace decide di spostarsi. Battendo
all’improvviso le ali con forza, si allontana nella direzione opposta al sole che
sorge, per attraversare il Tevere e raggiungere i boschi e le campagne
incontaminate. L’aruspice ha notato la brusca virata e lo segue a lungo, fino a
quando è un puntino lontano, poi fa una smorfia e rimane con lo sguardo
fisso a terra, pensoso. Il messaggio è chiaro… e molto brutto. Un rapace in
volo verso il punto dove tramonta il sole significa che sta per accadere
qualcosa di tremendo legato al potere.
Pochi istanti dopo l’uccello sorvola l’Isola Tiberina dalla forma allungata.
Sotto le sue ali un piccolo esercito è in marcia. I legionari, bardati
all’inverosimile con l’equipaggiamento, lo scudo da una parte e il pilum
dall’altra, stanno attraversando uno dei due ponti dell’isola, allontanandosi da
Roma. La colonna vista dall’alto è un fiume rosso scuro, per via della tinta di
centinaia di mantelle che ondeggiano a ogni passo. Il tintinnio delle armi,
dell’armatura e di tanti oggetti metallici accompagna il consueto canto
ritmato dei legionari, che stanno lasciando la città tra ali di curiosi e passanti.
Sono molte le ante delle finestre che si aprono all’improvviso, con persone
che fanno capolino per ammirare lo spettacolo. Questo esercito rappresenta la
forza di Roma e per secoli le consentirà di scrivere la storia.
Sull’Isola Tiberina, più che una legione completa (troppo numerosa con i
suoi 5000 soldati) probabilmente si sono accampate alcune sue centurie. Non
ne conosciamo il nome, ma, secondo lo storico Strauss, è plausibile che si
tratti di veterani, o comunque soldati con molta esperienza, di certo non
reclute. Uomini che hanno marciato per anni con Cesare, affrontato le sue
battaglie. Ne basterebbero pochissimi oggi (forse anche uno solo, vista la loro
abilità ed esperienza) per difenderlo, salvarlo dalla morte. E invece se ne
vanno… Inconsapevolmente lo lasciano al suo destino. Questi uomini non
partiranno per la guerra contro i Parti. Sono i soldati di Marco Emilio Lepido,
al quale Cesare, poche ore fa, al banchetto, ha confidato che riceverà un
nuovo incarico: tra soli quattro giorni diventerà governatore delle province
della Gallia Narbonense e della Spagna Citeriore. Questi soldati lo
seguiranno. Ed è probabile che lui stesso abbia trascorso la notte qui, insieme
a loro. Ora stanno uscendo da Roma per un’esercitazione nei dintorni della
capitale. Lepido, verosimilmente, è in testa alla colonna, visibile a tutti, su un
cavallo bianco. Anche lui sta lasciando Cesare al suo destino…

Casa di Cesare, ore 6.20 circa

È una giornata dalle tinte forti. Un vento teso continua a flagellare la città.
Si infila ovunque nei vicoli e nelle case, obbligando la gente ad avvolgersi in
cappe e mantelle pesanti e ad accendere bracieri. Neanche il sole riesce a
riscaldare l’aria.
Nella Domus Publica, la casa di Cesare, gli schiavi hanno già messo a
scaldare l’acqua e preparato la colazione per il grande generale. Una
colazione rapida come è sua abitudine.
In questo momento è di schiena, seduto su una sedia curule, di quelle
pieghevoli e senza schienale che si vedono spesso nelle tende dei comandanti
negli accampamenti militari. Un paio di schiavi sta curando la sua
capigliatura con attenzione, usando unguenti e piccoli colpi di pettine. È un
uomo rude, abituato alla vita da campo, ma tiene molto al suo aspetto. Se i
capelli brizzolati lo rendono attraente sia per il mondo femminile sia per
quello maschile, il loro diradamento costituisce invece un vero problema…
Secondo gli scrittori antichi Cesare soffrirebbe molto per la perdita di capelli
dovuta all’età. La soluzione più efficace sono dei lunghi riporti in avanti,
come si vede ancora oggi sulle sue statue. Ed è quello che stanno facendo ora
i due schiavi.
Nel frattempo, fuori da casa sua, su banconi in muratura appoggiati alle
pareti di cinta, sono assiepati da tempo dei clientes, cioè persone che
chiedono udienza a Cesare per ottenere favori, interessamento a loro
problemi o raccomandazioni, visto che poi partirà per mesi. L’improvviso
rumore dei chiavistelli del pesante portone di ingresso li ha fatti ammutolire.
Ne esce un uomo piccolo, pelato e grassottello, con una tavoletta cerata in
una mano e una penna nell’altra. È il nomenclator, cioè lo schiavo addetto
all’identificazione dei clienti per capire chi siano e “smistarli” in modo da
velocizzare l’incontro con Cesare. Comincia a prendere i loro nomi.
Così è cominciato l’ultimo giorno di vita di Cesare. Come un giorno
qualsiasi. Un giorno però iniziato male. Secondo Svetonio il grande generale
è spossato dalla notte agitata. Ha forse avuto un attacco di epilessia. Lo stesso
Svetonio sostiene che negli ultimi tempi Cesare ha sofferto di svenimenti, di
incubi notturni e in almeno due casi di attacchi epilettici, una patologia che
avrebbe iniziato a colpirlo fin da quando era in Africa, nella battaglia di
Tapso, dove forse non partecipò all’assalto decisivo. Non possiamo dire nulla
di certo in proposito. Secondo alcuni studiosi – tra cui Barry Strauss – la
notizia di questo male potrebbe addirittura essere stata inventata e diffusa ad
arte dai suoi sostenitori, dopo l’assassinio, per coprire il palese errore di
valutazione che lo ha portato alla morte.

Casa di Cesare, ore 7.00 circa: nuovi indovini

Calpurnia non demorde. È davvero preoccupata. Cerca di convincere


Cesare a non uscire di casa e a rinviare all’indomani la riunione al Senato.
Forse il timore di possibili attentati è molto più profondo di quanto si ritenga
in tempi moderni. Lo dimostra il fatto che Cesare, pur non essendo un uomo
superstizioso, rimane comunque “a lungo dubbioso”, come sottolinea
Svetonio. Alla fine cede alle richieste di Calpurnia e ordina di convocare gli
indovini. Secondo alcuni il vero motivo sarebbe un altro: dietro la volontà di
rinviare la riunione ci sarebbe un reale malessere fisico, perché sarebbe
inconcepibile posticipare una seduta del Senato di così grande importanza
solo per assecondare le ansie della moglie… Se così fosse, è ragionevole
presumere che abbia fatto chiamare Antistio, il suo medico personale, lo
stesso che esaminerà il suo corpo senza vita tra poche ore.

Curia di Pompeo, ore 7.00: arrivano i gladiatori

Uno schiavo sta spazzando foglie e stracci portati dal vento della notte
davanti alla domus del suo padrone. Il fascio di stretti rami che costituiscono
la scopa graffia il marciapiede con un ritmo quasi ipnotico. Sembrano dei
lunghi colpi di spazzola. Ma il loro lungo e cadenzato lamento sulle lastre di
pietra si mescola a un altro rumore lontano che con il trascorrere dei secondi
si fa sempre più vicino. È il passo regolare di una moltitudine di figure
maschili, che occupano tutta la strada. Lo schiavo si ferma e li osserva
sbigottito. I muscoli, l’aspetto massiccio e tozzo di quei corpi così simili
l’uno all’altro gli fa subito capire che si tratta di persone che si allenano tutti i
giorni. Legionari? Non sembra. Lottatori? No, hanno un codino di capelli
annodato in cima alla testa. Sembrano tutti dei… gladiatori! Lo schiavo
sgrana gli occhi e aumenta la frequenza dei colpi di ramazza, per poi entrare
nella domus e chiudere il pesante portone con borchie di bronzo un attimo
prima che giungano i gladiatori. Hanno lo sguardo concentrato, il passo
solenne. Molti vengono riconosciuti dai cittadini, essendo dei campioni, i loro
beniamini.
Cosa ci fanno dei gladiatori per strada a quest’ora? Sono stati assoldati
dall’altro commensale della cena di ieri, Decimo. Forse appartengono alla sua
scuola gladiatoria personale. E sono tanti, un centinaio. Sanno usare le armi a
distanza ravvicinata come pochi. Per questo il loro compito nella congiura è
quello di impedire eventuali interferenze da parte di uomini fedeli a Cesare,
anche bloccando le porte della curia se dovesse essere necessario. Entrano nel
grande giardino del Teatro di Pompeo. Nessuno si insospettisce: è abitudine
che quando si riunisce il Senato ci siano dei combattimenti tra gladiatori.
Qualora qualcuno facesse troppe domande, la scusa è che sono qui per rapire
un gladiatore che aveva violato il contratto con il loro padrone… In silenzio,
come belve pronte a balzare sulla preda, si accoccolano sotto il porticato.
Manca un’ora all’inizio della riunione del Senato, prevista per le ore 8.
Nel frattempo Cassio, dopo aver accompagnato il figlio nel Tabularium
sul Campidoglio per l’iscrizione nelle liste civiche, lo abbraccia e lo rimanda
a casa insieme a quasi tutta la comitiva. Da lì, Cassio, Bruto e gli altri
senatori proseguono verso il Teatro di Pompeo. È laggiù, visibile dal
Campidoglio, immenso e bianchissimo di marmi. Sembra richiamarli con
forza… e con aria di sfida.

Casa di Cesare, ore 7.45: Cesare decide di non andare alla seduta del
Senato

I congiurati in marcia non possono sapere che Cesare, nello stesso istante
in cui loro hanno lasciato il Campidoglio, ha deciso di non partecipare alla
riunione. I nuovi sacrifici compiuti dagli indovini hanno dato responso
negativo, e lui è ancora lì, lo sguardo fisso sull’animale morto ed eviscerato.
Osserva la lama sporca di sangue che ha aperto il suo ventre e Calpurnia che
lo guarda con occhi imploranti. Poi sorride e le accarezza il volto per
rassicurarla. Le dice che non andrà.
Si volta verso il suo segretario e gli detta un messaggio da inviare ad
Antonio, che abita poco distante: gli chiede di andare al Senato e di
congedarlo, in virtù della sua carica di console.
Calpurnia è sollevata e si accascia, spossata, su un letto tricliniare lì
accanto: il peso della notte insonne e delle angosce che da tanti giorni la
tormentano ha la meglio.
Cesare rilegge il messaggio, lo firma e poi, seguendo una sua curiosa
abitudine, ripiega il papiro in modo da formare tante pagine, come se fosse un
taccuino per annotazioni. Una volta finito questa sorta di “origami”, allunga il
messaggio al suo segretario, che con passo deciso si dirige verso l’uscita della
Domus Publica. Svetonio sottolinea che solo Cesare aveva questa strana
mania di ripiegare a soffietto i messaggi, mentre fino ad allora “i consoli e i
magistrati mandavano i fogli scritti per intero, su tutta la loro larghezza”.

Curia di Pompeo, ore 8.00 circa: i congiurati arrivano e prendono posizione

Ovviamente nessuno tra i senatori e i congiurati sa della decisione di


Cesare. In sua assenza iniziano tutte le attività di normale amministrazione.
Bruto, per esempio, essendo un pretore urbano deve esaminare petizioni e
risolvere dispute e vari tipi di questioni giudiziarie. E lo fa sotto i portici che
circondano il grande giardino del Teatro di Pompeo, dove sono stati
posizionati degli scranni. Se ne occupa con estrema freddezza, sorridendo
ogni volta al questuante di turno, mostrandosi concentrato e sereno. Ma il suo
stato d’animo è ben diverso. Dentro di sé ha un tumulto di emozioni, paure e
tensioni di ogni tipo. Ogni tanto lancia uno sguardo ai gladiatori seduti in
silenzio a una certa distanza, nella penombra dei portici. Capisce che ormai
l’operazione è in atto, anche se potrebbe ancora essere sospesa in qualunque
istante. I suoi occhi incrociano più volte quelli di Cassio: anche lui sembra
aver perso la sicurezza di questa mattina. A tratti appare smarrito. Spesso
fissa lo sguardo per terra, e quando lo rialza i suoi occhi e la sua espressione
hanno riacquistato la sicurezza perduta.
Anche gli altri senatori e i congiurati sono tesi, ma ostentano una ferrea
serenità. Su un lato del porticato, in modo assolutamente anonimo, i loro
segretari portano delle casse in legno di faggio, alte poco più di una spanna,
che possono contenere una mezza dozzina di rotoli scritti, in questo caso i
documenti che i senatori useranno durante la giornata. Nessuno sa che dentro
a quelle casse, nascosti tra i documenti, ci sono anche molti dei pugnali che
uccideranno Cesare… In questo modo, anticipando di molti secoli tanti film
di spionaggio, i congiurati sono riusciti a far entrare le armi nella grande sala
riunioni della curia, sfruttando una porta di servizio.

Domus di Antonio, ore 8.00: Antonio riceve il messaggio di Cesare

Il primo impatto è stato quello con gli occhi verdi dello schiavo gallo. Il
servo punico che ha aperto la porta della domus di Marco Antonio si è trovato
davanti una figura immensa, muscolosa, con la barba rossa e la pelle
chiarissima. Avrà sicuramente capito cosa abbia significato per i legionari di
Cesare combattere nelle Gallie con questi guerrieri la cui prestanza fisica
incute immediatamente timore. Sono popolazioni forti, orgogliose e figlie di
una storia con tradizioni antichissime. Come la sua. Un punico di fronte a un
gallo… In questi pochi centimetri è riassunto l’espandersi del dominio di
Roma nel Mediterraneo e in Europa. Ma a nessuno dei due vengono in mente
questi ragionamenti di storia. Per l’epoca è normale. Anche i galli e i
cartaginesi a loro volta avevano degli schiavi da popolazioni asservite,
conquistate o dominate. Lo schiavo gallo di Cesare ha un messaggio da
recapitare, e pochi istanti dopo è nell’atrium della grande casa di Antonio,
immerso nei colori vivissimi degli affreschi alle pareti, nel forte odore del
legno stagionato del soffitto a cassettoni recentemente rifatto, e nel silenzio di
questa dimora elegante, rotto solo dal suono di un filo d’acqua che sgorga dal
volto di una statua di Hermes, cade in un bacile e poi, tracimando, precipita
direttamente nella vasca dell’impluvium al centro della sala, creando
un’elegante serie di onde concentriche che riflettono la luce del sole sulle
pareti.
Lo schiavo di Cesare non deve aspettare molto perché il suo messaggio
sia preso personalmente dal segretario di Antonio, che lo congeda e va verso
il suo padrone. Seguiamolo.
Il segretario, dopo aver attraversato il grande giardino interno, si avvicina
al padrone. È di schiena, a torso nudo, e uno schiavo sta terminando di
acconciare i ricci voluminosi della sua capigliatura. Con un gesto lo allontana
e si gira.
La prima cosa che si nota di Antonio è il suo petto ampio e possente,
scolpito dall’esercizio. Poi i suoi occhi grandi e scuri, con ai lati delle rughe
seducenti che si allargano verso le tempie come i raggi di un sole. Le labbra
sono carnose. Quando sorride si formano due pieghe agli angoli della bocca
che donano sensualità al suo viso forte e maschile, dagli zigomi pronunciati e
dalla mandibola robusta. Quando sono lunghi, come oggi, i suoi capelli folti e
mossi terminano in una cascata di riccioli. È certamente un volto che colpisce
per la forza e la solarità. Quella di un trentanovenne pieno di energia.
I grandi occhi scuri fissano il segretario con espressione interrogativa.
Questi, chinando il capo, gli allunga il messaggio di Cesare. Mentre lo legge,
Antonio sorride e il suo viso si illumina di nuove rughe seducenti. La notizia
che la seduta del Senato salterà lo riempie di buonumore. Oggi, infatti, si
sarebbe anche dovuto eleggere al rango di console un uomo che lui odia,
Dolabella. E chissà quando questo potrà accadere di nuovo, visto che Cesare
sarà a lungo assente da Roma. Decisamente, la giornata inizia con una buona
notizia…

Domus oltre il Tevere, ore 8.20: Cleopatra

A pochi chilometri di distanza da Antonio, oltre il Tevere, un’altra mano


stringe un papiro. I caratteri però sono ben diversi: niente frasi scritte con
l’alfabeto latino, qui la lingua è il greco. Questi caratteri, vergati con cura da
uno scriba qualche settimana prima a Tebe, vengono accarezzati dallo
sguardo profondo di Cleopatra. È la lettera di un alto funzionario che la
informa su come procede l’amministrazione di un grande tempio in sua
assenza. Anche se a noi qualche settimana può sembrare tanto per avere
notizie, per l’epoca è l’equivalente di una “teleconferenza” di governo,
perché mai come ora le notizie hanno cominciato a circolare così
“rapidamente”.
Sotto i Tolomei, a cui Cleopatra appartiene, la lingua ufficiale
dell’amministrazione è il greco e lei lo parla correntemente, ma sarebbe stata
in grado di leggere il messaggio anche se fosse stato scritto in demotico, che
è la lingua che si parla nell’entroterra egizio e quindi a Tebe. Cleopatra,
infatti, è stata abituata fin dalla nascita ad avere ogni giorno davanti a sé
lingue, culture e persino scritture diverse. Così come può accadere oggi a
Londra, Vancouver, Hong Kong o Dubai.
È importante considerare questo aspetto per capire quanto sia moderna la
sua mentalità: se attraversasse all’improvviso una porta del tempo potrebbe
tranquillamente essere una top manager in carriera di una grande
multinazionale, prendere jet privati per riunioni oltreoceano e frequentare il
jet set. E probabilmente emergerebbe sui colleghi maschi…
Cleopatra è una donna moderna in un’epoca antica. Emancipata,
disinibita, forte e protagonista in un’era in cui le altre donne indossano dei
“burqa” culturali e si dissolvono nella quotidianità di una società maschilista.
Si ferma per un momento, solleva lo sguardo passando dai segni impressi
sul papiro a una tortora che tuba su un ramo al di là del balcone di marmo. Il
suo sguardo va oltre la tortora per perdersi nello “skyline” dell’Urbe così
come è visibile da Trastevere.
Roma, insieme a Gerusalemme, è probabilmente la città nel
Mediterraneo, in Europa e forse nel mondo, in cui si ascolta il maggior
numero di lingue contemporaneamente (per non parlare dei dialetti, molto più
diffusi e importanti di oggi): da quelle dei galli a quelle degli iberi e dei
germani, e poi l’ebraico, l’aramaico, il punico, l’etrusco e con buona
probabilità anche lingue provenienti da luoghi più lontani, come Nubia, Siria,
Armenia e India, grazie a mercanti e navigatori.
Ovviamente il latino e il greco sono diffusissimi, tanto che la classe
dominante è spesso bilingue. Ma superato il tacco d’Italia, più si va verso
oriente e meno latino si parla: il greco diventa la lingua principale dalla
Grecia, ovviamente, alla Turchia, a tutto il Medio Oriente, fino all’Egitto.
Questo è forse il monumento più grande lasciato dalla cultura greca e
soprattutto da Alessandro Magno. L’ottava meraviglia del mondo antico
esiste ed è la cultura ellenistica che ha intriso di luce, conoscenza e apertura
mentale un territorio vastissimo che si estende su continenti e su popoli
diversissimi. E lo farà per molti secoli. Non a caso i Vangeli verranno scritti
in greco. E non a caso Cleopatra parla greco persino con chi ama, come
Cesare.

Curia di Pompeo, ore 8.30: il nervosismo tra i congiurati

Alla Curia di Pompeo, intanto, cresce il nervosismo tra i congiurati.


Cesare tarda ad arrivare e nessuno riesce a darsi una spiegazione. Tra loro ci
sono i due fratelli Casca. Secondo Plutarco, uno dei due a un certo punto
viene avvicinato da un tale che lo prende per un braccio e gli dice: “‘Tu, o
Casca, ci tieni nascosto il segreto, ma Bruto mi ha rivelato tutto’. E poiché
Casca era rimasto sbigottito, l’altro sorridendo aveva aggiunto: ‘Mio caro, ma
come ti sei arricchito così rapidamente da poter scendere in lotta per
l’edilità?’”. Casca rimane a fissarlo con gli occhi sbarrati: ingannato
dall’equivoco, stava per rivelargli dell’imminente attentato!
Ma non è finita. Questa spasmodica attesa di Cesare è uno stillicidio di
coincidenze che rendono ancora più nervosi i congiurati. Passa qualche
minuto, e un uomo si avvicina a Bruto e Cassio, i leader della congiura. È il
senatore Marco Popilio Lenate. Li saluta. Sembra più cordiale del solito, poi
si avvicina a uno di loro e bisbiglia: “Prego con voi gli dèi che vi concedano
di portare a compimento ciò che avete in mente” e si allontana. I due si
guardano negli occhi, terrorizzati: e se il complotto fosse stato scoperto? E se
dalla porta, anziché Cesare, venissero le sue guardie ad arrestarli? Hanno
messo in conto questa eventualità, e sono pronti al suicidio.
Un fatto è certo. Non si può attendere oltre. Ora o mai più…
I congiurati sono arrivati alla spicciolata, chi con Cassio e Bruto, chi per
conto proprio. La tensione è altissima. Alcuni accarezzano il pomo dei loro
pugnali nascosti nelle pieghe delle toghe. Altri passeggiano nervosamente.
Ma chi sono esattamente questi uomini? E quanti sono? Difficile dirlo, di
certo sono una minoranza rispetto alla folla che riempie l’aula: all’epoca di
Cesare i senatori sono circa 900, ma quelli presenti in aula alle Idi di Marzo
sono molti meno: oltre al fatto che a tutte le riunioni c’è un alto tasso di
assenteismo, bisogna tener conto delle dimensioni della sala (375 metri
quadrati) e delle defezioni dovute al ritardo di Cesare. Secondo alcuni sono
almeno 400, secondo altri, come lo storico Barry Strauss, tra i 100 e i 200.
Quello che è certo è che gli assassini veri e propri sono assai meno: più di
sessanta a sentire Svetonio, una trentina secondo altre fonti. Comunque sia,
un numero così alto di congiurati significa che alla seduta non sono presenti
solo senatori, ma anche altri esponenti dell’aristocrazia.
In sala c’è anche Cicerone: sa della congiura, ma non è stato coinvolto
nell’ultima fase del complotto, l’omicidio vero e proprio, forse perché
ritenuto poco affidabile e troppo chiacchierone.
La cosa che colpisce di più è che buona parte degli assassini deve molto,
se non tutto, a Cesare. C’è chi gli deve la vita sui campi di battaglia. Chi è
stato un suo acerrimo nemico e ha combattuto al fianco di Pompeo, ma poi è
stato graziato da Cesare stesso, dopo la guerra, in modo che recuperasse
dignità e posizione politica nel Senato, magari ricevendo persino cariche
importanti. Ai nostri occhi è il peggior tipo di tradimento possibile,
umanamente parlando.
Ci sono poi alcuni fedelissimi delusi, ma anche seguaci del suo vecchio
nemico Pompeo che vogliono vendetta, e poi senatori che agiscono per
interesse personale, per lo più negli affari…
Il caso di Bruto però lascia davvero a bocca aperta. Sentite…
Appartiene a una delle famiglie più importanti ed è il discendente di uno
dei fondatori della Repubblica. Sebbene suo padre sia stato fatto uccidere da
Pompeo, Bruto si allea con lui contro Cesare e insieme lo affrontano in una
famosa battaglia, a Farsalo. Cesare, invece, lo ha sempre avuto a cuore…
forse perché è il figlio del suo primo grande amore, Servilia, o forse perché
sospetta addirittura di essere suo padre. Non lo sapremo mai…
Secondo la professoressa Eva Cantarella: “Servilia ha avuto con Cesare
una relazione che non è stata una delle tante passioni del dittatore. È infatti
stata l’unica donna alla quale Cesare è rimasto legato per decenni, nel corso
dei quali, data la sua ben nota propensione alle avventure sentimentali, non si
era certamente privato di altre distrazioni. Ma Servilia era comunque la sola
donna con la quale aveva mantenuto un rapporto che non era stato solo
sessuale e non erano poche le voci che (non senza fondamento) dicevano che
Bruto fosse suo figlio”.
Così, prima della battaglia, Cesare ordina ai suoi generali di non
ucciderlo, e di lasciarlo scappare se si opporrà alla cattura. Cosa che avviene.
Bruto fugge dopo la sconfitta e dal suo rifugio (Larissa, in Tessaglia) manda
un messaggio a Cesare, il quale si rallegra che sia vivo e lo invita a
raggiungerlo per riconciliarsi. Quando si vedono, Bruto intercede con Cesare
per la salvezza del suo amico Cassio (che in seguito sarà uno degli
organizzatori della congiura!) e Cesare, a riprova della sua considerazione per
Bruto, lo nomina persino governatore della Gallia Cisalpina… E lui, tra
poche ore, lo ringrazierà con un fendente…
Un’ultima considerazione: nella congiura si era previsto inizialmente di
uccidere anche Antonio, fedelissimo di Cesare. È stato Bruto a opporsi e a…
salvarlo, per far capire ai romani che si intende eliminare solo il tiranno
Cesare e non la sua fazione politica. Inoltre è convinto che dopo l’omicidio
Antonio verrà dalla sua parte. Si rivelerà un tragico errore di valutazione per
Bruto e per tutti i congiurati…

Ore 9.00 circa: Cesare non verrà

I pensieri e il vocio dei congiurati vengono all’improvviso ammutoliti


dall’arrivo di Antonio. Tutti gli si fanno incontro. Con poche e secche parole,
lui annuncia che Cesare non verrà. Il motivo? Gli auspici emersi dai sacrifici
operati dagli indovini non sono favorevoli… Dopo lo stupore e lo sconcerto
iniziali, esplodono voci, grida e acclamazioni. C’è chi imbocca l’uscita a
passo sostenuto imprecando per la perdita di tempo. Chi invece urla e
protesta. Uno schiavo sta già portando via il seggio dorato di Cesare, visto
che non ci sarà… I congiurati si riuniscono subito e fanno capannello per
discutere sul da farsi. Per la prima volta, è possibile vederli tutti assieme.
Chissà, forse l’unico a rendersene davvero conto è Cicerone. Decidono di
inviare qualcuno di cui Cesare si fida ciecamente per convincerlo a
raggiungerli. La scelta cade su Decimo, suo legato, alleato e amico intimo di
vecchia data ma… anche lui tra i congiurati. Pochi minuti dopo è nelle strade
piene di gente, con lo sguardo concentrato e i pensieri che si affollano nella
mente: se non riuscirà a convincerlo, Cesare partirà illeso per la spedizione
contro i Parti, il complotto ormai sulla bocca di tutti verrà svelato e sarà la
fine per ognuno di loro, lui compreso. Non si accorge, svoltando un angolo,
di urtare contro un altro uomo, altrettanto deciso e dallo sguardo assorto: è
Artemidoro, il filosofo greco che vuole avvertire Cesare dell’imminente
attentato. Ha la gola secca, le mani che sudano. Ma il papiro è sempre lì nel
suo pugno, pronto a cambiare gli eventi. I due uomini si guardano per una
frazione di secondo. Rappresentano due sensi opposti di marcia della Storia:
uno con Cesare, l’altro senza… Di fronte al potente politico romano, il
filosofo, essendo un liberto, abbassa subito lo sguardo, china il capo in segno
di deferenza e gli cede il passo. Sarà esattamente quello che farà anche la
Storia, tra poco…

Casa di Cesare, ore 9.45: arriva Decimo

Decimo non ha difficoltà a saltare la fila dei clientes in attesa di essere


ricevuti da Cesare. Lo schiavo addetto allo smistamento dei postulanti, il
nomenclator, appena lo vede, lo porta al cospetto del padrone. Ora Decimo si
trova di fronte a Cesare, il quale nota subito che qualcosa non va nell’amico
di vecchia data così trafelato: la fronte è insolitamente sudata, il tono
concitato, la tensione risuona in ogni parola. Ma anziché insospettirsi, cerca
di entrare in empatia e di capire il disagio dell’amico. “Cosa dici, Cesare. Un
uomo come te darà retta ai sogni di una donna e ai presagi di uomini
sciocchi?” avrebbe esordito Decimo, secondo lo scrittore antico Nicola
Damasceno.
Decimo, infatti, comincia a deridere gli indovini e avverte Cesare che la
sua decisione di non andare verrà presa come un’offesa da parte del Senato.
Facile immaginare le calunnie, le invettive, le accuse… Poi Decimo accusa la
moglie di Cesare, Calpurnia: se avesse fatto sogni migliori come sarebbero
andate le cose? Questo atteggiamento, gli dice, con il rifiuto di recarsi in
Senato, rischierebbe di essere interpretato come un’inutile manifestazione di
arroganza e di disinteresse, tale da colpire anche tutti gli amici, impossibilitati
a questo punto a difenderlo. Dove si trova, infatti, il senso di servitù che
Cesare dovrebbe provare nei confronti dei romani e del Senato?
Mentre parla, Cesare nota che anche le vene del collo di Decimo si
gonfiano come non mai… e si chiede se non abbia sottovalutato le
conseguenze della sua rinuncia. In realtà ha pienamente ragione, farebbe bene
a non andare in Senato, ma a tradirlo sarà il sentimento di fiducia nei
confronti del suo grande amico. Il quale, come racconta Nicola Damasceno,
gli offre su un piatto d’argento una soluzione diplomatica perfetta: se proprio
considera quel giorno infausto, è meglio che si presenti personalmente ad
annunciare che la seduta sarà rinviata. Oltre la porta, ad ascoltare tutto, c’è
Calpurnia, che segue ogni parola con il fiato corto, sperando che il suo uomo
non si faccia convincere…

Casa di Marco Bruto, ore 10.00 circa

Porzia, la moglie di Marco Bruto, l’antagonista di Cesare, è in preda


all’ansia. Non sa cosa stia accadendo alla riunione del Senato. Le manca
l’aria e si regge in piedi a fatica, ma al minimo urlo proveniente dalla strada
corre fuori a vedere. Chiede in continuazione informazioni a chiunque giunga
dal Foro e invia chiunque possa a raccogliere notizie su Bruto…
Non si parla mai di queste due donne, solo dei loro mariti. Eppure
attraverso le loro azioni ed emozioni riusciamo a scoprire molto dello stato
d’animo dei due uomini. Porzia è angosciata. Ora, però, è giunta al punto di
rottura. Sbianca, prova a dire qualcosa, ma dalla sua bocca semiaperta non
esce alcun suono e, all’improvviso, si accascia a terra. Le ancelle cominciano
a gridare e tutti accorrono, compresi i vicini, che bussano alla porta.
Comincia a spargersi la voce che sia morta… Così dice Plutarco. Ma quello
che segue è ancora più sorprendente.
Dopo qualche minuto, Porzia si riprende. Intanto, però, la notizia della
sua morte ha cominciato a viaggiare di bocca in bocca. E giunge a Bruto
attraverso uno schiavo trafelato. Possiamo immaginare il suo travaglio
interiore. L’impulso di correre a casa, di fare qualcosa, e soprattutto la sete di
avere più notizie su di lei… Ma lui rimane impassibile. Sa benissimo che
ormai si deve concentrare solo sull’omicidio di Cesare. “Bruto, com’era
naturale” scrive Plutarco, “fu sconvolto dalla notizia che gli era giunta, pur
tuttavia non abbandonò l’interesse comune, né, per il dolore, si rivolse verso
quella sventura privata.”

Casa di Cesare, ore 10.20: Cesare si prepara a uscire

Cesare rimane con lo sguardo fisso negli occhi del suo caro amico
Decimo. Poi lo distoglie e segue le evoluzioni di un piccolo uccello, un
rampichino, tra i rami di un cespuglio di mirto in giardino. Il suo volto si
rilassa e lui guarda nuovamente l’amico. Va bene, accetta di andare dai
senatori…
Ma non esce subito. Cesare ha molta cura della propria immagine. Sceglie
di indossare una tunica di lana (visto il clima ancora freddo e ventoso) e,
sopra, la toga purpurea con ricami in oro, tipica dei generali vittoriosi al
momento dei trionfi, che il Senato gli ha concesso di portare sempre. Ai piedi
ha dei calzari dorati. Passa molti minuti a farsi sistemare dagli schiavi i
capelli, sempre più radi.
E poi c’è il momento della corona di alloro. La indossa sempre e molto
volentieri (per i maliziosi, serve solo a coprire la calvizie). Ora è pronto.
Ma proprio mentre Cesare e Decimo stanno per uscire di casa, accade un
imprevisto… qualcosa che nei secoli verrà considerato come uno dei
“presagi” più potenti. Una statua di Cesare, che si trova nel vestibolo, cade
spontaneamente e va in frantumi. I due si girano di scatto e rimangono in
silenzio per qualche attimo. Decimo teme il peggio e maledice quella strana
coincidenza. Ma Cesare ormai ha deciso e si dirige verso il portone della
domus. Guardandolo mentre si allontana, Calpurnia sente ancora di più la
tragedia nella quale il suo uomo si sta lentamente facendo trascinare.
All’improvviso Cesare si ferma, si gira verso di lei e la fissa negli occhi. È
uno sguardo profondo. L’ultimo della loro vita assieme, anche se nessuno dei
due lo sa. Poi Cesare esce dal portone, dove una portantina l’aspetta, insieme
a una piccola folla di accompagnatori. Calpurnia invece rimane immobile,
quasi paralizzata, incapace di dire o fare qualunque cosa. Lo guarda andare
via. Quando il portone si chiude, c’è solo il vuoto in casa… e il calore
nell’anima lasciato da quell’ultimo, intenso sguardo.

Casa di Cesare, ore 10.25: uno schiavo vuole avvertire Cesare

Appena Cesare esce di casa, un refolo di vento quasi gli strappa la corona
di alloro. Mentre la blocca con la mano, nota uno schiavo, un ragazzo dai
capelli ricci e dalla carnagione scura, che accanto alla porta tenta di
avvicinarlo per dirgli qualcosa. Ma viene immediatamente spinto di lato e
sommerso dalla massa di persone venute per Cesare. Ci riprova, più volte,
cerca di sgusciare tra i corpi e le mani protese che acclamano il dittatore, fino
a quando le braccia possenti di un littore, a protezione di Cesare, lo stringono
e lo bloccano contro un muro. Il suo tentativo di dirgli qualcosa d’importante
fallisce.
Chi è? E di cosa vuole avvertirlo? Se lo sono chiesto a lungo anche gli
storici antichi. Secondo Plutarco, si tratta dello schiavo di un’altra famiglia
senatoriale. Non sappiamo se si sia mosso per iniziativa personale o se sia
stato inviato dal suo padrone, magari proprio un senatore amico, presente in
aula, che ha capito cosa si sta tramando vedendo lo sconcerto dei congiurati
alla notizia dell’assenza di Cesare, e soprattutto la strana reazione di Bruto,
rimasto al suo posto malgrado la presunta morte della moglie. Quello che
possiamo dire è che lo schiavo (o chi lo ha inviato) non conosce i dettagli
precisi dell’attentato. Il ragazzo fa l’unica cosa possibile a quel punto, come
scrive Plutarco: “Vedendosi allontanato dalla folla di popolo che si accalcava
intorno a Cesare, entrò a forza nella sua casa; si presentò a Calpurnia, e la
pregò di tenerlo al sicuro finché Cesare non fosse tornato, perché aveva gravi
comunicazioni da fargli”.

Ore 10.30: Cesare si avvicina alla morte

Cesare è salito sulla portantina e si è sdraiato comodamente, nella stessa


posizione di quando partecipa a un banchetto. Ha congedato la sua guardia
del corpo personale, costituita da fedeli soldati iberici che lo seguivano con le
spade sguainate, ma non è solo. A spostarsi insieme a lui c’è una vera folla
che fa assomigliare il suo viaggio a una sorta di processione. Ci sono anche
ventiquattro littori, molti magistrati, attendenti d’ufficio di Cesare (in quanto
pontefice massimo) e poi una moltitudine di cittadini, liberti, schiavi, e
stranieri.
La portantina viene gradualmente sollevata da otto schiavi e inizia a
muoversi, con le tendine ricamate che ondeggiano a ogni passo. Il corteo si
mette in marcia sotto gli occhi di curiosi che si fermano e di altri che
acclamano Cesare dalle finestre e dai balconi. Tutti, sostenitori e avversari, lo
considerano già da ora un grande protagonista della Storia…
La portantina si trova a un’altezza che supera le teste di chiunque, ed è
quindi ben visibile anche da lontano. C’è chi esce dalle tabernae per vedere
da vicino il grande generale, chi solleva il figlio per mostrargli Cesare
sdraiato, chi da lontano (per la verità sono pochi) coraggiosamente lo
contesta, subito zittito dagli insulti e dalle invettive dei suoi simpatizzanti.
Sebbene sia in corso la festa per Anna Perenna, sono comunque tante le
persone che attorniano il corteo. Per la maggior parte sono suoi sostenitori, ci
sono però anche altri che chiedono favori, porgono lettere, sperano in una
raccomandazione per un familiare, gli allungano petizioni… Il percorso
preciso non lo conosciamo, ma possiamo calcolare che abbia coperto tra i
1250 e i 1400 metri e che sia durato, considerando la folla, le salite e le
discese, circa tre quarti d’ora.
Chissà se Cesare si rende conto di vedere per l’ultima volta la città di
Roma che gli sfila davanti in tutta la sua bellezza, come in un ultimo saluto
all’uomo che l’ha resa così grande. Questo corteo ha un sinistro sapore di
funerale anticipato…
Cosa può aver visto Cesare per l’ultima volta? Tra tutti i monumenti, i
templi e gli edifici su cui si sono posati i suoi occhi durante il tragitto dalla
basilica Giulia ai Rostri, due in particolare gli hanno trasmesso una forte
emozione, perché legati a due protagonisti della sua vita. Due persone che gli
hanno dato rispettivamente la gloria e l’amore: Vercingetorige e Cleopatra.
Il Carcere Mamertino, davanti al quale la portantina sta passando proprio
in questo momento, lo riporta indietro nel tempo, alle guerre in Gallia e alla
resa del suo acerrimo nemico, il capo dei galli, Vercingetorige. È qui che,
molti anni dopo la vittoria, il corteo trionfale e una lunga prigionia, lo ha fatto
strangolare. Quelli delle campagne in Gallia sono anni a cui ripensa con
nostalgia, così impetuosi e drammatici, ma così pieni di vita…
Poco dopo, nel Foro di Cesare da lui voluto (una delle poche opere che ha
visto quasi completate in vita), ha un tuffo al cuore. Ricorda bene i giorni
della sua inaugurazione, con i trionfi sulla Gallia, sull’Egitto, sul Ponto e in
Africa. È stato proprio in quell’occasione che, per accompagnare lungo il
percorso il bottino e i vinti in catene, Cesare ha fatto scrivere su un grande
cartello VENI VIDI VICI (“venni, vidi, vinsi”)…
Per il trionfo sull’Egitto ha fatto sfilare un enorme dipinto che rappresenta
il Nilo e poi un modello del Faro di Alessandria. Ed è stata messa in scena
anche un’immensa battaglia navale con 4000 rematori e molte navi egizie che
lui stesso aveva catturato e ordinato di riportare a Roma per l’occasione. E
come dimenticare lo stupore dei romani nel vedere sfilare anche le giraffe,
che nessuno, qui, aveva mai visto prima, e che erano state ribattezzate
“camelopardi” perché ricordavano dei cammelli maculati come i leopardi? A
sfilare in catene, quel giorno, come già ricordato, c’era anche la sorella di
Cleopatra!
Ma il sussulto più dolce lo ha quando passa di fianco al Tempio di Venere
Genitrice, pensando ai tanti capolavori che vi sono custoditi, tra i quali una
statua a cui è molto legato: quella di Cleopatra. L’ha fatta realizzare in bronzo
dorato, ed è bellissima. È collocata accanto a quella di Venere e vi rimarrà
per generazioni. Nessuno oserà mai toccarla, forse perché voluta da Cesare,
per tutti uno dei più grandi romani di ogni tempo. Non riusciamo a vederla,
ma è probabile che abbia le sembianze di Iside, divinità che gli egizi
associano all’amore, assimilabile quindi a Venere (e per questo collocata
accanto a essa)… Secondo alcuni studiosi è rappresentata nuda, secondo altri
no. Quello che possiamo dire con certezza è che raffigura una donna bella e
sensuale, a tal punto che Appiano, vissuto quasi duecento anni dopo, ci dice
che la statua è ancora nel tempio e che è “bellissima”… È vero, nel tempio ci
sono bottini di guerra, ma questa scultura, più che una conquista, simboleggia
qualcos’altro. Un cuore conquistato. Quello di Cesare… Anche perché
rappresentare una regina straniera in un tempio sacro, nel Foro e nel cuore di
Roma, è un tributo eccezionale. Anzi, è molto di più…

Curia di Pompeo, ore 12.00 circa: arriva Giulio Cesare

La portantina di Cesare fa il suo ingresso nel grande quadriportico del


Teatro di Pompeo. L’occhio allenato del grande generale nota subito
l’assembramento dei gladiatori: i loro corpi addestrati spiccano in modo
eloquente. Vedendo le sopracciglia corrucciate di Cesare, Decimo, che ha
camminato accanto a lui per tutto il percorso, minimizza subito, giustificando
la loro presenza con la caccia al gladiatore “disertore”…
Dopo tutte le trappole che Cesare stesso aveva teso ai galli, narrate anche
nel De bello gallico, sorprende che non abbia sospetti. Forse viene distratto
dal caos che anima i portici, con un viavai di persone impegnate nelle cause
giudiziarie e nelle tante attività amministrative che si svolgono lì sotto.
L’arrivo di Cesare riaccende gli animi dei congiurati. Ci siamo, il piano
può scattare… Tanti occhi fissano il grande generale mentre scende dalla
portantina aiutato dagli schiavi. Il loro sguardo si trasforma in sgomento
quando notano un senatore avvicinarsi a Cesare. È lo stesso che aveva detto a
Bruto e Cassio di essere a conoscenza del piano e di sbrigarsi: Popilio Lenate.
Lo vedono farsi largo tra i presenti per essere il primo a incontrare Cesare.
Ora gli sta parlando. Bruto e Cassio si guardano, gli occhi sbarrati. E così
tutti i congiurati: non udendo le parole del senatore, temono il peggio, e cioè
che stia rivelando a Cesare il complotto. Sono attimi, interminabili, di
smarrimento. Cassio e alcuni senatori hanno già messo la mano sul manico
gelido del proprio pugnale, pronti a suicidarsi. Poi Bruto nota che
l’atteggiamento del senatore Lenate non è quello di un delatore, piuttosto
quello di un supplice. Bruto non può avvertire gli altri perché attorno a sé ha
persone che sono estranee al complotto, ma con l’espressione del volto
rassicura Cassio e i congiurati, facendo capire loro che devono attendere.
In effetti, il senatore Lenate bacia la mano destra di Cesare e si allontana
sereno. Ha chiaramente parlato di questioni personali. Forse neppure lui ha
capito che l’attentato avverrà proprio oggi. I congiurati si rilassano. Alcuni si
lasciano cadere di peso sul loro seggio, lo sguardo perso.
Adesso Cesare è vicino a un piccolo altare dove verrà offerto un
ennesimo sacrificio, come è abitudine prima di una riunione del Senato.
Ancora una volta i presagi non sono favorevoli. Cesare, seccato, rivolge lo
sguardo agli amici, ma Decimo lo convince di nuovo a non dare retta, per
usare le parole di Nicola Damasceno, “al vuoto cicaleccio” degli indovini e a
proseguire con gli affari di Stato…
Proprio in quel momento, nella folla, Cesare scorge un volto familiare: è
Spurinna, l’indovino che gli aveva predetto delle Idi di Marzo infauste. Il
volto di Cesare si illumina e, scrive Plutarco, lui sbotta in una risata. “‘Sono
giunte le Idi di Marzo, Spurinna’ gli dice, e l’altro, con un tono grave,
solenne, e lo sguardo cupo sotto le folte sopracciglia nere, risponde: ‘Giunte
sì, ma non ancora trascorse’.” Spurinna sa qualcosa del complotto e ha voluto
aiutare Cesare? Non lo sapremo mai.
Cesare continua a camminare nel porticato verso l’entrata della sala della
curia, dove è prevista la riunione. Immaginate la scena: sono in molti a
circondare Cesare per chiedergli qualcosa, per dargli una pergamena da
leggere, per una supplica. Lui parla, scherza, rassicura, e avanza. La toga
porpora con gli orli dorati e la corona di alloro sui capelli bianchi lo rendono
visibile a tutti, come un rubino incastonato in un diadema.
C’è un uomo che non lo perde di vista un istante, mentre le sue mani
sudate si fanno strada allontanando le persone. Il suo respiro è corto e il
battito del cuore a mille gli martella nelle tempie. Sono ore che lo cerca… Un
senatore, dai capelli curati e profumati, infastidito dal suo odore, si gira di
scatto per allontanarlo. Ma rimane senza parole. L’uomo che ha di fronte è
molto più alto, ha un’inquietante barba folta, i capelli ricci in disordine, e
soprattutto una faccia stravolta, bagnata dal sudore. In un attimo il senatore
svanisce. Ormai tra Cesare e quest’uomo non c’è più nessuno. Il grande
generale si gira e i loro sguardi si incrociano. Cesare lo riconosce all’istante e
sorride: è il suo amico Artemidoro. Il filosofo, lo abbiamo visto, lo sta
cercando da ore per dargli quel rotolo di papiro che potrebbe cambiare il
corso della Storia… Ora ha finalmente raggiunto la sua meta: è di fronte a
Cesare. Ma ha solo una frazione di secondo per consegnargli il messaggio.
Però c’è un problema: ha visto che il generale riceve molti biglietti e papiri
arrotolati e ogni volta non li legge, allungandoli invece al suo segretario
personale. È fondamentale che il suo non faccia la stessa fine! Cesare inclina
la testa incuriosito di fronte al tentennare dell’amico filosofo. Artemidoro non
ha scelta. Allunga piano la mano come chi deve puntare un dito accusatore e
gli porge il papiro. Si avvicina progressivamente fino a quando gli è accanto
all’orecchio e mormora: “Questo, Cesare, leggilo tu solo, e subito; vi sono
scritte rivelazioni di grande importanza per te”. Cesare fa una smorfia di
sorpresa e non smette un attimo di fissare quegli occhi neri: sono sempre stati
così sicuri nello spiegare le cose della vita, eppure ora sembrano
supplicarlo… Guarda il papiro bagnato di sudore e un po’ spiegazzato. Lo
srotola e inizia a leggerlo…
Ma la folla lo interrompe all’improvviso e richiede la sua attenzione per
nuove suppliche o nuovi complimenti. Cesare però non dà il papiro di
Artemidoro al suo segretario. Lo mette tra le carte che tiene nella mano
sinistra per leggerlo di lì a poco… Questo è quello che vede Artemidoro (e
che raccontano gli antichi come Svetonio). Il filosofo greco si ferma e rimane
immobile, mentre la folla gli passa accanto e lo spintona. Ha raggiunto il suo
scopo. Ha consegnato il messaggio a Cesare. Ma lo leggerà? Vede la folla
fagocitare la toga purpurea del grande generale, la sua testa bianca coronata
d’alloro si allontana e sparisce dietro l’entrata del Senato. Artemidoro è
spossato, sfinito, svuotato. E se ne va, uscendo dalla Storia. Sarà riuscito a
cambiarla, appunto, la Storia?
Cesare ha ricevuto il messaggio, e lui gli ha chiesto di leggerlo
immediatamente; perché ciò non dovrebbe accadere?
Questa domanda, ancora oggi, non ha risposta. È uno dei fatti inspiegabili
che sono andati in senso opposto alla logica, condannando il grande generale.
E non è l’unico. Pensateci per un momento: ci sono anche i grandi dubbi
accesi dagli indovini e dai presagi negativi (Cesare sarà scettico, ma è pur
sempre un uomo dell’antichità, dove domina la superstizione). Ai quali si
aggiungono le paure e le parole di Calpurnia, o i timori dei suoi seguaci. Per
non parlare dei sospetti che sicuramente Cesare aveva ma ai quali non ha dato
seguito. Perché non ha dato retta a tutti questi indizi, segnali, allarmi?
Le tragedie, nella vita come nella Storia, avvengono per tanti cerchi
concentrici che, messi uno dentro l’altro, creano un imbuto mortale nel quale
finisce la vittima. Basta che uno solo di questi cerchi non si crei perché la
tragedia non avvenga. Tante volte è così e nessuno si accorge del disastro
sfiorato. Nel caso di Cesare l’allineamento dovuto al complotto, al caso e alla
sottovalutazione del pericolo da parte sua è stato perfetto. Sta per essere
commesso il più famoso omicidio della Storia.

Ore 12.15 circa: assassinio di Cesare

A poche decine di metri, fuori dalla sala, un altro passo, molto più rapido
e concitato, calpesta il marmo del grande cortile. È Marco Antonio. Si era
allontanato, ma quando ha saputo che Cesare ha accettato di andare alla
riunione, si è precipitato alla Curia, contrariato. È convinto che il Senato stia
per nominare console l’odiato Dolabella. Non sa che quanto sta per accadere
è ben più grave e stravolgerà la sua vita come quella di milioni di persone
sotto il dominio di Roma.
Anche lui ha notato i gladiatori. Ora sono tutti in piedi, come se
aspettassero un ordine. Sale le scale per entrare nella curia, guardandoli
preoccupato. Ha intuito che c’è qualcosa di strano nell’aria. Una mano lo
ferma; lui distoglie lo sguardo dai gladiatori e fissa l’uomo che lo ha
bloccato. È Gaio Trebonio. I due si osservano brevemente. Antonio non ha
nemmeno il tempo di chiedergli dei gladiatori che Trebonio subito lo investe
con una serie di richieste su alcune questioni rimaste aperte. Non sembrano
essere di grande importanza, ma il tono deciso e la voce alta di Trebonio gli
fanno capire che gli deve dare un qualche tipo di risposta. E così fa. Ma non
basta, l’altro continua con nuove domande, è insistente, gli stringe un braccio
e lo blocca sugli ultimi scalini con quelle che non sono altro che scuse.
Servono solo a impedirgli di essere accanto a Cesare per difenderlo. Il
complotto ora va avanti con meccanismi a orologeria perfetti che scattano
uno dopo l’altro.
Cesare entra nella Curia di Pompeo, con lo sguardo severo e il passo
solenne. I suoi calzari dorati calpestano lentamente un elegante pavimento a
spicchi di marmo colorato. L’assemblea dei senatori si alza e gli tributa il
consueto omaggio.
Lui si ferma e guarda la sala: oltre ai senatori scorge il solito viavai di
aiutanti e di impiegati pubblici (apparitores) che assistono senatori e
magistrati. Sembra davvero una riunione come tante altre. Riprende il passo e
prosegue con la sua tipica camminata maestosa verso il suo seggio: si trova,
curiosamente, sotto una grande statua di Pompeo, il suo antico rivale ormai
defunto. Chissà se ha notato che i congiurati si sono disposti in piedi dietro il
suo scranno…
Qualcuno vede Cassio fissare la statua di Pompeo e invocarlo. È il
segnale? Intanto Cesare si siede.
I congiurati ora convergono lentamente verso di lui come un branco di
lupi. Potrebbe essere un innocuo avvicinamento per discutere di un problema,
ma molti di loro tengono la mano nascosta sotto la toga. E stringono il
pugnale…
Il primo a raggiungerlo è il senatore Tillio Cimbro. Cesare ha mandato in
esilio suo fratello, ed è proprio di questo che vuole parlargli. Lo supplica di
far ritornare a Roma il fratello… ma è solo un pretesto. L’inizio della fine.
Altri congiurati si avvicinano, fingendo di unire le loro suppliche alle sue.
Il cerchio si stringe. La sala è piombata nel silenzio, tutti guardano questo
strano capannello di senatori che stanno accerchiando Cesare.
Si sentono distintamente le voci. Cesare respinge le loro richieste. Ma
questi insistono. E allora li rimprovera uno per uno… La sua fermezza ci
spinge a pensare che non abbia ancora alcun sospetto e che non abbia capito
che si tratta di una trappola. Che scatta all’improvviso…
Tillio Cimbro lo afferra per la toga con tutte e due le mani e gliela tira giù
esponendo il collo e parte del busto, rendendoli vulnerabili. È il segnale.
Cesare, racconta Plutarco, gli urla: “Ma questa è violenza!”. La sua
reazione e soprattutto la soggezione che incute a tutti i presenti creano
incertezza e indecisione. Sono attimi in cui nessuno ha il coraggio di agire.
Non è facile inoltre uccidere un uomo a sangue freddo.
Cesare li squadra con uno sguardo feroce. A rompere questo istante di
paralisi generale, racconta Appiano, è Tillio Cimbro, che grida: “Amici, che
aspettate?”.
Il primo a tirare fuori il pugnale e a vibrare un colpo è il senatore Publio
Servilio Casca. Mira al collo, ma colpisce Cesare alla spalla sinistra, un po’
sopra la clavicola. Forse è stato lo stesso Cesare d’istinto (visto il suo passato
militare) a schivare il colpo. Che non è mortale, né profondo. Cesare si alza
di scatto e afferra il pugnale di Casca con la mano, tenendolo fermo.
Entrambi cominciano a urlare e Cesare, aggiunge Plutarco, grida: “Scellerato
Casca, che fai?”. E lui da parte sua chiama a gran voce il fratello, anch’esso
senatore.
La sala ammutolisce di colpo. Sono tutti sbalorditi, anche i senatori
coinvolti nella congiura che, dice Plutarco “furono colti da un fremito di
orrore per l’attentato e non osarono, non dirò di fuggire o di soccorrere
Cesare, ma neppure di emettere parola”.
Secondo Svetonio, Cesare afferra il braccio dell’aggressore e lo trafigge
con uno stilo (graphium), e il fatto che si difenda e colpisca almeno uno dei
suoi aggressori è una reazione poco nota e assolutamente da sottolineare.
Tenta di alzarsi dal seggio, ma viene raggiunto da una seconda pugnalata. A
vibrarla è Gaio Servilio Casca, il fratello del primo pugnalatore. La lama
scintillante penetra nel corpo. Il colpo è devastante, affonda in pieno petto e,
tra tutti quelli che andranno a segno, sarà l’unico mortale. Sulla pelle di
Cesare già scorre il sangue…
A questo punto, tutti i congiurati sguainano i pugnali e piombano addosso
a Cesare da ogni lato.
Cesare, “stretto in una morsa, incontrava ovunque volgesse lo sguardo
colpi e ferro proteso contro il suo volto e i suoi occhi; e si dibatteva, come
una fiera trafitta, tra le mani dei suoi aggressori” scrive Plutarco. Dopo i
fratelli Casca, il primo a colpire è Cassio, fino a poco fa padre sereno che
accompagnava il figlio maggiorenne al tempio. “Gli dà un colpo di traverso
nella faccia” racconta Nicola Damasceno, e aggiunge che poco dopo si
avvicina l’amico intimo di Cesare, Decimo, che “lo passa da parte a parte
sotto i lombi”.
Su Cesare cade una pioggia di colpi.
Tutti i congiurati devono simbolicamente colpirlo, affondare i loro
pugnali “e gustare il suo sangue”, come sarà poi detto da Plutarco. Ma la
confusione e la concitazione regnano sovrane. E alcuni si feriscono a vicenda.
Cassio, che cerca di assestargli un altro fendente, non lo coglie e prende
la mano di Bruto. Anche Minucio manca il bersaglio e squarcia invece la
coscia di Rubrio…
Cesare cerca di opporsi come può e tenta di reagire, spinge i suoi
aggressori, si sposta per schivare i colpi, lancia alte grida quando viene
trafitto. I senatori vedono solo un agitarsi scomposto di toghe bianche, tra le
quali di tanto in tanto si scorge quella purpurea di Cesare, e poi tanti pugnali
alzarsi e cadere con violenza.
Cesare sente le forze e la lucidità abbandonarlo, un effetto delle
emorragie interne ed esterne che impediscono al sangue e all’ossigeno di
arrivare al cervello. Poi, quando vede che anche Bruto sfodera il pugnale e si
avvicina, capisce che è la fine. Fa una smorfia, gonfia i polmoni con le ultime
forze rimaste e gli urla: “Anche tu, figlio?” scrive Svetonio.
Queste parole, che tutti noi abbiamo imparato a scuola, “Tu quoque,
Brute, fili mi”, in realtà sarebbero state pronunciate in greco da Cesare: καὶ
σύ, τέκνον?” (kai sü, teknon?).
Esalato quest’ultimo grido, si lascia cadere, privo di energia. Sentendo la
morte sopraggiungere, si copre il capo con la toga, forse nel tentativo
istintivo di nascondere il proprio corpo agli assassini, o forse ripetendo il
gesto che si fa nei sacrifici per consacrare la vittima agli dei, in questo caso
morendo come vittima sacrificale… E la notte scende su di lui.
I senatori si fermano, il respiro affannoso, le toghe imbrattate di sangue, i
pugnali stretti in pugno che ancora gocciolano del sangue di Cesare.
Alcuni si premono le ferite emettendo sordi gemiti, altri fissano il corpo
di Cesare scosso dalle ultime contrazioni.
Da sotto la toga purpurea fuoriesce lenta una macchia di sangue rosso
vivo, che si allarga sul marmo del pavimento seguendo le fughe tra le lastre
di pietra. Sembra stia cercando un nuovo orizzonte, quasi fosse la vita che
abbandona il corpo di Cesare in cerca dell’immortalità della Storia.
Sopra di lui, a sovrastarlo, la statua di Pompeo, l’antico rivale sconfitto.
Sembra una vendetta postuma. È un caso che l’assassinio sia avvenuto sotto
questa statua o era stato previsto? Non lo sapremo mai con certezza.

Tutto è accaduto in brevissimo tempo, forse meno di quello che avete


impiegato a leggere la descrizione dell’assassinio. Cesare ha ricevuto ben
ventitré pugnalate, delle quali, come abbiamo detto e come stabilirà Antistio,
il suo medico personale, solo la seconda è stata mortale.
Ma è mai possibile che nessuno abbia tentato di salvarlo? Malgrado la
rapidità dell’azione due senatori ci hanno provato. Cesare, lo sappiamo, ha
elevato al rango di senatori molti suoi uomini fidati, anche degli ex
centurioni.
Due di loro, abituati ai campi di battaglia, hanno tentato di intervenire, ma
erano disarmati e il gran numero di pugnali degli assassini ha impedito loro di
salvarlo.
Quella che regna ora è solo confusione. Bruto cerca di rivolgersi, urlando,
ai senatori per spiegare il motivo dell’assassinio. Poche parole, lapidarie e
teatrali. Di quelle destinate a passare alla storia… qualcosa come: “Non
temete, solo Cesare doveva cadere, vi abbiamo restituito la libertà”. Ma non
passeranno mai alla storia, perché nessuno lo ascolta. Non sapremo mai
quello che ha detto esattamente. In sala, infatti, c’è solo un fuggi fuggi
generale, tra scranni e sedie rovesciati. Molti temono che ora i pugnali
verranno rivolti contro di loro. Ben presto la Curia di Pompeo si svuota. Tutti
i senatori, congiurati e non, presi dal panico generale, sono fuggiti urlando. È
rimasto soltanto il corpo riverso di Cesare. Solo, e sempre più freddo.
3

ROMA NEL CAOS

Un omicidio… tanti omicidi

Il fatto che colpisce di più è che in pochi istanti non è stata assassinata
una sola persona ma tante… In effetti, gran parte dei principali congiurati
morirà di morte violenta nel giro di pochi mesi o di pochi anni. Senza contare
le migliaia di persone che perderanno la vita nelle battaglie terrestri e navali,
o a causa delle liste di proscrizione. Non bisogna sorprendersi: al di là delle
leggende nate sul destino brutale a cui sono andati incontro tutti i congiurati,
va detto che era una conseguenza inevitabile che la morte di Cesare generasse
spargimenti di sangue, vendette e violenze inaudite. Lo aveva previsto lui
stesso, tra l’altro…
Basta uno sguardo alla sorte toccata a una ventina dei principali
congiurati per rimanere impressionati:
– Gaio Trebonio, che aveva bloccato Antonio sulle scale all’ingresso
della Curia di Pompeo, sarà il primo a morire. Verrà ucciso e decapitato
undici mesi dopo, nel febbraio del 43 a.C., a Smirne, in Asia Minore, dagli
uomini di Dolabella. Particolare agghiacciante: i soldati giocarono a palla con
la sua testa.
– Lucio Ponzio Aquila, tribuno della plebe all’epoca dell’assassinio di
Cesare, morirà tredici mesi dopo, combattendo contro l’esercito di Antonio
durante la battaglia di Modena, il 21 aprile del 43 a.C.
– Servio Sulpicio Galba, bisnonno del futuro imperatore Galba, sarà
condannato e giustiziato diciassette mesi dopo, in virtù della Lex Pedia, la
legge fatta approvare da Ottaviano nell’agosto del 43 a.C. che istituiva
tribunali speciali contro i congiurati.
– Decimo (Decimo Giunio Bruto Albino), fedele amico di Cesare e suo
“grande traditore”, troverà la morte diciotto mesi dopo in maniera
rocambolesca mentre cerca di fuggire dall’Italia travestito da cavaliere
gallico. Scoperto, giustiziato e decapitato da una tribù della Gallia alla fine di
settembre del 43 a.C., la sua testa verrà consegnata ad Antonio.
– Lucio Minucio Basilo, altro ex fedele luogotenente di Cesare poi
diventato suo nemico, sarà assassinato diciotto o diciannove mesi dopo dai
suoi schiavi per vendetta personale, nell’autunno del 43 a.C.
– Cicerone (sostenitore dei congiurati) verrà assassinato a Formia su
ordine di Marco Antonio poco più di venti mesi dopo, il 7 dicembre del 43
a.C.
– Cassio (Gaio Cassio Longino), uno dei principali leader della
congiura, ordinerà a un suo liberto di ucciderlo al termine della prima
battaglia di Filippi, poco più di due anni e mezzo dopo, il 3 ottobre del 42
a.C. Secondo Plutarco era il giorno del suo compleanno.
– Lucio Tillio Cimbro, l’uomo che diede il segnale di inizio della
congiura, morirà nel corso dei combattimenti a Filippi nell’autunno del 42
a.C.
– Publio Servilio Casca, il primo pugnalatore di Cesare, troverà la morte
a Filippi come Tillio Cimbro. Analogamente a ciò che accadrà a molti
congiurati, tutti i suoi averi verranno messi all’asta, e un tavolo con il suo
nome scolpito sarà acquistato da un ricco pompeiano e messo in bella mostra
nell’atrio della sua domus, nel cuore di Pompei (dov’è tuttora visibile).
– Bruto (Marco Giunio Bruto), altro leader della congiura, morirà
suicida dopo la sconfitta nella seconda e decisiva battaglia di Filippi, il 23
ottobre del 42 a.C.
– Pacuvio Antistio Labeone, famoso giurista, acerrimo nemico di
Cesare, si suiciderà a Filippi al termine della battaglia.
– Petronio, rifugiatosi nel Tempio di Artemide a Efeso dopo la disfatta di
Filippi, verrà fatto giustiziare su ordine di Antonio all’inizio del 41 a.C., a
poco meno di tre anni dalla morte di Cesare.
– Publio Decimo Turullio, comandante delle flotte di Bruto e Cassio,
sarà ucciso a Cos dopo la battaglia di Azio dagli uomini di Ottaviano,
all’inizio del 30 a.C., quasi quattordici anni dopo le Idi di Marzo.
– Gaio Cassio Parmense, poeta e autore di scritti pungenti contro
Ottaviano, troverà la morte ad Atene, dove verrà giustiziato per ordine del
futuro Augusto alla fine del 30 a.C., poco meno di quindici anni dopo la
morte di Cesare.

A questo già lungo elenco bisogna aggiungere i congiurati di cui non


conosciamo nel dettaglio la fine:
– Marco Spurio, senatore o cavaliere.
– Gaio Servilio Casca, fratello di Publio Servilio e secondo pugnalatore
di Cesare, quello che vibrò l’unico colpo mortale.
– Rubrio Ruga, in precedenza sostenitore di Pompeo.
– Quinto Ligario, militare di rango equestre, fu uno dei sostenitori di
Pompeo graziati da Cesare al termine delle guerre civili. Insieme ai suoi due
fratelli sarà probabilmente vittima delle proscrizioni ordinate da Ottaviano,
Antonio e Lepido.
– Buciliano e suo fratello Cecilio, due senatori vicini a Bruto.
– Publio Sesto Nasone, senatore o cavaliere.

Sebbene non conosciamo le circostanze della loro morte, possiamo tuttavia


stabilire l’arco di tempo in cui il loro decesso è avvenuto. Alla fine del 30
a.C. nessuno di loro è ancora vivo: come racconta Velleio Patercolo, infatti,
Cassio Parmense è l’ultimo dei congiurati a morire. In meno di quindici anni,
quindi, tutti i responsabili del più famoso delitto della Storia sono stati
eliminati.

La fuga di Antonio

Tutto quello che abbiamo visto – le pugnalate, le grida, il trambusto – è


avvenuto all’interno della Curia di Pompeo. Da fuori nessuno ha visto nulla.
Questo evento cruciale della Storia ha avuto come testimoni solo i senatori, i
loro segretari e il personale presente in aula. Ma fuori? Cosa è accaduto?
Cerchiamo di scoprirlo con gli occhi di Antonio.
Lui all’inizio non ha dato molto peso all’insistenza di Trebonio, che gli si
è parato davanti bloccandogli la strada e tenendo saldamente fermo il suo
braccio. I due sono amici da molto tempo, fin dalla campagna in Gallia, nella
quale entrambi si sono distinti per abilità e coraggio. Hanno conversato a
lungo e Antonio ha inizialmente dato ascolto al discorso dell’amico,
rispondendo alle domande con cui lo incalzava. Dopo un po’, però, si è
certamente chiesto dove volesse andare a parare, ma non ha avuto il tempo di
spazientirsi, perché la conversazione è stata interrotta dalle urla di Giulio
Cesare all’interno della curia. Facile immaginare lo sbigottimento di Antonio,
le ciglia aggrottate e lo sguardo interrogativo che ha rivolto a Trebonio. In
quel momento nota un movimento della folla sulla destra. Ha visto la massa
dei gladiatori convergere verso di lui, le spade sguainate. Nei suoi occhi deve
esserci stupore, e forse con la mano ha inutilmente cercato d’istinto un gladio
sul fianco destro. Ma non siamo più in Gallia, oggi Cesare è qui in veste di
console e, ovviamente, lui non è armato. Per un attimo si è sentito perduto.
Poi si è reso conto che i gladiatori gli sfilavano accanto, sulla scalinata, per
andare a posizionarsi davanti alla porta della curia, con le armi spianate,
impedendo a chiunque di entrare. Solo in quel momento ha sentito la presa
dell’amico sulle braccia farsi più stretta e le sue urla di stare calmo. Trebonio
ha dovuto attingere a tutta la propria determinazione per spiegargli cosa
stesse accadendo. E cioè che stavano uccidendo Giulio Cesare, ma che lui
non doveva temere niente, perché il solo obiettivo della congiura era Cesare.
A lui è stata salvata la vita per volere di Bruto.
Forse tutto quello che sta accadendo non è una sorpresa per Antonio.
Circa un anno prima, nell’estate del 45 a.C., Trebonio aveva proposto ad
Antonio di entrare a far parte della congiura. Antonio aveva rifiutato… ma
incredibilmente non aveva rivelato nulla a Cesare. È ciò che gli rinfaccerà
Cicerone nelle famose Filippiche. Sapeva quindi che si stava tramando
l’assassinio? È ragionevole supporlo. Di certo non aveva idea che sarebbe
stato compiuto oggi. Ma c’è anche un’altra ipotesi. E cioè che Trebonio, una
volta bloccato Marco Antonio sulla scalinata, non abbia tergiversato, ma gli
abbia subito detto che si stava per uccidere Giulio Cesare. Esattamente come
gli aveva proposto un anno prima. La vecchia complicità tra i due
spiegherebbe perché sia stato proprio Trebonio a fermarlo e non un’altra
persona. E forse gli ha anche detto che se non si fosse opposto non sarebbe
accaduto nulla né a lui né alla sua famiglia. Spiegherebbe inoltre come mai
Antonio non abbia reagito. Ovviamente sono tutte ipotesi. Quello che è certo
è che davanti alle armi spianate dei gladiatori e al repentino fuggi fuggi dei
senatori, Antonio ha avuto poco tempo per decidere.
All’improvviso le porte in cima alla scalinata si sono spalancate, i
gladiatori si sono fatti da parte e ne è uscito un vero fiume umano in fuga
disperata dalla curia. Una massa che gli è venuta incontro sulle scale.
Nessuno spiega cosa sia successo, tutti i senatori urlano correndo,
spintonando e spaventando la gente che si trova fuori dalla curia, che a sua
volta inizia a fuggire… Si sentono solo parole come “scappa, chiudi,
chiudi!”. In un attimo si è diffusa la voce che nella curia è in atto una
mattanza. Il panico è generale. Immaginate la scena: ovunque si sentono le
urla di chi non ha partecipato all’assassinio ma teme che la tempesta stia per
investire tutti, compreso il seguito di Cesare che lo ha accompagnato in
lettiga. I presenti sono convinti che il delitto sia opera del Senato, aiutato da
un qualche gruppo armato, come dimostra la presenza dei gladiatori.
Si sono riversati nei portici, travolgendo chiunque, poi nell’ampio
giardino, puntando alle uscite più vicine per disperdersi infine nelle vie di
Roma, diffondendo ben presto la terribile notizia.
Di fronte a questa confusione totale, Antonio fa l’unica cosa possibile:
fugge. Capisce che persino lui è un potenziale obiettivo, essendo un
fedelissimo di Cesare. Non ha ancora ben chiaro se stiano cercando anche lui
per ammazzarlo. Ma in questi momenti concitati tutto è possibile. Per questo
probabilmente si mescola alla folla togata dei senatori che cercano di
scappare. In qualche punto della sua fuga deve essersi rifugiato in una casa o
una bottega per spogliarsi della sua toga consolare e indossare degli abiti
comuni, magari da schiavo. Oppure ordina a uno schiavo del suo seguito di
darglieli. E poi di nuovo via, verso casa, ma non di corsa: a passo spedito per
non dare nell’occhio.
Chissà, forse all’inizio della sua fuga si sarà girato, e avrà visto i
congiurati uscire con calma dalla curia, i pugnali insanguinati ancora stretti in
mano…

Curia di Pompeo, ore 12.45: i congiurati escono

È Plutarco a raccontarci la scena: “Bruto e i suoi, così com’erano, caldi


ancora di sangue, uscirono insieme dalla sala del consiglio mostrando le
spade sguainate e si diressero verso il Campidoglio. […] erano raggianti, e
pieni di baldanza esortavano il popolo alla libertà”.
Sotto il porticato della Curia di Pompeo il gruppo si è riunito per fare il
punto della situazione. Sono tante le toghe insanguinate, e gli animi sono
eccitati. Qualcuno propone di lanciare il cadavere di Cesare nel Tevere, ma
Bruto si oppone. Altri tornano a proporre di eliminare Antonio. Anche in
questo caso Bruto si oppone: è fondamentale che la gente sappia che si è
voluto eliminare solo un tiranno, non un’intera schiera di avversari. Il delitto
non è politico: punta a sopprimere il dittatore a vita per ridare a Roma (e alla
Repubblica) la libertà. Questo è il messaggio da far arrivare al popolo.
In effetti, appena ripreso il cammino per le strade di Roma, a un certo
punto sembra che qualcuno infili su una lancia un berretto frigio in feltro,
quello che indossano i liberti, cioè gli schiavi liberati, come simbolo della
fine della tirannia… Il gruppo dei senatori congiurati capeggiati da Bruto e
Cassio si dirige verso il Campidoglio. Camminano con calma; lungo il
tragitto si uniscono altri senatori che li sostengono. La loro tranquillità si basa
sicuramente sulle convinzioni politiche, ma anche sulla presenza concreta del
piccolo esercito di gladiatori di Decimo che li sta scortando per le strade con
le spade sguainate.

La notizia si diffonde nella città e raggiunge tutti i protagonisti

A un fatto così eccezionale segue ovviamente una reazione altrettanto


eccezionale. Dapprima i tumulti e il panico si localizzano in un luogo preciso:
l’uscita della Curia di Pompeo. Quelle porte che si spalancano
all’improvviso, con i senatori che fuggono all’impazzata, possono essere
considerate il “paziente zero” di un’epidemia che si diffonde in tutta la città.
Vedere i gladiatori in giro armati e così numerosi scatena paure profonde. La
gente fugge disordinatamente mescolandosi ai senatori impauriti… Cosa
possono aver capito un commerciante nella sua bottega o un avventore in una
popina di fronte a questo panico? C’è chi dice che un esercito di gladiatori ha
ucciso tutti i senatori, chi invece che, una volta eliminato Cesare, Roma è
sotto saccheggio. Tante botteghe serrano i battenti, molti si rinchiudono in
casa. In queste lunghe ore di incertezza si segnaleranno saccheggi di negozi e
magazzini, disordini e delitti immotivati (probabilmente regolamenti di
conti).
La notizia corre di bocca in bocca, di casa in casa, diffondendosi da un
quartiere all’altro come l’ombra di una nuvola nera su Roma. E raggiunge
molti dei protagonisti che abbiamo incontrato in queste ore.
Innanzitutto la moglie di Giulio Cesare, Calpurnia. Le fonti antiche non ci
dicono come reagì, ma è facile immaginare la disperazione e il rammarico per
non essere riuscita a convincere Cesare a non andare in curia. Si è sposata
con lui a sedici-diciassette anni, e oggi ne ha trentuno. Quella che avverte in
questo momento è la sensazione che la sua vita sia irrimediabilmente distrutta
e senza futuro… Non si risposerà mai più. È probabile che passerà lunghi
periodi di ricordi e tristezza guardando il mare dall’immensa villa di proprietà
del padre, Lucio Calpurnio Pisone, a Ercolano. Come a volte accade, la storia
e l’archeologia spesso si stringono la mano: la famosa Villa dei Papiri,
sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., apparteneva al suocero di
Cesare, il papà di Calpurnia.
Quasi alla stessa ora, la notizia arriva a un’altra moglie, quella di Bruto.
La reazione di Porzia è del tutto diversa. E, rasserenata, gli invia
probabilmente un messaggero per informarlo che sta meglio e per
congratularsi con lui.
La conferma della morte di Cesare giunge anche a Lepido, mentre rientra
con i suoi soldati sull’Isola Tiberina. Non conosciamo le sue parole. Di certo
ci sono sconforto e dolore per l’amico perduto, che vorrebbe vendicare, e una
miriade di domande sul futuro che però rimangono senza risposta.
E poi c’è Artemidoro di Cnido. Come abbia avuto la notizia non lo
sappiamo… Forse avrà sentito i tumulti e il panico per le strade. Come tanti
romani, si sarà affacciato per capire cosa è successo e glielo avranno detto.
Allora il suo sguardo sotto le folte sopracciglia si sarà spento, guardando
l’infinito. Passerà il resto dei suoi anni chiedendosi se non avrebbe potuto
fare qualcosa in più o meglio per salvare Cesare, e dove ha sbagliato. Forse
doveva dirgli in faccia dell’attentato senza aspettare che leggesse il papiro?
Ormai non ha più senso domandarselo…

Ore 13.20: domus di Antonio

Con un passo sostenuto, quello di una lunga marcia, lo schiavo s’infila


nel vicolo laterale della domus, una delle più grandi e sontuose del Palatino.
Tutti nel vicinato ricordano che qui viveva il famoso tribuno Publio Clodio
Pulcro, morto assassinato anni fa. Ora ci abita la sua vedova, con la quale
aveva avuto due figli. La donna in realtà si è risposata, prima con un altro
uomo ricco e potente, il tribuno della plebe Gaio Scribonio Curione, e poi,
quando anche lui è stato ucciso in Africa dai sostenitori di Pompeo mentre
combatteva per Cesare, con Marco Antonio.
Lo schiavo ora si è fermato davanti a una delle porte sul retro della
domus, un’entrata di servizio che di solito è utilizzata dagli schiavi per le
consegne in cucina. Visto da dietro, mentre sta bussando, sembra davvero
umile. La sua tunica è lisa e piena di macchie di unto, mentre la paenula che
indossa è vecchia e bucata in più punti. Assomiglia a un “poncho” di cuoio
che termina con una specie di cono che avvolge e protegge la testa, come un
elmo medievale, e insieme alla sciarpa che gli copre il volto rende lo schiavo
irriconoscibile. Malgrado abbia bussato con forza più volte, nessuno apre. Si
guarda attorno preoccupato e poi riprende a bussare. Finalmente il rumore del
chiavistello lo riempie di speranza. La porta si socchiude ed emerge il volto
di uno schiavo di casa, pelato e con la barba nera, che lo squadra con
sospetto. Vedendolo così in miseria, gli chiede cosa vuole, poi nota qualcosa
di strano: le mani sono curate, e soprattutto vede un anello d’oro massiccio
con castone che lui conosce bene. Quell’uomo non è un vagabondo che
chiede l’elemosina. Nello stesso istante lo sconosciuto si tira giù il cappuccio
e la sciarpa svelando il suo volto e la sua identità: è Antonio, il padrone!
Poco dopo il console è nel cuore della domus e sta abbracciando forte i
suoi figli Iullo e Antillo (diminutivo di Antonillo, cioè “piccolo Antonio”)
che hanno appena uno e due anni. In questi momenti drammatici il suo primo
pensiero sono stati loro, che non vivono nell’elegante dimora dove lo
abbiamo incontrato questa mattina. Quella è una casa di rappresentanza, in
cui tiene banchetti ufficiali, riceve ospiti importanti, e anche donne. In realtà
la sua famiglia vive qui. Ed è qui che lui è subito corso, temendo il peggio. A
fissarlo con uno sguardo pieno di interrogativi è la moglie Fulvia. Cosa ci fa
un console vestito da schiavo? In poche parole concitate Antonio le spiega
che cosa è accaduto e perché si è dovuto travestire. Fulvia capisce subito la
gravità della situazione. Non è una donna qualunque, è una vera protagonista,
una zarina del dietro le quinte della Roma “che conta”. Donna decisa,
ambiziosa e calcolatrice, è molto diversa dalla classica matrona. Non è certo
avvenente: di lei Velleio Patercolo ha scritto che “di donna non aveva altro
che il corpo”. Ma a conquistare gli uomini sono soprattutto il suo cervello e il
suo carattere. Lo storico Barry Strauss, in riferimento alla cosiddetta “guerra
di Perugia” che si combatterà in futuro contro Ottaviano, ha scritto che Fulvia
fu l’unica donna che avesse portato una spada e reclutato un esercito. Più
tardi, raccontano le fonti antiche, si divertirà a infilare uno spillone nella
lingua della testa decapitata di Cicerone, che tra l’altro era suo vicino di casa.
Non è un caso se ci stiamo soffermando sul carattere e la personalità di
Fulvia. Il fatto che sia una donna forte, una virago, è molto importante nel
nostro racconto su Cleopatra.
Quando sposa Antonio, i due si conoscono già da tempo. Per Antonio,
che era stato amico dei suoi due precedenti mariti, le nozze con Fulvia hanno
rappresentato non solo un riscatto d’immagine – era appena finita la sua
storia turbolenta e chiacchierata con l’attrice, intrattenitrice di banchetti,
prostituta d’alto bordo Licoride – ma anche una boccata d’aria per le sue
finanze, dal momento che Fulvia era ricchissima. Il rapporto tra i due, in
un’epoca di matrimoni combinati, è certamente animato da sentimenti sinceri.
Tuttavia non è alla pari. Il coniuge forte è lei, capace con ogni probabilità di
sottomettere Antonio.
Pur essendo un soldato coraggioso, un abile comandante, un ottimo
oratore per nulla intimorito dal pubblico, dotato di grande carisma sul popolo
e sui senatori, Antonio è un debole con le donne, incapace di imporsi. Un
maschio “beta”, diremmo oggi, ben diverso da Cesare che era spiccatamente
un “alfa”.
D’altra parte, anche oggi uomini di successo nel proprio lavoro, capitani
d’industria, carismatici e di carattere, spesso dimostrano una disarmante
ingenuità, sudditanza e perdita di capacità decisionale nei confronti di donne
abili nell’irretirli e dominarli.
Anche per Antonio è così? A oltre 2000 anni di distanza è difficile dirlo.
Nel suo caso sembra esserci qualcosa di più: la ricerca di una compagna forte
e protettiva, nella quale rifugiarsi. E Cleopatra lo capirà benissimo. Perché lei
è così…
Va ricordato comunque che le unioni in quest’epoca non sono guidate
tanto da un’attrazione fisica o sentimentale, quanto, anzi soprattutto, dalla
volontà di suggellare unioni di politica, potere e ricchezze. E ciò spiega a
volte strani equilibri di coppia, comprensibili solo per una convenienza
reciproca nell’unione.

Horti Caesaris, ore 13.30: Cleopatra riceve la notizia

Dall’altra parte del Tevere, nella sontuosa villa di proprietà di Cesare, non
è ancora arrivata la notizia. Cleopatra è allungata elegantemente su un letto
coperto di cuscini. Il suo braccio riposa su una testiera che termina su
entrambi i lati con delle teste di ghepardo scolpite. Sta conversando con
Carmione, la sua dama di compagnia, che le sta confessando il proprio
trasporto nei confronti di un affascinante senatore romano dagli occhi blu
come il cielo. Il vino che stanno sorseggiando è stato arricchito con spezie
provenienti dall’India. Poco lontano, un braciere diffonde in tutta la sala un
profumo dolciastro d’incenso mescolato ad altre essenze. Non sembra di
essere a Roma, ma a metà strada tra l’Egitto e l’India.
All’improvviso in fondo alla sala compaiono tre uomini: Ammonio, il
principale consigliere della regina, l’anziano Serapione, del quale Cleopatra
si fida ciecamente, e Olimpio, il suo medico personale. Cleopatra si
irrigidisce e li fissa mentre si avvicinano seguiti da un nutrito numero di
uomini della scorta, che discretamente si posizionano a difesa della sala,
mentre le guardie romane si fermano sull’uscio. La regina capisce subito che
è successo qualcosa e che c’è un’emergenza… ma quale? È il saggio
Serapione ad avvicinarsi. Malgrado un dolce sorriso, il suo volto è teso. Si
siede accanto a Cleopatra. Fissandola negli occhi, le dà la notizia della morte
di Cesare, specificando che sono ancora voci, che non si sa nulla di preciso,
ma la città è in preda al panico ed è scattato un piano di protezione della villa
per garantire la sua incolumità e quella di Cesarione.
Lo sguardo di Cleopatra perde improvvisamente tutta la sua sicurezza. Ha
la sensazione di cadere in un abisso. Le manca l’aria. Si sente svenire. Il suo
medico personale, Olimpio, si fa subito avanti, ma lei si riprende,
aggrappandosi con le mani ai bordi del letto. Le sue dita affondano
nell’imbottitura come artigli. Fissa negli occhi Ammonio, e poi Serapione,
mentre i suoi si riempiono di lacrime che a stento riesce a trattenere. Passano
dei secondi interminabili. Tutto il suo mondo le sta crollando addosso:
Cesare, l’uomo che è al centro della sua vita, i progetti insieme, forse un altro
figlio, e poi l’Egitto diventato improvvisamente vulnerabile una volta venuta
a mancare la protezione di Cesare… Sono bastate poche parole a sbriciolare
tutta la sua vita. È sotto shock, lo sguardo perso nel vuoto. A rompere questo
maledetto sortilegio è una porta che si apre e dalla quale spunta un viso
sorridente: quello di Cesarione, che corre verso la mamma, inseguito dalla
serva che si occupa di lui. L’abbraccio con Cleopatra è forse tra quelli più
forti che lui mai riceverà. La regina affonda il suo viso nella stretta con il
figlio, quasi volesse nascondersi. Dopo pochi secondi rialza la testa. I suoi
occhi hanno un altro sguardo, sono nuovamente carichi di vitalità e forza. Vi
lampeggia tutta la rabbia di un leone ferito. Cleopatra fissa di nuovo
Serapione e Ammonio. Ordina loro di mandare dei messaggeri per
raccogliere quante più notizie possibile. In questi mesi, abituata com’è agli
intrighi di palazzo, ha capito chi sono i nemici di Cesare e quanto le sia ostile
l’élite tradizionalista romana. Pur non sapendo ancora chi siano esattamente i
congiurati, su Bruto e Cassio nutre forti sospetti, e diffida di persone false
come Cicerone e tanti altri senatori.
Aspetterà qui il ritorno dei messaggeri e, sulla base delle notizie raccolte,
deciderà il da farsi.

Ore 13.30: il ritorno a casa del corpo di Cesare

Da circa un quarto d’ora i congiurati, ancora con i pugnali sguainati, si


sono asserragliati sul Campidoglio. Finora tutto sta procedendo secondo i
loro piani. Ufficialmente sono qui per pregare gli dei, in realtà il Colle del
Campidoglio per loro è come una fortezza: in diversi punti è molto scosceso,
quindi facilmente difendibile, e si trova in una posizione strategica perché
domina il Foro.
Il corpo di Cesare, invece, è rimasto riverso nella curia, sotto la statua di
Pompeo imbrattata di sangue, ormai senza vita da più di un’ora. In molti sono
venuti a vederlo, anche dalla strada, ma nessuno ha osato toccarlo.
Comprensibilmente, non è rimasto nessuno dei suoi sostenitori, fuggiti per
paura di essere uccisi. Inizialmente, come si è detto, i congiurati volevano
gettare il corpo di Cesare nel Tevere, ma hanno rinunciato, oltre che per
l’opposizione di Bruto, anche per la presenza delle truppe di Lepido sull’Isola
Tiberina. Sarebbe stato troppo rischioso.
Alla fine tre schiavi fedeli a Cesare prelevano il corpo, sollevandolo con
mille attenzioni. Che strano dev’essere sostenere il cadavere ormai freddo di
quest’uomo così grande e potente che scivola da tutte le parti quando lo
trasportano verso la lettiga. Dove sono finite la sua regalità e la sua dignità?
Alle spalle degli schiavi restano solo un’ampia pozza di sangue che ormai
comincia a rapprendersi, e delle strisciate rosse sul basamento della statua di
Pompeo, che rimarranno a lungo, come sottolinea Plutarco, quasi fossero un
“film” del lento e progressivo accasciarsi di Cesare sotto i colpi spietati dei
suoi assassini.
Nel silenzio generale, un misto di imbarazzo e rispetto, il suo corpo senza
vita viene adagiato con delicatezza sulla portantina d’avorio e d’oro che lo
aveva prelevato questa mattina. Qualcuno, pietosamente, poggia la sua
corona di alloro a fianco del cadavere.
Inizia così l’ultimo viaggio di Cesare. Un viaggio lento, visto che gli
schiavi sono solo tre. La portantina si dirige piano piano verso il Foro,
evitando, per ovvie ragioni, il Campidoglio. È un tragitto toccante: sembra
quasi di vederla passare per le strade, al rallentatore, con i romani che la
guardano impietriti dai marciapiedi, dalle case, dalle botteghe. Molti
piangono. Si sentono lamenti e invocazioni. Per rispetto alcuni si coprono la
testa con il mantello, un segno con il quale riconoscono la sacralità
dell’uomo.
La vista che si presenta loro è agghiacciante. Le cortine laterali che
proteggono la portantina sono sollevate, e si possono vedere il corpo
martoriato e il volto colpito dalle pugnalate. E poi quel dettaglio che rimarrà
per tutta la vita nella mente di chi lo ha osservato: il braccio di Cesare,
penzoloni, che ondeggia nel vuoto a ogni passo dei tre schiavi…
Le parole di Nicola Damasceno descrivono con grande efficacia la scena:
“Essendo sollevate le cortine da una parte e dall’altra, si potevano vedere le
mani penzoloni e le ferite nella faccia. Allora, vedendo quell’uomo poco
prima onorato alla pari di un dio, tutti avevano lacrime agli occhi; da una
parte e dall’altra lo accompagnavano lamenti e gemiti di gente che piangeva
dalle case davanti alle quali passava, per le vie e nei vestiboli”.

L’arrivo a casa è tra i più drammatici. Calpurnia esce urlando e piangendo,


assieme alle sue ancelle e a tutti i servi. Immaginiamo come lo abbia
abbracciato: come una mamma con il suo bambino. Probabilmente ha
stentato a riconoscere in quel volto freddo, cinereo e scavato dalla morte,
l’uomo che poche ore prima l’aveva tenuta tra le braccia, forte, sicuro e
protettivo. La morte di un marito, di un uomo come Giulio Cesare, supera
qualunque soglia di tollerabilità. Non è solo una persona che muore, ma una
certezza su cui si reggono una casa piena di vita (quella di Calpurnia), una
città fulcro della Storia (come Roma) e un dominio che si sta espandendo per
tutto il Mediterraneo.
Poco dopo che il corpo è stato trasferito in casa, il medico personale di
Giulio Cesare, Antistio, lo esamina. Possiamo immaginare la sua
commozione, la difficoltà di mantenere il ruolo di medico separandolo da
quello di amico di vecchia data. Dopo l’autopsia deve aver pianto a lungo. È
lui, come abbiamo detto, che tra le tante ferite capisce che una sola è stata
mortale: la seconda, ricevuta in pieno petto. Che abbia trafitto il cuore o un
polmone, ha avuto un effetto così devastante da provocare rapidamente la
morte di Cesare: nel giro di pochi secondi nel caso del cuore, di più nel caso
del polmone, considerando la massiccia emorragia che ne è derivata.
Ore 14.00-16.00 circa: Bruto cerca di convincere la folla

Bruto e Cassio hanno quasi certamente visto la portantina con il corpo di


Cesare passare ai piedi del Campidoglio. Cosa abbiano pensato o detto non lo
sappiamo, ma è ragionevole immaginare che abbiano esultato. In seguito,
sollecitati dai loro sostenitori, scendono nel Foro per parlare alla folla che si è
radunata, scortati da un drappello di gladiatori e schiavi. Tra i tanti che si
congratulano con loro ci sono anche dei cittadini importanti. Poco dopo i due
salgono sulla tribuna dei Rostri catturati agli anziati nella battaglia del 338
a.C., a cui si erano aggiunti in seguito quelli sottratti ai cartaginesi nella
battaglia di Milazzo del 260 a.C. La folla è ammutolita. Bruto prende la
parola e poi Cassio lo segue: si congratulano con Roma che, seguendo
l’esempio degli antenati che avevano cacciato i re, ha riconquistato la libertà.
I loro discorsi calmano la folla, che sembra adesso guardare ai congiurati con
maggior simpatia: pur compiangendo Cesare con un profondo silenzio,
rispettano Bruto. Ma le cose cambiano quando prende la parola Cinna, un
parente alla lontana di Cesare (è il fratello della sua defunta prima moglie),
che da poco lo aveva nominato pretore. Eppure lo definisce tiranno e si
strappa la toga da pretore in segno di disprezzo. È un grave errore. La folla si
inferocisce, Bruto e Cassio sono obbligati a scappare rifugiandosi di nuovo
sul Campidoglio…
“I congiurati” osserva lo storico Giovanni Brizzi, “che pure hanno
preparato adeguatamente l’uccisione del tiranno – persino Romolo era stato
ucciso in nome di questo concetto –, non hanno preparato nulla per
assicurarsi l’assunzione di quel potere, lasciando al Senato e ai magistrati
(che, tra l’altro, si chiamano Antonio, console, e Lepido, rappresentante di
Cesare quale dictator) la possibilità di impadronirsene. Sembrano credere, gli
idealisti almeno, che la Repubblica risorgerà non appena morto il tiranno,
sicché Cicerone può ben dire che la congiura è stata progettata ‘con animo
virile, ma infantile intelligenza’. Dell’assassinio di Cesare si è detto che fu
più che un delitto, fu un errore. Ma anche se Cesare fosse morto di morte
naturale probabilmente le cose non sarebbero andate in maniera diversa: la
Repubblica era alla fine, e ci sarebbe stato sempre un Ottaviano capace di
capire che la grandezza di Cesare ne era stata anche la debolezza. Come, e
forse più, di alcuni grandi del passato, era stato un ‘uomo memorabile, ma
più nelle arti della guerra che della pace’, senza capire che, nell’inevitabile
potere personale sul punto di nascere, contavano più le giustificazioni che gli
orpelli.”

A sottolineare il momento di grande confusione contribuisce Dolabella,


l’uomo che avrebbe dovuto essere nominato console con grande rabbia di
Antonio. La morte di Cesare ha fatto saltare la sua investitura, eppure lui si
presenta al Foro con indosso la toga – in pratica si autoproclama –, sale sui
Rostri e tiene un discorso violentissimo contro Cesare e a favore dei
congiurati. È un uomo poco affidabile, che cambia bandiera appena cambia il
vento, e ora sta salendo sul carro dei vincitori. Perlomeno quelli che lui,
sbagliando, ritiene siano i vincitori. Poi sale sul Campidoglio a congratularsi
con loro. Non è solo: c’è anche Cicerone, entusiasta. La maggioranza dei
senatori in questo momento è favorevole ai congiurati, i quali mandano
messaggeri ad Antonio e Lepido per accordarsi in via ufficiosa e senza
spargimenti di sangue.
Nel tardo pomeriggio, intorno alle 16.30 circa, su Roma si abbatte un
violentissimo temporale con fulmini e tremendi tuoni. Il vento e la pioggia
fitta disperdono gli ultimi capannelli di persone che stanno discutendo
sull’assassinio di Giulio Cesare. È come un sipario che chiude una delle
giornate più difficili della storia di Roma.

Ore 20.00: Antonio e Lepido valutano il da farsi

Sono ore difficili per i fedelissimi di Cesare, Antonio e Lepido. Cosa si


deve fare, adesso? Di certo i due si sono scambiati dei messaggi. Sappiamo
anche che si sono incontrati, ma non sappiamo dove. Lepido, che è un uomo
d’azione, impulsivo, ha con sé una legione in città e propone di agire
immediatamente attaccando gli assassini di Cesare. Antonio invece è più
prudente, attendista. Teme che il Senato possa appoggiare i congiurati, nel
qual caso per loro sarebbe la fine. I due riprendono coraggio quando si
accorgono che gli stessi congiurati sono incerti sul da farsi. Non sembrano
avere un vero piano. E anche il sostegno della folla nel Foro non è sembrato
particolarmente convinto. Così decidono di giocare d’attacco e di prendere
l’iniziativa. L’indomani all’alba le truppe di Lepido prenderanno posizione
nel Foro, pronte ad attaccare il Campidoglio, se necessario. Antonio intanto
invia dei messaggeri fuori città per richiamare i veterani di Cesare. Li
convince facilmente dicendo che, morto il loro generale, è probabile che
perderanno tutti i terreni che avevano ricevuto come ricompensa per le
vittoriose campagne militari.

Ore 24.00: la prima notte senza Cesare

Nessuno a Roma prende sonno tranquillamente. I legionari sull’Isola


Tiberina sono in allarme come se si trovassero in territorio nemico. Le strade
sono vuote, battute dal vento freddo.
La gente è rientrata dopo la festa dedicata ad Anna Perenna, ma è chiusa
in casa: in ogni domus, in ogni insula, in ogni appartamento, le persone sono
riunite e angosciate, ponendosi mille domande sul futuro. Cesare era dalla
parte del popolo, lo hanno sempre amato. Malgrado le voci su lui e Cleopatra,
era assai meglio della cricca dei senatori corrotti che ora è tornata a
comandare, legata a doppio filo con le famiglie aristocratiche… Adesso cosa
succederà? Non è così nelle ricche domus di tanti senatori, dove la morte di
Cesare viene spesso vista come la possibilità di recuperare il potere e i
privilegi passati del Senato. Più d’uno brinda e banchetta, felice di questo
cambiamento.
Nei templi si fanno sacrifici per comprendere cosa accadrà ora. Antonio e
Lepido tengono riunioni febbrili con i loro alleati. Calpurnia piange disperata.
Porzia è felice. Bruto e Cassio, passati i festeggiamenti, cercano di capire
cosa fare, intuendo che la morte di Cesare non ha creato un mondo più facile
in cui tutti sono concordi, ma al contrario ha generato uno squilibrio
nell’assetto politico, con problemi ancora più difficili da affrontare.
Così si conclude una delle giornate più importanti di tutta la storia
dell’umanità…
E Cleopatra? È rinchiusa nella sua dimora oltre il fiume, circondata da
guardie del corpo appostate a ogni angolo e in ogni corridoio. Nella sua
stanza da letto, illuminata dalla luce fioca di tante lucerne, se ne sta
rannicchiata tra lenzuola le cui pieghe, simili a un mare in tempesta,
raccontano tutta la sua disperazione. Carmione le accarezza lentamente i
capelli in silenzio, cercando di darle serenità, ma lei non sembra quasi
accorgersene. Ha gli occhi spalancati, che guardano l’oscurità: così le appare
ora il suo futuro. Non si è mai sentita tanto sola e vulnerabile. Tra le braccia,
come se fosse un salvagente nel mare in tempesta della vita, stringe l’unica
certezza che ha come donna e come madre: Cesarione, che dorme tranquillo,
ignaro di tutto, con i capelli appiccicati alla fronte per il grande calore che i
bambini producono dormendo. Su questi capelli poggia il naso di Cleopatra,
che annusa il loro odore. È l’unica cosa che la tranquillizza…

I nuovi dadi di Cesare

Sono giorni convulsi, quelli che seguono le Idi di Marzo. Non è scopo di
questo volume entrare nei dettagli. Abbiamo voluto raccontare la morte di
Giulio Cesare minuto per minuto perché lancia, come dei dadi sul panno
verde della Storia, i protagonisti dei prossimi capitoli: in primis Cleopatra e
Antonio, e poi Bruto, Cassio e altri nuovi volti come Ottaviano, Agrippa,
Mecenate… Vedrete come, con il passare dei mesi e degli anni (e delle
pagine), questi dadi, rotolando e piroettando, prima di fermarsi mostreranno
una faccia vincente, poi una perdente, poi di nuovo una vincente e così via, in
un crescendo di tensione in cui non si capirà mai chi stia per trionfare… fino
a quando non si fermeranno del tutto, rivelando il numero che il destino ha
deciso per ognuno degli attori in scena. Non è facile raccontare in un
semplice libro quattordici anni di eventi politici, battaglie su terra, scontri
navali epici, amori, figli che nascono, protagonisti che muoiono… Dal
momento che non è possibile descrivere tutto, cercheremo di attraversare
questo periodo così importante concentrandoci sui fatti più rilevanti e
trattandone altri in modo meno approfondito.

Il giorno dopo la morte di Cesare, all’alba, Lepido muove le truppe dall’Isola


Tiberina verso il Foro. Sicuramente Cleopatra, così come buona parte dei
romani, avrà visto i soldati in marcia, ed è facile immaginare come tutti
abbiano temuto il precipitare della situazione: far entrare in città un esercito
superando il pomerium è un atto sacrilego. Si infrange uno dei divieti più
sacri del governo di Roma. Ma questa violazione fa capire il livello di
tensione e quanto siano vicini alla Guerra civile.
I legionari comandati da Lepido si posizionano nel Foro ai piedi del
Campidoglio, dove vengono raggiunti da Antonio, che indossa le insegne da
console… L’assalto sembra solo questione di minuti.
Bruto e Cassio, asserragliati sul Campidoglio, sono a portata di voce e
sentono chiarissimi gli ordini dei centurioni ai soldati; a quel punto
cominciano a temere il peggio.
Sia Antonio sia Lepido aizzano la folla giunta nel Foro, sostenendo che
l’assassinio di Cesare non deve rimanere impunito. La folla reagisce, è in
tumulto… Siamo a un passo da una carneficina nei luoghi più sacri della
città, come il Campidoglio e il Foro.
A Cleopatra giungono notizie confuse e contraddittorie. Lei parteggia per
Antonio e Lepido, ovviamente, ma a chi può rivolgersi in queste ore così
confuse? È probabile che abbia mandato messaggeri agli uomini più fidati di
Cesare, come Lucio Cornelio Balbo, un vero “Mazzarino” di Cesare, o Gaio
Oppio, definito da alcuni autori moderni “occhi e orecchie” del grande
condottiero, gli unici con i quali ha dei canali aperti. Ma che potere hanno,
ora che il loro grande leader è morto? In alternativa ci sarebbe Aulo Irzio,
uno dei più fedeli luogotenenti di Cesare e suo amico: lei lo conosce bene
perché c’era anche lui ad Alessandria, quando hanno dovuto difendersi per
mesi, asserragliati nel quartiere del Palazzo Reale e del porto grande. Questa
è ancora una volta un’emergenza, e con ogni probabilità Cleopatra si fida di
lui. Di più non può fare, e attende in ansia, vedendo i fuochi dei bivacchi dei
militari nel Foro e sull’Isola Tiberina, e poi quelli dei congiurati sul
Campidoglio, brillare nella notte…
Sono in molti a voler attaccare il Campidoglio e farla finita con Bruto e
Cassio, ma sorprendentemente è Antonio a salvare la situazione: decide di
trattare con i congiurati e propone loro un incontro, una riunione del Senato il
giorno seguente. In questo si dimostra un abile stratega, un ottimo
negoziatore, ma anche un politico lungimirante. Sfodera il suo asso con
discrezione, andando nella casa di Cesare per incontrare Calpurnia, la
vedova. Lei gli affida in blocco tutti i documenti del marito e buona parte
della sua fortuna, ritenendo che siano in mani più sicure… In pochi minuti,
Antonio custodisce una somma da capogiro: 4000 talenti, equivalenti a 100
milioni di sesterzi. Difficile fare un paragone con la nostra epoca,
probabilmente siamo nell’ordine dei 600 milioni di euro. È come un
giocatore di poker che riesce a procurarsi all’improvviso una montagna di
fiches. Ora, dal punto di vista economico, ha le spalle coperte per cercare di
vincere.
Ma i documenti sono un’altra carta che gioca con abilità: secondo
Plutarco si tratta infatti di appunti su tutto ciò che Cesare aveva stabilito e
progettato di fare. Così, nelle settimane successive, Antonio aggiungerà alle
liste di Cesare nomi nuovi, a lui graditi. E nominerà queste persone magistrati
o senatori, dicendo ogni volta che si trovavano negli appunti e quindi nelle
volontà di Cesare… Allo stesso modo libererà amici dalla prigione e farà
ritornare dall’esilio altri cittadini. I romani non sono stupidi e chiameranno
questi miracolati, salvati in modo dubbio da chi è già nell’aldilà, “caroniti”,
in riferimento a Caronte, il traghettatore dei morti.
Quando fa visita a Calpurnia, Antonio ha sicuramente visto il cadavere di
Cesare. Secondo la tradizione, la sua salma è stata lavata e preparata con gli
unguenti dai pollinctores, gli stessi che inseriranno poi nella sua bocca una
moneta per pagare l’obolo a Caronte nell’aldilà. Dopo essere stata rivestita
con gli abiti più sontuosi, la salma è stata poi esposta nell’atrio della sua casa
per alcuni giorni prima dei funerali.
Se per Cesare il tempo si è fermato per sempre, fuori dalla sua dimora
invece corre veloce verso un futuro ancora tutto da capire.
La sera stessa, Antonio ordina ai soldati di schierarsi a guardia delle porte
di Roma. Durante tutta la nottata proseguono le trattative. I romani hanno
cominciato ad accorgersi che i congiurati e i loro sostenitori sono pochi. La
bilancia dell’opinione pubblica inizia a pendere a favore di Antonio e Lepido,
e in generale dei cesariani, fedeli a Giulio Cesare.
Il giorno seguente i senatori si riuniscono nel Tempio di Tellus, la dea
della terra, simbolo di fecondità. Tra i senatori c’è anche il ben noto
Dolabella che, subodorando chi è più forte, ha di nuovo cambiato fronte, e
ora sta dalla parte dei cesariani. Fuori, la folla dei veterani urla “Vendetta!”, e
a stento Antonio riesce a calmarla parlando con loro. Le rispondono però i
gladiatori armati di Decimo che gridano “Pace per la Repubblica!”.
L’atmosfera è rovente sia fuori sia dentro il tempio. E la discussione si
infervora. È a questo punto che Antonio pronuncia un discorso magnifico,
capace di convincere tutti con la proposta di un compromesso: concedere
l’impunità agli assassini di Cesare e allo stesso tempo mantenere in vigore
ogni sua decisione di Stato (gli acta Caesaris). Questo salva apparentemente
tutto e tutti: i veterani hanno le loro terre, chi è stato innalzato da Cesare a
rango di senatore, o designato a essere governatore, pretore o altro mantiene
carica e benefici, e nessuno ucciderà i congiurati. Tutti hanno ovviamente da
guadagnarci. Si mettono da parte gladi e pugnali per discutere e costruire il
futuro con le leggi e il Senato. È un esempio di democrazia. Questo salva
anche Roma perché impedisce una guerra civile. Ma molti sanno che è solo
un modo per rinviare la resa dei conti che, lo vedrete, come un fiume in piena
alimenterà i prossimi anni con guerre, accordi, conquiste, tradimenti e…
incontri, come quello tra Antonio e Cleopatra.
Questa riunione del Senato rappresenta la vittoria dei cesariani e la
sconfitta dei cesaricidi (come vengono definite dagli storici le due fazioni).
Ma è soprattutto un capolavoro politico di Antonio: lui non ha truppe; se si
fosse arrivati a uno scontro armato, Lepido avrebbe vinto e a lui, non ad
Antonio, sarebbe stata attribuita la vittoria. Inoltre, mantenendo valide tutte le
decisioni di Cesare, Antonio fa soprattutto un favore a se stesso, perché
conserva la potentissima carica di console… Quando esce dal tempio, è
acclamato da tutti come il salvatore della patria che ha impedito una guerra
civile.
Per capire cosa succederà in seguito va aggiunto che le province vengono
distribuite in base alle disposizioni di Cesare: a Bruto viene assegnata Creta,
a Cassio l’Africa, a Trebonio l’Asia, a Cimbro la Bitinia e a Decimo la Gallia
Cisalpina. Si stabilisce così involontariamente una “geografia” dei futuri
scontri.
A questa riunione non hanno partecipato tutti gli autori materiali
dell’assassinio, come Bruto, Cassio e tanti altri, perché temevano di essere
uccisi. In sala c’erano invece tutti i senatori che li sostenevano, che sono poi
scesi dal Campidoglio per una stretta di mano nel Foro con Antonio e Lepido:
ma a testimonianza di quanta diffidenza ci sia ancora, hanno preteso, prima,
uno… scambio di ostaggi! Antonio e Lepido hanno accettato e hanno fatto
inviare sul Campidoglio i propri figli: sì, proprio Antillo, che ha poco più di
due anni, è diventato un perno della stabilità a Roma.
La sera hanno avuto luogo dei banchetti di rappacificazione incrociati:
Bruto, con la mano ancora fasciata, è andato a cena a casa di Lepido, e Cassio
è andato a casa di Antonio. Che atmosfera ci sia stata è facile immaginarlo.
Sappiamo da Cassio Dione che a un certo punto Antonio ha detto a Cassio:
“Tieni forse anche adesso un pugnale sotto l’ascella?” e l’altro gli ha risposto:
“Certo, e per giunta molto lungo, se anche tu aspiri alla tirannide”.

Il testamento di Cesare ignora Antonio e Cleopatra

Un momento cruciale di questi giorni è l’apertura del testamento di Giulio


Cesare, custodito dalle Vestali nel loro tempio. È molto interessante che a
pretendere che venisse letto in pubblico e ad andare a prenderlo non sia stata
la vedova di Cesare, Calpurnia, suo parente più stretto, bensì il suocero,
proprietario, come si è detto, della favolosa Villa dei Papiri di Ercolano:
Lucio Calpurnio Pisone. Come mai? Siamo in una società ancora
essenzialmente patriarcale, malgrado un’innegabile apertura
all’emancipazione femminile. A decidere in molte famiglie è sempre e solo
l’uomo o, in sua assenza, il maschio “più importante” a disposizione. Quando
un uomo e una donna si sposano, il matrimonio può essere “cum manu” o
“sine manu”, intendendo per manus il possesso della sposa: nel primo caso la
“proprietà” della donna passa dal padre al marito, nel secondo la donna, pur
essendo sposata a un uomo, rimane di “proprietà” del padre e lo sposo non ha
su di lei alcun potere legale. Da qui la famosa espressione attuale di “chiedere
la mano” di una ragazza al padre: contrariamente a quanto si crede, non si sta
chiedendo di prenderla simbolicamente per mano e portarla verso un nuovo
futuro, ma si sta chiedendo al padre la sua proprietà (manu). Naturalmente è
solo un modo di parlare forbito, che oggi nulla ha a che vedere con la
realtà…
Il matrimonio di Cesare con Calpurnia è stato dunque “sine manu”,
perché a ritirare il testamento dello sposo defunto non è la vedova ma suo
padre.

Possiamo immaginare il suocero di Cesare, con la barba non rasata in segno


di lutto, che viene ricevuto dalla Virgo Vestalis maxima, la Vestale più
anziana. Le Vestali sono le sei sacerdotesse addette al culto di Vesta, la dea
romana del focolare. Il loro tempio, con il “monastero” annesso, si trova nel
cuore del Foro, perché il culto e il tempio stesso rappresentano effettivamente
il “cuore” della cultura romana e, come si sa, il fuoco dentro il tempio non
deve mai spegnersi, pena la condanna a morte della Vestale responsabile (che
viene rinchiusa in una stanza sotterranea nel campus sceleratus presso la
Porta Collina, sul Quirinale, dove morirà di fame e di sete). Stessa sorte tocca
alle Vestali che si macchiano di rapporti sessuali con un uomo: devono infatti
rimanere vergini per tutti i trent’anni in cui ricoprono il ruolo (venivano
scelte a dieci anni, ed erano “libere” a quaranta), ma possono sposarsi una
volta che questo periodo sia terminato. Il testamento di Cesare, che le mani
della Vestale più anziana hanno allungato a Calpurnio Pisone, deve essere
stato costituito da alcuni rotoli accuratamente rilegati e con il sigillo di Cesare
ben evidente sulla cera. È assai probabile che fossero conservati in uno
scrigno di legno, anch’esso sigillato.
La lettura del testamento non è avvenuta nella casa di Cesare, ma nella
dimora di Antonio, quella destinata agli eventi ufficiali.
Immaginate la scena.
È una domus in cui la servitù è abituata a vedere incontri con numerose
persone di rango o invitati ufficiali. Ma la mattina del 19 marzo, alle 9 circa,
lo spettacolo che offrono i suoi ambienti va davvero al di là di ogni
immaginazione. Ci sono senatori di ambo gli schieramenti, magistrati, molti
collaboratori e uomini fedeli a Cesare, compreso qualche suo soldato, e infine
anche parenti. Quello che la servitù percepisce, rispetto a tutti gli altri
incontri, è l’atmosfera plumbea che aleggia, un misto fra tensione, tristezza,
solennità e attesa spasmodica. Sì, perché tutti sanno che, dopo l’apertura del
testamento, molte cose cambieranno e il mondo sarà diverso. C’è la
percezione di un timore diffuso per quelle che saranno, davvero e per sempre,
le ultime parole e soprattutto le ultime decisioni di Cesare. Sappiamo che il
suo patrimonio è considerevole. Oltre ai 4000 talenti che Antonio ha preso in
custodia da Calpurnia, ci sono molte proprietà a Roma e in altre città. Ma da
quei rotoli uscirà qualcosa di ancora più importante, molto più del denaro o
dei beni, qualcosa che non si può tenere in mano ma che vale più dell’oro:
“l’eredità politica” di Cesare. Essere nominato suo erede significherà avere
una posizione dominante in questa fase della vita della Repubblica.
I rotoli vengono aperti nel silenzio generale. Prima che le righe di Cesare
vengano lette passano secondi interminabili. Gli occhi di Antonio non
battono più, le palpebre fissano quel rotolo tenuto da una mano che trema
leggermente. Poi il silenzio viene rotto dalla voce che legge quelle righe.
Tutti sono concentrati sul significato di ogni frase per paura di non capire
bene. Pochi si rendono conto che chi sta parlando ora è ancora Cesare e,
benché sia morto, sta letteralmente decidendo il futuro di Roma.
In effetti, nella sorpresa generale, nomina eredi i suoi tre nipoti per parte
delle sorelle: “Caio Ottavio per i tre quarti, Lucio Pinario e Quinto Pedio per
il quarto residuo”. Quel Caio Ottavio diverrà poi Caio Giulio Cesare
Ottaviano, il futuro Augusto… La parentela è un po’ lontana, ma è chiara: è il
figlio di Azia, che a sua volta è figlia della sorella di Cesare, Giulia Minore.
Può sembrare un giro un po’ strano, ma se ci pensate bene ha una sua logica
per una società maschilista in cui la purezza del lignaggio è sacra. E poi,
Cesare segue un principio coerente: la figlia e il nipote di sua sorella sono
sicuramente suoi consanguinei, mentre non è detto che sua figlia Giulia lo
sia, perché potrebbe, in teoria, essere il frutto di una relazione adulterina della
moglie con un altro uomo… Non è un fatto strano. Esiste una tribù, in Africa,
nella quale tradizionalmente un padre non dà l’eredità ai propri figli, ma a
quelli della sorella, perché questi hanno sicuramente il suo sangue…
A conferma della volontà di Cesare di scegliere Ottaviano come
successore, alla fine del testamento egli stesso aggiunge un’importante
disposizione: come ci racconta Svetonio, “adottò Caio Ottavio nella propria
famiglia e nel proprio nome”, vale a dire nella Gens Iulia, e così facendo
conferisce a Ottaviano il diritto, se lo vorrà, di chiamarsi Caio Giulio Cesare
Ottaviano. In pochi secondi ha conferito a un semplice ragazzo un potere
immenso. E un posto di primo piano nella Storia.
Alcuni hanno ritenuto che questo testamento fosse provvisorio, perché
Cesare non pensava di essere ucciso così prematuramente. Che non avesse
affatto chiaro il grave pericolo che stava correndo il giorno del suo assassinio
lo si capisce dalle righe seguenti del testamento. Nel caso in cui Ottaviano (e
gli altri nipoti) non vogliano accettare l’eredità, Cesare nomina infatti altri
eredi di “secondo grado”, come si dice. E sapete chi sono? Antonio – e
questo è logico, visto che era un suo fedelissimo – e… Decimo, uno dei
leader dei congiurati; e poi nella lista aggiunge altri nomi, sempre di suoi
assassini…
La cosa forse più sorprendente è che nel testamento Cesare non lasci
nulla a Cleopatra e soprattutto a Cesarione, che potrebbe essere suo figlio.
Ma c’è un altro colpo per loro due, devastante.
Nel testamento Cesare pensa anche al popolo romano. Stabilisce di
lasciare 300 sesterzi a ciascun cittadino romano, una somma enorme… E non
solo. Dona alla città di Roma, affinché siano trasformate in parco pubblico, le
sue proprietà al di là del Tevere. Cioè gli Horti, dove in questo momento vive
Cleopatra…
La regina e Cesarione, in altre parole, sono abbandonati al proprio
destino.
Dopo essere stato letto in casa di Antonio, il testamento di Cesare viene
letto anche in pubblico, in modo che tutti i romani conoscano le sue ultime
volontà.
È facile immaginare la commozione per un lascito così generoso a tutti gli
abitanti di Roma, ma anche la tristezza per aver perso un uomo tanto grande.

La reazione di Cleopatra, e quella di Antonio

Come reagisce Cleopatra? È probabile che sia stata tra le prime, fuori da
quella sala, a conoscere il contenuto del testamento: sicuramente un suo
consigliere era presente e l’ha subito informata. Lei è una donna intelligente e
non si è fatta illusioni: essendo una regina straniera, sa benissimo di non
poter essere inclusa nel testamento dell’amante. Cesare è il leader supremo di
Roma, non può lasciare le sue ricchezze a un sovrano straniero, e ancor meno
renderlo erede politico (cosa che non è neppure Ottaviano: se la dovrà
guadagnare, questa eredità). Stesso discorso vale per il figlio, Cesarione.
Certamente ha pensato anche a questo, nelle sue notti insonni. Forse quello
che la regina veramente non si aspettava, però, è che Cesare avrebbe donato
al popolo il luogo dove vive, gli Horti Caesaris.
A questo punto, Cleopatra capisce subito una cosa: la sua esclusione dal
testamento verrà percepita dagli avversari di Cesare e soprattutto dal popolo
come un chiaro segno della sua debolezza per via della poca considerazione
che lui ha avuto nei suoi confronti. L’ostilità che già serpeggiava, ora rischia
di diventare estremamente pericolosa. Capisce che Roma non è più un luogo
sicuro e nel pomeriggio, dopo essersi consultata con i suoi consiglieri, dà
disposizione di fare i preparativi per la partenza. Deve lasciare la città al più
presto. Destinazione: Alessandria d’Egitto.

Se Cleopatra aveva messo in conto uno scenario di questo tipo, chi invece
rimane amaramente sorpreso è di certo Antonio. Nessuno degli storici antichi
ha accennato al suo stato d’animo, ma è lecito immaginare che ne sia rimasto
molto deluso. Forse sperava persino in un’adozione, e vive quindi la lettura
del testamento come una sorta di “bocciatura” personale.
L’erede nominato, Ottaviano, non gli fa paura: è ancora un ragazzo. Ora
Antonio è concentrato sul funerale di Cesare che si terrà l’indomani: è stato
scelto infatti per pronunciare l’orazione funebre in qualità di console, amico e
lontano parente (sua madre, Giulia, era cugina di Giulio Cesare). È verosimile
che dopo la lettura del testamento, Antonio abbia tenuto subito un consiglio
ristretto con parenti e amici per preparare il discorso e studiare
l’organizzazione del funerale. È probabile che proprio sua moglie Fulvia gli
abbia suggerito una soluzione spettacolare per mostrare a tutti le ferite che
Cesare ha ricevuto: una statua di cera da innalzare accanto alla sua salma nel
cuore del Foro (era stata proprio lei a mostrare a tutti le ferite mortali del
precedente marito, Clodio, trucidato dagli uomini di un suo rivale politico,
Milone).

I funerali di Cesare e il discorso di Antonio


La mattina del 20 marzo ha luogo il funerale di Giulio Cesare, cinque
giorni dopo il suo assassinio. Il programma prevede il trasporto della salma
fino al Foro e il discorso solenne di Antonio. In seguito il feretro verrà
portato al Campo Marzio, dove si trova la tomba della figlia di Cesare,
Giulia, morta di parto in giovane età, e dove verrà innalzata la pira funebre. I
fatti andranno in modo totalmente diverso… e un ruolo decisivo lo avrà
Antonio, estromesso dal testamento ma deciso a sfruttare politicamente il
funerale di Cesare.
Fin dalle prime luci dell’alba, nel Foro si raduna una folla enorme. Non
c’è solo la popolazione di Roma: nelle ore e nei giorni precedenti sono giunti
in tanti dalle città vicine, oltre ai soldati pronti a partire per la spedizione
contro i Parti e ai veterani di Cesare, i quali, sobillati astutamente da Antonio,
svolgeranno un ruolo decisivo negli eventi della giornata.
Il corteo funebre si avvicina al Foro, preceduto da uomini che portano
delle fiaccole; insieme a loro ci sono molte prefiche che innalzano lodi al
morto piangendo in modo plateale. Tutti vedono la salma di Cesare deposta
sulla portantina d’avorio ricoperta di porpora e oro, portata a spalla da
magistrati ed ex magistrati. Nel corteo, secondo la ricostruzione di Barry
Strauss, ci sono anche degli attori che indossano maschere di cera con le
fattezze di Cesare e i suoi abiti trionfali, gesticolano in modo teatrale come
vuole la tradizione dei funerali romani, e ricordano i cinque trionfi del
condottiero. Aggiunge Appiano che non mancano i suoi veterani, che lo
scortano in questo ultimo viaggio, quasi fossero le sue guardie del corpo.
Dietro, a seguire il feretro, ci sono amici e parenti.
Si notano assenze eccellenti, come quelle dei congiurati, che hanno capito
che non è il momento di farsi vedere. Soprattutto, non c’è Cleopatra: essendo
una regina straniera non può entrare all’interno del pomerium. Ma di certo, al
di là del Tevere, nella sua dimora dorata, pensa in continuazione al suo uomo,
mentre fervono i preparativi della partenza. Tutto sta cambiando per lei.
Un’altra volta.
Nel momento in cui il corteo entra nel Foro, l’emozione è fortissima e la
folla scoppia in un unico grande pianto collettivo. È un boato triste che si
sente in tutta Roma. Scendono lacrime sui volti delle donne, ma anche su
quelli duri e pieni di rughe dei suoi ex soldati. Tutti sentono di aver perso
qualcosa di più di un generale: un padre che ora li lascia orfani. Ad
accompagnare questo suono lugubre sono i veterani, che iniziano a
percuotere i loro scudi, come d’usanza tra le legioni, per mostrare la forza
degli schieramenti al nemico, ma anche per salutare il loro generale.
Immaginate solo per un istante l’atmosfera, fatta di urla, pianti e del ritmico
battere degli scudi. Sono in tanti ad avvicinarsi al feretro, a protendere le
braccia, quasi a volerlo toccare o proteggere.
La portantina funebre sulla quale si trova il corpo di Cesare viene portata
sui Rostri e collocata all’interno di una piccola costruzione dorata preparata
in precedenza, molto simile al Tempio di Venere Genitrice tanto caro a
Cesare. Simbolicamente c’è anche Cleopatra, potremmo dire, perché dentro il
tempio a cui si ispira l’edicola dorata c’è la sua statua di bronzo dorato.
Sopra questa sorta di baldacchino lucente viene appesa in bella mostra la
toga che Cesare indossava al momento dell’assassinio, lorda di sangue. Tutti
capiscono che il discorso di Antonio sarà carico di tensione. E, in effetti, la
folla si zittisce all’improvviso non appena lui sale sui Rostri, accanto a
Cesare per l’ultima volta, alza la mano e protende il braccio, segno
inequivocabile che sta per parlare. Ha il capo coperto da un velo. I più vicini
notano anche la sua barba lunga di cinque giorni, in segno di lutto.

Un’eco che arriva fino a… Shakespeare

Cosa dice esattamente alla folla? Non ci è giunto il discorso esatto. Solo
due autori antichi, Cassio Dione e Appiano, ci hanno tramandato le sue
parole, quasi certamente ricostruite sulla base dei concetti che ha espresso in
quei minuti e che la tradizione ha ricordato. Queste testimonianze ci aiutano
però a capire la teatralità del suo intervento. Sulla base di vari autori antichi,
cercherò di ricostruire questo momento così importante della sua vita e della
storia di Roma. È anche interessante vedere come fosse concepito quello che,
più che un’orazione funebre, è un discorso politico di oltre 2000 anni fa.
Nel silenzio surreale, Antonio deve aver guardato la folla muta con un
solenne movimento della testa, da un lato all’altro del Foro. Abbassati gli
occhi per un momento, quasi a voler raccogliere le idee, ha poi rialzato il
capo lentamente. Secondo Appiano ha esordito così: “Non è giusto,
concittadini, che l’orazione funebre di un così grande uomo debba essere
pronunciata solo da me, ma deve invece farlo l’intero paese”.
Svetonio racconta che a questo punto “come elogio funebre, il console
Antonio fece leggere dal banditore il senatoconsulto con cui gli venivano
conferiti, a un tempo, tutti gli onori umani e divini, e inoltre il giuramento
con cui tutti i senatori si erano impegnati per la sua salvezza, e aggiunse
soltanto pochissime parole proprie”. È chiaro che fin dall’inizio Antonio
vuole sottolineare il crudele tradimento che ha ucciso Cesare per mettere in
cattiva luce i suoi avversari…
Poi Antonio riprende la parola. Secondo Cassio Dione, inizia a parlare
degli antenati di Cesare, della sua stirpe, per poi passare alle virtù private,
sottolineando in particolare la sua generosità con gli amici e la clemenza
sempre mostrata verso i nemici. Quindi ricorda tutte le imprese compiute da
Cesare in vita: è un lungo elenco di vittorie militari con i benefici che queste
hanno portato al popolo romano. “Con la sua intraprendenza e il suo ardire ha
conquistato per noi luoghi che non sapevamo che esistessero e di cui non
conoscevamo neppure i nomi; ha reso accessibili località prima sconosciute, e
navigabili regioni prima inesplorate. E se alcuni uomini, invidiosi della sua
fortuna, anzi della vostra, non avessero provocato disordini e non lo avessero
costretto a tornare a Roma prima del termine stabilito [questo è un altro
attacco ai nemici dei cesariani, NdA], egli avrebbe certamente soggiogato
tutta la Britannia, insieme alle isole che la circondano, e tutta la Celtica [la
Germania Occidentale, NdA] fino al mare del Nord, così noi avremmo avuto
in avvenire come frontiera non più terre e popoli, ma il cielo e il mare
lontano.”
Tuttavia è la parte finale del discorso quella emotivamente più forte e
violenta.
“Ma questo padre, questo sommo pontefice, l’inviolabile, l’eroe, ahimè, è
morto. È morto non vinto dalla malattia, né disfatto dalla vecchiaia, né ferito
lontano dalla sua città in qualche guerra, né rapito all’improvviso da qualche
sciagura. Qui, dentro le mura, è stato insidiato l’uomo che aveva felicemente
condotto una spedizione in Britannia […] È stato ucciso dai cittadini l’uomo
che nessun nemico aveva potuto uccidere […] è stato ucciso dai suoi
compagni l’uomo che tante volte aveva loro perdonato. Dove sono finite, o
Cesare, la tua bontà e la tua inviolabilità e le leggi? Sei stato assassinato
spietatamente dagli amici tu che facesti tante leggi perché nessuno fosse
ucciso dai suoi avversari. Giaci scannato in quel Foro per il quale tante volte
passasti incoronato; sei caduto trafitto dalle ferite su quella tribuna dalla
quale tante volte parlasti al popolo.”
Immaginate la teatralità di Antonio. Sappiamo che a ogni frase si volta
verso il cadavere di Cesare indicandolo con la mano. Appiano descrive a
questo punto un suo gesto davvero particolare. Da alcuni autori, sappiamo
che ama molto mostrare i muscoli e il petto, annodando spesso la tunica su un
lato, un po’ come Ercole: “Poi, come ispirato, si rimboccò le vesti
intrecciandole come una cintura per avere le mani libere”.
È forse in questo momento che, staccando dal gancio a cui era appesa la
toga intrisa di sangue di Giulio Cesare, comincia ad agitarla, mostrandola a
tutti in un crescendo di drammaticità, come ci racconta Cassio Dione:
“Ahimè, canizie insanguinata, toga lacerata, che tu, a quanto sembra, solo per
questo indossasti, perché fossi ucciso!”.
Poi, alzando la voce e tendendo la mano verso il Campidoglio, scrive
Appiano, grida tuonando: “O Giove, protettore di questa città, e dèi tutti, io
sono qui, pronto alla vendetta, come ho giurato solennemente”.
È probabile che a queste parole un brivido sia corso lungo la schiena di
tanti senatori, perché intuiscono che Antonio si riferisce a loro. Ma lui sa
dosare in modo velenoso la voce, e con un tono più pacifico ritratta in parte
quanto detto, considerando una cosa buona il decreto di amnistia agli
assassini, e dicendo che bisogna “preoccuparsi del presente e non del passato
[…] per non essere colpiti dalla tragedia delle guerre civili”. È chiaro a tutti,
però, che il futuro porterà la morte di molti dei congiurati. Come ha giurato
Antonio agli dei.
I Rostri ormai sono un palcoscenico teatrale su cui si muove l’attore
principale, Antonio, l’unico sulla scena, accanto al cadavere di Cesare.
Appiano racconta che “si mise di fronte al feretro, come su una scena,
inchinandosi e poi raddrizzandosi, e lodò Cesare come una divinità celeste,
sollevando le mani al cielo per testimoniare la nascita di un nuovo dio”. E in
questa litania (che secondo alcuni storici non sarebbe altro che una versione
molto “enfatizzata” del tradizionale inno funebre romano) la folla segue le
parole di Antonio alternandosi a lui quando elenca ciò che Cesare ha fatto di
buono e i suoi dolori; un po’ come in chiesa, durante la messa, quando i
fedeli ripetono le parole del sacerdote, o come i cantanti sul palco quando,
durante una canzone famosa, si interrompono e fanno cantare il pubblico.
L’abilità di Antonio sta nel coinvolgere emotivamente la folla nel suo
discorso, nel non farla rimanere spettatrice e basta. In questo, bisogna dire, ha
un incredibile istinto da palcoscenico, una rara capacità istrionica e
carismatica capace di trascinare il pubblico.
Non è finita. Sul “palcoscenico” dei Rostri ora salgono degli attori veri,
che celebrano le imprese di Cesare. Uno di essi in particolare, che impersona
il dittatore stesso, provoca un boato di emozione tra la folla quando inizia a
elencare i nomi di alcuni degli uomini a cui in passato aveva concesso favori
se non addirittura la vita, tra i quali vi erano diversi congiurati: “Il popolo
trovava soprattutto mostruoso che gli assassini […] imprigionati mentre
parteggiavano per Pompeo […] invece di essere puniti, fossero stati innalzati
da Cesare alle magistrature di Roma e al comando delle province e degli
eserciti”.
Antonio conosce molto bene i tempi del teatro, e si è preparato alla
perfezione. Questo suo intervento non a caso verrà ripreso da Shakespeare e
per secoli rappresentato sui palchi di tutto il mondo. Ha studiato persino dei
colpi di scena per incendiare la folla: a questo punto viene letto nuovamente
in pubblico il testamento di Cesare e sappiamo, sempre da Appiano, che i
presenti hanno quasi un moto di rivolta nell’ascoltare il nome di Decimo tra
coloro che Cesare ha indicato tra gli eredi…
Le parole di Antonio sono come benzina sul fuoco. I romani, già eccitati,
ormai sono in fiamme. E su questo fuoco Antonio soffia ancora. Forse su idea
di Fulvia e con la complicità dei molti amici di teatro che Antonio conosceva
quando frequentava la chiacchieratissima attrice Licoride, mette in atto un
autentico coup de théâtre, come abbiamo già accennato: la statua di cera del
defunto.
Sono le parole di Appiano a descriverci la scena, che ha dell’incredibile:
“In questa situazione di tensione, oramai vicina a uno scoppio di violenza,
qualcuno sollevò sopra il feretro una raffigurazione di Cesare fatta di cera. Il
cadavere infatti giaceva nella bara e non era visibile. L’effige in cera, grazie a
un meccanismo, ruotava su se stessa, mostrando le ventitré brutali ferite su
tutto il corpo e sul volto. Il popolo non sopportò oltre quella vista. Emisero
un lamento e, rimboccate le vesti, diedero fuoco al luogo”.
La situazione ormai è fuori controllo. A stento i soldati riescono a
contenere la folla, ma hanno paura che l’incendio possa propagarsi a case,
teatri e templi. La gente vuole cremare il corpo di Cesare, ma non sa
esattamente dove: nel cuore del Tempio di Giove Capitolino o nella Curia di
Pompeo dove è stato assassinato?
A questo punto è decisiva l’azione di due uomini che, probabilmente su
suggerimento di Antonio, afferrati dei ceri accesi provano a dare fuoco al
letto funebre.
Tutto comincia a degenerare. È Plutarco a descriverci il caos che porta
alla cremazione del corpo di Cesare: “Alcuni gridavano di uccidere gli
assassini, altri […] svelsero i banchi e i tavoli delle botteghe, e ammucchiatili
insieme eressero un immenso rogo; e postovi sopra il cadavere, lo bruciarono
lì in mezzo a molti templi e a molti altri luoghi d’asilo e inviolabili”.
Il luogo della pira, quindi, non è sui Rostri dove Antonio ha pronunciato
il suo discorso, né dove Cesare è stato ucciso. Si trova invece nel cuore del
Foro, a pochi metri dal Tempio delle Vestali, in un punto in cui ancora oggi i
turisti lanciano rose, fiori e biglietti commoventi, a oltre 2000 anni di
distanza, confermando la grandezza di Cesare.
Il rogo viene alimentato con gli oggetti che la folla ha portato in dono, e
non solo: “I musicisti e gli attori, inoltre, strappatesi di dosso le vesti […] le
gettarono nelle fiamme. I veterani delle sue legioni vi buttarono le armi che
portavano per la cerimonia, e le matrone persino i loro gioielli” racconta
Svetonio. I soldati presenti devono faticare non poco per evitare che
l’incendio si propaghi distruggendo gli edifici circostanti.
Ma la pira non riceve solo oggetti, regala anche tizzoni che i più esaltati
raccolgono. La folla rivolge ora la sua ira sui congiurati e vuole usare quei
tizzoni per dare fuoco alle case degli assassini di Cesare. Una fiumana di
persone inferocite si dirige verso le domus di Bruto e Cassio, e poi anche
verso quella di Publio Servilio Casca, il primo pugnalatore, ma viene respinta
dagli schiavi di queste dimore, o dai soliti gladiatori di Decimo. Si contano
però molti morti, e l’abitazione di almeno un congiurato, quella di Lucio
Bellieno, è data alle fiamme.
Accade anche un episodio agghiacciante di cui è protagonista un amico di
Cesare, Elvio Cinna, che, malato, si stava dirigendo barcollando verso il Foro
per assistere al funerale. La folla lo scambia per il quasi omonimo Lucio
Cornelio Cinna, il pretore che in precedenza si era tolto la toga e aveva
chiamato Cesare tiranno, e lo trucida in mezzo alla piazza. E poi, racconta
ancora Svetonio, “ne portò in giro la testa infissa su di un’asta”.
C’è il sospetto che questi assalti alle case e la caccia all’uomo siano stati
pianificati e organizzati da Antonio, come tra l’altro dichiara apertamente
Cicerone. La mancanza della protezione dei soldati è un altro elemento a
favore di questa tesi. Tuttavia è anche vero che la situazione, a un certo
punto, sfugge completamente di mano ad Antonio.
Il rogo della pira di Cesare, alimentato da una gran quantità di oggetti
lanciati, va avanti per ore, con una processione infinita di persone. Quando
finalmente le fiamme si spengono, i resti e le ossa calcinate del defunto
vengono raccolte dai suoi liberti e trasportate nella tomba di famiglia, nel
Campo Marzio, insieme a quell’edicola dorata a forma di Tempio di Venere
nella quale viene deposta la sua toga insanguinata.
Una curiosità: le ceneri hanno alimentato svariate leggende anche molti
secoli dopo la sua morte. Una tradizione medievale, di cui si ha traccia nei
Mirabilia Urbis Romae, sorta di “guida turistica” che cominciò a circolare nel
XII secolo, riteneva che fossero custodite nel globo in bronzo dorato posto in
cima all’obelisco nel centro della piazza di San Pietro. In realtà è falso. La
storia dell’obelisco è affascinante: è stato fatto trasportare da Eliopoli al Foro
Giulio di Alessandria da Cornelio Gallo, primo prefetto d’Egitto, e poi
portato a Roma da Caligola nel 40 d.C.
E quando nel 1586 papa Sisto V fece spostare l’obelisco in piazza San
Pietro, sostituì il globo dorato con una croce, quella che si vede oggi. La sfera
metallica invece è oggi esposta nei Musei Capitolini (e mostra i segni lasciati
dalle archibugiate dei Lanzichenecchi durante il sacco di Roma del 1527).

Alla fine della giornata Antonio è il dominatore incontrastato di Roma. È


chiaramente il leader principale dei cesariani, mettendo in ombra Lepido. Con
incredibile saggezza politica continua il suo consolidamento del potere: con
la scusa della violenza scoppiata durante il funerale, fa approvare una legge
che vieta a chiunque in città di portare armi (a eccezione dei legionari) e in
questo modo impedisce a qualsiasi avversario di utilizzare gladiatori o
guardie personali come un piccolo esercito privato, esattamente come ha fatto
Decimo, che nel frattempo è diventato uno degli uomini più odiati di Roma.
I congiurati capiscono che il loro piano è fallito su tutta la linea e lasciano
Roma alla spicciolata, chi ritirandosi nelle proprie ville fuori città, chi
sfruttando proprio gli incarichi nelle province ricevuti da Cesare (e
confermati con l’amnistia). Decimo, per esempio, si trasferisce in Gallia
Cisalpina con i suoi gladiatori. Anche Cassio e Bruto, a metà aprile, lasciano
la città. Roma ormai è in mano ad Antonio e ai suoi alleati.
4

CLEOPATRA RITORNA AD ALESSANDRIA

Cleopatra incontra Antonio?

Quando l’ultimo bagliore dei fuochi della pira di Cesare si è spento e le


sue ceneri sono state collocate accanto a quelle della figlia nella tomba del
Campo Marzio, la Storia ricomincia a scorrere. Cleopatra ha deciso di tornare
in Egitto. Ma ha bisogno di garanzie. E c’è una sola persona, ora, che può
darle certezze e rassicurarla: Antonio. Contattarlo è la scelta più ovvia. Con la
scomparsa di Cesare, Antonio, essendo console, è la più alta autorità in carica
(assieme a Dolabella, che si è “autoproclamato” console) e, dopo il funerale,
è anche il leader indiscusso dei cesariani.
Quali garanzie chiede Cleopatra? E, soprattutto, i due si incontrano,
trovandosi faccia a faccia? È possibile, anche se non ne abbiamo le prove.
Forse si scambiano solo dei messaggi. È opinione di molti studiosi, infatti,
che Antonio preferisca non farsi vedere con questa regina così invisa a molti.
Non gli conviene politicamente.
Cleopatra ha almeno tre richieste da fare. Innanzitutto vuole avere
garanzie sulla propria incolumità e su quella del figlio, Cesarione. Poi vuole
essere rassicurata che la posizione di Roma sull’Egitto non cambierà ora che
non c’è più Cesare. Con gli accordi che aveva sottoscritto, lui ha conferito
all’Egitto un importante riconoscimento, facendolo entrare nella ristretta
cerchia “degli amici e alleati del popolo romano”. Inoltre aveva riconosciuto
la sovranità dell’Egitto sull’isola di Cipro, strategica per le rotte commerciali
e la politica del Mediterraneo orientale. Infine, in terra d’Egitto, ci sono ben
16.000 legionari, lasciati lì da Cesare per garantire la stabilità della regione.
La domanda di Cleopatra ad Antonio è semplice: a chi sono fedeli queste
legioni? Ai cesariani o ai cesaricidi? Ad Antonio, o a Bruto e Cassio? Prima
di ritornare in Egitto, vuole avere la ragionevole certezza che non la
destituiranno o, peggio, la uccideranno…
Antonio la rassicura su tutti i punti, convenendo con lei che è meglio che
lasci la città.
Non sappiamo quindi se i due si incontrano o se si scambiano solo dei
messaggi, ma una domanda è più che logica, a questo punto. Si conoscono
già? Si sono già visti in qualche occasione?
La risposta è: molto probabilmente sì. È plausibile che si siano incontrati
in più occasioni durante la permanenza di Cleopatra a Roma: devono esserci
stati parecchi banchetti e occasioni ufficiali (anche se, come si è detto, in
teoria la regina straniera non poteva superare il pomerium). Chissà, forse
Antonio è anche stato nella dimora di Cleopatra al di là del Tevere.
Ma c’è un’ipotesi ancor più intrigante: potrebbero essersi già incontrati in
Egitto parecchi anni fa, addirittura prima del legame tra Cesare e Cleopatra,
quando lei era una semplice principessa adolescente e Antonio un giovane e
aitante ufficiale alle prime esperienze militari… A suggerire questo primo
incontro sarebbero alcune fonti antiche. Ma cosa c’è di vero? Proviamo a
scoprirlo.

I due si sono già incontrati tanti anni prima?

Torniamo indietro di tredici anni rispetto alle Idi di Marzo, e


precisamente al 57 a.C., quando Antonio è un giovane ufficiale di stanza ad
Atene. Ha ventisei o ventisette anni (curiosamente non conosciamo con
esattezza la sua data di nascita, che potrebbe essere l’83 o l’82 a.C., mentre
conosciamo il giorno, il 14 gennaio). In questa città incontra Gabinio, che era
appena stato nominato governatore della ricchissima e strategica provincia di
Siria, che comprendeva, grosso modo, i territori tra la Cilicia, dal golfo di
Alessandretta, e l’Eufrate, mentre verso sud assorbiva allora Libano e
Palestina. Gabinio chiede ad Antonio di seguirlo, nominandolo prefetto di
cavalleria (praefectus equitum). Lui accetta. È ambizioso e questa è un’ottima
occasione per imbastire una scalata al successo militare, politico e personale.
E in effetti si distingue subito per ardore, coraggio, tenacia e acume militare.
Da solo reprime in modo efficace una rivolta scoppiata in Giudea, e compie
per ordine del governatore alcune operazioni di perlustrazione con la
cavalleria a est, nel territorio dell’Impero partico, grande nemico di Roma.
Ma il suo capolavoro è la campagna militare egiziana, che mira a rimettere
sul trono il padre di Cleopatra, Tolomeo XII Aulete, detronizzato in una
guerra dinastica dalla figlia Berenice, aiutata dal marito Archelao di Comana.
Antonio cercava grandi imprese, e questa sembra proprio quella giusta.
Conquistare l’Egitto non è mai stato facile. L’ultimo esercito a riuscirci è
stato quello di Alessandro Magno, quasi trecento anni prima. L’Egitto infatti
è difeso dai deserti a est, sud e ovest, mentre a nord c’è il mare, dove naviga
la sua fortissima flotta. Antonio dimostra notevole coraggio e grande abilità
militare conquistando la città di Pelusio, che è un po’ la porta di accesso
all’Egitto provenendo da Gaza, e poi audacia e istinto strategico nelle fasi
successive della campagna. Mostra poi grande magnanimità con gli sconfitti
e anche con il cadavere del capo nemico, Archelao di Comana, quando lo
trova morto: gli riserva un funerale reale. Tutto questo accresce la sua fama
non solo tra i suoi soldati, ma persino tra gli alessandrini insorti. Sconfitti i
ribelli, Antonio, Gabinio e Tolomeo XII entrano ad Alessandria.
Qui Antonio si ferma per settimane, venendo per la prima volta a contatto
con il mondo orientale, che lo segna profondamente. Come ha osservato
anche la professoressa Giovannella Cresci Marrone, la sua curiosità
intellettuale viene appagata da una cultura di matrice ellenistica con influenze
esotiche. Ovviamente, dopo aver rimesso sul trono Tolomeo, va spesso nel
Palazzo Reale, ricevuto dalla corte nelle occasioni più varie. Ed è in queste
occasioni che incontra… Cleopatra.
Lei è una giovanissima principessa, di appena tredici anni. Una ragazzina
che sicuramente un uomo quasi trentenne non nota più di tanto. Tra i due non
c’è nulla di più che una presentazione ufficiale e pubblica. Niente che faccia
presagire ai due la sconvolgente storia che li travolgerà in futuro. È vero,
Appiano sostiene che Antonio, secondo una diceria molto diffusa, era sempre
pronto a innamorarsi, e che si sia “infiammato” alla vista di Cleopatra. Ma si
tratta solo di voci, che non trovano conferma nelle fonti antiche.

Antonio, un militare con un perfetto “physique du rôle”

Ma come sarà apparso il giovane Antonio alla giovanissima Cleopatra?


Se di lei fanciulla non sappiamo praticamente nulla, di Antonio giovane
ufficiale, invece, abbiamo una bella descrizione di Plutarco. “Aveva un’aria
nobile e una bella barba, un’ampia fronte e un naso aquilino che gli davano
un aspetto gagliardo simile a quello di Eracle, quale appare nei dipinti e nelle
statue. C’era del resto un’antica tradizione secondo cui gli Antoni erano
Eraclidi, discendenti da Antone, figlio di Eracle. Ed egli pensò di confermare
questa leggenda con l’atteggiamento, come si è detto, e con il vestito: sempre,
infatti, quando doveva mostrarsi in pubblico, si cingeva la tunica all’anca, si
appendeva al fianco una grande spada e portava un mantello di panno
ruvido.” Antonio, quindi, ha un aspetto atletico, muscolare e potente che lo
avvicina automaticamente al modello del superuomo in voga in epoca antica:
Ercole. Facile immaginare come tutto si traduca in una virilità che colpisce
molto le donne.
Anche il suo carattere affascina: è estroverso, ama la compagnia e
apprezza la buona tavola. Come ci racconta Plutarco: “Il vantarsi, lo
scherzare, il bere in pubblico, il sedersi presso chi pranzava e il mangiare in
piedi alla mensa militare, ispiravano ai soldati un’affezione e un attaccamento
straordinari”.
Un suo asso nella manica è un’innata dolcezza in amore: “Anche la sua
vita amorosa non era priva di garbo, ma anzi gli procurò la simpatia di molti,
poiché teneva mano agli innamorati e si lasciava burlare di buon grado a
proposito dei propri amori. La liberalità e il concedere favori ai soldati e agli
amici con mano generosa, senza risparmio, gli offrirono una splendida base
di partenza per il potere”.
A questo proposito, bisogna aggiungere che per tutta la vita Antonio fu
cronicamente indebitato…

Cleopatra lascia Roma

È l’alba quando Cleopatra esce dagli Horti Caesaris. È solo l’ultimo atto
di una complessa serie di preparativi che da giorni animano i suoi abitanti. È
assai probabile che Cleopatra il giorno prima abbia salutato con una piccola
cerimonia le guardie e il seguito che per mesi l’hanno assistita (e protetta
durante i giorni convulsi dell’assassinio di Cesare) nel corso del suo
soggiorno a Roma. Saranno gli unici a rimanere qui, al contrario della corte e
dei collaboratori più stretti che lasceranno in massa la dimora insieme alla
regina, creando un gigantesco corteo degno di una parata reale. Già nella villa
si sono assiepati carri di ogni foggia, dai più semplici, usati di solito per il
trasporto delle merci (i plaustra), trainati da muli o buoi, ai più comuni come
le redae, cioè dei robusti veicoli a quattro ruote muniti di sedili su cui
prendono posto i membri della corte. Su molti carri si ammassano gli
arredamenti reali che abbellivano la villa, dal trono di Cleopatra a rare sete, ai
ricchi tavolini da banchetto, alle statue delle divinità ecc. Non è un semplice
trasloco, è una reggia che deve spostarsi. Sui carri vengono sistemati anche i
documenti, gli oggetti della corte e, non per ultimi, i lussuosi effetti personali
della regina: innumerevoli preziosi vestiti, gioielli, e poi piatti, brocche e
bicchieri in oro, argento, malachite o alabastro, delicatamente avvolti nella
paglia e messi dentro a delle casse. Senza contare che oltre alla regina ci sono
anche un “re” (suo fratello Tolomeo XIV) e il figlio di Cleopatra, Cesarione,
ognuno con i propri oggetti personali e la servitù che li assiste…
Per ultima arriva lei: avanza con passo regale, lentamente, verso la sua
carrozza, e ognuno s’inchina al suo passaggio. Prima di salire si ferma, volta
la testa in un gesto molto umano, e osserva il luogo dove ha vissuto un
periodo così sereno e felice. I suoi occhi accarezzano le finestre, le colonne
con le tende che ondeggiano a una lieve brezza primaverile, e quella pergula
dall’elegante grata di legno dove spesso la mattina guardava l’alba su Roma,
sfiorando gli arabeschi di legno mentre l’aria frizzante le accarezzava il viso e
i capelli… Anche l’alba di oggi è così. Cleopatra chiude gli occhi per un
attimo riempiendosi i polmoni con un lungo respiro, come ha sempre fatto.
Ma questo è l’ultimo. Riapre gli occhi. La sua espressione cambia
all’improvviso, si fa acuta e concentrata. Gira la testa e sale sulla carrozza. È
un carpentum, un mezzo solido e lussuosissimo, dotato di colonne che
sorreggono un tetto di legno: sembra quasi un tempio dorato che si muove su
quattro ruote, con tende di seta dai colori accesi tra le colonne. Cleopatra dà
un ultimo sguardo e poi, con un elegante movimento, scompare dietro la seta
orientale insieme alle sue dame di compagnia.
A un segnale, il corteo si muove. Il carro della regina è al centro, protetto
da un nutrito anello di guardie del corpo. Alcune sono sul carro stesso, con le
spade pronte.
Si è scelto di partire all’alba per ragioni di sicurezza e anche per avere le
strade sgombre. I giganteschi portoni di bronzo della tenuta si aprono
maestosamente consentendo al corteo reale di uscire alla luce delle ultime
fiaccole. Ad aspettarlo c’è una massiccia presenza di soldati romani a cavallo:
è la nutrita scorta inviata da Antonio per garantire l’incolumità della regina. Il
corteo è lunghissimo e sembra non finisca più di uscire dagli Horti Caesaris.
È una carovana vistosa e rumorosa che risveglia molti romani, che aprono le
ante delle finestre, sbigottiti.
Quale strada segue? Considerata la delicata situazione politica, è stata
scelta quella più rapida per arrivare a Ostia, dove la regina si imbarcherà.
Sebbene Cleopatra disponga di una lussuosa imbarcazione ormeggiata nel
molo privato degli Horti Caesaris, non è consigliabile usarla: Orazio riferisce
che nei giorni seguenti alla morte di Cesare il Tevere è in piena in modo
eccezionale, e in alcuni punti è straripato. Il corteo, quindi, con ogni
probabilità attraversa il fiume sul grande Ponte Sublicio a sud della città e
raggiunge la Porta Ostiense, l’ingresso meridionale più importante di Roma.
Di lì la carovana si dirige verso Ostia.
Oggi, questo percorso richiede in auto poco più di mezz’ora, ma ai tempi
di Cleopatra ci vuole almeno mezza giornata, forse anche una intera… È solo
l’inizio di un viaggio molto lungo e difficile. Tendiamo a scordarlo, ma
muoversi nell’antichità richiede tempo e fatica anche se ci si chiama
Cleopatra.
A Ostia, infatti, la regina non si imbarca subito: bisogna caricare i
bagagli, e questo richiede diverse ore. È perciò probabile che Cleopatra passi
la notte in loco (in qualche villa sontuosa) per salpare la mattina seguente.

Inizia il lungo viaggio di 2000 chilometri sul mare

La regina e il suo seguito salgono con ogni probabilità su delle


imbarcazioni piuttosto piccole, di 10-15 metri di lunghezza, non adatte al
mare aperto, ma ideali per veleggiare veloci lungo la costa.
Chissà cosa pensa ora, sentendo di nuovo il mare sotto di sé. Di sicuro è
un momento in cui capisce anche fisicamente che la sua vita riprenderà solo
quando il rollio finirà del tutto e lei toccherà la terraferma ad Alessandria,
sentendo nell’aria i profumi della terra africana che tanto le mancano. Il
futuro è là che l’aspetta.
Forse, tenendo stretto a lei Cesarione, con i capelli che svolazzano per il
vento, guarda il porto con il faro allontanarsi, consapevole che si sta
chiudendo per sempre una pagina della sua vita. In effetti, non tornerà mai
più a Roma. Anche la scorta di Antonio la lascia e rientra nell’Urbe. Ci vorrà
circa un giorno per arrivare a Pozzuoli (Puteoli), dove delle grandi
imbarcazioni, adatte alla navigazione in alto mare, la porteranno finalmente
ad Alessandria.
Non abbiamo fonti antiche che ci descrivano questa prima tappa del
viaggio, ma è verosimile che abbia utilizzato una nave, in quanto via terra
avrebbe impiegato non meno di tre o quattro giorni, con rischi possibili per la
sua incolumità. Meglio veleggiare sotto costa: ci vorrà anche meno. E così
una piccola flotta egizia si muove in blocco da Ostia in direzione sud, verso
Pozzuoli.
Il mare nel primo tratto del viaggio ha un colore che varia con la
profondità e la corrente: può essere verde smeraldo, per poi tingersi
all’improvviso dei colori della terra per via dei sedimenti del Tevere. Ma a un
certo punto diventa di un blu limpido accompagnato dallo spumeggiare di
delfini che sembrano scortare la nave di Cleopatra.
È solo l’inizio di un viaggio di più di 2000 chilometri, un’enormità in
epoca antica. Bisogna prepararlo con molta cura, prevedendo tappe e grandi
scorte di viveri e acqua. Ricordiamoci che a muoversi è un’intera corte con
bagagli, e tutto questo richiede tempo… che è esattamente ciò che manca a
Cleopatra: Cesare è morto all’improvviso, gli equilibri politici sono cambiati,
e lei forse rischia anche la vita. Inoltre, deve lasciare la sua residenza.
Probabilmente sfrutta una coincidenza: le sue navi egizie sono già pronte a
salpare in vista della spedizione di Cesare contro i Parti, e questo ha
agevolato la partenza “improvvisa”.
Ma c’è un altro problema: il cattivo tempo. La navigazione in epoca
romana si ferma quasi del tutto nel periodo invernale per via delle burrasche.
Il Mediterraneo può davvero diventare un killer da un momento all’altro.
Così gli spostamenti si concentrano soprattutto tra maggio e ottobre, cioè nei
mesi caldi. In realtà in inverno il traffico marittimo non cessa del tutto, ma
rimane eccezionale: trasporto truppe, derrate per alleviare una carestia ecc.
Purtroppo Cesare è stato ucciso in un periodo dell’anno in cui la
navigazione è ancora considerata pericolosa. E non solo: per andare in Egitto
bisogna anche aspettare l’arrivo dei venti favorevoli. Sono i venti estivi che
gli antichi chiamano etesii, e che facilitano la navigazione verso sud. Prodotti
dalle alte pressioni sui Balcani e dalle basse pressioni sull’Egitto, possono
essere considerati dei veri “toboga” per chi voglia spostarsi dal Mediterraneo
occidentale a quello orientale, cioè appunto da Roma ad Alessandria.
Questo spiega anche perché Cleopatra non è partita subito. Oltre ad
aspettare da Antonio la conferma degli accordi stipulati da Cesare e a
organizzare un viaggio davvero complicato, ha dovuto attendere il momento
migliore per andarsene. E cioè almeno un mese dopo le Idi di Marzo, per
sfruttare i primi venti etesii, anche se non sono ancora costanti. Si può
davvero dire che sale sul primo treno. In effetti molti indizi, lettere di
Cicerone comprese, lasciano intuire che sia partita da Roma all’alba di un
giorno compreso tra l’11 e il 14 aprile.
Arrivata a Pozzuoli, la regina ha una visione familiare: le grandi navi
egizie d’altura ormeggiate al largo. Incomincia ad assaporare la potenza del
suo regno.
Pozzuoli, infatti, è un vero hub per la navigazione antica. Tutto il
commercio da e per Roma passa da qui (Ostia sarà dotata di un porto
importante solo a partire dall’imperatore Claudio). Esattamente come in un
attuale aeroporto internazionale, crocevia di tante rotte per tante direzioni,
anche qui notiamo molte navi da trasporto di nazionalità diverse. Comprese
quelle egizie. Ma c’è di più.
Cleopatra si sente anche più a casa perché nella vicina Napoli, come nella
gran parte dell’Impero romano, il greco è una lingua molto diffusa. È una
città di origine greca, di cultura greca, con una planimetria greca…
Ma non perde tempo. Deve tornare in Egitto al più presto e sale sulla nave
ammiraglia. Dispone certamente di una delle imbarcazioni più grandi e veloci
della flotta egizia, una delle migliori dell’epoca. Dalle fonti antiche non
conosciamo i dettagli su questa sua nave, ma è assai probabile che si tratti di
una galea, forse simile all’imponente Antoniade che utilizzerà nella futura
battaglia di Azio, con lo scafo alto, un’immensa superficie di vele e più ordini
di remi. Stiamo parlando di un’imbarcazione lunga più di 40 metri, con un
equipaggio di 200 rematori. Poi ci sono altre navi d’altura, di dimensioni
minori: devono trasportare, come si è detto, almeno un centinaio di persone e
forse più, dalla servitù ai consiglieri, agli intellettuali e agli artisti che ha
portato con sé da Alessandria. A questi bisogna poi aggiungere la sua nutrita
guardia del corpo e tutto il personale del fratello e marito Tolomeo XIV.
Quella che parte da Pozzuoli, come abbiamo detto, è una piccola flotta.
L’arrivo improvviso della regina d’Egitto non deve essere passato
inosservato, così come la sua rapida partenza. La notizia si è diffusa in fretta
e deve essere stata al centro dei commenti in città per giorni: immaginiamo
che una piccola folla sul molo abbia assistito curiosa a tutte le operazioni,
fino alla partenza della flotta di Cleopatra.
L’ultimo lungo balzo verso casa

Il viaggio non sarà comodo: le navi di allora non sono concepite per il
trasporto passeggeri. Di norma non esistono cabine. Si dorme sul ponte
avvolti nelle coperte. Ci si lava e si mangia sul ponte. E se piove i ripari sono
precari. Naturalmente non è il caso di Cleopatra (e forse nemmeno di alcuni
membri importanti del suo entourage), che dispone di tutte le comodità e gli
agi di una regina.
Inoltre bisogna fare i conti con la superstizione dei marinai. Superstiziosi
lo sono moltissimo quelli romani, e immaginiamo anche quelli egizi. Durante
la navigazione non si balla, non ci si tagliano unghie o capelli. Starnutire
salendo è di pessimo augurio, e il malcapitato viene rimandato a terra. Anche
i sogni fatti la notte precedente sono importanti. A seconda, per esempio, di
quale animale si è sognato, si possono prevedere burrasche o bel tempo. Se
prima di partire viene avvistato un legno di nave che galleggia, oppure un
corvo si poggia sul pennone, è meglio rimandare la partenza: sono presagi di
un sicuro naufragio. Anche i sacrifici che si fanno immediatamente prima di
salpare danno o meno il via libera. Infine ci sono i giorni nefasti per
viaggiare, come il 24 agosto, il 5 ottobre o l’8 novembre. E soprattutto mai
trovarsi in mare aperto l’ultimo giorno di ogni mese…
In realtà, tutte queste superstizioni sono quelle tipiche di un mondo pre-
scientifico incapace di capire perché avvengono i temporali o di spiegare
l’origine di un fulmine… In fondo questi comportamenti “irrazionali”,
limitando sensibilmente la presenza di una nave in mare, abbassano
statisticamente la frequenza dei naufragi, che tuttavia c’erano, ed erano
drammatici. In mare aperto era morte certa: non c’erano scialuppe a bordo
come nelle attuali navi passeggeri, né salvagenti, né tantomeno soccorsi
immediati, e pochi sapevano nuotare. Partire per un viaggio in mare era
veramente rischioso…
Ma in questo momento, forse, tutte queste considerazioni vengono
accantonate. Cleopatra è una regina, e inoltre è considerata la reincarnazione
di una dea, Iside, di conseguenza basta un suo ordine e si salpa…
Il viaggio dura moltissimo. È stato calcolato che per andare da Roma ad
Alessandria Cleopatra abbia impiegato tra le due e le tre settimane.
Possiamo tentare di ricostruire la rotta. La flotta si dirige verso lo stretto
di Messina, che raggiunge in un giorno e mezzo o due. Da lì attraversa il mar
Ionio seguendo una rotta verso est fino all’isola di Zante, la supera, per poi
costeggiare il Peloponneso per un giorno e mezzo fino a Tenaro (capo
Matapan). Lasciato il capo sulla sinistra, l’imbarcazione di Cleopatra fa rotta
verso l’isola di Creta, raggiungendola dopo più di un giorno di navigazione.
Da lì ha puntato direttamente verso Alessandria, o più probabilmente ha
costeggiato tutta l’isola di Creta a meridione. E poi, giunta all’isola disabitata
di Koufonissi, ha fatto il grande balzo di una settimana in mare aperto verso
Alessandria.

Cleopatra abortisce?

Malgrado nell’antichità fosse consueto fronteggiare disagi di ogni sorta,


soprattutto se paragonati agli standard di oggi, secondo molti autori, primo
fra tutti Cicerone, che ne parla nelle sue lettere, il viaggio è stato talmente
stressante per Cleopatra da farla… abortire.
Un dramma personale che si aggiunge al crollo di tutte le sue certezze
fino a lì costruite. Cleopatra, al di là dello status di regina e di tutto quello che
noi pensiamo di lei come figura della storia, è anche una donna, un essere
umano che subisce come tutti noi i rovesci della vita.
La regina aspettava un bambino, dunque?
Le fonti antiche suggeriscono che Cleopatra fosse incinta al momento
della partenza da Roma, e la sua gravidanza è un’ipotesi che ha da sempre
intrigato gli studiosi. Nella dimora al di là del Tevere, la regina e Cesare
hanno avuto modo di amarsi? È stato possibile, tra guardie, assistenti e
consiglieri reali, avere sufficiente privacy per continuare a vivere la loro
lunga storia d’amore? Oppure si trattava più di brevi incontri passionali, di
notti d’amore non più sotto le stelle di Alessandria ma sotto quelle di Roma?
In effetti era consigliabile non mostrarsi troppo insieme: su Cesare erano
puntati gli occhi di tutti e Cleopatra non era ben vista; inoltre lui aveva già
una moglie a Roma. Non sapremo mai come stessero le cose. Cicerone,
mentre Cleopatra è in viaggio da Roma ad Alessandria, scrive ben sei lettere
(tra il 16 aprile e il 14 giugno del 44 a.C.) a un suo conoscente, Attico – un
“magnate” dell’epoca – rallegrandosi della fuga della regina e accennando
più volte a voci su un suo presunto aborto, senza averne lui stesso la certezza.
Frasi come “vorrei che avessero fondamento le voci che corrono sulla regina
e anche su quel tal Cesare” fanno capire che Cicerone gioiva all’idea che
Cleopatra potesse aver perso l’eventuale figlio…
Se queste voci fossero vere, possiamo solo essere vicini a questa donna,
che di notte, con il mare tranquillo, si siede a prua, lontano da tutti (ma con le
guardie del corpo pronte a intervenire) e osserva la calma dell’orizzonte, con
questo enorme peso sul cuore e nell’anima.

Una luce amica nella notte

Si sente solo lo sciabordio delle onde sullo scafo, quasi fosse il gemito
delle acque che si fendono sotto la prua affilata della nave ammiraglia. Il
mare è nero, ma Cleopatra lo percepisce come un “amico” che la coccola con
il dondolio dell’imbarcazione. A fare da sottofondo ai suoi pensieri c’è anche
il rumore del sartiame, con le cime che scricchiolano e cigolano,
accompagnate dallo schioccare sordo della vela, gonfiata dalla brezza. Gli
occhi della regina si alzano verso il cielo. È più chiaro del mare. Nei suoi
occhi si riflettono migliaia di puntini luminosi. Sembrano lucciole in una sera
d’estate. Non è possibile descrivere la sensazione che si prova sotto le stelle
in questi mari: non sono astri, ma diamanti che brillano. E sembra di poterli
toccare con la mano. Grazie alla loro tenue luminosità, ogni cosa è visibile a
bordo, anche i volti.
Non è difficile scorgere costellazioni familiari a chi viaggia sul mare ad
aprile, come Orione, oppure Cassiopea, la Regina d’Etiopia, una
costellazione citata da Tolomeo.
Cleopatra cerca le costellazioni che fin da bambina i suoi precettori le
hanno insegnato a individuare. Le sembra quasi di sentire la loro voce. Le è
sempre piaciuto ascoltare le storie e i miti che le raccontavano. Adora Omero,
conosce molto bene l’Iliade e l’Odissea, con l’incredibile viaggio di Ulisse.
Non è improbabile che ne abbia imparato interi passaggi a memoria, come
facevano molti greci della sua epoca. L’insegnamento, nel mondo ellenistico,
è davvero stimolante per una mente curiosa e assetata di sapere come la sua.
Attraverso i poemi di Omero non si fa solo letteratura, ma si imparano anche
nozioni di storia, religione, diritto, tecnologia… Lo stesso accade con la
mitologia. Non sono solo racconti sacri, con le divinità e le loro gesta, ma una
vera enciclopedia delle conoscenze, e comunque, già allora, un parametro di
riferimento culturale: si impartiscono lezioni di più materie con un solo
testo… È un modo multidisciplinare per scoprire il proprio mondo, ed è un
aspetto tipico della mentalità ellenistica, espressione di una grande apertura
mentale che è alla base del modo di pensare occidentale.
Il suo sguardo pieno di dolci ricordi del passato, ma anche di freddi
interrogativi sul futuro, viene interrotto dalla voce del nocchiere, al timone in
fondo al vascello: “Il Faro!” urla, ed è un grido liberatorio che tutti
aspettavano da ore. Davanti a loro, al confine tra il mare nero e il cielo
stellato, c’è una piccola luce che sembra quasi galleggiare sulla superficie del
Mediterraneo. È la luce del Faro di Alessandria.
A volte sparisce dietro un’onda, a volte è tremolante per un problema di
strati d’aria, chissà… In effetti siamo ancora molto distanti, ma la flotta di
Cleopatra sta entrando nel suo raggio d’azione.
È facile immaginare il sollievo della regina. A bordo c’è un boato di
gioia, tutti lo cercano e lo indicano con il dito: dopo settimane di mare, la fine
del viaggio è imminente.
Con il passare dei minuti e delle ore, la sua luce diventa sempre più
visibile e forte. Il Faro di Alessandria proietta un fascio luminoso che può
giungere al limite della curvatura terrestre, cioè fino a 48 chilometri. Ma
com’è possibile? È il frutto dell’ingegno delle menti dell’antichità, e di
quest’epoca straordinaria in particolare. A progettarlo e costruirlo è stato un
architetto, Sostrato di Cnido, per ordine di Tolomeo I, ma venne completato
sotto il regno di Tolomeo II, un antenato di Cleopatra. Era il 280 a.C., una
ventina di anni prima delle Guerre puniche. Possiamo considerare Sostrato di
Cnido una vera archistar dell’epoca. Il costo, infatti, è stato esorbitante, 800
talenti, ma il risultato è una delle sette meraviglie del mondo antico!
Per poter inviare un fascio di luce così lontano era innanzitutto necessario
costruire una torre altissima. E così lui ha realizzato una struttura alta circa
120 metri, quanto un edificio di 40 piani, costituita da tre parti: la base è
quadrata, il corpo centrale è un “fusto” ottagonale e la cima è un cilindro
aperto, probabilmente con tante colonne. Insomma, tre forme geometriche
diverse. In cima risplende la statua dorata di Alessandro Magno (o, secondo
alcuni, di Zeus o Poseidone). Sotto di essa, tra le colonne, arde il fuoco che
rappresenta il punto di riferimento (e la salvezza) per tutti i marinai che
navigano di notte. La fiamma è grande, alimentata con olio, ma come può la
sua luce superare quasi cinquanta chilometri di mare aperto, e spingersi
lontano quanto un nostro faro moderno? Il trucco è costituito dalla presenza
di una serie di specchi che concentrano la luce in un fascio intenso, in grado
di arrivare là dove la costa non è più visibile. Ma non basta. È possibile,
anche se non ne abbiamo le prove, che a concentrare il fascio in modo così
efficace contribuiscano anche delle grandi lenti sagomate in modo particolare
(con “bulbo” e “scalini”), veri e propri specchi parabolici, esattamente come
si vedono oggi nei fari moderni. All’epoca di Cleopatra si hanno già le
conoscenze per realizzare lenti di questo tipo, anche se non si riescono a
ottenere materiali così puri.
Carmione si avvicina a Cleopatra, e insieme fissano quella luce, come
ipnotizzate, mentre alcune ciocche di capelli frustano le loro guance. Alle
spalle hanno un passato da dimenticare, davanti un futuro da costruire e
difendere.
Che siano vere o false le voci che circolano a Roma sulla sua gravidanza
e sull’aborto, ormai fa tutto parte del passato. Cleopatra ora è tornata a casa…
Il cielo si rischiara rapidamente e una tonalità azzurra spegne a poco a
poco tutte le stelle, lasciandone solo una, splendente, appoggiata sul profilo
nero della costa: il Faro di Alessandria. Presto sorgerà il sole. E ai suoi primi
raggi si faranno offerte e riti, ringraziando il sorgere di Ra o quello di Helios,
a seconda che si sia egizi o greci. Soprattutto si ringrazieranno gli dei di
essere arrivati sani e salvi in Egitto.
Lo spettacolo che si apre agli occhi di Cleopatra, e di tutti coloro che si
trovano a bordo, è indescrivibile.
La luce del Faro sembra all’improvviso sdoppiarsi. Accanto al suo
potente bagliore ne compare un altro, ancora più intenso: sono i primi raggi
del sole che spunta esattamente dietro il Faro. La flotta di Cleopatra sta
seguendo una rotta che l’allinea con il Faro e con l’astro che sorge. Per poche
decine di secondi la torre è perfettamente incorniciata dal sole rosso che
compare all’orizzonte. Un sole tipicamente schiacciato, di forma ovale, come
si vede all’alba da queste parti. Il suo colore rosso è dovuto alla polvere del
deserto in sospensione. Aprile infatti è il mese in cui soffia il khamsin, un
vento capace di creare terribili tempeste di sabbia, una delle quali circa
cinque secoli fa, nel deserto egiziano, ha inghiottito un intero corpo di
spedizione persiano, che non è mai stato ritrovato. Salendo, il sole
rapidamente si “scuote di dosso” la polvere del deserto e passa in pochi
secondi all’arancione, e poi al rosa e al giallo, fino a risplendere con
un’intensità tale da non poter essere guardato. Cleopatra è ancora lì, con gli
occhi chiusi, che accoglie il calore come se fosse energia pura per il suo
cuore. Quando riapre gli occhi, vede la città, e tante vele in mare che si
dirigono verso di lei. È l’intera flotta egizia, che è uscita dal porto per dare il
benvenuto alla sua regina. Ad aspettarla c’è un popolo in festa…
Alessandria accoglie la sua regina

La grande nave ammiraglia, ferma a una certa distanza, viene raggiunta


dalla bellissima imbarcazione reale di Cleopatra, molto più piccola, ma
talmente raffinata e preziosa che alla luce vivida del sole mattutino africano
risplende come uno scrigno. Dalla riva, tutti possono vedere lo sfavillio delle
sue parti in oro, l’elegante ondeggiare di bandiere, tessuti e tende di seta tra le
colonne che sorreggono una copertura sotto cui la regina si è accomodata. I
rematori hanno preso un ritmo lento e perfetto, alimentando un’atmosfera
quasi sacra. Alla prima notizia gli alessandrini sono usciti in massa dalle case
e ora sono assiepati lungo i moli, le rive, persino sui tetti e sulle terrazze delle
abitazioni. Vogliono vedere la regina, farle sentire tutto il loro affetto e
sostegno. Anche perché lei è l’unica garanzia per la loro indipendenza e
ricchezza. Con l’avvicinarsi al molo reale, Cleopatra sente sempre più
distintamente le singole grida dei suoi sudditi, i suoni dei tamburelli, dei
flauti, dei sistri, che si trasformano in un unico grande clamore quando è a
portata di voce.
Molti intonano un inno a Iside, di quelli che fanno parte dei momenti
culminanti durante le orazioni nei templi a lei dedicati. Progressivamente altri
si uniscono e a un certo punto Cleopatra ha la sensazione che tutti insieme
stiano cantando questo inno per lei. Solo adesso, di fronte all’affetto dei suoi
sudditi, si accorge di quanto a lungo abbia vissuto circondata dalla diffidenza
e dall’odio dei romani, segregata nella residenza dorata degli Horti Caesaris.
In piedi sull’imbarcazione, lo sguardo fiero, fa un elegante cenno con la
mano destra salutando il suo popolo, che esplode in un boato. L’imbarcazione
si accosta al molo e i rematori alzano in verticale i remi verso il cielo azzurro.
Nel silenzio, una passerella viene posizionata di corsa da alcuni inservienti.
Di fronte sono già schierate due ali di guardie reali, con i principali dignitari
ad attenderla in fondo. Un po’ in disparte, ma con gli scudi colorati e le
corazze ben visibili, un drappello di legionari con le insegne in vista circonda
il comandante delle tre legioni romane di stanza ad Alessandria e i
comandanti delle singole legioni, i legati. La loro presenza in alta uniforme in
ossequio alla regina è una conferma della promessa di Antonio di rispettare
gli accordi presi da Giulio Cesare con lei, e questo rassicura Cleopatra, anche
perché si traduce in un messaggio chiarissimo a tutti gli alessandrini: nulla è
cambiato, anzi, la regina è forse persino più forte di prima, perché viene
rispettata anche senza la protezione di Cesare. Poi dei tamburi iniziano a
rullare come dei tuoni lontani. Il loro ritmo viene udito a chilometri di
distanza dai contadini disseminati nei campi, che alzano la testa, ma anche
dalle barche negli acquitrini del delta del Nilo. Ora sono gli strumenti a fiato,
le arpe e decine di sistri che intonano un ritmo ossessivo. La regina emerge
dalla foresta di remi e scende dall’imbarcazione con un passo lento. Malgrado
il lungo viaggio e la difficoltà di prepararla a bordo della nave ammiraglia,
Eiras e le sue aiutanti hanno fatto un vero miracolo. Cleopatra stupisce tutti
per la sua freschezza e naturalezza. Avanza solenne tra le file dei soldati fino
a raggiungere i dignitari che hanno tenuto le redini della città in sua assenza.
Al suo cospetto tutti, tranne i legionari, si inchinano e si prostrano. Dopo le
frasi di circostanza e qualche rito di benvenuto (che purtroppo ignoriamo),
Cleopatra sale su una portantina coperta che la innalza sopra le teste di tutti,
iniziando il percorso verso il Palazzo Reale. Attorno a lei c’è la folla in festa,
a stento tenuta distante dalle guardie reali che le fanno da scudo.
Cleopatra ha un atteggiamento regale, tiene la testa alta e fa lenti cenni di
approvazione alla folla, ma nel suo cuore, anche se non può darlo a vedere,
c’è un turbinio di emozioni. In pochi secondi, infatti, è piombata in
un’esplosione di colori, di volti raggianti, di sorrisi felici delle persone che
non vedeva da tempo, ma anche di odori ai quali una donna è così sensibile:
quello acre della terraferma, quello pungente delle piante palustri, quello
fruttato dei fiori, e quello intenso del deserto. Sì, è tornata a casa. Accolta dal
fascino più forte e più antico, quello dell’Africa.

Una città uscita dall’Odissea di Omero

Lasciamo che Cleopatra continui il suo tragitto verso il Palazzo Reale.


Facciamo sfilare attorno a noi la folla al suo seguito e cerchiamo di rimanere
soli. Anche per noi è un’esperienza nuova. Qualche pagina fa eravamo a
Roma, con le sue folle, gli altissimi palazzi, gli innumerevoli templi e il
fresco clima primaverile. Ora ci sentiamo un po’ spaesati. La prima cosa che
notiamo è il sole che picchia. Ogni suo raggio sembra concentrato da una
lente di ingrandimento e brucia la testa. Rispetto alla barca, dove c’era
sempre un po’ di vento, qui sudiamo perché fa caldo ed è umido: in effetti
siamo in Africa, e per giunta sulla punta del delta del Nilo. Il grande fiume
non si vede perché si è aperto come le radici di un albero in una serie infinita
di canali e corsi d’acqua minori (è un delta a “zampa d’oca”, come si dice)
che alimentano, prima di finire in mare, un’imponente area umida e paludosa,
così grande da essere visibile dallo spazio. Un’altra cosa che colpisce sono le
mosche: sono tantissime, e sembrano prediligere la nostra pelle e i nostri
occhi. Scacciandole con un gesto, proviamo a esplorare la città.
Alessandria d’Egitto è ora la seconda città del Mediterraneo, e del mondo
antico, dopo Roma. Se guardate una cartina del delta del Nilo, Alessandria si
trova sulla costa, un po’ spostata a sinistra, a occidente.
È davvero curioso, la capitale del Regno egizio non si trova nel suo cuore
come la famosa Tebe, cioè l’area dove oggi si ammirano Luxor, Karnak, la
Valle dei Re e quella delle Regine, ma ai margini dei suoi confini, con un
piede in mare. Come mai? Il motivo è che a fondarla non furono gli antichi
egizi, ma Alessandro Magno nel 332 a.C. (non sono molte le città che hanno
una data di nascita così precisa). Il grande condottiero macedone aveva
un’idea molto chiara: la città doveva diventare uno dei principali scali
commerciali del mondo conosciuto. Alle spalle aveva il Nilo, con le sue terre
fertilissime grazie alle piene, che la alimentava di prodotti agricoli molto
richiesti. Da Oriente provenivano merci di ogni tipo, destinate principalmente
alla Grecia e in seguito all’Occidente. Che senso aveva creare una città nel
cuore del deserto lungo il Nilo? In quella posizione, così appollaiata sulla
costa, Alessandria costituiva il punto di contatto perfetto tra queste varie rotte
del commercio, una sorta di Hong Kong dei mari antichi, che avrebbe
arricchito e reso potente il dominio di Alessandro nel Mediterraneo.
E poi c’è anche un altro motivo, più simbolico, per la scelta di questo
luogo e l’orientamento della città, che guarda alla Grecia in molti sensi.
Alessandro Magno era un grande appassionato di Omero, e in particolare
dell’Odissea. L’isola di Faro, su cui poi verrà costruito il Faro di Alessandria,
è citata nel IV libro. Alessandro quindi avrebbe deciso di legarsi a
quest’opera e di renderle onore, fondando una città proprio in un luogo
descritto nel poema. Una stravaganza personale che però ha dato origine a
quella che in seguito sarebbe diventata la capitale di una lunga dinastia,
quella dei Tolomei, che a sua volta ha dato origine a Cleopatra, e al nostro
racconto…
Si narra che la forma della città non sia casuale, ma il risultato di un’altra
stravaganza del grande condottiero macedone: Alessandro espresse il
desiderio che la sua planimetria riproducesse fedelmente un clamide, cioè un
mantello corto, leggero e chiuso con una spilla, che amava indossare. Per tutti
i greci il clamide rappresentava un simbolo di potere maschile e di virilità. Lo
portavano i comandanti e lo si dava ai fanciulli quando raggiungevano la
pubertà, quasi a sottolineare la loro prossima virilità.
Purtroppo Alessandro il Grande non vide mai ultimata la sua città
(bisogna dire che di centri con questo stesso nome ne edificò ben sette, un po’
ovunque nel suo immenso impero mediorientale e asiatico: Alessandria
Asiana, Bucefala, d’Egitto, del Caucaso, Eschate, Nicea, Troade).
Alessandria non venne costruita dal nulla. C’era già un nucleo abitato,
chiamato Raqote, una sorta di cittadella fortificata a difesa della costa dalle
incursioni dei pirati. Questo piccolo centro costituì il punto di partenza,
trasformandosi poi nel quartiere più antico e popolare di Alessandria
d’Egitto, con il nome grecizzato in Rhakotis. Qui viveva la maggior parte dei
suoi abitanti egizi, mentre il resto della città era popolato in prevalenza da
greci. Questo vi fa già capire una cosa: sotto Alessandro il Grande, e sotto
tutte le dinastie dei Tolomei, Cleopatra compresa, chi comanda in Egitto sono
i greci, cioè un popolo invasore che si è stabilito essenzialmente ad
Alessandria. Il resto del paese è occupato dalla sua popolazione originaria, gli
egizi, che però sono, a conti fatti, dei cittadini di serie B. Greci sono i re,
greca è la lingua ufficiale, greco è il nome di Cleopatra, come si è detto. E
greci sono persino alcuni nomi che tutti noi riteniamo egizi: la parola
obelisco, per esempio. In greco significa “spiedino”, ed è il termine con cui
gli invasori greci definivano in modo dispregiativo questi eleganti e magnifici
monumenti. C’era “razzismo” nei confronti degli egizi, i discendenti dei
faraoni? Sì, ma senza arrivare a un apartheid o a una violenta
discriminazione. C’era differenza di trattamento tra greci ed egizi di fronte
alla legge o alle tasse? La risposta è ancora sì. Il mondo in cui nasce
Cleopatra, quindi, è quello di un popolo di conquistatori che ha preso il
comando di una nazione e tiene sotto il proprio giogo i suoi abitanti, come
hanno fatto prima i persiani e come faranno in seguito i romani. Cleopatra
tuttavia è l’unica della sua stirpe ad aprirsi agli egizi, a parlare la loro lingua,
a venir loro incontro, a rispettarli. Per questo l’amano…

Il segreto di Alessandria

Guardandoci attorno scorgiamo una città non estesa quanto Roma, ma


densamente abitata, con piazze, templi e palazzi i cui stili architettonici si
mescolano. A colpire è soprattutto il brulichio di persone e il fermento di
attività in ogni angolo, che la rendono viva, come tutte le grandi città portuali,
crocevia di merci, nazionalità, etnie e culture diverse che trovano il modo di
convivere nello stesso luogo con le proprie abitudini.
Costruire Alessandria non è stato facile: il terreno su cui sorge è sabbioso.
Alessandro ha forse visto la realizzazione delle prime strutture, ma nulla di
più, dato che poi si è diretto in Asia per le sue grandi conquiste, dalle quali è
tornato solo da morto. Alla scomparsa del condottiero, i suoi generali si sono
spartiti l’immenso impero con una serie di lotte, alleanze e scontri. L’Egitto è
toccato a Tolomeo, che ha dato origine alla dinastia dei Tolomei, appunto,
della quale Cleopatra è l’ultima discendente sul trono. Ecco perché parla il
greco, si veste come una donna greca e ha una cultura greca: con la storia
antica dell’Egitto che tutti noi abbiamo in mente, quella delle dinastie di
faraoni entrati nella leggenda come il grande Ramesse II o l’abile condottiero
Thutmosis III, c’entra ben poco.
Il grande edificatore di Alessandria, quindi, è stato il successore di
Alessandro il Grande, Tolomeo. È lui che capisce che questa diventerà la
nuova capitale del Regno egizio e ne trasferisce qui la corte (prima era a
Menfi). In seguito, ogni suo successore ha aggiunto nuovi edifici e strutture
eleganti, trasformando quello che era un primo nucleo in una città bella,
affascinante e soprattutto “nuova”, che non aveva nulla in comune con ciò
che per secoli era sorto lungo il Nilo. Un po’ come le attuali città metropoli
con tanto di grattacieli rispetto a quelle medievali. Il modello urbanistico è
greco, ed è rivoluzionario. A “progettare” Alessandria è un architetto di nome
Dinocrate, che applica alla perfezione un’idea così semplice ed efficace da
essere ancora oggi alla base delle città moderne. È il cosiddetto schema
“ippodameo”, frutto della genialità di un architetto greco di grande buon
senso, Ippodamo da Mileto, vissuto quattro secoli prima di Cleopatra. Per
millenni le città sono cresciute disordinatamente, casa dopo casa, e le strade
erano costituite dallo spazio lasciato libero tra i vari edifici. Ne emergeva
sempre un agglomerato caotico, fatto di stradine tortuose. Ippodamo
capovolge tutto: per costruire una città il punto di partenza non sono le case
ma le strade. Si progettano prima le vie e dopo, attorno a esse, si svilupperà la
città. Questo agevola ogni aspetto della vita quotidiana, dal trasporto ai
rifornimenti, alla pulizia della città ecc. La sua idea è semplice: le vie si
incrociano ad angolo retto, formando una planimetria simile a una scacchiera.
Le strade che seguono la direzione del sole, est-ovest, sono chiamate plateiai.
Quelle che vanno da nord a sud, invece, vengono definite stenopoi.
Come spesso accade, il successo si basa su idee semplici e concrete: la
nuova impostazione è alla base di quasi tutte le città greche, e poi di quelle
romane, fino a quelle moderne come New York. E ancora oggi, nelle nostre
città, seguiamo senza saperlo la sua intuizione. Ne è un esempio
“SpaccaNapoli”: la famosa via che con il suo perfetto rettilineo taglia il
centro storico di Napoli da una parte all’altra.
Anche Alessandria, quindi, viene edificata secondo questo schema. Il suo
asse principale si chiama Via Canopica, e attraversa tutta la città da un capo
all’altro: circa sette chilometri (corrispondenti a circa 40 stadi, come vi
direbbe un abitante dei tempi di Cleopatra, essendo lo stadio una tipica unità
di misura greca, equivalente a poco meno di 180 metri). La sensazione che
avete è la stessa che provate stando sulla Fifth Avenue di New York: vedete
la strada scomparire all’orizzonte, circondata da edifici. E bisogna dire che
Alessandria, in epoca antica, elettrizza allo stesso modo di Parigi a fine
Ottocento, o di New York in epoca moderna. Per chi viene da fuori, è una
città immensa, con “esagerazioni” di ogni tipo, ma che offre anche grandi
opportunità.
La Via Canopica a un certo punto viene intersecata perpendicolarmente
da un’altra grande via, detta del Soma (così si chiama la tomba di Alessandro
il Grande). L’incrocio tra queste due lunghe arterie costituisce il “centro” di
Alessandria, e si allarga nell’Agorà, la piazza principale.

In giro per la città di Cleopatra

Cosa si vede e che sensazioni si hanno, ad Alessandria? Proviamo a


passeggiare per la città. La via che abbiamo imboccato non è di quelle
principali ma è lo stesso trafficatissima. Sembra di essere in una città
dell’India all’ora di punta. Gli edifici sono alti, eleganti, con un intonaco
chiaro. Sono tante le terrazze, visto il clima caldo e meno piovoso rispetto
all’Europa. Ai piedi di queste case ci sono quasi sempre botteghe, negozi o
luoghi di ristoro, ognuno con una tenda che tiene in ombra l’entrata e il
marciapiede davanti. Le tende hanno tinte diverse, a volte sono a strisce, a
volte con un motivo decorativo. Spesso il sole ha sbiadito la loro bellezza
iniziale. Il risultato è una sterminata serie di tendoni di vari colori, simile alle
bandiere di preghiera tibetane, che si perde fino all’orizzonte di ogni via,
superando i vari incroci.
Le strade sono pavimentate con lastre di pietra, come quelle romane, ma
le atmosfere che si respirano sono decisamente più orientali dell’Urbe. Sui
lunghi marciapiedi non si riesce a camminare: sono quasi sempre occupati dai
prodotti esposti delle botteghe. Spesso bisogna scendere dal marciapiede per
aggirare ceste accatastate una sopra l’altra, oppure anfore e colonne di coppe
di terracotta, o ancora pile di tessuti di lino coloratissimo sistemate su panche.
E poi c’è il sole, che è molto più forte che a Roma, quasi insopportabile, e dà
alle strade e ai quartieri un aspetto abbagliante e al tempo stesso rovente. Nel
giro di pochi secondi, gli occhi si devono abituare alla penombra dei tendoni
per poi essere accecati di nuovo quando si torna sotto il sole. Colpiscono le
bancarelle di oggetti in bronzo e metallo, una distesa infinita di coppette,
brocche di ogni tipo, lucerne con catenelle, tutte quasi sempre finemente
lavorate. Non mancano ripiani con statuette di divinità. Ce ne sono di ogni
tipo: da quelle che raffigurano Ercole e Afrodite a quelle egizie di Horus,
Iside e Osiride, ma anche altre di origine mediorientale e persiana… Su tutte
domina Serapide, una divinità particolarmente amata e venerata ad
Alessandria. Questa distesa di statuette, che può apparire talmente dozzinale
da passare inosservata, in realtà è un chiaro segno del vortice di culture e
religioni che attraversa la città.
Poi ci sono le botteghe che espongono oggetti di vetro: scorgiamo porta
unguenti in vetro a strisce coloratissime, splendide anforette con pareti così
sottili da dare l’impressione che si sgretoleranno in mano, coppe, brocche e
vasetti dal collo lungo elegantemente decorati. In effetti, la lavorazione del
vetro nel Mediterraneo orientale è di gran lunga più raffinata che nel resto
d’Europa, e le botteghe alessandrine sono colme di prodotti di qualità
superiore.
Anche i profumi che si respirano per le vie della città sono diversi.
Camminando, a tratti si sente l’odore di legna che arde: è diverso, più
dolciastro e aromatico, proprio perché gli alberi utilizzati sono africani e non
crescono a Roma. Se ne rendono conto tutti coloro che sbarcano qui dopo un
lungo viaggio dall’Europa. Anche nelle botteghe dei profumieri ci accolgono
essenze e fragranze sconosciute nel mondo occidentale, che provengono da
città lontanissime del Medio Oriente, e molte addirittura dall’India. Sono le
stesse che a tratti ci avvolgono quando una donna alessandrina ci passa
accanto: fragranze intense, fresche, cariche di fascino esotico. Impossibile
non intuire che alcuni segreti di Cleopatra, come i profumi e la cosmetica, o
l’approccio interculturale, sono il naturale prodotto del mondo nel quale è
nata e cresciuta, ma che a uno “straniero”, come può esserlo un romano,
appaiono nuovi e spesso sconvolgenti.
I sacchi di spezie che circondano una bottega (all’interno ce ne sono
ancora di più, e ci si chiede come faccia il commerciante a muoversi) parlano
di traffici e commerci lontani. In questo momento il proprietario sta
mercanteggiando in un greco approssimativo, ma comprensibile e diretto, con
un acquirente, mentre su una piccola bilancia di bronzo posa con cura alcuni
preziosi rizomi di curcuma, il cosiddetto “zafferano delle Indie”. È arrivata
fin qui dopo un viaggio lunghissimo dall’India, o forse persino da più lontano
ancora.
L’origine esotica di tanti prodotti esposti si riflette anche nei volti che
incrociamo nelle strade. Alcuni passanti sono chiaramente greci, altri
sembrano più mediorientali, come quest’uomo con la barba e il colorito
olivastro, che proviene dalla penisola araba e discute animatamente con un
venditore cartaginese, piccolo, con la pancia e i capelli ricci. E poi ecco
avanzare piano una donna alta, slanciata, con la pelle scura e i denti
bianchissimi. Forse è nubiana, di certo appartiene a un’etnia nilotica. Data
l’eleganza del suo portamento, al giorno d’oggi potrebbe benissimo sfilare
sulle passerelle dell’alta moda. All’improvviso ci taglia la strada un carro
trainato da due buoi. Porta un grande blocco di granito rosa di Assuan, che
sicuramente verrà trasformato in una statua di qualche divinità da una delle
tante botteghe di scultori di Alessandria. Dietro il veicolo, due uomini
parlano camminando in mezzo alla strada; hanno vesti molto elaborate, con
ricami a rilievo colorati, e dai copricapi, che non abbiamo mai visto, si
intuisce che provengono da lontano, forse dalla Siria o dall’Armenia. Li
incrociano tre uomini dalla pelle ambrata e dall’andatura dinoccolata; sono
tutti e tre magri, e indossano indumenti realizzati con tessuti orientali che
creano eleganti drappeggi. Non possiamo esserne certi, ma probabilmente si
tratta di tre indiani giunti fino a qui al seguito di qualche mercanzia sbarcata
in uno dei porti egizi sul mar Rosso. Immancabilmente si incontrano anche
dei soldati: eccone tre che attraversano la strada. Sono dei legionari in libera
uscita, ma armati. La loro presenza ad Alessandria è massiccia e, soprattutto
in passato, è stata all’origine di tanti problemi: stupri, risse e soprusi. Gli
alessandrini non li amano, ma molti di loro si sono stabiliti in città, mettendo
su famiglia…
Ogni persona che si incontra qui ha una sua storia, una sua lingua, delle
sue idee, il suo modo di cucinare, una sua cultura. In questo le vie di
Alessandria ricordano un po’ la metropolitana di Londra o di Parigi…
Continuando la nostra passeggiata rimaniamo colpiti da alcuni particolari
di questa città. Indubbiamente ha l’aspetto di una grande capitale, con strade
larghe, edifici alti ed eleganti dalle pareti chiare e scintillanti, ma ha anche
dei lati trasandati, segno d’incuria: sui marciapiedi spuntano ciuffi di erba
secca, negli angoli si possono vedere rifiuti nei quali qualche capra rovista e
si incrociano asini o mucche che sostano in mezzo alla strada.
Alessandria è davvero un “collage” di merci, genti e scorci di tutti quei
mondi e regni che essa unisce con lo stesso invisibile filo del commercio.
Commercio che qui si basa sulla dracma, una moneta greca. Ma se pagate con
altre valute ve le accettano senza fare troppi problemi, tranne per un motivo:
un cambio sfavorevole. Come farebbe oggi, ovunque nel mondo, qualsiasi
cambiavalute.
Un consiglio prezioso quando visitate Alessandria, come in tutte le città
greche, è quello di stare molto attenti alle porte d’ingresso delle abitazioni. A
differenza di quelle romane, che si aprono sempre verso l’interno della casa,
qui possono aprirsi anche verso l’esterno e il rischio di riceverne una in
faccia, soprattutto nei vicoli, è più che reale. Per questo c’è l’abitudine di
bussare non solo quando si entra, ma anche… quando si esce.
A un certo punto la strada su cui stiamo camminando incrocia il viale
principale, il Canopo o Via Canopica. È costeggiato da un lunghissimo
porticato, sul quale si affaccia una miriade di botteghe. Grazie alla sua
perenne ombra, ai negozi aperti e alla possibilità di incrociare persone che si
conoscono, questa è una delle vie preferite per passeggiare, in un ambiente
che ricorda vagamente gli attuali suk di Tunisi o di Istanbul. Ovunque sono
esposte varie mercanzie, spesso impilate, e a volte all’improvviso si sente
sulla testa la “carezza” dei tessuti in vendita appesi a mezz’aria. Poco oltre,
alcuni uomini seduti su semplici sgabelli parlottano bevendo vino speziato.
Ogni tanto si schiaffeggiano la gamba per uccidere le zanzare, che ad
Alessandria sono davvero tante. Durante il nostro percorso in questo “tunnel”
affollato di persone e oggetti, ogni tanto scorgiamo qualche piccolo altare dal
quale emanano profumi di essenze esotiche che bruciano sotto l’immagine
dipinta e un po’ scrostata di una divinità. Possono sembrare poca cosa, ma in
realtà sono un particolare molto importante, e ci ricordano che siamo in una
città e in un mondo (quello ellenistico) dove c’è la massima tolleranza
religiosa. Questa è derivata anche dal sincretismo, cioè dalla fusione di molti
elementi di religioni diverse fino a creare divinità “ibride” nelle quali si
identificano popoli e culture ben distinti, come per esempio i greci e gli egizi.
La grande apertura e la cultura dell’“accoglienza” di fedi diverse fanno sì che
nessuno venga discriminato per il suo credo religioso, a meno che tale credo
non implichi una resistenza politica al governo romano. E se uniamo questa
caratteristica alla libertà nel vestire, parlare, esprimere le proprie idee e al
rispetto per gli altri, allora qui si può davvero parlare di civiltà…
Naturalmente anche ad Alessandria ci sono aspetti da migliorare nella
convivenza, leggi che non funzionano, e privilegi evidenti per la comunità
greca che domina il paese. Ma rispetto ad altri contesti, per certi versi, siamo
molto avanti. Forse solo Roma può competere con lei, in questo senso.

In mezzo al vociare delle persone che aumenta sempre più, non ci vuole
molto perché il Canopo ci porti sulla piazza principale di Alessandria,
l’Agorà. Usciti dalla fresca penombra, non è facile abituarsi al bagliore
accecante dei suoi marmi. E lo spiazzo, dopo l’angusto porticato, ci appare
ancora più grande. Ci sono capannelli di persone che discutono, donne che
passano con “ombrelli” sorretti da uno schiavo, bambini che si rincorrono,
soldati che camminano al passo, mendicanti che chiedono l’elemosina.
Scorgiamo anche figure assai comuni nella vita quotidiana di Alessandria: i
venditori ambulanti, che espongono ogni tipo di merce – dalle frittelle
all’acqua da bere freschissima e aromatizzata, a piccoli amuleti portafortuna
– sopra una semplice tavola sorretta da una benda appesa attorno al collo.
Sono figure “invisibili” nei libri di storia e nei musei, eppure insieme a tante
altre costituiscono la carne viva della quotidiana di tutte le città nei secoli,
Alessandria compresa.
L’Agorà, essendo posta all’incrocio delle due vie principali, consente di
vedere, idealmente, i quattro lati della città. Se state al centro della piazza,
con il viso rivolto a nord, verso il mare, il Canopo prosegue a est per finire in
un quartiere nuovo, abitato soprattutto dalla comunità greca, che in futuro
verrà chiamato Nikopolis (nike in greco vuol dire “vittoria”) perché è proprio
dalla Porta Canopica (o Porta del Sole) – posta alla fine del viale – che tra
qualche anno entrerà Ottaviano, vittorioso su Marco Antonio e Cleopatra…
Quasi a fargli da contraltare, a ovest, il Canopo vi porta in una zona
poverissima, Rhakotis, il quartiere egizio, primo nucleo della città, come
detto, abitato prevalentemente dagli egizi. È un quartiere popolare, dove
domina la miseria.
A sud, appena fuori dalla città, c’è un ambiente esclusivo e “chic”.
Attorno a un ampio lago, chiamato Mareotide, le famiglie più ricche (quasi
sempre greche) hanno fatto costruire le loro ville lussuose, per stare lontano
dal logorio della vita di Alessandria…
Dal nostro punto d’osservazione, il centro preciso dell’Agorà, abbiamo
davanti a noi il Nord. Seguendo questa direzione si arriva ai due porti di
Alessandria e soprattutto al suo straordinario Faro. Incamminiamoci per
scoprirlo. Durante il tragitto ci rendiamo conto che il cuore di Alessandria è
dominato da capolavori: immersi nella quadrettatura delle strade, tutto
intorno a noi nell’area dell’Agorà, ci sono i suoi monumenti più belli, come il
Soma, cioè la Tomba Monumentale di Alessandro il Grande, e moltissimi
giardini. Impossibile descriverli, anche perché in epoca moderna non ci sono
giunte testimonianze sul loro aspetto. Ma ci sono anche luoghi meno
spettacolari e più vissuti nella quotidianità: oltre ai tanti “bar” e locali per
rifocillarsi, non mancano i bordelli, con le ragazze che aspettano appoggiate
all’entrata. La clientela è composta soprattutto da chi arriva in città dopo un
lungo viaggio in mare. Non a caso, più ci si avvicina al porto e più i
postriboli sono probabilmente numerosi.
Dopo qualche minuto di cammino a ovest lungo il Canopo comincia ad
aumentare il rumore del mare. Poi progressivamente arriva il suo odore, che
vi penetra nelle narici. Infine una brezza improvvisa vi scompiglia i capelli…
E in fondo, appena varcato un altro ingresso della città che dà praticamente
sul porto e dal nome evocativo di “Porta della Luna”, ecco il mare apparire
all’improvviso, magnifico e sterminato, con il suo colore blu intenso…
Impossibile sostare a lungo sulla porta: c’è sempre troppo vento e gli
indumenti ci schiaffeggiano nervosamente la pelle.
Poco più a nord, la viabilità di Alessandria prosegue “sull’acqua” grazie a
una lunghissima diga che collega la città a una piccola isola su cui è stato
edificato il Faro. Il nome della diga è Heptastadion (Eptastadio), cioè “sette
stadi”, e vi fa capire quanto sia lunga: oltre 1200 metri! È un capolavoro
d’ingegneria ellenistica che ci porta a un’altra meraviglia di questa cultura: il
Faro. È lì davanti a noi, imponente, con il colore candido dei suoi blocchi che
lo rende visibile da molto lontano anche di giorno.
Il nome dell’isola è Pharos, e proprio da qui viene il nome della settima
meraviglia del mondo antico: da “Pharos” deriva “Faro” di Alessandria e più
semplicemente la parola “faro”. Ogni volta che usiamo quel termine (anche
parlando delle auto) facciamo riferimento sia a questo prodigio
dell’architettura sia alla piccola isola che ha dato origine a tutto…
Arrivati sull’isola, proviamo a salire sul Faro. Superate le guardie e
guadagnata la cima dopo un’interminabile serie di gradini, quello che si
presenta ai nostri occhi è uno spettacolo mozzafiato. Alessandria si estende
davanti a noi con i suoi templi, i suoi palazzi e le sue case, racchiusa da
spesse mura di cinta. Si vede chiaramente la famosa Biblioteca e, accanto, il
Museion, un centro del sapere unico nel mondo antico. Poco oltre si distingue
il teatro, e ancora oltre, appena fuori città, l’Ippodromo. Tra i due, nell’intrico
delle case, c’è il quartiere ebraico (ai tempi di Cleopatra, la comunità di
Alessandria è una delle più grandi del Mediterraneo).
Qui, secondo Diodoro Siculo, vivono più di 300.000 persone, il che
significa che su una popolazione dell’Egitto stimata all’incirca in 7,5 milioni,
quasi un abitante su venti vive nella capitale.
Oltre Alessandria si estendono, all’infinito, campi coltivati e vegetazione
bassa, con boschetti di palme il cui verde acceso scompare gradualmente
all’orizzonte in una sottile nebbia umida che sale dal delta mista a polveri
desertiche in sospensione. Il bianco della città, il beige delle sue rive, il verde
della vegetazione, il blu del cielo e del mare sono i quattro colori di
Alessandria. E rimangono nella memoria di chiunque.
Da quassù vediamo chiaramente come la diga abbia diviso in due la baia,
creando, di fatto, due porti. Alla nostra destra c’è il porto Eunosto (che in
greco vuol dire “buon ritorno”), quello commerciale, con una schiera di
magazzini e una frenetica attività di carico e scarico delle tante navi
ormeggiate. Sulla sinistra vediamo invece il cosiddetto porto Magno, con il
molo reale dove Cleopatra è scesa questa mattina. Scorgiamo chiaramente la
sua imbarcazione lucente, ancora ormeggiata. Accanto possiamo ammirare i
quartieri reali e il palazzo dove ora è tornata la regina. Chissà se ci sta
guardando da laggiù…

Cleopatra è tornata a casa

Alessandria è una città meravigliosa, dal fascino orientale, fulcro di una


fitta rete di commerci e capitale di un regno ricchissimo. Ma non fatevi trarre
in inganno: la potenza dell’Egitto è in declino da molti decenni, e il paese,
lacerato da continue lotte di successione, è sempre più succube e dipendente
dalla nuova superpotenza che si sta espandendo nel Mediterraneo, Roma.
Ed è proprio a questo che sta pensando Cleopatra mentre, con la testa
appoggiata al bordo di una grande finestra, osserva la rada del porto e il Faro.
I suoi occhi scrutano affannosamente tutti i luoghi che conosce fin da quando
era bambina. Vede il molo sul quale è scesa quella mattina e la sua
imbarcazione dorata, ancora ormeggiata. Ora il molo si è svuotato, e le
immagini del suo ritorno festoso vengono progressivamente sostituite da altri
ricordi, che salgono dal suo io più profondo. Lo sguardo è diventato fisso e
trasognato. Di nuovo, avvicinandoci ai suoi occhi come abbiamo fatto
all’inizio di questo racconto, vi vediamo riflesse delle immagini: è la rada di
Alessandria, certo, ma intuiamo che lei scorge ben altro in questo paesaggio.
È il porto del suo cuore, dove stanno arrivando, in fila come velieri, tanti
ricordi, accompagnati da emozioni lontane, che il palazzo e i luoghi così
familiari evocano in modo prepotente. Questo viaggio nella memoria in realtà
è una richiesta d’aiuto a se stessa, un modo per cercare un rifugio e una
protezione nel passato, visto che il presente è così incerto. Nei suoi occhi, la
barca dorata ormeggiata nel porto diventa quella del padre. Quante volte lo ha
visto, proprio da quassù, scendere o salire con incedere solenne sulla sua
imbarcazione, accompagnato da un corteo di guardie, consiglieri, cortigiani.
Lei lo guardava di nascosto, mentre nel palazzo la balia la cercava disperata.
Il ricordo di quelle atmosfere dell’infanzia è come una dolce carezza al cuore.
Una carezza protettiva.
Ma com’era Cleopatra da bambina?
5

CLEOPATRA RICORDA CESARE

Il papà e la mamma di Cleopatra

Purtroppo non abbiamo notizie sull’infanzia e l’adolescenza di Cleopatra.


Ma possiamo immaginarla, ipotizzando con buon senso che sia nata in questo
stesso Palazzo Reale. Era il 69 (o il 70) a.C., ma ignoriamo il giorno… Suo
padre era Tolomeo XII detto Aulete, cioè “flautista”, perché si riteneva un
“nuovo Dioniso”. Un po’ come Nerone, amava suonare e cantare in pubblico,
soprattutto durante le feste dionisiache, da cui il suo appellativo. Ma fu un
pessimo sovrano… Amava l’arte e la musica più del governo. In effetti sotto
di lui l’Egitto ha avuto paurosi sbandamenti politici ed economici. Si
comprava la legittimità al trono o la protezione di Pompeo e di altri politici
romani – Cesare compreso – a suon di promesse di colossali quantità di
denaro. Stiamo parlando di 6000 talenti una volta, e addirittura 10.000
un’altra, l’equivalente delle intere entrate annuali dello Stato egizio… Non
disponendo in realtà di queste somme, Tolomeo si affidò a un importante
banchiere romano, Gaio Rabirio Postumo, che gli prestò il denaro a tassi
esorbitanti. È così che l’Egitto ottenne lo status di “amico e alleato del popolo
romano” citato in precedenza… Questa sudditanza nei confronti di Roma non
piacque agli abitanti di Alessandria: quando i romani, in barba agli accordi,
occuparono improvvisamente Cipro, isola ricchissima in territorio egizio, ci
fu una sollevazione popolare che costrinse il re a una fuga precipitosa a
Roma. Lì rimase in un esilio dorato, continuando a corrompere politici e
uomini potenti, fino a garantirsi il ritorno sul trono. Più tardi i romani, per
assicurarsi di essere pagati, arrivarono addirittura a imporgli lo stesso Rabirio
come amministratore delle finanze del regno… con conseguenze disastrose. Il
banchiere, infatti, razziò così tante ricchezze che dovette poi essere rimandato
a Roma sotto protezione…
I debiti di Tolomeo Aulete erano talmente ingenti da gravare ancora su
Cleopatra. Anzi, sono stati uno dei motivi che condussero Cesare ad
Alessandria, quando lui e la regina si conobbero per la prima volta: era lì
(anche) per battere cassa, richiedendo ben 10 milioni di dracme, e
“condonando” altri 7,5 milioni…
Malgrado Tolomeo fosse totalmente inetto al governo, Cleopatra rimase
fedelmente al suo fianco fino alla sua morte: da qui l’appellativo di Cleopatra
Filopatora, cioè “colei che ama il padre”. Se dobbiamo tradurre in italiano il
suo nome completo, quindi, ci troviamo di fronte a un vero e proprio inno al
padre: “gloria del padre” (Cleopatra) e “colei che ama il padre” (Filopatora),
frutto di una società “maschilista” in cui la figura del padre era al centro di
tutto. Questo vi fa capire quanto Cleopatra sia stata brava a frantumare la
struttura “patriarcale” della cultura greco-macedone…
Di sua madre, invece, non sappiamo nulla. Non ne conosciamo il nome,
le fattezze, e neppure la provenienza. Secondo alcuni era una donna che
frequentava la corte, una concubina del re, e in questo senso sarebbe una
moglie illegittima. Ma sembra fosse di alto lignaggio, forse un’egizia
proveniente dagli ambienti e dalle famiglie dei sommi sacerdoti di Menfi, e
dunque Cleopatra avrebbe per metà sangue e tratti egizi.
Un’altra ipotesi invece propenderebbe per l’appartenenza al popolo greco:
potrebbe trattarsi della prima moglie del re che, come vuole la tradizione
tolemaica per le nozze reali, sarebbe stata una sua sorella, un’omonima di
Cleopatra di nome Cleopatra Tryphaena. In questo caso il sangue e i tratti di
Cleopatra sarebbero allora greco-macedoni.

L’infanzia

Cleopatra ora percorre un grande corridoio tra due ali di guardie che
silenziosamente si inchinano al suo passaggio. Si sta riappropriando di questi
luoghi a lei tanto cari, con gli odori, i rumori, la luce…
Ricorda quando correva in questo stesso corridoio, inseguita dalla balia e
da una scorta che non la perdeva mai di vista. Rammenta quando accelerava
il passo, ridendo all’idea di costringere degli adulti a correre goffamente
dietro a una bambina… Di quegli anni ha memorie dolcissime: le bambole di
terracotta dipinta, con vestiti di lino e finti gioielli, e il cavallo a dondolo.
Erano gli stessi giocattoli di tutti i bambini del suo tempo, solo che erano…
di lusso. Più tardi aveva scoperto giochi di società come il Senet, con una
lunga scacchiera e delle pedine, oppure il gioco del serpente, con la sua
tavola, l’equivalente della dama e degli scacchi in età egizia. Ma con chi
giocava? Con altri bambini, figli delle famiglie più aristocratiche e altolocate
di Alessandria, che costituivano in nuce la sua primissima corte. Insomma,
già da piccoli si era abituati a un mondo che sarebbe stato poi, in futuro, la
quotidianità.
Ma nel caso di Cleopatra si andava oltre. Fin dalla più tenera età, è stata
educata per diventare una regina. È stata l’ultima, davvero l’ultima, di una
lunghissima tradizione: fin dai tempi dei primi faraoni, le principesse
avevano sempre ricevuto un’educazione raffinata e di altissimo livello.

Cleopatra entra in una saletta dove si cambierà per fare il bagno. Distesa su
una sorta di divanetto dorato, rivestito di pelle di ghepardo, sorseggia una
bevanda freschissima e tonificante. Alle sue spalle un servitore le fa aria con
un enorme ventaglio di piume di struzzo.
Ormai lei non ci fa più caso, ma ogni bevanda e ogni cibo vengono
assaggiati da un servitore, per avere la certezza che non siano avvelenati.
Curioso e inquietante mestiere, quello dell’assaggiatore…
Il bagno è pronto. Cleopatra si avvia verso la sala della vasca, sempre
avvolta nel suo elegante vestito di lino bianco. Dietro di lei, oltre alla
silenziosa scorta, si sono aggiunte due ancelle, che portano unguenti, profumi
e teli di lino da usare come asciugamani. Attraversa un giardino interno, una
vera oasi dentro il palazzo, con piante profumate, spesso in fiore, e qua e là
alcuni animali che spuntano tra il verde, tra i quali un pavone. Si ferma ad
ammirare questo paradiso (e con lei il piccolo “corteo” alle sue spalle): il
rumore dell’acqua che sgorga da alcune fontane crea una colonna sonora
naturale insieme ai richiami di tanti uccellini colorati che stanno bevendo
ordinatamente disposti sui bordi di un bacile di marmo.
Cleopatra ricorda perfettamente che in questo giardino, davanti a lei
ancora bambina, passeggiavano filosofi, re, dignitari e ambasciatori, e che
sedevano su elaborate panche di marmo per assaporare l’atmosfera. In questi
luoghi, ognuno di loro cessava di essere re o filosofo e mostrava il suo lato
più umano, quasi fanciullesco, il volto che si illuminava di sorpresa e
ammirazione di fronte a quella pace e ai giochi d’acqua.
Il suo segno nella pietra

Cleopatra continua a camminare per le sale del palazzo, tra marmi e


colonne. Il suo sguardo si ferma all’improvviso su una statua in pietra nera
che la raffigura. La regina è rappresentata mentre incede solenne, con le vesti
attillate. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Lo stile è egizio, senza dubbio, ma
tanti dettagli sono greci, segno della cultura che ora domina l’Egitto: ha tratti
floridi e rotondi, un seno prosperoso, le guance morbide, le labbra carnose, e
non si vede più la linea scolpita del trucco (kohl) che si allunga sulle tempie.
Inoltre viene rappresentata mentre sorregge una cornucopia con il braccio
sinistro, segno di abbondanza e ricchezza. Sopra la fronte, tre cobra eretti, gli
urei, rappresentano la grandezza di Cleopatra e le terre che ha portato al
Regno egizio. Le altre regine ne avevano al massimo due, ma lei ha riportato
l’Egitto a un nuovo apice… Che ne sarà ora di quelle terre? I romani
manterranno la loro promessa e garantiranno integrità e autonomia al suo
regno? L’ansia sale e un senso di vuoto avvolge Cleopatra, che affretta il
passo e si lascia alle spalle questa statua che potete ammirare, anche se
spezzata e con il volto danneggiato (non sapremo mai se per una caduta o per
le martellate dovute alla damnatio memoriae dopo la sua morte…), al Museo
Egizio di Torino. Si trovava da decenni nelle collezioni, e ora la sua
“riscoperta” ha destato stupore e curiosità, anche se sulla sua attribuzione a
Cleopatra non c’è accordo tra gli studiosi. Ma noi abbiamo immaginato che
fosse qui, magari di passaggio, nel palazzo di Alessandria, prima di trovare la
sua collocazione definitiva nel luogo (non noto) dove poi è stata rinvenuta.
La regina prosegue, passando distrattamente accanto a una stele con un
testo in geroglifico: tra i vari simboli si scorge il suo nome. Come quello di
tutti i sovrani è circondato da una cornice oblunga, il cosiddetto cartiglio.
In Egitto si trova scritto in tre modi: in greco (Κλεοπάτρα), in latino
(Cleopatra) e, appunto, in “egizio”

Cleopatra diventa un’abile regina

Gli inchini si susseguono a ogni incontro della regina nelle sale. Ma da


quando è al potere Cleopatra? Da ben sette anni, anche se in realtà si stava
preparando al trono già da molto tempo. Undici anni prima, infatti, era morta
Berenice, la sorella maggiore destinata a diventare regina. Da quel momento,
benché suo padre fosse ancora vivo e al potere, Cleopatra è diventata la prima
nella successione dinastica. Proprio per questo aveva ricevuto un’educazione
adatta, compiendo inoltre visite e viaggi per conoscere la nazione che si
sarebbe probabilmente trovata a governare. Della sua formazione e di quella
del fratello si erano occupati tre potenti “tutori”: Potino, un eunuco abilissimo
e astuto; Achilla, il comandante supremo dell’esercito, e il retore Teodoto.
Inoltre suo padre aveva chiesto anche ai romani di fare da “tutori ai due
figli”, cosa che, come vedremo, avrà dei risvolti importanti nella storia.
Cleopatra, visto il suo carattere indipendente, era entrata ben presto in
conflitto con i tre potenti tutori, trovandoseli contro e schierati dalla parte di
suo fratello.
Quando, alla morte del padre nel 51 a.C., il destino aveva suonato alla sua
porta, lei era pronta, anche se aveva solo diciotto anni. In una cerimonia
fastosa aveva ricevuto l’investitura ufficiale, probabilmente a Menfi, davanti
al sommo sacerdote d’Egitto. Accanto a lei c’era il fratello minore, di appena
dieci anni, con il quale si era sposata seguendo la tradizione dinastica che i
Tolomei avevano ripreso in funzione autocelebrativa dagli antichi egizi, i
quali a loro volta si richiamavano a Iside e Osiride. Si trattava in sostanza di
un matrimonio più “formale” che effettivo. Da quel momento Cleopatra
aveva intrapreso un’intensa serie di viaggi di Stato lungo il Nilo e nel resto
del regno per farsi conoscere dal suo popolo. Fin da subito tutti avevano
notato e apprezzato il fatto che lei parlasse correntemente l’egizio, senza
bisogno di un interprete, una vera eccezione tra i sovrani tolemaici.
In realtà, già durante questi incontri aveva cominciato a intrecciare una
ragnatela di contatti e supporti, soprattutto con la potente casta dei sacerdoti,
per consolidare il proprio potere. La sua era stata una strategia molto
raffinata: essendo più grande del fratello, ancora bambino, lo aveva
progressivamente escluso dal potere relegandolo nell’ombra. Le monete
avevano solo un volto, il suo, e soprattutto all’inizio i ritratti della regina
erano in stile alessandrino, per sottolinearne il collegamento diretto con
Alessandro Magno e legittimare il suo potere e le sue azioni… Anche i
documenti ufficiali terminavano solo con la sua firma. Agli occhi di tutti era
lei che comandava, e giustamente, come unico sovrano.
I primi due anni di regno (51-50 a.C.), però, non erano stati facili: le
esondazioni del Nilo meno abbondanti e i raccolti scarsi avevano fatto
soffrire la fame a tutta la popolazione. Cleopatra aveva fatto distribuire le
risorse alimentari in ogni distretto, finché le era stato possibile, per poi
ordinare che le derrate venissero dirottate ad Alessandria, ormai in piena
emergenza: a causa della carestia, fiumi di persone si erano riversate in città e
nei dintorni, scappando dalle campagne lungo il Nilo, dove il cibo
scarseggiava. Erano scoppiati tumulti, con saccheggi e razzie in molti
quartieri. Era stato insomma un periodo molto difficile, che tuttavia lei era
riuscita a superare.
Con il passare dei mesi e degli anni, la rivalità con il fratello era
peggiorata. In realtà non c’erano solo loro due, ma anche e soprattutto due
“squadre” contrapposte di consiglieri alle loro spalle, che tramavano e
cercavano di mettere nell’ombra il reggente avversario.
Proprio in questo frangente erano emerse tutta l’intelligenza e la fine
abilità politica di Cleopatra. Da una stele sappiamo che nel 51 a.C. aveva
navigato sul Nilo fino a Hermontis per portarvi il nuovo toro sacro, Buchis,
essendo morto quello precedente. Secondo gli antichi egizi i tori sacri erano
la reincarnazione della divinità suprema, il dio sole, Amon Ra. Inoltre,
Cleopatra aveva elargito donazioni a diversi culti egizi in tutto il regno. Era
stato un modo per rinsaldare il suo legame con la religione del paese,
compiacendo due grandi protagonisti del regno, i sacerdoti (come già detto) e
il popolo, che la vedeva sempre più come una protettrice. Tolomeo XIII,
invece, parlava solo il greco, rimanendo così confinato nell’ambiente
ellenistico che permeava la città di Alessandria.

La fuga nel deserto

Un episodio interessante era accaduto nel 49 a.C., quando l’Egitto era


stato coinvolto nella Guerra civile tra Cesare e Gneo Pompeo Magno:
quest’ultimo aveva mandato uno dei suoi figli, Gneo Pompeo, per chiedere a
Cleopatra navi e frumento. E lei aveva risposto fornendo sessanta navi
cariche di grano e cinquecento legionari romani, scelti tra quelli di stanza in
Egitto. Sull’incontro tra Cleopatra e Gneo Pompeo, in seguito, sono circolate
voci secondo le quali lei si è concessa al giovane Gneo, figlio di quel Pompeo
che a tutti gli effetti appariva come il futuro vincitore della Guerra civile. Ma
si tratta con ogni probabilità di maldicenze messe in giro dopo la morte di
Cleopatra, volte a screditarla agli occhi della Storia, facendola apparire una
specie di “Messalina egizia” (e per dovere di verità, anche Messalina non era
affatto la donna lussuriosa e lasciva la cui figura ci è stata tramandata, e ha
subito anche lei l’azione della “macchina del fango” della sua epoca).
Cleopatra non ebbe rapporti con Gneo.

Proprio l’appoggio fornito a Pompeo, però, aveva fatto insorgere gli


alessandrini che, provati da una cattiva annata di raccolti e dalla conseguente
terribile carestia, avevano accusato la giovane regina di svendere l’Egitto (e il
suo grano) ai romani. A cavalcare la protesta, come potete immaginare, erano
stati i tre potenti “tutori”, che soffiavano sul fuoco, approfittando del difficile
periodo che il paese stava attraversando.
Nel 48 a.C. Cleopatra era stata costretta a fuggire da Alessandria, mentre i
tre ne avevano approfittato per mettere sul trono il fratello Tolomeo XIII, un
ragazzo facile da pilotare.
Si tratta di una fuga poco nota, ma impressionante. In una lunga marcia
fatta di più tappe, Cleopatra aveva varcato i confini orientali del regno, aveva
attraversato la Palestina e si era fermata in Siria meridionale. La troviamo alla
fine accampata in mezzo al deserto, asserragliata in una tenda con un esercito
di mercenari che la protegge tutt’attorno (non sappiamo dove si fosse
procurata i soldi per pagarli)… una scena raramente vista nella Storia, che
sembra uscita più dal copione di un episodio di Guerre stellari… Ma in
effetti gli ingredienti del grande racconto su Cleopatra che stiamo facendo, se
ci pensate, sono molto simili: flotte “imperiali”, deserti, regine in lotta, ribelli,
battaglie campali con sterminate masse di soldati e mezzi, azioni eroiche di
singoli uomini, donne carismatiche, tradimenti, palazzi sontuosi, attacchi
improvvisi e fughe precipitose, solo che al posto dell’universo e dei pianeti
dove nascondersi o combattere, come Naboo o Hoth, c’è il Mediterraneo con
le sue isole e le sue coste. Il carico di azione e drammaticità della Storia, con i
suoi ripetuti colpi di scena a ogni istante, è quasi identico.
Questo paragone è volutamente provocatorio, non me ne vogliate, poiché
ha lo scopo di far ragionare sul fatto che la Storia spesso supera la fantasia,
persino quella dei più pagati sceneggiatori di Hollywood. Nessuno di loro, al
cinema, è mai riuscito a uguagliare la vicenda di Cleopatra, pur disponendo
dei migliori effetti speciali e della creatività più fervida, perché ogni pagina
della sua vita stupisce ancora più della precedente e ci trascina dentro il
racconto. Se non sapessimo che è esistita realmente, un film su di lei
sarebbe… poco credibile. La realtà dei fatti davvero supera la finzione…
Allora, cosa può accadere ora, a una regina asserragliata in mezzo al deserto?

La testa tagliata di Pompeo

Negli scacchi, se lei fosse la pedina del re, in un angolo, con pochi altri
pedoni a sua protezione, noi tutti penseremmo a uno scacco matto imminente.
Il fratello Tolomeo XIII si era mosso con il suo potente esercito schierandosi
a Pelusio, tra l’Egitto e la Giudea, nella zona del Sinai, all’estremità
nordorientale del delta, sbarrandole così la strada e pronto ad attaccare. Era a
un passo dall’ucciderla.
Eppure, quasi fosse una lezione di vita per tutti noi, basta resistere e
aspettare, perché poi sono gli eventi stessi a cambiare la situazione disperata
e ad aprire uno spiraglio (che però bisogna essere capaci di cogliere). È il
caso di Cleopatra.
Sulla sua scacchiera infatti non c’erano solo due giocatori (lei e il fratello)
ma tanti altri, e uno di questi ha fatto irruzione improvvisamente cambiando,
senza volerlo, le carte in tavola. Si chiama Pompeo Magno. È appena stato
sconfitto da Giulio Cesare durante la battaglia combattuta il 9 agosto del 48
a.C. a Farsalo, in Grecia, per la precisione nella regione della Tessaglia, e sta
scappando in nave. Punta sull’Egitto, anzi sull’accampamento del fratello di
Cleopatra, contando e sperando nel suo appoggio. Pompeo ha infatti aiutato il
loro padre, Tolomeo Aulete, quando era in esilio a Roma, ricevendo, come
abbiamo detto, promesse di enormi pagamenti. Pompeo, forte del suo
immenso credito, non solo spera nella protezione del giovane re, ma conta
anche di ricostituire il proprio potere sfruttando il ricchissimo Regno egizio.
Le cose però andranno diversamente.
È il 28 settembre del 48 a.C. Il fratello di Cleopatra, appena avvistate le
navi di Pompeo, gli manda una piccola barca per condurlo a riva. A bordo ci
sono Achilla, il comandante supremo delle truppe egizie, e due soldati
romani: Salvio, un centurione, e Lucio Settimio, che Pompeo riconosce,
avendo combattuto sotto il suo comando in precedenti campagne. Quando
sale a bordo c’è un gran silenzio, un silenzio strano. Pompeo non lo sa, ma è
stato deciso il suo omicidio. La barca si avvicina a riva. Dalle triremi al largo,
gli amici di Pompeo e sua moglie Cornelia, che seguono angosciati lo
svolgersi degli avvenimenti, riprendono coraggio nel veder accorrere sulla
spiaggia molti cortigiani del re in segno di saluto e di omaggio. Pompeo si
alza in piedi. Ma proprio in quel momento Settimio lo colpisce alle spalle con
il gladio, imitato da Achilla e dal centurione Salvio. Pompeo si copre il volto
con la toga e crolla continuando a ricevere i colpi. Ciò che segue è
raccapricciante. Come racconta lo scrittore Lucano: “Lo spietato Settimio
[…] strappa il velo, scoprendo il volto venerando di Pompeo moribondo,
afferra il capo in cui è ancora presente il respiro ed appoggia il collo, ormai
abbandonato, di traverso su uno dei banchi dei rematori. Tronca poi i nervi e
le vene e spezza con reiterati colpi le vertebre: essi non conoscevano ancora il
modo di spiccare, con un sol fendente della spada, la testa dal busto. […] quei
capelli, resi più belli dalla nobile fronte, vennero ghermiti con violenza da
una mano e – mentre il viso conservava ancora tracce di vita, rantoli facevano
mormorare la bocca e gli occhi s’irrigidivano spalancati – fu conficcata
un’asta sotto quella testa […]. Vennero così tolti dalla testa, con tecnica
esecrabile, il sangue e gli umori, fu rimosso il cervello, la pelle venne fatta
essiccare, fu asportato tutto ciò che si sarebbe potuto putrefare ed il viso, con
l’aiuto di un preparato velenoso, si solidificò”.
Perché Tolomeo XIII ha ordinato l’assassinio di Pompeo? Per accattivarsi
le simpatie di Cesare, il nuovo astro nascente. Pompeo, ormai, era un
perdente; la sua testa mozzata è stata preparata e conservata in modo da
costituire una prova della sua reale uccisione da mostrare a Cesare. E in
effetti passano appena quattro giorni e Cesare, all’inseguimento di Pompeo, il
2 ottobre sbarca ad Alessandria con dieci navi da guerra e 4000 uomini (3200
fanti e 800 cavalieri). Ad accoglierlo non è il re adolescente, ma una sua
delegazione con in testa il retore Teodoto, forse il più bravo a cercare le
parole giuste per quella delicata circostanza… Gli mostra l’anello di Pompeo,
con un leone armato di spada. E poi, da una scatola di legno, emerge il
macabro trofeo… La reazione di Cesare, però, non è quella sperata.
Tutt’altro…
Davanti alla testa recisa e “restaurata” di Pompeo, Cesare ha pianto (o ha
finto di farlo, perché in realtà Tolomeo gli aveva reso un bel servizio
eliminando fisicamente il potente avversario). Comunque sia, si tratta di un
fatto gravissimo: Pompeo, un potente e acclamato figlio di Roma, è stato
ucciso da un sovrano straniero senza consultare il Senato o lo stesso Cesare…
Questo è uno dei crimini più odiosi per un romano come Cesare, che si
infuria con Tolomeo XIII e con la sua delegazione. Li ingiuria e ordina loro
di ricoprire con tutti gli onori quella testa, dando disposizione affinché le
spoglie di Pompeo vengano restituite alla moglie Cornelia, che, secondo
Plutarco, “le depose nella sua proprietà di Alba” (oggi Albano Laziale, vicino
a Roma).
Il retore Teodoto riesce a sottrarsi all’ira di Cesare. Fugge dall’Egitto, ma
poi, secondo uno strano copione della Storia, verrà trovato in Asia da uno
degli assassini di Cesare (Bruto o Cassio, non è ben chiaro) e messo a
morte…
Cesare s’installa nel Palazzo Reale, a dimostrazione che l’Egitto ormai
non è più un potente regno, ma solo un protettorato romano. Quasi
certamente fa il bagno dove ora si trova Cleopatra e poi fa chiamare i due
fratelli. Deve capire chi appoggiare dei due. In pratica è diventato l’arbitro di
questa contesa dinastica. Tolomeo non vuole presentarsi, considera un
affronto il fatto che un generale romano gli ordini di venire al suo cospetto…
Cleopatra, dal canto suo, si trova in mezzo al deserto e sarebbe disposta a
incontrarlo, ma ha paura che nel tragitto, lontana dalle sue truppe, venga
attaccata e uccisa da qualche sicario inviato dal fratello…

La bellezza e l’astuzia di Cleopatra

Cleopatra ora si sta spogliando per fare il bagno. In un attimo la veste


bianca di lino purissimo cade sul pavimento senza fare rumore. Rimane solo
il corpo nudo della regina. Il bianco del lino a terra e le fattezze sinuose di
Cleopatra fanno pensare a una candela, con la fiamma che ondeggia sulla
cera sciolta. È un corpo seducente, tonico e armonioso nelle forme. Il seno è
florido anche se non abbondante, i glutei sono sodi e torniti, la vita stretta
accentua l’ampiezza dei fianchi. Colpisce la sua pelle liscissima: la totale
mancanza di peli sul corpo dà alla regina le sembianze di una statua. Minuta
ma perfetta. Tuttavia, non è solo il suo aspetto a dare quell’incredibile
sensualità a Cleopatra. Il suo è un fisico gradevole da vedere, ma non è certo
di una bellezza rara o prorompente. Purtroppo non abbiamo descrizioni
precise del suo corpo, però, stando a ciò che hanno scritto gli antichi su di lei
(spesso senza averla mai vista, dopo la sua morte, riportando evidentemente
descrizioni di altri o discorsi comuni…), possiamo immaginare che quello
che rende Cleopatra una donna superiore alle altre, più che il corpo in sé,
sia… il modo di usarlo: in pratica, quando lo mette in azione con i suoi
movimenti, la sua voce o la sua intelligenza. Ecco, questo colpisce chiunque.
È un po’ come uno strumento musicale: vederlo è un conto, ascoltarlo è un
altro. Analogamente, se diamo retta agli antichi, Cleopatra inonda chi le è
vicino di una musica inaspettata, diventa grazia allo stato puro ed esprime
una sinfonia femminile poco comune. Ad ammaliare, se abbiamo capito bene,
è l’eleganza delle sue azioni, la dolcezza nel modo di porgere la mano, per
esempio, o di girare la testa se chiamata, unite alla fierezza del suo
portamento. Se a questo aggiungiamo anche il modo soave di parlare e
l’acume dei suoi ragionamenti, capiamo subito perché faccia breccia nella
mentalità del maschio romano, virile e abituato a dominare la donna. Come
Paride, Cleopatra centra con le sue frecce il tallone scoperto dell’uomo
romano, con la velocità e la pericolosità di uno scorpione…

Fa solo pochi passi verso la vasca, una piccola piscina in una stanza rivestita
di marmi preziosi. Compie un ultimo gesto molto naturale, quasi fosse
sovrappensiero: allunga il piede per sentire la temperatura dell’acqua. Poi,
lentamente, scende i gradini ed entra nella vasca. L’immagine riflessa del suo
corpo nudo che ancheggia è perfetta e molto sensuale. Ma dura solo un
attimo, per poi rompersi in mille schegge fluide, create dalle increspature
dell’acqua al suo ingresso. Prima scompaiono i polpacci, poi le cosce
armoniose. I fianchi e il ventre sembrano scivolare con eleganza nella vasca,
quasi si infilasse una nuova veste. Si ferma per un attimo quando i seni
sfiorano la superficie, lasciando che l’abbraccio leggero dell’acqua la avvolga
dolcemente. E poi si immerge…
Nei suoi occhi e nella sua mente riemerge un ricordo preciso, dolce e al
tempo stesso drammatico. Durante i terribili giorni in cui era nel deserto, con
il dilemma posto dall’invito di Cesare, proprio l’acqua si era rivelata la sua
alleata più preziosa per risolvere il problema.
Cleopatra ripensa a quelle ore angosciose, passate in tenda con i suoi
consiglieri più vicini: la sua unica speranza, in pieno deserto, era quella di
incontrare Cesare e ottenere il suo appoggio prima che lo facesse suo fratello.
Già, ma come riuscirci? Andare ad Alessandria era un vero azzardo. Durante
il viaggio, lei e la sua delegazione sarebbero stati una preda troppo
vulnerabile per sicari inviati dal fratello. Allora aveva escogitato un piano
audace, ma molto rischioso: nessuno avrebbe immaginato che la regina
potesse muoversi in incognito, senza guardie del corpo né seguito. Nessuno,
quindi, avrebbe mai fatto caso a una semplice barca con due passeggeri a
bordo, un uomo e una donna, che entrava all’imbrunire nel porto di
Alessandria. E così aveva fatto. Era partita di nascosto con il suo servo più
fedele, Apollodoro Siciliota (evidentemente di origini sicule).

Il famoso incontro con Giulio Cesare

Immaginate dunque questa barca che, di notte, entra nel porto orientale di
Alessandria e si avvicina alle mura del Palazzo Reale. Ma il vero colpo di
genio deve ancora venire. C’è il forte rischio che le guardie di palazzo la
riconoscano. Apollodoro la fa entrare in un sacco di canapa di quelli in cui di
solito si ripongono coperte o tappeti (un’errata traduzione del testo in greco
antico ha fatto ritenere a molti che fosse stata arrotolata in un tappeto).
Appena giungono a terra, Apollodoro mette una cinghia attorno al sacco con
la regina dentro, se lo carica sulle spalle, per poi incamminarsi verso il
palazzo. Questo episodio ci fa capire due cose: Apollodoro doveva essere un
uomo ben piantato per fare da guardia del corpo alla regina e trasportarla per
un lungo tratto, e, al contempo, Cleopatra doveva essere una donna magra e
di bassa statura, se non addirittura minuta come tante donne dell’antichità (in
epoca romana la statura media di una donna era di 1 metro e 55).
In qualche modo supera le guardie (corrompendole lautamente?
Facendosi riconoscere da chi era a loro fedele? Non lo sappiamo), entra nei
giardini del palazzo e raggiunge gli appartamenti occupati da Cesare con la
scusa di dovergli portare un dono.
Da qui la famosa scena dell’incontro tra Cesare e Cleopatra raccontata in
tanti film. Indubbiamente tutti ricorderete quello del 1963 con Liz Taylor che
emerge da un tappeto srotolato davanti a un allibito (e intramontabile) Rex
Harrison nei panni di Cesare.
È forse l’incontro tra due leader più spettacolare che sia mai accaduto
nella Storia. Come andarono esattamente le cose? Davvero Cleopatra uscì
all’improvviso dal sacco dopo un trasporto che deve essere stato quanto meno
scomodo se non massacrante? Secondo Cassio Dione ebbe modo di
prepararsi e di rendersi presentabile, attraente e soprattutto regale: “Si adornò
e si acconciò in modo da apparire nello stesso tempo donna degna della
massima ammirazione e della massima pietà”. La studiosa Stacy Schiff
ritiene che dopo un viaggio simile fosse altamente improbabile che Cleopatra
avesse un’acconciatura “decente”; era molto più plausibile invece che per
dimostrare la sua regalità indossasse un diadema reale sulla testa. Possiamo
cercare di immaginare quegli istanti, con Cleopatra che appare all’improvviso
a Cesare e, agendo prima che il generale si riprenda dallo stupore, dà il
massimo di sé in fatto di sensualità, grazia, regalità e parole (si sarà di certo
preparata un discorso perfetto). Gli antichi sono gli unici che ci possono
aiutare in questo senso.
Plutarco sottolinea che “Cesare fu colpito da questo primo stratagemma
di Cleopatra, che gli apparve disinvolta, e affascinato dalla sua conversazione
e dalla sua grazia”. Più ricco di particolari invece è, di nuovo, Cassio Dione:
“Era veramente una donna bellissima, e trovandosi allora nel fiore della
giovinezza, era in tutto il suo fulgore; aveva una dolcissima voce e sapeva
conversare con chiunque con grande amabilità. Per questo era affascinante
per chi la vedeva e l’ascoltava, e poteva soggiogare qualunque uomo, anche
chi fosse stato restio all’amore e un po’ avanti negli anni” come Cesare,
appunto.
Già, ma in che lingua parlarono? In greco, naturalmente, la lingua madre
di Cleopatra che Cesare padroneggiava perfettamente. E fu proprio la voce il
vero “elisir” che irretì e sedusse Cesare, come conferma Cassio Dione:
“Cesare, appena la vide e la sentì parlare, restò subito talmente affascinato,
che senza perdere tempo prima dell’alba mandò a chiamare Tolemeo e tentò
di rappacificarli: così mentre prima si era dichiarato giudice di Cleopatra, ora
prendeva le sue difese”.

La prima notte d’amore

Cleopatra è uscita dalla vasca, ha asciugato il suo corpo tonificato


dall’acqua fresca con dei teli di lino bianchissimi che hanno catturato ogni
goccia che scivolava sulla sua pelle. Ora è su un letto di marmo, ricoperto di
teli e cuscini. Agli angoli della stanza e sul soffitto ci sono delle lucerne, e dei
bracieri profumano l’aria con incenso mescolato ad altre essenze orientali. Da
due finestre entrano fasci di sole a stento schermati da leggerissime tende di
seta che si sollevano a ogni respiro della brezza marina.
Mani sapienti la stanno massaggiando. È distesa, mostrando tutta la
sensualità della schiena, mentre quelle mani e quelle dita ambrate scendono
lungo il suo corpo da tanti desiderato, soffermandosi con i pollici sui due
incavi del fondoschiena, così provocanti. Con esperienza, i movimenti
regolari sciolgono una tensione accumulata da troppo tempo in ogni muscolo,
in ogni centimetro della pelle. Cleopatra chiude gli occhi. E nel suo ricordo,
le mani che la stanno toccando ora sono quelle di Cesare, forti, decise, capaci
di dare la morte ma anche l’amore. Rammenta perfettamente i brividi che
sentiva in tutto il corpo ogni volta che la mano di lui le accarezzava la spalla.
Una mano carica di desiderio, che l’attirava con decisione verso di lui, verso
il suo corpo virile, stringendola in un abbraccio intenso che le faceva perdere
ogni difesa, avvolta com’era nello stordimento dell’odore, così maschile,
della sua pelle.
Tutto questo è accaduto anche quella notte? Cleopatra sorride e non ci
rivela nulla…

Secondo tanti racconti, proprio in quel momento, assieme alla scintilla


scoccata tra i due, ci sarebbe stata un’intera notte di passione e di sesso…
Ovviamente non possiamo averne la certezza, ma secondo molti studiosi, a
costo di dover deludere tanti amanti di Cleopatra e Cesare, quella notte i
due… non avrebbero consumato.
Non tanto per Cesare, impenitente donnaiolo, quanto per Cleopatra, che
aveva appena ventun anni. Cesare invece aveva passato i cinquanta e le sarà
apparso una persona piuttosto in là con l’età (“avrebbe potuto essere suo
padre” come si dice spesso, ma forse anche persino suo nonno, vista la
precocità dei parti nell’antichità…). Non è certo questo che ha fermato
Cleopatra: ricordiamoci che all’epoca simili differenze di età erano piuttosto
comuni, specialmente nei matrimoni combinati per scopi “politici”. In realtà
c’è una spiegazione assai più “tecnica” che potrebbe giustificare l’assenza di
sesso quella notte. Come abbiamo detto, la dinastia tolemaica prevedeva
matrimoni tra fratelli e sorelle, e spesso la procreazione avveniva tra loro
(Cleopatra è probabilmente un’eccezione, visto che sua madre era forse una
delle concubine del re). Dal momento che il fratello di Cleopatra e suo primo
marito, Tolomeo XIII, aveva appena quindici anni e visti i loro dissapori fin
dall’inizio, è probabile che non abbiano mai avuto rapporti. In altre parole, la
notte in cui incontrò Cesare, Cleopatra quasi certamente era ancora vergine e
non propensa a concedersi facilmente. Queste le ragioni del no.
Ma in ballo c’erano anche le sorti del suo regno, la sua stessa incolumità,
e forse persino il fascino maschile di un grande conquistatore sui campi di
battaglia e nei letti. Un seduttore dai capelli brizzolati (e un po’ oltre), virile,
protettivo, alla Sean Connery o George Clooney. E poi un uomo di potere e
di successo, forse probabilmente aspetti più potenti del suo sex appeal,
soprattutto per Cleopatra, che aveva come detto ventun anni (molti, in
un’epoca in cui si avevano le prime gravidanze a quindici) e doveva scegliere
un uomo che fosse alla sua altezza di regina ma anche di donna: tra Giulio
Cesare e il fratello quindicenne la scelta appare più che ovvia. Infine,
Cleopatra si stava giocando il tutto per tutto: aveva rischiato la vita per
arrivare al Palazzo Reale e doveva convincere Cesare a supportarla e
proteggerla. Conoscendo lei, la sua irruenza e le sue raffinate strategie, è
altrettanto possibile o anzi forse addirittura più probabile che si sia concessa
già quella notte, lanciando il cuore oltre l’ostacolo. È nelle corde di
Cleopatra.
Comunque, se non fu quella notte, sarà stata una delle successive, visto
che dopo qualche mese rimase probabilmente incinta di Cesare…
Essendo vergine o con poca esperienza (non lo sapremo mai), è
verosimile che nella sua prima notte d’amore si sia rivelata un po’ timida e
impacciata. Nessuno immaginerebbe Cleopatra così, ma era pur sempre una
donna che doveva affrontare le tappe della vita come tutte le persone normali,
con ansie, paure e dubbi, un aspetto che tendiamo spesso a dimenticare,
immaginandola sempre nel suo ruolo di femme fatale aggressiva e di molta
esperienza…
Comunque siano andate le cose, Cesare è forse stato il primo a guidarla
alla scoperta dei piaceri del sesso… Si dice che da quella notte in poi i due
siano diventati amanti inseparabili. È effettivamente una bellissima e grande
storia d’amore. Ma quanta attrazione e passione travolgente c’erano? E
quanto, invece, era mera convenienza? In effetti, nessuno dei due era uno
sprovveduto. Sapevano benissimo che oltre ai baci c’era ben altro. Per
Cesare, Cleopatra era una sovrana determinata e indipendente, quindi ben più
affidabile di suo fratello. E soprattutto il forte legame che li univa consentiva
a lui di controllarla meglio… Viceversa, per Cleopatra Cesare era un alleato
potente su cui contare per salire sul trono e starci stabilmente.
Oltre alla passione, quindi, a spingere entrambi a stare insieme c’era
anche la pura convenienza…

La reazione del fratello

Cleopatra è stata molto brava e coraggiosa, lo diciamo con sincerità. Ha


rischiato la vita prima per arrivare ad Alessandria senza scorta, e poi per
entrare nel Palazzo Reale infilata in un sacco. Non aveva la minima idea di
come avrebbe reagito Cesare davanti alla sua apparizione improvvisa…
eppure ha osato l’impossibile e… ha vinto. L’incontro con Cesare mostra
chiaramente l’indole e il carattere di una donna che si rivelerà in grado di
spaventare sia il Senato sia i romani. Cleopatra è capace di sfidare il destino
con impeto, determinazione, ambizione e un’energia vitale che ancora oggi, a
più di 2000 anni di distanza, colpiscono profondamente, e la rendono unica.
Anche perché ogni volta è sola, deve guadagnarsi il consenso, conquistarselo
con i denti, nessuno le regala nulla. Inoltre è una donna in un mondo di
uomini. E questo fa di lei un essere umano davvero eccezionale.
La mossa di incontrare a sorpresa Cesare, quell’azzardo, si trasforma in
un successo politico.
Quando il fratello-re Tolomeo XIII arriva a palazzo per incontrare Cesare,
scopre che la sorella, che lui credeva ancora asserragliata in una tenda nel
deserto, lo ha preceduto chiudendo la partita. E, peggio ancora, che tra i due è
scoccato un colpo di fulmine. Immaginate il suo stupore e la sua rabbia
vedendo Cleopatra (che oltretutto, in teoria, è anche sua moglie…) con il
generale romano.
Tolomeo capisce di aver perduto e scoppia in una reazione
adolescenziale, che Cassio Dione descrisse così: “Montò su tutte le furie, e
correndo in mezzo al popolo si mise a gridare, dicendo che lo tradivano, e
alla fine si strappò dalla testa il diadema e lo gettò via”. Lo storico prosegue
poi raccontando come questo colpo di scena avesse scatenato una vera rivolta
ad Alessandria, al punto che “i soldati di Cesare rapirono il ragazzo, mentre
gli Egiziani tumultuavano e contemporaneamente dalla terra e dal mare
assaltarono la reggia”.
La folla si calma solo dopo che Cesare, convocata un’assemblea, legge in
pubblico il testamento ufficiale di Tolomeo Aulete, il padre di Cleopatra e del
giovane re, in cui si dice che i due dovranno regnare insieme, secondo le
tradizioni tolemaiche, e sotto la tutela del popolo romano… Cesare ha le
spalle al muro: dispone di pochi uomini, ha un’intera città contro di lui e un
forte esercito egizio pronto ad attaccarlo. È quindi costretto a fare un’ulteriore
concessione per calmare tutti. Di sua iniziativa, dona l’isola di Cipro ai
fratelli minori di Cleopatra, Arsinoe e Tolomeo minore, che erano stati
esclusi dal testamento. Sentiremo ancora parlare di loro…
L’isola di Cipro è fondamentale nello scacchiere del Mediterraneo, in
quanto è un vero “giacimento” di risorse per l’Egitto: grazie alle miniere di
rame consente di avere il monopolio su questo metallo, e con i suoi boschi
permette a un regno il cui territorio è costituito per la maggior parte dal
deserto di avere legna in abbondanza…

Assassinare Cesare e Cleopatra al banchetto

Per suggellare la riconciliazione si decide unanimemente di organizzare


un grande e fastoso banchetto ufficiale nei giorni seguenti. Sotto le ceneri,
tuttavia, il fuoco cova ancora. Il giovane Tolomeo XIII ha accettato
ufficialmente l’accordo, ma i suoi consiglieri, Potino e Achilla (perché nel
frattempo Teodoto è fuggito), sono ben più astuti del giovane re e cominciano
a tramare: richiamano discretamente l’esercito tolemaico che da settimane
controlla la tenda, ormai vuota, di Cleopatra (chissà, forse la sua fedele dama
di compagnia si è vestita come lei per giorni, rimanendo nella tenda per far
credere a eventuali spie che la regina si trovava ancora lì). E soprattutto
organizzano un complotto: l’obiettivo è uccidere Cesare e Cleopatra durante
il banchetto…
Sanno benissimo, infatti, che Cesare sta solo temporeggiando e che poi
finirà con il rimangiarsi tutto e dare il trono a Cleopatra. Questo, per loro,
significa la fine del potere; verranno estromessi dalla gestione del regno,
perché Cleopatra non solo è ormai adulta e non ha bisogno di tutori, ma è
anche ostile nei loro confronti.
Il giorno del banchetto, tutto viene organizzato con uno sfarzo
impressionante e una perfezione regale. Sulle tavole sontuosamente
apparecchiate con stoviglie preziose vengono serviti cibi ricercati, mentre
nelle coppe scorre il vino più pregiato. Intanto nelle sale interne del palazzo,
al riparo da occhi indiscreti, gli esecutori materiali dell’uccisione si
incontrano forse proprio con Achilla per scegliere il momento giusto per
agire. Non è facile, dato il gran numero di legionari di guardia, ma gli
assassini “giocano in casa”, per così dire, perché conoscono il palazzo e
sanno come aggirare la sorveglianza e colpire fulmineamente le due vittime
designate.
C’è solo un problema, e ha le fattezze di un personaggio apparentemente
innocuo: il barbiere personale di Cesare. È un uomo ansioso, ha paura di tutto
e nota qualunque cosa fuori posto. Anche i discorsi strani. È lui, secondo
Plutarco, che mentre tutti mangiano e festeggiano scopre per caso il
complotto imminente, forse ascoltando i dettagli da dietro una porta, o forse,
senza essere visto, scorgendo Achilla mentre parla ad alcuni uomini armati
nascosti in una stanza. Non lo sappiamo. Comunque sia, avverte subito
Cesare, che ha una reazione esplosiva.
Immaginate la scena. Appena avuta la notizia, bisbigliata all’orecchio
probabilmente dallo stesso barbiere, fa chiamare subito i suoi legionari e
ordina loro di circondare la sala. Poi, nel silenzio generale, con gli occhi che
lampeggiano di furore, ordina a un centurione di uccidere l’ignaro Potino, e
questi lo trapassa con un colpo secco. Per un istante l’uomo rimane
immobile, come impietrito. Poi tutti iniziano a urlare per avere assistito alla
morte in diretta dell’astuto consigliere, e infine abbandonano
precipitosamente la sala, lasciando il corpo di Potino per terra in preda alle
ultime convulsioni. Si cerca subito Achilla, il comandante delle truppe
tolemaiche, ma è riuscito a dileguarsi e a raggiungere il suo esercito dando il
via alla cosiddetta “Guerra Alessandrina”.
Di fronte a questa congiura è impossibile non pensare a quella di cui
Cesare sarebbe stato vittima in patria quattro anni dopo. In questo caso il
generale romano era ignaro del complotto, eppure la sua reazione è stata
fulminea. A Roma, invece, alle Idi di Marzo, sapeva da tempo che si tramava
contro di lui, forse ha persino letto il messaggio del suo amico filosofo, e
tuttavia, incredibilmente, è rimasto inattivo. Perché? È una domanda alla
quale tutti gli studiosi, da tempo, cercano una risposta. Ma l’unico che
potrebbe darcela è Cesare stesso…

La Guerra Alessandrina: Cleopatra asserragliata con Cesare

Avete visto come ogni singolo angolo di questo palazzo ricordi a


Cleopatra il passato e la sua storia con Cesare.
Con un tocco delicatissimo, la fedele Eiras spalma una crema nutriente
sul viso di Cleopatra, segnato dal lungo viaggio in mare e dall’ansia. Eiras è
aiutata da un’intera squadra di ancelle che si prendono cura del corpo e
dell’aspetto della regina, che intanto racconta loro quanto è accaduto a Roma
e il difficile rientro in patria.
Solo ora che può finalmente concedersi un po’ di relax, Cleopatra inizia a
sentire tutta la stanchezza accumulata nelle ultime settimane di tensioni e
sofferenze. Mentre è sdraiata e le ancelle si occupano delle mani e dei piedi
(usando l’henné per dipingerle le unghie), i suoi occhi si concentrano su un
dettaglio del soffitto a cassettoni. C’è una grossa scheggiatura nel legno
dorato. Nessuno l’ha notata, oppure non è ancora stata riparata. È proprio lì
che quattro anni fa è arrivata una palla di pietra, scagliata da una macchina da
guerra. All’improvviso l’assalgono le sensazioni di quei mesi di paura,
quando insieme a Cesare si era ritrovata assediata e con poche speranze di
farcela.
La guerra era durata solo sei mesi, ma era stata una delle più difficili,
persino a detta di Cesare. Forse perché il nemico non era un esercito schierato
in campo aperto, ma un “mostro” creato dagli intrighi e dalla politica del
palazzo di Alessandria.
Quando era sbarcato per la prima volta in Egitto, Cesare non poteva
sapere in quale nido di serpi si stava infilando…
Achilla aveva raggiunto il suo esercito, e l’ordine era semplice:
accerchiare la città e attaccarla. Non c’erano solo le truppe tolemaiche, ma
anche una banda di predoni e pirati dalle province della Siria e della Cilicia, e
poi molti condannati a morte o all’esilio, e tanti schiavi fuggiti dai domini di
Roma, che non venivano perseguitati se si arruolavano. Un totale di 20.000
uomini (ai quali si aggiungeva tutta la popolazione della città, fomentata dalla
notizia che Cesare teneva prigioniero il ragazzo-re Tolomeo XIII). Cesare,
che invece aveva solo 4000 legionari, diede l’ordine di asserragliarsi nel
Palazzo Reale, fortificandolo, creando barriere e trasformandolo in una
fortezza. Persino i due emissari che inviò per parlamentare fecero una brutta
fine: uno venne ucciso, l’altro ferito gravemente. Poi iniziò l’attacco, con una
“pioggia di dardi che si abbatte sulla Reggia”, come commenta lo scrittore
Lucano. E poi ondate di assalti in massa, paurosi, violenti, ma disorganizzati,
che i legionari riuscirono con la loro esperienza a bloccare e respingere.
Arsinoe, la sorella minore di Cleopatra, all’improvviso scappò dal palazzo
per unirsi ai ribelli e fu eletta a furor di popolo “nuova regina d’Egitto”.
Questo complicava le cose. Come sottolinea lo storico Michael Grant
“l’episodio rappresentò un duro colpo per Cesare in quanto da allora la guerra
non poteva più essere considerata come una semplice ribellione di privati
contro l’autorità legale”. Si trovava nel bel mezzo di una lotta di potere per
assicurarsi il trono d’Egitto.
Nelle ore, nei giorni e nelle settimane seguenti accaddero molte cose che
ora si affastellano nella mente di Cleopatra. Come quando Cesare capì che la
trappola mortale stava per chiudersi: erano accerchiati da terra ma non ancora
dal mare; il palazzo veniva attaccato dai vicoli e dai quartieri, mentre alle sue
spalle c’erano il porto reale e il mare aperto. Se gli alessandrini avessero
catturato le navi egizie alla fonda davanti al porto, avrebbero completato
l’accerchiamento, impedendo qualsiasi comunicazione con il resto del
mondo. Fulmineo, Cesare ordinò alle navi romane di uscire a remi dal porto e
di attaccare quelle egizie, incendiandole con frecce intrise di pece. Ma il
fuoco, aiutato dal vento, si propagò dalle navi agli arsenali e poi alle case in
riva al mare. È in questa occasione che, secondo un’opinione molto diffusa,
sarebbe andata distrutta la Biblioteca di Alessandria. In realtà gli studiosi
oggi sono concordi nello smentire questa “bufala” della Storia (se così fosse
stato, molti uomini di cultura dell’antichità, come Strabone o Didimo, non
avrebbero potuto frequentarla solo pochi anni dopo sotto Augusto). Ad
andare distrutti, invece, sarebbero stati alcuni depositi nei pressi del porto,
all’interno dei quali, secondo lo storico Luciano Canfora, erano stoccati libri
destinati all’esportazione. Cesare non si fermò. Approfittando dello
scompiglio creato dall’incendio, occupò il grande Faro con una fulminea
azione notturna, controllando così l’entrata al porto e riuscendo a inviare
anche richieste d’aiuto.
Arsinoe, nuova regina del campo avversario, fece uccidere il comandante
Achilla e al suo posto mise uno dei suoi fedelissimi, Ganimede, che escogitò
un’astuzia malvagia. Servendosi di grandi macchinari immise ingenti quantità
di acqua marina nelle condutture del quartiere dove si trovava il Palazzo
Reale, in modo che l’acqua potabile diventasse progressivamente imbevibile.
Ma Cesare fece scavare dei pozzi e riuscì a risolvere il problema grazie ai
suoi legionari che, oltre a essere abili soldati in grado di difendere la città,
erano anche ingegneri, fabbri e falegnami capaci di costruire strade,
acquedotti e pozzi.
A questo ricordo ne è legato un altro che si presenta vivido alla mente di
Cleopatra, un episodio nel quale lo stesso Cesare aveva rischiato di morire.
Ed è come se il tempo tornasse indietro, a quel giorno…
Dall’alto del Palazzo Reale, Cleopatra osserva Cesare e i suoi uomini che
dal Faro tentano di conquistare la lunga diga che lo collega alla terraferma (il
famoso Heptastadion). La percorrono tutta e, rapidissimi, iniziano a costruire
una barricata per impedire agli egizi l’accesso dalla città. Ma l’avvicinamento
fulmineo di navi egizie alle loro spalle minaccia di tagliare loro ogni via di
fuga, e così i legionari, in preda al panico, fanno dietrofront malgrado le
esortazioni di Cesare, tuffandosi in acqua o precipitandosi in massa alle loro
navi allineate lungo la diga. Lo stesso Cesare alla fine sale sulla sua nave, ma
viene seguito da così tanti uomini che l’imbarcazione si capovolge e cola a
picco, portando con sé molti soldati. Solo all’ultimo momento lui riesce a
tuffarsi con la pesante armatura e a nuotare per quasi 200 metri sotto le frecce
nemiche, riuscendo persino a tenere, pare, alcuni suoi appunti sopra il livello
dell’acqua. Su quest’ultimo dettaglio, raccontato da Plutarco, oggi ci sono
molti dubbi. Tuttavia, considerando che aveva più di cinquant’anni,
l’episodio ci fa capire come fosse un uomo d’azione e quanto vigore avesse
in corpo. Cleopatra non ha di fronte un vecchio, ma un uomo ancora nel
pieno delle sue forze. E non è da escludere che la relazione con una regina
poco più che ventenne lo abbia addirittura rinvigorito, facendogli compiere
azioni estremamente rischiose ma di grande valore… Soprattutto se sa che lei
lo sta osservando dal palazzo…
Alla fine, la salvezza, come Cleopatra ben ricorda, era giunta con i
rinforzi tanto attesi in risposta alla sua richiesta d’aiuto. Ma alle frontiere del
Regno egizio non si era presentato uno schieramento di legioni romane bensì
un re, Mitridate di Pergamo, alla testa di un esercito eterogeneo raccolto in
Asia Minore, Siria e Arabia. C’era anche un grosso contingente di truppe
giudaiche comandate dal sommo sacerdote Antipatro, che appoggiavano
Cesare in quanto ostili a Pompeo.
Nel frattempo, l’audace condottiero romano aveva astutamente liberato il
ragazzo-re Tolomeo XIII in modo da creare scompiglio tra gli avversari (chi
avrebbe comandato: il ragazzo-re o la neoregina Arsinoe?). Pochi giorni dopo
i due schieramenti si erano affrontati in una località del delta non lontano
dalla città, chiamata “Campo degli ebrei”. Cesare si era unito con i suoi
soldati all’esercito “salvatore”. Di fronte a loro c’era l’intero contingente
egizio, comandato proprio dal ragazzo-re. La battaglia aveva infuriato per
ore, ma alla fine aveva vinto lo schieramento di Cesare, mettendo in fuga gli
avversari. Tolomeo XIII, che pure aveva combattuto con onore, era fuggito
precipitosamente, salendo su una nave che, però, era affondata per il peso
eccessivo. Tolomeo era finito in acqua ma, al contrario di Cesare, lui era
affogato per il peso della sua armatura in oro.
La sera stessa Cesare era rientrato in città ed era stato acclamato da tutti
gli abitanti (gli stessi che fino a quella mattina lo volevano morto). A quel
punto aveva fatto catturare e arrestare Arsinoe, che, come abbiamo visto in
precedenza, aveva sfilato in catene nel suo trionfo a Roma.

Cesare, in effetti, non volle che l’Egitto, una terra di importanza strategica
per il grano e altre materie prime, diventasse una provincia, con il rischio che
fosse assegnata a un governatore poco fidato, avido e spregiudicato, dal
momento che queste figure venivano sempre scelte tra i senatori, con tutto
quello che ciò comportava in termini di amicizie, clientelismi, affari e
ambizioni personali.
Decise quindi di lasciarvi un grosso contingente militare composto da tre
legioni (la XXVII, la XXXVII e un’altra non precisata) sotto il comando di
un uomo di fiducia chiamato Rufione, o Gaius Iulius Rufio. Era il “figlio di
un suo liberto e suo amante” scrisse Svetonio, usando proprio la parola
“exoletus”, un termine gergale per indicare omosessuali passivi adulti.
Colpisce il fatto che Cesare avesse una moglie a Roma, Calpurnia, e ben
due amanti ad Alessandria, di sesso diverso: una donna, Cleopatra, e un
uomo, Rufione. Ma forse è solo un’esagerazione.
Da quel momento, sul trono d’Egitto rimane solo Cleopatra, alla quale,
per rispetto alla tradizione, Cesare associa simbolicamente nella reggenza
l’ultimo fratello rimastole: Tolomeo XIV.

L’amore con Cesare e la crociera in luna di miele

Con queste ultime immagini nella mente, Cleopatra riapre gli occhi. Il
trucco è finito, e di fronte a lei c’è uno specchio che Eiras e le ragazze
tengono sollevato, aspettando timorose il giudizio sul loro lavoro. La regina
fa un cenno d’assenso con il capo, il trucco è perfetto. Ma lei ha altro per la
testa. Per la prima volta, ad Alessandria, vede emergere il proprio volto dalla
superficie luminosa del bronzo. Sembra apparire dalle nebbie. E lei non si
riconosce. Capisce che il suo sguardo è spento, privo di quella vitalità che ha
sempre affascinato tutti. Probabilmente chi la conosce lo ha capito, ma non ha
voluto dirglielo per proteggerla. Ora dovrà indossare una “maschera”,
mostrarsi decisa e piena di energia, e nascondere i suoi sentimenti, l’infinita
tristezza che si apre quasi in una profonda disperazione, e soprattutto l’ansia
per il futuro. Solo lei, e la sua dama di compagnia Carmione, che ha più volte
accolto in un abbraccio il suo pianto di donna normale e non di regina,
conosceranno la verità della sua anima. Nessun altro. Sarebbe una catastrofe
per tutti se emergesse la sua vulnerabilità. Soprattutto per Cesarione. Il
pensiero del figlio che gioca spensierato e le sorride scatena in lei
un’inaspettata forza e determinazione. Fa un grande respiro, si alza e se ne va
con passo deciso.
Ma la sua fermezza resiste poco e si sgretola passo dopo passo; il destino
infatti la insegue e l’assalta come un predatore: ogni sala, scala, finestra le
riporta alla mente Cesare, con la sua voce, i suoi abbracci, il suo ottimismo
sul futuro anche nei momenti più bui dell’assedio. Sono proprio il suo
ottimismo e la sua sicurezza a mancarle come l’aria, adesso.
Perché stupirsi? Cesare e Cleopatra hanno vissuto l’inizio della loro storia
d’amore in questo palazzo, forse il più bello di tutto il Mediterraneo, nelle
condizioni peggiori, cioè circondati dal nemico e con la paura di essere
uccisi. Lei ricorda perfettamente le corse a perdifiato nei porticati, oppure una
sveglia improvvisa, nel cuore della notte, con le guardie che, spade in pugno,
la portavano precipitosamente in un luogo più sicuro della residenza. Più che
un palazzo, in effetti, è una reggia immensa, un vero quartiere dorato, con
piazze, padiglioni, giardini, ballatoi e fontane… tutto realizzato in modo
sontuoso, sfarzoso e con impeccabile gusto ellenistico. Vivere una
travolgente storia d’amore in questa incredibile scenografia, con il terrore di
poter morire il giorno stesso o quello successivo, ha alimentato la loro
relazione in modo raro, sublime e intenso. Quante volte con la paura in corpo,
durante un attacco, si sono giurati amore eterno, mentre attorno a loro i
soldati gridavano e piovevano ovunque frecce o palle di pietra… La loro
relazione si è basata su continui momenti di passione intensa e profonda.
Notti infuocate prima di un assalto. Abbracci infiniti dopo un attacco. Baci
rubati dietro una colonna… Cleopatra ricorda bene il petto di Cesare
premerle contro il corpo, mentre la sua bocca e le sue mani la conquistavano
con un calore che raramente un uomo come lui concedeva.
Quante volte, nei lunghi abbracci, ha accarezzato con dolcezza la nuca del
suo uomo. Questi momenti di grande passione, che nessuno scrittore antico
ha mai raccontato ma che immaginiamo siano accaduti, alimentati
dall’amore, dalla gioia di vivere e dalla paura di morire, sono sbocciati in un
luogo che ora non c’è più. Oggi ci sono solo palazzi anonimi, ristoranti,
negozi… Cleopatra, Cesare, i legionari, Alessandria e tutti i suoi abitanti
(dalle mamme con figli ai marinai, ai servi, ai filosofi del Museion…) sono
svaniti, e di loro non esistono più neppure le ossa, se non in rarissimi casi.
Ma ci hanno lasciato una storia straordinaria. Una storia che stiamo tentando
di ricostruire.

Cesare giunge ad Alessandria il 2 ottobre del 48 a.C.; se, come abbiamo detto
precedentemente, portiamo avanti il racconto supponendo che Cesarione sia
figlio di Cesare e che nasca nel giugno successivo (47 a.C.), questo significa
che Cleopatra sarebbe rimasta incinta a ottobre. Praticamente nei primissimi
rapporti con Cesare (… forse addirittura durante il primo?). Secondo lo
storico Michael Grant, già a dicembre ne aveva la certezza. Tutto sembra
incastrarsi alla perfezione nel disegno magnifico di una straordinaria storia
d’amore. Va onestamente ripetuto che non pochi studiosi, oggi, ritengono che
Cesarione non sia figlio di Cesare, facendo emergere in Cleopatra una sinistra
capacità di calcolo politico e di propaganda.
Noi tutti immaginiamo la coppia che si sveglia la mattina in un letto
immenso, i corpi avvolti in coperte di seta colorata e circondati da un’infinità
di cuscini, con la testa di Cleopatra sul petto muscoloso di Cesare che la sta
accarezzando piano… Un’immagine bellissima di uno degli amori più famosi
della Storia.
In realtà le cose non stavano così.
Cesare e Cleopatra dormivano in luoghi separati. Non c’è da stupirsi:
nella Roma antica e nelle classi agiate del passato, fino a poco tempo fa,
marito e moglie dormivano quasi sempre in stanze separate, forse in parte
perché i matrimoni erano combinati e non d’amore. Era un’usanza diversa
dalla nostra, che Cleopatra e Cesare seguivano, pur passando il resto della
giornata insieme… Ma c’era anche un altro motivo. È lo stesso Grant a
sottolineare che in quei mesi, in particolare, era importante che trascorressero
la notte in ali separate del palazzo, se non addirittura in edifici diversi.
Durante l’assedio, infatti, si sospettava che potessero esserci dei traditori e
degli assassini all’interno della reggia. Un po’ come i reali che viaggiano
oggi su aerei diversi per evitare che una singola catastrofe possa eliminare
tutti i membri della famiglia in un solo colpo. Era quindi più prudente
dormire in edifici lontani, circondati da uno sbarramento di guardie del corpo
e di uomini fidati.
Così, è assai probabile che Cesare si ritirasse in un padiglione protetto dai
suoi ufficiali e il ragazzo-re Tolomeo XIII in una dimora con la sua corte
numerosa (composta da membri delle famiglie dominanti di Alessandria,
oltre al famigerato primo ministro Potino). Insieme a Cleopatra, invece,
probabilmente non c’era molta gente: tutti gli alessandrini che contavano
pensavano fosse a un passo dall’eliminazione politica e fisica, quindi era
circondata da poche persone di fiducia. Inoltre, la sua corte era rimasta nel
deserto o comunque al di là delle frontiere. Anche in questo, Cleopatra ha
dimostrato di affrontare sempre a viso aperto il destino, pur in una difficile
situazione. Forse potremmo definirla, nel senso più intimo, una regina sola
davanti alla Storia.
Quando la guerra è finita, però, il 27 marzo del 47 a.C., Cleopatra e
Cesare si sono regalati un periodo tutto per loro. Molti storici (e persino
Napoleone Bonaparte) si sono sorpresi di questa parentesi che Cesare si è
concesso pur avendo problemi in patria: a Roma mancava ormai da un anno,
e la gente si lamentava dell’operato di Antonio, che, approfittando del suo
ruolo di responsabile per l’Italia in assenza di Cesare, stava gestendo i beni
confiscati a Pompeo a proprio esclusivo vantaggio nel tentativo di
autopromuovere la sua figura. Inoltre, sebbene avesse sbaragliato i suoi rivali
a Farsalo e Pompeo fosse stato sconfitto, le forze repubblicane erano ancora
attive e tutt’altro che dome. Questi mesi di attesa erano un pericolo, e
nessuno riusciva a darsi una spiegazione dell’assenza di Cesare. Tranne
Cesare stesso e Cleopatra…
I due erano ormai i dominatori assoluti dell’Egitto… e con grandi
vantaggi reciproci: Cleopatra sosteneva economicamente le ambizioni
politiche di Cesare, e in cambio lui la sosteneva nel controllo del regno. È a
questo punto che decisero di ritagliarsi un vero sogno insieme, un viaggio da
fiaba: una crociera sul Nilo.
Questo, sì, fu certamente un evento unico nella storia del Mediterraneo.
Due tra le figure più famose della Storia che compiono un viaggio romantico
in uno dei luoghi più affascinanti del pianeta. Sembra la pagina di un
romanzo. E invece è accaduto davvero. Chiunque sia stato in Egitto sa cosa
significhi un tramonto sulle piramidi o sul Nilo all’altezza di Luxor, con il
cielo che si tinge di rosso e le barche a vela che scivolano placide sulla sua
superficie che sembra uno specchio. Ebbene, immaginate queste atmosfere
con Cesare che abbraccia Cleopatra da dietro baciandole il collo. Nessuno
scrittore antico ce lo ha mai raccontato, ma possiamo immaginare che sia
accaduto spesso.
La decisione di Cesare di fermarsi in Egitto, però, era solo
apparentemente “irrazionale”. Il paese era stato solo da poco pacificato, e lui
voleva essere sicuro che non scoppiassero altri disordini una volta tornato a
Roma, verificando di persona l’umore della gente, dei sacerdoti, e la
situazione nelle campagne. Anche perché per Cesare l’Egitto con Cleopatra
sul trono era una fonte economica fondamentale. E lo era anche per Roma,
con le forniture di grano.
Tuttavia sulla sua decisione influirono anche altri elementi. Pochi
considerano che Cesare non era soltanto un soldato e un uomo di comando,
ma era anche un personaggio estremamente curioso e un grande appassionato
di geografia (basta leggere i suoi commentarii). La possibilità di esplorare
l’Egitto con le meraviglie di cui aveva sentito parlare fin da ragazzo, come
tutti i nobili romani, deve essere stata per lui una tentazione irresistibile.
Soprattutto per scoprire i territori che costeggiavano il corso del Nilo. Lo
disse egli stesso durante un banchetto, come racconta Lucano: “Non c’è nulla
che io vorrei conoscere maggiormente dei motivi – rimasti sconosciuti per un
così gran numero di secoli – che provocano le piene del Nilo, e della
questione della sua fonte ignota: se mi fornirai la sicura speranza di vedere le
sorgenti del fiume, io abbandonerò il conflitto civile”.
Infine, Cesare aveva un ultimo motivo per restare in Egitto. Un motivo
che ha un nome preciso: Cleopatra. Scopriamo, per l’ennesima volta, le
straordinarie doti di persuasione di questa donna. Lucano lo afferma in modo
particolarmente esplicito: “Cleopatra è stata in grado di vincere le resistenze
di un vecchio con le sue arti magiche”. Anziché parlare di “arti magiche”
forse sarebbe più corretto usare termini come capacità oratoria, forza di
convincimento, seduzione, sex appeal… Un cocktail di abilità che per
qualche ragione si rivela sempre devastante sui condottieri romani, come
vedremo anche con Antonio…
La coppia partì agli inizi di aprile e “svanì” per ben tre mesi. Cesare non
diede più notizie di sé. Sparì completamente dai radar della politica e del
comando… A Roma si cominciarono a fare speculazioni di ogni genere. Da
Cicerone, per esempio, sappiamo che iniziò a circolare in città la notizia che
Cesare, in Egitto, si trovasse in grave difficoltà. In realtà lui stava
benissimo… Era entrata in azione la “macchina del fango” nei suoi confronti.
Non aspettatevi una crociera romantica per due. In realtà le navi erano
moltissime, addirittura 400, secondo Appiano. Quindi era anche una
spedizione militare, con tanti soldati. E soprattutto era una missione politica
con lo scopo di far vedere a tutti che Cleopatra godeva di un appoggio
potente, in modo da rafforzare la sua posizione di comando.
Tuttavia il principale motivo di questo viaggio fu per entrambi una luna
di miele da assaporare fino all’ultima goccia.
Appiano è molto chiaro a riguardo: “Cesare risalì il Nilo con 400 navi,
visitando il paese insieme a Cleopatra e divertendosi con lei in molti modi”.
Senza entrare nei dettagli sui “modi”, possiamo però immaginare la
scenografia di quello che a tutti gli effetti è un viaggio di nozze, pur non
essendo loro formalmente sposati.
La nave sulla quale salparono era colossale. I Tolomei infatti disponevano
di imbarcazioni incredibilmente lussuose per questo genere di viaggi, i
magnifici thalamegos.
Lo storico greco Calisseno di Rodi, nella sua opera su Alessandria
d’Egitto, della quale ci sono giunti ampi brani grazie allo scrittore egizio
Ateneo, ci dice che queste imbarcazioni avevano il fondo piatto per adattarsi
al fiume, ma con una mole imponente che si sollevava in alto nell’aria: “I
bordi superiori, specie in corrispondenza della prua, raggiungevano una
notevole altezza, formando un arco regolare”. Questa descrizione già fa
immaginare grandi cose, ma altri autori aggiungono dettagli stupefacenti.
Sappiamo che il primo esemplare di queste navi, voluto da Tolomeo IV, era
lungo quasi 100 metri ed era alto addirittura più di una moderna casa di sette
piani: 25 metri. A spostarsi insomma era un edificio, qualcosa di
paragonabile alle moderne navi da crociera, o forse molto di più: se volete,
una piccola reggia galleggiante.
Come negli odierni transatlantici c’erano passeggiate esterne su più ponti.
E poi santuari, piccoli giardini, saloni, sale da pranzo, colonnati, imponenti
statue dorate. Ovviamente l’arredamento era lussuosissimo: abbondavano
l’oro, l’avorio, legni pregiati scolpiti, decorazioni, e forse persino lastre di
marmi preziosi. Immaginiamo anche luoghi eleganti per le abluzioni e i
bagni. E per finire… una sontuosa camera da letto per i due amanti.
Immaginate allora questa distesa di imbarcazioni sul Nilo, con al centro
l’immenso thalamegos di Cesare e Cleopatra.
La navigazione deve essere stata lenta anche per lo scopo del viaggio, una
sorta di “processione trionfale”. E i due hanno vissuto uno dei periodi più
felici della loro esistenza. Tutto gli sorrideva.
È possibile ripercorrere le tappe di questo romantico viaggio di Cesare e
Cleopatra sul Nilo? Alcuni storici ci hanno provato. Partito dal lago
Mareotide di Alessandria, il convoglio ha risalito il delta del Nilo fino a
Eliopoli. Qui Cesare e Cleopatra hanno ammirato le piramidi e la Sfinge che
esistevano già da circa 2600 anni. Erano ancora in perfette condizioni, con il
loro rivestimento liscio, chiaro e scintillante. Chissà cosa avrà pensato
Cesare… E chissà che cosa gli avrà spiegato Cleopatra, raccontando la storia
dei faraoni che l’hanno preceduta.
Certamente avranno raggiunto i templi di Karnak. È possibile che Cesare
abbia visitato qualche tomba di un faraone? Poche generazioni più tardi, lo
faranno di frequente imperatori, medici e ufficiali romani di passaggio in
Egitto (i loro graffiti sono ancora visibili oggi sulle pareti dipinte). Secondo
l’archeologo e professore di Storia antica Duane W. Roller, è verosimile che
Cleopatra e Cesare si siano fermati a Syene, oggi Assuan, dove Eratostene era
riuscito a calcolare la circonferenza terrestre. Facile immaginare l’interesse di
Cesare. Al viaggio partecipavano anche studiosi e intellettuali di Alessandria,
ed è forse qui che al condottiero romano venne l’idea di riformare il
calendario. Infine fecero tappa a Elefantina, dove Cesare ebbe la possibilità di
vedere il Nilometro, raffigurato nel famoso Mosaico del Nilo di Palestrina. Si
trattava di una struttura composta da una rampa di cinquantadue scalini, con
delle tacche lungo le pareti che avevano lo scopo di misurare il livello
dell’acqua durante le inondazioni. Conoscere tale livello permetteva di avere
informazioni anche sull’andamento delle coltivazioni.
Svetonio ci fa rivivere l’atmosfera che si respirava: “[Cesare] amò
soprattutto Cleopatra, con la quale s’intrattenne spesso a banchetto fino
all’alba, e su una nave fornita di stanze si addentrò con lei in Egitto e fin
quasi in Etiopia, dove sarebbe entrato se l’esercito non si fosse rifiutato di
seguirlo”. Furono quindi i suoi soldati – un po’ come accadde ad Alessandro
Magno – a rifiutarsi di andare avanti e a convincerlo a tornare indietro? Non
lo sapremo mai. Ma questo ci fa capire l’eccezionalità di quel viaggio. E
anche il suo termine.
Alla fine di maggio il viaggio doveva essere concluso. A Cesare infatti
arrivarono dei dispacci che parlavano della minaccia di Farnace in Oriente.
Rientrato rapidamente ad Alessandria, si preparò a partire per la Siria. Lasciò
l’Egitto all’inizio di giugno. Ad Alessandria lasciò un forte presidio costituito
da tre legioni, cioè 12.000 legionari, al comando del fedele Rufione (per
difendere Cleopatra, ma anche per “controllare” le sue mosse). Non fu
presente alla nascita del suo presunto figlio, avvenuta forse due o tre
settimane dopo. Ma aspettava Cleopatra e Cesarione a Roma nei mesi
seguenti, ignaro che la sua vita si sarebbe bruscamente conclusa il 15 marzo
del 44 a.C… con Cleopatra vicina.
Così partì, una mattina, dopo aver stretto tra le braccia un’ultima volta
l’amata Cleopatra, e aver salutato l’Egitto e Alessandria, che per lui erano
diventati un paradiso…
Un altro uomo, pochi anni dopo, avrebbe fatto le stesse considerazioni:
Marco Antonio.
Come nacque Cesarione

Passeggiando negli ampi corridoi del Palazzo Reale, Cleopatra vede in


lontananza le stanze dove ha partorito Cesarione. Si avvicina, quasi volesse
riallacciare il presente con quel momento così importante per lei, la nascita
del primo figlio. Come partoriva una regina tolemaica? Come quasi tutte le
donne egizie della sua epoca: in ginocchio.
Come facciamo a sapere che anche per lei fu così? Grazie a un tempio,
che fece erigere a Hermonthis, città alla quale era legata fin da quando era
salita al trono, perché era la stessa località in cui aveva portato il toro sacro
Buchis. Purtroppo questo tempio è andato distrutto (smontato dai
mammalucchi per costruire edifici nuovi); era in perfetto stile egizio ed era
un cosiddetto “tempio della nascita” (mammisi), che Cleopatra aveva
dedicato proprio a Cesarione. In questi edifici sacri, proseguendo un’antica
tradizione dei faraoni e delle loro mogli, i Tolomei compivano complessi riti
collegati alla nascita dei figli. Cleopatra è rappresentata in ginocchio, aiutata
da alcune divinità femminili (non sapremo mai se, nella realtà, ad assisterla
durante il parto ci fosse anche un medico uomo, un ostetrico, viste le
conoscenze estremamente avanzate in materia di chirurgia e ginecologia degli
studiosi alessandrini, e vista anche la delicatezza politica di questo parto).
Sopra la sua figura appare in geroglifico il suo nuovo nome: “Madre di Ra”
(il dio Sole), mentre sopra il neonato compare lo scarabeo sacro, a
simboleggiare che Cesarione è il dio del sole che sorge. Poco oltre, Cesarione
è allattato da due divinità con la testa di vacca. Insieme a lui c’è anche un
altro bambino, il dio Horus. Non si era mai vista l’associazione di due
neonati, uno reale e l’altro divino.
La spiegazione tuttavia ci fa capire cosa aveva in mente Cleopatra: il dio
Horus aveva come “missione” quella di vendicare la morte violenta del padre
Osiride. Secondo Michael Grant, ancora in epoca tolemaica Horus veniva
chiamato “il vendicatore del padre”. A tutti appariva chiaro il messaggio della
regina: Cesarione avrebbe vendicato la morte di Cesare. Al di là della faida
che si apriva, era anche una palese dichiarazione di intenti: Cleopatra
continuava a stare dalla parte di Cesare, ed era ostile a tutti quelli che lo
avevano ucciso o che spingevano verso la Repubblica. Il messaggio era anche
una sorta di mano tesa ad Antonio e alla sua fazione da parte del “Granaio del
Mediterraneo”, cioè l’Egitto.
Ma il tempio, in questo momento, probabilmente non è ancora stato
costruito. Per ora Cleopatra ha presentato a tutti Cesarione come frutto della
ierogamia, cioè di un’unione divina, e fa coniare delle monete che la
raffigurano con il figlio in braccio. Cesarione, insomma, non è più solo suo
figlio, ma un manifesto politico che segnala a tutti gli appoggi e le alleanze
che sostengono la regina, ma anche a chi lei tende la mano. Templi come
quello di Hermonthis o di Dendera, dove la si vede sempre raffigurata con
Cesarione, hanno anche lo scopo di collegare Cleopatra al passato dell’Egitto,
alle tradizioni faraoniche. E non solo: persino nella scelta di farsi
rappresentare con raffigurazioni che ricalcano uno stile vecchio di 250 anni
(come nelle monete) c’è un chiaro riferimento a regine tolemaiche “vincenti”
che l’hanno preceduta, come Arsinoe II, che ancora è tanto amata… La
volontà di Cleopatra, insomma, è di recuperare tutte le energie possibili,
anche dal passato, per avere più forza nella sua marcia verso il futuro.

Gli Aghi di Cleopatra

Un altro esempio di questa abile “politica dei messaggi” di Cleopatra è il


Caesareum, un edificio immenso e straordinario che si affacciava sul porto di
Alessandria, un vero e proprio santuario in onore di Cesare, che lei aveva
cominciato a far costruire alla fine della Guerra Alessandrina, ma che Cesare
stesso non vedrà mai ultimato. Ammirato per secoli, era ricco di offerte
votive, fra le quali dipinti e statue in argento e in oro. Ornato nel modo più
magnifico e sontuoso da portici, biblioteche, stanze, giardini, porticati, ampie
terrazze e grandi cortili aperti, come lo descrive circa un secolo dopo Filone
d’Alessandria, filosofo alla guida della comunità ebraica della città.
Certamente al suo interno c’erano diverse statue, alcune in oro, che
raffiguravano Cesare divinizzato dopo la morte, con sacerdoti che officiavano
riti in suo onore. Stranamente a terminare questo tempio non sarà Cleopatra,
né Antonio, ma… Ottaviano, in memoria del padre adottivo. E c’è infine una
curiosità che ci porta ai nostri tempi: in epoca moderna rimane ben poco di
questo magnifico tempio, giusto qualche porzione dei muri, rinvenuti sepolti,
dello spessore di 3,5 metri, ma se volete ammirare un esempio della sua
maestosità potete farlo passeggiando per Londra o New York. Davanti al
Caesareum, nel 12 a.C., Ottaviano fece erigere due obelischi giganteschi: li
aveva prelevati nella vicina città di Eliopoli ed erano opera di un grande
faraone del passato, Thutmose III, vissuto addirittura 1400 anni prima di
Cleopatra. Questi due gemelli in granito rosa di Assuan, incisi con
geroglifici, sono alti venti metri e pesano oltre 200 tonnellate ciascuno. A essi
venne affibbiato il nomignolo di Aghi di Cleopatra. Con il passare del tempo
caddero, forse a causa di un terremoto, e rimasero sepolti per secoli. Ritrovati
in seguito, sono stati “regalati” dai sovrani egiziani alle superpotenze
dell’Ottocento: agli inglesi, nel 1819, per rinsaldare i rapporti diplomatici, e
nel 1881 agli americani in segno di gratitudine per i fondi che avevano
donato per la modernizzazione dell’Egitto. Oggi questi due obelischi, dopo
viaggi complicati attraverso mari e oceani, si ergono maestosi nelle due
metropoli: a Londra, lungo le rive del Tamigi, e a New York nel bel mezzo di
Central Park. Ma quante persone, tra quelle a bordo degli autobus a due piani
o delle auto che sfilano accanto all’obelisco sul Tamigi, o che fanno jogging
con gli auricolari nel verde di New York, si rendono realmente conto di cosa
hanno di fronte? Delle vicende incredibili di cui gli Aghi di Cleopatra sono
stati testimoni? Purtroppo davvero poche. La maggior parte passa accanto a
quei monumenti immersa nei propri pensieri. Se solo si fermassero per un
istante, avrebbero la possibilità di fare un incredibile viaggio nel tempo…
6

LA BATTAGLIA DI FILIPPI

Ripartire con la morte nel cuore

Cesare è morto. Cleopatra è rientrata ad Alessandria. Ora il suo principale


obiettivo è proteggere se stessa, Cesarione e l’Egitto. Perché sa che dovrà
affrontare nuove prove e nuove minacce esterne al paese. Come prima cosa
riorganizza l’amministrazione del regno per aumentarne la produttività. Un
paese economicamente forte, infatti, può comprare alleanze, costruire navi, o
allestire eserciti temibili. E la politica di Cleopatra ha sempre mirato
all’indipendenza oltre che alla tutela dell’identità e della cultura tolemaiche,
pur con la consapevolezza di trovarsi all’interno di un protettorato romano.
Ad aiutare la regina c’è anche un gigante della natura, il Nilo. Una piena
eccezionale regala al regno una grande fertilità, e tra la gente comincia a
diffondersi la convinzione che una nuova era stia iniziando, carica di fortuna
e prosperità.
Sono mesi di pace, durante i quali Cleopatra ha modo di riprendersi e
consolidare la propria posizione. Accanto a lei, sul trono, per puro rispetto
delle tradizioni, c’è un marito coreggente, l’ultimo dei suoi fratelli, Tolomeo
XIV, che era a Roma con lei quando è stato assassinato Cesare.
Ma all’orizzonte già compaiono le prime nubi. Una di queste ha il volto
della sorella Arsinoe. È la ragazza coinvolta nella Guerra Alessandrina,
quella che poi aveva sfilato in catene a Roma in uno dei trionfi di Cesare.
Vederla aveva colpito e commosso l’opinione pubblica romana, e dunque
Cesare, per compiacere il popolo, l’aveva liberata. Arsinoe in seguito si era
rifugiata nel Tempio di Artemide a Efeso, una delle sette meraviglie del
mondo antico. Come molti luoghi sacri, il tempio garantiva l’immunità e
l’incolumità a chiunque vi venisse accolto. Qui infatti Arsinoe viene trattata
con tutti gli onori, e sappiamo che il gran sacerdote del tempio, un eunuco, la
chiama “regina”. La giovane, insomma, continua a essere una minaccia per
Cleopatra: non è finita in una prigione, è solo momentaneamente “a bordo
campo”, in un esilio dorato, e c’è quindi la concreta minaccia che possa
rientrare in partita, richiamata dai suoi sostenitori che vivono ad Alessandria
e persino nella corte di Cleopatra.
Un altro problema sono le legioni lasciate da Cesare ad Alessandria, che
da tre sono passate a quattro per l’imminente campagna contro i Parti,
momentaneamente sospesa in seguito all’assassinio di Cesare. Stiamo
parlando di almeno 16.000 legionari sui quali Cleopatra non ha alcun potere,
sebbene il loro comandante Rufione sia un amico e sia affidabile. Queste
legioni potrebbero privarla del trono con facilità in una ribellione, se pilotate
da potenti romani a lei nemici. Ma soprattutto fanno molta gola a chi, dopo
Cesare, prova a emergere con la forza e a richiedere queste legioni alla
sovrana dell’Egitto. Ma lei a chi deve concederle? Il primo a farsi avanti è
Dolabella, che ha rinunciato alla propria carica di console per andare in Siria
perché gli spettava il comando di questa provincia. In realtà, nella sua
ambizione, cerca potere e gloria soprattutto dando la caccia agli assassini di
Cesare: accerchiato uno di loro, Gaio Trebonio, governatore della provincia
dell’Asia, dopo un processo sommario lo decapita, portando la testa su di
un’asta e trascinando il corpo per le strade per poi scaraventarlo in mare.
Trebonio è il primo degli assassini di Cesare a essere ucciso.
Dolabella cerca ora nuovi appoggi nella lotta ai cesaricidi, e chiede aiuto
a Cleopatra. In sostanza le dice: dammi le quattro legioni e un appoggio
navale, e in cambio io e Antonio confermeremo lo status dell’Egitto come
“popolo amico e alleato del popolo romano”. Contemporaneamente anche
Cassio, che ora si trova in Medio Oriente e raccoglie truppe e alleanze, le fa
una richiesta simile. A chi dare retta? Dalla sua decisione dipendono il futuro
dell’Egitto e di suo figlio Cesarione. Alla fine Cleopatra sceglie di aiutare
Dolabella, che comunque cerca vendetta per la morte di Cesare, e sposa la
sua fazione. Dolabella invia dunque un legato per prendersi le quattro legioni,
ma quest’ultimo, una volta partito… le “regala” a Cassio. Un incredibile
voltafaccia, un vero e proprio tradimento. Forse tra i due c’era già un accordo
segreto.
In effetti il legato, di nome Allieno, è un vecchio amico di Cicerone, che a
sua volta parteggia per Cassio e Bruto: come vedete, la Storia passa a volte
anche attraverso percorsi segreti e invisibili… Secondo altri storici, più
semplicemente, quando il legato si è trovato di fronte le truppe di Cassio, e ha
visto che il nemico era ben superiore (quattro legioni contro sette), le ha
“spontaneamente” cedute… Cassio ora emerge come il vero dominatore del
Medio Oriente. I comandanti gli consegnano le legioni senza colpo ferire, e
lui insiste di nuovo con Cleopatra: ora vuole le potenti navi egizie. Lei
tergiversa, sostiene che non può accontentarlo per via di una grave carestia
(ed è vero, l’Egitto viene colpito da basse piene e da una conseguente
epidemia di peste bubbonica). Ma anche qui c’è un nuovo colpo di scena: il
governatore dell’isola di Cipro, che è sotto il controllo dell’Egitto, fornisce a
sorpresa le navi a Cassio e tradisce la regina. Il disegno che sta emergendo è
chiarissimo. La disobbedienza del governatore di Cipro nei confronti di
Cleopatra significa che questi probabilmente appoggia Arsinoe, e che lui e
Cassio progettano di mettere lei sul trono d’Egitto. Come se non bastasse, a
Cleopatra giunge la notizia che Dolabella, ormai privo delle sue legioni e
assediato dal famigerato Cassio nella città di Laodicea, in Siria, si è
suicidato…

Sono momenti difficili per Cleopatra: ha aiutato la fazione perdente, è priva


di legioni, è stata tradita all’interno del suo regno e ha perso un’isola
preziosissima come Cipro. Come se non bastasse, in Medio Oriente ormai
spadroneggiano Bruto e Cassio, che spengono gli ultimi focolai di resistenza
filocesariana e fissano l’Egitto come prossimo obiettivo, una preda ricca e
fertile, con la probabile idea di eliminare Cleopatra per mettere Arsinoe al
suo posto… E in effetti, sul finire del 43 a.C., come dice Appiano, “Cassio
rivolse la propria attenzione all’Egitto. […] Già da tempo pensava che le
condizioni in cui si trovava l’Egitto fossero particolarmente favorevoli ai suoi
progetti, perché il paese era devastato dalla carestia e non poteva contare su
un esercito consistente”.
Immaginiamo lo stato d’ansia di Cleopatra. Non c’è più Cesare a
difenderla, Antonio è troppo occupato in patria a consolidare il potere e a
subire le famose Filippiche di Cicerone, il paese è in ginocchio per la carestia
e il nemico è alle porte… Cosa può fare?
Qualcosa in realtà ha già fatto: ha un nuovo “marito” accanto a sé sul
trono. Tolomeo XIV è morto alla fine di agosto del 44 a.C. in circostanze mai
del tutto chiarite. Il sospetto di tanti storici moderni è che proprio lei lo abbia
fatto assassinare, così da evitare che venisse messo alla testa di qualche
complotto per farla fuori… Se così fosse, si tratterebbe di un gesto che rivela
la spietata freddezza che la contraddistinse per tutta la vita. Ormai tutti i
parenti stretti di Cleopatra sono morti: il padre, la madre, la sorella maggiore
Berenice IV, i due fratelli Tolomeo XIII e XIV. Rimane solo Arsinoe, ma su
di lei Cleopatra ha idee molto chiare e… assassine.
A sedere sul trono accanto a lei ora è un nuovo “marito”, un nuovo re:
Cesarione. Anche questo è un messaggio chiaro a tutti. Il suo nome diventa
Tolomeo XV Filopatore, cioè “che ama il padre”. E il padre chi è? Forse,
come abbiamo visto, lo stesso Cesare. Tolomeo XV Filopatore, dice in questo
modo Cleopatra, è l’unico vero erede di Cesare, suo figlio naturale, assai più
di Ottaviano che lo è diventato solo per adozione in virtù di un testamento…
Ma questi proclami, attributi reali e riferimenti a Giulio Cesare
avvengono decisamente nel momento sbagliato della Storia. Un esercito
capeggiato da uno degli assassini di Cesare sta marciando verso l’Egitto!
Ormai sembra tutto perduto. Ma come è già accaduto in passato, sarà proprio
la Storia a salvare Cleopatra. Cassio, in marcia, riceve un dispaccio da parte
di Bruto che gli chiede di tornare indietro: all’orizzonte si è materializzato un
grave pericolo. La conquista dell’Egitto e l’eliminazione di Cleopatra
possono aspettare.

Quel dito puntato

Il dito puntato di Cicerone sembra una lancia protesa verso un nemico da


eliminare. Rimane per qualche secondo sospeso nell’aria, rivelando un
leggero tremore dovuto alla tensione e all’età. Cicerone ha terminato così un
lunghissimo attacco verbale contro Antonio, nel silenzio irreale di una sala
gremita di senatori. Poi, a sottolineare la conclusione di questo capolavoro
dell’arte oratoria, tenendosi come suo solito il mento con la mano sinistra,
fissa i colleghi senatori con uno sguardo diretto, velenoso, e un sorriso
beffardo. L’intero Senato esplode in un boato, fatto di applausi ma anche di
urla e proteste. È la fine della prima delle celebri Filippiche, una serie di
quattordici (forse diciassette o diciotto, secondo alcuni studiosi) orazioni che
Cicerone pronuncerà in Senato contro Marco Antonio. Il loro nome è un
omaggio ai discorsi con cui l’oratore Demostene, secoli prima, aveva
attaccato il padre di Alessandro Magno, Filippo II di Macedonia (da qui il
termine di uso comune “filippica”). In queste invettive, alcune delle quali mai
lette pubblicamente in Senato ma circolate sotto forma di testo negli ambienti
politici romani, Cicerone si scaglia contro Antonio e i suoi alleati (soprattutto
i suoi fratelli), descrivendo ed enfatizzando fatti, comportamenti ed episodi
riprovevoli, spesso inventati. Questa “macchina del fango” di Cicerone ha
probabilmente contribuito a creare nei secoli un’immagine negativa di
Antonio, dipingendolo come avido, violento, ambizioso e dedito a ogni
genere di piacere e trasgressione lussuriosa. Nella Seconda Filippica, mai
pronunciata in pubblico, tanto per fare un esempio, racconta che a un
matrimonio Antonio aveva bevuto così tanto vino che poi il giorno dopo si
era addirittura vomitato addosso davanti a tutti durante un’assemblea di Stato.
E poi prosegue attaccandolo per essersi impadronito delle proprietà di
Pompeo e di avere frequentato e lasciato una dubbia “ballerina”, la
famigerata Licoride… L’attacco di Cicerone è un chiaro segnale di quanto la
situazione sia precipitata a Roma. Ma cosa è successo?
Le Filippiche sono state pronunciate più di un anno prima rispetto
all’imminente attacco di Cassio a Cleopatra. Iniziarono il 2 settembre del 44
a.C., cioè sei mesi dopo la morte di Cesare, e proseguirono fino al 21 aprile
del 43 a.C.
Quello che è successo in quei mesi è un’evoluzione dello scenario
militare e politico, violentissima e sorprendente, che porterà all’emergere dei
due grandi protagonisti dei prossimi capitoli: Antonio, ovviamente, e
soprattutto Ottaviano.
È in questi mesi, proprio quando Cleopatra cerca di consolidare il suo
potere in Egitto, che in Italia si verificano scontri tra le legioni di Antonio e di
Ottaviano e vengono redatte le famose liste di proscrizione, con omicidi a
freddo di centinaia di persone. Non entreremo nei dettagli, perché è una
sequenza molto complicata di eventi, ma è necessario comunque capire cosa
è successo, e come il mondo dell’Antica Roma, in quei mesi, abbia scritto
una delle sue pagine più buie.

Pochi giorni dopo la lettura del testamento di Cesare, Ottaviano sbarca a


Brindisi. Si trovava ad Apollonia, nell’attuale Albania, con le legioni del
grande generale pronte a partire per la guerra contro i Parti. Aspettava Cesare,
che gli aveva chiesto di accompagnarlo in questa nuova avventura (già
confermando, in un certo senso, la sua scelta ereditaria nel testamento).
Ottaviano è poco più che un ragazzo, non ha ancora 19 anni, ma rivela
una cautela e un istinto politico impressionanti. Sicuramente
nell’accampamento militare è rimasto senza parole alla notizia della morte di
Cesare e ancor più nello scoprire che lui è il principale erede. Sua madre Azia
e il suo patrigno Filippo, temendo per la sua vita, lo scongiurano di rifiutare
l’eredità per non prendere parte al pericoloso conflitto politico che la morte di
Cesare ha scatenato, ma lui decide invece di andare a Roma per accettarla.
Prima di arrivare nell’Urbe, però, prende contatto con gli ex consiglieri di
Cesare, come il potente Marco Nonio Balbo e altre persone influenti che
possano dargli saggi consigli. Poi si ferma in Campania per stringere rapporti
con molti veterani di Cesare e avere il loro appoggio. Infine giunge nell’Urbe,
a fine aprile. Il suo arrivo coincide quasi con la partenza di Cleopatra e del
suo seguito reale per l’Egitto. La situazione che trova in città non è facile.
Antonio è il dominatore incontrastato e spadroneggia, forte del fatto che
possiede gli appunti di Cesare (Acta Caesaris) e che li applica, come abbiamo
detto, secondo la sua personale interpretazione, mettendo suoi uomini nei
posti chiave.
Inoltre amministra l’enorme somma di sesterzi (ben 700 milioni) destinati
alla spedizione contro i Parti e depositata nell’Erario. In queste settimane ha
consolidato e ampliato la sua base di potere con concessioni ai veterani,
dando la cittadinanza romana a tutti gli abitanti della Sicilia, o ancora con
disposizioni a favore della comunità ebraica promesse in precedenza da
Cesare.
All’inizio Antonio sottovaluta Ottaviano, ritenendolo un ragazzo
inesperto, ma ben presto deve ricredersi. Ottaviano infatti inanella una serie
di colpi politici importanti che lo fanno ben volere dalla gente, come per
esempio raccogliere autonomamente fondi per pagare ciò che Cesare aveva
lasciato in eredità al popolo di Roma, oppure finanziare e organizzare giochi
(combattimenti tra gladiatori e corse di quadrighe) per celebrare la vittoria di
Farsalo. Ed è proprio durante questi giochi che un episodio colpisce molto i
romani. Sono trascorsi quattro mesi dalla morte di Cesare e in cielo compare
una stella che splende per una settimana intera e la cui luce è così forte da
essere visibile anche di giorno. Di solito, la cometa è considerata un cattivo
auspicio, ma Ottaviano riesce a trasformarla in un messaggio divino positivo:
segnala, dice, che Cesare ormai è in cielo al cospetto degli dei. Un dio tra gli
dei. Per questo motivo farà apporre in cima alle statue di Cesare una stella
chiamata Sidus Iulium… Come sottolinea lo storico statunitense Barry
Strauss, si tratta di “una splendida intuizione a fini propagandistici”, tanto che
persino gli indovini seguono questa interpretazione sostenendo che la cometa
annuncia, come il sole, l’alba di una nuova epoca.
Ben presto i contrasti tra Antonio e Ottaviano sfociano in uno scontro
frontale con scambi di accuse. Ottaviano, con una tecnica sotterranea che
contraddistinguerà sempre il suo operato, induce alla defezione intere legioni
giunte dalla Macedonia e destinate ad Antonio, pagando ingenti somme ai
singoli legionari (500 denari pro capite, l’equivalente di due anni di
stipendio). È solo l’inizio di un braccio di ferro tra i due, che li impegnerà nei
mesi seguenti e darà luogo a un’incredibile serie di eventi che riassumiamo
per sommi capi: battaglie campali, assedi di città come Modena da parte di
Antonio, dove si era asserragliato Decimo, e persino scontri tra le legioni di
Antonio – dichiarato dal Senato “nemico pubblico” grazie all’intervento di
Cicerone – e quelle di Ottaviano e di altri due consoli. Sì, si può parlare di
Guerra civile. Esattamente come aveva previsto Giulio Cesare. Ma poi ci
sono dei colpi di scena: Ottaviano si accorda con Antonio e compie una
famosa “marcia su Roma” in testa alle sue legioni (seguendo lo stesso
percorso di Cesare dopo aver superato il Rubicone) e giunge a Roma per
obbligare il Senato a dichiararlo console. Un gesto talmente eclatante da
ispirare, molti secoli dopo, lo stesso Napoleone, che lo imiterà alla
perfezione, entrando in Senato ad armi spianate, con i suoi soldati, per
prendere il potere. Proprio in questo periodo Decimo, che aveva cenato con
Cesare la sera prima delle Idi di Marzo e che era andato a casa sua per
convincerlo a partecipare alla riunione del Senato, trova una morte atroce.
Abbandonato dai suoi uomini, che si sono uniti a Ottaviano, cerca di varcare
le Alpi con un manipolo di cavalieri galli, compiendo un ampio giro per
unirsi a Cassio e Bruto in Macedonia. Ma entrato nel territorio dei galli
sequani, tra Francia e Svizzera, viene riconosciuto e trucidato. La sua testa
viene poi inviata ad Antonio…
A quel punto, il fronte dei cesariani si è ricompattato. Manca solo un
accordo solenne, che venne raggiunto poco fuori Bologna, su di un’isoletta
sul fiume Reno. Qui Antonio, Ottaviano e Lepido si incontrano, dando vita al
cosiddetto “Secondo Triumvirato” (per distinguerlo dal primo, ben più
famoso, formato da Cesare, Pompeo e Crasso). Il clima era molto teso.
Ognuno arriva con cinque legioni, che vengono schierate l’una di fronte
all’altra, pronte a combattere. Poi i tre si fanno avanti sui ponti che
attraversano il fiume, ognuno con trecento uomini. Lepido, arrivato per
primo, ispeziona l’isoletta e il tempio che vi si trova sopra, e agitando il
mantello militare segnala agli altri due che il luogo è sicuro. A quel punto
Antonio e Ottaviano, lasciati i loro uomini, lo raggiungono e si uniscono a
lui, parlando e discutendo per due giorni…
Oggi il fiume si è spostato, e quindi l’isoletta non c’è più, ma in località
Sacerno è rimasto un cippo a lungo dimenticato, ai margini di un campo, che
abbiamo documentato con il programma Ulisse - Il piacere della scoperta. È
l’ultimo di una lunga sequenza di cippi e monumenti che si sono succeduti
nei secoli per ricordare il luogo d’incontro del Secondo Triumvirato.
Sappiamo che Antonio, Ottaviano e Lepido scelsero questo luogo in quanto
equidistante dalle loro rispettive aree di potere. E sappiamo che l’isola
garantiva condizioni di sicurezza ideali non solo perché era circondata
dall’acqua, ma anche perché i templi erano sempre considerati aree
“neutrali”. Il nome Sacerno, secondo l’archeologo Nicola Cassone, quasi
certamente deriva da quello della divinità celtica della natura Kernos
(Cernunnos), rappresentata con palchi di cervo. Ciò farebbe presupporre la
presenza, nell’antichità, di un luogo consacrato a tale divinità proprio in
questo posto, confermando quindi la scelta dell’isola “sacra” per l’incontro
dei triumviri. Oggi al posto dell’antico santuario pagano, ormai scomparso,
c’è una chiesa, che ha sostituito (e “cancellato”) le antiche credenze locali
con un luogo di culto cristiano, come spesso è avvenuto anche altrove.
Qui Antonio, Ottaviano e Lepido si accordano, mettendo
momentaneamente da parte i dissidi, per fare fronte comune contro gli
assassini di Cesare, in particolare Bruto e Cassio ormai padroni a Oriente.
Stabiliscono una forma di potere a tre simile a un consolato – il triumvirato,
appunto –, dividendosi province e promettendo ai propri soldati che
avrebbero ricevuto come colonie diciotto città italiane floride e ricche, tra cui
Capua, Rhegium, Beneventum, Venusia, Nuceria, Ariminum, Vibo… In
pratica era come se fossero considerate città conquistate in guerra, da potersi
liberamente spartire.
A quel punto, allontanati i consiglieri più stretti e rimasti soli, i tre stilano
le liste dei nemici da uccidere. Così nascono le famigerate… liste di
proscrizione.

Le liste di proscrizione

Immaginate di essere considerati all’improvviso persone da uccidere,


senza avere colpe precise e senza avere avuto un regolare processo. Come se
sulla vostra testa pendesse un mandato di cattura “vivo o morto”, una specie
di Wanted dell’antichità, chiunque può denunciarvi o uccidervi… E riceve
persino una ricompensa. Le proscrizioni segnano uno dei punti più
drammatici delle guerre civili. In una sorta di tritacarne sociale, finiscono su
queste liste persone diversissime: “Quelli di cui sospettavano a causa del loro
potere, e anche nemici personali; si scambiarono l’un con l’altro anche amici
e parenti per eliminarli […] Ogni tanto aggiungevano nomi nuovi alle liste, a
volte per inimicizia, altre per rancore, o perché le vittime erano amici dei loro
nemici o nemici dei loro amici, oppure a causa delle loro ricchezze, perché i
triumviri avevano bisogno di molto denaro per finanziare la guerra […] Il
numero di senatori condannati a morte e a cui furono confiscati tutti i beni
ammontava a quasi trecento, mentre quello dei cavalieri arrivò a circa
duemila. Nelle liste di proscrizione figuravano fratelli e zii dei triumviri, e
persino alcuni ufficiali che avevano servito sotto il loro comando”, così
racconta Appiano.
È un massacro. Prima ancora di rientrare a Roma, i tre mandano dei sicari
in città per uccidere dodici avversari che hanno un grande peso politico
(compreso Cicerone). Quattro vengono giustiziati subito, sorpresi a tavola o
per strada.
L’arrivo dei sicari dei triumviri a Roma scatena il panico in città: “La
gente correva qua e là gridando e lamentandosi” racconta Appiano. “Tutti si
rendevano conto che le persone venivano catturate e uccise, ma non sapendo
chi era stato condannato, temevano di essere anche loro tra i ricercati.”
Pochi giorni dopo, i triumviri rientrano a Roma con i loro soldati, che
occupano punti strategici, presidiando le porte. In più zone della città
vengono affisse le liste di proscrizione. I nomi non compaiono tutti
immediatamente, ma sono aggiunti di volta in volta, giorno per giorno,
alimentando il clima di paura e incertezza. Vi è scritto anche il tariffario per
chi uccida o fornisca informazioni sui proscritti: “Coloro che uccideranno i
proscritti ci portino la loro testa e riceveranno la seguente ricompensa: se si
tratta di un uomo libero 25.000 dracme attiche per ciascuna testa; se si tratta
di uno schiavo la libertà, 10.000 dracme attiche e la cittadinanza del suo
padrone. I delatori avranno la stessa ricompensa” ci dice sempre Appiano. Si
crea così un clima di angoscia in cui tutti diffidano di tutti, dal vicino di casa
al parente con il quale si ha litigato.
MORTE AL BANCHETTO
Il primo magistrato a cadere sotto i colpi dei sicari è un tribuno di nome
Salvio. In base alla sua carica dovrebbe essere un intoccabile, ma sa che
essendo un fedele collaboratore di Cicerone la sua sorte è segnata: allora
organizza un ultimo banchetto d’addio con familiari e amici. Mentre
mangiano e parlano, fanno irruzione i soldati intimando a tutti di stare fermi.
Il centurione che li guida prende Salvio per i capelli, lo tira sopra la tavola, e
con colpi secchi gli stacca la testa portandola via, davanti ai commensali
atterriti.
PARENTI SERPENTI
Nelle liste finiscono persino alcuni parenti degli stessi triumviri: Antonio
inserisce il nome dello zio materno Lucio Cesare, Lepido addirittura il
fratello Paolo, il quale però si salva e riesce a fuggire in Asia, ritirandosi a
Mileto, “con la connivenza dei centurioni, che lo rispettavano perché era
fratello di un triumviro” riferisce Appiano.
FIGLI CONTRO PADRI
Non mancano episodi in cui figli tradiscono i padri per impossessarsi del
patrimonio paterno. Ma di chi ci si poteva fidare in casa? Lo storico antico
Velleio Patercolo racconta che “grandissima fu la fedeltà delle mogli,
mediocre quella dei liberti, poca quella degli schiavi, nessuna quella dei
figli”.
VITTIME INNOCENTI
La violenza delle proscrizioni non risparmia nemmeno i ragazzi e i
bambini, la cui unica colpa è quella di far parte di famiglie considerate
nemiche oppure di essere degli orfani ricchi. Appiano ci informa che “uno di
questi fu ucciso mentre andava a scuola insieme al suo maestro, che lo
abbracciò per fargli scudo con il proprio corpo e morì insieme a lui”.
MOGLI FEDELI
Nella maggior parte dei casi chi è sulla lista tenta di nascondersi o di
fuggire, ma quasi sempre con scarso successo. In alcuni casi sono la moglie e
un pizzico di fortuna ad aiutarlo. È ciò che succede a un ex comandante della
XI legione che aveva militato in Gallia con Cesare. Si chiama Gaio Antistio
Regino. Sua moglie, racconta Appiano, “nottetempo lo nascose in una fogna
nella quale i soldati, il giorno dopo, non ebbero il coraggio di entrare per via
del cattivo odore. Quella stessa notte lo fece poi travestire da carbonaio, gli
diede un asino carico di carbone da condurre e partì poco prima di lui in
portantina. Uno dei soldati di guardia alle porte della città si insospettì e volle
perquisire la portantina. Allora Regino, preoccupato, accelerò il passo e,
come se fosse un normale passante, esortò il soldato a non importunare la
donna. Quest’ultimo, che lo aveva preso per un carbonaio, stava per
rispondergli male, ma poi, riconosciutolo (poiché aveva servito sotto il suo
comando in Siria), disse: ‘Va’ per la tua strada, generale, perché è con questo
titolo che dovrei rivolgermi a te’”.
MOGLI INFEDELI
Sempre Appiano ci racconta un caso agghiacciante: “Alcune donne
tradirono i loro mariti in modo infame. Tra queste c’era la moglie di Settimio,
che aveva una relazione con un amico di Antonio. Impaziente di trasformare
questo legame illecito in matrimonio, chiese ad Antonio, tramite l’amante, di
aiutarla a sbarazzarsi del marito. Settimio venne immediatamente inserito
nelle liste di proscrizione. Quando lo scoprì, lui si rifugiò a casa della moglie,
non sapendo che a tradirlo era stata proprio lei. La donna, fingendo di essere
amorevolmente preoccupata, chiuse le porte e rimase con lui fino all’arrivo
degli assassini. Convolò a nuove nozze lo stesso giorno in cui il marito fu
ucciso”.
LA FINE DI CICERONE
La vittima più famosa delle liste di proscrizione fu certamente Cicerone,
grande nemico di Antonio. L’odio risale a ben prima dell’assassinio di
Cesare. Quando era console, Cicerone aveva fatto uccidere il secondo marito
della madre di Antonio, al quale lui era molto legato avendo perso il vero
padre da ragazzo.
Ma furono le Filippiche a condannarlo definitivamente a morte: Antonio
pretese di inserirlo nelle liste di proscrizione, una scelta che Ottaviano non
condivideva ma che fu costretto ad accettare. Cicerone cercò di fuggire, ma a
Formia, sui viali ombrosi che conducono al mare, la sua lettiga venne
intercettata dai soldati. Accortosi di loro, il celebre oratore si rese conto che
la fine era imminente e ordinò agli schiavi di deporre a terra la lettiga.
“Toccandosi il mento con la mano sinistra, com’era sua abitudine, guardò
fisso i suoi sicari […]. Gli fu tagliata la testa che aveva sporto fuori dalla
lettiga”, riferisce Plutarco. A decapitarlo fu un tribuno, Marco Popilio Lenate,
che Cicerone stesso aveva difeso dall’accusa di parricidio… Non fu in grado
di tagliare la testa di netto. Precisa infatti Appiano che “… dovette colpirla tre
volte, quasi segandogliela via a causa dell’inesperienza”. E la barbarie non
finisce qui: Seneca il Vecchio riporta che gli vennero mozzate entrambe le
mani per quello che aveva scritto contro Antonio, e questi macabri trofei
vennero poi portati ad Antonio, il quale ordinò che la testa e le mani
venissero esposte sui Rostri, cioè proprio nel luogo dove aveva parlato contro
di lui qualche mese prima. Un ultimo dettaglio segna in modo raccapricciante
la fine di Cicerone. Prima che la testa venisse esposta, si racconta che Fulvia,
la moglie di Antonio, chiese di poterla prendere tra le mani e, piena di
rancore, vi sputò sopra. Poi se la mise sulle ginocchia, le aprì la bocca, tirò
fuori la lingua e la trapassò con lo spillone che usava per i capelli, insultando
la testa di Cicerone. Si racconta anche che lo stesso Antonio abbia mangiato
durante un banchetto con la testa di Cicerone poggiata davanti al proprio
posto. Ma probabilmente si tratta soltanto di voci messe in giro
successivamente per screditare Antonio.
Le proscrizioni andarono avanti per molti mesi, e si conclusero
definitivamente soltanto nel 39 a.C. Le prime settimane furono le più terribili.
Con il passare del tempo, e con la fuga dei proscritti, la caccia all’uomo si
estese a tutta l’Italia. Chi era nelle liste cercava disperatamente di raggiungere
il figlio di Pompeo, Sesto, che stava in Sicilia e accoglieva tutti i fuggiaschi,
oppure Bruto e Cassio che dominavano l’Oriente. Ed è proprio verso di loro
che i triumviri rivolgono la loro attenzione, preparando quella che a tutti gli
effetti sarà la battaglia finale per sancire chi comanderà.
Nasce proprio in questo periodo un nuovo culto, quello di Cesare. O
meglio del divino Cesare, divus Julius. Il Senato ratifica la decisione di
annoverarlo fra gli dei dello Stato romano e di costruire per questo nuovo dio
un tempio nel Foro. Chi ha più da guadagnare da questo nuovo culto è
proprio Ottaviano. Scrive Strauss: “Ciò consentì a Ottaviano di definirsi divi
filius, figlio dell’uomo diventato dio. Acclamato come imperator, Ottaviano
divenne imperator Caesar”.

Cleopatra rischia il naufragio nel Mediterraneo

Il cielo è scuro, e lampi accecanti illuminano l’orizzonte. Gli occhi del


nocchiere fissano le onde cercando di capire da piccoli cambiamenti del mare
e del cielo l’evoluzione del tempo. Le creste orlate di bianco in lontananza,
ormai ovunque, il vento sempre più forte, i nuvoloni neri che si avvicinano
minacciosi, nessun uccello in volo. Sono tutti indizi che fanno temere il
peggio. Sono tanti gli occhi a bordo che scrutano l’orizzonte. Due in
particolare. Quelli di Cleopatra.
Il Mediterraneo è un mare pericoloso, a volte più di un oceano, perché nel
volgere di poche ore può cambiare e trasformarsi in un mostro assetato di
vittime. Ed è quello che temono tutti a bordo.
Cleopatra rimane seduta, immobile, con le mani serrate sul trono reale, al
centro della nave, sotto un baldacchino con colonne dorate e impalpabili
tende di seta che ora fremono al vento, quasi in preda all’isteria. Da qualche
minuto il vento soffia ancora più forte. Il cielo è diventato grigio sopra le loro
teste. Dalle onde si levano spruzzi che bagnano i volti di tutti e il mare si alza
e si abbassa lentamente. La sensazione è quella di trovarsi sul petto di un
gigante che respira profondamente, quasi fosse un mantice. E che sta per
svegliarsi. Il mare ha perso i suoi colori, non è più blu, azzurro o verde. Ora è
solo grigio come il piombo. Tra il nero del cielo e il grigio lugubre del mare,
la flotta di Cleopatra avanza imperterrita, quasi in segno di sfida. Anche le
navi, coloratissime, hanno perso le loro tinte vivaci, sotto la luce livida che
ricorda a tutti la morte. Imponenti e forti, questi velieri che appartengono a
una delle potenze navali più temibili di tutto il Mediterraneo adesso sembrano
fragilissimi. Nel mare che s’ingrossa le loro vele assomigliano a piccole
piume tra le dita di giganti. Come in un gioco mortale, il mare si alza, si
gonfia, portando in alto la gigantesca nave ammiraglia di Cleopatra, che per
un istante pare senza peso. Al culmine della enorme onda la prua emerge dai
flutti quasi volesse spiccare il volo, quindi si ferma per un attimo, per poi
iniziare la folle discesa lungo il pendio di questa immensa montagna d’acqua.
In una frazione di secondo scompare alla vista delle navi di scorta e della
flotta. Gli occhi di Cleopatra e di tutti a bordo sono sgranati e attendono la
fine di questa discesa, che termina con un’esplosione di scricchiolii. La nave
ammiraglia è scossa da un brivido, trema. La sua prua si è infilata
completamente nel mare, per riemergere dopo lunghi interminabili secondi
come chi ha un disperato bisogno di aria… A bordo intanto rotola tutto,
anche i marinai. Sono molti gli oggetti volati fuori bordo. Ma nessuno se ne
preoccupa. Sono tutti aggrappati a cime e sartiame, terrorizzati da una fine
imminente.
Cosa ci fa Cleopatra in questo immenso mare in tempesta?
Non sappiamo quando la regina abbia avuto notizia della terribile
mattanza operata con le liste di proscrizione. Probabilmente ha avuto
resoconti completi non prima dell’inizio del 42 a.C., forse addirittura in
primavera. Sarà stata colpita dalla morte di Cicerone, deliziata dalla decisione
di divinizzare Cesare e certamente molto contrariata dalla notizia che adesso
Ottaviano si faceva chiamare divi filius, entrando in diretta competizione con
Cesarione. I triumviri si sono messi in contatto con lei perché hanno bisogno
di alleati soprattutto in Oriente, in vista della guerra imminente contro Bruto
e Cassio.
E la sua formidabile flotta è fondamentale per sbarcare in Grecia, dove
avverrà, ormai è evidente, lo scontro finale. Non conosciamo i termini della
loro richiesta di aiuto a Cleopatra, ma è assai probabile che, esattamente
come aveva fatto Dolabella un anno prima, le abbiano offerto l’autonomia
dell’Egitto e il riconoscimento di Cesarione quale sovrano del paese. Visto
l’imminente attacco di Cassio in Egitto, Cleopatra non ha avuto altra scelta se
non rispondere positivamente. Così ha armato una potente flotta per
raggiungere quelle di Antonio e Ottaviano. E a guidare questa poderosa forza
d’attacco è lei in persona. Una regina al comando della propria flotta è
qualcosa che non si era mai vista nelle dinastie tolemaiche e vi fa capire la
forza, l’intraprendenza e l’unicità di questa donna. Cleopatra era una vera
rarità tra le regine greche e si può paragonare soltanto a un’altra grande
sovrana, Artemisia di Alicarnasso, vissuta però più di quattrocento anni
prima. Questo ruolo, come ha osservato Duane W. Roller, rafforza la sua
identificazione con la dea Iside, visto anche il suo collegamento, pieno di
significati, con il mare. Dev’essere stato uno spettacolo incredibile: una
grande flotta che prende il largo, lasciandosi alle spalle il Faro di Alessandria,
quasi fosse una cometa che avanza nel blu del mare con una scia di vele.
La spedizione, però, si risolve in un disastro. Siamo nell’estate del 42 a.C.
e Appiano riferisce un dettaglio eloquente, un particolare di cui è stato
testimone un comandante nemico che con la sua flotta era stato inviato a
intercettare Cleopatra: Staio Murco “vide i rottami delle navi distrutte spinti
dalle onde fino alle coste della Laconia [regione del Peloponneso meridionale
la cui capitale era Sparta, NdA] e in seguito apprese che lei era tornata a casa
con grande difficoltà e in cattiva salute”.
A questo proposito vale la pena precisare un fatto sorprendente: il
Mediterraneo, probabilmente, è il più esteso e ricco “museo” di archeologia
del pianeta. Se considerate una media di tre naufragi al giorno di
imbarcazioni di ogni tipo (una stima ragionevole, considerando che questo
mare si estende da Gibilterra alle coste libanesi) in 2000 anni otterrete la cifra
esorbitante di oltre due milioni di relitti sui fondali! Ognuno con il suo carico,
non di rado prezioso.
Non sappiamo quali problemi possa avere avuto la regina, forse era
semplicemente stremata dal mal di mare per le condizioni terribili del
Mediterraneo. Il mal di mare in effetti è uno dei disagi più devastanti per un
essere umano. In ogni caso si è trattato di un battesimo del fuoco al comando
di una flotta davvero sfortunato. Dopo questo episodio, dalle fonti antiche
non abbiamo più notizie di una partecipazione di Cleopatra alla guerra in
corso. Bisognerà aspettare il suo incontro e la sua storia d’amore con Antonio
per vederla di nuovo al comando in una battaglia.
In questa vicenda emerge un aspetto che permette di capire l’abilità e la
lungimiranza di Cleopatra. L’identificazione con la dea Iside non è casuale,
anzi, è una costante della sua propaganda che giustifica la sua posizione sul
trono.
Essendo l’incarnazione di Iside, automaticamente Cleopatra è anche
“madre” del regno e di tutti i suoi sudditi: come una madre, li protegge
dall’ingiustizia e dai pericoli esterni, fornisce loro cibo, e tutela il loro futuro.
Nessun’altra regina tolemaica ha pescato a così piene mani nell’antica cultura
e religione egizia: Cleopatra, come un consumato politico, utilizza la sua
conoscenza della lingua, le concessioni e gli aiuti al potente clero e i
riferimenti alle divinità antiche, come appunto Iside, per far sentire la sua
vicinanza al popolo e alla sua cultura, presentandosi come colei che
garantisce la sopravvivenza del regno e dei suoi abitanti.
Ma il suo disegno va oltre. Sfrutta a fini di propaganda persino la nascita
del suo primogenito, Cesarione. Cleopatra e Iside, infatti, hanno enormi
similitudini in questo senso: entrambe allevano figli da sole (visto che in tutti
e due i casi il padre è stato ucciso), e non si tratta di figli “normali”, perché
sono stati generati da divinità. Nel caso di Cesarione questo è particolarmente
evidente: abbiamo visto che Cleopatra lo presentava come figlio di Cesare,
che è stato “divinizzato” da Ottaviano, e Cleopatra stessa è la reincarnazione
di una dea… Di conseguenza Cesarione è legittimato a salire sul trono e
viene a sua volta associato a Horus, divinità egizia dalla testa di falco, figlio
di Osiride.
Con questa soluzione, l’abilità di Cleopatra va oltre i confini dell’Egitto.
Il culto di Iside infatti risale all’Antico Regno, ma è stato rivitalizzato dai
greci, soprattutto in epoca ellenistica, che l’hanno assimilata a diverse
divinità greche come Demetra, Io, o Afrodite… Sapete cosa significa? Grazie
a questa “fusione” delle credenze (sincretismo), il culto di Iside si diffonde in
quasi tutto il Mediterraneo, soprattutto tra le donne, attribuendo alla dea, tra
le altre, virtù legate alla fecondità e alla protezione dei marinai. A Roma
questo culto ha avuto un grandissimo successo, favorendo la propaganda di
Cleopatra, che presentandosi come Iside stessa trasmette un messaggio
immediatamente comprensibile anche ai romani.

Verso lo scontro

Più passa il tempo, più appare evidente, come sottolinea lo storico


Antonio Spinosa, che l’omicidio di Cesare è stato in realtà un regolamento di
conti, un fatto di sangue che ha generato una guerra civile, piuttosto che il
primo passo di un grande progetto politico. Già Cicerone, scrivendo
all’amico Attico, commentava che Cesare era più vivo che mai e che
consolarsi con il ricordo delle Idi di Marzo non aveva molto senso: i
congiurati avevano dimostrato di avere un coraggio da uomini ma avevano
ragionato con scarsa lungimiranza, perché l’albero era stato tagliato alla base
ma non sradicato, e infatti continuavano a spuntare nuovi polloni. E in effetti
quell’albero, l’eredità di Cesare, sta ora marciando verso Bruto e Cassio con
un numero enorme di legioni, addirittura diciannove, guidate da Marco
Antonio e Ottaviano, per annientarli nello scontro finale.
Sia Cassio sia Bruto rafforzano le loro posizioni in Asia Minore e in
Medio Oriente eliminando le ultime sacche di resistenza, come quella
dell’isola di Rodi, che aveva sostenuto Dolabella. Cade anche la città di
Xanto, in Licia, nella parte meridionale dell’odierna Turchia. Sono episodi
che nessuno di noi considera, persi come sono nel gorgo delle vicende della
storia antica. Ma fermiamoci un attimo a riflettere. Per tante persone, migliaia
e migliaia, tutto ciò ha rappresentato la fine della propria vita in modo
violento, doloroso e atroce. Xanto, per esempio, viene conquistata dopo un
lungo assedio: molti suoi abitanti si suicidano in massa piuttosto che cadere
nelle mani delle truppe di Bruto. Plutarco racconta che “cercavano con ogni
mezzo di uccidersi, e non solo gli uomini e le donne, ma anche i bambini
piccoli, con grida e urla, alcuni si gettavano nel fuoco, altri si gettavano a
testa in giù dalle mura, altri offrivano alle spade dei padri il collo denudato,
invitandoli a colpire. Essendo distrutta così la città, fu vista una donna che,
con un bambino morto legato al collo, era sospesa a un laccio per
impiccarsi…”.
Preferire una morte di quel genere significa che l’alternativa è ancora più
atroce. In effetti, i legionari (e le truppe straniere alleate) non hanno poi tutta
quell’aura di nobiltà di soldati di professione che siamo portati ad attribuire
loro. Nei ranghi e nelle battaglie sono estremamente disciplinati, certo, ma
sono anche persone prive di scrupoli: si arruolano e rischiano la vita in guerra
spinti essenzialmente dal desiderio di ammassare bottino, razziare, fare
carriera oppure ottenere la cittadinanza se stranieri (come gli ausiliari). Uniti
da un potente spirito di corpo, che genera atti di eroismo puro, sono capaci
allo stesso tempo di una violenza assoluta, crudele, spietata, più simile a
quella di una banale milizia: nell’assalto di una città, per accaparrarsi oggetti
di valore, cibo o donne, non esitano a scannare chiunque, anche bambini
inermi, in un impressionante crescendo di ferocia collettiva. Le legioni
romane, come tutti gli eserciti della storia, terrorizzano i civili anche per la
loro brutalità. A fare la differenza rispetto agli altri è la loro preparazione.
Sono un esercito moderno per quanto riguarda organizzazione e
professionalità, ma la loro ferocia è antica. E ora stanno per affrontarsi
proprio due eserciti con queste stesse caratteristiche…
Da una parte lo schieramento di Bruto e Cassio, costituito da diciannove
legioni, di cui soltanto due a ranghi completi per un totale di 100.000 uomini:
80.000 soldati di fanteria e 20.000 a cavallo. Una forza “internazionale”, in
quanto costituita da truppe che provengono dalle varie province romane: dai
cavalieri galli, lusitani, iberici, traci, illiri, Parti e tessali agli arcieri arabi a
cavallo.
Contro di essi muovono diciannove legioni, come già detto, per un totale
di 108.000 uomini: 95.000 fanti e 13.000 cavalieri. Alcuni storici moderni
tendono a dimezzare il numero effettivo dei soldati nei due eserciti, ritenendo
che le fonti abbiano esagerato, ma anche riducendo i numeri si tratta
comunque di uno scontro titanico.
Bruto e Cassio decidono il campo di battaglia: sarà la piana di Filippi, in
Grecia. È attraversata da un’importante strada, la Via Egnazia. Bruto schiera
le sue truppe su un lato della strada e Cassio sull’altro. Tra i due eserciti c’è
appena un chilometro e mezzo. Uniscono i loro accampamenti con una lunga
palizzata difensiva che sbarra la Via Egnazia. È una posizione strategica:
hanno infatti i fianchi protetti: da una parte dalle montagne, dall’altra da una
palude. Inoltre, alle loro spalle la Via Egnazia prosegue fino a raggiungere il
porto di Tessalonica, che garantisce loro un continuo rifornimento di cibo,
armi, uomini… Indubbiamente non potevano scegliere un luogo migliore
anche in vista di una battaglia che si preannuncia lunga.
Ben diversa è invece la situazione degli avversari. Antonio e Ottaviano
attraversano l’Adriatico con la loro formidabile forza d’attacco (in Italia
rimane Lepido con nove legioni, per presidiare la penisola da possibili colpi
di mano dei repubblicani). Non appena arrivano a Durazzo e inizia la marcia,
però, le forze navali nemiche conquistano la supremazia nell’Adriatico.
Sapete cosa significa? Che, a differenza dei loro nemici, non potranno
ricevere aiuti e nuovi soldati dall’Italia. Sono soli, non possono contare su
rifornimenti dalle retrovie… Inoltre, Ottaviano si ammala, e le sue condizioni
di salute (per una malattia mai ben chiarita) saranno precarie durante tutto il
conflitto. Per cominciare, è costretto a rimanere confinato nella sua tenda per
dieci giorni…
È Antonio ad arrivare per primo nella piana di Filippi. Solo davanti al
nemico, capisce subito di trovarsi in svantaggio: oltre a non poter contare su
approvvigionamenti dalle retrovie, l’esercito avversario gli sbarra la strada,
ed è in posizione decisamente favorevole. Allora cosa fa? Gioca la carta della
psicologia. Costruisce il suo accampamento, con fortificazioni, palizzate ecc.,
a pochissima distanza dal nemico, appena un chilometro e mezzo. Il suo
coraggio impressiona molto i soldati di Bruto e Cassio, e gli dà un innegabile
vantaggio. Del resto non aveva altra scelta: la piana dove si posiziona è
l’unico luogo (lontano dalla palude) in cui si possono scavare dei pozzi per
l’acqua potabile…
Dopo dieci giorni, trasportato su una lettiga, arriva sul campo di battaglia
il grande malato, Ottaviano. I due generali sono consapevoli che ben presto la
situazione sarà critica: l’autunno è alle porte, arriveranno pioggia, freddo e
nessun aiuto dall’Italia in quanto a cibo e uomini. Bisogna assolutamente
costringere il nemico allo scontro… Dalla parte opposta, per lo stesso motivo,
Cassio vuole temporeggiare: è un generale di grande esperienza e sa bene che
il tempo è dalla sua parte; ben presto il nemico non avrà risorse e inizieranno
le defezioni.
Bruto, invece, inesperto di guerra, vuole combattere subito per imporre la
libertà sull’ultimo volto della tirannia di Cesare, e anche per intervenire prima
che i triumviri completino la costruzione di una diga che avrebbe ostacolato i
rifornimenti dei repubblicani e reso loro impossibile cercare una via di fuga
dal mare… Immaginiamo le loro discussioni nella tenda pretoria al centro di
uno dei due accampamenti, con Bruto che cammina avanti e indietro davanti
a Cassio, facendo grandi discorsi sulla politica e la libertà della patria, citando
gli antichi… Mentre Cassio, seduto, lo fissa senza perderlo di vista, rigirando
l’anello d’oro intorno al dito, con la mente assorta in ben altri problemi.

La prima battaglia di Filippi

A un chilometro e mezzo di distanza, nel campo avversario, in un’altra


tenda di comando, possiamo immaginare la situazione speculare, con Antonio
che dialoga attorno a un tavolo con Ottaviano (ancora febbricitante) e i
principali comandanti delle legioni.
È possibile che nel frattempo abbiano realizzato mappe dell’area sulla
base delle osservazioni effettuate dai ricognitori, che si sono avvicinati alle
linee nemiche senza essere visti, e delle informazioni estorte ai prigionieri
catturati. Se così è stato, possiamo immaginare Antonio che, appoggiando
entrambe le mani sul tavolo, cerca il punto debole dell’avversario. I suoi
occhi riflettono la fiamma di una lucerna e interrogano a lungo le mappe.
Non si può scatenare un attacco frontale. Il nemico ha lo stesso numero di
soldati ed è ben trincerato all’interno delle sue fortificazioni. Non si può
neanche provare ad aggirarlo, vista la presenza della palude da un lato e delle
montagne dall’altro… Come fare? A un certo punto Marco Antonio abbozza
un sorriso, alza la testa e fissa gli altri, in piedi attorno al tavolo. Forse ha
trovato la soluzione.
Bruto e Cassio non accettano lo scontro perché ricevono costantemente
rifornimenti. E se si provasse a mettere anche i nemici nella stessa
condizione, tagliando loro la linea di approvvigionamenti dal mare? Senza
più rifornimenti saranno costretti a uscire allo scoperto e accettare la
battaglia…
È un’idea ardita. Ma come realizzarla? Con l’esperienza di tanti anni di
battaglie nelle legioni, Antonio ricorre al genio militare dell’esercito. I
legionari infatti non sono solo dei soldati, ma all’occorrenza, come abbiamo
già visto, possono diventare ingegneri, idraulici, falegnami, fabbri. Ogni
legione può contare, al suo interno, su una miriade di specializzazioni che la
rendono una macchina bellica perfetta, capace di distruggere il nemico, ma
anche di edificare strade, ponti, acquedotti, città.
Il piano è semplice: costruire una “strada” nelle paludi ammassando terra
e pietre, e gettando ponti di legno dove l’acqua è troppo profonda… E lo
faranno in gran segreto. Antonio stabilisce che ogni mattina l’esercito uscirà e
si schiererà davanti agli accampamenti nemici con tutte le insegne ben
visibili, facendo credere che tutti gli effettivi siano presenti. In realtà un
nutrito gruppo di soldati, nascosti dai canneti, procederà nei lavori in totale
silenzio. Dopo un’ultima occhiata ai suoi comandanti, Antonio ordina di
mettersi subito all’opera, mentre Ottaviano, in silenzio in un angolo,
annuisce.
Per dieci lunghi giorni, senza sosta, i legionari costruiscono una
massicciata nella palude. Alla fine tutto è pronto e Antonio ordina che di
notte un contingente attraversi gli acquitrini su questa “strada” per occupare
le alture tra l’accampamento di Cassio e il mare, in modo da tagliare loro la
via dei rifornimenti.
La mattina seguente Cassio si accorge della sorpresa, ma anziché
attaccare il numeroso contingente nemico sull’altura ordina a sua volta che
venga costruita nella palude una “strada” simile, difesa da una palizzata, che
intercetti quella di Antonio in modo da tagliare fuori le truppe avversarie. È
un vero e proprio colpo di genio.
Cassio è senza dubbio una vecchia volpe dei campi di battaglia, ma lo è
anche Antonio, che, accortosi della strategia nemica, ordina l’assalto. Le sue
truppe aggrediscono quelle del rivale. Lo scontro è feroce, e gradualmente,
come un incendio, si estende fino all’accampamento di Cassio… che viene
conquistato e saccheggiato! Mentre accade tutto questo, la battaglia si
accende anche sull’altra ala degli schieramenti: Bruto fa uscire le sue truppe
dall’accampamento e attacca Ottaviano. Cassio Dione racconta che i legionari
dei due schieramenti “alzando il grido di guerra, percossero gli scudi con le
lance e scagliarono i giavellotti gli uni contro gli altri, mentre i frombolieri e
gli arcieri lanciavano dardi e pietre. Infine si affrontarono […] con la
cavalleria e le truppe corazzate che venivano da dietro”. Lo schieramento di
Ottaviano viene travolto e messo in fuga. Bruto, con il suo esercito, non si
ferma, incalza il nemico fino a occupare l’accampamento di Ottaviano (che
però non è presente perché si è fatto da poco trasportare altrove). “E quindi fu
creduto morto; infatti la sua lettiga, ormai vuota, fu trapassata da dardi e
giavellotti scagliati dai nemici” scrive Plutarco. Nell’accampamento tutti
vengono messi a morte: i soldati presi vengono massacrati, compresi i 2000
spartani giunti da poco come rinforzo.
Alla fine della giornata la situazione è la seguente: da una parte Antonio
ha occupato l’accampamento di Cassio, dall’altra Bruto ha occupato
l’accampamento di Ottaviano. È a questo punto che accade qualcosa di
incredibile. Cassio si suicida, per un terribile malinteso causato, forse, da…
problemi di vista!
Ma andiamo con ordine. In effetti Cassio, travolto dalle truppe di Antonio
che occupano il suo accampamento, si è ritirato su un’altura con pochi
uomini, “ma egli non vide niente se non, a malapena, il saccheggio (infatti
aveva vista debole); i cavalieri che erano con lui videro muovere nella loro
direzione molti altri cavalieri: erano stati inviati da Bruto, ma a Cassio
parvero nemici e che fossero al suo inseguimento”, come dice Plutarco.
Il generale manda un suo alto ufficiale verso di loro per capire chi sono. I
cavalieri circondano l’ufficiale facendogli tante feste, felici di vederlo ancora
vivo, e scendono da cavallo per abbracciarlo e stringergli la mano, ma da
lontano Cassio non vede bene, anzi crede che l’ufficiale sia stato accerchiato
dai nemici per essere ucciso. Così entra nella tenda con uno dei suoi liberti,
Pindaro. “Tiratasi la clamide sulla testa e denudatosi il collo, lo presentò al
liberto perché glielo tagliasse. Infatti la testa fu trovata staccata dal busto”
conclude Plutarco, e aggiunge che Cassio muore il giorno del suo
compleanno.
La sua scomparsa è un durissimo colpo per lo schieramento di Bruto, il
quale non organizza un grande funerale per non fiaccare il morale delle
truppe. Ma lui stesso è disperato e, sempre secondo Plutarco, definisce
l’amico “l’ultimo dei romani”. A pensarci bene questa morte, così assurda, va
ben oltre la perdita di un abile generale: a uscire di scena infatti è uno dei
grandi artefici dell’assassinio di Cesare, forse quello principale. Sembra
compiersi un destino iniziato il giorno delle Idi di Marzo e che ucciderà a uno
a uno tutti i principali congiurati. Ora rimane solo Bruto…
La scomparsa di Cassio, così inconcepibile, avrà un peso determinante
nelle sorti del conflitto: all’improvviso lo schieramento dei repubblicani ha
perso il suo più abile ed esperto generale.

La seconda battaglia di Filippi

Dopo lo scontro, i due eserciti, molto provati, si ritirano per riorganizzarsi


e per giorni non accade nulla. Le perdite sono state ingenti da ambo le parti:
8000 morti nello schieramento di Bruto e Cassio, 13.000 tra morti e feriti in
quello di Antonio e Ottaviano.
Ora Bruto deve pensare al futuro. È solo e non ha certo l’esperienza
militare di Cassio, tutt’altro. Lui è un politico e appassionato di filosofia, ma
conosce molto bene alcune delle leve profonde che muovono i legionari. È
ben consapevole che ai suoi soldati non piace avere un comandante inesperto.
Così, per assicurarsi il loro sostegno ed evitare defezioni, promette che in
caso di vittoria avranno… libertà di saccheggio nelle città di Salonicco e
Sparta. In un certo senso “regala” città e migliaia di abitanti alla furia
devastante dei soldati, che avranno licenza di uccidere, stuprare, razziare e
incendiare…
Bruto non è meno cinico nei confronti dei prigionieri catturati
nell’accampamento di Ottaviano. Lo studioso François Chamoux evidenzia
che, se da una parte libera tutti coloro che hanno la cittadinanza romana per
accattivarsi la loro simpatia e sostegno, dall’altra fa uccidere tutti gli schiavi a
sangue freddo, essendo troppi da dover nutrire e sorvegliare.
A un chilometro e mezzo da lui, nell’accampamento dei triumviri, le cose
non vanno certo meglio. Un grosso distaccamento navale con a bordo due
delle migliori legioni di Cesare, che stava attraversando l’Adriatico venendo
loro in aiuto, è stato intercettato dalla flotta avversaria e completamente
distrutto.
Inoltre il clima sta peggiorando: piove, fa molto freddo, e il campo
costruito in pianura si è in parte allagato (anche per mano delle forze di Bruto
che hanno deviato un corso d’acqua). E poi mancano i rifornimenti… È
persino necessario inviare un’intera legione nelle retrovie, in Grecia, a
cercare cibo.
Ma il morale è alto grazie alla morte di Cassio. È chiaro a tutti che Bruto
è inadeguato per questo conflitto. Come sottolineato dallo storico Ronald
Syme, “Bruto avrebbe potuto vincere una battaglia, ma non una campagna”.
Bruto, consapevole della propria mancanza di esperienza, adotta la
strategia di Cassio, quella del logoramento dell’avversario senza dargli
battaglia.
Questa volta però sono i suoi uomini a chiedergli lo scontro con il
nemico. Ogni giorno, infatti, Antonio fa uscire le sue truppe e le schiera
davanti all’accampamento di Bruto, ricoprendo gli avversari di insulti e
invitandoli alla diserzione. È una guerra psicologica che Antonio è molto
abile a mettere in atto, vista la sua esperienza. Ad aumentare la pressione su
Bruto ci sono infine le defezioni dei reparti orientali alleati, che abbandonano
il campo di battaglia ritornando in patria.
Alla fine Bruto deve cedere, e accetta lo scontro. È il 23 ottobre del 42
a.C., esattamente venti giorni dopo la prima battaglia.
Immaginate la scena: davanti alle truppe schierate di Antonio, al suono
delle trombe di guerra, i reparti di Bruto uniti a quelli di Cassio escono in
ordine e a loro volta si dispongono davanti al nemico. A fronteggiarsi sono i
due eserciti più potenti che Roma possieda in questo momento: due
sterminate linee di scudi poggiati a terra, su più file, con una selva di pila, i
tipici giavellotti dei legionari, costituiti da un’asta di legno che termina con
una lunghissima e sottile parte metallica dotata di un massiccio puntale.
Dall’alto è ben visibile la scacchiera delle legioni schierate, con i quadrati
delle centurie, la folla dei cavalieri ai lati, e poi i labari e i vessilli al vento.
A guardare questi legionari, ci si accorge che non sono affatto come uno
se li immagina. Sono soldati dell’epoca della Repubblica di Roma, non quelli
dell’Impero (forse più rappresentati nei film), che verranno più tardi. Non
indossano armature costituite dalle tipiche fasce metalliche (lorica
segmentata), bensì una sorta di “cotta” di maglia di ferro (lorica hamata). I
loro scudi non hanno la forma di una tegola, cioè rettangolare, ma sono ovali:
tuttavia sono coloratissimi, dipinti con i simboli dei reparti e con le
scheggiature dell’ultimo scontro bene in vista. Gli elmi, poi, non sono quelli
classici che si vedono abitualmente sui libri e nei documentari, dotati di un
ampio “ventaglio” protettivo sulla nuca e di una specie di spessa visiera sulla
fronte per fermare i fendenti. Sono ancora del tipo “Montefortino”, cioè
hanno una forma sferica con una punta in cima, dalla quale emerge a volte un
insolito ciuffo di crini di cavallo a formare una “fontana” che ondeggia nei
combattimenti e nelle marce. Spesso ci sono anche delle eleganti penne di
rapaci fissate su ambo i lati dell’elmo, che si innalzano come antenne
(l’abitudine di indossare penne di uccelli appartiene a un’antica tradizione dei
guerrieri italici, e se ne trova traccia ancora oggi, per esempio nei cappelli dei
bersaglieri e degli alpini).
Sembra un esercito molto più semplice e “primitivo” rispetto a quelli
imperiali che verranno dopo. In realtà è proprio con questo genere di legioni
che Cesare ha conquistato le Gallie, è sbarcato sulle isole britanniche, e ha
varcato il Reno sconfiggendo sonoramente i germani… Con questo tipo di
armature e di soldati Pompeo, Cassio e Antonio hanno combattuto in Spagna,
Asia Minore, Egitto e Nordafrica. Queste legioni sono animate da una “fame”
di vittoria e di conquista che forgerà i confini di Roma, plasmando il futuro
Impero romano che attraverserà i secoli.
I due schieramenti rimangono uno di fronte all’altro per ore, senza che
nulla accada. A tratti si innesca una guerra psicologica: un soldato insulta il
comandante nemico, oppure lancia un urlo di guerra seguito da migliaia di
suoi commilitoni che producono boati frastornanti. L’altro schieramento
risponde battendo ritmicamente le lance o i gladi sugli scudi. Reparti alleati
di guerrieri barbari intonano i propri canti di battaglia, e spesso emettono un
lungo suono premendo la bocca nell’incavo dello scudo producendo un
lugubre ululato collettivo chiamato dai romani barritus (la radice comune con
la parola “baritono” vi fa intuire quanto sia grave la sua tonalità). Gli scudi
diffondono con basse frequenze questo suono, che alla lunga finisce per
stimolare il sistema ortosimpatico dei soldati avversari, generando ansia.
È difficile descrivere in tempi moderni questi aspetti delle battaglie, che si
basano soprattutto sull’alto numero di persone coinvolte: gli unici luoghi
dove si può assistere oggi a fenomeni simili sono gli stadi, con le folle che
intonano cori o urlano in massa per un gol…
Il colpo d’occhio è impressionante: decine di migliaia di legionari sono
pronti a scattare, con gli elmi che scintillano al sole, i vessilli che ondeggiano
al vento, le mani poggiate sui pomelli dei gladi da sguainare o che stringono,
sudate, i pila da scagliare. Sanno che ci sarà battaglia, sanno che sarà quella
definitiva, sanno che entreranno nella Storia… e sanno che molti di loro
moriranno. La cosa che colpisce di più è che si tratta di due armate romane
“gemelle”, in uno scontro fratricida. Mai questo termine è stato così veritiero.
I soldati degli opposti schieramenti spesso si conoscono, talvolta sono amici
o addirittura… parenti. Una tragedia nella tragedia.
Marco Antonio ha la sua corazza da comandante, che gli disegna un petto
scolpito, da atleta. Sotto l’elmo calato sul capo, i suoi occhi sono diventati
freddi e non perdono di vista il nemico neanche un istante, si muovono a
destra e sinistra come quelli di una tigre in gabbia, cercando possibili punti
deboli nello schieramento avversario, ma anche i reparti migliori, contro i
quali opporre una solida resistenza… L’esperienza proietta senza sosta nella
sua mente possibili strategie e scenari, come un giocatore di scacchi prima di
muovere le pedine.
Antonio è sul campo, fra le truppe, si sposta per avere una visuale
migliore, per incoraggiare gli uomini. Il suo cavallo sopporta silenziosamente
l’attesa, scuotendo di tanto in tanto la testa in segno di nervosismo.
Ottaviano, invece, è molto indietro, fissa il vuoto e sembra assente da quando
sono usciti dall’accampamento, a conferma che non ama la battaglia e
l’azione, preferendo le strategie e gli intrighi… Di tanto in tanto ha intravisto
Bruto, lontanissimo, comparire nelle retrovie dei suoi schieramenti con il
mantello purpureo. Questa mattina, prima di uscire dall’accampamento,
l’assassino di Cesare ha parlato ai soldati con un discorso dai toni patriottici,
usando termini aulici, da filosofo, che probabilmente, a tratti, molti legionari
non hanno compreso… Lui non può saperlo, ma questa adlocutio, il discorso
di incitamento che i comandanti fanno ai loro soldati prima di ogni battaglia,
sarà l’ultima di un generale della Repubblica di Roma. Tra qualche ora si
chiuderà per sempre questo capitolo della storia antica. Tra qualche ora,
quando il sole sarà tramontato, la Repubblica di Roma cesserà
definitivamente di esistere, e con essa qualunque speranza di farla tornare in
vita…
Rispetto ad Antonio e Ottaviano, Bruto ha uno svantaggio: non è sicuro di
potersi fidare al cento per cento dei suoi soldati. Alcuni rapporti interni,
secondo Plutarco, gli hanno segnalato possibili diserzioni. La sua mancanza
di carisma militare e la scarsa esperienza di battaglie preoccupano i legionari,
che temono di morire per l’ingenuità bellica del loro comandante. E in effetti,
dopo alcune ore di attesa, ecco una prima, plateale defezione: un brillante
cavaliere gallo di nome Camulato avanza verso lo schieramento avversario e
cambia letteralmente campo…
Bruto lo guarda, come decine di migliaia di soldati nei due eserciti. Il suo
volto diventa rosso dalla rabbia e, prima che altri possano seguirlo creando un
devastante effetto a catena, ordina l’attacco. Come un’eco, la sua parola
genera una serie interminabile di ordini urlati che si diffondono in tutte le file
dell’esercito. Le tubae di guerra suonano il segnale di attacco. I labari e le
aste con i simboli delle legioni e delle centurie vengono puntati verso il
nemico. Migliaia di scudi vengono alzati e selve di lance ora ondeggiano
nell’aria. Le urla, le grida, i canti di guerra si fanno assordanti. È la Storia che
ringhia, sapendo che questo giorno verrà ricordato per millenni.

Nella mischia

Sono le tre del pomeriggio. Il sole inizia a calare. La sua luce,


all’improvviso, sembra attenuarsi impercettibilmente, come quando passano
stormi di uccelli: in realtà a oscurare il suo disco luminoso è una pioggia di
frecce, dardi, proiettili scagliati contemporaneamente da ambo gli eserciti. Il
sibilo di migliaia di frecce riempie l’aria per qualche secondo, ammutolendo
ogni altro rumore. Sembra il ronzio di un colossale sciame di enormi vespe
dotate di dardi mortali. In quei pochi istanti, tutti capiscono che per molti la
vita sta per finire. Ma non c’è tempo per pensare: decine di migliaia di scudi
vengono alzati sopra le teste formando un “tetto” sui soldati. Le legioni si
ricoprono di squame, come il corpo di un pesce. Ma tante frecce trovano un
varco tra uno scudo e l’altro, trafiggendo molti uomini, che crollano a terra.
Ben più devastante è l’impatto delle immense “frecce” degli scorpiones,
simili a enormi balestre con cavalletto, equivalenti per gli effetti agli attuali
cannoni di piccolo calibro. I loro colpi sono tremendi, sembrano fulmini che
cadono sulla folla dei soldati, con una precisione chirurgica che ancora oggi
sorprende gli esperti.
In questa pioggia di morte risuonano come tuoni i colpi delle varie
macchine da guerra. Gli onagri (letteralmente “asini selvatici”), simili a
“catapulte”, sono posizionati alle spalle dei soldati all’attacco, e con dei tiri a
parabola scagliano sul nemico pietre sferiche di dimensioni che vanno dalle
noci di cocco ai cocomeri. Ogni colpo fracassa crani, rimbalza impazzito,
mutila più corpi in fila prima di fermarsi. È agghiacciante sentire i rumori
sordi degli scudi che implodono; quelli metallici di elmi che si spezzano;
quello cupo delle teste che si aprono; quello vivo delle carni che si strappano;
quello secco delle ossa che si frantumano… peggio ancora è sentirli tutti
contemporaneamente… La morte ghermisce così, in pochi secondi,
moltissimi soldati.
Lo spettacolo per chi è vicino è ripugnante. Il compagno d’armi con cui
parlavi qualche secondo prima ora è a terra, una massa informe di sangue e
armatura. Chi non ha mai visto questo orrore viene colto da conati di vomito
e terrore. Ma non può scappare. Arrivano nuove ondate di proiettili, chiamati
“ghiande missili”, dai frombolieri: hanno la forma e le dimensioni di un
dattero e vengono lanciati con incredibile precisione, nello stesso modo in cui
Davide ha atterrato Golia. Il roteare delle fionde nell’aria genera un suono
corale, simile a quello delle sirene, che arriva fino al nemico e genera
entusiasmo nelle file amiche, ma sgomento in quelle avversarie, preparandole
a una pioggia di morte. Quando vengono scagliati in massa, i proiettili
ricordano quelli moderni, sia perché sono di piombo, sia perché hanno una
forma allungata e arrivano quindi con una forza d’impatto e di penetrazione
impressionante, in grado di attraversare elmi e corpi.
Già si contano le prime schiere di morti, ma è solo l’inizio della battaglia.
Ora avanzano i legionari con, in prima fila, le truppe ausiliarie. È un muro
di scudi che vi viene incontro. Ognuno ha una colorazione vivace, blu, verde,
gialla, rossa, a seconda delle centurie, dei reparti e dei soldati. Sono decorati
con figure dipinte che rappresentano animali (simboli della legione o della
centuria), tuoni, lampi, grandi stelle, oppure “greche” decorative. Pur nel
rispetto dei simboli di reparto, c’è molta fantasia, e numerose sono le
differenze tra uno scudo e l’altro: in particolare, in confronto alle targhe
albae (cioè gli scudi bianchi o senza decorazioni delle reclute), si
riconoscono – e fanno paura… – gli scudi decorati dei veterani.
Sull’ala sinistra è lo stesso Bruto a comandare le truppe, che forse per
questo dimostrano molta decisione e impeto nel loro attacco.
Quando le linee nemiche sono a portata di tiro, i legionari si fermano e
scagliano bordate di pila per forare lo scudo avversario con la loro punta
massiccia e proseguire la corsa grazie all’asta, che essendo più sottile si infila
agevolmente nel foro andando a “cercare” il corpo del nemico. Se non lo
trova, tutta l’asta metallica si piega e si accartoccia sullo scudo, rendendolo
inservibile. E un uomo senza scudo, nell’imminente corpo a corpo, ha la sorte
segnata…
Equivalenti a colpi di mitra, le bordate di pila abbattono molti altri
legionari avversari, i quali a loro volta hanno scagliato le stesse armi sui
soldati di Bruto. È una guerra fratricida, con armi e tecniche identiche…
Dopo pochi istanti avviene il contatto tra le due linee. Gli ultimi metri
sono fatti correndo, con il gladio nella destra e lo scudo sulla sinistra, urlando
a squarciagola. Il clamore generale viene rotto dal rumore sordo dell’impatto
degli scudi, che ricorda quello di tante assi lasciate cadere a terra. E poi c’è
quello metallico delle armi. Grida confuse, urla strazianti. Mai sentito il
suono di una lama che affonda nella carne? La mischia produce un coro
assordante di rumori sinistri che sembrano un potente schiaffo a tutto ciò che
rende l’uomo diverso dagli animali…
Davanti agli occhi ormai c’è solo una folla sterminata e confusa di esseri
umani in lotta, con gladi che si alzano per un attimo per poi affondare nella
mischia e spegnere una vita. La distesa di soldati che combattono sembra un
oceano di corpi che ribolle fino all’orizzonte. I vessilli e i simboli dei reparti
ondeggiano in questo mare, quasi fossero alberi di navi durante una tempesta.
Ci si chiede davvero dove ogni uomo trovi la forza di lottare, se non nella
disperata voglia di vivere, anzi, di sopravvivere.
A un segnale, su un lato compare la cavalleria di Bruto. Orde di cavalieri
galli, alleati, si lanciano sull’esercito di Antonio e Ottaviano, in appoggio alle
truppe dell’assassino di Cesare. I cavalli travolgono i legionari, i loro fendenti
scendono come mannaie sui corpi di chi non si sposta. Quasi fosse un
immenso ariete, la massa dei cavalieri sfonda lo schieramento nemico che ora
ondeggia, si disunisce, e cede terreno. La mossa di Bruto è vincente: il suo
schieramento infatti sta sfondando il fronte nemico, che ora tende a sbandare.
Bruto sta vincendo. E la sua è una vittoria netta.
Ma cosa accade dall’altra parte del campo di battaglia?
Sul lato sinistro le cose non vanno bene per Bruto. Anzi. I soldati di
Ottaviano e Marco Antonio tengono duro e lentamente respingono quelli di
Bruto, che cedono terreno, “come se stessero facendo indietreggiare una
macchina pesantissima” specifica Appiano.
È un momento cruciale della battaglia e Cassio Dione ci regala un
racconto vivido di questo istante, quasi fosse un inviato speciale all’interno
della mischia. Le sue parole sono terribili: “Forte fu l’urto e forte il cozzare di
spade. In principio ognuno cercava di colpire l’avversario senza farsi colpire,
tutto intento a uccidere chi gli stava di fronte, salvando se stesso; poi,
crescendo l’impeto e l’ardore guerresco, la zuffa divenne generale e
disordinata, e tutti, senza badare alla propria incolumità, furono presi dalla
brama di fare strage di nemici, sfidando il pericolo. Alcuni gettavano via gli
scudi e, assalendo i nemici che stavano di fronte, li strangolavano per mezzo
dell’elmo e li colpivano alle spalle, oppure strappavano loro la corazza e li
ferivano nel petto; altri tenevano ferma la spada dei nemici rendendoli
pressoché inermi e poi li trafiggevano con la propria […]. Alcuni si
avvinghiavano l’un con l’altro e in tal modo non riuscivano a colpirsi e
morivano in questo intreccio di spade e di corpi. Chi cadeva per un solo
colpo, chi per molti; non si accorgevano neppure delle ferite, perché la morte
precedeva la sofferenza, né emettevano gemiti per la morte, perché non
arrivavano a sentire dolore. C’era chi, nell’uccidere un nemico, non pensava
neppure, nella gioia del suo atto, di poter essere ucciso; e colui che cadeva
perdeva ogni capacità di sentire e non si accorgeva di ciò che gli era
capitato”.
Il racconto di Cassio Dione è quello di una battaglia furibonda e
selvaggia, dove si perde ogni ordine e strategia. Si cerca solo di uccidere per
sopravvivere…
Questa mischia finisce per logorare lo schieramento di Bruto: la sua ala
sinistra si indebolisce sempre più al centro, poi cede e si spezza. I soldati a
questo punto si danno alla fuga. In pochi istanti la dea della Vittoria ha scelto
su quale schieramento posarsi (ecco perché viene rappresentata con le ali:
sorvola a lungo il campo di battaglia per poi posarsi improvvisamente e
spesso a sorpresa su uno dei contendenti): quello dei triumviri Antonio e
Ottaviano.
È un massacro. Marco Antonio sa che non bisogna fermarsi a questo
punto e dà ordine di attaccare le porte dei campi nemici per impedire
all’avversario di rifugiarsi al loro interno. Malgrado la pioggia di frecce dalle
torri e dalle palizzate, i suoi soldati espugnano gli accampamenti
costringendo gli avversari alla fuga sui monti, nelle foreste o verso il mare.
Antonio non si ferma, ordina di inseguirli e dà lui stesso la caccia ai
fuggiaschi con un solo obiettivo in mente: catturare Bruto.
Sono in molti a morire per difenderlo, e altrettanti a sacrificarsi per
consentirgli la fuga. E c’è a questo proposito un episodio curioso raccontato
da Plutarco, che descrive il coraggio di un compagno di Bruto, di nome
Lucilio, che si fa passare per lui e si consegna ai soldati nemici chiedendo di
vedere Antonio. Ovviamente Antonio conosce bene Bruto e non appena
scorge Lucilio portato dai suoi soldati trionfanti si rende conto che c’è stato
uno scambio di persona. Ma si dimostra magnanimo (un aspetto che avrà
sempre e che tanti grandi condottieri di Roma, Cesare in testa, hanno sempre
amato mostrare per aumentare il proprio valore) pronunciando, pare, queste
parole: “Cercavate un nemico e siete arrivati portando un amico; per gli dèi,
se avessi qua Bruto vivo, non saprei che trattamento riservargli; che mi sia
concesso di avere uomini come questo per amici piuttosto che per nemici”. E
dicendo queste parole abbraccia Lucilio, che da ora in poi rimarrà al suo
fianco e lo servirà sempre con grande fedeltà e lealtà.

La fine di Bruto

Marco Antonio e Ottaviano osservano il campo di battaglia disseminato


di corpi immobili, in posizioni innaturali, di feriti che si trascinano, di lance
spezzate, scudi sfondati, spade abbandonate e aste piantate nel terreno con
vessilli che ondeggiano tristemente. Su questo paesaggio di morte e
desolazione, gli uccelli si sono rimessi a cantare e il sole tramonta restituendo
una pace irreale. Riflessa nei loro occhi c’è più della fine di un giorno su un
campo di battaglia: Cesare è vendicato.
Bruto, intanto, si è dileguato ed è introvabile. In realtà non è molto
distante. Si trova in un vallone solitario insieme a pochi compagni, dove
medita per tutta la notte. Questi poi racconteranno ciò che accadde in queste
ore. Essendo uomo di grande cultura, trova conforto, ispirazione e forza per
affrontare le ultime ore della sua vita più nei filosofi che tra i suoi soldati. Gli
ritornano in mente i versi di poeti greci. E sembra, racconta Cassio Dione,
che a un certo punto della notte abbia recitato quelli di una tragedia che vede
Ercole spossato dalle tante prove superate e pieno di amarezza (proprio come
lui): “O misera virtù, eri solo una parola e io ti adoravo come una cosa reale.
Ma tu eri schiava del caso”.
Nel cuore della notte, dopo aver dato le sue ultime disposizioni ai servi,
che scoppiano in lacrime, chiede agli amici di aiutarlo a suicidarsi, ma tutti si
rifiutano. Approfitta allora di un momento di confusione, quando qualcuno
urla a tutti di scappare da quel luogo che ormai è diventato troppo pericoloso,
e si allontana con due compagni, uno dei quali è Stratone, suo grande amico
dai tempi degli studi di retorica. Sono tutti armati, con il gladio in pugno,
visto che in qualunque istante potrebbero essere scoperti e catturati. A un
certo punto Bruto si avvicina a Stratone, prende a due mani il gladio
dell’amico, lo rivolge verso di sé e si trafigge, morendo tra le sue braccia.
Secondo altri racconti, è lo stesso Stratone, in lacrime e convinto dalle sue
preghiere, a puntargli contro la spada, voltando la testa altrove. Con grande
coraggio, Bruto avrebbe appoggiato il petto con forza sulla lama, spingendo
senza esitazioni in modo che lo attraversasse.
Così sarebbe morto l’ultimo grande congiurato delle Idi di Marzo, anche
lui ucciso da una lama, anche lui in mezzo a sofferenze ed emorragie…
Certo, a questo punto tutti ci chiediamo cosa sarebbe accaduto se Giulio
Cesare non fosse stato ucciso. A quest’ora della notte, Bruto sarebbe stato a
Roma a dormire tra le braccia della moglie, dopo un banchetto. Cassio
avrebbe potuto dare altri consigli al figlio ormai maggiorenne. Cicerone
sarebbe stato intento a scrivere al lume di una lucerna l’ennesima orazione
che poi migliaia di studenti avrebbero dovuto tradurre a scuola… Cesare
sarebbe stato in una tenda da qualche parte in Medio Oriente, forse in Siria, a
gustarsi i suoi successi, insieme a Ottaviano… Anche i legionari distesi nella
piana di Filippi, feriti, morti o moribondi, sarebbero stati con lui, e molti
sarebbero stati ancora vivi…
Ma le cose sono andate diversamente, in una sorta di sliding door della
Storia. E ora siamo qui, in un vallone non lontano dal campo di battaglia, con
Marco Antonio di fronte al corpo senza vita di Bruto.
Davanti ai suoi occhi c’è la visione più completa della sua vittoria. Ha
parole di fuoco nei confronti del cadavere: alcuni mesi prima, Bruto era stato
responsabile dell’uccisione di suo fratello Gaio, giustiziato per vendicare la
morte di Cicerone. Ma poi fa avvolgere il corpo con un manto di porpora e
ordina che le spoglie vengano mandate alla madre Servilia.
Le cose non andranno così a causa di due “imprevisti”: la porpora verrà
rubata, e lui avendolo saputo farà uccidere l’autore del furto. A scompaginare
le cose interverrà quel ragazzo debole, malaticcio e dall’indole poco guerriera
che è Ottaviano. Un ragazzo però che mostra già quel cinismo pazzesco che
caratterizzerà tutta la sua vita. È lui a ordinare che la testa di Bruto venga
mozzata e inviata a Roma per essere deposta ai piedi della statua di Cesare,
ma, come racconta Cassio Dione, “un’ondata, abbattutasi sulla nave che la
trasportava, trascinò nei flutti la testa di Bruto”. In effetti, nessun antico ha
mai descritto la testa di Bruto a Roma posta ai piedi di una statua di Cesare.
Così si conclude il lungo racconto dell’assassinio di Cesare. Ormai la Storia,
con la notte che avvolge la piana di Filippi, volta letteralmente pagina. Con
l’alba si apre un nuovo capitolo che vedrà protagoniste tre figure
sopravvissute alle vicende che abbiamo appena raccontato, animate da due
tipi di passione: l’amore e l’odio. Sono Marco Antonio, Cleopatra e
Ottaviano.
7

CLEOPATRA E ANTONIO SI INCONTRANO

Il destino sceglie di andare verso Cleopatra

Come sempre accade dopo una grande battaglia, nei giorni successivi si
raccolgono le armi dei caduti, ammassando quelle dei vinti in grandi cumuli,
e si contano i morti, che vengono spogliati degli oggetti di valore. È
impossibile cremare 30-40 mila cadaveri o più, lo si è fatto solo con quelli
più illustri (e dello schieramento dei vincitori). Nelle tende, i medici militari,
quasi tutti di origine greca, lavorano senza sosta cauterizzando ferite e
amputando arti con un’abilità e una rapidità che lascerebbero a bocca aperta i
chirurghi del giorno d’oggi. Non si conoscono ancora i batteri, ma i medici
sanno che la natura concede loro solo ventiquattr’ore per intervenire,
dopodiché le ferite iniziano irrimediabilmente a infettarsi. Non esistono le
moderne anestesie e si dispone solo di pochi blandi analgesici a base di
composti derivati dall’oppio, insufficienti per le migliaia di feriti e moribondi
portati a flusso continuo nelle infermerie da campo. Tanti muoiono in mezzo
ad atroci tormenti. Le urla, le grida, i gemiti dei feriti riempiono l’aria, per
poi affievolirsi sempre più, fino a spegnersi del tutto…
La sorte dei prigionieri non è meno crudele. In genere i legionari, preziosi
in quanto soldati di professione, vengono quasi sempre risparmiati anche
perché pronti a essere reinquadrati sotto la bandiera del vincitore. A cadere
semmai sono uomini di comando o di alto livello gerarchico. A Filippi
tuttavia ci sono delle drammatiche eccezioni. In queste ore Ottaviano
dimostra una cattiveria e un cinismo sconvolgenti. Sembra quasi provare un
piacere sadico nell’ordinare la morte dei soldati nemici, come nel caso di un
padre e di un figlio, che vengono portati al suo cospetto e costretti a
inginocchiarsi davanti a lui. I due chiedono di aver salva la vita, ma
Ottaviano ordina che si giochino la salvezza tirando a sorte. Il padre si offre
di morire al posto del figlio e viene ucciso dallo stesso Ottaviano ma il
ragazzo, straziato dal dolore, si toglie la vita a sua volta.
Agli occhi di noi moderni la crudeltà di Ottaviano può apparire
sorprendente, e si spiega solo con l’immaturità di un ventenne a cui il potere
illimitato ricevuto grazie alle vicende della Guerra civile dà un senso di
onnipotenza. È un mix pericoloso, che trasforma la sua insicurezza – in
mezzo a rudi militari con esperienza, lui è malaticcio e privo di capacità
belliche – in arroganza. Un’arroganza che sfocia poi in un potere che, sui
campi di battaglia, diventa di vita e di morte su tutti. In lui albergano già la
freddezza e la capacità di calcolo che lo accompagneranno per sempre,
consentendogli di imbastire il futuro impero…
Oggi il padrone incontrastato della scena è Marco Antonio. È lui il vero
artefice della vittoria, e tutti concordano che sia lui l’uomo più potente di
Roma. Secondo Appiano, nel tempo si è costruito “la reputazione di essere
invincibile che si era guadagnato a Filippi e che continuava a ispirare
terrore”.
Nei giorni seguenti, Antonio e Ottaviano decidono di cambiare i termini
del patto che ha portato al triumvirato: di fatto esautorano Lepido, accusato di
avere stretto accordi sotterranei con la fazione nemica (in particolare con
Sesto Pompeo e la sua potente flotta), e si spartiscono i domini di Roma. A
Ottaviano tocca la Spagna, oltre all’ingrato compito, essendo ancora il meno
influente dei tre, di confiscare terreni per i legionari vincitori nella battaglia
di Filippi; ad Antonio vanno invece la Gallia e le province orientali, e a
Lepido l’Africa. Da questo momento la Gallia Cisalpina, che comprende
buona parte della Pianura Padana e del Veneto, smette di essere una provincia
e viene inclusa nell’Italia, unendo politicamente per la prima volta l’intero
stivale e anticipando di diciannove secoli buona parte della geografia della
nostra nazione.
In base a questo accordo, Antonio dovrà mettere ordine nelle province
orientali, che erano state la base per le azioni di Bruto e Cassio,
neutralizzando eventuali sacche di resistenza. Il vero scopo di questa
“pulizia” geografica è anche un altro: raccogliere molto denaro da distribuire
ai soldati, come promesso al momento della formazione del triumvirato.
In quest’epoca, di fatto, è l’esercito a determinare la Storia. Il perno del
potere sono sempre le legioni, per comandare bisogna averne alle spalle
molte, ma per averle bisogna pagarle, e per raccogliere soldi (se non si è
ricchissimi) occorre ottenerli da città e popolazioni con la forza.
Marco Antonio parte così per l’Oriente con due legioni fornite da
Ottaviano, al quale, in cambio, garantisce lo stesso numero di uomini in Italia
per combattere Sesto Pompeo.
È una decisione determinante, perché lo porterà a incontrare Cleopatra.
Ma come mai ha scelto di allontanarsi da Roma, che è il centro del
potere? Ci sono due motivi. Il primo è quello di lasciare a Ottaviano, che
rientra in Italia, una bella gatta da pelare: soddisfare le promesse fatte ai
veterani, dando loro soldi e terre. Un compito complicato e difficile che
genererà parecchi problemi. In Oriente, invece, la situazione è diversa, ci
sono molti piccoli sovrani vassalli, ricchissimi, su cui estendere il dominio
aumentando così la propria potenza finanziaria in vista di nuovi progetti. E
questo è il secondo motivo della sua scelta. Marco Antonio ha in mente la
grande spedizione contro i Parti, mai realizzata da Cesare ma che tutti i
romani aspettano dai tempi dell’umiliante sconfitta di Carre (avvenuta undici
anni prima e nella quale perirono migliaia di soldati, compreso Crasso, che
insieme a Cesare e Pompeo aveva costituito il famoso Primo Triumvirato).
Ha intenzione di vendicare quell’onta in modo da entrare nel pantheon dei
più grandi condottieri romani di tutti i tempi, accanto a Cesare e ad altri
celebri nomi della storia di Roma…
Ma forse c’è anche un’altra ragione che lo spinge in Oriente e nelle
braccia di Cleopatra. Antonio ha già combattuto laggiù come un anonimo
ufficiale di cavalleria. Ha certamente conosciuto e subito il fascino delle
atmosfere di quei luoghi e delle sue genti. E vuole riassaporarle, tornando in
Grecia per ammirare quella che tutti i romani considerano una patria culturale
e perdersi nelle feste, nei riti, nelle tradizioni, nello stile di vita. E poi vuole
andare oltre, spingersi nelle terre d’Oriente fino ad arrivare in Egitto, una
terra che già conosce e che esercita su di lui un fascino unico. “Lo stesso che
subirono tutti i suoi conquistatori, da Alessandro Magno, a Cesare e
Napoleone” ha scritto lo storico Hermann Bengtson, che aggiunge: “Come
poteva Antonio rinunciare a tutto questo? […] I cuori gli si fecero incontro:
per la prima volta era arrivato un romano che sapeva comprendere l’Oriente e
i suoi abitanti; la sua comparsa avrebbe segnato un’epoca nuova per quelle
terre e impresso su tutti i contemporanei un’orma incancellabile”.
Un nuovo Dioniso

Antonio lascia il campo di battaglia, non prima di aver fondato una


colonia con i veterani della XXVIII legione, che hanno combattuto qui la loro
ultima battaglia, e va ad Atene, dove trascorre l’inverno.
È il suo ingresso nel grande affresco orientale della Storia. E subito si
propone come un protagonista: ordina il restauro di templi, elargisce
donazioni alla città ecc. Sa che già nel 44 a.C. Bruto è stato accolto ad Atene
come un leader-filosofo e quindi anche lui, molto astutamente, partecipa a
conversazioni letterarie, a iniziazioni misteriche e a spettacoli agonistici. E
poi visita Megara e il santuario di Delfi, per il quale decide un importante
restauro. Sovrintende inoltre come arbitro ad alcune controversie giudiziarie,
mostrando un grande equilibrio. Si scrolla di dosso, insomma, quell’etichetta
che i greci spesso affibbiano ai generali romani, e cioè di rozzi e stolti
combattenti. È un successo diplomatico, come racconta Giusto Traina: “Per
questa politica fu insignito degli importanti titoli di ‘filelleno’ e di
‘filoateniese’; ad Atene si celebrarono in suo onore le feste ‘Antonie
Panatenee’”.
Passano pochi mesi, e dai trionfi di Atene Antonio si sposta in Asia
Minore. Anche qui miete una sequenza impressionante di successi. Le parole
di Plutarco sono emblematiche: “I re venivano a porgergli ossequio e le
mogli dei re si lasciavano da lui sedurre, cercando di superarsi a vicenda nel
fargli doni e nel mostrarsi belle”. Ma in questo viaggio c’è anche un lato
oscuro che lo accompagna nei suoi divertimenti. Non rinuncia al piacere per
il lusso, l’ozio e gli svaghi, circondandosi di personaggi di dubbia fama e di
bassa estrazione che vanno ad aggiungersi a quelli venuti a trovarlo dall’Italia
dopo la vittoria di Filippi. È una sorta di “corte della lussuria”, degli eccessi,
della volgarità e soprattutto dell’ignoranza, che Plutarco descrive in modo
lapidario e interessante con parole che evocano immediatamente “corti”
simili accanto a tanti potenti nei secoli seguenti, anche in tempi più recenti.
“Citaredi come Anassenore, flautisti come Suto, un certo Metrodoro ballerino
e una tale altra congrega di artisti asiatici, che superavano per impudenza e
insulsaggine la funesta compagnia venuta dall’Italia, si rovesciarono nella sua
corte e ne divennero i governanti: non c’era più misura, dato che tutti si
lasciavano trascinare a questi divertimenti. Infatti l’Asia intera era piena di
fumi d’incenso e insieme di peani e di gemiti.”
Sono parole forti, nelle quali, a secoli di distanza, dobbiamo tuttavia
mettere in conto una velata propaganda a favore di Ottaviano da parte di
Plutarco.
Ancora più trionfale è l’arrivo di Antonio a Efeso, che conia in suo onore
addirittura una moneta con i volti dei triumviri. Il suo ingresso attraverso le
porte della città è memorabile. Lo precedono donne vestite da baccanti,
insieme a uomini e bambini vestiti da satiri e da Pan, edifici e strade sono
ricoperti di edera, mentre cetre, zampogne e flauti accompagnano il suo
passaggio. La gente si affaccia alle finestre e forma due lunghe ali ai lati del
corteo. Tutti lo celebrano come Dioniso benefico e soave. Probabilmente
Antonio stesso si accorge delle acclamazioni in greco (che lui parla
correntemente) che lo accostano a questa divinità, Dioniso, una delle più
importanti del pantheon ellenistico. Lo stesso si ripete in tante altre città.
Divinità legata al vino, all’estasi, alla liberazione degli istinti, ma anche al
teatro, in effetti sembra descrivere e riassumere perfettamente i piaceri di
Antonio in questa “tournée” nelle terre d’Oriente.
In realtà l’appellativo di “Nuovo Dioniso”, una delle principali divinità
ellenistiche, è il frutto delle grandi speranze che città e popolazioni ripongono
in lui. Secondo lo storico Joachim Brambach “non era un atto di mera
adulazione. I greci e gli orientali in generale deponevano infatti grandi
speranze sul loro nuovo signore, un romano molto più simpatico di
personaggi come Silla, Cesare, Bruto o Cassio. Sia in Grecia che nel Vicino
Oriente Antonio ricevette attestazioni di entusiasmo tali quali non furono
riservate a nessun altro romano né prima né dopo di lui”. E lui ha gioco facile
con gesti di grande impatto “mediatico”, come diremmo oggi. Ricordate la
città di Xanto, distrutta da Bruto dopo un lungo assedio? Ebbene, Antonio
fornisce aiuti per ricostruirla ed esenta gli abitanti di tutta la regione dal
pagamento delle tasse. Fa la stessa cosa a Laodicea (dove era morto
Dolabella) e a Tarso, proprio nella città in cui tra pochi mesi incontrerà
Cleopatra. Anche se ancora non lo può immaginare, in quel luogo la sua
esistenza cambierà in pochi istanti, quando vedrà arrivare la donna della sua
vita.
Per il momento Marco Antonio si gode il successo, ma non dimentica il
motivo per cui è qui. E cioè ristabilire l’ordine e preparare una grande guerra
contro i Parti. Incontra quindi molti sovrani dei regni clienti che si trovano
lungo i confini orientali e rimette in riga quelli che si erano schierati dalla
parte degli assassini di Cesare.
Pur trattandosi di delicate occasioni ufficiali, a volte questi incontri
sfociano in altri “settori” della vita, facendo riemergere il latin lover (… è
proprio il caso di dirlo) che è in Antonio. Succede per esempio in
Cappadocia, nell’importante centro abitato di Comana, dove vive una donna
bellissima di nome Glafira. È la moglie del sommo sacerdote di Bellona, che
comanda la città. Non appena la vede, Antonio se ne invaghisce e i due hanno
una rovente liaison, molto intensa e duratura. Pare che la sua bellezza solare e
prorompente fosse famosa ovunque. Ma non è solo bella. È anche una donna
intelligente, abile e scaltra, un po’ come Cleopatra. Grazie al suo rapporto
personale con Marco Antonio riesce a far assegnare al figlio maggiore
Sisinna il trono del regno di Cappadocia. Non sappiamo come abbia reagito il
marito, ma c’è ben poco da fare di fronte al più potente generale dell’epoca
con due legioni al seguito… Glafira ha agito in modo incredibilmente simile
a Cleopatra, irretendo Antonio per mettere il figlio sul trono… E non sarà una
storia passeggera. Sappiamo dagli antichi che ci sono voluti cinque anni di
contesa dinastica, essendo il trono di Cappadocia già occupato da un sovrano
legittimo, Ariarate X. Sarà quindi un’usurpazione graduale, sulla quale alla
fine Marco Antonio porrà il suo “sigillo”, perché sarà proprio lui a destituirlo
per nominare come nuovo re il figlio di Glafira, con il nome di Archelao di
Cappadocia. Tutto ciò accade nel 36 a.C. Sapete cosa significa? Che Antonio,
pur stando ormai “stabilmente” con Cleopatra, quasi certamente ha ancora
una relazione aperta con Glafira…

Durante i mesi che trascorre in Asia Minore, Antonio convoca sovrani e capi
di comunità religiose di diverse città per ottenere consensi e intessere
numerose alleanze, che gli serviranno da base per la guerra contro i Parti ma
anche per consolidare il proprio potere in Oriente.
Tra i sovrani che contatta e convoca c’è anche… Cleopatra. Essendo la
regina d’Egitto, dispone infatti di una grande flotta e di immense ricchezze
che rendono il suo appoggio cruciale per le operazioni militari.

L’invito a Cleopatra

È l’inizio dell’estate del 41 a.C. In una calda mattina, nel bianco dei
marmi di un palazzo sovrastato da un intenso cielo azzurro, Marco Antonio
consegna a un uomo di fiducia una lettera con cui chiede alla regina di
presentarsi a Tarso, città della Turchia meridionale. Si tratta di Quinto Dellio,
un consumato diplomatico, ottimo conoscitore dell’Oriente, amante del vino
e della bella vita, che Antonio utilizzerà per dieci anni come intermediario in
tutte le più importanti e delicate vicende mediorientali. È talmente abile da
superare indenne tutti i cambi di potere che sconvolgono quest’epoca: dopo
l’assassinio di Cesare è passato da un cesariano come Dolabella a un
cesaricida come Cassio; morto quest’ultimo nella battaglia di Filippi, entra
nelle file di Antonio e vi rimane per dieci anni. Poi, poco prima della
battaglia di Azio, che vedrà la sconfitta di Antonio e Cleopatra, passerà in
quelle di Ottaviano, vivendo con tranquillità il resto della propria vita sotto il
regime augusteo. Un “voltagabbana” di primissimo ordine, insomma, o, come
si dice, “un uomo abile nel correre in soccorso dei vincitori”…
Il viaggio di Dellio è stato preceduto da svariate lettere che Antonio ha
inviato a Cleopatra, invitandola a comparire a Tarso, senza tuttavia ottenere
risposta… Il motivo è evidente, ed è legato all’etichetta: una regina non si
abbassa a rispondere a un magistrato romano. Anche perché nella
popolazione di Alessandria serpeggia ancora un marcato sentimento
antiromano. Ma cosa c’era scritto in quelle lettere? Stando a Plutarco, la
regina viene convocata affinché “si giustificasse dalle accuse che le venivano
mosse, di aver fornito molti mezzi a Cassio e ai suoi legati e di averli aiutati
nella guerra”. Il riferimento è alle legioni di stanza ad Alessandria che,
guidate da Allieno, erano passate senza combattere dalla parte di Cassio.
Oggi sappiamo che Cleopatra non ne fu responsabile in alcun modo, ma è
possibile che Antonio volesse vederci chiaro, oltre ad avere spiegazioni sul
mancato arrivo della flotta egizia, che sarebbe dovuta giungere in suo aiuto
prima della battaglia di Filippi. Anche in questo caso sappiamo che fu una
tempesta a far tornare indietro la regina, ma Antonio voleva chiarimenti in
proposito. E visto il silenzio di Cleopatra, fu costretto a mandare un uomo di
fiducia in Egitto.
Quando la regina e Dellio si incontrano ad Alessandria, lui capisce subito
di avere davanti una donna straordinaria che potrebbe essere di grande aiuto
ad Antonio. Plutarco racconta che: “Si diede allora a blandire e a esaltare
l’egiziana a ‘recarsi in Cilicia dopo essersi ben adornata’ […] e a non temere
Antonio, che era il più amabile e il più benevolo dei comandanti”.
Cleopatra accetta di incontrarlo a Tarso. Dal resoconto di Plutarco sembra
che la regina abbia avuto inizialmente un certo timore di Antonio e di quanto
le sarebbe potuto accadere una volta arrivata nel luogo stabilito. Ma alla fine
si convince: sa che tipo di uomo è Antonio, inoltre ha imparato a trattare con
i romani, ed è consapevole di essere molto importante per loro in vista della
campagna contro i Parti.
Ottenute le rassicurazioni che cercava da Dellio, Cleopatra si prepara
dunque all’incontro con Antonio.
Dalla descrizione di Plutarco – una delle più famose di Cleopatra –
cogliamo tutta la forza di questa donna che non conta tanto sul suo status di
regina, quanto piuttosto sulla bellezza, sul fascino e sulla propria capacità di
conquistare gli uomini con l’intelligenza. “Ella, persuasa da Dellio, e
giudicando dal tipo di rapporti che, grazie alla sua bellezza, aveva avuto con
Cesare e con Gneo, figlio di Pompeo, sperò di catturare molto facilmente
Antonio. Quelli infatti l’avevano conosciuta ancora fanciulla e inesperta,
mentre ora stava per incontrare Antonio nel momento in cui la bellezza delle
donne è al suo massimo splendore e l’intelligenza sviluppa tutta la sua
maturità. Quindi preparò molti doni, denaro e ornamenti quali era
conveniente che portasse da un grande Stato e da un prospero regno, ma si
presentò ponendo le maggiori speranze in se stessa, negl’incanti, nel fascino e
nelle attrattive che possedeva.”
Alla fine dell’estate del 41 a.C. Cleopatra, dopo aver ordinato di armare la
sua flotta personale, lascia Alessandria e si dirige a Tarso, in Cilicia. Sta per
avvenire l’incontro d’amore che sconvolgerà la Storia…

Il luogo del colpo di fulmine

La Cilicia è una regione montuosa a sud dell’Anatolia che fa parte dei


domini romani soltanto da pochi anni. Ricchissima di legname utilizzato per
la costruzione di imbarcazioni, è stata a lungo infestata da pirati, spazzati via
definitivamente da Pompeo Magno in una famosa battaglia (Korakesion, 67
a.C.). È una terra storicamente associata alla dinastia tolemaica, e a poca
distanza dalle sue coste si trova l’isola di Cipro, crocevia dei commerci nel
Mediterraneo orientale e nota per le sue miniere di rame.
Tarso è la città più importante della Cilicia, e lo scenario che vedrà
l’incontro tra Antonio e Cleopatra è a dir poco grandioso. Intorno a loro ci
sono solo marmi, colonnati, fontane, statue, biblioteche e scuole di filosofia e
oratoria. Tutto attorno si estendono foreste e montagne. Ad attraversare
questo paradiso naturalistico e questa città così ricca di cultura è un fiume, il
Cidno, lungo il quale arriverà Cleopatra.
Per la verità questo fiume ha un curioso precedente nella storia:
Alessandro Magno, facendo il bagno nelle sue acque prima della famosa
battaglia di Isso, rischiò di perdervi la vita. Era piena estate e per rinfrescarsi
nella calura estiva il grande condottiero si tolse la corazza e le vesti di fronte
ai suoi soldati e si immerse nelle fredde acque del fiume. Forse per la
differenza di temperatura, fu colto da un improvviso malore. Sbiancò, le sue
membra si irrigidirono, e se non fosse stato per l’azione dei suoi compagni
più vicini sarebbe morto affogato. Fu portato nella sua tenda privo di sensi.
Per poi riprendersi più tardi. Questo racconto, immaginiamo, è stato
tramandato per secoli dagli abitanti di Tarso ed è probabile che allo stesso
Antonio qualcuno abbia indicato il punto esatto della mancata tragedia…

Cleopatra si prepara all’incontro con il suo futuro uomo

La regina d’Egitto ha ben chiaro che l’incontro con Marco Antonio sarà
decisivo per il suo futuro, per quello di suo figlio sul trono e in generale per il
regno. Dopo anni di instabilità e di lotte dinastiche, Antonio appare come il
dominatore assoluto. E tutto lascia pensare che lo sarà a lungo. È essenziale,
quindi, che lei lo porti dalla sua parte, deve persuaderlo che conviene anche a
lui starle accanto sia dal punto di vista personale sia da quello del governo,
esattamente come è accaduto con Cesare. In altre parole dovrà usare validi
“argomenti” per convincerlo a schierarsi dalla sua parte. Già, ma quali? A
oltre 2000 anni di distanza possiamo capire la strategia di Cleopatra in vista
di quell’incontro, quasi fossimo accanto a lei. Decide di puntare su due
livelli: quello pubblico (ufficiale) e quello personale (privato).
È assai probabile che la regina abbia seguito attentamente grazie a lettere
e informatori il viaggio trionfale di Antonio in Grecia e che abbia notato il
titolo che il popolo ama attribuirgli, quello di “Nuovo Dioniso”. A noi oggi
quest’espressione può far sorridere, ma nell’antichità, in una società pre-
scientifica e pre-tecnologica, le credenze erano molto radicate e la presenza
degli dei permeava la quotidianità. Parlare di una persona come di un dio non
era una semplice lusinga, ma presupponeva una fede e una speranza
personale in un futuro migliore. Con le dovute differenze, è un po’ ciò che
accade oggi quando papi, uomini di fede o persone comuni attraversano il
processo di beatificazione e vengono proclamate sante. Duemila anni fa la
gente pensava davvero che alcuni esseri umani, soprattutto grandi condottieri
o benefattori, potessero essere divinizzati (era appena accaduto a Cesare,
considerato ormai un dio con tanto di templi, riti e sacerdoti). Non a caso la
stessa Cleopatra ha fatto diffondere l’idea di essere lei stessa la
reincarnazione di Iside. Questa piccola parentesi era necessaria per capire
come la regina d’Egitto sia riuscita a sfruttare e volgere a proprio vantaggio
queste convinzioni religiose popolari, insieme a quelle onorifiche per
consolidare la sua unione con Antonio.
Se lui è considerato da tutti il Nuovo Dioniso, allora lei si presenterà
all’incontro come… Afrodite (Venere per i romani). In particolare come
“Venere uscita dalle acque” (Venus Anadyomene), visto che arriverà a Tarso
risalendo il fiume Cidno. Cleopatra decide dunque di cambiare il significato
dell’incontro: da semplice meeting diplomatico a matrimonio tra due divinità:
lui, Dioniso, capace di dare immortalità, lei, Afrodite, dea di amore, bellezza
e fertilità.
È una mossa abilissima, che solo Cleopatra poteva immaginare, a riprova
della sua mente raffinata e del suo modo strategico di pensare al potere, assai
superiore a quello di quasi tutti i sovrani dell’epoca e di quelle successive.
L’incontro che sta per avvenire dovrà impressionare non solo Antonio,
ma tutta l’Asia Minore, come potrebbe fare oggi un matrimonio reale in
“mondovisione”. Come ha evidenziato Michael Grant, a unirsi infatti saranno
due divinità che ogni popolazione del Mediterraneo, in fondo, conosce bene,
anche se in modo diverso. In Egitto, infatti, Dioniso (Antonio) corrisponde
alla divinità egizia Osiride, mentre Afrodite (Cleopatra) corrisponde a Iside,
della quale lei stessa è l’incarnazione in terra.
Per il popolo egiziano c’è un ulteriore significato intrinseco, che la regina
mette in conto per sigillare il consenso anche in casa propria: Iside
(Cleopatra) è sia la sorella sia la moglie di Osiride (Dioniso-Antonio) e
questo legittima automaticamente il loro legame perché nelle dinastie
tolemaiche, come sappiamo bene, al trono siedono sempre un fratello e una
sorella uniti in matrimonio…
Tutto questo, ovviamente, Antonio lo ignora. Mentre attende Cleopatra a
Tarso, concedendosi feste, banchetti e incontri, lei gli sta tessendo
tutt’intorno una trappola, nella quale cadrà senza scampo. Al di là
dell’aspetto ufficiale e religioso dell’incontro, infatti, c’è poi anche quello
personale. E su questo versante Cleopatra sta preparando una sorpresa senza
precedenti nella quale, davvero, supererà se stessa…
L’incredibile incontro tra Cleopatra e Marco Antonio

Non appena arriva in Cilicia, la regina d’Egitto fa allestire una grande


nave con la quale intende risalire il fiume Cidno fino a Tarso per incontrare
Antonio. Non sappiamo se si tratti del colossale thalamegos che ha utilizzato
per la romantica luna di miele con Cesare sul Nilo.
Antonio e i suoi ufficiali la tempestano di lettere chiedendole di
affrettarsi, ma lei non se ne cura, e anzi, come una star, si fa aspettare e si
muove solo quando l’imbarcazione è pronta: l’aspetto della nave è stato
modificato a tal punto da renderla memorabile nei secoli a venire.
Immaginate dunque questa grande nave che molla gli ormeggi, inizia a
muoversi maestosa sull’acqua e, con una lentezza trionfale, dal mare entra nel
fiume Cidno, risalendolo. La popolazione locale la accompagna seguendola
su entrambe le rive. I bambini corrono, i vecchi rimangono fermi a bocca
aperta. Per loro è come se si trattasse di un’astronave giunta dallo spazio.
Nessuno ha mai visto qualcosa di simile per eleganza e soprattutto sfarzo. La
notizia si sparge a macchia d’olio in tutta la regione e persino gli abitanti di
Tarso lasciano ogni cosa e corrono ad ammirare questa meraviglia
galleggiante…
E Antonio? È seduto al centro della piazza di Tarso insieme ai suoi
ufficiali e aspetta l’arrivo della regina. Tutto intorno a loro c’è una folla
sterminata di curiosi, ma anche di ospiti illustri, che attende lo storico
incontro. Antonio è probabilmente irritato dal comportamento di Cleopatra e
dal suo infinito temporeggiare, ma sa che la lunga attesa è finita.
A un certo punto accade qualcosa. Antonio e i suoi ufficiali si voltano a
destra e a sinistra. La folla si agita, ondeggia. Tutta la piazza è invasa da un
profumo che diventa sempre più intenso. La leggera brezza diffonde una
fragranza sconosciuta, al tempo stesso fresca e penetrante, che sembra
riempire i polmoni con mille “colori” olfattivi. La gente si guarda intorno
cercando di capire la provenienza di questo aroma esotico. Non è solo il
profumo a riempire l’aria. Ora c’è anche un suono lontano e altrettanto dolce
che si fa sempre più forte. La gente cerca di capire, guardandosi intorno…
Poi qualcuno grida, indicando il fiume, e tutti corrono verso la riva, quasi
fossero attratti da una potente calamita.
Antonio e i suoi rimangono soli, stupiti, tra i marmi e i colonnati di una
piazza improvvisamente vuota. L’immenso magnete che ha attratto gli
abitanti è Cleopatra. La sua nave sta spuntando sul fiume.
La regina ha ben architettato il suo arrivo, solleticando un senso alla
volta: prima l’olfatto con i profumi, poi l’udito con la musica, e ora è la volta
della vista. Lo spettacolo è memorabile. Lo stesso Antonio rimane senza
parole.
La grande nave di Cleopatra appare sulle acque calme del fiume in tutto il
suo splendore. La poppa, completamente rivestita d’oro, scintilla al sole.
Schiere di remi dai riflessi argentati si alzano e si abbassano nell’acqua con
una cadenza solenne, al suono di flauti, cetre e zampogne… Agli occhi di
tutti la nave sembra un’immensa nuvola rosa sospesa sull’acqua per via delle
grandi vele tinte con la porpora. E sappiamo quanto sia costoso questo
pigmento (lo si ottiene in dosi infinitesimali solo da un tipo di gasteropodi
marini): una semplice tunica colorata con la porpora vale una fortuna,
figuriamoci una vela!
Sono proprio le vele a essere intrise di quelle essenze e di quei profumi di
terre lontane che il vento ha portato in città, avvolgendo la folla nella piazza.
Sul ponte sono disseminati grandi bracieri nei quali vengono bruciati incenso
e altre sostanze orientali, che diffondono aromi dolci e penetranti. È un
“effetto speciale” voluto da Cleopatra, che cerca in ogni modo di stupire e
affascinare. Ma il meglio deve ancora venire…
Mentre la nave si avvicina, circondata da piccole imbarcazioni di scorta
proprio come un’ape regina attorniata dalle sue operaie, Antonio scorge
sempre più distintamente delle donne seminude tra le vele purpuree spiegate.
Si tratta delle più belle ancelle di Cleopatra. Hanno l’aspetto di Nereidi e
Grazie, e sono state messe simbolicamente al timone o alle cime
dell’imbarcazione (manovrata in realtà dai migliori marinai della regina,
nascosti alla vista di tutti).
Ed eccola, Cleopatra. Antonio si alza in piedi con gli occhi sgranati e la
bocca aperta. La regina d’Egitto è sdraiata sotto un padiglione dorato, e dei
bambini, simili agli amorini che si vedono negli affreschi, le fanno vento con
grandi ventagli di piume di struzzo. È al centro di un’incredibile visione
mitologica, vero e proprio tableau vivant con un calcolato impatto erotico,
ma il vero colpo di scena è che si presenta come Venere, “ornata come appare
Afrodite nei dipinti”, confessa Plutarco. In altre parole, significa che
Cleopatra forse è addirittura seminuda o… nuda. Una regina che arriva senza
veli o quasi a un incontro ufficiale è un fatto senza precedenti. Oggi non si
ricorda in tutta la storia un incontro reale paragonabile a questo. In termini
moderni, il suo è un arrivo in stile Lady Gaga, talmente è eccentrico e
provocatorio, ma ottiene il risultato sperato. Perché l’espressione di Marco
Antonio non è molto diversa da quella di Jim Carrey nel film The Mask, con
la mandibola che casca a terra…
Lui continua a osservarla, a tratti stupito, a tratti eccitato come un
ragazzino, rivolgendosi ai suoi ufficiali e amici che sono sbigottiti quanto lui.
Tutti, però, capiscono al volo che la regina si sta letteralmente offrendo al
grande condottiero romano.
Ad accentuare quest’atmosfera di imminente unione mitologica è la folla,
che ormai considera apertamente l’evento come l’arrivo di Afrodite con il suo
corteo, giunta per incontrare e, soprattutto, unirsi a Dioniso per il bene
dell’Asia.
Cleopatra in questo si dimostra estremamente abile. Capisce i punti deboli
della popolazione e soddisfa i suoi desideri sfruttando credenze e religione. E
lo stesso fa con Antonio: comprende che ha un debole per le donne, per la
teatralità degli eventi e per le feste che sfociano nella lussuria. Il suo arrivo
così eccentrico a bordo di quell’imbarcazione “mitologica” è la prova di quali
siano stati i suoi ragionamenti.
Ma se Antonio ha ora come obiettivo la conquista non solo di una donna
ma soprattutto di una donna-regina (con grande convenienza politica),
Cleopatra punta ben più in alto: intende sedurre Antonio e ottenere attraverso
di lui la protezione di Roma per l’Egitto, per se stessa e per il figlio
Cesarione.

L’invito ad Antonio

Quando la nave attracca al molo fluviale della città di Tarso, Antonio e i


suoi vengono investiti da un’ondata di profumi ancora più intensi. Dopo
l’iniziale smarrimento di fronte al colpo di scena di Cleopatra, ora hanno
ripreso un comportamento più rigido e severo. Almeno in apparenza. Sono
seduti su un podio, in attesa che la regina scenda dalla nave e si presenti al
loro cospetto, sottolineando in questo modo la loro superiorità.
A separarli dalla nave c’è un tratto di piazza libero, con due ali di
legionari che trattengono a stento una folla festante… Una passerella è stata
calata a terra per consentire lo sbarco della regina… ma Cleopatra non
scende.
Antonio allora invia un ufficiale per chiederle di sbarcare. Comincia a
spazientirsi dei suoi giochetti. Segue con lo sguardo il soldato che si avvicina
alla nave, parla con un emissario di Cleopatra sceso a terra e torna indietro a
passo spedito, visibilmente imbarazzato. Quando lo raggiunge, gli annuncia
che la regina non scenderà, ma invita lui e tutti i suoi ufficiali più importanti a
bordo. Antonio si guarda intorno perplesso. Cleopatra lo ha nuovamente
sorpreso. Solo in quel momento si rende conto che lei sta conducendo il
gioco fin dall’inizio. Rialza la testa e vede i suoi ufficiali e collaboratori
fissarlo con espressione incuriosita e divertita. La folla chiede a gran voce il
loro incontro. Così decide: salirà a bordo. Lo fa ufficialmente per “affabilità e
cortesia”, come dirà Plutarco più tardi. In realtà sta per compiere il suo primo
passo nella tela di Cleopatra.
La regina è laggiù che lo attende. E lo osserva da dietro una grata. I suoi
occhi sono quelli di una tigre che fissa la preda nella penombra. Per lei è un
momento cruciale. Tutto dipende da ciò che il condottiero romano farà nei
prossimi istanti: accetterà, o al contrario la costringerà a scendere, in una
prova di forza?
Cleopatra nota un improvviso movimento sul podio. I romani si sono
alzati. Se ne andranno offesi? Sono momenti interminabili. Poi dal fondo
della spianata di marmo scorge Antonio con i suoi generali e uomini fidati,
tra i quali con ogni probabilità c’è anche Quinto Dellio, che camminano verso
di lei… Cleopatra socchiude le palpebre e sorride. Il piano sta funzionando.
Si gira e ordina ai suoi di dare gli ultimi ritocchi alla grande sala interna dove
avverrà l’incontro.
Antonio non sospetta nulla. Immagina che si tratti di un semplice
banchetto sul fiume ed è curioso di assaggiare i piatti esotici che gli
offriranno, ma soprattutto vuole incontrare da vicino Afrodite… Si avvia con
il cuore leggero. È tranquillo come può esserlo chi si sente padrone del
mondo…
Immaginate il gruppo di romani che sale a bordo, i rumori che quegli
uomini producono camminando sulla passerella e gli scricchiolii del legno
della grande nave. Vengono accolti da musiche orientali, dignitari reali che si
inchinano al loro cospetto e ancelle dai seni scoperti e con pochi veli
trasparenti addosso, che si muovono sinuose e li osservano con sguardi
languidi. La nave è avvolta dal profumo inebriante di sostanze messe nei
bracieri, così intenso che quasi stordisce. Ovunque ondeggiano al vento veli e
impalpabili tessuti colorati. I soldati romani, Antonio in testa, hanno
l’impressione di entrare in un sogno. Cleopatra però non si vede. Dov’è?
Il cerimoniere li invita a entrare nel ventre della nave seguendo una
doppia fila di lumi accesi, i cui fumi serpeggiano nell’aria come tentacoli
profumati. Dopo pochi gradini, davanti ai loro occhi si apre uno scenario
incredibile: uno dei banchetti più spettacolari che la storia antica ci abbia
tramandato. Lasciamo a uno scrittore come Plutarco e al suo stupore (che fu
pari a quello di Antonio) il compito di descrivere l’impatto: “Trovatosi
davanti un allestimento superiore a ogni descrizione, Antonio fu colpito
soprattutto dalla quantità di luci. Si racconta infatti che tante brillavano
insieme e dappertutto, posate per terra e appese in alto, ed erano
artisticamente disposte le une in rapporto con le altre, con tali inclinazioni
sapienti da formare quadrati e cerchi, creando una tale luminosità che mai
occhio umano aveva veduto qualcosa di simile”.
Bisogna dire che Plutarco descrive questa giornata e il banchetto più di
cento anni dopo. È comprensibile che ci siano delle imprecisioni e soprattutto
degli eccessi, vista l’aura di femme fatale oscura che ha circondato Cleopatra
presso i romani nelle generazioni seguenti. Tuttavia c’è un fatto interessante.
Lo scrittore greco racconta che si tenne un solo banchetto a bordo della nave.
Un altro autore antico invece parla di una serie di serate, una più splendida
dell’altra. È lo storico greco Socrate di Rodi. Le sue descrizioni, giunte a noi
– benché decisamente lacunose – grazie all’erudito egizio Ateneo di Naucrati,
ci consentono di proseguire il nostro racconto e di scoprire cosa avremmo
potuto trovare sui tavoli e sulle pareti. Nelle sue parole emergono tutta l’arte
seduttiva di Cleopatra e la raffinatezza della “trappola” in cui cadde
Antonio… Proviamo a capire cosa videro gli occhi del condottiero romano.
Anche se ci troviamo a bordo di una nave, la sala ha dimensioni
ragguardevoli. I romani avanzano in una galassia di lumi e lucerne disposti
ovunque e ad altezze diverse, come stelle a formare complesse costellazioni.
Alle pareti ci sono tappeti e tendaggi intessuti con fili d’oro e d’argento. E al
centro si trovano dodici letti tricliniari, per lui, i suoi amici e gli ufficiali più
intimi, con coperte preziose e forse sete costose. I tavolini intarsiati di fronte
ai letti sono ricoperti di piatti e coppe d’oro tempestati di pietre preziose. A
essere usati come stoviglie, insomma, sono veri gioielli di altissimo valore.
Antonio è sopraffatto dalla ricchezza messa in mostra. Cleopatra gli sorride
dolcemente, dicendo che tutto quello che vede è suo, un dono della regina che
lui può portare via…
Secondo Socrate di Rodi, Cleopatra invita Antonio a tornare nuovamente
a mangiare con lei il giorno successivo insieme ai suoi amici e ufficiali, e poi
il giorno dopo ancora, per più giorni.
L’indomani organizza un banchetto ancora più ricco e sontuoso. Le coppe
d’oro e i bicchieri di vetro finissimo sono così preziosi da far sembrare rozzi
e grossolani quelli usati nell’incontro precedente. E ancora una volta lei dona
tutto ad Antonio. E non solo a lui. Ognuno dei suoi ufficiali può addirittura
portarsi via il prezioso triclinio su cui si è sdraiato, con i drappi che lo
ricoprono e le coppe d’oro nelle quali ha bevuto… E ogni volta che se ne
vanno, a notte fonda, dà agli ospiti di rango delle lettighe con portatori e agli
altri dei cavalli con finimenti d’argento, oltre a schiavi etiopi con torce per
illuminare la via del ritorno a casa.
Ma è il quarto giorno che Cleopatra supera se stessa. Spende addirittura
un talento (equivalente oggi, con le dovute cautele, a circa 10.000 euro, dal
momento che un talento ateniese/attico corrisponde a circa 26 chili d’argento)
per acquistare un’incredibile quantità di rose in modo da realizzare un
“tappeto” spesso una sessantina di centimetri nelle sale da pranzo. Altre rose
sono disposte ovunque a formare ghirlande e festoni che addobbano ogni
parete della sala.
Questa descrizione, sebbene possa contenere anch’essa delle
esagerazioni, dà un’idea chiara di quanto Cleopatra si giochi il tutto per tutto
in questo incontro. Sono passati ormai sette anni da quando, giovane ragazza,
è emersa da un sacco davanti a Cesare. Ora è una donna consapevole del
proprio fascino e abilissima nel gestire gli istinti degli uomini che ha di fronte
per irretirli.

Antonio e Cleopatra

Possiamo cercare di immaginare il primo incontro tra i due, quando


Antonio entra per la prima volta in quella sala. Dove si trova Cleopatra? Non
certo in piedi a fare gli onori di casa. Con ogni probabilità è distesa su un
letto in mezzo a tanti cuscini, con una moltitudine di bambini-putti che
agitano dolcemente dei ventagli. Possiamo pensare che sia meno “nuda”
rispetto a quando è arrivata con la nave, e che indossi una tunica, forse
proprio una di quelle bianche, leggerissime e plissettate con cui ama
presentarsi in pubblico e che esaltano le sue forme. E non sbagliamo a
pensare che questa tunica abbia una trasparenza complice dell’astuzia di
Cleopatra, capace di incendiare gli occhi di Antonio e dei suoi. Molto
probabilmente sfoggia i gioielli più ricchi della sua epoca: è un trionfo
dell’oro accompagnato da zaffiri, smeraldi, lapislazzuli, malachite, sotto
forma di anelli, orecchini, pettorali e bracciali (forse proprio quelli a forma di
serpente, cari a Iside). Sul capo porta, possiamo immaginare, i simboli del
suo status di regina d’Egitto, con l’ureo, cioè la testa di un cobra eretto, che le
sovrasta la fronte.
Non sappiamo in realtà quanti di questi gioielli siano presenti in quel
banchetto. In fondo Cleopatra si è mostrata come Afrodite, una divinità poco
vestita e ornata quasi esclusivamente con simboli egizi… Non lo sapremo
mai, ma possiamo immaginare la regina sul suo giaciglio, con le sue forme
che emergono a ogni respiro, mentre fissa Antonio con uno sguardo sicuro,
intenso, d’invito, e con le labbra carnose socchiuse…
Si sarà alzata lentamente per avvicinarsi al triumviro con passo regale,
muovendo il corpo con elegante sensualità. E quando, superati i convenevoli
di rito, si sarà avvicinata ad Antonio, lo avrà avvolto con un invisibile
abbraccio di profumi intensi, ma anche di desiderio, mentre i suoi occhi
catturavano quelli del condottiero e le sue labbra si protendevano
impercettibilmente verso di lui, diventando un miraggio di baci carnali e
voluttuosi.
Antonio avrà sentito il suo respiro, e anche un impetuoso desiderio di
baciarla, di stringere quelle forme così provocanti sotto la tunica e così a
portata delle sue mani. Un attimo dopo Cleopatra si sarà abilmente
allontanata, giusto quel tanto da rendere tutto questo impossibile e da
accendere un desiderio crescente nel suo futuro uomo…

La bellezza di Cleopatra

Agli occhi di Antonio, Cleopatra non è più la ragazzina che ha conosciuto


ad Alessandria tanti anni prima, e nemmeno l’amante giovane e decisa di
Cesare. Ora è una donna affascinante, con una bellezza seducente e uno
sguardo profondo.
Antonio cercherà inutilmente di ricambiare l’invito nei giorni successivi.
Sfidare Cleopatra è un’impresa destinata al fallimento. Lo dice lo stesso
Plutarco: “Antonio cercò di superarla in splendore e raffinatezza, ma
sconfitto in entrambi questi punti, per primo scherzò sulla miseria e sulla
rozzezza della sua accoglienza. Cleopatra, notando che le facezie di Antonio
erano proprio da volgare soldato, adottò subito, a sua volta, verso di lui lo
stesso tono con libertà e senza timori. E infatti, come raccontano, la sua
bellezza in se stessa non era incomparabile o tale da stordire quelli che la
vedevano, ma la sua compagnia aveva una presa irresistibile. Nell’insieme
l’aspetto, il fascino della conversazione, il suo modo di trattare con gli altri
lasciavano il segno”. Queste famosissime parole di Plutarco descrivono la
bellezza e il fascino di Cleopatra. Ma quale aspetto aveva? Si può conoscere
il suo volto?
Purtroppo non disponiamo della mummia di Cleopatra, e quindi è
impossibile ricostruirne l’aspetto o ricavare il DNA per avere un’indicazione
sulla sua appartenenza a un gruppo etnico o geografico. Di lei è rimasto
pochissimo. Le informazioni e le descrizioni sull’ultima regina d’Egitto
scarseggiano, perché dopo la sua morte Ottaviano, il vincitore, ordinerà la
distruzione di tutte le immagini che la raffigurano: statue, affreschi, mosaici,
quadri, bassorilievi…
Com’era, dunque? È vero che aveva un grande naso? In effetti è molto
diffusa l’idea che Cleopatra avesse un naso pronunciato. Tutti noi ne abbiamo
sentito parlare. Ma ad affermarlo è stato un matematico, filosofo e teologo
francese vissuto nel Seicento, Blaise Pascal, che disse: “Se il naso di
Cleopatra fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata”.
Lui, però, come noi, non conosceva l’aspetto di Cleopatra… quindi non è
attendibile. Già il fatto che nessuno scrittore antico faccia cenno a un suo
grande naso (che sarebbe stato un ottimo spunto di critica per i suoi
denigratori) significa che non doveva essere poi così vistoso…
In realtà anche 2000 anni fa non si conoscevano bene i suoi lineamenti.
Gli scrittori dell’antichità, infatti, descrivono solo due raffigurazioni di
Cleopatra in tutta l’Antica Roma: la statua di bronzo dorato nel Tempio di
Venere Genitrice, voluto da Giulio Cesare, e il dipinto di Cleopatra morente,
portato come simbolo di vittoria durante la processione del trionfo di
Ottaviano.
Tutte le ricostruzioni devono quindi fare i conti con la quasi totale
mancanza di informazioni. Come rimediare? Si può comunque tentare di
immaginare il suo volto con quel poco che si ha. Oggi disponiamo di alcuni
busti e statue, sulla cui attribuzione tra l’altro non c’è certezza. Un discorso
diverso invece riguarda le monete che la raffigurano, ma che curiosamente
non somigliano alle statue (tranne forse in un caso). E questo aggiunge ancor
più mistero alla bellezza della regina d’Egitto. Com’è possibile? Andiamo
con ordine.
Esistono diversi bassorilievi, busti e statue di Cleopatra in stile egizio.
Uno di questi è conservato da generazioni nel Museo Egizio di Torino e solo
di recente si è trovato al centro di una possibile attribuzione. Purtroppo,
proprio lo stile artistico degli egizi, così poco realistico e legato a canoni
rigidissimi, non consente di capire quali fossero i veri lineamenti di
Cleopatra.
Tra i pochissimi altri busti che la raffigurano, due in particolare
colpiscono: uno è stato ritrovato nella Villa dei Quintili a Roma e si trova ai
Musei Vaticani (presso il Museo Gregoriano Profano) e l’altro all’Altes
Museum di Berlino. Entrambi si somigliano e mostrano una ragazza giovane,
con i capelli raccolti in una crocchia sorretta da una fascia che passa sopra la
fronte. Sul busto di Berlino, il naso però non è ingombrante, è solo
leggermente pronunciato. Secondo gli esperti si tratterebbe di due copie di
marmo realizzate nelle botteghe romane, che ritraggono una regina tolemaica
acconciata alla greca, proprio come lo era Cleopatra. In teoria potrebbero
rappresentare anche altre sovrane che l’hanno preceduta, come Berenice IV o
Arsinoe IV. Ma perché mai un aristocratico romano si sarebbe fatto fare una
costosa copia in marmo di una regina sconosciuta da esporre in casa, se non
si trattava della famosissima Cleopatra che aveva messo in pericolo Roma? È
per questo ragionamento che molti altri esperti, tra cui Matteo Cadario
dell’Università di Udine, ritengono si tratti proprio della “nostra” Cleopatra
(visto che purtroppo sui due busti non sono incise iscrizioni che lo attestino).
Il fatto interessante è che gli scultori hanno rappresentato una ventenne,
perché quella era l’età di Cleopatra quando arrivò a Roma come amante di
Cesare. Inoltre le hanno ingentilito un po’ i tratti per farla assomigliare a
Venere. Quindi ci troviamo di fronte a due ritratti di Cleopatra idealizzati e
giovanili.
Nelle monete, invece, la regina appare più matura: ha lineamenti più
marcati, con un naso aquilino molto evidente. A chi credere quindi, ai busti o
alle monete? Ebbene, con le monete i tempi sono cambiati, Cleopatra non è
più una ventenne amante di Cesare, ma una sovrana affermata, nel pieno del
potere, a capo di una nazione e di un esercito. Per questo potrebbe aver
deciso (ma è un’ipotesi, pur essendo assai verosimile) di non barare e di
evidenziare alcuni suoi tratti reali, anzi un po’ li “mascolinizza” per dare
maggiore forza e credibilità alla sua autorità e per assomigliare ancor più al
padre, in modo da legittimare il proprio potere (nell’antichità le monete sono
sempre state uno strumento di propaganda).
La verità, quindi, si trova tra questi due tipi di volti, uno ingentilito e
l’altro accentuato, uno “femminizzato” e l’altro “mascolinizzato”. Basandosi
su tutte queste caratteristiche, è possibile delineare un viso “medio”, che si
avvicini a quello vero o sia quantomeno verosimile?
Un tentativo è stato fatto dal RIS di Roma, uno dei Reparti Carabinieri
Investigazioni Scientifiche appartenenti al RaCIS, l’omonimo
Raggruppamento, a opera del capitano Chantal Milani, antropologo e
odontologo forense, per conto della trasmissione Ulisse - Il piacere della
scoperta. Naturalmente si è trattato di uno studio anomalo, irto di difficoltà:
non essendoci uno scheletro o una mummia da cui partire, sono stati raccolti
dei punti antropometrici del volto di Cleopatra sia sulle statue sia sulle
monete. Più che una vera e propria ricostruzione del volto, quindi, si è trattato
di un identikit della regina come se i testimoni fossero gli artisti che l’hanno
ritratta in passato. I busti presi in considerazione sono stati quelli conservati
ai Musei Vaticani e al Museo di Berlino, oltre a quattro monete che
circolavano quando Cleopatra era in vita, realizzate quindi da artisti che
conoscevano il suo aspetto (pur modificandolo, come abbiamo detto, per
motivi propagandistici o altro): senza entrare nei dettagli tecnici, diremo che
sono stati poi calcolati rapporti, distanze fra punti anatomici, angoli e
proporzioni basati sul fatto che alcuni punti della pelle suggeriscono la
struttura ossea sottostante. In questo modo si è quantificato statisticamente di
quanto il volto di Cleopatra si discostasse dagli standard di riferimento di un
“volto ideale”, usando i canoni dell’odontoiatria, della medicina estetica e
della chirurgia plastica. Tanto per essere chiari: un volto “ideale” dovrebbe
poter essere suddiviso in tre fasce orizzontali uguali tra loro. Ciò non accade
con Cleopatra, che ha la parte superiore del viso, cioè la fronte, piuttosto
bassa, mentre la fascia centrale risulta molto più ampia di un volto “ideale”,
con un naso più alto e pronunciato della norma. La parte inferiore del viso,
invece, è risultata nella media (e, aggiungiamo noi, con una bocca piccola e
dalle labbra marcate). È doveroso ripetere che, seppur si tratti di un’ipotesi
basata su principi scientifici corretti, non è un’analisi eseguita su un corpo
reale, bensì su una sua rappresentazione artistica (busti di marmo e monete),
quindi con dei limiti oggettivi. Tuttavia conferma ciò che gli antichi hanno
sempre detto: Cleopatra non era bella, era affascinante. E quel naso
importante non risultava una bruttura fuori posto (altrimenti gli antichi,
soprattutto quelli ostili a lei, lo avrebbero sottolineato), ma evidentemente si
sposava bene con il resto del viso, in armonia con l’indole e lo sguardo.
Come si dice oggi, il naso dava “carattere” al suo volto.
D’altra parte, se pensate a tante attrici bellissime e famose, vi troverete
spesso di fronte a donne con un naso non proprio piccolo, che però accentua
il fascino e la forza del viso. Fino ad arrivare a Maria Callas, che come
Cleopatra era di origine greca, aveva carisma, un naso pronunciato e… una
voce dolcissima.
Purtroppo non possiamo dire altro sull’aspetto di Cleopatra. Neppure il
colore della pelle: essendo greco-macedone, con antenati che si sono sposati
all’interno di questa comunità se non addirittura all’interno della stessa
famiglia, non è da escludere che avesse la pelle chiara, forse capelli castani,
biondi o rossi, e persino occhi chiari. Se però sua madre, come sembrano
accreditare alcune ipotesi, proveniva dall’entourage dei sommi sacerdoti di
Tebe, allora può essere vero l’esatto contrario, e cioè che avesse la pelle un
po’ scura, i capelli crespi e gli occhi scuri. A sostegno di questa seconda
ipotesi va forse detto che in epoca romana il modello di donna ideale era
quello mediterraneo-orientale: sia Cesare sia Antonio avrebbero riscosso più
invidia e consensi con una donna di questo tipo.
Nella ricostruzione del RIS dei Carabinieri, pur nella difficoltà dettata dal
tipo di studio, emerge un altro aspetto interessante. I parametri facciali
suggeriscono che il volto di Cleopatra avesse caratteristiche prevalentemente
“caucasiche” e non africane (o “negroidi”) né tanto meno orientali
(“mongolidi”). Emergono dati significativi anche sul suo “famoso” naso.
Risulta con la punta leggermente abbassata tendente a una forma aquilina, ma
soprattutto l’insieme dei dati raccolti suggerisce una dimensione più grande
del normale. Di quanto? Un naso “ideale”, usato come riferimento, si
protende fuori dal viso per il 67% della sua lunghezza diagonale. Nel caso di
Cleopatra lo fa al 73%, un naso piuttosto pronunciato, quindi, che nella
raffigurazione finale è stato leggermente adattato per renderlo più verosimile.
Fin qui i suggerimenti frutto dell’analisi del RaCIS.
A queste caratteristiche, osservando le monete e i busti, ne aggiungiamo
un’altra che si considera poco quando si parla della bellezza di Cleopatra. E
sono gli occhi grandi. Forse sono proprio loro più che il naso o la statura
(Cleopatra era probabilmente piccola) la vera arma di seduzione della regina
d’Egitto. Può essere che abbia conquistato il cuore dei condottieri romani
proprio grazie a quello sguardo profondo ed espressivo. Oltre naturalmente al
suo cervello, capace di esprimere un’intelligenza fuori del comune.
Schiavo d’amore e del sesso

Antonio, nonostante la sua lunga esperienza di donne anche capaci e


astute, capitolò rapidamente. Gli antichi su questo sono tutti concordi. Cassio
Dione scrive, lapidario: “Antonio conobbe in Cilicia Cleopatra: se ne
innamorò e, senza alcun riguardo per il decoro, ne divenne schiavo e dedicò
tutto il tempo all’amore”. Gli fa eco Appiano: “… si arrese al suo fascino non
appena la vide. E questa passione finì per attirare la rovina su di loro e su
tutto l’Egitto”. Aggiunge anche che Antonio si sarebbe lasciato sedurre da
Cleopatra “come se fosse un ragazzo, anche se aveva quarant’anni”. Flavio
Giuseppe, sempre ostile a Cleopatra, rincara la dose, affermando che Antonio
era talmente succube della regina d’Egitto, che acconsentiva a ogni suo
desiderio non come un normale uomo innamorato, ma addirittura come se
fosse sotto l’influsso di una droga.
E lei, Cleopatra, fece cadere Antonio tra le sue braccia solo per calcolo o
se ne innamorò? Forse anche lei se ne invaghì fin dall’inizio, cadendo a sua
volta nella trappola che aveva teso. E ne ha buon motivo, perché lui è
proprio… “un bel Marcantonio” (da qui il modo di dire). Alto, con il petto
ampio e muscoloso, le spalle larghe, il corpo massiccio e possente di un
Ercole, ha il volto squadrato, virile e soprattutto tanti capelli ricci (al
contrario di Cesare, che era quasi calvo). Ha 42 anni e sprizza virilità. Oggi
diremmo che ha il fascino dell’uomo brizzolato. E non solo. Ha anche il
fascino del potere. È l’uomo più influente del mondo occidentale, tutti gli
uomini si inchinano di fronte alla sua autorità, mentre le donne fanno a gara
per concedersi a lui, ormai diventato famoso anche come tombeur de femmes.
Qualcuno ha detto che il potere (con il conseguente successo e la ricchezza) è
l’afrodisiaco più potente per una donna. Questo vale anche per Cleopatra,
attratta da questo personaggio carismatico che appare a tutti come il leader.
Quasi certamente tra loro scatta la scintilla del sesso fin dalle prime
serate. Entrambi sono nel pieno della vita, su una nave da sogno, tra
banchetti, musiche, risate spensierate e in più nel cuore dell’estate… In una
rovente storia di passione e sesso, i due si cercano, i loro corpi si
avvinghiano, le loro bocche si uniscono e i loro sensi si fondono. Per poi
ricercarsi e ritrovarsi la notte seguente…
Ma non è solo una storia di sesso. Cleopatra e Antonio si piacciono, si
sentono fortemente attratti l’uno dall’altra, e in breve nascono un’intesa e una
complicità impreviste. La conferma che tra loro è sbocciato qualcosa deriva
dal fatto che non passerà molto tempo prima che si incontrino di nuovo ad
Alessandria d’Egitto.
Cleopatra si ferma a Tarso solo alcuni giorni, giusto il tempo necessario
per ottenere delle rassicurazioni cruciali per se stessa e per il suo paese. Dal
punto di vista diplomatico la missione è un incredibile successo: era venuta
per dare spiegazioni e invece se ne va con importanti concessioni strappate ad
Antonio. Bisogna dire che difficilmente altri uomini sarebbero stati in grado
di intavolare discussioni diplomatiche in quelle condizioni… In realtà lo
fanno i loro emissari, mentre i due si godono i banchetti. Cleopatra ottiene
così degli importanti risultati: chiarito il suo comportamento durante la guerra
ai cesaricidi, Antonio riconosce nuovamente Cesarione quale legittimo
sovrano d’Egitto. In cambio dell’appoggio della regina per l’imminente
spedizione contro i Parti, ribadisce il possesso dell’importante isola di Cipro
da parte della sovrana.
Le richieste di Cleopatra sono sempre più pressanti. Chiede
l’eliminazione fisica di tutti i suoi nemici più pericolosi. E così Antonio
ordina l’uccisione a sangue freddo di tutti i possibili pretendenti al trono
d’Egitto che potrebbero spodestare lei e suo figlio. La più pericolosa è
certamente la sorella, Arsinoe IV, autrice della grande sollevazione popolare
e militare ad Alessandria contro Cesare e Cleopatra. Dopo essere stata
trascinata in catene nel trionfo di Giulio Cesare a Roma, come abbiamo visto,
è stata liberata e si è rifugiata nel Tempio di Artemide, a Efeso, una delle
sette meraviglie del mondo antico. Cleopatra ha chiesto ad Antonio di
eliminarla. Lui ha acconsentito e manda dei sicari a Efeso. Tuttavia, essendo
il Tempio di Artemide un’area sacra e inviolabile, non è possibile giustiziarla
al suo interno. Così gli assassini la trascinano con la forza fuori dal tempio e
la uccidono rapidamente. Antonio, su suggerimento di Cleopatra, fa
assassinare anche Serapione, il dominatore di Cipro che aveva fornito le navi
a Cassio, tradendo Cleopatra, Antonio e Ottaviano.
In un sol colpo, elimina qualsiasi minaccia esterna e interna al suo potere,
blinda il suo posto sul trono insieme a quello del figlio e rinsalda i rapporti
con Roma, che ora è un potente alleato che protegge l’Egitto. Non c’è che
dire, vittoria su tutta la linea…
8

L’AMORE VERO

I due si cercano

Finiti i banchetti, e i giorni di pura passione, la nave di Cleopatra molla


gli ormeggi e rientra in Egitto, mentre Marco Antonio, alla testa delle sue
truppe, prosegue il viaggio per mettere ordine e dare stabilità diplomatica al
Medio Oriente. Al di là delle aspettative e degli obiettivi politici di questo
incontro, sono rimasti colpiti l’uno dall’altra assai più profondamente di
quanto avessero previsto. Antonio è stato conquistato dalla solarità di una
donna diversa da tutte quelle che ha incontrato fino a quel momento.
Cleopatra, invece, convinta di poter mettere nel sacco quell’uomo tanto
semplice nei suoi istinti, subisce suo malgrado il fascino della sua virilità
protettiva o dell’energia maschile che emana. Non dimenticate che Cleopatra
è innanzitutto una donna e, al contrario di Antonio, a causa del suo status
reale non può permettersi storie d’amore o di sesso, passeggere o durature
che siano. È assai probabile che, pur essendo un’ambiziosa donna di potere,
senta comunque la mancanza di un compagno al suo fianco. Per come poi
andranno le cose, lo vedrete, possiamo ipotizzare che si senta a sua volta
particolarmente coinvolta in questo rapporto. Cosa che non aveva certo
messo in conto quando ha architettato l’incontro con la chiara intenzione di
far cadere Antonio ai suoi piedi, lasciando persino il figlio in patria in modo
da potersi “dedicare” totalmente a lui… Gli “effetti collaterali” hanno colpito
anche lei. Possiamo quindi immaginare che entrambi, con il passare dei
giorni, avvertano sempre più la necessità di rivedere l’altro, anche se non lo
confessano ad anima viva.
Marco Antonio in Medio Oriente deve soprattutto far fronte alla minaccia dei
Parti al di là dei confini. La cosa sorprendente è che questo impero nemico
ora ha, incredibile a dirsi, un valente ufficiale romano tre le sue file, e
Antonio deve quindi fronteggiare un suo “connazionale” passato al nemico.
Si tratta di Quinto Labieno, figlio di un fedelissimo di Cesare (leggete il
De bello gallico e troverete il padre, il legato Tito Labieno, ovunque al suo
fianco), che era passato dalla parte degli assassini di Cesare. Bruto e Cassio
lo avevano inviato come ambasciatore presso gli acerrimi nemici di Roma per
avviare un’alleanza con loro e battere Marco Antonio e Ottaviano. È già
assurdo accordarsi con chi vuole la fine di Roma, ma lo è ancora di più
combattere per loro. Il re dei Parti, Orode, ha infatti affidato a Labieno una
grande armata con la quale lui effettua scorrerie in Siria e Asia Minore
(Turchia). Antonio, quindi, riorganizza l’area mediorientale rinsaldando i
rapporti con gli ebrei in Giudea e puntando a chi comanda nella regione,
come il sacerdote Ircano o il potente governatore Erode.
Poi, in novembre, decide di andare in Egitto, per rivedere… Cleopatra!
Sono passate appena otto settimane dal loro grande incontro. A spingerlo
verso quella scelta sono probabilmente anche motivi diplomatici, ma la cosa
certa è che lui, per raggiungerla, attraversa tutte le distese aride e desertiche
del Medio Oriente… e questo vi fa capire quanto si sia invaghito di lei.
Naturalmente la regina non lo scoraggia, perché lo desidera ardentemente…
Che si tratti di una visita per motivi soprattutto personali lo prova il fatto
che Marco Antonio entra ad Alessandria non come un condottiero in testa a
un corteo militare (ricorda bene i problemi che ebbe Cesare sbarcato con le
insegne da console romano), ma come privato cittadino, senza farsi
accompagnare dai soldati. Probabilmente ha accanto a sé solo alcune guardie
del corpo in “borghese”.
In futuro lo criticheranno molto per questa sua decisione. “Mentre un
esercito partico […] incombeva sulla Mesopotamia e stava per invadere la
Siria, Antonio si lasciò portare da Cleopatra ad Alessandria. E là si dava a
divertimenti propri di un ragazzo che sta in ozio e consumava e scialacquava
[…] la cosa più preziosa che si può sprecare, cioè il tempo” scrisse Plutarco,
lasciando intendere che sia stata proprio Cleopatra a invitarlo… Chissà, forse
Antonio considera l’inverno una sorta di periodo di pausa e di “vacanza”,
durante il quale non solo non si naviga nel Mediterraneo, ma il clima
scoraggia anche grandi campagne militari…
Inizia così la relazione vera e propria tra i due, che diventerà non meno
leggendaria del loro incontro a Tarso. Si tratta di una lunghissima “luna di
miele” nella straordinaria scenografia di Alessandria.

Una luna di miele che dura sei mesi

Possiamo immaginare l’incontro tra i due. Visto l’arrivo “in incognito” di


Antonio, non ci sono formalità né cerimonie da rispettare. E allora è bello
pensare ad Antonio che entra nel palazzo e viene lasciato solo in una grande
sala, con una porta sul fondo che si apre all’improvviso e Cleopatra che gli
corre incontro a perdifiato, fino a quell’abbraccio intenso e tanto atteso. Le
mani di lui affondano nelle vesti colorate della regina, mentre le braccia
muscolose avvinghiano l’esile corpo quasi fossero i rami di un’antica quercia.
Immaginiamo il profumo di lei che li avvolge, la sua corona dorata che cade
per terra, mentre le loro menti si annullano in un bacio lungo, profondo e
caldo come le fiamme del desiderio che incendiano i loro corpi… Non
servono parole; parlano i silenzi, le mani, gli occhi. Ma soprattutto parlano i
baci, prima sulle labbra, poi sul collo, sul petto che si denuda offrendo un
respiro affannato, mentre la bocca di chi ha tanto aspettato si posa sulla pelle
e i baci scivolano con dolcezza, scrivendo invisibili parole di una poesia
d’amore che solo il cuore capisce.
Non sono più generale e regina, non sono più Dioniso e Afrodite, sono
semplicemente un uomo e una donna che si cercano, si amano e si vogliono
bene. Sono Antonio e Cleopatra.
Da questo momento in poi i due sono inseparabili. Trascorrono insieme
ogni minuto, ogni ora, ogni alba e ogni tramonto. Forse scoprono di essere
stati, in fondo, sempre soli, e che la persona che hanno tra le braccia li
completa alla perfezione. Si sentono felici, vogliono fare felice l’altro, e
intuiscono che la loro felicità esiste solo se sono uniti.
Questo è quello che noi, a 2000 anni di distanza, intuiamo, pur non
essendo presenti in quel palazzo. A prescindere dalle reciproche convenienze
politiche, entrambi hanno bisogno di amore e protezione: Cleopatra per la sua
solitudine, ingiusta per una giovane donna (rimasta “vedova” di Cesare), e
Antonio per il bisogno di avere accanto una donna indipendente, forte e
protettiva nella quale “rifugiarsi”, malgrado la sua prestanza fisica e le
numerose conquiste femminili.
Lui sta così bene con Cleopatra che sembra dimenticarsi di tutto il resto,
quasi fosse sotto l’effetto di un’amnesia o di un incantesimo. Si toglie gli
indumenti romani e indossa vesti e calzari tipicamente greci.
Lei, dal canto suo, fa di tutto per far felice il nuovo amante. Asseconda
ogni capriccio di Antonio. Lo fa per calcolo, certo, ma secondo noi anche per
istinto, per desiderio, per nessuna ragione precisa: semplicemente perché si
sta innamorando del suo uomo. Escogita sempre qualche nuova forma di
piacere. Soprattutto, i due sono come adolescenti innamorati. Non si lasciano
mai: giocano a dadi insieme, bevono e vanno a caccia insieme, se lui si allena
in esercizi militari lei gli è accanto… Anche se alcuni scrittori antichi vedono
in tutto questo il segno del progressivo dominio della regina su Marco
Antonio, noi vediamo due persone che sono perdutamente innamorate. I due
amano concedersi sortite notturne in incognito per le strade di Alessandria,
mescolarsi alla gente, vagabondare travestiti da persone comuni, se non
addirittura da schiavi.
Nei quartieri popolari, Antonio spesso si sofferma davanti a porte o
finestre per prendere in giro chi è dentro, e secondo Appiano non di rado
rimedia anche qualche botta. Ma davvero nessuno lo riconosce? È Plutarco a
risponderci: “Alla maggior parte della gente era sospetta la sua identità.
Nondimeno gli Alessandrini si divertivano delle sue buffonate e scherzavano
con lui con garbo e misura”.
In questo sogno a tre dimensioni, Cleopatra e Marco Antonio vivono per
mesi il loro amore. Un amore fatto di feste, di passeggiate in intimità, di
tramonti di fuoco ammirati in silenzio l’uno tra le braccia dell’altra e di notti
roventi, uniti da una passione senza fine.

Amore e banchetti in un nido dorato

Pur essendo una donna molto attiva e capace di grandi viaggi per mare e
per terra, c’è un’unica scenografia che fa da sfondo ai momenti più
importanti della vita di Cleopatra, ed è il Palazzo Reale dei sovrani tolemaici
ad Alessandria.
Da secoli qui vivono i “faraoni” della dinastia alla quale lei appartiene.
Ognuno di loro, a partire da Alessandro Magno, il fondatore della città che ha
dato anche inizio all’Ellenismo, l’ha arricchito con nuovi edifici o strutture.
Cleopatra, quindi, ha ereditato un gioiello architettonico unico al mondo, che
conosce come le sue tasche perché è qui che è nata e cresciuta con la sua
famiglia. Ogni angolo le ricorda il padre, la madre, le balie, le sorelle e i
fratelli… che ora sono tutti morti. Ma ci sono anche il luogo dell’incontro
con Giulio Cesare, gli ambienti dell’assedio che ha subito insieme a lui e le
stanze dove Cesarione ha mosso i primi passi… Adesso la vita sta scrivendo
un nuovo capitolo della sua esistenza, questa volta accanto ad Antonio, ma
sempre sulle stesse “pagine” del palazzo.
Bisogna dire che non ha affatto l’aspetto di un classico palazzo reale: è
molto più grande. Assomiglia piuttosto alla Città Proibita di Pechino o al
Topkapi di Istanbul. E ha un nome: Brucheion.
Possiamo parlare di una sorta di quartiere reale, di una città nella città. Si
estende lungo la costa, occupando quasi un quarto (forse addirittura un terzo)
della città di Alessandria. Al suo interno ci sono templi, porticati, giardini, e
poi numerosi edifici e padiglioni. Ovunque si possono ammirare statue,
mosaici, fontane. Qui si trovano anche la tomba di Alessandro Magno, le
necropoli dei sovrani tolemaici, la grande Biblioteca di Alessandria e il
famoso Museion, una sorta di università dell’epoca.
Naturalmente nel cuore di questo quartiere reale c’è la residenza dei
sovrani, il “Quirinale” dei Tolomei, che al suo interno ha viali, giardini,
porticati, palazzi e persino un teatro. In ciascun edificio l’occhio del visitatore
rimane colpito dagli arredi, che riuniscono il meglio di tre continenti:
l’Africa, l’Asia e l’Europa.
Proviamo allora a immaginare questi ambienti. In una stessa sala con ogni
probabilità si possono vedere superfici in avorio di elefanti africani,
rivestimenti di gusci di tartarughe del mar Rosso, soffitti ricoperti da strati di
madreperla di ostriche perlifere dell’oceano Indiano, tappeti persiani,
tendaggi tinti di porpora, statue e colonne di marmo proveniente da cave del
mar Egeo, coppe in malachite africana, statuette in ambra dal Baltico, divani
coperti con pelli di leopardo africano e lenzuola di seta cinese. Il mobilio è di
legno ricavato dai cedri del Libano e decorato con intarsi di avorio e
madreperla, mentre le porte sono rivestite di bronzo dorato e i soffitti a
cassettoni vivacemente dipinti. Il legno diffonde ovunque un intenso aroma
esotico, a tratti coperto da quello di bracieri nei quali ardono incenso e altre
essenze orientali. E poi c’è oro in grandi quantità, che ricopre le decorazioni
dei letti, le coppe per bere, e molti elementi delle architetture interne.
A conferma di questa nostra visione c’è il racconto di Lucano, che
descrive il palazzo di Cleopatra aggiungendo altri dettagli che lasciano a
bocca aperta. È senza dubbio un livello di lusso che il mondo romano non ha
mai raggiunto.
“Quel luogo somigliava a un tempio, che un’età più corrotta a stento
saprebbe innalzare: i soffitti a cassettoni erano carichi di ricchezze e le travi
erano ricoperte d’oro massiccio. Il palazzo rifulgeva, rivestito non di lastre di
marmo tagliate ed applicate sulle pareti: queste ultime erano invece costituite
da blocchi di agata e di porfido, mentre tutti i pavimenti dell’intera reggia
erano formati da onice. L’ebano mareòtico non copriva le grandi porte ma
costituiva, come suole la rozza quercia, il sostegno, e non l’ornamento, del
palazzo. Gli atrii erano rivestiti di avorio, sui battenti erano stati posti i gusci
di testuggine indiana, dipinti a mano e punteggiati da una gran quantità di
smeraldi. I letti risplendevano di gemme e le suppellettili di fulvo diaspro;
brillavano i tappeti, la maggior parte dei quali, cotti per lungo tempo nella
porpora di Tiro, avevano assorbito la tinta in diverse immersioni, alcuni
ricamati in oro altri in un colore rosso acceso, come suggerisce la tecnica
egiziana di ricamare e ordire le stoffe.”

C’è un aneddoto che ancora oggi fa capire la dimensione sconfinata


(soprattutto dal punto di vista economico) dell’amore tra Antonio e
Cleopatra. Sappiamo dagli antichi che ogni loro pasto equivale a un
banchetto sfarzoso. Lo stesso Plutarco dichiara che suo nonno gli ha
raccontato di un “dietro le quinte” sorprendente, emerso grazie alle
confidenze di un suo amico, il medico Filota di Anfissa, che si era intrufolato
nelle cucine di Cleopatra grazie ai buoni rapporti che aveva con un suo cuoco
personale.
Dal momento che nessuno riesce a sapere quando Antonio chiederà di
mangiare, visto che è sempre impegnato e imprevedibile, le cucine lavorano
senza interruzione arrostendo contemporaneamente ben otto cinghiali
(specifica Plutarco) con annessi contorni e molte altre vivande. Sebbene
possa sembrare la preparazione di un banchetto affollato, a detta del cuoco i
convitati non sono mai molti, circa una dozzina, ma è necessario che ogni
pietanza sia al punto giusto di cottura, a qualunque ora. Ecco spiegato l’alto
numero di carni sul fuoco: “Vengono preparati non uno, ma molti pranzi”
ammette, in una sorta di ristorante attivo ventiquattr’ore su ventiquattro.
Possiamo immaginare i banchetti e le feste di Antonio e Cleopatra grazie
a un racconto di Lucano, che si riferisce in realtà a quattro anni prima, ma che
è certamente ancora valido per la loro “luna di miele” ad Alessandria.
“E ancora: ecco una folla di ancelle e un intero popolo di servi. Alcuni si
riusciva a distinguerli dal colore della pelle, altri dall’età: un gruppo portava i
capelli acconciati come i libici, un altro li aveva tanto biondi […] un altro
ancora appartenente a una razza bruciata dal sole, aveva i capelli così ricci
che non cadevano, perciò, mai sulla fronte. E c’erano anche sventurati
fanciulli, castrati e privati dei loro attributi virili: di fronte ad essi v’erano
giovani più maturi a cui purtuttavia solo una leggera peluria ricopriva le
guance.”
La descrizione del banchetto prosegue specificando che nei piatti d’oro
vengono serviti tutti i cibi che offrono la terra, il mare, l’aria e il Nilo: spesso
si tratta di animali e uccelli che gli egizi adorano come divinità. Le mani dei
commensali vengono lavate con acqua del Nilo versata da calici di vetro. Si
sorseggia il vino in coppe ricavate da gemme (probabilmente dall’agata
sardonica, come la splendida Tazza Farnese del Museo Archeologico
Nazionale di Napoli, che è appunto di epoca ellenistica e di scuola
alessandrina). Tutti i commensali indossano corone intrecciate con fiori di
nardo e rose che non appassiscono in breve tempo: sulle loro chiome, già
unte, vengono versati cinnamomo di provenienza esotica e l’amomo appena
raccolto in un campo vicino. Gli invitati insomma sono tutti addobbati e
profumati. E talvolta, davanti ai commensali (sbigottiti), Marco Antonio si
alza e va a massaggiare amorevolmente i piedi di Cleopatra, come
racconteranno altri autori antichi…

Le perle di Cleopatra

La regina siede accanto ad Antonio. Indossa un trucco pesante, ed è


ricoperta di gioielli. Lucano descrive un dettaglio interessante: “Coperta di
perle del mar Rosso, ostentava le sue gioie sul collo e sulle chiome,
nonostante tutto quell’apparato le riuscisse gravoso”. Le perle sono un
ornamento molto amato da Cleopatra, tanto che compaiono anche su alcune
monete che la raffigurano. E proprio a questo proposito vale la pena
raccontare un aneddoto descritto da Plinio il Vecchio.
I due innamorati fanno a gara nello stupirsi l’un l’altro con regali e
sorprese sbalorditive. Proprio durante un banchetto, Cleopatra, per
meravigliare Marco Antonio, usa una rarissima perla orientale…
Secondo Plinio, Cleopatra possiede entrambe le perle più grandi di tutti i
tempi, ricevute dalle mani dei re d’Oriente. E ora pendono dalle sue orecchie.
Mentre Antonio si rimpinza di magnifici piatti raffinati, Cleopatra si
lamenta, dicendo che si può fare di meglio. Al che lui, di fronte allo
splendore e al lusso estremo del banchetto, le chiede cosa si potrebbe volere
di più. E lei, con aria di sfida, risponde che in una sola cena sarà in grado di
consumare ben dieci milioni di sesterzi. Antonio ovviamente non le crede, e
così fanno una scommessa. Il giorno successivo, Cleopatra fa preparare una
cena straordinaria, ma tutto sommato non molto diversa dalle altre. Antonio
glielo fa notare, ridendo, e lei gli assicura che quella cena costerà il prezzo
scommesso, e che lei da sola mangerà dieci milioni di sesterzi entro la fine
del banchetto. Nel dirlo ordina che le venga servita la seconda portata.
Davanti agli occhi increduli di Antonio, i servitori le porgono solo una coppa
di aceto. La regina allora si toglie un orecchino con una delle meravigliose e
rarissime perle e lo immerge nell’aceto, “con un forte tasso di acidità in grado
di sciogliere completamente delle perle” sentenzia Plinio il Vecchio.
Dal punto di vista chimico, una perla è formata essenzialmente da
carbonato di calcio e si scioglie se la concentrazione di acido acetico è
superiore a quella del comune aceto da tavola, pari al 5-7%. La perla di
Cleopatra si è quindi trasformata in acetato di calcio, producendo acqua e
anidride carbonica sotto forma di un velo frizzante: in questo modo l’acidità è
stata in parte neutralizzata e l’aceto può essere bevuto.
Una volta liquefatta la perla, Cleopatra la inghiotte. Ma non finisce qui.
La regina porta la mano all’altro orecchino per fargli fare la stessa fine, ma
prima che la seconda perla entri nell’aceto uno dei commensali, Lucio
Planco, giudice della scommessa, vi pone la mano sopra e proclama
Cleopatra vincitrice, impedendo anche a questo secondo capolavoro della
natura di scomparire per sempre…
Questa perla, dopo la morte di Antonio e Cleopatra, finirà a Roma, verrà
tagliata in due e usata per realizzare gli orecchini di una famosa statua di
Venere che si trova nel Pantheon. A questo proposito Plinio il Vecchio
commenta con grande humour: “Quando fu fatta prigioniera la regina, […] la
perla fu dimezzata affinché ad entrambe le orecchie della statua di Venere,
posta nel Pantheon a Roma, vi fosse la metà di quella loro cena”.
Questo episodio è stato ripreso da numerosi pittori e artisti famosi, come
Giambattista Tiepolo, che a metà del Settecento lo ha rappresentato in
un’opera immortale, su una parete di Palazzo Labia a Venezia.
Lo scherzo di Antonio

Marco Antonio e Cleopatra passano la maggior parte del tempo insieme.


Amano scherzare e divertirsi con giochi che ai nostri occhi potrebbero
apparire infantili. Sappiamo per esempio da Plutarco che andavano a pescare.
Eccoli a bordo di un’elegante barca mentre si addentrano nell’intrico dei
canali del delta, poco lontano da Alessandria d’Egitto. L’imbarcazione
sembra scivolare sull’acqua piatta. Ha una forma curiosa. La prua è dritta e
molto alta, con in cima la testa di un animale mitologico. Da qui sembra
quasi Anubi, ma potremmo sbagliarci. È ricoperta di superfici dorate, sculture
in avorio e lastre cesellate d’argento. Ha tre remi su ogni lato, mossi da
altrettanti rematori, che si alzano e si abbassano all’unisono con una
perfezione e una lentezza ipnotizzanti. La poppa si innalza nel cielo ancora
più alta della prua, incurvandosi in avanti sopra l’imbarcazione per poi salire
in verticale come la pinna di uno squalo. E su questa “pinna” ondeggia
maestoso un nastro di seta tinto nella porpora… Il timoniere siede nella
nicchia della poppa e orienta i due timoni laterali con pochi ma decisi
movimenti. Al centro sorge una specie di piccola casetta dorata con le grate
di legno lavorato. Al suo interno, nella penombra, due corpi sono avvinghiati
nell’amore. In un angolo di luce si vede solo la mano di Antonio che scivola
sulla coscia di Cleopatra, scostandole la tunica per poi risalire lungo il
fianco… Lei sposta la coscia per accogliere il suo uomo, ma all’improvviso
l’ombra, come un sipario, cela tutto alla nostra vista, seguendo un cambio di
direzione voluto dal timoniere: a prua ha avvistato la testa di un ippopotamo.
Ci sono anche dei coccodrilli, ma non c’è da avere paura, sono una presenza
abituale nel Nilo e nel suo delta, inoltre le guardie personali di Antonio e
Cleopatra che li scortano a bordo di altre imbarcazioni vegliano su ogni
movimento. Non è facile, perché la vegetazione è lussureggiante. Si avanza
tra canneti, ciuffi di papiri ed eleganti ninfee con le foglie aperte sull’acqua
simili a immensi ventagli. La loro superficie è costellata di piccole gocce
d’acqua che brillano come stelle.
La barca reale entra in un cono d’ombra creato da alti alberi. Un gruppo
di anatre selvatiche si allontana nuotando. È il posto perfetto. La barca si
ferma e tutti attendono, ma ci vogliono ancora alcuni minuti perché le tende
della piccola costruzione dorata si aprano. Antonio esce per primo,
sistemandosi la tunica ricamata d’oro. Cleopatra lo segue pochi istanti dopo e
tutti si inchinano. Non è la prima volta che vengono qui, anzi è uno dei loro
luoghi preferiti per la pesca… che in realtà è una scusa per stare insieme,
lontani dal palazzo. Intanto i rematori e il timoniere sono saliti su un’altra
imbarcazione per lasciare la coppia reale in pace in questo piccolo paradiso.
Sono rimasti a bordo solo due servitori che stanno in disparte, pronti a servire
cibo, vino e piccoli dolci ai due amanti.
Antonio e Cleopatra si sdraiano su dei cuscini all’ombra di un telo tinto di
porpora. La regina poggia il capo sul petto di lui, che le accarezza dolcemente
i capelli. Le prende la mano, liscia e ambrata, con due anelli d’oro, uno dei
quali ha il sigillo reale. È così piccola in confronto alla sua, rude e segnata
dalle cicatrici di tante battaglie. Le dita di Cleopatra sentono la morbidezza
delle labbra di Antonio che le bacia a una a una…
Tra una coppa di vino e uno spuntino sono ormai passate due ore, ma
Antonio non ha pescato nulla. La sua canna è rimasta immobile. Cleopatra
cerca di nascondere un sorriso beffardo… Anche se non parla, il generale
romano ha capito tutto e avverte un imbarazzo crescente che lo colpisce dritto
nell’orgoglio. Così, con una scusa, si alza e va da uno dei servitori. Sappiamo
anche qual è il suo piano: gli ordina di andare a prendere dei pesci da alcuni
pescatori locali e di attaccarli al suo amo, nuotando sott’acqua di nascosto.
Poi ritorna dalla regina e continua ad amoreggiare con lei. Passano alcuni
minuti, poi all’improvviso la canna si piega. Lui balza in piedi fingendo
eccitazione e impegna la preda in una lotta breve ma intensa… e tira su un
grosso pesce che dà subito al servitore, in modo che Cleopatra non si accorga
che è già morto. Antonio lancia di nuovo la lenza, e dopo pochi secondi ecco
un’altra miracolosa cattura… E poi un’altra ancora… Cleopatra si congratula
con lui per la sua bravura e fortuna, si mostra sorpresa ed eccitata a sua volta,
ha gli occhi sgranati… Ma in realtà ha capito tutto. E già medita una risposta
all’altezza…
Il giorno dopo racconta la pesca miracolosa di Antonio ad alcuni amici,
invitandoli ad assistere l’indomani a una nuova battuta. Lui ovviamente
accetta, pensando di mettere in atto lo stesso trucco. Quando tutti prendono
posto sulle barche e Antonio lancia la lenza, Cleopatra ordina ai suoi servitori
di arrivare sott’acqua prima di quelli di Antonio e di attaccare all’amo un…
pesce salato del Ponto. Poi aspetta sorridente. Quando Marco Antonio sente
che la canna si piega, fa la solita sceneggiata della cattura difficile e infine
tira a bordo il pesce… già salato. Ovviamente tutti scoppiano a ridere. E
allora, racconta Plutarco, Cleopatra gli dice: “O grande comandante, lascia la
canna da pesca a noi che regniamo su Faro e Canopo: la tua preda sono città,
regni e continenti”. Questo piccolo episodio, raccontato da Plutarco e che
abbiamo un po’ romanzato, fa capire che tipo di donna sia Cleopatra: anche
nei giochi ama dominare e non vuole perdere…

Il tempio della conoscenza: il Museion e la Biblioteca di Alessandria

I due innamorati non trascorrono le loro giornate solo con questi semplici
passatempi. Amano anche la cultura, e ad Alessandria c’è un vero e proprio
“tempio” del sapere. È il Museion, una via di mezzo tra un’università e un
monastero, e loro non di rado si recano in questo luogo magnifico.
Alessandria, infatti, non è solamente una città commerciale, ma anche il
centro culturale più importante di tutto il Mediterraneo. E non è il solo “faro”
della conoscenza: esistono altri centri del sapere come Atene, Pergamo, Rodi,
Efeso, non meno importanti a seconda dell’epoca e del campo delle
conoscenze (Efeso, per esempio, è una delle “capitali” della medicina antica e
della chirurgia, come lo possono essere oggi Atlanta o Baltimora o altre città
negli Stati Uniti e nel mondo con centri di ricerca o scuole di medicina
all’avanguardia).
È stato il primo sovrano di Alessandria, Tolomeo I, vissuto circa 300 anni
prima di Cleopatra, a fare erigere, grazie a ingenti investimenti, i due cuori
pulsanti della cultura antica: il Museion e la famosissima Biblioteca, che
costituiscono uno straordinario tempio del sapere, quanto di meglio l’uomo è
in grado di esprimere in quest’area del pianeta. Si assiste davvero ai primi
passi organizzati che porteranno al pensiero scientifico, e alla moderna
ricerca scientifica.

Entriamo nel Museion. Non fatevi trarre in inganno dal suo nome. Non ha
nulla a che vedere con i nostri musei: non espone collezioni di reperti antichi
o di capolavori artistici. È in realtà l’equivalente, per l’epoca di Cleopatra, di
un’università o di un istituto di ricerca. Superate le colonne dell’entrata
abbiamo subito la sensazione di essere all’interno di un alveare del sapere, in
mezzo a una moltitudine di persone che vi passano accanto la cui unica
attività è quella di produrre il miele della conoscenza. Attraversando le sale o
i cortili, si capisce al volo che qui la gente è completamente diversa da quella
che avete lasciato appena pochi secondi fa nelle strade: non sono
commercianti, soldati o navigatori, ma studiosi che vengono da ogni angolo
del mondo conosciuto. Tanti sono greci, altri arrivano dal meridione d’Italia,
altri ancora dall’Asia Minore e dal Medio Oriente. E non mancano volti
decisamente orientali, che giungono addirittura dalla Persia e dall’India. Li
riconoscete al volo quando sbucano all’improvviso da un colonnato, parlando
con altri studiosi, perché indossano vesti dalla foggia esotica.
Esplorando i vari ambienti del Museion vi accorgete che ci sono
parecchie barbe lunghe, da sempre un segno caratteristico dei filosofi e dei
pensatori greci. Tutti questi studiosi, che rappresentano le menti più
illuminate dei paesi e delle città da cui provengono, sono venuti per unire le
loro conoscenze a quelle degli altri, per confrontarsi e per imparare da chi ne
sa di più, consentendo al sapere, in questo gioco collettivo, di crescere e di
raggiungere nuovi traguardi.
Qui infatti hanno libertà totale di consultare qualunque tipo di testo della
Biblioteca, ma anche di approfondire le loro conoscenze, sia discutendo con
gli altri sia studiando da soli. E sono tanti quelli che regalano il proprio
sapere impartendo lezioni. Insomma, è esattamente quello che vediamo oggi
in un’università, con le aule per l’insegnamento, le biblioteche con libero
accesso e i laboratori di ricerca. A noi sembra scontato, ma nel 40 a.C. è una
luce nel buio, un’incredibile eccezione e una speranza per il futuro.
Molte delle persone che incrociate spesso risiedono qui. Il Museion,
infatti, esattamente come un monastero, possiede un’ala per gli alloggi e per i
pasti comuni degli studiosi, una sorta di “refettorio”. C’è anche una
passeggiata, dotata di un’esedra, che consente di respirare un po’ d’aria
fresca.
Qui, circa due secoli e mezzo prima di Cleopatra, hanno vissuto, studiato
e fatto scoperte fondamentali nella storia del sapere figure eterne per
l’umanità come Eratostene, filosofo, matematico, poeta, astronomo e terzo
bibliotecario della Biblioteca, famoso per i suoi lavori sulla geografia e sulla
storia: fu lui a calcolare la circonferenza terrestre, con un errore, oggi lo
sappiamo, di appena l’1,5%, un risultato a dir poco sbalorditivo che ha
un’implicazione importantissima: il concetto che la terra fosse una sfera era
acquisito e scontato già 2300 anni fa.
Qui la conoscenza ha compiuto passi fondamentali anche nella
matematica con Euclide, padre della geometria; nella medicina con Erofilo,
considerato il primo anatomista della storia; nella fisica con Stratone di
Lampsaco, autore della teoria del vuoto che permise a un altro grande
studioso, Ctesibio di Alessandria, di disegnare pompe e impianti idraulici.
Come intuite, il sapere moderno affonda le sue radici in questo luogo
preciso…
Ma qui studiarono anche dei grandi nomi della letteratura, della lirica e
della poesia elegiaca come Callimaco e Teocrito. Callimaco, in particolare, fu
il più grande scrittore del suo tempo e realizzò anche un sistema pratico per
orientarsi nella sterminata serie di volumi conservati nella Biblioteca di
Alessandria.

Proseguendo nel nostro giro, notiamo che alcuni uomini sorvegliano


discretamente un passaggio che conduce al cortile interno del Museion.
Approfittando di un addetto che porta una cassetta con dei papiri, superiamo
il controllo e in pochi secondi ci troviamo alla fine del corridoio. Veniamo
investiti dalla luce del cortile e dal silenzio. C’è solo una voce che parla,
scandendo le parole in greco. Proseguiamo, entrando nella zona più intima di
tutta la struttura. Superato un ennesimo controllo di uomini armati (ce ne
sono un po’ ovunque, a sorvegliare il luogo e gli spostamenti dei presenti), ci
sediamo sulla sporgenza della base di una colonna. Davanti a noi, un uomo
sta spiegando i moti dei corpi celesti. Scopriamo che qui probabilmente non
si discute su quale sia il centro del sistema solare, se la terra o il sole: i
sapienti di Alessandria sanno già da tempo che al centro c’è il sole e che la
terra gli ruota attorno. Sembra sia stato Aristarco di Samo, un gigante
dell’astronomia, il primo a considerare il sole il centro dell’universo e a
tentare di misurare la dimensione della terra e la sua distanza dal sole. Sono
discorsi che ci aspetteremmo di udire a una conferenza della NASA, eppure
stiamo parlando, voglio sottolinearlo, di oltre 2200 anni fa. Aristarco
insegnava qui, e ora l’uomo che tutti ascoltano in silenzio porta avanti le sue
idee. Tra i presenti scorgiamo Antonio e Cleopatra. Non hanno troni,
dignitari o servitori accanto. Sono vestiti in modo sobrio, con indumenti
eleganti ma non sfarzosi; non sono qui in veste di re e regina, ma solo per
imparare nuovi concetti. E ascoltano rapiti.

Conservare o distruggere il sapere

Ci allontaniamo. A pochi metri da loro c’è la più grande biblioteca


dell’antichità, che contiene forse 800.000 volumi.
Non conosciamo la struttura della Biblioteca in sé, ma possiamo
immaginare marmi ovunque, sale e tavoli in legno dove consultare le opere.
La luce è un elemento fondamentale per leggere i papiri (esistono già delle
lenti per chi ha problemi di vista? Non possiamo escluderlo), e di certo si
preferisce quella solare alle lucerne, che costituiscono un pericolo enorme per
i papiri, a causa della loro fiamma libera. È logico pensare a finestroni o
piccoli cortili nelle sale di lettura, per avere luce a sufficienza per consultare
agevolmente le opere. Il buonsenso suggerisce anche che tali sale fossero
separate dalla Biblioteca vera e propria. Per il clima caldo umido dovuto alla
prossimità del mare e alla posizione geografica di Alessandria, i delicati
papiri devono essere conservati in ambienti asciutti con una ventilazione
studiata per evitare il formarsi di muffe. Un esempio di simili cautele lo
troviamo a Roma, 150 anni dopo, nei grandi depositi di grano a Portus, il
porto di Ostia, altra città di mare. Per evitare che le immense quantità di
cereali qui custoditi andassero a male, i magazzini erano sollevati e “staccati”
dal terreno (e non avevano contatto diretto con le pareti perimetrali): nel
pavimento esistevano estese intercapedini visibili ancora oggi.
Anche la luce diretta del sole danneggia i preziosi documenti, quindi è
presumibile che i rotoli di papiro si trovino in ambienti riparati, in ombra, non
di rado in contenitori chiusi che li proteggono anche dall’aggressione degli
insetti. Si tratta di un sistema usato soprattutto per le opere e i trattati più
importanti, consultabili solo con mille precauzioni.
Non è pensabile che chiunque possa aggirarsi liberamente per le sale e
scegliere quello che vuole. Degli addetti probabilmente aiutano gli studiosi a
trovare i manoscritti, orientandosi in un vero e proprio labirinto di scaffali e
armadi, segnandosi quale opera viene presa e da chi, in modo che ritorni sana
e salva. Con ogni probabilità sono gli unici autorizzati a mettere le mani negli
scaffali, per salvaguardare l’incolumità dei papiri. Questi, naturalmente, sono
ragionamenti dettati dal buonsenso, perché non abbiamo descrizioni in
merito. Bisogna poi aggiungere che la Biblioteca stessa realizzava a mano
copie dei trattati che acquisiva. E forse erano spesso queste copie a essere
maneggiate dagli studiosi.
La produzione e l’acquisizione dei manoscritti sono state tali che a un
certo punto gli scaffali non sono bastati più ed è stata aperta un’altra
biblioteca, minore, nel Tempio di Serapide. È la cosiddetta Biblioteca del
Serapeum.
Pensate per un attimo di aggirarvi per i corridoi della Biblioteca. Siete nel
cuore del sapere dell’antichità. Qui si concentrano tutte le conoscenze
dell’epoca, frutto dell’accumulo di generazioni di pensatori. Nella penombra
incrociate giovani addetti che fanno strada a qualche studioso con la barba
bianca, la pelle segnata da ragnatele di rughe. Anche se i vostri sguardi si
incrociano per un attimo, nei loro occhi cogliete la saggezza di un vecchio
mista alla curiosità di un ragazzo, entrambi animati dalla stessa, infinita fame
di conoscere il mondo…
Tutt’attorno a voi ci sono serie di scaffalature in legno che salgono fino al
soffitto: non sono orizzontali ma “diagonali”, in modo da formare tanti rombi
dove collocare i papiri l’uno sopra l’altro, senza che rotolino sui ripiani. A
intervalli regolari, ecco i famosi pinakes inventati da Callimaco. Sono delle
tavolette appese con più quadretti dipinti che descrivono il genere a cui
appartengono i papiri in questa sezione. Per volontà di Callimaco, tutte le
opere della Biblioteca sono suddivise in sei generi letterari (retorica, diritto,
epica, tragedia, commedia e lirica) e cinque sezioni di “prosa” (storia,
medicina, matematica, scienze naturali e opere miscellanee). Leggendo le
tavolette scopriamo che i testi sono disposti in ordine alfabetico secondo il
nome dell’autore. Scorrendo i nomi, scritti in greco, ne scorgiamo tanti,
famosissimi, e per curiosità ne scegliamo uno. Memorizziamo il numero e la
sezione dello scaffale, e ci spostiamo. Dopo pochi passi arriviamo al riquadro
giusto, dove sono sistemati tanti papiri uno sopra l’altro. Dove si trova il
nostro? Facile: ogni rotolo ha una scheda bibliografica che pende dallo
scaffale e riporta il titolo dell’opera, il nome del suo autore, il luogo di
nascita, il nome del padre, i suoi allievi e alcune esperienze culturali, cioè una
sorta di curriculum che cita altre sue opere con brevissimi riassunti del loro
contenuto. Sfilare uno dei papiri arrotolati dà un’emozione indescrivibile.
Con mille cure lo apriamo e scorgiamo linee fitte, vergate in greco con una
grafia perfetta (la stampa è lontana quindici secoli)… Nelle nostre mani c’è il
culmine delle conoscenze dell’umanità ai tempi di Cleopatra. La sensazione è
quella di stare ai confini culturali del mondo conosciuto. Oltre, c’è solo il
buio. È una sensazione commovente, perché tutto è così delicato, vulnerabile,
leggero e sottile. In quella finissima pagina di papiro è racchiusa, in un velo
di inchiostro, la mente dell’uomo che ha iniziato a indagare su se stesso e sul
mondo.

Tutto questo sapere verrà spazzato via, distrutto… Come e quando, è una
questione molto dibattuta.
Secondo alcuni potrebbe essere stato nel 270 d.C., durante la devastante
guerra di Aureliano contro la regina dissidente Zenobia: l’intero quartiere
reale verrà devastato, compreso il palazzo di Cleopatra, e la Biblioteca con il
Museion forse addirittura rasi al suolo.
Secondo altri, visto che qualche fonte parla ancora del Museion in anni
successivi, tutto avverrà nel 391 d.C. con l’editto di Teodosio e la
proscrizione di tutte le religioni pagane. I templi verranno distrutti o
trasformati in chiese, i sacerdoti trucidati e sarà perseguitato e discriminato
chiunque professi culti diversi dal cristianesimo cattolico, in un fanatismo
religioso che ricorda molto episodi attuali. È in questo clima che per le strade
della città verrà barbaramente uccisa da fanatici cristiani Ipazia, famosa
studiosa di Alessandria. In realtà è un attacco non solo alla religione greca,
ma anche alla cultura e soprattutto al modo di pensare ellenistici. Sarà la fine
di quello straordinario momento della storia dell’uomo, iniziato nella Grecia
Classica e proseguito da Alessandro Magno, che ha acceso l’Ellenismo, così
fecondo di pensieri liberi e indagatori sul mondo attorno ma anche dentro
l’uomo, e che conoscerà con l’Impero romano un’ulteriore evoluzione. Il
mondo antico è sì ricco di divinità, ma alla fine è laico nel modo di pensare…
Ad Alessandria verrà distrutto il Serapeum, il Tempio di Serapide, e con
esso la seconda biblioteca della città, la “succursale” di quella principale:
andranno così in fumo decine di migliaia di papiri di opere greche (alcuni
dicono addirittura 200 o 300 mila). Tuttavia, secondo molti studiosi, la
Grande Biblioteca di Alessandria sarebbe sopravvissuta a questo inverno
nucleare della religione monoteista sulla cultura e sulla vita delle persone, per
conoscere però la fine definitiva, secondo ancora altri autori, come Franco
Cardini e Luciano Canfora, con la conquista araba dell’Egitto.
Per ordine del califfo Omar, nel 642 tutti i manoscritti saranno bruciati.
Secondo un autore medievale (Barebreo, vissuto intorno alla metà del 1200),
il califfo avrebbe risposto così a chi gli chiedeva cosa fare con i libri della
biblioteca reale: “In quei testi o ci sono cose già discusse nel Corano, oppure
ci sono cose estranee al Corano: se sono raccontate nel Corano sono inutili,
se non sono raccontate allora sono dannose e bisogna distruggerle”. Lo stesso
autore ci informa che i rotoli verranno utilizzati come combustibile per
riscaldare l’acqua nei bagni turchi dei soldati: ci vorranno addirittura sei mesi
per bruciarli tutti…
Se questa è stata realmente la loro fine (nessuno lo può dire con certezza),
nei fumi che si sono alzati dai camini delle caldaie si sono dissolte le scoperte
e i pensieri di generazioni di uomini e donne che hanno dato vita a quella
straordinaria fioritura della mente umana nel mondo antico. Aggiunge il
professor Cardini “che le raccolte librarie greche presenti in Alessandria
siano scomparse verso la metà del VII secolo è arduo a contestarsi.
D’altronde, a confermarlo c’è un altro dato: il fatto che proprio da allora tutto
il bacino mediterraneo abbia conosciuto una drastica interruzione dell’arrivo
di scritti greci dall’Egitto. Vi fu insomma una cesura, che del resto venne
egregiamente riparata a partire dal IX secolo circa in poi, quando il mondo
arabo-musulmano (ormai divenuto anche siro-musulmano e irano-
musulmano) recuperò appieno la tradizione ellenica, la studiò e nel corso del
XII secolo giunse a trasmetterla anche all’Occidente”.

La cultura di Cleopatra

Per Cleopatra ogni angolo della Biblioteca è familiare. Siede sui banchi
con la stessa disinvoltura di una studentessa all’ultimo anno di università.
Probabilmente studiosi e bibliotecari la conoscono bene, e forse talvolta
perdono di vista il fatto che hanno di fronte la regina. Lei, infatti, appare
come una donna con i piedi per terra e con un’intelligenza acuta che le
consente di dialogare con loro fornendo ogni volta stimolanti spunti di
riflessione.
Tutto questo non deriva solo dal suo DNA. Cleopatra ha alle spalle
un’educazione di prim’ordine, che forse nessuna donna nel Mediterraneo ha
avuto la fortuna di avere. La sua istruzione è stata di stampo greco, con una
formazione umanistica. Ha iniziato, come tutti i bambini, imparando a
scrivere e leggere in greco, recitando ad alta voce l’alfabeto e ricalcando delle
lettere incise su tavolette di legno. Ma questo è stato solo il primo passo. A
fare la differenza è stato l’ambiente reale nel quale è stata allevata. I maestri
che ha avuto sono stati probabilmente filosofi e studiosi di prim’ordine che
vivevano ad Alessandria. Con loro ha imparato a recitare i versi dei miti e
delle leggende della sua epoca. Visto il suo status, una volta cresciuta, non è
improbabile che abbia avuto la possibilità di tenere in mano una copia
dell’Odissea o dell’Iliade, entrambe conservate nella Biblioteca.
Cleopatra adora Omero e sa recitare a memoria ampie porzioni delle sue
opere, che sono l’equivalente della Divina Commedia di Dante per la nostra
cultura. Non c’è da stupirsi di queste sue capacità: è una donna curiosa e con
un’infinita voglia di conoscere. Sentire una regina, ufficialmente l’ultimo
“faraone” d’Egitto, che recita Omero con le gesta di Ulisse o di Achille può
sorprendere, ma bisogna sempre tenere presente che lei è greco-macedone,
non egizia… Probabilmente conosce bene le tragedie di Eschilo, Sofocle ed
Euripide; sa a memoria le favole di Esopo e rilegge regolarmente, sorridendo,
le commedie di Menandro.
Fondamentale per la sua carriera di regina è stato lo studio della retorica,
con la quale si apprende a parlare in pubblico. Le sono state impartite lezioni
su come argomentare un tema e renderlo convincente usando non solo le
parole, ma anche il corpo. I gesti, il tono della voce, il respiro, la posizione
della testa, lo sguardo sono cruciali quando si vuole comunicare. Anche le
pause sono uno strumento efficace. È quello che avvocati e politici di oggi e
di ieri sanno fare molto bene. Bisogna saper “recitare” e convincere.
Anche Cleopatra ha dovuto imparare alcune tecniche della retorica,
esercitarsi a fingere di essere un avvocato dell’accusa o della difesa e portare
avanti degli argomenti che fossero convincenti, diventando abile anche ad
affrontare imprevisti e sorprese.
Tutto questo per lei è stato una scuola straordinaria: la quasi totalità dei
sovrani, re, dignitari o militari romani che incontra, infatti, ha raggiunto
quella posizione con la forza, o grazie ad amicizie influenti. Loro non hanno
certo la sua preparazione “psicologica”, ed ecco forse spiegata, in parte, la
sua abilità a trattare e vincere con le controparti.
Se a queste abilità nella dialettica e nelle strategie oratorie
immaginassimo di unire la sensualità di un corpo giovane, guidato da un
cervello calcolatore, non avremmo più una timida regina, ma una donna
capace di arrivare ovunque. Come la Storia ha dimostrato…

Cleopatra scrisse dei libri?

Tra gli scaffali della Biblioteca ci sono volumi, papiri, o trattati con la
firma di Cleopatra? La domanda è lecita visto che è una donna colta,
intelligente ed esperta in vari settori, non ultimo quello dei veleni, che
avranno un peso determinante verso la fine di questo libro…
Secondo le fonti arabe, Cleopatra è una studiosa, non certo una femme
fatale. Curiosamente, infatti, queste ultime non fanno alcun cenno alla sua
sensualità o al suo aspetto fisico, e puntano piuttosto sulla sua cultura e sulle
sue conoscenze e la descrivono come un’esperta di filosofia, matematica e
scienze. Bisogna comunque sottolineare che questi autori scrissero parecchi
secoli dopo l’epoca di Cleopatra: quello più vicino a lei è stato un vescovo
copto vissuto nel VII secolo d.C., cioè circa settecento anni dopo la sua
morte.
Stando alle loro testimonianze, Cleopatra avrebbe scritto libri di
medicina, cosmetica, farmaceutica e tossicologia. Purtroppo non conosciamo
i loro titoli, né gli argomenti trattati, né se siano stati effettivamente scritti, o
se attribuirli a lei sia stato solo un modo per sottolineare le sue vaste
conoscenze.
Possediamo però qualcosa che potrebbe mostrarci la scrittura di
Cleopatra. Si tratta di due frammenti di un decreto reale datato 23 febbraio
del 33 a.C. Questi papiri, scoperti agli inizi del Novecento da una spedizione
tedesca ad Abusir El-Melek, a sud del Cairo, sono oggi conservati a Berlino.
Erano stati riutilizzati per rivestire una mummia con una maschera di
cartapesta, il cosiddetto cartonnage.
Il papiro è interessante in quanto si legge che viene concessa a un
generale di Antonio di nome Publio Canidio l’esenzione fiscale perpetua
sull’esportazione di grano e l’importazione di vino e altri prodotti. E non
stiamo parlando di piccole quantità. Il generale evidentemente ha messo su
un suo piccolo business di import/export. Sul papiro leggiamo che l’uomo
viene autorizzato a far uscire dal Regno egizio, ogni anno, ben 300 tonnellate
di grano e a far entrare 5000 anfore di vino, senza pagare una dracma di
tasse… C’è da chiedersi se dietro questa autorizzazione speciale non ci sia la
“buona parola” di Marco Antonio nei suoi confronti, altrimenti non si
spiegherebbe come sia riuscito a ottenere una simile esenzione fiscale.
Publio Canidio possiede anche delle terre coltivabili: sui papiri si legge
che vengono esentate per sempre da qualunque tassa o pagamento, così come
gli animali usati per seminare o arare, le navi utilizzate per il trasporto del
grano, e non bisognerà dare contributi a chi verrà a fare le verifiche né pagare
il sostentamento dei loro soldati (tutto questo getta una luce inquietante sulle
vessazioni fiscali che subivano normalmente i contadini egizi).
Alla fine si legge una frase in greco: “Che sia fatto”. È l’autorizzazione
ufficiale di Cleopatra, sostiene il papirologo belga Peter van Minnen
dell’Università di Lovanio. L’unica ad avere l’autorità necessaria per validare
un documento simile sarebbe proprio lei, la regina, secondo la tradizione
tolemaica. È quindi la sua scrittura, la sua calligrafia? Siamo molto tentati di
crederlo, anche se non è da escludere che a scrivere materialmente sia stato
uno scriba reale, su dettatura della regina. In questo caso ci troveremmo
davanti all’eco delle sue parole imprigionate nell’inchiostro…
Cleopatra di nuovo in dolce attesa

È un giorno di fine dicembre. Il sole sta calando e il cielo si è trasformato


in un immenso sipario rosso, come solo in Egitto si riesce a vedere. Nella
rada del porto di Alessandria poche vele, nere per l’oscurità crescente,
scivolano sul mare piatto, rientrando nell’abbraccio protettivo dei moli e del
lungo Heptastadion. Si sta concludendo una giornata tranquilla. A vegliare
sul porto e sulla città, si erge l’immensa sagoma del Faro, che domina tutto il
panorama, quasi fosse un colossale guardiano di pietra. La sua potente luce,
alimentata da specchi riflettenti, si fa sempre più forte con il passare dei
minuti. Un volo di gabbiani attraversa la rada in cerca di un luogo dove
andare a dormire.
Ad ammirare questo spicchio di paradiso, che nessuno in età moderna
potrà mai assaporare, sono due occhi luminosi. Il loro sguardo sembra andare
ben oltre i quasi cinquanta chilometri del raggio di luce del Faro. Sono fissi
sull’orizzonte, assorti, anzi inchiodati a un pensiero che occupa tutta la
mente. Non si muovono neanche quando all’improvviso una ciocca di capelli
le frusta la guancia, mossa da un refolo di brezza marina. Lo sguardo è quello
di Cleopatra.
È rannicchiata all’interno di un padiglione, con cuscini, sete che
svolazzano e coperte. Ha le ginocchia tirate su sotto il mento e cerca rifugio
nell’abbraccio protettivo di Antonio, che la riscalda con il suo corpo
possente. Ad avvolgere la coppia è una pesante coperta ricamata d’oro.
Cleopatra ha avuto questo sguardo solo in un altro momento della sua vita. E
si trovava esattamente qui. Ma con lei non c’era Antonio. C’era il suo primo
uomo, Giulio Cesare. Sembra insicura. Indugia nei pensieri, e nel silenzio.
Marco Antonio si accorge di questa strana situazione ma non parla.
Aspetta che lo faccia lei, perché sa che Cleopatra non riesce a stare a lungo in
silenzio… Allunga la mano e prende un dattero da un vassoio d’argento.
Sono dolcissimi, grandi e si sciolgono in bocca. E proprio mentre sta per
addentarne un altro, lei si gira e lo fissa. I suoi occhi scintillano di emozione,
insolitamente brillanti e lucenti. “Sono incinta” gli dice. E senza aspettare una
reazione, affonda il viso nell’abbraccio di Antonio. Lui è pietrificato. Rimane
con il dattero in mano a mezz’aria; lo sguardo verso l’infinito, ora, lo ha lui…
Passano alcuni secondi e poi sorride, e stringe Cleopatra con le sue braccia
potenti. Un figlio sarà una cosa meravigliosa per suggellare il loro amore ma
anche e soprattutto la loro intesa politica.
Per nessuno dei due è la prima volta. Antonio ha già avuto diversi figli,
tra cui i due con Fulvia – lo abbiamo visto all’inizio del nostro racconto – ai
quali è molto legato. Però sono mesi che non li vede… Anche Cleopatra ha
un figlio, Cesarione. Ma questa nuova gravidanza sarà speciale. Per entrambi.
Innanzitutto perché è il frutto del più grande amore della loro vita. E poi
perché a nascere non sarà un bambino, ma… due gemelli eterozigoti: un
maschio e una femmina, ai quali daranno due nomi meravigliosi: Luna e
Sole. O meglio “Cleopatra Selene” e “Alessandro Elio”…
Questa scena, ricostruita con l’immaginazione, deve essere avvenuta
realmente in una giornata fredda dell’inverno tra la fine del 41 e il 40 a.C.
Non sappiamo il mese esatto del concepimento, ma probabilmente è avvenuto
poco dopo il loro incontro travolgente ad Alessandria. I due gemelli
nasceranno in una data imprecisata, tra la tarda primavera del 40 a.C. e il
dicembre dello stesso anno.
Strano destino quello di Cleopatra come madre: Cesare non fu presente
alla nascita di Cesarione, e anche Antonio non assisterà a quella dei suoi due
gemelli. Sarà già ripartito, richiamato in patria da eventi gravissimi.
Secondo molti storici moderni, la gravidanza di Cleopatra non è casuale
ma frutto di una scelta ponderata. Al di là dell’amore tra i due, in questo
momento Antonio è l’uomo più potente di Roma. Avere figli da lui significa,
per Cleopatra, consolidare il proprio potere in Egitto e nello scacchiere
mediterraneo. Forse cerca anche una bambina da dare in sposa a Cesarione,
secondo la tradizione tolemaica.
Indubbiamente, nel corso della sua vita Cleopatra è sempre stata molto
attenta alle gravidanze. Come ha sottolineato l’archeologo Duane W. Roller,
non può permettersi i disagi e i rischi di una maternità e di una nascita: la sua
presenza sul trono è necessaria ogni giorno. Immaginate le nausee, le mille
cautele per la sua salute e poi la nascita con il concreto pericolo di morte per
lei e per i bambini. Senza parlare delle sue responsabilità di madre, anche se
può contare sull’aiuto di stuoli di balie. Antonio si è presentato nel momento
ideale: niente pericoli interni nel regno, niente guerre o nemici alle frontiere
dell’Egitto, e l’uomo più potente ai suoi piedi. La scelta di Cleopatra,
calcolatrice anche come madre, è perfetta.

Ma come fa Cleopatra a pianificare le nascite? Quali sono i metodi di


contraccezione dell’epoca? Cleopatra, pur essendo regina, utilizza dei sistemi
di tradizione popolare noti a tante donne egizie.
Esistono innanzitutto sistemi fisici. Dal periodo faraonico in poi, infatti,
sembra noto l’uso di una sorta di preservativo, realizzato con intestino
animale (anche se mancano prove tangibili); oltre a impedire le gravidanze,
serve anche a scongiurare le malattie veneree.
Molte altre informazioni ci giungono da un papiro, che risale all’epoca
del Nuovo Regno (1567-1075 a.C.), noto come Papiro Ebers. Per evitare le
gravidanze, nel testo si consiglia l’uso di un tampone composto da mollica di
pane, acacia, miele e datteri. La fermentazione dell’acacia, secondo gli
esperti, potrebbe, in effetti, creare condizioni ostili agli spermatozoi,
fungendo da spermicida. In un altro documento, il Papiro di Petrie, si
descrivono alcune misture, francamente inquietanti, a base di escrementi di
coccodrillo o di elefante, da mescolare al miele o a una sorta di liquido simile
al latte acido, e da inserire poi nei genitali femminili. Anche in questo caso
agirebbero da contraccettivo chimico e fisico nei confronti degli spermatozoi,
ma in modo più blando.
Più tardi, in epoca romana, varie fonti (tra le quali Plinio il Vecchio)
parlano del silfio, una pianta selvatica che cresceva in Cirenaica. Veniva
usata come panacea per molti mali, come potente afrodisiaco e infine come
efficace anticoncezionale da assumere una volta al mese. Purtroppo non la
conosciamo, perché si è estinta in epoca antica per l’eccessiva raccolta, ma
studi di laboratorio su piante affini hanno in effetti dimostrato un blocco
temporaneo della fertilità femminile sui topi.
Non sappiamo se Cleopatra fa uso di questi strani impasti e ingredienti,
ma rispetto alle altre donne egizie lei ha un asso nella manica. È una grande
esperta di sostanze tossiche e velenose. Non è improbabile che conosca
composti o ricette in grado di fermare temporaneamente la fertilità femminile
o di rendere inefficace il liquido seminale maschile. Qualunque sostanza o
tecnica usi – ricordiamo che siamo sempre nel campo delle ipotesi – è
certamente abilissima a scegliere il momento esatto nel quale rimanere
incinta.
9

L’INIZIO DI UN INCUBO

Il risveglio da un sogno

Marco Antonio, dopo aver passato tutto l’inverno nella sensuale e dolce
compagnia di Cleopatra, lascia Alessandria e l’Egitto nella primavera del 40
a.C., quando riapre la navigazione nel Mediterraneo. I motivi della sua
partenza sono gravissimi. Nel giro di pochi mesi, infatti, sono emerse
all’orizzonte nuove e oscure nubi che si estendono da Roma fino ai confini
del Medio Oriente. Plutarco racconta che: “Mentre Antonio perdeva tempo in
discorsi futili e giochi fanciulleschi, lo raggiunsero due notizie: una, da
Roma, lo informava che suo fratello Lucio e sua moglie Fulvia, dopo essere
stati prima in conflitto tra loro ed aver poi fatto guerra a Ottaviano, avevano
perduto tutto e fuggivano dall’Italia; l’altra notizia, non migliore di questa,
era che Labieno, alla testa dei Parti, stava sottomettendo l’Asia, dall’Eufrate e
dalla Siria, sino alla Lidia e alla Ionia”. Per Antonio, che non era certo
all’oscuro su cosa stesse accadendo in Italia, è comunque come svegliarsi da
un sogno e ritrovarsi in un incubo. Ma cosa è accaduto nel giro di pochissimi
mesi, per passare dai trionfi di Filippi a una guerra civile in patria?
La prima tappa del suo viaggio è Atene, e quando sbarca è di un umore
nero, che diventa ancor più nero alla notizia che suo fratello Lucio è stato
sconfitto e fatto prigioniero da Ottaviano, che ora è padrone della penisola…
È un periodo complesso, che nei libri di storia occupa interi capitoli. Noi
cercheremo qui di riassumere i punti salienti soprattutto perché, al di là dei
fatti storici, ora emerge tutta la personalità di Marco Antonio, che fino a
questo momento non abbiamo ancora realmente conosciuto: dall’ambizione
alla capacità di essere uno straordinario uomo d’azione, al carisma, ai (tanti)
amori e ai (tanti) figli avuti da donne diverse.

Quando si erano lasciati dopo la grande vittoria a Filippi, Antonio e


Ottaviano si erano divisi i compiti: Marco Antonio doveva pacificare e
stabilizzare il Medio Oriente in vista di una grande campagna contro i Parti,
l’impero nemico che si estendeva grossomodo dall’attuale Turchia orientale
fino all’Iran; Ottaviano, invece, doveva rientrare in Italia e accontentare i
100.000 veterani, dando loro terre su cui vivere con le famiglie. Un compito
ingrato e rischioso, perché significava “regalare” loro terreni e proprietà che
appartenevano ad altri. Immaginate se oggi, per pagare migliaia di soldati, un
governo decidesse di permettere loro di impadronirsi di case, appartamenti e
terreni di gente comune, occupando di fatto intere città e sfrattando tante
famiglie normali (ma “italiche” e non romane). Per soddisfare i veterani
erano state scelte e “sacrificate” ben diciotto città italiche, le quali, come è
facile immaginare, si ribellarono chiedendo che questa “imposta” venisse
estesa equamente anche alle altre città. Questo allarmò molti altri centri
urbani, che a loro volta si unirono alla contestazione. Roma venne invasa da
masse di persone in protesta. Come racconta Cassio Dione, “gli uni [i
veterani, NdA] volevano fare violenza, gli altri [i proprietari terrieri, NdA]
non intendevano subirla, gli uni volevano impadronirsi delle proprietà altrui,
gli altri pretendevano di conservare le proprie”.
Pur cercando di mediare tra le parti, Ottaviano non aveva il carisma, il
prestigio, né l’esperienza di Antonio per gestire una situazione simile, che
degenerò in scontri e morti. Lui stesso rischiò di essere ucciso a teatro da una
folla di soldati a causa di un banale incidente. Antonio aveva messo in conto
tutto ciò e probabilmente sperava che il clima di caos gli avrebbe permesso di
diventare l’unico al potere. I familiari di Antonio, la moglie Fulvia e il
fratello Lucio, all’epoca console in carica, ebbero la stessa idea. Come
sottolinea Ronald Syme: “Facevano il doppio gioco. Di fronte ai veterani
addossavano ogni responsabilità a Ottaviano, insistendo che la decisione
definitiva fosse lasciata ad Antonio, che sarebbe tornato con il denaro
recuperato nelle province d’Oriente… D’altro canto si atteggiavano a
difensori della libertà e dei diritti degli spossessati, facendo riferimento al
nome tanto popolare di Marco Antonio, il vincitore di Filippi”. A peggiorare
le cose, a Roma scarseggiavano grano e vettovaglie: infatti, sebbene avessero
perso a Filippi, sul mare i repubblicani dominavano ancora con la flotta
intatta di Sesto Pompeo e bloccavano ogni rifornimento alla capitale.
La goccia che fece traboccare il vaso, nel 41 a.C., fu la decisione di
Ottaviano di ripudiare Clodia, la giovane figlia sedicenne di Fulvia, nata dal
primo matrimonio della donna con il tribuno Clodio, che aveva sposato nel
43 a.C. per suggellare gli accordi con Antonio (in una lettera Ottaviano
giurava che fosse ancora immacolata).
Si arrivò così alla guerra. Lucio, il fratello di Antonio, radunò le legioni a
lui fedeli nella città di Preneste e marciò su Roma. Sbaragliate facilmente le
truppe avversarie entrò in città accolto in modo caloroso da popolo e Senato,
ma nel giro di qualche settimana perse in nuovi scontri e fu costretto a
rifugiarsi a Perugia, dove venne assediato da Ottaviano. Era la fine del 41
a.C. In quegli stessi giorni Marco Antonio metteva incinta Cleopatra nel
paradiso dorato di Alessandria.
L’assedio durò mesi, e alla fine Lucio e la città dovettero arrendersi per
fame. La rappresaglia di Ottaviano è passata alla Storia. La città fu
saccheggiata, molti abitanti vennero trucidati, e infine Perugia fu data alle
fiamme e rasa al suolo. Anche in questo caso, come a Filippi, Ottaviano
mostrò all’improvviso tutto il suo lato sadico, crudele e disumano: come
riporta lo storico Svetonio, agli abitanti che gli chiedevano la grazia,
rispondeva: “Bisogna morire”. Inoltre scelse 300 senatori e cavalieri tra
coloro che si erano arresi, li fece portare a Roma, e li fece uccidere in massa
nel Foro, davanti all’altare di Giulio Cesare. Era il 15 marzo, le Idi di
Marzo… Infine rinnovò le liste di proscrizione dando vita a un nuovo bagno
di sangue. In questo modo prese il controllo di tutta la penisola.
Dopo la vittoria (o il massacro) di Perugia, i generali di Antonio si
dispersero, abbandonando l’Italia. Suo fratello Lucio venne catturato, ma poi
curiosamente perdonato da Ottaviano, che si riconciliò con lui e lo inviò in
Spagna con l’incarico di governatore (dove morì l’anno successivo in
circostanze sconosciute). Fulvia invece fu autorizzata a lasciare l’Italia
incolume. Concedendo la grazia ai due, Ottaviano sperava forse di aprire una
trattativa con Antonio.

L’incontro burrascoso tra Antonio e Fulvia

Questa dunque è la situazione quando Antonio sbarca ad Atene e rivede


Fulvia. Com’è stato il loro incontro? Se quello avvenuto con Cleopatra mesi
prima ad Alessandria è stato un’esplosione di passione, questo invece è
un’esplosione d’ira.
Fulvia è una donna con un carattere fortissimo, una vera virago. Come
abbiamo visto, di lei le fonti antiche narrano che abbia infilato uno spillone
nella lingua di Cicerone, tenendo la sua testa mozzata tra le mani. Ed è stata
certamente lei ad allestire un esercito, insieme al cognato Lucio, per
contrastare Ottaviano, tanto che Cassio Dione commenta: “E perché
meravigliarsi di ciò, se pensiamo che ella cingeva anche la spada e dava la
parola d’ordine ai soldati, e spesso arringava anche le truppe”. Quando si
trovano l’uno di fronte all’altra, sono entrambi inferociti. E durante
l’incontro, probabilmente, volano parole grosse: entrambi alzano la voce,
urlano. È più che un litigio tra marito e moglie. Molto di più…
Antonio la accusa di aver rovinato tutto, gestendo malissimo la situazione
in Italia, fino a provocare la guerra con Ottaviano. Fulvia, secondo molti
storici, gli rinfaccia le numerose relazioni politico-extraconiugali intrecciate
mentre lei era in Italia (Cleopatra certo, ma anche Glafira, in Cappadocia).
Che hanno portato, aggiungiamo noi, a una sua prolungata assenza sulla
scena di Roma, lasciando campo libero a Ottaviano.
Non deve essere stato facile per Antonio arginare la rabbia di una donna
intelligente, attiva e piena di energia come Fulvia, dotata di un impeto che in
patria era noto a tutti, persino ai soldati nemici che la assediavano a
Perugia… Come riportato anche dallo studioso Giusto Traina, durante alcuni
scavi archeologici sono riemersi gli affusolati proiettili in piombo che i
frombolieri delle legioni scagliavano in massa con le fionde, sui quali i
soldati di entrambi gli schieramenti hanno inciso a rilievo, al momento della
fusione del piombo, messaggi ostili, talvolta osceni, contro il nemico. E così
su uno di quelli ritrovati nella città umbra e conservato nel Museo
Archeologico Nazionale si legge “Pete culum Octaviani”, letteralmente
“Punta al fondoschiena di Ottaviano”. Un altro se la prende con i pochi
capelli di Lucio. E un altro ancora, infine, è diretto a Fulvia, che chiaramente
i soldati consideravano alla stregua di un generale nemico: “Miro alla
clitoride di Fulvia”…
La gelosia di Fulvia è una delle note più vive di questo incontro così
burrascoso, descritto da tanti storici moderni. L’idea che fosse una donna
molto energica e piena di orgoglio in un certo senso permette di paragonarla a
Cleopatra (a questo punto un pensiero benevolo, più umano che storico, va ad
Antonio, succube non di una ma di due donne di questo tipo…). Sarebbe però
un errore pensare che allora tutte si comportassero così. È vero che in
quest’epoca si assiste a una certa emancipazione femminile, grazie a una
decisione storica del Senato avvenuta pochi decenni prima, che consente alle
donne, alla morte del marito o del padre, di ereditare il patrimonio familiare,
anche se non concede loro la possibilità di gestirlo in autonomia. Prima erano
solo altri parenti maschi a poterlo fare, fratelli o mariti, relegando nell’ombra
e nell’impotenza generazioni di romane. Da quel momento sono comparse
figure femminili potenti, indipendenti anche nelle abitudini quotidiane,
persino in quelle sessuali. Fulvia, in fondo, ne è un perfetto esempio.
L’emancipazione di cui le donne godono in questo periodo nella società
romana è forse l’unico momento nella storia dell’Occidente in cui la
condizione femminile si “avvicina” a quella moderna. Le virgolette sono però
d’obbligo, perché comunque le stesse donne sono prive di diritti politici e
godono di pochissimi diritti civili, e molte altre limitazioni esistono ancora,
soprattutto nelle fasce più basse della popolazione. Siamo pur sempre di
fronte a una società maschilista, in cui all’uomo, come già ricordato, è
consentito avere relazioni extraconiugali (cosa assolutamente proibita alle
donne). Ha una moglie e se lo desidera può avere una o più concubine con
uno status ovviamente inferiore a quello della moglie. E non parliamo solo
delle classi agiate. Anche un ciabattino può avere più donne. Questo la legge
non lo vieta.
E c’è un altro elemento da tenere in considerazione quando si evocano
gelosie come quella di Fulvia: a Roma, per quanto riguarda le classi elevate, i
matrimoni d’amore sono pochi; nella quasi totalità dei casi si tratta di
matrimoni di interesse tra famiglie. I due coniugi quindi sono obbligati a
convivere pur non desiderandosi. Dopo avere generato la prole, fondamentale
per il proseguimento della stirpe, ognuno trova la passione con altri: gli
uomini apertamente, vista la libertà sessuale di cui godevano nella società
romana (relazioni extraconiugali e lupanari ne sono un esempio); mentre per
la donna tutto è molto più complicato. A sposarsi per interesse delle famiglie
sono quasi sempre un uomo maturo e una ragazza giovanissima. Dopo aver
partorito i figli queste donne, ancora giovani, si ritrovano sole, con un marito
dell’età del padre che non c’è mai e che non desiderano, motivo per cui
probabilmente tollerano di buon grado le sue relazioni extraconiugali, mentre
loro, ancora nel fiore degli anni, per amare un uomo e vivere una relazione
sentimentale, devono muoversi di nascosto, con tutti i rischi di un amore
clandestino. Sono considerazioni da tenere in conto quando si parla di
Antonio, Cleopatra, Fulvia, Ottaviano e in generale di personaggi del passato.
Perché si rischia di cadere in stereotipi moderni applicati a un mondo antico.
Un errore da non fare, infatti, è proprio interpretare i loro sentimenti e le loro
azioni in base alle nostre regole e ai nostri valori moderni. Era una società
simile, sì, ma diversa.
Secondo lo studioso Romolo Augusto Staccioli, grande esperto di età
romana, nella Roma di Ottaviano, cioè l’epoca che stiamo descrivendo, si
può parlare addirittura di una “quadriglia dell’amore”, riferendosi a come le
coppie cambino partner con una rapidità e una facilità davvero sorprendenti.
Ci riferiamo ovviamente alla fascia alta della popolazione, l’aristocrazia,
della quale però fanno parte tutti i protagonisti del nostro racconto. Un altro
aspetto che colpisce è che in latino non esiste la parola “zitella”. L’unico
termine che si avvicina è “vetula virgo”, cioè “vecchia vergine” che però
mette più l’accento sull’aspetto fisico non proprio affascinante di una donna
più che sul fatto che non abbia un marito.
La spiegazione si trova in questo “dinamismo” di coppia continuo (e
molto moderno) dell’alta società, che difficilmente lascia una donna sola:
l’aspetto fisico non è un problema. Di Fulvia, come abbiamo visto, Velleio
Patercolo (a lei ostile, sottolineiamolo), diceva che di femminile aveva solo il
corpo. In altre parole, sono lo status sociale, la ricchezza e la potenza della
famiglia d’origine la vera musica che guida questa quadriglia dell’amore.
Inoltre, non è improbabile che, a causa dell’alta mortalità femminile
durante i parti (che erano numerosi, vista anche la corrispettiva alta mortalità
infantile e il dovere di avere un figlio maschio per continuare la linea
ereditaria della famiglia), le donne disponibili nell’alta società non fossero
poi così numerose.
Tutto ciò ovviamente non toglie che una donna potesse fare scenate di
gelosia al marito, ma sembra più un’eccezione. Come forse lo è stato per
Fulvia. A questo proposito, Francesca Cenerini, professoressa di Storia
romana presso l’Università di Bologna, sottolinea come, per esempio nel caso
di Bruto e Porzia, quest’ultima rivendichi più un’intelligenza e una
comunanza di visione politica, e non la vita sessuale che il marito condivide
con le sue concubine e su cui non ha nulla da recriminare.
Se gelosia c’è stata (e sottolineiamo se) è perché nel matrimonio di Fulvia
con Antonio non c’era solo interesse, ma anche sentimento, una costante nei
rapporti di Antonio con le donne, come vedremo. Pur essendo un impenitente
donnaiolo, una “simpatica canaglia”, a noi sembra che abbia comunque un
fascino particolare sul gentil sesso per il suo essere un uomo forte, di
successo, potente e protettivo, certo, ma anche vivo, amante degli scherzi,
della risata e in questo così bambino da evocare, oltre all’amore e alla
passione, qualcosa di più, forse una sorta di affetto materno, che lega una
donna a lui in modo profondo. Al lato del fatto, ovviamente, che la sua
statura politica e il suo grande potere aumentano considerevolmente il suo
“fascino” sociale.

Le donne di Antonio

Ma quante donne ha avuto Antonio nella sua vita? È impossibile dirlo,


tanto più che secondo le fonti antiche avrebbe avuto anche rapporti
omosessuali. A questo proposito va detto che l’uomo romano cresceva,
culturalmente, con un approccio bisessuale per quanto riguarda il sesso. Era
accettato fare l’amore sia con le donne sia con altri uomini, purché si avesse
nei rapporti sempre un ruolo attivo e non passivo. La ragione è che la
supremazia del maschio romano sugli altri doveva essere totale e travalicava i
generi: dominava sessualmente non solo le donne ma anche gli altri uomini.
Per questo si trattava di solito di un’omosessualità “punitiva”, in cui si
sottomettevano sessualmente gli individui di rango inferiore, dagli schiavi ai
prigionieri. Ciò non toglie che esistessero anche grandi amori tra uomini o tra
donne. Tuttavia, l’omosessualità tra donne era molto malvista, perché, in una
società maschilista, portava via al maschio il suo potere sul piacere della
donna.
Antonio ebbe sei relazioni attestate nella sua vita. E attraverso ognuna di
esse scopriamo un pezzetto diverso della sua psicologia.
La prima fu Fadia, nel 60 a.C. Marco Antonio aveva ventitré anni e
strinse con lei una relazione non propriamente disinteressata: all’epoca lui era
alla disperata ricerca di soldi e lei era figlia di un liberto molto facoltoso,
Quinto Fadio, che aiutò Antonio a mettere in sesto le proprie finanze.
Cicerone, più tardi, nelle sue Filippiche alluderà al fatto che fossero sposati e
con figli, accusa infondata in quanto la legge romana stessa impediva a un
nobile di sposare una liberta. Con ogni probabilità si trattò di un concubinato
ed è verosimile che Antonio abbia avuto dei figli da lei, ma non sappiamo né
il loro numero né il nome, perché per legge non erano considerati legittimi.
Intorno ai trent’anni (53-52 a.C.) Antonio sposò una cugina di primo
grado, la ventenne Antonia Ibrida. Anche in questo caso la ragazza fu data in
sposa ad Antonio per ragioni economiche, perché lui era pieno di debiti e in
difficoltà finanziarie. Cosa ci guadagnò la famiglia della ragazza? Suo padre,
Gaio Antonio Ibrida, ex governatore della Macedonia, console e comandante
militare, era stato esiliato a Cefalonia, e forse sperava in una riabilitazione
visto che Marco Antonio era una figura in ascesa nel panorama politico. Non
fu un matrimonio felice. Antonio la tradiva continuamente, e una delle sue
amanti fu la famosa attrice Licoride. Forse anche lei lo tradì, infatti lui la
ripudiò accusandola di avere avuto una relazione con Dolabella, fatto che non
si può accertare. Ebbero una figlia, Antonia, che finì in sposa a Pitodoro, un
anziano, facoltoso e influente personaggio della città di Tralles, nel sud
dell’attuale Turchia, nell’ambito della politica di alleanze intessuta da
Antonio.
L’attrice Licoride fu il terzo grande amore di Antonio. La loro relazione
iniziò nel 49 a.C., quando lei aveva trentaquattro anni. Licoride è stata una
delle donne più affascinanti di tutta l’età romana. Schiava di un ricco e noto
romano, il suo vero nome era Volumnia Licoride, ma era conosciuta con il
nome d’arte di Citeride. Il suo padrone aveva una vera scuderia di attori e
attrici per gli spettacoli teatrali, che “forniva” anche ai banchetti dell’alta
società, dove si prostituivano. Licoride era la sua stella: bella e molto
apprezzata, fu rapidamente affrancata per essere più “presentabile” nei
banchetti della Roma che contava. In questo modo il suo padrone accresceva
la sua rete di relazioni e quindi il suo potere. Ma anche Licoride se ne
avvantaggiò: ancora giovanissima, ebbe una relazione prima con Bruto e poi
con Marco Antonio, che per lei perse la testa. La loro frequentazione fece
scalpore a Roma perché entrambi erano noti e perché lui, pur essendo
sposato, non se ne preoccupava, anzi secondo Cicerone si spostava per le
strade di Roma con lei su una lettiga preceduta da littori. In termini moderni
sarebbe come andare in giro con l’amante in auto blu. Il peggio è che secondo
Cicerone la trattava come una “matrona honesta” e come se fosse sua moglie.
Accuse e insinuazioni di questo genere potevano essere devastanti per la
carriera di Antonio, perché Licoride era comunque una prostituta e un’attrice,
considerati lo scalino più basso della società romana. Lui, forse anche su
pressione di Cesare, decise a malincuore di rompere la relazione. Lei in
seguito intrecciò un legame con un altro personaggio romano in vista, il poeta
Cornelio Gallo, che faceva parte del circolo di Virgilio e Orazio. Lui la
considerò la sua musa, come Catullo aveva fatto con Lesbia, e quando lei lo
lasciò per un oscuro comandante delle frontiere del Reno, cadde in una
profonda depressione. Inutilmente i suoi colleghi poeti tentarono di tirarlo su
(esiste un passo di Virgilio che parla dell’amico distrutto). Per capire
l’importanza e l’abilità di Licoride nella società romana basta paragonarla a
Marilyn Monroe: entrambe ebbero storie con un politico (Bruto-Kennedy),
con un uomo d’azione (Antonio - Joe DiMaggio) e con un letterato (Gallo -
Arthur Miller). La storia si ripete sempre…
Poi fu la volta di Fulvia. I due si sposarono nel 47 a.C., quando Antonio
aveva trentasei anni, ed ebbero due figli, Marco Antonio Antillo e Iullo
Antonio.
Di lei Plutarco racconta che “non si occupava né della lana né del
governo della casa […] ma voleva dominare su un dominatore e comandare a
un comandante d’eserciti”. E aggiunge: “Cleopatra fu debitrice a Fulvia di
aver abituato Antonio alla signoria [cioè al dominio, NdA] femminile; lo
ricevette infatti tutto docile e già assuefatto a servire”. In altre parole,
Cleopatra si sarebbe trovata un uomo già facile da comandare, remissivo,
ampiamente dominato da Fulvia.
Antonio, insomma, sarebbe un uomo debole con le donne forti,
sottomesso da quelle dominatrici, con le quali si sente forse protetto. E in
effetti le tre donne più importanti della sua vita – Licoride, Fulvia e Cleopatra
– sono proprio così.
E successivamente ci fu Ottavia. Antonio la sposò a quarantatré anni, nel
40 a.C. Di carattere completamente diverso rispetto a Fulvia, si dimostrerà
una compagna fedele e sincera, una persona “perbene” diremmo noi oggi, a
tal punto che, oltre ad avere da lui due bambine (Antonia Maggiore e Antonia
Minore), accoglierà nella propria domus tutti i figli avuti da Antonio con altre
donne.
L’ultima fu Cleopatra, che gli diede tre figli: Cleopatra Selene,
Alessandro Elio e Tolomeo Filadelfo. Con lei Antonio ebbe la relazione più
lunga della sua vita, durata ben undici anni, anche se nel frattempo si
concesse una lunga liaison con la regina Glafira, e persino le nozze con
Ottavia.
Antonio e Cleopatra si sposarono? Non lo si è mai veramente capito e se
ne discute ancor oggi. Ma se anche fossero stati marito e moglie, il loro
matrimonio non avrebbe avuto alcun valore a Roma…

In buona sostanza, ognuna di queste figure svela una parte della personalità di
Antonio. Capace di invaghirsi con passioni esplosive di donne dalla forte
carica sensuale (Licoride, Glafira e Cleopatra), ma anche di sposarsi
freddamente per puro interesse, rimanendo a lungo insieme alla moglie e
facendo figli (Fadia, Antonia Ibrida e Ottavia), per poi trovare un’anima del
focolare come Fulvia, forse l’unica con la quale ebbe un rapporto di coppia
“normale” e sincero. Naturalmente queste nostre considerazioni si basano su
ciò che oggi sappiamo di lui grazie ai testi scritti dagli antichi, i quali non di
rado lo descrivono a tinte forti, come un uomo dissoluto dedito agli eccessi.
Lo scopo era quello di screditarlo, essendo testi a favore di Ottaviano, il suo
grande avversario. Tuttavia, considerando anche questa distorsione storica,
come abbiamo detto, nelle relazioni di Antonio si rileva quasi sempre una
personale convenienza politica e/o un tornaconto economico, persino nelle
sue grandi passioni amorose. Ma si nota anche un altro elemento ricorrente.
Al di là della propaganda ottavianea, che lo dipinge come succube delle
donne, Marco Antonio cade spesso ai piedi di donne dalla personalità forte.
L’alto numero di relazioni ufficiali (sei) e di figli (otto) delinea un profilo
psicologico in cui emerge una chiara volubilità nei rapporti, tratto tipico di
una mente vorace amplificata da un periodo storico, va sottolineato, di grandi
capovolgimenti che richiedono una notevole abilità nel tessere al tempo
stesso relazioni e alleanze politiche. Antonio ha attraversato uno dei mari più
burrascosi della storia, assaporando la vita senza mai tirarsi indietro, per poi
morire ad appena cinquantatré anni.

Il matrimonio di Antonio e Ottavia

Ma torniamo al nostro racconto. Antonio e Fulvia passano insieme


l’estate del 40 a.C. ad Atene, e con loro ci sono anche i figli. Non lo sanno
ancora, ma è l’ultima volta che la famiglia è riunita.
Verso la fine dell’estate, Antonio parte per l’Italia con le sue legioni per
risolvere la faccenda con Ottaviano, lasciando la moglie a Sicione, vicino a
Corinto. Non la rivedrà mai più: Fulvia infatti è già malata e nel giro di poche
settimane le sue condizioni si aggravano, portandola prematuramente alla
tomba. Gli scrittori di epoca successiva diranno che morì di dolore e di
crepacuore per la relazione di Antonio con Cleopatra. La motivazione è forse
esagerata, ma è verosimile che in quel momento a Fulvia il mondo sia
crollato addosso: in Italia ha perso tutto e ora si ritrova esiliata all’estero con
un marito che ha una relazione e addirittura dei figli con una regina straniera.
Ma al di là del dolore, certamente grave ma comunque superabile per lei,
donna da sempre combattiva, è probabile anche che avesse effettivamente un
problema di salute che l’ha indebolita portandola alla morte.
Sicuramente Antonio ne è affranto quando, giunto da poco in Italia, gli
arriva la notizia. I due si volevano sinceramente bene, nonostante tutto.

Per quanto possa sembrare incredibile, è proprio la morte di Fulvia a


sbloccare la situazione in Italia. Venuta a mancare colei che aveva alimentato
l’inimicizia tra Antonio e Ottaviano, i due colgono al volo l’occasione e si
accordano, evitando una guerra. Di nuovo si spartiscono i territori:
l’Occidente fino all’oceano a Ottaviano, l’Oriente fino all’Eufrate ad
Antonio, con la linea di separazione tra i due domini che passa per Scutari in
Albania (Scodra, allora in Illiria). Seguono entrate trionfali a Roma, amnistie,
banchetti con Antonio vestito all’orientale e Ottaviano all’occidentale (con
una veste militare)… e per suggellare la ritrovata intesa tra i due si celebra un
matrimonio: quello di Antonio con Ottavia, la sorella di Ottaviano.
Cleopatra in tutto questo lungo periodo (circa tre anni) sembra
completamente dimenticata. Marco Antonio deve gestire situazioni
gravissime, certo, ma non c’è traccia della sua travolgente passione e del suo
attaccamento per lei. Tutto sembra essersi dissolto come una bolla di sapone,
tanto che sposa un’altra donna. Sempre per doveri istituzionali, naturalmente,
ma Ottavia è una donna speciale e soprattutto non è più una ragazzina
sprovveduta.
Ha circa trent’anni, un’età che sfiora la maturità in una donna romana. Ha
già dei figli da un precedente marito, che è morto pochi mesi prima. Stanno
dunque convolando a nozze due vedovi: Antonio con, all’epoca, già cinque
figli e Ottavia con due… Ma c’è una sorpresa. Quando si sposa, Ottavia è di
nuovo in attesa… di un terzo figlio. Suo marito, infatti, prima di morire, l’ha
messa incinta.
Questo crea un problema legale. Per la legge romana una vedova non può
risposarsi prima che siano trascorsi dieci mesi dalla morte del primo marito,
in modo che non possa portare in grembo un figlio che non appartiene alla
casata e al sangue del nuovo marito (turbatio sanguinis e incertitudo
seminis). Perché Antonio e Ottavia possano sposarsi è necessaria quindi una
dispensa speciale del Senato…
Non abbiamo testimonianze o racconti su queste nozze, ma dovettero
essere alquanto bizzarre: Ottavia col pancione e ancora in lutto, Antonio che
da parte sua non negava la relazione con Cleopatra, ma non ammetteva di
averla sposata.
L’unione di Ottavia e Antonio ha sicuramente tranquillizzato l’opinione
pubblica, quanto meno quella tradizionalista romana e anche i veterani di
Cesare che vedevano scongiurato il pericolo di una guerra civile. Perché,
come ha sottolineato la professoressa Cenerini, “la propaganda augustea
presenterà Ottavia come la perfetta rappresentazione del modello tradizionale
femminile, ovviamente adattato alle circostanze dei tempi. Plutarco, infatti, la
definirà ‘un tesoro di donna’, del tutto rispondente ai modelli collaudati
dell’ideale matronale sulla base del mos maiorum”. Ottavia è anche di più:
minuta e dolcissima, con un volto aggraziato, e sempre vicina ad Antonio,
sinceramente moglie, fedele e pronta a risolvere ogni problema.
Questo matrimonio suggella un momento di pace e speranza in tutta la
penisola, lacerata da tanti anni di guerre. Sulle monete che vengono coniate
sono rappresentati spesso la Concordia o persino Antonio e Ottavia: è una
delle prime volte che una donna romana viene raffigurata su una moneta, e
come hanno evidenziato molti studiosi la cosa aveva lo scopo di sottolineare
il ruolo di Ottavia, mai avuto prima da altre donne.
Come ha osservato lo storico Michael Grant, a confermare la grande
speranza in un periodo di pace e ricchezza è persino Virgilio, che nelle sue
Bucoliche scrive la quarta egloga in onore di un ipotetico fanciullo che
porterà un’età d’oro al mondo: è il prossimo figlio di Antonio e Ottavia?
“Tu dunque proteggi, casta Lucina, il fanciullo che sta nascendo, per il
quale per la prima volta avrà fine la generazione del ferro e sorgerà in tutto il
mondo quella dell’oro; ora governa il tuo Apollo.”

Tutto in effetti sembra andare bene. Si raggiunge persino un accordo con


Sesto Pompeo le cui navi bloccano i mari affamando Roma. E anche in
questo caso ci sono banchetti, spartizioni di territori, amnistie e risarcimenti
per tutti coloro che durante le liste di proscrizione per la morte di Cesare
erano fuggiti da lui in Sicilia. E non poteva certo mancare anche il
fidanzamento tra la figlia di Sesto Pompeo e il figlio di Ottavia.
Sappiamo che al grande banchetto che si tenne sulla nave ammiraglia di
Sesto Pompeo per sancire la pace ci furono, in verità, delle frecciate. In
particolare aleggiava la figura di Cleopatra, che pur non essendo presente fu
oggetto di battute scherzose: la relazione tra lei e Antonio continuava a far
parlare il mondo romano, alimentando ogni genere di pettegolezzi.
Anche Ottaviano si sposa… come un dio

Questo è l’unico periodo in cui Antonio e Ottaviano vanno davvero


d’accordo. I loro rapporti si distendono nel corso dei mesi. A sottolineare il
periodo felice per tutti è un nuovo matrimonio, quello di Ottaviano.
Quando ha visto Livia, se ne è subito innamorato. E poco importa che sia
sposata (il marito aveva combattuto contro di lui a Filippi) e che aspetti un
bambino. Ottaviano obbliga il marito a divorziare da lei e all’inizio del 38
a.C. la sposa, senza aspettare che partorisca. Anche in questo caso a
convolare a nozze è una sposa incinta del figlio di un altro…
In realtà, al di là dei sentimenti, questo matrimonio è un’abilissima mossa
di Ottaviano nella sua scalata al vertice del mondo romano, perché cementa
un’alleanza con una parte importante dell’aristocrazia. Il popolo mette in giro
molte chiacchiere, tra cui quella che dice: “Ai fortunati nascono i bambini
dopo tre mesi, che divenne in seguito un proverbio”, come racconta con
sarcasmo Cassio Dione.
Per aggiungere una nota di gossip, pare che al matrimonio abbia
partecipato (perché conveniva politicamente a tutti) anche l’ex marito e che al
ristrettissimo banchetto di nozze soprannominato “dei dodici dei”, tutti i
convitati fossero vestiti da divinità. Ottaviano stesso pare abbia indossato i
panni di Apollo. È probabile che fosse la sua risposta ad Antonio e Cleopatra
acclamati in Oriente come Dioniso e Afrodite… Oggi nessun matrimonio
reale avverrebbe così. Ma, come dicevamo, bisogna sempre considerare la
differenza di usi e costumi quando si esplora il mondo romano. Questo
banchetto sfarzoso avviene mentre il popolo soffre la fame per via
dell’embargo navale di Sesto Pompeo. Ottaviano viene descritto dalla
propaganda degli avversari alla stregua di un tiranno, un dato giunto fino a
noi indenne passando attraverso le maglie della censura operata a favore di
Ottaviano.
Concludiamo questo periodo davvero molto complesso aggiungendo che
dopo queste nozze Antonio torna a coordinare le operazioni belliche in
Grecia, dove i suoi generali – in particolare Publio Ventidio Basso –
riportano grandi vittorie, spazzando via i Parti dal Medio Oriente, uccidendo
il romano “traditore” Labieno dopo una fuga rocambolesca e ristabilendo
l’onore di Roma con una definitiva vittoria a Monte Gindaro, che vendica
l’onta della terribile sconfitta di Carre di quindici anni prima, tra l’altro, pare,
nello stesso giorno, il 9 giugno. Per questa grande vittoria, mai veramente
sottolineata dagli storici ma di portata epocale, a Ventidio viene riconosciuto
il trionfo a Roma, il 27 novembre del 38 a.C.

In Italia le cose purtroppo precipitano. Malgrado tutti gli accordi, le intese, le


promesse di futuri matrimoni, tra Sesto Pompeo e Ottaviano scoppia la guerra
navale, con una serie di sconfitte per quest’ultimo. Antonio rientra
precipitosamente in Italia e incontra Ottaviano, con il quale rinnova l’intesa
prolungando di cinque anni il triumvirato. Negli accordi, oltre a un’ennesima
promessa di matrimonio (tra il figlio di Antonio, Antillo, e la figlia di
Ottaviano, Giulia, che non ha neppure due anni), c’è uno scambio di aiuti
militari: Antonio promette cento navi dotate di rostri per la guerra a Pompeo
e Ottaviano si impegna a mandargli 20.000 soldati per le sue guerre in
Oriente, in particolare per la grande spedizione contro i Parti. Citiamo questo
accordo perché sarà una delle scintille della guerra tra i due in futuro: i
termini del patto, infatti, non verranno onorati da Ottaviano.
È l’ultima volta che i due si incontrano fuori da un campo di battaglia. La
prossima sarà per annientarsi a vicenda con gli eserciti e le navi.

Antonio cerca di nuovo Cleopatra

Concluso l’incontro con Ottaviano, Antonio riparte per la Grecia con


moglie e figli, ma… arrivati a Corfù, chiede a Ottavia di rientrare in Italia.
Perché? Molto si è discusso, su questa decisione. Secondo alcuni si tratta di
una scelta ragionevole: Ottavia è al quinto mese di gravidanza, e tra i generali
romani è prassi che le mogli, soprattutto se incinte, non seguano i mariti nelle
campagne militari.
Secondo altri studiosi e anche alcuni autori antichi, invece, con questo
gesto Antonio dimostra di essersi palesemente stancato di Ottavia e del loro
matrimonio istituzionale. Il suo cuore batte ancora per Cleopatra…
Plutarco lo sottolinea magistralmente: “Quel terribile male, l’amore per
Cleopatra, che era rimasto sopito per molto tempo, come addormentato e
domato per incanto dai migliori ragionamenti, di nuovo divampò e riprese
vigore all’avvicinarsi di Antonio alla Siria. E infine, come dice Platone,
avendo l’indocile e indomabile giumento dell’anima respinto a calci ogni
pensiero buono e salutare, Antonio mandò Fonteio Capitone a prendere
Cleopatra per condurla in Siria”.
In ogni caso è l’ultima volta che Antonio vede la moglie e i figli (con
l’eccezione dei due più grandi). Davanti a lui, ora, c’è Cleopatra.
L’obiettivo che ha in mente è chiaro. Per una grande campagna militare
contro l’Impero partico, bisogna avere retrovie ben salde, in grado di
garantire rifornimenti, armi, uomini e soprattutto denaro. Antonio avvia
dunque un riassetto di tutto il Medio Oriente, stabilendo, come sottolineato da
Grant, fortissimi legami con alcuni sovrani che diventano a tutti gli effetti re
clienti. È un cambiamento di rotta della politica di dominio di Roma in
quell’area: niente governatori rapaci che depredano intere province, ma Stati
indipendenti nell’amministrazione di una popolazione che conoscono bene
(anche nel riscuotere le “preziose” tasse, vero fiume d’oro per la campagna
contro i Parti). Il più importante tra tutti questi regni clienti, ovviamente, è
l’Egitto. Dopo aver incontrato i vari sovrani, è il turno di Cleopatra, che,
invitata da Antonio tramite il fidato Gaio Fonteio Capitone, arriva ad
Antiochia.
Situata praticamente sull’attuale confine tra Turchia e Siria, Antiochia è
la terza più grande città del Mediterraneo dopo Roma e Alessandria. È
curioso e straziante che di questa favolosa città non rimanga quasi più nulla
di visibile. È sconvolgente quanto il tempo sia capace di cancellare interi
capitoli di storia, rimpiazzandoli con il nulla e il silenzio… Un fenomeno che
dovrebbe farci anche apprezzare ogni aspetto del nostro presente, destinato
con molta probabilità a scomparire in buona parte.
Non abbiamo notizie su come si sia svolto l’incontro tra Antonio e
Cleopatra negli ultimi mesi del 37 a.C., ma possiamo immaginarlo…
Scordatevi il primo incontro ad Alessandria, con la corsa a perdifiato di
Cleopatra per abbracciare Antonio. Non ne abbiamo le prove, ma con ogni
probabilità la regina è furente, ferita e gelosa. Ha avuto molto tempo per
prepararsi a questo momento e ha scelto le parole più efficaci, non
tralasciando alcun dettaglio. L’unico ostacolo, forse, è l’emotività, che
annebbia la razionalità del suo discorso… L’incontro deve aver visto
Cleopatra all’attacco, con veemenza e con tutte le sue più efficaci tecniche
oratorie trasformate, grazie al suo istinto femminile, in… armi di distruzione
di massa.
Deve aver rinfacciato ad Antonio un’assenza durata qualche anno. Deve
averlo accusato di non aver mai visto i suoi figli, i due gemelli, di averli di
fatto abbandonati, di essere un padre assente. Ma soprattutto, spinta dalla
gelosia e da un dolore profondo, deve averlo attaccato per il suo matrimonio
con un’altra donna… con la quale ha avuto ben due figlie! È una delle
scenate più intense della sua vita e, saremmo tentati di dire, forse anche di
tutta la storia antica. Occorre sottolineare che, al di là dei sentimenti, c’è in
più anche una rabbia e un risentimento di tipo “geopolitico”: Cleopatra si è
sentita messa da parte a vantaggio di un accordo tra Antonio e Ottaviano.
Purtroppo, benché la sua gelosia per Ottavia sia ben documentata dagli storici
antichi, non abbiamo il minimo dettaglio su cosa sia accaduto in quei lunghi
minuti… Tuttavia nessuno di noi vorrebbe avere di fronte Cleopatra accecata
dall’ira e dall’odio per un’altra donna e dal fatto di essere stata “accantonata”
nei grandi giochi di potere nel Mediterraneo.
Ricordiamoci però un fatto: Cleopatra non è ingenua, sa benissimo che
ora viene ricercata da Antonio perché lui ha bisogno del suo aiuto nella
campagna contro i Parti, è quindi il momento migliore per lei per dettare le
sue condizioni. Perché al di là del suo essere donna, è anche una grande
stratega. Usa gli uomini di potere come loro usano lei. E sa che ora può
sfruttare questo momento a suo vantaggio. Cleopatra, probabilmente, si
presenta quindi con un “colossale” mix di rabbia, gelosia, calcolo politico e
grandi abilità oratorie. Una sorta di tempesta perfetta che Marco Antonio
deve affrontare…
Immaginiamo che lui lasci sfogare la regina (cos’altro poteva fare?) e che
poi tenti di controbattere, spiegandole che quello con Ottavia è solo un
matrimonio di facciata, istituzionale. Ma questo deve aver incendiato ancora
di più la collera di lei, trasformando Antonio in un uomo accomodante,
pronto a venire incontro ai voleri di Cleopatra, che – ripetiamolo – è la sua
principale alleata e finanziatrice nella guerra contro i Parti. Che le cose siano
andate così lo intuiamo dalle… conseguenze di questo incontro.
Innanzitutto proprio in quel momento vengono imposti ufficialmente ai
due gemelli i nomi di Alessandro Elio e Cleopatra Selene, anche perché,
sottolineano autori moderni come Michael Grant, secondo la tradizione greca
il sole e la Luna sono gemelli e portatori di vittoria.
Inoltre, Antonio fa immense concessioni a Cleopatra, regalandole una
grande quantità di territori, alcuni dei quali producono ingredienti
raffinatissimi e ricercatissimi all’epoca:
– la Fenicia;
– gran parte della Cilicia, a sud dell’attuale Turchia;
– parte della Decapoli (un gruppo di dieci città) tra le attuali Siria,
Giordania e Israele;
– la riconferma del controllo su Cipro e i suoi lucrosi commerci e
produzioni minerarie;
– alcune regioni lungo il mar Rosso, dell’Arabia Nabatea, e il monopolio
dello sfruttamento dei giacimenti di bitume sul mar Morto;
– l’Iturea, a nord della Galilea;
– le piantagioni di palma da dattero e arbusti di balsamo in Giudea (il
famoso “balsamo di Gilead” o “balsamo di Giudea”, che aveva prezzi da
capogiro come sostanza curativa e come profumo).

Marco Antonio riesce a placare l’ira dell’ambiziosa Cleopatra con questi


“regali costosi” o forse, più semplicemente, le concessioni territoriali fanno
parte di una vera trattativa per ristabilire l’alleanza con la regina. L’effetto è
sorprendente, Cleopatra all’improvviso diventa una delle più importanti
regine tolemaiche, superando di gran lunga il padre. I suoi domini sfiorano
l’estensione massima del regno raggiunta secoli prima con Tolomeo II
Filopatore. La felicità e l’ambizione di Cleopatra sono tali che la regina
decide di modificare il calendario ufficiale: d’ora in poi saremo nell’anno 1
del suo regno.
A Roma queste concessioni fanno storcere il naso a molti, anche tra i
sostenitori di Antonio. Ma lui va avanti e prepara un grande esercito per
invadere il potente Impero partico.

La tanto attesa guerra contro i Parti

Antonio non è solo quando, nella primavera del 36 a.C., concentra tutte le
sue truppe a Zeugma (nell’attuale Turchia sud-orientale). Con lui c’è anche
Cleopatra: i due si sono rappacificati durante l’inverno. E anche molto. La
regina d’Egitto, infatti, è di nuovo incinta… Molti si sono chiesti se i figli
non siano più uno strumento di politica che un segno d’amore tra i due. Non
entreremo in queste disquisizioni perché non abbiamo elementi a sufficienza.
Un fatto è certo, però: tra loro tutto sembra riprendere come prima, e d’ora in
poi vivranno insieme fino alla morte.
Cleopatra è certamente impressionata. Davanti a loro c’è un
dispiegamento militare spettacolare: è uno dei più grandi eserciti mai allestiti
dai romani. Grazie ai rinforzi ottenuti dagli alleati, conta, secondo Plutarco,
circa 100.000 uomini (60.000 legionari romani, 10.000 cavalieri iberi e celti
inquadrati con i romani, con il contributo da altri regni alleati di 30.000
uomini tra fanti e cavalieri). Anche ammettendo che queste cifre siano
esagerate, si tratta comunque di una forza d’urto impressionante. Come aveva
pianificato Cesare, morto qualche giorno prima dell’inizio della “sua”
campagna contro i Parti (ed è molto probabile che Antonio voglia
raccoglierne l’eredità militare per dimostrarsi più degno di Ottaviano nella
gloria di Roma), si decide l’invasione passando da nord invece che da ovest,
come sarebbe più logico aspettarsi. Intuito geniale: i Parti sono colti di
sorpresa, come aveva previsto Cesare.
A causa di un errore tattico, però, la campagna si rivela un disastro. Per
avvicinarsi più rapidamente alla capitale della Media, Fraaspa, e assediarla,
Antonio divide in due l’esercito nei pressi dell’attuale lago Urmia, lasciando
solo due legioni in retroguardia con tutte le macchine da assedio. Il nemico
capisce la loro vulnerabilità e attacca con migliaia di arcieri a cavallo. È una
strage, e le macchine d’assedio, fondamentali per prendere la capitale,
vengono distrutte. A quel punto l’alleato più prezioso di Antonio, il re
dell’Armenia Artavasde, ritenendo ormai la campagna compromessa, lo
abbandona, ritirando i suoi 7000 fanti e soprattutto i 6000 arcieri a cavallo, la
cui presenza era fondamentale per difendere i romani dalle incursioni
nemiche. Molti ritengono che dietro questa defezione ci fosse Ottaviano, in
costante contatto epistolare con il re.
Inutilmente le truppe di Marco Antonio accerchiano la città: è attaccato
da tutte le parti e alla fine decide di rientrare nei territori romani. La marcia si
trasforma in una tragica ritirata sotto i continui assalti dei nemici, con i
legionari che muoiono di fame, di freddo o trafitti da nugoli di frecce. È
qualcosa che ricorda molto la ritirata russa del nostro esercito durante la
Seconda guerra mondiale. A questo proposito, sembra che lo stesso Antonio
abbia fatto giurare a una delle sue guardie del corpo, Ramno (forse un
gladiatore), che a un suo cenno lo avrebbe dovuto trafiggere con il gladio e
gli avrebbe tagliato la testa, così da non essere catturato vivo dal nemico e
neppure riconosciuto dopo morto… Si tratta di una misura che per sua
fortuna non sarà necessaria, ma che permette di capire tutta la drammaticità
di questa marcia.
Bisogna dire che le legioni si comportano eroicamente, mettendo in atto
tutta la loro abilità e capacità bellica. È in questa occasione che viene
descritta da Plutarco e Cassio Dione la famosa “testuggine”, realizzata con gli
scudi disposti a ricoprire la testa e i fianchi dei reparti, trasformandoli in
“fortezze” viventi. È una formazione talmente solida che sul “tetto” di scudi,
messi a mo’ di tegole, possono passare uomini, cavalli e carri, e che talvolta
viene usata, benché sia poco noto, anche per superare fossi, stretti
avvallamenti, e soprattutto durante gli assalti a fortificazioni nemiche: sopra
la testuggine salgono altri legionari, in una sorta di piramide umana per
conquistare le mura nemiche.

Quando Antonio giunge infine sulle rive del Mediterraneo con ciò che rimane
del suo potente esercito, secondo le stime degli storici moderni ha perso tra il
25 e il 40% dei soldati (cioè da 25.000 a 40.000). È un uomo distrutto, e
chiama in aiuto Cleopatra.
La regina impiega tempo per trovare mezzi e denaro per equipaggiare i
soldati, ma alla fine giunge insieme alla sua flotta, con grande sollievo da
parte di tutti. Ed è in questa occasione che mostra ad Antonio il loro nuovo
figlio: un maschio che si chiama Tolomeo Filadelfo (lo stesso nome del
sovrano tolemaico che aveva portato alla massima espansione i domini
dell’Egitto). È strano il destino per Cleopatra: alla nascita di tutti i suoi figli, i
padri non sono mai stati presenti.
Nel nome del nuovo figlio di Antonio c’è un’amara ironia: lui che voleva
espandere i domini di Roma come mai prima, con una vittoria che lo avrebbe
innalzato ai livelli di Cesare o di Alessandro Magno, si ritrova a gestire una
delle sconfitte più cocenti dei romani. Cleopatra deve mettere in campo tutto
il suo amore e la sua energia per ricostruire il morale distrutto del suo uomo.
Anche perché dall’Italia giunge un’altra brutta notizia…
Ottaviano ha sconfitto la flotta di Sesto Pompeo in un’epica battaglia
navale davanti alla città di Nauloco: ha perso solo tre navi, affondandone
ventotto all’avversario e catturandone altre 125… Come ha fatto a battere il
signore incontrastato dei mari? Grazie al suo abilissimo comandante,
Agrippa. Sì, lo stesso che costruirà il Pantheon a Roma. È un vero genio
militare: ha letteralmente cambiato le carte in tavola trasformando lo scontro
sui mari, dove conta l’abilità dei marinai, in un combattimento corpo a corpo,
dove è fondamentale l’abilità dei soldati. E il suo asso è stato l’harpago,
un’antica invenzione cartaginese. Si tratta di un arpione a quattro uncini,
simile a un ancorotto dotato di una lunghissima cima, che le sue navi
sparavano da grande distanza con speciali “balestre” sulle imbarcazioni
avversarie, arpionandole e trainandole poi a sé: una volta a contatto, venivano
assaltate dalle truppe di bordo, i “lagunari” dell’epoca. E per i marinai
avversari non c’era scampo.
E non è finita. Ottaviano ha preso possesso della Sicilia destituendo dalla
carica di triumviro Lepido – che si è ritirato a vita privata nella sua villa sul
promontorio del Circeo – imponendosi di fatto come il padrone incontrastato
della penisola e dei domini di Roma in Occidente.
Su Marco Antonio scende uno stillicidio di cattive notizie. Apprende
anche che il suo avversario è stato accolto a Roma come un trionfatore, gli
hanno dedicato lodi, un arco trionfale e persino una statua d’oro. E lui ha
solennemente dichiarato che le guerre civili erano terminate. Indubbiamente
Ottaviano si è impadronito della scena. Mentre lui ha in mano solo la
sconfitta…

Cleopatra fa lo sciopero della fame

Siamo arrivati al 35 a.C., un anno cruciale per Cleopatra, Antonio e


Ottaviano. Perché è giunto il momento per tutti e tre i protagonisti rimasti di
fare delle scelte, che orienteranno il futuro della storia su tre continenti.
E avviene la prima spaccatura.
All’inizio dell’anno, Marco Antonio è in Siria, dove sta cercando di
riorganizzare l’esercito. Ha saputo infatti che il fronte dei nemici è diviso: i
medi sono in rotta con i Parti e sono addirittura disposti a stipulare
un’alleanza. Si presenta così l’occasione di una rivincita destinata al successo
contro il nemico storico di Roma. Ma i soldati non bastano. Sono morti
tantissimi veterani, e Antonio può reclutare nuove truppe altrettanto abili solo
in Italia. Così chiede a Ottaviano di inviargli i 20.000 uomini, come promesso
nei patti che avevano siglato a Taranto.
Ma Ottaviano è ambizioso, capisce le difficoltà di Antonio e, anziché
aiutarlo, cerca di metterlo sempre più in crisi. Gli invia solo 2000 legionari
(pretoriani) insieme a 70 navi delle oltre 100 che Antonio gli aveva prestato e
che erano sopravvissute alla battaglia di Nauloco… E per rendere ancora più
velenoso il suo aiuto, affida a Ottavia, la moglie di Antonio, il compito di
portare al marito questi rinforzi militari.
Ottaviano infatti ha capito che il punto debole di Marco Antonio è il suo
legame con Cleopatra, e lo provoca inviandogli la moglie con un contributo
militare ridicolo. È una palese provocazione, per obbligarlo a rifiutare e fargli
perdere consensi a Roma.
È giunto il momento delle grandi scelte, quelle che porteranno all’epilogo
del nostro racconto.
Antonio è a un bivio. Può decidere di tornare a Roma con Ottavia, per
tentare di ristabilire in patria la propria autorità e la propria immagine in parte
compromessa dalla sconfitta contro i Parti. Ma questo significa ovviamente
lasciare Cleopatra e tutti i sogni di gloria e potere in Oriente. Almeno per il
momento, ma chissà mai se ci sarà un futuro.
Oppure può puntare tutto sull’Oriente. Ripartire con nuove conquiste,
nuove vittorie e di conseguenza prestigio, potere e ricchezze che gli
consentirebbero di contrapporsi in modo temibile a Ottaviano e di batterlo. In
altre parole: trovare risorse e forza in Oriente per poi salire al potere a Roma.
Per ottenere tutto questo, l’appoggio di Cleopatra è fondamentale, ma ciò
significa necessariamente abbandonare Ottavia, con la conseguente,
inevitabile rottura con Ottaviano. Sarebbe una via senza ritorno.
È facile immaginare il tormento di Marco Antonio in questi giorni, così
decisivi per il suo futuro…

E Cleopatra? Qual è il suo atteggiamento? La regina ha ben chiara la


situazione. E fa… lo sciopero della fame!
Andiamo con ordine e cerchiamo di capire perché. Cleopatra è
sinceramente preoccupata all’idea che Antonio possa tornare in Italia con
Ottavia, e non solo perché prova un sentimento per lui. Da navigata politica,
sa bene che la sua posizione e quella dei suoi figli saranno a rischio qualora
Antonio si accordasse con Ottaviano. Tra lei e quest’ultimo non ci potranno
mai essere un’intesa o una pace. Il motivo principale è Cesarione, la cui
stessa esistenza mette in discussione l’immagine politica di Ottaviano, che si
propone come l’unico erede di Cesare, mentre il ragazzo se ne proclama
discendente diretto (o almeno così asserisce Cleopatra). Fino all’anno
precedente Ottaviano non è mai stato una reale minaccia per l’Egitto vista la
sua scarsa capacità militare, ma ora, dopo la grande vittoria navale contro
Sesto Pompeo e la sconfitta di Antonio contro i Parti, le cose sono cambiate.
Se vuole mantenere il potere nel Mediterraneo e salvaguardare il futuro di suo
figlio, Cleopatra non ha che una strada: tenersi stretto il più possibile Antonio
e sperare che vinca lo scontro, a questo punto inevitabile, con Ottaviano. Ma
come potrà riuscirci?
Il primo passo è allontanare Antonio da Ottavia. Cleopatra detesta quella
donna prima di tutto perché è una minaccia politica. E poi ne è gelosa, in
quanto la vede come una pericolosa rivale in amore che già una volta le ha
portato via il suo uomo.
E così, per convincere Antonio, lo ricatta con una sorta di “sciopero della
fame”, lasciandosi deperire a vista d’occhio, in modo da fargli capire che se
lui l’abbandonasse lei ne morirebbe.
Per dirla con Plutarco: “Si sottopose a una dieta per dimagrire; quando lui
si avvicinava, mostrava lo sguardo smarrito e quando si allontanava appariva
afflitta e abbattuta. Faceva in modo da esser vista spesso piangere, ma subito
si asciugava le lacrime e cercava di nasconderle, come per evitare che
Antonio se ne accorgesse. […] Gli adulatori, adoperandosi a favore di
Cleopatra, rimproveravano Antonio di essere duro e insensibile e di far
morire una donna che viveva unicamente per lui. Dicevano che Ottavia si era
unita a lui per ragioni di Stato, a causa di suo fratello, e sfruttava il titolo di
moglie; invece Cleopatra, regina di tanti sudditi, veniva chiamata l’amante di
Antonio, eppure non sfuggiva, né sdegnava questa denominazione, purché le
fosse possibile vederlo e vivere con lui: non sarebbe sopravvissuta lontana da
lui. Alla fine così rammollirono e intenerirono Antonio, che egli, temendo
che Cleopatra rinunciasse alla vita, tornò ad Alessandria”.
Non sappiamo se per amore o, assai più probabilmente, per calcolo
politico, ma alla fine Antonio sceglie Cleopatra e l’Oriente.
Scrive una lettera a Ottavia, che nel frattempo è già arrivata ad Atene,
chiedendole di mandare avanti le truppe, i rifornimenti, e anche i figli
maggiori, e di tornare a casa.
Ovviamente questa notizia fa scalpore a Roma, e lo stesso Ottaviano,
fingendo di esserne offeso, chiede a Ottavia di lasciare la casa di Antonio
dove viveva come moglie. Ma lei, a dimostrazione della sua grandezza di
donna, stempera la situazione e risponde di lasciare stare le questioni
personali che avrebbero portato i romani a una nuova guerra civile: lei
sarebbe rimasta in casa come se Antonio fosse presente, allevando i loro figli
e anche quelli che lui aveva avuto da Fulvia. Una donna di grandissima
intelligenza e virtù, non c’è che dire.
Intanto Antonio commette un altro errore politico che ancora una volta gli
fa perdere credibilità: Sesto Pompeo, lo sconfitto della battaglia navale di
Nauloco, si rifugia in Asia Minore. Avendo saputo delle sconfitte di Antonio,
cerca un accordo con i Parti per creare una propria zona d’influenza
spalleggiato dai nemici storici di Roma, in modo da poter tornare poi in gioco
nella lotta politica romana. Marco Antonio lo scopre e gli manda contro un
potente esercito agli ordini del legato Marco Tizio, che cattura e,
incredibilmente, uccide Sesto Pompeo senza un regolare processo, come
spettava ai cittadini romani, non sappiamo se per ordine di Antonio o se per
iniziativa propria.
È una notizia che attraversa come un fulmine il Mediterraneo. Ottaviano
ne approfitta e, fintamente scosso, celebra la morte di Sesto Pompeo con tutti
gli onori, mostrando quanto lui sarebbe stato magnanimo al posto del rivale e
guadagnando così nuovo consenso tra senatori e popolo.

Finalmente una vittoria per Antonio e Cleopatra

Antonio sa che il suo futuro ormai dipende da una vittoria in Oriente, e


passa i mesi estivi e autunnali del 35 a.C. tra la Siria e la Giudea, a preparare
una grande offensiva rinsaldando i suoi legami con i regni vassalli. È in
questa occasione che organizza il matrimonio della sua prima figlia con un
altolocato cittadino di Tralles, come abbiamo già detto. Una figlia sfortunata,
che morirà poco dopo, ma avrà il tempo di dare alla luce una bambina che,
sposando Polemone I, re del Ponto, diventerà… una regina! È curioso
pensare che il DNA di Antonio riuscirà a regnare di nuovo, anche dopo la
morte, attraverso sua nipote, seppure su un territorio esiguo. Il suo nome?
Pitodoride del Ponto…
Antonio e Cleopatra trascorrono insieme l’inverno del 35-34 a.C. ad
Alessandria preparandosi al grande momento: l’invasione. Ma all’ultimo
istante, Antonio cambia obiettivo: attaccherà il Regno di Armenia. Perché?
Prima di tutto ai romani non è andato giù il tradimento di quel re (Artavasde)
che si è ritirato durante la guerra di due anni prima, provocando il fallimento
della spedizione contro i Parti. Inoltre Antonio viene informato dei contatti
tra il sovrano armeno e Ottaviano: attaccandolo eliminerà un potenziale e
pericoloso alleato del rivale a Oriente. L’esercito di Antonio penetra nel
regno e cattura il re traditore, conquista tutta l’Armenia, vi posiziona alcune
legioni e la trasforma in una provincia romana prima di tornare in Egitto da
trionfatore.
Non ha sconfitto i Parti, certo, ma si tratta comunque della conquista di
nuovi territori per Roma, in una zona vicina al regno nemico e di notevole
importanza strategica.
A Roma tuttavia la notizia non convince l’opinione pubblica: al di là
dell’avvenuta (anche se precaria) estensione del dominio di Roma, la vittoria
sta stretta a tutti, il nemico è ancora in piedi, e forse Cesare avrebbe fatto
meglio. E così si offusca ulteriormente l’immagine di Antonio come grande
condottiero militare… anche perché Ottaviano lavora per minimizzare il suo
successo.

In Egitto invece le cose vanno in modo ben diverso. Quando, nell’autunno


del 34 a.C., Antonio torna ad Alessandria è accolto come un eroe. Per
l’occasione, viene coniata una moneta in cui su un lato lui appare con una
tiara armena sul capo (in ricordo delle gesta di Alessandro Magno, che
conquistò anche lui l’Armenia) e sull’altro c’è Cleopatra.
Inoltre viene organizzato un trionfo sfarzoso, ma diverso da quelli che si
vedono a Roma, perché dietro c’è la regia di Cleopatra.
Immaginate la Via Canopica, il viale principale di Alessandria,
addobbata. Tutta la popolazione è in strada per non perdersi lo spettacolo,
molti sono alle finestre, tanti altri sui tetti. E finalmente arriva il corteo
trionfale. I simboli di Roma sfilano insieme a quelli egizi, e poi a seguire i
prigionieri, con il re armeno Artavasde e i suoi familiari. È l’umiliazione
pubblica. La gente inveisce e lo insulta. Il sovrano, visto il suo status, ha delle
catene d’argento (alcuni autori antichi dicono d’oro). Poi, alle sue spalle, la
folla esplode in un boato. È apparso Marco Antonio su di un cocchio. Non è
vestito come un generale romano, ma… come un dio: Dioniso. Ha il capo
cinto da una corona d’edera, indossa un sontuoso abito color zafferano, calza
stivaletti e tiene in mano un bastone sacro. A tutti appare chiaro che il carro
su cui si trova in realtà simboleggia il cocchio di Dioniso (per i romani quello
di Bacco, che vedete spesso scolpito nei sarcofagi nei musei). Certo, oggi un
corteo simile a noi può far pensare più ai carri per la parata del carnevale che
all’esibizione della forza di un esercito. Ma, come abbiamo detto, il valore
simbolico di questo corteo, nell’antichità, è altissimo. Non a caso Antonio
indossa quelle vesti, perché rappresenta il dio della felicità e della libertà, ma
anche della liberazione. È una delle divinità più importanti del pantheon
ellenistico.
Molti non hanno mai visto una sfilata simile e tutti sottolineano la
grandezza della nuova era del regno di Cleopatra…
Il corteo non si ferma, sfilano anche i soldati. E Cleopatra? Si trova in un
punto cruciale del percorso, dove sorge il Tempio di Serapide. Qui, tra le
colonne e i marmi pregiati dell’edificio, è stato innalzato un grande palco in
argento. Immaginiamo le guardie disposte tutto intorno, gli stendardi che
sventolano. La regina si trova sul palco, seduta su un trono dorato che
scintilla ai raggi del sole. Sembra una dea che emerge da un fuoco dorato.
Quando la famiglia reale armena in catene giunge al suo cospetto, i
prigionieri non le rivolgono suppliche né la omaggiano con parole d’ossequio
(malgrado, come dice Cassio Dione, fossero state fatte loro delle promesse
qualora le avessero pronunciate). Con grande coraggio la chiamano solo per
nome, senza sottolineare il suo status di sovrana. È un affronto che
pagheranno amaramente. Cleopatra, infatti, farà uccidere il re d’Armenia
dopo la sconfitta di Azio.
Al termine del corteo, Antonio offre un sontuoso banchetto alla
popolazione di Alessandria, con spettacoli e regali e forse – come sostengono
alcuni autori, tra i quali Stacy Schiff – Cleopatra stessa distribuisce cibo e
soldi agli alessandrini, rivendicando con abilità politica il merito della
vittoria.
Ma il momento più importante dei festeggiamenti deve ancora venire.
Qualche giorno dopo, la coppia invita tutti i cittadini nel Ginnasio, dove è
stata allestita una grande tribuna argentata con due troni d’oro.
Non c’è spazio per tutti, il luogo trabocca di gente con gli occhi che
brillano per l’imminente sorpresa. E poi, in un tremendo boato del popolo,
fanno ingresso Antonio, Cleopatra e i loro figli, vestiti in modo bizzarro. Non
è difficile indovinare il significato dei loro abiti. Antonio indossa i panni di
Dioniso/Osiride, Cleopatra quelli della Nuova Iside. Viene ripetuto insomma
il significato sacro della loro unione. La regina è senza dubbio la protagonista
della cerimonia. Secondo Stacy Schiff, appare con una veste a pieghe con
strisce lucenti, l’orlo sfrangiato che scende giù fino alla caviglia.
Immaginiamo anche che indossi la corona con i tre urei.
Alzandosi, Antonio con il braccio disteso chiede alla folla di fare silenzio.
Tutti ammutoliscono. Si sente solo il pianto di qualche bambino in braccio
alla mamma. Poi ad alta voce scandisce il suo discorso in greco. Sono parole
che entreranno nella Storia.
Innanzitutto proclama Cleopatra “regina dei re” e Cesarione “re dei re”.
Non solo: afferma pubblicamente che Cesarione è nato dall’unione tra Cesare
e Cleopatra. In queste affermazioni, riportate da Cassio Dione, emerge un
vero attacco a Ottaviano, che in questo modo appare semplicemente un figlio
adottivo di Cesare e non l’erede naturale come lo è Cesarione.
Poi arriva il momento entrato nella Storia. Antonio, vestito da Dioniso,
annuncia la distribuzione di territori e province romane alla regina e ai suoi
figli. In primo luogo, Cleopatra, insieme a Cesarione, viene riconfermata
sovrana dell’Egitto, di Cipro, dell’Africa e di Celesiria. Poi viene il turno
degli altri figli, che indossano gli abiti tradizionali dei nuovi regni che
andranno a governare. All’ultimo nato, Tolomeo Filadelfo, vestito alla moda
di Alessandro Magno, vengono assegnati tutti i territori a ovest dell’Eufrate
fino ai Dardanelli, incluse la Siria, la Fenicia e la Cilicia. Ad Alessandro Elio,
abbigliato come i medi e gli armeni, vengono destinati l’Armenia, la Media e
l’Impero dei Parti (una volta sottomesso). A Cleopatra Selene, sua sorella
gemella, vengono affidate la Cirenaica e l’isola di Creta.
Alla fine di questa cerimonia, la sala, che si era fatta muta durante il
discorso di Antonio, esplode in un clamore gioioso. C’è un momento di
toccante armonia familiare, con i figli che abbracciano e baciano i genitori,
per poi uscire di scena circondati dalle relative guardie del corpo: chi con
uomini armati armeni, chi con guardie macedoni ecc.
Questa mossa a sorpresa di Antonio, passata alla Storia come le
“Donazioni di Alessandria”, rappresenta uno straordinario successo per
Cleopatra. Con le nuove concessioni territoriali, la regina non solo riesce a
ristabilire i confini raggiunti dal regno tolemaico durante la sua massima
espansione fatta eccezione per la Giudea (che rimane a Erode), ma va persino
oltre, annettendo, almeno sulla carta, gran parte dell’Asia nemica. Le
Donazioni di Alessandria rappresentano davvero l’apoteosi di Cleopatra.
Ben diverse sono le reazioni a Roma…
10

LA BATTAGLIA DI AZIO

Inizia la guerra di propaganda a distanza

A Roma il popolo è deluso, innanzitutto perché si vede privato


ingiustamente del trionfo sull’Armenia, che Antonio ha celebrato ad
Alessandria. Il disappunto non è da poco, dal momento che durante i trionfi,
tradizionalmente, venivano distribuiti soldi e cibo alla gente. Inoltre sono
ormai diversi anni che Antonio manca da Roma e le voci sulla sua sudditanza
nei confronti di Cleopatra trovano piena conferma in queste donazioni.
A essere colpito negativamente è anche Ottaviano, che considera un
affronto il fatto che Cesarione sia stato presentato come il solo legittimo
discendente di Cesare.
Comincia così una vera e propria guerra di propaganda a distanza, nella
quale Ottaviano e Antonio si attaccano con ogni genere di colpo basso.
In Senato Ottaviano accusa Antonio di essere ormai succube di Cleopatra
e più in generale dello stile di vita orientale. Antonio gli rinfaccia l’ingiusta
destituzione di Lepido, l’occupazione della Sicilia senza una concordata
spartizione e il mancato invio di legionari e navi.
Per controbattere la tesi che Cesarione sia l’unico vero erede di Cesare,
Ottaviano commissiona un falso: chiede a Gaio Oppio (o forse dovremmo
dire che lo obbliga), uno dei più stretti collaboratori di Cesare, di redigere
uno scritto nel quale sostiene che Cesarione non è figlio del grande
condottiero.
Poi passa al contrattacco: comincia a costruirsi l’immagine di difensore
dei valori fondamentali dei romani (il mos maiorum) e fa di tutto per
delegittimare il rivale.
Ma gli abitanti di Roma come reagiscono a questo conflitto? In realtà la
società romana è spaccata in due: come ha evidenziato la professoressa
Cresci Marrone, i più conservatori si schierano con la tradizione e quindi con
Ottaviano; i giovani dell’aristocrazia e gli intellettuali, invece, parteggiano
per Antonio, spregiudicato e gaudente, certo, ma con l’entusiasmo per la vita,
nel quale vedono il nuovo che avanza e di cui apprezzano l’apertura verso il
mondo ellenistico.
Tra le accuse che volano, Antonio viene dipinto come un ubriacone,
mentre di Ottaviano si evidenziano le umili origini, lo si definisce addirittura
nipote di un mugnaio e discendente di un piccolo cambiavalute (“La farina
che vendeva tua madre usciva dal peggior mulino di Aricia, e il cambia valute
di Nerulo la impastava con le mani insudiciate dal maneggio del denaro”,
così recitano alcune insinuazioni, secondo quanto riferisce Svetonio).
A essere attaccata ovviamente è anche Cleopatra. È proprio in questo
periodo che si impone la sua immagine di donna perversa che il poeta Orazio
definisce “fatale monstrum”, epiteto che durerà per secoli.
Le accuse più velenose ovviamente riguardano la sfera sessuale dei due.
Ottaviano ha gioco facile ad attaccare Antonio per la sua relazione con
Cleopatra e in generale per la sua sregolata vita sessuale. Ma anche Antonio
non è da meno: afferma che Ottaviano è stato adottato da Cesare perché da
giovane era il suo prostituto. Inoltre lo accusa di avere l’abitudine di farsi
“cerette” ambigue, bruciacchiandosi le gambe con i gusci di noci arroventati.
Gli rinfaccia persino di avere preso per mano la moglie di un console davanti
al marito, durante una cena, e di averla portata in una camera da letto, per poi
riaccompagnarla in sala con le orecchie arrossate e i capelli arruffati…
I due si scambiano anche lettere di fuoco con insulti e accuse. Svetonio ne
riporta una scritta da Antonio, che ci fa capire i toni (e gli appetiti sessuali)
dei due: “Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che io vado a letto con una regina?
È mia moglie! Forse che ho cominciato adesso, o non sono già passati nove
anni da allora? E tu? Forse te la fai con la sola Drusilla? Ti auguro di godere
buona salute, quant’è vero che, quando avrai ricevuto questa lettera, ti sarai
già fottuto Tertulla, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia, o tutte quante.
Che me ne importa dove e contro chi lo drizzi?”.

Il colpo di Stato di Ottaviano e la dichiarazione di guerra


Alla fine del 33 a.C. è ormai evidente che il rapporto tra Antonio e
Ottaviano è irrimediabilmente compromesso e che la guerra tra i due non solo
è inevitabile, ma imminente.
Antonio è in Armenia per valutare le condizioni della nuova spedizione
contro i Parti, il suo chiodo fisso. Quando capisce che la guerra con Ottaviano
è alle porte, decide di dirigersi in Asia Minore ordinando alla maggior parte
delle legioni (sedici) di convergere verso Efeso, dove ha scelto di stabilire i
quartieri d’inverno dell’esercito.
Lo stesso ordine viene dato a Cleopatra, che raggiunge l’amato con la sua
flotta.
Antonio tenta un’abile mossa politica. Con l’inizio del nuovo anno, il 32
a.C., sono entrati in carica due nuovi consoli suoi fedeli sostenitori (Gneo
Domizio Enobarbo e Gaio Sosio) ai quali invia la richiesta di convalidare tutti
gli atti decisi da lui, comprese le famose Donazioni di Alessandria.
Adesso spetta ai due nuovi consoli e al Senato prendere una decisione in
merito. La seduta si tiene l’1 febbraio e Ottaviano non vi partecipa. Dalle
fonti antiche sappiamo che Enobardo non prende posizione, mentre Sosio
tiene un discorso in favore di Antonio, attaccando duramente Ottaviano.
Sosio propone anche una mozione di censura che però viene respinta.
Ottaviano reagisce con un blitz entrato nella Storia, un vero e proprio
colpo di Stato: convocato il Senato, entra nell’aula della curia insieme a un
manipolo di soldati e ad alcuni suoi sostenitori armati, si piazza tra i due
consoli e tiene un discorso in cui difende il proprio operato. Poi scioglie il
Senato e fissa un’altra riunione durante la quale promette nuove scottanti
rivelazioni sulla condotta di Antonio. In una moderna democrazia, il
comportamento di Ottaviano sarebbe definito dittatoriale e intimidatorio.
Roma ovviamente non è una democrazia, tuttavia questi fatti proiettano
un’ennesima ombra sulla figura ambigua, infida, dispotica e spesso crudele di
quello che verrà poi chiamato Augusto, il padre dell’Impero romano.
I due consoli lasciano Roma in segno di protesta e raggiungono Antonio
insieme a 300 o 400 senatori, a riprova del grande sostegno di cui lui ancora
gode.
Nel frattempo, siamo nell’aprile del 32 a.C., Marco Antonio e Cleopatra
si ritagliano una piccola vacanza sull’isola di Samo. È l’ultimo periodo che
trascorrono insieme felici e con l’animo leggero. Poi si trasferiscono ad
Atene, dove proseguono le cerimonie e gli spettacoli in loro onore e
Cleopatra cerca di conquistare il favore del popolo con molte elargizioni. È
proprio in questo momento che Antonio fa un passo durissimo. Ripudia
Ottavia. Ormai ha scelto l’Oriente e Cleopatra: è la prima vittoria su Roma
della regina, e sarà anche l’unica.
E Ottavia come reagisce? Per lei è un momento tristissimo, come racconta
Plutarco: “Narrano che ella se ne andò, portando con sé tutti i figli di
Antonio, tranne il maggiore di quelli nati da Fulvia, che era già presso il
padre. Piangeva ed era afflitta all’idea che si potesse pensare che anche lei
fosse una delle cause della guerra. I romani però avevano compassione di lei,
e ancor più di Antonio, soprattutto quelli che avevano visto Cleopatra, che
non superava Ottavia né in bellezza, né in gioventù”.
Il divorzio di Antonio, in apparenza, è un altro duro colpo per Ottaviano
(in realtà forse non aspettava altro), in questo modo però ha in mano una
carta straordinaria, che gioca con molta astuzia. Prima dello scontro finale
con Ottaviano, infatti, Marco Antonio ha deciso di fare testamento e, come è
tradizione a Roma, lo ha affidato a due suoi strettissimi collaboratori, Marco
Tizio (l’uccisore di Sesto Pompeo) e Lucio Munazio Planco, perché lo
portino alle vestali, dove verrà custodito per essere aperto al momento della
sua morte.
I due però, una volta consegnato il documento alle vestali, passano nelle
file di Ottaviano e gli rivelano i progetti di guerra del rivale e il contenuto del
testamento, che conoscono bene: lo ha redatto in loro presenza. Così
Ottaviano apprende che Antonio, oltre a confermare che Cesarione è
effettivamente il figlio di Cesare e a ribadire l’eredità (anche in territori)
lasciata ai figli avuti da Cleopatra, chiede di essere sepolto ad Alessandria.
Ottaviano ricompensa i traditori con importanti cariche: Marco Tizio sarà
eletto console suffecto mentre a Munazio Planco toccherà la carica di censore.
In seguito sarà proprio Munazio Planco a proporre l’appellativo di “Augusto”
con il quale passerà alla Storia.
Ottaviano a quel punto compie un gesto sacrilego: si impadronisce del
testamento custodito dalle vestali e lo legge in Senato. Non sappiamo se
manipoli il testo leggendone solo una parte, quella più compromettente, o se,
come sostengono molti studiosi, addirittura ne falsifichi alcune parti per
incendiare di sdegno l’opinione pubblica. Alcuni sono addirittura arrivati a
pensare che l’intero testamento sia un falso creato ad arte da Ottaviano.
In ogni caso la reazione è quella voluta. I senatori e parte della
popolazione si scandalizzano soprattutto per la sua volontà di essere
seppellito ad Alessandria e non a Roma, interpretando la cosa come un
tradimento. Ormai l’opinione pubblica è sempre più dalla parte di Ottaviano,
e sono in tanti a lasciare le file di Antonio per passare tra le sue schiere.
A scegliere di schierarsi con lui sono anche quelle che potremmo definire
delle lobby economiche. La decisione di Antonio di delegare ai vari regni
alleati vassalli in Oriente la riscossione delle tasse, lasciando loro piena
autonomia nell’amministrazione, finiva, come ha osservato Ronald Syme,
“con il diminuire i profitti imperiali e restringere il campo di sfruttamento
disponibile ai finanzieri e agli appaltatori di tasse romani. L’interesse
economico inconsciamente si trasformò in giusta e patriottica indignazione”.
Uomini d’affari, senatori, cavalieri appoggiano Ottaviano nella preparazione
della guerra vedendo i territori orientali come prede da assalire e spolpare
dopo la vittoria…
Per Ottaviano ormai la strada è tutta in discesa. Ha il popolo e i poteri
economici e finanziari dalla sua parte.
A questo punto convince il Senato a togliere la carica di triumviro ad
Antonio insieme a tutti gli altri suoi poteri, riducendolo così a un semplice
cittadino, senza cariche o ruoli ufficiali.
Poi chiede al Senato di dichiarare guerra. Ma contro chi? Non Antonio,
come ci si aspetterebbe, ma Cleopatra. Una mossa astuta perché non è contro
un romano, ma ai danni di una regina straniera, e questo fomenta il
patriottismo dei romani. Inoltre, come sottolinea Michael Grant, “il vero
scopo di Ottaviano era di dare agli amici di Antonio in Roma la possibilità di
mutare partito”.
La dichiarazione di guerra ufficiale a Cleopatra avviene con una
cerimonia solenne, secondo un’antica formula romana. Ottaviano si reca in
processione nel Tempio di Bellona, la dea della guerra, davanti al Teatro di
Marcello ancora in costruzione. Qui pronuncia un discorso durissimo contro
Cleopatra. Poi gli viene consegnata una lancia immersa nel sangue fresco,
che lui scaglia, come vuole la tradizione, contro la columna bellica eretta
davanti al tempio.
È la guerra!

Si avvicina la battaglia di Azio

È l’autunno del 32 a.C.: Antonio e Cleopatra passano in rassegna un


esercito colossale, composto da trenta legioni con 75.000 legionari, 25.000
uomini di fanteria leggera e 12.000 cavalieri. Undici legioni vengono
mandate in Egitto e Cirenaica, mentre le restanti diciannove costituiranno il
nucleo della forza d’urto contro Ottaviano.
Per l’occasione vengono coniate delle monete che rimarranno nella storia:
su ciascuna di esse sono raffigurati su una faccia l’aquila e l’insegna con il
nome e il numero di una legione e sull’altra una nave da guerra di Cleopatra.
La coppia reale lascia Atene e si trasferisce a Patrasso, che sceglie come
residenza invernale. Le truppe di Antonio non sono composte solo di soldati
romani ed egizi. Al loro fianco ci sono anche quelle alleate di re vassalli, tra i
quali spiccano nomi di sovrani a noi sconosciuti che sembrano usciti da una
saga: Mitridate di Commagene, Sadala di Tracia, Filadelfo di Paflagonia,
Tarcondemo della Cilicia superiore, Bocco di Libia… C’è persino un reparto
inviato dal re di Media. E poi c’è anche Archelao di Cappadocia, messo sul
trono proprio da Marco Antonio e figlio di Glafira, sua intramontabile
passione. Chissà se Cleopatra ne è a conoscenza…
A questa immensa potenza militare terrestre si aggiungono le forze
navali. A Efeso Antonio ha raccolto ben 800 navi. Ne userà 500 per la guerra
contro Ottaviano.
E Ottaviano? Ha mobilitato sedici legioni con 80.000 legionari (molti dei
quali veterani esperti) e 12.000 cavalieri. Contando anche i fanti di marina e
gli ausiliari, può mettere in campo 100.000 uomini e 400 navi.
Nel corso delle settimane, Antonio fa dislocare diverse guarnigioni lungo
la costa e le isole della Grecia, formando così una catena di stazioni militari
(Corfù, Itaca, Zacinto, Modone, capo Matapan, Creta e Cirenaica) che
devono sorvegliare l’approvvigionamento per l’esercito dal lontano Egitto. A
nostro avviso questo è il suo vero tallone d’Achille e forse la causa principale
di ciò che accadrà nella guerra contro Ottaviano. Antonio è lontanissimo da
“casa” e la sua linea di rifornimenti è vulnerabile, mentre Ottaviano combatte
vicino all’Italia e può contare su rinforzi continui e rapidi di uomini, cibo e
armi.
Ma dove si combatterà la guerra? Perché Antonio e Cleopatra si sono
arroccati lungo le coste greche e non sono sbarcati in Italia per affrontare il
nemico in una grande battaglia terrestre?
Che cosa hanno in mente? Sono troppo a sud per invadere l’Italia.
Antonio sa perfettamente che, dopo la guerra di propaganda di Ottaviano,
mettere piede in patria con un esercito e per giunta insieme a Cleopatra
significherebbe scatenare l’ostilità della popolazione italica e trovarsi contro
tutti. Quindi opta per una strategia diversa. Il suo non è uno schieramento
offensivo, ma di “attesa”: vuole costringere Ottaviano a muoversi dalla
penisola, aspettarlo in Grecia, sconfiggerlo e solo dopo sbarcare in Italia.
Antonio sa che il tempo è dalla sua parte, perché Ottaviano ha poche risorse
finanziarie. Ha bisogno di una vittoria rapida, e quindi uscirà allo scoperto.
In effetti quella di Antonio e Cleopatra è una strategia intelligente, anche
perché tutti sanno che in uno scontro sulla terraferma Ottaviano rischierebbe
una sonora sconfitta. Così si stabiliscono con la flotta al riparo, nel golfo di
Ambracia, e aspettano l’avversario.
Tutto avverrà negli spettacolari panorami e scenografie di un mare blu, di
un cielo azzurro con calette, fondali celesti, vento nei capelli, cioè luoghi
dove si è portati a sentire istintivamente la vita e soprattutto l’entusiasmo per
la vita, ma che saranno invece uno scenario di odio e di morte.

Ottaviano sa di correre un grave pericolo se affronta Antonio su un campo di


battaglia. Ma cosa può fare? Ebbene, decide di cambiare le carte in tavola.
Non combatterà Antonio sulla terraferma, dove il suo rivale è troppo forte,
ma… in mare. Punta tutto sulla sua flotta e, soprattutto, sul suo grande
comandante, lo stesso che ha sconfitto Sesto Pompeo in una grandiosa
battaglia navale: Agrippa.

Agrippa, l’asso nella manica di Ottaviano

Coetaneo di Ottaviano, Agrippa ha origini modeste, ma era un suo


compagno di giochi fin da bambino. I due sono cresciuti insieme e si
trovavano entrambi nell’accampamento militare di Apollonia quando è
arrivata la notizia della morte di Cesare. Da quel momento Agrippa è rimasto
al suo fianco.
Eccellente stratega, è uno dei più grandi generali nella storia di Roma e di
certo il miglior ammiraglio dell’epoca. Dopo Cesare, è stato il secondo
comandante romano a condurre delle truppe oltre il Reno. Uomo di
incredibile resistenza fisica, di lui l’autore Velleio Patercolo ha detto:
“Invincibile dalla fatica, dalla veglia, dai pericoli […] in ogni circostanza
insofferente degli indugi, solito a passare dalla decisione all’azione”.
E ora è qui, con la sua innata capacità di sorprendere il nemico con mosse
imprevedibili: sua è stata la geniale idea di reintrodurre l’harpago nella
battaglia contro Sesto Pompeo. Cosa saprà inventarsi ora?
Non passa molto tempo che Agrippa sorprende tutti con un attacco che segna
l’inizio della guerra.
Siamo nei primi giorni del marzo del 31 a.C. e la navigazione nel
Mediterraneo non è ancora ripresa dopo l’interruzione invernale. Ma Agrippa
sfida la sorte e si lancia in un’azione audace: parte da Brindisi e Taranto con
metà della flotta, e attacca una delle stazioni militari di Antonio, quella di
Modone, difesa dalle truppe di un alleato, Bogud di Mauretania, che viene
ucciso durante l’assalto. Con la conquista di questa importante base, Agrippa
di fatto spezza la linea di rifornimenti che Antonio riceveva dall’Egitto. E
non solo: utilizza questa base navale per lanciare successive incursioni.
È opinione di alcuni storici moderni che con questa singola azione l’intera
campagna di Antonio sia già compromessa. E questo fa capire l’acutezza del
genio di Agrippa e il suo peso determinante nella battaglia di Azio.
Le prime defezioni nei ranghi di Antonio e Cleopatra cominciano con la
città di Sparta, che si trova a poca distanza, e passa dalla parte di Ottaviano.
Ma non è finita. In un’azione concertata, quasi contemporaneamente ad
Agrippa si muove anche Ottaviano, che attraversa il mare e fa sbarcare i suoi
uomini nell’Epiro, scendendo a sud senza trovare resistenza.
Nel frattempo Agrippa riparte con la sua flotta e occupa un’altra stazione
militare di Antonio e Cleopatra, Corfù.
Si svela così la strategia di Ottaviano: un’azione combinata via terra e via
mare. Mentre lo schieramento di Antonio e Cleopatra lo aspettava per uno
scontro terrestre, lui si è mosso fulmineo via mare, spezzando la linea di
rifornimenti e di fatto stringendo d’assedio l’avversario dal mare. Anche sulla
terra Ottaviano marcia rapido verso Antonio, il quale è costretto a muovere
velocemente le sue legioni. E proprio mentre i due eserciti si schierano l’uno
di fronte all’altro, dal mare arriva un’ulteriore minaccia: Agrippa conquista
un’altra stazione militare di Antonio, Leucade, chiudendo l’accerchiamento
sull’acqua. Ora la flotta di Antonio è prigioniera “in casa”, chiusa nel golfo di
Ambracia. Sorprende l’inerzia del gigante militare posizionato da Marco
Antonio, e sorprendono anche la velocità e l’abilità strategica e tattica di
Agrippa.
A ben vedere, pur essendo uno dei più grandi generali romani, Antonio,
come sottolinea il professor Giovanni Brizzi, storico esperto di guerra
nell’antichità, non è certo un genio militare: tattico appena discreto,
commette errori estremamente gravi sul piano strategico, che si rivelano
catastrofici contro i Parti – quando separa le sue forze permettendo
l’annientamento della colonna con le artiglierie e le macchine da assedio – e
addirittura suicidi ad Azio. E su Azio il giudizio del professor Brizzi è
categorico: “La fantastica partita a scacchi giocata con il nemico era, di fatto,
già vinta: la maggior parte della flotta di Antonio, logorata dalla sua [di
Agrippa, NdA] azione continua e adesso nettamente inferiore di numero, era
ormai chiusa nel golfo di Ambracia, impotente a ricevere rifornimenti e
rinforzi”.
Ma non ci sono solo l’astuzia e la strategia di Agrippa a colpire
duramente lo schieramento di Antonio e Cleopatra. L’inverno appena passato
si è rivelato durissimo per la flotta. Gli effettivi sono stati decimati dalla
malnutrizione e dalle malattie, molti hanno disertato…
Si entra così in una fase di stallo, con i due schieramenti fermi per mesi,
in attesa.
Le cose non cambiano con l’arrivo della primavera e poi dell’estate. A
colpire gli equipaggi di Antonio sono il clima umido e pesante, che diffonde
la dissenteria, e soprattutto le zanzare, che portano la malaria. Le tende
sorgono in un ambiente paludoso e c’è difficoltà a smaltire i liquami di un
accampamento di decine di migliaia di persone…
Anche Ottaviano, pur posizionato sull’altopiano di Mikalitzi (a nord del
golfo), più ventilato e salubre, soffre per la mancanza di acqua.
I due schieramenti si provocano. Antonio pone un secondo
accampamento sulla sponda destra dello stretto e offre battaglia. Ma
Ottaviano, intuendo le difficoltà del nemico, la rifiuta. All’improvviso, la sua
cavalleria (guidata dal “traditore” del testamento, Marco Tizio) travolge
quella di Antonio nella valle del Louros. L’effetto sul morale delle truppe
antoniane è devastante. Passano al nemico re alleati come Filadelfo di
Paflagonia, Remetalce di Tracia e persino un fedelissimo, Domizio Enobarbo.
Antonio, pur essendo profondamente dispiaciuto, gli fa recapitare ugualmente
tutti i suoi bagagli con servi e amici all’accampamento nemico.
Nonostante ciò, Antonio tenta di forzare il blocco con una doppia
manovra, facendo uscire le navi mentre distrae il nemico con un’azione
terrestre. Questa mossa si rivela un fiasco… e se ne vanno altri alleati, come
il re Aminta, sovrano di Galazia, con i suoi 2000 cavalieri, e poi il
governatore della Grecia, e persino quel Quinto Dellio abile diplomatico che
aveva convinto Cleopatra ad andare a Tarso per incontrare Antonio.
Si avverte nell’aria come stanno per andare a finire le cose…
A fine agosto, dopo ben quattro mesi di blocco navale,
nell’accampamento di Antonio e Cleopatra si tiene l’ultimo consiglio di
guerra.

L’ultimo consiglio di guerra

A tutti appare ormai evidente che ad Azio non si può più vincere e che
bisogna solo cercare di uscire da quella situazione. Si prospettano due
soluzioni.
A proporre la prima è Publio Canidio Crasso, fedelissimo di Antonio e
comandante delle truppe di terra. Il suo piano è chiaro: rimandare Cleopatra e
la sua flotta in Egitto, ripiegare sulla Tracia o sulla Macedonia con una
ritirata strategica, e qui cercare il luogo ideale per uno scontro decisivo con
Ottaviano. Tanto più che il re dei Geti, Dicomene, ha promesso di aiutarli con
un potente esercito. Sarebbe una follia, insiste con veemenza Canidio, se
Antonio, comandante di assoluta esperienza nei combattimenti terrestri,
disperdesse inutilmente la sua potente armata sulle navi per cercare di forzare
il blocco.
L’altro grande piano lo propone Cleopatra: forzare il blocco navale con le
sue numerose navi, mentre le truppe di Canidio si ritirano dalla costa, per poi
dirigersi verso un luogo prestabilito dove nel frattempo verranno fatti
confluire la flotta e i nuovi rinforzi. Nei suoi ragionamenti, la regina tiene
conto anche del clima: il rischio di rimanere intrappolati nei Balcani in
inverno, infatti, è concreto. Infine, ribadisce che scegliendo la soluzione
“terrestre” di Canidio si lascerebbe il controllo assoluto dei mari a Ottaviano:
come sarebbe possibile poi rientrare in Egitto?
Tra tutte queste strategie, Antonio cerca di cogliere la soluzione giusta, e
alla fine sceglie quella di Cleopatra: tenterà di forzare il blocco navale
allontanandosi con il maggior numero di navi possibile.
Ancora oggi molti storici si interrogano sui reali motivi di questa
decisione, e quanto possa aver pesato la figura di Cleopatra.
Appare comunque chiaro un fatto: lo scontro di Azio non sarà una
battaglia vera e propria, quanto piuttosto il tentativo di forzare il blocco
navale. Se ci saranno combattimenti, sottolinea ancora il professor Brizzi,
saranno solo per aprirsi il passaggio verso il mare aperto, con una flotta
indebolita e non più temibile, mentre le forze terrestri di Canidio avranno il
compito di sganciarsi a loro volta dal campo di battaglia. Eufemisticamente
potremmo definirla la soluzione delle due ritirate “strategiche”.
“Come andrà a finire?”, si chiedono tutti. Nell’antichità, trattandosi di
società prescientifiche e pretecnologiche, la risposta viene cercata non solo
nei sacrifici sugli altari dei templi, ma anche nei presagi che si colgono
tutt’attorno. E allora eccone alcuni, abbastanza fantasiosi agli occhi moderni,
descritti da Plutarco e Cassio Dione.
– Sull’Antoniade, la nave ammiraglia di Cleopatra, appare un presagio
terribile: delle rondini hanno fatto il nido sotto la poppa e altre, sopraggiunte,
scacciano le prime e uccidono i piccoli.
– Una delle statue di Antonio presso Alba per molti giorni stilla sudore e
molto sangue sebbene alcuni cerchino di asciugarla (il “fenomeno” delle
statue che trasudano o piangono sangue, insomma, ha radici antiche…).
– Il carro di Giove, che sta nel Circo, si rompe. E una luce, che per molti
giorni compare sopra il mare della Grecia, a un certo punto sale verso il
cielo…
– Una colata di lava dall’Etna porta rovine in molte città e luoghi.

L’ultimo giorno

Nei giorni che precedono la battaglia, Antonio dà ordine di bruciare le


navi “inutili”, essenzialmente quelle più piccole, da trasporto. Ottaviano e i
suoi, che osservano dalle loro posizioni, scorgono nel golfo decine di colonne
di fumo innalzarsi nel cielo piegate dalla brezza marina. Delle 500 navi
iniziali ne sono rimaste meno della metà, 230, delle quali 60 sono di
Cleopatra. In mare, ad aspettarle, ci sono le circa 400 di Agrippa e Ottaviano.
È un tentativo disperato.
Sulle navi di Antonio salgono 22.000 legionari e 2000 arcieri, ai quali
viene ufficialmente detto che si tratta dei preparativi per una vera e propria
battaglia. Antonio dà poi l’ordine di imbarcare le vele: un ordine in apparenza
assurdo, perché appesantiscono le navi, rendendole più lente e meno agili,
cosa non auspicabile in uno scontro navale dove tutto si basa sulla forza
propulsiva dei remi. Ai piloti che chiedono spiegazioni viene comunicato che
vengono stivate a bordo per evitare che il nemico si salvi dandosi alla fuga.
Durante le operazioni di imbarco delle truppe, Marco Antonio passa
accanto a un centurione che è in piedi vicino a dei sacchi. I due si guardano.
Hanno combattuto tantissime battaglie insieme. Il corpo del centurione è
coperto di cicatrici. L’idea di combattere in mare proprio non gli va giù. Così,
narra Plutarco, gli dice: “O comandante […] perché diffidi di queste ferite e
di questo gladio, e riponi le tue speranze in questi cattivi legni [navi, NdA]?
Egiziani e fenici si combattano pure per mare, ma a noi concedi la terra sulla
quale siamo soliti, a piè fermo, morire o vincere i nemici”. Antonio lo fissa
senza dire una parola, poi prosegue facendo solamente un cenno con la mano
e con il volto, quasi a dirgli “fatti coraggio!”. Questo dialogo è riportato da
Plutarco (il cui bisnonno ricordava bene come Antonio, a un certo punto,
avesse arruolato con la forza i contadini greci) e riassume perfettamente la
perplessità di tanti soldati, obbligati a combattere in un ambiente estraneo.
Intanto Ottaviano, vedendo i movimenti del nemico, fa salire sulle sue
navi otto legioni e cinque coorti pretorie, per un totale di 40.000 soldati. Sia
Antonio sia Ottaviano hanno scelto gli uomini di maggiore esperienza, i
veterani di tante battaglie.
Per tre giorni il maltempo tiene inchiodate a riva entrambe le flotte, con il
vento che soffia forte da ovest impedendo a quella di Antonio di prendere il
largo. Le due flotte formano una fila infinita di scafi, prue con rostri e occhi
dipinti, vere foreste di remi. Si tratta delle migliori imbarcazioni dell’epoca.
Proprio questa attesa ci consente di capire come sono fatte le navi che
stanno per scontrarsi.
Guardando le due flotte dall’alto, ci si accorge che c’è una sottile
differenza. Le navi di Antonio sono sensibilmente più grandi: hanno in
genere tre ordini di remi sovrapposti, con due vogatori ai corsi superiore e
mediano e un solo vogatore a quello più basso. Tra le navi di Ottaviano,
invece, sono molto comuni quelle con appena due ordini di remi, ciascuno
dei quali è mosso da due uomini seduti sullo stesso banco. Colpisce il gran
numero di vogatori: secondo il professore americano Si Sheppard, sarebbero
286 nel primo caso e 232 nel secondo, per una velocità massima
rispettivamente di 7,7 nodi contro 9,5… In altre parole, le navi di Ottaviano
sono più piccole ma più veloci.
Ricordiamo tutti la famosa sequenza del film Ben-Hur del regista William
Wyler in cui si vede un uomo massiccio che dà il ritmo ai rematori battendo
su un tamburo. In realtà non è così: a dare la cadenza è un uomo, l’hortator,
seduto a poppa, che scandisce il ritmo a voce oppure con un piffero.
Un’altra sorpresa è vedere sul ponte delle navi delle grosse torri da
combattimento, simili a quelle delle fortezze. Sono i propugnacula. Più una
nave è grande, più ce ne sono. Durante le Guerre puniche, per esempio,
alcune navi ne avevano ben otto: due a poppa, due a prua e quattro a
mezzanave. Esattamente come nei castelli, sulle torri ci sono soldati muniti di
pietre, frecce e ogni genere di oggetti da scagliare contro il nemico.
Naturalmente queste navi sono armate: a pelo dell’acqua ci sono i temibili
rostri di bronzo, sulla coperta e sulle torri si scorgono macchine da guerra
come le baliste, una sorta di grande balestra capace di scagliare dardi o pietre
con una precisione micidiale.

È il 2 settembre, finalmente è giunto il giorno della battaglia. Antonio e


Ottaviano hanno fatto il loro discorso alle truppe (adlocutio): il primo
promette libertà e dipinge Ottaviano come un perdente, il secondo fa leva
sull’orgoglio romano, denunciando quanto i diritti dei romani siano stati
calpestati da Cleopatra, e quanto sia triste vedere Antonio succube della
regina egizia. Ottaviano insiste su questo punto: dopo aver ricordato ai suoi
soldati che Antonio si fa ormai chiamare Osiride o Dioniso, li invita a non
considerarlo più un romano, ma un egiziano, e a non chiamarlo più Antonio
ma Serapide.
Poi Ottaviano sale a bordo di una liburna, una nave a due ordini di remi,
dove farà da “spettatore”, perché il vero stratega è Agrippa.
Le navi si dispongono per la battaglia.
Lo schieramento di Ottaviano vede all’ala destra Marco Lurio, prefetto
della Sardegna, al centro Arrunzio e a sinistra Agrippa. La liburna di
Ottaviano si trova sulla destra, posizione tipica di chi comanda, ma in realtà
chi decide in questa battaglia, come abbiamo detto, è Agrippa; il futuro
Augusto, come sempre, si dilegua durante gli scontri.
Antonio, invece, fa disporre tre grandi squadre da 60 navi ciascuna e si
schiera con il gruppo di destra, affidando a Gaio Sosio quella di sinistra,
mentre al centro c’è uno schieramento visibilmente più debole. La sua
strategia è semplice: attirare il nemico sui due grandi blocchi di navi a destra
e a sinistra, mentre il centro, sfilacciandosi, consentirà a Cleopatra, che
aspetta nelle retrovie, di passare indenne e proseguire verso il mare aperto.
Antonio dà il segnale e fa avanzare la sua flotta fino all’imboccatura del
golfo, per poi lasciarla in posizione nord-sud. Il nemico è là davanti, ad
appena un chilometro e mezzo di distanza e si allarga creando un semicerchio
su due file. È come un sacco che si prepara ad avvolgere le speranze di
Antonio e Cleopatra.
Antonio è su una barca a remi e passa tra le navi, per esortare gli
equipaggi. E lo stesso fa Ottaviano, muovendosi sulla sua liburna.
Sulla terraferma, entrambi gli eserciti hanno smesso di controllarsi a
vicenda. Si sono schierati sulle rive, a debita distanza e nel rispettivo
“territorio”, per osservare la battaglia navale.
La situazione rimane in stallo per ore, sotto il sole rovente del 2
settembre. Le flotte sembrano schieramenti di giganteschi dinosauri pronti a
balzare. Ma nessuno si muove… fino a mezzogiorno.
Quando il sole è allo zenit, infatti, si alza una brezza. La battaglia può
iniziare. Migliaia di uomini stanno vivendo le ultime ore della loro vita.

Infuria la battaglia di Azio

Antonio ordina alle sue navi di procedere. Un boato si alza dalla riva
dove si trovano i suoi legionari, che hanno visto i compagni partire
all’attacco. Si muove per prima la squadra di Sosio, a sinistra. Impiegano
pochi minuti a coprire un chilometro e mezzo, poi una pioggia di frecce,
pietre e dardi di ogni tipo oscura il cielo e si abbatte sui ponti delle navi dei
due schieramenti. Prima del contatto tra gli scafi e i temibili rostri, Agrippa
ordina ai suoi di fare marcia indietro e di ripiegare in mare aperto. Il suo
stratagemma è astuto: vuole portare le pesanti navi di Antonio al largo, dove
le sue, più piccole e veloci, hanno ampio spazio di manovra e possono
sfruttare la loro maggiore agilità e il numero soverchiante. Ordina anche di
allargarsi ai lati così da accerchiare e avvolgere il nemico. Ma le navi di
Antonio intuiscono la manovra e si allargano a loro volta. A questo punto ha
luogo lo scontro vero e proprio. I due schieramenti si confondono, si
mescolano in una mischia furibonda. Vedendo questi giganti del mare
manovrare con tale destrezza e velocità, ci si accorge di come siano navi
straordinarie, frutto dell’antica sapienza di carpentieri e mastri d’ascia, capaci
di realizzare a mano scafi perfetti che scivolano sull’acqua, ben bilanciati. E
poi c’è anche l’abilità dei comandanti e dell’equipaggio, in grado di far virare
la nave in pochi secondi e farla ripartire come un fulmine contro il nemico.
Tutto questo è frutto di una coordinazione e di un’intesa che solo un buon
addestramento e una disciplina ferrea sono in grado di dare.
Nella mischia si sentono scafi cozzare con un rumore sordo ma anche lo
stridio del fasciame sottoposto a manovre serrate. E poi le urla. Il rumore di
un’intera fiancata di legno che si è aperta. Si nota però che i due schieramenti
non combattono allo stesso modo. Una nave di Ottaviano avanza al massimo
della velocità. I due ordini di remi su ogni lato si alzano e si abbassano
nell’acqua con una coordinazione perfetta, quasi come branchie di uno strano
essere che compie dei movimenti respiratori. Sta puntando una nave
avversaria, più grossa e più lenta. A tratti vediamo emergere tra le onde
spumeggianti il suo rostro, simile al muso di un mostro marino. È chiaro che
vuole speronarla, ma non lo fa come ci aspetteremmo. Non giunge, infatti,
perpendicolare allo scafo nemico, come può fare un siluro. Al contrario lo
punta in diagonale, con un angolo ben calcolato. Vedendo arrivare
l’imbarcazione nemica a tutta velocità, i soldati a bordo della nave di Antonio
si agitano e corrono in varie direzioni. Approntano una balista dotata di una
“mano di ferro”, una specie di arpione-ancorotto simile a un rampino, per
colpire la nave in avvicinamento, ancorarla e frenarla portandola sottobordo,
dove i soldati poi fanno strage scagliando frecce e giavellotti dalle torri di
combattimento. Purtroppo per loro, i vari lanci vanno a vuoto e
l’imbarcazione di Ottaviano si avvicina come un siluro, mancano pochi
secondi… All’ultimo momento fa rientrare i remi di modo da non spezzarli
nell’impatto, manovra che non riesce a quella più grande… L’urto è
violentissimo, si sente prima il fracasso dei remi che si spezzano in serie, poi
il rumore cupo dello scafo sfondato dal rostro, seguito dal suono stridente dei
due scafi che sfregano l’uno contro l’altro. La nave di Ottaviano non si ferma
e sfrutta l’abbrivio della sua lunga rincorsa. Così facendo il suo rostro, come
una lama, lacera lo scafo avversario aprendo una falla in cui si riversa l’acqua
del mare. I due vascelli ora sono fermi e ondeggiano per qualche secondo.
Nello squarcio si scorge un oggetto metallico. È il rostro, che si è strappato
dalla prua della nave che ha attaccato. Non è un errore: è previsto che accada.
I rostri sono come il pungiglione di un’ape: una volta aperto lo scafo nemico,
spesso rimangono impiantati nel corpo della vittima andando a fondo con
essa.
Dalle torri dell’imbarcazione colpita arriva di tutto, frecce, pietre,
giavellotti, che colpiscono a morte molti uomini di Ottaviano. I primi ad
accorgersi che qualcosa non va sono i soldati sulle torri, che notano una
preoccupante inclinazione. La nave sta imbarcando acqua rapidamente a
causa dell’enorme squarcio. Dalle aperture sul ponte salgono in massa i
rematori dei ponti inferiori e si mescolano ai legionari a bordo, aumentando
la confusione. Ma c’è chi non smette di colpire la nave avversaria, che ora si
sta allontanando per evitare il più possibile i proiettili. Due colpi incendiari
ben assestati fanno scoppiare sulla nave di Ottaviano un incendio che si
allarga a macchia d’olio, generando un gran fumo, visibile anche da riva.
Intanto sulla nave speronata la situazione si fa drammatica. È ormai
irrimediabilmente inclinata e sta affondando. C’è poco da fare, bisogna
lanciarsi in acqua. Ma per molti è la fine. Pochi sanno nuotare in quest’epoca
e le armature trascinano sul fondo chi tra i legionari non ha avuto il tempo di
toglierla. In una manciata di minuti, l’imbarcazione sparisce lasciando pochi
naufraghi aggrappati a legni galleggianti. Tra essi scorgiamo il centurione che
ha parlato ad Antonio. Se la caverà anche questa volta, perché verrà
recuperato insieme ai suoi compagni tra qualche ora dalle navi di Ottaviano.
Pur essendo avversari, sono comunque sempre romani.
Lo speronamento al quale abbiamo assistito non è un fatto isolato.
Accade tutto attorno a noi. E non sempre i rostri rimangono conficcati nel
ventre della nave colando a picco con essa. Cassio Dione racconta così la
battaglia: “I soldati di Ottaviano, disponendo di navi più piccole e veloci,
attaccavano con grande impeto cercando di affondare qualche nave nemica
per poi subito indietreggiare. Poi, o piombavano improvvisamente sulla
medesima, oppure la trascuravano e ne assalivano un’altra, e dopo averle
arrecato il maggior danno possibile, si lanciavano contro un’altra e poi contro
un’altra ancora, attaccando il nemico nel modo più inaspettato. Temendo i tiri
provenienti da lontano, come pure il combattimento corpo a corpo, non
indugiavano troppo né nella manovra di avvicinamento né nello scontro. […]
I soldati di Antonio colpivano invece gli assalitori con un prolungato e fitto
lancio di sassi e giavellotti, e scagliavano contro quanti si avvicinavano mani
di ferro. Se riuscivano a colpirli avevano la meglio; se invece fallivano il
bersaglio, le loro navi venivano speronate e affondate… I soldati di Ottaviano
assomigliavano a cavalieri, perché ora attaccavano, ora si ritiravano,
dipendendo da loro sia l’attacco che la ritirata. Quelli di Antonio invece a
opliti, che attendevano l’avvicinarsi dei nemici e si sforzavano di resistere
loro più possibile”.
Ma non sempre l’assalto con i rostri riesce. Le navi di Antonio, infatti,
sono grandi e hanno fiancate robuste contro le quali i rostri delle navi di
Ottaviano spesso non possono fare nulla o addirittura si piegano e si spezzano
nell’urto. La soluzione quindi è che ad attaccare una grande nave di Antonio
siano simultaneamente diverse imbarcazioni di Ottaviano. Il combattimento
ricorda molto l’assedio a una fortezza, con i soldati che lanciano frecce,
giavellotti e proiettili di ogni genere. Dalle torri di legno dei vascelli di
Antonio, precisi colpi di catapulte fanno strage sui ponti avversari…

La fuga di Cleopatra

Sono passate due ore dall’inizio della battaglia, che infuria al largo. Ed è
proprio adesso che il vento si alza ulteriormente. Quando, tra le 14 e le 15, il
vento raggiunge la sua massima intensità, Cleopatra fa issare le vele e dà
ordine a tutta la sua flotta di avanzare. Fino a questo momento, lo scontro è
ancora in equilibrio. Le navi di Agrippa e Ottaviano non sono riuscite ad
aggirare i fianchi del fronte nemico e a mano a mano che le ali si sono
allargate a nord e a sud estendendo il conflitto, il centro è andato
assottigliandosi, proprio come avevano previsto Antonio e Cleopatra. A un
certo punto si crea una breccia, ed è proprio in questa apertura che si infilano
le 60 navi della regina. La sua mossa coglie di sorpresa un po’ tutti. La prima
impressione, sia per gli uomini di Antonio sia per quelli di Ottaviano, è di
assistere a una vera e propria fuga improvvisa di Cleopatra, non a una
manovra calcolata da tempo. Antonio la segue, come previsto dal piano
durante l’ultimo consiglio di guerra. Ma pochi lo capiscono. Persino Cassio
Dione, circa duecento anni dopo la battaglia, scriverà: “Antonio, credendo
che fuggissero per paura, ritenendosi già sconfitti, e non per ordine di
Cleopatra, li seguì”.
La tesi della fuga improvvisa di Cleopatra, terrorizzata dalla violenza
della battaglia, seguita da Antonio, durerà per secoli. Oggi gli studiosi
moderni hanno “scagionato” i due da questa infamia. Anzi, Cleopatra mostra
molta freddezza nel dare l’ordine al momento giusto, con il rischio di essere
lei stessa catturata o uccisa. A riprova che sia un’azione rischiosa,
delicatissima ma progettata a tavolino, c’è il fatto che a bordo delle navi di
Cleopatra si trova tutto il tesoro reale. Nessuno lo avrebbe mai imbarcato
qualora si fosse trattato di una semplice battaglia navale. In realtà, come
abbiamo detto, si tratta di una manovra volta a forzare il blocco, per spezzare
l’accerchiamento e uscirne fuori. Ed evidentemente non è previsto alcun
intervento militare da parte della flotta di Cleopatra.
Antonio, non appena la vede passare, la raggiunge con una delle sue
imbarcazioni e sale a bordo della nave reale di Cleopatra, allontanandosi dalla
battaglia insieme a lei…
Il piano di Antonio probabilmente prevede che altre navi della flotta si
sgancino dai combattimenti e seguano Cleopatra. Alcune lo fanno. Racconta
infatti Cassio Dione: “Alcune imbarcazioni alzarono anch’esse le vele, altre
gettarono in mare le torri e le relative suppellettili per essere più leggere nella
fuga”. Si tratta comunque di un numero esiguo di navi. Non sappiamo se
questo sia dovuto all’effettiva impossibilità di sganciarsi dai combattimenti
nella confusione della battaglia, oppure al fatto che Antonio abbia
deliberatamente deciso di informare soltanto una piccola parte dei
comandanti. In ogni caso, il piano va a buon fine: Antonio è riuscito a salvare
una parte della flotta e soprattutto il tesoro di Cleopatra. Solo alcune navi
nemiche provano a inseguirli. Sono comandate da un principe di Sparta,
Euricle, che mesi prima aveva tradito Antonio passando dalla parte di
Ottaviano. Costui, tuttavia, riesce solo a impadronirsi di un’altra nave
ammiraglia, speronandola e facendola piegare su un fianco, ottenendo come
bottino unicamente del prezioso vasellame da tavola. Cleopatra e il suo tesoro
si sono allontanati sani e salvi.

Fiamme sul mare

Alle loro spalle la battaglia infuria. La flotta di Antonio continua a


combattere strenuamente anche se il suo comandante è fuggito. Nelle ore
successive lo scontro si fa più drammatico, tra abbordaggi e combattimenti
all’ultimo sangue. Secondo le descrizioni degli antichi, come Cassio Dione, i
legionari di Ottaviano a bordo di navi più piccole rompono i remi e spezzano
i timoni alle navi di Antonio, e poi salgono sui ponti ingaggiando feroci
corpo a corpo con il nemico. I legionari di Antonio, altrettanto esperti del
combattimento, respingono gli assalitori con lance, proiettili di pietra, frecce
e, non appena questi ultimi arrivano sul ponte, spaccano loro le teste con le
asce. Si assiste insomma al tipo di lotta che si immagina quando dei soldati
assaltano le mura di una fortezza e altri soldati le difendono.
I combattimenti proseguono, e non sembrano esserci vincitori, ma solo un
immenso massacro di romani in una lotta fratricida. Alla fine Ottaviano deve
ricorrere al fuoco. In realtà inizialmente mirava a impadronirsi delle navi e
del loro contenuto, ma poi capisce che non c’è altra soluzione per vincere la
battaglia. È Cassio Dione a descrivere come un reporter questo momento
tanto drammatico: “Così la battaglia assunse un altro aspetto. I cesariani
[legionari di Ottaviano, NdA] assalendo i nemici in varie direzioni nello
stesso tempo, li colpivano con proiettili accesi: da vicino lanciavano fiaccole,
e da lontano per mezzo di macchine scagliavano vasi colmi di carboni accesi
e di pece. Gli antoniani cercavano di respingere tali oggetti: se qualcuno di
questi, passando in mezzo a loro, si attaccava alle strutture di legno e
suscitava subito una gran fiamma, come facilmente avviene in una nave, essi
dapprima ricorrevano all’acqua potabile che avevano a bordo e riuscivano a
spegnere qualche focolaio; man mano che questa veniva a mancare,
attingevano acqua dal mare […] Poiché anche in questa operazione
risultavano perdenti, gettavano sulle fiamme i loro pesanti mantelli e i
cadaveri: il fuoco sotto questi lanci si smorzava per un poco e sembrava qua e
là spegnersi; ma poi, anche a causa del vento che soffiava gagliardo,
aumentava ancora, alimentato proprio da questi oggetti… Così alcuni, e in
particolare i marinai, morivano per il fumo prima che il fuoco li avvolgesse,
altri venivano arrostiti nel mezzo della fiamma come dentro forni, altri
perivano sotto le strutture che ardevano, altri, prima di subire una simile
morte oppure già bruciati a metà, gettavano via le armi e venivano feriti da
colpi scagliati da lontano, altri ancora si gettavano in mare e affogavano, o
andavano a fondo colpiti dai nemici o erano divorati dai pesci”.
Migliaia di legionari, uomini e ragazzi, muoiono in modo atroce. Le
parole del centurione incontrato da Marco Antonio suonano ora come
un’accusa. Per consentire la fuga della coppia reale, è stato sacrificato un
intero esercito imbarcandolo su delle navi, e quindi su un “campo di
battaglia” che non gli è congeniale…

La battaglia si conclude intorno alle quattro del pomeriggio, quando la


maggior parte delle imbarcazioni di Antonio alza i remi in segno di resa.
Attorno a loro il panorama è agghiacciante: il mare è costellato di navi in
fiamme, dalle quali si sollevano dense colonne di fumo. Altre navi
galleggiano semisommerse. Ovunque ci sono corpi e frammenti di legno, con
i quali le onde giocano. E poi naufraghi aggrappati a legni galleggianti che
invocano aiuto agitando le braccia.
In questa giornata, secondo Plutarco, muoiono 5000 uomini di Marco
Antonio. Ma altri autori antichi, come Orosio, parlano addirittura di 12.000
morti e 6000 feriti, dei quali 1000 deceduti nei giorni seguenti.
In quattro ore di battaglia Antonio perde ben 140 navi (distrutte o
catturate), equivalenti al 60% della sua flotta. Non abbiamo invece cifre sulle
perdite di Ottaviano.
Racconta Lucio Anneo Floro nell’Epitome di Tito Livio che per giorni le
onde continuavano a depositare sulla spiaggia oggetti decorati d’oro e di
porpora appartenenti ai combattenti… Una visione enfatizzata, ma reale nella
sua sostanza.

Si è appena conclusa una delle pagine più cruente dell’antichità. La battaglia


di Azio entrerà nella Storia e sarà nota a generazioni di studiosi, archeologi,
storici e studenti. Anche se forse solo di recente abbiamo davvero capito,
incrociando dati e studi, cosa sia realmente accaduto.
La presunta fuga di Antonio e Cleopatra, in realtà, fa parte di un disegno
ben preciso, che prevede anche un ricongiungimento con le forze terrestri di
Canidio. Ma tutto questo non sarà possibile. Innanzitutto è inquietante che la
rotta della flotta di Cleopatra punti direttamente ad Alessandria senza riunirsi
all’esercito o quanto meno dare vita alla seconda parte del piano. Ma c’è un
altro motivo che mette un punto finale a questa avventura di Cleopatra e
Antonio in Grecia. Dopo aver visto le navi egizie allontanarsi con la regina,
seguite poco dopo da quelle di Antonio, e aver assistito impotenti dalla riva
alla disfatta navale con la conseguente morte di tanti loro commilitoni, i
legionari dell’ex triumviro passano in massa dalla parte di Ottaviano.
Canidio, il loro comandante, non riesce a fermarli e lui stesso è costretto a
fuggire di notte…
Lapidario e molto chiaro è il giudizio del professor Giovanni Brizzi, che
riassume in pochi concetti la sconfitta di Azio.
“È un fallimento assoluto, perché, per salvare un pugno di navi (oltretutto
non sue ma egizie) Antonio sacrifica l’esercito (per la maggior parte non
imbarcato) perdendo comunque gran parte della flotta. Questa mossa, suicida
da parte di Antonio (dove mai recluterà un altro esercito paragonabile quando
gran parte di questo, formato da professionisti e furibondo per il tradimento
del comandante, passerà dalla parte di Ottaviano?), è singolare anche da parte
della regina: cosa pensa di fare, scappando? La sua sorte e quella del regno
sono legate a filo doppio a quella di Antonio: da solo l’Egitto non resisterà un
mese alla potenza di Roma. Per spiegare un gesto così folle qualcuno ha
invocato l’affermazione di Cassio Dione, secondo cui Antonio avrebbe
manifestato il proposito, in caso di vittoria, di restaurare la Repubblica, cosa
che avrebbe spinto la regina ad abbandonarlo. Difficile credere anche a
questo. Antonio voleva lo sblocco della flotta, per poi portarsi al largo e
fermare le navi nemiche; ma era al corrente del fatto che Cleopatra intendeva
puntare verso il largo e tornare in Egitto? Probabilmente no. Senza contare
che fin dall’inizio c’erano forti dubbi sulla possibilità che le loro navi, più
pesanti di quelle dei nemici, potessero disimpegnarsi con successo.”
Lo storico francese François Chamoux ha scritto a proposito di Azio che
in quelle ore finiva per sempre l’epoca ellenistica. In effetti, a pensarci bene,
quell’incredibile momento di grazia della cultura e dell’antichità, iniziato con
Alessandro Magno trecento anni prima, termina bruscamente tra le ore 12 e le
ore 16 del 2 settembre del 31 a.C. Da questo momento in poi, la storia del
Mediterraneo ha un solo volto, quello di Roma.
Per Antonio e Cleopatra, che fino a quel mattino si sono svegliati come
sovrani incontrastati di un grande regno, finisce il sogno di una vita.
11

LA FINE DI ANTONIO E CLEOPATRA

E ora?

Gli occhi di Antonio continuano a fissare l’orizzonte, ma sono vitrei,


spenti, senza vita, sembra persino che abbiano cambiato colore. Lui scruta
quella linea piatta, quasi cercasse un rifugio, un modo per tornare indietro e
cambiare le decisioni. Per vincere. Ma non è possibile. È tutto finito, c’è solo
l’amarezza della sconfitta. Il suo volto è pallido. Lo sguardo è perso.
Inutilmente i suoi capelli si muovono al vento come stendardi pronti alla
battaglia. Sono tre giorni che è lì seduto a prua della nave, immobile, come
pietrificato. Tre giorni… La sconfitta pesa. È la seconda dopo quella contro i
Parti, ma ancora più bruciante perché ha perso lo scontro decisivo contro
Ottaviano. Un ragazzino, al suo confronto. In due sconfitte sono svaniti due
sogni: diventare il nuovo grande condottiero di Roma dopo Cesare e
sbaragliare l’avversario. Ora non ha più nulla. Non ha più un futuro e
nemmeno un passato: pensa a tutti gli amici perduti, ai veterani con i quali ha
condiviso tante battaglie. Quanti di loro sono ora in fondo al mare?
L’atmosfera è cupa a bordo dell’Antoniade. Antonio si è arroccato qui, in
silenzio. Secondo Plutarco è preso da un misto di collera e vergogna nei
confronti di Cleopatra. Forse capisce quanto lei sia stata complice, ma anche
responsabile dell’abisso nel quale sta precipitando. Davanti a lui spunta la
forma inconfondibile di capo Matapan. Ed è a questo punto che sente una
piccola mano poggiarsi sulla sua spalla. Una mano femminile. Eiras e
Carmione, le ancelle della regina, sono venute per convincerlo a uscire da
questo suo isolamento. Le due donne, secondo Plutarco, convincono Antonio
e Cleopatra prima a riprendere il dialogo, poi li persuadono a pranzare
insieme, e infine a dormire nello stesso letto. Attorno a loro altre
imbarcazioni da trasporto si sono aggiunte alla flotta; sono quelle degli amici
e sostenitori di Antonio scampati alla disfatta.
In questo sconforto generalizzato, è Cleopatra a dimostrare lucidità e
prontezza di spirito. Ordina di tornare ad Alessandria, a tappe forzate, perché
teme che la notizia del disastro li abbia preceduti e che i suoi sudditi possano
ribellarsi, detronizzando lei e Cesarione. Per prudenza, all’arrivo fa
addobbare la prua delle navi con ghirlande, come se avessero vinto, mentre a
bordo si inneggiano canti di vittoria accompagnati dai flauti…
Una volta sbarcati, ovviamente la notizia si diffonde, ma loro hanno
ripreso le leve del comando. Finché un messaggio non li informa che anche il
grande esercito di Antonio è passato dalla parte di Ottaviano, con Canidio che
è dovuto fuggire di notte. Non c’è più speranza.
Antonio sprofonda nella depressione. È sempre Plutarco a descriverci un
uomo distrutto: “Antonio si confinò in una grande solitudine. Errava inquieto
con due amici, il retore greco Aristocrate e il romano Lucilio [è l’amico di
Bruto salvato da Antonio nella battaglia di Filippi, NdA]. Ad Alessandria si
costruì un’abitazione al mare presso l’isola di Faro, avendovi fatto erigere un
molo. Vi trascorreva i suoi giorni, fuggendo il consorzio umano, e diceva che
apprezzava e voleva imitare la vita di Timone [vissuto nel V secolo a.C. ad
Atene, Timone era famoso per il suo odio per tutta l’umanità, come reazione
all’ingratitudine degli uomini, NdA] ritenendo di aver sofferto vicissitudini
simili: anch’egli, offeso e trattato con ingratitudine degli amici, per questo
diffidava di tutti gli uomini e li aveva in odio”.
Mentre Antonio rimane esiliato in quello che definisce il suo Timoneo,
Cleopatra attua le vendette più spietate. Fa uccidere il re armeno Artavasde,
come abbiamo detto, fa trucidare molti personaggi di rango di Alessandria
che avevano esultato per la sua disfatta, e poi pensa al futuro. È solo
questione di tempo prima che Ottaviano arrivi con l’esercito. Così ipotizza
possibili vie di fuga.

Cercare una soluzione

Il progetto di fuga più “faraonico” di Cleopatra prevede di costruire un


nuovo regno insieme ad Antonio, in Africa o in Oriente. Chissà, forse pensa
al modo in cui in Grecia e nella Magna Grecia sono state fondate nuove
colonie, abbandonando la città madre d’origine con un gruppo di navi, e tanti
giovani guidati da un leader carismatico (in questo caso sarebbero due: lei e
Antonio).
Come prima cosa però ci vogliono le navi. E così Cleopatra, in un
progetto folle, fa trasportare parte della sua flotta direttamente sul mar Rosso
in un’insenatura del golfo di Suez. È una traversata di oltre trenta chilometri
nel deserto, realizzata in modo perfetto. Evidenzia Michael Grant: “Noi non
possediamo i particolari di questa notevolissima impresa che probabilmente
richiese di sistemare le navi su grandi telai di legno, a loro volta posati su
rulli o ruote a disco pieno, e che furono fatti avanzare per oltre venti miglia a
forza d’uomini”. Ma una volta giunte a destinazione e messe in acqua, le
imbarcazioni vengono incendiate e distrutte dal sovrano nabateo Malco. Il
destino, come vedete (e come vedrete), si accanisce in modo spietato contro
Cleopatra e Marco Antonio.
La regina non si perde d’animo e cerca di risollevare il morale del suo
uomo, asserragliato nel rifugio sotto il gigantesco Faro. Lo convince a tornare
a Palazzo Reale e per il suo compleanno, il 14 gennaio, organizza una festa
straordinaria, che “superò ogni splendore e sfarzo, a tal punto che molti degli
invitati si recarono al banchetto poveri e se ne tornarono ricchi a casa”
racconta Plutarco.
Questo momento segna per il condottiero il ritorno alla vita. Antonio e
Cleopatra fondano una specie di “confraternita”: il vecchio sodalizio che
avevano creato anni prima, quello dei “viventi inimitabili”, animato da feste,
dissolutezze, splendori e spese da capogiro, viene sciolto e al suo posto nasce
quello dei “Compagni della morte”. Ne fanno parte tutti gli amici che,
iscrivendosi, si impegnano a morire insieme a loro due. Trascorrono il tempo
divertendosi, gozzovigliando, spendendo e invitandosi a vicenda a feste e
banchetti.
Non si può fare a meno di avvertire l’angoscia di una fine imminente.
Non è difficile intuire da quali sentimenti siano mossi Cleopatra e Antonio.
Dopo un iniziale smarrimento, reagiscono con intensità, avendo ormai capito
come andrà a finire: sanno bene che moriranno qui ad Alessandria quando
arriverà il nemico. E allora cercano di esorcizzare il destino, lo prendono in
giro con il sorriso, la bella vita, la voglia di divertirsi e… di vivere. Siamo in
autunno, le truppe di Ottaviano arriveranno dopo i mesi invernali, e questo dà
a tutti un ultimo periodo di spensieratezza. Prima della fine. Della morte. O di
qualche incredibile capovolgimento delle loro sorti.
A confermare quello che i due hanno in testa e nel cuore, Cleopatra inizia
la costruzione di un grande mausoleo per lei e Antonio, non distante dal
Tempio di Iside.
E prepara la successione dinastica, con una grande celebrazione cittadina
che rinvigorisce la fedeltà della popolazione e celebra Cesarione, che diventa
maggiorenne insieme ad Antillo, il figlio maggiore di Antonio.
Ovviamente questo non le basta. Sa benissimo che Cesarione è in grave
pericolo con l’arrivo di Ottaviano. E così, superato il capodanno del 30 a.C.,
Cleopatra organizza la fuga del figlio in India, con navi, ricchezze e una
scorta di fedelissimi.

Passano alcune settimane, e nella primavera del 30 a.C. Marco Antonio e


Cleopatra decidono di mettersi in contatto diretto con Ottaviano, spedendogli
delle lettere. Anzi, persino di più: Cleopatra gli invia le insegne reali,
assicurandogli che abdicherà a patto che i suoi figli possano succederle sul
trono. Ottaviano trattiene le insegne e non dà una risposta chiara.
Anche Antonio gli fa un regalo. Gli manda una lettera in cui gli ricorda il
loro legame di amicizia e di parentela, le ragazzate che hanno fatto da giovani
e le avventure amorose che hanno condiviso. Poi gli indica dove si trova uno
degli ultimi assassini di Cesare in circolazione, Decimo Turullio. Anche in
questo caso, Ottaviano si tiene il “regalo” (manda subito dei sicari a uccidere
Turullio sull’isola di Cos, dove si nascondeva), ma non risponde.
Antonio allora invia a Roma, al cospetto di Ottaviano, anche il maggiore
dei suoi figli, Antillo, insieme a un ingente quantitativo di denaro dicendo
che, se lo accetterà, lui si ritirerà a vita privata: Ottaviano prende i soldi e
rimanda indietro Antillo a mani vuote, senza risposta.
A questo punto Cleopatra scrive una nuova lettera e gliela fa recapitare
insieme a un’ingente quantità di gioielli e denaro, con la preghiera che sia
conservata la successione al trono per i suoi figli. Questa volta Ottaviano
risponde, mettendo la regina di fronte a un dilemma: accontenterà le sue
richieste più ragionevoli, se ucciderà o caccerà via Antonio. Come sottolinea
il professor Brizzi, “Ottaviano è chiaro, diretto, spietato: cosa possono
offrirgli i due che lui non riesca a prendersi da solo?”.
Molti scrittori antichi, ostili a Cleopatra, prenderanno spunto proprio da
questa lettera e da queste richieste di Ottaviano per vedere in ogni futura
azione della regina la prova di un suo tradimento nei confronti di Antonio.
In conclusione, malgrado tutte le offerte, Ottaviano rimane impassibile.
Innanzitutto perché è poco propenso a lasciarsi corrompere, in secondo luogo
perché è il più forte e non ha necessità di scendere a patti, ma soprattutto
perché ha un disperato bisogno dell’Egitto e delle sue ricchezze. La sua forza,
infatti, sta proprio nello sterminato esercito – al quale si sono aggiunte le
legioni che hanno disertato dallo schieramento di Antonio –, che però deve
essere pagato. Senza contare tutti i veterani in Italia che ancora aspettano le
terre promesse. Così, per placare i malumori e le possibili rivolte dei
legionari, Ottaviano promette loro l’immenso tesoro di Cleopatra,
dimostrandosi cinico e brutale come Bruto e Cassio, che promettevano ai loro
soldati intere città da saccheggiare.
Nell’estate del 30 a.C. Ottaviano è pronto a sferrare un massiccio attacco
contro le forze residue di Antonio e Cleopatra.
Il suo piano è semplice: invadere l’Egitto contemporaneamente da est e
da ovest, con una manovra a tenaglia. Ovviamente gli basterà concentrarsi sul
delta e su Alessandria: una volta caduta la capitale, tutto il regno sarà suo.

Estate del 30 a.C.: scatta l’attacco a occidente e oriente

Prima della battaglia di Azio, Antonio aveva inviato quattro legioni a


ovest di Alessandria, in Cirenaica e in Libia, per difendere il fronte
occidentale da possibili attacchi. Queste truppe erano comandate da uno dei
nipoti di Cesare, il legato Lucio Pinario, indicato tra gli eredi nel suo
testamento. Pinario è sempre stato fedele ad Antonio, aveva persino
comandato una legione a Filippi, ma dopo la battaglia di Azio, intuendo da
che parte soffiava il vento, ha consegnato le sue truppe a un uomo
dell’entourage di Ottaviano venuto apposta in nave da Roma: Cornelio Gallo.
Ve lo ricordate? È il poeta che si era innamorato perdutamente della
soubrette-escort Licoride e, da lei abbandonato, era caduto in una profonda
depressione… Ebbene, ora si è ripreso e guida le ex legioni di Antonio verso
Alessandria.
Il primo passo è la conquista di un bastione fondamentale per la difesa a
ovest della città, Paretonio (oggi le sue rovine sorgono presso la famosa
località turistica di Marsa Matruh), a soli 300 chilometri dalla capitale. Gallo
sferra il suo attacco dal mare, piombando sulla città con la flotta e
occupandola.
Appresa la notizia, Antonio accorre con l’esercito, deciso a giocarsi la
carta del comandante carismatico per riconquistare le sue ex truppe. Giunge
sotto le mura per parlare direttamente agli uomini con cui ha condiviso tanto,
ma Cornelio Gallo capisce le sue intenzioni e, come racconta Cassio Dione,
“diede l’ordine ai trombettieri di suonare tutti assieme e così non fece sentire
nulla a nessuno”.
Antonio allora tenta un attacco navale. Vede che il porto è poco
sorvegliato e fa entrare le navi con le sue truppe a bordo. Ma è una trappola:
Gallo ha fatto stendere sott’acqua, nottetempo, delle grosse catene e ha messo
poche sentinelle creando una gustosa esca per Antonio. Quando le navi
entrano nella rada avvicinandosi ai moli, ordina di issare le lunghe catene,
chiudendo così il porto alle loro spalle e precludendo ogni via di fuga
all’avversario. A quel punto sulle imbarcazioni cade una pioggia di frecce e
dardi infuocati che le incendiano, come ad Azio, e quelle rimaste vengono
affondate. È un nuovo disastro per Antonio, che deve ancora una volta
accettare la sconfitta. Capisce che Paretonio è perduta, e non resta che tornare
ad Alessandria. Lo fa, incalzato dalle truppe di Gallo.
Sulla via del ritorno viene raggiunto da un’altra pessima notizia: anche
Pelusio, l’altro bastione a difesa di Alessandria, sul fronte orientale, è stato
conquistato. Lo ha occupato Ottaviano stesso, mentre Antonio tentava la
sfortunata azione navale.
Ottaviano si è schierato davanti alla città con un esercito colossale, del
quale fanno parte molti contingenti alleati. Si tratta di tutti quei regni del
Medio Oriente che una volta erano ex vassalli di Antonio, e tra essi c’è anche
Erode di Giudea. Sì, proprio lui.
Per conquistare la città non è stato necessario scagliare nemmeno un
giavellotto. Seleuco, il governatore di Pelusio nonché comandante delle
truppe egizie acquartierate al suo interno, l’ha semplicemente consegnata a
Ottaviano. Alcuni scrittori antichi hanno ipotizzato che dietro la resa ci sia
stato un accordo sotterraneo tra Cleopatra e Ottaviano all’insaputa di
Antonio: in cambio la regina avrebbe mantenuto il suo status di sovrana
d’Egitto. Non sappiamo se ciò sia vero, benché sembri improbabile, anche
perché la rappresaglia di Cleopatra non si fa attendere: non appena la
informano che la città è caduta senza combattere, mette a morte la moglie e i
figli di Seleuco.
La conquista di Pelusio avviene a metà estate, non sappiamo quando, ma
alla fine di luglio l’occupazione è sicuramente già avvenuta. Ottaviano non
vuole perdere tempo e costringe le sue legioni a dirigersi verso Alessandria a
marce forzate. I circa 300 chilometri vengono coperti in pochi giorni, e la
mattina del 31 luglio del 30 a.C. Ottaviano giunge in vista della città.

Un’attesa piena di angoscia

Che atmosfera si respira per le vie di Alessandria, in questi giorni? È


facile immaginarlo. Sono passati meno di vent’anni dalla Guerra
Alessandrina, ma il suo ricordo è ancora vivo, soprattutto tra gli adulti e gli
anziani. Se con la caduta di Paretonio si era già diffusa una certa
inquietudine, ora con la notizia che anche Pelusio è stata conquistata c’è il
panico. Le fonti antiche non ci descrivono episodi drammatici, ma la paura
nelle case e per le strade deve essere palpabile. Molti negozi sono chiusi e
sprangati. Da giorni si vedono intere famiglie, soprattutto della “Alessandria
bene”, che lasciano la città su carri pieni di oggetti preziosi, eleganti elementi
di arredo ed effetti personali. Ma ci sono anche persone comuni, che
abbandonano le loro case nei quartieri popolari con masserizie in testa e
bambini tenuti per mano. Se ne vanno per cercare rifugio nelle campagne,
nascondendosi lontano. Per le strade c’è un continuo viavai di soldati e pochi
capannelli di persone che commentano, cercano nuove informazioni,
apprendono e diffondono notizie assurde, come spesso accade in questi casi.
Nei magazzini sono state ammassate scorte di grano e di altre derrate
alimentari. Le porte della città ora sono sorvegliatissime, così come le attività
del porto. Si vedono molte navi onerarie levare gli ormeggi e dirigersi al
largo verso isole o coste lontane: a bordo, oltre a merci da non far cadere
nelle mani di soldati in cerca di bottino, spesso si vedono intere famiglie.
E poi ci sono i templi, dove la gente si riunisce per chiedere una qualche
sorta di miracolo alle divinità. Cleopatra è molto amata, e certamente sono in
tanti a pregare per lei e per la salvezza della dinastia, del regno.
Infine, in alcune stanze di case eleganti e nei retrobottega bui di qualche
negozio si tengono riunioni segrete tra ufficiali o legionari per decidere cosa
fare: restare con Antonio o passare dalla parte di Ottaviano, seguendo
l’esempio di altre città e legioni?
Più passano le ore e i giorni, più tutti questi comportamenti si accentuano,
alimentati da pura angoscia.

Cleopatra nasconde il tesoro reale


Ovviamente l’ansia non conosce barriere e passa attraverso i muri delle
case, varcando le soglie delle abitazioni delle famiglie, entrando nelle
locande, scivolando sui tavoli delle taverne, addentrandosi nei magazzini
portuali, penetrando nel quartiere reale… Secondo Plutarco, Cleopatra non se
ne sta con le mani in mano e tiene una fitta corrispondenza con Ottaviano per
patteggiare la resa alle spalle di Antonio. Questa trattativa segreta, cavalcata
da tanti autori antichi a lei ostili, ha alimentato nel tempo l’immagine di una
donna infida, una vera vipera che ha “regalato” la città-bastione di Pelusio in
cambio della propria incolumità e del trono. Non è da escludere totalmente
che tra i due ci siano stati contatti per un’alleanza. Tuttavia, l’atmosfera
probabilmente è ben diversa: se ha ricevuto lettere da Ottaviano, sono state
per rassicurarla. Ma sono altrettanto infide: lui teme infatti che Cleopatra
possa distruggere il tesoro reale in suo possesso.
In effetti sono queste le voci che corrono, e Plutarco ne è un esempio:
“Dato che Cleopatra possedeva celle e monumenti funerari di straordinaria
bellezza e altezza, vicino al Tempio di Iside, lì raccolse le cose più preziose
del tesoro reale, oro, argento, smeraldi, perle, ebano, avorio, cinnamomo; ma
vi aggiunse una gran quantità di torce e stoppa. Così Ottaviano, temendo per
quei tesori, al pensiero che la donna, spinta dalla disperazione, potesse
distruggere e bruciare quella ricchezza, continuava a mandarle promesse di
clemenza, mentre l’esercito avanzava verso la città”.
In realtà, più che il tesoro reale, il vero obiettivo di Ottaviano è l’Egitto,
che ha una ricchezza ben più vasta e sterminata. Cleopatra in questo
momento è con le spalle al muro ed è consapevole, forse, che il pensiero del
suo avversario viaggia ben più in alto nella geopolitica: la regina è un
problema per le sue mire, in quanto rappresenta un potere che potrebbe
rivaleggiare con Roma per l’egemonia e il controllo del Medio Oriente e del
Nordafrica. Non è più una questione di accordi, semplicemente non c’è più
spazio nella Storia per il Regno egizio. Il futuro bussa alla porta e viaggia
verso un mondo mediterraneo unicamente romano.

30 luglio, la penultima notte

È difficile descrivere il silenzio e il senso di vuoto “gelido” nelle sale del


Palazzo Reale. Si vedono solo pochi servitori passare di fretta. Eppure,
ovunque c’è un gradevole profumo di essenze che bruciano in piccoli
bracieri, misto alle fragranze delle piante ornamentali dei giardini interni. Ma
proprio questo odore della notte, così intrigante e intenso, che tante altre volte
ha abbracciato, complice, l’amore tra Cleopatra e Antonio, ora ha cambiato
volto, diventando sintomo di una fine imminente. Non ci sono banchetti, non
ci sono festeggiamenti. C’è solo un’immobilità dell’aria che pesa. I pochi
volti dei cortigiani che s’incrociano sono tesi, preoccupati, angosciati per il
futuro incerto. Un futuro che piomberà su di loro domani. Vivranno? Saranno
uccisi? Chi ci sarà qui a palazzo?
Marco Antonio è rientrato ad Alessandria da qualche giorno. È
inavvicinabile, triste e di pessimo umore. Anche le notizie che giungono dal
fronte sono terribili: Ottaviano si è accampato nella città di Canopo, a poche
ore di marcia da Alessandria e dal palazzo.
Antonio ha passato la giornata con i suoi uomini più fidati, per
organizzare le difese e valutare tutte le opzioni per uscire da questa
situazione. Poche, per la verità. Le truppe sono inferiori a quelle nemiche per
numero e preparazione. Inoltre, sono demoralizzate e non si può fare troppo
affidamento su di esse, perché tra le file serpeggia la voglia di disertare. C’è
anche la flotta nel porto, un’altra arma che Marco Antonio sta valutando di
utilizzare in qualche modo. Attorno al tavolo con gli ufficiali forse ci sono
persino Cesarione e Antillo, ormai “adulti”, coinvolti loro malgrado nella
situazione. Il padre, guardandoli, ha pensato sicuramente alla fuga per salvare
almeno loro. E la rabbia deve essere salita nel suo cuore.
E Cleopatra? Non sappiamo se abbia partecipato alle riunioni. Anche se è
assai probabile che abbia contribuito in modo determinante alle strategie,
visto che in gioco ci sono la sua città, il suo regno, i suoi figli e la sua stessa
vita, e lei non è certo una donna che lascia decidere agli altri.
Secondo alcuni studiosi moderni, tra i due c’è tensione, forse anche per le
voci che parlano di un accordo tra lei e Ottaviano dopo la strana resa di
Pelusio (in realtà perfettamente spiegabile con la scelta di campo del
governatore Seleuco, davanti a un nemico così straripante e soprattutto già
vincitore).
È possibile che Antonio e Cleopatra passino l’ultima notte separati?
Probabilmente sì: nessun generale, di fronte all’imminente arrivo di un
potente nemico, lascia tutto e si corica con l’amata. Lui avrà trascorso tutte le
ore disponibili in una febbrile conta delle forze rimaste, prevedendo le
possibili strategie dell’avversario e organizzando mosse a sorpresa.
Cleopatra invece a un certo punto si sarà ritirata per stare vicina ai figli, il
cui destino è di certo la sua più grande preoccupazione. Soprattutto per
Cesarione, che sarebbe la prima vittima a cadere, dopo lei e Antonio. La
regina avrà provato a infondere tranquillità a tutti, ma sarà stata in pensiero
per lui. Non è facile dargli serenità: a diciassette anni comprende benissimo
la situazione nella quale si trovano, in particolare lui. Noi ora proviamo
grande empatia per questo ragazzo, chiamato alla vita da un’incredibile
coppia della storia, ma che da un momento all’altro potrebbe essere ucciso
senza avere alcuna colpa se non quella di essere, forse, il figlio di Cesare.
Come si può uccidere a freddo un ragazzo? Un innocente, con la vita negli
occhi? Certo, vi diranno che è per questioni di potere a Roma: Ottaviano
avrebbe un nuovo possibile rivale, attorno al quale potrebbe prendere forma
un’opposizione al suo comando. Noi invece siamo portati a vedere in tutto
questo un altro esempio della crudeltà di Ottaviano. Un uomo osannato per
secoli, ma che cela una sinistra malvagità. In realtà l’errore è proprio quello
di vedere un mondo antico con occhi moderni. È vero, Ottaviano è un uomo
freddo, calcolatore, crudele, ma non agisce in modo diverso dagli altri,
Cleopatra compresa. L’impressionante spietatezza che vediamo, in realtà, fa
parte dell’epoca che stiamo descrivendo. Era un mondo diverso dal nostro,
con una morale diversa. E a noi non resta che osservare senza giudicare.
Tuttavia i sentimenti non cambiano nei secoli. Forse alla fine, ci piace
pensarlo, Cleopatra si sarà rannicchiata accanto al piccolo Tolomeo Filadelfo,
mentre dormiva, abbracciandolo da dietro per sentire l’odore dei suoi capelli,
come aveva fatto a Roma con Cesarione alla notizia della morte di Cesare. E
in questo momento più che mai avrà sentito la mancanza del grande
condottiero. Perché non c’è più? In questo palazzo hanno combattuto
insieme. Lui, forse più di Marco Antonio, saprebbe trovare una soluzione. Di
certo non sarebbero mai arrivati a questo punto, a cominciare da Azio…

31 luglio, aurora: il nemico è alle porte

L’alba non è ancora sorta. Il mare è calmo, il cielo senza nubi. Si sta
preparando una bellissima giornata. Di quelle che ti fanno amare la vita.
Eppure questi saranno alcuni dei giorni più amari nella storia di Alessandria.
Stranamente nel porto non c’è attività, le strade sono semideserte. Dalla cima
del Faro, alcuni alti ufficiali romani di Antonio osservano l’orizzonte. Tra
loro, immaginiamo, c’è anche il comandante in capo, un fedelissimo, Publio
Canidio Crasso, grande e coraggioso generale. Da quassù si gode di una vista
mozzafiato. Strategicamente, per l’epoca, è come stare su un satellite spia.
Non ne abbiamo le prove, ma il generale è probabilmente salito fin qui perché
vuole capire chi ha di fronte. La luce del Faro è stata spenta per non dare
alcun riferimento al nemico. Tutti gli sguardi sono puntati a oriente, sulla
strada che da Alessandria porta a Pelusio. È da lì che arriverà Ottaviano.
A quest’ora, nell’aurora, la strada sterrata è una striscia chiara che si
perde nella scura vegetazione costiera. Tutti i legionari sono avvolti nella
pesante cappa rossa in dotazione. Sebbene sia estate, così in alto il vento e
l’umidità del mare sono pungenti, prima dell’alba. Inoltre le corazze e le
armature d’acciaio raffreddano i loro corpi quasi fossero di ghiaccio.
Da qualche minuto, a oriente, il cielo sembra tingersi di arancione e rosso.
All’improvviso, lancinante, arriva il primo raggio di luce. Di solito in città
tutti vedono la cima del Faro colorarsi di rosso acceso, prima che il sole
illumini Alessandria. Da generazioni quel primo bagliore sulla cima del Faro
segna l’inizio della giornata, quasi fosse il rintocco di un Big Ben luminoso.
Questa volta, però, è come se suonasse a morto. I volti di tutti gli ufficiali
sono tirati, segnati da una notte insonne passata a consultare dispacci portati
da messaggeri trafelati, a distendere cartine della città per capire come
organizzare la difesa, e forse anche a scrivere testamenti mentre tutti corrono
attorno.
A Publio Canidio viene offerta una coppa di vino caldo per riscaldarsi. Il
suo viso ora è acceso dal rosso del sole che albeggia e scompare dietro una
coppa in argento lavorata a sbalzo, con Dioniso e tanti amorini. Mentre
ingurgita l’ultima goccia, molti notano che le sue guance non sono rasate e
sono ricoperte da una distesa di piccoli peli bianchi. Non l’hanno mai visto
così, e questo accentua il senso di insicurezza e paura in molti, anche se non
ve lo diranno mai.
All’improvviso un grido: “Laggiù! Eccoli!”. (“Illic! Aspicite!”)
Publio Canidio lascia cadere la coppa, si passa il dorso della mano sulla
bocca, socchiude gli occhi per vedere meglio e fa una smorfia, mormorando:
“Quanti sono…”.
La luce del sole è scesa a terra e inonda i campi coltivati, ancora coperti
dalla leggera nebbia del mattino. Ma sulla strada, in lontananza, si innalza
qualcosa di pauroso. È il polverone sollevato dalle legioni in marcia, una
nuvola immensa, illuminata di taglio dai raggi del magnifico disco rosso
posato sull’orizzonte. Publio Canidio e i suoi sanno valutare per esperienza,
ormai, la consistenza di un reparto o di un esercito in marcia dalla polvere
che solleva. E questa sembra una tempesta di sabbia in arrivo…
Il generale scende per comandare i suoi uomini da terra. In cima al Faro
di Alessandria sono rimasti un ufficiale e alcuni soldati con l’ordine di
segnalare i movimenti del nemico. Ora tutti sono ammutoliti.
Il sole sembra anticipare le truppe di Ottaviano ed entra dalla Porta
orientale di Alessandria, non a caso chiamata la Porta del Sole: superata
l’entrata della città i suoi lunghi raggi proseguono il cammino illuminando in
un attimo tutta la strada principale di Alessandria, la Via Canopica, che ha un
allineamento perfetto con il sorgere del sole all’alba del 20 luglio, il giorno in
cui è nato Alessandro Magno, come è emerso da un recente studio della
dottoressa Luisa Ferro e del dottor Giulio Magli. Siamo solo undici giorni
dopo, e questo effetto carico di significati è ancora ben visibile, soprattutto
oggi che la via è completamente deserta. C’è solo un mulo, fermo in mezzo
alla strada, uscito da chissà quale forno dove si macina il grano.

Ore 6.00, Porta del Sole: ci si prepara alla difesa

Sulla strada che porta ad Alessandria, un cavallo sta galoppando


all’impazzata.
Nella via non c’è nessuno, e si sentono echeggiare solo i suoi zoccoli. Di
solito a quest’ora la strada è già piena di persone dirette in città: contadini con
i loro copricapi conici, mercanti con carri colmi di merci e prodotti delle
campagne, funzionari in lettiga… Ma oggi è deserta e immersa nel silenzio.
Le poche case che il cavaliere supera sono vuote, con le porte aperte,
comprese alcune capanne di contadini, in lontananza, fatte di vegetali
intrecciati dalla tipica forma “a botte”, come vuole la tradizione del delta.
Tutti sono fuggiti per l’arrivo delle legioni di Ottaviano. E anche questo
cavaliere è l’ultimo di quelli inviati a vedere dove si trova il nemico, e a
giudicare dalla velocità a cui galoppa, è molto vicino. Dalle mura di
Alessandria lo vedono arrivare, sta superando le tombe e i monumenti
funerari delle famiglie più eminenti della città che fiancheggiano la strada.
Ora è all’altezza del grande Ippodromo fuori dalle mura, lungo circa 1200
piedi (360 metri). Il giovane deve essere proprio impaurito, perché non
accenna a fermarsi e questo preoccupa d’istinto tutti i soldati di guardia.
Come un fulmine si infila nella Porta del Sole. Viene subito circondato da
suoi commilitoni e dagli ufficiali che gli danno da bere, vedendolo sfinito e
coperto di polvere. Lo guardano mentre ingurgita l’acqua che gli cola lungo
le guance, il collo e l’armatura. Come un maratoneta a fine gara, non riesce a
riprendere fiato. Ma tutti vogliono avere notizie. Proprio mentre sta per
parlare, il cerchio di legionari attorno a lui si apre all’improvviso. Ad
avanzare è Marco Antonio, con accanto Publio Canidio e altri alti ufficiali al
seguito. Il cavaliere si irrigidisce. Goffamente cerca di ripulirsi dall’acqua e
dalla polvere, ma non ne ha il tempo. Viene subito sovrastato dalla mole di
Antonio che è ormai vicinissimo. Può addirittura sentire il suo respiro e il
profumo dei suoi unguenti. Dice tutto quello che sa: il nemico è sterminato,
marcia in assetto da combattimento e nel giro di un’ora sarà lì. Antonio fissa
il soldato. In realtà sta pensando che è giunto il momento tanto atteso e
temuto in questi mesi e che il destino sta per compiersi. Dà una pacca sulla
spalla al cavaliere e sparisce rapidamente con i suoi generali.
Le istruzioni vengono impartite. Si fanno rientrare pochissime persone
che stanno fuori dalle mura. E si ordina la chiusura delle porte. La Porta del
Sole in realtà è costituita da due passaggi distinti, ognuno sormontato da un
arco: il primo per il traffico in entrata, l’altro per il traffico in uscita. Ai lati ci
sono due grandi torri cilindriche. Non è facile chiuderla: sono anni che non
accade; la salsedine e la sabbia hanno ossidato e incrostato i cardini di
bronzo. Digrignando i denti per lo sforzo, un gruppo di legionari spinge i
battenti, che dopo l’iniziale rifiuto cominciano a muoversi mentre i cardini
cedono, gemendo in piccole esplosioni di polvere. Le pesantissime porte
finalmente si chiudono con un tonfo, seguito dal rumore di grossi chiavistelli
metallici; vengono messe delle spesse travi a puntellare i battenti, isolando di
fatto Alessandria dal mondo. Intanto la notizia dell’imminente arrivo delle
truppe di Ottaviano si diffonde in città. Ben pochi hanno dormito questa
notte: la paura e la tensione sono negli occhi di tutti.
A poca distanza dalla Porta del Sole, su una delle torri di difesa della
città, si può chiaramente vedere Antonio, con la sua bellissima corazza da
combattimento, i pettorali e i muscoli scolpiti nel metallo, e i capelli dai mille
riccioli. Accanto a sé ha Canidio e alcuni ufficiali con i quali sta discutendo.
Ma non è da escludere che nel gruppetto ci siano anche Cesarione e Antillo.

Ore 7.00: i primi reparti di Ottaviano in avanscoperta


Passa così quasi un’ora. In cima al Faro, l’ufficiale lasciato di guardia
viene richiamato all’improvviso da uno dei suoi legionari che indica dei
puntini lontani sulla strada. Sono i primi reparti della cavalleria nemica in
avanscoperta. Immediatamente ne vengono informati Canidio e Antonio
(quasi certamente si usano specchi e segnali luminosi, oppure bandiere
colorate).
Non ci vuole molto perché anche loro, dalle mura, vedano materializzarsi
questi puntini. È un piccolo gruppo di cavalieri, molto rapidi e agili. Si sono
fermati all’imbocco della strada, a qualche centinaio di metri dalle mura, a
distanza di sicurezza dai micidiali scorpiones, grandi balestre in grado di
“scagliare” lunghe frecce con una potenza e una precisione notevoli.
I cavalli ondeggiano la testa in segno di nervosismo. Davanti ai cavalieri
di Ottaviano in avanscoperta appare Alessandria in tutto il suo splendore, con
le sue mura, le case e gli alti palazzi. Alla loro destra, sul mare, il Faro svetta
su tutto il paesaggio. Da qui si possono distinguere alcune figure che si
muovono. Sono l’ufficiale e i legionari di Canidio che li stanno osservando.
L’apparizione dei primi cavalieri ha provocato un chiaro movimento sulle
mura, si odono segnali d’allarme suonati con le trombe. Un’ondata di paura si
diffonde in tutta la città. Chi voleva fuggire, doveva farlo prima. Ora è troppo
tardi. Le porte della città sono chiuse e il nemico è arrivato.

Ore 7.30: arrivano le legioni di Ottaviano

Proprio il Faro è stato il punto di riferimento per la marcia delle legioni di


Ottaviano. Sebbene quella notte sia stato spento per non aiutare i nemici, la
sua massa imponente e il colore luminoso sono apparsi evidenti al chiarore
dell’aurora. E hanno guidato i loro passi. Non è stata una marcia facile, anche
se si tratta di “appena” 20 chilometri: nelle gambe dei legionari ci sono più di
250 chilometri di marce forzate.
Il rumore del mare impedisce di sentire bene le legioni in marcia. Di
solito il loro arrivo è preannunciato da un sinistro e tremendo frastuono, con
il tintinnio di decine di migliaia di armature con le loro frange metalliche che
ondeggiano, armi che sbattono, e poi le casseruole, i passi di migliaia di
legionari. Questo lugubre frastuono incute timore ancor prima che l’esercito
vero e proprio sia visibile.
Dopo qualche decina di minuti spuntano in fondo alla strada le legioni
avversarie, si riescono persino a distinguere le prime file con le insegne. Il
resto è avvolto nella polvere. Ma laggiù, da qualche parte, c’è Ottaviano.

Ore 7.30: Ottaviano vede Alessandria

Ottaviano è a cavallo, circondato dai suoi generali, e ha l’elmo calato in


testa. Quando arriva non può fare a meno di ammirare la città, bella, esotica,
immersa in un’affascinante atmosfera orientale. È la prima volta che la vede
in vita sua ed è emozionato: gli hanno raccontato tante storie su questa città.
Primo fra tutti Cesare, quando gli narrava della Guerra Alessandrina.
Superata la meraviglia, Ottaviano ritorna alla realtà e nota subito che le
grandi porte sono chiuse. Antonio e Cleopatra non si arrenderanno come è
successo a Pelusio.
Così ordina alle truppe di acquartierarsi su una piccola altura vicino
all’Ippodromo. Non si fida. Anche se una sortita di Antonio è assai
improbabile, sceglie una posizione rialzata e quindi meglio difendibile, e
schiera la cavalleria davanti a sé mentre i suoi legionari allestiscono un
grande accampamento con palizzate e fossati.

Ore 8.00: l’ultima vittoria di Marco Antonio

Marco Antonio non ha perso di vista i movimenti delle truppe avversarie


e da comandante navigato qual è capisce che i legionari di Ottaviano sono
stanchissimi per la lunga marcia di questi giorni. Così decide di tentare
un’azione. La sua cavalleria è stata nascosta fuori dalle mura, non lontano
dall’Ippodromo. Antonio raggiunge i suoi reparti uscendo da una porta
secondaria. Indossa l’elmo. Guarda i suoi soldati a cavallo, dice poche
precise parole – non c’è tempo per grandi discorsi – e parte all’attacco.
La cavalleria di Ottaviano, messa a difesa delle sue truppe, è colta
totalmente di sorpresa. Viene travolta dall’assalto guidato da Antonio e
costretta alla fuga, lasciando forse dei morti per terra. La carica non si ferma
e si dirige direttamente verso l’accampamento di Ottaviano, dove la
cavalleria nemica si è rifugiata. Chissà, forse nell’impeto Antonio punta a
sfondare le linee nemiche in un accampamento non ancora terminato,
seminando scompiglio e, se può, a uccidere direttamente il suo rivale. In
fondo Alessandro Magno non faceva così nei suoi assalti? Sarebbe un colpo
di scena straordinario. Pensateci, morto Ottaviano, rimarrebbe solo lui, pronto
a riprendersi il potere a Roma, con in più Cesarione a giustificare la vittoria
dell’antico schieramento dei cesariani.
Ma non è facile per una cavalleria assaltare un accampamento romano. Ci
vogliono i fanti. Vedendo lo sfondamento di Antonio, il suo generale
Canidio, come probabilmente stabilito in precedenza, apre le porte della città
e fa uscire le truppe necessarie ad aiutarlo. Raggiunto dai suoi legionari,
Antonio va all’attacco. I soldati di Ottaviano, nel frattempo, sono riusciti a
trincerarsi e a fortificare l’accampamento, pur in maniera provvisoria visto il
poco tempo. E si difendono accanitamente. L’assalto si spegne e Antonio
desiste. Rientra in città. Non prima però di aver fatto lanciare con le frecce
dei messaggi nell’accampamento avversario, nei quali promette ben 1500
dracme a ogni soldato qualora passi dalla sua parte. Indubbiamente, l’Egitto e
Alessandria hanno fama di essere così ricchi che basta una promessa per
“comprarsi” un militare. Questo, però, fa anche capire quale sia l’unica vera
molla che spinge le truppe: soldi e bottino. Come i pirati.
Lo scontro non ha coinvolto due eserciti, ma solo poche centinaia di
cavalieri e legionari. Tuttavia è bastato per risollevare l’umore di Antonio
dopo tutte le brutte notizie di questi mesi.

Ore 10.00: Ottaviano riorganizza i suoi

Ottaviano e i suoi generali sono sorpresi e molto colpiti dall’audace


azione di Antonio. Si aspettavano una resistenza debolissima, e invece l’ex
triumviro li ha attaccati, mettendo in fuga la cavalleria. Dopo lo scontro è
Ottaviano stesso a rimettere ordine tra le file dei suoi e risponde abilmente
alla provocazione di Antonio. Con un’astuzia. Ecco cosa racconta Cassio
Dione: “Decide di leggere di sua volontà i fogli ai soldati, accusando Antonio
e cercando di far nascere nei loro animi un senso di vergogna per il
tradimento a cui li esortava e di affetto per la sua causa: in questo modo essi
combatterono con impegno, sdegnati per il tentativo di Antonio e desiderosi
di mostrare che non erano traditori”.

Ore 11.00: Antonio raggiunge Cleopatra

Marco Antonio ignora che questa è stata la sua ultima vittoria. Tuttavia
ora sembra aver ritrovato l’entusiasmo di un tempo. Rientrato ad Alessandria,
viene festeggiato dai suoi soldati e dal generale Canidio, e si reca poi da
Cleopatra nel Palazzo Reale insieme ad alcuni cavalieri che hanno partecipato
con lui all’attacco. Secondo Plutarco, Antonio entra nella reggia e abbraccia
Cleopatra, anche se indossa ancora la corazza e ha la spada al fianco. Le
presenta un cavaliere in particolare, quello che oggi ha combattuto con
maggior coraggio. Come premio, Cleopatra gli dona una corazza e un elmo
d’oro. Purtroppo, aggiunge Plutarco, il soldato prende i doni, ma durante la
notte passerà nelle file di Ottaviano.

Ore 14.00: accampamento di Ottaviano

C’è un episodio curioso che accade forse all’inizio del pomeriggio. Preso
dall’entusiasmo, ma anche spinto dalla difficoltà dell’enorme differenza di
forze in campo, Antonio fa una proposta molto arrogante a Ottaviano: lo sfida
a duello.
Ottaviano quasi certamente sorride quando legge il messaggio che un
emissario gli ha consegnato nella sua tenda. Risponde ad Antonio rifiutando
l’offerta con il solito cinismo: gli manda a dire che… ha a disposizione
parecchi modi per morire.
Per il resto della giornata non succede nulla. Ottaviano consolida le sue
posizioni, e soprattutto concede il riposo alle truppe, sfinite. È come se le
legioni prendessero un bel respiro prima dello slancio finale. E questo appare
chiaro anche dentro le mura della città, facendo crescere lo sgomento e la
paura.

Cala la sera su Alessandria

Per tutto il pomeriggio, dai palazzi più alti della città e dal Faro si
possono vedere chiaramente i due accampamenti del nemico: quello di
Ottaviano a oriente e quello di Gallo a occidente. In mare si scorgono le navi
dello schieramento avversario che controllano tutte le acque antistanti.
L’accerchiamento è completo. Cleopatra e Marco Antonio adesso sono in
trappola.
Cosa accade a questo punto? Per quanto possa sembrare incredibile, pur
essendo la loro una storia (e una fine) famosissima, sono poche le fonti in
nostro possesso che ci descrivono i loro ultimi giorni di vita. Sono
essenzialmente due, Plutarco e Cassio Dione. È necessario precisare che
seguire ora per ora il susseguirsi degli avvenimenti e l’epilogo di questo
nostro racconto può essere fatto solo in base ai loro scritti, tutto il resto
rimane assolutamente ipotetico. Ciò nondimeno, anche se esistono delle
lacune, si può comunque ricostruire in modo verosimile ciò che è successo,
coscienti del fatto che nessuno potrà mai sapere come siano andate
esattamente le cose. Questa precisazione è necessaria per onestà culturale.

Sera, Palazzo Reale: l’ultimo banchetto

Antonio ha compreso che il suo destino è segnato. Non vedrà il prossimo


inverno, non vedrà crescere i suoi figli, né conoscerà mai il proprio volto da
vecchio. Il suo futuro ormai consiste forse solo in poche ore. La sua vita è
giunta al termine: domani a quest’ora probabilmente sarà già morto. Come
avreste reagito voi? Non si può fare a meno di pensare al suo stato d’animo,
alla rabbia e alla profonda, cupa disperazione che deve aver provato
guardando gli altri con invidia per la vita che hanno davanti. E forse, chissà,
avrà pensato anche agli ultimi progetti per tentare di ribaltare le sorti…
Bisogna dire a questo proposito che l’errore che si fa spesso è quello di
guardare a epoche diverse dal nostro punto di vista di uomini e donne
moderni: noi siamo abituati a vivere a lungo e a pensare che sia normale
arrivare alla vecchiaia. Possiamo contare su moltissimi rimedi ai problemi di
salute, e su molti meno disagi rispetto ai romani o ai greci. Ma all’epoca di
Cleopatra si vive poco: mediamente 41 anni l’uomo e 29 la donna
(soprattutto a causa delle complicanze legate al parto). È una società
composta da tanti bambini e pochi vecchi, nella quale la morte è dietro ogni
angolo e presente ogni giorno. In tutte le famiglie muoiono i fratellini piccoli
e la vedovanza è comune perché difficilmente la coppia arriva unita in età
avanzata. Nel corso degli anni, infezioni, carestie, incidenti portano via
tantissimi amici e conoscenti, se non intere comunità. Per non parlare delle
guerre. Pur non essendo diversi da noi nella paura della morte, gli uomini e le
donne di quell’epoca hanno probabilmente una maggiore consapevolezza
della precarietà dell’esistenza umana. Forse sono più fatalisti? È difficile
dirlo; sicuramente oggi abbiamo cancellato la morte dalla nostra mente nella
quotidianità (si muore per eventi considerati “eccezionali” e “non previsti”
come malattie, incidenti ecc.) trasformando la nostra vita quasi in una sorta di
fumetto dove la morte è rimossa, mentre nell’antichità la si considera una
triste realtà più che una tragica eccezione. In fondo è così che vivevano i
nostri nonni, ed è questa la realtà che conoscono i popoli in tanti paesi
emergenti: dove la vita è difficile, si è più forti.
Mentre noi tendiamo a considerare il futuro un diritto acquisito, un tempo
questa parola aveva meno rilevanza. Data la facilità estrema con cui si muore,
nell’antichità la gente comune tende a vivere più “alla giornata”, apprezzando
ogni minuto, assaporando ogni festa, banchetto, amicizia o rapporto con i
membri della famiglia, e scandendo la vita con tappe molto vicine.
Consapevole che tutto può finire da un istante all’altro, ha una saggezza
(obbligata) più elevata della nostra. Questo è quello che traspare.
Se poi noi guardiamo alla vita di Cleopatra, Marco Antonio, Cesare,
Bruto, Cassio, Ottaviano, cioè alla classe dei “leader”, ci accorgiamo che
hanno uno stile di vita ancora più estremo: si lanciano in grandi battaglie
mettendo tutto a repentaglio, per poi vivere uno o due anni di “rendita”
godendo di immenso potere nel lusso più sfrenato, durante i quali cercano di
mantenere il dominio con un impegno costante nella vita politica per
allacciare nuove alleanze e mantenere le vecchie; ma poi inevitabilmente
affrontano nuovi scontri cruciali, rimettendo tutto in gioco… e ricomincia la
giostra. Rispetto alla nostra progettualità moderna, questa è un’esistenza
incentrata sul “tutto o niente”, nella quale si è consapevoli che si vive alla
grande, ma che, se si perde, si perde tutto, anche la vita.
Ed è proprio questo che Antonio ha in mente la sera del 31 luglio del 30
a.C.
Ordina infatti che venga organizzato un banchetto per regalarsi un ultimo
piacere, come narra Plutarco: “A cena, a quanto si racconta, ordinò ai servi di
versargli da bere e di trattarlo con maggior zelo e premura del solito: infatti
era incerto se all’indomani l’avrebbero fatto ancora o avrebbero servito altri
padroni, mentre egli sarebbe giaciuto in terra, uno scheletro ormai ridotto a
nulla”.
Al banchetto partecipano gli ultimi amici, quelli che gli sono rimasti
fedeli fino alla fine. Non sappiamo i loro nomi. Di certo c’è Lucilio, l’amico
di Bruto che Antonio ha risparmiato dopo la battaglia di Filippi; è logico
pensare che ci siano anche il fedelissimo generale Publio Canidio, il retore
greco Aristocrate e, tra il personale di servizio, il suo servo di fiducia di nome
Eros. È assai probabile che siano presenti anche Antillo e Cesarione. Ma
soprattutto Cleopatra. Questo è un banchetto d’addio a tutti e alla vita…
In un misto di solennità e affetto, l’atmosfera di questa ultima cena è
senz’altro commovente. Stando a Plutarco, i presenti rimangono
profondamente scossi dalle parole di Antonio: “Vedendo che gli amici, alle
parole pronunciate, si mettevano a piangere, li tranquillizzò dicendo che non
li avrebbe condotti a una battaglia nella quale intendeva cercare una morte
gloriosa piuttosto che salvezza e vittoria”.
L’antico biografo aggiunge poi un aneddoto, più poetico che realistico,
per drammatizzare il destino ineluttabile che sovrasta Antonio: “Verso
mezzanotte, mentre la città era immersa nel silenzio e nella tristezza per la
paurosa attesa del futuro, improvvisamente si udirono suoni armoniosi di vari
strumenti e il clamore di una folla con grida e danze da satiri, quasi fosse un
corteo dionisiaco che si snodava tumultuante. E sembrava che procedesse dal
centro della città verso la porta esterna, rivolta dalla parte dei nemici, e che là
il tumulto, dopo aver raggiunto il massimo grado, cessasse. Quelli che
presero in esame il presagio ritennero che Antonio venisse abbandonato dal
dio col quale in particolar modo aveva continuato a identificarsi [Dioniso,
NdA], cercando di imitarne lo stile di vita”.

L’ultima notte di Antonio e Cleopatra

La stanza è avvolta nell’oscurità. In fondo c’è solo una balconata,


rischiarata dalla luna. Appoggiata a una colonna c’è Cleopatra. La brezza
fresca che spira dal mare fa ondeggiare dolcemente le tende finissime ai lati.
Il suo sguardo fissa un punto lontano nel Mediterraneo, immersa in pensieri
paurosi, mentre mille domande senza risposta si inseguono nella sua mente.
La porta alle sue spalle si apre e nella stanza entra Marco Antonio. La
regina non può vederlo, ma sente i suoi passi, con la loro cadenza così
riconoscibile. Lui, però, non si avvicina a lei. Si è fermato, nel buio, in mezzo
alla stanza. Cleopatra capisce che, dopo le ultime parole pronunciate al
banchetto, Antonio in cuor suo ha rinunciato a vivere: è immobile, solo, ha
perduto ogni speranza. Domani, quasi di sicuro, morirà. E forse anche lei.
D’istinto viene assalita da un immenso bisogno di protezione. Si gira verso di
lui con la stessa fame di calore, vita e speranza. Come attratta da una forza
invisibile, si stacca dalla colonna e, quasi senza accorgersene, va da lui.
Antonio vede la sua figura avvicinarsi in controluce, così femminile e
sensuale. Il chiarore della luna che si riverbera sul pavimento accarezza i
fianchi della regina. Gli ultimi passi di Cleopatra sono veloci, quasi una
corsa. L’abbraccio tra i due è potente, avvolgente, perfetto come sempre. Lei
posa la guancia sui pettorali di Antonio. Sente il suo cuore battere forte,
avverte la sua ansia nel respiro affrettato. Lui si rende conto che tra le braccia
non ha la regina d’Egitto, ma una persona fragilissima e vulnerabile, che
cerca di nascondersi nel suo abbraccio, quasi fosse un uccellino ferito. Prova
a calmarla con le sue carezze. Sulle sue braccia stanno cadendo lacrime calde,
e il corpo della sua donna è scosso da tremiti e sofferenza. Non sono
necessarie parole, i due si stringono ancora di più. In questo abbraccio c’è
calore, protezione, ma anche molto altro: c’è il bisogno disperato di avere
l’altro vicino. Forse mai come ora.
E così li lasciamo.
Dalle fonti antiche non sappiamo come passano l’ultima notte. È
verosimile ipotizzare che i loro rapporti siano cambiati rispetto alla sera
precedente e che ora, di fronte a un inevitabile crudele futuro, cerchino
sostegno l’uno nell’altra, ritrovando la persona che ha dato loro tanta vita in
tutti questi anni. Ci piace pensare che le cose siano andate così. Perché, alla
fine, sono pur sempre un uomo e una donna.

Intanto, nell’accampamento di Ottaviano…

A poca distanza, c’è l’altro protagonista, Ottaviano. Anche in questo caso


non sappiamo dagli antichi che cosa stia accadendo nel suo accampamento,
ma non è difficile immaginarlo. Dopo aver vagliato e discusso tutte le opzioni
con i suoi generali, si trova nella sua grande tenda con gli amici. Ridono e
scherzano. Sono sicuri che domani la storia di Roma cambierà. E fanno
progetti sul futuro, bevendo vino e prendendosi in giro l’un l’altro. Ottaviano,
come sempre, è più silenzioso, beve poco, e sembra quasi starsene in
disparte. Nella sua testa c’è la soddisfazione di essere a un passo dal successo
definitivo. Anche lui pensa al dopo: Antonio non è più un problema, rimane
solo Cleopatra. Come in una partita a scacchi, con il re avversario in un
angolo, bisogna solo decidere le ultime mosse per lo scacco matto. Ma la
partita ormai è vinta.
Nel resto dell’accampamento regnano ilarità e buonumore. Molti dei
legionari pensano a tutto quello che potranno portare via dalla ricca città di
Alessandria, allo stupro delle donne (non si fanno certo scrupoli sulle
violenze che perpetreranno), ai cibi raffinati da mettere nello stomaco dopo
tanti giorni di razioni… La vittoria è certa. Anche perché continuano a
giungere disertori dai ranghi avversari in uno stillicidio impressionante, a
volte in massa. Persino il miglior cavaliere di Antonio, quello che in giornata,
come abbiamo detto, aveva impressionato tutti per il suo coraggio, è passato
dalla loro parte…
I generali di Ottaviano ricevono dai disertori preziose informazioni sul
nemico. Sanno, per esempio, che Antonio vuole tentare un ultimo colpo di
mano, questa volta coinvolgendo la flotta di Cleopatra ancorata nel porto. È
lo stesso Plutarco a sottolineare il carattere indomito di Marco Antonio, in
cerca di una fine gloriosa: “Allora, pensando che non c’era per lui morte
migliore di quella in battaglia, decise di combattere nello stesso tempo per
terra e per mare”. L’azione è prevista per l’indomani mattina. Antonio
intende forzare con le navi rimaste il blocco navale di Ottaviano, per poi
fuggire in Spagna, come hanno scritto in passato? È poco probabile. In realtà
ha in mente una doppia manovra: la flotta combatterà in mare mentre tutte le
sue truppe affronteranno il nemico sulla terraferma. È un ultimo gesto,
un’ultima carica. Peccato non sappia che Ottaviano è al corrente di tutto…

1 agosto, mattina

Già all’alba, Antonio è al comando delle sue truppe. Ha schierato i suoi


legionari sui colli di fronte alla città, e ora fa uscire le navi. È una scena
imponente: a colpi di remi, le galee dotate di possenti rostri fendono le onde
avvicinandosi a gran velocità al nemico, mentre da terra entrambi gli
schieramenti osservano l’evolversi degli eventi. C’è molta tensione. Poi, ecco
il colpo di scena. La prima nave da combattimento di Antonio e Cleopatra si
avvicina al nemico, ormai è quasi arrivata a contatto con un’avversaria… ma
anziché proseguire la sua corsa per speronarla, alza i remi in segno di saluto.
E l’altra risponde. Poco dopo, un’altra fa la stessa cosa, e poi un’altra
ancora… Davanti agli occhi esterrefatti di Antonio e dei suoi generali, tutta la
flotta si consegna al nemico! Così, di due flotte che stavano per affrontarsi,
ora ce n’è una sola, enorme e compatta, con le prue rivolte verso la città.
Molto si è scritto, nell’antichità, su questo tradimento, dietro il quale si è
immaginato ci fosse la lunga mano di Cleopatra che tenta di andare incontro a
Ottaviano, tradendo Antonio. Gli studiosi moderni ritengono che queste voci
siano piuttosto il frutto della propaganda a favore di Ottaviano, e che siano
state messe in circolo quando lui era già diventato Augusto. A giudicare da
come stanno andando le cose ad Alessandria, non è necessaria l’azione
segreta di Cleopatra per spingere alla diserzione le sue navi…
Possiamo immaginare lo stupore e la rabbia di Antonio e del suo
fedelissimo generale Publio Canidio, che danno subito alle truppe l’ordine di
attaccare. Ma il loro stupore raddoppia alla notizia che anche la cavalleria, la
stessa che ieri ha sferrato quella carica vittoriosa, si è arresa senza combattere
ed è passata al nemico…
Intanto le truppe si scontrano con quelle di Ottaviano, ma senza
cavalleria. Inferiori di numero e demoralizzate, vengono facilmente sconfitte.
Antonio scompare, si ritira in città “gridando che Cleopatra l’aveva
consegnato a quelli contro cui aveva dovuto combattere proprio per amore di
lei”, come racconta Plutarco.

Mattina dell’1 agosto: Cleopatra si rifugia nel mausoleo

La notizia che la flotta e la cavalleria si sono arrese giunge a Cleopatra


nel Palazzo Reale. Così come quella, successiva, della sconfitta delle truppe
di Antonio. La regina capisce che la situazione è definitivamente
compromessa e che la fine è vicina. Capisce anche che è meglio non farsi
trovare nel palazzo. Si incammina dunque con le sue due fidatissime serve,
Eiras e Carmione, verso il mausoleo che ha fatto costruire per se stessa e per
Marco Antonio. L’idea è quella di rinchiudersi in quest’ultima fortezza
(quella che poi diventerà la sua tomba). Secondo Plutarco, “la regina,
temendo l’ira di Antonio e la sua disperazione, si rifugiò nel mausoleo e fece
abbassare le saracinesche, rinforzate con sbarre e chiavistelli”.
Ed è proprio qui che prende una decisione che ancora oggi lascia aperte
molte domande. Manda un suo servitore da Marco Antonio con una notizia
terribile: “La regina è morta”. Perché?
Secondo l’interpretazione di Cassio Dione, Antonio in questo modo
verrebbe spinto al suicidio, avendo perso tutto e anche lei; mentre la regina
avrebbe maggiori possibilità di essere risparmiata. Lo storico romano, però, è
ostile a Cleopatra, e quindi la sua potrebbe essere una spiegazione di parte.
Gli studiosi moderni non forniscono una risposta unanime sulla
questione. C’è chi interpreta il gesto di Cleopatra come una chiara decisione
di abbandonare Antonio per intavolare una trattativa con Ottaviano e cercare
di avere salva la vita e quella dei propri figli.
Altri, invece, vedono la sua decisione come un ultimo gesto d’amore:
indurre l’amato Antonio a suicidarsi per morire in modo onorevole anziché
ucciso da Ottaviano o dai suoi soldati. Tale ipotesi non spiega tuttavia perché
lei non si sia a sua volta tolta la vita immediatamente dopo, e abbia invece
deciso di affrontare Ottaviano.
In realtà forse sono vere entrambe le ipotesi: Cleopatra, al di là dei
sentimenti che prova per Antonio (che è pur sempre il padre di quasi tutti i
suoi figli), sta già pensando al futuro e con sangue freddo e senso pratico
sceglie la soluzione più ovvia: fare uscire di scena un alleato, Marco Antonio,
nel modo più onorevole per tutti, così da intavolare trattative con un possibile
nuovo alleato, Ottaviano, più che per se stessa, per Cesarione e per l’Egitto.
Del resto non ha molte alternative. E se questa è la motivazione, dimostra
ancora una volta la sua lungimiranza come politico, la sua intraprendenza
come donna, ma anche il suo coraggio come essere umano: non è facile finire
così una relazione dopo undici anni.
Non sapremo mai come siano andate realmente le cose. Dispiace, però,
che alla fine della storia tra i due rimanga questa ambiguità di Cleopatra.

La morte di Antonio

La notizia che Cleopatra si è suicidata ha su Antonio un effetto


devastante. Da mesi, settimane, giorni e ore, con tutte le sconfitte, i
tradimenti e le diserzioni, il cielo sembra progressivamente chiudersi su di lui
in una fredda oscurità. Ora, con la notizia della morte di Cleopatra, cala la
notte perenne. Immaginate il suo stato d’animo, ha perso tutto: le truppe lo
hanno abbandonato, il mondo romano gli ha voltato le spalle (“Tota Italia” ha
giurato a favore di Ottaviano), il suo avversario è alle porte, e la donna che
ama non c’è più, il che, tra l’altro, vuol dire anche aver perso l’alleanza
dell’Egitto. Voi come vi sentireste?
Antonio crede alla notizia della morte di Cleopatra. Come racconta
Plutarco, “disse a se stesso: ‘Che cosa aspetti ancora, Antonio? La sorte ti ha
sottratto l’unico e ultimo pretesto per amare la vita’”. Il gesto che sta per
compiere testimonia tante cose, ma anche la profondità dei suoi sentimenti
nei confronti della regina d’Egitto. Entra in camera, si slaccia la corazza, la
toglie e la lascia cadere per terra… Sempre secondo lo scrittore greco,
esclama: “O Cleopatra, non mi lamento d’essere privato di te, perché presto
arriverò nello stesso luogo dove sei tu, ma perché io, che sono un comandante
tanto grande, mi sono rivelato inferiore a una donna per la forza d’animo”.
Ovviamente Plutarco ha teatralizzato questo momento, ma, vera o falsa
che sia l’affermazione, ciò che accade dopo dimostra la disperazione di
Antonio di fronte al fatto che non può più fare nulla per ribaltare la
situazione, ma anche e soprattutto il grande attaccamento dei due amanti. Lui
sguaina un pugnale e chiede al suo fedele servitore Eros di trafiggerlo…
L’uomo solleva la lama per colpirlo, ma non appena il padrone volge
indietro il viso, Eros colpisce se stesso con violenza, stramazzando ai piedi di
Antonio. Lui lo guarda sconvolto, e raccogliendo i suoi ultimi gemiti, sempre
secondo Plutarco, esclama: “Bravo Eros! Non potendolo fare tu, mi hai
insegnato ciò che devo fare io”.
Dramma nel dramma, Antonio ora è ancora più solo. Tutti quelli a lui
vicini non ci sono più (non è ben chiaro dove si trovi suo figlio Antillo, in
questi minuti concitati). Sempre più disperato, prende l’arma e, dopo averla
rivolta contro se stesso, fa un lungo sospiro, chiude gli occhi e con un colpo
secco si trafigge il ventre. Cade bocconi su un piccolo letto, in preda a dolori
lancinanti. Non è un colpo che uccide all’istante, ma una profonda ferita che
porta a una lenta morte per emorragia, tra mille sofferenze e tormenti.
Antonio si contorce per gli spasmi e il dolore. E sviene.
Tutti lo credono morto. Probabilmente anche le guardie del corpo, che
sono rimaste nelle vicinanze fuori dalla stanza, e così comincia a diffondersi
la notizia della sua morte. Cleopatra, rinchiusa nel mausoleo, sentendo la
confusione crescente e il nome di Antonio urlato da chiunque passi lì vicino,
si affaccia dal sepolcro. L’edificio infatti non è ultimato, e sebbene le porte
non si possano più aprire per via di un particolare congegno, nella parte
superiore c’è ancora un’apertura.
Intuendo ciò che è accaduto e cominciando a sentire un grande senso di
colpa, chiede a Diomede, il suo segretario personale, di portarle il corpo di
Antonio. Evidentemente lo vuole accanto a sé, prima che un soldato nemico
ne faccia scempio tagliandogli la testa per portarla a Ottaviano.
Quando Diomede arriva nella stanza dove Marco Antonio si è trafitto,
scopre con sua grande sorpresa che questi non è affatto morto, anzi, secondo
Plutarco l’emorragia è cessata perché si è messo bocconi sul letto. Antonio
riprende i sensi, ma è in mezzo a mille tormenti e prega i presenti di finirlo;
questi però scappano spaventati. Disperato, lui continua a contorcersi sul
letto. È in questo preciso momento che giunge Diomede. C’è sangue
ovunque. Al centro della stanza giace il corpo senza vita di Eros, e il volto di
Antonio, con ogni probabilità, appare pallidissimo. Diomede gli si avvicina, e
gli dice che non è vero che Cleopatra si è uccisa: è ancora viva e lo vuole al
suo fianco.
A questa notizia, Antonio si dà animo, prova ad alzarsi per andare dalla
sua amata, ma barcolla e non riesce a stare in piedi, probabilmente sente le
gambe tremare e cedere. Ha perso troppo sangue e capisce che la fine è
vicina. Così chiede ai presenti, che nel frattempo si sono radunati increduli, di
aiutarlo a raggiungere la regina e di issarlo con delle funi fino all’apertura
dove lei si è affacciata.
Se questi dettagli del racconto di Plutarco sono veri, significa che il luogo
in cui Antonio si è trafitto non si trova poi così distante dal mausoleo. Questo
solleva più di una domanda sulla coppia: perché, alla notizia della morte di
Cleopatra, Antonio non è corso a vedere il corpo per abbracciarlo e
proteggerlo, come in fondo lei sta facendo con lui? Perché lei si è rinchiusa
nel mausoleo pur sapendo che lui è nelle vicinanze e che alla notizia della sua
morte sarebbe subito venuto a verificare, scoprendo che non era vero? Sono
domande che rimarranno per sempre senza risposta…
Il racconto di Plutarco a questo punto si fa drammatico. Antonio viene
pietosamente trasportato fino al mausoleo. Cleopatra, non potendo più aprire
le porte, si affaccia e cala delle corde con le quali lo tira su, aiutata da Eiras e
Carmione. L’immagine è tragica e commovente: “Coloro che furono presenti
alla scena sostengono che non ci fu mai scena più pietosa di quella. Antonio,
cosparso di sangue e agonizzante mentre veniva issato, tendeva le mani verso
di lei. L’operazione non era facile per una donna, ma Cleopatra, a fatica,
tirava su la corda stringendola con entrambe le mani e col viso contratto dallo
sforzo, mentre quelli di sotto la incoraggiavano e partecipavano alla sua
angoscia”.
Marco Antonio, però, è un uomo possente. Come può una donna minuta
tirare su un uomo di quel peso solo con le funi, sebbene aiutata da altre due
donne? Non conosciamo l’aspetto di Eiras e Carmione ma, essendo dame di
compagnia, è improbabile che avessero bicipiti voluminosi. È più verosimile
che, essendo il mausoleo ancora in costruzione, vi fossero funi appese che
“servivano a portare su le pietre”, come dice Cassio Dione, e che Cleopatra
abbia sfruttato un mezzo usato dagli operai, forse un paranco o un sistema di
carrucole già posizionato per sollevare blocchi con poco sforzo. In questo
modo anche tre donne esili come loro sono in grado di issare quell’uomo così
pesante. Inoltre non è credibile che un ferito grave possa essere sollevato con
una fune attorno alla vita. Probabilmente Antonio è stato prima adagiato su
una tavola o qualcosa di simile e poi è stato gradualmente portato su.
Ma la scena più straziante deve ancora arrivare.
Cleopatra prende Antonio e, insieme a Eiras e Carmione, trascina il corpo
dentro il mausoleo, lo fa adagiare e “chinandosi su di lui si stracciò le vesti”,
dice Plutarco. Molti hanno visto in questo comportamento tutta la
disperazione della regina, ma potrebbe esserci anche un’altra spiegazione.
Quale altro scopo potrebbe avere questo gesto se non quello di bloccare
l’emorragia e comprimere la ferita con una sorta di bendaggio? Cleopatra, in
effetti, aveva nozioni di medicina. La vista del suo uomo, tutto coperto di
sangue, con il viso pallido, lo sguardo assente, ormai più morto che vivo, che
geme, urla e soffre enormemente per i dolori lancinanti che una grave ferita al
ventre procura, deve essere troppo per lei. Tutta la tensione accumulata da
giorni, unita alla fine “ingiusta” di Antonio, che rappresenta anche la
conclusione dell’incredibile avventura d’amore e spensieratezza che hanno
vissuto insieme, provocano in lei un cedimento totale, con un’esplosione
emotiva: “Battendosi il petto, graffiandoselo con le unghie e asciugandogli il
sangue con il suo viso, lo chiamava signore, marito e imperatore; quasi si era
dimenticata dei suoi mali per compassione di quelli di lui”. Qui c’è tutta la
sofferenza di una donna, non più una regina, che sfoga il suo dolore e… il
suo amore.
Antonio ormai è giunto alla fine, non sente più dolore e ha molta sete,
come di solito accade a chi subisce una forte emorragia: istintivamente il
corpo richiede liquidi. Plutarco racconta che “interrompendo i suoi lamenti,
chiese del vino, sia per la sete, sia sperando di morire più rapidamente. Dopo
aver bevuto, la esortò a occuparsi della sua salvezza, se poteva farlo senza
disonore, fidandosi in particolare di Proculeio fra gli amici di Ottaviano
[membro dell’ordine equestre, è un intimo di Ottaviano e da lui tenuto in
grande considerazione, NdA], e a non piangere sulle sue ultime vicissitudini,
ma a considerarlo fortunato per i beni che la sorte gli aveva dato; era stato il
più illustre degli uomini, aveva esercitato un potere grandissimo e ora era
stato sconfitto in modo non ignobile, da Romano, ad opera di un Romano”.
Poi il suo sguardo si annebbia, gli occhi diventano inespressivi e il corpo
perde ogni tono, come se si fosse addormentato all’improvviso. L’emorragia
ha tolto troppo sangue, il cervello ha interrotto per difesa tutti i contatti con il
mondo esterno visto che a causa dell’emorragia e la conseguente bassa
pressione sanguigna gli arriva sempre meno ossigeno. Ora scivola
progressivamente nella morte.
Così si spegne Marco Antonio, tra le braccia di Cleopatra.
La morte fa meno paura se hai vicino chi ti ama. Nessun essere umano
dovrebbe morire da solo. Ad Antonio, dopo l’incredibile serie di negatività
che ha dovuto affrontare in questi ultimi tempi, gli dei hanno concesso di
andarsene sereno, sentendo il calore e l’abbraccio dell’unica donna che lo
abbia fatto sentire realmente vivo. Ha cinquantatré anni.

Cleopatra viene presa prigioniera

Dopo che Antonio scompare alla vista di tutti nel mausoleo, una delle
guardie del corpo, Derceteo, torna nella stanza dove il suo padrone ha tentato
il suicidio e sul pavimento accanto al corpo esanime di Eros nota il pugnale.
Dopo averlo raccolto, racconta Plutarco, lo nasconde tra le vesti e corre
subito nell’accampamento di Ottaviano per annunciargli per primo la morte
di Antonio, mostrando come prova l’arma insanguinata.
Cassio Dione, invece, sostiene che è la regina stessa a inviare la notizia al
grande nemico, sperando di essere risparmiata.
Ottaviano ha una reazione che Plutarco ci descrive di pianto e grande
tristezza (cosa assai poco credibile), e aggiunge che in seguito legge al suo
entourage delle lettere ricevute da Antonio per dimostrare quanto il defunto
sia sempre stato volgare e insolente. Lo storico Giusto Traina sottolinea come
abbia continuato a denigrare l’avversario persino da morto, mentre per
esempio Cesare aveva reso l’onore delle armi a Pompeo, da romano a
romano. Ottaviano ordina poi all’amico Proculeio di prendere Cleopatra viva.
Lo scopo è chiaro: vuole impadronirsi delle ricchezze della regina e catturarla
per condurla al suo trionfo a Roma.
Come abbiamo capito, entrare e uscire dalla città ormai è una cosa
facilissima, segno che la resa è prossima, anche se né le truppe vincitrici, né
Ottaviano vi sono ancora penetrati. È quel momento di limbo in cui le cose
non sono del tutto definite: gli ultimi disertori passano al nemico, i generali si
consegnano, le truppe si arrendono.
Proculeio arriva al mausoleo poco dopo che Antonio è spirato tra le
braccia di Cleopatra. Parla con lei attraverso le porte chiuse dell’edificio, ma
la regina non vuole saperne di uscire. Stando a Plutarco, chiede assicurazioni
che i propri figli governino dopo di lei. Lui le risponde di affidarsi a
Ottaviano. Parlamentano a lungo, ma lei non cede. La trattativa deve essere
andata avanti parecchio, forse ore, perché a un certo punto Ottaviano invia
Cornelio Gallo, il poeta nonché comandante delle truppe accampate a
occidente della città, e un liberto di nome Epafrodito. La strategia è chiara:
catturare Cleopatra con l’inganno. Così, mentre Gallo, forte della sua
dialettica e delle sue conoscenze, distrae la regina con un’estenuante
conversazione, gli altri due insieme a un terzo uomo appoggiano una scala
contro il muro e penetrano di nascosto attraverso l’apertura che è servita a far
entrare Antonio. Sicuramente vedono il corpo senza vita di Marco Antonio,
che ormai non può più difendere la sua donna. Scendono in silenzio al piano
di sotto e arrivano alla porta dove Cleopatra sta conversando con Gallo. Si
avvicinano… Scorgendoli, Eiras (o Carmione) urla. C