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Concetto Vecchio

Giorgiana Masi
Indagine su un mistero italiano
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione digitale 2017
da prima edizione in “Storie” maggio 2017

Ebook ISBN: 9788858828984

In copertina: © Archivio storico “Il Messaggero”.

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
A mia madre, alla sua generosità
Prologo

La raggiunsero che ancora respirava. “Mi sento paralizzata,” bisbigliò.


Caduta di schianto in mezzo all’incrocio, a braccia avanti, la testa verso
Trastevere, i piedi verso il ponte Garibaldi, sulle prime pensarono fosse
inciampata. “Che ti è successo?” Le si fecero intorno a cerchio in tanti,
ragazzi come lei. Non poteva vedere le loro facce interrogative. Si era come
assopita sull’asfalto tiepido. Le voci si fecero presto più concitate. “È stata
colpita,” gridò un tipo. Non c’erano tracce di sangue, né bossoli, la
trascinarono verso piazza Sonnino. Passò di lì un’Appia guidata da un
impiegato, Zeno Gabbi. Fu fermato a gran voce: “Ehi tu, c’è una donna che
sta male, portala in ospedale”. Aprirono lo sportello, l’adagiarono sul sedile
posteriore, l’auto sgommò verso il Nuovo Regina Margherita. Era un caso
disperato. Il medico del pronto soccorso che, dieci minuti dopo, la fece
stendere sul lettino, scosse la testa. “È morta,” disse. Se ne andò così
Giorgiana Masi, uccisa da un proiettile alla schiena, poco dopo le ore 20 del
12 maggio 1977, al termine di un pomeriggio di violenze deflagrate a
margine di una manifestazione del Partito radicale vietata dalle autorità. Era
una di quelle sere di tarda primavera nelle quali Roma induce a delle
tenerezze, Giorgiana aveva 18 anni. Il mese dopo avrebbe conseguito la
maturità scientifica al liceo Pasteur. Un grande mistero italiano.
Nel gennaio del 2014 mi capitò di leggere il discorso pronunciato da Marco
Pannella a Montecitorio, quattro ore prima che Giorgiana fosse colpita a
morte. L’aula della Camera dei deputati era un guscio vuoto e quella
desolazione contrastava dolorosamente con l’incendio di tafferugli che da
un’ora divampava davanti al Senato, a cinquecento passi da lì.
Pannella si schiarì la voce. “Chiedo di parlare,” esordì.
Il vicepresidente della Camera Luigi Mariotti, socialista, commercialista di
Firenze, alzò lo sguardo incuriosito: “A che titolo?”.
Pannella si passò le dita tra la folta chioma. Disse che davanti a Palazzo
Madama la polizia aveva picchiato sei parlamentari, numerosi giornalisti, un
paio di fotografi, cittadini comuni, caricando chiunque osasse avvicinarsi a
piazza Navona. In questo modo si stava impedendo la raccolta di firme per i
referendum che i Radicali avevano organizzato nel terzo anniversario della
vittoria per il divorzio. Era furibondo.
L’occhio mi cadde su un passaggio che mi fece sobbalzare. Il passaggio era
questo: “È certo che, se il questore di Roma, il ministro dell’Interno, non
ristabiliranno la normalità della circolazione per i non manifestanti, si sarà
creata, a freddo, a Roma, una di quelle situazioni per le quali poi coloro che
venissero eventualmente a commemorare quelli che cadono non sarebbero
altro che i responsabili e i mandanti degli assassini. Chiedo quindi che il
governo venga urgentemente a rispondere”.
Mariotti si spazientì: “Onorevole Pannella, lei dovrebbe essere il primo a
cercare di calmare gli animi”.
Pannella lo interruppe: “Sono stato lì a calmare gli animi. Abbiamo
rinunciato anche a fare i comizi, lo abbiamo comunicato ieri sera…”.
Mariotti troncò la discussione: “Onorevole Pannella, lei ha già parlato…”.
Me ne venne una specie di follia. Qualche giorno dopo presi un treno e
andai a Milano a trovare l’avvocato Luca Boneschi, che aveva assistito come
patrono di parte civile la famiglia Masi e il Partito radicale. Aveva conservato
tutte le carte della vicenda (“le terrò finché non sbiadiranno”), ed era lieto di
farmele fotocopiare. Mi chiusi nel suo studio per due giorni, in piazza
Umanitaria: su Milano pioveva fittamente. Fotocopiavo e prendevo appunti,
squadernando sul tavolo voluminose perizie balistiche, chili di testimonianze,
schizzi di ricostruzioni, petizioni, verbali, interrogazioni, articoli di giornali,
stralci di libri; la carta odorava di muffa. Era un Everest di documenti, così
grande da scalare che fui tentato più volte di andarmene. Era davvero assurdo
pensare di ricostruire una storia che nemmeno i magistrati avevano mai
saputo chiarire. Di tanto in tanto Boneschi faceva capolino nella stanza, e con
educata pazienza mi spiegava dei passaggi, segnalava delle incongruenze,
s’accendeva di ricordi. Aveva un’aria malinconica, un certo distacco dalle
cose, l’eleganza del gran borghese lombardo che maschera la sua
inquietudine. Giorgiana Masi era stata, insieme a piazza Fontana, la battaglia
della sua vita, e l’aveva persa; ora era passato troppo tempo anche per lui.
Chino su quelle scartoffie continuavo a pensare a Pannella che aveva
previsto un assassinio. C’è un video Rai dove lo si può vedere davanti al
Senato, vestito con un completo beige, il nodo della cravatta allentato. Prova
a trattare con i celerini, ma i poliziotti ridono. I deputati radicali Mauro
Mellini e Adele Faccio esibiscono la tessera di parlamentare, chiedono di
accedere in piazza Navona, i poliziotti sempre ridono. Mimmo Pinto, l’ex
leader dei disoccupati napoletani eletto deputato con Democrazia proletaria,
si lamenta con loro per essere stato scaraventato a terra. “Vai a lavorare! Ci
fai schifo!” lo irridono. Pinto, tutto scarmigliato, umiliato, torna difilato in
aula, dove si rivolge al presidente della Camera Pietro Ingrao: “Lei era in
piazza a manifestare contro i poliziotti nel 1960, all’epoca del governo
Tambroni, lei può capirmi”. Ingrao lo ascolta pieno di imbarazzo.
Nel video Pannella consola una ragazza giovanissima scoppiata in lacrime
in corso Rinascimento; predica calma, è tutto un mulinare di mani e di gesti.
Ma la ragazza non si rasserena, con più abbandono piange, a un certo punto
Pannella perde la pazienza. La spintona: “Basta!” sembra dirle. “Basta!”
Sono immagini potenti, perché sovvertono l’idea che si ha di lui: dell’attore
superbo, del grande istrione. Di fronte a quello spiegamento di polizia che
cinge il centro della città Pannella trascina con sé una maschera di nera
impotenza. Rividi le immagini più e più volte: Marco Pannella aveva sfidato
un divieto del prefetto – che proibiva per un mese raduni pubblici – e fatto
svolgere in qualche modo la sua manifestazione. Dall’altro lato – quello dello
Stato – c’era il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, che a quella
disubbidienza aveva risposto con i blindati e 1800 agenti schierati nel cuore
di Roma per una pacifica raccolta di firme. Questo era il contesto nel quale,
alla fine della giornata, era scaturito un delitto.
Lasciai Milano sul far della sera, pioveva a dirotto, un vento gelido piegava
gli alberi, l’avvocato Boneschi mi accompagnò alla porta con il mio cumulo
di carte. “Temo che non ne ricaverà nulla,” disse.
Piccola e minuta Giorgiana Masi riuscì a fare appena pochi passi per
allontanarsi dal ponte Garibaldi, prima di venire colpita da un proiettile che
non venne mai trovato. Per tutto il pomeriggio si era trascinata per le vie del
centro storico nel tentativo di accedere a piazza Navona: voleva
semplicemente firmare per i referendum, ma la piazza rimase inaccessibile;
così, a causa degli incidenti che ne erano seguiti, finì sballottata senza una
vera meta. C’era con lei il suo ragazzo, Gianfranco Papini. Aveva 20 anni.
Dopo la maturità scientifica si era iscritto alla facoltà di Ingegneria, ma ora
studiava psicologia al magistero. Quando il magistrato Giorgio Santacroce lo
interrogò, nelle ore successive al delitto, si dichiarò vicino a Democrazia
proletaria e simpatizzante di Lotta Continua. Proprio quest’ultimo
movimento, insieme ad Avanguardia Operaia, al Pdup, al movimento
studentesco e ai giovani socialisti, aveva aderito alla raccolta di firme dei
Radicali, mobilitandosi per un atto di disubbidienza contro Cossiga.
Il 12 maggio era un giovedì opulento di luce. Frustrati dagli accadimenti, i
due ragazzi attraversarono il Tevere, passarono davanti al carcere di Regina
Coeli, percorsero il lungotevere Raffaello Sanzio e infine giunsero
all’incrocio tra ponte Garibaldi e piazza Gioacchino Belli, probabilmente
ignari che lì era in corso una battaglia tra gli agenti appostati a metà del ponte
e un gruppo nutrito di dimostranti. I manifestanti avevano eretto delle
barricate a presidio di Trastevere. Le due fazioni avanzavano e
retrocedevano, contendendosi il ponte come un bastione. L’aria era
ammorbata dai lacrimogeni. Erano quindi lì da pochissimi istanti, Papini
disse meno di due minuti, quando si udirono dei colpi d’arma da fuoco
mentre le forze dell’ordine avviavano una carica. Sorse una gran confusione,
un vociare, la parte finale del ponte si svuotò in un baleno, tutti presero a
correre come uccelli impazziti, svoltando chi a destra verso lungotevere
Sanzio, chi a sinistra verso lungotevere degli Anguillara; Giorgiana e
Gianfranco d’istinto decisero di fuggire dritti, incontro al quartiere di
Trastevere, Papini la distanziò di pochi metri appena. Aveva appena
attraversato la strada, quando si girò per capire dove fosse finita: ci mise
qualche secondo, poi la vide, giaceva bocconi in mezzo al lungotevere. C’era
gente attorno che gesticolava. “Dio mio!” disse. E si mise a correre a
perdifiato per soccorrerla.
Giorgiana morì poco prima del suo arrivo in ospedale, tra le 20.15 e le
20.30. Un agente del posto di polizia avvertì la madre, Aurora Mallozzi, alle
21.30; inizialmente le disse una bugia, ovvero che Giorgiana era stata ferita a
una gamba. La signora giunse nel reparto con l’altra figlia, Vittoria, il tempo
di percorrere la distanza dalla propria abitazione, in via Trionfale 9214, a
ridosso di Monte Mario. Solo una volta lì le dissero la verità. “Perché, se non
aveva fatto niente, perché?” ripeté per lunghi minuti, poi un infermiere le fece
delle iniezioni, e così sedata fu fatta distendere su un lettino. Il padre, Angelo
Masi, barbiere in un salone di via Frattina, era rientrato a casa alle 22 e aveva
trovato l’appartamento vuoto. Dovette fulminarlo un presentimento di fronte
a quel silenzio fuori posto. Poi il suono del campanello spezzò quella quiete
innaturale. Era un cronista del “Corriere della Sera”. “Perché mi domanda di
mia figlia?” gli chiese. Il reporter cercò la bugia giusta. Disse: “È rimasta
contusa negli incidenti oggi pomeriggio”. “Dov’è mia moglie, dove sono le
mie figlie? Perché lei è qui, perché mi fa queste domande?” Poi Angelo Masi
compose il 112. Lo seppe così. “Ma mia figlia non si occupava di politica,
pensava solo a studiare,” balbettò incredulo.
L’agenzia Ansa diede la notizia alle 21.30. Il Tg2 della notte, letto da Gino
Pallotta, diffuse il suo nome: “Giorgina Masi” e il giornalista mostrò per la
prima volta la sua foto. Una fototessera con i bordi chiodati dalle graffette.
Giorgiana vi ha uno sguardo come addolorato, un volto antico di bambina che
rimanda a un’Italia lontana.
Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, l’uomo più potente del paese,
noto per il cinismo con cui condisce le sue battute sferzanti, ha l’abitudine di
buttare giù qualche riga sul suo diario: piccole note, facezie, brevi ritratti,
dettagli di cose fatte durante il giorno. La sera del 12 maggio 1977 il suo
taccuino rimane vuoto. Non sente il bisogno morale di scriverne? Anche la
data del 13 maggio, quando a Roma monta l’indignazione e la Camera vive
un drammatico dibattito sugli scontri del giorno prima, resta sgombra. Solo
sabato 14 maggio Andreotti torna a scrivere: “A Sanremo per una giornata
nobeliana nella casa del vecchio fondatore dei Premi, dove oggi c’è un centro
molto d’avanguardia per l’aggiornamento professionale dei medici. Lo
dirigono i professori Lotti e Iandolo. Nel pomeriggio, solenne tornata in
onore di Eugenio Montale”.
Francesco Cossiga nelle sue memorie, La passione e la politica, 420 pagine
uscite nel novembre 2000, non cita mai Giorgiana Masi. Una rimozione?
Il ministro Cossiga non si fece trovare per tutta la giornata del 12 maggio;
si presentò alla Camera dei deputati all’indomani, alle 11.30. Il presidente
Ingrao gli diede la parola per riferire “sui gravi incidenti di ieri a Roma”.
L’impressione che la morte di Giorgiana Masi aveva suscitato nel Paese,
specie tra i giovani, era grande. Il dibattito, della durata di molte ore, riempie
un verbale di una cinquantina di pagine. Fui subito attratto da uno scambio di
battute tra il liberale Aldo Bozzi, Marco Pannella e il comunista Antonello
Trombadori, che verteva sulla singolare comparsa durante gli scontri di un
certo numero di poliziotti in borghese: travestiti da capelloni e con le borse
Tolfa a tracolla, brandivano pistole.
Bozzi: “Marco, non dovevi far fare l’adunata. Sei il responsabile di
questo!”.
Pannella: “I ceffi di cui sto parlando avevano la pistola e, non appena i
candelotti esplodevano, sparavano dentro il fumo”.
Bozzi: “Tutto questo viene dopo”.
Pannella: “No! Non viene dopo, viene prima”.
Trombadori: “Sì, viene dopo. Prima c’è la forzatura del blocco. Ci sono i
vostri manifesti che invitavano a forzare il blocco, a infrangere il divieto e
non ad altro che a questo”.
A un certo punto Pannella disse: “È un dovere disobbedire a ordini
ingiusti”. Mi segnai la frase sul taccuino e la cerchiai in rosso. Se i Radicali
non avessero infranto il divieto Giorgiana non sarebbe scesa in piazza, e se
Cossiga non avesse militarizzato la città, Giorgiana non si sarebbe trovata tra
le fiamme di ponte Garibaldi. Questo era il punto morale. Tutta la vicenda era
racchiusa in questo doppio dilemma etico. Lessi il verbale con emozione. Era
un documento sul potere di quegli anni. Man mano che il dibattito
s’ingrossava – di pirandellismi, di oscurità, di figure retoriche – la figura di
Giorgiana nell’aula scoloriva, come cacciata in un angolo remoto. In tante ore
venne menzionata meno di dieci volte.
Qualche tempo dopo mi capitò d’imbattermi nella registrazione di quella
seduta, stipata nell’archivio online di Radio Radicale. Era un duello di voci.
La voce di Cossiga contro la voce di Pannella. Quella di Cossiga martellante,
decisa, da uomo d’ordine. Quella di Pannella dapprima ieratica, poi dolente,
infine come strozzata di angoscia. Ripeté per tre volte di fila “con le pistole
qui!”, riferendosi ai poliziotti in borghese armati che si erano aggirati per
tutto il pomeriggio attorno a piazza Navona. “Mentitori!” sbraitava Pannella
rivolto a Cossiga, che lui chiamava “ministro di polizia”.
“Mi volete far apparire come il ministro della repressione arbitraria, ma è
ridicolo e grottesco, perché questo è il governo dello Stato democratico e
repubblicano!” gli rispose Cossiga.
Non era solo lotta politica, era qualcosa di più complesso. Rimasi
ipnotizzato.
Una mattina del maggio 2015 provai a ripercorrere i pochi passi che in
quella lontana sera aveva fatto a gambe veloci Giorgiana. Dovevo prendere
una decisione. Roma era un imbuto di traffico, di strombazzamenti, ingombra
di turisti reduci da Trastevere, di donne con le buste della spesa, sul ponte
transitò sferragliando il tram numero 8 Casaletto. Ripercorsi il tratto
dall’imbocco di largo Arenula fino al punto in cui venne uccisa. Contai 162
passi. “È un ponte corto,” pensai, “da un lato all’altro ci si può persino
riconoscere.” Era sorprendente che nessuno avesse visto la mano del sicario.
Provai a immaginare da quale punto avesse sparato. Qualcuno aveva alzato il
braccio e fatto fuoco ad altezza d’uomo. Perché questo era successo. Un
omicidio. Che mondi si celavano dietro quel gesto, cosa si nascondeva in
quelle poche righe scritte dai giornali a ogni anniversario, a ogni ricorrenza
sul 1977, in quella frase rituale “il 12 maggio venne uccisa Giorgiana Masi”?
Quella frase andava dilatata in un’inchiesta. Bisognava partire dal corpo
immobile sull’asfalto e allargarsi a raggiera fino a raggiungere il cuore degli
anni settanta, penetrare con tutta la passione possibile nel suo mistero
insondabile. Non ero sicuro di riuscirvi.
Nel punto in cui Giorgiana venne colpita ora c’è una lapide. Siccome erano
passati pochi giorni dal trentottesimo anniversario, ai piedi dell’iscrizione
muraria erano ammassati molti mazzi di fiori. I turisti si soffermavano curiosi
a leggere l’iscrizione sulla targa posta dalle femministe all’angolo con piazza
Belli:
“...Se la rivoluzione d’ottobre
fosse stata di maggio
se tu vivessi ancora
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio
se la mia penna fosse un’arma vincente
se la mia paura esplodesse nelle piazze
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza
se i fiori che abbiamo regalato
alla tua coraggiosa vita nella nostra morte
almeno diventassero ghirlande
della lotta di noi tutte, donne
se…
non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.
Avevo trascorso un anno intero a leggere le carte, era venuto il momento di
varcare la linea d’ombra: lasciar perdere o mettersi a scrivere. Forse aveva
ragione Boneschi: non ne avrei ricavato nulla. Mi sporsi a osservare il Tevere
che dall’eternità placido scorreva. Era una mattina piena di grazia. Cosa stavo
cercando esattamente? Perché ero lì? Mi era sempre piaciuta una frase del
Cavaliere e la morte di Leonardo Sciascia, che tanti anni prima avevo letto in
una solitaria estate siciliana: “Il delitto ci appartiene, ma c’è chi appartiene al
delitto”. La ripetei ad alta voce, come istupidito, proprio in mezzo al ponte.
Era una frase terribile. Era ancora in giro chi apparteneva al delitto di
Giorgiana? Non potevo saperlo. Ma di certo erano intatte le ragioni per cui
l’assassinio era accaduto: una ragazza era stata ammazzata e nessuno ne
aveva saputo più nulla. Quelle ragioni meritavano di essere illuminate.
Percorsi per l’ultima volta il ponte, madido di sudore. Era tempo che mi
mettessi a scrivere.
1.

Quanti anni sono passati da allora? Quaranta. E quanti ne avrebbe oggi


Giorgiana? 59. Era nata a Roma il 6 agosto 1958. Adesso sarebbe madre,
nonna, probabilmente guarderebbe con una punta di nostalgia a quel suo
lontano impegno giovanile a sinistra: da femminista si era battuta per
l’apertura di un consultorio, la domenica distribuiva il quotidiano “Lotta
Continua”, partecipava alle occupazioni del liceo. O forse avrebbe
disconosciuto quel periodo, travolta dal riflusso della vita, o semplicemente si
sarebbe sentita estranea in questo tempo senza più ideologie, in un’Italia
corrosa dalla crisi, proprio come negli anni settanta, ma a differenza di allora
come svuotata di energia, di orizzonti, di futuro.
Una ragazza seria, brava negli studi, con un talento per il disegno, che si sta
costruendo un avvenire. Al liceo Sedicesimo, poi denominato Louis Pasteur,
di via Giuseppe Barellai a Roma Nord, un istituto di 750 studenti, frequenta
la quinta A. Pesa quarantacinque chili e porta il busto per correggere la
scoliosi, che la esonera dal partecipare all’ora di ginnastica, che si tiene
all’aperto dato che la scuola è sprovvista di palestra. In classe sono in
diciassette, tra i quali un volto che sarà poi noto agli italiani come Federica
Sciarelli, la futura conduttrice di Chi l’ha visto? Tutti hanno scelto di studiare
francese come lingua straniera. L’insegnante di italiano e latino è Mila de
Luca, sorella dello storico dirigente Rai, Willy. La scuola, incastonata tra il
carcere minorile di Casal del Marmo, dove due anni prima era stato recluso
Pino Pelosi, l’assassino di Pasolini, il manicomio, poi chiuso, e l’ospedale
San Filippo Neri, rappresenta l’ultima propaggine del quartiere. Oltre c’è il
nulla desolato della periferia metropolitana.
Gli studenti giungono dai quartieri borghesi di Vigna Clara e Balduina, o
da zone più popolari come Ottavia. Giorgiana abita a meno di un chilometro.
La politica è una passione divorante, che informa le esistenze, e il Sedicesimo
passa per una scuola rossa. Non lontano da lì, in via Assarotti, sorge la storica
sezione del Movimento sociale di Monte Mario, nota per la sua turbolenza,
dove una mano senza pietà vergherà sui muri questa scritta oscena:
“Giorgiana puttana”. I compagni di classe provvederanno subito a
cancellarla.
Molti di loro seppero della sua morte solo all’indomani, avvertiti dagli
insegnanti al telefono, e così a poche settimane dalla maturità dovettero fare i
conti con un banco di colpo vuoto. Giorgiana pensava che attraverso
l’impegno politico si potesse costruire un’Italia diversa. “Non succederà
nulla,” aveva rassicurato la madre quando era uscita di casa nel primo
pomeriggio del 12 maggio. “Non ci sarà alcun comizio, se le cose si mettono
male mi metto al sicuro.”
Riprendo in mano il ritaglio di un’intervista che Angelo Masi, suo padre,
rilasciò al “Corriere d’Informazione” poco dopo il delitto.
“Non ho parole. Sono muto. Non mi esce che pianto. Una cosa così,
improvvisa, una ragazza veramente buona d’animo, buona in tutto.”
Non ha provato a farla desistere dall’andare in piazza Navona, sapendo che
la manifestazione era vietata?
“Guardi, non l’aveva detto a me personalmente, non vengo mai a casa a
pranzo, sto fino a sera in negozio, ma alla mamma aveva detto che andava
perché suonavano, facevano festa: ‘Stai tranquilla, per carità! Tu lo sai che
mica sono stupida’. Ora non sappiamo nemmeno com’è successo. Io non so
niente.”
Sul “Corriere della Sera”, edizione di Roma, trovo l’immagine della
signora Masi. È addossata a un muro dell’ospedale e con la mano sinistra si
copre il capo chino. Davanti a lei una conoscente si preme le labbra per non
piangere.
Non si capisce niente di quel che accadde quel giorno, del perché accadde,
del gesto di Cossiga di vietare le manifestazioni per cinque settimane, se non
si racconta la storia del poliziotto Settimio Passamonti, ucciso nel quartiere
San Lorenzo a Roma il giovedì 21 aprile 1977: ventuno giorni prima di
Giorgiana. Ai più il suo nome non dice nulla, una delle tante croci
dimenticate degli anni settanta. Aveva 23 anni. Era un allievo sottufficiale in
forza alla questura e stava imparando il mestiere di poliziotto in una città
sopraffatta da omicidi, rapine, scassi, sequestri di persone, agguati,
turbolenze sociali e politiche. Un ragazzone arruolatosi per sfuggire alla
miseria, ultimo di sette figli di una famiglia di contadini di Mosciano
Sant’Angelo, in provincia di Teramo. A 16 anni aveva perso il padre, entrare
in polizia gli era parso quindi l’approdo più sicuro per crearsi un destino. A
settembre si sarebbe dovuto sposare con una ragazza del suo paese, Franca.
Poi, terminato il corso di addestramento alla Scuola allievi sottufficiali di
Nettuno, avrebbe ottenuto i gradi di vicebrigadiere e uno stipendio fisso di
200mila lire. Mancavano appena cinque mesi e ce l’avrebbe fatta.
Dai primi mesi dell’anno Roma è continuamente percorsa da incidenti. Una
“Capitale non europea”, nella definizione che ne dà il giornalista Alberto
Ronchey: “Un ibrido tra elementi della Roma papale-rionale e periferie
sudamericane, con un sottoproletariato di un milione di abitanti”. I giovani si
dibattono nel precariato. Le università, gonfiatesi di iscritti dopo la
liberalizzazione all’accesso del 1969, non offrono sbocchi lavorativi a
sufficienza. Il comunista Carlo Salinari, già preside della facoltà di Lettere,
confessa scorato: “L’Università di Roma mi pare ingovernabile. Se facessimo
un esame preventivo in italiano, contando solo gli errori di grammatica,
elimineremmo più di metà degli iscritti”. Studiare è un salasso. L’economista
Francesco Forte ha stimato che il costo dell’istruzione universitaria per ogni
studente è di 3,5 milioni di lire l’anno per ognuno fra coloro che arrivano a
laurearsi: non più del 30 per cento.
Questo mix di velleitarismo e di mancanza di futuro genera una
frustrazione che trova sfogo nelle contestazioni contro la riforma
dell’istruzione del ministro democristiano Franco Maria Malfatti: la scintilla
che darà vita a un movimento, il movimento del ’77. Una sorta di nuovo
Sessantotto che incendierà le strade italiane.
Il senso civico è minato da spinte autodistruttive, la cosa pubblica versa in
condizioni penose: “L’assenteismo è collettivamente pianificato, a gruppi, a
turni, a scaglioni, come le vacanze,” denuncia Ronchey. La stagione del
boom economico sembra lontana, la crisi ha raggiunto livelli da primo
Dopoguerra. L’impiego non si trova, aumenta solo il lavoro nero, la classe
operaia è spaccata tra occupati che guardano al Pci, e disoccupati che si
rifugiano nella protesta disperata: la faglia sociale suddivide i garantiti dai
non garantiti. Il compromesso storico tra la Dc e il Pci a molti pare l’inizio
della fine della sinistra.
I giovani più di altri sono inquieti. Nella mattinata del 21 aprile gruppi di
studenti occupano l’ateneo romano. Il rettore Antonio Ruberti chiama la
polizia, che riesce a far riprendere le lezioni, ma di lì a poco un’altra frangia,
più violenta e radicale, composta da elementi di Autonomia operaia, tra i
gruppi extraparlamentare il più incline alla violenza, assalta un autobus ed
erige una barricata, irriducibile allo sgombero. Inizia così una battaglia
stradale di tre ore. Alle 15.30 Settimio Passamonti, che svolge servizio
fronteggiando le bombe molotov dei dimostranti, si accascia a terra tra viale
Maraccini e via dei Vestini. È colpito al cuore. Tre poliziotti rimangono feriti:
Antonio Merenda, 23 anni, Mario Nuccioni, 20, Mario Pino, 27. Una
giornalista americana, Patricia Bernie, 44 anni, che sta seguendo gli incidenti
per conto della Cbs, è trafitta da una scheggia nel ginocchio. Dirà: “Sono
stata fortunata, ma Roma è una polveriera, tutta l’Italia è ormai così”. L’ex
brigatista Valerio Morucci, uno dei sequestratori di Aldo Moro, anni dopo
rivelerà che i poliziotti vennero attirati in trappola nella strada sbarrata
dall’autobus dopo che i manifestanti avevano simulato una finta ritirata. Non
ci fu nulla di casuale. Poi la polizia, che sapeva di essere ascoltata sulle
proprie frequenze, chiese via radio ai manifestanti una tregua per recuperare
il corpo del poliziotto morto. La tregua fu accordata sventolando un
fazzoletto bianco.
Accanto alla chiazza di sangue di Passamonti nella notte comparirà, vergata
sull’asfalto, questa scritta: “Qui c’era un caramba, il compagno Lorusso è
vendicato”. Ognuno rivendica i suoi morti. Francesco Lorusso, studente, era
stato ucciso da un carabiniere un mese prima a Bologna. Le Brigate d’azione
per il comunismo, con un volantino abbandonato in una cabina telefonica,
vantano l’assassinio di Passamonti. Le esequie, nella basilica di San Lorenzo,
sono strazianti. La mamma di Settimio, Carmela, 60 anni, si presenta vestita
di nero, e urla il suo dolore: “Figlio mio, come si può fare il funerale a te che
hai 23 anni?”. Franca infila i confetti, già ordinati per il matrimonio, nella
bara. I poliziotti sono esasperati. C’è anche Cossiga in chiesa, una donna lo
aggredisce: “Così difendi chi ti difende?”. L’episodio viene rilanciato dai
giornali. Alla Camera, il presidente dei deputati comunisti Alessandro Natta
grida rivolto ai banchi del governo: “Cosa si aspetta a isolare, a disperdere le
bande armate?”. Cossiga ne è profondamente turbato. È allora che, incalzato
dalle opposizioni, decide di usare il pugno duro. Pronuncerà una frase rimasta
famosa: “Non permetterò più che i figli dei contadini vengano uccisi dai figli
dei borghesi”.
“Stiamo lottando per il comunismo e questo lo chiamano estremismo!”
“Compagno Pci, ti hanno fregato: niente comunismo ma polizia di Stato.”
“Siamo provocatori, siamo teppisti. Lama e Cossiga sono i veri comunisti.”
Ci sono almeno mille giovani pericolosi che si nascondono nelle viscere dei
movimenti antisistema e che animano quelli che la stampa definisce “sabati
di fuoco”. Saccheggiano armerie. Sparano. Aggrediscono uomini dello Stato,
giornalisti, capi democristiani, dirigenti comunisti, studenti che non la
pensano come loro. Dirà Eliseo Milani, ex parlamentare di Democrazia
proletaria: “I ‘sabati di fuoco’ appartengono a organizzazioni ben precise che
sono Autonomia operaia e altre, mentre il resto della sinistra parlamentare
non c’entra. Ci sono poi altre manifestazioni sulle quali si può discutere se
fatte a torto o a ragione, magari politicamente ingenue, forse campagne
sbagliate, organizzate senza che Autonomia fosse presente come
organizzazione, ma accadeva generalmente che Autonomia decidesse per
proprio conto di essere presente e ciò implicava una separazione dei cortei.
Naturalmente la parte violenta non si isolava, ma si inseriva in qualche modo
nei settori del corteo diversi dal proprio: in quel momento organizzavano
l’incidente e la polizia interveniva”. Nella sua autobiografia Storia di un
comunista, il capo di Autonomia, Toni Negri, dedica ventotto pagine al 1977
e una sola riga alla morte di Giorgiana.
È difficile credo, con gli occhi di oggi, immaginare quella stagione, farsi
un’idea del senso di nichilismo che porterà una piccola fetta della gioventù
italiana a dichiarare guerra allo Stato, a farsi terrorismo, ma a quella piccola
fetta la lotta armata appare l’unica via per cambiare le cose. Ha osservato il
giurista Stefano Rodotà durante la prima commissione d’inchiesta sul caso
Moro: “Con il delitto Passamonti compare veramente il partito armato per le
strade e vengono mandati gli allievi della Scuola di polizia di Nettuno allo
scoperto, sapendo che dall’altra parte c’erano persone che avrebbero
sparato”.
Il 22 aprile il prefetto di Roma Gaetano Napoletano, su richiesta del
ministro dell’Interno Cossiga, emette la seguente ordinanza:
“Considerati i gravi e luttuosi incidenti registratisi nella giornata di ieri 21
corrente che in Roma hanno determinato, nella pubblica opinione, un
eccezionale stato di tensione;
Ritenuto che tale stato di cose è suscettibile di ulteriore aggravamento della
turbata situazione nell’ordine pubblico nonché della incolumità e della
sicurezza pubblica;
Visto pertanto che per consentire un rasserenamento degli animi è
necessario e indispensabile far luogo alla sospensione di ogni manifestazione
pubblica;
Sentiti gli organi superiori;
Visto l’articolo 2 del testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza e
considerato che sussistono tutti i motivi di urgenza e di grave necessità
pubblica, previsti da detta disposizione da oggi e fino al 31 maggio 1977
ordina il divieto in Roma e nel territorio della provincia di tutte le
manifestazioni, riunioni e cortei che, a carattere pubblico, dovessero essere
indette o comunque eseguite da partiti, associazioni o movimenti politici. Il
signor questore di Roma è incaricato della esecuzione della presente
ordinanza, previa notifica ai partiti, alle associazioni, ai movimenti e alle
persone interessate”.
Né cortei, né raduni, né manifestazioni di piazza, quindi: per cinque
settimane.
La sera del 12 maggio, sul ponte Garibaldi, i poliziotti e carabinieri
impegnati contro la barricata eretta dai dimostranti in piazza Belli avranno
più o meno la stessa età di Settimio Passamonti: allievi sottufficiali come lui,
sfuggiti alla miseria meridionale come lui. Alcuni di loro l’hanno visto
cadere.
Non si capisce il gesto di Cossiga se non si mettono in fila gli eventi di
quella torbida primavera. I disordini a Roma erano iniziati già ai primi di
febbraio, con il ferimento di un poliziotto, Domenico Arboletti, e di due
militanti vicini all’area dell’Autonomia operaia, Leonardo Fortuna e Paolo
Tomassini, proprio sotto le finestre della redazione di “Repubblica”, in piazza
Indipendenza, vicino alla stazione Termini. Un corteo nato come attacco al
covo missino di via Sommacampagna, per vendicare così un agguato del
Fuan, il movimento giovanile del Msi, che il giorno prima aveva fatto
un’irruzione a colpi di molotov, spranghe e pistole in un’assemblea del
“Comitato di lotta contro la Malfatti” alla facoltà di Lettere della Sapienza.
Due settimane dopo, il 17 febbraio, il leader della Cgil Luciano Lama era
stato cacciato dalla Sapienza al termine di una feroce contestazione. Voleva
invitare gli studenti a non disperdere nella brutalità la loro forza, ma gli
studenti avevano attaccato il camioncino che fungeva da palco. Lama fu
costretto a interrompere il suo comizio e a mettersi in salvo.
Un mese dopo, sabato 12 marzo, Roma era stata invece teatro della più
gigantesca battaglia di strada del Dopoguerra. La manifestazione nazionale
del “Movimento degli studenti contro la riforma del ministro Malfatti” si era
risolta in una scorribanda armata contro la Democrazia cristiana. La protesta
aveva mutato di segno dopo che il giorno prima, a Bologna, un carabiniere,
Massimo Tramontani, 22 anni, aveva ucciso lo studente Francesco Lorusso,
24 anni, nel corso di incidenti tra studenti e forze dell’ordine. A Bologna,
governata dai comunisti, i manifestanti per sfregio avevano distrutto la
libreria di Comunione e Liberazione e saccheggiato il ristorante di lusso Al
Cantunzein, ritrovo della borghesia rossa della città, portandosi via 47
bottiglie di Pommery. Al terzo giorno di scontri Cossiga liberò l’università
con i blindati.
“Nulla giustifica che i poliziotti sparino, neppure una violenza in cui si
trovino davanti. In Italia non vige la pena di morte,” scriverà Rossana
Rossanda su “il manifesto”. Proprio mentre Lorusso cade esanime il
presidente della Dc Aldo Moro pronuncia alla Camera dei deputati il discorso
sul “non ci faremo processare nelle piazze”, nell’ambito del dibattito sulle
tangenti pagate alla Dc per la fornitura di aerei Lockheed: “Non si ricorra alla
violenza, qualsiasi fermento critico, qualsiasi vitale ragione di contestazione,
i quali possano fare nuova e vera la nostra società. Non si dica che queste
cose ci sono state strappate. Noi le abbiamo rese, con una nostra decisione,
possibili e in certo senso garantite. Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi
che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci
faremo processare. Se avete un minimo di saggezza, della quale talvolta, si
sarebbe indotti a dubitare, vi diciamo fermamente di non sottovalutare la
grande forza dell’opinione pubblica che, da più di tre decenni, trova nella
Democrazia cristiana la sua espressione e la sua difesa”.
Il 12 marzo è quindi un sabato di fuoco. Il dolore per la morte di Lorusso
rende pazzi. I manifestanti tentano di penetrare nella sede della Dc, in piazza
del Gesù, mandano in frantumi le vetrine delle librerie cattoliche, razziano
con successo un’armeria. Si forma un corteo furente che imprigiona la città
per ore. “Non ho mai avuto più paura come quel giorno,” confesserà Marco
Boato, poi parlamentare radicale. Un giornalista del “Popolo”, Roberto
Mosca, 32 anni, toscano di Follonica, militante delle Acli, delegato nazionale
del Movimento cristiano lavoratori, sposato da un anno con Ada, assiste
terrorizzato ai ripetuti tentativi dei gruppi di autonomi – “fascisti rossi”, li
chiama la Dc – di penetrare nella redazione di piazza delle Cinque Lune, sede
del giornale. È una battaglia drammatica, che si svolge per buona parte del
pomeriggio; l’irruzione alla fine viene respinta, ma uno dei carabinieri, a
presidio della sede, rimane ferito da un colpo di pistola. A notte fonda, a
strade finalmente liberate, Roberto si fa accompagnare a casa da un collega:
non riesce a guidare, è pallido, spaventato. Trascorre una domenica inquieta.
Lunedì, mentre ritira delle analisi in un laboratorio, il suo cuore cede di
schianto. Tre mesi dopo, il 23 giugno 1977, nascerà sua figlia, Roberta. La
Dc è in lutto. Il segretario della Dc Zaccagnini e il presidente del Consiglio
Andreotti lo ricordano commossi, anche “l’Unità” gli dedica un articolo.
La sfida dell’ultrasinistra alle istituzioni democratiche, titola “Il Popolo” il
13 marzo. È un giornale di dodici pagine impaginato con cura, che classifica i
film al cinema in raccomandabile, accettabile, discutibile, inaccettabile e non
classificato. Rocky è rubricato non classificato, Malizia inaccettabile. Su 78
film di prima visione, ben 36 sono reputati off limits. Cossiga ha trascorso il
pomeriggio del 12 marzo al Viminale, solo a sera tardi, avvicinato dai
giornalisti, rilascerà una dichiarazione: “È in corso a Roma, con largo uso di
armi, un disegno precostituito e criminoso, di guerriglia. La prudenza delle
forze dello Stato, che hanno con grande freddezza e senso di responsabilità
difeso obiettivi essenziali e che hanno impedito ancora più gravi reati non
può e non deve essere scambiata per debolezza. I nostri aspiranti tupamaros si
devono convincere che non c’è assolutamente spazio per la loro follia e che la
coscienza democratica e civile nel nostro Paese respingerà con fermezza ogni
piano eversivo”.
Javier Cercas in Anatomia di un istante chiama “la placenta del golpe” il
brodo di coltura che favorì il tentato colpo di Stato del febbraio 1981 in
Spagna: la recessione che penalizza i giovani, un sistema politico bloccato
che gli studenti più politicizzati nelle università paragonano a una dittatura, la
contestazione al Pci acconciatosi al compromesso storico con la Democrazia
cristiana, il partito-Stato ritenuto incapace di trovare un filo di dialogo con la
parte più ribelle della società, tutte queste ragioni disordinatamente messe in
fila furono la placenta del 1977, e la contestazione a Lama, l’uccisione di
Lorusso, la grande jacquerie del 12 marzo, l’agguato a Passamonti,
costituirono la placenta della placenta che portò, puzzle dopo puzzle, alla
tragedia di Giorgiana Masi.
Contro il divieto di manifestare nasce un comitato trasversale, di cui fanno
parte il senatore Lelio Basso, la scrittrice Camilla Cederna, l’attore Dario Fo,
Magistratura democratica, il liberale Aldo Bozzi, il direttore dell’“Avanti”
Paolo Vittorelli, la giunta comunale di Roma, la Cgil di Luciano Lama. È un
fronte ampio per la libertà di espressione. Ma è anche un fronte contro
Cossiga.
Scrisse in quei giorni Rodotà: “Ci sono almeno tre ragioni per ritenere
illegittimo e ingiustificato il divieto di tenere la manifestazione il 12 maggio.
La prima riguarda il fatto che con tale divieto si intralcia gravemente il diritto
costituzionalmente garantito di raccogliere le firme per promuovere i
referendum. La seconda si riferisce alla violazione della libertà di riunione
che dovrebbe essere garantita soprattutto ai gruppi non violenti, come i
Radicali. E infine la terza. Una eccezione è stata fatta per il 1° maggio. Era
doveroso farne un’altra per il 12 maggio, per consentire di ricordare la data
che nella nostra recente storia civile ha contato forse più di ogni altra”. Può
una democrazia, nel tentativo di difendersi, giungere al punto di vietare per
quasi quaranta giorni ogni tipo di assembramento pubblico? Si apre un fitto
dibattito. Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe,
definisce il divieto “l’esercizio di un potere tipico di un’amministrazione
centralizzata e autoritaria”. La Dc bolla le parole come una “dimostrazione di
irresponsabilità civile”. Deve intervenire il Csm.
Intuendo un vantaggio politico e mediatico, Pannella decide di tenere
comunque una manifestazione il 12 maggio, terzo anniversario della vittoria
al referendum sul divorzio, la sua grande gloria. Annuncia che i Radicali non
intendono rinunciare alla celebrazione, che serve anche per raccogliere le
firme per promuovere otto nuovi referendum, tra cui uno sul diritto di aborto
e uno sulla legge Reale, che ha reintrodotto il fermo di polizia, non ponendo
limiti alla carcerazione preventiva e ampliando la possibilità di utilizzare le
armi da fuoco per le forze dell’ordine. Perché corre il rischio? Per mettersi a
capo di chi contesta il divieto? Per spirito di contraddizione? Per sincera
convinzione morale? Al gesto esemplare di Cossiga si contrappone quindi il
gesto esemplare di Pannella.
Dal comunicato di Pannella:
“Il 12 e il 13 maggio le manifestazioni di piazza Navona indette dal
Comitato per il Referendum, dal Partito radicale, con l’adesione di Lotta
Continua, non solo sono confermate nelle finalità e nella forma, ma secondo
le finalità e la forma previste si svolgeranno regolarmente. Questa è la nostra
naturale e obbligata decisione di non violenti, che non possono non imporsi e
difendere il diritto e la legge contro ordini ingiusti e violenti. Le modalità
delle manifestazioni sono quelle delle oltre 180 tenute in 15 anni dal Partito
radicale e dal Movimento per i diritti civili nella stessa piazza romana:
a) Erezione di un palco e di un impianto acustico
b) Concerti e musica, alternata a discorsi politici di illustrazione degli
obiettivi
c) Impianto di oltre venti tavoli con autenticatori per la raccolta delle firme,
secondo le modalità di legge
d) La risposta rigorosamente non violenta a ogni provocazione o aggressione,
sia di Stato sia di ogni altro genere
Ciò ricordato, rilevo che nessuna legge, nessuna polizia, consentono oggi di
vietare l’accesso ai passanti a piazza Navona, che nessuna verifica di identità
può essere fatta se non in loco, neanche per la legge Reale se non a
condizione di precisi e formali motivi previsti dalla legge stessa. Avvocati e
giornalisti italiani e stranieri saranno convocati per operare immediatamente e
assicurare anche testimonianze immediate incontestabili”.
Il presidente del Partito radicale, Gianfranco Spadaccia, e Alex Langer,
militante pacifista e giornalista del quotidiano “Lotta Continua”, battono per
giorni le aule universitarie per cercare di far passare una linea di
ragionevolezza in vista del 12 maggio, districandosi fra scontri verbali,
assemblee fluviali, risse, diffidenze. È un esercizio complicato. “Ma alla fine
eravamo convinti che la linea non violenta fosse passata,” dice Spadaccia,
rivangando quei giorni. “Eravamo fiduciosi.”
La mattina del 12 maggio “Il Popolo” esce con un articolo a pagina otto nel
quale viene confermato il no alle manifestazioni da parte del ministro
dell’Interno e della questura: “Oggi a Roma i radicali e gli extraparlamentari
non potranno tenere la manifestazione congiunta che avevano programmato.
Non sono ammesse deroghe dopo il caso Passamonti. Proprio ieri è stato
confermato all’Unione donne italiane, l’organizzazione femminile del Partito
comunista, la proibizione di tenere una manifestazione a Roma. Non ci sono
stati strascichi. Non ci sono state polemiche. Il 25 aprile quest’anno non è
stato celebrato. Che i radicali potessero causare incidenti o azioni violente
non lo crede nessuno e non lo ha mai creduto nessuno, ma che fra i radicali si
potessero infiltrare i professionisti della provocazione non è una sola e
semplice illazione, basti pensare ai proclami lanciati dai vari gruppuscoli del
movimento studentesco romano: ‘Il 12 maggio scenderemo in piazza, ma non
con le stesse forze che hanno indetto la manifestazione e che tentano di rifarsi
una verginità politica. Noi il divieto lo romperemo domani e continueremo a
romperlo il 19 maggio, secondo le forme e i modi che il movimento si dà…’
”. “Il Popolo” chiosa: “Una sfida aperta dunque, una minaccia”.
La sera di mercoledì 11 maggio, nella sede del Partito radicale a largo di
Torre Argentina, arriva una telefonata di Cossiga. Risponde Emma Bonino. Il
ministro la informa che continua a vietare la manifestazione. Bonino ha
appena attaccato la cornetta quando sopraggiunge Pannella. I due valutano il
da farsi alla luce della telefonata del ministro. Pannella decide di diramare
una nota: “Le organizzazioni promotrici della manifestazione di piazza
Navona rinunciano a ogni caratterizzazione politica della manifestazione che
si svolgerà solo come festa musicale, senza comizi e interventi politici”. Il
testo viene diffuso dall’Ansa. Alle ore 22 Pannella chiama Cossiga. “Per
conoscenza, sappi che rinunciamo al comizio politico, ma facciamo la festa
per celebrare il 13 maggio 1974”. Cossiga è evasivo, si limita a dire: “Va
bene, prendo atto”. Una festa non è una manifestazione politica, ma è pur
sempre un assembramento che attirerà migliaia di militanti.
Alle 22.30 la segretaria del Pr, Adelaide Aglietta, e Spadaccia raggiungono
piazza Navona per seguire i lavori di allestimento del palco. Ci trovano una
gazzella della polizia. Un agente li informa che non possono montare il palco.
Esibiscono l’autorizzazione permanente per piazza Navona e Aglietta chiede
di poter parlare con un funzionario della questura. La richiesta viene
trasmessa in questura per radiotelefono. Avvisati, arrivano in piazza anche
Emma Bonino, Alex Langer, Mimmo Pinto, Paolo Vigevano, Pino
Pietrolucci. I poliziotti dopo un po’ se ne vanno, senza fornire spiegazioni, e
senza che né Aglietta né Spadaccia abbiano potuto parlare con la questura.
Alle 23.45 gli operai finiscono di montare il palco, sormontato da una
scritta bianca su uno sfondo rosso: “Per un nuovo 13 maggio, per una nuova
vittoria popolare”. È mezzanotte quando Spadaccia chiama in questura. Gli
passano il funzionario di turno, il dottor De Filippis, al quale viene chiesto di
non toccare il palco. De Filippis assicura che nessun intervento sarà
effettuato. “Il punto decisivo,” puntualizza Spadaccia, “è che Cossiga non
impedì il montaggio del palco.”
Vanno tutti a dormire. Anche Giorgiana Masi. È la sua ultima notte.
2.

Annullare tutto, e quindi ubbidire al divieto di Cossiga, una retromarcia che


suonerebbe come una sconfitta civile ma che eviterebbe qualsiasi rischio di
incidenti, o andare avanti, e quindi tenere la manifestazione, seppure in una
forma contenutissima, perché un leader crede fino in fondo ai suoi principi?
Nella notte tra l’11 e il 12 maggio Marco Pannella deve scegliere di fare la
cosa giusta. Ma chi stabilisce qual è la cosa giusta?
Dalla testimonianza di Adele Faccio, deputata radicale nella legislatura
1976-1979: “La mattina del 12 maggio, mentre siamo tutti in Parlamento,
arriva una telefonata urgente: ‘Correte! Correte! Sono venuti a sequestrare gli
amplificatori’ ”. Allora siamo partiti subito, io e Mauro Mellini, verso piazza
Navona, mentre Marco Pannella ed Emma Bonino si sono precipitati in aula.
A piazza Navona gli amplificatori erano già stati sequestrati. Stavano per
portare via pure il pianoforte, ma sopra il pianoforte c’era Spadaccia, e quindi
hanno rinunciato a sequestrarlo e l’hanno lasciato lì. Eravamo circa cento
persone. Ci siamo messi tutti sul palco e abbiamo detto: ‘Di qui non si muove
più nessuno’ ”.
Alle otto del mattino un funzionario del Banco di Santo Spirito, Maurizio
Della Porta Rodiani, entra al bar Domiziano di piazza Navona, ordina un
caffè, con la coda dell’occhio vede scendere un gran numero di poliziotti da
due pullman. Incuriosito chiede a due ufficiali se sono venuti per impedire lo
svolgimento della festa dei Radicali. “No, siamo qui solo per il servizio
d’ordine, la festa si farà,” gli rispondono secchi. Poi i due ufficiali si
avvicinano al banco e ordinano due ristretti. Alle 10 i pullman della polizia
sono diventati tre, più un autocarro dei carabinieri. Saranno almeno 150
agenti. Sotto i loro occhi due addetti dell’Enel allacciano l’energia elettrica
per gli impianti di amplificazione e un operaio della Sip attiva un telefono per
le comunicazioni degli organizzatori sul palco. Tutto sembra procedere
regolarmente. Eppure in Parlamento si diffonde, tra i conciliaboli dei deputati
nel Transatlantico, la notizia che la manifestazione è stata definitivamente
vietata. Il comunista Luciano Lama, leader della Cgil, cerca al telefono
Cossiga intorno alle ore 11. Vuole persuaderlo a cambiare idea. Cossiga non
si fa trovare. Allora il capo del sindacato fa inviare al Viminale un
fonogramma cofirmato da Luigi Macario, segretario nazionale Cisl, e da
Giorgio Benvenuto, segretario nazionale Uil: “Il principio delle libertà
politiche deve valere per tutte le forze democratiche”. Nei giorni precedenti
anche un cattolico democratico come il giurista Leopoldo Elia ha sollevato
dubbi sulla legittimità costituzionale del divieto della manifestazione.
Alle 13 i caffè e i ristoranti di piazza Navona sono ancora affollati di
avventori, camerieri indaffarati tra i tavoli, venditori indolenti di souvenir,
turisti americani che si fotografano a vicenda. Gli operai hanno quasi ultimato
la loro fatica, poi arriva un reparto di carabinieri, guidato da un giovane
ufficiale, si avvicina al palco e comincia, senza preavviso, a smontare gli
altoparlanti. “Che fate?” gli urla Spadaccia. “Si sposti,” gli dicono. E allora
lui, insieme ad altri militanti, si sdraia per terra. I militari li sollevano di peso
e li trascinano a qualche metro di distanza. Il Tg1 delle 13.30 fuga ogni
dubbio: il divieto non sarà revocato. Nemmeno la festa musicale è
autorizzata. Con un blitz viene serrato ogni accesso a piazza Navona.
Pannella convoca immediatamente i giornalisti alla Camera. Dà
dell’incosciente a Cossiga. Urla. Si agita. “È in assoluto la prima volta, da
una decina di anni, che i servizi di ordine pubblico in occasione di
manifestazioni a piazza Navona, anche quelle di gruppi qualificati come
violenti, vedono le forze di polizia schierate all’interno della piazza e non
attorno ai punti di accesso. Chi ha preso questa decisione, che chiediamo
venga immediatamente revocata, è semplicemente o un incosciente o un
incapace o un provocatore, o le tre cose insieme. Si sta evidentemente
cercando uno scontro. Non sarebbe la prima volta che nello Stato prevalgono
coloro che giocano la carta della sua dissoluzione nella violenza e nel caos.”
Il Partito socialista si schiera con Pannella. Il presidente del gruppo
Vincenzo Balzamo dichiara: “Questa decisione è tanto più grave se si pensa
che gli organizzatori hanno mutato il carattere politico della manifestazione,
trasformata in un pacifico sit-in popolare. Questo divieto suona quindi come
un divieto al diritto democratico di riunione che se oggi colpisce la
celebrazione del 12 maggio, domani potrebbe colpire iniziative di ben altro
significato e portata, in modo assolutamente discriminatorio”. Una
delegazione di parlamentari socialisti, demoproletari e radicali chiede un
incontro urgente con Cossiga. Il ministro rifiuta.
Alle 14.15 Cossiga fa distribuire una dichiarazione alle agenzie di stampa,
attribuita ad “ambienti del ministero dell’Interno”. Dice la velina: “Piazza
Navona non gode di alcuna forma di extraterritorialità che impedisca la
presenza di forze dell’ordine. La presenza in tale piazza è volta
esclusivamente a far rispettare la legge e a impedire qualsiasi forma di
provocazione. In particolare essa è diretta ad assicurare l’osservanza del
provvedimento della pubblica autorità che vieta lo svolgimento di tutte le
manifestazioni, le riunioni e i cortei a carattere pubblico che, come
l’esperienza dimostra, possono costituire occasioni per infiltrazioni e per atti
di provocazione violenta, quando non criminosa”.
Osservo a lungo una foto pubblicata in Cronaca di una strage, il Libro
bianco che il Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei editò nel 1979.
È stata scattata intorno alle 14. L’accesso a piazza Navona ormai è ostruito, si
vedono i celerini schierati a cordone lungo il vicoletto Corsia Agonale che
dall’ingresso del Senato conduce a piazza Navona. Dirimpetto a loro, a
distanza di circa trenta metri, dentro la piazza, nove militanti, presi di spalle,
discutono con gli agenti. Si intuisce lo stupore di entrambi, dei poliziotti,
messi lì a presidiare in assetto di guerra una raccolta di firme, e di quel pugno
di radicali, per una presenza che sentono minacciosa. Una ragazza ha le mani
congiunte in alto e mima il segno delle manette. Un altro le ha incrociate
dietro la nuca. Davanti a Palazzo Madama, sullo sfondo dell’immagine, in
prospettiva, s’intravedono numerosissime persone cinte da un altro cordone
di agenti. Quella foto fissa una incomunicabilità.
Faccio e Mellini si sono quindi precipitati in piazza Navona. Faccio chiede
spiegazioni a un tenente dei carabinieri, e questi con fare untuoso le risponde:
“Onorevole, abbiamo solo ricevuto l’ordine di far cordone”. Mostrando il
tesserino Faccio riesce a infilarsi in piazza, mentre la gente rimane fuori,
preme, reclama, chiede di poter accedere. “Li-ber-tà!” Ritmano la loro
protesta. “Li-ber-tà!” È appena entrata in piazza, quando partono strilli e
grida; girandosi si accorge che davanti al Senato sono scoppiati dei tumulti.
“Arrivo in tempo per vedere la coda delle botte a Mimmo Pinto, e gli spintoni
a Mellini. Ritrovo Pinto disteso per terra. Il compagno radicale Valter
Vecellio, redattore di ‘Notizie Radicali’, addirittura arrestato.”
Vecellio alle 14.30 ha provato a raggiungere il palco, passando da piazza
delle Cinque Lune, ma qui viene fermato da un gruppo di carabinieri, piazzati
lì anche a presidio della sede del “Popolo”, il quotidiano della Dc. “Non è
mica una zona militare,” prova a scherzare. Gli intimano d’esibire i
documenti. Lui mostra il tesserino dell’Ordine dei giornalisti: “Sono qui per
lavorare”. Mentre i militari controllano i suoi dati Vecellio chiede di parlare
con un responsabile, non ottiene risposte, allora invita il militare a
qualificarsi, quello gli risponde: “Sono in divisa”; il cronista insiste: “Mi
mostri il suo numero di matricola”. “Non sono un cavallo,” è la risposta del
militare, in quel momento un carabiniere lo spintona violentemente con il
calcio del moschetto. È trascinato sotto un porticato. “Un carabiniere con la
mia gamba va a destra, l’altro, con l’altra gamba, a sinistra. I miei coglioni in
mezzo,” ricorda Vecellio. Piomba un ufficiale. “Cosa succede qui?”
domanda. Lo fa rialzare, Vecellio si porta davanti al Senato, dove trova
Mellini, Faccio, Pinto, Gorla, Lucio Magri, una trentina di giornalisti che non
sono stati fatti entrare in piazza Navona. I Radicali provano a sistemare un
tavolo per iniziare la raccolta delle firme, come una improvvisa folata di
vento parte una carica della polizia, il tavolo è distrutto in più pezzi.
Sono le 15.15. È l’inizio dell’incendio.
I deputati protestano, provano a mostrare i tesserini. “Giù le mani,”
intimano ai celerini. “Non toccateci!” Parte una seconda carica, che ha
origine da piazza delle Cinque Lune. Vecellio si ritrova di nuovo per terra, “i
poliziotti calpestano tutto quello che incontrano, calciano, manganellano,
picchiano”. Rimedia un calcio dietro la testa e un paio di cazzotti nello
stomaco e nel basso ventre. “Si avvicina un uomo in borghese che poi risulta
essere un commissario di polizia. Ce ne sono altri con lui. Picchia paonazzo.
Mi cadono gli occhiali. Un’anima pia in divisa vuole vedere che cosa succede
e ci mette sopra i piedi. Con un balzo riesco a salvarli, così il calcio me lo
prendo io.” Il commissario sostiene che Vecellio gli ha dato del bastardo due
volte. “Ehi tu!” lo affronta. “Questo è oltraggio a pubblico ufficiale”, anche
se il commissario non si era qualificato. Così viene arrestato. Finisce al più
vicino commissariato, con le manette ai polsi.
Adesso in piazza Navona sono confinati una trentina di militanti radicali e
qualche sparuto giornalista, che per vie traverse è riuscito a infiltrarsi.
Spadaccia, sul palco, è continuamente al telefono, tre iscritti indossano
tazebao con la scritta “A Kossiga rispondiamo con i referendum”, un ragazzo
ossessivamente strimpella canzoni sul pianoforte salvato dal sequestro, i
turisti increduli (“ah, l’Italia!”) sono stati invitati a defluire all’esterno, tutti e
sette gli accessi sono bloccati, nelle strade attorno, in via Zanardelli, in largo
Cinque Lune, in piazza San Pantaleo e nello slargo davanti a Sant’Andrea
della Valle, sono attestati numerosi blindati e autocarri. Una scena
sudamericana.
Dalla testimonianza di Luigi Irdi, cronista del “Corriere della Sera”:
“L’atteggiamento delle forze dell’ordine era veramente pesante. Era
evidente che gli ordini ricevuti erano stati chiari: niente manifestazione, a
nessun costo, intervenire con durezza senza tanti scrupoli. E così difatti è
stato. Io ho visto personalmente picchiare con i manganelli e con i calci dei
moschetti, con estrema quanto inutile e ingiustificata violenza. Botte per tutti,
per Mimmo Pinto, per i giornalisti, per i fotografi”.
L’onorevole Pinto è scaraventato a tre metri di distanza. Rialzandosi, tutto
lacerato, la camicia strappata, dice a uno dei poliziotti:
“Ma non vi rendete conto che siete carne da macello?”.
Il poliziotto: “Tu mi fai schifo!”.
“Come ti permetti?” dice Pinto, sconvolto.
“Vai a lavorare, non me ne frega niente che sei un deputato.”
Pinto scorge il giornalista di “Repubblica”, Carlo Rivolta. “Hai visto quello
che mi hanno fatto, quello che mi hanno detto? Scrivilo!”
Un carabiniere s’intromette: “Scrivi un cazzo, tanto non ci potete fare
nulla”. A quel punto intervengono altri agenti, a dire che il Parlamento fa
schifo, e che i parlamentari sono solo dei “mangiapane a tradimento”.
Ore 15.35. Pannella giunge dinanzi al Senato dopo aver superato quattro
sbarramenti di polizia. Si sbraccia, predica calma: “Non reagite alle
provocazioni,” dice. “Voglio parlare con i responsabili dell’ordine pubblico:
dobbiamo sapere come organizzare il deflusso dei passanti bloccati, dei
turisti, di quelli che stanno per arrivare.” Non gli rispondono. Pinto sente un
poliziotto in borghese dire al collega: “Perché non gli hai dato un calcio a
quello stronzo?”.
Nei vari punti d’ingresso a piazza Navona, davanti a piazza Madama, in
piazza San Pantaleo, a Sant’Andrea della Valle, si sono formate code,
assembramenti, giovani che pretendono di entrare, reclamano di voler
raggiungere il palco, si creano tappi, il traffico di corso Rinascimento, largo
di Torre Argentina e corso Vittorio Emanuele II, implode. Pannella entra al
Senato, vuol parlare con il presidente Fanfani, non lo rintraccia, e allora da un
atrio chiama il presidente della Camera Ingrao. “Sto tornando, interverrò,
chiedo che Cossiga venga subito in aula a fornire spiegazioni sui pestaggi
delle forze dell’ordine.” Ingrao gli domanda: “Hai provato a chiamarlo?”.
Pannella: “È latitante, si è perfino rifiutato di ricevere Balzamo”.
Aula di Montecitorio, ore 16. Ingrao non c’è, presiede la seduta Mariotti.
Pannella: “Qualcosa di estremamente grave sta accadendo a poche
centinaia di metri dal Parlamento, qualcosa che crea in noi grave turbamento
e che può in prospettiva saldarsi, ritengo doveroso dirlo immediatamente, in
base a un disegno criminoso in atto, a una di quelle notizie alle quali siamo
abituati e che, ove tempestivamente chiamassimo il ministro dell’Interno a
rispondere in questa sede potremmo scongiurare”.
Mariotti: “Onorevole Pannella, in merito a quanto da lei denunciato, so che
il presidente della Camera ha preso contatto con il ministro dell’Interno. Non
so cosa il ministero dell’Interno abbia risposto, ma il presidente della Camera
ha anche sollecitato una risposta all’interrogazione cui lei ha fatto
riferimento”.
Pannella: “Mi auguro, signor Presidente, che altri colleghi, mentre incalza
il tentativo di far degenerare la situazione, vogliano unire alla nostra voce la
loro, perché tutti quelli che abitano a Roma sanno che di fronte alle misure di
ordine pubblico che sono state prese è certo che accadranno incidenti
gravissimi”.
Giorgiana ha trascorso la mattinata a scuola, quindi ha pranzato a casa con
la madre e la sorella Vittoria, e alle 15.30 ha raggiunto l’abitazione di Papini,
in via Achille Mauri, al civico 28, sotto la collina di Monte Mario, dove il
giovane vive con i genitori pensionati. Hanno preso un autobus per il centro,
sono scesi nei pressi di corso Vittorio Emanuele II, ma una volta giunti a
ridosso di piazza Navona, erano ormai le 16.30 circa, hanno scoperto che la
piazza era inaccessibile. C’è una gran confusione, l’aria puzza di lacrimogeni,
un andirivieni di ragazzi. Rimangono lì come imbambolati, gironzolando nei
dintorni, nella speranza che la situazione si sblocchi.
Mentre si trovava sul retro del Senato, diretto alla Camera dei deputati,
Pannella ha sentito dei botti fortissimi provenire da Sant’Andrea della Valle,
a trecento metri da Palazzo Madama, si è girato di scatto e verso il corso
Vittorio Emanuele II ha visto salire delle nuvole di fumo. Tornato indietro, ha
fermato un commissario in borghese, che ruotava ostentatamente un
manganello. “Siete per caso impazziti?” Il commissario gli ha sorriso,
benevolo: “Non è per voi, caro Pannella, voi vi conosciamo. È per gli altri. Ci
stanno già sparando addosso. Ci sono già dei feriti”.
3.

Alle ore 16 piazza Navona è vuota, salvo che per un pugno di Radicali
irriducibili rimasti a presidio del palco. Le sette vie di ingresso sono
presidiate da poliziotti e carabinieri reclutati in gran fretta dalle scuole
sottufficiali, non si entra più, centinaia di persone protestano rumorosamente
per il mancato accesso. Il botto udito da Pannella mentre rientrava alla
Camera proviene da piazza San Pantaleo, che confina a sud con piazza
Navona. È qui che si è verificata la seconda aggressione della polizia, dopo
quella avvenuta davanti al Senato. Ma il commissario non aveva detto a
Pannella che erano stati attaccati? E con quel “gli altri”, a chi si riferiva: ai
violenti dell’Autonomia operaia, ai terroristi?
I poliziotti sono acquattati in piazza San Pantaleo, sotto a palazzo Braschi,
schierati a semicerchio. Dall’altro lato della strada, all’ingresso di via dei
Baullari, una stradina perpendicolare che dal corso Vittorio Emanuele II
conduce in Campo de’ Fiori, si sono rifugiati invece duecento manifestanti. Il
cuore antico di Roma risagomato come un quadrilatero di battaglia risuona di
voci, di grida. Il Senato dista poche centinaia di metri, appena più su le sedi
del Pci, in via Botteghe Oscure, e della Dc, in piazza del Gesù. Dal lato
opposto, se si percorre il corso Vittorio fino in fondo, oltre il Tevere, si è in
Vaticano. I duecento manifestanti ora sono fermi davanti a un bar e
commentano tra loro quel che sta succedendo. “Il traffico scorre ancora
regolarmente,” osserva Renato Gaita, il cronista del “Messaggero”. A un
certo punto alcuni ragazzi decidono di spostarsi, posizionandosi su un
marciapiede che funge da spartitraffico sul corso Vittorio Emanuele: adesso i
celerini sono vicinissimi, non c’è più lo stradone a dividerli. I poliziotti del
Sud e i ribelli del ’77 potrebbero parlarsi, stringersi la mano, spiegarsi. Cosa
li divide in fondo?
Gaita osserva questa scena: un funzionario di polizia, il dottor Luongo,
improvvisamente afferra un ragazzo che bighellona sul marciapiede e insieme
a un altro dirigente di polizia in borghese decidono di portarlo via. “È in stato
di fermo,” sentono dire al funzionario. È l’atto che rompe un fragile
equilibrio. Da via dei Baullari piovono fischi, proteste, lazzi. “Ehi, che fate?”
gli urlano. “Non potete arrestarlo!” Alcuni giovani allora attraversano la
strada e vanno in soccorso del ragazzo, provando a tirarlo dalla loro parte.
Luongo molla il ragazzo, poi ordina ai suoi uomini di caricare all’istante. I
celerini sparano una raffica impressionante di candelotti lacrimogeni ad
altezza uomo. I giovani rispondono tirando qualche bottiglia vuota presa da
un bar e sassi, poi, con gli occhi arrossati, ripiegano lungo via dei Baullari, in
direzione di Campo de’ Fiori. I celerini li inseguono, si sentono i loro passi
schioccare sui sampietrini. Quelli in fondo al gruppo vengono presi,
malmenati a colpi di manganello. Una passante cinquantenne finisce a terra,
travolta dai ragazzi in fuga, i poliziotti si accaniscono anche su di lei. Quando
si rialza a fatica, piange incredula.
Quando il giornalista di “Repubblica” Carlo Rivolta arriva in piazza San
Pantaleo, attirato dai botti e dalle urla, domanda a un funzionario di polizia
cosa stia succedendo, questi gli risponde: “Abbiamo dovuto rispondere,
perché ci avevano attaccato con delle bottiglie molotov”. Quindi gli indica
dei cocci di vetro sull’asfalto. Ma Rivolta, che ha lunga dimestichezza con gli
scontri di piazza, valuta subito poco probabile quella versione. Dirà: “Li ho
osservati attentamente: non c’era traccia di benzina, si trattava di bottigliette
di Oransoda o Lemonsoda che per le loro dimensioni mi sembrano del tutto
implausibili come molotov”. Anche il “Messaggero” scriverà che fino alla
prima carica della polizia in piazza San Pantaleo “non si sono visti né
sampietrini, né molotov”. Rivolta coglie un dettaglio che lo turba: mischiati
ai poliziotti, o ai lati di essi, vede una quindicina di agenti di polizia “vestiti
da operai o da borgatari, taluni con un fazzoletto rosso al collo”. Alcuni li
conosce personalmente. È stupito. Un paio di loro agitano delle spranghe, due
imbracciano addirittura delle pistole, le puntano verso i dimostranti. Sparano!
I bossoli si conficcano sopra l’insegna di un negozio di via dei Baullari.
“Pazzesco,” pensa Rivolta. “Vidi per terra, nel corso di tutto il pomeriggio,
una quantità incredibile di bossoli,” dirà in un’intervista alla Rai. Anche
Luigi Irdi (“Corriere della Sera”) e Fabrizio Carbone (“La Stampa”), restano
impressionati dagli agenti travestiti da dimostranti. Leandro Turriani del
“Messaggero”, che gira con la macchina a tracolla, li immortalerà grazie a un
rullino acquistato provvidenzialmente in via della Scrofa. Dirà: “Una decina
di agenti in borghese con la pistola alla cintola e vestiti in modo da
confondersi con i dimostranti. Li riconosco quasi tutti, perché li ho visti altre
volte in questura”.
Le testimonianze, raccolte dal Centro Calamandrei, sono piene di
meraviglia per la comparsa di quelle presenze.
Racconta la testimone Daniela Gara: “Mi trovavo in largo Zanardelli. Si è
avvicinato a me un individuo piuttosto trasandato con un foulard rosso
fantasia al collo. L’ho scambiato per un compagno. Poi però gli ho chiesto:
‘Ma tu chi sei?’. Ha risposto di essere un Radicale. Ma le sue considerazioni
sulle trasmissioni radio e sulle persone della radio mi hanno permesso di
stabilire che non conosceva neanche i nomi dei conduttori dei programmi, e
quindi l’ho smentito. E a quel punto egli si è allontanato dal gruppo. Più tardi,
durante una delle prime cariche, l’ho visto avvicinarsi indisturbato a una jeep
della polizia, dove ha prelevato un manganello”.
Daniela Contino, che assiste alla scena della carica da piazza San Pantaleo,
chiede a un giovane alto: “Ma perché li caricano? Non è assurdo?”. Il giovane
le ordina di andarsene. Daniela allora scopre che nella mano sinistra tiene una
pistola mitragliatrice. Un poliziotto.
Sandro Silvestri ha parcheggiato l’auto nel vicoletto di Palazzo Braschi.
Quando esce si accorge di non avere inserito la marcia indietro, prova a
spostarla con le braccia. Attraverso il vetro retrovisore nota un poliziotto in
borghese con l’elmetto che gli sta puntando la pistola. “Oddio, che fa?”
pensa. Parte il colpo e si conficca nel segnale stradale di senso unico.
La signora Silvia Iannarelli è uscita dal negozio Il Bagno, in corso Vittorio
189, tra piazza San Pantaleo e via della Cancelleria, proprio mentre la polizia
sta eseguendo la prima carica verso i giovani di via dei Baullari. Passa vicino
a un gruppo di agenti e sente un funzionario di polizia che si rivolge così ai
suoi uomini: “Appena si forma un altro gruppo gli spariamo”.
Marisa Pollani, che ha l’ardire di affacciarsi dal suo balcone in via del
Governo Vecchio 11, si vede puntare il fucile con il lacrimogeno fino a
quando non chiude la finestra. “Non volevano testimoni,” dirà. “Le uniche
armi che ho visto erano in mano ai poliziotti i quali sparavano all’impazzata.
Sentivi la gente lungo la strada scappare spaventata: ‘Ma questo è il Cile!’
dicevano.”
Carla Poli sta rientrando, con un’amica, Bianca Pomeranzi, nella sua
abitazione in via dei Leutari, una traversa dopo piazza San Pantaleo, i
poliziotti le scaricano addosso un candelotto lacrimogeno “nonostante non ci
fosse non solo alcun assembramento, ma nemmeno una persona sulla strada”.
Dall’angolo di via dei Leutari vedrà sparare alcuni poliziotti in borghese in
piazza della Cancelleria, le pistole rivolte in direzione di Campo de’ Fiori.
I coniugi Augusto e Gaetana Angeletti parcheggiano l’auto in lungotevere
Castello intorno alle 15,25. Attraversano il ponte Umberto, diretti alla
manifestazione di piazza Navona, ma qui scoprono che la piazza è
inaccessibile. Disorientati si ritrovano mezz’ora dopo in piazza San Pantaleo,
proprio mentre parte la carica della polizia. “Sul lato dove ci siamo fermati,
divisi da noi solo da una macchina in sosta, c’era un giovane tarchiato in
borghese con la pistola in pugno e più lontano un altro in borghese con un
mitra a canna corta, entrambi rivolti verso corso Vittorio, alle spalle dei
poliziotti in divisa. Abbiamo notato che questi ultimi erano piuttosto
irrequieti e indicavano gesticolando verso via di San Pantaleo. Un signore di
mezza età, piuttosto robusto, cercava di tenerli calmi, ripetendo: ‘Ragazzi,
aspettate, non è ora’. Ma loro, senza tenerne conto, sono avanzati lungo via
San Pantaleo e hanno cominciato a sparare candelotti lacrimogeni e colpi
secchi di rivoltella. È stata un’esperienza terribile. Abbiamo avuto la netta
sensazione che la polizia abbia attaccato senza alcuna provocazione e senza
alcun apparente motivo.”
Non è vero che ci sono poliziotti feriti. Nessun agente risulta contuso.
Nessun vero attacco è stato sferrato nei confronti della polizia. La notizia,
riferita a Pannella dal commissario, è stata messa in circolo ad arte per
depistare, per giustificare gli attacchi?
Questo incendio di cariche, di ripiegamenti improvvisi, tafferugli, scontri,
auto bruciate, investe il cuore di Roma per molte ore. È come un bosco che
brucia. Piazza San Pantaleo ne è l’epicentro, l’incendio si irradia anche a
Campo de’ Fiori, piazza della Cancelleria, largo di Torre Argentina, piazza
del Gesù, lungo una direttrice di 500 metri, mentre le autoambulanze cercano
a sirene spiegate di farsi largo lungo corso Vittorio Emanuele. In via dei
Caprettari si trova a passare un’Alfa 2000 blu che sta conducendo in Senato
Ugo La Malfa. I giovani la fermano, chiedono al capo del Partito
repubblicano, uno dei padri dell’Italia moderna, di far cessare le aggressioni.
La Malfa abbassa il finestrino imbarazzato, allarga le braccia: “Cosa volete
che faccia,” dice. I giovani allora lo coprono di insulti, l’autista dell’Alfa
riparte sgommando.
Cento metri più avanti, in largo di Torre Argentina, l’auto blu del
sottosegretario democristiano alla Sanità Ferdinando Russo non rispetta l’alt
di un vigile e finisce per sbattere contro un furgone Renault. Un ingegnere
della Motorizzazione che era sul veicolo rimane contuso. Il vigile che redige
il verbale scopre che l’auto ministeriale ha il bollo di circolazione scaduto da
un mese.
Indro Montanelli è andato a colazione dalla madre, “la trovo abbastanza
bene, fresca e garrula come sempre,” annota nel suo diario. Vorrebbe
rientrare nella sua casa in piazza Navona, ma la trova “assediata e ridotta a un
campo di battaglia fra polizia ed extraparlamentari”. Colette, la moglie, lo
conduce allora in macchina in via Nazionale, “e io devo ripartire senza
valigia”.
Alcuni esponenti radicali hanno portato dei fiori ai poliziotti che fanno
cordone in via Agonale, i poliziotti non gradiscono, solo l’intervento di un
capitano di pubblica sicurezza salva i Radicali dal pestaggio. In via Zanardelli
un plotone di carabinieri sbarra la strada a una donna, Anna Couvert, che si
trova a passare da lì con la figlia di tredici anni, Susanna. La signora chiede
spiegazioni, un sottufficiale la caccia via: “Ma vai a casa a lavorare la
calza!”.
Una colonna di camionette parte a sirene spiegate da piazza San Pantaleo
verso largo di Torre Argentina. All’angolo di via dei Baullari c’è un giovane
che sta camminando: dall’ultima camionetta viene scagliato un candelotto
che lo colpisce di spalle, e che per l’urto gli fa fare un salto di tre metri. Dalla
campagnola scendono cinque poliziotti, raggiungono il giovane, lo
circondano, lo pestano, quindi risalgono sulla camionetta e ripartono di gran
carriera: seguiti da due Alfa beige, dove – nota “Il Messaggero” – sono seduti
il capo dell’ufficio politico e un vicequestore.
Corso Vittorio Emanuele annega nel caos, il traffico collassa, i vigili fanno
deviare le auto in piazza Venezia, tra gli improperi degli automobilisti, i
turisti fuggono via sconvolti, coprendosi il naso con i fazzoletti, le sirene
ritmano il pomeriggio. In piazza della Cancelleria i manifestanti posizionano
di traverso alcune auto. Il fotoreporter del “Tempo” Rino Barillari è colpito
alla nuca da un manganello brandito da un poliziotto. Lo portano di corsa
all’ospedale Sant’Eugenio. Il fotografo del “Messaggero” Sandro Marinelli è
centrato da un sasso in testa. Anche il cronista della “Stampa” Fabrizio
Carbone viene picchiato da un agente di polizia mentre esibisce il tesserino di
giornalista.
Radio Radicale allestisce una drammatica diretta, facendo intervenire i
militanti sul posto:
“Pronto, sono Mauro Mellini. Su corso Vittorio Emanuele sono stati sparati
dei candelotti fumogeni (urla in sottofondo: “ecco i veri delinquenti!”), ho
visto perfino i carabinieri col giubbotto antiproiettile, il che testimonia la
follia di chi dirige l’ordine pubblico. Sul fondo di piazza Navona ora ci sono
dei poliziotti armati, difficilmente riconoscibili perché in borghese: mi
sembra un fatto molto grave”.
Voce dallo studio: “Intanto continua la caccia alle radio. Un compagno ha
appena telefonato, dicendoci che gli hanno rotto la radio in piazza Navona”.
“Sono Renzo Rossellini di Radio Città Futura. Sono filtrate in piazza,
attraverso i cordoni, delle strane persone, degli agenti di polizia, agenti in
borghese delle Squadre speciali, sono tutti armati, mentre i carabinieri hanno
abbracciato i moschetti e hanno il colpo in canna: probabilmente lo fanno per
paura.”
Voce dallo studio: “Ecco Pinto”.
Rossellini: “Mimmo è in lacrime”.
Voce dallo studio: “Mimmo, sei in diretta”.
Pinto: “È tutto assurdo, ce stanno scene di violenza di regime, argentine,
brasiliane. Ho esibito la tessera, ma mi hanno fatto fare un volo di 3-4
metri…”.
Rossellini: “Adesso piazza Navona è piena di fumo, di lacrimogeni.”
“Sono Paolo, vi volevo dire che un lacrimogeno è entrato nella Banca
d’America, c’è stato un principio di incendio”.
Voce dallo studio: “Appello a tutti i compagni: camminate, senza correre,
tranquillamente, avanti e indietro, fate l’elastico intorno a piazza Navona”.
“Sono Alberto Benzoni, vicesindaco di Roma: ci sono scene di violenza
inaudite, è triste vedere Roma in questo stato a tre anni dal referendum sul
divorzio. Ci dice tutto del quadro di crisi e di arretramento della situazione
politica nel nostro Paese.”
“Sono Grazia, chiamo da via della Scrofa: cinquanta compagni sono stati
caricati senza che facessero nulla.”
Voce dallo studio: “Abbiamo in linea Emma Bonino, vai Emma”.
Bonino: “Un signore che abita a Campo de’ Fiori ci avverte adesso che
autonomi o presunti tali stanno disselciando la piazza. Rimanete calmi!
Manifestate in modo non violento! Niente provocazioni! Finora la violenza è
stata da una parte sola: la polizia. È stata una provocazione voluta, mentre
Cossiga continua a rendersi latitante. Così gli autonomi seguono il piano di
Cossiga”.
“Sono Spadaccia, e mi unisco all’appello di Emma. Cossiga ha raggiunto il
suo scopo, le firme non sono state raccolte, il diritto costituzionale di raccolta
delle firme è stato sospeso dalla polizia. Mi dicono che hanno chiuso al
traffico il ponte Cavour davanti alla Cassazione. Mezza Roma è ostruita.”
Nel frattempo si è aperto un nuovo fronte in Campo de’ Fiori, dove sono
asserragliati centinaia di manifestanti, frange di autonomi impermeabili alle
cariche della polizia. I Radicali tentano una mediazione. Adele Faccio ed
Emma Bonino propongono alla polizia di sospendere le cariche, in cambio i
dimostranti si ritireranno alla spicciolata. I furgoni della polizia si sono già
inoltrati in via dei Baullari, lanciando ripetuti lacrimogeni verso Campo de’
Fiori. Emma Bonino si presenta in piazza San Pantaleo, dove ha un colloquio
con il capo dell’ufficio politico Improta, mentre parlottano sente
personalmente gli spari dei poliziotti. “Se non ve ne andate vi spariamo
addosso,” gridano esasperati.
Dal brogliaccio delle comunicazioni tra il capo dell’ufficio politico Improta
e il questore Migliorini:
Improta: “Mi ha avvicinato l’onorevole Bonino e mi ha detto: mi impegno
io a fare andare via tutti. Se voi dite ai reparti di fermarsi, di non sparare i
lacrimogeni, la cosa si esaurisce e finisce, poiché hanno già cessato le ostilità.
Se il signor questore è d’accordo la cosa può scivolare tranquillamente in
questo modo”.
Questore: “Senti tu, vai a dirigere questa operazione di scarico, lasciali
defluire, lasciali andare. Al nemico che fugge, ponti d’oro!”.
Renzo Rossellini si affaccia su via dei Baullari sventolando un fazzoletto
bianco, facendo segno con la mano di non sparare. Quindi s’incammina verso
la polizia a mani alzate. Parla con il commissario Improta. Ritorna a Campo
de’ Fiori dopo dieci minuti: “Bisogna sgomberare e scioglierci al più presto.
C’è l’impegno della polizia a farci ritirare lungo via Giulia”, è il messaggio
che recapita.
“Altrimenti?” chiede una voce dalla folla.
“Altrimenti caricano,” dice Rossellini.
“E chi ci garantisce che poi non ci menano comunque?”
“Emma Bonino e numerosi giornalisti faranno da garanti.”
“Renzo, ma tu ti fidi della polizia?”
“Non mi fido, ma non mi pare che ci sia altro da fare.”
Viene indetta una rapida riunione, a ridosso della statua di Giordano Bruno.
Rossellini ripete la proposta: secondo lui è meglio ritirarsi lungo via Giulia,
per poi raggiungere alla spicciolata Valle Giulia, e tenere lì una grande
assemblea. I più non sono d’accordo. “Bisogna resistere qui, a Campo de’
Fiori,” urlano. “Ma come cazzo vuoi resistere, hanno le autoblindo e
sparano,” rispondono altri. “Abbiamo quattro compagni feriti con colpi da
arma da fuoco, non ci fidiamo più.”
Quattro i giovani feriti da arma da fuoco. Due di loro, in forma anonima,
racconteranno l’accaduto nel Libro bianco del Centro Calamandrei:
“Mentre mi trovavo all’imbocco di piazza della Cancelleria ho udito
svariati colpi di pistola, e quindi sono stato colpito al polso e alla spalla da un
proiettile proveniente da Corso Vittorio. Inizialmente non mi sono accorto
della ferita alla spalla. Mi sono recato presso un ambulatorio di vicolo del
Gallo, dove ho ricevuto le prime cure. Successivamente sono stato portato
(omissis) dove mi è stato estratto un proiettile dalla spalla.”
“Verso le ore 18 mi trovavo in piazza della Cancelleria, all’incrocio con
Campo de’ Fiori. Per non essere colpito da un nutrito lancio di lacrimogeni
mi sono riparato dietro una Simca blu, ho sentito dei colpi secchi di arma da
fuoco e contemporaneamente un dolore acuto all’orecchio destro. Credevo di
essere stato colpito da un lacrimogeno. Successivamente alcuni giovani mi
hanno detto che ero stato colpito da un proiettile perché avevo un piccolo
foro nel padiglione auricolare. Sono stato portato a casa di una persona che
non conosco, dove un giovane mi ha curato l’orecchio suturandolo con tre
punti.”
Mentre è in corso l’assemblea a Campo de’ Fiori, arriva col passaparola la
notizia di altri scontri, stavolta in via Arenula. Qua, sospinti alla ventura dalle
cariche, si sono radunati numerosi giovani, nel cui assembramento è confluito
anche un corteo di 1500 militanti di Lotta continua e numerosi autonomi, i
più violenti, taluni armati. Alcune auto vengono messe di traverso sul ponte
Garibaldi, i carabinieri le spostano, i dimostranti erigono un’altra barricata,
utilizzando stavolta l’autobus della linea 23. Nel frattempo la polizia ha
picchiato il fotografo di “Panorama”, Rudy Frei, costringendolo a consegnare
il rullino. Improta decide di sgomberare Campo de’ Fiori. Molti giovani
raggiungono Trastevere attraverso ponte Sisto.
Alle ore 19.10 Pannella chiede nuovamente la parola in Parlamento.
“Innanzitutto desidero informare lei e gli altri colleghi parlamentari che
questi ultimi si troveranno ostacolati nell’uscire dal palazzo perché gli
incidenti provocati dalla polizia stanno interessando l’area circostante.
(Proteste. Rumori.) Dinanzi al fatto che io, come voi, non vorrei avere
pregiudizi, ricordo che all’inizio della seduta ho chiesto che il governo
venisse a informarci di quanto accade. Mi risulta che, pur dopo numerose
richieste della presidenza, il governo non ha fatto ancora sapere se intende o
meno presentarsi. È qui il deputato Pinto, che si è presentato dopo essere
stato aggredito e picchiato dalla polizia. (Reiterate proteste. Rumori.) Come
diciassette anni fa era accaduto ad altri parlamentari, in altre circostanze,
come loro ricorderanno. (Vivaci commenti. Richiami del presidente.)
Centinaia di cittadini tentano di defluire mentre si impedisce loro di andare
via lanciando contro di essi addirittura candelotti lacrimogeni. (Reiterati
vivaci commenti. Rumori. Richiami del presidente.) Si è persa ogni speranza
che il governo, magari non subito, voglia rispondere.”
Mentre a Montecitorio Pannella viene subissato di voci contrarie, a
Trastevere venti teppisti tentano di assaltare un’armeria e dieci persone
dell’autobus numero 87 bloccato in largo di Torre Argentina rimangono
intossicate dai gas dei lacrimogeni: saranno ricoverate all’ospedale di Santo
Spirito. Sono ormai passate le sette di sera. Gli incidenti sconvolgono la città
di Roma da quattro ore.
Che fa ora Giorgiana? Non ha provato a trovare riparo?
4.

Una mattina dell’estate 2015, mentre riordinavo le carte dell’inchiesta


secondo un nuovo criterio, mi cadde tra le mani un foglio a cui fin lì non
avevo badato: il verbale di sequestro dei capi di abbigliamento di Giorgiana
Masi.
I caratteri dattilografici con cui era stato compilato differivano da quelli
degli altri documenti giudiziari, molti dei quali erano così sbiaditi che mi
occorreva la lente d’ingrandimento per decifrarli. Questo invece sembrava
scritto con la macchina da scrivere elettrica. Era quindi un elenco
perfettamente leggibile delle cose appartenute a Giorgiana, “deceduta in data
odierna per ferita da arma da fuoco”, come aveva specificato in testa al
documento l’anonimo estensore del verbale. Quindi i poliziotti della squadra
mobile, nel cuore della notte, chiusi negli uffici di pubblica sicurezza
dell’ospedale Nuova Regina Margherita, a delitto ancora caldo, avevano
stilato la lista dei vestiti indossati dalla studentessa e degli oggetti personali
che aveva con sé nella borsetta. Da quell’elenco si poteva risalire a come era
vestita quel pomeriggio: una giacca di stoffa di colore marrone, dei blue
jeans, una camicetta celeste indossata sopra una canottiera bianca “macchiata
di sangue”.
Due chiavi, si suppone del portone del condominio e dell’appartamento dei
suoi, risultarono attaccate alla cintura. I poliziotti estrassero il contenuto della
borsetta e ne fecero esatta compilazione: due bottigliette di liquore, un
fazzoletto celeste da donna, il tesserino mensile dell’Atac, valido per la
circolazione sull’intera rete romana di bus e metro custodito in un
portatessera di plastica con il simbolo del Partito radicale. Giorgiana
indossava un orologio Ticin in metallo giallo, che i poliziotti rubricarono
come orologetto. In un’altra custodia di plastica fu rinvenuta la carta
d’identità, la numero 12858682, con su appiccicata la famosa fototessera. Nel
portafoglio c’erano 3010 lire. Un quotidiano all’epoca costava 200 lire.
Quindi gli agenti rovesciarono su un tavolo quel che restava: una sciarpa
scozzese a colori, una matita, una penna biro, un ciondolo, un volantino dei
collettivi di Democrazia Proletaria, due tamponi di cotone per donna e un
piccolo bottone di madreperla. Stipati dentro un sacchetto di plastica della
Standa sbucarono infine due panini, una fettina di salame, una mela e una
boccetta di Sambuca. Nel corso di quel lungo pomeriggio, lei e Papini si
erano fermati in una delle tante botteghe alimentari che allora punteggiavano
il vecchio cuore di Roma per procurarsi una merenda. E c’era infine un altro
dettaglio a rendere commovente quell’elenco ed era il fatto che i vestiti e la
borsetta erano stati consegnati alla famiglia Masi quasi un anno dopo, il 20
aprile 1978, nei giorni bui del sequestro Moro, quando il Paese sembrava
sull’orlo di un colpo di Stato. Si può solo immaginare lo strazio che quella
consegna provocò nei genitori e nella sorella, in quei giorni doppiamente
lacerante: ogni oggetto riaccendeva un ricordo, un rimpianto. Misi via quel
foglio, mi allacciai le scarpette da runner e andai a correre sulla ciclabile, per
togliermi di dosso l’emozione che quella lettura mi aveva provocato.
Alle sette della sera, impediti a entrare in piazza Navona, cacciati gli
autonomi da Campo de’ Fiori, un numero crescente di manifestanti aveva
pertanto attraversato il Tevere attestandosi in piazza Gioacchino Belli a
ridosso di Trastevere. Qui, alla fine di ponte Garibaldi, aveva eretto una linea
Maginot con due automobili messe di traverso, che ben presto gettarono nel
caos la viabilità del lungotevere, attivando così l’arrivo di una pattuglia di
vigili urbani. Ne fece subito le spese un’automobilista di 24 anni, Paola Casti,
che intorno alle 19.05 si trovò a passare da piazza Belli a bordo della sua
Renault 4. Venne circondata da una cinquantina di dimostranti, minacciata,
insultata, per sfregio cominciarono a chiederle dei soldi. Non ne aveva. Fu
medagliata di sputi. L’orda prese a calci la sua macchina.
Un’altra barricata era stata eretta all’inizio di ponte Garibaldi, subito dopo
la sede del ministero di Grazia e Giustizia, lato via Arenula, e ci volle
l’intervento di settanta allievi sottufficiali, agli ordini del capitano Giuseppe
Iannece, per venirne a capo, nonostante la tenace resistenza dei manifestanti
che accolsero i militari con un prolungato lancio di bottiglie incendiarie,
biglie, sassi. Alle 19.20, dopo venti minuti di furiosa battaglia, la barricata fu
rimossa, i giovani dispersi, sette di loro vennero arrestati.
Restava ora da sgomberare la seconda barricata, alla fine del ponte, lato
Trastevere. Qui al folto gruppo dei reduci di piazza Navona presto si era
aggiunta una seconda fazione di dimostranti, provenienti da un corteo partito
nel pomeriggio da Testaccio. Pertanto la situazione era la seguente: sul ponte
Garibaldi, dal lato di Largo Arenula, a presidio del ministero di Grazia e
Giustizia, erano schierati i carabinieri e i poliziotti, ed erano quasi tutti agenti
delle scuole sottufficiali; alla fine del ponte Garibaldi, dal lato di Trastevere,
invece c’erano i manifestanti, molti in buona fede come i militanti radicali o
gli extraparlamentari, altri armati, pieni di una rabbia sorda, come gli
autonomi, già protagonisti degli scontri di piazza del 12 marzo. Come temuto
dal ministro Cossiga si erano infiltrati.
Giunti in piazza Belli da pochi istanti, neanche il tempo di rendersi conto di
quel che stava accadendo, Giorgiana e Gianfranco sentirono degli spari – “dei
colpi di arma da fuoco vicini,” raccontò Papini – e si misero a correre verso
Trastevere, volgendo le spalle al ponte, e cioè ai carabinieri e ai poliziotti.
Giorgiana Masi cadde ammazzata da un colpo sparato parallelo al terreno,
che l’aveva raggiunta alla schiena, attraversato la spina dorsale, trapassato
l’addome e fuoriuscito dalla parte anteriore, poco sopra l’ombelico.
Tre testimoni la videro cadere.
Uno è Giovanni Salvatore. Non era un manifestante. Voleva semplicemente
attraversare il ponte per raggiungere il negozio del fratello, situato in via del
Governo Vecchio, oltre il Tevere. Quando giunse in piazza Belli una carica
della polizia aveva appena disperso i manifestanti. Rimase impigliato tra i
capannelli, un po’ interdetto, quando udì degli spari, “probabilmente di arma
da fuoco”, come specificò al magistrato Santacroce. “Ai primi spari stavano
tutti correndo verso viale Trastevere quando anch’io ho iniziato a correre e
davanti a me, di qualche metro sulla sinistra, è caduta a faccia avanti una
ragazza che ho superato di corsa. A questo punto mi sono voltato e ho visto
che la ragazza era ancora a terra. Sono tornato indietro per aiutarla ad alzarsi.
Ho provato a tirarla su, ma non ce la facevo. Ho quindi invocato aiuto mentre
continuavano a sentirsi spari di lacrimogeni e altri spari, provenienti sempre
da ponte Garibaldi. A questo punto si sono fermate tre persone e abbiamo
sollevato la ragazza per le gambe e le braccia. Io l’ho presa per il braccio
sinistro. Una volta sollevata l’abbiamo trasportata di corsa nello slargo vicino
al capolinea degli autobus 56-60, vicino al Wc pubblico. La ragazza ha
mormorato: ‘Oddio che male!’. La persona che la trasportava per il braccio
destro ha risposto: ‘Sarà stata la botta, non ti preoccupare’. Io pensavo che
fosse caduta inciampando o perché colpita da un candelotto, anche perché a
terra non abbiamo notato alcuna traccia di sangue.”
Giorgiana viene adagiata sull’asfalto, e qui la raggiunge Papini, che le
domanda cosa sia successo.
“Il suo corpo si è improvvisamente irrigidito, aveva le mascelle serrate, le
braccia tese, gli occhi sbarrati,” disse Salvatore. Un giovane, “medico fresco
di laurea”, le tocca il polso, viene fermata la Appia, di colore bianca, guidata
dal Gabbi, e Giorgiana è caricata sul sedile posteriore, mentre Papini si mette
al lato della guida. Sono passati tre minuti, forse quattro, dalla sua caduta.
Un secondo testimone vide tutto: Liborio Leone, 21 anni, nativo di
Alcamo, abitante a Roma in via dei Colombo, sulla Casilina. Studente
dell’Istituto professionale industria e artigianato. Compì un tragitto simile a
quello di Giorgiana. Voleva entrare in piazza Navona per la manifestazione
dei Radicali, ma poi, finito nel gorgo dei tafferugli, non vide gli amici con cui
aveva appuntamento, fu sballottato di qua e di là e si ritrovò a sera in piazza
Belli dopo aver percorso il Lungotevere Sanzio. Davanti al magistrato
rievocò così quei momenti: “C’erano due autoblindo di colore celeste e dietro
di esse e lateralmente molti agenti in divisa con gli elmetti e i giubbotti
antiproiettili. Ho visto anche delle persone in borghese in mezzo agli agenti,
anche se non so dare indicazioni sul numero di esse. Ho sentito sparare dei
colpi: ciò è avvenuto nel momento in cui le forze dell’ordine hanno raggiunto
la metà del ponte. Tutto si è svolto in pochi attimi. Ho visto volare dei
candelotti lacrimogeni, mentre ho notato delle persone in borghese ripararsi
nelle due rientranze. Preciso meglio: le persone in borghese hanno raggiunto
le due rientranze prima che venissero sparati dei colpi. Io non ho visto queste
persone impugnare armi. Non so dire a cosa si riferissero i colpi esplosi. Ma
mentre scappavo ho udito una delle persone che scappava con me esclamare:
‘Scappiamo! Scappiamo!’. Ora che ricordo meglio questa frase venne
pronunciata prima che io mi dessi alla fuga, venne pronunciata da un giovane
che stava appoggiato a un’autovettura posta all’imbocco del ponte Garibaldi.
Mentre scappavo sono stato colpito a una gamba da un lacrimogeno, tra il
polpaccio e il tallone, mi sono piegato e sono stato costretto a voltarmi. Ho
visto tutto: una compagna, Giorgiana, correva a un metro e mezzo da me. È
cascata con la faccia a terra. Ha tentato di rialzarsi, a me sembrava
inciampata”. Leone si ferma sullo scalino di un chiosco di fiori,
massaggiandosi la gamba colpita dal candelotto. Da lì può osserva la scena
dei soccorsi di Giorgiana. Dirà tra sé: “Devono avere sparato i poliziotti in
borghese, il numero dei candelotti è inferiore ai colpi uditi”.
C’è infine la testimonianza di Luca Del Re, 19 anni: “Ho cominciato a
correre anche io e giunto all’altezza del confine tra piazza Belli e piazza
Sonnino, girandomi nuovamente in direzione di ponte Garibaldi, ho visto una
ragazza cadere a terra, subito soccorsa da quelli che con lei stavano
mettendosi al riparo”.
Ci sono almeno altri sette testimoni, oltre a Leone e Salvatore, che in
qualche modo sentirono degli spari provenire dal ponte: Elena Ascione, Zeno
Gabbi, Riccardo Galgano, Francesco Lacanale, Gianni Natali, Gianfranco
Papini, Leandro Turriani.
Zeno Gabbi, l’uomo che con generosità conduce Giorgiana in ospedale, ha
56 anni. Proveniente da viale Trastevere si accingeva ad attraversare il ponte
Garibaldi per raggiungere la sua abitazione in via Tronto, nel quartiere
Trieste, dall’altra parte della città. Mentre guidava lungo il viale rimase
impressionato da alcuni giovani col passamontagna, che in fila per due si
stavano dirigendo verso piazza Belli; poche centinaia di metri dopo fu
costretto a fermarsi: il passaggio del ponte era ostruito dalla folla. Parcheggiò
l’auto, scese per rendersi di conto di quel che stava succedendo. Sul ponte
fiammeggiavano bagliori intermittenti. Due autovetture, tra cui una Citroën
Ds 19, erano state messe di traverso dai manifestanti. Poi senza preavviso
partì la carica. Dirà Gabbi al magistrato: “Ho visto volare dei candelotti
lacrimogeni, che hanno invaso l’intera piazza Belli, e subito i giovani hanno
cominciato a fuggire verso Trastevere. Sono stato urtato da cinque o sei di
loro i quali mi raccomandavano di mettermi al riparo: ‘Guarda che sparano
basso’ ”.
Risalì in auto, ma non fece in tempo a ingranare la marcia, ché con fare
concitato gli chiesero di trasportare in ospedale una ragazza ferita. Gli
portarono Giorgiana, “tenuta a braccia da alcuni giovani”. Partì di gran
carriera. Accanto a lui Papini ripeteva meccanicamente: “Sparano basso.
Sparano basso”. Gabbi gli chiese se era un amico della ragazza ferita. Papini:
“Sono il suo ragazzo”. Poi arrivarono in ospedale, e poco prima di scendere
al volo Papini disse un’ultima cosa, come una preghiera: “Madonna,
speriamo che non sia una cosa grave!”.
Quando è stata colpita?
Gabbi riferì al magistrato che non erano ancora le 20. Papini venne sentito
alle 20.55 al posto di polizia dell’ospedale. Fa fede il verbale, dove si precisa
che lo studente aveva accompagnato la ragazza “verso le 20”, confermando
quindi l’indicazione di Gabbi. Tuttavia un altro testimone, Gianni Natali, 24
anni, infermiere tirocinante presso l’ospedale San Camillo, iscritto al Partito
radicale – che assistette ai soccorsi di Giorgiana – disse a Santacroce che
invece era più tardi. “Sono sicuro che tutto si è svolto tra le 20.15 e le 20.20,
in quanto ricordo che un passante mi chiese l’ora e io quindi consultai
l’orologio.” Un orario plausibile anche per la parte civile. Per il giudice
istruttore Claudio D’Angelo Giorgiana arrivò in ospedale alle 20.30, citando
come fonte l’Ansa, che nel riepilogo serale dei fatti scrisse testualmente:
“Alle 20.30 circa è portato all’ospedale Regina Elena il cadavere di Giorgiana
Masi colpita poco prima da un proiettile nella zona tra piazza Sonnino e
ponte Garibaldi”.
Il Tg1 delle ore 20 non fece in tempo a dare la notizia dell’omicidio. Nelle
case degli italiani apparve come ogni sera Emilio Fede. Indossava una vistosa
cravatta azzurra, aveva 46 anni, ed era reduce da otto anni di corrispondenze
in Africa per la Rai. Due mesi prima, il 28 febbraio, era passato alla storia
come il conduttore del primo telegiornale a colori. La notizia degli scontri era
la seconda notizia nella scaletta, lanciata col titolo Gravi incidenti a Roma.
Mentre Giorgiana veniva condotta in ospedale il servizio di Diego Cimara,
ricco di dettagli, della durata di 5 minuti e 34 secondi, riassumeva la giornata
con il sibilo delle sirene a fare da fondale. E quando la linea era tornata allo
studio, tra il fruscio dei fogli del conduttore, non si era potuto non notare la
faccia di Fede, una faccia che segnalava una presa di distanza da quei fatti, un
certo disgusto. Sembrò lieto di poter passare ad altro argomento:
“Riprendiamo la cronaca politica…” disse. Iniziò a parlare del rassicurante
dibattito in seno al Partito comunista italiano, con la relazione di Alessandro
Natta al comitato centrale.
Torniamo alle testimonianze su come Giorgiana venne uccisa.
Quella dell’infermiere Natali collima con le altre su un particolare, ovvero
che a un certo punto la polizia e i carabinieri sono avanzati lungo ponte
Garibaldi, fermandosi a metà. “D’un tratto, dalle autoblinde, sono stati sentiti
esplodere dei colpi e contemporaneamente ho visto volare dei candelotti
lacrimogeni. Più precisamente: presumo che i colpi uditi provenissero dalle
autoblinde. Quello che posso dire con sicurezza è che i colpi e i candelotti
provenivano da ponte Garibaldi ove erano attestate le due autoblinde. I colpi
uditi: uno riguardava il lancio dei candelotti, l’altro era di natura diversa.”
Natali era in piazza Belli con un amico, Francesco Lacanale, 34 anni,
dipendente in una cooperativa. Scappavano verso Trastevere, e mentre
fuggivano Lacanale venne ferito di striscio a un polpaccio, forse da un
proiettile. Notò due fori nei pantaloni: uno di entrata, l’altro in uscita. Tre
giorni dopo si presenterà spontaneamente dal magistrato Santacroce,
indossando gli stessi pantaloni, che mise a disposizione dell’autorità
giudiziaria per gli eventuali esami di laboratorio.
Più netto è il ricordo di Del Re: “Chiaramente ho potuto scorgere alcuni
poliziotti in divisa e in borghese farsi schermo con la rientranza in muratura
situata in mezzo al ponte Garibaldi e mirare con pistole in direzione di
Trastevere dove appunto la gente stava scappando. Tutto questo l’ho potuto
scorgere grazie al fatto che essendomi trovato in una posizione laterale
rispetto a quella dove venivano lanciati i lacrimogeni la stessa non è stata
colpita dal fumo dei lacrimogeni”.
Quella sera, nello stesso punto, oltre a Giorgiana un’altra donna venne
colpita da un proiettile: Milena Ascione, detta Elena, 32 anni, nativa di
Caltanissetta, studentessa di filosofia, abitante nel quartiere di Portonaccio.
Non è chiaro se nella stessa carica, com’è molto probabile, o appena poco
prima. Aveva parcheggiato l’auto in una delle vie adiacenti a Botteghe
Oscure, e poco prima delle 20, provenendo da viale Trastevere, si era
ritrovata in piazza Belli con l’intenzione di raggiungere la propria macchina.
Per farlo avrebbe dovuto attraversare ponte Garibaldi, percorrere via Arenula
e poi, prima di largo di Torre Argentina, girare a destra. Notò la polizia
schierata a metà del ponte, udì spari ripetuti, si girò d’istinto, e come tutti
iniziò a correre. Fu in quel preciso momento che avvertì una fitta alla coscia
sinistra. Venne soccorsa, adagiata su un’auto condotta da una signora inglese,
che la trasportò in ospedale. “Non ho assolutamente partecipato alla iniziativa
della raccolta di firme del Partito radicale, sono rimasta completamente
estranea alla manifestazione di piazza Navona,” precisò a Santacroce, che la
interrogò poco dopo mezzanotte in ospedale. Nemmeno lei seppe indicare
con precisione l’ora in cui venne ferita. “Grosso modo alle 20,” spiegò.
Sabato 14 maggio uscì un pezzo su “Lotta Continua”, nel quale si dava
conto della testimonianza di Elena Ascione. Fu titolato: A Ponte Garibaldi
sparava la polizia. Elena venne colpita nella stessa carica che fu fatale a
Giorgiana, sostenne con certezza il quotidiano, “e i colpi di arma da fuoco
sono partiti solo dalla parte in cui si trovava la polizia”.
I carabinieri decisero di perquisire l’abitazione di Elena Ascione. Ritennero
che avesse detto il falso agli inquirenti sulla sua presenza in piazza: non era lì
perché doveva raggiungere la sua vettura, ma perché aveva partecipato alla
manifestazione. Alle tre del pomeriggio del 14 maggio, poche ore dopo
l’uscita del pezzo su “Lotta Continua”, un brigadiere si era presentato in via
San Romano 39, dove all’interno 24 la donna abitava, con il mandato di
procedere all’acquisizione degli indumenti che indossava al momento del
ferimento: un paio di jeans. Ma prima che si accingesse a bussare la sua
attenzione era stata attratta da un fascio di giornali sistemati dentro una busta
di plastica adagiata accanto all’ingresso. Il brigadiere era rimasto colpito da
una tessera con la scritta in rosso. “Incuriosito il sottufficiale leggeva la
tessera. La stessa indicava che l’Ascione è militante di partiti estremisti
politici. Senza bussare e senza dare nell’occhio il sottufficiale prendeva la
tessera, che si allega alla presente, e ritornava indietro”, come ebbe a scrivere
nella sua relazione al magistrato il capitano Giuseppe Iannece. Era una
tessera di Avanguardia operaia. Uno dei tanti movimenti sorti nel 1968, e che
da lì a poco avrebbe dato vita a Democrazia proletaria, ma bastò a ingigantire
i sospetti che nell’abitazione si celassero armi “proprie e improprie”. Venne
ordinata un’immediata perquisizione, “anche in tempo di notte, anche con
l’impiego della forza per penetrarvi”. I militari si presentarono alle 21.30.
Nessuno rispondeva alle scampanellate. Attesero sul pianerottolo per oltre
due ore convinti, da alcuni rumori che provenivano dall’abitazione, che ci
fosse qualcuno in casa. Alle 23.30 decisero di abbattere la porta, ma in casa
non figurava nessuno e i rumori sospetti che fin lì avevano allarmato gli
agenti erano dovuti a un gatto che gironzolava nell’appartamento. Trovarono
un manifesto di Radio Alice, la radio bolognese vicina al movimento, e
questo ritrovamento indusse gli inquirenti a scrivere nella loro relazione “che
l’Ascione fa parte di gruppi estremisti di sinistra”.
Elena guarì. Tornò dal giudice istruttore Claudio D’Angelo il 18 aprile
1978. Lo stesso giorno in piazza Belli – la piazza dove era stata uccisa
Giorgiana – era stato fatto ritrovare il comunicato numero sette delle Brigate
Rosse, che annunciava che Aldo Moro era stato ammazzato e che il suo corpo
giaceva sul fondo del lago della Duchessa, vicino a Rieti. Era stata una
telefonata anonima pervenuta al “Messaggero” a far accorrere gli inquirenti.
Un depistaggio messo in piedi dai servizi segreti deviati in combutta con
pezzi della banda della Magliana: Moro non giaceva affatto nel lago della
Duchessa. Quello stesso giorno, in seguito a una misteriosa perdita d’acqua,
venne scoperto l’appartamento di via Gradoli 96, sulla Cassia, dove da quasi
tre anni viveva “Mario Borghi” alias Mario Moretti, il capo delle Brigate
Rosse. In un’Italia assorbita dal sequestro del presidente democristiano,
preoccupata per la sorte della sua fragile democrazia, l’inchiesta
sull’omicidio di Giorgiana stentatamente procedeva. Elena Ascione
ripercorse gli attimi del ferimento: “Ritengo di essere stata colpita
contestualmente alla Masi, perché quando giunsi in ospedale il sanitario che
mi medicava mi disse che era appena giunta una ragazza morta. Seppi dopo
che si trattava di Giorgiana Masi. Sono certa che gli spari provennero da
ponte Garibaldi, al termine del quale era attestata la forza pubblica.
Nell’udire gli spari ci demmo alla fuga e io sentii qualcuno esclamare:
‘Stanno arrivando!’ ”. Il magistrato le chiese conto della tessera di
Avanguardia. “Me ne sono uscita nel dicembre del 1976. Gli appunti
manoscritti sono invece di un mio amico che mi scriveva. Se non servissero
alle indagini gradirei che gli oggetti sequestratimi mi fossero restituiti.”
Mentre leggevo la sua testimonianza mi ricordai che tra gli incartamenti
dell’avvocato Boneschi a un certo punto mi ero imbattuto in un paio di jeans:
quelli indossati da Elena Ascione il 12 maggio. Li avevo guardati con
curiosità. Erano rimasti custoditi lì per quarant’anni, perfettamente piegati,
come memento di un assassinio.
Gianfranco Papini che ricordi ha di quel che è successo?
Dall’interrogatorio al sostituto procuratore Santacroce, 12 maggio 1977
negli uffici della compagnia dei carabinieri di Trastevere:
“Non so dire da che cosa e da chi la Masi sia stata colpita. Lei mi seguiva a
una distanza di circa un metro, un metro e mezzo. D’improvviso c’è stata una
enorme confusione e ho sentito dei rumori. Ho visto volare dei candelotti.
Non c’è una ragione per cui correvamo. Correvano tutti e noi seguivamo il
movimento degli altri. Probabilmente questo correre era determinato dal fatto
che si aveva ragione di credere che dall’altra parte del ponte ci fossero degli
scontri. Non so dire quale percorso io e la Masi abbiamo fatto per arrivare a
piazza Belli. Posso solo dire che dopo aver girovagato nei pressi di piazza
Navona nella speranza che il divieto fosse revocato, io e la Masi abbiamo
cominciato a passeggiare per strade e stradine, finché a un certo punto ci
siamo trovati dall’altra parte del Tevere, in piazza Gioacchino Belli. Non mi
ricordo se sono stato in largo di Torre Argentina, non sono pratico delle vie di
Roma, in particolare non so i nomi delle vie del centro. Io e la Masi non
avevamo una meta precisa. Ci siamo trovati in piazza Belli, volevamo far
passare il tempo, per poi ritornare, eventualmente, in piazza Navona”. Perché,
gli chiesero, aveva detto “non credevo che avrebbero sparato”? “Confermo di
aver detto ‘non credevo che avrebbero sparato’ mentre dall’ospedale mi
accompagnavano in caserma. L’ho detto perché non avrei mai pensato che la
manifestazione dei Radicali sarebbe degenerata in modo violento e che
succedesse quello che è successo.”
Alle due di notte Santacroce ordina un sopralluogo in piazza Belli.
Giorgiana è morta da sei ore. Vi sono presenti, oltre allo stesso magistrato,
Papini, il dirigente della squadra mobile Fernando Masone, il comandante dei
carabinieri tenente colonnello Ruggero Placidi, il medico legale Franco
Marracino. Papini è stravolto. Gli domandano ripetutamente di indicare il
punto esatto nel quale è caduta Giorgiana. “Dopo molte incertezze, con molta
approssimazione” spiega che si può collocare alla distanza di circa 10-20
metri dall’inizio di ponte Garibaldi, in direzione di viale Trastevere, a circa
metà del crocevia. Gli inquirenti provano a individuare tracce visibili di
sangue sull’asfalto. Non le trovano.
Lo intercetta Joe Marrazzo, il reporter della Rai. I giornali stanno per
andare in stampa con la notizia della morte di Giorgiana. Papini ha il basco, a
coprire la folta chioma. Porta il pizzetto, che si tocca di continuo. Fa di tutto
per schivare le telecamere, ma Marrazzo riesce comunque a fargli delle
domande.
Papini: “Non era qui, l’abbiamo spostata, si è fermata della gente”.
Marrazzo: “Si è fermata della gente? E chi ti ha aiutato a spostare
Giorgiana?”.
Papini: “Massì”.
Marrazzo: “Senti, eravate fidanzati da molto tempo?”.
Papini: “Ma… eravamo amici”.
Marrazzo: “Eravate amici?”.
Papini non risponde.
Marrazzo: “Gianfranco, tu studi?”.
Papini: “Sì, ma adesso non ha importanza”.
Gianfranco può finalmente tornare a casa. È notte fonda. Non riesce a
prendere sonno. Di buon mattino accende il gas nella abitazione in via
Achille Mauri, si chiude in cucina: vuole farsi morire. Lo salva per miracolo
il fratello, Roberto, che, rientrato per puro caso poco dopo, sente un odore
penetrante, abbatte la porta con tutta la forza che ha in corpo e trova
Gianfranco accasciato su una sedia, privo di sensi. Lo conduce al San Filippo
Neri. “Ancora 5 minuti, e sarebbe morto,” dirà il medico. Emilio Fede darà la
notizia del tentato suicidio nel telegiornale delle 20, aggiungendo che
“Giorgiana Masi è morta in circostanze che la magistratura dovrà chiarire”.
Papini tornò davanti a Santacroce una settimana dopo, il 20 maggio. Aveva
trascorso i giorni seguenti al delitto a casa di amici, un po’, disse, “per
sottrarsi alla pubblicità e alle continue telefonate dei giornalisti”, un po’
perché “stare in casa non mi crea quella situazione di serenità che provo
invece stando con i miei compagni”. Era furibondo con gli inquirenti. “Vorrei
precisare che mi trovavo in uno stato confusionale a causa di ciò che era
avvenuto. Inoltre esprimo la mia protesta per il fatto che non mi è stata
comunicata subito la notizia della morte della mia compagna. Allorché venni
accompagnato negli uffici della compagnia dei carabinieri, prelevato
dall’ospedale, dove avevo accompagnato la Masi, ero convinto di essere stato
arrestato per avere preso parte ai disordini. Nessuno mi disse per quale
ragione ero stato accompagnato in quegli uffici. Il mio convincimento era
avvalorato dal fatto che venni perquisito.”
Declinò le sue generalità. “Nato a Messina il 3 ottobre 1956.” Aggiunse
che era legato a Giorgiana da due, tre anni. Quindi confermò che lei faceva
parte di un collettivo femminista della scuola. Precisò di non essere iscritto a
nessun partito, ma di simpatizzare per Democrazia Proletaria e Lotta
Continua. Raccontò della sua famiglia: due fratelli erano già sposati da
tempo, in casa erano rimasti lui e un altro fratello più grande, con la madre di
55 anni e il padre, ex agente di pubblica sicurezza in pensione. Ribadì che lui
e Giorgiana erano giunti in piazza Belli da “non più di uno o due minuti”.
Uno o due minuti.
Intorno alle ore 22 del 12 maggio Marco Pannella telefonò al presidente
della Camera Pietro Ingrao. “Hai saputo? È morta una ragazza! Ve l’avevo
detto! Ve l’avevo detto!” Ingrao, con voce angosciata: “Dio santo! Allora
avevi ragione”.
5.

Ne La promessa di Friedrich Dürrenmatt il commissario Matthäi attende


fino alla fine dei suoi giorni che l’assassino passi davanti al suo distributore.
Ha previsto tutto, ma non che il caso si frapponga fra lui e il bruto che ha
ucciso la piccola Gritli Moser, “perché un fatto non può tornare come torna
un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari, ma soltanto
pochi elementi perlopiù secondari”. Qual è stato il ruolo del caso nella
vicenda di Giorgiana Masi? Una ragazza è stata uccisa di giorno su una
pubblica via affollata da centinaia di persone, alcuni l’hanno vista cadere
come inciampando, ma non uno ha scorto la mano del sicario. Com’è stato
possibile?
All’inizio dell’inchiesta, quando leggevo disordinatamente tutto quello che
mi capitava a tiro sul 12 maggio, la mia attenzione focalizzò un passaggio di
un discorso di Marco Pannella in Parlamento, uno dei tanti sulla faccenda.
Citava “la scalfittura al polso” di un carabiniere ferito più o meno nello stesso
momento nel quale cadde Giorgiana, e a distanza di poche decine di metri,
sul medesimo ponte. Era un dettaglio che Pannella citava per sottolineare la
sproporzione “dei danni” subiti dai due fronti, di qua una ragazzina uccisa, di
là un carabiniere appena colpito di striscio, e di cui mi dimenticai
inspiegabilmente fino a quando scoprii a Rai Teche il filmato del telegiornale
del 13 maggio che mostrava questo carabiniere salire con vistosa fasciatura
sulla stessa ambulanza sulla quale era stata caricata Elena Ascione: il militare
e la militante extraparlamentare che dividono lo stesso mezzo dopo la
medicazione. “Ecco l’allievo sottufficiale Francesco Ruggiero...” sottolineò
Emilio Fede. Fu così che lo vidi.
Ruggiero, proveniente dalla Scuola di Velletri, era uno dei 1800 agenti
impiegati per l’ordine pubblico quel giorno: 500 a piazza Navona, 500 nei
punti sensibili, 800 di pronto intervento. Un ragazzone pugliese di Gioia del
Colle di 24 anni che si era fatto crescere i baffi. Sorrideva mentre usciva dal
pronto soccorso, persino con un pizzico di civetteria, ché quelle telecamere lì
erano tutte per lui. Frugai meglio tra le carte e ricostruii la sua storia. Offriva
un’altra prospettiva: quella dei carabinieri e dei poliziotti che si erano
ritrovati su ponte Garibaldi a fronteggiare le barricate degli autonomi. Anche
il loro punto di vista meritava di essere indagato. Cos’era successo
esattamente tra le 19.20, quando era stato rimosso l’autobus all’inizio del
ponte, lato via Arenula, e la morte di Giorgiana?
Ruggiero portava a tracolla un fucile automatico leggero, il Fal, col quale
aveva l’incarico di sparare all’occorrenza bordate di lacrimogeni. Avanzava
pieno di comprensibili paure. Attorno a lui altri commilitoni bardati in tenuta
antisommossa, col casco, lo scudo, le baionette. Era coperto da due bestioni
blindati del primo raggruppamento Celere, che a fatica guadagnavano
terreno. I manifestanti scagliavano bottiglie incendiarie, sampietrini, biglie di
ferro. Ruggiero ogni tanto dal suo tromboncino rispondeva con un
lacrimogeno. Alle sue spalle era tutto un vociare di ordini: “Avanzare!”,
“Indietreggiare!”.
Guidati dal capitano Iannece, che era in testa al reparto, i carabinieri
riuscirono a sgomberare un blocco costruito a metà del ponte, guadagnarono
venti metri di terreno, ma quando furono sul punto di sferrare l’attacco finale
e raggiungere il lungotevere Sanzio dovettero ritirarsi a precipizio. I due
blindati fecero retromarcia: dal lato di Trastevere pioveva di tutto. I
dimostranti avevano dato fuoco alla benzina rovesciata per terra. “Gesù!”
pensò il giovane carabiniere. Si trovava a metà del ponte, quando avvertì un
bruciore improvviso al polso sinistro, come una vampa: per il dolore perdette
l’equilibrio, si ritrovò a terra. Lo avevano colpito. Il collega che gli stava a
fianco, Santo Gitto, aveva udito “distintamente tre colpi secchi di arma da
fuoco” e contemporaneamente vide Ruggiero “accasciarsi a terra”.
“Erano le 19.50 quando udii alcuni colpi di arma da fuoco che a me
sembravano provenienti dall’estremità del ponte alla mia sinistra,” ricordò a
verbale Iannece. Alle ore 19.53 il vicequestore Squicquero comunicò via
radio il ferimento. Nel frattempo Iannece aveva ordinato ai suoi uomini di
gettarsi per terra. “Che hai, Ruggiero, che hai, porca puttana?” gli gridavano
in quella nebbia. “Mi fa male,” disse. Sanguinava. Fu soccorso, condotto
all’ospedale Nuovo Regina Margherita, dove lo medicarono per “una ferita
da arma da fuoco”. “Li stavo guardando in faccia, i manifestanti,” dirà al
magistrato. Ma, invitato a essere più preciso, non riuscì a dare un volto al
cecchino.
Quindi qualcuno, dal lato dei dimostranti, dall’imbocco di piazza Belli,
aveva sparato. Era sbagliato derubricare l’episodio “a una mera scalfittura”,
come aveva fatto Pannella. Quell’episodio, al contrario, era cruciale. Tra i
dimostranti c’era chi aveva delle armi, e le usava. Era come stare in una
trincea di guerra.
Ricapitoliamo: i carabinieri sono esasperati, temono un altro caso
Passamonti, Ruggiero sta andando in ospedale, non si sa nulla delle sue
condizioni, a breve scenderà la notte e nell’oscurità non si potrà più disporre
del controllo di piazza Belli. In quel momento, sul ponte, ci sono cento
carabinieri, trenta guardie di pubblica sicurezza, undici poliziotti dell’ufficio
politico della questura: 141 rappresentanti delle forze dell’ordine, più gli
occupanti dei due blindati. Secondo il giudice istruttore Claudio D’Angelo è
il ferimento di Ruggiero che “fa precipitare la situazione” e induce il
vicequestore vicario Ademaro Squicquero a chiedere rinforzi in vista di una
nuova operazione di sgombero, stavolta condotta dalla sola polizia, per
disperdere i dimostranti che non mostravano di desistere e anzi continuavano
a lanciare bottiglie molotov.
Le comunicazioni dei vertici della polizia in quei concitati minuti sul ponte
Garibaldi finirono in una registrazione audio effettuata dalla questura. Ecco le
principali voci registrate tra le 19 e le 19.30.
Voce non identificata: “Sul ponte Garibaldi, dalla parte di Trastevere, ci
sono circa 100-150 persone che bloccano tutto il traffico”.
Voce non identificata: “Bene, ricevuto”.
Questore Migliorini: “Squicquero, sbaraccare questa barricata che hanno
formato, piglia un reparto, attento a metterci i mezzi blindati, metti i
giubbotti. Sbaraccate, rompete tutto, cacciate tutto dal posto dove l’hanno
formato e poi tornate sulle posizioni di prima”.
Squicquero: “Va bene, vado subito”.
Voce non identificata: “Stronzo, figlio di puttana, fai sparare!”.
Voce non identificata: “Sul 113 segnalano che al Lungotevere Anguillara
stanno mettendo le auto di traverso, Lungotevere Anguillara”.
Voce non identificata: “Piglia le blindo alla Castro pretorio” (in dialetto
napoletano).
Voce non identificata: “I cannoni, ci vogliono i cannoni”.
Ecco invece le principali comunicazioni intercorse tra le 19.30 e le 20.35.
Voce non identificata: “Su ponte Garibaldi, dalla parte del lungotevere,
stanno sparando”.
Il vicequestore Squicquero: “Mentre stavo per inoltrarmi con i Cc nei vicoli
di Trastevere si sono sentiti dei colpi di arma. Hanno fatto fuoco e un
carabiniere è stato ferito alla gamba, l’abbiamo già mandato in ospedale”.
Questore: “Mi raccomando di non entrare nei vicoli! Fate azioni con
giubbotti o macchine blindate”.
Squicquero, ore 20: “Ora mi trovo davanti al ministero di Grazia e
Giustizia. Al di là del ponte si è costituito un foltissimo gruppo di
dimostranti, se non ci ritiriamo qui avanzano e non la finiamo mai, qui ci
vuole un altro reparto. Mandami il reparto di Alagna!, scusa, di Corrias,
davanti al ministero di Grazia e Giustizia. Il carabiniere è stato ferito da un
colpo che gli ha trapassato il polso della mano destra, è entrato ed è uscito,
sembra da un primo accertamento”.
Vincenti, ore 20.03: “Dal lato Trastevere stanno esplodendo numerose
bottiglie molotov, però noi da qui non riusciamo a vedere dove”.
Mosti: “Bene, Vincenti, ricevuto”.
Corrias: “Sto qua con Squicquero. Ora i nostri mezzi stanno avanzando sul
ponte, ma vengono ostacolati dal lancio di molotov e macchine di traverso.
Vediamo come fare”.
Mosti: “Non andate oltre il ponte, tenete presente questo, non vi inoltrate
dall’altra parte”.
Manzieri: “Io sto sempre qui con il colonnello comandante dei carabinieri
di gruppo, ho un reparto verso ponte Garibaldi. È stato fatto oggetto da colpi
di arma da fuoco un allievo della II compagnia di Velletri, è ferito da un
proiettile. Hanno acciuffato sei manifestanti, li tengono qui vicino al muro in
attesa del cellulare”.
Improta: “È stato un intervento piuttosto pesante qui tra ponte Garibaldi, ci
hanno lanciato diverse bottiglie molotov, però con i pulmini abbiamo
superato lo sbarramento e la lingua di fuoco, e siamo quasi all’altro limite del
ponte e teniamo in mano la situazione. Speriamo che non tornino di nuovo”.
Il questore Migliorini: “Mi raccomando, non inoltratevi!”.
Improta: “No, assolutamente. Fronteggiamo sulle posizioni che fanno
comodo a noi”.
Questore: “Benissimo”.
Vincenti: “Tenete presente che alla fine di ponte Garibaldi hanno ribaltato
tutte le autovetture e hanno fatto il blocco stradale e hanno chiuso l’uscita”.
Squicquero: “Io sarei dell’opinione di fare una certa manovra che dopo ve
la spiego magari, perché qui sennò la situazione non si sblocca. Bisogna fare
avanzare su ponte Garibaldi il reparto di carabinieri che sta al largo di Torre
Argentina, perché se no qua la situazione non si risolve, perché le forze
dell’ordine che stanno sul ponte sono poche per fare l’operazione. Bisogna
che avanzino i carabinieri che stanno a largo Argentina, quelli lì del
colonnello comandante di gruppo, e tra noi e loro vediamo di sbloccare la
situazione su ponte Garibaldi”.
Questore: “Bisogna che tu mi faccia sapere telefonicamente che cosa
intendi fare!”.
Alagna: “Se alle spalle di ponte Garibaldi e viale Trastevere ci sono delle
forze dell’ordine che possono attaccare unitamente a noi e così li prendiamo
tra due fuochi: da una parte arriviamo noi e dall’altra parte arrivano pure altre
forze”.
Squicquero: “Manzieri, mandami i mezzi corazzati con un piccolo reparto
di guardie, bastano queste!”.
Manzieri: “Comandante, il colonnello dei carabinieri mi rappresenta che
questo reparto sta tornando proprio adesso da ponte Garibaldi e ha avuto un
ferito da arma da fuoco per cui sono un po’ esasperati e sarebbe opportuno
non mandarli nuovamente sul posto”.
Vincenti: “Dottor Squicquero, hanno aperto i serbatoi di tutte le macchine e
hanno fatto cadere tutta la benzina per terra, evidentemente stanno costruendo
una specie di barricata anche con la benzina oltre che con le macchine
capovolte per impedirvi di avanzare…”.
Questore: “Senti Squicquero, se vedi che fanno una cortina di fuoco tu
immediatamente mandi un altro rincalzo ad Alagna, sennò Alagna rimane
solo dall’altra parte”.
Squicquero: “Ma io sto qua con Alagna, adesso aspetto il reparto di
Manzieri per attuare quella operazione”.
Pietro Nenni, il vecchio patriarca del socialismo italiano, a 86 anni annota
ogni giorno le sue impressioni su un’agenda. Il 12 maggio 1977 scrive: “Sul
ponte Garibaldi gli studenti si sono asserragliati dietro una barricata. Si è
sparato dalle due parti. Nella circostante piazza Belli una giovane
manifestante, Giorgiana Masi, raggiunta da una pallottola all’addome, è
morta. Un colpo della polizia dicono gli studenti e i radicali. Un colpo dei
manifestanti, dice la polizia. Il ministro degli Interni poteva e doveva evitare
tumulti autorizzando se non la manifestazione per lo meno la raccolta di
firme a piazza Navona, i radicali dovevano prevedere l’infiltrazione dei
terroristi. Così dice il buonsenso, merce ormai introvabile”.
6.

Pioggia fitta, pugni chiusi, bandiere rosse: quattro giorni dopo la sua
uccisione Giorgiana venne salutata con un funerale gonfio di commozione.
L’avevano adagiata in una bara foderata di raso bianco, e qui era rimasta
scoperta per diverse ore all’obitorio. Era incredibile vederla in quella fissità
immutabile. Militanti dei collettivi studenteschi, femministe, cittadini che si
erano commossi al suo destino, passarono per rendere una testimonianza.
“Ciao Giorgiana!” la salutavano. Poi alle tre e mezza del pomeriggio la bara
fu fatta uscire dall’Istituto di medicina legale dell’Università, sorretta dai
compagni di scuola. Iniziò un corteo amaro. In tanti stringevano un garofano.
“Sono arrivati da tutta Roma, almeno quattromila giovani,” esordì Piero
Badaloni nel servizio per il telegiornale. Nel video si riconoscono Pannella,
Bonino, Mellini, Spadaccia. Pannella fuma. Papini alza il pugno chiuso. I
genitori di Giorgiana si tengono per mano, stretti all’altra figlia, Vittoria. La
pioggia cade a sghimbescio sui finestrini della macchina nera che se la sta
portando via.
Sull’“Unità” è uscito un trafiletto: “In una breve dichiarazione Angelo e
Aurora Masi affermano di volere esequie private ‘per evitare che il luttuoso
evento, che ci ha così tragicamente colpiti, possa divenire occasione di
speculazioni e provocare così un ulteriore turbamento della vita della città. È
anzi nostra convinzione che questa occasione luttuosa possa far riflettere tutti
affinché si adoperino a ristabilire un clima di convivenza civile’ ”.
Il carro funebre si muove lungo via De Lollis, passando davanti alla Casa
dello studente, fino a piazzale Tiburtino; fanno uscire il feretro, i suoi amici
lanciano i garofani. Anche Cossiga ha mandato una corona di fiori, ma è stata
distrutta all’ingresso dell’obitorio. La famiglia entra in chiesa, gli altri si
raccolgono sul sagrato non sapendo bene cosa fare. Passato qualche minuto
di spaesamento l’assembramento si frantuma, i giovani s’incamminano,
lasciandosi alle spalle la chiesa; ed è allora che i più si sentono sciolti dal
vincolo di rispetto che li aveva sino a quell’istante uniti verso la famiglia
Masi. Come per tacito accordo attaccano con questo coro sinistro: “Cossiga
boia / è ora che tu muoia!”.
Nel frattempo una mano pietosa aveva lasciato questo biglietto sul luogo
del delitto: “Forse Giorgiana sei più fortunata di noi, perché non devi più
vedere questo mondo schifoso”. Rimase lì per giorni, fintanto che la pioggia
non lo sgualcì.
Nella mattina del 13 maggio Cossiga ricomparve in pubblico, a
Montecitorio. Il presidente Ingrao prese la parola alle 10. “Informo gli
onorevoli che il ministro dell’Interno verrà alle 11,30 per rispondere alle
interrogazioni presentate sui gravi incidenti di ieri a Roma.”
Pannella, sospettoso: “Signor presidente, il governo verrà a rispondere
solamente alle interrogazioni o anche alle interpellanze?”.
Ingrao: “Onorevole Pannella, ma è ovvio che il governo verrà a rispondere
soltanto alle interrogazioni sui fatti di ieri”.
Cossiga entrò nell’emiciclo, subito attorniato da un gran numero di
deputati, strinse molte mani, ascoltò compito alcune richieste avanzate dai
peones, quindi occupò il suo posto tra i banchi del governo. Ingrao si levò in
piedi e con lui tutti i deputati presenti. “Onorevoli colleghi,” esordì Ingrao,
leggendo da un fogliettino, “ho il dovere amaro di esprimere ancora una volta
il più vivo cordoglio della Camera per una giovane vita umana stroncata e
l’allarme profondo di fronte a una situazione che ha visto ieri ancora una
volta il centro di Roma turbato da violenze, scontri, disordini, con cittadini e
agenti di polizia feriti. Voi ascolterete ora la parola del governo e darete le
vostre valutazioni, nelle quali non spetta a me di entrare. Io mi permetto di
rivolgere un appello al senso di responsabilità di tutti, dinanzi a uno stato di
cose che ormai – adopero una parola grave, ma lo faccio meditatamente –
contiene pericoli seri per il nostro regime democratico, e cioè per quanto vi è
di più prezioso per tutti. Dobbiamo stare attenti!”
Poi parlò Cossiga. Cominciò col dire che “verso le 15,45, con azione
improvvisa, circa 300 dimostranti hanno attaccato le forze di polizia in piazza
San Pantaleo con il lancio di bottiglie molotov e sassi”.
Silverio Corvisieri del Psiup lo interruppe brusco: “È falso! Bugiardo! È
una menzogna!”. I democristiani subito giunsero in soccorso di Cossiga,
mormorando rumorosamente contro Corvisieri. Cossiga riprese la parola e
ripeté che tutto aveva avuto inizio per l’aggressione sconsiderata dei 300 nei
confronti della polizia: quella era stata la scintilla. “Poco dopo,” aggiunse,
“altri gruppi di dimostranti, sempre con il lancio di bottiglie molotov,
impegnavano i reparti di polizia nel largo Argentina, ma venivano respinti
lungo il corso Vittorio Emanuele…”
Era un parlare didascalico, che ignorava gli episodi avvenuti davanti al
Senato e nel perimetro lungo piazza Navona: “Altra barricata è stata rimossa
in corso Vittorio Emanuele e sul ponte Garibaldi, dove i dimostranti avevano
collocato di traverso alcuni automezzi. Durante questi ultimi gravi episodi
sono stati pure svuotati i serbatoi di talune autovetture il cui carburante era
stato versato sul piano stradale, è stato dato alle fiamme creando così una
barriera di fuoco, che ha reso difficile il tempestivo intervento della forza
pubblica. L’accresciuta tensione e gli aggravati pericoli che potevano
derivare da questa aberrante bravata tenevano impegnate le forze di polizia
all’imbocco di ponte Garibaldi. E proprio in questo momento, all’altezza di
piazza Belli, cioè dall’altra parte del ponte Garibaldi, è stata uccisa la giovane
Giorgina Masi, raggiunta all’addome da un colpo di pistola. Dai primi
accertamenti e dalle prime testimonianze rese è risultato che la Masi, insieme
ad altri giovani, si stava allontanando da piazza Belli verso viale Trastevere”.
Fu l’unico cenno che fece alla morte di Giorgiana.
Pannella perse la pazienza: “Quando organizzerete l’incendio del
Reichstag?”.
L’onorevole Giglia, segretario della Dc di Agrigento: “Basta!”.
L’onorevole Villa, democristiano di Monte Compatri: “Basta santone!”.
Ingrao scampanellò. Cossiga riprese il filo del suo discorso, seguitò a
riferire dell’incendio che nella notte aveva devastato l’autoparco del
Viminale in via Campanella, nel quartiere Trionfale, ma per fortuna li
avevano presi, disse: tre autonomi del collettivo dei Volsci che avevano agito
per rappresaglia. Ripercorse le ragioni del suo divieto a manifestare, “una
essenziale cautela per la sicurezza dei cittadini”. Nulla era dato da
rimproverare alle forze dell’ordine, “che hanno dimostrato di avere grande
senso di prudenza…”.
Mellini: “Con ufficiali in borghese armati di pistola!”.
Cossiga tirò dritto: “…e di moderazione, pur vedendo cadere colpito ancora
una volta uno dei propri appartenenti… Non posso trascurare di esprimere il
più vivo apprezzamento del governo per il comportamento delle forze
dell’ordine ed in particolare dell’Arma dei carabinieri…”.
Poi s’infervorò: “Il governo è il governo dello Stato democratico e
repubblicano, il ministro dell’Interno è il ministro per l’ordine democratico e
repubblicano, il nostro impegno è quello di mantenere fermo il quadro
istituzionale proprio dell’ordine democratico, il nostro impegno è quello di
far rispettare la Costituzione e tutte le leggi, tutta la Costituzione e tutte le
leggi, e non intendo lasciarmi intimidire né da tracotanti minacce né da insulti
sanguinosi. Non ci lasciamo intimorire, né ci lasciamo provocare, ma con
tutta la prudenza e la serenità richiesta, saremo estremamente fermi nel
prevenire e nel reprimere la violenza!” (Vivi applausi al centro).
Non fece alcun cenno alla foto che quella mattina campeggiava sulla prima
pagina del “Messaggero” e che mostrava un uomo armato per le strade di
Roma durante gli scontri. Era un tizio con i riccioli neri che indossava una
maglietta bianca, portava una borsa a tracolla e impugnava una pistola in
mano; fu ripreso appostato tra le automobili. “Un poliziotto in borghese,”
recitava la didascalia. La smentita del Viminale non si era fatta attendere:
“Accertamenti svolti da parte della questura di Roma portano ad escludere
che l’individuo raffigurato sia un agente di polizia”.
Pannella gridò: “Ieri ne ho contati uno dopo l’altro di ceffi, erano 21, e in
mezzo alla polizia. I ceffi di cui sto parlando avevano una pistola e, non
appena i candelotti esplodevano, sparavano dentro il fumo”.
L’agente della foto del “Messaggero” era stato fotografato ovunque, anche
di notte, sul ponte Garibaldi, dopo l’omicidio. Chi era?
Nei giorni seguenti uscirono altre foto. In un’altra immagine lo si vede
insieme a un agente con il fazzoletto sul volto, i due si nascondono fra le
automobili di piazza della Cancelleria. Un altro poliziotto ancora venne colto
da un fotogramma di un video davanti al portone di un palazzo in piazza della
Cancelleria mentre sparava in direzione dei dimostranti. Si distingueva la
fiammata.
Erano immagini drammatiche, che colpirono l’opinione pubblica.
Numerosi fotoreporter avevano ripreso gli agenti in borghese, o travestiti da
manifestanti, armati in diversi punti del centro storico. Alcuni di loro erano
stati malmenati, altri erano stati costretti a consegnare il rullino, ma i più
erano riusciti a portare in salvo il proprio lavoro. Sei fotografi di altrettanti
quotidiani firmarono un comunicato nel quale si affermava che “in piazza
della Cancelleria hanno agito agenti in borghese armati alle dirette
dipendenze di funzionari di polizia”.
Quelle immagini ora esigevano una risposta. Cossiga non aveva fatto i
conti con il giornalismo.
Di fronte alle prove che il “Messaggero” squadernò con cadenza
quotidiana, Cossiga fu costretto a rettificare il suo atteggiamento. Prima
chiese al questore Domenico Migliorini “un dettagliato rapporto” sugli agenti
in borghese, poi, di fronte all’evidenza fotografica, invitò l’ufficio politico
della questura a raccontare la verità. Un comunicato del Viminale rivelò
infine chi era il giovane “in maglietta e la pistola in pugno”, appostato tra le
auto: Giovanni Santone, della sezione antirapine.
Venne fuori che il nucleo degli agenti in borghese era composto da
venticinque uomini. Questura di Roma, reparto travestiti, titolò il suo pezzo
Mario Scialoja dell’“Espresso”. “Tredici appartengono alla squadra
antirapine, dodici al gruppo Squalo, una squadra di super-addestrati che viene
utilizzata solo per contrastare reati in svolgimento, ovvero quando c’è la
possibilità di scontri a fuoco. Poliziotti che dipendono dalle sezioni sportive
della Ps, che fanno molti ritiri, i migliori tiratori scelti della polizia: attitudine
che nulla dovrebbe aver a che vedere con i servizi di ordine pubblico. Infatti,
nella prima smentita, il ministro degli Interni riconosceva implicitamente che
il loro impiego in quelle circostanze era perlomeno scorretto. Tanto più che lo
stesso Cossiga, nel suo progetto di legge per la riforma della polizia di
qualche mese fa, stabiliva che per i servizi di ordine pubblico tutti devono
scendere in piazza in divisa, ben riconoscibili, anche i funzionari.”
Per la prima volta nella storia dell’Italia democratica la polizia ha ammesso
– è costretta ad ammettere – di avere usato degli agenti speciali in borghese
armati in un servizio di ordine pubblico.
“Repubblica”, il 17 maggio, intervista il capo della polizia Giuseppe
Parlato.
Dottor Parlato, lei esclude che gli agenti in borghese possano caricare
insieme agli altri agenti in divisa?
“Non è questo il loro compito. Essi debbono accertare eventuali reati e
individuarne gli autori.”
E perché in borghese?
“Perché in questo modo non saranno notati e potranno adempiere al loro
servizio in condizioni di relativa tranquillità.”
Dottor Parlato, le foto pubblicate dal “Messaggero” non forniscono
immagini di tranquillità. Il giovane agente in borghese partecipa alla carica,
pistola in pugno. Tutto ciò contraddice quanto lei sta affermando.
“È in corso un’inchiesta promossa dallo stesso ministro. I risultati vi
saranno forniti.”
Si tratta di agenti travestiti alla moda dei contestatori. La questione quindi è
diversa.
“Escludo che si possa parlare di agenti travestiti. Gli agenti, per i quali non
è prescritta la divisa, vestono come credono. Sono giovani e vestono come i
giovani di questo nostro tempo.”
Questi agenti s’infiltrano tra le manifestazioni, tra le file dei dimostranti?
“No, stanno sempre dal lato della piazza, dove operano i loro colleghi in
divisa.”
Ma allora come fanno ad accertare i reati e a indicare i colpevoli?
“Hanno ovviamente più mobilità dei loro colleghi in servizio d’ordine, e
non sono distratti dai compiti di ordine pubblico.”
La presenza degli agenti in borghese, o degli agenti travestiti da
manifestanti, autorizzò i peggiori sospetti. Lo dimostra un preoccupato
commento pubblicato dal “Corriere della Sera” il 16 maggio 1977: “È stata
innanzitutto confermata, con il significato che assume una ammissione
ufficiale, quella che finora era solo un’ipotesi inquietante: la presenza con la
pistola in pugno di agenti in borghese durante i servizi di ordine pubblico.
Non si contesta la legittimità, sul piano del diritto e anche su quello
dell’opportunità, dei poliziotti in abito civile. Le perplessità nascono invece
sull’efficacia del loro impiego nelle manifestazioni di piazza. È chiaro che,
soprattutto di fronte a cortei che sostituiscono gli slogan e i cartelli con la P38
e la chiave inglese, non si tratta di esigere dallo Stato un fair play da
competizione sportiva. Ci si può legittimamente chiedere invece se la
presenza di agenti in maglietta e jeans che per esempio si mostrino con le
armi in pugno non aggravi la tensione e non sia motivo di rischio. I
manifestanti possono anche non riconoscere l’agente e temere di trovarsi in
pericolo. In sostanza l’agente in borghese non deve mostrarsi attivo e deve
attenersi al suo compito discreto di informatore. Il diritto di difesa da parte
dello Stato democratico si basa non solo sul rispetto, proprio nel momento in
cui vengono contestati, della legittimità costituzionale a cui ci si richiama, ma
soprattutto sulla coerenza dell’azione che si intende promuovere. In altri
termini, se si cerca l’ordine non bisogna contribuire al disordine”.
Cercare l’ordine con il disordine, è una frase sciasciana.
Proprio Sciascia il 12 maggio aveva pubblicato un editoriale sulla prima
pagina del “Corriere della Sera” dal titolo Non voglio aiutarli in alcun modo.
Era un commento sui sedici giudici popolari che a Torino avevano –
giustificati da certificati medici che li davano affetti da “sindrome
depressiva” – chiesto di essere esonerati dal giudicare i capi delle Brigate
Rosse. Sciascia solidarizzava con loro, “avrei rifiutato anch’io,” scriveva.
“Salvare la democrazia, difendere la libertà, non cedere, non arrendersi – e
così via, coi titoli che vediamo ad ogni avvenimento tragico arrendersi sui
giornali – sono soltanto parole. C’è una classe di potere che non muta e che
non muterà se non suicidandosi”. Era un articolo intriso di nero pessimismo,
ma era anche una profezia.
Più studiavo gli anni settanta e più ne rimanevo atterrito. Provavo un
sentimento in cui fascino e repulsione si mischiavano di continuo. Era stata
una stagione d’inarrivabile interesse storico – il terrorismo, la contestazione
giovanile, i partiti di massa – e di creatività probabilmente mai più viste:
radio private, rivoluzioni nel giornalismo come la nascita di “Repubblica”,
grandissima tv, da Bontà loro all’Altra domenica. A Portobello Enzo Tortora
invitò Tina Anselmi e la mise a confronto con una telespettatrice: “Perché
quando parlano loro la gente capisce tutto, e quando parlate voi nessuno
capisce niente?”.
Ma la violenza faceva premio su tutto. Anche la musica divideva. In nome
dell’ideologia si pretendeva di regolare il mondo dello spettacolo, la
contestazione dettava persino lo svolgimento dei concerti: gli artisti stranieri
si rifiutarono di esibirsi in Italia. L’ultimo che ci aveva provato, Lou Reed,
nel febbraio del 1975 al palazzetto dello sport di Milano, era stato costretto a
scappare dal palco per schivare i cubetti di porfido che gli erano piovuti
addosso. Era stato fatto in modo che i cancelli aprissero con largo anticipo
per permettere ai più di infilarsi gratis, evitando così il pagamento del
biglietto di duemila lire, come la moda dell’esproprio proletario imponeva. In
breve fu il caos.
Cosa contestavano precisamente?
“In platea,” ricostruì il “Guerin Sportivo”, che aveva una ricca sezione
musicale, “scoppiano risse colossali fra chi considera una vittoria l’essere
entrati senza pagare e chi invece vuole discutere il ruolo dell’artista e rifiuta
Lou Reed come simbolo dello sfruttamento commerciale della cultura
giovanile.” Il falò della contestazione inceneriva ormai ogni cosa. Nell’aprile
1976, al Palalido a Milano, ne aveva fatto le spese anche Francesco De
Gregori, il cui album Rimmel era stato in classifica per quaranta settimane di
fila: a metà spettacolo venne sottoposto a un processo politico.
“Quanto hai preso stasera?” gli urlarono.
“Credo un milione e due, ma poi c’è la Siae,” rispose intimidito De
Gregori.
“Vergognati!”
“Cosa pensi delle generazioni più giovani?” chiesero ad Antonello
Venditti, allora comunista. “Non li invidio, mi fanno pena. Sono confusi.
Vivono nel caos. Non sanno quello che vogliono, quello che cercano, con la
ribellione sterile e gratuita a delle gerarchie culturali e intellettuali che per
forza esistono.”
7.

Alle dieci della sera del 26 maggio 1977, quattordici giorni dopo
l’uccisione di Giorgiana Masi, il secondo canale della Rai mandò in onda una
puntata di Tribuna politica con Marco Pannella, nella quale il leader dei
Radicali poté per la prima volta parlare all’intero paese dei fatti del 12
maggio: disse, senza tanti giri di parole, che si trattava di un delitto di Stato.
È un pezzo enorme di teatro civile. Pannella vi dispiega per intero il suo
talento affabulatorio. Arriva veloce dal lato destro dello schermo, si siede su
uno sgabello, la camicia fuori dei pantaloni, le maniche platealmente
sbottonate, la canottiera che fa capolino sotto la camicia, sbuffando si passa le
mani tra i capelli, quindi getta la giacca beige su un tavolino, vi deposita un
fascio di carte, delle foto, e sembra dire “eccoci, finalmente ci siamo”.
Lo guardo: è bello come un dio greco.
È completamente solo nello studio, un uomo tutto politico divorato
dall’ambizione e dal senso della missione. Punta la telecamera con l’avidità
del cacciatore. Per tutta la durata della registrazione – diciassette minuti –
non deporrà mai lo sguardo di sfida, le labbra increspate in un sorriso che non
si sa se definire di soddisfazione o di scherno. Tutto in lui, del resto, sa di
irrisione. Ha 47 anni. Da un anno è per la prima volta parlamentare, deputato
a Montecitorio, da cui è già stato espulso un paio di volte, irriducibile al
grande rito della politica, alle ipocrisie e alle pose: le pose paciose dei
democristiani, quelle seriose dei comunisti, che detesta e da cui è detestato.
Come una popstar sul proscenio di un concerto Pannella vuol suonare il suo
spartito di irregolare. Non ha bisogno di leggere appunti. Non inciampa in
pause o esitazioni. Non vuole apparire consolatorio, né commuovere, né
persuadere, né tantomeno rassicurare. Anzi, punta a essere sgradevole. Recita
con la sicurezza del primattore. È mostruosamente padrone del suo pezzo.
Vedo la cassetta per la prima volta in una saletta della Rai sulla Salaria in
una mattina di giugno e rimango come soggiogato da tutto lo svolgimento.
Pannella ha registrato la puntata la sera del 25 maggio, ma poi la Rai non
l’ha voluta mandare in onda, reputando troppo gravi le accuse pronunciate
contro il governo. La Dc ha quindi preteso di bilanciare quell’intervento da
tribuna libera, da sempre una zona franca senza contraddittorio, con due note:
una da leggere prima del comizio di Pannella e l’altra immediatamente dopo.
“Nemmeno nella Rai di Bernabei succedeva,” denuncia Adelaide Aglietta. E
fa notare, indignata, che in Vigilanza Rai perfino “la compagna Luciana
Castellina” ha votato a favore della lettura del comunicato democristiano.
Così l’annunciatrice, chiaramente imbarazzata, è costretta a scandire una
risoluzione della commissione di Vigilanza in cui si rileva “che in determinati
passaggi del discorso del rappresentante del Partito radicale sono contenute
accuse gravi e non dimostrate a carico del ministero dell’Interno e delle forze
dell’ordine, e questo è in contrasto con i principi fondamentali di lealtà,
correttezza e obiettività a cui i partiti si sono impegnati nell’uso della Tribuna
politica. Al termine della trasmissione sarà diffuso un comunicato del
ministero dell’Interno”.
Solo allora parte la trasmissione a cura di Jader Jacobelli, dal titolo:
Conversazione dell’on. Marco Pannella. Il guru può fare il suo ingresso
nell’agorà televisiva.
Pannella vi irrompe con grande vento. Mette subito in chiaro le cose:
“Abbiamo pochissimo tempo. Io non farò nemmeno finta di finire di parlare
al termine di questi quindici minuti: continuerò perché sia chiaro che questi
quindici minuti terminano con un bavaglio per ricordare che chi è non
violento, chi crede nella legge, chi disobbedisce alla violenza è censurato”.
Quindi aggiunge con aria misteriosa: “Voi sapete chi siamo e, forse, alcuni
di voi lo intuiscono”.
Diciassette minuti sono un tempo infinito. Ma non c’è mai un calo di
tensione in quel monologo. Inizia con una lunga digressione sui referendum
censurati dei Radicali – i referendum per i quali quel pomeriggio Giorgiana
scese in piazza per firmare –, attacca il compromesso storico e i comunisti,
ricordando loro che è vero che l’anno prima hanno raggiunto il massimo
storico alle elezioni, ma che “più si vota Berlinguer, più si hanno i Cossiga e
gli Andreotti”.
Tesse l’elogio dei 450mila cittadini che hanno già firmato per i quesiti,
lanciando terribili accuse nei confronti di Cossiga:
“Quattrocentocinquantamila cittadini che non hanno diritto perché non
sparano, perché non ammazzano, perché non si mettono alla portata delle P38
di Cossiga e dei complici delle alternative a Cossiga”.
Ed è a quel punto che finalmente parla del delitto: “Ebbene noi vi diciamo
che 450mila cittadini, donne e uomini, hanno già firmato, sono coloro che
non sono stati ammazzati mentre andavano a firmare, come Giorgiana Masi
con il suo ragazzo, a piazza Navona. Giorgiana l’hanno respinta e uccisa,
dopo sei ore. Andava solo a firmare! Quando sono venuto qui, temendo che
io parlassi di questo, e ne parlo, non posso non parlarne, sono andati in crisi.
Avevo detto che avrei avuto, magari appesa al collo, qualche fotografia su
quel 12 maggio”.
Pannella prende in mano le foto appoggiate sul tavolino ed esibisce la
prima: un’immagine gigante dove si vede un poliziotto travestito da militante
extraparlamentare che brandisce una pistola. Il suo registro vira sul sarcasmo:
“Questa è una fotografia, presa in mezzo ad altre. Guardate, vedete? Vedete
questi autonomi, questi assassini che stanno ammazzando poliziotti.
Guardateli, li riconosciamo. Hanno la spranga. Il volto coperto. Sono teppisti,
guardate. Li avete visti bene? Potremmo vederne degli altri. Volete vedere
una P38, un’arma a tamburo? Eccola in questa foto! Il 12 maggio ce n’erano
a centinaia di questi assassini dei poliziotti. Ma erano poliziotti! Noi questo lo
dobbiamo dire. Il tempo dei lupi è venuto, gli assassini stanno scendendo
dalla montagna, è vero! Da nove anni: piazza Fontana. Vi ricordate Pinelli e
Valpreda? Non vi ricordate la nostra solitudine quando dicevamo che dietro
c’era lo Stato che ammazzava per farci paura, per poter ammazzare ancora di
più, ritornare magari al fascismo, per difendere la corruzione e la corruzione
della Lockheed contro la verità dei giornali o delle minoranze? Poi a Brescia
e a Peteano. Tre carabinieri ammazzati!”.
C’è qualcosa di stonato, penso all’improvviso, mentre continuo a guardarlo
ammirato, ma non so spiegarmi cosa. Sento che c’è un sovrappiù che stride,
benché dica cose piene di coraggio, un coraggio non comune in quella
televisione. E mentre confusamente cerco di capire da cos’è provocata quella
distonia, un disagio a cui non so dare un nome, affiora per associazione il
ricordo di mia nonna Nina – un ricordo sepolto, che si accende come in sogno
– la quale ogni volta che Pannella compariva in tv sbuffava sdegnata:
“Scassapaddiau!”; e fosse stato per lei avrebbe spento il televisore.
All’epoca trovavo Pannella dissacrante, sentivo che rompeva un
conformismo. Ora, guardando questo monologo, capisco d’improvviso le
ragioni di mia nonna. La spocchia di Pannella era insopportabile agli occhi
dell’Italia rurale e democristiana, l’Italia della dissimulazione, di cui mia
nonna era, senza consapevole consapevolezza, figlia. E mentre mi lascio
distrarre da quella memoria famigliare metto a fuoco la stonatura: il sorriso
beffardo di Pannella! Ecco cosa mi disturba. Non ha mai smesso di sorridere
per tutto il monologo.
Perché ride? Cosa c’è da ridere!
Scriverà Fortebraccio sull’“Unità”: “Da come si presenta conciato, al tono
con cui parla, così artificiosamente vibrato, tutto in Pannella appare
deliberato, sia pure senza gusto e senza ritmo”.
È una sera di primavera dei tumultuosi anni settanta, e gli italiani lo stanno
guardando mentre compie un gesto che nessun telegiornale ha fin lì osato
compiere: mostrare le foto dei poliziotti travestiti da extraparlamentari.
Prende dal tavolo una seconda immagine e la esibisce in favore di telecamera.
Si vede un agente che ha una pistola in mano, dopo qualche secondo la
telecamera stringe sul primo piano di Pannella. Adesso il suo sorriso beffardo
colma l’intero schermo. Ecco le prove, sembra dire trionfante.
Cossiga, nel suo ufficio al Viminale, deve avere un fremito di sdegno e di
panico mentre lo osserva, in quel personale duello che tra i due ormai si è
acceso, e che durerà, mai dichiarato, per tutta la vita. In un primo momento il
ministro aveva anche pensato di presentarsi in studio, e di controbattere in
diretta tv alle accuse, dal partito lo hanno sconsigliato.
Pannella è una furia. “Ci hanno invitato il 12 maggio a disobbedire, ad
andare come cittadini pacifici. E sapete qual è il bilancio reale? Ne siamo
fieri, nel dolore, ne siamo fieri. Guardate il bilancio, del quale siamo fieri, nel
dolore, lo ripeto. Su 5200 poliziotti armati, su centinaia di giovani poliziotti
costretti a vestirsi da assassini, costretti ad apparire nelle strade come i lupi
dei quali abbiamo paura, per consentire a Cossiga in nome di quei lupi di fare
leggi più fasciste e altre cose, e ammazzare passanti, ecco il bilancio: una
scalfittura al polso di un carabiniere. Eravamo 20-30mila! Dopo sei ore di
attacchi, di scontri, – l’han detto loro –, l’unico atto di violenza, tra virgolette,
perché forse c’è stato e non c’è stato, è il graffio al polso di uno dei 5200
uomini. È un bilancio che rivendichiamo. Eravamo lì con i lapis, ma hanno
paura dei lapis. Devono portare ogni giorno alla televisione Curcio e Cossiga,
devono farci vedere le P38 per distrarci dall’ottimismo, dalla bontà, dalla
felicità della firma, della musica, dell’allegria, del girare per Roma dicendo:
gli assassini li isoliamo con il sorriso essendo buoni, diversi dagli altri. Di
questo non vi dicono nulla. Dalla nostra parte abbiamo avuto una morta, dieci
feriti da armi da fuoco, decine di feriti da tondini, manganelli, gas, candelotti
lacrimogeni sparati a vista d’uomo… Ebbene, dinanzi a questo bilancio vi si
voleva far credere che i Radicali erano i responsabili della morte di uno di
loro…”
Pannella a un certo punto smette di parlare, di colpo.
All’indomani “Lotta Continua” pubblicherà in prima pagina una delle foto
mostrate da Pannella, sormontata da questo titolo: Se questi non sono
poliziotti Pannella è pazzo. Se sono poliziotti è pazzo Cossiga.
Riappare l’annunciatrice. Deve leggere una lunghissima nota, un editto: “A
proposito della conversazione televisiva dell’onorevole Pannella, un
portavoce del ministero dell’Interno ha dichiarato: ‘Le accuse dell’onorevole
Pannella al ministero dell’Interno e ai suoi non indicati complici di praticare
la politica delle P38 e di ammazzare i passanti, le accuse ai poliziotti di essere
assassini di poliziotti, le accuse allo Stato di inondare le strade di persone
vestite come assassini, costretti ad apparire come lupi di cui si deve avere
paura, sarebbero gravissime, ingiuriose e infamanti se provenissero da altri.
Pronunciate dall’onorevole Pannella sono solo indecenti, sconsiderate e
inutilmente provocatorie. Il ministro e i suoi collaboratori le respingono,
comunque, con sdegno misto a profonda pena, ma anche con quel senso di
ribellione che promana dal ricordo dei tanti appartenenti alle forze dell’ordine
caduti negli ultimi mesi per difendere l’ordine e la legalità dello Stato
democratico. È un bene che la trasmissione sia andata integralmente in onda
in modo che i cittadini hanno potuto per oggi e per domani vedere
l’onorevole Pannella per quello che è’ ”.
Ecco, ma chi è veramente Pannella? Chi sono i Radicali?
8.

Nell’autunno del 2015 incontrai Pannella.


Gli telefonai un pomeriggio, prima di andare al giornale. “È per Giorgiana
Masi?” domandò stupito, e per qualche secondo, che a me parve
interminabile, rimase in silenzio. Gli riassunsi brevemente le ragioni per cui
chiedevo di vederlo. “È passato tanto tempo,” rispose come soprappensiero.
D’istinto alzai il tono della voce: “Ma se è da giugno che la cerco per questa
storia e ogni volta lei ha rimandato l’incontro”. “Dammi del tu,” disse allora
lui, come un attore consumato che cerca la battuta giusta. Gli chiesi se
potevamo vederci all’indomani. “E che ne so dove sarò domani,” tagliò corto.
“Forse a Teramo o a Bruxelles, ora non ricordo bene.”
Era probabilmente un gioco da istrione che faceva spesso, un numero per
difendersi dagli scocciatori, ma divenni nervoso, perché da mesi ormai
adduceva ogni volta una scusa diversa: ti pregava di mandargli una mail a cui
puntualmente non rispondeva.
“Non posso scrivere un libro su Giorgiana Masi senza aver parlato con lei,”
ribattei concitato.
“Perché non mi dai del tu?” m’interruppe di nuovo. “Vediamo un po’, ho
una riunione in corso, che a breve finirà, perché non mi raggiungi al partito,
così parliamo un po’?”
Ero tentato di accettare, di salire sullo scooter e volare verso la sede di
largo di Torre Argentina, ma scacciai subito il pensiero: avrei rischiato di
arrivare al giornale chissà quando, conoscendo i tempi insondabili di
Pannella. “Ora non posso, lavoro.”
“Ma anche questo libro è lavoro, no?” fece lui.
“Domani mattina, lei davvero non può?” lo implorai.
“Mandami una mail prima delle nove, e poi ne parliamo.”
Così feci già nel cuore della notte, una succinta comunicazione in cui
riepilogavo i motivi per cui intendevo confrontarmi con lui, ma non trovai
risposta né al mio risveglio, né nelle ore successive. Alle 10.40 lo richiamai.
Rispose sfacciato: “Ah, ho visto il tuo messaggio, ma davvero non so cosa
farò oggi. Dai, riprova alle 12”. Ero definitivamente prigioniero delle sue
gag.
Mi sovvenne un divertente ritratto di Pannella che avevo letto tempo prima,
pubblicato proprio nel 1977 da Alberto Frasson, saggista e critico letterario
veneto, che incuriosito dalla sua travolgente ascesa politica e mediatica volle
conoscerlo. Pannella era una divinità. Attirava i giovani anche con frasi
situazioniste del tipo: “Io alle tre di notte esco per la città, perché ho bisogno
di piangere e di amare”; aveva fatto rumore la circostanza che gli fosse stato
impedito l’ingresso in Parlamento perché senza cravatta. I commessi,
affascinati dal suo mito, lo trattavano con informalità, chiamandolo “Marco”.
Frasson voleva intervistarlo, lo cercò per mesi, tempestando di telefonate la
sede romana del partito o la segreteria del gruppo parlamentare a
Montecitorio, e ogni volta al telefono si alternavano voci di uomini e voci di
donna, e la risposta era invariabilmente la stessa: “Marco è impegnatissimo.
Marco non può rispondere al telefono”. Un giorno, che al telefono si presentò
Emma Bonino, Frasson perse la pazienza: “Ma non dicevate di essere diversi
dagli altri politici, arroccati dietro uscieri e gorilla? Non dite che parlate con
tutti, ricevete tutti?”. E la Bonino, tagliente: “Ma cosa ti credi, che non
abbiamo cose più importanti cui attendere?”.
Aveva ormai smarrito ogni speranza. Poi, un giorno, Giuseppe Caputo,
docente di Diritto canonico a Bologna, esponente radicale, gli disse: “Sabato
sera sono a Roma perché devo incontrare Marco, vieni alla segreteria del
gruppo parlamentare e ti faccio parlare con lui”. Era un sabato dell’ottobre
del 1976, e i Radicali erano in Parlamento da appena quattro mesi, entrati con
grande scandalo dei partiti tradizionali, a cominciare dalla Dc e dal Pci
specialmente. Pannella, a due anni dal trionfo del divorzio, aveva ottenuto
finalmente una legittimità istituzionale.
Nonostante la raccomandazione di Caputo, Frasson fu costretto a
un’anticamera di molte ore, mentre Pannella entrava e usciva dalla stanza,
con l’immancabile sigaretta tra le dita, “guardando a uno a uno i presenti
senza vederli, come perduto nel suo colloquio”. Quando Roberto
Cicciomessere lo fece entrare era ormai sera avanzata, e l’intervista si risolse
in un fallimento. Pannella recitò una commedia, parlando “tanto a lungo e a
vuoto”, e a un certo punto Frasson, frustrato dai troppi tentativi, e dalle
mancate risposte, preferì congedarsi, avviandosi scorato nella notte romana.
Richiamai Pannella alle 12. “Ah, eccoti! Dovrei essere a Teramo, ma in
realtà sto per iniziare la riunione al partito; dura mezz’ora, raggiungimi lì. Al
limite assisti per qualche minuto”. Aveva una voce squillante. “Prendo lo
scooter e mi fiondo,” gli dissi. “Bravo, prendi lo scooter!” mi congedò. Era di
buon umore.
Nella grande sala riunioni del partito sette persone erano sedute attorno a
una tavolata a ferro di cavallo, chini sui loro pc, e al posto della presidenza,
ecco Pannella e Rita Bernardini, la segretaria, l’uno accanto all’altra. “È
iscritto a parlare Marco Cappato,” disse Bernardini. “È appena andato via,”
disse asciutto uno dei sette. Nessuno badò a me. Salutai Pannella con un
cenno della mano, lui mi sorrise divertito. Era buffo, pensai, e mi accomodai
in fondo alla sala. Più che una riunione politica era uno strano rito: un gruppo
di amici che da anni celebrava una seduta di autocoscienza. Il primo appunto
che presi sul taccuino fu il rimprovero che il tesoriere Maurizio Turco fece a
Pannella: “Marco, ma tu le persone che intervengono prima di te, o nelle
riunioni precedenti, le ascolti mai?”. Pannella scosse la testa: “Ah!” fece.
Disse: “Sempre più spesso mi accade che la strada mi capisca...”, “...più di
quanto non accada qua dentro,” completò la frase Rita Bernardini. Pannella
annuì. Poi divampò una polemica sul prossimo congresso a Chianciano,
perché non ricordo più chi tirò fuori la candidatura a segretario di Mattia Da
Re. “Chi è?” disse Pannella, improvvisamente sospettoso. Gli spiegarono che
era un militante, ne avevano parlato, possibile che non lo ricordasse? “Ma chi
è?” ripeté Pannella, sempre più disorientato. “Che storia ha questo
compagno? Che battaglie ha fatto? Io non me lo ricordo! Perché dobbiamo
dargli rilevanza!” Il dibattito si avvitò così su Mattia Da Re. Una donna, che
non riconobbi, giunse in soccorso a Pannella: “Mattia non è ancora pronto, in
effetti”. “Ma chi cazzo è!” urlò Pannella, e pose così fine alla candidatura.
Aveva 85 anni e occupava il centro della scena da monarca a volte
benedicente, a volte bizzoso o iroso. Con tatto provavano a disinnescare le
sue arrabbiature, talvolta lo criticavano, ma sempre con velata prudenza,
come temendo le sue improvvise collere.
La mezz’ora era volata da un pezzo, erano ormai le 14 passate e la fila
degli iscritti a parlare cresceva. Intervennero Sergio D’Elia, Elisabetta
Zamparutti, Giuseppe De Leo, Giovanni Lombardi, Rita Bernardini. Ogni
tanto la palla tornava a Pannella. Il dibattito s’ingrossava come una
mongolfiera, passando dalla vergogna delle rilevazioni Auditel alla campagna
contro la pena di morte. Si accalorarono su chi doveva fare il Garante delle
carceri in Liguria. Era un gruppo che il tempo non aveva scalfito, con le loro
battaglie di minoranza, lotte di civiltà. Provai un’onda di rispetto per quella
discussione, mentre Pannella si accendeva un toscanello dopo l’altro. L’aria
era irrespirabile. Non aveva detto di avere due tumori? Alla fine andai a
controllare il posacenere. Ne contai otto.
Ma cosa c’entrava tutto questo con il mio libro su Giorgiana?
Mi venne incontro Francesca Mambro, la terrorista dei Nar condannata per
la strage di Bologna, che lavora per Nessuno tocchi Caino.
Le domandai: “Quanto dura ’sto teatro?”.
“E chi lo sa,” rispose. “Anche quattro ore!”
“E lo fate ogni giorno?” azzardai.
“Sì, Pannella ci riunisce ogni giorno, a mezzogiorno, ci tiene tantissimo,
talvolta anche il sabato e la domenica. Ormai saltiamo regolarmente il
pranzo”, e si mise a ridere.
Invece, poco dopo le 15, la riunione finì. Raggiunsi subito Pannella. “Noi
dobbiamo parlare, vero? Andiamo nel mio ufficio,” e mentre procedevamo
nello stretto corridoio incocciammo Alessio Falconio, il direttore di Radio
Radicale. Ci eravamo appena seduti, quando nella stanza irruppe Isio
Maureddu, che da quel che capivo gestiva l’agenda del Capo: “Marco, devi
assolutamente parlare con Alessio, è importante”. Pannella mi guardò
desolato, fui invitato a uscire. “Ma perché ti ha dato appuntamento?” mi
chiese Isio nel corridoio. “Fa sempre così, alle 15 ha un altro impegno e alle
16 deve vedere un’altra persona ancora”. E poi parlando tra sé e sé: “Non mi
ha ancora detto se vuole andare a Milano a registrare quella trasmissione, io
dovrei prenotargli il biglietto del treno. Ma lui non ci vuole andare a Milano,
l’ho capito, io”. Mentre aspettavo nella saletta, spuntò un signore con una
cartella: “C’è Marco?”. Era il tipo atteso per l’appuntamento delle 15. “Ciao
Alfonso,” gli disse Maureddu. Maureddu guardò me con aria sempre più
scettica.
Non so quanto attesi. Provai a rileggere le domande che mi ero preparato,
erano decisamente troppe per il tempo che mi avrebbe riservato. Forse avrei
avuto a disposizione soltanto pochi minuti. Così, quando finalmente me lo
trovai di fronte – Alfonso fu fatto attendere con una scusa – gli domandai a
bruciapelo: “Chi ha ucciso Giorgiana Masi?”. Mi guardò sconcertato. “Eh!”
disse. Tirò fuori un altro toscanello, mentre con la mano sinistra scansò la
pila di copie di “Le Monde”. Lo osservai attentamente. Aveva i capelli
bianchi stretti in un codino. Una vistosa cravatta Yves Gérard blu piena di
disegni. Tossiva di continuo, seguitando a scrutarmi con gli occhi azzurri.
Aveva mantenuto l’eleganza dei suoi giorni ruggenti, quando nel 1978 si
presentava negli studi Rai con il bavaglio; soprattutto era ancora qui, in
questo palazzo, a riunire la sua truppa come un vecchio generale che sa che
non potrà mai andare in pensione. Azzardai: “È stata la polizia?”. Finalmente
mi rispose: “Può essere. Oppure un carabiniere, chissà. Ma in ogni caso fu il
gesto di un singolo, un gesto senza calcolo, un gesto casuale che non venne
stabilito in nessuna riunione”.
Con studiata lentezza scandì: “Di certo a chi l’ha uccisa non è convenuto”.
Gli spiegai, per compiacerlo, che la scintilla del libro era stata la lettura del
suo intervento alla Camera dei deputati, quando predisse con ore di anticipo
che ci sarebbe stato un morto. Si illuminò. “L’atmosfera era quella.” Parlava
con voce cortese, il contrario dell’idea di Vate saccente che mi ero fatto di
lui. Era ben disposto, o almeno così sembrava. Gli chiesi se con quel “non gli
è convenuto” intendesse Cossiga. “Cossiga era estemporaneo,” sentenziò e
dopo averlo detto inseguì con lo sguardo le nuvole di fumo del suo sigaro. Fu
scosso da una nuova scarica di tosse. “Uno che non valutava bene le
conseguenze delle cose che faceva, che c’erano in giro i poliziotti in borghese
a sparare lui nemmeno lo sapeva, e infatti inizialmente mentì in Parlamento.
Non sapeva come operare efficacemente contro di me. Molti mi odiavano
perché ero frocio e figlio di puttana, ma molti, anche tra i poliziotti, mi
seguivano con simpatia, perché ero matto ma onesto. L’altro giorno ne ho
incontrato uno qui sotto al bar. Mi ha detto: ‘Pannella, non si ricorda di me?’.
Era un viso che in effetti avevo già incontrato. ‘Sa, sono quel poliziotto che la
fermò quella volta a Castro Pretorio…’ Pannella narrava con orgoglio di quel
casuale incontro, della stima che traspariva dalle parole affettuose del
poliziotto, ormai in pensione da otto anni; il che valeva a confermare la sua
anima bifronte, di un irregolare che però non aveva mai rifiutato le regole
della politica.
I Radicali erano stati gli unici che in tutti questi anni avevano onorato la
memoria di Giorgiana, non avevano mancato un anniversario, ma la
sensazione che ne ricavai fu che nemmeno loro credevano più che si potesse
sciogliere il mistero della sua morte. “Non mi ricordo più nulla,” mi liquidò
Emma Bonino, l’unica volta che le telefonai, non osai più disturbarla. “Non
vollero mai fare giustizia, ma questo non mi stupisce, era normale dal loro
punto di vista,” disse Pannella, alzando lo sguardo. Fu in quel momento che
bussò Maureddu e gli ricordò l’appuntamento con Alfonso. “Dammi ancora
cinque minuti,” lo respinse Pannella. Gli domandai se oggi infrangerebbe
ancora il divieto di manifestazione. “Sì,” disse. “Era un divieto insostenibile,
e dopo di allora, facci caso, non si sono mai più permessi.” In virtù di quel
divieto infranto era nato un delitto, obiettai. “Io lo faccio,” disse testualmente,
“ma dove sta scritto che se io poi lo faccio loro sparano? Noi facevamo
l’obiezione di coscienza, sapevamo di correre dei rischi. Vietare una
manifestazione era una bestemmia.”
Ed eravamo arrivati al cuore di tutto, a quella manifestazione degenerata in
tragedia, alla domanda su fin dove potevano spingersi le ragioni della
disubbidienza civile.
Gli chiesi: “Hai mai avuto sensi di colpa?”.
“No,” disse subito.
Parve sincero. A questo punto rimasi in silenzio io.
Balbettai: “È stato il giorno più duro della tua vita politica?”.
“Ma figurati! Ne ho avuti di più duri. È stato un giorno della mia vita, che
ho sempre vissuto in strada.”
Maureddu stavolta entrò senza bussare, gli ricordò brusco l’impegno di
Milano (“Marco, te devi decidere!”), Pannella fece spallucce alzando le
sopracciglia, era come se gli dispiacesse troncare quella conversazione: “Ti
devo lasciare. Ripassa un’altra volta con calma, che parliamo ancora,” disse,
stringendomi la mano, (con la stessa promessa aveva congedato Frasson
anche nel 1976). “Non mi ha detto assolutamente nulla,” pensai mentre mi
allontanavo nel lungo corridoio. Dietro di me sentii alzarsi la voce del grande
istrione: “Avanti il prossimoooo!”.
9.

Nelle settimane successive all’uccisione di Giorgiana Masi sui muri di


Roma comparve un manifesto dei Radicali con l’immagine di Francesco
Cossiga sormontata dalla scritta a titoli cubitali: ECCO IL MANDANTE. Il
ministro vi appariva con le lenti a tartaruga anni sessanta su un tetro sfondo
nero: “12 maggio. Assassinio di Giorgiana Masi. Agenti in borghese hanno
sparato”.
Perché Cossiga non parlò mai di Giorgiana Masi negli anni successivi al
delitto, trincerandosi in un silenzio ostinato che aggiungeva mistero al
mistero? Era un argomento che avrebbe potuto creare intralcio alla sua
carriera di papavero di Stato, o fu il senso di colpa a indurlo al mutismo, o
forse entrambe le cose? La sua figura, anche a distanza di tanto tempo,
rimane indecifrabile. Un democristiano proteiforme, dai molti talenti, “un
uomo colto e vivace, ma che per rendere bene ha bisogno di essere guidato,”
scrisse di lui Aldo Moro nel carcere delle Brigate Rosse. Era stato proprio
Moro a nominare Cossiga ministro dell’Interno, nel febbraio del 1976, in
sostituzione di Luigi Gui travolto dallo scandalo Lockheed, consentendogli
un inaspettato balzo di carriera a 48 anni. Così l’interessato rievocò
quell’investitura con Paolo Guzzanti: “Mi telefonò Moro e mi disse: tu sei il
nuovo ministro degli Interni. Mi tremarono le ginocchia. Che aveva detto?
Lui insisteva: d’accordo? Io balbettai: ma stai scherzando? Io non ne so
niente di queste cose. E lui mi disse: perfetto, è la condizione ottimale,
impara. Intanto fatti la barba, mettiti un vestito scuro e vai a giurare al
Quirinale. Restai lì col rasoio in mano”.
Cossiga ha fin lì fama di uomo grigio, personaggio ambizioso ma minore
della Democrazia cristiana, un professore secchione, felpato, inoffensivo. Lo
chiamano “il cardinale”.
Il suo romanzo biografico è esemplare di cosa fosse una famiglia colta agli
inizi del Novecento. Nasce a Sassari alle nove del mattino del 26 luglio del
1928. Nello stesso mese un altro illustre sardo, Antonio Gramsci, finisce nel
carcere fascista di Turi. Il nonno paterno, Francesco Maria, medico condotto,
è massone. Il padre, Peppino, antifascista, sardista seguace di Emilio Lussu,
dirige l’Istituto di credito agrario sardo: un borghese sanguigno, autoritario,
che nutre ambizioni altissime per questo figlio magro e intelligentissimo,
caricandolo di aspettative enormi. “Era un uomo dai modi sbrigativi,” ricordò
un giorno Ignazio Delogu, compagno di studi di Francesco. “Entrava in casa
come un uragano e interrompeva le mie conversazioni con Francesco con
osservazioni mordaci e iconoclaste.” La madre, Mariuccia Zanfarino, è
all’opposto cheta, affettuosa, cattolicissima: confida che Francesco diventi un
vero figlio della Chiesa. Anche il nonno materno, Antonio Zanfarino, è
medico e massone. Dal lato materno Francesco Cossiga prenderà la passione
per i crocifissi, i rosari, le sagrestie. Dal padre la voglia di comando. L’altra
sua passione, al limite dell’ossessione, saranno le bandiere, gli stemmi, il
culto per le parate e le fanfare.
Finisce le elementari con un anno di anticipo. A otto anni divora I promessi
sposi, che reputerà il libro più importante della sua adolescenza, riletto più
volte. È chierichetto del parroco don Giovanni Masia, legge il Vangelo,
suona le campane, serve messa. È incline alla solitudine, afflitto da herpes e
allergie. Sviluppa singolari passatempi. Ha raccontato un giorno Antonio
Pioletti, suo amico di infanzia, a Edoardo Pittalis e Alberto Sensini: “Il gioco
preferito da Francesco era quello dei ministri, bisticciava sempre per avere il
ministero dell’Interno. Una volta gli domandai perché e lui: ‘Perché il
ministro dell’Interno comanda i carabinieri e con quello può fare arrestare gli
altri ministri’. Qualche volta Francesco mi si rivolgeva chiamandomi
onorevole collega, apostrofandomi con un ella, e dandomi la parola con la
formula di rito ‘ella ne ha la facoltà’ ”.
“Cossiga comprime la parte più leggera, divertente e libera dell’infanzia,”
osservò anni dopo Marina Valcarenghi, a cui si deve un ritratto psicanalitico
del futuro presidente della Repubblica in un libro che acquistai su ebay,
Psicanalisi e politica. Francesco Cossiga, dalle esternazioni all’esito del
voto. Un saggio scritto insieme al politologo Giorgio Galli, il cui scopo era
accertare se Cossiga fosse capace di intendere e volere (lo era). A
segnalarmelo era stato l’avvocato Boneschi: “Marina Valcarenghi è la mia
prima moglie,” disse.
Sono tre le famiglie che contano nella civile Sassari: i Segni, i Cossiga e i
Berlinguer. Enrico Berlinguer, di sei anni più grande di Francesco, da lui
molto diverso per inclinazioni culturali e carattere, è il figlio di una cugina di
primo grado di Mariuccia Zanfarino, la madre di Francesco. “Lui mi
chiamava Francè, io lo chiamavo Enrì. Eravamo veri cugini. I nostri nonni
erano fratelli. Io democratico cristiano, lui comunista. A un certo punto io ero
capo dell’esecutivo e lui capo dell’opposizione. Ma per capire i nostri
rapporti, anche politici, bisogna sapere cos’è una famiglia sarda, che cos’è il
pudore per i nostri sentimenti,” confiderà Cossiga all’“Unità” dopo la morte
del leader del Partito comunista nel giugno 1984. Questo legame con il capo
dell’opposizione non fu ininfluente nella nomina a ministro dell’Interno negli
anni della solidarietà nazionale.
Cossiga sgobba senza requie. È avido di conoscenza, divora sant’Agostino,
san Tommaso, Tommaso Moro, le opere di Lenin in inglese e in tedesco.
Legge Kierkegaard, Pascal, Bernanos, Cartesio. A 16 anni consegue la
maturità al liceo Azuni, lo stesso da cui sono usciti Berlinguer, Antonio Segni
e Palmiro Togliatti. È il 1944. Si iscrive alla Democrazia cristiana. A 20
consegue la laurea in legge a pieni voti. C’è solo un piccolo cedimento in
questa carriera sfolgorante. Inizialmente frequenta la Cattolica di Milano, ma
qui dopo un po’ matura l’idea di farsi prete, il padre s’infuria, lo raggiunge in
Lombardia e gli intima di tornare a Sassari. “Volevo diventare gesuita,”
confesserà Cossiga nella maturità. Diventare diacono, poi cardinale, poi papa.
“Ci pensi,” disse una volta rivolto all’amico Sergio Berlinguer, “che effetto
farebbe un papa Francesco?”
È continuamente sorretto da smania competitiva. Essere il primo della
classe, primeggiare. Quando si laurea è già un dirigente della Fuci,
l’organizzazione degli universitari cattolici. Diventa assistente di Diritto
costituzionale a Sassari, nella stessa università dove Antonio Segni, allora
leader democristiano, è professore. Relazioni e studio, chiesa e politica, così
costruisce il suo destino da predestinato. Il senso del dovere gli garantisce
un’identità, e gli fornisce una corazza: i desideri dei genitori a un certo punto
iniziano a coincidere con i suoi.
Una volta Beniamino Placido, il grande critico televisivo di “Repubblica”,
paragonò Cossiga al Don Ferrante dei Promessi sposi: “Come Don Ferrante
Cossiga è un aristotelico. Deve dedurre da alcuni principi generali e astratti (e
sacrosanti, contenuti nella nostra Costituzione) cos’è reale e cos’è irreale;
dov’è il bene e dov’è il male. E come a Don Ferrante non riuscì né di
inquadrare né di evitare la peste che, non essendo secondo lui né ‘accidente’
né ‘sostanza’ non poteva esistere, così può darsi che al nostro presidente
Cossiga sfugga la pestilenza che c’è in giro. Fatta di prepotenze,
intimidazioni e intromissioni di vario tipo, anche partitiche. Che non essendo
però descritte, né come ‘accidenti’, né come ‘sostanze’ dalla nostra
Costituzione, rischiano di non esistere, di passare inosservate”.
Fa il radioamatore con il nomignolo Andy Capp, come il personaggio dei
fumetti inglesi. Ha curiosità verso la tecnologia in tempi in cui i computer
apparivano ancora entità misteriose. C’è poi la passione per le forze armate,
l’intelligence, che incroceranno la sua esistenza fino alla fine in una ridda di
supposizioni, opacità, voci: agente della Cia, patrono dei servizi segreti,
ciambellano dei dossier.
Un episodio è rivelatore. Alla vigilia delle elezioni cruciali del 1948 alcuni
giovani democristiani, guidati da Antonio Segni, allora ministro
dell’Agricoltura, vengono inseriti in una organizzazione clandestina armata
che ha lo scopo di difendere le sedi della Dc nel caso i comunisti, vinte le
elezioni, decidessero di compiere un colpo di Stato. Cossiga si esercita con
bombe a mano e fucili Sten agli ordini di un sottufficiale del battaglione San
Marco. L’anno dopo conosce, al congresso nazionale democristiano di
Venezia, Giuseppe Dossetti, il futuro santo.
È l’avvio di una carriera politica ricca di giravolte nel mare increspato delle
correnti democristiane. Abbandonato Dossetti, si lega a Segni, diventa
Giovane Turco, poi doroteo, quindi pontiere con Paolo Emilio Taviani, e
infine rivira a sinistra, esponente della Base, il gruppo di Giovanni Marcora.
Le sue ambizioni sfrenate attirano sarcasmo. Scriverà nell’aprile del 1956 la
“Voce universitaria”: “Dei pulcini il più vorace, è senz’altro fra’ Cossiga, a
cui il Banco molto piace, ma di più piace la Peppa”. Il banco è quello di
Sardegna, diretto dal padre. Peppa invece è Giuseppa Sigurani, la donna che
Cossiga sposerà nel 1960.
“Un matrimonio combinato”, secondo Sergio Berlinguer, l’ambasciatore
che gli fu vicino per tutta la vita. Un legame che gli era stato suggerito da don
Enea Selis, suo padre spirituale. “Giuseppa Sigurani era una ragazza molto
carina e piena di gioia di vivere, che conoscevo bene dato che qualche tempo
prima aveva avuto un flirt con mio fratello Paolo. Il padre, un commerciante
all’ingrosso di prodotti farmaceutici, aveva un ruolo di rilievo nella buona
società sarda, e responsabilità nella Dc locale. Unire l’intelligenza di Cossiga
con la forza delle relazioni sociali e del potere economico della famiglia
Sigurani significava dar vita a un insieme dal potenziale straordinario, che
avrebbe consentito a Cossiga di sbaragliare i suoi avversari e imporsi sulla
scena come il più potente giovane democristiano di Sardegna. Dal canto suo
la giovane Peppa non deve avere valutato appieno ciò che quel matrimonio
avrebbe significato. Fatto sta che non funzionò.” Trentatré anni dopo venne
sciolto dalla Sacra Rota.
Nel 1958 Cossiga è eletto per la prima volta deputato. Si trasferisce a
Roma. “Con Segni presidente della Repubblica diventa di casa al Quirinale.
Lo si vede passeggiare per i viali alberati leggendo libri di spionaggio e di
filosofia. Gli piace la politica del dietro le quinte, il gusto per l’intrigo, è
convinto di vivere dentro un romanzo di Tom Clancy o di John le Carré. Ha
un incarico particolare, quasi clandestino: quello di tenere i rapporti col Sifar
e col generale De Lorenzo, per conto del Capo dello Stato, che guarda con
molta preoccupazione alle aperture a sinistra del suo compagno di corrente
Aldo Moro,” scriverà in una biografia non autorizzata Michele Gambino. È il
trait d’union tra la Dc e le forze armate, tra la Dc e le forze dell’ordine. È
l’uomo che sovrintenderà alla nascita di Gladio, la cui esistenza emergerà
solo dopo la caduta del Muro.
Troppo cerebrale per avere carisma, ma uomo di conciliazione, legato a
doppio filo agli americani: questo suo antiprovincialismo lo renderà
inafferrabile ai cliché. È curioso, come tutti i politici di razza dorme
pochissimo. Soprattutto è espressione di una generazione per cui la
dimensione culturale rappresenta ancora l’elemento costitutivo della propria
identità di leader. Fa tutto velocemente, conta su una memoria prodigiosa, è
pienamente concentrato sul suo dovere. Ma questa ascesa forsennata esige i
suoi tributi. Viene tormentato dalla ciclotimia, a stati di grande euforia
seguono periodi di lunga depressione. Fiaccato dall’astenia, è inseguito da
malattie immaginarie, fobie.
L’ambasciatore Sergio Berlinguer, che fu suo consigliere al Quirinale,
scrisse in Ho visto uccidere la Prima Repubblica un episodio che rivela
molto dell’uomo: “Nel 1965 Cossiga, allora 37enne, era venuto a Londra per
una serie di controlli medici. Ricordo che arrivò ingrassato, incupito, con una
valigia stracolma di medicine. C’era davvero di tutto. Il giovane parlamentare
era convinto di essere gravemente malato, cosa che lo aveva gettato in uno
stato di forte depressione. Aveva perso ogni speranza per il futuro e ogni
gusto e interesse per il presente. Io e mia moglie gli organizzammo una serie
completa di esami diagnostici in una struttura all’avanguardia nel mondo.
Cossiga venne sottoposto a ogni serie di controlli, analisi, ed esami. Lo
rivoltarono come un pedalino e alla fine con grande sorpresa e sollievo di
tutti risultò che era sano come un pesce. Il professore che guidava l’équipe
medica che lo aveva in cura prese la valigia piena di medicinali e la gettò
letteralmente dalla finestra del suo studio, nell’ilarità e nell’entusiasmo
generale”.
Andreotti è un potente corroso dal cinismo, Moro è così complicato che gli
americani non riescono nemmeno a tradurlo quando parla, Cossiga è un
enigma. Il “New York Times”, quando diventerà premier nell’agosto del
1979, gli dedica un ritratto nel quale ricorda la morte di Giorgiana Masi: “Le
fotografie hanno provato che dei poliziotti in abiti civili erano infiltrati tra i
manifestanti. Uno di loro venne identificato con la pistola spianata. Le
immagini hanno portato all’accusa che la Masi venne uccisa dalla polizia,
sebbene Cossiga l’abbia negato”. Nello stesso pezzo si cita la sorprendente
testimonianza di Luciana Castellina, deputata del Pdup, partitino della sinistra
radicale: “È stato democratico anche quando era ministro dell’Interno”. E
questo elogio racchiude tutta la sua contraddizione.
Marco Boato mi raccontò una volta questo episodio. “Nell’estate del 1979
ero appena stato eletto in Parlamento e scrivevo commenti durissimi sul
potere democristiano su “Lotta Continua”. Cossiga, da premier incaricato,
fece il discorso per ottenere la fiducia. Citò Moro e nessuno in aula,
nemmeno tra i banchi democristiani, lo applaudì. Sottolineai la circostanza in
una riga del mio corsivo come un fatto sgradevole. Era l’unico passaggio
benevolo in un’analisi senza sconti. All’indomani, di buon mattino, io avevo
preso posto sul mio scranno alla Camera, quando il messo mi portò un
bigliettino sigillato in una busta. ‘C’è un messaggio per lei dal presidente.’
Lo aprii con mano tremante. ‘Caro Marco, ti ringrazio per avere sottolineato
con sensibilità il sacrificio compiuto dal compianto presidente Moro. Buon
lavoro!’ ”
“Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere il fatto che la statura e
la forza morale dell’uomo erano tali da consentirgli – malgrado le crisi
depressive a tratti così penalizzanti – di salire, uno dopo l’altro, tutti i gradini
del cursus honorum di una carriera politica sorprendente e unica,” chiosò
Sergio Berlinguer. E l’assunto si può ragionevolmente rovesciare nel suo
contrario: ché in un altro paese, probabilmente, i disturbi bipolari di cui
soffriva Cossiga avrebbero rappresentato un freno decisivo all’assunzione di
responsabilità politiche di alto livello.
Nel 1977, quando Giorgiana muore, Cossiga ha 49 anni, due figli, un
palmares lungo così di incarichi di sottogoverno, soprattutto alla Difesa. Sui
giornali come il settimanale “Tempo”, diretto da Carlo Gregoretti, si scrive
che è “pazzo”. Ma non è facile fare il ministro dell’Interno nell’Italia delle
bombe. Il 20 dicembre 1976 Cossiga chiede di potersi fare da parte. Scrive
una lettera dattiloscritta al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, una
missiva di cui nessuno mai conoscerà l’esistenza fino a quando Giuseppe
Sangiorgi, quarant’anni dopo, la scoverà nell’archivio Andreotti,
pubblicandola quindi in Lettere di fine Repubblica, come anticipò Filippo
Ceccarelli su “Repubblica” del 25 maggio 2016. Vuole che sia Andreotti ad
assumere la carica di ministro dell’Interno, “in considerazione della
delicatezza dell’attuale momento”. È una richiesta singolare, frutto di una
grave crisi personale. Andreotti la respingerà.
Trovo una foto, in un vecchio libro sul terrorismo di Tullio Barbato: è stata
scattata il giorno dell’uccisione del magistrato romano Vittorio Occorsio, il
10 luglio del 1976. Il corpo del giudice è accartocciato contro il posto di
guida dell’auto, tutt’intorno affaccendati poliziotti e uomini in giacca e
cravatta, sulla sinistra, a capo chino, compunto, con lo sguardo verso il morto
e le mani giunte nell’atto di pregare c’è Cossiga.
L’8 aprile 1977 lo studio personale del ministro dell’Interno, nel centro di
Roma, in via San Claudio, è oggetto di un attentato terroristico. Un ordigno è
stato collocato davanti all’ingresso, ed esplode in piena notte, mandando in
frantumi i vetri. Il sedicente Nucleo comunista rivendica il gesto. Ha paura?,
gli chiedono. “Mi affido alla divina Provvidenza,” risponde. I militanti
dell’ultrasinistra da tempo vergano sui muri il suo nome con la K e la sigla
delle Ss: Kossiga. Il Viminale per due volte in poco tempo vede sfilare sotto
le sue finestre centinaia di agenti di polizia, disorientati, impauriti: la prima
volta succede il 17 dicembre 1976, dopo l’uccisione di un loro collega, Prisco
Palumbo, ammazzato dai Nap. A Milano in un conflitto a fuoco è stato ucciso
Walter Alasia, il giovane brigatista che aveva reagito a una perquisizione
uccidendo due poliziotti. Cossiga affronta gli agenti con queste parole: “Non
vi chiedo fiducia in me, ma nella capacità che questo sistema democratico ha
di risolvere i problemi della collettività”. La seconda sfilata avviene a
febbraio, dopo gli incidenti all’Università e la cacciata di Lama. Il 27 aprile
1977 Cossiga viene addirittura attaccato dal procuratore generale Pietro
Pascalino, che accusa la questura di Roma e il ministero dell’Interno di
inefficienza e di scarsa collaborazione con la magistratura. Cossiga reagisce
furibondo: “Il procuratore generale, se è convinto di quanto dice, dovrebbe
aprire contro di me un procedimento penale. Egli e i suoi colleghi hanno
comunque tutti i mezzi per acquisire le prove di colpevolezza dei rei, poiché
la polizia giudiziaria è alle loro dirette dipendenze. Se non si muovono, la
colpa è dunque loro”. Commenta “Repubblica”: “Se Cossiga ha buoni motivi
per essere preoccupato, il cittadino ne ha di ottimi per essere
preoccupatissimo quando vede svolgersi una disputa simile tra due massimi
poteri che dovrebbero concordemente garantire l’ordine e la pace sociale”.
Due mesi dopo la morte di Giorgiana, Cossiga rilascia una lunga intervista
sul terrorismo a “Gente”. Quasi tre pagine. Non c’è una sola parola su
Giorgiana.
10.

Quando il 24 gennaio del 1978 l’avvocato Luca Boneschi assume,


affiancandosi a Franco De Cataldo, la difesa della parte civile, l’inchiesta
della magistratura sulla morte di Giorgiana Masi è cristallizzata in un vicolo
cieco.
Cosa sappiamo fino a quel momento di quel che accadde il 12 maggio
1977?
Sappiamo da almeno tre testimoni (Gianni Salvatore, Luca Del Re e
Liborio Leone) che Giorgiana è stata colpita di spalle mentre correva e che il
lato da cui provenne il proiettile era occupato da un vasto schieramento di
forze di polizia; sappiamo che il bossolo che la uccise non venne mai trovato
(secondo la parte civile la scena del delitto era stata ripulita); sappiamo che
un gran numero di agenti di polizia travestiti da manifestanti erano presenti
nei punti più caldi degli incidenti, specialmente tra piazza Navona e corso
Vittorio Emanuele II. Sappiamo anche che ben 56 cittadini, tra cui nove
giornalisti di testate nazionali, hanno testimoniato che una parte delle forze
dell’ordine si spinse probabilmente oltre la soglia della legalità.
Una cosa decisiva non sappiamo: chi è l’assassino.
Delle tre indagini aperte dalla magistratura di Roma, la prima contro ignoti
per la morte di Giorgiana Masi e il ferimento di Elena Ascione e Francesco
Ruggiero, la seconda nei confronti di ignoti in seguito alla denuncia del
Gruppo parlamentare radicale per le violenze delle forze dell’ordine, solo la
terza – avviata per istigazione a delinquere contro i promotori della
manifestazione di piazza Navona – annovera nella primavera del 1978 degli
indagati: gli amici della vittima.
Infatti, il 13 febbraio 1978 ben 26 militanti del Partito radicale e di Lotta
Continua dovettero comparire davanti alla terza sezione penale del tribunale
di Roma. L’accusa era di avere pubblicato sul quotidiano “Lotta Continua”
dell’11 maggio 1977 un comunicato con il quale “si istigavano i cittadini a
non osservare il provvedimento prefettizio che vietava manifestazioni di
qualsiasi genere”. Ricevettero un avviso di comparizione Michele Taverna,
direttore di “Lotta Continua”; Adelaide Aglietta, segretaria nazionale del
Partito radicale; Gianfranco Spadaccia, Pino Pietrolucci, Roberto
Cicciomessere, Luisa Galli, Rolando Peracchini, Roberto De Rossi, Cipriano
Bartoletti, Liliana Merlini, Vincenzo Zeno, Francesca Capuzzo, Angelo
Tempestini, Valeria Papetti, Giuseppe Calderisi, Giancarlo Cancellieri,
Massimo Ferretti, Paolo Vigevano, Angiolo Bandinelli, Giuseppe Rippa,
Paolo Brogi, Clemente Manenti, Gianfranco Travaglini, Fabio Salvioni,
Enrico Deaglio, Silvano Miniati.
Nei confronti dei parlamentari Marco Pannella, Emma Bonino, Mimmo
Pinto e Massimo Gorla la procura chiese l’autorizzazione a procedere alla
Camera, che fu negata. Inutilmente i Radicali fecero notare che nei confronti
di altre illustri personalità, che avevano sottoscritto l’appello Il 12 maggio
non si può abrogare. Da abrogare sono le leggi fasciste, non era stato aperto
alcun procedimento. Ora quel manifesto lo avevano firmato in tanti: il regista
Giorgio Albertazzi, il sociologo Franco Ferrarotti, il giurista Stefano Rodotà,
l’ex direttore dell’“Europeo” Gianluigi Melega, il capogruppo del Psi
Vincenzo Balzamo, il vignettista Giorgio Forattini, il leader del ’68 milanese
Mario Capanna.
Torniamo a Cossiga.
Sappiamo di lui una cosa che illumina il contesto in cui tutto avvenne:
ovvero che Cossiga era in difficoltà nella gestione dell’ordine pubblico, e
aveva il timore di risultare debole sia agli occhi dell’opinione pubblica, sia
agli occhi dei comunisti, che in Parlamento non perdevano l’occasione di
incalzarlo. E probabilmente quel timore appariva giustificato, ché davvero
Cossiga appariva debole. O peggio: era obiettivamente debole. Al punto che
mesi prima si era perfino dimesso, anche se nessuno lo aveva mai saputo.
Infine è accertato che Cossiga ha inizialmente mentito sui poliziotti in
borghese. In una nota diramata dall’Ansa, il 13 maggio 1977, il Viminale
aveva infatti dichiarato che gli “accertamenti svolti da parte della questura di
Roma portano ad escludere che l’individuo raffigurato nella fotografia sia un
agente di polizia”. Due giorni dopo, in seguito alle ripetute pubblicazioni
delle foto sul “Messaggero”, la questura era stata invece costretta a fare
dietrofront, e su indicazione del Viminale, ad ammettere che si trattava
proprio del poliziotto Santone.
Il dubbio che dilaniò l’opinione pubblica era che i poliziotti in borghese
erano dotati di armi fuori di ordinanza, come fece balenare il “Corriere della
Sera” in un articolo del 17 maggio 1977, e che il colpo che uccise Giorgiana
provenisse da una di queste armi. Forse, per compiere un passo decisivo
nell’accertamento della verità, sarebbe bastato che Cossiga rispondesse alle
dieci domande poste dalla rivista “Nuova Polizia”, diretta dal giornalista
antifascista Franco Fedeli (a 19 anni era stato arrestato dall’Ovra), che in una
lucida lettera aperta al titolare del Viminale aveva fatto notare che schierare i
poliziotti in borghese era in contrasto con il testo unico di Pubblica sicurezza.
Le domande di Fedeli erano queste:
1. Chi ha disposto il servizio degli agenti in borghese?
2. Qual è stato il motivo che ha determinato l’impiego illegittimo di polizia
criminale in servizio di ordine pubblico?
3. Chi comandava il reparto di venticinque uomini in borghese (numero
dichiarato dalla questura)?
4. Tale comandante indossava l’uniforme di servizio?
5. Se non la indossava si è fatto comunque riconoscere indossando la
sciarpa tricolore, come previsto dall’articolo 24 del testo unico di Pubblica
sicurezza?
6. Perché dopo la pubblicazione della prima foto da parte del “Messaggero”
è stata fatta sottoscrivere ai venticinque uomini in borghese una dichiarazione
in cui escludevano di riconoscersi nella foto?
7. Se è accertato che gli agenti in borghese fossero solo venticinque, o se ve
ne fossero altri, come risulta dalla terza foto pubblicata dal “Messaggero”,
dove appare un dipendente di polizia in piedi alcuni passi avanti all’agente
Santone, con gli occhiali scuri e la pistola nella mano sinistra. Tale
dipendente, che appare anche in altre foto, non è né della squadra mobile né
della questura. Chi è?
8. Quali collegamenti ci sono tra alcuni agenti in borghese e due funzionari
della squadra mobile che non sarebbero estranei alle manifestazioni
incontrollate avvenute a Roma di fronte al Viminale e altre, fra cui la
“sirenata” delle Volanti?
9. Chi ha comunicato alla stampa e alla televisione che le pistole calibro 22
non sono in dotazione alle forze di polizia, omettendo di dire che tali armi,
pur non essendo in distribuzione al personale come armamento individuale,
costituiscono normale dotazione di reparti per scopi di esercitazione? È vero
infatti che l’armamento individuale è composto da Beretta calibro 7,65 o
calibro 9, ma è altrettanto vero che esistono presso le squadre mobili, anche
se per poche centinaia di esemplari, pistole a rotazione.
10. Quali misure erano state prese per evitare che i colleghi in divisa, o le
altre forze di polizia, non riconoscendoli e vedendoli armati, potessero
scambiarli per terroristi e sparare loro addosso?
Era soprattutto la domanda numero 9 a suscitare inquietudine.
Fatto sta che sul ruolo svolto dai poliziotti in borghese, anche dopo la
tardiva ammissione sulla reale identità dell’agente Santone, il governo
mantenne per mesi un profilo di ambiguità, negando di fatto il loro utilizzo
sistematico. Il 24 ottobre 1977, rispondendo a Montecitorio a
un’interpellanza presentata il 29 giugno, e la cui discussione era stata più
volte rinviata con la scusa di non violare il segreto istruttorio, il
sottosegretario democristiano agli Interni Nicola Lettieri assicurò ancora una
volta che le forze dell’ordine non fecero uso di armi da fuoco: “Devo far
presente che in quella circostanza non vi fu alcun travestimento di agenti, ma
soltanto l’impiego di un ristrettissimo numero di elementi della squadra
mobile e dell’ufficio politico in abiti civili”.
L’onorevole Corvisieri fece un balzo sullo scranno: “Cosa significa
‘ristrettissimo numero’?”.
Lettieri: “Nell’interpellanza si afferma che le forze dell’ordine avrebbero
fatto ripetutamente uso delle armi da fuoco, impiegando per di più armi non
regolamentari. Al riguardo debbo ricordare che gli appartenenti alle forze
dell’ordine debbono considerarsi costantemente in servizio, e quindi sono
sempre tenuti, nell’espletamento dei loro doveri istituzionali anche se in abiti
civili, a portare le armi prescritte. Nelle operazioni del 12 maggio gli agenti
di polizia erano dotati non già di armi non regolamentari, bensì delle pistole
di ordinanza, cioè di pistole automatiche Beretta calibro 9. La questura di
Roma ha precisato che le forze di polizia impegnate nella circostanza non
fecero uso di armi da fuoco, salvo che dei mezzi per il lancio di candelotti
lacrimogeni”.
Era stata la tesi sostenuta sin dall’inizio da polizia e carabinieri, e ribadita
fino alla nausea in tutte le relazioni di servizio. A questo punto bisogna porsi
la domanda: Cossiga sapeva degli agenti in borghese?
Il 26 maggio 1977 Eugenio Scalfari, da poco più di un anno fondatore e
direttore di “Repubblica”, va al Viminale per intervistarlo e lo trova
affaccendato a leggere i testi delle Brigate Rosse, con il tavolo ingombro di
tutta la letteratura della sinistra rivoluzionaria.
Signor ministro, com’era la piazza ai tempi di Scelba? E oggi? Com’è
oggi? Molto cambiata?
“Oh sì, molto cambiata.”
Più pericolosa?
“Molto più pericolosa. Non c’è confronto con quanto succedeva allora. Ai
tempi di Scelba c’erano grandi manifestazioni di massa, lavoratori, studenti,
popolo, inquadrati dal Pci e dai sindacati, dimostravano per affermare una
linea politica. Dimostravano contro il governo, contro la Dc, contro la Nato,
contro i padroni. C’erano scontri con la polizia, ma la polizia non era il
nemico, non era l’obiettivo della manifestazione.”
E adesso?
“Adesso è tutto diverso. Per i pistoleros della P38 la polizia non è un
ostacolo di percorso ma l’obiettivo, il solo obiettivo. Lo scopo del corteo, per
loro, è di sparare sulla polizia e di fare in modo che anche la polizia spari.”
E la polizia spara.
“Per forza. Quando è aggredita risponde. Che può fare? Di solito usiamo i
lacrimogeni, ma non sono di grande efficacia. Fanno un gran fumo, al riparo
dei quali i pistoleros si nascondono anche meglio e portano anche meglio a
termine le loro imprese criminali. Ora si sta studiando un gas lacrimogeno
senza fumo. Spero che tra poco sarà in dotazione.”
E poi avete le squadre in borghese?
“Nessuna squadra in borghese. Quando ci sono problemi di ordine pubblico
la squadra mobile e la squadra politica mandano alcuni agenti in borghese per
individuare i reati e i rei, cosa che i reparti in divisa non possono fare perché
debbono pensare a sostenere lo scontro o a impedirlo. Squadre speciali non
esistono nella polizia italiana.”
Lei afferma che gli agenti in borghese debbono limitarsi a un’attività
investigativa? È così?
“Esattamente così.”
Recenti documenti fotografici provano il contrario. Quegli agenti in
borghese caricano, pistola in pugno, insieme ai reparti. Lei comprende, signor
ministro, quali incidenti tragici ne possono derivare?
“È vero. Possono essere stati commessi errori. Per esempio l’esperienza
c’insegna che mandare agenti della squadra mobile in occasioni del genere è
un errore. Perciò non li manderemo più. Un altro errore, di natura tattica, è
d’impiegare, in quelle occasioni, le auto della Volante. Sono auto isolate,
spesso vengono accerchiate, gli uomini s’intimoriscono e possono
commettere eccessi di legittima difesa. Non impiegheremo più neanche le
Volanti nei momenti caldi dell’ordine pubblico.”
Signor ministro, il 12 maggio, a Roma, quando ci fu la manifestazione dei
Radicali che poi degenerò in scontri con gli autonomi, la polizia fu molto
dura “a freddo”. Su questo punto tutte le testimonianze sono concordi.
“Gli uomini erano inaspriti.”
Capisco, gli uomini erano inaspriti, ma i capi non fecero nulla per
ricondurli ad atteggiamenti più responsabili.
“Non è vero. Ho seguito minuto per minuto quanto avveniva nella sala
operativa della questura: posso confermare che il questore in persona dette
più volte disposizioni di lasciare defluire i dimostranti senza chiuderli nei
vicoli del centro. E poi, questa pretesa durezza non ebbe alcuna conseguenza
drammatica, fino a quando gli autonomi cominciarono a sparare su ponte
Garibaldi.”
Non sarebbe stato meglio consentire la manifestazione a Pannella? Magari
non a piazza Navona?
“La richiesta di farla a piazza Navona era perentoria. Non c’erano
alternative. Quanto a noi, sapevamo positivamente che gli autonomi
sarebbero intervenuti con intenzioni aggressive. In quelle condizioni era
impossibile derogare al divieto.”
Due settimane dopo l’uccisione di Giorgiana, Cossiga quindi ammette che
fu un errore schierare i poliziotti in borghese, ma non chiarisce se lo
schieramento fu un suo ordine o se venne informato a cose fatte. Non
menziona mai Giorgiana.
Durante la preparazione di questo libro incontrai Gianfranco Spadaccia, il
dirigente radicale che aveva attraversato la vicenda Masi dall’inizio alla fine.
Ci vedemmo al caffè Eustachio, alle spalle del Senato. Aveva quasi 80 anni e
una avventurosa vita politica alle spalle, che lo aveva condotto anche in
carcere, nel 1975 durante la battaglia sull’aborto. Conservava memoria netta
di ogni fatto: “Cossiga era strano. Ogni volta che mi vedeva mi salutava con
affetto, ma non appena io mi facevo più confidenziale e accennavo a
Giorgiana diventava elusivo, troncava il discorso”. Ordinò un Campari
spruzzato di vino bianco e cominciò a succhiarlo con la cannuccia. Lui
conosceva l’assassino? gli domandai mentre nel bar risuonava Je so’ pazzo di
Pino Daniele. Alzò gli occhi al soffitto: “Secondo me no. Non glielo dissero.
Si capiva però che voleva evitare ogni polemica, era terrorizzato dalle
implicazioni della vicenda. Una possibile ipotesi è che un pezzo deviato dello
Stato cercò di provocare un morto tra i poliziotti, un secondo caso
Passamonti, per far introdurre così le leggi speciali. Non è escluso che
Cossiga fu a sua volta vittima di questo disegno”. Lo guardai stupito.
Spadaccia fece una smorfia. “Non saprei spiegare diversamente i suoi
imbarazzi.”
Due settimane dopo intervistai Paolo Cento, l’ex deputato dei Verdi, che
nel 2003 aveva proposto al Parlamento di avviare una commissione
d’inchiesta sulla morte di Giorgiana e sul ruolo dei poliziotti in borghese. A
quel tempo Cossiga era, da oltre undici anni, un semplice senatore a vita. La
sua carriera politica era di fatto conclusa, avrebbe finalmente potuto
permettersi il lusso di dire tutta la verità. “Una mattina intorno alle otto
ricevetti una sua chiamata: ‘Ho saputo che vuoi istituire una commissione
d’inchiesta. Ti devo parlare,’ esordì brusco. Gli proposi di vederci alla
Camera o al Senato. ‘No, in privato,’ replicò. M’irrigidii. La sua voce si fece
tagliente: ‘Sappi che le cose che racconti non sono vere, non andarono così’.
“ ‘Presidente, perché non dice finalmente alla magistratura le cose che sa?’
lo incalzai. ‘Le voglio dire a te,’ insistette. ‘Feci resistenza. Mi chiamò altre
volte, sempre di buon mattino. Era un suo modo per controllarmi. Voleva
condizionare il dibattito che una eventuale inchiesta parlamentare avrebbe
potuto innescare. Lo portava dentro di sé come un tormento. Decisi che
l’avrei incontrato solo in una sede istituzionale, ma non acconsentì mai e si
guardò bene dal riferire ai magistrati quel che andava dicendo in pubblico. È
incredibile, ma Cossiga non venne sentito una sola volta dalla magistratura.
Naturalmente la commissione d’inchiesta non si fece.”
Quando Boneschi assunse l’incarico di parte civile, iniziando a studiare il
caso, Cossiga aveva appena rimosso il questore di Roma, Domenico
Migliorini. Fu una decisione di un certo clamore. In quel modo Cossiga
riconosceva pubblicamente l’errore commesso con l’impiego dei poliziotti in
borghese, e compiva un atto di riparazione. Erano stati soprattutto i socialisti,
al governo con la Dc, a esercitare pressioni sul Viminale. L’onorevole
Fabrizio Cicchitto, esponente della sinistra interna, che anni dopo sarebbe
finito nelle liste P2 e dopo ancora si sarebbe riciclato come berlusconiano di
ferro, era stato il più risoluto di tutti. Aveva presentato un’interrogazione per
sapere “quando verrà rimosso dal suo posto il questore che ha manifestato
una totale incapacità di controllare democraticamente l’ordine pubblico a
Roma”. La petizione reca la data del 13 novembre 1977. Il giorno prima i
Radicali avevano denunciato Migliorini alla magistratura, sulla base di una
potente prova video.
“È pervenuta ai deputati Domenico Pinto e Marco Pannella una pellicola
cinematografica dalla quale emerge chiaramente che nel corso delle
operazioni di polizia del 12 maggio fecero uso di armi da fuoco sparando
colpi di pistola ad altezza d’uomo. Non vi è dubbio che la questura di Roma,
riferendo al ministro una versione dei fatti come quella esposta in
Parlamento, ha coperto responsabilità e alterato la verità, giacché, tra l’altro,
l’uso delle armi, per essere stato taciuto, negato e quindi sconfessato dalle
autorità superiori, non poteva che essere illegittimo.” Alla querela venne
allegato il referto di un medico, Walter Regolo, con studio in vicolo del
Gallo, a Campo de’ Fiori, che aveva medicato due giovani feriti con arma da
fuoco, di cui abbiamo parlato nel terzo capitolo: due ragazzi di 23-24 anni. Il
primo al polso, il secondo all’orecchio destro. Entrambi sostenevano di essere
stati colpiti dalla polizia.
Quindi i Radicali avevano convocato la stampa per mostrare i due filmati.
Erano un colpo di piccone al muro di omertà che circondava la vicenda. Nel
primo filmato – disse Pannella – sono chiaramente visibili l’agente Santone,
il dottor Carnevale e altri funzionari in borghese con le pistole puntate. Nel
secondo filmato si distinguono le fiammate di due colpi di pistola sparati da
due agenti non identificati appostati davanti al portone del Palazzo Regio di
piazza della Cancelleria. Non era una prova sugli assassini, naturalmente, ma
era la prova morale che Cossiga, il sottosegretario Lettieri e il questore
Migliorini avevano mentito al Parlamento e all’opinione pubblica.
Il “Corriere della Sera”, da pochi giorni diretto da Franco Di Bella,
pubblicò un editoriale dello scrittore Alberto Bevilacqua che giudicava
autentici i due video: “I filmati sono stati girati da due diversi operatori
dilettanti: il primo è in bianco e nero; il secondo, più breve, a colori. Nella
pellicola in bianco e nero, con la macchina da presa a ridosso della polizia la
scena è quella di piazza San Pantaleo e si vede quanto segue: il commissario
di Primavalle fiancheggiato dal commissario Carnevale, il quale, circondato
dai suoi uomini che tengono pronti i lacrimogeni, fa l’atto di puntare la
pistola, ma poi ci ripensa e l’abbassa, il commissario di Primavalle
improvvisamente grida all’operatore di allontanarsi; l’obiettivo si sposta
allora su un gruppo di ‘speciali’ di cui uno, travestito da autonomo, con il
viso coperto da un fazzoletto, punta la pistola prima con la destra, poi
aiutandosi con la sinistra, mentre nei suoi pressi si aggira, con molto
nervosismo, il chiacchieratissimo agente Santone, che impugna anche lui una
rivoltella e con il braccio indica ai colleghi in casco di abbassare leggermente
il tiro dei lacrimogeni. Santone, che si distingue lontano un miglio per la sua
maglia bianca a striscia trasversale scura, è senza dubbio il primattore di
questa sequenza. La pellicola è a 16 millimetri, abbastanza nitida, senza
scosse né sfocature. Il maggiore interesse va comunque al secondo filmato,
che è a otto millimetri e riprende la scena in campo lungo e in controluce;
anche qui, nonostante le precarie condizioni di ripresa, le immagini cruciali
sono bene evidenti ed è proprio il colore che fa spiccare le fiammate delle
pistole d’ordinanza. Ecco la scena. Si apre con totali su piazza della
Cancelleria e dettagli vari degli scontri; si stacca quindi sul portone di un
palazzo d’angolo, il Palazzo Regio dove, appostati tra le colonne, vediamo
due agenti in divisa, il primo dei quali seminginocchiato, e l’altro in piedi alle
sue spalle; puntano e sparano in successione, le fiammate si stagliano visibili
contro il biancore della colonna di sinistra, dopo di che essi si chinano a
raccogliere i bossoli e fanno l’atto di allontanarsi”.
Questo pezzo-denuncia di uno scrittore molto in voga, pubblicato da
un’istituzione come “Il Corriere della Sera”, indusse Cossiga ad agire.
Anche perché il 28 novembre 1977, a Montecitorio, Pannella smascherò le
bugie del governo con un lunghissimo monologo. “È ora di finirla! Che senso
avete delle istituzioni? Che senso avete del Parlamento? Signor
sottosegretario Lettieri, questa storia del 12 maggio è stata trattata da voi fin
dal primo giorno con menzogne e oltraggi. Il 13 maggio il ministro è venuto a
dire che la polizia era stata aggredita da guerriglieri che sparavano; il 14
avete dichiarato ai giornali che non vi era neanche un agente in borghese; il
15 avete dichiarato che gli agenti in borghese c’erano ma non erano armati; il
16 avete dichiarato che gli agenti erano armati ma non avevano sparato; il 17
avete dichiarato che nessuno aveva sparato, nemmeno tra quelli non in
borghese; il 18 che non potevate parlare perché la magistratura aveva aperto
un’inchiesta, il che non era vero. Signor sottosegretario, io penso di sapere
già cosa lei ci dirà tra poco: in effetti, forse dal filmato risulta che si è sparato,
ma è successo in tutt’altro momento, in piazza della Cancelleria, forse, e non
a ponte Garibaldi, dove è stata uccisa, non si sa da chi, Giorgiana Masi. La
verità è un’altra! Non è il questore di Roma che le ha fatto dire queste cose,
signor sottosegretario, è il signor ministro dell’Interno Cossiga, che fin dal
giorno prima ha diretto, minuto per minuto, lui in persona, questa operazione
di strage. E ora state andando avanti, menzogna dopo menzogna, aspettando
la provocazione.”
Quindi, sull’onda delle denunce martellanti di Pannella, la campagna di
stampa del Partito comunista, (“Migliorini è inadeguato”, denunciò
all’“Unità” il segretario romano Paolo Ciofi), le vibrate pressioni dei
socialisti, la presa di posizione del “Corriere della Sera”, a Cossiga non restò
che rimuovere dal suo incarico il questore. Domenico Migliorini venne
cacciato alla vigilia di Natale, all’istante si dimise dalla polizia. Rilasciò
un’intervista al “Tempo” nella quale lamentava che dopo 30 anni di “scomodi
incarichi” si sarebbe atteso una maggiore considerazione del suo operato.
Aveva diretto la squadra mobile di Roma in momenti difficili, fatto il
questore per due lustri, e in precedenza era stato in prima linea contro la
mafia, scoprendo Luciano Liggio a letto con una ballerina. Ora,
all’improvviso, gli rinfacciavano anche la tardiva chiusura del covo degli
autonomi di via dei Volsci, a San Lorenzo e la perquisizione di cinquecento
bambini nella scuola media di Primavalle per rintracciare il ladro del
portafogli della bidella. Era la prima testa a cadere per la morte di Giorgiana.
Fu anche l’unica.
Cosa sottintendeva quella decisione? Era la conferma di quel che mi aveva
detto Spadaccia, quasi 40 anni dopo, al caffè Eustachio, ovvero che il
ministro si era sentito ingannato?
Non si può escludere che l’impiego dei poliziotti in borghese venne deciso
all’insaputa del titolare del Viminale, non si spiega diversamente il
comunicato diramato da Cossiga dopo che “Il Messaggero” aveva
smascherato Santone come poliziotto in borghese. Non solo il ministro
imponeva a Migliorini un rapporto dettagliato sulla questione, ma annunciava
nel contempo che il rapporto sarebbe stato diffuso integralmente alla stampa.
Cossiga era chiaramente irritato. Solo tanti anni dopo, il 18 aprile 2001,
Cossiga fece i conti con quel punto centrale della vicenda. Si lasciò
intervistare da Radio Radicale, e qui, nel corso di una lunga chiacchierata, a
sorpresa sostenne di essere stato ingannato sull’impiego dei poliziotti in
borghese. “Fu un momento drammatico, chiesi scusa in Parlamento perché
mi era stato detto che non vi erano in piazza appartenenti alla polizia o
all’Arma dei carabinieri in borghese. Io affermai questo. Avendo appreso il
contrario, quando gli amici dell’‘Espresso’ mi diedero la documentazione
fotografica, rimossi dal suo incarico uno che era amico mio e che mi aveva
fornito, non per colpa sua, queste informazioni.” “Qual è la più grande bugia
che ha raccontato?” gli chiese Claudio Sabelli Fioretti, che lo incontrò per il
libro-intervista L’uomo che non c’è. E Cossiga: “Quando dissi che non
c’erano agenti in borghese armati agli scontri che portarono alla morte di
Giorgiana Masi. Ero stato ingannato a mia volta”.
Un ministro dell’Interno gabbato dai suoi stessi uomini, ma che tace la
circostanza per ventiquattro anni. Era la convinzione che animava in fondo
anche Pannella, quando ci eravamo visti. Mi ero sbagliato: non era vero che
non mi aveva detto nulla. Era andata davvero così?
Nel 1980 Migliorini comparve davanti alla commissione parlamentare
d’inchiesta sul sequestro Moro. Era un uomo ancora fiaccato da una
rimozione che riteneva ingiusta: “Sono in pensione, non vado al ministero
degli Interni da tre anni, mi sono avvicinato alla questura dopo due anni, mi
hanno tolto ogni vigilanza, la casa, la macchina, mi trovo a Grottaferrata e
non vedo nessuno”. Fece capire, ai commissari che lo ascoltavano stupiti, che
se Cossiga lo avesse tenuto ancora in servizio avrebbe potuto essere utile per
salvare la vita al presidente della Democrazia cristiana. “Avevo una
esperienza specifica per la questione Moro, perché quando ero giovane
trentenne dirigevo il Commissariato di pubblica sicurezza Vescovio, zona in
cui abitava l’onorevole Moro. All’epoca mi accorsi che qualcosa non andava,
che la vigilanza era cambiata, feci immediatamente una relazione al questore
del tempo… E invece la morte di Giorgiana Masi mi ha portato alle
dimissioni, ma tutto era impostato a falsità, sono stato defenestrato, silurato,
bombardato per un anno intero senza avere fatto nulla, senza avere una sola
colpa.” Era una deposizione interessante per i segnali che lanciava: a Cossiga,
alla Dc. Era come se dicesse: io Moro lo conoscevo bene, lo avevo seguito
per una vita, e voi, guarda un po’, mi avete cacciato a tre mesi dal sequestro.
Molte vite dopo, nel maggio 1992 – la Prima Repubblica cominciava a
vacillare sotto i colpi di Tangentopoli – Rifondazione comunista chiese di
riaprire l’inchiesta sulla morte di Giorgiana, sul presupposto che “alcuni degli
uomini fotografati non erano né agenti di polizia, né carabinieri, o almeno
così non risultavano all’allora questore Migliorini”. L’interrogazione, che
portava la prima firma di Giovanni Russo Spena, affacciò l’ipotesi che gli
uomini armati che il questore non conosceva facessero parte dei Nuclei
operativi di Gladio. Secondo questa tesi, se vera, anche Migliorini sarebbe
stato vittima di un gioco più grande di lui, di un disegno oscuro. Ma Cossiga
sapeva di Gladio, Migliorini non si sa.
11.

Il 20 febbraio 1978 apparve questo trafiletto sul “Corriere della Sera”: “È


stata affissa ieri mattina su una spalletta di ponte Garibaldi una lapide di
bronzo che ricorda Giorgiana Masi. Circa duemila giovani hanno assistito
alla cerimonia, sul luogo dove la studentessa romana venne uccisa il 12
maggio scorso da un colpo di pistola. Giorgiana Masi perse la vita durante gli
scontri tra dimostranti e polizia, seguiti al divieto di una manifestazione
indetta a sostegno dei referendum proposti dal Partito radicale. Sulla lapide
sono incise le parole di una poesia dedicata a Giorgiana, il cui testo è stato
pubblicato in un manifesto femminista”.
All’indomani, l’avvocato Boneschi batté a macchina dieci righe di rettifica
che inviò al direttore Di Bella e per conoscenza al comitato di redazione:
“Giorgiana Masi non fu uccisa durante gli scontri tra dimostranti e polizia,
ma allorché cercava di salvarsi dalla polizia che – in assenza di scontri –
caricava sul ponte Garibaldi con lacrimogeni e armi da fuoco. Mi assumo,
ovviamente, la piena responsabilità di quanto affermo”.
Quando lo incontrai per la prima volta nel suo studio di Milano, Boneschi
mi fece subito una premessa, che cerchiai di rosso sulla mia Moleskine:
“Tutto quel che le dirò qui è il frutto di convinzioni personali, ma se si segue
il filo logico dei fatti non si può che giungere a una sola conclusione:
Giorgiana venne uccisa dalle forze dell’ordine mentre scappava”.
Nel febbraio del 1978 Luca Boneschi ha 39 anni. È cresciuto in una
famiglia della borghesia di Milano, di solidi sentimenti repubblicani. Il nonno
è magistrato, lo zio, Mario Boneschi, è stato un protagonista della Resistenza,
poi, a guerra finita, membro della Costituente per il Partito d’azione. Insieme
al padre di Luca, Aldo, ha aperto uno studio legale in via Cesare Battisti.
È don Giussani a fare di Luca un radicale. Il fondatore di Comunione e
Liberazione insegna religione al liceo Berchet, e i due si scontrano durante
una lezione, don Giussani se ne lamenta col preside, che sospende il ragazzo
per qualche giorno da scuola. “Era un prete autoritario, che pretendeva di
entrare nella tua vita, decisi che avrei percorso la via opposta.” Forse è anche
l’esempio dello zio Mario, che scrive sul “Mondo”, a fargli da modello. In
una delle prime riunioni nella sede radicale di via Brera incrocia Eugenio
Scalfari, fa amicizia con Pannella, Carandini, Rodotà, Lorenzo Strik Lievers.
È il 1956, l’anno dell’invasione in Ungheria.
Alla vigilia delle elezioni del 1963 scrive un opuscolo, Il voto radicale,
intervistando Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Roberto
Roversi. Tre anni dopo entra con Pannella nella segreteria dei Radicali. Dopo
la laurea in Legge gli pare naturale fare l’avvocato. Compie scelte non
comuni. Nel Sessantotto dà assistenza legale ai giovani del movimento
studentesco, assiste gli anarchici, difende Camilla Cederna. Sono anni
inquieti. La bomba di piazza Fontana pesa come un macigno su un’intera
generazione. Costituisce, insieme a Marco Janni, Francesco Fenghi, Luigi
Mariani, Francesco Piscopo, Gilberto Vitali e altri il Comitato di difesa e lotta
contro la repressione, un consorzio di avvocati democratici. Brucia di
passione civile. Assume la difesa di Pietro Valpreda e dei suoi parenti nel
primo processo davanti alla Corte d’assise di Roma.
È impegnato da quattro anni davanti alla Corte d’assise di Catanzaro, dove
il processo per piazza Fontana è stato trasferito per legittima suspicione dopo
un ping pong tra Milano-Roma-Milano, quando giunge la chiamata per
assumere la parte civile della famiglia Masi. Non lo hanno chiamato a caso.
Ha trascorso gli ultimi anni a cercare l’assassino di Roberto Franceschi, lo
studente di 21 anni della Bocconi ucciso da un colpo della polizia nel luglio
del 1973 a Milano. Una vicenda oscura che ha molte analogie con la morte di
Giorgiana. È questo precedente professionale, unito alla militanza radicale, a
segnalarlo: Giorgiana e Roberto furono entrambi colpiti alle spalle mentre
cercavano riparo da una carica. Accetta senza pretendere mai alcun
compenso.
“Scopo della difesa di parte civile, detta anche accusa privata, è quello di
provare la colpevolezza dell’imputato. Nel nostro caso di trovare l’imputato,
ma non ai fini di farlo condannare, che è compito della pubblica accusa, bensì
di ottenere dal condannato il risarcimento del danno subito. Nel caso di
Giorgiana partivamo da zero, era un’impresa disperata. Ma se il tribunale
avesse accertato che a sparare e a uccidere erano state le forze dell’ordine,
pur senza individuare il singolo poliziotto che aveva sparato, avremmo potuto
chiedere al ministero competente il risarcimento del danno. Questo era già
avvenuto nel processo Franceschi dove, pur essendo rimasto ignoto lo
sparatore, e quindi non essendovi stata condanna, si era agito contro il
ministero e si era ottenuto il risarcimento. Infine c’era l’interesse del Partito
radicale di dimostrare la propria estraneità ai fatti violenti e le eventuali
responsabilità governative.”
Sono trascorsi otto mesi dal delitto. Il 1977 se n’è andato con il suo carico
di disperazione, e davanti ai giovani che generosamente avevano animato il
movimento degli studenti si è schiuso un drammatico bivio: infilarsi nella
lotta armata o rifluire nel privato. La crisi morde. La mancanza di lavoro
rimane la preoccupazione di tutti quelli che si affacciano alla vita adulta.
Riguardo la foto di quel 19 febbraio 1978, il giorno in cui venne eretta la
lapide sul ponte Garibaldi. È stata scattata di domenica. Il cielo di Roma è
plumbeo. Migliaia di ragazzi si sono aggrappati a quel rito per fare i conti con
se stessi. Hanno volti tesi, li coglie un sentimento di desolazione amara. Sul
lungotevere bloccato al traffico si sono schierati a semicerchio davanti alla
lapide: nel punto esatto dove Giorgiana cadde. Ora sarebbe al primo anno di
università, una ragazza che cerca la sua strada.
Mentre scrivo queste righe è il 10 febbraio 2016. Fuori dalla mia stanza il
cielo è color petrolio, proprio come in quella domenica dimenticata di troppi
anni fa. Penso all’avvocato Boneschi, alle sue battaglie di giovane difensore,
su e giù tra Milano e Roma per anni, a dipanare il filo di un delitto che lo
aveva scosso nel profondo. Cosa lo animava? E io, perché sono qui che
scrivo? Per “scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora
restano alla giustizia”, per citare Dürrenmatt? Ho un ricordo di quell’inverno:
avevo sette anni e sapevo l’album Panini a memoria. L’Almanacco illustrato
del calcio della stagione 1977-78 ha Paolo Rossi in copertina, che manovra
con la maglia azzurra.
Il calcio era molto più popolare di oggi, e non era esente dal clima di
violenza che allignava nella società.
Il 18 gennaio del 1977 accadde a Roma un fatto incredibile.
Luciano Re Cecconi, 28 anni, una delle stelle della Lazio che tre anni prima
aveva vinto il suo primo storico scudetto, alle sette e trenta della sera si
presenta, insieme al compagno di squadra Pietro Ghedin, nella gioielleria di
Bruno Tabocchini, in via Francesco Saverio Nitti nel quartiere Collina
Fleming. Alza il bavero della giacca, e per celia, per fare uno sciocco
scherzo, intima: “Fermi tutti! È una rapina”. È convinto di venir riconosciuto,
il suo volto campeggia ogni giorno sui giornali – un ragazzo dai mille
polmoni, una star sempre sorridente del nostro football, detto “Ciuffo
biondo” – ma Tabocchini, che ha già subito una rapina l’anno prima, non lo
riconosce affatto. Estrae dal cassetto una Walther 7,65 e gli spara al petto.
“Alzati, lo scherzo è finito,” lo implora Ghedin, Cecconi gli bisbiglia:
“Aspettami...” poi perde conoscenza. Lo portano all’ospedale San Giacomo,
dove morirà di lì a poco. Tabocchini sarà invece arrestato per “eccesso
colposo di legittima difesa putativa”.
Il “Guerin Sportivo” dedicò molte pagine alla tragedia, con le foto della
carriera di Re Cecconi e il commosso articolo di Marco Morelli. Cosa diavolo
spingeva un calciatore, che aveva esordito in Nazionale, a infilarsi in una
simile storia? Mi persi fra i numeri successivi, attratto dai primi articoli su
Paolo Rossi, bomber ventenne del Lanerossi Vicenza, e da un fotoservizio
sulle spiagge di Rio de Janeiro di Adriano Panatta e la moglie Rosaria,
freschi eroi della Coppa Davis vinta l’anno prima. Divorai un articolo sullo
Stereorama 2000 De Luxe, “lo stereo più venduto in Italia”, (costava 100mila
lire), e uno su Gianni Rivera che annunciava le nozze con la soubrette
Elisabetta Viviani, proprio mentre il suo Milan rischiava di sprofondare in
serie B. “Una squadra piena di bauscioni, gente che si ritiene da molto e che
da molto non è,” sentenziava il sommo Gianni Brera in un’intervista parallela
con Gino Palumbo, il direttore della “Gazzetta dello Sport” (i due non si
sopportavano).
A un certo punto mi ritrovai tra le mani la famosa copertina Una bomba
allo stadio
Era il 20 marzo 1977 e allo stadio Bentegodi si giocava Hellas Verona-
Juventus. Nel prepartita un raccattapalle era quasi inciampato in una bomba a
mano del tipo Srcm, di quelle in dotazione dell’esercito, finita ai margini
della pista d’atletica. Aveva chiamato gli artificieri, che avevano provveduto
a disinnescarla, evitando però di diffondere la notizia: se solo si fosse sparsa
la voce, si sarebbe scatenato un fuggi fuggi sulle tribune gremite da 45mila
tifosi. Furono avvalorate molte ipotesi per quel gesto, da quella politica al
terrorismo. “Il Paese è arrivato a un’esistenza di tipo sudamericano,” scrisse
il direttore Italo Cucci. Né più né meno quel che avrebbe scritto tre mesi dopo
il settimanale tedesco “Der Spiegel” quando uscì con la copertina della
pistola appoggiata su un piatto di spaghetti fumante: L’Italia: sequestri,
estorsioni, rapine.
La settimana dopo un tifoso delle Brigate Gialloblù, gli ultrà del Verona,
mandò una lettera a Cucci, scritta in stampatello, per spiegare come erano
andate in realtà le cose. Un curvaiolo aveva portato la bomba nell’antistadio
poiché intendeva scagliarla contro il bus dei tifosi della Juve, i Panthers: per
vendetta contro le violenze che questi avevano commesso contro i tifosi
scaligeri nella sfida d’andata. Ma siccome poi i Panthers avevano preferito
disertare la trasferta, e lo sciagurato ultrà aveva già tolto due delle tre sicure,
per evitare che gli esplodesse all’improvviso sui gradoni aveva quindi deciso
di disfarsene gettandola sulla pista d’atletica. Nel 1977 si poteva
tranquillamente accedere in uno stadio di serie A con una bomba.
Mesi dopo il gioielliere Tabocchini, che aveva sparato a Re Cecconi, venne
assolto per avere agito “in stato di legittima difesa putativa”.
Mentre a Roma i giovani commemoravano Giorgiana, l’Inter, allenata da
Eugenio Bersellini, che i giornali sportivi chiamavano “il Sergente di ferro”,
pareggiò 0-0 col Torino, dicendo così definitivamente addio allo scudetto. La
formazione schierata dal “Sergente di ferro” fu la seguente: Bordon, Canuti,
Baresi, Oriali, Gasparin, Facchetti, Scanziani, Marini, Altobelli, Roselli,
Muraro. Anastasi, per cui stravedeva mio zio Nino, rimase per tutto il tempo
in panchina.
Quella domenica di febbraio, mischiati tra la folla, c’erano anche i
compagni di classe di Giorgiana. Ripesco la lettera che scrissero all’indomani
del delitto, e che fu pubblicata da “Lotta Continua”.
“Questa morte, sì assurda, ma che ha un significato preciso, e che ci
riempie la mente di rabbia e di profondo sconforto, non ci impedisce tuttavia
di delineare con lucidità sia la nostra compagna uccisa, sia la situazione che
ha determinato questo assassinio. Giorgiana non si trovava in piazza
Gioacchino Belli per caso. Sarebbe come dire che noi giovani manifestiamo,
scendiamo in piazza, non perché non abbiamo uno sbocco lavorativo, non
perché abbiamo un domani senza vita e senza via di uscita, non perché questo
diploma è solo carta, non perché il clima in cui viviamo è saturo di violenza,
ma così, per caso. Giorgiana non è stata uccisa per errore o per caso. Questi
morti, questo clima di terrore che può spingere la popolazione a volere
ordine, polizia dappertutto, e polizia che spara, non fa comodo a noi studenti
o ai lavoratori. Queste manifestazioni drammatiche, in cui tutti ci additano
come assassini, come provocatori, alle quali Giorgiana ha sempre partecipato
e mai ci è passata solamente per caso, non fanno certamente il nostro gioco.
Capita tutto così all’improvviso, che si sente di non avere più niente cui
attaccarci per reagire. Invece bisogna reagire. Noi non abbiamo diritto di
stare qui a piangere, non ha senso. Questa morte assurda non deve portarci
ancora più confusione, deve farci ragionare, meditare. E non solo noi
compagni di classe di Giorgiana, ma tutti, perché questa morte non deve
riguardare e non riguarda solo noi. Sarebbe proprio Giorgiana la prima a
dispiacersi se tralasciassimo di portare fino in fondo la giusta lotta contro tutti
i decreti antidemocratici. Le compagne e i compagni di classe della
compagna Giorgiana.”
Il 20 febbraio 1978 – all’indomani della posa della lapide di Giorgiana
Masi sul ponte Garibaldi – la procura della Repubblica di Roma depositò la
perizia medico-legale che il magistrato Santacroce aveva ordinato subito
dopo il delitto. I periti erano giunti alla conclusione che la pallottola che
aveva colpito Giorgiana era una calibro 5,6 (verosimilmente 22 L.R.standard
a piombo nudo o ramato) oppure una calibro 5,75 (Velodog incamiciata). “Di
queste due ipotesi,” scrissero nella loro relazione, “la prima è quella che ha
più probabilità che si sia verificata in relazione ai risultati delle microanalisi
eseguite su indumenti e su tessuti cutaneo e osseo interessati dal proiettile.”
La distanza di tiro fu valutata tra i 10 e i 20 metri. Le stesse ipotesi vennero
fatte per i ferimenti di Elena Ascione e Francesco Ruggiero.
La parte civile contestò immediatamente le conclusioni. A quel punto
accadde un fatto inaspettato.
Qualche giorno dopo l’uccisione di Giorgiana, il 16 maggio 1977, uno
spazzino aveva ritrovato casualmente nei giardinetti di piazza Augusto
Imperatore, alle spalle di via del Corso, nel cuore di Roma, un sacco di iuta
contenente un mitra, due pistole mitragliatrici, una baionetta, alcune
munizioni e un revolver Smith&Wesson. Era un punto molto distante dal
luogo del delitto, ma subito, per misteriose ragioni, si collegò quel sacchetto
all’uccisione di Giorgiana. Le armi vennero immediatamente consegnate alle
autorità e solo la Smith&Wesson risultò funzionante: era un’arma non in
dotazione alla polizia. “Chi ha lasciato il sacchetto in piazza Augusto
Imperatore e perché?” si chiedeva il magistrato Santacroce ancora nel
gennaio 1979. “Che senso può e deve darsi al rinvenimento di una pistola
calibro 22? Sono questi interrogativi destinati a restare, purtroppo, senza
risposta.” Per l’avvocato Boneschi invece c’era una sola spiegazione
possibile: “Non si offenda nessuno se si ipotizza che sia stato un ritrovamento
pilotato e che il materiale dovesse per forza finire sul tavolo del giudice
istruttore che indagava su Giorgiana Masi, com’è avvenuto”.
Il 26 aprile 1978 – ovvero quasi un anno dopo quel ritrovamento – il
giudice istruttore Claudio D’Angelo dispose una perizia, per capire se per
caso si trattava dell’arma usata sul ponte Garibaldi. L’incarico venne affidato
al generale di divisione Vincenzo Vacchiano, che dopo qualche settimana di
verifiche concluse che “nelle condizioni di tempo, di spazio e di luogo in cui i
fatti in termini possono essersi verificati la Smith& Wesson calibro 22
potrebbe essere stata adoperata per colpire Giorgiana Masi, Elena Ascione e
Francesco Ruggiero, in quanto l’arma stessa impiegando cartucce L.R. (Long
Rifle) di normale allestimento commerciale può determinare gli effetti
riscontrati sul corpo delle tre vittime”.
Quando scartabellai per la prima volta le carte del fascicolo, scacciai
istintivamente da me i volumi delle perizie, tomi pieni di disegni che mi
apparvero a una prima lettura noiosissimi. Boneschi mi ammonì: “La chiave
della vicenda sta tutta nelle perizie”. Me ne accorsi quando presi in mano la
consulenza tecnica di Giuseppe De Bernardi, l’esperto balistico incaricato
dagli avvocati Boneschi e De Cataldo per contestare la tesi di Vacchiano.
Non poteva essere stato un proiettile calibro 22 L.R. a uccidere Giorgiana:
De Bernardi provò infatti a sparare su una vertebra umana (la quarta lombare)
da una distanza di 50 centimetri e il proiettile non riuscì nemmeno a
trapassarla, come purtroppo era avvenuto con Giorgiana, nel cui caso la
pallottola aveva trapassato la vertebra e l’addome per poi uscire
dall’ombelico. In più quel tipo di proiettile lasciava tracce di piombo, mai
riscontrate sul corpo della ragazza. Insomma, con un proiettile L.R. “di
normale allestimento commerciale” non si sarebbe mai potuto provocare un
danno simile, neppure sparando da brevissima distanza, perché il proiettile
non aveva sufficiente forza per trapassare una vertebra.
Il perito della parte civile fece notare che la Smith &Wesson era in realtà
un revolver di precisione a canna lunga, destinato al tiro al bersaglio, che
sparava proiettili blindati (22 Magnum), e non L.R.: con quel revolver si
poteva colpire e uccidere anche a 60 metri di distanza, se poi si fosse usata
una carabina il colpo poteva uccidere anche a 150 metri. E a 150 metri, alle
spalle di Giorgiana, c’erano le forze dell’ordine.
Era una strana storia quel sacco di iuta fatto ritrovare in piazza Augusto
Imperatore.
Forti di questa consulenza gli avvocati di parte civile sostennero quindi che
il sicario aveva sparato con un proiettile cosiddetto blindato, non con un Long
Rifle a piombo nudo. La pallottola blindata o incamiciata, in inglese Full
Metal Jacket, è costituita da un nucleo di un metallo relativamente morbido,
solitamente il piombo, incamiciato in un metallo più duro. L’uso della
camiciatura permette al proiettile di essere accelerato fino a velocità
supersoniche. Ora Giorgiana era stata uccisa “da un proiettile blindato e
dotato di grande energia vulnerante”. Gli avvocati non nascosero il loro
stupore: “Come abbiano potuto i periti, sia nella prima che nella seconda
relazione, affermare dati tanto diversi e ritenere compatibile l’uso di un
proiettile a piombo nudo calibro 22 L.R. con gli effetti riscontrati sul corpo di
Giorgiana non è dato proprio comprendere”. Anche la seconda ipotesi, del
Velodog, andava scartata, perché di una potenza addirittura inferiore a quella
del 22 L.R.
Riassumendo: per il perito De Bernardi Giorgiana era stata uccisa con un
colpo di arma da fuoco trapassante con traiettoria praticamente parallela al
terreno, il colpo risultava sparato alle spalle della ragazza. Il proiettile, di
diametro intorno ai sei millimetri, era blindato e dotato di grande energia. Chi
ha sparato si trovava pertanto sul ponte Garibaldi, o all’imbocco dello stesso
dalla parte di via Arenula.
Gli avvocati della famiglia chiesero allora l’incriminazione dei capi della
polizia: “Giorgiana Masi è stata colpita alla schiena mentre fuggiva da ponte
Garibaldi verso piazza Belli da una carica di inaudita violenza delle forze di
polizia, e che tra lei e chi sparava vi era soltanto qualche altro ragazzo che,
come lei, tentava di salvarsi la vita. La provenienza degli spari è univoca e
non ammette dubbi: la responsabilità personale di chi ha ordinato di sparare è
individuata; la responsabilità politica dell’assassinio ha nomi e cognomi
precisi. A questo punto è compito del giudice interrogare i commissari, i
capipattuglia, gli agenti in divisa, gli agenti in borghese, gli ufficiali che
hanno operato nelle zone di via Arenula e ponte Garibaldi per sapere se
hanno fatto uso di armi da fuoco. Si allegano diciotto fotografie nelle quali
compaiono agenti in borghese e in divisa armati”.
Era un caso semplice da illuminare.
12.

Una delle piste poi seguite dagli inquirenti fu un reporter Rai a scovarla:
Giuseppe Marrazzo, detto Joe. All’indomani del delitto, nell’edizione delle
19.45 del Tg2, il giornalista aveva mandato in onda un’intervista a due
giovani, ripresi di spalle, che avevano rinvenuto un bossolo calibro 7,65 nei
pressi del monumento a Gioacchino Belli, a pochi metri dal luogo dove era
caduta Giorgiana. Quindi l’avevano consegnato a una radio romana legata al
movimento, Radio Città Futura.
Marrazzo: “Abbiamo adesso una testimonianza che trasmettiamo al solo
scopo di metterla a disposizione degli inquirenti in grado di valutarne la
validità”.
Il reporter compare in video. Occhiali neri, camicia col colletto aperto, si
posiziona vis-à-vis ai due giovani, entrambi sui vent’anni, capelli lunghi,
forte accento romano: attorno il frastuono consueto di una piazza di Roma.
Fanno capannello dei passanti incuriositi. Risponde alle domande del
giornalista solo uno dei due, il ragazzo con il gilet azzurro.
Marrazzo: “Voi avete trovato un bossolo lì, nei pressi del giardinetto?”.
Ragazzo: “No, prima”.
Marrazzo: “Prima del giardinetto...”.
Ragazzo: “Prima del giardinetto: l’abbiamo trovato dove sta il sindacato”.
Marrazzo: “Il sindacato di fronte al monumento di Gioacchino Belli. E
avete visto che degli uomini sparavano sul gruppo di dimostranti che
venivano dal ponte?”.
Il ragazzo annuisce.
Marrazzo: “Ecco, il bossolo sapete di che calibro era?”.
Ragazzo: “7,65”.
Marrazzo: “L’avete consegnato a una radio libera?”.
Il ragazzo di nuovo annuisce.
Marrazzo: “Senti, e chi sparava?”.
Ragazzo: “Le guardie municipali”.
Marrazzo: “Quanti erano?”.
Ragazzo: “Due”.
Marrazzo: “Due guardie municipali, secondo voi”.
Ragazzo: “No, erano!”.
Marrazzo: “Erano? Perché le avete riconosciute? Dalla divisa?”.
Ragazzo: “Sì, sì, dalla divisa. C’erano due Guzzi 850 ultimo modello. Sono
quelli del Nucleo Radiomobile. Quelli che hanno l’affare blu qua. C’hanno
un distintivo apposta”.
Marrazzo: “Un distintivo apposta”.
Ragazzo: “Sì, sì. E si portavano appresso due in borghese”.
Marrazzo: “Ma prima hai detto che avevano sparato in aria?”.
Ragazzo: “No, uno ha tirato fuori la rivoltella, e non so se ha sparato,
perché in quel momento la situazione era molto confusa, l’altro invece ha
sparato in mezzo…”.
Interviene l’altro ragazzo: “Con il braccio teso, ad altezza d’uomo,
chiaramente”.
Ragazzo: “In mezzo alla gente”.
Era una pista promettente, che trovò anche una certa eco sulla stampa. Il
magistrato Santacroce convocò Marrazzo. Il famoso cronista aveva 49 anni.
Si presentò: figlio di Alfonso, nato a Nocera Inferiore, residente a Roma in
via dei Giuochi Istmici 37, quindi consegnò la copia delle bobine con
l’intervista. Disse che il giorno prima, intorno alle 12.30, mentre cercava di
ricostruire il percorso dei dimostranti, era stato avvicinato da due giovani nei
pressi di Campo de’ Fiori. Uno aveva all’incirca diciannove anni, l’altro
venti. L’episodio di cui offrivano la testimonianza andava collocato alle ore
20 del 12 maggio. Dalle finestre delle case soprastanti, e precisamente dal
palazzo che ospitava la Confcommercio, le persone avevano gridato loro di
allontanarsi: “Non fatevi ammazzare!”.
Il magistrato gli domandò se c’era un legame con l’uccisione di Giorgiana.
Marrazzo rispose: “I due giovani mi hanno riferito di aver raccolto il bossolo
calibro 7,65, ma non mi hanno precisato se lo hanno fatto prima o dopo il
ferimento mortale della Masi”. Quindi li descrisse: uno biondo, un po’
stempiato, di media statura, vestito in maniera trasandata; l’altro più alto,
studente universitario, molto magro, bruno, con i capelli ricci. “Non mi hanno
dichiarato di aver visto la Masi cadere. È anche vero che io non ho fatto
alcuna domanda specifica su questa circostanza.”
Santacroce interpellò il comandante dei vigili urbani, Francesco Andreotti.
Questi rispose per iscritto, con una nota, nella quale precisava che nei pressi
del ponte Garibaldi tra le ore 19 e le 20.30 c’erano sei agenti in servizio, di
cui tre armati. Questi ultimi avevano una pistola Beretta 7,65. Nessuno di
loro però ne aveva fatto uso. Invece in servizio intorno alle ore 18 c’erano
altri due vigili, e uno di loro, l’agente Enrico Quagliozzi, era stato costretto a
esplodere un colpo in aria. Ma questo era avvenuto due ore prima che la
situazione degenerasse e Giorgiana trovasse la morte. Venne sentito il vigile
Quagliozzi, convocato insieme al collega Giuseppe Canova, e quest’ultimo
diede, a verbale, la seguente versione dei fatti: “Provvedevamo a spostare
alcune autovetture che precedentemente erano state messe di traverso sulla
carreggiata, bloccando la libera circolazione. Mentre procedevamo i
dimostranti sfogavano la loro ira con spranghe e bastoni sulle auto bloccate,
infierendo sulle persone anche con bombolette di vernice spray. Mentre
succedeva tutto questo un nutrito numero di dimostranti si portava verso di
noi con aria minacciosa. Quagliozzi si rivolgeva loro cercando di convincerli
a stare buoni, ma questi dopo il secondo invito insistevano a venire avanti,
mentre altri lanciavano dei sassi verso la pompa di benzina e in direzione
nostra. A questo punto, visto che la cosa stava degenerando, il collega
esplodeva in aria a scopo intimidatorio un colpo di pistola. Molti si
allontanarono immediatamente, ma subito ritornavano minacciosi verso di
noi. Dopo di ciò ci allontanavamo”.
L’inchiesta andò avanti. Radio Città Futura, nella notte tra il 12 e il 13
maggio, aveva mandato in onda una testimonianza di un ascoltatore che
raccontava di avere visto un vigile urbano sparare mentre era in sella a una
moto. Renzo Rossellini, figlio del regista Roberto e responsabile di Radio
Città Futura, ottenne un colloquio con Santacroce. Portava con sé un elenco
di persone che potevano testimoniare di avere visto il vigile urbano in
motocicletta sparare in direzione dei manifestanti. Li aveva contattati
personalmente, poco dopo l’omicidio, in piazza Belli. I due vigili, stando a
queste dichiarazioni, stavano gestendo il servizio viabilità, e dopo aver
esploso i colpi si sarebbero poi allontanati in direzione di Porta Portese a
bordo delle motociclette. Fornì i nomi degli otto testimoni: Lucia Durando,
Daniele Mazzanti, Enzo Inchingolo, Gianni Natali, Raffaele Sabbadini,
Gianni Santolamazza, Lelio Leoni, Alfeo Benedettini. Gli otto vennero
convocati in procura. Non restava che sentirli, per capire se i vigili avevano
detto la verità.
Per prima toccò a Lucia Durando, 19 anni, studentessa di liceo classico.
“La sera del 12 maggio mi trovavo in compagnia dei miei amici Daniele
Mazzanti e Enzo Inchingolo, provenienti da lungotevere Sanzio, eravamo
diretti verso ponte Garibaldi. Volevamo andare a mangiare una pizza.
Eravamo tutti giunti a circa 15 metri di distanza dal ponte Garibaldi, allorché
ho visto un vigile urbano, con casco o motocicletta, esplodere un colpo di
pistola ad altezza d’uomo. Voglio essere più precisa: mentre stavo
dirigendomi verso piazza Belli ho udito esplodere un colpo. Istintivamente mi
sono voltata verso la direzione dalla quale avevo udito provenire il colpo e ho
visto un individuo, in divisa, col casco, che impugnava una pistola ed
esplodeva un secondo colpo in direzione di lungotevere Sanzio. Accanto a
questo individuo vi erano due motociclette di colore blu, di quelle in
dotazione dei vigili urbani motorizzati. Subito dopo avere esploso i colpi, il
vigile è risalito sulla motocicletta, mentre sul sellino posteriore prendeva
posto un altro vigile, di quelli non motorizzati, che sono in servizio di
viabilità. Sull’altra motocicletta si è seduto un altro vigile, pure lui con casco
e divisa, mentre sul sellino posteriore ha preso posto un giovane in blue jeans.
Io e i miei amici, mentre le due motociclette si allontanavano in direzione di
Porta Portese, ci siamo messi a correre, portandoci in piazza Mastai. Qui ho
visto che un orologio, sito in una via laterale della piazza, segnava le 19.50.”
Lei ha visto cadere Giorgiana Masi? le chiese Santacroce.
“Nulla so del ferimento mortale. Ho appreso la notizia della morte della
ragazza sentendo la televisione.”
Quindi fu la volta di Raffaele Sabbadini, 17 anni, studente del liceo
scientifico, “non iscritto ad alcun movimento politico, né a un partito,”
precisò. “La sera del 12 maggio mi trovavo in via Arco dei Tolomei 1
essendomi recato a far visita a uno zio. Verso le 19.30 ho lasciato l’abitazione
per tornare a casa. Giunto in piazza Sonnino, ho notato notevole confusione:
c’erano molti giovani che facevano come un blocco. Vedendo ponte
Garibaldi intransitabile, mi sono recato in direzione di lungotevere
dell’Anguillara, verso Porta Portese. Io dovevo prendere l’autobus della linea
5, che ha la fermata in via Arenula, pensavo di aggirare l’ostacolo, passando
su un altro ponte. Passando per lungotevere dell’Anguillara ho visto alcuni
vigili urbani in motocicletta: non so dire quanti fossero, erano fermi. Circa
dieci metri dopo essere passato all’altezza della polizia municipale ho udito
un colpo, presumo di arma da fuoco. Mi sono voltato istintivamente verso
piazza Belli, da dove mi era parso provenisse il colpo. Quasi
contemporaneamente ho visto i giovani, sparsi sulla piazza, di fronte al ponte,
fuggire di corsa in direzione di piazza Sonnino. Mi sono messo a correre
anch’io e ho raggiunto ponte Quattro Capi, all’altezza dell’Isola Tiberina. Dal
posto in cui mi trovavo ho visto provenire del fumo da ponte Garibaldi, e ho
udito una scarica che ho messo in relazione al lancio di candelotti
lacrimogeni. Subito dopo ho visto passare dall’altra parte della strada una
motocicletta della polizia municipale, a bordo della quale c’era un vigile
urbano in divisa e col casco, e sul sellino c’era una persona in abiti civili, che
indossava dei blue jeans.”
“Che ora era?” domandò Santacroce.
“Le 19,40. Lo ricordo perché una volta raggiunto il cosiddetto Ponte di
ferro ho chiesto a un passante l’ora ed egli mi ha risposto che erano le 19.40.”
Il terzo testimone era Gianni Santolamazza, 20 anni, studente di filosofia.
“Il 12 maggio, proveniente da Tivoli, mi sono portato a largo di Torre
Argentina, era mia intenzione recarmi a piazza Navona per aderire
all’iniziativa del Partito radicale. Ma poiché c’era il divieto di accesso in
piazza Navona, mi sono diretto verso la zona di Trastevere. Ho notato degli
appartenenti alla polizia municipale, in particolare due vigili in motocicletta,
con accanto altre due persone in borghese. A una distanza di 20-30 metri ho
visto uno dei due vigili estrarre dalla fondina la pistola, inserirvi il colpo in
canna e sparare a braccio teso in direzione dei giovani che, defluendo da
ponte Garibaldi, si stavano dirigendo verso piazza Belli. Ho udito esplodere
un solo colpo.”
“Che ora era?”
“Dalle 19.10 alle 19.30.”
“Lei ha visto cadere Giorgiana Masi?”
“Nulla so.”
Il quarto testimone fu Daniele Mazzanti, 19 anni, studente di Economia e
commercio. “La sera del 12 maggio, in un’ora che non ricordo ma che
approssimativamente si aggirava sulle 19.45, mi trovavo sul marciapiede lato
fiume Tevere del lungotevere dell’Anguillara, direzione piazza Belli. Ero in
compagnia di Lucia Durando e Enzo Inchingolo, eravamo diretti a
Trastevere, in pizzeria. Mentre percorrevo il lungotevere ho sentito esplodere
un colpo di arma da fuoco. Ho notato un appartenente alla polizia municipale
in divisa, mi pare senza casco, il quale impugnava una pistola con il braccio
teso puntandola verso l’imbocco di ponte Garibaldi.”
Vincenzo Inchingolo, 19 anni, studente della facoltà di Scienze statistiche.
“La sera del 12 maggio mi trovavo con Lucia Durando e Daniele Mazzanti
sul Lungotevere dell’Anguillara, sul marciapiede prospiciente il fiume
Tevere, a una distanza di circa 40 metri dall’imbocco di ponte Garibaldi.
D’un tratto io e i miei amici abbiamo sentito esplodere un colpo. Ho visto un
appartenente alla polizia municipale, in divisa e col casco, impugnare una
pistola, tenere il braccio teso in direzione dei giovani che si accalcavano di
fronte al ponte Garibaldi ed esplodere un colpo di pistola. Il vigile è rimasto
per un attimo titubante, poi ha riposto la pistola nella fondina, si è messo alla
guida della motocicletta. La moto, una Guzzi 850 di colore blu, si è
allontanata in direzione di Porta Portese, seguita da un’altra moto dello stesso
tipo.”
“Che ora era?”
“Non so indicare con precisione l’ora. Abbiamo raggiunto un bar
all’altezza del cinema America e qui, consultando l’orologio, abbiamo visto
che si trattava delle 19.50.”
Alfeo Benedettini, 45 anni, insegnante all’Istituto tecnico industriale, esibì
una dichiarazione scritta. “Nel pomeriggio del 12 maggio, alle ore 19.30 mi
trovavo all’imbocco di ponte Garibaldi, allorché ho sentito esplodere un
colpo. Ho visto un vigile appartenente alla polizia municipale, in divisa e col
casco, con la mano vicino alla fondina, che faceva il gesto di riporre
qualcosa. Preciso di non avere visto il vigile sparare.”
I testimoni avevano indicato cinque orari diversi.
Quindi c’era stato uno sparo, due secondo la Durando. Tuttavia sull’ora
dello sparo esisteva un contrasto tra la versione dei vigili (ore 18) e quelle dei
testimoni che collocavano il colpo tra le 19.10 e le 19.50. Nessuno collegava
inoltre il colpo alla caduta di Giorgiana, mentre i vigili affermavano di avere
sparato in aria per difendersi dalle aggressioni dei dimostranti. Infine, sia
Santolamazza che Mazzanti sostennero che al momento dello sparo “non
c’erano né agenti di polizia, né carabinieri” sul ponte Garibaldi. Il magistrato
Santacroce chiuse quel capitolo dell’indagine così: “Non c’è alcuna relazione
tra il colpo, o i colpi, esplosi dai vigili urbani in servizio in piazza Belli e la
morte di Giorgiana Masi”.
13.

Dopo aver letto gli atti sul presunto ruolo dei vigili urbani mi venne voglia
di andare a vedere da vicino la statua del Belli. Eretta in travertino, sotto la
spinta di una petizione popolare al sindaco Nathan, che nel 1913 raccolse le
trentamila lire necessarie alla sua edificazione nel quartiere di Trastevere,
aveva visto passare molta storia sotto il suo sguardo di marmo. Era un
pomeriggio di marzo quando m’incamminai, il sole velava il Tevere, tirava
tramontana. Volli arrivarci per come c’era arrivata Giorgiana: costeggiando il
lungotevere. Dopo avere attraversato ponte Principe Amedeo Savoia Aosta,
che immette su corso Vittorio Emanuele, lo stradone che il 12 maggio era
stato l’epicentro degli incidenti, il mio sguardo si fece più intento, ma
incocciai soltanto turisti americani in camicie hawaiane, ragazze giapponesi
con le Nikon al collo, qualche rado pensionato. Su un muretto c’era una
scritta fresca: “Tatiana ti amo”. Superai il carcere di Regina Coeli e proseguii
lungo il marciapiede punteggiato di alberi secolari.
Di cosa avevano parlato Giorgiana e Gianfranco nel percorrere
quest’ultimo tratto, diretti a ponte Garibaldi, mentre il rumore delle sirene
ritmava il battito della città? Forse di nulla. Stanchi e disillusi com’erano dai
disordini dai quali fuggivano, si lasciarono semplicemente abbagliare
dall’eterna bellezza di Roma che tutto medica. Lungotevere della Farnesina
dopo piazza Trilussa diventa lungotevere Raffaello Sanzio, a quel punto si
può già scorgere, tra le frasche dei platani, il profilo di ponte Garibaldi, con
dietro la sinagoga. Da ponte Principe Amedeo Savoia Aosta sono dieci
minuti a piedi. Mi fermai un attimo all’inizio di ponte Sisto. Quante volte,
nella lettura degli atti, mi ero imbattuto nel suo nome? Era stato pieno di voci,
colmo di tensione, in quel remoto pomeriggio del 1977.
Davanti alla lapide dedicata a Giorgiana fui colto da uno stupore profondo:
potevo distinguere nettamente chi stava dall’altra parte. Tornava la domanda
che mi ero posto tante volte: com’era stato possibile che nessuno avesse colto
la mano del sicario che premeva il grilletto? Attraversai la strada e mi
posizionai ai piedi della statua del Belli: sagomato nel suo frac appariva
immutabile alle temperie.
La statua è centrale nella geografia del delitto Masi. Qui i due ragazzi
scovati da Marrazzo avevano trovato il bossolo 7,65. Ai suoi piedi avevano
sistemato Giorgiana subito dopo la caduta, per poi spostarla dall’altra parte
della strada, a qualche metro dall’edicola, dove aveva parcheggiato l’auto
Zeno Gabbi, l’automobilista che la condusse in ospedale. L’edicola c’è
ancora. Non trovai invece il sindacato, o forse all’epoca stava dove ora c’era
la sede di Rifondazione comunista, dirimpetto al monumento del poeta, tra un
Kebab e una minuscola rivendita di souvenir. Lo stradone è tagliato dai binari
del tram, piazza Belli muore presto, per poi diventare piazza Sonnino. Cercai
d’imprimermi la topografia dei luoghi, posizionandomi nel punto esatto dove
si erano attestate le barricate dei manifestanti e da cui era partito il colpo che
aveva ferito il carabiniere Ruggiero. C’erano centinaia e centinaia di giovani
che il tempo aveva disperso, ognuno verso una propria traiettoria.
Se, come la logica lasciava supporre, Giorgiana era stata colpita di spalle
mentre fuggiva da una carica delle forze dell’ordine schierate a metà di ponte
Garibaldi, non andavano quindi sentiti gli agenti che si trovavano sul ponte, e
specialmente i loro superiori?
Che l’assassino potesse provenire da quel lato lì fu un dubbio da coltivare
anche per i magistrati, come testimonia la nota riservata inviata dal
procuratore di Roma Giovanni De Matteo al procuratore generale della Corte
d’appello il 13 maggio 1977: “Non si è in grado, allo stato, di conoscere se i
reati dinanzi indicati, l’omicidio di Giorgiana Masi e il ferimento di Elena
Ascione, siano stati commessi da appartenenti alle forze dell’ordine per fatti
compiuti in servizio e relativi all’uso delle armi”. Santacroce, il 14 maggio,
fece recapitare una richiesta all’ufficio politico della questura per sapere “con
la massima urgenza” da chi fosse composto “il contingente (agenti di polizia
e carabinieri) in servizio fra le ore 19 e le 20.30 sul ponte Garibaldi”.
Due giorni dopo, di fronte all’evidenza dei resoconti giornalistici, il
magistrato precisò meglio la sua richiesta. Chiedeva quali reparti erano stati
dislocati, e come, tra il ministero di Grazia e Giustizia e piazza Sonnino; chi
aveva diretto il servizio di ordine pubblico; di quali armi erano dotati gli
uomini; se erano stati impiegati tiratori scelti e militari in borghese, e quali
disposizioni e quali istruzioni erano state impartite dalle sale operative di
questura e carabinieri tra le diciannove e le venti e trenta. Sul suo tavolo
arrivarono tutte relazioni di servizio redatte per iscritto.
Il 18 maggio il comandante del primo gruppo della questura di Roma,
Franco Agretti, scrisse che “nell’arco dell’intero servizio di ordine pubblico
non sono stati impiegati assolutamente tiratori scelti”. Il capitano di pubblica
sicurezza Renato Masia precisò che “nessuno dei militari alle mie dipendenze
ha fatto uso di armi da fuoco, infatti da un controllo effettuato tutti i militari
avevano il prescritto numero di munizioni”. Tesi confermata da Raffaele
Micillo, comandante della compagnia del primo reparto Celere, dal capitano
di pubblica sicurezza Domenico Vulpiani e dal capitano Gaudenzio Truzzi, a
capo della terza compagnia Celere.
Tutti allegarono dei lunghi elenchi con i nomi degli agenti in servizio e
l’arma che ciascuno di loro portava con sé: in larga parte una Beretta calibro
9.
Quando, nel marzo 1979, i deputati radicali Roberto Cicciomessere,
Francesco De Cataldo, Maria Luisa Galli, Mauro Mellini, presentarono una
proposta di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sul
delitto – il primo di tanti tentativi falliti – fecero notare che i magistrati si
erano limitati, in questa prima fase dell’inchiesta, a raccogliere le
dichiarazioni degli inquirenti “nella maggioranza per iscritto”. Nonostante il
copioso materiale messo a disposizione della parte civile (55 testimonianze,
centinaia di fotografie, due filmati, perizie balistiche), non erano mai stati
interrogati né il questore Migliorini né Cossiga.
I dirigenti di polizia e carabinieri vennero ascoltati come testimoni soltanto
un anno dopo, convocati in tribunale dal giudice D’Angelo anche sotto la
spinta delle ripetute richieste della parte civile. Tutto si svolse in due giorni,
tra il 17 e il 18 aprile 1978.
“Confermo che per tutta la durata del servizio nessun carabiniere, facente
parte del contingente, me compreso, fece uso di armi da fuoco, a eccezione
dei militari che lanciavano i lacrimogeni con il Pale.” (capitano Giuseppe
Iannece, 17 aprile 1978.)
“Mi trovavo sul ponte Garibaldi nel momento in cui, verso le 19.50, le
19.55, fu ferito un carabiniere. Escludo che qualcuno del reparto da me
comandato abbia esploso colpi di arma da fuoco.” (dirigente di polizia
Antonino Alagna, 18 aprile 1978, ore 10.)
“Escludo che i miei uomini abbiano fatto uso delle armi, si limitarono a
lanciare candelotti lacrimogeni al solo scopo di disperdere i dimostranti, che
dimostravano con i fatti di avere già perduto la testa.” (commissario Gianni
Carnevale, 18 aprile 1978, ore 10.50)
“Non vidi carabinieri o agenti di pubblica sicurezza fare uso di armi. Io ero
munito di una Beretta calibro 9 che naturalmente non usai. Seppi della morte
di Giorgiana Masi parecchie ore dopo, praticamente al termine del servizio.”
(vicequestore Ademaro Squicquero, 18 aprile 1978, ore 12,10)
“Seppi del ferimento di Giorgiana Masi solo al mio rientro in reparto verso
le 22-22.30.” (capitano Renato Masia, 18 aprile 1978, ore 12.20)
Continuavano a scontrarsi due verità inconciliabili.
Da un lato i Radicali continuavano a spiegare l’uccisione di Giorgiana
come “una ritorsione per l’assassinio di Passamonti, una lezione a Pannella e
una vittoria della maggioranza d’ordine”. Dall’altro le forze dell’ordine
negavano che qualcuno di loro avesse fatto fuoco, al contrario avvalorando il
sospetto del “fuoco amico”, Giorgiana cioè era stata uccisa da un
dimostrante. Una tesi sostenuta sin dal primo giorno, come scrisse Carlo
Rivolta su “Repubblica” il 13 maggio 1977: “Chi ha sparato? La polizia e i
carabinieri (la versione è stata data in ospedale dopo una riunione con il
generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, coordinatore della lotta al terrorismo)
dicono che potrebbero essere stati dei giovani su un’auto (Simca e Nsu) o su
una moto di grossa cilindrata o comunque un colpo vagante sparato dai
dimostranti”.
Il 15 gennaio 1979 il magistrato Santacroce chiese di poter archiviare il
caso. Non era stato possibile, affermava, “scoprire il volto dell’autore o degli
autori del ferimento del Ruggiero e dell’Ascione e della uccisione di
Giorgiana Masi: la presenza di dimostranti sicuramente armati, e la possibile
infiltrazione di elementi provocatori, legittimano qualunque ipotesi. Polizia e
carabinieri escludono che, nella circostanza, sia stato fatto uso di armi da
fuoco. Sono stati acquisiti i processi verbali di ispezione alle armi e alle
munizioni in dotazione ai militari dell’Arma dei carabinieri impegnati in
servizio di ordine pubblico nella zona; come pure le relazioni degli ufficiali
capigruppo dei contingenti del reparto Celere impiegati nello stesso servizio.
Nessun colpo risulta essere stato esploso dal personale di pubblica sicurezza,
dotato di pistole Beretta modello 34 calibro 7,65 e calibro 9 corto. Anche il
personale dell’ufficio politico che si trovava nella zona in abito borghese ed
armato di pistole calibro 7,65 e calibro 9,34 e 9,51 non ha sparato alcun
colpo. La presenza di personale di polizia in borghese sul ponte Garibaldi non
autorizza conclusioni preconcette, mancando la prova oggettiva che agenti o
sottufficiali in abito borghese e muniti delle armi dinanzi menzionate abbiano
sparato. Non vi è un solo elemento da cui poter desumere che i responsabili
del servizio di ordine pubblico nella zona e nell’ora che interessano abbiano
impartito disposizioni e ordini diversi da quelli ufficialmente accertati, né
sembra corretto minimizzare la gravità di una situazione che era sfociata
appena pochi attimi prima nel ferimento dell’allievo sottufficiale carabiniere
Ruggiero.”
Gli avvocati Boneschi e De Cataldo non vollero darsi per vinti. Chiesero
che fossero sentiti il questore, i comandanti di reparto che avevano operato
sul ponte, i 25 poliziotti che avevano operato in borghese. La richiesta fu
accolta. Il giudice D’Angelo dal 21 al 23 aprile 1979 (erano passati due anni
dalla morte di Giorgiana) decise di convocare come testimoni alcuni dei
poliziotti che operarono in abiti civili.
Perché non portavano la divisa? Che compiti avevano?
Antonio Palumbo, l’autista del dottor Carnevale, disse di essersi portato su
ponte Garibaldi solo alle 20.30. “Non mi risulta che prima degli incidenti
qualcuno di noi ricevette l’ordine di portarsi sul ponte. Avevo la pistola di
ordinanza modello 51 calibro 9 lungo che non usai mai.”
Salvatore D’Amico, 23 anni, nato a Palermo: “Gli altri colleghi che come
me erano comandati in piazza Navona vi arrivarono alla spicciolata. Il nostro
compito era quello di restare nella piazza e nelle adiacenze per osservare se
per caso vi fossero degli infiltrati disposti a fomentare incidenti. Appresi via
radio che sul ponte Garibaldi vi erano stati degli incidenti e che un
carabiniere era rimasto ferito. Ero stanco, e avevo gli occhi lacrimanti, per cui
decisi di non fare ritorno in questura, ma di portarmi direttamente a casa,
sulla Boccea. Ero munito della pistola calibro 9 lungo, modello 51, che non
usai”.
L’appuntato Giovanni Isonzo, napoletano di Striano, ribadì: “Non feci uso
della pistola neppure a scopo intimidatorio. Quando arrivai su ponte
Garibaldi seppi che una ragazza era stata ferita, poi feci ritorno in questura a
piedi”.
Anche Luigi Terlizzi, nativo di Cercola, agente di 28 anni, e Nicola
Mainardi, 33 anni, di Macchia d’Isernia dissero di non avere fatto uso della
pistola “nemmeno a scopo intimidatorio”.
Enrico Fontana, 32 anni, di Anagni, e l’appuntato Domenicantonio Saiano
fecero luce su un altro aspetto: “Non ci erano state impartite disposizioni
precise su quello che avevamo dovuto fare. Il nostro compito era quello di
essere a disposizione del dottor Carnevale e di intervenire su richiesta dello
stesso, per prevenire gli incidenti”.
Contro Gianni Carnevale, oggetto di una campagna di stampa della sinistra
extraparlamentare, era stato avviato un procedimento disciplinare perché
inizialmente aveva detto di non riconoscere Giovanni Santone nella foto
pubblicata dal “Messaggero”. Disse al giudice: “È vero che io tirai fuori la
pistola che tenevo in mano in posizione di sparo, ma sollevata in alto, non
certo contro i dimostranti, ma ciò feci al solo scopo di farmi riconoscere dai
reparti in divisa che avrebbero potuto equivocare e quindi farmi oggetto di
eventuali armi da fuoco non essendo io munito della fascia tricolore, fascia
che di solito non mettiamo proprio per evitare che qualche scalmanato ci
punti”. Il Viminale archiviò il procedimento disciplinare.
La mattina del 23 aprile 1979 alle 9.25 toccò a Giovanni Santone. Il suo
verbale riempie 27 righe. Lo trascrivo per intero: “Con il mezzo pubblico
raggiunsi piazza Navona in quanto ero stato comandato per ragioni di ordine
pubblico e dovevo restare alle dipendenze del dottor Carnevale. Il compito
mio e dei colleghi che in borghese dovevano essere a disposizione del
funzionario suddetto, era quello di impedire che persone potessero
approfittare della situazione venutasi a creare a seguito del divieto di
manifestare da parte dei Radicali, per recare confusione. Avremmo dovuto
individuare e fermare e perquisire persone. Ero munito di pistola calibro 9
lungo modello 51. Devo subito precisare che non feci uso della pistola,
neppure a scopo intimidatorio. È vero che estrassi la pistola allorché mi recai
con alcuni colleghi in piazza della Cancelleria, ove erano in atto tumulti con
lanci di corpi contundenti contro le forze dell’ordine. Nonostante il parlare di
certa stampa devo dire che io non sparai”.
A domanda risponde: “Vero è che in un primo momento io dichiarai di non
riconoscermi nella foto pubblicata dal ‘Messaggero’. Non mi riconobbi non
perché avessi paura di riconoscermi, ma perché ero in dubbio che fossi
proprio io la persona fotografata. In un secondo momento furono pubblicate
tre o quattro foto molto più nitide per cui non esitai a riconoscermi”.
A domanda risponde: “Mi recai sul ponte Garibaldi con alcuni miei
colleghi verso le 20.30, o forse anche più tardi, cioè verso le 21, allorché i
fatti (morte della Masi e ferimento del carabiniere) si erano già verificati.
Sono sicuro che nessuno di noi alle dipendenze del dottor Carnevale ricevette
l’ordine di recarsi prima degli incidenti sul ponte Garibaldi. Ricordo che tutti
restammo nella zona di piazza Navona alle dipendenze del dottor Carnevale,
e cioè fino al calare della sera, allorché i tumulti erano cessati dappertutto”.
14.

Passarono molti mesi prima che mi decidessi a contattare Giovanni


Santone, il poliziotto con la borsa Tolfa e la pistola in pugno contro cui si
erano scagliati i Radicali nelle settimane e nei mesi seguenti all’uccisione di
Giorgiana. Le sue foto, finite sulle pagine dei giornali, erano rapidamente
assurte a simbolo della repressione attuata da Cossiga: il simbolo tout court
del 12 maggio.
Che ne era stato di lui?
Su Facebook, in una pagina dedicata al delitto di Giorgiana Masi, c’era
ancora chi postava l’immagine di lui mentre, avvolto dai lacrimogeni, si
aggira furtivo tra le auto parcheggiate in piazza della Cancelleria. A distanza
di tanto tempo l’odio nei suoi confronti non era minimamente cessato. Lo
insultavano senza perifrasi. Anche la notizia che il Calcio Foggia sembrava
interessato a ingaggiarlo come direttore sportivo li aveva indotti a ricordargli
il suo passato di poliziotto di strada nei fatti del 12 maggio. Per una piccola
fetta di opinione pubblica di sinistra le convinzioni morali sul ruolo avuto da
Santone nella vicenda erano rimaste inalterate nel corso delle stagioni. Quei
commenti campeggiarono per molti mesi.
Cosa mi aspettavo dall’incontro?
Sentivo che non mi avrebbe aiutato a illuminare il mistero della vicenda, il
suo cuore oscuro, tuttavia avvertivo che la sua storia era interessante.
Soprattutto era necessario sentire il suo punto di vista, e mentre lo pensavo
riconoscevo che in questa storia le domande sopravanzavano ormai le
risposte. Mi procurai quindi il suo numero. Ma poi lasciai decantare la
situazione per mesi, indeciso sul da farsi. Ogni volta che affiorava il pensiero
di chiamarlo lo scacciavo via come si fa con una mosca fastidiosa.
Un giorno di febbraio del 2016 capii che non potevo più tergiversare. Mi
rispose una voce accogliente, vivace. “Aspettavo la sua telefonata,” disse
Santone. “So che sta scrivendo un libro, me l’ha detto il questore.” Tirai un
sospiro di sollievo: sembrava ben disposto. Prima ancora che potessi fargli
una domanda attaccò con un lungo monologo. Mi informò che era in
pensione dalla fine del 2011, cinque anni prima era stato operato di cancro, si
reputava vivo per miracolo dopo un intervento di dodici ore all’ospedale
Sant’Andrea; quindi accennò ai suoi due figli, parlò della moglie e infine
concluse dicendo che faceva il talent scout di calcio, la sua grande passione di
sempre. Presi rapidi appunti.
“Cosa ricorda di quel giorno?” gli chiesi all’improvviso.
“Fu tutto sbagliato, tutto sbagliato.”
“In che senso?”
“Sbagliammo proprio ordine pubblico.” Prevenne ogni mia ulteriore
domanda. “Il 12 maggio mi ha cambiato la vita. Sarei rimasto a Roma, avrei
fatto carriera, invece dovetti nascondermi per sfuggire alle vendette. Così era
andata purtroppo.” Ci fu tra noi un silenzio incerto. Poi Santone riprese il suo
racconto. Si capiva che serbava una grande voglia di parlare. “Forse, come
tanti, avrei dovuto fare politica. Pensi che molti anni dopo iniziai a militare in
un sindacato di sinistra e un amico di Rifondazione comunista mi propose di
candidarmi alle elezioni. Voleva farmi conoscere anche Pannella. Sarebbe
stato un incontro magnifico, no? Purtroppo non ci fu mai l’occasione. Lei lo
ha già incontrato?” mi chiese, pieno di curiosità.
“Sì,” gli risposi.
“E cosa le ha detto?”
“In realtà non molto,” gli replicai, d’istinto.
“Come non molto?” commentò Santone.
La sua voce tradiva incredulità.
Gli spiegai che forse era il caso che c’incontrassimo di persona. Ero
interessato al suo destino. Si disse d’accordo. Con una certa disinvoltura mi
propose di darci del tu. Cominciò a elencare un discreto numero di giornalisti
che aveva conosciuto per ragioni professionali negli anni Settanta, ed era lieto
di aggiungere il mio nome a quell’illustre schiera. Era una confidenza non
richiesta, mi irrigidii. Gli domandai quanti anni avesse nel 1977.
“Ventiquattro,” rispose. “Nell’autunno successivo mi sposai, e l’anno dopo
nacque mio figlio, che ora è un manager della Sanità.”
“Vengo spesso a Roma,” disse. “Mi richiami tra qualche giorno e ci
mettiamo d’accordo.” Cosa che feci, un mercoledì mattina. “Sarò lì domani,
potremmo vederci per colazione in piazza Mazzini.”
Perché accettava di incontrarmi? Forse era venuto anche per lui il momento
di scacciare il fantasma che lo inseguiva da quarant’anni.
Buttai giù una decina di domande e m’infilai nell’emeroteca della
biblioteca del Senato per visionare i microfilm con le cronache del
“Messaggero” diretto da Luigi Fossati. Erano state le più decise nel
denunciare il ruolo controverso delle forze dell’ordine. A cominciare dal
titolo in prima pagina apparso all’indomani dell’uccisione di Giorgiana:
Pestaggi e cariche della polizia scatenano la guerriglia urbana. In taglio
basso, ecco la foto di Santone rannicchiato tra le vetture in piazza della
Cancelleria. L’immagine era sormontata dalla seguente didascalia: “Un
agente in borghese appostato tra le auto con la pistola in pugno”. Era uno
scoop che sarebbe durato negli anni, la foto che si fa storia, e che costrinse
l’opinione pubblica ad aprire gli occhi su quel che veramente era accaduto
nelle strade di Roma. Il giornalismo aveva fatto il suo dovere, quel giorno.
Il 14 maggio, sulla prima pagina di “Lotta Continua”, comparve un’altra
immagine di Santone, scattata da Tano D’Amico, sotto il titolo: Cossiga
mente. Lo stesso giorno “Il Messaggero” pubblicò tre nuove istantanee di
Santone, impaginate con questo titolo: Altre fotografie confermano: era un
agente con la pistola. Accanto veniva riportata la nota del Viminale: “Il
ministero ha smentito la foto documento pubblicata dal ‘Messaggero’. Ma le
tre immagini campeggiavano ora in sequenza, a confutare la velina
governativa. La prima foto, in alto a sinistra, era quella pubblicata il giorno
prima; accanto ce n’era un’altra, dove il giovane agente era stato colto alle
spalle di un poliziotto con un giubbotto antiproiettile. Nella terza Santone era
attorniato da alcuni commilitoni in divisa, con la pistola ben impugnata.
Tramandava di sé una sorta di invincibile vitalismo. Poi l’occhio mi cadde
sulla foto sottostante. Non l’avevo mai vista finora. Raffigurava Gianfranco
Papini sul letto dell’ospedale dove era stato ricoverato dopo aver tentato il
suicidio. Aveva il braccio sinistro poggiato sugli occhi. Forse per coprirsi dai
flash invadenti del paparazzo che lo aveva raggiunto fin lì, o forse quel
braccio segnalava la sua infinita disperazione.
Quel contrasto tra Santone – un Serpico atletico che danza con la pistola
nella guerriglia urbana – e Papini, sfinito dalla disgrazia, era potente. Erano
praticamente coetanei. Due ragazzi non molto diversi tra loro per estrazione
sociale e cultura, ma Santone era diventato poliziotto, Papini militava nel
movimento. Cosa avrebbe scritto Pasolini di Santone mentre le sue foto
venivano replicate più e più volte, additandolo a mostro? Il Libro bianco del
Centro Calamandrei, che è del 1979, le ripubblicò di nuovo tutte: Santone vi
compare in copertina, accanto a Giorgiana.
Recuperai la foto originale di Tano D’Amico: Santone è ripreso in mezzo
alla strada, forse in piazza San Pantaleo, con la mano destra impugna la
pistola, con la sinistra tiene stretta la borsa Tolfa, è leggermente reclinato,
con lo sguardo verso il basso, dietro di lui, sullo sfondo annebbiato dai
lacrimogeni, si riconoscono una decina di celerini con i giubbotti
antiproiettile, alcuni di loro sono inginocchiati e impugnano il moschetto, e lo
stesso fa un altro poliziotto rannicchiato proprio accanto a lui, come a
proteggere la sua ritirata; e infine, a completare il quadro, il quadro di una
guerriglia urbana, c’è un tizio in giacca e cravatta un po’ obeso, forse un
dirigente di polizia, che sembra intento a gridare qualcosa a Santone, tipo:
“Ehi, stai attento!”. Dei venticinque poliziotti in borghese che erano stati
schierati in piazza armati l’obiettivo di D’Amico aveva colto soprattutto
Santone, e quell’immagine era rimasta, per misteriose ragioni narrative, il
flash con cui tutti, nella fantasia popolare, ricordavano il giorno
dell’uccisione di Giorgiana.
Era un venerdì di fine febbraio, quando infine lo incontrai.
La pioggia aveva bagnato Roma, le foglie gialle ingombravano gli ampi
viali umbertini, faceva un caldo innaturale, era stato un inverno mite.
Raggiunsi piazza Mazzini a piedi, calpestando il fogliame. Poi mi misi ad
attenderlo accanto all’edicola. Ero in anticipo di qualche minuto, il che non
fece che accrescere la mia inquietudine. Fu lui a trovarmi. “È lei, vero?” gli
dissi, quando me lo trovai davanti, un elegante sessantenne dall’aspetto
giovanile. Mi era venuto incontro senza tentennamenti. Si scusò, dacché
aveva parcheggiato la sua auto nel centro della piazza, occupando uno stallo
di fortuna, ed era in dubbio se lasciarla lì. “Prendo sin troppe multe,” disse.
Riparammo al Gran Caffè Mazzini, che dà sull’omonima piazza, e ci
sistemammo al piano di sopra. Tirai fuori dallo zaino il mio taccuino. Arrivò
il cameriere, ordinammo due caffè. “Frequentavo molto questo quartiere
negli anni settanta, ero amico di Ciccio Cordova, il difensore-mito della
Roma, e di Simona Marchini, sua moglie. Il calcio è sempre stato importante
per me,” buttò lì Santone, per spezzare il reciproco imbarazzo. Divagammo
sul nostro football di allora, Santone disseminò il suo parlare di gustosi
aneddoti dell’ambiente dell’epoca. Sembrava simpatico.
Perché aveva scelto di fare il poliziotto?, la presi alla larga. “Per passione,”
si illuminò. “Nel mio corso, alla scuola di Alessandria, solo in 51 su 900
avevano un diploma di scuola media superiore, io ero fra i cinquantuno:
ragioniere. Eravamo una grande scuola di meridionali. Entrai in servizio l’8
maggio del 1972. Il mio sogno era venire a Roma, e così andò, la provincia
mi stava stretta.” Gli chiesi dove avesse trascorso l’infanzia. “A Tufara, nei
pressi di Campobasso,” rispose, “ma solo fino all’età di dodici anni. Mio
padre era cantoniere, mia madre forestale. Poi feci le medie in collegio, a
Riccio, e le superiori tra Campobasso e Benevento, dove viveva uno zio
prete. Frequentai fino al quarto anno, il diploma lo conseguii a Roma, in una
scuola serale all’Eur. Mi offrirono quasi subito un posto in banca. Era un
posto d’oro, al Banco di Santo Spirito, io però ero malato di film polizieschi e
così rifiutai. Mi assegnarono alla sezione antiscippo, tra i falchi che
operavano sulle moto. Quando attraversavo la città in motocicletta la sentivo
vibrare sotto di me. Ha mai sentito l’espressione ‘Roma nera’?” Annuii
incerto. “Ecco, era quel tempo lì. Eravamo operativi anche il giorno di
Natale. Le racconto un episodio: cinque mesi prima dei fatti del 12 maggio ci
fu una rapina finita nel sangue nel quartiere di Monte Sacro che spiega
cos’era quella città e cosa volesse dire fare il poliziotto in prima linea.”
E così iniziò raccontare com’era morta la povera Roberta Sassano, una
ragazza di 21 anni che era stata uccisa alle otto di sera del 23 dicembre 1976
in un’oreficeria di viale Adriatico. Viveva lì vicino, in via Monte Meta 4, e
all’ultimo momento si era decisa a comprare il regalo natalizio alla madre,
Imelda, di 55 anni: un ciondolo. Aveva già pagato, stava sull’uscio, pronta a
rientrare a casa con il suo pacchettino natalizio, quando piombarono quattro
giovani a bordo di una Fiat 132, armati di pistole e fucili a canne mozze
nascosti sotto i cappotti. Roberta venne scaraventata nel negozio per paura
che potesse dare l’allarme, il gioielliere prese la pistola che teneva sotto il
banco, i rapinatori gli puntarono addosso a loro volta le loro armi, lui li
anticipò. Si spararono a vicenda. Quando i banditi batterono in ritirata sul
pavimento del negozio giaceva Roberta, il cuore spezzato dal proiettile di uno
dei delinquenti, e accanto a lei, sanguinante, ma ancora vivo, uno della
banda: un ragazzone di 19 anni, Umberto Novelli. I gioiellieri negli anni
settanta erano quasi tutti armati, c’era una rapina al giorno, i banditi
ricettavano il bottino al Monte di Pietà.
Santone era pieno di emozione, mentre raccontava quella storia. “Il capo
della squadra mobile Fernando Masone ci convocò per dirci che avremmo
dovuto rinunciare alle licenze natalizie finché non avessimo trovato gli
assassini. Lavorammo senza soste a Natale e a Santo Stefano, li prendemmo
in fretta, quattro balordi del Tufello.” I giornali dell’epoca descrivono
Roberta come una bellissima ragazza, “due occhi come il carbone”, che di lì a
poco avrebbe dovuto sposarsi con un impiegato di banca, Mario Cotignoli. Il
fidanzato seppe della sua morte dal telegiornale. Novelli invece morì quattro
giorni dopo senza avere mai ripreso conoscenza. “A quel punto ci fecero
tornare a casa. Ogni sera avevo chiamato mamma da un telefono pubblico
con quattro gettoni,” aggiunse Santone e cominciò a girare il cucchiaio nella
tazzina. Quel resoconto gli aveva acceso ricordi sepolti.
Acchiappare i killer del Tufello era stata la sua gloria di poliziotto di strada.
L’inizio di una ascesa che chissà dove lo avrebbe portato: dirigente, capo
della squadra mobile, vicequestore. “Invece il 12 maggio finì tutto per me.
Tutto!” Bolliva di rabbia. “E pensare che io di politica non capivo niente. La
sera prima mi dissero che mi sarei dovuto aggregare alla Digos, che avrebbe
prestato servizio a margine della manifestazione dei Radicali. Me lo chiese il
mio dirigente, Alfredo Balassone, il capo della sezione antirapine, la sesta
sezione della questura di Roma. Scelsero me e altri due o tre. ‘Fatti trovare là,
all’una,’ fu l’ordine. Mi ritrovai assegnato alla sezione politica diretta da
Umberto Improta senza avere chiaro cosa dovessi fare. Abitavo al Pigneto,
presi l’autobus, e intorno a mezzogiorno mi recai in centro.” Fece una pausa,
come per pesare il suo resoconto. “Guardi che quelli erano dirigenti di polizia
eccezionali, sbirri veri, oggi è facile fare le inchieste con tutta questa
tecnologia. Prima dei computer senza intelligenza investigativa eri perso.
Serviva una tenacia spaventosa, la capacità di consumare le suole delle
scarpe.”
Sì, ma perché eravate in borghese?, provai a frenare la sua digressione.
“Ma io non lavoravo con la divisa! Camilla Cederna scrisse un lungo articolo
per denunciare che eravamo degli infiltrati tra i manifestanti, una fesseria
colossale. Eravamo guardie di pubblica sicurezza e come tali non obbligati
alla divisa.” Lo guardai con diffidenza. “Mi creda,” disse Santone. “Venne
montato ad arte uno scandalo inesistente.”
Eravamo arrivati al centro della nostra chiacchierata. Insistetti: allora
perché fecero così scandalo quelle presenze in borghese? Perché Santone
venne descritto da tutti come un poliziotto travestito da extraparlamentare? Si
alzò di scatto in mezzo alla sala. Gli altri avventori lo guardarono incuriositi.
“Mi vede? Ho più di 60 anni e vesto sportivo. Porto i jeans. Un maglioncino
sotto la giacca. Proprio come allora. Mai messa una cravatta in vita mia. Ero
un ragazzo che seguiva la moda del momento. Come avrei dovuto vestirmi?
La borsa Tolfa, su cui ricamarono all’infinito, mi serviva come portasigarette
– fumavo due pacchetti al giorno – e per infilarci la carta igienica, i gettoni, il
portafoglio.” Si sedette infervorato, passandosi la mano tra i capelli.
Aveva detto, parola più parola meno, le stesse cose del prefetto Parlato
nell’intervista a “Repubblica” del maggio 1977. Un discorso teso a
minimizzare, difensivo. Si fece grave: “Se la presero con Cossiga, ma
sbagliarono. Cossiga fu il più grande ministro dell’Interno di sempre, non ha
nessuna responsabilità per l’ordine pubblico di quel giorno. Non sapeva
niente”. Poi, con studiato calcolo, buttò lì: “Giorgiana fu uccisa dal fuoco
amico”.
“Fuoco amico,” vergai sul mio taccuino.
Che prove aveva per sostenere la sua tesi?, gli chiesi. Non ne aveva. Era
una supposizione. Aggiunse che di sicuro non erano stati né lui, né i suoi
colleghi associati per un giorno alla Digos, per la semplice ragione che non si
erano mai allontanati da piazza della Cancelleria e da corso Vittorio
Emanuele II. “E non è vero,” aumentò l’enfasi del suo discorrere, “che
fummo noi ad attaccare per primi. Ci tiravano addosso di tutto, fu la guerra.
Ho visto la guerra vera,” sottolineò con una certa teatralità. Gli chiesi se era
proprio sicuro di non essersi mai allontanato da piazza della Cancelleria.
“Certo,” rispose stupito. “Perché?” E allora come si spiegava quella sua foto,
pubblicata a pagina 66 del Libro bianco del Centro Calamandrei? Era stata
scattata sul ponte Garibaldi dopo il delitto, a sera tardi. Santone è l’unico in
borghese in mezzo ai celerini. Stanno spostando una delle auto usate dai
manifestanti per erigere le barricate e Santone è colto in un momento di
slancio. La didascalia recita: “L’agente Santone sposta un’automobile proprio
nel luogo dove è stata uccisa Giorgiana Masi. È una conferma della sua
presenza, la sera, sul luogo dell’assassinio. È mai stato interrogato in
proposito?”. Glielo feci notare. Santone fu irremovibile. “Quella sera tornai a
casa, non arrivai mai sul ponte Garibaldi.” È sicuro, insistetti? “Sicurissimo,”
rispose.
Provai un moto di appagamento per averlo colto finalmente in
contraddizione. “Bugiardo,” pensai. “Mente su foto ponte Garibaldi,” annotai
veloce.
Ma adesso, mentre scrivo queste righe, e ripenso a quel momento, mi
sembra una soddisfazione penosa. Magari Santone era sincero. O forse mi
aveva detto una fandonia semplicemente per cercare di allontanare da sé ogni
legame con il delitto, anche il più remoto. Chi poteva dirlo? Cosa pretendevo,
che ricordasse alla perfezione tutti i suoi movimenti di un giorno, seppur
cruciale nella sua esistenza, di quarant’anni prima? Giorgiana era già morta, e
i dimostranti avevano abbandonato la loro postazione da ore quando le forze
dell’ordine provvidero a liberare il ponte da quelle automobili.
Qualche settimana prima dell’incontro con Santone mi ero ritrovato a
rivangare con mia cugina Marina il giorno che dalla Svizzera ci trasferimmo
in Sicilia. Era venuta a prendermi all’aeroporto di Catania e lungo
l’autostrada, nel buio dell’abitacolo (era inverno fitto, e stavo per fare una
sorpresa a mia madre per i suoi settantacinque anni), rievocammo per gioco
quel momento, datato 10 aprile 1985.
Avevo quattordici anni, Marina diciannove. Quel viaggio era stato il mio
grande dolore, potrei svolgere il nastro in ogni suo frammento: rivedo il
facondo tassista con i modi da caudillo che ci trasporta dalla stazione di
Taormina al paese: per la prima volta la mia famiglia si concedeva il lusso di
un taxi. Ho ancora stampata nella mente la faccia tesa di mio padre, che
incerto scrutava quel che ci attendeva: si era appena ammalato di cuore e i
medici disperavano di venirne a capo. L’incredulità che ci colse nello
scoprire, una volta scesi dalla Freccia del Sud, un treno carico di odori, che là
fuori c’erano 35 gradi che fiammeggiavano in un mattino d’inizio primavera.
Che ne sarebbe stato di me in quel mondo lontano? Ricordo che lasciai
pendere il mio braccio dal finestrino abbassato, per afferrare il vento
infuocato, mentre la macchina si lasciava alle spalle gli archi moreschi della
stazione ferroviaria. I turisti affollavano le spiagge di Naxos, l’aria di
salsedine mi ubriacò. D’un tratto il caudillo mi sottrasse a
quell’incantamento: “Giovanotto, trasi troppu ventu!”.
Arrivò il camion con tutti i mobili, e ad attenderlo, davanti alla nuova casa,
in fila come in un esercizio militare rivedo mio padre, mia madre, mia sorella
Antonella, che aveva dodici anni, i miei cugini Concetto e Alessandro – i
fratelli di Marina – mandati da mia zia Mariannina come rinforzi da Catania
per aiutarci a scaricare con più fretta il tir. Nella mia memoria è sempre stata
questa la squadretta che si mise all’opera. Ma Marina ora sosteneva con forza
che c’era stata anche lei.
“Non è vero!” la contraddissi. “Non c’eri,” e mentre glielo dicevo mi
sforzavo di mettere ancora una volta a fuoco le immagini di quel pomeriggio.
Mi concentrai il più possibile: ecco, io ci sono, magro come un chiodo; poi
Concetto e Alessandro, che scaricavano casse di oggetti con la maglietta
bianca, di quelle che la nonna Nina comprava al mercato del venerdì.
Sudavamo copiosamente. Concetto si accese una sigaretta. Era la prima volta
che lo vedevo fumare. Non c’erano dubbi possibili: era andata proprio così.
Discutemmo accanitamente. D’un tratto Marina aggiunse un particolare che
mi fece vacillare: “Io c’ero, perché ricordo che il Tir si perse a Piedimonte,
non riusciva a trovare la strada per il paese”. Era un frammento che io non
avevo conservato, e trovai strano che lei invece lo rammentasse. Glielo
avevano riferito, come supponevo fortemente, o davvero anche lei aveva
contribuito a scaricare il camion? Una volta a casa – avevamo discusso su
quel dettaglio, quasi fosse un rebus, per buona parte del tragitto – chiesi
soccorso a mio padre. Raggrinzò la fronte, increspò le labbra. “Nun ci
pensu,” disse.
Santone seguitava a raccontare. “Dopo il 12 maggio mi ritrovai ogni giorno
sui giornali. A un certo punto Pannella fece tappezzare i muri di Roma con
dei manifesti con la mia foto e la scritta ‘Disarmiamoli con la non violenza’.
La sera tornavo a casa e mi fermavo basito a guardare quei poster. Mi chiamò
allarmato mio cugino, che studiava all’università di Bologna: aveva
partecipato a un’assemblea nella quale avevano proposto di spararmi.
Ricevevo telefonate minatorie in ufficio. Era quasi sempre una donna, mi
dava del ‘pezzo di merda’, io le rispondevo ‘ti aspetto qua fuori, puttana!’,
poi mettevo giù e mi prendeva una gran paura. Mi chiamò il mio dirigente,
Giovanni Carnevale, e mi informò che mi trasferivano per motivi di sicurezza
a Napoli, in un ufficio del ministero. Ma dopo pochi giorni si accorsero che a
Napoli spadroneggiavano i Nuclei Armati Proletari, allora mi fecero tornare
indietro. ‘Devi andare a Isernia,’ disse Carnevale. ‘A fare cosa?’ gli chiesi.
‘Lavorerai allo spaccio della questura.’ Non volevo crederci. Mi ribellai.
Invece davvero mi seppellirono a Isernia, a fare il salumiere. Presi le mie
cose e andai. Roma non era più un posto sicuro per me. Ho viva la
mortificazione di quel trasferimento. I colleghi mi trattavano con fastidio, mi
sentivo un lebbroso. Avevo dentro di me una spaventosa voglia di vita e
invece ora affettavo panini dietro a un bancone di una caserma di provincia.
Di cosa ero colpevole? Non c’entravo con il delitto di Giorgiana, avevo solo
fatto il mio dovere, eseguendo un ordine. Nel tempo libero rimanevo disteso
sul letto con un fascio di giornali che parlavano di me. Piangevo. Il sabato
prendevo la macchina e tornavo tra mille precauzioni a Roma, per stare con
mia moglie, viveva a Torre Spaccata: era nato mio figlio. Volevo sentirmi
vivo almeno nel weekend, ma una mattina mi intimarono di non farlo più. In
un covo delle Brigate Rosse avevano rinvenuto una mia foto nella quale
tenevo in braccio il bambino. Mi si gelò il sangue. Mi avevano pedinato. Ero
finito in cima a una lista di bersagli. Oramai fumavo ottanta sigarette al
giorno, quando uscivo mi guardavo in giro in continuazione. Mi avrebbero
scovato e ucciso, era solo questione di tempo.”
Questa quindi era la storia del poliziotto Santone, che per quattro decenni
era stato soltanto una fotografia. Quando rientrai a casa, per la prima volta
guardai la copertina del Libro bianco con una punta di disagio.
15.

Passarono altri due anni dagli interrogatori dei poliziotti in borghese. L’8
maggio 1981 il giudice istruttore Claudio D’Angelo depositò la sentenza
sull’omicidio di Giorgiana Masi in cui dichiarava di “non doversi procedere
per essere rimasti ignoti gli autori dei reati”.
Finiva così: senza colpevoli.
Secondo il giudice probabilmente era stato un manifestante violento a
sparare. “È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori,
sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizioni del
Partito radicale che della non violenza ha sempre fatto il proprio nobile
emblema) dopo aver provocato i tutori dell’ordine, ferendo il sottufficiale dei
carabinieri Francesco Ruggiero, attesero il momento in cui gli stessi
decidevano di sbaraccare le ricostituite barricate e di disperdere i dimostranti,
che protetti dalle barricate e dalla calante notte avrebbero creato seri problemi
di ordine pubblico, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando
indiscriminatamente contro dimostranti e tutori dell’ordine, strumenti
entrambi dei loro forsennati piani eversivi.”
Qui serve un inciso che spieghi il contesto nel quale la sentenza maturò.
Quando il giudice D’Angelo si mise a scrivere le quarantasei pagine del
verdetto il terrorismo era una minaccia quotidiana. Tutto era iniziato proprio
nella tarda primavera del 1977, quando le Brigate Rosse avevano avviato una
campagna contro i giornalisti, che aveva portato al ferimento di Indro
Montanelli e alla morte di Carlo Casalegno, mentre due giovani, Francesco
Lorusso a Bologna e Walter Rossi a Roma, erano stati uccisi durante degli
scontri in piazza. Quell’anno ci furono cinque vittime.
Poi venne il ’78, l’anno del sequestro Moro, e tutto precipitò: ventotto
morti. Nel ’79, ventuno morti. I terroristi rossi uccidono a Genova il
sindacalista Guido Rossa, accusato di avere denunciato un loro complice,
Francesco Berardi (che poi si suiciderà nel carcere di Cuneo); ammazzano a
Milano il giudice Enrico Alessandrini, che aveva appena accompagnato il
figlioletto a scuola; attaccano la sede Dc di piazza Nicosia dove perdono la
vita gli agenti Antonio Mea e Pietro Ollanu. Nell’80, ventiquattro morti,
l’anno più nero. A febbraio, sulle scale dell’università a Roma, viene
ammazzato il vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, a marzo cade il
magistrato Guido Galli a Milano, a maggio a Milano è ucciso Walter Tobagi,
firma del “Corriere della Sera”: ha solo 33 anni. Il 2 agosto, l’atto più abietto:
la bomba alla stazione di Bologna che stronca 85 persone e ne ferisce 200.
Saranno condannati i terroristi neri Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Il
presidente della Repubblica Sandro Pertini corre da un funerale all’altro.
La nuda contabilità, solo se riferita al terrorismo di sinistra, rivela un
quadro impressionante. Sfidarono lo Stato 102 (centodue!) organizzazioni di
lotta armata, la più famosa delle quali, le Brigate Rosse, contò su un esercito
di mille uomini. Poliziotti e carabinieri erano in cima alla lista degli obiettivi
da colpire. Nel 1977 ne furono uccisi cinque, quattordici nel 1978, undici nel
1979, dodici nel 1980. Erano padri di famiglia, figli, fidanzati, falciati
soltanto perché ritenuti dei simboli. I terroristi costruirono delle campagne
mirate, individuando i target da abbattere. Venne così sferrata un’offensiva
militare contro gli apparati dell’Antiterrorismo: morirono dodici militari di
vario grado, a Genova Antonio Esposito, Vittorio Battaglini, Mario Tosa,
Antonino Casu, Emanuele Tuttobene; a Roma Antonio Varisco, Michele
Granato, Domenico Taverna, Mariano Romiti; a Milano Antonio Cestari,
Rocco Santoro, Michele Tatulli. Tra il 1978 e il 1980 furono uccisi numerosi
dirigenti delle carceri, tra cui il magistrato addetto alla Direzione generale
degli Istituti di pena Riccardo Palma, l’agente di custodia presso il carcere Le
Nuove di Torino Lorenzo Cotugno, il maresciallo degli agenti di custodia a
San Vittore Francesco Di Cataldo, il direttore generale agli Affari penali del
ministero Girolamo Tartaglione, gli agenti di polizia addetti alla sorveglianza
esterna delle Nuove Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu.
Mentre il giudice D’Angelo redige il suo verdetto gli anni di piombo hanno
cambiato nel profondo le abitudini dei cittadini comuni, la sera nelle grandi
città vige una sorta di coprifuoco, i dirigenti politici, i sindacalisti, i capi delle
fabbriche, la mattina escono di casa facendosi il segno della croce, c’è
eternamente quest’aria cupa, di pericolo incombente, le parole più ricorrenti
sono “crisi”, “emergenza”, “violenza”. Lo Stato ondeggia come una nave in
tempesta.
Quanti anni ci vorranno per uscirne, chiede Gianfranco Civolani
all’allenatore del Bologna Gigi Radice, insieme a Giovanni Trapattoni il più
bravo della sua generazione, nel luglio del 1980. “Molti anni, temo,” risponde
Radice. Ricordavo così quell’intervista. L’avevo letta sul “Guerin Sportivo” a
Ravenna dagli zii, era appena morta nonna Rosa. M’era rimasta impressa per
quell’ultima frase, come un’ombra che si allungava sulle esistenze future di
noi bambini. Sono andato a ricercarla, una vita dopo. Civolani più
precisamente gli chiede: “Come lo combatteresti il terrorismo?”. Radice in
realtà gli risponde così: “Con la forza della democrazia. Penso che ci
vorranno ancora almeno dieci anni per averla vinta sui terroristi. Ma non
bisogna perdere la testa, alla delinquenza bisogna opporre con fermezza i
metodi democratici della nostra società e vedrai che alla fine si vince”.
La morte di Giorgiana non ha nulla a che fare con il terrorismo, è un
episodio estraneo alla lotta armata, la precede di fatto, ma il terrorismo, con
quel che ha comportato, con il suo carico di lutti e angosce, non è stato
probabilmente estraneo al clima che ha accompagnato tutta l’inchiesta, alla
valutazione che il giudice infine ne dà nella sua sentenza. Da un lato c’erano
degli uomini a difesa dello Stato che morivano, o venivano feriti ogni giorno;
e dall’altro lato “le Brigate Rosse”, “le formazioni combattenti”, “il partito
della guerriglia”, tesi a sovvertire le istituzioni della Repubblica. Bisognava
stare dalla parte dello Stato, senza se e senza ma.
La sentenza del giudice D’Angelo è quindi, sin dalle prime righe, una
difesa dell’operato delle polizie: “Gruppi di dimostranti, decisi a forzare gli
sbarramenti, si scontravano nelle adiacenze di piazza Navona con le forze
dell’ordine che, sottoposte a massicci e continui lanci di oggetti contundenti,
rispondevano energicamente. Si erano così create le condizioni ideali che
mistificatori e provocatori, in dispregio ai principi della non violenza cui i
radicali hanno costantemente improntato la loro azione, all’epoca
puntualmente sfruttavano dopo aver contribuito al loro insorgere. E se può, a
ragione, discutersi sull’opportunità del porto dell’arma di ordinanza da parte
degli agenti che, con funzioni di avvistamento e osservazione, vengono
opportunamente impiegati nelle pubbliche manifestazioni (e ciò innanzitutto
per la tutela della loro incolumità fisica) deve escludersi alla stregua delle
emergenze processuali che gli uomini, comandati dal questore di Roma, alle
dipendenze del dottor Gianni Carnevale, ricevettero prima e svolsero poi il
compito di provocatori e spargitori di sangue e la smentita della questura,
allorché fu pubblicata dal ‘Messaggero’ la prima foto del Santone con la
pistola in pugno, appare essere il frutto di colpa dettata dalla paura di
diventare capri espiatori di tragici fatti che improvvisamente avevano fatto
esplodere gravi tensioni nel Parlamento e nel Paese e non certo il frutto di
dolo proteso a coprire, nel più sciocco dei modi, responsabilità dei tutori
dell’ordine”.
Non vennero prese per buone le denunce di Pannella, secondo cui furono
invece le forze dell’ordine ad aggredire i manifestanti, creando davanti a
piazza Navona un clima di ostilità che come un incendio si propagò poi
dinanzi al Senato e successivamente in piazza San Pantaleo. Se le cose
fossero andate come le aveva esposte il leader radicale – argomentò il giudice
– “si sarebbero avuti, nelle adiacenze di piazza Navona, decine di morti,
mentre negli atti di causa non v’è traccia di un solo ferito durante i suddetti
scontri e l’esplosione, a scopo sicuramente intimidatorio, di qualche colpo di
arma da fuoco da parte delle forze dell’ordine, esasperate da ore di vera e
propria guerriglia urbana, non ha nulla a che vedere con la tragica morte della
povera Giorgiana Masi”.
Nella sentenza si colloca il ferimento di Ruggiero “intorno alle ore 19.50”.
Il carabiniere era con le spalle rivolte a via Arenula e impugnava il Fal dei
lacrimogeni con la mano sinistra, avendo davanti a sé due autoblindati che lo
proteggevano parzialmente, qui venne colpito da un proiettile proveniente da
piazza Belli, o da via Modena o da via Olmetto, due vie perpendicolari alla
piazza. “Venne colpito alla mano, perché proprio in quel momento l’aveva
alzata per lanciare un lacrimogeno, con un colpo esploso a distanza di
cinquanta metri da un punto – giova sottolinearlo – dove erano attestati
dimostranti e non forze dell’ordine. È questo il momento in cui la situazione
precipita.” Negli istanti successivi il dottor Squicquero ordina infatti la
rimozione della barricata, mentre tutt’intorno c’erano “i carabinieri esasperati
per il ferimento di Ruggiero”.
Il colpo che uccise Giorgiana non poteva provenire in ogni caso dal lato
delle forze dell’ordine: “Polizia e carabinieri escludono che, nella
circostanza, sia stato fatto uso di armi da fuoco. Sono stati acquisiti i processi
verbali di ispezioni delle armi e munizioni in dotazione ai militari dell’Arma
dei carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine pubblico nella zona, nonché le
relazioni degli ufficiali-capogruppo dei contingenti del reparto Celere
impiegati nello stesso servizio. Nessun colpo risulta essere stato esploso dai
carabinieri, tutti muniti di pistola Beretta calibro 9, né dal personale di
pubblica sicurezza dotato di pistola Beretta modello 34 calibro 7,65 e 9 corto.
Anche il personale dell’ufficio politico, che si trovava nella zona in abito
borghese e armato di pistola calibro 7,65 e 9,34 e 9,51 non ha sparato alcun
colpo. Nella relazione del capitano Franco Agretti si riferisce che al rientro
dal servizio e nei giorni successivi non erano stati richiesti colpi a reintegro di
quelli eventualmente mancanti”. Restava, infine, la pistola fatta ritrovare
misteriosamente nei giardinetti di piazza Augusto Imperatore. Avrebbe
potuto essere compatibile con l’arma del delitto, “ma quel revolver non
risultava memorizzato in nessuno schedario del ministero dell’Interno”.
Nel frattempo però, nel gennaio 1981, era stata depositata la nuova perizia
medico-legale e balistica, affidata nel maggio del 1980 dal giudice, su
richiesta del pubblico ministero Santacroce, a un diverso collegio di periti
d’ufficio: Antonio Ugolini, Silvio Merli, Giulio Sacchetti. È un documento
importante perché ribalta le conclusioni a cui erano giunti i precedenti periti
d’ufficio. Riconosce infatti che Giorgiana non poteva essere stata colpita da
un proiettile a piombo nudo. Al contrario il proiettile era “interamente
mantellato (Full Jacketed) o semimantellato”, e quindi blindato, e con una
maggiore capacità penetrativa, sparato da un revolver o da una carabina. Il
revolver avrebbe potuto essere un calibro 22 Magnum Winchester Rimfire
con cui si era fatto fuoco da una distanza tra i 35 e i 40 metri. Se fosse stata
usata una carabina con pallottole del tipo 22 WMR il tiro avrebbe addirittura
potuto essere sensibilmente più lungo, di 150 metri, al punto da non escludere
la presenza dei cecchini sui tetti.
“Si trattava,” fece notare l’avvocato Boneschi, “del riconoscimento della
validità delle osservazioni e delle ipotesi del consulente della parte civile.”
Chi aveva ucciso Giorgiana aveva sparato da una distanza minima di 35-40
metri, forse di più. Ponte Garibaldi è lungo 127 metri, e le forze dell’ordine
erano attestate circa a metà di esso. I nuovi periti aggiunsero che la traiettoria
che colpì la ragazza era centrale rispetto a piazza Belli. Una ricostruzione che
quindi sembrava affossare la pista del “fuoco amico”, rilanciando la tesi che a
sparare era stato qualcuno che in quel momento guardava in faccia i
dimostranti. Gli avvocati Boneschi e De Cataldo convocarono subito i
giornalisti, il 20 gennaio 1981. “Forse il cecchino,” dissero, “era collocato su
un piano rialzato. O su uno degli uffici che si affacciano da largo Arenula
oppure dal tetto di uno dei blindati attestati all’imbocco del ponte”. Era l’idea
che mi illustrò anche Renzo Rossellini, l’ex direttore di Radio Città Futura,
nel lungo colloquio che avemmo nel giugno del 2015 a casa sua. Era molto
esperto di armi, e sosteneva la tesi di un omicidio compiuto con un calibro 22
Hornet militare capace di sparare fino a un chilometro di distanza. “Io ero lì
quel giorno, e praticamente vidi cadere Giorgiana, ricordo che istintivamente
mi girai di spalle e alzai lo sguardo verso i palazzi alle spalle del ponte. È una
sensazione che ho da allora.”
Eppure, nonostante la perizia d’ufficio coincidesse in buona parte con
quella della parte civile, il 9 febbraio 1981 il pubblico ministero Santacroce
confermò la richiesta di proscioglimento “perché ignoti gli autori dei reati”.
Tre mesi dopo il giudice D’Angelo accolse questa sua conclusione.
Dopo avere scritto queste righe vado a rileggermi il pezzo che Andrea
Purgatori scrisse sul “Corriere della Sera” all’indomani dell’uccisione di
Giorgiana. Me lo sono messo via apposta. Volevo parlarne proprio qui, in
questo punto del racconto. Il pezzo inizia così: “Il giorno dopo in casa di
Giorgiana. Il volto del padre della ragazza ha l’espressione della dignità. Gli
occhi sono disperati, le lacrime asciugate male sulle guance. Dice: ‘Non
sappiamo nulla. Vorremmo capire come è andata, ma si sa, in questi casi,
tutto è difficile. Nessuno sa dire perché e spiegare i fatti’ ”.
Poi Purgatori si concentra sulla madre. “La signora Aurora è seduta nel
salotto, parla a bassa voce. ‘Giorgiana è uscita presto. Mi ha detto: Mamma,
vado a piazza Navona dove c’è la manifestazione. Canteremo e festeggeremo.
Non dovrebbe succedere nulla, è tutto tranquillo. Poi, lo sai, se le cose si
mettono male non sono una stupida, me ne vado subito. Invece mi hanno
telefonato alle nove e mezzo di sera. Mi hanno detto che Giorgiana era ferita
ad una gamba. Sono arrivata di corsa all’ospedale. Era già morta da un’ora.
Faceva un po’ di politica, come tutti i giovani della sua età. Pesava
quarantacinque chili, aveva un po’ di scoliosi. Ma era buona, tanto buona. Lo
dico perché era vero, non perché è stata uccisa.’
“Dice il padre: ‘È difficile immaginare, difficile comprendere. C’è sempre
tanta confusione quando succedono queste cose. Nessuno vede, nessuno
sente’. A un certo punto interviene un parente: ‘Io non voglio dare la colpa
alla polizia. Chissà da dove è partito quel colpo. Immagino cosa si prova. Il
rumore, la folla che corre e poi una ragazza che cade in terra. Non c’è tempo
per vedere, per rendersi conto e scoprire la direzione del proiettile’. La casa è
affollata dei compagni di classe di Giorgiana. Ecco Claudio Rossi, barba e
maglietta blu. Ha in mano due quotidiani, li sfoglia, senza leggere. Com’era
Giorgiana? ‘Tranquilla, ma decisa. Era preparata politicamente e durante
l’autogestione e l’occupazione del liceo ha dato un grande contributo alla
nostra battaglia. Non ero con lei quando è morta. Non ci sono testimoni che
possono dimostrare che è stata la polizia a sparare. Ma se le cose sono andate
come questa mattina... Ho visto agenti col mitra in mano, una guardia con la
pistola che caricava. Alcuni compagni si sono salvati per caso, in mezzo al
fumo e alla paura. Scriveremo una lettera. Scriveremo al ministro, al
presidente. Non si può andare avanti così. Qualcosa bisogna farla.’ Infine
torna a parlare la madre. Chiede semplicemente: ‘Con l’autopsia potranno
stabilire chi ha sparato? Potranno capire com’è accaduto tutto questo?’.”
16.

In una cartelletta ho trovato alcune lettere dell’avvocato Boneschi. Le ho


messe in fila con crescente curiosità. La prima reca la data del 21 febbraio
1978, l’ultima è del 19 febbraio 1986; sono copie di missive indirizzate a
periti, medici legali, colleghi avvocati, grandi firme del giornalismo.
Compongono un piccolo mosaico di sentimenti, una traiettoria di aspettative.
All’inizio Boneschi appare ancora fiducioso nelle sorti della giustizia, si
percepisce la sua energia, lo slancio civile, dedica alla vicenda anche i giorni
di vacanza.
“Come promesso,” scrive il 18 agosto 1978 a Giuseppe De Bernardi di
Valserra, medico legale e del lavoro, “le allego le mie osservazioni scritte; dai
risultati ottenuti mi sembra piuttosto inattendibile la conclusione della perizia
la quale, peraltro, è certamente carente in alcuni punti. Ripetere indagini
sperimentali su vertebre umane è piuttosto difficile poiché occorre trovare
individui a complessione scheletrica simile alla Masi in cui, per esigenze
autoptiche, la scheletrizzazione è già stata effettuata. La data di rientro per me
è prevista verso il 3-4 settembre, per cui sarò poi a disposizione per ogni suo
chiarimento.”
Il 13 novembre 1978, quando De Bernardi ha depositato la sua consulenza
che smonta pezzo per pezzo la perizia d’ufficio, Boneschi gli invia una nuova
lettera. “Caro dottore, la ringrazio per la sua consulenza tecnica, che ho
depositato il 6 novembre insieme alla memoria che è qui allegata. Avrà forse
visto che i giornali, sia pure capendo poco degli aspetti tecnici, hanno ripreso
la notizia della nostra controperizia. Adesso aspetto di vedere che cosa
deciderà il giudice, e poi le chiederò di incontrarci per decidere il nostro
comportamento in relazione alle decisioni che verranno prese.”
Sei mesi dopo, il 30 aprile 1979, scrive a De Bernardi: “Caro dottore,
allego l’assegno relativo alla sua fattura chiedendole scusa per il ritardo. Il
processo, nonostante le richieste del pubblico ministero, va avanti: il giudice
istruttore ha deciso di interrogare i poliziotti. Tuttavia, non sembra orientato,
almeno per ora, a disporre una nuova perizia. A giorni uscirà il Libro bianco
di cui le ho parlato e che le farò avere: lo presenteremo la sera del 7 maggio a
Milano, alla Società umanitaria, e mi farebbe piacere incontrarla lì”.
Invece, dopo le sollecitazioni della parte civile e dello stesso pubblico
ministero, il giudice D’Angelo disporrà nel maggio 1980 una nuova perizia
che, come sappiamo, sarà depositata all’inizio del 1981, e che in larga parte
darà ragione ai consulenti della parte civile.
Boneschi il 4 febbraio 1981 scrive all’ingegnere Domenico Salza, direttore
del Banco nazionale di prova, il perito balistico della famiglia Masi: “Caro
ingegnere, le trasmetto la copia integrale della seconda perizia. È stata redatta
dai periti Ugolini (balistico), Merli e Sacchetti (medici legali). Vedrà lei quali
sono le parti balistiche, e quali le osservazioni che riterrà più significative
fare. A una lettura da profano, quale quella che ho potuto fare io, mi sorgono
tre domande che vorrei porle:
1) nella parte finale della perizia si ricostruisce la traiettoria del proiettile
che ha colpito Giorgiana Masi. Non mi convince la storia della traiettoria
spiovente, e soprattutto la motivazione che si legge a pagina 254: la
ricostruzione dei fatti che vi si legge non risponde alle risultanze processuali.
Secondo lei, quale può essere stata effettivamente la traiettoria del proiettile?
2) Se il numero del revolver è stato ricostruito con il procedimento indicato
nella perizia, è possibile adesso stabilire la provenienza del revolver stesso?
3) Le armi di cui i periti parlano (carabine) come possibili o probabili, sono
in dotazione all’esercito o a forze dell’ordine in Italia? E le cartucce? Al di là
di questi singoli quesiti vorrei ovviamente conoscere qual è la sua opinione
complessiva sulla ricostruzione degli avvenimenti. Mi permetterò di
disturbarla tra una decina di giorni.”
La sentenza di archiviazione del giudice D’Angelo è del maggio 1981,
appena tre mesi dopo il deposito della perizia che sembrava riaprire il caso. È
un rovescio per la parte civile. Significa che sulla morte di Giorgiana non ci
sarà nessun processo.
La sera del 9 maggio 1981 Boneschi viene contattato da Radio Radicale, a
cui rilascia parole piene di delusione; non ha ancora letto la sentenza, ma solo
i tre passi del dispositivo riportati dall’Ansa. Non intende criticare il giudice,
ma la mancata collaborazione delle forze di polizia con la magistratura.
Sostiene che l’esito dell’inchiesta avrebbe potuto essere diverso, se solo lo si
fosse voluto, ribadendo il fatto che Giorgiana e due feriti (Ascione e
Lacanale), erano stati colpiti alle spalle, mentre scappavano da una carica
della polizia che avanzava sul ponte Garibaldi.
Il partito trasforma il pensiero di Boneschi in un comunicato stampa, che
sarà riportato in parte dal “Messaggero” nell’edizione del 10 maggio 1981.
Dopo la pubblicazione dell’articolo D’Angelo, impegnato sul fronte del
terrorismo dal 1976, percepisce un pericolo. I brigatisti lo accusano di
proteggere le forze dell’ordine. Nel cuore della notte riceve telefonate
minatorie. Una voce anonima gli annuncia che la pallottola che ha ucciso
Giorgiana Masi sarebbe finita nella sua schiena. È preoccupato. Decide di
querelare l’avvocato Boneschi e il direttore del “Messaggero”, Vittorio
Emiliani, per diffamazione a mezzo stampa.
Il 9 luglio 1981 Boneschi scrive a De Bernardi e a Salza. Non vuole
arrendersi: “Sono in possesso della copia della sentenza, la quale, come
potrete constatare direttamente, è costretta a motivare sulla base di elementi a
mio parere contestabilissimi sia in ordine alla ricostruzione dei fatti sia in
ordine alle risultanze peritali. Poiché punto essenziale della motivazione pare
essere quella parte della perizia che pone sul lungotevere Sanzio il punto di
origine dei colpi che hanno ferito o colpito, in tempi diversi, il Ruggiero,
l’Ascione e il Lacanale; e poiché per evitare di ammettere che la provenienza
del colpo mortale che ha colpito Giorgiana Masi ha origine sul ponte il
giudice deve fare provenire il colpo dai palazzi siti all’altra estremità del
ponte stesso (lato ministero di Grazia e Giustizia), sono a pregarvi di voler
esaminare la sentenza e la perizia in particolare per questi due aspetti. È
infatti mia intenzione chiedere la riapertura dell’istruttoria e vorrei
approfittare della pausa estiva per approfondire l’analisi di questi punti”.
Nell’estate del 1981, mentre i juke-box sulle spiagge trasmettono Johnny
and Mary di Robert Palmer, l’inchiesta su Giorgiana Masi finisce sigillata
negli archivi giudiziari, l’unico a finire sul banco degli accusati è il legale che
ha assistito la famiglia della vittima: Luca Boneschi. Gli viene intimato di
presentarsi davanti al tribunale di Perugia per avere offeso la reputazione del
giudice Claudio D’Angelo. Trovo nell’archivio di “Repubblica” un pezzo del
23 marzo 1982, a dibattimento già iniziato. Ha questo titolo: Per la morte
della Masi processo all’avvocato. Dicono i difensori di Boneschi, i penalisti
Franco De Cataldo e Mauro Mellini: “Resta il fatto che per la vicenda
riguardante l’omicidio di Giorgiana Masi di incriminati c’è solo l’avvocato
difensore della famiglia della giovane, mentre restano ignoti, nonostante le
prove e gli elementi di ipotesi presentati, gli autori dell’assassinio”.
In un colloquio con Chiara Sottocorona di “Panorama”, Boneschi provò a
motivare meglio la sua critica alla sentenza. Disse: “Polizia e carabinieri non
hanno sparato? Il giudice accetta questa tesi con la giustificazione che i
reparti presenti non hanno chiesto colpi a reintegro. Questo basta a
dimostrare che non hanno consumato proiettili? Eppure due bossoli di pistole
d’ordinanza sono stati trovati sul lungotevere e consegnati all’autorità
giudiziaria. Decine di testimoni hanno visto e sentito sparare, individuando i
lampi dalla parte delle forze dell’ordine: ma non sono stati ascoltati. Esistono
le prove fotografiche che la polizia ha sparato, ma non sono state prese in
considerazione. E comunque nessun accertamento è stato compiuto sull’uso
di armi da fuoco da parte degli agenti in divisa o in borghese. Né è stato
chiarito il ruolo di questi agenti in borghese. Le prime perizie medico-legali e
balistiche sono del 20 febbraio 1978. Dagli avvocati di parte furono subito
giudicate ‘sommarie, imprecise, tecnicamente carenti, in alcune parti
decisamente errate’. Tutto questo è stato poi riconosciuto dalle seconde
perizie nel gennaio 1981. Gli stessi periti ufficiali, insomma, hanno smentito i
loro colleghi. E la conclusione a cui sono arrivati è che a uccidere Giorgiana
Masi, trapassandola, è stato un proiettile blindato con una traiettoria parallela
al terreno. Si è stabilito che proveniva da una distanza tra i 40 e i 150 metri.
Lei è caduta a 16 metri dal ponte Garibaldi, che restava alle sue spalle. Il
ponte è lungo 127 metri. E sul ponte, come al di là del ponte, fino a largo
Arenula, c’era solo uno schieramento di forze di polizia”.
Primo dei non eletti nelle liste radicali alle elezioni del 1979, Boneschi
entra in Parlamento, deputato a Montecitorio, il 12 maggio 1982, in seguito
alle dimissioni del collega di partito Marcello Crivellini: nel terzo
anniversario della morte di Giorgiana. All’indomani, subito dopo la
proclamazione, presenta le dimissioni. Perché? Non vuole affrontare, per
orgoglio civile, il giudizio con lo scudo dell’immunità parlamentare, intende
difendersi non dal processo ma nel processo, ma forse si è fatto largo in lui
un sentimento di delusione, per l’impossibilità di ottenere giustizia
sull’assassinio di Giorgiana, ma anche perché avverte un progressivo distacco
con i Radicali. Invia tre cartelle al presidente della Camera Nilde Iotti. Un
documento amaro.
“Signora Presidente, da molti anni io assisto, insieme all’avvocato e
deputato Franco De Cataldo, la famiglia di Giorgiana Masi, la ragazza uccisa
durante una carica della polizia sul ponte Garibaldi di Roma il 12 maggio
1977: una famiglia che ha creduto di potersi rivolgere alla magistratura per
avere giustizia almeno morale di fronte alla morte atroce e assurda di una
figlia e di una sorella amatissima. Ho messo le mie capacità professionali a
loro disposizione. Ben quattro anni è durata l’indagine: troppe cose più
urgenti assillavano il giudice. E al termine dell’istruzione il giudice ha
archiviato: tecnicamente, ha dichiarato non doversi procedere per essere
ignoti gli autori del fatto. Una decisione a mio giudizio altrettanto assurda
dell’assassinio di Giorgiana, poiché le modalità della carica, della sparatoria e
della morte sono purtroppo assai semplici: ma il giudice ha decretato che gli
assassini sono senza volto, senza nome e anche senza appartenenza; sono
‘sciacalli ignoti’. Oggi pende da molti mesi una istanza di riapertura di quel
processo, sempre davanti ai giudici romani che hanno sempre troppe altre
cose da fare. Ma, fuori dagli strumenti professionali veri e propri, io mi sono
ribellato a quella decisione, e ho criticato pubblicamente il giudice e le altre
autorità implicate nella vicenda. Il giudice si è offeso e mi ha querelato. Così,
finalmente, nella vicenda giudiziaria per l’assassinio di Giorgiana Masi, c’è
almeno un imputato noto: l’avvocato della famiglia. Questo processo è già
iniziato, ma non concluso anche se la sentenza è vicina: e io non voglio in
nessun modo ritardare a un giudice, e a me stesso, il diritto ad avere giustizia.
Sapendo, per esperienza professionale, che i meccanismi delle autorizzazioni
a procedere non sono né certi né rapidi, scelgo di non metterli neppure in
moto. Con una speranza: che questa mia non semplice né facile rinuncia
serve a ricordare, ai radicali e ai non radicali, che per Giorgiana Masi
giustizia non è stata fatta; che in qualche cassetto del Parlamento giace da
tempo una proposta di legge per una Commissione d’inchiesta sui fatti del 12
maggio 1977 che sarebbe – a mio modestissimo parere – gravissimo se non
venisse approvata e presto; che di fronte alla bancarotta della giustizia e
all’oblio della politica, a me resta questo modo per dire – con amore per la
giustizia e la politica – la mia solidarietà a Vittoria, Aurora e Angelo Masi. I
miei più distinti saluti. Avvocato Luca Boneschi.”
Quando la richiesta viene messa in votazione in aula un solo deputato,
Emma Bonino, prende brevemente la parola. Quindi la richiesta “è
approvata” in un lampo, senza alcun dibattito. Le dimissioni cadono
nell’indifferenza. L’unico giornale che vi dedica un commento è “Il Giornale
d’Italia”, un piccolo quotidiano di destra. Scrive Luigi D’Amato: “Boneschi
ha rifiutato la proclamazione a deputato, motivando il suo no, già di per sé
quasi incredibile in un’Italia dove la corsa al potere è uno sport molto
affollato, con il suo fermo proposito di restare cittadino comune. Un gesto
esemplare”.
Boneschi inizia un processo nel processo: il suo. Durerà anni. Il
dibattimento sulla presunta diffamazione s’impantana nella terza udienza, il
24 maggio 1982, per un ricorso inoltrato alla Corte Costituzionale su una
questione di incostituzionalità della norma relativa alla diffamazione a mezzo
stampa. Qui rimane su un binario morto per oltre due anni senza che nulla
accada. Nel settembre del 1984 è ancora ai blocchi di partenza. Camilla
Cederna allora ne scrive su “Panorama”: “A sentire i difensori di Boneschi si
cercherà di fare adesso il processo su Giorgiana Masi, quello che è stato
sepolto in fase istruttoria a Roma, senza pubblico dibattimento. Vuol essere
un processo contro il trionfo insolente dei persecutori ai vertici e il loro
assortimento di reticenze e menzogne. Boneschi spera che questo doloroso
inventario di ipocrisie e di lacune serva a fare emergere una pur scomoda ma
necessaria verità”.
Ho provato a immedesimarmi nella solitudine di Boneschi. Ho davanti ai
miei occhi il gesto con cui, nel nostro primo incontro, tirò fuori la lettera con
cui si era dimesso da parlamentare: la mise sul tavolo e io iniziai a leggerla.
Quando, minuti dopo, gliela restituii, spingendola con l’indice lungo la
scrivania, rimanemmo entrambi in silenzio.
Il 12 novembre 1984 viene interrogato. Spiega che le sue critiche non erano
rivolte al giudice D’Angelo, quanto invece “agli organi di polizia e alle
autorità di governo che non hanno posto il magistrato in condizione di
acquisire gli atti necessari a fare piena luce sulla vicenda”. Da un suo appunto
di quei giorni: “A Perugia sono stato interrogato a lungo: per esigenze
difensive ho specificato il significato della frase che mi è stata attribuita,
mettendo l’accento più sul comportamento delle autorità di polizia e di
governo che avevano negato collaborazione al giudice D’Angelo, che non sul
comportamento del giudice stesso: d’altra parte è vero che il giudice ha fatto
poco, ma è anche vero che sono state le autorità a omettere rapporti e via
dicendo”.
Due mesi dopo, il tribunale di Perugia sentenzia di non doversi procedere
per sopravvenuta amnistia nei confronti sia di Boneschi che di Emiliani. Ma
il giudice Tentori Montalto non autorizza la riapertura del caso, come
avevano chiesto i difensori della famiglia Masi. Il Centro Calamandrei se ne
lamenta, in una nota: “A distanza di otto anni dalla tragica uccisione di una
ragazza di 19 anni, a fronte dell’impunità degli assassini, si era voluto che
l’unico a pagare fosse chi si era battuto perché la verità fosse accertata. La
sentenza del tribunale di Perugia evita, sia pure per vie traverse, che alla
conclusione di ogni indagine su esecutori e mandanti dell’omicidio si
aggiungesse lo scandalo di una condanna dell’avvocato Boneschi. Il Centro
Calamandrei continuerà ad adoperarsi perché sui fatti del 12 maggio 1977
non sia steso il velo dell’oblio che avvolge tante altre stragi, da piazza
Fontana a piazza della Loggia, dall’Italicus alla stazione di Bologna”.
La Procura generale presenta ricorso, si va in appello. Passano altri mesi. Il
tono delle lettere di Boneschi si fa più angosciato.
Il 6 febbraio 1986 scrive al direttore del “Messaggero” Vittorio Emiliani:
“Avrai, penso, avuto notizia che l’11 marzo prossimo, davanti alla Corte
d’appello di Perugia, riprende il processo di diffamazione, su querela del
giudice Claudio D’Angelo, per quella mia dichiarazione a commento della
sentenza di non doversi procedere perché ignoti gli assassini di Giorgiana
Masi. Il processo è delicato, perché abbiamo come parte lesa un giudice; ma
ancora più perché ormai l’unico e l’ultimo appiglio per tenere viva una
vicenda, quella di Giorgiana Masi, altrimenti dimenticata. Capisco che per te
sia un processo per diffamazione come un altro, per me non è così: perché per
un avvocato è più strano trovarsi imputato, perché ho buttato nell’istruttoria
Masi moltissime energie, perché mi pare assurdo di essere proprio io,
l’avvocato della famiglia, l’unico a pagare. Sai quanto è importante
l’attenzione della stampa: per la vicenda in sé e anche per i giudici. Spero che
il tuo giornale, che in tutta questa vicenda è stato positivo ed esemplare
protagonista sin dal giorno dell’assassinio di Giorgiana, possa tornare a
occuparsene, evitando così che passi nel silenzio e nell’indifferenza. Grazie
comunque, e un cordiale saluto (anche da parte di Camilla, che mi ha
suggerito di scriverti)”.
Si rivolge ai grandi giornalisti, chiedendo sostegno per la sua battaglia.
Scrive anche a Giorgio Bocca, indirizzando la lettera nella sua casa di via
Bagutta, a Milano: “Caro Bocca, l’11 marzo prossimo riprenderà a Perugia –
in Corte d’appello – il mio processo per diffamazione nei confronti del
giudice istruttore di Roma Claudio D’Angelo, in cui sono imputato per le
critiche alla sentenza con cui questo giudice istruttore dichiarava di non
doversi procedere per essere ignoti gli autori dell’assassinio di Giorgiana
Masi (ricordi? Roma, ponte Garibaldi, 12 maggio 1977). In primo grado,
nonostante l’aria che tira per le diffamazioni contro i magistrati, sono stato
amnistiato (per avere il tribunale ritenuta generica la diffamazione). In Corte
d’appello sarà molto difficile mantenere questo verdetto. Spero che tu possa
aiutarmi”.
Il lungo impegno comincia a pesargli. Con i Radicali i rapporti si sono
allentati. Lamenta di essere stato abbandonato. Scrive a Sergio Stanzani, che
in quel momento è, dopo Pannella, il parlamentare più influente. Ribadisce
che è stato il partito a trasformare le considerazioni sulla sentenza in una
dichiarazione, senza preavvertirlo. “Non so cosa farà il Partito radicale: sul
processo di Perugia, nel 1982 se non ricordo male, aveva fatto dei servizi
riassuntivi di tutta la vicenda Masi; nel 1984 si era limitato a mandare la radio
a registrare l’udienza, senza però minimamente utilizzare le mie dimissioni
da deputato. Adesso, con l’aria che tira, immagino non faranno nulla:
Giorgiana Masi non serve più, e io meno che mai.”
Il 18 marzo 1986 una buona notizia, la Corte d’appello di Perugia conferma
di non doversi procedere nei confronti di Boneschi ed Emiliani per
“sopravvenuta amnistia”. La sentenza sarà confermata dalla Cassazione
l’anno dopo. Boneschi rilascerà all’Ansa una breve dichiarazione piena di
sollievo: “Non ho mai inteso offendere il dottor D’Angelo e mi rammarico
che i giudici d’appello abbiano confermato la sentenza di primo grado; ma se
avessero accolto la tesi dell’accusa avrebbero dovuto consentirci di provare la
verità di quanto riportato dal ‘Messaggero’ e cioè come è stata realmente
condotta l’inchiesta giudiziaria sul caso Masi, di cui abbiamo chiesto invano
la riapertura”.
Sono passati nove anni dal delitto.
Una mattina mio padre mi chiese di leggere le bozze del libro. Gliele misi
sul tavolo, con l’avvertenza che mancavano i capitoli finali. “È una storia
troppo triste,” disse, quando qualche giorno dopo me le porse sulla scrivania.
“Non si poteva non stare dalla parte dello Stato”, aggiunse come seguendo il
filo di un suo pensiero.
Ho un ricordo preciso delle discussioni che negli anni settanta lo
contrapponevano a zia Mariannina. Entrambi di sinistra, ma cattolico delle
Acli mio padre, più laica la zia, che provava ogni volta a trovare una
mediazione nelle tenzoni: e su quel punto di caduta si scontravano. Questi
confronti sulla politica italiana, sul carattere degli italiani, scandivano i lunghi
pomeriggi agostani nella casetta di campagna di Pennisi, mentre nonna Nina
andava e veniva col vassoio dei caffè. La zia tentava di trovare una
giustificazione umana alle cose irredimibili che crucciavano papà. “Ie boni,”
interveniva mia madre, quando gli animi si scaldavano troppo. Mio padre non
amava la Dc, molto tempo dopo, mentre leggevo Delitto imperfetto di Nando
Dalla Chiesa, corsi da lui per dirgli quanto ero schifato dal potere
andreottiano. Mi smontò subito: “Guarda che la Dc ha fatto grande l’Italia”.
Non amava nemmeno i comunisti.
C’erano solo due libri a casa nostra, Il Gattopardo, nell’edizione degli Astri
Feltrinelli, che i miei avevano comprato nell’autunno del 1965, tre mesi dopo
essersi sposati, e Il dottor Zivago, ma ogni giorno mio padre operaio
comprava il giornale: “Il Giorno” prima e “la Repubblica” poi, la domenica a
volte due; dopocena sprofondava nella lettura, compitando le parole con tutta
la concentrazione possibile. Ogni tanto annuiva con la testa, approvando quel
che aveva appena letto. Un giorno, avrò avuto dodici anni, e da sempre
dicevo di voler fare il giornalista – una richiesta che mio padre a lungo
giudicò inattuabile, convinto che l’ascensore sociale non riguardasse quelli
come lui – mi chiamò a sé sul poggiolo. Era un pomeriggio di fine estate. Lo
rivedo in canottiera che punta il dito su un articolo di Giorgio Bocca: “Ecco,
vedi come spiega bene. È limpido. Ogni frase contiene una notizia o
un’opinione. E invece guarda questo articolo”, e tirò fuori un quotidiano
sgualcito dal vento, nella cui pagina tre campeggiava un’articolessa sulla città
di Catania. “Questa invece si scrive addosso, non informa, fa solo scruscio.”
Com’erano gli anni settanta, quando papà e zia litigavano sul compromesso
storico? Pochi giorni prima che morisse Giorgiana esplose tra gli intellettuali
una polemica che durò mesi. Era sorta dopo l’intervista che il poeta Eugenio
Montale aveva rilasciato a Giulio Nascimbeni del “Corriere della Sera”, nella
quale giustificava la paura che aveva paralizzato i giudici popolari al
processo contro le Brigate Rosse a Torino. Le sedici defezioni, motivate con
reiterati certificati medici, avevano costretto la Corte a rinviare il
dibattimento. Fin dove poteva spingersi il coraggio civico di un cittadino se
lo Stato per primo appariva corrotto?
Eugenio Montale aveva 81 anni. Due anni prima aveva vinto il Nobel per la
letteratura.
Se fosse estratto il suo nome, avrebbe accettato di fare il giudice popolare?
gli domandò Nascimbeni.
“Credo di no. Sono un uomo come gli altri e avrei avuto paura come tutti
gli altri. Una paura giustificata dall’attuale corso delle cose, non metafisica,
non esistenziale.”
Gli intellettuali avevano un peso enorme. La sconfitta dello Stato viene da
lontano, disse ancora Montale. Norberto Bobbio, sulla “Stampa”, gli diede
ragione: “Se ragiono ho paura, se mi abbandono al desiderio, posso ancora
sperare. Ma sono prima di tutto un uomo di ragione. Dunque, ho paura.
Anche a costo di apparire urtante dico che l’uomo di ragione nella
drammatica situazione in cui versa il nostro Paese ha il dovere di essere
pessimista. Il pessimismo è un dovere civile”. Sciascia augurò alla classe al
potere di suicidarsi. “Ma lo Stato siamo noi,” intervenne Italo Calvino.
“Proprio perché lo Stato come organizzazione sociale dà sempre più di
frequente prova di non esistere. L’insipienza dei governi ci ha portato al
punto in cui i problemi, lasciati aggravare, esplodono uno dopo l’altro: ieri
Reggio Calabria, oggi le università e le carceri. È inutile prendersela con
magistratura e polizia, che non fanno abbastanza per difenderci da terroristi e
rapitori, se poi si disertano le giurie popolari.”
Poi “l’Espresso” intervistò Giorgio Amendola, un comunista senza peli
sulla lingua. Amendola attaccò ruvidamente “il partito degli apocalittici”,
giudicando le posizioni di Bobbio, Montale e Sciascia “profondamente
diseducative”.
Gianni Corbi gli chiese: “Come replica a Bobbio che sostiene che è
impossibile impedire la fine della Prima Repubblica?”.
Amendola: “Non sono per nulla sorpreso. Il coraggio civico non è mai stata
una qualità ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana”.
Sciascia gli replicò sulla “Stampa” del 9 giugno. “Quando sento Amendola
parlare della carne, del consumo della carne, e che mai se ne è consumata
tanta in Italia, mi par di certo che hanno perduto il senso della realtà. Le
domande mi si affollano: da quanti anni Amendola non viaggia in autobus o
nella seconda classe di un treno? Ha mai parlato con un emigrante di ritorno
dalla Germania o dalla Francia? Con dei vecchi pensionati? Con dei giovani?
Con dei disoccupati? Con dei contadini che stanno ancora sulla terra? È mai
entrato in una scuola, in un ospedale, in un manicomio, in un carcere? Sa
quello che un giovane deve fare per avere un posto? Conosce il calvario di un
malato che vuole veramente essere curato? Sa qualcosa dell’amministrazione
della giustizia? Ha almeno il sospetto del volume delle evasioni fiscali? Del
denaro portato nelle banche svizzere, di quello rubato e sperperato? Forse no:
come un quaresimalista del Seicento parlava dell’inferno della carne, lui da
anni parla del paradiso della carne che sarebbe l’Italia. Mai tanta libertà, in
Italia. E mai tanta carne. Forse troppe, l’una e l’altra. Ci vuole un po’ di
austerità. E se il ‘culturame’ vuole proprio dire qualcosa, che la dica in questo
senso: o sarà bollato di disfattismo, di viltà.”
Valerio Riva dell’“Espresso” mise a confronto Sciascia ed Edoardo
Sanguineti, che si era schierato con Amendola.
Riva: “Allora oggi il dissenso è piccolo-borghese e fascista?”.
Sanguineti: “Sì”.
Sciascia: “Mi sembra una definizione troppo comoda. Il dissenso in Italia
viene da una parte della popolazione che si sente emarginata, fuori ruolo. È
un disagio non solo piccolo-borghese, ma anche operaio e popolare”.
Intervennero Alberto Arbasino, Alberto Asor Rosa, Alessandro Galante
Garrone, Giovanni Testori. Natalia Ginzburg e Lucio Colletti diedero ragione
ad Amendola. Era un dibattito tra giganti. Nell’Italia degli anni di piombo e
della guerra fredda il discorso pubblico ruotava più o meno sugli stessi
argomenti di oggi. Me ne venne malinconia.
17.

Dal diario di Ludovico Ortona, portavoce di Francesco Cossiga durante il


settennato: “16 maggio 1987. Esce su alcuni quotidiani un attacco di Pannella
a Cossiga sulle vicende in cui era ministro dell’Interno (Giorgiana Masi, caso
Moro). Lo vedo piuttosto turbato, anche se poi si riesce a ridimensionare
l’episodio dicendogli che è un attacco isolato del solito Pannella. Ne è
chiaramente dispiaciuto”.
Per ventiquattro anni Cossiga tacque su Giorgiana Masi.
Un silenzio carico di rumore. Ancora nella primavera del 1998 un cronista
dell’Ansa ebbe la ventura di chiedergli conto di uno scampolo d’inchiesta e
Cossiga lo allontanò da sé con un secco “No comment”. Di cosa aveva paura,
perché gli era intollerabile affrontare l’argomento?
Nel febbraio ’98 Cossiga aveva fondato l’Udr, Unione democratica per la
Repubblica, un partitino sorto sulle ceneri della vecchia Democrazia
Cristiana, a cui si aggregarono in fretta un buon numero di parlamentari eletti
con Silvio Berlusconi. Cossiga, a sei anni dal suo addio al Quirinale,
coltivava ancora ambizioni politiche. Si fece eleggere presidente onorario,
mentre un parlamentare campano, Clemente Mastella, già portavoce dell’ex
leader democristiano Ciriaco De Mita, venne nominato segretario. In
autunno, dopo che il capo di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti ritirò
il suo appoggio al governo Prodi, Cossiga e Mastella permisero con i loro
voti il varo di un nuovo governo guidato da Massimo D’Alema, che fu così il
primo ex comunista a finire a Palazzo Chigi, benedetto dal sostegno di un
anticomunista storico come Cossiga. L’italico trasformismo celebrò il suo
trionfo e Cossiga tornò a essere centrale nello scacchiere di Montecitorio.
Qualsiasi allusione a una storia irrisolta come l’uccisione di Giorgiana poteva
rappresentare per lui, aduso a fiutare pericoli ovunque, una minaccia.
Passarono altri tre anni, l’Udr si frantumò, la legislatura finì, Berlusconi
tornò al governo. Cossiga aveva 73 anni ed era ormai fuori dai giochi.
Accadde allora un fatto inspiegabile. Pieno di una smania a cui qui è difficile
dare un nome, Cossiga iniziò a parlare di Giorgiana Masi. Si spendeva in
congetture, lanciava sospetti, tirava in ballo servitori dello Stato morti. Erano
dichiarazioni sconcertanti, se messe in fila una dopo l’altra. Tutto iniziò
nell’aprile del 2001 quando si fece intervistare dai vecchi nemici di Radio
Radicale: “Non vorrei essere frainteso, ma dico con estrema onestà che come
sia morta Giorgiana Masi non lo so. Ma se si tratta di assumersi la
responsabilità oggettiva della morte di Giorgiana io non ho alcuna difficoltà,
perché ero ministro dell’Interno e lei è morta. E quando uno muore in una
manifestazione pubblica, la responsabilità è comunque della suprema autorità
di ordine pubblico, quale ero io”. Per la prima volta cercava di fare i conti
con il delitto. Sembrava sincero. I Radicali scesero in piazza esibendo dei
cartelloni con le scritte “24 anni di omertà”, “Cossiga parli”, Emma Bonino
tornò a invocare una commissione parlamentare d’inchiesta: “Continueremo a
batterci finché non scopriremo chi è il colpevole”. Non accadde nulla.
Nell’aprile del 2003 la trasmissione Report di Milena Gabanelli dedicò una
puntata al mistero di Giorgiana. Bernardo Iovene intervistò Cossiga.
Iovene: “Senta, ci dica qualche segreto che non ha mai detto a nessuno”.
Cossiga: “I segreti che io mantengo, ma in parte me ne sono dimenticato”.
Iovene: “Che è il modo migliore per mantenere un segreto, quello di
dimenticare…”.
Cossiga: “Sì, esatto. Io me ne sono dimenticato quasi del tutto. Altri segreti
che io mantengo, ma non segreti di Stato, per esempio, non l’ho mai detto
alle autorità giudiziarie e non lo dirò mai, i dubbi che un magistrato e
funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi
preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica.
Ecco, io quello non lo dirò mai, se mi dovessero chiamare davanti all’autorità
giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa”.
Iovene: “Perché sono implicati i servizi?”.
Cossiga: “No, se no non sarebbe una cosa dolorosa”.
Intervenne dallo studio Gabanelli: “Poiché sarebbe doloroso dire chi ha
ucciso Giorgiana Masi, l’uomo che più ha invocato la pacificazione nazionale
dice: non parlerò neanche davanti alla magistratura. Deduciamo che la morte
di una ragazzina innocente non sia stato un incidente, ma ben altro. Forse un
ordine per imporre poi le leggi speciali?”.
Passano altri due anni. Cossiga sembrò deciso a rivelare il suo segreto:
Giorgiana, disse, era stata uccisa dal “fuoco amico”. L’ex ministro rese
pubbliche anche le sue fonti: uno dei magistrati che aveva indagato sul caso e
l’ex capo della polizia Fernando Masone. Solo che Masone era morto da due
anni e non poté confermare e la tesi del fuoco amico era affiorata nella
sentenza del giudice D’Angelo. Pannella, non appena apprese delle
dichiarazioni di Cossiga, rilasciate il 17 maggio 2005 a Paolo Cucchiarelli
dell’Ansa, andò su tutte le furie: “Mentì allora e mente adesso”. Cossiga, che
in quei duelli verbali ci sguazzava, fece subito vergare una nota di replica,
rinvigorito da un duello che durava da quasi trent’anni: “Povero Marco! Il
rimorso per essere stato egli con la sua imprudenza e la sua testardaggine la
causa prima della morte di Giorgiana Masi gli sconvolge ogni anno la mente!
Rinnovo e confermo a lui, con antica amicizia, la mia comprensione per
questo suo tremendo dramma”. Non è da escludere che Pannella fosse
divorato dal rimorso, ma in quella frase pure Cossiga specchiava le sue paure.
“Ho taciuto fino a ora,” spiegò in quel 2005, “salvo che con un amico
deputato di sinistra radicale per motivi di carità. Ho sempre avuto
comprensione per il rimorso che attanaglia tanti radicali per la morte di
Giorgiana Masi, per aver essi voluto, contro le valutazioni e le disposizioni
dell’autorità di pubblica sicurezza, senza avere la possibilità di controllarla,
convocare a favore di un referendum da loro indetto una vasta riunione a
piazza Navona, in un periodo estremamente delicato per l’ordine pubblico.
Cgil, Cisl e Uil accettarono l’invito del governo a rinviare la celebrazione del
primo maggio, nonostante il servizio d’ordine di cui disponevano. Scongiurai
Pannella di disdire il comizio di piazza Navona. Egli non accolse il mio
invito. Il reparto dei carabinieri, che si trovava dall’altra parte del ponte,
subito accusato di aver aperto il fuoco per ordine della autorità giudiziaria, fu
disarmato da elementi della squadra mobile: alla perizia risultò che nessun
colpo era stato sparato.”
Antonio Di Pietro, che allora era un politico con un suo seguito, ricordò a
Cossiga i suoi doveri di pubblico ufficiale e lo rimproverò per non essersi mai
voluto presentare dinanzi a un magistrato. Cossiga rispose con sarcasmo,
come un professore che bacchetta uno studente irrispettoso: “Studi finalmente
il codice di procedura penale, furono i magistrati e gli investigatori a riferirmi
i loro dubbi e convincimenti e il ministro dell’Interno non ha facoltà alcuna
rispetto alle indagini”.
Federica Sciarelli, la conduttrice di Chi l’ha visto?, che da quirinalista
aveva seguito il settennato di Cossiga, e che era stata compagna di classe di
Giorgiana, colpita da quell’improvvisa uscita decise di approntare uno
speciale sui fatti del 12 maggio 1977. La trasmissione andò in onda il 23
maggio 2005. L’ho vista nella biblioteca Rai di viale Mazzini in un piovoso
mattino di ottobre. Cossiga chiamò a metà puntata. “Eccoci qua,” si presentò
allegro e partì come un razzo. Come prima cosa ammise di aver detto una
cosa non vera in Parlamento sull’utilizzo degli agenti in borghese, ma
aggiunse di averlo fatto in buona fede, sulla base di un rapporto dell’allora
questore. “Ma quando un giornalista dell’‘Espresso’ andò dal mio ufficio
stampa, ed esibì le fotografie, io chiesi scusa immediatamente al partito e
cacciai il questore.” Ora, sappiamo che il questore venne cacciato otto mesi
dopo i fatti, e, non si sa in quale occasione, Cossiga chiese immediatamente
scusa al partito. Ci tenne a dire di non essere mai stato – “dico mai” – né
inquisito né rinviato a giudizio sulla vicenda, quindi, dopo una digressione
“sulla colossale ignoranza di Di Pietro”, ribadì che quel che aveva saputo
l’aveva appreso da Masone: Giorgiana era stata uccisa dal “fuoco amico”,
“ma un ministro dell’Interno non dirige le indagini. I magistrati della Procura
e il ministro dell’Interno erano presi da questo terribile dubbio, e da dubbi
ancora peggiori”.
Un dubbio era, e terribile. “Perché io non ho le certezze di quelli
dell’estrema sinistra.” Alzò la voce: “Io non dico che è stata uccisa dal fuoco
amico, dico che mi riferirono questo terribile sospetto!”. Era il solito Cossiga,
che ondeggiava tra blandizie e velati avvertimenti. C’era da sbalordire.
Perché quel che aveva da offrire, dopo tutti quegli anni, su una povera
ragazza morta, era “un terribile sospetto”.
Agli inizi del 2007 i giornali tornarono a occuparsi del movimento del ’77.
Era il trentennale, uscirono molti libri. Aldo Cazzullo, il 25 gennaio, fece una
lunga intervista a Cossiga per il “Corriere della Sera”. Chi fu a sparare?, gli
domandò. “La verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo
della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta
a un deputato di Rifondazione comunista che continuava a rompermi le
scatole. Non lo dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore.” “Fuoco
amico?” chiese Cazzullo. “Questo lo dice lei. Il capo della mobile mi confidò
di aver messo in frigo una bottiglia di champagne, da bere quando sarebbe
emersa la verità, pensando a tutto quanto ci hanno detto.” Cossiga aggiunse
un altro tassello: non era stato lui a ordinare il divieto, ma fu una decisione
collegiale del comitato interministeriale per la sicurezza, presieduto da
Andreotti. “Ricordo che Carlo Donat Cattin spinse molto per il divieto. Le
mie perplessità furono zittite da Evangelisti, che mi disse: ‘Non hai le palle
per farlo’. Fu facile replicargli: ‘Come fai a dire questo a uno che non sa se
tornerà a casa stasera?’ ”
Il “terribile sospetto” s’era fatto verità. Ero sempre più sbalordito.
Vittoria Masi, la sorella di Giorgiana, rilasciò un’intervista a “Panorama”:
“È ora che la Procura di Roma ascolti Cossiga. Mi chiedo se sia giusto che in
uno stato di diritto una persona muoia a pochi metri dalle forze dell’ordine
senza nemmeno essere soccorsa e che qualcuno che dice di sapere la verità su
un omicidio, reato imprescrittibile, non sia ancora stato ascoltato dalla
magistratura”.
Cossiga non venne mai sentito, né tornò più sull’argomento, chiudendosi in
un silenzio ostinato. Cosa sapeva veramente? Portò con sé i suoi segreti,
andandosene a 82 anni nell’agosto 2010.
Come tutti i misteri italiani anche quello di Giorgiana ha alimentato per
anni l’inesauribile filone delle dietrologie, dei sospetti, dei depistaggi: ce ne
sono almeno due che qui meritano di essere raccontati. Il primo episodio lo
rivelò Pannella, il 28 gennaio 1998, alla Commissione parlamentare
d’inchiesta sul terrorismo in Italia presieduta dal senatore Giovanni
Pellegrino. “Era il settembre del 1977, eravamo a Trevi, vicino a Foligno,
dove andavamo a fare i nostri seminari mensili, i quattro parlamentari eletti, i
quattro supplenti che avevamo, più tutto lo staff del Partito radicale. A un
certo punto, mentre siamo riuniti, il direttore dell’albergo dice: ‘C’è qualcuno
per lei al telefono, onorevole’. ‘Sono il generale Mino.’ Non so se ho
risposto: ‘Sì, e io sono mio nonno’. Invece era davvero l’alto ufficiale. ‘Sono
il generale Mino. Sono all’uscita della bretella della superstrada. Onorevole,
ho veramente urgenza di vederla.’ Franco De Cataldo con la sua macchina mi
accompagna, perché glielo avevo chiesto: ‘Vediamo di cosa si tratta’.
Andiamo al luogo dell’appuntamento, due o quattro chilometri più in là
dell’albergo: lì c’era il generale Mino. Mi disse: ‘Onorevole, attraversiamo.
Non voglio parlare nemmeno vicino alla macchina: sa, può darsi che la
macchina abbia orecchie’. ‘Che cosa c’è?’ ho chiesto. ‘Sono venuto a
supplicarla, onorevole, di accettare una scorta, e una scorta dei carabinieri.
Ho dato anche ordini e disposizioni che non userò più l’elicottero per
qualsiasi ragione.’ Quale era il nesso? ‘È per dirle che se io prendo per me
una decisione di questo genere, per gli stessi motivi le chiedo di accettare la
scorta. Io l’ho fatto, lo faccia anche lei. Se le dico di prendere la scorta mi
deve ascoltare. In più ci rivedremo tra due settimane, perché purtroppo nella
questione relativa a Giorgiana Masi ho dovuto constatare che lei ha e ha
avuto ragione. Io devo tornare a Roma. Non ho nemmeno detto che sono
venuto qui.’ ”
Su cosa avesse ragione Pannella nessuno lo seppe mai. Il generale Mino
morì poche settimane dopo quel colloquio, il 31 ottobre 1977 durante un volo
in elicottero.
“Non appena lo venni a sapere,” proseguì Pannella, “presi subito la parola
in Parlamento e raccontai quanto vi sto dicendo adesso.”
Pellegrino: “Dove cade l’elicottero del generale Mino?”.
Pannella: “In Calabria, a Monte Covello. L’onorevole Enzo Fragalà
conosce molto bene la vicenda anche meglio di me, perché credo che
sull’elicottero si trovasse suo suocero, anche lui deceduto a seguito
dell’incidente. Per cui mi sono trovato, radicale, antimilitarista, a essere
l’unico che continuava a dire: ‘Ma c’era un comandante generale dell’Arma
dei carabinieri su quell’elicottero’ ”.
Pellegrino: “Quale autorità giudiziaria svolge l’inchiesta?”.
Fragalà: “Quella di Catanzaro, e archivia l’istruttoria sommaria nel giro di
due mesi”.
Il secondo episodio saltò fuori il 12 maggio 1997, esattamente nel
ventennale della morte di Giorgiana, mentre a Roma si cercava di venire a
capo dell’uccisione di un’altra ragazza, Marta Russo, colpita a morte nei viali
della Sapienza. Angelo Izzo, uno dei massacratori del Circeo, rese una
testimonianza al giudice di Milano Guido Salvini e al pubblico ministero
Luisa Zanetti. Disse di avere saputo da un avvocato che Andrea Ghira, suo
complice nel massacro del 1975, “qualcosa aveva fatto in occasione della
morte di Giorgiana”. Fu “Avvenire” a pubblicare per primo il verbale, subito
ripreso dagli altri quotidiani, e più di uno titolò a sei colonne: Izzo: Giorgiana
Masi fu uccisa da Ghira. La presunta rivelazione risaliva al 1980, e Izzo se
l’era tenuta per sé per diciassette anni. C’era un dettaglio importante ad
avvalorare questa pista. A proposito delle armi misteriosamente ritrovate in
piazza Augusto Imperatore pochi giorni dopo il delitto – e che l’anno dopo
furono oggetto di una perizia per capire se in quella busta c’era il revolver
che aveva ucciso Giorgiana – Izzo disse: “Riconobbi quelle armi come
appartenenti al mio gruppo: in particolare il giornale parlava di un MP40 che
riconobbi come mio e di una pistola calibro 22 Long Rifle che riconobbi
come quella da noi rapinata in via Panama. Io e Gianni Guido ritenemmo che
si trattava di un segnale di Ghira e io notai che il calibro 22 era quello usato
per uccidere Giorgiana Masi”.
L’arma calibro 22 aveva il numero di matricola limato, ma ancora visibile,
e così fu possibile risalire al proprietario al quale era stata sottratta: un
industriale dei Parioli. L’imprenditore confermò che era sua, specificò che la
sera del 30 ottobre 1973 tre uomini gli erano entrati in casa razziando armi e
argenteria per un valore di 10 milioni di lire, dopo aver immobilizzato le tre
donne che in quel momento si trovavano nell’abitazione. Una delle donne
riconobbe uno dei tre, Andrea Ghira, 20 anni, figlio di un imprenditore edile,
il quale venne arrestato e condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione, ma al
processo si rifiutò di fare i nomi dei suoi complici “per una questione di
onore”. Tuttavia, poco tempo dopo Ghira fu liberato, pagando una cauzione
di tre milioni di lire, e il 30 settembre 1975, proprio per festeggiare l’uscita
anticipata dal carcere, insieme ad Angelo Izzo e Gianni Guido organizzò la
festa di compleanno nella villa del Circeo dove Rosaria Lopez venne uccisa e
Donatella Colasanti scampò alla stessa sorte solo perché si era finta morta.
Izzo, Ghira e Guido erano tre estremisti di destra, rampolli violenti della
buona borghesia romana: dopo l’omicidio Izzo e Guido vennero arrestati,
Ghira invece si diede alla latitanza. Nel luglio del 1976 arrivò la condanna
per tutti, in primo grado: ergastolo.
Secondo questa versione di Izzo, quindi, Ghira sarebbe stato in piazza il 12
maggio 1977, protetto dai servizi segreti. Il senatore verde Athos De Luca,
membro della commissione stragi, andò a trovare Izzo nel carcere di Prato.
Izzo gli confermò quel che aveva già raccontato ai magistrati.
Ghira risultò dapprima latitante in Sudamerica, poi la leggenda vuole che
nel luglio del 1976 si arruolò nella Legione straniera in Spagna, qui nessuno
mai lo trovò, finché fu dichiarato morto, per overdose, nel settembre 1994,
come confermò un doppio esame del Dna. Ora, è mai possibile ipotizzare che
Ghira girasse indisturbato per Roma nella turbolenta primavera del 1977,
quando la sua faccia campeggiava ancora sui principali giornali, additato
come “il mostro del Circeo”? Davvero era lecito immaginare che, pur con
tutte le presunte coperture di cui godeva, si fosse infiltrato in una
manifestazione della sinistra “per colpire una femminista”, con migliaia di
militanti extraparlamentari pronti a individuarlo, mentre la giustizia italiana
lo cercava per fargli scontare una condanna all’ergastolo?
Ho voluto conoscere Vincenzo Miliucci, il capo dei duri di via dei Volsci.
Un signore di 74 anni con la barba bianca che manteneva un suo oscuro
carisma. Da ragazzo era stato nel Pci con il futuro sindaco Luigi Petroselli per
poi radicalizzarsi: prima la scissione con gli eretici del “Manifesto”, quindi,
sempre più scontento, il passaggio nell’Autonomia operaia. Parlammo a
lungo dell’aggressione di Luciano Lama, Miliucci quella mattina di febbraio
era sulle barricate, gli mostrai le foto degli autonomi che attesero il leader
della Cgil all’Università di Roma con bastoni e passamontagna.
“Chi riconosce?” gli domandai.
“Nessuno,” scosse la testa.
Si dilungò invece sull’epopea del ’77. “Un giorno ci presentammo in un
sottoscala intorno a piazza Bologna, dove un padroncino impiegava dodici
sarte che pagava, in nero, 200 lire a camicia mentre lui le rivendeva a 7000
lire; lo affrontammo a brutto muso: ‘Stai facendo il cerbero, mettile in
regola’. Prese paura, le camiciaie ebbero il loro contratto.”
Era stato due volte in carcere, nei bracci speciali, tra cui 17 giorni nelle
famigerate celle “Villa Paradiso” di Regina Coeli, dove c’era solo un bugliolo
e un tavolaccio per sdraiarsi: “Dall’alto filtrava una fioca luce alla quale mi
aggrappai per leggere. Quando mi tirarono fuori da lì avevo perso quattro
diottrie. Umberto Terracini un giorno mi disse: ‘Anche io ero stato lì sotto il
fascismo’. Tutto torna in questo paese”. Dopo la prima detenzione, per
associazione sovversiva, era stato salvato dall’amnistia, dopo la seconda, per
una scazzottata a Comiso per i Cruise, fu assolto.
Gli chiesi: “Dov’era quando spararono a Giorgiana Masi?”.
“Ero lì, su quel ponte,” disse.
D’improvviso si volse al cupo: “Avrei potuto esserci io al suo posto, povera
ragazza”.
Cosa ricordava esattamente?
“Era sull’imbrunire, e loro spararono. Non so perché lo fecero, era già tutto
finito”.
Gli chiesi: “Possibile che nessuno vide niente?”.
“Quando arrivò l’ambulanza ricordo che era già buio, la vidi soltanto
caricare.”
Chiuse gli occhi. La spavalderia con cui aveva raccontato del ’77 d’un
tratto si dissolse. Lo osservai mentre meditava. Si stava concentrando.
Continuò: “Ci fu almeno un altro ferito che si fece medicare, che preferì non
presentare denuncia”.
Quindi c’erano in quell’assembramento in piazza Belli persone che non
avevano alcun interesse a far sapere che si trovavano lì. Stava entrando in un
terreno delicato.
Ecco, pensai, siamo nel cuore della tragedia.
Domandai: “Lo sparo che colpì Giorgiana fu quindi una reazione al
ferimento del carabiniere Ruggiero?”.
“Stronzate,” disse Miliucci, e fece un gesto con la mano dall’alto in basso.
“Tutte stronzate.”
18.

Alla fine di maggio del 2016 scrissi una mail all’avvocato Boneschi.
Non ci sentivamo da oltre due anni. Gli spiegai che alla fine il libro l’avevo
scritto, mancavano solo i capitoli finali, e gli chiedevo la disponibilità di
vederci per riesaminarlo insieme, specie le parti relative alle perizie. Mi
rispose quasi subito: era in ospedale da oltre un mese, per un tumore al fegato
che nel giro di pochi giorni gli aveva provocato un aumento di peso di venti
chili. “Ma ora sto recuperando forze e voglia di esistere,” aggiunse. Pur
affaticato avrebbe fatto il possibile per dare un’occhiata al testo. Mi pregava
pertanto di inviargli una copia cartacea per posta.
Corsi in copisteria a rilegare i primi diciassette capitoli. A sorpresa
l’impiegata cui consegnai quel fascio di pagine si soffermò a leggere le prime
righe: “Oddio, Giorgiana Masi, me la ricordo!” esclamò; poi pensierosa
completò il suo lavoro. Nel porgermelo domandò: “Non se ne è mai saputo
nulla, vero?”. Mi precipitai al più vicino ufficio postale, imbucai il plico e
aspettai.
Boneschi mi rispose il 17 giugno: “Caro Concetto, ti mando le mie
osservazioni alla lettura del tuo libro. È una lettura ospedaliera senza
riscontri, ma è quello che per ora posso fare. Qualche notizia su di me. Sia
pure preso per i capelli sono rimasto in vita dopo giorni di incertezza. Adesso
ho appena terminato il secondo ciclo di chemio e devo fare trasfusioni e
controlli in base all’esito di questi decideranno quando posso affrontare il
terzo ciclo e se nel frattempo mi dimetteranno. Poi si valuterà nuovamente.
Insomma, la situazione rimane complessa. Ti tengo informato anche per le
verifiche che dobbiamo fare, ma a breve non è possibile che torni in studio.
Troveremo una soluzione. Un caro saluto, Luca”.
Perché non mi ero fatto sentire nei due anni precedenti?
A fine giugno ricevetti una nuova mail. Se tutto procedeva per il meglio
dopo il 10 luglio avrebbe potuto finalmente lasciare l’ospedale. Era lieto di
fissarmi un appuntamento nel suo studio legale. C’era una cosa che mi voleva
raccontare, che inizialmente non aveva reputato importante, ma di cui
avremmo parlato di persona. Qualche giorno dopo presi un treno per Milano.
Il Frecciarossa filava. Nello scompartimento i viaggiatori erano intenti a
consultare i loro smartphone o chini sui tablet. Oggi, pensavo, Giorgiana
Masi non sarebbe un cold case, per la semplice ragione che qualcuno su quel
ponte avrebbe ripreso la scena, o la scena immediatamente successiva, o
quella dopo ancora, puntando la sua fotocamera in direzione degli spari.
Forse, nella rete di quelle istantanee sarebbe rimasto impigliato l’assassino, e
la sera stessa le foto o i video sarebbero rimbalzati sui social, rilanciati dai siti
dei grandi giornali, ripresi dai network televisivi. E avrebbero imposto
un’immediata risposta da parte delle forze dell’ordine. Tutti avrebbero visto.
Tutto sarebbe stato pubblico. Il governo non si sarebbe potuto sottrarre a
un’operazione-trasparenza, alla fine la pressione dell’opinione pubblica
sarebbe stata tale che il killer sarebbe saltato fuori anche se la verità avesse
messo in imbarazzo lo Stato. Ma quarant’anni fa non c’erano ancora gli
smartphone, né i social, infuriava il terrorismo e la società era divisa in tribù
ideologiche. Misi in fila i dubbi che mi erano rimasti. Continuavo a
domandarmi: qual è il finale di un delitto senza l’assassino? Un fatto
criminoso dove ognuna delle parti in causa può accampare le sue ragioni e
tirarle dalla propria parte.
Milano era velata di foschia. Scesi alla stazione metro di Crocetta, m’infilai
in un bar, dove alla velocità della luce mi servirono un cappuccino. In piazza
Umanitaria fui colpito dalla gran quantità di biciclette da noleggiare
parcheggiate al principio del quadrilatero, quindi suonai. Venni fatto
accomodare nella sala riunioni; Boneschi, dopo qualche minuto di attesa, fece
il suo ingresso. Era dimagrito. In testa aveva un berretto da baseball. Ci
abbracciammo. Aveva 77 anni, svolgeva la professione di avvocato da
cinquantatré, ma la prima cosa che aveva fatto dopo essere uscito
dall’ospedale era stato tornare al lavoro. Sul tavolo di vetro erano sistemati
due fascicoli sulla vicenda Masi. Riepilogò di come gli era insorto il male, un
mese dopo che gli ultimi esami di routine non avevano evidenziato alcuna
anomalia, e dello spavento che lo aveva assalito dopo la diagnosi. In maniera
asciutta si soffermò sulla difficoltà a trovare una cura con quel fegato
ingrossato. “Ma adesso va molto meglio, il peggio è passato,” disse. Appariva
sereno. Si dilungò sull’ultima discesa con gli sci a tremila metri fatta appena
dieci giorni prima che si ammalasse.
“Cosa non ti è chiaro?” domandò.
Tirai fuori il mio bloc-notes.
Se davvero il colpo che uccise Giorgiana – un unico colpo sparato da una
distanza considerevole – proveniva dal lato delle forze dell’ordine, come
ormai mi pareva pacifico, come si conciliava con il fatto che il proiettile non
era compatibile con quelli in dotazione degli agenti? Questo era il cuore del
mistero. Oltretutto i proiettili di polizia e carabinieri non erano in grado di
trapassare la colonna vertebrale da una distanza di cinquanta metri. Ed era
l’altra contraddizione insanabile. Questo, in teoria, portava a escludere la loro
responsabilità in toto, come aveva stabilito il giudice D’Angelo nella sua
sentenza.
Boneschi mi ascoltò in silenzio. “Per cominciare non è detto che sia stato
davvero un proiettile calibro 22 a uccidere Giorgiana,” esordì. “È altamente
probabile, ma non certo. Quell’arma, la Smith&Wesson, fu indotta
nell’inchiesta dopo il ritrovamento in largo Augusto Imperatore, e dichiarata
compatibile con le modalità del delitto proprio perché in grado di trapassare
la colonna vertebrale da una lunga distanza. Era stato infatti un colpo
potentissimo a uccidere Giorgiana, perfino i periti rimasero impressionati,
poiché fu riscontrato solo il foro del proiettile, ma non l’alone, né la polvere
da sparo. Quindi l’assassino aveva usato un’arma di grosso calibro,
probabilmente la Smith&Wesson: ma proprio quella Smith&Wesson? O
piuttosto una carabina o un fucile non di ordinanza, magari imbracciato da un
cecchino posto alle spalle delle forze dell’ordine?”
Lo interruppi: “Ma erano armi non in dotazione a polizia e carabinieri”.
“Non ufficialmente, almeno,” replicò Boneschi.
Era calmo, ragionava. “Il punto è che nessuno accertò mai quali armi
avessero davvero le forze dell’ordine. Ci si limitò a prendere atto di relazioni
di servizio scritte, che assicuravano che nessun colpo era stato reintegrato.
Soprattutto: nessuno indagò su quali armi avessero con sé i poliziotti in
borghese, nonostante le nostre richieste istruttorie avanzate più volte negli
anni.”
Mi mostrò un documento di 87 pagine, tutte battute a macchina, con il
quale nel marzo 1982 la famiglia Masi aveva chiesto la riapertura del caso.
Erano emerse fin lì tre versioni diverse sugli agenti in borghese: secondo un
rapporto i poliziotti che operarono senza divisa il 12 maggio erano 50,
secondo un altro 53, secondo un terzo 58. Ma solo 25, quelli dipendenti dal
dottor Carnevale, furono mai interrogati. E gli altri? Dov’erano? Cosa
facevano? Tre punti non vennero chiariti: quanti erano veramente questi
agenti, dove operarono e perché si affermò inizialmente che Santone non era
un poliziotto in servizio, come assicurò il commissario De Sanctis nella
relazione del 13 maggio 1977 (“si ritiene a far rilevare che il giovane di cui
all’immagine porta a tracollo un tascapane: le considerazioni di cui sopra
fanno pertanto ritenere che non trattasi di un agente di pubblica sicurezza”)
inducendo così il ministro Cossiga a mentire in Parlamento.
Gli ricordai che i poliziotti in borghese, seppure sentiti a due anni dai fatti,
sostennero di non essersi presentati sul ponte Garibaldi se non a delitto
compiuto. Anche Santone mi aveva assicurato la stessa cosa durante il nostro
incontro.
Boneschi tacque. Anche lui non aveva prove, ma in fondo solo sospetti,
convinzioni morali, che cercava di ordinare razionalmente. Non era convinto
di quella spiegazione. “Sappiamo che contro i dimostranti furono sparati
almeno tre colpi, uno uccise Giorgiana, il secondo ferì Ascione, il terzo colpì
di striscio Lacanale. Nessuno di questi proiettili è stato mai trovato: è molto
curioso, non trovi?” Quei proiettili erano spariti. “Quante altre armi c’erano
in giro, quel giorno? Non lo sappiamo. Non lo abbiamo mai saputo. Questo è
il punto.”
Più ci si addentrava nei suoi meandri, più si cercava di mettere insieme il
puzzle dei fatti, e più la verità si faceva rifrangente. Che labirinto, pensai.
Parlavamo già da un’ora, quando gli domandai qual era la cosa che
intendeva dirmi a voce. “Non ti avevo mai detto che io alla fine venni
condannato per l’inchiesta Masi.” Rimasi interdetto. Il processo penale per la
diffamazione del giudice D’Angelo non si era estinto con un’amnistia? “Sì,
ma ci fu un’appendice civile, che durò molti anni. Era accaduto questo: un
anno dopo la fine del processo penale, nel febbraio 1988 il giudice D’Angelo
citò me, Vittorio Emiliani come direttore responsabile, e la società editrice
del ‘Messaggero’ davanti al tribunale di Roma chiedendo la nostra condanna
in via solidale, ovvero ciascuno per l’intero danno, a risarcire i torti subiti per
quell’articolo pubblicato dopo la sentenza di non doversi procedere.
Chiedeva 150 milioni di lire. Mi difesi affermando di aver avuto un colloquio
sulla sentenza istruttoria con una militante del Partito radicale, la quale
voleva trasmettere all’Ansa un commento sulla sentenza. Ma contenuti e toni
del colloquio tra me e la militante erano diversi rispetto al testo pubblicato:
questa diversità era da attribuire a un malinteso, o a un errore, della militante
o dell’Ansa, o di entrambi. Non mi credettero. Il 2 maggio 1990 fui
condannato a risarcire il danno al dottor D’Angelo, mentre né Emiliani né il
‘Messaggero’ furono riconosciuti colpevoli. Impugnai la sentenza, e lo stesso
fece D’Angelo, che voleva la condanna anche di Emiliano e del
‘Messaggero’, e perché riteneva troppo basso il danno liquidato, ridotto del
50 per cento rispetto alla domanda. La Corte d’appello il 5 luglio 1993
confermò la mia condanna, ma ridusse l’entità della somma di un altro 25 per
cento. Passarono altri quattro anni e il 9 aprile 1997 la Cassazione accolse il
mio ricorso, e ordinò un nuovo processo, ravvisando nelle mie frasi
l’esimente del diritto di critica. Quattro anni dopo, il 30 gennaio 2001, la
Corte d’appello capovolse il verdetto, imponendo a D’Angelo il pagamento
delle spese processuali. Avevamo vinto! Erano ormai passati 25 anni
dall’uccisione di Giorgiana, io avevo chiuso il mio impegno politico con i
Radicali e mi occupavo di tutt’altro. Non era finita, però. D’Angelo, che nel
frattempo era diventato procuratore a Tivoli, impugnò nuovamente la
sentenza in Cassazione, la quale, il 4 novembre 2002, annullò tutto. Sei anni
dopo, il 6 maggio 2008, la Corte d’appello diede ragione al giudice,
ribaltando tutto ancora una volta”.
La sua voce si fece più bassa, mi avvicinai per sentire meglio. Fece un
breve silenzio, come per prendere fiato, poi seguitò: “Erano passati vent’anni
dall’inizio della causa civile, oltre trenta da quando avevo assunto la difesa
della famiglia Masi, sette-otto gradi di giudizio per una frase in un articolo.
Avevo iniziato a occuparmi del caso che avevo meno di quarant’anni, e ora
ne avevo quasi settanta. Non ne potevo più. I miei colleghi m’invitarono a
impugnare nuovamente la sentenza, ma io non volevo morire con questo
conto ancora aperto. Accettai la decisione. Mi accollai la condanna, 35 mila
euro, di cui 18 mila relativi alle spese processuali che furono restituite al
giudice, il quale a suo tempo le aveva pagate”.
Accettasti la condanna?
“Sì, in fondo avevo fatto uno sbaglio, ero stato disattento nella
comunicazione con Radio Radicale.”
In che senso?
“Il mio commento era pesante per il giudice, lo feci d’impulso, per
telefono, pieno d’ira per quella sentenza. Mai avrei pensato che quelle
valutazioni approssimative sarebbero state trasformate in una dichiarazione
virgolettata di un comunicato stampa, e ripresa dal ‘Messaggero’. Se mi fosse
stata chiesta una dichiarazione, l’avrei meditata meglio: insomma, fu un
pasticcio. A lungo sperai che la causa civile fosse l’occasione per riaprire
l’inchiesta sugli assassini di Giorgiana. Coltivai questa illusione con tenacia,
tutti i giudici respinsero la mia richiesta. Nessuno volle più tornarci su. I
Radicali erano come appagati dal fatto che la giustizia avesse escluso una
loro partecipazione violenta ai fatti. Almeno, questa era la mia sensazione
avallata dal fatto che, secondo me, la mia condanna nel 1990 avrebbe dovuto
provocare un caso politico: l’unico a pagare in questa vicenda ero io,
l’avvocato della famiglia della vittima, invece nessuno mosse un dito. Eppure
per quel processo avevo deciso di lasciare il Parlamento dopo un solo giorno,
perché non intendevo farmi scudo con l’immunità. Sin da subito mi ero reso
conto che quello di Giorgiana Masi era un rompicapo, un cubo di Rubik a cui
manca sempre un pezzo. Eppure ero andato avanti, anno dopo anno, ricorso
dopo ricorso, perizia dopo perizia, senza mai perdere la speranza”.
Ero colpito da quella rivelazione improvvisa. Boneschi si alzò e cominciò a
rassettare il tavolo ingombro di fascicoli. Ora quell’Everest di carte poteva
andare definitivamente in archivio. Lo osservai con attenzione: un distinto
signore con addosso un berrettino per nascondere gli effetti della
chemioterapia che rimette nell’armadio delle carte ingiallite. Diciassettemila
euro gli era costato quel suo impegno civile.
“E n’è valsa la pena?” mi venne da chiedergli.
“Certo che sì,” disse Boneschi.
Avrei voluto chiudere così questo mio racconto. Con Boneschi ci
scrivemmo un paio di volte nel corso dell’estate. Aveva villeggiato qualche
giorno a Nizza e in Engadina, gli piaceva godersi il cielo dopo tutto
quell’ospedale, era persino tornato in tribunale a discutere una causa. Dal
tono delle mail si percepiva il suo ottimismo. Una mattina di settembre, preso
da un dubbio ricorrente, gli recapitai per mail questa domanda: “Secondo te
alla fine il lettore capisce come sono andate le cose?”.
Mi rispose dopo qualche giorno.
“Il crimine emerge in tutta chiarezza. Chi sia il criminale lo deciderà il
lettore. Un abbraccio, Luca.”
Non ci scrivemmo più. Una notte di ottobre non riuscii a prendere sonno.
Vinto dall’impazienza mi buttai sulla mia poltrona rossa e provai a riprendere
in mano La neve era sporca di Simenon, ma per quanto mi sforzassi di
leggere non riuscivo a ricavarne un vero piacere, poi offuscato dalla
stanchezza posai il libro e accesi l’ipad. Era morto Dario Fo e avevano dato il
Nobel a Bob Dylan, su Facebook era un fiorire di post colmi di rimpianto o di
entusiasmo, tutti sembravano avere qualcosa da dire, andai su e giù con il
dito, come distrattamente, quando d’un tratto colsi il nome di Luca Boneschi.
Avevo letto bene?
Tornai su con il dito. Era una breve comunicazione di Fabrizio Ravelli,
firma di “Repubblica”: “Scopro adesso, grazie a Marco Dragone, che
stamattina se n’è andato Luca Boneschi...”. Sentii il cuore accelerare.
Socchiusi gli occhi per distinguere meglio i caratteri, ma c’era scritto proprio
così “se n’è andato Luca Boneschi”. Mi appoggiai allo schienale respirando
profondamente: “Avvocato di molte battaglie giuste, della sinistra e della
libertà di stampa, persona squisita. Mi dispiace molto, un abbraccio a Sara
Cristaldi”. Appoggiai l’ipad sul pavimento, mi alzai. Erano le tre di notte.
Sgusciai in cucina, riempii un bicchiere d’acqua che buttai giù con un lungo
sorso. Quindi era morto. Anche Boneschi ora era un’ombra. Mi appoggiai
con il mento sulle imposte chiuse della cucina, la finestra era aperta, ma non
un rumore filtrava dalla strada. Era quindi così che finiva? Con un
impenetrabile silenzio. Mi rimisi in ascolto di quel buio, accostai anche le
orecchie: niente. La notte taceva.
Epilogo

Su internet avevo letto che alcuni amici si sarebbero ritrovati sul ponte
Garibaldi per provare a raccogliere “1000 fiori per Giorgiana”, allora decisi
di andare a vedere un’ultima volta. Percorsi il lungotevere a piedi, aveva
piovuto copiosamente, schivai pozzanghere e qualche buca. L’appuntamento
era per le 11, arrivai in leggero anticipo e trovai una ventina di sessantenni
addossati al muro, i più intenti a consultare i loro smartphone, altri affacciati
pigramente sul fiume, un tizio con la coda di cavallo, l’unico con un giornale
di carta leggeva “Repubblica”. Sui social avevano postato ricordi (“io c’ero
quel giorno”), o le foto di Tano D’Amico, altri maledicevano Cossiga, morto
da sei anni (“Andreotti, Cossiga, la banda dei bassotti”). C’era qualcosa di
commovente in quel rito, di solido e duraturo. Una piccola comunità si
ritrovava nel mito di una ragazza che molti non avevano nemmeno
conosciuto, ma la cui fine si era incisa nei loro destini come un tatuaggio.
Mi piazzai in un angolo, in disparte, e aspettai. Ora il sole era alto e
potente. Arrivarono i vigili urbani, in silenzio si misero a osservare la scena.
Non potei non pensare ai vigili urbani di quella sera, al ruolo mai chiarito che
ebbero in questa storia. Davanti alla lapide il tappeto di rose rosse cresceva
imponente. Poi spuntò un tizio magro e piazzò una corona di fiori su cui lessi
la scritta “Il commissario straordinario di Roma”. Subito gli furono addosso
tre tipi, che non avevo notato fin lì.
“Tronca nun vogliamo!” disse quello che sembrava il capo del terzetto.
“Perché?” fece il tizio, e arretrò d’istinto.
“È na guardia, un fascista dichiarato.”
“Ma che stai a dì?” ribatté il tizio magro, e si passò nervoso la mano tra la
barba.
Osservai con curiosità i tre tipi. Avevano più di cinquant’anni, tute e scarpe
da tennis, un fare spavaldo e risoluto.
“Chi sono?” domandai a una ragazza che mi ritrovai accanto, e che aveva
l’aria di conoscerli.
“Centri sociali,” rispose laconica.
Gli autonomi si frapposero tra il tizio magro e la corona di fiori.
“Ora sta corona tu a levi,” alzò la voce il Capo.
“No, io nun a levo,” mantenne il punto il tizio magro.
Allora uno dei tre allargò la mano, come a minacciarlo.
“Fatelo per Giorgiana,” disse allora il tizio magro. Il suo tono si era fatto
supplichevole.
“Sì, fatelo per lei,” s’intromise un signore robusto.
Il Capo s’infuriò: “Giorgiana non avrebbe voluto le corone di chi l’ha
accisa”.
“Ma che cazzo c’entra Tronca!” prese coraggio il tizio magro.
Tutt’attorno erano accorse altre persone, richiamate dall’animato colloquio,
e ora assistevano a quel duello con una certa tensione.
“È un fascista!” ripeté il Capo.
“Ma è il mazzo del Comune” si giustificò il tizio magro.
Ecco, pensai, ora il mazzo di fiori finisce dritto nel Tevere.
Invece non accadde nulla. Vistosi circondato dagli altri militanti, ottenuta
la visibilità a cui aveva aspirato sin dal suo irrompere, il Capo sembrò in
qualche modo sazio di quel risultato: lo vidi ritirarsi in buon ordine, seguito
dagli altri due.
Nel frattempo si era presentata la delegazione radicale. Rita Bernardini,
Riccardo Magi, Marco Perduca, la vedova Welby, Sergio d’Elia con un
berrettino di cotone, rividi Maureddu, il segretario di Pannella, che
sventolava una bandiera del partito. Dietro di me, sventato il pericolo, sentivo
il tizio magro che riferiva l’episodio a un signore con gli occhiali spessi: “Ma
poi che ja fatto Tronca, quello manco è stato eletto”. Rita Bernardini si piazzò
davanti alla lapide, i fotografi cominciarono a scattare foto a raffica, una
videomaker del partito riprese la scena. Orecchiai scampoli di frasi. “Da
sempre denunciamo un assassinio di Stato, che noi smascherammo con un
Libro bianco... c’erano gli agenti di polizia travestiti da autonomi con le
pistole... forse per questo su Giorgiana è calato subito una sorta di segreto di
Stato.”
A un certo punto mi distrassi, attirato dalla discussione che due sconosciuti
avevano avviato alle mie spalle, fitto i due uomini parlavano tra di loro.
“Una ragazza sfortunata.”
“Sì, molto. Sa, io c’ero quel giorno, proprio qui.”
“Ma cosa venne a fare, esattamente?”
“C’era una festa, che noi Radicali organizzammo a piazza Navona.”
“Una festa?”
“Sì, si stupisce?”
“Un po’.”
“Poi scoppiarono degli incidenti, la polizia ci caricò per tutto il pomeriggio,
e alle otto di sera qui, in questo punto esatto, Giorgiana cadde, ferita a morte
da un colpo di pistola.”
“E non si è mai saputo chi è stato?”
“Mai, purtroppo.”
“Che storia terribile!”
Ringraziamenti

Ho contratto debiti di riconoscenza con tante persone, senza il cui aiuto, a


vario titolo, questo lavoro non sarebbe stato possibile. Voglio qui ricordare
con gratitudine in particolare Monica Albasini, Valentina Ascione, Marco
Boato, Carlo Bonini, Carlo Buga, Filippo Ceccarelli, Paolo Cento, Roberto
Cicciomessere, Stefano Folli, Paola Izzi, Roberta Mosca, Enrico Pucci,
Alberto Rollo, Renzo Rossellini, Federica Sciarelli, Gianfranco Spadaccia,
Roberta Scorranese, Mario Viola.
Bibliografia

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AA.VV., Super Pannella, Matteo Editore, Treviso 1977
AA.VV., Pannella su Marco Pannella, Magma, Roma 1977
AA.VV., Lettere a Lotta continua: care compagne, cari compagni…: la storia del 77 in 350 lettere,
Cooperativa giornalisti Lotta continua, Roma 1978
AA.VV., Cronaca di una strage, Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei, Roma 1979
AA.VV., Una sparatoria tranquilla. Per una storia orale del ’77, Odradek, Roma 2005
AA.VV., Roma ribelle, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2011
Giulio Andreotti, Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981
AA.VV., Daddo e Paolo. L’inizio della grande rivolta. Roma, piazza Indipendenza, 2 febbraio 1977,
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Indice

Prologo
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Epilogo
Ringraziamenti
Bibliografia