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Il libro

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ruotano attorno a un alimento, un ingrediente, una ricetta
segreta.
¶ Gli autori dei racconti raccolti in questo volume ci
conducono attraverso tutte le emozioni legate al cibo, all’arte di
prepararlo, alla gioia di condividerlo, e al tempo stesso affondano con
maestria la lama della narrazione in quella piccola crepa, in quello
slittamento sinistro che spesso si accompagna al piacere dei sensi. Dagli
Appennini dove si macella il maiale in brumose giornate invernali no al
lontano Sudamerica dove le piantagioni di caffè nascondono un segreto,
da una lucente cipolla di Tropea a un calice di vino fruttato, ogni
momento di questo banchetto letterario riserva ai commensali una
sorpresa inquietante.
¶ In tutti e nove questi racconti la tensione si condensa in un
momento dell’anno molto speciale: il Natale, che con il suo carico di
attese, desideri, sentimenti forti nisce spesso per spingere anche le
persone più insospettabili a uscire dai binari della normalità.
¶ Pagine deliziosamente feroci, che trovano il loro suggello nelle parole
di Wodehouse citate da Luca Crovi nella sua introduzione: attenzione,
perché “il Natale ci azzannerà presto alla gola”.
Capobianchi, Colitto, Corciolani, De lippi, Fois,
Guccini e Macchiavelli, Nerozzi, Simoni, Toni

GIALLO PANETTONE
con un’introduzione di Luca Crovi
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo
scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o
scomparse, è assolutamente casuale.
GIALLO PANETTONE
Ne uccide più la gola che la spada!
di Luca Crovi

“Ne uccide più la gola che la spada!” Quante volte mi sono sentito soffiare
veneficamente questa frase nelle orecchie mentre mi avvicinavo alla tavola. La
mia stazza robusta, infatti, mi ha reso spesso vittima di battute facili su ciò che
dovevo o non dovevo mangiare. Dal canto mio, ho sempre risposto sostenendo
che nella vita la simpatia va un tanto al chilo! Anche se è una magra
consolazione. Per mia fortuna, però, nessuno mi ha mai impedito di divorare a
sazietà la mia letteratura preferita: i gialli. Un genere narrativo che fin dalle
sue origini ha avuto un legame particolare e unico con il cibo e che viene
ribadito da questa antologia.
Sono molti gli autori di polizieschi che hanno scelto di caratterizzare i loro
personaggi proprio raccontandoci cosa mangiano e cosa bevono. Arthur
Conan Doyle, in più di un’occasione, ha descritto le colazioni scozzesi che la
signora Hudson preparava a Sherlock Holmes e al dottor Watson, ma ha anche
ribadito la loro predilezione per la cacciagione e per la frequentazione di
luoghi come il ristorante Simpson e la locanda Hereford Arms. Georges
Simenon ci ha fatto assaporare nel tempo i manicaretti casalinghi preparati
dalla signora Maigret per il marito Jules, commissario che abbiamo spesso
visto pranzare anche in fumosi bistrot durante le sue inchieste. D’altra parte,
già Agatha Christie sosteneva di sentirsi, più che una raffinata scrittrice,
“un’abile macchina per fare salsicce”, quando era costretta a produrre
forsennatamente i suoi libri. Lady Agatha amava scrivere (soprattutto da
giovane) stando sdraiata in una tinozza di acqua calda sulla quale era
appoggiato un ripiano con del tè fumante e una bella fetta di torta di mele:
così devono essere nati il pingue Hercule Poirot, raffinato gourmet, e
l’impicciona Miss Jane Marple, un’appassionata di pettegolezzi ma anche del tè
con annessi biscottini.
Mio padre Raffaele Crovi e Giuliana Berlinguer mi hanno raccontato spesso
di come venivano cucinati in Rai i piatti per Tino Buazzelli durante la
realizzazione del Nero Wolfe televisivo, cercando di essere fedeli alle ricette
raccontate nei libri di Rex Stout. Nessuna delle prelibatezze che il cuoco Fritz
(interpretato da Pupo De Luca) portava in tavola era improvvisata: dalle
“salsicce mezzanotte” fino alla cioccolata calda. E niente avanzava negli studi
Rai dopo la registrazione di quegli episodi.
Proseguendo lungo la linea delle suggestioni giallo-culinarie potrei ricordare
che l’invenzione di un investigatore come Pepe Carvalho ha permesso allo
scrittore Manuel Vázquez Montalbán di proporre ai lettori tutte le sue ricette
preferite, e lo stesso Andrea Camilleri si è divertito a far preparare i pranzetti e
le cene del suo commissario Salvo Montalbano alla cammerera Adelina, ma
anche alla trattoria San Calogero. E, anche se qualcuno di voi potrebbe
storcere il naso, persino le passioni alimentari del dottor Hannibal Lecter
creato da omas Harris hanno non poco colpito l’attenzione dei lettori. Lecter
è un personaggio capace di mangiarsi letteralmente per cena i suoi nemici,
abbinando un bel piatto di fegato (umano) con delle fave e un bicchiere di
Chianti.
Ed è bastato infine un film come Invito a cena con delitto di Robert Moore
(sceneggiato dal commediografo Neil Simon) a canonizzare in tutto il mondo i
murder party e le cene con delitto che tanto successo riscuotono ancora oggi.
Visti questi illustri precedenti, non poteva che risultare stimolante chiedere
ad alcuni autori italiani di misurarsi proprio con la fenomenale abbinata fra
cibo e giallo, aggiungendovi però un altro elemento caratterizzante che è
sempre stato propizio alla suspense: il Natale. La più puntuale e meticolosa nel
rispettare l’appuntamento natalizio con i suoi lettori è stata sempre Lady
Agatha Christie che per anni, infatti, fedele allo slogan “Christie for
Christmas”, ha prodotto gialli che gli appassionati potevano trovare in libreria
durante le feste. Le feste sembrano essere un periodo perfetto per ideare crimini
e delitti. Tanto che persino l’apparentemente innocente Babbo Natale si è
trovato talora a vestire i panni di vittima, assassino e rapinatore.
Le storie che trovate in Giallo panettone sono particolarmente gustose e
sono state cucinate con ingredienti molto diversi, seguendo la sensibilità dei
dieci autori italiani coinvolti nell’impresa. Angela Capobianchi ha mescolato
una venefica zuppa. Gianfranco Nerozzi e Alfredo Colitto hanno scelto
entrambi di offrirci una tazza di caffè. Alessandro Defilippi ha preferito far
sfrigolare in padella le cipolle rosse di Tropea per proporvi una buona
caponata. Sandro Toni ha disposto ben sette ruole fumanti di lasagne. Valeria
Corciolani ha reinventato la ricetta del latte fritto. Loriano Macchiavelli e
Francesco Guccini hanno svelato alcuni segreti dell’antica arte della
macellazione del maiale attuata dai norcini, rievocando il sapore dei fegatelli
ma anche quello dei “topi”. Marcello Fois si è dilettato con i trucchi per una
delicata pasta sfoglia fatta a mano. Marcello Simoni ha invece imbandito un
banchetto rinascimentale strabordante di prelibate pietanze.
A Natale può capitare di mangiare di tutto durante le tavolate che i nostri
scrittori hanno apparecchiato per voi. Tavole spesso familiari, dove l’Inferno è
dietro l’angolo pronto a ghermire innocenti e colpevoli.
Charles Dickens sosteneva di aver sempre “pensato al Natale come a un bel
momento: gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L’unico
momento nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire
consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi”. Basterebbe
leggere alcune pagine nere del suo Canto di Natale per capire quanto Dickens
stesse mentendo a se stesso e ai suoi lettori. E ovviamente vi basterà anche solo
uno dei racconti compresi in questa antologia per capire che il Natale, più che
un sogno, rappresenta spesso un vero e proprio incubo per ognuno di noi. “Il
Natale ci azzannerà presto alla gola” sosteneva P.G. Wodehouse, e non
possiamo che concordare con lui augurandovi buon Natale, buona suspense e
buon appetito!
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli
COME SPARTI FIORI

Personaggi:
CASEDISOPRA un paese
IL MAIALE per suo destino, morto scannato
BARTOLOMEO il norcino, ovvero l’assassino
IGNAZIO RIGHETTI , detto BOCINA padrone di mezzo maiale vivo
GISTO padrone dell’altra metà
ELVIRA sua moglie
GINO glio di entrambi
FOSCO DI CASA PIANIGIANI giovane apprendista assassino
EVANDRO altro giovane apprendista assassino
MARCO GHERARDINI , detto POIANA ispettore della forestale
CLEMENTE FARINON sovrintendente della forestale
ROSY al momento defunta
SIGNORA ANDREOLI elegante e profumata titolare dell’agriturismo Pianaccio
DON MARCEL giovane parroco rumeno, e i suoi due chierici
CRUENTI DEODATO maresciallo dei carabinieri
BENITO proprietario dell’omonima trattoria bar
AMDI barista silenzioso
PIERI ADOLFINO titolare dell’agenzia immobiliare CasAmicA, uno che bada
solo a intascare la provvigione, e i suoi due collaboratori
NOEMI l’impiegata di CasAmicA
GUIDO NOVELLO ultimo della nobile stirpe dei Guidotti, un tempo padroni
di Casedisopra
GIORGIO titolare della bottega dove si trova ogni specialità del luogo
ANDREA ANTINORI medico condotto
GASTONE il manovale che lavora al Pianaccio
ADÙMAS bracconiere all’antica
GILBERTO , detto BERTO il meccanico del paese che si occupa di tutto, anche
delle bombole di gas liquido
Il funerale del maiale
«Una volta li ammazzavamo con lo scannino» disse il vecchio. Diede una
tirata al sigaro, ghignò e bevve un sorso dal bicchiere di vino che aveva
davanti.
«State mo’ buono, Bocina. Adesso non è più come ai vostri tempi, le cose
sono cambiate.» Il norcino non aveva interrotto le sue operazioni per
rispondere. Davanti a lui, su un ampio tagliere, c’erano i pezzi del maiale che
stava lavorando.
Avevano già tagliato e preparato i due prosciutti e le spalle che, salate e
pepate, erano state messe a riposare in un’altra stanza, al freddo. Nel camino
ruggiva un fuoco sul quale era stato posto un ampio paiolo. Oltre al norcino
c’erano i due aiutanti e il padrone di casa col glio. Due donne stavano
lavorando nella cucina attigua.
«Una volta sì, te l’ho detto, con lo scannino. Glielo piantavamo nel cuore
e il sangue veniva subito raccolto in una bacinella. Come ruiava il maiale,
delle urla, dei cighi! Lo tenevamo stretto in quattro, legato ai zampetti. Una
volta ho visto uno berlo subito, quel sangue. Oppure facevano il migliaccio,
lo bollivano con l’uva passa e i pinoli. Veniva un dolce! Ma era buono, eh.»
Il norcino smise per un momento di tagliare dei pezzi di carne. «Parlate
di roba vecchia come voi. Adesso non si può più tenere il sangue. Bisogna
andare al macello, lo tramortiscono con una scossa elettrica e s’in la lo
stesso l’accoratoio, lo scannino, come dite voi, ma solo per dissanguarlo. Poi
non si raschia più in casa, dalle setole. C’è una macchina, la peladora, che fa
tutto il lavoro. Eh, caro Ignazio, le cose sono molto cambiate dai tempi che
dite voi. Adesso voi l’avete allevato ’sto maiale assieme a Gisto, il padrone,
qui, accontentatevi di mangiarlo quando sarà pronto, che la fame non vi
manca» e rise assieme a tutti gli altri intorno.
Il vecchio Ignazio scosse il capo, nì il bicchiere e diede una tirata al
sigaro. Era un vecchio che aveva superato già da qualche tempo gli
ottant’anni. Piccolo, segaligno, ma all’apparenza sano come un pesce. Ignazio
si chiamava, Ignazio Righetti, conosciuto da tutti, però, col soprannome di
Bocina, un soprannome dovuto probabilmente a un eclatante episodio
durante una partita a bocce di cui, forse anche lui, aveva perso la memoria.
Aveva allevato quel maiale nella sua casa di vedovo che ancora gestiva da
solo facendo anche diversi lavoretti campestri come coltivare un orto che
molti gli invidiavano. L’aveva comperato Gisto, un lattonzolo appena castrato
che poi gli aveva scaricato in cortile da un sacco che teneva sul cassone
dell’Ape.
«Oh, Bocina, io l’ho comprato e voi lo tirate su, che io il tempo non ce
l’ho. Poi, quando lo ammazziamo, facciamo a mezzo» e Ignazio l’aveva
sistemato nello stalletto, un casotto costruito da chissà quanti anni, dietro il
forno. Sopra c’era il pollaio. Maiale e galline, tutta roba mangereccia, ma da
accudire come si deve. E come si deve Ignazio l’aveva tirato su, proprio bene,
a base di saporose brode piene di crusca, torsoli di frutta, residui di minestra
e rimasugli secchi di polenta che restavano ai bordi del paiolo. Tutto quello
che serviva, insomma, a farlo ingrassare, tanto che la bestia era arrivata a
pesare quasi due quintali.
Ignazio, quando puliva lo stalletto, lo faceva uscire, gli grattava la pancia e
la schiena con una bacchettina, il maiale (che non aveva nome, perché
spesso i contadini non danno nome alle bestie che poi dovranno uccidere)
grugniva soddisfatto e tornava felice nel proprio regno dove l’abbondante
pasto lo attendeva.
Così il giorno del sacri cio era arrivato ed erano lì. Non proprio il giorno
del sacri cio. L’avevano portato al macello due giorni prima, ucciso come si
è detto, poi squartato e appeso al freddo perché la carne nisse di
dissanguarsi, si rapprendesse e si potesse poi lavorare meglio. Avevano
chiamato il norcino (anche se in paese era detto orcino, la enne si era persa
per strada), l’esperto Bartolomeo, che era arrivato con due giovani assistenti,
Fosco di casa Pianigiani ed Evandro. Stavano disossando il maiale per
preparare le salsicce, avevano accumulato la carne sul tagliere poi, raggiunta
la quantità voluta, l’avevano macinata con l’apposito macinino a mano.
L’avevano ammonticchiata no a formare una specie di cratere al centro.
Veniva adesso il momento più delicato e quello era compito di Bartolomeo.
Versò nel cratere una mistura di sale e pepe secondo dosi segrete che solo lui
conosceva. Aggiunse il pepe in grani e dopo aver stappato una bottiglia di
frizzante Albana che il padrone di casa, Gisto, aveva premurosamente
portato, rovesciò buona parte del contenuto in mezzo alla carne.
Affondando le mani nella mistura cominciò a manipolarla, ad amalgamarla
con gesti in parte sapienti, in parte come spettacolo della sua abilità offerta
agli astanti. Tutti lo guardavano in silenzio e quando pensò che l’operazione
fosse compiuta, prese una piccola quantità dell’amalgama e se la mise in
bocca, la testa alzata, e l’assaporò lentamente.
«Mi sembra a posto» disse, «ma per sicurezza, facciamo il topo.
Preparatene tre» disse agli assistenti. «Uno l’assaggerò io e gli altri due, Gisto
e Bocina, i padroni del maiale.»
Il topo era una tradizione locale: si prendeva una certa quantità
dell’impasto preparato e condito, la si avvolgeva in carta gialla e la si in lava
sotto la cenere calda del camino. La si lasciava cuocere e poi assaggiata per
veri care se la salatura della salciccia era quella giusta.
«Lascia, faccio io» disse Evandro all’altro allievo norcino. «Finisci di
asciugare le budelle» e con cura, Evandro confezionò tre involti e con la
stessa cura li mise sotto la cenere calda, allontanando le braci quanto bastava
per non bruciarne il contenuto.
Nel frattempo una delle donne di Gisto, sua moglie Elvira, aveva versato
nel paiolo la farina di castagne e, col piede appoggiato sul coppo, un’apposita
zeppa di legno che serviva per tenere il paiolo inclinato, niva di mescolare
la polenta reggendo a due mani un lungo bastone, il mesdone.
«Sbrigatevi, uomini, che fra poco è pronto» disse.
Dalla cucina, intanto, veniva l’inebriante profumo dei fegadetti, il fegato
del maiale tagliato a pezzetti e avvolto nella sua rete.
«Ecco, ci siamo, a tavola» disse ancora la donna.
Gisto e il glio Gino presero il paiolo e andarono in cucina a versarlo sul
tagliere. La massa brunastra scese compatta e fumante e si assemblò in una
perfetta forma semisferica. Tutti si accomodarono a tavola.
«Prima di metterci a mangiare assaggiamo i topi. Con la bocca pulita, i
sapori si sentono meglio.» E ai giovani assistenti disse: «Uno di voi vada a
prendere i tre topi sotto la cenere che vediamo cos’abbiamo combinato».
Andò Evandro. Andò e tornò con un piatto su cui erano posati i tre
rotolini di salsiccia ancora nei loro involti di carta unta. La tolse badando a
non romperli e, guardando il risultato: «Oh, a me sembra che abbiano un bel
colore. Scottati al punto giusto» disse.
«Cosa vuoi sapere te?» lo riprese Bartolomeo. «Uno a me e uno a testa
per i padroni del maiale.»
Evandro distribuì e i tre assaggiarono in silenzio. Bartolomeo masticò
pensoso. «A me sembra buono. Voi cosa ne dite?»
Gisto fece un cenno d’assenso con la testa, assaporando.
Bocina si versò un bicchiere di vino. «Mi sembra buona» disse, «ma
voglio nirla per essere sicuro.» Alzò il bicchiere e disse: «A chi mi vuol
male» e tracannò d’un ato. Prese un asco che aveva davanti e si versò di
nuovo un bicchiere di vino. «Porco cane» disse, «quant’è che non mangio la
polenta dolce. Ne ho proprio una gran voglia.» Bevve un sorso, alzò il
bicchiere e ripeté: «Accidenti a chi mi vuol male».
Gisto alzò il suo bicchiere e guardò Ignazio: «Ma chi volete che vi voglia
male a voi?» disse.
«Ce n’è, ce n’è. C’è una strega che mi ha dato il malocchio. Sapete, Gisto,
cosa ha avuto il coraggio di urlarmi dietro? “Bocina, povero Bocina, il
funerale s’avvicina.” Oh, sarà un caso ma da allora ho sempre qualche
problema di salute.»
«Il fatto è, caro il mio Bocina, che siete voi a volervi male, altro che
malocchio. Mangiate senza risparmio, alla vostra età, e bevete di più. Un po’
di regola non vi farebbe male.»
Ignazio ghignò: «Fin che la bocca prende e il culo rende, si sta in salute».
Elvira, che stava tagliando con il lo le fette di polenta, lo guardò
ridacchiando. «Sempre di parola ne, eh, Bocina? Sembrate il cane d’un
signore.»
E Ignazio: «Parlo come mi hanno insegnato» disse. «Piuttosto, date qua la
polenta. Ma ce l’avete messo l’alloro nei fegadetti?»
«Vuoi che non ce l’abbia messo. State mo’ zitto e mangiate.»
Furono tutti serviti e cominciarono a mangiare avidamente e
silenziosamente, accompagnando il cibo con copiosi bicchieri di vino.
I fegatelli sparirono rapidamente e buona parte nì nel piatto di Bocina
assieme a molte fette di polenta. Anche col vino non aveva scherzato.
Gisto disse: «C’è rimasta della polenta» e si rivolse al glio: «Gino, va’ a
prendere quel formaggio sardo e taglia soquante fette di quel presciutto
dell’anno scorso, che niamo in bellezza. Ignazio, ne volete assaggiare?».
Bocina ghignò con gli occhi già lucidi. «Giusto per la compagnia» e
spazzolarono il formaggio e il prosciutto arrivati in tavola.
Elvira stava mettendo via dal tavolo qualche piatto di troppo. Si fermò da
Bocina, lo guardò in viso e disse: «Vi sentite bene, Ignazio? Siete tutto rosso
in faccia».
«Comincio ad avere caldo. Comunque, rosso in faccia, bello in piazza»
disse Bocina stravolgendo a suo uso un vecchio proverbio. «Mentre voi
andate a imbudellare la salsiccia, io vado a prendere un po’ d’aria. Mi gira un
po’ la testa e mi formicola la lingua. Un poco anche le gambe.»
Elvira non perse l’occasione per prenderlo in giro: «Oh, Bocina, per la
testa non dovete preoccuparvi che è da quando siete nato che gira. Per la
lingua, sarà che avete parlato un po’ troppo».
«Elvira, Elvira, se fosse per questo, voi dovreste avere le formiche in
bocca spesso.»
Anche Gisto aveva la sua da dire. «Con quello che avete mangiato e
bevuto, Bocina, non mi meraviglia che abbiate caldo.»
«Dite, dite pure, ma io me la godo la vita. Be’, io vado. Voi cominciate
pure che arrivo.»
«Attento, Bocina, che fuori c’è freddo» disse il giovane Evandro.
«Il freddo preserva» disse il vecchio. E si avviò barcollando. Sulla soglia si
fermò, si massaggiò velocemente le gambe e poi uscì.
Bartolomeo si dette una manata sulla pancia. «Basta con le chiacchiere. È
ora di tornare al lavoro.»

Dentro si erano dati da fare. Avevano nito di insaccare la salsiccia e


l’appendevano come succulenti festoni a un sottile palo sostenuto da due
occhielli al soffitto.
«Ora comincerei a fare la coppa di testa» disse Bartolomeo. «Ma dov’è
nito Ignazio?»
Anche gli altri si guardarono attorno e Gisto rise. «È fuori da un bel po’.
Gli sarà già passata la balla?»
Rise anche il norcino. «Non credo, una balla così ci mette un po’ a
passare. O si è addormentato o gli è venuto un colpo.»
«Gino» disse Gisto al glio, «va’ un po’ fuori e cerca di portarlo dentro, al
caldo.»
Gino uscì e stette fuori un poco. Rientrò, allargò le braccia. «È morto»
disse. Poi aggiunse: «Oh, a me pare morto».

Il funerale di Bocina
L’ispettore della forestale Marco Gherardini, detto Poiana, sedeva nel suo
ufficio controllando delle carte. «Quanta burocrazia!» imprecò.
Il curioso soprannome non era proprio suo, l’aveva ereditato dal nonno e
non si riferiva all’omonimo rapace, ma alle due grandi stanghe di legno o
metallo che, sistemate dinanzi al camioncino, guidato dal nonno, a quei
tempi servivano come spazzaneve. La gente del posto chiamava l’antenato
dei moderni spazzaneve, appunto “poiana”, forse perché quelle stanghe
ricordavano alla lontana il becco del rapace.
Entrò in ufficio il sovrintendente Farinon. «La sai l’ultima?» chiese.
«Secondo te, come faccio a saperla se sono inchiodato qui dentro da tre
giorni?»
«Credevo che gli ispettori avessero la scienza infusa.» Poi, guardando il
viso rabbuiato di Gherardini, disse rapidamente: «No, scherzo». Si avvicinò
alla scrivania del superiore e diede un’occhiata alle carte. «Capito, la pratica
dell’agriturismo. Una bella gatta da pelare. Auguri. Comunque l’ultima è che
è morto il vecchio Ignazio Righetti.»
«Bocina? E com’è morto?»
«Eee, era vecchio, lo sai; poi era a casa di Gisto e avevano disfatto il
maiale, avevano mangiato come quel maiale lì, è il caso di dirlo, e bevuto
altrettanto. Era uno che non si risparmiava. È stato fortunato ad arrivare
all’età che aveva, come c’è arrivato.»
«Va be’, ma di cos’è morto?»
«Dicono un colpo secco.»
«Aaa, mica una brutta morte. Ci sarebbe da farci la rma, a quell’età. Be’,
riposi in pace» concluse il discorso Gherardini.
Si accese una sigaretta e continuò a scorrere i fogli che aveva davanti. La
pratica dell’agriturismo, come gli aveva appena ricordato il sovrintendente,
non era una bazza da poco. Comunque Poiana avesse deciso di risolverla,
avrebbe scontentato qualcuno. Fra le cose che lo facevano propendere per il
no alla richiesta di sopraelevazione del vecchio fabbricato, c’erano attorno al
Pianaccio alcune maestose querce secolari che i lavori avrebbero certamente
danneggiato. Se avesse deciso per il sì – si può ampliare e sopraelevare –, la
signora Andreoli gli sarebbe stata riconoscente in eterno e ogni volta che
l’ispettore fosse passato dalle parti dell’agriturismo, per lui ci sarebbe stato il
caffè gratis. O la cena, se all’ora adatta. E l’ispettore non avrebbe accettato né
l’uno né l’altra.
Il sì avrebbe però scontentato proprio Bocina perché, sosteneva lui, il
con ne fra la sua terra e il Pianaccio non era legale e quindi la
sopraelevazione non poteva essere consentita. A meno che...
Più in là dell’“a meno che”, Bocina non era mai andato, nonostante le
pressanti e continue richieste dell’Andreoli per un chiarimento della frase
lasciata in sospeso.
Dinanzi all’impossibilità di una soluzione concordata, il Comune aveva
ritenuto di interpellare la forestale per un parere che era sì consultivo, ma
che avrebbe potuto anche divenire vincolante nel caso fosse stato negativo e
motivato.
Giunto alla conclusione che il suo parere avrebbe comunque scontentato
una delle due parti, Poiana scosse il capo e il pensiero gli tornò a Bocina e
alla sua morte. Gli era venuto in mente l’ultima volta che lo aveva incontrato,
verso ne ottobre, proprio mentre tornava dal sopralluogo al Pianaccio. Era
stata una strana giornata, quella. Prima, al Pianaccio, mentre scattava le foto,
si era improvvisamente trovato dietro la schiena la titolare dell’agriturismo,
la signora Andreoli, elegante e profumata come se, anziché per una
passeggiata nel bosco, si fosse preparata per un incontro amoroso.
«Buongiorno, ispettor Poiana» gli aveva detto lei. «Cosa sta facendo di
bello da queste parti?»
«Sto cercando di capirci qualcosa in questa storia complicata fra lei e
Bocina.»
«È complicata perché Bocina è un vecchio rimbambito, ma non voglio
disturbarla e la lascio lavorare» e aveva fatto per allontanarsi, ma, dopo
pochi passi, si era fermata e aveva aggiunto: «Quando uno è tanto vecchio
da non capire più niente, Nostro Signore dovrebbe chiamarlo a sé.»
L’ispettore Gherardini non aveva commentato la frase e aveva nito il suo
lavoro. Poi, tornando verso il paese, aveva intravisto, poco sopra il sentiero,
la parte avversa, il Bocina. Camminava dritto e spedito come una sentinella,
la doppietta in spalla. Aveva pensato: “Guarda te che bellezza. Arrivare alla
sua età così in gamba”.
«Ooo Bocina!» gli aveva urlato. «Hanno aperto la caccia a mia insaputa?»
Il vecchio l’aveva guardato ed era sceso sul sentiero quasi di corsa.
«Caccia alle bestie no, ma quelle con due gambe, forse.»
«Come, con due gambe?»
«Perché» aveva spiegato il vecchio «questa terra è mia e qui ci fa la trifola
e io c’ho anche il cane. Ma c’è un glio di cane che con i suoi due cani...»
«Quanti cani ci sono, Bocina?»
«No, quel glio d’un cane, viene qui e me la porta via.»
«Ma sapete chi è, Bocina? Quel glio d’un cane, dico.»
«Certo che lo so e gli ho anche detto che se lo vedo ancora girare qui
attorno, gli sparo nel culo e poi anche ai suoi cani. E sai cos’ha fatto lui? Mi
ha minacciato di sparare a me. Ma io gli ho detto che so delle cose su di lui
che se andassi a raccontarle... Allora lui mi fa: «Sta’ mo’ in salute n che puoi
perché prima o poi...”. Non farmi dire altro, Poiana.»
«Dite sul serio? Scherzava o faceva sul serio?»
«Scherzava!? Faceva mo’ accidenti sul serio.»
«Se le cose stanno così, fate denuncia.»
«No, no, che denuncia. Me le sistemo da solo certe cose, io, senza tirare in
mezzo i rompiballe... Con tutto il rispetto.»
«Certo, con tutto il rispetto. Ma quando scavate della trifola, se ve ne
avanza una pallina, portatela in caserma, come corpo del reato, magari.»
«Potrei anche farlo, Poiana. Dipende da cos’hai detto alla stria.»
«Chi sarebbe?»
«Lo sai: la signora Andreoli» e fece un gesto nell’aria per dare importanza
al nome. «Non è di là che vieni? Dal Pianaccio? Anche lei è lì per fregarmi.
Mi ha anche dato il malocchio.»
«È di là che vengo, ma la stria, per dirla come voi, l’ho appena intravista.»
«Allora cosa ci sei andato a fare?»
«Delle foto, Bocina, delle foto alle querce che stanno attorno al Pianaccio.
Ma poi, Bocina, non crederete al malocchio.»
Il vecchio si era tolto il fucile di spalla e se l’era messo sottobraccio, la
canna verso terra. «Crederci o no, che ci faceva l’altra sera che girava, tutta
elegante, attorno a casa mia facendo dei segni nell’aria?»
«Si dava via le mosche, Bocina.»
«Altro che mosche! Quella brontolava...»
«Lo sapete come sono le donne. Brontolano sempre.»
«Mi dava il malocchio, altro che brontolare. Quando se n’è andata si è
lasciata dietro un odore che sapeva di strega.»
«Che odore e odore. Bocina, quella usa un profumo che costa un occhio.»
«L’occhio costerà a me. Le ho rugliato dietro: “Va’ via va’ via, brutta stria”.
Lei se n’è andata continuando con le sue maledizioni. Oh, sarà un caso, ma
appena sono stato in casa m’è venuto mal di pancia.»
«Avrete mangiato troppo, come fate spesso.» E s’erano lasciati così e
Gherardini non ci aveva più pensato.
Adesso quella morte improvvisa lo aveva sorpreso, ma poi, si disse,
Bocina era vecchio, non badava alla salute e morire d’un colpo secco alla sua
età era: «Roba da farci la rma» concordò con il sovrintendente Farinon. Poi
aggiunse, tornando all’agriturismo e battendo la destra sulle carte: «Sai cosa
ti dico, Farinon? Che non tocca a me. Ci sono delle leggi, dei regolamenti da
rispettare. Faccio il mio rapporto, lo mando a Baratti, il comandante
provinciale, e deciderà lui». Chiuse la pratica, almeno per il momento, e si
appoggiò allo schienale rilassandosi.
«Il funerale c’è oggi pomeriggio, alle due» disse Farinon. «Ci vado io.»
«Mi faresti un vero piacere. I funerali non sono la mia specialità.»
“Neppure la mia” avrebbe voluto ribattere il sovrintendente. Pensò che
toccava a lui, se non altro per anzianità, e la nì lì.

Come per tutti i funerali in paese, la bara veniva portata a spalla da quattro
uomini del posto dall’uscita della chiesa no alla provinciale. Una trentina di
metri e poi, dopo averla caricata sul carro funebre, lentamente il corteo si
avviava verso il cimitero. Subito dietro il carro, don Marcel, il giovane
parroco rumeno, e i due chierici. Poi le donne e gli uomini, fra i quali il
maresciallo Cruenti e Benito, proprietario della trattoria bar; il titolare
dell’agenzia immobiliare CasAmicA, i suoi due collaboratori e l’impiegata, la
svampita Noemi; Guido Novello, ultimo della generazione dei Guidotti;
Giorgio, titolare della bottega dove si trovava ogni specialità del luogo...
Insomma, per Bocina s’era mosso l’intero paese e, contrariamente a quanto
aveva affermato la mattina, c’era pure l’ispettore della forestale Marco
Gherardini.
«Ho capito male o avevi detto che i funerali non sono la tua specialità?»
disse sottovoce Farinon appena Poiana gli si mise al anco, al centro del
corteo funebre.
«Volevo parlare con il dottor Antinori.»
«Cos’è? Stai poco bene?»
«Poi ti spiego.»
Di parenti Bocina non ne aveva e solo una donna pianse durante il
funerale: Elvira, la moglie di Gisto e, rientrando in paese dopo l’inumazione,
Poiana e Farinon la raggiunsero.
«Era un tuo parente, Elvira?» le chiese l’ispettore.
La donna lo guardò stupita. «No, perché?»
«Ti ho vista piangere...»
«Ho pianto perché mi dispiace. Figurati, poco prima che morisse, ho
scherzato sulla sua salute, poveretto. Non me lo sarei mai aspettato. Stava
bene, ha mangiato, bevuto...»
«Forse è morto proprio per quello, alla sua età...»
«No, no, alla sua età stava benissimo. Chi lo avrebbe mai detto?» Elvira
stava per ricominciare a piangere. Poiana le chiese subito: «Ma si è sentito
male?».
«No, no, ha mangiato, si è alzato e ha detto: “Vado a prendere un po’
d’aria che ho caldo”.» L’Elvira ci pensò su un istante e poi: «Ha detto anche:
“Mi gira un po’ la testa e mi formicolano la lingua e le gambe”. “Per forza,
con tutto quello che avete mandato giù” gli ho detto io» e ancora il ricordo le
fece gli occhi lucidi. «Pensate, Bartolomeo l’orcino, pareva che lo sapesse.»
«In che senso, Elvira?»
«Ci siamo preoccupati perché Bocina era fuori al freddo da molto e
Bartolomeo disse: “O si è addormentato o gli è venuto un colpo”» e, come
fosse un suo pensiero, mormorò: «Pensa te: gli è proprio venuto un colpo.»
«Dimmi un po’, Elvira, ce l’aveva con qualcuno, che tu sappia?»
«Ce l’aveva sì, ce l’aveva con una stria. Diceva che gli aveva rugliato
dietro: “Bocina, povero Bocina, il funerale s’avvicina” e che da allora non era
più stato lui.»
«Malinconie di un vecchio» disse l’ispettore e, per consolarla, le diede due
colpetti affettuosi sulla spalla dicendo: «Grazie, Elvira, e non stare a
pensarci».
Poiana e Farinon acceleravano il passo lasciando la donna al suo dolore.
Sono cose che passano, per fortuna.
Raggiunsero il medico condotto, il dottor Antinori, e gli si misero
accanto, Poiana a destra e Farinon a sinistra.
«Cos’è?» chiese il medico. «Sono sotto scorta?»
«Volevo chiederle una cosa, dottore: com’era la salute di Bocina?»
Il medico si fermò e guardò prima l’ispettore e poi il sovrintendente.
«Qualcosa non va, Poiana?»
«Va tutto bene. Solo... Bocina sembrava così in salute. Insomma, qualche
sintomo l’avrà pure avuto, no?»
«Era in salute, era in salute. Almeno l’ultima volta che l’ho visitato. Ogni
tanto veniva in ambulatorio, gli facevo fare le solite analisi: esami del sangue,
pressione... Insomma, niente da dichiarare, in gamba come un giovanotto.»
Erano giunti nella piazza del paese, dinanzi alla trattoria bar da Benito.
«Le va un caffè, dottore?»
Di nuovo stupito, il medico condotto si fermò: «Sì, volentieri, se mi dici
cosa ti tormenta».
«Andiamo dentro.»
Il dottor Antinori si avviò e Farinon, con un gesto del capo e un’occhiata,
chiese conto a Poiana del suo comportamento. L’ispettore fece un gesto che
signi cava: “Poi te lo spiego” che rassegnò Farinon.
Entrarono, ordinarono e si misero a un tavolino e attesero le tazzine.
Amdi lavorò alla macchina, stranamente silenzioso, forse per adeguarsi al
momentaneo clima di lutto del paese. Sempre in silenzio, li servì e si ritirò
dietro il banco. Poiana disse: «Niente, dottor Antinori, è una mia curiosità.
Ho incontrato Bocina pochi giorni fa e mi pareva che fosse in salute. Andava
su e giù per il bosco che sembrava un giovanotto, come ha detto lei, e poi
vengo a sapere che gli è venuto un colpo».
«Poiana, l’infarto è traditore: arriva e non avverte. Al più una vampata di
calore, formicolio al viso e alle gambe, difficoltà di respirazione... ma non
sempre. Hai detto bene tu: gli è venuto un colpo.»
«Quindi, tutto in ordine?»
Il medico condotto cominciò a sentirsi a disagio. «Poiana, dici e non dici.
Cos’è che non va?»
Senza rispondere, Poiana si alzò e andò a pagare i caffè. Il medico
condotto e il sovrintendente uscirono e lo attesero dinanzi alla trattoria bar.
Il dottore chiese di nuovo: «Allora, Poiana, mi vuoi dire cos’è che non va?».
«Una sciocchezza, dottore. Non vale la pena di parlarne.»
«Se lo dici tu» si rassegnò il medico condotto. E ognuno per la propria
strada.

In caserma Gherardini commentò il pomeriggio così: «Abbiamo sepolto


anche Bocina. Mi mancherà». Sedette alla scrivania, riprese la
documentazione dell’agriturismo il Pianaccio e concluse: «Adesso non si
preoccuperà più della distanza fra i con ni della sua proprietà e quella
dell’Andreoli».
Farinon, seduto dinanzi a lui, disse: «Restano sempre le querce secolari».
L’ispettore annuì. «Vero. Il mio parere è contrario. Deciderà il dottor
Baratti.»
«Deciderà anche per la morte di Bocina?» chiese Farinon mentre lasciava
l’ufficio del superiore.
«Cosa vuol dire?»
Farinon tornò alla scrivania e si chinò verso il superiore. «Vuol dire che
non me la conti giusta, Poiana. Per quella morte c’è qualcosa che ti tormenta.
Ti conosco, io.»
Gherardini gli indicò la sedia, dinanzi alla scrivania. Si accomodò anche
lui e accese una sigaretta.
«Allora te la dico tutta. ’Sta morte di Bocina non è chiara e non mi piace.
Quando l’ho incontrato l’ultima volta, parlava come se lo sapesse.»
Il sovrintendente si strinse nelle spalle: «Alla sua età è normale. Si sa che
più di tanto non si campa».
«Lo avevano minacciato.» Farinon fece la faccia da chiedere e l’ispettore
allargò le braccia. «Saperlo... Gli hanno per no predetto il suo funerale.»
«Chi?»
«La signora Andreoli.»
Farinon si alzò: «Be’, anche per il funerale di Bocina non ci voleva un
indovino» e s’avviò per andare.
«Un indovino no, ma una strega?»
«Cos’è, Poiana? Non starai mica a credere alle streghe adesso?» e tornò a
sedere. «Perché se ci credi, devo dirti che ci credo anch’io. A una di sicuro.
Mi ha guarito da un guaio... Ricordi la storta che presi su, al fosso della
strega? Mi sono portato dietro il dolore per dei mesi. Non voleva saperne di
guarire: terapie, massaggi... Niente. Poi ho pensato: l’ho presa al fosso della
strega, mi guarirà una strega. Non ne potevo più. Sarei sceso all’inferno
purché il dolore se ne andasse. Con il nostro mestiere, una caviglia scassata è
quello che ci vuole, no? Bene, vado da Rosy... Te la ricordi la Rosy, no?
Morta l’anno passato. Vado dalla povera Rosy con una scusa e lei mi chiede
come mai zoppico. Le dico che sono disperato e non so più cosa fare e lei mi
fa segno di aspettarla e scende in cantina. Torna con un vasetto di crema, me
la consegna e si raccomanda: due applicazioni, una al mattino e una alla sera
prima di andare a letto e un massaggio leggero, leggero.» Sollevò il piede
destro, lo mostrò a Poiana, lo agitò e lo fece roteare. «Pochi giorni di
applicazioni, non ricordo quanti, ma pochi. Tornato come nuovo. Mai più
sentito dolore.»
«Applicazioni di cosa?»
«Crema d’arnica. Miracolosa» e se ne tornò verso la porta.
«Bocina, povero Bocina, il funerale s’avvicina» canticchiò Poiana con
voce sottile, cercando di imitare la parlata del vecchio Bocina.
Farinon si fermò un attimo sulla soglia, scosse il capo e mormorò:
«Stupidaggini, sciocchezze, matterìe di un vecchio».
L’ispettore ripeté la frase che il medico condotto aveva pronunciato poco
prima, lasciandosi con i due forestali: «Se lo dici tu».

Morto Bocina, sparito il problema


Farinon bussò, sporse la testa dall’uscio: «Posso?» chiese.
Gherardini si era appena bevuto un caffè e si stava accendendo la prima
sacra sigaretta della giornata. Stupito per l’inconsueta formalità, guardò il
collaboratore. Di solito, le rare volte che il suo ufficio era chiuso, il
sovrintendente picchiava due volte le nocche sullo stipite ed entrava. Non
serviva l’autorizzazione con il classico “Avanti”.
Quasi a giusti care il suo comportamento, Farinon fece un lieve cenno
del capo verso l’ingresso della caserma e disse sottovoce: «C’è fuori la
signora».
«Cosa borbotti? Che signora? Proprio adesso?» sbuffò Gherardini
emettendo un’ampia boccata di fumo.
«L’Andreoli, quella dell’agriturismo. Dice che ti vuole parlare.»
«Oh santo cielo, cominciamo subito la giornata con le grane. Cosa
vuole?»
«Che ne so io? Sarà per quella pratica. La faccio entrare?»
Gherardini sospirò e spense la sigaretta. «Che la signora si accomodi!»
Da quando era arrivata in paese, sei, sette mesi prima, e aveva cominciato
a sistemare il Pianaccio per trasformarlo in agriturismo, la signora Andreoli
si era guadagnata la stima dell’intera comunità. Forse per aver dato lavoro a
un po’ di gente. Come due ragazze, assunte per le faccende dell’azienda e
della cucina, il falegname, un manovale da muratore che sapeva fare un po’
di tutto... Insomma, la signora Andreoli era diventata una risorsa.
Farinon uscì e, poco dopo, la signora entrò nell’ufficio, vestita
elegantemente e avvolta da una nuvola di profumo che Poiana non
riconobbe per “odore di strega”, come aveva sostenuto il povero Bocina. Tese
la mano a Gherardini che si era alzato.
«Sempre in tiro, signora! Si accomodi. Mi dica, cosa posso fare per lei?»
«Grazie, e lei sempre gentile.» Si accomodò sulla sedia appoggiandosi la
borsetta sulle ginocchia. «Be’, ispettor Poiana, può facilmente immaginare
perché sono qui. Vorrei sapere a che punto è la pratica per la
sopraelevazione del mio agriturismo.»
L’ispettore la guardò. «L’agriturismo, dice?» Indicò una pila di cartelle che
aveva sulla scrivania. «Vede quante pratiche abbiamo in corso, può
immaginare quante beghe da risolvere, ci vuole il suo tempo, la burocrazia
purtroppo è quella che è. In particolare poi» e fece scorrere un dito sulla pila
di cartelle, «la sua pratica non è più qui, è giù all’ufficio provinciale.»
«All’ufficio provinciale? Speravo che la cosa restasse fra noi» disse con
tono ambiguo. «Quando pensa che si potrà risolvere la questione?»
Gherardini allargò le braccia. «Fammi indovino che ti farò ricco.»
«Ma io devo completare i lavori prima dell’inverno. Se non riesco a farlo,
nella prossima stagione estiva rimango come sono ora, e lei può facilmente
immaginare il danno economico che ne deriverà. Lei non può...» Si fece
insinuante. «Lei che conosce certamente qualcuno, aiutare una compaesana,
vedere se...»
Gherardini la fermò con una mano. «No, mi creda, signora, la questione
non ci riguarda più, mi dispiace ma...»
«Le dispiace, le dispiace, dispiace più a me...» Il tono si era fatto stridulo.
«Ma non pensate, non pensiamo al danno che ne ricaverò. Ci rimetterà
anche il paese, sa, ispettor Poiana. Io speravo che dopo la morte di Bocina
non ci sarebbero stati più inciampi. Insomma, morto lui, con la sua
testardaggine, nominandolo da vivo, si intende, perché era proprio testardo,
se non si fosse opposto.»
«Signora, signora, ma lei pensa davvero che il povero Righetti fosse
l’unica causa che impediva l’inizio dei suoi lavori? Che una volta morto lui,
tutto sarebbe andato a posto?»
«Ma io pensavo, io credevo...»
«Pensava male, signora, e credeva peggio. La morte di Bocina lascia le
cose come prima. È vero, la questione riguardava rapporti fra privati, con ni
e incomprensioni che si potevano risolvere con un po’ di buona volontà e
qualche risarcimento. Ma c’è anche la tutela di un fabbricato storico, c’è il
mantenimento paesaggistico, ci sono querce secolari...»
Tacquero entrambi. L’elenco delle difficoltà fece effetto alla signora
Andreoli che, in silenzio, stringeva nervosamente la borsetta. Gherardini
tamburellava con le dita sulla scrivania. In ne disse l’Andreoli, piuttosto
arrabbiata: «Qualcuno avrebbe dovuto avvertirmi, quando ho acquistato il
Pianaccio, di tutti questi vincoli».
«Ha ragione, ma se la deve prendere con il Pieri Adol no, titolare
dell’agenzia CasAmicA.»
«Sì, buono. Una volta intascata la provvigione, s’è fatto di nebbia, quello.»
Si calmò un poco. «Se le cose stanno così...» e fece per alzarsi.
«Senta, visto che è qui, vorrei sapere una cosa da lei» disse Gherardini. «Il
povero Righetti mi aveva raccontato una strana storia, di lei che, mi scusi sa,
relata refero, di lei che si aggirava nei pressi della casa del vecchio
borbottando strane formule, accompagnando il tutto con curiosi gesti, come
una strega, diceva lui...»
L’elegante signora Andreoli rise. «Ma quali gesti, ma quali strane formule,
ispettor Poiana. Sì, forse una sera, sul tralumescuro, sarò andata a fare due
passi vicino al suo con ne, forse avrò canticchiato una canzone, mi piace
cantare, sa, ero brava da giovane, e soprappensiero avrò mosso le mani... ma
fare una fattura, essere una strega, via...»
«Quindi niente oscure formule magiche, niente fattura.»
Si salutarono. Gherardini si accese nalmente una sigaretta. Era
soprappensiero. C’era qualcosa che gli ronzava per la testa. Meglio, un paio
di cose che lo avevano colpito e sulle quali sarebbe stato bene ri ettere.
“Boh, ci penserò su” si disse, tirando una boccata. «Accidenti al fumo. Prima
o poi dovrei proprio smettere.»
«È un pezzo che te lo predico» disse Farinon dalla porta rimasta aperta
dopo l’uscita della signora Andreoli.
«Che mi predichi cosa?»
«Di smettere con le sigarette. Guarda me: ho smesso e adesso viaggio per
i boschi come un capriolo che non mi tieni dietro neanche tu.»
«Be’, adesso non esageriamo. Vai su bene, ma te ne posso dare di metri di
vantaggio... Non sarà che per smettere sei tornato dalla tua famosa strega per
un altro unguento?»
«Niente streghe e niente unguenti, Poiana. Volontà.» Andò a sedere dove
poco prima sedeva la profumata signora Andreoli. «Allora, te l’ha promessa
o te l’ha data?»
«Cosa?»
Farinon ghignò.
«Non è il mio tipo. Troppo vecchia, Farinon.»
«Vecchia? Sarà sui quaranta. Averne.»
«Te la lascio tutta, ma dovrai ricorrere ancora alla strega. Per una pozione
magica, stavolta.»
«Lascia fare, lascia fare che non ne ho bisogno. Allora, le hai detto nisba
per la pratica?»
«Le ho detto nisba, ma non l’ho convinta. Sono sicuro che andrà a
rompere anche dal dottor Baratti. Ah, sai una cosa? Credeva che, morto
Bocina, sparito il problema. Ti suggerisce niente?»
Farinon ci pensò e negò con il capo. Poi, sempre soprappensiero, prese
una sigaretta dal pacchetto sul tavolo e la mise fra le labbra. «A me niente. A
te?»
Gherardini si sporse sulla scrivania e accese al sovrintendente. «A me
dice che Bocina potrebbe averlo ammazzato lei.»
Farinon, la sigaretta fra le labbra, mormorò: «Ammazzato?». Si scosse e
diede un tiro. «Cosa vuoi dire?»
«Niente, niente, Farinon. È una storia lunga e complicata. Vai tranquillo e
fumati in pace la mia sigaretta.»
Immerso nei pensieri che la parola “ammazzato” gli aveva messo in testa,
il sovrintendente non apprezzò neppure la battuta, cosicché lasciò l’ufficio in
silenzio.
Gherardini, invece, ai pensieri diede anche voce. Borbottò: «Non è solo la
signora Andreoli a cavare un utile dalla morte del povero Bocina. C’è anche
un tipo che adesso può andare tranquillo a tartu nel terreno del vecchio
senza bisogno di aizzargli contro i due cani che ha». L’idea gli parve buona e
si disse: «Be’, non saranno poi tanti quelli che vanno a trifola con due cani.
Andiamo a sentire Adùmas.» E si alzò.

Gherardini bussò alla porta delle Vinacce. «Ehi, c’è qualcuno?»


Alle Vinacce ci viveva, da solo, Adùmas, un antico personaggio che della
sua montagna sapeva quasi tutto. Certamente più dell’ispettore della
forestale Marco Gherardini, che pure ne sapeva, essendoci nato e cresciuto
fra quei monti.
«C’è qualcuno?» ripeté Gherardini.
«No che non c’è nessuno. Il padrone di casa è fuori a far rifornimento di
legna.» Adùmas era arrivato dal retro reggendo con le braccia un’ampia
carica di ciocchi. «Noi non abbiamo i termosifoni a gasolio come voi
benestanti della forestale. Noi andiamo ancora all’antica, andiamo a legna!»
«Noi benestanti della forestale andiamo a gasolio quando ci funziona la
caldaia, altrimenti andiamo a imprecazioni» replicò l’ispettore, aprendogli la
porta per aiutarlo. «Perché poi devi sempre essere così acido?»
«Ah, lascia stare. Quest’inverno è sempre più freddo e non so se la legna
che ho fatto mi basterà.» Scaricò la bracciata in una tinozza di legno che
teneva di anco alla stufa economica e inserì un paio di pezzi nel braciere.
«A cosa devo questa visita improvvisa? A semplice amicizia, a un controllo
su eventuali animali cacciati di frodo o cosa? Aspetta, va’, che ti rendo un po’
più morbido.» Aprì una vetrina e prese due bicchieri, poi si chinò e tirò su
da un angolo una bottiglia. «Questa non la trovi da Benito» disse
riempiendo generosamente i bicchieri.
«Lo sai che in servizio non posso bere.»
«A parte il fatto che non sei in servizio, te hai visto troppi lm
americani.» Impostò la voce in falsetto. «“Grazie signora, ma in servizio non
posso bere.” Poi magari vanno al bar e prendono delle ràndole da undici e
tre 1. Dài, butta giù, che più la mandi giù più ti tira su, come dicevano alla
televisione.»
Gherardini bevve un piccolo sorso. «La miseria!» esclamò dopo aver
strabuzzato gli occhi «Cos’hai distillato, un colpo che t’ammazza?»
«Dici?» ghignò Adùmas. «A me sembrava che fosse venuta un po’ troppo
morbida.»
«Va’ all’inferno, Adùmas, te e la tua grappa. A proposito, hai il permesso
per distillare?»
«Eccolo qua il forestale! Certo che ho il permesso: una modica quantità
per uso personale. Sai, l’inverno è lungo, e questa grappa è un toccasana per
un eventuale raffreddore» fece Adùmas sornione.
«See, il raffreddore» disse Gherardini bevendo un altro cicchetto.
Rimasero in silenzio, poi Adùmas buttò giù il suo bicchiere d’un ato, si
pulì la bocca con la mano e: «Allora?» chiese.
«Allora. Tu vai a trifola, no?»
«Certo che ci vado. Cos’è, adesso è vietato?»
«Vietato no, ma bisognerebbe seguire certe regole.» Fermò con un gesto
della mano Adùmas che stava per ribattere. «Va bene, va bene, come non
detto. Quanti trifolini ci sono, qui nella zona?»
«Ah, ce n’è qualcuno. Non sono tanti, ma qualcuno ce n’è.»
«E tutti hanno il cane.»
«Certo, ci vuole il cane.»
«Ci sei mai andato a trifola in quello di Bocina?»
Adùmas sospirò e tornò a riempire i bicchieri. «Bocina eh? Poveretto, si
vede che era venuta la sua ora. Era un pezzo in là, con gli anni, ma non
aveva mai avuto niente, stava bene anche il giorno prima. Ma dicono che
quando hanno ammazzato il maiale, avesse mangiato da strafogarsi. Mi
diceva l’Elvira... La conosci, no? Moglie di Gisto. Il povero Bocina è morto
praticamente davanti a lei...» e sarebbe andato avanti, dimentico
probabilmente di dove voleva parare, se l’ispettore non lo avesse interrotto.
«Ti diceva l’Elvira...»
«Mi diceva che ha cominciato con il topo... Lo sai cos’è il topo, no? Ha
cominciato con il topo, uno a lui, uno a Gisto e l’altro a Bartolomeo, il
norcino, e ha continuato a tavola come se non avesse mangiato da un mese.
Be’, è morto a pancia piena. Pace all’anima sua, piacerebbe anche a me fare
una ne così.» Bevve un sorso. «In quello di Bocina, dici? Sì che ci sono
andato. C’è una proda a quercioli, proprio verso il con ne di quella
rompiballe dell’Andreoli, un poggetto che è buono da trifola. Ci sono stato,
ma ogni volta c’era da questionare con Bocina. Non voleva che la gente
entrasse nel suo, era un po’ inculento, nominandolo da vivo, e allora per non
avere storie ho smesso d’andarci.»
«E tutti voi trifolini avete il cane, no?»
«Be’ certo, che domande mi fai? Andrebbero bene anche i maiali, ma
sono ghiotti, se trovano la pallina se la vogliono mangiare e non li tiri via
neanche a revolverate. Oh, forestale, ma le sai meglio di me ’ste cose! Dove
vuoi andare a parare?»
«E quanti cani ci vogliono?»
«Quanti cani? Basta uno, anche un bastardino, ma che sia ben addestrato.
Qualcuno c’ha il lagotto romagnolo, sai quel cagnino piccolo col pelo riccio,
dicono che sia nato per la trifola, quel cane, perché è un cane da selvaggina
da tana; il pointer e il setter, hanno forse più uto ma sono da penna,
annusano l’aria, il lagotto invece bada a terra, ma anche un bastardino ben
addestrato è il meglio, perché nella trifola c’è come un richiamo sessuale per
i cani, e se addestri bene il tuo bastardino non c’è razza che tenga. Prendi la
mia Caterina, come lei non ce n’è altre. Te ne voglio raccontare una. Lo
scorso novembre eravamo in giro, a un certo punto lei si ferma e comincia
ad annusare e a scavare con le zampe. La tiro da una parte e comincio a
scavare io con la zappetta, ma non c’era niente. Dico: “Caterina diventi
vecchia”. Lei mi sposta le mani col muso, lo mette nella buca e tira su coi
denti una trifolina grande come un’unghia. Capito? E me l’ha messa in mano
come per dirmi: “Va’ mo’ là, vecchio bazurlone”.»
«Una volta tanto sono d’accordo con la tua cagnetta. Che interessi muove
la trifola? Voglio dire, c’è un giro d’affari di un certo peso?»
«Qualcosa c’è, ma è roba da poco, non siamo come in Piemonte o nelle
Marche; sì, nelle annate buone si muovono anche dei soldi, ma è sempre
roba limitata.»
«Insomma, non si ucciderebbe per della trifola.»
Adùmas lo guardò sorpreso. «Oh, Poiana, dove vuoi arrivare?»
«Rispondi alla domanda.»
«Da queste parti? No, credo proprio di no. Al massimo qualche dispetto,
anche grave, possono avvelenarti il cane, ecco, ma ammazzare un uomo...»
«Un’ultima cosa. C’è qualcuno che va a trifola con due cani?»
Adùmas restò un attimo pensieroso. «Sì che c’è» e fece il nome.
«Adùmas, ti ringrazio» disse Gherardini alzandosi, «e se ti nisce la
legna, vieni in caserma a scaldarti, tengo la camera di sicurezza per te.»
«Un accidente che t’ammazza» rispose Adùmas. «Piuttosto muoio di
freddo» e nì tutta la grappa del bicchiere.

Come sparti fiori d’aconito


Fermò la Campagnola nell’aia della Canapona. Aveva sperato di non trovare
a casa quello che era diventato, dopo la morte di Rosy, il nuovo proprietario.
Gli avrebbe sempli cato le cose. Sarebbe entrato...
In montagna, specie nelle case isolate, usava ancora non chiudere la porta
di casa a chiave. O la si lasciava, la chiave, da qualche parte: sotto lo stuoino
o sul davanzale della nestra o nella nicchia della Madonnina accanto alla
porta. Insomma, sarebbe entrato e avrebbe dato un’occhiata con comodo.
Anche in cantina.
«Ci vai senza il mandato?» gli aveva chiesto Farinon quando gliene aveva
parlato.
«Un’occhiata non lascia tracce» gli aveva risposto l’ispettore, «quindi, se
non lo racconti in giro tu...» e l’aveva salutato.
Il sovrintendente aveva scosso il capo e borbottato che i giovani non
hanno più rispetto e altre sciocchezze del genere.
Ma, vista l’auto parcheggiata sotto il portico della stalla, il progetto
dell’ispettore era andato. Prese il bastone che, montando sulla Campagnola,
aveva sistemato sul sedile accanto, scese e, zoppicando e appoggiandosi, si
avviò verso la casa.
«È permesso?» chiese socchiudendo la porta.
«Avanti, avanti» gli rispose una voce dall’interno. «Ah, sei tu, Poiana.
Vieni, vieni.» Lo vide avanzare starlancato e con l’aiuto del bastone. «Cos’hai
fatto?»
«Guai del mestiere. Per i boschi c’è sempre una buca coperta dall’erba o
una radice che non si vede» rispose Gherardini. Batté il bastone sulla punta
dello scarpone. «Non si vede ma si sente.»
Il giovane proprietario della Canapona spostò una sedia dal tavolo di
cucina. «Siedi. Un bicchiere?»
«No, no, niente bere» e, barcollando, si sistemò sul bordo della sedia.
«Sono qui proprio per ’sta caviglia. Farinon m’ha detto che Rosy lo aveva
curato con un unguento e così...»
«Rosy, sì, ma adesso, pace all’anima sua, non può curare più nessuno.»
«Lo so, ma pensavo che qualche suo rimedio miracoloso te l’avesse
lasciato come t’ha lasciato la casa.»
«Oh, Poiana, potrebbe darsi. In cantina ci sono ancora le mensole con
sopra i suoi vasetti, ma non saprei cosa darti. Pensa te che mi diceva sempre:
“Impara, giovanotto: la natura è il miglior medico che ci sia e un giorno
potresti averne bisogno”. Ma io...» Fece segno per dire che non se n’era mai
occupato, che non aveva mai creduto ai preparati della Rosy.
«Eppure Farinon l’ha curato, bene e in pochi giorni, con l’arnica. Magari
ce n’è rimasto un vasetto.»
«Oh, Poiana, se è per farti un piacere, posso andare in cantina a vedere,
ma la responsabilità è tua, eh?»
«Mi faresti un favore. Senti, peggio di così non potrà andare. Ti
accompagno.»
«Neanche per sogno. Nelle tue condizioni, mi ruzzoli giù per la scala di
cantina e dove li trovo i chili di arnica per curarti?» e così l’ispettore si
rimise sul bordo della sedia, in cucina, a massaggiarsi la caviglia. Sul viso
aveva una intensa smor a di dolore.
Accesa la luce di cantina e scesi i ripidi gradini, il giovane salì su uno
sgabello e cominciò a passare in rassegna i numerosi vasetti posti sulle
mensole. Ce n’era ancora una quantità e borbottò: «Prima o poi dovrò fare
pulizia, qui sotto». Scorreva l’indice sui vasetti e leggeva sottovoce le
etichette scritte a mano e con bella gra a: «Abies alba, Hepatica nobilis,
Epilobium angustifolium, Populus nigra... Dove accidenti sarà l’arnica? Li
avesse almeno messi in ordine alfabetico, ’sta stronza.»
«Visto che ci sei, trovami anche l’Aconitum napellus.»
Soprappensiero il giovane borbottò: «Che c’entra l’aconito, adesso». Poi,
realizzata di colpo la situazione imprevista, si voltò di scatto e vide...
L’ispettore della forestale Marco Gherardini, tranquillamente in piedi e
senza l’aiuto del bastone, frugava all’interno di uno dei due enormi freezer.
Lo vide estrarre alcuni pezzi di carne congelata e lo sentì leggere sottovoce,
come aveva fatto lui no a qualche istante prima con i vasetti della Rosy, le
scritte sui sacchetti di plastica.
«Filetto, lombata, girello, contro letto, spalla...»
«Figlio di puttana!» urlò il giovane. «Io t’ammazzo!» e si gettò di peso
sull’ispettore.

Il pomeriggio era di quelli che preparano il corpo, ma anche lo spirito,


all’inverno. Piovigginava e nubi basse sfuocavano i contorni delle case e
nascondevano le montagne attorno a Casedisopra. Si stava bene chiusi al
bar, da Benito, al caldo, con davanti un bicchierino di grappa e una sigaretta
accesa, anche se all’interno era vietato fumare. Non dava fastidio a nessuno.
C’erano solo Marco Gherardini e Farinon. C’era anche Benito, il titolare, ma
era come se non ci fosse. Infatti, dopo aver servito di bicchierini e bottiglia i
due avventori, si era messo a trafficare dietro il banco, bestemmiando contro
gli inconvenienti della stramaledetta macchina per il caffè che come sempre
non voleva saperne di funzionare e che “un giorno o l’altro ti porto da
Berto”. Gilberto detto Berto, era il meccanico del paese. Meccanico per tutto,
dalle auto ai frigoriferi, passando dai televisori e dai fornelli a gas liquido.
Ritirava anche le attrezzature da smaltire, come la macchina per il caffè di
Benito. Qualora avesse deciso di cambiarla. E sarebbe stato pure il caso, visto
che aveva la stessa età del bar.
Farinon, i gomiti sul tavolo e il mento appoggiato alle mani, aspettava che
l’ispettore si decidesse. Si decise lui, dopo un po’. «Se mi dici che è una storia
lunga e complicata, vado in ufficio a stendere la domanda di pensione.»
«In realtà lo sarebbe, ma cosa vuoi sapere di preciso?»
«Cosa ti ha fatto sospettare che il povero Bocina...»
«... non fosse morto di suo? Be’, quattro coincidenze mi sembrano motivi
sufficienti. Specie se poi il poveretto muore sul serio di lì a pochi giorni. Non
ti pare?»
«Quattro?»
«Quattro, sì» e Poiana raccontò l’incontro con la signora Andreoli, il
giorno in cui era andato a scattare le foto alle querce. «Prima di salutarmi,
l’Andreoli mi fa: “Quando uno è tanto vecchio da non capire più niente,
Nostro Signore dovrebbe chiamarlo a sé”. Un paio di giorni dopo, Bocina
muore. Non è una coincidenza sospetta? Uno potrebbe pensare: “Non ha
provveduto Nostro Signore, ha provveduto l’elegante signora Andreoli”.»
Il sovrintendente tirò l’ultima boccata, schiacciò la cicca nel posacenere
che Benito aveva posato sul tavolo assieme alla grappa e riempì i bicchierini.
«E questa è una coincidenza» disse. «Le altre?»
L’ispettore raccontò l’incontro con Bocina, poco dopo quello con la
signora Andreoli, e le minacce che il vecchio aveva ricevuto da uno che
andava a tartufo con due cani. Ricordò poi al suo sovrintendente la
canzoncina che, di ritorno dal funerale, l’Elvira aveva riportato ai due:
“Bocina, povero Bocina, il funerale s’avvicina”.
«Anche la quarta profezia ce l’ha raccontata l’Elvira tornando dal
funerale.»
Farinon non ebbe bisogno di pensarci. «Vero, Bartolomeo il norcino
disse: “O si è addormentato o gli è venuto un colpo”.»
Finite le sigarette i due rimasero in silenzio, Gherardini a ssare il
bicchierino vuoto e seguendo i suoi pensieri. Ricordò a se stesso: «Alla
scuola allievi c’era un istruttore che ci parlava delle piante, di dove e come si
sviluppano, delle loro proprietà. Una persona in gamba. Sapeva tutto delle
piante. Ci fece una testa così sui pericoli di certe piante velenose, addirittura
mortali, e su come si possono confondere con certe commestibili» e lì si
fermò.
«Che c’entra con il povero Bocina.»
«C’entra, c’entra. Se non mi avesse parlato lui dell’isola di Ceo e degli usi
dell’antica Grecia, non mi sarebbe mai venuto in mente l’aconito.»
«Adesso proprio non ti capisco» fece Farinon, «e forse avresti ragione a
dire che è una storia lunga e complicata.»
«Non tanto, non tanto. Nell’isola di Ceo s’usava sopprimere i vecchi
diventati inutili, un peso per la comunità. E vuoi sapere come facevano? Gli
somministravano una piccola quantità della radice di aconito. I vecchi non
sapevano quando e se ne rendevano conto solo ai primi sintomi: improvviso
caldo al volto, giramenti di testa, formicolio alla lingua e alle gambe...»
«Per dio, i sintomi che ci ha raccontato l’Elvira di Gisto mentre si tornava
dal funerale!» esclamò il sovrintendente.
«Precisi. Il povero Bocina dovrebbe essere contento per com’è morto.»
Farinon non capì e lo diede a vedere. «Be’, come i vecchi eroi greci quando
diventavano inutili. L’assassino di Bocina lo considerava inutile, anzi,
dannoso, e gli ha fatto mangiare una piccola ma mortale porzione di
aconito.»
«Capito» disse il sovrintendente. Poi, pensieroso, frugò nelle tante tasche
della sua cacciatora. Non trovò e si consolò con un altro bicchierino di
grappa. Versò anche per il superiore.
«Cerchi una di queste?» gli chiese Poiana porgendogli il pacchetto di
sigarette.
Farinon ne prese una e aspettò che l’ispettore gliel’accendesse. «Ci vuole
una bella fantasia, però. Pensa te: mescolare la radice di aconito nella
salsiccia di uno dei tre topi senza farsi accorgere, metterli a cuocere sotto la
cenere, riprenderli prima di andare a tavola e darli in assaggio. Uno a
Bartolomeo il norcino, uno a Gisto, il padrone di casa, e uno al povero
Bocina.» Tirò nella sigaretta, mandò giù un sorso di grappa e completò:
«Pensa te, se avesse sbagliato topo e avesse dato, metti, a Bartolomeo o a
Gisto quello con l’aconito. Un bel casino, no?».
«Ha fatto le cose con precisione. Dopo che avevo fermato il delinquente,
sono andato a fare due chiacchiere anche con Bartolomeo. Sai, per capire
bene. Be’, a Bartolomeo è venuto in mente che uno dei tre topi non era
completamente fasciato nella carta da macellaio. Anzi, voleva riprendere
Evandro che li aveva appena confezionati, ma poi ha lasciato perdere. Si è
anche ricordato di aver ordinato ai due giovani di andare a ritirare i topi di
sotto la cenere calda e che proprio Evandro si è precipitato prima che
andasse Fosco, sai, quello dei Pianigiani.»
In silenzio i due nirono di bere e di fumare, Marco Gherardini disse:
«Andiamo?» e si alzò. «Benito, metti nel mio conto.»
Seminascosto dietro il bancone del bar, Benito grugnì qualcosa e i
forestali lo lasciarono alla sua lotta con la macchina per il caffè.
Fuori, le nubi basse continuavano a nascondere il paese e l’umidità si era
fatta più densa.
«Mi meraviglio» disse Farinon «che sei riuscito a bloccare Evandro. Per
come lo conosco, è un tipo che non se lo lascia mettere facilmente.»
«Ha fatto tutto da solo. Dallo sgabello dov’era salito per trovarmi un
vasetto di arnica, si è ondato su di me. Non ho fatto che spostarmi di
mezzo passo e lui è volato dritto sul refrigeratore, ha battuto la fronte, è
nito a terra e non si è più mosso.»
Andarono in silenzio no alla caserma, ognuno con i propri pensieri e,
prima di entrare, Farinon si fermò, guardò in faccia Marco Gherardini e
commentò: «E tutto per un paio di palline di trifola».
«Anche, ma soprattutto perché non lo denunciasse. Il vecchio Ignazio
Righetti, Bocina, insomma, sapeva dei due freezer pieni di carne di capriolo
cacciati di frodo da Evandro.»
«Diciamo allora: per un po’ di trifola e per una multa da un migliaio di
euro. Ti sembrano moventi per un omicidio?»
«Forse c’era anche dell’odio personale e chissà che altro.» Fece per
ripartire, ma si fermò di nuovo e guardò in viso il sovrintendente. «Ma poi,
con i tempi che corrono, ha senso parlare di moventi? Si uccide per così
poco. A volte per niente.» Ripresero la via della caserma. «Sai l’ironia del
destino? Rosy la stria, si raccomandava a Evandro, suo glio: “Impara,
giovanotto: la natura è il miglior medico che ci sia e un giorno potresti
averne bisogno”.» Fece un’altra pausa. «Come pensava Rosy, Evandro ne ha
avuto bisogno, ma non come avrebbe voluto lei, sua madre.»
Entrarono in caserma.
Da qualche parte, nel bosco attorno a Casedisopra, le radici di aconito
succhiavano l’ultima umidità della terra prima che l’inverno le
addormentasse. Avrebbero poi trasformato l’umidità, e le altre sostanze del
terreno, in veleno mortale.

Azzurre son l’ombre sul mare


come sparti fiori d’acònito.
Il lor tremolio fa tremare
l’Infinito al mio sguardo attonito. 2
1Ràndole sta per randellate e undici e tre era, un tempo, l’orario nel quale i muratori
smettevano il loro turno di lavoro per pranzare, ovviamente con una gran fame. una
fame da undici e tre.
2Da Alcyone-Undulna, Gabriele d’Annunzio, vv. 125-128.
Valeria Corciolani
IL GATTO, L’ASTICE E IL CAMMELLO

Il gatto Nerouolf, ostile e immobile s nge, lo ssa dalla credenza


chippendale delle zie.
Stefano distoglie lo sguardo. Obeso felino di merda.
Scosta di un dito la tenda di bisso. Zia Luigina è lì che si accanisce sulle
erbacce del giardino, mentre zia Elvira la sente lavorare di pestello in cucina.
È il ventitré di dicembre e come ogni anno le zie si disfano nella
preparazione di un impeccabile, devastante, menosissimo pranzo di Natale.
Oltre all’adorato nipote (cioè lui) sono invitate, in qualità di uniche
detenenti di un tenue legame di parentela rimaste ancora in vita, tre vecchie
cariatidi, cugine di secondo grado. A completare il banchetto da reparto
geriatrico, c’è l’ospite d’onore: don Traversaro, loro antico curato che, a
memoria d’uomo, non si è mai perso un Natale in casa Podestà. È tanto
vecchio che ormai non preta più. Nel senso che non predica e non dice
messa, sta lì e basta.
Fino a pochi Natali fa don Traversaro intrecciava le ditozze e pronunciava
quelle due o tre frasi di rito che tutti si aspettavano, giusto per salvare le
apparenze prima di affrontare i goduriosi berodi di zia Elvira. Dopo che gli
hanno in itto il martirio della dieta (le sue vene trasudavano più grasso di
una friggitoria), il vecchio ha perso la verve predicatoria insieme ai chili.
Perciò ora sta lì, muto, come un corvaccio nero imbalsamato a capotavola.
Sorbisce il suo consommé, con gli occhi avidi incollati alle forchette altrui,
mentre le guance da shar-pei ( oscio ricordo del trippone che fu) oscillano
in moto perpetuo a ri utare il pressing di zia Elvira. Sì, perché la zia non si è
ancora rassegnata a questa ascetica versione di don Traversaro
drammaticamente epurata dai piaceri della tavola e lo tenta in tutti i modi.
Ma niente da fare, i medici gli devono aver messo una tale strizza che il
curato non si lascia sedurre neppure dal cappon magro. Il che, a pensarci
bene, fa sorgere prepotente il dubbio che don Traversaro sia in possesso di
nuove informazioni riguardo l’aldilà, tanto da fargli preferire di gran lunga la
permanenza in questa valle di lacrime.
E tutto ciò è vagamente inquietante.
Stefano sbuffa. Si avvicina al mesto alberello nto, costipato di palle di
vetro, con il pendulo festone spelacchiato che ondeggia sopra il presepe. È
sempre lo stesso, con le montagne di carta, le casette di sughero e i Re Magi
con i cammelli. Zia Luigina non lo varia di un pelo. Persino lo stagno di
specchio (portacipria che il nipote le aveva chiesto di immolare trent’anni
prima). Manca solo il cigno di legno, ingoiato dal carlino di cugina Armida
tre Natali fa. Il pensiero di come il carlino abbia poi espulso il ligneo
pennuto lo riconduce all’Erminia, sorella di Armida, che non manca di
renderli partecipi delle sue tormentate vicissitudini intestinali. Da che ha
memoria, cugina Erminia cigola di morire prima dell’anno nuovo. Ma
quando mai. Ogni fottutissimo pranzo di Natale è lì viva, vegeta e sempre
più dettagliata nei resoconti. Zia Luigina si prodiga a scovarle fantasiosi
rimedi che percorrono lo scibile umano, dal clistere alla hamamelis no
all’infuso di zucca. Macché. Una supposta al TNT, ecco cosa staserebbe
l’Erminia.
Sbuffa.
Nerouolf muove impercettibilmente le orecchie con evidente fastidio.
Lui sbuffa ancora, giusto per menarla al felino.
Tutte le volte vorrebbe darsi malato.
Ma zia Elvira e zia Luigina non gliela perdonerebbero mai.
Quindi gli tocca.
Come gli tocca venire sempre a trovarle, essere premuroso e affettuoso,
senza dimenticare un anniversario, un onomastico, una minchia di
ricorrenza per la gioia di queste due befane dalla memoria al litio. Eterna.
Due rompiballe.
Sedute però su una miniera d’oro.
Zia Luigina stravede per lui, lo sa, ma l’Elvira è un osso duro.
E Stefano sta grattando il fondo. Già da un po’. Quando, dodici anni fa,
era morto suo padre (il fratello delle arpie), per un poco aveva ripreso ato.
Ma era stato un attimo. Con la tragica giocata di ieri ha capito che non può
attendere il susseguirsi degli eventi naturali. Ha dato un occhio ai necrologi.
L’età delle dipartite spazia da un minimo di ottant’anni a un drammatico
centodue di una certa Ilde Chiappori. Si sa, le donne campano pure di più,
l’Elvira poi resterebbe attaccata alla vita con le unghie e coi denti pur di non
dargli soddisfazione. E comunque l’Astice non ha certo la pazienza di
aspettare che le zie tirino le cuoia per riavere i suoi soldi. Gliene deve tanti
che. Che niente. Tanto non li ha. L’unica sarebbe vendere la ditta. Ha
ricevuto un’offerta dai cinesi. La pagherebbero un euro sull’altro, senza
dilazioni o pagherò. Ma le zie hanno detto as-so-luta-men-te no. Figurarsi.
La ditta Podestà fu Pietro - Ardesie e Pietre artistiche dal 1910, fondata
ancora dal bisnonno al ritorno dal Sudamerica, venduta ai cinesi. Giammai.
Sì. Tanto però, se lui non paga l’Astice, nisce che ci sarà pure un fu Stefano.
Si tormenta le pellicine intorno all’unghia.
E se le arpie non cedono, resta solo un’altra strada.
Nerouolf lo scruta con gli occhi gialli affilati come bisturi, che sembrano
rovistargli l’anima.
Stefano volta le spalle a disagio.
Afferra il cellulare.
Scarico.
Ecchecazz.
Nerouolf ruota le orecchie con lieve disappunto.
«Zia? Vado a telefonare su, nello studiolo», Stefano si affaccia nella
grande cucina.
Elvira smette di in erire sul prezzemolo, ridotto ormai a poltiglia dentro
il mortaio insieme a poco aglio (a Stefano l’aglio lo turba), capperi, pinoli,
acciughe e tuorlo sodo. Poi conta a or di labbra dodici olive verdi e le butta
nel mortaio una alla volta, aggredendole con brevi colpi di pestello.
Stefano non riesce a distogliere lo sguardo da quel secco movimento di
polso. L’Elvira sarebbe capace di cancellarlo dalla faccia della Terra,
polverizzarlo triturandolo nel mortaio, come in un lm Wuxiapian se solo
immaginasse che.
«Be’? Che fai lì piantato come un tonno, telefona. Se è verso un cellulare
guarda che non sono comprese nell’ollinclusiv e le paghiamo. Quindi breve e
conciso.» Strizza la mollica imbevuta d’aceto e la disintegra sotto l’incessante
movimento di polso del pestello.
Stefano sparisce per la scala di cipresso dal corrimano d’ottone.
Nerouolf, con eleganza che l’obesità non scal sce, scivola tra le statuine di
porcellana danese e i gingilli del ripiano chippendale del salotto (mai rotto
nulla in undici anni di onorato servizio), salta con un lieve tonfo a terra e si
ferma indeciso nell’ingresso. La tramontana esterna non gli fa neppure
considerare il giardino, i profumi della cucina invece sono molto
interessanti. Però.
Muove le vibrisse e sbatte la coda sul tappeto persiano. Poi scrolla il
testone e, mosso dal sacro fuoco dell’investigazione (il nome è già una
garanzia), si onda anche lui su per le scale di cipresso.
Elvira asciuga le mani nel grembiule e si affaccia nel giardino a cercare
Luigina. Ha bisogno di un ciuffo di maggiorana. Strizza gli occhi per
scorgere la macchia blu del giaccone da lavoro della sorella. Macché, non c’è.
Sarà salita in camera. Infatti, il giaccone è appeso all’attaccapanni ancora
avvolto nell’odore freddo della tramontana. Arriva in cima alla scala giusto
in tempo per vedere la coda di Nerouolf sparire dietro la porta socchiusa
dello studiolo.
“Gattaccio” pensa Elvira avvicinandosi. “Lo sa che Stefano non ha
simpatia eppure gli sta sempre alle calcagna.”
Il bofonchiare sommesso di Stefano si allarga per il corridoio. Elvira resta
un lungo attimo immobile, con il palmo della mano contro la tappezzeria
tormentata dalle unghie di Nerouolf e da altri gatti prima di lui. Poi fa
dietrofront e scende pensierosa in cucina.
«Vado. Ci vediamo più tardi. Avete bisogno di qualcosa?» si prodiga
untuoso Stefano con un leggero bacio sulla guancia magra di Elvira. «Oh,
ecco anche zia Luigina. Non ci siamo quasi visti oggi.» E le circonda i anchi
grassocci in un goffo abbraccio.
«Eh, nan, hai ragione. Ho dovuto legare le piante, con questo vento
scrolla tutto e siccome viene buio presto... ma vai vai. Non perdere tempo
qui con queste due mummie» gorgoglia Luigina.
«Parla per te» le ringhia Elvira sigillando nel Domopak la salsa verde per
il cappon magro.
Nerouolf, dritto come un menhir al centro dell’ingresso, osserva paziente
la consueta pantomima di saluti e smancerie (compresa una stitica carezza
che gli scompone il rigore geometrico della zebratura pelosa della zampa).
Appena il portoncino di cipresso si chiude sulla schiena di Stefano, Nerouolf
si rilassa. Con passo misurato e signorile si avvia in cucina e balza, lieve e
indolente, sopra la sua sedia. Le narici si dilatano nel profumo di brodo di
cappone che si fonde armonicamente con quello del pesce lesso appena
scolato. In pieno appagamento dei sensi socchiude gli occhi gialli, allunga la
zampa tigrata e inizia a lavarsi con metodo e precisione dove si è posata la
mano di Stefano, anche il pelo tutto intorno e in mezzo agli artigli, cuscinetti
rosati compresi. Fino a che ogni in nitesimale traccia del nipotoso odore è
completamente debellata.
Elvira apre il frigo e in la il tupperware con fagiolini, cavol ore e carote
già cotti e fatti a tocchetti, incastrandolo accanto a quello del pesce. Le patate
le preparerà domani, insieme alla barbabietola rossa e ai gamberi. Il cappon
magro lo mangeranno il venticinque, ma lei lo confeziona sempre il giorno
prima, perché resta più buono se dorme una notte intera nei suoi sapori.
Elvira pulisce la mano nel grembiule e abbassa la amma sotto il pentolone
dove burbuggia, danzando tra gli occhi di grasso, un bianco cappone.
Nerouolf, debordante ciambella pelosa sulla paglia della sedia, sospira con
soddisfatta beatitudine nei vapori inebrianti.
Certo che, pensa Elvira, il menù di Natale si fa ogni anno più striminzito.
L’avanzare dell’età dei commensali ha proporzionalmente ridotto il numero
(e la qualità) delle portate. I primi a sparire erano stati i berodi, seguiti a
ruota dalla fricassea di pollo con i pinoli abbrustoliti e dall’aragosta de nita
“sufficientemente indigesta”. Fino a due Natali fa al lesso si accompagnava
anche il tacchino con lardo e cipolline cotto nel burro all’agro di limone. Ma
il colesterolo di don Traversaro e il re usso della cugina Armida hanno
messo ne anche al bibbin a rosto. Deglutisce a vuoto, rimpiangendo tra
palato e naso il succulento profumo della carne tenera dalla crosticina
croccante.
Anche i dolci poi, un pianto, sospira affranta Elvira. Da un tripudio di
latte alla spagnola, cubeletti con la marmellata, frutta secca, e chi più ne ha
ne metta, come si erano ridotti? A un triste pandolce portato dalle cugine:
parco di uvette, avaro di pinoli e praticamente privo di cedro candito. Altro
che quello che impastavano lei e la Luigina, tanto tto di uva malaga, canditi
e burro ad amalgamare il or di farina, che la rametta di alloro benaugurale
stava ben piantata al centro, bella dritta e senza cedere di lato (come l’anno
passato) che porta male.
«Mah, vedrai che Luigina a Stefano il latte fritto lo prepara comunque»
borbotta Elvira rivolta a Nerouolf. «Tanto, vizio più vizio meno.» Ecco
appunto, condivide il felino con due brevi scatti di coda.
Elvira incontra gli occhi gialli densi di disapprovazione e sospira di
nuovo.
È vero.
Quel nipote è venuto su come un convolvolo, privo di carattere e
determinazione, attaccandosi ora qua ora là.
Certo gli sarà mancata la gura materna, anche se quella fragile creatura
malaticcia non sarebbe riuscita a dargli il giusto imprinting. Comunque è
morta prima di lasciare in lui qualsiasi traccia degna di rilievo.
Elvira lava il pestello e lo mette a scolare sul grande lavandino di marmo.
È che Stefano non ha mai evidenziato una particolare aspirazione, sempre
svogliato e indolente.
Nerouolf stringe gli occhi e fa un paziente sospiro.
Elvira annuisce mesta. È vero, in effetti Stefano ha una peculiarità: una
spiccata attitudine a ccarsi nei pasticci.
Come la telefonata che ha sentito poco fa. Non ha capito tutto, ma
un’idea se l’è fatta. Il nipote è nuovamente nei guai. Qui sta il gigantesco,
madornale errore: prima del padre buonanima, poi loro. Sempre a toglierlo
dalla bratta. Se Stefano avesse risposto personalmente dei propri errori vedi
che. Giuseppe, il padre di Stefano, a un certo momento decise persino di
spedirlo in un rigidissimo collegio di Berna, proprio per dargli un sonoro
giro di vite. Tre giorni prima della partenza zac, Giuseppe passava al
Creatore. Lei e Luigina, nell’immediato del dramma, non se l’erano sentita di
allontanare Stefano, e la questione del collegio fu rimandata di anno in anno.
Poi non se ne fece nulla. Male. Col senno di poi. Elvira sospira ancora e si
slaccia il grembiule.
Bon.

L’Astice illumina il buio con un ammifero che si spegne immediatamente.


Belin di tramontana che sferza questo ventitré di dicembre.
Ma non si scompone.
Guarda l’ora.
È presto. Ma lui è sempre in anticipo. Per abitudine. Per sondare il
territorio. Essenzialmente per non farsi cogliere di sorpresa.
Che poi, ridacchia, per questo incontro è tranquillo come un papa.
Figurarsi.
L’Astice fa due passi verso il muro basso. Le braccia tozze ondeggiano
piccole e sproporzionate accanto a quel suo corpo lungo e magro. Sfrigola
un altro cerino. Le mani, smisurate e larghe come due enormi chele, si
chiudono a coppa intorno alla amma mentre lui aspira una lunga boccata.
Si guarda ri esso nella nestra del capannone. Ha la testa a cilindro, con la
nuca piatta, gli occhi sporgenti troppo distanti dal naso e la sigaretta è
in lata in una bocca tanto sottile che pare solo un taglio in fondo alla faccia.
Sembra un grosso astice, è vero. Ecco perché da quando ha memoria lo
chiamano così, tanto che se adoperano il suo nome di battesimo non si gira
neppure più.
Non è una bellezza. Lo sa. Ma questo per il suo lavoro è un dono del
cielo. Perché lui di mestiere fa il prestasoldi, lo strozzino insomma. E lo sa
fare bene. Anche grazie alla sua brutta faccia.
Un’occhiata al Sector. Getta il mozzicone. È l’ora. Entra nel capannone di
destra. La luce del cortile esterno ltra solo da due strette nestre
parzialmente coperte da una catasta di lastre d’ardesia.
Non vede un accidente. Non gli piace. Si ferma lì. Accanto a un
macchinario delle dimensioni di una locomotiva. Muove i piedi. In terra è
tutto bagnato. Probabile che ’sto anghesu serva a tagliare le pietre.
Le sue antenne da Astice fremono. Qui dentro c’è qualcuno. Ne è sicuro.
Nessun rumore. Ma ne percepisce la presenza nell’odore leggermente
dolciastro che si è insinuato nelle sue narici e nello sguardo che sente
perforargli la nuca piatta.
Si volta lentamente, cercando di abituare gli occhi all’oscurità.
Poi l’intrico di tubi pare prendere vita.
Un breve cigolio e in ne un sibilo.
Lo colpisce in pieno petto un calore immenso, insopportabile, atroce.

Gettare l’astice ancora vivo nell’acqua bollente. Dopo dieci minuti circa di
cottura è pronto per essere disposto a vostro piacimento.

Un guanto di capretto color tortora chiude il volantino della valvola del


vapore.
Una scarpa stringata di pelle marrone si allunga e volta piano la testa
dell’uomo che giace a terra, inzuppato no all’osso. I due occhi che prima
ssavano la sua nuca piatta, ora lo scandagliano dalla testa ai piedi.
Così lucido e rosso, con quelle braccia tozze dalle mani enormi che si
allargano sul pavimento chiaro, pare davvero un gigantesco crostaceo
immolato per il cenone di Natale. Lo contempla ancora un attimo. Poi alza il
collo del paltò di vigogna marrone, calca la tesa a coprire il viso ed esce dal
capannone.
È il ventitré di dicembre. Non verrà nessuno prima del due gennaio.
Chiude la portiera della Panda, sgomma sulla ghiaia del cortile e si in la
nella Statale 225, illuminata da ghirlande di stelle comete rosse e bianche.

Zia Luigina lo lascia e va a cercare la vecchia fotogra a.


Stefano aspetta di sentire lo scricchiolio della scala di cipresso.
Una scusa. Per restare solo. Che poi proprio solo non è, dato che
Nerouolf non lo perde di vista un solo istante, non sbatte neppure le
palpebre. Ammesso che i gatti le abbiano. Non lo sa e, sinceramente, non
gliene frega nulla.
Stefano suda.
Fatto sta che ’sto felino lo inquieta.
Già deve preparare una cosa che.
Non avrebbe mai voluto arrivare a tanto. Ma a mali estremi, come ripete
sempre l’Elvira.
Apre il barattolo del fruttosio che le zie adoperano per dolci care i tre
caffè della mattinata (alle cinque e trenta, alle otto e alle dieci), il tè del
pomeriggio e la camomilla serale. L’ha consigliato loro la padrona del
minimarket all’angolo, con la giusti cazione che fa meno male. Le zie erano
grandi consumatrici di zucchero, una roba da almeno tre cucchiaini colmi,
moltiplicati per cinque tazze al dì per due zie. Uno sproposito. La signora ha
intravisto il business: il fruttosio costa il triplo di un chilo di zucchero e ce
n’è un terzo. I conti son presto fatti. Stefano vuota metà del fruttosio nel
water e al suo posto mette della polvere bianca contenuta in un vasetto di
plastica. Sono sei mesi che nei suoi giri per l’Italia a favore della ditta,
Stefano acquista piccole quantità di digitalina, la stessa che le zie prendono
per il cuore. Anni fa ha visto un lm dove una giovane moglie molto gnocca
(e molto troia), con la digitalina fa fuori l’anziano marito e si gode l’eredità.
Così si è documentato su internet. È una polvere insapore e, in discrete
quantità, micidiale. Una settimana di letali dolci cazioni e le zie passeranno
al Creatore. E lui potrà vendere la maledetta ditta. E tutto il resto. Anche se
la digitale viene fuori dall’autopsia, penseranno tutti che le vecchie abbiano
sbagliato a prendere le pillole. Il fruttosio incriminato lo farà sparire lui.
Sente i passetti di zia Luigina che zampettano nella stanza di sopra e la
mano con il barattolo inizia a tremare, mentre una roba pesante e vischiosa
gli ingorga per un attimo l’esofago. Ma Stefano fa un grosso respiro e la
ingoia. Mette il coperchio e chiude lo sportello della credenza. Alza la testa
ed è inchiodato dagli occhi di Nerouolf, larghi e gialli come quelli di un
gufo. Il felino è dritto, narici frementi, coda che batte minacciosa sul pomolo
del cassetto sottostante, e sopracciglia alzate. Ok. Lo sa anche lui che i gatti
non hanno sopracciglia, ma indietreggia ugualmente, spaventato.
Il gatto cerca di insinuare la zampa tigrata nella fessura dello sportello.
“Finisce che ’sto felino di merda rovina tutto” si agita Stefano cercando di
allontanare Nerouolf spingendolo con un grosso mestolo di alluminio.
«Che bello vedervi giocare. Pensa, credevo che Nerouolf non ti piacesse.
Ecco la fotogra a della tua povera mamma» gorgoglia giuliva zia Luigina.
Stefano posa il mestolo, aggiusta le maniche del golf, sbircia il felino (che
lo ssa truce con le orecchie buttate indietro) e sfodera un sorriso tirato alla
zia. Getta un’occhiata distratta alla giovane donna magra e pallida della foto:
è sempre stata così, malata, spenta e con le occhiaie. Cambiava solo lo
scenario. Non ricorda neppure se è morta nella clinica in Svizzera, o in
quella sul mare della Costa Azzurra, oppure tra le colline lunigiane.
«Grazie zia. Dov’è Elvira?»
«Non so, quando sono tornata non c’era. Magari è a ritirare i natalini per
il brodo.» Poi avvicina i ricci biondo topo alla testa di Stefano, in un alone di
colonia e profumo di cipria sussurrando cospiratrice: «Domani sera. Prima
della Messa. Ti faccio il latte fritto. E poi ho un’altra sorpresa». Gongola
strizzando gli occhi tra gli zigomi cicciotti.
Stefano adora quelle robine croccanti dal cuore giallo e dolce, è l’unica
cosa capace di riconciliarlo con il pranzo di Natale e col mondo intero. La
guarda con un largo sorriso. Poi l’occhio incontra lo sportello che custodisce
il fruttosio alla digitalina e sente una lacrima sfondargli le palpebre.
Fa un gesto verso l’anta.
Nerouolf lo osserva immobile e teso.
Stefano resta qualche secondo con il braccio per aria, poi lo lascia
ricadere lungo il anco.
Nerouolf commenta con tre secchi colpi di coda.
«Vado», Stefano si sente stanco, stanchissimo. In la guanti e cappotto e
chiude il portone.

«Dove sei stata?» domanda Luigina immergendo il mestolo nella minestrina


e scodellandola nella fondina.
«In giro» risponde secca Elvira. «E tu?»
«Anch’io» squittisce felice Luigina, ferma con il mestolo a metà strada. Si
vede lontano un miglio che qualcosa le sta pungendo sulla lingua e che
muore dalla voglia di dirlo. Poi fa sparire in un sorrisino la moltitudine di
rughette incastonate di rossetto rosa giunchiglia, scrolla i ricci biondo topo,
posa il mestolo, si siede e in la in bocca una generosa cucchiaiata di
minestrina.

Elvira mescola il caffè delle dieci. Ne beve un piccolo sorso e fa una smor a.
Aggiunge un’altra zolletta, si vede che era abituata al fruttosio che dolci ca
di più. Ma è caro come il sangue. Ieri il titolare della torrefazione ha regalato
ai clienti affezionati una raffinata scatola colma di brune zollette di zucchero
di canna. Meglio farle fuori, prima che invecchino dimenticate in fondo a
qualche scaffale o preda delle formiche, come l’anno passato. Elvira assapora
un altro sorso. Ora ci siamo. Anche nella camomilla della sera avanti aveva
nito per mettere quattro zollette. Luigina invece non si è accorta della
differenza. Bon. Finisce il caffè, sciacqua la tazzina e si mette all’opera.
Agita la larga padella dove ha messo ad aprire le cozze, sprigionando un
intenso profumo di mare. Nerouolf muove le orecchie da pipistrello, con le
fusa che ribollono come una caffettiera da dodici.
Elvira afferra i gamberi lessati da Luigina e inizia a sgusciarli.
«Certo che Stefano con questa storia delle scommesse sta mandando
tutto a catafascio» sbotta in lando le unghie a spaccare il carapace rosato.
«Un bambino, ecco cos’è, un grosso bambinone che gioca. Punto.»
Nerouolf approva stringendo gli occhi gialli.
Elvira si pulisce le mani e apre l’arbanella delle gallette. Ne conta cinque,
le sfrega con uno spicchio d’aglio, le bagna con l’acqua e aceto e le posa sulla
ammenghilla con i bordi dorati. No, pensa con il magone che sale, la ditta
non si può vendere, e soffia il naso ciancicando il fazzoletto con le dita
odorose di aglio. La Podestà fu Pietro - Ardesie e Pietre artistiche è stata
come la loro casa, come il marito o il glio che lei e la Luigina non hanno
mai avuto. Sì, anche Stefano da un certo punto in poi lo hanno allevato loro,
ma, diciamolo, con molte meno soddisfazioni. Elvira sbatte rabbiose
cucchiaiate di salsa verde a coprire i letti di pesce e i tocchetti di verdura
che giacciono ordinati sulle gallette.
E no. Lei e Luigina si occupavano di ogni cosa nella ditta, sapevano
mettere le mani ovunque, persino nei macchinari. Erano in grado di capire
dal rumore se un pezzo andava cambiato, se un volantino era usurato e
quindi pericoloso o se un muletto dava i cimbali. Infatti, a parte l’incidente
di Giuseppe, il padre di Stefano, mai un guaio. E gli operai le rispettavano
eccome, perché anche se erano due donne, a volte ne sapevano più di loro.
Anzi, nei periodi d’oro in cui la Podestà non riusciva a far fronte alle
numerose richieste, lei e la Luigina si erano rimboccate le maniche, avevano
indossato la tuta e via a segare ardesie, marmi e graniti, otto ore al giorno
con il gamellino per il pranzo. Tanto prese dalla ditta che non avevano
neppure tempo e voglia di pensare a divertirsi. Dall’oggi al domani si erano
rese conto che il tempo delle mele era già bello che andato. Poco male, non
sa se avrebbe retto con un uomo tra i piedi. Lo stesso per Luigina, che ha
sopito le pulsioni romantiche inzuppandosi nei romanzi d’amore. E poi
l’incidente di Giuseppe aveva messo de nitivamente ne al discorso,
dubitava che un marito si sarebbe accollato un nipote di non semplice
gestione come Stefano senza proferir verbo. Elvira dispone la barbabietola,
scucchiaia altra salsa e fa un grosso sospiro. Una morte strana quella del
fratello: schiacciato da due tonnellate di granito rosa molate e lucidate,
pronte per il tavolo da giardino commissionato dai Levaggi.
Bon. Quel che è stato è stato. Ma passate le feste a Stefano bisogna dare
l’aut aut, e deve darsi una regolata. Basta con cavalli, corse e cacchi morti.
Elvira strappa il coperchio dal tupperware e incastra con energia i ciuffi di
cavol ore intorno alla montagna di pesce e verdure intonacata di salsa
verde.

Luigina aggiusta il festone sull’alberello di Natale, accende le lucine


intermittenti alle nestre del balcone e in la il cd. Si lascia avvolgere dalla
voce calda di Bing Crosby in un tintinnante Jingle Bells che come sempre la
commuove. Nerouolf partecipa con un composto ruotare di padiglioni
auricolari, più che altro per affetto, perché sinceramente ne avrebbe fatto a
meno. Luigina sposta un poco i Re Magi. Passin passino li fa avanzare sino
al sei gennaio, quando nalmente arriveranno al cospetto della capanna di
Betlemme. Baldassarre che è vecchio ha un dromedario, Melchiorre una
focosa giumenta e il nero Gaspare conduce lo splendido cammello dai
paramenti dorati, che Luigina mette in primo piano sul bordo sinistro del
tavolino coperto di muschio. Lo contempla per un attimo, ravviva una
palmetta e raddrizza il ponticello di sughero, poi si china ad aprire lo
sportello della credenza del salotto a cercare lo zucchero per il latte fritto di
Stefano.
«Campanelle della slitta che sulla neve va, ueh!» s’infervora Luigina, ma
su quel ueh le parte il pacco di zucchero che si schianta sul pavimento in una
strage di granelli bianchi.
Nerouolf, dall’alto del tavolo da pranzo, inclina la testa a osservare il
disastro con il dovuto distacco.
«O signur» si dispera Luigina, «come faccio adesso? Non ne ho altro. Son
quasi le otto, ormai è tutto chiuso. E Stefano? Il latte fritto? E ieri non è
venuta neppure la donna a pulire.» Con le lacrime che rotolano sulle guance
cicciotte, Luigina tenta di raccogliere lo zucchero epurandolo da peli di
gatto, batuffoli di polvere e briciole di varia natura.
Nerouolf stringe gli occhi gialli a fessura, teso come un arco.
«Potrei setacciarlo» si rianima Luigina.
Ma non fa in tempo a dirlo.
Un repentino guizzo della coda tigrata, veloce come la lingua di un
camaleonte, e il cammello di Gaspare precipita al suolo polverizzandosi nel
mare di zucchero.
«Oh», Luigina boccheggia, osservando la distesa bianca frammezzata da
minuscole schegge di terracotta come una cristallina stracciatella.
Nerouolf incassa le spalle con aria falsamente contrita.
Luigina fa un grosso sospiro con Bing Crosby che incalza in un melenso
Rudolph the Red Nosed Reindeer, e non può neppure arrabbiarsi con il gatto:
è la prima volta che rompe qualcosa e poi lei non doveva mettere il
cammello così vicino al bordo.
Entra mesta in cucina a prendere la scopa. Poi si ferma e si dà una
manata sulla fronte.
Nerouolf la osserva, orecchie da pipistrello tese e vibrisse frementi.
Luigina gorgoglia felice sulle note di We Wish You a Merry Christmas,
stempera la farina nel latte, unisce il composto di tuorli montati, gratta la
scorza di limone, un poco di cannella e inizia la lunga cottura a fuoco basso,
senza mai smettere di mescolare, con Nerouolf che ribolle in modalità
caffettiera da dodici.

Luigina sta raccogliendo con la schiumarola dei fritti i piccoli dadi, passati
nel bianco d’uovo e poi nel pangrattato, che ora si indorano profumati
nell’olio vergine, quando sente il campanello. Sarà Stefano. Depone gli ultimi
cubetti dorati nella fondina coperta di carta matta e vola ad aprire.
«Come un cane da tartu . Eccolo qui. Vai che tua zia è tutta la sera che
traffica dietro a quel dolce.» Elvira, scesa dal piano di sopra, lo ha già fatto
entrare.
Stefano si sdilinquisce nell’inconfondibile profumo che lo porta in
cucina.
Un Eldorado di latte fritto è lì, al centro del tavolo di marmo, in fragrante
attesa.
«Ti devo dire una cosa» squittisce al suo orecchio zia Luigina, «ma prima
mangia, che freddo non è più buono».
Stefano si siede, afferra con due dita un cubetto dorato e croccante e dà
un morso sprigionando il ripieno vellutato e sodo.
Indescrivibile.
L’occhio va allo sportello che cela il fruttosio avvelenato.
Stefano sospira.
Gli mancherà da morire, il latte fritto di zia Luigina.
Allunga la mano e in la in bocca un altro cubetto.
Nerouolf lo ssa immobile come un monolite di Bastet. Solo gli occhi si
muovono appena, seguendo il latte fritto dal piatto alla bocca di Stefano.
«Ma cosa c’è!» Luigina divincola il braccio dalle dita adunche di Elvira
che l’ha trascinata fuori dalla cucina.
«Ti devo parlare» sibila Elvira.
«Anch’io. Ho fatto un regalo a Stefano» comincia Luigina.
«Ecco. Appunto. Lascia perdere. Ieri sono stata dalla commercialista e poi
alla polizia. Stefano è nei guai. Completamente al verde e pieno di debiti.
Che sarebbe il meno. Non fosse che i soldi ’sto imbecille se li è fatti prestare
da un usuraio. E della peggior specie, l’ho sentito ieri pomeriggio mentre
telefonava a questo pessimo soggetto, un calamaro, un...»
«Un astice, Elvira, lo so. La telefonata l’ho ascoltata pure io, che ero in
camera. Ma non ti devi preoccupare» sorride Luigina raccogliendo il suo
guanto di capretto color tortora, e in landolo nella tasca del paltò marrone
appeso all’attaccapanni.
Elvira corruga la fronte. «Non devo preoccuparmi in che senso, scusa?»
«Nel senso che» spiega pacata Luigina allineando le scarpe marroni
stringate, pulite e pronte per andare a Messa «ho risolto il problema. Alla
radice, per adoperare una metafora. Ho estirpato l’erbaccia, insomma.
Elvira, lo dici sempre anche tu che i problemi non vanno aggirati, ma
affrontati ed eliminati. Ecco.»
«Ma ecco cosa?» le ringhia Elvira con il naso aguzzo proteso in avanti
come un minaccioso naruto kunai.
«Come sei aggressiva» alza le spalle Luigina. «Ho fatto richiama ultimo
numero, ho preso appuntamento con quell’Astice, che poi lo pareva davvero,
sai? Un crostaceo, intendo. Insomma gli ho promesso che l’avrei pagato e
invece ho aperto il volantino dell’acqua bollente, quello vicino alla Lovato
per tagliare il granito. È morto senza dire né a né ba. Ah, è ancora lì, bisogna
che prima del due gennaio lo portiamo via.» Luigina toglie un pelucco dal
paltò e sorride.
Elvira cerca di deglutire, ma non trova la saliva nella sua bocca asciutta
come il Rupinaro in un giorno d’agosto.
«O si vendeva la ditta (e non si voleva, giusto?)» continua Luigina,
«oppure questo coso, l’Astice, avrebbe fatto del male a Stefano. Eliminare
l’usuraio è stato il mio regalo a Stefano. Come fu con nostro fratello
Giuseppe, del resto.»
«Cosa c’entra ora Giuseppe?» rantola Elvira.
«C’entra, c’entra. Giuseppe voleva imprigionare Stefano in quel lager
svizzero, ricordi? Mamma quanto piangeva quel povero ragazzo, era di-spe-
ra-to. Un mal di cuore vederlo ridotto così. Ecco perché. Infatti Stefano non
è più partito» cinguetta felice Luigina, «e non si è neppure rovinato il tavolo
di granito rosa per i Levaggi, è bastato pulirlo per bene.»
Elvira si appoggia stremata alla tappezzeria inglese dell’ingresso.
«Ah, Stefano, l’hai quasi nito, com’era il latte fritto?» domanda Luigina
tornando in cucina. «Perché ti devo raccontare questa. Mi è caduto lo
zucchero e Nerouolf ci ha pure aggiunto sopra il cammello di Gaspare, che è
andato in mille pezzi, purtroppo. Be’, ero rassegnata a non farti più il dolce,
quando mi è venuto in mente il fruttosio. Pensa che fortuna: pesava un etto
esatto. Meno male che in questi giorni nel caffè mettevamo le zollette che ci
hanno regalato in torrefazione, altrimenti non sarebbe bastato. Era buono lo
stesso, vero nan? Nan?! Che hai amore della zia, sei verde, ti senti male?»
Alessandro Defilippi
PER UNA CIPOLLA DI TROPEA

Cipolla,
luminosa ampolla,
petalo su petalo
s’è formata la tua bellezza
squame di cristallo t’hanno accresciuta
e nel segreto della terra buia
s’è arrotondato il tuo ventre di rugiada.
P. NERUDA , Ode alla cipolla

Il coltello era un Laguiole. L’uomo lo pulì dal sangue su un sacco di juta e,


sporgendosi dalla ancata del gozzo, tagliò la cima che tratteneva la rete. Poi
lo fece scivolare nella tasca dei pantaloni.
Notte, luna crescente. Mare deserto, se non per la luce di una lampara, a
mezzo miglio di distanza. All’alba mancavano ancora tre ore. Con un
grugnito, l’uomo trascinò il cadavere a poppa, ricoprendolo con il sacco.
Sedette, cercando di dominare il tremito che lo aveva assalito. Si sporse
nuovamente e vomitò un liquido nerastro e amaro. Si sciacquò il volto con
l’acqua salata e iniziò a remare, lottando con la corrente che lo spingeva
verso la costa.
Presto la lampara fu solo una scintilla contro la massa oscura di Genova.
Continuò a remare a lungo, fendendo l’acqua priva di onde. Oltre Nervi
intravide nalmente, a qualche centinaio di metri, la sagoma del
peschereccio. Accelerò il ritmo della vogata, mentre sul ponte
dell’imbarcazione un uomo accendeva e spegneva per tre volte un fanale.
Accostò alla ancata, da cui pendeva una scala di corda. Vi si afferrò e con
un calcio spinse via il gozzo, nella corrente.
Solo quando vide la barca allontanarsi, ancora aggrappato alla scaletta, si
accorse di non avere sulle spalle il peso familiare della bisaccia. Non c’era più
tempo. Sputò in mare un ultimo grumo di saliva e di bile e riprese a salire.

Ci sarebbero volute le cipolle di Tropea. Non si poteva fare la caponata senza


le cipolle di Tropea. Nel dargli la ricetta prima di partire, Spataro era stato
categorico. Rosse e dolci, diceva. Ma, a quanto pareva, impossibili da
trovare. Le melanzane c’erano, quelle lunghe, e pure i peperoni, uno rosso e
uno giallo. Il sedano era bello croccante, ma con quel caldo bisognava
sbrigarsi a metterlo in ghiacciaia. E i pomodori, maturi, da sugo, glieli aveva
portati Vercesi.
In quel luglio del 1952, i mercati di Genova erano un trionfo di verdura
fresca e di frutta. Una grazia di Dio, a ricordare la guerra. Ma cipolle di
Tropea, niente. Chiedevi ai venditori e quelli ti guardavano come uno
scemo. Un besugo. Ah, trovarle, rispondevano. Al loro posto, ti dicevano,
sarebbero andate bene quelle rosse di Albenga. Ma la stagione era troppo
avanzata. Ci sono quelle gialle, ma si sa, sono un po’ forti. E quelle bianche
san di poco.
Il colonnello Enrico Anglesio, Arma dei Carabinieri, Legione Liguria,
sbirciò il vecchio Omega che portava al polso. Le undici. Il sole picchiava su
piazza Palermo come un maglio ed era ora di andare al comando. Da
quando, il mese prima, Spataro era tornato a Siracusa, a godersi la danzata
e la Fonte della Ninfa, non era stato sostituito da nessuno. E così, il lavoro
burocratico toccava a lui. E a cinquant’anni suonati ormai gliene era passata
la voglia, se mai l’aveva avuta.
Controllò la sporta della spesa. Sì. Per il resto c’era tutto: i capperi, i
pinoli, l’uvetta e le olive. Quelle della Riviera, piccole e saporite. Ma niente
cipolle. Ancora un tentativo, pensò. Il banco del siciliano, quello proprio in
fondo al mercato.
«Cosa vi servo, oggi, colonnello?»
Il siciliano era alto e secco, capelli brizzolati e occhi azzurri nelle orbite
scavate.
«Cipolle di Tropea, Vito. Le conosci?»
Il siciliano si portò le dita unite alla bocca, scoccandovi un piccolo bacio.
«Magni che sono. Calabresi. Volete fare la caponata?»
«Quella.»
«Ma lo sapete che deve riposare?»
«Volevo farla stasera per domani.»
«Ospiti, colonnello? Fimmine?» Di fronte all’espressione di Anglesio, Vito
contrasse le labbra, facendosi serio. «Qui in Liguria non se ne vedono» disse
affrettandosi a riordinare una cassetta di melanzane. «Eppure...» Si grattò la
fronte abbronzata, tracciandovi strie biancastre. «C’era qualcuno che le
teneva. Ma non riesco a ricurdari.» Sorrise. «Avete provato al mercato
orientale? O ai mercati generali?»
«E ai mercati generali, a che ora ci devo andare, Vito?»
«I grossisti niscono verso le nove e poi aprono al pubblico. Ma a
quell’ora non troverete più niente di buono.» Vito ghignò. «Però, colonnello,
se vi mettete la divisa, voi potete andare anche alle quattro. Di notte.»

Prima di rientrare, si concesse un chinotto – Recoaro, intimò al barista – al


caffè davanti al banco del pesce, dando un’occhiata al “Secolo”. Le olimpiadi
di Helsinki, i funerali di Evita Perón, la crisi egiziana. Churchill che
annuncia il riarmo britannico e giusti ca la vendita di armi a paesi stranieri.
C’era puzza di guerra, più forte di quell’odore di acciughe fresche e di
meloni. Forse perché l’ultima era nita da poco. O forse perché la guerra
non nisce mai.
Con una smor a, s’in lò in tasca il quotidiano e raggiunse la Lambretta.
Prima, portare la verdura a casa, poi dritto al comando. E le cipolle le
avrebbe comprate la sera, bianche o gialle, nella bottega d’a scignua Lina. Ma
sarebbero andate bene lo stesso? Magari, aumentando la dose di zucchero...
Sistemò la borsa sul fondo e accese il motore. Stava per partire quando si
sentì chiamare.
«Signor colonnello! Signor colonnello!»
Traballante e preceduto dall’addome rotondo, il maresciallo Medardo
Vercesi si faceva largo nella piazza. Urtò una signora con un bassotto,
sollevò un piede per liberarsi dal guinzaglio che gli si era intrecciato alla
caviglia e rovinò su una piramide di angurie, facendole rotolare sul selciato.
Si fermò per raccoglierne una, la lasciò ricadere scusandosi con l’inferocito
venditore e subito riprese a correre per raggiungere Anglesio.
«Signor colonnello» ansimò. La camicia kaki dell’uniforme si tendeva
minacciosamente a ogni respiro.
«Vercesi. Hai fatto più danni di un’incursione tedesca.»
«Abbiamo un problema.»
«Un’ispezione?»
«Omicidio, signor colonnello. Hanno trovato una barca in secca a
Boccadasse. Il pescatore è morto. Coltello.»
«E non può andarci Spataro?» Anglesio indicò la sporta della spesa. «Io
devo correre a casa.»
«Spataro, signor colonnello?» Il maresciallo giunse le mani davanti al
petto, facendole oscillare avanti e indietro. «Ma è trasferito in Sicilia da un
mese.»
«Un accidente anche a lui.» Anglesio sbuffò. «Non voglio proprio
ricordarmene. Laudi?»
«In malattia. E il capitano Bersani è impegnato.» Vercesi fece un sorriso
soddisfatto. «La moglie è in travaglio e lui è corso al San Martino.»
«E resto solo io.»
«Sì, signor colonnello.» Togliendosi il cappello, Vercesi si passò una mano
tra i capelli radi e biondicci. «Bisogna andare subito, signor colonnello.»
«E proprio noi dovevano chiamare? Non c’è anche la polizia?»
Vercesi taceva.
«Le verdure andranno tutte al diavolo.» Anglesio sollevò gli occhi verso il
maresciallo. «E la mia cena...»
Gli occhi di Vercesi erano contriti. «Bisògna végh ’mar in buca e spüdà
duls» borbottò con un largo accento pavese.
«Sì certo, teniamoci pure l’amaro in bocca e sputiamo dolce. Anche tu,
con i tuoi proverbi. Monta. Andiamo.»

3
La prua arenata sulla sabbia, il gozzo beccheggiava alla risacca.
La piccola insenatura di Boccadasse era gremita di folla, tenuta a bada da
due carabinieri dalle uniformi chiazzate di sudore. Vecchie vestite di scuro si
sporgevano dalle nestre delle case scolorite dal sole, mentre l’intero
personale del ristorante Al Mare - Da Vittorio s’era riunito sul terrazzo per
non perdersi nulla. Meglio della radio, quel mattino.
«Ferrari!» Anglesio si rivolse al più anziano dei carabinieri. «Fa’
sgomberare tutti.»
«Ci abbiamo provato, colonnello, ma è impossibile.» Ferrari serrò le
labbra. Il colonnello aveva la faccia dei giorni peggiori, di quando, più si
teneva la bocca chiusa, meglio era.
«Abbiamo un megafono?»
«Nella Campagnola.»
Senza una parola, Vercesi si affrettò alla jeep. Tornò rapido e tese il
megafono ad Anglesio.
«Se entro due minuti l’area non sarà sgombrata, i miei uomini
prenderanno le generalità a tutti i presenti.» La voce di Anglesio risuonava
tra i muri scrostati. «E sarete convocati al comando. Alle sette del mattino.»
Brontolando, la folla iniziò a disperdersi, mentre le nestre si svuotavano.
Anglesio levò gli occhi verso la casa di fronte. Al primo piano, una donna
dalla crocchia bianca restava sera ca al davanzale.
«E quella?»
«È la vedova Pastorino, colonnello.» Ferrari fece un gesto vicino
all’orecchio. «Sorda comme una campann-a.»
Anglesio gli lanciò il megafono.
«E che si goda lo spettacolo, allora.»
S’incamminò rabbiosamente verso la riva. L’abito di lino gli pesava sulle
spalle e rivoli di sudore gli correvano lungo la schiena. Si s lò la giacca e
sollevò il panama per tergersi la fronte. Accanto al gozzo, un anziano
pescatore in canottiera rispondeva alle domande di un appuntato.
Ignorandoli, Anglesio si sporse oltre il bordo della barca.
Il cadavere giaceva su un anco, le ginocchia sollevate n quasi al mento.
Accanto, un sacco di juta. La maglia blu di lana grossa – maglia da pesca
notturna, pensò Anglesio – era incrostata di sangue coagulato. L’origine era
evidente. Una ferita larga, slabbrata, all’altezza del rene destro. Però di
sangue ce n’era poco dentro il gozzo. Emorragia interna.
«Hai raccolto le testimonianze?» domandò senza voltarsi.
«Sissignore», l’appuntato accennò al pescatore, «il Bruzzone ha riferito...»
«Io e il Bruzzone ci conosciamo bene.» Anglesio lo interruppe. «Balarin,
l’hai trovato tu?»
«De bonn’öa. Stamattina presto. Sono venuto per arrangiâ a rae. Per
riparare la rete.» L’uomo si arruffò i capelli candidi. «Ieri non ho fatto in
tempo. Sono arrivato per primo. Come tutti i giorni, lo sapete.»
«Adesso si usa il lei, Balarin. Il Duce non c’è più.»
«Come preferite.»
«Continua» sospirò Anglesio.
«Il gosso era a pochi metri dalla riva. Le onde lo portavano avanti e
indietro. Così sono entrato in acqua e l’ho trascinato sulla sabbia.»
Anglesio si voltò a osservare il mare. «La corrente tira verso la costa.»
Il vecchio annuì.
«C’era qualcun altro quando lo hai trovato?»
«No ghera nisciun. Mi sono accorto del morto solo sulla spiaggia. Allora
ho chiamato il comando.» L’uomo ammiccò. «Non mi piace la polizia, lo
sapete.»
«Lo so. Hai fatto bene. Lo conosci?»
«Mai visto.»
«E la barca?»
«Manco. Non è di qua.»
«Hai toccato qualcosa?»
«Niente.»
«Bravo.» Anglesio tornò a studiare il cadavere. Una quarantina d’anni,
corporatura e statura medie. Muscoloso. Capelli a spazzola. Il viso,
seminascosto da un braccio, aveva un’espressione di sorpresa. Gli occhi
erano spalancati, vitrei.
«Va’ pure a casa.» Anglesio si rimboccò le maniche della camicia e in lò
la cravatta tra un bottone e l’altro. «Domani vieni al comando per la
deposizione.» Un mezzo sorriso. «Come sta Adelaide?»
«Sta bene, colonnello. Quando venite a pescare?»
«La settimana prossima, magari. Ti avviso il giorno prima.»
«All’alba mi trovate qui.» Il vecchio si strinse nelle spalle. «Sempre.» Poi,
senza salutare, si voltò e si allontanò.
Mentre Anglesio afferrava il braccio del cadavere, si udì la voce
preoccupata dell’appuntato.
«Mi scusi, signore, ma non abbiamo ancora fatto i rilievi.»
«E li farete dopo» grugnì Anglesio. «Chiamami Vercesi, piuttosto.» Liberò
il braccio dalla manica del maglione. Nessun tatuaggio. Dischiuse a fatica le
dita del cadavere. Il rigor mortis era quasi completo. Con il caldo di quel
luglio, era difficile stabilire l’ora dell’omicidio. Durante la notte, certo. Ma per
capirlo non ci voleva Einstein.
Vercesi si era chinato accanto a lui, il respiro pesante.
«Dovresti dimagrire, Vercesi.»
«Come dice lei, signor colonnello. Ma la Olga la conosce. Se non fa primo
e secondo non è contenta.» Mentre Vercesi parlava, i suoi occhi studiavano
attenti le dita del cadavere. «Non ha le mani di un pescatore.» La pelle era
liscia, le unghie ben curate. Nessun callo.
«E indossa scarpe da città. Suola di cuoio.» Sbuffando, Anglesio fece leva
sulla schiena del morto. «È rigido. E stanotte faceva caldo. Potrebbero averlo
ucciso tra mezzanotte e l’alba.»
Con uno sforzo, il cadavere venne girato sull’altro anco. La tasca destra
dei pantaloni era rigon a. Anglesio vi frugò aiutandosi con un fazzoletto.
«Guarda qui.»
La pistola era pesante. Un’automatica. Dalla canna sporgeva un cilindro
tozzo e brunito.
«Un silenziatore.»
«Emme. Le. Millenovecentotrentacinque. A» compitò Vercesi sul carrello
dell’otturatore. «E cos’è?»
«Pistolet Automatique, Modèle mille neuf cent trente-cinq, A.» La voce di
Anglesio era assorta. «Una 7.65 francese. Una pistola da guerra.»
«E che ci fa su un gozzo, a Genova?»
«Quando eravamo con i partigiani circolava di tutto. Nagant, Browning,
P38.»
«Mi ricordo una pistola giapponese.»
«Una Nambu. Era una Nambu.» Anglesio fece un mezzo sorriso.
«L’abbiamo portata via a quel repubblichino con i baffi. A Vado.» Sorrise
anche Vercesi. «Marzo del ’44. Lo sciopero della Brown Boveri.»
«Già. Marzo del ’44. Quando hanno preso Giacomo.» Gli occhi di
Anglesio si erano fatti lontani. «Giacomo Buranello.» Si riscosse. «Basta.
Ricordare i morti non serve a niente. L’Italia è piena di armi non denunciate.
I nostri e i fascisti se le tengono sotto il materasso, cariche.»
«Mio cugino in cantina c’ha un bazooka.» Il maresciallo scosse la testa.
«L’ha trovato a Montecassino e se l’è portato a casa. Dice che non si sa mai.»
«E bravo il cugino. Ma qui il problema non è la pistola. È il silenziatore.»
«Un’attrezzatura da professionisti.»
«Proprio così.» Anglesio annusò la canna della pistola. «Ha sparato di
recente.» Sempre usando il fazzoletto estrasse il caricatore. «Mancano due
pallottole.»
Vercesi si era allontanato di qualche passo, scorrendo l’interno del gozzo.
«C’è qualcos’altro, qui sotto.» Il maresciallo era chino a testa in giù, le dita
che sollevavano il pagliolato. Riemerse reggendo una borsa di tela verde.
«Dev’essere scivolata.»
«Una bisaccia militare.»
«Solo roba da mangiare. Pane.» Vercesi estrasse una pagnotta. «E queste.»
Nel palmo aveva due cipolle.
Anglesio posò con cautela la pistola e tese la mano. Le cipolle avevano la
forma di una aschetta e la buccia era setosa, di un rosso cupo, come il vino.
«Non ne ho mai viste così. Le nostre sono più rotonde e più chiare.»
Vercesi avvicinò il volto, utando. «Bon odòr.» Sorrise. «Con patate e cipolla
dentro l’orto, mai di fame nessuno è morto.» Chiuse bruscamente la bocca
sogguardando Anglesio. Ma il colonnello continuava a ssare le cipolle con
la fronte aggrottata.
«Dammi un coltello.»
Anglesio pelò una delle cipolle e ne tagliò una fetta sottile. La mise in
bocca e ne offrì un’altra a Vercesi.
«Dulsa» bofonchiò il maresciallo. «È dolce.»
Anglesio annuì lentamente. Prese la bisaccia e vi in lò la cipolla ancora
intera.
«Nemmeno tu ne hai mai viste così, hai detto?»
«Nossignore. E la Olga gira tutti i mercati perché dice che la roba buona
si fa fatica a trovarla.» Vercesi allargò le braccia. «Chissà da dove viene.»
«Già.» Anglesio si risollevò. L’appuntato e i due carabinieri li osservavano
in silenzio, gli occhi sgranati che s’affrettarono a volgere sulle scarpe non
appena il colonnello li ssò.
«Che avete da guardare? I rilievi, subito.» Con un cenno, Anglesio fermò
l’appuntato. «Tu sei Dadone, vero?»
«Sissignore.»
«E hai famiglia?»
L’appuntato, rigido sull’attenti, era pallido.
«Sissignore.»
«E come hai fatto a sposarti così presto? Una dispensa?»
«Nossignore. Non sono sposato.»
«E cosa diavolo sei?» Il tono di Anglesio era pericolosamente mite. «Hai
famiglia o no?»
«Ho i miei genitori, signor colonnello. A Genola, in Piemonte. E tre
fratelli.» L’appuntato s’era fatto ancora più pallido. «E due sorelle» aggiunse
rapidamente. «Wanda ha tredici anni...»
«Sì, sì, basta così. Vivi in caserma, insomma.»
«Sissignore.»
«Allora prendi la sporta che c’è sulla Lambretta e portala al cuoco. Digli
di usarla per voi.» Anglesio si cacciò le mani nelle tasche in cerca di un
toscano. Niente cena, l’indomani. E non aveva ancora fumato, quella
mattina. «E lasciami la borsa in ufficio, ché ho solo quella! Tu, Vercesi, porta
la pistola al comando e cerca di scoprire chi è il morto. Fa’ i soliti
accertamenti. Impronte, casellario e tutto il resto. E controlla bene il gozzo.
Balarin dice che non è di qui.»
«Sì, signor colonnello.» Vercesi indicò il cadavere. «Sembra un militare»
annuì pensoso. «Con quei capelli.»
Anglesio ri etté per qualche secondo, poi controllò l’Omega. «Quasi
l’una. Se corro faccio ancora in tempo.» Si passò la cinghia della bisaccia
sulla spalla. «Questa la prendo io, per il momento. Tu torna con la
Campagnola. Ci vediamo dopo.»
Mentre il colonnello si allontanava a passo veloce, Vercesi scosse la testa.
«Pover om. Gnint sèna. Neanche questa volta.»

4
Al mercato stavano smontando i banchi. Anglesio lasciò la Lambretta in uno
degli spazi liberi e assicurò la catena con un gesto meccanico. Si avviò,
nell’aria umida e immobile, tra le cassette che i venditori caricavano su
furgoni Ape di di un verde tenue. Il sole era pallido, ltrato dalla coltre d’afa.
Oltrepassò un vecchio che curvava la schiena frugando tra i ri uti. Dalle
verdure appassite cadute a terra saliva un odore acido e fresco.
Quando Anglesio raggiunse il fondo del mercato, Vito stava servendo
l’ultimo cliente. Il siciliano chiuse con cura l’involto di patate e fagiolini e
strizzò l’occhio al colonnello.
«Le trovaste, le vostre cipolle?»
«Forse.» Anglesio rovistò nella bisaccia. «Che mi dici di questa?»
Vito portò la cipolla alle narici con aria dubbiosa. Poi, il volto gli si aprì in
un sorriso.
«Che biddizza.» Aspirò a lungo. «Cipudda ri Tropea. Col purpu la dovete
fare. Assaggiatela e mi direte.»
«Sì, va bene.» Anglesio annuì. «Ora però ho bisogno di uno sforzo. Devi
dirmi dove le posso trovare.»
«È lavoro, allora?» Scosse il capo. «Non importa, scusate. Stamattina,
quando ve ne andaste, mi sforzai per farmi vèniri in menti chi la teneva qui a
Genova.» Vito si fece serio. «E ricurdai che mia moglie, l’anno scorso,
comprò le cipolle e ci fece ’u purpu. Dice che quelle che vendo io non sono
buone così.»
Anglesio si sporse oltre il banco. «Fammi parlare con lei.»
«A Palermo è.» Vito si strinse nelle spalle. «Dalla sorella che ha partorito.
E quella non sa nemmeno cos’è il telefono.»
«Quando torna?»
«Una simana? Un misi?» Il siciliano abbassò gli angoli della bocca. «E chi
lo sa?»

Il comando pareva deserto. Anglesio nì di contro rmare una serie di


denunce – piccoli furti e un barbone accoltellato alle Mura di Malapaga, giù
al porto – e fece capolino nella stanza accanto.
«Hai nito con il rapporto?»
Dadone sollevò lo sguardo dalla vecchia Olivetti, il volto subito arrossato.
«In questo momento, colonnello.»
«C’è qualcosa di nuovo?»
«Niente di più di quello che ha già visto lei.» Dadone s lò i due fogli dal
rullo, ripose ordinatamente la carta copiativa e tese il rapporto ad Anglesio.
«Testimoni?»
«Nessuno.»
«E del morto?»
«Non si sa niente. Vercesi è uscito due ore fa e non è ancora tornato.»
«Va bene. Io vado a casa. Se c’è qualcosa di nuovo, telefonatemi.»
«Sissignore.»

Sugli scalini di Salita Santa Brigida i bambini giocavano con biglie di


terracotta e dalle nestre aperte veniva profumo di sugo e di minestra. Più
avanti, lo sfrigolio dell’olio annunciava che Barba Angel cucinava le zucchine
ripiene, come ogni sera. E come ogni sera avrebbe litigato con la moglie, che
ci voleva mettere la menta. Anglesio attraversò piazza dei Truogoli,
accennando un saluto al vecchio seduto di fronte al ferramenta, e in lò le
chiavi nel portone di casa. E poi le scale, no all’ultimo piano.

Rimase alla nestra della cucina qualche minuto, osservando i vicoli della
città e le gru del porto, sino al mare in lontananza. Poi sbirciò nella
ghiacciaia semivuota. Uova, burro, olio, un pugno di fagiolini sempre più
malinconici, due fette della cima preparata il giorno prima da sua madre.
Non faceva la spesa da una settimana, sempre in attesa di quella cena che
avrebbe dovuto rimandare un’altra volta. E nemmeno cucinava, e questo lo
faceva sentire a disagio. Incompleto.
Si decise. Lavò i fagiolini e li mise in una pentola d’acqua salata. Per
aprire il barattolo delle acciughe sotto sale dovette togliere il pesante sasso
che premeva sul coperchio di legno. Ne deliscò alcune, sciacquandole
appena, e tritò uno spicchio d’aglio che fece soffriggere lentamente con due
cucchiai d’olio. Lasciò sciogliere le acciughe nel soffritto, schiacciandole con
una forchetta e godendosi intanto l’odore aspro che saliva dai fornelli. Cotti i
fagiolini
– ancora un po’ croccanti, Enrico, diceva sempre sua madre –
li versò nella padella e li fece saltare mescolando bene. Pepe nero, a
volontà.
Cenò su una tovaglia pulita, fagiolini e cima, con una fetta di focaccia e
mezza bottiglia del Pigato che gli aveva procurato Vercesi. Sparecchiò, lavò
rapidamente piatto e pentole e sedette in poltrona, accanto alla radio, un
toscano tra le labbra. Doveva telefonare per rimandare la cena. Ma prima
non ne aveva avuto voglia, e adesso era tardi. Troppo tardi.
Stava dormicchiando durante una replica di Filumena Marturano,
quando lo squillo del telefono si sovrappose alla voce di Eduardo De Filippo.
«Colonnello? Vito sono.»
«Vito?» Nella confusione di quel mezzo risveglio, faticò a riconoscere
l’accento siciliano. «Ah, Vito. Che vuoi?»
«Mi scusi se la disturbo a casa. Mi diede il numero il maresciallo
Vercesi.» La voce di Vito si inframmezzava a voci e tintinnio di bicchieri. Il
siciliano doveva chiamarlo da un caffè ancora aperto.
«Hai qualcosa per me?»
«Stasera mi chiamò la moglie, qui al bar, e scesi giù.»
«E allora?»
«Allora mi feci dire.»
«Vai avanti.» Anglesio si frugò in tasca, in cerca di un altro toscano.
«Lei dice che quelle cipolle le tiene solo l’algerino.»
«L’algerino?»
«Qui lo chiamano così. Il nome vero non lo conosco. Ha un deposito a
Sottoripa. E gli arrivano le verdure anche dal Sud.» Vito fece una pausa.
«Dovrebbe avere una sessantina d’anni.»
«Sai l’indirizzo?»
«No. E nemmeno la moglie se lo ricorda. Dice che è dietro piazza
Caricamento.»
Dopo che ebbe riattaccato, Anglesio rimase per qualche secondo
immobile. Sprecò due ammiferi prima di riuscire ad accendere il toscano.
Non aveva senso andare adesso e cacciarsi in quel dedalo di vicoli alle spalle
di Caricamento. Bisognava aspettare la mattina, certo. Non aveva senso.
Però...
Fu in quel momento che sentì bussare.
Sulla soglia, le guance rosse come al solito, una camicia kaki stirata di
fresco, c’era un Vercesi dallo sguardo preoccupato.
«Che ci fai qui?»
«Buonasera, signor colonnello. Buonanotte, anzi. Sì, buonanotte. Io...»
«Tu...?»
«Le ha telefonato Vito, quello del banco?»
«Sì, ma entra.» Anglesio si fece di lato.
«Veramente...» Rimanendo sulla porta, Vercesi fece una pausa. «Ha
parlato anche a me dell’algerino. E delle cipolle.» Esitò. «Non è che le cerca
per la caponata, vero?»
«La caponata è andata, con questa storia.»
«Mi dispiace, signor colonnello. La signorina s’arrabbierà?»
«Lo sai tu?» Anglesio scrollò le spalle. «Io no.»
«Le ha già telefonato?»
«E piantala!» Anglesio aspirò violentemente e il fumo acre del toscano lo
fece tossire a lungo. Cosa si telefona a fare, a cinquant’anni, a una donna che
ne ha venti meno di te? «Sai qualcosa di quest’algerino?» disse a fatica.
«Gli algerini sono tre. Ho tirato giù dal letto un funzionario della Camera
di Commercio.» Il maresciallo aveva estratto un piccolo taccuino. «Legga lei.
Mi sono fatto dettare i nomi lettera per lettera.»
«Omar Djaout. Abdellah e Kaddour Djaout.»
«Padre e gli. Sono arrivati da Orano, prima della guerra. Omar è il
padre. Sessant’anni, nessun problema con la giustizia. Abdellah è sui trenta,
una cicatrice da ustione sul braccio destro. Sposato, ma la moglie è tornata
in Algeria. Kaddour è il più giovane, una testa calda. Un paio di risse con i
camalli del porto, ma poi il padre ha sistemato tutto.» Vercesi gon ò le
guance, lasciando uscire un lungo sospiro. «Hanno due furgoni e una volta
al mese scendono no al Sud. Calabria, Sicilia. Caricano peperoncini,
arance, melanzane, cime di rapa. E cipolle. Qui a Genova quelle di Tropea ce
le hanno solo loro, ma pare che se le tengano perché ce ne sono sempre
troppo poche. Ci fanno i loro piatti. Ne vendono qualcuna al dettaglio, a
gente che conoscono.»
«Se le tengono e se le mangiano.» Anglesio rimase con la mano sospesa in
aria, ssando la brace del sigaro. «Magari crude, con il pane.»
«Magari.»
«Dove conservano la merce?»
«In un deposito in vico della Lepre, vicino al casino... Con pardon, signor
colonnello. Vicino alla casa di tolleranza, intendevo.»
«Quella di zia Rina?»
Il maresciallo annuì.
«E sei venuto n qui per dirmelo? Non potevi telefonarmi?»
«Mi scusi, signor colonnello...»
Vercesi, pensò Anglesio, doveva avere la stessa faccia quando la Olga lo
trovava con la testa nella dispensa.
«Allora?»
«Mi son detto che se le avessi telefonato sarebbe partito subito per dare
un’occhiata al magazzino anche se è notte e quella di notte non è una bella
zona.» Il maresciallo aveva parlato tutto d’un ato. «Così... sono venuto per
accompagnarla.»
«E tua moglie? Non s’è arrabbiata a vederti uscire alle undici?»
«La Olga m’ha quasi spinto fuori di casa. Va’ dal signor colonnello, mi ha
detto, va’, testone, ché ha bisogno di te.»
«Ha pensato bene, la tua Olga.» Anglesio annuì. «Aspetta che metto la
giacca.» Diede le spalle a Vercesi. «E grazie» disse tra i denti. In lò la giacca
e prese le chiavi. «Andiamo.»
«Viene così?»
«E come devo venire?» Anglesio ssò il maresciallo per qualche secondo,
poi, scuotendo il capo, si diresse verso la camera da letto. Aprì il secondo
cassetto del comodino, quello chiuso a chiave.
In lò la Beretta nella tasca dei pantaloni.

Lasciarono la Lambretta all’ingresso del vicolo illuminato dalla luna.


Incrociandoli, un uomo in abito grigio affrettò il passo e volse il capo verso il
muro. Per il resto, vico della Lepre era deserto.
«L’uomo è fuoco e la donna è stoppa» sentenziò Vercesi. «Lo diceva
sempre la me mama. E quello era un cliente della zia Rina.»
«Smettila. Sai dov’è il magazzino?»
«Subito, signor colonnello.» L’espressione compunta, Vercesi s’era fermato
di fronte a una serranda chiusa da un pesante lucchetto. Indicò il
lampioncino che illuminava una porta dall’altro lato del carruggio. «Là c’è la
casa di tolleranza. E questo...» Il numero civico si leggeva a stento.
«Dovrebbe essere il magazzino di Omar.»
«È nuova.» Anglesio esaminava la serranda. «E deve costare parecchio.
Gli altri negozi hanno tutti le imposte di legno.»
«Gli affari gli andranno bene.»
«Forse. Ma tu prenderesti tante precauzioni per qualche cassa di
verdura?» Anglesio ssò la porta illuminata del casino. «La conosci?»
domandò bruscamente.
«Chi, signor colonnello.»
«Zia Rina.» Il viso di Anglesio era impassibile.
«Per lavoro... sì, insomma, controlli...» Vercesi abbassò il capo. «La
conosco, signor colonnello.»
«Bene. Allora andiamo a vedere se sa qualcosa.»

L’ingresso della casa di tolleranza era caldo di luce. La bionda dai lineamenti
pesanti che aveva aperto la porta schiuse le labbra in un sorriso.
«E chi c’è qui?» Appoggiandosi allo stipite, squadrò Anglesio da capo a
piedi. «Uno nuovo. Un bel moretto.» Lasciò scivolare la vestaglia rosa dalle
spalle nude, facendo intravedere un seno. Poi, dietro Anglesio, fece capolino
Vercesi.
«Carabinieri?» Il tono della ragazza era subito mutato.
«Non è il caso di spaventarsi.» Anglesio mostrò il tesserino. «Vogliamo
parlare con la signora.»
«È di sopra.» Il volto della bionda era impallidito nonostante il trucco. Si
fece da parte. «Si accomodino.»
Entrarono in un’anticamera tappezzata da carta color cipria, con spesse
tende di velluto alle nestre. Su una parete, un grande acquario gremito di
pesci rossi. Nell’aria stagnava un sentore pesante ma non sgradevole, misto
di acqua di colonia, sudore, tabacco. Dai battenti di una porta chiusa
provenivano risate femminili e bassi maschili. Il rumore di un bicchiere
infranto, un gridolino e un coro di risate. La musica di un 78 giri.
«Vado a chiamare la signora.» Titubante, la ragazza si diresse verso un
cancelletto di ferro battuto. «Un momento.» Scivolò in una stretta cabina di
legno richiudendosi il cancelletto alle spalle.
Nell’ingresso frusciava lo swing del Quartetto Cetra.
Dimmi un po’ Sinatra come fai?
Le conquisti tutte, come mai?
Solamente quando canti tu
lacrime d’amore cadon giù.

«Anche l’ascensore.» Con una smor a, Anglesio studiò uno stemma


semicancellato sulla parete. «Una vecchia casa nobiliare.» Si rivolse a Vercesi
con tono innocente. «Tu ci vieni spesso? Per lavoro, naturalmente.»
Vercesi evitò di rispondere grazie al rumore metallico dell’ascensore che
ritornava a terra. La donna che ne uscì poteva avere qualsiasi età tra i
quaranta e i cinquanta. Capelli brizzolati, occhi privi di trucco, un velo di
cipria sulle guance. Un tailleur semplice, color tortora, una camicetta dal
colletto di pizzo chiusa no all’ultimo bottone. Una segretaria, pensò
Anglesio. Una segretaria con gli occhi da padrona.
«Buonasera, colonnello.» La voce era bassa, con un forte accento
napoletano. «Noi non ci conosciamo.» Zia Rina fece un lieve cenno del capo
a Vercesi. «Buonasera, maresciallo.» Sorrise ad Anglesio. «Posso esservi
utile? Non credo che siate qui... per piacere.»
«Semplice routine. E niente che la riguardi direttamente.»
«Meglio così. Non sono mai tranquilla da quando quella signora si
occupa tanto di noi.» Zia Rina stirò le labbra in un sorriso sottile. «La
senatrice. Merlin, mi pare.»
«Merlin.» Anglesio annuì. Zia Rina sembrava una donna intelligente. E
cauta.
«Volete sedere?»
«Siamo di fretta.»
«Mi dica, allora.»
«Lei conosce il signor Djaout?»
«Mi scusi?»
«Omar Djaout.»
«Omar?» Una lieve esitazione. «Ah. L’algerino. Ha il deposito poco
lontano.»
«Lo conosce?» Il tono di Anglesio era noncurante.
«Ci salutiamo.» Questa volta la risposta era stata rapida, pensò Anglesio.
Forse troppo. «Lui apre quando io vado a dormire.» Un’altra esitazione. «E
un paio di volte il ragazzo più giovane è venuto qui.»
«Kaddour?»
«Mi pare. Chi si ricorda quei nomi strani?» La donna indicò un tariffario
appeso al muro. «Deve aver chiesto la doppia.» Inarcò le sopracciglia.
«Settecento lire. Una sciocchezza per ragazze come le mie.»
«A che ora apre Djaout?»
«Non lo so. Ieri comunque era chiuso e non ho visto nessuno. Né lui, né i
gli.» La donna pareva più tranquilla.
«Sono via? Al Sud, forse?»
Zia Rina si strinse nelle spalle. «I furgoni li tengono da un meccanico qua
vicino. Stamattina, quando sono andata dalla pettinatrice, erano ancora lì.»
«Dov’è questo meccanico?»
«Piazza San Luca.»
«Si sono assentati altre volte? Tutti insieme, intendo?»
«Non lo so.» Un rapido sorriso. Zia Rina aveva ancora delle armi nel suo
arsenale di seduttrice. «Non spio i miei vicini.»
«Ho capito.» Anglesio annuì, l’espressione svagata. «Bene, Vercesi. Non
abbiamo altro da domandare, direi.»
Mentre il maresciallo lo guardava perplesso, Anglesio si avviò alla porta.
«Andiamo. E scusi il disturbo.» Si voltò, le dita già sulla maniglia. «Ah,
sì» si portò la mano alla fronte scuotendo il capo. «Che sciocco! Lei ha detto
che uno dei gli frequenta la casa.»
«Non è proprio così.» Zia Rina ricambiò lo sguardo. «È venuto solo una
volta o due.»
«E si potrebbe parlare con la ragazza? O le ragazze?»
«Oh.» La donna arricciò le labbra. «Mi faccia pensare.» Sollevò lo
sguardo verso il soffitto. «Mi pare fosse Rachele, la brunetta.» Annuì
lentamente. «Sì. Ne sono sicura. Era proprio Rachele.»
«Ce la potrebbe chiamare?»
«Mi spiace davvero.» Un altro sorriso. «È ritornata a casa. Al paesello,
come si dice.»
«Capisco. E dove?»
«Non saprei proprio.» Sempre sorridendo, zia Rina si strinse nuovamente
nelle spalle. «Campania, Calabria. Chissà.»

8
«Non era contenta che le domandassimo di Omar.»
Sui tetti di vico della Lepre i gatti si scambiavano s de e amori. La luna
illuminava una serie di cirri azzurrini.
«No.» Anglesio masticava il toscano spento. «Per nulla.»
«E la storia della ragazza...»
«Magari si chiama davvero Rachele, ma certo non è tornata al Sud.»
«Controllo negli elenchi o chiediamo un mandato?»
«Con calma.» Anglesio studiava la serranda del magazzino. «Ora
abbiamo altro da fare.» Si guardò intorno. «Vediamo.» Si accoccolò di fronte
al lucchetto, attento a non sporcare l’abito chiaro. «Mettiti dietro di me e
tieni d’occhio se arriva qualcuno.»
La fronte aggrottata, Vercesi si spostò laboriosamente alle spalle del
colonnello. Il carruggio era deserto, le nestre delle case, buie.
«Nessuno.»
Un tintinnio. Nella mano di Anglesio era comparso un anello metallico
da cui pendevano sottili ferretti di varia forma.
«Ma dove li ha scovati quei grimaldelli, signor colonnello?» Vercesi
scoppiò in una risata soffocata.
«Uno scambio equo. Ho chiuso un occhio con un vecchio scassinatore.
Lui ha restituito la refurtiva.» Anglesio sbuffò. «E dài, gira» bofonchiò
armeggiando sul lucchetto. «Ah, ecco.» Un clic sonoro.
Rialzandosi, Anglesio fece scorrere in alto la serranda. «E in cambio mi
ha dato questi e mi ha insegnato a usarli.» Rimise l’anello in tasca. «È ben
oliata.» Risalendo, la serranda aveva emesso solo un sottile gemito. «C’è una
porta, ancora.» Tentò la maniglia.
Il battente si aprì con un lieve scricchiolio.
Si guardarono.
«’Na seranda tuta nèùva...» mormorò Vercesi.
«E una porta solo accostata. Non mi piace.»
Senza una parola, Vercesi slacciò la fondina ed estrasse la pistola.
«Anche lei, signor colonnello.»
«È un ordine?»
Il maresciallo ssò Anglesio senza rispondere.
«D’accordo. D’accordo.» Anglesio controllò che la sicura della Beretta
fosse in posizione orizzontale e fece scivolare un colpo in canna.
«Permette, signor colonnello.» Vercesi fece un passo innanzi. «Vu avanti
mi.»

Il magazzino era immerso nel buio. Solo la serranda sollevata lasciava


trapelare una lama di luce. La luce del bordello, pensò Anglesio. Sentiva la
bocca asciutta, i muscoli indolenziti. Rimase immobile nell’ombra, la Beretta
puntata davanti a sé, le orecchie in ascolto. A poco a poco iniziava a
distinguere la struttura del deposito. Un locale lungo, che attraversava
l’intero fabbricato. Casse accumulate contro le pareti n quasi a ostruire il
passaggio, una grossa stadera, un carretto a due ruote, con le stanghe rivolte
in alto, come braccia alzate. Una scala a pioli appoggiata per il lungo contro
il muro. Odore di chiuso, di verdure che iniziavano a marcire.
Anglesio girò lo sguardo verso destra.
Sussultò.
A pochi metri da lui, più oscuro del buio, un uomo avvolto in un
impermeabile.
Le dita gli si irrigidirono sulla pistola, mentre nello stomaco gli si apriva
un vuoto.
Un respiro roco. Vicino. Ansimante.
Tese il braccio armato facendo scattare la sicura.
Poi, il respiro divenne quello di Vercesi, e l’immagine dell’uomo con
l’impermeabile si ricompose in una serie di lunghi grembiuli neri appesi al
muro. Sentì le mani diventare prima fredde e poi bollenti. Abbassò la pistola
e, con un cenno a Vercesi, iniziò a spostarsi lungo la parete. Il locale
sembrava deserto.
«Nessuno» disse, e il mormorio rimbombò sotto l’alto soffitto.
«Accendo la luce?» Anche Vercesi aveva sussurrato.
«No.» Anglesio ripose la pistola. «Riesci ad abbassare la serranda da
dentro?»
«Ci provo, signor colonnello.»
Un fruscio metallico rotto dallo sbuffare di Vercesi.
«Fatto. Ci ho in lato sotto una trave. Così possiamo fare leva per uscire.»
«Bene. Adesso accendi.»
Il neon illuminò lo stanzone con una luce cruda e gelida. Non c’era altro,
oltre le casse. Solo la scala, la bilancia e il carretto. Due nestre dagli scuri
serrati, alte sulla parete di fondo.
«Non c’è un ufficio? Una stanza per tenere registri, conti?» Anglesio si
avvicinò alle casse. Fagiolini, melanzane, zucchine, peperoncini.
Cipolle.
Solo una decina, rosse come il vino, setose. «Eccole» mormorò. Sarebbe
bastato farne scivolare due in tasca e la sua caponata sarebbe stata al sicuro.
Tastò invece una melanzana, saggiandone la consistenza. «La verdura
sembra ancora fresca.»
«Eppure c’è odore di marcio.»
«Sì.» Il colonnello lasciò ricadere la melanzana percorrendo il locale con
lo sguardo.
C’era qualcosa. Qualcosa.
«L’uomo con l’impermeabile.»
«Come dice, signor colonnello?»
Ma già Anglesio era davanti ai grembiuli appesi e li strappava dalla parete
con gesti bruschi.
Una porta. Nascosta dai grembiuli che qualcuno aveva accumulato.
«Ed ecco l’ufficio.» Anglesio scosse la maniglia. «Chiusa.»
«Bèla rubusta, la seradura.» Vercesi si chinò. «E qualcuno ha in lato della
stoppa sotto il battente» aggiunse lentamente. Fiutò. «Spussa.»
Quando Anglesio tornò a estrarre il mazzo di grimaldelli, aveva le dita
percorse da un lieve tremito. Si piegò su un ginocchio, lo sguardo alla toppa,
e scelse un ferro piatto e sottile con la punta a forma di rombo. Lo
introdusse nella serratura e cercò con cura i pistoncini, allineandoli uno a
uno.
Nella strada, il rumore di una porta. Risate. Qualcuno stava uscendo dal
bordello.
«Hai una torcia?»
«Sì, signor colonnello.»
«Va’ a spegnere i neon. Da sotto la serranda passa la luce.» Anglesio
aspettò, immobile, che Vercesi tornasse.
«Fa’ luce sulla serratura.»
Ancora un po’ di pressione sui pistoncini. Ecco.
«Adesso devi aiutarmi. S la dall’anello il ferro con la punta ondulata e
passamelo.»
«Quello che sembra ’n serpenton?»
«Quello.»
Anglesio in lò il secondo grimaldello di anco all’altro e ruotò
delicatamente verso sinistra. Niente. Mosse appena il grimaldello, aumentò
la pressione, ruotò ancora. Uno scatto. Un altro. Vercesi fece un passo
indietro, la pistola puntata, mentre Anglesio si appoggiava alla porta con
tutto il peso per aprirla.
L’odore di decomposizione era denso come miele. Anglesio cercò a
tentoni l’interruttore.
Abbassò la levetta di ceramica.
Non vide subito quel che c’era sul pavimento. I suoi occhi lo s orarono e
poi vagarono lungo la stanza. Un tavolo di metallo, una macchina da
scrivere, documenti. Un calendario appeso alla parete, congelato sulla data
di due giorni prima. Una nestra dagli scuri chiusi. Uno schedario di legno.
Poi, si costrinse a guardare.
I cadaveri sembravano abbracciati sul battuto di cemento. L’uomo dai
capelli bianchi aveva un foro di proiettile nella nuca e stringeva tra le braccia
quello più giovane, come per lottare con lui. O per proteggerlo. Il volto del
più giovane era affondato nell’ascella del vecchio, quasi vi avesse cercato
rifugio. Il sangue, nero e secco, formava una larga pozza sul pavimento.
«E alla ne, Omar lo abbiamo trovato» disse Vercesi con una strana voce
bassa. Spostò delicatamente la spalla del vecchio. Il viso dell’altro uomo
semplicemente non c’era più. Una pallottola di medio o grosso calibro lo
aveva devastato, riducendolo a una maschera di carne. «Ha la pelle olivastra
anche lui. Dev’essere uno dei gli.» Si rialzò, con un rapido segno di croce.
«Requiem aeternam dona eis, Domine.» Portò l’indice alle labbra, con un
piccolo bacio, come i bambini quando si segnano. «Non mi abituo mai.»
«Neanch’io.» Anglesio scosse il capo. «Neanch’io.»
«Sono morti da giorni.»
«Almeno da due giorni. Da mercoledì.» Anglesio si avvicinò. In quel
lezzo insostenibile, in quella luce fredda, gli sembrava giusto essere lì, a
guardare, a osservare. A testimoniare la morte di un padre e di un glio,
abbracciati. «Il ragazzo ha le mani legate dietro la schiena. Ed era
imbavagliato.» S orò con le dita le gambe rattrappite del cadavere. La parte
inferiore dei pantaloni era impregnata di sangue. Trattenendo il respiro,
spinse via il corpo di Omar Djaout. «Guarda.»
Entrambe le ginocchia del ragazzo erano state sfracellate con un oggetto
pesante.
«C’è una leva. Qua, nell’angolo.» Con un fazzoletto Vercesi aveva
sollevato una grossa sbarra di metallo. L’estremità inferiore era chiazzata di
scuro.
«Lo stavano torturando.» La voce di Anglesio era priva di colore. «Come
facevano i repubblichini.»
«Buranello lo massacrarono così. A botte, per un giorno e una notte. E
poi lo fucilarono.»
«E noi eravamo là fuori, davanti a Forte San Giuliano. Nascosti. E non
potevamo fare niente.» Anglesio aprì e richiuse le mani. «Niente.» Chinò il
capo.
«Non serve pensare ai morti.» Vercesi gli s orò il braccio. «Lo ha detto
lei, ricorda?»
«Non ci hai creduto nemmeno tu.» Anglesio si strinse nelle spalle.
«No. Non c’ho creduto.»
Rimasero entrambi in silenzio. Poi, Anglesio si riscosse, le labbra pallide.
«Abbiamo un lavoro da fare. E qualcuno da prendere.» Indicò il cadavere
dal volto maciullato. «Volevano fargli dire qualcosa. E il padre dev’essere
sopraggiunto. Due soli colpi. Uno per lui e uno per Omar.»
«Un’esecuzione in piena regola.»
«Vedi se riesci a scoprirgli il braccio destro.»
«C’è una cicatrice. Sembra da ustione.»
«Abdellah.» Facendo un passo indietro, Anglesio urtò un oggetto che
rotolò via con un suono stridente, metallico. Si chinò. Un cilindro d’ottone
dai bordi lacerati. «E questo sembra il bossolo di una 7.65.»
«Come la pistola del morto di stamani.»
«Che non era un algerino.»
«Quello ha ammazzato il vecchio e il glio maggiore.»
«Possibile.»
«E il minore ha fatto la festa a lui.»
«Così sembra.»
«Lo avrei fatto anche io.» Nel chiarore crudo il volto di Vercesi era cereo.
Un fruscio dall’esterno. Forse un animale. Un gatto, un cane randagio. Un
topo.
Forse.
Con un gesto istintivo, Anglesio spense la luce. Tese la mano a Vercesi,
facendosi dare la torcia. Un altro rumore: uno stridio lieve.
«La serranda» mormorò Anglesio. Si acquattarono entrambi contro la
parete, estraendo le pistole. La serranda ora era sollevata e la debole luce
della strada illuminava il passaggio. Il resto del magazzino era immerso
nell’oscurità.
Passi. Cauti. Lo scricchiolio di suole di cuoio. Anglesio teneva la Beretta
con la canna puntata in basso. Vercesi gettò uno sguardo oltre la soglia per
subito ritrarsi, l’indice e il medio sollevati. Due dita. Due uomini. Anglesio
annuì e si rialzò silenziosamente. Impugnò la torcia con il pollice
sull’interruttore e sporse il braccio e la testa dalla porta. Trasse un respiro
profondo. Poi accese la torcia, tenendola lontana dal corpo.
«Fermi!» gridò. «Carabinieri!»
Un suono sordo, simile a un violento colpo di tosse. Un ronzio acuto,
come di una gigantesca zanzara, a pochi centimetri dalla sua testa. Uno
schianto. Lasciando cadere la torcia, Anglesio si gettò a terra, mentre Vercesi
esplodeva alcuni colpi alla cieca. Altri colpi di tosse in risposta, e pallottole
invisibili scheggiarono il telaio della porta. Uno scalpiccio rapido. Anglesio
si alzò in ginocchio, la pistola impugnata a due mani, il mirino e la tacca
della Beretta in linea con la luce proveniente dalla serranda.
Un’ombra scivolò fuori rasentando la parete.
Anglesio trattenne il respiro.
Un’altra ombra seguì la prima.
Anglesio sparò.
Un gemito soffocato.
Passi. Di corsa.
Silenzio.

Quando uscirono dall’ufficio, sedettero in silenzio sulle casse, al buio. Le


mani di Anglesio tremavano ancora. Fu Vercesi in ne ad alzarsi
pesantemente. Accese i neon e iniziò a esaminare il pavimento e le pareti del
deposito. Anglesio rimase immobile a lungo, il capo chino, la mente
attraversata da pensieri lenti. Non aveva provato paura, si rese conto, ma un
senso di ne imminente. Qualcosa che si sollevava dentro di lui, più forte di
lui. Qualcosa che lo attraeva e lo respingeva allo stesso tempo. Non c’è modo
di ri ettere, quando ti sparano. È solo dopo che la mente torna a muoversi;
solo dopo che capisci. Capisci che questa volta è andata ma che prima o poi
una pallottola o la malattia ti schianteranno, come una quaglia colpita in
volo. O che scivolerai sul pavimento ancora umido, un mattino, mentre ti
prepari il caffè.
«Ho raccolto una decina di bossoli, signor colonnello.» La voce di Vercesi
risuonò alle sue spalle. «Sono simili a quello che abbiamo trovato di là.»
«7.65.» Anglesio si frugò in tasca cercando la scatola dei toscani. Ne
accese uno con lente boccate, aspirando nché non si sentì girare la testa. Si
appoggiò al muro, i pensieri confusi. «Forse anche le pistole sono le stesse.
Modèle mille neuf cent trente-cinq, A.»
«Stesso calibro. Stesse pistole silenziate. Il morto del gozzo aveva dei
complici.»
«Quando è arrivato Omar sono stati costretti a uccidere lui e il glio.»
Anglesio si passò la mano sul pizzo. Odorava di cordite. «Ma perché hanno
torturato il ragazzo? Cosa volevano sapere?»
«Con pardon, signor colonnello ma, secondo me, quello del gozzo ha
agito da solo.» Vercesi scosse la testa rotonda. «Nell’ufficio c’erano solo due
bossoli e la pistola che gli abbiamo trovato in tasca aveva sparato due colpi.
Gli altri non c’erano.»
«E perché sarebbero venuti qui, stanotte?»
«Forse perché pensavano di trovarci Kaddour.»
«Sta in piedi» annuì Anglesio. «O forse cercavano l’informazione che il
loro complice non è riuscito a farsi dare. Magari un documento.»
«Il ragazzo non ha parlato.»
«Già.» Anglesio osservò rabbiosamente le casse di verdure. Ce n’erano
decine e decine. «Dovremo frugare dappertutto.» Scosse il capo. «In che
cazzo di affare ci siamo cacciati? Tortura. Armi militari. Silenziatori.» Batté il
pugno contro il muro. «E questo schifo di deposito, pieno di verdure.»
«Chiamo il comando, signor colonnello? Da zia Rina hanno il telefono.»
«Chi c’è stanotte?»
«Lazzari e Festuccia.»
«Lazzari va bene. Fallo venire e occupati di tutto. Quando hai nito
lascialo di guardia e vai a dormire. Avvisa anche la medicina legale.»
Anglesio si risedette pesantemente su una cassa vuota. Le mani avevano
smesso di tremare, ma lo stomaco era un nodo. Un nodo di ghisa, pensò.
«Che mestiere di merda. Non si dovrebbe morire così. Come Buranello»
disse sottovoce. «Non si dovrebbe morire. E basta.»
«Ghè d’andà avanti, signor colonnello. Ma lei è stanco. Vada a casa e lasci
fare a me, qui.»
«Sì.» Anglesio si rialzò. Le giunture gli dolevano, come al mattino,
quando scendeva dal letto. I cinquant’anni erano uno schifo. Una bestia che
ti azzanna. E non ti molla più.
«L’accompagno alla Lambretta.» Gli occhi di Vercesi erano preoccupati.
«Così vado a telefonare.» Uscendo, il maresciallo si chinò sull’acciottolato
del vicolo. «Ne ha ferito uno, signor colonnello.» Si voltò. «Sangue fresco.»

Filtrando attraverso le persiane accostate, il sole ritagliava una scala


luminosa sulla scrivania. Sul ripiano, nel chiaroscuro, una cipolla di Tropea,
una pistola Modèle mille neuf cent trente-cinq, A, un bossolo 7.65 e tre
fotogra e. Di cadaveri.
Anglesio si alzò bruscamente: gli oggetti parlano, ma lui quel giorno era
sordo. Spalancò le imposte, inspirando a fondo. La strada sottostante era
invasa dalla luce e i passanti si rifugiavano all’ombra dei tendoni verdi dei
negozi. Un ciabattino lavorava seduto davanti alla bottega. Un Ape carico di
blocchi di ghiaccio si fermò di fronte a un portone. L’autista scese, una
traversa di juta sulla schiena; con un lungo uncino s lò uno dei blocchi di
ghiaccio caricandoselo sulle spalle e scomparve nell’androne. Dalla
panetteria saliva l’odore della focaccia calda di forno.
«È permesso, signor colonnello?» Preceduta da un lieve bussare, la testa
di Vercesi si sporse nell’ufficio. «Ha staccato il telefono.»
«Se l’ho staccato è perché non volevo che mi rompessero i coglioni.»
Anglesio si voltò appena. «Scusami. Sono nervoso.»
«C’è una chiamata per lei. Urgente. Il comando di Legione.»
«E adesso me lo dici?»
Con un passo solo, Anglesio fu alla scrivania. Riattaccò il telefono e
premette più volte la forcella.
«Dadone, sei tu? C’è una chiamata per me? Passamela subito.»
Attese qualche secondo, guardando corrucciato Vercesi che pareva non
avere alcuna intenzione di uscire.
«Colonnello Anglesio?»
«Come sta, signor generale?»
«Bene, grazie.» La voce del generale di brigata Carmine Santoro era
fredda come sempre. «Conserva ancora la pessima abitudine di non
indossare l’uniforme?»
«In certi casi le persone si dano di più di un uomo in borghese.
Parlano.»
«Sciocchezze. Sarò costretto a farle rapporto.»
«Come crede, signor generale.»
«Novità?»
«Solita routine.»
«Lei chiama routine ritrovare tre morti ammazzati in un solo giorno? E
collegati fra loro, a quanto sembra?»
«Ecco, ci stiamo lavorando...»
«Bene.» Il tono di Santoro divenne, se possibile, ancora più gelido. «Di
questo volevo parlarle.»
«L’ascolto.»
«Due dei morti sono algerini. E come lei sa, l’Algeria è una colonia
francese. E questi tre cadaveri... pare interessino molto i nostri vicini oltre
con ne. Il ministro», nella bocca di Santoro la parola lievitava, adornandosi
di potenza e di meraviglia «il signor ministro, dicevo, mi ha fatto l’onore di
chiamarmi. Ha avuto un’importante conversazione con il suo... collega di
Parigi.»
Una breve pausa.
«Sì, signor generale?»
«In de nitiva, di questa faccenda si occuperanno loro, i francesi.»
«Sarò felice di collaborare. Devo prendere contatto con l’Interpol?»
«Non ha capito, colonnello. Da questo momento, lei non si curerà più di
questa storia. Per niente.» Un’altra pausa. «Due funzionari del governo
francese sono già stati incaricati del caso e stanno seguendo le autopsie. Noi
siamo fuori. Sono stato chiaro?»
«Chiarissimo, signor generale.» Anglesio controllò a stento il tono.
«Posso domandare i motivi del loro interesse?»
«No. Buona giornata.» Il generale Carmine Santoro aveva già riattaccato.
«Ci hanno tolto l’indagine.» Anglesio era rimasto con il microfono in
mano.
Con aria innocente, Vercesi si limitò ad aspettare.
«Pare che la cosa interessi i francesi.»
«L’Interpol, signor colonnello?»
«No. Si sarebbero messi in contatto direttamente con noi.» Anglesio
scosse la testa. «Algerini, francesi, un’indagine interrotta. Puzza di...»
«Di cosa, signor colonnello?»
«Niente.» Anglesio si strinse nelle spalle. «Tanto, noi ne siamo fuori.
Come dice il generale.» Fissò nel vuoto a lungo. «Siedi» mormorò. Rigirava
tra le dita la cipolla. Il segreto stava lì. «Perché tre omicidi intorno a un
deposito di verdure?»
«Perché non sono le verdure il punto.»
«Certo. Ma ci hanno condotto dai Djaout.»
«Solo da due di loro.»
«Nessuna traccia del terzo?»
«No, signor colonnello.» Vercesi allargò le braccia. «Ho mandato
un’informativa stanotte stessa. Ancora nulla. Stamattina presto sono tornato
là con Ferrari. Ho ispezionato l’ufficio. Niente. Poi sono andato a tirar giù
dal letto la Esposito.»
«La Esposito?»
«Zia Rina, signor colonnello.» Vercesi continuava a passarsi le mani nei
capelli, cercando di nascondere l’incipiente diradamento. «È nata a Napoli.»
«E che ti ha detto?»
«Che non sa niente. Ma non mi convince.»
«E la ragazza? Rachele.»
«È schedata. Rachele Destefanis, ventitré anni, di Scicli. Sparita anche lei.
La Esposito dice che è partita una settimana fa e le altre ragazze confermano.
Viveva nella casa di tolleranza, ma la sua stanza è vuota. Come se ci fossero
passate le cavallette.» Vercesi fece una pausa. «C’è una cosa. Marisa...»
«Chi è Marisa?»
«Una delle ragazze di zia Rina, signor colonnello.» Vercesi abbassò gli
occhi con aria noncurante. «Quella che ci ha aperto, ieri sera.»
«E allora?»
«La ragazza dice che Rachele e Kaddour erano danzati. E che Rachele
non lavorava più lì.»
«Quindi il ragazzo aveva chi poteva aiutarlo.»
«Proprio così.»
«Bene. Ci penseremo poi. Il cadavere sul gozzo, piuttosto. L’abbiamo
identi cato?»
«Nossignore. La barca è stata rubata tre giorni fa, a Voltri. Rubata e
regolarmente denunciata.»
«Hai interrogato il proprietario?»
«Un pescatore di settant’anni. Carabiniere in pensione. Niente.»
«Nessun indizio sul corpo?»
«Né documenti né altro. Abiti comuni, etichette tagliate. Un pacchetto di
sigarette e un accendino. La chiave di un’auto, una Fiat, probabilmente.»
«Di che marca è l’accendino?»
«Dupont. Mai sentito.»
«Un cognome francese. Uno dei più comuni. Proviamo a ragionare. Un
accendino francese. Pistole francesi. Il governo francese che blocca le nostre
indagini.» Anglesio succhiava pensoso un toscano spento. Lo accese, usando
due ammiferi. «Ricominciamo. Tu hai detto che a uccidere i Djaout
potrebbe essere stato l’uomo trovato in mare. Da solo. E probabilmente hai
ragione. È lui che Kaddour ha accoltellato. Vendetta.»
«Ma siamo sicuri che ci fosse Kaddour, nella barca?»
«Chi ha lasciato la bisaccia nel gozzo si era portato un pasto frugale: pane
e cipolla. Ma quelle cipolle, salvo rare eccezioni, se le tenevano i Djaout.»
Anglesio lasciò uscire dalle labbra una lenta nuvola grigia. «Con quello che
sappiamo è un’ipotesi buona come un’altra. L’uomo misterioso ammazza i
due Djaout. Poi rintraccia Kaddour.»
«E sono usciti per una pesca alla lampara?»
«Forse Kaddour gli ha detto che quel che cercava era da qualche parte
lungo la costa.»
«Una spiaggetta? Di quelle che ci vai solo in barca?»
«Sì. O un’altra barca, al largo.»
«Vero.» Vercesi si passò una mano sugli occhi. «Contrabbando.»
«Possibile.»
«E poi c’è questa Rachele. Potrebbe nascondere il ragazzo. Ma resta il
problema centrale. Perché Omar e Abdellah sono stati uccisi? Qual è il
movente?»
«Contrabbando» ripeté Vercesi. «Un regolamento di conti, qualcuno che
ha scon nato nel territorio dell’altro...»
Anglesio si alzò, passeggiando per la stanza. «E perché diavolo se ne
occupano i francesi? Fino al punto di toglierci l’indagine?» Si accostò alla
nestra. Di sotto continuavano a sfornare focaccia e il suo stomaco si stava
lamentando. E doveva telefonare per rimandare la cena. Il pensiero lo
metteva di cattivo umore. «Quel barbone» disse d’un tratto. «Quello trovato
morto al porto.»
«Sì, signor colonnello.»
«È ancora a medicina legale?»
«Credo di sì. Avevo chiesto al dottor Spatuzzo di esaminare prima gli
altri.»
«Hai fatto bene. Chi c’è di guardia adesso al deposito?»
«Ferrari, signor colonnello. Ce l’ho accompagnato stamattina presto.»
«Ma tu sei andato a casa, stanotte?»
«Veramente no.»
«Vai a dormire allora?»
«E lei?»
«Pensavo di fare un paio di cose.»
«Magari» Vercesi strizzò gli occhi «magari sono le stesse che devo fare
anche io. Non ho mica sonno. Ho riposato un po’ qui, su una branda, e al
sogn l’è amis adla mort.»
«Allora d’accordo.» Anglesio si voltò con un sorriso sottile. «Va’ a
prendere una macchina. Io ti raggiungo subito.»
Mentre Vercesi usciva, Anglesio continuò a sorridere. Se si doveva
giocare a scacchi, lui era pronto.

10
«L’om, l’è come le zimaes.» Vercesi si portò un fazzoletto al naso. «Come le
cimici. Se lo schiacci, puzza.»
Nella sala di piastrelle bianche, la luce brutale si ri etteva sul letto
metallico e sulle vasche per la raccolta dei liquidi. Il dottor Spatuzzo, capelli
nerissimi e intrisi di brillantina, stava frugando nell’addome del cadavere
disteso sul tavolo settorio. Alle sue spalle, due uomini in borghese: abiti grigi
di cotone, camicia bianca, cravatta nera e sottile. Il più vecchio assomigliava
a un attore americano. Quello più giovane, capelli scuri pettinati all’indietro
e mandibola sporgente, sembrava attento a imitare ogni gesto del suo
superiore.
Anglesio spezzò tra i denti una mentina. James Stewart, ecco chi era
l’attore; quello di Winchester ’73. 1950, regia di Anthony Mann. Con Shelley
Winters e Stephen McNally. Masticò furiosamente: odiava le autopsie e
quella, in cui l’odore di Brylcreem si mescolava al fetore della morte, non era
meglio delle altre. Lasciò che la porta si chiudesse alle sue spalle con un
tonfo. Il medico legale sollevò il capo, scrutandolo da sopra i sottili occhiali
dorati.
«Il colonnello Anglesio direttamente nella mia umile dimora...» Spatuzzo
afferrò il cadavere per un braccio e con una manichetta diresse un getto
d’acqua nella cavità addominale. Tornò ad abbassare la testa, affondando le
mani nel cavo aperto, mentre un liquido rossastro si spargeva sul tavolo,
scivolando nelle gronde no al lavandino. Uno strappo, e il medico si
risollevò con un organo rossastro tra le dita.
«Siete interessato al nostro piccolo spettacolo?» Senza smettere di
esaminare l’organo – un rene, pensò Anglesio; quello era un rene –, il
medico continuò a parlare. «Quanta bella gente, oggi. Visite dalla Francia e
dai carabinieri.»
I due uomini in grigio ssavano Anglesio con volti immobili.
«Se è qui per i nostri algerini, colonnello, resterà deluso. Ho cominciato
con l’altro, quello trovato sul gozzo.»
«In realtà volevo sapere qualcosa del barbone ucciso al porto.»
«Ecco.» Il patologo aveva l’espressione soddisfatta di chi ha nalmente
messo le cose a posto. «Una sola ferita, punta e taglio.» Annuì, approvando
evidentemente la sapienza dell’operazione. «In pratica, ha reciso del tutto
l’arteria renale. Non c’era molto sangue sulla barca, vero colonnello?»
«No.»
«Vede? Morte quasi subitanea, per una violenta emorragia interna. Il cavo
peritoneale era pieno di sangue.» Il patologo posò il rene in una bacinella.
«Ah, il barbone. In realtà, come si dice, mi è rimasto indietro. Saprà
qualcosa domani.»
«Magni co lavoro, dottore.» Il più anziano degli uomini in grigio parlava
un italiano appena venato da un lieve accento francese. «Jacques» indicò il
collega più giovane «si occuperà del trasporto dei corpi.» Si avvicinò ad
Anglesio con uno scricchiolio di scarpe. Il volto magro era attraversato da
un sorriso solo accennato. «Lei dev’essere il colonnello Anglesio.»
«Lui.» Anglesio rispose con tono leggero.
«François Arnaud, Polizia di Mentone.» Il francese parlava senza quasi
muovere le labbra. «Vogliamo fare due chiacchiere fuori?»
«Prego.» Anglesio spinse la pesante porta.
Il corridoio era impregnato di un odore composito: disinfettanti,
putrefazione, dopobarba troppo intenso. Vercesi si allontanò di qualche
passo, facendo mostra di non ascoltare la conversazione.
«So che si occupava lei del caso.» Arnaud sorrise ancora. «Mi dispiace
togliere il lavoro a un collega.»
«Non si preoccupi.» Anglesio scrollò le spalle. «Di morti ce n’è per tutti.»
Indicò il cadavere. «Li portate via?»
«Abbiamo un furgone che aspetta fuori.»
«Capisco. Una procedura piuttosto irregolare o sbaglio?»
«Capita. Ha parlato con i suoi superiori?»
«Certo. E voi? Partirete subito per Mentone?»
«Noi ci fermeremo. Per le indagini.»
«Avrete bisogno di aiuto, allora.»
Arnaud scosse il capo. «Ce la caveremo» disse dopo un breve silenzio.
«Le chiedo solo l’autorizzazione di esaminare le carte del caso. Quello che
avete scoperto nora.»
«Nessun problema. Sono a sua disposizione.»
«Passerò più tardi al comando. Genova Portoria, vero?»
«Le farò preparare tutto.» Anglesio abbassò lo sguardo sulle scarpe del
francese. Vacchetta nera, morbide. «Magni che scarpe» esclamò.
Arnaud lo ssò sconcertato. «Mi scusi?»
«Ah, nulla.» Anglesio scosse il capo. «Sono un appassionato di scarpe.
Qui in Italia non se ne trovano di così belle. Suola di cuoio, vero?»
«Mais oui, sì, certo.»
«Solo difetto che scricchiolano. Ma forse perché sono nuove.» Anglesio si
chinò. «Che peccato. Una macchia, proprio sulla punta.» Si rialzò. «Ah, ma
ecco il suo collega.»
L’uomo più giovane si chinò all’orecchio di Arnaud, sussurrandogli
qualcosa. Arnaud si volse, il viso imperturbabile.
«Dobbiamo andare. Il dottor Spatuzzo sta iniziando l’autopsia degli altri
due. È stato un piacere conoscerla.»
«Anche per me. E buona fortuna!» Con un gesto entusiasta, Anglesio
diede una pacca sulla spalla sinistra di Arnaud. Il volto del francese si
contrasse in una smor a di dolore.
Mentre i francesi rientravano nella sala settoria, Vercesi si avvicinò al
colonnello con aria interrogativa.
«Il capo ha le scarpe che scricchiolano.» Anglesio si frugò nelle tasche. «E
una macchia di sangue su quella sinistra. E ha una spalla dolorante. Credo di
averlo colpito a un braccio, stanotte.» Sbuffò, irritato. «Ho nito i toscani.
Vieni, c’è un tabaccaio a cento metri.»
Lungo la strada, il sole colava come metallo fuso. L’aria umida lasciava
sulla pelle uno strato vischioso. Maccaia pensò Anglesio, allentandosi la
cravatta. Afa.
Vercesi gli camminava accanto scuotendo la testa. «Però, se quelli son
poliziotti, io sono Biancaneve.»
Anglesio si fermò sulla soglia del tabaccaio. «Ministri, pistole con il
silenziatore. Poliziotti francesi. C’è puzza di SDECE in questa faccenda.» Uscì
dopo pochi minuti, un toscano tra le dita. «Dammi il coltello.» Tagliò con
cura il sigaro a metà e ne in lò una in bocca. «Ecco» sospirò. «Andiamo.»
Vercesi rimase immobile, la fronte corrugata.
«Mi scusi, signor colonnello, ma io non mi muovo se non mi spiega cosa
diavolo è ’sto SDECE ?»
«Service de documentation extérieure et de contre-espionnage» bofonchiò
Anglesio. Studiò insoddisfatto la brace del toscano e la inumidì con un lieve
sputo. «Meglio.» Alzò gli occhi su Vercesi che continuava a ssarlo. «Servizi
segreti, Vercesi. È questa la merda in cui siamo niti.» Scosse il capo.
«Andiamo alla macchina, dài.»
Mentre stava per avviare il motore, il maresciallo si fermò. Mise le mani
sul volante.
«E noi che facciamo, signor colonnello?»
«Dovremmo mollare tutto. Come ci è stato ordinato.» Anglesio guardò
Vercesi con aria indifferente. «Perché? Tu che faresti?»
Solo le orecchie riuscirono a fermare il largo sorriso del maresciallo.
«Dove si va?» Accese il motore.
«Andiamo a trovare zia Rina.» Anglesio si accomodò meglio sul sedile,
aspirando profondamente il fumo aromatico. «Prima però fermati dal
fornaio di via Del Campo. È da stamattina che ho voglia di focaccia.»

11
«Non mi aspettavo di rivedervi così presto.»
Quel giorno, il tailleur di zia Rina era di un viola azzurrino e tenue.
Anglesio cercò una posizione più comoda sulla poltroncina, rigida come un
vecchio arciprete. Il salotto di zia Rina pareva più lo studio di un notaio che
il boudoir di una maîtresse.
«Ah, ecco Marisa con il caffè.»
La bionda che li aveva accolti la sera prima posò il vassoio sulla scrivania.
Porgendo la tazzina a Vercesi, si chinò, lasciando che un seno pesante gli
indugiasse sulla spalla. Senza alcuna espressione, il maresciallo mandò giù il
caffè tutto d’un ato.
«Potrei avere un bicchiere d’acqua?» disse con un lo di voce.
«Non dovrebbe berlo così velocemente, maresciallo. Il caffè a Napoli lo
vogliamo con le tre C.»
«E sarebbero?» domandò Anglesio posando la tazza. Il primo sorso era
bollente.
«Caldo, carico, comodo.» Zia Rina sorrise. «Anche se c’è un detto molto
più antico che non so se posso ripetere.»
«Siamo grandi.»
«Come cazz’ coce.» La volgarità sulle labbra di quella donna suonava
come un rogito notarile. Zia Rina congedò la ragazza con un cenno. «Ma
non voglio farle perdere tempo. Mi dica.»
«Mi domandavo se ha avuto notizie di Rachele. Una cartolina o magari
una telefonata.»
«No, purtroppo. Queste ragazze sono delle ingrate. Quando se ne
tornano a casa lo fanno per sposarsi e, quando m’incontrano per la strada, si
girano dall’altra parte.»
«Inconvenienti del mestiere.»
«Un’arte, colonnello. Non un mestiere. Comunque, temo di non poter
fare nulla per lei. Ma...» La donna lasciò scivolare un cucchiaino colmo di
zucchero nella tazza. «Come mai siete così interessati a Rachele?»
«Niente di particolare.» Anglesio estrasse la scatola dei toscani, poi si
guardò intorno e la ripose in tasca. «Diciamo che si tratta di prevenzione.»
«Può fumare, se desidera. Anzi», zia Rina inclinò il capo, «se volesse
offrirmene uno...»
Accesero entrambi, mentre Vercesi osservava la donna che teneva il
sigaro come un uomo, annusandone l’aroma.
«Prevenzione, allora.» La donna aspirò socchiudendo gli occhi. «E di
cosa?»
«Le piacciono le storie?»
«Dipende.»
«Gliene racconto una, se permette.» Anglesio si alzò. «Dovrebbe mettere
dei cuscini, sa? Dunque...» Si accostò alla nestra. «C’era una volta un
ragazzo che amava molto le cipolle.» Si voltò con un sorriso. «Diciamo
quelle di Tropea, così, per gioco. Le conosce?»
«Certo. Sono meridionale.»
«Magni co. Allora, il nostro ragazzo era glio di un commerciante e si
guadagnava da vivere in un paese straniero con lui e con il fratello. Ma un
giorno, per qualche misterioso motivo, arrivò un uomo malvagio. Da un
regno vicino.» Anglesio cercò con lo sguardo un posacenere. «Come fosse la
Francia per noi. Sempre per dire.»
«Tenga.»
«Ah. Grazie.» Il colonnello studiò la cenere del toscano. «Dunque,
eravamo arrivati al cattivo.» Tornò alla nestra, seguito dagli occhi
apparentemente svagati della donna. «Questo cattivo, che è molto cattivo,
uccide il padre e il fratello del ragazzo.»
«Perché li uccide?» La voce della donna suonò di un’ottava più bassa del
solito.
«Chi può dirlo? Perché è cattivo. O forse perché voleva rubare qualcosa.»
«Che storia fosca, la sua. E come va avanti?»
«Il ragazzo fugge, aiutato da una fanciulla del luogo. C’è sempre una
fanciulla nelle abe, no? E lei lo nasconde, aiutata a sua volta da qualcuno.
Magari, ma sì, dalla matrigna.» Scosse il capo. «Strano, vero? Una matrigna
di buon cuore.»
«La vita è un’arte, come il mio mestiere.» La voce della donna era tornata
normale. «Imprevedibile.»
«Ma torniamo al ragazzo. Lui è coraggioso, e disperato per la morte dei
suoi. Così, una notte, con un inganno, attira il cattivo in un luogo isolato.»
Anglesio si volta con un sorriso gentile. «Che ne dice di una barca, signora
Rina? Una barca sul mare?»
«Un luogo molto isolato.»
«Bene, allora diciamo una barca. Il nostro eroe uccide il cattivo e fugge di
nuovo. Ma...» Anglesio fece una lunga pausa. «Ma, come Cenerentola, lascia
una traccia. Non una scarpina di cristallo, naturalmente, ma una cipolla di
Tropea.»
«Davvero stramba, la sua storia. Finisce così?»
«Forse. Ma forse no. Perché gli amici del cattivo ora cercheranno il
ragazzo. E siccome sono molto potenti e molto bravi, niranno per
trovarlo.»
«Capisco. Povero ragazzo. Senza padre, senza nessuno.»
«Bisognerebbe che qualcuno lo aiutasse. Magari potrebbe lasciarsi
arrestare dalle guardie. Così sarebbe al sicuro.»
«Andare in prigione non è mai facile.»
«No. Ma è meglio di morire.» Anglesio controllò l’orologio. «S’è fatto
tardi. Dobbiamo andare.»
Zia Rina si alzò lentamente.
«Bene, allora. Grazie per il toscano. E per la storia.»

12

«Ferrari!»
Al richiamo di Vercesi, dall’unico angolo in ombra del carruggio sbucò la
faccia secca e scavata del carabiniere. A quell’ora, in vico della Lepre il sole
batteva a picco e non passava nessuno. Di botteghe non ce n’erano, e no a
tardo pomeriggio la casa di zia Rina sarebbe rimasta chiusa.
«È venuto qualcuno?» Anglesio diede una pedata alla serranda abbassata
del magazzino.
«Sì, colonnello.» Il tono di Ferrari era un misto di rabbia e di
morti cazione. «Neanche un’ora dopo che ero arrivato. Due tizi con un
accento strano. Avevano un documento rmato dal generale Santoro. Diceva
che l’inchiesta era loro e che noi, con rispetto, dovevamo toglierci dai
coglioni.»
«E bravi i francesi. Occupazione del territorio nemico.» Anglesio annuì.
«E tu che hai fatto?»
«Sono andato a telefonare, ma Dadone mi ha detto che lei era già uscito.
Così sono tornato indietro e mi sono nascosto in un portone. Ho aspettato
che nissero e mi sono messo di nuovo qui.» Stirò le labbra in un sorriso da
faina. «Sapevo che sarebbe venuto.»
«Bravo. Ma hai aspettato che nissero cosa?»
«Hanno sostituito il lucchetto.»
Vercesi scosse il capo. «Lä gatä malfidentä quäl ch’lä fà, lä pensä.»
«Che ora era?» domandò Anglesio.
«Quasi le undici.»
«Peccato.» Anglesio continuava a ssare il lucchetto. «Avrei voluto dare
ancora un’occhiata. Ma i nostri amici torneranno presto.»
«E se ci trovano qui...» iniziò pensoso Ferrari.
«Avviseranno il generale. E a noi toccherà mandare cartoline
dall’Aspromonte. O dalla Barbagia.» Anglesio trasse un sospiro profondo.
«Mi sa che non c’è niente da fare.»
«Mia da fa?» Vercesi arricciò le labbra. «La mia Olga dice che c’è sempre
qualcosa che si può fare.» Si fece serio. «Lei i suoi ferretti ce li ha sempre?»
Anglesio si toccò le tasche. «Sì. Non ho cambiato giacca.»
«Allora...» Vercesi sorrise. «Posso offrirle qualcosa da bere? Con questo
caldo...»
«Che ti piglia, Vercesi?»
«Lei venga con me, che in piazza dei Greci c’è un’osteria con il telefono. E
tu, Ferrari, lo conosci il Verdi?»
«L’osteria di Cicètta? Ci passo qualche volta per un giancu.»
«Oggi niente bianchetto per te. Resta qui, e se arriva qualcuno corri ad
avvisarci.»

13
Il Verdi era uno stanzone rivestito di legno, con quattro tavolini, una ventina
di bottiglie sullo scaffale e un pezzo di focaccia triste in un vassoio. Ma era
fresco e in penombra, e l’odore del vino dava quasi alla testa.
«Qui si deve bere, signor colonnello» sussurrò Vercesi. «Altrimenti il
Cicètta s’incazza.»
Il Cicètta era un vecchio corpulento, con una canottiera macchiata,
seminascosta da un grembiule grigiastro. Li ssava con un occhio solo,
perché il destro aveva optato per la libertà e se ne stava rivolto al soffitto.
«Due bianchetti» fece Vercesi. «E un gettone.»
«Telefonate brevi.» Con un grugnito l’oste lasciò cadere il gettone sul
banco di zinco. Si chinò, traendo da sotto il banco un pintone di vino di un
giallo verdognolo. Riempì due bicchieri rasi.
«Alla salute, signor colonnello.» Con un sorso Vercesi dimezzò il suo.
Anglesio assaggiò con circospezione. Asprigno, come ogni Nostralino,
ma con un fondo di mandorla che rimaneva in bocca. Col bicchiere in mano
raggiunse Vercesi al telefono piazzato a anco del banco.
«Passami Dadone» stava dicendo il maresciallo. «Dadone? Sai che
devono venire dei colleghi? Dei francesi? Ah, tra mezz’ora? Allora ascoltami
bene. Sai anche che devi consegnargli tutto? Bravo. Adesso però devi
preparare una segnalazione. Prendi un foglio intestato e battici a macchina i
dati di Kaddour Djaout. Devi scrivere che è stato visto un uomo somigliante
a lui nella zona del porto. Un uomo in cerca di un imbarco immediato.
Capito tutto? Sì, segnalazione arrivata da un’ora. Ci vediamo dopo.» Vercesi
mise giù con un sorriso. «L’è da catà qual lì. È proprio sveglio.»
Anglesio lo ssò in silenzio.
«Se ho sbagliato, signor colonnello... però ho pensato che così ce li
levavamo per un po’ dai ciap.»
Anglesio sollevò il bicchiere.
«A Medardo Vercesi, artista della balla.» Bevve d’un ato, poi: «Altri due,
per favore».

14
«Hai detto che stamattina hai di nuovo perquisito l’ufficio?» domandò
Anglesio.
«Sì. Non ho trovato un accidenti» rispose Vercesi.
«Effetti personali?» Anglesio passeggiava per il deposito. Questa volta
avevano lasciato la serranda sollevata e il sole illuminava il locale. L’odore
delle verdure troppo mature era screziato da un sentore salmastro e oleoso.
L’odore del porto. C’era mainasso quel giorno. Scirocco.
«Solo un pettine pieno di capelli.»
«Bisognerebbe svuotare tutte le casse.»
«Ci vorrebbero ore.» Ferrari si lasciò sfuggire un schio tra i denti.
«E magari non troveremmo niente.» Anglesio s’immobilizzò in un
quadrato di sole. «O più niente» mormorò. Si voltò verso il carabiniere.
«Dunque: tu sei qui dalle otto.»
«Otto e venti, forse. Sono arrivato col maresciallo.»
«E prima c’è stato Lazzari.» Anglesio rovesciò una cassa vuota e vi sedette.
«Proviamo a ricapitolare i tempi» disse, rivolgendosi a Vercesi. «Ieri sera tu
sei venuto da me poco dopo le undici.»
«Undici e mezzo, credo.»
«Abbiamo parlato. Poi abbiamo preso la Lambretta e siamo venuti qui.»
Anglesio estrasse un toscano e lo inumidì succhiandone l’estremità. «Circa
venti minuti. Da zia Rina saremo stati in tutto meno di mezz’ora.»
Vercesi annuì senza dir nulla.
«Il tempo di aprire la serranda. Poi abbiamo ispezionato il magazzino. La
seconda porta...» Anglesio gettò un’occhiata alla porta aperta dell’ufficio. «In
tutto circa un’ora. Poi la sparatoria...» Accese lentamente il sigaro. «Diciamo
che potevano essere le due quando siamo usciti. Avevo lasciato l’orologio a
casa.»
«Ho sentito battere la mezz’ora al campanile di San Siro.»
«Le due e mezzo. A che ora è arrivato Lazzari?»
«Verso le tre e un quarto.»
«E tu dov’eri?»
«Dopo aver telefonato sono stato sempre davanti al deposito. Ho chiuso
tutto e sono andato via verso le cinque, dopo che hanno portato via i
cadaveri. E sono tornato con Ferrari a dare il cambio a Lazzari.» Vercesi
aggrottò le sopracciglia. «Cosa pensa, signor colonnello?»
«Sto fantasticando.» Il calore nel deposito era stordente. L’aria pesante,
immobile. Anglesio chiuse gli occhi. C’era qualcosa che lo aveva colpito.
Qualcosa. Poi, d’improvviso, capì: un alito di brezza gli arrivava sul volto.
Riaprì bruscamente gli occhi, ssando il soffitto. «E quella?» Sulla parete di
fondo, a più di due metri d’altezza, una nestra, con un solo scuro accostato.
«Avete aperto voi due l’imposta?»
«No, colonnello.» Ferrari scosse il capo. «E i francesi non sono nemmeno
entrati.»
Anglesio si voltò verso Vercesi. «Ieri sera c’era la luna.»
«Luna crescente.»
«Ma noi non abbiamo visto la luce, quando siamo entrati.»
«Quindi tutti e due gli scuri erano chiusi.» Vercesi si avvicinò alla parete.
«Dietro le casse c’è uno spazio libero.»
Anglesio si avvicinò. «Ieri non c’era. Le casse arrivavano no alla parete.»
«E sul muro ci sono delle strisciate.»
«Come se qualcuno avesse issato lassù le casse che mancano.» Anglesio
frugò con gli occhi il magazzino. «Dov’è la scala? Ieri notte era contro la
parete.»
«È questa?» Ferrari era emerso da un cumulo di melanzane, reggendo
una scala a pioli. «Era in lata tra le casse e il muro.»
«Appoggiala sotto la nestra» ordinò Anglesio. «E reggimi.» S’inerpicò
no a raggiungere la nestra e spalancò lo scuro. «Da questa parte il vetro è
rotto.» Fece ancora due scalini. «Qui dietro c’è un cortile. E un mucchio di
mattoni. Facile salire.» Passò le mani sul bordo della nestra. «E ci sono dei
li di canapa. Come di una corda.» Ridiscese lentamente. «Ferrari, corri in
piazza San Luca. Trova il cortile dove i Djaout tenevano i loro furgoni.
Controlla se ci sono ancora tutti e due.»
«È venuto stanotte e ha portato via qualcosa.» Vercesi si assestò una
manata sulla nuca. «Kaddour. È passato da dietro e noi stavamo qui davanti.
Come dei pirla.»
«Probabilmente era proprio lui. Sapeva di poter passare dalla nestra. Ha
rotto un vetro per entrare. Poi si è calato sulle casse. Ne ha imbragata una ed
è tornato su. L’ha issata stando fuori. E ogni volta doveva tornare giù per
imbragarne un’altra. Poi ha nascosto la scala.» Anglesio posò una mano sulla
spalla del maresciallo. «Non ho pensato nemmeno io al retro. Capita.
Adesso, però...» Misurò lo spazio libero sotto la nestra. Quattro passi
normali. Poco più di due metri. Potevano starci una decina di casse. Si
chinò. Sul battuto di cemento, una macchia scura, fresca, dai ri essi
iridescenti. Si bagnò i polpastrelli, stro nandoseli vicino alle narici. Odore
pungente.
«Petrolio.» Vercesi si era chinato accanto a lui.
«Oppure olio lubri cante.»
«E che ci fa in un magazzino di verdure?»
«Non lo so.» Anglesio alzò gli occhi. Passi affrettati: Ferrari entrò
correndo.
«Colonnello!» Si fermò, riprendendo ato. «Di furgoni ce n’è uno solo.»

15
Quando si richiuse la porta alle spalle, Anglesio era esausto. Appoggiò la
spesa sul tavolo della cucina e sedette, le mani inerti. Aveva trascorso il
pomeriggio al telefono, in cerca di una traccia di quel dannato furgone.
Niente. Svanito. Come Kaddour e come Rachele.
Si alzò, sbirciando nella dispensa. Il Pigato era quello che ci voleva.
Stappò, sboccò e si versò un bicchiere. Finita. Quella faccenda era nita,
tanto valeva rassegnarsi. A penetrare nel deposito doveva essere stato
davvero Kaddour. E forse Rachele lo nascondeva da qualche parte, magari
con l’aiuto della Esposito. Di zia Rina, si corresse. Non poteva evitare di
provare una certa simpatia per quella donna. Ma cosa cazzo c’entravano i
francesi? Anzi – ne era sicuro – i servizi segreti francesi. Aveva conosciuto
troppo bene l’OVRA , anni prima, per non saper individuare gente del genere.
Ce l’avevano addosso, come un odore. E non gli piacevano.
E non gli piaceva cosa avevano fatto a Omar e a suo glio.
Mandò giù con rabbia un sorso di vino. Non aveva voglia di fumare, non
aveva voglia di leggere. Guardò il libro appoggiato sul tavolo. Copertina
arancione, la testa di Medusa in campo bianco. Dino Buzzati, Paura alla
Scala. Si ricordò che era corso ad acquistarlo appena pubblicato. E adesso
era soltanto al secondo racconto, Il borghese stregato.
C’era una cosa sola da fare.
Cucinare.
Quando aveva annunciato ad Anna che si doveva rimandare la cena, la
ragazza aveva sbuffato all’altro capo del lo. Se non si fa la prossima
settimana, scordati il mio numero, gli aveva detto.
E che la prossima settimana sia. Intanto, poteva allenarsi.
E quelle bianche aveva comprato. Al massimo, ci avrebbe aggiunto un po’
di zucchero in più, alla ne, con l’aceto.
Stava sbucciando laboriosamente la prima melanzana, quando sentì un
colpo contro i vetri. Un sasso.
Un altro.
Si sporse. Nella strada semibuia, un’ombra si era rifugiata contro il muro.
«Chi è?» gridò Anglesio.
L’ombra fece timidamente capolino.
«Colonnello Anglesio?» Una voce timida. Femminile.
«Chi lo vuole?»
«Posso salire?»
Anglesio esitò. «Aspetti.» Prese un canovaccio e si asciugò le mani. Gettò
uno sguardo sconsolato alla melanzana pelata a metà e si strinse nelle spalle.
Quando tornò ad affacciarsi la strada era deserta. «È ancora lì?» bisbigliò.
L’ombra ricomparve. «Sì.»
«Dietro il vaso di basilico, sullo scalino. C’è la chiave del portone. Salga.»

La ragazza era bruna, esile, con il viso privo di trucco. Indossava una
camicetta bianca su una gonna blu e uno scialle che le copriva la testa e il
volto.
«Entri» disse Anglesio. «Si accomodi pure. La signorina Rachele
Destefanis, suppongo.»

16
La notte era avanzata, sorprendendoli nel lungo silenzio seguito alla
conversazione. Solo allora Anglesio si accorse che la cucina era immersa nel
buio. Si alzò, accese la luce e iniziò a riporre le verdure nella dispensa. Studiò
le melanzane per poi lasciarle cadere nel cesto della pattumiera. Versò
ancora un mezzo bicchiere di Pigato alla ragazza e rimase a osservarla
mentre si bagnava appena le labbra.
«Lo beva tutto. Le farà bene.»
La ragazza annuì e bevve, la gola che tremava, come la bocca.
«Devo fare una telefonata. Torno subito.» Chiusa la porta della cucina,
Anglesio compose un numero a memoria.
«Signora Parodi? Sono il colonnello Anglesio. Ah, mi ha riconosciuto?
Mi scusi se la disturbo a quest’ora. Non dormiva? Eh, lo so, con gli anni si ha
sempre meno bisogno di sonno. Sì, vorrei parlare con il maresciallo. Può
salire a chiamarlo? Grazie. È molto gentile.»
Anglesio attese qualche minuto prima di sentire la voce impastata di
Vercesi.
«Vercesi? Scusami ancora con la tua vicina. Ho bisogno di te. Sì, adesso.
Va’ al comando e prendi una Campagnola, poi raggiungimi a casa. Venti
minuti? Vestiti comodo e di scuro. Ti spiego poi. Ferrari fa la notte? Bene,
porta anche lui. Aspettatemi sotto.» Un’esitazione. «Ascolta» riprese
Anglesio con voce più lenta. «Hai ancora il passamontagna? Portalo. E...»
Un’altra esitazione. «Anche la mitraglietta.»
Quando tornò in cucina, la ragazza s’era addormentata, piegata sul tavolo,
il capo appoggiato sulle braccia conserte. La coprì con lo scialle, spense la
luce e scivolò in camera da letto. Indossò in fretta dei pantaloni grigio scuro
e una camicia blu. Soppesò il vecchio passamontagna che s’era rifugiato sul
fondo dell’armadio e se lo ccò in tasca. Come quando si andava sulle
colline, a caccia di tedeschi o di repubblichini. Calzò un paio di scarpe
pesanti, dalla suola di gomma. Poi aprì il cassetto del comodino e fece
scivolare la Beretta nella cintura, sulla schiena.
Si richiuse la porta d’ingresso alle spalle, attento a non fare rumore, e
scese rapido no alla strada.
La jeep era già in fondo a Salita Santa Brigida, i fari spenti. Quando
Vercesi scese, Anglesio lo ssò.
«Ma cosa ti sei messo?»
Il maresciallo indossava una camicia nera, un paio di pantaloni neri alla
zuava e alti stivali lucidi. Neri.
«Erano le cose più scure che avevo» borbottò. «Le mettevo al sabato
fascista.» Abbassò gli occhi. «La Olga voleva rompermi un piatto in testa,
quando m’ha visto.»
«Basta che non ci arrestino per apologia del partito fascista. Ferrari?»
«È all’angolo, che controlla la strada.»
«Chiamalo.»
Con due dita tra le labbra, Vercesi lasciò partire un lungo schio.
Un’ombra s’affrettò verso di loro.
«Comandi, colonnello.» Uno stretto sorriso solcava come una fenditura il
volto di Ferrari. «Che facciamo?»
«Tu, niente.» Anglesio gli tese le chiavi di casa. «Di sopra c’è una ragazza.
È la Destefanis.»
Ferrari aprì e richiuse la bocca senza un suono.
«Rimani con lei nché non torniamo. Non aprire a nessuno. Potrebbero
averla seguita.»
«I francesi, vero?» Il sorriso di Ferrari era scomparso. «Devo restare per
forza? Non posso venire con voi?»
Anglesio lo guardò senza rispondere.
«Comandi.» Il carabiniere deglutì. «Vado.» Sparì rapidamente nel
portone.
«E noi dove andiamo, signor colonnello?» Il volto di Vercesi era
imperturbabile.
«Conosci la costa vicino a Bogliasco?»
«È quasi tutta scogliera.»
«Da ragazzo mi ci portava Balarin, a pescare. E mi ricordo di un approdo
molto ripido. Ai piedi di una villa.»
«Uno scivolo in cemento, tra le rocce? E sopra c’è una villa tutta grigia,
mezza nascosta dagli alberi?»
«Quello.»
«È la villa degli Aglietta. Industriali di Milano. Sono anni che è vuota,
perché agli Aglietta non gli va mica tanto bene, da quando è nita la
guerra.»
«Ci sai arrivare?»
«Bisogna lasciare l’Aurelia, a un certo punto. C’è una strada privata.»
Vercesi si grattò la fronte. «C’è anche un sentiero che parte un po’ più
indietro e passa in mezzo agli alberi.»
«Andiamo.»

17

Nelle curve, i fari della jeep tagliavano gli strapiombi sul mare in una serie di
fotogrammi. Rocce, spuma bianca sul nero dell’acqua. Nel cielo sereno, una
luna gialla e incompleta.
«Quando siamo vicini, spegni i fari.» Erano le prime parole pronunciate
da Anglesio.
«Ancora qualche chilometro.» Vercesi aspirò rumorosamente col naso.
«Ascolta.» Anglesio aveva estratto la Beretta. La guardò, come un oggetto
estraneo. «Tu non vieni. Mi lasci lì e mi aspetti. Tutto qui.»
«Se il signor colonnello non mi vuole...» Vercesi gon ò le gote,
arrossendo. «O se ha paura che faccia casino...»
«Piantala. È una brutta storia. E abbiamo ordine di starne fuori. E poi, tu
hai una famiglia.» Anglesio si strinse nelle spalle. «Io no.» Il colonnello si
girò verso il nestrino, il volto nell’ombra. «E ti ho già cacciato in troppi
guai, in questi anni.»
Ci fu un lungo silenzio.
«Perché ci vuole andare?» Il tono di Vercesi era cauto. Rispettoso. «Non è
obbligato. Ed è pericoloso, lo ha detto lei.»
«Sono curioso, diciamo. E non mi piace Arnaud.»
«E non le piace nemmeno cosa hanno fatto ai Djaout.» Quella di Vercesi
era una constatazione. «E nemmeno a me. E non se ne parla di stare ad
aspettare. Con rispetto, signor colonnello. Se la lascio andare da solo, la Olga
la dà fora da mat. Dice che vuole assaggiare la caponata.»
Anglesio sorrise appena. «D’accordo» mormorò.
«Allora, sarebbe meglio che mi spiegasse qualcosa. Non ci ho ancora
capito ’na cana.»
«La ragazza non ne sa molto. Kaddour è arrivato da lei giovedì notte,
sporco di sangue. Era sconvolto e le ha raccontato che qualcuno aveva
ucciso i suoi e che lui li aveva vendicati. E lei ha chiesto aiuto alla Esposito.
Aveva smesso di lavorare nel bordello già da un paio di mesi. Parlava di
andare in Algeria con lui.» Succhiò pensoso il sigaro spento che teneva tra le
labbra. «E zia Rina li ha nascosti in un appartamento che ha su a
Castelletto.»
«’Na dona stramba.»
«Già. Dopo il nostro ultimo colloquio, la Esposito è andata a parlare con
lui. E Kaddour ha promesso che si sarebbe costituito. Ma prima, ha detto,
doveva nire un lavoro.»
«Ne avrà ancora qualcuno da ammazzare.»
«Credo si riferisse ad altro.» La pistola era pesante nella mano di
Anglesio. «Stasera ha ricevuto una visita. Un algerino, sembra. Lui e
Kaddour si sono chiusi in cucina per mezz’ora. Ma parlavano a voce alta. In
francese. E Rachele ha una zia di Mentone. Ha capito qualcosa. Parlavano di
un carico e di questo approdo. Nient’altro.» Anglesio tornò a in lare la
pistola nella cintura. Si sentiva sospeso, come prima di un intervento
chirurgico. «Poi Kaddour e l’altro sono usciti di fretta. E Rachele è venuta da
me.»
Dai nestrini aperti entrava l’odore dell’erba.
«Brezza di terra» mormorò il maresciallo. «Un carico di cosa? Sigarette?»
«Possibile. Quelle di contrabbando partono tutte da Tangeri. Porto
franco. E ci sono coinvolti i francesi. Marsigliesi, corsi. Mai sentito parlare di
Pascal Molinelli?»
«Il corso?»
«Sì. Qualche giorno fa Spataro mi ha chiamato e mi ha chiesto se
avevamo informazioni su di lui. Sembra che la ma a sia coinvolta nel
contrabbando.»
«E che c’entrano gli algerini? Tangeri è in Marocco.»
«Magari sono solo corrieri che hanno cercato di fregarsi un grosso
carico.» Anglesio aggrottò la fronte. «Ma allora Arnaud avrebbe
semplicemente chiesto la nostra collaborazione.»
«E sparerebbe a dei carabinieri? Col silenziatore?»
«C’è qualcosa che ci sfugge.» Anglesio scosse il capo. «Qualcosa di
grosso.»
«Ci siamo, signor colonnello.»
Un centinaio di metri più avanti, la luna illuminava un promontorio
coperto da un folto di pini marittimi che digradava no alla scogliera. Tra le
fronde, i tetti grigi di una villa. Sul lato della strada era parcheggiato un
furgone con il telo sollevato.
Al largo, un peschereccio alla fonda, privo di luci.
Vercesi tagliò la corsia opposta, in landosi in uno stretto viottolo in
discesa. Spense il motore, lasciando che la Campagnola continuasse no a
fermarsi dolcemente dietro una roccia. Tirò il freno a mano.
«Qui dietro nessuno vedrà la macchina» bisbigliò. «Neanche i francesi, se
arrivano.»
Scesero, attraversarono silenziosamente l’Aurelia e raggiunsero il furgone,
fermo davanti all’ingresso della strada privata che conduceva alla villa.
«È il camion dei Djaout.» Vercesi annusò a fondo il cassone vuoto. «C’è
odore di cipolle.» Accennò alle sue spalle. «Il sentiero parte là sotto.»

Al riparo dei pini, il sentiero correva con un pendio lieve e sdrucciolevole


no al terrazzo della villa, affacciato sul mare.
«Eccoli» mormorò Anglesio.
Una lancia a motore era stata tirata in secca sullo scivolo di cemento e gli
algerini stavano caricando casse lunghe e pesanti. Erano in tre: il più basso e
tarchiato, le guance coperte da una tta barba, sollevava le casse con l’aiuto
di quello che pareva poco più di un ragazzo. Il terzo era sulla trentina e si
muoveva con la sicurezza di un capo, impartendo brevi ordini a bassa voce.
«Kaddour dev’essere quello più giovane» disse Vercesi.
«Scendiamo.» Anglesio aveva estratto la Beretta.
«Possiamo evitare la scala. A destra c’è ancora un tratto di sentiero. Li
prenderemo alle spalle.»
Si lasciarono scivolare sulla terra coperta di aghi di pino, no a giungere a
metà dello scivolo. In quel punto l’ombra della villa tracciava un ampio
rettangolo nella luce lunare. Si accovacciarono al riparo di un gozzo
rovesciato e coperto da una rete smagliata.
Gli algerini stavano caricando le ultime due casse.
«Sono armati.» Vercesi indicò due fucili appoggiati alla lancia. «Che si
fa?»
«Ormai siamo qui.»
«Vado io.»
«No. Tu hai la mitraglietta. Sta’ al riparo e coprimi.»
Prima che il maresciallo potesse protestare, Anglesio si risollevò.
Impugnò la pistola e rimase immobile un istante, osservando le spalle dei tre
uomini illuminate dalla luna. L’aria sapeva di pini e di mare.
«Buonasera» disse.
Gli uomini si voltarono bruscamente, e il barbuto fece un passo verso i
fucili.
«Fermo.» La voce di Anglesio era pacata. «Non sono da solo.» Con il
pollice, fece scattare la sicura della Beretta, mentre Vercesi si mostrava da
dietro il gozzo, la mitraglietta imbracciata.
L’algerino s’immobilizzò, il volto olivastro contratto in una smor a di
rabbia. Il ragazzo – Kaddour, doveva proprio essere Kaddour – lanciò uno
sguardo disperato verso il terzo, che era rimasto fermo, le mani sui anchi,
un mezzo sorriso sulle labbra
«Les français» disse il ragazzo. «Nous sommes morts.»
L’uomo più anziano fece un passo in avanti.
«Ils ne sont pas français.» Avanzò ancora, fermandosi a qualche metro da
Anglesio. Un volto allungato, calmo. Occhi infossati, sottolineati dalle ciglia
nerissime. Malinconici. «Polizia o carabinieri?» domandò in un italiano
incerto.
«Carabinieri. Colonnello Anglesio. Siete in arresto.»
«Doveva succedere.» L’uomo annuì, con un breve sorriso. Si voltò verso i
suoi uomini. «Kaddour, Moustapha, restez calmes. Il n’y a rien à faire.»
«I fucili» ordinò Anglesio. «Me li lanci.»
«D’accord.» Con gesti misurati l’uomo afferrò le armi per la canna e le
gettò ai piedi del colonnello.
«Avete altre armi?»
«Eh? Vous plaisantez?» L’uomo guardò Anglesio con quella che pareva
una sincera curiosità. «Mi sta... prendendo in giro?»
«Credo che lei abbia ragione.» Anglesio abbassò la pistola. Sentì alle sue
spalle il respiro di Vercesi farsi più pesante. «Vuole aprire una cassa?»
Sorrise. «Per favore.»
«Certainement.» L’algerino si avvicinò a una delle casse ancora da
caricare. Tese la mano senza una parola e Kaddour gli porse un piede di
porco. Con un grugnito, l’uomo fece saltare il coperchio.
«Allontanatevi.» Anglesio accennò con la Beretta. «Sedete là, le mani sul
capo.» Si avvicinò alla cassa. «Vieni, Vercesi.»
Sollevò il coperchio, lasciandolo ricadere a terra. La luna illuminò le
canne brunite e oliate.
«Ecco da dove venivano le macchie d’olio nel deposito» sussurrò Vercesi.
«Mitra tedeschi. Maschinenpistole 40.»
«E ompson americani.» Con il piede di porco Anglesio aprì un’altra
cassa. «E queste sono italiane. Breda.» Si risollevò, ssando l’uomo più
anziano. «Comment tu t’appelles?»
«Ben Bella.» L’uomo sorrise. «Ahmed Ben Bella.»
«Io lo conosco.» Per un momento la canna della mitraglietta di Vercesi si
abbassò. «Era un calciatore.»
«Olimpique de Marseille» sorrise ancora Ben Bella. «Ha una buona
memoria.»
«Che cosa signi cano queste?» Anglesio accennò alle casse.
Lentamente Ben Bella si rialzò.
«Non mi piace... parlare da seduto. Ha sentito parlare dell’attacco alla
posta di Orano?»
«Un paio di anni fa.» Anglesio aggrottò le sopracciglia.
«Un’organizzazione antigovernativa algerina.»
«L’OS . Organisation Spéciale. Un’organizzazione rivoluzionaria.» Il volto di
Ben Bella s’era irrigidito. «Abbiamo bisogno di denaro. E di armi. Per la
libertà contro gli oppressori francesi.»
«Algeria libera.»
«Bien sûr.»
«Ma lei fu arrestato per quella rapina. Era in prigione.»
«Ero. Ha detto bene.»
«Evaso?»
Ben Bella non rispose.
«E queste» Anglesio tornò a indicare le casse «sono per i vostri uomini.»
«Meglio delle sigarette» si lasciò sfuggire Vercesi.
Ben Bella socchiuse gli occhi. «Est-ce que vous avez eu le plaisir de
connaître le colonel Arnaud?»
«Stamani. E non posso dire che mi sia piaciuto.»
«C’est un homme méchant. Malvagio. Très méchant.» Il volto di Ben Bella
s’era fatto grigiastro. Le labbra livide, gli occhi ssi. «E prima... Otto maggio
1945. Le dice nulla?»
«Avevamo altro a cui pensare in quel periodo.»
«A Satif ci fu una s lata per festeggiare la vittoria. La ne della guerra.
Poi un soldato francese sparò su un ragazzo che portava la bandiera
algerina. Notre drapeau. Ci fu... un carnage.»
«Un massacro» mormorò Anglesio.
«Ventimila moudjahidines tués, morti, trentamila forse. Non si sa
ancora.» La voce di Ben Bella era gelida. «E Arnaud era là. Agli ordini del
generale.» L’algerino sputò un grumo di saliva sul cemento. «Le général de
Gaulle.»
Anglesio aveva abbassato la pistola. Si voltò verso Vercesi, che annuì.
Senza dire nulla, il maresciallo mise la sicura alla mitraglietta e se la fece
scivolare sulla spalla.
«Che cosa signi ca?» domandò Ben Bella. Con un gesto fermò i suoi
uomini che si erano bruscamente rialzati.
Anglesio scrollò le spalle. «Abbiamo avuto l’ordine di non occuparci di
questo caso.» Tornò a scambiare uno sguardo con Vercesi. «Per quanto ci
riguarda, noi non eravamo qui, stanotte. Anzi» annusò l’aria profumata,
«credo proprio sia ora di andarcene.»
L’algerino li guardò senza capire, poi chinò il capo. «Merci. Vous êtes des
hommes justes.» Fece una pausa. «E strani. Molto strani.»
«Può darsi. A volte le cose sono complicate.»
Ben Bella si girò verso i due uomini che attendevano immobili, accanto
alla lancia. «Finissez de charger. Vite!» Tornò a rivolgersi ad Anglesio.
«Grazie ancora. L’Algeria libera vi ringrazia.» Sogguardò curioso il
colonnello. «Come avete fatto a trovarci?»
«Non ci crederà.» Un sorriso. «Merito delle cipolle di Kaddour.»
«Cipolle?»
«Oignons. Cipolle, di Tropea. Qui non se ne trovano. Ma sarebbe lungo a
spiegarsi. Tra l’altro...» Anglesio allungò il collo verso la lancia. «Non è che
ne avete qualcuna, qui con voi?»
«No.» Ben Bella lo ssò con occhi perplessi. «Mi dispiace.»
Poi, brutale, un rumore che Anglesio aveva già sentito. Un violento colpo
di tosse, due, tre. Moustapha cadde a faccia in giù, una chiazza di sangue che
si allargava sotto il suo corpo.
«A terra, presto!» Anglesio si gettò indietro, riparandosi dietro il gozzo.
Al suo anco, Vercesi armeggiava con la mitraglietta. Alle loro spalle, Ben
Bella e Kaddour si erano riparati all’interno della lancia.
Altri colpi. Le pallottole scheggiarono il legno della lancia con un cupo
rimbombo.
«Sono sul terrazzo, signor colonnello.»
«E noi siamo nella merda.»
Due rapide raffiche, rivolte verso il terrazzo. Ben Bella era emerso per un
istante dal bordo della lancia, un ompson in pugno. Sparò un’altra raffica
e tornò a scomparire.
I colpi dal terrazzo erano cessati. Poi, un lieve sibilo nell’aria e il rumore
di un oggetto che rotolava in basso.
«Giù!» gridò Vercesi.
La granata esplose nella notte, in un lampo di ghiaia e frammenti di
cemento. I rami più bassi dei pini iniziarono ad ardere, crepitando.
Anglesio risollevò il capo che s’era protetto con le braccia. Nelle orecchie,
un schio e un rimbombo. Nella mente, confusione, paura. La sensazione di
essere tornato indietro di anni, sulle montagne tra Piemonte e Liguria, tra gli
spari dei nazisti e le grida dei partigiani.
«Presto, signor colonnello!» La voce di Vercesi, lontana, metallica. Poi la
sua mano che trascinava Anglesio. Buio, clangore nelle orecchie. In ne, il
letto morbido del terriccio del sentiero. «Qui non ci possono vedere.»
Anglesio si risollevò, la testa in un vortice che solo lentamente si calmava.
«È ferito, signor colonnello?»
«No.» Anglesio scosse piano il capo. Meglio. Andava meglio. «E tu?»
«Nemmeno io.»
«Faites-vous voir!» L’ordine proveniva dal terrazzo.
«È il nostro amico francese» disse Vercesi.
Un’altra serie di spari piovve sulla lancia.
«Sortez! Haut les mains!»
«Che facciamo?» domandò Vercesi.
«Se risaliamo il sentiero, possiamo scappare.»
«E loro?» Vercesi indicò la lancia.
Anglesio non rispose subito. «Adesso sono in stallo. Arnaud non può
scendere allo scoperto, ma li tiene sotto tiro. E non ha molto tempo.»
«Qualcuno avrà chiamato la polizia.»
«Hanno pochi minuti prima che arrivino da Genova. Forse mezz’ora.
Quindi...»
«Quindi tra un po’ tireranno un’altra granata. E mireranno giusto, questa
volta.»
«Sì. Dobbiamo decidere che fare.» Anglesio controllò la Beretta. «Non mi
piace quello che hanno fatto a Omar e Abdellah.» Si voltò verso Vercesi, gli
occhi vuoti, lontani. «Ho visto troppe cose simili. E non voglio più vederne.»
Serrò le labbra. «Tu va’. Prendi il sentiero e va’. Torna al comando.»
«Lei dice che non dobbiamo più pensare ai morti.» Vercesi scosse il capo.
«Ma io a Buranello ci penso sempre. E a noi, lì fuori. Senza poter fare nulla.»
«Ci penso anch’io. Sempre.»
«Si ricorda quel giorno, a Cantalupo, con i partigiani?»
«Due maggio del ’45. Sì. Ricordo.»
Vercesi sorrise. «Gli demmo una bella batosta, ai nazisti, quel giorno.»
«Prendemmo la retroguardia alle spalle. Tu e io.»
«Alle spalle.» Vercesi sollevò lo sguardo. «E da questo sentiero si arriva al
terrazzo. Alle spalle dei francesi.»
«Già.» Nell’oscurità, il clic del colpo in canna nella Beretta. «E se andasse
male?»
«La Olga dovrà trovarsi un altro marito.» Vercesi fece una smor a.
«Magari uno che mangia meno.»
«E la signorina Anna qualcun altro che le faccia la caponata.» Anglesio
annuì. «Sei sicuro?»
«Sicuro.»
«Andiamo, allora.» Anglesio si voltò bruscamente, parlando all’oscurità.
«Sono contento che tu sia qui con me, stanotte.»
Risalirono in silenzio il sentiero, nell’oscurità rotta dagli spari. Quando
raggiunsero il terrazzo, si nascosero tra i tronchi dei pini. Arnaud e il suo
uomo erano di spalle, accovacciati dietro la balaustra. Accanto ad Arnaud,
una bisaccia aperta. Granate, illuminate dalla luna.
«C’è una decina di metri» sussurrò Anglesio.
«Dovremo correre. Faccio io l’esca.»
«No. Questa volta tocca a me. Io porto via Arnaud. Tu pensa all’altro.»
Anglesio si frugò in tasca, estraendone il passamontagna. Lo calzò, sentendo
l’odore della lana e della naalina. «Il solito schio?»
«Il solito schio.»
«Buona fortuna.» Anglesio posò la mano sulla spalla di Vercesi,
stringendola.
«Merda, signor colonnello.»
Anglesio scivolò tra gli alberi. Più in basso, il fuoco ardeva fra i tronchi,
con un odore di legna bruciata e di resina. Pochi metri, no al bordo del
terrazzo. Si riparò dietro un pino, sporgendo il capo. I francesi continuavano
a sparare. Avevano posato le pistole e usavano fucili mitragliatori silenziati.
Lo schianto di un tronco che esplodeva coprì per un istante il rumore
soffocato degli spari.
Ecco, era il momento.
Non aveva tempo per pensare o per avere paura. Lui era la sua stessa
paura. Si gettò fuori dal folto, la pistola spianata.
«Arnaud! Tiens, bâtard! Fils de pute!» Sparò due colpi, attento a mirare
sopra le teste dei due francesi, poi si voltò e iniziò a correre nella pineta. Alle
sue spalle, il tonfo di passi pesanti, ancora lontani. Continuò a correre,
sparando un altro colpo in aria, poi si nascose dietro un albero, il respiro
mozzo, il cuore che pareva voler volare via dal petto. Passi, più vicini. Un
colpo di tosse. Una pallottola, a meno di un metro.
Si spostò al riparo di un cespuglio, in tempo per vedere la sagoma di
Arnaud ormai vicina. In lò la Beretta nella cintura e si lanciò. Rotolarono
entrambi nel buio, in una confusione di grida.
Poi, il francese fu su di lui, affondando un colpo con un grugnito. Il sasso
che teneva in mano s orò la spalla di Anglesio che per un istante sentì la
mano intorpidirsi. Un altro colpo, diretto alla testa. Con uno sforzo che gli
parve impossibile, Anglesio riuscì a divincolarsi, circondando con il braccio
il collo di Arnaud. Rimase aggrappato, mentre con l’altra mano si frugava
nella cintura.
Quando ebbe la Beretta in pugno, il suo dito scivolò sul grilletto.
Poi, con un gesto deliberato, lo riportò sul ponticello e abbatté la canna
della pistola sulla tempia di Arnaud.

Gli spari erano cessati. Sul terrazzo, la luna illuminava una massa oscura.
Due corpi. Nessun movimento.
Anglesio si fermò, la mente vuota, un senso di nausea che gli stringeva la
gola.
«Vercesi» mormorò.
La massa ebbe un sussulto e la mano di Vercesi oscillò in un saluto.
Anglesio si avvicinò. Il maresciallo, il ventre oscillante sotto la camicia nera,
era seduto a cavalcioni del francese privo di conoscenza.
«Sono stanco» ansimò Vercesi. «E qui è comodo.» Sbirciò il corpo sotto
di lui. «Un osso duro.»
«È vivo?»
«Sì. Lavoro pulito, questa volta.»
«Anche il mio è vivo. Ma dormirà per un bel po’.»
«Pure lui. Ma si riprenderà. È giovane.»
«E noi siamo vecchi.» Anglesio si lasciò scivolare a terra, s landosi il
passamontagna.
Si guardarono in silenzio, sorridendosi.
«Bisogna andare, signor colonnello.»
Annuendo, Anglesio si alzò pesantemente e si diresse verso la balaustra.
Ben Bella e Kaddour stavano risalendo lungo lo scivolo, i ompson
imbracciati. Anglesio fece un gesto largo con il braccio per attirare la loro
attenzione.
«Via, via, andate via. Vite.»
Ben Bella rimase immobile. Nel chiarore lunare sorrise. Fece un cenno di
saluto. Poi, in silenzio, i due algerini spinsero la lancia in mare.
Anglesio si voltò verso Vercesi.
«Torniamo a casa» disse.

18
Le melanzane soffriggevano dolcemente. Era un profumo insolito in quella
casa. Odore del Sud, pensò Anglesio. Scolò il sedano che aveva fatto appena
sbollentare e lo tagliò in fette spesse circa un centimetro. Si scottò, estraendo
i pomodori dalla pentola. Un minuto dovevano bollire. Non di più. Si scottò
ancora pelandoli e li ridusse in cubetti.
Alla radio, l’orchestra di Count Basie saliva e scendeva in Jumpin’ at the
Woodside. Ora veniva la parte triste. Guardò melanconico le cipolle bianche
e si strinse nelle spalle. Tanto valeva.
Quasi non sentì il lieve bussare alla porta.
«Arrivo» gridò asciugandosi le mani.
Passò in salotto per abbassare il volume. Andò ad aprire.
Non c’era nessuno sulla soglia. Solo, ai suoi piedi, una cassa piena di
cipolle. Simili a piccole bisacce, setose, profumate.
Rosse come il vino.
Marcello Fois
TROPPO BUONO

Sempre stato uno a posto, direi così: a posto. Nel senso che non sono di
quelli che si possono de nire, che ne so, instabili. Di me si può dire che sono
uno a posto. Posso alzarmi? Meglio di no. Comunque lo so fare, certo che sì.
A patto però che ci siano gli ingredienti giusti.
Questi mi chiamano, mi chiedono se lo so fare e io rispondo che sì, che lo
so fare eccome. Mi chiedono se l’ho già fatto, e io: sì, sì certo, tante volte. E la
pasta sfoglia? La faccio io, certo. Questo li colpisce, la sicurezza intendo,
perché alla domanda sulla pasta sfoglia ho risposto senza esitare.
Io sono di quelli che, per quanto riguarda la pasta sfoglia, stanno dalla
parte di De La Varenne. Ditemi quello che vi pare: la ricerca di Carême, il
suo approccio storico, l’aver avuto l’intuizione di sostituire l’olio con il burro,
ma senza i sei giri di De La Varenne, la pasta sfoglia non sarebbe quel
miracolo meraviglioso che è.
Io la faccio a mano, niente da dire sulla pasta confezionata, ma io no... no
proprio: io la faccio da me. Ingredienti rigorosamente freddi. Sono fatto così,
sono bravo per questo, niente al caso: per la pasta sfoglia bisogna piani care,
agire con pazienza, considerare i tempi morti. Fuori e dentro dal frigo, e poi
badare a tenere la forma rettangolare. E poi esercitare la giusta pressione...
A volte mi viene in mente che tutto dovrebbe procedere con quella
precisione, che tutto, tutto dovrebbe scaturire dal rispetto per le procedure.
La pasta sfoglia è così, o la si sa fare, con tutto quello che comporta, o la si
prende fatta da qualcun altro, magari a macchina. Tanto chi se ne accorge?
Be’, io me ne accorgo. Tutti pensano che la soddisfazione del pasticcere si
limiti ai complimenti del cliente. No, non è così: la soddisfazione del
pasticcere consiste nel sapere che tutto quello che ha fatto è frutto di
perfezione, di previsione, di precisione. Questa coscienza lo fa grande, non
certo le reazioni di palati grossolani.

Fin da subito ho capito che quella era la mia strada. Tutto il resto mi apparve
inutile, da subito. Avevo tre, forse quattro anni. Mia zia materna preparava
una torta. Era lei che si occupava di me, tanto che la chiamavo mamma.
Eppure, nonostante fosse solo la sorella di mia mamma, io ho sempre
pensato a lei come quella che mi ha allevato. Fino ai dieci anni ho creduto
che mia madre, quella vera, non volesse avere niente a che fare con me. Che
avreste pensato voi di una persona che non si fa mai vedere? Dicevano che
era malata, dicevano che mi voleva bene lo stesso, ma che non stava proprio
bene e che dovevo capire...
Io però non capivo. Perché, per quanto mi sforzassi, e per quanto mi
avessero mostrato qualche fotogra a, non riuscivo minimamente a ricordare
che faccia avesse davvero mia madre. Era così: un secondo prima vedevo la
foto, un secondo dopo già era rimossa. Capelli? Occhi? Mia zia affermava
che era facile, che lei e mia madre si assomigliavano parecchio. E sospettava
che facessi nta. Ma non era così: a me quel viso scappava dalla mente come
se mia madre non volesse stare con me nemmeno nei ricordi. Io ho sempre
pensato che ci fosse una spiegazione precisa per quella impossibilità. E che la
spiegazione fosse che non si vuol ricordare qualcosa che fa male. Anche se si
dovrebbe, per evitare di non riconoscerla quando si ripresenta. Ma di madre
ce n’è una sola, ri ettevo, quando mai si ripresenta?
A pensarci bene io non ho nemmeno un ricordo inconscio, qualcosa del
tipo che uno dice: sono così perché da neonato senza capire veramente ho
capito qualcosa di importante; oppure dice: questa cosa l’ho già vissuta.
Niente di niente davvero. Tranne una volta che, avrò avuto due o tre anni,
sentii mia zia discutere in cucina, una discussione accesa con un’altra donna.
Ecco, io credo che quell’altra donna fosse la voce di mia madre. E lo credetti
con una violenza vicina al terrore perché era come se improvvisamente fossi
ritornato in un posto assolutamente oscuro pieno di risonanze; ed era come
se quella voce fosse una parte precisissima del mio corpo, dentro la pelle,
dentro i polmoni. Fra qualche tempo, promisi a me stesso, con tutta la
solennità di cui è capace un bimbo, chiederò conto di questa sensazione, mi
farò spiegare perché quella voce era dentro di me. Ma non ora, mi dissi, non
ora. Bastò che mi voltassi verso la nestra, e constatare che cominciava a
nevicare, perché le voci, oltre la porta, si attutissero d’improvviso. Quindi,
quando mia zia entrò in camera quasi non me ne accorsi. Portava un pacco
con sé.
«Qualcuno che ti vuole molto bene mi ha lasciato questo» mi disse
porgendomi il pacco. Ma non avevo voglia di aprirlo.
«Era la voce?» chiesi. «È lei che mi vuole bene?»
Mia zia sorrise come tutte le volte che non sapeva che dire. «Sarà un bel
Natale con la neve» constatò. «Ci sono qua io» mi rassicurò.

Infatti c’era mia zia, lei sì. Faceva le torte, a occhio: farina un tot, uova quelle
che c’erano, lievito vanigliato, burro a volte, e zucchero. Infornava. Forse è il
caso di dire ciambelle piuttosto che torte. Avevano un buon odore. Tutto sul
tavolo di cucina aveva un buon odore. Aveva un buon odore anche mia zia,
nonostante fosse triste e sola. Diceva sempre: «Siamo soli io e te, ma ce la
caviamo lo stesso no? Facciamo una torta». E facevamo una torta. Era chiaro
che non sapeva niente di chimica, di composti, di lievitazione, proprio
niente. Ma quelle torte mica erano fatte per mangiarle. La maggior parte
delle volte nivano nella spazzatura. E mia zia diceva: «Non capisco». A me
sembrava di capire invece. Che c’è una misura perfetta per tutto, ad esempio,
e solo se si rispetta quella misura poi le cose avvengono, gli impasti vivono,
le lievitazioni si esprimono, le cotture ravvivano e non uccidono. «Forse
sbaglio con la farina» ri etteva mia zia, come se volesse dire: “In tutta la mia
vita non ho fatto altro che sbagliare le dosi”.

L’inizio fu così, errori su errori e proprio quando gli errori sembrano solo
incidenti.
Mi viene in mente di quando da bambino con la zia viaggiammo in treno,
non dovevamo andare da nessuna parte di preciso. Io avevo insistito con lei
perché non ero mai stato su un treno. E allora lei una sera al mio ritorno da
scuola sventolò due biglietti dicendo che la mattina dopo avremmo fatto un
viaggio. Un viaggio vero.
E viaggiavamo da circa dieci minuti, quando nel nostro scompartimento
entrò un uomo. Un signore gentile, calmo, ben vestito, leggermente
profumato come sono gli uomini curati... Per quanto mi riguarda ero
ipnotizzato dal paesaggio che s lacciava oltre i nestrini. La realtà sembrava
semplicemente mescolarsi, come se ogni elemento: albero, casa,
marciapiede... cemento, terra, ferro che fosse, come se ogni cosa avesse
deciso di fondersi l’una con l’altra. Intorno a me aleggiava la conversazione
pacata del nuovo arrivato con mia zia. Aveva incombenze in città, diceva
l’uomo. Un’incombenza, per la precisione. Non si sa come nirono per
parlare di cibo. E io pensai che era straordinario constatare come la realtà
paci ca di quello scompartimento si opponesse alla frenesia del mondo che
arrancava per correre alla stessa velocità del treno oltre il nestrino. L’uomo
aveva una voce bassa, un poco inebriante, di quelle voci che si percepiscono
all’altezza della nuca. Diceva di se stesso che era vegetariano, che mai
avrebbe potuto sopportare l’idea di sacri care un essere vivente, versare
sangue, per nutrirsi. Mia zia rideva piano, come se volesse adattarsi alla
morbidezza di quella conversazione.
Quando fummo arrivati il treno frenò con la realtà che a poco a poco
raggiungeva la stasi. L’uomo ci anticipò per tenere aperta la porta scorrevole
dello scompartimento. Mia zia ringraziò e dovette pensare che uomini di
quella classe non ne facevano più. Ora che tutti e tre eravamo in piedi mi
accorsi che era meno slanciato di quanto sembrasse da seduto. Comunque
sorrise allargando le labbra per rispondere al ringraziamento di mia zia.
Scendemmo dal treno, l’uomo per un attimo si perse tra la folla, ma
qualche minuto dopo lo vedemmo in mezzo al trambusto dell’ingresso della
hall. Poi più nulla.
Passò solo un giorno, mia zia scoprì dalla cronaca locale che poco fuori
dalla stessa stazione era avvenuto un delitto passionale: un uomo aveva
accoltellato, e ucciso, l’amante di sua moglie. La fotogra a non lasciava
dubbi: si trattava della persona che aveva viaggiato con noi.
Come ho potuto fare un errore simile? si chiese mia zia. Ci penso spesso
allo sguardo di quell’uomo, al suo sguardo mite. Alle sue parole morbide che
celavano il coltello con cui avrebbe trucidato l’amante di sua moglie. E penso
sempre all’errore così come mia zia l’aveva elaborato. A quel preciso disguido
di convincersi che una cosa è quella cosa solo perché a noi sembra così.
L’orrore dell’umano consiste proprio nel fatto che, per quanto pensiamo di
averlo riconosciuto, rimane totalmente inconoscibile. E forse, mi dico, a
guardare tra le pieghe, si sarebbe potuta cogliere una glassa compatta
d’inquietudine in tutta quella calma olimpica. In quell’eloquio
controllatissimo, come se, mentre quell’uomo chiacchierava amabilmente
con mia zia, seduto nel sedile proprio davanti a lei, una parte remota del suo
cervello cercasse di stabilire in quali parti del corpo doveva accoltellare il
suo rivale perché fosse sicuro di ammazzarlo.

Lui non sbagliò niente. Noi sbagliammo tutto. Noi sbagliammo a misurarlo.
E sbagliammo a illuderci che in quello scompartimento stesse avvenendo il
miracolo di un uomo perfettamente dosato. Uno senza qualche furia che gli
si agitasse dentro. Dovremmo saperlo per esperienza che succede così,
succede sempre, ma ngiamo di scordarcene. Che errore.
In pasticceria è così: se ti cade qualche grammo di farina in più
nell’impasto non è un incidente, è, solamente, inesorabilmente, un errore.
Uno può dire: reggevo male il pacco, ma non conta, bisogna rifare. Non c’è
altra strada: buttare tutto ciò che si è fatto no ad allora e rifare. Tutto ciò
che mia zia non avrebbe fatto mai. Per lei zucchero semolato o al velo era la
stessa cosa, quel tipo di precisione lei lo trovava “pedante”. Lì ho imparato
che la pasticceria è pedante. Che la magni cenza di quell’attività consiste
proprio nella necessità improcrastinabile di seguire le regole. “Sei infelice
perché non hai una norma” potrei dire adesso a mia zia se fosse ancora
viva...

Ma stavo dicendo della pasta sfoglia: tutta a mano, non c’è discussione. Loro
mi ssano con sguardi di approvazione. «Posso avviarla nella mia cucina e
portarla già pronta, ma non esiste proprio che usi una pasta sfoglia
industriale» rincaro.
A loro questo piace, è chiaro. Sto dimostrando, oltre ogni dubbio, che
sono quello che stanno cercando.

«Stiamo cercando un pasticcere per una cena privata e molto esclusiva»


scandiscono, «si tratterebbe della vigilia di Natale.» Silenzio. Si rendono
conto certo che il preavviso è troppo breve. Si rendono conto che non mi
lasciano molto tempo per decidere. Scambiano il mio silenzio con un
dubbio, ma non sanno, non sanno proprio che il mio unico problema adesso
è sovrapporre una menzogna a una menzogna. Perché mia moglie crede che
io sia al lavoro e non sa che, al contrario, mi trovo qui a tentare. E forse, mi
dico, se fosse qui con me capirebbe che questo colloquio ha l’aria di essere
qualcosa di più di una mera promessa.
Mi guardano, si aspettano un cenno: cominciamo, dico.
«Bene, il contesto sarebbe una cena informale, ma progettata in modo
assolutamente formale: una sorta di casualità controllata. Intende?»
Aspetto prima di accennare che sì, che intendo.
«Che cosa sa fare?» mi chiedono.
Lo strudel, propongo lo strudel.
Sembrano consultarsi via etere perché è come se si scambiassero opinioni
mute. «Lo strudel...» ripetono. «Interessante: domestico e inusuale, è una
scelta trendy, decisamente. E come lo fa lo strudel?»
Classico, dico io senza tentennamenti.
«Se ha bisogno di pensarci, l’ingaggio è conveniente...»
Non ho bisogno di pensarci, dico senza farli nire, accetto.
«Bene» affermano ma senza nemmeno l’ombra di entusiasmo, «ci
autorizza a dare il suo numero di telefono alla cliente?»
Sì, accenno, sì...

Sono arrivato a questo colloquio a furia di tenacia. Qualcuno dice


testardaggine. Per la precisione mia moglie diceva così: testardaggine. Come
se il dispregiativo potesse in qualche modo convincermi a cambiare. «Sono
tenace» ribattevo. E lei: «Pedante». «Non mi arrendo» dicevo. E lei:
«Testardo». Appunto. La sua teoria era che essere indocili non era, come
sembrava, una prova di forza, ma di debolezza. Ma non parliamo di mia
moglie. È stato un errore. Anche lì, si ha la tentazione di invocare attenuanti:
ero giovane, ero inesperto, l’unica donna che avesse contato nella mia vita
era colei che mi aveva allevato. Come dire: mi è scappato lo zucchero, la
temperatura del forno era troppo alta. Tutte scuse. Fu un errore. Semplice.
Perché in pasticceria vale anche, anzi soprattutto, ragionare in prospettiva.
La glassa devi averla presente prima di farla perché, se così non fosse, non
potresti riconoscerla quando è perfetta. Quella donna aveva l’apparenza
della perfezione, come una miscela che sta insieme per miracolo, ma che,
alla ne, non sopporta la cottura. Nel forno del matrimonio vennero fuori le
crepe, la sciatteria con cui quell’impasto era stato fatto.
Ma non subito. Passò del tempo e qualche distrazione. Come costruire
gli, che è un atto generico, piacevole certo, ma affidato totalmente al caso.
Figuratevi me che divento padre, guratevi mia moglie che sforna due
gemelli. La procreazione è una specie di scherzo, questo è. Non è come
farcire un pan di Spagna con la sac à poche, né come stuprare
scienti camente un krapfen. Quelle sono azioni perfette: tanto di pressione,
tanto di direzione, tanto di materiale che si espelle. Per i gli tutto il
contrario: piacere senza controllo, il contrario stesso del piacere, a pensarci,
perché quando arriva non sai cos’è esattamente. Succede e basta come se,
piuttosto che il desiderio di prolungarlo, avessi l’urgenza di liberartene.

Il ripieno dello strudel si fa mentre la pasta riposa. Le mele si fanno a pezzi


regolari perché solo in questo modo cuoceranno uniformemente. Bisogna
scegliere frutti consistenti: renette, a buccia gialla o buccia giallo-rossa.
Qualche volta mi azzardo a unire al tutto una, una sola, mela cotogna, ma è
un frutto talmente raro che è difficilissima da trovare... Tagli regolari
dunque. Vedete l’essenza meravigliosa di questo lavoro? Tutto ha un senso,
non è capriccio. È signi cato. Solo il pasticcere trascurato, quello che si è
inventato lì per lì, ritiene secondari questi particolari.

La stagione matrimoniale fu, per così dire, una specie di assenza. Di me


fuori da me. Avevo due gli. Una moglie. Ero cioè qualcosa che non ero mai
stato prima. Provavo a sopravvivere, ma cercavo la perfezione. Mia moglie
diceva che ero un testardo, che questa mia ricerca della felicità non era
nient’altro che un egoismo senza pari. E io, sapete, la capivo. Hai due gli,
diceva, che stai a perdere tempo con questa faccenda della pasticceria. La
chiamava faccenda. Eppure più di una volta aveva affermato che i miei erano
i dolci più buoni del mondo. «Troppo buono! Troppo, troppo buono!» Ma,
aggiungeva, da qui a farne un mestiere il passo è bello lungo, specialmente
considerato che ero un padre di famiglia adesso. Un mestiere lo chiamava,
capite? «Se proprio vuoi lavorare in un ristorante provaci, ma poi non ti
lamentare se tutt’al più ti fanno lavare i piatti.» Ecco, vedete la crepa? La ne
di ogni poesia.
È dura, durissima passare gran parte del tuo tempo a mentire, a fare
qualcosa quando se ne vorrebbe fare un’altra. Mi dicevo che lo stavo facendo
per i gemelli e anche per mia moglie... insomma, per la famiglia. Ma poi
ngevo. Fingevo di lavorare a tempo pieno, mentre facevo il parttime.
Fingevo di essere sereno e invece ogni secondo della mia concentrazione era
impiegata per cercare di mettere a tacere la testa.
«E come lo fa lo strudel?»
Classico, dico io senza tentennamenti.
Un chilo e mezzo di mele renette oppure mele a buccia gialla o giallo-
rossa, ma io ne uso anche una cotogna; due cucchiai di rum; sessanta
grammi di uva sultanina; centoventi grammi di zucchero; cento grammi di
pangrattato; sessanta grammi di burro; un limone; due stecche di cannella,
ridotte in polvere; sei cucchiai di marmellata di albicocche; zucchero a velo.
Espongo a memoria. Poi taccio per godermi i loro sguardi neutri. Io
quella gente la conosco: quando ngono indifferenza vuol dire che sono stati
colpiti. Infatti dopo un silenzio eterno: «Lo strudel...» ripetono.
«Interessante: domestico e inusuale, è una scelta trendy, decisamente.»
«Se ha bisogno di pensarci, l’ingaggio è conveniente...» aggiungono.
Non ho bisogno di pensarci, dico senza quasi farli nire, accetto.
«Bene» affermano ma senza nemmeno l’ombra di entusiasmo, «ci
autorizza a dare il suo numero di telefono alla cliente?»
Sì, accenno, sì...

Da quel momento in poi si trattò di capire come avrei potuto fare. Lo sapevo
bene, mi era già capitato quando ancora ero un ragazzo e volevo fare una
sorpresa a mia zia. Non riuscì. Mi ero messo in testa di fare un dolce per lei.
Quando tornò a casa il dolce non lo guardò nemmeno: cominciò a sbraitare,
a dire che avevo combinato un pasticcio, che avevo messo ogni cosa
sottosopra. Così non ebbi il coraggio di mostrarle il dolce che avevo fatto per
lei, mi pare di ricordare che fosse una torta margherita. Ma lei la vide lo
stesso e scosse la testa e chiese di che cosa si trattasse; poi disse che la
preoccupavo, che non era normale quello che facevo. Lo so, avrei potuto
dirle che tutto quanto avevo fatto non era nient’altro che uno stupido dolce,
ma allora non dissi niente. Qualche tempo dopo avvenne l’incidente: per
una distrazione mia zia aveva confuso una confezione di farina con il
sacchetto di veleno per topi. Era distratta... fece un errore.

Ecco, dopo la morte di mia zia, quella che mi aveva allevato, ci fu una
stagione che io de nisco dell’oblio. Per tutto quel periodo, anni, pensai che
l’idea della pasticceria non era stata nient’altro che l’immagine della mia
ostinazione. Furono anni strani, mi muovevo come capita al tabagista
pentito che, per paura di ricadere nel gorgo del fumo, si tiene distante dalle
tabaccherie.
C’era poi la faccenda del Natale. Non so, devo raccontare anche quella?
No, no. Devo raccontare del fatto che io abbia incontrato lei. Perché non
c’era alcun motivo di incontrarla, non per me che prima non sapevo
nemmeno come fosse fatta veramente una donna.
Tutto si collega con la mia ossessione. Lavoravo per un’agenzia di
segreteria telefonica allora. Uno dei nostri clienti era un pasticcere a
domicilio. Quando lei telefonò avrei dovuto rispondere che per tutta la
settimana lo chef non era disponibile, faceva le vacanze anche lui. E invece
risposi che sì, che per un dolce natalizio si poteva organizzare e presi
l’ordinazione. Nel giorno prestabilito mi presentai, il cuore mi batteva,
temevo che lei conoscesse il pasticcere che aveva contattato. Non lo
conosceva, ma ne aveva sentito parlare... Si disse sorpresa che fossi così
giovane. Abbozzai. Andava bene lo strudel tradizionale? Lei rispose di sì,
che voleva fare bella gura per una volta, che per una volta voleva
sorprendere i suoi amici in genere scettici sulle sue capacità. Mi confessò che
aveva intenzione di mentire a tutti, dicendo che quel dolce favoloso l’aveva
fatto lei. Sorrisi, dissi che non c’era problema. Così entrai in cucina, preparai
la mia prima sfoglia, come da sempre avevo immaginato che avrei fatto, e le
mele, e rum con l’uvetta. «Qualche pinolo?» chiesi. E lei rispose: «Sì, tutto».
Tutto. Volle aiutarmi a tagliare le mele e dovetti spiegarle quanto importante
fosse un taglio regolare perché la cottura risultasse perfetta. Mi ascoltava
guardandomi. Facemmo sesso che il dolce era in forno.
Ecco, successe così, in questo modo: il primo dolce e la prima donna.

Passò del tempo prima che lei scoprisse che mi ero fatto passare per un altro.
E non la prese bene. Ma le donne amano per motivi strani. «Non sarai stato
completamente onesto» disse, «ma quello strudel era troppo buono.» Così
ricominciammo a frequentarci. Il giorno del nostro matrimonio passò come
una corrente d’aria che faccia sbattere una nestra. Così, senza nemmeno il
tempo di correre a bloccare l’anta. E con la stessa istantanea velocità
arrivarono i gemelli. Facevo colloqui allora, tentavo con la ristorazione...

Sto tirando per le lunghe? Ma lei, commissario, sembra una persona


paziente. Non vorrei mai appro ttare della sua gentilezza.
Lo so che Lei vorrebbe che arrivassi a quel Natale. Ma, vede, c’è qualcosa
che andrebbe detto prima. No, non per giusti carmi, ma per dire le cose
come vanno dette, poi giudicherà Lei se mi sto giusti cando.

Insomma, avevo un desiderio e un senso. Certo, incontrare quella che poi


sarebbe diventata mia moglie potrebbe essere considerato come un
incidente, una distrazione... A me parve una sosta, come quando ci si ferma
in mezzo a una salita per prendere ato. Niente di più. E invece cominciò la
faccenda che quando si diventa mariti si diventa responsabili per due, e poi
la faccenda che quando si diventa padri si diventa responsabili per tre, o per
quattro, come nel mio caso. Ecco: mi ero fermato per un secondo a prendere
ato ed ero diventato marito e padre.
Furono anni difficili, insopportabili. Furono anni di menzogne.

... Quella volta che mi torturò per giorni perché voleva che la portassi al
cinema. A me non è mai piaciuto il cinema, ma lei diceva che il cinema è
come la pizza: piace a tutti, a chi non piace il cinema? A me, a me! Ma lei no:
ho chiamato una baby-sitter. Era Natale anche quella volta. È sempre
Natale... e a me il Natale fa schifo. E che lm fanno a Natale...
... Le volte che mi controllava il telefono mentre ero in bagno, tanto che
non potevo mai lasciarlo incustodito; tanto che alla ne nemmeno lo
nascondeva più, semplicemente frugava nella mia vita, che, diceva, era
diventata anche la sua e dei bambini...
... E quando voleva sapere dove fossi stato anche quando ero stato dove
lei stessa mi aveva chiesto di essere...
... Quando mi guardava come se mi frugasse il cervello...
... Per cercare di capire no a che punto avessi abbandonato me stesso...
... E il fatto che proprio per tutto questo dovetti ingegnarmi a mentire
meglio di quando fossi totalmente sincero; preparare le frasi giuste e mentire
solo quando volevo che sapesse la verità.

Mi ero fatto furbo. Provai con piccole pasticcerie di periferia, come a dire
che bastava mettere un piede in quel mondo meraviglioso per cominciare
un’ascesa senza limiti. «Sei troppo bravo, troppo buono» mi dicevano a casa.
Troppo, troppo buono.
Ma non abbastanza. Ripresi a lavorare al servizio di segreteria telefonica.
Un pomeriggio, mentre aspettavo di essere ricevuto dal padrone di una
pasticceria, mia moglie mi affrontò, erano giorni che mi seguiva, erano mesi
che aveva capito che le mentivo. «Ai tuoi gli non ci pensi.» Gridava. «Tu e
la tua ossessione.» Gridava. La guardai come se la vedessi per la prima volta
e in effetti la vedevo per la prima volta.

Come ho fatto? Non lo so. Non lo so davvero, ma me ne tornai a casa con


lei. Passò qualche giorno di Purgatorio. Poi si diede corso alla farsa dei
giuramenti, che è solamente quella fase in cui la menzogna si specializza.
Giurai di giurare che tutto sarebbe andato per il meglio, che avevo capito il
mio problema, che tutto sarebbe tornato esattamente com’era. Ma com’era
quando? Prima che la conoscessi o durante il nostro matrimonio? Si trattava
di farsi furbi. Sottili. Silenziosi. Ora lavoravo di giorno e cercavo di notte.
Finché tanto cercare diede frutti. Mi ero fatto amico un vecchio pasticcere
che lavorava tutte le notti per fornire cornetti e bomboloni ai bar del centro.
Fu lui che mi trovò l’ingaggio.
Quel Natale. Che era un Natale pessimo, di quelli con la neve e tutto,
quasi il luogo comune stesso del Natale, col generale Inverno che invade
ogni cosa. I Natali che piacevano a mia zia per intenderci, quando occorreva
mettere i guanti e il cappello coi paraorecchi. Quel Natale è stato così, non
concorda? Ci sono dei Natali che non si sopportano tanto assomigliano alla
retorica della festa. Comunque l’ingaggio era per la notte della vigilia ed era
per uno strudel classico. Un’occasione irripetibile che mi avrebbe inserito in
quel giro in cui da anni stavo cercando di entrare. Lo sa come vanno queste
cose, commissario. È un lavoro dove conta il passaparola, una padrona di
casa ti consiglia alle amiche, che ti consigliano alle altre amiche...
A casa sorridevo da solo. Se avessi trovato un ingaggio per la notte della
vigilia? sussurrai. Mia moglie non alzò la voce per non svegliare i gemelli:
«Non pensarci nemmeno, non ricominciamo». Ma ricominciamo cosa?
«Non pensare a quello che stai pensando. Non pensarci proprio!» E io non ci
penso proprio, ma sì, mi dico: non pensarci. «Faccio la sfoglia» dico, «la
faccio per voi. Mi aiuti a tagliare le mele?» chiedo. E lei mi guarda con un
sorriso, improvvisamente. «Come la prima volta» dice. E io faccio cenno di
sì: proprio come quella volta. «Così domattina per colazione avete il dolce»
dico. E lei sorride di nuovo.
La mattina dopo è il 23 dicembre scorso. Quando mi alzo sono tutti
seduti intorno al tavolo apparecchiato per la colazione. Tranquilli,
silenziosi... ma io lo sapevo bene che cosa si erano detti mentre
assaporavano quella bontà: “Troppo buono”. Troppo buono, fatto dal papà
per voi, solo per voi. Io so che i gemelli hanno sorriso perché capivano
quanto importante fosse per me farli felici. Così alzandomi in quel silenzio li
vidi sorridenti, perché non sempre la morte è terribile come si descrive.
Fuori dalle nestre si stava preparando un Natale di quelli insopportabili,
ma avevo un ingaggio nalmente.
Come previsto, alle dieci e mezzo squillò il telefono. Ero lì ad aspettarlo,
dall’altra parte una voce calda, come quella che hanno le signore ricche,
quelle che hanno anche molte amiche ricche. Mi chiese se ero proprio io il
pasticcere che le era stato indicato dall’agenzia. E io dissi di sì. «È libero per
la notte della vigilia allora?» «Liberissimo» ho risposto, con più entusiasmo
di quanto fosse necessario, ma che ci vuole fare, commissario, mi ero
lasciato andare...
Alfredo Colitto
ATTO DI DOLORE

È una notte di luna e sto per morire.


Da quando il giovane che ha cenato con me sotto il portico si è chinato,
circa due minuti fa, e ho intravisto il calcio della pistola in lata nella cintura,
sotto la camicia ampia, ho capito che è qui per me. Non credevo che sarebbe
successo. Pensavo che ormai non valesse più la pena di cercarmi.
Mi s ora l’idea che la pistola sia una coincidenza, che lui semplicemente
abbia l’abitudine di girare armato. Ma qualcosa dentro di me, una certezza
irrazionale, liquida questo dubbio quasi prima che diventi un pensiero. Sto
per morire. In fondo è quello che dicevo di volere, da quando Maria non c’è
più: non una malattia che ti consuma, ma una morte improvvisa e violenta.
Un treno in corsa, un incidente d’auto che metta ne a questo continuo
vagare dell’anima.
Un proiettile.
Eppure, adesso che il momento è arrivato, ho paura.
Cerco di non tradirmi, di non allarmare il mio ospite. Dino Colombo, ha
detto di chiamarsi. Un nome falso, è ovvio. Mi chiede se è normale che
faccia così caldo, sotto Natale, e gli rispondo di no.
«Anche se siamo ai Tropici» spiego, «qui a Tapachula d’inverno fa fresco,
almeno la sera.»
Mi sforzo di mantenere la conversazione su un tono neutro, per non
insospettirlo, e intanto cerco di pensare a una via d’uscita. Ho scoperto che
non voglio morire. Non ancora.
Tra due giorni è Natale, ho già comprato i regali per i bambini dei pochi
amici che mi sono fatto qui, e il pensiero che forse la veglia della vigilia si
farà senza di me mi risulta intollerabile.
«E come mai adesso fa così caldo?» chiede lui.
Finisco la mia birra, prendo tempo. Se mi alzo con la scusa di andare in
bagno mi spara subito. Non credo sia così stupido da lasciarmi rientrare in
casa. Se cerco di scappare verso il cafetal, probabilmente mi abbatte prima
che arrivi alla linea degli alberi.
Rispondo alla sua domanda con un commento generico sugli
sconvolgimenti climatici di questo inizio di millennio. Lui replica con parole
che non sento neppure.
Penso a tutta velocità. La mia pistola è in camera da letto, al piano di
sopra. Non ci arriverò mai. Beto, il sorvegliante della piantagione, ha un
fucile. Ma la sua baracca è dietro la casa. Dovrei riuscire a svoltare l’angolo, e
poi correre per venti metri su terreno scoperto.
Cristo, come ho potuto invitarlo addirittura a cena?
Arriva Carmen, la moglie di Beto. Porta su un vassoio due tazze vuote,
un mestolo e una pentola fumante di café de olla. «Ecco il caffè, caballeros»
dice. Posa il vassoio, riempie le tazze con il mestolo e si allontana, scuotendo
la testa. Non si è mai abituata al fatto che io prendo il caffè dopo cena. In
Messico, soprattutto nelle campagne, non è affatto una cosa normale. E io
non le ho mai spiegato il motivo di questa abitudine. La sera è l’ora del
dolore e della nostalgia, e il café de olla nella mia mente è legato a Maria.
Dino prende la sua tazza e ne aspira l’aroma, prima di portarla alle labbra.
«Ha un buon profumo» dice con un sorriso aperto, simpatico. «Ma non è
solo caffè, vero? C’è qualcos’altro dentro.»
«Cannella e piloncillo» dico. «Qualcuno ci mette anche i chiodi di
garofano, ma io lo preferisco senza.»
«Ottimo» commenta lui, dopo averne bevuto un sorso. «Cos’è il
piloncillo?»
«Zucchero di canna. Se vuoi ti do la ricetta.»
«Magari un’altra volta.»
«No» insisto. «Tanto ci vuole un minuto.»
Prima che possa ribattere chiamo Carmen e le dico di portare carta e
penna. Mentre aspettiamo che torni trattengo quasi il respiro. Se si mette
davvero a scrivere, avrò il tempo per fare la mia mossa. Una sola possibilità.
Se sbaglio sono morto. Ma se non ci provo sono morto comunque.
Carmen torna con il blocco giallo che usa per fare la lista della spesa e
una penna a sfera. Mette tutto sul tavolo e si allontana. Vorrei dirle di andare
a letto, al sicuro nella baracca dove l’aspetta il marito. Ma ovviamente non
posso. Dino capirebbe che ho scoperto il suo gioco. Spero solo che al
momento degli spari Carmen corra a nascondersi da qualche parte.
«Allora» comincio, mentre lui prende il blocco e la penna. «Per prima
cosa ci vuole una pentola di terracotta, come questa.» La tocco con un dito.
«È un punto essenziale. Poi nella pentola metti a bollire acqua, piloncillo e
cannella. Devi sempre mescolare, altrimenti lo zucchero si deposita sul
fondo e si brucia.»
Lui scrive, diligente, con un mezzo sorriso sulle labbra. Non mi perde di
vista. Vado avanti, sperando che si distragga. «Fai cuocere a fuoco lento per
circa un quarto d’ora, mescolando sempre. Aggiungi il caffè macinato,
aspetti che l’acqua torni a bollire, poi togli la pentola dal fuoco e lasci
riposare per cinque minuti.»
«Finito?» chiede lui.
«Non ancora. Per servirlo devi usare un mestolo, perché se muovi la
pentola i fondi del caffè si sollevano e niscono nella tazza, rovinando tutto.
Se vuoi ottenere un risultato perfetto puoi anche utilizzare un colino tto,
magari con dentro un pezzo di tela. Poi...»
Finalmente abbassa la testa, intento a scrivere le ultime note. Adesso o
mai più. Afferro la pentola con entrambe le mani e gliela tiro in faccia.
Mentre cade con tutta la sedia vedo la mano destra che si sposta dietro la
schiena, per prendere la pistola. Gli rovescio il tavolo addosso.
Merda! È caduto tra me e la porta, sbarrandomi la strada. È intontito, ma
non è svenuto. Mi resta solo la fuga verso la baracca di Beto. Mentre lo
penso, però, sto già correndo dalla parte opposta, verso il cafetal. Non ho
tempo per interrogarmi sul perché penso una cosa e ne faccio un’altra.
Ormai devo solo sperare di arrivare vivo alla linea degli alberi.
Sento un plop attutito, e un proiettile mi schia vicino al ginocchio.
Faccio appello a tutta la mia forza di volontà per non voltarmi, e continuo a
correre. Un altro plop, un altro sibilo in basso, stavolta vicino al piede destro.
Non spara per uccidere. Vuole azzopparmi. Evidentemente vuole farmi
parlare, prima. Forse il marito di Maria spera ancora di recuperare una parte
dei soldi. Sento un grido: «Madre mia!», poi due plop ravvicinati e un urlo di
dolore. Povera Carmen. Deve essere uscita a vedere, attirata dal fracasso del
tavolo rovesciato. Ora è morta. Non mi volto, continuo a correre. Mancano
pochi metri, ma sono senza ato. Mi tengo un anco con una mano. Una
detonazione squarcia l’aria umida della notte. Il fucile di Beto. Per un attimo
voglio sperare nella fortuna. Mi giro in tempo per vedere Beto che cade
allargando le braccia, come un Cristo in croce. L’uomo gli spara un altro
colpo, alla testa, poi comincia a correre verso di me.
Raggiungo le prime piante di caffè. Ansimo come un vecchio prima
dell’orgasmo che gli costerà l’infarto. Devo fermarmi un attimo. Non posso,
lui mi raggiungerà presto. È molto più giovane di me, più in forma, e spara
preciso. Devo fargli perdere le mie tracce, arrivare in cima alla collina, dove
c’è la baracca degli attrezzi. Se riesco a prendere un machete...
Ormai non corro più. Barcollo da un arbusto all’altro, stravolto dalla
nausea. Penso cose assurde. Che il caffè è maturo, per esempio. Ma i
braccianti guatemaltechi, quando arriveranno per la raccolta, dopo le feste,
troveranno solo cadaveri. Prima di allora non verrà nessuno. È Natale, tutti
restano in famiglia. Quel bastardo avrà tutto il tempo di scomparire.
Non so se è vicino o lontano. Sento solo il rumore del mio respiro.
Davanti a me all’improvviso si erge una forma scura e squadrata. La baracca!
Ci sono arrivato. Apro la porta, entro, afferro un machete corto ed esco. Ora
devo fermarmi a riposare, prima di svenire. All’improvviso ho un’idea. Mi
sembra talmente buona che mi vengono le lacrime agli occhi. Forse posso
sfuggirgli.
Caracollo giù dalla collina, dalla parte opposta a quella da cui sono salito.
Qui le piante sono più rade, e alla luce della luna riesco a vedere dove metto
i piedi. Per fortuna è discesa, sento le gambe che cedono. Il posto che cerco è
vicino, penso di poterlo trovare anche al buio.
Piego a sinistra, verso il ume. Ho un momento di dubbio. Intorno a me
vedo solo piante di caffè, alte anche due metri e mezzo. Prima di arrivare qui
credevo che il caffè fosse una pianta erbacea, tipo l’orzo, o il grano. Forse per
via dei chicchi. Come mi sono stupito, la prima volta che sono entrato in un
cafetal. «Ma è un bosco!» ho esclamato, tra la sorpresa dei miei
accompagnatori.
E poi l’ho comprato, un bosco come quello. L’ho comprato con soldi non
miei, e ho cercato di rifarmi una vita.
No, non è vero, penso mentre continuo a spostarmi tra gli arbusti. In
Italia, quasi cinque anni fa, tutto è cominciato con un caffè in un bar
messicano. E tre anni dopo mi sono ritrovato in Messico a fare il piantatore
di caffè. Che sia stato un caso non ci crederebbe nessuno, io meno di tutti.
Quello che volevo non era dimenticare e ricostruire, ma ricordare e soffrire.
Tutti i giorni, tutte le sere.
Non posso perdonarmi per quello che ho fatto.
Ecco lo spiazzo. L’ho trovato. Qui abbiamo dovuto tagliare alcune piante,
attaccate dai parassiti. Poi abbiamo scavato una buca, le abbiamo cosparse di
naa e le abbiamo bruciate. Mi avvicino ai resti del falò. La buca è profonda
almeno mezzo metro. Ci entro e mi stendo tra la cenere, coprendomi con
dei rami carbonizzati. Lascio fuori solo il naso e gli occhi. Se ho fortuna non
mi vede. Ma devo restare in assoluto silenzio.
Mi sforzo di respirare piano, senza un suono. Mi gira la testa e mi
tremano le gambe. Stringo forte il manico del machete, sotto la cenere, per
darmi coraggio. Mi metto in ascolto. Sento solo i rumori della notte. Rami
che scricchiolano spinti dal vento leggero, il verso di qualche uccello.
La mente si riempie di immagini di quello che è appena successo.
Carmen che porta il caffè, la pentola in faccia, Beto che cade ferito a morte.
E lui, il killer con la faccia da bravo ragazzo. Si è presentato come Dino
Colombo, di Milano. L’ho incontrato stamattina in città, dove ero sceso per
fare le ultime spese natalizie.
Prima di tornare a casa mi sono fermato in una caffetteria vicino alla
chiesa di San Augustín e mi sono seduto a un tavolino fuori. Mi piace
l’atmosfera natalizia: gli addobbi, le ruote di fuochi d’arti cio già pronte per
essere accese, gruppi di adulti e bambini che si preparano per la posada
serale, una rievocazione del pellegrinaggio di Giuseppe e Maria verso
Betlemme.
Lui è arrivato due minuti dopo, si è seduto al tavolino accanto, e non
appena abbiamo scoperto di essere entrambi italiani abbiamo cominciato a
parlare. Di stranieri qui se ne incontrano pochi, Tapachula è fuori dalle
grandi rotte turistiche del Messico. Ha la sua spiaggia e i suoi alberghi a
cinque stelle, giù a Playa Linda, ma resta un posto di passaggio. Ci si
fermano americani e tedeschi diretti in Guatemala, qualche francese
disperso, italiani quasi zero. Non si vedono neppure gli autobus dei tour
organizzati lungo la Ruta Maya, i quali dopo aver portato i clienti a
Palenque, Chichén Itzá e Uxmal, vanno in Guatemala passando per il Belize.
E tornano indietro per la stessa strada.
Qui non c’è niente, a parte il caffè.
Dino Colombo mi ha detto che era venuto per questo. Per il caffè.
Io non ho sospettato niente. Non mi è sembrato strano vedere un italiano
in viaggio da solo, poco prima di Natale. Non ho capito che doveva avermi
seguito, in quella caffetteria, e che quando ha chiesto: «Scusi, anche lei è
italiano?» sapeva benissimo chi fossi.
È anche vero che proprio non me l’aspettavo.
All’epoca della mia fuga con Maria, i soldi sembravano tanti. Ma in fondo
non lo erano. Un milione di euro, all’incirca. Di che comprarsi un
appartamento di lusso a Milano e poco più. Troppo poco per mandare un
killer.
Non avevo pensato alla vendetta, come motivo.
Ho abbassato la guardia, soprattutto negli ultimi mesi. Sono uscito allo
scoperto, ho cominciato persino a vendere il mio caffè in Italia.
E poi ho sempre creduto che se un giorno fosse arrivato qualcuno per
farmi fuori, avrebbe avuto un certo aspetto, una certa faccia che io avrei
potuto riconoscere. Così quando ho visto quel ragazzo, venticinque anni al
massimo, viso allegro, zaino rosso, pantaloni al ginocchio, camicia e scarpe
da trekking, ho pensato che fosse quello che diceva di essere: un viaggiatore
solitario, che preferiva tenersi lontano dalle solite rotte e dai viaggi
organizzati, interessato a quello che adesso si chiama “ecoturismo”.
Mi è piaciuto subito, con il suo modo di fare semplice, diretto. La sua
faccia mi ricordava qualcuno, mi trasmetteva un senso di familiarità. Forse
per questo abbiamo iniziato a chiacchierare subito come due vecchi amici.
Voleva fare un giro a piedi tra le grandi piantagioni di caffè, quelle
fondate dai tedeschi un secolo e mezzo fa, dormendo all’aperto e comprando
da mangiare nelle varie haciendas. Allora gli ho detto, cadendo nella
trappola come un fesso: «Io ho una piccola piantagione di caffè. Perché non
cominci il giro da lì?».
Lui ha accettato con entusiasmo, ovviamente, e l’ho invitato a cena.
Durante il viaggio nel mio vecchio pick-up Ford gli ho spiegato i dettagli
del mio lavoro. La messa a dimora di nuove piante, la pulitura del
sottobosco, la lotta integrata ai parassiti, invece della disinfestazione con i
pesticidi, come fanno quasi tutti gli altri. E il momento più bello: la raccolta.
Dino Colombo sembrava pensare ad altro, e gli ho chiesto se lo stavo
annoiando, con i miei discorsi.
«Niente affatto» ha risposto. «Stavo pensando che piacerebbe anche a me,
una vita del genere. A volte vorrei cambiare tutto, scomparire da qualche
parte. Ma è inutile, non mi lascerebbe andare.»
«Chi?»
«Mio padre.»
Aveva un’aria così triste quando l’ha detto che mi si è stretto il cuore. Non
ho chiesto niente, per non fare il ccanaso, ma Dino è andato avanti,
spiegando che era glio unico, e presto sarebbe toccato a lui mandare avanti
la piccola azienda di famiglia.
«Tu hai gli?» ha chiesto.
«No. Mia moglie è morta prima che potessimo averne, e non mi sono mai
risposato.»
Mi ha ssato in un modo strano, poi dopo molto tempo ha detto: «Mi
dispiace».
Per il resto del viaggio abbiamo parlato poco, ma anche il silenzio era
piacevole, con lui, una sensazione naturale come quella che si prova con gli
amici di sempre, con la compagna di tutta una vita. Comprensione senza
bisogno di parole.
E ora me ne sto qui, sdraiato in una buca piena di cenere, ad aspettare che
mi uccida.
Cerco di aggrapparmi alla speranza come a una fune, ma non credo che
riuscirò a cavarmela. Beto e Carmen sono morti, alla fattoria la sera non c’è
nessun altro. È solo questione di tempo, prima che mi trovi.
Tendo le orecchie, in ascolto. Non sento nulla, a parte i grilli e un uccello
notturno dal verso lugubre, come una specie di pigolio triste. Lo sento tutte
le notti, ma non so come si chiami. Non mi sono disturbato a imparare
nulla, in questi anni. Non capisco neanche una parola del dialetto indigeno,
il mio spagnolo è pieno di errori, per la casa ho comprato solo i mobili
indispensabili. In qualche modo sapevo che non sarebbe durata.
I muscoli sono ancora rigidi per lo sforzo improvviso, ma il respiro si è
calmato. Sono stanchissimo, e vorrei dormire.
Il solo pensiero di potermi addormentare in questa buca mi inietta una
scarica di adrenalina nelle vene. Apro gli occhi di scatto, all’improvviso
sveglissimo. Mi metto di nuovo in ascolto. Ancora niente.
Non oso sperare. La piantagione è piccola e lui non era troppo lontano,
quando ha cominciato a correre verso di me. Stringo ancora il machete. Se si
avvicina troppo, posso menargli un fendente sulla mano, prima che riesca a
sparare. Il fatto è che il tempo che serve per alzare e abbassare la lama è
molto maggiore di quello che ci vuole a premere l’indice sul grilletto di una
pistola. Forse ci proverò lo stesso, comunque. Sarà un modo più rapido di
morire, senza dover spiegare niente.
Mi metto a pensare a Maria. È inevitabile.

Non mi ero mai innamorato veramente, in tutta la vita. E poi, a quarantadue


anni, ho incontrato lei. Fu un incidente, nel senso letterale del termine. Non
avevo visto un segnale di precedenza, e andai a sbattere con la mia Golf
contro la sua Mercedes, appena fuori dal centro di Milano.
Avevamo entrambi le cinture di sicurezza, e nessuno si fece male. Io scesi
e ammisi subito di avere tutta la colpa. Lei era agitata, non trovava il modulo
per la constatazione amichevole, ripeteva: «Mio marito mi ammazza,
quando vede la macchina. Oh, Dio, mio marito mi ammazza».
Feci tutto io. Le chiesi i suoi dati e li riportai sul modulo, tracciai il
disegnino nello spazio apposito, illustrando la meccanica dell’incidente, con
il veicolo A che non rispettava la precedenza e andava addosso al veicolo B.
Poi le diedi la sua copia, togliemmo le macchine dalla strada e la invitai a
bere qualcosa, per rilassarci e festeggiare il fatto che nessuno fosse rimasto
ferito.
«Va bene» disse lei. «Però niente di alcolico. Un caffè, per esempio.»
«È astemia?»
«Sono un’alcolizzata in cura» rispose con semplicità, senza nessuna
timidezza.
A due isolati di distanza c’era un bar messicano. Entrammo, ci sedemmo,
e tra i vari tipi di bevande calde e fredde sulla carta del locale ne vidi una che
attirò la mia attenzione: café de olla. Non sapevo cosa fosse ma mi piaceva il
suono liquido della parola olla. Lo dissi a Maria, e lei rise. «Proviamo»
acconsentì.
Solo allora, quando ormai eravamo più calmi, notai la sua bellezza.
Capelli neri lunghi, occhi azzurri, corpo snello inguainato in un vestito
bianco che le arrivava al ginocchio. Restai per un minuto buono senza
sapere cosa dire. Fu la barista, una ragazza dalla pelle ambrata e dagli occhi
accesi, a trarmi d’impaccio, servendoci due tazze di un caffè lungo, dal gusto
pieno e aromatico. Dopo averlo assaggiato, Maria le chiese la ricetta, e lei
gliela diede. È quella che uso ancora adesso.
Ricordo ogni parola di quella conversazione, ogni sguardo, ogni silenzio.
Ricordo il momento in cui cominciammo a darci del tu, e il momento in cui
la sua mano scivolò sulla mia.
«Io sono una donna facile» disse, con quella sua sincerità disarmante,
guardandomi dritto negli occhi. «Sono talmente sola che mi attacco al primo
che passa. Se ti va, conosco un albergo discreto, qui vicino.»
Mi innamorai di lei in quell’istante. Per quella frase. Per il dolore che
avevo visto dentro quella richiesta brutale di sesso.
La seguii come un sonnambulo, senza capire bene cosa stesse
succedendo. Prendemmo la mia macchina, che era la meno ammaccata, e
andammo in albergo. Il sesso fu bello, intenso, elettrico. Lei mi chiese di
lasciarle il mio numero di telefono. Da allora iniziammo a vederci
regolarmente, tre o quattro volte al mese, a casa mia.
E dopo l’amore, c’era il rito del café de olla e della sigaretta.
Il caffè lo preparava sempre lei, seguendo scrupolosamente la ricetta della
barista. Un giorno le chiesi perché invece di mestolo e colino non potevamo
usare un ltro di carta, di quelli per il caffè americano. Maria inorridì. Per lei
quel caffè era una specie di bevanda magica, che rinnovava ogni volta la
passione del nostro primo incontro. E un ltro di carta avrebbe rovinato
tutto.
Ogni volta si fermava due o tre ore al massimo. Parlavamo poco, ma
dopo alcuni mesi io cominciai a diventare insistente. Volevo che lasciasse il
marito per stare con me. Lei rideva, cambiava discorso, scappava via in
fretta. Finché una volta la misi alle strette, impedendole di uscire. Mi aggredì
con parole inaspettate. «Cosa faresti se un giorno mi portassi a letto uno
sconosciuto, proprio come ho fatto con te?» disse. «Io sono pazza, Antonio.
Inaffidabile. Sono in cura da uno psicoanalista da cinque anni.» Scoppiò in
lacrime, l’abbracciai. E mentre la tenevo stretta mi disse piano all’orecchio
che avrebbe voluto provarci, con me. Ma temeva di farmi del male.
«Farei del male anche a Paolo» continuò. «Non lo sopporterebbe.»
Paolo era suo glio. Ribattei che ormai era adulto. Aveva più di vent’anni,
studiava a Londra, e lei lo vedeva solo una volta l’anno.
«Lo so, ma ho paura che faccia qualche sciocchezza. A volte penso che
abbia preso i lati peggiori da noi due. È violento come mio marito, e troppo
sensibile come me.»
Maria cambiò umore di colpo e rise forte, con gli occhi ancora bagnati di
pianto. «Comunque mio marito non ci lascerebbe andare» concluse. Mi
aveva già confessato che la picchiava. In quel momento aggiunse che era
anche pericoloso, perché aveva contatti con la camorra napoletana. «Ti ho
detto che ha una fabbrica di vernici» spiegò. «Qualche anno fa ha
cominciato a pagare tangenti per smaltire i ri uti tossici in discariche
abusive, al Sud, e a poco a poco è diventato il riferimento locale per altri
industriali con lo stesso problema.»
Insomma, Maria temeva che se l’avesse lasciato, suo marito ci avrebbe
fatti ammazzare entrambi.
Io mi occupavo di recupero crediti, avevo una pistola e non ero
esattamente una mammoletta, ma contro un killer della camorra non c’era
storia.
Così continuammo a vederci di nascosto, con tutte le precauzioni
possibili. Poi, un giorno, Maria arrivò con una notizia importante che le
brillava negli occhi. «Nella cassaforte di casa in questo momento c’è un
milione di euro, in contanti» disse, appena entrata. «Mio marito torna tra
due giorni, poi manderà i soldi a Napoli con un corriere. Possiamo prenderli
noi, ora, subito. Andiamo all’aeroporto e partiamo per un posto lontano,
dove non possano trovarci.»
«E tuo glio?» chiesi.
«Paolo è grande ormai, hai ragione tu. E io non sono mai stata una buona
madre. Forse è davvero meglio per lui se scompaio dalla sua vita. Ma devi
decidere subito. Non ci sarà un’altra opportunità.»
Non so cosa mi prese. Forse volevo dimostrarle che l’amavo davvero e che
ero disposto a correre dei rischi per lei. O forse aspettavo solo
quell’occasione per chiudere con una vita stupida. Fatto sta che invece di
ragionare, di pensare, dissi subito di sì. Riempii rapidamente una borsa da
viaggio con poche cose indispensabili, lasciai la pistola perché in aeroporto
non sarebbe passata, e uscimmo in fretta. Il mio appartamento non era un
problema. Il mio padrone di casa mi avrebbe cercato per l’affitto, non mi
avrebbe trovato, e in breve sarei stato dichiarato scomparso.
Nessuno sapeva della mia relazione con Maria. Nessuno avrebbe
collegato la mia scomparsa alla sua. E in qualche paese sudamericano ci
saremmo procurati facilmente dei documenti falsi.
Appena arrivati nella sua villa fuori Milano, prendemmo i soldi dalla
cassaforte, lei fece la valigia e scrisse una lettera di addio al glio. Poi
andammo ad abbandonare la sua macchina in una strada fuori mano,
imbucammo la lettera e tre ore dopo eravamo su un treno diretto a Parigi.
Niente aereo, gli aeroporti sarebbero stati la prima cosa che avrebbero
controllato. A Parigi prendemmo un altro treno per Amsterdam, e lì
salimmo su un volo per Rio de Janeiro. A Rio ci procurammo i documenti
falsi, poi proseguimmo per l’Argentina.
Affittammo una villetta alla periferia di Cordoba, e in capo a tre mesi la
nostra felicità era già un lontano ricordo.

Mi sveglia un rumore improvviso. Apro gli occhi di scatto, con il cuore in


gola per la paura. Non posso crederci, mi sono addormentato, steso nella
cenere. Lui è accovacciato davanti a me, e mi guarda. Ha il naso gon o e la
camicia tutta macchiata di caffè. Sul viso ha un sorriso triste, che si distingue
appena nella luce lunare. In mano ha la pistola con il silenziatore.
«Facevi quasi tenerezza» dice.
«Perché non mi hai sparato mentre dormivo?»
Lo dico con sincero rimpianto. Sarebbe stato tutto più facile. Dal sonno
alla morte, mentre pensavo a Maria.
Lui scuote la testa, il sorriso sparisce. «Prima devi dirmi cos’hai fatto a
mia madre.»
«A tua madre?» ripeto come un’eco. Ma mentre lo dico la sorpresa è già
svanita. Certo che mi ricordava qualcuno! Il viso, il modo di muoversi. È il
glio di Maria, quello che all’epoca studiava a Londra. «Paolo» dico a mezza
voce.
Lui si irrigidisce. «Dimmi cosa le hai fatto. Perché l’hai uccisa.»
È venuto per vendicarla. Qualunque cosa gli risponda, sono già morto.
Tanto vale dirgli la verità. «Ho ammazzato l’uomo che era con lei» dico.
«Maria è morta per sbaglio. Da allora non ho più avuto un solo giorno di
pace.»
«Bastardo!» urla, e preme il grilletto. Urlo anch’io. Mi ha spezzato uno
stinco. La mente si riempie di un dolore bianco, incandescente. Reagisco
d’istinto. Grido ancora, a pieni polmoni, alzo la mano con il machete, in un
vortice di cenere, e calo un colpo sul polso di Paolo. La pistola mi cade in
faccia, l’afferro con la sinistra mentre lui mi piomba addosso. Lottiamo e
tossiamo, soffocati dalla cenere, tra il crocchiare dei rami carbonizzati.
Vorrei premere il grilletto, ma non ci riesco. Non posso uccidere anche suo
glio. Lui cerca di strapparmi la pistola. Sento sotto la mano libera il manico
del machete, che mi era caduto nella lotta. Lo afferro e glielo calo sulla nuca.
Paolo si affloscia all’istante. È svenuto.
Esco a fatica dalla buca, cerco di guardare la gamba ferita, ma non vedo
quasi niente. Solo una crosta di cenere impastata di sangue. Mi allontano di
qualche metro, strisciando, la pistola in una mano e il machete nell’altra.
Poggio la schiena contro una pianta di caffè, e aspetto.
Si riprende dopo un minuto circa. Si solleva lentamente, si accascia di
nuovo, ci riprova e nalmente ce la fa a mettersi seduto. Si passa con
delicatezza la mano buona sulla nuca, geme. Poi mi vede.
«Bastardo» ripete, a bassa voce. «Per poco non mi hai amputato una
mano.»
Sull’avambraccio destro ha un taglio profondo, ma non perde troppo
sangue. La cenere fa da coagulante. È tutto nero, con i capelli ritti. Quando
parla gli brillano i denti sul viso sporco. Io non credo di avere un aspetto
migliore.
«Quelle due persone che hai ucciso» dico. «Beto e Carmen. Erano marito
e moglie.»
«E allora?»
Aspetto invano un segno di emozione, di rimorso. Capisco che voglia
vendicarsi di me, ma ha ammazzato due persone innocenti.
«Avevano tre gli. Il più grande ha solo qualche anno meno di te.»
Mi ssa, serio. «Erano anni che mi preparavo» dice. «Poligono e palestra,
tre volte alla settimana. Quando l’investigatore che avevo assunto ti ha
nalmente trovato, sono partito.» Aggrotta la fronte, come cercando le
parole giuste. «Non potevo fallire, capisci? Quei due si sono messi di mezzo
e li ho eliminati, punto e basta. Perciò non farmi la predica, è ato sprecato.
Spara e niamola.»
Solo allora mi rendo conto che siamo all’epilogo della storia. Non c’è
spazio per un lieto ne. Prima sembrava che dovesse essere lui a far fuori
me. Ora ho io la pistola in mano. E non ho scelta. Non posso lasciarlo
andare.
Gliela punto contro. Alla luce della luna lo vedo benissimo.
Ma non premo il grilletto. Non posso.
Lui si accorge della mia esitazione. Piega le labbra in un sorriso
sprezzante. «Sei un vigliacco che sa colpire solo alle spalle, vero? L’uomo che
hai ammazzato aveva due proiettili nella schiena.»
Non c’è motivo perché gli spieghi come mi sento. E infatti, quando
comincio a parlare, non è a lui che mi rivolgo, ma a me stesso. Butto fuori di
colpo tutto ciò che mi tenevo dentro da anni. Gli ultimi mesi con Maria, le
volte che scompariva e poi tornava a casa la mattina dopo. Le volte che la
trovavo addormentata sul divano, con accanto la caraffa dove preparava il
daiquiri completamente vuota.
La volta che la trovai a letto con un vicino di casa.
Fino a quel momento avevo perdonato tutto, avevo cercato di capire.
Quando tornava a casa con un odore di albergo appiccicato ai vestiti, le
chiedevo perché. Lei urlava, spaccava oggetti sul pavimento, ringhiava che
non sopportava più la mia calma, il mio tono ragionevole. Dopo piangeva, ci
abbracciavamo. A volte facevamo l’amore.
Ma non era mai arrivata a portarsi un uomo in casa.
Era l’ora in cui tornavo di solito. Aprii la porta, udii delle voci, andai
dritto in camera da letto e li trovai lì, nudi, che ridevano e si accarezzavano.
Maria l’aveva fatto apposta, lo capii appena la guardai negli occhi. Voleva
vedere se così avrei perso la calma.
La persi. Andai verso il letto, il nostro letto, e le mollai uno schiaffo. Il
vicino si mise di mezzo. A lui tirai un pugno in bocca. Pochi secondi dopo
eravamo tutti e tre in piedi. Maria prendeva gli schiaffi e rideva, dicendo
«Finalmente!» e facendomi infuriare ancora di più. Il vicino mi afferrò alle
spalle. Gli diedi una gomitata nelle costole che gli tolse il ato, una testata,
poi cercai di voltarmi per affrontarlo. Maria mi si aggrappò a un braccio,
disse: «Basta, basta, ti prego» con un tono spaventato. Aveva smesso di
ridere. Ma io ormai non sentivo ragioni. Avevo sopportato per troppo
tempo le sue follie. Le diedi una spinta, con tutta la forza che avevo. Lei
scivolò all’indietro, batté la testa contro uno spigolo del comodino e cadde
sul pavimento con un tonfo sordo.
Capii che era morta ancora prima di vedere il sangue dietro la nuca. Lo
sguardo di vetro, la bocca aperta, neppure un fremito, un movimento
qualsiasi. Urlai, mi chinai sopra di lei, la presi tra le braccia. E cominciai a
piangere.
Tra le lacrime vidi il vicino che era uscito dalla stanza da letto e
barcollava verso la porta d’ingresso, nudo e scalzo e sanguinante. Agii senza
pensare. Con il corpo di Maria tra le braccia, aprii il cassetto in cui tenevo la
pistola, presi la mira e sparai. Due volte. Lui si accasciò contro la porta,
lasciando una scia di sangue sul legno.
Restai lì tutta la notte, con quei due cadaveri. Per un paio d’ore attesi che
venisse a prendermi la polizia. Qualcuno doveva pure aver udito gli spari.
Ma non venne nessuno. Piangevo, gemevo, ripensavo ai mesi prima di
lasciare l’Italia, ai nostri pomeriggi d’amore. Rivedevo Maria che serviva il
caffè con il mestolo dalla pentola di terracotta sopra il tavolo della cucina.
Sentivo le sue risate, quando le chiedevo di lasciare il marito per stare con
me.
A poco a poco, con il passare delle ore, il dolore divenne meno intenso,
una presenza sorda che mi pesava sul cuore, ma non mi impediva di
pensare. La morte di Maria era stata un incidente, ma avevo sparato alle
spalle a un uomo disarmato, a sangue freddo. Se mi avessero preso mi
avrebbero dato almeno trent’anni.
Così fuggii. Ritirai i soldi in banca, presi un aereo per Bogotà, poi uno
per New York. I documenti falsi ormai erano quelli di un assassino ricercato
dalla polizia. Li gettai via e tornai a usare quelli veri. Qualche giorno dopo la
polizia trovò i cadaveri, e riuscì a scoprire la vera identità di Maria. Il marito
e il glio andarono in Argentina per identi carla e provvedere al rimpatrio
della salma. Lo lessi in una pagina interna del “Corriere della Sera”, a New
York. Il mio nome non compariva da nessuna parte. Il giornale citava il
nome falso, ma c’era un disegno della mia faccia. Un sottotitolo in grassetto
diceva: Il convivente della donna sospettato del duplice omicidio.
Quella sera piansi di nuovo, e mi ubriacai in un albergo vicino al terminal
della Greyhound.
Attraversai gli States in autobus, una cosa che sognavo n da ragazzo, ma
non ci fu nulla di avventuroso in quel viaggio. Solo dolore. Vagai come un
cane disperso per le strade di San Francisco, poi per quelle di Los Angeles, e
in ne approdai in Messico.
«Non avevo una meta» dico, senza nessuna speranza che il giovane
coperto di cenere seduto a pochi metri da me possa o voglia capire. «Non
stavo più scappando, ormai pensavo di essere al sicuro. Non volevo andare
da nessuna parte, ma non riuscivo a fermarmi.»
Arrivavo in una città, mi fermavo in un albergo a buon mercato, andavo
al cinema, facevo il giro dei bar. Poi il giorno seguente o al massimo due o
tre giorni dopo, ripartivo. Andavo alla deriva in un mare di dolore.
In meno di due mesi attraversai tutto il Messico, arrivando al con ne con
il Guatemala. A volte scherzavo tra me e me, chiedendomi cosa avrei fatto
una volta arrivato in Patagonia, alla punta estrema dell’America. Mi sarei
imbarcato per il Polo Sud?
«Non ho mai avuto bisogno di rispondere a questa domanda» dico.
«Perché mi sono fermato qui.»
Ricordo ancora il giorno in cui presi la decisione. Avevo fatto uno stop a
Tapachula, e due giorni dopo sarei partito per Città del Guatemala. Invece di
fare il giro dei bar, quella volta decisi di fare il giro delle piantagioni di caffè.
E mi venne l’idea di restare.
«Ma non ho mai messo radici» concludo. «E non ho mai avuto un’altra
donna.»
Ho solo smesso di spostarmi, come un relitto galleggiante che nalmente
resta incastrato in uno scoglio. E adesso sono pronto a partire di nuovo, per
l’ultima destinazione.
Tutto il mio discorso puntava a questo, ora lo so. Ho ancora paura, una
paura tale che mi trema la bocca, ma adesso ho deciso.
Resto in silenzio per un lungo istante. Paolo non dice nulla, e non sento
neppure i grilli, o il pigolio dell’uccello notturno. Sento solo un dolore
lancinante alla gamba, e un terrore che diventa sempre più forte. Devo farlo
subito, se aspetto ancora non ne avrò più il coraggio.
Senza dire niente, gli lancio la pistola. Atterra davanti ai suoi piedi, e lui
l’afferra con un gesto avido della mano buona. Gli leggo in faccia la gioia, la
confusione. Credeva di morire, e ora è salvo.
Forse mentre parlavo non mi ascoltava. Forse pensava a tutto quello che
avrebbe voluto fare, agli anni che io gli avrei rubato. E ora mi ssa,
incredulo. Gli è difficile trovare un motivo per quello che ho fatto. Ho
rinunciato volontariamente alla vita. Ho capito che uno di noi due deve
morire, stanotte, e ho scelto di essere io. Non è stato un atto di coraggio, e
neppure un atto d’amore nei suoi confronti, come se fosse il glio che non
ho mai avuto.
È stato un atto di dolore.
Sono stanco di tirare avanti un giorno dopo l’altro solo per inerzia, stanco
di sentire quel pozzo di nostalgia nel cuore. Meglio chiudere qui, una volta
per tutte.
«Quello che resta dei soldi che abbiamo preso a tuo padre» dico,
ri utandomi di usare la parola “rubato”, «è in un conto cifrato nelle isole
Cayman. Fu tua madre a insistere per metterli da parte. Chissà, forse
pensava a te. Troverai tutti i dati e i codici d’accesso in camera mia. C’è una
piccola cassaforte murata nel pavimento, sotto un pannello mobile.» Gli do
la combinazione, e gli leggo in faccia lo sforzo che fa per mandarla a
memoria. La ripete una decina di volte, muovendo appena le labbra. Poi mi
ssa, punta la pistola.
Io aspetto. Non riesco a credere di essere così calmo. Alzo la mano, c’è
un’ultima cosa che voglio dirgli. Lui con il mento mi fa cenno di parlare.
«Usa quei soldi per costruirti la vita che vuoi» dico soltanto. «Sei ancora
in tempo.»
Paolo resta per qualche secondo in silenzio. «La vita che voglio» dice poi,
con voce sorda «è una vita normale, senza un padre colluso con la camorra,
senza una madre alcolizzata che è scappata con uno sconosciuto e poi si è
fatta ammazzare. Senza questa rabbia che mi brucia dentro. Ma non ho
potuto scegliere, e ora è tardi per cambiare.»
Punta la pistola e spara.
Chissà perché, mi sento leggero. Penso, in modo sconnesso, che non darò
i regali di Natale ai gli dei miei amici. Ma non mi sembra più così
importante. Non soffro. È come se tutto il dolore fosse uscito dal buco del
proiettile nel petto. Mentre scivolo a terra, l’ultima cosa che vedo sono le
foglie del caffè contro la luna.
Sandro Toni
SETTE RUOLE DI LASAGNE

«Lo sai come sono gli americani...» disse l’ispettore Loi.


La moglie non sapeva come fossero gli americani, e non sembrava
soffrire troppo della sua ignoranza. Stava leggendo il giornale con un
bicchiere di tè a portata di labbra.
«E tu sei in giuria» continuò la donna, a metà fra la domanda e il
dispetto.
L’ispettore guardava la partita.
«Non me l’avevi detto» aggiunse la moglie senza staccare gli occhi dal
giornale.
«Te l’avevo detto» mormorò l’ispettore.
«Io lo imparo adesso.»
«Te l’avevo detto.»
«L’avrai detto a qualcun altro» ribatté la moglie.
L’ispettore non replicò. Guardava la partita e fumava.
«E quanti assaggi ti toccano?»
«Cinque, sei, sette assaggi. Non si sa ancora.»
«Una sbadilata di colesterolo» fece la donna sarcastica.
L’ispettore si limitò ad allargare le braccia.
«Qui dice che il vincitore andrà a dirigere uno dei più grandi locali di
cucina italiana di New York. Ma che locale è? Non sarà un trucco? C’è
bisogno di un concorso per affidare la direzione di un ristorante a casa di
Dio?»
«Boston, non New York. Lo sai come sono gli americani...»
«E perché le lasagne? Gli americani non sanno nemmeno cosa sono le
lasagne. Capaci di metterci sopra la marmellata, o quella cosa che mangiano
loro, la mielassa.»
«Melassa» corresse a l di voce l’ispettore.
«Quando nisce quella partita?» chiese con uno sbadiglio la moglie,
chiudendo il giornale.

L’ispettore Loi rilesse ancora una volta la lettera dell’Associazione


gastronomica bolognese e la copia della Woodford-Tally & C., a rma di tal
Roger A. Hutchinson. La società americana, che gestiva una catena di
ristoranti specializzati in cucina italiana in tutti gli Stati Uniti, aveva deciso
di aprire un esclusivo ristorante a Boston, la cui attrazione principale doveva
essere la cucina bolognese, che godeva di un’ottima fama nell’immaginario
gastronomico americano. Per garantire la qualità del prodotto il consiglio
d’amministrazione aveva stabilito che si desse mandato all’Associazione
gastronomica bolognese di indire un concorso fra i migliori cuochi, a suo
insindacabile avviso specialisti nella confezione della mitica lasagna, e di
nominare anche una giuria competente per un incarico così delicato. Il
compenso per la mediazione dell’AGB era tutt’altro che spregevole: centomila
dollari per il lavoro di organizzazione, scelta della giuria, designazione dei
partecipanti al concorso, e quant’altro.
Ma tutto questo all’ispettore Loi importava poco o niente. L’unica cosa
che lo riempiva di reale soddisfazione consisteva nel fatto che lui, proprio
lui, era stato designato dall’AGB come quinto giurato assieme ai più
prestigiosi esperti della cucina bolognese: Gian Carlo Rovinetti, storico e
cultore indiscusso della materia; Franco Monaco, cuoco internazionale,
presidente del Circolo Bon Goût, con sede a Bologna, Amsterdam e Parigi, e
diffusore della cucina bolognese nel mondo; Giovanni Tabellini,
proprietario del più antico e rinomato negozio di specialità gastronomiche
bolognesi; Luisa Nigra-Ridol , ricercatrice di vecchie ricette territoriali ed
essa stessa cuoca di riconosciuta fama. E in ne lui, Arrigo Carlo Loi, nato a
Bologna da madre bolognese e padre sardo, ispettore capo della polizia di
Bologna, principale esperto e raffinato gourmet dell’unico piatto della cucina
bolognese per cui nutriva una reale passione pari solo alla sua competenza:
la lasagna.
L’ispettore Loi piegò in quattro le due lettere e le ripose nel cassetto della
scrivania con le precauzioni che si riservano a un’ostia consacrata. Poi si
sedette di nuovo davanti alla televisione e guardò un concerto di Brahms su
Rai3.
San Giacomo Maggiore suonò mezzanotte. L’ispettore si accese una
sigaretta, e ripensò al concorso della lasagna. Di due cose andava ero, nella
sua vita: la sua abilità nel risolvere i casi di omicidio e la sua competenza nel
campo della lasagna, piatto di cui conosceva la storia, le varie ricette e le
caratteristiche dei ristoranti che le servivano, di tutti i ristoranti, non solo
quelli bolognesi, dell’intera regione. Fuori dalla regione non se ne parlava
nemmeno. C’era per no gente che chiamava lasagne le pappardelle, o
addirittura i vincisgrassi, mio dio!, buoni, per carità, ma insomma... Sarebbe
come dire che una Ferrari e una Panda sono uguali perché comprese nel
concetto di “automobile”. Una lasagna è una lasagna, e una lasagna
bolognese è la lasagna.
Guardò l’orologio della cucina. Mezzanotte e dieci. Il buon senso gli
diceva che era meglio andarsene a dormire, ma sapeva che non avrebbe
preso sonno. L’eccitazione era aumentata a mano a mano che si avvicinava il
giorno della prova e del giudizio, e ora era allo zenit: domani sera avrebbero
designato il vincitore, ne avrebbero fatto la fortuna, e nello stesso tempo
avrebbero destato gli odi, le invidie, le discussioni, gli insulti.
Non sapeva ancora chi fossero i concorrenti in gara. Il comitato
organizzatore li avrebbe resi noti alla giuria solamente sul posto, la sera
stessa della prova. Se ci pensava, non trovava più di tre o quattro persone in
grado di cucinare delle lasagne degne di questo nome. Ireneo Musiani di
Cento, il Gobbetto di San Pietro in Casale, forse Alarico Guazzaloca di
Bologna, e chi altri? In ogni caso nessuno di questi era paragonabile a
Sandrone Forcellini, di Bologna. Sandrone gestiva da molti anni una
trattoria in Cirenaica, un quartiere nato nei primi anni del secolo passato e
così detto perché tutte le vie, allora, erano state intitolate alle città e località
libiche oggetto delle brame espansioniste e colonialiste di chi credeva,
povera anima, che l’Italia fosse come l’Inghilterra, o la Spagna, o la Francia.
Sandrone aveva ereditato dal padre quella che allora, subito dopo la guerra,
era solo un’osteria dove si beveva vino acido e si mangiavano uova sode. Lui
aveva cominciato a fare un po’ di cucina alla ne degli anni Sessanta, poche
cose, ma buone. Poi, quando in tempi più recenti gli emiliano-romagnoli
avevano imparato a fare il vino, Sandrone si era dotato di una robusta
cantina e di qualche piatto insolito, scovato fra le ricette di una bisavola,
morta di indigestione all’età di centotré anni, mentre rantolava chiedendo
del bicarbonato con un toscano fra le labbra.
Ma la vera fortuna di Sandrone furono le lasagne. Nessuno le faceva
come lui. E nessuno ne conosceva la ricetta.
L’ispettore Loi pensò alle lasagne di Sandrone. In molti fanno buone
lasagne, parecchi le fanno ottime, alcuni meravigliose, un paio strepitose.
Ma solo le lasagne di Sandrone sembrano discese dal cielo. Sono sempre
cotte al punto giusto, e il primo strato di pasta è croccante e saporito come
se venisse curato a parte. Ma non è questo, no, non è solo questo. Quando la
sua lasagna entra in bocca è come se un angelo soffiasse su tutto il palato,
sulla lingua, sulle guance, i sapori più delicati e il gusto più deciso, fusi in
un’armonia concreta ma che sfugge alle de nizioni e va dritta al cervello
come una musica di Bach o una terzina di Dante. È come se fosse la Rosa
mistica del sapore, dove tutti i gusti sono individuabili ma solo in una realtà
superiore che tutti quei gusti comprende e trascende. Si sentono gli spinaci
della pasta, il ragù esaltato dal durello, la besciamella che si in la nel ragù e
assieme riempiono la bocca, come quando uno dice la parola “bombolone”.
L’ispettore Loi credette di capire perché si dice che la cucina bolognese è
una cucina per papi, o per re. Non è perché richiede tempo, e nemmeno
perché è la più buona, ma perché porta nei suoi sapori il senso della storia: è
l’Adriatico, più la corte bizantina, più lo sfarzo solenne della curia, più la
battaglia di Fossalta, e re Enzo che fa poesie nella sua dorata prigionia, e
Federico II che minaccia e strepita contro Bologna. E l’università, e il rosso
dei mattoni, e il verde della pianura, e...
L’ispettore si svegliò di colpo per via di una sparatoria fra gangster in un
lm in bianco e nero. Si era assopito sul divano. Guardò l’ora: le due meno
un quarto.
Si avvicinò al letto in silenzio. Sua moglie borbottava nel sonno. Brava
donna, ma negata in cucina. E anche a letto, in verità. L’aveva sposata
quando ancora pensava che l’amore fosse tutto. Ma era giovane, allora.
Troppo giovane.

Per l’occasione l’ispettore Loi aveva preso due giorni di congedo, ma la


mattina non poté fare a meno di passare in questura per vedere come
andavano le cose. Niente di che, un tentativo di accoltellamento fra ubriachi
all’uscita di un bar, un drogato ricoverato per overdose, un litigio fra
prostitute molto chiassose, niente, insomma. Meglio così. Mentre usciva,
l’agente scelto Benincasa gli gridò dietro di farsi onore quella sera, e di
tenere alto il nome della polizia.
«Tieni tutto, in alto» aggiunse un agente giovane coi capelli lunghi.
Tutti risero, e anche l’ispettore sorrise. Era compiaciuto di se stesso,
questo sì.
Camminò per le vie del centro accompagnato dall’aria ormai gelida del
dicembre. In piazza Galvani prese un caffè con dei pasticcini, e fumò un
paio di sigarette.
Arrivò no a porta D’Azeglio e guardò l’orologio. Le undici.
Se si fosse presentato al concorso anche Sandrone, non ci sarebbe stata
gara. Avrebbero nito presto, senza troppe discussioni. Ma Sandrone era
uno che magari non gli interessava niente del concorso. Cosa ci andava a
fare a Boston, uno come Sandrone? Cosa avrebbe detto ai clienti, lui, che
parlava un italiano sommario, tradotto dal dialetto, ed esprimeva il poco che
aveva da esprimere con grugniti e borbottii gergali e incomprensibili ai più?
Uomo ombroso, Sandrone, e ostile alle amicizie, diffidente. Attaccato con
tenacia alle sue radici, curioso solo di ricette locali e di fotbal, come diceva,
moderatamente tifoso della SPAL , n da bambino, perché gli piaceva il nome.
Cosa gliene poteva fregare, a Sandrone, di Boston e degli americani? Non
ci sarebbe andato, in America, nemmeno per il doppio della cifra che Mr
Hutchinson gli aveva offerto, duecentomila dollari l’anno. Era già abbastanza
ricco così, coi soldi che guadagnava con il suo ristorante. E poi era uno
senza moglie, né gli, né parenti, uno che non aveva né esigenze né desideri.
L’ispettore Loi osservò via San Mamolo, e la chiesa dell’Annunziata,
attento a udire le grida dei bambini che giocavano a pallacanestro nel cortile
della chiesa. Ma non udiva altro che il rumore del traffico. Con quel freddo
non si giocava a pallacanestro. La chiesa era tutta illuminata di luci natalizie
e festoni.
Tuttavia, tuttavia... in effetti una ragione c’era. Sandrone avrebbe anche
potuto presentarsi al concorso. Uno dei suoi passatempi prediletti era quello
di suscitare ad arte l’invidia dei colleghi, gli piaceva vederli schiumare di
rabbia, spiare nei loro volti il livore mascherato da sorriso, farli schiattare
con le sue battute, i suoi lazzi... Capace di presentarsi, vincere il concorso e
ri utare il posto, così, solo per far vedere a tutti che lui era il migliore, e che
contro di lui non c’era niente da fare, i miei s gati.
Il suono del telefonino lo distolse dalle ri essioni su Sandrone. Era sua
moglie che gli chiedeva se tornava a casa per pranzo.
«Ma certo che torno a casa per pranzo» rispose seccamente l’ispettore.
«Perché non dovrei tornare a casa?»
«A volte non torni a casa, mangi fuori» ribatté la moglie con lo stesso
tono. «Io cosa ne so di quello che hai intenzione di fare?»
«Sì, torno a casa» cercò di concludere l’ispettore «Sono lì verso l’una.»
«Non sapevo se tornavi, per questo ti ho telefonato» continuò la moglie.
«Devo preparare da mangiare, a me basta un’insalata, lo sai, ma se vieni a
casa bisogna che mi organizzi.»
«Prepara quello che vuoi, anche un’insalata. Una cosa leggera, comunque.
Questa sera mangerò più del solito.»
«Quando ti metterai un po’ a dieta?» insistette la moglie.
«Dopo» fece seccamente l’ispettore, e chiuse la telefonata.

Come sede del concorso era stata individuata Gli Olmi, un’antica villa del
Seicento che i proprietari avevano ristrutturato e che ora affittavano a chi ne
avesse fatto richiesta per congressi, matrimoni, ritiri spirituali, feste, e tutto
quanto. Gli Olmi si trovava in una posizione invidiabile: situata sul
cocuzzolo di una collina a pochi chilometri dalla città, aveva un parco che
dava proprio sulla vallata. Lo spettacolo era di quelli da togliere il ato: da
una parte, in lontananza, la basilica di San Luca, dall’altra, sotto, i tetti della
città, e, in fondo, sulla linea dell’orizzonte, gli Appennini, con il Cimone.
Il fatto è, tuttavia, che Gli Olmi era di difficile accesso. Alla ne di San
Mamolo si prendeva la strada che portava in collina, no a che, dopo una
serie di tornanti, si svoltava a destra e ci si cominciava a inerpicare verso
l’alto. La strada era piuttosto stretta, con curve a gomito che correvano sul
ciglio di un burrone per un paio di chilometri. Non c’era guardrail, ma, oltre
la strada, il terreno scoscendeva ripido per una trentina di metri, per nire
poi, fra sterpi e cespugli, in una scarpata vera e propria. Non che fosse
impossibile arrivare agli Olmi, certo, bisognava solo fare attenzione ed essere
il più lucidi possibile.
Quando l’ispettore Loi parcheggiò verso le otto e mezzo di sera, davanti
alla villa c’erano già diverse auto. Delle lucine natalizie si accendevano e si
spegnevano a intermittenza sul portone d’entrata. Gli venne incontro il
presidente dell’AGB , che scambiò con lui qualche considerazione sul più e sul
meno, e gli consegnò la busta chiusa con la lista dei concorrenti. Intanto
erano giunte altre auto, subito dietro di lui.
L’ispettore era impaziente. Si guardò intorno, come se temesse di essere
spiato, si spostò di lato, accanto a un albero, e aprì la busta.
Ireneo Musiani di Cento, e va bene, il Gobbetto di San Pietro in Casale, e
va bene, Alarico Guazzaloca di Bologna, ochèi, tutto regolare, Andrea Santi
di San Giovanni in Persiceto, ma guarda!, chi l’avrebbe detto, comunque:
buona la sfoglia, mediocre il sugo, Sandrone Forcellini, eccolo qui! Giochi
chiusi. E in ne Romolo Bertocchi di Castelfranco, lasagne buone ma nella
norma, e Olindo Persico del Trebbo, un ragazzo di belle speranze ma ancora
giovane per delle lasagne di classe.
Insomma, tutto regolare. L’AGB aveva fatto un buon lavoro: i sette
selezionati costituivano certamente il meglio sulla piazza.
Entrò nel salone della villa dalla parte posteriore, per dare un’occhiata al
paesaggio. Avrebbe dovuto pensarci: era un’idea che avevano avuto tutti, e
infatti erano tutti radunati di fronte a San Luca, con un calice di champagne
in una mano e una tartina nell’altra. Salutò e parlò con qualcuno. Il
presidente dell’AGB gli presentò Mr Hutchinson, venuto apposta dagli States
per presenziare al concorso che avrebbe designato il direttore del ristorante
più eccetera eccetera.
L’ispettore si inchinò e ringraziò. Salutò Rovinetti alzando il bicchiere di
champagne. Monaco gli mostrò la lettera dei nalisti e chiese: «Scontato?».
L’ispettore alzò le spalle: «Il caso è chiuso».
I concorrenti chiacchieravano nervosamente.
L’ispettore chiese a Monaco: «Non vedo Sandrone».
«Non è ancora arrivato. Gli altri ci sono già tutti» disse Monaco
guardandosi attorno. «E anche i giurati. Manca solo Sandrone. Non mi
meraviglio. Lo sai che ha la sindrome della bella ga, no? Arriverà per
ultimo, come al solito. Gli piace fare così. Ce lo vedi Sandrone a Boston?»
«Purché arrivi in tempo» rispose l’ispettore Loi guardando l’orologio. «Ci
sono tutti?»
«Tutti. Manca solo lui.»
«Aspettiamo. A che ora si comincia?»
«Alle nove. Chi c’è, c’è. Tassativo.»
«Chi c’è, c’è. Mi pare giusto. E se uno non c’è?»
«Peggio per lui.»
«Bene. E come si procede?»
«Non hai letto le norme per i giurati?»
«Le ho lette, ma non me le ricordo.»
«Allora è vero che quando si diventa vecchi si diventa più distratti.»
«Parla per te. Allora?»
«Le lasagne vengono infornate a distanza di trenta minuti l’una dall’altra,
in sette forni diversi. Ogni ruola verrà contrassegnata da un numero, e
questo numero corrisponde a un concorrente. Le lasagne, prima di essere
tagliate, verranno presentate alla giuria nella loro ruola. Perché anche
l’occhio vuole la sua parte, no?»
«Certo, anche l’occhio.»
Il presidente dell’AGB annunciò solennemente che il primo concorrente
aveva già infornato.
Si levò un applauso, ma i volti di tutti manifestavano perplessità e
inquietudine. L’ispettore guardò di nuovo l’orologio. Mancavano pochi
minuti alle nove e Sandrone non era ancora arrivato.
Sandrone non arrivò. Alle nove precise il presidente dell’AGB invitò i
giurati a prendere posto a tavola. Poi annunciò ufficialmente che i
concorrenti da sette erano diventati sei, per la mancanza, non motivata, di
Sandrone Forcellini.
Verso le nove e mezzo fu presentata la ruola n. 1, e venne servito un
quadratino di lasagna a ogni giurato. Prima di procedere all’assaggio diversi
giurati si sciacquarono la bocca con dell’acqua minerale. L’ispettore Loi
osservò la ruola: una ruola di smalto bianca con bordo azzurro. Le lasagne
restavano un paio di centimetri sotto il bordo. Quando la lasagna entrò in
contatto con il palato, l’ispettore capì immediatamente chi fosse l’autore del
piatto. Sugo ottimo, pasta grossa ma sbiadita. Pochi spinaci. Sapeva chi le
aveva fatte, quelle lasagne. Prese qualche appunto nel taccuino che aveva
appoggiato davanti al tovagliolo.
Durante la pausa l’ispettore scambiò un’occhiata con la signora Nigra-
Ridol . La Luisa lo guardò accennando a una smor a.
La seconda ruola di lasagne, di vetro, portava inconfondibile il marchio
del cuoco: tutto molto buono, forse il sugo era un po’ troppo liquido.
L’ispettore sorrise e, nel suo taccuino, scrisse un nome accanto al numero.
La terza ruola era di alluminio, di quelle antiche, piene di bozze, che
testimoniavano una lunga militanza. Loi conosceva chi utilizzava contenitori
di quel tipo. Anche la lasagna, tuttavia, era inconfondibile. Pasta ottima, ma
il sugo tendeva un po’ all’amarognolo. Eccesso di durello.
La quarta ruola era di vetro, e la lasagna sembrava immersa nella neve.
Troppa besciamella, e troppo parmigiano. Non c’era verso di farglielo capire,
a quello lì: la besciamella va aggiunta al sugo, non va sparsa tra i vari strati,
se la si distende a parte non ha luogo l’amalgama.
La quinta ruola, anche questa di vetro, presentava una lasagna bellissima,
ma piuttosto insipida al gusto. Non cattiva, solo senza personalità. Il cuoco
poteva fare di meglio, e aveva fatto di meglio. Ma questa volta aveva
sbagliato. Era il suo difetto, non ti potevi mai dare. A volte faceva delle
lasagne straordinarie, il giorno dopo le beccavi insipide. Discontinuo. Le
peggiori, per ora.
La sesta ruola era di vetro, come le altre. Le lasagne, purtroppo, erano in
pratica bruciate. L’ultimo strato, quello più a contatto con il piatto del forno,
era quasi nero, e il sapore del bruciato aveva contagiato pesantemente il
resto della lasagna. Ma i pochi centimetri mangiabili rivelavano una lasagna
di buon livello. Il cuoco doveva essere stato tradito dalla scarsa
dimestichezza con un forno diverso da quello che usava abitualmente.
Eppure, durante la settimana precedente la gara, i cuochi avevano avuto la
facoltà di testare i forni messi a disposizione dall’AGB .
Dopo l’assaggio delle lasagne ci fu una pausa, durante la quale alcuni
giurati ne appro ttarono per andare in bagno, altri per fumare un paio di
sigarette nel parco.
L’ispettore Loi non era per niente tranquillo. Non riusciva a capacitarsi
del fatto che Sandrone non si fosse presentato. Non era da lui. Arrivare
all’ultimo momento, sbeffeggiare i rivali, ri utare il posto a Boston, tutto
questo sì. Ma promettere la propria presenza e mancare, be’, non era da lui.
Si accese una sigaretta guardando sso San Luca illuminata nella notte.
Intanto il cielo si era coperto di nubi discese dal nord. Alla ne si decise.
Prese il cellulare e telefonò al ristorante di Sandrone. Rispose uno dei
camerieri. Il ragazzo riferì che il signor Forcellini quella sera stava
partecipando a un concorso di gastronomia, e sarebbe stato raggiungibile
solamente il giorno dopo. Sapeva dove aveva luogo il concorso? Ma certo,
alla villa Gli Olmi, sui colli. A che ora era partito, Sandrone? Non lo so,
aspetti che chiedo ai colleghi. Poco dopo il cameriere rispose che il signor
Forcellini era partito verso le sette.
L’ispettore chiuse la telefonata e rimase immobile a ri ettere. Sandrone
era dunque partito per venire al concorso, non solo, era partito attorno alle
sette. Quindi non aveva intenzione di arrivare per ultimo, anzi. Se si conta
una ventina di minuti per raggiungere Gli Olmi dalla Cirenaica, alle sette e
mezzo massimo avrebbe già dovuto essere presente sul luogo. Non era da lui
nemmeno arrivare troppo in anticipo. Cosa ci andava a fare un’ora prima del
concorso? Forse doveva incontrarsi con qualcuno? Un giurato? Un
concorrente? Uno degli organizzatori? E perché?
Giovanni Tabellini si avviò verso l’entrata e disse: «Andiamo?». Anche gli
altri giurati si prepararono a entrare per la discussione.
L’ispettore fece sì con la testa, ma rimase immobile con il telefonino in
mano. Chiamò in ufficio. Parlò brevemente con l’agente Scandellari.
La discussione tra i giurati cominciò con una generale lamentela sulla
qualità delle lasagne in concorso, e si fu presto d’accordo sul fatto che la
ristorazione a Bologna non era più quella di una volta, che i piatti bolognesi
andavano protetti e salvaguardati con iniziative tese eccetera, e che, tutto
sommato, i piatti in concorso erano ancora quanto di meglio la ristorazione
della città e dintorni poteva presentare. E poi gli americani, chissenefrega.
Quelli, dagli una bistecca di bue texano e sono contenti. Figurarsi, le lasagne!
L’ispettore Loi aveva tutt’altro per la testa. Non riusciva a non pensare
all’assenza di Sandrone.
Quando suonò il telefonino si alzò di scatto, chiese scusa e uscì in
giardino. L’agente Scandellari gli comunicava che non risultavano né
incidenti né decessi né nient’altro in cui fosse coinvolto il signor Forcellini.
L’ispettore telefonò di nuovo al ristorante di Sandrone. No, il signor
Forcellini non era rientrato. No, non è raggiungibile in nessun modo: il
signor Forcellini non possiede cellulari. Ah, be’, allora...
Agli altri giurati chiese come mai, secondo loro, Sandrone non si fosse
presentato al concorso. Le risposte furono quelle che si aspettava: sai com’è
Sandrone, tutto pur di fare un dispetto ai rivali, o all’AGB , o pur di ribadire la
propria superiorità, domani ci telefonerà con una risata di scherno...
L’ispettore non era d’accordo ma non lo disse. Non manifestò nemmeno
la sua preoccupazione, e nemmeno informò i presenti che Sandrone era
partito proprio per venire al concorso ma che non era mai arrivato agli
Olmi.
La giuria si stava sbandando. Si parlava di tutto tranne che delle lasagne
in concorso. La stanchezza aveva preso il sopravvento.
Ormai era mezzanotte passata. L’ispettore propose che la riunione fosse
rimandata alla mattina seguente, e che ognuno salisse nella camera messa a
disposizione dell’organizzazione nel caso la discussione non avesse
raggiunto, quella prima sera, dei risultati de nitivi.
Fecero chiamare il presidente dell’AGB e lo misero al corrente della loro
decisione. Il presidente disse «benissimo» e aggiunse che anche i concorrenti
avevano preferito restare a dormire in villa piuttosto che scendere in città e
tornare il giorno dopo.
L’ispettore rimase a guardare i colleghi che abbandonavano la sala e si
ritiravano ai piani superiori.
«Lei non va a dormire, ispettore?» gli chiese il presidente.
«Non ancora. Ho voglia di fumare una sigaretta in questo splendido
scenario. Potrebbe lasciare accese le luci sul parco?»
«Le luci rimangono sempre accese. Buonanotte, ispettore, non faccia
tardi. Peccato per queste brutte nuvole. Fa freddo.»
«Solo un paio di sigarette.»
Aspettò che in giardino e nelle sale non ci fosse più nessuno, si accese
una sigaretta e si avviò lentamente verso la propria auto. Aprì il cofano, si
guardò attorno, e prese la grande torcia elettrica che gli serviva per la casa di
campagna.
Veri cò che funzionasse facendola scattare per un paio di volte.
Rimpianse di non avere indossato il cappotto, perché cominciava a fare
veramente freddo, così, solo con la giacca. Ma non aveva voglia di tornare
nel salone.
Buttò via il mozzicone e si incamminò per la strada che scendeva in città,
illuminandone con la torcia entrambi i lati. Faceva fatica a muoversi perché
la pendenza era elevata e doveva fare forza sui talloni. Vedeva il suo ato
salire al cielo. Al primo tornante si fermò sul bordo esterno e puntò il fascio
di luce oltre il guardrail, dove la collina declinava a valle tra boschi e radure.
Non notò niente di interessante. Era a circa duecento metri dalla villa.
Continuò a scendere e a illuminare la strada, le curve, i pendii. Si fermò per
riprendere ato. Il pacchetto di sigarette era vuoto. Lo gettò via con un gesto
di rabbia. Gli altri pacchetti li aveva dimenticati nell’auto. In quel momento
le nuvole abbandonarono il cielo e apparve la luna. Riprese il suo cammino
deciso ad arrivare no al bivio, se necessario, più di due chilometri.
Poco prima del grande tornante, detto della Sposa, sentì qualcosa
spezzarsi sotto i piedi. Un pezzo di vetro. Ne trovò diversi altri, piccoli, tutti
piccoli. Vetro comune. Si sporse con la torcia a illuminare la zona a lato della
strada. Pareva tutto regolare. Fece oscillare la torcia avanti e indietro. Niente.
All’improvviso si accorse che un tratto di guardrail era scomparso.
L’ispettore fece qualche passo oltre il bordo della strada, dove iniziava la
discesa: alcuni cespugli erano stati strappati dalla loro sede naturale e c’erano
degli alberelli spezzati. Puntò di nuovo la torcia in basso e di nuovo la fece
oscillare più volte. La luce d’improvviso produsse un ri esso come se
colpisse qualcosa di metallico, laggiù, al limitare di una scarpata. Guardò
meglio, aguzzando gli occhi. In mezzo agli alberi c’era qualcosa che ri etteva
la luce. Non c’era dubbio: era una lamiera.
Tornato sulla strada chiamò di nuovo l’agente Scandellari.
«Sono ancora io. Dormivi? Meglio così. C’è da tirare su un’auto andata
fuori strada, avverti il recupero e manda una pattuglia per i rilievi. No, non
lo so se è un incidente, o che cosa. Tu fai come dico. Io aspetto qui. Vedi di
sbrigarti. Io aspetto qui. Oh, è urgente. Ma dove vai, stai lì, ascolta.
Rintracciami tutti i numeri di telefono che hanno chiamato questo numero
tra le sette e le sedici di oggi. Ti do il numero, scrivi? E i relativi padroni,
naturalmente. Come i padroni di cosa, Scandellari? A chi appartengono i
numeri, i titolari dei numeri che hanno telefonato... Sei pronto?»
L’ispettore Loi dettò a Scandellari il numero telefonico del ristorante di
Sandrone e gli fornì le indicazioni per arrivare alla curva della Sposa.
L’ispettore si sedette su una roccia che sporgeva dalla parete e si mise ad
aspettare. Si maledisse di nuovo per non aver pensato a prendere anche le
sigarette dalla macchina, oltre alla torcia.

Gli agenti avevano fatto i rilievi del caso, preso delle foto, e in ne il corpo di
Sandrone era stato portato via dall’ambulanza.
L’auto-gru della polizia aveva deposto la Mitsubishi metallizzata nel
centro della strada.
Non sembrava che ci fosse niente di anormale, se così si può dire: un
tragico ma banale incidente d’auto su una strada pericolosa e poco protetta.
Una curva presa un po’ troppo allegramente e l’auto vola fra alberi e stecchi.
Sandrone, la cui allergia alle cinture di sicurezza era nota a tutti, sbatte la
testa contro il parabrezza e ci resta secco. Fatalità.
L’ispettore Loi aveva esaminato solamente l’auto, senza curarsi troppo del
cadavere.
C’era qualcosa che non quadrava nella storia dell’incidente. In primo
luogo i vetri sul selciato. Se l’auto era uscita di strada i vetri avrebbero
dovuto spargersi al di là del guardrail, dove la macchina avrebbe trovato un
ostacolo contro cui sbattere. Nella strada non c’erano ostacoli. E poi. E poi i
vetri che l’ispettore aveva rinvenuto nella strada non erano vetri d’auto, ma
vetri comuni, quelli delle nestre, per dire. I vetri delle auto sono diversi,
sono un misto di vetro e plastica, sono difficili da rompere, e quando si
rompono fanno come una ragnatela, sono elastici, assorbono i colpi. Invece i
vetri comuni sono fragili, si infrangono facilmente, e vanno in mille pezzi.
Certo, magari a qualcuno era capitato di rompere un vasetto di vetro, una
statuetta, giorni prima, settimane prima, mesi prima. Ma i vetri che
l’ispettore aveva trovato erano puliti, come se fossero stati lì da poche ore.
Perché, poi, proprio lì, in quel punto preciso?
In secondo luogo c’era la storia delle lasagne. Nell’auto di Sandrone
l’ispettore aveva trovato, sul sedile posteriore, la ruola di lasagne che doveva
essere presentata al concorso. La ruola era appoggiata su un asciugamano
per proteggere il sedile da eventuali fuoriuscite di sugo, ed era coperta da un
foglio di carta stagnola. Tutt’intorno c’erano brandelli di lasagna e strisce di
sugo.
Strano, pensò l’ispettore Loi. Molto strano. Qualcosa non va in queste
lasagne. Rimase a lungo a osservare la ruola di Sandrone.
Solo allora si accorse che era già mattina, e che tutti gli ospiti degli Olmi
stavano immobili a guardare la scena, senza una parola, intirizziti dal freddo
e dallo sbigottimento.
«Ispettore» disse il presidente dell’AGB facendo un passo verso di lui.
L’ispettore lo fermò con una mano.
«Voglio che all’interno della villa non venga toccato niente,
assolutamente niente. Specialmente in cucina. La ritengo direttamente
responsabile. E voglio che tutti gli ospiti si chiudano nelle loro camere ed
escano solo quando li farò chiamare io» ordinò l’ispettore con voce che non
ammetteva repliche. Poi si rivolse a uno degli agenti e gli chiese di
accompagnare il presidente e di sorvegliare che tutto fosse fatto come aveva
ordinato.
Gli ospiti della villa si ritirarono in silenzio. Nessuno si voltò a guardare
l’ispettore, nessuno fece domande.
Adesso restavano solo le auto della polizia e pochi agenti che facevano le
ultime rilevazioni, le ultime foto.
Un agente giovane, che ancora non conosceva, si avvicinò.
«Signor ispettore, per le impronte? Procediamo?» chiese.
«Le impronte? Non troverete niente. Esaminate solo la ruola di lasagne.
La ruola, dico, non le lasagne, mi raccomando, eh?»
«Certo. La ruola, non le lasagne» ripeté l’agente per essere sicuro di avere
capito bene gli ordini.
L’ispettore si accertò che tutto fosse a posto, congedò la pattuglia e tornò
alla villa, dopo essersi fermato a prendere un pacchetto di sigarette dal
cruscotto della propria auto.
«C’è un ufficio?» chiese al presidente dell’AGB . «C’è un computer collegato
a internet?»
Il presidente gli fece cenno di seguirlo. Percorsero un lungo corridoio in
silenzio, sotto gli occhi attenti di illustri personaggi sconosciuti che, dalle
pareti, li squadravano senza benevolenza.
«Chi sono?» chiese l’ispettore indicando i quadri.
«Non saprei» rispose il presidente. «Persone importanti del passato.»
«Ah, ecco. Adesso sono più contento.»
L’ispettore sedette alla scrivania e accese il computer.
«Lei non crede che sia stato un incidente?» chiese il presidente dell’AGB .
«Non credo niente, per il momento. Grazie dell’aiuto.»
Il presidente uscì senza insistere.
L’ispettore Loi telefonò in ufficio.
«Scandellari? Ah. Dov’è Scandellari? Ah. Non ha lasciato niente per me?
E perché non mi ha telefonato? Non voleva disturbare! Non voleva...! Una
lista di numeri del telefono con i relativi nominativi. Sì. È lunga? Una decina
di numeri. Puoi mandarmeli per mail?»
L’ispettore rimase in attesa. Poi si alzò e si mise in cerca delle cucine.
«È entrato qualcuno? O qualcuno ha cercato di entrare?» chiese all’agente
che sorvegliava le cucine.
«Nossignore, nessuno.»
Le ruole erano disposte in bell’ordine, ciascuna sul suo forno di cottura.
L’ispettore cominciò a esaminarle attentamente.
Una telefonata sul cellulare lo avvertì che la lista dei numeri era stata
inviata. L’ispettore tornò nell’ufficio, aprì la mail e stampò l’allegato.
Undici numeri. Tra le sette di mattina e le quattro del pomeriggio undici
persone avevano telefonato al ristorante di Sandrone.
Tra le persone che avevano telefonato, sei dovevano essere clienti o
fornitori. Avevano nomi che all’ispettore risultavano del tutto sconosciuti.
Il settimo numero apparteneva a Franco Monaco, uno dei giurati. L’ottavo
numero al presidente dell’AGB . Il nono numero alla ditta Aristide Poletti,
vetraio. Il decimo numero al Gobbetto, concorrente. L’undicesimo numero a
Persico, concorrente. Interessante.
L’ispettore Loi chiamò immediatamente la ditta Aristide Poletti, si fece
riconoscere e chiese di parlare col titolare. Il signor Poletti confermò di aver
telefonato al signor Forcellini la mattina precedente per chiedere a chi
doveva intestare la fattura per la consegna di dieci ruole di vetro che il
signor Forcellini aveva ordinato un mesetto prima.
E quando le aveva consegnate queste ruole?
Il giorno prima, ma non aveva avuto tempo di preparare la fattura. Il
signor Forcellini aveva bisogno delle ruole alla svelta. Aveva molta fretta.
L’ispettore fece qualche altra domanda e ringraziò. Si accese una sigaretta
soddisfatto.
Lasciò l’ufficio e chiese all’agente di radunare tutti gli ospiti della villa nel
salone. Poi uscì nel parco e diede un’occhiata a San Luca, che è sempre di
buon augurio. Il cielo era terso, ma la giornata gelida.
«Sono tutti nel salone, signor ispettore» disse alle sue spalle l’agente.
L’ispettore Loi gettò a terra il mozzicone della sigaretta e rientrò nella
villa.
Erano tutti col volto tirato e serio, i quattro giurati, i sei concorrenti, Mr
Hutchinson, il presidente dell’AGB , due camerieri e due inservienti di cucina.
L’ispettore si sedette e sospirò. «Signor presidente» disse al presidente
dell’AGB , «il signor Sandrone Forcellini non ha potuto partecipare al
concorso da voi organizzato perché un tragico incidente, diciamo così, gli ha
impedito di essere qui ieri sera. Per ora lo de niamo incidente, ma io sono
propenso a chiamarlo omicidio.»
L’ispettore fece una pausa per osservare l’effetto che aveva prodotto sui
presenti la sua dichiarazione. Si sarebbe aspettato una reazione immediata,
con domande e proteste, invece tutti rimasero in silenzio. Qualcuno
spalancò gli occhi, qualcun altro fece “oh”, altri ancora, che erano rimasti in
piedi, si sedettero sui divani.
«Signor presidente» continuò l’ispettore controllando la lista che aveva in
mano, «lei, ieri mattina, ha telefonato al signor Forcellini, verso le... le...
dieci, se non sbaglio. Mi saprebbe dire il perché di quella telefonata?»
«Sì, ho chiamato il signor Forcellini a quell’ora. Volevo solo ricordargli le
regole, gli orari e le modalità del concorso. Cosa del resto che ho fatto con
tutti i concorrenti. A ognuno ho fatto la stessa telefonata, più o meno alla
medesima ora. Ve lo potranno confermare i concorrenti stessi.»
I concorrenti confermarono.
L’ispettore ringraziò il presidente dell’AGB e mostrò a tutti il foglio con le
telefonate ricevute da Sandrone.
«Queste sono le telefonate che alcuni di voi hanno fatto ieri mattina a
Sandrone Forcellini. Pura routine, la mia, giusto per fare chiarezza.»
L’ispettore si rivolse a Franco Monaco.
«Tu, Monaco, perché hai telefonato a Sandrone? Lo sai che i giurati non
dovevano avere contatti con i concorrenti dal momento della loro
designazione ufficiale.»
Monaco arrossì. Allargò le braccia.
«È vero. Ma non c’era niente di male. Una settimana fa gli avevo fatto
assaggiare una bottiglia di Prosecco e siccome gli era molto piaciuto, mi
aveva chiesto come fare ad averne un po’ di bottiglie. Sul momento non
avevo il recapito della cantina, ma ieri mattina l’avevo trovato. Così gli ho
telefonato per riferirglielo. Tutto qui. Non abbiamo parlato affatto del
concorso. Tutto qui.»
«E tu, Gobbetto, che cosa hai da dire?»
Il Gobbetto era un uomo piccolo, curvo, dall’aria infelice. Aprì la bocca
senza riuscire ad articolare una parola.
«Avanti, dài, Gobbetto, non farci perdere tempo» intervenne con foga
l’ispettore. «Dicci perché hai chiamato Sandrone e la chiudiamo lì.»
«Be’» iniziò il Gobbetto con la sua vocina stridula, «lo sanno tutti che
Sandrone era il favorito in questo concorso. Io volevo solo chiedergli se
aveva proprio intenzione di partecipare oppure se era stato solo un gioco,
così per fare, per farci paura, e non sarebbe venuto.»
«E lui?»
«Lui si è messo a ridere e mi ha detto che non ci pensava nemmeno a non
partecipare, che partecipava sì e che ci voleva vedere tutti strisciargli ai piedi
come bigatti, verdi per la rabbia. Bigatti, così ha detto. Io gli ho risposto che
era lui il bigatto, e così abbiamo litigato, e io gli ho sbattuto giù il telefono.»
«E dopo?» chiese l’ispettore.
«Dopo niente. Non l’ho più visto né sentito.»
L’ispettore Loi rimase alcuni istanti soprappensiero. Poi alzò il capo e
guardò dritto in faccia Olindo Persico.
«Io gli ho telefonato per fargli un favore. Gli ho chiesto se voleva che
passassi a prenderlo così venivamo assieme. E lui ha detto di no, che veniva
per conto suo.»
«Solo questo?» chiese l’ispettore.
«Tutto qui. Poi non l’ho più visto.»
«Benissimo» disse l’ispettore. «Benissimo.»
Un agente entrò dalla parte del parco e consegnò all’ispettore una
sportina di plastica piena di qualcosa che faceva un rumore come di ghiaia,
o di palline di vetro, o di bicchieri.
L’ispettore ci guardò dentro, ringraziò e appoggiò la sportina accanto a sé,
sul tavolo.
«Signori miei» fece l’ispettore tirando il ato, «qualcuno non me la
racconta giusta. E chi non me la racconta giusta ha ucciso Sandrone.
Sissignore, sissignore, proprio così, ucciso. Non direttamente, eh, no. Non è
che gli ha sparato, o l’ha pugnalato, o strangolato, no. Ha semplicemente
fatto in modo che avesse un incidente. Che uscisse di strada con la sua auto
lungo i tornanti che portano a questa villa. L’assassino ha telefonato questa
mattina a Sandrone e, con una scusa, gli ha dato appuntamento agli Olmi
molto prima dell’inizio del concorso, diciamo alle sette e mezzo, sette e
quaranta.»
«Ma perché qualcuno avrebbe dovuto uccidere Sandrone? Per impedirgli
di partecipare al concorso?» lo interruppe Rovinetti.
«Non esattamente. Lo ha ucciso per essere sicuro di vincerlo, il concorso.
Questa era la sua idea. Infatti, una volta che Sandrone è uscito di strada,
l’assassino ha raggiunto l’auto, ha preso la ruola di lasagne di Sandrone e ha
messo la sua al posto di quella. È stata la ruola di lasagne che mi ha fatto
capire com’erano andate le cose. Un’auto esce di strada, sbatte contro una
serie di ostacoli, il conducente muore sbattendo la testa, e le lasagne, niente,
stanno lì, sul sedile posteriore, senza il minimo danno, intatte. Come se
fossero appena state depositate sul sedile. Esatto, proprio così ho pensato.
Come se qualcuno le avesse messe lì dopo l’incidente. L’assassino si è
impadronito delle lasagne di Sandrone e le ha presentate come se fossero le
sue. In questo modo era praticamente sicuro di vincere. Senonché...»
«Ma nessuna delle lasagne che abbiamo assaggiato assomigliava a quelle
di Sandrone» obiettò la signora Luisa Nigra-Ridol .
«Non è esatto» rispose l’ispettore con un sorrisetto maligno. «Il fatto è
che non avete avuto pazienza. Non appena vi siete accorti che una delle
lasagne era bruciata, l’avete lasciata lì, non ne avete assaggiato neanche un
boccone. Se l’aveste fatto, vi sareste accorti che le parti meno compromesse
conservavano ancora un’idea del sapore originario. Potreste inoltre
legittimamente domandarvi: come mai un cuoco specializzato, che concorre
per dirigere uno dei primi ristoranti del mondo, come mai un cuoco di
questo livello sbaglia così clamorosamente la cottura delle lasagne? Ve lo
dico io. Una delle telefonate ricevute da Sandrone in mattinata era stata fatta
da un vetraio, tal Aristide Poletti, che ha la ditta in via Ca’ Selvatica. Ebbene,
questo signor Poletti mi ha detto di avere consegnato a Sandrone delle ruole
di vetro per le lasagne, dieci ruole, che lui gli aveva ordinato un mesetto fa.
Sono ruole speciali, non in commercio, che la ditta Poletti ha confezionato
appositamente per il ristorante di Sandrone.»
«Che cos’hanno di speciale queste ruole?» chiese in un italiano stentato
Mr Hutchinson.
«Il fondo della ruola è estremamente sottile, molto più sottile delle pareti,
fatto apposta per rendere croccante anche lo strato della lasagna a contatto
col vetro. Insomma, una cottura che richiede tempi brevi e un’estrema
attenzione. L’assassino naturalmente non poteva saperlo, e ha cotto le
lasagne come se fossero in una ruola ordinaria, per circa un’ora. Sapete tutti
che il tempo di cottura della lasagna varia col variare dell’altezza della
lasagna stessa. Ma l’assassino, oltre al fatto della ruola speciale, non aveva
tenuto conto che la lasagna di Sandrone aveva perso diversi strati di pasta
nell’incidente, e quindi era diventata più sottile. Quando si è accorto che
stavano bruciando, ha aggiunto del latte, che a sua volta è bruciato,
rendendo praticamente immangiabili le lasagne. Tuttavia» sospirò l’ispettore
dopo una pausa «credo che abbia giocato molto anche lo stress. Non
dev’essere facile dedicarsi completamente alle lasagne dopo avere ucciso
qualcuno.»
L’ispettore tacque per accendere una sigaretta. Tutti si guardarono in
faccia. Chi aveva presentato le lasagne bruciate?
L’ispettore diede un lungo tiro alla sigaretta e osservò il fumo salire verso
il soffitto a quadrettoni.
«Signor Persico» disse dopo alcuni secondi, «veramente pensava di farla
franca?»
Tutti si voltarono a guardare il giovane Olindo Persico del Trebbo di
Reno. Era pallido, immobile. Ma i suoi occhi sprigionavano rabbia e furore.
«Le sue sono fantasie di una mente malata. Lei non ha uno straccio di
prova!» gridò.
«Vedremo. Vedremo dopo che avrò fatto esaminare la ruola di lasagne
che lei ha lasciato sul sedile dell’auto di Sandrone e quella di Sandrone. Le
impronte digitali confermeranno tutto. Lei pensava che la morte di
Sandrone passasse come un incidente, vero? Ah, perché sto qui a parlare con
lei. Lei è un dilettante del delitto, così come è un dilettante della lasagna.»
Persico ebbe uno scatto verso l’uscita alle sue spalle, ma fu bloccato da
due agenti. Si lasciò portare via come una pecora.
Nessuno aveva la forza o la voglia di parlare. E nemmeno quella di
muoversi dal proprio posto. Erano come irrigiditi dalla tragedia.
«C’è una cosa che non capisco» disse alla ne il presidente dell’AGB .
«Come ha fatto Persico a procurare l’incidente?»
«Oh, questa è stata bella» sorrise l’ispettore Loi. Si raddrizzò sulla sedia e
vuotò sul tavolo la sportina di plastica che aveva tenuto accanto a sé. Ne uscì
una quantità di pezzetti di vetro.
«Così ha fatto» disse l’ispettore indicando i frammenti di vetro.
Gli occhi dei presenti guardavano i vetri e l’ispettore.
«Ispettore, vuoi essere più chiaro?» chiese Rovinetti.
«Ma certo. Questo l’ho capito subito. Persico aveva dato appuntamento a
Sandrone alle sette e mezzo, più o meno. Lui è arrivato molto prima. Ha
parcheggiato la macchina prima della deviazione che porta qui alla villa, ha
preso con sé uno scopino e la ruola di lasagne, poi è salito a piedi no alla
curva della Sposa, e ha aspettato di vedere arrivare l’auto di Sandrone. Dalla
curva si vedono i tornanti di sotto, lo sapete. Quando l’ha visto arrivare, ha
sistemato in mezzo alla strada due vetri, uno accanto all’altro, proprio dopo
la curva. Sandrone è sbucato con l’auto dal tornante e si è visto spuntare due
fari che venivano contro di lui, che altro non erano che i propri fari ri essi
dai vetri. Preso dal panico ha sterzato. Ha cercato di evitare quell’auto che
non accennava a rallentare, gli è nito contro ed è uscito di strada. Poi
Persico ha spazzato via i pezzi di vetro infranto, è andato a sostituire le ruole
di lasagne nell’auto di Sandrone. Semplice. Se si fosse pensato a un incidente
nessuno avrebbe cercato in giro i resti dei vetri. Ma io, dopo avere visto la
ruola di lasagne intatta nonostante i pezzi di pasta e il sugo sparsi per l’auto,
ho pensato subito a un delitto, e ho sguinzagliato la pattuglia alla ricerca dei
pezzi di vetro lungo il dirupo.»
«Ma cosa aveva detto a Sandrone per convincerlo a venire
all’appuntamento?» chiese Monaco.
«Questo non lo sappiamo ancora, ma io penso che lo avesse incuriosito
dicendogli, per esempio, di avere scoperto il segreto delle sue lasagne, o che
aveva trovato una nuova ricetta in un libro antico, chi lo sa. Erano gli unici
argomenti che avrebbero indotto Sandrone ad accettare l’appuntamento.»
L’ispettore si alzò e si stirò. «Non avreste un caffè?» chiese.
Il presidente dell’AGB fece un cenno a uno degli inservienti che si
precipitò in cucina.
Mr Hutchinson si avvicinò all’ispettore.
«Ispettore, ma lei come sapeva che le lasagne bruciate non erano del
signor Persico?» chiese nel suo italiano improbabile.
«Vede, Mr Hutchinson, il fatto è che io conosco tutte le lasagne. Io sapevo
a chi appartenevano le ruole in concorso senza bisogno di aspettare la ne
della prova.»
«Vuol dire che lei è in grado di sapere chi è il cuoco solo assaggiandone le
lasagne?»
«È così, ma solo relativamente a Bologna e provincia, eh, non oltre.»
«Stupefacente!» esclamò Mr Hutchinson ammirato.
«No. Mi sono solamente molto allenato» sorrise l’ispettore. «E lei come
farà col suo concorso?»
Intanto il ragazzo gli aveva portato il caffè dalla cucina. L’ispettore lo
bevve in un solo sorso.
«Credo che non ci sarà più un concorso» rispose Mr Hutchinson dopo
un momento di ri essione. «Ci deremo del suo parere, ispettore. Ci dica
qual è il miglior cuoco di lasagne e l’assumeremo. E poi questa storia delle
lasagne alla base di un delitto sarà per il locale una pubblicità formidabile.»
«Ah, no, io trovo assassini, non cuochi. Si rivolga al presidente dell’AGB . È
una brava persona. E competente.»
L’ispettore Loi salì in auto. Solo allora gli venne in mente che non aveva
telefonato alla moglie. Sarà furibonda. Non l’aveva avvertita che sarebbe
stato a dormire fuori.
Prese il telefonino e rimase in attesa della sfuriata. Babbo Natale non
aveva quei problemi.
Angela Capobianchi
A PRANZO CON LA ZIA

23 dicembre 2011, da qualche parte in Abruzzo


La casa era di pietra, come la montagna. Esposta a sud, appoggiava su un
declivio erboso oltre il quale, in lontananza, si stagliava nitido il pro lo del
Gran Sasso; a est, il mare Adriatico si allungava all’orizzonte, blu intenso da
quella distanza.
La sala da pranzo al primo piano era lunga tredici metri, e da almeno
mezz’ora l’uomo la misurava a grandi passi. Un andirivieni compulsivo e
agitato, che sarebbe sembrato sconnesso se non si fosse svolto
meticolosamente nel centro esatto della fetta di sole che dalla terrazza,
attraverso la porta nestra, arrivava a lambire il bordo della tavola
apparecchiata. Sulla quale già alcune mosche fuori stagione, volate n lì
dalla stalla sottostante, si erano date convegno nel cestino del pane. L’uomo
si ritrasse d’istinto, in un moto di repulsione. Dalla cucina comunicante
arrivava il basso conversare delle donne. Betta, sua sorella, entrò nel salone,
afferrò un pezzo di torrone da un vassoio e tornò in cucina masticando. Non
gli aveva rivolto sguardo né parola, come se lui fosse fatto d’aria.
Fabio Goranti guardò l’orologio: le dodici e dieci appena. Sarebbe stata
lunga la tortura, quel giorno. Lunga e dolorosa.
Fece di nuovo le tredici falcate – le aveva contate non si sa quante volte –
che separavano l’albero di Natale sulla parete a est dal grande camino acceso
su quella a ovest, e nalmente ne ebbe abbastanza. Passò in cucina.
«Allora?»
Le due donne, sedute al tavolo di marmo, fumavano in silenzio. Fabio
fece scorrere lo sguardo dall’una all’altra: benché cugine, e bionde entrambe,
non potevano essere più diverse. Sua sorella era andata, ormai: un’ottantina
di chili per un metro e sessanta di altezza, la faccia imbolsita e i capelli radi e
stopposi. Un tempo era stata bella, pensò lui, almeno no al primo
matrimonio. Negli anni a seguire aveva seppellito un marito e divorziato da
un altro: tutti e due con una smodata passione per le sportive,
rispettivamente automobili e tenniste. Per lei, in ogni caso, entrambe fatali: a
quarant’anni appena, infatti, era sola, bulimica e acida come latte scaduto. E
acidamente, appunto, rispose: «All’ora? Sessanta minuti!».
Fabio si morse il labbro e serrò i pugni: le avrebbe dato un bel
manrovescio su quella boccaccia che non gli dava requie da quando portava
i calzoni corti, ma si contenne. Non era il caso, non in quel momento.
«Cretina» la apostrofò soltanto, brusco.
La cugina Flora spense la sigaretta su un piattino e si alzò.
«Non cominciate a litigare, per piacere. Non vi reggo.»
I due fratelli si ssarono in silenzio, in un attimo di imprevista
complicità. Sempre la stessa, Flora: snob, antipatica, viziata. E viziosa, pensò
in aggiunta Fabio, sbirciandole i anchi fasciati da una gonna corta dai
colori aggressivi. Si teneva bene, però, la cuginetta. Quarantacinque anni
portati alla grande: seno sodo, pancia piatta e culo tondo, il tutto ben
piazzato su gambe lunghe e toniche, tacchi alti e una sfrontata
consapevolezza delle proprie attrattive.
«Oh, nalmente!» disse lei all’improvviso rumore di un motore: poi aprì
la porta nestra e uscì al freddo della terrazza. Gli altri due la seguirono e si
affacciarono al parapetto. Un fuoristrada grigio stava avanzando nel vialetto,
seguito da una berlina blu e da una piccola utilitaria bianca.
«Era ora!» biascicò Betta, con la bocca piena di chi secchi appena
arraffati da una ciotola in cucina. «Ho una fame...»
«Pensi sempre alla stessa cosa, tu. Dovresti digiunare, piuttosto. A
cominciare da oggi, te lo dico io» commentò il fratello, squadrandola con
aria nauseata.
«Certo, come no? Così tu ti becchi anche la mia parte, vero?»
«Io? Ma sei matta? Il solo pensiero di mandare giù quella sbobba mi
disgusta.»
«Non alludevo alle porzioni, tesoruccio. Cos’è, fai il nto tonto?»
Fabio la fulminò con lo sguardo. «Nel testamento c’è scritto che bisogna
essere qui tutti insieme l’antivigilia di Natale. Non che è vietato digiunare.»
«Errore!» Flora si girò a guardarlo. «Lo conosco a memoria, quel diavolo
di testamento. Dice che bisogna essere tutti qui il ventitré dicembre per
mangiare la Zuppa di Natale. Per mangiare, capito?»
«Ma la zia intendeva solo...»
«Nessuno può saperlo, cosa intendesse davvero quella vecchia maniaca.»
«... tenere insieme la famiglia. Ecco cosa.»
«La famiglia? E quale? Quella sua e dei suoi fratelli? Ma se sono tutti
morti!» scattò Betta.
«Ci siamo noi» replicò Fabio, abbassando gli occhi.
«Noi? I suoi cari nipotini? E noi saremmo una famiglia?» rise lei,
sarcastica. «Di’ piuttosto che voleva continuare a fare il bello e il cattivo
tempo anche da morta. E c’è riuscita, mi pare.»
«Non mi frega proprio niente di cosa volesse o pensasse» tagliò corto
Flora. «Quali che fossero le sue intenzioni, io mi attengo rigorosamente alla
lettera. Non ho nessuna voglia di perdere la mia parte di eredità per un
pisello o una cotenna in più o in meno. Perciò, sai cosa ti dico? Per quanto
mi riguarda, oggi luciderò il mio piatto no a specchiarmici. Chiaro?»
Fabio, torvo, ssò le auto giù in basso. I cugini Reghi stavano scendendo
dal fuoristrada, Corrado in abito grigio e sua sorella Grazia con una pelliccia
chiara e scarpe in tinta. Sempre perfettini e tirati a lucido, considerò con
malanimo, mentre i due parlottavano accanto all’auto come se stessero
decidendo il da farsi. Alla ne del breve conciliabolo, l’uomo aprì il
portellone posteriore ed estrasse dal bagagliaio una grossa pentola che
allungò alla sorella senza tanti complimenti. Per il peso lei barcollò sulle alte
décolleté, poi si avviò malcerta sul pietrisco, verso la casa. Il fratello, intanto,
aveva tirato fuori dall’auto un secondo pentolone e ora lo trasportava con
cautela, a braccia tese, tenendolo prudentemente alla larga dalla sua
grisaglia. Dirigendosi verso il portone alzò appena la testa verso i cugini
affacciati al parapetto, con uno sguardo che tutto era fuorché di saluto.
«Ecco Ugo. Oddio, guardate come si è conciato... E meno male che è
festa!» mormorò Betta, guardando più in là. Effettivamente l’uomo emerso
dalla berlina, in una specie di casacca a righe verticali, pantaloni bianchi
stazzonati e ciabatte di cuoio, sembrava appena caduto dal letto. I capelli,
lunghi e spettinati, gli coprivano in parte la faccia pallida, chiazzata di barba
mal rasata.
Ugo Goranti chiuse lo sportello dell’auto e si mosse verso la casa, a passo
strascicato. Poi parve ricordare qualcosa e fece dietrofront, ciabattando in
direzione della macchina.
«Ha dimenticato la pentola!» ridacchiò Betta, guardandolo rovistare
nell’abitacolo. «Non ci sta più con la testa.»
«E quando mai ha avuto una testa, quello? È nato così: demente!
Demente e pure marcio!» Fabio Goranti non si tratteneva più. L’intera
situazione lo esasperava, e avrebbe voluto trovarsi anni luce lontano da lì.
Un pranzo in quella compagnia era una prospettiva terri cante, ma non
poteva sottrarvisi: non da quando il suo commercialista gli aveva illustrato
nei minimi particolari la luttuosa serie di conseguenze – miseria, latitanza e
sbarre di prigione incluse –
legate all’ormai imminente fallimento della sua azienda.
Mentre Betta e Flora tornavano in casa, rabbrividendo vistosamente, lui
restò lì, sotto quello strano sole di inizio inverno, a osservare senza interesse
Marcella Goranti – scialba, pallida, trasandata – che scendeva dalla sua
utilitaria bianca e per ultima si avviava verso la casa, anche lei con una
pentola fra le mani.
Che assurdità, pensò Fabio, che pazzia.
Una vecchia egocentrica e dispotica che continuava a dettare legge nelle
loro vite, per no oltre la morte.
E che morte...

L’assassinio

Il cadavere di Ersilia Goranti, vedova Ruspini, era stato trovato da


Annunziata Bendidio il 30 agosto del 2011, alle ore sette e trenta, nella
camera da letto della sua casa in località Villavera, frazione Corteglio, in
provincia di Pescara.
La donna, di settantasette anni, non era deceduta per cause naturali.
Come risultava dagli atti, era morta per un colpo alla testa e poi era stata
selvaggiamente mutilata. Le erano stati strappati gli occhi e amputate le
orecchie, la lingua e le dita dei piedi e della mano destra; per di più, il
medico legale aveva constatato che mancavano all’appello anche cuore e
fegato, estirpati dalle rispettive sedi a colpi di coltello.
Annunziata Bendidio, la contadina che era a servizio della famiglia
Goranti da più di quarant’anni e abitava in un piccolo annesso sul retro della
costruzione principale, come ogni mattina si era recata a lavorare nella casa
padronale e lì aveva scoperto il massacro. Com’era prevedibile, di fronte a
quel che restava della sua signora, aveva avuto un malore e si era dovuto
trasportarla d’urgenza in ospedale, dove era stata trattenuta per una buona
settimana. Era diabetica e malata di cuore.
I sette nipoti di Ersilia avevano dichiarato di aver partecipato a una cena
a casa della zia proprio la sera prima, ma di essere andati via tutti insieme
verso le undici, quando lei era ormai a letto da un pezzo. Al rientro in città,
si erano fermati a bere qualcosa a casa di Flora Goranti – che viveva sola –
dove si erano trattenuti no alle tre del mattino. Alla cena mancava
l’ingegnere Enrico Goranti, l’ottavo nipote, che era stato trattenuto a Teramo
per un impegno di lavoro: il giorno seguente, com’era stato ampiamente
provato, avrebbe infatti dovuto partecipare a un importante incontro con
l’amministratore delegato dell’azienda per cui lavorava.
Dall’autopsia era risultato che il momento della morte poteva collocarsi
fra la mezzanotte e le tre del mattino. L’arma del delitto
– un coltello evidentemente molto affilato – non era stata rinvenuta.
I nipoti, primi indiziati in quanto eredi universali della donna
assassinata, per il momento erano stati scagionati: i loro alibi reciproci e la
mancanza di qualsivoglia elemento di colpevolezza, pur nella sussistenza di
un valido movente, li avevano messi al riparo da ogni sospetto.
Quanto a Enrico Goranti, il collega che l’aveva ospitato nel suo
appartamento di Teramo aveva confermato di averlo visto andare a dormire
verso le dieci di sera, e di averlo svegliato personalmente la mattina dopo,
per andare in ufficio insieme.
Le indagini erano tuttora in corso, ma sembrava chiaro che, per la sua
particolare efferatezza, l’omicidio fosse stato commesso da uno squilibrato.
Nessuno dei pezzi anatomici sottratti al cadavere era stato ancora
ritrovato.

I sette cugini
E ora erano tutti lì, in cucina. Betta, che aveva aperto la nestra per
cambiare l’aria viziata dalle troppe sigarette, continuava a fumare. Aveva
ripreso la sua posizione sulla sedia impagliata, più solida di quanto
sembrasse se ancora non era crollata sotto il suo peso, e adesso volgeva lo
sguardo in giro febbrilmente, posando a turno sui presenti i suoi occhietti
malevoli.
Il giorno dopo si sarebbe espressa in commenti all’arsenico, non
risparmiando nessuno. Il fratello ne era più che certo, così come avrebbe
giurato che di lì a poco ne avrebbe fornito a tutti una generosa anticipazione.
I due fratelli Reghi si tenevano affiancati, quasi che fronteggiare la
situazione facendo affidamento sulle reciproche forze li rassicurasse:
Corrado, il maggiore, cinquant’anni ben portati, sorriso di circostanza e
cravatta regimental, e Grazia, di tre anni più giovane, capelli fonati ad arte,
collana di perle e un sobrio abitino di seta cruda dai toni spenti. Lui
bancario, lei insegnante. Niente di che, pensò Fabio Goranti, ma certe arie!
Soprattutto lei, con quella faccina da prima della classe, quel tono saccente,
quel continuo citare... Non ancora di ruolo, era sprofondata nei recessi più
bui delle graduatorie del Provveditorato agli Studi, e vagava da anni per le
scuole medie di tutto l’Abruzzo come un’anima persa nei meandri del
purgatorio. Non avrebbe lasciato nei suoi occasionali alunni altro che
insofferenza e noia, appena mitigate dalla brevità delle sue supplenze.
Quanto a Corrado, che dire? Una mezza tacca come suo padre, che aveva
imposto alla banca la cooptazione del suo primogenito in cambio del
proprio pensionamento anticipato. Accolto dai colleghi con sollievo,
presumeva Fabio, considerato il quoziente intellettivo del personaggio: mai
schiodatosi dallo sportello in trent’anni e passa di carriera, aveva sposato sua
zia Emma Goranti – detta Gorantina per la sua bassa statura – con la quale
aveva infatti volato basso per tutta la vita.
Fu proprio Corrado Reghi a rompere il silenzio. «Bene, bene...» disse,
lisciandosi la cravatta. «Eccoci qui.»
«Eh, sì... proprio così... eccoci qui...» cantilenò Betta, ssandolo con un
sorriso condiscendente. Gli stava dando del cretino, ma Reghi non afferrò.
O, comunque, decise di tacere.
Non così sua sorella. La professoressa sbottò: «Guarda che c’è poco da
sfottere».
Betta roteò gli occhi in giro, in segno di profonda sorpresa. «Sfottere? Io?
Ma che dici, gioia?»
«Lo sai benissimo. Non fare la furba con me, gioia.»
«Su, su! Fate le brave, ragazze!» si intromise Corrado, con tono saggio da
pater familias. «Proprio oggi volete litigare?»
Betta cacciò fuori il fumo dalla bocca e lo soffiò ostentatamente contro la
cugina appoggiata al lavandino, ma restò zitta. Fabio Goranti osservò
timoroso la sorella – occhi a fessura e labbro inferiore proteso in avanti – e si
preoccupò: conosceva bene quell’espressione, era il fulmine prima del tuono.
Ma stavolta Betta pareva intenzionata a non tuonare: non nell’immediato,
almeno.
Dalla sua posizione vicino alla nestra, Flora passò in rassegna con lo
sguardo le sette pentole allineate sul tavolo della cucina.
«Vi siete dati da fare, eh? Ma che bravi! Cosa c’è qui?» chiese in tono
frivolo, avvicinandosi al piano di marmo e sollevando un coperchio a caso.
«Legumi» rispose Marcella Goranti. «Piselli, ceci, fagioli... Tutto quello
che avevo, e anche di più.»
Il suo viso era terreo, notò Flora, e gli occhi cerchiati di scuro.
«Cos’è, stai male?»
«Perché?» Marcella sollevò su di lei uno sguardo opaco.
«Hai un’aria... stanca.»
«È che sono stata in piedi tutta la notte per cucinare» rispose lei a voce
bassa, distogliendo gli occhi da quelli indagatori della cugina. «E poi, da
quando è successo quello che è successo, non dormo più come una volta.»
«Dovresti, invece. Sembri malata.»
«Non ci riesco. Mi metto a letto e sbarro gli occhi. Penso alla zia, ridotta
in quel modo, e mi vengono i brividi.»
«A me, invece, viene da vomitare.» Era la voce di Ugo Goranti. Fino a
quel momento nessuno pareva essersi accorto di lui, accucciato su uno
sgabello in un angolo buio, fra il muro e il frigorifero.
«Come sarebbe?» chiese Flora, incerta.
«Sarebbe che mi viene il vomito. Per tre motivi, nell’ordine...» Alzò la
mano sinistra e cominciò a enumerare con il pollice sollevato: «Primo: un
cadavere fatto a pezzi mi fa veramente schifo. Secondo: l’ipocrisia mi
disgusta. Terzo: ieri sera ho bevuto troppo.»
«A che ti riferisci?» Marcella Goranti aveva sollevato la testa e lo ssava
con aria di s da.
«Al rum. Va giù che è una bellezza. Non come la vodka, che dopo un po’
mi si mette sullo stomaco.»
«Non fare lo gnorri. Hai detto che l’ipocrisia ti disgusta. L’ipocrisia di
chi?»
Ugo prese un’aria candida e si strinse nelle spalle. «Oh, la tua, per
esempio.»
«Ah sì? Io sarei un’ipocrita? E perché? Sentiamo...» La voce le tremava,
come ad annunciare il pianto.
Ugo si alzò dallo sgabello e mosse qualche passo verso di lei. Flora
osservava la scena, con un mestolo in mano e un’espressione poco
amichevole negli occhi.
«Perché, mia cara Marcella, i tuoi problemi economici sono cosa nota.
Tuo marito è protestato in tutto il paese, ti hanno pignorato anche i
cucchiaini da caffè, sotto il tuo portone c’è una la di usurai lunga come la
Parigi-Dakar...»
«Ugo!» lo ammonì Flora, brandendo il mestolo contro di lui.
«... e tu...» proseguì l’altro, ignorando l’interruzione, «proprio tu ci vieni a
raccontare che non dormi la notte pensando alla zia ridotta in quel modo?
Di’ piuttosto che da quella sera il tuo sonno è molto più sereno.»
«Ma come ti permetti?» Marcella era diventata paonazza.
«Sei uno stronzo, Ugo, lo sai?» sibilò Flora, con durezza.
«Può darsi, tesoro. Ma ipocrita no. Quello mai. E buon Natale anche a
te.»
Fabio Goranti osservò il cugino girare sui tacchi e tornare sullo sgabello,
nel suo angolo buio. Era sempre stato così, Ugo, n da bambino: egoista,
insensibile, incurante di tutto e tutti. Fabio lo sapeva bene: da piccolo aveva
passato intere estati con il cugino, quando i fratelli Goranti, con famiglie al
seguito, si facevano ospitare dalla facoltosa sorella in una delle sue tante
residenze al mare.
Per tre mesi l’anno, Ugo lo tiranneggiava e umiliava in ogni occasione gli
si presentasse. Non che fosse violento, quello no. Non dava pugni né tirava
calci. Troppo grossolani, come sistemi, per un tipo così. Lui, autenticamente
perverso, colpiva dentro: al cuore, perché ti tradiva, e al fegato, perché non
riuscivi neppure a protestare e dovevi tenerti tutto dentro. Come quando
l’aveva abbandonato su quella grossa pietra piatta al centro del ruscello, dove
l’aveva portato con la promessa di condurlo sull’altra sponda. Con tre lunghi
balzi, Ugo era arrivato sulla riva opposta, mentre lui restava lì, incapace di
muovere un solo muscolo.
«Non vieni?»
«Aiutami!»
«Passa su quella pietra.»
«È troppo lontana. Non ce la faccio.»
«Io ce l’ho fatta.»
«Tu sei più grande di me, hai le gambe più lunghe.»
«E dài! Quanto la fai difficile. Salta!»
«Avevi detto che mi avresti aiutato!»
«E l’ho fatto, no? Come ci sei arrivato no a lì, si può sapere?»
«Ma adesso, che faccio?»
«Salti, no?»
«Avevi promesso...»
«Uffa, che lagna!»
«Vienimi a prendere, ti prego.»
«Ma ce le hai, le palle?»
Quando lo aveva visto sparire fra i cespugli e non tornare, si era messo a
piangere. Più tardi, era arrivato sul greto lo zio Fernando, il padre di Ugo. Si
era calato nel ruscello e se l’era caricato sulle spalle, come un sacco di patate,
mentre lui ancora frignava.

Fabio Goranti serrò le mascelle, ssando la sagoma in ombra sullo sgabello.


Più di ogni altro in quella stanza, Ugo aveva sperimentato il crudele
altalenare del destino: a diciotto anni aveva scritto la sua prima commedia,
che lo avrebbe consacrato ragazzo prodigio capace di coniugare meriti
letterari e code interminabili ai botteghini dei più prestigiosi teatri italiani.
La seconda, pretenziosa e velleitaria, era stata invece un asco clamoroso: i
critici l’avevano stroncata, ammettendo di essere stati troppo precipitosi nel
gridare al miracolo. Altre prove letterarie – racconti, poesie e libelli politici
pieni di invettive che gli erano valse un certo numero di denunce – non
avevano avuto migliore sorte. Dal canto suo, Ugo era caduto in depressione
e aveva cominciato a bere. I molti soldi, che gli erano piovuti dal cielo in
epoca non sospetta, erano niti nelle tasche di balordi promotori nanziari,
amici squattrinati, querelanti e baristi di ogni estrazione. La mancanza di
denaro e di ispirazione gli avevano dato così il benvenuto fra i comuni
mortali: aveva dovuto faticare per ottenere una cattedra di Lettere in una
scuola media di un paesino sperduto tra le montagne, con l’unico vantaggio
di disporre di un bar in piazza i cui avventori non trovavano niente da ridire
quando a notte fonda dovevano riportarlo a casa a braccia.
Qualche anno dopo, però, un piccolo editore di provincia si era ritrovato
tra le mani un dattiloscritto, tutto impiastricciato di patacche di oscura
origine, che Ugo gli aveva spedito in un momento di sobrietà. Ne era venuto
fuori un romanzo che era stato tradotto in otto lingue, fruttando all’autore
qualcosa come un milioncino di euro.
Ora, però, Ugo era di nuovo al verde: la sua ex moglie lo aveva spennato
come un tacchino di Canzano, e il resto del denaro era sparito in men che
non si dica sui tavoli da gioco. Da poker, per la precisione. Secondo la
versione che amava dare in giro, la frequentazione con il tappeto verde
avrebbe dovuto tornargli utile per un nuovo romanzo su uno dei vizi più
antichi del mondo. “Oscurerò Dostoevskij” prometteva a chi lo intervistava,
“il suo giocatore in confronto al mio è un tipo da tombola parrocchiale.” Lo
diceva ridacchiando, perché era abbastanza furbo da non esporsi al ridicolo,
ma in cuor suo lo pensava davvero. Fabio ne era più che certo. Intanto i soldi
erano niti, e di questo tormentato personaggio che avrebbe dovuto
cambiare il corso della letteratura, neanche l’ombra.
Bene, pensò Fabio Goranti, ti sta bene, brutto glio di puttana. Come
deve essere umiliante, per te, essere costretto a piegarti alla necessità, al
bisogno. Il ragazzo prodigio, il genio compreso, il grande autore ricco e
famoso: che scorno, essere costretto a condividere tutto questo, in una
cucina che puzza di campagna e ammoniaca, con gente qualunque come
noi.
Marcella, intanto, si era accasciata su una sedia e sembrava sul punto di
scoppiare a piangere. Flora, torva, cominciò a rimestare con foga in una
pentola piena di verdure: aveva sempre protetto la cugina, n da quando
erano piccole. Non certo per bontà, né per altruismo: Flora amava i deboli
perché le davano occasione di affermare il proprio potere. I forti, quando
poteva li evitava; e se proprio doveva affrontarli giocava d’astuzia, mai di
prepotenza. Era perciò stupito, Fabio, che avesse aggredito il cugino a viso
aperto, insultandolo davanti a tutti. E, soprattutto, che quel pazzoide di Ugo,
impulsivo com’era, non le avesse rovesciato in testa l’intero contenuto della
pentola.
Ma forse, pensò maligno, occhieggiando le gambe scoperte della cugina e
il seno che le sussultava nello sforzo del rimescolare, una spiegazione c’era.
Due sere prima, dalla macchina, aveva intravisto Flora camminare da sola,
in fretta, con la testa rinfoderata nel bavero del cappotto, a pochi isolati di
distanza dalla casa di Ugo. Era tardi, verso le dieci, perciò gli era parso
strano incrociarla per quella strada buia di periferia, in un quartiere
dormitorio della città. Ora, però, a ben vedere... Flora non era mai andata
tanto per il sottile in fatto di uomini, e in quel particolare momento le
sarebbe proprio convenuto...
«Che ore sono?» chiese Grazia Reghi, rompendo il silenzio.
«Quasi l’una» rispose il fratello, con un sospiro.
«Non sarebbe il caso di cominciare?»
«Manca Enrico» disse Betta, seccamente.
«Problemi suoi, ti pare?» osservò Grazia, tormentandosi il lo di perle al
collo. «Se non viene anche stavolta, perde la sua parte.»
«Nel testamento non è indicata un’ora precisa» fece notare Corrado, cupo.
Grazia arricciò il naso, segno che era sul punto di ponti care. «Se non
erro, la zia ha stabilito che ogni ventitré dicembre dobbiamo essere tutti qui
per pranzo. Giusto? E quando dovrebbe avere inizio questo pranzo? Alle
due? Alle tre? O forse ho capito male e la Zuppa ce la mangiamo alle cinque,
con il tè e i pasticcini?»
«Qui non siamo sulle montagne del Tirolo» decretò la voce di Ugo
Goranti, dall’angolo. Il ronzio del frigorifero la copriva in parte, bassa
com’era, ma il tono era inconfondibilmente lugubre. «Alle nostre...
latitudini... si pranza più tardi dell’una, di solito. Quindi non possiamo
iniziare prima dell’una e mezzo. E non siamo autorizzati a considerarlo in
ritardo, o assente, prima delle due. Non sarebbe ragionevole.»
«Non è la prima volta che non si presenta. L’ha già fatto. La sera che è
morta la zia...» insistette Grazia.
«Zitta!» l’ammonì il fratello, in un sussurro. «Si era detto di non parlare
più di quella sera.»
Tutti abbassarono gli occhi, in un silenzio opprimente.
«Dobbiamo aspettare» concluse Ugo, perentorio.
«E allora aspettiamo...» sospirò Flora, sedendosi col mestolo in grembo e
accavallando platealmente le gambe.

L’attesa
All’una in punto, fu udito il batacchio sbattere più volte contro il portone
d’ingresso. Flora scese ad aprire e tornò seguita dalla vecchia contadina che
da tempo immemorabile accudiva la zia.
«Buongiorno, Annunziata» la salutò Betta.
«’Ngiorno...» mugugnò quella, a testa bassa, diretta al lavello.
Gli altri, che pure avevano mormorato un saluto a mezza bocca, non
ottennero risposta. La donna si era messa un largo grembiule che le arrivava
a metà polpaccio e aveva tirato fuori da una madia un calderone di
alluminio. Ora, con le maniche rimboccate no al gomito, lo stava
stro nando energicamente con una spugna insaponata sotto il rubinetto.
«Non poteva venire prima, questa rusticona?» sussurrò Grazia Reghi al
fratello, ssando di sbieco il grosso sedere molle, sotto la gonna nera di
cotone.
«È già venuta, prima» le rispose lui, a voce bassa. «Non hai visto la tavola
apparecchiata in sala da pranzo? E l’albero di Natale?»
Grazia inarcò le sopracciglia. «L’albero? Con noi in lutto? Con tutto
quello che è successo? Che pessimo gusto!»
«Deve aver pensato che la zia avrebbe voluto così...» bisbigliò il fratello, di
rimando.
Per qualche minuto restarono muti, come ipnotizzati dalle manovre della
donna che si muoveva svelta per la cucina, con una dimestichezza che ne
attestava la lunga frequentazione. Avevano già versato il contenuto delle
sette pentole nel calderone e lo avevano messo sul fuoco: di tanto in tanto lei
gli dava una mescolata con un lungo cucchiaio di legno, poi tornava di
nuovo al lavello a sfregare e sciacquare. Il tutto senza spiccicare parola.
«Forza, andiamo di là, ché qui diamo impiccio» decise nalmente Betta,
alzandosi e precedendoli in sala da pranzo.
Le mosche sulla tovaglia avevano chiamato rinforzi, e ora la tavola era
infestata da una piccola legione di insetti ronzanti, attirati dal profumo del
pane. Fabio Goranti si precipitò ad aprire la porta nestra, poi si tolse la
giacca e cominciò a rotearla per aria come un maglio. «Vaffanculo, brutte
stronze!!! Tornatevene dalle vostre vacche!!! Le odio, le mosche, le odio...»
«Ha una crisi isterica» commentò Betta con una risatina di scherno,
seguendo con gli occhi gli insetti che sciamavano fuori e si disperdevano
giù, nella valle.
Fabio si sbottonò il collo della camicia. Era accaldato e rosso in viso,
mentre si girava verso la sorella. «E vaffanculo pure tu!»
«Idiota!!!» urlò lei, di rimando. Poi afferrò il pacchetto di sigarette e glielo
scagliò contro con violenza. Lo colpì alla tempia, molto vicino all’occhio
sinistro.
Fabio digrignò i denti. «Questa è la volta che ti ammazzo!» strillò,
lanciandosi contro di lei. Ma, prima che potesse raggiungerla, si sentì
afferrare da una presa robusta: Ugo lo aveva immobilizzato in un abbraccio
che non aveva nulla di fraterno.
«L’ammazzo! Lasciami, che l’ammazzo...»
«Ma smettila! Non ne hai abbastanza, di morti ammazzati?»
«Lasciami, ti ho detto!»
«Ti lascio, ti lascio. Ma tu prima ti calmi, okay?»
Fabio ansimò e strattonò, poi però smise di dibattersi. Ugo mollò la presa
e lui si massaggiò le braccia, furibondo. «Non toccarmi mai più, capito?»
disse, ssando minaccioso il cugino, e andò a sedersi nel punto più lontano
del tavolo.
«Oh, ma che bella famiglia! Che bella atmosfera natalizia, di pace e
serenità!» cantilenò Flora con voce soave.
«Ma che pace ti aspettavi, eh? Di che famiglia parli?» Marcella Goranti
era crollata su una sedia, affranta. «La nostra non è una famiglia. Quella dei
nostri padri, lo era. Noi siamo solo un’accozzaglia di persone che vogliono
mettere le mani su un mucchio di soldi.»
«Lei lo sapeva e l’ha fatto apposta!» esplose Betta, con il fuoco negli
occhi. «Ci ha sempre costretti a stare insieme, e lo fa ancora oggi che, bontà
sua, è nita sottoterra. Era una vecchia prepotente. Del resto, se ha fatto
quella ne vuol dire che se l’è cercata.»
«Sapete cosa vi dico?» Corrado Reghi aveva nalmente perso il suo
patinato autocontrollo. «Basta con questa pagliacciata. Il mio avvocato dice
che una clausola così non sta in piedi. Potremmo invalidarla in milioni di
modi, impugnare il testamento...»
«E te la senti, tu, di farlo?» Flora scosse la testa, risoluta. «Saresti disposto
a rischiare, nella nostra posizione? Con il ato della polizia sul collo? E per
cosa, poi? Per non venire qui una volta l’anno? Che sarà mai, dopotutto, in
confronto a tutti quei soldi?»
Marcella Goranti si torse le mani, in un moto di disperazione. «Se quella
vecchia maledetta non ci avesse obbligato per anni a frequentarci, forse oggi
non ci detesteremmo così. Semplicemente ci ignoreremmo, e sarebbe molto
meglio per tutti. E invece siamo condannati a venire qui per i prossimi dieci
anni...»
«... se sopravviveremo» concluse Ugo, enigmatico.

Il testamento

Villavera, 14 aprile 2009

Io, Ersilia Goranti, vedova Ruspini, nel pieno possesso delle mie facoltà
mentali, dispongo che alla mia morte tutti i miei beni vadano ai miei nipoti:
Ugo Goranti, glio di mio fratello Fernando; Marcella Goranti, glia di mio
fratello Angiolino; Elisabetta e Fabio Goranti, gli di mio fratello Adelmo;
Corrado e Grazia Reghi, gli di mia sorella Emma Goranti; Enrico Goranti,
glio di mio fratello Giustino; Flora Goranti, glia di mio fratello Antonio.
Detti beni, consistenti in buoni del tesoro, titoli, obbligazioni e conti
correnti (l’elenco completo con l’ammontare preciso si trova presso il Notaio
Massimo Anguillara), verranno divisi in parti uguali fra i nominati nipoti, e
liquidati a ciascuno di loro in dieci rate annuali no al loro completo
esaurimento. Il Notaio Anguillara, che nomino esecutore testamentario,
provvederà al piano di riparto e ai relativi pagamenti. Ogni rata verrà
versata nel mese di giugno di ogni anno, a condizione che i miei nipoti
siano intervenuti al pranzo di famiglia che da sempre si tiene ogni ventitré
dicembre nella casa dei Goranti a Villavera, per mangiare la Zuppa di
Natale.
Chi di loro non partecipasse al pranzo e non contribuisse alla
preparazione della Zuppa – come noi fratelli abbiamo sempre fatto, secondo
l’antica ricetta di nostra madre – perderà il diritto alla rata annuale
dell’eredità e a tutte le altre in futuro, dovendo in tal caso il Notaio redigere
un altro piano di riparto e dividere la quota perduta fra gli altri nipoti.
Una famiglia unita è la cosa più importante di tutte: così è sempre stato
per i vecchi e così deve continuare a essere anche per i giovani. Le tradizioni
vanno mantenute, perché vengono da lontano e non c’è pianta senza radici
né futuro senza passato.
Incarico il Notaio Anguillara di controllare che la mia volontà sia
eseguita e rispettata. Voglio essere sepolta accanto ai miei fratelli, nella
nostra cappella nel cimitero di Villavera.
Ad Annunziata Bendidio, che mi ha servito fedelmente per tanti anni,
lascio centomila euro per la sua vecchiaia e l’uso vita natural durante
dell’abitazione dove è sempre vissuta e che le è stata concessa a suo tempo
per volontà di mio padre.
La mia casa dovrà essere tenuta bene e conservata così com’è per dieci
anni; le spese verranno detratte dal totale dovuto ai nipoti, con conguaglio
all’ultima rata. Trascorsi i dieci anni, gli eredi decideranno se continuare a
tenerla indivisa, rispettando il nome della famiglia, ed è quello che io mi
auguro e raccomando. In caso contrario, saranno liberi di assegnarla a chi di
loro ne faccia richiesta, oppure di venderla e dividersi il ricavato. Spero che
si vogliano sempre bene come io ho voluto bene ai miei fratelli e come ne
voglio a loro.
In fede
Ersilia Goranti

Corrado Reghi si tolse gli occhiali e posò il foglio sulla tavola. La lettura
era nita.
«Visto?» disse Flora all’indirizzo di Fabio, con un sospiro soddisfatto. Era
stata lei a tirare fuori dalla borsa una copia del testamento e a pretendere che
venisse riletto a voce alta davanti a tutti. «Dobbiamo contribuire a preparare
la Zuppa, venire qui, mangiare. Avevo ragione.»
Il silenzio era totale, pur nel monotono sottofondo dei fruscii impalpabili
della campagna, mossa da un vento sottile, e del crepitare del fuoco nel
camino.
«Chiudete quella nestra. Non sentite che freddo che fa?» mugugnò
Betta, rabbrividendo.
Corrado si alzò ed eseguì.
«È ora» annunciò Ugo. Gli altri, istintivamente, controllarono gli orologi
da polso. Erano le due e dieci.
«Ed Enrico?» chiese Marcella, esitante. Era ossessionata dal timore che
qualcosa in tutta quella storia non andasse per il verso giusto.
«Peggio per lui» sentenziò Betta. «Ormai è fatta. La sua parte è nostra.»
Fabio inspirò, gon ò il petto e si rivestì d’inedita autorità. «Dite a quella
donna di servire pure.»
Si alzò Flora e, col suo passo sculettante, raggiunse la porta della cucina:
parlò brevemente rivolta all’interno, poi tornò al suo posto.
Dopo pochi minuti, apparve la vecchia contadina con il pesante
calderone tra le mani: nessuno si prese il disturbo di offrire aiuto, né lei
mostrò di averne bisogno. Avanzava ondeggiante ma solida sulle gambe
tozze e forti, con il pentolone piantato sullo stomaco e quegli abiti neri come
penne di corvo.
Qualcuno spostò la sua sedia per farle un varco e lei posò il calderone
ribollente al centro esatto della tavola: non fosse stato per la tensione degli
avambracci, visibile oltre le maniche rimboccate no al gomito, il suo viso
coriaceo e imperturbabile non avrebbe tradito il minimo sforzo.
Quindi, zitta zitta com’era venuta, si dileguò.

Il pranzo
Fu Marcella a servire: il calderone fumava, così lei ne afferrò un manico con
il tovagliolo per tenerlo fermo senza scottarsi, mentre con la destra
armeggiava con il mestolo per riempire i piatti.
«Buono» disse Corrado Reghi, dopo qualche minuto. «Proprio buono.»
«Né più né meno di un comune minestrone» commentò Fabio, di
malumore.
«Non direi. Un minestrone non richiede tutta questa preparazione. Ogni
verdura è stata pulita, lessata e cucinata a parte, ciascuna in un tegame
diverso, per non parlare dei legumi, che vanno messi a bagno dal giorno
prima e poi cotti separatamente. Anche la carne va pulita, sgrassata... Ci
vuole un sacco di tempo.» Marcella sembrava un po’ rasserenata, come se
disquisire di quelle fatiche culinarie costituisse un gradito diversivo alla
tensione di poco prima.
«Tu, del resto, dovresti saperlo» disse Flora, guardando Fabio dritto negli
occhi, dall’altro capo del tavolo. «O forse quello che era nella tua pentola non
è farina del tuo sacco?»
Fiutando l’insidia, Fabio si irrigidì. Ci mancava solo che quella stronza lo
accusasse di non aver contribuito alla preparazione del pasto, e cavillasse
con l’intenzione di estrometterlo dall’eredità.
«Ho cucinato io, personalmente. Con queste mani, contenta? Certo, mi
sono fatto guidare da una donna che viene a servizio a casa mia. Non penso
che questo sia vietato, no?»
«E che hai cucinato di bello, Fabio?» Flora aveva preso un tono incurante,
mentre gli sorrideva con aria fatua.
«A me toccava la carne, lo sai. L’avevamo deciso insieme.»
«Sì, ma quale carne?»
«Be’...» Il cugino roteò gli occhi intorno. «Il maiale, anzitutto. Poi il
manzo, il pollo e...»
«No, il pollo toccava a me» disse Corrado.
«Allora forse ricordo male.»
«E come li hai cucinati, questo manzo e questo maiale?»
Flora non mollava. Fabio cominciava a sudare, mentre sentiva la rabbia
affiorargli sul viso in brevi vampe pulsanti. «Con... con l’olio.»
Betta rise con cattiveria. «L’olio? Quale olio? Quello di gomito? Sarebbe la
prima volta nella tua vita...»
All’improvviso, qualcuno rovesciò qualcosa. Un bicchiere di vino cadde
nel piatto di Grazia Reghi e lo tinse di rosso. Lei, invece, era diventata bianca
come la tovaglia. Aveva lo sguardo sso su qualcosa che galleggiava in quel
denso liquido porpora.
«Cos’è questo...?» mormorò, con uno strano tono. Lentamente tirò su quel
qualcosa con il cucchiaio e lo contemplò un istante, perplessa.
Poi accadde tutto.
L’urlo della professoressa echeggiò nella stanza, mentre lei lanciava il
cucchiaio sulla tavola e scattava in piedi, facendo cadere la sedia.
«Ma che diavolo...» esclamò Fabio, raggiunto da una cosa che, schizzata
sulla tovaglia come una pallina da pingpong, era rimbalzata sulla sua
camicia per poi ricadere di fronte a lui.
Marcella Goranti ssò il pezzo di carne – ché tale era – con occhi
stralunati. Poi si mise a urlare anche lei.
«Ma si può sapere che succede?» Corrado Reghi aveva abbandonato il
suo posto vicino alla sorella e si era avvicinato, circospetto. Fabio, inebetito,
stava ancora guardandosi la macchia rossastra sulla camicia.
Corrado ssò quella cosa sulla tovaglia e si portò le mani alla bocca. Poi
spalancò la porta nestra e uscì a precipizio sulla terrazza, per andare a
vomitare oltre il parapetto.
«È un dito...» mormorò Fabio, che nalmente aveva trovato la forza di
distogliere gli occhi dalla camicia per guardare anche lui. «Un dito umano.»
«Perché, esistono forse dita non umane?» Si sforzava di fare ancora del
sarcasmo, Betta, ma la voce le tremava.
«Be’, sì. Quelle della scimmia, per esempio» puntualizzò Flora, con una
strana calma, gli occhi ssi sul suo piatto. «Anche se non mi risulta che i
primati portino gli orecchini.»
A quelle parole, un mormorio di raccapriccio si levò dalla tavola, mentre
lei posava qualcosa sulla tovaglia. Era un orecchio, con un orecchino d’oro
ancora in lato nel lobo.
«Io mi sento male» annunciò Fabio, e barcollando andò fuori a
raggiungere il cugino.
Grazia Reghi non poté trattenere la curiosità e si protese con il busto sulla
tavola, per guardare meglio. «È l’orecchino con il brillante paglierino. Lo
riconosco. È quello della zia...» disse con voce oca, prima di unirsi al
fratello e al cugino sulla terrazza.
«È la zia!» attestò Ugo, con voce mortifera. Poi intinse il cucchiaio nel suo
piatto e, con delicatezza, depose sulla tovaglia un globo oculare, tondo e
biancastro. «Ecco. Così può dare un’occhiata anche lei a quello che succede
qui... È più giusto, vi pare?»

L’ottavo cugino
Fu allora che Enrico Goranti entrò in scena. Sbucò nella stanza
all’improvviso, passando dalla porta in fondo al salone, sicché quelli che si
erano rifugiati sulla terrazza non lo videro subito. Solo Ugo, rimasto seduto
a capotavola, lo osservò sopraggiungere, con l’andatura dinoccolata, i capelli
appena lunghi e quell’aria da eterno liceale che al cugino coetaneo, dai
lineamenti gon e alterati dai troppi stravizi, aveva sempre dato sui nervi.
«Uh, guarda guarda chi c’è...» ghignò. «Giusto in tempo per assaggiare un
po’ di... spezzatino.»
Enrico avanzava senza fretta, e quando arrivò al tavolo tutti ormai si
erano accorti di lui e si erano avvicinati.
Lanciò un’occhiata interrogativa ai presenti, poi abbassò lo sguardo sulla
tovaglia. Indugiò per un po’ in quella che a tutti parve un’esplorazione
attenta, muovendo di tanto in tanto qualche passo intorno al tavolo, sempre
assorto e concentrato su quel che c’era sopra.
Non aveva salutato nessuno, e nessuno aveva salutato lui.
Quando fu vicino a Ugo, questi lo ssò di sotto in su con uno sguardo
compunto. «Come vedi, caro cugino, eravamo tutti qui a pasteggiare in
ossequio ai desideri della povera zia, quando abbiamo dovuto interromperci.
Peccato, era davvero buona la Zuppa, quest’anno. Un po’ troppo...
sovraccarica, forse.»
Enrico approvò con un cenno del capo, ma restò in silenzio.
«Ma sei ritardato, per caso?» Betta era furente. Quella calma olimpica le
faceva venir voglia di urlare. «Hai capito o no? Qualcuno ha messo in quella
pentola dei... dei pezzi di...»
Enrico abbassò di nuovo gli occhi sulla tovaglia: il suo coperto era ancora
lì, intatto, con il tovagliolo ripiegato sul piatto e le posate perfettamente
allineate. Scostò la sedia e sedette.
«Qualcuno chi?» domandò, togliendosi gli occhiali da sole e levando lo
sguardo sui cugini.
Grazia Reghi scoppiò in una risata stridula, che scosse l’aria di sinistre
vibrazioni. «Ah, vorremmo saperlo anche noi! Vorremmo proprio saperlo.»
«Non c’è niente da ridere, Grazia» la redarguì il fratello, brusco e
imbarazzato. Quando si era staccato dal parapetto era cadaverico, e lo era
ancora. «Qualcuno ha voluto farci uno scherzo. Un macabro scherzo.»
«Qualcuno chi?» domandò ancora Enrico.
«Qualcuno chi, qualcuno chi...» La voce di Betta tremava come la amma
di un cerino. I suoi occhi erano torbidi e appannati, l’espressione incattivita.
«Smettila di ripetere sempre la stessa cosa, come un pappagallo. Chiunque
sia stato, è un... è un...»
«Un assassino?» Enrico la ssò dritto negli occhi, con severità. Lei
abbassò i suoi. «È questa la parola che ti mancava?»
«Ma cosa dici, cosa dici...» piagnucolò Marcella Goranti, rannicchiata su
una sedia, in posizione fetale, con le ginocchia strette fra le mani e la testa
nascosta fra le braccia.
«Basta, basta!» strillò Flora, con voce spezzata. Il suo seno sussultava
sotto la spinta di un affanno convulso. «Ora puliamo per bene e la niamo
qui. Prendiamo quel pentolone, i piatti, quello che c’è su questa
stramaledetta tovaglia e buttiamo tutto nel cesso. Questa cosa, per quanto
mi riguarda, non è mai successa.»
«Ah sì? Facciamo come se niente fosse, eh? Come se non sapessimo che
quel dito, quell’occhio, quell’orecchio sono stati messi lì apposta, per
ricordarci...»
«Smettila, Fabio. Non voglio sentire altro.»
«Io, invece, voglio proprio sentire» disse Enrico.
«Che c’entri, tu?» lo aggredì Betta, con astio. «Che vuoi? Non te ne è mai
fregato niente della famiglia, della zia, di noi. Ci hai sempre snobbato.
Sempre con quell’atteggiamento distaccato, superiore... Ma chi credi di
essere?»
«Una volta tanto, Betta ha ragione» disse Ugo, agitandosi sulla sedia.
«Con quale autorità ti siedi qui e ci fai questa specie di interrogatorio?
Proprio tu che non hai mai voluto avere niente a che fare con nessuno di noi.
Tu non c’eri mai, qui. E se c’eri, te ne stavi sempre per conto tuo, come se
avessimo tutti la rogna. E ora con quale diritto sali sul pulpito? Ti presenti
quando ti pare, senza rispetto per nessuno, e...»
«A proposito...» lo interruppe Corrado, pensoso. «Come sei arrivato? Ero
affacciato al parapetto, poco fa, e non ti ho visto. La tua macchina non c’è...»
«Sono arrivato dalla provinciale, poi ho preso la strada sterrata che passa
sul retro.» Enrico non sembrava affatto turbato da tutta quell’ostilità. «Ho
parcheggiato alla rimessa, davanti alla casa di Nunziata, che era appena
rientrata. Avevo bisogno di fare due chiacchiere con lei, prima.»
«Prima di cosa?» chiese Flora, circospetta.
Enrico Goranti si chinò e sollevò uno zainetto nero, che aveva posato per
terra, sotto il tavolo. Fece scorrere la zip e tirò fuori un quaderno. «Prima di
farvi vedere questo.»
«Che cos’è? Un altro testamento?» chiese Fabio, trattenendo il respiro.
Sentiva che in quel caso gli sarebbe potuto venire un infarto.
«No. È un diario.» Enrico aprì il quaderno e cominciò a sfogliarlo,
lentamente. Qualcuno si abbatté rumorosamente su una sedia, nel silenzio
generale. «L’ho trovato in un posto che, evidentemente, deve essere sfuggito
alla polizia quando la casa è stata perquisita. Era sotto una mattonella del
pavimento, in camera della zia.»
«E tu, come...?»
«Come lo sapevo, Fabio?» Enrico sospirò a fondo, con la malinconia negli
occhi. «Be’, anch’io ho frequentato questa casa, se non vi risulta, e più spesso
di quanto crediate. Mio padre amava molto la sorella, e veniva a trovarla
ogni volta che poteva. Spesso mi portava con sé, e di quei momenti voi non
avete mai saputo nulla. La mattonella-nascondiglio era un segreto tra me e
lei: ogni volta che venivo qui, ci in lava sotto caramelle, gurine, piccole
somme di denaro. Io, da parte mia, le lasciavo dei bigliettini con frasi buffe,
confessioni, proponimenti. Era un gioco divertente, solo fra me e lei.
Quando la casa è stata dissequestrata dalla polizia, quello è stato il primo
posto dove sono andato a guardare. È successo pochi giorni fa. Ero da queste
parti per lavoro, mi ha fatto entrare Nunziata.»
«E allora? Cosa c’è in questo diario, si può sapere?» lo interruppe Betta,
snervata da tutte quelle melensaggini sentimentali.
«Sì, davvero, cosa c’è scritto di tanto importante?» chiese Corrado,
sospettoso.
Enrico sollevò gli occhi dalle pagine, e stavolta il suo tono era duro, secco
e bruciante come un colpo di frusta.
«C’è scritto che voi – tutti voi – siete i suoi assassini.»

Il diario

29 agosto 2011
Li ho sentiti. Loro non lo sanno, ma io stasera li ho sentiti. È molto triste
arrivare alla mia età senza capire. È anche molto grave, ma non ci posso fare
niente se sono stata così stupida. Fino a stasera ero convinta che mi
volessero almeno un po’ di bene, che avessero piacere di stare con me. In
fondo sono l’unica sopravvissuta della mia generazione: ho lo stesso sangue
dei loro genitori, la stessa faccia, lo stesso passato. Credevo che mi
ascoltassero volentieri, quando raccontavo a tutti loro come eravamo noi
fratelli, quello che facevamo da piccoli, come ce l’eravamo cavata durante la
guerra e anche dopo...
Credevo di essere la loro memoria. Invece no. Invece mi odiano.
Dalla nestra, li ho sentiti. Loro non sapevano che avevo cambiato stanza
da letto. Quel cane alla catena, davanti alla casa di Nunziata, non mi lasciava
più dormire. Era diventato insopportabile, forse perché la vecchiaia fa di
questi scherzi anche ai cani. La notte si metteva ad abbaiare, senza pace, e
andava avanti per ore. Nunziata voleva abbatterlo, ma io non me la sono
sentita. Così da qualche mese dormo qui, nella mia vecchia stanza di
ragazza, sopra la terrazza. Abbiamo mangiato tanto, lasagne e bistecche al
sangue, e mi è venuto sonno. Loro mi hanno detto di andare pure, se ero
stanca, e mi hanno augurato la buonanotte. Mi hanno anche baciato. Sette
giuda, ecco cosa sono.
Flora è stata la prima. “Uffa, che vecchia chiacchierona. Non ne posso più
di sentire sempre le stesse cose. Le strapperei la lingua.”
“E io il fegato” ha aggiunto Fabio. “Il mio si è spappolato, a furia di
sopportarla per tutto questo tempo.”
Tutti hanno riso.
Poi è stata la volta di Corrado. “E che ne dite, visto che ci siamo, di
cavarle anche gli occhi? È un’impicciona: nota tutto, scruta, controlla...”
“Se è per questo, io le mozzerei tutt’e due le orecchie” ha detto Grazia.
“Oggi pomeriggio ha avuto la sfacciataggine di spiarmi mentre parlavo al
cellulare. Ha ascoltato tutti i fatti miei, lo so, perché poi mi ha guardato in
un modo...”
Betta ha rincarato la dose. “E i piedi, glieli vogliamo lasciare? Sempre lì a
seguire, a pedinare...”
E Marcella: “Io invece le strapperei il cuore dal petto, tanto per lei è come
se non ci fosse. Quando le ho chiesto un prestito, tempo fa, mi ha detto di
no. Sapeva che ero nei guai, la vecchia strega, e non ha avuto pietà”.
Il più crudele, però, è stato Ugo. “Io mi accontenterei di mozzarle le dita
della mano destra, tanto per impedirle di fare il mio numero e chiamarmi
tutti i giorni con quel suo maledetto telefono. A lei piace chiacchierare con
me, dice. Io invece non sopporto più i suoi stupidissimi vaniloqui.”
Sono molto stanca, è quasi mezzanotte e loro sono ancora tutti giù, in
terrazza. Hanno bevuto, e ora schiamazzano più del cane alla catena. Ho
intenzione di fare qualcosa, ma non so ancora cosa. Quel che è certo, però, è
che meritano tutti una bella lezione.

Enrico chiuse il diario con un colpo secco. Il sole aveva da tempo


superato lo zenit, in marcia verso la montagna, e le ombre si erano fatte più
lunghe. Sulla terrazza era sceso di nuovo il silenzio imperfetto e volatile della
campagna. Guardò i cugini, seduti immobili intorno alla tavola, e pensò che
per una volta si somigliavano tutti davvero. Forse perché in quel momento
avevano tutti la stessa espressione: Enrico non sapeva trovare, per de nirla,
altra parola che sgomento.
«È assurdo...» bofonchiò Ugo.
«Assurdo...» gli fece eco Flora, in un mormorio impastato.
Gli altri – tutti gli altri – sembravano pietri cati.
«Assurdo, sì» concordò Enrico, con tranquillità. «Ma anche terribilmente
vero. Tanto vero che adesso io ho intenzione di uscire di qui e andare di lato
alla polizia, per consegnare questo diario.»
«Ma sei pazzo?» Betta gli puntò addosso occhi sgranati dal panico.
«Come ti viene in mente? Non penserai mica che...»
«Che voi avete ucciso la zia?» rispose Enrico, ricambiando lo sguardo.
«Sì, che lo penso.»
«Noi non abbiamo ucciso proprio nessuno» intervenne Corrado,
allentandosi il nodo della cravatta. Da pallido che era, si era fatto cianotico.
«Siamo stati qui a cena, è vero, ed è anche vero che abbiamo detto...»
«Zitto, Corrado, zitto! Non una parola di più. Non davanti a lui. Lui è un
nemico» disse Flora, afferrando il cugino per il gomito.
Enrico scosse la testa. «Io non sono un nemico. Io voglio solo la verità.»
«La verità? La verità è che siamo sempre stati insieme, quella sera, e
siamo andati via prima che la zia venisse uccisa. Come abbiamo detto alla
polizia, del resto. La verità è che non siamo stati noi.»
«Ah no? La zia è morta proprio come è scritto qui, Flora. Con le stesse
orribili mutilazioni che vi ha sentito augurarle e descrivere nei minimi
particolari. Come lo spieghi?»
«La zia ha sempre avuto manie di persecuzione...» azzardò Marcella, con
un lo di voce.
«E sarebbero state le sue manie, come le chiami tu, a farla a pezzi? La vedi
così?»
«Ci deve essere un’altra spiegazione, per forza. Qualcuno, oltre a lei, deve
averci sentiti e l’ha uccisa in quel modo per incastrarci.»
«E chi?» chiese Enrico. «Un malintenzionato di passaggio, a mezzanotte,
in questo posto dimenticato da Dio? O magari la povera Nunziata, che va a
letto con le galline?»
«Sì, proprio lei!» Gli occhi di Betta mandavano lampi d’odio. «Non può
essere stata che lei... Ora che ci penso, deve averla sempre detestata. Le ha
fatto da serva per tutta la vita, e la zia non le ha lasciato che briciole...»
«Come no? Ce la vedo proprio, impegnata sulla scena del massacro,
vecchia e malata com’è. E perché, poi? Cosa ci avrebbe guadagnato?»
«Basta» disse Ugo, alzandosi e avvicinandosi al cugino con aria
minacciosa. «Dacci quel diario, Enrico. È meglio per tutti, credimi.»
Enrico lo ssò, ostile. «No.»
Ugo era vicinissimo, ora. «Dammelo, ho detto!»
Enrico scattò in piedi e lo fronteggiò, con il diario stretto al petto. Solo
allora si rese conto che anche gli altri si erano mossi impercettibilmente e
ora stavano in cerchio intorno a lui. Un cerchio sempre più stretto.
«Cosa volete fare? Uccidere anche me? Come avete fatto con lei?»
Come in un fermoimmagine, la scena si bloccò per un lungo istante. Poi
Enrico parlò di nuovo. «Poco fa ho detto a Nunziata che sarei passato a
salutarla entro quindici minuti: se non mi vedrà tornare...»
«Tutto questo è semplicemente pazzesco» disse Grazia. La sua voce aveva
una nota isterica, come di pianto trattenuto. «Io non ho fatto niente, e
nemmeno mio fratello...»
«E gli altri? Non parli degli altri? Non eravate insieme? Non è questo che
avete dichiarato alla polizia?»
«Nooo!!!» urlò lei. «Non eravamo insieme, no! Questa è la verità. Siamo
andati via ognuno per conto proprio. Io e Corrado molto prima degli altri.»
«Sì, è così» confermò Corrado. «Ora basta con i trucchetti. Noi li
abbiamo lasciati qui, gli altri.»
«Voi due siete degli sporchi traditori. Mi fate schifo!» inveì Betta, con la
bava alla bocca. «Comunque, anch’io sono andata via subito dopo, con
Fabio.»
«No, la prima ad andarsene sono stata io. Avevo sonno, ricordate?»
Marcella Goranti li guardava supplichevole. «Ricordate?» Nessuno le
rispose. Lei sentì tutta la disperazione sgorgarle dagli occhi in lacrime
amare.
«Adesso qualcuno dirà che a ucciderla siamo stati io e Ugo. Gli ultimi a
uscire di qui. Non è vero?» Flora sollevò le spalle, con un risolino amaro.
«Ma chi ci assicura che quelli che se ne sono andati per primi non siano poi
tornati indietro?»
«È stata colpa tua. Sei stata tu a convincerci. Tu...» Grazia rivolse a Flora
uno sguardo pieno di rancore. «Tu hai detto che se avessimo dichiarato alla
polizia che eravamo andati via insieme alle undici, per continuare la serata a
casa tua, la cosa sarebbe stata più semplice, più credibile...»
«E tu non ti sei fatta pregare. Del resto, ti avevo servito un alibi di ferro su
un piatto d’argento, eh, professoressa? Manna dal cielo per voi due, non è
così? Avete ucciso la zia e poi vi siete serviti di noi. Della nostra paura.»
Flora fece una pausa, come per riprendere ato. «Sì, paura. Perché avevamo
tutti la coscienza sporca. Tutti quegli stupidi discorsi dopo cena...»
«Sei stata tu, invece.» Fabio ssava la cugina con occhi invasati. «Tu,
insieme a questo sporco pervertito di Ugo. Sei sua complice. Ecco perché sei
andata a casa sua, l’altra sera: per preparare il piano. Ti ho vista, sai?»
«Sei il solito vigliacco» sibilò Ugo. «Tu e tua sorella siete tornati qui,
quella sera. All’una del mattino la vostra macchina era imboscata in una
piazzola sulla strada, a un chilometro da qui. Vi eravate fermati ad aspettare
che anche l’ultimo di noi fosse andato via. Io e Flora lo possiamo
testimoniare.»
«La macchina aveva un problema. È solo per quello che ci eravamo
fermati. Per controllare...»
«Stando seduti nell’abitacolo? È così che si controlla un motore che non
va?»
«Stavamo aspettando che si raffreddasse.»
«Ma piantala! Chi vuoi che ci creda?»
«Basta così!», la voce di Enrico era gelida. «Un delitto ideato
collettivamente, un falso alibi, l’accusa della stessa vittima, pezzi di cadavere
sulla vostra tavola... E poi il movente, ovvio. Un movente a tanti zeri quanti
non avreste mai immaginato di contare in vita vostra. Ah, dimenticavo: ho
trovato anche un fagotto con dei coltelli. Coltelli molto affilati: erano in una
busta di plastica, ben nascosta nella cuccia del cane. Il cane era malato ed è
stato abbattuto qualche giorno fa. Nunziata non può più fare lavori pesanti,
così ho pulito io la cuccia e li ho trovati. Scommetterei che su quei coltelli
non c’è solo il sangue delle famose bistecche, quelle che avete mangiato qui
quella sera a cena. Ce n’è abbastanza per farvi nire in galera tutti quanti. A
quale titolo e per quanto tempo, lo deciderà il processo.»
Enrico prese il suo cellulare e cominciò a comporre un numero.
«Che fai?» chiese Marcella, con gli occhi spalancati dalla paura.
«Chiamo la polizia.»
«Aspetta...» disse Ugo.
Enrico si fermò, sollevando la mano dalla tastiera del telefono.
«Aspetta» ripeté Ugo, calmo. «Ho una proposta per te...»

Sei mesi dopo, sulla terrazza


Enrico Goranti, seduto a capotavola sulla terrazza, osservava il mare. Era di
un azzurro mozza ato, e in quella calura soffocante aveva il fascino
struggente del miraggio.
La campagna, tutt’intorno, taceva sotto il sole a picco.
La porta nestra si spalancò e dalla cucina uscì Annunziata Bendidio con
una zuppiera fra le mani. Pasta alla chitarra al pomodoro e basilico, la sua
preferita.
«Siediti» la esortò Enrico, sorridendo. La vecchia riempì i piatti, poi lisciò
il grembiule con le mani e si accomodò sulla sedia di paglia. Enrico versò il
vino, un Montepulciano d’Abruzzo rosso e profumato. «Ci vuole un
brindisi.»
La contadina alzò il calice. I bordi dei bicchieri si incontrarono, in un
breve tintinnio. «Mangia, dài, prima che si freddi...»
Enrico rise. «Con questo caldo?»
La pasta era squisita e lui la divorò. Poi, soddisfatto, si appoggiò allo
schienale della sedia e allungò le gambe sotto il tavolo. Con la punta del
piede, cercò il bordo rigido della valigetta di cuoio e l’attirò a sé. «Ecco»
disse, posandola sulla tovaglia.
La contadina la ssò, immobile, con improvvisa diffidenza. Enrico fece
scattare le serrature e sollevò il coperchio. Lo sguardo della donna si fece
cupido, mentre osservava tutte quelle mazzette da cento disposte
ordinatamente una sull’altra.
«La tua parte. I primi trecentomila euro.»
«Trecentomila...» ripeté Annunziata, come imbambolata.
«Sono tutti tuoi. L’anno prossimo ne avrai altrettanti, e poi ancora per gli
otto anni a venire. Te li sei meritati.»
Lei, nalmente, sorrise. Aveva i denti sani di chi ha mangiato sempre cose
sane. Come ricordando qualcosa, si alzò ed entrò in cucina, per tornare
subito dopo con un cestino pieno di ciliegie.
«Quando eri piccolo ci andavi matto» disse, posandolo sulla tavola.
Enrico la guardò con tenerezza. «Hai preso la decisione giusta,
Nunziatina. Quei sette non dovevano ricavare alcun vantaggio dalla morte
della zia, non sarebbe stato giusto. La odiavano e lei l’aveva scoperto. Forse è
stato proprio per questo che si è sentita male, ed è caduta sbattendo la testa
sullo spigolo di marmo del comodino.»
«Sì, ma dopo...»
«Dopo abbiamo fatto quel che andava fatto.»
La donna si rabbuiò e scosse la testa. «Non è stata una cosa da cristiani,
però.»
«Ma no, che dici? Cosa vuoi che le importasse, a quel punto, essere fatta a
pezzi? Avrebbe approvato, te lo dico io. Tutto avrebbe voluto fuorché
arricchire quegli ingrati.»
«Be’, questo è vero.»
«E allora, di che ti rammarichi? E poi la decisione è stata mia, mia
soltanto. Quella sera ero andato a letto presto: la mattina dopo avrei dovuto
alzarmi di buon’ora ed ero molto stanco. Poi, però, sono stato preso dal
rimorso: la zia ci sarebbe rimasta male, se non fossi arrivato. Così mi sono
rivestito e sono partito. Era molto tardi, ma mi aspettavo di trovarla sveglia.
Lei si addormentava presto, di solito, ma dopo qualche ora sbarrava gli
occhi. Insonnia mattutina, il suo problema di sempre. Invece era morta:
nessuno di loro si è degnato di darle un’occhiata, prima di andare via. Se
l’avessero fatto, magari avrebbero potuto soccorrerla.»
La vecchia annuì, sospirando.
«Il suo diario era per terra, aperto vicino a lei. L’ho letto e sono rimasto
sconvolto. Poi sono venuto subito a svegliarti.» Enrico era contrito. «Che
per dia, che ingratitudine... Quei sette meritavano una lezione, l’aveva
scritto lei.»
Le labbra sottili della contadina si piegarono in una smor a caparbia.
«Sono cattivi. Lo erano anche da bambini. Tu, invece... sei sempre stato
bravo, tu.»
Enrico posò la sua mano su quella di lei. Era ruvida e arrossata, con
grosse vene in rilievo: la mano di una vecchia contadina che aveva sgobbato
in tutte le stagioni. «E poi sono stato io a fare il lavoro sporco» disse. «Tu mi
hai solo aiutato a nascondere i... pezzi.»
«Ero preoccupata. Se qualcuno entrava in cucina mentre...»
«Sei stata bravissima. Nessuno ti ha visto quando li hai messi in quel
calderone.»
«Nessuno» confermò la donna. «Erano tutti in sala da pranzo, a litigare.»
«E a quel punto ognuno ha cominciato seriamente a sospettare dell’altro.
Solo qualcuno di loro avrebbe potuto metterli nella Zuppa, e il perché era
chiaro. Nessuno avrebbe potuto più avere ripensamenti, da quel momento in
poi. Dire la verità sarebbe stato assurdo, anche per un innocente.»
Enrico mandò giù un po’ di vino, poi posò il bicchiere sulla tovaglia. «Del
resto, quell’alibi collettivo non mi aveva mai convinto. Era ridicolo,
inconcepibile. Non ce li vedevo proprio a casa di Flora, tutti insieme come
un gruppo di amici che vuole prolungare il piacere della reciproca
compagnia. Si sono sempre detestati: la polizia non può saperlo, ma io sì.»
Annunziata di nuovo sospirò.
«Comunque hanno fatto la scelta più logica» proseguì lui, dopo un altro
sorso di vino. «Cosa avrebbe pensato la polizia scoprendo che il delitto era
stato commesso con le stesse identiche modalità di cui loro stessi avevano
parlato dopo cena? Il diario li accusava implacabilmente. E poi, c’era la
faccenda dei coltelli. Quella sera, quando sono arrivato, erano ancora lì, sulla
tavola...»
La donna scosse la testa, in segno di disapprovazione. «Se n’erano andati
senza neppure sparecchiare, quegli scostumati...»
«Meglio così. L’idea di usare i loro coltelli è stata geniale. E di nasconderli
nella cuccia del cane, poi...»
«Solo io potevo avvicinarmi a quella bestiaccia» confermò lei, con una
smor a.
«Già. E in ogni caso, anche se la polizia li avesse scoperti, vi avrebbe
trovato sopra le loro impronte e il sangue della zia. Loro l’hanno capito
subito: chiunque avesse fatto sparire quei coltelli, non poteva che avere
l’intenzione di tirarli fuori, se si fosse messa male. Così hanno deciso che era
meglio rinunciare ai soldi piuttosto che alla libertà. Anche se fossero riusciti
a dimostrare la propria innocenza, non sarebbero sopravvissuti allo
scandalo, ai processi, a tutto il resto... La loro vita sarebbe diventata un
inferno molto doloroso. Non valeva la pena rischiare tanto per del denaro
che dopotutto sarebbe nito nelle tasche degli avvocati.»
«E così hanno rinunciato all’eredità...»
«Non esattamente. La rinuncia avrebbe destato troppi sospetti. Diciamo
che, ufficialmente, si sono presentati qui l’antivigilia per mangiare la Zuppa
di Natale e quindi hanno regolarmente incassato la propria parte. Poi, però,
l’hanno consegnata a me. E così saranno costretti a fare per i prossimi nove
anni. Un bel castigo, ti pare? La zia ne sarebbe soddisfatta.»
Il caldo si era fatto opprimente. Enrico riempì i bicchieri. «Un altro
brindisi...»
«Così mi fai ubriacare.»
«Ma no, solo un sorso. Porta fortuna.»
Bevvero in silenzio, poi lui si mise in bocca una grossa ciliegia. Un po’ di
succo gli colò sul labbro, tingendolo di porpora.
«Povera signora Ersilia!» biascicò la donna, con gli occhi appannati.
«Già. Povera zia!» disse Enrico. «Ma ora... ora riposa in pace.»
Annunziata Bendidio, pur senza essere in grado di apprezzare la
differenza fra un assunto e un’esortazione, appoggiò la testa sul tavolo e
obbedì.

L’ultimo atto
Era stato facile come bere un bicchier d’acqua. Anzi, di vino. Il
Montepulciano aveva occultato il gusto amaro della digitale, così la
poveretta non si era accorta di nulla. Poveretta, già. Enrico si concesse di
pensare così, perché in quel momento si sentiva compassionevole, generoso
e anche un po’ commosso. Dopotutto, anche se nel suo modo rozzo e poco
espansivo, quella contadina gli aveva voluto bene. Nemmeno per un minuto
aveva pensato, per esempio, che fosse stato lui a uccidere la povera signora
Ersilia. Quando era arrivato quella notte, invece, la zia era viva. Tanto viva
da sembrare assatanata, con i capelli dritti sulla testa e i lineamenti distorti
dalla rabbia. Gli aveva agitato davanti agli occhi le pagine del diario e lui,
come si conveniva, si era mostrato scandalizzato e sconvolto. Dentro di sé,
però, gongolava. Ora le era rimasto solo lui, l’unico nipote veramente
affezionato, l’unico erede veramente degno, la cattedrale nel deserto
sentimentale di una povera anziana idealista e delusa. Poi, però, era successo
qualcosa. Furente com’era, lei aveva già scritto anche un nuovo testamento.
Tutta la sua fortuna ad Annunziata Bendidio e a una quantità di istituti di
bene cenza di cui non ricordava neanche i nomi. Al povero Enrico Goranti,
neppure un soldo. Del resto, chi le diceva che anche lui non fosse un ipocrita
come gli altri? Buon sangue non mente, no? Non c’era stato modo di farla
ragionare, di farle capire che lui era diverso. Le aveva ricordato il segreto
della mattonella, la loro complicità, i giochi nei pomeriggi d’estate... ma era
stata irremovibile. A un certo punto, stanca della sua insistenza, lo aveva
anche cacciato via. Aveva chiuso con la famiglia, lei, non voleva più vedere
nessuno di loro. Mai più.
Così non gli aveva lasciato altra scelta...
Nunziata non lo avrebbe mai trattato così. Enrico sentì gli occhi
inumidirsi. Non aveva mica un cuore di pietra, anzi. Le ciliegie, ad esempio,
lo avevano fatto tentennare. Lei si era ricordata che lui ci andava matto da
bambino: ormai non c’era più nessuno sulla faccia della terra che
conservasse la memoria della sua infanzia, nessuno a parte quella vecchia
contadina scontrosa dalla faccia piena di rughe scavate dal sole. Così, per un
momento, aveva anche accarezzato l’idea di salvarle la vita. Colpa del vino,
che gli aveva allentato i sensi. Ma era stato un attimo, uno solo. Troppo
avida, Nunziata, a pretendere la metà. E poi i vecchi spesso straparlano. E
hanno paure, ripensamenti, rimorsi, soprattutto quando sentono di essere
arrivati al capolinea. Comunque, a quel punto, l’overdose di digitale era già
nel bicchiere e lui l’aveva fatta bere senza pensarci più. Cosa fatta, capo ha.
Ora la donna riposava serena e inconsapevole, e non avrebbe potuto
rammaricarsi né recriminare nel vedere il giovanile Enrico portare giù la
valigetta, nasconderla sotto il sedile della sua auto e poi tornare in casa,
accanto a lei, con il cellulare in mano. «Parlo con il 118? Sono Enrico
Goranti, da Villavera. Una donna si è sentita male. Per favore, venite
subito...»
L’avrebbero trovata morta, ovviamente: il caldo fa brutti scherzi a chi è
malato di cuore.
Da parte sua, lui non avrebbe certo badato a spese: una bella cassa di
legno pregiato, un funerale coi occhi e una degna sepoltura nella cappella
di famiglia. Lassù, a sinistra, vicino alla zia. Con un bell’epitaffio sul marmo:

QUI GIACE ANNUNZIATA BENDIDIO ,


DONNA ESEMPLARE E DEVOTA ,
ULTIMA TESTIMONE DELLA STORIA DEI GORANTI:
CON LEI LA MEMORIA VIENE SEPOLTA PER SEMPRE.

LÌ, 25 GIUGNO 2012.


FAMIGLIA GORANTI ADDOLORATA POSE .

Enrico addentò un’altra ciliegia e, al pensiero, sorrise.


Questo racconto è frutto esclusivo della fantasia dell’autrice: ogni riferimento a fatti o persone reali,
del presente o del passato (come anche eventuali omonimie), deve pertanto intendersi come
puramente casuale. Nessun luogo (compresa Villavera, frazione Corteglio), nessuna circostanza,
nessun personaggio fra quelli descritti esistono o sono mai esistiti nella realtà. A parte l’Abruzzo, le
città di Pescara e Teramo, il Gran Sasso, l’Adriatico e... il delitto perfetto.
Gianfranco Nerozzi
L’ODORE NERO DEL CAFFÈ

Somewhere over the rainbow, skies are blue


And the dreams that you dare to dream
Really do come true.
(Da qualche parte sopra l’arcobaleno, i cieli
sono blu
e i sogni che osi sognare veramente
diventano realtà.)
Over the Rainbow
(HAROLD ARLEN, E.Y. HARBURG )

Occhi chiusi
Si stringe sotto le coperte e cerca di farsi più piccola che può. Vorrebbe
scomparire. Non farsi trovare quando il mostro arriverà.
Sbuca con la testa dal lenzuolo quel tanto che basta per controllare la
sveglia sul comodino.
00:00... 00:00... 00:00...
Il tempo sembra essersi fermato, scandito dall’ammiccare delle cifre
fosforescenti sul quadrante digitale: 00:00... 00:00... 00:00...
Resta incantata a rimirare quel lampeggio e ha l’impressione che segua lo
stesso ritmo del suo cuore.
Avverte un fruscio provenire dal fondo della stanza e ha un sussulto. Le
cifre della sveglia prendono a battere all’impazzata.
“Ti prego...”
Ancora un rumore. Qualcosa come uno scricchiolio.
“Ti prego, no...”
Gira la testa di scatto.
I suoi occhi vagano per la stanza buia, scrutano con sospetto e con paura
le sagome scomposte che danzano nel raggio lunare che trapela dal
lucernario. Si accorge che la porta è socchiusa e lo stomaco le si contrae. Una
pista ghiacciata prende forma diramandosi in una serie di tornanti che
risalgono dal centro dell’addome no alla gola.
Deglutisce un sorso di gelo e cerca di mettere a fuoco lo sguardo.
Riesce a distinguere una sagoma racchiusa in un angolo morto vicino
all’armadio. Vede il biancore delle guance e della fronte, intuisce i lineamenti
nascosti dal diorama d’ombre che si agitano all’intorno.
Non si tratta del frutto di un’allucinazione; una creatura proveniente dalla
terra di nessuno che si trova fra il sonno e la veglia.
Il mostro esiste.
(Lui)
Se ne sta là, la guarda e
(ringhia le sue vu senza cuore)
si prepara a colpire ancora una volta.
(... tesovo mio)
Immagina i passi leggeri. Il respiro roco che si fa sempre più vicino. La
voce strana.
(non pensave più a nulla...)
L’odore del suo alito, del suo corpo. Le mani ruvide, con le unghie
perfette.
“Non voglio...”
La faccia sospesa nel nero pare dilatarsi in un sogghigno.
“Non voglio più...”
Deve fare presto, staccare il contatto. Clic. Spingere un pulsante nella
mente e addormentarsi.
Non ci sono altre vie di fuga.
Chiude gli occhi con forza, in uno scorrere tumultuoso d’immagini
incoerenti.
Scivola nel sonno in fretta e prova una sensazione di vertigine.
È come uscire dal proprio corpo. Diventare un’altra. Una creatura leggera,
senza carne. Un essere fatto della stessa sostanza delle nuvole, bianca di
bambagia, che non si può sporcare.
Il mostro la toccherà con le sue mani dure, le dita confuse nel buio, le
unghie così perfette da sembrare nte.
Tesovo mio.
Sussurrerà parole cattive piene di vu senza cuore.
Non pensave più a nulla...
Cercherà di spremere la sua carne ma troverà solo un corpo vuoto, senza
niente.

Occhi aperti
Guardo la moka sul fornello. Il vapore che esce con un borbottio mentre
l’aroma del caffè si propaga nell’aria. Cerco di accoglierlo dentro come fosse
un respiro.
Profumo di colazione fatta in casa. Che mette allegria e ti fa star bene.
Quando ero piccola mi svegliavo sperando che quel profumo riuscisse a
farmi sentire felice, nonostante il vuoto.
Percorrere il corridoio per raggiungere la cucina seguendo l’odore come
se fosse una traccia.
L’odore del caffè era in grado di dissolvere la mia tristezza, la
disperazione: i residui di sporco lasciati dalla notte trascorsa. Con tutti i
sogni senza cuore, le speranze che gemono inascoltate.
Profumo di caffè e di colazione e di tempo buono...
Genitori che sorridono mentre entri nella cucina e ti siedi a tavola.
Tutto questo allora mi faceva stare meglio, anche se era una nta. Una
maschera sorridente per coprire un volto che ringhia nell’ombra.
Percorsa da un brivido, mi verso una tazza di caffè nero bollente e prendo
a sorseggiarlo con le labbra spinte in avanti. Mi avvicino alla nestra e
guardo fuori. Sta albeggiando e l’aria si è fatta più chiara. Durante la notte è
caduto qualche occo di neve che ha steso un velo bianco e leggero sui tetti
delle case. Poso la tazzina, controllo l’ora. Sono le sei e venti e la signora fra
poco uscirà per andare al lavoro. Prendo il binocolo e osservo la Panda rossa
parcheggiata giù in strada, polvere di ghiaccio come se fosse zucchero sul
parabrezza. I lampioni sono ancora accesi e le lampade gialle sui loro colli
arcuati di metallo sembrano occhi di gatto sospesi nel vuoto, con le
decorazioni natalizie a fare da pendant: stelle comete e angeli. C’è un
vecchietto che sta portando a spasso un cane, colbacco di pelo e stivali di
gomma, cammina piano, un passo alla volta con cautela, attento a non
scivolare.
Alla fermata dell’autobus non c’è ancora nessuno.
Sei e mezzo. E la signora attraversa la strada e raggiunge la Panda. Cuffia
di lana e sciarpa. È un poco in ritardo stamani, tre minuti rispetto la mattina
precedente. L’importante è che se ne vada, non ho niente contro di lei.
Aziono lo zoom nel binocolo per ingrandire la visione della sua faccia. Porta
male i suoi trentanove anni. Mia madre era più bella a quell’età. Molto più
bella.
Noto che la signora oggi non si è truccata e ha delle occhiaie scure di
stanchezza che le conferiscono un volto da teschio, scavato dai postumi di
una notte difficile. Lei sta assumendo coscienza di quello che sta accadendo
ma nello stesso tempo ri uta la cosa. Prende tempo, è confusa. E non riesce
più a dormire senza fare brutti sogni. Me la immagino con gli occhi sbarrati
nel buio della camera a domandarsi perché il suo compagno non la
raggiunge e si attarda davanti al televisore. Lui di certo ultimamente si
comporta in modo strano. Non vuole più fare all’amore. Dice che non sta
bene. Nei suoi occhi passano ombre scure e le sue parole sono ruvide, come
le sue carezze. A volte tratta la bambina bruscamente e la sgrida alla minima
occasione, poi di colpo diventa tenero e dolce e la bacia per consolarla, la
prende in braccio e le sue mani indugiano in punti che non dovrebbero
essere toccati. E poi sua glia che non è più la stessa, che è pallida e non
sorride più e si chiude in camera e non vuole parlare con nessuno...
Con il binocolo spinto sugli occhi no a quasi farmi male, guardo quella
donna e sento crescere l’angoscia.
La signora non trova le chiavi dell’auto. Si è levata il guanto dalla mano
destra con i denti, incisivi bianchi stretti sulla lana, con le labbra ritratte,
come se volesse ringhiare. Rovista con gesti nervosi dentro la borsetta ma
non trova nulla. Scuote il capo in un gesto di stizza. Si toglie il guanto dalla
bocca, si gira e fa l’atto di tornare indietro. Poi si blocca mordendosi le
labbra e guarda in su, verso la nestra dell’appartamento dove abita. In la la
mano nella tasca interna della giacca e nei suoi occhi passa un lampo di
sollievo. Finalmente ha trovato le chiavi. Le fa dondolare davanti al viso e
poi guarda ancora una volta in su come se fosse indecisa. Forse vuole
tornare in casa in ogni modo. È combattuta da un dubbio. Vorrebbe
controllare qualcosa che non sa nemmeno lei. Alla ne prende la decisione
di andare e apre la portiera e sale. Accende il motore. Spinge sul gas un paio
di volte. Dal tubo di scappamento escono sbuffi di fumo bianco. Aziona i
tergicristalli. Mette la freccia quando deve ancora iniziare la manovra per
uscire dal parcheggio. Avanti e indietro e alla ne riesce a immettersi nella
carreggiata, dà gas e le gomme slittano poi fanno presa e la Panda nalmente
parte, e presto scompare dalla vista.
Il vecchio con il cane non c’è più sul marciapiede.
Adesso alla fermata dell’autobus ci sono un paio di operai con le tute
azzurre che sbucano dalle giacche a vento, impalati come sentinelle, e un
terzo uomo che legge un giornale seduto sulla panca sotto la tettoia.
Poso il binocolo e riprendo in mano la tazzina. Finisco il caffè, che adesso
è diventato tiepido. Poi vado in camera.
Mi tolgo l’accappatoio e mi osservo nuda allo specchio a gura intera
dell’armadio. Il mio corpo è tonico e muscoloso per tutte le ore di palestra:
arti marziali e pesi. Mi s oro con la punta delle dita i seni tondi e i capezzoli
irrigiditi e rabbrividisco. Scendo ad accarezzarmi la pancia, pelle vellutata e
addominali duri come pietre. I peli del pube rasati ai lati sono una striscia
che ingloba appena la clitoride e scende verso il basso. Indosso roba
comoda: minigonna di tessuto elasticizzato per avere ampio movimento
delle gambe e calze autoreggenti che arrivano a metà coscia, molto sexy. Una
maglietta di lana di colore nero, con la cerniera a lampo che si apre no in
fondo. An bi con la punta rinforzata di metallo da punkettara. Mi guardo
ancora allo specchio: capelli corti, quasi rapati a zero, piccolo piercing sulla
narice destra, un minuscolo brillante che sembra luccicare. Valuto le mie
occhiaie scavate dalla stanchezza, rughe d’espressione ai lati della bocca
leggermente più profonde rispetto a come dovrebbero essere, indizio di una
propensione allo sguardo disperato piuttosto che al sorriso. Ho venticinque
anni e mi sento come se ne avessi cento. Sono stremata e piena d’angoscia da
scoppiare. Non dormo da giorni. E i miei occhi blu sembrano biglie di
gelatina che tremano.
Da quando sono riuscita a scovarlo e sono venuta ad abitare in questa
città, in questo posto di merda, tutti i giorni mi sono svegliata prima. Il mio
sonno ha subito un conto alla rovescia inarrestabile. Ho perso un’ora ogni
notte con regolarità. Adesso sono arrivata al culmine. Mi trovo nella zona di
con ne. Dentro a quello stato sospeso che nel Libro tibetano dei morti è
de nito “vuoto nero”, la dimora della Parca Negra, dell’Ombrosa: la dea della
vendetta e lo spirito dei sogni che non muoiono.
Ho letto da qualche parte che gli antichi eremiti cristiani del deserto
riducevano progressivamente il ciclo del loro sonno per essere in grado di
affrontare i demoni. In fondo io faccio la stessa cosa.
Controllo l’orologio. Sono le sette. Non ho tanto tempo prima che la
bambina esca per andare a scuola. Sopra al tavolo della cucina c’è il
MacBook aperto. Sullo schermo sono allineati i jpg che la ritraggono. L’ho
fotografata di nascosto, durante gli ultimi sette giorni. Lei ha undici anni ed
è bellissima. Assomiglia vagamente alla madre, ma con uno sguardo più
dolce. Ha i miei stessi occhi: occhi grandi che le riempiono quasi tutto il
viso, così tristi da far male. Un uomo nero la va a trovare tutte le notti e lei è
spaventata da morire e non capisce. Forse sta per avere le mestruazioni. E si
sente come se ci fosse del fango dentro la sua pancia, che ribolle. I capezzoli
le fanno male e i seni si stanno gon ando. Odia il proprio corpo per come se
lo sente addosso e vorrebbe tanto continuare a sognare di principi e di fate
ma non ci riesce. Così le manca il respiro. Ed è terrorizzata. Basta guardarla
nei suoi occhioni blu per comprendere tutto il senso di quello che sta
provando giorno per giorno. Riconosco i sintomi. Sono una specialista e
conosco la materia.
In un angolo in cima al monitor c’è un le chiuso, dal titolo “foto di lui”.
Sposto il mouse e clicco per aprire e osservo l’immagine del padre comparsa
come per magia sopra le altre. L’ho fotografato mentre si recava a comprare
il giornale. Ci va tutte le mattine, verso mezzogiorno. Ho studiato le sue
nuove abitudini. Che poi sono sempre le stesse. Lui è disoccupato e dorme
no a tardi. Campa di espedienti e si fa mantenere dalla sua donna. Aziono
la funzione d’ingrandimento sul suo volto, per osservarlo meglio. Si è fatto
crescere la barba e, a cinquant’anni, è ancora un bell’uomo. Lui è uno che sa
sempre cosa dire e che ti frega come vuole. Sorride ammaliante, poi ti morde
all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Conosco molto bene il tipo. Sono
un’esperta.
Chiudo il computer con un sospiro e m’in lo il giubbotto. Controllo l’ora.
Aspetto, trattenendo quasi il ato. Quando sento la porta dell’appartamento
di sopra aprirsi, e i passi leggeri nel corridoio, esco di casa.
La bambina sta scendendo la rampa di scale saltellando soffice sui gradini.
Una cuffia da folletto con i paraorecchie di lato di lana calcata sulla testa.
Porta sulle spalle uno zaino più grande di lei, tiene lo sguardo basso e
sembra volersi controllare i Moon boot rosa che indossa, per non
inciampare. Quando raggiunge il pianerottolo, alza il capo e mi vede. Si
blocca esitando un attimo. Ha gli occhi luccicanti di lacrime.
Mi avvicino e le sorrido. Lei cerca di contraccambiare ma le viene fuori
solo una smor a buffa.
«Ciao, tu devi essere la bambina che vive nell’appartamento sopra» dico,
con un tono allegro, facendo nta di non accorgermi che lei sta piangendo.
«Come ti chiami?»
Lei mi guarda stranamente. Tira su con il naso prima di rispondere. «Mi
chiamo Dorotea» dice. Fa una breve pausa. «Per gli amici Dori» si affretta ad
aggiungere.
Io resto a guardarla senza dire nulla, mi metto al suo anco e scendo con
lei le ultime rampe.
Usciamo dal palazzo assieme.
È una giornata grigia. Non nevica, non c’è il sole. Un’atmosfera perfetta:
così triste da far male. Proprio come gli occhi della bambina. Proprio come i
miei occhi.
«Stai andando a scuola?» chiedo. Devo accertarmi che lei starà lontano da
casa nelle prossime ore.
La bambina annuisce, i pon pon in fondo ai paraorecchie dondolano. «Sì,
prendo l’autobus dall’altra parte della strada...»
«In che scuola vai?»
«Alle medie. In via Garibaldi...»
«Io passo da quelle parti, se vuoi ti do un passaggio.»
Dori esita. Si osserva la punta dei Moon boot. Poi solleva lo sguardo per
ssarmi e sembra valutarmi un attimo. «Non so se è il caso...»
Io le faccio l’occhiolino. «Così possiamo conoscerci meglio sai... rapporti
di buon vicinato» dico. Poi la prendo per mano e vado verso la mia auto
parcheggiata sul ciglio. Ho una coupé nera, una vecchia Celica che avrebbe
bisogno di essere revisionata. La bambina mi segue senza dire nulla e io le
apro la portiera e tiro in avanti il ribaltabile del sedile. Lei prima di salire si
toglie lo zaino dalle spalle e lo mette nel posto dietro.
Salgo a mia volta e accendo il motore con un rombo. Poi aziono subito i
tergicristalli.
«Quindi tu sei quella che ha preso in affitto l’appartamento vuoto...» La
voce di Dori risuona improvvisa nell’abitacolo.
«Sì, proprio quello sotto al tuo.»
«Ti piace la nuova casa?»
Inserisco la prima e parto lasciando la frizione troppo bruscamente. Le
ruote strisciano sull’asfalto.
«Non tanto» rispondo.
Dori tiene lo sguardo sso oltre il parabrezza. «E allora perché ci sei
venuta ad abitare?» chiede.
«Diciamo che mi serve per quello che devo portare a termine.»
La bambina si gira per studiarmi il pro lo. «Perché, che lavoro fai?»
Io la guardo di sottecchi e le sorrido. «Cerco di aggiustare le cose.»
Rimaniamo in silenzio per il resto del viaggio. In prossimità della scuola,
vedo un bar e decido di fermarmi perché è abbastanza presto.
«Hai fatto colazione?» chiedo.
Lei riprende a ssare il vuoto oltre il parabrezza. «No» sussurra.
«Allora ti offro qualcosa» dico, mentre giro la chiavetta per spegnere il
motore.

Ci sediamo all’unico tavolino vuoto. Ordiniamo. Lei prende un cappuccino


con un bombolone e io un macchiato caldo e un cornetto.
Mangiamo in silenzio. L’aroma di caffè che aleggia nel locale mi muove
qualcosa dentro, proprio all’altezza del cuore. Con uno sforzo, cerco di
estrarre dal petto un’emozione che abbia a che fare con la speranza di un
momento migliore. Guardo la bambina nei suoi occhioni blu. Sono cerchiati
di stanchezza. «Hai dormito male stanotte?» le chiedo.
Lei ha come un brivido. Annuisce. Muove le labbra piano. «Perché faccio
sogni brutti» spiega.
Allungo la mano per accarezzarla su una guancia. La sua pelle è fredda.
«Anch’io avevo incubi alla tua età. E mi vengono anche adesso, se è per
quello...»
«E come fai a combatterli?»
«Cerco di farli scomparire.» Ritraggo la mano, faccio schioccare le dita.
«Una parola magica, un gesto eee... puuuf. Loro se ne vanno.»
Lei mi ssa seria: «Sei come una fata dei sogni allora...».
«Diciamo che lavoro per lei.»
«Come ti chiami?»
«Dorotea, proprio come te.»
La ragazzina sul momento non si mostra particolarmente stupita.
Termina di masticare l’ultimo boccone, deglutisce e mi sorride; e per un
attimo la tristezza che occupa i suoi occhi pare frantumarsi in uno sprazzo
di luce. «È una bella coincidenza, però, che ci chiamiamo uguale.»
«Per gli amici Dori!» puntualizzo strizzando l’occhio.
«Sai che la protagonista del Mago di Oz si chiama così?»
Io annuisco. Finisco il mio caffè macchiato.
La voce di Dori adesso è quasi gioiosa. «Sai che il primo libro della serie
l’ho letto due volte! Poi ho visto anche il lm, con quella canzone bellissima
dell’arcobaleno...»
Mi lecco la schiuma di latte dalle labbra. «Oz il grande e terribile... Mi
viene in mente un romanzo di Stephen King dove c’è una bambina
ossessionata proprio da quel libro lì.»
La ragazzina fa un altro sorriso pieno di luce che sembra attaccarsi per
sbaglio alla sua faccia malinconica. «Lo conosco! È quello del cimitero degli
animali.»
«Tu sei una che legge molto?»
«Tutte le volte che posso, mi aiuta a star meglio.»
Prendo lo scontrino dal ripiano del tavolo. «Qual è il genere che
preferisci?»
Lei sta zitta un attimo, come se cercasse le parole giuste. «Mi piacciono
tutte le storie che parlano di magia» dice, quasi in un soffio.
Ormai è diventato tardi e dobbiamo sbrigarci. Vado con lo scontrino alla
cassa e pago. Poi torniamo all’auto.

Arriviamo alla scuola appena in tempo, quando i bambini stanno già


entrando. Dico: «Buona giornata, piccola Dori».
Prima di scendere, lei si allunga e mi dà un bacio fuggevole su una
guancia. «Grazie della colazione» dice. Poi aggiunge: «Grande Dori!». Fa un
risolino, spalanca la portiera, recupera lo zaino dal sedile dietro e corre via,
con quel buffo copricapo da folletto e i Moon boot enormi che pestano
morbidi a ogni passo e raggiunge i suoi compagni.
Io resto a guardarla assalita da un’onda di tenerezza: è così fragile con
quello zainetto sulle spalle più grande di lei. Aspetto di vederla scomparire
dentro l’edi cio scolastico, poi mi tocco la guancia dove mi ha baciato,
perché ho la sensazione che in quel punto la carne sia diventata molto più
calda.

Mentre torno verso casa penso al mio incontro con la bambina. Alle parole
che ci siamo dette.
Dorotea desidera un mondo pieno di colori e di magia. Perché i suoi
sogni sono pieni di mostri neri. Mi domando se lei è consapevole di quello
che le sta accadendo. Oppure se cancella tutto per difendersi, mascherando
l’orrore dentro un sonno forzato. Una sorta di amnesia onirica che le
permette di continuare a vivere in qualche modo aggrappandosi alla fantasia
come se fosse un arcobaleno.
Io quando avevo la sua età non ricordavo mai niente di quello che
sognavo. Di solito, quando aprivo gli occhi la mattina, provavo la sensazione
di spalancare una nestra su una stanza piena di cose che non si vedono
perché fa troppo buio. Poi la luce entrava e tutto si scioglieva. Restava nella
mia mente una sensazione sgradevole che provavo a ignorare stringendomi
sotto le coperte per mantenermi il tepore addosso. Poi mi alzavo e la pancia
faceva male e mi sentivo umida e ferita. Ma c’era l’odore del caffè nell’aria e
allora riuscivo a convincermi che andava tutto bene.
Parcheggio la macchina e penso a quello che devo fare.
Uccidere i sogni brutti...
Farli scomparire.
La guancia dove la piccola Dori mi ha baciato continua a bruciare e in
bocca sento ancora il sapore del macchiato caldo. Scendo dalla macchina e
guardo su. Le nestre dell’appartamento dove abita la ragazzina. Le
tapparelle sono ancora chiuse, il padre di sicuro sta ancora dormendo. Mi
chiedo come possono essere i suoi sogni. Me lo sono sempre chiesta. Gli
uomini in fondo sono tutti uguali, buoni o cattivi. Certuni hanno desideri
che pescano nel torbido e così sporcano tutto quello che toccano. Non
hanno pietà perché si sentono imperfetti. L’equilibrio si spezza e resta il
vuoto. Così si deve scappare. Rifugiarsi nel fragore caotico del sonno.
Entro nel palazzo. Salgo due piani di scale e raggiungo il mio
appartamento leggermente ansimante. Dormire un cazzo e bere tutti quei
caffè non fa certo bene alla mia forma sica.
Una volta entrata in casa inizio a preparare quello che serve.
Libero la siringa dalla plastica della confezione sterile. È un modello
speciale usato dai veterinari per vaccinare i maiali, con un grosso serbatoio
da 50cc e un ago molto lungo. La osservo con sguardo torvo. Respirando
piano. Poi la ripongo in un apposito contenitore di metallo.
Guardo l’ora. È ancora abbastanza presto.
Raggiungo il divano del soggiorno, sposto da una parte il cordless
parcheggiato sul cuscino, mi siedo e provo a mettermi comoda. A rilassarmi.
Prendo un respiro profondo per farmi coraggio e cerco di chiudere gli
occhi ma non ci riesco. Le mie palpebre tremano.
Stringo i denti e i pugni. Contraggo i muscoli della faccia e nalmente il
sipario si abbassa.
E il sogno è sempre lì che mi aspetta, non se ne va. Lui non mi
abbandona...

Occhi chiusi
Suo padre e sua madre stanno discutendo, chiusi in cucina. E lei non capisce
bene quello che dicono, però sente il tono dei loro bisbigli. Le parole
sussurrate, crude e cattive, una dietro l’altra, con un ritmo preciso, una
cadenza interminabile di ps ps ps rabbiosi e senza cuore.
Ogni tanto qualche parola emerge, la voce stridula di sua madre: “Tu non
la devi toccare sai!”. Come isole nella corrente: “Se lo fai ancora...”.
Si tappa le orecchie spingendosi i pugni chiusi ai lati della testa.
La voce di suo padre che ripete una sola frase in quel mare di ps ps ps...
“Perché se no, tu cosa?”
E lei prova la sensazione che i pensieri che le si formano nella mente
abbiano assunto una consistenza solida premendo contro la scatola cranica
dall’interno come dita che cercano di aprirsi un varco per uscire.

Occhi aperti
Guardo con stupore la nestra di fronte a me. La luce grigia del giorno.
L’atmosfera malata dell’inverno. Le ombre lunghe che hanno preso possesso
del mondo e si aggirano in ogni dove.
Sento ancora le dita premere nella mente. Cerco di tenerle buone. Ho
paura e nello stesso tempo sono piena di rabbia da non poterne più.
Dal momento in cui sono arrivata al punto zero del mio sonno, da
quando ho raggiunto il culmine e non dormo più nemmeno un secondo, è
come se la mia mente interna continuasse imperterrita a sognare. Mi sono
come sdoppiata. Metà di me vive la veglia, la realtà... mentre l’altra parte,
quella nascosta nel profondo, è rimasta imprigionata sempre nello stesso
sogno. Quando chiudo gli occhi la Parca Negra mi abbraccia e io vivo la
leggenda del mostro pieno di vu cattive.
Cvudo e tevvibile...
Ormai non ne posso più e devo assolutamente scappare da tutte quelle
dita che cercano di farmi uscire i pensieri dal cervello. Prendere le distanze
dai bisbigli che mi attendono al varco e che ronzano come mosche volando
per la stanza senza smettere mai.
Devo porre ne a tutto ciò, lo devo fare per tutte le piccole “Dori per gli
amici” del mondo.
Lo devo fare per mia madre.
Giro la testa e guardo il cordless posato sul cuscino del divano, di anco a
me. Allungo la mano, afferro la cornetta e la stringo così forte da farmi
sbiancare le nocche. Poi cerco di calmarmi e mi dico che per ora devo
restare con gli occhi aperti. In questo momento devo vivere nella veglia.
Anticamente “veglia” corrispondeva al termine di “vigilia”, che signi ca:
attesa. Che sarebbe come dire che la nostra vita è scandita dai battiti di una
continua aspettativa nei confronti dell’irrealtà del sonno. I sogni vissuti
come se fossero respiri o dannazioni. Inderogabili molto più della realtà
oggettiva.
Nella mia personale veglia, adesso, devo sentire assolutamente la voce di
qualcuno.
Faccio il numero con il dito che mi trema. Spingo la cornetta contro
l’orecchio. Attendo con gli occhi sbarrati.
Dopo un tempo interminabile mia madre risponde.
E io non so cosa dirle. Non è facile parlare con lei per come è ridotta. Nel
suo caso lo stato di veglia e di sonno è confuso in un’unica sostanza. È come
se fosse sempre addormentata ma con gli occhi aperti, in una perenne e
inarrestabile fase REM .
Mia madre sogna a occhi aperti di continuo e non riesce più a scappare
da nessuna parte. Nessuna aspettativa, nessuna vigilia da consumare...
I medici dicono che è stata colpa della botta in testa che ha ricevuto
quando è scivolata. Io so che la colpa è anche dei calci nella pancia e delle
percosse che ha ricevuto la mattina dei bisbigli.
“Non la devi toccare più, sai!”
“Perché se no che fai?”
Comunque mia madre adesso dice “pronto” con la sua voce
perennemente assonnata e io non so cosa dire.
Resto zitta.
Lei mi sente respirare e mi riconosce. «Sei tu» sussurra. E la sua non è
una domanda, ma un’affermazione.
«Sei tu...» continua a ripetere come se volesse lei stessa rassicurarsi del
fatto che è davvero sua glia quella che respira dall’altra parte del lo.
Una glia terrorizzata per quello che sta per fare.
Una glia che non sa cosa dire.
«Stai attenta, sai» conclude mamma con un soffio strano.
Poi riattacca senza aggiungere nulla. E io resto ad ascoltare il tu tu tu
della comunicazione interrotta per molto tempo. Con gli occhi aperti
all’inverosimile, senza pensare a nulla.
Quando riesco a scuotermi, mi alzo dal divano. La testa mi gira e sento la
nausea crescere.
Raggiungo la camera e mi osservo nello specchio a gura intera
dell’armadio. M’in lo una mano sotto la gonna e mi tolgo gli slip. Poi mi
abbasso la cerniera della maglietta che indosso. Faccio in modo che si veda
che sotto non porto il reggiseno. Mi accarezzo i anchi e valuto di essere
abbastanza provocante. Quello che ci vuole.
Poi vado a recuperare il contenitore con la siringa e lo metto nel
marsupio che mi sono legata in cintura.
Adesso sono pronta.
L’ora è arrivata e mi sento come se una corrente elettrica mi passasse
attraverso il corpo.
Tengo gli occhi più aperti che posso ed esco dall’appartamento.
Salgo la rampa di scale, con la sensazione di galleggiare. Mi tengo stretta
al corrimano con forza. Ho paura di cadere in qualche abisso proprio
adesso. Arrivo al piano di sopra. Faccio un respiro profondo. Mantengo l’aria
dentro per un po’, poi la butto fuori di colpo.
Mi trovo di fronte alla porta dell’appartamento quasi senz’accorgermene.
Una coroncina di vischio appesa in cima allo stipite con la scritta: “Buone
feste”.
Sul campanello c’è solo il cognome di lei, della signora... la sua nuova
compagna, già. Perché lui cerca di non risultare mai da nessuna parte. Lui fa
perdere le sue tracce.
Ci ho messo anni per ritrovarlo.
Mesi e mesi trascorsi ad affinare le mie conoscenze informatiche. A
studiare per prepararmi. Ore e ore passate al computer a scandagliare la rete
come un segugio. Annusando cartelle cliniche riservate, estratti conto di
istituti di credito, visitando siti pornogra ci e chat erotiche. Facebook,
Twitter, social network di diversa natura. E alla ne ci sono riuscita. Ho
scoperto la sua nuova tana. Dove si era andato a ccare per gliare di nuovo
e distruggere nuove vite. Vite innocenti. Agnelli alla ricerca di arcobaleni.
Così ora sono qua; adesso...
E lui non potrà sfuggirmi.
Allungo il dito verso il pulsante del campanello, come in un sogno.
Faccio driiiiin.
Il cuore prende a battermi all’impazzata.
Aspetto.
Trascorre un minuto che mi pare lunghissimo. Forse lui sta ancora
dormendo.
Allungo la mano con l’intenzione di suonare di nuovo. Ma poi sento un
rumore di passi provenire da dietro la porta. Passi leggeri. Lui sta venendo
ad aprire. Così stringo il pugno e abbasso la mano lasciandola spenzolare
lungo il anco.
I catenacci scattano. La porta si socchiude.
Un viso spunta nello spiraglio. Il suo viso assonnato. Occhi gon , le
labbra piegate in un tenue sorriso. La barba grigia. Mi guarda sorpreso e non
dice nulla.
«Scusi se la disturbo, sono l’inquilina del piano di sotto...»
Inizio a parlare e mi pare di non essere io. La mia voce risulta ferma, non
trema nemmeno un poco. La recitazione perfetta. «C’è la signora?» chiedo,
con fare candido.
Lui spalanca l’uscio un po’ di più e mi ssa intensamente. I suoi occhi
sembrano brillare dietro le lenti tonde degli occhialini che indossa. «No, lei
non c’è. È andata in ufficio» spiega. La sua voce adesso è dolce e profonda.
Ma io so bene come si può trasformare, quella voce, diventare cruda e
terribile. Lui ha un difetto di pronuncia: gli manca la erre, ma è molto bravo
a parlare usando sempre parole senza quella lettera lì.
Cvuda e tevvibile...
Tranne che in certi momenti.
Tesovo mio...
Sorrido. Mi chiedo se la mia faccia in tutti questi anni, crescendo, sia
cambiata abbastanza da non farsi riconoscere.
Lui adesso è impegnato a squadrarmi da capo a piedi. Mi sembra di
sentirli i suoi occhi che scivolano come vermi lungo le forme suadenti del
mio corpo.
Le cosce che sbucano da sotto la gonna. I seni tondi e grossi sotto la
maglia aperta e aderente. Lui indugia su tutto questo senza riguardo. Poi le
sue labbra si muovono. Parla mentre continua a scivolarmi addosso evitando
accuratamente di ssarmi negli occhi. Chiede: «Cosa vuole lei da mia
moglie?».
«No, niente...» Cerco di mostrarmi impacciata. “Non è tua moglie” penso.
“Tu non ti sposi mai, sei troppo furbo...” Mi porto una mano al seno in un
gesto protettivo, per schermarmi dalla sua ispezione. «Ho nito il caffè e
volevo chiedere se me ne poteva offrire un poco...»
Lui risale con lo sguardo no a inquadrarmi il viso. Ma continua a evitare
i miei occhi, come se non fossero importanti. Indugia sulle mie labbra
socchiuse e carnose. Inarca un sopracciglio. E fa una faccia strana.
Per un attimo ho paura che mi abbia riconosciuta.
«Venga, si accomodi» dice lui, facendosi da parte. «Ci penso io.»
Allungo un passo in avanti, supero la soglia con la sensazione di entrare
in una sostanza ringhiante.
Lui indossa una specie di kimono di raso celeste. Quando si gira per
farmi strada lungo il corridoio, vedo che sulla schiena della vestaglia è
dipinto un dragone rosso e mi viene quasi da ridere; se non fosse che mi
sento come se avessi una piccola bocca nel petto che mi mordicchia il cuore.
Insieme raggiungiamo la cucina. C’è un albero di Natale parcheggiato in
un angolo. Senza decorazioni, solo con le luci, luci spente che sembrano
morte. E nessun pacco regalo sotto.
Lui si gira e mi dice, così, a bruciapelo: «Vuole una tazza?».
Io smetto di guardare l’albero e chiedo: «Cosa?».
Lui sorride con fare insinuante. «No, dico... stavo mettendo la moka sul
fuoco quando lei ha suonato. Ne vuole una tazza?»
Io mi stringo la maglia sul petto, come per cercare di coprirmi, e ottengo
di evidenziare ancora di più la forma dei miei seni. I capezzoli sono irrigiditi
dalla tensione che provo e sembrano bucare il tessuto. «Lei è molto gentile»
dico. «Accetto una tazza molto volentieri» aggiungo, con un tono di voce
colmo di sottintesi.
«Io faccio un caffè davvero speciale, sa?» spiega lui, mentre prende la
caffettiera e ne svita la parte superiore. Poi recupera un barattolo nero dal
ripiano della credenza, una confezione che riconosco subito: miscela arabica
forte, caffeina pura al 75 per cento.
Con un cucchiaino riempie il ltro no all’orlo.
«Bisogna compiere un dosaggio sapiente della quantità...» spiega con
dovizia. E intanto pigia la super cie per renderla più compatta possibile. Le
sue dita sono affusolate, le unghie curate, perfette...
Io mi faccio più vicina con la scusa di osservare meglio quello che lui sta
facendo. Abbasso ancora un poco la cerniera della maglietta. Mi metto al
suo anco e s oro il suo braccio e quando lui si gira per guardarmi, m’in lo
un dito in bocca, l’indice della sinistra stretto fra le labbra carnose e rosse e
imito una bambina nell’atto di comprendere una lezione difficile. Annuisco e
tengo la fronte sapientemente aggrottata, poi mi avvicino ancora e lo s oro
di nuovo.
Lui fa un sospiro e cerca di continuare. «Adesso ci vuole il tocco nale»
dice. Stringe fra le mani uno stuzzicadenti e me lo mostra, lo punta contro di
me come se fosse un’arma. Intanto ne appro tta per lanciare l’ennesimo
sguardo fuggevole alle mie tette, per un attimo i suoi occhi cerulei mandano
un bagliore cattivo.
Io, dal canto mio, mi ngo sempre più stupita.
Lui pratica tre forellini con la punta dello stuzzicadenti sulla super cie
compatta del caffè. «Così quando inizierà a venire su, l’aroma s’intensi cherà
per il vapore e il caffè sarà più buono e più intenso.»
Accende il fornello e mette la moka sul fuoco. Si gira verso di me. E mi
guarda strano. «Mi sembra di averti già incontrata» sussurra. Adesso mi dà
del tu...
Io sorrido languida e mi passo la lingua sulle labbra per fargli aumentare
i brutti pensieri e confonderlo un po’.
Cerco di tenere gli occhi molto aperti. Devo restare lucida.
Lui allunga una mano. Mi accarezza su una guancia. «Sei molto bella»
dice. «Quanti anni hai?»
Io non rispondo e reclino la testa da una parte per trattenere un attimo la
sua mano imprigionandola fra il collo e la spalla. Come se cercassi una
tenerezza qualsiasi.
Lo guardo in faccia e vedo un’ombra scura passare fuggevole dietro il
colore celeste dei suoi occhi, dietro le lenti degli occhialini tondi.
Ci sono strani animali guizzanti nelle sue pupille, come pesciolini in un
acquario. Lui ha lo stesso sguardo allucinato di chi sta scrutando un angolo
morto nel bel mezzo di una notte senza ne. Io so che cos’è: è il mostro che
dimora dentro il suo cuore, che non se ne va. L’incubo perenne che contagia
le nuvole di candida bambagia, e che vuole distruggere l’innocenza delle
anime bambine.
Non c’è via di fuga. Non c’è più redenzione.
Lui mi afferra per la nuca e mi tira contro di sé per abbracciarmi.
Il suo odore mi riempie il respiro di colpo. Dopobarba troppo dolce. E un
vago tanfo di sudore notturno.
Trova la mia bocca, le mie labbra. La sua barba punge. Il suo alito sa di
dentifricio alla menta e di metallo.
La mano sinistra sulla tetta. La destra scende per accarezzarmi i glutei.
Solleva la gonna e trova la carne nuda. E questo gli provoca un brivido
d’eccitazione. Sento il suo membro irrigidirsi e premere contro la mia
pancia.
Lascio che lui m’in li la lingua in bocca, respiro il suo ansimare e cerco di
non sentire nulla ma non ci riesco. Provo repulsione e rabbia. Ma nello
stesso tempo uno strano senso di languore al basso ventre.
Improvvisamente non sono più sicura di essere in grado di fare quello
che devo. Non so più nulla.
Lui mi tocca.
Il ringhio: arriva.
La sua erre moscia: cvuda e tevvibile...
M’in la un dito dentro. Intinge le sue unghie perfette... Mi fa male. Non
importa. Mi lecca il collo. Ansima. Dice: tesovo mio...
Mi tira giù la cerniera della maglia e libera i miei seni. Stringe fra le dita i
capezzoli. Poi si piega in avanti per leccarmeli. Io gli metto le mani sulla
testa e lo spingo verso il basso, lo costringo a inginocchiarsi al mio cospetto,
come davanti a un altare.
Sento che il caffè sta venendo su. La moka borbotta sul fornello. Il
profumo prende a propagarsi nell’aria.
Lui mi solleva la gonna e inizia a baciarmi la pancia e si sofferma sulla
peluria soffice del pube.
Vorrei urlare, più forte che posso. Con uno scatto rabbioso mi sposto
indietro per fargli perdere l’equilibrio.
Lo guardo cadere in avanti, le mani sul pavimento: a quattro zampe come
un animale.
Nell’attimo in cui solleva il capo per guardarmi con un’espressione di
stupore dipinta sul viso, accaldato e bello, lascio partire il calcio laterale. Un
mawashi geri perfetto, non troppo forte da uccidere. Lo colpisco alla tempia
sinistra con la punta ferrata dell’an bio, facendogli volare via gli occhialini
tondi.
Con un gemito stramazza a terra, quasi del tutto privo di sensi.
Un lungo tremito prende possesso del mio corpo. Mi dico che non devo
lasciarmi sopraffare dall’ondata delle emozioni. Ci sarà tempo per quello.
Devo restare fredda e distaccata. Agire con calma.
Il caffè sta ribollendo nella moka.
Recupero la siringa.

«Ma tu chi sei?»


«Non ti preoccupare, non pensare a nulla...»
«Cosa?»

Ho versato il liquido bollente in un bicchiere. L’ho risucchiato con lo


stantuffo riempiendo il serbatoio per preparare l’iniezione.
Poi mi sono chinata sull’uomo riverso a terra. Gli ho slacciato la vestaglia
per scoprirgli il petto. Ho raccolto i suoi occhiali e mi sono messa a
cavalcioni su di lui, sul suo membro afflosciato, e ho provato la sensazione di
essere seduta su una gomma viscida.
Con le dita ho saggiato il suo costato. Poi ho puntato la siringa al centro
del suo petto.
Ho atteso con pazienza che riprendesse i sensi.
Quando i suoi occhi si sono risvegliati e hanno cercato di mettere a fuoco
l’immagine che si trovavano davanti, gli ho messo gli occhiali sul naso. Poi
mi sono piegata in avanti perché lui potesse vedermi bene.
«Ma tu chi sei?» mi ha chiesto, in un sussurro colmo di confusione.
«Non ti preoccupare, non pensare a nulla...»
Prima che lui potesse reagire in qualche modo, gli ho spinto con forza il
lungo ago nel torace penetrando la carne fra una costola e l’altra per
raggiungergli il cuore.
Lui si è teso, come per una scarica elettrica. E ha lanciato un gemito
stridulo, simile al grugnito di un maiale.
Io l’ho ssato nei suoi occhi cerulei, ho cercato il guizzo del mostro che si
nascondeva dentro di lui e ho gridato forte, mentre spingevo lo stantuffo per
iniettargli nel cuore l’intera dose di caffè nero e bollente.
Non pensave più a nulla...
Lui ha preso a tremare e a sbattere.
«Cosa... mi hai... fatto!»
I globi oculari sul punto di schizzargli fuori dalle orbite.
Una serie spasmodica di contrazioni lo ha pervaso mentre la caffeina gli
entrava nel sangue facendo impazzire il suo sistema circolatorio.
Sono rimasta seduta sulla sua pancia sussultante come per un amplesso
interminabile.
Ho pensato che era giunto il momento di precipitare di nuovo nel mio
sogno cattivo. Di contemplare la sequenza nale: nella mattina dei bisbigli.

Occhi chiusi
Tutto sta assumendo una consistenza nebbiosa nella sua testa. La confusione
cresce e lei cerca di ingranare una marcia superiore nel motore che trasporta
i pensieri nel cervello, ma per quanto si sforzi, ottiene solo di grattare con il
cambio e così non parte, resta ferma in mezzo a una stanza piena di paura e
di gelo.
I pensieri rombano di terrore. E quando inizia a muovere le gambe, la
sensazione è quella di cadere invece che di avanzare camminando.
C’è un abisso scuro che la sta attendendo al varco. Ma lei continua lo
stesso a mettere un piede avanti all’altro, abisso o non abisso...
E mentre arranca sospesa nel vuoto, pensa a come le sue speranze siano
state deluse. A come alla ne si sia ritrovata dentro a un tunnel senza via
d’uscita, senza domani, circondata solo dal buio...
Nella tenebra varca la soglia della cucina e in la un piede nel bel mezzo
di una sostanza ringhiante. Si guarda attorno invasa da un senso di paura e
di stupore.
Nella cucina l’odore del caffè è una presenza viva, densa come
marmellata.
Sua madre è a terra che si lamenta. Lui l’ha picchiata, le ha fatto male alla
testa e lei adesso sanguina e ha gli occhi che si muovono nelle orbite simili a
piccoli cuori oppressi dalle brillazioni.
Suo padre è seduto a tavola come se niente fosse, con i suoi occhialini
tondi sul naso, e sta intingendo un biscotto nella tazza. Le sue unghie curate
e perfette sono sporche di rosso. Entrano ed escono gocciolando, e portano
il biscotto alla bocca. I denti mordono mentre le labbra si scoprono, si
sollevano come quelle di una belva che sta sbranando una preda. Il biscotto
n’esce divorato a metà. Il crunch crunch dei denti che masticano. Poi quelle
dita di sangue che s’immergono di nuovo nel caffè con quello che resta del
biscotto. Poi ancora fuori e le unghie che sono più pulite ogni volta, il
sangue si sta sciogliendo nel caffè...

Occhi aperti
Mi guardo attorno stupita e assaporo un attimo d’assoluta irrealtà. Poi
ricordo dove sono, cosa sto facendo. Sotto le mie palpebre serrate la mattina
dei bisbigli si è spenta del tutto.
L’uomo che è stato mio padre sta morendo. Lui non potrà più sporcare
nessuna nuvola di bambagia.
Lo guardo tremare negli ultimi spasmi di vita.
Le sue labbra si muovono velocemente per cercare di pronunciare
qualcosa: «Tu... sei proprio tu...». L’espressione distorta, smontata, folle. Gli
occhi cerulei come biglie di vetro spento, la lingua stretta fra i denti...
Mi sollevo in piedi.
Sì, sono io...
Un brivido mi percorre la schiena.
Ripongo la siringa nel marsupio. Quando troveranno il cadavere,
penseranno a un infarto. Lui ha avuto un blocco cardiaco, poi è caduto e ha
battuto la testa a terra.
Muovendomi come se fossi in trance, cerco la camera della bambina,
della piccola e dolce “Dori per gli amici”, la sua nuova glia. Quella che ha
preso il mio posto. Entro e mi guardo attorno. Osservo il letto sfatto. Le
coperte arrotolate da una parte. Ci sono animaletti di peluche sopra a un
comò rosa. Una piccola libreria stipata di volumi. Posato sul comodino c’è Il
meraviglioso mago di Oz. Accarezzo la copertina rossa. È identico a quello
che avevo io da piccola.
Oz il gvande e tevvibile...
Penso che non arriverà più nessun mostro a sporcare i sogni della mia
sorellina. Lei avrà una nuova occasione per crescere. Per trovare la magia in
qualche posto nuovo attorno a lei. Un posto vero.
Torno in cucina. Le lacrime mi scendono calde lungo le guance. Me le
asciugo con il dorso della mano. Passo davanti al cadavere di mio padre. Gli
dedico solo un’occhiata distratta. Poi esco dall’appartamento.
Adesso è ora di tornare a casa.

Mentre preparo la valigia penso ai dodici anni passati, a come cercavo


disperatamente di diventare donna. Agli incubi assaporati ogni notte. Alle
ore insonni.
A quanto l’ho cercato, a quanto l’ho odiato.
Colta dal panico, sento il bisogno di telefonare a mia madre.
Lei risponde subito.
Dice: «Vieni». E la sua voce sembra diversa. Più presente, più vera.
«La colazione è pronta, piccola Dori.»
Io stringo gli occhi per far sgocciolare altre lacrime.
Accendo il MacBook. Cerco nella lista delle canzoni archiviate quella che
m’interessa. Clicco sul play. Over the Rainbow, dalla colonna sonora del
Mago di Oz. In una versione cantata da Malika Ayane.
Lascio che la musica entri nella stanza con me e mi avvolga piano.
Penso che nalmente questa notte potrò dormire.
Che domattina sarà tutto diverso.
Da qualche parte sopra l’arcobaleno...
E mi pare già di sentire nell’aria l’odore nero del caffè.

Occhi chiusi
Marcello Simoni
IL BANCHETTO DEGLI SCACCHI

... il banchetto ch’io facevo era tutto ombra,


sogno,
chimera, ttione, mettafora e allegoria...
CRISTOFORO DI MESSISBUGO ,
Banchetti, Ferrara 1549

1. Arrocco a capotavola
Malagise da Pietramarina fece il suo ingresso in catene, sotto la scorta di due
armigeri. Fu accolto da uno squillo di trombe e da una schiera di sguardi
curiosi, ma lui badò soltanto all’allestimento della sala che ospitava il
banchetto. Pareti e soffitti coperti da edera rampicante, mense addobbate da
ori, servi in sgargianti livree. Nulla era stato lasciato al caso. Si festeggiava
la vigilia di Natale dell’anno 1496 e, a dispetto del gelo invernale, entro
quelle mura regnava un’illusione di primavera. Un giardino incantato.
Gli armigeri lo condussero verso il centro della sala mentre i convitati,
nel riconoscerlo, passavano dalle espressioni di curiosità a quelle di
disprezzo. Erano tutti in costume, dame e gentiluomini, mascherati da
animali. C’erano caprioli, pernici, gatti selvatici e una quantità di altre
creature. Finzione nella nzione: il banchetto diventava serraglio, gli uomini
bestie. Malagise represse una sensazione grottesca al pensiero di essere
vittima del medesimo contrappasso, sebbene fra tanti animali lui fosse il
solo in catene: recitava il ruolo del lupo trascinato nell’hortus conclusus per
essere giudicato ed esposto allo scherno. Nulla importava che fosse già stato
riconosciuto colpevole e destinato al patibolo. Nelle feste del duca Alfonso
d’Arcano la verità e il surreale andavano sempre di pari passo e non ci
sarebbe stato da stupirsi se le parole “morire di risate”, prima o poi, fossero
giunte a esprimere il loro senso letterale. Ricorresse anche il Natale.
Il duca sedeva con le personalità di spicco al centro dell’ambiente, sotto
un loggiato di legno addobbato con tralci di vite e festoni. Il tavolo,
rettangolare e coperto da una tovaglia a scacchi, era posizionato su un palco
affinché tutti potessero assistere a quanto avveniva intorno a esso. Era
l’unico posto della sala a ospitare convitati in abiti civili.
Alfonso dominava a capotavola tra i gli Angelica e Ferrante, mentre sui
lati lunghi sedevano il vescovo Ippolito della Porpora e la badessa Isabella da
Montefalco, l’uno di fronte all’altra; ultimi, alle estremità, si scorgevano il
cavaliere aragonese Bagliardo e il mercante Giacomo da Brescia. In mezzo a
loro, sul lato corto, restava un seggio vuoto.
All’appressarsi dell’uomo in catene, Alfonso si alzò in piedi per
accoglierlo con un gesto teatrale. Aveva una stazza corpulenta enfatizzata
dalla vaporosa barba bianca e dall’abito di velluto rosso, i modi energici da
vecchio condottiero. «Facciamo accomodare questo galeotto» esordì con
voce robusta, invitando il prigioniero a occupare l’unico posto libero. «Si
dica di me qualsiasi cosa, ma non certo che escludo dal mio desco i
miserabili e i traditori.»
Nessuno sapeva di che genere di tradimento si fosse macchiato Malagise,
ma la sala fu sommersa da uno scroscio di applausi. Il duca, tron o, rivolse
un inchino agli spettatori, poi tornò a sedersi e intrecciò lo sguardo con
quello di Malagise. «Avete una faccia di bronzo, mio caro, ve lo devo
concedere. Non è da tutti i condannati a morte chiedere, come ultimo
desiderio, quello di sedere al banchetto natalizio del proprio carceriere.» Il
tono canzonatorio velava una minaccia, o forse una s da. «I casi sono due, o
avete un appetito sfacciato oppure sperate nella mia clemenza. In entrambi i
casi non vi sarà data soddisfazione.»
Malagise sentì il petto gon arsi di rabbia. A causa di quell’uomo aveva
sofferto il gelo della prigione, insieme alla fame e ai topi. Al solo vederlo
desiderò balzargli addosso per strozzarlo con le stesse catene che gli
pendevano dai polsi, ma dominò l’istinto e abbozzò un sorrisetto beffardo.
«Vostra grazia difetta in perspicacia» lo punzecchiò. «Ho chiesto di essere
condotto qui per ben altri motivi.»
«Alludete al fatto di essere stato mio scalco?» Alfonso, sempre faceto, si
rivolse ai commensali: «Quasi tutti ne siete al corrente, immagino. Costui
aveva l’onore di allestire i miei banchetti prima che lo facessi imprigionare
per tradimento. E adesso eccolo qui, geloso come una sposa cornuta. Mi
chiedo se sprecherà il suo ultimo giorno di vita per criticare l’operato del
mio nuovo scalco».
«Non serbo invidie.» Malagise si mantenne imperturbabile, attendeva
quel momento da troppo tempo per cedere alle provocazioni. La vendetta, si
disse, era un piatto da gustare freddo. Anzi, gelido. «Tuttavia» soggiunse, «in
memoria della mia vecchia mansione mi è parso opportuno preparare dei
doni per gli ospiti. Se non vi reca offesa, duca, chiedo vengano consegnati.»
Alfonso acconsentì con un’alzata di spalle e un attimo dopo entrò nella
sala un portavivande che recava su un vassoio sette statuette di zucchero.
Seguendo le istruzioni di Malagise, l’inserviente ne consegnò una a ciascun
commensale riservando l’ultima per il capotavola. Ognuna di esse
riproduceva la forma di un pezzo degli scacchi.
Non si trattava di semplici dolciumi. Erano autentiche opere d’arte,
trion di zucchero che superavano in raffinatezza quelli della corte
napoletana e persino spagnola, e benché realizzati da un condannato al
patibolo strapparono ai commensali esclamazioni di meraviglia. L’al ere
longilineo e altezzoso, il cavallo rampante con i crini al vento, la torre
maestosa, ogni pedina era de nita con la maestria e la minuzia di uno
scultore. La più colpita fra i presenti fu Angelica, che, giunta all’età di
maritarsi, dava sfoggio di una tale bellezza da suscitare l’invidia delle
coetanee. Aveva le iridi azzurre del padre e come lui scrutava chiunque con
un orgoglioso inarcare di sopracciglia, ma la gentilezza del sembiante l’aveva
ereditata dalla madre, morta nel darla alla luce. La dama contemplò la
statuetta che le era stata posta di fronte, una torre, e curiosa come una bimba
staccò un merlo di zucchero per assaggiarlo.
«Ho confezionato questi trion di persona» spiegò Malagise, intrecciando
le dita sotto il mento. «Ovviamente in presenza del cuoco ducale, perché
non li avvelenassi.» Il motteggio strappò qualche risata. Dinanzi ai suoi doni,
il disprezzo aveva lasciato posto alla fascinazione, e tutti lo ascoltavano
rapiti. «Badate bene, graziosi ospiti, ciascuna di queste leccornie è
intimamente legata al convitato cui è stata donata. Ai gli del duca spettano
le torri, poiché si ergono a baluardo di questa casata; al cavaliere e al
mercante i cavalli, in ossequio alle loro imprese; al vescovo e alla badessa gli
al eri, poiché sono entrambi abili nel tessere stratagemmi.» Per ultimo
indicò Alfonso. «A vostra grazia, il pezzo più importante. Il re.»
Gli ospiti mascherati da animali seguirono con divertita attenzione le
parole dell’uomo in catene. Risuonò persino qualche breve applauso, in
segno di gradimento nei confronti di uno dei giochi più diffusi e amati dalle
classi altolocate. Gli scacchi non erano soltanto un ameno passatempo, ma
anche un simbolo delle gerarchie del potere e persino del corteggiamento
cortese.
E al tavolo di Alfonso, perciò, seguì una reazione quasi naturale. I
commensali furono colti da una sfuggente consapevolezza e si scambiarono
una serie di occhiate per riconoscersi l’un l’altro in quel gioco di ruoli,
sebbene ignari del suo scopo.

«Somiglia a un sortilegio» ammise il duca. «Cosa signi ca?»


«Lo capirete entro breve» rispose Malagise, sibillino. «Ma sappiate n
d’ora che questi scacchi rispecchiano i legami personali fra i vostri
convitati.»
«Non s date la mia pazienza con futili indovinelli» lo mise in guardia
Alfonso. «Siamo a Natale, è vero, e vi ho concesso di prendere parte al
banchetto. Però non osate dispiacermi, altrimenti, quant’è vero Iddio,
ordinerò ai servi di prendervi a bastonate.»
«Non ne ho il minimo dubbio» ribatté Malagise. Aveva sperimentato la
crudeltà e l’ingratitudine del duca. Quando era stato suo scalco, l’aveva
compiaciuto in ogni modo, dando prova di un enorme talento e di un gusto
fuori dal comune, capace di tramutare un semplice banchetto in un
avvenimento mirabolante di cui si chiacchierava per mesi e mesi. Eppure era
bastato un singolo episodio, l’unico contrasto mai avuto con Alfonso, perché
la stima nei suoi confronti si tramutasse nella più dura delle condanne. Ma
dopo l’esperienza della prigionia, la consapevolezza della morte imminente
gli dava il coraggio di ssare l’avversario dritto negli occhi. “Guardati
intorno” avrebbe voluto dirgli. “Siedi nel bel mezzo del serraglio, arroccato
tra i tuoi gli, difeso da cavalli e al eri, eppure non sai nulla. Non conosci le
insidie nascoste dietro le pedine che ti illudi di comandare a bacchetta.
Nemmeno immagini quanto possano rivelarsi letali, ma ben presto te ne
renderò consapevole. Imparerai a tue spese, mio signore, che ogni arrocco
può sgretolarsi come una crosta di pane. E che un vecchio scalco quale io
sono può rivelarsi un temibile giocatore di scacchi.”
Alfonso d’Arcano, ignaro di simili propositi, allungò lo sguardo verso il
fondo della sala, dove un ometto in abiti sfarzosi attendeva seminascosto fra
i tendaggi. Lo scalco di palazzo. A un cenno del duca, costui batté le mani e
invitò trombe e tamburi ad accogliere l’ingresso della prima portata di
cucina.

2. Abbuffata d’alfiere
I tendaggi si aprirono al rullo dei tamburi e le trombe accompagnarono
l’incedere di un portavivande che teneva in bella mostra un superbo arrosto
di pavone. Per rendere la portata ancor più seducente, il cuoco l’aveva dotata
di ali e di testa d’aquila, pezzi in puro argento, con l’aggiunta di una lepre
arrostita sotto gli artigli.
«Perbacco, colgo somiglianze tra voi e quella lepre» ghignò il duca
Alfonso in direzione di Malagise, che si morse la lingua per non ribattere.
Portate del tutto identiche furono servite agli altri tavoli della sala. Nel
frattempo un trinciante in vesti rutilanti raggiunse la mensa ducale e iniziò
ad affettare l’arrosto in porzioni eguali, esibendosi in movenze degne di un
danzatore. Lo tagliava senza rovinare la composizione, facendo el bello più
bello e il brutto manco brutto. Quando fu sul punto di impiattare, il duca gli
ordinò di fermarsi. «Non servire quello scroccone» disse, indicando l’ospite
in catene. «Si accontenterà di pane e acqua, da bravo galeotto.»
Malagise stette allo scherzo, mimò un inchino e tornò a piani care la
prossima mossa. Ora che le pedine erano state disposte, poteva dare inizio al
gioco. Prima però attese che venisse servito il pasto. Focalizzò l’attenzione
sul vescovo Ippolito della Porpora, che senza sprecare tempo aveva iniziato
ad abbuffarsi. Sua eccellenza era un uomo di mezz’età grasso quanto il duca,
ma al suo contrario rivelava l’adiposità cascante di chi alterna la vita
contemplativa a quella conviviale. Entro poche ore avrebbe preso parte alla
cena luculliana allestita nel palazzo vescovile, giusto il tempo di celebrare la
funzione della Vigilia e archiviare l’incombenza con un ite, missa est.
Malagise se ne guadagnò l’attenzione con un cenno rispettoso, distraendolo
per un momento dal cibo, dopodiché esordì: «Se mi è concesso parlarvi,
reverendissimo, gradirei conoscere il vostro parere sull’allestimento di
questo banchetto».
Il prelato lo squadrò di sottecchi, un misto di diffidenza e stupore. «Mi
pare adeguato alla circostanza» rispose, masticando a bocca aperta. «Il
giardino è un chiaro riferimento al paradiso terrestre e in quanto tale ci
rende più vicini a Nostro Signore.»
«E gli ospiti travestiti da animali? Non vi sembrano metafora del degrado
umano?»
«Al contrario, rappresentano le bestie dell’Eden fedeli al Creatore.»
Malagise annuì, ngendosi d’accordo. «Come in cielo, così in terra.»
«Precisamente.»
«Suggerite quindi di obbedire ai gerarchi come puro atto di fede?»
Ippolito della Porpora non rispose subito. Stette a pensare, forse utando
un tranello, poi fece spallucce ed espresse la sua opinione: «La piramide
sociale imita quella celeste, perciò sì... assolutamente sì!». Proseguì a voce
più alta, allacciandosi a un concetto che doveva essergli balenato nella
mente: «Guardate ad esempio il nostro Bagliardo d’Aragona, or di cavaliere.
Ha compiuto prodezze mettendosi agli ordini del duca, senza discutere».
Bagliardo gettò la forchetta nel piatto. «Mi permetto di dissentire,
eccellenza.» La durezza del tono contrastava con la giovinezza del suo viso,
ma a un buon osservatore non sarebbero sfuggite le mani energiche coperte
di calli, macerate nel sangue delle battaglie. «Due anni fa, quando mi avete
convinto a combattere gli ottomani al seguito della Lega Santa, vi esprimeste
in modo differente. Mi insegnaste che la fedeltà va soltanto a Dio. Il nostro
cuore e le nostre scelte non possono dipendere da uomini a noi pari, anche
se più nobili, ma dalla coscienza.»
«Prode Bagliardo, non siate ingenuo.» Il vescovo si portò alla bocca una
fetta di arrosto, le mascelle in continuo movimento. «Quelle parole furono
necessarie per in ammare il vostro ardore contro i nemici del Cristo.»
In pochi avrebbero osato contraddire un alto prelato, però Bagliardo
doveva covare troppo risentimento, e da troppo tempo. «Fedeltà a Dio, lealtà
al duca. Così mi diceste» soggiunse a denti stretti. «Ma a quanto pare la
lealtà è una scelta difficile per un ignavo come voi, che con la scusa della
minaccia ottomana mi ha mandato a far conquiste per il nostro duca. Sì,
proprio il duca Alfonso, che guarda caso ha nanziato la ristrutturazione
della vostra cattedrale.»
«Parole sfacciate!» Il vescovo deglutì a fatica e per evitare di strozzarsi
accompagnò il boccone con un sorso di vino. «Il duca mi onora con le sue
attenzioni e in cambio gli concedo l’indulgenza dei peccati, ecco tutto.»
«Chissà quale sorta di peccati...» sogghignò Malagise, rivolto ad Alfonso.
L’apertura del gioco lo soddisfaceva. «Ora capite, vostra grazia? Le parole del
vescovo hanno attraversato la tavolata seguendo la traiettoria dell’al ere in
una partita di scacchi, cioè in diagonale, e così facendo hanno suscitato la
reazione di Bagliardo. Non è un caso. Come avevo anticipato, la spiegazione
risiede nei miei trion di zucchero. Entro breve ne avremo un’altra
dimostrazione, proprio per opera di Bagliardo.»
«Bagliardo...» bofonchiò il duca, suo malgrado incuriosito. «E perché
mai?»
«Regole del gioco. L’al ere ha messo in scacco il cavallo e di conseguenza
toccherà a quest’ultimo muovere.»
Incredulità nel volto di Alfonso. «E sapreste anche prevedere a chi si
rivolgerà?»
«Niente di più facile. Basti pensare all’unica mossa concessa alla pedina
del cavallo: un balzo a forma di L che terminerà proprio al vostro anco.»
«Mia glia? Non ci credo!»
«Scacco alla prima torre» annunciò Malagise con uno slancio spavaldo.
Bagliardo aprì le braccia, quasi volesse arrendersi a un nemico. «Lo scopo
di questo gioco mi sfugge, ma è vero!» Si sporse in avanti, allungò lo sguardo
verso il fondo del tavolo e ssò con passione la glia del duca. «Non posso
tacere, non ora che il tradimento di vostro padre è palese a tutti! Angelica, vi
amo: per avervi in sposa mi sono lasciato blandire dal vescovo Ippolito e ho
accettato di battermi per la Lega Santa, con l’unico risultato di far conquiste
in nome di vostro padre.»
«Ebbene?» ribatté Angelica, che no ad allora aveva piluccato cibo come
un uccellino.
«Ebbene sono stato ingannato! Adescato dalla vostra bellezza! E adesso
che il duca ha ottenuto da me quanto voleva, continua a rimandare la data
delle nostre nozze.»
Al posto del capotavola, due pugni batterono sulla mensa. «Basta!»
sbraitò Alfonso, facendo tremare piatti e posate. «Come vi permettete?»
Fulminò con un’occhiataccia Bagliardo, poi Malagise. «Siete nella mia casa!
Nel mio banchetto! Non osate mai più infamarmi!» Gli sguardi della sala
conversero in un attimo su di lui. Il duca, di colpo esposto al ridicolo, non
trovò altro modo di superare l’imbarazzo che incassare la testa fra le spalle e
simulare una goffa risata. «Santo cielo, sto morendo di fame!» esclamò e,
rintuzzando la rabbia, richiamò l’attenzione dello scalco ducale. «Svelti, si
proceda con la prossima portata!»

3. Ripieno di cavallo
Lo scalco ducale fece servire un agnello arrosto addobbato con una testa e
una coda di pastafrolla che gli conferivano l’aspetto del cavallo di Troia.
Minuscoli guerrieri di zucchero pendevano da una scaletta appoggiata sul
anco, laddove era stata intagliata nella carne una serie di nestrelle. Il
trinciante rimosse con cura la scaletta, mostrò al pubblico i piccoli guerrieri,
simulando un combattimento, poi squartò il ventre dell’agnello-cavallo per
rivelarne il ripieno di quaglie arrostite.
Malagise assistette allo spettacolo sbocconcellando il suo pane. Anche se
la prima combinazione – al ere-cavallo, cavallo-torre – era andata a buon
ne, non cantava vittoria. C’erano pedine ancora da muovere, varianti da
sviluppare... Il gioco era soltanto all’inizio e sperava durasse abbastanza da
offrirgli l’occasione dello scacco matto. Restò in silenzio a meditare,
l’orecchio teso alle chiacchiere dei commensali, nché non fu proprio
Alfonso a consentirgli di progredire nella partita: «Ebbene, Malagise da
Pietramarina, a chi intendete rivolgere la parola adesso? Per caso alla
badessa Isabella da Montefalco, ovvero il secondo al ere?».
«Davvero no, vostra grazia.» L’interpellato spolverò la tovaglia dalle
briciole di pane. L’invito del duca mirava a esporlo al ridicolo, e tuttavia una
buona improvvisazione l’avrebbe aiutato a ribaltare le parti. «A mio giudizio,
sarebbe giusto che Ippolito della Porpora avesse l’opportunità di riscattarsi.
Dopo il battibecco con Bagliardo mi pare abbia perso l’appetito, cosa di per
sé assai preoccupante.»
Il vescovo annuì con fermezza, si pulì le labbra con un tovagliolo e
raccolse l’invito: «La verità è che il prode Bagliardo fa tanto la vittima, ma
parlando di fede e lealtà nasconde le sue ambizioni. Tutti sanno che è partito
per la guerra per scimmiottare il glio del duca, che lo supera di gran lunga
in virtù militare».
Ferrante abbassò lo sguardo ngendo modestia, era abile nell’arte di
schermirsi per raccogliere maggior lode. Più vecchio di Bagliardo, aveva
modi effeminati e mani lisce come boccioli di rosa. «Troppo buono, vostra
eccellenza.»
«Dico la verità» rimarcò Ippolito, «s do chiunque ad affermare il
contrario.»
«In realtà non tutti mi stimano quanto voi.» Ferrante doveva essere molto
sensibile all’argomento e Malagise ne conosceva il motivo. Le parole del
vescovo non erano state una semplice ruffianata ma contraddicevano certe
voci diffamatorie nei confronti del glio del duca, che lo descrivevano inetto.
E c’erano anche altre voci, ben più sotterranee, secondo le quali il duca
intendeva nominare suo successore non lui ma un glio bastardo. Ferrante,
che aveva ben donde di covare malanimo, colse l’occasione per squadrare i
commensali in cerca di riscatto. «La badessa Isabella, ad esempio, non mi
sopporta.» Le lanciò un sorrisetto sfrontato. «Forse ella vive in ritiro da
troppo tempo per comprendere le virtù di un uomo. Forse non si rammenta
neppure d’esser donna.»
Sghignazzi volgari si riverberarono per la sala, ma alla mensa del duca
nessuno ne diede seguito.
Malagise sfruttò quella breve interruzione per inserirsi nel dialogo:
«Come il nostro duca potrà osservare, il vescovo Ippolito ha cercato ancora
una volta l’interlocutore muovendo lo sguardo in diagonale, come un al ere:
prima Bagliardo, alla sua sinistra; ora Ferrante, alla destra. Ma non è tutto.
Lo stesso Ferrante, stimolato dalla mossa dell’al ere, ha reagito come si
confà alla pedina della torre: ha seguito in linea retta il bordo del tavolo
mettendo in scacco la persona a lui più prossima, Isabella da Montefalco».

«Coincidenze, bazzecole, mezzucci.» Alfonso non si curò neppure di


guardarlo in faccia. «Concentriamoci piuttosto su questi arrosti di quaglia,
dal profumo davvero invitante.»
Malagise non si lasciò sviare da quella commedia. Aveva scorto qualcosa
nello sguardo del duca. Non certo terrore, non ancora per lo meno, ma
Alfonso doveva iniziare a sospettare qualcosa. Le movenze degli scacchi
disegnavano una rete invisibile che sfuggiva al suo controllo e lui forse
temeva di restarne invischiato. Quasi a rispecchiarne lo stato d’animo, la
tensione intorno al tavolo stava aumentando sempre più.
«Gli arrosti possono aspettare» proclamò la badessa, sorprendendo i
convitati. Doveva essere irritata per l’affronto di Ferrante. «Vorrei prima
mettere in chiaro un paio di cose.» Occhi volitivi e labbra serrate rivelavano
la vocazione al comando della casata nobiliare da cui proveniva. Secondo
voce di popolo, avrebbe preso il velo anche se non fosse stata costretta.
Soltanto a tali condizioni una donna del suo stampo poteva fronteggiare da
pari a pari i dominatori maschi. «È vero» confessò davanti a tutti, «non vedo
di buon occhio il glio del duca. In prima istanza per la sua sfacciataggine,
ma soprattutto a causa della facilità che mostra nello sperperare il denaro
paterno.» E tuttavia la sua occhiata obliqua, occhiata d’al ere, non si abbatté
su Ferrante ma sul mercante seduto ai margini del tavolo.

Giacomo da Brescia, che no ad allora era rimasto zitto e aveva tutta


l’aria di volerci restare, saltò sulla sedia come se avesse ricevuto un calcio nel
sedere. «Reverenda madre, perché mi squadrate a quel modo?» Si accarezzò
la testa calva ed emise uno sbuffo. «Non mi sono macchiato di alcun reato.»
La badessa lo tenne sotto scacco: «Eppure avete incassato i orini ducali!
Da quanto mi è stato riferito, Ferrante ha acquistato da voi un migliaio di
archibugi fabbricati in val Trompia».
«Con tutto il rispetto, reverenda madre», Giacomo sorrise mostrandole i
denti equini, «non sono discorsi da femmine, questi.»
Isabella, già inviperita, non accettò di essere trattata come una demente.
Raccolse dal piatto una manciata di ripieno e gliela scagliò contro,
colpendolo in piena faccia. Il malcapitato scattò in piedi con il viso lordo,
imprecò in silenzio, poi, tra le risa collettive, chiese a un valletto di porgergli
una brocca d’acqua. «Siete impazzita?» disse, sciacquandosi. «Perché l’avete
fatto?»
«Perché d’ora in poi ci pensiate due volte prima di zittire una femmina»
rispose la badessa, giuliva. Il tiro al bersaglio sembrava averle giovato.
«Essere donne non è sinonimo di stupidità, ricordatevelo. E per tornare al
nostro discorso, ho udito voci sui vostri traffici. Mi è stato facile ricostruire il
quadro degli avvenimenti.»
«Ho semplicemente reso un servigio alla famiglia ducale» si difese il
mercante.
«Quale servigio? Avete costretto l’ingenuo Ferrante ad acquistare
artiglierie in sovrannumero, ricattandolo che altrimenti le avreste vendute ai
francesi. Così facendo l’avete obbligato a prosciugare anche i fondi destinati
al mio convento!»
«Menzogna.» Giacomo da Brescia si adombrò, temendo forse d’essere
preso ancora di mira. «Il giovane duca non ha pagato in orini. Ha barattato
gli archibugi con una partita di merce... merce che tra l’altro si è rivelata
tanto scadente da mandarmi quasi in rovina!»
Isabella apparve sorpresa. «Quale merce, di grazia?»
Il mercante morse il freno e cercò aiuto fra i commensali. Non trovò
soluzione migliore di seguire la traiettoria a L del cavallo, e sorvolò l’intera
tavolata no a intrecciare lo sguardo di Ferrante.

A giudicare dall’espressione, il glio del duca non gradì d’essere stato


chiamato in causa. «Ho pagato in schiavi» snocciolò tuttavia. «Sono stato
costretto dato che mio padre, all’ultimo momento, si è ri utato di pagare il
mercante.» Si rivolse alla badessa, incombendo su di lei come una torre.
«Ebbene, venerabile Isabella, avete da ridire anche su questo?»
La donna gli rivolse un’occhiata focosa. «Certo che sì, avete barattato
uomini come se fossero bestie!»
Ferrante fece una smor a di stizza. «Si tratta degli infedeli catturati da
Bagliardo. Gli ottomani fanno lo stesso con i prigionieri cristiani.»
«Quindi vi siete comportato alla stessa maniera. Come un barbaro.»
«Se davvero intendete biasimare qualcuno, prendetevela con quel
taccagno di mio padre. Se avesse rispettato i patti, pagando in orini
sonanti, mi avrebbe tolto dall’imbarazzo.»
Il duca Alfonso, che no ad allora aveva sopportato in silenzio, esplose in
una nuova sfuriata. «Cosa sono queste parole velenose?» Rimproverò il
glio: «Ferrante, a dispetto del nome che porti stai diventando bisbetico
come una donnicciola!». Poi si rivolse a colui che reputava il diretto
responsabile del diverbio: «Malagise, voi invece siete una vipera! Questo è il
secondo avviso. Smettete di seminare discordia, altrimenti sarà peggio per
voi».
Malagise nse di cadere dalle nuvole, ma in cuor suo godeva. «Non sono
certo io a istigare all’alterco» si giusti cò. «Prendetevela con il vostro scalco,
piuttosto, che ha scelto male la disposizione dei commensali.»
Il duca balzò in piedi furioso, stufo di sentirsi preso per i fondelli.
Impugnò l’elsa della cinquedea che portava al anco e minacciò di
sguainarla. «Maledetto traditore, ti squarto come un vitello!»
Angelica lo trattenne per un braccio. «Padre, calmatevi!» Con uno sforzo
davvero notevole riuscì a imporsi su di lui, lo fece tornare a sedere e gli
porse un calice di vino. «Ricordate la prima regola del banchetto: tutto è
nzione. Me l’avete insegnata voi stesso. Non lasciatevi irretire dal vostro
stesso arti cio.»
Alfonso ingollò un paio di sorsate, rivoli rossi gli macchiarono la barba.
L’ira andava scemando, sostituita dall’ammirazione per la glia che aveva
dimostrato prontezza e buonsenso. Era un uomo di temperamento umorale,
facile a passare dalle sfuriate ai motteggi. E ora, domata la burrasca, aveva
occhi soltanto per Angelica.
Malagise però non si lasciò sfuggire una reazione altrettanto gustosa alla
destra del capotavola. Se Alfonso avesse incrociato lo sguardo di Ferrante,
seduto al suo anco, non gli sarebbe stato facile rabbonirsi. Il giovane duca
celava un palese risentimento, sia verso la badessa che verso la sorella. Nei
confronti del padre, invece, nutriva odio.
Angelica lasciò che Alfonso si rilassasse e prese il controllo della
situazione rivolgendosi allo scalco ducale. «A quanto mi è dato sapere, la
terza portata è la più ghiotta e lascerà gli ospiti a bocca aperta. È il momento
di servirla.»

4. Pasticcio di torri
Uscì dalle cucine un enorme pasticcio a forma di castello adorno di gelatina
e gure di zucchero. Era chiuso ai lati da due torri con cupole ricoperte di
susamielli e tutt’intorno spuntavano piccoli carri di pastafrolla carichi di
fette di melone.
«Un autentico Pays de Coquaigne» commentò Alfonso, che pareva
tornato di buonumore. «Dedichiamoci a questa squisitezza senza lasciarci
molestare da altre chiacchiere» soggiunse, guardando in tralice Malagise.
«Prima però alziamo i calici in onore di mia glia! Saggia e di carattere,
peccato sia nata femmina!»
Il brindisi del duca parve in ammare la gelosia di Ferrante, tuttavia al
momento qualcuno ne fu più piccato: Isabella da Montefalco. Malagise se ne
avvide e intuì subito il perché. La badessa, prima di assurgere a guida del suo
convento, era stata istitutrice di Angelica. L’aveva allevata come una glia,
insegnandole quanto occorresse alla formazione di una nobildonna ma
anche di più. Sarebbe stato un peccato relegare l’intelligenza di una fanciulla
tanto sveglia al ricamo e al galateo, quindi l’aveva erudita, accostandola un
po’ per volta alla letteratura, poi alla matematica e alla loso a. Nel giro di
qualche anno Angelica era diventata ben più colta dei gentiluomini di corte,
che di conseguenza reputava inetti e super ciali. Non escluso Bagliardo.
Ed ecco perché la badessa, dopo il brindisi, non fu in grado di tenere a
freno la lingua: «In quanto femmina, immagino che Angelica dovrà
nascondere le proprie doti per non creare imbarazzi». Parole oblique per
scuotere un’anima, non quella di Alfonso ma di sua glia. «Mia cara,
davvero non aspirate ad altro che mettere al mondo i gli di un signorotto
senza cervello?»
La risposta di Angelica fu atona, quasi l’avessero ammaestrata: «Il ruolo
che mi compete è compiacere mio padre».
La reverenda madre si batté un palmo sulla fronte. «I miei insegnamenti
sono stati vani! Bambina mia, voi valete molto di più di vostro fratello.
Potreste diventare una gran donna, alla pari di Matilde di Canossa, se solo vi
faceste valere. Volete restare sottomessa come un animale da giardino per
tutta la vita?»
«No, lo sapete.» La fronte di Angelica si rannuvolò, lasciando trapelare
una frustrazione repressa, poi la giovane guardò dritto in faccia il prelato che
le sedeva a sinistra. La sua fu una reazione inesorabile e secca quanto
l’avanzare di una torre. «È stato il vescovo a impormi questo atteggiamento.
Quando gli ho confessato di volermi dedicare allo studio mi ha trattata
come una pazza. C’è mancato poco che tentasse di esorcizzarmi!»
«Siete ingiusta, benedetta fanciulla» la rimproverò Ippolito. «Eravate
confusa, avevate la testa piena zeppa di sciocchezze. Come possono servire
la letteratura e la loso a a una femmina, se non a farle blaterare assurdità?
Lasciate queste cose ai magistri e ai dottori, agli uomini d’intelletto, e siate
modesta! Il vostro dovere principale è l’obbedienza.»
«Parlate con facilità, voi» obiettò Angelica, rassicurata dalla presenza di
Isabella. «Ma non c’è nulla di edi cante nell’obbedire a un sempliciotto
esperto soltanto di cavalli e di battute di caccia.»
«È così che giudicate il vostro promesso sposo?» disse il vescovo,
allungando la mano verso un vassoio di salumi. «E voi, Bagliardo, restate
zitto mentre vi mettono i piedi in testa?»
«Non posso negare di essere scarso in materia di ragionamenti» riprese il
cavaliere, «e tuttavia, Angelica, non sono peggio di vostro padre. Almeno io
vi amo, mentre lui non nutre alcun interesse di vedervi felice. Vi ha
promessa a me, è vero, ma soltanto perché ha ottenuto un tornaconto. Non
esiterebbe a darvi in sposa a un partito cento volte peggiore se fosse per
ricevere maggior vantaggio.» Mimò un gesto di impotenza e strinse i lembi
della tovaglia con rabbia, si vedeva con chiarezza che soffriva nel parlare.
«Non ve ne siete ancora accorta? Siete una pedina nelle sue mani!»
«Mentite» esclamò Angelica, rossa in viso. «Mio padre non forzerebbe
mai la mia volontà.»
«Eppure ha mandato il vescovo Ippolito a parlarvi, a circuirvi con le sue
prediche, proprio come fece con me. Aprite gli occhi!»
Malagise ascoltava con vivo interesse, seguendo la successione di scambi
verbali tra la badessa e Angelica, poi fra Angelica e il vescovo, poi tra il
vescovo e Bagliardo, e in ne tra quest’ultimo e Angelica stessa. Lo schema, a
prima vista ingarbugliato, corrispondeva a una sequenza precisa di mosse:
al ere-torre, torre-al ere, al ere-cavallo, cavallo-torre.
Ma non era la geometria ad affascinare l’uomo in catene. Quelle mosse, ai
suoi occhi, erano ben più di un mero diletto. Erano vettori di odio
subordinati sia all’estetica del banchetto sia alle regole degli scacchi, e per
innescarli si era limitato ad aprire la partita. Del resto, svolgendo la
mansione di scalco per lunghi anni, aveva avuto modo di studiare al
dettaglio le dinamiche del banchetto e il carattere dei singoli convitati, senza
contare le voci di corridoio, le invidie e i segreti di cui era venuto a
conoscenza. Servire buone portate era soltanto metà dell’arte dello scalco.
Ancora più importante era suggestionare gli ospiti, renderli vittima della
fascinazione no a illuderli di farne parte. Più si appagavano le loro pulsioni,
più il miraggio diventava credibile.
Perciò aveva studiato tutto nei minimi dettagli e ora, tirando le somme, si
preparava ad assistere al rovesciamento dell’arrocco.
L’evento fu annunciato dal rivoltarsi di una torre.
«È questo che sono per voi?» esclamò Angelica in direzione del padre.
«Una cavalla da monta destinata al miglior offerente?»
Fu come se Alfonso fosse stato colpito da uno schiaffo. Un’ondata di
emozioni gli attraversò il volto, lasciandolo basito e incapace di ribattere.
«Ferrante, di’ qualcosa a tua sorella» farfugliò, aggrappandosi al suo braccio.
«Falla rinsavire.»
Mossa prevedibile, valutò Malagise. Il re era la pedina più debole, quella
dai movimenti più limitati. Impossibilitato a fuggire e ad attaccare, poteva
soltanto mirare allo stallo.
Ma Ferrante si divincolò dalla presa del padre. «A che pro, vecchio
taccagno? Vedetevela di persona con la vostra prediletta.»
«Osi voltarmi le spalle?» sibilò il duca, indignato.
«Perché non dovrei?» Il glio era paonazzo, le vene del collo gon e no a
scoppiare. «Forse mi confondete con quel bastardo che intendete rendere
successore al mio posto! Io non sono lui! Sono il glio inetto, rammentate?
Non merito la vostra stima, tanto meno i vostri denari!»
«Scellerato, solo dei denari ti importa!» Lo sguardo di Alfonso si accese
di furia taurina. «Ebbene, ne avrai ancora meno se non mi obbedisci!» e lo
sorprese con un ceffone a man rovescia, quasi ribaltandolo a terra. Poi, con
le sopracciglia aggrottate di una tigre, si rivolse ad Angelica: «Quanto a te,
smor osa petulante, vedi di toglierti i grilli dalla testa altrimenti ti farò
rinchiudere in clausura!».
Entrambi i gli ammutolirono, non per timore ma per rabbia.
«Forchetta!» annunciò Malagise.
Nell’udirlo, un servetto corse al suo anco e gli diede una posata pulita.
«Non intendevo questo» commentò l’uomo, attirando ancora una volta
l’attenzione dei convitati. «Nel gergo degli scacchi, si dice “forchetta” quando
una sola pedina mette sotto scacco due pezzi. Ebbene, abbiamo appena
assistito alla forchetta del re: il duca, con le sue minacce, ha bloccato
l’offensiva simultanea delle due torri.»
«Giusto a ne pasto» proclamò il duca a gran voce, sicuro d’aver vinto la
tenzone. «Si servano le confetture!»

5. Scacco di scalco
Confetture e dolciumi d’ogni sorta furono serviti al banchetto, ma nessuno
dei commensali li degnò d’attenzione. Erano tutti presi a guardarsi in
cagnesco.
«Fetente!» imprecò il vescovo contro Bagliardo.
«Cuore di pietra!» Bagliardo contro Angelica.
«Manipolatore!» Angelica contro il vescovo.
«Inetto!» il vescovo contro Ferrante.
«Isterica!» Ferrante contro la badessa.
«Imbroglione!» la badessa contro il mercante.
E così via, senza soluzione di continuità, nché le imprecazioni
sommersero la tavolata come una marea.
Malagise, che aveva atteso con pazienza, si alzò in piedi e agitò le mani in
aria, facendo tintinnare le catene ai polsi. «Inutile prendersela l’uno contro
l’altro, quando il responsabile delle vostre sciagure è uno soltanto.»
I presenti lo ssarono in cerca di risposte e lui, con una rapida occhiata, li
indirizzò verso il posto di capotavola. Chi traeva guadagno dall’ingenuità di
Bagliardo? Chi si era ri utato di pagare il mercante? Chi manipolava a
proprio vantaggio il vescovo? Chi trascurava il convento della badessa? Chi
soffocava le aspirazioni di Angelica? Chi minacciava la successione di
Ferrante?
La tensione si accumulò intorno alla mensa, ma i convitati sembravano
incapaci di agire. Le regole del galateo, o forse degli scacchi, impedivano i
loro movimenti. Allora Malagise afferrò i lembi della tovaglia e la strappò via
dal tavolo, rovesciando piatti e vivande in un fragore assordante. E gli ospiti,
liberati dai vincoli del contegno, non attesero oltre e si scagliarono sul duca.
Il malcapitato, scon tto, gridò di orrore nel vedere stoviglie, posate e spiedi
d’arrosto incombere su di lui come armi d’offesa. Il suo sangue scorreva già a
otti quando intervennero le guardie, che si sovrapposero alla mattanza
generando una rissa. Frattanto gli ospiti mascherati da animali assistevano
esterrefatti, indecisi se trovarsi dinanzi a realtà o nzione.
Malagise da Pietramarina si beò della visione e, nalmente soddisfatto,
per meglio assaporare la vendetta si concesse persino una confettura. Poi,
visto che nessuno si curava di lui, usò una forchetta per forzare i lucchetti
delle catene e, con grande naturalezza, si incamminò verso l’uscita della sala.
Nessuno gli si oppose. Le guardie erano troppo impegnate nella rissa per
accorgersi di lui e gli altri ospiti, probabilmente, considerarono il suo
eclissarsi un’uscita di scena. Il lupo che fugge dall’hortus conclusus dopo aver
seminato discordia.
Non appena giunse all’esterno del giardino incantato fu avvolto da un’aria
gelida e profumata di neve, l’odore della libertà. Ma furono i rumori a
inebriarlo. Oltre l’uscita del palazzo, per le strade imbiancate, risuonavano i
festeggiamenti del popolo che accoglieva il Natale. Desiderò trovarsi fra
quella gente, al tepore delle accole che illuminavano i borghi. Un mondo
semplice, dove mense e banchetti non celavano minacce né nzioni.
Ma prima che mettesse piede fuori dal palazzo, un uomo lo raggiunse di
corsa. Era lo scalco ducale. «Aspettate, messere» disse trafelato, «ho una
domanda da porvi.»
«Chiedete pure, vi ascolto» rispose il fuggiasco, dopo essersi sincerato di
non trovarsi al cospetto di una minaccia.
«Un interrogativo mi assilla da mesi» rivelò l’uomo. «Perché mai il duca
vi accusò di tradimento?»
E a quel punto Malagise, pervaso dall’amarezza, fu costretto a rievocare la
sua sciagurata vicenda, iniziata con l’intenzione di compiere del bene e
conclusa in tragedia. Meglio sarebbe stato se non si fosse comportato con
lealtà, disse, limitandosi a obbedire senza interpretare gli ordini. Ma la lealtà
si distingue dalla fedeltà come gli uomini dai cani, e lui non se l’era sentita di
seguire un comando che l’avrebbe portato ad avvelenare il duca, benché tale
comando fosse provenuto dal duca in persona. Perciò aveva stravolto le
regole del banchetto, scegliendo di propria iniziativa le portate da
destinargli, nonostante il suo signore pretendesse tutt’altro. Nei primi tempi
gli era parso di soddisfarlo e, illudendosi che avesse compreso le sue ragioni,
aveva proseguito in tal senso. Poi però si era veri cata la tragedia. Malagise
ricordava con estrema vividezza il momento in cui Alfonso, fuori di sé per la
rabbia, si era alzato dal desco per schiaffeggiarlo davanti a tutti, umiliandolo
come l’ultimo dei servi, con l’accusa di servirgli cibi da plebeo per esporlo al
ridicolo degli ospiti. Senza soffermarsi un solo istante sulle motivazioni che
potevano averlo spinto, l’aveva fatto prendere a nerbate no a tramortirlo,
per poi ordinare che venisse segregato nelle prigioni del castello, in attesa del
patibolo. Come fosse stato il peggiore dei traditori.
«E tutto perché» concluse Malagise, «invece di servirgli carne al
banchetto, gli feci preparare pietanze a base di ortaggi», e scosse il capo con
rassegnazione. «Ma evidentemente, a prescindere dalla cura dedicata nel
realizzare le portate, un principe non ammette che gli si presenti al desco un
carciofo o della lattuga. Anzi, lo stima un affronto, pensandosi egli un leone
degno di mangiare soltanto la carne degli altri animali... Mi auguro, mio
buon amico, che sappiate trarre un qualche insegnamento da ciò che vi ho
raccontato.»
E tuttavia, non ricevendo alcun commento, Malagise si rese conto che lo
scalco non aveva compreso una sola sillaba. Allora lo squadrò con
compatimento. «Era per il suo bene, sciocco!» spiegò a voce alta, per
inculcargli le parole in testa. «Soffriva di gotta.»
ANGELA CAPOBIANCHI è nata a Pescara, dove vive e lavora. Avvocato, ha
abbandonato la carriera legale per dedicarsi alla famiglia e alla scrittura.
Ha pubblicato i thriller: Le ragioni del Lupo (Di Renzo Editore 1998), il
racconto Delitto alle Terme (Il Giallo Mondadori 2001, premio Gran
Giallo Città di Cattolica), I giochi di Carolina (Piemme 2006), Esecuzione
(Piemme 2011, premio NebbiaGialla 2012).
ALFREDO COLITTO vive a Bologna. Scrittore e traduttore, vincitore di vari
premi letterari, ha pubblicato con Piemme i thriller storici Cuore di ferro,
I discepoli del fuoco e Il Libro dell’Angelo, tradotti in sette lingue e in corso
di pubblicazione in ventuno Paesi. Tutti e tre i romanzi hanno come
protagonista il medico bolognese Mondino de’ Liuzzi, un personaggio
realmente esistito. Ha inoltre partecipato a numerose antologie di
racconti, tra cui: Il ritorno del Duca (Garzanti), History & Mystery e Seven
(Piemme), Anime Nere Reloaded (Mondadori).
VALERIA CORCIOLANI è nata a Chiavari, dove vive con il marito e i gli.
Lavora come illustratrice e gra ca. In collaborazione con una musicista
conduce corsi speciali per avvicinare i bambini all’arte e alla creatività.
Nel 2010 è uscito per Mondadori il suo primo romanzo, Lacrime di
coccodrillo.
ALESSANDRO DEFILIPPI , psicoanalista torinese, ha pubblicato le raccolte di
racconti Una lunga consuetudine con Sellerio e Cuori bui, usanze ignote
con Antigone Edizioni. Per Passigli sono usciti i romanzi Locus animae,
Angeli, Le perdute tracce degli dei e per Einaudi, nel 2010, Manca sempre
una piccola cosa. Nel 2011 ha preso parte al progetto “Il romanzo di
Roma” con il volume Danubio rosso e nel 2012 ha pubblicato il thriller La
paziente n° 9, entrambi per Mondadori. Ha inoltre collaborato alla
sceneggiatura di Prendimi l’anima di Roberto Faenza.
MARCELLO FOIS è nato a Nuoro nel 1960 e vive a Bologna. I suoi libri sono
tradotti in molte lingue. Presso Einaudi ha pubblicato Ferro recente,
Meglio morti, Dura madre, Sheol, Piccole storie nere, Memoria del vuoto,
Stirpe e Nel tempo di mezzo. È inoltre autore della raccolta poetica
L’ultima volta che sono rinato. Einaudi ha ripubblicato la trilogia Sempre
caro, Sangue dal cielo, L’altro mondo, che lo aveva portato al successo,
nell’edizione originale di Maestrale-Frassinelli. Nella collana Contromano
di Laterza è uscito In Sardegna non c’è il mare.
FRANCESCO GUCCINI ha pubblicato dalla metà degli anni Sessanta a oggi
diciotto album e i libri: Cròniche Epafániche, Vacca d’un cane, Racconti
d’inverno (con Giorgio Celli e Valerio Massimo Manfredi), La legge del
bar e altre comiche, Vocabolario del dialetto pavanese, Cittanòva blues,
L’uomo che reggeva il cielo, Icaro, Non so che viso avesse. Quasi
un’autobiografia, Dizionario delle cose perdute.
LORIANO MACCHIAVELLI , bolognese, è il creatore di Sarti Antonio, uno dei
più popolari poliziotti della narrativa italiana. Tra le sue opere
ricordiamo: Sarti Antonio, un diavolo per capello (1980), Sarti Antonio,
caccia tragica (1981), Sarti Antonio, un poliziotto, una città (1994),
Coscienza sporca (1995), Sgumbéi (1998), I sotterranei di Bologna (2002),
Delitti di gente qualunque (2009), L’ironia della scimmia (2012) – tutti
editi per Mondadori.
GUCCINI e MACCHIAVELLI hanno scritto insieme per Mondadori la raccolta
di racconti Lo Spirito e altri briganti (2002) e i romanzi gialli Macaronì
(1997), Un disco dei Platters (1998), Questo sangue che impasta la terra
(2001), Tango e gli altri (2007) e Malastagione (2011).
GIANFRANCO NEROZZI , autore proli co, soggettista e sceneggiatore, ha
pubblicato una ventina di romanzi spaziando fra le diverse tipologie del
thriller. Fra i suoi lavori citiamo Cuori perduti (premio Tedeschi 2001),
Genia (premio Le ali della fantasia 2005), Resurrectum (2006), Il cerchio
muto (2009), Continuum. Il soffio del male (2012). Per Mondadori ha
rmato la serie di spionaggio Hydra crisis con lo pseudonimo di Jo
Lancaster Reno. Ha inoltre lavorato alla realizzazione del serial televisivo
“Il tredicesimo apostolo”.
MARCELLO SIMONI , nato a Comacchio nel 1975, laureato in Lettere, ex
archeologo e bibliotecario, scrive saggi storici e narrativa. I suoi romanzi,
tutti pubblicati per Newton Compton, sono: Il mercante di libri maledetti
(premio Bancarella 2012, tradotto in undici Paesi), La biblioteca perduta
dell’alchimista e Rex Deus. L’armata del diavolo.
SANDRO TONI è nato a Bologna nel 1945, dove ha insegnato Storia del
cinema all’università e diretto la Biblioteca di cinema della cineteca
comunale. Ha pubblicato diversi libri comici per Rizzoli, Feltrinelli e
Corbaccio, oltre ad alcuni racconti noir e a due romanzi gialli, Tutte le
notti e qualche giorno (Longanesi 1994), e Sarti Antonio e l’assassino (in
collaborazione con Loriano Macchiavelli, Mondadori 2004). Collabora
con riviste specializzate di cinema e con alcuni settimanali.
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trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di
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Giallo Panettone
di Capobianchi, Colitto, Corciolani, De lippi, Fois, Guccini, Macchiavelli,
Nerozzi, Simoni, Toni
© 2012 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852031922

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | PROGETTO


GRAFICO: NADIA MORELLI

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