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I TAROCCHI IL

VANGELO SEGRETO

Carlo Bozzelli
Copyright

I TAROCCHI - IL VANGELO SEGRETO


di Carlo Bozzelli

ISBN 978-88-272-2619-3
Prima edizione digitale 2015
© Copyright 2014 - 2015 by Edizioni Mediterranee
Via Flaminia, 109 - 00196 Roma
www.edizionimediterranee.net

Versione digitale realizzata da Volume Edizioni srl - Roma


Ringraziamenti

All’epoca dell’università, per racimolare un po’ di denaro e soddisfare


con maggior libertà i desideri di un’età tanto esuberante, al pari di molti
studenti lavorai per diversi anni in una grande videoteca cittadina. Si
tratta di uno dei periodi che oggi ricordo con maggior affetto, sia per la
meravigliosa leggerezza del compito, che per l’impareggiabile
compagnia dei ragazzi con cui ebbi la fortuna di svolgerlo. Data
l’intimità dei rapporti nel tempo stabiliti, si era soliti, dopo la chiusura
serale, frequentare qualche caffè ancora aperto, trascorrendo insieme un
paio d’ore tra qualche risata, un po’ di musica e tante, tantissime,
sconfinate distese di conversazioni. Fu in una di quelle occasioni che
Francesco, amico da sempre fratello, mi chiese sornione: “Secondo te,
osservando esclusivamente il volto di un essere umano, scrutandone i
lineamenti e indagandone i tratti, per quale ragione possiamo distinguere
un uomo da una donna?”.
Non rammento con precisione la mia reazione ma ricordo che non fui in
grado di dare a me stesso, né a lui, una risposta soddisfacente. La
questione, connotata da una solo apparente semplicità, mi colpì
profondamente, tanto da indurmi a ritornarvi con la mente in più di una
circostanza. Per la voglia di pervenire a una qualche conclusione ricavata
dalla pratica, e con l’intento di non lasciarmi influenzare dalle
valutazioni che testi di fisiognomica o di morfopsicologia avrebbero
potuto determinare, vi riflettei in totale autonomia. Tuttavia, la questione
aleggiò sospesa senza che nessuno dei due la recuperasse, sino a quando,
un paio di anni dopo, pur privo di un pretesto contingente, gli dissi: “Ti
ricordi di quella nostra conversazione sulla questione del
riconoscimento di un volto? Ci ho pensato molte volte ma, al di là di una
risposta che ancora non so dare, mi chiedo perché tutto ciò mi sia
rimasto tanto impresso”. In ogni caso, da quella volta, non tornammo
più sull’argomento che, in un certo senso, scivolò nel più totale oblio.
Quale significato avrebbe questo racconto, perché parlarne in questo
contesto? Indipendentemente dalle considerazioni personali o dalle
conclusioni cui in seguito pervenni, che sono qui davvero di poco conto,
ciò che allora non potei comprendere e che oggi invece mi riempie di
grande commozione è l’osservazione della vicenda da una prospettiva
completamente differente. L’episodio in sé, come si può facilmente
immaginare, non rivestì particolare importanza per ciò che indagammo
ma, quando nel mio spazio interiore si collocò nella sua corretta
dimensione, aprì le porte a un orizzonte molto vasto sul senso stesso
della mia esistenza.
Gli eventi della vita, soprattutto quando dispensati dall’abituale, sempre
eccessiva, rilevanza loro attribuita dalla personalità di ciascuno, sono le
meravigliose istruzioni che segnano il passo del nostro cammino. Al pari
di una matassa che si dipana srotolandosi se si afferra il giusto capo,
ripercorrendo a ritroso il filo di quanto vissuto, che nell’attimo in cui si
manifesta quasi mai appare evidente, si schiude la straordinaria
perfezione di una trama dapprima invisibile ma che nel tempo,
progressivamente, si svela.
Come immaginare, infatti, che una domanda posta a venticinque anni dal
più caro tra gli amici si sarebbe trasformata in uno dei momenti più
rilevanti di tutto il mio peregrinare? Il ricordo della conversazione, come
un perfetto meccanismo a orologeria, deflagrò nella mia mente
esattamente nel momento più opportuno. L’immagine, come un fuoco,
mi balzò agli occhi proprio mentre mi trovavo dinanzi alla tomba posta
nella splendida e poco nota cripta merovingia dell’abbazia di Jouarre, nel
Nord della Francia, traguardo fondamentale delle mie ricerche. Lì, al
cospetto della straordinaria scultura dell’androgino tetramorfo, compresi
in un istante ciò che non avrei mai potuto, in alcun modo, afferrare
prima.
Quando, poco più che ventenne, iniziai lo studio dei Tarocchi leggendo
qualche libro in maniera autodidatta, mi ci volle molto tempo prima di
poter accedere alla memoria di quei primi bagliori che, sin da bambino,
mi avevano incuriosito rispetto a questo insolito argomento. Eppure, il
collegamento, una volta reso evidente, produsse sulla mia coscienza un
effetto prorompente, generando quell’espansione necessaria per
adempiere, con ferma determinazione, l’attuale compito. A Jouarre,
invece, il tempo di reazione fu immediato, indubitabile e, come una sorta
di illuminazione, dal quel giorno mi rischiara come un faro.
È oggi esplicito per me che ogni essere, ogni uomo incontrato, ogni
individuo con cui si condivide anche la più piccola esperienza siano in
realtà l’occasione per ascoltare la voce di un Maestro. Sono
straordinariamente grato per l’incredibile quantità di insegnanti che mi
stanno accompagnando lungo il percorso: a tutti costoro porgo il mio più
sentito e sincero ringraziamento. In particolare, vorrei ringraziare
Francesco, per il suo affetto profondo. Vorrei onorare Sara, insostituibile
compagna, amica, sorella. Desidero ringraziare Philippe, mastro cartaio
marsigliese, per gli insegnamenti ricevuti che mi hanno dato modo di
crescere e conseguire più vaste visioni. Esprimo tutta la mia gratitudine a
Ilaria, per la sua eccezionale e costante amorevolezza. Ringrazio Anna e
Angelo, colonne concrete e meravigliose, sempre premurosamente
presenti. Grazie a Valentina per la dolce pazienza, il talento e la
creatività. Grazie a Mirella, guida straordinaria le cui intuizioni sono
state fondamentali. Grazie a Luca, Edoardo, Bruna e Marina la cui
vicinanza e il cui sostegno sono stati preziosi e unici, e senza i quali non
avrei conseguito certe comprensioni proposte in questo studio.
Grazie a ogni singolo partecipante dei miei seminari che, con la sua
benevola presenza, stimola in me la necessità di indagare sempre nuove
domande. Grazie, infine, a Te, Madre, che con il Tuo spirito, senza sosta,
mi orienti, mi conduci, quotidianamente mi accompagni lungo la Via.

CARLO BOZZELLI
1. I Tarocchi

Buio nelle tenebre. L’ingresso a tutta la comprensione.


LAO TSU

I Tarocchi sono un insieme di settantotto carte figurate definite Arcani.


Nel corso degli ultimi secoli il loro significato sembra essersi smarrito e,
con esso, anche la loro origine. La grande abbondanza di testi scritti
sull’argomento, caratterizzati da ipotesi diverse e spesso divergenti tra
loro, è rivelatrice della profonda incertezza che avvolge queste icone. Da
sempre accademici, artisti, studiosi o semplici appassionati hanno
proposto le proprie tesi, talvolta suffragandole con dati e fatti storici,
talvolta elaborandole grazie a deduzioni estrapolate dalle più diverse
discipline (l’astrologia, le religioni, la cabala, la numerologia ecc.). In
questo modo i Tarocchi sono divenuti oggetto di teorie e proiezioni
d’ogni genere, dalle più serie alle più bizzarre, asservendo una
moltitudine di sistemi dottrinali che li hanno completamente trasfigurati.
Nell’epoca attuale, per esempio, sono per lo più considerati un gioco di
carte da impiegare per la divinazione, cioè uno strumento per leggere
passato, presente e futuro di chi li interroga. La loro pratica è avversata,
considerata priva di fondamenta e, non sempre a torto, giudicata
questione adatta a “maghi e fattucchiere”, cioè ciarlatani.
In un contesto così compromesso e delicato, i più recenti studi hanno
contribuito a riportare nuova luce su quanto era stato sepolto dall’oblio e
dal tempo, rivelando che le chiavi di comprensione dei Tarocchi sono
state celate, preservate e tramandate per salvaguardare la conoscenza in
essi contenuta. Diversamente da quanto ipotizzato da generazioni di
ricercatori, infatti, l’accesso a questo sapere è reso possibile dalla
presenza di un sistema di codifica che rende comprensibile la vera
essenza di queste icone. Gli esperti, che non ne immaginavano
l’esistenza, non avendolo individuato hanno creduto, impropriamente, di
poter dedurre l’insegnamento custodito nei Tarocchi mediante l’ausilio
di dottrine esterne e indipendenti. In realtà, i Tarocchi possono essere
svelati solo accettando due presupposti concernenti la loro intima natura:

1) L’esistenza di migliaia di enigmi, che possiamo definire codici, creati


dalle combinazioni dei tratti, dei nomi e dei numeri delle carte
2) L’esistenza di meccanismi di codifica, le leggi, indispensabili sia per
risolvere tali enigmi che per dissigillare il contenuto simbolico
complessivo

I codici e le leggi, nell’insieme definibili una struttura cifrata, sono


fattori regolatori che consentono di comprendere l’origine, il
funzionamento, il significato o, piuttosto, la pluralità di significati,
nonché il corretto metodo d’impiegare i Tarocchi. Gli Arcani, infatti,
non sono semplicemente quanto da molti teorizzato. Innanzitutto, non
sono un mero gioco ideato per il divertimento di un duca rinascimentale,
come dichiarano le moderne teorie storiografiche. L’affermazione
secondo cui il più antico mazzo oggi conosciuto, il gioco dei Visconti
(dal nome della famiglia milanese che ne avrebbe commissionata la
creazione in epoca rinascimentale), debba essere considerato l’antenato
di tutti i Tarocchi è del tutto priva di qualunque certezza e si basa
esclusivamente sul fatto che queste carte sono, a oggi, le più antiche
conosciute. Purtroppo, questa supposizione nel corso del tempo è stata,
ed è, ripetuta dagli esperti in maniera ossessiva, finendo col diventare
una tesi accettata e confermata. Tuttavia, a causa della carenza di dati
certi e confermati, sarebbe più avveduto considerarla niente più che una
semplice ipotesi. Anche l’analisi condotta in un’ottica prevalentemente
psicologica, indagine sviluppata sin dalla seconda metà del secolo
scorso, ne limita largamente l’autentica portata. Se è vero, infatti, che
queste immagini sono archetipi, cioè modelli universali e ancestrali che
descrivono le funzioni che si esprimono in ciascuno di noi (e per questo
possono essere considerati rappresentativi di ciò che siamo, sentiamo e
pensiamo nel profondo), è altrettanto vero che questa definizione, spesso
abusata, non ne esaurisce tutte le straordinarie potenzialità che
oltrepassano ampiamente tali sfere psicologiche.
I Tarocchi non sono nemmeno lo strumento divinatorio del cartomante,
come ritiene la maggioranza degli appassionati o dei curiosi. Peraltro,
anche volendo adoperarli in quest’ambito, per evitarne un uso ispirato
dalla fantasia o basato su false proiezioni, è comunque indispensabile
conoscerne i reali principi regolatori, cioè i codici e le leggi. Difatti,
scorrendo la sterminata bibliografia ed esaminando le diverse forme di
utilizzo, ci s’imbatte in una miriade di sistemi fondati su norme assai
diverse e contraddittorie le cui origini, formulate attraverso deduzioni
arbitrarie e individuali, affondano nella consuetudine popolare o nella
soggettività di questo o quell’autore. In particolar modo questi ultimi,
nel corso dei secoli, hanno sviluppato modelli imperniati su intuizioni
personali, senza avvalersi del canone preciso ricavabile dalla struttura
cifrata interna presente nei Tarocchi. Al di là della possibile efficacia di
alcuni di questi approcci, tale consuetudine rende l’uso delle icone
dipendente dall’abilità specifica dell’operatore e non è esercitabile da
tutti allo stesso modo, in quanto è priva di principi fondati su criteri
oggettivi. Al contrario, la presenza dei codici e delle leggi consente un
impiego fruibile da chiunque e la lettura si trasforma nella traduzione di
messaggi chiari, imparziali e ben definiti che non risultano determinati
dall’arbitrarietà di colui che la pratica. Tali comunicazioni si
manifestano attraverso vere e proprie proposizioni linguistiche che
l’operatore, letteralmente, legge e trasmette all’interlocutore, divenendo
così solo un traduttore di ciò che i Tarocchi stessi desiderano esprimere.
I codici e le leggi, cioè la struttura cifrata, scaturiscono da procedimenti
logici, identificabili e ripetibili. Grazie alla loro presenza è possibile
impiegare il simbolismo dei Tarocchi in maniera obiettiva e senza la
necessità di possedere facoltà fuori dall’ordinario. Queste immagini, non
esigendo una particolare sensitività, divengono accessibili a tutti e,
grazie a quest’uso razionale e rigoroso, si trasformano in un mezzo che
consente lo sviluppo della propria interiorità e della relativa espansione
di coscienza. Il sistema di codifica, difatti, è una sorta di bussola
d’orientamento che rende possibile gli utilizzi teorico e pratico dei
Tarocchi in forma descrivibile come scientifica. Pertanto, questi simboli,
in quella che è stata definita una nuova disciplina, la tarologia,
consentono un approccio totalmente diverso da quello approssimativo e
soggettivo proprio della cartomanzia. Oltre a consentire questa modalità,
i codici e le leggi illuminano anche quegli aspetti teoretici che, giudicati
da sempre inaccessibili, non sono mai stati approfonditi in maniera
convinta. Gli studiosi, difatti, non avendo trovato risposte indubitabili
per la mancanza di solide basi fondanti, hanno creduto non fosse
possibile identificare né la genesi né le vere funzioni dei Tarocchi. Così,
si sono contentati d’indagare solo la presunta funzione divinatoria o il
senso simbolico che, senza essere ancorati alla struttura cifrata da loro
ignorata, sono stati ricavati in maniera insufficiente dal confronto con
altre conoscenze tradizionali. In tal modo non è stato possibile cogliere
che queste icone sono un’autentica Intelligenza metafisica che consente
all’individuo di sperimentare una saggezza che lo istruisce tanto su
questioni materiali e quotidiane quanto su temi esistenziali e spirituali.
Questo ampliamento di coscienza si manifesta nel corso di un cammino
iniziatico che offre la possibilità, a chiunque ne avverta lo stimolo
interiore, di avanzare verso la piena realizzazione e il contatto con il
proprio Sé superiore, la propria Anima, vera fonte di tale sapienza.
Inoltre, gli esperti non hanno colto che i Tarocchi, essi stessi uno dei più
grandi enigmi della storia umana, in maniera solo apparentemente
paradossale adempiono al compito di rivelare certi misteri. Gli Arcani,
difatti, possono essere impiegati come un raffinato apparato di
decodifica e si trasformano in chiavi d’interpretazione straordinarie per
decifrare antichi testi sacri, Scritture rivelate e messaggi tradizionali
tramandati in forma occulta. La struttura di codici e leggi da cui sono
disciplinati, che affronteremo più avanti nel dettaglio, veste il ruolo di
una specie di cifrario e restituisce ai Tarocchi la loro legittima identità,
liberandoli al contempo dall’indegna reputazione ingiustamente acquisita
nel corso degli ultimi secoli.
Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo comunque precisare che
l’obiettivo del presente trattato non è illustrare il mero uso pratico di
queste arcaiche figure. Lo scopo principale, mediante la descritta
possibilità di decodifica, è mostrare la loro origine nonché la relazione
con la tradizione cristiana dei primordi e certe fondamentali figure a essa
legate, indagando in tal modo il loro senso più autentico e occulto. Tutto
ciò sarà affrontato sia grazie a una disamina di alcuni nessi cifrati
connessi alla genesi delle icone, che attraverso lo studio di un caso
particolare esterno a esse, quello di un monumento funerario, che
apporterà un significativo contributo. L’analisi dei Tarocchi condotta in
questo modo che, nel suo genere, può essere considerata inconsueta se
non unica, può aprire lo spirito a un orizzonte molto vasto e a riflessioni
inattese. Per descrivere le fondamenta di questa ricerca, indicheremo
quei principi dei Tarocchi essenziali alla comprensione dei ragionamenti
proposti. In ogni caso, anche a causa della vastità e della complessità
della materia, ci limiteremo solo a certe valutazioni, circoscrivendo
l’indagine a ciò che sarà indispensabile per argomentare e illustrare
quanto via via esposto.
2. Un linguaggio sacro

Chiedo come un folle che non conosce il suo spirito:


dove sono le tracce nascoste lasciate dagli Dei?
RIG VEDA I, 164, 5AB

Abbiamo già anticipato che la matrice cifrata dei Tarocchi è basata su


codici, cioè su enigmi creati dalla combinazione dei tratti grafici, delle
lettere e dei numeri, dalla cui risoluzione emergono precise leggi.
Contestualmente, tutto ciò che in essi è raffigurato è un simbolo.
Quest’ultimo, nelle discipline esoteriche, svolge un ruolo
d’intermediazione tra l’uomo e il divino perché offre la possibilità di
accedere a una realtà superiore non descrivibile attraverso la parola,
scritta o parlata che sia. Come attesta la sua stessa etimologia, dal greco
symballo che esprime il senso del mettere insieme, il simbolo sintetizza
una pluralità di significati posti su differenti piani la cui comprensione
deriva dal grado di evoluzione della coscienza di chi osserva. I simboli
possono essere immagini concrete (una coppa, una spada), astratte (come
certi mandala tibetani), elementi naturali (una montagna) o elaborazioni
create dall’essere umano (una cattedrale, una piramide). Tuttavia, anche
le parole, che compongono le parti di una lingua, a tutti gli effetti devono
essere giudicate quali simboli.
Secondo il dizionario, una delle possibili definizioni di lingua sarebbe
“le parole, la loro pronuncia, nonché i metodi di combinarli, utilizzati e
compresi da una vasta comunità e stabiliti da un uso consolidato”. In
senso generale, la lingua può essere sia orale che scritta. Il primo caso, il
linguaggio vero e proprio, può essere letterale, cioè s’intende
esattamente quello che si dice, oppure figurato, perché si rappresenta
qualcosa di diverso da quanto è affermato esplicitamente. Le forme
letterali includono i nostri usi quotidiani d’italiano, d’inglese, di bantu,
di tamil, di latino e tanti altri, mentre le forme figurate comprendono
allegorie, miti, parabole (come quelle dei Vangeli) ecc. La lingua scritta,
al contrario, è una manifestazione grafica di quella orale. Può essere
espressa da caratteri che rappresentano suoni, come le lettere del nostro
alfabeto, o da caratteri che equivalgono a parole di cui descrivono il
significato, come i numeri, le convenzioni (& e @), i segni di operazioni
matematiche (+, , × ecc.) che, per quanto utilizzati in molte lingue, sono
pronunciati diversamente in ciascuna di queste.
La lingua, tuttavia, è anche un modo di comunicare idee e sentimenti
attraverso l’uso di segni convenzionali, di suoni o di gesti che abbiano
significati comprensibili e condivisibili. Esempi sono il linguaggio delle
dita, dei fiori, della pittura, la matematica intesa come forma di
comunicazione universalmente intellegibile, e così via. Siamo comunque
dinanzi a sistemi simbolici, per quanto non-linguistici in senso stretto,
tra cui vanno annoverati anche quegli elementi pittorici e quelle
immagini che hanno la funzione di trasmettere messaggi attraverso
modalità e prospettive visive particolari.
Il simbolo, quindi, dovrebbe essere inteso anche come l’espressione
grafica di un concetto, come il corrispettivo di una narrazione metaforica
orale, cioè una sorta di parabola scritta. In tal senso, pertanto, il
simbolismo non deve essere considerato come una semplice forma di
scrittura ordinaria, ma come la modalità di comunicazione da cui la
scrittura stessa deriva: questo perché, quando ancora non esistevano i
caratteri comunemente intesi, un simbolo rappresentava ed esprimeva in
maniera sintetica l’intero pensiero. Per questo motivo il linguaggio
simbolico è antecedente a qualunque altra modalità di espressione scritta
prodotta dall’uomo, essendo il più naturale e dunque il più primitivo,
incarnando così l’archetipo di tutti quelli che si sono sviluppati
successivamente. Un chiaro esempio di quanto esposto è la lingua
cinese: le migliaia di “lettere” di cui è composta rappresentano simboli
che non designano suoni ma, direttamente, concetti.
Anche nel caso dei Tarocchi i simboli sono gli ingranaggi di un
linguaggio, cioè i segni grafici di un idioma arcaico e dimenticato, reso
nuovamente accessibile grazie alla conoscenza dei principi normativi,
cioè i codici e le leggi. La struttura cifrata che ne costituisce l’essenza
trasforma i tratti, i colori, i numeri e le scritte delle icone in elementi che,
attraverso una sorta di grammatica, consentono l’elaborazione di
enunciati sintattici chiari e diretti. In questo modo, un caotico insieme di
segni apparentemente muti e silenziosi, cioè le immagini degli Arcani, si
trasforma in una comunicazione di senso perfettamente compiuto e
penetrabile. In sintesi il Tarot1, corretto nome di queste secolari icone, si
trasforma in un alfabeto costituito da componenti ottici che generano una
lingua codificata, in maniera analoga a quanto si verifica per la citata
scrittura cinese o per altre tipologie di sistemi come, per esempio, quello
geroglifico, il cui specifico confronto può offrire intuizioni fondamentali
per una più vasta comprensione.
Nell’antico mondo egizio tutto era considerato simbolo: i gesti del vivere
quotidiano, gli oggetti adoperati, la natura, i monumenti, i riti di culto e
così via, compreso il linguaggio scritto in cui la forma, il colore o la
collocazione delle immagini erano di valore primario e imprescindibile.
La voce geroglifico deriva dal greco hieros (sacro), associato a glipho
(incisione), incisione sacra, sebbene il termine usato dagli Egizi fosse
mdw ntr, cioè parola di Dio. I geroglifici furono impiegati soprattutto
nelle Scritture sacre, senza mai essere abbandonati, nel corso dei secoli,
in favore di alfabeti fonetici. Questi ultimi, adottati da altre popolazioni
mediterranee a partire dai Fenici, furono la base delle lingue del mondo
occidentale, indifferentemente espresse con caratteri greci, latini o
cirillici. In epoca pre-dinastica o nel periodo immediatamente successivo
(3180-2240 a.C.), i geroglifici svolsero la funzione d’ideogrammi,
illustrando esattamente, tramite una figura, l’oggetto rappresentato o
l’idea da questo evocata. Per esempio, il termine casa è espresso dalla
seguente immagine:

Fig. 1 La casa

L’oggetto concreto, l’abitazione, è raffigurato con un singolo disegno,


cioè, nel caso specifico, una pianta stilizzata della casa (il rettangolo). La
barra verticale sottostante è una convenzione che indica che il segno
funziona come ideogramma, cioè nel suo senso primo e immediato (per
significare ciò che descrive). Poiché questa scrittura non suole esprimere
le vocali, la parola casa è formulata con le consonanti pr. Queste due
lettere, p ed r, possono dar luogo a differenti chiavi di lettura secondo la
collocazione delle vocali: per, quando la parola casa è isolata, ma anche
paru, per, apr, epr, epra ecc., con diverse valenze di significato.
Tuttavia, l’immagine poteva evocare anche concetti astratti, come nel
caso seguente:

Fig. 2 Andare
Le due gambe non indicano l’oggetto concreto rappresentato, ovvero le
gambe, ma la sua funzione, l’idea collegata, cioè il verbo andare. In tal
modo, grazie a questo impiego, era possibile associare più simboli che
generavano la composizione di nuovi concetti. Consideriamo il seguente
geroglifico:

Fig. 3 La bocca
Ricordando la funzione della barra verticale, che indica che il simbolo va
inteso come ideogramma, questo segno significa bocca, della quale è
un’evidente stilizzazione. Ora, unendo i due geroglifici di casa e bocca,
quale significato ne risulta? Individuando nella bocca di una casa la sua
porta, si rivela il senso del rebus:

Fig. 4 La porta

In questo caso, dunque, per comprendere i significati del geroglifico


nella sua interezza, era necessario ricercare le qualità e le funzioni di
ogni singolo elemento rappresentato. Pertanto, quando il geroglifico era
composto da più tratti grafici, era indispensabile elaborare una sintesi di
tutte le sue parti. Grazie a questi principi, ogni geroglifico illustrava un
senso utile nella pratica della vita quotidiana, nel mondo teorico del
pensiero e nell’universo metafisico della religione (o ciò che gli Egizi
stimavano tale). Vi è una sostanziale distanza rispetto al nostro usuale
modo di scrivere, perché le parole create con gli alfabeti fonetici non
hanno la pluralità di rimandi tipica delle figure contenute nel geroglifico.
Laddove per gli Egizi un oggetto concreto evocava l’astratto, nel nostro
sistema è l’opposto: dall’astratto di un segno, cui è riconosciuta una
prestabilita convenzione, si giunge al concreto, cioè al valore indicato.
In tutti gli esempi descritti, tuttavia, i disegni indicano la qualità e le
funzioni, concrete o astratte, di ciascun segno, ma non vi è mai
l’intermediazione della metafora poiché il contenuto si esprime
direttamente con la grafica. Nel tempo, però, questa tipologia di
espressione non fu più sufficiente a esporre in maniera esauriente il
significato di una frase più complessa che non fosse la semplice
raffigurazione di un oggetto. Al contempo, non fu giudicato opportuno
estendere a una moltitudine eccessiva di segni la rappresentazione di
pensieri elaborati. Così il geroglifico cominciò a essere impiegato con
valore fonetico, cioè come segno da pronunciare, e l’immagine non fu
più strettamente collegata al significato di ciò che identificava. Questi
nuovi complessi simbolici, acquisendo una connotazione fonetica,
divennero l’equivalente degli odierni fonogrammi. Ad esempio, il verbo
uscire aveva lo stesso suono, o lo stesso scheletro consonantico,
dell’ideogramma casa, cioè pr, ma la sua elaborazione grafica era molto
diversa:

Fig. 5 Uscire

In questo caso, quindi, unendo il segno esprimente l’andare (le gambe)


con la porta di casa (rettangolo + bocca), si ottiene un fonogramma, cioè
un suono, con un significato (uscire) differente da quello degli elementi
grafici di cui è costituito. In pratica, gli Egizi crearono un sistema con un
numero limitato d’ideogrammi che, opportunamente combinati tra loro,
manifestavano significati molto più complessi rispetto alla
rappresentazione pittorica di base. Questa forma di raffigurazione è stata
definita “la scoperta del rebus o della charade”2 perché faceva un uso
completamente diverso dei segni: componendoli come enigmatici rebus,
il linguaggio geroglifico codificava i propri messaggi manifestandoli in
una vasta serie di livelli interpretativi. Inoltre, il fatto che le qualità
indicate dai simboli fossero effettive e non arbitrarie derivava dalla
conoscenza delle questioni di cui i sacerdoti erano depositari. Infatti,
poiché per gli Egizi tutta la natura era un simbolo tramite cui Dio
rivelava i propri attributi, i simboli stessi erano considerati divini. Per
queste ragioni il geroglifico richiedeva un’esattezza assoluta nella
propria raffigurazione, essendo indispensabile conservarne ogni
caratteristica fin nel dettaglio più minuto. Siamo dinanzi a una
rappresentazione polivalente che, sollecitando il pensiero nella sfera
della razionalità, aveva lo scopo di proiettarlo in una forma di realtà in
cui, mediante una rappresentazione essoterica ed esteriore, s’indagava un
senso esoterico e interiore. Come i sacri testi egizi erano parte di un
preciso contesto religioso e potevano essere pienamente compresi
soltanto all’interno di questo panorama, allo stesso modo i significati
della loro scrittura non si possono oggi facilmente tradurre nelle lingue
moderne che obbediscono a criteri diversi e non iniziatici. Poiché solo
una forma allegorica può essere d’aiuto, per cogliere in modo proficuo il
senso dei geroglifici è indispensabile combinare la mentalità puramente
analitica (che spesso, nel nostro tempo e nel mondo occidentale è
incontrastata dominatrice) con quella intuitiva e sintetica tipica di molte
culture del passato.
Per afferrare l’essenza dei Tarocchi, le cui dinamiche trovano
eccezionali corrispondenze con il sistema geroglifico, è necessario
accostarsi con un atteggiamento simile, cioè con una logica da risolutore
di rebus in cui analisi razionale e sintesi intuitiva siano coniugate
all’unisono. Solo la comprensione delle figure attraverso l’osservazione
dei più minuziosi particolari, dei colori, dei loro rapporti, degli sguardi,
del significato intimo delle vicende di cui sembrano essere protagoniste
e così via può fornire la chiave interpretativa per svelarne
l’impenetrabile contenuto. Soltanto in questo modo si comprende che
queste immagini costituiscono un linguaggio fondato su principi
omologhi a quelli descritti per i geroglifici, con fattori costitutivi regolati
da meccaniche analoghe se non identiche. Al contempo, si aprono nuovi
interrogativi: i geroglifici devono essere considerati i precursori dei
Tarocchi? Vista la grande affinità, pur volendo sospendere il giudizio,
sarebbe quantomeno ipotizzabile una base comune a entrambi i sistemi?
Infatti, se anche i Tarocchi sono un linguaggio allegorico e codificato
espresso in forma simbolica, quale sarebbe la radice originaria alla base
di questo approccio condiviso?
Verso la fine dell’Ottocento la fondatrice dell’allora nascente Società
Teosofica, Helena P. Blavatsky, scrisse un’opera basata su un presunto
manoscritto tibetano molto antico conosciuto come Libro di Dzyan.
Secondo l’autrice questo scritto, riprodotto “su foglie di palma ma rese
inalterabili al fuoco, all’acqua e all’aria mediante qualche processo
specifico ignoto”, da migliaia di anni sarebbe stato conservato in un
luogo segreto del Tibet e avrebbe avuto come temi principali la
cosmogenesi e l’evoluzione dell’uomo sino alla leggendaria catastrofe
atlantidea. La compilazione di questo libro sarebbe avvenuta attraverso
una lingua asiatica misteriosa, il Senzar, che, basato su pittogrammi e
figure geometriche, era intelligibile a qualunque iniziato alle discipline
esoteriche. Questa lingua, mai apparsa in nessuna delle liste ufficiali
stilate dai vari esperti nel mondo, fu definita assente dalla nomenclatura
delle lingue e dei dialetti conosciuti dalla filologia. Il senzar sarebbe da
considerare il linguaggio del mistero, una lingua sacerdotale segreta ma
universale, la sacra lingua dei rituali magici evocati da fachiri e bramani,
da accostare al sanscrito di cui sarebbe progenitore e che andrebbe
stimato come successivo e più profano. Al contempo, sarebbe da
associare all’avestico, il linguaggio delle più antiche scritture persiane. Il
libro contenente i sacri inni iraniani è chiamato Zend-Avesta e, per
quanto il senso filologico e letterale di zend sia commentario, attraverso
quel ramo del sapere esoterico noto come etimologia occulta, si è
ipotizzato un gioco fonetico tra zend e sen-zar, in una sorta di
sincronicità linguistica che, pur priva di validità razionale, va stimata
come una corrispondenza altamente significativa.
Pertanto, zend e sen-zar, comprese denominazioni simili quali zend-zar e
zen-sar, sembrano essere della stessa famiglia se non addirittura
equivalenti, e riguardano la formulazione delle comunicazioni esoteriche
in forme exoteriche, cioè con la spiegazione di simboli astratti e arcani in
forme accessibili e concrete. Inoltre, in maniera apparentemente
complessa da accettare anche considerando il legame con il devanagari,
l’alfabeto sanscrito, giacché le due scritture non hanno affinità
ufficialmente conosciute, il sen-zar è stato paragonato anche allo ieratico
della tradizione egizia, cioè la forma corsiva del geroglifico utilizzata
come scrittura sacra. In realtà, quest’associazione è perfettamente
spiegabile: devanagari significa Scrittura della Città degli dei e i
geroglifici, cioè le incisioni sacre, rientrano nella stessa classe. Ciò non
implica che il sanscrito o lo ieratico siano da stimare letteralmente
correlati al sen-zar, quanto piuttosto che quest’ultimo consistesse di
segni sacri riflettenti le medesime immagini archetipiche dei primi.
Pertanto, non si tratterebbe di corrispondenze linguistiche in senso
stretto, quanto di un’analogia ontologica di fondo determinata dall’uso
del simbolo che, in questo senso, sarebbe legittimo estendere anche ad
altre lingue. Gli stessi santuari e i luoghi di culto egizi, come il tempio di
Dendera nel distretto dell’Alto Egitto, recavano iscrizioni e tracce in
questa sorta di linguaggio del mistero. Per questo, secondo molti
commentatori, sarebbe plausibile che il corpo di scritti dal Pentateuco al
Talmud, formulati in lingua ebraica, per quanto in seguito riadattato a
una diversa storia nazionale, possa essere stato attinto, se non
espressamente copiato, da questo codice occulto e segreto. In ogni caso
il rapporto con l’Egitto spiegherebbe perché il senzar sia stato anche
collegato con la filosofia ermetica medievale. Si dice che gli antichi
alchimisti riportarono in uso il linguaggio dei sommi sacerdoti creando
un proprio gergo iniziatico.
Nel noto testo del Mutus Liber (Libro Muto), straordinario esempio di
opera alchemica, il frontespizio dell’edizione pubblicata in Francia nel
1677 recita testualmente: “Mutus liber, in quo tamen tota Philosophia
hermetica, figuris hieroglyphicis depingitur, ter optimo maximo Deo
misericordi consecratus, solisque filiis artis dedicatus, authore cuius
nomen est Altus”.
(“Il Libro Muto, nel quale l’intera filosofia ermetica viene rappresentata
in figure geroglifiche, consacrato al tre volte massimo ottimo Dio
misericordioso e dedicato ai soli figli dell’Arte, da un autore il cui nome
è Altus”).
In questo scritto l’esposizione dei principi dell’Alchimia è affidata a
quindici tavole espresse in disegni, tutte prive di qualsiasi commento di
accompagnamento.
Com’è evidente anche con l’osservazione della figura indicata (vedi fig.
6), il senso del termine geroglifico va inteso in modo polivalente. Da un
lato, come il segno di un collegamento con la tradizione egizia cui il
trattato s’ispirerebbe; dall’altro, in un senso ampio e metaforico, cioè
come riferimento a un sistema grafico codificato atto a trasmettere un
messaggio spirituale comprensibile solo a chi vi fosse stato introdotto,
esattamente come il linguaggio sacro degli adepti d’Egitto.
Dalle valutazioni presentate, appare chiaro che il sen-zar non possa
essere considerato una forma ordinaria di scrittura. Si sarebbe trattato di
un linguaggio esoterico e universale, il linguaggio del mistero appunto,
poichè, diffuso su tutto il globo, sarebbe stato utilizzato sin dai tempi più
remoti per commentare e spiegare i temi di natura metafisica,
diversamente non esprimibili: “C’è stato un tempo in cui il mondo intero
è stato di una sola lingua e di una sola conoscenza (...) la lingua
sacerdotale universale, un esoterismo universale, o lingua del mistero,
la lingua degli Ierofanti che ha per così dire sette ‘dialetti’ ognuno dei
quali è particolarmente indicato per ognuno dei sette misteri della
Natura. (...) Un linguaggio segreto, comune a tutte le scuole di scienza
occulta, che un tempo ha prevalso in tutto il mondo. (...) La Dottrina
Segreta ci insegna che le arti, le scienze, la teologia, e soprattutto la
filosofia di ogni nazione che hanno preceduto l’ultimo universalmente
noto ma non universale Diluvio erano state registrate con caratteri
ideografici dalle primitive forme orali della Quarta Razza, e queste
erano l’eredità che quest’ultimi avevano ricevuto dai predecessori della
Terza RazzaRadice prima dell’allegorica Caduta. (...) Questa lingua
sacerdotale universale è il Senzar, la lingua in cui è stato scritto ‘un
vecchio libro’ redatto dalle parole degli esseri divini, che lo dettarono ai
figli della Luce, in Asia centrale, all’inizio della 5° Razza (la nostra).
(...) C’era un tempo in cui questa lingua era nota agli Iniziati di ogni
nazione, quando gli antenati dei Toltechi la compresero facilmente, così
come gli abitanti della perduta Atlantide che l’ereditarono, a loro volta,
dai saggi della terza razza, i Manushi, che l’avevano imparata
direttamente dai Deva della 2 ° e 1° razza”3.

Fig. 6 Tavola 6 del Mutus Liber

In pratica il sen-zar, insieme alla conoscenza che esprimeva, divenne


esoterico dopo l’inabissamento di Atlantide e, da universale, fu limitato
a pochi. Come risultato di questo processo di occultamento, in ogni
nazione si svilupparono due lingue: una profana e popolare, quella delle
masse, e una sacerdotale e segreta, quella degli iniziati e degli adepti,
cioè il linguaggio universale che un giorno sarà forse nuovamente
padroneggiato dall’umanità. In fondo, l’esistenza delle lingue sacre è
conosciuta in tutto il mondo: il Latino era, e in misura limitata è ancora,
una lingua sacra per la Cristianità occidentale; l’ebraico lo è per il
Giudaismo, come il sanscrito per l’Induismo o il pali per il Buddhismo.
Le lingue sacre sono utilizzate nelle Scritture, per i rituali, e spesso
persino nell’ambito accademico per questioni religiose. Eppure, il sen-
zar sembra essere qualcosa di molto più semplice e al contempo molto
più complesso delle “comuni” lingue sacre. La sua storia etimologica,
per com’è descritta, sembra riportare ai primordi del nostro ciclo
mondiale, prima che l’uomo avesse una lingua fisica per parlare e una
mente per pensare. Sembra essere stato il possesso comune di
un’umanità nascente prima dello sviluppo della lingua come oggi la
intendiamo. La grande distruzione simboleggiata da miti come la Torre
di Babele, il Diluvio Universale o lo stesso inabissamento di Atlantide,
al di là di una plausibile realtà storica, sembra rappresentare la simbolica
scissione che, a un certo punto, si verificò nell’evoluzione della razza
umana. Dall’iniziale comunione una parte della natura affondò nelle
acque dell’inconscio e un’altra restò consapevolmente attiva. Attraverso
questa mitica Caduta, la primitiva mente indivisa e indifferenziata della
proto-umanità si scisse e divenne duale, dando origine alla
contrapposizione di due principi e al conseguente processo di risalita e
ricostituzione dell’originaria Unità. In questa prospettiva il sen-zar
sarebbe stato la lingua comune prima della divisione e, dopo la
differenziazione, sarebbe divenuto il linguaggio esoterico, cioè
dell’inconscio, inteso come interiore e occulto, che l’iniziato traduce
nelle lingue pubbliche exotericheesterne della mente cosciente. Questo
linguaggio, quindi, rivolgendosi alla mente inconscia, consente di
accedervi per goderne l’incredibile energia che può essere trasformata in
consapevolezza. Il sen-zar, quindi, è il linguaggio del mistero anche
perché esprime, tramite rappresentazioni pittoriche, idee occulte e
arcane, nel senso di non ancora illuminate dalla luce della coscienza. I
suoi pittogrammi sono segni e simboli, cioè immagini collettive e
assolute che nascono spontaneamente in tutti gli esseri umani. Per questa
ragione andrebbe considerato l’antenato di ciò che oggi definiamo
simbolismo e, di conseguenza, per rientrare nell’alveo del tema iniziale,
anche il progenitore o la fonte del sistema dei Tarocchi che, con tutta
evidenza, ne sono una manifesta espressione.
Non pare una curiosa “coincidenza,” ma forse anche in questo caso
dovremmo parlare di sincronicità linguistica, che queste figure, in una
sorta d’identità con il linguaggio del mistero, siano state definite Arcani?
L’analogia è sorprendente anche tenendo conto del fatto che, secondo
molti autori, l’arte di parlare e scrivere in una lingua con doppia
interpretazione era praticata dai sacerdoti d’Egitto, dai manichei, dai
Templari e dai catari, diffondendosi in seguito in tutta Europa. In
sostanza, siamo dinanzi a un parallelismo che impone riflessioni molto
attente. È casuale che anche i Tarocchi di Marsiglia, nati nel Sud della
Francia e, in generale, da considerarsi progenitori di tutti i Tarocchi, si
siano diffusi in Europa e siano stati parimenti collegati a catari e
Templari? Non è nostra intenzione esaurire un argomento tanto vasto
ma, indipendentemente dal fatto che la radice del Tarot sia da collegare
al Sen-zar o meno, la corrispondenza è innegabile. Il linguaggio
esoterico è allegorico, cifrato e può essere interpretato solo grazie alla
conoscenza delle chiavi di codifica che ne consentono l’interpretazione.
Che si definisca sen-zar, che si preferisca il concetto di simbolismo o
quello di Tarot, va compreso che si tratta della forma espressiva
primordiale dell’umanità, diffusa in tutto il mondo e trasmessa in ogni
tempo con modalità differenti e adeguate all’epoca. Una forma
espressiva che, pur essendo in un certo senso pre-fisica, pre-intellettuale,
pre-logica e pre-linguistica, è alla base di ogni lingua successiva. Perché,
se il linguaggio ordinario è un prodotto della mente e non può esistere
prima che la mente stessa sia stata attivata o educata, i simboli sono
primitivi e atavici e nascono spontaneamente nei sogni, nei pensieri e
nelle visioni di tutti gli esseri umani, come molti ricercatori hanno già
sapientemente dimostrato.
3. Struttura generale

Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero:
non andare fino in fondo e non iniziare.
BUDDHA

Abbiamo già introdotto il concetto secondo cui il termine Tarot, di


derivazione francese ma di origine ancor più remota, è il corretto
vocabolo con cui definire queste figure4. La parola italiana Tarocchi
correntemente impiegata è, infatti, priva di reale significato simbolico. Il
gioco utilizzato nel presente studio appartiene al genere del Tarot de
Marseille, i Tarocchi di Marsiglia. In particolare, si tratta del mazzo
inciso nel 1760 dal maestro cartaio Nicolas Conver, modernamente
restaurato e integrato per essere avvicinato all’antica perfezione. Questo
gioco è stato ripristinato dall’autore, in collaborazione con altri
ricercatori, in un lavoro che può essere definito una mescolanza di
restauro e di ricostruzione. Difatti, la grafica dell’originale Conver,
pienamente rispettata, è stata completata da simboli (derivati da altri
mazzi dei secoli passati) necessari alla compiutezza della struttura
cifrata. Anche se in futuro molto lavoro dovrà essere ancora compiuto
per ricostruire tutti i dettagli di questo colossale mosaico smarrito nelle
tantissime edizioni dei giochi antichi, i primi passi sono stati attuati.
Così, attraverso una ricerca condotta in maniera fraterna e con uno
spirito di totale cooperazione, ci auguriamo si potrà giungere a una
comprensione sempre più vasta di questo straordinario sistema grafico
cifrato. Ecco, di seguito, un’illustrazione dell’edizione del 1760
rappresentante una parte delle immagini oggi conservate presso la
Biblioteca Nazionale di Parigi.
Fig. 1 Il Tarot di Nicolas Conver, 1760

Il Tarot è costituito da settantotto carte, distinte in due gruppi meglio


noti come Arcani Maggiori e Arcani Minori:

Tarot = 78 unità dette Arcani

Gli Arcani Minori sono cinquantasei unità grafiche divise in quattro


semi:

Denari, Coppe, Bastoni e Spade

Ogni seme, anche definito colore, è costituito da dieci carte numerali e


quattro onori, per un totale di quattordici icone per sequenza. Gli onori,
noti anche come figure, diversamente dai numerali che illustrano oggetti,
designano personaggi umani:

Il Fante, la Regina, il Re e il Cavaliere

La loro organizzazione, da un punto di vista numerico, può essere così


riassunta:

14 × 4 = 56 Arcani Minori
10 + 4 = 14 Denari
10 + 4 = 14 Coppe
10 + 4 = 14 Bastoni
10 + 4 = 14 Spade

Nel complesso, la struttura dei Minori genera l’insieme che riportiamo di


seguito:

Fig. 2 Gli Arcani Minori

Come appare evidente, i Minori sono basati sul numero 4 che si ripete in
maniera sistematica. Questo numero, da un punto di vista simbolico, è
espresso dal quadrato o dal rettangolo, le prime figure geometriche con
quattro lati. Il quadratorettangolo, a sua volta, simboleggia il mondo
terrestre che, sin dai tempi più remoti, è considerato fondato su quattro
principi naturali. Quest’ultimi sono in stretto rapporto con le serie dei
Minori: i Denari sono il simbolo della Terra poiché il minerale di cui
sono costituiti, l’oro, si trova nel sottosuolo. Le Coppe, contenenti fluidi,
simboleggiano l’Acqua, il liquido per antonomasia. I Bastoni, cioè il
legno, sono utilizzati come materiale di combustione e sono quindi
connessi al Fuoco, espressione dell’energia. Le Spade, che quando sono
utilizzate fendono lo spazio, riconducono all’Aria. Ecco una sintesi di
queste relazioni basilari:

DenariTerra
CoppeAcqua
BastoniFuoco
SpadeAria

Tenendo presente che la pura osservazione è il principale criterio con cui


accostarsi al mondo descritto dai Tarocchi, notiamo che le predette
relazioni sono confermate dalla prima carta di ogni seme, cioè gli Assi.
In quello di Denari, infatti, vi sono radici e fiori a testimonianza del
legame con la terra. Nell’Asso di Coppe, oltre all’acqua su cui poggia il
calice, appaiono zampilli che fuoriescono dal bordo. Nell’Asso di
Bastoni, tutt’intorno al grande legno centrale, vi sono numerose
fiammelle. L’unica differenza si rinviene in quello di Spade, circoscritto
da lingue di fuoco come il precedente. Tale scostamento è dovuto
all’esistenza delle leggi dei Tarocchi della cui esistenza abbiamo già
detto in precedenza.

Fig. 3 I quattro Assi

Una di queste è appunto definita la Legge del Quattro. Secondo tale


regola, in ogni sequenza di quattro simboli o concetti, il quarto è
connotato da una differenza che, obbligando a una riflessione, consente
di progredire verso una più approfondita conoscenza. Nel caso
esaminato, per esempio, l’individuazione del rapporto tra i principi della
natura e i primi tre Assi rende inutile precisare il rapporto AriaSpade
che, in un certo senso, è già scontato (potendosi ottenere per esclusione).
Pertanto, la presenza delle scintille in luogo di una grafica che espliciti il
tema dell’elemento Aria offre la possibilità di compiere un balzo logico
supplementare che porta a ragionare sul perché vi sia un collegamento
tra l’aria (la spada) e il fuoco (le fiammelle). In pratica, il quarto
elemento di una sequenza, obbligando a un ragionamento sul perché
della sua diversità, conduce a riflettere su qualcosa di nuovo che allarga
l’orizzonte della comprensione e porta su un nuovo livello di analisi.
Concludendo, poiché gli Arcani Minori rappresentano gli elementi della
natura, possiamo affermare che, nel complesso, simboleggiano il mondo
terrestre. Per questo motivo all’interno della loro iconografia ritroviamo
esclusivamente oggetti materiali e personaggi umani che, per l’appunto,
appartengono al regno della terra.
L’altro gruppo che costituisce la totalità del Tarot è quello degli Arcani
Maggiori. Questi, a loro volta, sono distinti in due sottogruppi,
rappresentati dal Matto, senza numero, e dalle altre ventuno carte
numerate:

Matto: l’insieme senza numero


e
Le carte da I a XXI
Il sottogruppo non numerato, che è formato da una sola carta, non
richiede ulteriore ripartizione. Come suddividere, invece, l’altro
insieme? La comprensione della naturale suddivisione dei Minori
determinata da due cifre (4 × 14 = 56) consente di procedere per
analogia. Poiché i 21 Maggiori sono divisibili solo da 3 e 7, queste cifre
divengono il presupposto con cui elaborare nuove deduzioni:

3 × 7 = 21 Arcani Maggiori

Fig. 4 I due gruppi degli Arcani Maggiori

Questo processo, difatti, da un lato rivela che gli Arcani Maggiori non
sono da studiare come fossero 22 unità, come è stato fatto nel passato,
ma su base 21. Dall’altro consente di utilizzare le cifre 3 e 7 per stabilire
l’ordine di posizionamento delle carte. Infatti, considerando la crescente
progressione numerica, si ottiene uno schema, il cosiddetto Diagramma
3 × 7, cioè una disposizione di tre file di sette carte l’una in cui il Matto,
unità a sé stante, pur presente è posto all’esterno.

Fig. 5 Il Diagramma 3 × 7
Tale ordinamento consente un’indagine verificabile e oggettiva ed è il
fondamento per palesare e utilizzare i principi derivanti dal sistema
codificato contenuto nei Tarocchi, cioè la struttura cifrata. Grazie a
questo particolare assetto delle immagini, difatti, è possibile individuare
ciò che abbiamo definito i codici, la cui risoluzione svela i meccanismi,
cioè le leggi, della loro creazione. Queste ultime sono normative perché
si ripetono in maniera costante e ubiquitaria divenendo, di fatto, le
dinamiche universali che disciplinano il funzionamento di queste icone.
Detto in altri termini, i codici e le leggi sono i pilastri di tutto il sistema
di cifratura e determinano le regole con cui il Tarot si esprime e il
metodo con cui può essere utilizzato.
A questo punto, volendo collegare gli Arcani Maggiori con i Minori,
soffermiamoci sul contenuto dei primi e notiamo la presenza dei quattro
semi dei secondi, sia in forma grafica che concettuale. I Denari, per
esempio, si rinvengono come moneta nella mano o sul tavolo del Mago,
come terra sotto i cavalli del Carro, nelle monete colorate della Casa Dio
o nel terreno dell’Appeso, e così via (vedi fig. 6).

Fig. 6 Il Mago, il Carro, la Casa Dio, l’Appeso


Le Coppe si manifestano come giare sorrette da Temperanza e dalla
Stella, sotto forma di acqua nelle gocce della Luna, nel mare della Ruota
ecc.

Fig. 7 La Stella, Temperanza, la Luna, la Ruota di Fortuna

I Bastoni si ritrovano come legno nel Matto, nello scettro


dell’Imperatore, nel pastorale del Papa o nell’asta della torcia del
Diavolo ecc. Tuttavia, sono espressi anche dal fuoco dei raggi
dell’Innamorato o del Sole, dalle fiammelle del Giudizio, dalla lanterna
dell’Eremita e in tanti altri modi differenti (vedi fig. 8).

Fig. 8 Il Matto, l’Imperatore, il Papa, il Diavolo

Le Spade, sotto forma di armi, si ritrovano nella lama della Giustizia o


nella falce dell’Arcano XIII, come aria nelle ali dei viventi del Mondo o
nell’aquila dell’Imperatrice, e così via.
Fig. 9 La Giustizia, l’Arcano XIII, l’Imperatrice, il Mondo

Quelli enunciati sono solo alcuni limitati esempi poiché tutti e quattro i
semi dei Minori, per quanto non sempre ne sia agevole l’individuazione,
si ritrovano codificati in ogni carta dei ventidue Maggiori. Pertanto,
anche in quest’ultimi la presenza dei quattro elementi implica il concetto
del mondo terrestre. Al contempo, però, si riscontra una sostanziale
differenza rispetto ai Minori perché, oltre a questi semi, appaiono
simboli come gli angeli, il diavolo, la sfinge, uno scheletro armato di
falce ecc. che non appartengono strettamente alla sfera materiale. In
questo modo si manifesta un elemento supplementare che, nell’insieme,
è di natura soprannaturale e celeste. Tutto ciò, se valutato in un’ottica
globale che tenga conto delle settantotto carte, consente di evidenziare
nel Tarot una struttura dualista in cui gli Arcani Minori rappresentano la
Terra e gli Arcani Maggiori il Cielo:

Arcani Minori = Terra


Arcani Maggiori = Cielo
Grazie a questa deduzione si manifesta un concetto chiave di tutto
l’insegnamento dei Tarocchi, cioè il dualismo, insegnamento comune a
tutte le tradizioni. Questa dottrina, al di là di differenze specifiche legate
alle diverse correnti di pensiero che l’hanno sostenuta e diffusa, si fonda
sul presupposto secondo cui tutto, nell’Universo, sarebbe costituito da
due principi in contrapposizione tra loro, uno terrestre e l’altro celeste.
Attraverso la loro costante interazione, che nella quotidianità è espressa
sotto forma di polarità maschile-femminile, luce-oscurità, piacere-
dolore, bene-male e così via, si compie il percorso verso l’Unità o verso
ciò che è definito Dio o Coscienza. L’uomo, destinato a perseguire il
medesimo cammino d’unione, è connotato dal dualismo psicologico
conscio-inconscio che, su un piano spirituale e metafisico, può essere
descritto dal rapporto personalità-Anima, la prima di natura umana e
terrestre, la seconda divina e celeste. Questa è una delle ragioni per cui
nel simbolismo dei Tarocchi il tema della coppia, allegoricamente
rappresentativo di questa dualità, è tanto sviluppato. Secondo questa
visione, il lavoro spirituale svolto da due persone che condividono il
medesimo percorso di vita sarebbe un fertile terreno per il cammino
iniziatico poiché consentirebbe, a ciascun membro, di trascendere i limiti
del dualismo e pervenire all’unità del Sé superiore. Per questo motivo,
sin dall’inizio del sentiero descritto negli Arcani, quattro carte (Papessa-
Papa e Imperatrice-Imperatore) delle prime cinque icone numerate
testimoniano la centralità della questione.

Fig. 10 Doppia coppia

Nella nozione di coppia, peraltro, ritroviamo il dualismo espresso in


almeno due forme: dal femminile-maschile e dal terrestre-celeste. Il
femminile e il terrestre riconducono alla Madre della Terra, mentre il
maschile e il celeste riportano al Padre dei Cieli. Provando a osservare le
quattro carte in questa prospettiva, si deducono nuove informazioni.
Nella coppia ImperatriceImperatore i protagonisti governano sul mondo
temporale e materiale mentre nella seconda regnano su quello spirituale
e divino: si tratta di dualismo terrestre-celeste.

Fig. 11 La coppia terrestre e celeste

Una nuova conferma proviene dal fatto che gli scettri dei due regnanti
temporali simboleggiano l’orbe terrestre, cioè la Terra. Al contrario, le
tre croci sul pastorale del Papa e sul petto della Papessa simboleggiano
lo Zodiaco che, costituito da dodici costellazioni, è pertanto divisibile da
tre croci che, proprio per estensione, raffigurano il Cielo.

Fig. 12 I due scettri e le tre croci


Questo dualismo, descritto da coppie di esseri umani, mira a suggerire la
differenza tra personalità-terrestre e Anima-celeste, con la relativa
necessità di intraprendere un cammino evolutivo per risolvere il conflitto
di opposizione e conseguire l’unione. Tuttavia, osservando con maggior
attenzione, notiamo che in entrambi i personaggi terrestri (Imperatrice e
Imperatore) vi è un rapace. Tale simbolo, indicando il principio animale
dell’essere umano, testimonia il legame con l’istinto. Le due aquile, a
loro volta, sono caratterizzate da alcune particolarità. Una è a sinistra
della carta mentre l’altra a destra; una si trova in aria ed è sorretta da una
mano, l’altra a terra ed è toccata da un piede; una ha le ali attive orientate
verso l’alto, nell’altra sono inclinate passivamente verso il basso; una ha
lo sguardo rivolto a destra, l’altra a sinistra; una è maschile e l’altra è
femminile (differenza suggerita dall’uovo deposto tra le zampe) ecc.

Fig. 13 Le due aquile

Tutte queste opposizioni riconducono nuovamente all’idea di dualismo


ma, contestualmente, riportano al concetto di coppia fertile, sia in senso
concreto che allegorico (per via dell’uovo). Nel caso di PapaPapessa,
invece, la mancanza dell’animale, cioè del principio primordiale, è
riprova di una maggiore evoluzione anche se la presenza di un uovo
nascosto e codificato5 (in questo caso nel personaggio femminile, in
antitesi con la coppia precedente) garantisce comunque la fecondità della
loro unione, addirittura posta su piani più evoluti essendo liberata dalle
necessità della parte impulsiva (l’animale).

Fig. 14 L’uovo nascosto nella Papessa

Così, dall’analisi di tutti questi elementi in codice possiamo dedurre


alcune considerazioni generali. La struttura generale del Tarot è duale,
essendovi una chiara contrapposizione tra Arcani Minori (mondo
terrestre) e Arcani Maggiori (mondo celeste). Contestualmente, in
quest’ultimi, sin dall’inizio è evidenziato il dualismo palesato tramite la
coppia, che si pone come tema rilevante nelle prime carte del
Diagramma 3 × 7. Per questa ragione non è casuale che la coppia appaia
in maniera evidente anche in ogni sequenza degli onori, cioè nei
personaggi dei Minori, espressa dalla presenza del Re e della Regina.

Fig. 15 Il Re e la Regina di Coppe

Pertanto, se le nozioni di dualismo e coppia sono tematiche tanto


considerevoli, non si potrebbe supporre che siano i perni del
funzionamento del sistema di cifratura dei Tarocchi? Si tratta di un
aspetto fondamentale che tenteremo di dimostrare nel corso dei prossimi
capitoli.
4. Il dualismo

Nulla avviene per caso, ma tutto secondo ragione e necessità.


LEUCIPPO

I Tarocchi sono composti di tratti e colori con l’aggiunta di nomi e


numeri. Essendo primariamente immagini, il criterio con cui accostarli,
come già premesso, è l’osservazione diretta. Del resto, non si farebbe
altrettanto davanti a un dipinto? Per cominciare un percorso di
comprensione è indispensabile guardarli con grande semplicità e in
maniera del tutto naturale, come farebbe un bambino. Ciò significa che è
necessario imparare a vedere il loro contenuto in maniera neutra, senza
cadere nell’errore di pensare di vedere. Per svelare la presenza della
struttura cifrata, infatti, è innanzitutto fondamentale porsi interrogativi
elementari per poi verificare, sia visivamente, sia attraverso logica e
ragione, ogni ipotesi. Nulla deve essere accettato dogmaticamente perché
potrebbe rivelarsi frutto di un’interpretazione arbitraria e soggettiva. Il
primo passo da compiere, quindi, è individuare la giusta domanda senza
la quale non può emergere la presenza dei codici.
Questi enigmi sono creati dall’interazione degli elementi grafici, dei
nomi e dei numeri, e hanno la caratteristica di celare diversi livelli di
soluzione. Partendo dall’ovvio presupposto che non è possibile risolvere
un rebus senza sapere che esista, la loro identificazione è propedeutica
alla decifrazione. Questa affermazione potrebbe apparire scontata o
superflua ma, vista la pressoché totale assenza d’indagine, nel corso
degli ultimi secoli, in direzione della loro presenza, ci sembra una
precisazione doverosa. Quando, risolvendo progressivamente un certo
numero di codici, si riscontra che le dinamiche della loro elaborazione
sono ripetute, si accede al piano delle leggi. Queste ultime, oltre a
regolamentare i meccanismi dei codici, sono anche i precetti impiegati
per l’uso e la lettura del Tarot. In sostanza, siamo dinanzi a un enorme
mosaico celato le cui tessere, collocate correttamente, palesano la
rappresentazione di cui sono parte. I codici, con straordinaria coerenza,
concorrono verso una direzione e un senso comuni. Sono migliaia e
hanno gradi di difficoltà sempre crescenti. Per poter accedere ai livelli
più elaborati, è indispensabile iniziare con valutazioni semplici, in un
certo senso elementari, senza le quali non è possibile cogliere questioni
più sofisticate che poggiano su nozioni più palesi e a volte addirittura
lampanti. Proponendo un esercizio di osservazioneriflessione,
soffermiamoci sui ventidue Arcani Maggiori ordinati secondo lo schema
del Diagramma 3 × 7 che abbiamo in precedenza individuato.

Fig. 1 Il Diagramma 3 × 7

Da dove cominciare? Poiché in questo tipo di contesto non vi è la


possibilità di effettuare un’analisi prolungata, proponiamo uno spunto
che possa orientare l’attenzione. Avendo già fatto uso dei numeri per
giungere all’attuale disposizione, gli stessi divengono il pretesto da cui
sviluppare nuove idee. Esaminando con attenzione e semplicità, senza
abbandonarsi a complessi calcoli astratti o a complicate elaborazioni
numerologiche, si può notare che il numero romano XII dell’Appeso,
unico tra tutti, non è perfettamente posto al centro del cartiglio ma è
spostato in maniera evidente sulla destra, come testimonia la differenza
di spazio bianco tra i due lati.

Fig. 2 Il numero XII decentrato

Tale irregolarità, in realtà, è uno stratagemma per richiamare la nostra


attenzione e indurla nella direzione di un enigma. Quindi, colto questo
punto, poniamo in relazione il dettaglio della posizione del numero con
il contenuto grafico del disegno e verifichiamo se esiste un
collegamento. L’uomo è sospeso a testa in giù, si trova cioè in una
postura antitetica rispetto a tutti gli altri personaggi.
Fig. 3 L’Appeso a testa in giù

La sua condizione, quindi, suggerisce un nesso tra l’unico numero


spostato e l’unico personaggio visibilmente rovesciato di tutto il
Diagramma. In altri termini, grazie all’esclusività dei due dettagli, si
ricava una sottile relazione tra numero e inversione:

Numero-Inversione

Come impiegare questo nesso? Applicando il principio dell’inversione al


XII otteniamo il XXI, il numero del Mondo. Infatti, le due cifre sono
costituite rispettivamente da una X e due I e due X e un I, cioè una
perfetta antitesi:

XII-XXI

Tale relazione, peraltro, è confermata anche dal sistema di numerazione


arabo secondo cui 12 e 21 sono disposti in ordine inverso:

12-21

Questo riscontro è di grande importanza perché le cifre in questione sono


le uniche del Diagramma 3 × 7 a poter generare un’antitesi. Infatti,
l’esame di tutti gli Arcani Maggiori rivela che nessun’altra coppia di
numeri soggiace al medesimo criterio. Come invertire, per esempio, il
numero XVII della Stella? Come comportarsi dinanzi a numeri come
IIII, VIIII, XIIII o XVIIII che non seguono i classici principi di
numerazione romana? Pertanto, dovrebbe essere chiaro che la relazione
individuata non può essere frutto del caso. Così, consolidati da questa
scoperta, concentriamoci sul confronto tra le due carte, cioè l’Appeso e il
Mondo, e valutiamone il contenuto dal punto di vista dell’antitesi.
Fig. 4 Confronto AppesoMondo

Tra i personaggi principali è possibile stabilire una lunga serie di


contrasti, dai più evidenti ai più nascosti. Per esempio, se ci si sofferma
con naturalità, si costata che un personaggio è maschile mentre l’altro è
femminile: emerge, cioè, il dualismo. Al contempo, uno è a testa in giù,
con lo sguardo rivolto verso l’alto, vestito, sospeso, attaccato a una corda
e privo di compagnia, mentre l’altra è eretta normalmente, con lo
sguardo orientato verso la terra, nuda, con il piede appoggiato, libera e
circondata da altri esseri viventi. L’uomo, poi, ha le mani nascoste dietro
la schiena laddove la donna le mostra. Infine, se è vero che entrambi
hanno una gamba incrociata, per l’Appeso è la destra mentre per il
Mondo la sinistra. In sintesi, tutto è caratterizzato da una chiara
opposizione. Continuando l’osservazione, però, si scoprono nuovi
dettagli. Le forme che circoscrivono i personaggi, cioè il rettangolo e
l’ovale, sono simboli opposti. Il quadratorettangolo, come detto, esprime
il concetto dei quattro elementi della natura (Terra, Acqua, Fuoco e Aria)
a fondamento del mondo terrestre. L’ovale, invece, raffigurando la volta
del cielo, rappresenta il mondo celeste (vedi fig. 5).

Fig. 5 Rettangolo e ovale

Giunti a questo punto, poiché sarebbe difficile credere a una serie di


casualità, possiamo stimare come certa la presenza di una reale volontà
di codifica. Pertanto, traendo spunto dalla prima antitesi, quella del
numero 12, cerchiamo qualcosa che nella carta dell’Appeso (la XII)
riporti al concetto del dodici. In entrambi i pali laterali che circoscrivono
l’uomo vi sono sei rami tagliati per parte, per un totale di dodici elementi
collegati al quadrato. Grazie alla presenza della precedente inversione,
constatiamo che anche nel Mondo, nel medesimo simbolo
geometricamente contrapposto, cioè il cerchio, c’è qualcosa connesso al
dodici. Difatti, nella parte inferiore di ciò che circonda l’ovale, cioè il
cielo, vi sono un Toro e un Leone che esprimono simbolicamente il
concetto delle rispettive costellazioni astrologiche. Anche l’Aquila, però,
riconduce a una costellazione poiché rappresenta lo Scorpione, che ha
acquisito tale definizione solo in epoche più tardive. Poiché l’Aquila è
situata, in maniera non accidentale, nell’angolo opposto al Toro,
s’intuisce che anche il quarto simbolo, l’AngeloUomo, rappresenta il
segno astrologico che nello Zodiaco è contrapposto al Leone, cioè
l’Acquario.

Fig. 6 Lo Zodiaco

Trovandoci dinanzi a quattro dei dodici segni del circolo zodiacale, qui
espresso dall’ovale che circonda la donna, abbiamo ritrovato il
simbolismo del dodici anche nel Mondo, e non a caso nel medesimo
elemento antitetico rispetto al quadrato-rettangolo dell’Appeso. Pertanto,
grazie al differente grado di maturazione dei simboli vegetali, non
meraviglierà che l’antitesi prosegua. Nell’Appeso, infatti, le energie
delle costellazioni, rappresentate dai dodici rami recisi, sono inattive,
proprio a causa del concetto del taglio, della potatura. Nel Mondo, al
contrario, essendo raffigurate da una corona di foglie e da quattro esseri
animati disposti agli angoli, sono attive e vive.
Seguendo un’ottica psicologica e spirituale, tutto ciò conduce a ulteriori
riflessioni. L’Appeso è escluso dalla connessione con il cielo perché è
imprigionato nella materia e non percepisce la realtà correttamente,
come suggerito anche dalla testa che pare incuneata in un buco del
terreno. Al contrario, la donna è libera e posta al centro delle forze
celesti che sembrano pienamente sostenerla. Per questo è nuda, ovvero
trasparente, e sembra quasi compiere un passo di danza celeste. Si tratta
dell’ennesima, seppur più sofisticata, antitesi che si aggiunge al lungo
elenco già riscontrato e che, in sintesi, riportiamo di seguito:

Appeso-Mondo
Uomo-Donna
Testa in giù-Testa in su
Vestito-Nuda
Legato-Libera
Da solo-In compagnia
Sospeso-Poggiata
Gamba dx incrociata-Gamba sx incrociata
Mani nascoste-Mani visibili
Quadrato/Terra-Ovale/Cielo

È opportuno ribadire che l’accentuato simbolismo d’opposizione delle


due carte offre la certezza dell’intenzionalità della codifica. Gli autori
dei Tarocchi, infatti, hanno celato un codice che può emergere solo
compiendo un’analisi differente dal consueto processo interpretativo
inseguito dai ricercatori negli ultimi secoli. Il codice in questione, a sua
volta, è dipendente da un meccanismo preciso che, nello specifico, è
l’antitesi. Questa dinamica lo regola ma, intervenendo in maniera
sistematica anche nel processo di codifica generale della struttura cifrata
(come si potrà apprezzare approfondendo con nuove descrizioni), va
considerata una costante, cioè una norma, la Legge dell’Antitesi. Questo
implica che molti codici sono basati sull’antitesi e possono essere
individuati solo laddove se ne riconosca l’esistenza. Così, per esempio,
applicando quanto compreso ai quattro viventi del Mondo, in modo da
cercare relazioni conformi al nuovo criterio identificato, si ottengono
altre indicazioni. Questi simboli, raffigurando le costellazioni, sono in
rapporto con gli elementi della natura: il Toro astrologico è collegato alla
Terra, il Leone al Fuoco, lo Scorpione all’Acqua e l’Acquario all’Aria.

ToroTerra
LeoneFuoco
Aquila/ScorpioneAcqua
AcquarioAria

Eppure, osservando sempre in maniera semplice e ingenua, le rispettive


corrispondenze nella carta del Mondo non sembrano concordare
pienamente con quanto detto. Nel Toro il nesso pare logico, trattandosi
di un animale da sempre impiegato per arare la terra. Anche nel caso del
Leone, su un livello elementare, poiché l’associazione deriva dalla
stagione estiva collegata al segno, cioè il periodo in cui il sole esprime
tutto il proprio fuoco, la coerenza permane. Tuttavia, lo Scorpione e
l’Acquario suscitano alcune perplessità. Tradizionalmente, il primo è un
segno d’Acqua e il secondo d’Aria. Nei Tarocchi, invece, lo Scorpione è
raffigurato da un’Aquila, che vola in cielo (Aria), e l’Acquario da un
Angelo che, essendo legato al simbolismo del servizio e della coppa,
riporta all’Acqua. In quest’ultimo caso, tra l’altro, poiché in astrologia è
invalsa la definizione di Portatore d’Acqua, si manifesta comunque una
netta convergenza. Che cosa sottende questa divergenza dalle logiche
tradizionali? Siamo nuovamente di fronte ad un’antitesi che,
verificandosi in una carta dove tutto è in opposizione, certamente non
sorprende. Che cosa vuole suggerire questo enigma? Il codice crea un
messaggio molto sottile: l’ovale dello Zodiaco, a causa dell’inversione
dei due segni superiori, in maniera astratta subisce una sorta di torsione.
Questa rotazione genera una modifica nella struttura dell’ovale che, da
circolare, assume la forma di un 8. Quest’ultimo, da un lato esprime il
numero corrispondente, dall’altro rappresenta il segno dell’infinito posto
però in verticale. In questo modo il percorso dei Tarocchi, la cui meta è
proprio l’Arcano XXI, si trasforma in un pellegrinaggio verso il Cielo,
cioè lo Zodiaco che, collegato all’infinito, esprime il senso dell’intero
Universo.
Fig. 7 L’Infinito

In sintesi, il codice descritto nelle carte XIIXXI si fonda sull’antitesi,


principio che genera nei due elementi coinvolti un’opposizione dualista.
In pratica questa legge è alla base del dualismo (e indirettamente a
caposaldo del concetto di coppia) che, come abbiamo precisato nel
capitolo precedente, è il fondamento di tutto l’insegnamento custodito
nel Tarot. Anche se le leggi sono molteplici, l’esigenza di dettagliare
quella in oggetto con nuovi approfondimenti deriva dalla sua profonda
implicazione con la prospettiva che stiamo proponendo nel corso della
nostra disamina.
5. Il Cristo in Mandorla

Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per
gli altri.
GESÙ DI NAZARETH

L’iconografia della carta del Mondo è in evidente relazione con il


simbolismo del Cristo in Mandorla.

Fig. 1 Il Cristo in Mandorla

Il simbolo della mandorla, anche definita Vescica Piscis, nasce


dall’intersezione di due cerchi e descrive visivamente l’incontro e la
compenetrazione di due mondi o dimensioni dell’essere. Esprime il
nucleo unitario prima della separazione degli opposti o la loro successiva
riunificazione.

Fig. 2 Vescica Piscis

In pratica la mandorla è una sintesi, il superamento o l’abbandono di


ogni dualismo. Essendo una figura geometrica formata da due semplici
linee curve, dunque un disegno di massima essenzialità, costituisce uno
di quei tracciati su cui si fondano sia le complesse architetture
dell’universo (il Macrocosmo) che l’anatomia degli esseri viventi (il
Microcosmo). Per esempio, la mandorla può illustrare le fasi di
un’eclissi solare, matrimonio per eccellenza degli archetipi celesti
maschile e femminile di SoleLuna, perché l’unità dei contrari risulta
esemplificata, quantomeno visivamente, al suo massimo grado. Dai due
astri separati, cioè i due “cerchi” distinti, a eclissi conclusa vediamo una
sola sfera, nata dalla loro perfetta sovrapposizione. Il ruolo della
mandorla si scorge nelle fasi di trasformazione del processo, che
raffigura il decorso di unificazione dei due estremi. Al contempo, nel
corpo umano, occhi, bocca e quasi tutti gli orifizi tramite i quali l’interno
comunica con l’esterno sono basati sulla sua forma. Uno tra questi, la
vulva, è impiegato per rappresentare il tema della Grande Madre perché
descrive la funzione di ponte fra il celato e il manifesto, fra ciò che
ancora deve nascere e quel che è già generato. In sintesi, dunque, la
mandorla è metafora dell’opera, cosmica-esteriore e insieme umana-
interiore, di riconciliazione di quanto sembra inconciliabile: movimento
e quiete, luce e ombra, bene e male, maschile e femminile, materia e
spirito. Per tale ragione è la meta del cammino descritto nel Tarot che,
come abbiamo più volte affermato, è un percorso in direzione
dell’unione, trascendenza di ogni dualità.
La mandorla, conosciuta in India, nell’antica Mesopotamia, in Africa e
nelle diverse civiltà asiatiche, è ampiamente impiegata anche nel
Cristianesimo. Simbolo di spiritualità anche per il suo collegamento con
il concetto dell’aura, alla stregua delle figure messianiche di tradizioni
anteriori è da sempre utilizzata per circoscrivere il Cristo (da cui la
definizione di Cristo in Mandorla) o un santo, dei quali rivela le due
nature, umana e divina, riunite. Tuttavia, sia nella carta del Mondo che
nel simbolismo cristiano, la figura centrale delimitata dall’ovale è anche
contornata dai quattro esseri viventi in precedenza descritti. Dall’insieme
di questa rappresentazione deriva la definizione del simbolo quale
tetramorfo, cioè una struttura caratterizzata da quattro forme (dal greco
tetra, che significa quattro, e morfé, che vuol dire forma).
Il tetramorfo cristiano è collegato alla visione del profeta Ezechiele e alla
descrizione neo-testamentaria dei quattro esseri viventi dell’Apocalisse:
“La prima creatura vivente era simile a un leone, la seconda simile a un
vitello, la terza aveva la faccia come d’uomo e la quarta era simile a
un’aquila mentre vola. E le quattro creature viventi avevano ognuna sei
ali, ed erano coperte di occhi tutt’intorno e di dentro, e non cessavano
mai di ripetere giorno e notte: Santo, santo, santo è il Signore, il Dio
onnipotente che era, che è e che viene” (Apocalisse 4, 7).
Nel corso degli ultimi due millenni il tetramorfo è stato variamente
rappresentato nell’ambito dell’arte sacra. Per esempio, nel Medioevo, a
riprova della sua grande rilevanza, compariva sul portone delle cattedrali
gotiche, cioè nel punto più importante dell’edificio sacro.

Fig. 3 La cattedrale di Arles


Secondo la storia dell’arte e l’iconografia cristiana, il primo tetramorfo
del mondo occidentale sarebbe stato scolpito sul sarcofago noto come la
tomba di Agilberto, nella cripta merovingia di Saint Paul all’interno
dell’abbazia di Notre-Dame di Jouarre, nella regione dell’Ilede-France.

Fig. 4 Il tetramorfo di Jouarre

La tradizione cristiana ha associato i viventi agli evangelisti, cioè a


quattro dei dodici apostoli di Cristo. Tale rapporto è stato ricavato
simbolicamente dai rispettivi Vangeli. Il testo di Luca si avvia con
Zaccaria che esercita il suo ufficio sacerdotale nel tempio del Signore: si
tratta di un collegamento con il sacrificio del toro. Il Vangelo di Marco
inizia con Giovanni che grida nel deserto, come un leone, mentre quello
di Matteo si apre con la genealogia di Cristo, che simboleggia dunque il
concetto dell’Angelo-uomo. Infine, il Vangelo di Giovanni, con il
grandioso incipit cosmogonico (“Nel principio era la Parola e la Parola
era presso Dio, e la Parola era Dio”), riconduce all’aria e quindi
all’aquila:

Toro-Luca
Leone-Marco
Angelo/Uomo-Matteo
Aquila-Giovanni

Tuttavia, ciascuno dei viventi, come abbiamo avuto modo di evidenziare


nel capitolo precedente, identifica in prima istanza un segno del circolo
zodiacale. Poiché lo studio e l’osservazione delle stelle hanno da tempi
immemori preceduto qualunque religione, il significato astrologico è da
ritenere antecedente a quello cristiano. Agli albori del Cristianesimo il
simbolismo dello Zodiaco fu considerato pagano e come tale fu additato
come eretico. Per questo motivo ne fu rimossa ogni traccia esteriore.
Nondimeno, occultato e protetto dagli iniziati, rimase essotericamente
descritto dall’allegoria degli apostoli al servizio del Cristo che, per
questa ragione, vanno parimenti giudicati come le dodici costellazioni in
rapporto con il Sole. Di conseguenza, poiché le costellazioni sono
collegate ai principi della natura (Terra, Acqua, Fuoco e Aria),
sintetizzando tutte le precedenti connessioni si ottengono le seguenti
corrispondenze:

Toro-Luca-Terra
Leone-Marco-Fuoco
Angelo/Uomo-Matteo-Acqua
Aquila-Giovanni-Aria

Secondo le filosofie tradizionali, questi quattro elementi, a livello


macrocosmico, sarebbero i mattoni a fondamento del mondo terrestre.
Sul piano umano, cioè microcosmico, sarebbero invece rappresentativi
dei corpi della personalità, anch’essa di natura terrestre: il corpo fisico
(la Terra), l’astrale-emozionale (l’Acqua), l’eterico-energetico (il Fuoco)
e il mentale (l’Aria). Al contempo, vi sarebbe un quinto elemento, eterno
e immutabile, che gli antichi chiamavano Etere o Spazio, rappresentativo
dell’essenza (la quintessenza) e del mondo celeste. Quest’ultimo,
nell’essere umano, sarebbe l’equivalente della Coscienza Cristica, la
scintilla divina presente in ciascuno che è sovente denominata Anima.
Quindi, alla luce di quest’analisi, potremmo asserire che il tetramorfo
rimanda allo Zodiaco e agli evangelisti ma, su un certo livello simbolico,
descrive l’universale contrapposizione TerraCielo e il relativo dualismo
umano espresso dal rapporto personalitàAnima. Sebbene tutto ciò riporti
nel solco dell’insegnamento dualista da cui il nostro discorso ha preso
abbrivo, confrontando l’icona del Mondo con il Cristo in Mandorla
tradizionale, al di là di alcune diversità minori, non può sfuggire una
differenza sostanziale: perché nell’Arcano XXI è tratteggiata una figura
femminile in luogo di quella maschile del Cristo?
Fig. 5 La donna della mandorla

Si potrebbe pensare, anche in questa occasione, a una manifestazione del


dualismo, per quanto ricavata con un parallelismo esterno ai Tarocchi
(ovvero tramite il confronto con un’immagine cristiana). Tuttavia, per
quanto il ragionamento sia corretto, la questione ha un valore più ampio
e detiene la chiave di uno dei grandi misteri del Tarot. Non è certamente
un caso, infatti, che la carta del Mondo, come il Cristo in Mandorla delle
cattedrali, si trovi nel punto più importante di tutto il gioco, cioè nella
meta finale dell’intero Sentiero. Dunque, procediamo in questa direzione
e tentiamo di individuare la risposta a questo particolare interrogativo.
6. Maria Maddalena

Gesù le disse: “Maria!”. Essa, allora, voltatasi verso di lui gli disse in
ebraico:
“Rabbunì!” che significa Maestro.
VANGELO DI GIOVANNI

Chi è dunque la donna rappresentata nell’Arcano del Mondo? Per fare


luce su un quesito che, da sempre, ha interessato esperti e amanti dei
Tarocchi, rivolgiamoci a un ambito piuttosto singolare. Come detto, il
più antico tetramorfo del mondo occidentale è stato scolpito in Francia,
sulla vasca tombale nota come il sarcofago di Agilberto. Al contempo,
anche i Tarocchi di Marsiglia, come il nome stesso suggerisce, sono
d’origine francese. L’elemento Francia, quindi, come una sorta di
denominatore comune, s’impone per nuove riflessioni. Agli esordi del
Cristianesimo, dopo la morte di Cristo, i suoi discepoli si dispersero in
varie regioni. Tra i numerosi autori che hanno trattato l’argomento, è per
noi rilevante Jacopo da Varagine, frate domenicano beato della Chiesa
cattolica, che scrisse una famosa agiografia di santi, la Legenda Aurea.
Nel testo si parla diffusamente di santa Maria Maddalena, della quale
sono raccolte indicazioni e racconti più o meno leggendari che, nel corso
dei secoli, furono elaborati sulla sua vita. Secondo la tradizione
principale la donna, nata da nobile famiglia di stirpe regale, fu sorella di
Marta e di Lazzaro. Dopo la morte dei genitori le fu assegnata la
roccaforte di Magdala, cittadina sulla sponda occidentale del lago di
Tiberiade, l’antico mare di Kinneret (dall’ebraico kinnor, cioè arpa o
lira, per via della forma del lago), mentre alla sorella toccò Betania e al
fratello parte di Gerusalemme. In seguito alla passione di Cristo, i tre
fratelli, insieme ad altri cristiani espulsi dalla Palestina, furono “posti su
di una nave e spinti in mare senza nocchiero perché vi perissero; ma per
volere divino giunsero a Marsiglia”6.
Tale leggenda, che peraltro il testo del frate non menziona nello
specifico, vuole che approdassero in Camargue, una zona di stagni e
lagune presso la foce del Rodano. La località dello sbarco è ancor oggi
chiamata Saintes-Mariesdelamer (Sante Marie del mare), in onore delle
Marie che, oltre alla Maddalena, si tramanda fossero sulla barca: Maria
di Giacomo il Minore e Maria Salome, cioè le pie donne che secondo i
Vangeli furono presenti, con la madre di Gesù, alla crocifissione del
Salvatore. Sempre stando al mito, Maria Maddalena sarebbe vissuta
nelle terre provenzali per qualche decina d’anni dove, in una grotta della
Sainte-Baume, la catena montuosa vicina all’odierno villaggio di Saint-
Maximim, avrebbe condotto una vita di totale eremitaggio. Ecco, a tal
proposito, quanto riferito nella Legenda: “Frattanto la beata Maddalena,
desiderosa di dedicarsi alla contemplazione delle cose celesti, si recò in
una località desertica e vi rimase per trent’anni, lontana dal consorzio
umano, dimorando in un luogo impervio e selvaggio che le mani stesse
degli angeli le avevano preparato. In questo luogo non scorreva acqua
sorgiva né cresceva erba perché apparisse evidente che Cristo voleva
nutrire la santa soltanto di cibo celeste e non di terrene vivande. Ogni
giorno, infatti, all’ora settima, gli angeli sollevavano nell’alto dei cieli
la beata Maddalena, che poteva ascoltare, con le sue orecchie mortali,
le celesti armonie: ritornata sulla terra, sazia di quel soavissimo cibo,
non sentiva più alcun bisogno di nutrirsi”.
Il racconto prosegue giungendo all’identificazione della donna penitente
e si narra di un sacerdote eremita che, desideroso di condurre vita
solitaria, “pose la sua cella a dodici stadi dalla grotta della Maddalena
e, stupito e sconvolto alla visione di quella sublime e quotidiana ascesa,
invocando il Signore, esclamò: ‘Se sei una creatura umana, tu che abiti
in quella spelonca, rispondimi e dimmi la verità!’. Domanda alla quale
Maddalena rispose: ‘Ricordi di aver letto nel Vangelo di quella Maria
peccatrice che con le proprie lacrime lavò i piedi del Salvatore e ottenne
il perdono di tutti i peccati?... Io sono quella Maria e da trent’anni vivo
lontana dal consorzio umano: come tu ieri hai potuto vedere, ogni
giorno, dalle mani angeliche, sono sollevata nel cielo dove posso
ascoltare con le mie mortali orecchie la dolce melodia delle schiere
elette’”.
Per quanto sia necessario distinguere il contenuto immaginario da ciò
che deriva dall’analisi storica dei testi, non dobbiamo dimenticare che il
nostro approccio ha una prospettiva di natura soprattutto simbolica. Ciò
che appare straordinario e irrealistico, quindi, deve essere valutato come
elemento rilevante, seppur occultato dalla presunta allegoria. Le
leggende, i racconti, le narrazioni favolose, persino i nomi stessi dei
personaggi o dei luoghi in cui si compiono le vicende vanno intesi come
frammenti cifrati di una storia che, non potendo essere trasmessa in
maniera aderente alla verità (per evitare problematiche di eresia), è stata
eclissata nella solo apparente irrealtà del mito. Nel caso specifico di
Maria Maddalena, il suo nome e la sua identità sono stati materia di forte
ambiguità. Secondo l’interpretazione cattolica più comune, nei Vangeli
sinottici vi sarebbero tre donne chiamate Maria. Oltre alla madre di
Gesù, che non si presta a confusione essendo sempre espressamente
identificata, una sarebbe Maria di Betania, la sorella di Lazzaro e di
Marta, e l’altra Maria Maddalena, originaria appunto di Magdala.
Sebbene questa ipotesi diverga da quella menzionata da Jacopo da
Varagine, per il quale le ultime due sarebbero la stessa figura, entrambe
le versioni, quella ufficiale e quella leggendaria, designano Maria
Maddalena quale prostituta pentita. Questa reputazione, da considerare
illegittima, sembra originare da fraintendimenti intenzionali. Nel
Vangelo di Luca, in un passo ambientato a casa di Simone il Fariseo, è
descritta una non nominata peccatrice che unge i piedi di Gesù: “Ed ecco
una donna della città, che era una peccatrice, saputo che egli era a
tavola in casa del fariseo portò un vaso di alabastro pieno di olio
profumato. E, stando ai suoi piedi, di dietro piangendo, cominciò a
bagnargli di lacrime i piedi e ad asciugarli con i capelli del suo capo; e
glieli baciava e li ungeva con l’olio profumato. Al vedere questo, il
fariseo che lo aveva invitato disse fra sé: ‘Se costui fosse un profeta,
saprebbe chi e quale genere di persona è la donna che lo tocca perché è
una peccatrice’” (Luca 7, 3739).
Contestualmente, Giovanni, Marco e Matteo raccontano di una donna
che, versando una libbra di unguento di nardo cosparge i piedi del
Salvatore e li asciuga con i propri capelli. Questa figura è Maria, sorella
di Marta, descritta nella casa di Lazzaro a Betania, dove Gesù si reca sei
giorni prima della Pasqua.
In sintesi, si tratta di episodi simili ma, e questo è fondamentale, accaduti
in luoghi e tempi differenti, i cui protagonisti, pertanto, non possono
essere stimati i medesimi. Nel Vangelo di Giovanni, inoltre, si parla di
un’adultera che il Cristo salva dalla lapidazione: “E Gesù andò al monte
degli ulivi. Ma sul far del giorno tornò di nuovo nel tempio e tutto il
popolo venne da lui ed egli, postosi a sedere, li ammaestrava. Allora i
farisei e gli scribi gli condussero una donna sorpresa in adulterio e
postala nel mezzo dissero a Gesù: ‘Maestro, questa donna è stata
sorpresa sul fatto, mentre commetteva adulterio. Ora, nella legge Mosè
ci ha comandato di lapidare tali donne; ma tu, che ne dici?’. Or
dicevano questo per metterlo alla prova e per aver di che accusarlo. Ma
Gesù, fingendo di non sentire, chinatosi, scriveva col dito in terra. E,
come essi continuavano a interrogarlo, egli si alzò e disse loro: ‘Chi di
voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei’. Poi,
chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Quelli allora, udito ciò e convinti
dalla coscienza, se ne andarono uno a uno, cominciando dai più vecchi
sino agli ultimi; così Gesù fu lasciato solo con la donna, che stava là in
mezzo. Gesù dunque, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse:
‘Donna dove sono quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha
condannata?’. Ed ella rispose: ‘Nessuno, Signore’. Gesù allora le disse:
‘Neppure io ti condanno; va e non peccare più’” (Giovanni 8, 111).
Benché anche in questo caso il nome non figuri esplicitamente, la donna
è stata accomunata, per analogia, con la peccatrice presente nella casa
del fariseo descritta nel Vangelo di Luca e tutti questi elementi furono
utilizzati per scopi senza dubbio discutibili. Infatti, nel 591 d.C., per la
prima volta nella storia cristiana, papa Gregorio Magno, basandosi su
una presunta tradizione orientale, riunì le varie figure in una, cioè Maria
Maddalena, che divenne così la prostituta penitente. Quest’atto non
derivò da esigenze di rigore agiografico, come da taluni rivendicato, ma
dalla volontà di un uomo che, seppur venerato santo e dottore della
Chiesa cattolica, resta un personaggio equivoco e oscuro. Questa fama si
diffuse nella liturgia e nell’immaginario popolare che, ancora oggi, a
distanza di secoli, vede nella Maddalena un simbolo universale di
peccato e redenzione. Eppure, in realtà, proprio perché nei Vangeli non
vi è alcuna menzione in tal senso, papa Paolo VI durante il Concilio
Vaticano II del 1969, pur conservando la distinzione tra Maria di Betania
e Maria Maddalena, dichiarò ufficialmente errata l’ingiuriosa
attribuzione perpetrata da Gregorio Magno millecinquecento anni prima
e ristabilì l’antica verità. Così, allo stato attuale, la Chiesa cattolica
distingue le tre figure: la peccatrice innominata, Maria di Betania sorella
di Marta, e Maria Maddalena. Quest’ultima, parimenti nota come Maria
di Magdala, venerata come santa è commemorata il 22 luglio.
Nel Nuovo Testamento, in cui le varie narrazioni evangeliche ne
delineano la figura attraverso pochi versi, è descritta come uno dei più
importanti e devoti discepoli di Gesù. Il suo culto più remoto,
ufficialmente, sembra risalire alla fine del IV secolo, con il rito della
Chiesa orientale detto delle mirofore. In questa celebrazione, che si
svolgeva la seconda domenica dopo Pasqua, si commemoravano le
donne che si erano recate al sepolcro con gli unguenti per imbalsamare il
corpo di Cristo il giorno successivo alla crocifissione. Tra queste, il
ruolo principale spettava alla Maddalena, la sola citata in tutti i Vangeli.

“Le donne, venute con Gesù dalla Galilea, seguendolo da vicino,


osservarono il sepolcro e come vi fosse stato deposto il suo corpo. Poi
tornarono a casa e prepararono gli aromi e gli unguenti, e durante il
sabato si riposarono, secondo il comandamento. Ora, nel primo giorno
della settimana, al mattino molto presto, esse, e altre donne con loro, si
recarono al sepolcro, portando gli aromi preparati (...). Quelle che
riferirono queste cose agli apostoli erano Maria Maddalena, Giovanna,
Maria madre di Giacomo e le altre donne che erano con loro” (Luca 23,
5556 e 24, 110).
“Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e
Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. La mattina
del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al
levar del sole” (Marco 16, 12).
“E Giuseppe, preso il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo mise
nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; poi, dopo
aver rotolato una grande pietra all’ingresso del sepolcro, se ne andò.
Ora, Maria Maddalena e l’altra Maria stavano là, sedute di fronte al
sepolcro” (Matteo 27, 5961).
“Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora
buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta”
(Giovanni 20, 1).

Secondo la tradizione, il primo centro di venerazione fu Efeso,


all’ingresso della grotta dei Sette Dormienti. In seguito, il culto si diffuse
a Costantinopoli e da lì, dall’inizio del primo millennio, si estese in
Occidente. In questo modo si trasmise progressivamente in tutta Europa,
dove nel tempo furono costruite numerose chiese in suo onore. Tra
queste, la prima pare essere stata l’abbazia di Vézelay, fondata in
Borgogna nel IX secolo dal benedettino Badilo e ricostruita, in parte, in
epoca successiva.
Fig. 1 La basilica di Vézelay

In questa cattedrale, ritenuta uno dei più bei monumenti medioevali di


Francia, si troverebbero le reliquie della Maddalena, di cui i monaci, sin
dal 1050 d.C., iniziarono a reclamare l’autenticità7. La questione delle
reliquie è un fatto antico e complesso giacché sin dagli esordi dell’era
cristiana i luoghi religiosi caratterizzati dalla presenza, vera o presunta
che fosse, di resti di martiri e santi godevano di una popolarità che
garantiva loro un notevole afflusso di pellegrini. Seppur non sia lecito
generalizzare, è corretto affermare che questa fu la ragione per la quale,
nel tempo, le reliquie furono impiegate, per così dire, con finalità
commerciali e pubblicitarie. Questa situazione generò grande confusione
poiché più monasteri, contemporaneamente, si contendevano l’ufficialità
delle spoglie. Ovviamente il caso di Maria Maddalena non fece
eccezione. Secondo la leggenda, quando morì tra le braccia di san
Massimino, vescovo di Aixen-Provence, fu interrata in un oratorio
costruito appositamente per lei nell’area di Saint-Maximin. In seguito, e
in particolare nella Francia del IV secolo, per via delle persecuzioni
subite dai cristiani, i corpi di molti religiosi furono posti in sarcofagi e
onorificamente collocati nelle cripte dei vari consorzi religiosi. L’ordine
provenzale cassinita, istituito dal monaco Giovanni Cassiano, fondatore
dell’abbazia marsigliese di San Vittore, evangelizzò una vasta regione
che comprendeva anche il villaggio di Saint-Maximin e il territorio
circostante. Per questa ragione l’ordine si occupò di preservare la
memoria e le spoglie della santa che, a quel tempo, si sarebbero ancora
trovate nel territorio del monastero. Successivamente, a causa dei
continui saccheggi saraceni, le reliquie sarebbero state prima nascoste
(nel 710) e poi trasferite dal monaco Badilo (nell’anno 882) nella vicina
città di Vézelay.
Fig. 2 Giovanni Cassiano

Nel 1279 Carlo II d’Angiò, conte di Provenza e futuro re di Sicilia,


iniziò a ricostruire la chiesa di Saint-Maximin, eretta nel XII secolo
grazie a Ramon Berenguer V, conte catalano di Provenza, sopra un
preesistente insediamento merovingio. I lavori portarono alla luce le
primitive cripte dove fu ritrovato un sepolcro intatto con i presunti resti
della santa, recante un’iscrizione con il motivo del loro occultamento.
L’evento, per quei tempi straordinario, scatenò un’aspra controversia tra
le due cittadine, Vézelay e Saint-Maximin, che parzialmente si placò
solo quando nel 1280 i vescovi di Arles e Aixen-Provence attribuirono
alle “nuove e più recenti” reliquie l’ufficialità. Per questa ragione, nel
1295, il re Carlo II, in accordo con papa Bonifacio VIII, stabilì di portare
a termine l’edificazione dell’attuale basilica e affidarne la guida a una
confraternita domenicana. In questa chiesa, eretta per offrire degna
sistemazione ai resti di Maria Maddalena, nonostante successivi
spostamenti, questi sarebbero ancora conservati in una pietra tombale,
con il cranio sigillato a parte (vedi fig. 3).
Vista la grande incertezza dei presupposti e la totale parzialità delle
fonti, sarebbe legittimo essere scettici rispetto al reale svolgimento delle
vicende. Può essere considerato indubitabile, difatti, che le spoglie di
Maria Maddalena, e il rispettivo luogo di custodia, siano quelli indicati
dalla tradizione? Trovare una risposta certa a un tale interrogativo
sarebbe d’importanza capitale, e non semplicemente per una questione
storica o religiosa. Infatti, individuare il luogo e confermare l’autenticità
dei resti consentirebbe di indagare il messaggio tramandato attraverso il
monumento funerario creato per lo scopo. I sarcofagi, infatti, sin dai
tempi più remoti, sono stati uno dei sistemi più efficaci e sicuri per
trasmettere la vera storia e i reconditi segreti dei personaggi in essi
deposti: quanto era scolpito nella pietra, pur trasmesso in maniera
esteriormente artistica, era in realtà occultato e codificato. Il contenuto,
espresso ma inaccessibile a occhi indiscreti, rimaneva protetto da accuse
di eresia e, in questo modo, preservato. Nel caso specifico di Maria
Maddalena un tale ragionamento è senza dubbio doveroso. Come
testimoniano le migliaia di trattazioni antiche e moderne, la sua figura
può essere incoronata come uno dei più grandi misteri di tutti i tempi.
Molti, tra teologi e studiosi, avvalorando le proprie tesi attraverso
l’analisi di documenti d’epoca protocristiana, compresi quei Vangeli
ricusati come apocrifi, le attribuiscono un ruolo di primo piano nelle
vicende del Cristo e del Cristianesimo. Secondo alcune correnti
teologiche da non considerare di secondo piano (per quanto prive
dell’ufficialità derivante dall’avvallo della Chiesa cattolica), sarebbe
stata il discepolo più amato, nonché l’intima compagna spirituale.
Sembra superfluo porre l’accento sul fatto che l’ortodossia rifiuti
categoricamente queste teorie, bollate come fantasie o speculazioni prive
di attendibilità. Tuttavia, trattarle alla stregua di narrazioni favolistiche,
esibite per esigenze commerciali o mediatiche a causa del contenuto che
facilmente si presta allo scopo, sarebbe altrettanto ingiustificato. La
ricerca della verità dovrebbe essere affrontata con un atteggiamento
distaccato e privo di pregiudizi, oltre che nel rispetto delle fonti
accertate. Una mente libera e aperta che sappia discriminare e coniugare
quanto di falso vi sia nei fatti storici con ciò che di vero le leggende
tramandano è il punto di partenza per qualunque indagine limpida e
libera.

Fig. 3 La cripta della basilica di Saint-Maximin


Nel caso specifico, senza entrare nel merito di una polemica che sembra
non avere fine, è incontrovertibile che Maria Maddalena, tra le poche ad
assistere alla crocifissione di Cristo, è la prima testimone oculare della
sua Resurrezione: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la
sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Magdala” (...) “Maria
di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: ‘Ho visto il Signore’
e anche ciò che le aveva detto” (Giovanni 19, 25 e 20, 18).

Fig. 4 Il primo testimone della Resurrezione (Bartolomeo Tisi)

L’episodio, come in un certo senso si è tentato di fare, non può essere


taciuto. Da un punto di vista simbolico, costante prospettiva del presente
studio, è un riferimento speciale e di straordinaria importanza. Tanto le
leggende e i miti, quanto i testi giudicati canonici quali Vangeli e Bibbia
non devono essere interpretati secondo un senso esclusivamente letterale
perché questo, da solo, è insufficiente per decifrarne i contenuti. La
chiave per cogliere una parte del messaggio è comprendere che anche le
parabole e i racconti sono elementi allegorici in codice: come il simbolo
è una parabola messa per iscritto, questa, a sua volta, deve essere
riconosciuta come un simbolo parlato.
Una donna, Maria Maddalena, è stata la prima testimone assoluta della
Resurrezione, dogma centrale della fede cristiana, divenendo l’Apostolo
degli apostoli, cioè il messaggero degli altri discepoli. Questo evento ha
un senso profondo. Da un lato rivela l’eccezionale importanza
occultamente attribuita al femminino, incomprensibilmente mortificato
da duemila anni di misoginia cattolica. Dall’altro, palesa la funzione
umana e spirituale di una figura che, nel culmine della vicenda
evangelica, prima dell’ascesa di Cristo alla Casa del Padre, condivide
con lui un ruolo primario.
Tutte le considerazioni sin qui svolte dovrebbero condurci a un
interrogativo forse sorprendente ma per nulla fantasioso: il personaggio
centrale della carta del Mondo è un esplicito, per quanto sapientemente
celato, riferimento a Maria Maddalena, il più devoto discepolo di Cristo?
Queste icone esprimerebbero un simbolismo riferito o ascrivibile alla
santa? Con tutto l’entusiasmo e la cautela dovuti a quesiti tanto
affascinanti quanto insidiosi, investighiamo con attenzione una tale
possibilità.

Fig. 5 Maria Maddalena?


7. La Sesta Colonna

La Materia, vi dico, è un sorriso dell’Eterno per farci uscire dai mondi


e farci volere la Realtà.
VANGELO DI MARIA MADDALENA

Negli ultimi decenni sono state avanzate diverse ipotesi che


collegherebbero gli Arcani dei Tarocchi a Maria Maddalena. Ecco una
citazione di esempio: “Non può essere accidentale che certe tracce quali
i trionfi dei Tarocchi, i trovatori e l’eresia albigese esplosero tutti da
radici provenzali, dove si dice che Maria Maddalena avesse trovato
rifugio dalla persecuzione nel 42 d.C. Potrebbe essere naturale tentare
di identificare antichi archetipi in carte che sembrano avere un
carattere universale. Tuttavia, questo non influenza i puri fatti storici
riguardanti le origini dei tarocchi e la loro unica e intima connessione
con il soffocato segreto del matrimonio sacro nel cuore della cristianità
(Cristo e Maddalena, N.d.A.) e le voci della conseguente genealogia del
Santo Graal”8.
Queste icone, tramandate e preservate nel corso dei secoli, nonostante la
feroce degenerazione di senso che ha condotto alla loro identificazione
con i giochi di carte, custodirebbero dunque un messaggio iniziatico
relativo alla santa. Nicolas Conver, autore dal quale derivano le lame qui
impiegate, è stato senza dubbio il più importante incisore francese dei
suoi tempi. Maestro di carte alla corte del re, fu erede di una tradizione
che gli permise di tramandare il simbolismo del Tarot. Il suo gioco,
stampato e ristampato innumerevoli volte dopo la prima edizione del
1760, continua a essere oggetto di costanti restauri. Gli specialisti,
attirati dall’indiscutibile perfezione dei tratti, lo considerano
all’unanimità la pietra angolare nella storia esoterica dei Tarocchi. Per
questo, mirano a riprodurne l’originale splendore e la mirabile
compiutezza, pur con differenti livelli di consapevolezza rispetto
all’apparato cifrato di cui è depositario che da molti è addirittura
ignorato. Tuttavia, come detto, tale struttura cifrata è la sola base per
confermare ogni ipotesi ed è ciò che rende possibile un’indagine
oggettiva e priva di congetture arbitrarie. Pertanto, affidandoci a essa,
come se ci muovessimo nell’ambito della dimostrazione di un teorema
matematico, postuliamo che le immagini derivanti dal Conver
descrivano le vicende di Maria Maddalena e siano collegate al suo
mistero. Senza quest’assioma preliminare, che tenteremo di dimostrare,
ogni sforzo di penetrazione nell’essenza del Tarot sarebbe sterile e
carente di qualsivoglia certezza.
Per orientare i primi passi, traiamo spunto dalla resurrezione di Cristo
cui abbiamo accennato in precedenza. Come si manifesta questo
particolare tema negli Arcani Maggiori del Diagramma 3 × 7? Nel
Giudizio è evidente un simbolismo di rinascita. In primis, per la presenza
di un essere celeste che risorge da una tomba, la vasca gialla posta sopra
il cartiglio. In secondo luogo perché la croce sulla tromba dell’angelo,
quale esplicito riferimento al simbolismo cristiano, riporta direttamente
alla figura di Cristo.

Fig. 1 La Resurrezione (Piero della Francesca)

Pertanto, su questa base, analizziamo la carta XX e le due attigue, cioè il


Mondo e il Sole (vedi fig. 2 .
La tomba di Cristo, fatta scavare nella roccia da Giuseppe d’Arimatea,
membro del sinedrio e suo discepolo, era chiusa da una grossa lastra
rotonda. Questa pietra appare come forma tondeggiante tra la tromba
dell’angelo e la testa dell’essere celeste resuscitato (vedi fig. 3). Inoltre,
come ricorda il Vangelo di Giovanni, il sepolcro era ubicato vicino al
Golgota, all’esterno delle mura cittadine, come suggerito dalla cinta
muraria posta dietro i due personaggi della carta XVIIII (vedi fig. 3).
Fig. 2 Sole-Giudizio-Mondo

Fig. 3 La cinta muraria e la pietra tondeggiante


Pertanto, grazie a queste premesse, poiché il primo testimone della
Resurrezione fu Maria Maddalena, l’orientamento dello sguardo della
donna del Mondo è un altro segnale che conduce nella sua direzione.
Il relativo passo evangelico, tra l’altro, suggerisce anche ulteriori aspetti.
Leggiamo in Giovanni: “Gesù le disse: Non mi toccare, perché non sono
ancora salito al Padre mio; ma va dai miei fratelli e dì loro: sto
ascendendo al Padre mio e al Padre vostro, al mio Dio e al Dio vostro”
(Giovanni 20, 17).

Fig. 4 Lo sguardo della donna

Il Cristo chiede dunque alla Maddalena, che non lo aveva


immediatamente riconosciuto scambiandolo per il giardiniere, di non
essere toccato. Tutta l’intensità del passaggio è sintetizzata in questo
gesto, il noli me tangere cioè il non mi toccare da sempre oggetto di
rappresentazioni artistiche ed esegesi di ogni tipo. Si tratta di un punto
simbolico della massima rilevanza. Infatti, se torniamo a osservare il
Giudizio, carta XX come il numero del capitolo evangelico, e ci
soffermiamo sui due personaggi color carne posti ai lati della figura
centrale, noteremo che entrambi hanno le mani giunte in atteggiamento
di preghiera, cioè non si toccano.

Fig. 5 Noli me tangere


Per comprendere l’intenzionalità del riferimento grafico rispetto al gesto,
è indispensabile accennare a un’altra delle regole presenti nel sistema di
codifica dei Tarocchi, la Legge dell’Ordinata. Le carte disposte nella
stessa colonna verticale del Diagramma 3 × 7 condividono, in vario
grado, relazioni simboliche e cifrate dal cui confronto è possibile
ricavare deduzioni e conferme.

Fig. 6 Le colonne del Diagramma 3 × 7


Per cogliere questo fondamentale aspetto, proponiamo un piccolo
esempio. La seconda colonna del Diagramma è costituita dalle carte
IIVIIIIXVI. Ruotando di 180° la Papessa, si palesa una coppia di torce
nascoste ai margini del velo:

Fig. 7 Le torce della Papessa

Il simbolo, strumento d’illuminazione primordiale, è ben nascosto. Per


quanto il disegno, con i colori rosso e giallo tipici del fuoco, sia già di
per sé una conferma, le carte superiori garantiscono la correttezza di
quest’idea: l’Eremita regge nella mano una lanterna e un fulmine sembra
sollevare la corona di Casa Dio. In tutti e tre gli Arcani, quindi, si rivela
il concetto della luce, prerogativa dell’intera verticale.

Fig. 8 La lanterna e il fulmine

Osserviamo ora le icone disposte sotto il Giudizio, in quella che può


essere definita la Sesta Colonna del Diagramma 3 × 7. Nell’Innamorato
le mani dei personaggi, che peraltro paiono in soprannumero, toccano i
corpi in maniera evidente. Nell’Arcano XIII, al contrario, sono tagliate e
giacciono sul terreno. Poiché, quindi, in queste due icone l’enfasi è posta
sul tema del contatto, è possibile essere certi che la sua assenza nella
terza carta della colonna, il Giudizio, sia realmente intenzionale.
Fig. 9 Le mani nella sesta colonna

Infatti, su un altro piano di analisi, si tratta di un passaggio evolutivo


molto potente: da esseri umani più terrestri e materiali (Arcano VI),
attraverso una trasformazione radicale (lo scheletro con la falce del
XIII), emergono uomini in preghiera e spirituali, che vedono e ascoltano
un angelo, cioè il regno del Cielo (XX). Nel complesso, quindi,
attraverso i codici che pongono l’accento sul tema del contatto, come nel
caso del noli me tangere biblico, possiamo essere ancora più persuasi
che il simbolismo delle due ultime lame GiudizioMondo descrive
l’episodio della Resurrezione e il suo primo testimone, Maria di
Magdala.

Fig. 10 Il primo testimone della Resurrezione

Tuttavia, utilizzando i tre Arcani della colonna come terreno di ricerca,


sono possibili altre deduzioni. Nel passaggio evangelico citato, per
esempio, Cristo e Maddalena formano, in senso lato, una coppia, cioè
due persone in relazione tra loro. Anche questo tema si ritrova in tutta
l’ordinata: se nelle icone VI e XX è palese, per via della presenza di
almeno due figure in relazione tra loro, nella carta XIII basta notare che
le teste tagliate, entrambe coronate, sono collegate dal simbolismo della
regalità.
Fig. 11 Le teste coronate in coppia

Inoltre, nel citato passo evangelico di Giovanni (20, 16), prima che il
Cristo esclami “non mi toccare”, i due protagonisti si invocano
reciprocamente: “Gesù le disse: Maria! Ed ella allora, voltandosi, gli
disse: Rabbunì!, che significa: Maestro”. L’accento, in maniera
codificata, è posto sui nomi di Maria e di Cristo. Il nome, poiché è
espresso tramite la parola pronunciata, equivale al verbo, cioè al suono.
Nella carta XX tutto ciò è descritto, con evidente semplicità, dalla
tromba sorretta dall’angelo.

Fig. 12 La tromba
Nonostante a prima vista si potrebbe pensare che un tale simbolismo sia
assente nelle altre carte, osservando anche l’Arcano XIII con grande
attenzione, sulla parte destra, poco sopra la punta della falce, si ritrova
un flauto ricavato da un osso nel quale la presenza dei fori certifica il
collegamento con le note musicali.

Fig. 13 Il flauto

Tenendo conto che in ogni colonna del Diagramma una nozione


rinvenuta in due carte su tre è necessariamente presente anche nella
terza, dove ritrovare l’idea del suono anche nell’Innamorato?
Ricordiamo che i simboli non devono rappresentare in maniera fedele o
verista la realtà, quanto descriverne metaforicamente e allegoricamente i
contenuti. Infatti, gli oggetti disegnati in modo imperfetto garantiscono
una pluralità di senso che una definizione del tratteggio più accurata
impedirebbe. Fatta questa doverosa premessa, focalizziamo lo sguardo
sull’arco sorretto dall’angelo: quale altra funzione potrebbe adempiere,
cambiando leggermente la prospettiva di giudizio? Considerando
l’anomala arricciatura delle estremità e l’atipica tensione della corda,
eccoci dinanzi a una... lira!

Fig. 14 La lira

L’ipotesi, sempre grazie alla struttura cifrata, trova conferma nel disegno
sottostante della medesima carta. Difatti, la donna di destra tocca in
maniera singolare il petto dell’uomo centrale. Le dita della mano, in
particolare il pollice e l’indice (esattamente quelle usate per questo tipo
di movimento) sembrano pizzicare le linee verticali tracciate sul vestito,
come fossero le corde di un’arpa...
Fig. 15 Le corde pizzicate

Pertanto, in tutta la verticale troviamo due elementi comuni, ovvero la


coppia e il suono. Qual è il loro significato e che relazione avrebbero?
Poiché Cristo e la Maddalena s’incontrano in prossimità della tomba, il
luogo di sepoltura dopo la crocifissione avvenuta sul Golgota, cerchiamo
di comprendere come i Tarocchi diano risposta a questo interrogativo.
Per farlo, è bene riportare l’attenzione sulla carta del Mondo che offrirà
nuove garanzie circa la relazione con la santa.
8. I sette attributi

Gesù disse: “Ho appiccato fuoco al mondo, e guardate, lo curo finché


attecchisce”.
VANGELO DI TOMMASO

Nella carta del Mondo esistono molti codici che dimostrano il


collegamento con Maria Maddalena. Tuttavia, una premessa è
indispensabile: nell’iconografia classica i santi sono rappresentati con
specifici attributi che consentono ai devoti il loro riconoscimento. Questi
elementi, al di là dei contenuti artistici, che esulano dalle nostre
competenze, posseggono precise valenze di natura simbolica. In un certo
senso, tali attributi sono le caratteristiche che connotano il personaggio,
designandone le vicende umane e spirituali. Maria Maddalena non fa
eccezione e le sue peculiarità possono essere impiegate, anche attraverso
i Tarocchi, per identificarla. Poiché la santa, nel discusso racconto
evangelico descritto da Luca, è associata ai sette demoni scacciati dal
Cristo, in una sorta di compensazione teologica indaghiamo le sette
qualità a lei proprie, con l’obiettivo di verificarne la presenza che, da
sola, darebbe certezza della relazione con la carta XXI.

1. La Resurrezione

Della Resurrezione, che può essere considerato il primo attributo,


abbiamo già diffusamente trattato. Per il momento non svilupperemo
oltre l’argomento, con la consapevolezza però della sua centralità: se
Maria vede, per prima, il Resuscitato vuol dire che, tra gli apostoli, è la
sola a conoscere questo insegnamento e la particolare iniziazione a esso
collegato. Lo stesso simbolismo del Cristo in Mandorla trattato in
precedenza rispetto alla carta del Mondo, che secondo la terminologia
cristiana è parimenti definibile come Cristo risorto o in gloria, è evidenza
della connessione dell’Arcano con il tema della Resurrezione.

2. Il vaso

Un altro oggetto di sistematica raffigurazione è il vaso, che assume


diverse fogge secondo gli artisti che l’hanno dipinto.

Fig. 1 Il vaso (Bernardino Luini)

Tale oggetto è talmente indicativo che la Maddalena è addirittura


definita dalla tradizione la santa della coppa. Questo elemento riporta al
passo della Bibbia in cui la donna cosparge i piedi di Cristo: “Maria
allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso,
cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si
riempì del profumo dell’unguento” (Giovanni 12, 13).
Come si può constatare, anche nella carta XXI la donna regge,
parzialmente celata nella mano, una piccola ampolla.

Fig. 2 La santa della coppa

Per sottolineare come gli elementi tratti dai racconti di certe figure
religiose siano parte di un messaggio più ampio espresso in codice,
valutiamo un altro dettaglio. La leggenda narra che la Maddalena sia
vissuta in una grotta del piccolo villaggio della Sainte-Baume, non
lontano da Marsiglia. La parola provenzale baume, dal latino balsamum,
significa balsamo, preparazione aromatica e sedativa che lenisce il
dolore:

baume, da balsamum (latino) = unguento/balsamo

Nelle Scritture, come detto, la Maddalena cosparge i piedi di Cristo con


olio di nardo. Il nardo è una pianta di origine orientale utilizzata per la
produzione di profumi. Sin dall’epoca dell’antica Grecia questo nome fu
assegnato a varie erbe odorose, tra cui principalmente le lavande.
Dunque, essendo la Provenza, per definizione, la terra della lavanda,
notiamo come il testo biblico e la leggenda convergano: che il nardo
citato in Giovanni sia profetico rispetto alla futura meta della santa dopo
la crocifissione?
Il baume, inoltre, è la resina profumata che, mescolata con l’olio a
formare il crisma, è benedetta dal vescovo il giovedì di Pasqua. Ecco un
altro collegamento sorprendente: la Pasqua è, per i cristiani, la festa che
commemora la resurrezione di Cristo, costituendo la massima solennità
dell’anno liturgico. Per questo motivo il verbo imbalsamare vuol dire sia
spargere profumo sia mummificare, cioè sottoporre il corpo di un uomo
a opportuno trattamento, in modo da preservarlo dalla decomposizione
organica mantenendone intatta la forma. Tutto ciò corrisponde al
simbolismo della Maddalena che, da un lato, unge i piedi di Cristo e,
dall’altro, in un passo successivo del Vangelo, si reca al sepolcro per
l’imbalsamazione del Lunedì. A tal riguardo, non è curioso che anche le
altre Marie, la madre di Giacomo e Salome, che l’accompagnarono a
comprare gli oli aromatici9, siano presenti nella leggendaria barca
approdata in Provenza descritta dalla tradizione?
In sostanza, sembra che il nome stesso Sainte-Baume sia uno
stupefacente riferimento in codice che riporta sia al concetto degli
unguenti che al tema della Pasqua, ponendo nuovamente l’accento sulla
stretta relazione tra Maria Maddalena e la resurrezione. Il nesso è così
inteso che si potrebbe azzardare che la scelta del nome della località
derivi dalla presenza in Provenza della santa, perfetta conoscitrice della
scienza degli oli essenziali e delle piante officinali.

3. La grotta

Nell’iconografia più conosciuta e diffusa la Maddalena è seduta o


inginocchiata entro una grotta, completamente nuda, coperta solo da
capelli che, soprattutto nel Medioevo, venivano rappresentati molto
lunghi per vestirla come un abito. Quest’aspetto, tramandatoci da molte
tradizioni, è stato utilizzato dalla Chiesa per descrivere la sua scelta di
rinuncia e penitenza. Tuttavia, al di là delle possibili questioni ascetiche
derivanti da privazioni di cibo o bevande, si tratta di un simbolismo di
grande significato. Nella carta del Mondo la donna è completamente
nuda, anche se è indubitabile che i capelli non siano particolarmente
lunghi. Questa differenza, però, sembra essere pienamente intenzionale:
se il personaggio femminile fosse stato ritratto come nella forma
medievale, l’individuazione della Maddalena sarebbe stata immediata e
il messaggio cifrato sarebbe svanito.

Fig. 3 La grotta (Giotto)


Pertanto, la chiave della relazione tra la carta XXI e la grotta è un altro
dettaglio di straordinaria finezza. Come detto, la Sainte-Baume fu il
luogo del suo isolato soggiorno. Baume, oltre alla derivazione latina
prima descritta, ha una radice gallica collegata alla parola balma che
significa grotta dell’eremita:

baume da balma = grotta dell’eremita

Anche da questo punto di vista, quindi, il nome SainteBaume è un


ennesimo riferimento a Maria Maddalena, la Santa Eremita della Grotta.
Il sorprendente parallelismo, tuttavia, non si esaurisce. Ufficialmente, il
luogo di dimora sarebbe stato la suddetta caverna nella quale, in seguito,
fu ricavata una piccola chiesa, ancor oggi attiva e gestita da una
comunità domenicana. In verità, secondo la tradizione popolare, la
Maddalena avrebbe dimorato in un altro antro, distante qualche centinaio
di metri da quello ufficiale, nel mezzo della boscaglia del medesimo
massiccio montuoso. L’ingresso di questa seconda caverna, chiamata
Grotta delle Uova, non solo ha la forma ogivale tipica del genitale
femminile, ma è identico alla mandorla dell’Arcano XXI (vedi fig. 4 ).

Fig. 4 La grotta

A questo punto, cercando nuove riprove dell’equivalenza tra la donna


della lama e la Maddalena, orientiamoci verso un’altra figura
caratterizzata da un simbolismo di nudità analogo, cioè la Stella.
Fig. 5 La Stella

In quest’Arcano, unico tra i ventidue Maggiori, la donna è svestita e


inginocchiata nell’atto di versare il contenuto di due vasi, come descritto
in alcuni passi dei Vangeli: “Ora, essendo Gesù in Betania, in casa di
Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro
con olio profumato di gran valore, e lo versò sul suo capo, mentre egli
era a tavola” (Matteo 26, 68).
Nella Stella, quindi, si ritrova il simbolismo di Maria che in ginocchio
versa unguenti, in quella stessa posizione che è un altro dei criteri che
consentono di identificarla. Inoltre, considerando che Cristo,
teologicamente, è tutt’uno col Padre, la descrizione dei Tarocchi è
perfettamente coincidente con quella proposta dagli evangelisti. Difatti,
analizzando il Diagramma 3 × 7 si riscontra che la Stella (carta XVII) è
rivolta verso l’icona che la precede numericamente, La Maison Diev
(carta XVI), risultando così perfettamente genuflessa dinanzi a
CristoDio...

Fig. 6 La Stella inginocchiata davanti a Dio (Diev)


Questa figura, inoltre, genera un altro collegamento sottile. I capelli, a
prima vista, sembrano di lunghezza media. Tuttavia, il liquido giallo che
esce da una delle brocche ha colore e forma simili. Che cosa significa? Il
braccio destro, in realtà, copre parte della chioma e, ricongiungendo
l’estremità finale della ciocca con il getto, com’è stato fatto nella nostra
ricostruzione, si ottiene la stessa iconografia medioevale della
Maddalena con i capelli lunghi sino ai piedi...

Fig. 7 I lunghi capelli nascosti

4. L’uovo

L’uovo è simbolo di fecondità e gestazione e il nome della grotta a esso


collegato non è, ovviamente, casuale. Innanzitutto, per la sua forma, che
riconduce al ventre materno, la grotta è da sempre strettamente legata al
culto della fertilità. Per lo specifico caso della Grotta delle Uova, inoltre,
prima della tradizione cristiana è documentato che già i Greci vi
celebrassero un culto in onore della dea madre Artemide. Infatti, per
secoli, questo luogo fu meta di intenso pellegrinaggio e ancora oggi le
donne, quando vi si recano per chiedere aiuto nel trovare marito o avere
figli, riportano con sé lungo il cammino del ritorno una reliquia a forma
di uovo. Anche nella stessa parola balma (collegata al baume della
località) è insita l’idea della madre nutrice perché il termine, contenendo
la radice alma, si ricollega al concetto di alma mater, titolo che i Romani
davano ad alcune dee quali Cibele o Cerere e che significa letteralmente
madre che alimenta.
L’uovo, in aggiunta, riconduce alla Pasqua e alla resurrezione tramite
l’usanza, già diffusa presso gli antichi, di colorarne il guscio. In Egitto,
2700 anni prima di Cristo, si commemorava la festa di Shamo che si
svolgeva all’inizio della primavera e annunciava il rinnovo della vita,
cioè la vittoria sulla morteinverno. Questa stagione era associata alla dea
madre Iside che, secondo il mito, aveva riportato in vita il marito Osiride
smembrato in diversi pezzi dal fratello Seth. Nel corso della celebrazione
erano consacrate offerte di cibo agli dei, tra cui uova bollite e colorate.
Questa festa, trasformata nel rito cristiano della Pasqua, fu perpetuata
insieme all’usanza delle uova. Sulla scia di questa tradizione, come
testimoniato da diversi racconti di derivazione in larga parte orientale,
l’uovo fu poi associato a Maria Maddalena, testimone della resurrezione.
In una delle tante narrazioni, per esempio, la santa si reca al sepolcro per
cospargere il corpo di Cristo portando con sé un paniere d’uova con i
gusci tinti dei sette colori dell’arcobaleno. In un altro racconto, invece,
dinanzi all’imperatore romano Tiberio incontrato dopo la crocifissione,
mostra un uovo affermando che il Cristo è risorto. Quando Tiberio
dubita, dichiarando che un essere umano non può compiere un simile
atto tanto quanto l’uovo tenuto nella mano non può diventare rosso, ecco
che il guscio, miracolosamente, cambia colore. Questo simbolismo, tra
l’altro, è la ragione più occulta del particolare colore dell’uovo nascosto
nella carta della Papessa. Quest’ultima, rappresentando su un certo piano
di codifica la Grande Madre egizia Iside, come avremo modo di
confermare più avanti, ha accanto a sé un uovo colorato proprio a causa
della relazione con l’usanza praticata sin dai tempi della festa di Shamo.

Fig. 8 L’uovo roso

Nei Tarocchi, nel complesso, si ritrovano innumerevoli collegamenti a


questo attributo. Innanzitutto, vanno distinte due forme di codifica
differenti. Da un lato, le uova sono nascoste nei cartigli. In alcuni di
questi codici, per esempio, come nelle carte VI (L’AMOVREVX) o X
(LA ROVE DE FORTUNE) si rinviene la presenza della lettera V
anziché della U, richiesta dalla corretta grafia francese, che rivela il
nesso con la radice latita OV di ovum, cioè uovo.

Fig. 9 La radice latina OV


Dall’altro, le uova si ritrovano disegnate espressamente, per quanto a
volte occultate in maniera eccezionale. Le ritroviamo così nella mano
destra del Matto, sotto l’aquila dell’Imperatore, nella manica della Forza,
tra i capelli dell’Appeso ecc.

Fig. 10 Alcune uova nascoste

Ancora, celate in molte altre forme che necessiterebbero di spiegazioni


preliminari per essere pienamente colte, sono presenti anche nell’icona
del Mondo. In quest’Arcano, come una più attenta osservazione rivela,
se ne trovano una tra i nastri gialli sotto i piedi della donna e un’altra
sotto la zampa del leone.

Fig. 11 Le uova nel Mondo

Perciò, poiché l’elemento è direttamente presente nella carta XXI, si trae


una nuova conferma della relazione con Maria Maddalena che, come
un’Iside cristiana, è legata al culto della dea madre e della fecondità. A
tal riguardo, peraltro, è quantomeno anomalo che il simbolismo
dell’uovo, da sempre assimilato all’idea di discendenza, e il
pellegrinaggio di fertilità all’omonima grotta siano stati associati a una
santa che la Chiesa cattolica dichiara non aver generato alcuna
discendenza. Non pare una contraddizione? Al contempo, non è curioso
che il percorso del Tarot inizi con un pellegrino, il Matto, che regge un
uovo rosa nella mano e termini con l’icona del Mondo, raffigurante
Maria Maddalena, in cui parimenti si ritrova un uovo questa volta di
color bianco? Che il sentiero dei Tarocchi, tra gli innumerevoli piani
simbolici di cui è espressione, descriva anche l’antico pellegrinaggio in
direzione della Grotta delle Uova? La differenza di colorazione iniziale e
finale, del resto, potrebbe suggerire anche un’altra riflessione
interessante. La luce bianca, esprimendo in maniera unificata i sette
colori dell’arcobaleno, indica il passaggio a un livello di coscienza
superiore: così, dal rosa iniziale di un solo aspetto della vibrazione (il
Matto), si giunge alla totalità finale, cioè alla sintesi (il Mondo). In più, il
color rosa, che proviene dal nome dell’omonimo fiore e che a livello
simbolico designa ciò che nasconde i più alti misteri, riporta al termine
Rosacroce, i cui ordini si dichiaravano eredi dei Templari (i
monacicavalieri collegati al culto di Maria Maddalena): che sia l’uovo, e
il relativo significato, il segreto tanto occultato da queste antiche società
segrete?
5. I 4 angeli

In linea anche con quanto descritto nella leggenda, Maria Maddalena è


spesso rappresentata sospesa in aria circondata da angeli:

Fig. 12 La Maddalena sospesa (Giotto)

“Frattanto la beata Maddalena, desiderosa di dedicarsi alla


contemplazione delle cose celesti, si recò in una località desertica e vi
rimase per trent’anni lontana dal consorzio umano, dimorando in un
luogo impervio e selvaggio che le mani stesse degli angeli le avevano
preparato. In questo luogo non scorreva acqua sorgiva né cresceva
l’erba perché apparisse evidente che Cristo voleva nutrire la santa
soltanto di cibo celeste e non di terrene vivande. Ogni giorno, infatti,
all’ora settima, gli angeli sollevavano nell’alto dei cieli la beata
Maddalena, che poteva ascoltare, con le sue orecchie mortali, le celesti
armonie: ritornata sulla terra, sazia di quel soavissimo cibo, non sentiva
più alcun bisogno di nutrirsi”10.
Osservando ancora la carta del Mondo si nota un particolare
fondamentale: tutti e quattro gli esseri viventi sono provvisti di ali. Se
nel caso dell’angelo e dell’aquila queste sono evidenti, per il toro e il
leone è bene rammentare che i simboli sono espressi mediante disegni
imperfetti che garantiscono una pluralità di significati. Così, quelle che
su un certo piano del ragionamento appaiono come le foglie verdi di due
grandi fragole, su un altro diventano ali poste sulla schiena dei due
animali. In questo modo, si ottiene la figura della donna centrale
circondata da esseri alati, cioè i quattro angeli, proprio come
nell’iconografia classica della santa.
Fig. 13 I quattro angeli

Come sempre, ogni ipotesi è passibile di altre riprove che ne confermino


la correttezza. L’angelo, per definizione, è privo di sessualità, cioè può
essere descritto come una creatura non maschile e non femminile. Al
contempo, per estensione dualista del concetto, giacché gli opposti su un
certo livello coincidono, può essere considerato come espressione di
entrambe le polarità. Seguendo tale logica, se per l’angelo dell’Acquario
non sono richieste altre evidenze, per gli altri tre viventi la questione va
approfondita. Si potrebbe ritenere che l’aquila, associata a san Giovanni,
sia maschile. Eppure, il tratto tra le zampe potrebbe essere tanto un fallo
quanto un cordone ombelicale, riportando alla nozione dei due sessi.
Discorso analogo per il toro, in cui le corna, che parimenti sembrano
orecchie, riconducono al maschio e alla femmina. Infine, nel leone, che
assoceremmo spontaneamente al maschile per via della criniera, l’uovo
sotto la zampa riporta al femminile (vedi fig. 14).
Tenendo conto che nell’ambito della psicologia esoterica questi quattro
esseri rappresentano gli aspetti della personalità umana (toro-corpo
fisico, leone-corpo eterico, angelo-corpo emozionale e aquila-corpo
mentale), non può stupire la simultanea presenza di entrambe le energie,
maschili e femminili, in ciascuno di loro. In sintesi, allegoricamente, i
quattro viventi sono come veri e propri angeli e la donnaAnima al
centro, il quinto elemento, è perfettamente sospesa tra loro. Per chi
dubitasse del ragionamento, i codici forniscono altre indicazioni.
Osservando i ventidue Arcani Maggiori nella loro totalità, si ritrovano
esattamente quattro angeli variamente distribuiti tra le icone: oltre a
quello del Mondo, difatti, ve n’è uno nell’Innamorato, uno in
Temperanza e uno nel Giudizio (vedi fig. 15). Non solo siamo di fronte a
una “coincidenza numerica” altamente significativa ma in tutti vi è
un’interessante relazione con una figura femminile. L’angelo del Mondo
osserva la donna centrale e quello della carta VI guarda verso la ragazza
di destra. Nel Giudizio, invece, la relazione è più sottile. L’uomo nudo
color carne ha lo sguardo rivolto verso l’angelo con la tromba ma la
donna di sinistra osserva nella sua direzione, cioè apprende ciò che lui
stesso sta ascoltando e vedendo: è dunque in relazione, per quanto
indiretta, con l’angelo. Infine in Temperanza, secondo il già menzionato
principio di codifica per cui il quarto elemento è più difficile da svelare
(come nel caso delle associazioni tra i semi degli Arcani Minori e i
quattro elementi della natura), notiamo come il grande angelo indirizzi lo
sguardo verso il basso e verso l’Arcano XIII, la carta che lo precede nel
Diagramma, nella direzione della testa coronata della donna decapitata e
adagiata al suolo.
A questo punto non vi dovrebbero essere più dubbi sul fatto che la figura
del Mondo sia realmente Maria Maddalena che, reggendo il vasetto con
il nettare divino, è posta in levitazione sorretta dai quattro angeli,
esattamente come nell’iconologia classica e più diffusa.

6. Il cranio

Il cranio è uno degli attributi più frequenti che si rinvengono nei dipinti
della santa. Per comprendere come sia stato codificato all’interno dei
Tarocchi, e in particolare nella carta del Mondo, dobbiamo recuperare il
codice della Sesta Colonna parzialmente descritto nel precedente
capitolo. Prima di approfondirlo, ricordiamo che in queste tre carte si
ritrovano due elementi importanti, cioè la coppia e i tre strumenti
collegati al suono. Infatti, i due protagonisti dell’episodio evangelico,
Cristo e Maddalena (la coppia), invocano i rispettivi nomi (il suono) in
prossimità della tomba, il luogo della sepoltura dopo la crocifissione sul
Golgota. Tuttavia, se nel Giudizio si può ravvisare con chiarezza la
presenza del sepolcro (la vasca gialla da cui emerge l’essere celeste) con
il corrispondente concetto di morte, come confermare si tratti proprio di
quel sepolcro? La chiave del ragionamento è proprio nel simbolismo del
cranio, che oltre a rappresentare il tema della morte, custodisce un
significato iniziatico di grande valore.

Fig. 14 Particolari dei viventi


Fig. 15 I quattro angeli dei Maggiori

Come rintracciarlo, dunque, nel Giudizio? Per farlo, è necessario


affidarsi alla disamina delle altre due carte della colonna. Innanzitutto, il
cranio è individuabile nell’Arcano XIII, dove il simbolo è evidente.
Fig. 16 Il cranio

È possibile un collegamento analogo anche per l’Innamorato? In questo


caso l’identificazione è più complessa perché la semplice “osservazione
del fanciullo”, cui abbiamo fatto riferimento in precedenza, non è da sola
sufficiente. È necessario che lo sguardo si modifichi, alla stregua di
quanto accadrebbe con certi quadri di pittori surrealisti tanto noti.
Proviamo a immaginare di essere posti dinanzi a una delle tele di
Salvador Dalí come quella intitolata Cigni che riflettono elefanti (vedi
fig. 17). Come scorgere la stupefacente presenza dei pachidermi nei tratti
dei cigni riverberati sullo specchio del lago? Si tratta di un’illusione
ottica in cui tali animali sono distintamente percepibili solo grazie al
cambiamento del punto di vista, cioè modificando il piano
d’osservazione.

Fig. 17 Cigni che riflettono elefanti (Dalí)

Proviamo a eseguire un esercizio analogo con l’Innamorato,


concentrandoci sulla ricerca del cranio nascosto. Soffermiamoci per
qualche attimo e senza fretta, perché l’eventuale individuazione del
simbolo, prima che questo sia rivelato dalla lettura, darebbe grande forza
alla dimostrazione e consentirebbe di divenire più consapevoli del
corretto approccio necessario per avanzare nella comprensione dei
Tarocchi.

Fig. 18 Il cranio?
Fig. 19 Il cranio dietro l’angelo

Quale figura appare dietro e intorno all’angelo che regge l’arco-lira?


Puntando l’occhio come nel quadro prima analizzato, si svela la presenza
di un cranio perfettamente descritto dal profilo dell’arco (la mascella) e
dalla porzione tondeggiante superiore del sole, cioè la base dei raggi (la
calotta).
Tale individuazione da un lato conferma l’idea della morte in tutta la
colonna, dall’altro riporta all’interrogativo iniziale: essendo il cranio
presente in due carte su tre, per il principio della Legge dell’Ordinata,
dove cercarlo nell’icona del Giudizio? Per comprendere questo punto è
necessario anticipare un altro significato del simbolo. Il cranio raffigura
il mistero di Dio e il processo dell’Iniziazione che, nel Cristianesimo
esoterico, è collegata alla Resurrezione del Cristo. Gli artisti che l’hanno
consapevolmente collocato accanto a certi personaggi desideravano
esprimere non solo il memento mori, come spesso giustamente sostenuto,
quanto il grado iniziatico, cioè il tipo di conoscenza e il livello spirituale
conseguito dal soggetto.

Fig. 20 Maria Maddalena e il cranio (Guido Reni)

Ebbene, il particolare rapporto tra il cranio e Dio è spiegato anche


attraverso i Tarocchi. Secondo la tradizione giudaico-cristiana, cui ci
stiamo riferendo, chi non è iniziato al mistero di Dio non può
pronunciarne il nome. Questa è l’occulta motivazione per cui, sopra il
cranio dell’Innamorato, cioè nel cartiglio dell’Arcano XIII, ovvero il
punto della carta dove dovrebbe essere collocato il nome, quest’ultimo è
assente. In pratica, si tratta di uno stupefacente codice che conferma la
speciale relazione tra il cranio e Dio.

Fig. 21 Il nome di Dio

Al contempo, sempre secondo l’Ebraismo, chi non è iniziato al mistero


di Dio non può vederne il volto: “Dio disse a Mosè: Tu non puoi vedere
il mio volto perché nessun uomo mi può vedere e vivere” (Esodo, cap.
33). Questo è il motivo per cui l’essere blu della carta del Giudizio,
rappresentativo della figura di Cristo-risuscitato e quindi di Dio, è
voltato di spalle senza mostrare il viso.
Fig. 22 Il rapporto cranioDio

Forti di queste prove, orientiamo ora l’attenzione sull’unico cranio della


colonna esplicitamente rappresentato, quello dell’Arcano XIII.
Analizzando con minuzia i più piccoli e, a prima vista insignificanti
tratteggi grafici che lo costituiscono, si scopre la presenza di una
sequenza connotata da un senso, cioè le quattro lettere ebraiche che
costituiscono il tetragramma del nome di Dio: ‫יהוה‬. Ricordando che la
scrittura ebraica procede da destra verso sinistra, la traslitterazione più
diffusa è YHWH, cioè Jahvè.

Fig. 23 ‫( יהוה‬YHWH)

Oltre alla presenza del cranio nei due Arcani, quindi, questo codice
statuisce definitivamente il collegamento con il mistero di Dio. Il nesso è
di fondamentale importanza perché consente di indagarne l’esistenza
anche nella terza carta della colonna, il Giudizio. In questo caso il cranio
non è espressamente disegnato, come nelle immagini precedenti, ma è
codificato in maniera concettuale. In lontananza, dietro il personaggio
celeste, tra i rilievi verdi, si staglia una collina, come attestato dalla
forma tondeggiante e dal color sabbia. Ricordando la molteplice valenza
dei simboli (in un ragionamento precedente, infatti, lo stesso disegno
raffigurava la roccia del sepolcro) di quale monte si tratterebbe (vedi fig.
24)?

Fig. 24 Il Golgota

Poiché ci troviamo nella scena della resurrezione, è naturale orientarsi


verso il Golgota, il luogo della crocifissione. Ebbene, come ricordano
tutti e quattro i Vangeli, la parola Golgota in ebraico significa,
letteralmente, cranio: “Allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si
avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota” (Giovanni 19,
17).
Che cosa comporta l’individuazione del cranio anche nel Giudizio? Se
torniamo a osservare il Diagramma 3 × 7, base naturale della struttura
cifrata, notiamo che le carte XX e XXI, una accanto all’altra,
ricostruiscono esattamente la scena della crocifissione descritta da tutta
la colonna: Maria Maddalena, con la boccetta di unguento, è sul monte
della croce per assistere il Cristo che risorgerà (vedi fig. 25)...

Fig. 25 Maria Maddalena sul Golgota (Luca Signorelli)

7. Il libro

Prima di trattare il settimo attributo di Maria Maddalena presente nella


carta del Mondo, cioè il libro, riflettiamo sul fatto che i primi sei
individuati sono largamente sufficienti per confermare l’ipotesi iniziale,
ovvero il collegamento tra l’Arcano XXI (e per estensione i Tarocchi) e
la santa cristiana. A ogni modo, consapevoli dell’impegno, che ci
auguriamo condurrà a un’analisi ancora più precisa, dedichiamoci alla
ricerca di questo nuovo elemento che, per la sua complessità di codifica,
è bene trattare separatamente e in maniera più estesa.
Fig. 26 Maria Maddalena e il libro (Matteo Loves)
9. Il libro

La sapienza è figlia dell’esperienza.


LEONARDO DA VINCI

Per identificare il libro nella carta del Mondo, è necessario cogliere


l’esistenza di uno speciale rapporto tra il simbolo e il tema della Grande
Madre. Per procedere in questa direzione, dobbiamo innanzitutto
individuare l’elemento nelle tre carte che costituiscono la cosiddetta
Colonna del Libro, cioè la Papessa, l’Eremita e la Casa Dio.
Se nella prima icona il testo è evidente, essendo appoggiato sulle gambe
della donna, per le altre due lame la ricerca è più complessa.

Fig. 1 Il libro della Papessa

Anche nell’Arcano VIIII, nella parte inferiore dell’abito, vi è qualcosa


che assomiglia a un libro nascosto e parzialmente coperto dalla veste.
Tuttavia, consapevoli dell’ambiguità del disegno, soffermiamoci su
alcuni particolari che possano confermare la correttezza della
supposizione.

Fig. 2 Il libro dell’Eremita

L’Eremita, L’Hermite, è designato da una H iniziale, tracciata peraltro in


maniera più grande perché più allargata rispetto alle altre lettere.

Fig. 3 L’HERMITE

Tale grafia, in francese, sarebbe un errore ortografico ma, in questo caso,


cela un’imprecisione volontaria, cioè un codice. La lettera, infatti, riporta
al dio greco Hermes, l’equivalente romano di Mercurio, divenuto
l’Ermete Trismegisto della tradizione alchemica medioevale. Da un
punto di vista simbolico tutte le figure riconducono alla medesima
rappresentazione, cioè al dio egizio Thot. Questi, nel culto più antico, era
rappresentato da un animale, il babbuino, ed era considerato il donatore
dei geroglifici, cioè della scrittura, all’umanità. Per questa ragione, se
l’Eremita del Tarot lo rappresentasse veramente, sarebbe coerente
ritrovare il libro ai piedi dell’anziano personaggio.
Tuttavia, volendo accertare l’identità dell’EremitaThot mediante la
constatazione della sua natura zoomorfa, dobbiamo premettere un
aspetto importante. Tra le regole di codifica dei Tarocchi esiste quella
che possiamo definire la Legge dell’Attiguità. Tale norma certifica che la
presenza di un simbolo, disegnato in maniera evidente in una carta posta
accanto, orizzontalmente o verticalmente, a una seconda dove il
medesimo simbolo non è altrettanto esplicito, conferma l’identità di
quest’ultimo. Nel nostro caso, allargando il campo di visione come nel
cosiddetto pensiero laterale, estendendo la ricerca alla lama attigua nel
Diagramma 3 × 7, peraltro consequenziale da un punto di vista
numerico, cioè nella Ruota di Fortuna, ritroviamo una scimmia proprio
dietro le spalle del personaggio.

Fig. 4 Thot il babbuino

Quest’ultima simboleggia la natura zoomorfa di Thot e garantisce così


l’identità dell’Eremita. In questo modo riceviamo riprova della
correttezza della nostra ipotesi

Fig. 5 La scimmia dietro l’Eremita


e possiamo acclarare la presenza del testo scritto, l’equivalente degli
antichi geroglifici, nella seconda carta della colonna:

Eremita = Thot <=> Libro

Peraltro, avendo appena impiegato la Legge dell’Attiguità, si potrebbe


anche aggiungere che il simbolo disegnato in modo chiaro nella Papessa
già da solo avrebbe potuto confermare che quello indagato nell’Eremita
fosse realmente un libro.
A questo punto, possiamo rivolgere la nostra attenzione alla terza icona,
la Maison Diev, per verificare in quale modo, in questo caso, sia
occultato il testo. Ricordiamo, infatti, che a causa della già citata Legge
dell’Ordinata secondo cui un elemento presente in due carte della stessa
colonna del Diagramma 3 × 7 dev’essere contenuto anche nella terza,
dovremmo ritrovare il simbolo anche in questo Arcano. A tal proposito,
comunque, vale la pena precisare che il codice che fornisce indicazioni
sulla presenza del simbolo nell’ultima carta è sempre più difficile da
individuare.
Sappiamo che l’Arcano VIIII, rappresentando Thot-Ermete Trismegisto,
può raffigurare l’iniziato per antonomasia, cioè l’archetipo degli Eremiti
dei deserti d’Egitto, come testimoniato dalla sabbia gialla ai suoi piedi.
Tra questi anacoreti vanno annoverate quelle sante figure note nel
Cristianesimo come i primi Padri della Chiesa. Costoro, devoti al
primitivo culto egizio, accolsero l’avvento del nuovo credo cristiano
innestandovi l’antico sapere esoterico per tramandarlo alla posterità
attraverso i propri scritti, nella carta rappresentati dal libro ai piedi, da
noi oggi conosciuti come Vangeli apocrifi. Pertanto, poiché l’Eremita
rappresenta, in generale, gli iniziati precursori della fede cristiana, è
facile cogliere che da un punto di vista simbolico possa designare anche
Mosè, il patriarca del popolo ebraico, colui che avrebbe ricevuto la legge
divina sul Monte Sinai. Mosè, parimenti collegato anche al deserto
d’Egitto, in un passo della Bibbia ascolta precise indicazioni che gli
vengono date direttamente dal Signore: “(...) Ti fermerai ad aspettarlo
sulla riva del fiume e prenderai in mano il bastone che è stato mutato in
serpente” (Esodo 7, 15).
Vi è, in questa descrizione, la stessa mescolanza simbolica del bastone
rosso della carta VIIII che, per la forma ondulata e la testa curiosamente
ripiegata, assomiglia proprio a un serpente.

Fig. 6 Il bastone-serpente
Al contempo, la mano che lo regge è celeste e questo particolare
potrebbe rivelarsi un altro sorprendente indizio. Difatti, sempre nelle
Scritture troviamo: “L’Eterno gli disse ancora: rimetti la mano nel tuo
seno. Egli rimise la sua mano in seno e poi la ritrasse, ed ecco che era
ritornata come la sua carne” (Esodo 4, 7).
La mano del personaggio nella lama, dunque, per la differenza rispetto al
colore naturale della pelle, cela il senso dell’espressione “ritornata come
la sua carne” e offre una seconda conferma del rapporto Eremita-Mosè.

Eremita = Mosè

Questa analogia, che in sintesi porta a identificare da un punto di vista


simbolico il profeta ebraico con Thot, non appare fuori luogo. Nella
cattedrale del Duomo di Siena, solo per citare uno tra gli esempi più noti,
la tavola d’ingresso delle cinquantasei che costituiscono il meraviglioso
mosaico del pavimento, raffigura Ermete Trismegisto che, un cartiglio
sottostante, indica come “Contemporaneus Moysi”, cioè contemporaneo
di Mosè. Questa definizione, però, può avere una doppia lettura: da un
lato, Ermete e Mosè sono considerati coevi, dall’altro sono giudicati la
medesima figura, ovvero l’espressione archetipica dell’iniziato per
eccellenza, esattamente come nel caso del codice suggerito dai Tarocchi.

Fig. 7 Tavola del pavimento del Duomo di Siena

Fig. 8 Cartiglio della tavola: “Hermes Mercurius Trismegistus contemporaneus Moysi”

Per quale ragione, in ogni caso, la corrispondenza sarebbe tanto


importante? La coincidenza dell’Eremita con Mosè consente di trovare il
libro anche nella Casa Dio. L’indagine è inizialmente difficile perché, da
un punto di vista grafico, non pare esservi nulla che possa soddisfare le
nostre esigenze. Eppure, osservando con mente aperta e prospettiva
ampia, si riscontra che le due finestre inferiori della torre sono disegnate,
esattamente, come la classica raffigurazione delle Tavole della Legge
che Dio, il Diev del cartiglio, diede al MosèEremita, l’Arcano
sottostante, sul monte Sinai in Egitto.

Fig. 9 La Maison Diev

Si tratta di un codice davvero straordinario che già da solo statuisce la


presenza del libro nell’icona (per quanto possano esservi altri elementi
che poco più avanti indagheremo) e che ne conferma la presenza in tutte
e tre le carte della Seconda Colonna.
A questo punto, seguendo la logica iniziale del nostro ragionamento che
ha l’obiettivo di individuare il settimo attributo di Maria Maddalena
nella carta XXI, cerchiamo di comprendere quale sia il rapporto tra il
simbolo e il tema della Grande Madre. Anche in questo caso è opportuno
avviare l’indagine dall’icona nella quale il concetto è più palese, ovvero
la Papessa. Chiedendoci chi sia il personaggio, notiamo innanzitutto che
la donna sembra essere una monaca di rango elevato, l’equivalente del
papa in ambito maschile. Al contempo, soffermandosi con attenzione, si
notano certi dettagli che inducono a un accostamento con la dea egizia
Iside che, come per ogni divinità, è caratterizzata da alcuni elementi
specifici che consentono di identificarla.
Per esempio, le già citate torce che si ritrovano ai lati del viso quando si
ruota la carta di 180°, nel culto primitivo isiaco erano prerogativa delle
sue sacerdotesse, giacché le cerimonie avvenivano nel ventre della terra.
Inoltre, il velo posto dietro il volto, che nel simbolismo allude a ciò che
nasconde la realtà ultima, cioè la coltre d’illusioni che deve essere
sollevata per percepire la dimensione del reale, era un’altra caratteristica,
forse tra le più conosciute, della dea. Infine, Iside era rappresentata
seduta su un trono con due grandi corni che, evidenti nel culto egizio,
nell’icona del Tarot, per preservare la segretezza del codice, risultano
solo accennati ai lati della tiara. Nell’Arcano, quindi, oltre al già
menzionato uovo colorato che riporta al concetto della fertilità, cioè
all’equivalente del bambino tenuto sulle ginocchia, tutti gli indizi, e altri
che per necessità di sintesi non sono in questo contesto esaminati,
attestano che la lama II raffigura anche la dea Iside.

Papessa = Iside = Grande Madre

Fig. 10 Papessa e Iside

Questo nesso consente di realizzare una prima importante relazione tra il


libro, sorretto dalla figura, e la Grande Madre, essendo Iside, nella
tradizione egizia, espressione di questo simbolismo.

Libro Papessa <=> Grande Madre

A questo punto possiamo sviluppare una ricerca analoga anche nella


carta dell’Eremita: dove rinvenire la medesima relazione appena trovata?
Si tratta di un codice accuratamente nascosto che può essere svelato solo
grazie all’individuazione di un particolare ben preciso. Osservando il
testo della Papessa si contano esattamente 17 linee. Inoltre, poiché nel
disegno di questo secondo Arcano il simbolo sembra essere offerto
all’osservatore, si evince che l’ultima linea, la diciassettesima, risulta
enfatizzata perché tocca la porzione centrale. Spostando l’attenzione
sull’Arcano VIIII si constata che anche il testo dell’Eremita è parimenti
caratterizzato da un contenuto di 17 linee. Che cosa implicano, quindi, i
continui rimandi a tale cifra?

Fig. 11 I due libri con 17 linee

Il numero 17 riporta, con semplicità, alla carta della Stella, cioè l’icona
XVII. In questa lama l’originale nome francese, Letoille, è scritto in
maniera apparentemente erronea per via della mancanza dell’apostrofo e
per la presenza di una lettera l di troppo.

Fig. 12 Letoille
Tuttavia, la sua declinazione nel cartiglio è al singolare e non al plurale,
cioè letoille, la stella. Così, diversamente da quanto riportato nei tanti
giochi di Tarocchi del passato in cui l’Arcano è in genere definito le
Stelle, il nome suggerisce l’idea di una stella principale, sebbene
nell’icona ne figurino diverse. Nel cielo se ne trovano otto ma solo una,
a otto punte, a causa di una maggiore dimensione grafica, è nettamente
più imponente delle altre, come attestato anche dal doppio colore che la
connota rispetto alle altre. Questa descrizione corrisponde esattamente a
Sirio, definita la stella più luminosa, e dunque simbolicamente la più
grande, del cielo notturno.

Fig. 13 Sirio

La definitiva presenza della stella nell’icona può essere accertata


mediante una dimostrazione che fornisce, al contempo, la preziosa
indicazione che stiamo cercando rispetto al contenuto dei libri della
Papessa e dell’Eremita.
Esiste un particolare evento astronomico relativo a Sirio che la collega
direttamente al culto della Grande Madre. Sirio, infatti, è caratterizzata
dal fenomeno della cosiddetta levata eliaca. Tale evento, distinto in
teorico e pratico, descrive il giorno o il periodo dell’anno in cui l’astro
sorge contemporaneamente al sole. Nel fenomeno teorico la misurazione
è eseguita mediante calcoli matematici, mentre in quello pratico la stella
è visibile a occhio nudo qualche attimo prima dell’alba, in modo che non
ne risulti oscurata, per la grande luminosità solare, la visibilità.
Fig. 14 La levata eliaca

La levata eliaca è di significativa valenza perché nell’antico Egitto,


durante le esondazioni del Nilo, Sirio (Sothis) si manifestava in cielo
contestualmente al sole e fu pertanto associata spontaneamente a una
divinità, cioè Iside. Per questa ragione la dea divenne l’archetipo
dell’abbondanza e della fertilità, ossia la Grande Madre nutrice
dell’intero popolo. Quanto detto permette di comprendere perché nella
carta della Stella l’acqua delle giare sorrette dalla donna sia versata e non
raccolta, come dovrebbe avvenire naturalmente quando ci si reca a un
fiume. Infatti, aggiungere nuova acqua a un corso fluviale già pieno
sottintende, metaforicamente, il principio dell’esondazione che,
risultando codificata nella lama, certifica la profonda connessione con il
simbolismo di Sirio. Pertanto, se la Stella esprime il tema della Grande
Madre, le diciassette linee dei testi dei due Arcani II e VIIII, indicano
che il contenuto dei rispettivi volumi concerne il suddetto argomento.
Ecco come, in maniera sottile, si stabilisce una profonda connessione tra
il simbolo del libro e il concetto della Grande Madre sia nella Papessa,
dove tale tema è ribadito, sia nell’Eremita:
Libro Eremita <=> Grande Madre

Avendo individuato questo nesso nelle prime due carte della colonna,
come reperirlo anche nella terza, la Maison Diev? Per sviluppare questa
dimostrazione dobbiamo premettere un punto fondamentale ricordando
che anche Maria Maddalena è considerata, dal Cristianesimo gnostico,
una Grande Madre, come attestato anche dal pellegrinaggio alla Grotta
delle Uova. Su un certo piano, infatti, Iside e la Santa possono essere
valutate espressione del medesimo simbolismo. Quest’ultima relazione è
testimoniata da un particolare stupefacente che si può individuare solo
considerando che i racconti leggendari veicolano frammenti di verità
attraverso nozioni che, pur dietro la veste del mito, sono tessere di un
mosaico in codice. Secondo la leggenda, Maria Maddalena sbarcò in
terra provenzale nell’anno 44 d.C. Al contempo, il suo anniversario
commemorativo è celebrato il giorno 22 luglio. Quali corrispondenze
intercorrono tra queste due date tanto significative? Attraverso l’uso di
un software astronomico si rivela che il 22 luglio del 44 d.C., dalla
catena montuosa marsigliese della Stella, detta Etoile in francese,
guardando verso est gli antichi potevano assistere al sorgere eliaco di
Sirio che, in quell’anno e a quella precisa latitudine, risultava
perfettamente visibile. Il fenomeno avveniva esattamente sopra il picco
del Gran Pilone, cioè la cima del massiccio montuoso della Sainte-
Baume, la sede della Grotta delle Uova in cui visse la santa. La data
della commemorazione, tanto quanto quella dello sbarco, furono quindi
scelte per collegare Maria Maddalena a Sirio e per identificare, in questo
modo, la diretta relazione con Iside, altrettanto collegata alla stella. In
sostanza, gli antichi iniziati scelsero il giorno 22/7, che contiene sia il
numero degli Arcani Maggiori che la cifra della struttura settenaria del
Diagramma perché, grazie al simbolismo della levata eliaca,
l’anniversario poteva custodire il rapporto occulto tra la vergine egizia e
quella cristiana, accomunate dai temi della Grande Madre e della
fertilità.

Iside = Maria Maddalena = Grande Madre

Quest’ultima corrispondenza tra Iside e la Maddalena si rivela


indispensabile per cogliere la connessione libroGrande Madre anche
nell’icona XVI. Molti giochi di Tarocchi del passato, al di fuori del
canone marsigliese, sono stati elaborati senza la conoscenza della
struttura cifrata. Pertanto, non è infrequente ritrovare nel cartiglio della
carta XVI, che nei Tarocchi marsigliesi è in genere definita La Maison
Diev, la sostituzione con il termine Torre.
Questa denominazione, da un punto di vista filosofico e concettuale, è
giustificata dagli esperti attraverso il mito biblico di Babele nel quale
Dio punisce gli uomini per il loro orgoglio facendo crollare l’alto
edificio che questi hanno costruito per raggiungere il cielo (vedi fig. 15).
Tuttavia, se è vero che nell’icona appare una torre, è altrettanto vero che
quanto ipotizzato è, in realtà, un vero e proprio abbaglio che ha condotto
alla creazione di un simbolismo erroneo e a interpretazioni critiche
fuorvianti. Difatti, seppur il racconto biblico possa ritrovarsi in un certo
qual modo codificato nell’icona, non è la vera motivazione
dell’appellativo di torre e non dovrebbe giustificare l’iconografia
catastrofista da molti autori ancora oggi perpetuata. Questa
denominazione ha una radice molto più occulta: poiché il termine
magdala, dall’ebraico migdal, significa torre, la definizione è un esplicito
riferimento a Maria di Magdala che, pertanto, è direttamente codificata
nell’icona XVI mediante il simbolismo dell’edificio, cioè della torre.

Fig. 15 La torre
Fig. 16 La Magdala

Per questa ragione, e non solo nelle icone di Nicolas Conver ma anche in
una parte dei Tarocchi di Marsiglia, non vi è nulla che riconduca alla
distruzione della costruzione o al suo crollo per cause divine. Infatti,
diversamente dai giochi del passato creati con criteri soggettivi, il
fulmine-piuma tocca il tetto della casa sollevando la corona senza
produrre danni e l’intero complesso resta così integro. Al contempo, i
due personaggi sottostanti, anziché cadere dall’alto come variamente
indicato in tanti mazzi, sembrano compiere capriole di gioia, attestate
anche dalla presenza delle impronte impresse sul suolo. D’altronde,
ragionando con buonsenso, potrebbe essere diversamente considerando
il collegamento della lama con il concetto di Dio? Perché non pensare,
prima di tutto, in termini gioiosi e solo in seconda istanza, al limite, in
forma punitiva?
La Casa Dio, dunque, non solo è una carta che esprime il tema della
gioia divina ma codifica la connessione con la Grande Madre cristiana,
ossia Maria Maddalena. Per questo motivo le due Tavole della Legge,
l’equivalente del libro, essendo parte della Torre sono direttamente
collegate al tema della Grande Madre, come nel caso della Papessa e
dell’Eremita.

Libro Casa Dio <=> Grande Madre

Ora che abbiamo ritrovato il collegamento in tutte e tre le lame della


Seconda Colonna, potremmo chiederci il perché della sua importanza e
dove conduca rispetto al rilevamento del libro nel Mondo.
Procediamo osservando il cartiglio dell’ultimo Arcano analizzato, il
XVI. La parola Diev è scritta in maniera anomala: come per L’Amovreux
e La Rove de Fortune vi è la sostituzione della U con la V, come nel
latino arcaico che non distingueva graficamente tra le due. Per quale
ragione vi sarebbe una tale anomalia?

Fig. 17 La Maison Diev

Pronunciando le parole che compongono l’etichetta in francese emerge


un curioso suono, La Maison Diev, come se la Casa in questione fosse
quella di Eva. In quest’ottica EV sarebbe un elemento codificato per
celare il concetto di Eva tipico della cultura cristiana? Possiamo essere
certi di questa intuizione?
Innanzitutto ricordiamo che nella simbolica tradizionale Eva,
rappresentata come la donna nuda del giardino dell’Eden, incarna il
femminino primitivo, cioè la Grande Madre. Di conseguenza, avendo già
dimostrato che la Torre è testimonianza codificata del simbolismo di
Maria Maddalena, la Grande Madre cristiana, ritrovare il medesimo
concetto espresso tramite Eva è perfettamente coerente. Anzi, in
considerazione del significato di Maison, che vuol dire anche casata e
dinastia, questo nesso ci permette di cogliere che il cartiglio Maison
Diev potrebbe significare, al contempo, sia Discendenza Divina, che
Discendenza di Eva, cioè di Maria Maddalena.
Inoltre, al di là di questo aspetto comunque estremamente rilevante e che
in parte tratteremo nel prossimo capitolo, il simbolismo di Eva nell’Eden
è il medesimo che appare nella carta XVII in cui la figura femminile
nuda è ritratta in un giardino paradisiaco. Così, il fatto che la Stella, cioè
Eva, sia posta accanto all’Arcano XVI, potrebbe confermare la nostra
supposizione, ovvero che La Maison Diev rappresenti davvero la Casa di
Eva.

Fig. 18 La Casa di Eva


La prova dell’interconnessione tra le due icone è rivelata da un’altra
relazione sorprendente: unendo l’EV della Maison Diev con il numero
XVII (17) de Letoile, si ottiene una curiosa combinazione alfanumerica:
EVXVII.

Fig. 19 EVXVII

Sebbene tale sequenza abbia un significato molto particolare che tra


poco affronteremo, come essere certi non si tratti di una serie casuale?
La garanzia la si ricava, anche questa volta in modo straordinario, da un
codice del tutto eclissato. Nell’altro e unico EV presente in tutto il
Diagramma 3 × 7, quello de L’Amorevx, unendo le ultime lettere del
cartiglio (EVX) con il numero della carta accanto, il VII del Carro, come
nel caso della precedente coppia di lame, si ottiene la medesima
combinazione, cioè ancora EVXVII.

Fig. 20 EVXVII

In tal modo, e in accordo con una delle regole dei Tarocchi, la Legge
della Duplicità, in base alla quale il ritrovamento di un secondo riscontro
statuisce l’importanza del primo, possiamo essere certi che la prima
associazione EVXVII individuata sia sensata e che l’EV di Maison Diev
sia veramente collegato al simbolismo di Eva espresso dalla carta XVII,
la Stella.
In ogni caso, resta ancora da comprendere che significato possa avere
una tale, apparentemente illogica, combinazione di numeri e lettere. Per
orientarci, soffermiamo la nostra indagine prima di tutto sul bilittero EV.
Sappiamo che il codice esprime il concetto di Eva e che quest’ultimo,
nel simbolismo, identifica la Grande Madre. Dunque, la corrispondenza
EV = Grande Madre è legittima.

EV <=> Eva (Grande Madre)

Al contempo, nella sequenza EVXVII vi è un nesso tra EV e il numero


17, cioè XVII in caratteri romani. A che cosa rimanderebbe il
collegamento? Sappiamo che la cifra 17 riporta al contenuto dei testi di
Papessa ed Eremita per via del numero delle linee. Questo significa che
il bilittero EV, connesso a XVII, ha un rapporto anche con il simbolo del
libro.
EV <=> Libro

Nondimeno, se per il concetto di Eva la connessione con EV non


necessita di particolari spiegazioni, potendosi estrapolare da una
deduzione linguistica determinata dalle due lettere che compongono il
nome, per il libro la questione è certamente più criptica.
Il codice EV è stato utilizzato per esprimere questo simbolo perché è la
radice, o meglio la sintesi in codice, del termine Vangelo, il libro sacro
per eccellenza. A prima vista, se si ragionasse sul vocabolo italiano,
potrebbe non manifestarsi una specifica corrispondenza. Eppure,
concentrando l’attenzione sull’etimologia greca, emerge che il termine
deriva da ευαγγέλιον (euanghélion) tramite il latino evangelium.
Prescindendo dal fatto che anche in italiano esiste la definizione più
arcaica di evangelo, consideriamo che i codici dei Tarocchi sono stati
costruiti sul francese (evangile) derivato dal latino. Ciò significa che il
bilittero EV è collegato al simbolo innanzitutto per una questione
strettamente linguistica:

EV = EVangile = EVangelo

Il fatto che EV codifichi in maniera mirabilmente sintetica sia il concetto


di Eva, cioè la Grande Madre, che quello di libro non dovrebbe
sorprendere in maniera particolare, tenuto conto che si tratta della
relazione principale indagata in questa dimostrazione. Tuttavia, la
corrispondenza linguistica individuata è solo un’anticipazione che apre
l’orizzonte a una comprensione decisamente più vasta.
Ricordando che esiste un ramo non ufficiale della filologia che possiamo
definire “etimologia occulta” che si basa sull’uso sincronistico e
codificato delle parole, analizziamo più da vicino il termine evangelo, il
cui significato tradizionale riconduce alla buona novella e al lieto
annuncio. Come si deduce dalla semplice scomposizione letterale, la
parola è costituita dall’unione di due vocaboli, ossia Eva + angelo (ευ +
αγγέλιον in greco, Eva + angelus in latino).

Evangelo = Eva + Angelo

Di conseguenza, per quanto l’ipotesi esoterica, agli occhi del ricercatore


non avvezzo alla sincronicità, possa sembrare un azzardo, si potrebbe
pensare che il vocabolo sia stato coniato proprio per testimoniare la vera
autrice del testo che qualifica: nell’etimo di evangelo sarebbe impresso il
sigillo di Eva, cioè il sigillo della Grande Madre, come se questa fosse la
vera ragione non solo della scelta del nome. La Grande Madre, infatti,
sembra essere all’origine di un messaggio importante, ovvero l’artefice
di un testo principale, il Vangelo per eccellenza. Per questa ragione si
comprende l’importanza della corrispondenza tra i due elementi indagati
(libro e Grande Madre) che, di fatto, è la vera chiave per riconoscere il
settimo attributo nella carta del Mondo.
Ricordiamo che santa Maria Maddalena equivale all’Eva primordiale: è
cioè parimenti rappresentante del femminile sacro. Al contempo, non
dimentichiamo che nei Tarocchi, in maniera facile da cogliere a causa
dell’analogia con la tradizione cristiana, Eva è descritta anche
dall’iconografia della donna nuda.

Eva = Donna nuda

A tal riguardo un’immediata conferma la si ottiene proprio dalla carta


della Stella nella quale figura un esplicito simbolismo di nudità
femminile che già sappiamo essere in profonda connessione, tramite
Sirio, con il tema della Grande Madre.
Fig. 21 Eva, la Grande Madre
Nel Mondo abbiamo già attestato, tramite la presenza dei primi sei
attributi, che la figura centrale è Maria Maddalena, la Grande Madre.
Contestualmente possiamo aggiungere che anche la sua nudità, come
quella della Stella, riporta all’Eva primordiale. Anche in questo caso la
correttezza del ragionamento è certificata da un elemento codificato nel
simbolismo di Sirio.
Nella lama XVII la Grande MadreEva è collegata all’astro perché questo
è direttamente disegnato in cielo. Tuttavia, poiché Sirio si trova nella
costellazione del Cane Maggiore, a livello iconografico può essere
designata anche dal simbolo del cane. Trattandosi però di una stella, per
poter esprimere correttamente tale senso il simbolo deve possedere una
peculiarità che ne definisca l’appartenenza al cielo, deve cioè essere un
cane celeste...

Sirio = Cane celeste

Quest’ultima informazione si rivela fondamentale: alla luce della Legge


della Duplicità, così come il Matto è in compagnia di un cane celeste che
lo segue, allo stesso modo la donna della Stella è accompagnata,
nell’icona successiva della Luna, dal medesimo simbolo posto dietro le
spalle, che offre nuova testimonianza dell’importanza della connessione
con Sirio.

Fig. 22 Il cane celeste

A ogni modo, in altre tradizioni come quella aborigena, Sirio è


identificata dall’aquila perché ha una relazione con la costellazione dello
Scorpione, espressa proprio da questo vivente.

Sirio = Aquila
L’aquila appare in alto a destra nel Mondo dove, oltre all’evangelista
Giovanni della tradizione cristiana, rappresenta il predetto segno
zodiacale.

Fig. 23 L’aquila

Pertanto la sua presenza alle spalle della donna nuda rivela lo stesso
codice della carta XVII, perché dietro a entrambe le figure femminili
ritroviamo, sotto forma di cane e di aquila, la stella Sirio.

Fig. 24 Sirio dietro le spalle


La conferma di questa logica viene offerta dalla Papessa. Infatti,
posteriormente alla sacerdotessa, ossia la carta dell’Imperatrice,
ritroviamo disegnata nuovamente un’aquila. Poiché anche quest’ultimo
Arcano, come dimostrato, incarna Iside, potremmo asserire che la
presenza del simbolo raffigurante Sirio, indifferentemente espresso da
un’aquila o da un cane, dietro una figura femminile ne comprova
l’identità quale Grande Madre.

Fig. 25 L’aquila dietro le spalle

La figura del Mondo, quindi, va giudicata un’Eva primordiale


esattamente come la Stella. Nell’Arcano XXI, però, oltre alla presenza
dell’Eva centrale, la donna nuda, i quattro viventi posti agli angoli, per
altro espressione dei quattro evangelisti, sono anche quattro angeli, come
testimoniato non solo dalla neutralità sessuale già dimostrata ma anche
dalla presenza delle ali e delle aureole. Pertanto, in quest’Arcano ci
troviamo con due concetti fondamentali: da un lato Eva, dall’altro gli
angeli. Poiché, come sappiamo, il termine evangelo è occultamente
costituito da Ev + angelo, siamo dinanzi a una meravigliosa
corrispondenza: nell’Arcano XXI l’evangelo, anziché essere nascosto in
maniera concettuale, è direttamente illustrato dall’intera carta, in una
forma, per così dire, vivente.

Eva + Angeli = Evangelo

Per questa ragione, nel Giudizio, in relazione con il Mondo per via della
Resurrezione di Cristo di cui la santa fu testimone, la tromba suonata
dall’angelo annunzia la Buona Novella, ovvero lo specifico Vangelo in
connessione con la Grande Madre.
Fig. 26 L’Evangelo

Per confermare questa lunga sequenza di indizi e comprendere di quale


Vangelo esattamente si tratti o che relazione possa avere con le Sacre
Scritture, dedichiamoci all’analisi di altri codici prendendo spunto dalle
due ultime icone descritte.
10. L’Apocalisse

Poi vidi nella mano destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto
di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli.
APOCALISSE

In questo capitolo ci impegneremo a rintracciare la connessione tra i


Tarocchi e le Sacre Scritture, e in particolare tramite l’ultimo testo della
Bibbia attribuito dalla tradizione all’evangelista Giovanni, cioè
l’Apocalisse, uno degli scritti più criptici dell’intero corpus cristiano.
L’individuazione di questa relazione consente di comprendere che tipo
di libro sia quello codificato nella carta XXI e che rapporto possa avere
con la Grande Madre e le Scritture.
L’arcano Iugement, il Giudizio, esprime il tema della Resurrezione,
come anche il nome, rappresentativo del Giudizio Universale descritto
nell’Apocalisse, suggerisce. Le parole greche apó (separazione) e
kalýptein (nascosto), da cui ποκάλυψις (apokalypsis), designano il
concetto del togliere il velo, del rivelare. Ecco un breve estratto
esplicitamente in relazione con il Tarot:
“Dopo queste cose vidi quattro angeli che stavano in piedi ai quattro
angoli della terra e trattenevano i quattro venti della terra, perché non
soffiasse vento sulla terra né sul mare, né su alcun albero. Poi vidi un
altro angelo che saliva dal sol levante, il quale aveva il sigillo del Dio
vivente, e gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato
concesso di danneggiare la terra e il mare...” (Apocalisse 7, 12).
Iniziamo osservando le ultime due carte del Diagramma 3 × 7. Oltre ai
viventi dell’Arcano XXI, corrispondenti ai quattro angeli per i vari
motivi già elencati, gli angoli della terra sono espressi nel Mondo cioè,
sul piano simbolico più immediato, dall’idea del nostro pianeta. Al
contempo, il quinto messaggero appare nella carta accanto e regge lo
stemma del Dio, cioè la croce (vedi fig. 1).
Fig. 1 L’Apocalisse

In un altro passaggio i viventi sono esplicitamente descritti secondo


connotazioni grafiche:
“Ed ecco, un trono era posto nel cielo e sul trono stava uno seduto. (...)
e in mezzo al trono e attorno al trono c’erano quattro esseri viventi,
pieni di occhi davanti e di dietro. Il primo essere era simile a un leone, il
secondo essere simile a un vitello, il terzo aveva la faccia come un uomo
e il quarto era simile a un’aquila. I quattro viventi avevano ognuno sei
ali” (Apocalisse 4, 18).
Al di là della chiara rappresentazione del toro, del leone, dell’uomo-
angelo e dell’aquila, come interpretare la figura centrale femminile?

Fig. 2 La visione dei viventi

Per comprenderlo, è necessario leggere poco oltre nel testo dove è citata
una donna con il capo cinto da una corona di dodici stelle:
“Il settimo angelo suonò la tromba (...) Poi apparve nel cielo un gran
segno: una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una
corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e i dolori del
parto. Nel cielo apparve anche un altro segno: un gran dragone rosso
con sette teste e dieci corna, e sulle teste vi erano sette diademi. La sua
coda trascinava dietro di sé la terza parte delle stelle del cielo e le gettò
sulla terra; poi il dragone si fermò davanti alla donna che stava per
partorire, per divorare suo figlio quando lo avesse partorito”
(Apocalisse 12, 12).
Nella carta del Mondo la donna è nuda, cioè vestita di sole, e la corona
di dodici stelle è lo Zodiaco con le costellazioni, cioè la mandorla che la
circonda. Nella fila superiore del Diagramma 3 × 7, invece, appaiono il
Sole, la Luna e la donna della Stella, quest’ultima collegata a quella del
Mondo dal simbolismo di EvaMaddalena già descritto in precedenza che
attesta la coincidenza tra le due.

Fig. 3 La fila superiore del Diagramma


Fig. 4 La donna incinta

La Stella, inoltre, cela il simbolismo della rottura delle acque, e quindi


del parto, poiché una parte del flusso della giara di destra esce
direttamente dal suo corpo. Al contempo, una piccola semiluna,
appartenente all’anfora di sinistra, è posta esattamente all’altezza del
ginocchio, richiamando allegoricamente il concetto della “luna sotto i
piedi” (vedi fig. 4).
Trattandosi di una donna incinta, il dragone rosso del Diavolo, con le ali
e le dieci corna sulla testa, che “trascina dietro di sé la terza parte delle
stelle e del cielo”, cioè che ha dietro di sé un terzo del Diagramma, la
fila superiore, rispecchia perfettamente il pericolo che incombe sulla
dinastia. Quest’ultima, infatti, si ritrova codificata nel cartiglio accanto,
la Maison Diev che, come già anticipato, esprime anche il concetto della
Discendenza Divina.

Fig. 5 Il dragone con la terza parte delle stelle

Il tema della dinastia induce una riflessione che illumina rispetto


all’applicazione dei Tarocchi in ambito esegetico: poiché, tra gli Arcani,
la donna incinta della Stella è Maria Maddalena, il femminino sacro, non
si potrebbe pensare che la madre e il figlio citati nell’Apocalisse
rappresentino lei e la sua discendenza? Affermarlo non sembra affatto un
azzardo, anche in considerazione dell’oggettiva corrispondenza tra la fila
celeste del Diagramma 3 × 7 e la citazione biblica. Ricordiamo, infatti,
che negli Arcani XVI e XVII esiste un rapporto speciale tra
EvaMaddalena, la Madre Primordiale, e la Casata divina descritta dalla
Maison Diev. Così, anche per confermare questa ipotesi, cerchiamo
nuovi indizi del rapporto TarocchiApocalisse.
Il Libro della Rivelazione nel Cristianesimo è attribuito, come detto,
all’evangelista Giovanni, rappresentato nell’Arcano XXI dall’aquila. Il
simbolo si trova in alto a destra nella carta che conclude il Sentiero dei
Tarocchi. Da questa prospettiva, quindi, potendolo considerare l’ultimo
elemento del Diagramma, si può affermare che il Tarot conduce anche
verso l’Apocalisse.

Fig. 6 L’Aquila

Contestualmente, l’aquila è menzionata nel citato passaggio biblico


relativo alla donna incinta perché, con le sue grandi ali, l’aiuta a fuggire
nel deserto, cioè in terra d’Egitto: “Ma furono date alla donna (la donna
incinta, N.d.A.) le due ali della grande aquila, per volare nel deserto nel
suo luogo, dove essa è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà di un
tempo, lontano dalla presenza del serpente” (Apocalisse 12, 14).

Aquila <=> Giovanni ed Egitto (Apocalisse)

Anche l’aquila della carta XXI è caratterizzata dalle medesime


corrispondenze. Infatti, se da un lato designa l’evangelista Giovanni,
dall’altro, essendo un rapace, riconduce a Horus, il dio a testa di falco
del pantheon egizio. La presenza di Horus, infatti, è testimoniata anche
dal concetto della visione cosmica essendo il dio, figlio di Iside,
collegato al simbolismo dell’occhio: quest’ultimo, in armonia con la
struttura cifrata, è evidente quando la carta è ruotata di 90 gradi.
Fig. 7 L’occhio di Horus

Aquila <=> Giovanni ed Egitto (Tarocchi)

Aver individuato Horus nei Tarocchi consente un nuovo passaggio


rispetto alla ricerca della dinastia divina. In Egitto il faraone era
considerato un’incarnazione del dio. Nella cultura romana, nel suo ruolo
di capo del popolo, questa figura equivaleva all’Imperatore. Per questa
ragione l’Arcano IIII, L’Empereur, che ha con sé un’aquila, è l’unico
personaggio dei Maggiori a essere ritratto con un solo occhio, proprio
per codificare, anche attraverso il tema della visione, la connessione con
Horus.

Fig. 8 Horus

Infatti, nel cartiglio, leggendo da destra verso sinistra, le ultime quattro


lettere della scritta, quattro come il numero della carta, rivelano che vi è
il tema del figlio celato dal codice latino PUER (vedi fig. 9).

Fig. 9 Il Puer
In pratica, essendo Horus il figlio di Iside e coincidendo quest’ultima, in
qualità di Grande Madre, con Maria Maddalena, i Tarocchi suggeriscono
che l’Imperatore ne rappresenti la discendenza. Per questa ragione
ritroviamo un uovo tra le zampe del rapace che, simbolo di fertilità,
ricollega a quello della Papessa, intesa come IsideMaria Maddalena.

Fig. 10 L’uovo

Secondo certe ipotesi di ricerca, la stirpe descritta dall’Apocalisse e dai


Tarocchi sarebbe quella Merovingia, cioè la prima dinastia dei
FranchiSalii. Escludendo il leggendario Faramondo (nome in codice
contenente la radice faraone che riporta all’Egitto), fu Clodio il primo re
ufficialmente conosciuto. A questi successe il re eponimo della dinastia,
Meroveo, nato, secondo la leggenda, dall’unione della moglie di Clodio
con un mostro marino. Da Meroveo originò Childerico, la prima vera
figura storica, che ebbe come erede Clodoveo. Quest’ultimo riunì tutte le
fazioni del popolo franco e, in una data incerta, si convertì al
Cristianesimo. Ebbe quattro figli: Thierry I, Clodomiro, Childeberto I e
Clotario I. Questi, alla morte del padre, divisero il regno in quattro parti
e se ne contesero il predominio. Il territorio fu riunito, in seguito alla
morte di tre dei fratelli, dall’ultimo, Clotario, che a sua volta fu padre di
quattro figli (Sigeberto, Gontrano, Cariberto e Chilperico) che
frazionarono nuovamente l’impero. In seguito, solo grazie al governo di
Clotario II e Dagoberto (nel VII secolo), Parigi e tutto il regno trovarono
duratura unità.
Che cosa rivela questa disamina alla luce dei codici delle icone? Vi è un
parallelismo evidente: negli Arcani Maggiori c’è un Imperatore e nei
Minori quattro Re, esattamente come accadde, per due volte (Legge del
Due), nella genealogia Merovingia.
Per questo, su un altro livello di lettura simbolica, oltre al puer, nel nome
EMPEREUP si ritrova la voce francese père, padre: l’Imperatore, con la
compagna Imperatrice, entrambi connotati dall’aquila, simbolo di
discendenza divina per via del nesso con Horus, sono la coppia
genitoriale da cui origina l’intera genealogia...

Fig. 11 La coppia regale

Fig. 12 La stirpe merovingia


A questo proposito ci sia concesso un piccolo aneddoto personale che,
per quanto non possa essere giudicato in un’ottica esclusivamente logica
e razionale, appare denso di significato. Durante la preparazione del
presente testo, mi trovavo in una casa di campagna in un luogo tranquillo
e isolato. Per quanto avessi già udito diversi racconti, non mi era mai
capitato di avvistare il falco tipico del territorio. Mentre scrivevo le
precedenti considerazioni sulla coppia dinastica, in dubbio se trattarle o
meno, vista la delicatezza della questione, grazie alla finestra spalancata
per il caldo ho udito provenire dall’esterno un forte sibilo. Attratto
dall’intensità e dall’acutezza del grido, affacciatomi rapidamente, mi
sono trovato di fronte a una scena sorprendente: una coppia di falchi
sorvolava, in maniera leggera e incredibilmente elegante, l’area
circostante... Al di là dell’impareggiabile spettacolo naturalistico, ci sono
voluti alcuni attimi di riflessione per collegare quant’era appena
accaduto: stavo scrivendo della coppia ImperatoreImperatrice,
CristoMaddalena, che nei Tarocchi è rappresentata dai personaggi con i
due rapaci accanto, ed ecco che il Destino, tramite una straordinaria
sincronicità, mi offriva un dono tanto prezioso e rassicurante...
Tornando al nostro tema, rispetto al numero quattro vi è un altro aspetto
interessante. L’Apocalisse descrive quattro Cavalieri con cavalli dal
manto bianco, rosso, nero e giallastro. Questi compaiono anche nei
Tarocchi ma i colori dei destrieri non sono tutti corrispondenti. La
codifica, infatti, è più sottile perché, se si fosse basata solo sull’analogia
cromatica, l’accostamento sarebbe stato evidente e l’insegnamento
avrebbe perso la sua forza occulta.
Il primo cavaliere monta un animale bianco: “E io vidi, ed ecco un
cavallo bianco” (Apocalisse 6, 2). In questo caso il riferimento al
Cavaliere di Bastoni è scontato.

Fig. 13 Il Cavaliere di Bastoni


Tuttavia, poco oltre, è descritto un secondo cavaliere munito di una
grande spada: “Allora uscì fuori un altro cavallo rosso, e a colui che lo
cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra, affinché gli uomini si
uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada” (Apocalisse
6, 4).
Nei Tarocchi non vi sono cavalli rossi ma il Cavaliere di Spade regge il
simbolo offerto nella citazione, la spada, che oltretutto è dello stesso
colore rosso del manto del destriero menzionato.

Fig. 14 Il Cavaliere di Spade

Il terzo ha un cavallo nero e regge una bilancia: “E io vidi, ed ecco un


cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E
udii una voce in mezzo ai quattro esseri viventi che diceva: una misura
di frumento per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro, e non
danneggiare né l’olio né il vino” (Apocalisse 6, 56).

Fig. 14 Il Cavaliere di Coppe


Nei Cavalieri degli Arcani non vi sono bilance ma l’olio e il vino di cui
si fa monito riportano al concetto della coppa (che contiene i liquidi) e,
dunque, al rispettivo Cavaliere, quello di Coppe.
Tra l’altro, il calice contiene il vino, che nel simbolismo cristiano
rappresenta il sangue di Cristo. Maria Maddalena, invece, era nota per la
grande maestria concernente la scienza degli oli essenziali:
l’ammonimento, quindi, sembra essere un implicito riferimento al danno
causato alla loro coppia e alla relativa unione.
Infine, si parla di un ultimo cavaliere: “E io vidi, ed ecco un cavallo
giallastro; e colui che lo cavalcava aveva nome la Morte, e dietro a esso
veniva l’Ade” (Apocalisse 6, 8).
In questo caso, per esclusione, ci indirizziamo spontaneamente verso il
Cavaliere di Denari. L’andatura del cavallo è rivolta nella direzione
opposta rispetto agli altri tre. Questo indizio ci porta a ragionare sul
perché della differenza. Nel testo questo Cavaliere è cavalcato dalla
Morte ed è seguito dal mondo dell’Ade. Per quanto non vi sia una
connessione esplicita con la carta dei Tarocchi, notiamo che la direzione
è la medesima dell’Arcano XIII, la lama genericamente conosciuta come
la Morte. Inoltre, il disco d’oro che il soggetto sembra inseguire è dello
stesso colore, il giallo, nominato nel versetto.

Fig. 16 Il Cavaliere di Denari

Prendendo spunto da quest’ultimo elemento, la morte, e recuperando la


precedente analisi della Sesta Colonna, ritorniamo a parlare del Giudizio,
icona in cui sono rappresentate la tomba e la Resurrezione. In tutta la
verticale numero sei vi sono una lira, un flauto e una tromba. In maniera
non più sorprendente, data la vastità dell’architettura cifrata che
progressivamente si sta rivelando, si tratta dei tre strumenti musicali
menzionati in un unico passo della Bibbia che si ritrova esattamente
nell’Apocalisse: “E non si udrà più in te il suono degli arpisti, dei
musicisti e dei suonatori di flauto e di tromba, non si troverà più in te
alcun esperto di qualsiasi arte, e non si udrà più in te rumore di macina”
(Apocalisse 18, 22).
Ebbene, concentrando l’attenzione sulla lira e ricordando la sua
ambiguità grafica con l’arco, possiamo dedurre un altro codice collegato
alla discendenza.

Fig. 17 La lira dell’Innamorato

Secondo la tradizione, Gesù proveniva dalla tribù di Davide, il re


suonatore di lira. Al contempo, un’altra delle dodici tribù di Israele,
quella di Beniamino, era famosa per i suoi arcieri e, secondo diversi
autori, Maria Maddalena ne sarebbe stata una discendente. Vi è quindi
una diretta relazione di Cristo con la lira, e della santa con l’arco, lo
strumento degli arcieri.

Cristo <=> Lira


Maddalena <=> Arco

Pertanto, l’angelo-bambino dell’Arcano VI, che sorregge il simbolo


derivante dalla mescolanza dei due, potrebbe essere il frutto della loro
unione.

Fig. 18 Il frutto della discendenza


Quest’angelo, inoltre, partecipa anche a un altro codice che deriva dalla
spiccata molteplicità semantica propria dei simboli. Nel ventunesimo
capitolo dell’Apocalisse, curiosamente composta di ventidue, come il
numero degli Arcani Maggiori, si legge:
“Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene delle
ultime sette piaghe, e parlò con me, dicendo: ‘Vieni, ti mostrerò la
sposa, la moglie dell’Agnello’. E mi trasportò in spirito su di un grande
e alto monte, e mi mostrò la grande città, la santa Gerusalemme che
scendeva dal cielo da presso Dio, avendo la gloria di Dio. E il suo
splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una
pietra di diaspro cristallino. Essa aveva un grande e alto muro con
dodici porte, e alle porte dodici angeli, e su di esse dei nomi scritti che
sono i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente vi erano tre
porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre
porte. Il muro della città aveva dodici fondamenti, e su quelli erano i
dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello” (Apocalisse 21, 914).
Si parla di 7 angeli con le coppe, di cui uno mostra la sposa
dell’Agnello. Al contempo, vi sono 12 angeli connessi alle porte della
Città Celeste. Vi è anche in questo caso una relazione codificata con gli
Arcani? Nei Tarocchi, innanzitutto, si ritrovano esattamente 7 angeli: ai
4 esplicitamente descritti (Innamorato, Temperanza, Giudizio, Mondo),
vanno aggiunti i tre esseri viventi dell’Arcano XXI che, su un certo
piano simbolico, rappresentano tali creature celesti.

Fig. 19 I 7 angeli

Inoltre, l’angelo del Giudizio annuncia un messaggio sopra un monte e,


sulla fronte, reca un sigillo, lo stesso che si ritrova nell’Asso di Coppe:
qual è la ragione di questa analogia?
Fig. 20 Il sigillo

Innanzitutto notiamo come nei Tarocchi la Città Celeste sia graficamente


raffigurata dall’Asso di Coppe dove però, diversamente dalla descrizione
dell’Apocalisse in cui è costituita da dodici porte, è composta da sette
lati e sette torri.

Asso di Coppe <=> Città Celeste

Non si tratta, infatti, di un esagono, come si potrebbe supporre


osservando superficialmente, ma di un ettagono giacché la settima
colonna è nascosta dietro, in fondo, coperta dal disegno stesso della
grande coppa. L’ettagono è il più piccolo dei poligoni regolari non
costruibile con riga e compasso. Questi due strumenti di misurazione
identificano, simbolicamente, la Massoneria e, in senso lato, le società
segrete. Ciò significa che questo codice sfugge alla loro comprensione e
può essere colto solo da chi accede ai misteri superiori (quelli del
cosiddetto Triangolo Sacro).
In ogni caso, essendovi sette torri, l’AssoCittà Celeste diviene
metaforicamente una coppa settenaria ed esprime, in maniera codificata,
il concetto delle sette coppe.

Asso di Coppe con sette torri <=> Sette coppe

Poiché, inoltre, ogni colonna dell’Asso di Coppe reca il medesimo


sigillo presente sulla fronte dell’angelo del Giudizio, è possibile stabilire
il nesso sette angelisette colonne della coppa, cioè allegoricamente sette
angelisette coppe, esattamente come nella descrizione dell’Apocalisse:

Sette Angeli <=> Sette coppe

Tuttavia, ci si potrebbe chiedere per quale motivo vi sia una differenza


nella raffigurazione della Città Celeste, nel passo biblico descritta con
dodici porte e nel Tarot disegnata con sette torri.

Città Celeste nell’Apocalisse = 12 porte


Città Celeste nei Tarocchi = 7 torri

Anche in questo caso, come nel diverso numero di angeli menzionati nel
versetto (7 e 12), l’accento è posto sulle due cifre che segnano il
cammino di ogni ricercatore spirituale. A livello simbolico, infatti, la
Città Celeste, emblema delle più elevate realizzazioni, è raggiunta sia
attraverso le 12 costellazioni che tramite i 7 raggi cosmici, cioè le 12
porte e le 7 torri. Ciò significa che il discepolo espande la propria
coscienza con l’integrazione del contenuto dei segni zodiacali espressi
sotto forma di prove psichiche (come descritto dal racconto delle Fatiche
di Ercole) e, al contempo, percorre il Sentiero per sintetizzare nell’unica
luce bianca gli attributi di tali raggi, cioè le sette qualità essenziali a
fondamento di tutto l’universo, compresa la natura umana.
Tornando al verso dell’Apocalisse, uno dei sette angeli mostra la
Gerusalemme celeste, la città dalle 12 porte, come fosse la Sposa
dell’Agnello, ovvero la sposa del Cristo. Pertanto, la corrispondenza che
se ne può ricavare è la seguente:

Sposa dell’Agnello = Città Celeste

Attraverso i codici dei Tarocchi è possibile spiegare quest’ultima


analogia. La grande coppa dell’Asso, cioè la Città Celeste, rappresenta
anche il genitale femminile (tanto quanto il bastone rappresenta quello
maschile) e quindi, per estensione, la donna, di cui il calice è l’emblema.
Questa riflessione consente di dedurre la medesima equivalenza
presentata nel Libro della Rivelazione:

Donna = Città Celeste (Apocalisse)


Donna = Asso di Coppe (Tarocchi)

In pratica, unendo l’allegoria del testo biblico e i codici del Tarot, si


ricava una totale sovrapposizione simbolica:

Donna = Città Celeste = Asso di Coppe


Chi è però, questa donna, cioè la figura femminile descritta come la
Sposa dell’Agnello?
Nei Vangeli Maria Maddalena è spesso presentata come la santa della
coppa per via del suo legame con gli unguenti, essendo menzionata
mentre li cosparge sui piedi del Cristo e quando li acquista il Sabato,
prima della crocifissione. Non è un caso, difatti, che la coppa sia uno dei
principali attributi che la designano.
Maria Maddalena = Coppa

Infatti, anche nei Tarocchi, che hanno una totale relazione con la santa,
l’Asso di Coppe, simbolo del femminino sacro, la codifica in maniera
straordinaria:

Asso di Coppe = Maria Maddalena

In questo modo otteniamo la conferma che la Città Celeste


dell’Apocalisse, equivalente all’Asso di Coppe dei Tarocchi, è Maria
Maddalena, la Sposa dell’Agnello.
La correttezza di questi ragionamenti si può dedurre osservando la
coppia di carte XXXXI da una nuova prospettiva.

Fig. 21 L’Apocalisse

Sappiamo che nel Mondo la figura centrale è Maria Maddalena, che reca
una boccetta nella mano destra ed è circondata dalla grande mandorla
che, essendo espressione del genitale femminile, è un altro implicito
riferimento alla coppa. Il simbolismo delle due carte corrisponde
perfettamente al passo dell’Apocalisse: uno dei sette angeli, quello del
Giudizio, annuncia dall’alto del monte (il Golgota) la Fidanzata
dell’Agnello, cioè la città dalle dodici porte. Quest’ultima corrisponde
alla donna del Mondo, cioè a Maria Maddalena circondata dalle dodici
porte delle costellazioni zodiacali.
In questo modo si spiega anche un altro aspetto. L’Asso di Coppe ha
sette torri e nei Vangeli Maria Maddalena è descritta come settenaria,
essendo associata alla cacciata di sette demoni descritta dal Vangelo di
Luca: “E certe donne, che erano state guarite da spiriti maligni e da
infermità: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette
demoni” (Luca, 8, 2).
Abbiamo visto che il numero sette dell’Asso o della Città Celeste
esprime il tema dei sette raggi. Questi rappresentano le qualità che
ciascun discepolo, dal più modesto aspirante sino al più elevato Maestro,
deve integrare. Ciò significa che l’episodio citato nel Vangelo non si
riferisce a una possessione ma all’aspetto inferiore di queste energie che
la Maddalena trascese grazie all’aiuto di Cristo, cioè una questione
iniziatica molto complessa. Tutto ciò implica che annunziare la figura
centrale del Mondo (nei Tarocchi) o parlare di sette coppe prima di
mostrare la Città Sacra (nell’Apocalisse) vuol dire, in maniera codificata,
presentare colei che ha integrato i sette attributi, cioè le qualità dei sette
raggi cosmici, la donna settenaria, ovvero Maria Maddalena.
Grazie a queste logiche, che sono solo una parte del lavoro che attende i
ricercatori del presente e del futuro, dovrebbe essere chiaro come gli
Arcani siano una straordinaria chiave di lettura del testo apocalittico.
Tramite le rappresentazioni simboliche, infatti, le icone consentono di
decifrare questo scritto visionario che, per molti aspetti, resta tutt’oggi
oscuro e incomprensibile. La relazione è così stringente che si può
ipotizzare, al di là della corrispondenza numerica tra i ventidue capitoli
dell’Apocalisse e i ventidue Arcani Maggiori, una sorta
d’interdipendenza tra i due “libri”, come appare evidente nel caso delle
riflessioni sulla Sposa che appartengono sia al capitolo biblico, che
all’Arcano, ventuno. Da ciò, quindi, si potrebbe dedurre che, essendo
l’Apocalisse l’ultimo testo della Bibbia, i Tarocchi ne sarebbero una
continuazione, una sorta di prolungamento.
Da questa riflessione, a sua volta, scaturisce in maniera del tutto coerente
un altro collegamento eccezionale. Difatti, considerando che l’Arcano
XX descrive il tema del Giudizio universale, cioè l’Apocalisse, è
legittimo considerare che il libro dell’ultima carta, che abbiamo
dimostrato essere il Vangelo della Grande Madre, sia il Tarot stesso,
ossia la vera conclusione della Bibbia. Anche per questo le due lame
chiudono il Sentiero dei ventidue Arcani Maggiori, come a voler
testimoniare la meravigliosa relazione.

Arcano XX <=> Libro dell’Apocalisse


Arcano XXI <=> Vangelo del Tarot

Pertanto, questo Vangelo appare come un segreto straordinario che in


maniera magistrale è stato tramandato, nel corso dei secoli, sotto
l’aspetto di... un gioco di carte! Consapevoli della portata generale di
queste affermazioni, cerchiamo altre spiegazioni del significato più
profondo di questo Libro Sacro e della sua connessione con la Grande
Madre.
11. La Vergine Madre

Tu hai fatto tutto in Sapienza.


SALMI 104, 24

Abbiamo ampiamente ripetuto che il nesso tra Maria Maddalena e Iside


è stabilito dal tema comune della Vergine Madre, come se le due figure
fossero, in realtà, una sola. Soffermandoci sull’Arcano della Papessa,
come abbiamo visto incarnazione della dea egizia per la presenza di vari
attributi (il trono, il velo, le torce, i corni, l’uovo ecc.), tentiamo di
approfondire l’argomento. Iside era una delle divinità più popolari del
pantheon egizio ed era considerata la compagna di Osiride e la madre di
Horus. Secondo la tradizione fu protettrice del focolare domestico e,
come tale, fu onorata in tutte le case.

Fig. 1 Iside

Il suo nome significava “sede” perché, in origine, personificava il trono


reale. Fu sempre stimata sposa modello, emblema di fedeltà coniugale,
nonché genitrice premurosa e sollecita. Per questo la diffusione del suo
culto è da collegare al ruolo di Madre di tutti gli dei, che la condusse a
essere invocata come Grande Madre, Sovrana di tutte le terre, Signora
del Cielo, Grande Maga ecc. In particolare, riguardo a quest’ultima
definizione, le furono attribuiti sette scorpioni come guardie del corpo
che, anche in considerazione del complesso simbolismo che lega questo
elemento all’aquila e alla stella Sirio, riportano al concetto delle sette
qualità di Maria Maddalena. È così che Iside, identificata con tale stella
mattutina, che come detto appariva durante la levata eliaca nel corso
delle esondazioni del Nilo, divenne simbolo d’abbondanza e di fertilità.
Queste ultime proprietà sono di grande rilevanza per la nostra ricerca.
Il mito racconta, infatti, che la dea, riconoscibile per i lunghi capelli neri,
decise di tagliarli in occasione della morte del marito Osiride, quando
partì alla ricerca dei suoi resti. Questi, ucciso dal fratello Seth, era stato
prima intrappolato in un sarcofago di legno e poi tagliato in pezzi, che
furono gettati e sparpagliati per il mondo intero. Iside, aiutata da Thot,
pur recuperando tredici delle quattordici parti smembrate, non fu in
grado di ritrovare il fallo del dio che, fondamentale per la procreazione,
decise di plasmare da sola, tramite l’argilla, mediante un atto di magia.
Questa leggenda è di capitale contributo simbolico in quanto consente di
individuare diversi codici impiegati nei Tarocchi. Innanzitutto, le tredici
membra di Osiride recuperate dalla sposa sono raffigurate dall’Arcano
XIII nel quale, oltre al numero, è palese il simbolismo delle parti umane
scomposte che giacciono sul terreno. Per questo, nell’Arcano
numericamente precedente, l’Appeso, vi è un personaggio sdraiato
dentro un sarcofago di legno a foggia egizia, identificabile nella forma
bianca, delimitata dai due pali, che lo circoscrive.

Fig. 2 Osiride e Seth

In secondo luogo, seguendo la logica della leggenda, l’assenza di capelli


nella Papessa diviene un altro elemento perfettamente contestualizzabile.
La donna, difatti, è l’unica figura femminile tra le ventidue degli Arcani
Maggiori in cui non si vede la chioma, proprio ad avallo della relazione
con Iside nella fase di ricerca delle spoglie. Ecco perché, in maniera che
dovrebbe essere ora chiara, per quanto sorprendente, quello che poteva
sembrare un semplice papiro arrotolato sotto il suo mento si manifesta
come un grande fallo, simbolo appunto di fertilità e abbondanza!
Fig. 3 Il fallo

Se si dubitasse del ragionamento, peraltro, sarebbe possibile il riscontro


di un altro indizio concreto, giacché accanto al fallo-papiro si cela
l’attrezzo utilizzato per l’assassinio di Osiride da parte di Seth, cioè
l’ascia, il nechereti, che gli Egizi adoperavano anche nel corso delle
cerimonie funerarie. Tale strumento, nel disegno, è formato dal tratto blu
verticale, che costituisce il manico, e da quello rosso orizzontale, la
lama, che si incontrano tangendo l’organo nel punto centrale.
Fig. 4 L’ascia

Tra tutte queste evidenze che spiegano sempre meglio l’identità della
Papessa in correlazione con la dea egizia, un curioso particolare
dovrebbe colpire ancora la nostra attenzione: perché la figura, unica tra
gli Arcani, ha il volto e le mani bianche? Non era Iside, secondo la
tradizione antica, una dea dalla pelle scura, color del rame? Per indagare
il nuovo mistero, che dovrebbe chiarire ulteriori correlazioni, è
indispensabile volgere lo sguardo verso gli albori della Chiesa cristiana,
cioè verso un’epoca in cui accaddero molti e importanti fatti concernenti
i temi che stiamo affrontando.

La Vergine Bianca

Dopo la venuta di Cristo, nel corso del primo millennio, la figura della
Vergine Maria fu oggetto di definizioni dogmatiche comuni alle Chiese
orientali e occidentali. In particolare, nei Vangeli si ritrova il tema della
nascita verginale, cioè il concepimento di Gesù senza l’intervento di un
padre umano: “Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva
ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli
la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù”
(Matteo 1, 24-25).
Fig. 5 Pala di San Cassiano (antonello da Messina)

Tuttavia, è solo con il Concilio d’Efeso del 431 d.C. che nasce
ufficialmente il culto a Maria come Theotokos, cioè Madre di Dio, titolo
attribuitole per sottolineare l’unicità nella persona di Cristo delle due
nature, umana e divina. Prima di questo dogma Maria, pur venerata
come Vergine Madre, non era mai stata divinizzata. Il culto della
Theotokos fu ricalcato su quello di Iside, largamente presente a Roma e
in tutto l’impero durante i primi secoli. Così, esattamente come la dea
egizia, anche Maria divenne la Madre di Dio e la Regina del Cielo, titoli
con cui ancor oggi è riconosciuta. Questo parallelismo, lungi dall’essere
un’anomalia, s’inserisce nel solco delle analogie tra le relative tradizioni
che, come svela lo studio comparativo dei rispettivi testi sacri e come
stiamo avendo modo di apprezzare, sono cospicue e sostanziali.
Tuttavia, ci si potrebbe chiedere perché l’adorazione e il simbolismo di
Maria, oggi considerata la Vergine Bianca per eccellenza del
Cristianesimo, siano stati mutuati da quelli di Iside, cioè per quali
ragioni abbia avuto luogo un tale “prestito”.
Per comprendere quest’aspetto è necessario fare luce su una questione
fondamentale e poco nota. Il culto alla Madre di Dio nacque con la
finalità di cancellarne uno più antico concernente un’altra Madre divina,
un’altra Vergine Bianca che, sin dagli esordi della cristianità, si era
ampiamente diffuso. Si potrebbe credere che quest’ultimo fosse rivolto a
Iside, che pur godeva di grande popolarità nell’impero romano. Tuttavia,
sarebbe un grave errore perché, in realtà, si trattava di colei che gli
antichi Padri gnostici considerarono l’incarnazione della dea egizia, cioè
Maria Maddalena. Secondo diverse correnti di pensiero, difatti, dietro
certe scelte religiose di quei primi secoli è opportuno rintracciare la
sotterranea e ambigua volontà dei misogini vescovi cattolici. Costoro
non desideravano semplicemente sostituire l’adorazione per la dea egizia
con quella per una figura formatasi nell’alveo della fede cristiana, cioè la
Madonna. Il loro obiettivo principale, in perfetto accordo con le
tendenze di egemonia maschilista derivanti dagli ammaestramenti
dell’apostolo Pietro, era cancellare dalla memoria collettiva il ricordo e
la devozione per Maria Maddalena. All’inizio della storia cristiana,
infatti, si era verificata una sorta di frattura teologica che aveva generato
due correnti maggiori: quella dei seguaci petrini e quella dei discepoli
della Maddalena, l’Apostolo degli apostoli. Questa seconda corrente,
dalla Gallia, centro primordiale d’insediamento, come la citata leggenda
dello sbarco in Provenza ci ricorda, stava diffondendo gli antichi
insegnamenti gnostici raccogliendo grandi consensi nella popolazione
ma stava divenendo, al contempo, una minaccia per il nascente potere
della Chiesa romana fondato sul catechismo di Pietro. Le due linee
dottrinali erano molto differenti tra loro, con la prima destinata a uomini
più semplici e terrestri, e la seconda caratterizzata da un’impronta di
maggior respiro con inclinazioni più mistiche e spirituali. Per quanto
possa sembrare una considerazione banale, il nome stesso di Pietro,
scelto da Cristo che modificò il precedente Simone, da un punto di vista
simbolico e codificato è un riferimento implicito al concetto del terrestre
nella sua forma più evidente e schietta, cioè la pietra.
Così, in questo particolare contesto storico, gli scopi perseguiti dalla
Chiesa furono molteplici. Da un lato si volle eliminare il culto per Iside,
bollato come pagano. Dall’altro, si tentò di sostituire quello per Maria
Maddalena con la devozione per un’altra Maria, la Madre di Dio,
cercando in questo modo di favorire la diffusione della corrente che
aveva sin dagli esordi conquistato il potere e stava modellando a propria
immagine i contenuti del Cristianesimo del futuro. In quest’ottica,
appare ovvio che per estinguere il nome e le opere di Maria, la via più
semplice fosse sostituirne il culto con quello di un’altra Maria, in modo
da generare quella confusione indispensabile al progressivo spegnimento
della passata memoria. In queste difficili, per non dire ostili condizioni,
come avrebbero potuto operare certi monaci illuminati, conoscitori della
verità, per tramandare ai posteri l’autentico senso iniziatico senza
incorrere in terribili accuse di eresia? Questa è la ragione per la quale, in
maniera straordinariamente simbolica e figurativa, nacque un’altra
tipologia d’iconografia, quella legata alla Vergine Nera.
La Vergine Nera

Sebbene questa devozione fosse molto antica, nel Cristianesimo trovò il


suo apice solo tra i secoli XI e XIII, divenendo parte integrante del
panorama religioso medioevale. Secondo l’interpretazione cattolica, si
tratta di una rappresentazione, sotto forma di statua, quadro o icona,
della Vergine Maria, spesso accompagnata dal Bambino Gesù, con il
volto dal colorito scuro se non marcatamente nero. Queste Madonne si
diffusero molto rapidamente, tant’è che se ne possono trovare diverse
migliaia non solo in Occidente. Per quanto il soggetto sia piuttosto
controverso, sembra che l’originale apparizione sia da collegare ai
benedettini, l’ordine discendente dai cassiniti. Non è un caso, infatti, che
la presenza della Vergine Nera si sia manifestata in maniera evidente in
molti luoghi iniziatici proprio a cominciare dal territorio d’influenza
spirituale di San Vittore, l’abbazia fondata da Giovanni Cassiano, cioè il
nord est della Spagna, il sud della Francia e il nord ovest dell’Italia. A tal
riguardo, noti esempi sono la Madonna Nera di Montserrat, in
Catalogna, o quella provenzale di Saintes-Mariesdela-Mer, anche
conosciuta come santa Sara, protettrice dei gitani, la cui adorazione è
tutt’oggi molto sentita.

Fig. 6 La Vergine Nera (Montserrat a sinistra e Saintes-Maries-de-la-


Mer a destra)

Il culto della Vergine Nera assomiglia a quelli delle divinità appartenenti


alle antiche civilizzazioni come, oltre alla menzionata Iside, l’anatolica
Cibele o la greca Artemide, tutte in fondo unico riflesso di una sola e
medesima Grande Madre. La stessa città di Marsiglia, strettamente
connessa ai Tarocchi e al loro simbolismo, fin dai primordi fu consacrata
al culto di Iside e, in seguito, a quello di Artemide, quest’ultima
addirittura venerata nel luogo stesso in cui visse, secondo la tradizione,
Maria di Magdala, cioè la grotta della Sainte-Baume. Come vedremo tra
poco, non si tratta di una coincidenza ma di un coerente passaggio di
testimone da una Dea Madre a un’altra...
La Madonna Nera, dunque, è una Vergine Madre, come attestano sia la
presenza del bambino in braccio e, in certe rappresentazioni, quella
dell’uovo. Quest’ultimo elemento, in particolare, è un indizio
interessante perché apre gli orizzonti verso una nuova visione:
trattandosi di un attributo caratteristico di Maria Maddalena, come già
abbiamo avuto modo di dimostrare, non potrebbe suggerire un
collegamento tra quest’ultima e la Vergine Nera? In realtà, non si tratta
di un’ipotesi ma di un’evidenza giacché questa supposizione, da un
punto di vista simbolico, è comprovabile in vario modo. Al contrario di
come si potrebbe immaginare, il motivo è molto semplice ed è collegato
proprio alla caratteristica principale di questa particolare iconografia,
cioè il colore nero. Diversamente da come in genere ritenuto, questa
tonalità non dipende dall’alterazione dei pigmenti di piombo impiegati
nella pittura, o dall’uso di materiali che hanno perso l’originaria
luminosità, né tantomeno dall’esposizione al fumo delle candele o dalla
scelta stilisticoteologica di non rappresentare i personaggi sacri con corpi
naturali ma come evocazioni spirituali (e quindi con carnagione ocra o
scura). Tutte queste teorie sono congetture inconsistenti che non tengono
conto degli aspetti principali dell’arte sacra, cioè la necessità di
esprimere un messaggio codificato, oggettivo e dal valore figurativo
universale. Per comprendere il perché la Vergine sia dunque nera, è
opportuno ricordare che per gli antichi Ebrei questo colore
corrispondeva all’Africa e, nello specifico, all’Egitto. Non a caso il
nome stesso dell’antico regno dei faraoni era Kemet, cioè Terra Nera.
Ebbene, questo è precisamente il senso della colorazione:

Colore nero = Egitto


Maria Maddalena trascorse una parte importante della propria vita in
Egitto dove, entrando in contatto con i depositari di quell’antica
tradizione, trasmise i propri insegnamenti a quelli che oggi sono
conosciuti come i santi Padri del deserto. Pertanto, il nero delle
Madonne, riferendosi a questa regione, collegava direttamente a Iside e
alla sua incarnazione cristiana, cioè Maria Maddalena:
Vergine Nera = Maria Maddalena

Questo tipo di codice cominciò a essere impiegato quando, a causa del


crescente predominio del potere della Chiesa nei primi secoli, non era
più possibile dedicarsi al culto del femminino sacro senza incorrere in
denunce di eterodossia. La Vergine Nera divenne allora portatrice, in
maniera occulta, del messaggio identificativo di Iside e Maria
Maddalena che, come tutte le altre analoghe divinità, rappresentavano
l’archetipo di un’unica Grande Madre. Così, seppur nella tradizione
cristiana la Vergine Nera designasse formalmente la madre di Gesù, in
segreto esprimeva la devozione per Maria di Magdala e per il suo
insegnamento.
A tal riguardo crediamo sia di notevole contributo ricordare un’antica
storia, quella di Maria Egiziaca. Si tratta di una leggenda che, seppur
basata su fatti di dubbio carattere storiografico, convenzionalmente
attribuita al vescovo di Gerusalemme Sofronio (VIVII secolo d.C.) e in
seguito ripresa da altri autori tra cui Jacopo da Varagine, sarebbe
indiretta testimonianza di questa verità. Secondo il racconto, questa
Maria, in giovinezza, condusse una vita di lussuria e dissolutezza, alla
stregua di una prostituta. Rifugiatasi successivamente nel deserto con il
desiderio di espiarvi i propri peccati, incontrò un eremita, il monaco
Zosimo. Costui, presente anche al momento della sua sepoltura, che
avvenne in una buca scavata dagli artigli di un leone “dolce come un
agnello”, riconobbe in lei una mistica che, vivendo nuda, vestita solo di
lunghi capelli bianchi come lana, si nutriva esclusivamente di erbe e di
Spirito Santo.
Fig. 7 Maria Egiziaca

Come gli stessi esperti dichiarano, per quanto la vita di questa figura non
sembri null’altro che pia leggenda suffragata da scarsi o nulli elementi
reali, il suo culto si diffuse rapidamente in tutta la cristianità,
trasformandola nella caritatevole patrona delle meretrici pentite. Tale
racconto, però, non può non avere un’altra dimensione, che si può
cogliere solo accettando l’idea che la sua creazione e la conseguente
divulgazione abbiano avuto ragioni simboliche molto più profonde di
quelle generalmente definite dalla prospettiva storica. Infatti, come per la
maggior parte delle narrazioni che paiono inventate, il criterio
sotterraneo di esegesi è l’interpretazione a un altro livello, cioè su un
piano esoterico e segreto. Poiché questo racconto cominciò a circolare
dopo che papa Gregorio Magno, nel 591 d.C., qualificò Maria
Maddalena quale peccatrice, è indispensabile confrontare le due vicende.
In questo modo emergono alcune eccezionali corrispondenze che vedono
coinvolte le due sante in maniera singolare:

– Entrambe si chiamano Maria.


– Hanno condotto una prima parte di vita in dissolutezza.
– Hanno vissuto come eremite.
– Sono state coperte e vestite da lunghi capelli.
– Si sono nutrite del nettare dello Spirito Santo.
– Hanno incontrato un monaco, presente alla loro sepoltura (Zosimo e
Massimino).
–Hanno avuto una relazione con il leone: l’Egiziaca per la fossa scavata
dall’animale, la Maddalena sia per la relazione col Cristo, il leone della
tribù di Giuda, che per il fatto di essere festeggiata il 22 luglio, giorno di
passaggio dal segno astrologico del Cancro a quello, appunto, del Leone.
Non è un caso, infatti, che anche nei Tarocchi si trovi il nesso
VergineLeone, e non solo nella carta della Forza nella quale il rapporto è
lampante.
Questi parallelismi mostrano che lo scopo delle vicende di Maria
Egiziaca, come quello del simbolismo della Vergine Nera, fosse
perpetuare la memoria e la vita di un’altra figura, ossia Maria
Maddalena, da considerare una sorta di primordiale Madre del Deserto.
Si può immaginare che in origine la leggenda, forse creata dagli stessi
Padri del Deserto, ne descrivesse le gesta e il passaggio in Egitto,
trasformandosi in seguito, dopo l’ingiuria perpetrata da papa Gregorio,
nella storia di una prostituta pentita. Ricapitolando, quindi, sia che ci si
riferisca al significato della Vergine Bianca, in origine direttamente
collegata a Iside, o a quello successivo della Vergine Nera, connessa alla
Maddalena, il messaggio iniziatico riferito alla Grande Madre non è mai
veramente cambiato. Al limite, in quest’ultima specifica iconografia,
resterebbe solo da chiarire la motivazione per la quale la Grande Madre
Maria Maddalena è stata raffigurata con un bambino posto sulle
ginocchia. Si può dedurre abbia avuto figli? Per quanto i codici dei
Tarocchi conducano verso questa supposizione, tralasciamo al momento
una tale linea di indagine e, ritornando all’inizio del ragionamento,
cerchiamo di cogliere il senso della pelle bianca della Papessa.
Infatti, se non si conoscesse la vicenda legata alla sostituzione del culto
di Maria Maddalena, si potrebbe dedurre che questo colore stabilisca una
relazione con la Madre di Gesù, che da molti è giudicata la Vergine
Bianca per eccellenza. Al contrario, poiché, come detto, nei primi secoli
dell’era cristiana questo culto non esisteva ancora, essendo stato creato
soltanto nel IV secolo d.C., il senso del messaggio deve essere
necessariamente diverso. Così, presumendo, come chi scrive, che le
icone dei Tarocchi risalgano ai primordi dell’era cristiana, la pelle bianca
stabilisce il rapporto tra la Papessa e Maria Maddalena, cioè la primitiva
Vergine Bianca, l’Iside primordiale.
Tuttavia, anche dando credito alla corrente storiografica (che per quanto
povera di prove definitive gode pur sempre di una certa popolarità),
ipotizzando cioè che i Tarocchi siano di origine rinascimentale, il senso
non varia. Infatti, fermo restando che non si tratti di un omaggio alla
Madre di Gesù, il cui valore, peraltro, resta indiscusso, il simbolismo va
semplicemente inquadrato in maniera leggermente differente. Poiché
nelle icone del Tarot il colore che riporta alle proprietà della carnagione
bianca, come appare evidente dalla semplice osservazione delle
immagini, è il rosa, nel XV secolo sarebbe stato poco efficace se non
insensato descrivere la Madonna utilizzando un altro colore come,
appunto, il bianco.
Pertanto, si può immaginare che la gradazione della Papessa dovesse
avere una funzione diversa. Infatti, va compreso che si trattava di una
sorta di sottolineatura che, sfruttando uno dei principi dei Tarocchi, la
più volte citata Legge dell’Antitesi, poneva indirettamente l’accento sul
suo opposto duale, il nero, riconducendo così alla relativa Grande
Madre, la Vergine Nera Maria Maddalena.
In conclusione, quindi, oltre a essere evidente che i codici possono
essere compresi anche ponendosi su diversi livelli di analisi, perché si
adattano in maniera stupefacente alle differenti prospettive teoretiche, si
conferma nuovamente un’altra importante verità: il secondo Arcano dei
Tarocchi è la Grande Madre sia della tradizione egizia che di quella
cristiana, cioè IsideMaddalena. Per questa ragione, difatti, il nome della
carta indica un concetto cristiano, cioè la Papessa, ovvero colei che
potrebbe essere stata l’antica guida spirituale della primordiale comunità
provenzale.
In questa prospettiva il senso del libro che la donna regge tra le mani,
così come quello del simbolo codificato in altri Arcani, diviene sempre
più chiaro. Ricordiamo, infatti, che sia l’etimologia occulta del vocabolo,
che l’ultima icona del Tarot, il Mondo, codificano il libroevangelo in
maniera straordinaria mediante il simbolismo della Grande Madre e
degli angeli.
Pertanto, alla luce dell’evidente analogia tra Iside e Maria Maddalena,
potremmo affermare che il contenuto iniziatico del Vangelo Tarot è
passato dalla tradizione egizia, collegata a Iside, a quella successiva
cristiana, collegata a Maria Maddalena, con l’intento di perpetuare un
unico insegnamento che, da millenni, attraversa lo spazio e il tempo.
Nonostante questa comprensione, però, dobbiamo evitare di supporre
che i codici dei Tarocchi esprimano un senso astratto, cioè che si
riferiscano a un concetto generale o filosofico collegato al Vangelo in
qualità di messaggio o di buona novella. Si tratta, infatti, di un
insegnamento spirituale ma concreto, cioè adatto alla vita di tutti i giorni,
che ha una diretta relazione con il destino, cioè con l’esistenza umana, e
le leggi che la governano. Pertanto, per cogliere appieno il senso di
queste affermazioni, considerando che grazie al confronto con
l’Apocalisse abbiamo già dimostrato quanto il Tarot possa rappresentare
la vera conclusione della Sacra Scrittura cristiana, quanto cioè possa
essere un’autentica summa teologica, avviamoci verso una valutazione
più dettagliata del contenuto del suo insegnamento.
12. Il Tarot

E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto
sul trono.
APOCALISSE 5, 7

Abbiamo già rilevato che negli stessi Vangeli Maria Maddalena è stata
presentata come l’Apostolo degli apostoli. Considerando le molteplici
valenze che la definizione può avere, questa è una delle ragioni per la
quale fu stimata depositaria di un grande sapere e di una conoscenza
iniziatica superiore. Non a caso, difatti, oltre all’apocrifo di Maria,
alcune correnti teologiche le attribuiscono anche il Vangelo di Giovanni
e il libro dell’Apocalisse. Tuttavia, senza entrare nel merito di queste
ipotesi e seguendo il punto di vista qui proposto, potremmo affermare
che il suo scritto più occulto sia proprio il libro della Grande Madre di
cui stiamo trattando, ossia il Tarot. Sebbene nel corso della presente
esposizione la relazione della Santa con gli Arcani sia stata ampiamente
dimostrata, tentiamo di chiarire ulteriori aspetti di questo complesso
rapporto. Abbiamo acclarato che i Tarocchi veicolano una dottrina
fondata su una conoscenza molto antica. Nondimeno resta da capire se i
giochi della tradizione marsigliese, creati nell’alveo delle corporazioni di
maestri cartai, siano stati elaborati con l’intento di descrivere la vita e le
vicende della Maddalena, o se gli autori, compreso Conver che è
certamente un riferimento, abbiano semplicemente ricostruito
graficamente un’opera che, diretta emanazione della Grande Madre, pur
vestendo la forma della più “recente” iconografia cristiana, deriva da una
tradizione millenaria. A tal proposito ricordiamo che la Gnosi reputava
la santa il discepolo cui Cristo aveva trasmesso l’insegnamento in
maniera più vasta e profonda. Gli antichi Padri, infatti, non solo
stimavano che potesse incarnare il ruolo della Grande Madre un tempo
espresso da Iside, ma la ritenevano il discepolo più amato da Gesù. Vi
sarebbe, dunque, una relazione tra lei e il Cristo anche rispetto al
contenuto codificato nei Tarocchi? Verifichiamo se l’ipotesi è corretta
attraverso una particolare ricerca simbolica.
Fig. 1 La colonna del libro

Nel corso della nostra trattazione abbiamo già constatato come i codici
siano l’ossatura, cioè la base portante, di questo straordinario linguaggio.
La loro comprensione consente di accostarsi a livelli di coscienza che,
accessibili solo mediante l’uso dei simboli, possiamo definire cosmici e
universali, come il nome e il contenuto dell’ultima carta, il Mondo,
suggeriscono. Se è vero, come riteniamo di aver dimostrato, che i
Tarocchi sono uno strumento sacro, lo stesso principio può essere esteso
a tutti gli elementi di cui sono costituiti. Già sappiamo che il volume
della PapessaIsideMaddalena è il libro Sacro offerto all’osservatore,
ossia il Tarot stesso, il Vangelo della Grande Madre. Tuttavia, poiché la
sacerdotessa lo sorregge in quella che abbiamo definito la colonna del
libro (costituita dagli Arcani II, VIIII e XVI), non possiamo dimenticare
la correlazione, o per meglio dire la coincidenza, con il testo posto ai
piedi dell’Eremita e con quello espresso dalle finestre di Casa Dio. Che
cosa suggerisce questa interdipendenza? (vedi fig. 1).
Ricordiamo che l’Eremita raffigura il dio Hermes, corrispondente a
Thot-Ermete Trismegisto. Al contempo, le due finestre di Casa Dio
esprimono il concetto delle Tavole della Legge per via del già illustrato
nesso con Mosè. Inoltre, possiamo aggiungere che in tutte e tre le lame
della verticale, esiste anche il concetto del segreto. Infatti, nella seconda
icona il velo copre quanto è posto dietro la sacerdotessa. Nell’Eremita,
posizionandosi alle spalle del personaggio, si comprende che il mantello
occulta la mano celeste che, in questo modo diventa il suo segreto
iniziatico. Infine, nella Casa Dio, lo straordinario collegamento con la
Torre-Magdala e con quella che potremmo definire la terza Tavola,
ovvero la finestra superiore, è già di per sé un enorme mistero.

Seconda Colonna: Libro-Segreto

Pertanto, paragonare il libro della colonna, già collegato al tema della


Grande Madre, anche al più che occulto scritto conosciuto come Tavola
Smeraldina attribuita a Ermete, non è per nulla fuorviante. A tal
proposito, è opportuno ricordare che nella Firenze del XV secolo, presso
la corte di Cosimo de’ Medici, fu resa nota l’esistenza del Corpus
Hermeticum, ossia l’opera che la ricerca esoterica assegna a Ermete-
Thot. Il Corpus, da molti stimato di epoca antecedente a quella di Mosè,
è stato interpretato come un annuncio del Cristianesimo, la cui
rivelazione sembra esservi in qualche modo anticipata. La sua traduzione
fu affidata a Marsilio Ficino che, nel 1471, indicando Orfeo, Pitagora e
Platone come i più tardi rappresentanti della sapienza in esso preservata,
rese lo scritto accessibile agli studiosi rinascimentali. Questa data si
collega al secolo canonicamente indicato dalla storiografia come l’epoca
d’origine dei Tarocchi, cioè il XV, per via della creazione dei trionfi
Viscontei stimata ai primi del Quattrocento. Pertanto, l’anno 1471 può
essere giudicato come il simbolo d’inizio di un “moderno” processo di
recupero della sotterranea e remota tradizione egizio-cristiana collegata
agli Arcani che, dal panorama iniziatico italiano, nelle età successive, si
estese progressivamente a tutto il mondo non solo occidentale.
In quest’ottica, quindi, il Tarot sarebbe un testo millenario che, ispirato
agli insegnamenti della Saggezza eterna, può essere considerato
correlato ai contenuti della cosiddetta Scienza tradizionale. Quest’ultimi
sono rappresentati dalla Sincronicità, dal Dualismo, dalle Leggi del
Destino, dal Karma, dal Dharma, dalla Psicologia esoterica ecc., tutte
tematiche che si ritrovano variamente descritte nelle icone ma che
possono essere riassunte con un unico simbolo, la Ruota di Fortuna.
Quest’Arcano, come la torre della carta XVI, nel Diagramma 3 × 7
s’impone nettamente rispetto agli altri per proporzione e dimensione. Se
osservato con estrema semplicità sembra un dispositivo meccanico, una
sorta di antico marchingegno azionabile tramite una manovella, dando
l’idea di poter sviluppare del moto.

Fig. 2 La Ruota di Fortuna

La parola “Fortvne”, Fortuna, che ne compone il nome, un tempo


significava, in francese come in italiano, destino. La Ruota di Fortuna,
quindi, sarebbe connessa all’azione, al movimento del Destino, cioè al
Karma, concetto quest’ultimo che appartiene alla tradizione induista e
che significa appunto “atto” e “azione”. Per questo nelle raffigurazioni
classiche della ruota, anche in contesti iconografici eterogenei, è
piuttosto comune rinvenire una dea che, girando la manovella, ne
innesca il movimento.

Fig. 3 La dea della Fortuna nell’iconografia classica

Tale descrizione, in realtà, si adatta perfettamente alle icone dei Tarocchi


perché anche nella carta successiva a quella della Ruota c’è una vergine,
cioè una dea. Quest’ultima, infatti, è strettamente collegata alla lama
precedente giacché la parola fortuna, che proviene dal latino fors, fortis e
che significa caso e sorte, ha la medesima radice del nome impresso nel
cartiglio, cioè la Forza.
Fig. 4 La dea della Fortuna nel Tarot

Peraltro, a chi obiettasse che la vergine non è voltata verso la leva, è


conveniente far notare che è impegnata a domare un leone.
Quest’animale, nel simbolismo, è equiparabile alla sfinge che, nella
Ruota di Fortuna, adagiata su una piattaforma, è collocata al di fuori del
movimento ciclico perché, avendo inteso il senso dei corsi e ricorsi
dell’esistenza, ne è sfuggita. Per questa ragione, quindi, la vergine della
Forza che controlla la sfingeleone testimonia un livello di coscienza
addirittura superiore a quello descritto nella Ruota. Infatti, la dea palesa
una sorta di maestria che, scaturendo dalla comprensione della ciclicità
dell’esistenza, non solo consente di sfuggirvi ma ne permette uno
straordinario controllo. Pertanto, considerando che tutte le figure
femminili delle immagini incarnano, su un certo livello di analisi, la
Grande MadreMaria Maddalena, potremmo affermare che quest’ultima,
espressa nella vergine della Forza, è come una Magistra Vitae, cioè un
illuminato a conoscenza di quelle leggi che, codificate e spiegate dal
Tarot, governano il destino di ogni essere umano.
Secondo l’antica Saggezza, questa dimensione di controllo del proprio
avvenire, grazie alla percezione della sincronicità, è penetrabile
attraverso progressive fasi di coscienza. Innanzitutto, si osservano i segni
che permettono di intendere l’evoluzione del fato. In seguito, la
comprensione che se ne ricava è applicata per cogliere e anticipare il
futuro e, al contempo, per compiere scelte e prendere decisioni che
rispettino la coerenza dei signes. Infine, conseguito un certo livello di
sicurezza, si giunge in uno stadio in cui si è in grado di governare e
costruire il proprio avvenire. Questo tipo di opportunità, che a molti
appare un’utopia, è proprio il senso custodito dalla manovella della
Ruota che diviene così l’emblema, a tutti gli effetti, di quella che è
possibile definire la Macchina del Destino, ossia una sorta di strumento
che fabbrica gli avvenimenti. Per tale ragione, il segreto custodito dalla
carta X è davvero straordinario, anche in considerazione del fatto che è
connesso al senso del Tarot nella sua globalità.
Secondo la storiografia convenzionale sin dai tempi di Court de Gébelin,
studioso francese di fine Settecento, si è tentato di spiegare la radice
della parola Tarot indirizzandosi verso l’Egitto e ipotizzandone
un’origine collegata alla combinazione di termini quali Tar (via,
cammino) e RoRosRog (re, regale), cioè Via Regale. Al contempo, altri
autori hanno postulato che il sostantivo fosse la degenerazione di
appellativi di divinità egizie quali Ptah e Ra o una peculiare
deformazione del suono del dio Thot. Altre correnti di pensiero, invece,
hanno accostato il vocabolo alle culture più eterogenee: al cinese Tao,
che significa Via, agli anagrammi di parole latine quali Rota (Ruota) o
Orat (Prega), all’ebraico Thora (Legge), al sanscrito Tarô, cioè Stella
polare ecc. In sostanza, sia la ricerca accademica ufficiale che quella
esoterica ufficiosa, difendendo di volta in volta una derivazione
differente (egizia, cinese, latina, ebraica, indiana e così via), pare si siano
smarrite in una ridda di teorie prive di alcuna ben definita certezza.
Al contrario, seguendo la logica esposta nel corso di questo trattato,
logica che consente di cogliere la vera essenza di queste immagini,
orientarsi in maniera spontanea verso la genesi etimologica cristiana
diviene del tutto naturale. In quest’ultima tradizione esiste un simbolo
conosciuto come Chrismon, costituito dalle lettere greche X (la Ki,
corrispondente alla X latina) e P (Rho, la R latina) che, sovrapposte
l’una all’altra, creano una sorta di stella a sei punte.

Fig. 5 Il Chrismon

Il Chrismon rappresenta Cristo perché, formato dal bilittero XP (KR)


equivalente all’iniziale del nome Χριστος (Khristòs), sottintende la frase
latina “Christi monogramma”, il monogramma di Cristo. Stando alla
ricerca storica, per quanto non vi siano prove conclusive, questo simbolo
pare originare dalla parte orientale dell’impero romano, regione in cui la
lingua usata, e quindi l’alfabeto, erano quelli greci. Ufficialmente non
comparirebbe sui primi monumenti cristiani, iniziandosi a rinvenire, in
contesti privati come i sarcofagi, solo a partire dal III secolo d.C.
Secondo questa visione, quindi, la sua diffusione sarebbe stata
successiva all’editto di Milano del 313 d.C., dopo il quale l’imperatore
Costantino, permettendo per la prima volta il culto pubblico del
Cristianesimo, consentì che apparisse anche su chiese e basiliche
cristiane. Va da sé che, da un punto di vista esoterico, la reale evoluzione
fu senza alcun dubbio molto diversa.
Il monogramma, comunemente accompagnato dall’alfa (A) e dall’omega
(O) greche, che tradizionalmente designano l’inizio e la fine, è in genere
circoscritto in un cerchio. Tali lettere riportano all’affermazione del
Cristo descritta nella Bibbia: “Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la
fine” (Apocalisse 1, 8).

Fig. 6 L’Alfa e l’Omega


Nel complesso, quindi, il Chrismon è basato su quattro lettere (X, P, A e
Ω) e sul motivo della circolarità. Tenendo conto di questa descrizione,
soffermiamoci ora sulla carta della Ruota. Innanzitutto, anche questa è
caratterizzata da sei braccia, create dalla lettera X (richiamata anche dal
numero della lama) e dalla P. In particolare, per quest’ultima, si nota che
l’occhiello panciuto in maniera occulta è generato dall’ansa dell’ala della
sfinge che, insieme all’asse centrale (I) forma esattamente una P, cioè la
lettera R (Rho).

Fig. 8 X e P

Contestualmente, con un po’ di attenzione, non potrà sfuggire che nel


cartiglio vi è una piccola anomalia. Nell’articolo determinativo iniziale
LA, infatti, c’è un apostrofo che lo trasforma in L’A. Lungi dall’essere
un errore, come si potrebbe ingenuamente ritenere, si tratta di un codice
atto a rilevare l’importanza e la forza della lettera A che, grazie a questo
espediente, risulta “sottolineata”.

Fig. 8 La A

Infine, tenendo conto della naturale configurazione circolare della ruota,


si ricava la presenza della O.
Fig. 9 La O
Ponendo a confronto le due iconografie e sintetizzando il tutto, possiamo
constatare come sia nel Chrismon che nella Ruota di Fortuna si
riscontrino le medesime quattro lettere: X, P, A e Ω in greco o X, R, A e
O in latino che conducono a un’equivalenza tra i due simbolismi:

Chrismon = Ruota di Fortuna

Affinché la suddetta sequenza possa avere un senso più profondo, è


necessario che soggiaccia ad alcune regole che, peraltro, scaturiscono in
maniera del tutto naturale. Innanzitutto, nel pieno rispetto della voce
Khristòs, è necessario collocare la X prima della P. In secondo luogo,
poiché la scrittura greca è orientata da sinistra verso destra, per
conservare l’ordine delle due lettere all’interno del monogramma, la A
va posta prima della O. In questo modo, componendo una parola di
senso compiuto mediante l’alternanza di consonanti e vocali, si ottiene il
termine XARO.

X, R, A, O = XARO

A questo punto, però, s’impone un’ultima, fondamentale, precisazione.


Nel simbolismo tradizionale la X simboleggia la croce ed è equivalente
alla T o all’unione di due T. Tenendo conto sia del senso connesso
all’alfa e all’omega che di quello della ciclicità descritta dalla ruota, è
possibile posizionare le due T all’inizio e alla fine della sequenza. Per
questo, in maniera straordinaria e certamente rigorosa, dalla parola
XARO scaturisce TAROT, che statuisce la seguente equivalenza:
Fig. 10 Tarot-Chrismon

CHRISMON = RUOTA DI FORTUNA = TAROT

Il Tarot, dunque, simboleggiato dalla lama X, contiene il medesimo


insegnamento segreto espresso dal millenario simbolo cristiano noto
come Chrismon, l’emblema di Cristo. Si tratta, come abbiamo
dimostrato, della conoscenza delle leggi e del funzionamento del Destino
di cui Maria Maddalena, l’Apostolo degli apostoli, fu detentrice e
rappresentante. Sappiamo, peraltro, che quest’ultima nei Tarocchi è
rappresentata anche dal simbolo della torre, la magdala della Casa Dio.
Per questa ragione nel Diagramma 3 × 7 le due carte che in qualche
modo spiccano maggiormente, poiché contengono due oggetti disegnati
in maniera molto grande, laddove nelle altre icone lo spazio è occupato
da personaggi o da un insieme di elementi, sono proprio la ruota della X
e la torre della XVI, ossia la coppia di iniziati custodi dell’insegnamento.

Fig. 11 La Ruota e la Torre

Concludendo queste considerazioni emerge con chiarezza, seppur possa


essere sorprendente, che i Tarocchi, esattamente come l’Apocalisse a
essi collegata e ritenuta dagli esperti un testo visionario e anticipatore,
possono essere stimati un libro sapienziale e profetico, cioè una Scrittura
Sacra e Rivelata.
A tal riguardo, consci dell’importanza di quest’ultima affermazione,
desideriamo testimoniare un piccolo episodio. Il Tarot, da noi interrogato
sulla legittimità della divulgazione in merito all’origine divina del
proprio contenuto, ha offerto il suo responso in maniera inequivocabile,
almeno per i conoscitori del suo linguaggio. Proponiamo di seguito la
disposizione delle carte estratte:

Fig. 12 Un responso

Difatti, poiché la Luna rappresenta la Grande Madre, la Ruota di Fortuna


il Tarot stesso e il Giudizio il tema della Rivelazione, la risposta non
lascia spazio a equivoci e sottolinea la necessità di una tale diffusione,
esattamente come il messaggio divino proclamato dalla tromba
dell’angelo. Per questa ragione, fiduciosi nell’accoglienza di queste
considerazioni, ci auguriamo che ogni sincero ricercatore, per evitare di
incorrere in pregiudizi apodittici o ciechi affidamenti, possa cercare in
maniera esperienziale e personale le prove di quanto detto.
In ogni caso, in questa prospettiva spirituale e dottrinale, il Tarot si
manifesta in una luce totalmente diversa da quella che scaturisce dal
convenzionale impiego tipico degli ultimi decenni, ossia dalla cosiddetta
lettura previsionale praticata nella cartomanzia. Tuttavia, nonostante
questa evidente riflessione, vale la pena soffermarsi su un punto che,
contemplato in un’ottica diversa, può aprire orizzonti decisamente non
scontati. Se tramite i Tarocchi è possibile indagare l’avvenire di un
individuo, come generalmente accettato dall’opinione collettiva, essendo
gli Arcani depositari d’insegnamenti che riguardano l’Uomo e le sue
leggi nella dimensione esistenziale, sarebbe altrettanto possibile che
custodiscano le dinamiche del destino e il futuro dei secoli a venire della
nostra umanità?
13. La profezia

Sì, Didimo, verrà il giorno in cui potrete vedere a chi rassomigliate e


allora
vi rallegrerete. Ma questo è niente. Quando saprete scoprire i vostri
Archetipi,
i ventidue Segni Viventi che non muoiono e non nascono, non si
deteriorano
e non spariscono, né si manifestano ma semplicemente ed eternamente
sono,
i segni che un giorno erano in voi e che vi ritorneranno,
allora sì che resterete abbagliati e stupefatti!
VANGELO DI TOMMASO

Nel corso del tempo i Tarocchi sono diventati appannaggio quasi


esclusivo dell’ambito divinatorio e cartomantico a causa della carenza di
un’adeguata conoscenza della struttura cifrata di cui sono depositari. Per
quanto, come crediamo di aver dimostrato, si tratti di uno strumento le
cui potenzialità oltrepassano ampiamente tale finalità, ciò non significa
che quest’uso non sia possibile o concreto. Nondimeno, dal nostro punto
di vista, piuttosto che relegarlo a una dimensione esclusivamente
mantica, cioè meramente previsionale, sarebbe opportuno descriverlo nei
termini più corretti della profezia. Quest’ultima, in genere, è considerata
un’anticipazione del futuro non legata a dati di fatto comprovabili o a
ragionamenti logici, perché si suppone sia basata solo sulla presunta
veggenza di chi se ne fa portavoce, cioè, in senso lato, sulle soggettive
capacità del profeta. Pertanto, in maniera forse paradossale, pare ardito
immaginare che possa esistere “qualcosa” di diverso da un essere umano
che, in maniera oggettiva e non arbitraria, adempia questo tipo di
funzione. Siamo consapevoli del delicato terreno su cui si muovono le
nostre riflessioni, ma siamo altrettanto convinti della necessità di trattare
un argomento che, in un contesto di espansione della coscienza come
quello che stiamo sviluppando, non solo è perfettamente legittimo ma
può offrire un prezioso contributo di evoluzione.
Il Tarot, dunque, oltre a svolgere un ruolo previsionale per il singolo
individuo (la classica “lettura del futuro”), come una sorta di profeta
spirituale codifica una serie di messaggi che riguardano, nel suo
complesso, la nostra umanità. Si tratta, in pratica, di un sistema di
datazione degli eventi che non si basa su una modalità unica ma deriva
dalla combinazione di molteplici dinamiche. Poiché, per poterne
afferrare i principi e rivelarne i contenuti, almeno parziali, è opportuno
descriverne le specifiche meccaniche di funzionamento, prima di
sviluppare un esempio più complesso, concentriamoci su un caso di
datazione più “semplice” che, a nostro giudizio, può già garantire una
precisa comprensione.
Secondo varie correnti di ricerca, i “Pauperes commilitones Christi
templique Salomonis”, cioè i “Poveri Compagni d’armi di Cristo e del
Tempio di Salomone”, furono i membri di uno dei primi e più noti ordini
religiosi cristiani medioevali, quello dei Cavalieri Templari.
Quest’ordine, secondo molte fonti profondamente devoto a Maria
Maddalena, aveva tra i suoi simboli un sigillo raffigurante due cavalieri
seduti sullo stesso cavallo, come nell’immagine proposta.

Fig. 1 Simbolo templare

Così, se nei Tarocchi dovessimo scegliere un’icona che possa esprimere


il tema dei Templari, dovrebbe essere spontaneo orientarsi sul Carro.
Difatti, così come nel loro simbolo vi sono due uomini a cavallo, così nel
Tarot, grazie alla dinamica dell’inversione derivante dall’applicazione
della Legge dell’Antitesi, ritroviamo un uomo, cioè un cavaliere, su due
cavalli...

Fig. 2 Il Cavaliere Templare

Consolidati da questa prima individuazione, cerchiamo un altro


collegamento con i Templari, e in particolare con uno dei momenti più
significativi, e più difficili, della loro storia, almeno per come è in genere
narrata. Se il Carro, personificando la loro identità, ne può rappresentare
in qualche modo la genesi, orientiamoci verso la conclusione della loro
attività ufficiale. Ebbene, stando alle fonti comunemente accettate, il
1307 è stato l’anno del loro arresto per volere del re di Francia Filippo
IV il Bello, cui seguì la progressiva dissoluzione dell’ordine e delle sue
funzioni. In quale Arcano ricercare un tale “processo di dissoluzione”?
Anche in questo caso, con grande semplicità, possiamo orientare la
nostra attenzione sull’Arcano XIII che, con tutta evidenza, è portatore di
questo concetto.

Fig. 3 Il processo di dissoluzione


Fig. 4 il 1307

Così, anche a conferma del reale rapporto tra le due carte, notiamo un
particolare sorprendete: accostando il Carro a quest’ultima lama, i
numeri incisi nei rispettivi cartigli, cioè 13 e 7 (che può essere espresso
anche come 07) creano esattamente il 1307, cioè l’anno della
disgregazione templare (vedi fig. 4)!
Il caso appena descritto, dunque, si basa sul principio secondo cui
particolari eventi potrebbero essere codificati mediante l’accostamento
di due icone, i cui numeri generano l’anno collegato al fatto storico.
Sebbene, come si può constatare, si tratti di un sistema piuttosto
semplice, per quanto perfettamente codificato e occultato, a seconda di
come ci si pone rispetto alle teorie sull’origine dei Tarocchi, l’esempio
descritto potrebbe essere giudicato in un’ottica molto diversa. Difatti, se
ritenessimo che Conver o i cartai del canone marsigliese fossero i
primari autori delle icone, dovremmo sostenere che il codice è stato
costruito in maniera perfetta ma a posteriori, cioè qualche secolo dopo
gli eventi, nel SeicentoSettecento. Al contrario, se supponessimo, come
chi scrive, che gli Arcani abbiano un’origine nettamente antecedente al
Trecento, la datazione della dissoluzione templare andrebbe considerata
una profezia.
A tal proposito ci sia concesso un sintetico secondo esempio relativo a
fatti più vicini ai nostri giorni. Sappiamo che la carta del Giudizio
rappresenta il concetto della Resurrezione per via dell’essere celeste, il
Cristo, che riemerge da una tomba. La Resurrezione, però, può essere
intesa anche nei termini metaforici di una nuova vita, di un nuovo inizio.
Nel complesso, quindi, il simbolismo di questo Arcano può esprimere
sia il concetto della morte che quello del rinnovamento.
Fig. 5 Morte e rinnovamento
Nel cartiglio della lama V, invece, si rinviene la definizione di Papa.
Com’è facile comprendere senza particolari chiarimenti, data anche
l’evidenza del disegno, il personaggio raffigura in maniera
inequivocabile un pontefice.

Fig. 6 Il Pontefice
Fig. 7 Il 2005

A questo punto, volendo unire i significati delle due icone, potremmo


ottenere come risultato l’idea della morte e il successivo rinnovamento
(XX) di un papa (V). Inoltre, seguendo il sistema di datazione applicato
nel caso dei Templari, accostando cioè i numeri delle carte, otterremo un
preciso anno che si rivela sorprendente. Infatti, trattandosi degli Arcani
XX e V, cioè 20 e 5 (che, come nel caso del numero 7, può essere
espresso anche con 05), si ricava il 2005, ovvero esattamente l’anno
della morte di Giovanni Paolo II cui seguì la naturale investitura di un
nuovo pontefice.
In questo secondo esempio, diversamente dal primo, non potremmo
certo affermare che la datazione possa essere stata fatta “a tavolino” dai
maestri cartai, in quanto l’evento descritto è posteriore alla creazione
delle icone. Tuttavia, data l’estrema delicatezza nonché la grande
complessità del tema, possiamo comunque immaginare i dubbi e le
curiosità suscitati dalla disamina proposta. Per questa ragione
desideriamo dedicarci all’analisi di un sistema di datazione più
complesso che, se dimostrato, dovrebbe condurre a riflessioni, personali
e collettive, di grande valore.
Innanzitutto, consideriamo che gli Arcani Maggiori numerati sono
ventuno. Come abbiamo visto in precedenza, i Tarocchi hanno una
profonda relazione sia con l’Egitto che con gli albori del Cristianesimo,
in particolar modo con l’insegnamento collegato ai Padri del deserto, a
Cristo e Maria Maddalena. Queste ultime figure vissero nel corso di
quello che convenzionalmente definiamo il I secolo dell’Era cristiana.
Volendo comprendere quale delle icone possa esprimere tale epoca,
dobbiamo cercare qualche indizio che riporti a questo specifico periodo.
In genere, sollecitati da stimoli complessi o da pregiudizi derivanti da
consolidati processi intellettuali, siamo portati a valutazioni articolate se
non addirittura sofisticate. Laddove, invece, ragionassimo in maniera più
semplice ed elementare, ecco che il I secolo potrebbe essere individuato
nella prima lama, il Bateleur, proprio per via del numero I. Consapevoli
che quest’affermazione, a causa della sua apparente banalità, potrebbe
condurre il lettore a sottovalutare la serietà dell’argomento, orientiamoci
verso una ricerca che possa confermare questa nostra supposizione.

Fig. 8 Il secolo I

Ricordando la connessione della tradizione cristiana con l’Egitto,


focalizziamo l’attenzione su un’importante divinità appartenente al loro
culto, il dio Ptah. Quest’ultimo, protettore di Menfi, capitale del 1°
distretto del Basso Egitto, era considerato un demiurgo, patrono degli
artigiani e delle corporazioni, nonché dio del verbo. Secondo molti
egittologi era identificato come un dio potente e creatore, non solo della
sua stessa immagine, ma anche di quella di tutti gli altri dei, da lui
generati tramite la lingua e la parola. La sua importanza primaria è
attestata anche dall’etimologia del termine Egitto, che deriverebbe da
una corruzione greca della frase “Hut-ka-Ptah”, cioè la “Casa dello
Spirito di Ptah”. Nell’ambito del viaggio iniziatico dell’aldilà, che in un
prossimo capitolo tratteremo più nel dettaglio, in qualità di artigiano
Ptah aveva un compito di straordinaria importanza. Era, infatti, il
costruttore della barca sulla quale il morto, cioè il candidato oggetto di
valutazione spirituale da parte di uno speciale tribunale divino, avrebbe
compiuto il tragitto lungo il fiume in direzione della camera del giudizio
di Osiride.
Fig. 9 La barca egizia
In sintesi, Ptah era assimilato a un demiurgo creatore per via del verbo e
a un artigiano, o meglio, a un carpentiere, per via della barca:

Ptah = Verbo creatore e carpentiere navale

Avendo descritto le peculiarità di questa divinità, possiamo ora tentare di


cogliere, tramite i codici dei Tarocchi, l’equivalenza del Bateleur con
Ptah, che ci permetterà di dimostrare, in seguito, la corrispondenza
dell’Arcano con il I secolo.

Bateleur = Ptah ?

Prima di tutto consideriamo che il Matto, come già dimostrato in una


nostra opera precedente11, grazie all’etimologia orientale derivante
dall’espressione Shāh Māt che in persiano significa il Re è Morto,
personifica il morto. Quest’ultimo rappresenta, come detto, il candidato
che nell’aldilà compie il viaggio lungo il fiume. Per questa ragione,
quindi, vi è un corso fluviale occultato nella fila superiore del
Diagramma 3 × 7, tracciato nella parte celeste e inferiore delle immagini
dal Diavolo al Giudizio che peraltro, come il nome stesso suggerisce,
identifica anche la stanza presieduta da Osiride.

Fig. 10 Il fiume

Grazie all’evidenza del viaggio lungo il fiume, che sembra essere


veramente presente nei Tarocchi, possiamo ora con maggior forza
focalizzare la nostra attenzione sul Bateleur. Secondo la plurisecolare
tradizione dei Tarocchi, tale lama è anche definita il Mago. Questo
perché l’arcaico termine francese bateleur significa esattamente
prestidigitatore, cioè qualcuno che compie giochi di prestigio e di magia.
Tuttavia, come anche il nome prestidigitatore suggerisce per via dell’uso
delle mani, l’iconografia della carta raffigura con tutta evidenza un
artigiano.
Quest’idea, infatti, è palese sia per gli strumenti disposti sul tavolo che
per quelli sorretti, cioè il dischetto d’oro e il bastone. Non a caso, in certi
giochi del passato, tra i quali i famosi Tarocchi detti del Mantegna,
l’icona, in maniera non corretta ma indicativa del codice sottinteso, è
stata ribattezzata Artixan, cioè artigiano (vedi fig. 11).

Fig. 11 Artixan

Tuttavia, poiché il tavolo stesso può rappresentare una tavola, cioè il


materiale ligneo impiegato per le costruzioni, comprese quelle navali,
questo artigiano potrebbe anche essere un carpentiere. Si tratta di una
supposizione corretta? Possiamo confermare questa ipotesi grazie a
diversi codici, tenendo però conto della meravigliosa molteplicità
simbolica del Tarot che attinge dalle diverse culture iniziatiche di tutto il
pianeta. Difatti, per quanto possa sembrare insolito, dobbiamo ricordare
che gli enigmi creati nella struttura cifrata si basano su elementi ricavati
da tradizioni tanto occidentali quanto orientali, in perfetta armonia con
l’insegnamento universale depositato nelle icone.
Tra gli ideogrammi cinesi, per esempio, ne esiste uno definito Takumi.
Questo simbolo è costituito da tre tratti: un primo in alto che sta a
significare lo Yin, il principio dilatatore, un secondo inferiore che
designa lo Yang, il principio centripeto, e un tratto verticale che descrive
ciò che unisce queste due forze alla Volontà divina (caratteristica,
quest’ultima, attribuita anche al dio Ptah). In sintesi, Takumi ricalca, in
maniera praticamente identica, la cifra romana I che, come sappiamo,
numera il Bateleur. Qual è la connessione con il nostro ragionamento?
Non solo quest’ideogramma significa artigiano ma, in maniera
straordinaria, vuol dire esattamente carpentiere.
Fig. 12 L’ideogramma Takumi
Il primo Arcano, quindi, sembra realmente possedere una connessione
con il costruttore di barche. Per questo, indagando più a fondo, si scopre
che il termine Bateleur contiene un riferimento diretto al concetto
dell’imbarcazione: la radice francese BAT, come in altre lingue (in
italiano, per esempio, abbiamo battello), riporta direttamente al termine
bateau che significa barca. Da ciò si deduce una nuova interessante
analogia perché, sempre in francese, il conduttore della barca è definito
batelier, cioè battelliere. Pertanto, poiché bateleur e batelier sono
graficamente simili, a tal punto da poter essere confusi, è possibile
accertare che il nesso tra il personaggio e il concetto della barca è,
davvero, effettivo. Peraltro, si potrebbe ricavare una nuova conferma
anche dalla soluzione di un altro piccolo rebus. Tra i termini bateleur e
batelier vi è il medesimo rapporto che intercorre nella perifrasi francese
“mener en bateu”. Questo giro di parole, infatti, può essere letteralmente
tradotto con “condurre in barca” ma metaforicamente significa
“ingannare, imbrogliare”, un po’ come il nostro “prendere per il naso”.
Questa concordanza, consolidando il legame a doppio filo tra il concetto
della barca e quello dell’illusione, rafforza la nostra ipotesi poiché i temi
del carpentiere navale-batelier e del prestigiatore-bateleur sono entrambi
attribuibili al primo Arcano.
Il rapporto con la barca, tuttavia, è definito anche secondo altre logiche.
Nell’ultima carta del percorso, l’Arcano XXI, si ritrova un’imbarcazione
direttamente disegnata in forma grafica. Difatti, osservando la pietra
sorretta dagli artigli dell’aquila, si costata la presenza di una sorta di
feluca in stile egizio che, per quanto poco evidente, è perfettamente
stilizzata.

Fig. 13 La barca

In questo modo, sia nel Bateleur che nel Mondo si ritrova il concetto
della barca che, essendo ripetuto due volte nei punti chiave del
Diagramma 3 × 7, cioè la prima e l’ultima carta, non solo appare certo
ed enfatizzato ma, senza dubbio, correlato. A tal riguardo, difatti, è
opportuno menzionare che nei Tarocchi esiste una regola, la Legge della
Polarità, che garantisce la certezza della relazione tra i poli di una
sequenza, come nel caso di quella stabilita dagli Arcani numerati (IXXI).
Avendo così colto il nesso tra l’inizio e la fine rispetto all’idea della
barca, analizziamo altri dettagli in questa nuova prospettiva. Se
osserviamo il Matto, posto nel Diagramma 3 × 7 accanto al Bateleur,
notiamo che regge nella mano un bastone che, su un certo piano di
codifica, può essere l’albero di una nave. Difatti, non solo il termine
francese baton, cioè bastone, contiene la radice BAT, come bateau, ma il
nome mat del cartiglio, oltre alla già citata origine persiana, proviene dal
vocabolo francone mast. Quest’ultimo, equivalente al mast inglese di
analogo senso, significa sia albero (che riporterebbe, tramite il concetto
del giardiniere, a un altro splendido codice) che albero maestro, e
riconduce proprio all’idea di barca. Al contempo, osservando con occhio
disincantato l’altra carta attigua al primo Arcano, cioè la Papessa,
potremmo affermare che il velo tratteggiato rappresenti anche una vela:
non a caso la donna raffigura Iside e riporta al periodo egizio collegato al
viaggio del morto che stiamo descrivendo. Così, sintetizzando tutti gli
elementi, potremmo affermare che il Bateleur iniziale, con l’albero del
Matto e le vele della Papessa, allestisce il veicolo del percorso iniziatico
nell’oltretomba che si ritrova, alla fine, cioè nel Mondo, perfettamente e
completamente costruito.

Fig. 14 La costruzione della barca

A tal riguardo, ci sia concessa una breve divagazione che, pur sempre,
appartiene ai nostri argomenti. Anche se abbiamo già dimostrato come
l’icona XXI rappresenti Maria Maddalena, la presenza della barca
consente di rafforzare, con un altro codice, questa teoria. Ricordiamo che
la leggenda descrive il miracoloso sbarco della santa in Provenza. Il
viaggio è compiuto su un’imbarcazione insieme ad alcuni membri della
sua famiglia e di quella del Cristo, stimati nel numero di sette, cifra con
forte valenza simbolica. I naufraghi, scacciati dalle terre orientali a causa
della persecuzione romana, navigarono “senza remi e senza vele” e, una
volta approdati nel Sud della Francia, avviarono un importante processo
di evangelizzazione. Osservando con attenzione la barca stilizzata sulla
pietra sorretta dall’aquila, si notano due particolari: è formata da sette
tratti verticali (più la poppa e la prua, che su un altro livello simbolico
offrono nuovi spunti) e manca di contatto nella vela, perché l’albero,
sospeso, non è ancorato al fondo dello scafo (vedi fig. 13). Si tratta,
quindi, dei medesimi concetti espressi dal racconto leggendario che,
ritrovati nell’icona, certificano una volta di più il legame con Maria
Maddalena.
In ogni caso, grazie alla serie di codici relativi al rapporto del Bateleur
con il tema della barca e del carpentiere, potremmo dichiarare che
l’Arcano rappresenti realmente il dio Ptah. Tuttavia, trattandosi di un
accostamento che nell’insieme non è di agevole comprensione, riteniamo
opportuno ricercare altri indizi che confortino la già salda supposizione.
Ptah, nel culto antico, era associato all’oracolo Apis, il toro, divinità
adorata a Menfi. Osservando il cappello del Mago, tra le parti ansate a
forma di otto orizzontale raffiguranti il simbolo dell’infinito, si scorgono
sia tratti azzurri che rossi. Entrambi, al di là delle importanti differenze
simboliche derivanti da forme grafiche leggermente diverse, delineano
proprio le corna di un toro.

Fig. 15 Apis e le corna del Bateleur

Questa prima impressione della relazione tra l’Arcano e Apis è


supportata anche da un altro sorprendente codice che si ricava dal
profondo significato della lettera A.
Cominciamo col dire che, per quanto la vera e propria trasformazione
nel segno che oggi conosciamo si ebbe solo in epoca fenicia, la A deriva
primariamente da un geroglifico egizio, la testa di bovino.

Fig. 16 Geroglifico della testa di bue

Secondo i più recenti studi, le prime tracce di utilizzo dei segni scritti
risalirebbero al periodo mesopotamico del IV millennio a.C. e solo nel
2700 a.C. circa gli Egizi svilupparono un insieme di ventidue geroglifici
(notiamo il numero...) per rappresentare ciascuna delle consonanti del
loro linguaggio. Tradotto in termini astrologici, si potrebbe affermare
che l’origine dell’alfabeto risale alla cosiddetta Era del Toro, cioè al
periodo compreso tra 4000 e 6000 anni fa. Da un punto di vista
astrologico le ere sono i periodi cosmici dipendenti dal movimento del
globo terrestre noto come precessione. Poiché l’asse di rotazione della
Terra non è perpendicolare al piano orbitale, il piano equatoriale non
risulta parallelo a quello dell’eclittica, cioè a quello del percorso
apparente che il Sole compie in un anno rispetto allo sfondo della sfera
celeste. Pertanto, creandosi un angolo di circa 23° conosciuto come
inclinazione dell’eclittica, il movimento della Terra appare come quello
di una trottola che ritorna nella posizione originale solo dopo 25.765
anni circa (il cosiddetto Anno Platonico o Grande Anno) (vedi fig. 17 e
18).

Fig. 17 La precessione
Fig. 18 Le Ere astrologiche
Inoltre, per via del moto di rivoluzione, cioè il movimento che la Terra
compie intorno al Sole, la linea che congiunge i due astri incide ogni
giorno in un punto diverso della fascia circolare delle costellazioni, cioè
lo Zodiaco. In questo modo, si compie un ciclo completo in un anno che,
per tale ragione, viene suddiviso in dodici segni. Così, prendendo come
riferimento l’equinozio di primavera, ogni anno è descritto dalla
costellazione nella quale è posizionato il Sole in tale giorno. Poiché nel
corso di circa duemila anni questa costellazione cambia con un moto
retrogrado rispetto alla successione che si verifica nel ciclo annuale, tale
periodo è definito “era astrologica” e, ovviamente, prende il nome dal
segno collegato al Sole nel periodo equinoziale.
Quanto premesso è indispensabile per cogliere la ragione della diretta
relazione tra la A e la testa di bue. Infatti, poiché la lettera risale al
periodo del segno del Toro che, in forma stilizzata, è parimenti
rappresentato da una testa di bovino, questo spiega la vera ragione del
collegamento con il tema del bue:

Fig. 19 Il Toro

Al contempo, ricordiamo che la lettera, a seconda delle diverse


tradizioni, ha assunto nomi e forme leggermente diversi: per esempio,
alfa in greco, a in latino e, per noi ora d’interesse, alef in ebraico (che
vuol dire, peraltro, bue).

Fig. 20 Le A nei diversi alfabeti

Quest’ultima, disegnata dalla posizione delle braccia del Bateleur (vedi


fig. 21), attesta in via definitiva il legame tra l’Arcano e il toro Apis e ci
consente di ricavare un’ennesima conferma della relazione del Bateleur
con il dio Ptah a esso collegato.
Fig. 21 Alef-Bateleur

Aver identificato Ptah nella prima icona consente di esaminare la lama in


un’ottica molto interessante. Oltre a essere la divinità collegata alle
corporazioni di artigiani (e abbiamo visto la stretta relazione con il
carpentiere), ricordiamo che il dio era anche un demiurgo creatore
tramite il Verbo ed era definito Padre di tutti gli dei. Queste sue
caratteristiche riconducono, in ambito cristiano, direttamente alla figura
di Cristo. Questi, infatti, che la Bibbia presenta come un giovane
artigiano-carpentiere, è il Verbo incarnato che, uno col Padre, è anche il
Creatore. La sovrapposizione simbolica è talmente precisa da non
consentire incertezze: il Bateleur raffigura, su due piani simbolici
evidentemente diversi ma equivalenti rispetto al loro valore profondo,
sia Ptah che Cristo, essendo entrambi espressione delle medesime
qualità.
Bateleur = Ptah = Cristo

Fig. 22 Ptah e Cristo

Grazie a questa straordinaria connessione con il “costruttore di altari


sulla terra”, come a volte Cristo viene definito, è legittimo dichiarare
che il Bateleur esprima il concetto del I secolo, cioè il tempo della Sua
venuta:

Bateleur = I secolo

Aver confermato in modo definitivo questa ipotesi apre le porte a un


altro interrogativo: in questo secondo sistema di datazione, ogni carta
avrebbe una relazione con un certo secolo? La Papessa sarebbe collegata
al II, l’Imperatrice al III e così via? In questa prospettiva, l’ultima carta,
la XXI, testimonierebbe un nesso con la nostra epoca? Per rispondere a
questa serie di quesiti e confermare la bontà della teoria, accostiamo la
questione da un punto di vista astronomico, rivolgendo la nostra
attenzione al tema dei solstizi.
Si tratta dei momenti in cui il Sole raggiunge, nel suo moto apparente
lungo l’eclittica, i punti di massima o minima declinazione. Tali
fenomeni, dovuti all’inclinazione dell’asse terrestre, ritardano di circa 6
ore ogni anno, “recuperate” con l’anno bisestile. Questa differenza
determina, ai nostri giorni, il loro verificarsi il 2021 giugno e il 2122
dicembre. I solstizi erano simboleggiati, dagli antichi, con le due colonne
del Tempio. I costruttori, infatti, per stabilire il posizionamento di un
luogo di culto, una volta orientatisi verso est in direzione del Sole
nascente, tracciavano un grande cerchio. Su questo, o meglio sulla sua
circonferenza, segnavano ogni giorno l’intersezione della linea di
collegamento tra il centro e il sorgere del Sole, in modo da individuare
l’arco delimitato dai momenti di massima e minima ascesa dell’astro,
cioè i due solstizi. In questi punti erigevano le colonne d’ingresso della
nuova costruzione in modo da garantire che l’astro, nel corso di tutto
l’anno, penetrasse all’interno del tempio (vedi fig. 23).

Fig. 23 Le due colonne

Per la nostra dimostrazione quanto descritto si rivela fondamentale,


giacché consente di stabilire una nuova connessione. Innanzitutto,
dovendo scegliere quale Arcano possa esprimere il concetto del solstizio
estivo, ossia quello per noi d’interesse, orientiamoci spontaneamente
verso la carta del Sole, nella quale la stella appare in tutta la sua calorosa
manifestazione sottolineata anche dalla nudità dei personaggi.

Fig. 24 Il solstizio estivo


Ricordiamo, inoltre, che la posizione del solstizio rispetto alle stelle non
è fissa ma, a causa del fenomeno della precessione, si modifica di 1°
ogni 72 anni. Ciò significa che il solstizio estivo, come quello invernale
e gli equinozi, cambiando di posizione nel tempo, appare per cicli di
lunghezza variabile nelle diverse costellazioni zodiacali. In particolare,
una decina d’anni prima della nascita di Cristo, il solstizio si è spostato
da Cancro, dove si verificava sin dal 1500 a.C. circa provenendo da
Leone, in Gemelli. Da qui, dal 1989, dopo aver attraversato tutta la
costellazione, si è mosso in Toro dove, a metà degli anni Quattromila,
passerà in Ariete. In sostanza, dunque, a cavallo dell’anno 0 e per i
successivi duemila anni il Sole, nel momento del solstizio estivo, si è
sempre trovato nel segno dei Gemelli (vedi fig. 25).

Fig. 25 Sole in Gemelli

Fig. 26 Cancro-Gemelli-Toro

Tornando a studiare le icone nel contesto di questo scenario, si rileva una


corrispondenza eccezionale. Il segno del Cancro, com’è noto, è
simbolicamente espresso da un gambero o da un granchio. Quello dei
Gemelli, invece, da due giovani raffiguranti per tradizione Castore e
Polluce. Il Toro, infine, è designato dall’omonimo animale.
Così, osservando la carta della Luna, per via del “crostaceo” centrale,
possiamo stabilire con semplicità il nesso con il Cancro. Al contempo,
anche nel Sole, grazie ai due piccoli personaggi, il rapporto con
l’omonima costellazione risulta evidente. Infine, poiché soffermandosi
sul Mondo si riscontra la presenza del Toro nella parte inferiore della
lama, possiamo affermare che nei Tarocchi tutte e tre le costellazioni
implicate nel movimento solstiziale si ritrovano disposte nel medesimo
ordine (vedi fig. 27).

Fig. 27 Cancro-Gemelli-Toro
A questo punto, rispetto al tema del cambiamento di posizione del Sole
nei solstizi, ricordiamo che l’evento estivo è palese nella lama XVIIII. In
tal modo, quest’ultima simboleggia anche il periodo di tempo in cui
l’astro è transitato nella costellazione dei Gemelli, ovvero gli ultimi
duemila anni. Al contempo la Luna accanto, grazie al rapporto con il
segno del Cancro, descrive il periodo solstiziale precedente, avvenuto
nella rispettiva costellazione. Nella carta, infatti, a riprova di queste
connessioni temporali, si ritrova un elemento significativo sapientemente
delineato tra le onde del mare, cioè un piccolo pesce. Trattandosi del
simbolo raffigurante Cristo, la sua presenza attesta nell’icona il dato
dell’anno 0 collegato alla Sua nascita. Quest’anno, però, si ritrova
esattamente a cavallo tra i due periodi astronomici di Cancro e Gemelli,
esattamente come il pesce posto al confine dell’Arcano della Luna con
quello del Sole. Ecco perché la piccola torre posta sopra il pesce,
potendo corrispondere anche a un ovile per via dell’indiretto concetto
dei lupi e del gregge, riporta alla costellazione della mangiatoia,
parimenti presente nel Cancro e nella Natività.

Fig. 28 Cancro e la nascita di Cristo

Per concludere il ragionamento e verificare la correttezza di questo


codice astronomico, non resta che porsi una domanda: come mai il
Mondo, espressione del segno del Toro, l’era solstiziale successiva a
Gemelli, non è attiguo al Sole, come nel caso del Cancro della Luna, ma
è separato dalla presenza del Giudizio? Che cosa esprimerebbe
quest’ultimo Arcano?
Anche in questo caso i codici offrono una risposta chiara e precisa, a
patto di non dimenticare la loro straordinaria coerenza e la totale
interconnessione. Così, poiché esiste un elemento, il pesceCristo, che
separa le due ere precedenti di Cancro e Gemelli, potremmo supporre
una logica analoga anche per risolvere tale enigma. In questo caso, però,
non si tratta di un dettaglio grafico altrettanto sottile, come nel caso del
pesce, ma di qualcosa che, pur nella sua lampante evidenza, resta
meravigliosamente occultato, cioè l’intero Arcano XX! Difatti, se da un
lato il piccolo simbolo della Luna simboleggia il confine dell’anno 0,
dall’altro l’intera icona del Giudizio, per via del numero XX, rappresenta
il ventesimo secolo, ovvero la fase di transizione del Sole dal solstizio di
Gemelli a quello di Toro!

Fig. 29 Il Giudizio

Giudizio = Secolo XX

Di conseguenza, poiché il rapporto tra la lama XXI e il segno astrologico


del Toro risulta confermato, l’Arcano può essere considerato
rappresentativo dell’inizio del nuovo periodo solstiziale, ovvero il XXI
secolo, esattamente come abbiamo teorizzato al principio della
dimostrazione:

Mondo = Secolo XXI

Rispetto a quest’ultima evidenza, peraltro, vista la corrispondenza della


lama con la datazione siderale e il tema della Grande Madre, potrebbe
non essere un azzardo asserire che l’attuale secolo sia proprio il periodo
del ritorno della straordinaria energia femminile nel mondo.
In ogni caso, da quanto illustrato, scaturiscono due importanti riflessioni.
Da un lato, possiamo dichiarare che questo secondo sistema di datazione
dei Tarocchi, nel quale ogni carta designa un secolo ben definito, è reale.
Pertanto, giudicare il Tarot come un libro profetico e rivelatore di eventi
che riguardano il nostro pianeta e l’umanità nella sua collettività, come
abbiamo dichiarato in precedenza per via della relazione con
l’Apocalisse e le Sacre Scritture, è lecito se non indispensabile.
Dall’altro, non possiamo non notare che i due Arcani, il Bateleur e il
Mondo, citati nell’esempio descritto, rappresentano rispettivamente il
Cristo e la Maddalena. Trattandosi, però, delle due carte occupanti
posizioni chiave rispetto a tutto il Sentiero del Tarot, la loro
identificazione consente di porre un preciso interrogativo: qual è la
profonda relazione di questa coppia d’iniziati rispetto alle icone e al loro
insegnamento? Per dare una risposta a una domanda tanto rilevante
quanto ardua, analizziamo i codici dei Tarocchi nel contesto di uno
straordinario monumento funerario egizio-cristiano, la cui decifrazione
potrà portare una nuova luce su questo cruciale aspetto.
14. Il tetramorfo di Jouarre. Parte I

O Conquistatore del sonno! Io sono il Sé nel cuore di tutte le creature.


Io sono l’Origine, l’Esistenza e la Fine di tutti gli esseri.
BHAGAVAD GITA

Con le analisi proposte nei capitoli precedenti, abbiamo anche illustrato


come le ultime due carte dei Tarocchi, il Mondo e il Giudizio,
descrivano uno dei momenti più significativi della vita del Cristo, cioè la
Resurrezione presso il Santo Sepolcro di cui Maria Maddalena fu prima
testimone. Osservate con una prospettiva d’insieme, le due icone
possono indurre anche altre riflessioni che ci aiuteranno ad avviare la
presente dimostrazione.

Fig. 1 GiudizioMondo

Nell’Arcano XX sono rappresentati sia il Giudizio universale che un


sarcofago, quest’ultimo descritto dalla vasca gialla posta sopra il
cartiglio. Contestualmente, la lama XXI esprime il tema del Cristo in
gloria, con la sola differenza che la figura centrale è una donna, santa
Maddalena. Tale simbolismo, da sempre utilizzato per rappresentare la
santità attraverso la sostituzione del volto centrale con quello del
soggetto di cui si desiderava esprimere la condizione mistica, come
l’esempio della Madonna ci ricorda, è anche conosciuto come
tetramorfo. Nei due Arcani oggetto d’indagine, quindi, che senso
avrebbe il nesso tra un sepolcro, il concetto del Giudizio universale e
quello del tetramorfo?
Come già anticipato, il più antico tetramorfo occidentale fu scolpito sulla
tomba di Agilberto, nell’abbazia francese di Jouarre. Questa
informazione è un indizio fondamentale ed è ciò che consente di
sviluppare il particolare ragionamento proposto tramite l’impiego dei
codici del Tarot.
Il monastero di Jouarre fu fondato verso il 630 d.C., ai tempi del re
merovingio Dagoberto, dal monaco Adone, uno dei tre figli del
funzionario reale Autario.

Fig. 2 Abbazia di Jouarre

Tuttavia, si deve al vescovo Agilberto la realizzazione delle cripte che,


seppur ubicate in un modesto edificio seminterrato, rappresentano uno
dei più bei monumenti francesi dell’arte merovingia. Agilberto si recò
dapprima in Irlanda, per studiare e insegnare, e divenne in seguito
vescovo di Dorchester, un paese della Sassonia. Tuttavia, non
comprendendo correttamente la lingua, scelse il rientro in Gallia dove,
nel 664, fece costruire la cripta e, secondo alcune fonti, parte della
basilica. Infine, nominato nel 667 vescovo di Parigi, morì verso il 680
circa.
Sullo stile delle comunità orientali, Jouarre fu aperto agli uomini e alle
donne le quali, nel tempo, ne assunsero il governo. Così, nonostante la
presenza maschile, il monastero fu affidato sin dai primordi a Telchide,
sorella di Agilberto, che divenne la prima badessa dell’abbazia. Una
linea d’autorità sostanzialmente femminile porta a supporre che questo
luogo sia stato da sempre incline al culto del femminino sacro, aspetto
che per la nostra ricerca è decisamente rilevante. Per quanto persista
grande incertezza rispetto alle origini delle cripte, queste ultime sono
considerate il mausoleo della famiglia fondatrice. Nella costruzione più
ampia – la cripta di San Paolo – si trovano sette tombe e una sola in
quella accanto, la cappella di Santa Ebregisila. Secondo gli esperti, il
sarcofago di nostro interesse, teoricamente dedicato ad Agilberto,
sarebbe stato scolpito verso la fine del VII secolo e ubicato nella cripta
di San Paolo.

Fig. 3 Le cripte merovinge


Fig. 4 Le due sale e, in rosso, il sarcofago di Agilberto (G)

Questa vasca tombale è caratterizzata da alcune anomalie che suscitano


una speciale attenzione. Innanzitutto, è insolito che in una tomba
merovingia manchi l’indicazione precisa del personaggio sepolto. Infatti,
la presenza dell’iscrizione “Agilbe”, riportata su un pezzo di corteccia
che le monache collocarono nel XV secolo, non comprova con certezza
l’attuale attribuzione. In secondo luogo, le decorazioni sono totalmente
diverse anche da quelle dell’arte coptoegizia tipica della Gallia di quel
periodo. Ai tempi delle invasioni musulmane, difatti, molti religiosi
orientali, per scampare alle terribili persecuzioni, fuggirono in
Occidente. Qui, in vari luoghi sacri, riprodussero un’arte che mirava a
tramandare i loro antichi insegnamenti, a noi oggi noti, come detto in
precedenza, tramite i Vangeli apocrifi. A queste maestranze è dunque
legata anche la realizzazione dell’opera di Jouarre che, tuttavia, presenta
simboli di precisa valenza iniziatica che si discostano dal canone
artistico del tempo e del luogo.
Il sarcofago di Agilberto riporta due superbi bassorilievi, uno sul
pannello laterale e uno su quello anteriore. Il tetramorfo occupa la
porzione frontale, per secoli addossata contro la parete della cripta. Per
questa ragione è rimasto nascosto sino ai lavori di ristrutturazione, ed è
ora ammirabile, attraverso un vetro di protezione, dall’esterno
dell’edificio. In un testo pubblicato dal monastero, troviamo una
precisazione che, rispetto al tema che stiamo trattando, è alquanto
significativa: “Tale scultura è sempre stata, sin dai tempi più remoti, il
libro degli illetterati. Questo perché un simbolismo, immutabile come un
codice, si trasmette attraverso le epoche come un linguaggio”.
Si tratta di un riferimento esplicito alla funzione simbolica dell’opera
che, come vedremo, è perfettamente comprensibile tramite la decodifica
offerta dai Tarocchi.

Fig. 5 Il pannello frontale del sarcofago: il tetramorfo

Nel pannello laterale, invece, vi è un’altra rappresentazione in cui il


Cristo in maestà seduto su un trono sorregge un rotolo (A). In ragione
del movimento dei personaggi che lo circondano, questa pergamena
sembra essere il Libro della Vita su cui, secondo la tradizione, sarebbero
registrati i nomi dei destinati al Paradiso. Le figure laterali indossano una
stola trasversale (B), cioè una sorta di sciarpa che lascia trasparire il
corpo nudo e le braccia sollevate in preghiera come nell’uso cristiano dei
primordi. Nel complesso, i soggetti sono almeno nove tra cui, sulla
destra, si distingue chiaramente il volto di una donna (C). Infine, sopra il
capo del Cristo, s’intravede la forma di uno dei tre angeli presenti nella
scena (D). Il tutto richiama l’evocazione degli eletti che, nell’aldilà,
acclamano il Redentore che valuta i meritevoli, cioè il tema del Giudizio
universale descritto nell’Apocalisse.
Fig. 6 Il pannello laterale del sarcofago: il Giudizio universale
Che cosa testimoniano le due sculture del sarcofago? Per quanto la vasca
possa essere considerata straordinaria opera di un atelier, o di un’artista,
imbevuti d’arte cristiana primitiva, l’iconografia è così ricca da
consentire dubbi rispetto alla reale funzione: la tomba sarebbe stata
veramente scolpita per il vescovo Agilberto? Sebbene la sua vita fu
costellata da influenze e incontri di natura eterogenea, la sua figura, da
un punto di vista storico e religioso, non sembra giustificare l’omaggio
di un tale capolavoro, che risulta essere un’opera nel suo genere davvero
eccezionale. “A chi appartiene questa tomba”, quindi, potrebbe essere
ancora un dilemma irrisolto, sebbene non vi sia stata particolare
attenzione da parte dei ricercatori che, in maniera unanime, si sono
accontentati delle precarie indicazioni a disposizione. Per questo
l’ausilio dei Tarocchi, seppur nel presente lavoro ne sia stata presentata
solo una descrizione parziale, poiché ne consente l’analisi in una
prospettiva completamente diversa, può risultare davvero indispensabile.
Infatti, attraverso l’applicazione dei codici e delle leggi, come chiavi di
decodifica di un messaggio volutamente occultato, riteniamo sia
possibile cogliere la profonda interconnessione delle figure scolpite nei
due pannelli e comprendere il segreto di questo millenario monumento.

Fig. 7 Confronto sarcofago-Tarocchi


Innanzitutto, come si riscontra dalla semplice constatazione visiva,
entrambe le sculture stabiliscono un inequivocabile parallelismo con le
tappe finali del percorso del Tarot, il Giudizio e il Mondo, nei quali è
descritto un simbolismo analogo se non identico. Non si tratta,
ovviamente, di una casualità, come tra poco apprezzeremo, e la
straordinaria corrispondenza è solo la prima di una lunga serie (vedi fig.
7).

Vasca laterale (Giudizio universale) = Giudizio


Vasca frontale (tetramorfo) = Mondo

Entrando nel dettaglio, per esempio, notiamo che nel tetramorfo, tra i
due bassorilievi certamente l’opera più complessa, un particolare appare
insolito: il viso è imberbe e, circondato dal nimbo crocifero, crea
l’effetto di una figura molto più giovane rispetto alle rappresentazioni
canoniche. Secondo i critici questa peculiarità avrebbe condotto i
religiosi del monastero, per evitare accuse di eresia, a nascondere l’opera
addossando la testa frontale contro il muro. Difatti, l’attuale posizione
della vasca sembra risalire almeno ai tempi dell’edificazione della
cappella di Ebregisila, costruita poco dopo quella di San Paolo, dove è
sempre rimasta, occultando il bassorilievo, sino alla sua recente scoperta.
Eppure, l’ipotesi di questioni ereticali per l’assenza della barba sembra
inconsistente, anche per la presenza di una consuetudine iconografica
orientale simile, per quanto più rara. Infatti, osservando il personaggio
con attenzione, può sorgere un dubbio: è davvero un uomo, il soggetto
raffigurato? Giudicando liberi da condizionamenti e senza l’idea
preconcetta che debba essere necessariamente il Cristo, quale
impressione si ricava dai lineamenti del volto e delle spalle? Si dovrebbe
convenire, senza forzatura, che l’insieme si rivela nettamente femminile.
Fig. 8 Il volto femminile

Secondo la morfopsicologia, cioè la scienza che studia l’aspetto e la


polarità sessuale in rapporto alla psicologia dell’uomo, la femminilità
tende verso l’estensione morbida e più tondeggiante delle forme. I suoi
connotati tipici sono un volto disteso, gli zigomi pieni, una modellatura
dalle curve arrotondate e una consistenza gentile dei tratti. Inoltre, i
ricettori sono più aperti e quindi gli occhi possono essere più grandi, il
naso dritto con narici più dilatate, la bocca più tenera, delicata e più o
meno sottilmente carnosa.
Per quanto si tratti di una descrizione indicativa e sommaria, il volto
scolpito sulla tomba pare perfettamente rispondere a queste
considerazioni che, tra l’altro, possono essere ampliate. I capelli, di
foggia femminile, sono molto lunghi e le spalle, nonché l’intera struttura
corporea, appaiono più minuti e caratterizzati da una certa fragilità che,
in maniera codificata, è espressa anche da un’altra singolarità. Infatti,
nella figura, la mano che compie la benedizione tramite il gesto delle due
dita, che nell’iconografia classica è sollevata insieme a tutto il braccio, è
appoggiata, insieme con l’altra, sul libro aperto. Questa particolare
postura sembra richiamare un atto di sostegno, tipico, in genere, di una
delicatezza o di una gracilità più femminili, e fornisce quindi un altro
piccolo indizio alla nostra supposizione.

Fig. 9 Le due dita


Questi primi elementi, seppur nel complesso non possano confermare la
femminilità del personaggio, sembrano essere sufficienti per indagare
tale ipotesi, anche in considerazione del fatto che l’equivalente
simbolismo del tetramorfo espresso dai Tarocchi è esplicitamente
collegato a una donna, cioè la figura centrale del Mondo, Maria
Maddalena. Difatti, la domanda che sorge naturale è la seguente: vi
sarebbe una diretta corrispondenza tra le due iconografie? La figura del
tetramorfo di Jouarre sarebbe la stessa della donna del Mondo?

Personaggio del tetramorfo = Donna del Mondo ?

Fig. 10 Due donne?

Così, alla ricerca di risposte, indaghiamo prima di tutto la facciata


laterale del sarcofago che contiene una chiave di decodifica importante.
Come abbiamo accennato in precedenza, in questa vasca, tra i vari
personaggi maschili, ne è scolpito uno femminile. Che cosa dovrebbe
suggerire la sua presenza?

Fig. 11 La donna laterale

Per comprendere l’importanza dell’elemento, giova rammentare che tra


le regole di codifica del Tarot esiste quella che abbiamo definito la
Legge dell’Attiguità. Questa norma, ricordiamolo, certifica che un
simbolo, disegnato in maniera evidente in una carta posta accanto a
un’altra dove il medesimo simbolo non è esplicito, conferma l’identità
tra i due. A tal riguardo, oltre al già citato esempio del libro della
Papessa che comprova quello dell’Eremita, decisamente più occulto,
potremmo indicare un nuovo caso presente nell’icona del Papa. Nella
porzione inferiore della carta, infatti, si distinguono due personaggi, cioè
gli accoliti venuti ad ascoltare nel tempio il loro maestro, il pontefice.
Osservando il soggetto di destra, si nota che il braccio posto in
atteggiamento devozionale, cioè in preghiera, crea un effetto anomalo
perché se da un lato appare ovvio che gli appartenga, dall’altro si
potrebbe ipotizzare sia di qualcuno che, dall’esterno, lo appoggi sulla
sua spalla. In circostanze come questa la Legge dell’Attiguità si rivela
estremamente utile perché consente di confermare, immediatamente, la
bontà della supposizione. Difatti, spostando l’attenzione sulla lama
accanto nel Diagramma 3 × 7 – l’Innamorato – si riscontra che la figura
femminile di sinistra poggia il braccio proprio sulla spalla dell’uomo,
esattamente come nel trompel’oeil del Papa che, pertanto risulta così
acclarato.

Fig. 12 Il braccio del Papa


Fig. 13 Due donne?

Nel caso del monumento funerario, quindi, se ipotizzassimo che i suoi


creatori abbiano intenzionalmente seguito la medesima logica della
regola dei Tarocchi, potremmo pensare che la donna della faccia laterale
sia stata scolpita proprio per suggerire che la figura frontale, attigua, ha
una relazione con lei e è veramente femminile. Ovviamente, supporre
l’uso della Legge dell’Attiguità per il sarcofago, significa ritenere che la
codifica occultata nel monumento, che come era d’uso anche nel caso
delle tombe egizie è comunque indiscutibile, sia davvero collegata alle
icone del Tarot e al relativo insegnamento.
Per quanto l’affermazione possa sembrare un azzardo, anche se siamo
convinti che alla fine della dimostrazione ne verrà testimoniata la
validità, notiamo che esistono alcuni elementi che confermano che la
donna della vasca laterale è connessa alle figure femminili presenti nelle
due icone del Tarot che, non dimentichiamolo, sono in diretta relazione
con il monumento. Innanzitutto, sappiamo che il tema del pannello
laterale corrisponde a quello dell’Arcano XX per via della resurrezione
dei morti nel giorno del giudizio universale. Pertanto, la donna a lato
della tomba, cioè la vasca gialla, posta alla sinistra dell’essere celeste
che designa il Cristo, può essere considerata l’equivalente della figura
femminile del sarcofago, avendo entrambe uno stretto rapporto con il
medesimo argomento.
Fig. 14 Le due donne “laterali”

Al contempo, però, la figura laterale del sarcofago ha una esplicita


relazione anche con quella femminile della carta XXI perché, in
entrambi i soggetti, si evidenzia la stessa sciarpa egizia tipica dei
sacerdoti del dio Ptah a Menfi (vedi fig. 15).

Fig. 15 Le due sciarpe

Quanto detto, quindi, confermando il nesso della figura della vasca con
entrambe le icone, attesta una nuova relazione tra i Tarocchi e la tomba
di Jouarre.
Donna Giudizio <=> Donna vasca laterale <=> Donna Mondo

Peraltro, entrambe le donne delle due lame finali designano lo stesso


soggetto. Sappiamo, infatti, che nella carta XX, in considerazione del
complesso simbolismo del noli me tangere legato alla posizione delle
mani che non toccano e sono in atteggiamento di preghiera, la figura
rappresenta la Maddalena nel lunedì della Resurrezione. Al contempo,
nell’iconografia dell’Arcano XXI, la santa è espressa dalla donna
centrale, come ampiamente attestato.

Fig. 16 Due donne: la Maddalena

Pertanto, quest’ultima corrispondenza ci permette di formulare una


nuova ipotesi: se la donna del Giudizio e quella del Mondo sono
connesse dalla medesima valenza simbolica, rappresentando entrambe
Maria Maddalena, la figura laterale del sarcofago a esse collegata non
potrebbe designare lo stesso personaggio? Inoltre, alla luce della Legge
dell’Attiguità, non si potrebbe supporre che anche il simbolismo della
figura frontale esprima il medesimo soggetto? Alla ricerca di nuovi
elementi, continuiamo l’analisi del monumento mediante l’impiego di
altri codici.
Fig. 17 La Maddalena?
15. Il tetramorfo di Jouarre. Parte II

Allorché Gesù terminò di pronunciare queste parole, si precipitò davanti


Maria Maddalena e gli disse: “Signore, il mio abitante della luce ha
orecchie,
e io afferro ogni parola che tu dici”.
PISTIS SOPHIA

Nel monumento funerario di Jouarre il personaggio del pannello frontale


sorregge un testo che, posto al centro, risulta in particolare evidenza. Al
contempo, il simbolismo della lama del Mondo, come abbiamo avuto
modo di constatare, rivela il libro attraverso la decodifica del termine
evangelo costituito dal binomio Grande Madre e angeli, cioè gli elementi
presenti nell’icona.

Fig. 1 Il libro

Entrambe le iconografie riportano alla carta della Papessa nella quale il


simbolo è esplicito. Avviamoci, pertanto, in questa direzione per cercare
nuove connessioni tra i Tarocchi e il sarcofago, in modo da individuare
utili conferme alle nostre supposizioni.
A sinistra della Papessa vi è una forma che, come abbiamo avuto modo
di anticipare, è un uovo colorato. A tal proposito ricordiamo che
l’Arcano, raffigurando anche Iside, ha una relazione con l’Egitto e con
l’antica festa di Shamo praticata all’arrivo della primavera. Poiché
questa stagione era accolta come il tempo della rinascita della natura,
l’usanza di colorare le uova è rimasta anche nell’equivalente
celebrazione cristiana della Resurrezione, cioè la Pasqua.
Fig. 2 La Papessa

Tuttavia, data l’ambiguità del disegno, come essere certi si tratti


veramente di un uovo, anche in considerazione della sua assenza in molti
Tarocchi del canone marsigliese? Innanzitutto, è bene ricordare che
l’elemento è stato nuovamente integrato in alcune edizioni moderne
basate sulla matrice di Nicolas Conver, compresi i Tarocchi restaurati
dall’autore e utilizzati nel presente studio, in ragione di vari motivi. In
primo luogo, esiste un gioco appartenente al gruppo del canone
marsigliese in cui, nonostante l’usura del tempo, il simbolo è tracciato in
modo palese. Si tratta del mazzo ottocentesco di Suzanne Bernardin che,
cosciente della relazione con la Papessa e con l’architettura complessiva
dei Tarocchi, ha collocato una forma ovoidale accanto alla figura (vedi
fig. 3). Difatti, poiché l’uovo è espressione di fertilità, la sua presenza è
naturalmente coerente con quella del personaggio che, come sappiamo,
rappresenta la Grande Madre.

Fig. 3 La Papessa dell’edizione Bernardin (con particolare)


Inoltre, la certezza si tratti di un uovo è statuita anche da un dettaglio
esplicitamente grafico, per quanto molto ben celato. Ruotando la carta di
180°, come in occasione del codice delle torce, e osservando il viso della
donna, l’unico tra i ventidue Arcani a essere bianco, emerge un
particolare curioso: il volto e la tiara creano il medesimo effetto di un
uovo su un portauovo!

Fig. 4 L’uovo

Grazie a queste evidenze, quindi, è lecito asserire che anche nei


Tarocchi, come nell’iconografia tradizionale, il simbolismo della Grande
Madre è strettamente correlato al tema dell’uovo. Per questa ragione,
dunque, possiamo affermare che anche nel Mondo, parimenti
rappresentante la Grande Madre Maria Maddalena, la forma ovoidale
nascosta tra i nastri gialli della mandorla è realmente un uovo, come già
anticipato nella descrizione degli attributi della santa (vedi fig. 5). Che
cosa suggerisce quest’ultimo spunto? Vista la corrispondenza grafica
dell’icona XXI con il tetramorfo di Jouarre, si realizza che la forma
tondeggiante tracciata ai piedi di quest’ultimo personaggio, che su un
certo piano descrive una semplice sfera, potrebbe designare anche
l’uovo. Tuttavia, che cosa comporterebbe la sua presenza con il suo
duplice significato? Attraverso l’ausilio di ulteriori codici, riflettiamo
anche su questo aspetto.
Fig. 5 Le uova

Recuperiamo la dinamica di costante inversione che emerge dal


confronto tra il Mondo e l’Appeso. Ricordiamo, difatti, che ogni tipo di
contrasto tra i due Arcani riporta al dualismo per antonomasia, quello
terrestre-celeste, sintetizzato dalle due forme, rettangolare e ovale, che
circoscrivono i protagonisti. Queste connessioni si basano sulla già
descritta Legge dell’Antitesi, una delle regole di codifica del Tarot.

Fig. 6 Il dualismo
Poiché, in maniera semplice e universale, terrestre e celeste sono
rappresentati dal quadrato-cubo e dal cerchio-sfera, nel Cristo di Jouarre
dovrebbe essere naturale ritrovare il primo sotto, nella terra, e il secondo
sopra, nel cielo. Perché, invece, sono invertiti con il cubo (A) nella parte
superiore e la sfera nell’inferiore (B)?
Anche in questo caso si tratta dell’applicazione della Legge
dell’Antitesi: i creatori dell’opera hanno invertito il simbolismo per
sottolineare che nell’effige funeraria è insito il concetto
dell’opposizione.

Fig. 7 Inversione

Di che cosa si tratterebbe? Poiché stiamo indagando l’incerta mascolinità


o, meglio, la presunta femminilità del soggetto, possiamo dedurre che a
essere rovesciato è proprio il fatto che il personaggio centrale non è un
uomo, come si potrebbe supporre, ma una donna! A consolidamento di
questa ulteriore indicazione, possiamo verificare che quella trovata non è
l’unica antitesi codificata. Nel simbolismo tradizionale, difatti, la figura
centrale del tetramorfo è circondata dalle costellazioni zodiacali. Nello
specifico, i quattro viventi raffigurano il Toro, il Leone,
l’AquilaScorpione e l’AngeloAcquario. Normalmente, i segni
dovrebbero essere collocati come nello Zodiaco, in maniera che il Toro
si opponga all’AquilaScorpione e il Leone all’AngeloAcquario, creando
nell’insieme quella che è definita la Croce Fissa12 dei cieli (vedi fig. 8).
Fig. 7 Inversione

Fig. 8 La Croce Fissa

Tuttavia, nel caso di Jouarre, si svela un’altra inversione in quanto i


segni zodiacali non rispettano le esigenze astrologiche: il Toro si oppone
all’Acquario e il Leone allo Scorpione.

Fig. 9 L’inversione astrologica


Anche alla luce dei confronti analizzati in precedenza, sembra che le
analogie e le antitesi che si possono rilevare nel monumento,
comprensibili alla luce dei Tarocchi, conducano verso la medesima
conclusione, cioè la femminilità del soggetto scolpito. In ogni caso, la
certezza di questa ipotesi può essere definitivamente ricavata da alcune
connessioni davvero notevoli. Dietro il volto del personaggio si rileva la
presenza del nimbo crocifero, cioè la croce zodiacale (vedi fig. 10).

Fig. 10 Il nimbo crocifero, la croce zodiacale

Di questa si scorgono solo tre dei quattro bracci perché il quarto, posto
nella porzione inferiore, è nascosto perché coperto dal collo. I bracci
convergono verso il centro testimoniando l’idea di un cerchio e,
nonostante la leggera imprecisione di quello di sinistra, rivelano l’intento
della raffigurazione del circolo astrologico.

Fig. 11 Lo Zodiaco

In questo modo, poiché la testa della figura risulta coronata dalle 12


costellazioni dello Zodiaco, possiamo scorgere una relazione con
l’Apocalisse, in cui è descritta una donna incinta che ha sul capo una
corona di dodici stelle: “Poi apparve nel cielo un gran segno: una donna
vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di
dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e i dolori del parto”
(Apocalisse 12, 1).
Questo codice confermerebbe una volta di più l’identità femminile del
personaggio. Tuttavia, come essere certi si tratti di un’allusione al
suddetto testo biblico?
Il nesso del sarcofago con l’ultimo libro della Bibbia è attestato da vari
fattori. Innanzitutto, dal simbolismo stesso del tetramorfo. In secondo
luogo, dalla presenza, nella vasca laterale, del tema del Giudizio finale.
Infine, da un dettaglio sottile relativo ai quattro viventi, in quanto le loro
ali sono connotate dal medesimo numero di sei linee descritte nel passo
biblico: “I quattro esseri viventi avevano ognuno sei ali e intorno e
dentro erano pieni di occhi; e non cessano mai né giorno né notte, di
dire: Santo, santo, santo è il Signore Dio, l’Onnipotente, che era, che è e
che ha da venire!” (Apocalisse 4, 8) (vedi fig. 12).

Fig. 12 Le sei ali del tetramorfo


Quest’ultimo elemento, peraltro, attestando un ulteriore nesso tra il Tarot
e il sarcofago, si ritrova anche nell’icona del Mondo. Infatti, osservando
la carta, si può apprezzare che due dei quattro viventi, il Toro e il Leone,
sono connotati dalle sei ali apocalittiche descritte nel sarcofago,
simbolicamente espresse dalle foglie verdi poste sul dorso.

Fig. 13 Le sei ali del Mondo

Nel complesso, quindi, nella vasca frontale della tomba tutte le


indicazioni conducono verso una figura femminile, il cui simbolismo
sembra essere in relazione con la fecondità, sia per l’uovosfera ai piedi,
che appare ora illuminato di pieno senso, che per il parallelismo con la
donna incinta del testo biblico.
Tenendo conto di tutti i codici menzionati e della stretta interdipendenza
che intercorre tra la lama XXI e il tetramorfo, a questo punto dell’analisi
non pare più audace affermare che il soggetto tanto misteriosamente
celato non solo sia una donna, ma sia proprio Maria Maddalena.
Seguendo questa linea di ricerca, vi sono nuove straordinarie indicazioni
che attestano la dichiarazione.
Tra le gambe del soggetto scolpito emerge la forma di una V. Questa
lettera, iniziale della Vergine, rappresenta il calice, ossia il ricettacolo
femminile (vedi fig. 14).
Fig. 14 La V

Oltre all’uovo, l’idea di una connessione con l’utero materno è


supportata anche da un altro elemento. Nella parte inferiore del vestito ci
sono due tratti che delimitano il bordo. Al contempo, si scorge una terza
linea poco sopra che, almeno a prima vista, sembra inutile rispetto alle
necessità grafiche dell’abito. Per quale ragione sarebbe stata tracciata?

Fig. 15 Le tre linee


Il segmento, in realtà, lungi dall’essere superfluo, è determinante per
creare la forma di un oggetto particolare. Unendo, infatti, i tre tratti e
seguendo le incisioni oblique scolpite sino alle estremità della V, si svela
la presenza di una coppa.

Fig. 16 La coppa

Nel simbolismo tradizionale, a causa dell’evidente collegamento con il


grembo materno e con l’organo della riproduzione, anche la coppa, come
la V e l’uovo, rappresenta il femminile e la fertilità a esso legata. A tal
proposito si può obiettare che il calice, da un punto di vista religioso,
potrebbe essere posto in relazione con il Cristo nell’atto di adempiere la
funzione sacerdotale. Tuttavia, nel caso della nostra effige, che senso
avrebbe avuto occultarlo in maniera così complessa e, per di più, tra le
gambe del protagonista? In verità, accettando l’idea che nel tetramorfo
sia raffigurata una donna, tutto risulta comprensibile e semplice: come
nell’Arcano XXI, nel quale ne abbiamo già dimostrato la relazione,
anche la figura del bassorilievo rappresenta Maria Maddalena che nella
tradizione cristiana è esattamente definita la santa della coppa. Per
questa ragione, prolungando ogni lato della V sopra le ginocchia, come
se il suo nome fosse direttamente inciso sulla coppa a indicarne la
proprietà, emerge chiara una grande M, cioè l’iniziale del suo nome!
Fig. 17 La M

Fig. 18 La coppa di Maria


La certezza si tratti proprio di una M la si ricava anche da un altro codice
particolarmente elegante. I due bordi del libro sorretto hanno un profilo
singolare perché, anziché essere diritti e appiattiti o, al limite, obliqui e
tendenti verso l’alto, come sarebbe naturale nel rispetto della forma e
della prospettiva dell’oggetto, sono marcatamente acuti e inclinati verso
il basso. Queste anomalie svelano, all’occhio di chi indaga con
consapevolezza, la presenza di una M disegnata su entrambi i margini,
superiore e inferiore. In particolare, nel primo, l’incavo della mano,
posto tra le punte, occulta esattamente il tratto centrale della lettera, a
conferma dell’idea di un segreto. In questo modo, grazie all’applicazione
della Legge della Duplicità dei Tarocchi, la doppia presenza della M,
nella coppa e nel libro, certifica la rilevanza e la correttezza della
supposizione.

Fig. 19 Le due M del libro


Al contempo, questa indicazione apre un nuovo scenario. Poiché nel
libro sono segnate le iniziali MM di Maria Maddalena, quest’ultima ne
sarebbe l’autrice? In fondo, per varie ragioni, l’ipotesi non sarebbe per
nulla illogica. In primo luogo perché esiste un Vangelo che la tradizione
le attribuisce. In secondo luogo perché la Maddalena è, da sempre,
l’Apostolo degli apostoli, cioè colei che porta il messaggio agli altri
discepoli. Secondo la cultura cristiano-cattolica la definizione le
deriverebbe dall’essere stata la prima testimone della Resurrezione di
Cristo. Tuttavia, il termine Vangelo, com’è noto, significa letteralmente
lieto annunzio e buona novella. Pertanto, l’epiteto di Apostola
apostolorum, a un livello più nascosto rispetto al significato in genere
accordato all’appellativo, potrebbe dipendere dal fatto che il suo
Vangelo-messaggio, in linea con quanto professato dagli antichi padri
gnostici, sia il più importante tra quelli degli apostoli: è forse per questo
che, in sintonia con la Legge dell’Antitesi, i libri dei viventi, ossia dei
quattro evangelisti, sono chiusi mentre il suo è aperto? A tal riguardo,
inoltre, non va dimenticato che tutto il ragionamento si allinea
perfettamente anche con quanto abbiamo già individuato nella carta del
Mondo. Qui, infatti, codificato in forma viva dalla donnaEva e dagli
angeli che la circondano, il concetto di un evangelo aggiuntivo e più
importante rispetto a quelli dei quattro evangelisti-viventi deriva
dall’essere posto al centro nella lama più significativa, meta del
percorso.

Fig. 20 I due Vangeli

A questo punto, prima di concludere la disamina con altri codici, ci siano


consentite alcune riflessioni che, in un certo modo, sono propedeutiche
al senso generale di questa indagine. Data l’importanza della grande
effige della vasca frontale, e visto il suo collegamento con la Maddalena,
non potremmo immaginare che l’intero sarcofago sia stato creato per
custodire le spoglie e il messaggio della santa che, secondo diverse
tradizioni, sbarcò in Francia nel primo secolo dopo Cristo? Inoltre, data
la profonda relazione del monumento con il Tarot, non potremmo
supporre che gli autori abbiano criptato in esso i codici proprio perché
erano consapevoli del rapporto tra le icone e la santa? Infine,
considerando la profonda relazione tra lei e il Cristo, quale tipo di
insegnamento sarebbe celato nella scultura rispetto ai precetti iniziatici?
Confrontando le due figure principali delle facce del sarcofago, notiamo
che entrambe sono sedute su un trono e sorreggono un testo: nella vasca
laterale vi è il Cristo con un rotolo-papiro, in quella frontale la
Maddalena con un libro. Che cosa segnala questa analogia?
Fig. 21 Cristo e Maddalena sul trono

Sappiamo che entrambi i soggetti hanno un legame con l’Apocalisse


cristiana, nella quale è descritto il tema della Resurrezione dei morti nel
giorno del Giudizio. Pertanto, se in tutti e due i pannelli il personaggio
fosse il Cristo, la risposta sarebbe ovvia: avendo quest’ultimo una diretta
relazione con tale simbolismo, sarebbe naturale ritrovarlo in entrambi i
casi raffigurato sul trono, con un testo, nell’atto di adempiere la funzione
di sommo Giudice. Tuttavia, poiché l’analisi ha rivelato Maria
Maddalena nella porzione frontale, è legittimo interrogarsi sul significato
che la sua presenza suggerisce con quanto scolpito sul pannello laterale.
In maniera diretta e semplice, si potrebbe dichiarare che anche per i
creatori dell’opera funeraria le due figure ebbero una stretta relazione
nell’ambito della vicenda cristiana. Questa considerazione, peraltro,
sarebbe perfettamente coerente con le molte correnti che indicano la
Maddalena quale l’apostolo più vicino a Cristo. Tuttavia, dato il
collegamento con il plurisecolare contenuto esoterico del Tarot, sembra
esservi qualcosa di più profondo. Questa idea è confermata dal fatto che,
anche in questo caso, i codici consentono di cogliere e far emergere la
relazione principale tra le due pareti del sarcofago e, di conseguenza,
quella tra i due protagonisti.
Indagando in questa direzione, nei Tarocchi, oltre al Giudizio, appare
un’altra icona, la Giustizia, che riconduce al concetto del giudicare. Le
due lame, al di là del più superficiale accostamento dei nomi, sono
strettamente correlate da un simbolismo possente e molto antico.

Giustizia <=> Giudizio

Fig. 22 Giustizia e Giudizio

Fig. 23 Giustizia ed Eremita

La donna della Giustizia, seduta su un trono, regge una spada e una


bilancia, quest’ultimo simbolo della possibilità di valutare, soppesare ed
emettere sentenze. Nel Diagramma 3 × 7 la carta è posta accanto a quella
dell’Eremita che, come abbiamo già dimostrato, incarna la figura egizia
del dio Thot. Che relazione vi sarebbe tra i due soggetti?
Nella tradizione egizia esiste un rito definito psicostasia, ossia la
cerimonia della pesatura del cuore del defunto nel mondo ultraterreno,
necessaria per giudicarne gli atti commessi in vita. Difatti, il cuore, per
questa tradizione sede dell’anima, poteva esprimere lo stato di purezza
mediante il concetto della leggerezza. Il termine psicostasia venne dato
dai primi egittologi a causa della somiglianza, del tutto esteriore, con la
corrispondente cerimonia greca riferita alla pesatura di Zeus del soffio di
vita di due combattenti, Achille e Memnone, figli di Teti e di Eos. Nel
rituale egizio, su di un trono sormontato da un baldacchino, il Giudice
dei Morti Osiride è raffigurato assiso, mummiforme e con il volto
dipinto a simboleggiare la rinascita. Ai lati della corte, cioè sul registro
superiore dei papiri, sono disposti i quarantadue Giudici che
compongono il particolare Conclave. Al centro della scena è posta una
grande bilancia sui cui piatti sono collocati un cuore e una piuma di
struzzo. Quest’ultima, impiegata come unità di misura, è il simbolo della
dea Maat.

Fig. 24 Psicostasia
Questa divinità racchiude i significati di ordine, verità e giustizia e nella
composizione del geroglifico è collegata al cubito, cioè lo strumento
impiegato per le misure lineari. Maat è un termine astratto che appare,
oltre che nel copto, anche nel greco, dove le radici ma, math, met entrano
nella composizione di varie voci relative all’idea di ragione e misura:
mathema (disciplina e scienza) da cui mathematikòs (matematica),
mathesis (imparare, disciplina), metro (misuro), metrios (misurato, di
giusta misura) ecc. Questa dea, quindi, personifica la conoscenza della
verità sostenuta da basi matematiche, le basi dell’ordinamento cosmico,
in quanto per gli Egizi non vi potevano essere verità e giustizia in senso
assoluto a meno che queste non fossero promanate da un ordine
superiore perfetto e inviolabile. Maat compare nella scena della
psicostasia con il capo ornato dalla tipica piuma ed è collegata al
simbolo della bilancia perché è colei che, letteralmente, pesa il cuore del
defunto, cioè ne giudica e ne misura gli atti in relazione alla vita appena
trascorsa. Nella cerimonia è assistita da Thot o dal suo rappresentante, il
sacro babbuino, che in qualità di scriba annota i risultati della pesatura su
una tavoletta. Anubis, o talvolta Horus, controllano il contrappeso e la
precisione della bilancia, mentre il famelico mostro Ammit attende per
compiere l’eventuale funzione divoratrice.

Fig. 25 Particolare della pesatura

Il defunto, infatti, dopo aver pronunciato due dichiarazioni nelle quali


redige un lungo elenco di azioni negative che, a suo dire, non avrebbe
commesso nel corso della vita, reclama la propria innocenza. Tuttavia, se
durante la proclamazione la bilancia oscilla, Thot, patrono delle scienze
esatte, registra l’evento foriero di affermazioni mendaci. Così, il
defuntocandidato, anziché avanzare in direzione della camera del
giudizio di Osiride, cioè verso la nuova vita, subisce una triste sorte.
Infatti, giudicato un’anima contraria all’ordine divino perché molto
involuta nella materia, viene divorato dal mostro o gettato nel Lago di
Fuoco dove, decapitato e sminuzzato dai lunghi coltelli di orribili entità,
i cosiddetti Guardiani, va incontro a una Seconda Morte molto più
terribile della prima.
Qual è il rapporto di questa cerimonia con le icone dei Tarocchi? La
carta della Giustizia, come le molteplici rappresentazioni delle statue
poste a presidio dei tribunali ci ricordano, non riconduce solo alla
Iustitia della mitologia romana, ma alla più arcaica divinità Maat. Infatti,
poiché quest’ultima è identificabile mediante i suoi attributi, ovvero la
piuma, il cuore e, ovviamente, la bilancia, ciò rende possibile il
collegamento con l’Arcano. Se nella lama l’ultimo dei tre elementi
menzionati è esplicito, essendo pienamente visibile, con un occhio più
scrupoloso si rivelano anche la piuma al suolo, adagiata sul terreno
giallo, e la sagoma del cuore, che lambisce uno dei due piatti, tra le
pieghe del vestito (vedi fig. 26).

Fig. 26 Maat e i suoi attributi

Inoltre, come abbiamo detto, accanto alla Giustizia, nel Diagramma 3 ×


7, è presente anche l’EremitaThot. Quest’ultimo, difatti, possiede il libro
ai piedi, ovvero la tavoletta per annotare gli eventi della pesatura. Al
contempo, il fatto di sorreggere una lanterna suggerisce che sta
illuminando la bilancia posta nella carta contigua, coadiuvando così il
compito della Giustizia, esattamente come avviene nella scena egizia tra
Maat e Thot. Nella seconda fila del Diagramma, dunque, le due divinità
più importanti della psicostasia si ritrovano una accanto all’altra nel
compito di giudicare l’accesso dei defunti, simboleggiato nelle icone dal
Matto-morto che sopraggiunge, alla camera del Giudizio di Osiride.
Fig. 27 Maat e Thot

Nei Tarocchi, però, quest’ultima fase della cerimonia è espressa dalla


carta XX, non solo per il nome Giudizio, comune a entrambi i
simbolismi, ma anche per il rapporto con Osiride e la Resurrezione.
Questi, infatti, considerato dagli egizi il dio dei morti, il Signore
dell’Oltretomba e il Re dei Viventi, era il prototipo dell’individuo
vittorioso sulla morte che rinasceva a nuova vita. Per questo divenne il
simbolo dell’immortalità che ogni uomo anelava a conquistare, proprio
come nell’iconografia della lama in cui l’essere celeste rinasce
emergendo dal sepolcro.
Fig. 28 La Camera del Giudizio

Fig. 29 Psicostasia: giudizio e resurrezione

Grazie a questi codici, dunque, è possibile affermare che la coppia di


Arcani GiustiziaGiudizio corrisponde in maniera perfetta al rituale della
psicostasia, cioè alla cerimonia di coloro che aspirano alla vita
immortale descritta dal Libro dei Morti della tradizione egizia:
nell’Arcano VIII ritroviamo Maat, o meglio la Giudice, e nel XX la
scena del Giudizio di Osiride, la Resurrezione.
Forti di questa comprensione, riflettiamo ora su un aspetto importante.
La psicostasia descrive il medesimo tema annunciato nell’Apocalisse,
dove però il compito è tradizionalmente svolto dal Cristo. L’analogia è
così precisa che anche nel testo giovanneo la sorte dei defunti non degni
dell’immortalità è descritta esattamente come nel Libro dei Morti: “O
Ra... Salvami dal dio che si ciba dei morti, che sorveglia il Lago di
Fuoco e che divora i corpi dei morti e trangugia i cuori ed emette
sporcizia, restando invisibile” (Libro dei Morti, cap. XXVII, p. 26). “(...)
Ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la Morte e gli inferi
furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo
stagno di fuoco. E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato
nello stagno di fuoco” (Apocalisse 20, 1415).
Ricordando che nella vasca laterale della tomba di Jouarre,
corrispondente alla carta del Giudizio dei Tarocchi, il Redentore è
raffigurato nell’atto di giudicare le anime, possiamo supporre un
rapporto diretto tra la psicostasia perfettamente rappresentata dalle icone
del Tarot e l’iconografia del sarcofago? Poiché già sappiamo che il
pannello è l’equivalente della camera del Giudizio di Osiride, affinché si
possa riscontare una perfetta sovrapposizione con la cerimonia egizia
sarebbe necessario ritrovare nel monumento anche la dea Maat, la
pesatrice del cuore. Indirizziamoci, dunque, spontaneamente verso
l’altro pannello, quello frontale, che sappiamo essere ricco di codici
nascosti. In particolare, indagando ancora tra le pieghe del vestito, si
evidenzia una forma nuova e sorprendente, perché tracciando il contorno
delle ginocchia della figura appaiono i bracci e i piatti di una bilancia,
delineata esattamente come quella disegnata nella carta della Giustizia.

Fig. 30 La bilancia
Che cosa comporta la presenza di questo simbolo tanto accuratamente
occultato da essere pienamente comprensibile solo grazie all’ausilio dei
codici dei Tarocchi? La bilancia collega direttamente la figura del
tetramorfo all’Arcano della Giustizia e, quindi, alla dea Maat. In questo
modo si dimostra che l’iconografia complessiva delle due facce del
sarcofago, attraverso il simbolismo cristiano, è la stessa della cerimonia
egizia della psicostasia: da un lato la scena del Giudizio di Osiride,
dall’altro colei che giudica attraverso la bilancia, ossia la dea Maat.
L’insegnamento cristiano rivela così una profonda connessione con un
simbolismo molto più antico che, data la sua importanza, non a caso è il
tema principale dell’Apocalisse, cioè il libro che chiude la Bibbia. Al
contempo, però, essendo Maat una divinità femminile, possiamo una
volta di più affermare che il soggetto rappresentato nel pannello frontale
è veramente una donna che, peraltro, svolge una funzione di somma
rilevanza attribuita in genere al Cristo, ossia il ruolo della Giudice il
giorno della Resurrezione finale.
Per tale ragione, concludendo la disamina del sarcofago, possiamo
dichiarare che, grazie ai codici, si rivela la stupefacente funzione di
questa vasca funeraria che, costruita per accogliere le spoglie di santa
Maria Maddalena, cela la profonda relazione con il Cristo e con il Tarot
mediante un insegnamento possente e millenario.

Fig. 31 I due giudici


16. L’Arca dei Misteri

Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non verrà
alla luce.
VANGELO DI MATTEO

Immaginiamo che le questioni discusse nel presente studio possano


suscitare diversi interrogativi. Per questa ragione desideriamo proporre
alcune riflessioni che dovrebbero fornire spunti di chiarimento. In
particolare, rispetto all’ultimo argomento trattato, poiché il sarcofago di
Jouarre sintetizza mirabilmente lo straordinario segreto della relazione
tra Maria Maddalena e il Tarot, ci si potrebbe domandare se questo
mistero, per quanto occultato, sia stato tramandato anche in altre forme.
Vi sono stati altri ambiti, e altri autori, che si sono occupati di eclissare e
custodire questo tipo di conoscenza?
Dal nostro punto di vista riteniamo che molti ricercatori, nel corso dei
secoli passati, siano stati pienamente consapevoli non solo della
relazione tra Maria Maddalena e i Tarocchi, ma anche di quella specifica
con il sepolcro. Così, con l’intento di preservare e veicolare questo
sapere, lo hanno perpetuato nelle loro opere, seguendo le proprie
inclinazioni personali. A tal riguardo, proponiamo un caso emblematico
che negli ultimi anni ha suscitato controversie e molteplici congetture,
ossia quello di Nicolas Poussin. Pittore francese del Seicento, nonché
natura curiosa e versatile, l’artista s’interessò a varie discipline tra cui le
antiche scienze tradizionali. Tra i lavori cui si dedicò, va ricordata la
creazione di numerose tavole di soggetto mitologico che, prodotte
durante il lungo soggiorno a Roma, gli garantirono fama europea. Tra
queste, è per noi d’interesse un’opera specifica, dipinta in due versioni,
dal titolo I Pastori dell’Arcadia. La prima tela, del 1630, ha come
ambientazione un bosco in cui sono rappresentate quattro figure umane:
una donna dal seno scoperto che solleva la sottoveste mostrando la
gamba nuda, due pastori in piedi, vicino a un sepolcro di pietra inserito
in una parete rocciosa, e un terzo uomo seduto lì vicino che sorregge un
vaso da cui esce dell’acqua che forma un fiume che scorre sotto il
sepolcro. Sulla parte superiore della pietra, vicino all’angolo destro, è
posto un cranio umano e sulla faccia frontale è presente un’incisione
indicata da uno dei pastori, cioè “Et in Arcadia Ego”.
Fig. 1 I pastori dell’Arcadia, prima versione (1630)

La seconda versione del dipinto, del 1639, presenta alcuni di questi


elementi ma ne comprende di nuovi. L’ambientazione è in una radura,
sul cui sfondo s’intravvedono alcune montagne, e i personaggi sono
numericamente gli stessi ma con alcune differenze: i pastori sono tre e la
donna è una sorta di sapiente, riccamente abbigliata. Come nel dipinto
del 1630 compare la fonte, questa volta asciutta, sotto il sepolcro, che a
sua volta ha una forma diversa ed è isolato. Sulla vasca, dove manca il
teschio, è nuovamente presente l’incisione “Et in Arcadia Ego” (vedi fig.
2).
Molti studiosi hanno ipotizzato che l’autore, al di là degli espliciti
riferimenti all’Arcadia, l’antica regione del Peloponneso simbolo di
un’età dell’oro, avesse uno scopo molto preciso. Non è nostra intenzione
entrare nel dettaglio delle possibili interpretazioni che sono state
proposte, ma il fatto che lo stesso re di Francia, Luigi XIV, avesse voluto
ostinatamente possedere il dipinto, è indizio certo di un significato e di
un valore speciali.
Secondo alcune teorie, la tomba raffigurata sarebbe quella di Maria
Maddalena, dipinta nelle due tele in diversi momenti della propria vita.
Tale idea si fonda su alcune indicazioni tra cui, la più rilevante, è senza
dubbio l’incisione. Quest’ultima, difatti, è a tal punto decisiva da essere
stata scolpita, insieme a una parte del dipinto, sulla tomba personale
dello stesso Poussin, fatta costruire nel XIX secolo per volontà di
François-René Chateaubriand nella basilica di San Lorenzo in Lucina a
Roma (vedi fig. 3).
Fig. 2 I pastori dell’Arcadia, seconda versione (1639) con incisione “Et
in arcadia Ego”

Fig. 3 La tomba di Poussin a Roma


L’epitaffio, letteralmente, significa “Anch’io (sono o ero) in Arcadia”.
Tuttavia, anagrammando le lettere, sono possibili anche altre
combinazioni. Tra queste, vi è la frase: “I! Tego arcana Dei”, cioè
“Vattene! Custodisco gli arcani di Dio”. Secondo alcuni ricercatori
questa intimidazione, insieme ad altri elementi presenti nella scena,
attesterebbe che il sepolcro contiene un grande segreto, appunto
collegato a Maria Maddalena, che scaccerebbe chi non fosse pronto a
riceverlo. Il senso della locuzione, per quanto grammaticalmente
corretto, sembra comunque un po’ forzato, in particolare per la lettera
“I” iniziale che non pare inserirsi perfettamente nel contesto logico.
Così, cercando altri spunti, con la consapevolezza del tipo di ricerca che
stiamo conducendo, si svela una nuova possibilità, ossia l’espressione
“Tego arcana diei”, che significa letteralmente “Nascondo gli arcani
alla luce del giorno”, cioè in modo visibile e palese.
Difatti, se si è consapevoli del ruolo eccezionale che le lame posseggono
nel processo di codifica del sarcofago di Jouarre destinato alla
Maddalena, la frase acquisisce un senso perfettamente coerente.
L’incisione, sfruttando l’ambivalenza del termine arcana, indica che il
sepolcro vela e protegge gli Arcani, intesi come segreti e Tarocchi, in
maniera però paradossalmente palese e sotto gli occhi di tutti. Al
contempo, rivela che è proprio grazie agli ArcaniTarocchi che è
possibile scoprire il grande segreto della tomba, ovvero l’identità di chi
vi giace o per la quale è stata destinata. In fondo, ogni iscrizione funebre
ha il compito di testimoniare un aspetto fondamentale della vita del
defunto che accoglie e, nel caso di Maria Maddalena, gli Arcani possono
egregiamente adempiere una tale funzione.
Il ragionamento, inoltre, è supportato anche da altre osservazioni. Nella
prima tela del pittore francese, per esempio, compare un cranio, cioè un
simbolo connesso anche ai Tarocchi. Abbiamo visto in un precedente
capitolo come questo elemento, fondamentale attributo della santa,
indichi una specifica iniziazione collegata al monte della crocifissione, il
Golgota, che in ebraico significa cranio. Al contempo, ed ecco
l’importanza della lingua madre dell’artista, la parola cranio in antico
francese corrisponde a craane perché nel termine moderno crâne, che
deriva da quest’ultimo, il segno circonflesso è stato introdotto per
sostituire la primitiva presenza della doppia “a”. Ebbene, l’antico
vocabolo è, esattamente, l’anagramma di arcane, cioè arcano:

craane = arcane

In questo modo la presenza del teschio sulla lastra di pietra, insieme con
l’incisione, statuisce il triplice collegamento tra la tomba, la Maddalena e
gli Arcani, dunque perfettamente conosciuto anche da Poussin.
Al di là di questo specifico esempio, quanto descritto appare essenziale
perché consente di cogliere che tale conoscenza fosse nota in diversi
contesti, anche molto lontani da quelli religiosi in senso stretto. Questo
perché si tratta di un sapere che ha attraversato il tempo e lo spazio in
modo traversale, riuscendo a giungere sino a noi oggi sotto forma di un
insieme di icone travestite da gioco di carte. Quest’ultimo, peraltro,
sembra essere il più incredibile tra i paradossi: i Tarocchi, considerati
dalla critica più esigente e intransigente un mero strumento allegorico,
un gioco imparentato con i passatempi ludici o d’azzardo, connotato al
limite da dubbie, se non ciarlatanesche, finalità previsionali, si rivelano
essere uno dei mezzi più potenti al servizio dell’evoluzione umana.
Questo meraviglioso Libro, infatti, da un lato cela e protegge il grande
mistero della vita di Maria Maddalena, testimoniando la santità di una
donna che, nel suo ruolo iniziatico, deve essere giudicata una figura
fondamentale alla stregua del Cristo. Dall’altro, grazie all’insegnamento
in esso custodito e tramandato nel corso delle varie ere, si rivela, per chi
si abbevera alla sua Fonte, una Guida capace di prendere gentilmente
ciascun uomo per mano e condurlo al centro del proprio vero Essere,
cioè a contatto con la propria Anima.
Rispetto, quindi, alla presente trattazione nel suo complesso, ci sia
consentito puntualizzare un’ultima questione che, per quanto potrebbe
già essere dedotta da tutto ciò che è stato presentato, dovrebbe
comunque favorire la comprensione generale. Possiamo immaginare che
ci si possa chiedere se sia davvero pensabile che i Tarocchi siano molto
più antichi di quanto sostenuto dalla critica corrente. Com’è possibile,
per esempio, che siano stati utilizzati per codificare un sarcofago del VII
secolo d.C. o che possano essere stati creati ai primordi del
Cristianesimo, o in epoche anche precedenti, quando risalgono, secondo
le attuali indagini storiche, al massimo al Cinquecento circa? Chiarire in
via definitiva questo punto non solo consente di valutare meglio il
rapporto con il sepolcro, ma anche di cogliere se le icone descrivono
l’esistenza della Maddalena a posteriori, cioè se i maestri cartai l’hanno
raccontata in maniera codificata nelle immagini, o se queste immagini, al
di là di modifiche grafiche e simboliche intervenute in epoche
successive, possono essere stimate direttamente collegate a periodi molto
più remoti. Per offrire una sintesi esaustiva, è indispensabile valutare la
questione da due differenti prospettive.

1) I Tarocchi sono del XV secolo?


Come detto, i critici postulano che queste figure, in generale, siano di
origine italiana e rinascimentale. Nello specifico, la cosiddetta categoria
del Tarot de Marseille, cui appartiene il gioco restaurato qui impiegato
basato sulla matrice del mazzo Conver del 1760, sarebbe al massimo da
ascrivere a un periodo non antecedente alla fine del Cinquecento, inizio
Seicento. Dando credito a questa ipotesi che, precisiamo, da un punto di
vista storico non è mai stata definitivamente accertata, si aprono due
possibilità: o tutta la struttura cifrata che ricollega al monumento di
Jouarre e alla Maddalena è una mera coincidenza, oppure è stata
costruita, per così dire, “a posteriori”, cioè è stata creata successivamente
per codificare la relazione con il sarcofago e la vita della santa.
Nel primo caso, dovremmo ritenere che l’analisi esposta, costituita da
una più che solida impalcatura cifrata, sia frutto del caso. Certamente,
infatti, sarebbe ingiustificato parlare d’immaginazione giacché le
concordanze sono tanto numerose da rendere impossibile sostenere,
anche per il più scettico, che si tratti di fantasie personali o congetture
soggettive.
Nel secondo caso, invece, bisognerebbe supporre che la tomba del VII
secolo d.C. sia stata creata con un sistema di codifica indipendente e che
quest’ultimo, qualche secolo dopo, sia stato utilizzato dai maestri cartai
non solo per raccontare la vita della Maddalena ma anche per tramandare
l’immenso segreto celato nel monumento. Potrebbe trattarsi di un’ipotesi
plausibile e, se fosse corretta, non sottrarrebbe nulla al valore della
scoperta concernente la sua vita, la sua sepoltura e il rapporto con il
Tarot. Tuttavia, si produrrebbe una rilevante incongruenza: come
abbiamo avuto modo di illustrare ripetutamente, le regole di utilizzo dei
Tarocchi sono le medesime adoperate per creare l’enigma scolpito sulla
vasca funeraria. Quest’ultimo, però, si basa solo su alcuni tra i codici
della struttura cifrata che, negli Arcani, è infinitamente più articolata. In
altre parole, sul sarcofago è stata utilizzata soltanto una parte del
gigantesco algoritmo che nelle settantotto immagini trova tutta la sua
estensione e compiutezza. Infatti, approfondendo lo studio della matrice
di questi Tarocchi marsigliesi, si palesa un’intelaiatura così sofisticata da
essere equiparabile a un vero e proprio modello matematico, talmente
perfetto da lasciare esterrefatti anche rispetto all’identità dei suoi
creatori. Pertanto, l’unica possibilità realistica, e di buonsenso, che
scaturisce solo se si superano gli angusti orizzonti prodotti dai moderni
dogmi storiografici sull’origine dei Tarocchi, è accettare il presupposto
che, riferendoci al sarcofago, sia stato l’autore (o gli autori) dell’opera ad
aver attinto dalle icone e non viceversa. Seguendo questo ragionamento,
di conseguenza, si apre un altro scenario.

2) I Tarocchi sono molto più antichi del XV secolo?


Ritenere gli Arcani anteriori alla creazione della vasca attribuita ad
Agilberto, facendoli risalire ai primordi dell’era cristiana, potrebbe
sembrare poco credibile se non fantasioso. Eppure, come abbiamo
accennato in più occasioni, queste figure costituiscono, nell’insieme, un
complesso simbolico. Il simbolismo, come rammentano gli esperti,
anticipa la forma della scrittura propriamente intesa poiché manifesta il
naturale bisogno dell’uomo di esprimere se stesso e il mondo in cui vive.
In quest’ottica, quindi, i Tarocchi non solo vanno stimati come un
linguaggio arcaico, ma sono forse il più primitivo che l’uomo abbia mai
conosciuto. Pertanto, indicare una datazione delle lame molto più antica
di quella erroneamente attribuita dagli storici non solo è legittimo, ma
sarebbe la spiegazione più coerente e, in un certo senso, più logica.
In ogni caso, anche seguendo questa linea, resterebbe un punto da
chiarire. È indubbio, infatti, che le icone marsigliesi richiamino in
maniera esplicita uno stile più moderno, incompatibile con i primi secoli
dell’era cristiana, cioè l’epoca della creazione del monumento di Jouarre
o della vita di Maria Maddalena. Tuttavia, dinanzi a questa evidenza
s’impone un ennesimo, fondamentale, riscontro: osservando con cura
tutti i simboli delle immagini, non si trova alcun elemento che possa
essere stimato anacronistico rispetto all’origine protocristiana. Tutti gli
oggetti o i contenuti illustrati, per quanto rielaborati graficamente nel
corso di periodi successivi, sono difatti potenzialmente reperibili, come
minimo, agli inizi del primo millennio se non, addirittura, in un’epoca
antecedente. A tal proposito, valga un esempio chiarificatore. Nella carta
del Papa il personaggio principale indossa una tiara a tre corone.

Fig. 4 La tiara papale

Circa l’origine del copricapo, simbolo della sua autorità, vi è tra gli
studiosi una certa discordanza di opinioni ma la più comune la fa
derivare dal camelaucum, un alto berretto conico di foggia frigia che
dall’Oriente passò in Occidente. Sebbene sia incerto quale papa abbia
collocato la prima delle tre corone, storicamente è attribuita a Bonifacio
VIII (1294-1303) l’aggiunta della seconda e a Clemente V (1305-1314)
quella della terza, trovandosi in un inventario del 1315 la più antica
menzione di questa tipologia di tiara, conosciuta anche come triregno.
Così, attirati dalla presunta derivazione orientale di questo elemento, che
gli stessi storici individuano come assai probabile, indirizziamoci
spontaneamente verso una delle antiche civiltà del passato che ha
popolato l’area geografica attigua al vasto mondo romano. In particolare,
per i Babilonesi, ebbe grande rilevanza la divinità solare che i Semiti di
Mesopotamia chiamavano Shamash e che i Sumeri definivano Utu o
Babbar. La sede più celebre del suo culto, il tempio di Sippar, aveva il
nome di ébabbar, cioè “casa dello splendore”, ma esisteva anche un
altro centro fondamentale a Larsa chiamato éduranki, cioè la “casa del
legamento del cielo e della terra”. Shamash, tra i vari emblemi che lo
contraddistinguevano, era riconoscibile perché indossava un copricapo
ovoidale a tre corone, fatte di corno, sulla sommità del quale era posto
un globo circolare.
Fig. 5 Shamash

Come si evince dal confronto proposto, a livello grafico e simbolico i


due oggetti sono, in sostanza, sovrapponibili. Questo perché anche il
Papa, vicario di Cristo, è manifestazione del logos solare, esattamente
come Shamash. Al contempo, il nome del citato tempio del dio
babilonese, “la casa del legamento del cielo e della terra”, comunica la
medesima idea della parola pontefice, cioè di quel pontifex costruttore
del ponte che collega cielo e terra.

Fig. 6 Le due tiare

Questa dimostrazione, quindi, dovrebbe chiarire un concetto capitale: i


simboli dei Tarocchi presenti nelle carte più moderne, come nel canone
marsigliese, pur riadattati graficamente per essere resi adeguati a epoche
con necessità figurative diverse, sono in realtà espressione di un
simbolismo millenario che, plasmandosi nel corso dei secoli, attraversa
la storia dell’uomo. Nello specifico, i Tarocchi di Conver, che possiamo
impiegare come riferimento essendo la base primaria della struttura
cifrata, sono stati disegnati tenendo conto delle esigenze del tempo in cui
è vissuto il loro autore ma nel pieno rispetto del sistema codificato che,
nettamente precedente, ne costituisce l’essenza. Ciò significa che, al di là
della veste grafica, che in un certo senso è una mera forma esterna, la
vera anima del Tarot è da ricercarsi nei codici e nelle leggi che
provengono da evi molto più remoti.
In questa prospettiva, la stessa iconografia cristiana che li caratterizza è
solo una fase di una storia più vasta. Infatti, come già molti autori hanno
teorizzato, gli Arcani avrebbero una derivazione egizia (non a caso il
modello enigmatico è lo stesso impiegato nei geroglifici) e in seguito,
con l’avvento del Cristianesimo, il contenuto cristico sarebbe stato
riadattato dalla Grande Madre santa Maria Maddalena e da alcuni suoi
discepoli. Tuttavia, tale contenuto, essendo un insegnamento che
trascende il ristretto spazio di una localizzazione territoriale o di un
tempo delimitato, abbraccia il senso intero dell’esistenza umana. Ciò
significa che anche queste origini sono provvisorie e la vera fonte è da
ricondursi al cuore stesso del simbolismo, cioè a quel Senzar, quel
linguaggio archetipico, che altro non sarebbe se non un modo differente
per definire il medesimo concetto, cioè l’idioma simbolicoiniziatico oggi
conosciuto col nome di Tarot. In pratica, tutte le volte che queste
immagini sono apparse in una nuova era, vi è stata una sorta di
“riprogettazione grafica” necessaria per tramandare temi che, pur
universali, hanno un costante bisogno di adattamento a uomini che,
vivendo in epoche diverse, hanno caratteristiche e necessità altrettanto
diverse.
Queste sono le ragioni per le quali il Tarot, rielaborato visivamente nei
primi secoli della nostra era, non solo può essere giudicato alla base di
quanto descritto nel sarcofago di Jouarre, ma può essere stimato come
depositario di un insegnamento relativo a Maria Maddalena e alla più
pura tradizione esoterica cristiana.
Bibliografia

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Starbird, Margaret, The Tarot Trump and the Holy Grail, Wovenword,
2000.
Zucchetti, Maurizio, La Genesi Permanente, Albatros, 2011.
1 Il termine Tarot è un suono e un simbolo. Tratteremo la sua natura alla
fine del presente studio. La parola tarocchi è generalmente impiegata a
causa della presunta origine italiana del gioco. Tuttavia, nonostante le
possibili trasposizioni fonetiche e le molteplici interpretazioni derivanti
dalla ricombinazione delle lettere di cui è composta, è nell’essenza priva
di reale significato.

2Definizione coniata da Sir Alan Gardiner (Eltham, 1879-oxford, 1963)


egittologo britannico che ha dato importanti contributi nello studio e
nella decifrazione dei testi egizi e della scrittura geroglifica. Tra le sue
opere fondamentali ricordiamo la Egyptian Grammar pubblicata per la
prima volta nel 1927.

3Tratto da La Dottrina Segreta, Volume i cosmogenesi, di Helena P.


Blavatsky (p. 40 edizione 2009, Theosophical London Society).

4 Trattandosi di carte francesi ed essendo il Tarot strumento dai


meccanismi millimetrici, non è possibile modificare la denominazione
dei cartigli traducendo i nomi senza alterarne il senso. A ogni modo, per
semplificare e rendere più scorrevole la lettura, si è deciso di utilizzare la
terminologia italiana in luogo di quella originale, eccetto ove
quest’ultima s’imponga per necessità.

5 La presenza dell’uovo può essere confermata in diversi modi e


tratteremo il tema nei prossimi capitoli.

6 Tratto dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine.

7 Scrive ancora Jacopo da Varagine nella Legenda aurea: “Al tempo di


Carlo Magno, nell’anno 745, Girardo, duca di Borgogna, non riuscendo
ad avere figli, donava gran parte dei suoi averi ai poveri e costruiva
chiese e monasteri. Quando ebbe costruito il monastero di Vézelay,
l’abate di quel convento, su richiesta del duca, mandò un monaco con
una scorta alla città di Aix per vedere se poteva portare via i resti di
Maria Maddalena che vi erano sepolti. trovati i resti della santa, li portò
al monastero, dove furono accolti dall’abate e dai frati in solenne
processione”.
8Margaret Starbird, the tarot trump and the holy Grail (i tarocchi e il
Santo Graal), Wovenword, 2000.

9“Ora, trascorso il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di


Giacomo, e Salomè acquistarono degli aromi per andare a imbalsamare
Gesù” (Marco 16, 1).

10 Tratto dalla Legenda aurea di Jacopo da Varazze.

11 Carlo Bozzelli, Il Codice dei Tarocchi, Anima edizioni, 2012.

12Nello zodiaco, costituito da 12 costellazioni, esistono tre Croci: la


Croce Mobile costituita da Gemelli, Vergine, Sagittario e Pesci; la Croce
Fissa, costituita da Toro, Leone, Scorpione e Acquario; la Croce
Cardinale costituita da Ariete, Cancro, Bilancia e Capricorno. ogni
Croce esprime uno stadio evolutivo diverso del percorso in direzione
dell’Iniziazione che ogni essere umano compie verso il contatto con ciò
che le Tradizioni mistico-religiose chiamano, in generale, Anima.