Sei sulla pagina 1di 4

Dal Compact Disc allo streaming: l’evoluzione

dell’industria musicale nell’era digitale


BY ELENA PERON • 9 MAGGIO, 2016

Dalla fine degli anni ’80 ad oggi la transizione al digitale ha


cambiato definitivamente il modo di creare, diffondere e ascoltare
musica. Testimone del passaggio dalla dimensione fisica a quella
virtuale dei device per la riproduzione audio, la generazione dei
Millennials ha sperimentato e vive tuttora una vera e propria
rivoluzione dell’industria musicale.
Era il lontano 1877 quando Thomas Edison inventò una macchina in grado di registrare e riprodurre i suoni; con il fonografo

per la prima volta una delle più primordiali forme di espressione umana diventava accessibile senza bisogno di una

performance dal vivo. Da allora il percorso evolutivo degli strumenti per la distribuzione e fruizione di musica è stato

incessante.

Se da un lato nella riproduzione dal vivo si facevano strada brand come Fendere Marshall, sul fronte della fruizione

personale e domestica fu il grammofono a segnare l’inizio del regno del vinile – tornato recentemente in augetra collezionisti

e appassionati – che lasciò poi il posto nella seconda metà del secolo scorso al nastro magnetico delle musicassette e

all’esordio del Walkman, il lettore portatile di audiocassette introdotto da Sony. Si tratta però solo dei primi passi di un lungo

cammino.

CD, file sharing, iPod e la rivoluzione del formato mp3


Intorno al 1980 i brani musicali in formato computerizzato cambiarono radicalmente le regole del gioco. È infatti al 1978

che risale il primo album musicale su Compact Disc lanciato sul mercato, 52nd Street di Billy Joel. Da quel momento in poi

tutte le uscite discografiche vennero realizzate su CD, che riuscì nel tempo – grazie alla comodità pratica e alla capacità di

limitare i problemi dati da graffi e impronte – a guadagnarsi anche il favore dei più affezionati agli LP. Nel giro di un

decennio il calo del prezzo dei lettori CD e la conversione degli archivi musicali nel nuovo formato consolidarono

l’avvenuta transizione.

Negli anni successivi un comitato tecnico istituito per definire i modelli per la rappresentazione in forma digitale dei

contenuti multimediali, il Motion Picture Experts Group (MPEG), sfruttò il progresso tecnologico per codificare uno

standard globale per la riproduzione dei file audio: nel 1995, realizzate le potenzialità di un nuovo formato nel contesto della

diffusione di internet, nacque l’estensione .mp3. Le implicazioni di questa innovazione per l’industria musicale assunsero

proporzioni enormi e impreviste: lo stesso ideatore del formato mp3 dichiarò di essersi reso conto solo nel 1997 che “la

valanga stava precipitando e nessuno poteva più fermarla”.

Inizia così l’era del P2P (Peer to Peer) file sharing ma anche della pirateria online, inaugurata da Napster, il primo

programma di condivisione di massa chiuso per violazione di copyright nel 2001, poi acquisito e trasformato in un servizio

legalizzato a pagamento. Napster fu però solo il primo di molti programmi peer-to-peer quali eMule, WinMX e BitTorrent,

nati per scambiare file multimediali.

Dai computer direttamente nelle tasche degli utenti, i brani iniziano ad essere scaricati via internet – legalmente e non – e

ascoltati tramite lettore mp3. Nel 2001 arriva il primo iPod lanciato da Apple, a cui presto seguono varianti quali iPod Mini,

iPod Shuffle, iPod Nano e iPod Touch. Ad affiancare i nuovi device non poteva mancare il software iTunes con il suo iTunes

Store, una piattaforma di distribuzione di prodotti d’intrattenimento digitale, che segna l’ingresso di Apple nel business della

vendita di musica online.


Dal download allo streaming: il trionfo del digital
Dal 2010 i proventi derivanti dal settore musicale negli Stati Uniti oscillano intorno ai 7 miliardi di dollari. Sulla base dei

dati della Recording Industry Association of America nel 2015 essi sono stati pari a circa 7,2 miliardi, poco al di sopra della

media. Nonostante tali numeri non siano mutati in maniera significativa nel corso degli ultimi anni, essi celano in realtà

profondi cambiamenti nelle abitudini di consumo e nell’approccio ai contenuti da parte degli utenti.

Quello musicale è diventato un business non più orientato alla sola vendita di brani e album quanto piuttosto un canale di

accesso ad essi, in cui la disponibilità immediata dei contenuti riveste un ruolo fondamentale – la diffusione

dell’applicazione Shazam ne è la dimostrazione – e che assume oggi la forma di un “flusso” (streaming, appunto) fruibile via

internet da chiunque e in qualunque momento. È con l’affermarsi di tali servizi online che nel 2014 è avvenuto il definitivo

sorpasso dei proventi derivanti dalla dimensione digitale sui ricavi provenienti dalla vendita di supporti fisici a livello

globale.
Lo streaming – sia esso fornito gratuitamente o in abbonamento da Spotify o Deezer, in forma di internet radio su Pandora o

fruito attraverso video su YouTube – genera oggi negli Stati Uniti il 34,3% dei ricavi del settore per un ammontare pari a

2,407 milioni di dollari.

Dal 2013 al 2015 i proventi derivanti da tale tipologia di servizio hanno registrato un incremento del 66%, pari a 0,957

milioni di dollari. Mentre in tale biennio la composizione dei ricavi generati dal settore è sensibilmente cambiata il loro

ammontare è rimasto pressoché invariato: in contrasto con l’ascesa dello streaming le entrate relative al download di file

audio e l’acquisto di supporti fisici hanno subito rispettivamente un calo di 0,495 (-17,5%) e 0,421 (-17,2%) milioni di

dollari.

Anche tra i diversi servizi di music streaming non mancano eterogeneità nelle funzioni e varietà nel modo di fruirne.

Internet radio e webcast hanno inaugurato una nuova modalità di distribuzione di contenuti audio trasmettendo programmi

radio convenzionali senza alcuna feature personalizzata o interazione con l’utente, fornendo un servizio gratuito finanziato

attraverso annunci pubblicitari. La percentuale di americani dai 12 anni in su che ascoltano almeno una volta al mese una

radio online è passata dal 27% del 2010 al 53% nel 2015, grazie anche al più frequente utilizzo degli smartphone come

dispositivi audio e all’ascolto web-based in automobile.

Accanto a tali servizi sono poi sorte radio online prive di interazioni con il consumatore ma dotate di un maggiore grado di

personalizzazione, con stazioni generate automaticamente sulla base delle preferenze dell’utente. È in quest’ambito che

operava Apple iTunes Radio – incorporata lo scorso gennaio nel nuovo servizio a pagamento Apple Music – e prestano