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UNITÁ E ARTICOLAZIONE DEL MONDO ROMANZO MEDIEVALE

Nel periodo che va dai primi monumenti letterari al Quattrocento la situazione politica dell’area
romanza è frammentata:
• Francia -> monarchia capetingia ha poca forza e al sud la sovranità è appena nominale.
• Penisola Iberica -> monarchia portoghese, leonese, castigliana, navarra e aragonese. Solo alla
fine del 1400 il quadro politico si semplifica.
• Italia -> frammentazione di baroni, comuni e in seguito di signorie.
La frammentazione politica non impedisce un’unità della Cristianità europea occidentale, ma è
ben netta invece la differenziazione linguistica: l’area linguistica romanza presenta
occasionalmente fratture nette e profonde; la differenziazione è progressiva e quasi
impercettibile, e dà luogo a un gran numero dialetti. Successivamente, per una serie di fattori
solo in minima parte letterari (fattori sociali, politici ed economici), le diverse aree dialettali iniziano
ad utilizzare come lingua scritta ed anche parlata un tipo di lingua comune chiamata scripta: è
anteriore alle opere letterarie che conosciamo, ma l’instaurarsi di una tradizione letteraria metterà
in moto un processo di unificazione linguistica e di eliminazione dei dialetti.
1) Le principali sei lingue letterarie del medioevo romanzo sono: italiano, francese, provenzale,
catalano, castigliano e portoghese. Solo verso la fine del periodo medievale, le lingue
letterarie unitarie si impongono definitivamente; durante il Medioevo, perciò, troviamo per
esempio testi francesi con patine (particolare coloritura o sfumatura stilistica o linguistica:
patina dialettale) più o meno vistose normanne o anglonormanne, o piccarde o franco-
provenzali e così via. Si tratta di resistenze o tentativi di lingue comuni su basi dialettali più o
meno diverse da quella che si è imposta, cioè di soluzioni altrettanto valide, ma meno
fortunate.
2) La lingua con cui è scritto un testo non testimonia con certezza la provenienza di quel testo,
ad esempio per qualche tempo il provenzale è stato la lingua della poesia lirica anche in Italia
(es. Sordello) e il francese è stato usato per opere narrative, didattiche o storiche da chi non
lo aveva come lingua madre (es. Brunetto Latini, Marco Polo). Per la letteratura romanza
medievale si può parlare di tradizioni distinte ed in parte anche diverse, ma esse
mantengono un’unità di fondo per due ragioni:
1. Ogni ambiente culturale romanzo si qualifica e si determina in costante ed essenziale
rapporto con la tradizione latina, conservata e tramandata dalla scuola; l’organizzazione e
la pratica scolastica sono pressoché uguali in tutta l’Europa occidentale ed è uguale il
patrimonio culturale trasmesso con omogeneità. In tutte le scuole si studia il latino e tutte
le persone colte sono bene o male in grado di parlarlo; ciò permette una circolazione di
individui e di idee che rafforza l’unità di base.
2. Le singole culture romanze non si chiudono tra loro in isolamento; possono considerarsi
in certo modo unitarie soprattutto per la forza coesiva rappresentata dal forte predominio
culturale della Francia (compresa la Provenza). Questa influenza francese si impone
attraverso le opere, ma anche direttamente per il viaggiare degli scrittori ed attraverso i
giullari (recitatori di poesie epiche e di romanzi, novellatori, esecutori di poesie liriche, etc.)
che hanno superato ogni barriera politica e linguistica, contribuendo alla circolazione della
produzione letteraria romanza.

LE ARTI LIBERALI

L’unità e la staticità della tradizione scolastica medievale che si fonda sul mantenimento dello
schema delle arti liberali, nella tarda antichità costituiva l’educazione secondaria ed era
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propedeutico allo studio della filosofia. Nell’antichità alle arti liberali si contrapponevano le artes
mechanicae: pittura scultura ed ogni genere di artigianato, anche quello edilizio. La distinzione è
basata sull’assenza o presenza di fini pratici con una netta svalutazione di questi. Le sole artes
veramente ed interamente disinteressate, senza alcun lucro, sono le artes liberales, “degne
dell’uomo libero” (cit. Seneca). Soltanto il Rinascimento ha restituito alle arti figurative un prestigio
comparabile a quello delle discipline letterarie. Man mano che ci si inoltra nel medioevo
avvengono mutamenti sia nella struttura della società (divisione in liberi e schiavi) sia soprattutto
nella posizione delle varie classi rispetto all’istruzione. Così le arti liberali sono viste come
elemento attivo della formazione umana, l’educazione determina la condizione sociale dell’uomo,
il suo posto nel mondo. Le arti liberali erano sette: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica,
geometria, astronomia e musica. Successivamente si operò una distinzione; le ultime quattro,
ritenute più affini per il loro comune fondamento matematico, sono riunite sotto il nome di
quadruuium (o anche quadriuium) e parallelamente, ma solo a partire dal IX secolo, le prime tre
vengono chiamate triuium (e spesso sono ritenute sufficienti per una preparazione non troppo
approfondita). Le sette arti liberali rimangono per tutta l’età media il normale curriculum
scolastico.

LA GRAMMATICA

La grammatica era la prima disciplina ad essere insegnata. I manuali per l’insegnamento erano
comuni a tutti, anche per chi non aveva come lingua madre il latino. Il testo classico di partenza
era l’ars minor di Donato, appena una decina di pagine sulle parti del discorso e spiegate in
modo semplice e in modo da essere imparate a memoria. Poi si passava all’ ars maior dello
stesso autore, o alla Institutio de arte grammatica di Prisciano. Lo studio non era indirizzato alla
conoscenza pratica della lingua. - Quintiliano: la grammatica è la scienza di parlare correttamente
ed interpretazione di testi. - Rabano Mauro: la grammatica è la scienza di interpretare i poeti e di
scrivere e di parlare correttamente. Vi erano due fini diversi: l’apprendimento normativo della
lingua + lo studio e l’interesse per le opere letterarie. Soltanto nella seconda metà dell’XII secolo,
la definizione di “grammatica” include soltanto l’aspetto linguistico. La fusione di interessi
linguistici ed interessi letterari, però, non scompare: l’allievo era messo al più presto possibile
davanti ad un testo letterario latino da interpretare nella sua totalità e da considerare come fonte
di regole e modello di scrittura. Si cominciava da testi relativamente semplici, come quelli
favolisti, poi si passava man mano a poeti sempre più complessi per finire con il classico per
eccellenza, Virgilio. Il curriculum dei testi da leggere (auctores) è soggetto a variazioni nonostante
gli autori siano sempre più o meno gli stessi. Nell’elenco di opere utilizzate, per grado di difficoltà,
si nota l’assenza del criterio di distinzione cronologico ed insieme valutativo, fra autori classici,
latinità argentea, autori tardi e medievali. Manca inoltre una discriminazione fra scrittori cristiani e
scrittori pagani. Un tale studio grammaticale dava ricca preparazione letteraria e un patrimonio
letterario molto ampio.

LA RETORICA ED I TOPOI

La seconda ars, la retorica, era stata nell’antichità l’arte del ben parlare, ma già durante l’Impero
aveva perso buona parte della sua funzione pratica a causa del mutare della vita politica. La
definizione di “arte del ben parlare” si trasmette nel medioevo, ma, nella pratica, della divisione
classica in inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio (ricerca degli argomenti, loro
organizzazione ordinata, espressione, memorizzazione, enunciazione), rimangono vitali soltanto in
alcuni settori riguardanti l’inventio e l’elocutio. L’insegnamento non si limitava alla teoria ma veniva
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fondato sui testi, gli stessi della grammatica, che servivano da repertori e mostravano come e
quando dovevano essere usati gli artifici retorici. Il medioevo aggiunse un settore nuovo, l’ars
dictandi: è la tecnica della composizione di una lettera o di un documento amministrativo, molto
importante nel mondo politico medievale, specialmente in quello comunale. I rapporti prima
scarsi e definiti oralmente si infittiscono e rendono necessarie le registrazioni scritte: a partire
dalla fine dell’XI secolo si creano delle scuole di ars dictandi e si compongono manuali. In alcune
regioni, specie nella Francia meridionale e nell’Italia settentrionale, tutto l’insegnamento retorico si
incentra su questa nuova dottrina. L’insegnamento retorico ha avuto un peso enorme sulle
letterature romanze ed ha caratterizzato in modo preciso tutta la cultura medievale. Uno dei topoi,
o luoghi comuni, da essa insegnati usato negli esordi è la proclamazione della novità della
materia poetica, la rivendicazione della novità dei propri versi (es. inizio del Paradiso). L’uso
sistematico dei luoghi comuni non è privo di espressività, ma ne ha una segreta e difficile. Nel
campo specifico della comunicazione letteraria, la topica rappresenta un’ulteriore selezione e
riduzione di possibilità espressive rispetto all’espressività atteggiata nel linguaggio umano, limitate
ad un numero veramente esiguo ma capaci di coinvolgere la stessa carica di significazione. Non
si perde del tutto la possibilità di scelta, appunto perché esiste una norma ogni variazione
rispetto ad essa acquista valore espressivo: se la norma retorica prescrive un determinato
schema di descrizione della donna (infatti tutte le donne dei romanzi medievali tendono ad
assomigliarsi), ogni variazione rispetto ad essa deve avere un preciso significato. Per il poeta
medievale è essenziale che la sua materia possegga un livello letterario garantito, perché non
ogni materia né ogni forma di trattazione hanno dignità sufficiente. Il ricorso al modello topico
garantisce automaticamente il livello desiderato ed assicura la dignità letteraria.

LA SCUOLA MEDIEVALE

L’insegnamento medievale tende ad essere qualcosa di più e qualcosa di diverso rispetto al


semplice dominio della lingua latina. La scuola medievale integra lo studio degli auctores con
l’esercizio personale della composizione letteraria tramite l’emulazione (anche i più originali non
avrebbero rinunciato a questo rapporto con gli antichi). Grazie alla forza e alla costanza della
preparazione scolastica gli autori colti del medioevo hanno una rilevante unità di tono e sembrano
accomunati. [Testimonianza della vita scolastica di Giovanni di Salisbury]. La distinzione teorica
fra le artes è superata nella prassi dell’insegnamento perché qualsiasi auctor è ritenuto maestro
di ognuna delle sette discipline. E’ implicito in ciò il concetto del poeta theologus che troverà il
suo coronamento in Dante. Ciò richiede nel maestro non solo una grande preparazione, ma
anche una grande abilità di didattica, per graduare opportunamente la dottrina ed esporre, a
seconda della maturità degli allievi. Era cura del maestro accertare che gli studenti lo seguissero,
con ripetizioni, ammonizioni e punizioni fisiche. Un anno di scuola equivaleva a 300 giorni e oltre
ad essere improntata sull’apprendimento linguistico la scuola medievale era anche attenta a
tematiche religiose e morali: era quindi una scuola formativa, una scuola di vita. Il livello di
preparazione non era lo stesso per tutti e dipendeva dalla qualità del maestro. Anche se la
preparazione era scadente essa era impostata in modo analogo a quella degli altri quindi con
applicazione e studio ci si poteva portare al livello dei più colti.

NASCITA DELLE UNIVERSITÀ

La profonda evoluzione che porta alla nascita dell’Università inizia verso la fine dell’XI secolo e si
conclude nel secolo successivo; è localizzabile in Francia e si tratta di una delle più alte e
feconde creazioni del medioevo. Prima d’allora la scuola europea si era fondata sui Capitolari di
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Carlo Magno, di cui aveva conservato le disposizioni. Negli ultimi decenni dell’XI secolo si hanno
chiari segni di un rinnovamento: i maestri diventano più numerosi, le scuole fioriscono dove da
secoli non esistevano, aumenta la richiesta di cultura, si accresce il numero degli scolari. Le
norme che regolano l’attività scolastica cominciano a moltiplicarsi, sorgono conflitti e discussioni:
la secolare struttura scolastica entra in crisi. La cultura aumenta il suo prestigio. Per la nobiltà
germanica e per le classi alte dei secoli IX-XI la cultura grammaticale e letteraria era superflua:
l’ideale del cavaliere, il miles, era tenuto distinto da quello del clericus, della persona colta. Nel XII
secolo ciò tende a cambiare (il re Enrico I d’Inghilterra viene celebrato come filosofo). Sono
numerosi i nobili che sanno leggere e scrivere, che si circondano di scrittori o almeno li
proteggono, lasciandosi dedicare le loro opere. Il processo è lento, ma la cultura va acquisendo
un prestigio sempre maggiore e il miles può anche essere clericus. La fioritura scolastica non è
uniforme. A parte i comuni italiani e qualche centro iberico, in Francia ci sono zone di maggiore
diffusione e zone d’ombra. Tra le scuole del XII secolo erano alcune monastiche, altre capitolari.
Le prime rappresentavano il tipo prevalente nell’età precedente, ma ora in regresso: per i
monasteri c’era il problema dell’esistenza di scuole per alunni esterni accanto a quelle per novizi.
Le scuole capitolari, organizzate presso cattedrali e collegiate, ed affidate a uno scholasticus,
acquisirono sempre maggiore importanza, anche perché erano situate in città, cioè nei nuovi
centri della vita sociale, a differenza dei monasteri. A Parigi c’era una scuola capitolare, legata alla
cattedrale di Notre Dame. Le arti liberali erano ridotte a studio preparatorio per la nuova teologia;
il loro curriculum tradizionale era stato modificato con l’introduzione della Logica aristotelica.
Queste novità, unite alla personalità ed al fascino dei maestri, attiravano a Parigi studenti da ogni
angolo d’Europa. Non esisteva, però, nessuna organizzazione, essendo ormai insufficiente quella
che faceva capo a Notre Dame. Verso la metà del XII secolo i maestri cominciarono ad agire
come gruppo, come corporazione professionale. Questo nucleo organizzativo si sviluppa proprio
perché deve affrontare problemi gravi: il rapporto con Notre Dame, che esercitava i suoi diritti
tramite il cancelliere, la lotta per il riconoscimento agli studenti dei privilegi clericali, le tensioni con
gli abitanti di Parigi, l’equilibrio tra re di Francia e papato. Nella prima metà del Duecento da
queste esperienze nasce lo studium generale, organismo scolastico che per autorizzazione
papale può concedere il diritto di insegnare ovunque: esso è formato da varie facoltà (arti liberali,
medicina, teologia, diritto canonico), la prima delle quali è propedeutica alle altre. Professori e
studenti formano l’universitas magistrorum et scholarium dello studium generale, con a capo un
rettore, che a Parigi è il rettore degli “artisti”. Le più antiche Università (Parigi, Bologna, Oxford)
hanno tutte questo carattere di organizzazione spontanea: più tardi si aggiungono a loro
imitazione Università di fondazione papale, ad esempio Tolosa, o regale, come Napoli (fondata
da Federico II nel 1224); altre nascono invece per secessione, come Cambridge da Oxford o
Padova da Bologna. Nell’ambito universitario lo schema delle arti liberali non scompare, ma è
ridimensionato. Attraverso le Università filtra e si impone la dottrina aristotelica e nasce filosofia
scolastica. Ciò avviene in latino, che è la lingua della cultura europea. Anche le letterature volgari
risentono del peso del mondo universitario a seconda dei paesi, degli ambienti, dei generi
letterari.

IL CRISTIANESIMO E GLI SCRITTORI PAGANI

Il problema è antico e cruciale: come mai la tradizione cristiana ha accolto l’eredità pagana? La
Chiesa non aveva continuato la tradizione giudaica che fa della Sinagoga una sede di studio, ma
nella vita cristiana la Bibbia e la Liturgia possedevano una tale centralità da rendere
indispensabile la presenza di chierici colti, la cui preparazione era avvenuta in scuole laiche e
quindi, sotto l’Impero, pagane. Più tardi lo studio personale arricchiva e dava la necessaria
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impronta cristiana a questa prima preparazione. Le prime scuole intrinsecamente cristiane
saranno più tardi quelle sorte nei monasteri e limiteranno al minimo, specie all’inizio, la
preparazione grammaticale e retorica, ma perfino loro non abbandoneranno del tutto gli schemi
tradizionali => nei primi secoli della civiltà cristiana tutte le persone colte si formavano sui testi
pagani in uso per tradizione nelle scuole. Ma il Cristianesimo era nato nel segno del rifiuto della
cultura profana greco-latina a vantaggio di una sapienza più alta e più vera. Era grande la
diffidenza del cristiano nei riguardi della poesia pagana: sollecitava i sensi e celebrava il trionfo
delle passioni. La prima educazione si riceveva in scuole laiche, sui testi pagani; più tardi nella
coscienza del credente si produceva uno scontro fra consuetudine culturale e consapevolezza
religiosa. Ad Alessandria Filone Ebreo aveva creato una scuola di pensiero sincretistico (fusione
di principi differenti) in cui la tradizione giudaica si amalgamava con la filosofia neoplatonica.
Alcuni successivi a Filone chiarirono che la teologia cristiana non era l’antitesi della cultura
classica ma il suo coronamento. In questo processo di adattamento delle due tradizioni ha
grande importanza San Girolamo che a Roma era stato allievo del grammatico Donato ed aveva
ricevuto una solidissima formazione classica. Egli citava con frequenza gli autori pagani; per
spiegare le sue motivazioni, San Girolamo si basa sul passo biblico in cui si legge che se un
ebreo vorrà sposare una schiava pagana conquistata in battaglia ciò è lecito a certe condizioni:
essa dovrà radersi il capo, tagliare le unghie e lavare le vesti e dovrà dimorare con lui un mese
intero piangendo i propri genitori, dopo di ché potrà diventare sua moglie. L’interpretazione
allegorica di questo passo permette di affermare che la letteratura pagana va trattata come la
schiava biblica, depurata dai suoi errori, tenuta in una quarantena che la stacchi dal suo contesto
originario e l’assimili a quello cristiano, ma infine verrà accolta. Anche Sant’Agostino faceva
ricorso alla Bibbia per spiegare che il cristiano può e deve impadronirsi di tutto quanto di bello e
di utile ci sia nella letteratura pagana, purché ne volga il fine a servizio della verità. Questa
impostazione del rapporto tra cultura pagana e cultura cristiana basata sui passi biblici citati
permetteva un recupero attentamente selettivo della letteratura pagana. Anche il testo più
sospetto, quello ovidiano, viene recuperato come esempio da non seguire per l’uomo retto che
deve tenersi lontano dalla libidine e dalle passioni. La lettura dei classici in prospettiva
moraleggiante acquisisce al patrimonio culturale cristiano, l’intero patrimonio classico, è una
lettura estremamente duttile ed aperta a qualsiasi testo, che estende al caso particolare
procedimenti esegetici sperimentati sulla Bibbia.

ESEGESI E ALLEGORIA

Il medioevo non ritiene che l’interpretazione di un testo sia un’operazione semplice o comunque
ad una sola dimensione. Ugo da San Vittore spiga che l’esposizione si divide in tre parti: lettera
(ordinamento delle parole), significato (significazione che la lettera offre a prima vista) e senso
riposto (comprensione più profonda). C’è una distinzione tra sensus e sententia, cioè significato
e senso riposto, compresenti ma distinguibili. Il medioevo ha elaborato una complessa tecnica
per il reperimento e l’identificazione di questi diversi livelli interpretativi. Questa tecnica si basa
sull’allegoria che risale a prima dei Cristiani i quali l’hanno ereditata. Presso i popoli antichi
l’allegoria aveva una funzione magica che presto fu abbandonata. Non si rinunciò all’utilità della
poesia; per essere utile la poesia deve essere vera. Questa concezione risale al secolo VII a.C.
quando il razionalismo soppianta forme di pensiero più arcaiche e diviene necessario dare una
nuova interpretazione dei miti religiosi e poetici, in particolare quelli cantati da Omero. Ad
Alessandria sempre ad opera di Filone mediante una lettura allegorica dell’Vecchio Testamento
egli può dimostrare l’armonia fra il senso spirituale del testo sacro e il platonismo. La scuola
alessandrina prevalse nettamente nella tradizione medievale su quella di Antiochia, che invece si
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limitava al senso letterale ed ammetteva valori tipologici per qualche singolo passo, ma rifiutava
l’allegoria. L’esegesi allegorica non solo moltiplicava i sensi di un testo, ma ne accresceva gli echi
ed i rapporti, per Agostino il senso allegorico non sostituisce quello letterale ma lo integra.
Rabano Mauro dà le seguenti definizioni:
• ALLEGORIA: quando con parole o con cose mistiche si segnala la presenza di Cristo e della
Chiesa.
• TROPOLOGIA: discorso morale per regolare o correggere i costumi, espresso tanto in
discorso aperto che figurato.
• ANAGOGE (SENSO ESATOLOGICO): discute in discorso mistico o chiaro dei premi futuri e
della vita futura nei cieli. Il metodo esegetico basato sull’allegoria ha ragioni profonde: bisogna
considerare come il lettore medievale si ponesse dinanzi ad un testo e quale fosse la sua
esigenza fondamentale. Ai testi si cercava di aggiungere uno scopo pratico: formare dei
cristiani. Il testo letto viene inserito in un tessuto di problemi contemporanei cui esso deve dare
una risposta valida, altrimenti sarebbe inutile leggerlo. La lettura allegorica si lega alla polimatia
(conoscenza dei vari campi delle arti e della scienza), una delle più singolari presunzioni del
medioevo. Per tutte le arti il libro di Virgilio offre ricco insegnamento. Più tardi Dante sarà
celebrato come poeta filosofo e teologo (la pratica scolastica presupponeva la validità
dell’auctor per ognuna delle sette arti liberali). Nella pratica scolastica questo tipo di lettura si
manifesta nell’accessus e nel commento. Il primo era una sorta di rapido prologo alla lettura
dell’auctor che valeva spiegava i suoi intenti secondo un’esegesi sempre riguardosa della
formazione del discente. C’è sempre stata una corrente meno incline a compromessi
giustificati questo tipo di esegesi: Corrado di Hirsau sostiene metaforicamente che il novizio
cercando l’oro tra lo sterco nei testi di Ovidio comunque si sporca le mani.

LA TIPOLOGIA

Bisogna considerare il rapporto specifico instaurato dall’interpretazione tipologica o figurale, da


non confondere con quella tropologica (discorso che fa uso di tropoi, linguaggio allegorico. I
tropoi sono fatti retorici caratterizzati dalla trasposizione di significato). Già Matteo stabilisce una
precisa corrispondenza tra un episodio del Vecchio Testamento ed un momento della sua
missione. In Paolo il tema è sviluppato più ampiamente. L’interpretazione figurale non permetteva
soltanto un più intimo legame fra Vecchio e Nuovo Testamento ma anche il riscatto del primo dal
suo carattere strettamente giudaico a sensi esplicitamente cristiani. Lausberg distingue fra
allegoria e tipologia:
• ALLEGORIA: è la semantica delle parole e ha come fine l’interpretazione del testo.
• TIPOLOGIA: è la semantica della realtà e ha come fine l’interpretazione della realtà. La tipologia
non implica una trasvalutazione del significato letterale su un diverso piano interpretativo, ma
solo la sua integrazione in un contesto non di contemporaneità ma di distanza cronologica.
L’interpretazione figurale stabilisce tra due fatti un nesso in cui uno di essi non significa solo per
se stesso ma significa anche l’altro e l’altro comprende il primo. Si tratta di un’intima
compenetrazione di avvenimenti che nonostante siano distanti temporalmente coesistono
nell’eternità di Dio. L’interpretazione figurale, nata sulla pagina sacra, era facilmente estensibile
ad ogni evento dalla storia umana in cui si intervenisse il segno dell’esemplarità di avvenimenti
solo in apparenza casuali. La storia interpreta ogni avvenimento come profezia reale o come
compimento, lo inquadra con precisione in una concezione unitaria e grandiosa ma l’uomo non
lo vive senza questa sicurezza, soffre per l’incertezza e vive tutto ciò come una prova.
(Auerbach) La concezione tipologica trovò un campo d’applicazione vestissimo nelle arti
figurative. La concezione figurale era importante anche per la produzione letteraria a cui forniva
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sia una ricca tematica che un metodo proficuo. La concezione tipologica è importantissima per
molte opere letterarie dell’età media e soprattutto per la Divina Commedia. Auerbach spiega
che Virgilio e Beatrice non sono allegorie di qualcosa, ma sono figure, persone storiche che nel
poema realizzano qualcosa che era figurato nella loro vita terrena. Dalla concezione tipologica
si passa alla concezione simbolistica.

IL SIMBOLISMO E LA CREAZIONE ARTISTICA

Secondo la definizione di Lausberg l’allegoria è una semantica delle parole e la tipologia una
semantica delle realtà nel tempo, delle corrispondenze analogiche fra realtà cronologicamente
lontane. La vera semantica delle realtà in quanto tali è il simbolismo, che è alla base e
dell’allegoria e della tipologia ma se ne distingue perché mentre quelli sono fondamentalmente
procedimenti esegetici esso è innanzitutto uno strumento gnoseologico che permette di
conoscere ciò che altrimenti sarebbe inconoscibile. La concezione moderna di un universo che
può essere razionalizzato riducendolo in formulazioni matematiche risale ai tempo di Galileo e
Cartesio. Il medioevo aveva sì ereditato dalla civiltà classica una dottrina del numero e della
quantità, ma ne aveva raccolto e sottolineato alcuni aspetti specifici. La tradizione pitagorico-
platonica aveva identificato nel numero l’elemento costitutivo dell’universo. In questi insegnamenti
ai cristiani non è più il reale ad essere intrinsecamente di natura numerica, è Dio ad averlo
disposto così e ciò comporta una sottolineatura più forte dell’idea dell’armonia del creato. Ne è
derivata l’immagine dell’universo che sarà consacrata nel poema di Dante, con la sua rigorosa e
ordinata strutturazione concentrica. Il numero assume un valore per sé, diviene un a priori,
soprattutto si carica di significati: l’aritmetica si fa teologia. Il 3 è misura dello spirito e della
perfezione eterna, il 4 chiude in sé la natura delle materia temporale; il mondo visibile appare
costruito sul 4: come i punti cardinali, gli elementi, le stagioni, le fasi lunari, le età del mondo, le
virtù cardinali. Il numero, da elemento di misura, acquista importanza per l’estetica perché serve
da base a tutte le arti. L’interpretazione simbolica del numero è un aspetto dell’interpretazione
simbolica di tutto il reale, che implica la coscienza di un preciso rapporto tra Creatore, natura e
uomo. Il mondo creato è traduzione comprensibile del mistero divino, è forma provvisoria e
inferiore di conoscenza, l’unica accessibile alla mente umana. Il cosmo appare come segno; non
uno qualsiasi, bensì propriamente come simbolo. Il simbolo medievale è solo apparentemente
esoterico, perché in realtà la sua funzione è diversa: gli oggetti simbolici e i loro nomi non
vengono assunti dalla mente medievale per creare una mistica dell’arcano. Le letture del reale
hanno una loro validità pur se apparentemente divergano; esse sono differenti interpretazioni di
un contesto unico e coerente commisurate al grado di maturità e allo specifico interesse
dell’osservatore. Il simbolismo medievale media una conciliazione dell’unità con la molteplicità
infinita. L’uomo scopre così una trama di rispondenze significativa che avvolge tutto il reale, egli
non si sentiva perduto in un mondo enigmatico, proprio per la natura non esoterica ma
gnoseologica del simbolismo l’uomo si sentiva perfettamente integrato nel mondo. Si pone il
problema dii come viene concepito quello che non è creato da Dio ma dall’uomo. Le opere
architettoniche sono costruite in base a rapporti quantitativi basati sui numeri dotati di senso,
inoltre le stesse strutture erano simboliche: le chiese rappresentano una croce e sono orientate
verso Gerusalemme. Anche il poeta è un artigiano ma si distingue da tutti gli altri soltanto per
carattere liberalis e non mechanicus della sua ars. La loro è una capacità tecnica, appunto
artigianale, e che viene confermata da tutti i trattati medievali di poetica. Qualificato dalle sue
capacità tecniche e non da quelle artistiche, il poeta sembra escluso dal circolo del simbolismo.
In realtà accade proprio il contrario: l’opera letteraria, appunto perché pensata come oggetto,

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condivide la funzionalità degli oggetti creati ed in primo luogo la loro natura di segni, e perciò
partecipa al discorso simbolico. Il simbolismo permea la letteratura medievale per due vie:
1) Si riflette all’interno dell’opera in quanto questa, riproducendo la realtà, ne assimili la trama di
valori significativi.
2) Condiziona dall’esterno il modo di essere della poesia perché essa si pone come simbolo.
Questa funzione simbolica dell’opera letteraria medievale può anche essere latente oppure
inesistente visto che non tutti vi facevano ricorso. Alcuni poeti scrivono per divertimento ma
secondo Bernardo Silvestre il poeta ha la funzione di descrivere in qualità di filosofo la natura
ella via umana.

ANTICHI E MODERNI

Nel rapporto tra antichi e moderni ci sono stati momenti di polemica coi predecessori nella
tradizione culturale occidentale. Queste polemiche esprimono il bisogno di identificare se stessi
in contrasto con i predecessori. La nostra periodizzazione della storia si è formata a poco a poco
in tempi relativamente recenti e presuppone una concezione del tempo estranea sia all’antichità
che al medioevo. In particolare, per quanto la Redenzione abbia un’importanza enorme nella
concezione medievale come momento centrale della storia, ciò non basta a creare la coscienza
di un netto stacco storico fra antichità pagana e Cristianesimo. Le opere letterarie latine o
romanze del medioevo rappresentano il mondo antico sotto un singolare travestimento moderno;
per esempio nell’adattamento dell’Eneide del XII secolo gli eroi sono rappresentati con psicologia
moderna e con titoli e cariche del tempo del poeta (baroni e vassalli). In questi casi si è parlato di
ingenuità medievale, di sprovvedutezza; in realtà si tratta soltanto di mancanza di senso di stacco
storico: gli uomini del medioevo sanno bene che gli antichi fanno parte del passato, ma per loro
non c’è fra passato e presente una divisione così netta da differenziare radicalmente le due
epoche. Nell’epoca successiva (Umanesimo) la coscienza dello stacco tra antichità e tempi
moderni è la premessa indispensabile all’imitazione degli antichi in quanto tali. Nel secolo XII
appaiano i segni di una coscienza autonoma del proprio tempo e del proprio valore come distinti
da ogni altro. Il rapporto tra antichi e moderni appare espresso in maniera riassuntiva in una
comparazione di Bernardo di Chartres, ricordata da Giovanni di Salisbury: “diceva Bernardo di
Chartres che noi siamo come nani che stanno sulle spalle dei giganti, così da poter vedere cose
più numerose e più lontane di loro ma non, beninteso, per l’acutezza del nostro sguardo o per la
grandezza del nostro corpo, ma perché siamo innalzati e sublimati dalla grandezza del gigante”.
Si esprime così la coscienza di una superiorità dei moderni, ma attraverso un senso tale della
continuità da escludere ogni specifica identificazione di se stessi. Pochi anni dopo non ci si
accontenterà di considerarsi nani sulle spalle dei giganti, infatti ai giovani piacciono solo le novità
e lodano sono la logica di Aristotele. L’introduzione di Aristotele non ha soltanto arricchito il
patrimonio culturale ma ha provocato per la prima volta un’impostazione selettiva. Non più tutti gli
auctores sono posti sullo stesso piano, non più tutte le discipline sono considerate egualmente
degne. Il prestigio degli auctores fu diminuito ma non scomparve. I poeti volgari si erano per lo
più formati nella scuola latina, anch’essi condividevano l’indifferenziata prospettiva storica del loro
tempo, riflettevano la polemica fra grammatici e logici ma avevano una coscienza del presente
più sicura dei latini grazie al loro stesso distacco linguistico dalla tradizione latina.

L’INTELLETTUALE NELLA SOCIETÁ MEDIEVALE

Nella coscienza collettiva del medioevo il clericus richiamava soprattutto connotazioni funzionali:
per i potenti egli era colui che sapendo leggere e scrivere era in grado di ovviare ad alcune
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necessità pratiche o di soddisfare esigenze più personali, come la celebrazione dei potenti nella
forma della poesia, per tutti gli altri il clericus era principalmente l’ecclesiastico, colui che era
ammesso alla celebrazione liturgica. La qualifica di clericus non identifica un livello sociale e
neppure implica o riflette una stima collettiva, bensì serve solo ad indicare il possesso di qualità
specifiche dotate di utilità pratica. Ne conseguiva che il clericus si sentisse staccato dalla propria
situazione mondana e tendesse a ritirarsi verso un’ideale società dei suoi simili, un circolo di
sodali che corrispondeva idealmente al ceto internazionale di tutti coloro che sapessero il latino.
Lo studio scolastico formava non la persona colta ma il litteratus, colui che sapeva leggere e
scrivere, l’ulteriore formazione rimaneva affidata alla costanza dello studio individuale e alla
solitudine della meditazione, la cultura si configura come conquista individuale. Era proprio
l’isolamento a spingere la persona colta del medioevo al rispetto della tradizione. L’intellettuale del
medioevo è da un lato solitario e spirituale, estraneo rispetto all’ambiente in cui quotidianamente
vive e dall’altro in ideale comunità con i suoi auctores del passato nel tempo e con i litterati di
ogni paese nello spazio, perché ne condivide la preparazione, l’impostazione mentale e la
coscienza di sé. Lo studio è liberazione dalle cure quotidiane, il centro della vita intellettuale è la
meditazione che prende spunto dalla lettura e non è vincolata dalle regole o dai precetti di essa.
Una cultura così personale, così centrata sui problemi dell’individuo o del mondo era portata a
divenire un’esperienza libera da connotazioni di tempo e di spazio, comprensibile e condivisibile
in ogni tempo e in ogni luogo: da ciò deriva in parte l’internazionalità della cultura del tempo. La
cultura latina del medioevo è una cultura di un élite che non conosce né particolare status
sociale né frontiere: le persone colte da un lato sono disseminate in ogni ceto sociale, dalla corte
reale alla più umile parrocchia di campagna, e si trovano spesso a contatto continuo con illitterati,
vale a dire analfabeti, siano essi nobili o persone qualunque, e d’altro canto l’estrazione sociale
deli stessi clerici è estremamente varia in quanto si poteva giungere in monastero come oblatus
e quindi offerto da una famiglia poverissima ma potevano anche studiare in una scuola capitolare
figli di persone ricche. Il curriculum scolastico non cancellava del tutto il patrimonio di tradizioni
locali o familiari di ogni genere che si assorbivano, consapevolmente o no, e che spesso
confluivano nel miscuglio di tradizioni semicolte: esse venivano recuperate ma venivano filtrate
scrupolosamente. Di questa categoria fanno parte le memorie bretoni su re Artù.

LA CULTURA DEGLI INCOLTI

Non bisogna credere che un illitteratus dovesse essere in ogni caso persona del tutto incolta: in
più di un caso l’incolto poteva essere incapace di leggere e di scrivere il latino ma riusciva in
qualche modo ad intenderlo se opportunamente semplice; infatti c’erano scrittori che si
proponevano di raggiungere questo particolare pubblico. Nei palazzi della nobiltà si svolgeva
un’intensa attività di traduzione orale ed estemporanea, che metteva in grado di attingere una
qualche parte della cultura latina non solo i nobili ma tutta la cerchia attorno a loro. La cultura non
è soltanto quella letteraria in senso stretto: è cultura anche il complesso delle strutture di
organizzazione sociale, dei modi di vivere, delle attività spirituali, delle conoscenze, delle
concezioni, dei valori che si ritrovano in ogni società e in ogni periodo storico. Ne sono un
esempio le tradizioni familiari della nobiltà, legate al ricordo dei fatti degli avi, o il diritto
consuetudinario trasmesso oralmente. Nel medioevo esisteva uno schema di educazione
cavalleresca del tutto estraneo alla tradizione latina ed alla pagina scritta; si basava sulla
preparazione fisica e su elementari fondamenti etici, tendeva a proiettarsi in immagini esemplari
che fornivano paradigmi di comportamento. C’era inoltre la tradizione religiosa che consegnava i
suoi insegnamenti in forma più efficace nel racconto delle vite dei santi o delle vicende dei
peccatori. C’è poi tutto un settore di cultura la cui radice è psicologica o anche puramente
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evasiva. L’uomo ha sempre risolto il suo desiderio di distrazione nel racconto e nel canto. Nel
caso della fiaba è indubbia l’enucleazione di situazioni elementari della vita umana. Queste forme
sono preletterarie o sulla soglia della letterarietà; esse non sono giunte fino a noi perché nessun
litteratus poteva reputarle degne di essere consegnate alla pagina. La cultura orale è la
condizione normale degli stadi preliminari e sub-letterari e nel medioevo si rafforza per opera della
Chiesa quando si era delineata, nel periodo tardo antico, la crisi dell’istruzione pubblica, poiché
la Chiesa non poteva permettere che la cultura religiosa e morale rimanesse ancorata alla
sempre meno diffusa capacità di leggere e scrivere. Anche l’educazione religiosa giungeva nel
medioevo alla maggiore parte del popolo per via orale e rimaneva affidata alla memoria collettiva
e del singolo. È verosimile che poi si andò formando una sempre maggiore coscienza della
maturità culturale volgare. Fra i litterati, col loro passato classico ed il presente latino, e gli illitterati,
con le loro forme volgari e col loro repertorio di leggende e racconti i rapporti furono sempre
assai stretti, le letterature romanze devono moltissimo alla cultura mediolatina ed alla scuola. Il
cambio di lingua comporta che ci si rivolga ad un diverso pubblico e ad un diverso rapporto con
esso, si ha una diversa considerazione del patrimonio culturale del popolo, si elabora una cultura
che ha ambito, intenti, ideali diversi e propri e presto anche una sua tradizione

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