Sei sulla pagina 1di 12

Magatti – Oltre l’infinito

CAPITOLO 1

Concetto di ECCENTRICITA’

Ciò che distingue noi gli uomini dagli animali è la cosiddetta “eccentricità”, infatti se la vita dell’animale è
centrata, la vita dell’uomo, è fuori dal centro, e quindi eccentrica. Mentre gli animali rimangono prigionieri
dell’immediatezza, l’uomo è colui che sa dire di no.

L’eccentricità della condizione umana ha a che fare con uno spazio disponibile, uno spazio vuoto, la vita
dell’uomo non è altro che l’esercizio avventuroso dell’attraversamento di questo vuoto. La capacità di
pensare tutto quello che potrebbe esserci dopo questo vuoto, si definisce senso della possibilità.

Come un mendicante in cerca di sé stesso, l’uomo si rende conto che quel vuoto, entro cui la sua vita si
estende esprime una condizione di mancanza, di insufficienza.

Ed ecco che subentra il concetto di “potenza” , desiderio e ambizione di realizzazione. Ed è qui che
l’eccentricità incontra il potere, cioè la capacità effettiva di agire e di diventare, infatti è proprio mediante
l’azione che l’essere umano tratta il vuoto che lo circonda, gettando un ponte verso cui egli tende. Quindi
l’essere capace è l’uomo che è disposto a correre l’avventura della possibilità. Possiamo definire la
modernità, come la vicenda storica in cui l’uomo pensa di poter diventare l’artefice del proprio destino,
quindi la cosiddetta eccentricità diventa “potenza” animando la capacità umana di agire sulla realtà.

POTENZA E POTERE

Nella lingua latina c’è una distinzione tra le parole “potestas” e “auctoritas” : la parola potestas fa sempre
riferimento ad un limite stabilito dalla legge, mentre l’auctoritas rappresenta la capacità di intervenire
nell’attribuire validità legale all’atto di un soggetto che ne è privo. Dunque, l’auctoritas autorizza la potestas
altrui.

Un’altra distinzione importante è quella tra le parole “dynamis” ed “energeia” : la “dynamis” rappresenta la
possibilità di potere, quindi ciò che siamo in potenza, mentre l’”energeia” è ciò che conferisce attuabilità, e
quindi trasforma la potenza in atto.

Ecco perché la potenza sta sullo sfondo di ogni potere, non esiste infatti potere che non faccia riferimento
ad una certa idea di potenza, la quale si trasforma in potere laddove la possibilità viene effettivamente
perseguita, traducendo ciò che è possibile in fatto.

POTENZA E RELIGIONE

L’uomo si può definire religioso fin dalle sue origini, infatti sono state proprio le prime elaborazioni religiose
a permettere all’uomo di proiettarsi aldilà della sua condizione materiale. Non appena l’uomo diventa
consapevole di sé e del mondo, capisce di essere all’interno di una realtà che lo sovrasta e di cui non ne
conosce né il senso né l’origine.

Per il primitivo, la potenza sta aldilà dell’uomo, i fenomeni sovrannaturali pongono l’uomo in una posizione
passiva. Con l’introduzione della magia, l’uomo diviene capace di dominare e manipolare la potenza divina
e le forze sovrannaturali per scopi essenzialmente pratici. La magia, può essere vista come la più antica
espressione dell’emergere dell’uomo e della fiducia in sé stesso, infatti il mago si si costituisce come
mediatore tra la comunità e le forze divine.

Il rito ed il mito hanno avuto una importanza centrale, come scrive Habermas, per permettere di instaurare
un contatto con il divino, infatti con la benevolenza divina si vincono le guerre, si scacciano le malattie, si
allontana il malocchio. I miti sono elaborazioni linguistiche ad alta intensità simbolica di una realtà che
rimane misteriosa, cioè aldilà del dominio dell’uomo. Attraverso la simbologia venivano spiegati fenomeni
fino ad allora indecifrabili come ad esempio il mistero della nascita, la morte e la fecondità.

Il culto del sacro entra così sempre più profondamente nell’organizzazione sociale, di conseguenza vi è una
traduzione della “potenza” da divina in terrena.

Con l’avvento delle religioni monoteiste, la mitologia primitiva viene superata in quanto viene delineato un
sistema di credenze coerente e ordinato nel quale è possibile distinguere la differenza tra il bene e il male.
Ci troviamo davanti un nuovo modello di uomo, quello all’altezza di un dialogo con Dio, attraverso la parola
di Dio i profeti riescono a tramandare il volere di Dio agli uomini. Nel momento in cui entrano nel
complesso regno del “logos”, le religioni compiono un enorme passo in avanti : se Dio si rivela parlando, ciò
che dice deve essere comprensibile ed avere un senso. Come per il bambino il linguaggio è ciò che lo
distacca dalla fusione con la madre, così la parola di Dio ristruttura la relazione tra l’uomo ed il divino.

Da qui l’essere umano viene definito “libero” in quanto immagine di Dio e la ragione umana viene
considerata come una facoltà di origine divina ed inoltre grazie al “logos” l’uomo può mettersi sulle tracce
del divino.

Con la filosofia greca, iniziano i primi studio sulla natura dell’uomo. Il “conosci te stesso” di Socrate è la
felicissima espressione che dice del compito impegnativo a cui ciascuno di noi è chiamato per venire a capo
della propria condizione. Con Aristotele viene poi introdotto il concetto di “potenza” e di “atto”, secondo il
filosofo la potenza tende all’atto, come il seme al frutto, di conseguenza il fine ultimo dell’uomo dev’essere
quello di far divenire atto tutto ciò che è presente in potenza.

Riprendendo Aristotele, Tommaso afferma che il rapporto fra potenza ed atto andrebbe concepito in
termini di “essenza” ed “esistenza”, laddove l’essenza è in potenza rispetto all’esistenza, mentre l’esistenza
è l’atto dell’essenza. Per Tommaso solo in Dio l’essenza è uguale all’esistenza, negli uomini, invece,
l’essenza è sempre distinta dall’esistenza, verso la quale essi possono al più tendere. Tommaso arriva a
pensare la persona come un essere in grado di dare forma alla propria potenza attraverso la costruzione del
carattere, è dunque mediante la libera formazione della propria persona che l’uomo può arrivare alla
conoscenza di ciò che è e mirare al raggiungimento della propria essenza.

Nel passaggio dal Medioevo all’età moderna, si è andata affermando la soggettività individuale, come se
mille anni di storia cristiana avessero costituito una sorta di grembo da cui poi si è generato l’Io, pensato
come soggetto capace, libero e razionale. La spaccatura dell’ordine della cristianità alimenta le pretese
della ragione, dello Stato, dell’Io di appropriarsi del potere e della potenza ormai svincolate dall’ordine
religioso. In questo contesto ad emergere è l’idea dell’autodeterminazione dell’uomo e la sostanziale
coincidenza tra ragione umana e Dio. L’essere umano è la creatura apicale dell’intera creazione proprio in
quanto capace di esprimersi attraverso la facoltà di una libertà guidata dalla ragione, tutto ciò si
accompagna al progressivo depotenziamento di Dio che viene sempre più ingabbiato nella logica della
ragione.
Weber lega strettamente l’evoluzione del cristianesimo alla nascita e allo sviluppo del “capitalismo”. Ciò
che secondo l’autore risulta decisivo, è che questa religione, prende le distanze dall’elemento del sacro,
finendo per sostenere quel sentiero di razionalizzazione che si sviluppa con l’estensione della sfera della
responsabilità personale sulla realizzazione della propria vita, di conseguenza l’uomo diventa padrone della
sua azione e quindi della sua eccentricità.

CAPITOLO 2

Tra il 1492, anno della scoperta dell’America, e il 1517 anno in cui Martin Lutero espose le sue 95 tesi
contro lo scandalo delle indulgenze, si compie un lungo travaglio che sfocia nella nascita della modernità
europea. La via seguita dalla politica “moderna” per gestire le conseguenze della disgregazione dei delicati
equilibri medievali fu l’introduzione della cosiddetta “sovranità”.

Per oltre un millennio, l’Europa si è caratterizzata per il cosiddetto “regime dei due soli” come dice Dante,
cioè per la coesistenza tra potere temporale e potere spirituale, ciò si è tradotto nel tentativo di comporre
un equilibrio tra la potenza nella mani di Dio e il potere sulla terra, trattato dagli uomini. Ciò ha dotato
l’uomo europeo di un doppio occhio, cioè di un duplice punto di vista sulla realtà : quello temporale e
quello spirituale. Tuttavia c’è da specificare che la Chiesa Cattolica, pur essendo molto potente, ha sempre
cercato di non sovrapporsi completamente al potere politico, infatti i papi hanno incoronato gli imperatori,
ma non hanno mai preteso di prenderne il posto.

La crisi del modello medievale si sviluppa lungo un sentiero che porta al progressivo slittamento della
potenza di Dio all’uomo. L’uomo concreto, l’Io, diventa centrale, in primo luogo per la crescente importanza
della vita mondana rispetto a quella celeste, in secondo luogo per la responsabilità dell’agire individuale nel
corso della vita. Sulla base di queste premesse, nel corso della modernità si registra il progressivo
slittamento dal cielo alla terra e della “religione” alla “politica”. Un primo passo in questa direzione è
costituito dall’opera di Machiavelli che fornisce il fondamento dottrinale alle pretese del potere politico di
diventare il canale principale : Machiavelli getta le basi della scienza politica moderna dove il potere, per
poter effettivamente governare, deve essere in grado di compiersi e di realizzarsi, ciò vuol dire rivendicare
l’autonomia dell’azione politica rispetto alla religione. Per questo, nella valutazione dell’operato di un
Principe conta la sua capacità di raggiungere i fini propri della politica : rafforzare lo Stato e garantire il
bene dei cittadini. Gli uomini, scrive Machiavelli, sono ingrati, volubili e simulatori, essi dimenticano più
facilmente l’uccisione del padre che la perdita del patrimonio, quindi il Principe non deve né può fare in
tutte le parti la professione di bontà perché andrebbe incontro alla rovina, egli deve essere metà uomo e
metà animale. Ciò che conta è l’efficacia, come si persegue un obiettivo, infatti Machiavelli parla di
“Principe pratico”.

Come abbiamo detto, la Riforma ha innescato un trauma irreversibile nella storia d’Europa, la fine dell’unità
della Chiesa ha oscurato uno dei due soli innescando una stagione di profondi stravolgimenti, in cui il nodo
centrale è la creazione di spazi politici sovrani, chiamati “Stati Nazionali”. Come sostiene Hegel, il
cristianesimo fu la condizione di possibilità dello Stato moderno e dei suoi ordinamenti basati sul
riconoscimento universalistico dell’individuo che è un soggetto libero e intangibile. Il potere temporale
cominciò gradualmente a prendere il sopravvento su quello religioso, mettendo la potenza divina al servizio
della potenza dello Stato, mentre nel passato la potenza apparteneva a Dio e il sovrano ne era un semplice
servitore, con l’affermarsi della modernità europea, diventa sempre più chiaro che sono il re prima, il
popolo poi, i veri detentori della potenza.
Secondo Bodin per avere uno Stato ordinato è necessario che la “sovranità” sia nelle mani di uno solo,
Bodin associa dunque la potenza alla pura volontà del sovrano : col risultato che la legge non è altro che il
comando del sovrano nell’esercizio della sua potenza. Il sovrano è esclusivamente soggetto alle leggi
naturali e divine, tutti i principi della terra vi sono soggetti, non è in loro potere trasgredirli, se non vogliono
rendersi colpevoli di lesa maestà divina, mettendosi in guerra contro quel Dio alla cui maestà tutti i principi
della terra devono sottostare chinando la testa. Insomma, il potere assoluto dei principi e delle signorie
sovrane non si estende in alcun modo alle leggi di Dio e della natura. Bodin teorizza, per la prima volta in
modo esplicito, l’assolutezza della sovranità.

Occorre però arrivare fino ad Hobbes per vedere la questione del potere e della potenza : nell’affermare
che la potenza non indica ciò che ha la possibilità, ma ciò che ha il potere di diventare, Hobbes si
contrappone ad Aristotele, portando a compimento la sovrapposizione fra potenza e potere (politico)
avviata da Machiavelli e Bodin. Per governare gli uomini hanno bisogno della potenza, ovvero sia il diritto
che la forza di costringere, quindi la potenza di costringere è l’unica potenza effettiva. Hobbes afferma che
lo Stato nasce da un patto tra i cittadini che, volendo difendersi dalla violenza esterna ed interna, accettano
di sottoporsi a quel potere che è capace di garantire l’integrità personale e salvaguardare l’ordine sociale.
Lo Stato rappresenta la più eminente potenza realizzata, la più grande forza coercitiva, la più alta autorità
legale. Hobbes osserva che nello stato di natura, la potenza di cui l’uomo singolo dispone rimane del tutto
ineffettiva, è per realizzare la potenza di cui virtualmente dispone che l’uomo impara ad un usare un
“artificio” (Stato), solo grazie e dentro lo Stato le potenzialità individuali possono svilupparsi. La potenza
quindi ha un unico modo di diventare atto : trasformarsi in potestas, per raggiungere la massima potenza
individuale occorre deporre la parte della propria sovranità e consegnarla al potere dello Stato che è capace
di fare cose che il singolo individuo non può fare. Quindi potere e potenza costituiscono le condizioni di
possibilità per l’esercizio della capacità di agire dell’uomo.

Come si è visto, con la modernità la dimensione politica diventa il luogo della potenza, è attraverso l’azione
politica che si pensa di poter realizzare la pienezza dell’umano e le sue potenzialità, infatti alla figura del
profeta si sostituisce quella dell’attivista politico.

La scoperta dell’America cambiò completamente le mappe cognitive, e non solo geografiche, dell’epoca. Da
quel momento in avanti, la proiezione imperialistica dei paesi europei e poi occidentali non ha più smesso
di operare, dapprima alimentata dal ruolo del Portogallo e Spagna, poi Olanda e Inghilterra. La grande
espansione dei regni iberici lega insieme, in un connubio inestricabile, i disegni di potenza delle corone
cattoliche e di diffusione della fede cristiana nelle terre scoperte. Come nel caso della formazione
dell’identità nazionale, così anche nel caso del colonialismo si ha dunque una commistione profonda tra
politica e religione, tra individuo e Stato. Intrecciando universalismo cristiano, liberazione individuale e
potenza nazionale a partire dal 1500 il colonialismo ha espresso la direttrice spaziale su cui si è scaricata la
potenza che i moderni Stati europei esprimevano senza poter contenere.

La rottura segnata dal pensiero politico di Hobbes inaugura una stagione caratterizzata dalla ricerca di un
nuovo punto di equilibrio fondato su una diversa relazione fra potenza e potere. Nella misura in cui la
potenza viene concentrata nella mani del sovrano come un assoluto, disponendo in questo modo di una
libertà totale nella propria capacità di agire, cioè nella propria potenza, la violenza che si produce rischia di
non avere più limiti. Quando ciò è accaduto, la politica, abbagliata dalla pretesa di monopolizzare
l’immaginario della potenza, ha aspirato all’onnipotenza, finalmente sottratta a Dio, finendo però col
produrre enormi disastri e distruzioni. Questa esperienza tragica, che fa parte della nostra memoria
collettiva, ha fatto sì che nell’uomo moderno si sia sviluppata una decisa opposizione nei confronti di tutte
le forme di autorità. Proprio l’esperienza dell’assolutizzazione della potenza è una delle ragioni che ha
spinto verso la ricerca di forme nuove di autorità.

Per questo, nei secoli successivi si è assistito ad uno sforzo prolungato teso a limitare il potere politico e la
sua potenza in un equilibrio complesso con l’emergenza della libertà individuale. A tal proposito si potrebbe
dire che l’epoca della democrazia e delle Costituzioni, non è altro che l’espressione più importante di un
tale sforzo, volto a contenere e a distribuire la potenza della vita sociale attraverso la costruzione di forme
legittime di potere. Un ruolo fondamentale in questo lungo e tormentato percorso storico lo hanno avuto
le Costituzioni che hanno sancito la necessità di definire limiti precisi al potere. L’intreccio fra democrazia e
il costituzionalismo è talmente stretto da rendere impossibile separare queste due dimensioni, tanto che
oggi non conosciamo altra forma di democrazia se non quella costituzionale.

La soluzione adottata per cercare di corrispondere a questa doppia esigenza è stata quella della divisione
del potere, il potere ha in sé stesso una tendenza verso la concentrazione che porta ad esiti distruttivi,
affinchè sia produttivo e positivo per la vita sociale, il potere va frammentato, in base anche al monito di
Montesquieu (1748, Lo spirito delle leggi). Su questa linea, il pensiero democratico è arrivato a dire che la
stessa potenza dello Stato cresce laddove vengono garantite libertà individuali e sociali, laddove cioè il
potere viene diviso e limitato, rendendone possibile una sua moltiplicazione. L’organizzazione e
l’associazione possono produrre una potenza incomparabilmente superiore a quella prodotta da un potere
concentrato nelle mani di uno solo. Le società democratiche tendono a spostare almeno una parte della
potenza direttamente sugli individui e le organizzazione private.

Foucault descrive le dinamiche che si sono instaurate nel passaggio dalla forma pastorale del potere alla
forma “biopolitica”. Egli sostiene che, nella sua genesi, lo Stato moderno riprende il modello medievale
dello stile pastorale di potere, infatti il potere del pastore non si esercita tanto sul territorio fisso quanto su
una moltitudine che si sposta verso la meta, quindi si tratta di un potere che individualizza la stessa
importanza ad ogni pecora e all’intero gregge. Lo stato nazionale ha progressivamente spostato la propria
azione centrandola sulla creazione delle condizioni più adatte alla riproduzione e al miglioramento delle
condizioni di vita individuali. Un passaggio fondamentale si registra tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 in
rapporto ad un doppio movimento : la formazione del welfare state e la nascita della società dei consumi.

Come sappiamo, lo Stato Sociale nasce all’interno di un disegno di potenza nazionale, nel momento in cui i
governanti si rendono conto che le condizioni stesse della riproduzione sociale influenzano i destini
nazionali, non caso già alla fine del 19esimo secolo fu il cancelliere Bismarck ad introdurre il primo sistema
previdenziale, quindi la cura di ogni singolo cittadini diventa il fulcro dell’azione dello Stato, come
espressione del potere pastorale di quest’ultimo. La creazione dello Stato Sociale rappresenta un processo
parallelo alla creazione della società dei consumi, ma si tratta di due fenomeni strettamente connessi. Alla
base della società dei consumi c’è l’idea che il sistema tecno-economico garantisca una crescita tale da
poter assicurare ai cittadini una piccola ma tendenzialmente crescente porzione di benessere.

CAPITOLO 3

Non si può parlare di potenza senza seguire il terzo sentiero che si sviluppa intorno all’agire tecnico, inteso
come la capacità umana di costruire utensili che, potenziando l’azione, rendono più agevole il
perseguimento dei molteplici scopi della vita individuale e collettiva.

Come la religione e la politica, così la tecnica ha un ruolo fondamentale nella declinazione della potenza.
Ma a differenza della religione, che deriva la propria potenza da Dio, la tecnica si concentra direttamente
sui mezzi e sull’ampliamento delle possibilità di azione individuali. Pico della Mirandola sostiene che
l’uomo, in quanto dotato di una natura indeterminata, è perennemente in potenza. E come tale egli è
l’unico essere ad avere la possibilità di scegliere ciò che vuole fare di sé, l’uomo è dunque sempre in
divenire, infatti l’essere in potenza ci affida la responsabilità di poter decidere quello che vogliamo essere.

Giordano Bruno sostiene che l’uomo, fatto a immagine di Dio, ha il potere non solo di operare secondo
natura, ma anche di andare aldilà delle colonne d’Ercole di ciò che è dato, fino al punto di essere capace di
dar vita ad altre nature. La strada inaugurata da Pico e Bruno comincerà ad essere proficuamente percorsa
con il progressivo affermarsi della rivoluzione scientifica. Secondo Bacone l’obiettivo della conoscenza deve
essere quello di dominare il mondo, in questo modo proprio attraverso la potenza della scienza e della sua
applicazione tecnica, l’essere umano ha il potere, e forse anche il dovere di trasformare in realtà la propria
volontà.

L’invenzione è l’opera più alta che l’uomo può realizzare, ed è in questo atto che l’intimo rapporto tra
scienza e potenza si svela compiutamente. La potenza umana risiede dunque nella scienza, fuori della quale
l’uomo non più nulla, sapere diventa quindi potere e la scienza diventa il fondamento della potenza umana.
Fornire soluzione ai problemi della vita umana, per Bacone, rappresenta la prima regola a cui la conoscenza
scientifica deve attenersi. Avviene quindi un cambiamento di paradigma epistemologico che reinterpreta
l’idea di verità nei termini di certezza, quindi è vero ciò che è certo.

L’esperimento rende possibile lo scambio dei risultati, la critica delle teorie, la formazione di nuove ipotesi,
al contrario dell’esperienza, l’esperimento è realizzato sterilizzando l’interferenza della soggettività, è il
metodo che garantisce la riproducibilità. Procedura sperimentale, approccio analitico e linguaggio
matematico hanno consentito alla scienza moderna di raggiungere risultati che, nel corso degli ultimi secoli,
hanno letteralmente rivoluzionato le condizioni di vita di milioni di persone.

Il fine della conoscenza scientifica non è dunque lo svelamento della verità, ma la sua realizzazione pratica.
L’applicazione dei principi scientifici si propaga fino ad arrivare al contesto industriale, con la Prima
Rivoluzione industriale a venire ingegnerizzata fu la fabbrica, il luogo in cui vennero concentrati ed
organizzati macchine e persone (taylorismo e fordismo, scientific management).

Anche se diversa nella sua genesi, la burocratizzazione segue così la strada dell’industrializzazione. Secondo
Weber la macchina amministrativa dello Stato moderno è concepita come uno strumento strettamente
razionale per raggiungere determinati scopi secondo criteri di correttezza formale e di efficienza tecnica.
Organizzare secondo i principi della razionalità, le grandi burocrazie pubbliche sono divenute
l’infrastruttura amministrativa indispensabile per il funzionamento di una società avanzata.

Disancorato dai rapporti sociali e straordinariamente pervasivo, il mercato è stato fondamentale per far sì
che il canone tecnico potesse radicarsi nella vita quotidiana delle società avanzate.

Rivoluzione industriale, burocratizzazione e l’economia di mercato rappresentano la vera e propria


premessa per la nascita della società tecnica. Cosi, nel suo darsi, l’allineamento tra industria, burocrazia e
mercato dispone un po’ per volta l’intero pianeta e, in questo modo, lo istituisce, nel senso che ne definisce
le regole, le procedure e i rapporti di forza.

Secondo Jacques Ellul, generalizzando la lettura marxiana della fabbrica, espone il concetto di Gestell,
termine usato per cogliere la specificità della vita umana nell’era della tecnica, secondo il filosofo tedesco
ciò che fa la differenza rispetto al passato è ciò che segue : un conto è l’impiego di singoli utensili che
potenziano la capacità umana di svolgere alcune specifiche attività, un conto è la formazione di una
infrastruttura integrata. Organizzando l’intera vita sociale contemporanea, la rete dei soggetti (imprese,
banche, burocrazia, università), dei dispositivi (automobili, cellulari, carte di credito) e degli apparati
infrastrutturali (autostrade, aeroporti), forma ciò che Marx aveva chiamato “intelletto generale” e cioè una
situazione nella quale la conoscenza segue una logica sistemica, secondo procedure standard che rendono
possibile la produzione e lo scambio tra un numero elevato di individui, culturalmente e spazialmente
delocalizzati. Concretamente significa che l’agire di miliardi di persone è oggi organizzato sulla base di
regole e criteri derivanti dalla logica interna del sistema tecnico che fornisce i criteri con cui la realtà viene
interpretata prima e manipolata poi. In un mondo organizzato attorno al sistema tecnico, la naturalezza
della realtà tende ad uscire di scena, nel quadro della vita sociale contemporanea è il sistema tecnico che
definisce la potenza a cui l’azione umana viene riferita.

Nei sistemi tecnico-funzionali il mondo diviene una oggettività calcolabile e la misurazione il criterio
veritativo, è il trionfo dello sguardo analitico, che implica la vittoria dell’astrazione. Secondo questa logica, i
limiti esistono solo per essere superati, dunque, tutto è soggetto alla capacità di manipolazione tecnica,
l’astrazione dunque è la vera origine della frammentazione che accompagna la vita contemporanea, tutto è
destinato ad essere scomposto e ricomposto, come in un grande Lego dove l’uomo può di continuo
ampliare la propria creatività.

Il tema centrale alla base dell’idea di progresso è il potere di potere, l’eccentrità dell’uomo viene ridotta a
innovazione, poiché il fine della potenza non è altro che essa stessa, cioè l’aumento delle possibilità del
singolo individuo attraverso il rafforzamento del sistema nel suo insieme. La tecnologia è il discorso che
costruisce la cornice di senso necessaria per rendere possibile la subordinazione della realtà
all’interpretazione derivante dal dominio della potenza.

Potente è colui di cui si vede la gloria, termine che significa ciò che si mostra, che si manifesta ed è
luminoso ed è quindi visibile a tutti. E oggi la gloria non appartiene più né alla religione né alla politica, il
loro posto è stato preso dalla tecno-scienza, la potenza della scienza ottiene un riconoscimento sociale che
non è più ottenuto dalla magia, dalla religione o dalla politica. Dimostrando pubblicamente la propria
potenza, il sistema tecnico si candida così ad essere il demiurgo del nostro tempo, la tecno-scienza non si
limita più a dominare l’ente, ma arriva a dire in cosa effettivamente tale dominio consista. L’uomo comincia
a pensare di potersi impossessare della realtà identificandola con ciò che egli è in grado di realizzare, si
tratta di una ragione cinica, data dalla perfetta coincidenza fra tecnica e realtà, scienza e potenza, ragione e
calcolo.

L’esercizio della (pre)potenza tecnica raggiunge il suo culmine nel momento in cui l’essere umano si scopre
capace di costruire la realtà e quindi essere capace di dominare il mondo. La nascita e la morte rimangono
gli unici due punti su cui la presa dell’uomo di poter dominare la realtà rimane debole e forse inesistente.
Nelle società tradizionali, Dio e lo Stato sono stati progetti di dominio del mondo, modi attraverso cui
l’uomo ha cercato di governare il divenire, ma più di recente la tecnica che si è candidata a prendere il
posto sia dell’uno che dell’altro, realizzando una condizione di continuo aumento indefinito dei mezzi.

Partendo da qui, nella cultura contemporanea, si sta assistendo al rapido sviluppo di un anti umanesimo
attivo che mette nel mirino lo stesso essere umano. Il singolo essere umano viene considerato come un
“funzionario”, significa non avere in sé il fondamento del proprio essere, come un mero funzionario,
l’uomo finisce per ritrovarsi prigioniero di una nuova schiavitù, di conseguenza la schiavitù sta all’uomo
antico come la tecnica all’uomo moderno.
L’anti umanesimo richiede la presenza di un uomo “aumentato” in tutte le sue facoltà, in modo da
raggiungere standard performativi richiesti dal sistema, di fronte all’efficienza raggiunta dagli apparati che
abbiamo costruito, si tratta di prendere atto dei difetti di progettazione della nostra natura e di intervenire
per adeguare la “macchina uomo”. Secondo la tesi dei trans umanisti, l’essenza umana può essere un
oggetto di manipolazione “macchinica” e non c’è nessuna ragione per non procedere in tal senso. A fondo
di tutto questo c’è il mito dell’immortalità, associata ad una nuova divinizzazione dell’umano che è
l’espressione più nitida di pretese di monopolizzazione della potenza.

CAPITOLO 4

Nei capitoli precedenti si è trattato dei tre focolai attorno a cui brucia il fuoco della potenza umana :
religione, politica e tecnica.

Per proseguire il ragionamento, dobbiamo analizzare il sorgere della consapevolezza della soggettività
umana, ovvero la scoperta di andare aldilà dell’immediatezza. Secondo Aristotele la vita umana è
soggettivamente incline a proiettarsi aldilà di sé, ed è da qui che occorre partire : per capire il modo in cui la
potenza si dispone nelle sue diverse forme storiche è infatti necessario ricostruire come il desiderio
soggettivo viene liberato, intrecciandosi con lo sviluppo della potenza a livello sociale e culturale.

Con Agostino si sviluppa il tema del “desiderio”, il fuoco dell’attenzione non è più la società o l’ordine
religioso, bensì l’individuo pensato come persona desiderante e responsabile, si sviluppa quindi l’idea di un
Io che desidera Dio. L’essere umano si caratterizza per una spinta che lo spinge ad andare continuamente
fuori di sé, verso l’altro che è ignoto ed imprevisto. Secondo Agostino, si desidera l’altro da sé, anche se poi
quando crediamo che possedere l’altro ci possa soddisfare, ci sbagliamo, nonostante tutti i nostri sforzi,
non abbiamo la possibilità di possedere stabilmente niente e nessuno. Detto ciò, l’uomo, durante la sua
vita, scopre il desiderio come una sete la cui sorgente e la cui soddisfazione sono in Dio. Il genio di Agostino
fu quello di interpretare la spinta ex centrica dell’essere umano come desiderio di Dio

Lo stretto legame tra l’utilitarismo e la teoria economica moderna è ben visibile nell’opera di Adam Smith,
l’autore che fornisce la base teorica ed etica all’idea moderna di mercato, e quella di Marx, il quale ne
rappresenta l’antagonista principale. Rispetto all’impostazione classica, Smith compie una vera e propria
rivoluzione : secondo il suo pensiero il benessere delle nazioni non dipende dal lavoro di educazione morale
dei singoli individui, ma osservando le prime forme di mercato moderno, egli sostiene che il perseguimento
dell’interesse individuale non è un fattore di disordine e conflitto, ma piuttosto il motore del benessere
delle nazioni, la ricchezza delle nazioni diviene il risultato dell’egoismo individuale.

Pur arrivando a conclusioni opposte, Marx offre una lettura complementare e compatibile con quella di
Smith. Sul piano economico, è il processo stesso di accumulazione capitalistica realizzato dalla borghesia ad
incarnare la potenza, mediata da quel mezzo che è il denaro e che, secondo Marx, incorpora la pervesione.
Col denaro, ogni singolo individuo viene messo in condizione di disporre di un mezzo mediante cui
realizzare qualsiasi desiderio. E poiché i valori che si producono e si scambiano nelle società capitalistiche
sono prodotti grazie al lavoro umano alienato, il denaro è il mezzo mediante cui diventa possibile scambiare
qualsiasi cosa.

Dunque, per Marx come per Smith, la potenza, intesa qui come risultato che il capitalismo come sistema
produce, è il motore che si nasconde dietro l’accumulazione resa possibile dall’economia di mercato
monetaria. Nella misura in cui il denaro assume il ruolo di mezzo di scambio e unità di conto universale, il
guadagno diventa il fine dell’agire individuale e il presupposto del legame sociale. L’imprenditore capitalista
è la figura emblematica di questa nuova formazione sociale : ciò che lo qualifica è infatti la sua capacità di
connettere il desiderio all’aumento della potenza che si realizza attraverso l’investimento e
l’accumulazione. È infatti lo sfruttamento del desiderio a mettere l’economia di mercato nella condizione di
poter tradurre in realizzazione terrena la spinta infinita alla salvezza di cui aveva parlato Agostino.

Un altro contributo importante è quello di Spinoza, egli pensa agli enti quali modi dell’essere, inteso come
sostanza unica e infinita, l’essenza coincide qui con l’esistenza. Spinoza parla di “conatus” che rappresenta
la forza di esistere, energia che abita e mette in movimento i corpi. L’essere umano è fondamentalmente
potenza di attività e forza di desiderio che non sa cosa desiderare, desiderio senza oggetto. Gli enti esistenti
possono avere più o meno potenza, ad essere importante non è ciò che l’ente è, ma ciò che effettivamente
è capace di fare, è infatti la potenza individuale che fonda la capacità di compiere azioni, le potenze
individuali sono l’unico bene da perseguire.

Nietzsche vede l’intero ordine vitale e naturale delle cose come un aggregato di forze che determina il ciclo
costante degli eventi, il mondo altro non è che la volontà di vivere. Per questo la volontà è continuamente
dinamica e si definisce “volontà di potenza”, ovvero volontà di dominio sulla vita, perché la vita vuole
conservarsi ed espandersi. Aldilà della tendenza all’autoaffermazione, la volontà di potenza è il fondo
inesauribile della potenzialità della vita, e come dice il filosofo, la potenza è potenza soltanto in quanto che
è più potenza, quindi potenziamento della potenza, la potenza può mantenersi solo oltrepassando il grado
di potenza di volta in volta raggiunto. L’essere umano coincide con questa volontà di potenza, volontà che
si esprime anche nel campo del sapere, nella prospettiva di quello che Nietzsche chiama “superuomo” ,
infatti l’uomo deve essere superato, il superuomo è colui che capovolge il tu devi nell’io voglio, egli rigetta
la morale cristiana in quanto è il superuomo il senso della terra. La potenza qui non coincide solamente con
ciò che voglio, ma con ciò che credo ed ho la capacità di porre in essere, il posto di Dio viene preso
dall’uomo e dalla sua volontà di potenza.

L’individuo non è semplicemente un essere razionale e sociale, ma anche nodo di pulsioni e desideri, è
certamente grande merito della psicanalisi essere stata capace di scavare nell’interiorità dell’Io. In questo
modo, il processo che si sviluppa all’interno della modernità si ritrova attraversato da una profonda
contraddizione : da un lato, la storia procede nella direzione di un rafforzamento del riconoscimento della
capacità di azione dell’Io come componente unitaria, dall’altro la psicanalisi comincia a mettere in dubbio
l’unitarietà dell’Io. Come scrive Freud, la coscienza è una semplice qualità che può dispiegarsi in diversi
modi e che la psiche individuale è stratificata su una pluralità di livelli, alcuni dei quali sfuggono al pieno
controllo dell’Io. Ecco che si avvia il programma di decostruzione della soggettività, aprendo la via che
porterà fino alla concezione contemporanea di un Io debole e pulsionale. Secondo questo modo di pensare,
l’Io non è una identità definita e statica, bensì un costrutto mobile e privo di centro, come una cipolla, un
soggetto è costituito da più strati non necessariamente coerenti tra di loro, per questo la nostra identità è
paradossale ed incoerente. Secondo Lacan l’introduzione del linguaggio opera una separazione originaria,
mettendoci, attraverso la parola, a distanza l’uno dall’altro e dalla realtà, il linguaggio separandoci dalla
realtà genera l’individuazione. Proprio in quanto parlante, l’essere umano viene scisso dalla realtà, a
differenza dell’animale che si trova in una condizione di fusione con la realtà. È dunque proprio grazie alla
sua capacità simbolica che l’uomo è quello che è, quindi eccentrico e capace, l’uomo non può che essere
membro di una società, strumento attraverso cui le parole di tutti possono circolare.

Durante il 900 ciò che si fa evidente è la contraddizione tra la debolezza soggettiva e lo strapotere dei
sistemi, iniziano ad accadere eventi drammatici, la Grande guerra, il nazismo, lo stalinismo. Il soggetto
liberato è in potenza, ma a ben vedere, più che essere in potenza, egli si limita a cercare di avere potenza.
Nella consapevolezza della propria debolezza, l’uomo contemporaneo esternalizza la propria eccentricità.
L’uomo aperto, insieme fragile e frammentato, si sente intrigato dal vuoto che ha davanti, verso il quale è
invitato a lanciarsi con un atto di coraggio. L’uomo si trova sempre nella tentazione di volersi appropriare di
questo vuoto, sul quale vuole cercare di mettere le mani. La potenza si trova sospesa tra il fascino
autodistruttivo dell’eccesso come pulsione di morte e l’attrazione verso il delirio di onnipotenza.

Lo smantellamento dell’ordine religioso e di quello politico amplia enormemente lo spazio della


soggettività, e tuttavia mentre si esprime, il desiderio perde il suo oggetto, ritrovandosi quindi smarrito. Il
soggetto parlante, con la nascita della società dei consumi, per quanto irrimediabilmente separato dalla
realtà, rimane pur sempre in relazione con il suo contesto sociale da cui riceve stimoli e impulsi. Secondo
Herbert Marcuse gli uomini oggi non vivono la loro vita, ma eseguono funzioni prestabilite, mentre
lavorano non soddisfano i propri bisogni e proprie facoltà, ma lavorano in uno stato di alienazione, sono
ridotti a strumenti di lavoro alienato. Il problema per Marcuse è che l’uomo contemporaneo lavora e
fabbrica prodotti, ma non riesce più ad esprimere la propria essenza, la sua vera libertà, poiché lo stesso
uomo è ridotto a merce. Alla radice di questa alienazione, secondo Marcuse, non ci sono tanto i rapporti di
produzione e la proprietà privata, come sosteneva Marx, ma invece la logica del dominio e della razionalità
strumentale tipica della società industriale.

L’approdo alla società dei consumi : per poter alimentare sé stessa e continuare a generare le risorse di cui
ha bisogno per funzionare, l’economia avanzata mettere direttamente al lavoro il desiderio soggettivo. La
società dei consumi consiste nel più sofisticato degli inganni, poiché ingabbia l’Io, che si pensa libero, in un
regime produttivo che diventa invisibile nel momento in cui parla il linguaggio del godimento, le persone
cominciano ad identificarsi con le loro merci. Ecco che entra in scena la figura del “consumatore”, cioè il
soggetto individuale che si sente titolato di un diritto fondamentale alla felicità, ricercata attraverso quel
particolare movimento che è il “consumo”. La società dei consumi crea una nuova dipendenza : la
realizzazione di sé dipende dalla quantità di beni e di occasioni che la società è in grado di fornire ai propri
membri ai quali chiede partecipazione al processo produttivo. La società dei consumi mira a non far
mancare nulla ai propri membri, sollevandoli da tutto ciò che è sgradevole e faticoso. È con l’idea che la
piena espressione di sé passi semplicemente attraverso l’acquisizione che la società dei consumi instaura il
proprio regime basato su una potenza puramente “esterna” al soggetto. , infatti il consumatore rimane
passivo di fronte a ciò che gli viene offerto. Tutto ciò è possibile grazie al denaro, in qualità di mezzo
universale, diviene il condensatore del desiderio. Sentimenti come la “noia” cominciano a divenire tipici
dell’uomo contemporaneo, il quale pur avendo raggiunto un livello di benessere impensabile per le
generazioni precedenti, ha un mal di vivere che produce inquietudine e turbamento, aldilà delle mille
gratificazioni.

CAPITOLO 5

Con la caduta del muro di Berlino (1989) si entra nella stagione della cosiddetta “globalizzazione” e con essa
nasce il primo esperimento di “società tecnica”. A partire dal XX secolo il primo interlocutore per trovare
risposte utili alla propria vita non sono più i governi o gli Stati, è piuttosto dalla tecnica che ci si attende la
salvezza, ciò segna il passaggio dal regime ideologico a quello tecnologico. Il desiderio dell’infinito di
Agostino si tramuta nell’infinito desiderio del discorso del capitalista che il sistema tecnico è in grado di
sostenere. Da qui, la salvezza eterna diventa aspirazione all’immortalità, la conversione diventa
l’innovazione e il peccato diventa essere inefficenti.
Ecco che avviene il passaggio al modello “biopolitico” secondo il quale la persona viene vista come un corpo
portatore di bisogni da soddisfare e i rapporti sociali si sviluppano sul modello dell’efficienza economica
realizzando una gestione tecno-economica della vita sociale.

Il problema non era più quello di avere il controllo diretto su una data porzione di territorio, come l’idea
della sovranità, ma piuttosto di sfruttare la crescente integrazione planetaria. A partire dal XX secolo
l’Occidente si è proposto come il veicolo per l’esportazione globale di benessere e democrazia basata sulla
condivisione di un comune sistema tecnico. I due pilastri che hanno sostenuto questo progetto sono stati la
liberalizzazione e la finanziarizzazione. Liberalizzare ha voluto dire creare le condizioni più adatte
all’estensione planetaria del sistema tecnico. Attorno al concetto di globalizzazione c’era l’idea di un mondo
unificato attraverso il mercato e la conoscenza tecnica, finalmente liberato dalle guerre, dove ogni confine
e differenza culturale poteva essere superata, un nitido progetto cosmopolitico sorretto dalla potenza del
sistema tecnico.

La formula più efficace per descrivere la nuova logica sociale è quella che fa riferimento al circuito
“potenza-volontà di potenza” ovvero un equilibrio tra il desiderio individuale e la crescita prodotta dal
sistema tecnico globale.

Nel contesto della società tecnica il concetto di “crescita” ha un ruolo centrale : si intende l’aumento delle
possibilità, consentito con l’espansione continua dei mezzi e realizzato attraverso la ricerca e l’innovazione.
Nell’era della globalizzazione la potenza coincide dunque con l’incremento indefinito e immediato della
capacità di realizzare scopi mediante l’ampliamento dei mezzi disponibili, parliamo di una società sempre
più individualizzata, che lascia alla scelta di ciascuno la determinazione dei fini da perseguire. La tecnologia,
cerca di rendere efficace ogni aspetto della vita sociale per garantire la “crescita”,

Tale logica espansiva si realizza attraverso tre direttrici : accrescimento dimensionale, tutto è destinato a
diventare più grande, pena l’esclusione dai processi che contano nella società globalizzata, parliamo del
gigantismo industriale. La seconda è la frammentazione, in quanto tutto è destinato a slegarsi, ad essere
ridotto in pezzi, in componenti (relazioni, istituzioni), infatti un obiettivo può essere raggiunto solo
attraverso la decontestualizzazione, quindi ogni singola azione deve essere separata da ciò che viene prima
e da ciò che viene dopo. La terza direttrice è l’accelerazione, la crescita si ottiene attraverso l’aumento della
velocità a cui si svolgono i processi di scambio, conoscenza ed innovazione.

Se la “crescita” definisce il senso, l’ultima ed unica norma della società tecnica è “l’efficienza”, essere
efficienti vuol dire raggiungere in modo tecnicamente razionale lo scopo perseguito. L’efficienza è il criterio
fondamentale di legittimazione della potenza tecnica, ciò che è efficiente è di conseguenza potente.
All’individuo si chiede di essere efficiente in base all’ambiente sociale di riferimento : sul lavoro si richiede
la produttività, nel contesto sociale il reddito, nella sfera privata la bellezza e la prestanza fisica, tutto ciò
genera quella che viene definita “etica della performance ed etica della prestazione” secondo cui per essere
efficienti ci si deve attenere a standard di performance tecnicamente misurati. L’aumento dell’efficienza ed
il perseguimento della perfezione vengono stimolati attraverso la “competizione” e l’innovazione, infatti a
scuola, in azienda, nel tempo libero e persino in amore, siamo portati a misurarci con gli altri, la gara è sia
individuale che collettiva, ognuno deve correre la sua corsa dal momento che l’efficienza è prima di tutto
un affare individuale. Ci si trova quindi perennemente sotto esame, siamo condannati a rincorrere un
cambiamento continuo, consapevoli di non poter mai escludere il rischio di venire superati, se non
addirittura scartati. È poi quando ci sentiamo inadatti rispetto al contesto circostante che ci vergogniamo,
chi non corrisponde agli standard richiesti si rende perfettamente conto di essere inutile, se non addirittura
di intralcio. L’aumento continuo ed irreversibile della potenza intesa come espansione delle possibilità di
fatto non prevede la possibilità di fallimento.

Il capolavoro della tecnologia : farci credere che non abbiamo bisogno di nessun altro, che siamo
completamente liberi di fare quello che vogliamo, che possiamo continuamente scegliere e che ogni
legame è perfettamente reversibile, nascondendoci nel contempo la nostra dipendenza dall’organizzazione
sistemica e forse il nostro asservimento ad essa.

Gli effetti potenti della società tecnica sono riproducibili anche nel campo delle relazioni affettive, sessuali e
riproduttive. A partire dagli anni 70 del 900 in Europa sono stati introdotti i divorzi, riconoscimento delle
coppie gay ecc, la tendenza è chiarissima, la famiglia tradizionale viene superata in quanto considerata
troppo rigida ed oppressiva. Tale trasformazione riflette una modificazione profonda degli orientamenti
culturali della nostra società.

La potenza come aumento delle possibilità, non è ancora immediatamente potere, ma attraverso
l’aumento dei mezzi e l’appropriazione individuale di questi mezzi che la potenza si traduce in potere
effettivo di azione. Affidandosi ai sistemi tecnici, la nostra vita quotidiana raggiunge livelli di organizzazione
mai visti nella storia, divenendo capace di creare prima e soddisfare poi buona parte delle domande
individuali. Parliamo di una società nella quale ogni singolo Io è addestrato a concepirsi come un atomo
che, per sopravvivere, non ha più bisogno di dipendere da relazioni sociali e comunitarie consegnandosi nel
contempo ad una relazione pervasiva con entità impersonali (mercato, trasporti, assistenza sanitaria) da cui
dipende integralmente.