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Δεινός

L’aggettivo δεινός, -ή, όν è legato alla radice del verbo δείδω che indica l’avere un timore
consapevole, oggettivo (δέος, n.); dalla stessa radice deriva l’aggettivo δειλός, che significa “vile,
pauroso in senso passivo”.
Il significato base di δεινός implica invece il timore in senso attivo: è colui o ciò che incute timore,
soggezione, come afferma Socrate nel Lachete di Platone (198b):
ἡγούμεθα δ' ἡμεῖς δεινὰ μὲν εἶναι ἃ καὶ δέος παρέχει,
Ritieniamo deinà le cose che procurano timore.
Un’analoga accezione è espressa sempre da Socrate nel Protagora di Platone (341 a-b)
ὥσπερ περὶ τοῦ "δεινοῦ" Πρόδικός με οὑτοσὶ νουθετεῖ ἑκάστοτε, ὅταν ἐπαινῶν ἐγὼ ἢ σὲ ἢ
ἄλλον τινὰ λέγω ὅτι Πρωταγόρας σοφὸς καὶ δεινός ἐστιν ἀνήρ, ἐρωτᾷ εἰ οὐκ αἰσχύνομαι
τἀγαθὰ δεινὰ καλῶν. τὸ γὰρ δεινόν, φησίν, κακόν ἐστιν· οὐδεὶς γοῦν λέγει ἑκάστοτε "δεινοῦ
πλούτου" οὐδὲ "δεινῆς εἰρήνης" οὐδὲ "δεινῆς ὑγιείας," ἀλλὰ "δεινῆς νόσου" καὶ "δεινοῦ
πολέμου" καὶ "δεινῆς πενίας," ὡς τοῦ δεινοῦ κακοῦ ὄντος.
Per esempio, a proposito del termine «terribile (δεινός)», Prodico mi rimprovera tutte le volte che, lodando
te o qualcun altro, dico che Protagora è un uomo sapiente e «terribile»: mi domanda se non mi vergogno di
chiamare «terribile» una cosa buona. Infatti terribile è il male. Nessuno dice una «terribile ricchezza» né
«una terribile pace» né «una terribile salute», ma dice «una terribile malattia», «una terribile guerra» e
«una terribile povertà» come se «terribile» fosse un male.
Attraverso l’accezione già omerica di “potenza che intimorisce” si sviluppa un significato non
strettamente negativo di δεινός legato alla capacità di meravigliare e di stupire: “meraviglioso,
forte, potente, strano, straordinario” Cfr: δεινὸν ἂν εἴη εἰ… “Sarebbe strano se…”
Ancora più comune in età classica è il passaggio al significato di “abile (in), capace (di)”, in genere
con infinito di limitazione dipendente.

Δεινός nel primo stasimo dell’Antigone di Sofocle


Il problema della traduzione del verso iniziale del I stasimo πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου
δεινότερον πέλει è legato alla polisemicità del termine δεινόν e alla frase massimamente
indeterminata di apertura, che di fatto non solo lascia aperte di fatto tutte le possibilità di lettura,
ma inevitabilmente indirizza la comprensione sull’accezione più comune, cioè negativa (δεινός =
terribile, spaventoso), che viene poi applicata, in modo sconcertante, all’uomo. Solo il prosieguo,
che ne descrive, quasi da una prospettiva esterna, le opere prodigiose sembra volgere
retroattivamente la comprensione dell’aggettivo in un senso più positivo e specifico (δεινός =
abile, sagace, ingegnoso) ma comunque difficilmente applicabile al neutro plurale iniziale. Questo
fa sì che l’idea del mostruoso e del terribile non venga realmente cancellata ma resti in sottofondo,
come un pedale grave, riemergendo in qualche modo nella problematica conclusione dello
stasimo.
Nelle traduzioni moderne, a partire da quelle latine, è così possibile enucleare tre indirizzi di
fondo per rendere δεινά:
1) circoscriverne in partenza l’accezione a quella più omogenea alla celebrazione seguente
dell’homo faber, a costo di banalizzare fortemente la proposizione iniziale: sagacia, ingeniosa,
diserta.
2) Recuperare, almeno parzialmente, l’estensione del significato dell’aggettivo, esprimendone il
nucleo inquietante nella dimensione dello stupore e della meraviglia, sia pure depurata dalla
parte più oscura: stupenda, miracula, mirabilia.
3) Accentuarne proprio l’aspetto negativo, anche forzando il significato effettivo di δεινά, con
effetto straniante rispetto al seguito: mala, atrocius.

Antigone di Hölderlin: δεινός = Ungeheuer


Una delle più originali prove di traduzione di un classico greco nell’età moderna è senza dubbio la
tormentata versione tedesca di Antigone di Friedrich Hölderlin (1770-1843). Il sommo poeta
protoromantico vi lavorò dal 1797 al 1804, quando l’Antigonä fu pubblicata assieme alla
traduzione dell’Ödipus der Tyrann, nel quadro di una progettata integrale sofoclea che restò
irrealizzata anche per le critiche severe di cui fu oggetto, prime fra tutte quelle di Goethe e di
Schiller, che ravvisò i segni evidenti della degenerazione mentale del poeta, di fatto vissuto nei
decenni successivi in uno stato di lucidità intermittente. Nel Sofocle di Hölderlin sono state
ravvisate tre fasi di elaborazione: una prima fondata su un adattamento della lettera del testo
all’estetica della poesia tedesca neoclassica, una seconda caratterizzata da un letteralismo perfino
provocatorio, una terza tesa a fare emergere dal testo sofocleo, negli intenti del poeta tedesco, i
significati reconditi celati, o piuttosto censurati dall’autore in ossequio al formalismo rassicurante
imposto dall’Atene periclea del V secolo a. C. Per Hölderlin il formalismo classico soffoca a favore
di un “autocontrollo sobrio-giunonico” i fondamenti “passionali-apollinei” latenti, che esprimono
il fondo orientale, visionario e profetico, della cultura tragica: occorre riportare alla luce
quest’ultimo livello, oltre le intenzioni di Sofocle, scavando nei significati nascosti delle parole a
partire dalla loro etimologia. Questa traduzione, che nella pratica include una serie continua di
errori, sia per la limitata competenza filologica di Hölderlin, sia per l’edizione poco accurata del
testo greco in suo possesso, dopo oltre un secolo di oblio fu riscoperta nella sua forza visionaria da
Walter Benjamin nel 1913, poi commentata in celebri lezioni da Martin Heidegger negli anni ‘40,
quindi rielaborata da Bertold Brecht nel 1948 e musicata da Carl Orff nel 1949.
Esistono due versioni hölderliniane del primo stasimo. Nella prima l’aggettivo δεινός è tradotto
come gewaltig, cioè “potente, violento” (da walten, “operare, dominare”). Nella definitiva, che
secondo Heidegger può fornire una base sufficiente alla metafisica occidentale, il poeta ricorre ad
Ungeheuer “mostruoso” (negazione di geheuer “sicuro”) in forma sostantivata. Essa esprime
un’idea base nell’interpretazione di Hölderlin del teatro tragico greco: mentre il divino si presenta
all’uomo nella forma dell’“organico”, come legge, norma, essere limitato, nell’uomo agisce una
forza informe ed illimitata, inorganica, caotica (das Aorgische, “l’inorganico”), che aspira al divino e
lo sfida a manifestarsi. Un personaggio come Antigone appare agli occhi di Hölderlin come
Antitheos, un provocatore rivoluzionario del divino, che per l’impossibilità di sostenere la
presenza divina di cui è investito, quasi un’indigestione di trascendenza, è inevitabilmente
destinato all’annientamento di sé, a una sorta di autocannibalismo.
La traduzione di δεινός come ungeheuer è stata anche mantenuta nella lettura dello stasimo
realizzata dal grande filosofo tedesco Hans Jonas (1903-1993).
Martin Heidegger: δεινός = Unheimlich
Il grande filosofo esistenzialista tedesco Martin Heidegger (1889-1976) ha citato frequentemente
nelle sue opere il teatro di Sofocle, e in particolare l’Antigone, anche in riferimento alla traduzione
di Ηölderlin, di cui Heidegger è stato un fondamentale riscopritore, benché abbia egli stesso
fornito una sua versione personale del primo stasimo nella sua Introduzione alla metafisica (1935) e
poi in un corso su Hölderlin del 1943. Per Heidegger la poesia di Pindaro e Sofocle — e come, oltre
due millenni più tardi, quella di Hölderlin — manifestano la presenza aurorale dell’essere nella
parola umana, intesa come “casa dell’essere”, in cui esso rivela e allo stesso tempo nasconde la sua
verità (ἄ-ληθεια “dis-velamento”). I poeti, al pari dei pensatori presocratici, come Anassimandro
e Parmenide, conservano il senso profondo dell’uomo come “pastore dell’essere”, chiamato a
custodirne la presenza e la verità. Questa consapevolezza originaria verrà messa in crisi
dall’atteggiamento metafisico socratico-platonico, in cui si assiste ad una separazione fra il mondo
sensibile e la verità astratta degli eide, oggetti della conoscenza; viene contemporaneamente meno
la distinzione fra gli enti e l’essere, considerato esso stesso come ente oggetto di conoscenza,
mentre la stessa verità viene concepita non più come autosvelamento dell’essere, ma come theoria
(contemplazione), e in seguito come corrispondenza di razionale e reale. La storia della modernità
è caratterizzata da un “oblio dell’essere”, che porta l’uomo, perduto anche l’interesse per l’essere
presente nella metafisica, a concepirsi nell’era del dominio tecnologico come sfruttatore del
mondo.
Nel saggio su Hölderlin del 1943 Heidegger distingue il concetto di τὸ δεινόν in 3 grandi campi
semantici:
1) Das Furchtbare: il terribile (da Furcht “paura”), sia
2) Das Gewaltige: il potente o violento (da walten “agire, dominare, imporsi).
3) Das Ungewohnliche: l’inusuale (negazione di gewöhnlich “abituale” da wohnen, “abitare”)
Questi tre significati vengono condensati da Heidegger nel termine Das Unheimliche, “il
Perturbante, lo Straniante, lo Spaesante, l’Inquietante” che è negazione (Un-) del concetto di
Heimliche, che dall’idea di “familiare” (Heim “casa, dimora”; Heimat “patria”) passa a quella
comune, e quasi opposta, di “privato, intimo, nascosto, occulto”.
Questo termine era già stato impiegato in campo psicanalitico da Ernst Jentsch e poi da Siegmund
Freud, secondo cui unheimlich è ciò che l’uomo percepisce allo stesso tempo come insolito e
familiare, estraneo e proprio, ciò che dall’origine appartiene a sé e che è stato rimosso, in altre
parole il proprio alter ego inconscio, e che nel suo riaffiorare genera appunto perturbamento e
angoscia (Unheimlichkeit).
Nel commento al primo stasimo dell’Antigone contenuto in Introduzione alla Metafisica (1937)
Heidegger presenta l’ Unheimliche come l’altra faccia del familiare, del sicuro e allo stesso tempo la
sua radice autentica; è l’improprietà originaria di se stesso e a se stesso che costituisce l’uomo e il
suo essere. E l’uomo permette al δεινόν di manifestarsi: egli appare allo stesso tempo colui che è
minacciato da una forza strapotente (chiamata “il predominante” das Überwältigende) che lo
distacca dalla casa e colui che la minaccia (“il violentante”) rivendicando il potere sulla φύσις. In
ciò il il filosofo vede la relazione fra l’agire dell’uomo come τέχνη, sapere, macchinazione, e
l’essente nella sua compagine olistica che si manifesta come δίκη, ordinamento. Mentre tutti gli
altri viventi sono assegnati a un solo elemento, l’uomo è costantemente proteso ad invadere gli
elementi a lui esterni: l’uomo è das Unheimlichste (il δεινότατον) “perché è quel violento che,
propendendo verso lo strano nel senso di ciò che soverchia, supera i limiti del familiare”.
L’identificazione nella sua traduzione dei termini παντοπόρος e ἅπορος, cioè delle condizioni
simultanee di esperienza ed inesperienza, oltre a quella dei termini ὑψίπολις e ἄπολις, la sua
inclusione-esclusione dal luogo di vita, esprime l’originaria Unheimlichkeit dell’uomo. L’esistenza
dell’uomo, il suo da-sein (esser-ci) lo spinge dall’origine a sfidare, come violentante, il
predominante, per dominare l’essere, costringendo quest’ultimo a manifestarsi come tale, ad
irrompere nella sua strapotenza per schiacciarlo e in questo ponendosi in opera come storia.
Questa sfida pone l’uomo fin dall’origine come destinato al fallire: “la rovina costituisce per lui il
più profondo e ampio consenso dato al predominante”. L’esser-ci dell’uomo è un varco in cui
l’essere messo in opera si apre nell’essente: è un in-cidente (Zwischen-Fall) “in cui, d’un tratto, le
forze della strapotenza scatenata dall’essere si liberano ponendosi in opera come storia”.

Joachim Camerarius (1534)


Brunck-Louis Benloew (1844)
Multa sagacia: at nihil homine sagacius est. Multa quidem sunt mirabilia: nihil vero homine
mirabilius est.
Gentien Hervet ( 1541)
Ingeniosa multa : sed Johann Christian Friedrich Hölderlin (1792)
nihil acutius viro. Vieles Gewalt’ge gibt’s. Doch nichts
Ist gewaltiger als der Mensch.
Giovan Battista Gabia (1543) Molte cose possenti esistono. Ma niente
Multa gravia et nihil homine gravius existit E’ più possente dell’uomo.
Nota: Gravius: callidius, ingeniosius, prudentius
Johann Christian Friedrich Hölderlin (1804)
Vitus Windsheim (1549) Ungeheuer ist viel. Doch nichts
Multa sunt mala, sed homine Ungeheuerer als der Mensch.
Nihil atrocius est Mostruoso è molto. Ma niente
Più mostruoso dell’uomo.
Georg Rataller (1550)
Plurima ubique stupenda videmus Martin Heidegger (1942)
Sed nihil usquam natura homine Vielfältig das Unheimliche, nichts doch
Aeque stupendum protulit. über den Menschen hinaus Unheimlicheres ragend
sich regt.
Jean Lalamant (1557)
Multa passim miracula Hans Jonas (1979)
Multam ubique solertiam Ungeheuer ist viel, und nichts
Ostentat natura. At nihil ungeheurer als der Mensch.
Producit haec ipsa tamen Mostruoso è molto, e niente
Quicquam aut admirabilius mostruoso come l’uomo.
Aut solertius homine.
Dudley Fitts & Robert Fitzgerald (1939)
Thomas Watson (1581) Numberless are the world’s wonders, but none
Multa diserta : nihil tamen More wonderful than man;
Homine extat sapientius.
Marianne McDonald (2000)
Pietro Codicillo (1583) There are many wonders in the world,
Plurima sunt stupenda facta, sed quae fiunt But nothing more amazing than man!
Per hominem, nihil his stupendum magis.
Luigi Alamanni (1527) nessuna meraviglia è pari all'uomo.
Tra quanti altri animali
Creò natura mai sott’alcun clima, Giuseppe Ferraro (2001)
Nessun (se ben s’estima) Molti sono i tremendi prodigi,
Si truova più dell’uom noioso e rio. ma nessuno è più tremendo dell’uomo.

Francesco Angiolini (1782) G. Corti (2007; libretto di un’opera lirica di Ivan


Fra molte cose orrende Fedele)
Che son sull’ampia terra. VOCI FEMMINILI misterioso
Niuna dell’uom non è più fiera e ardita Essere terribile e mirabile
VOCI MASCHILI misterioso
Felice Bellotti (1826) Nulla è come l’uomo
No, più mirabil cosa TUTTI
Non v’ha dell’uom nessuna: Nulla

Ettore Romagnoli (1932) Massimo Cacciari (2007)


Molti si dànno prodigi, e niuno Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più
meraviglioso piú dell'uomo. dell’uomo.

Camillo Sbarbaro (1943) Giovanni Greco (2010)


Molte sono le meraviglie ma nulla è più portentoso Molti sono i tabù e nulla
dell'uomo. Più dell’essere umano è tabù.

Giuseppina Lombardo Radice (1956) Andrea Rodighiero (2013)


Molte ha la vita forze Le cose prodigiose
tremende; eppure più dell'uomo nulla, sono molte, ma niente più dell’uomo
vedi, è tremendo. è un prodigio:

Enzio Cetrangolo (1970)


L'esistere dell'uomo è uno stupore
infinito, ma nulla è più dell'uomo
stupendo.

Raffaele Cantarella (1977)


Molte sono le cose mirabili, ma nessuna
è più mirabile dell'uomo.

Ezio Savino (1977)


Pullula mistero. E nulla
più misterioso d'uomo vive.

Franco Ferrari (1982)


Molti sono i prodigi
e nulla è più prodigioso
dell'uomo.

Maria Grazia Ciani (2000)


Molte meraviglie vi sono al mondo,
Trad. Hölderlin (1804)
Ungeheuer ist viel. Doch nichts Di mostruoso v’è molto. Ma niente
Ungeheuerer, als der Mensch. Più mostruoso dell’uomo.
Denn der, über die Nacht Poiché questi, sopra la notte
Des Meers, wenn gegen den Winter wehet Del mare, quando contro l’inverno soffia
Der Südwind, fähret er aus Il vento del sud, prende il largo
In geflügelten sausenden Häußern. In casa alate ululanti.
Und der Himmlischen erhabene Erde E la terra sublime dei Celesti,
Die unverderbliche, unermüdete Incorruttibile, infaticabile,
Reibet er auf; mit dem strebenden Pfluge, Egli logora; con l’aratro teso
Von Jahr zu Jahr, Di anno in anno
Treibt sein Verkehr er, mit dem Rossegeschlecht, Esercita il suo traffico con la razza dei cavalli
Und leichtträumender Vögel Welt E il mondo degli uccelli dai sogni leggeri
Bestrikt er, und jagt sie; Incanta e li caccia
Und wilder Thiere Zug, E il branco di bestie selvagge
Und des Pontos salzbelebte Natur E del Ponto la natura resa viva dal sale
Mit gesponnenen Nezen, Con reti filate,
Der kundige Mann. L’uomo sagace
Und fängt mit Künsten das Wild, E cattura con arte la selvaggina,
Das auf Bergen übernachtet und schweift. Che sui monti pernotta e vaga.
Und dem rauhmähnigen Rosse wirft er um E getta al cavallo dalla criniera ruvida intorno
Den Naken das Joch, und dem Berge Alla nuca il giogo, e al toro
Bewandelnden unbezähmten Stier. Indomito che erra per i monti.
Und die Red' und den luftigen E il discorso e il pensiero
Gedanken und städtebeherrschenden Stolz Etereo, e orgoglio di governo
Hat erlernet er, und übelwohnender Ha appreso e delle inabitabili
Hügel feuchte Lüfte, und Alture l’aria umida. E
Die unglücklichen zu fliehen, die Pfeile. gli infelici a fuggire, i dardi.
[Allbewandert, [Esperto in tutto,
Unbewandert. Zu nichts kommt er. Inesperto. A nulla approda.
Der Todten künftigen Ort nur Solo il luogo futuro dei morti
Zu fliehen weiß er nicht, non sa fuggire,
Und die Flucht unbeholfener Seuchen e la fuga da mali incurabili
Zu überdenken. meditare.
Von Weisem etwas, und das Geschikte der Kunst Qualche saggezza e la perizia dell’arte oltre ogni
Mehr, als er hoffen kann, besizend, speme possedendo,
Kommt einmal er auf Schlimmes, das andre zu un dì s’inoltra al male, l’altro al bene.
[Gutem.
Die Gesetze kränkt er, der Erd' und Naturgewal'tger Offende le leggi, della Terra e delle potenze naturalì
Beschwornes Gewissen; la coscienza giurata;
Hochstädtisch kommt, unstädtisch Giunge alto nella città, fuori dalla città
Zu nichts er, wo das Schöne al nulla, dove la bellezza
Mit ihm ist und mit Frechheit. è con lui e con arroganza.
Nicht sei am Herde mit mir, Non sia al focolare con me
Noch gleichgesinnet, Né di pensiero simile
Wer solches thut. Chi agisce così.
Trad. Heidegger (1937)
Vielfältig das Unheimliche, nichts doch «Di molte specie è l'inquietante, nulla tuttavia
Über den Menschen hinaus di più inquietante dell'uomo s'aderge.
Unheimlicheres ragend sich regt. Questi balza sul flutto schiumante
Der fährt aus auf die schäumende Flut pel vento del sud invernale
Beim Südstrum des Winters e incrocia sulle creste
Und kreuzt im Gebirg delle onde furiosamente spalancantisi.
Der wütiggeklufteten Wogen. Anche la più sublime delle divinità, la terra,
Der Götter auch die erhabenste, die Erde, l'indistruttibile infaticabile, egli l'estenua,
abmüdet er die unzerstörlich Mühelose, rivoltandola di anno in anno,
umstürzend von Jahr zu Jahr passandovi e ripassandovi con i cavalli
hintreibend und her mit den Rossen die Pflüge. gli aratri.
Auch des leichtschwebenden Vogelschwarm Anche il leggero volitante stormo d'uccelli
Umgarnt er und jagt egli irretisce e caccia,
Das Tiervolk der Wildnis e la frotta degli animali di località selvagge
Und des Meeres einheimisch Gerege e ciò che si muove e risiede nel mare,
Der umher sinnende Mann. l'uomo sagace.
Er überwältigt mit Listen das Tier, Con astuzie sopraffà l'animale
das nächtigt auf Bergen und wandert, che sui monti pernotta ed erra,
den rauhmähnigen Nacken des Rosses e al cavallo dalla ruvida criniera
und den niebezwungenen Stier e all'indomito toro
mit dem Holze umhalsend zwingt er ins Joch. circondando il collo col legno impone il giogo.
Auch in das Getöne des Wortes Anche nel risuonar della parola
Und ins windeilige Allesverstehen e nel tutto comprendere leggero come il vento
Fand er sich, auch in den Mut si ritrova, ed altresì nell'animo
Der Herrschaft über die Städte. di dominar città.
Auch wie er entfliehe, hat er sich bedacht. E anche come sfuggire, ha pensato,
Der Aussetzung unter die Pfeile l'esposizione ai dardi
Der Wetter, der ungattigen auch der Fröste. dell'intemperie e degli spiacevoli geli.
Überall hinausfahrend unterwegs, erfahrungslos Dappertutto tutto esperendo per via, inesperto
Ohne Ausweg kommt er zum Nichts. senza scampo, perviene al nulla.
Dem einzigen Andrang wermag er, dem Tod, Dall'incombere, solo, della morte
durch keine Flucht je zu wehren, con nessuna fuga può giammai difendersi,
sei ihm geglückt auch von notvollem Siechtum pur se ad un male tenace gli sia riuscito
geschicktes Entweichen. abilmente di sfuggire.
Gewitzigtes wohl, weil das Gemache Ottimamente esperto, il saper-fare
Des Könnens, über Verhoffen bemeisternd, possedendo al di là della speranza,
verfällt er einmal auf Arges cade talvolta in condizione vile
gar, Wackeres zum anderen wieder gerät ihm. del tutto, altra ad eccelsa riesce.
Zwischen die Satzung der Erde und den Tra lo statuto fisso della terra
Beschworenen Fug der Götter hindurch fährt er e il diritto giurato dagli dèi prosegue la sua via.
Hochüberragend die Stätte, verlustig der Stätte Dall'alto il luogo dominando, dal luogo escluso,
Ist er, dem immer das Unseiende seiend tale egli è, a cui sempre è essente il non-essente,
Der Wagnis zugunsten. per amore del rischio.
Nicht werde dem Herde ein Trauter mir der, Non divenga egli intimo del mio focolare,
nicht auch teile mit mir sein Wähnen mein Wissen, ne delle sue illusioni il mio sapere partecipe sia,
der dieses führet ins Werk colui da parte del quale si compiono cose siffatte.