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Nel 1836 Leopardi si trova a Napoli da tre anni e

compone la sua poesia La ginestra o il fiore del


deserto a Torre del Greco, da dove vede il
Vesuvio che nel 79 d.C aveva distrutto Pompei ed
Ercolano. Questa visione storica porta Leopardi a
una riflessione sul presente, a una critica del suo
tempo, "il secolo superbo e sciocco [...] che
credeva nelle magnifiche sorti e progressive", ma
anche a una nuova indagine filosofica sul tema
della morte, della catastrofe, del tragico destino
umano che trascende le epoche storiche e
accomuna tutti. Dal componimento emerge
anche l'anti-antropocentrismo di Leopardi, già
presente nelle Operette Morali: l'uomo, che si
crede al centro dell'universo, è in realtà soltanto
una delle tante specie che ne fanno parte. Nella
quinta stanza della Ginestra si sviluppa il
meraviglioso paragone tra la distruzione della
raffinata civiltà di Pompei ed Ercolano e delle
formiche schiacciate dal cadere di un frutto a
terra. Leopardi smentisce così ogni forma retorica
del progresso umano. Ma di fronte a questo
destino di catastrofe si annuncia un'unione di
tutte le specie nella comune consapevolezza di
un destino che tutte le comprende. L'uomo è
destinato ad essere sconfitto nella sua guerra
contro la natura. Questa può "annichilare" tutto il
genere umano, e distruggere tutte le civiltà e le
speranze; tuttavia la natura "matrigna" produce
anche il proprio rimedio, che è incarnato nel fiore
del deserto: la ginestra. Di fronte alla perdita di
ogni speranza e all'impossibilità di una
prospettiva per il futuro, si sparge il suo profumo:
così la scrittura poetica nasce dall'apparir
dell'"arido vero", ma mantiene intatta la sua
fragranza.

Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano,


storico della letteratura e professore associato
all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura
Italiana Contemporanea e Letterature
Comparate. Collabora con diverse riviste e
quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La
Stampa-Tuttolibri.
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1836: Leopardi da tre anni è a Napoli e compone
quella che forse è la sua ultima poesia, La ginestra
o fiore del deserto, a Torre del Greco, dove ha una
splendida vista sul Vesuvio, il vulcano che tanto
tempo prima, nel 79 d.c., aveva distrutto Pompei ed
Ercolano. Questa visione storica, come spesso era
avvenuto nei Canti, sin dalle prime canzoni, dalle
canzoni giovanili, porta Leopardi ad una riflessione
che ha invece un valore nel presente, un valore di
critica del proprio tempo, di quello che definisce "il
secol superbo e sciocco", secolo che credeva a
quell'800 romantico ed idealista, e che credeva
nelle "magnifiche sorti e progressive": una critica
al suo tempo, ma anche un'ennesima indagine
filosofica, di nuovo sul tema della morte, sul tema
della catastrofe, e di nuovo sul tema di come
queste morti lontane, queste catastrofi remote, ci
appaiono segni del destino, segni di un destino
umano che appunto trascende il tempo e la storia
ed appartiene a tutti. Questa è la canzone che più
direttamente in Leopardi il pensiero successivo ha
individuato come segno di una possibile valenza
politica, il pensiero novecentesco che parlerà
addirittura di un "Leopardi progressivo",
progressista che indicherà proprio nella Ginestra,
nella confederazione degli uomini contro il male
naturale, un punto acuminato, un punto
particolarmente avanzato. In realtà in Leopardi,
come al solito, le tensioni sono contraddittorie:
coesiste per esempio nella Ginestra ancora il
motivo che era stato già nelle Operette morali, del
cosiddetto "anti-antropocentrismo". Gli esseri
umani, che si credono al centro dell'universo, sono
in realtà una delle tante specie in un pianeta
pronto a ribellarsi loro: nella quinta stanza, nella
quinta delle sette lunghe stanze della Ginestra si
sviluppa il lungo paragone straordinario tra la
civiltà raffinata di Pompei ed Ercolano distrutta dal
vulcano e un popolo di formiche schiacciate dal
cadere di un pomo, dal cadere di un frutto a terra,
che appunto dilegua e smentisce ogni forma di
retorica sulla storia umana, sull'immagine del
divenire progressivo degli esseri umani. Al
contempo, però, di fronte a questo destino di
catastrofe, di fronte a questa immagine di
pietrificazione che nella schiena che del
formidabile monte sterminatore coglie gli esseri
umani, si annuncia a tratti la presenza di quella
che appunto Leopardi chiama "una federazione
delle specie", una federazione degli esseri umani e
delle specie animali tutte coalizzate, se non nella
possibile salvezza, comunque nella comune
consapevolezza di un destino che tutte le
comprende. La poesia, di sette lunghe strofe, è la
più lunga tra quelle raccolte nei Canti da Leopardi,
ed ha come esergo un passo del Vangelo di
Giovanni:

« Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ


φῶς. - E gli uomini vollero piuttosto le tenebre
che la luce».
(Giovanni, III, 19)

Qui su l’arida schiena


del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fûr liete ville e cólti,
e biondeggiâr di spiche, e risonâro
di muggito d’armenti;
fûr giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fûr cittá famose,
che coi torrenti suoi l’altèro monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
ove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrá dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
«Le magnifiche sorti e progressive».
La frase ironizzata, parodiata da Leopardi, scritta
in corsivo, proviene da un testo di Terenzio
Mamiani ed è un testo in cui si simboleggiava
proprio il senso di una speranza storica, di una
speranza di progresso sociale e politico, che il
Leopardi - sempre, ma soprattutto quello degli
ultimi anni - non può che irridere. Lo irride proprio
perché a fronte di questa speranza umana c'è il
volto enigmatico della natura, il volto indifferente
di una natura che appunto con una semplice
scossa può, con "moti poco lievi ancor
subitamente annichilare", distruggere tutto il
genere umano, tutte le sue civiltà, tutte le sue
speranze e le sue costruzioni. E proprio la natura
che nelle Operette Morali era stata dipinta come
un mostro anonimo ed indifferente, è la stessa che
produce anche il suo controveleno, questo
emblema del fiore del deserto, che proprio di fronte
alla desertificazione, proprio di fronte alla fine
della speranza, proprio di fronte all'impossibilità di
una prospettiva per il futuro, comunque sparge il
suo profumo, un po' come la scrittura poetica
nasce dall'arido vero, nasce dall'apparir del vero e
mantiene però quella fragranza che però Leopardi
ci fa percepire.

Nobil natura è quella


ch’a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor piú gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dá la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccom’è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.
Una guerra, quella del genere umano, sia pur
confederato, adesso destinato ad un'inevitabile
sconfitta. Ed è pure accompagnata, questa
sconfitta, che poi è la disfatta di una vita, di
un'esistenza perseguitata da sconfitte, una dopo
l'altra incatenate, che si traduce letterariamente in
un exploit straordinario, in un canto che per più di
trecento versi ragiona sul destino dell'umanità,
sulla presenza dell'umanità sul pianeta, e che
dipinge l'umanità appunto come "umana
compagnia", al di là di quella che è la speranza, al
di là di quella che è ogni scena di una possibile
azione anche politica: Leopardi individua questa
"umana compagnia" come unica presenza reale, la
presenza di chi è in possesso del linguaggio, di
qualcosa che assomiglia al profumo della ginestra,
di qualcosa che assomiglia a quella vitalità che
malgrado tutto continua a profluire, a respirare, ad
esalare dal nostro stato umano.