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Jean-Paul Sartre

L’esistenzialismo è un umanismo

(sintesi tratta da www.swif.uniba.it, a cura di Mario Marasco)

Il saggio del 1946 “L’ esistenzialismo è un umanismo” è la


versione leggermente modificata della conferenza che J.P.
Sartre aveva tenuto nell’ottobre del 1945 davanti al pubblico parigino del Club
Maintenant. La conferenza aveva anzitutto lo scopo di reagire alle accuse e ai
fraintendimenti più grossolani che circolavano, sia negli ambienti di destra che in quelli
di sinistra, intorno all’esistenzialismo in genere, divenuto tema di moda negli ambienti
culturali, e intorno al cosiddetto ”esistenzialismo ateo” dello stesso Sartre. Gli avversari
di diversa tendenza lo presentavano come una dottrina dell’assurdo e del vuoto,
materialista e diabolica secondo gli uni, contemplativa e pessimistica secondo gli altri.
Una concezione che, privilegiando gli aspetti peggiori dell’uomo e trascurando la
solidarietà umana, fa dell’esistenzialismo una dottrina anti-umanistica. A queste critiche
Sartre risponde ribaltando completamente il giudizio degli avversari. Egli infatti rivendica
il carattere umanistico della propria filosofia, sostenendo che l’esistenzialismo pone al
centro della sua attenzione l’incondizionata libertà dell’uomo che è, al tempo stesso,
assoluta responsabilità del soggetto e delle sue scelte. Sartre esclude sia la tesi
dell’esistenza di un Dio artefice che ha creato l’uomo in conformità ad un prototipo ideale
prefissato, sia la versione laica di questa convinzione, ossia la tesi di una natura umana
dotata di prerogative specifiche – e pertanto universale, immutabile e altrettanto
prefissata. La tesi essenziale dell’esistenzialismo sartriano è pertanto quella secondo cui
l’esistenza precede l’essenza;

«Se dio non esiste, c’è almeno un essere in cui l’esistenza precede l’essenza […]; quest’essere è
l’uomo.[…] L’uomo non è altro che ciò che si fa […] L’uomo sarà innanzitutto quello che avrà
progettato di essere. Non quello che vorrà essere […] Se veramente l’esistenza precede l’essenza,
l’uomo è responsabile di quello che è. Così il primo passo dell’esistenzialismo è di mettere ogni uomo
in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità totale della sua esistenza»
(pp. 27-30).

La conseguenza di ciò è che non vi sono principi a priori che possano stabilire il
significato del vivere dell’uomo, il quale è totalmente responsabile di fronte alla vita.
L’uomo è privo di fondamenti, non ha valori predeterminati a cui riferire la propria
condotta e deve pertanto assumersi la piena responsabilità delle sue azioni e deve
costruire da sé i principi del suo comportamento.

L’assenza di Dio (e di ogni altro fondamento o valore) obbliga l’uomo a creare da sé i


propri fini e i propri significati.

«L’esistenzialista […] pensa che è molto scomodo che Dio non esista, poiché con Dio svanisce ogni
possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile; non può esserci un bene a priori poiché non c’è
nessuna coscienza infinita e perfetta per pensarlo» (p. 40). Ragion per cui «l’uomo è condannato a
essere libero. Condannato perché non si è creato da solo, e cionondimeno libero perché, una volta
gettato nel mondo, è responsabile di tutto quanto fa» (p. 41). «Questo vuol dire che non posso né
cercare in me lo stato autentico che mi spingerà a operare, né chiedere a una morale i concetti che
mi spingeranno a operare» (p. 48).
In conclusione, il significato della filosofia sartriana può essere così riassunto: l’uomo
non è nient’altro che ciò che fa di se stesso. Egli non ha una natura che preceda la sua
azione e che è capace di condizionare la sua azione; in altre parole non c’è determinismo
e l’uomo è totalmente libero, ma questa sua assoluta libertà è al tempo stesso una
condanna, giacché gli impone in ogni istante di inventare e re-inventare se stesso.
L’essere dell’uomo è totalmente nelle mani dell’uomo stesso. La sua essenza emergerà
solo attraverso i progetti e le scelte che egli saprà realizzare.

Di qui un’“angoscia esistenziale” che è stata paragonata al quietismo. Ma Sartre si oppone: «non c’è
realtà che nell’azione» (p. 55), «un uomo non è altro che una serie di iniziative, è la somma,
l’organizzazione, l’insieme delle relazioni che costituiscono queste iniziative» (p. 57).
Conseguentemente, la vita «non ha senso a priori. Prima che voi la viviate, la vita di per sé non è
nulla, sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che scegliete. Così vedete che c’è
la possibilità di creare una comunità umana» (p. 82).
Il testo della conferenza si chiude con la definizione dei concetti compresi nel titolo. «Umanismo,
perché noi ricordiamo all’uomo che non c’è altro legislatore che lui, perché noi mostriamo che l’uomo
si realizzerà precisamente come umano» (p. 86). Mentre «l’esistenzialismo non è altro che uno sforzo
per dedurre tutte le conseguenze da una posizione atea coerente […] è un ottimismo, una dottrina
d’azione, e solo per malafede – confondendo la loro disperazione con la nostra – i cristiani possono
chiamarci “disperati”» (p. 87).

Le critiche all’esistenzialismo.

Il testo prende le mosse dalle critiche che marxisti e cattolici sollevano nei confronti
dell’esistenzialismo. I primi sostengono che l’esistenzialismo, esaltando l’uomo isolato
che non comunica e perciò non solidarizza con gli altri uomini, nega il valore dell’azione e
pertanto accetta di fatto l’ordine sociale esistente: si tratta cioè di una filosofia
contemplativa. I cattolici ritengono, invece, che la negazione di Dio, ossia di un
fondamento e di un fine della vita umana, abbia come conseguenza la mancanza di un
criterio etico per valutare l’azione dell’uomo per cui i suoi atti sono del tutto gratuiti, cioè
immotivati. La conseguenza è un’immagine dell’uomo completamente negativa, che non
lascia alcuno spazio alla speranza.

Sartre fa quindi un paragone tra la descrizione della vita umana espressa nei suoi
romanzi esistenzialisti e quella tracciata dal Emile Zola, massimo esponente del
naturalismo francese, nel romanzo La Terra. Come mai, si chiede ironico Sartre, chi
accetta la visione del mondo di Zola, retta da un determinismo biologico e concentrata
sulla meschinità umana, si trova poi disgustato di fronte ai romanzi esistenzialisti, e
accusa l’esistenzialismo di privilegiare gli aspetti immorali dell’uomo? Sartre si risponde
che non è tanto il pessimismo, ossia la persuasione che la vita umana sia contraddistinta
da vicende malvagie o ripugnanti che turba i lettori dei suoi romanzi ma, al contrario, il
fatto che l’uomo vi viene presentato come il solo e unico responsabile dei propri atti e
comportamenti.

L’esistenzialismo ateo.

Sartre distingue due tipi di esistenzialismo: uno cristiano, rappresentato da Karl Jaspers e
Gabriel Marcel, e uno ateo, in cui pone Martin Heidegger, gli esistenzialisti francesi e se
stesso. Ciò che hanno in comune queste due varianti è che entrambe sostengono una
tesi fondamentale: l’esistenza precede l’essenza. Viene quindi rovesciato il rapporto che
la metafisica tradizionale aveva stabilito tra essenza ed esistenza - rapporto secondo cui
veniva riconosciuta una priorità della prima rispetto alla seconda - e si afferma
l’autonomia del concreto, finito e imperfetto soggetto umano rispetto a modelli o
archetipi assoluti riguardanti il suo essere e agire.

Scelta e responsabilità.

L’uomo pertanto diventa ciò che vuole e che sceglie di essere. Egli è totalmente
responsabile della propria esistenza non solo per quanto riguarda se stesso ma anche
per tutti gli altri uomini. Chi sceglie, sceglie per se e per tutti gli altri uomini; la scelta è
assunzione di responsabilità che si manifesta in ogni situazione, anche in quelle che
appaiono più lontane dalla nostra portata. L’individuo ha una responsabilità morale, di
fronte a scelte che solo a lui spetta compiere, responsabilità per i significati che, in
ragione di tali scelte, il mondo viene ad assumere:

“Quando diciamo che l’uomo si sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma,
con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi, scegliendosi, sceglie per tutti gli
uomini […] Così la nostra responsabilità è molto più grande di quello che potremmo
supporre, poiché essa coinvolge l’umanità intera. Se io sono operaio e scelgo di fare
parte di un sindacato cristiano piuttosto che essere comunista; se, con questa mia scelta
voglio mostrare che la rassegnazione è, in fondo, la soluzione che conviene all’uomo,
che il regno dell’uomo non è su questa terra, io non metto in causa solo il mio caso
personale: io voglio essere rassegnato per tutti e, di conseguenza, il mio atto ha
coinvolto l’intera umanità. E se voglio- fatto ancor più individuale- sposarmi, avere dei
figli, anche se questo matrimonio dipende unicamente dalla mia situazione, o dalla mia
passione, o dal mio desiderio, in questo modo io impegno non solo me stesso, ma
l’umanità intera sulla via della monogamia. Così sono responsabile per me stesso e per
tutti e creo una certa immagine dell’uomo che scelgo. Scegliendomi io scelgo l’uomo”.
(pp. 31-33).

Angoscia, abbandono, disperazione.

Sartre analizza quindi tre espressioni fondamentali dell’esistenza umana: angoscia,


abbandono e disperazione. L’angoscia è legata alla solitudine in cui si trova l’uomo
quando deve prendere una decisione: non c’è alcun segno in cielo o in terra che gli possa
dire quello che deve fare, e la scelta è solo individuale. L’angoscia è quindi qualcosa che
tutti coloro che hanno delle responsabilità conoscono:

“Quando, ad esempio, un capo militare si assume la responsabilità di un assalto e


manda un certo numero di uomini alla morte, egli sceglie di far ciò e, in sostanza sceglie
da solo. Senza dubbio vi sono ordini che vengono dall’alto, ma essi sono troppo
indeterminati ed è necessaria una interpretazione, la quale viene da lui,e da questa
interpretazione dipende la vita di dieci, o quattordici, o venti uomini. Egli non può non
avere, nella decisione che prende, una certa angoscia”. (pp. 37-38).

L’altra figura fondamentale dell’esistenza, quella dell’abbandono, è, secondo Sartre,


qualcosa di cui si può cogliere appieno il senso e la ragione se si parte dall’assunto che
Dio non esiste:

“Dostoevskij ha scritto: ‘Se Dio non esiste tutto è permesso’. Ecco il punto di partenza
dell’esistenzialismo. Effettivamente tutto è lecito se Dio non esiste, e di conseguenza
l’uomo è ‘abbandonato’ perché non trova , né in sé ne fuori di sé, possibilità d’ancorarsi
[…] Se, d’altro canto, Dio non esiste, non troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini
che possano legittimare la nostra condotta. Cosi non abbiamo né dietro di noi né davanti
a noi, nel luminoso regno dei valori giustificazioni o scuse. Siamo soli, senza scuse.
Situazione che mi pare di poter caratterizzare dicendo che l’uomo è condannato a essere
libero. Condannato perché non si è creato da solo, e ciò non di meno libero perché, una
volta gettato nel mondo,è responsabile di tutto quanto fa” (pp. 40-41).

La disperazione, infine, è considerata da Sarte come quel sentimento che l’uomo prova
quando prende atto che egli non può controllare tutte le possibilità che una situazione gli
offre, ossia che non esiste alcuna necessità che presieda alle decisioni degli uomini.

Non abbiamo alcuna certezza che, dopo la nostra morte, i nostri desideri, progetti, idee
saranno difesi o continuati da altri, perché ognuno è libero nelle proprie scelte, e la
possibilità di avere dei continuatori non è che una fra le tante.

L’esistenzialismo si oppone alla passività.

Sartre rifiuta radicalmente l’accusa che l’esistenzialismo difenda un atteggiamento


passivo verso la vita; al contrario esso fa dell’azione la caratteristica essenziale
dell’uomo, affermando che il progetto è il modo d’essere costitutivo dell’uomo:

“L’uomo non è nient’altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella
misura in cui si realizza; non è, dunque, nient’altro che l’insieme dei suoi atti, niente
altro che la sua vita” (p. 55).

Sartre traccia pertanto una teoria dell’azione, in cui ciò che conta non sono le intenzioni,
le motivazioni, le condizioni che precedono l’azione, ma le nostre concrete decisioni
effettivamente realizzate. Così il genio di scrittori come Marcel Proust e Jean Racine
risiede nelle opere che hanno realmente scritto, e tutti coloro che non hanno realizzato i
loro progetti, desideri, intenzioni non possono addurre giustificazioni patetiche o ridicole
per i loro fallimenti. Non hanno realizzato i loro progetti perché non ne sono stati capaci.
Da ciò il rifiuto sartriano di ogni tipo di determinismo (biologico o sociale) volto a fornire
un qualsiasi pretesto per chi è stato sconfitto nella vita. Non si è vili o eroi per nascita,
ma per scelta.

Soggettività e intersoggettività.

Sartre sostiene che l’esistenzialismo, nel difendere una morale dell’impegno, parta da
una verità assoluta: l’io penso, dunque sono di Cartesio. Non vi può essere all’inizio altra
verità se non la soggettività dell’individuo, la verità della coscienza che coglie se stessa.
Questa è una realtà che ha sì in se stessa la propria origine, ma che mi attesta che la
nostra soggettività non è, come pensava Cartesio, individuale, perché nel cogito non si
scopre soltanto se stessi, ma anche gli altri:

“Con l’ ‘io penso’,[…] noi raggiungiamo noi stessi di fronte all’altro e l’altro è tanto certo
per noi quanto noi siamo certi di noi medesimi. In questo modo l’uomo, che coglie se
stesso direttamente col ‘cogito’, scopre anche tutti gli altri, e li scopre come la
condizione della propria esistenza. Egli si rende conto che non può essere niente (nel
senso in cui si dice che un uomo è spiritoso, oppure è cattivo, o che è geloso) se gli altri
non lo riconoscono come tale. Per ottenere una verità qualunque sul mio conto, bisogna
che la ricavi tramite l’altro. L’altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla
conoscenza che io ho di me” (p. 63).

Pertanto, anche se, come abbiamo visto, non è possibile trovare in ogni uomo
un’essenza universale, che sarebbe la natura umana, esiste comunque una universalità
della condizione umana, intesa come l’insieme dei limiti a priori che delineano la
situazione fondamentale dell’uomo nell’universo. Le condizioni storiche dell’uomo
possono variare (si può nascere schiavi o signori), “ma non varia per lui la necessità
d’essere nel mondo, di lavorarvi, di esistere in mezzo ad altri, di essere mortale”.(p. 65)
E sebbene i progetti che ognuno attua possano essere diversi, nessuno li riconoscerà
come del tutto estranei, “perché essi si presentano tutti come un tentativo di superare
quei limiti, o di farli arretrare, o di negarli o di adattarvisi. Di conseguenza, ogni
progetto, per quanto individuale esso sia, ha un valore universale.[…] Esiste una
universalità di ogni progetto, nel senso che ogni progetto è comprensibile da ogni uomo”
(pp. 65-66). Solo in questo senso possiamo dire che c’è una universalità dell’uomo.

La morale esistenzialista.

L’accusa che Sartre respinge con più fermezza è quella che egli sosterrebbe la gratuità
dell’azione, ossia che essa sarebbe priva di motivazioni, di giustificazioni, in fondo
irrazionale; e per questo motivo rifiuta anzitutto l’accostamento con André Gide e la sua
concezione dell’atto gratuito. Sartre, infatti, con il termine “gratuito” intende dire che le
azioni dell’uomo non obbediscono ad alcun imperativo categorico, né a un’essenza della
natura umana perché alla loro base c’è sempre un atto di libertà, costitutivamente
imprevedibile. Ma ciò non significa che le azioni e le scelte siano quel puro capriccio che
muove i personaggi di Gide.

Sartre paragona l’atto morale all’atto artistico. Alla base di entrambi vi è infatti un atto
d’invenzione, di creatività svincolata da qualsiasi regola; ma, d’altra parte, non si può
tacciare di gratuità, ad esempio, la pittura di Picasso, le cui scelte hanno sempre una
legittimità all’interno del suo universo artistico. Allo stesso modo la scelta morale
dell’uomo ha una sua legittimità nella misura in cui alla base vi è la libertà e
conseguentemente il rispetto della libertà degli altri uomini.

Caratteri dell’umanismo esistenzialista.

L’ultima critica mossa all’esistenzialismo riguarda il problema dei valori. Affermare la


relatività dei valori, si dice, significa che si può sceglierne uno piuttosto che un altro,
perché non hanno alcuna importanza. Sartre ribadisce che la negazione di Dio non
significa negare ogni valore, ma solo che essi abbiano un fondamento trascendente. Per
un esistenzialista la negazione di Dio è il primo passo da compiere per affermare la
libertà e la dignità dell’uomo, perché solo se Dio non esiste l’uomo è totalmente
responsabile di fronte alla vita. L’uomo è ciò che progetta di fare di se stesso attraverso
l’azione. Egli ha un suo progetto fondamentale, liberamente scelto, secondo valori che
non hanno alcun fondamento metafisico, ma sono inventati dall’uomo.

Sartre rifiuta pertanto quella teoria che fa dell’uomo un fine. L’uomo è quello che via via
si progetta, si fa, senza un criterio assoluto in base al quale valutare le azioni come
buone o cattive. L’uomo non è il punto di partenza ma il punto d’arrivo di un percorso
che non ha un fine predeterminato. Non bisogna credere, secondo Sartre, a
quell’umanismo che professa il culto dell’uomo e lo mette sugli altari - come fa Auguste
Comte - perché quello è un umanismo chiuso in sé stesso. Da questa posizione emerge il
carattere fondamentale che differenzia l’umanismo esistenzialista da quello tradizionale.
Quest’ultimo è quello di cui tratta Jean Cocteau ne Il giro del mondo in ottanta ore, dove
l’uomo viene considerato come qualcosa di compiuto e se ne tesse l’elogio solo per certi
atti eccezionali. In tal caso la realtà umana non viene considerata come un farsi-definirsi
che resta sempre aperto, inconcluso, e quindi problematico, bensì viene fissata
nell’essere e trasformata in qualcosa di stabile.

L’umanismo esistenzialista, al contrario, affida all’uomo e a lui solo la possibilità e la


responsabilità delle sue scelte, nella convinzione che egli possa trovare la via della sua
liberazione. In questo senso l’esistenzialismo è una dottrina ottimistica perché esprime la
fiducia nella maturità dell’uomo che può realizzarsi compiutamente senza l’aiuto di Dio
né di valori assoluti