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Ballando nudi nel campo della mente

Kary, Mullis

ISBN: 9788868651213
Kary Mullis, Nobel per la chimica nel 1993 per la scoperta della PCR - Polymerase Chain
Reaction, una tecnica che ha rivoluzionato il mondo della chimica e della genetica - è
anche un esperto surfista, è stato un contestatore alla Berkeley University negli anni
Sessanta ed è l'unico Nobel ad aver descritto un possibile incontro con gli alieni.
Scienziato dalle curiosità senza limiti, Mullis si è spesso scontrato con le posizioni
«ortodosse» della scienza, rifiutando di accettare qualsiasi teorema fondato su prove di
seconda mano o testimonianze indirette, come si evince da questo libro provocatorio
scritto con tono brillante e divertente. In Ballando nudi nel campo della mente Mullis spazia
con passione e umorismo dal metodo scientifico alla parapsicologia, dai ragni velenosi al
virus HIV e all'AIDS, dall'effetto serra all'astrologia, dal processo a O.J. Simpson alla
possibilità di accendere una lampadina con i poteri della mente. Simile a un esplosivo
laboratorio di idee, questo libro ci sfida a mettere in discussione l'autorità della scienza
dogmatica, mostrando pagina dopo pagina come vive, lavora (e si diverte) una delle
menti più brillanti del XX secolo.
BALLANDO NUDI NEL CAMPO DELLA MENTE
Dedico questo libro a Nancy Lier Cosgrove Mullis.

Jean-Paul Sartre sosteneva che ognuno di noi si costruisce il proprio inferno, e che
esso è composto dalle persone che ci circondano. Se avesse conosciuto Nancy, avrebbe
forse considerato che almeno un uomo, un giorno, avrebbe potuto essere così fortunato
da creare, con una delle persone intorno a lui, il proprio paradiso. Lei sarà il suo
mattino e la sua stella della sera, splendendo in questo suo paradiso con la più
brillante e dolce delle luci. Sarà la fine delle sue peregrinazioni, e il loro amore farà
sbocciare le giunchiglie in primavera, dopo i crochi e prima degli iris. La fiducia che
avranno l’uno nell’altro sarà più profonda del tempo, e il loro eterno spirito sarà
ancora una volta unito.

O forse, avrebbe detto solo: «Se avessi avuto una donna come lei, i miei libri non
avrebbero trattato della disperazione».

Questo libro non tratta di disperazione. Dice qualcosa di tante cose. E se nessuna di
esse è bagnata da lacrime di tristezza, ciò non dipende dalla mia mancanza di
profondità, ma dal fatto di avere trascorso un anno insieme a Nancy, e dalla
prospettiva di non dover mai più vivere senza di lei.
Indice

L’invenzione della PCR

I grossi premi

Un laboratorio è solo un altro


posto per giocare

Paura e avvocati a Los Angeles

II regno dei sensi

Penso, dunque mi collego

La mia serata con Harry

Intervento sul piano astrale

Il numero di Avogadro

Chi tiene d’occhio la bottega?

Cosa è successo al metodo scientifico?

L’attacco delle Loxosceles reclusae

Gli alieni non sono ammessi

Il decimillesimo giorno

Sono un Capricorno
L’era dell’ ossessione nutrizionale

Vivere meglio grazie alla chimica

Il caso non è chiuso

Prendetevi le diapositive, io resto a casa

Sono una macchina?

Biochimica professionale

L’era di Chicken Little

Ringraziamenti
L'invenzione della PCR1

Caldo torrido, quel giorno, a Mendocino County. Era maggio: da est soffiava un vento
secco, e nessuno si era reso conto di quanto avesse fatto caldo fino a quando, verso il
tramonto, il vento cessò. Venivo da Berkeley ed ero diretto ad Anderson Valley, via
Cloverdale. Gli ippocastani della California si protendevano sulla strada con i loro rami in
fiore: gli steli bianchi e rosa illuminati dai miei fari app'arivano freschi, ma erano pregni
delle essenze odorose che pervadevano l’aria. Sembrava la notte degli ippocastani, ma
nell’aria c’era anche qualcos’altro.
Le ruote anteriori della mia piccola Honda argentata si arrampicavano su per la
montagna. Mentre le mani seguivano la strada e le curve, la mente tornava al laboratorio.
Filamenti di DNA si avvolgevano e volteggiavano nell’aria: immagini di molecole
elettrificate colorate di rosa e blu scuro riuscivano a infilarsi tra i miei occhi e la strada.
Vedo le luci sugli alberi, ma la maggior parte di me sta guardando nascere
qualcos’altro. Sono tutto preso dal mio passatempo preferito.
Stasera cucino: i miei ingredienti sono gli enzimi e i prodotti chimici che ho a
disposizione alla Cetus. Sono un ragazzino cresciuto, con una macchina nuova e il
serbatoio pieno, un paio di scarpe comode e una donna che mi dorme accanto. Ma adesso
c’è anche un grosso, eccitante problema da risolvere: «Quale sofisticata diavoleria riuscirò
a inventarmi stanotte per leggere la sequenza del re delle molecole?» Sto parlando del
«big one»: del DNA. Ci sono ottimi motivi per volerci riuscire. Spesso nascono bambini
affetti da malformazioni genetiche, che producono a volte conseguenze tragiche come
muscoli che deperiscono e muoiono. Se potessimo leggere le «impronte digitali» del
DNA, eventi simili potrebbero essere previsti ed evitati.
Esistono tuttavia anche altre ragioni, per desiderare di conoscere il DNA: ragioni non
tanto urgenti che si estendono però verso orizzonti che l’umanità non ha ancora
raggiunto. Comprendere il meccanismo intricato dei nostri geni avrà un impatto che va
ben oltre la medicina. Sarà uno dei lunghi, intricati fili conduttori del nostro futuro, come
civiltà che si sta sviluppando sul pianeta terra. Capire esattamente perché i figli
somiglino ai genitori permetterà l’utilizzo della manipolazione genetica a quanti
prediligono le variazioni alla copia pura e semplice. L’ingegneria genetica non è una
novità: il processo evolutivo è, ed è sempre stato, un manipolatore genetico. Solo che
gente dotata di occhi, cervelli e immaginazione tende a guardare lontano con rinnovata
impazienza. Vorrà prendere in mano la situazione, da subito, e ci riuscirà. Le molecole di
DNA nelle nostre cellule sono la nostra storia, e sono la materia di cui sarà fatto il nostro
futuro. Avremo la possibilità di esplorare - e di utilizzare, e di adeguare alle nostre
necessità - tutti gli organi di tutte le piante e gli animali che esistono sulla faccia della
terra, e di altri ancora che non si sono mai visti. La nostra volontà si compirà sulla terra,
mentre voleremo nel cielo, tra le stelle.
Sì, il DNA è davvero il «big one». Stanotte sto giocando con un fuoco che arderà
luminoso come la stella Antares che è scomparsa diverse ore fa dietro queste montagne
profumate.
La chiave del problema si nasconde nei nucleotidi che il mio laboratorio alla Cetus
produce facilmente. Analogamente al comando «trova» sul computer, una breve stringa
di nucleotidi in una molecola sintetica può individuare una posizione in una molecola di
DNA naturale, ben più lunga di una sintetica. La cosa fondamentale è trovare un punto
da cui cominciare: il DNA naturale è una spirale indefinita, come il nastro di una cassetta
srotolato e aggrovigliato per terra nel buio di un’automobile. Che genere di programma
chimico sarebbe necessario per «trovare» una sequenza specifica sul DNA che contiene 3
miliardi di nucleotidi, e renderla visibile a un essere umano che è un miliardo di miliardi
più grande del DNA? Invece di digitare e visualizzare su un computer una lista di
comandi in Basic o FORTRAN, dovevo prevedere una serie di reazioni chimiche che
avrebbero dovuto descrivere e mostrare la sequenza di un tratto di DNA. Le probabilità
erano remote: come leggere la targa di una particolare automobile sulla Interstate 5 in
piena notte, facendo conto solo sulla luce della luna.
Conoscevo abbastanza l’informatica, e questo mi permetteva di comprendere il potere
di una procedura matematica reiterativa: di quando cioè applichi una determinata
procedura a un numero iniziale per ottenerne un altro, e poi la ripeti sul nuovo numero,
e così via. Se per esempio moltiplichi il numero iniziale per due, il risultato di diversi
passaggi è la crescita esponenziale del valore del numero iniziale, 2 diventa 4, poi 8, 16, 32
e così via. Se avessi potuto far sì che un breve tratto di DNA sintetico trovasse una
particolare sequenza, e poi avviare un processo di successiva riproduzione di questa
sequenza, mi sarei avvicinato alla soluzione del mio problema.
Il ragionamento non era del tutto peregrino, perché in effetti una delle funzioni
naturali delle molecole di DNA è quella di riprodursi; accade ogni volta che una cellula si
divide in due. Un breve tratto di DNA sintetico avrebbe potuto essere manipolato in
modo tale da farlo congiungere in modo specifico a una porzione più lunga di DNA
naturale, se le due sequenze avessero combaciato da qualche parte. Il processo di
connessione non sarebbe stato perfetto perché avrei potuto trovare un migliaio di punti
diversi simili a quello che stavo cercando, oltre a quello giusto. Un migliaio, sui tre
miliardi di nucleotidi che compongono il genoma umano, rappresentava già di per sé una
sfida notevole, eppure non sufficiente. Dovevo trovare un solo nucleotide.
All’improvviso, capii come fare. Se con un breve tratto di DNA potevo trovare un
migliaio di sequenze su tre miliardi, potevo utilizzarne un altro tratto più breve per
restringere la ricerca. Questo sarebbe poi andato a unirsi a un segmento della prima
sequenza trovata, avrebbe passato in rassegna il migliaio di possibilità emerse dalla prima
ricerca, fino a trovare proprio quello che stavo cercando. Quindi, utilizzando la naturale
propensione del DNA a duplicarsi in precise condizioni, ricostruibili in laboratorio, avrei
potuto far sì che la parte di DNA collocata tra le sequenze collegate alle due brevi
stringhe utilizzate per la ricerca si riproducesse a tutto andare. In un ciclo di replicazione
avrei potuto avere due copie, in due cicli quattro, e in dieci cicli... «Cazzo», sbottai, e
mollai l’acceleratore. Ero in discesa, e la macchina si infilò a ruota libera in una curva. Mi
fermai. Un gigantesco ramo di ippocastano sporgente strusciò sul finestrino dalla parte di
Jennifer, la mia collaboratrice - e compagna - che così si svegliò. Frugai nello sportellino
dei guanti, e trovai una busta e una matita. Jennifer voleva proseguire, ma le risposi che
mi era appena successo qualcosa di incredibile. Lei sbadigliò, appoggiandosi al finestrino
per rimettersi a dormire.
All’altezza della pietra miliare 46.58, sulla Highway 128, stava per affacciarsi l’era
della PCR. Ne ero certo. Mi misi a scrivere in fretta, e spezzai la mina. Poi trovai una
penna: ebbi la certezza che 2 faceva 1024. Credo di avere sorriso. Se avessi ripetuto dieci
volte questa nuova reazione avrei ottenuto migliaia di copie di un pezzo di DNA, di
qualsiasi pezzo di DNA, della molecola che sa tutto di tutto. Venti cicli mi avrebbero dato
un milione di copie, trenta cicli un miliardo. Sentivo ancora il profumo degli ippocastani,
ma si stava facendo sempre più lontano.
Mi rimisi in strada e Jennifer borbottò qualcosa, soddisfatta di essere di nuovo in
viaggio. Non aveva idea di dove fossimo diretti. Circa un miglio più avanti, verso il fondo
del canyon, mi fermai di nuovo. Avevo appena percepito una nuova, meravigliosa
opportunità. Non solo potevo produrre un’infinità di copie, ma sarebbero state tutte della
stessa dimensione. E questo era molto importante, era l’argomento decisivo, definitivo.
Al diavolo Jennifer. Avevo appena risolto i due problemi più importanti della chimica
del DNA: l’enorme numero di possibilità da esaminare e la necessità di differenziare. E ci
ero riuscito in un colpo solo. Fermai la macchina in una bella piazzola tranquilla, e mi
dedicai a riflettere sulle conseguenze: questa semplice tecnica avrebbe consentito di
produrre copie a volontà di qualsiasi sequenza di DNA, e chiunque al mondo se ne
occupasse avrebbe voluto utilizzarla. Si sarebbe diffusa in tutti i laboratori di biologia del
mondo. Sarei diventato famoso: avrei vinto il Nobel.
«Fra dieci anni», ipotizzai audacemente, «sapranno chi sono, dallo Zambia ad Alice
Springs. Tra dieci anni, metterò piede nel laboratorio di biochimica dell’Università di
Chiesina di Monculi di sotto, e mi chiederanno di dire qualcosa di molto sensato ai
laureandi.» Pensai che si trattasse di un’illusione. Era troppo facile. Qualcun altro doveva
esserci arrivato da tempo, e io avrei sicuramente dovuto saperlo. Doveva per forza
trattarsi di una procedura di routine. Cosa mi sfuggiva? «Jennifer, svegliati.» Jennifer non
si sarebbe svegliata. Già in passato avevo pensato a cose incredibili che in qualche modo,
alla luce del giorno, avevano perso parte del loro splendore. Forse anche questa mia idea
avrebbe potuto aspettare fino al mattino. Quella notte non riuscii a dormire. Arrivammo
alla mia capanna e cominciai a disegnare diagrammi su ogni superficie orizzontale sulla
quale fosse possibile scrivere con una penna, una matita o un gessetto. Tracciai grafici
fino all’alba quando, con l’aiuto di un’ultima bottiglia di buon Cabernet della Anderson
Valley, scivolai in una confusa semiincoscienza.
Giunse il pomeriggio, portando con sé i festeggiamenti con nuove bottiglie di liquidi
rossi provenienti dal negozio di Jack. Eppure io continuavo a essere perplesso, e a
oscillare tra l’essere assolutamente soddisfatto della mia fortuna e della mia intelligenza,
e l’essere vagamente infastidito perché sia io che Jennifer non riuscivamo a vedere
l’errore che avrebbe dovuto per forza esserci. Alla capanna non avevo il telefono, e nella
Anderson Valley non c’erano altri biochimici, salvo me e Jennifer. L’enigma che si stava
sviluppando durante il weekend, suscitando in me un desiderio inaudito di tornare al
lavoro in anticipo, era irresistibile. Se le reazioni cicliche che a questo punto erano
descritte in vario modo in tutta la capanna avessero realmente funzionato, perché non
avevo mai sentito parlare di qualcuno che le utilizzasse? E se erano state usate,
certamente l’avrei saputo, e così tutti gli altri, inclusa Jennifer che al momento stava
prendendo il sole vicino allo stagno, disinteressandosi delle esplosioni che scuotevano il
mio cervello.
Perché queste reazioni non avrebbero dovuto funzionare? Lunedì mattina ero in
biblioteca. Il momento della verità. Entro il pomeriggio tutto fu chiaro. Qualunque fosse
il motivo in letteratura non c’era alcun riferimento a tentativi - riusciti o falliti - di
amplificare il DNA attraverso la ripetuta, reciproca estensione di due primer (o catene
polinucleotidi- che iniziali) ibridate ai filamenti separati di una particolare sequenza di
DNA. Alla fine della settimana avevo parlato con tanti biologi da sapere che non mi stava
sfuggendo niente di importante. Nessuno ricordava che fosse mai stato tentato un
procedimento del genere.
Tuttavia, con mio grande stupore, nessuno dei miei amici o colleghi sembrò
particolarmente colpito dalle potenzialità di un simile procedimento. E vero, io avevo
continuamente idee balzane e forse questa non sembrava tanto diversa da quella della
settimana precedente. Però era diversa. Nello schema operativo non c’era niente di
nuovo, tutti i singoli passi erano già stati fatti. Tutti sapevano che si poteva stendere un
primer su un singolo filamento di DNA di stampo. Tutti sapevano che in questo modo si
sarebbe ottenuta una molecola di DNA a doppio filamento, che poteva essere riscaldata
così da trasformarsi in due nuovi filamenti singoli di DNA di stampo. Era ovvio che, se il
procedimento poteva essere portato a termine una volta, poteva anche essere ripetuto. La
maggior parte delle persone, e in particolare il sottoscritto, non amano continuare a fare
le stesse cose. Preferisco scrivere un programma informatico piuttosto che eseguire due
volte uno stesso calcolo. Ma nessuno pensava che fosse impossibile. Poteva essere fatto
con l’aiuto e il supporto della tecnologia. Il risultato sulla carta era così evidentemente
fantastico che persino io avevo qualche irrazionale perplessità sul fatto che potesse
funzionare davvero anche in provetta, e quasi tutti quelli che trovavano un momento per
discuterne con me si sentivano in dovere di scovare un qualche motivo per cui non
avrebbe dovuto funzionare. In quell’era post-clonazione e pre-PCR non era facile
accettare l’idea che avremmo potuto avere tutto il DNA che volevamo. E che sarebbe
stato facile.
Nel mio computer c’era un’intera directory dedicata alle idee non sperimentate: aprii
un nuovo file, e lo chiamai «reazione a catena della polimerasi» Non passai
immediatamente alla fase sperimentale, ma per tutta l’estate continuai a parlarne in giro,
sia all’interno che all’esterno della società. Verso agosto, descrissi il concetto nel corso di
un seminario interno. Tutti i ricercatori della Cetus dovevano tenere una conferenza due
volte all’anno, ma nessuno era tenuto ad ascoltarli. Nella maggior parte dei casi si
trattava di aride descrizioni del lavoro svolto, e buona parte dei ricercatori se ne andava
subito, senza fare alcun commento. Un paio di tecnici si mostrarono interessati, e Jennifer
stessa credeva potesse funzionare, almeno nei giorni in cui mi voleva ancora bene. Perché
nei giorni, sempre più numerosi, in cui mi odiava, sia io che le mie idee subivamo la sua
riprovazione.
Io continuai imperterrito a parlarne, e verso la fine dell’estate progettai di amplificare
un frammento di Ngf umano (fattore di crescita nervosa) - composto di 400 nucleotidi -
che era appena stato clonato dalla Genentech e descritto in un articolo pubblicato su
«Nature». Sarebbe stato un risultato sensazionale: avrei riprodotto nel giro di poche ore
qualcosa che la Genentech aveva impiegato mesi per produrre.
L’unica persona che - a quanto ricordi - condividesse il mio entusiasmo per la
reazione era il mio amico Ron Cook, fondatore della Biosearch e produttore della prima
efficace apparecchiatura commerciale per la sintesi del DNA. Sapeva che sarebbe stata
utile per la commercializzazione degli oli- gonucleotidi e forse è per questo che ci
credeva, o forse perché è un chimico ragionevole, con un cervello funzionante. E anche
uno dei miei migliori amici, per cui non credo di essere autorizzato a fornire su di lui un
giudizio realmente obiettivo. Molto probabilmente avrei dovuto seguire il suo consiglio,
ma in tal caso le cose sarebbero andate in tutt’altro modo, e certo non sarei qui sulla
spiaggia di La Jolla a scrivere questo libro, cosa che per altro mi diverte molto. Forse sarei
a Tahiti, e sarei ricco. Una sera, mentre eravamo a casa sua, Ron mi suggerì che, dato che
alla Cetus nessuno aveva preso sul serio la mia idea, avrei dovuto dare le dimissioni dal
mio incarico, aspettare un po’, metterla in pratica, brevettarla e diventare ricco. Dicendo
«ricco», intendeva forse uno o due milioni di dollari, non certo i 300 milioni che la Cetus
avrebbe poi ottenuto dalla Hoffmann-La Roche in cambio della PCR. Quella sera, da Ron,
c’era Albert Hofmann, il famoso chimico che nel 1943 aveva inventato l’LSD. All’epoca,
non si era reso ben conto di ciò che aveva fatto, lo capì solo con il passare del tempo. E
poi, con gli anni, le cose andarono in modo che nessuno avrebbe potuto prevedere, o
controllare in base a una previsione o a un ragionamento. Un po’ come la PCR.
Non fui troppo entusiasta della proposta di Ron. Avevo già descritto il mio progetto
alla Cetus, e se fosse risultato un successo commerciale mi avrebbero messo alle costole
gli avvocati per l’eternità. Ron non era nemmeno certo che la Cetus avesse diritti sulle
mie idee, a meno che non fossero direttamente connesse al mio incarico. Io non sapevo
molto di legge, ma il lavoro alla Cetus era piuttosto piacevole e pensai, ingenuamente,
che se la reazione fosse stata un successo i miei datori di lavoro mi avrebbero
ampiamente ricompensato. Mi sbagliavo di grosso.
La PCR non era ancora un argomento di cui parlare a una festa, neanche tra
biochimici, e lasciammo perdere quasi subito. Il fatto che Albert fosse lì era molto più
interessante, anche per me.
I miei problemi con Jennifer non accennavano a risolversi. Quella sera non fu
un’eccezione e tornai a casa da solo, stanco e turbato. Certamente non ero nello stato
d’animo adatto per cambiare lavoro, o per altri cambiamenti rilevanti in ciò che restava
di stabile nella mia vita. La PCR sembrava una cosa piccola e distante, di fronte al grande
vuoto della nostra casa.
In settembre realizzai il mio primo esperimento. Mi piace cominciare dalle possibilità
più semplici. Così, una sera misi del DNA umano e i primer di NGF umano in una
provetta con il coperchio a vite, una guarnizione circolare e il tappo rosso. La feci bollire
per qualche minuto, lasciai raffreddare, aggiunsi DNA polimerasi, chiusi la provetta e la
lasciai riposare a una temperatura di 37 gradi. Era il 9 di settembre, mezzanotte in punto.
Versai una Beck’s gelata in un beaker da 400 millilitri e rimasi qualche minuto a
contemplare il mio taccuino, prima di lasciare il laboratorio.
Mentre guidavo verso casa, pensai che la reazione sarebbe andata avanti da sola. Non
aveva molta importanza quanto ci avrebbe messo, dato che nessuno doveva fare niente.
Per una reazione dotata di un simile potenziale - specialmente considerando che non
esisteva niente altro di simile - il tempo aveva un valore decisamente secondario. Prima
di tutto, avrebbe funzionato? E, seconda considerazione in ordine di importanza, sarebbe
stato facile? Solo a questo punto avrebbe avuto senso chiedersi quanto tempo ci sarebbe
voluto.
Il giorno dopo, a mezzogiorno, andai al laboratorio per prelevare un campione dopo
12 ore. Il bromuro di etidio non rivelava traccia di alcun frammento di 400 nucleotidi.
Avrei potuto aspettare un secolo, dato che non avevo idea di quanto tempo avrebbe
impiegato, ma lentamente accettai il concetto che non potevo sfuggire ancora a lungo la
sgradevole prospettiva di svolgere la reazione manualmente. Il che significava
aggiungere la polimerasi termicamente instabile dopo ogni ciclo, e fare un accidente di
lavoro.
Per tre mesi realizzai sporadici esperimenti mentre la mia vita con Jennifer si stava
sbriciolando, sia a casa che in laboratorio. Il lavoro progrediva lentamente. Alla fine
rinunciai all’idea di cominciare con il DNA umano e mi accontentai di qualcosa di
semplice, come un plasmidio. Il 16 dicembre 1983 realizzai il primo esperimento
destinato ad avere successo. Era già buio, quando presi dal freezer l’autoradio- gramma e
lo sviluppai. C’era una striscetta nera, una sottile striscetta nera, proprio lì dove avrebbe
dovuto essere. Voleva dire che sarei diventato famoso. Mi ricordai che quel giorno era il
compleanno di Cynthia, la mia ex moglie di Kansas City, che mi aveva incoraggiato a
scrivere e mi aveva dato due bei figli. Alla fine, mi ero allontanato da lei per trascorrere
due anni tumultuosi con Jennifer. Quando ero triste per qualsiasi altro motivo, mi
rattristavo anche per Cynthia: credo che nel nostro cervello ci sia un luogo riservato alla
«tristezza per le storie d’amore finite», che cresce e si sviluppa con il passare degli anni,
costringendoci alla fine a farci piacere, contro la nostra volontà, la musica country.
E ora, mentre il Natale incombeva, Jennifer, questa pazza, meravigliosa chimica,
aveva finalmente e tempestosamente lasciato la nostra casa e il laboratorio, ed era andata
da sua madre a New York, per ragioni che sembravano indubbiamente avere a che fare
con me, anche se non riuscivo a comprenderle. Stavo cominciando a capire la tragedia. È
qualcosa di molto diverso dal pathos che impari sui libri. La tragedia è qualcosa di
personale. Negli anni, avrebbe rafforzato il mio carattere e prima o poi avrebbe dato
profondità ai miei scritti. Al momento, avrei preferito un amico affettuoso con cui
mettermi ai fornelli. Lasciamo perdere le lezioni sulla tragedia. Dicembre è un mese
pessimo per analizzare con distacco la propria vita sentimentale.
Celebrai il mio successo con Fred Faloona, un giovane matematico, e saggio dai molti
talenti, che avevo assunto come tecnico. Quel pomeriggio Fred mi aveva aiutato ad
avviare la prima reazione riuscita di PCR, e tornando a casa mi fermai da lui. Dato che
aveva imparato da me tutto quello che sapeva di biochimica, non sapeva se credermi o
no, quando gli annunciai che avevamo appena cambiato le regole della biologia
molecolare. «Ok, dottore, se lo dici tu;» Sapevo che si preoccupava più della mia vita che
di quelle graziose provette incappucciate di rosso. D’inverno, a Berkeley fa freddo, ma gli
avocado maturano in stagioni improbabili e l’albero nel cortile di Fred era stillante e
curvo sotto il peso dei frutti. Anche io ero curvo, mentre mi avviavo verso la mia piccola
Honda Civic, che non perdeva mai un colpo. Né Fred, né le bottiglie di Beck’s che
avevamo vuotato né il profumo dell’alba dell’era della PCR potevano rimpiazzare Jenny.
Mi sentivo solo.

1
PCR: Polymerase Chain Reaction.
I grossi premi

Nel dicembre 1992 avevo accettato di dirigere un progetto basato su una mia idea,
progetto che, se avesse funzionato, avrebbe cambiato il mondo della diagnostica medica.
Due aziende farmaceutiche tedesche avevano accettato di finanziare la nostra società,
Atomic Tags, con 6 milioni di dollari, così da consentirci di cominciare a lavorare in
California. E si aspettavano che mantenessi un ruolo direttivo. Immaginai che ci
sarebbero voluti dieci anni, con uno staff di un centinaio di persone tra fisici, chimici e
medici. Una volta avviata e in corso, la ricerca sarebbe costata più o meno 30 milioni di
dollari all’anno, ma se avesse avuto successo ne sarebbe valsa la pena. Sfortunatamente,
la responsabilità toccava a me. Razza di scemo, pensai mentre tornavo in California, ti sei
fatto convincere da questi due dirigenti a fargli guadagnare un mucchio di soldi. Ma
ormai mi ero impegnato.
Quando arrivai a casa, trovai ad aspettarmi una lettera del ministero per la Tecnologia
del Giappone, con la quale mi informavano che avevo vinto il Japan Prize. Erano un sacco
di yen. Ma era anche Puna e mezza del mattino, e non avevo idea di quale fosse il cambio
per lo yen. Passai la notte a chiedermi se fossi diventato ricco. La mattina dopo, mi resi
conto che probabilmente avrei potuto tirare avanti un bel po’ con quello che avevo vinto.
Giusto due settimane dopo, i tedeschi fecero saltare il mio progetto di ricerca
decennale. Il Bundestadt aveva infatti approvato una nuova legge che riduceva del 30 per
cento i profitti delle aziende farmaceutiche tedesche, tagliando fuori in tal modo qualsiasi
progetto di ricerca all’estero. La Ato- mic Tags andò a gambe all’aria, e io fui libero.
Partii a cuor leggero per il Giappone, dove avrei incontrato l’imperatore e
l’imperatrice. Credo di essere stata l’unica persona a chiamare «dolcezza» l’imperatrice
del Giappone, che fu tanto gentile da non punirmi per questo. Fu divertente parlare con
lei. Le chiesi quante altre imperatrici conoscesse, e mi rispose che al mondo ce n’erano
soltanto tre. Domandai chi fossero le altre due, e convenimmo che non era molto
probabile che potessero diventare sue amiche. «Così, non ha nessuna amica?» «Nessuna»,
rispose senza esitazione. E poi cominciò a raccontarmi la sua vita. All’inizio, subito dopo
la guerra, quando suo suocero, l’imperatore Hirohito, era stato sconfitto, e suo marito
regnava solo nominalmente, lei era una semplice cittadina, del tutto ignara degli usi della
corte imperiale. Si esprimeva con franchezza, e questo creava non pochi imbarazzi. Le fu
chiesto di non essere se stessa, e imparò allora a controllare i suoi modi: fu tanto brava da
iniziare a comportarsi presto come si conveniva a un’imperatrice. Finì con il trovarsi
prigioniera del suo ruolo, ma ci riuscì. Fu così abile che paradossalmente, anni più tardi,
la stampa giapponese la accusò di essere troppo «imperiale», insomma di comportarsi
troppo da imperatrice. Era una signora gentile ed elegante. «Cosa fa un’imperatrice per
divertirsi?» le chiesi. «Le è permesso far compere, o andare al cinema?» La sua vita, mi
rispose, era completamente organizzata e pianificata. Aveva ben poca autonomia.
Quando menzionai diversi libri che avrebbero potuto interessarla, mi spiegò che prima
qualcuno avrebbe dovuto leggerli per stabilire se fossero appropriati. Non riuscivo a
crederci: «Ma io glieli spedirò direttamente!» «Non so se posso ricevere posta», rispose,
«tutto deve arrivare attraverso canali ufficiali.»
L’imperatrice e io godemmo di quella serata. A un certo punto mi chiese dei miei
figli, e le indicai Christopher, che stava dall’altra parte della sala, spiegandole che mio
figlio parlava il giapponese, e che si era molto stupito scoprendo che l’ambasciatore
americano in Giappone invece non lo conosceva affatto. Il fatto che mio figlio parlasse la
sua lingua la colpì, e mi invitò a portarlo a un cocktail che si sarebbe svolto dopo il
ricevimento. Durante il banchetto, non ebbi la possibilità di raggiungere Christopher,
perché il nostro tavolo era circondato da guardie incaricate di tenerci separati dagli altri.
Le dissi che, essendo l’imperatrice, poteva ottenere tutto ciò che voleva: «Coraggio,
muova un dito, e faccia venire qui quel tipo». Ridacchiò, ma fece come le avevo detto, e la
guardia arrivò di corsa. Fu per lei una meravigliosa scoperta.

Christopher stava facendo pratica con la televisione giapponese quando bussarono


alla porta. Erano le guardie di sicurezza imperiali, che richiedevano la sua presenza al
piano di sotto. Christopher si vestì, e scese giù al cocktail-party, affiancato da due tipi
vestiti di grigio. Lo intravidi all’ingresso, incuriosito ma anche un po’ seccato, come
qualunque liceale che sia stato strappato dalla televisione. Fu portato immediatamente
alla presenza dell’imperatrice, il cui viso si illuminò quando Chris si presentò parlando in
giapponese. Una serata davvero memorabile.
Nel 1992 ero convinto che avrei ricevuto il premio Nobel. Il conduttore di una
trasmissione televisiva tedesca mi aveva chiamato spiegandomi che ogni anno faceva un
documentario sul vincitore del Nobel per la chimica, e stava preparando la puntata del
1992. In passato era sempre riuscito a individuare il vincitore. Si vantava di essere un
bravo indovino, ma io mi feci l’idea che il furbastro avesse una fonte di informazione
interna, che qualcuno del comitato gli facesse arrivare le notizie. Il che significava che
avrei vinto. Per una settimana, la sua troupe mi riprese, a La Jolla e a Mendoci- no. Ero
molto eccitato, e ostentatamente umile.
Risultò poi che avevo un buon motivo per esserlo: quell’anno non vinsi. Smisi di
chiedermi chi avrebbe potuto ricevere il Nobel, e cercai di disinteressarmi dell’intera
faccenda. Circa sei mesi prima che fosse annunciato il premio per il 1993, il mio mentore
di Berkeley, Joe Neilands, dal quale avevo imparato qualcosina di chimica e moltissimo
sulla vita, mi disse che non si sarebbe stupito se quell’anno avessi vinto il premio, «ma
renderesti le cose più facili al comitato se non parlassi così tanto con la stampa: non sono
tenuti a darti il premio, finché non sei in punto di morte».
Neilands disse che non c’erano grossi problemi se dichiaravo di amare il surf e le
donne, ma che pensava che il comitato avrebbe potuto non approvare le mie esternazioni
sull’LSD. Surf, donne e LSD, a suo avviso potevano essere troppo. Avrebbero potuto
decidere di aspettare finché non mi fossi dato una calmata, cioè dopo venti o trent’anni.
Joe aveva passato un paio di anni sabbatici in Svezia, al Karolin- ska, e conosceva
l’ambiente. Sapevamo entrambi che non sarei stato zitto.
Dopo la delusione subita nel 1992, smisi di pensare al Nobel. Il giornalista tedesco non
si fece più sentire. E io non sapevo neanche esattamente quando sarebbero stati
annunciati i premi. Il 13 ottobre 1993 il telefono squillò alle 6,15 del mattino. Pensavo di
sapere di chi si trattava: sia il giorno prima che due giorni prima, esattamente a quell’ora,
qualcuno mi aveva spedito un fax dal Giappone, convinto che fosse pomeriggio. Così,
quando il telefono suonò in camera da letto non mi alzai neanche, sapendo che il fax si
sarebbe collegato automaticamente. Poco dopo sentii qualcuno che lasciava un messaggio
sulla segreteria telefonica: riconobbi le parole «Fondazione Nobel». Schizzai dal letto e
sollevai la cornetta nel preciso istante in cui il mio interlocutore metteva giù. Splendido,
pensai, ho perso l’annuncio del Nobel. Richiameranno? Il telefono riprese a squillare
quasi istantaneamente. Anche se stava riattaccando, era riuscito a sentirmi:
«Congratulazioni, dottor Mullis, ho il piacere di annunciarle che le è stato assegnato il
premio Nobel». «Lo prendo!» risposi d’impulso. Sapevo che non aveva senso, ma non
volevo che ci fossero dubbi: parlammo brevemente, e mi avvertì di prepararmi all’assalto
della stampa, ma dato che era la prima volta che vincevo un Nobel non avrei potuto
prevedere in alcun modo la reazione. Pensavo che avrei ricevuto una decina di telefonate,
o giù di li, ma non mi rendevo conto di quanto fosse grande il mondo. Appena ebbi
riattaccato, cercai di telefonare a mia madre nella Carolina del Sud. Per combinazione era
il suo compleanno, e pensai che quello sarebbe stato un bel regalo. Ma quando sollevai la
cornetta, mi rispose un redattore dell’Associated Press. Il telefono non aveva neanche
suonato. Gli parlai per un momento, misi giù e riprovai. Stavolta parlai con qualcuno
deU’UPI. Poi mi chiamò una televisione locale, che voleva far venire una troupe. Verso le
sette, come sempre arrivò Steve Judd e gli dissi che avevo appena vinto il Nobel. «Lo so»,
rispose, «l’ho appena sentito alla radio. Andiamo a fare surf.»
La televisione locale che voleva mandarmi una troupe era ancora in linea. Gli dissi
che sarei stato disponibile un’ora più tardi. Avevo bisogno di svegliarmi, e sarei andato a
fare surf. Ovviamente mi chiesero dove. Guardai Steve, e ci mettemmo d’accordo con un
cenno. Dissi che saremmo stati a Del Mar, sulla tredicesima strada. Ci dirigemmo invece a
Tourmaline, in direzione completamente opposta: avevo bisogno di tempo.
Un gruppo di amici si unì a noi: quando uscii dall’acqua trovai ad aspettarmi la
troupe di un’altra emittente televisiva. Erano andati direttamente a casa mia, e
interrogando un vicino avevano scoperto dove facevo surf abitualmente. Ma non mi
conoscevano, e chiedevano a chiunque usciva dall’acqua se fosse Kary Mullis. Andy
Dizon ammise di essere me. Gli chiesero come si sentisse dopo aver vinto il Nobel, e lui
affermò che era l’avverarsi di un sogno. Poi gli chiesero cosa avrebbe fatto per il resto
della giornata, e lui si girò verso di me esclamando: «Accidenti, ora che mi ricordo, Kary
Mullis è lui». Non mostrarono queste immagini al notiziario della sera.
Quando tornai a casa, la trovai completamente circondata da operatori e giornalisti
della televisione e della carta stampata. Risultò che nessuno degli altri vincitori di
quell’anno aveva qualcosa a che vedere con il surf, e un surfista che vinceva il Nobel
faceva notizia. Iniziarono ad arrivare gli amici con lo champagne, e la festa cominciò. Nel
pomeriggio riuscii finalmente a contattare mia madre: volevo dirle di smettere di
mandarmi articoli che parlavano del DNA, dato che avevo vinto il Nobel proprio per la
mia competenza in materia. Mia madre mi spediva spesso articoli del «Reader’s Digest»
che trattavano dei progressi compiuti in questo settore. Per quanto mi sforzassi, non
riuscii mai a convincerla che quegli articoli avrei potuto scriverli io, e che qualcosa che io
avevo inventato aveva reso possibili la maggior parte delle scoperte relative al DNA.
Probabilmente sperava che, avendo vinto il premio Nobel, prima o poi sarei anche
riuscito a pubblicare qualcosa sul «Reader’s Digest»festeggiamenti proseguirono per due
giorni, per poi trasferirsi nella mia casa di Mendocino. I vigneti Roederer, come tutti
ebbero modo di notare, erano proprio in fondo alla strada. Alla fine, verso sera, mi
svegliai dopo aver sognato che ero morto ed ero chiuso in una bara. Vincere un Nobel
può nuocere gravemente alla salute.
Invitai mia madre, i miei figli e una piacevole signora di nome Einhoff, che
frequentavo da qualche settimana, ad accompagnarmi a Stoccolma. Non dimenticai
neanche Cynthia, la madre dei miei figli.
Quell’anno furono assegnati due Nobel per la chimica: l’altro vincitore era Michael
Smith, un canadese che aveva dimostrato come fosse possibile cambiare la sequenza di un
gene utilizzando gli oligonucleotidi. Anche Smith invitò alla cerimonia la sua ex moglie, i
loro figli e la sua fidanzata. Un genere di coincidenza irrilevante dal punto di vista
statistico, perché irripetibile.
Mi fu comunicato che per la cerimonia di premiazione bisognava indossare un «white
tie» (lett. cravatta bianca, N.d.T.), un abito da cerimonia. Mi rivolsi a un sarto italiano di
La Jolla, che mi confezionò uno splendido frac immacolato. Circa una settimana prima di
partire per la Svezia, ebbi occasione di vedere alcune fotto scattate alla cerimonia del
1992: tutti i premiati erano in nero. In primavera o estate, si definisce «white tie» un abito
bianco, in inverno un abito nero con una cravatta bianca. Ero fuori stagione.
Il sarto mi confezionò un vestito adeguato, e lo spedì in Svezia. Eppure avevo il
sospetto che il frac bianco non sarebbe andato sprecato. «Un giorno mi sposerò con
questo vestito», pensai mentre lo appendevo nel mio armadio in un sacco antitarme.
L’avrei indossato quattro anni più tardi, quando sposai Nancy Cosgrove.
I premiati americani diretti in Svezia sarebbero stati ricevuti alla Casa Bianca. Ero
ansioso di incontrare il presidente Clinton e sua moglie Hillary. Avevo un piano. Pensavo
che, se avessi avuto la possibilità di parlare in privato al presidente, gli avrei chiesto:
«Non ti hanno passato di nuovo quello spinello, quando “non hai aspirato?” E nessuno ti
ha detto: “Hey, Bill, quella roba costa 400 dollari l’oncia?”» Se fosse stato solo, pensavo,
avrebbe sorriso. Ma il presidente si limitò ad attraversare velocemente la stanza,
stringerci la mano, posare per le foto di rito, congratularsi e poi dileguarsi con altrettanta
rapidità.
Ebbi invece l’opportunità di parlare con Hillary, che all’epoca era responsabile del
sistema sanitario. Mi chiesi se sapesse davvero cosa stava facendo. Sapeva, ad esempio,
come funzionasse il sistema sanitario in Australia? Avevo la sensazione che se glielo
avessi chiesto mi avrebbe detto che qualcuno del suo staff era competente in materia. E
invece lei mi spiegò esattamente come funzionava. «Ok», risposi, «e l’Irlanda? Come
funziona in Irlanda?»: me lo spiegò con dovizia di particolari.
Andai via convinto che Hillary Clinton fosse una donna intelligente e acuta, molto
affascinante, e più alta di quanto immaginassi. Non è difficile capire come abbia fatto
Clinton a farsi eleggere ma, tra i due, quella in gamba è Hillary.
Dicembre è un mese pessimo per trovarsi in Svezia, buio e freddo. Per giunta vi
arrivai già influenzato. Fu comunque divertente. Gli svedesi prendono le cerimonie
molto sul serio, e credo che mi abbiano apprezzato perché io, invece, no. Ritenevo che
fosse il momento adatto per festeggiare, e non per essere cupi e noiosi. Mi era stato
assegnato il premio più prestigioso che uno scienziato possa ricevere, perché mai non mi
sarei dovuto divertire?
Ogni mattina mi alzavo per andare a pranzo con i docenti di qualche università. Poi
tenevo una conferenza, e mi precipitavo in albergo per cambiarmi in vista di eventi più
formali. Per la maggior parte del tempo mi comportai molto bene. Ci fu solo un’occasione
in cui mi feci quasi arrestare, e non era del tutto colpa mia. R.B. Haynes mi aveva regalato
un piccolo laser portatile, che proiettava un puntino rosso sul primo oggetto solido
presente sulla sua traiettoria, non importa quanto lontano. Era un po’ come indicare
qualcuno con un dito molto lungo. Nelle interminabili, buie mattinate invernali di
Stoccolma continuavo a giocarci: mi piazzavo alla finestra della mia camera al Grand
Hotel e cominciavo a divertirmi con i passanti, puntando il raggio sui giornali che
stavano leggendo, o sul marciapiede di fronte ai loro piedi. Una mattina vidi un tassista
che stava fumando, e gli puntai il raggio davanti. Quando se ne accorse, si alzò e tornò in
macchina, così lo puntai sul suo cruscotto attraverso il parabrezza. Mi sembrò un gioco
divertente, finché non arrivò la polizia. Quello che non sapevo è che simili laser vengono
spesso montati sui fucili, e utilizzati per mirare. Non sapevo neanche che proprio un
anno prima un tizio stava camminando per le strade di Stoccolma quando sul suo petto
era apparso improvvisamente un puntino rosso, e un cecchino gli aveva sparato. Il
tassista mi aveva visto puntare il laser da una finestra del terzo piano. Ma quando avvertì
i poliziotti questi, vagamente perplessi, gli spiegarono che quella era una delle suite
destinate ai Nobel. «Dottor Mullis, ha puntato un raggio rosso da questa finestra?» mi
chiesero garbatamente i tre agenti che si presentarono alla mia porta. Quando dissi loro
di sì, mi chiesero di vederlo. Volevano essere certi che non fosse collegato a un fucile.
Non li biasimai affatto per questo. Chiesi solo se in Svezia ci fosse una legge che proibiva
di puntare un laser rosso da una finestra. Mi spiegarono che non c’era nessuna legge, ma
che dopo l’omicidio un simile comportamento tendeva a innervosire le persone. Da
allora, non ho più usato il laser in Svezia.
Il mio primo compito ufficiale fu quello di tenere la «Nobel lecture»: di solito i
premiati spiegano cosa hanno fatto per meritarsi il premio e i motivi che li hanno spinti
verso determinati progetti. Si tratta spesso di discorsi complicati, che nessuno capisce ma
che tutti applaudono. Decisi che preferivo descrivere in termini accessibili quello che
stava succedendo nella mia vita quando inventai la PCR, piuttosto che darne una
descrizione tecnica. «Cercherò di spiegare come ho inventato la reazione a catena della
polimerasi», esordii. «Una parte esigua di quanto dirò non può essere facilmente tradotta
in linguaggio corrente. La salterei, se non interessasse più di qualcuno tra coloro che si
trovano qui. Ciò che farò invece è avvertirvi quando arriviamo a quel punto, e anche
quando ne siamo fuori. Non fate sforzi per capirlo: sono cose astruse e non
particolarmente fondamentali. Credo che possiate comprendere cosa vuol dire inventare
la PCR anche senza entrare nei dettagli.» Proseguii spiegando che per gran parte della
mia vita avevo pensato che la scienza fosse divertente, e che la mia invenzione era solo
un passo avanti rispetto a quello che avevo cominciato a fare da bambino a Columbia, nel
Carolina del Sud. Precisai che inventando la PCR non avevo avuto l’intenzione di
rivoluzionare il mondo della biochimica: si trattava solo di uno strumento che avevo
creato perché mi serviva per realizzare un esperimento. In realtà, dissi, ero stato
terribilmente ingenuo: se avessi avuto le idee più chiare su quello che stavo facendo, la
PCR non sarebbe mai stata inventata.
Dopo la consegna ufficiale delle medaglie, i reali di Svezia offrirono un banchetto per
circa 1300 persone, con i camerieri in costume medioevale. In quell’occasione, ciascun
premiato doveva avere un colloquio con il re e la regina. In genere, la coppia reale e i neo
premiati si impegnavano in qualche chiacchiera senza importanza. Non pensavo che il re
avrebbe trovato molto interessanti gli oligonucleotidi. Ma colsi l’occasione per affrontare
un argomento importante. Sapevo che i reali erano molto popolari in Svezia ma che c’era
stato qualche problema con la principessa, la loro figlia sedicenne. Sembrava che i
rotocalchi avessero mosso delle critiche nei suoi confronti. «Non me ne preoccuperei»,
dissi. «E una principessa di sedici anni: se è appena sopportabile, va già bene. Sono sicuro
che crescendo supererà il problema. In effetti», continuai, «ne sono talmente sicuro, che
sarei lieto di offrirle mio figlio in sposo. Ha proprio l’età giusta, e mi farebbe piacere
vederlo sposare vostra figlia... in cambio di un terzo del regno.»
Mia madre era entusiasta di essere in Svezia. Credo fosse convinta da sempre che
almeno uno dei suoi figli avrebbe vinto un Nobel, ma rimase molto colpita dal fatto che
io riuscissi a presentarle il corrispondente della CNN, Lou Dobbs, per il quale aveva una
cotta da anni. Per lei, il momento più eccitante del viaggio fu quello in cui potè sedersi
accanto a Dobbs.
Tenni la mia conferenza conclusiva a Malmò, e salii a bordo di un hovercraft che
doveva scivolare sull’acqua fino a Copenaghen. La mia foto stava ormai ogni giorno, da
una settimana, su tutti i giornali svedesi. Mi ero appena seduto quando un uomo che
portava un gran cappello con una piuma mi venne incontro. «Dottor Mullis», disse, «il
popolo svedese le vuole bene.» E, con un gesto solenne, si tolse il cappello e si inchinò di
fronte a me, mentre gli altri passeggeri applaudivano. Fu uno splendido finale.
Un laboratorio è solo un altro posto per giocare

Quando ero piccolo ogni novembre mia madre consegnava a me e ai miei fratelli una pila
di cataloghi, per scegliere i regali di Natale. E fu in una di queste occasioni che mi
imbattei in un Piccolo Chimico. Quelle provette piene di cose con nomi strani mi
incuriosirono. Ero intenzionato a capire quali sostanze avrei potuto mescolare per
provocare un’esplosione: scoprii che avrei potuto facilmente procurarmi i prodotti
mancanti al negozio sotto casa. A Columbia, negli anni Cinquanta, i ragazzini erano
autorizzati a giocare con robe strane. Potevamo andare dal ferramenta a comprare trenta
metri di miccia per la dinamite, e il commesso si sarebbe limitato a sorridere e
commentare: «Che state combinando voi ragazzi? Volete far saltare in aria la banca?»
La prima cosa di una qualche importanza che riuscii a fabbricare con il Piccolo
Chimico fu una sostanza simile alla termite. Avevo messo insieme polvere di alluminio,
nitrato di ammonio, un pizzico di qualcos’altro e lo scaldai su un fornello a spirito.
Quando tolsi il contenitore dal fuoco, la reazione proseguì. La miscela diventò
incandescente, spaccò la provetta e partì: psssshttttt... «Forte!» pensai, avendo solo sette
anni. Non sapevo cosa fosse successo, ma decisi che la scienza era divertente.
Fu una fortuna che lo spauracchio della nostra infanzia fossero i russi. Durante le ore
di scuola, ci allenavamo a nasconderci sotto i banchi, nel caso in cui fossero tanto audaci
da sganciare un ordigno nucleare su Columbia. Nel 1957 i russi aprirono la corsa allo
spazio mettendo in orbita intorno alla terra lo Sputnik I. Era un oggetto di poco più di 50
centimetri di diametro, ma rivoluzionò il sistema scolastico americano: il governo investì
milioni di dollari nell’istruzione scientifica. Era un buon momento per essere giovani e
innamorati della scienza.
Due anni più tardi, io e i miei amici lanciavamo i nostri razzi dal cortile dietro casa
mia. Il nostro obiettivo era vedere quanto saremmo riusciti a far andare in alto una rana
riportandola indietro viva, ma volevamo anche produrre un bel botto e una lunga scia
variopinta. Per alimentare il nostro razzo cominciammo a fare esperimenti con varie
concentrazioni di zucchero e nitrato di potassio, messe insieme in una scatola per palle da
tennis e scaldate sulla griglia a carbone. Spesso mia madre si affacciava alla finestra per
ammonirmi: «Kary B., non cavarti gli occhi!» «Va bene, mamma», rispondevo
allegramente. Ma dato che i ragazzi sono ragazzi - e gli esplosivi, esplosivi - ogni tanto il
combustibile saltava in aria. Una volta mandammo a fuoco un grosso albero, imparando
una lezione importante: mai mescolare sostanze esplosive sotto un grosso albero.
Il primo laboratorio di chimica nel quale misi piede fu quello della Dreher High:
l’insegnante lo lasciava aperto il pomeriggio, perché io e Al Montgomery potessimo
divertirci. La maggior parte dei suoi studenti detestava la chimica, e lei era ben contenta
del nostro interesse. Tutte le sostanze con le quali giocavamo, al giorno d’oggi non
potrebbero essere maneggiate neanche da un adulto, senza la supervisione di un tecnico
autorizzato. Ma nel 1960 i prodotti chimici erano semplicemente bottigliette di roba che
nessuno prendeva troppo sul serio. E non c’era nessun problema a lasciare mano libera in
un laboratorio a due ragazzi di sedici anni.
Quando fui eletto presidente della Junior Engineering Technical Society (JETS), io e
Al pensammo che sarebbe stato divertente organizzare uno show scientifico per le scuole
elementari della città. Obiettivo dichiarato dello spettacolo era quello di dimostrare i
principi fondamentali della fisica, come erano stati spiegati da Isaac Newton nel XVII
secolo.
Lo spettacolo si componeva di una serie di dimostrazioni: facemmo scendere sfere di
metallo da uno scivolo di legno per mostrare come la massa viene accelerata in un campo
gravitazionale. Spiegammo che un’ipotesi è una congettura che può essere trasformata in
teoria attraverso una serie di esperimenti.
Organizzammo un esordio emozionante, grazie a un composto di iodio e perclorato
di potassio. Si cominciava dietro il sipario, bruciando un po’ di alcol, e facendo riscaldare
e concentrare gli altri ingredienti su un piatto di porcellana. Quando la misteriosa
fiammella blu prodotta dall’alcol si fosse spenta, il residuo sarebbe esploso per un attimo
in una vera e propria manifestazione pirotecnica, e le scintille sarebbero proseguite fino
alla fine. Aveva sempre funzionato.
Ma quando tenemmo lo spettacolo alla A.C. Moore Elementary, la scuola del mio
quartiere, le cose andarono diversamente. La fiammella blu ondeggiò per un attimo e poi
il tutto esplose, distribuendo intorno frammenti del crogiolo. Tutti rimasero sgomenti di
fronte al potere della chimica.
Trattenni il fiato, aspettando che qualcuna delle vittime della prima fila venisse
portata a braccia sul retro, sanguinante, dal mio ex maestro. Non si vide nessuno. Mi
avventurai sul palcoscenico e cominciai a parlare di Newton, guardandomi intorno per
controllare se in prima fila ci fosse del sangue. Non ne vidi.
Dopo lo spettacolo, un ragazzino biondo venne dietro le quinte con un pezzettino di
vetro che lo aveva colpito in fronte. La cosa non lo preoccupava minimamente: era come
se fosse stato colpito da una palla da baseball dopo un «home run». Presi il pezzetto di
vetro, e gli chiesi di non dire niente. Era un bambino del mio quartiere e sapevo che
sarebbe stato zitto.
Dopo il diploma lavorai durante i mesi estivi in un laboratorio professionale. Era la
prima volta per me. Mio padre mi aiutò a trovare un posto alla Columbia Organic,
un’azienda che forniva prodotti chimici per la ricerca. In una piccola città come Columbia
un’azienda del genere non aveva ragion d’essere, se non fosse stato per Max Gergel. Max
è un imprenditore eccezionale, un raffinato gentiluomo e un ottimo narratore, autore di
alcuni dei racconti raccolti in Scusi, potrebbe interessarle un chilo di bromuro di isopropile?.
Max possedeva e gestiva la Columbia Organic: produceva un migliaio di prodotti
chimici, e molti di più ne rivendeva. Io avevo il compito di controllare gli ordini ogni
mattina, e individuare i fornitori più a buon mercato dei prodotti chimici di cui avevamo
bisogno. Gli stessi composti potevano avere nomi diversi, a seconda di chi li utilizzava, e
di quello a cui servivano. Io li traducevo nelle loro denominazioni chimiche, e in lingue
diverse.
Un giorno mi accorsi di una bizzarra svista che era passata inosservata per anni.
Acquistavamo un prodotto dalla società svizzera Fluka, al prezzo di 100 dollari al
grammo, per uno dei nostri clienti che si trovava in Illinois. Nessuno si era accorto che in
magazzino avevamo un chilo di quella sostanza, indicata con un altro nome. Quando
facevamo l’ordine alla Fluka, la società a sua volta richiedeva a noi la quantità necessaria
di prodotto - a 24 dollari al grammo - e la inviava al nostro cliente. Alla Fluka dovevano
sapere come stavano le cose, ma non avevano mai ritenuto necessario informarci.
Ne parlai a Max, che trovò la cosa divertente, e chiamò a casa il tizio della Fluka. Ne
venne fuori un aneddoto, un’altra storiella buffa che andò a sommarsi alle numerose
altre. E, per la prima volta, Max mi invitò a pranzo: non ero più solo uno studente che
lavorava per lui, ero suo amico.
A volte ci venivano richieste sostanze non più in commercio. La Columbia Organic
non le produceva, e altre aziende non le tenevano più in magazzino. L’estate dopo il mio
primo anno di università io e Al decidemmo di fornire a Max i prodotti chimici che
nessun altro aveva. Organizzammo un laboratorio nel garage di Al, e feci un patto con
Max: avremmo potuto usare le sue scorte per produrre queste sostanze, e gliele avremmo
rivendute al 60 per cento del prezzo standard. Non avevamo tenuto conto del fatto che se
fosse stato conveniente produrre queste sostanze, qualcun altro lo avrebbe fatto. Max
probabilmente lo sapeva, ma voleva questi composti, e vide in noi qualcosa che gli
ricordava se stesso molti anni prima. Qualcosa che gli piacque: voleva che la nostra
impresa andasse a buon fine.
Lavoravamo di notte nel garage di Al. La nostra prima sintesi fu il nitrosobenzene.
Max ce ne aveva fornito un campione, un fondo di bottiglia rimasto da una vecchia
fornitura. Era una sostanza marrone e oleosa, mentre il nitrosobenzene dovrebbe essere
bianco e cristallino. Decidemmo che il nostro avrebbe rappresentato un nuovo standard
per l’industria. Andammo alla biblioteca dell’Università della Carolina del Sud, e
controllammo la procedura su «Organic Synthesis» (Sintesi Organica, una rivista
scientifica, N.d.T.) sembrava facile. In un negozio di ferramenta comprammo una spessa
bacchetta di vetro e un pentolone da cinque galloni, in cui mettemmo la giusta dose di
nitrobenzene, insieme ad acqua e ghiaccio. Mescolammo e aggiungemmo lentamente
dello zinco, che avrebbe trasformato il nitrobenzene in fenilidros- silamina. Attraverso il
filtraggio eliminammo l’ossido di zinco solido che era l’altro prodotto della reazione,
quindi aggiungemmo ancora ghiaccio. A questo punto unimmo la giusta dose di acido
cromico, mescolando vigorosamente e conversando animatamente. Come descritto in
«Organic Synthesis», la fenilidrossilamina si trasformò in nitrosobenzene, che affiorò
sulla superficie del composto, permettendoci di filtrarlo. Era marrone e oleosa, ma ne
avevamo circa 100 grammi. A 4 dollari al grammo, eravamo ricchi. Avremmo potuto
essiccarlo e consegnarlo a Max, che ci avrebbe pagato e avrebbe venduto il
nitrosobenzene per 6 dollari al grammo, ma non avevamo intenzione di produrre roba
scadente solo per tirare avanti. Dedicammo il resto della nottata a purificare il nostro
prodotto. Alla fine, i nostri cristalli erano candidi e la prima luce del mattino dava loro un
riflesso verdastro. Era il più bel nitrosobenzene che l’industria chimica avrebbe mai visto:
ne avevamo perso all’incirca il 20 per cento, ma quello che rimaneva era puro. Avevamo
creato il nostro primo prodotto chimico.
Il giorno successivo portammo il nitrosobenzene a Max: se al suo debutto nel mondo
degli affari non avesse lavorato tanto coscienziosamente, sarebbe rimasto scioccato.
Invece lo apprezzò al punto da adottarci entrambi. I chimici tendono a essere emotivi nei
confronti di altri chimici, a causa del linguaggio che condividono e delle bruciature sulle
mani.
Al e io andammo in magazzino alla ricerca degli ingredienti necessari per la nostra
prossima sintesi. È un’operazione incredibilmente eccitante, se si pensa che servirà a
produrre qualcosa di nuovo. Sistemammo le bottiglie nella Chevrolet blu del 1955. Max ci
guardò partire augurandosi di poter cancellare i suoi impegni della giornata e vent’anni
di vita, per poi venire a casa con noi.
Avevamo intenzione di produrre del fenacile bromuro. Nessun altro al mondo era
disposto a cacciarsi in un guaio del genere e ad affrontarne i rischi per un prodotto così
poco richiesto sul mercato.
Il bromo è un denso liquido rosso che emana vapori quando lo pesi e cola come il
mercurio. Se ti arriva addosso, lascia una profonda cicatrice. Lo versammo nell’imbuto a
goccia lasciandolo cadere molto lentamente, mescolando, sulla soluzione di etere. In
questo modo si scalda un po’: se si fa cadere il bromo troppo velocemente, l’etere bolle. Il
ghiaccio e la pazienza aiutano. E noi avevamo molto ghiaccio.
La reazione produce bromuro di idrogeno, un gas corrosivo dall’odore pungente che
disperdevamo nella umida notte del Sud grazie a un ventilatore a muro. Verso l’una di
notte facemmo una pausa per bere una birra e scoprimmo che l’intero quartiere era
avvolto in una soffocante nuvola bianca di bromuro di idrogeno. Pensammo che entro la
mattina, quando i vicini si sarebbero alzati, la nuvola si sarebbe volatilizzata.
Sfortunatamente avevamo distrutto un grande cespuglio di camelie che cresceva proprio
sotto al ventilatore. Continuammo a lavorare. Il fenacile bromuro si cristallizzò e
cominciammo a filtrarlo per separarlo dall’etere. A quel punto, aveva iniziato a emettere
un odore decisamente pungente. «Al, cosa stavi dicendo sulle proprietà di questa roba?»
chiesi. «“Org Syn” dice che è un lacrimogeno. «E cioè?» «Tipo un gas che fa lacrimare.»
Non aveva senso: «Questo è un solido, non un gas». «Lo so, è per questo che non mi sono
preoccupato.» «Al, mi bruciano gli occhi.» «Anche a me: è un cazzo di gas lacrimogeno,
anche se è solido.» Uscimmo all’aperto e ci sciacquammo la faccia con il tubo di gomma,
ma non servì a molto. Il fenacile bromuro non è molto solubile nell’acqua: si disperde,
come l’olio, ma non va via.
L’aria della notte era quieta, densa e umida, come avviene di solito di notte a
Columbia. Le nostre facce bruciavano. I profumi dei fiori - azalee, camelie, rododendri,
gelsomini notturni - avevano lasciato il posto a qualcosa di malvagio. Ci precipitammo in
garage, togliemmo dal filtro il fenacile bromuro che avevamo prodotto e lo mettemmo su
vassoi che sistemammo sull’essiccatore. I cristalli apparivano perfetti. Avevamo prodotto
un altro composto organico. Chiudemmo la porta lasciando andare al massimo il
ventilatore di scarico. Erano le 3 del mattino.
Distrutti, ma dotati ancora di un pizzico di coscienza, attaccammo sulla porta un
cartello che indicava «Non entrare». Uscendo dal passo carraio vidi le foglie annerite che
si staccavano lentamente dalla camelia. Oh be’, la madre di Al aveva più camelie di
quante gliene servissero.
Il giorno dopo, mentre io e Al eravamo al lavoro, sua nonna entrò in garage per fare il
bucato. Non appena aprì la porta, i vapori la colpirono in faccia come uno spruzzo di gas
lacrimogeno. Quando arrivai, quella sera, la madre di Al ci guardò come se fossimo dei
molestatori di nonne. La sua non gli rivolgeva più la parola. La cosa buona dell’aver
gasato la nonna di Al era che se qualcuno si fosse lamentato perché avevamo distrutto
una pianta potevamo rispondere: «Ma almeno la nonna è ancora viva».
Trasferimmo il laboratorio. Frank, il cognato di Al, aveva un po’ di terra 20 miglia
fuori città, in aperta campagna, dove potevamo fare quello che ci pareva. Ricavammo un
laboratorio da un vecchio pollaio e lavorammo lì per le successive due estati.
Al Georgia Tech lavoravo in un laboratorio diretto da E.C. Ashby. Si interessava alle
riduzioni con idruri di metalli leggeri, il che significava che amava lavorare con soluzioni
in etere che avevano la tendenza a esplodere se esposte all’umidità. Ad Atlanta, d’estate,
l’umidità non manca di certo. Una volta prodotta una soluzione di idruro di litio e
alluminio a scopo sperimentale, avremmo avuto il problema di dove metterla. Il metodo
usato da Ashby consisteva nel portarsela a casa in bottiglie ben chiuse, e dare una festa
per i colleghi del laboratorio il 4 di luglio (la festa dell’Indipendenza, N.d.T.). Le bottiglie
sarebbero state lanciate nel suo stagno, e gli studenti le avrebbero fatte esplodere
sparando con una calibro 22.
Ma io ero solo uno studente, non sapevo niente del party di Ashby per il 4 luglio.
Avevo lavorato con l’idruro di litio e alluminio e pensavo che fosse mio dovere
liberarmene. La procedura richiesta dal laboratorio per farlo era lunga e noiosa. Ma fuori
dall’edificio c’era uno scarico nel vialetto. Riunii tutte le soluzioni in un beaker da due
litri, li coprii con un foglio di alluminio e lo portai allo scarico. Rovesciai rapidamente il
contenitore, feci un passo indietro e aspettai le fiamme. Ma non successe niente.
Mi fermai nelle vicinanze. Trascorsero due minuti. Forse l’etere era evaporato, e
l’idruro non si era ancora combinato con l’acqua per produrre l’idrogeno. Forse lo scarico
era asciutto. Non volevo andare via, nel caso in cui fosse successo qualcosa di terribile.
Dal vialetto vidi arrivare uno dei poliziotti del campus. Ti prego, Dio, non fargli
accendere una sigaretta. Non la accese, era lontano almeno sei o sette metri dallo scarico,
e mi guardò con sospetto.
Mi accorsi che sul muro c’era un rubinetto. Mentre il poliziotto continuava a
guardarmi, riempii il beaker vuoto con dell’acqua e la vuotai nello scarico. Ne emerse una
fiamma rosso cupo, il colore degli atomi di litio e la combustione dell’idrogeno. Il
poliziotto guardò lo scarico, poi il rubinetto, poi tornò a guardarli entrambe, in
successione. Sapevo che stava pensando che dai rubinetti non dovrebbero uscire liquidi
esplosivi. Tornai velocemente nell’edificio, chiedendomi se avrebbe denunciato lo
scarico, il rubinetto o lo studente. Ma l’istituto di chimica era una struttura labirintica.
Una volta passato oltre i tubi della caldaia e infilatomi in un corridoio pieno di roba
vecchia, ero al sicuro.

Il laboratorio in cui imparai più cose sulla vita era diretto da Joe Neilands. In
particolare, penso che mi abbia insegnato soprattutto tre cose:

1 ) Usa un imbuto quando travasi l’acetone da una bottiglia grande a una


più piccola.
2 ) Bevi tè, invece di caffè.
3 ) Sii responsabile: sei uno scienziato.

Fu Neilands a farmi conoscere il mondo in cui vivevo. Conoscevo già l’universo, ma


avevo prestato poca attenzione al presente e alla gente che viveva intorno a me. Nel suo
laboratorio si studiavano microorganismi che, poiché cresciuti praticamente in assenza di
ferro, potevano creare delle sostanze che si legavano strettamente al ferro, nel caso in cui
gliene venisse fornito. Ci interessava il fatto che il ferro si trova in tutti gli organismi
viventi, e che non è solubile in acqua senza l’aiuto di un qualche genere di vettore.
Joe Neilands era una persona notevole, e il suo laboratorio offriva la possibilità di
giocare con la scienza. Nella maggior parte dei laboratori universitari il compito degli
specia- lizzandi è quello di fare esperimenti e scrivere articoli destinati a far progredire la
carriera del docente responsabile. A Joe faceva piacere che ci occupassimo del trasporto
del ferro, ma non eravamo tenuti a farlo: ci spingeva a seguire i nostri interessi.
Cosa facessi non gli interessava più che tanto, a patto che scrivessi una tesi e prendessi
la specializzazione. Joe era convinto che non avrei avuto molto successo nelle scienze,
perché ero eccessivamente attratto da qualunque altra cosa, incluse le donne: mi
presentava a chi veniva a visitare il laboratorio come il suo «genio grandangolare». Joe
sperava che facessi un buon tirocinio. Se usò la sua autorevolezza, fu per dirmi che i
contribuenti avevano pagato il mio tirocinio, ed era per loro che mi sarei dovuto
impegnare al massimo.
Nel suo laboratorio giocavo in casa, perciò seguii la mia curiosità, che mi spinse a
frequentare corsi di antropologia, sociologia, fisica, matematica, e perfino di musica, dove
avrei potuto incontrare delle ragazze. Joe mi avvertì che la mia tendenza a prolungare
per quanto possibile la specializzazione avrebbe finito - come in effetti avvenne - per
provocare una restrizione nelle regole del dipartimento. Ma l’università era grande, e i
corsi da seguire numerosi: ne sperimentai il più possibile.
Durante il mio primo anno a Berkeley il dipartimento di biochimica aveva comprato
uno spettrometro a risonanza magnetica nucleare Varian A60, nuovo di zecca. Era lo
strumento più eccezionale che avessi mai visto, un apparecchio potente in grado di
individuare e identificare tutti i diversi composti di atomi di idrogeno presenti in una
particolare molecola, e quindi di determinarne la struttura. Consentiva a un chimico di
capire come si legassero tra loro gli atomi di carbonio, idrogeno, azoto e ossigeno,
praticamente di disegnare la struttura della molecola. Al Georgia Tech c’era un
apparecchio del genere, ma gli studenti non potevano neanche awicinarcisi. A Berkeley
mi chiesero di aiutare a tirarlo fuori dall’imballaggio.
Era un macchinario imponente: per azionarlo, ci si sedeva di fronte a una console
circondati da interruttori e quadranti: sembrava di stare nella cabina di pilotaggio di un
747. Quando ebbi finito di leggere il manuale e di giocherellare con l’apparecchio per
prenderci confidenza il quadrimestre primaverile era finito. Sarei andato via per l’estate,
ma non vedevo l’ora che fosse autunno per ricominciare.
Quando tornai a Berkeley in settembre, mi precipitai al terzo piano, dove si trovava
l’apparecchio. Entrando nella stanza, vidi che la console era stata ingabbiata in una
scatola di compensato grigio. Sembrava in prigione. Era difficile credere che qualcuno
avesse piazzato una scatola su uno strumento così attraente. Qualcuno aveva avanzato
delle pretese sulla mia macchina.
Scoprii che a imprigionarla era stato uno specializzando in chimica che lavorava nel
laboratorio di Dan Koshland. Questo chimico aveva usato un A60 nel dipartimento di
chimica di Berkeley, ma ignorava un elemento fondamentale: lo strumento era molto
sensibile, e più rimaneva fermo, più tendeva a guastarsi. Sapevo già che, se non veniva
usato durante il fine settimana, il lunedì mattina ci sarebbe voluta più di un’ora per
tarare adeguatamente l’ampiezza dei suoi tre campi magnetici perpendicolari. In effetti,
il manuale di istruzioni avvertiva esplicitamente che era probabile che questo problema
fosse più serio il lunedì mattina.
Al dipartimento di chimica - molto più grande di quello di biochimica - non avevano
questo problema. Il loro A60 era in funzione sette giorni la settimana, e non aveva il
tempo di andare fuori squadra, così i chimici non dovevano imparare a tararlo. Quando il
ricercatore trovò il nostro apparecchio fuori sintonia, pensò semplicemente che i
biochimici l’avessero incasinato. Tipico: i chimici sono sempre convinti di essere più in
gamba dei biochimici. E naturalmente i fisici pensano di essere più in gamba dei chimici,
i matematici dei fisici, e i filosofi sono stati convinti di essere meglio dei matematici, fino
a quando, nel corso di questo secolo, si sono resi conto che in effetti non avevano molto
altro da dire.
Per impedire ai biochimici di rovinare la sua messa a punto, il ricercatore aveva
chiesto alla falegnameria di costruire una scatola per coprire i quadranti. Nessuno
avrebbe potuto usare l’apparecchio senza il suo permesso. Ma non aveva fatto i conti con
me: non avevo intenzione di chiedere il permesso per utilizzarlo. Comprai una serratura,
e la feci scivolare sulla cerniera. Ora c’erano due chiusure. Spiegai la situazione a
Neilands, che giudicò la mia reazione appropriata, e molto divertente. Non dovetti
aspettare molto per vedere arrivare Dan Koshland: «Kary, posso parlarti un momento»?
«Accomodati, Dan», risposi, «prendi un po’ di tè.» Controvoglia, si sedette: «Kary, sei
stato tu a mettere quel lucchetto sullo spettrometro?» «Sono stato io», ammisi. «E l’altro
lucchetto, l’hai messo tu?» «È stato un mio studente», confessò, «pensava che gli stessero
impasticciando la macchina.» «Bene, se io avessi pensato una cosa del genere, avrei
riunito tutte le persone che usano lo spettrometro, e avremmo cercato di decidere il da
farsi, invece di piazzarci sopra quella orribile scatola. Ma toglierò il mio lucchetto, se tu
leverai il tuo.» Così, togliemmo entrambe i lucchetti, e feci portar via la scatola dai
custodi. Raggiungemmo un compromesso, mettendo una serratura elettronica, e dando
una chiave a tutti quanti ne avevano bisogno. Io appesi la mia a un chiodo dietro la
macchina. Nessuno mancò di notarlo.

Cominciai a lavorare alla Cetus nel 1979. La società fu creata quando Ron Cape, Pete
Farley, Don Glaser e Cari Djerassi decisero che con le biotecnologie si poteva fare un bel
po’ di soldi. Allora non si sapeva ancora del DNA ricombinante, ma sentivano che era in
arrivo qualcosa di interessante. La Cetus mi assunse nel 1979 per produrre
oligonucleotidi. Era un posto splendido per occuparsi di biochimica. Penso di aver
lavorato in quei miei primi anni lì più che in qualsiasi altro momento della mia vita,
perché era eccitante, e Ron Cape e Pete Farley lo rendevano anche più divertente. Stavo
imparando a sintetizzare il DNA, e lo trovavo affascinante. C’era nell’aria un sacco di
idee bizzarre, e la nostra immaginazione non veniva limitata in alcun modo.
Quando cominciai, la Cetus era ancora una piccola azienda. Per la prima volta nella
mia vita fui autorizzato, come scienziato, a comprare pressoché tutto quello di cui avevo
bisogno nel momento in cui ne avevo bisogno. Potevo chiamare una società e acquistare
qualsiasi cosa costasse meno di 5000 dollari senza chiedere il permesso a nessuno. Se
qualcosa costava più di così, di solito mi bastava una telefonata a Farley per avere
l’autorizzazione. La Cetus forniva agli scienziati tutto quello di cui avrebbero potuto
avere bisogno. L’idea era quella di eliminare per quanto possibile il lavoro di routine, così
da lasciare agli scienziati il tempo per occuparsi di scienza.
Quando l’azienda si ingrandì, cominciarono a circolare moduli. Furono stabilite
regole. Persone in gamba cominciarono a farsi coinvolgere da sgradevoli politiche
aziendali. La Cetus diventò un posto come un altro. Non ce l’ho con Pete o Ron per
questo: erano impotenti come tutti noi quando i manager vestiti di grigio calarono come
avvoltoi, quando la società fu quotata in Borsa.
La cosa peggiore che ricordo di quei giorni di middle management dilagante avvenne
quando il tizio incaricato di svuotare i secchi dove si buttavano gli isotopi diventò il
«responsabile della sicurezza», e ottenne improvvisamente dei collaboratori, un ufficio e
del potere.
I responsabili della sicurezza sono legittimamente interessati a interpretare
qualunque cosa in termini di vari livelli di sicurezza. Per sopravvivere un altro giorno, e
incutere rispetto nei confronti del responsabile della sicurezza, furono appese dovunque
indicazioni per ricordarci che tutto quello che facevamo era pericoloso. A ogni prodotto
chimico, vennero accluse, per legge, le «Norme di Sicurezza per il Trattamento dei
Materiali», un volantino che ne spiegava i potenziali rischi. La persona che aveva scritto
le istruzioni per il cloruro di sodio deve aver pensato che si trattasse di una miscela di
sodio e di gas cloro, piuttosto che di un composto del tutto innocuo che la gente sparge
sul cibo per dargli sapore, comunemente detto sale. Sodio e cloro sono sostanze da
prendere sul serio quando sono separate, ma non quando sono unite nel cloruro di sodio.
Il volantino descriveva dettagliatamente il metodo per eliminare gli scarti di cloruro di
sodio: «Indossate stivali di gomma e un respiratore», avvertiva. «Una piccola perdita può
essere eliminata con un getto d’acqua, per eliminare una quantità più abbondante può
essere necessaria più di una persona.» Dato che non volevo che qualcuno dei miei
collaboratori si ferisse gravemente con il sale, incollai sul muro questo avviso.
Ecco cosa succede quando si scatenano enti pubblici che non devono rendere conto a
nessuno. Se si vuole usare il cloruro di sodio in un laboratorio, è necessario un
equipaggiamento che sarebbe adeguato per maneggiare sodio e gas cloro, mentre in un
ristorante basta una saliera.
Il responsabile della sicurezza della Cetus e io ci scontrammo duramente. Non lo
chiamavo mai «responsabile della sicurezza, ma «responsabile del pericolo», perché
l’unica cosa che faceva era appiccicare in giro segnali con su scritto «PERICOLO». Un
responsabile del pericolo vuole trovare cose pericolose, perché questo gli dà più potere,
come un tossicologo desidera trovare quante più tossine possibili. Se sei pagato per fare il
responsabile della sicurezza in un laboratorio, troverai dei pericoli, ce ne siano o no.
Alla Cetus la cosa, più pericolosa che c’era in giro era il punch blu - a base di alcol
mescolato a qualcosa di blu - preparato da David Gelfand per la Festa della Morte Blu
durante i ritiri scientifici. Molti di noi, me incluso, ne bevevano fino a compiere azioni
così anomale rispetto a una normale interazione sociale da finire con il cadere in qualche
luogo scomodo oppure con l’azzuffarsi con i colleghi, come successe a me una sera. Il
responsabile della sicurezza avrebbe dovuto mettere un avviso sul blender di Gelfand.
Le cose che faceva rendevano più difficile il lavoro, e avrebbero potuto aumentare gli
incidenti. I suoi sforzi mi facevano venire in mente quell’ufficiale che, in Vietnam, fornì
la seguente spiegazione: «Per salvare quel villaggio si è reso necessario distruggerlo».
Io avevo parecchi armadietti con ante scorrevoli fatte di vetro di sicurezza ben spesso,
così da permettere alla gente di lavorare tranquillamente con prodotti pericolosi. Un
giorno arrivai in laboratorio e scoprii che aveva appiccicato adesivi dappertutto: Sostanze
Pericolose; Sostanze Nocive; Sostanze Radioattive; Sostanze Corrosive. Dovunque c’erano
cartelli con scritto che era obbligatorio indossare sempre occhiali di protezione.
Un’antina era mezza coperta da adesivi. Nel giro di poche ore il mio laboratorio era
diventato un posto molto pericoloso. Mi precipitai nel suo ufficio: «Perché diavolo pensi
che le ante siano fatte di vetro?» urlai. «Con tutti i tuoi adesivi, non si vede un accidente!»
Quando riuscii a calmarmi, mi spiegai: «I miei ragazzi non hanno bisogno di sentirsi
ricordare continuamente che sono in pericolo. Non c’è così tanto pericolo, altrimenti non
faremmo certe cose. Ma con tutti i tuoi cartelli nessuno capisce più cosa è pericoloso e
cosa no, perché secondo te è tutto pericoloso».
Grattai via tutti i suoi adesivi con una lametta e un po’ di solvente. Alla fine
arrivammo a un compromesso: lo autorizzai ad attaccare le indicazioni previste dalla
legge, ma non sulle superfici trasparenti. E decidemmo che ogni volta che avesse voluto
attaccare un nuovo avviso, ne avrebbe staccato uno vecchio.
La battaglia più dura che combattei con il responsabile del pericolo si scatenò perché
insistevo a tenere il pranzo e una cassa di birra Beck’s nello stesso frigorifero in cui tenevo
gli isotopi radioattivi. Le bottiglie di birra stavano sullo scaffale più basso, e gli isotopi,
riposti in un contenitore foderato di piombo e sigillato, su quello più alto. Lo informai
che non era assolutamente, scientificamente possibile che un qualcosa, persino delle
radiazioni, sfuggisse da un contenitore piombato chiuso per infilarsi in una bottiglia
sigillata.
«Prevedo di bere io stesso la maggior parte di quella birra», dissi. «Non la terrei lì se
non fosse al sicuro.»
Fortunatamente Pete Farley, presidente della Cetus, apprezzava la mia birra: prese
l’abitudine di venire nel mio laboratorio di pomeriggio e prenderne una bottiglia dal
frigorifero. Questo metteva il responsabile del pericolo in una situazione anomala, e lui
scelse la scappatoia più sicura: smise di frugare nel mio frigorifero.
A un certo punto prese come assistente una ragazza giovane e bella, e la mandò a fare
un’ispezione nel mio laboratorio. Io finii con il ribattezzarla Nostradama Salutatis o Nostra
Signora della Sicurezza. Il responsabile si convinse che lei sarebbe riuscita a domarmi.
Invece, la invitai a cena a casa mia, e qualche mese più tardi si trasferì a vivere lì. Risultò
che i maggiori pericoli del mio laboratorio avevano a che vedere proprio con Nostra
Signora della Sicurezza. Un pomeriggio un uomo, convinto di essere il suo ragazzo,
spalancò la porta con un calcio e cominciò a minacciarmi. Quello fu l’unico momento
della mia vita in cui mi sia preoccupato per la mia sicurezza in un laboratorio.
Paura e avvocati a Los Angeles

Il premio Nobel vinto grazie alla PCR piazzò me e la mia tavola da surf sulla copertina di
quasi tutti i giornali del mondo. Prima che fosse scesa ancora una volta la notte, 328.716
uccellini in gabbia - una stima prudenziale - si sarebbero piazzati proprio sopra la mia
foto, inondandola di goccioline verdastre puzzolenti di acido urico. (Questa cifra si basa
su una popolazione mondiale che ammonta nel 1993, a 5.506.000.000 individui, e ai calcoli
di Jamie Yorck, un illustre ornitologo di San Francisco, secondo cui un sesto, o un settimo
degli esseri umani possiede uccellini in gabbia. Sempre secondo Yorck tutte queste
persone, necessariamente, comprano dei giornali da mettere sul fondo della gabbia, che
cambiano ogni giorno - a meno che non siano dei sudicioni. Calcoliamo che la
dimensione media di un giornale, durante la settimana, sia di 25 pagine, e che la mia
immagine occupi un decimo circa di una pagina: su di me si sarebbero trovati
esattamente 328,716 uccellini. A cui aggiungere l’ulteriore oltraggio prodotto da pulcini,
gattini, cagnolini, budella di pesce e dagli ignoti fluidi oscuri delle discariche tropicali. Mi
venivano i brividi.
Parlando di uccelli, scommetto che non sapete che gli uccelli e i primati - a differenza
di gatti, cani e altri mammiferi - secernono acido urico come prodotto metabolico finale
del DNA. Questa secrezione è qualcosa che i primati hanno in comune solo con gli
uccelli. Tra i primati, gli uomini sono i soli in grado di fischiare. Gli uccelli fischiano.
Penso che questo possa suggerire un collegamento: è vero o no che abbiamo imparato a
volare? Forse. Perché non discendiamo dagli uccelli? Forse se il dodo, goffo bipede eretto,
non fosse stato sterminato così rapidamente, nel XVII secolo, dall’arrivo nelle isole
Mauritius di un branco di imbecilli europei con le armi da fuoco, gli accademici
avrebbero potuto discutere sulla possibilità di considerarlo l’anello mancante. La prova
del DNA resa possibile dalla PCR nella seconda metà di questo secolo ha reso questa
discendenza aviaria decisamente meno probabile fornendo, al contrario, prove del nostro
stretto legame con le grandi scimmie. Nel 1995, a Los Angeles, il nostro comportamento
collettivo in occasione del processo a O.J. Simpson non contribuì a confutare questo
collegamento. Se anche non lo fossimo già stati, in quell’occasione ci trasformammo in
scimmie.
Il premio Nobel mi inzaccherò un po’, con gli uccelli e il resto. Ma per quanto
riguarda il processo a O.J., be’ lì non ero affatto solo. Tra le prove rilevate sulla scena del
delitto c’erano diverse gocce di sangue che non appartenevano alle vittime ed erano
quindi, presumibilmente, dell’omicida. I test del DNA realizzati dall’accusa indicavano
che esse appartenevano a Simpson, affermando così che egli si trovava sulla scena del
delitto. Si trattava della prova più solida contro di lui. La difesa sapeva che, se non fosse
riuscita a sollevare qualche dubbio su questa prova, O.J. sarebbe stato nei guai. Simpson
aveva assunto diversi avvocati, tra cui Robert Sha- piro, Johnnie Cochran e E Lee Bailey.
A causa della prova del DNA avevano coinvolto Barry Scheck, Peter Neufeld e Bob
Blasier.
Non mi meravigliai quando ricevetti una loro telefonata: Barry e Peter volevano
venire a La Jolla.
Nel sistema giudiziario americano, non puoi partecipare a un processo in posizione
neutrale, come semplice esperto devi stare da una parte o dall’altra. Si chiama sistema di
patrocinio, ed è un po’ strano. Giuri di dire «la verità, tutta la verità, nient’altro che la
verità, e Dio mi aiuti». «Allora, aiutami, Dio. Posso dire la verità in modo diverso, a
seconda di dove sto?» «Mi dispiace, ragazzo mio, non ti posso aiutare. Se vuoi parlare di
peccati, posso farlo. Se vuoi parlare di legge, prenditi un avvocato, o parla con la
controparte.»
Quando devi testimoniare, ci pensi sopra fino alle ore piccole. Impari a conoscere il
sistema, e scopri che «tutta la verità e nient’altro che la verità» - nonostante la poetica
melodia del giuramento - non è affatto quello che vogliono. E hanno le loro ragioni.
Soprattutto, dimenticati quella faccenda del «tutta». Solo alcune parti della verità
vengono giudicate necessarie, e richieste. Quello che viene richiesto è stabilito da una
polverosa ragnatela di leggi e precedenti che risale alla legislazione inglese, e poi dalle
arringhe quotidiane degli avvocati, e poi dai decreti eruditi e dai capricci del giudice, e
dall’imprevisto e imprevedibile girare delle carte sempre in agguato.
Se sei un avvocato, cominci a occuparti di queste cose all’università, e mentre procedi
con la carriera ti sembrano sempre più ragionevoli. L’avvocatura è alla base di tutto
questo: è una parola grossa, carica di significati. È il nostro sistema giudiziario. Un
sistema di cui non ci fidiamo, e proprio per questo abbiamo bisogno di un avvocato. E se
possiamo permettercelo, di un avvocato veramente in gamba. Magari più di uno. E se è
stato in televisione, tanto meglio.
Avevo già testimoniato per la difesa in processi per omicidio, e ritenevo che il mio
compito fosse quello di accertarmi che il lavoro riguardante la PCR e il DNA fosse stato
fatto equamente e correttamente. Non ero lì per prendere una posizione. Quasi sempre
avevo verificato che i test effettuati non reggevano a un esame scrupoloso, e che gli errori
commessi non erano né inconsistenti né irrilevanti. Ero caduto vittima del fascino degli
avvocati? Non lo so, ma ritengo di essere stato obiettivo.
L’ironia di tutta la faccenda è che la testimonianza tecnica di un esperto non ha niente
a che vedere con la tecnica. Lo stile ha molta più importanza del contenuto. Non c’è un
modo sensato per spiegare a una giuria i dettagli tecnici della tua materia. La giuria non
sa di cosa stai parlando, ed è proprio per questo motivo che tu sei lì.
L’importante, dunque, non è quello che dici, ma come lo dici. È come quando, in
Messico, esci dai percorsi turistici - tu non parli spagnolo, loro non parlano inglese - e, se
hai bisogno di qualcosa, non ti metti a fare lo stronzo. Fai capire che hai bisogno di aiuto -
cercando di spiegarti con i gesti, e gli sguardi, e il tono di voce - e loro ti aiutano.
Nel controinterrogatorio, succede a volte che l’avvocato della parte avversa ti
costringa a dare una risposta semplice a una domanda alla quale preferiresti rispondere
con un «sì» o un «no», seguiti da una serie di precisazioni e circostanze attenuanti. La
controparte ti inchioderà a una risposta semplice, continuando a ripetere la domanda. Il
tuo avvocato continuerà a opporsi. Il giudice vedrà che sei in difficoltà: alcune delle
obiezioni verranno accolte, ma alla fine una sarà respinta, e sarai costretto a rispondere. E
se dici «sì, ma», procedendo con una spiegazione dettagliata, probabilmente quello che
dici non verrà messo agli atti, e sembrerà che tu stia cercando di cavartela con una
scappatoia.
L’idea di testimoniare come esperto in un processo per omicidio non mi convince del
tutto.
Barry e Peter mi raggiunsero a La Jolla, e mi piacquero subito: non erano avvocati
strafighi e furbastri a caccia di soldi, erano professori di legge di New York, che avevano
usato il test del DNA per salvare degli innocenti dalla pena di morte. Mi dissero che i
nuovi test utilizzati nei processi che erano stati riaperti avevano dimostrato l’innocenza
di un condannato per omicidio su quattro, tra quanti si erano proclamati innocenti. Uno
su quattro? C’era di che meravigliarsi.
Se trovi del DNA sulla scena di un delitto, per esempio sulla biancheria intima di una
persona violentata e uccisa, e se questo DNA non appartiene alla vittima né al presunto
colpevole, e non si trova in giro il DNA del sospettato, allora è molto probabile che sia
stato preso l’uomo sbagliato. D’altra parte, trovare sulla scena di un delitto un DNA che
somiglia molto a quello di una persona sospetta può voler dire varie cose. Se trovi i primi
due numeri di una tessera della previdenza sociale puoi dimostrare che non è la mia, se i
numeri non corrispondono, ma non puoi dimostrare che lo è. Per far questo ti servirebbe
il numero completo. Ma i test del DNA praticati dai laboratori giudiziari forniscono solo i
primi due numeri. Hanno i loro limiti.
Il caso Simpson incuriosiva anche me, come chiunque altro. Barry e Peter dissero che i
test genetici erano stati raffazzonati, e dopo aver esaminato alcuni dettagli della loro
analisi mi resi conto che avevano buoni motivi per affermarlo. Non solo avevano fatto un
pasticcio, ma l’onestà dei detective - Lang e Fuhrman per dirne due - era tutt’altro che
evidente. Questo però non mi riguardava.
Mi feci coinvolgere, e analizzai attentamente tutti i dettagli. La polizia di Los Angeles
non aveva idea di come mandare avanti un laboratorio, e probabilmente non l’avrebbe
avuta per un bel po’ di tempo. L’idea di far gestire un laboratorio a una delle parti in una
procedura legale è in sé leggermente sospetta. I laboratori della polizia avevano alcuni
degli strumenti necessari, ma certamente non tutti. Era stata assunta gente per seguire le
istruzioni scritte sulle scatole dei kit per il test del DNA prodotti da diverse aziende, ma
si trattava di personale privo di esperienza, studenti appena usciti dal college, incapaci di
vedere più in là del proprio naso o di distinguere il proprio culo da un buco per terra.
Visto come stavano le cose, decisi che la maggior parte delle prove fondate sul DNA
avrebbero dovuto essere buttate via, sulla base dei principi fondamentali. Mi riferisco ai
principi della scienza, che sono stati chiaramente definiti alla fine del XVII secolo: niente
di stravagante. Accettai di spiegare a una giuria perché ero giunto a questa conclusione.
Una volta accettato, cominciai a seguire il processo, e presto ne rimasi affascinato,
insieme a tutti i pensionati degli Stati Uniti, e a quanti all’epoca erano disoccupati, o
lavoravano di notte. Con grande gioia delle mamme di tutte le ragazze che ho
frequentato negli anni successivi: con me, potevano parlare del caso. La figlia, purtroppo,
doveva lavorare. Fu la più incredibile soap opera di tutti i tempi. Vinse qualche premio?
Sicuramente generò una serie di programmi televisivi a sfondo legale.
Conoscevo tutti i vestiti di Marcia Clark (la responsabile dell’accusa, N.d.T.), notavo
quando si comprava qualcosa, e rimasi malissimo quando cambiò taglio di capelli.
Immaginavo che quando finalmente sarei arrivato lì probabilmente avremmo fatto
colazione insieme, come fanno due professionisti, e le avrei detto en passant, resti tra noi,
che secondo me il suo cambiamento rischiava di far perdere il filo alla giuria.
Quando la incontrai, stavamo camminando in direzioni opposte nel passaggio che
separava la zona dell’aula riservata all’imputato da quella per la parte lesa. Le sorrisi.
Avevo la sensazione di conoscerla. Anche lei mi vide. Non conosceva così bene i miei
vestiti, ma mi aveva pur sempre visto in fotografia e aveva parlato di me in televisione.
Sapeva chi fossi, così come sapeva che ero arrivato in città per lavorare al suo caso.
Eravamo tutti e due coinvolti professionalmente. Mi aspettavo almeno un sorriso.
Continuò a guardare diritto, oltre me. Proprio diritto, a 180 gradi precisi - né uno più,
né uno meno - rispetto al suo sedere. Mi smontò. Continuò a comportarsi così per tutto il
tempo che rimasi lì. Giorno dopo giorno, guardai Sua Altezza, incapace di dimostrare
anche una briciola di noblesse oblige. Be’, eravamo a Los Angeles. Anche Christopher
Dar- den (uno dei prosecutor responsabili dell’accusa, N.d.T.) era inawicinabile. Pensai
che si comportasse così per imitarla.
Quando ci entri dentro, la scienza, come tutte le altre cose che la gente fa per vivere,
non è molto complicata. Quello che devi fare è risolvere un enigma. E con gli enigmi,
quello che devi fare è rifletterci per un po’, considerare tutti i fatti che puoi scoprire e poi
formulare un’ipotesi. Proporre una soluzione. Il passo successivo è fare quanto possibile
per confutarla. Mostrare che i pezzi non si incastrano nel modo in cui avevi proposto: se
ci riesci, proponi un’altra soluzione. E poi riprovi. La realtà è un puzzle ingannevole.
Capita che alcuni pezzi si incastrino tra loro, anche se quello non è davvero il loro posto.
Alcune soluzioni sembrano giuste per un po’ di tempo, ma poi fanno fiasco. La soluzione
che tiene conto di tutti i fatti rilevanti e non può essere confutata - tutti i pezzi vanno a
posto senza forzarli, e quelli nuovi si adattano a quelli che già abbiamo - probabilmente è
quella che stavi cercando. Verificare quanto sia giusta dipende dalla tua abilità di
conoscere i fatti iniziali. Puoi sostenere che la tua soluzione è giusta «in linea di
massima», in attesa di approfondimenti. O puoi guardare la fotografia sulla scatola.
Il laboratorio di criminologia dovrebbe contribuire a scoprire se i pezzi si incastrano,
non incastrarli a forza. Quando i risultati degli esperimenti sono chiari - e inconfutabili -
non ci sono problemi, spesso però le cose non vanno così. E se i risultati dei test non sono
evidenti, gli scienziati devono basarsi su un certo numero di osservazioni che danno
come risultato un «forse sì, ma può darsi anche di no». E allora entra in gioco una nuova
dimensione, quella dell’autosuggestione.
È a questo punto che bisogna stare molto attenti a non farsi coinvolgere a livello
personale nel decidere tra soluzioni alternative. Lo stipendio percepito, per esempio, non
dovrebbe avere voce in capitolo.
Quando pensano di poter essere influenzati in un senso o nell’altro nella valutazione
di osservazioni poco chiare, i bravi scienziati scelgono deliberatamente di rimanere
all’oscuro sul significato delle osservazioni che stanno facendo. E quello che si definisce
uno studio «cieco». Se per esempio volete produrre un nuovo farmaco e lavorate per
un’azienda farmaceutica, la FDA (Food and Drug Administration, N.d.T.) vi chiederà di
fare uno studio cieco. Non si fidano, e non dovreste fidarvi neanche voi.
Nel processo Simpson, sarebbe stato prudente mettere fin dall’inizio il sangue di O.J.
in una provetta sigillata con una sigla in codice, ma senza il suo nome. Per rendere
convincente la prova, sarebbe poi stato necessario prelevare diversi campioni di sangue
da persone estranee al fatto, dare un codice ai campioni e metterli da parte, per poi
confrontare il DNA di questi campioni con quello del sangue trovato sulla scena del
delitto. Solo a questo punto, finiti tutti gli esami, si sarebbe dovuta aprire la busta.
Nell’aula scende il silenzio. Vengono rivelati i codici applicati sulle provette. Gli
avvocati e il giudice a latere aprono la busta. Se fosse saltato fuori che il sangue sul
vialetto proveniva dalla persona il cui campione è stato etichettato LAPD 004, e che si
trattava della provetta contenente il sangue di Marcia Clark, tutti si sarebbero fatti una
bella risata e la prova del DNA sarebbe andata a farsi friggere. Ma se, al contrario, la
provetta avesse contenuto il sangue di Simpson, le tesi a favore dell’accusa si sarebbero
enormemente rafforzate. Il loro modo di procedere, invece, equivale a una fila composta
da una sola persona.
Questo è il genere di cose che avrei detto se fossi stato chiamato a testimoniare. E c’è
un’altra cosa molto semplice e scontata che il dipartimento di polizia di Los Angeles
avrebbe dovuto fare, e che dovrebbe sempre essere fatta quando c’è di mezzo il DNA. Per
amor di giustizia, il sangue e gli altri campioni dovrebbero essere prelevati alla presenza
di un rappresentante della difesa. Si dovrebbero poi aggiungere al campione delle
sostanze chimiche facilmente individuabili e impossibili da eliminare - i chimici li
chiamano marcatori. Andrebbe bene il colorante alimentare blu del negozio di fronte, o
meglio ancora un tracciante per DNA preparato appositamente. Ce ne sono in vendita
per meno di 100 dollari, ed è impossibile rimuoverli senza cancellare il DNA. In questo
modo, se nascono polemiche sul modo in cui un campione di DNA è stato custodito, è
facile risolvere la questione. Quando fu insinuato che Simpson fosse stato incastrato, che
il sangue trovato sul cancello, vicino al luogo del delitto venisse in realtà da una provetta
di sangue di Simpson che l’ispettore Lang «aveva conservato per diverse ore in una busta
posata sul sedile posteriore della sua automobile», con un marcatore sarebbe stato facile
confutare queste accuse. Invece, fummo costretti ad ascoltare interminabili ore di
testimonianze da entrambe le parti - a proposito della presenza di una sostanza chimica
chiamata EDTA, che non dimostrava niente e di cui nessuno capì niente.
Riuscii a vedere O.J. solo in aula. Di notte lo chiudevano in cella. Nonostante la
presunzione di innocenza, ritengo che lo considerassero pericoloso. Avrebbero potuto
trattarlo meglio, per esempio metterlo agli arresti domiciliari in casa sua, nel caso in cui
avesse vinto. Penso che fossero ancora un po’ sconvolti dalla sua fuga sull’autostrada di
Santa Monica, con una pistola e il suo amico Al.
Sul pavimento dell’aula era tracciata una linea: O.J. era confinato dietro quella linea
da un simpatico agente che sembrava amare il proprio lavoro. Stava in un buon posto.
Solo gli avvocati erano autorizzati a valicare la linea, ma quando la corte si aggiornava,
nel pomeriggio, si affollavano tutti intorno a O.J. e la calca si estendeva fino allo spazio
riservato ai testimoni, così che il poliziotto non poteva rendersi conto di chi c’era. O.J. mi
notò immediatamente, e la prima cosa che fece fu chiedermi del mio frigorifero. In un
articolo su di me pubblicato da «Esquire» era uscita una foto scattata nella mia cucina.
Avevo incollato sul frigorifero le foto di diverse donne - alcune delle quali senza vestiti -
che avevano fatto parte della mia vita. O.J. mi chiese di quella che decorava l’angolo in
alto a destra. «Si è sposata», gli dissi, e mi disse che gli dispiaceva per me. Non gli chiesi
niente degli omicidi: non è un soggetto facile da affrontare, neanche in un’aula di
tribunale.
Una volta gli passai un bigliettino, servendomi di Peter. Si presentava a testimoniare
una ex cheerleader che aveva il nastro di un messaggio telefonico che O.J. le aveva
lasciato il giorno degli omicidi. Come al solito gli avvocati ci erano saltati sopra come
mosche sulla cuccia di un cane sporco, e alla fine Ito (il giudice, N.d.T.) si era deciso ad
accettare parte del testo come prova. Quel giorno, la ragazza era comparsa in tribunale
con l’aria sbalordita. Era una boccata di aria fresca, e la aiutai a sistemarsi. Mentre
testimoniava, scribacchiai un biglietto a O.J. chiedendogli il suo numero di telefono. Mi
rispose, tramite Peter, che preferiva non darmelo, per essere sicuro che mi impegnassi a
tirarlo fuori. Anche lui, una volta finito il processo, sarebbe stato interessato alla cosa.
Durante il processo O.J. era così: riusciva a mantenere il suo fascino scherzoso e la sua
umanità. Qualcosa che non andava d’accordo con le cose orrende di cui ci stavamo
occupando.
Quasi subito, dopo che fui arrivato a Los Angeles ed ebbi cominciato a lavorare con
gli avvocati e gli altri esperti chiamati a testimoniare, ci fu una controversia
sull’opportunità di farmi testimoniare. Rockne (Rocky) Harmon, un vice procuratore
della California del Nord, aveva fatto carriera occupandosi dei test del DNA per l’accusa
in diverse giurisdizioni dello Stato. Rocky aveva la fama - probabilmente in gran parte
meritata - di giocare sporco con gli esperti chiamati a testimoniare per la parte avversa.
Quando seppe che avrei potuto testimoniare, mosse da Court Tv (un canale televisivo
specializzato in cause giudiziarie, N.d.T.) un goffo attacco preventivo su un argomento
che riteneva potesse mettermi a disagio dal punto di vista personale. Si trattava del fatto
che, anni prima, avevo consumato LSD. Sicuramente, i suoi sforzi riuscirono a mettere a
disagio mia madre. Io stesso le avevo causato qualche problema, l’anno precedente,
parlando dell’LSD in un’intervista per una rivista. Rocky aveva preso la notizia da lì, e
aveva deciso che meritava di apparire sul telegiornale della sera. Il che era perfettamente
in linea con il suo ben noto modo di gestire responsabilmente un’accusa in nome del
popolo.
Né mia madre né Rocky capirono che non mi sentivo affatto a disagio. Ero convinto di
essere un onesto, dichiarato difensore del consumo di LSD, e mi sentivo a posto dal punto
di vista morale. Se prendevo la mia onestà abbastanza sul serio da ammettere che avevo
infranto la legge consumando LSD, perché avrei dovuto mentire su qualsiasi altra cosa?
Ma ero praticamente l’unico a pensarla in quel modo.
Al telefono dalla Carolina del Sud, mia madre mi pregò: «Via, Kary, non c’è bisogno
di parlargliene, vero?» «Vuoi che dica la verità, no?» «Certamente, la verità, ma non
quella verità.» Le dissi che non avevo scelta. Avendo una memoria piuttosto scadente per
determinati dettagli, avevo scoperto molto presto che la cosa più semplice è dire la verità.
Ci si risparmia un sacco di confusione. «Sono stato un figlio impegnativo, da certi punti
di vista, mamma. Ma non ti piace la mia schiettezza?» «No.» «Mi dispiace.»
Teoricamente la giuria non sapeva che Rocky, intervenendo in aula, aveva insinuato
che avrebbe voluto avere qualche assicurazione del fatto che il dottor Mullis non avrebbe
testimoniato sotto l’effetto dell’LSD. Questo genere di preliminari era ammesso solo in
loro assenza, ma tutti lo sentirono ripetere più e più volte. E un po’ assurdo segregare una
giuria e poi consentire le visite dei coniugi. Crediamo davvero che le dodici persone più
interessate a quello che sta succedendo sappiano meno del processo di quanto riuscirebbe
a sbirciarne dai giornali del mattino un canarino capace di leggere?
Dal punto di vista legale, le giurie non sono composte da volontari. E non dovrebbero
essere sottoposte a tortura. Ma non è una tortura quello che facciamo loro per amore
della nostra dissonanza cognitiva riguardo alla loro presunta segregazione? Non è una
tortura costringere qualcuno «sul proprio onore», e «per timore di punizione e pubblico
ludibrio», a una serie di regole che portano inevitabilmente o a trasgredirle o a mandare
all’aria il proprio matrimonio? Come opinione pubblica sensibile alla giustizia,
dovremmo dedicare un qualche sforzo alle «Condizioni del giurato nell’era dei processi
lunghi e pubblicizzati». O quantomeno non dovremmo essere così sdegnosi quando
becchiamo un giurato che viene meno al suo dovere.
C’è un altro problema: la selezione della giuria. Devi essere giudicato da una giuria di
tuoi pari, o da un po’ di gente scelta tra centinaia di candidati da un team specializzato in
selezioni, sulla base della probabilità che possano votare in un modo o nell’altro? Cosa
siamo facendo, in nome della professione legale?
Quando mi presentai la prima volta in aula, una settimana o due prima di quando
fosse prevista la mia testimonianza, diedi un’occhiata alla giuria. Non li avevo mai visti,
perché la telecamera era stata deliberatamente collocata sopra le loro teste, ma loro mi
conoscevano. «Accidenti, se ci farai divertire!» dicevano i loro occhi. Annuii in segno di
assenso: anche io avevo voglia di immettere nella rappresentazione un pizzico di
sincerità. Molti sono contenti se gli insegni qualsiasi cosa che non abbia a che vedere con i
loro difetti, e mi immaginavo che era proprio quello che avrei fatto. Grazie al premio
Nobel, sono un uomo libero: non devo niente di particolare a nessuno. E credo che questo
faccia di me un buon insegnante e un buon testimone.
Sono anche un buon oratore. Non credo che Rocky Harmon se ne rendesse conto.
Non c’era scritto, nella collezione di documenti che parlavano di me, che ho un talento
speciale per dribblare le sciocchezze e arrivare al punto, per evidenziare il tema in
discussione e metterlo in piena luce, là dove la giuria lo può vedere per ciò che è.
Non diceva che potevo aiutarli a capire davvero cosa fosse andato storto nel
laboratorio della polizia, senza che sapessero niente di chimica, di macchie blu e di analisi
statistica. Credo che mi ritenesse esattamente il buffone che andava in giro a descrivere,
di conseguenza non aveva paura di me. Voleva che salissi sul banco dei testimoni almeno
quanto lo volevo io, e fummo entrambi delusi quando non successe.
Avevo un mio piano per Rocky Harmon. Avevo spiegato a Barry, dopo aver letto che
in alcuni casi precedenti Rocky aveva giocato pesante con i testimoni della difesa, che
pensavo che gli sarebbe stato bene se l’avessimo fatto morire con la stessa arma grazie
alla quale era vissuto. Barry ha senso dell’umorismo e, per essere un avvocato, uno
strabiliante senso della giustizia.
Avevo intenzione di far sì che il signor Harmon affermasse, in aula, che ciò che una
persona aveva fatto in passato era rilevante per giudicare la sincerità di ciò che avrebbe
detto in questo dibattimento. L’avrei ottenuto facendogli una domanda diretta, una cosa
irregolare, dato che solo gli avvocati potevano fare domande. Se fossi stato fortunato,
avrebbe pensato che stavo cercando di evitare le sue domande sulla mia vita e avrebbe
immediatamente risposto che sì, era rilevante. E allora, con il ritmo del dibattito dalla
mia, avrei buttato lì un’altra domanda, su qualcosa di scandaloso che lui aveva fatto nel
passato. Qualcosa come un incidente con due ragazzini al parco. Sarebbe stato
estremamente irregolare, Harmon avrebbe protestato, e Ito avrebbe picchiato il suo
martelletto per farmi stare zitto. Ma la risposta non avrebbe avuto alcuna importanza. La
domanda, come tutte quelle che Rocky aveva posto nei suoi giorni da fervente accusatore,
sarebbe stata trasformata in un’affermazione dall’alchimia dell’aula.
Qualunque cosa mi succedesse a quel punto - forse una multa, un contratto
cinematografico o una notte in carcere - credo che i miei argomenti come testimone per
la difesa sarebbero sopravvissuti indenni. Pensavo che, se avessi avuto un pizzico di
fortuna, la giuria e la maggior parte dei presenti sarebbero stati contenti di vedere Rocky
nei guai per quella che io consideravo una condotta abominevole. Qualsiasi ulteriore
interazione tra Harmon e me avrebbe avuto solo apparentemente a che vedere con la
questione del DNA. Sullo sfondo, ci sarebbero stati quei due ragazzi. Aveva cercato di
organizzare una diversione, basandosi sul fatto che avevo preso l’LSD: ma ecco che l’LSD
sarebbe impallidita di fronte a questi ragazzini immaginari. Le insinuazioni hanno un
loro lascino.
Purtroppo l’atteso controinterrogatorio non ebbe luogo. Fui cancellato dall’elenco
all’ultimo momento. Per quei pochi che sono interessati alla mia sorte sì, venni pagato.
L’ammontare della somma è un segreto professionale, ma tornai a La Jolla con la stessa
Acura Integra del 1989 con la quale ero arrivato.
Johnnie pensò che la giuria fosse convinta, e ne avesse abbastanza di DNA prima che
fosse prevista la mia testimonianza. Probabilmente lo capì dal loro sguardo, che si faceva
vitreo ogni volta che veniva sollevato l’argomento. Erano stati sottoposti per settimane a
noiosissime testimonianze tecniche. Di sicuro l’accusa non era riuscita ad adempiere
all’obbligo di dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, il valore della prova con DNA.
Pensavo che la giuria si sarebbe ancora più convinta dopo aver ascoltato la mia
testimonianza, e che alcune delle cose che avrei detto avrebbero influenzato il giudizio.
Ma Cochran si domandò, giustamente, se fosse il caso di rischiare e andare avanti,
quando sembrava che su questo punto avessimo già vinto.
Il mio oroscopo dice che non devo pensare di essere un uomo di azienda, e non lo
sono. Bob Shapiro e Johnnie Cochran non potevano fare a meno di trovarmi simpatico -
ho dei modi garbati, sono bene informato e spesso divertente. Ma c’era un pericolo
nell’aria e loro non sono diventati avvocati di successo buttandosi nelle cose a capofitto,
senza un minimo di prudenza.
In effetti gli scienziati avevano avuto il loro ruolo, e il giudizio sulle prove fisiche
stava da qualche parte tra «indeterminate» e «forzate, se ho valutato bene». Era stata fatta
molta strada dalla macabra scia di sangue con cui il vice procuratore distrettuale Clark
aveva aperto il caso.
Le cose si stavano mettendo bene per O.J. L’accusa stava perdendo colpi. I capelli di
Marcia avevano bisogno di un’aggiustatina. Ma cosa si può fare con i riccioli?
Misi in valigia le mie camicie bianche, giacche e cravatte e le misi in macchina: i
custodi del parcheggio probabilmente non sapevano che non avrei testimoniato. Sulla
strada per uscire dalla città, mi fermai in un locale di spogliarelli che avevo frequentato
anni prima quando lavoravo a Los Angeles. Nelle ultime settimane mi ero reso conto che
la gente aveva cominciato a riconoscermi, ma decisi di non preoccuparmene.
Mi stavo divertendo, perdendomi nei piaceri della carne: erano tutte diverse, ciascuna
una piccola storia a sé. Non è difficile farmi divertire, pensai: ci sono infinite possibilità,
piante tropicali, tramonti, onde, donne, fisica quantistica, delitti, biochimica... e a quel
punto la luce di un flash mi risvegliò dalla mia fantasticheria. Una donna seduta di fronte
a me aveva appena beccato al volo una foto della mia faccia estasiata davanti a una bella
ragazza nuda. Il buttafuori si precipitò su di lei: non era permesso fare foto. Pensavo che
la accompagnasse fuori, invece prese la macchina fotografica e me la portò: «Cosa ci devo
fare, dottore?» Ormai mi conoscevano come «il dottore del DNA».
Dopo mesi, cominciavo a sorprendermi sempre meno di certe attenzioni. Quella sera
decisi che la mia nuova identità pubblica non aveva importanza, e che non avrei
cominciato a comportarmi in un modo diverso. «Restituiscigliela», dissi al buttafuori. La
risposta gli piacque moltissimo, e restituì l’apparecchio senza sfilare la pellicola.
Probabilmente, è stata l’unica occasione in cui ha autorizzato qualcuno a uscire da lì con
una foto. Feci un cenno alla fotografa, e continuai a godermi lo spettacolo.
Ero pronto ad andarmene, ma mi fermai un’altra mezz’ora per convincere il
buttafuori che non me ne andavo a causa della foto. Quando uscii mi seguì sul
marciapiede. Parlammo qualche minuto del processo, e mi chiese se pensassi che
Simpson era colpevole. Ero d’accordo con lui che sarebbe stato bene sentirlo testimoniare.
Ma avevo imparato qual- cosina sulla giustizia, la polizia e le persone accusate di delitti.
Non avevamo il diritto di farlo venire davanti a tutti a parlare di quello che era successo.
Inoltre, non avevamo il diritto di concludere che fosse colpevole di qualcosa perché non
aveva voluto testimoniare. A prima vista sembra una strana legge. L’imputato, che
doveva sapere dove fosse quella notte, non era tenuto a dirlo.
Sembra strano, fino a quando non ci si rende conto di quanto possano essere sbilenche
le bilance della giustizia. Nel caso di O.J. lui ha avuto la possibilità, spendendo la maggior
parte del suo denaro, di mettere insieme una difesa che aveva più autorità e più tenacia
di quanta ne avesse la pubblica accusa. La tenacia è la carta vincente dello Stato: è ciò che
inevitabilmente la burocrazia utilizza al posto del cervello. O.J. ha comprato cervelli e
tenacia. La maggior parte di noi non avrebbe potuto permetterselo.
Ero sulla San Diego Freeway, diretto a casa. Mi immaginavo che molti di quelli che
avevano seguito il processo mi avrebbero ricordato come quel tipo che sorrideva e
salutava guardando in macchina. Quel giorno, in aula stavano parlando di me. Ero seduto
tra il pubblico, e la telecamera mi aveva individuato. Riuscivo a vedere dove stavano
inquadrando. Perché avrei dovuto ignorarla? Guardai i telespettatori di tutto il mondo, e
li salutai. Mia madre pensò che fosse una buona idea.
In un’altra occasione, mia madre mi aveva telefonato, avvertendomi di non
addormentarmi in aula: «Oggi pomeriggio stavi dormendo», mi disse. «Ti ho visto.»
«Mamma, che diavolo stai dicendo?» «Avevi la testa posata sul tavolo», proseguì. «Ti
stavano inquadrando. E poco rispettoso, Kary, e poi quel tipo stava parlando di DNA.»
«Oh, cazzo!» Capii di che cosa stesse parlando. «Mamma, c’è un monitor televisivo
proprio sotto il tavolo di fronte a me, che mi permette di vedere quello che viene
proiettato sullo schermo di fronte alla giuria. Mi devo chinare per vederlo.» «Oh»,
ridacchiò controvoglia, senza mollare la presa. «Ma sembra che tu stia dormendo.»
Difficilmente mia madre si fa influenzare da spiegazioni alternative delle sue scoperte.
Memorizzai la sua osservazione per il futuro. Non approva neanche il mio linguaggio,
anche se le ho spiegato che è eloquente.
Tornato a casa, pensai quale fosse l’immagine del processo che mi era piaciuta meno.
Quando fu annunciato il verdetto, e la giuria ormai distrutta fu congedata, il procuratore
distrettuale di Los Angeles, che per la maggior parte del tempo era stato alla larga
dall’aula, radunò tutti gli accusatori, che si misero a protestare davanti alle telecamere.
Protestavano perché non erano riusciti a condannare O.J. Simpson.
Non gli è venuto in mente che il motivo per cui si fa un processo, il motivo
fondamentale per cui li abbiamo assunti, è che a volte la persona arrestata dalla polizia
risulta innocente. E ragionevole che un procuratore si lamenti quando una giuria arriva a
una decisione molto sofferta, e proscioglie un imputato che a quel punto risulta
innocente, nel senso più alto del termine?
Spero solo che non mi arrestino mai da quelle parti.
A La Jolla vivo sulla spiaggia, di fronte a uno dei più bei posti da surf della California.
Le onde sono una cosa complicata: le nostre migliori onde californiane nascono nel
Pacifico, quando molto lontano, magari in Nuova Zelanda, una tempesta in un’area di
bassa pressione solleva dall’oceano una grande massa d’acqua di forma convessa. La
aspira letteralmente per giorni, sollevandola al centro qualche metro al di sopra del
livello del mare, e l’acqua ricade nel mare, sollevando in questo modo altra acqua intorno
a sé, in forma circolare. Questo alternarsi di acqua che cade e risale in cerchio si allarga in
tutte le direzioni, come i cerchi che si creano buttando un sasso in uno stagno. Solo che in
questo caso tutto comincia con un’aspirazione dalle parti della Nuova Zelanda. Una delle
direzioni in cui si allargano i cerchi è La Jolla. E anche i venti soffiano spesso in questa
direzione. Soffiano per giorni su questa massa di acqua in espansione che si alza e si
abbassa, e la frizione del vento sull’acqua in movimento crea file e file di bellissime onde.
Facciamo sempre surf la mattina, perché il vento è tranquillo, le onde trasparenti.
Usciamo in mare remando a forza di braccia. Ci fermiamo per un po’ a parlare. Poi ne
vedo arrivare una bella. La sommità è diretta proprio verso di me. Remo velocemente per
mettere in movimento la tavola. Steve, il mio amico, me la offre: «Questa è tua, Mullis».
Anche Maryjane è d’accordo: «Vai». Continuo a remare, mentre l’onda avanza
pigramente: passa un po’ di tempo. L’onda mi solleva, affondo nell’acqua e con un ultimo
colpo mi tiro su e pianto i piedi sulla tavola. Ci sono: l’onda mi regge e allo stesso tempo
si solleva dietro di me. Posso controllare la situazione, tagliare a destra o a sinistra come
se stessi sciando. Non voglio andare dritto sul davanti, potrebbe sollevarsi dietro di me e
ribaltarmi. E molto più divertente tracciare l’angolo più stretto possibile, come una barca
a vela che si tuffa nel vento, sentendo la forza della curva e l’aria che ti urla in faccia.
Quando cado trattengo il respiro. Il mare mi raccoglie tra le sue braccia, non mi faccio
male. Aspetto sott’acqua fin che la tavola non smette di saltellare in mezzo alla schiuma,
dando a tutti l’impressione che stia cercando la mia testa. Poi torno su. I miei amici
scoppiano a ridere. Loro pensano che io sia un po’ fuori esercizio. Sono stato via. È bello
essere a casa.
Il regno dei sensi

Molti di noi convengono che siamo dotati di cinque sensi, cinque piccole finestre che ci
permettono di guardare fuori dal grande castello nel quale siamo rinchiusi. Il mondo
esterno, di conseguenza, non ha altri limiti, se non questo. Non ci sono limiti alla sua
vastità, o alla minuzia dei suoi dettagli, o all’intricato sviluppo di complessità che da
sempre si intrecciano su loro stesse, in modi che solo giovanissimi folli oserebbero
azzardarsi a districare.
Una di queste finestre è l’udito. Nel volteggiare 50 o 60 volte al secondo intorno al
nostro orecchio, l’aria fa oscillare delicatamente il timpano, permettendoci di percepire
un brusio cupo, come il ronzio della corrente alternata nella presa elettrica in America.
Se l’aria invece pulsa all’incirca 880 volte al secondo, il timpano vibra e noi udiamo un
suono simile a quello di un la intermedio sul pianoforte. A una velocità doppia,
equivalente a 1760 cicli al secondo, sentiamo un la un’ottava più alto. A 3520 cicli
sentiamo quello ancora più alto sulla tastiera, e così via.
A 20.000 cicli non percepiamo più alcun suono, anche se l’aria intorno a noi continua
a vibrare. C’è qualcosa che non funziona nel nostro sistema di rilevamento. Anche se
l’aria può vibrare a frequenze più alte, noi non possiamo sentirle. I cani possono udire
toni più alti di quelli che sentiamo noi, i bambini percepiscono i toni alti meglio di quanto
facciano gli adulti e le donne, in generale, meglio degli uomini. La nostra finestra sui
suoni è limitata, ed è incentrata soprattutto sulla gamma di rumori che il nostro
organismo è in grado di produrre. Sembra che le nostre orecchie si siano evolute
soprattutto per consentirci di ascoltare noi stessi.
La finestra più grande di cui disponiamo è la vista. In questo caso non ci
sintonizziamo sulle vibrazioni dell’aria, bensì su qualcosa che definiamo campi
elettromagnetici. Se potessimo agitare una piccola calamita 428.000 miliardi di volte al
secondo, comincerebbe a emettere una luce rossa. Non perché si riscaldi, ma perché il
campo magnetico oscilla avanti e indietro, anche se la calamita rimane fredda. In realtà,
non conosco nessuno in grado di muovere così velocemente una calamita: è ciò che si
definisce un esperimento teorico. Il punto è che la calamita non si surriscalda per l’attrito
con l’aria - l’esperimento potrebbe svolgersi nel vuoto. A produrre la luce è il movimento
del campo magnetico che si trova intorno alla calamita. Se si muovesse un po’ più
velocemente, a 550.000 miliardi di volte al secondo, splenderebbe di luce verde. A una
velocità di 800.000 miliardi di volte circa al secondo, la luce proveniente dalla calamita
non sarebbe più percettibile da un occhio umano, neanche in una stanza buia. A una
velocità di poco superiore, la luce - quella che definiamo luce ultravioletta - potrebbe
scottarci la faccia, ma non riusciremmo più a vederla. Ogni volta che una calamita, non
importa quanto piccola, oscilla più o meno velocemente produce una luce. La maggior
parte della luce è prodotta da molecole, sorta di minuscole calamite, e i nostri occhi sono
tarati per percepirne una gamma molto limitata. La nostra visione è centrata su quella
velocità di 550.000 miliardi che definiamo verde, perché si è sviluppata in un’epoca in cui
vivevamo sotto le chiome di alberi giganteschi che lasciavano filtrare solo la luce verde.
Disponiamo anche di gusto, tatto e odorato. E, fin dalla nascita, abbiamo la capacità di
percepire l’assenza di peso. Una sensazione che non ci piace: a meno che non ci troviamo
in orbita, essa ci segnala che stiamo cadendo e che atterreremo presto, forse bruscamente.
Anche se fossimo in orbita staremmo cadendo, ma ci muoveremmo così velocemente che
al momento in cui arrivassimo a contatto con la terra questa sarebbe dietro di noi, e noi la
mancheremmo, e continueremmo a precipitare. Continueremmo a girare intorno come la
luna, la quale pure precipita e passa oltre allo stesso tempo. La sensazione di «assenza di
peso» non è tra le più gradevoli, e non ci è particolarmente familiare. In effetti, o si sta
cadendo oppure no, quindi non si tratta di una vera e propria percezione sensoriale.
Tuttavia contribuisce ad accentuarne una di cui ci rendiamo conto più di frequente:
l’attesa, ossia la percezione del passare del tempo. Possiamo contare i secondi nella nostra
testa. La percezione dell’attesa e la scansione del tempo, vengono drasticamente
stimolate dalla sensazione di cadere.
Questi cinque sensi ben definiti, più i due indefiniti, costituiscono tutta la percezione
sensoriale attualmente nota. Tutte le nostre finestre sulle vastità del mondo esterno,
dall’osservatorio privilegiato del nostro castello - prigione o romitaggio, secondo le
inclinazioni di ciascuno - vengono descritte nelle varie lingue nei termini di queste sette
modalità percettive.
Il nostro cervello è addestrato a ricevere le notizie da queste finestre. I nostri pensieri
funzionano al meglio quando ricevono un input dagli occhi, poi dalle orecchie, poi dal
naso - o forse, dal naso prima che dalle orecchie - poi dalla lingua, poi dalla pelle. O forse,
dalla pelle prima che dalla lingua: dipende da che cosa state leccando.
Alcune specie hanno altre capacità sensoriali, che a noi paiono straordinarie, perché
tendiamo erroneamente a pensare che tutto quanto è reale sia percettibile da almeno uno
dei nostri sensi, e che le cose che non possono essere viste siano in qualche modo strane.
Apparentemente un bombo può orientarsi osservando l’angolo di polarizzazione della
luce, che noi non possiamo percepire senza un’adeguata attrezzatura. I cani riescono a
capire quando i loro padroni sono in pericolo. I postini conoscono bene questa capacità
che, nel caso specifico, si attiva senza motivo, a meno che essi non portino una brutta
notizia (lett.: la notizia della privazione del diritto di cancellare un’ipoteca, N.d.T.). I
delfini utilizzano i suoni per visualizzare spazi tridimensionali mentre gli squali, a
quanto mi risulta, sentono l’odore di una goccia di sangue nell’acqua a decine di metri di
distanza. Le formiche riescono a percepire le esigenze dei loro simili abbastanza
chiaramente da lavorare in gruppi numerosi, e i pipistrelli si orientano con il sonar.
Perché so se c’è qualcuno dietro di me, anche se non posso vederlo? Non si tratta di
odorato, o di udito, ma riesco comunque a percepirlo. Sono anche abile a orientarmi nei
boschi di notte - un qualcosa che non ha niente a che vedere con la vista, l’odorato o
l’intelligenza, ma che è molto utile perché ci vado spesso, e a Mendocino ci può essere
molto buio, quando c’è la nebbia.
Il termine che usiamo per definire le strane sensazioni che proviamo di tanto in tanto
- e che non possiamo riferire ai nostri cinque canali di comunicazione preferiti - è
intuizione. Ma non abbiamo un nome preciso per definire questi sensi rimanenti, che non
si sono fatti una bella reputazione proprio a causa dello straordinario successo dei cinque
che, invece, un nome ce l’hanno.
Grazie alla logica sviluppata dai Fantastici Cinque abbiamo fatto un sacco di cose,
alcune piacevolissime, altre terribili. Ma forse la cosa più importante che ci hanno
insegnato questi cinque sensi, e le regole della matematica che abbiamo creato attraverso
di essi, è che non ci possono insegnare tutto. Sono un sottile fessura che si apre solo a
tratti in un vetro abbrunato.
Cosa hanno a che vedere i sensi con la logica e la matematica? A metà del XIX secolo,
chiunque se ne occupasse riteneva che la scienza si basasse sulla matematica e che questa
fosse un’astrazione fondata su input sensoriali. Si pensava che le leggi matematiche, in
particolare la geometria e il calcolo, fossero alla base del funzionamento di ogni altra
realtà. Si poteva essere certi che la parabola con cui la fisica newtoniana prevedeva la
traiettoria di una palla di cannone l’avrebbe fatta atterrare, se necessario, sulla testa dei
Prussiani. La relazione tra la carica inserita nel cannone, il peso della palla e l’angolo di
tiro avrebbe definito rigorosamente la parabola. Ma solo pochi di noi hanno una qualche
idea di come cavarsela con la matematica. La maggior parte si limita ad accendere la
miccia.
Probabilmente, la matematica non vi piaceva quando eravate alle superiori, e a
tutt’oggi continua a non piacervi. Probabilmente, pensate anche che la matematica sia
aritmetica. L’aritmetica è quella parte della matematica che serve per far quadrare i conti
sul libretto degli assegni. La maggior parte dei matematici di professione non ci riesce.
Alcuni di loro stanno cercando di capire se sia possibile rovesciare un pallone da basket -
essendo l’unica limitazione relativa alla materia di cui è fatta la palla quella che non
dovrebbe essere eccessivamente accartocciata. Sarebbe possibile, per esempio, spingerla
attraverso se stessa. Solo non potrebbe essere accartocciata, senza produrre delle pieghe,
per quanto infinitesimali. Ricordate che si tratta di un’astrazione apparentemente basata
sulle informazioni provenienti dai nostri sensi. Suona strano, non è vero? I pochi
individui al mondo che si occupano di questo vengono definiti matematici, e potrebbero
essere ulteriormente classificati come topologi differenziali. Quello che stanno facendo
somiglia a quello che fa la maggior parte dei matematici teorici: partire da ciò che i nostri
sensi ci comunicano, trame delle conclusioni e successivamente cercare di comprendere
cose che non possono e non potranno mai essere percepibili attraverso i sensi. Tutto ciò
potrebbe aver qualcosa a che vedere con la possibilità di realizzare un apparecchio in
grado di farci arrivare sani e salvi sul pianeta Venere in un lampo. Q, più concretamente,
impedire che le tastiere dei nostri computer si blocchino. Sappiamo tutti che razza di
seccatura sia quando nessuno dei comandi risponde più salvo la spina - l’atto estremo - e
poi, quando il computer si riattiva, ha la faccia tosta di comunicarti che hai sbagliato le
procedure di spegnimento. In qualche modo a noi sconosciuto i tizi che cercano di
capovolgere i palloni si stanno occupando davvero di queste cose. Si chiama matematica,
e trae origine dai nostri sensi. Forse, le cose tendono a deviare dalle loro origini.
Prestate attenzione ai vostri sensi. Alla fine, si è visto che né la topologia differenziale,
né la geometria o il calcolo erano davvero alla base di tutto. Le regole della geometria e
del calcolo derivano dalle nostre percezioni, e possono essere applicate alla realtà che ci
circonda - lanciare una palla da baseball o un missile - a cose che possiamo percepire e
verificare con i nostri sensi - ma oggi sappiamo che queste cose non sono la realtà alla
base della vita. E questo è un dato importante dal punto di vista sociologico. A un certo
livello della fisica - il regno deU’infinitamente piccolo - il calcolo non ha alcun senso,
perché è troppo legato allo spazio e al tempo, concetti che non hanno molto senso
nell’inferno (in italiano nel testo, N.d.T.) dell’infinitamente piccolo che oggi ci sembra
fondamentale. E lo stesso vale per i sensi: quando si parla di cose davvero piccole, la
geometria non funziona affatto.
Forse tutto questo ci comunica qualcosa di importante: se la geometria non funziona,
allora il nostro tentativo di capire come stiano le cose in questo spazio strano potrebbe
essere inadeguato. Le nostre percezioni non hanno niente a che vedere con quello che
succede lì, perché confermano un calcolo, che, allo stesso modo, a questo livello non
funziona. In questa realtà non si può costruire niente: nessuno che sia sano di mente
capisce cosa succeda a un livello in cui gli elementi fondamentali come i quark o gli
elettroni non hanno un volume né una posizione. Se riuscite a comprendere una cosa^
del genere, benvenuti nel regno della follia.
E davvero necessario investire miliardi di dollari per realizzare macchinari che forse
consentiranno a qualcuna delle nostre giustamente stimatissime teste d’uovo di entrare
in contatto con una realtà che è tanto lontana da tutto quello che può essere trasformato
in qualcosa di utile, che loro soli sono destinati a trarne qualche emozione? Esiste un reale
bisogno, quando c’è una reale minaccia sulle nostre teste, che si sta precipitando proprio
ora verso il nostro pianeta? Qualcosa di grosso e pesante che punta su di noi, e che ha già
un suo numero, un numero che potremmo leggere se puntassimo abbastanza telescopi
nello spazio da riuscire a vederlo?
Ho sentito dire una volta - e credo sia vero - che un solo uomo al mondo, un
matematico indiano, è in grado di comprendere la matematica della teoria delle stringhe
nello spazio a undici dimensioni, e perché l’aveva sognata. Forse si tratta di
un’esagerazione, ma non è troppo distante dai fatti come li conosco. Per scoprire se
avesse o no ragione avremmo bisogno di un apparecchio molto complesso.
Noi umani, matematici compresi, siamo convinti che, quanto più una cosa è piccola,
tanto più è di fondamentale importanza. E che quanto più è grande, tanto più è di
fondamentale importanza. Forse dovremmo riflettere sul significato che diamo alla
parola «fondamentale».
E qui c’è dietro una storia importante. La storia di come dopo le guerre mondiali la
nostra cultura, in tutto il mondo, abbia cominciato ad accettare il concetto che la realtà
non è quella che vediamo con i nostri occhi, ma un qualcosa che può essere percepito solo
dagli specialisti con macchinari speciali e lenti potenti. Non sembra avere importanza il
fatto che nel corso di milioni di anni noi umani abbiamo sviluppato uno dei migliori
apparati sensoriali esistenti nel sistema solare, integrato nelle mura del castello che inizia
a crescere attorno a noi nel momento in cui siamo concepiti, un sistema in grado, a meno
che qualcosa lo mandi a pallino, di funzionare efficacemente per cinquantanni o più.
Quand’è che abbiamo deciso di dare tanta importanza all’infinitamente piccolo?
Credo che sia avvenuto in questo secolo, con l’avvento delle bombe nucleari. Al tempo
stesso, abbiamo deciso che anche le cose estremamente grandi erano importanti. Le cose
di medie dimensioni - come noi stessi - sono state relegate nello sgabuzzino del «non così
importante». Come è successo? Dipartimenti di studi come Estetica ed Esistenzialismo
sono svaniti senza lasciare traccia. E le domande che si ponevano a proposito di cose di
medie dimensioni sono rimaste in gran parte senza risposta. Ci sono ancora cose di medie
dimensioni che vanno in giro spingendo carrelli del supermercato che contengono tutti i
loro averi, la diplomazia internazionale prevede ancora minacce di esplosioni, e nessuno
sa che tempo farà in Florida il prossimo autunno.
Oggi, dal punto di vista culturale, in un certo senso siamo soli. Su questo genere di
cose non possiamo consultarci con i colleghi che scrivevano nei tempi passati. Ci siamo
impegnati allo spasimo per arrivare a sapere quel che succede dovunque, fuorché dentro
di noi, e nelle immediate vicinanze. Abbiamo continuato ad applicare la geometria e il
calcolo. Abbiamo costruito macchine in grado di vedere più lontano e più a fondo, e
computer per analizzare i risultati ottenuti da queste. È ora, a livello subatomico,
abbiamo trovato una serie di strutture che non somigliano a niente di quello che
conosciamo. Non somigliano a cubi, o sfere, o tetraedri, piccoli graziosi dodecaedri o
orrendi icosaedri. Non sembrano neanche zebre. Esistono e scompaiono senza darne
nota, niente RSVP, nessun indizio sul perché ci siano, o perché non ci siano.
Altri che stanno sul filo del rasoio della fisica sono i cosmologi - quei fisici che
prosperano solo su cose che possono essere descritte come un quadrilione di volte più
grandi di un pallone da basket. E un lato diverso della lama. È la cosmologia, la branca
della fisica descritta come «studi e speculazioni sull’intero universo». La si pratica
vedendo luci che sono state emesse milioni di anni fa, e che non saremmo in grado di
vedere neanche se ci trovassimo su una montagna con una gran quantità di rilevatori
puntati su di essa, perché i nostri occhi non riescono nemmeno a registrare questo tipo di
luce. Possiamo riflettere sul suo significato, ma non possiamo vederla. Eccitante.
Ma le comete cadono. Stanno arrivando proprio ora. Non riusciamo ancora a vederle
alla luce della luna, ma possiamo prevederle. Siamo un pianeta più piccolo di Giove, ma
siamo comunque un pianeta, ed è successo spesso che qualcosa ci cadesse addosso.
Alcune di queste cose erano piuttosto grosse. Una di esse, 65 milioni di anni fa, è atterrata
sulla costa di Baja e ha spedito sopra Kansas City un’onda alta quasi duecento metri. La
polvere generata da quell’impatto ha oscurato la terra per un secolo, sterminando il 99
per cento delle specie viventi. Quanto sono frequenti eventi di questa portata? Quanto
spesso succedono sulla terra cose come l’impatto della cometa Shoemaker-Levy 9 su
Giove, nel 1994? Cosa ha prodotto i crateri sulla luna? Pensiamo che cose del genere non
avvengano qui perché le prove vengono lavate via dalla pioggia?
Non sarebbe ragionevole che alcuni dei cervelli più brillanti di cui disponiamo si
occupassero di questo problema? Sarebbe poco previdente trovarci, un giorno, a guardare
il cielo ed esclamare: «Cazzo, siamo fritti!» Domani ci arriveranno sulla testa tre comete e
non ci possiamo fare un accidente.
In seguito alla collisione, circa sei miliardi di persone morirebbero nel giro di uno o
due minuti. Avremmo potuto prepararci con le soluzioni tecnologiche più disparate -
soprattutto missili armati con bombe potenti - ma non abbiamo tenuto conto che la
nostra esistenza su questo pianeta non è mai stata garantita. Non eravamo pronti. Ci
siamo fatti distrarre dal piacere di essere i re dell’esistenza e gli inventori del pensiero.
Nel 1992 l’asteroide battezzato 4179 Toutatis - che attraversa l’orbita terrestre - è
passato a meno di 3 milioni di miglia dalla terra. E largo 2,9 miglia, e passerà di nuovo nel
2004. L’ultima volta l’hanno visto arrivare dalla California con l’antenna radar Deep
Space Network Goldstone, e da Portorico con il telescopio Arecibo. La prossima volta
potrebbe mancarci di circa un milione di miglia - ossia quattro volte la distanza tra la
terra e la luna - più che a sufficienza. Ma tornerà, senza dubbio, ed è difficile sapere quale
sarà esattamente la traiettoria di un asteroide finché non è davvero vicino, e ti sta
prendendo di mira. Forse sarebbe una buona idea se facessimo un po’ più di attenzione.
Ci sono due cose veramente importanti che potremmo fare subito con i nostri fisici.
La prima sarebbe di metterli a studiare il problema degli oggetti che potrebbero
precipitare sulla nostra testa dallo spazio, per capire come scoprirli, e come allontanarli.
L’altra sarebbe far sì che alcuni di loro si impegnassero seriamente per entrare in contatto
con altre culture nello spazio che si sono occupate di questi problemi e potrebbero
aiutarci a risolverli. Nessuno sa se esistano nello spazio esseri che magari stanno
trasmettendo, su 700 canali a noi sconosciuti, informazioni utili su come affrontare
comete potenzialmente distruttive.
La prima soluzione prospettata è certamente percorribile e non si basa
sull’imprevedibile esistenza di altre culture. Diamole la priorità: sicuramente i nostri
ragazzi ce la possono fare.
La seconda soluzione - chiedere aiuto a qualcuno della cui esistenza non siamo certi -
giustifica un qualche sforzo, ma non è una certezza. Personalmente, dedicherei al primo
problema il 90 per cento degli attuali investimenti destinati alla fisica e alle tecnologie
spaziali: è fondamentale, e siamo in grado di risolverlo. Il restante 10 per cento potrebbe
essere distribuito tra il secondo problema e le altre banalità che riguardano la nostra
insaziabile esigenza di pensare che siamo in grado di comprendere la natura
fondamentale dell’universo.
Non sto affatto suggerendo di abbandonare la fisica. Mi limito ad azzardare che forse
stiamo cercando nel posto sbagliato. Credo sarà necessario investirci molti soldi perché
presenta troppe svolte e sviluppi interessanti. Quello che voglio dire è che dovremmo
finanziare quel genere di fisica che si occupa di cose che possiamo vedere e ancora non
comprendiamo, ma per le quali, una volta che riuscissimo a comprenderle, potremmo
fare qualcosa. Perché guardare più a fondo? Possiamo individuare facilmente un bel po’
di problemi intriganti. Il clima è un buon esempio di una realtà su cui sarebbe opportuno
sapere di più. Non sto parlando dei cambiamenti climatici globali: quello è un problema
politico. Parlo proprio delle previsioni del tempo, di qualcosa che ha a che vedere con il
sapere se la settimana prossima ci sarà vento sulle Sierras. Gli individui più intelligenti
dovrebbero essere spinti a occuparsi di problemi importanti per loro e per noi - problemi
che possono essere risolti - piuttosto che sprecare il proprio tempo in settori che possono
essere affascinanti ma hanno poco a che vedere con le nostre vite, e nessun contatto con il
grande arbitro di tutte le cose - i nostri sensi.
Non perdete di vista il fatto che 65 milioni di anni fa un asteroide espulso dalla sua
orbita tra Marte e Giove in seguito all’interazione causale con vari altri asteroidi si trovò
in una rotta di collisione con la terra che all’epoca nessuno avrebbe potuto anche
lontanamente immaginare. In pochi mesi, l’asteroide devastò la terra. Un altro
bell’ecosistema quasi completamente buttato nel cesso. Pazienza. C’è sempre qualche
fortunata creatura che riesce a sopravvivere.
Alcune persone, a Denver, potrebbero sopravvivere al prossimo «big one». Potrebbero
essere costretti a nutrirsi di carcasse congelate per un centinaio di anni, brancolando in
una gelida oscurità in attesa che la sottile polvere nera si depositi. Finalmente, un’estate
comincerebbero a intravedere nel cielo una zona colore arancio che nel giro di qualche
anno potrebbe trasformarsi nel sole. Riscoprirebbero la scrittura - prima sulle pareti nere
delle loro caverne, poi su tavolette di pietra. E poi si muoverebbero verso sud, alla ricerca
di insalata fresca. E dopo qualche migliaio di anni, sarebbero di nuovo sul punto di
scoprire i segreti del quark, quando una notte un sinistro oggetto nero si staglierà nel
plenilunio. E il giorno dopo sarà molto più grande, una stella che non dovrebbe essere lì.
Non siamo più i topi d’albero che eravamo 65 milioni di anni fa, e i dinosauri non
calpestano più la terra. Ma di fronte agli asteroidi siamo indifesi come lo eravamo allora.
E la prossima volta che accadrà, dovremo affrontare problemi che i topi d’albero non
avevano. Ci sarà la NASA, che ci mostrerà immagini sempre più dettagliate della
catastrofe imminente, e la CNN che si chiederà quali saranno le reazioni della Borsa
durante gli ultimi giorni. E dovremmo piangere gli uni sulla spalla degli altri per la
nostra tragica stoltezza. Compriamo mai un ombrello in un giorno di sole? Siamo in
grado di comprendere che il nostro bel pianeta verde e azzurro attrae montagne di rocce
dallo spazio esterno grazie alla stessa forza che usa per far cadere a terra le mele?
Quello che penso è che - dato che in tutto c’è una possibilità salvo che nel niente -
stiamo puntando sui tavoli sbagliati, esplorando regioni della realtà in cui i nostri sensi
non ci danno risposte davvero sensate, mentre ci sono realtà evidenti e verificabili con i
nostri sensi che richiedono la nostra immediata attenzione. Cerchiamo le comete lontane
e gli asteroidi vagabondi. Andiamo su Marte. Studiamo i nostri sensi, e il modo di trarne
vantaggio. Non investiamo tempo e risorse per studiare cose talmente piccole o talmente
grandi da farci solo gonfiare di orgoglio alla stregua di semidei. Siamo mammiferi, e non
abbiamo ancora esaurito i piccoli, fastidiosi problemi che ci riguardano.
Penso, dunque mi collego

Ho cominciato a giocare con l’elettricità all’età di sei anni, più o meno mentre imparavo a
compitare. Avevo appena imparato a scrivere «volt D.C.» che già rinunciavo alle pile
preferendo la corrente alternata a 100 volt che usciva dal muro e non si esauriva mai.
Faceva scintille più grandi, ma a volte scioglieva l’isolante dei miei fili prima di far saltare
la luce. La centralina stava accanto alla porta sul retro della cucina, e faceva saltare
contemporaneamente la mia spina e la luce nella stanza di mia madre. Di giorno non era
un grosso problema. Sapevo come rimettere a posto l’interruttore centrale, e la centralina
non registrava le assenze di corrente. Di sera le cose andavano diversamente, ma avevo
una piccola torcia per scendere al piano di sotto. Mia madre, dal buio della sua stanza,
non incoraggiava certo i miei esperimenti.
Nonostante tutto, non mi imponeva mai vere e proprie restrizioni. Voleva che
ciascuno dei suoi figli avesse un proprio stanzino, nel quale potesse fare ciò che
desiderava. A ciascuno di noi fu assegnato un ripostiglio che non fosse pieno di roba
inutile. Nel mio c’erano lo scaldabagno e una luce elettrica, io aggiunsi una presa di
corrente. Sulla porta avevo installato una chiusura magnetica: per aprirlo, dovevo passare
una calamita su un punto specifico della porta, sollevando così il chiodo infilato
nell’occhiello all’estremità di un catenaccio che teneva chiusa la porta dall’interno.
Avevo legato il chiodo a uno spago, in modo che non cadesse negli spazi fra il tetto e
l’isolante. Nessun altro sapeva come riuscirci, e io non permettevo a nessuno di guardare.
All’età di sei anni, avevo un posto tutto mio da cui far decollare la mia vita. Sapevo da
sempre dove stavano gli interruttori centrali. Non ricordo che mia madre mi abbia mai
proibito di fare qualcosa di specifico con l’elettricità. In ogni caso, non avrebbe saputo che
cosa proibirmi. Dalla mia stanzetta, feci saltare la corrente diverse volte. Se in tutta la casa
andava via la luce, e dalla mia stanza usciva odore di bruciato, mia madre mi diceva di
smettere di fare qualunque cosa stessi facendo, ma non era molto precisa, e c’era sempre
un tono di preghiera nella sua voce.
Quando la sua lavatrice si guastò, io la smontai. Dopo che ebbi vinto il Nobel, lei si
divertì a raccontare ai giornalisti che io, geniale fin da bambino, avevo distrutto la sua
lavatrice smontandola. Mia madre sapeva riconoscere una buona storia. In realtà la
lavatrice era stata messa da parte e piazzata in garage prima ancora che io la toccassi.
Volevo sapere cosa metteva in azione i diversi cicli di lavaggio. Come faceva la
macchina a sapere quando era il momento di risciacquare? In garage non c’era elettricità,
quindi non potevo fare esperimenti, solo osservarla attentamente. Guardandoci dentro,
scoprii che lungo i tubi dell’acqua c’erano degli affaretti che più avanti seppi chiamarsi
solenoidi. Un solenoide è un’elettrocalamita che controlla una valvola: quando la
calamita si attiva, un qualcosa che bloccava il tubo si solleva. La calamita funzionava solo
quando le arrivava la corrente, e questo avveniva quando si chiudeva un interruttore.
L’interruttore della lavatrice faceva parte di una ruota dentellata, che girava
continuamente quando l’apparecchio era in funzione. Era un timer, e più avanti avrei
imparato a definire le piccole tacche con l’esatto termine di intagli a corona e l’intero
sistema una camma. Era fatto con un disco di plastica: credo si trattasse di bakelite, così
definita dal nome del suo inventore L.H. Baekeland. Anni dopo seppi che Baekeland
aveva l’abitudine di uscire in cortile la mattina - in un quartiere elegante della Florida -
completamente nudo. I vicini si lamentavano, ma in fondo cosa si poteva dire del suo
stile di abbigliamento al padre dell’Era della Plastica, nel cortile di casa sua, in Florida?
Quando una levetta di rame fissa si incastrava nelle dentature della ruota il
collegamento si attivava e i fili trasportavano la corrente ai solenoidi. Molto semplice.
Presi una delle piccole elettrocalamite, e la attaccai alla porta della cantina. Quando
premevo un bottone che avevo collegato a un filo che passava sul davanzale, la calamita
faceva uscire il pezzettino di metallo cilindrico da un occhiello di metallo che avevo
attaccato alla porta, e questa s’apriva. Ma la porta non si sarebbe aperta, una volta
sganciata, se non avessi riposizionato i cardini. Spingendo un bottone potevo far uscire il
cane da sotto casa e poi guardarlo scappar fuori dalla finestra del mio rifugio. D’altronde
non ero mai riuscito a capire perché tutte le notti dovevamo rinchiuderlo. Credo sia per
questo che sono sempre stato un tecnico, e mai un amministratore.

Verso la fine degli anni Settanta la mia seconda moglie mi aveva lasciato, e io vivevo
ancora a Kansas City, dove mi ero trasferito perché potesse frequentare medicina. Ma finì
col lasciarmi. Si trattava di un fenomeno molto diffuso, e non ferì troppo i miei
sentimenti. In effetti, ci misi circa tre mesi per accorgermi che se ne era andata. All’epoca
lavoravo in un laboratorio del Medicai center dell’università. Avevo una graziosa casetta,
e dopo la sua partenza riempii lo spazio prima occupato da lei con delle apparecchiature
elettroniche.
Avevo un sacco di roba veramente forte. Ogni mese uno dei laboratori dell’università
chiudeva - perché erano finiti i soldi o perché se ne andava un ricercatore importante - e
di solito le attrezzature erano a disposizione di chi le volesse. Io andavo in questi
laboratori e le recuperavo. Molta di quella roba era vecchia, dei primi anni Sessanta, e nel
mondo moderno non serviva più a nessuno. Avrei potuto metterla nella spazzatura e poi
ritornare, portarla a casa e lì sfruttarne tutta la sua intatta utilità.
Finii con il trovarmi una stanza piena di attrezzature che, se le avessi dovute
comprare, avrebbero avuto un prezzo proibitivo. Cose come potenziometri Helipots a
dieci giri, resistenze di precisione e generatori elettrici in grado di fornirti esattamente il
voltaggio richiesto, senza picchi o fluttuazioni.
Quando stavo a Berkeley avevo sentito parlare di persone in grado di controllare il
loro battito cardiaco, accelerarlo o rallentarlo, con la sola forza del pensiero. In India
c’erano persone capaci di mettersi in una sorta di ibernazione. Mi sembrava una cosa
possibile. Sapevo che le rane potevano seppellirsi in un buco e arrestare le proprie
funzioni vitali durante gli aridi mesi estivi. Io sono un animale - pensavo - probabilmente
anche io riuscirei a fare qualcosa del genere se mi esercitassi abbastanza a lungo. Decisi di
utilizzare l’equipaggiamento elettronico del quale ero appena entrato in possesso per
imparare a controllare alcuni parametri fisiologici, cominciando dalla conduttività
elettrica della mia pelle. Il flusso di elettricità in un circuito è direttamente proporzionale
al voltaggio e indirettamente proporzionale alla resistenza. Mi misi due elettrodi sui polsi
e li collegai a una corrente a 9 volt. La resistenza della mia pelle variava da circa 14.000
ohm a circa 100.000. A volte era maggiore, o minore, ma all’inizio non ero in grado di
controllarla. Per l’elettricità era facile attraversare i fluidi salini del mio corpo. La
difficoltà era rappresentata dalla pelle. Calcolai che la resistenza tra i due elettrodi fosse
all’incirca il doppio di quella della mia pelle.
Decisi di imparare a controllarla. Quasi per gioco avevo scoperto che per aumentarla
dovevo pensare a qualcosa di veramente noioso o meditativo. Se chiudevo gli occhi
immaginando di galleggiare su un lago scuro e privo di forma, la resistenza della mia
pelle saliva. Una volta riuscii ad arrivare a 180.000 ohm. Ma mi bastava guardare la foto di
una ragazza nuda su «Playboy» perché vvum, l’indicatore precipitasse sotto i 10.000 ohm.
Era divertente. Per rendere l’esperimento più piacevole da osservare aggiunsi un
oscilloscopio, ricavandolo da un aggeggio definito Heathkit. Comprai a Radio Shack (un
negozio di apparecchiature elettriche, N.d.T.) un oscillatore controllato dal voltaggio, e lo
inserii in un circuito che conteneva la resistenza della mia pelle. In questo modo potevo
rilevare la frequenza variabile ottenuta dal voltaggio attraverso la pelle confrontato con
quello a 60 cicli emesso dalla presa elettrica di casa, ottenendo sull’oscilloscopio dei
tracciati piuttosto interessanti, che sembravano usciti da un libro di fantascienza e
rispondevano ai miei pensieri. Davvero strano. Forme rotolanti in libertà, come quelle
che si vedono un attimo prima che il laboratorio salti in aria. Il termine tecnico è figure di
Lissajous. Se mi concentravo seriamente, potevo controllare la conduttività della mia
pelle con tanta precisione che le forme sullo schermo rimanevano immobili. Ci voleva
molto esercizio, ma il risultato era decisamente notevole.
In ogni caso, nessun altro lo notò. Era difficile spiegare a uno studente di infermeria
perché fosse tanto importante riuscire a far stare immobile sullo schermo una figura di
Ljssaious.
Mi resi conto che con questo sistema avrei potuto fare un sacco di cose. Potevo
controllare un voltaggio con la mente. Decisi di realizzare un sistema che mi avrebbe
consentito di accendere e spegnere una lampadina dall’altra parte della strada, in casa del
mio vicino. Tecnomagia. Speravo che così avrei colpito la fantasia degli studenti di
infermeria.
Nei negozi per hobbistica c’erano in vendita automobiline radiocomandate dotate di
piccoli trasmettitori a modulazione di frequenza che potevano inviare un segnale
dall’altra parte della strada. Se avessi utilizzato quel trasmettitore per inviare un segnale
generato dalla conduttività della mia pelle a un ricevitore collegato con una serie di
transistor e con un dispositivo in grado di azionare una lampadina da 120 volt, avrei
potuto accendere e spegnere quella lampadina dall’altra parte della strada. Creai un
circuito che avrebbe acceso o spento la lampada ogni volta che la resistenza della mia
pelle cambiava rapidamente, perché era più semplice farla precipitare guardando la foto
di una donna nuda, piuttosto che farla alzare non guardandola. Funzionò al primo colpo.
La gente venne a vedermi mentre facevo il mio giochetto con la telepatia. Sapevano
che non avevo poteri medianici, quindi decisero che ero un genio dell’elettronica. Decisi
di non contraddirli. Gli studenti furono colpiti.
La mia serata con Harry

Nel 1978 mi trovavo all’Università della California a San Francisco. Stavo lavorando sulle
endorfine, la cui recente scoperta nell’organismo umano aveva suscitato molto interesse,
dato che consentiva di spiegare perché oppiacei come la morfina, che sino a quel
momento erano stati individuati solo nelle piante, avessero un effetto così potente sugli
esseri umani.
Quando Harry arrivò al laboratorio era circa mezzanotte. Ero lì dalle prime ore della
mattina, cercando di purificare un’endorfina non molto stabile. A volte le sostanze
apparentemente instabili in corso di purificazione smettono improvvisamente di
scomparire a una certa fase del processo. Questo significa che si è riusciti a separarle da
una qualche altra sostanza che aveva il potere di distruggerle. È proprio quello che
vorresti veder succedere, e lavori rapidamente per un bel po’ di tempo, cercando di
arrivare a quel punto. Io ci ero arrivato alle Ile mezza circa. Avevo messo la mia
endorfina nel freezer, e stavo mettendo a posto. Ero fiero di me, perché avevo inserito nel
processo di purificazione un passaggio veramente brillante, che aveva funzionato
magnificamente. Aveva a che vedere con il fatto che il tetraidrofurano si dissolve
uniformemente nell’acqua, fino a quando non si aggiunge sale. Non vedevo l’ora di
parlarne con qualcuno che fosse in grado di capire il problema. Mia moglie, Cynthia, mi
avrebbe creduto quando le avessi detto che quel giorno ero stato molto in gamba, ma
Parrivo di Harry mi rese particolarmente felice. Lui avrebbe capito esattamente cosa
avevo fatto, e avrebbe pensato che era una cosa notevole. Non lo vedevo da mesi.
Entrambi chimici, ci eravamo conosciuti a Berkeley, alla fine degli anni Sessanta.
Allora, non era ancora molto chiaro quale sarebbe stato Patteggiamento della California
nei confronti della sintesi delPLSD. La legge era chiarissima: a partire dal 1966
sintetizzare l’LSD era decisamente illegale, e anche possederne una certa quantità
rappresentava un grave reato. Ma sembrava buffo che i nostri amministratori pubblici,
certamente impegnati in questioni più importanti da svolgere con i pochi dollari delle
nostre tasse, si sarebbero dedicati a regolamentare l’uso di questa sostanza, mentre sia i
ricercatori che i settimanali popolari come «Time» e «Life» continuavano a discutere sui
prò e i contro del nuovo fenomeno. C’erano diversi psicologi, professionisti stimati e
preparati, che si dicevano entusiasti del possibile uso dell’LSD in psicoterapia, e alcuni
leader sociali e religiosi la consideravano un’opportunità per sfuggire alla terza guerra
mondiale. Ma a Sacramento, in California, se ne sapeva ben poco, e dove c’è ignoranza
c’è sempre arroganza. Lì a Sacramento l’arroganza era così tanta da far arrugginire il
paraurti di un camion.
Noi non pensavamo che facessero sul serio. Era demenziale che gente tanto ignorante
sull’LSD avesse il potere di metterla fuorilegge. Pensavamo che la legge non sarebbe stata
approvata. E ci sbagliavamo.
Sia io che Harry avevamo una vera passione per le sintesi organiche: prendere degli
ingredienti facilmente disponibili e trasformarli in sostanze preziose è un po’ come
cucinare, o fare magia. Harry apprezzava le grandi quantità più di quanto facessi io, e fu
quindi comprensibilmente riservato sulla sua destinazione dopo aver lasciato Berkeley.
Se ne andò in piena notte, in seguito a un’inattesa - e alcuni sostengono poco cordiale -
visita dei sorveglianti del campus al suo laboratorio.
Quando lo incontrai di nuovo portava una barba finta, e parlava del fatto che i
federales utilizzavano il rilevamento delle impronte vocali per rintracciare le telefonate.
Pensai che avesse un’eccessiva fiducia nell’abilità delle nostre forze dell’ordine, le cui
capacità, secondo me, all’epoca non comprendevano ancora la famosa «tecnica Gerald
Ford» per camminare masticando cicche. Ma lo assecondai: feci qualche telefonata per
suo conto, recuperai un pacchetto che era stato nascosto durante la sua precipitosa
ritirata, e lui mi ricompensò con una splendida macchina, il mio primo pulmino
Volkswagen.
Da allora era passato molto tempo. Harry ricomparve, senza barba finta, nel mio
laboratorio di San Francisco nel momento giusto per salvarmi dai trasporti pubblici, ed
evitare che Cynthia dovesse venirmi a prendere alla stazione di Oakland. Superammo il
ponte in un lampo nel suo nuovo pick-up Toyota, e all’una di notte eravamo a casa mia,
in cucina, seduti di fronte a due Beck’s ghiacciate. Cynthia dormiva, Harry fumava uno
spinello. Io non fumavo mai, se non durante il weekend, perché ero più vecchio - oggi,
trentanni non mi sembrano tanti, ma allora sì - e con la marijuana mi risvegliavo
rintronato il giorno dopo.
Harry bevve un sorso di birra, mi rivolse uno sguardo strano, come se mi stesse
guardando attraverso gli scaffali di una libreria buddista, e disse: «Voglio farti vedere una
cosa». Sapevo che c’era nell’aria qualcosa di interessante. Mi osservò, con gli occhi
spalancati: «Guardami fisso, e cerca di non battere le palpebre». Lo fissai: aveva
un’espressione tranquilla, lo sguardo vivo e intenso. «Se la mia faccia comincia a
cambiare non fare niente», disse. «Continua a guardarmi negli occhi.»
Il suo viso cambiò davvero. Era sempre Harry, ma erano tanti Harry diversi che non
avevo mai visto, volti diversi emergevano da una carne nota, che non era più così nota.
Alcuni erano umani e sconosciuti, altri non erano affatto umani, ma animali. Ed erano
tutti Harry, in qualche modo che non saprei spiegare. Vedevo cose che facevano parte di
lui, ma non della vita che avevamo condiviso. Ero un po’ spaventato, ma dietro a tutto
questo c’era pur sempre Harry, con quel suo sorriso sicuro.
Mi fidavo di lui, forse più che di chiunque altro. Volevo condividere con lui le sue
esperienze, e lui stesso non mi chiedeva nulla che non fossi pronto a dargli. Da quel
punto di vista eravamo sempre andati d’accordo. Molto tempo prima, quando avevamo
l’intenzione di metter su un’impresa, mi disse una cosa che mi avrebbe sempre fatto
sentire a mio agio con lui. Disse che perché qualunque tipo di relazione tra due persone
funzioni, è necessario che entrambe le parti siano convinte di essere quello che ci
guadagna di più.
Era difficile non battere le palpebre, ma io ero completamente incantato, e cercavo di
concentrarmi per impedire che le immagini sparissero. La cucina cominciò ad assumere
una colorazione rossastra, e le pareti si restrinsero in alto e in basso, come quelle di una
botte. Era una percezione simile a quella che avevo provato dopo aver preso della
mescalina. Credo si trattasse di un malfunzionamento dei circuiti cerebrali che elaborano
la vista, necessaria a compensare il fatto che le immagini proiettate sulla retina si trovano
effettivamente su una superficie curva. Non sapevo perché mi stesse succedendo una
cosa del genere proprio in quel momento, ma ero distratto e talmente sopraffatto dalla
percezione della mia realtà e della mia assoluta permanenza, che non prestavo molta
attenzione alle forme che assumevano gli oggetti. Ero cosciente che qualunque cosa
potessi fare o desiderare, non potevo non esistere. Non potevo morire. Le rocce erano
fragili, e potevano svanire nel nulla, ma io no. Niente di me sarebbe mai scomparso.
Harry annuì. Capiva quello che stavo provando. «E quello che volevo farti vedere», disse.
Stavo piangendo, e lui anche. «Riesco a leggerti nella mente, Harry», dissi. «Posso
arrivare solo nelle stanze davanti, la reception, ma sono lì.» «Anch’io sono nella tua
mente», disse.
Mi alzai dal tavolo, e per un momento tutto si fermò. Ero certo che per rientrare in
quella condizione avremmo solo dovuto ricominciare a fissarci negli occhi. Tornai con un
mucchietto di schede e due penne: «Harry, scrivi la prossima parola che stai per
pronunciare». Ci stavamo comportando da scienziati. Entrambe scrivemmo una parola e
ci mostrammo le nostre schede. Era la stessa parola. Era solo una parola, niente di
eccezionale, ma era la stessa, come sapevamo che sarebbe stato. Ripetemmo
l’esperimento più e più volte, e ogni volta sapevamo che sarebbe stata la stessa parola.
Stavamo osservando qualcosa - sempre presente, ma solitamente latente - dalla posizione
privilegiata che avevamo creato mettendoci in qualche modo in relazione. Era
assolutamente normale, eppure non lo era affatto.
Quella notte mi resi conto che qualunque cosa avessi sperimentato e definito come la
mia esistenza era solo una parte di ciò che io ero realmente. Che «io» era quello che le
persone religiose intendono quando dicono «anima». Non aveva niente a che vedere con
quella specie di fantasmi che mi ero immaginato fino ad allora pensando alle anime. Kary
Banks Mullis era una specie di fantasma, se paragonato a Kary. Kary era per sempre.
Mi venne in mente lo slogan dell’Associazione per il prolungamento della vita della
Bay Area, una banda di pazzoidi che progettavano di immergere i propri cadaveri
nell’azoto liquido, subito dopo il decesso, con l’obiettivo di farsi prima o dopo rianimare.
Il loro slogan mi era sempre sembrato illogico. Quella mattina mi sembrava assurdo:
«Vogliamo l’immortalità, e la vogliamo ora!» Non avevano la più vaga idea di cosa
volesse dire «immortalità», o «ora», o «vogliamo», o «la». Non ero sicuro per quanto
riguarda la «e». Ma anch’io non sapevo molto sulla «e», fino a quando non incontrai
Nancy Cosgrove.
Harry e io ripetemmo esperienze analoghe in molte altre occasioni. Tutti e due
fummo molto colpiti da quello che avevamo vissuto, ma nessuno di noi tendeva a fissarsi
sulle cose. Ho notato che di solito le esperienze spirituali che ho fatto non hanno
cambiato molto la mia vita. Modificano quella che si potrebbe definire la profondità delle
esperienze, ma non la direzione.
Intervento sul piano astrale

Nel 1978, due settimane prima di Natale, incontrai Katherine O’Keefe in carne e ossa.
Cominciò così il capitolo finale di una delle esperienze più bizzarre che mi siano mai
capitate.
Questa storia è cominciata nel 1974, in Kansas. Un giorno, prima di fare il bucato,
decisi di inalare un po’ di protossido di azoto, o gas esilarante. Ne tenevo in casa una
bombola e ogni tanto mi piaceva prenderne un po’: qualche boccata, e la mia mente
veleggiava in una realtà primigenia e non-umana. Questa volta l’effetto sarebbe stato
molto diverso, perché la sera prima, insieme a Cynthia Gibson, avevo preso un potente
antistaminico. Cynthia - che sarebbe diventata più tardi la mia terza moglie, e la madre
dei miei due ragazzi, anche se allora stavamo appena cominciando a conoscerci - era stata
punta da una zanzara durante un party che avevo organizzato nel cortile di casa. Era
allergica alle zanzare, e doveva prendere immediatamente l’antistaminico, che l’avrebbe
fatta dormire. Mi incoraggiò a restare alla festa, che stava diventando piuttosto scatenata,
stile anni Settanta, ma io rientrai con lei, per farle compagnia nelle sue fantasticherie
antistaminiche.
La mattina dopo, Cynthia tornò a casa per lavorare a una relazione per il suo corso. Io
mi infilai in bocca il tubetto di plastica e aprii la valvola della bombola. Nel corso delle
mie precedenti esperienze con l’azoto avevo avuto il tempo necessario a reagire, chiudere
la bombola e abbandonarmi a un paio di minuti di delizia. Ma gli strascichi
dell’antistaminico preso la sera prima cambiarono tutto: persi immediatamente
conoscenza, e fui morto al mondo.
Quando mi svegliai, il tubo stava sul pavimento di fronte a me. Non sapevo per
quanto tempo fossi rimasto privo di conoscenza. Il gas stava ancora uscendo: faceva
abbastanza freddo da condensare l’umidità dell’aria, e il tubo era gelato. Subito dopo mi
accorsi che c’era qualcosa di strano nella mia bocca: la lingua e le labbra erano insensibili.
Ero rimasto anestetizzato per un bel po’ di tempo, e il tubo era coperto di ghiaccio. Mi
trascinai faticosamente in bagno dove c’era uno specchio. Sul lato destro delle mie labbra
c’erano delle strisciate bianche lasciate dal tubo gelato, e la punta della mia lingua era
candida come la neve. Congelamento. Il tessuto gelato si stava sciogliendo, e cominciava
a far male. Ma, soprattutto, cominciava a gonfiarsi orribilmente.
Chiamai Cynthia, che mi accompagnò in ospedale. Il mio amico Marc era di servizio
al pronto soccorso pediatrico. Cominciavo ad avere un aspetto veramente spaventoso: la
mia bocca sembrava uscita da un brutto cartone animato. Riuscivo appena a pronunciare
la parola «congelato», e scrissi i nomi di tutti i farmaci che mi venivano in mente e che
avrebbero potuto far diminuire il gonfiore. Marc disse che avrebbe potuto essere
necessaria una tracheotomia. Ero d’accordo? Dissi che per me andava alla grande (in
originale «swell», che significa anche gonfiore, N.d.T.). Scoppiammo a ridere, ma
eravamo spaventati. Marc cominciò a iniettarmi epinefrina, norepinefrina,
prostaglandine, antistaminici, tutto quello che ci veniva in mente che avrebbe potuto far
contrarre i miei vasi sanguigni ed espellere i fluidi che si stavano raccogliendo sulla mia
gola. La norepinefrina funzionò: nel giro di un’ora le mie condizioni erano stabili.
Nel corso del mese successivo ebbi una ripresa miracolosa. Il chirurgo plastico che
avevo consultato aveva previsto almeno un anno di interventi di chirurgia ricostruttiva.
Più avanti, mi confidò che non aveva mai visto una guarigione così spettacolare, salvo che
in un bambino molto piccolo. E io, be’, mi sentivo tale: avevo fatto una cosa veramente
stupida.
Cynthia era una splendida infermiera: mi tenne in vita servendomi gazpacho e succhi
freschi attraverso una cannuccia, mi lesse i romanzi di Dorothy Sayers, nella sua camera
al terzo piano, pulì incessantemente le mie ferite con il sapone alla menta del dottor
Bronner.
Immaginavo che avrei avuto bisogno almeno di una cellula che sapesse come creare
un confine tra la parte rosea e quella bianca dell’estremità mancante del mio labbro.
Speravo che quella cellula fosse ancora viva, da qualche parte: temevo che stesse lottando
per riprodursi, e che un antibiotico potente come la gentamicina potesse ucciderla. Il
chirurgo plastico mi aveva consigliato di prenderlo, ma non volevo correre questo rischio.
Immaginai la mia bocca che stava ricrescendo: era primavera, e mi stavo innamorando
della mia infermiera. Le mie labbra e la lingua ricrebbero, e non ebbi nessun bisogno di
interventi chirurgici. Nel giro di un mese ero di nuovo in grado di chiudere
completamente la bocca, e perfino di fischiare.
In tutta questa storia c’era un mistero. Il primo a notarlo fu Marc, il medico che si era
preso cura di me. Se ero rimasto privo di conoscenza abbastanza a lungo perché le mie
labbra e la lingua si congelassero, come aveva fatto il tubo a uscirmi di bocca? Gli animali
anestetizzati con il protossido di azoto non sono in grado di muoversi. E per i dentisti,
uno dei vantaggi di questo anestetico è che i pazienti non si agitano né fanno movimenti
strani. La bombola era mezza piena, e c’era dentro abbastanza gas da farmi dormire per
molte altre ore. Avrei dovuto rimanere completamente immobile, e avrei potuto morire.
Ma quando mi svegliai il tubo era a una certa distanza dalla mia faccia. Era molto strano:
cosa era successo?
Ed ecco che entra in scena Katherine O’Keefe.
Cynthia e io vivevamo in California: ci eravamo sposati e avevamo avuto due figli. La
mia infermiera si era rivelata una moglie comprensiva. Sapeva che era più facile
convivere con le mie inquietudini piuttosto che cercare di eliminarle, e avevamo fatto un
patto. Per due settimane all’anno, subito prima di Natale e di Pasqua, mi avrebbe lasciato
alle mie pazzie, dopo di che avrei raggiunto lei e i ragazzi a casa dei suoi genitori in
Kansas. Tutto quello che avrei fatto in sua assenza si sarebbe concluso prima del suo
ritorno. Ricordate che eravamo negli anni Settanta.
Era il Natale del 1978, e Cynthia era via da sei giorni. La mia settimana da solo si era
quasi conclusa, e non era successo niente di interessante. Avevo bazzicato la Buttercup
Bakery, che non era un posto molto plausibile per avere un’avventura, dato che Cynthia e
io avevamo l’abitudine di lavorare lì insieme. Ma per qualche ragione ero attirato da quel
posto. Ero seduto al tavolo con due amici, quando Katherine O’Keefe entrò dalla porta, e
venne verso di me. Non la conoscevo, ma i nostri occhi si incontrarono, e dopo neanche
cinque minuti uscivamo insieme.
Mi seguì a casa. Parlammo brevemente di sciocchezze in cucina e poi facemmo
l’amore, prima che io sapessi qualcos’altro oltre il suo nome. Mi guardò profondamente
negli occhi, e mi fece qualcosa, con la mente, che mi portò all’estasi: era come se un
piccolo tentacolo fosse penetrato nel mio mesencefalo e mi avesse solleticato l’ipotalamo.
Le chiesi cosa diavolo mi avesse fatto. «Tu hai giocato con la tua mente, ma non sai
ancora niente», mi rispose, «nessuno ti hai mai insegnato davvero.» La cosa mi intrigò.
«Lo farai? Mi insegnerai a fare quello che tu hai fatto a me?» «Lo sai già fare. Hai solo
bisogno di esercizio.» Poi mi chiese se avessi mai immaginato chi mi aveva tirato fuori
dalla bocca il tubo, quel fatidico giorno nel Kansas. Rimasi a bocca aperta. Nessuno
sapeva di quel tubo, salvo Cynthia e Marc. Non ne avevo parlato in giro: quando sei così
stupido da congelarti la bocca non senti il bisogno di raccontarlo alla gente. Quando
riuscii di nuovo a parlare le chiesi come facesse a saperlo: «Ero lì, e sono stata io a
toglierlo. Ho aspettato finché sono stata sicura che stessi bene, e poi me ne sono andata».
Non riuscivo a capire: come poteva essere arrivata in casa mia, a Kansas City? Risultò che
era capace di viaggiare sul piano astrale: glielo aveva insegnato sua madre, quando era
piccola. Per farlo, doveva immaginare che intorno a lei ci fosse un veicolo che rispondeva
ai suoi desideri. Era lì di passaggio, quando aveva visto che stavo morendo: sapeva che
più avanti avrei avuto un ruolo nella sua vita, così si fermò e tolse il tubo.
Parlammo per tutta la notte. Assorbivo come una spugna quello che mi diceva. La
mattina dopo mi svegliò, e mi ricordò che avevo un aereo da prendere. Avevo
dimenticato tutto della mia vita normale, e non le avevo detto niente, ma lei,
naturalmente, sapeva.
Dopo Natale mi organizzai per fermarmi a casa di Kathy il giovedì sera, di ritorno dal
lavoro. Aveva accettato di insegnarmi quello che sapeva: mi aveva detto che avevo
capacità che non avevo mai utilizzato, e che dovevo imparare a conquistare una calma
interiore. Dovevo imparare a non pensare così tanto.
Sapevo cosa era la meditazione, ma avevo sempre trovato difficile praticarla nel modo
consueto. Trascorrevo molto tempo in uno stato meditativo, ma non sapevo come
spiegarlo a Kathy. Così mi sforzai. Kathy non si era resa conto che non doveva
comunicarmi qualcosa di nuovo, ma insegnarmi a usare le facoltà che già possedevo.
Cominciai a imparare piccoli esercizi mentali. Niente di eccezionale, ma ero uno
studente volonteroso e ansioso di apprendere. Volevo sapere cosa sarebbe successo se
fossi stato in una stanza con lei mentre viaggiava verso New York sulla sua macchina
immaginaria per vedere sua madre. Kathy non rispondeva sempre alle mie domande: a
volte mi guardava come se non avessi dovuto farle, ma questo non mi fermava. Non ho
mai pensato che ci siano domande che non si possono fare.
Il primo giovedì di marzo arrivai alla solita ora, e lei mi venne incontro alla porta:
«Non devi venire più. E successa una cosa brutta, e ho bisogno di concentrarmi. Tu
rappresenti una distrazione. Devo trovare qualcuno come me con cui lavorare». Era
definitivo: improvvisamente, nella sua vita non c’era più posto per me. Andai via, e non
ebbi più sue notizie fino all’autunno.
Avevo cominciato a lavorare alla Cetus, e Katherine mi chiese di vederci a pranzo. La
vidi arrivare sul vialetto e le andai incontro. C’era qualcosa di sinistro nell’aria. «Ricordi
quando ti dissi che un giorno avrei avuto bisogno di te?» Me n’ero quasi dimenticato.
«Bene, quel giorno è arrivato. Sto per morire e non sono pronta. I miei figli hanno
bisogno di me.» Già in marzo Kathy aveva scoperto di avere un melanoma maligno.
Aveva trovato «qualcuno come lei», e con il suo aiuto aveva cercato di curarsi, ma il
tumore si stava diffondendo. Stava morendo, e voleva sapere se tramite la Cetus potevo
procurarle dell’interferone.
Ne avevamo circa dieci microgrammi, come campione. In futuro la Cetus ne avrebbe
prodotto quantità utilizzabili dal punto di vista terapeutico per alcuni tipi di cancro, ma
la sperimentazione clinica sarebbe cominciata anni dopo. Ero costretto a dirle che non
avevo modo di aiutarla. Non potevo neanche ritardare la sua morte. «Immagino di averlo
già saputo prima di chiamarti, Kary. Era solo un sogno.» Le chiesi se potessi fare qualcosa
per lei, e mi rispose di no. Due settimane dopo, un tizio mi chiamò per dirmi che Kathy
era morta, e che aveva voluto che io lo sapessi.
Il numero di Avogadro

Nei primi anni della PCR, nessuno riusciva a capire come mai alcuni dei metodi per
produrla funzionassero meglio di altri. Secondo il mio progetto originale, ogni ciclo
doveva portare al raddoppio della quantità prestabilita di DNA, ossia: il primo ciclo
avrebbe dovuto produrne il doppio, il secondo quattro volte tanto, il terzo otto. Spesso,
però, arrivati al decimo ciclo il DNA non era completamente raddoppiato, ma aumentato
di un fattore 1,8, poi 1,5 e 1,3. In pratica compariva un fattore nuovo, o mancante, in
grado di compromettere il processo. Ciò significava che i calcoli basati su un raddoppio
costante potevano risultare molto lontani dalla realtà. Come gli interessi composti a tasso
variabile.
Per quanto riguarda la PCR, bisognava misurare almeno 20 elementi diversi,
dipendenti gli uni dagli altri, cercando di capire come effettuare la reazione facendo sì
che ogni ciclo garantisse il completo raddoppio della molecola prestabilita. Uno dei
problemi principali che dovetti affrontare riguardava l’uso obbligato di sistemi di
misurazione completamente diversi. Alcuni degli ingredienti molecolari venivano
misurati in grammi, altri in esoteriche unità di attività, altri ancora sulla base della
quantità di luce ultravioletta che erano in grado di assorbire. Le ragioni di tante
differenze erano storiche e rappresentavano per la chimica una vera disgrazia che
nessuno si era dato pena di risolvere.
Decisi di occuparmene io.
Il più razionale tra i diversi sistemi di misura era basato su un concetto proposto da
un aristocratico del XIX secolo chiamato Amedeo Avogadro. Avogadro, che insegnava
fisica superiore all’Università di Torino, ipotizzò che uguali quantità di gas contenessero
lo stesso numero di particelle gassose. Più avanti nel corso del secolo Stanislao
Cannizzaro sfruttò questo concetto per creare un sistema di misurazione chimica che
viene utilizzato ancora oggi.
Gli studenti di chimica lo odiano, gli esperti lo amano perché permette loro di
distinguersi dagli studenti. Prima di avviare una reazione chimica, che è un po’ come una
ricetta di cucina, è necessario determinare la quantità di ogni singolo ingrediente che
dovrà essere utilizzato. Se tutte le molecole pesassero allo stesso modo, non sarebbe
complicato. Ma visto che in ogni sostanza le molecole hanno un peso diverso, le cose si
complicano parecchio.
Ogni sostanza porta scritto sul recipiente che la contiene il proprio peso molecolare,
che corrisponde al numero di grammi di quel prodotto contenenti il numero di Avogadro
- 6023 per 1023 - di molecole. Questo numero si definisce una mole. Una mole di carbonio,
per esempio, pesa 12,011 grammi, mentre una mole di glucosio ne pesa 180,16, ma il
numero di molecole in esse contenuto è lo stesso.
Se il tutto sembra tanto complicato è perché 6023 per 1023 è un numero di dimensioni
astronomiche. Ai chimici fa piacere che nessuno riesca davvero a capire di cosa stanno
parlando. Oltre alla difficoltà di fare i calcoli, non hanno tenuto conto del fatto che con
questo sistema le cose diventano tanto complesse che loro stessi non si accorgono di
errori evidenti e palesi. Questo è uno dei problemi che ho dovuto affrontare quando
cercavo di capire perché la mia reazione PCR fosse così incostante.
Dal punto di vista chimico, il numero di Avogadro non ha alcun significato intrinseco.
Ebbi modo di osservare che in molti calcoli i biochimici moltiplicano prima per il numero
di Avogadro e, più avanti, dividono per lo stesso numero. E facile fare grossi errori
quando si calcolano numeri con esponenti come 1023. Norman Arnheim, con cui lavoravo
alla Cetus, fece un lungo calcolo per scoprire quante moli di DNA ci fossero in una sola
cellula di sperma. Fece un’enorme confusione, arrivando a ottenere una cifra di 0.9
molecole, anziché 1, e pubblicò un articolo che conteneva queste comiche ed erronee
conclusioni.
Cominciai a chiedermi come avevamo fatto a creare una situazione così confusa. In
Europa il grammo è un’unità di misura commerciale che serve a comprare le banane. Ma
in America è soprattutto un sistema di misurazione chimica. Il grammo come unità di
peso si basa sul fatto che un centimetro cubo di acqua al suo stato più denso - ossia alla
temperatura di 4 gradi centigradi - pesa un grammo. Il centimetro è un centesimo del
metro. E un metro, secondo i francesi, è un decimilionesimo della distanza tra il Polo
Nord e l’Equatore, su una linea che passa dritto da Notre Dame, dove d’inverno c’è quel
tizio che vende caldarroste. Per la chimica questa misurazione è inadeguata, perché si
basa su un concetto geofisico.
Quando i chimici mescolavano effettivamente 200 grammi di una sostanza con 500
grammi di qualcos’altro in un grande contenitore, il numero di Avogadro poteva essere
di qualche utilità. Ma oggi capita raramente che i chimici abbiano a che vedere con
quantità tanto rilevanti. Più che altro, mescolano le sostanze a livello molecolare: non 200
grammi, ma 200 molecole di questo e di quello. Non usiamo litri, ma microlitri. Oggi i
chimici lavorano con due molecole, che sono in grado di individuare e di utilizzare in una
reazione. Il vecchio sistema non è più usabile. Quello che serve sapere è quante molecole
ci siano da qualche parte, e quanto siano vicine le une alle altre. E c’è un sistema molto
semplice per farlo: contarle. Quando si hanno 10 unità di un ingrediente, le si definiscono
con un 10. Non c’è bisogno di dire 10 diviso un qualche numero ingombrante.
Creai un sistema completamente nuovo per confrontare le sostanze, i cui dettagli
potrebbero interessare solo un piccolo numero di persone. Ma è così che sono riuscito a
capire perché le persone che producevano la PCR ottenessero risultati contraddittori.
Quando confrontai il numero di molecole in ciascuno degli ingredienti, risultò chiaro che,
in molti casi, semplicemente non c’erano molecole di enzima sufficienti a reagire con le
molecole di DNA che dovevano essere trattate. Nessuno si era reso conto che il fattore
che limitava la produzione della PCR era semplicemente il numero di molecole di
enzima, perché non avevano modo di sapere quante ne stessero utilizzando.
Quando cominciai a fare esperimenti con la PCR, non sapevo mai quante molecole di
enzima ci fossero nella mia soluzione. Le quantità di enzima si esprimono in unità di
attività, in «quante molecole di qualcosa trasformerà in qualcos’altro, in una unità di
tempo e in condizioni predeterminate». Il problema - e la soluzione - risultarono ovvi
solo dopo che ebbi convertito ciascuno degli ingredienti necessari per fare la PCR in un
semplice sistema di conteggio delle molecole. Bisognava che il numero degli aggeggi con
cui l’enzima doveva interagire fosse più piccolo del numero delle molecole di enzima. La
semplicità è imbarazzante, quando devi lavorare mesi per ottenerla.
Chi tiene d’occhio la bottega?

Quando eravamo piccoli, pensavamo che i nostri genitori si occupassero di tutto, E a volte
lo facevano. Da adulti, ci piace pensare che ci siano degli individui molto saggi -
solitamente più anziani di noi - che si occupano del pianeta e di noi. Grazie a questa pia
illusione, un sacco di gente si guadagna da vivere facendo finta di fare proprio questo.
Sarebbe ingenuo pensare che le persone che lavorano in agenzie governative che si
devono occupare delle nostre esigenze, o anche in fondazioni no profit dai nomi
altisonanti - abbiano un atteggiamento altruistico nei nostri confronti. Loro non
condividono i nostri geni. Non sono i nostri genitori. Si occupano dei loro imperativi
biologici e delle loro personali esigenze. Riusciamo a ottenere attenzione solo quando le
loro e le nostre esigenze si sovrappongono.
Solo una volta ogni tanto - per esempio, in tempo di guerra - ci facciamo forza a
vicenda. Il generale e le truppe hanno un identico ed evidente interesse nelTevitare di
essere annientati dal nemico. In tempo di pace non succede spesso che le forti pressioni
verso il successo biologico individuale - la vita, la libertà e la ricerca della felicità -
combacino con quelle per la sopravvivenza del gruppo. Nessuno si prende cura dei nostri
interessi specifici; né la Chiesa, né il presidente, neanche Madre Teresa, nonostante la
cristianità, Greenpeace e tutte le altre greenqualcosa. Dobbiamo far conto su noi stessi,
come sempre.
Non è una novità del XX secolo. L’amministrazione costituzionale degli Stati Uniti è
stata fondata con l’idea che il governo venisse controllato, e le sue azioni vagliate. Gli
estensori di quel documento avevano senso pratico e sapevano che non possiamo contare
sempre sul fatto di avere re o presidenti saggi che agiscano nell’interesse nel Paese.
Abbiamo bisogno di due o più organismi governativi che si muovono in parallelo, in
competizione tra loro, all’interno di un sistema amministrativo capace di impedire a un
governo di diventare incontrollabile e quindi rendere necessaria un’insurrezione armata
per abbatterlo. È il meglio che possiamo fare date le circostanze, e finora ha funzionato
abbastanza bene. Ma stanno insorgendo problemi nuovi.
Ciò che è successo in questo secolo è che il mondo sta diventando sempre più
complicato. Numerose funzioni amministrative si sono estese a settori molto tecnici che
possono essere tenuti d’occhio solo con grande difficoltà da quanti sarebbero interessati a
farlo.
Il National Institute of Health è uno di questi carrozzoni, un altro è l’Environmental
Protection Agency. La National Oceanic and Atmospheric Administration assume gente
che fa carriera parlandoci degli ipotetici effetti degli aerosol solfati, come se esistesse un
collegamento reale e scientificamente dimostrato tra il rilevamento dei solfati e il clima
nel prossimo millennio. L’Ufficio Brevetti è un altro casino burocratico, la Federai
Reserve Board è un putridume di cattivo gusto: nessuno che lavori lì si deve preoccupare
troppo dei tassi di interesse.
Come facciamo a trasferire lo spirito del «vaglio» e del «controllo» a una sconfinata
massa di stronzi senza nome che passa la vita, limitandosi spesso solo ad arricchirsi,
svolgendo Dio sa quante mansioni tecniche?
Quando il congresso approva una legge che contrasta con Fattuale interpretazione
della Costituzione, la Suprema Corte di solito capisce cosa sta succedendo, e la annulla.
Ma quando il National Institute of Health fa un annuncio, attraverso uno dei suoi tanti
portavoce, chi controlla la fondatezza di quelle affermazioni?
È difficile poter contare su vagli e controlli in una comunità scientifica sostenuta
dall’esterno da una plebe ignara di nozioni scientifiche.
So che si tratta di una risposta sgradevole e inefficace: se paragonato a una benevola
monarchia, anche un sistema di governo tripartito risulta inefficace. Ma sono anche
consapevole che fino a quando ci consentirà di tirare avanti bene, qui nelle colonie, lo
sopporteremo. In effetti siamo ottimisti, e non abbiamo fretta di andare da qualche altra
parte. Io non conosco la risposta, ma so che «fidatevi di noi: siamo qui per esservi utili»
non è, e non è mai stata, una risposta credibile.
Nella mia ingenuità, fino al 1968 ho creduto che il mondo fosse un posto sicuro. Ero
convinto che fosse custodito da una élite di provata saggezza cui era stato affidato il
compito di proteggere noi e il pianeta. E speravo che io, un coscienzioso ventiduenne che
amava imparare e insegnare, sarei riuscito un giorno a far parte di quella élite.
All’inizio dell’anno proposi un mio articolo alla più prestigiosa rivista scientifica del
mondo, «Nature», pubblicata a Londra. Lo intitolai L’importanza cosmologica dell’inversione
del tempo, un titolo che mi sembrava molto astuto. Era una descrizione - basata sulla mia
esperienza e immaginazione - dell’intero universo, dall’inizio alla fine. Era una di quelle
cose intuitive che dovevano essere presentate come un’ipotesi sperimentale, in
conseguenza del fatto che io ero limitato esperienzialmente al «qui e ora» e che la mia
esperienza come cosmologo era in qualche modo limitata. Stavo frequentando il secondo
anno di specializzazione in biochimica a Berkeley, avevo letto un bel po’ sull’astrofisica, e
avevo assunto alcune sostanze psicoattive che avevano ampliato la mia percezione del
cosmo. Non erano ragioni valide per ritenere che una rivista scientifica internazionale
desiderasse pubblicare il mio punto di vista per edificare il proprio dottissimo pubblico.
L’articolo fu accettato. Ricevetti un mucchio di lettere da tutto il mondo, in cui mi si
chiedeva di ristamparlo. All’inizio fui entusiasta delle reazioni. Nature Times News
Service (un’agenzia di stampa internazionale, N.d.T.) diffuse un pezzo che cominciava
così: «Sembra fantascienza della più fantasiosa. Ma uno scienziato americano si dice
seriamente convinto che metà della materia che compone l’universo vada indietro nel
tempo». Una signora di Melbourne mi spedì l’articolo insieme a una lettera chiedendomi
di autografarlo. Più avanti, nell’articolo, mi citavano come «Il dottor Kary Mullis
dell’Università della California». Cominciai a preoccuparmi: decisamente, nel mondo
della scienza c’era qualcosa che non funzionava.
Non avevo un dottorato, ero solo uno studente che aspirava a ottenerlo. Chi era stato
a promuovermi? Perché le agenzie avrebbero dovuto riprendere l’articolo e pubblicarlo
sui giornali di tutto il mondo? Non ero davvero un astronomo qualificato: cosa ne sapevo
io dell’universo?
Fu allora che diventai adulto. Persi il mio antico convincimento che ci fossero persone
più sagge e più anziane di me che tenevano d’occhio la bottega. Se ci fossero state, non
avrebbero consentito che il mio primo articolo da studente sulla struttura dell’universo
fosse pubblicato sulla più prestigiosa rivista scientifica del mondo.
Anni più tardi inventai la reazione a catena della polime- rasi. Ero uno scienziato
professionista, e sapevo bene cosa avevo scoperto. Non erano le speculazioni di un
ragazzino sull’universo e l’inversione del tempo, ma una procedura chimica che avrebbe
reso le strutture delle molecole che compongono i nostri geni visibili come tabelloni
pubblicitari nel deserto e maneggevoli come soldatini di piombo. La PCR non richiedeva
una strumentazione costosa, ed era in grado di individuare e moltiplicare minuscoli
frammenti di DNA. E di farlo velocemente. Una simile procedura sarebbe stata preziosa
per diagnosticare malattie genetiche esaminando la mappa genetica di un individuo, ma
anche per scoprire patologie infettive, individuando i geni di agenti patogeni difficili o
impossibili da coltivare in vitro e per risolvere casi di omicidio analizzando i campioni di
DNA presenti in materie come sangue, sperma o capelli. Anche la paleobiologia
molecolare avrebbe prosperato grazie alla PCR: sarebbe stato possibile indagare il
processo evolutivo sulla base del DNA presente in antichi reperti. Lo studio del DNA
fossile e di quello degli esseri umani di oggi avrebbe consentito di indagare le
ramificazioni e le migrazioni delle antiche razze umane. E quando avessimo finalmente
trovato del DNA su altri pianeti, sarebbe stata la PCR a dirci se noi eravamo già stati là,
oppure se la vita su altri pianeti aveva seguito un suo percorso autonomo e indipendente
da noi.
Sapevo che la PCR si sarebbe diffusa in un lampo. E questa volta non avevo dubbi:
«Nature» avrebbe pubblicato il mio articolo.
Invece lo respinsero. E lo respinse anche «Science», la seconda rivista più prestigiosa
al mondo: suggerirono che forse il mio lavoro avrebbe potuto essere pubblicato da
qualche rivista minore, dato che non lo ritenevano adeguato alle esigenze dei loro lettori.
«Si fottano», dissi.
Passò un bel po’ di tempo, prima che il mio disgusto nei confronti delle riviste si
attenuasse. Finii con Faccettare l’offerta di Ray Wu di pubblicare la ricerca in un volume
che stava curando, intitolato Methods in Enzymology. Lui si era reso conto delle
potenzialità della PCR.
Questa esperienza mi insegnò un paio di cose, e mi fece crescere un altro po’. Non ci
sono saggi seduti lassù a contemplare il mondo dall’osservatorio privilegiato dei loro
ultimi venti anni di vita, assicurandosi che la cultura da loro accumulata venga utilizzata.
Dobbiamo farcela contando solo sulla nostra intelligenza. E dobbiamo tenere presente
- quando qualcuno annuncia al telegiornale che la temperatura globale sta aumentando,
che gli oceani si stanno trasformando in fogne o che metà della materia esistente sta
andando indietro nel tempo - che i media sono alla mercé degli scienziati che hanno
l’abilità di mobilitarli, e che gli scienziati dotati di questa capacità spesso non tengono
d’occhio la bottega. Più probabilmente, tengono d’occhio il loro stipendio.
Cosa è successo al metodo scientifico?

James Buchanan ha avuto una brutta idea, che nel 1986 gli permise di vincere il premio
Nobel. Non è colpa sua, d’altronde: ambasciatore non porta pena. Sto parlando di quella
che conosciamo come teoria della «public choice». Probabilmente la conoscete, e vi state
chiedendo come si possa vincere il Nobel facendo rilevare una cosa tanto semplice. La
risposta è che la maggior parte delle persone non riesce a vedere l’ovvio, che poi coincide
sempre con le verità più importanti. Buchanan ha diviso il mondo in quattro categorie:
elettori, politici, burocrati e gruppi di interesse. Tutte le persone che compongono questi
gruppi vogliono qualcosa dal sistema, e tutti sono professionisti organizzati. Tutti tranne
gli elettori, che devono andare tutti i giorni a lavorare e non possono concentrarsi su
come ottenere qualcosa dal Sistema. La maggior parte di noi ricade in quest’ultima
categoria.
Questa sera, il presidente della Federai Atmosferic Commission è a cena con il suo
segretario e con alcuni esperti fatti arrivare dal Cai Tech. Ha appena annunciato alla
CNN che il suo laboratorio ha bisogno di altri 50 milioni di dollari per studiare
l’impoverimento della fascia di ozono. A cena con il nuovo redattore scientifico della
CNN, arrivati al pesce, si compiacciono ripensando al bel lavoro fatto con il notiziario.
Più avanti, dopo il dessert, i liquori e il cappuccino, si danno appuntamento per
l’autunno prossimo a Oslo, alla conferenza dell’Envirocon World 2000.
E mentre torni a casa in macchina, la radio parla di questa storia dell’ozono. E ti
preoccupi per tutti quegli anni in cui hai usato la schiuma da barba spray, e per la lacca
spray che usa tua moglie. Di questi tempi, capita spesso di sentirsi in colpa: basta
accendere la radio e sentir parlare di ambiente.
Ti fermi dal droghiere a comprare del gel per radersi, senza CFC. La gigantesca pizza
ai peperoni che hai sul sedile posteriore appesta la macchina, e si raffredda, ma hai fatto
del tuo meglio per salvare il pianeta. Anche se i tuoi, quando arrivi a casa, non sembrano
particolarmente colpiti. Forse avresti voglia di andare a prendere qualcosa di forte da
bere, ma è aprile. E stagione di tasse, e tua moglie, che sta guardando la televisione, non
ne vuol sentir parlare, e comunque pensa che non sia una buona idea che tu vada al
negozio di liquori, a quest’ora. Tua figlia ti ricorda che non hai ancora mandato l’assegno
a Greenpeace, e, già che ci siamo, ti annuncia che ha deciso di andare sulla costa, il
prossimo fine settimana, per protestare contro l’accordo del Marin Head- lands Interior
Department, e tua moglie dice che non se ne parla neanche, e «Ti prego, papà, parlaci tu:
sembra che ci vada per divertirmi».
Succede anche a voi? O voi siete quelli con la pizza piccante ai funghi?
Chi sono questi signori che si garantiscono un ottimo stipendio organizzando simposi
scientifici e storie per i giornali? Non sono politici. I politici non capiscono niente di
scienza, vogliono solo fare finta di capirne. Qualcuno deve consigliarli. E chi sono questi
consiglieri? Questa è una domanda importante, perché questa gente - che continua a
venirsene fuori con dei disastri incombenti, che possono essere prevenuti da progetti
governativi, sponsorizzati da politici informati e benintenzionati - sta cercando di
manipolarvi. Sono parassiti, laureati in economia o sociologia, che non sono riusciti a
trovare ufficialmente un buon lavoro nel mondo della pubblicità. E sono responsabili di
molti di quelli che siamo portati, un anno dopo l’altro, a considerare come problemi
nostri. Mentre sono problemi altrettanto immaginari di quelli che vediamo nelle
interruzioni pubblicitarie alla televisione, dove c’è un macho australiano, con una
modella di Hollywood accanto e una macchina a trazione integrale con degli scemotti
patetici che lo inseguono a causa di un malinteso sui meriti dei rispettivi veicoli.
Chi paga questi esperti? L’Intergovernmental Panel on Climate Change, che le
Nazioni Unite finanziano con i nostri soldi? Oppure oggi i problemi vengono
dall’Environmental Protection Agency, visto che la tua azienda dovrà chiudere uno dei
suoi impianti, a causa di un qualche pesce che potrebbe estinguersi, e nel caos generale tu
potresti essere trasferito? E il Tropical Oceans and Global Atmosphere Group? L’Arctic
Climate System Study? Il Marlowe Walker Eternity Endowment? Il World Ocean
Circulation Experi- ment? Il World Bank’s Global Environment Facility? Greenpeace, o il
Sierra Club? Dopo una giornata di lavoro, sei troppo stanco per cercare di capirlo. E
questo che aveva previsto James Buchanan. Il sole non tramonta mai sull’Impero
Britannico, e neanche sui burocrati ambientalisti, come molti di loro vengono definiti
oggi. Dormite tranquilli: il pianeta è in mani ben pasciute.
Ora, a me le storielle piacciono. Mi piace raccontarle e mi piace ascoltarle. Ma quando
la mia auto non funziona, voglio sapere perché - e voglio una spiegazione comprensibile.
Non pretendo di essere io a metterla a posto, ma sto più tranquillo se riesco a capire in
cosa consiste il problema. Mi innervosisco quando qualche meccanico dà un’occhiata alle
mie mani pulite e pensa di potermi intrattenere con una conversazione sulle
caratteristiche della mia macchina, e poi darmi una fregatura. La penso allo stesso modo
quando si tratta del pianeta, e di quello che mangio. Se qualcuno dice che in quello che
mangio ci sono sostanze nocive, voglio che mi spieghino, dal punto di vista chimico, di
cosa si tratta, e poi decido per conto mio se continuare a mangiare quella roba o no. Il
metodo scientifico prevede che qualsiasi concetto venga suffragato da dati sperimentali.
Il che significa che se qualcuno è interessato a verificarlo, deve avere la possibilità di
ottenere informazioni sulle modalità dell’esperimento originale, così da poter verificare
di persona. Quando si parla di scienza, un’affermazione che si basa solamente su
un’opinione personale non è ammissibile. Le teorie degli scienziati, a differenza di quelle
dei teologi e dei critici cinematografici, possono essere separate da chi le ha espresse. Non
ha importanza sapere chi fosse Isaac Newton. È stato lui a dimostrare che la forza
equivale alla massa per l’accelerazione. Lui era un pazzoide antisociale e criminale che
voleva dare fuoco alla casa dei suoi genitori, ma la forza continua a equivalere alla massa
per l’accelerazione: chiunque conosca le teorie newtoniane è in grado di dimostrarlo
usando un tavolo da biliardo.
La scienza è nata nel XVII secolo. Non perché sia questa l’epoca in cui gli uomini si
sono occupati di scienza per la prima volta. Le piramidi di Giza, in Egitto, fanno pensare
che gli uomini si siano dedicati alla scienza in tempi molto remoti, ed esistono antichi
manoscritti, per esempio i testi di Euclide, che sono stati tradotti in arabo da eminenti
studiosi proprio mentre soldati arabi analfabeti stavano distruggendo la biblioteca di
Alessandria, la più grande del mondo antico. Alcune di queste traduzioni,
fortunatamente, arrivarono in Spagna, a Toledo, dove furono conservate su una collina
alta e facilmente difendibile, in attesa che il paese venisse liberato e che le vestigia
dell’antica cultura mediterranea venissero reclamate dai Franchi, discendenti di quei
poveracci che erano emigrati quando, l’intera civiltà occidentale si era sgretolata,
centinaia di anni prima. O almeno, qualcosa del genere: i dettagli si sono persi, ma è un
fatto che a un certo punto la scienza sia riemersa.
Nel XVII secolo Robert Boyle, che era un buon cristiano e un amico del re inglese
Carlo II, creò una pompa da vuoto e dimostrò che poteva spegnere una candela estraendo
l’aria dal vaso di vetro in cui questa si trovava. Secondo Boyle, qualunque cosa rimanesse
nel vaso quando la candela si spegneva, era da considerarsi «vuoto». Il che, nel linguaggio
comune, significava che non c’era assolutamente niente. Boyle non si era occupato di
sapere se lì dentro Dio ci fosse, o no: non sapeva come misurare l’esistenza di Dio, e il
problema religioso non gli interessava in modo particolare. A lui interessava quello che
poteva misurare, ma i cattolici non furono affatto d’accordo: erano in possesso di
documenti in cui si affermava chiaramente che Dio era dovunque. Quindi si pensò che
anche le sciocchezze derivanti da una errata traduzione di Aristotele, secondo cui «la
natura ha orrore del vuoto», volessero dire che per la natura il vuoto non era in nessun
modo ammissibile, e che Boyle era un imbecille. Ma la candela si spegneva comunque. E a
Boyle non interessava se lì dentro ci fosse o no Dio, perché non potevo misurarlo. Fu così
che la scienza cominciò a decollare. Quelli che propongono modelli informatici della
fascia di ozono e previsioni delle variazioni climatiche nei prossimi mille anni
dovrebbero imparare da Robert Boyle e dalla sua Royal Society. Se non potete proporci
una misurazione precisa, o una predizione accurata basata su una teoria, abbiate almeno
la gentilezza di non disturbarci.
Boyle si rese conto che noi viviamo in un fluido. I pesci probabilmente non sono
coscienti di vivere in un fluido spesso e viscoso. L’acqua è l’elemento in cui sono nati, fa
parte del loro habitat da sempre, senza che se ne rendano conto. Potrebbero definirla
«nulla», e se cominciassero ad attribuire ai loro errori proprietà filosofiche o religiose si
metterebbero nei guai. Anche noi pensavamo di vivere nel nulla, ma Boyle ha mostrato
che viviamo nell’aria, e che il vuoto è ciò che resta quando la estraiamo, e presenta
caratteristiche diverse dall’aria, anche se ha lo stesso aspetto. Quanti accettavano
l’esistenza del vuoto dichiararono la loro fedeltà al re, mentre quelli che ritenevano che
fosse impossibile crearlo sostennero il Papa. Nel 1662, Carlo II istituì la Royal Society di
Londra per «il miglioramento delle conoscenze sulla Natura», di cui Boyle fu uno dei
membri fondatori. Tutti quelli che si interessavano di scoperte scientifiche furono invitati
presso la Royal Society per effettuare le loro dimostrazioni. Fu grazie a questo metodo
scientifico che la scienza si separò dalla religione e dalla filosofia, ivi inclusa la morale. E
la scienza libera dalla morale cominciò a splendere.
Le leggi scientifiche non sono credenze: per il semplice fatto di essere dimostrabili.
Quando esperimenti realizzati nel nostro secolo hanno mostrato che le leggi di Newton
sulla gravitazione non erano sufficientemente accurate, esse sono state cambiate,
nonostante la buona reputazione di Newton e il fatto che è sepolto a Cambridge. La
relatività si adatta di più alla realtà. È così che funziona la scienza, da almeno quattro
secoli, ed è grazie alla scienza - non alla religione e alla politica - che anche gente come
voi o me può possedere cose per cui solo un secolo fa i re avrebbero fatto la guerra. Il
metodo scientifico non dovrebbe essere preso alla leggera.
Le mura della torre d’avorio della scienza sono crollate quando i burocrati si sono resi
conto che era possibile ottenere denari e posti di lavoro gestendo e promuovendo la
ricerca. I governi hanno cominciato a fare grossi investimenti subito prima della seconda
guerra mondiale. Tecnici e scienziati hanno inventato nuove armi da fuoco, oggetti più
resistenti e più appuntiti, motori migliori, aerei più veloci, radar per individuarli e armi
antiaeree per distruggerli, antibiotici per i piloti abbattuti, amfetamina per tenere tutti
svegli il più a lungo possibile, l’ora legale per guadagnare tempo e per finire una grossa
bomba che in un crescendo scioccante portò il conflitto verso la sua incredibile, orrenda
conclusione.
Gli scienziati hanno dimostrato di non essere solo un branco di pazzoidi che non
avevano niente a che vedere con il mondo. Non erano - e non sono mai stati - dei tizi
assolutamente inutili che se ne stanno nei loro laboratori a giocare con i regoli calcolatori.
Sono bastati alcuni di loro, con qualche strumento e una valida motivazione, per fare una
bomba che avrebbe instillato il timor di Dio nel cuore di Attila.
Nella società del dopoguerra, sarebbe stata la scienza a determinare l’equilibrio dei
poteri. E i governi hanno cominciato a investirci seriamente.
Gli scienziati hanno cominciato a gestire programmi che avevano un obiettivo ben
preciso. Probabilmente il progresso scientifico più importante del XX secolo è il fatto che
l’economia ha rimpiazzato la curiosità come forza motrice della ricerca scientifica. I
laboratori - universitari, pubblici o industriali - hanno bisogno di fondi per lo staff: dal
responsabile della ricerca ai suoi assistenti tecnici, agli specializzandi, agli studenti e alle
segretarie. Tutta questa gente ha bisogno di spazio, di strumenti, di rimborsi delle spese
di viaggio, di spese generali che comprendono gli stipendi e le note spese degli impiegati,
dei dirigenti amministrativi, di altre segretarie, la cura dello spazio intorno ai laboratori,
il servizio di sicurezza, il costo delle pubblicazioni scientifiche, e poi bibliotecari, custodi
e altro ancora. Tutto questo costa, e uno scienziato che desideri mantenere un laboratorio
o addirittura farlo crescere è sottoposto a una notevole pressione. La maggior parte del
denaro proviene da istituzioni come la National Science Foundation, il National Institute
of Health, il ministero della Difesa e quello dell’Energia. I fondi disponibili sono molto
contesi. Ma quello che dovremmo chiederci è: «Che cosa state facendo - che sia utile a noi
- con i nostri soldi?»
Immaginate due ipotetici laboratori in concorrenza tra loro per un finanziamento
pubblico. Uno dei due annuncia, attraverso una serie di articoli scientifici, di aver
scoperto nell’atmosfera superiore alcuni fenomeni interessanti e inattesi che
contraddicono le teorie correnti sulla formazione ra- diogenica del Carbonio 14, e
potrebbero modificare radicalmente i sistemi di datazione dei fossili mediante
radioisotopi. L’arco di tempo nel quale si è svolta l’evoluzione umana potrebbe essere un
decimo di quanto era stato calcolato in precedenza: tra noi e i fossili delle gole di Olduvai
potrebbero intercorrere solo duecentomila anni. E tutta la storia della biologia potrebbe
quindi risultare molto più breve del previsto. Per confermare questi dati sono necessarie
ulteriori ricerche, che i biologi di tutto il mondo seguono con curiosità ed eccitazione. E il
laboratorio richiede finanziamenti per un milione di dollari alla National Science
Foundation per realizzare uno studio più approfondito.
Il secondo laboratorio, che si occupa di fìsica dell’atmosfera superiore, organizza una
conferenza stampa per comunicare dei dati preliminari su quello che, all’apparenza, è un
enorme buco nella fascia di ozono, e avverte i giornalisti che se non si prendono
provvedimenti adeguati - tra cui milioni di dollari di finanziamenti per proseguire gli
studi - il pianeta così come lo conosciamo è destinato a finire tragicamente. Il cancro della
pelle è diventato epidemico e si sa di pecore che sono diventate cieche perché hanno
guardato il cielo. La gente sta cominciando a preoccuparsi di avere occhiali da sole in
grado di proteggere gli occhi dai raggi ultravioletti. Se ne parla anche a scuola, e si
insegna ai bambini a osservare l’intensità della luce quando scendono dall’autobus.
Quale di questi due laboratori otterrà i finanziamenti? Seguite il rivolo di denaro che
scorre dalle vostre tasche ai laboratori, e vedrete che passa attraverso i politici che hanno
bisogno di voi, e i gruppi di interesse che vi indottrinano attraverso i mezzi di
comunicazione. James Buchanan ha costatato trent’anni fa - e ancora oggi possiamo
dargli ragione - che di norma nessuno è davvero interessato a valutare in modo equo un
problema scientifico di interesse generale.
Negli ultimi anni di questo secolo pochissimi problemi sociali rilevanti sono stati
sottoposti a verifiche sperimentali, neanche quando sono state prese decisioni in
proposito. Per farlo è sufficiente convincere un elettorato disinformato. Alcune delle
grandi «verità» che gli elettori hanno accettato hanno ben poche basi scientifiche, se pure
ne hanno: sto parlando della convinzione che l’AIDS sia provocato dal virus Hiv, che le
emissioni dei combustibili fossili siano la causa del riscaldamento globale del pianeta, e
che il rilascio di clo- rofluorocarburi nell’atmosfera abbia prodotto un buco nella fascia di
ozono. Le illusioni sono ancor più radicate nella nostra vita, quando riescono a seguirci
fino alla bottega all’angolo.
La gente crede a queste e a molte altre cose non perché ne abbia le prove, ma perché è
ingenua: si tratta di convinzioni basate sulla fede. Ma qui non si tratta di questioni
trascendentali che hanno a che vedere con un credo. È difficile indagare su alcuni di
questi problemi, perché non è agevole fare esperimenti con la vita quotidiana delle
persone, ma si tratta comunque di affermazioni che possono essere confermate o
smentite. In caso contrario, gli scienziati non avrebbero motivo di occuparsene. Newton
non avrebbe permesso, che qualcuno arrivasse alla Royal Society a parlare di grassi saturi
e attacchi di cuore, perché queste teorie, come molte delle sciocchezze dalle quali
veniamo quotidianamente travolti, sono solo ipotesi, in attesa di ulteriori studi che
probabilmente non saranno mai realizzati.
Gli scienziati che fanno affermazioni categoriche su futuri disastri ecologici e
sostengono che gli uomini sono responsabili di tutti i cambiamenti in corso sono
fortemente sospetti. Spegnete la televisione, prendete in mano il libro di scienze che
usavate a scuola. Dovete sapere che intenzioni hanno. E dovete riuscirci da soli: ognuno
per sé, come sempre. Ringraziate la sorte che non abbiano cambiato vesti né abitudini:
continuano a indossare abiti bianchi, come sacerdoti, e a evitare i lavori pesanti. In questo
modo, è più facile identificarli.
Dire «ecologia» è come dire «universo», sono parole prive di significato, attuali perché
l’attualità è un dato assolutamente soggettivo, del tutto dipendente dal capriccio del
pubblico, e perché oggi tutti pensano che l’ecologia sia un problema di estrema attualità.
Ma cosa vuol dire davvero «ecologico», se prescindiamo dal contesto di conservazione
dello status quo? Si riduce all’immagine, meno attraente, di una specie di vigile urbano. E
perde il suo impatto emozionale su di noi, se ci prendiamo la briga di esaminare
onestamente la storia del pianeta che tanto amiamo, e ci rendiamo conto che l’unica cosa
assolutamente costante è il mutamento - un mutamento improvviso, catastrofico e
tutt’altro che confortevole. Perché uno squilibrio deve essere un problema, se lo stato
naturale delle cose è il cambiamento? Chi ha inventato questa benedetta idea di
equilibrio ecologico?
Non ho potuto fare a meno di notare una bizzarra coincidenza. Il brevetto americano
sulla produzione del freon, il più importante clorofluorocarburo utilizzato nei frigoriferi
e negli impianti di condizionamento, è scaduto più o meno nel momento in cui il freon è
stato messo fuorilegge. I Paesi che avevano cominciato a produrlo senza dover pagare per
questo privilegio sono stati invitati a fermarsi. E tra poco sarà possibile sostituire il freon
con un nuovo composto chimico, un prodotto industriale che sarà protetto da un brevetto
e farà guadagnare molto denaro all’azienda che lo produce.
Le prove indirette della diminuzione della fascia di ozono sono assurde. E vero che è
stato rilevato un maggior numero di tumori della pelle, ma questo non è un buon
indicatore dell’intensità dei raggi ultravioletti. L’aumento dei tumori potrebbe essere
provocato dal fatto che la gente tende a trasferirsi in climi più caldi. Negli ultimi
quarant’anni molte persone che vivevano nel Nord e nel Nord-Est degli Stati Uniti si
sono trasferiti nel Sud o nel Sud-Ovest. E nello stesso periodo la tintarella è diventata di
moda. E perché non dare la colpa al golf? Può anche darsi che negli ultimi tempi i medici
e i loro pazienti abbiano imparato a tenere conto di queste macchioline nere delle pelle
che crescono velocemente, e che quindi siano diventati più abili nell’identificare e
denunciare la malattia. Per misurare in modo non controverso la quantità di raggi
ultravioletti che raggiunge la terra non bisognerebbe valutare la diffusione del cancro,
bensì la luce ultravioletta che arriva sulla terra. Sarebbe sufficiente predisporre in una
delle tante basi antartiche uno strumento per la misurazione degli UV del valore di 6000
dollari, e tenerlo sotto controllo per qualche anno. Qualcuno potrebbe occuparsene, e
farci sapere come è andata? Se è stato fatto, io non ne ho saputo niente.
A parte la mancanza di prove scientifiche, non ha alcun senso pensare che possiamo
distruggere l’ozono nell’atmosfera superiore. Ecco cosa succederebbe, se in qualche modo
si producesse un buco nella fascia di ozono: i raggi ultravioletti emessi dal sole
passerebbero attraverso di esso per arrivare all’atmosfera terrestre, dove sarebbero
assorbiti dalla fascia di ossigeno - spessa diverse miglia - che circonda il pianeta. In questo
modo, si formerebbe altro ozono: è questo che succede quando i raggi ultravioletti si
uniscono all’ossigeno. L’ozono così creatosi assorbirebbe la luce ultravioletta,
impedendole di penetrare più a fondo nella fascia di ossigeno. È per questo che quaggiù
abbiamo dell’ossigeno da respirare, mentre nell’atmosfera superiore c’è l’ozono. Se tutte
le nazioni del mondo si mettessero d’accordo per eliminare la fascia di ozono, non ci
riuscirebbero neanche investendo tutto il loro denaro. Non è possibile farlo, a meno di
non eliminare tutto l’ossigeno dell’atmosfera: e allora, pensate un po’, non potremmo
respirare, fino a quando le piante non ne avessero prodotto altro. L’ozono nell’atmosfera
superiore si gestisce da solo. Misurare una frazione infinitesimale in una variabile di
questo tipo non significa che sappiamo come vadano le cose. Provate a infilare un
bastoncino nella sabbia per segnare il punto d’arrivo dell’ultima onda quando è in arrivo
la marea, e tornate un’ora più tardi con un altro bastoncino. Vedrete che in un’ora la
marea è andata avanti di 10 piedi, ma se prevedeste che in un anno avanzerà di 87.000
piedi vi sbagliereste di grosso.
Sostenere che gli uomini sono capaci di surriscaldare il pianeta o di disperdere il suo
ozono è ridicolo come accusare i graffiti del Maddaleniano di aver provocato l’ultima
glaciazione. Siamo convinti che le emissioni da noi prodotte facciano aumentare la
temperatura del pianeta, anche se la temperatura non sta realmente aumentando. E
anche se aumentasse, sarebbe sciocco pensare che dipenda da noi. Potremmo, con
altrettante motivazioni, dare la colpa alle mucche. Nel XIX secolo la temperatura è
diminuita, e in questo secolo è aumentata soltanto di circa mezzo grado. Il trend degli
ultimi due secoli segnala temperature in diminuzione: e «in diminuzione» non vuol dire
che fa più caldo. Se proprio volete preoccuparvi, preoccupatevi del fatto che ci stiamo
avviando verso una nuova glaciazione. Potrebbe essere vero.
E allora, dovremmo decidere di fermarla? Non siamo stati noi a provocare le ultime
glaciazioni, né a farle andare via. Ci siamo limitati a trarne beneficio. Allo stesso modo,
non siamo noi a scatenare lampi e tempeste. Non siamo noi a far sì che in certi anni gli
effetti di E1 Nino si facciano sentire, o che in altri anni non si sentano. Non provochiamo
le inondazioni. Viviamo in un pianeta che offre molti misteri, tra cui l’andamento delle
variazioni climatiche. Ed è di queste variazioni che siamo figli, ed è da questi misteri che
siamo originati.
Noi accettiamo i proclami degli scienziati in camice bianco con la stessa fede che un
tempo riservavamo ai sacerdoti e abbiamo chiesto loro di commettere le stesse atrocità
che i sacerdoti perpetravano quando il potere era in mano loro. Abbiamo forzato la
situazione, imponendo loro di presentarci novità significative. E li abbiamo trasformati in
individui perversi, quasi quanto gli avvocati. Persone che si baloccano con le nostre vite e
con le nostre strane esigenze. Gli scienziati potrebbero divertirci inventando belle cose,
senza bisogno di giustificare la loro esistenza facendoci morire di paura. Non potrebbero,
invece, rassicurarci? Deciderlo sta a noi, e non a loro, perché è da noi che dipendono.
Spetta a noi sistemare le cose in modo che tutti - gli scienziati, e noi stessi - ne traggano
beneficio.
Centinaia di anni dopo l’esperimento di Boyle, non abbiamo ancora imparato a
separare i fatti dalle nostre idee. Abbiamo accettato come verità l’idea che siamo
responsabili del riscaldamento globale e del fatto che nella fascia di ozono ci sia un buco
che diventa sempre più grande, anche se non abbiamo prove scientifiche. Abbiamo fede
nelle catastrofi. E gli scienziati hanno interesse, dal punto di vista finanziario, a che noi
continuiamo a credere che questi problemi minaccino le nostre vite e debbano essere
risolti. E per questo che vengono pagati. Che cosa ne ricaviamo? Ci sentiamo rassicurati,
sappiamo che qualcuno ci protegge?
Forse la miglior cura per la nostra ansia sarebbe fare quello che facevano i nostri
antenati: costruire qualche chiesa in stile gotico, riempirla di pregevoli opere d’arte - a
me piacciono quadri a colori vivaci che ritraggano personaggi con l’aureola e lo sguardo
severo, ma qualunque cosa funzioni va bene - far arrivare artigiani dalla Svezia per
costruire organi a canne, sponsorizzare compositori tedeschi, polacchi, inglesi e di New
Orleans perché scrivano inni, castrare qualche ragazzino per le parti di discanto e
ritrovarci ogni domenica per cantare e pregare per le nostre anime. Teniamoci il freon.
D’estate, in chiesa, avremo bisogno dell’aria condizionata.
L’attacco delle Loxosceles reclusae

Ho imparato cosa succede se si appoggia la mano su un formicaio di formiche rosse. Ero


curioso di sapere che effetto facesse; sapevo che se avessi tenuto immobile la mano le
formiche non avrebbero reagito. Non mordono così, tanto per fare. Tuttavia non tenni
conto di come avrei fatto a togliermele di dosso; avrei dovuto avere vicino un secchio
d’acqua in cui infilare la mano una volta concluso il mio esperimento. Se vengono
immerse, le formiche galleggiano. Invece cominciai a grattarle via, e tutte quelle che
stavano sulla mia mano decisero che era venuto il momento di mordere. Quel
pomeriggio rincasai con la mano dolorosamente gonfia. E mia madre mi diede un
consiglio: «Kary, non giocare con le formiche». Da allora stetti più attento, ma non smisi
mai di farlo.
Mio fratello Robert e io mettevamo insetti diversi in un secchio da muratore, per
vedere cosa sarebbe successo. Scoprimmo che se si mettono in un recipiente chiuso una
vedova nera e un calabrone, i due si gettano l’uno contro l’altro, e il calabrone ha la
meglio. Se non c’è un coperchio, il calabrone vola via.
Una mantide religiosa è un animaletto affascinante, e facile da catturare: è divertente
vederla strisciare lentamente su una mosca e divorarla. E un animale delicato, abile e
veloce. La mosca si accorge appena di quello che le sta succedendo.
La mantide comincia dalla testa, così da godersi il suo pasto senza distrazioni, e finisce
con le ali, che probabilmente, così secche e scagliose, sono la parte peggiore. Anche se,
considerando l’entusiasmo con il quale le finisce, riempiendosi la bocca come un francese
intento ad assaporare l’ultima goccia di un ottimo cognac, mi chiedo se non si tratti
invece del boccone migliore.
Alla fine, la mantide si pulisce la bocca con le zampette, e le zampette con la bocca: è
un animale molto beneducato.
Ho sentito dire, ma non l’ho mai visto, che la mantide femmina fa qualcosa di simile
se riesce ad attirare una mantide maschio. Anche in questo caso comincia dalla testa, e il
corpo del maschio, nonostante la decapitazione, continua a fare ciò che tutti i maschi
fanno quando ne hanno la possibilità. Una volta certa di deporre uova fertili, la femmina
completa il libidinoso festino.
Una volta, detti in pasto a una mantide che avevo catturato una grossa farfalla
notturna della Carolina del Sud. Quando i due insetti cominciarono a sbatacchiare contro
le pareti della scatola, li liberai. La farfalla volò via, portandosi la mantide sotto la pancia
come un 747 che riporti lo Shuttle a Cape Canaveral. La mantide si era gonfiata come un
pallone, e sembrava in procinto di scoppiare: stava divorando la farfalla. Le riacchiappai
approfittando di una picchiata a bassa quota, staccai la mantide e la rimisi nella scatola. Il
giorno dopo era morta. Probabilmente, per la frustrazione.

Eravamo nel 1996, e stavo pranzando con David Fisher. «Kary, cos’è quella cosa nera
sul tuo gomito?» Abbassai i gomiti: sul destro c’erano due puntini, neri come la pece.
Sembravano croste, ma erano troppo scuri e troppo tondi. E sapevo di non essermi
grattato. «Non lo so.» Provai a toccarle, ma erano attaccate, e ci trovavamo in un
simpatico ristorante italiano di Berkeley, dove la gente non si toglie le croste.
Cambiammo argomento.
Dopo pranzo partii verso nord, sulla 101, diretto a Men- docino. Continuavo a tenere
d’occhio il mio braccio destro. La pelle era tesa, i puntini neri si stavano scurendo sempre
più, e non diventavano ellittici né sbavavano. Stava succedendo qualcosa di strano.
Quella sera, la prima crosta si spezzò, rivelando un piccolo avvallamento, largo un
centimetro circa, pieno fino all’orlo di globuli bianchi. Non aveva l’aria di una ferita in
via di guarigione. L’avvallamento sembrava ribollire di vita, e il mio braccio era
decisamente caldo. Ricorsi al Manuale Merck, un libro di consultazione che non dovrebbe
mancare in nessuna capanna. Anni prima, quando mi era scoppiato un capillare
nell’occhio, mi ero spaventato moltissimo. Era cominciato come una puntina
sanguinolenta, sotto lo strato di pelle dell’occhio detto membrana congiuntivale, e si era
sparso nel bianco dell’occhio che aveva assunto quella minacciosa colorazione rossastra
che solo il sangue può avere. Ma il Manuale mi aveva tranquillizzato: c’era scritto che è
una cosa che può succedere una volta ogni tanto, e ciò non significa che capiterà di
nuovo. La cosa peggiore è che ha un aspetto impressionante.
Questa volta il Merck non fu così rassicurante. Sembrava che io avessi incontrato la
Loxosceles reclusa, il «ragno eremita» marrone. Il libro mi informava, in tono impersonale,
che ero veramente nella merda.
Avevo visto i morsi del ragno sulle facce delle gente in testi di medicina, in casi in cui
i morsi avevano vinto, e le facce perso. Fortunatamente ne avevo solo due, su un gomito.
La crosta nera appare circa dodici ore dopo la puntura, e cade dopo altre sei ore.
Dovevano avermi morso a La Jolla, e ora ero a 600 miglia da lì. Andai a dormire piuttosto
tranquillo, del tutto ignaro che l’ala nord californiana della famiglia Loxosceles, in contatto
con i propri fratelli del Sud attraverso la mia valigia e le Southwest Airlines, mi aspettava
nella mia camera da letto-serra. Probabilmente mi avevano preso per una pizza per ragni.
Le reclusae di Mendocino si occuparono di me: la mattina dopo, avevo otto nuovi
morsi. Si chiamano morsi, ma in realtà sono buchi. I ragni non hanno denti, e non
mordono. Avevano lavorato sulle vecchie ferite di La Jolla, bevendo i miei fluidi e
iniettando un altro po’ di veleno per farli scorrere più veloci, e poi avevano
accuratamente scavato qualche nuovo buchetto.
Le nuove ferite si svilupparono rapidamente: i ragni ben nutriti producono
un’abbondante quantità di veleno che, delicatamente iniettato attraverso le «zanne», in
modo da non danneggiarle, mi impediva di sviluppare una risposta immunitaria ai
batteri che erano stati trascinati nella ferita. I batteri hanno nomi come staphylococcus, e il
mio organismo sa come difendermi da loro, ma non in presenza di questo veleno. In
questo modo, gli stafilococchi possono prosperare sulle cellule della mia epidermide. E
possono andare più a fondo. Diventa un «derma-party», con gli stafilococchi che
trasformano la mia pelle in una poltiglia: i ragni hanno bisogno di alimenti liquidi.
Una delle nuove ferite si trovava sul lato sinistro del mio naso, quasi nell’occhio. E mi
preoccupava molto. Il Manuale Merck suggeriva di usare acqua ossigenata sulle ferite, ma
non era molto rassicurante. Consigliava un intervento chirurgico, e avvertiva che il
bisturi avrebbe dovuto incidere in profondità. Un’incisione superficiale avrebbe creato
solo un’altra ferita, più profonda ma ancora in necrosi. Necrosi vuol dire carne morta, un
buco che si allarga producendo pus. «Gesù», pensai riflettendo sugli effetti di un bisturi
che incide in profondità. Presi del Vicodin per il dolore.
Su Internet, una descrizione del ragno eremita fornita dall’Istituto dell’Agricoltura
del Nebraska afferma, senza riserve, che «i ragni tentano di mordere gli esseri umani solo
in casi estremi, quando sono minacciati, feriti, o rimangono intrappolati negli abiti. Ma
preferiscono ritirarsi piuttosto che attaccare, e in genere evitano il contatto con gli
uomini». Casi estremi? Minacciati? Io stavo dormendo nel mio letto! Sempre su Internet,
l’Università del Kentucky sottovaluta ingenuamente la malvagità che alberga nel cuore
di un ragno: «Il ragno eremita si aggira di notte in cerca di prede. È un animale timido,
che se minacciato cercherà una via di scampo nella fuga, ma può mordere se messo alle
strette». Col cavolo che morde: non può, non ha denti. Ma ti scava con le appendici delle
zampe davanti, e il fatto che sia o no timido è irrilevante. Ti becca mentre dormi, e non
puoi metterlo in imbarazzo facendogli domande personali.
La prima a colpirti è una mamma ragno, che vuole procurarti una ferita che cola, si
espande e non guarisce. Secondo gli esperti dell’Università del Kentucky, facoltà di
agraria, dipartimento di entomologia, sono le femmine ad avere il veleno più potente. E
lei ti ferisce perché i suoi piccoli hanno bisogno di un posto dove nutrirsi. In questo modo
possono infilare le loro orribili, piccole teste nella pozza di sostanze nutrienti che stai
trasudando, succhiare i tuoi fluidi vitali con il loro apparato boccale, e in questo modo
sopravvivere. Il ragno non corre alcun pericolo: dopo aver aperto la ferita, si allontana e
depone le uova. Dal suo punto di vista, è un efficiente processo biotecnologico. Ma per un
essere umano, è una violazione palese della sovranità personale. Una procedura
chirurgica non necessaria praticata senza il consenso del paziente, o dei suoi congiunti
più stretti. È una sgradevole manifestazione di incontrollata biodiversità, e forse è solo la
punta dell’iceberg delle relazioni uomo-ragno. Non promette comunque niente di buono
per quanto riguarda la possibilità di organizzare un summit diplomatico planetario
aracnidi-umani.
La mattina dopo, con il Vicodin che mi scorreva nelle vene e mi teneva tranquillo, mi
procurai una bombola di ossigeno e allestii un apparecchio per somministrare ossigeno al
lato sinistro del mio naso. Immaginavo che, se l’acqua ossigenata faceva bene, l’ossigeno
puro a pressione avrebbe fatto meglio, e forse sarebbe stato assorbito più in profondità
dalla pelle che si stava ritirando. Ogni ora, quando non dormivo, trascorrevo quindici
minuti con questo tubo strettamente premuto contro il naso. Effettivamente quella ferita
non si estese come le altre, che diventavano ogni giorno più grandi. Se avessi avuto una
strumentazione adeguata, le avrei trattate tutte con l’ossigeno: stavo mettendo in atto
una specie di triage (il termine medico per definire la scelta, in caso di emergenza o
quando le risorse disponibili sono limitate, tra i malati curabili e quelli per cui non si può
fare niente, N.d.T).
Dopo tre giorni sentivo male anche solo a muovermi, e avevo bisogno del Vicodin per
alzarmi dal letto. Ormai mi ero liberato dei ragni, perché avevo bombardato la casa con
l’apposito insetticida. Dormivo più tranquillo, ma la mattina continuavo a trovarmi
incollato alle lenzuola: avevo eliminato i ragni, ma non le ferite.
Shelly Hendler è il mio medico, e un buon amico. Quando ho bisogno di un medico,
posso contare su di lui, anche in piena notte, e so che posso fidarmi.
Dopo avergli descritto le ferite, mi chiese come fossi arrivato alla conclusione che si
trattava di ragni eremita. Gli dissi che il Merck descriveva dettagliatamente le lesioni. Ma
si convinse solo quando, un giorno più tardi, gli dissi che avevo eliminato tutti gli insetti
della casa con uno spray, e che tra i cadaveri c’erano parecchi di questi ragni. Shelly diede
un’occhiata ai suoi libri, consultò la rete e qualche amico. Sembrava che non ci fosse
niente da fare, se si esclude un intervento chirurgico. Bisognava tenere pulita la ferita,
metterci l’acqua ossigenata e sperare in bene. Ma senza farci troppo conto: meglio
chiamare un chirurgo. Shelly mi fece la diagnosi per telefono da San Diego, a 600 miglia
di distanza. Mi disse che pensava che le ferite fossero contaminate da batteri, e che avrei
dovuto prendere la penicillina. «Shelly», gli dissi, «la penicillina non serve a niente
contro le tossine.» «Be’, sembra si tratti di batteri.» «Sono sicuro che ci sono dei batteri
che stanno banchettando nella ferita, ma non sono loro il problema.» Avevo ragione, ma
anche torto. Il problema era che il mio sistema immunitario non era in grado di
difendermi contro i batteri: ci avevano pensato i ragni, con il loro veleno. La penicillina
avrebbe potuto eliminare direttamente i batteri, senza bisogno del mio sistema
immunitario, ma al momento non ero in grado di ragionare lucidamente. Shelly mi
chiese se avessi bisogno di altro Vicodin. «Mi fa male da cani.» «Te lo faccio avere. Sei
sicuro di non volere la penicillina?» «No: penso che mi butterebbe giù.» Shelly non era
convinto.
Durante gli undici giorni successivi presi il Vicodin, e le ferite peggiorarono. Ogni
mattina le misuravo con un righello, e loro continuavano ad allargarsi. Non c’era segno di
guarigione.
Anche il dolore era sempre più forte, specialmente sul gomito destro. Le immagini di
persone morse da ragni eremita disponibili su Internet erano disgustose. Su alcune c’era
un avvertimento: le immagini che state per vedere sono molto esplicite e possono causare
turbamento. Buchi nella pelle, pus che cola. Ero spaventato, ma non abbastanza da
tornare a San Diego per andare dal medico. Il Vicodin in forti quantità attutisce il dolore,
ma anche la capacità di giudizio. L’undicesimo giorno chiamai Shelly per chiedergli altri
a - nalgesici. Gli dissi che i dolori erano sempre più forti. Shelly si preoccupò e, convinto
che non fossi in grado di valutare in modo attendibile quello che mi stava succedendo,
prese in considerazione l’idea di venirmi a trovare senza avvertirmi. Era disponibile a
fare qualsiasi cosa ci sembrasse ragionevole, di fatto non aveva niente contro gli
analgesici, avendo avuto occasione di soffrire nella vita, ma era davvero convinto che
dovessi prendere la penicillina. «Ti prescriverò della dicloxacillina», mi disse, «fattela
dare quando vai a Ukiah per l’ossicodone». La letteratura medica non dice niente sulla
possibilità di usare la penicillina contro i morsi di Loxosceles. L’unica soluzione possibile
sembrava essere l’intervento chirurgico. Nel mio caso, con dieci morsi, sarebbe stato un
massacro. Avrei perso la funzionalità di un ginocchio, forse anche di un gomito, e mi
sarei ritrovato con una serie di profonde cicatrici. Prima che tutto fosse finito, grossi pezzi
della mia pelle e del mio tessuto muscolare sarebbero andati a finire nella vaschetta di
acciaio del chirurgo.
Decisi che non avevo niente da perdere. Ritirai la ricetta, e cominciai a prendere
mezzo grammo di dicloxacillina più o meno alle tre del pomeriggio. Alle sei ne presi altro
mezzo grammo, un altro alle nove, e poi andai a dormire con l’aiuto dell’ossicodone. Mi
svegliai alle tre del mattino, e mi stupii vedendo che le mie ferite avevano smesso di
sgocciolare sulle lenzuola, e non mi facevano più male. Andai a controllare la situazione
allo specchio del bagno. Anche se non avevano cambiato forma, le ferite cominciavano a
trasformarsi in insignificanti sbucciature. Sulle mie braccia e sulle mie gambe si stavano
formando le più belle croste che avessi mai visto.
La mia fase di necrosi aracnidea si stava concludendo. Shelly Hendler aveva scoperto
la cura per le ferite provocate dai ragni eremita. Non ne abbiamo la prova scientifica,
perché non abbiamo ripetuto l’esperimento: abbiamo troppo da fare, e per quanto mi
riguarda non ho nessuna intenzione di sottopormi ancora una volta a questa esperienza
per vedere se la cura funziona. Ma la consiglierei senza ombra di dubbio per i morsi di
questi ragni. A meno che non siate allergici, la penicillina è del tutto innocua. Io ho
continuato a prenderla per circa una settimana, fino a quando le croste si sono disseccate
e sono cadute. E ha funzionato benissimo per tutte e dieci le ferite. Per quando riguarda i
ragni eremita, il mio consiglio è: sterminateli a vista. Hanno sei occhi e otto gambe:
decisamente troppi. Al diavolo la biodiversità: sarei contento di calpestare personalmente
l’ultimo esemplare di Loxosceles.
Gli alieni non sono ammessi

Alcune persone vivono esperienze tanto bizzarre, da essere portate ad attribuirle a


interventi alieni, incontri ravvicinati del primo, secondo o terzo tipo (come se tali
interventi dovessero necessariamente ricadere in una di queste castesso ho avuto una di
queste esperienze. Sostenere che si è trattato di un intervento extraterrestre può suonare
eccessivo, ma giudicarla semplicemente un’esperienza insolita significa minimizzare.
Diciamo che è stata estremamente insolita.
Nel 1975 comprai del terreno nell’entroterra di Mendocino County, in California,
lungo il fiume Navarro. Anziché battezzare la proprietà «Gli abeti», «La collina del sole»,
o «Casa Mullis», la chiamai «L’istituto per gli studi ulteriori». Successivamente, ne
ribattezzai una parte «Coltivazione automatica di alberi “Il fuoco e la rosa”». Questo tipo
di coltivazioni godeva di vantaggi fiscali e io piantavo davvero degli alberi, che
crescevano automaticamente, traendo l’acqua necessaria da uno stagno che funzionava
da cisterna. Diventai così un coltivatore di alberi. E lo sono tuttora. Non ebbi mai
coraggio di tagliarli, quindi non ho potuto dimostrare di averne tratto alcun profitto
entro cinque anni, e adesso non posso più rivendicarlo. Però l’America è più forte grazie
ai miei alberi, e io ne sono orgoglioso, anche se gli affari mi sono andati male. Tuttavia,
credo che questo non abbia niente a che vedere con il fatto che una notte fui rapito da
esseri misteriosi. Sono relativamente sicuro che non si trattasse di agenti delle tasse.
All’epoca vivevo a Berkeley, e raggiungevo la mia proprietà ogni venerdì sera. Una
sera del 1985 vi arrivai verso mezzanotte. Ero solo in macchina e avevo superato il test
pratico di sobrietà, essendo riuscito ad attraversare le montagne. Accesi le luci in cucina,
posai la spesa sul pavimento e afferrai una pesante torcia nera. Ero diretto al gabinetto,
che si trovava in fondo alla collina, a meno di venti metri dalla capanna. Alcuni
pensavano che di notte fosse un po’ impressionante, ma io no. A me piaceva la notte, non
mi dispiaceva sedere al buio sulla seggetta di legno rosso fatta su misura e sentire i gufi
giù nella valle. Ma quella notte non riuscii nemmeno ad arrivarci.
Il sentiero che porta al gabinetto si dirige verso est, e poi vira bruscamente a nord,
dopo qualche gradino scavato nella terra, proseguendo in piano per sei o sette metri. Io
scesi gli scalini, girai verso destra e là in fondo al sentiero, sotto un abete, vidi qualcosa
che brillava. Puntai la torcia, notando solo che la cosa appariva più bianca nel punto in
cui veniva colpita dal raggio di luce. Sembrava un procione. Più tardi, mi chiesi se non si
fosse trattato di un ologramma, proiettato da Dio sa dove. Il procione mi rivolse la parola:
«Buonasera, dottore», mi disse. Gli risposi, non ricordo esattamente cosa, forse «Salve!»
La cosa successiva che mi ricordo è che era mattina presto, e stavo camminando su
una strada che saliva da casa mia. Quello che pensai mentre tornavo verso casa fu: «Cosa
diavolo sto facendo qui?» Non avevo alcun ricordo della notte precedente. Pensai che
forse ero svenuto, e avevo trascorso la notte all’aperto. Ma le notti estive, a Mendocino,
sono umide, mentre i miei vestiti erano asciutti e perfettamente puliti. Nella capanna le
luci erano fioche. Mi affrettai a spegnere l’interruttore. A molte miglia dalla Pacific Gas
and Electric, disponevo dei miei pannelli solari e di un paio di batterie, una sistemazione
adeguata ma non lussuosa. Dovevo sempre far attenzione alla luce. I sacchetti erano
ancora sul pavimento, e cominciai a mettere a posto la spesa. La spremuta di arancia
comprata al Safeway di Healdsburg non era più ghiacciata. Pian piano gli avvenimenti
della notte precedente cominciavano a tornarmi alla memoria. Ricordai che stavo
andando al gabinetto con la mia bella torcia nuova. Dove diavolo era finita?
D’un tratto, mi tornò in mente: il procione luminoso che parlava! Era successo
davvero? Il ricordo era nitido, per quanto la mia mente lo consentisse a quell’ora di
mattina. Rammentavo bene quello stronzetto e il suo saluto così formale. Mi ricordavo i
suoi furbi occhietti neri e l’effetto della mia torcia sulla sua faccia che emanava luce. Dove
era finita la mia torcia?
Mi incamminai di nuovo verso il gabinetto, senza il timore di imbattermi in qualcosa
di spaventoso. Volevo che quel maledetto procione fosse ancora lì. Ma non c’era, e
neanche la mia torcia. Avevo la sensazione che non ci sarebbe stato niente. Che mi sarei
sentito svuotato, frustrato e confuso. Era proprio così che mi sentivo.
E avevo anche sonno. Tornai verso casa, mi buttai sul letto e dormii per diverse ore.
Quando mi svegliai, l’esperienza assunse un aspetto molto più reale. Cercai ancora una
volta la torcia, ma non riuscii a trovarla, nemmeno quando estesi le ricerche in tutta la
proprietà. C’erano dei fatti - i miei vestiti asciutti, le luci rimaste accese tutta la notte, la
torcia - che non potevo negare, eppure non mi spaventai. Non chiamai nessuno, perché
non avevo il telefono. L’intera vicenda mi lasciava molto perplesso.
Continuai a cercare la torcia, senza successo. Decisi di dedicarmi alle mie occupazioni
quotidiane. Sembrava non ci fosse modo di fare ulteriori indagini, e la cosa più strana era
che la cosa non mi preoccupava come avrebbe dovuto. Avevo intenzione di ripulire un
condotto: nella parte più bella del mio bosco c’è una sorgente, la cui acqua normalmente
scorre attraverso una tubatura e va ad alimentare uno stagno. La settimana prima mi ero
accorto che il condotto doveva essere ripulito, così, nel tardo pomeriggio, mi avviai verso
il bosco - che cominciava a circa duecento metri da casa, oltre un pascolo - portando con
me qualche attrezzo.
Appena arrivato all’ombra degli alberi cominciai ad avere paura. Invertii la direzione
e camminai il più velocemente possibile verso la luce. Non mi misi a correre, né guardai
indietro: mi limitai a camminare velocemente. Non volevo far capire che ero spaventato.
Quando fui arrivato allo scoperto, mi girai e guardai il bosco: «Cosa diavolo sto facendo?»
Non ne avevo idea, ma non avevo comunque nessuna intenzione di tornare là. Ogni volta
che guardavo in quella direzione ne ero sempre più certo.
Qualunque cosa mi fosse accaduta la notte precedente doveva essere successa lì, in
quel bosco. Mi venne in mente che la strada sulla quale stavo camminando quel mattino,
quando ero tornato in me, andava verso casa da quella direzione. Filai dritto a casa e non
tornai più indietro. Non raccontai a nessuno questo episodio.
Sei mesi dopo, mi trovai a passeggiare in quello stesso bosco con i miei figli, di cinque
e otto anni. In loro compagnia mi sentivo più a mio agio. Passammo qualche ora nel
bosco, e ripulii il condotto. Ma per un certo tempo non tornai là da solo, e ancora oggi
non ne parlo con nessuno.
Era strano avere una parte della mia proprietà in cui non mi sentivo a mio agio.
Trascorrevo molto tempo da solo a Mendocino: perché, all’improvviso, avevo sviluppato
un timore irrazionale nei confronti di un luogo che mi era sempre piaciuto?
Passarono un paio di anni. Un sabato notte in cui ero lì per il weekend decisi di
prendere in mano la situazione e di mettere in atto una sorta di terapia. Quel pomeriggio
avevo deciso di dare un’altra pulita a quel maledetto condotto. Avevo messo insieme gli
attrezzi, ma non ero riuscito ad andare là. Quella notte, invece di andare a ballare al
saloon Rose Bud, mi sarei dedicato alla psicoterapia.
Avevo comprato un’altra torcia di metallo nero per rimpiazzare quella che avevo
perso, e l’avevo attaccata con il nastro adesivo sulla canna di un AR-15. Grazie a Dio, non
tutti possiedono un’arma del genere. Io ero stato esonerato dalla guerra del Vietnam, e ne
avevo vista una la prima volta quando un amico la portò con sé a Mendocino. Sembrava
un giocattolo della Mattel, ma Ron mi assicurò che non lo era. Il caricatore conteneva
circa venti proiettili, e li sparava a ripetizione ogni volta che si premeva il grilletto. Era
legale, e mi faceva piacere averla, dato che la capanna era isolata e priva di telefono.
Con una torcia potente, attaccata con il nastro adesivo nero alla canna dell AR-15, mi
sentivo come John Wayne. Camminai fino al bosco, mi fermai sotto i primi alberi e urlai
verso il buio: «Questa è la mia proprietà, e sto arrivando. Se qualcosa si muove, sparo. E
anche se non si muove niente, potrei sparare lo stesso. Mi sono rotto le palle». Stavo
gridando veramente forte: «Fuori dai miei boschi! Ora! Se non potete muovervi, gridate,
forse avrò pietà di voi. Forse no. Fuori dai coglioni!» John Wayne non avrebbe detto
«coglioni», ma i tempi sono cambiati.
Avevo la sensazione che urlando in questo modo avrei, se non altro, allontanato
chiunque fosse lì per caso. Ma urlare faceva anche parte della terapia. Il raggio di luce
emesso dalla mia torcia penetrava nella parte più oscura del bosco. Ero a meno di venti
metri da un vecchio, enorme albero di alloro cavo, che cresceva vicino a una piccola
cascata piena di felci. Era bellissimo, ma era diventato anche il centro delle mie paure. Al
mio fianco John Wayne, con in testa lo stesso genere di cappello che avevo indossato per
l’occasione, dichiarò: «Diamogli quello che si meritano, ragazzo». Aprii il fuoco con FAR-
15 e crivellai di colpi l’area dove si trovava l’alloro. «Spediscili all’inferno, ragazzo!»
Svuotai un caricatore e ne inserii un altro, e intanto mi aggiravo urlando e sparando a
tutto quello che appariva scuro. Non sparai in aria: non sono un individuo antisociale.
La psicoterapia risultò efficace. Sperando di non aver perforato il tubo dell’acqua,
uscii dal bosco convinto che la mattina dopo sarei potuto tornare, senza AR-15 e senza
cappello. E così fu.
Qualche tempo dopo mi trovavo in una libreria di La Jolla, quando notai un libro di
Whitley Strieber, intitolato Com- munion. Sulla copertina c’era un disegno che attrasse la
mia attenzione: una testa di forma ovale, con grandi occhi scuri che guardavano fisso in
avanti. Comprai il libro, e cominciai subito a leggerlo. Strieber, l’autore, raccontava di
essere stato rapito dagli alieni. Scriveva di essersi svegliato nella sua capanna nei boschi
dello Stato di New York, di aver visto un gufo che lo fissava, e di avergli rivolto la parola.
Dopo di che due esseri simili a quello rappresentato sulla copertina del libro erano
apparsi sulla porta e lo avevano accompagnato fuori. Strieber scriveva di aver sentito
intorno a loro odore di cannella e di formaggio bruciato, così provai a bruciarne un po’,
per vedere se riuscivano a evocare qualche ricordo. Ma inutilmente.
Mentre stavo leggendo il libro mia figlia, Louise, mi telefonò da Portland. «Papà, c’è
un libro che vorrei farti leggere: si chiama Communion.» «Lo sto leggendo proprio
adesso.» Allora cominciò a raccontarmi cosa le era successo a Mendocino. Una sera era
arrivata alla capanna molto tardi, con il suo ragazzo. Era scesa giù per la collina, proprio
come avevo fatto io. Ed era sparita per tre ore. Il suo ragazzo l’aveva cercata
freneticamente dappertutto, e chiamandola a gran voce, senza riuscire a trovarla.
La prima cosa che ricordava era di essersi ritrovata sulla stessa strada su cui mi ero
trovato io, e di aver sentito il fidanzato che la chiamava per nome. Non aveva idea di
dove fosse stata.
Quando aveva visto il libro, aveva avuto la stessa sensazione di trovarsi di fronte a
qualcosa di vagamente noto che avevo avuto io. Quando ebbe finito di raccontarmi la sua
storia, le parlai dell’esperienza che avevo vissuto: era la prima volta che ne parlavo con
qualcuno. Le chiesi se sapesse niente di procioni parlanti che brillavano nel buio. «Non
mi ricordo niente», disse lei.
A Mendocino sono successe strane cose. Il mio vicino, Alex Champion, che si è
specializzato con me a Berkeley, pensa che la valle nasconda molti misteri. Lui dice che
non ci sono problemi, purché sia chiaro che noi siamo la Realtà, e che teniamo in pugno
la situazione. Dice che dobbiamo solo far vedere chi è che comanda: penso che John
Wayne sarebbe d’accordo.
Non ho intenzione di pubblicare un articolo scientifico su queste esperienze, perché
non posso fare nessun esperimento. Non sono in grado di far apparire procioni luminosi,
e non posso comprarne da una ditta produttrice di materiali scientifici, per studiarli. Non
posso perdermi di nuovo, deliberatamente, per qualche ora. Ma non rifiuto di ammettere
ciò che è avvenuto. Si tratta del tipo di evento che la scienza definisce aneddotico, perché
si è svolto con modalità che non possono essere riprodotte. Però, è accaduto.
Il decimillesimo giorno

Quell’anno il maggiore dei miei figli, Christopher - un ragazzo davvero impegnato -


aveva tre lavoretti estivi. Jeremy, suo fratello più piccolo, che in quel momento non ne
aveva nessuno, decise che Chris era un perdente e uno sfigato. Mi piace Jeremy,
nonostante il suo atteggiamento di superiorità nei confronti dell’intero sistema solare,
perché è capace di acquistare scorte alimentari per una settimana, trasformarle in
splendidi pasti e svergognare Chris costringendolo a lavare i piatti. Per dare qualcosa da
fare a Jeremy durante le vacanze, calcolai la sua età in giorni, e gli suggerii di tenere il
conteggio sul calendario. Dopo aver riflettuto un istante, Jeremy proclamò che ero un
perdente e, purtroppo, anche uno sfigato.
A Jeremy non piacciono i numeri.
A me sì. Alcuni sono affascinanti: per esempio 0, 1, 1,2, 3, 5, 8, 13, 21, 34. Vedete dove
si va a parare? Si può andare avanti in eterno: sommando le ultime due cifre si ottiene la
successiva. Si chiama la successione di Fibonacci, e se non vi sembra abbastanza
intrigante, provate a dividere l’ultima cifra per quella immediatamente precedente. Man
mano che i numeri diventano più grandi, otterrete una cifra approssimativamente
sempre più vicina al pi greco. Provate: 5 diviso 3 fa 1667, 8 diviso 5 fa 1600, 13 diviso 8 fa
1625. E così via, fino a quando non si arriva a calcolare il rapporto tra il lato più lungo del
Partenone e quello più breve. La procedura adottata dai greci non era questa. Loro lo
pensavano come il rapporto tra la parte più lunga e quella più corta del lato di una stella
a cinque punte, se riuscite a capirlo. Se non ci riuscite, disegnate una stella a cinque
punte, misurate i segmenti e capirete. Serve solo perché sto cercando di dimostrare che
non sono uno sfigato. Jeremy è uno sfigato: i numeri sono divertenti come la roba da
mangiare.

Nella vostra vita c’è un decimillesimo giorno: arriva di soppiatto, più o meno tre mesi
dopo il vostro ventisettesimo compleanno, e nessuno vi manda gli auguri. La maggior
parte delle persone non prende neanche un giorno di vacanza. Peccato. Quel giorno, io
non avevo nessuna intenzione di andare in laboratorio. Andai in una spiaggia per nudisti
dalle parti di Santa Cruz, stesi la mia coperta su dieci miliardi di granelli di sabbia, e
lasciai che un migliaio di onde mi lambissero i piedi, mentre guardavo undici donne
nude che giocavano tra le onde.
Vi siete persi il vostro decimillesimo giorno? Non vi preoccupate: magari potrete
rifarvi con il ventimillesimo. A quel punto, avrete all’incirca cinquantaquattro anni e
nove mesi. Dovete fare il calcolo partendo dal vostro giorno di nascita, e tenendo conto di
tutti gli anni bisestili. E non dimenticate: tredici giorni dopo il vostro cinquantasettesimo
compleanno avrete 500.000 ore. E in queste ore, il vostro cuore avrà battuto 2,25 miliardi
di volte. Avrete inspirato ed espirato all’inarca 300 milioni di volte, una cifra
corrispondente al numero di metri che un raggio di luce percorre in un secondo, e anche
dei dollari - alle quotazioni del 1992 - che la Hoffmann-La Roche ha pagato alla Cetus
Corporation per i diritti sulla mia invenzione, la Per, senza darsi neanche la pena di
mandarmi un biglietto di auguri per il mio 17.520esimo giorno. E senza pensare di
arrotondare a 301 milioni e farmi avere il resto. Al diavolo la Cetus e gli svizzeri! La mia
famiglia, da parte di mio padre, viene da Flums, che sta ancora, suo malgrado, sotto la
dominazione svizzera. Ma Flums si trova dalla parte del Liechtenstein. La Hoffmann, con
quegli insettacci marroni (La Roche in americano suona più o meno come roaches,
scarafaggi, N.d.T.) dei loro soci di Basilea, sta in quella parte della Svizzera che né i
tedeschi né i francesi hanno trovato abbastanza interessante da invadere. Un posto,
badate bene, dove non festeggiano neanche il 4 di luglio.
Dato che la terra non è un orologio svizzero, non ha ingranaggi con un determinato
numero di denti, e quindi non ruota esattamente 365 volte intorno al suo asse polare ogni
volta che compie un giro completo intorno al sole. Noi chiamiamo «giorni» queste
rotazioni, perché all’inizio di ognuna di esse vediamo sorgere il sole, e chiamiamo le
rivoluzioni intorno al sole «anni» perché è questo il tempo che impiegano. E in ognuno di
questi periodi abbiamo un compleanno, e la Hoffmann-La Roche continua a dimenticarsi
di mandarmi quantomeno un biglietto di auguri. Non importa.
Quello che volevo dire con tutto questo ragionamento sull’assenza di denti e rotelle è
che gli anni non sono esattamente divisi in giorni. Il numero di giorni in un anno non è
come il numero di uova in una dozzina: è all’incirca di 365,2425... (e oltre), giorni
all’anno. Una cifra che, ci crediate o no, è stata calcolata nel 1582, senza computer né
Internet, dagli astronomi che lavoravano, figuratevi, per la Chiesa, di cui era a capo Papa
Gregorio XIII.
Questo vuol dire che ogni quattro anni dobbiamo aggiungere uno al numero di giorni
dell’anno per permettere alla terra di mettersi in pari. Ecco perché abbiamo gli anni
bisestili, e questo sarebbe tutto se 0,2425 ecc fosse uguale a 0,2500, ma non è così. Di
conseguenza non abbiamo anni bisestili ogni quattro anni. Li abbiamo all’incirca ogni
quattro anni negli anni che sono divisibili per quattro, come il 1996. Però negli anni
divisibili per quattro, ma anche per cento, non si aggiunge un giorno al mese di febbraio,
e quindi non sono anni bisestili. Il 1900 per esempio non è stato un anno bisestile, il 1904
sì. Ma le cose sono più complicate di così, e ci inducono ad avere un po’ più di rispetto
per quei tizi che si misero a contare i giorni per il Papa, nel XVI secolo - ben trecento anni
prima, badate bene, dell’invenzione dei profilattici in latex.
Se l’anno è divisibile per 400, come il 2000, allora è bisestile. L’unica eccezione sono
gli anni divisibili per 4000. Queste sono le regole. Gli anni sono numerati, ovviamente, a
partire dalla nascita di Gesù Cristo: si trattava dell’anno 0 o dell’anno 1? E se c’è stato un
anno 0, è stato bisestile? Almeno, Gesù non aveva difficoltà a dire quanti anni avesse -
ovviamente, più o meno uno.
Queste regole sono definite Calendario Gregoriano, e sono state utili per organizzare
gli eventi storici. Il lavoro necessario per crearle è stato pagato dalla Chiesa, con
l’obiettivo di evitare che la Pasqua, prima o dopo, cadesse il 4 di luglio.
Stando così le cose, potete contare il numero di giorni che avete visto, e vi suggerisco
di farlo. Può essere difficile per chi viaggia molto, e specialmente per gente come Story
Musgrave (un famoso astronauta americano, N.d.T.) che trascorre parecchio tempo in
orbita. Ma potete fare una tacca - ogni giorno a mezzanotte - su un sasso che portate nella
vostra ventiquattrore, oppure comunicare al vostro computer che ogni volta che l’ora
segna 00.00.00, allora N = N + 1. In questo modo potrete sapere quante volte è sorto il sole
da quando siete vivi. E questo, di tanto in tanto, vi fornirà un’occasione per prendervi un
giorno di vacanza.
Ma , nei giorni in cui dovete andare a lavorare, cosa potete fare a proposito del
continuo scorrere del tempo, e del fatto che la posta che arriva ogni mattina nella vostra
casella porta con sé nuovi guai? Catturati nell’ingranaggio gigante, sperate che sia
venerdì pomeriggio, alle 5 meno un minuto, e che tutti stiano mettendo in ordine la
scrivania. Non sarebbe possibile vivere in eterno in quel momento? John Kenneth
Galbraith, in un saggio intitolato La società affluente, scritto prima dell’era della CNN,
suggeriva che la vera ragione per cui James Watt aveva imbrigliato il vapore, nel 1765, era
il desiderio di farci vivere tutti, prima o dopo, in quell’ultimo miliardo di nanosecondi
prima delle 5 del pomeriggio di venerdì. «Ah, i weekend», pensò, mentre passeggiava su
un curatissimo prato scozzese, e si rese conto che se si condensava il vapore mettendo un
pezzo di metallo a contatto con il boiler, il motore a vapore avrebbe lavorato così bene
che nessun altro avrebbe avuto bisogno di farlo.
Forse io sono più entusiasta di Watt o di Galbraith, ma nel 1982 mi sono reso conto
che la rivoluzione industriale era arrivata davvero. Sistemai sulla mia scrivania alla Cetus
un semplice robot da laboratorio, e lo programmai per mitigare le fatiche dei giorni che
passano. Arrivando in ufficio, la mattina, potevo premere un interruttore sulla base del
robot e lui agitava elegantemente il braccio, eseguendo una piccola danza preliminare su
una coreografia da me elaborata. Era una macchinetta simpatica, una semplice base
rotante dotata di un unico braccio, che terminava con quello che i manuali definiscono
prosaicamente una «pinza». Una mano aggraziata, con due dita imbottite, si inseriva nel
mio cassettino «in entrata» afferrando accuratamente la posta, per poi uscirne con
altrettanta eleganza e, tenendosi in perfetto equilibrio sopra il cestino della carta straccia,
aprire la pinza. Che si richiudeva delicatamente, mentre il braccio ondeggiava in giro. Si
fermava un attimo, per gustare il momento, quindi premeva sull’interruttore per
spegnerlo. Il robot e io concludevamo la nostra giornata vivendo il sogno della
rivoluzione industriale.
Sono diventato più pigro. Contare i giorni della propria vita può essere molto
faticoso. Dal prossimo inverno ho progettato di astrarmi dall’intero processo, almeno per
il momento, mentre faccio una lunga siesta. Gli orsi fanno così, e nessun ranger si è mai
lamentato. Il prossimo inverno sarà il mio cinquantaquattresimo. Cinquantaquattro è
nove volte sei, e sei è due volte tre, e tre alla seconda potenza fa nove. E questa è una
certezza. Il prossimo inverno dormirò da dicembre alla fine di febbraio, salvo che per la
domenica del Superbowl - a meno che il punteggio cumulativo dei playoff sia divisibile
per 400.
Jeremy potrebbe arrivare a Mendocino per Natale e trovarmi addormentato, invece
che intento a celebrare la 17,5141 lmilionesima ora dalla nascita di Cristo. Quando mi
alzerò, a febbraio, comincerò un dialogo via e-mail su chi di noi due sia uno sfigato.
Sono un Capricorno

Ho cominciato a riflettere sull’astrologia a metà degli anni Sessanta, dopo che tre perfetti
estranei mi avevano collocato - giustamente - nel segno zodiacale del Capricorno. La
possibilità che un evento del genere si verifichi casualmente è di uno su 1728.
La prima fu Emma, una ragazzina di dieci anni che abitava vicino a me ad Atlanta,
dove studiavo al Georgia Tech. Stavo salendo le scale con la spesa, quando lei dichiarò
con sicurezza: «Sei del Capricorno, vero?» Mi fermai di botto. Come faceva a saperlo? Le
chiesi come si comporta un Capricorno. La risposta fu: «Come te».
Se stava tirando a indovinare, aveva visto giusto. Ci sono dodici segni in cui il sole
può trovarsi al momento della vostra nascita. Quando la gente dice che siete Pesci, o
Capricorno, senza specificare ulteriormente, vuol dire che quando siete nati il sole si
trovava in quella parte del cielo definita Pesci, o Capricorno. E quindi hanno una
possibilità su dodici di azzeccare la risposta giusta.
Anche la Luna, Venere, Marte e gli altri pianeti al momento della vostra nascita si
trovano in una determinata parte del cielo, ma si muovono seguendo un loro proprio
tracciato, e solo persone più a loro agio di Emma con l’astrologia ne tengono conto.
Quando Emma mi disse che ero un Capricorno, non sapevo assolutamente niente di
astrologia.
Se guardate tutti i pianeti - inclusi la Luna e il Sole - le loro posizioni al momento
della nascita definiscono una forma, che rappresenta il tema natale, una descrizione
complessiva della persona. Alcuni dei pianeti possono essere disposti, o no, in modo
particolarmente significativo. Nel mio tema natale, sono sparsi, ma ci sono due
minacciosi insieme di tre pianeti, definiti un’opposizione e due quadrature. In quello
della mia prima moglie ci sono tre pianeti in trigono che formano un triangolo equilatero
perfetto. Opposizioni e quadrature implicano che il soggetto farà una fatica del diavolo a
organizzarsi, consegnerà i manoscritti in ritardo, e potrebbe passare un po’ di tempo in
carcere, o peggio. Il trigono significava che lei era nata sotto una buona stella: poteva
essere pigra, ma sapeva il fatto suo. Per quello che sapevo di noi, mi sembrava una
descrizione sensata. Quando feci la carta del cielo di nostra figlia Louise, trovai che si
trattava di un mix perfetto delle nostre. Aveva la forma di un aquilone acquaria- no,
simile a un trigono combinato con una quadratura, con l’ascendente nel sole acquariano
della madre. E condivideva con me il sole in Capricorno, sfasato rispetto all’aquilone. Che
strano, pensai. Sapevo che Louise doveva essere il nostro riflesso dal punto di vista
genetico. Ma da quello astrologico?
Erano passati tre anni, e mi trovavo a Berkeley, quando qualcun altro saltò fuori con il
mio segno zodiacale. Ero a una festa e stavo chiacchierando con una donna quando lei mi
interruppe a metà di una frase: «Sei un Capricorno, sono sicura». Come faceva a saperlo?
Disse che lo vedeva dal modo in cui muovevo le mani mentre parlavo, e in cui le posavo
sul bancone quando non le muovevo. Tendevo anche a buttarmi in avanti per poi
ritrarmi.
Considerato il numero delle persone che mi avevano detto il mio segno zodiacale, e di
quelle che lo avevano indovinato, eravamo a due su due. Avrebbero potuto entrambe
tirare a indovinare. E uno su dodici: due su due, per uno su dodici, è una possibilità su
centoquarantaquattro.
Essendo uno scienziato, la cosa importante per me erano le probabilità. Quando
succede qualcosa di insolito, uno scienziato degno dei suoi occhiali cerchiati d osso e dei
suoi vestiti da poco si dà da fare. Ripresi in mano i libri di astrologia, preparai qualche
carta del cielo per i miei amici, e decisi che per risparmiarmi un sacco di lavoro e di gite
in biblioteca avrei scritto un programma informatico in grado di fare questo lavoro al mio
posto.
Risultò un’impresa tutt’altro che facile. Isaac Newton aveva scritto le regole che
descrivono come i corpi ruotano l’uno attorno all’altro grazie alla legge di gravità. Era
relativamente facile, conoscendo i punti di partenza di due corpi come la terra e la sua
rotazione intorno al sole, sapere dove si sarebbe trovata la terra dopo cento, o anche mille
anni. Un programma informatico può risolvere questo genere di calcoli senza problemi.
Ma il guaio con il sistema solare è che non c’è solo un pianeta. Ce ne sono troppi. E
ciascuno di essi è influenzato non soltanto dal sole, intorno al quale doverosamente
orbita, ma da tutti gli altri pianeti. Ad avere l’effetto più rilevante sono i più grandi, come
Giove e Saturno, ma anche quelli piccoli creano modeste perturbazioni ogni volta che
fanno un incontro ravvicinato, e dopo un centinaio di anni le cose diventano piuttosto
complesse. Per anni gli astronomi degli osservatori navali hanno scritto programmi
cercando di simulare i movimenti planetari, e sono arrivati a un discreto livello di
precisione, ma non hanno ancora finito. E la Marina ha motivi diversi dall’astrologia per
occuparsene: cose come la navigazione, i satelliti, e cercare di far arrivare un missile sulla
Piazza Rossa.
Una notte, circa un mese dopo quella festa a Berkeley, stavo campeggiando sul fiume
Navarro, a Mendocino County. La gente gironzolava da un falò all’altro, e un tipo si
fermò fuori dal nostro cerchio ad ascoltare la storia che stavo raccontando. Quando ebbi
finito, si avvicinò e annunciò che io ero un Capricorno. Si era già voltato quando lo
chiamai: «Come fai a saperlo?» Si girò verso di me: «Perché ci vai giù duro, e poi ti tiri
indietro. E così che si comportano». Si allontanò pavoneggiandosi, come un
maledettissimo Scorpione.
Tre su tre, per uno su dodici: voleva dire uno su 1728. Era questa la probabilità che tre
persone, indipendentemente tra loro, indicassero correttamente il mio segno zodiacale.
Ero convinto che non si trattasse di un caso. Quelle persone avevano osservato il mio
modo di comportarmi, prevedendo razionalmente il mio segno zodiacale. Se si può fare
una cosa del genere partendo da una quantità minima di informazioni, l’astrologia è
qualcosa su cui vale la pena di fare ricerche.
Feci un piccolo esperimento per puro caso. Avevo fatto fare il mio tema natale da un
negozietto di La Jolla che spediva i dati a una società di Los Angeles, dove un computer
per calcolava e sceglieva i paragrafi compatibili con il soggetto in questione. Era quello
che si definisce un sistema esperto computerizzato. La maggior parte delle cose che
quelle 50 pagine di testo dicevano su di me erano giuste, ma alcune erano completamente
sbagliate. E venne fuori che quelle errate derivavano dal mio ascendente.
In un tema natale, l’ascendente è il dato più legato all’ora di nascita. E la parte del
cielo che si affaccia all’orizzonte, a oriente, nel luogo e nell’ora della nascita, e cambia
ogni minuto. Il computer dava per scontato che una persona nata negli Stati Uniti
durante la seconda guerra mondiale non potesse conoscere l’orario esatto della propria
nascita. In quel periodo avevamo un’ora in più a causa dell’ora legale. Nel 1944, quando
sono nato io, se il certificato di nascita indicava le 13,53 di un giorno di dicembre, voleva
dire che l’ora reale era le 12,53. Io lo sapevo, e quando avevo riempito il modulo avevo
scritto l’orario corretto, indicandolo come EST (Eastern Standard Time) anziché come
EWT (Eastern War Time). Ma il computer aveva pensato che mi fossi sbagliato, e aveva
corretto in EWT. Il risultato era che avevo un oroscopo calcolato su un’ora indietro: la mia
Luna risultava spostata di mezzo grado verso occidente. Sullo sfondo delle stelle, la Luna
ha un lento movimento verso est, che non deve essere confuso con l’apparente
movimento verso occidente, prodotto dalla rotazione terrestre. Ma il mio ascendente era
del tutto sbagliato: Toro, anziché Ariete.
Avendo una certa esperienza in queste faccende, la cosa mi divertì, invece di crearmi
problemi. Dio non voglia che dipendessi solo dal computer per farmi un’idea su me
stesso. Una persona con ascendente Ariete, che pensi invece erroneamente di avere un
ascendente Toro, potrebbe arrivare a concludere di stare facendo un gran casino. Un
ascendente Toro percepisce la propria solidità fisica, si prende cura delle cose, non fa
molto affidamento sugli altri perché sa che non è il caso di fidarsi troppo. Se ha senso
dell’umorismo, si tratta soprattutto di ironia. Ed è una persona stabile, una vera roccia:
non prega, perché sa che niente può cambiare. Ma crede.
Un ascendente Ariete può essere intraprendente, ma non ha altrettanta forza. Si
impegna in cose nuove, nasce solo ed è un solitario. Si sente responsabile di tutto quello
che succede, e può essere anche troppo rigoroso, dato che non c’è nessuno che lo
controlli. Assume dei rischi, prega, ma non crede.
Capii che c’era un errore quando lessi i paragrafi che si basavano sull’ascendente. Il
resto della stampata era corretto. Mi chiesi se qualcuno che mi conosceva bene, ma che
non sapeva dell’errore nell’esecuzione dell’oroscopo, avrebbe potuto capire quali delle
varie affermazioni erano sbagliate. Consegnai il testo a un mio amico che non sapeva
niente di astrologia, chiedendogli di leggere tutte le circa duecento affermazioni che mi
riguardavano, segnando con una crocetta quelle che gli sembravano sbagliate. E lui segnò
quasi esclusivamente affermazioni che derivavano dall’errore di calcolo relativo
all’ascendente.
Dato che sono uno scienziato, copiai il testo in modo che nessuno potesse vedere le
sue crocette, e cercai altre persone disposte a esaminare attentamente il mio oroscopo. Ne
trovai due, ed entrambe, ancora una volta, segnarono soprattutto i paragrafi relativi
all’ascendente sbagliato.
Spiegai l’errore agli operatori del computer, che rifecero l’oroscopo con l’ora giusta. E
questa volta andava bene. Ancora una volta, chiesi a qualche amico di segnare i passaggi
che non ritenevano pertinenti: ma questa volta ne segnarono meno, e non si trattava di
indicazioni legate all’ascendente.
Da tutto questo possiamo trarre qualche deduzione. Un computer che disponga della
data di nascita corretta è in grado di preparare un oroscopo che descrive accuratamente la
personalità di un individuo. E ho anche scoperto che tre dei miei amici mi conoscono
come minimo quanto un computer. Fu un esperimento divertente ed economico. Una
ragazzina, una persona incontrata a una festa, e una voce emersa dall’oscurità vicino al
fiume Navarro erano in grado di dire in quale mese io fossi nato.
Ci consideriamo persone moderne, intelligenti e sofisticate. Psicologi e sociologi
pensano che l’astrologia sia una sciocchezza. Dipartimenti accademici che si occupano di
comportamento umano la considerano uno svago controproducente privo di qualsiasi
utilità. E non è che non ne abbiano mai sentito parlare, sanno bene che tutti i giornali
quotidiani del mondo hanno una rubrica di oroscopi e che milioni di persone la seguono.
Il motivo per cui non se ne occupano è che si sentirebbero in imbarazzo nei confronti dei
loro colleghi. Le scienze sociali non dispongono di prove concrete che escludano un
legame tra il comportamento umano e le posizioni dei pianeti al momento della nascita.
Ma gli esperti di scienze sociali hanno l’arroganza di dare semplicemente per scontato
che le tradizioni popolari, come l’astrologia, siano roba per creduloni. Negli ultimi due
secoli gli psicologi hanno completamente ignorato l’astrologia, senza nemmeno fare
qualche semplice esperimento per metterne alla prova i principi.
Molti di loro sono erroneamente convinti che si tratti di un argomento estraneo alla
scienza e quindi che non sia adatto a una ricerca seria. Sbagliano di grosso. Il fatto che chi
pratica oggi l’astrologia utilizzi o no metodi scientifici non ha niente a che vedere con la
validità delle conoscenze che utilizzano. Il fatto che le abbiano ignorate senza sottoporle
a una valutazione sperimentale, etichettandole come inutili chiacchiere per le masse, dice
molto sul fatto che quelli che si occupano di salute mentale ragionano col culo, e che di
solito hanno bisogno di più aiuto di quello che possono offrire.
Sappiamo poco delle origini dell’astrologia, a parte il fatto che cinquemila anni fa
civiltà che andavano da Babilonia alla Cina, indipendentemente le une dalle altre,
studiavano i cieli per cercare di capire meglio la vita sulla terra. Nel XVII secolo, quando
uomini come Galileo, Keplero e Newton stavano ponendo i fondamenti dell’astronomia,
tenevano conto anche del valore astrologico delle loro osservazioni e delle loro
predizioni. A un certo punto, però, la precisione dei loro calcoli e delle predizioni
matematiche da loro formulate deve avere acquisito maggiore importanza rispetto alle
riflessioni che sarebbe stato possibile utilizzare per le teorizzazioni, decisamente più
vaghe, richieste dall’astrologia. Individui che stanno alzati tutta la notte a guardare
attraverso lunghi tubi neri, memorizzando numeri a quattro o cinque cifre e inventando
sistemi di calcolo, non sono necessariamente esperti di comportamento umano, e non è
molto probabile che trovino interessanti le complesse interazioni tra gli individui e le
stelle. Hanno già abbastanza da fare per cercare di calcolare perché l’orbita di Marte è
ellittica anziché circolare.
Così l’astronomia si è separata dall’astrologia, ma questo non è successo perché l’una
funzionava, e l’altra no. Nessuno ha fatto un’approfondita valutazione empirica dei dati
astrologici, per poi concludere che nessuno di essi poteva essere utilizzato per fare
predizioni, semplicemente gli astronomi hanno preferito continuare a occuparsi dei moti
ciclici dei pianeti, anziché di quelli degli esseri umani. Si sono specializzati in numeri, e
proprio per questo l’astronomia è un settore ricco e interessante: guardate, per esempio,
le belle foto di lontanissimi corpi celesti che il telescopio Hubble riesce a inviarci.
Ma l’astrologia esiste ancora, e potrebbe essere un utile strumento per comprendere
gli esseri umani, se gli studenti che si occupano seriamente di comportamento volessero
abbassarsi a esaminarla. Esistono seri studiosi del comportamento umano? I ricercatori
medici hanno riconosciuto da tempo che i rimedi popolari spesso funzionano. Gli etnobo-
tanici studiano il modo in cui le erbe curative vengono utilizzate dai popoli primitivi, non
sanno neanche cosa sono le molecole: ma quando un’erba è efficace, entra a far parte
della medicina scientifica. E se nessuno sa come funziona, qualcuno si occupa di scoprirlo.
La cultura popolare è una ricca fonte di nuove informazioni. Ma non si è mai sentito
parlare di psicologi moderni impegnati a esaminare il mondo delle tradizioni popolari
alla ricerca di nuovi concetti. Non se ne sente parlare perché nessuno lo fa. Gli psicologi
sono impelagati con una scombinata serie di teorie sull’apprendimento e sul
comportamento che ignorano totalmente una vasta area dell’intelligenza umana, a
cominciare dalla premessa che gli esseri umani non sono affatto tutti uguali. Si dividono
in una complicata schiera di tipi diversi, che possono almeno essere ordinati, se non
parzialmente compresi, tenendo conto della posizione dei pianeti nel cielo nel luogo e al
momento della nascita. Può sembrare assurdo, ma è vero, e si tratta di dati
scientificamente accessibili. E c’è di più: questi diversi tipi umani vengono influenzati in
modo diverso, per tutto il resto della loro vita, dai continui movimenti e riassetti di questi
stessi pianeti. E così entrano ed escono da esplosioni cicliche di creatività, come da
periodi di profonda depressione, esperienze estremamente gratificanti, tremende perdite,
e così via.
Come può qualcuno definirsi uno studioso del comportamento umano e mettere fuori
una targa offrendosi di aiutare altri esseri umani, senza studiare un po’ di astrologia?
Come può un’istituzione universitaria attribuire un dottorato in psicologia senza
richiedere almeno qualche corso di astrologia? Se gli psicologi funzionassero, ossia se
avessero nel curriculum un buon numero di pazienti che sono stati liberati dalla
sofferenza, per comprendere e combattere la quale hanno pagato fior di quattrini, allora
potrei capire perché i bravi medici del cervello arriccino il naso di fronte alla tradizione
popolare dell’astrologia. Ma nessuno è tanto rimbambito da sperare di ottenere da uno
«psica» anche solo un barlume di salute mentale. Se sei fortunato e scegli bene, magari
non ti ammazzerai proprio quell’anno, ma nessuno si aspetta una cura miracolosa per
una persona che patisce una sofferenza emotiva cronica. In altre parole, la psicologia è
praticata da un branco di incompetenti profumatamente pagati: non possono aggiustare
un cuore infranto.
E quindi dovrebbero essere alla ricerca di nuove teorie. Freud, Jung, Maslow erano in
gamba, e sono una lettura piacevole, ma continuiamo a essere nevrotici, e alcuni di noi
continuano a buttarsi da qualche ponte. L’astrologia in sé non rappresenta la soluzione a
tutti i nostri problemi, più di quanto lo siano le erbe di qualche stregone della foresta
amazzonica, ma è un peccato sprecare una risorsa così ricca e antica per il semplice
motivo che i nostri stregoni moderni sono troppo vincolati alle loro abitudini per
guardarsi intorno.
Io non frequento gli «psica»: portereste la macchina da un meccanico che rifiutasse di
accettare l’esistenza di diverse marche e modelli?
L’astrologia contiene anche un paio di misteri che dovrebbero stuzzicare l’appetito di
chiunque si dedichi a studiare «cosa sta succedendo nell’universo». Come è possibile che
il mio cervello sapesse qualcosa sulle posizioni relative dei pianeti prima di aver imparato
a usare l’Almanacco nautico? Deve essere in qualche modo in contatto, direttamente o
indirettamente, con questi corpi celesti, dato che sembra esserne influenzato. E come
questo possa avvenire dovrebbe essere di uguale interesse per un medico, un sociologo,
uno psichiatra e perfino un fisico. Questo collegamento può essere facilmente dimostrato
osservando la distribuzione non casuale delle date di nascita tra le diverse professioni. Un
recente studio scientifico sulle date di nascita degli studenti di medicina ha dimostrato
che molti di loro sono nati verso fine giugno. Si è ipotizzato che questo sia dovuto al fatto
che in questo periodo fa giorno prima, e che quindi hanno avuto più luce a disposizione,
e maggiori possibilità di stare all’aperto e di interessarsi alla biologia. Stronzate. Succede
lo stesso in Australia e agli antipodi, in giugno, il sole è tutt’al- tro che alto. In entrambe
gli emisferi, le date di nascita dei candidati che riescono a entrare alle scuole di medicina
non sono distribuite equamente su tutti i mesi: c’è un affollamento intorno ai segni
zodiacali dei Gemelli e del Cancro. I biochimici sono più spesso Sagittari. Anche gli
avvocati hanno la loro distribuzione, e alcuni sostengono che essi nascano da un uovo e
divorino i loro piccoli - non abbastanza, ovviamente - quindi anche loro hanno i loro
problemi. Finora la sociologia ha ignorato queste cose. E forse è anche per questo che la
sociologia è così noiosa e così inutile: è una disciplina pedante e ignorante.
Io sono nato alle 17,58, ora di Greenwich, del 28 dicembre 1944 a Lenoir, Carolina del
Nord. E questo vi fornisce più informazioni su di me di quelle che potete trovare in
questo libro.
L’era dell’ossessione nutrizionale

Nancy mi ha fatto notare stasera che in un saggio che sta leggendo, firmato da un
qualificato esperto di alimentazione, c’è scritto che sarebbe bene evitare la margarina.
L’autore arriva al punto di additarla come un vero e proprio «cattivo».
Anche a me non piace la margarina, non ne mangio mai, né Nancy la porta in tavola.
Personalmente preferisco il burro, però ho dedicato un quarto d’ora a una ricerca su
Internet, perché volevo sapere per quale motivo l’autore affermasse una cosa del genere.
Internet è come avere una biblioteca in casa: anche in piena notte posso controllare se
un’affermazione è supportata da fatti, o se si tratta semplicemente di dichiarazioni a
effetto. Non c’è bisogno di essere particolarmente preparati per fare questo tipo di
controlli: tutto quello che occorre è un accesso alle risorse, una vaga sfiducia nei confronti
di tutti gli altri abitanti del pianeta e la sensazione che potrebbero stare cercando di darvi
a bere qualcosa. Alla fine del suo libro, l’autrice indicava un lungo elenco di riferimenti
che avrebbero dovuto sostenere le sue tesi. Ma non precisava quali libri in particolare
sostenessero ciascuno degli argomenti riportati, né spiegava chiaramente dove avesse
imparato ciò che sosteneva di avere appreso, rendendo difficile fare controlli. Il metodo
scientifico non ammette questo genere di ostinato disprezzo nei confronti della natura
impersonale della conoscenza.
Cercai «grassi trans» su Internet e trovai 28 referenze. Una di queste era pertinente:
faceva riferimento a uno studio secondo cui la margarina, se paragonata ai grassi saturi,
poteva alterare leggermente l’equilibrio tra il cosiddetto colesterolo buono e quello
cattivo. Un’informazione che non rappresentava comunque una valida ragione per
condannarla.
Il colesterolo è stato additato come un importante indicatore di patologie
cardiovascolari, oppure assolto, a seconda di quali studi consideriamo attendibili; molte
cliniche tuttavia hanno raggranellato un bel po’ di soldi raccogliendo dati al riguardo. Gli
esseri umani hanno fiducia nei numeri da loro stessi prodotti e fanno di tutto per elevare
il livello di colesterolo buono e ridurre quello cattivo. Ora, se un trucco del genere è
sufficiente a far felice la gente, fanno bene a continuare. Tutto questo però non ha senso,
perché nessuno sa veramente se tante ansie sul colesterolo buono o cattivo facciano la
benché minima differenza.
Ecco cosa sappiamo del colesterolo: costituisce una parte sostanziale delle membrane
che avvolgono ciascuna delle nostre cellule. Noi stessi ne produciamo, controllandone la
quantità emessa. La sintesi del colesterolo negli esseri umani è collegata alla sintesi di
ormoni come gli androgeni e gli estrogeni, che a loro volta sono connessi con tutte le
nostre funzioni sessuali. I chimici li considerano veri e propri derivati del colesterolo.
Insomma non si tratta di una schifezza che le galline infilano nelle loro uova, ma di un
elemento di cui il nostro organismo ha bisogno, altrimenti non lo produrrebbe. Se ci fosse
qualcosa di sbagliato, avremmo imparato a produrre qualche altra sostanza per
rimpiazzarlo.
L’apparato digerente degli esseri umani trasforma tutto ciò che ingerisce, colesterolo
compreso, in irriconoscibili frammenti di materia, prima di farne ciò che siamo.
Questo processo comincia nello stomaco, dove i cibi che mangiamo sono sottoposti
all’azione dell’acido cloridrico e di altri orribili catalizzatori che cominciano a
frammentarli. Nell’intestino lo scenario cambia: in assenza degli acidi contenuti nello
stomaco, sottili lame enzimatiche si infilano abilmente nelle molecole rimanenti
scomponendone la struttura fino a ottenere unità di moneta universale biologica. Solo
questi minimi frammenti di materia vivente sono autorizzati a raggiungere il nostro
sistema circolatorio: attraverso la vena portale sono ammessi nel fegato; quando il fegato
ha finito con il nostro pasto lo invia al resto del nostro corpo in una forma scomposta fino
ad arrivare agli elementi fondamentali della terra, tanto che nessuna cellula del nostro
corpo, se si esclude quel rompiscatole del cervello, sa esattamente cosa abbiamo mangiato
per cena.
Ci sono tuttavia alcune - poche in realtà - sostanze che non possiamo scindere nei loro
elementi base, perché abbiamo perso la capacità di ricrearle. Si tratta dei composti che
chiamiamo vitamine. Ed è la nostra necessità di vitamine che ci ha spinti all’attuale
ossessione nutrizionale.
Le vitamine sono frammenti di sostanze organiche che la maggior parte degli
organismi presenti sulla terra è in grado di produrre partendo dagli elementi
fondamentali generati dal nostro fegato. In qualche momento, durante i lunghi giorni
della nostra evoluzione, prima dell’era televisiva, le nostre cellule hanno dimenticato
come produrre cose come la vitamina C partendo da ciò che usciva dal nostro fegato. E
stato un caso, collegato alle mutazioni accidentali del nostro DNA, e all’epoca la cosa non
aveva molta importanza. Il nostro fegato ci forniva già una quantità sufficiente di
vitamina C, che veniva dal nostro cibo e non era stata frammentata nello stomaco,
nell’intestino o nel fegato stesso. E arrivava nel sangue intatta, immediatamente
disponibile per tutte le nostre cellule. Abbiamo perso la capacità di produrre questa
sostanza senza estinguerci, perché non era necessario farlo e oltretutto ci riproducevamo
più rapidamente dei nostri amici che non avevano perso questa capacità.
Nell’evoluzione c’è una regola molto importante: «Non vi preoccupate dei dettagli
che non sono fondamentali per la sopravvivenza». Quella per l’evoluzione è una
competizione durissima, come quella di un corridore automobilistico che si trovi sempre
all’ultimo giro, chiedendosi se ha carburante a sufficienza per arrivare al traguardo.
Chiunque riesca ad agire in modo più efficiente sopravvive: e perdere la capacità di
produrre qualcosa di cui comunque già disponi in abbondanza è una prova di efficienza.
A lungo andare limita le tue possibilità, ma quando arrivi all’ultimo giro è meglio essere
dinamici piuttosto che appesantiti da accessori inutili.
Abbiamo perso la capacità di produrre anche altre molecole di cui necessitiamo: come
la vitamina C, esse sono facilmente disponibili nelle foglie e nei frutti di cui ci nutriamo, e
non vengono trasformate dal processo digestivo in qualcosa di irriconoscibile. Ora, un
paio di milioni di anni più tardi, abbiamo assegnato loro le lettere A, B, C, D ed E.
Un giorno, all’incirca 2 milioni di anni fa, abbiamo deciso di esercitare una delle
opzioni possibili. Siamo scesi dagli alberi, e abbiamo smesso di mangiare solo foglie e
frutta. E stata una mossa intelligente, perché l’Africa si stava inaridendo e offriva sempre
più erba, e meno alberi, per altro scuri e affollati di creature che soffrivano a causa di un
ambiente sempre più ristretto. Mentre stavamo ancora sugli alberi, ci eravamo resi conto
che ai margini della foresta c’erano degli animali sgraziati che si nutrivano di erba. In
seguito sarebbero stati chiamati ungulati, e ancora oggi ci sembrano sgraziati.
Scendemmo dagli alberi in piccoli gruppi, inseguimmo quegli ungulati fino a spossarli, li
finimmo a bastonate e li mangiammo. In seguito scoprimmo che la carne ha un sapore
migliore dopo la cottura, ma sebbene all’epoca nessuno se ne rendesse conto il fuoco
distrugge anche la vitamina C. Così, quelli tra i nostri antenati che mangiavano solo
bistecche ben cotte, senza foglie verdi, morirono di scorbuto, mentre quelli che
continuavano ad apprezzare frutta e insalata sopravvissero.
I primi esseri umani che hanno smesso in modo programmatico di mangiare insalata
sono stati i marinai. I baldi compari che nel XV secolo salpavano dai porti europei
finivano le scorte di insalata più o meno quando cominciavano a sentire la mancanza
delle loro fidanzate rimaste a terra: tre mesi più tardi cominciavano a cadere vittime dello
scorbuto, e non era un bel vedere. Il primo segno della malattia si manifestava con
gengive e unghie sanguinanti; sembrava una malattia contagiosa, perché dopo che
qualcuno si era ammalato tutti, uno dopo l’altro, cominciavano a mostrare gli stessi
sintomi. I primi ad ammalarsi venivano gettati a mare, nell’inutile tentativo di salvare gli
altri.
Un giorno, un fortunato colpito dallo scorbuto fu abbandonato su un’isola ricca di
agrumi: cominciò a mangiare arance e guarì miracolosamente. Riuscì a tornare in
Inghilterra e al suo arrivo annunciò all’Ammiragliato che lo scorbuto non era una
malattia infettiva, bensì un morbo provocato da carenze alimentari. Da allora le navi
vennero equipaggiate con grandi barili di limette (lime), e da allora i marinai inglesi sono
stati conosciuti come limey. Tutto ciò cambiò radicalmente l’attività marittima, e segnò
l’inizio di una mania nutrizionale che oggi sta raggiungendo vette ridicole.
Per qualche motivo, la gente oggi accetta l’idea che una normale alimentazione non
possa soddisfare tutti i nostri fabbisogni nutritivi, e che molte delle cose di cui ci
nutriamo siano decisamente nocive. Ci sono «nutrizionisti» che si presentano come
esperti di alimentazione senza essere biochimici, né cuochi di eccezionale valore. Ci
dicono che una normale alimentazione non è sufficiente e che possiamo comprare i loro
libri per imparare il modo giusto per mantenerci in salute.
Abbiamo bisogno di diverse molecole, le stesse che a un certo punto dell’evoluzione
abbiamo perso la capacità di produrre, perché erano ampiamente presenti nei cibi di cui
ci nutrivamo. Non sono molte, ma compaiono anche nella nostra dieta attuale. Se
impediamo a qualcuno di mangiare normalmente e lo nutriamo solo con alimenti in cui
non sono presenti queste molecole, si ammala.
Ma come siamo passati dall’idea che il nostro corpo, per esistere, ha bisogno di alcune
sostanze nutrienti essenziali, all’idea che l’estetica dei nostri corpi sia determinata da una
meticolosa combinazione di carboidrati, proteine, acidi grassi insaturi, divieto di
consumare frappé, acidi grassi saturi, acidi grassi tout court - ma non acidi grassi omega 3
- cioccolata, uova, pizza, hamburger, ma non acidi grassi ondeggianti, acidi grassi
solleticanti, e unghie masticate a sangue per paura di una dieta sbagliata?
Alcuni mangiano troppo, altri troppo poco: questa è l’unica cosa davvero importante
a proposito delle diete. Controllate i fatti, e vi faranno sentire bene. I fatti accertati
logicamente vi aiutano a dormire meglio, il che è essenziale, anche quando ci sono
creature ululanti nel buio e nutrizionisti che scrivono libri. Buttate fuori i libri e chiudete
la porta: ripeto, dormirete meglio.
Vivere meglio grazie alla chimica

Ho cominciato a fare uso di droghe fin da bambino. Era mia madre a darmele: mi fece
iniziare con i barbiturici. Vi ricordate il film La cosa? Con quella gente intrappolata al Polo
insieme a una creatura mostruosa e invisibile, e mio fratello Robert sul pavimento, dietro
ai sedili che mi chiedeva cosa stesse succedendo. E Assalto alla Terra? Formiche giganti
che viaggiavano dal Nevada a New York. E poi sarebbe scesa la notte. Robert si sarebbe
addormentato profondamente. Lui aveva solo sentito parlare di formiche giganti nascoste
nelle fogne, con il veleno che gocciolava da pungiglioni lunghi mezzo metro. Io me le
vedevo ancora davanti, e mia madre mi dava il fenobarbital. Sia lei che i suoi medici lo
consideravano un modo logico per superare una notte di insonnia, ma è stato rimpiazzato
molto tempo fa da prodotti più costosi, come il Valium.
Ogni tanto, mia madre mi dava della codeina come antidolorifico; quando avevo il
raffreddore, mi comprava un inalatore per benzedrina: dentro all’apparecchio c’era un
pezzettino di cotone che veniva saturato di amfetamina. Era un tubetto di plastica
biancastra che costava 39 centesimi, ed entrava comodamente nella mia tasca. Potevo
sedermi di fronte alla signora Coleman, la mia insegnante di prima elementare, e sniffare
tranquillamente. Dava sollievo quando avevi il naso intasato, e ti tirava su se il
raffreddore cercava di buttarti giù. Se oggi gli studenti di prima decidessero di fare una
cosa del genere, non arriverebbero mai a vedere le glorie della seconda classe.
Quando avevo la tosse, o la diarrea, mi davano il paregorico, una soluzione alcolica di
oppio al 10 per cento: cura la diarrea, e la tosse, e se ti senti male ti fa stare molto meglio.
Nessuno aveva avvertito mia madre che stava facendo una cosa sbagliata. Si limitava
a darmi le medicine che le brave mamme davano ai figli da sempre, medicine che si
potevano comprare in farmacia.
Finalmente tutte queste meraviglie vennero messe fuorilegge. Mi riesce difficile
capire perché un farmaco come il paregorico, uno dei prodotti più utili di tutta la
farmacopea, debba essere stato improvvisamente considerato pericoloso e messo
fuorilegge, ma nessuno sembrava farci caso, e nemmeno mia madre si lamentò.
Il Kansas fu l’ultimo Stato a metterlo fuorilegge, nel 1976. E lì che vivevo allora, e
lavoravo con Richard Zakheim, un cardiologo pediatra. Dovevo andare in vacanza in
Messico, e Dick mi scrisse - non si sa mai - una ricetta per il paregorico. Chi sa, forse fu
proprio quella l’ultima confezione venduta.
L’estate dopo il mio primo anno al Georgia Tech - eravamo nel 1962 - stavo lavorando
con Al Montgomery nel nostro laboratorio: cercavamo di purificare una soluzione di
acido para-fenil benzoico in benzolo. Quella roba valeva circa 40 dollari al grammo, e ne
avevo preparati quasi cinquanta grammi. Mentre stavo facendo bollire il benzolo su un
piatto riscaldato, la soluzione prese fuoco schizzandomi sulla mano. Mi ci avvolsi intorno
la camicia e insieme ad Al ci precipitammo verso l’ospedale, un tragitto di 20 miglia da
percorrere in un’ora di punta. Facemmo passare la vecchia
Chevrolet blu del ‘55 sui marciapiedi, bruciammo semafori, facemmo cose che in
qualsiasi altro momento ci avrebbero garantito una scorta della polizia. Ma non avemmo
tanta fortuna. Ci precipitammo nel Pronto Soccorso dell’Ospedale Battista, e aspettai
un’ora e mezzo, con la mano infilata in una ciotola di alluminio piena di soluzione sterile
intiepidita, mentre cercavano di rintracciare un dottore. Molti medici si avvicinarono
pigramente alla porta. Finalmente arrivò un chirurgo, e mi somministrò un
antidolorifico. L’attimo prima mi sentivo come se stessi tenendo in mano dei carboni
ardenti, poi la morfina scese lungo il mio braccio. Fu la sensazione più gradevole che
avessi mai provato. Riuscivo ancora a sentire qualcosa, ma non si trattava di dolore:
somigliava più a un gradevole pizzicore.
Alcuni dei miei amici al Georgia Tech prendevano anfetamine. Stare svegli tutta la
notte per preparare gli esami faceva parte della tradizione e nessuno pensava che si
trattasse di «droghe»: l’associazione studentesca del Sigma Chi le comprava dalla
vigilatrice. Questi prodotti potevano essere prescritti per controllare il peso corporeo, e
lei era opportunamente sovrappeso. Nessuno si sarebbe sognato di definirla uno
spacciatore: eravamo negli anni Sessanta.
Al Georgia Tech avevo moglie, e una figlia piccola. Portavo i capelli corti, e dedicavo
tutto il mio tempo allo studio. L’ultimo anno ebbi voti eccellenti. Studiavo matematica,
fisica e chimica a un punto tale che non avrei più dovuto studiarle per tutto il resto della
mia vita. E tutto quello che sapevo sulle droghe era quello che avevo letto in riviste come
«Time» e «Life». Imparai così che la marijuana era una droga pericolosa, che creava
dipendenza e che avrei fatto bene a starne lontano. Ma imparai anche che l’LSD era una
sostanza miracolosa che avrebbe permesso agli scienziati di capire il funzionamento del
cervello, avrebbe potuto curare l’alcolismo, e forse, tra l’altro, sarebbe riuscita a evitare la
terza guerra mondiale. Gli psichiatri la prescrivevano ai loro pazienti. Nel 1966 l’LSD non
era ancora stata messa fuorilegge. Persone note, dalla reputazione ineccepibile,
ammettevano di averla sperimentata. La famiglia Luce, gli editori di «Time» e «Life», fu
così colpita dal potenziale scientifico dell’LSD da finanziare le ricerche del professor
Timothy Leary, dell’Università di Harvard.
Una persona che amava giocare con le sostanze chimiche come me non poteva fare a
meno di essere incuriosita dall’LSD. Mi affascinava l’idea che esistessero sostanze in
grado di trasformare la mente e di aprire nuove finestre di percezione. Mi consideravo
uno studioso serio: all’epoca tutto ciò era ancora molto accademico e legale. L’LSD non
aveva un’immagine così eclatante e la gente non le attribuiva ancora i problemi dei
propri figli. Gli hippies avevano appena cominciato a distinguersi dai beatniks, e
apparentemente la differenza consisteva nel fatto che gli hippies avevano meno anni e
più capelli. E che rimanevano al college.
Nel 1966 avevo voglia di provare l’LSD. Mia moglie, Ri- chards, mi aiutò a caricare
l’Impala, sistemammo nostra figlia Louise sul sedile posteriore e partimmo verso
Berkeley e la scuola di specializzazione. Arrivavo in California per la prima volta ed ebbi
modo di stupirmi. Non immaginavo che gli alberi sarebbero stati tanto diversi, non
credevo che l’Oceano Pacifico fosse sempre freddo, né mi aspettavo che a San Francisco ci
fosse nebbia anche d’estate. Ero pronto a vedere ragazze nude. Di sicuro non sapevo che
sarei cambiato così profondamente.
Non volevo provare l’LSD da solo: era una cosa che avevo imparato dalle riviste. Il
primo giorno di lezione feci amicizia con Brad, l’unico componente del mio corso che
avesse i capelli lunghi. Pensai che lui potesse avere dell’LSD. Brad era in gamba:
apprezzava il fatto che io fossi in grado di calcolare il tempo che la luna avrebbe
impiegato per precipitare sulla terra. Lui si era laureato all’Oberlin College, dove
insegnavano che era possibile fare un calcolo del genere, ma non erano tanto stupidi da
imparare come farlo.
Brad aveva provato le droghe psichedeliche e accettò di farmi da guida per il mio
primo viaggio. Mi consigliò di fumare un po’ di marijuana prima di prendere l’LSD,
perché così mi sarei fatto un’idea di come sarebbero cambiati i miei stati di coscienza. Gli
dissi che la marijuana mi faceva paura: tutto ciò che avevo letto in proposito ne parlava
come di una droga pericolosa, in grado di creare dipendenza: una boccata, ed eri schiavo
per la vita. Brad mi convinse a fumare uno spinello, come lo chiamava lui. Dopo pochi
istanti le mie paure scomparvero. Stavo ridendo. Brad e io parlammo per ore, di cose
molto sagge. A un certo punto, lui se ne andò. Io guardai mia moglie Richards con occhi
nuovi. Lei era la stessa persona, ma non per me: la afferrai in un abbraccio primitivo,
facendola rotolare sul nostro letto, che mi sembrava più grande, e fui travolto da
un’ondata di piacere.
Una settimana più tardi annunciai, «Brad viene da noi stasera. Ho intenzione di
provare l’acido». Richards disse che ci avrebbe preparato una bella cenetta. Mentre
mangiavamo, Brad mi dette quella che veniva chiamata una «Owsley a due cupole» (dal
nome del suo inventore, N.d.T.) da 1000 microgrammi. L’aveva comprata per 5 dollari, e
poco dopo sarebbe stata messa fuorilegge. Non finii neanche di mangiare: cominciai a
ridere. Mi alzai da tavola e mentre mi dirigevo verso il divano mi resi conto che tutto ciò
che conoscevo si basava su una falsa premessa. Attraverso il divano precipitai in un’altra
dimensione.
Brad mise sullo stereo Mysterious Mountain di Hovha- ness e lo fece suonare
ripetutamente. Era uno sfondo perfetto per il mio viaggio. Vidi diventare insignificanti le
convinzioni di qualcun altro. Chi era questo personaggio di nome Kary Mullis? Quello
studente del Georgia Tech? Non provavo paura. Non provavo niente. Osservai che il
tempo non fluisce in modo continuo, ma è segnato da momenti, e io ero caduto nella
frattura tra due di essi, ed ero scomparso.
Il mio corpo rimase su quel divano per almeno quattro ore. Avevo la sensazione di
essere dovunque. Ero emozionato. Fino ad allora ero rimasto intrappolato nelle mie
esperienze, adesso ero libero. Il mondo era pieno di piccolissimi spazi dove nessuno
poteva trovarmi, e occuparsi di ciò che stavo facendo. Ero solo. La mia mente poteva
osservare se stessa.
Brad mi aveva dato 1000 microgrammi perché voleva che la mia fosse un’esperienza
completa. Credo che avesse parlato di «bruciarmi il culo». Con 100 microgrammi ti senti
un po’ strano, puoi avere qualche allucinazione, e puoi andare a ballare, ma sai di essere
sotto l’effetto dell’acido. Sei cosciente che stai facendo un «viaggio» e che le cose che vedi
sono allucinazioni. E sai che non dovresti tenerne conto. Quando ne prendi 1000
microgrammi, non sai di avere preso qualcosa. Ti limiti a pensare che la realtà sia quella e
puoi trovarti all’ improvviso in un edificio dell’Egitto di 3000 anni fa, mentre guardi le
barche scivolare sul Nilo.
Dopo quattro ore, Brad mi annunciò che avremmo fatto un giro in macchina. Io non
sapevo neanche cosa fosse una macchina. Entrammo in questa cosa. Appena iniziò a
muoversi io avvertii un’improvvisa paura. Non volevo trovarmi in una macchina. Il
movimento non mi piaceva, volevo solo trovare un posto tranquillo. Finalmente ci
fermammo a Tilden Park, vicino a una fontanella. Presi un po’ d’acqua. Era fresca e
fluida, ma non era l’acqua che conoscevo. Lasciava tracce, ed era viva. Non riconoscevo
più Brad. Non riconoscevo mia moglie. Quando mi rimisero in macchina, mi resi conto
che mi trovavo in un veicolo. Sapevo che c’era una chiave che lo faceva andare, ma non
volevo muovermi. Stavo sul sedile di dietro, e prendemmo per Marin Avenue, che scende
di più di trecento metri in quattro isolati. Berkeley era sotto di noi, e a me girava la testa.
Mi allungai dal sedile di dietro, e sfilai la chiave. Brad me la riprese, mi disse di stare
buono e mi riportò a casa. Verso le cinque del mattino cominciai a tornare sulla terra.
L’aspetto più bizzarro dell’intera esperienza fu che ero atterrato nel bel mezzo della mia
vita di tutti i giorni. Fu così bello sentire gli uccellini, vedere sorgere il sole, guardare la
mia bimba che si svegliava e cominciava a giocare. Apprezzai la mia vita come non mi era
mai successo prima.
Il lunedì successivo andai a scuola. Ricordo che sedevo a un banco, aspettando che
cominciasse la lezione e pensando: «E la cosa più incredibile che mi sia mai capitata».
Scrissi una lunga lettera a mia madre. Le scrivevo spesso, per dirle a cosa stavo
pensando. Chino sul foglio, mi resi conto che per la prima volta nella mia vita c’erano
delle cose che non sarei riuscito a spiegarle. Ci provai ugualmente.
Mia madre mi rispose spedendomi un articolo che aveva ritagliato dal «Reader’s
Digest»: diceva che prendere l’LSD può nuocere al cervello, e che produce dei flashback
che possono durare tutta la vita. Mi implorava di non fare più una cosa del genere. Le
risposi che era troppo tardi: quell’esperienza mi aveva già cambiato.
Volevo capire cosa era successo. Come potevano 1000 microgrammi - un millesimo di
grammo (sic?)- di una qualsiasi sostanza chimica far sì che il mio maledettissimo apparato
sensoriale venisse sottoposto a dei cambiamenti così radicali? Quali dei miei meccanismi
cerebrali erano stati influenzati in modo così drastico? Cosa avevano fatto queste sostanze
chimiche al mio sistema visivo? Volevo sapere come funzionava. Volevo saperne di più
sulla neurochimica. A Berkeley c’era un dipartimento di biochimica tradizionale, il che
significa che c’erano dei professori specializzati nei meccanismi chimici che sono alla base
della vita. Non sapevano molto di mammiferi, a parte le loro mogli e i loro studenti, e
non si interessavano di neurotrasmettitori. Ero solo. Sapevo che il mio cervello si trovava
dietro agli occhi, e scoprii che nessuno sapeva un granché di come funzionasse.
Sapevamo quali parti del cervello controllassero determinate funzioni, ma non sapevamo
come, o perché. Mi sembrava piuttosto evidente che le droghe che agivano sul sistema
nervoso potessero aiutarci a scoprirlo. Queste sostanze producevano un’interazione
veramente interessante tra psicologia, biochimica e anatomia, ma non sapevamo perché.
C’erano buoni motivi per ritenere che avremmo potuto imparare qualcosa sulle malattie
mentali, che avrebbero potuto essere provocate da uno squilibrio chimico del cervello.

Come capimmo rapidamente, l’LSD non era l’unica sostanza chimica in grado di
alterare la nostra mente. Tanto è vero che quando fu messa fuorilegge, cominciammo a
sintetizzare altri composti chimici. A partire dalla pubblicazione della formula di un
nuovo composto psicoattivo, il governo impiegava circa due anni per decretare la
sostanza fuorilegge. Furono creati, per esempio, vari derivati delle amfetamine metossi-
late, e ognuno di essi aveva un effetto diverso sul cervello.
Io stavo molto attento a preparare solo sostanze consentite dalla legge. Altri erano
meno attenti, e le autorità facevano sul serio. C’è stata gente che è andata in carcere per
via della chimica. Una volta, arrestarono un tale del dipartimento di chimica. All’epoca
lavoravo nel laboratorio di Joe Neilands, che reagì all’evento lasciando cadere sulla mia
scrivania una copia della «Gazette» di Berkeley. «Si stanno avvicinando un bel po’ non ti
pare?» osservò. «Se nel freezer c’è qualcosa che non dovrebbe esserci, potrebbe essere il
momento buono per liberarsene.» Poi si allontanò: Joe trattava i suoi studenti come
persone adulte, ma non aveva voglia di venirmi a trovare in carcere.
Le normative antidroga non hanno molto a che vedere con la scienza, o con la salute.
L’oppio fu messo fuorilegge in California perché i portuali cinesi di San Francisco
portavano via il lavoro ai portuali irlandesi, che preferivano sbronzarsi piuttosto che
stordirsi. La polizia fece irruzione nei locali dove si consumava oppio, e i cinesi vennero
arrestati. Così, molto opportunamente, non si presentarono al lavoro la mattina dopo. E
migrarono più a nord.
La marijuana fu dichiarata illegale nel 1938, dopo la fine del proibizionismo, perché i
poliziotti che controllavano il consumo di alcol e di oppio avevano bisogno di
qualcos’altro da controllare per non perdere il lavoro. Per rendere popolare questa
decisione, la marijuana fu descritta come una sostanza pericolosa che spingeva i neri e i
messicani a molestare le donne bianche. La droga non c’entrava niente, e neri e messicani
non avevano sviluppato nessuna particolare attrazione per le donne bianche. Piuttosto è
vero che i bianchi, dopo il 1938, svilupparono un improvviso interesse per i posti di
lavoro. L’alcol era di nuovo disponibile, e presto la marijuana non lo sarebbe stata più. Le
persone favorevoli al proibizionismo avevano deciso di proibire la marijuana. Le stesse
persone, e i loro figli, sarebbero state liete di guadagnarsi da vivere mettendo fuorilegge
l’LSD, droga messa in qualche modo in relazione con il movimento di protesta contro la
guerra del Vietnam. L’LSD doveva essere la ragione per cui la gioventù americana
portava i capelli lunghi e le collanine, apprezzava il sesso e pensava che non fosse una
buona idea andare in un Paese straniero e uccidere i locali. Le droghe psichedeliche
furono messe fuorilegge.
L’unico effetto che si ottenne, a parte quello di infilare un sacco di gente in carceri
sovraffollate, fu quello di bloccare ricerche molto serie portate avanti da gente che sapeva
cosa cercare. Gli unici scienziati che furono autorizzati a lavorare con sostanze psicoattive
erano persone che non le avevano mai utilizzate e non ne sapevano niente. Per la prima
volta furono censurati testi di consultazione scientifica; testi standard come il Dizionario
di Chimica Organica eliminarono ogni riferimento all’LSD e alla metamfetamina. Come
osavano fare una cosa del genere? Era come se un’intera classe di sostanze chimiche non
esistesse più. Sull’America stava scendendo l’oscurità.
Ogni esperienza con le droghe era unica. E per quanto interessante, non era sempre
divertente. Io ebbi occasione di visitare luoghi molto oscuri. Durante l’anno successivo a
quello in cui avevo abbandonato mia moglie e mia figlia, la mia sofferenza si acuì ogni
volta che prendevo dell’acido. Avevo fatto del male ad altre persone, e mi sentivo in
colpa. Mi sentivo la persona più brutta del mondo.
Ci fu un viaggio dal quale pensai che non sarei mai riuscito a tornare, perché ero
convinto di aver distrutto il mio cervello fisico. Il mio amico Eric, con il quale spesso
avevo consumato droghe psichedeliche, era un pilota del comando strategico
dell’aviazione. Aveva la responsabilità di una delle chiavi necessarie per armare le bombe
nucleari. In caso di guerra avrebbe condiviso la responsabilità del loro uso. A un certo
punto si rese conto che non avrebbe potuto né voluto farlo. Fu congedato con una
motivazione onorevole: problemi psichiatrici. Non avrebbe aiutato a far saltare in aria il
mondo.
Un fine settimana, mentre era ancora in servizio attivo, Eric stava con me e Richards.
Avevo sintetizzato della dietil- triptamina. Non ne sapevamo molto: pensavo che gli
effetti fossero simili a quelli della dimetiltriptamina, ma durassero più a lungo. Misurai
quella che avrebbe dovuto essere una dose ragionevole, ma feci uno sbaglio. Dovevo aver
avuto una premonizione, perché dissi a Eric che sarei stato io il primo a prenderla,
avremmo aspettato un’ora perché facesse effetto e poi, se tutto fosse andato bene, mi
avrebbe raggiunto. Ne presi una dose dieci volte più grande di quella prevista. Dopo
pochi minuti mi accorsi che c’era qualcosa che non andava. Le ultime parole sensate che
dissi furono: «Eric, non la prendere».
Era troppo. Il fuoco usciva rombando dal camino. Non mi trovavo più in quella
stanza. Ero da qualche parte su una lettiga, mentre mi trasportavano lungo il corridoio di
un ospedale. Non ero più sulla terra. I miei amici mi stavano facendo uno scherzo. Mi
stavano spedendo sulla terra, dove sarei nato. Per loro, era come mandarmi a vedere un
film del terrore. Non sapevano che avrei passato tutta la vita su questo pianeta così
lontano. Era solo uno scherzo. E poi mi resi conto che tutto questo era già successo. Sono
qui. Sono incastrato. Non so come tornare a casa. Volevo fermare tutto, ma non riuscivo a
parlare.
Mi svegliai in soggiorno, e vidi un serpente che veniva fuori dal camino. Trovai un
pezzo di legno e cominciai a colpirlo. Era il clarinetto di Eric. Eric ci restò male per il
clarinetto, ma soprattutto lui e Richards erano preoccupati per me.
Mi svegliai la mattina dopo infilato sotto la mia scrivania. Tutto intorno a me era
grigio. Non ricordavo chi fossi, cosa avessi fatto, quali fossero i miei gusti. Ero
terrorizzato, e triste. Guardai dalla finestra, e vidi dei bambini che giocavano in cortile.
Uno di loro era mio, ma non sapevo quale. Richards si svegliò. Mi disse che era mia
moglie, ma non mi ricordavo di lei. Nella mia casa non c’era niente di familiare. Ero
convinto di amare i libri e la musica, ma non sapevo quali libri, o che genere di musica.
Avevo annientato la mia personalità. Non avevo preferenze. Non riconoscevo il mio
corpo. Dal punto di vista fisico non provavo alcun disagio: potevo muovermi e mangiare,
ma non avevo amici, né sentimenti, né senso dell’umorismo. Eric e io eravamo andati
spesso ad accamparci lungo il fiume Navarro, e lui pensò che quel posto potesse farmi
bene. La sera, mentre sedevamo vicino al fuoco del campo, mi lesse una poesia che
sosteneva essere di mio gradimento. «Ti ricordi cos’è una poesia?» Mi chiese. Ricordavo
qualcosa, ma in modo molto remoto.
La mattina dopo cominciò lentamente a tornarmi la memoria. Dopo un altro giorno
tornò completamente, senza alcun danno. Funzionavo normalmente, e la mia personalità
c’era ancora. Avevo la sensazione di essere stato in un posto molto importante. Adesso
sapevo come ci si sentiva a essere psicotici, a non avere alcun senso. Ma perdersi a quel
modo non era stato affatto divertente.
Il caso non è chiuso

Quando nel 1984 sentii dire per la prima volta che il francese Lue Montagnier,
dell’Istituto Pasteur, e Robert Gallo, dell’America s National Institutes of Health, avevano
scoperto indipendentemente l’uno dall’altro che il retrovirus HIV - Human
Immunodeficiency Virus - era la causa dell’AIDS, accettai il dato come una qualsiasi
evidenza scientifica. Il problema non riguardava strettamente il mio settore, la
biochimica, e d’altronde loro erano esperti di retrovirus.
Quattro anni più tardi lavoravo come consulente con gli Specialty Labs di Santa
Monica: stavamo cercando il modo di utilizzare la PCR per individuare i retrovirus nelle
migliaia di donazioni di sangue che la Croce Rossa riceveva ogni giorno. Stavo scrivendo
un rapporto sull’andamento dei lavori, destinato allo sponsor del progetto, e cominciai
affermando che «l’HIV è la probabile causa dell’AIDS». Chiesi a un virologo dello
Specialty dove avrei potuto trovare elementi che confermassero il fatto che l’HIV era la
causa dell’AIDS. «Non ne hai bisogno», mi fu risposto. «È una cosa che sanno tutti.» «Mi
piacerebbe citare qualche dato»: mi sentivo ridicolo a non conoscere la fonte di una
scoperta così importante. Sembrava che tutti gli altri la sapessero. «Perché non citi il
rapporto del CDC?» mi suggerì, mettendomi in mano una copia del rapporto periodico
sulla morbilità e la mortalità del Center for Disease Control. Lo lessi. Non si trattava di un
articolo scientifico. Si limitava ad affermare che era stato identificato un organismo, ma
non spiegava come. Invitava i medici a informare il Centro ogni qual volta si trovassero
di fronte a pazienti che presentavano determinati sintomi, e a testarli per individuare la
presenza di anticorpi per questo organismo. Il rapporto non faceva riferimento alla
ricerca originale, ma questo non mi sorprese. Era destinato ai medici, che non avevano
bisogno di conoscere la fonte delle informazioni. Dal loro punto di vista, se il CDC ne era
convinto, doveva esistere, da qualche parte, la prova che era l’HIV a provocare l’AIDS.
Di solito si considera una prova adeguata dal punto di vista scientifico un articolo
pubblicato su una rivista scientifica attendibile. Al giorno d’oggi le riviste sono stampate
su carta patinata, piene di fotografie, di articoli scritti da giornalisti professionisti, e ci
sono anche foto di ragazze che reclamizzano prodotti che potrebbero esservi utili in
laboratorio. A fare pubblicità sono aziende che offrono prodotti utili agli scienziati, o che
producono farmaci che i medici dovranno prescrivere. Tutte le riviste importanti
contengono pubblicità. E di conseguenza, tutte hanno qualche rapporto con le aziende.
Gli scienziati propongono gli articoli per descrivere le proprie ricerche. Per la carriera
di uno scienziato è fondamentale scrivere articoli che descrivano il proprio lavoro e
riuscire a farli uscire: non avere articoli pubblicati sulle riviste più quotate è una perdita
di prestigio tuttavia gli articoli non possono essere proposti fino a quando gli esperimenti
che ne supportano le teorie non siano conclusi e valutati. Le riviste più importanti
chiedono addirittura di riportare, direttamente o attraverso citazioni, tutti i dettagli degli
esperimenti, in modo che altri ricercatori possano ripeterli esattamente e vedere se
ottengono gli stessi risultati. Se le cose vanno diversamente, questo viene reso pubblico, e
il conflitto deve essere risolto in modo che, quando la ricerca verrà ripresa, si sappia con
certezza da che punto si riparte. Le più qualificate tra le principali riviste hanno un
sistema di revisione. Quando un articolo viene proposto per la pubblicazione, il direttore
lo spedisce in copia ad alcuni colleghi dell’autore perché lo verifichino: i cosiddetti
revisori. I direttori sono pagati per il loro lavoro, i revisori no, ma è pur sempre un
compito che conferisce loro potere, il che in genere basta a soddisfarli.
Feci qualche ricerca sul computer. Né Montagnier, né Gallo né altri avevano
pubblicato articoli descrivendo esperimenti che portavano alla conclusione che
probabilmente l’HIV provocava l’AIDS. Lessi gli articoli pubblicati su «Science», che li
avevano resi famosi come «i medici dell’AIDS», ma tutto quello che c’era scritto era che
avevano trovato, in alcuni pazienti affetti da AIDS, tracce di una precedente infezione da
parte di un agente patogeno che probabilmente era HIV. Avevano scoperto degli
anticorpi. Ma gli anticorpi contro determinati virus erano sempre stati considerati segno
di malattie precedenti, non di malattie in corso. Gli anticorpi indicavano che il virus era
stato sconfitto, e il paziente era salvo. Negli articoli non si diceva affatto che questo virus
provocava una malattia, né risultava che tutte le persone che avevano anticorpi nel
sangue fossero malate. E in effetti erano stati trovati anticorpi nell’organismo di individui
sani. Se Montagnier e Gallo non erano riusciti a trovare questo genere di prove, perché i
loro articoli erano stati pubblicati, e perché avevano discusso così duramente per
attribuirsi il merito della loro scoperta? C’era stato un incidente internazionale quando
Robert Gallo dell’NIH aveva dichiarato che un campione di HIV inviatogli da Lue Mon-
tagnier, dell’Istituto Pasteur di Parigi, non si era poi sviluppato nel suo laboratorio. Altri
campioni raccolti da Gallo e dai suoi collaboratori da potenziali pazienti affetti da AIDS,
invece, si erano sviluppati. Basandosi su questi campioni Gallo aveva brevettato un test
per l’AIDS, e l’Istituto Pasteur l’aveva citato in giudizio. Alla fine il tribunale dette
ragione al Pasteur, ma nel 1989 si era ancora in una situazione di stallo, e i due istituti si
dividevano i profitti.
Esitavo a scrivere che «l’HIV è la probabile causa dell’AIDS», prima volevo delle
prove, pubblicate, che lo confermassero. La mia affermazione era molto limitata: nella
mia richiesta di fondi non volevo sostenere che il virus fosse indubbiamente la causa
dell’AIDS, stavo solo cercando di dire che era probabile che lo fosse, per motivi a noi noti.
Decine di migliaia di scienziati e ricercatori stavano spendendo ogni anno miliardi di
dollari per ricerche che si basavano su quest’idea. La ragione di tutto questo doveva pur
essere scritta da qualche parte, altrimenti tutta questa gente non avrebbe permesso che le
proprie ricerche si concentrassero su un’ipotesi così ristretta.
All’epoca tenevo conferenze sulla PCR a un’infinità di convegni. E c’era sempre gente
che parlava dell’HIV. Chiesi loro su cosa si basasse la certezza che era questo virus a
provocare l’AIDS. Tutti avevano una qualche risposta, a casa, in ufficio, o in un qualche
cassetto. Tutti lo sapevano, e mi avrebbero mandato la documentazione appena rientrati.
Ma non mi arrivò mai nulla: nessuno mi mandò mai una spiegazione di come l’HIV
provocasse l’AAlla fine, ebbi l’opportunità di porre questa domanda a Montagnier,
quando tenne una conferenza a San Diego in occasione dell’inaugurazione dell’UCSD
AIDS Research
Center, ancora oggi diretto dall’ex moglie di Robert Gallo, la dottoressa Flossie Wong-
Staal. Sarebbe stata l’ultima occasione in cui avrei posto questa domanda senza perdere la
pazienza. La risposta di Montagnier fu un suggerimento: «Perché non cita il rapporto del
CDC?» «L’ho letto», dissi, «ma non risponde realmente alla domanda se l’HIV sia la
probabile causa dell’AIDS, vero?» Montagnier ne convenne: ero molto seccato. Se
neanche lui sapeva la risposta, chi diavolo l’avrebbe potuta sapere?

Una sera ero in macchina per recarmi da Berkeley a La Jolla, quando ascoltai, sulla
National Public Radio, un’intervista a Peter Duesberg, famoso virologo di Berkeley.
Finalmente capii perché era tanto difficile trovare le prove che mettevano in rapporto
l’HIV e l’AIDS: Duesberg affermava che prove del genere non esistevano. Nessuno aveva
mai dimostrato che l’HIV causasse l’AIDS. L’intervista durava circa un’ora e mi fermai
per non perdermi niente.
Avevo sentito parlare di Peter quando frequentavo la specializzazione a Berkeley. Mi
era stato descritto come uno scienziato veramente in gamba, che era riuscito a mappare
una particolare mutazione in un singolo nucleotide di quello che sarebbe stato
successivamente definito un oncogene. Negli anni Sessanta, era una vera impresa. Peter
andò avanti sviluppando la teoria secondo la quale gli oncogeni potrebbero essere
introdotti nell’organismo umano da virus e provocare il cancro. L’idea ebbe successo, e
diventò una seria base teorica della ricerca che venne finanziata con lo sfortunato nome
di «Guerra al cancro». Peter fu eletto Scienziato Californiano dell’anno. Ma invece di
dormire sugli allori, li incendiò. Riuscì a trovare punti deboli alla sua stessa teoria, e
annunciò ai suoi stupitissimi colleghi che stavano dandosi da fare per trovarne la
dimostrazione sperimentale che era molto improbabile che ci riuscissero. Se volevano
combattere il cancro, le loro ricerche avrebbero dovuto essere indirizzate in altra
direzione. Ma loro, fosse perché erano più interessati a combattere la loro povertà
piuttosto che il cancro, o semplicemente perché non riuscivano ad affrontare i propri
errori, continuarono a lavorare per dieci anni, senza alcun risultato, sull’ipotesi
dell’oncogene virale. E non riuscirono a cogliere l’ironia della situazione: più aumentava
la loro frustrazione, più se la prendevano con Duesberg per aver messo in discussione la
propria teoria e le loro assurdità.
La maggior parte di loro non aveva imparato molto di quello che io definisco scienza.
Erano stati addestrati a ottenere finanziamenti governativi, assumere persone per fare
ricerche e scrivere articoli che di solito si concludevano affermando che le ricerche
dovevano essere ulteriormente approfondite, preferibilmente da loro, con denaro di
qualcun altro. Uno di questi era Bob Gallo.
Gallo era stato amico di Peter. I due avevano lavorato per lo stesso dipartimento del
National Cancer Institute. Tra le migliaia di scienziati che si erano impegnati inutilmente
per assegnare a un virus un ruolo determinante nello sviluppo del cancro, Bob era stato
l’unico tanto zelante da affermare di esserci anche riuscito. Nessuno prestò alcuna
attenzione alla cosa, perché aveva dimostrato solo una relazione sporadica e molto debole
tra gli anticorpi contro un innocuo re- trovirus definito HTLV 1 e un insolito tipo di
tumore individuato principalmente su due delle isole meridionali del Giappone.
Nonostante la sua mancanza di gloria come scienziato, Gallo era riuscito a scalare
agevolmente le gerarchie, mentre Duesberg nonostante le sue capacità le aveva scese.
Quando si cominciò a parlare di AIDS, fu a Gallo che si rivolse Margaret Heckler quando
il presidente Reagan decise che ne aveva abbastanza di tutti quegli omosessuali che
manifestavano davanti alla Casa Bianca. Margaret era il ministro per l’Istruzione, la
Sanità e il Welfare, e quindi il capo supremo dell’NIH. Bob Gallo aveva un campione di
virus che Montagnier aveva trovato in un linfonodo di un arredatore gay parigino malato
di AIDS. Montagnier aveva spedito il campione a Gallo perché lo valutasse, e questi se ne
era impossessato allo scopo di sfruttarlo per la propria carriera. Margaret convocò una
conferenza stampa e presentò il dottor Robert Gallo, che si sfilò lentamente gli occhiali da
sole e annunciò alla stampa mondiale: «Signori, abbiamo trovato la causa dell’AIDS».
Tutto qui. Gallo e la Heckler annunciarono che entro un paio di anni sarebbero stati
disponibili un vaccino e una terapia. Eravamo nel 1984.
Tutti gli ex cacciatori di virus del National Cancer Institute cambiarono le targhette
sulla porta dei loro laboratori e diventarono esperti di AIDS. Reagan, tanto per
cominciare, stanziò all’incirca un miliardo di dollari, e da un momento all’altro chiunque
potesse rivendicare una specializzazione medico-scientifica di qualche genere, e si fosse
trovato senza molto da fare fino a quel momento, trovò un impiego a tempo pieno. Che
mantiene tutt’oggi.
Il nome Human Immunodeficiency Virus fu creato da un comitato internazionale, nel
tentativo di risolvere la disputa tra Gallo e Montagnier, che avevano dato al virus nomi
diversi. Fu una prova di scarsa lungimiranza, e un errore che vanificò qualsiasi tentativo
di indagare sulla relazione causale tra la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS)
e il virus dell’immunodeficienza umana.
Duesberg, intervenendo dalle retrovie, sottolineò saggiamente sugli Atti della
National Academy of Science che non c erano prove attendibili sul coinvolgimento del
nuovo virus. Ma fu completamente ignorato, i suoi articoli furono rifiutati, e comitati
composti da suoi colleghi cominciarono a mettere in dubbio che fosse necessario
continuare a finanziare le sue ricerche. Alla fine, con quello che deve essere considerato
un gesto di incredibile arroganza e disprezzo nei confronti della correttezza scientifica,
un comitato di cui faceva parte Flossie Wong-Staal, che ormai era schierata apertamente
contro Duesberg, decise di non rinnovare a Peter il Distin- guished Investigator Award,
escludendolo così dai fondi destinati alla ricerca. In questo modo, Duesberg era meno
pericoloso per il crescente establishment AIDS: non sarebbe più stato invitato a
intervenire a convegni organizzati dai suoi ex colleghi.
Conviviamo con un numero incommensurabile di retro- virus. Sono dappertutto, e
probabilmente sono vecchi almeno quanto la razza umana dato che fanno parte del
nostro genoma. Ne riceviamo alcuni dalle nostre madri, sotto forma di nuovi virus,
particelle virali infettive che migrano dalla madre al feto. Altri da entrambe i nostri
genitori, insieme ai geni. Alcune delle sequenze del nostro genoma sono fatte di re-
trovirus. Il che significa che possiamo produrre, e in alcuni casi produciamo
effettivamente, le nostre particelle retrovirali. Alcune di loro possono somigliare all’HIV,
ma nessuno ha dimostrato che abbiano mai ucciso qualcuno.
Ci deve essere una ragione che giustifichi la loro esistenza: una porzione
quantificabile del nostro genoma contiene sequenze retrovirali umane endogene. C’è chi
sostiene che alcune porzioni di DNA sono inutili, ma ha torto. Se nei nostri geni c’è
qualcosa, ci deve essere una ragione. Il nostro organismo non permette che si sviluppino
elementi inutili. Ho cercato di inserire sequenze geniche irrilevanti in organismi
semplicissimi come i batteri, ma se non hanno ragion d’essere gli organismi se ne
liberano. E voglio sperare che il mio corpo, quando si tratta di DNA, sia intelligente
almeno quanto un batterio.
L’HIV non è saltato fuori all’improvviso dalla foresta pluviale o da Haiti. E
semplicemente finito nelle mani di Bob Gallo, nel momento in cui lui aveva bisogno di
una nuova carriera. Ma stava lì da sempre: nel momento in cui si smette di cercarlo solo
per le strade delle grandi città, ci si accorge che l’HIV è sporadicamente distribuito
ovunque.
Se l’HIV fosse stato lì da sempre, e fosse trasmissibile da madre a figlio, non avrebbe
senso cercare gli anticorpi nell’organismo della madre di chiunque risulti HIV-positivo,
specialmente se l’individuo non mostra segni di malattia?
Immaginatevi un ragazzo nel cuore degli Stati Uniti, il cui sogno è arruolarsi in
aviazione dopo la laurea e fare il pilota. Non ha mai usato droghe, e per tutto il liceo ha
avuto la stessa fidanzatina, con la quale ha tutte le intenzioni di sposarsi. A insaputa sua,
e di chiunque altro, ha anche degli anticorpi per l’HIV, che ha ereditato dalla madre,
tuttora viva, quando era nel suo ventre. E un ragazzo sano, e la cosa non gli ha mai creato
alcun problema, ma quando l’aviazione lo sottopone al test di routine per l’HIV le sue
speranze e i suoi sogni crollano. Non solo la sua richiesta di arruolamento viene respinta
ma sulla sua testa pesa anche una sentenza di morte.
Il CDC ha definito l’AIDS come una tra più di trenta malattie connesse a un risultato
positivo al test per individuare gli anticorpi per l’HIV. Ma queste stesse malattie non
vengono definite AIDS, se non si individuano gli anticorpi. Se una donna HIV-positiva
sviluppa un tumore all’utero, per esempio, la si considera malata di AIDS. Un HIV-
positivo con la tubercolosi ha l’AIDS, mentre se risulta negativo al test ha solo la
tubercolosi. Se vive in Kenya o in Colombia, dove il test per l’HIV è troppo costoso, ci si
limita a presumere che abbia gli anticorpi, e quindi l’AIDS. In questo modo può essere
curato in una clinica dell’OMS, che in alcuni posti è l’unica forma di assistenza medica
disponibile. E gratuita, dato che i Paesi che finanziano l’OMS hanno paura dell’AIDS. Se
lo consideriamo come un’opportunità per diffondere l’assistenza medica nelle aree dove
vive povera gente, l’AIDS è stato una fortuna. Non li avveleniamo con l’AZT come
facciamo con i nostri concittadini, perché costerebbe troppo. Forniamo loro le cure per
una ferita da machete sul ginocchio sinistro, e la chiamiamo AIDS.
Il CDC continua ad aggiungere nuove malattie alla definizione generale dell’AIDS:
praticamente hanno manipolato le statistiche per far sì che la malattia appaia in continua
diffusione. Nel 1993, per esempio, il CDC ha enormemente allargato la definizione di
AIDS. Una scelta gradita alle autorità locali, che grazie al Ryan White Act (una legge
approvata nel 1990 che garantisce assistenza ai malati di AIDS, N.d.T.) ricevono dallo
Stato 2500 dollari all’anno per ogni caso di AIDS segnalato.
Nel 1634 Galileo fu condannato a trascorrere gli ultimi otto anni della sua vita agli
arresti domiciliari per avere scritto che la terra non è il centro dell’universo ma, al
contrario, ruota attorno al sole. Fu accusato di eresia, perché sosteneva che un dato
scientifico non dovrebbe avere niente a che vedere con la fede. Tra qualche anno, il fatto
che noi abbiamo accettato la teoria secondo la quale l’AIDS sarebbe causata dall’HIV
sembrerà una sciocchezza, come a noi sembrano sciocche le autorità che hanno
scomunicato Galileo. La scienza, così come è praticata oggi nel mondo, ha ben poco di
scientifico. E ciò che la gente chiama «scienza», probabilmente, non è molto diverso da
quello che veniva chiamato scienza nel 1634. A Galileo fu chiesto di ritrattare le sue
convinzioni, altrimenti sarebbe stato scomunicato. E chi rifiuta di accettare i
comandamenti imposti dall’establishment dell’AIDS si sente dire più o meno la stessa
cosa: «Se non accetti il nostro punto di vista, sei fuori».
È una delusione vedere come tanti scienziati si siano rifiutati nel modo più assoluto di
esaminare in modo obiettivo e spassionato i dati disponibili. Varie autorevoli riviste
scientifiche hanno rifiutato di pubblicare una dichiarazione con cui il Gruppo per la
Rivalutazione Scientifica dell’Ipotesi HIV/AIDS si limitava a chiedere «un’attenta
verifica degli elementi disponibili a favore o contro questa ipotesi».
Affrontai pubblicamente questo tema per la prima volta a San Diego, nel corso di un
convegno dell’American Asso- ciation for Clinical Chemists. Sapevo che mi sarei trovato
tra amici, e dedicai all’AIDS una piccola parte di un lungo intervento, non più di un
quarto d’ora. Dissi come la mia incapacità di trovare una qualsiasi prova avesse stuzzicato
la mia curiosità.
Più ne sapevo, più diventavo esplicito. Non potevo rimanere in silenzio: ero uno
scienziato responsabile, ed ero convinto che ci fossero persone che venivano uccise da
farmaci inutili. Le risposte che ricevevo dai miei colleghi variavano da una blanda
accettazione a un esplicito astio. Quando fui invitato a Toledo dalla European Federation
of Clinical In- vestigation, per parlare della PCR, dissi loro che avrei preferito parlare
dell’HIV e dell’AIDS. Non credo che, quando accettarono, avessero capito esattamente in
che cosa si stavano cacciando. Ero arrivato a metà del mio intervento quando il
presidente della società mi interruppe bruscamente, suggerendomi di rispondere alle
domande del pubblico. Il suo atteggiamento mi sembrò molto sgarbato, e assolutamente
inappropriato, ma, che diavolo, avrei risposto alle domande. Lui aprì il dibattito, e poi
decise che avrebbe posto la prima domanda personalmente. Mi rendevo conto che mi
stavo comportando da irresponsabile? Che la gente che mi sentiva parlare avrebbe potuto
smettere di usare profilattici? Risposi che le statistiche, piuttosto attendibili, prodotte dal
CDC mostravano che, almeno negli Stati Uniti, i casi di tutte le malattie veneree
conosciute erano in aumento, il che dimostrava che la gente non usava i profilattici,
mentre i casi di AIDS, attenendosi alla definizione originaria della malattia, erano in
diminuzione. E quindi, no, non ritenevo di essere un irresponsabile. Il presidente decise
che poteva bastare, e interruppe bruscamente l’incontro.
Quando affronto questo argomento, la domanda che mi viene posta è sempre la
stessa: «Se non è l’HIV a provocare l’AIDS, allora che cos’è?» La risposta è che non so
rispondere a questa domanda, più di quanto sappiano farlo Gallo o Montagnier. Il fatto
che io sappia che non c’è alcuna prova che l’HIV provochi l’AIDS non fa di me
un’autorità sulle cause reali della malattia. È indiscutibile che, se una persona ha contatti
molto intimi con un gran numero di individui, il suo sistema immunitario è destinato a
entrare in contatto con un gran numero di agenti infettivi. Se una persona ha trecento
contatti sessuali all’anno - con persone che a loro volta hanno trecento contatti sessuali
all’anno - questo significa che ha novantamila possibilità in più di contrarre un infezione
rispetto a una persona che ha una relazione monogamica.
Pensate al sistema immunitario come a un cammello: se lo caricate troppo, stramazza.
Negli anni Settanta c’era un numero rilevante di uomini che si spostavano di frequente e
avevano uno stile di vita promiscuo, condividendo fluidi corporei, droghe e una vita
spericolata. E probabile che un omosessuale che viveva in una grande città fosse esposto
praticamente a qualsiasi agente infettivo che avesse mai vissuto su un organismo umano.
In effetti, se uno dovesse organizzare un piano per raccogliere tutti gli agenti infettivi
esistenti sul pianeta, potrebbe costruire dei bagni turchi e invitare gente molto socievole a
frequentarli. Il sistema immunitario reagirebbe, ma sarebbe stroncato dal numero degli
avversari.
Il problema scientifico si mescola con quello morale, ma quello che sto dicendo non
ha niente a che vedere con la morale. Non parlo di «punizione divina» o di altre
assurdità. Un segmento della nostra società stava sperimentando uno stile di vita, e le
cose non sono andate come previsto. Si sono ammalati. Un altro segmento della nostra
società così pluralista - chiamiamoli medici/scienziati reduci della guerra perduta contro
il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti - hanno scoperto che funzionava.
Funzionava per loro. Stanno ancor pagandosi le loro BMW nuove con i nostri soldi.
Prendetevi le diapositive, io resto a casa

L’azienda farmaceutica Glaxo mi aveva invitato a intervenire a una conferenza. Mi


scrissero nel dicembre del 1993, chiedendomi di tenere il discorso conviviale al simposio
fissato per il novembre 1994. Oppure, se questa data non mi fosse andata bene, a quello
del novembre 1995. John Partridge, che era direttore della Chemical Development
Division, non mi aveva mai conosciuto di persona, ma aveva sentito parlare di un
intervento che avevo tenuto nel 1991 alla Gordon Research Conference, e che a suo dire,
era «il discorso che aveva sentito più elogiare dai suoi colleghi, sia ricercatori che
imprenditori». Stava cercando «uno scienziato particolarmente eloquente, a cavallo tra il
settore medico e quello biochimico, e abituato a ragionare in modo assolutamente non
convenzionale». Ero io, senza alcun dubbio.
Partridge mi scrisse per dire che sarebbe stato lieto di pagare tutte le mie spese di
viaggio e di alloggio, oltre a un onorario di 1500 dollari.
Mi poteva andar bene, ma pensai che la Glaxo avrebbe potuto pagarmi un po’ meglio.
A rendere particolarmente interessante questo invito era il fatto che la Glaxo fosse la
principale azienda farmaceutica del mondo e che uno dei loro prodotti più redditizi fosse
l’AZT, il veleno cellulare che veniva utilizzato contro l’AIDS. Esattamente come i farmaci
chemioterapici utilizzati contro il cancro, anche l’AZT uccide le cellule, e impedisce loro
di riprodursi, attraverso il blocco della riproduzione del DNA. Uccide anche l’HIV.
L’impiego di questi farmaci contro il cancro può avere quantomeno una giustificazione
logica, anche se io personalmente, cancro o no, non li userei mai su me stesso. Ma ecco
come si giustifica il tutto.
A me sembra che questo somigli in modo molto sospetto alla vecchia terapia a base di
arsenico che veniva usata contro la sifilide. La sifilide avrebbe ucciso inevitabilmente il
paziente, l’arsenico avrebbe potuto ucciderlo, ma in qualche caso avrebbe potuto prima
eliminare la sifilide, consentendogli di sopravvivere e continuare a socializzare. L’uso dei
chemioterapici tossici contro il cancro si basa sullo stesso principio. Il cancro uccide
inevitabilmente. La chemio anche, ma potrebbe riuscire a eliminare il tumore prima che
questo uccida te. E una scommessa pura e semplice. Si deve somministrare una dose
abbastanza forte da arrivare quasi a uccidere il paziente, sperando che sia sufficiente a
eliminare il tumore. Io lascerei perdere, non ho nessun bisogno di prendere una medicina
che mi faccia cadere i capelli. Però, che diavolo, se qualcuno vuol correre un rischio del
genere, c’è una certa logica. Certamente non c’è nulla di divertente: non è una cura che si
affronterebbe per farsi passare il mal di testa; è un’opportunità che qualcuno potrebbe
voler cogliere, quando l’alternativa è morire troppo giovani per veder crescere i propri
figli. Alcuni effettivamente guariscono dal cancro, anche dopo aver fatto una
chemioterapia.
Nel caso dell’AZT, la medesima strategia assume connotati diabolici. L’AIDS
potrebbe uccidere, l’AZT anche. Sicuramente ti farà star male: impedirà lo sviluppo di
tutte le cellule a crescita rapida del tuo corpo, incluse le cellule CD-4 di cui secondo il tuo
medico hai più bisogno che mai. Potrebbe uccidere l’HIV. Nelle capsule di Petri, lo fa. Ma
non è detto che questo basti a curarti. Potresti aver già subito un danno, di qualunque
genere. Anche riuscendo a eliminare completamente l’HIV dal tuo organismo, ammesso
che ciò sia fattibile, non è detto che questo curi l’AIDS. Nessuno è mai guarito dall’AIDS,
anche se è guarito dall’HIV. E l’AZT non viene somministrato a piccole dosi, come si fa
per la chemioterapia, dove la scommessa è che, per quanto il farmaco possa farti male, si
spera che faccia più male al cancro, e che tu riesca a sopravvivere più a lungo. Qui non c’è
nessuna scommessa da fare. Nessuno è mai guarito dall’AIDS, e nessuno si aspetta che tu
guarisca. Dovrai continuare a ingoiare questo veleno, fino alla morte.
Circa mezzo milione di persone ha accettato di farlo. Nessuno è stato curato. La
maggior parte di loro sono morti, mentre quelli che non lo sono adesso prendono anche
un altro farmaco, un inibitore della proteasi. Chi sa che effetto avrà? I produttori, quando
hanno cominciato a venderlo, non lo sapevano. L’FDA non ha chiesto loro di mostrare
che avrebbe curato l’AIDS senza uccidere il paziente, come non l’hanno chiesto per
l’AZT; al contrario, hanno chiesto solo che si potesse raggiungere un obiettivo secondario,
il che significa che il farmaco avrebbe potuto migliorare qualcosa che noi consideriamo
collegato alla malattia, come il livello dei CD-4, qualunque cosa essi siano. È un modo per
aggirare il concetto che prima di mettere in vendita un farmaco bisognerebbe dimostrare
che è in grado di curare la malattia per la quale viene messo in vendita. Questa stronzata
dell’obiettivo secondario vuol dire solo che l’FDA non risponde più alle nostre esigenze.
O almeno non lo fa, a meno che non siamo azionisti di aziende farmaceutiche cui non
importa un accidente dell’assistenza sanitaria.
Mi piaceva l’idea di parlare di queste cose ai ricercatori convocati nella Carolina del
Nord dalla Glaxo - ex Burroughs Wellcome - e dalla Università della Carolina del Nord,
in nome delle «Nuove frontiere in chimica e medicina». Pensavo che questo metodo di
uccidere la gente con un farmaco che avrebbe avuto un effetto non molto diverso da
quello della malattia per la quale stavano già morendo, solo in tempi più brevi,
rappresentasse davvero la frontiera estrema della medicina. In precedenti interviste e
seminari, avevo già affermato la mia convinzione sul fatto che l’AZT non fosse solo
inutile contro l’AIDS, ma che avvelenasse la gente. In Europa erano stati fatti studi su
larga scala, definiti il Concorde Study, che indicavano proprio questo: l’AZT era
impotente contro l’AIDS, e nocivo anche per le persone sane. Si era arrivati a questa
conclusione nonostante il fatto che lo studio fosse sostanziosamente finanziato dalla
Glaxo. Mi chiedevo se questa gente sapesse cosa pensavo del loro prodotto, quando mi
avevano trasmesso l’invito. Informai Partridge che sarei stato lieto di accettare se
avessero aumentato un po’ la posta. Il 26 gennaio 1994 ricevetti una lettera da M. Ross
Johnson, vicepresidente della Divisione di Chimica: erano molto lieti che avessi accettato
e mi comunicavano che mi avrebbero inviato una somma corrispondente al valore di due
biglietti aerei di prima classe, le spese per l’alloggio e un onorario di 3000 dollari. Alla
fine della lettera mi chiedeva il titolo del mio intervento. Fin qui tutto bene. Risposi
spiegando che avevo intenzione di affrontare un tema che ritenevo essere di estremo
interesse per l’intera comunità scientifica. Avrei spiegato che non esiste nessuna prova
scientifica del fatto che l’HIV sia la probabile causa dell’AIDS e che ero inoltre convinto
che le persone che prendevano l’AZT si stessero avvelenando.
Il 14 ottobre 1994, un mese prima dell’incontro, ricevetti un’altra lettera della Glaxo,
questa volta da Gardiner F.H. Smith - senza nessuna qualifica. Era davvero spiacente di
dovermi informare che non avrebbero più potuto ospitare la mia presentazione.
Aggiungeva che mi avrebbero inviato un assegno di 100Ò dollari per risarcirmi del
disturbo arrecatomi. Risposi con la seguente lettera.

Caro signor Johnson,


le allego copia di una lettera, non particolarmente chiarificatrice, di un certo Gardiner Smith, con il quale in
precedenza non ho avuto rapporti diretti né epistolari.
Come lei sa, il mio programma di lavoro è molto fitto ed è molto difficile riorganizzarlo in breve tempo. Il mio
impegno con la Glaxo mi ha portato a rinunciare ai redditi che mi sarebbero venuti da altri potenziali impegni. Sono
d’accordo con il signor Smith nel dolermi del fatto che la vostra società sia stata costretta a «modificare la
strutturazione» - qualunque cosa intenda con tale formula il signor Smith - «del summenzionato evento».
Sfortunatamente, in coincidenza con questo viaggio ho preso accordi per partecipare, nel Sud est, a diverse
manifestazioni istituzionali «non profit», alle quali non intendo rinunciare. Per conseguenza la riluttanza della vostra
società a tenere fede, come mi è stato sbrigativamente comunicato dal signor Smith, agli accordi derivati dalla vostra
(precedente) corrispondenza rappresenta per me personalmente una rilevante perdita di reddito e al tempo stesso una
spesa imprevista.
L’offerta - che mi è venuta senza alcuna spiegazione dal signor Smith - di un risarcimento di 1000 dollari per «il mio
tempo e il mio disturbo», aggiunge un pizzico di mistero per quanto riguarda l’identità del signor Smith e la sua errata
valutazione del valore da attribuire al mio tempo e al mio disturbo.
Non capisco di cosa esattamente il signor Smith si sia scusato nella sua lettera, ma sarei molto grato se voleste
inoltrarmi immediatamente, con o senza una spiegazione da parte di un rappresentante più cordiale e più informato
della Glaxo, un assegno del valore di 6048 dollari.
Informo il signor Smith che la tariffa aerea andata/ritorno tra San Diego e Raleigh-Durham, in prima classe, per due
persone, costa 3048 dollari. La cifra sopraindicata risulta dall’aggiunta del già concordato onorario di 3000 dollari.
La inviterei, dottor Johnson, a prendere in considerazione un altro elemento. E probabile che alcuni dei partecipanti
al vostro incontro abbiano qualcosa da dirmi a proposito della mia mancata apparizione. Dovrà essere vostra cura di
spiegare chiaramente e pubblicamente per quale motivo il signor Smith ha sentito l’esigenza di informarmi che la vostra
azienda si era presa la libertà di «ristrutturare» l’evento in modo tale da non avere la possibilità di «ospitare» la mia
presentazione. Non è mia abitudine annullare interventi pubblici con un preavviso così breve, e non mi farebbe affatto
piacere farmi una simile fama per vostro conto. Spero lei voglia comprendere che non si tratta di una questione di poco
conto, né per me né per la Glaxo.

Cordialmente,
dottor Kary B. Mullis

Il 30 novembre 1994 ricevetti un’altra lettera dal signor Smith. Era molto breve, e si
limitava a comunicarmi che aveva ricevuto dal dottor Johnson una copia della mia
lettera. Allegato c’era un assegno della Glaxo, del valore di 6048 dollari.
Non avevo mai guadagnato così tanto denaro per non fare qualcosa. Mi venne anche
in mente che, data la mia crescente fama di uomo polemico, avrebbero potuto esserci
diversi gruppi, o individui che avrebbero preferito non sentirmi parlare. Certamente
questo era un loro sacrosanto diritto, ma se le persone non vogliono ascoltare idee che le
farebbero sentire a disagio dovrebbero essere disponibili a pagare per questo. Con questo
pensiero in mente, buttai giù la seguente offerta:

PRENDETEVI LE DIAPOSITIVE, IO RESTO A CASA

II dottor Kary B. Mullis vuol tenere un discorso a voi, e ai vostri colleghi amici e figli. Potete
fare qualcosa per evitarlo?

SI... MA DOVETE AGIRE SUBITO...


OFFERTA SPECIALE

Kary B.Mullis ha vinto il Nobel per la Chimica nel 1993, e ha immediatamente avviato un
tour mondiale di conferenze destinato a università, istituti di ricerca, convegni, licei, imprese e
comunità. Ha persino tenuto un discorso a «Connect» - un progetto congiunto della Università
della California, San Diego e delle imprese biotecnologiche di San Diego - dalla spiaggia di fronte
al suo appartamento, che la stampa nazionale ha descritto come «delle stanze in affitto piene dei
suoi strumenti di seduzione».
Di solito è invitato a tenere conferenze sulla PCR, ma quando si spengono le luci e partono le
diapositive, be’...
John Martin, presidente della European Society for Clinical Investigation, ha dichiarato a
«Nature»: «Le sue uniche diapositive - o ciò che definiva la sua produzione artistica - erano
fotografie, da lui stesso realizzate, di donne nude con luci colorate proiettate addosso. Ha accusato
la comunità scientifica di essere universalmente corrotta e di falsificare diffusamente i dati per
ottenere finanziamenti. E alla fine ha messo in dubbio l’onestà personale di numerosi e rinomati
scienziati che fanno ricerca nel settore dell’HIV. ...Il consiglio direttivo della European Society for
Clinical Investigation non intende invitare il dottor Mullis a nessun altro incontro».
La vostra comunità ha bisogno di una cosa del genere? Certamente no.
E ora, solo per breve tempo, potrete avere la sicurezza che il dottor Mullis non terrà mai una
conferenza alla vostra associazione, scuola, laboratorio ecc.
Potere ottenere questa garanzia, personalmente, e in via assolutamente riservata.
Chiamate adesso il (mio numero di telefono) e chiedete di (la mia bella assistente). Tenete a
portata di mano la vostra carta di credito. Le tariffe di prevenzione partono da una garanzia
annuale di 500 dollari e crescono in proporzione alla dimensione e alla suscettibilità della vostra
organizzazione. La garanzia può essere rilasciata in forma anonima oppure potete ricevere, se lo
desiderate - al prezzo di 79.95 dollari più spese di spedizione - una Targa Servizio Speciale con
stampato il vostro nome e una iscrizione che rende omaggio alle vostre doti di saggezza,
lungimiranza e disinteressata devozione nei confronti della vostra comunità. Per un piccolo extra
si può avere un iscrizione personalizzata particolarmente significativa.
Prendete in considerazione l’idea di rendere omaggio al vostro capo o a uno dei vostri colleghi
approfittando della nostra offerta straordinaria «Aiuta un amico a fermare Mullis». Chiamate per
sapere i dettagli. Non perdete tempo. Ciascuna organizzazione può ottenere una sola offerta di
protezione completa all’anno. Siate i primi. Siate furbi. E mettetevi al sicuro.
Poco tempo fa l’azienda farmaceutica Glaxo ha ritenuto necessario inviare al dottor Mullis un
assegno del valore di 6048 dollari solo per impedirgli di intervenire alla propria conferenza
annuale su «Chimica e medicina alle frontiere della scienza» a Chapel Hill, nella Carolina del
Nord. Nessuno alla Glaxo aveva ritenuto opportuno proteggersi contro un intervento di Mullis e
sfortunatamente il dottor Ross Johnson, che attualmente non fa più parte della società, l’aveva
invitato.

Devo riferire che la risposta a questa offerta non è stata entusiasmante. Neiman-
Marcus non ha ritenuto opportuno inserirla nel suo celebre catalogo natalizio. E quindi
ho continuato a intervenire in qualsiasi consesso me ne abbia data l’opportunità.
Tuttavia, non è troppo tardi. Se voleste offrire a un singolo, o a un’organizzazione, il
dono del mio silenzio, qualunque offerta ragionevole verrà accettata.

NOTA: L’offerta non è indirizzata a familiari o dipendenti di Kary Mullis, che sono
condannati ad ascoltare quello che dico.
Sono una macchina?

Sono io che faccio succedere le cose? O le mie braccia si agitano, a volte, grazie alle
connessioni rigorose, assolute, casuali che mettono in relazione in successione il mio
cervello, i nervi e i muscoli? La mia sensazione di essere presente come parte attiva di
questo meccanismo è solo un’altra parte di questa catena di connessioni casuali? Che
importanza ha tutto questo?
Per me, di notte, ne ha. E un po’ inquietante pensare che forse sono una macchina i
cui sentimenti non hanno alcun valore.
Sono una macchina? Tutte le mie condizioni future sono già tracciate per me da leggi
fisiche? E se non è così, quand’è che succede qualcosa che non è determinato dalle leggi
della forza, della materia, della meccanica quantistica, della dinamica generale, del
direttore generale, della General Motors e della TRW (un’agenzia di informazioni sul
credito, N.d.T.). In altre parole, posso fare qualcosa che sia definibile «esercitare la mia
volontà» al di fuori del tempo e dello spazio dove tutto sembra invece costretto a
funzionare in base a una qualche equazione? E posso farlo sempre, o soltanto una volta
alla settimana? Sono una macchina, o sono dotato di sovranità? Di autonomia? La libertà
è solo un altro modo per dire che «non abbiamo niente da perdere» o vuol dire che c’è un
fenomeno paranormale, collegato al mio corpo proprio in questo momento, che può
muovere le cose, ma non essere mosso? Suona improbabile?
Ci sono alcuni begli edifici negli Stati Uniti - e degli edifici ancor più belli in Europa -
dove dei signori abbigliati con dei paramenti suggestivi, circondati da splendide opere
d’arte e da una piacevole musica, vi diranno che non c’è niente di strano; anzi, che tutto
questo è vero.
Riflettete su quanto segue. Io so, prima di chiunque altro, quando sono in procinto di
alzarmi in piedi da qualche parte e gridare, per citare e.e.cummings: «Non bacerò la
vostra maledetta bandiera». Chiunque altro avrebbe ragione di meravigliarsi, ma io lo
saprei da prima. Avrei l’impressione di essere stato io a provocare tutto questo. È la mia
bocca a parlare. Oppure no?
Immaginate un edificio completamente deserto, in Texas. Originariamente, prima che
finissero i soldi, era destinato a ospitare il Supercollider. Adesso invece c’è un gigantesco
computer, ed è proprio lì che ti stanno portando. Dei tipi efficienti in camice bianco ti
collegano alla macchina: alcuni elettrodi collocati sulla tua testa rivelano al computer
tutto quello che sta avvenendo nel tuo cervello.
Il computer stampa, in colori lividi, una descrizione completa e accurata di ciò che ti
stai accingendo a fare. Ora solo tu e il computer potreste sapere, con un attimo di
anticipo, quando comincerai a citare cummings ad alta voce. La cosa ti preoccuperebbe?
E cosa succederebbe se il computer ti precedesse, e avesse già scritto qualche centinaio
di pagine su come reagirai ad alcuni semplici filmati che sta per mostrarti? E se i tizi del
laboratorio le avessero già lette, e stessero già scherzando e bevendo caffè, prima ancora
che tu ti sia mosso? E se il computer potesse produrre un videotape che mostra
esattamente come reagiresti a qualcosa, molto prima che ciò avvenga? Ti innervosiresti?
Ti chiederesti dove sei finito?
Io lo farei. Specialmente se fosse buio. È la macchina a essere responsabile per te?
Oppure sei tu?
In una società in cui probabilmente siamo troppi, è ragionevole cercare di estirpare le
malepiante: killer, rapinatori, stupratori, avvocati, direttori di giornali, non
necessariamente perché siano responsabili per ciò che fanno, ma semplicemente perché
lo fanno, e ci fanno soffrire. Possiamo dire che la colpa è il vero tema di questo capitolo.
Ma che cos’è la colpa?
Non sto parlando del senso di colpa, quello lo conosciamo tutti. Parlo della colpa vera
e propria. Di quel genere di colpa che autorizza lo Stato a praticarmi un’iniezione letale.
Di cosa si tratta esattamente? Sono una macchina, e mi limito a guardarmi agire e a
sentirmi responsabile, perché potendo vedere in anteprima i mutamenti del mio cervello
riesco a prevedere quello che sto per fare? O sono un essere eterno, totalmente separato
dal tempo e dallo spazio? O qualcos’altro ancora?
Se tu vivessi in un villaggio sotto un picco montano, dove gli abitanti si riuniscono
una volta al mese, prima o poi qualcuno suggerirebbe di costruire un muro per impedire
che i sassi cadano sui tetti delle case. Senza offesa per i sassi, che comunque, se potessero
pensare, capirebbero che il loro moto verso il basso deve essere arginato. Dopo tutto, nel
villaggio ci sono donne e bambini. E beni immobili. E uomini. I sassi possono danneggiare
le persone e devono essere fermati.
Qual è la differenza tra una persona come te - collegata a un computer che riesce a
predire il tuo futuro, prima ancora che tu possa immaginarlo - e una pietra che precipita
da una montagna, con una telecamera che ne registra la discesa e lo stesso computer che
prevede il suo percorso futuro? Che differenza c’è tra te e una macchinetta che gironzola
su Marte, con un gruppo di liceali troppo cresciuti che la controllano da lontano, come
divinità remote? Qual è il tuo ruolo, allora? E qual è il mio? Chi dirige lo spettacolo? C’è
qualcuno a tenere d’occhio la bottega? Chi deve essere punito? Controllato? Eliminato? I
sassi che cadono sul villaggio? Sicuramente sì. Chi altro?
Queste non sono battute prese da un film di serie B. Sono problemi che la nostra
cultura attualmente sta affrontando, anche se non nel modo migliore anzi, in quello che
apparentemente sembra il livello più formale. Suona una cosa del tipo: «L’imputato era
in grado di intendere e di volere quando ha distrutto il nostro tetto?» Stronzate del
genere. Scusate tanto, ma non posso fare a meno di pensare che si tratti di vere e proprie
stronzate. Sembra che non si riescano ad affrontare questi problemi nel modo migliore.
Forse è perché tutti noi siamo macchine giocattolo. Potrebbe però anche essere l’esatto
contrario: non riusciamo ad affrontare la realtà dei massi che precipitano perché non
siamo macchine. Forse siamo esseri che evolvono, sviluppatisi dall’argilla, per una serie
di combinazioni casuali, su un pianeta ostile. Non sappiamo da dove veniamo e
purtroppo manchiamo decisamente di fantasia.
Forse anche noi siamo solo sassi impotenti.
Ma io, d’altra parte, dispongo della capacità di ricordare, e del libero arbitrio. E penso
che per voi sia lo stesso. «Sì, è così», dice una voce che esce dall’oscurità del mio
guardaroba, un giorno in cui Nancy è fuori città e io sono da solo. È una vocetta stridula,
seguita da un ticchettio leggero, come di una tastiera. È continua a parlare: «Forse la
memoria è solo una sensazione originata dal fatto che il tuo cervello fluttua attraverso il
tempo, e può curiosare nel proprio passato. La visione non è ottimale e tende a
peggiorare con l’età, ma può vedere nel passato, ritornare a quello che gli occhi un tempo
hanno guardato o riascoltare quello che le orecchie hanno sentito. Tuttavia, non può
vedere nel mio passato, ma soltanto nel proprio. È una relazione privata con se stesso, che
dopo un po’ diventa quasi un senso di appartenenza. Hai presente?» «Sì. Mi sembra
ragionevole.» Mi rannicchio nel letto, e mi copro la testa. Sono lenzuola italiane, di
qualità extrafine. Nancy le compra da David al «Golden Goose» di Mendocino, e io le
adoro, ma stanotte non mi sono di nessun conforto, mentre sento questa voce che esce dal
mio guardaroba. «È ragionevole», squittisce la voce, e il ticchettio si interrompe. «Rifletti.
Hai presente quella sensazione di pieno controllo di te stesso? A produrla è
semplicemente il riflesso simmetrico temporale di ciò che definisci la tua memoria. Sai
cosa voglio dire?»
«Che cosa?»
«È prodotto dal fatto che il tuo cervello, che è solo un fenomeno ondulatorio che
attraversa il tempo, può guardare non solo nel proprio passato, ma anche nel futuro.
Capisci cosa voglio dire?»
«È a proposito di quel computer che possono collegare al mio cervello per sapere cosa
ho intenzione di fare prima ancora che io lo faccia?»
«Che cosa?»
«Non lo so. Sono troppo stanco. Vai via.»
«Hai spento la stampante?»
«Vai via ! »
Biochimica professionale

Le ragioni per cui ho scelto di occuparmi professionalmente di biochimica sono molto


semplici. Con Mercurio e Marte in congiunzione in Sagittario, era improbabile che io mi
specializzassi in qualcosa di gestibile e chiaramente definito. Non mi sono mai
considerato un lavoratore o uno specialista, mi vedevo invece come un uomo di scienza,
fino in fondo, con in faccia una Luna Gemelli e i freddi venti rossi di Marte nei capelli. Se
possibile, volevo vedere la realtà, e il mio sole in Capricorno avvertiva con forza
l’esigenza di guadagnarsi da vivere. Ero destinato a scegliere tra lo studio dettagliato del
mio corpo, o di tutto il resto: sarei diventato un biochimico, o un astrofisico. Mi soffermai
su entrambe le cose, ma alla fine il mio corpo vinse. All’epoca - era il 1966 - il governo
finanziava le specializzazioni in entrambe queste discipline. Sospettavo però che non
appena i russi avessero smesso di essere una minaccia, i deputati avrebbero depennato
dalla loro lista di priorità i finanziamenti per gli studi su cose che si trovavano nello
spazio esterno e che nessuno avrebbe mai toccato. Mentre supponevo che lo studio dei
corpi umani, e di ciò che può non funzionare in essi, avrebbe continuato a ottenere
sovvenzioni. Non immaginavo che i russi si sarebbero tolti di torno così presto, né che la
biotecnologia avrebbe raccolto tanti finanziamenti privati, ma in linea di massima ci
avevo azzeccato.
La scelta della biochimica aveva anche una ragione di ordine sociale. L’universo è
indubbiamente universale, ma provate a parlarne durante una festa a una ragazza di
ventidue anni che non ha mai considerato che i tassi di decadimento dei mesoni k neutri
fossero una cosa particolarmente emozionante. Poi parlate alla stessa donna del perché
gli etilami- no derivati del safrolo, come l’MDA (metilenediossiamfeta- mina) ti facciano
venire voglia di toglierti i vestiti e di sentirti caldo e coccoloso per circa otto ore. Anche se
non ha mai pensato di interessarsi alle catecolamine, questo potrebbe incuriosirla. Un
forte impulso sociale vi allontanerà dall’astrofisica, spingendovi a occuparvi di
biochimica. Su di me, ha funzionato così.
La biochimica era più divertente, e lo è tuttora. Adesso non vado più alle feste per
trovarci ragazzine, ma niente mi sembra più divertente o più interessante dell’organismo
umano. È ciò che sono io. Voglio che i miei occhi continuino a vedere, il mio cuore a
battere, e che le eccitanti funzioni sessuali nelle quali il mio corpo si impegna continuino
a funzionare, notte dopo notte.
Mi interessa conoscere queste cose ed essere a conoscenza di tutti i regimi alimentari e
di tutti i farmaci che ingeriamo per farle funzionare. E mi piace giocarci. Negli anni
Sessanta amavo produrre sostanze chimiche che avessero un qualche effetto sulla mia
mente. Negli anni Novanta, mi piace produrne altre che abbiano effetti significativi su
qualsiasi forma di vita. Mi piace l’idea di creare prodotti in grado di trasformare una
spugna in un cercatore d’oro. Si potrebbe dotare una creaturina spensierata che filtra
acqua, come una normale spugna, di un enorme appetito per filtrare l’oro che il fiume
Sacramento si è portato giù dalle colline. Mi piace produrre sostanze che potrebbero
aiutare a guarire il midollo spinale di qualcuno che ha subito una lesione in un incidente
di motocicletta. Mi piacerebbe curare il diabete. Ecco quello che fanno i biochimici. Molto
al di sotto dei limiti delle nostre capacità visive, c’è un livello di organizzazione fisica le
cui parti sono come piccoli macchinari, nastri trasportatori, tavole che li sostengono e
divisori. Ci sono aggeggi simili a giocattoli di latta, che passano attraverso queste
macchine e vengono trasformati in utensili come molle e prese e gocce di cemento,
utilizzati poi per unire qualcosa o a riempire delle spaccature. E niente di tutto questo è
così difficile da non poter essere compreso.
La maggior parte delle attività può essere spiegata in termini di cose che si attaccano,
si attorcigliano o si spingono tra loro. Ci sono cose che si trasformano attaccandosi ad
altre cose, o dividendosi in due. Ce ne sono altre che vengono create in un posto, e
devono essere trasportate altrove, e quelle che funzionano solo se vengono inserite
dentro qualcos’altro. La biochimica ricorda molto l’ingegneria meccanica o
automobilistica - con la differenza che non si possono vedere i pezzi a occhio nudo, e
puoi anche evitare di farti sanguinare le nocche o di sporcarti le unghie di grasso. A volte
devi maneggiare dei veleni, ma non devi leccarti mai le dita.
Il principio fondamentale è che i sistemi viventi sono modulari. Sono collezioni di
cellule, e le cellule sono collezioni di altre parti, e stiamo imparando a conoscere sempre
meglio la loro natura e il modo di produrle. Diamo loro nomi, e possiamo vedere che
aspetto avrebbero se non fossero così piccole.
A volte le forme sono complicate e composte da tante parti che i processi relativi alla
salute o alla malattia sembrano infiniti. E un po’ quello che avviene con le lesioni del
midollo spinale. Il midollo spinale umano contiene milioni di piccoli fasci (di fibre
nervose) e cercare di immaginare come ripararli a volte sembra un po’ come cercare di
riparare il pilota ionico di un disco volante precipitato. Ma alcuni di noi ci si stanno
impegnando. Io stesso sto lavorando con un gruppo sponsorizzato da due aziende, la
Immune Response e la Vyrex, con cui mi occupo seriamente di questo tipo di lesioni.
Abbiamo cominciato dall’inizio, cercando di catalogare tutti i geni che possono essere
coinvolti. E un lavoro lungo, ma solo negli Stati Uniti ci sono 250.000 persone che non
possono sentire, né muovere, la parte inferiore del loro corpo.
Mi piace (anche) lavorare su qualcosa in cui il problema è evidente e la soluzione
semplice: il diabete mellito insulino- dipendente, per esempio. Una malattia per cui sto
cercando una cura. Se siete affetti da questa forma di diabete, dovrete prendere una
sostanza chimica, l’insulina, perché è indispensabile per far funzionare i nastri
trasportatori che portano lo zucchero alle vostre cellule quando è necessario, e voi non
siete in grado di produrla.
Normalmente l’insulina viene prodotta da una simpatica botteguccia che si trova nel
pancreas, e risponde al gradevole nome di Isole di Langerhans. Se queste cellule si
limitassero a produrre insulina, allora essa sarebbe, di per sé, una cura per il diabete, ma
le cose non sono così semplici. L’insulina è d’aiuto, ma le cellule sono comunque
necessarie. E quando una persona soffre di diabete mellito insulino-dipen- dente,
qualcosa le uccide. Adesso sappiamo di cosa si tratta. E un altro gruppo di cellule, dette
linfociti T, il cui compito è quello di eliminare altre cellule che si sono incasinate, per
esempio cellule tumorali o cellule infettate da un virus. Come altri killer prezzolati,
queste cellule devono essere attentamente controllate. Nel caso del diabete, un tipo
particolare di linfociti T impazzisce. Nell’estate del 1997 è stato pubblicato su «Celi», una
rivista scientifica, un articolo che spiegava perché nelle persone affette da questa forma di
diabete questo particolare tipo di linfociti, definito linfociti T Vbe- ta7, perde il controllo.
Le cellule cominciano casualmente a produrre una sostanza chimica che non solo
permette loro di riprodursi molto spesso, ma le mette anche in condizione di aggredire
altre cellule, due cose che normalmente questo tipo di cellule non sarebbe in condizione
di fare, dato che hanno la pericolosa caratteristica di attaccarsi alle Isole di Lan- gerhans.
Quando lo fanno, e sono in condizione di aggredire, queste cellule rilasciano sostanze
acide, perossidi e armi da guerra biologica, contro cui le bizzarre, inermi cellule delle
Isole di Langerhans non hanno alcuna difesa. E quindi muoiono, anche se molto
lentamente: è per questo che il diabete mellito è una malattia progressiva ad andamento
lento.
La sostanza chimica che i linfociti T Vbeta7 hanno cominciato a produrre e che li
spinge a fare questi danni è una proteina, che sfortunatamente funge da adattatore tra i
linfociti T e le cellule che forniscono gli antigeni, che ufficialmente dovrebbero
controllarle. Non pensate che tutto questo sia più complicato del naso che sta in mezzo
alla vostra faccia, perché non è così. Si tratta di un problema semplice: per risolverlo basta
che un po’ di biochimici vengano messi a lavorarci sopra.
Le cellule che forniscono gli antigeni sono collegate ai linfociti T per mezzo di questa
proteina con funzioni di adattatore, che in realtà non dovrebbe esserci. Ma, così collegate,
queste cellule danno ai linfociti T il permesso di impazzire e di riprodursi. Il problema sta
nella proteina.
Nel 1998 noi biochimici sappiamo come gestire le proteine, così come i militari sanno
gestire i bunker sotterranei.
Tutto quello che dobbiamo fare è trovare un’altra proteina, o una qualche sostanza
chimica che possa tirare fuori quella disgraziata. E se c’è qualcosa che i biochimici sono in
grado di fare, è proprio questo. Ci sono vari possibili modi di farlo, e probabilmente uno
qualunque di essi funzionerebbe.
Allora, perché non esiste già una cura per il diabete mellito insulino-dipendente?
L’articolo su «Celi» è stato pubblicato circa un anno fa. Il problema è quello di convincere
la gente che dispone dei fondi a finanziare quelli che hanno le capacità perché si
impegnino su questo progetto. Dato che io sono un biochimico più anziano e dotato di
maggiore esperienza, il compito di organizzare e promuovere gli sforzi su larga scala
ricade su di me. E non è un lavoro che mi riesca molto bene. Il fatto di funzionare in
laboratorio non mi rende particolarmente abile nelle sale da riunione. Lo stesso vale per
tutte le professioni tecniche. Le persone più in là con l’età, che hanno fatto carriera come
tecnici o scienziati, adesso devono cercare di organizzare altre persone. E non è difficile
per loro trattare con i tecnici che lavorano alle loro dipendenze: si tratta di un ruolo che
loro stessi hanno ricoperto in passato. Ma adesso devono interagire anche con persone
estranee al loro settore: uomini del mondo degli affari e della finanza, avvocati
specializzati in brevetti, esperti di pubbliche relazioni, di normative, di marketing, e così
via. È una sfida.
Auguratemi buona fortuna.
L’era di Chicken Little2

Stamattina stavo salendo in bicicletta su per il monte Sole- dad, a La Jolla, soffiando e
sbuffando un po’ più del dovuto. Emettevo vapore acqueo e biossido di carbonio - gas che
contribuiscono all’effetto serra - come un animale che tenti di sfuggire a un predatore.
Parlando di effetto serra intendo che la luce emessa dal sole - che equivale per
intensità a una lampada da 100 watt piazzata, durante le ore del giorno, direttamente
sopra ogni piede quadrato (trenta centimetri quadrati, N.d.T) del pianeta - attraversando
l’acqua e il biossido di carbonio colpisce la terra e riscalda il suolo; il quale, di
conseguenza, cerca di raffreddarsi producendo un altro tipo di luce, definita infrarossa.
Questa luce somiglia più a quella che proviene dalle lampadine rosse nei bagni degli
hotel. Gli infrarossi emanati dalla terra così riscaldata tornano verso lo spazio, ma non
riescono a sfuggire perché non sono in grado di attraversare il vapore acqueo o il biossido
di carbonio. Questi ultimi assorbono infatti la luce infrarossa, riscaldando l’atmosfera. È
quello che viene definito effetto serra, ed è il motivo per cui la maggior parte del pianeta
è calda a sufficienza per indossare magliette e shorts. È anche il motivo per cui un ciclista
sudato che scende giù dal monte Soledad, diffondendo vapore acqueo nell’aria, non attira
gli orsi polari.
Sulla strada del ritorno mi chiesi se l’Intergovernmental Panel on Climate Change
delle Nazioni Unite mi stesse sorvegliando da un qualche satellite, registrando il mio
evidente e inutile contributo al Riscaldamento Globale. Con un bilancio di oltre un
miliardo di dollari, chi sa cosa diavolo possono combinare quegli stronzi di burocrati
internazionali?
Ok, forse mi riscaldo un po’ troppo a proposito del- l’IPCC, ma stanno creando un
sacco di problemi, per i quali noi stiamo allegramente pagando, allo stesso modo in cui
qualche anno fa abbiamo pagato l’inquisizione, quando un’altra burocrazia
internazionale, detta Chiesa cattolica, ci prese la mano.
Ci hanno fregato un’altra volta, fornendoci informazioni grossolanamente errate. E
più paghiamo questi parassiti, più loro continuano a darsi da fare, producendo danni
maggiori con il pretesto di salvarci da noi stessi.
I cattolici e i loro accoliti, i cristiani revisionisti, hanno stabilito che dobbiamo loro un
contributo pari al 10 per cento del nostro reddito. La cricca del controllo del clima - che
comprende chiunque possa chiederci dei soldi per misurare una variabile climatica e
affermare che sta variando in qualsiasi modo, forma o intensità - sta spendendo più di
quello che avevamo investito per combattere la minaccia, molto più realistica, che
qualcuno facesse saltare in aria il mondo se le altre parti in causa non lo avessero
minacciato di un’energica rappresaglia. Era una cosa da pazzi, ovviamente, ed è proprio
così che si chiamava, MAD (pazzo, N.d.T.) o Mutual Assured Destruction (Distruzione
Reciproca Assicurata, N.d.T.).
Ma questa questione di comitati intergovernativi sui cambiamenti di clima non è solo
pazzesca, è imbarazzante. E oltretutto puzza di quella che i greci definivano hubris,
quando uno dei loro decideva che poteva essere lui, e non gli dei, a controllare la propria
vita, o il tempo, o qualcosa di altrettanto impossibile da controllare.
Se si trattasse solo di imbarazzo, o del peccato mortale dell’hubris, non credo che la
cosa mi sconvolgerebbe. Tutti hanno bisogno di un lavoro. Tuttavia, credo che le persone
dovrebbero essere pagate solo nel caso in cui svolgano compiti utili a chi li paga. Nessuno
è mai stato capace di fare previsioni meteorologiche a lungo termine più di quanto possa
farlo una moneta tirata in aria. Per quale motivo continuiamo a pagare una schiera di
scienziati e di burocrati che pretendono di parlare a nome del pianeta?
Sostengono che possiamo cambiare definitivamente il mondo e hanno tutte le
intenzioni di dirci esattamente come. L’US Weather Service ha assunto un atteggiamento
più conservatore nei confronti delle affermazioni che riguardano il futuro:
contrariamente a prima, non fanno più neanche previsioni a 90 giorni. Smisero dopo il
1988, quando si resero conto che una monetina lanciata in aria era più economica di una
schiera di informatici, e altrettanto precisa.
La gente viene terrorizzata all’incirca una volta al mese dai nuovi annunci
provenienti dai portavoce di varie agenzie governative, e gruppi di ricerca finanziati con
fondi governativi. Ci dicono che creiamo gas responsabili dell’effetto serra ogni volta che
mettiamo in moto la macchina; che distruggiamo la fascia di ozono e contribuiamo
all’incenerimento di ogni forma di vita ogni volta che diffondiamo nell’atmosfera del
freon proveniente da un frigorifero, da un condizionatore o da uno spray. Il fatto è che
non ha nessun senso, alla luce della storia climatica del pianeta, parlare di catastrofici
mutamenti di clima prodotti da attività umane.
Cosa è successo negli anni Ottanta? Ci siamo tirati addosso qualcosa che è risultato
altrettanto costoso - se non altrettanto brutale - di una guerra mondiale. Si sono tutti
dimenticati che eravamo solo formiche un po’ cresciute? Qualcuno ci ha convinto che,
visto che la maggior parte delle religioni hanno perso il loro fascino, ci siamo
improvvisamente trasformati in dei? Che siamo diventati i padroni del pianeta e i custodi
dello status quo? Che le identiche condizioni climatiche che casualmente esistono sul
pianeta oggi, in questo benedettissimo XX secolo, Tanno zero dell’era del clima, il primo
anno della dominazione umana sulla terra, dovrebbero andare avanti per sempre, in
secula seculorum? Adesso esistono tutte le specie giuste. Nessuna di esse dovrà scomparire,
e non dovranno aggiungersene di nuove. La biologia ha perso l’autorizzazione ad agire:
hanno preso il comando l’Environmental Protection Agency e l’Intergovern- mental
Panel on Climate Change. L’evoluzione è finita.
Mi ricordo una vignetta. Un uomo delle caverne sta dando in escandescenze di fronte
alla sua grotta, fissando la luce di un lampo e puntando un dito accusatore contro il
proprio compagno, e il fuoco che arde all’imboccatura della caverna. «Non si era mai
visto niente del genere, finché non hai cominciato a fare quella roba.»
Il futuro della terra non ha niente a che vedere con le creature che affollano le sponde
delle sue grandi masse d’acqua. Siamo qui solo di passaggio. E il passaggio non è facile,
né lo è mai stato.
Il mondo in cui i vichinghi prendevano il mare, un migliaio di anni fa, era molto più
caldo di quello di oggi. Da allora è diventato più freddo. Si è raffreddato anche nel corso
del secolo scorso. Non è successo per reazione alle navi vichinghe, o ai cavalli spagnoli
che deponevano letame sui papaveri della California. Il clima è diventato più freddo in
tutto il pianeta, e più secco sulla costa occidentale degli Stati Uniti, per ragioni di cui
possiamo chiedere conto soltanto al sole e ai pianeti.
Fu una seccatura per gli spagnoli che tentavano di civilizzare gli indiani della
California trasformandoli in schiavi e facendogli lavorare la terra per le missioni, mentre
le loro anime venivano salvate. Gli indiani ridevano, perché il dio degli uomini bianchi
non riusciva a far cadere la pioggia per le loro stupide coltivazioni. Il clima è diventato
sempre più freddo e più secco perché sono cambiati gli angoli e la distanza tra la terra e la
nostra principale fonte di calore. Cosa che né i vichinghi né gli spagnoli potevano
misurare, e che certamente non potevano influenzare.
Quando comincio a sentire un po’ freddo, nella mia capanna di Mendocino, non mi
preoccupo troppo dell’effetto serra o dell’ozono, mi limito ad avvicinarmi alla stufa, e
immancabilmente mi scaldo. Non possiamo adattare esattamente ai nostri gusti la
posizione del nostro pianeta rispetto al sole. Non possiamo essere sicuri che per i
prossimi mille anni la temperatura media a San Francisco si manterrà piacevolmente sui
20 gradi centigradi. Ma possiamo smettere di preoccuparci delle minime cose che
succedono nell’atmosfera, e che non riusciamo a capire. Possiamo smettere di chiederci se
possiamo controllarle, perché non hanno niente a che vedere con noi. L’unica cosa certa è
che non c’è niente di stabile. Nei prossimi secoli potrebbe fare più freddo - o più caldo.
Circa 11.500 anni fa la temperatura della superficie terrestre cominciò ad aumentare.
L’era glaciale, che era durata circa 100.000 anni, stava finendo. La temperatura era
inferiore di circa 20 gradi centigradi - 36 gradi, per chi ragiona in Fahrenheit. Oggi
viviamo in un’epoca interglaciale, una vacanza per l’homo sapiens. Possiamo sederci fuori
dalla caverna su una poltrona da giardino, o tagliare il prato invece di spalare la neve.
C’è stato un altro periodo interglaciale, l’Eem, che si è concluso circa 120.000 anni fa.
A giudicare dai dati ricavati dagli anelli sui tronchi degli alberi e dai carotaggi di ghiaccio
che scavano in Antartico, sembra che anche quella sia stata una pausa decisamente
gradevole. Naturalmente, preferisco fare surf piuttosto che sciare. Ma mentre ci avviamo
verso il prossimo millennio tutti i fatti sembrano dimostrare che non sono molto
fortunato. Ci stiamo avviando verso una nuova glaciazione, che sulla terra è una
condizione climatica molto più frequente rispetto al relativo tepore che ci godiamo ora.
Allora, chi si sta agitando tanto per il riscaldamento globale? Gli sciatori? Di certo non i
surfisti.
I fan del riscaldamento globale - quelli che realizzano i programmi per le simulazioni
climatiche, o i cosiddetti modelli di circolazione generale, i fanatici di computer che a
malapena mettono il naso fuori anche quando fa bel tempo - scrivono i programmi per i
loro capi all’IPCC, prevedendo un riscaldamento imminente, la cui piena responsabilità
deriverebbe dalle nostre emissioni. Lo fanno per farci preoccupare del nostro ruolo
sull’intera faccenda; forse temono che se non ci preoccupassimo e non ci sentissimo in
colpa, potremmo smettere di pagare i loro salari. E così che stanno le cose.
Se fossimo arrivati qui su navicelle spaziali e dalla storia fisica del luogo risultasse che
il clima è rimasto invariato da sempre, potremmo ragionevolmente pensare che sulla
terra ci sia una straordinaria, delicatissima situazione di equilibrio che dobbiamo stare
attenti a non turbare, se non altro per portare un po’ di rispetto. Forse questo potrebbe
giustificare il fatto di assumere esperti o sacerdoti per aiutarci.
Ma le cose non sono andate in questo modo. Ci siamo evoluti su questo pianeta,
attraversando mutamenti climatici tanto radicali da farcene percepire ancora oggi gli
effetti, dopo milioni di anni e di specie estinte. Infatti, è proprio sulla base di tali segnali
che definiamo «carbonifero», «cretaceo» o «Eem» ere diverse tra loro per clima. Non ce
ragione di credere che le cose siano destinate a rimanere stabili adesso, con o senza di noi.
La terra è un corpo pesante che veleggia maestosamente per il sistema solare,
influenzata dalla gravità del sole, dei pianeti, delle loro lune e degli asteroidi. Di tanto in
tanto viene colpita da corpi vaganti come i frammenti della cometa Shoemaker-Levy che
Giove ha accolto l’anno scorso. Subisce l’attrazione della Luna, alla quale risponde con le
maree. La sua ionosfera è piegata dal vento solare e subisce la gravità di Giove che la
attira leggermente. Ma la «vecchia verde e blu» resiste, senza inchinarsi di fronte agli
uomini, o alle formiche.
La temperatura terrestre dipende dalla forma e dalle dimensioni dell’orbita che essa
segue attorno al sole, dall’angolo a cui il suo asse rotatorio si inclina sulla propria orbita,
dalla lunghezza dei giorni, dal decadimento radioattivo e dal residuo calore dovuto alla
gravitazione ancora presenti sotto la crosta terrestre, e dagli elementi che erano qui fin
dall’inizio, e Dio sa da cos’altro, ma non a noi.
Noi siamo un sottile strato di muschio su un masso voluminoso. Siamo un piccolo
fenomeno biologico che produce parole, pensieri e bambini, ma non arriviamo neanche a
solleticare le piante dei piedi al pianeta. Picconiamo e scaviamo la sua superficie più
esterna, e la dividiamo in quadratini a nostro uso e consumo. Guardiamo le stelle, e
pensiamo che anche quelle stiano lì per noi. Nonostante l’immensità di ciò che abbiamo
di fronte, continuiamo a farci su noi stessi le idee più bizzarre.
È perché abbiamo paura del buio o della morte che ci sentiamo costretti a farci grandi,
e a sentirci re della creazione, padroni di tutte le cose, protettori del pianeta? Come
possiamo pensare di esserne i padroni, quando le pile delle nostre torce elettriche
continuano a scaricarsi, lasciandoci al buio? Che dire della paura provocata
dall’improvvisa impossibilità di vedere? Sembra il tipo di sentimento che proverebbe
qualcuno che fosse davvero il signore del pianeta? Se sommassimo tutte le fonti di
energia del pianeta, con tutte le informazioni che ciascuna di esse contiene, moltissime di
queste risulterebbero ancora indecifrabili, e la maggior parte di queste fonti sarebbero
ancora invisibili. Quando la torcia si spegne non ci perdiamo niente di fondamentale. Se
così c’è buio, era buio anche con la torcia accesa. Stiamo guadando solo un paio di canali,
sui milioni esistenti.
La stragrande maggioranza del mondo ci risulta invisibile, a prescindere dalla
brillantezza delle nostre luci; le nostre orecchie non percepiscono più di una frazione dei
suoni che esso produce, né riusciamo ad avvertirne, con le nostre dita, il tessuto sottile.
Anche con tutti gli strumenti di cui disponiamo, lunghi tubi piazzati sulle montagne, e
un telescopio Hubble nello spazio, siamo ciechi alla miriade di complesse energie che
ruotano, vibrano e pulsano intorno a noi giorno e notte, anno dopo anno, millennio dopo
millennio. Il comportamento più adeguato per un essere umano è quello di sentirsi
fortunato di essere vivo, umile di fronte all’immensità del tutto. Magari facendosi una
birra. Rilassatevi, e siate i benvenuti sulla terra. All’inizio le cose possono sembrarvi un
po’ confuse. È per questo che dovrete tornare più e più volte, per imparare a divertirvi
veramente. Il cielo non sta cadendo.

2
Chicken Little, personaggio di una storiella per bambini, è un pollo che cerca di convincere tutti che il cielo sta per
cadere, N.d.T.)
Ringraziamenti

Ho sempre desiderato scrivere libri. Ho già fatto altri tentativi, che non sono mai riuscito
a portare a termine.
Quando stavamo già insieme da un po’, ed era ormai evidente che io ero uno
scienziato, la mia terza moglie, Cynthia, mi confessò che aveva sempre desiderato sposare
uno scrittore. La sera mi leggeva Agatha Christie, e a un certo punto rinunciai per un po’
alla scienza per dedicarmi alla scrittura. In un primo tempo ne ricavai un racconto, un
assegno di 120 dollari da una rivista che si chiamava «Medicai Dimensions», e un impiego
in un ristorante. Andò a finire che tornai a fare lo scienziato e vinsi il premio Nobel.
Desidero esprimere tutta la mia gratitudine per quanto il premio mi ha aiutato nella
vita. Non si tratta tanto dei denari, quanto del fatto che, una volta ottenuto un simile
riconoscimento, qualunque porta ti si apre davanti almeno una volta. Hai un pass
gratuito a disposizione per tutto il resto della vita. E quindi desidero qui ringraziare i
membri del Comitato Nobel per aver fatto la cosa giusta, assegnandomi il riconoscimento
quando ero ancora abbastanza giovane per godermelo. È vero, io sono una mina vagante,
e avete corso il rischio che screditassi la vostra rispettabile istituzione, ma penso che non
vi pentirete della vostra scelta.
Grazie anche alla mia segretaria - e compagna di surf - Pam Ingate, per la sua
devozione, il suo impegno instancabile e per essere sempre stata un’isola di luce e di
serenità nella mia esistenza.
Desidero ringraziare anche Toni Cosentino, che mi ha sostenuto dopo il processo a
O.J. Simpson, e molto tempo dopo l’intervento di Cynthia. Toni disse che avrei dovuto
scrivere un libro e durante un viaggio tra Los Angeles e Santa Barbara mi mise in contatto
telefonico con Frank Weimann, un agente letterario suo amico. Frank a sua volta mi
presentò David Fisher, che mi fece compagnia nel corso dei successivi due anni di
incontri e interviste, e che scrisse la prima versione di questo libro.
Cominciai a riscriverlo io quando mi resi conto che non puoi farti comprare i vestiti
da qualcun altro, a meno che non te ne freghi un accidente di quello che ti metti indosso,
o che tu non sia privo di un gusto tuo. Lo stesso ragionamento si applica a un libro che
parla di ballare nudi.
Nancy Cosgrove mi convinse che potevo essere io a tirare fuori questo libro. Il mio
modo di scrivere le piaceva. E poi Nancy, la pittrice della quale mi stavo già
innamorando, diventò Nancy la curatrice, che mi aiutò a venirne fuori e a superare tutti i
traumi originati dal fatto di avere un manoscritto non finito e un ritardo di sei mesi sulla
consegna.
Nancy parlava quasi ogni giorno con Altie Karper, il direttore editoriale della
Pantheon, che cominciò a fidarsi di noi: ho avuto modo di apprezzare fino in fondo la sua
pazienza, la sua fiducia e la sua guida. E poi Altie ed Erroll McDonald, vicepresidente e
responsabile editoriale della Pantheon, hanno dovuto convincere tutti gli altri alla
Random House a fidarsi di noi, e credo che le cose abbiano funzionato. Grazie, Altie,
grazie, Erroll. Finalmente ce l’abbiamo fatta, e siamo soddisfatti del risultato.
E poi, Nancy e io ci siamo sposati. Il libro è finito, e lei ha di nuovo tempo per
dedicarsi alla pittura.