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CRITERI DI REDAZIONE DI UN TESTO MUSICOLOGICO

a cura di Elisabetta Pasquini

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RINVII BIBLIOGRAFICI

1. nome puntato e cognome dell’autore in maiuscoletto; in mancanza dell’autore si passa direttamen-


te al titolo;
2. titolo dell’opera in corsivo;
3. eventuale indicazione del curatore (‘a cura di’, più nome puntato e cognome del curatore);
4. numero dell’edizione, se successiva alla prima, seguito da ‘ed.’ (es.: 2a ed.);
5. eventuale indicazione del volume con cifra romana, senza far precedere ‘vol.’;
6. luogo di pubblicazione;
7. cognome dell’editore;
8. data di pubblicazione;
9. eventuale indicazione della collezione a cui l’opera appartiene, tra parentesi tonde e virgolette bas-
se («»), seguita da una virgola e dal numero di serie del volume;
10. il rinvio alle pagine.

Per i saggi tratti da riviste, il titolo della rivista va posto tra virgolette basse («») e fatto seguire
dall’eventuale indicazione della serie, in cifra romana, con l’abbreviazione ‘s.’, dall’annata o dal volume
della rivista; se l’annata non corrisponde al volume, si indicano entrambe, con le abbreviazioni ‘a.’ e
‘vol.’.

FONTE DELLE INFORMAZIONI

Le informazioni si ricavano sempre dal frontespizio; nel caso in cui questo non sia sufficiente, bisogna
ricorrere al verso del frontespizio, alla copertina, al dorso, alla coperta. Per la data di edizione si prefe-
riscono nell’ordine la data sul frontespizio, la data di pubblicazione, la data di stampa, la data di copy-
right.

SCELTA DELL’INTESTAZIONE

a) un’opera o una raccolta di opere di un autore figurano sotto il suo nome:


P. FABBRI, Monteverdi

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N. PIRROTTA, Musica tra Medioevo e Rinascimento

b) le opere che risultano dalla collaborazione più autori (con contributi fusi o distinti, del medesimo
genere o di genere diverso) figurano sotto l’autore nominato per primo sul frontespizio, se sono
fino a due o tre, o sotto il titolo se sono più di tre:
G. LA FACE BIANCONI - A. ROSSI, Le rime in musica di Serafino Aquilano

Musica e storia tra Medio Evo ed Età moderna, a cura di F. A. Gallo

c) i carteggi sono opere di più autori:


G. VERDI - G. RICORDI, Carteggio Verdi-Ricordi 1882-1885, a cura di F. Cella, M. Ricordi, M. Di Gregorio Casati

d) le pubblicazioni di enti collettivi (associazioni, istituti, fondazioni, accademie, organizzazioni, ar-


chivi, biblioteche, partiti, chiese, congressi, riunioni che pubblicano opere di carattere amministra-
tivo con le quali riferiscono sulla propria organizzazione e sulla propria attività o cataloghi di fon-
di in possesso, studi, ricerche, statistiche, rapporti) vanno citate sotto il nome formale dell’ente
stesso. Se il nome dell’ente non risulta sul frontespizio o se con questo nome l’ente non è for-
malmente identificato, si rinvia al curatore o al titolo della pubblicazione. Atti di congressi e cata-
loghi di mostre vanno descritti sotto il titolo della pubblicazione, seguito dall’indicazione dell’ente
che ha tenuto il congresso o ha organizzato la mostra, se figura sul frontespizio.
DISCOTECA DI STATO, Archivio etnico linguistico musicale. Catalogo

«Sorgete! Ombre serene!». L’aspetto visivo dello spettacolo verdiano

FORMA DELL’INTESTAZIONE

a) se il nome è costituito da più elementi, quello che meglio identifica l’autore assume la prima posi-
zione. I cognomi con prefisso (articolo, preposizione o combinazione dei due) sono trattati se-
condo l’uso dei vari paesi: la preposizione viene posposta nei cognomi di lingua francese, spagno-
la, portoghese, tedesca, olandese (ad eccezione del prefisso ‘ver’); nei cognomi di lingua inglese e
italiana si dà la prima posizione al prefisso. Nei cognomi composti la prima parte assume la prima
posizione, tranne nella lingua inglese, dove la prima posizione è data all’ultima parte del cognome:
(ma nel testo:)
Guy de Maupassant G. DE MAUPASSANT MAUPASSANT
Jean de La Fontaine J. DE LA FONTAINE LA FONTAINE
Simone de Beauvoir S. DE BEAUVOIR BEAUVOIR
Ludwig van Beethoven L. VAN BEETHOVEN BEETHOVEN
Pieter van der Aa P. VAN DER AA AA

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Daisy Ver Boven D. VER BOVEN VER BOVEN
Giovanni Della Casa G. DELLA CASA DELLA CASA
Daniel O’Connell D. O’CONNELL O’CONNELL
Achille Bonito Oliva A. BONITO OLIVA BONITO OLIVA
Francis Scott Fitzgerald F. S. FITZGERALD FITZGERALD

DESCRIZIONE

a) luogo di pubblicazione, nome dell’editore, anno.


Roma, Laterza, 1988
S.l., Institute of Mediaeval Music, 1975
Firenze-Lucca, Giunti-LIM, 1992
Messina-Firenze, D’Anna, 1979
New York - Oxford, Oxford University Press, 2000 [NB: in questo caso, è necessario uno spazio prima e dopo
l’indicazione delle due città. Il trattino unisce: senza spazio, si creerebbe una città York-Oxford!]
Venezia, s.e., 1938
Padova, Draghi, 1882-1912
Paris, Lamy, s.d.

b) tra parentesi tonde, titolo della collezione e, se esiste, numero di collezione.


(«Corpus mensurabilis musicae», 12)
(«Handbuch der Musikwissenschaft, 17. Abteilung», 4. Teil)

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

app. = appendice p., pp. = pagina, pagine


anast. = anastatico, anastatica passim = l’argomento ricorre con frequenza nel-l’opera ci-
aut. = autografo, autografi tata
c., cc. = carta, carte rist. = ristampa
cap. = capitolo, capitoli r, v = recto, verso (nella numerazione delle carte)
cfr. = confronta s.d. = senza data di stampa
cit. = citato s.e. = senza editore
ed. = edizione sg., sgg. = seguente, seguenti
f., ff. = foglio, fogli s.l. = senza luogo di stampa
fig. = figura, figure s.n.t. = senza note tipografiche
f.t. = fuori testo t., tt. = tomo, tomi
ibid. = ibidem (stessa opera a cui si è fatto riferimento nel- tav. = tavolo, tavole
la citazione precedente) trad. = traduzione
ID. = Idem (citazione successiva dello stesso autore) vol., voll. = volume, volumi
ivi = la citazione è tratta dal testo appena citato
n., nn. = numero, numeri

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CITAZIONI

Distinguiamo due tipi di citazioni:


a) n e l c o r p o d e l t e s t o : quelle inserite all’interno del testo corrente; vengono racchiuse
fra virgolette basse («»). Per citazioni all’interno di citazioni si utilizzano le verigolette doppie alte,
o virgolette all’inglese (“”);
b) f u o r i c o r p o d e l t e s t o : quelle riportate come inserti distinti dal testo corrente; ven-
gono redatte in corpo minore rispetto a quello utilizzato per il testo corrente.

Iniziale minuscola o maiuscola?


A volte si rispetta il testo citato, ma è tutto sommato preferibile valutare il ruolo sintattico che la cita-
zione viene ad assumere nel testo in cui è inserito: iniziale m i n u s c o l a qualdo la citazione è dipen-
dente dal periodo di testo in cui è inserita, e iniziale m a i u s c o l a quando costituisce una proposi-
zione completa, sintatticamente indipendente dal testo nel quale è inserita.

La punteggiatura
a) i n t r o d u t t i v a : in relazione alla struttura sintattica del discorso, secondo i criteri di punteg-
giatura del testo corrente; non è necessario, anche se è frequente, l’uso dei due punti;
b) f i n a l e : nelle citazioni nel corpo del testo si può tralasciare il segno di punteggiatura finale, so-
stituendolo, se del caso, con la punteggiatura richiesta dalla costruzione del testo; si preferisce
comunque lasciare il punto (prima delle virgolette di chiusura) e i punti interrogativi ed esclamativi
presenti nel testo citato. Le citazioni fuori corpo del testo normalmente concludono un periodo e
dunque si chiudono con un punto.

Aggiunte, omissioni ed errori


a) a g g i u n t e : qualsiasi aggiunta apportata al testo originale per fornire parole o lettere mancanti
nell’originale va tra parentesi angolari (‹›); nel chiarire ambiguità si usano le parentesi quadre ([ ]);
b) o m i s s i o n i : l’omissione di una parte di testo originale viene segnalata con l’inserzione di tre
puntini di sospensione, preceduti e seguiti da uno spazio ( … ); prima e dopo può essere usato
qualsiasi segno di punteggiatura, ma si è soliti omettere il punto;
c) e r r o r i : un errore presente nel testo originale deve essere riportato nella citazione (a meno che
non si tratti di un banale errore di stampa); per segnalarlo si usa un’espressione in corsivo, sic, rac-
chiusa tra parentesi quadre ([sic!]).

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USO DEGLI STILI TIPOGRAFICI

Corsivo
1. nei termini tecnici (a volte può essere sufficiente solo la prima volta che compaiono nel testo);
2. nei nomi scientifici;
3. in parole e brevi frasi in lingua straniera e di uso non comune (quelle acquisite nella lingua italia-
na o di uso corrente vanno in tondo);
4. occasionalmente, per enfatizzare una parola o una breve frase il cui rilievo nel discorso verrebbe
altrimenti perduto;
5. per i titoli (anche nei rinvii bibliografici).

MAIUSCOLETTO

1. nei rinvii bibliografici, nei cognomi di persona.

MAIUSCOLO
1. nei nomi propri di persona;
2. i titoli civili, militari, religiosi, professionali, onorifici e nobiliari vanno in minuscolo se si ac-
compagnano al nome del personaggio. Se il titolo è usato da solo, la maiuscola è appro-
priata;
3. i soprannomi e gli pseudonimi si scrivono con iniziali maiuscole;
4. i nomi che identificano gruppi etnici (e non nazionalità o appartenenza a regioni geografiche) si
scrivono con iniziali maiuscole se usati come sostantivi;
5. i nomi di istituzioni, partiti, organizzazioni politiche, scientifiche e culturali si scrivono con ini-
ziali maiuscole;
6. hanno iniziali maiuscole anche i nomi che indicano nazioni o zone territoriali corrispondenti a
suddivisioni storiche, politiche o amministrative;
7. nei nomi di città, vie ed edifici;
8. nei periodi storici e culturali;
9. nei nomi di religioni, sette e società religiose, cristiane e non;

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10. in sigle e acronimi.

[NB: per le lingue diverse dall’italiano, valgono i criteri esposti nel Manuale di stile. Il francese
è come l’italiano (minuscolizziamo il primo nome nei titoli, come si fa correntemente nelle
pubblicazioni madrelingua: p. es. Les vêpres siciliennes); in tedesco, maiuscoli i soli nomi; in
inglese, maiuscoli nomi verbi aggettivi, e la prima parola – qualsiasi essa sia – dopo i due pun-
ti]

USO DELLE VIRGOLETTE

Virgolette basse (« »)
1. nelle citazioni di passi nel corpo del testo;
2. negli incipit musicali;
3. nei rinvii bibliografici, nell’indicazione della rivista e della serie.

Virgolette alte (“ ”)
1. nei traslati e nelle ironie;
2. nelle citazioni nelle citazioni (anche nei rinvii bibliografici).

Apici (‘ ’)
1. nelle parole (o nelle lettere o combinazioni di lettere) intese come tali;
2. nei termini che denotano un concetto particolare.

USO DEI TRATTINI E DEI TRATTI

Trattino (-)
1. nella divisione delle parole in fin di riga;
2. nei termini composti;
3. negli intervalli numerici (anche nei rinvii bibliografici);

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4. nei rinvii bibliografici, per separare gli autori.

Tratto (–)
1. nella separazione di elementi (ad. es. nelle didascalie);
2. negli incisi di testo (vs le parentesi, per informazioni sintetiche);
3. come contrassegno di voci di lista;

[NB: non utilizziamo il tratto lungo, ma solo quello di media lunghezza!]

USO DELLA PUNTEGGIATURA


Nella scrittura del testo, il segno di punteggiatura di norma segue immediatamente il carattere prece-
dente, ed è seguito da uno spazio bianco. Unica eccezione: il tratto, preceduto e seguito da uno spazio
bianco.
Il rinvio alle note va sempre dopo il segno di punteggiatura; unica eccezione: negli incisi di testo, che,
se del caso, contengono il rinvio.

ALTRE INDICAZIONI
– in generale, parsimonia con la d eufonica nella preposizione a e nelle copule e e o: di regola, solo da-
vanti alla stessa vocale (ad arte ma a incastro, a ufo,…; ed ecco, ma e anche, e alzando,…); fanno eccezione le
locuzioni stereotipe del tipo ad esempio, ad usura, ecc.;
– con il va reso tendenzialmente sempre nella forma contratta col (un collega che si ostinava a scrivere
con il, al quale ho suggerito di usare col, è andato a compulsare il Petrarca e ha trovato che in tutti i RVF
col compare 73 volte, con il mai);
– titoli articolati (La traviata): l’articolo si mantiene se il titolo compare al nominativo o all’accusativo
(«Verdi compose La traviata…») ma si ingloba nella preposizione negli altri casi («la ripresa della Travia-
ta nel 1854…»); nessuno leggerebbe mai «de ∨ La traviata»: perché scriverlo, allora?
– in tutti i casi in cui una locuzione avverbiale è più economica del corrispondente avverbio in –mente,
la si preferisca: di sicuro (quadrisillabo, accento sul tema) è meglio di sicuramente (pentasillabo, accento
sulla desinenza), com’è noto (quadrisillabo, accento sul tema) meglio di notoriamente (idem c.s.), appieno o in
pieno meglio di pienamente, certo (spesso se non sempre) meglio di certamente, beninteso meglio di naturalmen-
te (anche perché nell’uso corrivo di quest’ultimo avverbio di solito la ‘natura’, come entità fisico-

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filosofica, non c’entra neanche un po’), ecc.; comunque mai più di un –mente in una frase (salvo che si
ricerchi un effetto comico);
– in TV tutti dicono maggiormente, anche quando basta e avanza dire più: «il cattivo uso linguistico mag-
giormente divulgato al giorno d’oggi…»; economizziamolo;
– nonostante sta bene come preposizione («nonostante il brutto tempo»), ma in questa funzione va di-
stinto da malgrado; diversamente dal frc., dove malgré si applica anche a oggetti e fenomeni inanimati e
dunque surroga l’it. nonostante, l’italiano a rigore riserva malgrado a un soggetto senziente: «malgrado
l’imperizia, se la sapeva districare piuttosto bene» è ok, ma «malgrado il brutto tempo» no, giacché il
tempo meteorologico non è in grado di – scusate il bisticcio – gradire o malgradire…;
– evitiamo invece come la peste il pesante uso di nonostante come congiunzione: tollerabile col congiun-
tivo («nonostante sia già settembre», «nonostante sia un vecchio brontolone…»), è greve e impaccioso
se regge il che («nonostante che gli avessi detto…»); e alla fin fine altro non è che un goffo ripiego col-
loquiale per l’economico, elegante, semplice ed amabile sebbene (che non è neanche arcaico!);
Sebbene non sia possibile esaudire fino in fondo alcuno di tali interrogativi, l’esame dell’attività pro-
fessionale svolta da Guadagni a Padova negli anni ’70 e ’80 suggerisce alcune risposte plausibili.
– sopprimiamo l’uso del pronome dichiarativo quello in tutti i casi in cui se ne possa fare a meno: lo sco-
po è quello di esaminare → lo scopo è di esaminare; l’intento della ricerca è quello di illustrare → l’intento della ricerca è
di illustrare → la ricerca punta a illustrare;…
– consideriamo felicemente morta e sepolta la benemerita locuzione nella misura in cui: basta dire in
quanto + congiuntivo (l’avessimo capito allora…);
– là dove il francese esige sempre il pronome possessivo personale («le chanteur peut sortir de son per-
sonnage»), l’italiano può spessissimo farne a meno («il cantante può uscire dal suo personaggio»: è ov-
vio che è il suo e non quello di un altro, dunque non giova dirlo); lo scrivente italiano tende a farne abu-
so: si può e si deve mitigare;
– in generale, non usiamo dieci parole quando ne bastano tre; e ogni parola soppressa senza danno per
il senso è di solito un contributo all’eleganza della frase e alla salubrità del pensiero;
– scriviamo àmbito (per distinguerlo da ambito parossitono) ma subìto (vs subito proparossitono), àncora,
regìa (vs regia aggettivo femm.), càpita (verbo 3a pers. sing. ind. vs capita participio femm.), e simili;
– accentiamo il pronome sé anche in congiunzione con stesso (sé stesso), con la benedizione di Luca Se-
rianni; distinguiamo su prep. da sù avverbio (in barba a Serianni, che lo reputa superfluo): chi ha a che
fare con i libretti sa quanto questo semplice accorgimento diacritico faciliti l’immediata comprensione;
– quanto alla famigerata desinenza plur. –ii in funzione diacritica, ci limitiamo a questi casi: principii (vs
principi sost.), conservatorii (vs conservatori agg. masch.), oratorii (vs oratori = retori), tempii (plur di tempio) e
pochi altri casi (DOP docet);
– nelle correlative optiamo tendenzialmente sempre per sia… sia… (anziché sia… che…), non foss’altro
perché quel che finisce spesso per incespicare in un che pronome o congiunzione nei paraggi;
– molti autori amano le frasi incise, pochi le sanno usare: la buona regola vuole che l’incisa sia un cor-
po estraneo, in sé sufficientemente autonomo (può essere una frase completa di soggetto e predicato,

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ma anche una semplice apposizione), estrapolabile ed eliminabile senza danno per il costrutto sintattico
e logico (mi baso su Bice Mortara Garavelli, non l’ultima arrivata); è per così dire una “voce fuori cam-
po”; questo comporta che l’incisa: non può agganciarsi al discorso principale mediante un pronome re-
lativo o una congiunzione, non deve contenere informazioni che, omesse, pregiudichino la compren-
sione del discorso principale, non può fungere da qualificativo del contesto discorsivo; se queste ipote-
si non si verificano, vuol dire che bisogna lavorar di virgole e punti e virgola e due punti – oppure
spezzar la frase;
– cerchiamo di non fare quel che ho appena fatto, ossia collocare un’incisa in coda a un periodo; se cà-
pita, la apriamo col trattino ma non la chiudiamo, sennò il trattino di chiusura finirebbe per appoggiarsi
a un punto fermo: brutto bruttissimo;
– se un periodo inizia (con la sua brava maiuscola) dentro una parentesi, il punto fermo finale sta dentro
la parentesi; è una regola che i tipografi italiani per consuetudine aborriscono, giacché per loro la pa-
rentesi chiusa non tollera d’essere preceduta da alcun segno d’interpunzione: e hanno ragione, ma ap-
punto con l’eccezione – logicamente inoppugnabile – del periodo integralmente racchiuso tra ( );
– economizziamo le [ ], piuttosto ostili all’occhio; in particolare, non le usiamo per i puntini degli omis-
sis, che si lasciano facilmente distinguere dai puntini di reticenza facendoli precedere da una battuta di
spazio (mentre i puntini di reticenza vanno appoggiati alla parola cui si appoggiano); cerchiamo di evi-
tare i … degli omissis in testa e in coda ai virgolettati (il virgolettato implica costitutivamente un taglio
rispetto al contesto originario, dunque segnala naturaliter l’omissione di ciò che precede e segue, no?).
– non scriviamo ricezione bensì recezione (secondo le più autorevoli versioni italiane degli studi di H.-R.
Jauss), là dove si tratti di processi estetici (non di trasmissione per carta o cavo o etere);
– alla larga dall’uso TV di protagonista per dire ‘personaggio’ o ‘attore’: il protagonista è per definizione
uno e uno solo (al massimo, ce ne sarà uno maschile e uno femminile); poi ci sono i deuteragonisti, i
confidenti, gli antagonisti, ecc.; se si vuol dire ‘personaggi’ o ‘attori’ o ‘interlocutori’ o ‘partecipanti’, si
dica così;
– distinguiamo il concetto sociologico di pubblico dal concetto estetico di spettatore: «il pubblico dei primi
teatri veneziani era composto all’80% da nobili e patrizi»; «il gusto degli spettatori si concentrava
su…»; si tratta di fenomeni collocati su piani categoricamente diversi, e tenerli distinti aiuta;
– evitiamo di usare americano per statunitense: l’America è lunga due emisferi, e un paraguayano non è
meno americano di uno di Philadelphia (o no?); la specificazione è dovuta ad entrambi; se poi usassi
americano in opposizione a europeo, intendendo USA e Canada, allora posso dire nordamericano (ci sono
dentro anche i messicani…);
– il numerale romano va dopo il sostantivo che esso specifica: il XIX secolo → il secolo XIX (oppure sec.
XIX; ok il diciannovesimo secolo: ma perché sprecare 11 caratteri?); il I atto → l’atto I (ma se il contesto di-
scorsivo lo tollera va benissimo il prim’atto; meglio evitare il primo atto, cacofonico).

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