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BAHRAMI Come Bach mi ha salvato la vita MONDADORI Nell'Iran degli ayatollah che hanno vietato la musi- ca, un bambino di sei anni sogna di passeggiare fel ce nell’orangerie di un castello tedesco in compagnia di Johann Sebastian Bach. A sentirglielo ricordare, chiunque direbbe che é un predestinato. E in effetti, quel bambino oggi ha trentasei anni, ha studiato al conservatoria in Italia, vive in Germania e si chiama Ramin Bahrami. € cioé uno dei pid talentuosi pianisti sulla scena internazionale e tra i maggiori interpre- ti contemporanei di Bach: le sue incisioni discografi- che, dall’Arte della fuga alle Variazioni Goldberg, han- no sorprendentemente scalato le classifiche mondiali dei dischi pid venduti, In questo libro Bahrami per ta prima volta si raccon- tae i suoi ricordi fluiscono sciolti, a partire dall'infan- zia, prima dorata e poi drammaticamente segnata dal- le itudini famigtiari legate alla salita al potere di Khomeini ¢ alla guerra Iran-iraq. in un paese in fiam me, Ramin bambino assiste sgomento all’ arresto del padre, e trema sotto le bombe e irazzi che cadono su Teheran. Ma ha un suo modo pervincere la paura che gli attanaglia l'anima: suona. E suona Bach, Scopre cosi che quella musica rappresenta per lui un’ancora di salvezza, uno scudo contro la follia e l'orrore che lo circondane. Poi un giorno ascolta Glenn Gould ese- guire la Toccata della Sesta partita in mi minore del suo idolo, E una folgorazione, che fara nascere in lui la vo- lonta di dedicarsi anima e corpo alla musica di Bach fino a diventarne it suo interprete pid appassionato. Seguono gli anni di lontananza dal suo paese ¢ dalla famiglia, prima in Italia € poi in Germania, le ristret- tezze economiche, la fatica dello studio, le ansie, lo sconforto, la nostalgia. Ma anche gli incontri che gli danno gioia e serenita, come quello con il suo ama- tissimo maestro Piero Rattalino, che assume ai suoi ‘occhi anche il ruolo di figura paterna, o con l’'amico. Hans Boehme, che diventera il suo mecenate. E con una lunga carrellata di musicisti di calibro, da Rosalyn Tureck ad Andras Schiff, da Alexis Weissenberg a Ric- cardo Chailly, tutti fonte di ispirazione e di insegna- menti, non soltanta musicalf. ‘Oggi il maestro tiene concerti in tutto il mondo, e fra is f BEER MGNOADOM PORTFOLIO, Strade blu NON FICTION Ramin Bahrami COME BACH MI HA SALVATO LA VITA MONDADORI www.librimondadori.it Come Bach mi ha saluato ta vita di Ramin Bahrami Collezione Strade blu ISBN 978-88-04-62310-6 © 2012 Arnoldo Mondadori Editore $.p.A., Milano Ledizione ottobre 2012 Anno 2013 - Ristampa 1234567 Indice Prefazione arte di gettare il cuore oltre l’ostacolo Premessa Le mie radici Teri, 14 - La rivoluzione khomeinista, 18 - La guerra Iran- Iraq , 19 I funerali di Khomeini, 20 Un’infanzia di lucie ombre In vacanza sul Mar Caspio, 23 ILfabbro Almas e il giardinie- re Guchali, 25- La nonna Anne-Frieda e il nonno Mehdi, 27 ~Mio padre Parviz, 28 ~ Lezioni di francese, 30 —L/arresto di mio padre, 31 — Mia madre Shahin, 33, -Un’amica preziosa: Farideh Rahnema , 34 - Una caduta da cavallo, 36 ~ Il pae- se nel clima di terrore, 38 - La lanterna magica, 39 - Prime esibizioni, 42 — A passeggio con Bach, 43 ~ Gli «ussari della tastiera», 44 — Sognando la Germania, 46 Finalmente I'Italia I primi mesi a Milano, 50 ~ A lezione dal maestro Rata lino, 51 — Gli studi al conservatorio Giuseppe Verdi, 53 - Difficolta economiche, 54 ~ Uno studente affatto modelo, 57 — Il saluto rattaliniano, 59 - Molto studio e tanta nostal- gia, 61 —Gioie e dolori degli anni al conservatorio, 62—Lac- cademia di Imola, 64 - L’inizio della mia cartiera artistica, 66~Il tunnel della crisi, 67 71 Ww aay, 83 VI 103° VI 115 117 119 Germania, la terra di Bach ‘La Musikhochschule e Wolfgang Bloser, 72-Hans Boehme, amico e mecenate, 73 Toe Bach... Bach e io Bach @ anche il Caffé Zimmermann, 7? ~ Vorrei un’umani- a pit polifonical, 79 - L'interprete come tramite, 80 - Bach filosofo, 81 Incontri Joao Carlos Martins, terrorista bachiano, 83 ~ Robert Levin @ Angela Hewitt, l'aristocrazia musicale, 84 - Walter Blan- kenheim e I'articolazione bachiana, 84 - Rosalyn Tureck, sa- cerdotessa del Kantor, 85 — La raffinata eleganza di Alexis Weissenberg, 88 — Andrés Schiff, un extraterrestre al piano, 92 - Glenn Gould e la mia illuminazione, 94 - Tarkovskij e una tazza di cioccolata a Teheran, 96 - L'infinito di Bach ela tela di Hafez, 99 ~ Il vulcanico Riccardo Chailly, 100 Percorsi d’artista La mia attivita di concertista, 103 - Gli esordi, 105 - Il suc- cesso delle «Variazioni Goldberg», 107 - Riflessioni sull’edu- cazione musicale, 108 - Da Facebook a Facebach: il World Bach-Fest a Firenze, 110 - Bach a Passo Lagoscuro, 111 - In ricordo del cardinale Martini, 113 — Progetti futuri, 114 Conclusioni Discografia Ringraziamenti Come Bach mi ha salvato la vita Ai miei splendidi genitori Shahin e Parviz, che mi hanno insegnato @ essere Uomo ead amare il bello. Prefazione Larte di gettare il cuore oltre l’ostacolo Negli esami di ammissione al conservatorio ho sempre se- guito la regola di non ascoltare con attenzione, ma di pen- sare ad altro. Se I’esecuzione dell’esaminando mi costrin- ge a uscire dalle mie elucubrazioni, vuol dire che vale la pena di seguirla con attenzione, altrimenti, pur ascoltando come in lontananza, riesco a distinguere benissimo la dif- ferenza fra un quattro e un sette e ad assolvere il mio do- vere di commissario, Lesecuzione di Ramin Bahrami mi fece stare subito all’er- ta. Quando discutemmo sui candidati appena ascoltati, Mar- cello Abbado, che presiedeva, sospird che «questo qui» era un disastro, ma era anche un talento, e mi chiese se lo vo- Jessi prendere nella mia classe. Dissi di si. Il giorno in cui Ramin entré nell’aula per la prima lezione - piccolo, ma- gro, sparuto, visibilmente spaventato e diffidente — cercai di fare con lui, come un medico, la rituale raccolta dell’anam- nesi: da quanto tempo suoni il pianoforte, dove hai stu- diato, quale repertorio hai, qual é il tuo autore preferito e cosi via. Ma vedendo che I’interrogatorio lo stava innervo- sendo ancora di pitt, invece di metterlo a suo agio, gli dis- si di suonare quello che voleva. Si precipitd al pianoforte e suond il Preludio e fuga in do diesis minore del primo libro 4 Come Bach mi ha salvato la vita del Clavicembalo ben temperato, che aveva presentato anche all’esame di ammissione. Suonava malissimo, come uno che parla una lingua sen- za conoscerla bene e fa erroracci di pronuncia e di gram- matica. Ma, ascoltandolo, si restava colpiti da alcuni parti- colari legati non tanto alla sua esecuzione quanto alla sua personalita. Nel momento in cui aveva cominciato a suona- re erano sparite completamente la paura e la diffidenza. Era caduto in trance, non gli importava pit di essere dov’era e davanti a chi lo valutava, dalla sua esecuzione scorretta si sprigionava una fortissima carica emotiva. Era eloquen- te, molto eloquente nell’esporre I’«affetto» di quella den- sissima composizione, ed era percid evidente che aveva gid una conoscenza del dolore del tutto inconsueta per la sua giovane eta. Suond il Preludio, poi attaccd la Fuga a una velocita insen- sata. Mi chiedevo che cosa avrebbe fatto quando, arrivato al secondo controsoggetto, si sarebbe trovato alle prese con una densita ritmica incompatibile con quella velocita. Ar- rivd al secondo controsoggetto e staccd un tempo il dop- pio pit lento. Se fossi stato Claudio Bisio avrei esclamato «Creativo!» e lo avrei lasciato proseguire. Ma siccome ero uno stimato professore del conservatorio di Milano, lo fer- mai e gli dissi che aveva cannato il tempo, e glielo dimo- strai battendo la misura sul leggio. Arrossi. Per me era un buon inizio: aveva capito che, per non fare carne di porco della musica di Bach, gli servivano i miei consigli. Se avessi seguito le regole venerande avrei dovuto met- tere Ramin a fare le Invenzioni a due voci di Bach e qualche esercizio di tecnica pura. Ma se avessi tenuto fede ai detta- mi della didattica consolidata, il contenuto emotivo delle Invenzioni non sarebbe stato adeguato all’intrico di senti- menti che Ramin aveva dentro di sé. Solo la totale inespe- Larte di gettare il cuore oltre l'ostacolo of rienza della vita 0, all’opposto, la vecchiaia possono essere in grado di capire e di immedesimarsi nell’innocenza tra- scendentale delle Invenzioni. E per quanto riguarda gli eser- cizi, solo chi tocca il limite delle sue possibilita pud farli con impegno e piacere, per andare oltre. Non ricordo quale iter educativo seguii con Ramin. Ricor- do solo che dovevo conciliare quello che serviva a lui per crescere e quello che gli serviva per fare gli esami. E sicco- me le due cose non coincidevano, ero obbligato a destreg- giarmi. Arrivammo ben presto ad affrontare la Partita n. 6 di Bach, che Ramin adorava, e il risultato fu per me sorpren- dente: i] desiderio lancinante di rendere in modo adeguato quella grande pagina gli faceva scoprire i mezzi tecnici che non possedeva ancora, e la visceralita del suo approccio in- terpretativo sostituiva la profondita del pensiero, che non c’era. Si dice spesso che bisogna gettare il cuore oltre l’osta- colo: era quello che era avvenuto con Ia Partita, ed era una grandissima conquista. Non potevo, perd, far fare a Ramin soltanto Bach, i pro- grammi di studio non me lo permettevano. Percid gli pro- posi i Cinque pezzi op. 3 di Rachmaninoy, cioé del pit orien- tale, del pit asiatico fra i musicisti occidentali. Anche in questo caso il risultato fu sorprendente: il cuore aveva di nuovo saltato l’ostacolo. Il conservatorio aveva bandito un concorso, riservato agli allievi, con un pianoforte verticale Kawai come premio. Lo strumento era stato offerto gratuitamente dal mio amico Ro- berto Furcht, concessionario della Kawai in Italia. Ramin presento al concorso la Partita di Bach e i Pezzi di Rachma- ninov e tenne testa a un ragazzo del corso superiore che presentava le virtuosistiche Variazioni su un tema di Paga- nini di Brahms. La giuria non riusciva a trovare l’accordo per proclamare il vincitore e Marcello Abbado telefond a 6 Come Bach mi ha salvato la vita Roberto Furcht, che senza pensarci sopra due volte offri un secondo pianoforte. Cosi ci furono due vincitori ex-aequo. Per Ramin e per la sua coraggiosissima mamma, che ave- va perduto la ricchezza e l’agiatezza della vita senza per- dere la dignita, fu un grande momento, fu la conferma che, anche avendo cominciato a studiare seriamente solo a tre- dici anni, si poteva ancora sperare di diventare qualcuno. Ma bisognava misurarsi su altri autori, e qui sorgeva- no molte difficolta. Lo studio della Patetica di Beethoven mi fece capire qual era lo scoglio su cui Ramin inciampa- va, e su cui inciampé durante tutto il suo corso di studi al conservatorio di Milano e all’accademia di Imola. Cid che Jo muoveva visceralmente erano le note, mentre i segni di espressione li subiva. Bach gli andava a fagiolo perché la sua musica non aveva, se non rarissimamente, segni d’espres- sione. Ma io non potevo permettergli di trascurare i segni che si trovano nella Patetica: anche se avesse creato un me- raviglioso quadro sonoro, non avrebbe superato gli esami, perché la commissione gli avrebbe contestato, gia fin dal- Ja prima battuta, la mancata realizzazione del forte-piano. Per farlo arrivare a un tollerabile rispetto dei segni d’espressione ci volevano peré le cannonate, dovevo sfo- derare tutta la mia autorita e sfruttare l’affetto che aveva per me facendolo sentire un verme. Pur disposto com‘era a piegarsi, lo faceva con molta difficolta, lottando con se stesso e con me. E ricordo, fra le nostre pitt dure battaglie campali, il Concerto K 482 di Mozart, la Sonata op. 110 di Beethoven, gli Studi sinfonici di Schumann, i Quadri di una esposizione di Musorgskij. Io vinsi tutte le battaglie ma, for- tunatamente, non vinsi la guerra. Nel Concerto di Mozart, oltre a non rispettare i segni, Ra- min semplificava anche qualche difficile e in verita rogno- sissimo passo della mano sinistra. Dopo una lezione piut- arte di gettare il cuore oltre l'ostacolo Vs tosto burrascosa dovetti dirgli che non potevo permettergli di partecipare all’audizione che era stata indetta e dove ci sarebbero stati diversi aspiranti a suonare con I’orchestra. Divenne bianco come un lenzuolo e mi chiese con le lacrime agli occhi di dargli tre giorni di tempo (all’audizione manca- va una settimana). Dopo tre giorni arrivé — aveva buttato il cuore al di la dell’ostacolo —con tutti i passi a posto, sosten- ne V'audizione e suond per la prima volta con l’orchestra. Nella stessa serata, il suo amico del cuore, Federico Gar- della, suond il Concerto in re maggiore di Haydn. I due ra- gazzi formavano una strana coppia. Ramin era piccolo e magro, Federico, pit giovane di lui, era pitt basso e roton- detto. Se la loro lezione capitava nella prima ora, li trova- vo ad aspettarmi in classe, impettiti e pronti a fare l’inchi- no come due camerieri mignon ea salutarmi solennemente. Se il loro turno arrivava pit tardi, vedevo aprirsi la porta e fare capolino la testa di Ramin. Ma entrava anche Federico, invisibile a tutta prima perché la sua statura era inferiore a quella della coda del pianoforte (la stanza era piccola e la coda del pianoforte lasciava appena lo spazio per l’aper- tura della porta). Non so come riuscissero ad andare cosi d’accordo. Ramin impazziva per Bach, Federico impazzi- va per Paisiello. Non avevo e non ho mai pit avuto un al- lievo che impazzisse per Paisiello, ma Federico, quand’era bambino, vedeva in Paisiello, nelle sue opere come Il bar- biere di Siviglia e persino I pittagorici, il culmine di tutta la musica. Forse, non so, andavano cosi di conserva perché erano profondamente diversi. Sta di fatto che erano inse- parabili, Castore e Polluce, Ulisse e Diomede. Le loro strade si sono poi differenziate, Federico ha fatto una carriera di compositore. Ma allora studiava con sommo impegno il pianoforte e per Ramin era, oltre che un amico, anche un potenziale rivale. Insieme scrissero una compo- 8 Come Bach mi ha salvato la vita sizione per coro e orchestra dedicata a me e me la offrirono in occasione di un mio compleanno. L’ho perduta in uno. dei miei tanti traslochi, e mi dispiace: era di una colossale ingenuita di scrittura, ma fresca e spontanea, come legge- re un racconto o guardare un dipinto di un bambino dalla fantasia tumultuante. Ho detto che Ramin andava sempre a sbattere contro i se- gni d’espressione e ho detto che non potevo permettergli di non rispettarli. Ero condizionato dallo spettro degli esami e dalla necessita di fargli ottenere dei buoni voti per poter aspirare alle borse di studio. In un’altra situazione lo avrei lasciato fare a modo suo e avrei cercato di badare soltanto alla sua educazione estetica. Ma l’ambito in cui operavo non me lo consentiva, e del resto i tempi non erano ancora ma- turi per affrontare in sede didattica un discorso del genere. Nei vent’anni che sono trascorsi da allora la cultura dell’in- terpretazione ha avuto una sensibile evoluzione che I’ha portata molto al di 1a del passato prossimo e che, in un cer- to senso, la sta riportando al passato remoto. La creazione musicale tipica della seconda meta dei Novecento, la se- rialita, considerava struttura tutti i parametri del suono. La ricerca filologica, partita per scoprire nei classici i signi- ficati strutturali dei segni d’espressione espliciti o implici- ti, sta arrivando invece alla conclusione che questa conce- zione é priva di significato per la musica preseriale. E oggi siamo molto vicini a poter dire che nella musica preseriale solo le note sono struttura e che i segni d’espressione sono semplicemente indicativi della interpretazione che il com- positore da della sua opera. L’opera non é una proprieta del compositore, che la dona all’umanita, e l’interpretazione dell’autore, appartenendo a un momento di riflessione, non di creazione, é una fra tutte quelle possibili, certamen- te molto autorevole, ma non esaustiva. Per questo motivo, Llarte di gettare il cuore oltre l'ostacolo - nel suo II velo dell’ordine, Alfred Brendel poteva cosi rispon- dere all’intervistatore che gli chiedeva come considerasse «gli accenti» e le «intenzioni del compositore»: Non posso dare una risposta generale. In Beethoven si @ davvero quasi sempre grati per le indicazioni in partitura, perché hanno con la composizione un nesso molto eviden- te. Per Chopin non potrei dire altrettanto: non a caso i cura- tori delle sue opere hanno spesso proceduto in maniera as- sai diversa. Lo stesso Chopin ha cambiato di continuo certi dettagli. A volte si ha 'impressione che non fosse mai del tutto soddisfatto di quanto aveva scritto. Un caso interes- sante @ Busoni, il quale nei confronti del testo di altri com- positori si é preso delle liberté che da giovane mi avevano molto colpito. Il testo musicale per Busoni era davvero sol- tanto materiale grezzo, quasi la trascrizione di una musica utopica alla quale attingere - questa era la scusa per le li- berta che si permetteva. Brendel era titubante, e in sostanza negativo, di fronte alle concezioni di Busoni che sapevano e sanno di comme- dia dell’arte, ma gia distingueva «composizione» e «indi- cazioni in partitura», che anche in Beethoven trovava ade- guate «quasi sempre», ma non sempre. Oggi, proprio le concezioni busoniane stanno perd emergendo, sebbene si intraveda appena quella distinzione fra struttura (note) e interpretazione del compositore (segni di espressione) che, secondo me, rappresentera il prossimo passo in avanti. Non intendo affatto fare qui un discorso astratto, quanto dire piuttosto che, se l’evoluzione della teoria e della prassi interpretativa arrivera a distinguere nettamente fra esege- si ed ermeneutica, Ramin Bahrami avra le capacita neces- sarie per affrontare altri autori, oltre al Bach che non face- va l'interprete di se stesso, in una dimensione totalmente nuova. Le sue prime letture degli Studi sinfonici e dei Quadri 10 Come Bach mi ha salvato la vita di una esposizione sono ancora stampate nella mia mente: erano grezze, ma magnifiche, pur rivoluzionando i segni, e se fossero state lavorate secondo I’estetica, non secondo quella che era allora considerata la legittimita, avrebbero potuto conquistare il consenso pieno di chi non si poneva lo scopo di verificare anzitutto la corrispondenza fra ogni aspetto del testo e il suono. Il mio augurio é che, percorrendo la strada maestra di Bach, Ramin arrivi a un crocevia e che gli venga il ghiribiz- zo di fare qualche gitarella in un altro cammino. Piero Rattalino Roma, 23 settembre 2012 Premessa Bach mi ha salvato la vita. Una vita iniziata trentasei anni fa a Teheran, all’alba di sconvolgimenti epocali che avreb- bero segnato per sempre la storia del mio paese, del mio popolo, della mia famiglia. Tutto accadde quando ero solo un bambino, troppo pic- colo per ricordare, si potrebbe pensare; eppure le memorie di quegli anni sono rimaste cosi vivide in me da non esigere il minimo sforzo per essere richiamate, perché sono ancora ii, presenti con una nitidezza sconcertante. Se sono riuscito a sopravvivere fino a oggi convivendo giorno dopo gior- no con il dolore, lo devo a Johann Sebastian Bach: fin dai primi anni della mia infanzia la sua musica e la mia vita si sono intrecciate in una danza che mi ha trascinato lonta- no dalla mia patria, in luoghi dove non immaginavo affat- to di giungere. Iran, Italia, Germania... In Iran sono nato, in Italia sono diventato un uomo, la Germania é il paese dove ora abito, Ja patria del pit: grande compositore di tutti i tempi. Lui, a differenza di me, non si é mosso dalla sua terra, se non nei viaggi di gioventis, fatti praticamente a piedi. Bach ITtalia la immagind, la studid sulle partiture e la reinventd nel suo stile eclettico, universale; cosi universale 2 Come Bach mi ha salvato la vita da includere anche il Medio Oriente. Nella sua musica, in- credibilmente, echeggiano le melodie della mia terra; anche per questo non mi sono mai sentito solo, benché costretto a vivere lontano dal mio paese, senza possibilita di ritorno. Con la sua guida spirituale non ho mai perso la rotta e ho portato con me la testimonianza di luoghi che lui ha potu- to solo immaginare, ma che ha descritto pitt realisticamen- te di un pittore o di un romanziere, attraverso le inflessioni pit orientali della sua arte. I Le mie radici Non pensate all’Tran solo come a un luogo desertico, arso da un sole cocente e rinfrescato qua e 1a da rare oasi, in cui candidi minareti e cupole di moschee si slanciano verso un cielo terso di un celeste quasi surreale. O a un pacse di eso- tici palazzi in cui vivono ricchi sultani circondati da harem di mogli velate e insidiati da quotidiane congiure; di conci- tati bazar, di mercati caotici dove gli articoli pitt lussuosi e pregiati sono contrattati fino allo sfinimento e a ogni passo bisogna guardarsi le spalle per non essere rapiti o derubati... Certo, tutto questo nel mio paese c’é stato e c’é, ma ci sono anche foreste rigogliose simili a quelle europee, non- ché vette innevate e imponenti catene montuose, che nulla hanno da invidiare alle Alpi o ai Pirenei; anzi, dell’Iran si pud dire che sia in prevalenza montuoso, a eccezione de- gli ampi deserti a oriente e delle coste lussureggianti che delimitano il paese a nord ¢ a sud, affacciandosi rispettiva- mente sul Mar Caspio e sul Golfo Persico. Se d’estate le temperature sono torride, al punto da es- sere insostenibili per i viaggiatori nei mesi compresi fra giugno e agosto (150 °C sono la norma), d‘inverno pud fare anche molto freddo e piovere tanto, in particolare nella fa- scia nordoccidentale del paese. Il giorno in cui io sono ve- 4 Come Bach mi ha salvato la vita nuto al mondo, il 27 dicembre 1976, l’inverno iraniano era al culmine, con temperature prossime allo zero e acquaz- zoni frequenti. Un‘immagine ben lontana dai racconti del- le Mille e una notte! Jeri Quei racconti rappresentano comunque scenari reali, an- che se non unici. Basti pensare che nel 1976 Teheran era da decenni una metropoli moderna, dinamica, che purtroppo non conservava praticamente nulla delle meraviglie stori- che dell‘antica Persia, anche perché era divenuta capitale solo in un’‘epoca piuttosto recente nella storia millenaria del resto del paese. E una storia che si perde nell’origine dei tempi quando, a fianco dei sumeri, nell’altopiano iranico si insediarono an- tiche popolazioni che diedero vita alla civilta degli elami- ti, cui fecero seguito le migrazioni di popolazioni iraniche indoeuropee, fra cui medi e persiani. Esisteva dunque un forte legame fra Oriente e Occidente gia a partire dai tem- pi pit antichi, simile a quel legame fra le stesse civilta che, migliaia di anni dopo, trasparira in modo tanto evidente nelle Suites di Bach. E questo un tema portante per la com- prensione dell’estetica bachiana e della formazione della mia personalita musicale. Da questa precoce commistione di culture sorse il pri- mo grande impero persiano, quello di Ciro e Dario, per ci- tare solo due fra i sovrani pid celebri; un regno che arrivd a estendersi dall’India all’Europa, dall’Egitto alle pianure del Danubio, messo in crisi dalle prime sconfitte, in Grecia, nelle famose guerre persiane, e dalla inevitabile difficolta di gestire un dominio cosi vasto, benché ben organizzato burocraticamente e rispettoso delle civilta e religioni loca- Le mie radici 15 li (anche se il mazdeismo 0 zoroastrismo, da Zoroastro o Zarathustra, il profeta vissuto fra il 1000 e il 600 a.C., fula religione ufficiale dell'impero, diffusasi per un breve pe- tiodo fino al Mediterraneo e tuttora coltivata da una mi- noranza; essa ha ispirato il celebre Cosi parlé Zarathustra di Nietzsche, musicato magistralmente da Richard Strauss: pud sembrare incredibile, ma popoli distanti fra loro come quello persiano e quello tedesco sono strettamente impa- rentati, fatto testimoniato anche da alcune evidenti somi- glianze linguistiche). Seguirono invasioni e dominazioni a pit riprese e solo nel II] secolo d.C. la dinastia dei Sasanidi riusci a ristabili- re la supremazia persiana, dando vita cosi al secondo im- pero persiano. La dinastia achemenide, dal nome dell’antenato di Ciro che aveva fondato l’impero, era sorta pitt di 600 anni pri- ma di Cristo; 600 anni dopo Cristo fecero infine la loro com- parsa sulla scena Maometto e l'islam, con la conseguente espansione religiosa, politica e culturale della civiltd araba. Se da un lato, con Ciro il Grande, si era realizzata una si- tuazione di liberta senza precedenti, con l’abolizione della schiavitt e la parificazione dei diritti fra uomini e donne (una forma di «democrazia» che ho sempre visto perfetta- mente rappresentata nell’esempio di equilibrio e tolleranza fra le voci della polifonia bachiana), dall’altro lato, al con- trario, la colonizzazione islamica segné I‘inizio di una lotta continua per mantenere viva la lingua persiana, lo zoroastri- smo e tutti gli usi e costumi che caratterizzavano il mio po- polo ormai da millenni, una lotta che persino adesso, dopo . tutto quello che @ accaduto in seguito, non é ancora persa. Seicento anni dopo, quando la dominazione araba stava ormai esalando gli ultimi respiri, si profild a oriente la san- guinaria invasione di Gengis Khan e dei mongoli. Teheran 16 Come Bach mi ha salvato la vita era allora un semplice villaggio, incorniciato da uno splen- dido scenario naturale, ai piedi delle montagne dell'Elburz, Ja catena montuosa che costituisce I’ossatura della parte set- tentrionale dell’Tran, a ridosso del litorale rigoglioso che si affaccia sul Caspio. A quell’epoca piti di due millenni e mezzo di storia ave- vano lasciato il segno nelle cronache, da quando gli elamiti avevano portato in patria, come segno di trionfo sul temibile esercito assiro, la pietra con inciso il codice di Hammurabi: Teheran era di fatto sconoscitta e dovette attendere ancora mezzo millennio per ascendere al rango di capitale. Tutto sommato, fu molto pid: fortunata di altre citta persiane, che furono letteralmente cancellate, assieme al loro inestima- bile patrimonio storico, dal passaggio dei feroci mongoli. Nei secoli successivi, dopo i! 1500 circa, la dinastia dei Safawidi riusci a ricostituire un terzo impero persiano, mi- nacciato tuttavia dalle invasioni di afghani, turchi e russi. Riusci a scacciare definitivamente gli invasori solo Nader Shah Afshar, il cosiddetto «Napoleone di Persia», da cui di- scende in linea diretta mia madre: un misterioso e sconvol- gente disegno del destino vuole che questo audace condot- tiero sia vissuto proprio all’epoca di Johann Sebastian Bach. Per quanto riguarda Teheran, invece, fu solo nel 1796 che un personaggio contorto e crudele, l’eunuco cagiaro Agha Mohammad Khan, ne fece la capitale del suo regno, procla- mandosi pochi anni dopo shah di tutta la Persia. I Cagiari furono lultima dinastia straniera a dominare la Persia. Dopo il primo conflitto mondiale, un ufficiale ca- rismatico di nome Reza Khan attud un colpo di Stato nel 1921, sali al potere nel 1923 e venne proclamato shah nel 1925, assumendo il nome della dinastia Pahlavi, denomi- nazione ambiziosa in quanto mutuata dal nome antico del- Ja lingua persiana. Nel 1935 cambid il nome ufficiale del Le mie radici 17 paese da Persia in Iran (per sottolineare la comune origine iranica dei sudditi). Fu in questi anni che I’Tran si apri all’Occidente, attuan- do un programma di modernizzazione che fu anche all’ori- gine della perdita di memoria storica nella mia cara Tehe- ran, Il programma urbanistico prevedeva infatti una pianta urbana a forma di griglia, proprio come quella delle gran- di metropoli occidentali, a scapito degli edifici preesisten- ti. Molto venne cancellato anche dall’espansione esponen- ziale delle dimensioni della citta e della sua popolazione, che arriv6 a toccare i quattro milioni e mezzo di abitanti gia nel 1976, anno della mia nascita. Attualmente non esi- stono stime attendibili, ma sembra che si siano superati i dieci milioni di persone, cifra che equipara Teheran alle al- tre grandi capitali del mondo. Nell’anno in cui nacqui, dunque, Teheran era gia diventa- ta un’enorme metropoli dinamica e moderna, ma al tempo stesso caotica e inquinata. A me bambino sembrava camun- que fantastica, soprattutto se ripenso a quello che sarebbe diventata dopo gli ultimi anni di liberta e pace. Gli unici ricordi di un passato non troppo remoto erano (e restano) il palazzo dei sovrani cagiari e la grande moschea, che in meno di due anni sarebbe diventata simbolo e fulcro della rivoluzione islamica, il colpo di grazia alla storia e alla li- berta del mio paese. Fra le proteste degli studenti e il col- po di coda di una monarchia che cercava di soffocarle nel sangue, si faceva strada una nuova era, quella Tappresen- tata dall’ascesa al potere dell’ayatollah Khomeini: la fine di un’epoca per il mio paese, la fine precoce di un’infanzia innocente e gioiosa per me. Si trattd di una serie di avve- nimenti che furono all’origine delle mie vicissitudini peg- giori, dalla persecuzione famigliare all’esilio. La rivoluzione khomeinista Fin dalla nascita della dinastia regnante, di cui Mohammad Reza Pahlavi rappresentava I’ultimo esponente, era esistita nel paese una battagliera opposizione: da un lato gli stu- denti che chiedevano ulteriori riforme, dall’altro la classe politico-religiosa che desiderava un ritorno al passato, con un‘aderenza assoluta ai precetti del Corano. Nel secondo dopoguerra gli episodi di violenza si moltiplicarono, tan- to che nel 1964 lo shah, nell’ambito di una politica di forte laicizzazione dello Stato, esilid il capo dell’opposizione re- ligiosa, l’ayatollah Khomeini. Negli anni successivi la situazione economica peggiord progressivamente, poiché gli ingenti guadagni ricavati dal- la vendita del petrolio arricchivano solo una parte della po- polazione, quando non venivano sprecati per l’acquisto di arsenali bellici del tutto inutili. Allorché le vendite di petrolio calarono improvvisamen- te a causa della recessione che imperversava nel resto del mondo, il governo si trovd impossibilitato a portare avanti le riforme sociali tanto attese. Fu questa la goccia che fece traboccare il vaso. Di fronte alle manifestazioni studentesche ormai incon- tenibili, nel novembre 1978 (avevo allora solo due anni) lo shah impose la legge marziale e attud una durissima re- pressione; il tragico corso degli eventi lo costrinse tuttavia ad abbandonare il paese il 16 gennaio 1979, data che attual- mente viene celebrata come festa nazionale. L'ultimo im- peratore di Persia mori un anno dopo in Egitto dopo esse- re fuggito di paese in paese. A quel punto la situazione iraniana poteva essere ancora salvata e progredire verso la forma di democrazia che og- gigiorno milioni di iraniani sognano. Sarebbe stato cosi se Le mie radici 19 Je tante anime dell’opposizione non avessero cercato una figura unificante nell‘ayatollah Khomeini, che fu richiama- to dall’esilio per essere investito di quello che si riteneva un ruolo puramente simbolico. Layatollah fu ricevuto in patria da folle di iraniani in delirio, ma gia dalle sue prime azioni di governo fu chiaro che egli intendeva instaurare un regime religioso integra- lista, a costo di usare la violenza. Collaboratori del depo- sto shah e le frange di oppositori che avevano partecipato alla sua deposizione furono eliminate fisicamente e fu in- staurato un regime di terrore. Il 1° aprile 1979, a seguito di un referendum popolare, venne proclamata la prima repubblica islamica della storia, con Khomeini come leader, evento che suscitd subito l’osti- lita del mondo intero, a causa del timore che il fondamen- talismo islamico dilagasse anche negli altri paesi dell’area mediorientale. L'incidente dei dipendenti dell’ambasciata americana di Teheran presi in ostaggio dai pasdaran, i guar- diani della rivoluzione, fu solo il primo di una serie di con- trasti diplomatici e costé la rielezione al presidente ameri- cano Jimmy Carter. La guerra Iran-Iraq Il rais iracheno Saddam Hussein decise a questo pun- to di approfittare dell’apparente stato di caos che sembra- va regnare in Iran per invadere la provincia confinante del Khuzestan, ricca di giacimenti petroliferi. II gesto si rive- 16 un tragico errore di calcolo e scatend una guerra che sa- rebbe durata ben otto anni, dal 1980 al 1988, costando mez- zo milione di vittime da ambo le parti. Se, infatti, Iraq era meglio armato, in quanto godeva del sostegno dell’Occi- dente, I’Tran aveva una popolazione decisamente pitt nu- 20 Come Bach mi ha salvato la vita merosa, incitata costantemente alla violenza dalle predica- zioni dei mullah. Oltre a subire disastri incalcolabili in termini di vite uma- nee danni materiali prodotti dalla guerra, I’Iran continuava a pagare un prezzo altissimo anche all’interno, a causa del- la violenta lotta per l’eliminazione degli oppositori laici e di sinistra. Quando, nel 1988, fu negoziato il cessate il fuoco con I’Iraq, Khomeini era ormai un sovrano assoluto. Mori appena un anno dopo, lasciando un’eredita incerta. Gli anni di «governo» dell’ayatollah Khomeini non fu- rono in realta molti, ma furono cosi impregnati del sangue dei suoi oppositori e dei civili morti a causa della guerra da sembrare assai di pit. I funerali di Khomein Non dimenticherd mai le folle impazzite che si raduna- rono per i suoi funerali, con gli adoratori pid esaltati che facevano di tutto pur di cercare di strappare un pezzo del sudario 0 della sua barba... la barba di colui che aveva po- sto fine ai sogni del popolo iraniano, che aveva emargina- to milioni di giovani privandoli del loro futuro, e che ora veniva celebrato come un eroe. T funerali furono ripresi da tutte le televisioni interna- zionali come se si trattasse del momento della liberazione, ma purtroppo non si dimostrarono un’occasione di cresci- ta e sviluppo. Personalmente credo che dove non venga coltivata I’arte del contrappunto, ovvero dove non vi sia rispetto delle differenze, dello straniero, e manchi pertan- to la ricerca del dialogo, ci si trovi di fronte a una societa morta in partenza. Noi persiani siamo un popolo abituato alle contaminazioni sin dalle origini, siamo una civilta che comprende pit di ottanta etnie con i relativi idiomi, in gra- Le mie radici 21 do di contrappuntare insieme senza produrre la minima dissonanza. Oggi, perd, abbiamo perso la capacita di con- vivere con I’esterno: questa non é pit la Persia dove sono nato, dove vorrei morire dopo avervi visto venire al mon- do i miei figli e i figli dei miei figli. Il seguito della storia, comunque, ci tocca meno da vici- no, perché io fui finalmente libero di andarmene dal paese con mia madre, alla ricerca di un luogo dove poter crescere in liberta, a contatto con la musica che avevo continuato a portare dentro di me in tutti quei momenti bui, unica luce in grado di guidarmi verso la salvezza. 1 Un’infanzia di luci e ombre In ogni storia che si rispetti, tuttavia, non ci sono solo om- bre, ma anche luci, oasi in cui la memoria pud trovare rifu- gio. E, fatto inspiegabile per un bambino che allora aveva meno di due anni, i miei ricordi dei momenti felici prece- denti la rivoluzione islamica sono cosi luminosi da meri- tare un posto d’onore in questo racconto. Proprio da li vo- glio quindi cominciare. In vacanza sul Mar Caspio | Tornando indietro con la mente ai miei primi ricordi mi : sembra quasi di sprofondare in un sogno, da cui affiorano i - alla coscienza le immagini delle villeggiature sul Mar Ca- i spio che ogni estate trascorrevo con la mia famiglia al com- | pleto: mio padre, mia madre e i miei due fratelli, entram- | bi maggiori di me. A ben guardare, il Mar Caspio é sia un mare interno sia uno dei pid grandi laghi al mondo, con una superficie pitt estesa rispetto a quella dell’intera Italia e un volume di ac- qua quasi pari a quello di tutti gli altri laghi del mondo mes- si assieme. I dubbio se definirlo mare o lago nasce dal fat- to che le sue acque hanno una lieve salinita, pari a circa un. | | | / | ' 1 i | 24 Come Bach mi ha salvato la vita terzo di quella del mare, e dalla caratteristica di non pre- sentare alcuno sbocco nell’oceano, pur ricevendo il tributo di fiumi importanti come il Volga e Ural. Il Caspio bagna ben cinque paesi, dalle repubbliche dell’ex Unione Sovietica al mio. La sua costa meridionale, a nord di Teheran, @ facil- mente raggiungibile aggirando la catena dei monti Elburz. Vista la distanza relativamente breve fra la localita di vil- leggiatura e la nostra casa a Teheran, andavamo in vacanza in auto, fermandoci per strada ad assaporare il kluché, tipi- co biscotto del Nord della Persia, che mio padre comprava dai contadini che incontravamo lungo il tragitto. E questo uno dei primi ricordi che ho di mio padre, il quale, in virtt della sua importante posizione lavorativa, era sempre im- pegnato nel corso dell’anno. Potevo quindi godere della sua compagnia solo nel periodo estivo. Malgrado la sua giova- ne eta, infatti, mio padre era gia il direttore di due grandi aziende, la Siemens Iran e la Brown Boveri. Attraverso il nonno paterno, Mehdi Bahrami, considera- to forse il pitt importante archeologo persiano, la famiglia di mio padre era entrata in stretto contatto con quella im- periale e, di conseguenza, anche con le idee dell’Occidente, come tutte le famiglie iraniane appartenenti a quello stesso rango. La mia visione della contaminazione fra Occidente e Oriente in Bach si deve forse anche a questo fatto, senza contare che mio padre era di madre tedesca e aveva studiato in Inghilterra, mentre mia madre ha origini russo-turche. La famiglia di mia madre, come ho gia accennato, discen- de da uno dei pit celebri sovrani degli ultimi secoli, quel Nadir Shah Afshar soprannominato «il Napoleone di Per- sia». Se il lato paterno della mia famiglia aveva raggiunto il prestigio attraverso la cultura e la ricerca, quello materno era caratterizzato da elementi quali la ricchezza e il potere, un potere diretto esercitato su possedimenti quattro volte Un'infanzia di lucie ombre 25 pitt estesi della Svizzera, oltre che da contatti diretti fra il mio bisnonno materno Amir Afshar e I’ultimo zar di Russia. Prima della riforma agraria attuata dallo shah, i possedi- menti terrieri rivestivano una notevole importanza in Per- sia che, a differenza di quello che si pud pensare, é un paese molto fertile, con una produzione ricca e variegata: grano e orzo sono coltivati principalmente nella zona occidenta- le, accanto ad arance, pesche, meloni, mele e limoni, men- tre nel resto del paese, nelle aree meno aride, si coltivano melograni, uva, fichi e datteri. Negli anni precedenti la ri- forma, tuttavia, il principale prodotto dell’economia na- zionale era il riso, coltivato in massima parte proprio lun- g0 le rive del Mar Caspio. Il tratto di costa che discende dai monti Elburz é infat- ti particolarmente fertile grazie alle precipitazioni abbon- danti. Ho impressa nella memoria I‘immagine delle donne al lavoro nelle risaie, né dimenticherd il profumo dell’erba, accompagnato dalla brezza dolce che soffiava increspando Vacqua. In quei luoghi da favola andavamo a cavallo fra i pratie le foreste, ricche di animali selvatici, dai lupi agli orsi ai cinghiali; nuotavamo direttamente in mare, circondati dal- le tinte sgargianti di una fitta popolazione ittica, che contri- buisce tuttora a una produzione di caviale assai rinomata. II fabbro Almas e il giardiniere Guchali Ricordando quel periodo mi viene naturale parlare di due nostri aiutanti le cui figure, di un’umanita squisita, erano ammantate ai miei occhi infantili di un’aura di magia: Mon- sieur Almas, il fabbro, e Guchali, il giardiniere. Monsieur Almas, di origine armena, dopo I’esilio dello shah divenne «trafficante» illecito di vodka, non per scel- ta ma per necesita: il popolo persiano ha sempre amato la 26 Come Bach mi ha salvato la vita carne di maiale e le bevande alcoliche occidentali, ma con Ja rivoluzione khomeinista divenne un reato essere trova- ti in possesso di simili derrate. Questo «traffico», che ho scherzosamente definito illecito, destava in me un enorme fascino e tanta simpatia, poiché rappresentava il coraggio e la voglia di vivere di un popolo deciso a non permette- te a dogmi, che non erano neppure nostrani, di avere il so- pravvento, di instaurare una rigidita e una chiusura non consoni allo spirito libertario dell’impero di Ciro il Grande. Valtra figura mitica che contribuiva ad allietare le no- stre vacanze era il giardiniere Guchali, la cui somiglian- za con Charlie Chaplin-Charlot era sconvolgente, persino nella goffaggine dei modi. Guchali era il custode della fre- schezza dell’erba, uomo cosi sensibile da commuoversi an- naffiando le rose del giardino della nostra villa; ogni volta che arrivavamo da Teheran ci veniva incontro con il t@eun vassoio colmo di dolci tipici. Quando, pochi anni dopo, nel 1981, giunse la Guardia rivoluzionaria a confiscare la no- stra amata villa, curata in ogni dettaglio da mio padre e da lui con amore infinito, il giardiniere non seppe trattenersi esi mise a piangere a dirotto come un bimbo che perde un genitore. Con la sua umanita Guchali mi mostrd l’essenza della vera fratellanza e dell’amicizia che ci pud essere fra gli esseri umani. Iricordi delle villeggiature di famiglia sul Mar Caspio fanno parte del clima idilliaco in cui vissi fino all’eta di cin- que anni circa, prima che la situazione precipitasse nel vero senso della parola. Un clima in cui era davvero forte in me la sensazione di una commistione fra Oriente e Occidente, commistione in cui era possibile godere di tutto cid che di bello c’era nelle due culture senza la necessita di proclama- te la superiorita dell’una sull‘altra. La nonna Anne-Frieda e il nonno Mehdi Grazie alla nonna paterna di origine tedesca, Anne-Frieda, avevo e ho tuttora la fortuna di festeggiare due volte il nuovo anno. Non dimenticherd mai i Natali che trascorrevamo con mio padre, i miei due fratelli, la mamma e la nonna, splen- dida donna che si era innamorata di mio nonno Mehdi, I’ar- cheologo, al loro primo incontro, nella biblioteca della Sorbo- na. A distanza di anni lei amava sempre raccontare la scena, vivida nel suo ricordo e che sembrava tratta da un film di Hollywood. Pare infatti che quel giorno, mentre andava a ritirare un volume in biblioteca, inciampasse, facendo cade- rea terra il libro; mio nonno, rapido, lo raccolse e glielo por- se. Fra i due scoccé la scintilla. Fu un vero colpo di fulmine. Dopo qualche anno e la nascita di mio padre a Berlino, la coppia decise di trasferirsi in Persia, paese che la nonna amé da subito e per sempre. Qui la mitica Anne-Frieda si trasformé in Farideh Bahrami, mutandosi da «prussiana» in un’autentica persiana. Ricordo infatti che parlava per- fettamente la nostra lingua e cucinava i nostri piatti tipi- ci con una disinvoltura sconcertante. L’unica cosa che non riusci mai a correggere fu la caratteristica «rm tedesca, per cui «Ramin» diventava «Rrramin!», 0 «Parviz» «Parrrviz». Io trovavo quel suo accento irresistibile. Tuttavia, quando i miei genitori parlavano in tedesco con. lei, provavo sempre un senso di agitazione, poiché quel modo di esprimersi suonava molto duro alle mie orecchie di bambino. Con il passare degli anni, per, il rifiuto si é trasformato in vero e proprio amore per la musicalita del- la lingua e la profondita della cultura tedesca. Sono infat- ti convinto che nella musica del mio compositore preferito (Bach, naturalmente!), nell’enunciazione di certi sogget- ti di fuga, le cadenze finali siano tipicamente riconducibi- 28 Comte Bach mi ha salvato la vita Iialla lingua tedesca; d’altronde, lo stesso biografo Niko- laus Forkel afferma che la musica di Bach é paragonabile a un dialogo continuo: si ha la sensazione di percepire delle voci che si parlano ¢ si cercano fra loro per fondersi in un cosmo multiforme. Anne-Frieda é mancata in Iran due anni dopo la mia par- tenza. Purtroppo I’ultimo tratto della sua vita fu reso diffi- cile da un Alzheimer impietoso: la nonna non aveva sop- portato la rivoluzione, la guerra, l’arresto del figlio... l’unica cosa che le era rimasta nella memoria, viva come un tempo, era la musica, in particolare i Lieder del suo amato Schubert. Mio padre Parviz I solo elemento di ansia in quegli anni era per me rappre- sentato dall’asilo, esperienza che affrontavo come una costri- zione, quasi come una galera, visto che nel 1979, all’epoca in cui cominciai a frequentarlo, vi risuonava spesso (come dappertutto nel paese) l’invocazione in arabo «Allah Akbar». Alle mie orecchie di piccolo musicista le esortazioni integra- liste suonavano gia come dissonanze difficilmente risolvi- bili, procurandomi uno stato di angoscia costante. Tutto il resto mi sembrava, invece, uscito da una favola, in una Teheran dinamica dove spesso accompagnavo mio padre nello svolgimento delle svariate mansioni legate ai suoi ruoli dirigenziali. Sfortunatamente, gli impegni di la- voro lo portavano via molto spesso, troppo per un bambi- no come me, estremamente sensibile, addirittura pauroso (ero capace di spaventarmi persino per il rumore troppo forte di un microfono!), e prima che quel periodo idilliaco finisse potei godere assai poco della sua presenza. Tutta- via, mi ricordo perfettamente di lui. Rammento la sua eleganza innata, la sua capacita di par- Un'infanzia di luci e ombre 29 lare parecchie lingue, la sua prerogativa di eseguire pitt ope- razioni contemporaneamente (dote che mi ha trasmesso e di cui vado molto fiero), nonché la sua estrema generosita. Oltre a queste attitudini molto importanti per un dirigente competente, efficiente e al tempo stesso sensibile e profon- do, fu chiaramente fondamentale per la mia precoce for- mazione la sua passione smisurata per la musica. Non di- menticherd mai le sue improvvisazioni sullo Schimmel di casa nostra 0 sullo Steinway della nonna tedesca, pianofor- te che mio padre aveva acquistato da giovane. Nel corso dei suoi studi in Inghilterra aveva avuto la for- tuna di seguire le lezioni di una assistente di Jasha Heifetz e spesso diceva scherzando che, se avesse continuato a stu- diare violino, avrebbe potuto diventare piti bravo di Yehudi Menuhin. A casa nostra avevamo tutti i dischi di Menuhin quelli di Heifetz e di von Karajan, accanto a quelli di Frank Sinatra, Charles Aznavour e di altri celebri cantanti di quegli anni: solo musica di grande livello artistico, ma con la mas- sima apertura a tutti generi! Sono cresciuto ascoltando a colazione le sinfonie di Brahms e Beethoven, mentre nel pomeriggio, dopo essere stati a prendere un café glacé (prelibatezza di cui sento anco- ra il gusto in bocca: lo ricordo denso, intenso, colmo di sicu- rezza e di tranquillita), tornavamo a casa e spesso ascolta- vamo il Concerto per violino di Cajkovskij, il pezzo preferito da mio padre, violinista mancato. Oserei quasi dire che il Concerto @ stato la colonna sonora della mia infanzia, con le sue oscillazioni fra sereno e burrascoso, come la stessa vita di Pétr II’it: sole/tempesta, chiaro/scuro, pace/guerra. Purtroppo quei bei momenti erano destinati a finire presto. Lezioni di francese Tricordi del periodo del conflitto con I'Traq sono chiara- mente quelli piti vividi. L’ansia provocata dallo scoppio della guerra ci faceva porre in cima alla scala dei valori la sopravvivenza fisica. Eravamo sempre sul chi vive, sotto- posti alla minaccia continua dei bombardamenti. Eppure quei momenti terribili rappresentavano paradossalmente anche una splendida occasione di aggregazione e di soli- darieta, erano l’occasione per sperimentare una vicinanza. umana impensabile e impossibile nell’odierno Occidente globalizzato, in cui viviamo cosi «felicemente», lontani da guerre e miserie. Pur esposti al rischio imminente di mor- te, eravamo contenti, apprezzavamo con piil intensita ogni singolo istante di vita. Personalmente, da quella esperien- za ho imparato che si pud essere pitt infelici in un ambien- te calmo, ma freddo e distante, che nel pericolo pit estre- mo, condiviso peré con persone unite dal dolore. Fra gli orrori e le sofferenze della guerra vi erano tutta- via anche momenti positivi, come le mie lezioni settimana- li di francese. Imparare questa meravigliosa lingua era per me un sollievo, una specie di scudo contro le brutture cui eravamo sottoposti quotidianamente da quando era scop- piata la rivoluzione islamica. Le lezioni di francese com- pensavano in qualche modo quelle paure cosi forti che non sono mai pitt riuscito a superare del tutto. Lo stesso effetto riuscivano a ottenerlo le prime note che, grazie a mia madre, avevo imparato a strimpellare sul pianoforte. Fu in quel periodo che cominciai a sentire e ad apprez- zare fortemente |’importanza della musica classica che, insieme al francese, divenne il mio modo di sfuggire a un presente drammatico. Ricordo le lunghe improvvisazioni Un'infanzia di lucie ombre 31 in stile beethoveniano, i pomeriggi trascorsi sul tavolino del salotto facendo finta di essere il nuovo von Karajan. (anzi, credevo addirittura di essere meglio di lui! mi sentivo al sicuro. Dentro di me la musica aveva vin- to per sempre la lotta contro !’ansia, gli orrori e la violen- za di tutti i giorni. Larresto di mio padre Fu proprio negli anni della guerra che accadde l’avve- nimento di certo pit: penoso e pit: gravido di conseguen- ze per la mia vita: nel 1983 mio padre fu arrestato con l’ac- cusa di tradimento e cospirazione, avendo collaborato con Jo shah prima della rivoluzione. Colpevoli 0 no (¢ lui non lo era assolutamente), a quel tempo era sufficiente posse- dere un libro o mostrare un qualsiasi altro segno che sug- gerisse un‘apertura nei confronti dell’Occidente per veni- re arrestati. Parviz Bahrami era «colpevole» di aver progettato scuole moderne per il suo paese, accusato di svolgere un‘attivita che, seguendo il cammino tracciato dalla sua famiglia, in qualche modo perseguiva un desiderio di espansione e di sviluppo della cultura. Per inciso, mio nonno Mehdi era stato il primo studente iraniano mandato a studiare alla Sorbona da Reza Khan Pahlavi I, e per questa ragione era assai famo- so in Iran (anche se diventd «famigerato» per i pasdaran). Mio padre fini quindi nelle galere rivoluzionarie da cui, purtroppo, non usci vivo. Vi mori nel 1990 e ancora oggi non sappiamo dove siano i suoi resti. Eppure, egli era l’esem- pio vivente di come le culture con Ia C maiuscola, quella occidentale e quella orientale, potessero riunirsi in una sola per esprimere qualcosa di straordinariamente coeso e pri- vo del minimo conflitto, esempio ritenuto fortemente de- 32 Come Bach mi ha salvato la vita stabilizzante dal rigido ordine politico-religioso instaura- to in Iran dopo la rivoluzione. Se da un lato quell’evento fu la causa mateniale della rovi-. na della mia famiglia e della mia giovane esistenza, dall’altro esso costitui la pictra miliare della mia istruzione e realizza- zione musicale. Infatti, fu proprio in seguito alle commo- venti lettere colme di affetto e di incoraggiamenti che mio padre mi spedi dal carcere che avvenne il mio primo con- tatto con il genio universale e senza tempo di Johann Seba- stian Bach. Da quel contatto scaturi per me una missione, che promisi di portare fino in fondo a ogni costo, sostenu- to dal ricordo del mio meraviglioso papa. Per la mia formazione musicale in quegli anni furono certamente fondamentali i primi rudimenti impartitimi da mia madre, cosi come l’esempio offertomi dalle ispirate im- prowvisazioni di mio padre e V’ascolto di tanta musica ec- cellente, cui ho accennato in precedenza. Ma ricordo anche altri episodi che vi contribuirono. Una volta, per esempio, quando avevo solo quattro anni, dopo che avevamo ascoltato insieme un disco di Claudio Arrau, mio padre mi disse con tono molto pacato: «Ra- min, dovrai studiare molto per riuscire un giorno a suona- re cosi». La frase colpi la mia suscettibilita infantile ed ebbi una reazione violenta, presuntuosa e arrogante: gli diedi uno schiaffo e scappai di corsa in camera mia, dove rima- si chiuso per pit: di due ore. Mi sono spesso domandato il perché di un gesto tanto inconsulto. Forse mi ero sentito fe- tito perché era stata messa in discussione l’unica certezza che avevo trovato fino ad allora. Solo pitt tardi compresi che in quella frase non c’era il desiderio di umiliarmi, ma solo una profonda, sacrosanta verita. Mia madre Shahin Per me bambino, avere una madre che aveva studiato con un certo Kapuczinsky, allievo di Arthur Rubinstein e insegnante al conservatorio imperiale di Teheran, aveva fa- cilitato, ovviamente, l’‘apprendimento dei primi rudimenti musicali. In quegli anni, per, la mamma, oltre a iniziarmi all’alfabeto musicale, pensd bene di trovarmi un vero inse- gnante. Organizz6 cosi un incontro con il maestro Forsi, un giovane pianista che all’epoca avra avuto si e no trent’an- ni, il quale venne a casa nostra per ascoltarmi. Ricordo che, a orecchio, io avevo imparato due fra i pez- zi forti della mamma, ossia Per Elisa di Beethoven e la Mar- cia turca di Mozart, e cercavo di suonarli nella maniera pitt coinvolgente possibile. Peccato che il coinvolgimento non destasse particolare entusiasmo nel giovane professore; gli procuré, anzi, un certo fastidio. Dopo quel nostro incontro mi convinsi che il maestro Forsi non fosse veramente in grado di insegnarmi qualcosa, anzi, che non sapesse nulla di musica, di quello cioé che la musica significava nel vero senso della parola, e si limitasse invece alla sterile riprodu- zione «dattilografica» di una partitura. Dissi che studiare con lui sarebbe stato del tutto inutile. Mia madre fece allora un secondo tentativo. Questa vol- ta all‘incontro fra il giovane maestro e il suo recalcitrante allievo di sei anni e mezzo era presente una terza perso- na. Al termine di una mia improvvisazione l’ospite salto sulla sedia dall’entusiasmo, dicendosi convinto di avere di fronte a sé un piccolo Horowitz. Quel giudizio estem- poraneo ma sincero fu molto stimolante per me. Benché bambino, ero gia particolarmente sicuro di me stesso, fol- lemente innamorato della musica e convinto della forza trascinante della sua magia e quell’episodio ebbe come ri- 34 Come Bach mi ha salvato la vita sultato di fortificare la mia decisione di dedicare alla mu- sica tutta la mia vita. Un'amica preziosa: Farideh Rahnema Cid che trasformé la mia passione nella determinazione tipica di una vera e propria missione fu l’ascolto, a sei anni, di una partitura bachiana, la Toccata della Sesta partita in mi minore eseguita dall’eccentrico pianista canadese Glenn Gould. Fu quello il momento decisivo, destinato a segna- re in modo definitivo la mia vita. Non dimenticherd mai Vemozione, la struggente malinconia che mi invase ascol- tando il brano. I disco di Gould apparteneva alla nostra amica di fami- glia Farideh Rahnema, figlia di un celebre e anziano scrit- tore. L’elegante copertina dell’Lp rappresentava un uomo vestito di nero, con il basco e un lago sullo sfondo. Provai un’immediata simpatia per Gould e, benché ancora bam- bino, capii con estrema chiarezza che volevo dedicare la mia vita a diffondere l’opera senza tempo di Johann Seba- stian Bach. . Dunque non ringrazierd mai abbastanza Farideh, don- na illuminata e pianista valente, nonché, per breve tempo, mia guida musicale. Farideh aveva studiato al Conservatoire National Supé- rieur de Musique di Parigi, dove aveva avuto la fortuna di conoscere gli allora giovanissimi Olivier Messiaen e Pierre Boulez, che avrebbe successivamente intervistato per la ra- dio imperiale. Aveva una profonda conoscenza della mu- sica occidentale, che condivideva con noi ogni volta che la andavamo a trovare nella sua bellissima tenuta a nord di Teheran. All’interno della proprieta vi erano due nobili edi- fici, appartenuti entrambi alla dinastia Ghajar: circondate Un’ infanzia di lucie ombre 35 da ciliegi e gelsomini, durante le fioriture queste abitazioni venivano invase da profumi da Mille e una notte. L’ambiente, quei profumi paradisiaci, Farideh stessa, tut- to contribuiva a creare atmosfere suggestive. Nel corso de- gli anni in cui la frequentai, sviluppai per la mia amica una vera adorazione. Era una donna straordinaria, e per me rap- presentava il tramite diretto con i miei idoli: Bach, Mozart e Beethoven, e, fra gli interpreti, Glenn Gould. Attraverso di lei feci anche la conoscenza di musicisti come Rameau, Daquin, Poulenc, Satie, Milhaud e molti altri, e venni in contatto con i pit influenti personaggi del mondo culturale iraniano, fra cui anche importanti studiosi di musica occidentale e scrittori. Alei come a nessun altro potevo raccontare tutto, da quel- li che erano ormai dolci ricordi di lontane vacanze sul Ca- spio, alle mie notti passate ad ascoltare il Terzo concerto di Rachmaninov suonato da Horowitz, fino al sequestro dei beni di famiglia, all’arresto di mio padre, all’angoscia del- le ore passate sotto i bombardamenti. Suo padre, Abedin Rahnema, era l’autore di un denso vo- fume sulla storia di Maometto; conosceva molto bene I’ara- bo, oltre al francese e ad altre lingue, essendo stato anche ambasciatore dello shah in varie nazioni. In qualche modo mi richiamava alla mente la figura di mio nonno Mehdi, suo collega di studi alla Sorbona. Entrambi avevano trascorso la vita analizzando i testi della storia persiana e messo in luce una capacita di sintesi straordinaria, quel senso del- la «disciplina iranica» a cui ho cercato da allora di attener- mi. Anni dopo avrei avuto modo di constatare con i miei occhi i frutti di tale disciplina, quando a Basilea andai a vi- sitare una mostra dedicata alle statue persiane di migliaia di anni fa, emblemi del rigore, della disciplina e dell’ordi- ne con cui i nostri antenati esprimevano la bellezza e la ri- cerca della perfezione. 36 Come Bach mi ha salvato la vita Abedin era anche un ospite gentilissimo. Aveva l’abitudi- ne di mettere le olive in vasetto, facendole fermentare nel- lo yogurt, e uno dei suoi gesti pitt squisiti consisteva ] 10- prio nell’aprire uno di questi vasetti offrendo agli amici le olive cosi lavorate. Talvolta !’offerta consisteva invece nei pomodori del suo orto, appena colti e dal gusto indimen- ticabile. Proprio a causa di quei pomodori ho rischiato di giocarmi la carriera. Un giorno, infatti, volendo fare una sorpresa ad Abedin, ebbi la sciagurata idea di tagliarne un paio per servirglieli, all’insaputa perd di sua figlia. Lei, ae fatti, come chiunque mi conosca abbastanza e sappia quin- di quanto sono maldestro, non mi avrebbe mai permesso di tenere un coltello in mano. Inevitabilmente, mi feci un lungo taglio nell’indice sinistro, da cui il sangue sgorgava inarrestabile. Farideh, pit spaventata di me, mi port6 su- bito al pronto soccorso dove mi ricucirono il dito. La cica- trice si vede ancora. Quello non fu tuttavia il mio primo incidente, né fu il pit grave. Una caduta da cavallo Infatti, a cinque anni, ai tempi delle villeggiature sul Mar Caspio, un giorno, travestito da Zorro, decisi incautamen- te di fare una bella cavalcata. Montai baldanzoso su Marel, un enorme cavallo bianco che, felice, si lancid al galoppo senza che io sapessi come fermarlo (gridando cioé Hosh!, ossia «Fermo!» in persiano). Dopo una corsa sfrenata, finii per atterrare poco delicatamente su un grande scoglio, pic- chiando con violenza il gomito destro. La fitta di dolore fu atroce e ancora me la ricordo. Cercai tuttavia di far finta di nulla, poiché avevo un vero terrore dei medici, terrore che solo la musica di Bach mi ha aiutato a superare nel corso Un'infanzia dilucieombre 37 degli anni, forse in virti: delle sue potenzialita terapeutiche, tuttora poco approfondite rispetto a quanto @ accaduto per altri compositori come, per esempio, Mozart. Con le ore, pero, il dolore divenne insopportabile e fui costretto a confessare I’accaduto e ad arrendermi al conse- guente intervento medico. Ma invece di tornare subito a Teheran, dove avremmo potuto trovare fior di specialisti, ci rivolgemmo a un dottore locale. La scelta si rivelé pessima, poiché questo ciarlatano mi fece ingessare il braccio sulla base di una radiografia malfatta che non metteva neppure in luce il punto in cui era avvenuta la frattura. Se non fosse stato per il dottor Molavi, un eccezionale chirurgo dell’ospedale di Teheran, forse non avrei pit: po- tuto suonare il pianoforte. Considero Molavi il mio salva- tore poiché riusci a risolvere la situazione in extremis, facen- domi tuttavia una proposta che di primo acchito mi lascid sconcertato: «Scegli tu: con un certo tipo di intervento pos- siamo recuperare la massima funzionalita del braccio, cosi da permetterti di continuare a suonare. Se perd la tua futura suocera volesse una mano davvero perfetta dovremmo cor- rere qualche rischio in pid in modo da salvaguardare anche Vaspetto esteriore!», Esitai solo un attimo e poi optai per la soluzione meno rischiosa, sia pure a scapito dell’estetica. Questa esperienza ha avuto forti ripercussioni anche sulla costruzione della mia personalité musicale: non sempre le scelte piti facili e scontate, pit «esteriori», riescono a espri- mere al meglio il contenuto «interiore», profondo della mu- sica; a volte una diteggiatura in apparenza piti scomoda & capace di interpretare e rendere con pitt accuratezza il sen- so di una composizione. Ii dottor Molavi era un chirurgo di fama internazionale, che aveva conseguito la sua laurea e la successiva specializ- zazione negli Stati Uniti, dove aveva anche conosciuto quel- 38 Come Bach mi ha salvato la vita la che poiera diventata sua moglie. Aveva una personalita molto forte, un modo di fare cordiale ma al tempo stesso burbero, tanto che nel reparto che dirigeva incuteva in tut- tirispetto ma anche timore. La mia famiglia, e io in parti- colare, gli riuscimmo subito simpatici e nei vari controlli successivi all’intervento il dottore fu in grado di trasmet- termi una grande tranquillita circa il mio futuro di piani- sta e una gran voglia di vivere. Anni dopo, quando abitavo con mia madre a Milano, venimmo a sapere da mio fratello maggiore che Molavi si trovava a Verona per un convegno; senza esitare neppure un istante, io e la mamma ci mettemmo in viaggio per rag- giungerlo. Trascorremmo con lui un piacevole pomerig- gio, ma fu I’ultima volta che lo incontrammo. Infatti, il suo cuore generoso smise di battere poco tempo dopo. Forse non fu pitt in grado di sopportare le restrizioni e le bruttu- re del nuovo regime. Benché grave, l’incidente si riveld un’eccezionale occa- sione per forgiare il mio carattere, facendomi capire come in ogni difficolta ci sia sempre la possibilita di coltivare la speranza (nel caso in questione grazie anche all’energia e alla fermezza di questo medico un po’ lunatico, ma dal grande cuore). II pnese nel clima di terrore La famiglia e il ristretto giro di amici erano perd le uni- che oasi rimaste. Anno dopo anno, infatti, si intensificava- no nel paese la repressione, l’asfissia e soprattutto la guer- ra. Mi ricordo di un episodio che accadde quando avevo sette o otto anni, che esemplifica molto bene I’aria che re- spiravamo ogni giorno fuori di casa. Una sera d’estate io e Shideh, la moglie di mio fratello Untinfanzia di lucie ombre 39 maggiore, stavamo andando a prendere un gelato. Strada facendo incontrammo un amico di famiglia che ci fermam- moa salutare, ignari di essere osservati dalla Guardia rivo- luzionaria. I pasdaran avevano notato che mia cognata par- lava in pubblico con un uomo, cosa assolutamente vietata dalle prescrizioni coraniche. Arrivarono di colpo a bordo di una jeep per arrestarla. Per rimediare all’incidente, mi esibii in una scena iste- rica degna di un consumato attore, mentre dentro di me dilagavano la paura e la disperazione. Dopo infinite pre- ghiere, pianti e scongiuri, i pasdaran lasciarono miracolo- samente andare Shideh. Un gioielliere, che aveva assistito alla scena, quando le guardie se ne furono infine andate ci fece cenno di entrare nel suo negozio. Mi ricordo che, nel tentativo di farci pas- sare lo spavento, prese due anelli e li mise ciascuno in un bicchiere di acqua invitandoci a bere senza perd ingoiare Vanello: secondo un‘antica tradizione persiana, si trattava di un rimedio infallibile per far passare lo spavento. La lanterna magica Questo era il clima all’esterno, ma anche dentro casa non si era mai tranquilli: risuonavano infatti con tormentante fre- quenza gli allarmi che preavvertivano dei bombardamenti e del lancio di missili, simpatico omaggio dal rais iracheno Saddam Hussein. Ho visto spesso, da lontano, gli obiettivi essere colpiti e annientati e cid ha contribuito a rendermi consapevole del fatto che non siamo padroni del nostro de- stino e che qualsiasi cosa ci pud accadere da un momento all’altro. Sono stati d’animo che hanno profondamente se- gnato la mia psiche per anni, creando in me ansie, incertez- ze e insicurezze che non avrei mai potuto rimuovere, nep- 40 Come Bach mi ha salvato In vita pure in parte, se non avessi incontrato la musica di Johann Sebastian Bach. In quei momenti avrei voluto ritrovare la magia della lan- terna che mio padre mi regald quando avevo tre anni. Essa illustrava la fiaba di Cappuccetio Rosso e sapeva trasmetter- mi un senso di tranquilla serenita. Perdetti misteriosamente quest’ oggetto meraviglioso che rappresentava per me allo- ra qualcosa come il celebre bastone di Salvador Dali. Con- fesso di aver cercato fino a pochi anni fa di procurarmene ur/altra, ma non sono pit riuscito a ritrovarne una in gra- do di rievocare in me lo stato d’animo di piacere e di sere- nita che l’originale mi procurava. Questa lanterna mi iso- lava dai momenti tragici della vita e nello stesso tempo le conferiva quella «leggerezza profonda» che piit tardi avrei ritrovato in Bach e Gould. Sono infatti convinto che Bach sia una combinazione di profondita e leggerezza, di com- plessita mai fine a se stessa, ma unita alla comunicazione, alla vitalita e all’elevazione spirituale, un’elevazione che spesso si fonde con il movimento allo stato puro. A proposito di questa tesi, é significativo ricordare la de- finizione che uno dei direttori della scuola di San Tommaso, a Lipsia, aveva dato di Bach, ossia omnibus membris rilmicus, oppure pensare che uno dei pit illustri direttori bachiani di oggi, sir Eliot Gardiner, afferma spesso che «Bach is dance!». Nonostante la guerra, la normale routine della vita quoti- diana non si era comunque interrotta, compresa quindi la scuola. Non sono mai stato un bravo studente, anzi, detesta- vo letteralmente andare a lezione, anche perché fra le ma- terie obbligatorie c’era I’arabo che, insieme al turco, con- sideravo la lingua pit: dura e meno musicale. Avevo perd degli insegnanti che amavano molto la musica e che spes- so chiudevano un occhio sulle mie lacune. Una volta ebbi l’idea infelice di portare in classe una cas- Un'infanzia di lucie ombre 41 setta di musica leggera persiana su cui era registrata una can- zone che amavo molto, Ghole sanghant («Mio fiore di pietra»), cantata da Hayedeh, la mia cantante preferita. All’epoca ba- stava essere in possesso di qualsiasi cassetta di musica pop per venire punitio arrestati. Me la cavai solo perché ero un bambino, anche se, purtroppo, mi sequestrarono la casset- ta. A titolo di curiosita devo aggiungere che ho ritrovato la melodia di questa deliziosa canzone in uno dei concerti di Bach per pianoforte e orchestra, precisamente nell’accom- pagnamento degli archi del Concerto in fa minore. Durante i primi anni della rivoluzione uno degli aspet- ti pit: odiosi del fanatismo religioso, soprattutto per un appassionato di musica come me, era il divieto imposto da Khomeini di ascoltare qualsiasi genere musicale eccet- to il canto del muezzin. Ovviamente, non potendo i tutori dell‘ordine entrare nelle abitazioni private senza un man- dato di perquisizione, a casa la gente continuava, sia pure clandestinamente, ad ascoltare la musica occidentale. Gra- zie al cielo, dopo pochi anni questa forma ottusa di proibi- zionismo venne abolita e perlomeno la musica classica, ri- tenuta non sacrilega, venne infine riammessa. Tuttavia, procurarsi gli spartiti a Teheran non era affatto facile, anzi, data la situazione, era una vera e propria im- presa, attuabile solo ricorrendo a un sotterfugio. Infatti Ara- mian, il negozio dove li acquistavamo, era distante da casa e per arrivarci bisognava prendere l’autobus. Fin qui niente di strano. Purtroppo per®, per impedire il contatto fra i due sessi, uomini e donne dovevano viaggiare su mezzi separa- ti. Per potermi portare con sé ed evitare di farmi viaggiare su un autobus da solo (con il rischio che mi spaventassi, sbagliassi fermata e mi perdessi, bambino, in quella metro- poli caotica), la mamma allora mi travestiva da femminuc- cia, con tanto di vezzoso cappellino. Abbandonavo il tra- 42 Come Bach mi ha salvato la vita vestimento solo una volta arrivati al negozio. [proprietari, due fratelli armeni gentilissimi che avevano avuto modo di ascoltare le mie improvvisazioni al piano, mi accoglievano con calore e mi facevano anche degli ottimi sconti per spin- germi a comprare pitt spartiti e darmi cosi il modo di am- pliare la mia cultura musicale. Bach, Beethoven, Brahms... da Aramian mi sembrava di essere davvero in Behesht, il paradiso della religione di Zarathustra! Prime esibizioni Fuin quegli anni che miesibii per la prima volta in pubbli- co, sempre a casa dell’amica Farideh, suonando la Villageoise di Poulenc, 'Intprovviso in do minore op. 90 di Schubert, e due © tre pezzi per clavicembalo di Couperin. Fra i miei cavalli di battaglia vi erano anche brani da me composti, cui davo titoli estremamente impegnativi consi- derata la mia verde eta, quali Tempesta, Dio e il diavolo, Val- zer in mi maggiore (il preferito di mia madre, che ancora oggi mi chiede di suonarglielo), Danza dei morti, Fra cielo e terra Tali composizioni dimostravano fin da allora i] mio interes- se non solo per lo strumento, ma anche per contenuti che andassero al di 1a della pura pratica pianistica. Ricordo tuttavia che gia a quell’epoca l’emozione pit grande la provavo suonando Bach. II mio repertorio com- prendeva i Preludi e fuga in do minore sia dal primo che dal secondo volume del Clavicentbalo ben temperato, parte del- le Suites francesi in do minore e mi maggiore (in particolar modo mi commuovevano le sarabande, danze assai vicine al mio amato Oriente), ¢ i piccoli preludi e fughette scritti da Bach per il suo primogenito, il piccolo Wilhelm Friede- mann. Per farmi arrabbiare era sufficiente che qualche ospi- te mi chiedesse di suonare composizioni di altri autori; io, Un’ infanzia di lucie ombre 43 che all’epoca non avevo molto altro in repertorio, reagivo con veemenza affermando che suonare gli altri in confronto era una bazzecola e che pertanto preferivo suonare Bach, di cui mi sentivo gia una specie di piccolo messaggero. Grazie alle famiglie armeno-iraniane, che avevano sem- pre avuto stretti contatti con la musica classica occidentale, persino negli anni bui della rivoluzione e della guerra non si interruppe mai la diffusione e la circolazione di audiocas- sette, dischi, betamax, vhs e spartiti. Potei quindi continuare a istruirmi e a mantenere viva la mia passione anche prima di andarmene dall’Tran per trovare la strada che mi avreb- be condotto sulle orme del mio grande maestro. A passeggio con Bach La vita ha incominciatoa essere veramente tale per me quan- do ebbi la fortuna di conoscere la «montagna d‘oro» (@ il signi- ficato del tedesco «Goldberg», il cognome di Johan Gottlieb, maestro di cappella presso il conte von Briihl a Dresda e pre- sunto dedicatario delle celebri variazioni bachiane). Grazie a Bach e a Gould, infatti, incomincid ad avvenire in me una vera liberazione dalla futilita dei valori puramente terreni. Posso dire senza peccare di superbia che Bach mi ha scel- to, proprio come aveva scelto uno degli spiriti guida del- Ja scena interpretativa bachiana, Rosalyn Tureck, caduta, come raccontava lei stessa, letteralmente in trance all’ascol- to della Fuga n. 20 in la minore del primo volume del Cla- vicembalo ben temperato, eseguita da un’altra grande inter- prete bachiana, Olga Samarov. In quel momento Rosalyn fu letteralmente «penetrata» dallo spirito di Johann Sebastian Bach. Come lei, anch’‘io capii che la musica di Bach sareb- be diventata l’unica cosa cui non avrei mai potuto rinun- ciare... Bach sceglie sempre i suoi interpreti. 44 Come Bach mi ha salvato Ia vita Avevo solo sei anni quando, pur non essendo mai stato in Occidente, sognai l‘orangerie di un vecchio castello tedesco; li ebbi il grande privilegio di fare una passeggiata addirit- tura con Johann Sebastian in persona, lui vestito come nel ritratto di Hans Gottlieb Hausmann, io come un bambino normalissimo, con i jeans. II maestro non fu certo loquace, anzi, non disse assolutamente nulla, ma il suo sguardo pro- fondo, la sua vicinanza generavano un’aura cosi forte da farmi capire che quel sogno avrebbe cambiato per sempre Ja mia vita. Il nostro fu un andirivieni senza inizio e sen- za fine e compresi pi: tardi che quel sogno era l’interpre- tazione visiva delle Variazioni Goldberg. Gli «ussari della tastiera» Sempre in quegli anni, venivano spesso ad ascoltare le mie improvvisazioni musicisti, letterati, poeti e registi, fra cui anche il celebre Abbas Kiarostami. Erano giorni molto belli. Infatti, malgrado la repressione e la soffocante atmo- sfera che si respirava nel paese, in casa nostra c’era un mi- lieu culturale molto fervido, poiché la maggior parte delle personalita che veniva a trovarci aveva assaporato il clima di liberta della cultura occidentale. Ebbi pertanto la possi- bilita di conoscere personaggi affascinanti, come per esem- pio il celebre poeta Ahmed Shamlou, che portavano in casa nostra il vento dell’arte e davanti ai quali potevo eseguire al piano i miei primi esperimenti bachiani. Fra gli incontri che in quegli anni contribuirono a forma- te la mia personalita musicale merita una menzione par- ticolare, anche se al negativo, quello con il pianista arme- no Minas Kanian. Questo personaggio dal tratto venato di superbia fece nascere in me I’idea che la maggior parte dei pianisti fossero «animali arroganti», o come dico spesso, Un'infanzia di lucie ombre 45 che il pianoforte usato come mero strumento ginnico sia una bestia feroce, se non viene domata adeguatamente at- traverso la disciplina e I’aderenza al messaggio dell’autore. D‘altronde, anche Bach criticava per lo stesso motivo quel- li che definiva «gli ussari della tastiera». Ottenere un’audizione da questo enigmatico pianista fu una delle ultime cose che riuscii a fare insieme a mio pa- dre prima del suo arresto, ma quando, su suggerimento del babbo, suonai la mia Tempesta, anziché incoraggiarmi Kanian mi disse che dovevo pensare a studiare La tempesta del grande Ludwig e lasciar perdere le mie composizioni. Benché deludente, fu comunque un incontro utile perché mi aiuto a capire che il pianoforte inteso come strumento di puro esibizionismo romantico non mi interessava affat- to, mentre gia cosi piccolo credevo nella magia del suono e cercavo di sviluppare quella che potrei definire «visione 0 immaginazione sonora». Fu proprio in questi anni che mi disamorai del circo piani- stico e cominciai a dare importanza soprattutto alla sostanza nelle composizioni dei giganti del passato, nonché a guar- dare alla musica in generale come disciplina morale. Non tolleravo atteggiamenti come quello di Minas Kanian, che privilegiava il lato virtuosistico e per giunta cercava di re- primere il mio entusiasmo infantile, entusiasmo che in quel momento si esprimeva soprattutto attraverso le mie im- provvisazioni, da me considerate, allora, allo stesso livello delle sinfonie di Beethoven. Mi rendo conto che si trattava di una forma di ingenuita, ma non trovo giusta la tendenza assai diffusa nel mondo accademico di voler a tutti i costi infrangere l’atmosfera in- cantata in cui crescono quei bambini che si avvicinano alla musica con gioia e desiderio di sperimentare: l’entusiasmo é uno degli ingredienti pit importanti per lo sviluppo di un 46 Come Bach mi ha salvato la vita vero musicista, una fiamma che non deve mai essere spen- ta, soprattutto da chi lavora nell’ambito accademico, che dovrebbe invece alimentarla e coltivarla. Sognando la Germania Ini quegli anni nei miei sogni e nei miei progetti comin- cid anche a profilarsi la possibilita di studiare in Germania; grazie a un’amica svizzera, Trudi, nel 1988 mandammo una videocassetta con le mie improvvisazioni alla Hochschule fiir Musik und Darstellende Kunst di Francoforte. Il video fu esaminato dal responsabile della cattedra di tastiere, Joachim Volkmann, persona straordinaria e sensibi- le, che aveva studiato nientemeno che con Wilhelm Kempff. Dopo qualche mese ricevemmo una lettera entusiastica di Volkmann che si complimentava per il mio il talento natu- rale eil mio grande impeto che, adeguatamente disciplina- ti, mi avrebbero secondo lui garantito un futuro brillante. Mi invitava anche a presentarmi a Francoforte per l’esame di ammissione alla Hochschule. Se da un lato l’idea di lasciare un paese devastato mi al- lettava, dall’altro mi riempiva di ansia, poiché non ero certo che mia madre avrebbe potuto continuare a starmi vicino: il mio fu percid un viaggio segnato da sentimenti contra- stanti. A causa della difficile situazione politica, lasciare in patria mio padre e i miei fratelli poteva anche significare non rivederli mai piii. Si trattava di tagliare i legami con la propria terra per muoversi verso un mondo totalmen- te sconosciuto. Ein effetti, fu sufficiente l'impatto con uno degli aeroporti pit vasti del mondo, quello di Francoforte, per terrorizza- re un bambino sensibile e pauroso quale ero io: nonostan- tela presenza di mia madre, piangevo a dirotto, angosciato Un'infanzia di lucie ombre 47 all’idea di vivere in un ambiente tanto estraneo, La sera fummo ospiti del padre luterano Stichler e della sua fami- glia, una moglie gentilissima e wna figlia straordinariamen- te carina; dopo cena ebbe luogo il mio primo incontro con Joachim Volkmann. Quando vidi quest’uomo, l’amore e l’entusiasmo per la musica fecero scomparire come per magia ogni negativi- ta, poiché lui parlava la mia stessa lingua, quella di Bach, Beethoven e Brahms, condivideva la mia stessa fede, in cui credevo da quando avevo solo tre anni e che non conosce razze, nazioni o barriere. I suoni sacri della musica di Bach producono emozioni universali nel nomade del deserto pitt meridionale della Persia come pure nel pastore del villag- gio all’estremo Nord della Norvegia. Questa consapevo- Jezza diventera uno degli elementi pit importanti del mio cammino con Johann Sebastian Bach. Volkmann volle ascoltare le mie improvvisazioni dal vivo; fu paziente e gentile, giacché io, non avendo avuto fino ad allora una preparazione pianistica vera e propria, suona- vo come potevo, nonostante avessi le idee molto chiare. Il mio talento innato lasciava presagire, sia pure attraverso quelle idee musicali primordiali, che ero nato per dedica- re tutto me stesso all’arte pit: sublime che I’essere umano abbia mai creato. Pur avendo constatato di persona le mie doti, Volkmann, da buon tedesco, non poteva tuttavia esimermi dall’esame di ammissione. Mi presentai pertanto all’esame ufficiale il giorno seguente alle otto e mezzo del mattino presso l’aula 333 della prestigiosa Hochschule fiir Musik di Francoforte. Dopo aver bussato alla porta entrai, mentre un allievo di Volkmann suonava in maniera splendida la Kreisleriana di Schumann. Fu un momento magico, poiché fu la prima volta che ebbi modo di ascoltare un ciclo completo suona- 48 Come Bach mi ha salvato Ia vita to al pianoforte. Rimasi profondamente colpito da questo giovane pianista, tant’ che restai seduto, tranquillo e beato, in attesa di essere esaminato. L’esame consisteva nella ripetizione di figurazioni ritmi- che che Volkmann suonava al massimo tre volte, ma spes- so era sufficiente una singola enunciazione perché io po- tessi ripetere correttamente tali ritmi al pianoforte. La mia reattivita riempiva il professore di gioia, al punto che, dopo soli venti minuti, ricevetti l/invito a diventare lo studente piit giovane di quell’anno presso quella facolta. C’era tuttavia un problema grave da risolvere. Dopo la tivoluzione islamica i nostri soldi avevano perso enorme- mente di valore; ai tempi dello shah i persiani giravano il mondo «svaligiando» i negozi pid lussuosi, ma ora, a causa dell’inflazione, la nostra moneta aveva un potere d’acquisto quasi nullo. Per intraprendere i miei studi a Francoforte avrei quindi avuto bisogno di una borsa di studio. Secon- do Volkmann un talento come il mio avrebbe dovuto esse- re sostenuto sia dal governo tedesco che da quello iraniano. Tuttavia, in assenza del sostegno del mio paese, avrei do- vuto rinunciare alla presenza di mia madre in Germania. E Volkmann stesso giuidicd una tale eventualita del tutto im- proponibile ancorché nociva. Decidemmo quindi di tornare in Iran, almeno tempora- neamente, in attesa di un sostegno economico pit: consi- stente. [] buon Volkmann ci promise che avrebbe fatto del suo meglio per ottenere dei fondi che riteneva un obbligo morale da parte delle autorita tedesche. Tutto cid avvenne qualche mese prima che mio padre fosse arrestato. Il destino volle quindi che Francoforte non divenisse il mio punto di partenza; sarei tornato in Germania solo anni dopo, con un percorso molto diverso alle spalle, svolto pre- valentemente nel paese che tanto amo, I'Italia. TL Finalmente I'Italia {n quegli anni la nostra famiglia aveva avuto contatti con il professor Riahi, direttore musicale della radiotelevisione iraniana Seda Va Sima. Grazie a lui facemmo la conoscen- za della pianista Novin Afrouz, l’unica allieva iraniana a Lugano di Arturo Benedetti Michelangeli, la quale ascol- td volentieri le mie improvvisazioni e i miei primi tentati- vi di esecuzioni bachiane. La Afrouz mi consiglié di andare a Milano, dove lei stes- sa aveva studiato, ma ovviamente gli stessi problemi che erano sorti per un mio eventuale trasferimento a Franco- forte si sarebbero posti anche nel caso della citta lombar- da. Lei ebbe allora l’idea di invitare a casa nostra il console italiano a Teheran, il dottor Fornari, persona simpaticissi- ma e alla mano; dopo avermi ascoltato suonare, il conso- le, sbalordito, si accomiatd dicendomi: «Caro Ramin, ora io torno in Italia e vedo se posso trovarti una borsa di studio; stai sicuro che ce la metterd tutta per permetterti di svilup- pare il tuo talento», Trascorsero tre o quattro mesi dall’incontro e un giorno Fornari si ripresentd da noi annunciandoci che la societa petrolifera Italimpianti di Genova mi offriva una cospi- cua borsa di studio, mentre il consolato italiano era pronto 50 Coie Bach mi ha satvato la vita a dare a me e a mia madre il visto necessario per il nostro soggiorno milanese. Noi avremmo dovuto occuparci solo della domanda di ammissione al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. I primi mesi a Milano Fu di nuovo Trudi ad aiutarci a preparare la domanda di ammissione che inviammo subito a Milano. Era il 1989 ea novembre io e mia madre giungemmo infine in Italia. All’aeroporto fummo accolti da Novin Afrouz, ma il desti- no volle che a quel primo incontro fossero presenti anche altre tre persone che sarebbero diventate molto importan- ti nella prima fase della mia nuova vita milanese. Si trat- tava di Babak, il figlio di Trudi, nato e cresciuto in Italia, della sua fidanzata di allora, Angela, e di Maria, una bion- da e meravigliosa ragazza bergamasca di cui mi innamo- rai subito. Babak fu per me un fratello, Angela una sorella e Maria, quando ebbi diciotto anni, la mia prima fidanzata. Angela ancora sorride ricordando il ragazzino piccolo e magro che girava sempre con in mano un vocabolarietto per- siano/italiano attraverso il quale cercava caparbiamente di spiegarsi. Quel vocabolarietto era la mia ancora di salvezza, Yunico tramite con il mondo che mi circondava, dato che fino ad allora avevo preso solo due o tre lezioni di italiano. Nei primi mesi di permanenza in Italia io e la mamma abbiamo abitato nel verde dell’hinterland milanese, a Cer- nusco sul Naviglio, dove dividevamo l’alloggio con Johnny, uno studente iraniano che viveva gia nel Belpaese (uso il termine non in senso ironico, ma con ammirazione e affet- to: I’Italia @ un paese meraviglioso e gli italiani un popolo straordinario; sono convinto che la vita e il mondo, senza \'Italia, sarebbero pit tristi e meno belli). Secondo quanto ah Finalmente I'Ttalia 51 suggerito da Novin Afrouz, Johnny avrebbe dovuto darci una mano a districarci nel nuovo paese. Tuttavia, la convi- venza si riveld ben presto complessa: capimmo che il giova- ne aveva dei disturbi psichici 0 forse sperava che mia ma- dre rientrasse in Iran cosi da poter amministrare lui la mia borsa di studio. Magari erano vere entrambe le ipotesi. Di fatto, il clima in casa divenne per la mamma molto diffici- Je. Cosi, dopo avermi accompagnato a lezione, lei, invece di tornare a casa, preferiva aspettarmi in qualche chiesa nei pressi del conservatorio, in particolare in quella di piazza San Babila. Era d’inverno e ricordo che la ritrovavo intiriz- zita e pallida per il freddo. Inseguito cambiammo alloggio e un giorno mia madre mi portd a vedere il quadro della Madonna davanti al quale si sedeva nella chiesa dove si rifugiava aspettandomi. Ancora oggi mi commuovo al ricordo della mamma che piangeva mentre mi «presentava» a Colei che ci guardava dal dipinto. A lezione dal maestro Rattalino Una decina di giorni dopo essere arrivato dovetti affron- tare gli esami di ammissione al conservatorio sia per com- posizione che per pianoforte. II mio livello non poteva certo essere professionale, avendo preparato perlopiii da autodi- datta qualche pezzo di Bach; come compositore avevo in- vece deciso di proporre una melodia spagnoleggiante che avevo composto durante il viaggio aereo da Teheran a Mi- Jano e che si rifaceva a uno dei pezzi pit cari della mia in- fanzia, il Fandango di Boccherini, nel quale sentivo in qual- che modo rappresentata anche la mia Persia. All‘esame erano presenti il direttore del conservatorio Marcello Abbado, fratello maggiore di Claudio, Ottavio Minola e Piero Rattalino. Minola fu molto gentile e attento 52 Come Bach mi ha salvato la vita nei miei confronti e nel corso degli anni ebbi con lui un rap- porto cordiale. Tuttavia fu Abbado il mio pit appassionato sostenitore, poiché ammiré subito la mia facilita nell’ese- guire Bach, ma soprattutto riconobbe il mio grande amore’ per il compositore tedesco. Fu proprio Abbado ad affidar- mi a colui che sarebbe divenuto quasi il mio padre adotti- vo e certamente il mio padre musicale, nonché guida mo- rale e spirituale: Piero Rattalino. Non dimenticherd mai il mio primo incontro con il maestro Rattalino. Era un pomeriggio d’autunno abbastanza piovoso quando entrai per la prima volta nella sua classe. In quell’oc- casione suonai per lui il Preludio e fuga in do diesis minore dal primo volume del Clavicembalo ben temperato. Si tratta di una delle fughe pit complesse dell’intero ciclo, con ben cinque voci di polifonia e tre soggetti in costante contrap- punto I’uno con I'altro. L’esecuzione avvenne nel silenzio pit: assoluto del maestro e dei presenti, che mi guardava- no attoniti come se fossi appena sbarcato da un Ufo. Seppi poi che Rattalino si era espresso al mio riguardo con parole che per modestia preferisco tacere. Il maestro aveva capito subito che la stoffa c’era, ma anche che mancavano del tut- to le basi tecnica e analitica. Gli anni di conservatorio con lui sono stati importantissimi per la mia formazione musi- cale, giacché Rattalino fu in grado di farmi capire cosa fos- se davvero la musica. Mi insegnd ad apprezzarne la bel- lezza, la struttura, le regole, le eccezioni e soprattutto la drammaturgia. Rattalino non era e non é un semplice insegnate di piano- forte, bensi un musicista completo e un fine conoscitore dell’animo umano, dote rara nel mondo frenetico e aliena- to di oggi, in cui tutto é commercio. Credo che proprio di queste figure l’odierno ambiente musicale abbia bisogno pitt che mai. Persone in grado di istruire I’allievo dal pun- Finalmente l'Ttalia 53 to di vista analitico, tecnico, interpretativo... ma nello stes- so tempo capaci di forgiare e stimolare la personalita dello studente, formandone l’indole artistica. Rattalino non solo mi diede gli strumenti per mettere a frutto le mie capacita artistiche, ma mi insegnd anche ad avere un atteggiamento rispettoso nei confronti dell’autore. Se Bela Bartok in un certo passaggio richiedeva un «mezzo forte» e tu, non avendo studiato a sufficienza o nel modo giusto, sostituivi l’indicazione dinamica con un segno a casaccio, allora dovevi sentirti in colpa. Il maestro sapeva come dirti le cose senza alterare il tono della voce, atten- to a non ferirti. Ma se mancavi di rispetto a questi profe- ti della musica, era in grado di farti sentire un vero verme. Gli ci vollero due o tre anni prima di ottenere la mia com- pleta purificazione e depurazione artistica. Io avevo per tui una vera e propria venerazione perché fu proprio gra- zie a Rattalino che passai da un approccio dilettantistico alla professionalita pit: assoluta, pur nel rispetto degli ido- Ji della mia infanzia. Gli studi al conservatorio Giuseppe Verdi Oltre a seguire l’iter tradizionale di studi, richiesto per superare gli esami del conservatorio, cominciai a portare a Jezione una marea di brani di Bach. Miaiutarono a crearmi una nuova visione della sua mu- sica alcune trasmissioni che Piero Rattalino curd all’epoca su Rai Tre. Si trattava di una versione italiana di quelle di Bruno Monsaingeon, il mitico regista musicale, nonché ami- co personale di Glenn Gould. Anni dopo, durante una se- rata celebrativa della figura di Gould che si stava organiz- zando in Italia, incontrai proprio Monsaingeon di persona. A lezione, quindi, oltre a Mozart, Beethoven, Haydn, 54 Come Bach mi ha salvato la vita Brahms, Schubert, portavo Bach e poi Bach e ancora Bach! Inizialmente ci dedicammo al Clavicembalo ben temperato, poi fu la volta di alcune Suites francesi, dopodiché passammo a un pezzo ame molto caro, il Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo. A una a una si aggiunsero poi le Partite, e quindi arrivai finalmente a suonare la Sesta, il pezzo ga- leotto che, nell’esecuzione del mitico canadese Gould, cost ricca di atmosfere mai pit ritrovate, mi aveva fatto inna- morare di Johann Sebastian. Alle Partite si aggiunsero in seguito gli altri volumi degli esercizi per tastiera, il cosiddetto Clavier-Uibung, che com- prendevano tutti quei brani che ho avuto la fortuna di regi- strare poi per la casa discografica che chiamo amorevolmente «mamma Decca» 0 «mamma re-mi-do-do-la» (dalla traspo- sizione in note delle lettere che ne compongono il nome: Déil re, E il mie cosi via, secondo il sistema notazionale utilizzato nei paesi di lingua germanica e anglosassone). Difficolta economiche Furono tre anni di sereno equilibrio nella mia vita pri- ma cosi turbolenta. Purtroppo peré, un giorno ricevetti una drammatica telefonata dell’amministratore delegato dell’Ita- limpianti, il quale mi annuncid, desolato, che, in seguito a Tangentopoli, lo scandalo in cui l’azienda genovese si era trovata coinvolta, la mia borsa di studio doveva essere re- vocata: «Purtroppo non abbiamo pit neppure i soldi per pagare i dipendenti...». Di punto in bianco io e la mamma ci ritrovammo cosi senza piit una lira in tasca. Ma, come si usa dire, spesso quando si chiude una porta siapre un portone, e sovente accade che le difficolta ti apra- no nuovi, inaspettati orizzonti. E infatti, il mio maestro Piero Rattalino, il mio insegnate di composizione Danilo Loren- Finalmente ITtalia 55 zini e il direttore Marcello Abbado si adoperarono perché mi venisse offerta la possibilita di cominciare la mia attivi- ta di concertista, presentandomi come il miglior interprete bachiano e procurandomi cosi ingaggi importanti. Per uno studente quale io ancora ero, quei concerti erano qualcosa di straordinario data la presenza di un folto pubblico affet- tuoso e disponibile (non c’é niente di pit: deprimente, per un musicista, del ritrovarsi di fronte a una platea semivuota). Rammento ur’esibizione al Teatro delle Erbe. Il bigliet- to d’ingresso era caro, eppure fuori del teatro si formd una coda lunghissima e la sala fu insufficiente ad accogliere tut- ti gli intervenuti, tanto che il giorno successivo quelli che non erano riusciti a entrare si lamentarono chiedendo che si replicasse la serata. Il dottor Antonio Mormone, diretto- re della fondazione La Societa dei Concerti di Milano e or- ganizzatore dell’evento, che mi aveva presentato come il «genietto folle», promise agli esclusi di farmi suonare an- cora nella sala Verdi del conservatorio, nell’ambito del pro- gramma Concerti per Amore da lui allestito e curato. (A di- stanza di anni, ricordo ancora un clamoroso diverbio con il dottor Mormone: dopo un concerto di successo alla sala Verdi mi fu chiesto un primo bis, un secondo e poi un ter- zo che Mormone mi incoraggi6 a concedere. Io perd, in pre- daal mio demone, protestai, sostenendo in modo petulante che in sala, invece di millecinquecento spettatori, ce n’era- no solo millequattrocento... il che provocd inevitabilmente un raffreddamento nel nostro rapporto, di cui ancora oggi mi dispiaccio.) Grazie a questa mia attivita riuscimmo comunque a tirare avanti qualche mese. Ma si trattava chiaramente di una so- luzione temporanea ed era quindi necessario trovare un/al- tra fonte di sostentamento. II maestro Rattalino ebbe allora un’altra idea, che di fatto diede inizio alla mia attivita di- 56 Come Bach mi ha salvato la vita dattica: mi «passd» gli allievi pit scarsi, perché potessi co- minciare a fare un po’ di esperienza e guadagnare qualcosa. Il mio primo allievo si chiamava Cosma. II ragazzo non aveva voglia di fare nulla e suonava letteralmente con i piedi. Tentai un approccio amichevole, ma dopo che per la cinquantesima volta non riuscimmo a superare la soglia della quarta battuta, nella Prima sonatina di Clementi, quel- la in do maggiore, decisi di parlare con la madre. Come un didatta consumato le feci notare che non solo stavamo per- dendo il nostro tempo, ma pure il loro denaro. Intervenne anche mia madre che, spinta dall’estremo bisogno in cui ver- savamo, si adoperé per cercare un compromesso. Alla fine le due mamme concordarono sul fatto che Cosma era solo un ragazzino e che io dovevo avere pitt pazienza. Quindi le lezioni continuarono. Manon ci funiente da fare: il livello del ragazzo non mi- gliord neppure nelle settimane seguenti, Esasperato, decisi di passare alle maniere forti, provando a dargli uno scappel- lotto qua e 14 quando sbagliava. All’inizio il metodo sembrd dare qualche frutto. Cosma parve prestare pili attenzione a quello che gli dicevo, tanto che ci fu un leggero migliora- mento. Si trattd perd solo di una fase passeggera e qualche settimana dopo, di ritorno dalle vacanze di Pasqua, tutto ricomincid come prima, anzi, peggio di prima, con la non trascurabile differenza che a quel punto Cosma prese a re- stituirmi gli scappellotti! Per fortuna, successivamente mi sono trovato a insegna- re anche ad allievi in gamba; alcuni di loro si sono diploma- ti brillantemente al conservatorio, mentre altri hanno ini- ziato una dignitosa attivita concertistica. Dopo I’esperienza con Cosma e con il passare degli anni ho imparato a credere nella capacita di entusiasmarsi e di entusiasmare. Oggi sono convinto che un‘attivita didatti- Finalmente I'Italia 57 ca all’insegna del dialogo e della costruzione di un proget- to musicale comune sia stimolante per entrambi, maestro e allievo. Nel caso di Johann Sebastian Bach, poi, ritengo che, una volta appresi i rudimenti tecnici necessari per poter al- meno cominciare a parlare di musica, sia opportuno passa- te al pit: presto alla decifrazione del messaggio di questo sommo autore. Bach mi ha infatti insegnato a sopportare gli alti e i bassi della vita e mi ha fatto capire che la musi- ca va ben al di 1a di una serie, sia pure armonica, di note. Uno studente affatto modello Oltre a studiare musica, al mio arrivo in Italia cominciai a frequentare anche la scuola media annessa al conservato- rio. Credo che per i miei compagni di classe, di due anni pit giovani di me, fu un evento strano e stimolante incontra- re un ragazzino che non parlava la loro lingua. Altrettanto disorientato ero io, dato che mi trovavo all’improvviso ca- tapultato in un mondo al quale linguisticamente non ave- vo alcun accesso. Ma mi si scaldé il cuore vedendo che fra icompagni si era scatenata subito una lotta per conquista- re il banco accanto a quel nuovo ed esotico allievo. Ricordo in particolare due ragazzi diametralmente opposti fra loro, di cui uno é diventato compositore, mentre I’altro fa il po- liziotto. Entrambi sono tuttora miei amici e mi sono molto cari. I primi mesi li passai in banco con Federico Gardella, il futuro compositore, e iniziai a parlare con lui a gesti, ma fu il futuro poliziotto, Ivano Barra, che mi introdusse nel pittoresco mondo delle parolacce italiane. Anche Ivano abi- tava a Cernusco sul Naviglio e vi abita tuttora. Nella classe c’era una bella atmosfera di condivisione e di comprensione, in cui le componenti musica, amicizia e follia si mescolavano in modo a dir poco unico. Per giunta, 58 Come Bach mi ha salvato la vita avere dalla mia parte un sostenitore come il direttore Mar- cello Abbado favoriva il procedere senza intoppi di questi anni certo indimenticabili. I direttore aveva infatti fatto pre- sente agli insegnanti che io dovevo concentrarmi in modo pressoché esclusivo sullo studio della musica e che la mia formazione doveva favorire in primis lo sviluppo delle mie capacita linguistiche. Sono grato ancora oggi per la pazienza e laffetto che i professori delle materie curricolari mi dimostrarono lun- go tutto il percorso scolastico, dato che, lo devo ammet- tere, non sono mai stato uno studente esemplare. La ma- tematica, poi, era la mia bestia nera anche se, come tutti sanno, esistono stretti legami fra numeri e suoni. Adoro la musica, ma confesso di non aver mai amato e capito i nu- meri, tanto che un giorno, chiamato alla lavagna a risol- vere un’equazione che mi risultd del tutto ostica, fui cosi apostrofato dal professore: «Barami, ma per te quei nume- ti sono solo dei disegnini oppure hanno un qualche signi- ficato?». (Barami: era questa la pronuncia italiana del mio cognome, non Bahrami con l’accento sulla prima sillaba e la lettera «h» enfatizzata come andrebbe pronunciato.) Fra il mottificato e il divertito e senza sapere cosa rispondere, scoppiai a ridere. Come spesso succede a scuola, mi salvd la campanella della ricreazione. La tolleranza del corpo docente si estendeva anche alle mie continue assenze «per malattia». Nei primi tre mesi fre- quentai la classe per almeno quattro giorni alla settimana, ma con il passare del tempo le mie apparizioni cominciaro- no a essere salutate come un vero evento. Venivo perdonato perché tutti erano a conoscenza dell’assiduita e della con- centrazione con cui mi dedicavo allo studio del pianoforte. Fra gli insegnanti, avevo un debole per la «prof» di ita- liano, la mitica signora Eva Bonomi, la cui pronuncia era Finalmente V'Italia el caratterizzata da una bella «r» moscia che credo mi abbia trasmesso, perché ogni tanto mi «viene» ancora adesso. Fu grazie lei, perd, che imparai a conoscere l’armonia della com- binazione di condizionale e congiuntivo nel periodo ipote- tico: ho tuttora un‘autentica allergia nei confronti di quegli italiani che, per pigrizia, sbagliano a usare il congiuntivo o lo sostituiscono con altri modi verbali. La professoressa Bonomi ci teneva comunque a insegnar- mi la perfetta pronuncia delle parole, anche se aveva uno spiccato accento partenopeo, tanto che spesso, oggi, i miei interlocutori mi chiedono se abbia qualche ascendente na- poletano. Rispondo ovviamente di no, ma di solito aggiun- go che ho una grande simpatia per Napoli, culla dell’arte e del bello, citta in cui sono nati la Sesta napoletana, la taran- tella, Pulcinella, la pizza e Toto, artista universale, purtrop- Po poco conosciuto all’estero (la mediocrita delle leggi che imperano nel mondo dello spettacolo non sempre consen- te di distinguere fra qualita e quantita). Ho molta simpatia per Napoli, ma amo I Italia tutta e cre- do che il mio legame artistico con questo paese, dal Bren- nero alla Sicilia, sia la migliore testimonianza dell’affetto che provo per i suoi tanti volti, i suoi infiniti colori, le sue opere d’arte. Ho detto spesso che, se al mondo non ci fos- sero ITtalia e gli italiani, bisognerebbe inventarli. So vede- re perd anche i difetti del Belpaese, soprattutto l’incapacita di armonizzare realta e scuola cosi da valorizzare i giovani. Per un paese come ITtalia, é una grande perdita, un vero e proprio spreco. I saluto rattaliniano Fra i miei ricordi di quegli anni c’é anche il cosiddetto «saluto rattaliniano». Come me, anche Federico Gardel- 60 Come Bach mi ha salvato la vita la, it compagno di classe divenuto oggi un compositore di fama internazionale, era allievo di Piero Rattalino. Ci tro- vavamo sempre alle sette e mezzo di mattina davanti alla mitica aula 205, che io consideravo il tempio della musica, il cui «profeta», Rattalino, arrivava puntuale alle otto, sem- pre di pessimo umore. Quando Federico e io ci vedevamo da lontano ci dirigeva- nol’uno incontro all‘altro con le braccia tese, come decisi ad abbracciarci, ma subito prima che avvenisse il contatto fisico, ognuno prendeva una direzione diversa ignorando l’altro. Era quello che chiamavamo il nostro «saluto rattaliniano». Allarrivo di Rattalino, invece, lo salutavamo sull’attenti, con un «Buongiorno, maestro!» perfettamente sincronizza- to, come due soldatini prussiani felici di ritrovare dopo una settimana il loro condottiero. Di solito, il nostro emoziona- to buongiorno veniva premiato da un artico e asciuttissi- mo «Ciao!». Tra Federico e me si scatenava a questo pun- to la lotta per decidere chi avrebbe dovuto fare ascoltare al maestro il primo pezzo. Le lezioni con Rattalino erano per me il momento pitt emozionante e atteso della settimana, poiché avevo la pos- sibilita di mettermi alla prova, di verificare cid che avevo studiato nei giorni trascorsi. Io, poi, le vivevo anche come una specie di sfida, forse contro me stesso. Comunque, ero sempre felice come una Pasqua quando avevo lezione con lui. Se il maestro era soddisfatto, il mio umore andava alle stelle, ma se non lo era... Bastava uno dei suoi tipici sguar- di di disapprovazione per farmi sentire un niente, un vero buono a nulla. E, nel mio caso, per innescare i miei sensi di colpa. Per Rattalino, non rispettare un segno musicale era una vera eresia; con lui abbiamo imparato anche a fare teatro. Era infatti bravissimo nella drammatizzazione, cioé a tra- Finalmente I'Italia él smettere con il corpo e la voce il messaggio musicale e le va- tie possibilita di comprensione e interpretazione delle note. Se un pezzo era triste, voleva che tu comunicassi la tua tri- stezza, mettessi nel modo in cui affrontavi quelle note tut- ta la tua malinconia. Capitava spesso di entrare nell’aula e di trovarlo con le braccia levate al cielo per suggerire la sa- cralita di quel passaggio musicale; oppure di vederlo mima- re il passo, il passo veloce, la marcia o la corsa per render- ti consapevole dei diversi passaggi di una frase musicale. Rattalino mi insegné anche a considerare l’aspetto uma- no dell’artista, e cioé che un artista vero pud permettersi di sbagliare e di peccare. Nelle sue lezioni di cultura musicale citava i casi dei grandi; ricordava, per esempio, di quando Sviatoslav Richter sbaglid un basso e, resosi conto dell’er- tore, decise di farne un capolavoro di macchia. Quindi lo accentud e, come vantandosene, ripeté per quattordici vol- te il basso sbagliato. Nell‘introduzione a un disco della casa discografica Stra- divarius del pianista russo, riferi anche di come il maestro, accortosi a distanza di quarant’anni dalla sua prima regi- strazione del Concerto italiano di Bach di una nota falsa nel secondo tempo, fosse solito chiedere pubblicamente scusa dell‘imperfezione dovuta a una lettura non attenta del testo. Molto studio e tanta nostalgia Negli anni al conservatorio, oltre all’esecuzione piani- stica, cominciai ad avvicinarmi progressivamente anche a quella concertistica da orchestra: la conobbi, la apprezzai, ja amai e me ne impadronii come ausilio importante nel prosieguo della mia attivita di concertista. In particolare, rimasi stregato da un pezzo di Mozart, il K 482 in mi bemolle maggiore. Ecco, i miei anni al conservatorio 62. Come Bach mi ha salvaio Ia vita si possono paragonare proprio al rondo di questo concerto: la gioia e l’euforia trasmesse dalla fanfara nel terzo tempo. I giorni scorrevano pieni di scoperte e di quell’entu- siasmo messianico che scaturisce quando ti senti chiamato a una missione. Io studiavo appunto per prepararmi alla mia missione... C’erano peré anche le inevitabili ore di sconforto, dovu- te alla nostalgia per tutti i miei cari che erano rimasti in pa- tria: mio padre in carcere, i miei fratelli, le mie nonne, gli amici di un tempo. Gioie e dolori degli anni al conservatorio Uno dei momenti pit: emozionanti di quegli anni fu quan- do, a un concorso, vinsi un pianoforte, premio messo in pa- lio da un negozio di strumenti musicali di Milano. Era un piano verticale dalla resa pessima. Me ne lamentai subito con il negozio e riuscii a farmelo cambiare con un altro mo- dello Kawai, anch’esso verticale (saré sempre riconoscente alla carissima signora Parodi che si offri di coprire la diffe- renza di prezzo). Questo pianoforte ce I’ho ancora: mi ha seguito in tuttii miei traslochi, compreso quello in Germania. Ci sono mol- to affezionato perché, tutto sommato, coincide con l'avvio della mia professione di musicista. Era diventato perfino il simbolo del mio impegno, dato che Rattalino parlava di me come del suo miglior allievo, che aveva preparato tutti gli esami su un pianoforte verticale invece che su uno dei tanto declamati pianoforti a coda, come di norma succede. Ci sono poi i ricordi delle soddisfazioni legate ai risul- tati degli esami: quello del quinto anno, che superai con il massimo dei voti presentando la Prima e la Terza partita di Bach, alcune sonate di Scarlatti e La favorite di Couperin; Finalmente I'Italia 63, e quello dell’ottavo anno, dove alla massima votazione si © aggiunse la lode. In quell’occasione presentai un program- ma particolarmente variegato per complessita e fantasia: da Bach a Webern, pitt Hindemith, Bartok, Chopin, Schumann. I diploma finale, poi, fu una grande festa, anzi, fu quasi ‘un concerto pubblico. A Milano ricordavano tutti l’esame finale di Maurizio Pollini e dicevano che dopo di lui non c’erano stati altri diplomi con una tale affluenza di pubbli- co. Al mio esame, nella sala Puccini del conservatorio Ver- di, la presenza di pubblico fu invece straordinaria. L’atmo- sfera era quella di un concerto vero e proprio ¢ io ero felice certamente per me stesso, ma ancora di pitt per tutti colo- ro che avevano creduto in me e tanto si erano adoperati per arrivare a quel traguardo. Nel complesso furono anni per molti aspetti sereni, an- che se non potrd mai dimenticare quel giorno del novem- bre 1990, quando giunse la notizia che mio padre era mor- to in carcere. Ricordo la voce rotta di mio fratello, che quasi non riusciva a parlare. Compresi subito che mio padre non cera pitt. Come in un raptus mi misi al piano e suonai in sua memoria l'Improvviso in la bemolle maggiore di Schubert. Il pianto liberatorio arrivo solo tre giorni dopo e, come sem- pre, in assoluta solitudine. Decisi comunque che non sarei mancato alle lezioni. Ar- rivato in aula, presi da parte Rattalino e lo informai dell’ac- caduto. Il maestro rimase profondamente colpito. Mi mise una mano sulla spalla e mi disse: «Ramin, adesso devi tita- re fuori tutto il tuo coraggio. Devi trovare il modo di andare avanti, soprattutto per tua madre». Piero Rattalino era sem- pre stato consapevole di quanto patissi l’assenza di una fi- gura paterna, di una guida maschile nella mia giovane vita, e in quel momento in cui l’assenza era divenuta mancanza entrd, consciamente o inconsciamente, in quel ruolo: andd 64 Come Bach mi ha salvato la vita oltre la figura del docente per assumere quella, pit: impor- tante, di genitore. Dopo il colloquio rientrammo nell’aula e io, forte della sua vicinanza, riuscii anche a trovare conforto nelle musi- che eseguite dagli altri allievi. Tuttavia Rattalino, al quale come me non piaceva abbandonarsia patetismi e ci esortava sempre a tenere alta la testa anche nelle situazioni pit: dif- ficili, mi fece suonare lo stesso. Presi cosi a eseguire la Sara- banda della Sesta partita di Bach. Mai come in quel frangente sentii che la musica, soprattutto quella di Bach, costituiva il mio rifugio e la mia cura, in quel momento tanto necessari. L’accademia di Imola Nel 1995, due anni prima del termine dei miei studi al conservatorio, Rattalino andé in pensione. Il maestro sape- va che il suo pensionamento mi avrebbe turbato e che avrei sofferto molto per quel distacco. In effetti ero depresso e sfi- duciato e volevo prendermi un anno sabbatico. Avevo una ragazza, una pianista, una tipa molto bohémienne; ed ero pronto a suonare nei piano-bar. La mamma e Rattalino, allarmati, le studiarono tutte per, convincermi a terminare gli studi. Mia madre minaccid ad- dirittura di lasciarmi da solo in Europa se non I‘avessi fatto. Rammento le visite e soprattutto le telefonate del maestro, ma non sono ancora pronto a divulgarle (per fortuna, al- lora le intercettazioni telefoniche non andavano di moda, o almeno lo spero). Rattalino, che era sempre in comuni- cazione con mia madre ed era costantemente informato di tutto, decise allora che sarei dovuto andare all’ Accademia pianistica internazionale di Imola, fondata dal grande di- datta Franco Scala, dove lui insegnava. I due congiurati eb- bero infine la meglio. Finalmente I'Italia 65 L’accademia mi concesse diverse borse di studio, ma per frequentarla mi alzavo alle quattro del mattino in modo da essere in classe alle nove. Tuttavia, Rattalino sapeva bene che, benché io sia un pigro inguaribile, la fatica non mi spa- venta e quando vengo coinvolto in qualcosa che mi appas- siona mi carico di una inesauribile energia. Per due anni feci quindi un’indiavolata spola fra Milano e Imola. Laccademia fu un‘esperienza fondamentale. Non solo ebbi la possibilita di rimanere in rapporti con colui che ave- va sostituito la mia figura paterna, ma potei perfezionarmi con Rosalyn Tureck, Andras Schiff, Alexis Weissenberg e Robert Levin. E un giorno ebbi anche la fortuna di eseguire la Suite in fa maggiore di Handel alla presenza del grande pianista russo Lazar Berman, che venne di persona a com- plimentarsi con me. Tutto cié mentre, con animo piti tran- quillo, continuavo a frequentare il conservatorio a Milano sotto la guida del maestro Riccardo Risaliti, di cui ricordo volentieri le raffinatezze pianistiche. Riuscii cosi a diplo marmi con successo, anche se devo riconoscere che molto del merito va alla lungimiranza e alla tenacia di mia ma- dre e di Rattalino. Dopo che ebbi terminato il conservatorio cominciai a muovere i miei primi passi da concertista. Ricordo in par- ticolare il Concerto K 466 di Mozart eseguito nella sala Verdi del Conservatorio, quando per la seconda volta ebbi I’emo- zione di suonare con l’orchestra Guido Cantelli: si pud es- sere dei solisti e suonare immersi in questo bellissimo e straordinario mostro che é l’orchestra. Si é soli eppure in- sieme e cid che ne scaturisce é un vero unicum. Come di- ceva von Karajan, uno stormo di uccelli forma un insieme dove non c’é mai nulla fuori posto. E l’orchestra deve rap- portarsi esattamente allo stesso modo: volare tutti insieme in modo coordinato, L’inizio della mia carriera artistica Rattalino mi aiutd anche dopo che mi fui diplomato. Come spesso succede, infatti, finito l’impegno dello studio, c’é un momento di vuoto: si riparte da zero e tutto deve essere co- minciato ex novo. In quel periodo mia madre attraversava un periodo difficile per una serie di problemi legati ai miei fratelli ed ebbe una crisi di sconforto. Dato il suo lungo rap- porto di confidenza con il maestro, si sfogd con lui: «Tutti questi anni, tutti questi sforzi, tutti questi sogni... e non ne vedo la realizzazione... Rattalino la rassicurd: «Signora, si tranquillizzi... il talento verra premiato». Dopo questo colloquio, a mia insaputa, ma con il soste- gno attivo della mamma, nel 1998 Rattalino, che era il di- rettore artistico del teatro Bellini di Catania, dove si regi- strava il programma televisivo Una goccia nel mare condotto da Mara Venier, in cui venivano presentati al pubblico dei giovani talenti, riusci a farmi inserire nel programma. La partecipazione doveva sembrare un’audizione, ma questa era fittizia e veniva ripresa da una telecamera nascosta. Del tutto ignaro, mi recai a Catania e mi presentai per Yaudizione. Mi resi conto che c’era qualcosa di strano. Infat- ti, mentre io suonavo c’era gente che ballava, e Mara Venier se ne stava seduta in prima fila fingendo di essere li in atte- sa che cominciassero le prove del suo spettacolo. Le venni poi presentato da una finta segretaria del maestro Rattali- no, e Mara mi fece molte domande sulla mia vita senza che io mi rendessi conto di essere ripreso da una candid came- ra. Alla fine dell’intervista uscii e mi recai alla stazione per fare ritorno a Milano. Alla stazione trovai perd una gran fol- la, controllata dalle forze dell’ordine, e la Mara nazionale, che mi «prelevé» dicendomi: «Non puoi andare, Ramin... il tuo treno é gia partito!». Venni quindi riportato in teatro, Finalmente I'Italia 67 dove c’erano circa duemila persone ad aspettarmi. Fui pre- sentato al sindaco, che mi insigni della cittadinanza ono- raria della citta, poi mi risedetti al piano e suonai per altre due ore Bach: la Quinta suite inglese, due partite, la Terza e la Prima, e anche la Prima suite francese. Insomma, un pro- gramma vario e complesso per un giovane pianista, in quel momento frastornato e incredulo a proposito di cid che gli stava accadendo. Mia madre e i miei fratelli erano presenti nel palco reale, ma io lo scoprii solo al termine del concerto, quando mi salu- tarono tutti insieme. In realta, se li avessi visti prima non so come avrei reagito: non vedevo i miei fratelli cosi tanti anni. I tunnel della crisi Dopo questo passaggio televisivo, andato in onda a pitt riprese, la mia notorieta si diffuse in tutta la penisola. Ma era una fama un po’ da «tockettaro», dovuta forse pit all’ap- parizione televisiva che alle mie capacita artistiche, e che mi creava una specie di disagio: mi sembrava irrispettosa nei confronti della musica che intendevo fare. Inoltre, sta- vo per partire per una tournée in Messico: dovevo suona- re al teatro di Bellas Artes a Citta del Messico, dove prima di me si era esibito Pavarotti. Per la prima volta in vita mia, mi sentii davvero sull’or- Jo di una crisi esistenziale. Non sopportavo la gente, non riuscivo a dormire, non concedevo interviste, temevo che sarei rimasto vittima di un attacco di panico e volevo can- cellare tutto. La sera del concerto, l’organizzatore, un italiano, si rese conto del dramma che stavo vivendo e cercé di aiutarmi. Mi chiese: «Maestro, chi é la persona pit importante della sua vita?». «Mia madre» risposi. «Allora, maestro, la pre- 68 Come Bach mi ha salvato la vita go... pensi a sua madre, ma la scongiuro: suoni! Qui ci sono tremila perone che hanno comprato il biglietto per ascol- tarla suonare!». Indubbiamente aveva un talento per il me- Jodramma, ma riusci a smuovermi facendo appello al mio senso di responsabilita. Salii sul palco cercando di pensa- re solo alla mamma ed escludendo tutto il resto. E, appena seduto al piano, tutti i miei patemi si dileguarono e suonai con entusiasmo. Mi riempi di gioia vedere il pubblico mes- sicano esultare ascoltando le note di Bach come se si trat- tasse dei ritmi dei mariachi. Alla fine mi chiesero cinque bis... e continuarono a richiamarmi sul palco. Ancora ades- so mi chiedo chi sia stato a guidare le mie mani quella sera. Tuttavia, una settimana dopo la tournée, appena rien- trato a casa, la crisi esplose pitt violenta di prima, e quan- do una signora dell’organizzazione telefond a mia madre per chiederle come farmi avere i giornali messicani su cui erano apparse delle splendide recensioni, fui solo capace di gridare: «Dille di buttare via tutto!». Grazie al sostegno degli amici e all’aiuto di una psicolo- ga, un po’ alla volta mi ripresi. Ma mi ci vollero pitt di due anni per uscire da quel tunnel. La svolta vera avvenne prima di un concerto in Veneto. Fino a un minuto prima dell’inizio stavo per dare forfait. L’angoscia che sempre mi attanagliava mi spingeva a sta- re a testa bassa, a guardare solo il pavimento. Fu cosi che vidi per terra un‘immagine sacra, un santino su cui c’era Ja preghiera di monsignor Lebrun che diceva pressappoco: «Amami come sei ... Avrei potuto fare di te la perfezione ... ma non attendere di essere un angelo per amarmi ... amami come sei .., mia Madre ti dara tutto cid di cui hai bisogno». Mentre leggevo quelle parole, sentii di comprendere il vero senso del grande abbraccio cristiano e l’importanza del messaggio d’amore di Cristo e del perdono. Forse per- Finalmente I'Italia co) cepii questa «comunicazione» come un segnale divino, per- ché suonai come poche volte ho fatto in vita mia: una mu- sica di una pienezza tale che sand tutte le mie ferite e mi fece compiere un ulteriore passo nel difficile cammino per diventare «persona». Per molto tempo quel santino mi ha seguito in tutto il mondo. Vv Germania, la terra di Bach 1] 2001 sara per sempre ricordato nella storia dell’umanita come I’anno dello spaventoso attentato alle torri gemelle di New York. Nella mia piccola vicenda personale é l’anno del mio trasferimento in Germania. A quell’epoca, infatti, mio fratello Bahram venne colpito da una malattia dege- nerativa e la famiglia gli si riuni intorno per dargli solida- rieta e affetto, vicinanza e sostegno. Per meil trasferimento significd anche la riappropriazione delle mie origini paterne, perché quasi sicuramente gran par- te della mia musicalita mi deriva dalla nonna tedesca, Anne- Frieda. Ma non solo. La Germania é la terra di Bach e, giunto in Turingia, mi sembro di riuscire ad afferrare meglio l’es- senza del paese, la sua grande cultura, i suoi letterati, i suoi filosofi, i suoi compositori. I] paese mi apparve come l’am- biente ideale per riavvicinarmi alla filosofia e al ricordo di mio fratello maggiore Mehdi, che mi aveva trasmesso l’'amo- re per Wittgenstein e per le molteplici capacita espressive delluomo: scrittura, parola, pensiero, musica. Mehdi era stato il mio grande, inseparabile compagno di giochi, dal quale la vita mi aveva diviso all’eta di otto anni. Era stato lui a farmi avere, per primo, il libro I soccombente di Thomas Bernhard, in cui uno dei tre protagonisti ¢ Glenn Gould. 72 Come Bach mi ha salvato la vita Per far fronte alle esigenze di Bahram, lo raggiunsi nel Baden Wiirttemberg, dove oggi vivo. Amo questa regione ricca di verde e di boschi, dove la natura 2 serena. E il mio Mare della Tranquillita, e qui mi rifugio volentieri ogni vol- ta che ritorno dai miei viaggi. Per ragioni burocratiche, il mio arrivo coincise con Viscri- zione alla Musikhochschule, I’accademia musicale di Stoc- carda. Infatti, avendo il passaporto iraniano, mi serviva un permesso di soggiorno continuativo e rinnovabile (nel frattempo avevo ottenuto il passaporto italiano ma, aven- do fatto presente, per correttezza, alle autorita che dal 2001 ero residente in Germania, il documento mi é stato imme- diatamente revocato). La Musikhochschule e Wolfgang Bloser All’accademia di Stoccarda ho studiato con un ottimo insegnante, il professore di origine rumena Wolfgang Blo- ser. Lo ricordo come una persona precisa, pignola, onesta, che ha ulteriormente raffinato il mio approccio allo sparti- to, un approccio dove la musica ha il ruolo pit importan- te, ma insieme alla ragione e al sentimento, e dove il piano @solo uno strumento da cui trarre i suoni. Bloser ha estirpato le erbacce dal mio giardino, ha «lu- cidato» il mio rispetto per il messaggio, mi ha indicato il percorso per ottenere una visione piu limpida, pitt umile davanti a certe grandi architetture musicali. E la sensibilita del suono, in particolare, ne é uscita rivalutata. A Stoccarda ho avuto inoltre l’opportunita di osservare il sistema pedagogico tedesco, estremamente rispettoso e molto democratico, dove ogni allievo non é soltanto un po- tenziale musicista, ma in primo luogo un essere umano, per il quale nutrire comprensione e tolleranza, e cid si é rivela- Germania, Ia terra di Bach 73 to fondamentale per il mio futuro rapporto con i giovani, anche se trovo I’atteggiamento tedesco persino un po’ ec- cessivo. Personalmente, preferisco infatti privilegiare I’at- tenzione, la considerazione, l’ascolto. Dopo quattro anni conclusi infine il mio percorso con il massimo dei riconoscimenti: laureato in concertismo, sto- ria del pianoforte, cultura pianistica, armonia e analisi. A quel punto decisi perd di interrompere il mio rapporto con Vaccademia: la sentivo troppo stretta, un po’ dogmatica; mi pareva di essere ingabbiato, ammanettato. Mi sembrava che la cultura tedesca volesse regolare tutto, anche i senti- menti. Ma i sentimenti, a volte, devono essere liberati; e se una regola deve essere fissata, lo si deve fare solo quando & davvero necessario. Certamente le «pastoie» che ancora avevo le ho eliminate in Germania e l’insegnamento tede- sco mi ha reso pid «civile». Ma, dopo essermi impadroni- to di questo modo cosi educato di eseguire e interpretare la musica, e cosciente che tutto cid rappresentava un pre- zioso bagaglio, sentii forte il bisogno di riprendermi la mia liberta di interpretazione. Questo atteggiamento di insofferenza fini per ripercuoter- si sui miei rapporti con Bloser: litigai con lui, gli dissi che intendevo riprendere la mia strada senza padri, nonni 0 tutori di alcun genere, in piena liberta; che il suo metodo andava bene per la scuola, per la didattica, ma che io non volevo che diventasse un abito... soprattutto il mio abito. Hans Boehme, amico ¢ mecenate In Germania, come in Italia, il destino mi ha concesso di fare molti incontri interessanti e significativi. Valga come esempio quello con Hans Boehme, il maggior produttore europeo di fiori e piante artificiali. Hans era un uomo raffi- 74 Come Bach mi ha salvato la vita nato e molto, molto ricco, che nella vita aveva avuto tutte le possibili soddisfazioni nel campo imprenditoriale e perso- nale. Era perd convinto che né il potere né il denaro possa- no dare la felicita o riempire l’esistenza. Aveva cosi deciso di dedicarsi da mecenate a progetti artistici e culturali. Mi colpi molto questa sua scelta e diventammo presto amici. Fu Hans ad accollarsi le spese di incisione delle Variazioni Goldberg, delle sei Partite, delle Suites francesi, del Concer- to italiano. Anche il mio ultimo progetto, i Klavierkonzerte, @ stato finanziato e sostenuto in buona parte da lui. Hans, purtroppo, non ha potuto ascoltare la registrazione, perché & scomparso prima che la terminassimo. Penso ai nostri viaggi insieme, sempre alla ricerca della bellezza: Hans era un grande esteta e voleva gustare, guar- dare e ascoltare solo le cose pid raffinate. Sento molto la sua mancanza anche se, come tutti, aveva i suoi lati negativi, come quando voleva mettere bocca nel lavoro di registra- zione o provava a improvvisarsi grafico. Ricordo che il mio primo concerto alla Wigmore Hall di Londra coincise con il compleanno di mia madre. Hans volle celebrare i due eventi con una festa a sorpresa. Cosi affittd un intero albergo, il Brown’s di Londra, e vi riuni in tutto una sessantina tra famigliari, amici e collaborato- ri, compreso il gruppo della Decca, la casa discografica. Fu un party strepitoso. Quando suonai al Quirinale, Hans raduno una vera e propria delegazione di tedeschi e insistette con caparbieta teutonica perché assistessero al concerto, scontrandosi con Yorganizzazione italiana e con gli addetti alla sicurezza. Su- perato infine lo scoglio burocratico, il mio amico, che era notoriamente un gaffeur, ne combind una delle sue. L'inge- gner Fazioli, proprietario del marchio Fazioli, la ditta che forniva i pianoforti per la serata, era proprio accanto a me, Germania, la terra di Bach 75 allorché il mio mecenate esclam6: «Questo pianoforte non é nemmeno la cacca dello Steinway», affermazione che io non condividevo allora né tantomeno oggi (ritengo il marchio Fazioli uno dei migliori marchi di pianoforti attualmente sul mercato). Il giudizio provocd ovviamente un «inciden- te diplomatico»: l’ingegnere, che sarebbe dovuto venire a cena con noi, dopo quella frase salutd con signorile distac- co tutti i presenti, Hans compreso, e se ne ando. Ma luiera fatto cosi, andava preso com’era, manie inclu- se. Come quella dell’insalata... Ogni volta che al ristorante gli servivano l‘insalata, Hans, che odiava qualsiasi tipo di verdura, rafano a parte, diceva al cameriere con aria sprez- zante: «Questa datela ai conigli!». Poi, due anni fa, al rientro da un viaggio a Parigi, lo chiamai: Hans era in una clinica di Monaco di Baviera, in cura per una forma tumorale. Mi disse che mi avrebbe ri- chiamato da casa, non appena terminate le cure mediche. La sera aspettai invano la sua chiamata né riuscii a rintrac- ciarlo in alcun modo. Era circa mezzanotte quando infine mi telefond la sua compagna. Piangendo disperatamente mi disse che Hans si era ucciso con un colpo di pistola. Ca- pii solo pit: tardi che aveva preparato la sua uscita di scena fin dal primo insorgere del male. Era come se avesse detto a Domineiddio: «Caro Padreterno, ho avuto una vita piena di emozioni, ricchezza, successi, bellezza. Ora voglio pa- reggiare ed essere io a restituirti la mia vita». Dovevo partire per la Sardegna per una serie di concerti e sapevo che Hans non avrebbe mai voluto che annullassi la tournée. Partii, ma riuscii a tornare rocambolescamente per i funerali. Avevo nuovamente perso una figura pater- na. Non piansi, ma alle esequie nella chiesetta di Crailsheim. suonai all’organo le Variazioni Goldberg come lui un gior- no mi aveva chiesto di fare. E suonai con tanto intenso tra- 7 Come Bach mi ha salvato la vita sporto che feci piangere tutti i presenti. Era il mio modo di affrontare l’ennesimo dolore. Chiunque oggi ascolti i miei cd, deve essere automati- camente riconoscente anche a Hans Boehme, che tanto ha fatto perché io potessi inciderli. Vv To e Bach... Bach e io I rapporto fra me e il grande Johan Sebastian Bach sié ap- profondito nel tempo giorno dopo giorno, pezzo dopo pez- zo, nota dopo nota, ma fin da quando, a sei anni, I’ho so- gnato nella orangerie del castello tedesco, mi é stato subito chiaro, e si é andato via via confermando, dove fosse per me la salvezza, quale fosse la mia missione in ambito musicale. Benché tanto giovane, suonare la sua musica mi riempi- va letteralmente l’anima, mi dava le sensazioni piii inten- se, mi faceva provare le esperienze piu belle della mia pur breve vita. Come ho gia detto, sono convinto che Bach scel- ga i suoi interpreti. Bach é anche il Caffe Zimmermann Personalmente, credo che la pitt grande dote di questo sommo compositore sia la capacita di combinare il rigore pitt ferreo con la poesia pit celestiale, dando vita a opere dove dissonanze e consonanze, bianco e nero convivono, sortetti da una integrita e una sobrieta esaltanti per la mente e per il cuore; dove ogni linea ha una vita propria e indipendente, ma tutto é necessario. Basta guardare al rapporto fra basso, contralto e soprano. La stessa parola «contrappunto» signi- 78 Come Bach mi ha salvato In vita fica nota contro nota 0, meglio, persona contro persona. E infatti Bach non nega il conflitto, il contatto 0 addirittura lo scontro; pensiamo alla bellezza dell‘introduzione della Pas- sione secondo Giovanni, al primo contrappunto dell’Arte della fuga, alla sensualita di un’invenzione a due voci. Oltre che musicista, Bach era un ricamatore par excellen- ce, un genio del colore, un matematico, un asceta, un pro- feta, un pittore, un evangelista. Ma era anche un sedutto- re. Come ricordava spesso Rattalino, «Bach non é solo casa e chiesa, @ anche Caffe Zimmermann». La frase sintetizza la natura di tutta la musica del Sommo di Eisenach, in cui sacralita e sensualita vanno a braccetto. Lintegrita e la grandezza del suo carattere sono con- fermati da un episodio che cito spesso, accaduto quando il Kantor era gia in eta matura. Il critico musicale Adolph Scheibe scrisse su un foglio allora molto diffuso in Germa- nia, il «Musico cristiano», che in Bach «il Signore ha trova- to il suo migliore e pit raffinato musicante». E aggiunge- va con sarcasmo: «Se soltanto egli non rendesse il suo stile cosi complicato da farlo diventare incomprensibile, e non nascondesse la bellezza delle sue creazioni dietro a tanta tecnica». Ora, é a tutti chiaro come i termini «raffinato» e «musicante» siano in netto contrasto fra loro. Bach non pare essersi risentito per un simile insensato attacco, ma il termi- ne «musicante» |’ha certamente offeso. Ed é perfettamen- te comprensibile, perché Sebastian viveva la propria arte come un compito sociale. Per uno come lui, con un baga- glio culturale di tutto rispetto, che aveva approfondito le discipline musicali come teoria, armonia, contrappunto e canto corale, ma anche il latino, la matematica, la retorica, gli «affetti» (cioé la traduzione in musica 0 nell’arte dei pitt svariati stati d’animo), essere definito «musicante» doveva suonare veramente offensivo. Toe Bach... Bach e io 79 Ho riflettuto molto su questo episodio e ho capito che dovevo prendere la musica molto seriamente, che dovevo anch’io essere consapevole del mio compito, che era quel- lo di comunicare emozioni attraverso la mia arte. Vorrei un’umanita pit polifonical La musica di Bach rappresenta il mio mondo ideale, dove le realta pit diverse convivono in armonia, dove I'Oriente e ’Occidente si amano e si divertono insieme, dove il nero fa l'amore con il bianco, dove il tedesco si innamora del rit- mo siciliano, dove tutto é al servizio della perfezione e del- la bellezza, Essa @ per me una guida sempre disposta ad accoglierti e ascoltarti, sempre capace di trasmetterti sicu- rezza e perfezione: una struttura salda che ti inocula il cul- to del bello. Nelle sue note io ho ritrovato la mia patria perduta, i miei affetti pitt dolorosamente scomparsi. Ma anche il dolore & vissuto da Bach in maniera sublime: basta ascoltare il me- raviglioso incipit della cantata Ich habe genug, colonna so- nora della mia infanzia turbolenta. Grazie a lui ho imparato a sublimare il mio pianto, a piangere in solitudine o condi- videndo la pena con la compagna del momento, quella in grado di capire le mie gioie, le mie aspirazioni, i miei dub- bi, i miei mutevoli umori. Albert Schweitzer diceva spesso che la musica di Bach é come un eterno dialogo e ci insegna a dare ascolto alle nostre voci piii vere e nascoste, ci insegna ad amarci, ad ascoltarci, a convivere. Vorrei tanto che gli esseri umani sapessero uti- lizzare fra di loro il contrappunto come in una invenzione a due voci, dove é possibile rovesciare i ruoli senza che si crei il minimo squilibrio. Magari fossimo pit polifonici! Jo posso in qualche modo definirmi «miracolato» da Bach, 80 Come Bach mi ha salvato la vita perché se non avessi scoperto la magia delle sue melodie, il gioioso movimento danzante tanto spesso tipico della sua musica, non sarei sopravvissuto alle brutture e alle osceni- ta che ho subito insieme alla mia gente. Probabilmente mi sarei perduto o sarei finito in manicomio. Sebastian mi ha salvato introducendosi nella mia vita, quasi prendendo- mi per mano, e io, da pit di tre decenni, lo amo e lo vene- ro. Ballo con lui, canto con lui, amo con lui, soffro con lui. terprete come tramite Con Bach ho imparato a essere determinato, deciso, con- vinto, ma anche, benché !’opera non sia ancora conclusa, a dominare il mio demone, vale a dire la gelosia, le arro- ganze giovanili, gli scatti d’ira che hanno qua e la segna- to il mio percorso umano e che ancora adesso, a volte, mi impediscono di essere contemporaneamente la persona e Vartista che vorrei. Un demone che mi esige tutto per sé e che solo recentemente ho individuato come tale. La nostra @ una convivenza difficile, frutto, forse, del mio mestiere cosi privilegiato, che richiede spesso solitudine e discipli- na. Eppure, anche Iartista pit: devoto alla sua arte non pud essere completo senza gli affetti che in tanti modi legano le persone fra loro: sono sicuro che Bach non abbia mai scrit- to una nota senza pensare a chi era indirizzata. Lo immagino seduto accanto alla moglie Anna Magda- Jena, alla quale detta le sue sublimi e intramontabili melo- die e con Ja quale discute di cosa comporre per la cantata domenicale nella Thomaskirche, la chiesa di San Tomma- 80. Io ho amato donne splendide nella mia vita, ma la mia Anna Magdalena non é ancora arrivata. Quando suono, mi sento comunque un tramite fra la mu- sica somma del Kantor Maximum e la gente. L’interprete, Toe Bach... Bach e io 81 nella mia visione della musica, é colui che decodifica e tra- duce a favore di altri un pensiero che altrimenti rischiereb- be di rimanere nell‘ombra, di non venire divulgato. Qualcuno ha detto che la mia fede in Bach ha le forme del fanatismo religioso. Non é cosi. Io sono credente e cre- do fermamente in un unico Dio. Ma credo anche che Bach mi abbia aiutato a individuare e poi a percorrere un mio cammino personale per giungere fino a Lui. Bach filosofo Molti pensano che la musica di Bach sia ostica, algida e scabra, ma io non sono affatto d’accordo. E come me la pen- sano le migliaia di persone che affollano le sale da concerto di tutto il mondo ogni volta che viene presentata una sua opera: Messa in si minore, Passioni, Oratorio, Variazioni Gol- dberg e cosi via. Alcuni brani sono stati addirittura riadat- tati in chiave jazz o sono stati utilizzati nel cinema e nella danza classica. Ame fa molto piacere il fatto che i miei dischi, dalle Va- riazioni Goldberg alle Suites, alle Partite, all’Arte della fuga, entrino puntualmente nelle classifiche di musica pop. E non per l’aspetto commerciale o di mercato della cosa, ma perché é questa la migliore dimostrazione che la musica di Bach é giovane, aperta, atemporale; é musica per ieri, oggi e domani, e ha la capacita, un vero dono questo, di rinno- varsi, esecuzione dopo esecuzione. Ai nostri giorni si tende a separare la teoria dalla pra- tica, atteggiamento che ton Bach é sbagliatissimo, perché nessuna delle sue opere é nata per essere destinata unica- mente allo studio. Gli ambiti di composizione, in lui, erano uniti e non contrapposti, mente e diletto andavano di pari passo: basti pensare alla frase scolpita sopra l’organo del 82 Come Bach mi ha salvato Ia vita Gewandhaus a Lipsia: «Res severa verum gaudium». E nella modernita che emerge il conflitto fra la pratica e il cuore, la separazione rigida e manichea tra affetti ed emozioni. La musica di Bach @ invece un amalgama, alla cui base c’é un preciso pensiero filosofico e non teoria astratta e ba- sta. Per lui la musica é scrittura, é l’espressione del pensiero che invece che in parola scritta o pronunciata si concretiz- za in suono, cioé in parola suonata, e poi diventa emozione che arriva dritta al cuore: Bach altro non é che un filosofo rivoluzionario (per i mezzi che usa) e alternativo. Ed é in questo che consistono la sua grandezza, la sua modernita e il suo splendore. Vi Incontri Quando mi reco a Lipsia, vado sempre a rendere omaggio al Kantor nella chiesa di San Tommaso. Amo molto questa. chiesa cristiana perché vi regna un’atmosfera di serena pace e di fortissima spiritualita, accentuata dalla presenza del Thomanerchor che esegue i mottetti e le cantate sacre. E una specie di pellegrinaggio bachiano quello che compio, ma qui ho fatto spesso anche incontri molto significativi. Di fatto, nel corso della mia vita sono stati molti gli artisti e i personaggi che, incontrati di persona, frequentati pit o meno a lungo 0 anche solo conosciuti attraverso la loro at- tivita artistica, hanno colpito la mia sensibilita e hanno la- sciato in me un segno. Joiio Carlos Martins, terrorista bachiano Ricordo per esempio con affetto Joao Carlos Martins, il Glenn Gould brasilero, personaggio esuberante e strava- gante che mi piace definire, scherzando, un «terrorista ba- chiano». Non lo consiglio ai giovani che studiano il reperto- rio del Maestro, ma personalmente sono rimasto incantato da questo concertista formidabile, che ha avuto il grande 84 Come Bach mi ha salvato la vita merito di portare la musica di Bach in Brasile e di renderla popolare fra i suoi connazionali. Mi ha colpito molto vederlo li, a Lipsia, emozionato e commosso. Martins, al quale una malattia ha impedito l’uso della mano destra, non si é dato per vinto e ha riadattato il repertorio di Bach per la sola mano sinistra. Egli é per me la prova vivente che la musica pud curare il corpo e lo spi- rito e ridare nuova linfa alla vita. Robert Levin e Angela Hewitt, l'aristocrazia musicale Sempre a Lipsia ho conosciuto Robert Levin e Angela Hewitt. Ero solito chiamare Angela «la Queen Elizabeth» del repertorio bachiano perché faceva parte dell’aristocrazia musicale. Dopo esserci incontrati per la prima volta nella chiesa di San Tommaso, io e Robert decidemmo di andare a un suo concerto a Stoccarda. In quell’occasione rimasi col- pito dalla capacita della pianista canadese di far fronte alla fatica fisica. Angela era infatti arrivata dall’estero esausta, stanca e deconcentrata e faticava a suonare. Eppure, riusci con la forza della volonta e con enorme carattere a trasfor- mare una matinée iniziata in modo mediocre in un capola- voro di ispirazione e di umanita. Walter Blankenheim e l'articolazione bachiana Avolte mi stupisco io stesso di come riuscissi, nonostan- te la mia giovane eta, a legare con personalita prestigiose e interessanti come, per esempio, il pianista e studioso te- desco Walter Blankenheim incontrato nella sua idilliaca Saarbriicken. Fu grazie a questo personaggio, molto schivo e colto, che entrai in contatto con la cosiddetta «articolazione» ba- Incontri 85 chiana. Walter aveva infatti studiato con uno dei maggiori esperti della fraseologia musicale di Bach, quell’Hermann Keller che in maniera pionieristica aveva affrontato le pro- blematiche pit: evidenti dell’interpretazione dell’opera del Maestro e aveva cercato in modo strutturato e analitico di rendere I’interpunzione di ogni frase accessibile ai musici- sti e a qualsiasi studente. Considero dunque parte integrante della mia formazione, non solo musicale, le giornate trascorse con Walter sui te- sti bachiani e le bellissime passeggiate fatte insieme nella sua tenuta in Alsazia. Rosalyn Tureck, sacerdotessa del Kantor Rosalyn Tureck era un genio. La conobbi a Imola, negli anni all’accademia e me ne innamorai musicalmente. Lei era la sacerdotessa del Kantor Maximum. A Imola era stata invitata a tenere un ciclo di lezioni spe- cialistiche d’interpretazione della musica tastieristica ba- chiana. Ricordo come fosse oggi quel giorno. Appena en- trata in aula, fasciata in un kimono dorato (elegantissima, una vera dea) si sedette al pianoforte con una specie di ma- netta al polso, il «guidamani». Questo marchingegno ormai in disuso, che obbliga I’articolazione della mano a mante- nere una certa postura ed é considerato da molti una sorta di cilicio, Rosalyn l’aveva portato a lungo e con orgoglio e l’aveva anche imposto ad altri per «educare» I’arto. Nel suo inglese classico, con uno splendido accento aristo- cratico, mi chiese di suonare e io suonai: Prima partita, Terza, Sesta... Mi accorsi subito che I’uso del mio doppio punto la irritava e che la indispettivano I’oscillazione dei valori mu- sicali e l’accelerazione di quelli naturali. Durante l’esecu- zione della giga, perd, gli occhi le si illuminarono, si entu- 86 Come Bach mi ha salvato la vita siasmd come una bambina e addirittura mi interruppe per dirmi: «Questa giga ha carattere. Complimenti, Ramin!». Quando attaccai la sarabanda, invece, si infurid, perché facevo tutti i doppi punti al posto giusto. Intuii che si sen- tiva minacciata. Per lei le regole erano fatte per essere di- sattese, non da tutti, perd: poteva farlo solo lei, che si rite- neva Il’unica depositaria del verbo bachiano. E vedere un ragazzino, privo oltretutto di conoscenza dei trattati, arriva- rea risultati liberi, corretti, unicamente attraverso l’istinto... be’, era per lei inammissibile e inspiegabile. Lei, che ave- va lottato tutta la vita per la prassi esecutiva barocca, sbot- td: «Noi abbiamo studiato questa musica per ottant’anni e adesso arrivi tu e la fai come fosse la tua!». Lo disse con oc- chi di fuoco e decise che non voleva pit: fare lezione, anche se mi fece finire l’esecuzione. Poi, pero, si mise al pianoforte e suond in maniera inarri- vabile il Preludio e fuga in mi bemolle minore dal primo volu- me del Clavicembalo ben temperato. Io mi sentii quasi levita- re: quella era Ja sonorita pitt bella, pit solare, pit: rotonda, piti assoluta che io avessi mai ascoltato e che da allora non ho mai pid risentito. Rosalyn, come ho gia ricordato, diceva di essere cadu- ta letteralmente in trance ascoltando la Fuga in la minore del Clavicembalo ben temperato eseguita da Olga Samarov. To credo che si convincesse di essere entrata in comunica- zione con lo spirito di Bach, ma devo dire che nella sua in- terpretazione di quel giorno, lei era davvero Johann Seba- stian. Quando suonava la sua musica, diventava Bach, lo esaltava, senza deformarlo, con invenzioni, interpretazioni, variazioni infinite. La prassi esecutiva antica era per lei fondamentale e in apparenza era molto legata a quei principi il cui rispetto pretendeva dagli altri. Ma quanto a lei, faceva come le pa- Incontri 87 reva. Conosceva tutte le regole, ma le adattava alle sue ne- cessita interpretative. Piegava il tempo al servizio dell’in- terpretazione: se il pezzo era veloce, ma non rifletteva il suo pensiero interpretativo, lei rallentava; se voleva dare for- ma ai suoni, lo faceva senza problemi, senza difficolta. Sa- peva tirare fuori gli stati d’animo e i sentimenti pit: diver- si usando una varieta infinita di tocchi. E stata, credo, la maggiore interprete bachiana alla ta- stiera. Clavicembalo, theremin, clavicordo, organo, virgina- le: suonava tutto, ma il miglior modo di interpretare Bach era, secondo lei, al pianoforte. Sosteneva infatti che il piano fosse lo strumento bachiano per eccellenza, grazie alla ri chezza dei colori, al suo volume, alle note lunghe (il clavi- cembalo ha invece note corte) e alla sua capacita di riem- pire una sala di suono. Rosalyn era una grande e lo sapeva. Quando poche perso- neal mondo dirigevano dal pianoforte, lei aveva gia la sua Bach Tureck Consort e dirigeva dal piano. Inoltre, é stata la prima donna a tenere una serie di concerti dedicati all’ope- ra tastieristica di Bach alla Carnegie Hall di New York. Ed é rimasta, fino all’ultimo, una prestigiosa concertista, una vera leggenda, osannata dal suo pubblico. Nella vita aveva seppellito quattro mariti, ma si sentiva sposata solo con Bach, cui rimase fedele in un rapporto di assoluta simbiosi. Era autorevole, ma anche autoritaria; mai sentimentale. La dea non avevo rispetto per nessuno salvo che per se stessa e spesso si comportava da bambina bizzosa. Le case discografiche pit importantil’avevano abbandonata perché litigava con tutti i produttori, tanto che le sue prime vere registrazioni le fece a ottantatré anni con la Deutsche Grammophon ei riconoscimenti internazionali pitt prestigiosi le arrivarono nella sua seconda primavera artistica, quando Ja stessa casa discografica ripubblicd tutto il suo repertorio. 88 Come Bach mi he satvato la vita I suoi trilli raffinati, a mio avviso, non sono mai stati eguagliati. Come ho gia detto, Bach sceglie i suoi interpreti. La raffinata eleganza di Alexis Weissenberg Tl mio primo incontro con Alexis Weissenberg, in occa- sione della preparazione per la sospirata incisione delle Va- riazioni Goldberg, avvenne quando avevo ventitré anni nella sua bellissima villa di Lugano, incontro che ha rappresen- tato l’inizio di un intenso rapporto di amicizia e di stima da parte di entrambi. Parte del mio essere l‘uomo che oggi sono lo devo anche a lui. Quel giorno, arrivato a casa del maestro, venni accolto dall’assistente e accompagnato alla sua presenza. Rimasi subito colpito dalla sua raffinata eleganza. Era vestito tutto di nero e sulla dolcevita che indossava spiccava una cateni- na con una croce ortodossa. Aveva un‘andatura composta, che non tradiva affatto il morbo di Parkinson di cui soffri- va. Fumava il sigaro con una nonchalance da consumato at- tore americano e aveva degli incredibili occhi blu, che sem- bravano ringiovanire di colpo quando ascoltava la musica one parlava. Bulgaro di nascita, naturalizzato francese e laureato in scienze umane alla Sorbona, oltre alla sua lingua madre parlava correntemente francese, russo, tedesco e italiano. Tuttavia la lingua che preferiva era quella dei suoni, come dovrebbe essere per tutti i grandi musicisti, una lingua uni- versale che non costruisce barriere ma ponti. E il suono che amava di pit era quello della musica di Bach. To lo guardavo e intravedevo in lui il fascino di una vita ricca di conoscenza non solo musicale. Parlando, non ave- Incontri 89 vo mai |'impressione di rivolgermi al sommo musicista o al grande interprete, ma a un uomo di cultura a tutto campo. La prima cosa che mi chiese, dopo avermi condotto nel salotto di casa, fu: «Bahrami, che cosa mi ha portato?» Pensando di fargli piacere, risposi: «Le Variazioni Goldberg, maestro!». Ma mentre lo dicevo la voce mi mori in gola per- ché notai il suo disappunto. «Ramin, lei é matto! Qui per fare ogni battuta ci vogliono sei mesi» esclamd. Poi, leg- gendo nei miei occhi l’enorme voglia di fare e il mio entu- siasmo, «Cominci pure!» mi disse. Agitato e a disagio, io feci subito una gaffe: «Vuole lo spartito?» gli chiesi. E lui, ironico ma impassibile: «Grazie, ma non leggo la musica». Cosi iniziai l’Aria in uno stato d’animo che é inutile de- scrivere. Mi aspettavo di essere interrotto alla prima Va- riazione. Invece, silenzio. Mi fece suonare per quasi un‘ora e quando, finalmente, mi fermd, mi fece una domanda che mi lascid di stucco: «Lei non ha paura di me?». Le parole mi uscirono di bocca prima ancora che me ne rendessi con- to: «Maestro, non si pud avere paura dei grandi». Gli si il- luminarono gli occhi e sorrise. A quel punto comincié lanalisi della mia esecuzione. Weissenberg mi disse che il mio suono dopo i primi venti minuti era estremamente rotondo e caldo, ma mi consiglid di non dare l’impressione di andare veloce anche nei pas- saggi pit virtuosi. «Si pud andare veloci senza dare nell’oc- chio» spiegd. A distanza di anni dalla sua ultima incisione possedeva ancora una grande capacita tecnica e un’eccellente padro- nanza delle Variazioni che perd, ovviamente, a causa del Par- kinson, non poteva piii esprimere sulla tastiera. Dimenti- cava le cose pit: banali del quotidiano ma, musicalmente, aveva tutto dentro con una lucidita sbalorditiva. Ricordo che alla dodicesima Variazione sbagliai la frase e 90 Come Bach mi ha salvato la vita lui mi disse: «Quel re deve suonare pit forte!». Si riferiva a una voce interna: il re era la conclusione della frase che nasceva nella mano destra e non stavamo parlando di una frase principale, ma di una voce nascosta. Mi resi conto in quel momento di quanto la musica di Bach fosse viva e vi- tale dentro di lui, La grandezza di Weissenberg stava anche nel saper tro- vare esempi alternativi: io stavo suonando Bach e lui vol- le farmi rimarcare |'importanza della tragicita dell’accordo minore. Si mise al mio fianco e, in piedi, accennd all’accor- do iniziale della Patetica di Beethoven. In quei pochi suoni cera tutta la malinconia e la tristezza del mondo. Compagno di studi della Tureck (entrambi erano stati al- lievi della leggendaria Olga Samarov), provava per lei un ambivalente sentimento di amore/odio e, avendo riscontra- to delle somiglianze in alcuni passaggi delle mie Variazioni lente, mi disse: «Non imitare la nonna!». II suo giudizio sul- la Tureck non mi sembrd obiettivo e mi sentii offeso giacché io quella «nonna» la amavo e veneravo allora come oggi, ma poi compresi che lui voleva solo spronarmi a trovare la «mia» cifra personale. Dopo la quindicesima Variazione, si alzd dalla poltrona, mi venne accanto, mi poggid le mani sulle spalle e mi pre- mette forte il ginocchio contro il fianco sinistro mentre mi mormorava: «Devi sentire il peso delle sofferenze del mon- do». Intuii subito che quel passaggio doveva risultare pit spossato, pit malinconico; capii che dovevo attingere in me stesso I’essenza delle pene dell’uomo. Un gesto semplice ma enorme, complesso e immenso nella sua profondita, straor- dinario nel suo significato. Un gesto non da tutti enon per tutti, sciolto da ogni legame con lo spazio e il tempo. Quest’uomo non mi spiegava a parole il dolore, la pesan- tezza, la sofferenza; non mi «insegnava» in maniera scola- Incontri 91 stica e formale, ma con un semplice gesto, una specie di cortocircuito, mi aveva spinto sulla strada della compren- sione. Quello in gioco era il dolore universale, era la soffe- renza dell’uomo, quella davanti alla quale tutti ci tiriamo indietro; era la sua capacita di scegliere fra il bene e il male, due entita che si escludono a vicenda, ma che non possono prescindere I’una dall‘altra. Durante la mia esecuzione mi sentivo come «diretto» da uno dei pit carismatici direttori d’orchestra che mai avessi mai visto all’opera: non una parola, non un’osservazione, ma solo sguardi e gesti evocatori per indicare la direzione delle frasi musicali. Si stabili fra noi una forte e duratura intesa e io rice- vetti il mio lasciapassare per gli Stati Uniti: «I do consider Mr Bahrami as musically very gifted and quite exceptionally intelligent». Al momento di accomiatarmi provai una stretta al cuore quando, prima di salutarci, il maestro mi confess6 che non poter pitt suonare era per lui fonte di grande sofferenza. Si sentiva persino in colpa nei confronti dei suoi bellissimi pianoforti (ne aveva cinque, uno in ogni casa, a Lugano, a New York, a Parigi, eccetera) che ormai dovevano restare muti a causa sua. Al termine di questa prima giornata di lavoro con lui, mi bacié tre volte sulle guance, alla maniera russa, e mi conge- dd con una specie di benedizione che ancora conservo ge- losamente chiusa nel mio cuore. Un giorno chiesi ad Alexis di raccontarmi del suo incon- tro con Wanda Landowska, la leggendaria clavicembalista con cui aveva studiato Bach, una donna che pud essere de- finita la prima vera interprete moderna di Bach. Alexis mi raccontd che, pur di incontrarla, si era messo in contatto con una coppia di coniugi polacchi che la conoscevano bene, 92 Come Bach mi ha salvato la vita supplicandoli di fargli fare il cameriere in occasione di una visita dell’artista a New York. Fu cosi convincente che alla fine le venne presentato come un suo appassionato ammi- ratore e ottenne dalla leggendaria Landowska un invito speciale a recarsi nella sua casa parigina per una lezione. Alexis si precipitd a Parigi e qui Wanda lo fece suonare a lungo, senza mai interromperlo. Alla fine gli disse: «Hai suonato tante belle cose, ma non hai fatto nemmeno mezza nota giusta di Bach! Devi rivedere tutto». Lui chind il capo e riprese a studiare dall’inizio. Credo che in quel momen- to si fosse sentito esattamente come mi sentivo io con Rat- talino quando non rispettavo il testo. Andras Schiff, un extraterrestre al piano Lo rammento, oggi come ieri, come un uomo delicato, raf- finato, quasi un extraterrestre. Durante un concerto Andras riesce a suonare due volumi del Clavicembalo ben tempera- to a memoria, senza la minima sbavatura. Tuttavia, non é questa capacita mnemonica cid che pitt mi colpisce di lui, ma il suo atteggiamento complessivo, un insieme di beati- tudine, grazia, poesia. Lo conobbi quando teneva dei corsi all’accademia di Imo- la ed era uno dei miei idoli dell’interpretazione bachiana. In occasione del nostro primo incontro gli feci ascoltare la Prima ela Terza partita di Bach. Alla fine dell’esecuzione, Andras, che da vero gentiluomo non mi aveva interrotto, fece un gesto che mi colpi: mi applaudi. Poi si accost6 al pianoforte. Per prima cosa mi disse di aver notato in me at- teggiamenti «gouldiani», a tal punto che, secondo lui, do- vevo aver ascoltato tutte le registrazioni del pianista ca- nadese. Ma non era cosi, soprattutto perché, allora, io non potevo certo permettermi, economicamente parlando, di Incontri 93 possedere tutte quelle incisioni. Quanto ai miei trilli di al- lora, ancora rozzi, se ne usci con una battuta fulminante: li defini un‘imitazione gouldiana «del trillo del telefono». Capii che non condivideva l’approccio gouldiano, non lo aveva mai condiviso. Ma poiché ci accomunava l’amore per Bach sopra ogni cosa, comincié a fare su di me un intenso «lavoro» psicologico. Andras Schiff @, insieme a Wolfgang Bloser, colui al quale devo la liberazione del mio suono: entrambi hanno forgiato e liberato il mio suono al piano- forte. Il suono di un pianista é una delle cose pit persona- li. Io, per esempio, pur amando molto lo stile interpretati- vo di Schiff, trovo che nel suo ci sia un eccesso di grazia. Schiff mi fece notare anche che nelle mie esecuzioni man- cava un respiro ampio, non c’era, a suo dire, uno sguar- do alla natura, alle voci nascoste che ci sono in Bach. Un giorno improvvisd una specie di balletto intorno al piano dell’accademia, uno Yamaha gran coda, e mi disse in otti- mo italiano: «Ramin, se tu tieni la schiena dritta e ti guardi intorno, vedrai lo spirito di Bach dappertutto». Aveva ca- pito che mi mancava una certa liberta, una certa tranquil- lita: suonavo tutto curvo, e non per emulare Gould. La po- sizione rattrappita e le palesi tensioni non erano che gli strascichi delle mie drammatiche esperienze: la guerra, la prigionia di mio padre, l’esilio, la mia gioventii svanita sen- Za quasi essere vissuta. Quando spiegava un determinato passo, si capiva che pensava che la didattica pianistica non dovesse rimanere relegata al piano, ma allargarsi e coprire i tanti aspetti dello scibile: retorica, metafora, filosofia, canto, coro. Solo cosi gli sembrava di poter dare un senso al lavoro dello studente. A distanza di anni, oggi ci capita di incontrarci in qual- che aeroporto, tra un viaggio e I'altro. Ci abbracciamo con calore e naturalmente ne approfittiamo per parlare di Bach. 94 Come Bach mi ha salvato la vita Una delle ultime volte che I’ho incontrato mi ha confessa- to che trovava incredibile che un brano di ottanta minuti come L’arte della fuga fosse riuscito a riscuotere un tale suc- cesso di pubblico, di vendite e di critica. Gli ho risposto che ritengo quel brano l’opera pitt bella della storia della musi- cae che se dovessi scappare portando con me un solo pez- zo non avrei esitazioni: sceglierei proprio quello. Non Io vedo da un suo concerto a Weimar, quattro anni fa. Viandai insieme ad Hans Boehme. In sala, fra il pubbli- co, c’erano numerosi studenti del liceo musicale di Weimar e la pronipote di Wagner e di Liszt (Wagner aveva sposa- to Cosima Liszt, figlia del compositore). Andras, che ha una sensibilita eccezionale, senti, forse, questa presenza e suond in modo divino. Ne usci un concerto straordina- rio per bellezza, fragilita e umanita. Mirimarra per sempre impressa la tredicesima Variazione, in cui scomparve totalmente la sua mano sinistra, in quanto aveva avuto un momento di nebbia, cio? un vuoto. Piuttosto che rischiare un andamento di quella mano poco consono, lui decise di toglierla del tutto. Ma fu proprio, paradossal- mente, quella linea destra che ricordo come una delle pitt sublimi e delle pit: eccezionali della mia vita. Glenn Gould e la mia illuminazione Come ho gia detto, Glenn Gould ha avuto per me un’im- portanza fondamentale da quando, a cinque anni, in casa dell’amica Farideh (per la quale, sia pure ragazzino, ave- vo preso una cotta: é stata lei a trasmettermi il «morbo di Bach» e la conseguente «infezione Gould») ascoltai il 33 giri con la Toccata della Sesta partita. Sono rare le registrazioni di Gould che abbiano l’equilibrio dei tempi e dei tocchi della Sesta, in cui la malinconia e la tristezza sono consolatorie a Incontri 95 differenza di certe sue esecuzioni che volutamente defor- mano e provocano. Gould criticava se stesso, lamentandosi di non aver mai acquisito quella calma autunnale che tanto ammirava nel- Ja Tureck. Di Rosalyn diceva: «E stata per me la rivelazione di cid che é possibile fare con la musica per tastiera di Bach adattata al pianoforte. Il suo é un modo di suonare, per im- piegare un termine della morale, integro. Ne emana una cal- ma che non ha nulla a che vedere con il languore, ma piut- tosto con il rigore morale, nel senso liturgico del termine». Fu per questo motivo che nel 1982 volle rifare le Variazioni Goldberg. E quell’incisione rappresenta davvero il suo testa- mento. Qui il tocco é rotondo, i tempi pit larghi e pit ra- gionati; si respira di pid e si avvertono quella calma e quella misura che lui sentiva e ammirava nella Tureck, e che ave- va desiderato di raggiungere per tutta la vita. Niente a che vedere con le precedenti Goldberg, che sono un esempio di eccentricita, in cui emergono solo bravura digitale, compe- tenza tecnica e un pizzico di follia. Talvolta guardo a lui come a un ragazzaccio, bizzarro e sfacciato, ma posso dire che un coinvolgimento totale, un’immedesimazione artistica, una vivacita ritmica pari a quella del maestro canadese non le ho ancora trovate in nes- suno. Quell’erotismo che manca del tutto nella persona di Gould e nella sua stessa personalita lo ritroviamo, invece, nelle sue interpretazioni, tanto che nei momenti pitt felici arriviamo a essere coinvolti in un amplesso totale di valo- ri musicali e di amalgamati contrappunti. Glenn Gould é stato per me cid che per lui erano state la Tureck e la Landowska. Da lui ho avuto la conferma che la musica che mi interessava era quella, musica capace di sconvolgermi interiormente, donandomi al tempo stesso cal- ma, serenita e una sorta di ininterrotto stupore. Ascoltando 96 Comte Bach mi ha salvato la vita il suo disco capii qual era lo scopo autentico della mia esi- stenza: furono le sue note a traspor’ smi in uno stato di co- scienza superiore. Quella musica divenne per me il faro che miavrebbe sempre guidato e fatto approdare in acque sicu- re, protetto da tutte le incertezze, da tutti i dolori e da tut- te le prove che avrei dovuto affrontare. Per questa ragione sono tanto suscettibile a ogni esecuzione arbitraria e bana- le della Sesta partita. Lo ripeto: é l’opera rivelatrice che mi ha cambiato la vita; é stata il mio pugno nello stomaco, ed é diventata una delle composizioni che ho pit interpretato. Con la maturita acquisita oggi, non farei mai ascoltare Gould a un giovanissimo allievo. Sarebbe come fare vedere un film pornografico a un bambino: impossibile preveder- ne le conseguenze. Ma io ero molto precoce per la mia eta, causa, purtroppo, delle circostanze non facili in cui mi tro- vavo. La situazione anomala, questo mio vivere un’infanzia non giusta, un‘infanzia che nessun bambino dovrebbe subi- re, mi rendevano aperto ad assaporare tutti gli stimoli che mi arrivavano dall’esterno e che ero in grado di assorbire. E Gould é stato per me una sorta di tramite «divino», un canale privilegiato e ultraterreno per arrivare a Johann Se- bastian Bach. Tarkovskij e wna tazza di cioccolata a Teheran Avevo sei anni quando a Teheran si svolse il Festival isla- mico internazionale del cinema. Grandi sale furono allestite nella capitale e nelle prin- cipali citta iraniane. Finalmente potevamo vedere le ope- re cinematografiche prodotte negli altri paesi. Le pellico- le erano quasi tutte censurate, ma Solaris, il film di Andreij Tarkovskij, veniva proiettato senza tagli, dato che non con- teneva scene erotiche o a sfondo religioso. Incontri 97 Il mio paese, allora, era in guerra con I’lraq e andare al cinema era un modo per staccare non solo dal quotidiano, ma anche dalle ansie del conflitto e dal terrore dei missi- li. Percid mio fratello Bahram e un suo amico mi portaro- no con loro. La citta era coperta di neve, un elemento atmosferico che ha per me ha un profondo significato. Mi riporta infat- tial momento della mia nascita, avvenuta in una notte di cristallo: tanta neve e trasparenti gocce di ghiaccio. Il mio non é un ricordo in senso classico. Eppure, ho viva dentro di me quest’immagine. Mio fratello, che compiva allora i suoi primi passi da regi- sta, pensd che il film mi sarebbe potuto piacere: un raccon- to di fantascienza, ma con profondi riferimenti metafisici e influenze del grande poeta persiano Gialal al-Din Rumi. E in effetti, la visione di Solaris mi mise in contatto con livelli di percezione sconosciuti per il mio sentire di allora. Linsieme di musica (il corale Ich ruf zu Dir di Bach) e colori, la coppia che si abbraccia mentre galleggia nello spazio, lui che poggia la testa sul grembo di lei, l’annullamento della separazione terrena, l’incontro nella dimensione spaziale. Tutto mi esalté, scatenando in me ansia, incertezza, gioia; mi sentii avvolto in un’atmosfera di giubilo e lacrime, mu- sica e immagini, in cui i miei sensi furono annullati. Solaris: il simbolo, I’emblema del superamento della dimensione terrena nell’elevazione fino alla luce extraterrena, dove tut- to si smaterializza. Era l’eccellenza della poesia nella regia. Non capii fino in fondo tutti i contenuti, ma uscii dal ci- nema commosso nel profondo. Fuori il gelo era intenso. Bahram, accortosi del mio turbamento, si preoccupd di tran- quillizzarmi nell’animo e riscaldami nel corpo e mi portd a prendere una cioccolata calda. Una cioccolata che ricor- do come la pitt dolce, la pit rigenerante della mia vita. Una 98 Come Bach mi ha salvato Ia vita dolcezza ristoratrice che avevo provato solo un anno pri- ma ascoltando la Sesta partita di Bach suonata da Gould. Negli anni successivi, con Bahram parlammo spesso di Tarkovskij e delle sue opere. Mio fratello é ancora oggi fe- lice di avermi trasmesso la sua venerazione per Tarkovskij uomo, regista e poeta. In queste occasioni mi faccio reci- tare da lui i versi del poeta persiano Rumi declamati nel film: «Nel mio io apparente stanco impenetrabile non c’é capienza alla gioia, l’io interiore é un involucro entusiasta di vita e splendore, sebbene io non conosca questa forza». «Un regista non deve farsi prevaricare dalla tecnologia» diceva Tarkovskij, il che significa, per me, che la modernita non deve deformare o snaturare il nucleo del messaggio ori- ginario. Di fatto, io credo che per fare una grande opera d’ar- te, sia nella musica che nel cinema, non servano grandi scene o effetti speciali; cid che é essenziale é la pulizia del pensiero. Negli anni, studiando in Occidente, ho individuato de- gli elementi spirituali in comune fra Andrej Tarkovskij e il grande direttore d’orchestra Carlos Kleiber. Due persona- lita geniali, amanti della solitudine, entrambe consapevoli di non poter ottenere la perfezione nelle loro opere, quella perfezione che conoscevano interiormente, che era il rifles- so del loro perenne isolamento. Consapevoli che non avreb- bero mai attinto l’apice del loro smisurato talento, non han- no mai smesso di tentare in uno sforzo eroico. Kleiber, in apparenza pigro e infantile, era in realta un per- fezionista a livelli maniacali: arrivava a perdere fino a otto chili quando affrontava un concerto importante. Quanto a Tarkovskij, in una intervista per la tv italiana (credo I’unica che abbia rilasciato) esortava i giovania fare da soli, chiede- va di educare i figli ad amare la natura, ad ascoltare il silen- zio, perché anche chi non é un artista deve essere educato alla bellezza e alla disciplina della solitudine. Incontri 99 C’é in Bach e in Tarkovskij un minimo comune denomi- natore: il contatto e il legame con la trascendenza che si con- cretizza in una unione metafisica di pudore, disciplina e ra- gione. Tale unione accompagna e fa da sfondo alla poesia e alla bellezza del sentimento, senza tuttavia banali e melen- se sdolcinature. Entrambi hanno la capacita di sconfinare dalla materia sublimando le loro pene. Unico é il filo con- duttore che giunge all‘anima, prende e trascina senza scon- volgere con una poesia che non si squilibra con l’apertura di orizzonti fatti sia di materia che di spirito. Tarkovskij, uomo di grande fascino, utilizz6 la sua capa- cit di distaccarsi isolandosi come cardine del proprio ma- nifesto contro il disordine e la frenesia del mondo odier- no. Solaris ne @ I’esempio pit riuscito, in cui l’astrazione poetica si combina con la musica pit: atemporale che esi- sta, quella di Bach. I suoi film non sono per gli uomini, ma per I'Uomo, qualcuno che «ascolta e sa sentire», dotato di petto ampio capace di accogliere e contenere il respiro, la gioia, l’emozione e il pianto. Bach, invece, che era circondato da una famiglia nume- rosa, riusciva a estraniarsi e a distaccarsi dalla realta con la profondita delle sue composizioni. La sua linea armonica non conosce confini terreni, la sua musica, partendo dalla Germania, passa per la Turchia, I'Ttalia, la Spagna, la Fran- cia, I'Inghilterra fino a toccare i paesi nordici. L'infinito di Bach e la tela di Hafez L’arte della fuga @ il momento in cui la musica si avvici- na di pit alla filosofia fondendosi con essa. Bach ha creato questo splendore senza farsene cieco servitore, ma sempre da uomo libero, anzi, dandosi, in quanto uomo libero, le sue proprie regole. E infatti nella liberta regolata che nasce ilta- 100 = Come Bach mi ha salvato la vita lento, mentre il genio ha origine nello squilibrio e nell‘arbi- trio. Mozart, per esempio, non era polifonico, e la polifonia non é per nulla l’elemento pit importante della sua musi- ca; ha una grande capacita di giocare con la struttura del- le frasi musicali rendendole irregolari. Come del resto fa il poeta persiano Hafez, che abbandona la metrica e la rima per creare una struttura irregolare, una sorta di tela sonora, Quanto alle Variazioni Goldberg, esse cominciano con un pezzo che sembra I’inizio, ma é la fine, senza tuttavia es- serlo perché ogni volta é diverso. Per Bach infatti non c’é fine e non c’é inizio: l’uomo non sa da dove viene né dove va e il simbolo che meglio rappresenta la nostra vita é quel- lo dell’infinito. Tl vulcanico Riccardo Chailly Tl mio incontro con Riccardo Chailly avvenne perché il maestro aveva saputo dello strepitoso successo riscosso dalla mia incisione dell’ Arte della fuga, ed era rimasto col- pito dall’insolita apertura che il pubblico aveva dimostra- to nei confronti della musica classica (non ringrazierd mai abbastanza Mirko Gratton, direttore della Decca Italia, che tanto ha fatto per preparare e rendere possibile l’incontro). Ricordo la prima telefonata di Chailly: parlammo per ol- tre un’ora dell’Arte della fuga. Il maestro mi disse di aver- la ascoltata e riascoltata almeno una cinquantina di volte e ora voleva un quadro preciso dei miei progetti musicali, cosi da poter programmare per il futuro I’incisione di una serie di concerti bachiani per la Decca. Ciincontrammo fuori Milano. Per quell’appuntamento io avevo preparato il Concerto in fa minore e in do minore. Chailly si disse entusiasta del mio approccio interpretativo. Lo sen- tiva simile al suo, scevro da certi dogmi che spesso guasta- Incontri 101 no la liberta delle linee bachiane. (Ricordo che un giorno mi disse sorridendo che, secondo lui, in confronto a Bach gli altri compositori sono bazzecole, lo stesso giudizio che, in Iran, un Ramin bambino sibilava furioso a chi gli chiede- va di suonare qualche cosa di diverso dal suo solito Bach.) Nel corso dell’incontro mettemmo a punto un program- ma per una serie di concerti che avremmo tenuto in cinque serate nel 2009 e nel 2010. In quella circostanza gli raccontai anche che a cinque anni, in Iran, io ballavo al suono di un‘incisione dei Carmina Bura- na di Carl Orff della Berlin Rundfunk-Sinfonieorchester, di cui all’epoca lui, appena trentenne, era il direttore. Si tratta- va di una cassetta pirata sulla quale il suo nome era defor- mato in Riccardo Cilli (il cognome Chailly é di origine ugo- notta). I] maestro trové la cosa molto divertente e mi chiese, se ancora I’avevo, di vedere la cassetta. Rientrato a casa, in Germania, la ritrovai in effetti fra quei pochi reperti che mi avevano seguito dall’Iran e alla prima occasione gliela por- tai. Fu molto compiaciuto di scoprire che anche i suoi pri- mi lavori erano conosciuti e apprezzati persino in Persia. Gia in quella esecuzione dei Carmina Burana c’era tutta la sua vulcanica energia. Per Chailly il metronomo non é uno strumento meccanico, ma una danza quasi primitiva. Lenergia del maestro é davvero impressionante, cosi come il suo gusto per la musica. Lui sa combinare l’eleganza e il cuore italiano con la disciplina e il rigore mitteleuropeo, cosa che io apprezzo molto, dato che penso che ogni esecu- zione di un’opera che si rispetti dovrebbe essere il risulta- to della simbiosi fra questi due elementi. Infatti, la ragione senza poesia @ fredda, senza significato, ¢ solo numeri; vi- ceversa, una straripante emozione senza rigore é solo un urlo disperato. Nel 2009 si é infine realizzata la pit: grande delle mie 102 Come Bach mi ha salvato Ia vita aspirazioni: Riccardo Chailly e io abbiamo registrato cin- que concerti di Johan Sebastian Bach, i piti prestigiosi di tut- ta la storia della musica: Re minore, Fa minore, Mi maggiore, La maggiore, Re maggiore. Eseguirli a Lipsia, la citté pit: mu- sicale e pit: poetica di tutta la Germania, dove Bach ope- rd negli anni pit fecondi della sua esistenza e dove adesso riposa, ed eseguirli con l’orchestra pit: antica del mondo, la Gewandhausorchestra, fu, come si dice, la ciliegina sul- la torta. Recensendo il disco, il «Times» di Londra ha scritto: «Questa incisione rende il mondo un posto migliore per vivere», lusinghiero giudizio che io perd vorrei corregge- re cosi: «Noi viviamo in un posto migliore perché é esisti- to un genio come Johann Sebastian Bach». vi Percorsi d’artista Da pitt di dieci anni, quando non sono in tournée per la mia attivita di concertista, risiedo nella Germania meridiona- le, in campagna. E l’ambiente ideale per ricaricarmi e de- dicarmi allo studio del pensiero bachiano, il che significa, fra V’altro, calarmi nella profondita della composizione, ri- cercare i timbri giusti e gli stati d’animo corrispondenti, il tratteggio trasparente e lucido del carattere dell’opera cosi da trasmetterlo all’ascoltatore, e non finire per ridurre l’ese- cuzione a una semplice ginnastica delle dita sulla tastiera. Non ho mai creduto di aver capito tutto dell’eredita ba- chiana; se dovessi arrivare al centro di quel pensiero, sono convinto che quel giorno sarebbe I’ultimo della mia vita. La nia attiviti di concertista Sono arrivato a portare la musica di Bach in Cina, negli Stati Uniti, in Messico, in Sudamerica e in quasi tutta I’Eu- ropa, e considero un vero privilegio poter diffondere il suo messaggio, far conoscere la sua profondita, la sua grazia, la sua gioia. Ma é anche un‘emozionante soddisfazione per- sonale sapere che in tante parti del mondo molti ti aspetta- no per sentirti, per ascoltarti. Raggiungere i cuori, le menti 104 = Come Bach mi ha salvato la vita degli ascoltatori, penetrare nelle loro diverse culture, en- trare nelle loro tradizioni e nei loro costumi: per me é uno degli aspetti pit: intriganti ed entusiasmanti dell’attivita di concertista e anche Ja riprova di come Bach sia davve- ro universale. Un altro degli aspetti affascinanti per chi fa un mestiere come il mio é sapere che non c’é e non ci sara mai un’ese- cuzione uguale all’altra, un concerto uguale all’altro. Ogni volta @ unica. Cid che rimane costante é la responsabilité dell’interprete di saper comunicare il messaggio di cui & portatore. Oggi sono felicemente sposato con la Decca, la casa disco- grafica che, come detto, io chiamo amorevolmente «mamma Decca». Ritengo che far parte di questa famiglia discografi- ca sia per me un grande privilegio. Sono tuttavia consape- vole che il rapporto di un musicista con il suo editore é un rapporto molto particolare. Come dice Vladimir A’kenazi, la Decca é la mamma di tutti coloro che vogliono far rivi- vere la musica nelle loro interpretazioni, una mamma alla quale, aggiunge perd, «ogni volta che vuoi dar vita a un nuovo progetto, devi chiedere se é d’accordo», affermazione da cui dissento nettamente. Infatti, l’apparente «sudditan- za» @ in realta una ricerca del necessario compromesso fra le esigenze di un artista e quelle dei fruitori della sua arte, cioé del pubblico che compra i suoi cd. A volte, poi, inter- vengono anche altri fattori. Per esempio, Riccardo Chailly mi disse una volta che, se non avesse inciso il disco delle romanze d’opera con Luciano Pavarotti (che vendette due milioni di copie), non avrebbe potuto, in seguito, pretende- re di eseguire tutta una serie d’incisioni di nicchia. Devo invece ammettere che é il mio rapporto con il sup- porto «disco» a risultare ambivalente. Infatti, se da una par- te il cd mi consente di trasmettere i miei messaggi musicali Percorsid’artista 105 anche a coloro che non possono essere fisicamente presenti all’esecuzione dal vivo della mia musica e sono quindi un importante medium parallelo al concerto, dall’altra esso & una specie di fermo immagine di un momento nella vita di un artista, addirittura di un attimo, quello di una precisa esecuzione. Ma la personalita, la sensibilita di un artista, e quindi anche il suo modulo interpretativo, si evolvono con il tempo. Se io, oggi, dovessi rifare i miei cd, il risultato sa- rebbe probabilmente assai diverso. Per sua natura la mu- sica é aerea, circola, a differenza delle altre forme artistiche svanisce non appena l’esecuzione é terminata. E allora ar- rivo anche a capire Celibidache, che era contrario alle inci- sioni, proprio perché voleva mantenere, anche se in forma maniacale, la magia del suono dal vivo. Gli esordi Dopo la fittizia «audizione» a Catania, cioé dopo la mia partecipazione a sorpresa al programma di Mara Venier, venni contattato da una piccola casa discografica, la Aura Music, il cui direttore artistico, Alberto Spano, divenne il mio produttore esecutivo discografico per circa vent’anni. Essere un produttore non é un semplice mestiere o una professione, ma qualcosa di molto particolare. Si tratta in- fatti di una figura dal ruolo delicato, giacché interviene nel momento della selezione artistica, selezione che deve essere la pit oculata possibile. In altre parole, davanti alle diverse incisioni che ogni passaggio di un’opera musicale richiede, il produttore, con l’ausilio dello spartito, annota le esecuzioni migliori, poi ricombina il tutto, sempre rispet- tando la personalita musicale dell’interprete. Lui e l’esecu- tore sono i veri custodi dei tesori musicali racchiusi nelle partiture: solo attraverso la loro capacita di colloquiare si 106 © Come Bach mi ha salvato Ia vita arriva a fissare il pensiero musicale nella registrazione. Né va dimenticata un’altra figura fondamentale, ossia quel- la dell’ingegnere del suono, che «veste» la registrazione. Ricordo ancora oggi l’atmosfera di grande entusiasmo in cui si svolse la mia prima registrazione. Ebbe luogo in un bellissimo teatro di Morciano, deliziosa cittadina dell’Emi- lia Romagna: ci trovammo con Spano e Tonino Rappoccio, validissimo accordatore e attuale collaboratore di Krystian Zimerman. Tonino portd uno Steinway gran coda dal suono portentoso e insieme delicato. Per me, diciannovenne, fu un’esperienza celestiale. Registrammo tre Partife di Bach, ri- spettivamente la Prima, la Terza e quella mitica Sesta che tan- to aveva contato nella mia vita. Era un sogno che si realiz- zava per il ragazzo di Teheran, per il quale tutto era nuovo: le lunghe ore di esecuzione, I’assemblaggio sonoro, la po- sizione dei microfoni in sala, e cosi via. Dopo i miei tre dischi iniziali, che comprendevano, ac- canto a Quadri di un’esposizione di Musorgskij, una presti- giosa selezione di opere bachiane, la mia popolarita e il mio prestigio come interprete del Sommo di Eisenach decolla- rono definitivamente. Fu la conferma che l’esilio, i sacrifici di mia madre, tutti gli anni di fatica e di studio non erano stati vani e cominciavano a venire ripagati. In quegli anni di difficolta, soprattutto economiche, molti mi furono vicini. Fra loro c’era Paolo Bellasich, che aveva dei parenti che si occupavano di pubblicita. Paolo chiese loro di tappezzare tutti i mezzi pubblici della cit- ta di Milano con la mia foto in abito da scena, mentre mi aggiustavo il papillon, cosi da dare ai miei cd il massimo di visibilita. Rammento ancora il mio imbarazzo quando, trovandomi per caso accanto a una di quelle gigantogra- fie, gli amici, per farmi superare la timidezza (0 forse per- ché a quell’eta siamo tutti delle simpatiche «carogne»), mi Percorsi d’artista. 107 chiamavano ad alta voce facendo voltare i passanti che mi fissavano incuriositi. Il successo delle «Variazioni Goldberg» Incisi le Variazioni Goldberg in Svizzera, nella citté di La Chaux-de-Fonds, luogo di nascita del grande architetto Le Corbusier. Spano, consapevole che si trattava di una re- gistrazione decisiva per la mia carriera, rimase incerto su come usarla e la tenne in «frigorifero» per quasi due anni. Infine, decise di mandarla alla Decca. Nel frattempo, io avrei dovuto suonare a casa di un amico, Enrico Regazzani, giornalista della «Repubblica», il quale aveva fatto in modo di invitare alla cena anche Mirko Gratton, responsabile della Decca Italia. Purtrop- po, Mirko, per gravi motivi familiari, non poté essere pre- sente, ma era destino che io e la Decca ci dovessimo incro- ciare. Due mesi dopo, la casa discografica rispose a Spano e fece uscire il disco. Fu un successo di vendita clamoro- so, che proiettd il mio nome, gia conosciuto come interpre- te bachiano, a livelli internazionali. Venivo dipinto come il nuovo Glenn Gould e ricevetti richieste e inviti per esibir- mi in molti paesi del mondo. I primo concerto lo tenni perd al Conservatorio di Mila- no, nella sala Verdi: fu un trionfo. Alla fine dello spettacolo si vendettero ben 200 copie del cd: avevo infranto persino il record di 90 copie detenuto dal pianista Alfred Brendel. Ma la fortuna é una dea volubile e, proprio al temine di questa eccellente prestazione, accadde un banale inciden- te e mi fratturai il quarto dito della mano destra. Di lia po- chi giorni mi sarei dovuto presentare a un’audizione con il maestro Claudio Abbado a Bologna. Ci andai comunque, presentandomi con la mano ingessata, ma l’occasione sfu- 108 — Come Bach mi ha salvato Ia vita md. Inoltre, avevo in programma otto concerti e mi é rima- sto il dispiacere di non averli eseguiti all’apice del sucesso. Le prime cure prestatemi in Italia furono assai superfi- ciali e si limitarono all’ingessatura. Rientrai in Germania depresso e con il timore di dover dare l’addio alla mano destra. Cercando di non farmi abbattere dalle difficolta, iniziai a suonare pezzi per la sola sinistra: la Ciaccona di Bach nella trascrizione di Brahms, il Notturno di Skrjabin per mano sinistra. Appena appresa la notizia, il mio amico Hans Boehme si precipitd da me e mi accompagné da un chirurgo spe- cializzato, il professor Siewert, il quale mi tolse il gesso e mi applicd uno speciale guanto che non avrebbe irrigidito i muscoli della mano e del polso. Di fatto mi salvé la car- riera. Dopo una sola settimana, con molta forza di volonta per superar l’intenso dolore, ripresi infatti a suonare. Sic- ‘come cid che non ti uccide ti rende pitt forte, devo dire che anche da quella potenziale catastrofe trassi un vantaggio: il quarto dito (il dito pit debole) della destra si @ rafforza- to enormemente, e altrettanto ha fatto, di conseguenza, an- che quello della mano sinistra. Dopo la folgorante apertura di carriera con le Variazioni Goldberg, il mio ormai decennale «matrimonio» con la Dec- ca si @ consolidato e mi ha consentito di dar vita a dieci «creature», tanti sono i cd usciti da allora, in media uno all’anno circa. Riflessioni sull’educazione musicale Spano, il mio produttore degli esordi, ricorda ancora lo stupore che ci colse tutti di fronte alla moltitudine di teen- ager che ascoltava la musica di Bach per strada, nei parchi, al bar, sugli autobus... Ebbene, io sono convinto che tutto Percorsi d’artista 109 cid non pud fare che bene, soprattutto oggi, quando si ri- schia di confondere la qualita, la classe, lo stile, con il pro- dotto e con il profitto. Esono anche convinto della necessita di portare la musi- ca nelle scuole, che non significa solo insegnare a suonare il flauto dolce ma, partendo dai compositori, trattare del loro mondo, dell’epoca storica, del linguaggio, delle opere. Insomma, fare della musica una vera materia scolastica. Sarebbe bello poter spiegare ai ragazzi, per esempio, che cos’é una suite, illustrare la sua capacita di fare convergere passi di danza, culture, colori, fragranze diverse, di guar- dare all’umanita come a un unico universo, di essere una sorta di globalizzazione ante litteram. Perché nella saraban- da abbiamo influenze ispano arabe; la giga nell’ordine po- lifonico, a cesello, ci fa ricordare una scultura persiana o un vaso cinese. Sarebbe utile, nel nostro mondo tanto frammentato, par- lare loro di Bach, che ha il dono di sapere abbracciare le cul- ture pit: diverse: in lui il canto del muezzin si intende con il galoppo scozzese, il galoppo scozzese va d’accordo con Ja cantabilita italiana e la cantabilita italiana si mescola con Yeleganza francese; in lui la Spagna abbraccia i mori, suoi invasori, e la danza e la matematica ballano insieme; in lui tutto confluisce in un disegno splendente, unico nel suo ge- nere: una coesistenza di civilta. Vorrei tanto che i politici comprendessero I’importanza che la musica ha nell’educazione, il suo ruolo fondamentale nella comprensione e nell’ascolto dell’altro e che agissero in questa direzione. Aggiungo, a questo proposito, un esem- pio legato all’accademia di Stoccarda e a una composizione di Camille Saint-Saéns, eseguita in formazione da camera, (Capriccio per pianoforte, clarinetto, flauto, oboe e violoncello): in quella circostanza sperimentai concretamente quanto 110 = Come Bach mi ha salvato la vita fosse fondamentale I’ascolto reciproco, dove tu impari ad aspettare, a indugiare, a guardare, a respirare con gli altri. Da Facebook a Facebach: il World Bach-Fest a Firenze A suo tempo, fondai un gruppo su Facebook, dedicato esclusivamente all’ascolto dell’opera di Bach, gruppo che attualmente, grazie alla mia cara amica Antonella Lanfran- co, ha superato i quattromila membri. Avendo ricevuto da Antonella la richiesta di creare un evento virtuale per festeggiare i primi mille iscritti al grup- po, una sera d’estate del 2011 mi venne un’idea folle: un festival bachiano, il World Bach-Fest. Decisi cioé, con una buona dose di coraggio e una ancora maggiore di incoscien- za, di fare il salto dal virtuale al reale dando vita a un even- to concreto, una maratona no-stop di tre giorni tutta dedi- cata a Bach, con lezioni pubbliche, microconferenze, film e naturalmente tanta, tantissima musica del Kantor. E pen- sai che Firenze, citta d’arte e citta rinascimentale, fosse la sede perfetta per onorare Johann Sebastian. Ovviamente, @ stata fondamentale la collaborazione di persone attive nell’ambiente fiorentino, in grado quindi di tessere legami e tenere i contatti con le autorita e le istitu- zioni cittadine, ma ci sono voluti mesi di discussioni con il contorno delle inevitabili tensioni, superate sempre e solo grazie all’entusiasmo di tutti quelli coinvoltie all’instanca- bile lavoro di Antonellina, per arrivare alle fatidiche gior- nate del 9, 10, 11 marzo 2012. Gli eventi si sono svolti in varie location di grande pre- stigio, dal Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio al teatro del Maggio Fiorentino e al cinema Odeon. Tutti gli ingressi erano gratuiti e durante le tre giornate sono sta- ti distribuiti oltre cinquemila pass. I molti che non hanno Percorsi d’artista 111 trovato posto ai concerti, hanno potuto seguirli sul maxi- schermo sistemato nella Loggia dei Lanzi o grazie alla di- retta streaming integrale. Fra i presenti sul palco, c’erano esperti di musicologia bachiana quali Andreas Gloeckner del Bach-Archiv di Lip- sia, Quirino Principe, il mio amato maestro Piero Rattalino, i violoncellisti Natalia Gutman e Hans-Eberhard Dentler. Ebbene, in mezzo a tanta magnificenza, se dovessi ricor dare il momento di pit intima soddisfazione citerei, senza ombra di dubbio, le mie lezioni pubbliche a quindici giova- ni selezionati, che con il loro estro hanno fatto vivere ai pre- senti cosa significhi costruire una interpretazione musicale (qualcuno ha poi fermato Antonella per dirle che «é valsa la pena di essere qui solo per vedere come si lavora»). Bach a Passo Lagoscuro Su richiesta di Pier Carlo Orizio, direttore del Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo, sono stato invitato a tenere, il 12 agosto 2012, un concerto senza pre- cedenti nella storia del concertismo pianistico. L'idea é ve- nuta a una cara amica comune che abita a Ponte di Legno, Terry Borrometti, donna di spiccata intelligenza e grande simpatia, dagli occhi azzurri e lucenti e il piglio montana- ro. Terry ha proposto un concerto per pianoforte da tenersi a Passo Lagoscuro, fra le rocce, a quota 3000 metri. Confesso che, essendo alquanto scettico riguardo a cid che non conosco, all’inizio avevo qualche dubbio sulla riuscita del progetto e sulle difficolta che avrebbe comportato, ma oggi posso dire che ne é valsa davvero la pena. E stata una straordinaria emozione portare la musica dell‘amato Bach fra quelle cime incantate e quell’aria cosi pura. Da parte mia, mi sono fatto ispirare dalla bellezza di quel 112 Come Bach mi ha saluato la vita cielo cangiante, a tratti blu intenso e subito dopo velato 0 addirittura coperto. E ancora una volta ho capito che l’uni- ca musica adatta a dipingere la grandezza di uno scenario cosi imponente é quella di Johann Sebastian Bach, musica equilibrata, con i piedi ben piantati a terra, dai bassi sempre strutturalmente ben costruiti, ma nello stesso tempo capace di levare verso l’alto uno sguardo limpidissimo. Il concerto ha suscitato il caloroso gradimento del pub- blico presente, che si era alzato all’alba per raggiungere la cima del gruppo dell’ Adamello in tempo, affrontando oltre tre ore di duro cammino sui ripidi sentieri montani. All’impresa hanno contribuito in molti, dalla ditta di Cre- mona che ha fornito il piano e ne ha organizzato il trasporto, prima su strada e poi con un elicottero, al pilota del mezzo che ha portato in quota anche me e l'accordatore, fino alle guide del Soccorso alpino che hanno vegliato, passo dopo passo, sui movimenti e gli spostamenti sia delle attrezza ture che degli intervenuti. Personalmente, ho apprezzato molto il silenzio raccol- to, l’attenzione con cui la gente ha seguito il concerto e il generosissimo applauso che alla fine ha premiato me e lo stupendo scenario naturale circostante. Nell’occasione, alla richiesta di bis ho pensato di attingere alle mie origi- ni, suonando la Marcia persiana di Strauss, da me trascritta, e che a mio avviso é un piccolo gioiello, perché in soli cin- que minuti di musica Strauss é riuscito a delineare i trat- ti principali della cultura persiana: il mistero, l’ordine, la freschezza, certe sensualita melodiche tipiche della musica orientale. La mia esecuzione é stata certamente una delle pit ispirate, perché in questo caso la musica aveva trovato il suo habitat ideale fra queste rocce che mi ricordavano le rovine di Persepolis. Ancora una volta ho capito che, come gli spazi ampi Percorsi d'artista = 113 delle montagne acuiscono la percezione della nostra pic- colezza, cosi fa la musica di Johann Sebastian Bach, nelle cui partiture possibile percorrere una strada ben precisa con la capacita ogni tanto di perdersi, ma senza mai per- dersi per davvero. In ricordo del cardinale Martini Durante gli ultimi giorni della stesura di questo libro & venuta a mancare una figura di grande spessore, quella del cardinale emerito di Milano Carlo Maria Martini. La costruzione dell’Europa di oggi e di domani non pud non partire dalla cultura; una nuova casa comune europea, infatti, o nascera sulla base di una nuova cultura o non nasce- 1a ... Tra i segnali preoccupanti, la tendenza continuamente risorgente a una riduzione economicistica della costruzione dell’Europa, con il rischio di contribuire a innalzare nuovi muri nel gia complesso e delicato processo di unificazione «. C’® bisogno anche e insieme di fondare la costruzione europea su un’unione piii solida e sostanziale, che attiene ai valori, cioé all’uomo con i suoi diritti e doveri inalienabi- li, con la sua dignita trascendente. Sono parole del cardinale, nelle quali mi identifico total- mente. Qui mi astengo dall’aggiungere altro a cid che é gia stato ricordato e scritto su di lui. Vorrei solo ribadire che questa perdita mi ha addolorato profondamente. Io, che sono un milanese d’adozione, ho sempre guardato a quest’uomo come a una guida in termini di insegnamento etico, religioso e umano, riscontrando in lui lo stesso ideale di apertura, di dialogo fra le genti che caratterizza il pensiero di Bach. In onore di Carlo Maria Martini e grazie all’impegno del- la mia capace agente Stefania Bellodi, il 10 dicembre 2012 114 Come Bach mi ha salvato la vita terrd un concerto alla Scala di Milano. Sara allora la musi- caa parlare per me, com’é giusto che sia. Progetti futuri Nei miei progetti futuri c’é una fondazione intitolata Bach- Bahrami, che permetta a giovani selezionati di coltivare il loro talento nel rispetto del pensiero bachiano. Mi spinge la visione di tanti giovani preparatissimi che portano la musica di Bach in ogni angolo del mondo, fa- cendola diventare uno strumento per salvaguardare l’uomo dalle tante, inevitabili brutture e per alleviare le sue soffe- renze, diventando inoltre messaggera di bellezza. Laselezione dei prescelti dovrebbe perd avvenire tramite un concorso diverso da quelli esistenti oggi, che a me sem- brano pit trofei ippici che riconoscimenti artistici, un con- corso dove non ci sia posto per «polli d’allevamento omo- logati» ma solo ed esclusivamente per autentici musicisti. Conclusioni Fin da bambino ho sognato di eseguire e registrare pezzi come, per esempio, il Concerto italiano e \’ Overture francese, i Duetti e le mitiche Variazioni Goldberg. Oggi questi sogni, grazie all’aiuto e al sostegno materiale e spirituale dei tan- ti che ho citato nelle pagine precedenti, si sono avverati. Maisogni si rigenerano, nuovi progetti nascono e si evol- vono, concerto dopo concerto, nota dopo nota, punctum contra punctum. Alla base di tutto c’é perd, per me, sempre Johann Sebastian Bach e la sua musica. Senza di lui la mia esistenza avrebbe preso un/altra direzione e forse le vicissi- tudini che ho raccontato avrebbero potuto perfino distrug- gerla, facendo vincere la negativita, la pazzia, la morte. Ma come la musica e Johann Sebastian insegnano, le compo- sizioni in tonalité minore possono anche finire in tonalita maggiore. Buio, malinconia, lacrime sono spesso associati alle tonalita minori, mentre la luce, il giorno, il piacere e la danza sono richiamati soprattutto nelle tonalita maggiori. E perd innegabile che in ogni tonalita minore ci sia anche qualcosa di maggiore e nel maggiore non manchi il minore. E un’ambivalenza che ho sempre riscontrato in Bach (ma anche in Handel, Mozart e altri) e che @ presente, in- dubbiamente, anche nella vita dell’uomo. Anzi, @ proprio quella che rende vera I’affermazione «musica uguale vita». Discografia Johann Sebastian Bach Goldberg Variations BWV 988 Decca, 2004 Johann Sebastian Bach The Complete Partitas Decca, 2005 Johann Sebastian Bach The Art of Fugue Decca, 2006 Johann Sebastian Bach Concerto italiano Decca, 2008 Johann Sebastian Bach The Sonatas BWV 963-968 Decca, 2009 Bahrami plays Bach Decea, 2009 118 Come Bach mi ha salvato la vita Johann Sebastian Bach The French Suites BWV 812-817 Decca, 2010 Johann Sebastian Bach Piano Concertos Gewandhausorchester, dir. Riccardo Chailly Decca, 2011 Johann Sebastian Bach : The English Suites BWV 806-811 Decca, 2012 Ringraziamenti Ringrazio mia madre Shahin Afshar e i miei collaboratori Antonella Lanfranco e Mauro Marenghi, che mi hanno so- stenuto in quest’impresa. Un grazie di cuore anche a Bep- pe Cottafavi per avere pensato a questo libro e, soprattut- to, per avermi costretto a scriverlo. FSC owning MISTO Caria a font gastite In maniora rasponsabile FSc* c018290 OECTy, SNe, CHE i ea Amalde Mondasiori Exlitore Sp. SpA. Stabilimento-~ Cles (TN) Stampato in Halla ~ Printed in Italy le sue pil recel iziative c’@ quel World Bach-Fest, una maratona musicale dedicata al Kantor svoltasi a Firenze nel marzo 2012, che tanto successo ha riscos- 50 ¢ non solo fra gli appassionati di musica classica. Bahrami confessa di sentirsi impegnato in quella che per lui @ una vera missione: far conoscere opera del grande compositore a un pubblico il pla vaste possi- bile, convinto com’é che la musica, ¢ in particolare la musica bachiana, sia un modo per costruire ponti in- vece di steccati, un mezzo capace di «rendere il mon- do un posto migliore per viveren. Ramin Bahrami é nat Teheran nel 1976. A tree anni si trasferisce in Italia dove studia al conservato- rio Giuseppe Ver ilana ¢ all’Accademia di Imo- la. Dal 2001 vive in Germania. E presidente ¢ ideatore del World Bach-Fest e tiene concerti in tutto il mondo. Incide per la Decca e la sua discografia si incentra sul- le opere di Johann Sebastian Bach. Dbiateran, giucouo cuit MOZART@INVENTATI.ORG «La musica dt Bach rappresenta il mio mondo ideale, dove le realta pit diverse convevono in ar- TTT Me Ogata Olea a Cae divertono tnsaieme, dove il nero fa “amore con il ae ean a et eT ead a PATE Cae Arar ee ta della bellezza.» Ramin Babramé Wt