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Relazione Finale di Tirocinio

Circoscrizione 4 di Torino

Università degli Studi di Torino


Facoltà di Medicina e Chirurgia
Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche
Corso di Laurea in Educazione Professionale
a.a. 2018/2019
corso di Tirocinio
prof. Lucia Portis

A cura di:
Brandi Sandro 890663
INTRODUZIONE
Questa relazione nasce dalla necessità di riepilogare la mia esperienza di tirocinio del primo
anno, finalizzata ad esplorare gli ambiti di lavoro dell’educatore professionale e ad imparare
a conoscere le competenze di questa figura. Inoltre, è necessaria un’approfondita analisi di
quelle che sono le dinamiche del lavoro di gruppo a cui ho partecipato prendendo coscienza
dei miei limiti e delle possibili strategie da adottare in futuro per migliorare il lavoro di equipe;
il quale nell’ambito dell’educazione assume un ruolo di rilievo viste le diverse figure
professionali che devono cooperare ed interagire tra di loro per raggiungere lo stesso scopo.

Il lavoro di esplorazione si è svolto all’interno della circoscrizione 4 della città di Torino, con
una superficie di 9.183 km² e 98.787 abitanti, che comprende i quartieri di San Donato, Parella
e Campidoglio. Tra questi Parella è il primo territorio di cui si può avere traccia, nasce infatti
nei primi del ‘500 come un agglomerato di cascine e manterrà la sua natura contadina fino ai
primi del ‘900 quando il bum industriale lo stravolse, iniziando quel percorso di
urbanizzazione che lo portò oggi ad essere un quartiere a prevalenza residenziale e
commerciale. Anche di San Donato iniziamo ad avere traccia agli inizi del ‘500 ma sarà negli
anni dell’800 che si costruirà la sua identità industriale grazie alla Dora che forniva l’energia
necessaria agli impianti: industrie come la Caffarel o le Pastiglie Leone furono i motori che
portarono all’espansione del quartiere. Il quartiere di Campidoglio invece nasce intorno alla
metà del ‘800 per dare spazi abitativi al nuovo settore industriale che stava nascendo li
affianco. Oggi la 4 circoscrizione di Torino è un quartiere residenziale e commerciale che ha
mantenuto alcune caratteristiche visive del suo passato ma che per lo più si è adattato ai nuovi
tempi ed a i nuovi centri di interesse che si sono andati formando anche negli immediati
dintorni, come il nuovo stadio della Juventus.
Ho deciso di raccontare questa esperienza seguendo l’ordine cronologico con cui ho
conosciuto le realtà educative all’interno del territorio per continuare nel dettaglio con alcune
riflessioni sulla figura dell’educatore professionale e il lavoro di Team.

L’educatore e la Psichiatria

Il mio primo sguardo sul mondo dell’educazione cade in quest’ambito, presso la sede della
cooperativa zenith, con una terapista della riabilitazione psichiatrica che gestisce un gruppo
appartamento per persone affette da disturbi mentali. I disturbi mentali sono alterazioni a
livello comportamentale e psicologico relative alla personalità della persona presa in soggetto,
nei casi peggiori possono essere causa di pericolo per sé stessi e gli altri oppure portare ad un
progressivo allontanamento sociale. Storicamente chi soffriva di tali disturbi veniva
considerato anormale e di conseguenza allontanato dalla società con la forza e la coercizione,
nel 1656 nasce l’“Hopital de Paris” proprio con questo scopo anche se al suo interno
venivano reclusi tutti gli emarginati sociali e non solo chi aveva effettivamente dei problemi
psicologici e sarà il precursore di quello che saranno i manicomi nati tra la fine del ‘700 e gli
inizi dell’800. I degenti dei manicomi quindi invece di essere curati o meglio riabilitati,
venivano reclusi in queste istituzioni totali e dimenticati dalla società. Intorno alla metà del
1900 iniziano a nascere movimenti antipsichiatrici e antistituzionali, quest’ultimo in Italia
porto all’approvazione nel 1978 della legge 180 denominata “Legge Basaglia” e alla
conseguente chiusura di queste strutture deumanizzati. La Circoscrizione 4 di Torino dove ho
svolto il tirocinio è fortemente legata a questi avvenimenti storici vista la sua stretta vicinanza
con il comune di Collegno dove era presente uno dei più grandi manicomi d’Italia. Con il
superamento dei manicomi e l’incentrarsi verso misure riabilitative, nel 1984 viene introdotta
la figura dell’educatore professionale nel Sistema Sanitario Nazionale.
I gruppi appartamento per persone con disturbi psichiatrici rispondo così al bisogno di
rinserimento sociale di questi ultimi senza costringerli a convivenze forzate all’interno di
grandi comunità e ponendo l’attenzione sul quotidiano e le relazioni. L’educatore
professionale proprio attraverso l’instaurazione di una relazione educativa ha il compito di
aiutare i soggetti a riappropriarsi del quotidiano, di responsabilizzarsi e creare una rete sociale
in grado di aiutarlo. L’educatore diventa così promotore di una nuova immagine sociale di
colui che soffre di disturbi mentali cercando di abbattere questo stigma che da secoli affligge
queste persone.
“… dopo questa intervista sono sempre più convinto che le grandi comunità ai fini educativi
non siano proficue. Il pericolo di diventare istituzioni è alto, e credo che i manicomi ne sono
stati l’estremo esempio. Ad inizio anno mi sono recato alla lettura di una serie di lettere di
degenti del manicomio di Collegno, al solo pensiero delle sofferenze che sono state inferte a
quelle persine mi vengono i brividi… no la strada come suggerisce questa intervista è
l’integrazione sociale, cambiare la società in cui siamo in modo tale che sia più inclusiva ed
aperta al diverso. Direi che anche solo ascoltando le notizie proveniente da tutto il modo
questa sarà la grande sfida che interesserà il mondo dell’educazione nel secolo a venire.”
Diario di Sandro Brandi

L’educatore e le Dipendenze

Il mio secondo incontro con il mondo educativo avviene all’interno di un centro per le
dipendenze, con un’educatrice di esperienza che ci ha illustrato nel dettaglio il lavoro del
centro ed introdotto meglio in questo mondo. Chi fa uso di sostanze vietate dalla società
diventa automaticamente nella mente di tutti pericoloso, e come tale viene tratto. Similmente
a chi soffre di disturbi mentali queste persone finiscono ai margini della società, ma con una
sostanziale differenza: “se la sono cercata” è questo il pensiero che l’intera società si è
costruito e con cui i tossicodipendenti, alcolisti o ludopatici si relazionano e costruiscono la
propria identità. Ed ecco probabilmente il primo compito dell’educatore in quest’ambito,
ovvero interrogarsi sulle conseguenze che questo stigma porta a livello personale e collettivo
e trovare le migliori strategie di intervento al riguardo.
Il centro si occupa principalmente di accogliere le persone e, grazie ad un team di
professionisti del settore tra cui anche l’educatore professionale, costruire un percorso di
crescita personale che le porti effettivamente ad abbandonare la sostanza per cui hanno una
dipendenza o comunque a ridurla e riuscire a gestire la propria dipendenza pur rimanendo
integrato all’interno della società. Questo approccio di riduzione e integrazione mi ha colpito
particolarmente perché nasce proprio dalla volontà di sdoganare lo stigma che affligge le
persone che si rivolgono al centro, e mi ha dato un nuovo punto di vista su questo mondo al
quale mi approcciavo come tutti gli altri con reticenza e superiorità. Altro compito gestito dal
centro è quello della riduzione del danno, infatti vi sono alcuni progetti incentrati sull’assistere
le persone affette ad esempio da tossicodipendenze nei luoghi dove di solito consumano le
sostanze per dare materiali puliti, informazioni e per chi vuole magari un primo approccio
con un percorso di cambiamento che verrà approfondito poi nella sede del centro. Ultimo
grosso compito del centro è quello di prevenzione e informazione della popolazione sulle
dipendenze: di questo aspetto mi ha colpito come siano riusciti a costruire una rete di
collaborazioni con molte associazioni sul territorio che permettono un approccio più capillare
all’interno della popolazione ed un coinvolgimento che renderà sicuramente più efficace
l’intervento.
“… ed è crollato tutto, più andavamo avanti nell’intervista più mi era chiaro come per
semplificare la mia vita avevo categorizzato tutti i tossici nello stereotipo del fallito che se l’è
cercata. Mi era fin troppo facile, non volevo impegnare i miei pensieri per persone che
considero inferiori a me. Al massimo provavo un senso di pena nei loro confronti. Grazie a
questa professione mi sto rimettendo in gioco, mi stavo appisolando su preconcetti solo per
non pensare. Mi faccio un po’ schifo ma grazie a Maria ora voglio mettermi in gioco in
quest’ambito e rimboccarmi le maniche voglio migliorarmi voglio crescere.” Diario di
Sandro Brandi

“I bisogni ci vengono indotti (le tecniche di marketing ne sono un esempio quotidiano:


scegliamo in base a quello che ci viene messo davanti) e il risultato è che non siamo più in
grado di pensare da soli e abbiamo bisogno di un aiuto esterno.
Il consumo delle droghe in Italia è quindi anche un fatto culturale: non si può semplicemente
ridurre al desiderio di “fuggire dal mondo”, ma rappresenta uno dei modi per starci. Le
sostanze rappresentano un sostegno per affrontare la vita nelle sue varie sfaccettature.”
Marco Muzzi

L’educatore e la Disabilità

Il mio terzo incontro è stato in una R.S.A. sperimentale per disabili all’interno della quale
soggiorna un numero ristretto di persone in modo permanente da quando ha aperto. Le
persone all’interno hanno disabilità medio gravi e sono accudite da un gruppo di professionisti
nei loro bisogni giornalieri. In questo luogo ho riscontrato una realtà educativa ferma a
qualche anno fa dove gli educatori si scontrano ogni giorno con mansioni che non riguardano
il loro profilo professionale e che solo con difficoltà riescono a svolgere il loro effettivo ruolo.
La disabilità è sempre stata vista come una stortura da raddrizzare, da normalizzare, ed è
quello che per la maggior parte del tempo, per la natura e ritmi del servizio, viene svolto
all’interno di questa realtà che ho conosciuto. Il percorso della “normalizzazione” però negli
anni non ha dato i suoi frutti e le realtà educative ad oggi si incentrano sempre di più su un
lavoro di integrazione e partecipazione all’interno della società pur nella diversità. In
relazione a questo ultimo passaggio vorrei collegarmi invece alla realtà del gruppo
appartamento per disabili che ho visto alla fine della mia esperienza di tirocinio: in questo
servizio i ruoli erano più definiti e si poteva constatare come gli educatori riuscivano meglio
a svolgere il proprio lavoro ed andando incontro verso l’idea di integrazione sociale di cui
parlavo prima. La disabilità crea difficoltà all’educatore professionale poiché spesso, quando
questa è di connotazione mentale, costringe quest’ultimo a ricalibrare il proprio linguaggio
per cercare un dialogo per la costruzione della relazione educativa: ed essa è e rimane il
fondamento su cui costruire ogni progetto educativo. Inoltre, ho visto come sia difficile
aiutare a gestire la disabilità delle persone affette che o non riescono a vederla o non riescono
ad accettarla, portandole all’insoddisfazione nel non riuscire a portare a termine sogni e
progetti nei modi e nei tempi in cui l’intera società suggerisce ne è un esempio la sessualità:
“Sandro: Come vivono la sessualità l’utenza?
Roberto: come la vivono… dipende da persona a persona, è un tema sempre molto delicato
e difficile da gestire. Anche perché il fidanzamento o l’interessamento di due persone
all’interno della comunità altro non è se non la vita. (…) Certo è che scaturiscono molte
dinamiche relazionali complesse tra due persone che vorrebbero diventare una coppia, nasce
la gelosia con altre persone ad esempio. In parte è diversa la costruzione di rapporti
significativi con persone esterne dove a noi educatori ci viene chiesto dalla persona non di
favorire ma di fornirgli gli strumenti necessari…” Tratto da intervista dalla comunità
alloggio per disabili

L’educatore e il Territorio

Il mio quarto incontro è stato all’interno di una struttura definita “Casa del quartiere” grazie
alla quale ho potuto riflettere su un aspetto strettamente legato all’educatore professionale, il
territorio. Il servizio in questione si occupava di creare una rete tra tutte le associazioni e
gruppi con scopi educativi sul territorio di San Donato al fine di creare legami, momenti di
integrazione sociale ed essere punto di riferimento e aggregazione. Non riuscivo a capire
perché questo dovesse essere un compito dell’educatore professionale, perché la relazione
educativa diretta veniva meno e questo mi destabilizzava: ma mentre proseguiva l’intervista
mi era sempre più chiaro e prendevo coscienza che per rendere più efficace qualsiasi
intervento educativo sul singolo individuo è necessario un progetto di più ampio respiro che
coinvolga la società in cui è inserito. E l’obbiettivo semplice, ma allo stesso tempo
incredibilmente difficile da raggiungere, di far sì che le diverse realtà all’interno dello stesso
territorio si parlino e si conoscano, è un fulgido esempio di come sia necessaria la figura
dell’educatore: inoltre questa tipologia di servizio così strettamente legata al territorio
permette di avere uno sguardo più ampio su quelli che possono essere i bisogni educativi della
popolazione potendo permettere anche interventi mirati come può essere l’educativa di strada
, che intervenendo attivamente sul territorio riesce a coinvolgere i protagonisti di un progetto
educativo senza che questi si devano recare loro in una struttura. Costruire reti sociali diventa
importantissimo e parte fondamentale del lavoro dell’educatore senza le quali ogni intervento
è facile che sia fine a sé stesso: e allora gli sforzi per ridurre l’emarginazione sociale e
l’abbattimento degli stigmi nei confronti delle persone che vengono considerate “ultime”
all’interno della società sarebbero inutili.
“… è stato stancate seguire questa intervista, era come se l’educatore riuscisse a traferire la
sua di stanchezza su di noi. Collabora a più di un progetto per cercare di raggiungere un
monte ore sufficiente da mantenerlo, ma allo stesso tempo questo gli succhia via qualsiasi
energia e sotto sua stessa amissione non lo fa lavorare al meglio su nessuno di essi. Credo
che questo sia un problema da non sottovalutare per il futuro. Se questo è ciò che mi aspetta
ci vuole molta più organizzazione per far si che non sia l’utenza a rimetterci. Mi ha un
po’demoralizzato e allo stesso tempo spronato. Il servizio ha grosse potenzialità che non
vengono sfruttate, sono sicuro che il cambiamento passi proprio da servizi come questo che
guardano nella totalità il territorio e ponendosi gli obbiettivi giusti possono fare la differenza.
Non vedo l’ora di in cimentarmi in una prova simile.” Diario di Sandro Brandi

L’educatore e i Minori

Nel mio penultimo incontro sono entrato a contatto con un servizio verso i minori (e non solo)
molto particolare, il luogo neutro. Il luogo neutro è un servizio che assicura l’esercizio del
diritto di visita e relazione con il proprio figlio qualora i servizi sociali ritengano che per
tutelare quest’ultimo sia necessario allontanarlo da uno dei due genitori o entrambi.
All’interno di questi incontri si fa sì che il bambino continui la relazione con i genitori e questi
ultimi riescano a mantenere il proprio ruolo genitoriale e, quando possibile, ad organizzare e
gestire gli incontri in modo autonomo. Grazie agli educatori intervistati sono riuscito a
comprendere meglio quale sia il ruolo dell’educatore in quest’ambito, infatti il principale
compito all’interno del luogo neutro è quello di osservare la relazione tra il bambino e gli
adulti, e quando necessario essere mediatore tra le due parti per assicurare che l’incontro si
svolga in clima sereno e protetto per il bambino. Durante l’intervista è stato subito chiaro
come questo ruolo sia particolarmente spinoso e stressante, poiché l’educatore dal genitore è
facile che venga visto come un intruso che cerca di intromettersi nella relazione con suo figlio
e, come ci hanno raccontato, questo può portare a scontri verbali fino a minacce vere e proprie:
è fondamentale quindi per l’educatore essere una figura autorevole e rassicurante che riesce
però ad inserirsi nella relazione genitoriale come una figura “poco ingombrante”. Il carico
emotivo a cui si è sottoposti è enorme, anche per via delle storie a cui sono legati questi
incontri dettati spesso da violenze fisiche o verbali nei confronti dei bambini fino ad arrivare
ad abusi nei loro confronti, è indispensabile quindi utilizzare gli strumenti in mano
all’educatore per gestire questo carico emotivo e cercare anche strategie personali al riguardo.
Il luogo neutro rimane la realtà dove mi è parso che il ruolo dell’educatore venisse realmente
valorizzato almeno nelle forme, punto di discrepanza con il sentire comune della società.
“… la competenza e la professionalità dimostrata da queste due educatrici mi ha
sinceramente colpito. Il loro è un lavoro di grande responsabilità, e consapevoli di questo si
vede che cercano di non lasciarsi sfuggire nessun particolare. Mi sembra incredibile come
riescano a sopportare un simile carico emotivo senza uscirci di testa, oltre alla
responsabilità, le minacce dei genitori, le storie strazianti di molti minori che passano di li
nel pratico sono solo loro due a gestire gli incontri. L’equipe la vedono sì e no una volta al
mese quindi dubito che possa essere efficace nella gestione di tutto ciò. Le ammiro ma non
so se potrei riuscire a sopportare il peso di cui si sono fatte carico” Diario di Sandro Brandi
Le Competenze dell’Educatore

Qui è giunto il momento di raccogliere tutte le competenze che in maniera trasversale toccano
l’educatore professionale, le quali sono molte e variegate ed in base all’ambito di lavoro
possono alcune essere più evidenti ed altre meno ma comunque sempre presenti.
L’ascolto e l’osservazione sono elementi indispensabili per l’agire educativo, senza di essi
non è possibile riuscire a cogliere i bisogni educati degli utenti ed allo stesso tempo non
servono a nulla se non vengono legate ad un’analisi approfondita che possa determinare gli
obbiettivi educativi, anche grazie alle competenze teoriche acquisite dall’educatore nel suo
percorso di studi: infine dedotti gli obbiettivi è necessario che si agisca nel modo più efficace
possibile per il loro raggiungimento. Lo spirito critico è necessario invece per il verificare
continuamente il proprio agire e migliorare così i futuri interventi.
Se ne deduce che un’altra competenza dell’educatore è la progettazione, che può riferirsi ai
singoli utenti, ad un gruppo di essi o ad un territorio: ed è il territorio che fa emergere la
necessità dell’educatore di essere costruttore di reti sociali, reti che sono essenziali per una
maggiore efficacia degli intervenenti educativi e che permettono all’educatore di lavorare
sull’emarginazione sociale e gli stigmi che affliggono buona parte dell’utenza con cui entra
in contatto e che sono il centro del suo agire educativo.
Le competenze comunicative sono uno strumento indispensabile attraverso il quale si muove
ogni azione dell’educatore, che queste siano verbali o non verbali permettono di interagire
con l’utenza tutta anche nel caso in cui vi siano delle disabilità al riguardo. Quindi è necessario
impegnarsi in tal senso onde evitare che siano meno efficaci le competenze pedagogiche e il
loro strumento la relazione educativa, cardine su cui si muove tutta la professione.
"La competenza pedagogica si può definire come l'insieme complesso e dinamico di
conoscenze, di abilità, di procedure metodologiche, di esperienze consolidate e ordinate di
tipo educativo, fondate sulla riflessione e sulla teorizzazione pedagogica che connota in modo
specifico la professionalità educativa e che i soggetti che operano in questo settore devono
saper mettere in campo in modo personale e critico quando progettano, attuano e valutano
il proprio intervento". Milani L.

La costruzione di un rapporto significativo ed empatico con l'utente è fondamentale, dal


momento che ogni cambiamento è impossibile se non vi è il coinvolgimento diretto con
l'utenza. La relazione educativa promuove quindi lo sviluppo e la crescita di un cambiamento
specifico e basato sulle potenzialità dell’utente. Per questo la relazione educativa è importante
che sia dotata di intenzionalità, per far in modo che l'intervento sia finalizzato ad uno specifico
obiettivo. Accettare la diversità nell’altro superando i pregiudizi legati alla sua condizione
attuale diventa un elemento altrettanto importante per costruire questo legame che altrimenti
sarebbe alterato dai nostri stessi giudizi.
Si può dire che l’educatore è un agente del cambiamento e come tale deve accettare
l’incertezza e l’errore a cui è necessario lasciare spazio, perché proprio l'errore differenzia i
percorsi, li personalizza, li cambia e li migliora: nella sua imperfezione l'errore è ciò che
testimonia la costante ricerca e creatività delle infinite possibilità, propria del lavoro
educativo. Ne consegue che deve essere in grado di gestire la complessità: ovvero avere la
padronanza di strumenti culturali in grado di cogliere, al di là delle apparenze, la rete di
relazioni, situazioni e problematicità che sempre accompagnano l'intervento educativo.
La capacità di lavorare in gruppo è un’altra caratteristica di questa professione, l’educatore
lavora a stretto contatto con altri professionisti e senza una buona coordinazione si finisce per
non essere efficaci e anche per fare dei danni. Bisogna conoscere i propri limiti e le proprie
debolezze per metterne al corrente tutta l’équipe, così che si possa porre rimedio insieme ad
esse, ed allo stesso tempo mettere invece a disposizione i propri punti di forza. Inoltre, poiché
è naturale che nascano conflitti all’interno di un gruppo, l’educatore deve anche avere una
buona gestione dei conflitti.
Concluderei dicendo che l’educatore professionale è una figura in continua evoluzione, che
deve stare al passo con i mutamenti della società, dei metodi per comunicare e fare rete. La
formazione permanente permette tutto ciò e aiuta l’educatore ad essere una figura “fluida”
che si adatta ai tempi in cui esercita il proprio mandato sociale.

Le criticità della mia esperienza

Analizzando il mio operato emerge come non sia riuscito ad inserirmi correttamente
all’interno del mio gruppo di lavoro del tirocinio, fatto che ha portato alla realizzazione di
questa relazione. Nonostante avessimo un obbiettivo comune, non mi sono mai impegno nel
cercare di sentirmi parte del gruppo il che a portato ad un progressivo mio allontanamento
spontaneo da quelle che erano le attività comuni. La mancanza di un team leader riconosciuto
fra tutti i membri ha portato ad un’auto-gestione delle attività che, nel mio caso, è stata
deleteria e inefficace. Sarebbero state necessarie delle verifiche periodiche e ricorrenti durante
l’esperienza di tirocinio onde evitare l’accumularsi di problematiche e comportamenti non
utili ai fini comuni ma diverse dalle riunioni di tutoraggio poiché, come testimonia la nostra
esperienza, non viste come luogo “sicuro” di confronto. La comunicazione è stata spesso
frammentaria e inefficacie a causa delle tempistiche e degli strumenti utilizzati. Riassumendo
la mancanza di un leader riconosciuto, di un’organizzazione e divisione dei ruoli netta ma
volta all’integrazione di tutti i membri del gruppo, una mancata comunicazione e verifica
periodica dei problemi ed infine un mio scarso impegno nel voler effettivamente partecipare
al gruppo ha creato questa singolarità. Consapevole dei disturbi arrecati ai miei pari e non
solo farò tesoro di questa esperienza e dai miei errori porto il cambiamento necessario per
diventare un educatore professionale.
Tra teoria e pratica

Durante tutto l’anno accademico si sono susseguite le lezioni, e molte di loro mi sono reso
conto trovano un riscontro nelle realtà che ho intervistato. La storia dei modelli pedagogici è
servita a darmi uno spaccato della realtà educativa in modo da poter fare confronti con i
modelli oggi in uso e potermi così fare un pensiero critico al riguardo. Ho visto come le lezioni
di psicologia dell’emozioni e della comunicazione siano di grosso aiuto per la costruzione di
una relazione educativa sapendo ad esempio le tappe dello sviluppo emotivo, o l’acquisizione
delle competenze emotive. Le conoscenze acquisite di anatomia, neurologia e pediatria
servano a creare un linguaggio comune da utilizzare all’interno dell’equipe professionale. Gli
studi di Metodi e pratiche dell’intervento educativo trovino riscontro in quelle che sono le reti
sociali dell’educativa territoriale. E l’occhio sociologico di sociologia possa rivelarsi utile per
analizzare la realtà territoriale e scoprirne i bisogni.

Conclusioni

Ed eccoci alla fine di questa esperienza sicuramente ricca ma in qualche modo parziale, il
mondo dell’educazione è vasto le realtà da conoscere tante e molte ancora da pensare.
L’educatore professionale è in continua evoluzione cercando di stare dietro ai mille
cambiamenti della società e del mondo, la dinamicità di questo “gioco” non può che riempirmi
di energie per il futuro e sento che quello che mi aspetta sarà una grande avventura. Sono
sicuro che nei prossimi due anni avrò l’occasione di conoscere e vivere meglio questa
professione e, nella pratica, accrescere le mie competenze giorno dopo giorno.
“… Ad essere sincero non ho ancora interiorizzato del tutto questa esperienza. Ma se dovessi
tirare le somme direi che ho realmente inquadrato meglio la figura professionale
dell'educatore che grazie al cielo corrisponde molto alla mia idea iniziale nata per caso per
la mia passione scout. È necessaria dedizione e amore verso le persone seguite che queste
siano bambini o anziani. È essenziale essere pronti come dice il buon Lord Baden Powell e
competenti in quello che si fa onde evitare di complicare maggiormente le vite già difficili
delle persone seguite. Non bisogna iniziare questo lavoro pensando di avere un buon
guadagno ma sono sicuro sia necessario prende una posizione di contrasto a questa
svalutazione della figura professionale dell'educatore. In questa professione il lavoro di team
diventa essenziale si per la miglior riuscita degli interventi educativi sai per diminuire il
carico emotivo personale offrendo cosi ottimi spunti di crescita. Inoltre, credo che per
continuare ad arricchirsi sia meglio non fossilizzarsi su un unico servizio ma continuare a
sperimentare e mettersi sempre in gioco in nuove esperienze.” Diario di Sandro Brandi
Sitografia

• http://www.museotorino.it/view/s/00c52b3604534cb68
ed7287190a8faca#top
• http://socialproximity.org/Intervento/il-lavoro-
educativo-nelle-dipendenze/
• http://educatoriineducazione.blogspot.com/2012/02/te
si-di-elisa-casetta-capitolo-3-le.html