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Latina 3 (2009)

Editoriale
Associazione Culturale Signainferre∗

on il terzo numero di Latina (il quarto in realtà considerando il numero zero introduttivo) tentiamo
C di dare un valore monografico alla nostra antologia d’articoli pubblicati nel corso di questi lunghi
sette anni di SignaInferre: ovviamente non sarà cosı̀ per tutti i prossimi numeri, ma per noi sarà impor-
tante valutare l’impatto che avrà il testo rivolto principalmente agli attenti lettori del sito.
Quale migliore occasione quindi per redigere un numero dedicato alla creazione della società mediter-
ranea occidentale, quella società costruita sulle due grandi forze politiche, istituzionali e sociali quali le
città-stato greche e Roma , una società che è arrivata fino ai nostri giorni e continuerà ancora per molto
tempo.
L’analisi di chi ha scritto i testi si è sviluppata quindi sulla ricerca degli anelli di congiunzione che
hanno permesso nei secoli la fusione ideale tra due civiltà, quella ellenica e quella romana che finirono
per dominare incontrastate la scena mediterranea (ed oltre) assorbendo l’un l’altra i caratteri migliori
“dell’antagonista”, facendoli propri e migliorandoli.
Giovanni Costa con il suo testo “Atene, città che osa - Le Vespe di Aristofane” ci propone un viaggio nella
capitale attica in uno dei momenti culminanti per la discussione politica nell’Agorà dovuta al protrarsi
della Guerra del Peloponneso contro Sparta sul finire del V secolo che mise a dura prova la “democrazia”
ateniese e le sue istituzioni elettive attraverso una rilettura che Aristofane dedicò all’avvenimento del 422
a.C. con l’opera Le Vespe.
Enrico Pantalone analizza come nacque e come si sviluppò la più grande civiltà occidentale, in Grecia e
poi a Roma attraverso l’impatto dei pensatori e dei filosofi e l’impostazione istituzionale dei territori con
la loro naturale evoluzione nelle diverse forme di governo fino all’assunzione universalistica del principato
romano, senza peraltro trascurare l’importante aspetto religioso che appare costruito perfettamente per
consolidare quello civile e dominare la società pur modificando la filosofia con cui si presentava nei secoli.
Bianca Misitano ci conduce alla comprensione delle prime importanti forme istituzionali della società
romana seguendo l’evoluzione del Senato, elemento davvero unico nel panorama delle civiltà del bronzo
e del ferro, assise dove si deliberava sul bene per la città di Roma in confronti spesso tesi e duri ma
importanti visto i risvolti sociali che le decisioni avevano quasi nei secoli d’oro repubblicani.
Infine per la consueta sezione dedicata al teatro ed al cinema e sempre per restare nell’ambito delle
tematiche espresse da questo numero monografico saranno analizzati i due drammi teatrali di Henrik
Ibsen basati sui drammatici risvolti socio-politici che i protagonisti degli stessi vivono nel testo: Catilina,
Cesare e Galileo.
A noi è sembrato veramente un numero interessante e completo, ora aspettiamo la Vostra risposta spe-
rando sia entusiastica come nelle precedenti occasioni.

Un sentito ringraziamento va a tutti coloro che hanno attivamente partecipato alla stesura ed alla
riuscita di questo numero di Latina, L’Antologia di SignaInferre (in stretto ordine alfabetico):
Giovanni Costa (per l’articolo)
Luciano Demasi (per l’impaginazione)
Bianca Misitano (per l’articolo)
Roberto Narducci (per l’impaginazione)
Massimiliano Pallotta (per l’impaginazione in rete)
Enrico Pantalone (per l’articolo)

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Latina 3 (2009) 1–14

Atene città che osa.


Le vespe di Aristofane.

Giovanni Costa∗

Αὖθις δὲ οἱ μὲν καὶ παρὰ δύναμιν τολμηταὶ καὶ παρὰ γνώμην κινδυνευταὶ καὶ τοῖς
δεῖνοις εὐέλπιδες· (Thuc., I, 70, 3)
(Ancora, loro (gli Ateniesi) audaci oltre le loro proprie forze, sfidavano il pericolo senza riflettere e sono
ottimisti nelle situazioni gravi;)

Indice
I Aristofane 1

II L’argomento de le VESPE 4

III I tempi e gli uomini 6


A I tempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6
B Cleone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
C Lachete . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8

IV La commedia 10
A L’attacco a Cleone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
B Le ragioni dell’attacco a Cleone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

I. Aristofane

N ella primavera del 427 a.C., Aristofane presentò ufficialmente la sua prima commedia che ottenne
il secondo premio. L’anno seguente, egli, nella commedia i BABILONESI, mostrò come gli Ateniesi
amministrassero i loro alleati; “καὶ τοὺς δήμους ἐν ταῖς πόλεσιν δείξας ὡς δημοκρατοῦνται. (Aristof.
ACAR 642) (avendo persino insegnato come si amministrino, democraticamente, i paesi alleati); questa
commedia, presentata durante le feste di Bacco del 426 a.C. (mese di Marzo), suscitò un grande odio
dei cittadini. Infatti, in quella stagione erano presenti ad Atene molti dei suoi alleati ed essi, anche,
sedevano in teatro alla rappresentazione della commedia; la miserrima sorte che era toccata agli abitanti
di Mitilene (Thuc. III, 50), nel 427 a.C., faceva sì che fosse difficile credere che il comico solamente
giocasse e che non avesse mescolato bile al suo brio. Per la qual ragione il poeta apparve essere andato
al di là della licenza Bacchica ed il preposto che aveva presentato col suo nome la commedia, Callistrato
fu accusato di “κακολογίας εὶς τὸν δῆμον” a . Infatti, nel teatro comico attico, nessuna legge vietava di
deridere gli uomini o, anche, i potenti, ma non si tollerava che venisse deriso il popolo “κακολογίας εἰς
τὸν δῆμον” (Vecchio Oligarca, COST. ATEN. II, 18) (Non permettono di deridere il popolo o di parlarne
male,).
Non sappiamo se Callistrato sia stato condannato o meno; sicuramente egli promise che, dopo ciò,
non avrebbe più fatto niente di simile. Invero, mentre il comico scriveva una nuova commedia, aveva
∗ Giovanni Costa V. Tigor, 14 34124 Trieste e-mail: giovannicosta50@alice.it
a Cf. Aristofane, ACAR. 377-382, 501 - 508, 630-642.

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infisso nella memoria il ricordo di tale misfatto; ragione per cui; “ διαβαλλόμενος δ΄ ὑπὸ τῶν ἐχθρῶν ἐν
᾿Αθηναίοις ταχυβούλοις, ὡς κωμῳδεῖ τὴν πόλιν ἡμῶν καὶ τὸν δῆμον καθυβρίζει, ” (Aristof. ACAR, 630s)
(calunniato, però, dai nemici, tra gli Ateniesi precipitosi nelle deliberazioni, di deridere la città e di
ingiuriare il popolo.).
Ma, una volta che la commedia ACARNESI ebbe ottenuto il primo premio, accolta con un grande
plauso, Aristofane decise di attenersi alla promessa che aveva fatto a Callistrato; “ὡς μεμίσηκά ςε Κλέωνος
ἔτι μᾶλλον, ὂν κατατεμῶπόθ΄ ἱππεῦσι καττύματα.” (Aristof. ACAR., 300s) (ti odio ancor più di Cleone
e farei di te suole delle scarpe per i cavalieri.). Infatti, egli presentò col suo nome la commedia i
CAVALIERIb nella quale presentava ad essere deriso quell’uomo che, poco prima, a Pilo, grazie ad
una sorte molto favorevole, era riuscito a mantenere la promessa fatta, contro ragione, al popolo, di
conquistare Sfacteria entro venti giornic. Sotto l’ombra di un servo turpe e doloso si attaccava Cleone;
la vittoria, per mezzo della quale egli era diventato illustred , viene attribuita al cieco caso od alla sua
fallacia;

ˏΠΑ. Εὖ γὰρ ποιῶ τὸν δῆμον.


ΑΛ. Εἰπέ μοι, τί δρῶν;
ΠΑ. ῞
Οτι; τῶν στρατηγῶν ὑποδραμῶν
τοὺς ἐκ Πύλου,
πλεύσας ἐκεῖσε τοὺς Λάκωνας ἥγαγον.
ΛΑ. ᾿Εγώ δὲ περιπατῶν γ΄ ἀπ΄ ἐργαστηρίου
ἕψοντος ἑτέρου τὴν χύτραν ὑψειλόμην. ˎ (Aristof. CAV., 741ss)
(PAFL. Sono un benemerito del popolo!
SALS. Dimmi, facendo cosa?
PAFL. Cosa? Facendo lo sgambetto ai generali da Pilo, sbarcato laggiù portai prigionieri gli Spartani
SALS. Io, invece, andando a zonzo, rubai da una bottega la pignatta che un altro aveva messo sul
fuoco.).

Diceva poi che Cleone non brillava per nessuna altra arte se non quella di gridare, di mentire e di
rubare. La commedia non aveva molti fatti pieni di cose apertamente probe, né il poeta, tra i litigi
delle diverse fazioni, aveva trovato spazio per i giochi innocenti, quale era stato, ne gli ACARNESI quel
festivo episodio di Diceopoli che vede Euripide. Tuttavia, la conclusione dei CAVALIERI, richiama alla
memoria quella lotta di mendicanti di cui leggiamo nell’ODISSEA (Om. OD. XVIII) ; infatti, come Iro
viene gettato in un angolo della casa, la porta esterna,
“ ἐνταυθοῖ νῦν ἧσο κύνας τε σύας τ΄ ἀπερύκων, (Om. OD. XVIII, 105)”
(Sta seduto sopra qui a scacciare i porci ed i cani,), così, ne i CAVALIERI, Paflagone (Cleone) veniva
gettato fuori a stare, da allora in poi, colla feccia della città (Aristof. CAV. 1398ss). Ma l’uomo che, nella
commedia di Aristofane teneva la parte principale, Agoracrito il salsicciaio, distava moltissimo dall’uomo
cantato da Omero, al quale, sotto la fine arte del poeta, veniva ridato il vigore giovanile, né questa figura
aveva alcunché che colpisse l’animo degli spettatori o che suscitasse il riso. Tuttavia, queste ragioni non
furono di impedimento che la commedia i CAVALIERI riportasse, alle Lenee del 424 a. C., il primo
premio.

Ma, subito Cleone ed i suoi amici passarono al contrattacco. Non si conosce esattamente cosa sia
avvenuto, siamo nelle tenebre. Certamente Aristofane stesso scrive;
ˏΕἰσὶ τινες οἵ μ΄ ἔλεγον ὡς καταδιηλλάγην,
ἡνίκα Κλέων μ΄ ὑπετάπαττεν ἐπικείμενος
καί με κακίσας ἔκνισε, κᾆθ΄, ὅτ΄ ἀπεδειρόμην,
οἱ ΄ κτὸς ἐγέλων μέγα κεκραγότα θεώμενοι,
οὐδὲν ἄρ΄ ἐμοὑ μέλον, ὅσον δὲ μόνον εἰδέναι
σκωμμάτιον εἴ ποτέ τι θλιβόμενος ἐκβαλῶ. ˎ(Aristof. VESPE, 1284ss).

(Certi dicevano che sono sceso a patti, quando Cleone passò al contrattacco, con la famosa strigliata.
Che brutto scherzo! Mentre mi spellava, fuori ridevano a vedermi gettare urla.
Di me, se ne infischiavano; volevano vedere se in mezzo ai tormenti sparavo uno sberleffo, anche
piccolo!).
b AlleLeenesi, ossia Febbraio, 424 a.C.
c Thuc. IV, 3-38
d La conquista di Pilo e di Sfacteria, nel 425 a.C., Thuc., IV, 3-38.

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Sebbene non si possa sapere accuratamente a cosa si riferiscano ed a cosa mirino queste parole, esse,
tuttavia, attestano che il comico non se la cavò senza attacchi.
Il poeta, allora, comprese che era meglio frenare l’audacia giovanile; a lui che si guardava intorno per
cercare un luogo ove il suo ingegno esuberante potesse andare in giro senza pericolo, apparvero essere
più sicure, rispetto al suolo della patria, le regioni della filosofia. Egli, quindi, si ricordò del successo
della sua prima commedia, presentata alle Detalensi del 427 a. C., nella quale si deridevano i costumi
dei giovani imbevuti dell’erudizione dei sofisti; per la qual ragione egli derivò dalla medesima fonte una
nuova, brillantissima commedia, le NUVOLE. Questa, però, piacque poco e, alle Dionisie del 423 a. C.,
essa conseguì l’ultimo posto.
Frustrata questa sua speranza, il comico abbandonò quegli argomenti sublimi e riprese i fatti terrestri
ed umani dell’Attica, in mezzo ai quali era cresciuto. Tuttavia, per non incorrere nuovamente in problemi,
egli desunse dalla vita pubblica una materia che potesse essere trattata senza una eccessivamente scoperta
derisione degli uomini illustri. Prese a prenderli in giro anche pesantemente, ma in maniera indiretta.
Certamente scelse un argomento felicissimo. Ecco, si presentano i reduci di Maratona e di Salamina,
coloro che, in gioventù, debellarono i barbari senza che fosse proposto loro alcun premio se non la libertà
della patria. Ma, ora, essi hanno un altro modo di vita, formano “ φράτερες τριωβόλου,’ (Aristof. CAV.
255), “un sodalizio del triobolo”. Loro unica felicità è sedere sugli scanni dei giudici; al posto delle armi,
hanno la tavoletta incerata delle sentenze, non mordono più coi denti, li hanno, ormai, persi, ma coi voti;
“Δότε μοι ξίφος ὅπως τάξιστ΄ , ἢ πινάκιον τιμητικόν.’ (Aristof. VESPE, 166s) (Datemi una spada, al più
presto, oppure una tavoletta per votare la pena) e “τῶν τ΄ αὖ γερόντων οἶδα τὰς ψυχὰς ὅτι οὐδὲν βλέπουσιν
ἄλλο πλὴν ψηφηδακεῖν.’ (Aristof. ACAR. 375 s) (Conosco pure l’animo dei vecchi; non pensano altro
che ad azzannare, coi voti.). Ecco i signori della Grecia che prestano opera mercenaria! All’alba, ogni
giorno, viene al foro una moltitudine di vecchi decrepitie ; si radunano da ogni parte, portando i rigidi
ginocchi. Quindi stanno davanti al tribunale come una caterva di cani affamati, forse si sentiranno dire
che non c’è nessuna causa da trattare e che, di conseguenza, non c’è bisogno di loro. Allora se ne vanno
mesti, dovranno sopportare la fame, non vi è denaro con cui comperare il pranzo;
῾῾ ῎oΑγε νυν, ὦ πάτερ, ἢν μὴ
τὸ δικαστήριον ἄρχων
καθίσῃ νῦν, πόθεν ὠνη-
σομεθ΄ ἄριστον; ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 303ss)
(Ma, padre mio, se il responsabile oggi non apre il tribunale, con che compriamo il pranzo?).
Però, se, per buona fortuna, qualcuno è designato come giudice, è contento ed, al pomeriggio, torna
a casa superbo;
῾῾ ῝oΟ δέ γ΄ ἥδιστον τούτωχν ἐστὶν πάντων, οὗ ΄γὼ ΄πωελελήσμην,
ὅταν οἴκαδε ἴω τὸν μισθὸν ἔχων, κἄπειθ΄ ἥκονθ΄ ἅμα πάντες
ἀσπάζωνται διὰ τἀργύριον, . . . ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 605ss)
(La più bella di tutte, me l’ero scordata, è quando torno a casa con la paga, appena entro, tutti mi
abbracciano per i soldi, . . . ).
Egli è ricco, si è guadagnato tre oboli, sembra un Creso a sé ed ai suoi.
Scenica contrapposizione, quanto violentemente doveva colpire l’animo degli spettatori questo antago-
nismo tra una gioventù gloriosa a difesa della patria ed un’oscura vecchiaia. Quelle imprese ammirabili,
grazie alle quali erano stati respinti i barbari, erano celebrate non solamente in quanto degne di venera-
zione ma, anche, ingigantite e portate al di sopra di quello che è il modo umano. Gli eroi di Maratona e
di Salamina venivano rappresentati schierati con Minerva, Ercole e Teseo. Ora questi uomini esultano,
contenti, ogni volta che abbiano guadagnato tre oboli; in quei giorni in cui non abbiano riportato nessun
salario tornano mesti a casa, non si potrà comprare da mangiare.
Il campo di Maratona, lo stretto di mare di Salamina dove le truppe dei barbari furono respinte a tal
punto che le coste della Grecia furono disseminate dal legname dei relitti delle loro navi, testimoniano il
valore di questi uomini.
Sì, però, e qui sta l’attacco, indiretto ma violento, a Cleone, il personaggio principale de le VESPE,
Filocleone, ammiratore di questo demagogo, che da lui dipende per il triobolo di giudice, non aveva
partecipato a queste gloriose imprese, pur avendo l’età conveniente. Come vedremo, egli era imboscato,
in occupazioni e diletti alquanto ignominiosi. Sebbene ogni cittadino che avesse superato i trent’anni, in
Atene, potesse assolvere il compito di giudice, il fatto, tuttavia, era che solamente gli anziani d’estrazione
popolare sedevano nei tribunali. La paga di un giudice, tre oboli al giorno, era esigua e non attraeva le
persone nel vigore delle forze o coloro che godevano di una prospera situazione famigliare.
e Sebbene ogni cittadino che avesse superato i trent’anni, in Atene, potesse assolvere il compito di giudice, il fatto, tuttavia

era che solamente gli anziani d’estrazione popolare sedevano nei tribunali. La paga di un giudice, tre oboli al giorno, era
esigua e non attraeva le persone nel vigore delle forze o coloro che godevano di una prospera situazione famigliare.

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II. L’argomento de le VESPE
Non c’è da meravigliarsi che questi uomini che vinsero in quella grande lotta che furono le guerre
persiane, siano stati ritenuti degli eroi; dunque, le loro imprese sono state celebrate pubblicamente, ad
esempio da Eschilo ne i PERSIANI.
Le cose grandi diventate piccole generano un senso del ridicolo, così, certamente, nessuno fu più
esperto nell’arte dell’irridere che questo poeta che presenta questi uomini, gloriosi veterani, che, al
termine della loro vita, si sono mutati in persone di valore minimo; né il comico lancia con ingiuria
questa nuova commedia, se non, copertamente, verso Cleone, essa non si eleva al di sopra della vita
quotidiana, tuttavia ha un qualche spessore;
῾῾ ᾿Αλλ΄ ἔστιν ἡμῖν λογίδιον γνώμη ἔχον, ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 64)
(Ma abbiamo un racconto che ha il suo significato,). Si tratterà di un argomento che non è futile e che
ha dentro di sé molto di più di quanto si veda dal di fuori.
Apparentemente, da come dichiara il poeta, non si vuole attaccare Cleone;
῾῾ οὐδ΄ εἰ Κλέων γ΄ ἔλαμψε τῆς τύχης χάριν,
αὖθις τὸν αὐτὸν ἄνδρα μυττωτεύσομεν. ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 62s)
(né, se Cleone brilla grazie ad un colpo di fortuna, ne faremo di nuovo un pesto.), in realtà, per allusioni,
qui sia si attacca, sia si critica quasi tutta la condotta Ateniese della lunga guerra del Pelopponeso
(431–404 a. C.).
Questo attacco è reso tanto più stridente dal confronto tra il comportamento glorioso, in gioventù,
degli altri giudici, colleghi di Cleone e quello, assolutamente inglorioso, tenuto da quest’ultimo. Dal
sostantivo κλέος derivano, effettivamente, i due nomi di Ψιλοκλὲων e di Βδελυκλέων, (Filocleone o
amico di Cleone e Bdelicleone o Schifa – Cleone); è, anche, vero che da questa stessa radice derivano
anche altri nomi di personaggi spesso trattati da Aristofane, come Cleonimo e Cleofonte; tuttavia, si
comprende chiaramente che ora si sta deridendo proprio Cleone. Dunque Santia, il servo che afferma
“non ne faremo di nuovo un pesto”, non svela la vera intenzione del poeta ma, giocosamente, inganna
gli spettatori; nella commedia vengono, in realtà, proposti al disprezzo Cleone e la sua amministrazione,
soprattutto della guerra in corso. Siamo nel 422 a. C., in piena guerra del Pelopponeso, nel momento di
massima gloria del demagogo Cleone che morirà di lì a poco presso Anfipoli nella tarda estate del 422 a.
C. (Thuc. V, 10, 9, per il periodo V, 12, 1).
Veramente, ben presto appare essere così, infatti, se Cleone non viene nominato se non una volta e
di passaggio, egli viene deriso nella persona dell’uomo che si presenta come suo ammiratore e seguace.
Alcuni studiosi affermano che si deride il fatto che Cleone aveva portato il salario per la partecipazione
ai tribunali, decretato da Pericle (Arist. COST. ATEN. XXVII, 4) a tre oboli (Arist. COST: ATEN:
LXII, 2) e;
῾῾ ῏oΩ γέροντες ἡλιασταί, φράτερες τριωβολου,
οὒς ἐγὼ βόσκω . . . ᾿᾿. (Aristof. CAV. 255s)
(Vecchi eliasti, compagni di triobolo, che io mantengo . . . ).
Come vedremo, non è questa la ragione, il salario dei giudici consentiva al popolo di partecipare ai
tribunali, questi, in Atene, erano numerosi, 10 tribunali, ognuno competente per un tipo specifico di
cause; i giudici erano molto numerosi, 600 giudici per tribunale, il che porta a 6.000 giudici in totale, una
parte considerevole della popolazione maschile dell’Atene di allora. Se4 non vi fosse stato il triobolo a
compensare il lavoro dei giudici, sarebbe venuto meno il principio della democrazia ῾῾ καὶ πάντα διοικεῖται
ψηφίσμασιν καὶ δικαστηρίοις, ἐν οἷς ὀ δῆμος ἐστιν ὁ κρατῶν. ᾿᾿ (Arist. COST. ATEN. XLI, 2)f (tutto si
decide mediante decreti e tribunali in cui il popolo predomina.). Contrariamente a quanto, comunemente,
si ritiene non è questo che Aristofane vuole deridere, egli vuole, bensì, mettere in guardia gli Ateniesi per
la loro audacia e per quella dei demagoghi. Anche queste parole del servo Santia ci svelano l’intento della
commedia; ῾῾ οὐδ΄ αὖθις ἀνασελγαινόμενος Εὐριπίδης; ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 61) (né Euripide, ingiuriato
ancora una volta), sospettiamo, quindi, che analogamente a quanto avviene per Cleone, Aristofane non
si asterrà neppure dal deridere Euripide. Invero, il finale della commedia che ci ricorda il finale de il
CICLOPE di Euripide, ci mostra che i fatti sono così; questa imitazione si riscontra nei fatti stessi
che avvengono. Infatti, il mantello di lana che il figlio dona a Filocleone (VESPE, 1131 ss), una volta
indossato, fa molto buffamente assomigliare il protagonista al ciclope Polifemo di Euripide. Inoltre, il
finale della commedia ci presenta Filocleone che, avendo ben bevuto, afferma di essere intenzionato a
divorare alcuni piccoli uomini come se fossero dei granchi (VESPE, 1502ss), nello stesso modo in cui,
f La cifra di 6.000 giudici è attestata da Aristotele, COST. ATEN. XXIV, 3. Da Aristofane, VESPE, 654ss, apprendiamo

che il reddito totale di Atene, al tempo, ammontava a circa 2.000 talenti all’anno, mentre il salario dei 6.000 giudici costava
150 talenti (6.000 giudici volte 3 oboli dà 18.000 oboli al giorno ovvero 3.000 dracme e, volte, 300, i giorni di lavoro annuali,
dà 5.400.000 oboli all’anno, ovvero 900.000 dracme o 150 talenti). La cifra di 2.000 talenti annui per il reddito di Atene è
diversa, ma non poi tanto, da quella di 1.000 riportata da Senofonte, ANAB. VII, 1, 27.

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alla fine del dramma di Euripide, il Ciclope, ebrio ed accecato, cerca inutilmente di ghermire i compagni
di Ulisse che fuggono per le rocce.
Tuttavia, in questi passi, viene attaccato molto più aspramente il governo di Cleone. Infatti, se il
suo grandissimo ammiratore sostiene la parte di Polifemo, il modo d’agire di Cleone al governo d’Atene,
ricorda quell’antica barbarie dei Ciclopi; ῾῾ τοῖσιν δ΄ οὔτ΄ ἀγοραὶ βουληφόροι οὔτε θέμιστες, ᾿᾿ (Om., OD.
IX, 112) (Essi non hanno assemblee per consigliarsi, né leggi,), ove nessuno conosce o si cura delle leggi
e, quindi, del lecito. Il Ciclope non conosceva diritto divino e religione, non rispettava gli ospiti protetti
da Zeus (Om., OD., IX, 269ss).
Aristofane, per presentare cosa mai fosse Cleone, introduce in scena il suo fido seguace, dopo di ciò
gli spettatori chiameranno Cleone “signore dei Ciclopi”:
La commedia piacque ed ottenne, alle Lenee del 422 a, C., il secondo posto.
Pochi mesi dopo, Cleone periva lontano dalla patria; una volta morto, subito, come avviene, la sua
memoria prese a svanire dalla mente del popolo; un altro demagogo prese a regnare ad Atene ed ad
attirare su di sé i dardi del comico. Dopo Cleone venne Iperbolo, una volta mandato in esilio venne il
turno di Cleofonte, attaccato da Aristofane ne le RANE.
Nella parabasi de la PACE, presentata pochi mesi dopo la morte di Cleone, il poeta si loda, egli non
prende in giro né la povera gente né le donne, ma;
῾῾ Καὶ πρῶτος μὲν μάχομαι πάντων αὐτῷ τῷ καρχαρόδοντι,
οὗ δεινότατοι μὲν ἀπ΄ ὀφψαλμῶν ὡς ἀκτῖνες ἔλαμπον,
..................
Τοιοῦτον ἰδὼν τέρας οὐ κατέδεισ΄, ἀλλ΄ὑπὲρ ὑμῶν πολεμίζων
ἀντεῖχον ἀεὶ καὶ τῶν ἄλλων νήσων. ῟oΩν εἴνεκα νυνὶ
ἀνταπαδοῦναι μοι τὴν χάριν ὑμᾶς εἰκὸς καὶ μνήμονας εἶναι. ᾿᾿ (Aristof., PACE, 754ss)
(Primo di tutti me la sono presa con la Belva in persona, dai cui occhi tremendi dardeggiavano lampi,
..................
Non ho tremato, a vedere un mostro simile; gli ho sempre tenuto testa, battendomi per voi e per le altre
isole. Mi aspetto, per questo, che mi restituiate il favore che dovete, dimostrando una buona memoria.).
Ormai Cleone era morto, si poteva parlare apertamente di lui come la Belva in persona.
L’ultima parte de le VESPE non è di una specie più austera, essa è ilare, festiva. Mentre il vecchio,
ubriaco, gira per il palcoscenico, gli Ateniesi, divertiti da un nuovo e ridicolo spettacolo, non si chiesero
quanto giusto fosse il finale della commedia. Qui il poeta supera sé stesso, infatti, mentre appare portare
in scena semplici bazzecole, in realtà attacca l’avversario con lazzi mordacissimi e lascia un aculeo nella
mente degli spettatori.
Ma cosa voleva realmente attaccare Aristofane? Il sistema giudiziario ed i giudici Ateniesi, forse? È
mai possibile criticare in massa tutti i reduci di Maratona e di Salamina? No, essi, complessivamente
e, ricordiamo, che ad Atene vi erano seimila giudici, si erano coperti di gloria, gloria che veniva loro
ben riconosciuta. Qui, sotto il nome di Filocleone, si attacca Cleone e tutti i demagoghi come lui.
Essi erano troppo audaci, arditi nel gestire la guerra in corso; nel 415 a. C., vi sarebbe stata la seconda
spedizione in Sicilia, Atene cioè, si sarebbe addossata una seconda, grossa, guerra che si sarebbe conclusa
col fallimento; ῾῾ Τοῦ δ΄ αὐτοῦ χειμῶνος ᾿Αθηναῖοι ἐβούλοντο αὖθις μείζονι παρασκευᾖ τῆς μετὰ Λάχητος καὶ
Εὐρυμέδοντος ἐπὶ Σικελίαν πλεύσαντες καταστρέψασθαι, εἰ δύναιτο, ἄπειροι οἱ πολλοὶ ὄντες τοῦ μεγέθους
τῆς νήσου καὶ τῶν ἐνοικούντων τοῦ πλήθους καὶ ᾿Ελλήνων καὶ βαρβάρων, καὶ ὅτι οὐ πολλῷ τινι ὑποδεέστερον
πόλεμον ἀνῃρουντο ἢ τὸν πρὸς Πελοποννησίους. ᾿᾿ (Thuc., VI, 1, 1) (Nello stesso inverno gli Ateniesi
volevano far vela per la Sicilia una seconda volta, con preparativi superiori a quelli inviati con Lachete
ed Eurimedonte e sottometterla, se potevano, ignari i più della grandezza dell’isola e del numero degli
abitanti, Greci e barbari e del fatto che stavano per addossarsi una guerra di poco inferiore a quella
contro i Peloponnesiaci.)
Questo è il vero motivo, si tendeva ad osare, ad essere troppo audaci ed a non valutare le difficoltà
delle intraprese. Questo avrebbe portato alla sconfitta, questa è la ragione dell’attacco di Aristofane a
Cleone ne le VESPE.

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III. I tempi e gli uomini
A. I tempi
Nel 422 a. C., anno in cui fu presentata la commedia le VESPE, siamo in piena guerra del Peloponneso,
durata, con un importante periodo di semibelligeranza, dal 431 al 404 a,. C. Questo fu il più grande
sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e per una parte dei Barbari (vedasi Thuc. I, 1, 2).
Questa guerra fu intrapresa con audacia durante il governo di Pericle che, però, la condusse con prudenza
e con calcolo. Quando gli Spartani, nella primavera del 431 a. C., invasero l’Attica con 60.000 opliti
ed avanzarono sino al demo di Acarne, dove posero gli accampamenti, persuasi che gli Ateniesi non
lo avrebbero tollerato e, spinti dall’ira e dall’orgoglio, sarebbero usciti a combattere in campo aperto,
Pericle non si lasciò trascinare ad ingaggiare battaglia con forze superiori (vedasi Plut., PER., 33, 4-6
e Thuc., II, 20-22). A lui, come scrive Plutarco, sembrò rischioso, essendo in gioco le sorti della città
stessa, dare battaglia a 60.000 opliti peloponnesiaci e beoti; cercò di calmare le acque, di acquietare
quanti, in città, volevano combattere e mal sopportavano ciò che accadeva. Pericle perseguì il suo piano
poco badando a quanti protestavano e si agitavano.
Nel 429 a. C., Pericle morì nella peste di Atene; allora queste tendenze audaci, quanti avevano
protestato perché egli non aveva osato, direi quasi sino all’irrazionale, ebbero il sopravvento. Così la
guerra condotta da Atene prese la caratteristica di; ῾῾ Αὖθις δὲ οἱ μὲν καὶ παρὰ δύναμιν τολμηταὶ καὶ παρὰ
γνώμην κινδυνευταὶ καὶ ἐν τοῖς δεινοῖς εὐέλπιδες; ᾿᾿ (Thuc. I, 70, 3) (Ancora, loro (gli Ateniesi), audaci
oltre le proprie forze, sfidano il pericolo senza riflettere e sono ottimisti nelle situazione gravi;).
Fra le due grandi rivali, Sparta ed Atene, fu quest’ultima ad impostare piani ispirati a grandiosità
d’iniziative e di progetti, alla capacità di muoversi in uno spazio più ampio e di condurre guerre a
distanza. In un primo momento la nuova strategia sembrava rendere bene. Per il momento le concezioni
strategiche grandiose sembrano ancora avere buoni risultati; doveva passare qualche tempo perché la
lentezza dell’adeguamento dei fatti e dei risultati concreti alle impostazioni grandiose gettasse una luce
di sospetto sulle linee strategiche.
Sarebbe necessario ricordare tutti gli avvenimenti, per i quali si rimanda a Tucidide od a qualche
buon testo di storia Greca. Dopo Pericle, apparvero, sulla scena politica di Atene, i demagoghi, Cleone,
Alcibiade, Cleofonte; di Cleone si parlerà nel paragrafo che segue, descrivendo le sue ardite e spericolate
imprese; di parte contraria, propensa alla pace e moderata, vi fu, invece, Nicia. Scrive Plutarco; ῾῾ οὕτως
ἡ ᾿Αλκιβιάδου φύσις ἐπ΄ ἀμφότερα πολλὴ ρυεῖσα καὶ λαμπρά, μεγάλων ἐνέδωκεν ῤχὰς νεωτερισμῶν. ῞oΟθεν οὐδ΄
ἀπαλλαγεὶς τοῦΚλέωνος ὁ Νικίας καιρὸν ἔσχε παντάπασιν ἀναπαῦσαι καὶ καταστορέσαι τὴν πόλιν, ἀλλέἰς
ὁδὸν τὰ πράγματα σωτήριον καταστήσας ἐξέπεσε, ρύμῃ καὶ σφοδρότητι τῆς ᾿Αλκιβιάδου φιλοτιμίας αὖθις
ἐξωσθεὶς εἰς τὸν πόλεμον. ᾿᾿ (Plut. ALC. 9,1s) (Così la natura di Alcibiade essendo corsa, impetuosa e
veemente verso ambedue gli estremi, causò inizi di grandi rivolgimenti politici. Per la qual cosa Nicia,
una volta liberatosi di Cleone, non ebbe neppure il tempo di riposarsi affatto e di sedare la città, ma,
dopo aver disposto gli affari della città su di una via che salva, egli cadde, di nuovo spinto alla guerra
dalla foga e dalla veemenza dell’ambizione di Alcibiade.).
Allora gli Ateniesi vollero far vela verso la Sicilia con grandi preparativi e sottometterla, ignari i
più della grandezza dell’isola e del numero degli abitanti, Greci e Barbari, e del fatto che stavano per
addossarsi una guerra di poco inferiore a quella contro gli Spartani (vedasi Thuc., VI, 1, 1).
Questo della spedizione in Sicilia fu il massimo atto d’audacia, era già in corso una guerra gravosa
contro Sparta, città con forze almeno uguali a quelle di Atene, aprire un altro teatro d’operazioni,
altrettanto importante ed impegnativo, era, sicuramente, un’impresa azzardata.
Nicia fu spinto alla guerra contro voglia; egli aveva agito per ricostruire l’amicizia tra le due città
nemiche, Atene e Sparta ma, una parte della popolazione Ateniese era audace e bellicosa; invero; ῾῾ Τοὺς
μὲν οὖν εὐπόρους καὶ τῶν γεωργῶν τὸ πλῆθος αὐτόθεν εἰρηνικὸν εἶχεν· ἐπεὶ δὲ καὶ τῶν ἄλλων πολλοῖς
ἐντυγχάνων ἰδίᾳ καὶ διδάσκων ἀμβλυτέρους ἐποίησε πρὸς τὸν πόλεμον, ᾿᾿ (Plut. NICIA, 9, 5) (Trovava i
ricchi e più anziani e la massa dei contadini già disposti alla pace; poiché poi incontrava ed ammaestrava
privatamente anche molti degli altri, li rese meno ardenti verso la guerra,). Vediamo, così, che una parte
della popolazione aveva intenzioni tranquille, direi assennate, i ricchi e più anziani ed i contadini, ma
una parte, verosimilmente maggiore, aveva intenzioni bellicose che Nicia riuscì, in parte, a smorzare “li
rese meno ardenti verso la guerra”, ma che dovevano fornire ad Alcibiade ampia possibilità di vedere
ratificati dal popolo i suoi audaci progetti. Aristofane, ne le VESPE ed, anche, in altre sue commedie,
attacca questa eccessiva audacia. Morto Pericle, rampollo dell’aristocrazia terriera, ed escluso Nicia, si
sono affermati demagoghi come Cleone che sfruttano, per le loro ambizioni, l’audacia e la bellicosità
del popolo. Essi, magari, non sono privi di mezzi, ma non sono di estrazione aristocratica, persone che
devono le loro sostanze al lavoro (Cleone possedeva una conceria), prive dell’antica educazione, queste

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sono persone ardite e, andando dietro a loro, Atene giungerà alla disfatta, prima a Siracusa, nel 413 a.
C., poi, a quella finale, contro gli Spartani ad Egospotami, nel 404 a. C.

B. Cleone
Cleone non proveniva dal ceto dei proprietari terrieri, era, bensì, proprietario di una conceria; ῾῾
ἐπρίατο δοῦλον βυρσοδψη, ΄ Παφλαγόνα ᾿᾿ (Aristof. CAV. 44) (s’è comprato un conciapelle come servo, il
Paflagone), del demo Citadene. Venne alla ribalta negli anni 30 del V sec. a. C., per mezzo della sua
opposizione a Pericle; ῾῾ ἐπεφύετο δὲ καὶ Κλέων ἤδη, διὰ τῆς πρὸς ἐκεῖνον ὀργῆς τῶν πολιτῶν πορευόμενος
ἐπὶ τὴς δημαγωγίαν, ὡς τὰ ἀνὰπαιστα ταῦτα δηλοῖ ποιήσαντος ῾Ερμίππου·
βασιλεῦ σατύρων, τί ποτ΄ οὐκ ἐθέλεις
δόρυ βαστάζειν, ἀλλὰ λόγους μέν
περὶ τοῦ πολέμου δεινοὺς παρέχεις,
ψυχὴ δὲ Τέλητος ὕπεστιν;
κἀγχειριδίου δ΄ ἀκόνῃ σκληρᾷ
παραθηγομένης βρύχεις κοπίδος,
δηχθεὶς αἴθωνι Κλέωνι. ᾿᾿ (Plut. PER. 33, 8)
(E già si levava ad attaccarlo (Pericle) anche Cleone che, sfruttando il malcontento dei cittadini, si
apriva la strada alla conquista del popolo Ateniese, come attestano questi versi anapestici di Ermippo;
O re dei satiri, perché mai non vuoi prendere l’asta, ma soltanto discorsi terribili offri per la guerra
ed hai in te l’anima di un Telete? E se su dura pietra un pugnale si affila, tu batti i denti per la paura,
morso dal feroce Cleone.)
Come qui specifica Plutarco, questo contrasto avvenne perché Cleone voleva una condotta più audace
della guerra contro gli Spartani.
Dopo la morte dello statista Ateniese, il demagogo Cleone entrò in contrasto con Nicia, persona con
cui i ricchi ed i notabili volevano opporsi alla sua audacia ed impudenza (Plut. NICIA, 2). Anche
Aristotele ci informa a riguardo, specificando che sembra che egli sia stato il massimo responsabile della
corruzione popolare ed afferma che egli fu il primo ad urlare dalla tribuna e ad insultare ed a parlare in
pubblico dopo essersi messo un grembiule, mentre gli altri oratori parlavano in modo dignitoso (vedasi
Arist. COST. AT., XXVIII, 3).
Nel 427 a. C., lo troviamo al dibattimento in assemblea riguardo a Mitilene; egli aveva fatto trionfare
la proposta, poi abrogata dall’assemblea, di far uccidere tutti i Mitilenesi che si erano ribellati ad Atene.
Così scrive di lui Tucidide; ῾῾ ὢν καὶ ἐς τὰ ἄλλα βιαιότατος τῶν πολιτῶν τῷ τε δήμῳ παρὰ πολὺ ἐν τῷ τότε
πιθανώτατος, ᾿᾿ (Thuc. III, 36, 6) (era il più violento dei cittadini sotto ogni rispetto e colui che, a quei
tempi, meglio riusciva a persuadere il popolo,).
Nelle trattative di tregua seguenti all’occupazione di Pilo nel 425 a. C., egli è il promotore dell’assoluto
rifiuto ed ottiene, per mezzo delle sue pretese di capitolazione per Sfacteria e di evacuazione, da parte
degli Spartani, di Nisea, Pege, Trezene e dell’Acaia, luoghi che essi non avevano conquistato durante
quella guerra ma che tenevano dai tempi passati, come pure per mezzo del trasferimento delle trattative
da una commissione speciale ad un’eccitata assemblea, la continuazione della guerra (Thuc. IV, 21, 3 e
22, 1).
Però la sua posizione peggiorò a causa dell’arresto delle, ancora continuate, operazioni contro Sfacteria
e del deludente rapporto del comando dell’esercito a Pilo. Egli, allora, attaccò aspramente Nicia, che, al
momento, era stratego, in un’assemblea e rifiutò di vedere il danno che stava accadendo come osservatore
inviato da popolo. Alludendo a Nicia, che era stratego, Cleone disse, con tono di rimprovero, che, se gli
strateghi fossero stati degli uomini, sarebbe stato facile salpare e catturare i soldati dell’isola e che egli
stesso l’avrebbe fatto, se fosse stato capitano. Qui Nicia lo inchiodò, gli trasmise il comando, gli ordinò
di prendere con sé le forze che voleva e di iniziare l’impresa, perché gli strateghi non si sarebbero opposti.
Cleone oppose resistenza nella coscienza della sua inesperienza nell’arte militare, però comprese, poiché
la folla eccitata acconsentiva entusiasta alla proposta, che era necessario dare battaglia colle proprie armi
e prese il comando della spedizione (vedasi Thuc. IV, 27s e Plut. NICIA, 7). Egli guidò l’operazione ed
in meno di venti giorni, come aveva promesso al popolo (Thuc., IV, 28, 4) con grande sconsideratezza,
l’isola cadde. Tucidide scrive;
῾῾ καὶ τοῦ Κλεωνος καίπερ μανιώδες οὖσα ἡ ὑπόσχεσις ἀπέβη· ἐντὸς γὰρ εἴκοσιν ἤγαγη τοὺς ἄνδρας,
ὥσπερ ὑπέστη. ᾿᾿ (Thuc., IV, 39, 3) (e la promessa di Cleone, per quanto pazza, fu adempiuta, ché, entro
venti giorni, egli portò via gli uomini dall’isola, secondo l’impegno preso.). Plutarco scrive che Nicia fece
un gran torto ad Atene permettere che Cleone acquistasse un tale credito ed influenza (mediante la sua
vittoria a Pilo ed a Sfacteria). Egli si lasciò trascinare ad un orgoglio insopportabile ed ad un’audacia
fortissima, le quali dovevano procurare altri danni alla città (Vedasi Plut. NICIA, 8, 5). Certo, Tucidide
scrive, come visto, che la promessa di Cleone era stata pazza, fatta con grande sconsideratezza ed il suo

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buon successo, per un caso favorevole della sorte, non fece altro che aumentare l’audacia del personaggio.
Si deve aggiungere che, anche il popolo, non solo si lasciava trascinare, ma era parte attiva dell’audacia
del demagogo, a parte gli ottimati, come era stato Pericle e come era Nicia, tutta la città si rivela audace
e pronta ad osare.
Nel 424 a. C, egli fu eletto stratego; ῾῾ Εἶτα τὸν θεοῖσιν ἐχθρὸν βυσροδέψη Παφλαγόνα, ἡνίχ΄ ᾑρεῖσθε
στρατηγόν, ᾿᾿ (Aristof. NUV. 581s) (In seguito, quando eleggeste come stratego il Paflagone, conciapelli,).
Il suo successo sorprendente a Pilo gli dava diritto e lo rese, senza contrasto, il più eminente uomo politico
d’Atene. Ottenne tutti gli onori decretati ai vincitori ma, prima di tutto, la gestione della guerra contro
Sparta, prese l’energico ed aggressivo carattere cui aspirava Cleone. Seguirono le operazioni contro
Megara e la Beozia.
La severa sconfitta di Delio, nel 424 a. C., ed il crollo dell’impero Ateniese in Tracia furono un
sensibile colpo per Cleone; è un indubbio insuccesso della direzione della guerra che, nel 423 a. C.
venne a capo una tregua. Quando Scione cadde nuovamente nel 423 a. C. e la durevolezza della tregua
d’armi fu messa in pericolo subito dopo la sua conclusione, egli si fece avanti e stabilì, se non anche
la ripresa delle ostilità, però, tuttavia, di distruggere Scione nonostante la tregua (vedasi Thuc. IV,
122, 6). Senza dubbio i ferventi armamenti degli anni 423/22 a. C. sono il suo fine. Per il 422/21 a.
C., egli fu di nuovo nominato stratego e, nell’estate del 422 a. C., prese nuovamente il mare. Lasciò
Scione da parte, prese, però, Torone (Thuc. V, 2, 1ss), diede l’assalto, senza successo, ad Eione ed a
Stagira, quindi cadde Galepsos. Egli chiamò Perdicca in aiuto per una battaglia decisiva contro Brasida,
il generale Spartano, che stava presso Anfiboli ed assoldò mercenari da quelli di Odomante. Durante
questi preparativi egli saggiò il nemico; durante questo tentativo di sciogliere il contatto con l’avversario
che era avvenuto contro la sua volontà davanti ad Anfipoli, tutto il suo esercito fu attaccato in un luogo
sfavorevole e completamente sbaragliato, Cleone stesso cadde (estate 422 a. C. –Thuc. V, 11, 3; la
descrizione dell’operazione Thuc. V, 6, 1 ss).
Cleone fu un rappresentante dell’Atene audace, bellicosa, possiamo fare suo il motto “io faccio la
guerra e nient’altro che la guerra”. Giunto in posizione eminente, come ogni politico nell’Atene della
democrazia, per mezzo, semplicemente, dell’opposizione e del negare i provvedimenti del governo, del
tutto ugualmente perché non si è mai soddisfatti dei provvedimenti di questo o perché essi stessi, spesso,
sono disordinati, egli, a poco a poco, concentrò tutta la sua forza su di un’unica direzione, di decidere
colle armi sino all’estremo la guerra con Sparta, di impedire ogni pace innanzi tempo e parziale e di
abbattere ogni accordo nelle proprie regioni od in quelle degli alleati. Qui si riconduce il suo impedire
la pace nel 424 a. C. (avvenimenti di Pilo e di Sfacteria), la brutalità delle sue richieste a Mitilene ed a
Scione, l’enorme spiegamento di forze del 425/24 a. C.
Può essere d’interesse il fatto che egli prese provvedimenti contro la prostituzione maschile; ῾῾ ὅστινς
ἔπαυσα τοὺς κινουμένους, ᾿᾿ (Aristof. CAV., 876s) (io che ho sradicato i pederasti,).

C. Lachete
Nel 425 a. C., quando Cleone disse che entro venti giorni o avrebbe portato via i Lacedemoni
da Sfacteria o sarebbe morto sul posto, gli Ateniesi furono mossi al riso; gli aristocratici, invece, ebbero
piacere di queste parole, essi, infatti, consideravano che le alternative possibili erano due, o Cleone sarebbe
morto e, così, si sarebbero liberati di lui, o avrebbe sottomesso gli Spartani. Tra questi aristocratici vi
era anche Lachete, figlio di Melanopo (Thuc. III, 86, 1).
Originario del demo di Essone (Plat. LACH. 197c), egli fu posto al comando della flotta di venti navi
che, nel 427 a. C. gli Ateniesi inviarono in Sicilia (Thuc. III, 86 e 90), ma egli colà non concluse grandi
imprese. Venti navi erano, in rapporto alle dimensioni ed alla forza dell’isola, una forza estremamente
esigua, ricordiamo che la spedizione contro Siracusa del 415 a. C. contava 136 navi (Thuc. VI, 43). Da
qui si deduce, chiaramente, che il comportamento di Lachete, in tale occasione, fu saggio e prudente,
poco poteva fare e doveva badare a non essere sbaragliato. Gli Ateniesi cercavano un nuovo dominio
nella parte occidentale del mare Mediterraneo, un dominio non meno grande di quello che avevano già
nell’Egeo, forse egli riteneva ciò eccessivo, certamente le forze a lui affidate erano troppo esigue, 20
triremi. Dopo un anno e mezzo gli fu revocato il comando e gli subentrò Pitodoro che, però, non fece
niente più di lui (Thuc. III, 115). Nel 424 a. C. costui, coi colleghi Eurimedonte e Sofocle, pose fine alla
spedizione con una pace di nessuna utilità. Tornati ad Atene, essi furono sottoposti a processo, Pitodoro
e Sofocle vennero esiliati ed ad Eurimedonte fu comminata una multa. Anche Lachete fu processato, ma
non riportò nessuna pena.
Nel 423 a. C., egli fu promotore di una tregua di un anno cogli Spartani, disse che essa doveva
essere di un anno conforme alle clausole concesse dai Lacedemoni e dai loro alleati ed omologate dal
popolo. Nel frattempo ambasciatori ed araldi dovevano intavolare trattative sul modo di porre fine alla
guerra e quando gli strateghi ed i pritani avrebbero convocato l’assemblea, gli Ateniesi avrebbero dovuto

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deliberare intorno alle proposte fatte dall’ambasceria incaricata di porre fine alla guerra (vedasi Thuc.
IV, 118, 11 ss). Iniziativa, questa del tutto opposta a quella di Cleone e degli altri demagoghi.
Si insimula ne le VESPE che egli si fosse arricchito; ῾῾ ὡς ἔσται Λάχητι νυνί· σίμβλον δέ φασιν χρημάτων
ἔχειν ἄπαντες αὐτόν. ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 240s) (oggi tocca a Lachete; invero tutti dicono che ha un’arnia
piena di denaro.); anche Demostene, settanta anni dopo, insinua qualcosa a suo riguardo; ῾῾ ἀλλὰ περὶ
μὲν του πατρὸς αὐτοῦ οὐδὲν ἄν φλαῦρο εἴποιμι, οὐδ΄ εἰ πάνυ πόλλ΄ ἔχω περὶ κλοπῆς λέγειν, ᾿᾿ (Dem. XXIV,
Contro Timocrate, 127) (Ma, riguardo a suo padre (Lachete, padre di Melanopo, di cui si parla) non avrei
da dire niente di cattivo, neppure se io ho da dire molte cose riguardo al furto,), ma sono insinuazioni,
non si può essere certi che esse corrispondano a verità.
Nel 421 a. C., dopo la presentazione de le VESPE, avvenuta nel 422 a. C., Lachete fu tra i sotto-
scrittori della pace collo spartano Pitodoro (Thuc. V, 19) ; egli giurò anche, per gli Ateniesi, l’alleanza
cogli Spartani avvenuta poco dopo (Thuc. V, 24).
Ormai si era alla fine di una guerra decennale e le città degli Ateniesi e degli Spartani, che troppo a
lungo si erano combattute, erano alleate. La pace, però, era labile, i Lacedemoni divennero sospetti agli
Ateniesi perché in certe questioni non facevano quello che era stato detto secondo i patti. Per quasi sette
anni si trattennero dall’invadersi reciprocamente la terra, ma, dall’esterno, con una tregua insicura, si
danneggiavano reciprocamente il più possibile; infine, sciolta per necessità la pace, di nuovo si posero in
aperto conflitto (vedasi Thuc. V, 25).
Lachete trovò la morte combattendo eroicamente a Mantinea, nel 418 a. C.; “Morirono . . . degli
Ateniesi con gli Egineti duecento ed entrambi gli strateghi.” (Thuc. V, 74, 3) ; Thuc. V, 61, 1 ci informa
che erano strateghi Lachete e Nicostrato.

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IV. La commedia
Come quasi tutte le commedie di Aristofane, anche questa è “a luci rosse”, invero, le VESPE lo è
in maniera particolare; le oscenità, i paragoni e le immagini sconvenienti ed altrimenti impronunciabili
non si contano. Il tutto fa restare stupiti; anche gli antichi Ateniesi si erano accorti di ciò, tant’è; ῾῾
Τῶν δὲ δραματοποιῶν τὴν μὲν κομῳδοποιίαν οὕτως ἄσεμνον ἡγοῦντο καὶ φορτικόν, ὥστε νόμος ἦν μηδένα
ποιεῖν κωμῳδίας ᾿Αρεοπαγίτην. ᾿᾿ (Plut. DE GLORIA ATHEN., 348B) (Delle composizioni grammaticali
ritenevano (gli Ateniesi) la commedia così sconveniente e volgare, che vi era una legge che nessun membro
dell’Areopago componesse commedie.) Questa è la realtà de le VESPE, l’attacco a Cleone, che avviene
indirettamente e copertamente, presentando il suo ammiratore, Filocleone, come vedremo nel prossimo
paragrafo, è proprio osceno.
Chi non gradisse cose grossolane e sconvenienti può interrompere qui la lettura e passare, magari al
paragrafo 4.3.

A. L’attacco a Cleone
L’attacco a Cleone è dato dall’opposizione tra Filocleone, che lo rappresenta, e gli altri giudici;
al momento della rappresentazione de le VESPE, infatti, egli siede in Tribunale insieme agli altri a
guadagnarsi il modesto compenso dei tre oboli, ma c’è una grandissima diversità tra quanto lui ha fatto
in gioventù e quanto hanno fatto gli altri giudici, ora suoi anziani colleghi. Vediamo il coro dei giudici –
vespe;
῾῾ Εἴ τις ὑμῶν, ὦ θεαταί, τὴν ἐμὴν ἰδὼν φύσιν
εἶτα θαυμάζει μ΄ὁρῶν μέσον διεσφηκωμένον,
ἥτις ἡμῶν ἐστιν ἡ΄ πίνοια τῆς ἐγκεντρίδος,
ρᾳδίως ἐγὼ διδάξω ‘κἂν ἄμουσος ᾖ τὸ πρὶν’.
᾿Εσμὲν ἡμεις, οἷς πρόσεστι τοῦτο τοὐρροπύγιον,
᾿Αττικοὶ μόνοι δικαίως ἐγγενεῖς αὐτοχθονες,
ἀνδρικώτατον γένος καὶ πλεῖστα τήνδε τὴν πόλιν
ὠφελῆσαν ἐν μάχαισιν, ἡνικ΄ ἦλθ ὁ βάρβαρος,
τῷ καπνῷ τύφων ἅπασαν τὴν πόλιν καὶ πυρπολῶν,
ἐξελεῖν ἡμῶν μενοινῶν πρὸς βίαν τἀνθρήνια.
Εὐθέως γὰρ ἐκδραμόντες ‘ξὺν δορὶ ξὺν ἀσπίδι’
ἐμαχόμεθ΄ αὐτοῖσι, θυμὸν ὀξίνην πεπωκότες,
στὰς ἀνὴρ παρ΄ ἄνδρ΄, ὑπ΄ ὀργῆς τὴν χελύνην ἐσθίων
ὑπὸ δὲ τῶν τοξευμάτων οὐκ ἦν ἰδεῖν τὸν οὐρανόν.
᾿Αλλ΄ ὅμως ἐωσάμεθα ξὺν θεοῖς πρὸς ἑσπέραν;
γλαῦξ γὰρ ἡμῶν πρὶν μάχεσθαι τὸν στρατὸν διέπτατο.
Εἷτα δ΄ εἱπόμεσθα θυννάζοντες εἰς τοὺς θυλάκους,
οἱ δ΄ ἔφευγον τὰς γνάθους καὶ τὰς ὀφρῦς κεντοῦμενοι,
ὥστε παρὰ τοῖς βαρβάροισι πανταχοῦ καὶ νῦν ἔτι
μηδὲν ᾿Αττικοῦ καλεῖσθαι σφηκὸς ἀνδρικώτερον.’ (Aristof. VESPE, 1071ss)
(O spettatori, se qualcuno di voi, avendo visto la mia natura, poi si stupisce vedendomi diventato come
le vespe e si chiede quale sia l’idea del pungiglione, glielo spiegherò facilmente, “anche se prima non lo
sapeva”. Noi, che abbiamo questo coderizzo, siamo, a buon diritto, i soli Attici veramente autoctoni,
schiatta valorosissima che tanto giovò a questa città nelle battaglie, quando venne il barbaro, ad accecare
col fumo ed a distruggere col fuoco tutta quanta la città, meditando di distruggere a forza i nostri nidi
di calabroni. Subito, infatti, corsi fuori di corsa “con lancia e con scudo”, combattevamo contro di loro,
imbevuti di aspra collera, stretti uomo contro contro uomo, mordendoci le labbra per l’ira. Allora, a causa
delle frecce, non si vedeva il cielo. Tuttavia con l’aiuto divino, verso sera, li respingemmo; prima della
battaglia una civetta passò in volo sul nostro esercito. Poi li inseguivamo infilzandoli nelle brache come
se fossero tonni ed essi fuggivano, punti sulle gote e sulle ciglia, cosicché dappertutto, presso i barbari,
ancor oggi si dice che niente è più valoroso di un vespa Attica.)
I giudici, dunque, in gioventù si sono coperti di gloria; il pungiglione, loro coderizzo, è segno che essi
sono i soli Attici veramente autoctoni, schiatta valorosissima che vinse a Maratona ed a Salamina. Le
VESPE, di conseguenza, non possono essere un attacco tanto violento al sistema giudiziario Ateniese
ed al fatto che gli Ateniesi stessi fossero causidici; esse sono un attacco indiretto all’audacia di Cleone.
Vediamo, infatti, che non tutti i giudici sono come appena descritto;
῾῾ ᾿Αλλὰ γὰρ κηφῆνες ἡμῖν εἰσιν ἐγκαθήμενοι
οὐκ ἔχοντες κέντρον, οἳ μένοντες, οἳ μένοντες ἡμῶν τοῦ φόρου
τὸν γόνον κατεσθίουσιν οὐ ταλαιπωρούμενοι.

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Τοῦτο δ΄ ἔστ΄ ἄλγιστον ἡμῖν, ἥν τις ἀστράτευτος ὢν
ἐκροφῇ τὸν μισθὸν ἡμῶν, τῆσδε τῆς χῶρας ὕπερ
μήτε κώπην μήτε λόγχην μήτε φλύκταιναν λαβών.
᾿Αλλά μοι δοκεῖ τὸ λοιπὸν τῶν πολιτῶν ἔμβραχυ
ὅστις ἂν μὴ΄ χῃ τὸ κέντρον μὴ φέρειν τριώβολον. ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 1114ss)
(Ma fra di noi si sono insediati fuchi senza pungiglione, che aspettano il frutto del nostro tributo e se
lo mangiano, senza fare fatica; È soprattutto questo che ci addolora: che, senza avere fatto il servizio
militare, si pappi la nostra paga uno che non ha preso, a difesa di questa terra, né remo, né lancia,
né vescichette. Ma, in breve, per l’avvenire, i cittadini senza il pungiglione non dovrebbero riscuotere,
a mio parere, il triobolo.) Dunque, fra i giudici, ve ne sono alcuni privi del pungiglione, simbolo del
valore con cui essi, da giovani, avevano sconfitto gli invasori persiani alle Termopili, all’Artemisio ed a
Salamina. Questi si prendono la paga senza aver fatto il servizio militare, questi non hanno preso in
mano i simboli del combattere di allora, la lancia ed il remo per vogare sulle trireme e, quindi, non si
sono presi le vesciche alle mani causate dall’aspra fatica della voga in guerra. Questi non dovrebbero
riscuotere il triobolo di giudici
Tra costoro vi è Filocleone, infatti;
῾῾ ᾿Αλλ΄ ἕτερον εἰπέ μοι· παρ΄ ἀνδράσι ξένοις
πίνων σεαυτοῦποῖον ἂν λξαι ΄ δοκεῖς
ἐπὶ νεότητος ἔργον ἀνδρικώτατον;
ΦΙ. ᾿Εκεῖν΄ ἐκεῖν΄ ἀνδρειότατόν γε τῶν ἐμῶν,
ὅτ΄ ᾿Εργασίωνος τὰς χάρακας ὑφειλόμην. ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 1197ss)
(Ma dimmi un’altra cosa; se ti trovassi a bere con degli stranieri, qual è l’impresa più valorosa della tua
giovinezza che riterresti opportuno raccontare?
FIL. La più valorosa delle mie imprese? Fu quando rubai i pali delle viti ad Ergasione.).
Ora se si chiede ad un vecchio cosa mai abbia fatto di valoroso da giovane, se questi ha partecipato ad
avventure, tanto più se gloriose e stimate da tutti, saranno certamente queste l’oggetto dei suoi racconti.
Egli farà, come dire, vedere le medaglie che si è guadagnato da giovane. Se, invece, un vecchio ricorda
come impresa più valorosa della sua giovinezza niente altro che aver rubato i pali delle viti, vuol proprio
dire che non ha fatto niente di meritorio.
Che Filocleone non avesse fatto alcunché di meritorio, anzi, di risibile, risulta anche da;
῾῾ ΦΙ. Ποίους τινὰς δὲ χρὴ λέγειν;
ΒΔ. Μεγαλοπρεπεῖς·
ὡς ξυνεθεώρεις ᾿Ανδροκλεῖ καὶ Κλεισθένει. ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 1186s)
(FIL. Ma quali storie devo scontare? SCHIF. Quelle importanti; che fosti teoro insieme con Androcle e
Clistere.)
Quali sono le storie importanti della giovinezza di Filocleone? Che egli tenne l’incarico di teoro
insieme con Androcle e con Clistene. Chi mai fossero costoro ci dice chiaramente quale mai fosse stato
Filocleone; essi erano quello che con parola attuale si direbbe dei “viados”; questo ce lo dice, secondo gli
SCHOLIA, lo stesso Aritofane, riguardo ad Androcle, ne le ORE, sua commedia andata perduta; riguardo
a Clistere abbiamo uguali notizie, ma nelle commedie a noi pervenute e, precisamente, ACARNESI, 118
e RANE, 48. Questo è, dunque, Filocleone e, indirettamente e copertamente, con lui, Cleone, altro che
chi si è coperto di gloria per respingere l’invasore Persiano, ma uno che, quando succedevano quei fatti,
quando c’era da mettere a repentaglio la vita, si era imboscato e, per giunta, insieme a due noti “viados”.
Ora Filocleone – Cleone che, una volta;
῾῾ ῞oΗβων γὰρ κἀδυνάμην κλέπτειν, ἴσχυον τ΄ αὐτὸς ἐμαυτοῦ, ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 357)
(Allora ero giovane, per di più ero in grado di rubare ed ero nel pieno delle mie forze,), ora egli è il più
severo di tutti i giudici;
῾῾ ῏oΗ μὴν πολὺ δριμύτατος γ΄ ἦν τῶν παρ΄ ἡμῖν,
καὶ μόνος οὐκ ἀνεπείθετ΄ ,
ἀλλ΄ ὁπότ΄ ἀντιβολοίη
τις, κάτω κύπτων ἂν ὃυτω
‘λίθον ἕψεις’ ἔλεγεν.’ ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 277bss) (Eppure egli (Filocleone) era di tutti noi il più
aspro ed il solo a non lasciarsi commuovere, ma quando qualcuno lo supplicava, chinando il capo, diceva
così “stai cercando di cuocere un sasso”.).
Egli è il solo, tra tutti i giudici, a non lasciarsi commuovere, a non avere pietà per nessuno, ciò in
aperto contrasto con quanto ha fatto da giovane. Non solo, ma anche si approfitta della sua carica per
scopi proprio vergognosi;
῾῾ ΦΙ. Παίδων τοίνυν δοκιμαζομένων αἰδοῖα πάρεστι θεᾶστθαι. ᾿᾿ (Aristof., VESPE, 577)
(È possibile, dunque, quando i ragazzi passano la visita, vedere i loro genitali.).

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La docimasia, o visita, era un esame attraverso il quale i giovani venivano ammessi alla vita di
cittadino, con i suoi diritti e doveri, tra i quali il servizio militare; ragione per cui si verificava l’integrità
fisica dei candidati. Qui si deride, quindi, Filocleone di approfittarsi della sua carica pubblica per
soddisfare suoi istinti vergognosi. Se Filocleone rappresenta Cleone che è un affermato governante di
Atene, possiamo vedere cosa sia uno tiene una carica pubblica, in mano di chi sia finita la città, capitanata
da Cleone;
῾῾ Καὶ πρὸς τούτοις ἐπιταττόμενος φοιτᾷς, ὃ μάλιστά μ΄ ἀπάγχει,
ὅταν εἰσελθὸν μειράκιόν σοι κατάπυγον. Χαιρέου υἱός,
ὡδὶ διαβάς, διακινηθεὶς τῷ σώματι καὶ τρυφερανθείς,
ἥκειν εἴπῃ πρῲκἀν ὥρᾳ δικάσονθ΄· ‘ὡς ὅστις ἂὑμῶν
ὑστερος ἔλθῃ τοῦσημείου, τὸ τριώβολον οὐ κομιεῖται.’
Αὐτὸς δὲ φέρει τὸ συνηγορικὸν δραχμήν, κἂν ὕστερος ἔλθῃ· ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 686ss)
(Oltre tutto, ed è questa la cosa che più m’importa, ti muovi ai loro ordini; ti entra in casa il figlio
di Cherea, quel ragazzaccio rotto in culo e, così, postosi a gambe divaricate, muovendosi col corpo e
comportandosi da efeminato, ti ingiunge di venire in Tribunale di buon’ora, puntuale; “chi di voi giungerà
dopo il segnale, non prenderà i tre oboli”. Ma lui la paga di procuratore, una dracma, la prende, anche
se giunge in ritardo!).
Questo è Filocleone e, con lui, Cleone che egli ammira; simili a questo “ragazzaccio rotto in culo”
(sic!) sono molti di coloro che, al momento, detengono una carica pubblica ad Atene. Che questa non
sia poi una concezione sbagliata, lo si vedrà col disastro della spedizione contro Siracusa del 415 – 413
a. C. e con la sconfitta finale di Atene da parte di Sparta nel 404 a. C.

B. Le ragioni dell’attacco a Cleone


Le ragione di questo attacco a Cleone, coperto dalla figura di Filocleone, suo ammiratore, le desu-
miamo chiaramente dal processo – farsa che il cane Citadeneo intenta al cane Labete di Essone (VESPE,
893ss). Questi due cani, accusatore ed accusato, rappresentano, infatti, i due uomini politici, così diffe-
renti, Cleone e Lachete. Il primo era del demo di Citadeneg , il secondo di quello di Essone (Plat. LACH.,
197c) ; anche l’accusa contro il cane Labete ci conferma chi si voglia indicare;
῾῾ τυρὸν πολὺν
κατασικέλιζε κἀνέπλητ΄ ἐν τῷ σκότῳ. ᾿᾿ (Aristof., VESPE, 910s)
(ha aferrato un gran pezzo di formaggio siciliano, abbofandosi al buio.)
Chiaro riferimento alla spedizione in Sicilia, del 427 a. C., con a capo Lachete. Pure ci conferma ciò;
῾῾ ὅστις περιπλεύσας τὴν θυείαν ἐν κύκλῳ
ἐκ τῶν πόλεων τὸ σκῖρον ἐξεδήδοκεν. ᾿᾿ (Aristof., VESPE, 924s)
(il quale ha navgigato intorno al mortaio mangiandosi la crosta delle città.)
Si può navigare solamente intorno ad un’isola e non sicuramente intorno alla terra ferma, anche
questo, di conseguenza è un riferimento alla Sicilia ed a Lachete, lì, appunto inviato nel 427 a. C.
Qui abbiamo la chiave della commedia, Cleone era ardito, osava, aveva avuto un certo successo
solamente grazie alla fortuna;
῾῾ οὐδ΄ εἰ Κλέων γ΄ ἔλαμψε τῆς τύχης χάριν, ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 62)
(né, se Cleone brilla grazie ad un colpo di fortuna,).
Questo è il punto fondamentale, la fortuna, il caso, la sorte era stata favorevole a Cleone ed egli aveva
ottenuto successi, tra l’altro all’isola di Sfacteria, ma la fortuna è cieca, non poteva andare sempre così.
Difatti, di lì a poco, Cleone sarebbe morto; καὶ ὁ μὲν Κλέων, ὡς τὸ πρῶτον οὐ διενοεῖτο μένειν, εὐθυς
φεύγων καὶ καταληφθεὶς ὑπὸ Μυρκινίου πελταστοῦ ἀποθνῇσκει, . . . ᾿᾿ (Thuc., V, 10, 9) (e Cleone, poiché
sin da principio non pensava di tener duro, subito fuggendo e ad assalito da un peltasta mircinio, muore
. . . ), forse c’è una certa ironia in quel “subito fuggendo”), Tucidide ci starebbe a dire che questo era un
uomo di poco valore.
In questo processo – farsa, la figura di Lachete si contrappone a quella di Cleone; il primo, nel 427 a.
C., era stato inviato in Sicilia con 20 navi, forze irrisorie, quando si consideri che la spedizione del 415
a. C. conclusasi con la sconfitta, era forte, come si è visto, di 136 navi, inviare queste 20 navi era stato,
solamente, un colpo d’audacia degli Ateniesi. Nonostante questo, Lachete se l’era cavata egregiamente.
Poi, egli, nel 423 a. C., era stato promotore di una tregua di un anno con gli Spartani; anno durante
il quale ambasciatori ed araldi dovevano intavolare trattative sul modo di porre fine alla guerra. Qui è
l’opposizione dei due uomini politici. Cleone, ardito e temerario che promette di conquistare in venti
giorni l’isola di Sfacteria e che, grazie solamente alla fortuna, dea bendata, vi riesce, ma che morirà di lì
a poco “subito fuggendo”, quando la fortuna lo ha abbandonato. Lachete, prudente, accorto, calcolatore,
g Vedasi PAYLYS R. E. voce Kleon.

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che non causa disastri o disfatte nonostante sia stato inviato in una spedizione oltremodo audace e
temeraria, contro un’isola, la Sicilia molto grande, popolata e, per l’epoca, lontana da Atene; Lachete
che si è fatto promotore di tregua e di trattative di pace. Egli è;
῾῾ ἀλλ΄ ἄριστος ἐστι τῶν νυνὶ κυνῶν,
οιος τε πολλοῖς προβατίοις ἐφεστάναι. ᾿᾿ (Aristof. VESPE, 954s) (ma egli è il migliore di tutti i cani
di oggi ed è capace di fare la guardia a tante pecorelle.).
E, ancora;
῾῾ Σοῦ προμάχεται καὶ φυλάττει τὴν θύραν,
καὶ τἄλλ΄ ἄριστός ἐστιν. ᾿᾿ (Aristof., VESPE, 957s) (Combatte per te e fa la guardia alla tua porta
e, in tutto il resto è bravissimo.)
Infatti, seppure per sbaglio, il cane Labete–Lachete viene assolto (VESPE, 994). Questa è la morale
della nostra commedia, la figura positiva è quella di Lachete, uomo prudente, fautore della pace, razioci-
natore. La figura negativa è quella di Cleone, uomo che, come quasi tutta Atene, sfida la sorte, magari in
un primo momento questa gli è favorevole, ma, poi, gli si volta contro, così, prima Cleone muore “subito
fuggendo”, poi, Atene subisce la disfatta di Siracusa nel 413 a. C. e, infine, quella finale, contro Sparta,
nel 404 a. C.
Aristofane è stato un premonitore.

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Riferimenti bibliografici
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ed. Mondatori, Milano, 1991


7 Aristotele, “POLITICA”, a cura di Ross, W., B. e Viano, Carlo Augusto, ed. Rizzoli, Milano, 2002
8 Beloch, Karl Julius, “GRIECHISCHE GESCHICHTE ”, ed. Walter de Gruyter, Berlin und Leipzig, 1927
9 Demostene, “DEMOSTHENIS ORATIONES ”, a cura di Butcher, S., H. e Rennie, W. ed. Typographeo

Clarendoniano, Oxonii, 1907 e 1921


10 Euripide, “CICLOPE ”, a cura di Kovacs, David, ed. Harvard University Press, U.S. A.
11 Muller – Strubing, H., “ARISTOPHANES UND DIE HISTORISCHE KRITIK ”, ed. B. G. Teubner Musti,

Domenico, STORIA GRECA, ed. Laterza, Roma – Bari, 1990


12 Omero, “ILIADE ”, “ODISSEA”, a cura di Monro, D. B. e Allen, Th., W. e di Gianmarco Mario, ed. Newton –

Compton, Roma, 1997


13 Platone, LACHETE ”, in “TUTTE LE OPERE, a cura di Burnet, J. ed AA. VV. ed. Newton-Compton, Roma, 1997
14 Plutarco, “PERICLE ”, a cura di Ziegler, K. e Santori, Anna, ed. Rizzoli, Milano, 1999
15 Plutarco, “NICIA – ALCIBIADE ”, ed. Les Belles Lettres, Parigi
16 Plutarco, “DE GLORIA ATHENIESIUM ”, a cura di Frazier, Francoise e Froidefond, Christian, ed. Les Belles Lettres,

Parigi, 1990
17 Senofonte, “ANABASI ”, a cura di Hude, K. e Ravenna, Enzo, ed. Mondatori, Milano, 1984
18 Tucidide, “LA GUERRA DEL PELOPONNESO”, a cura di Weil, Raymond e de Romilly, Jacqueline e Ferrari,

Franco, ed. Rizzoli, Milano, 1998


19 Vecchio Oligarca, “COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI ”, a cura di Marchant, E., D., ed. Harvard University Press,

U.S. A., 1984

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Latina 3 (2009) 15–20

Nascita e sviluppo della più grande civiltà


occidentale

Enrico Pantalone

Iniziamo con una precisazione dovuta: questo testo vuole omaggiare l’importanza
della storia ellenico-latina come base per l’evoluzione dell’occidente europeo di oggi,
fondato sui presupposti creati al tempo dai greci prima e dai latini successivamente:
la nostra analisi prende l’avvio da queste due grandi civiltà che trovarono il modo
di fondersi incessantemente in maniera coordinata durante i numerosi secoli del loro
sviluppo politico-sociale.

I. Introduzione

indubbio che la nascita e la crescita della filosofia abbiano avuto un impatto immenso per la società
È e la cultura occidentale antica, un nesso inscindibile per comprendere appieno lo sviluppo dei secoli
successivi, probabilmente senza la filosofia non avremmo avuto la Grecia e Roma , cioè le fondamenta
del nostro mondo moderno, almeno non nei termini che oggi conosciamo, probabilmente l’evoluzione di
queste civiltà sarebbe avvenuta in maniera molto più lenta rispetto a ciò che è poi stato realmente. I
greci, precursori in questa disciplina come anche in altri campi, istituzionalizzarono le conoscenze e le
coordinarono in maniera razionale, i pensatori ellenici diedero il là allo sviluppo culturale di spessore del
pensiero che prima mancava in maniera indiscutibile.

II. La filosofia antica


a filosofia antica, greca e poi greco-romana indubbiamente ebbe modo di resistere sino all’introduzione
L nel periodo imperiale di quella cristiana che man mano assorbı̀ e sostituı̀ nel tempo la prima, anche
se tradizionalmente essa è considerata più alto medievale che antica.
La filosofia antica è essenzialmente greca perché porta con sé tutti i tratti caratteristici delle polis ed
in qualche modo le fa sopravvivere anche dopo la conquista romana proprio perché esse fanno parte
integrante della vita di tutti i giorni e sono dominanti nella socialità ellenica, cosı̀ Roma non può che
adeguarsi, dominerà politicamente sulla regione, ma non potrà e non riuscirà mai a farlo ideologicamente,
semplicemente prenderà atto della grandezza di questa cultura e la farà propria contribuendo in maniera
importante a costruire il pensiero della nostra società occidentale. La filosofia greca nasce cosı̀ e si
sviluppa intorno ad uno sforzo comune di riflessione, è quindi un’importante, se non basilare, veicolo di
sviluppo sociale, poco importa se all’esordio appare ristretta a pochi personaggi, perché essa recupera in
tempi brevissimi la comunione d’intenti tra la popolazione e chi enuncia alcuni suoi principi.
I filosofi cercano di convogliare attraverso coloro che ascoltano e traggono giovamento intellettuale i loro
sforzi per far comprendere la natura delle cose e la sua trasformazione attraverso gli atti quotidiani, ma
non solo, incitano gli stessi ascoltatori a criticare le loro allocuzioni creando i presupposti per dettare
enunciazioni scientifiche oppure di costume sociale: insomma pongono le basi per creare una coscienza
civile comune e per consolidare un’etica ed una morale a cui fare riferimento, da trasmettere sicuramente
ai giovani, logico terminale per i loro studi e dialoghi.

III. Le società greche e Roma

Lacaroterrainvece
ellenica non è mai stata portata nella maniera più assoluta allo spirito unitario di sviluppo,
a tante altre civiltà, infatti, tutte le enormi e decise differenze nella morfologia dei vari
∗ Alias Hadrianus, membro Associazione Culturale Signainferre, Senatore

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territori e le conseguenti condizioni climatiche diverse hanno consolidato nelle popolazioni locali quest’i-
dea ed in pratica ne hanno fatto fin dagli inizi della loro storia (1900 a.C.) il paese dell’individualismo
politico e sociale. La storia della Grecia quindi è, se vogliamo, la storia di diverse entità che in nessun
caso riconosceva un organismo superiore comune ed in realtà sappiamo che nessuno dei territori ellenici
tese mai a ciò e le conseguenze furono pagate quando una civiltà più agguerrita e senza grossi problemi
logistici (Roma ) perché sostanzialmente attigua, arrivò e la conquistò.
Questo individualismo politico fu, però foriero di grandi vantaggi inizialmente soprattutto nell’espansione
ad oriente, attraverso le Isole dell’Egeo prima, fino alle coste dell’Asia Minore poi, in pratica un’appendi-
ce asiatica del territorio greco, il motivo era dovuto alla grande intraprendenza delle varie città/stato (ad
esclusione di Sparta) che vedevano nei mercati d’oltre Egeo un’importante vetrina per i loro manufatti,
cosı̀ la fondazione di rustici fondaci prima e di vere e proprie colonie poi resero possibile un traffico inten-
so, difficilmente uno stato unitario avrebbe potuto creare gli stessi presupposti, il rischio normalmente
non fa parte della mentalità di chi individua primariamente il bene comune e poi il profitto. Questo
individualismo è certamente un fenomeno ripetuto nel tempo ed a tratti esasperante, ma nel contempo le
città/stato greche dimostrarono nella colonizzazione un grande spirito d’adattamento finendo per assimi-
lare pregi e difetti della popolazione colonizzata, comunque anche nei territori sottomessi non si crearono
le condizioni di lavoro e sviluppo comune con altre popolazioni limitrofe specie se provenienti dalla pe-
nisola ellenica, com’era in patria cosı̀ era al di là dell’Egeo, l’autarchia era indubbiamente all’ordine del
giorno sempre. Secondo alcuni storici questo esasperato individualismo istituzionale potrebbe derivare
dal fatto che in Grecia non esisteva nessun grande fiume che unisse il territorio e questo finı̀ per limita-
re molto lo scambio nei secoli iniziali della formazione societaria: la mancanza quindi d’un bacino che
avrebbe unito maggiormente il territorio consentendo una certa centralizzazione, diventò fondamentale
laddove i dirupi tipici della regioni che attraversavano i Balcani ebbero poi la meglio. La vita indivi-
duale politica appariva quindi nel greco veramente marcata e nella polis ovviamente poteva esercitare
tutto il suo fascino ed esaltare proprio le caratteristiche tipiche della grecità e questo fece sı̀ che la vita
quotidiana non fosse per nulla marginale ma attiva nella società, cercando di comprenderne gli sviluppi,
magari dominarli e superarli: lo si poteva vedere per esempio anche dal fatto che i greci, diversamente da
altri popoli, trovarono modo di vivere in maniera parca, frugale e direi soprattutto semplice, essenziale,
una controtendenza basilare nel momento del massimo fulgore, anche al tempo di Alessandro e delle sue
grandi conquiste. Proprio per questo in Grecia l’esaltazione per lo spirito agonistico era portante sia
negli uomini che nelle donne, in qualche modo v’era una ricerca del miglior essere possibile, un individuo
che poteva rappresentare al meglio l’intera società, non divino, ma umano, cosı̀ mai in questo popolo
il fisico prevalse sull’intelletto, entrambe le qualità dovevano coesistere, anche forzatamente, cioè ci si
addestrava in maniera completa alla vita, ma nell’individuo politico sempre doveva prevalere la ragione.
Il 21 Aprile 753 a.C.: venne fondata secondo la leggenda la città di Roma , nasceva cosı̀ la più grande
potenza militare, politica, culturale, sociale, economica dell’Europa antica.
In quasi tredici secoli le sue legioni conquistarono uno dopo l’altro tutti i territori dell’ecumene conosciuti
fino allora: un trionfo dell’abnegazione e della forza morale, dell’etica militare, dell’espressione giuridica,
della lungimiranza economica ed architettonica che ancora oggi noi tutti ammiriamo basiti per la vastità
dei campi che ha toccato ed illuminato, una civiltà che ha coinvolto milioni di persone, che ha strutturato
in maniera incredibile come mai nessuno fece prima d’allora la società civile. Tutte le società e le civiltà
che si susseguirono in Europa dopo il tramonto della Grecia e di Roma s’inspirarono ad esse in tutto,
dal diritto (ancora oggi presente nelle leggi vigenti in qualsiasi società civile), alla costruzione dello stato
dal punto di vista amministrativo e politico, a quello dedicato alla moderna scienza dell’ingegneria, a
quello della struttura organizzativa.

IV. L’aspetto religioso


no degli aspetti interessanti nel passaggio o nel connubio tra civiltà greca e romana è sicuramente
U quello concernente la religione visto che entrambe le società sostanzialmente hanno impostato le loro
istituzioni su una spiritualità che potremmo definire di “stato” in altre parole con l’umanizzazione delle
divinità olimpiche, care ad entrambe.
Crescendo la personalità individuale umana gli dei devono cambiare anch’essi la loro funzione ed ade-
guarsi alla società, cosı̀ i loro gaudenti spiriti spesso devono essere repressi o in ogni modo modificati.
Questo in parte è dovuto al prevalere delle classi inferiori che costrette al buio fino all’epoca delle polis,
trovano il modo d’emergere maggiormente fino ad influire sulle decisioni generali politiche e spirituali,
infatti né la Grecia né Roma cedono alle religioni mistiche tipiche di altri popoli, esse preferiscono af-
fidarsi a religioni concrete che spieghino convenientemente l’aldilà in una sorta di continuazione della
vita terrena. Cosı̀ le divinità diventato più moralmente corrette, non sono più indifferenti, cercano di

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comprendere l’uomo e le sue ragioni, nonché le sue esigenze, in poche parole abbandonano l’Olimpo per
scendere sull’Acropoli o sul Palatino, in qualche modo devono legare la loro vita a quella dello spirito
umano, la religione diventa cosı̀ un fatto etico grazie alle nuove istituzioni sociali delle due grandi civiltà
mediterranee. Assistiamo dunque anche ad una gerarchia semplificata delle divinità, in ottemperanza
alle istituzioni che tra Grecia e Roma si vengono a formare in questi secoli. La religione quindi assume
una certa forma di egemonia socio-culturale anche nei confronti di chi viene conquistato, il culto locale
“deve” fondersi con quello del vincitore, l’unità religiosa appare certamente più importante di quella
politica considerato i vantaggi che ne derivano dall’integrazione spirituale.
La Grecia e Roma , l’occidente dunque, appaiono già incamminati verso una via religiosa decisamente
più moderna rispetto a quella d’altre civiltà, meno spirituale, più pragmatica e che sostenesse l’impalca-
tura istituzionale proposta: cosı̀ le divinità a loro volta “devono” sostenere la stessa politica e le stesse
rivendicazioni economiche e sociali.
Si parla quindi di comunità religiosa in senso più ampio rispetto al passato, di una collettivizzazione ra-
zionale delle risorse spirituali che vedono una società divina con le sue “scale di potere e di proponimenti”
ovunque, a Sparta, come ad Atene, come a Roma , importante nucleo per la creazione di una società che
potesse protrarsi nel tempo, in questo senso il successivo cristianesimo trovò un terreno piuttosto fertile
perché sembrava quasi tutto già “preparato” e solo da “ordinare” in maniera più sistematica.

V. I sistemi istituzionali ed amministrativi


o sempre assistito con assiduità alle analisi storiche e relative discussioni di docenti e semplici appas-
H sionati sulla diversità d’intendimenti e sulle prerogative istituzionali proprie del periodo repubblicano
e del periodo principesco o imperiale riguardanti Roma e la sua civiltà.
Certamente il funzionamento socio-politico e forse soprattutto l’ideologia cambiò in maniera decisiva
l’assetto esterno, quello che si presentava al pubblico, alla gente, ma fondamentale la continuità esisteva
e veniva indubbiamente marcata.
Il passaggio tra i due sistemi istituzionali, a mio personale giudizio, non poteva non esserci, era la strut-
tura del territorio annesso che pretendeva un’impostazione apparentemente diversa per far fronte alle
nuove esigenze sia sociali sia economiche.
Ottaviano, in altre parole chi per la storia, modificò il sistema istituzionale (in realtà già in atto da decen-
ni), per quanto riguarda la città/stato di Roma (e quindi i territori che d’essa facevano parte integrante)
si considerava ancora un console repubblicano (13 gennaio 27 a.C.) che governana in collaborazione con
i generali che l’avevano aiutato nella guerra civile precedente, carica che detenne fino al 23 a.C.. Nel
frattempo, egli è anche, questa è la vera novità, condottiero per l’imperium proconsulare, in altre parole
responsabile per le province non ancora pacificate o di recente conquista e si serviva in questo caso del-
l’ausilio oltre che di generali fidati anche di veri e propri legati fiduciari e con vasta esperienza militare
e d’equites che curavano la parte amministrativa-fiscale.
In sostanza abbiamo proprio in questo atto la vera differenza tra repubblica e principato, una differenza
dovuta appunto al diverso modo d’interpretare la strategia e la politica relativa al territorio dominato.
Era francamente impensabile che i nuovi domini potessero essere amministrati secondo un sistema isti-
tuzionale ideale per una città/stato se pur parzialmente allargata ai territori limitrofi mediterranei,
Ottaviano che a Roma s’avvale dell’aureola conferitagli da tutte le classi sociali rappresentate in essa
riconosciutagli principalmente attraverso l’auctoritas principis insieme con quella più antica dell’aucto-
ritas senatus, quindi sostanzialmente un consolato dinamico e più moderno, si trova fuori dei territori
delle province conferite dall’imperium ad essere anche l’unico rappresentante del Senato, teoricamente
in caso d’emergenza (che diventerà prassi visto il costante allarme militare) come Auctor, in pratica il
consulente dei funzionari preposti, modo pratico per dire che egli aveva sempre l’ultima parola su ogni
questione. Da qui probabilmente parte il dualismo Roma /Augusto, in altre parole da quando il terri-
torio non ammesso direttamente a Roma o non pacificato prevale in termini di politica rispetto a quello
concernente l’Urbe o più semplicemente dei vecchi territori.
Soprattutto sembra prevalere all’interno delle istituzioni romane la paura che una rappresentanza con-
solare non sia intesa perfettamente nei territori lontani, specie orientali, abituati da sempre a satrapie e
l’espressione del principe diventa espressione di potenza della Repubblica in atto di divenire Impero. Il
principato diveniva cosa conveniente perché imponeva il dominio di Roma attraverso la personalizzazione
del suo rappresentante maggiore, non per questo veniva meno l’impegno sociale nella collettività, mai co-
me sotto Ottaviano la plebe ottenne importanti riconoscimenti sociali ed istituzionali: Roma unita sotto
il principe s’impose al mondo allora conosciuto, Ottaviano fu il simbolo riconosciuto da tutti, il passo per
l’identificazione stato/imperatore fu solo un atto burocratico, un’appendice successiva. Comprendo che
spesso la Repubblica detenga un aspetto certamente più democratico rispetto al Principato visto con gli

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occhi odierni, ma noi dobbiamo immedesimarci nella pratica quotidiana di quei tempi, agli imperatori
che almeno sino a Traiano ed Adriano rappresentarono ancora l’essenza delle istituzioni romane antiche
anche se modificate ed adattate, successivamente con ogni probabilità bisognerebbe parlare di un’altra
istituzione che introduceva un periodo storico diverso anche se come i Franchi secoli dopo (popolazione
certo non latina) insegnarono, tutto venne ricondotto a ciò che questa grande Civiltà portò nel mondo
anche nei secoli successivi. Riportiamo cosı̀ a questo proposito ciò che è descritto nella nostra home page
di SignaInferre, un caposaldo sociale e culturale per l’impegno didattico che cerchiamo di diffondere: è il
discorso ai senatori romani da parte dell’imperatore Claudio per la concessione stessa di poter far parte
della grande assemblea istituzionale da parte dei Galli Edui (Tacito Annali XI, 24), in cui ritroviamo,
se mai ve ne fosse stato bisogno, tutto lo spirito che questa civiltà oramai saldamente greco-latina aveva
donato all’occidente:

“Maiores mei, quorum antiquissimus Clausus origine Sabina simul in civitatem Romanam et in fami-
lias patriciorum adscitus est, hortantur uti paribus consiliis in re publica capessenda, transferendo huc
quod usquam egregium fuerit. neque enim ignoro Iulios Alba, Coruncanios Camerio, Porcios Tusculo,
et ne vetera scrutemur, Etruria Lucaniaque et omni Italia in senatum accitos, postremo ipsam ad Alpis
promotam ut non modo singuli viritim, sed terrae, gentes in nomen nostrum coalescerent. tunc solida
domi quies et adversos externa floruimus, cum Transpadani in civitatem recepti, cum specie deductarum
per orbem terrae legionum additis provincialium validissimis fesso imperio subventum est. num paenitet
Balbos ex Hispania nec rninus insignis viros e Gallia Narbonensi transivisse? manent posteri eorum nec
amore in hanc patriam nobis concedunt. quid aliud exitio Lacedaemoniis et Atheniensibus fuit, quam-
quam armis pollerent, nisi quod victos pro alienigenis arcebant? at conditor nostri Romulus tantum
sapientia valuit ut plerosque populos eodem die hostis, dein civis habuerit. advenae in nos regnaverunt:
libertinorum filiis magistratus mandare non, ut plerique falluntur, repens, sed priori populo factitatum
est. at cum Senonibus pugnavimus: scilicet Vulcsi et Aequi numquam adversam nobis aciem instruxe-
re. capti a Gallis sumus: sed et Tuscis obsides dedimus et Samnitium iugum subiimus. ac tamen, si
cuncta bella recenseas nullum breviore spatio quam adversus Gallos confectum: continua inde ac fida
pax. iam moribus artibus adfinitatibus nostris mixti aurum et opes suas inferant potius quam separati
habeant. omnia, patres conscripti, quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere: plebeii magistratus
post patricios, Latini post plebeios, ceterarum Italiae gentium post Latinos. inveterascet hoc quoque, et
quod hodie exemplis tuemur, inter exempla erit.”

(I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu accolto contemporaneamente tra
i cittadini romani e nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello stato,
trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii sono stati chiamati in
senato da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tusculo e, se lasciamo da parte i tempi più antichi,
dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia. L’Italia stessa ha da ultimo portato i suoi confini alle Alpi,
in modo che, non solo i singoli individui, ma le regioni e i popoli si fondessero nel nostro nome. Abbiamo
goduto di una solida pace all’interno, sviluppando tutta la nostra forza contro nemici esterni, proprio
allora quando, accolti come cittadini i Transpadani, si poté risollevare l’impero stremato, assimilando le
forze più valide delle province, dietro il pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo. C’è forse da
pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonense? Ci sono
qui i loro discendenti, che non ci sono secondi nell’amore verso questa nostra patria. Cos’altro costituı̀
la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i
vinti come stranieri? Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza, quando ha
considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno regnato
su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un’improvvisa
novità, bensı̀ una pratica normale adottata dal popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo combattuto
coi Senoni: come se Volsci e Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo stati
conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subı̀to il giogo dei Sanniti?
Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna s’è conclusa in un tempo più breve che quella
contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi,
cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerli per sé! O senatori,
tutto ciò che crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli
latini dopo i plebei, degli altri popoli d’Italia dopo quelli latini. Anche questa decisione si radicherà e
invecchierà, e ciò per cui oggi ricorriamo ad altri esempi verrà un giorno annoverato fra gli esempi.)

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VI. Conclusioni
utte le civiltà del passato miravano all’espansione, non n’esisteva una che badasse ai fatti suoi sul
T territorio, le civiltà euro-asiatiche (in altre parole il mondo antico) muovevano un sistema basato
sulla guerra e sulla conquista, logica peraltro naturale: il punto fu che la civiltà greco-romana restò
anche dopo la sua fine, altre civiltà no, la sua vera forza fu proprio questa, l’Impero Romano d’Oriente
durò fino al 1453, il Sacro Romano Impero durò fino al 1918, giusto qualche decennio fa . . . oggi abbiamo
l’Unione Europea debitrice logica della Grecia e di Roma . L’Europa come idea è nata proprio perché
prima la Grecia e poi Roma avevano unito tante società diverse che si riconoscevano in essa ed al loro
modo di concepire lo sviluppo socio-economico e questo è una diretta conseguenza dell’espansionismo. Ad
occidente come ad oriente il diritto esercitava ed ha esercitato una parte fondamentale nella costituzione
territoriale, gli imperatori tedeschi medievali fecero riscoprire e riadattare i codici giustinianei per dare
maggior risalto alla loro politica ed alle istituzioni ad essa legate: perché mai avrebbero dovuto chiedere
una formalizzazione del diritto romano, visto che erano in posizione di forza anche militarmente?
La risposta appare ovvia e scontata.
Roma copiosamente attinse alle culture che incontrava ed inglobava: greca, etrusca, indoeuropea, celtica,
sarmatica, egizia, proprio questa fu la grandezza e la modernità della civiltà greco-romana nel suo com-
plesso, essa non si sostituı̀ completamente (come avevano fatto civiltà venute prima) a quella precedente,
ne assorbı̀ tutti i caratteri migliori perché la crescita era necessaria, Roma pensava in grande, era avanti
anni luce rispetto al resto del mondo, dove esisteva un Senato che discutesse pubblicamente sulle leggi da
attuare ? Voglio rispondere anche a coloro che sicuramente obietteranno sul fatto che non era necessario
un espansionismo imperialista per creare una grande civiltà e che civiltà precedenti alla Grecia ed a
Roma ci riuscirono senza essere sempre in guerra e cosı̀ via. Era certamente facile essere una grande
civiltà quando non c’erano lotte sociali all’interno, quando la tecnica era ancora allo stato primitivo,
quando l’agricoltura la faceva da padrone, quando le aspettative di vita erano talmente basse da rendere
il compito dei governanti certo più agevole, era certamente più difficile essere una grande civiltà quando
si costruivano strade, acquedotti, ponti, v’era fermento tra le classi che componevano la società, quando
anche una guerra non era solamente un fatto di nobiltà (la riforma mariana dell’esercito fece diventare
moderna questa struttura essenziale), ma coinvolgeva tutta la popolazione attiva: Roma riuscı̀ a comple-
tare tutto ciò nel corso di molti secoli riprendendo la precedente filosofia greca ed ampliandola, la nostra
società occidentale è indubbiamente il frutto di tutte queste esperienze passate create da generazioni,
una cultura unica, sta a noi completarla adeguatamente e valorizzarla, guardando al passato per gestire
il futuro.

Riferimenti bibliografici
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Latina 3 (2009) 21–25

Formazione e prima evoluzione del Senato romano



Bianca Misitano

L’organo che in assoluto rappresentò di più Roma e ne divenne quasi l’emblema


fu il suo Senato. L’assemblea dei patres sarà, infatti, in epoca repubblicana, la vera
artefice di ogni aspetto della politica romana, mentre nell’età imperiale continuerà
a lungo a giocare un ruolo fondamentale, prima di perdere il suo potere e vedersi
rimpiazzata dall’apparato burocratico creato dai principi e più intimamente legato ad
essi. L’enorme incidenza che quest’organo avrà per secoli nelle sorti di Roma influirà
in maniera fondamentale sulla natura stessa della città ed è perciò importante farne
un’analisi. Quest’articolo in particolare prenderà in considerazione il primo periodo
della storia romana.

I. La prima età regia


l Senato non si presenta come un elemento statico e monolitico, sebbene esso si sia spesso caratteriz-
Idellazato per la sua opera conservatrice della tradizione romana, ma si evolve di pari passo con il crescere
città e dell’impero e subisce diverse trasformazioni inevitabili.
Ma, volendo partire dalle origini dell’Urbe stessa, bisogna dire che l’assemblea dei senatori, a quanto la
tradizione ci fa sapere, nasce già agli albori di Roma: è infatti una delle istituzioni fondate dal primo re
Romolo. Cosı̀ Livio ci descrive la decisione del rex : “[Romolo] Elegge cento senatori, sia perché questo
numero era sufficiente, sia perché erano soltanto cento quelli che potevano ambire a una carica del gene-
re. In ogni caso quest’onore gli valse il titolo di padri, mentre i loro discendenti furono chiamati patrizi”
(Ab urbe condita, I, 8).
Già al momento della sua creazione, la cooptazione nelle fila del Senato viene quindi esplicitamente de-
finita un privilegio, quasi che i senatori fossero già divenuti una classe sociale distinta.
Se Livio ci narra il modo in cui, perlomeno secondo la tradizione, Romolo procedette nella costituzione
del Senato, non ci informa, però, del perché.
In realtà, quella del “consiglio regale”, organo che principalmente aveva la funzione di affiancare il sovra-
no nella sua attività, sembra essere un’istituzione ancora più antica di Roma. Se ne sono, infatti, trovati
paralleli anche in altre civiltà europee, come la Grecia o la civiltà celtica. Ad esempio a Sparta esisteva
una Gerousia dipendente ancora in epoca classica dal potere dei due sovrani e che anche lessicalmente si
collega al Senatus romano: entrambe le parole, gerousia e senatus, significano infatti “consiglio degli an-
ziani”. Alla stessa maniera nei territori centro-europei della Gallia fino all’età degli oppida, ossia l’epoca
più tarda di quella civiltà, si attesta l’esistenza di un’assemblea dei membri più in vista del villaggio che
veniva riunito dal re quando c’erano da prendere importanti decisioni.
Questa diffusione della stesso tipo di assemblea potrebbe fare ipotizzare per esso un’origine indoeuropea
ed, in ogni caso, si potrebbe affermare che Romolo non si stava inventando nulla. Il re forse stava dan-
do alla nuova città un ordinamento simile alle altre che costellavano il Lazio arcaico e la creazione del
“consiglio del re” non rientrava altro che in questo programma.
Se la versione più arcaica del Senato romano, però, non rappresentava una novità, la rapida crescita
della città portò ad un parallelo accrescimento del potere dei senatori e ad un processo di modifiche e
adattamenti alla nuova situazione. A dimostrazione del veloce aumentare dell’influenza dei patres, c’è
da dire che già durante il regno di Romolo, perlomeno per quanto ci racconta Livio, la dicotomia fra
patrizi-senatori ed il resto del popolo, ossia la plebe, aveva preso ad accentuarsi sempre di più.
È vero, comunque, che l’origine del potere dei patrizi, piuttosto che nell’appartenenza al Senato, va
ricercata nell’appartenenza a determinate gentes, ossia famiglie che possedevano particolare influenza
all’interno della comunità romana.
La famiglia fu infatti il principale nucleo su cui si basò inizialmente la società di Roma e ben presto gli
∗ Alias Artemis, membro Associazione Culturale Signainferre, Senatrice

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aristocratici si organizzarono per l’appunto in gentes: tutte le casate che, per tradizione, potevano van-
tare un unico capostipite costituivano una gens. Già in età arcaica, però, potere delle famiglie e potere
senatoriale vennero a fondersi e intersecarsi in maniera profonda. A costituire il Senato, infatti, saranno
i componenti delle famiglie più illustri, che cosı̀ ebbero il modo di creare un fondamento istituzionale per
il loro potere.
Alle origini del Senato, quindi, vi è una netta ed innegabile equivalenza fra importanza delle famiglie ed
influenza all’interno del Stato: appartenere ad una gens aristocratica significava avere un posto assicu-
rato nell’assemblea ed a sua volta entrare fra i senatori significava dare ancora più lustro alla propria
famiglia.
Si capisce come questo circolo vizioso diede presto come esito una presa di controllo totale e strettissima
sul Senato da parte di un numero limitato di gentes.
Il fatto che quello che si andava delineando come il principale organo di governo romano fosse gestito da
una percentuale minima di cittadini fu una situazione che resse relativamente finché la stessa monarchia
fu in piedi, ma non appena, nel clima che caratterizzò la fine del regime e l’instaurazione della repubbli-
ca, si creò un’instabilità politica, le lotte per aprire e allargare il collegio dei senatori si fecero feroci e
violente e gli scontri fra patrizi e plebei non poterono avere fine se non quando effettivamente si mise in
atto un reale apertura degli aristocratici verso le classi inferiori.
Anche in età arcaica però, nonostante questi conflitti abbiano trovato scarse occasioni per venire in su-
perficie, in conseguenza del rapido accrescersi dell’importanza e delle dimensioni dell’Urbe, il Senato si
trovò di fronte alla necessità di annoverare nuovi membri non provenienti da gentes di tradizione sena-
toria.
Già, secondo un accenno di Livio (Ab urbe condita, I, 30), il terzo re Tullo Ostilio decise di aumentare
(non si sa di quanto) il numero di senatori dopo la conquista di Alba, per introdurvi alcuni aristocratici
albani. La pratica di annoverare la classe dirigente delle nuove conquiste fra i ranghi del senato sarà
una delle poche reali costanti di tutta la storia di Roma e dimostra come l’assemblea romana fosse un
elemento decisivo per favorire la romanizzazione dei territori assoggettati.
Il Senato già in età monarchica, quindi, si trasforma ed evolve per reggere al veloce espansionismo di
Roma.
Se in origine, però, la classe senatoriale romana era stata un organismo solido e compatto, l’arrivo di
elementi estranei poteva mettere in pericolo la sua unione, determinando divisioni interne che avrebbero
potuto essere deleterie per un’istituzione che si reggeva soprattutto sulla concordia fra i suoi vari com-
ponenti.
Cosı̀, infatti, successe: i “nuovi arrivati” furono presto catalogati quasi in una classe senatoriale a par-
te, quella delle minores gentes in contrapposizione alle maiores gentes, ossia le famiglie di più antica
tradizione.

II. I re etruschi
uesta divisione divenne abbastanza definita solo all’epoca del primo dei tre re etruschi”,Tarquinio
Q Prisco: solo in quel momento le due categorie vengono nominate da una testimonianza di Cicerone
(La repubblica, II, 35-36) ed una di Livio (Ab urbe condita, I, 35).
Per garantirsi l’appoggio del Senato, il re, infatti, vi introduce elementi favorevoli alla sua causa, che
vanno ad infoltire le fila delle minores gentes.
Sebbene, come già detto, la definizione fra le due “classi” diviene evidente, nelle nostre fonti solo in
questo momento, è plausibile pensare che già dal tempo dei primi nuovi innesti, come per esempio quelli
provenienti da Alba, si sia creata una sorta di dualismo con la “vecchia guardia”, anche se non partico-
larmente accentuato. Ma un altro aspetto dell’immissione di altri uomini nel Senato fatta da Tarquinio
Prisco merita di essere preso in considerazione.
In merito Livio ci dice: “Impegnandosi non meno a rinforzare il proprio regno che a consolidare la po-
tenza dello Stato, nomina cento nuovi senatori, noti di lı̀ in poi come secondo ordine, i quali divennero
incrollabili sostenitori del re al cui favore dovevano la loro nomina in Senato.” (Ab urbe condita, I, 35)
Pur essendo possibile che in questo caso Livio sia influenzato da ciò che sarebbe accaduto sia al suo
tempo che nel passato più immediatamente recente, dove chi prendeva il potere a Roma modificava a
proprio piacimento la composizione dell’assemblea per assicurarsene l’appoggio, il rinnovamento senato-
riale effettuato da Tarquinio Prisco poteva in effetti assolvere in parte a questo fine.
E il fatto che il re ne avesse sentito la necessità, dimostra la crescente influenza dei senatori. Da semplici
componenti di un’assemblea consultiva, la cui posizione di lealtà verso il re, quindi, non avrebbe dovuto
essere messa in discussione, adesso chi saliva al trono si preoccupava di conquistarsene i favori, e ciò
significa che evidentemente non c’era la sicurezza che il Senato glieli avrebbe concessi.

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In effetti l’approvazione del Senato nei confronti del re diviene un elemento sempre più rilevante negli
equilibri di potere fra le istituzioni di età monarchica e ciò, soprattutto, derivava dall’esistenza di una
particolare prassi, creata fin dall’epoca della prima successione fra Romolo e Numa Pompilio e nota come
interregno.
In sostanza la regalità romana non è mai stata regolata, come magari si può comunemente immaginare,
da criteri dinastici, di successione fra membri di una stessa famiglia. I re divenivano tali per elezione e
da questo ne conseguiva il fatto che coloro i quali avevano il diritto di eleggere il nuovo re si trovavano
giocoforza con in mano un potere non indifferente. Nelle fonti viene specificato come questo diritto
spettasse al Senato e al popolo, ma viene anche detto che, nei fatti, la ratifica finale dovessero in ogni
caso darla i senatori. Né il loro potere in questa circostanza si fermava qui: l’interregno infatti consisteva
nell’elezione di un senatore che avrebbe dovuto coprire il periodo di vuoto fra la fine di un regno e l’inizio
dell’altro e che disponeva quindi, in un certo senso, del potere regale.
Cosı̀ Livio ci parla dell’origine di questo particolare aspetto del governo romano: “Cosı̀ i cento senatori
decidono di governare collegialmente: creano dieci decurie e da ognuna di esse traggono un rappresen-
tante destinato a gestire l’amministrazione dello Stato.
Governano quindi in dieci anche se uno solo aveva le insegne ed era scortato dai littori. Il potere di
ciascuno di essi durava cinque giorni, poi passava a rotazione a tutti gli altri. Si trattò di un intervallo
di un anno. Siccome intercorse tra due regni fu chiamato interregno, termine ancor oggi in uso [. . . ].
[I senatori] decretarono che il popolo avrebbe eletto il re, ma la nomina sarebbe stata valida solo dopo
la ratifica.” (Ab urbe condita, I, 17) Il peso dei senatori, quindi, nella scelta del nuovo re divenne in
breve uno dei tratti più caratteristici dello stato romano arcaico, nella misura in cui il re eletto si trovava
evidentemente in debito con l’assemblea.
Questa particolare circostanza, dell’interregno e dell’elezione senatoriale, aveva delineato una situazione
in cui già da tempo la principale alternativa al potere del monarca fosse proprio il governo del Senato.
Che la classe dei senatori arrivasse a dirigere Roma dopo la fatale caduta della monarchia fu, quindi,
quasi un passaggio naturale.

III. La prima età repubblicana


ur ovviamente, ammettendo, un periodo di instabilità politica abbastanza rilevante (generalmente
P si considera il primo ventennio dei Fasti, ossia le liste dei consoli, poco attendibile), durante il quale
forse Roma fu anche dominata per un po’ dal re di Chiusi, Porsenna, il Senato giunse ad affermare il
proprio potere in maniera sorprendentemente veloce e definitiva.
Il passaggio fra il sistema monarchico e repubblicano avviene quasi senza indecisioni e sicuramente senza
sperimentare altri tipi di governo, segno che la soluzione al vuoto di potere venutosi a creare fu a tutti
chiara.
È sotto la lunga direzione del Senato che Roma assume quei caratteri che ancor oggi ai nostri occhi ce
la rendono familiare: la potenza militare, l’incredibile capacità di stabilizzare le proprie conquiste, la
nascita del suo primato nel Mediterraneo. È sempre sotto il governo dei senatori che Polibio rimane
abbagliato dalla perfezione della “macchina” romana ed è in quest’epoca che si pone la grande impresa
della seconda guerra punica, in sostanza è ora che Roma diviene un impero.
La Roma repubblicana non smetterà di essere vagheggiata nemmeno più tardi, in epoca imperiale, come
tempo di libertas ed equilibrio, in cui i cittadini romani non avevano bisogno di un imperator che prov-
vedesse a mantenerne l’ordine.
Se però il sistema repubblicano costituı̀ forse, finché la sua efficienza durò, la più stabile, efficace, equili-
brata modalità di governo di tutta l’età antica essa non poteva durare senza che il Senato al suo interno
non subisse modificazioni, ed anche importanti. La gerarchia fra i senatori, in un primo momento, si
complicò nettamente, attraverso la creazione delle magistrature.
Infatti, una volta esaurita la monarchia, si presentò la necessità per i senatori di sostituire i compiti e le
prerogative del re, ciò venne fatto, per l’appunto, nominando dei magistrati annuali.
È in questa maniera che il Senato creerà quella propria organizzazione che tutti conosciamo e si procurerà
la stabilità necessaria a gestire Roma.
A capo del Senato vennero posti due consules (all’inizio denominati praetores), che ereditarono dal re
principalmente il compito di condurre le truppe in battaglia, anche se le loro prerogative si definirono da
subito come più ampie di quelle di semplici generali.
Altra carica importante era quella dei praetores propriamente detti che, all’inizio, venivano eletti in nu-
mero di due (praetor urbanus e praetor peregrinus) e che avevano competenze essenzialmente giuridiche,
in seguito il loro numero aumentò a quattro: dopo la riduzione a provincia di Sicilia e Sardegna, si resero
necessari, infatti, due nuovi pretori da inviare in quei territori.

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Cariche utili per il cursus honorum (la “carriera” di un senatore, il cui culmine era il consolato) erano
anche la questura, che atteneva la sfera economica ed anche la carica di censore. I censores furono inizial-
mente incaricati di tenere il censimento del senato, ossia di controllarne la composizione e, se necessario,
rinnovarla con opportune modifiche. La loro sfera di influenza si ampliò talmente tanto, però, che essi
arrivarono a ricoprire il compito di “sorvegliare” la condotta di vita di ogni romano.
I tribuni plebei, forse all’inizio in numero di due, poi in numero di dieci, tenuti a difendere gli interessi
della plebe e gli aediles curules che, assieme agli aediles plebei, si occupavano in pratica dei servizi pub-
blici, dall’organizzazione dei giochi alla manutenzione e costruzione degli edifici, si aggiunsero durante il
periodo delle lotte patrizio-plebee all’elenco delle cariche senatoriali.
Completarono il quadro, quando il numero delle province aumentò, i promagistrati (proconsules e pro-
praetores), ossia coloro che alla conclusione del loro anno di pretura o di consolato venivano inviati a
governare una regione precisa.
Ma questo assetto, che, in sostanza, è quello “classico” del Senato romano non sarà raggiunto seguendo
un’evoluzione lineare e senza scossoni, ma, soprattutto per quel che riguarderà le magistrature plebee,
sarà frutto di scontri, anche notevolmente violenti, fra le classi romane.
La repubblica era ancora giovane che, infatti, cominciarono a svilupparsi dei contrasti fra i patrizi, che
avevano monopolizzato la totalità dei posti di potere, ed i plebei, che essendo cresciuti sia di numero sia
in quanto a potenza economica, premevano per veder loro riconosciuti alcuni diritti, come l’assegnazione
di terre ed una compartecipazione all’amministrazione della città con l’inserimento di elementi che li
rappresentassero in Senato.
Si deve supporre che questi contrasti fossero latenti già dall’età monarchica, poiché scoppiarono, stando
alla cronologia “classica”, solo circa un ventennio dopo l’instaurazione della repubblica. Èprobabile che
i plebei approfittarono della momentanea debolezza di Roma, che si trovava nel momento di passaggio
fra repubblica e monarchia, per far sentire la propria voce, ma ciò non significa che il problema della
separazione fra i due ordini fosse un problema appartenente unicamente all’età repubblicana. In effetti
anche nelle fonti troviamo già una differenziazione dei due ordini fin dall’età arcaica.
Insomma molto, nel conflitto che scoppiò, deve aver giocato una questione, molto pratica e poco ideolo-
gica, di semplice “spartizione” del potere all’interno della neonata repubblica.
I contrasti furono durissimi, per la ritrosia patrizia a cedere i propri privilegi. La strategia della completa
chiusura diede, d’altra parte, risultati palesemente infruttuosi, in un momento in cui, oltretutto, Roma
non poteva permettersi instabilità interne, essendo minacciata dalle popolazioni vicine.
Fu proprio quando ci si accorse che il protrarsi di quella situazione avrebbe potuto essere fatale a tutta
la città che i senatori si ritrovarono a dovere a poco a poco operare delle concessioni, attuando, di fatto,
un’apertura verso il basso che fu forse la prima realmente importante di una serie di allargamenti che
procedettero parallelamente all’espandersi dell’impero.
La cooptazione di componenti non “nobili” si rivelerà infatti un modo quanto mai efficace di legare a sé
le elite delle province. Dare la possibilità ad esse di poter aspirare ad un posto in Senato, significava,
infatti favorire la loro collaborazione.
Con l’entrata dei plebei in Senato, a cui infine era stato concesso finanche il consolato, si venne a creare
una nuova elite, non più fondata sulle poche famiglie romane di lunga tradizione.
I nuovi elementi plebei non crearono uno schieramento “avverso” al fronte patrizio, ma aderirono in
pieno al loro sistema di valori, alla loro mentalità, al loro “spirito di classe” come e forse anche più degli
aristocratici di più antico lignaggio.
D’altronde, nel loro moto di rivolta, i plebei avevano sempre rivendicato una partecipazione al potere,
non una volontà di osteggiarlo e quindi si capisce bene che la loro integrazione nel sistema patrizio non
contraddicesse gli intenti della loro ribellione.

IV. Conclusioni
a, al momento che, fino ad allora, era stato di massima apertura ne seguı̀ uno in cui il Senato tese
M a chiudere i suoi ranghi sempre di più.
In seguito alle lotte plebee e al formarsi della nuova classe dirigente di composizione patrizio-plebea,
unita e compatta, seguı̀ un periodo di stabilità e tranquillità che fu forse fra i migliori in tutta la storia
politica di Roma.
Non le guerre, né le diverse tendenze, che pur sempre erano presenti negli animi dei patres, potevano
scalfire la loro sostanziale concordia, uno dei valori del mos maiorum, oltretutto, a cui proprio quella
classe si rifaceva di più Un esempio varrà su tutti: l’impatto con l’ellenismo. Sappiamo bene che quando
questo avvenne, fu per la cultura romana, uno dei momenti più delicati e al tempo stesso più incisivi
di tutta la sua storia. Si può dire che l’opinione pubblica si spaccò a metà fra chi accoglieva con animo

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aperto le raffinatezze ed i sofismi greci e chi invece preferiva rimanere attaccato ai più antichi valori latini
e che vedeva nell’irrompere di queste nuove tendenze motivo di corruzione e degrado morale. Furono
davvero degli anni in cui le due “parti” diedero vita ad accesi dibattiti e confronti ed anche in Senato
presto si distinse un’ala “filo-ellenica” ed un’altra più conservatrice.
Di questi due gruppi possiamo distinguere, volendo, anche gli esponenti di punta, individuandoli nelle
posizioni ellenizzanti di Scipione l’Africano, il giovane eroe della seconda guerra punica, ed in quelle
fortemente attaccate al mos maiorum di Catone il Censore. Curioso come un appartenente ad una
delle famiglie, quella degli Scipioni, della più antica tradizione si trovi in una posizione nettamente più
“riformista” rispetto a quella di un parvenu come Catone. Ciò è uno degli elementi che dimostrano quanto
detto prima, ossia il forte attaccamento agli ideali senatori delle “nuove leve”, desiderose di integrarsi
nell’ordine.
In ogni caso certo è che pur essendosi creato un forte dualismo che incise anche in maniera vistosa sulle
vicende di politica, soprattutto estera, questo non portò ad una scissione, alla creazione di due fazioni o
di due partiti diversi.
Molti furono gli scontri fra Catone e Scipione, il quale arrivò a dominare il Senato assicurando per sé e
la sua cerchia tutti i posti di potere e che dovette cedere, in secondo momento, ai “sabotaggi”, se cosı̀
possiamo chiamarli, di Catone, che lo coinvolse in due processi a seguito dei quali l’Africano scelse l’esilio.
Le lotte politiche, le invidie, i livori, i “regolamenti di conti” fra un gruppo e l’altro esistevano sicuramente
anche a quell’epoca, ma rimanevano sempre circoscritti ai “retroscena”, mentre nelle decisioni e nella
conduzione dello Stato, il Senato riusciva sempre a riacquistare e riaffermare la propria unità, la propria
concordia. La ragione si può facilmente spiegare nella volontà dei senatori di preservare il loro potere e
la loro autorità sopra ogni altra cosa e quindi di non creare, né nella situazione complessiva dello Stato
né all’interno della stessa assemblea, situazioni di instabilità.
Questa la prima fase del principale organo governativo romano che trova adesso la propria epoca più
fortunata ed una stabilità che non ritornerà più nella sua storia.
Presto, infatti, gli anni della “rivoluzione romana” si faranno avanti, minando fin nelle fondamenta,
il potere di questa istituzione che, alla fine, non ebbe altra scelta che sottomettersi al dominio di un
imperator.

Riferimenti bibliografici
1 M. Pallottino,“Origini e storia primitiva di Roma”, Rusconi Libri, 1997.
2 G. De Sanctis,“Storia dei romani”, La nuova Italia, 1964.
3 E. Pais, “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli”, Loescher & C. , 1913-20.
4 G. De Sanctis,“Storia dei romani”, La nuova Italia, 1964.
5 T. Mommsen,“Storia di Roma”, Sansoni, 2001.
6 Tito Livio,“Storia di Roma”, Bur, 2006.
7 Cicerone,“La Repubblica”, Bur, 2008.
8 A.J. Toynbee,“L’eredità di Annibale. Roma e l’Italia prima di Annibale”, Einaudi, 1981.
9 E. Gabba,“Sociedad y politica en la Roma republicana”, Pacini, 2000.

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Latina 3 (2009) 26–27

Henrik Ibsen e Roma: la drammaturgia a sfondo


sociale

Enrico Pantalone

CATILINA (Catilina), 1850 Kristiania


CESARE E GALILEO (Kaiser og Galilaeer), 1873 Kristiania

Una premessa: amo moltissimo Henrik Ibsen e tutte le sue opere, per questo il compito di descrivere
le sensazioni derivate dalla lettura dei suoi drammi in chiave di storia romana mi risulta altresı̀ molto
più semplice che per altri autori in questo caso visto che egli unisce storia e letteratura teatrale.
Catilina, Cesare (Giuliano) e Galileo fanno parte di quei drammi a sfondo storico ben documentati e che
vanno ad inquadrare le azioni soprattutto nel movimento della società del tempo rappresentato, ed Ibsen
indubbiamente ne fu uno dei massimi interpreti ed i protagonisti, Catilina e Giuliano, in questo caso,
sono sempre al centro di una lotta tra aspirazioni e capacità di riuscita dei propri intenti attraverso la
lettura di tutti coloro che vivono attorno a loro.
Ibsen sceglie indubbiamente due personaggi simili nell’atteggiamento di fronte alla vita: Catilina e Giu-
liano per molti versi non s’accorgono della società che gira intorno a loro, pensano di poterla dominare o
più semplicemente pensano che la gente li ritenga nel giusto, vivono spesso fuori del tempo in cui vivono
anche se con temi e speranze diverse ovviamente per ognuno di loro.
Essi sono lacerati internamente, sono disperati, passionali, com’è lacerata, disperata ed appassionata la
società romana dei loro tempi, Ibsen tratteggia a lungo e con gran maestria questo modo di vivere a
cavallo tra il bene ed il male, tra le tenebre e la luce e la tragedia finale d’entrambi negli avvenimenti
storici risponde probabilmente alla differenza che esiste tra quello che avrebbero desiderato ottenere poli-
ticamente e socialmente dai loro ideali e ciò che hanno potuto ottenere in effetti: storicamente parlando,
giova ricordare che il drammaturgo vagliò attentamente gli scritti di Cicerone e Sallustio da cui trasse
ispirazione per le opere.
Ogni passo dei testi teatrali muove nell’introspezione psicologica, intellettuale e sociale, questo si vede
certamente anche dalla minaccia che i protagonisti, Catilina e Giuliano, percepiscono continuamente
intorno a loro, indipendentemente se siano nel giusto o nell’errore (non è questo il fine di Ibsen, come
il nostro di spettatori teatrali attenti), minaccia che essi interiormente sentono come disagio sociale più
che politico in senso stretto, difficoltà a creare gli stimoli giusti nei cittadini e nell’esercito.
Ibsen è realmente interessato alla storia romana, studiata appassionatamente durante il lungo soggiorno
italiano perché a suo giudizio è un esempio delle tematiche socio-politiche che si vivevano anche nel
suo secolo, secolo di grandi fermenti e forze propulsiva anche se spesso degenerative, egli vede in Roma
un elemento didattico da sottoporre alla gente attraverso i suoi drammi, appare quindi logico che egli
focalizzi il suo indirizzo verso Catilina e Giuliano, proprio per gli elementi che caratterizzavano i loro
rispettivi caratteri, esaltanti ma anche deludenti, ricchi di grande pathos ma anche chiusi alla compren-
sione quotidiana.
Un fattore interessante è vedere come Ibsen tende a descrivere accuratamente l’agitazione continua che
circondava le due società, per cui gli avvenimenti raccontati con gli occhi dei due protagonisti diventa-
vano come una telecamera in continua evoluzione a 360◦ che da un punto fermo riprendesse lo spazio
circostante ben definito. Un passo del pensiero di Catilina a questo proposito mi ha sempre colpito
durante l’atto terzo e lo riporto:
“Ho sperato nella fedeltà degli amici, adesso vengono meno, uno dopo l’altro. Oh, dei ! solo tradimento
e codardia risiedono in queste trepide anime di schiavi. Oh, io deluso, con la mia congiura ! Volevo
distruggere Roma , questo nido di serpi,. . . Quando Roma era già solo un cumulo di macerie.”
Ibsen quando scrive su Giuliano, non fa solamente un’opera d’alta scuola drammaturgia, ma compie
anche un eccellente sforzo storico (non del tutto riuscito certamente), cercando di far immedesimare lo
∗ Alias Hadrianus, membro Associazione Culturale Signainferre, Senatore

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spettatore nel travaglio interiore dell’apostasia del personaggio e lasciando dubbi sul fatto che egli abbia
apertamente varcato il limite tra cristianesimo e paganesimo.
Giuliano appare cosı̀ un imperatore diverso da quello presentato da una certa storiografia basata sola-
mente su dati scarni e riportati, nell’opera appare un personaggio concreto a suo modo, magari turbato
da mille problematiche esistenziali, ma apprezzabile dal punto di vista umano, la sua apostasia suscita
tutta l’incapacità di potersi adeguare al ruolo che ricopre, nonostante la seconda parte lo veda prota-
gonista in veste d’imperatore e gli doni una forza entusiastica nei suoi atti ufficiali ed nel suo modo di
procedere di fronte ai fermenti dell’Impero.
Teniamo presente che tra le due opere teatrali passano quasi cinque lustri, Catilina è il suo primo dram-
ma in assoluto, un’opera giovanile quindi, un’opera che risente dell’età dello scrittore, della sua voglia di
cambiamento sociale e di progresso, la seconda ha un tono da uomo maturo e riflessivo sull’impossibilità
di modificare in maniera violenta e rivoluzionaria il quotidiano.
Ibsen vissuto a lungo in Italia e soprattutto a Roma per quasi un trentennio, salvo brevi periodi, tra
il 1864 ed 1891 finı̀ inevitabilmente per assorbire i tratti più interessanti dell’antica civiltà romana tra-
sponendoli lucidamente nei suoi drammi e non solamente a quelli ispirati direttamente ad essa: da noi
vengono creati capolavori come Brand, Peer Gynt, Una casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo,
L’anitra selvatica, La casa dei Rosmer, La donna del mare ed Hedda Gabler.

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