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ARISTOTELE: I PREDICABILI E LE CATEGORIE

La logica non è per Aristotele una scienza perché non ha un vero e proprio oggetto o contenuto: essa è un
sapere formale, nel senso che studia la forma, la struttura del corretto pensare e ragionare, qualsiasi sia
l'oggetto o tema di cui ci occupiamo.
La parola “logica” deriva appunto da logos, che significa, tra le altre cose, “pensiero”. Il nostro pensiero
riflette la realtà cui si riferisce, e a suo volte si esprime nel linguaggio che noi adoperiamo .
REALTÀ →PENSIERO →LINGUAGGIO
Quando parliamo, che cosa facciamo? Aristotele risponde: attribuiamo dei predicati a dei soggetti. “I pini
sono alberi”, “I pesci sono mammiferi”, “E' assente Niccolò”? (come si vede dagli esempi, la predicazione
può dar luogo a enunciati veri, enunciati falsi, o a frasi che non sono enunciati, come le domande)

La prima domanda che Aristotele si pone è :


in che modo un predicato può essere attribuito, ovvero riferito ad un soggetto?
Prendiamo per comodità solo enunciati veri. Ci accorgiamo che il predicato talvolta ci dice “CHE COSA È”
il soggetto (ad esempio: “la vipera è un rettile”), altre volte invece “COME È” il soggetto, (ad esempio “la
vipera è pericolosa” o “la vipera è ricoperta di squame”
Nel primo caso si presentano due sottocasi:
a) il predicato dà una DEFINIZIONE del soggetto : ad esempio “l'oculista è un medico che cura le mallatie
dgli occhi”. In questo caso la parola “oculista” indica una SPECIE, “medico” il GENERE in cui posso
inserirla, “che cura le malattie degli occhi” la DIFFERENZA SPECIFICA, ossia cioè che distingue
propriamente un oculista nell'insieme generale dei medici.
b) il predicato realizza la semplice inclusione del concetto in un GENERE, cioè in una classe più ampia cui
appartiene: ad es “i gatti sono animali”
Nel secondo caso analogamente si presentano due sottocasi
c) il predicato esprime un ACCIDENTE, cioè un attributo che appartiene appunto “accidentalmente”, cioè
non necessariamente, al soggetto: ad es. “il cane è bianco”→ un cane non necessariamente è bianco, io
voglio semplicemente dire che questo cane che ho di fronte, ad esempio Juri, è bianco.
d) il predicato esprime un PROPRIO, cioè un predicato che pur non essendo necessario e non definendo il
soggetto, può appartenere solo ad esso: ad es. “il numero è dispari”-→ un numero per essere tale non deve
necessariamente essere dispari, ma solo di un numero si può dire che è dispari!
Definizione, genere, accidente e proprio costuiscono i cosiddetti PREDICABILI

La seconda domanda che Aristotele si pone è :


i termini che entrano in gioco quando attribuiamo uno o più predicati ad un soggetto (cioè quando
costruiamo una frase) sono dello stesso tipo oppure no?
La risposta è: NO. Però tutti i possibili termini di una frase possono essere ricondotti, secondo Aristotele, ad
alcune tipologie generali, che egli chiama CATEGORIE.
Consideriamo ad esempio la seguente frase:

“Il cane Fido ha 2 anni ed è allegro. Ieri saltellava in giardino ed era accarezzato dal padrone”

Gli elementi presenti in questa frase ci danno informazioni diverse:

“2 anni” indica una QUANTITÀ,


“Allegro” una QUALITÀ,
“Saltellava” un' AZIONE;
“Era accarezzato” è un'azione subita, cioè una PASSIONE;
“Ieri” è un'informazione di TEMPO
“In giardino” è un'informazione di LUOGO.

Ma tutte queste informazioni sarebbero inutili se non dicessi di chi sto parlando, cioè “il cane Fido”: esso è
il soggetto, o , in termini aristotelici, la SOSTANZA (sub-stantia = ciò che sta sotto, il sostegno, il
substrato) di tutte le altre proprietà.
La SOSTANZA è dunque la più importante delle categorie (alle citate qualità, quantità, azione, passione,
tempo e luogo Ar. aggiunge anche stato e relazione)

“Il cane Fido”: questa espressione racchiude in realtà due informazioni: che colui di cui parlo è Fido e che è
un cane. La prima è per Aristotele la più importante, perché esprime l'individualità dell'ente di cui sto
parlando: è Fido, e non un altro cane. Perciè Aristotele chiama l'individuo, espresso in questo caso dal
termine “Fido”, SOSTANZA PRIMA; chiama invece SOSTANZA SECONDA l' essenza dell'individuo,
espressa in questo caso dal termine “cane”.

Notiamo che, in un discorso, la SOSTANZA PRIMA può fungere solo da soggetto: la SOSTANZA
SECONDA, invece, può fungere sia da soggetto che da predicato. Io infatti posso dire: “Fido è un cane”
ma anche “Il cane è un animale”.

Se “incrociamo” la dottrina delle categorie con quella dei predicabili (che pure, come abbiamo visto,
esprimono due tipi diversi di classificazione) otteniamo dei risultati interessanti.
Infatti, se ci pensiamo, la SOSTANZA [SECONDA] , in quanto ci dice “che cos'è” l'individuo è predicata
sempre nella forma del genere o della specie (“cane”, “animale”)
Le altre categorie invece sono predicate nella forma dell'accidente: il fatto che Fido sia allegro, che saltelli,
che sia in giardino, sono attributi che non gli appartengono necessariamente: possono cambiare, egli non
avrà sempre 2 anni, potrebbe non essere più allegro e non saltellare più, mentre non smetterà mai di essere
Fido e di essere un cane.

Le categorie sono definite da Aristotele i “GENERI SOMMI” della predicazione → questo significa che
sono i concetti più estesi, più ampi in cui inserire un certo termine. Ad esempio se qualcuno mi chiede “Che
cosè il fucsia?” io rispondo “un tipo di rosa”. Se mi chiedono “Che cos'è il rosa?” io rispondo “Un colore”.
Se mi chiedono ““Che cos'è il colore” io rispondo “una qualità”. Ma se mi chiedono “Che cos'è una
qualità” non riesco a trovare un concetto più ampio in cui inserire questa nozione...
E poiché, come abbiamo visto, per Aristotele il pensiero riflette fedelmente la realtà, le categorie sono anche
i GENERI SOMMI dell'ESSERE: le «grandi regioni», potremmo dire, in cui esso è costitutivamente diviso,
che non possono essere trascese in un'unità più alta.