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Lezione 1

Caratteristiche tipologiche della lingua giapponese


•  Una delle lingue più parlate al mondo (più di 120 milioni di parlanti)
•  De facto lingua ufficiale del Giappone
•  Lingua ufficiale, insieme all’angaur e all’inglese, nello stato di Angaur (ca.135 abitanti), Repubblica di Palau (a
causa della Guerra del Pacifico, che si è combattuta qui)

Miti sulla lingua giapponese


1. Virtuale ​isolamento ​dalle altre lingue (fattore che ha contribuito al nazionalismo, in alcuni casi)
a.  Nazione sicamente isolata dal resto del continente asiatico
b.  Continuum della variazione diatopica solo all’interno dei conni nazionali: parte dallo Honshu e
arriva a Kogoshima → se due persone native delle due zone si parlano, non si capiscono. Ai
piccoli arcipelaghi, inoltre, corrispondono i loro dialetti → il continuum si interrompe ai confini
delle 4 principali isole.
c. Lingua isolata (nessuna affiliazione genetica ampiamente accettata dagli studiosi) 

2. Lingua essivo-agglutinante o semi-agglutinante


Una ​lingua agglutinante ​è un idioma in cui le parole (allo stato iniziale) sono costituite dalla sola ​radice​, a cui
vengono poi aggiunti ​prefissi o ​suffissi per esprimere ​categorie grammaticali diverse (ad esempio ​genere​,
numero​, ​caso​ o ​tempo verbale​). → unione di più morfemi (radice, suffissi, prefissi ecc.)
Una ​lingua flessiva​​, invece, è un ​tipo morfologico che si caratterizza nel poter esprimere più relazioni
grammaticali mediante un solo ​morfema​. Ad es, ​gatte ​ ​: la "e" è un ​suffisso che indica sia il genere (femminile)
che il numero (plurale) dell'entità a cui si riferisce.
In giapponese, questa caratteristica è espressa attraverso la flessione nelle varie forme: mizenkei, renyokei ecc.

3. Struttura grammaticale
a. Ordine sintattico​ S (soggetto) O (oggetto) V (verbo)
b. ​Struttura tema-rema
watashi ​wa ​hon-kai no riji desu. ​ ​watashi ​ga ​hon-kai no riji desu.
Io sono il direttore di questa azienda. Il direttore di questa azienda sono io.
→ Una parte della frase è un’info nuova, l’altra è data; le diverse parti sono evidenziate da particelle specifiche:
​ er il tema della frase, ​ga p
wa p ​ er il soggetto.

4. Lingua tonale?
Una ​lingua tonale ​è una ​lingua in cui la variazione di ​tono di una stessa ​sillaba ne determina il significato o
l'appartenenza a una classe grammaticale, per es. la lingua cinese.

5. Sistema di scrittura ibrido 

6. Lessico ricco di prestiti lessicali


a. Wago ​(o ​Yamato kotoba​​): parole autoctone, usate anche prima dell’introduzione della scrittura
(es, 食べ物、たべもの)
b. Kango​​: parole arrivate insieme alla scrittura cinese, la cui pronuncia però si è modificata nel
tempo
(es. 食物、しょくもつ)
c. ​Katakanago​​: lessico straniero importato
(es. フ-ド)

7. Linguaggio relazionale​: il complesso sistema dei cosiddetti “​onorici​”


ここで食べる?  Mangi qui?
こちらで召し上がりますか。Mangia qui?

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Il dibattito sull’origine della lingua giapponese

Nonostante sia una delle lingue più parlate al mondo, la sua origine è incerta: uno dei più grandi problemi nella
ricerca di relazioni genetiche tra il giapponese e altre lingue è costituito dal fatto che le fonti testuali disponibili
sono relativamente recenti: si tratta di opere dell’VIII sec, che riflettono quindi la lingua della fine del VII e
dell’VIII sec → sono solo parzialmente utilizzabili per la ricostruzione di forme proto-giapponesi.

→ Vari tentativi:
❖ Correlazione tra la lingua giapponese e le lingue dell’Asia settentrionale:
➢ Teoria altaica o uralo-altaica
➢  Coreano (come parte della famiglia altaica)
➢ Ryukyuano (sia esso considerato una lingua o un dialetto)
❖ Correlazione tra la lingua giapponese e le lingue dell’Asia meridionale:
➢ Teoria maleo-polinesiana o austronesiana
➢ Teoria tibeto-birmano
❖ Correlazione tra la lingua giapponese e le lingue indoeuropee
❖ Altre teorie:
➢ Teoria secondo cui il giapponese ha un sostrato austronesiano e un superstrato altaico
➢ Teoria secondo cui il giapponese sia una lingua mista nata dall’incrocio di lingue austronesiane e
lingue altaiche

Teoria altaica
Iniziata da Anton Boller (1857), e continuata nel ‘900 dal linguista ​Fujioka Katsuji​​, che ne ha sostenuto la
plausibilità con riscontri di tipo comparativo e tipologico.
Fujioka aveva predisposto una lista di tratti distintivi come base di comparazione delle lingue uralo-altaiche con
il giapponese:
- Non c’è mai nesso consonantico a inizio parola (es. ​sc​oiattolo)
- Non esistono parole indigene che inizino con il fonema /r/
- Presenza dell’armonia vocalica (​f​enomeno ​fonologico per cui alcune ​vocali variabili di una parola o di
una frase cambiano a seconda del tipo di vocali fisse presenti nel resto della parola o della frase, per un
processo di assimilazione.
- Assenza di articoli
- Assenza della distinzione di genere grammaticale
- Flessione verbale realizzata con elementi di suffissazione
- Presenza di molti tipi di terminazione verbale
- Declinazione pronominale realizzata con l’uso di particelle
- Posposizioni in luogo di preposizioni
- Verbi di esistenza nelle espressioni di possesso
- Nei comparativi il secondo termine di paragone viene indicato con la particella ablativa “da” e non “di”
- Nelle proposizioni interrogative, una particella interrogativa è legata alla fine della frase
- Presenza limitata di congiunzioni
- Il modificatore precede il modificato o l’oggetto precede il verbo (SOV)

→ LIMITI della teoria:


➔ caratteristiche tipologiche
➔ caratteristiche privative
➔ Non usa il metodo comparativo
(fondamento della linguistica storica)
→ Sia Benveniste (1966) che Greenberg (1963) hanno
messo in evidenza che il solo approccio tipologico non è
sufficiente a stabilire relazioni genetiche, poiché lingue che
non hanno alcun rapporto genetico e sono geograficamente
separate possono tuttavia condividere un numero consistente di tratti distintivi. Ne è prova il fatto che proprio la
lista di Fujioka sia stata usata per sostenere la relazione genetica tra il giapponese e le lingue dravidiche.

Tra i SOSTENITORI della teoria altaica troviamo:


1. Murayama Shichiro (1908-1995): analizzando gli elementi fonologici e grammaticali in un’ottica
comparativa, ha individuato:
a. una correlazione della posposizione del caso dell’accusativo ​wo ​del giapponese antico con il
suffisso dell’accusativo mancese ​-be ​e il proto-tunguso ​-wa/-we
b. correlazione fra la posposizione dell’accusativo ​o ​e la posposizione tematizzante wa del
giapponese moderno con il proto-mancese-tunguso ​ba/be (che hanno funzione di marca
​ ​o
enfatica/esclamativa, proprio come le forme che si ritiene abbiano dato origine a ​wa e
c. Corrispondenza delle consonanti di inizio parola tra proto-altaico (PA), proto-giapponese (PG), e
giapponese antico (GA)

2. Roy Andrew Miller (1924-2014): attraverso la comparazione con il coreano, lega il giapponese alle
lingue altaiche.
→ sistema dei pronomi personali
→ numerali: conservano la strutturazione “binaria” che è per le lingue altaiche “il più importante
fenomeno singolo per la comprensione dello sviluppo storico dei numerali”

Correlazione con il coreano


- Arai Hakuseki​​, filologo e studioso di kokugaku (“studi nazionali”), già nel 18° sec pubblica il Toga
(1717), un glossario etimologico di 670 voci in cui circa 80 lemmi vengono correlati al coreano. Qui si fa
spesso riferimento al coreano antico e si distinguono le varietà geografiche citate e i nomi degli
informatori madrelingua che forniscono i dati → una ricerca molto rigorosa, per l’epoca

- Ono Susumu (1919-2008): propone una comune genesi del giapponese e del coreano mettendo in
parallelo le forme lessicali che dimostrano corrispondenza delle consonanti (1957).
→ fu criticato da ​Hattori Shiro per la mancanza di attenzione per le corrispondenze delle vocali, che
potrebbero spiegare perchè la forma giapponese ​kuma ​in coreano abbia tre distinti corrispondenti

- Samuel Martin (1924-2009): comparazione semantica del coreano con il giapponese attraverso
l’elaborazione di una lista di 320 paralleli lessicali coreano-giapponese e la ricostruzione delle relative
protoforme
→ Miller (1967) e Mathias (1973) muovo critiche perché Martin ha usato termini del giapponese
moderno e non le più antiche attestazioni disponibili.

Correlazione con le varietà ryukyuane


- Basil H. Chamberlain​​, ha evidenziato la sistematicità delle corrispondenze fonologiche nelle due lingue
ipotizzando un’identica matrice.
- Hattori Shiro​​: riprende l’ipotesi e la approfondisce con maggior rigore metodologico.
Viene paragonato, per esempio, il giapponese con la varietà di Yoronto, parlata nell’omonima isola, ma
caratterizzata da una maggiore affinità con i dialetti delle varietà centrali → ci sono corrispondenze di parole
(es. “nuvola”, kumo → kumu), e la sintassi e la morfologia, inoltre, si rivelano molto simili.
Tuttavia, gli storici della lingua e i dialettologi considerano quelle delle Ryukyu varietà regionali (dialetti) del
giapponese.
Miller, invece, le considera due lingue sorelle derivate da una fase proto-coreana-giapponese (ma è un’ipotesi
poco credibile).
L’unica certezza derivata dagli studi comparativi è questa parentela tra le due varianti, il cui distacco viene fatto
risalire tra il II/III sec e il VI/VII sec d.C [​Hokama​​, 1981]

Correlazione tra mongolo e giapponese

- Ozawa Shigeo​​: si concentra esclusivamente sulla relazione tra giapponese antico e mongolo
medievale, concentrandosi sugli aspetti fonologici delle due lingue: evidenzia corrispondenze fonetiche
fra parole che considera associate, come per esempio parole che iniziano con la stessa lettera, senza
però dare alcuna spiegazione sulle variazioni notate.
→ Fu aspramente criticato da Miller a causa delle dubbie affinità semantiche delle coppie lessicali affrontate

Correlazione con il gruppo tibeto-birmano

- Primi studi di ​C.K. Parker (1939), che sulla base di raffronti sintattici e lessicali ha creduto di riconoscere
un’influenza tibeto-birmana sul giapponese.
- Yasuda Tokutaro ​(1952;1955): ha messo in relazione il lepcha, una lingua connessa con il birmano,
con il giapponese antico
- Nishida Tatsuo​​: ha ipotizzato che le lingue tibeto-birmane e il giapponese abbiano origine da una
protolingua comune → prova a spiegare le differenze strutturali del lessico tibetano (per lo più
monosillabico) e di quello giapponese (per lo più bisillabico): il giapponese ɸana e il tibetano sna
(“naso”), discenderebbero entrambi dalla piattaforma *sna.
→ Viene criticato da Miller, Kindaichi e Shibatani: non viene seguito un metodo “ortodosso”, procedendo
a ritroso sulla base di forme già attestate o attraverso leggi fonologiche
→ il suo è un vero e proprio “incidente epistemologico” nella storia delle ricerche sull’origine del
giapponese

Correlazione con la lingua ainu

Molte delle prime ricerche che hanno indagato la possibilità di un legame tra giapponese e ainu hanno fornito
conclusioni negative e si può dire che siano state intraprese più per la vicinanza geograca dell’area in cui
l’ainu viene utilizzato (e anche per il fatto che, in ambito protostorico, una porzione non indifferente dello
Honshu era abitata dalle popolazioni Ainu).

Teoria meridionale (​​nanpo setsu​)

- Shinmura Izuru (1911): accetta senza riserve la relazione tra il giapponese e le lingue uralo-altaiche,
ma propone come possibile causa della semplicità del sistema fonologico del giapponese un’antica
ibridazione con le lingue dei popoli dell’area del Pacifico meridionale.
- Polivanov E. D​​. (1924): suggerisce che la formazione del giapponese sia stata frutto di una fusione di
elementi di lingue di origine altaica (tra cui il coreano) con lingue austronesiane.
→ Secondo ​Miller​​, la “lingua mista” avanzata da Polivanov sta per una lingua non definibile né come
altaica né come maleo-polinesiana, in cui però vi è una forte presenza di elementi di entrambe le
famiglie linguistiche.
- Ono Susumu (1957): contribuisce a diffondere l’ipotesi di uno sviluppo stratificato del giapponese,
costituito da una lingua di origini e struttura sintattica altaiche, che si sarebbe poggiata su di un sostrato
di origini meridionali con un sistema fonologico simile a quello delle lingue polinesiane. La nuova lingua,
giunta con le migrazioni del periodo Yayoi (300 a.C. ca), non avrebbe soppiantato del tutto quella
preesistente, austronesiana, che riaffiora soprattutto nel lessico.
NB: Ono cambierà la sua posizione, ipotizzando un legame con le lingue dravidiche
- ​Murayama e Obayashi​​ (1973) : Murayama, che era stato precedentemente un fervido sostenitore
della teoria altaica, si interessa alla teoria di Polivanov e propone un processo per cui su un sostrato
austronesiano, base delle lingue parlate nell’arcipelago giapponese, si sarebbero sedimentati elementi
linguistici di origine altaica giunti con successive ondate migratorie.  Convinto chel’ipotesi altaica non sia
sufficiente, sostiene la tesi della formazione del giapponese come risultato dell’interazione delle due
famiglie linguistiche.
- Kawamoto Takao​​: propone invece una visione opposta: sostrato altaico e superstrato austronesiano:
una lingua che si impone su un sostrato preesistente influenza fortemente il lessico originario, mentre
nel caso del giapponese non si riscontra un numero congruo di forme lessicali di origine altaica.
Altre teorie:
- Go Minoru (1980): comparando il giapponese con sei lingue sulla base di 200 vocaboli di base, trova
una correlazione con le lingue papua.
- Ono Susumu ​(1980): correlazione con le lingue dravidiche e con il tamil in particolare: secondo la sua
nuova ipotesi, le prime forme di lingua parlate nell’Arcipelago giapponese attorno all’VIII millennio a.C.
avevano un inventario di fonologico molto semplice (con solo 4 vocali) di derivazione austronesiana o
papua. Nel medio Jomon (3500 a.C. ca), il proto-tamil si sarebbe sovrapposto alla base originaria in
conseguenza delle migrazioni verso oriente delle genti tamil. Più tardi, attorno al 300 a.C (periodo
Yayoi), una lingua altaica avrebbe introdotto altri elementi come l’armonia vocalica, scomparsa però
attorno all’VIII sec d.C perché le genti di origine tamil, più numerose dei nuovi immigrati, non si
sarebbero adattate ad un tratto fonologico a loro estraneo.
→ numerose critiche da Miller e da Murayama

Alexander Vovin ​(2010): In precedenza sostenitore della correlazione tra giapponese e coreano, Vovin
presenta una nuova analisi che getta una nuova luce sulla vicinanza delle due lingue. Secondo Vovin le
somiglianze tra giapponese e coreano sono dovute al contatto linguistico e non a una comune origine genetica.
La forte inuenza dell’antico coreano sul giapponese occidentale (western old Japanese) ha determinato quindi
una condivisione di tratti linguistici tipici della lega linguistica (linguistic area).
Secondo l’analisi di Vovin, che si basa sull’osservazione del giapponese antico (Western Old Japanese), dei
dialetti delle isole Ryūkyū e del giapponese antico orientale (Eastern Old Japanese), i tratti comuni con il
coreano riguardano principalmente la varietà parlata nel Giappone occidentale durante i periodi Nara e Heian. A
quell’epoca l’inuenza coreana si limitava, infatti, al centro culturale del Giappone che era situato nella regione
del Kansai. La parte orientale del Giappone e le isole Ryūkyū sono esenti da quest’inuenza e le loro varietà
linguistiche non presentano alla stessa maniera i tratti comuni osservabili nello Western Old Japanese. La
tipologia dei tratti comuni è tipica del contatto linguistico. Il fatto che molti di questi tratti tendono a sparire negli
stadi linguistici successivi viene interpretato da Vovin come la prova di elementi linguistici assorbiti dall’esterno
in un determinato arco temporale, (probabilmente nei periodi Kofun e Asuka).

Lezione 3

Periodizzazioni della lingua

L’inizio della storia della lingua giapponese viene fatto coincidere con i primi testi disponibili: il Kojiki (712), il
Nihonshoki (720) e il Man’yōshū (759). Queste opere possono fornire elementi per lo studio della lingua
giapponese risalenti alla fine del VI secolo o agli inizi del VII secolo poiché, soprattutto il Man’yōshū,
comprendono poesie risalenti a epoche precedenti la compilazione e ballate popolari (​kayō)​ spesso
appartenenti a una tradizione orale più antica. Nella storia della lingua, l’evoluzione rappresenta un ​continuum​,
e qualsiasi divisione operata nella descrizione di questo ​continuum ​ha solo valore operativo: è cioè un
espediente per delimitare di volta in volta serie di descrizioni sincroniche che lo storico della lingua dispone
sequenzialmente per formare un’immagine del divenire della ​parole d ​ a cui viene ricavata una rappresentazione
astratta che assurge allo stato di ​langue.​ I dati contenuti nelle fonti disponibili sono analizzati e considerati
esemplificativi del periodo a cui appartengono, fornendo la possibilità di posizionare ​convenzionalmente u ​ na
linea di demarcazione laddove sia presente una diversificazione cospicua dei tratti rilevanti di ogni periodo.
Hashimoto Shinkichi, in uno dei primi tentativi di periodizzazione della lingua (1932-1933), propose due cesure:
una alla fine del periodo Nara, l’altra alla fine del periodo Muromachi. Nel 1943, Yamada Takao propose una
divisione in due periodi, antico (kodai) e moderno (kindai), che comportano a loro volta ulteriori suddivisioni, che
fanno riferimento anche a fatti storici e documenti legati ad essi. Altri studiosi proposero come periodo di
transizione verso la “lingua moderna” la fine del periodo Muromachi (Pappa: ”Se la storia della lingua
giapponese dovesse essere divisa in due, la linea sarebbe collocata tra il periodo Kamakura e Muromachi,
quando la lingua perde molte delle caratteristiche del giapponese antico assume sempre di più una forma vicina
a quella moderna.”). Sono state fatte altre ipotesi sull’evoluzione diacronica della lingua, in base alle sue
interconnessioni con gli eventi storico-sociali (es. Andō Masatsugu (1936) dice che la riforma Taika ha
rappresentato un primo tentativo di fondazione della lingua nazionale). In molti manuali recenti di storia della
lingua giapponese, viene preferita una divisione più vicina alla consueta divisione in periodi della storia
istituzionale giapponese.

Il giapponese classico è la norma cristallizzata che si è imposta nel XII secolo e che è rimasta la forma
dominante nella scrittura fino all’inizio del XX secolo. Si afferma anche grazie al prestigio delle opere letterarie
prodotte in quella lingua.

Principali mutamenti
• Giapponese tardo - antico: mutamenti fonologici → Influenza del cinese nel giapponese antico e tardo-antico
• Giapponese medio: mutamenti morfologici e sintattici
• Influenza occidentale nel giapponese moderno

L’evoluzione del sistema di scrittura

I giapponesi sono stati esposti alla scrittura già dalla seconda metà del periodo Yayoi (ritrovamenti di monete
cinesi del I secolo d.C.). I manufatti di fattura giapponese tra III e IV secolo presentavano delle inscrizioni,
probabilmente usate solo a scopo decorativo. Con l’importazione dal continente di elementi culturali cinesi
(soprattutto il Buddhismo nel VI secolo), la scrittura ha assunto sempre maggiore importanza.i giapponesi ​NON
introdussero la scrittura cinese, ​MA​ la lingua cinese in forma scritta: sarà la lingua scritta in Giappone per lungo
tempo; inizialmente i sinogrammi erano inscindibili dalla lingua cinese → scrivere = scrivere in cinese
Le opere mitologico-letterarie del periodo Nara, nonché tutti gli altri documenti dell’epoca, sono stati scritti
utilizzando unicamente i caratteri cinesi, ma la maniera in cui sono stati usati diverge radicalmente. Ci sono
infatti due tipo di utilizzo: il ​Kanbun​ e il ​Man’yōgana.​

Kanbun:​ indica generalmente la lingua cinese scritta. Nel periodo Nara la maggior parte della prosa veniva
scritta in questo stile e per molti secoli rimase il principale mezzo di scrittura di documenti non letterari. Riflette
la sintassi del cinese e possono essere considerati testi in cinese classico. Alla fine del periodo Nara si sono
sviluppati due sistemi autonomi per leggere il kanbun:
● Ondoku:​ sostituire la pronuncia dei caratteri in cinese con la versione nipponizzata, la cosiddetta lettura
on​. Ogni carattere veniva letto seguendo l’ordine sintattico del cinese.

● ​ undoku​: o kanbun kundoku, è più complesso, bisogna leggere la frase secondo l’ordine sintattico
K
giapponese sostituendo, dove possibile, le parole cinesi con le parole giapponesi autoctone (Yamato
kotoba). In pratica, è una traduzione dal cinese al giapponese. Ogni maestro tramandava ai discepoli il
proprio stile di lettura dei testi, finchè in periodo Heian si svilupparono dei sistemi di etichettatura
(​Kunten)​ che servivano a indicare l’ordine di lettura, le particelle e le desinente da apporre.

Man’yōgana​: primo sistema di scrittura della lingua giapponese; i sinogrammi sono usati come fonogrammi. Si
riferisce ai caratteri utilizzati per il loro valore fonetico ed esclude le parti in cui i caratteri sono usati come
semantogrammi → quindi ​NON​ i caratteri di tutto il Man’yōshū.

Fonogrammi: Semantogrammi o logogrammi:


sinogrammi usati per il valore fonetico sinogrammi usati per valore semantico

Possiamo distinguere due tipi di Man’yōgana in base all’origine del valore fonetico dei caratteri: Ongana e
Kungana.

Ongana​: usati per la pronuncia che hanno in cinese, rappresentano la resa fonetica di parole autoctone
attraverso la lettura in cinese dei caratteri. Quando cominciò a diffondersi lo studio dei sinogrammi, i giapponesi
iniziarono ad occuparsi dell’insegnamento della scrittura (prima lo facevano maestri cinesi e coreani).
Cominciarono a diffondersi pronunce convenzionali poi standardizzate e venne dato loro il nome di letture ​on.​
I sinogrammi usati oggi in Giappone hanno più letture on perchè importate in periodi diversi, da regioni diverse
e da persone diverse. I tre tipi principali sono:
● Goon 呉音, o pronuncia Wu: è la più antica, importata dalla metà del VII secolo fino all’VIII secolo;
proviene dalla Cina meridionale.
Es. 美 み 人 にん 平 びょう

● Kan’on 漢音, o pronuncia Han: lettura della zona settentrionale della Cina, del medio corso del fiume
Giallo. Fu adottata come lettura di corte nell’VIII secolo.
Es. 美 び 人 じん 平 へい

● Tōon 唐音, o pronuncia Tang: lettura introdotta dalla fine del periodo Heian fino al periodo Edo, portata
da monaci zen e mercanti, soprattutto il periodo Kamakura.
Es. 行 あん
Mentre la lettura on è la versione giapponese standardizzata della pronuncia cinese, i simboli ongana
rappresentano la resa fonetica di parole autoctone attraverso la lettura in cinese dei caratteri: venivano
pronunciati cercando di riprodurre l’esatta pronuncia, ma venivano ignorate tutte le caratteristiche della lingua
cinese che non servivano a identificare le sillabe del giapponese. Nel Man’yōshū gli ongana sono utilizzati per
trascrivere i nomi propri.

Kungana:​ usati per il valore fonetico dato dalla lettura dei caratteri in giapponese. Anche le letture kun si
cristallizzano in letture standard. Per le parole giapponesi rappresentate dai kungana, c’è spesso una
corrispondenza tra il significato in giapponese e la parola che il carattere rappresenta in cinese. Per
decodificare il kungana occorrono due passaggi: 1) leggere il carattere come se fosse un semantogramma
2) reinterpretare la lettura e capire se c’è una corrispondenza di significato, oppure se la lettura si riferisce ad un
omofono.
La presenza di kungana è tuttavia limitata e mai dominante nei testi del periodo Nara: non esistono esempi di
versi scritti interamente in kungana ( a differenza degli ongana).

Semantogrammi:​ non fanno parte del sistema di scrittura fonografico del man’yōgana, in quanto sono caratteri
usati solo per il significato e non per la pronuncia in giapponese. Vengono spesso usati per indicare il morfema
verbale, la cui lettura sarà adattata in base alla flessione.

Grafemogrammi:​ esistono caratteri, chiamati ​gisho o ​ ​tawamuregaki,​ che sono stati divisi in tre tipi da Miyake
(2003): grafemogrammi, onomatogrammi e aritmogrammi. I grafemogrammi sono caratteri che combinati in una
breve frase in cinese classico descrivono la forma di un singolo semantogramma.

Con l’eccezione dei semantogrammi, gli ongana, i kungana e i gisho, costituiscono il Man’yōgana, che,
nonostante il nome, non è un sistema di scrittura presente solo nel Man’yōshū.

ESEMPI

村山有等
mura-yama aredo
Sebbene ci siano molte montagne...

Il primo carattere è un kungana, in quanto la pronuncia del significato del carattere si riferisce in questo caso
all’omofono mura che significa "molti". Il secondo carattere è un semantogramma e un kungana allo stesso
tempo perché c’è una corrispondenza tra il significato del carattere e la parola. Il terzo carattere è un
semantogramma ma non è un kungana: esso indica la radice verbale la cui pronuncia si adatta
all’aspetto verbale indicato dal quarto carattere che è un ongana.

La prima poesia del Kojiki è un classico esempio di componimento scritto interamente in ongana. Conoscendo il
valore fonetico di ogni carattere, è possibile ricostruire in maniera approssimativa la resa fonetica della poesia in
giapponese antico.
夜久毛多都 伊豆毛夜幣賀岐 都麻碁微爾 夜幣賀岐 都久流 曾能夜幣賀岐袁
• Lettura: ya-ku-mo1-ta-tu-i-du-mo1-ya-pe1-ga-ki1-tu-ma-go2-mi2-ni-ya-pe1-ga-ki1-tu-ku-ru-so2-no2-ya-pe1-
ga-ki1-wo
• Interpretazione: yakumo tatsu Izumo yaegaki tsumagomi ni yaegaki tsukuru sono yaegaki o
• Traduzione: "Molte nubi erge Izumo, molte pare>, per la mia sposa, erigo io, molte salde pare>."

Il sistema di scrittura delle poesie del Man’yōshū è più complesso perché combina i fonogrammi, ongana e
kungana, ai semantogrammi. Colui che decodifica il man’yōgana dovrà capire il valore di ogni singolo carattere
e dare una propria interpretazione al componimento.
Come vediamo nella prima poesia del Man’yōshū, una parola può essere trascritta talvolta attraverso dei
fonogrammi, talvolta attraverso dei semantogrammi.

籠毛与 美籠母乳 布久思毛与 美夫君志持 此岳尓 菜採須 兒 家告閑名 告紗根
•Lettura:KO1-mo-yo-mi-KO1-mo-:-pu-ku-si-mo-yo-mi-buku-si-MOTI-KO2NO2-WOKA-ni-NA-TUMA-su-KO1-IPE
1-ki-kana-NORA-sa-ne
• Interpretazione: ko mo yo miko mochi fukushi mo yo mibukushi mochi kono oka ni na tsumasu ko ie kikana
norasane.
• Traduzione: "O fanciulla che raccogli verdure sulla collina con il tuo bel cestino e la tua bella paletta, dimmi
dov’è casa tua!"
• La lettura dei caratteri è stata trascritta usando le lettere in maiuscolo per i semantogrammi, in corsivo per i
kungana e in grassetto per gli ongana.

Il componimento del Kojiki, scritto interamente in ongana, usa in maniera coerente lo stesso carattere per ogni
sillaba: la sillaba tu di tatu "innalzarsi", tuma "sposa" e tukuru "formare" è sempre trascritta con il carattere 都.
Nel componimento del Man’yōshū, invece, una stessa parola è trascritta con diversi carateri: la parola ​moti,
"avere con sé", che ricorre due volte nella poesia, è trascritta una volta con i fonogrammi 母乳, rispettivamente
ongana e kungana, e una volta con il semantogramma 持.

​Lezione 4

Sviluppo degli alfabeti sillabici


Gli alfabeti sillabici hiragana e katakana si svilupparono dai caratteri cinesi usati come fonogrammi durante il IX
secolo. Nascono da un processo di semplificazione dei fonogrammi:
- isolamento di una parte del carattere con valore fonetico (nucleazione) → ​katakana
- corsivazione → ​hiragana
Stili di scrittura nel periodo Heian:
• Kanbun
• Hentai kanbun
• Kanjikanamajiribun
• Senmyōtai
• Hiraganabun

Kanbun:​ è la lingua cinese scritta, la lingua della burocrazia e del clero, della letteratura maschile e di
ispirazione continentale, vietato formalmente alle donne.
I testi in kanbun venivano letti (tradotti) alla giapponese:
– cambiando l’ordine delle parti del discorso
– aggiungendo elementi non presenti nel testo (posposizioni)
– attribuendo letture sino-giapponesi o giapponesi alle parole

Kundoku (lettura alla/in giapponese)


• Kunten (glosse, annotazioni)
– prima man’yōgana, poi alfabeti sillabici
• Si sviluppa una serie di annotazioni grammaticali chiamato ​okototen
– punti (particella)
– trattini (modi del predicato)

Hentai kanbun​: Lo hentai kanbun (kanbun modificato) è uno stile scritto a base cinese in cui si evidenziano
caratteristiche del giapponese. Le parti in prosa del Kojiki sono scritte in hentai kanbun.
Viene usato per testi di autori maschili di uso pratico come diari, cronache, lettere, ma entra a far parte anche
della letteratura d’arte come nel Konjaku Monogatari e nel Nihon Ryōiki.
A livello grammaticale: non è sempre rispettato l’ordine delle parti del discorso, tratti tipici del giapponese come
il morfema per la passivizzazione del verbo. La scrittura è costituita prevalentemente da caratteri cinesi
ma con qualche carattere degli alfabeti sillabici.

Kanjikanamajiribun:​ Il kanjikatakanamajiribun 漢字片仮名交じり文 (stile misto in kanji e katakana) è uno stile


a base cinese a cui si aggiunge un considerevole numero di glosse e posposizioni che rendono più agevole la
lettura in giapponese.
• Rappresenta il nucleo originario dello stile misto sino-giapponese del periodo successivo.

Senmyōgaki o Senmyōtai​: È il tipo di scrittura impiegato per i 62 editti imperiali shōsho 詔書 conservati nello
Shoku Nihongi (797) in cui è riportata la cronaca del Giappone dal 697 al 791 d.C.
Lo stile è ibrido: le parti semantiche sono scritte con caratteri usati semanticamente, le parti funzionali sono
scritte per mezzo di man’yōgana fonetici, ma anche hiragana. Fu uno dei primi tentativi di scrittura in lingua
autoctona.

Hiraganabun:​ Testi redatti attraverso l’uso quasi esclusivo dell’alfabeto sillabico hiragana, che la tradizione
linguistica giapponese considera un genere a sé stante, poiché permette di trascrivere fedelmente il giapponese
senza particolari limitazioni tecniche.
• Testi in prosa scritti (quasi) interamente in hiragana come:
– monogatari
– nikki
– zuihitsu
• La poesia giapponese (waka) si libera dal dominio culturale della poesia cinese anche a livello contenutistico.

Lezione 5

Fondamenti di fonetica per la descrizione della lingua giapponese

Fonetica​: disciplina della linguistica che studia gli aspetti fisici inerenti alla produzione dei suoni dall’apparato
fonatorio umano nelle lingue naturali → si occupa della produzione fisica dei suoni che servono a emettere un
messaggio linguistico (​foni​​).
N.B: Non va confusa con la ​fonologia​, che invece studia come i foni interagiscono tra di loro all’interno di
specifiche lingue. Inoltre, la fonetica agisce a un livello concreto, mirando all’osservazione pratica; la fonologia
opera su un piano astratto mirando all’ordinamento delle proprie enunciazioni in un sistema coerente.

Le principali branche della fonetica sono:


- fonetica ​articolatoria​​: studia la produzione dei suoni da parte dell’apparato fonatorio umano
→ organi di fonazione
- fonetica ​acustica​​: studia la produzione di suoni da un punto di vista fisico, cioè come onde sonore
- fonetica ​uditiva/percettiva​​: studia le caratteristiche percettive dei suoni delle varie lingue e come questi
siano compresi dagli esseri umani

Ortografia vs produzione sonora


Inventario fonetico: insieme dei suoni di una data lingua
→ la descrizione dell’inventario fonetico deve partire dall’analisi dei suoni in quanto tali e non nel modo in cui
essi sono rappresentati → ortografia
Giapponese: kana
- alfabeto sillabico
- rappresentazione dei suoni:
- consonante (​shin​) + vocale (​boin)​ = 2 suoni diversi
→ あ : ​a​, 1 suono
→ か : ​ka​, k+a = 2 suoni

Sistemi di romanizzazione
➢ Kunrei​​: ​approvato dal governo giapponese nel 1937 per unificare i sistemi di romanizzazione​, ​è un
sistema di trascrizione ​fonematico​, risponde perfettamente al sistema fonologico tradizionale. Esso non
distingue gli allofoni di uno stesso fonema.
➢ Hepburn ​sviluppato dal missionario americano James Curtis Hepburn nel 1867 (modificato poi nel
1886), è un sistema di trascrizione ​fonetica​, che distingue gli allofoni di uno stesso fonema. Le vocali
vanno lette come in italiano ma le consonanti come in inglese.

Il sistema Kunrei è stato ideato dai giapponesi, e perciò avvantaggia i


madrelingua:se per uno straniero che sta imparando la lingua questo
sistema può sembrare un po’ strano, per un giapponese esso ha senso,
in quanto nessun madrelingua (o esperto conoscitore del giapponese)
pronuncerebbe mai “situ” → un giapponese che vede “situ”, sapendo
benissimo che non esiste tale sillaba in giapponese, penserà subito a
しつ.

Esiste, però, anche un sistema internazionale per quanto riguarda la fonetica: l’​IPA (International Phonetic
Alphabet)​​, secondo cui:
は [ha]  ひ [çi]  ふ [ɸɯ] へ [he]   ほ [ho] しつ [ɕit͡sɯ]
Esso è un sistema di scrittura ​alfabetico​, basato principalmente sull'​alfabeto latino​, utilizzato per rappresentare i
suoni delle lingue nelle trascrizioni fonetiche. L'IPA nasce su iniziativa dell'​Associazione fonetica internazionale​,
con l'intenzione di creare uno standard per trascrivere in maniera univoca i suoni (tecnicamente, i ​foni​) di tutte le
lingue conosciute: questo è possibile poiché ad ogni segno IPA corrisponde un solo suono e viceversa, senza
possibilità di confusione tra lingue diverse.

Apparato fonatorio

Un suono è prodotto normalmente dall’aria che viene emessa dai


polmoni, sale lungo la trachea, attraversa la laringe (sede delle corde
vocali). Dopo aver superato la faringe, l’aria giunge alla cavità orale e
da qui fuoriesce dalla bocca.
La cavità nasale può essere esclusa o attivata tramite l’innalzamento
del velo palatino: se questo si sposta all’indietro, chiudendo la
comunicazione fra faringe e cavità nasale, l’aria fuoriesce solo dalla
bocca ed avremo ​suoni orali​​; altrimenti, l’aria fuoriesce anche dalla
cavità nasale e si ottengono ​suoni nasali​​.

Per ​meccanismo laringeo si intende la successione di più cicli di


apertura e chiusura della glottide:
a. inspirazione
b. suono sordo
c. mormorio
d. suono sonoro

Vocali e consonanti
La differenza principale sta nel fatto che nella produzione di una vocale l’aria non incontra ostacoli, e fuoriesce
liberamente. Le vocali, inoltre, sono sempre suoni sonori (le corde vocali sono chiuse, e perciò vibrano).
Per le consonanti, invece, l’aria o viene bloccata, o deve passare attraverso una fessura molto stretta; esse
possono essere sia sonore che sorde (le corde vocali aperte, nessuna vibrazione).

→ ​Classificare una vocale


● altezza della lingua
○ vocali chiuse [i], [u]
○ semichiuse [e], [o]
○ aperte [ɛ], [ɔ]
○ semiaperte [a]
● posizione avanzata o arretrata della lingua
○ vocali anteriori [i], [e], [ɛ]
○ centrali [a]
○ posteriori [u], [o], [ɔ]
● protusione delle labbra
○ vocali procheile o arrotondate [u], [o], [ɔ]
○ aprocheile o non arrotondate [i], [e], [ɛ], [a]

Un ​diagramma vocalico è una rappresentazione


schematica delle vocali. In base alla lingua presa
in considerazione, può prendere la forma di un
triangolo o di un quadrilatero. Il ​diagramma
vocalico dell'IPA comprende le vocali cardinali e
viene rappresentato come un ​trapezio​​. Per
definizione, nessun suono vocalico può essere
tracciato al di fuori del trapezio dell'IPA, poiché i
suoi quattro angoli rappresentano i punti estremi
delle possibilità di articolazione. Il diagramma
vocalico della maggior parte delle lingue reali non
è così estremo: in inglese, per esempio, le vocali
alte non sono così alte come gli angoli del trapezio
dell'IPA, così come le vocali anteriori non sono
così anteriori.

NB: in italiano, la vocale /u/


è caratterizzata da una
protusione (arrotondamento)
delle labbra, in giapponese,
invece, è caratterizzata da
una compressione labiale
(avvicinamento delle
labbra). Tuttavia questa
compressione varia in base
al dialetto parlato, infatti alcuni giapponesi arrotondano maggiormente le labbra di altri.
In giapponese standard, inoltre, è presente un fenomeno chiamato ​desonorizzazione vocalica:​ quando una
vocale chiusa si trova [i] [ɯ] fra due consonanti sorde perde generalmente la sonorità e diventa quindi una
vocale desonorizzata.
→ un esempio è la parola “luna”: 月 つき [t͡sɯ̥ki] non si legge “tsuki”, ma “tski”

→ Classificare una consonante


Sono necessari tre parametri:
● Modo di articolazione (tipo di restringimento del canale fonatorio)
○ occlusivo (blocco totale del passaggio dell’aria,a cui fa seguito un’“esplosione” → cons.
“esplosive” come [p], [b], [t], [d], [k], [g] di “gatto”)
○ fricativo (avvicinamento senza contatto dei due organi articolatori, creando così una stretta
“fessura” attraverso cui deve passare l’aria → [f], [v], [s], [z] di “zucchero”)
○ affricato ​(occlusione seguita da frizione → [ts], [dz])
○ nasale (​ l’aria passa anche attraverso la cavità nasale → suoni nasali come /n/ o /m/)
○ laterale ​(occlusione centrale (lingua contro i denti), l’aria passa attraverso i due lati)
○ vibrante (​ mediante vibrazione o dell’apice della lingua o dell’ugola → /r/ italiana)
○ monovibrante (​ è una vibrante, ma presenta solo un’unica debole occlusione (/r/ spagnola))
○ approssimante ​(tra vocale e consonante, gli organi articolatori si avvicinano ma non vengono mai
in contatto)
● Luogo di articolazione (parti del canale fonatorio coinvolte nel restringimento)
○ bilabiale
○ labiodentale
○ dentale
○ alveolare
○ postalveolare
○ retroflesso
○ palatale
○ velare
○ uvulare
○ faringale
○ glottidale
● Posizione delle pliche vocaliche
○ pliche vocali chiuse = consonante sonora
○ pliche vocali aperte = consonante sorda

Le ​fricative
- In ​italiano​: [f] di “faro”, [v] di “vaso”, [s] di “sasso”, [z] come in “rosa”, [ʃ] come in “sci”
- In ​giapponese​: [ɸ] come in “hude” (pennello), [s] di “kasa” (ombrello), [z] di “kaze” (vento), [ɕ] di (poesia), [ç] di
“hi” (fuoco), [h] di “hashi” (bacchette)
→ [ʃ ʃi] vs [ɕɕi]
Sono i due modi, rispettivamente italiano e giapponese, per pronunciare il suono “sci”. La differenza fra queste
due consonanti sta nella posizione delle labbra e nel punto di articolazione, che nella prima è più arretrato e
ampio. La versione italiana prevede una fricativa postalveolare, mentre quella giapponese una alveolo-palatale.
Le ​affricate
- In italiano: [t͡s] come in “pezzo”, [dz] come in “mezzo”, [t͡ʃ] come in “ciao”, [deʒ] come in
- In giapponese: [t͡s]come in “tsubame” (rondine), [dz] come in “zu” (grafico), [t͡ɕ] come in “chi” (sangue), [dʑ]
come in “ji” (字, carattere)

Le ​nasali
- In italiano: come in [ˈlaːma] “lama”, [ɱ] come in “invito”, [n] come in “nave”, [ɲ] come in “gnomo”, [ŋ] come in
“banca”
- In giapponese:
- a inizio sillaba: [m] come in “kame” (tartaruga), [n] come in “kani” (granchio)
- a fine sillaba: ben 6 consonanti nasali: → ​Nasale moraica「ん」

Le ​liquide ​(​laterali​​, ​vibranti ​e ​monovibranti​​)


- In italiano: [l] come in “pala”, [ʎ] come in “paglia”, [r] come in “Roma”, [ɾ] come in “caro”
- In giapponese: [ɾ] come in “bara” (rosa) NB: notevole variazione individuale: è pronunciata anche [r], [ɽ] e [l]

Le ​approssimanti
- In italiano: [j] come in “ieri”, [w] come in “uovo”
- In giapponese:​ [j] come in “ “ (rugiada), [ɰ] come in “waka”

Palatalizzazioni
è ​il fenomeno per cui le ​consonanti velari si trasformano nelle corrispondenti ​consonanti palatali​, cioè in cui il
punto di articolazione di un suono si sposta più avanti sul ​palato rispetto al suono d'origine, o viceversa quello in
cui le ​consonanti alveolari​, ​bilabiali​ e ​nasali​ si trasformano in ​palatali​.

In giapponese, le sillabe costituite da consonante, approssimante e vocale /CyV/ vengono realizzate


foneticamente con una consonante palatalizzata seguita da vocale. Per esempio, le consonanti ​[t] e ​[s]
diventano ​[ʨ]​ e ​[ɕ]​ davanti a ​[i]​ (“t” e “s” si leggono “chi” e “shi” se davanti c’è “i”).
Esempi di palatalizzazioni in giapponese:

NB: Per le consonanti palatali e alveolo-palatali,[ç ɕ


t͡ɕ dʑ] non sarà necessario aggiungere il diacritico della
palatalizzazione, perché si tratta di consonanti il cui punto di
articolazione è già palatale, come in questi esempi:
– [ɕɑ⌉ko] 車庫 “garage”
– [o⌈t͡ɕɑ] お茶 “tè”
– [deʑɯ⌉ɯsɯ] ジュース “succo”
– [ço⌉o] 雹 “grandine”

Accento
In italiano esiste un accento di intensità, per cui una sillaba accentata viene realizzata con una maggiore forza
articolatoria e un maggior consumo di aria aggressiva. Nell’IPA si segnala con un trattino verticale in apice [ˈ]
posto prima della sillaba accentata (es: [ˈaːpe] “ape”), con il seguente allungamento della vocale che fa da
apice sillabico.
L’accento in giapponese è di tipo diverso. In inglese è chiamato ​pitch accent, in giapponese ​kotei akusento​. In
italiano si usano espressioni come “accento melodico”, “accento intonativo” e “accento tonale”. Esso si basa
sulla variazione di frequenza di vibrazione delle corde vocali. Nei dizionari di accento e pronuncia si segnala la
caduta dell’accento (​pitch)​ mediante un simbolo diacritico ⌉ che in giapponese viene chiamato ​akusento kaku.​
Lezione 6

Fondamenti di fonologia per la descrizione della lingua giapponese

Mentre la fonetica si occupa dell’aspetto sico dei suoni, la fonologia si occupa della funzione dei suoni in un
sistema linguistico.
La fonologia cerca di scoprire:
1. quali sono i fonemi di una determinata lingua, cioè se a una differenza di suono corrisponde una
differenza di significato
2. come si combinano insieme i suoni in una determinata lingua
3. come i suoni si modicano in combinazioni in una determinata lingua

1. Quali sono i fonemi di una lingua?


Il ​fonema ​è un segmento fonico che ha funzione distintiva e che permette di distinguere significati. La funzione
distintiva di un segmento è rivelata dall’esistenza di ​coppie minime (coppie di parole che si differenziano solo
per un suono nella stessa posizione).
- In italiano, [l] e [r] non sono solo dei suoni (foni), ma contribuiscono a formare delle coppie minime
Es: [ˈrɛsto] e [ˈlɛsto] (“resto” e “lesto”)
→ Due foni che hanno valore distintivo sono detti fonemi → [l] e [r] sono due fonemi della lingua italiana.

- In giapponese, alla differenza di suono [l] e [r] non corrisponde una differenza di significato, perciò, per
esempio, [bɑɾɑ] e [bɑlɑ] non è una coppia minima.
Invece, la presenza del suono [h] comporta una differenza di significato, quindi si tratta di un fonema che ha
valore distintivo in giapponese. Es: [hɑɕi] e [aɕi]

Foni vs fonemi
Il fonema è un’unità astratta che si realizza in foni. Essi vengono rappresentati da barre oblique (es: /p/), mentre
i foni da parentesi quadre (es. [p]).
Il fonema è un’unità che si colloca a livello astratto, è una sorta di rappresentazione mentale (​langue​), il fono
invece si colloca a livello concreto (​parole)​ , in quanto è una realtà fisica.

2. Come si combinano insieme i suoni di una lingua?


In giapponese ci sono alcuni suoni come [t] [t͡s] [t͡ɕ] [ɑ] [ɯ] [i], ma mentre alcune combinazioni di essi sono
ammesse ( [tɑ] [t͡sɯ] [t͡ɕi] [t͡ɕɑ] ), altre non lo sono ( [ti] [tɯ] [t͡sɑ].

3. Come si modificano i suoni in combinazione?


• In italiano, il prefisso negativo s- (che è costituito da un solo fonema) diventa sonoro se seguito da un fonema
sonoro: es. s+fortunato = [s]fortunato
• In giapponese:
- t → t͡ɕ/ _i ( come in 地下 ちか />kɑ/ )
- s → ɕ/ _i (  come in 鹿 しか /sika/ )
Le regole di Trubeckoj (1939)
Per stabilire se due foni abbiano valore distintivo e siano quindi fonemi di una determinata lingua, Trubeckoj,
uno dei padri della fonologia, ha proposto una serie di regole.
1. “​Quando due suoni ricorrono nelle medesime posizioni e non possono essere scambiati fra loro senza
con ciò mutare il significato delle parole o renderle irriconoscibili, allora questi due suoni sono
realizzazioni fonetiche di due diversi fonemi.​”
a. 羽 [hɑne] – 種 [tɑne] : [h] e [t] ricorrono nella medesima posizione (#_V), se li scambiamo
otteniamo parole con significati diversi, quindi /h/ e /t/ sono fonemi del giapponese.
b. [varo] - [faro] : /v/ e /f/, per lo stesso motivo, sono fonemi dell’italiano.
c. “​Quando due suoni della stessa lingua compaiono nelle medesime posizioni e si possono
scambiare fra loro senza causare variazione di significato della parola, questi due suoni sono
soltanto varianti fonetiche facoltative, o libere, di un unico fonema.​”
d. [bɑɾɑ] – [bɑɽɑ] 薔薇 バラ : La monovibrante [r] e la vibrante retroflessa [ɽ] in giapponese
possono essere suoni intercambiabili e lo scambio non dà luogo a due parole di significato
diverso. → i due suoni non sono fonemi diversi ma due varianti libere del fonema /r/
2. “​Quando due suoni di una lingua, simili dal punto di vista articolatorio, non ricorrono mai nelle stesse
posizioni, essi sono due varianti combinatorie dello stesso fonema.”​
a. 筆 [ɸɯde] – 鰭 [çiɾe] : la fricativa bilabiale [ɸ] di 筆 e la fricativa palatale [ç] non possono ricorrere
nelle medesime posizioni, perciò non sono due fonemi diversi, ma due varianti combinatorie dello
stesso fonema.

La linguistica statunitense ha utilizzato invece le nozioni di ​distribuzione contrastiva (1) e ​distribuzione


complementare (2)​​.

1) ​Quando due foni possono comparire nello stesso contesto e si ottengono così due parole di senso diverso. I
due foni perciò sono realizzazioni di fonemi diversi.

2) Quando due foni non possono mai ricorrere nello stesso contesto, ma il fono X ricorre in una certa serie di
contesti ed il fono Y ricorre in un’altra serie di contesti. In questo caso, se i due foni sono foneticamente simili, si
​ ello stesso fonema.
tratta di due ​allofoni d
→ un ​allofono o ​variante combinatoria di un ​fonema è una realizzazione fonetica che in una determinata
lingua non ha carattere distintivo, ma si trova a essere in ​distribuzione complementare con gli altri allofoni dello
stesso fonema.
しんぶん [m] -  げんいん [ŋ] - かんし [ɰ̃] - かんじ [ɲ] - けんどう [n] - ほん [ɴ]
Il fono [m] ricorre quando è preceduto da un fono con un lungo articolatorio labiale, e anche gli altri foni
ricorrono in contesti particolari → questi foni sono dunque in distribuzione complementare.
Si dirà che esiste un solo fonema, in questo caso un arcifonema, /N/ che si realizza foneticamente in maniera
diversa in base al contesto.
Regola fonologica​: collega una rappresentazione astratta (fonematica) ad una rappresentazione concreta
(fonetica)
A → B /____C : Si legge: A diventa B nel contesto C
/N/ → [m]/___{p, b, m} : N diventa m nel contesto di p, b, m

NB: gli allofoni sono dunque prevedibili perché legati a un determinato contesto.

Se due suoni foneticamente simili si possono trovare nello stesso contesto, ci sono due possibilità:
a. danno luogo a due parole di significato diverso → sono realizzazioni di fonemi diversi
b. il significato non cambia → i due foni sono ​varianti libere
In giapponese:
– 火事 /kɑdi/ → [kɑdeʑi] oppure [kɑʑi]
– 風 /kɑze/ → [kɑdeze] oppure [kɑze]
• [dʑ] e [ʑ] sono varianti libere del fonema /d/ nel contesto _i
• [dz] e [z] sono varianti libere del fonema /z/ nel contesto _e
In italiano:
Se dico “pane” con una leggera aspirazione sulla p e “pane” senza aspirazione, sono varianti libere.

​Lezione 7​:

Fondamenti di fonologia per la descrizione della lingua giapponese​​: (seconda parte)

Fenomeni fonologici:
• Assimilazione
• Dissimilazione
• Cancellazione
• Inserzione
• Coalescenza
• Riduzione
• Rafforzamento
• Neutralizzazione

Assimilazione 同 ​ 化
• È un processo fonologico per cui un segmento assume lo stesso valore, per uno o più tratti, di
un segmento adiacente, diventa cioè più simile ad esso.
• La motivazione dei fenomeni di assimilazione è molto spesso la coarticolazione: durante la produzione di un
suono alcuni degli organi dell’apparato vocale anticipano l’articolazione di un suono che segue, assumendone
uno o più tratti, o prolungano l’articolazione di un suono che precede assumendone, anche in questo caso,
alcune delle caratteristiche.

→ Tipi di assimilazione
• Totale: quando il segmento che causa l’assimilazione rende il segmento assimilato totalmente uguale a se
stesso
• Parziale: quando il segmento che causa l’assimilazione cambia l’altro segmento solo parzialmente
• Anticipatoria o regressiva: quando il segmento che causa l’assimilazione si trova dopo
• Progressiva o perseverativa: quando il segmento che causa l’assimilazione si trova prima

Assimilazione totale anticipatoria


Forma sottostante: /kir-i + ta/
Elisione di ​i​: kir + ta
Assimilazione regressiva: kit + ta
Forma superficiale: [kittɑ]
Assimilazione totale perseverativa
Forma sottostante: /yob-i + ta/
Elisione di ​i​: yob + ta
Assimilazione progressiva: yob + da
Nasalizzazione: yom + da
Assimilazione regressiva: yon + da
Struttura superficiale: [jondɑ]

Assimilazioni totali nella storia della lingua giapponese


Protoforma (文+手): *pumite >
Elisione di ​i​: *pũmte >
Assimilazione perseverativa: *pũⁿde >
Perdita della nasalizzazione: *pude >
Spirantizzazione dell’occlusiva: ɸɯde (筆)

Assimilazione parziale anticipatoria


Forma sottostante​ ​ Forma superficiale

/siNbɯN/
[+bilabiale] [ɕĩmˑbɯ̃ɴˑ]

/kɑNtɑN/
[+alveolare] [kɑ̃nˑtɑ̃ɴˑ]

/kɑNzi/
[+palatale] [kɑ̃ɲˑdvʑi]

Assimilazione parziale progressiva


Forma sottostante Forma superficiale

/ɑ⌉ki/
[-sonoro] [ɑ⌉ki̥]

/de⌉sɯ/
[-sonoro] [de⌉sɯ̥]

Armonia vocalica: è un tipo di assimilazione a distanza che si ritrova in lingue come il turco o l’ungherese e
che riguarda il fenomeno per cui le vocali all’interno della parola si assimilano per un particolare tratto o per più
tratti. Secondo alcune teorie (come Arisaka, 1955) nel giapponese antico era presente una forma di armonia
vocalica.

Fonemi del giapponese


Vocali: /ɑ/ /i/ /ɯ/ /e/ /o/
Consonanti: /k/ /s/ /t/​ /c/​ /n/ /h/ /m/ /ɾ/ /g/ /z/ /d/ /b/ /p/
Approssimanti: /y/ /w/
Arcifonemi: /N/ /Q/​ /H/

​Lezione 8:

Il sistema fonologico del giapponese antico (periodo Nara) (prima parte)

Il corpus di giapponese antico è principalmente costituito dai componimenti poetici del Kojiki, del Nihonshoki e
del Man’yōshū. Recentemente sono state ritrovate numerose tavolette con iscrizioni (​mokkan)​ , alcune risalenti
alla metà del VII secolo. Le iscrizioni sono in giapponese, i caratteri cinesi sono usati sia come fonogrammi sia
come semantogrammi. Contribuiscono allo studio del giapponese antico solo in maniera limitata.

1. Kojiki​​: prefazione in cinese classico (kanbun)


testi in prosa in hentaibun
112 componimenti scritti fonograficamente

2. ​ Nihonshoki​​: scritto interamente in kanbun


128 componimenti scritti fonograficamente

3.​ Man’yōshū​​: più di 4500 componimenti scritti in caratteri cinesi usati sia come fonogrammi sia come
s semantogrammi

Ongana (lettura in cinese del carattere) ⟶ solo gli ongana forniscono dati utili per ricostruire la pronuncia del
giapponese antico.

Con la nascita del movimento​ Kokugaku 国 ​ 学 nel periodo Tokugawa, gli studiosi iniziarono ad interessarsi al
periodo Nara ⟶ obiettivo:provare che la lingua, la cultura e le religioni autoctone fossero superiori rispetto a
quelle introdotte dall’estero; studi sempre più dettagliati sui man’yōgana.

L’uso dei caratteri cinesi usati come fonogrammi sparì con la diffusione degli alfabeti sillabici e furono
dimenticati fino al XVII secolo; tuttavia gli studiosi del tempo non erano del tutto allo scuro sul funzionamento
dei Man’yōgana: i testi in Man’yōgana venivano letti anche dopo il periodo Nara perchè i lettori conoscevano la
lettura sino-giapponese grazie alla stretta relazione con i “nuovi” kana ⟶ gli alfabeti sillabici si basano sul
Man’yōgana, non sono un’invenzione indipendente.
Tuttavia gli studiosi che leggevano il Man’yōgana dopo il periodo Nara, lo leggevano come se fosse il
giapponese del loto tempo, ignorando le peculiarità fonetiche non più presenti negli stadi linguistici successivi.
Nel XVII secolo, alcuni studiosi del Kokugaku si interessarono alle caratteristiche peculiari del giapponese
antico.
Il monaco Keichū (1640-1701) esaminò l’ortografia dei fonogrammi dei testi del periodo Nara e trovò delle
incongruenze con l’ortografia dei kana del suo tempo.
Palatalizzazione delle sillabe in -e​:
*tʲepu>*tʲeɸu>*tʲeu>t͡ɕoo 蝶 "farfalla"
*kʲepu>*kʲeɸu>*kʲeu>kʲoo 今日 "oggi"
L’ortografia del XVII secolo non distingueva le sillabe wo e o, le sillabe i e wi si erano fuse in i, e le sillabe ye e
we si erano fuse in ye. Keichū scoprì che dietro queste differenze ortografiche si nascondevano delle differenze
sul piano fonologico ⟶ le sillabe del suo tempo erano il risultato della coalescenza (raggruppamento in un’unica
cosa) di coppie di sillabe esistenti nel giapponese antico.
Keichū non fu il primo a notare questa differenza; il primo fu forse il monaco Jōshun, ma Keichū riuscì a trovare
l’uso coerente dei simboli per delle distinzioni fonologiche ormai perse nella lingua del suo tempo.
Il primo vero passo verso la teoria delle due serie di caratteri cinesi fu compiuto da Motoori Norinaga.

Motoori Norinaga​​ (1730-1801) nel suo “Kojiki den” (Commentario al Kojiki) fa notare che nel Kojiki, come nelle
altre opere del periodo Nara, esistono delle distinzioni ricorrenti nel sistema di scrittura non riscontrabili negli
alfabeti sillabici usati dal periodo Heian in poi. Nella sezione sull’uso dei kana (Kana no koto), elenca una serie
di esempi in cui per alcune sillabe che corrispondono ad un unico simbolo kana, vengano utilizzate due distinte
serie di fonogrammi. “L’uso dei kana che rappresentano lo stesso suono dipende dalla parola in cui essi sono
usati; il loro uso è determinato dalla parola da trascrivere”.

a​ki​ (autunno) 「安​伎​」「阿​伎​」「安​吉​」


• susu​ki​ 「須々​伎​」「須々​吉​」

•​ ki​ri (nebbia) 「​奇​里」「​奇​利」「​奇​理」「​記​利」 「​綺​利」


• tsu​ki​ (luna) 「都​奇​」

Ishizuka Tatsumaro​​ (1764-1823) riprende gli studi del maestro Norinaga e svolge un’indagine sull’uso del
man’yōgana nel Kojiki, nel Nihonshoki e nel Man’yōshū. Il risultato venne presentato nell’opera “Kanazukai no
yamamichi” (Le vie segrete dell’uso del kana, 1798). Individua quali sono le sillabe per cui vengono adoperate
due serie distinte di caratteri e quali sono le sillabe che non presentano distinzioni, e che vengono quindi
trascritte con un’unica serie di fonogrammi intercambiabili tra loro.
⟶ Ishizuka ha svolto un eccellente studio di filologia, ma non ha compreso ancora che alla base di questo
particolare uso dei caratteri c’è in realtà una differenza nella pronuncia.

Hashimoto Shinkichi​​ (1892-1945) capì che l’uso di differenti serie di caratteri non rappresentava solo una
convenzione ortografica, ma rifletteva delle differenze che esistevano nel sistema fonologico. Per indicare
questo fenomeno Hashimoto coniò il termine​ jōdai tokushu kanazukai​ (particolare uso dei kana nel giapponese
antico) e divise le due serie di caratteri in ​Kō-rui​ (o tipo A) e ​Otsu-rui​ (o tipo B). Un’attenta osservazione delle
coniugazioni verbali lo porta a credere che le serie kō e otsu condividano rispettivamente un elemento comune
e che siano quindi in opposizione tra loro. Si accorse inoltre che queste distinzioni non comparivano negli
azuma uta ​⟶ indica che le differenze sul piano fonologico riguardavano solo la varietà parlata nella regione del
Kinki fino al periodo Nara.

Sillabe con valore distintivo in giapponese antico

A differenza di Ishizuka che individuò 18 tipi di distinzioni nelle 3 opere e 2 solo nel Kojiki, Hashimoto esclude le
sillabe e, nu e ti e aggiunge zo, ge no, per un totale di 20 tipi di distinzioni, di cui una mo solo nel Kojiki. La
classificazione di Hashimoto rimane quella più accettata dagli studiosi.
Una volta individuate e classificate le sillabe con valore distintivo, Hashimoto tenta di determinare il valore
fonetico delle stesse sulla base delle pronunce dei fonogrammi dei dialetti cinesi moderni e delle pronunce dei
caratteri sino-coreani. Credeva che le sillabe della serie kō avessero una vocale singola, come nel giapponese
contemporaneo; per le sillabe della serie otsu ipotizzò la presenza di un dittongo che conteneva una “vocale
vaga” (​aimai no boin​).

Ricostruzione fonetica di Hashimoto


ki き serie kō ki [kʲi]
serie otsu küi [k i]

ke け serie kō ke [kʲe]
serie otsu küe [kᵊe]

ko こ serie kō ko [ko]
serie otsu küo [kö]

Hashimoto, però, si limita alla ricostruzione fonetica senza occuparsi della struttura fonologica, si concentrò
esclusivamente sullo studio delle pronunce dei fonogrammi in cinese.
Dagli inizi degli anni ‘30 studiosi giapponesi ed europei cominciarono a speculare sul numero di vocali del
giapponese antico e sul loro valore fonetico. I primi studiosi puntarono alla ricostruzione del valore fonetico delle
vocali grazie alla comparazione con i valori fonetici dei caratteri in cinese medio.
● Jan Lodewijk Pierson (1924)
● Yoshitake Saburō (1934)
● Kikuzawa Sueo (1935)

La comparazione con il cinese medio:

i1 i2 e1 e2 o1 o2
Pierson (1929) i e o
Yoshitake (1934) i ɪ e ɛ o ɔ
Kikuzawa (1935) i wi e we wo o

Ricostruzione interna:
Orestes Pletner (1936), “Contribution à l’Étude Historique du vocalisme de l’Ancien Japonais”, Bulletin de la
maison franco-japonaise:

Alternanze vocaliche in giapponese


e2:a sake² “sake” saka-mori “banchetto”
i2:o ki² “albero” ko-dachi “boschetto”
i2:u tsuki² “luna” tsuku-yo “notte di luna”

Orestes Pletner critica gli studi che si basano esclusivamente sulla comparazione con il cinese. Ѐ il primo
studioso che pone il problema delle sillabe che non presentano due serie di caratteri.

Vocale otsu Ricostruzione fonetica


i2 [ï]
e2 [æ]
o2 [oe]

Teoria sull’armonia vocalica:


Arisaka Hideyo (1934) formula le “leggi della combinazione sillabica” (​onsetsu ketsugō no hōsoku​):
1. o1 e o2 non coesistono mai nella stessa parola;
2. o2 e u raramente coesistono nella stessa parola;
3. o2 e a raramente coesistono nella stessa parola

Sempre secondo Arisaka (1955), computo della coesistenza di vocali nel giapponese antico:
o1 + u o2 + u o1 + a o2 + a
Kojiki 9 2 17 6
Nihonshoki 6 2 11 9
Man’yōshū 11 5 33 11
Teoria delle 8 vocali​​:
Ōno Susumu(1957) nel Nihongo no Kigen afferma che nel periodo Nara le persone “potevano produrre,
percepire e quindi trascrivere in maniera distinta ben 8 vocali”.
"La pronuncia delle vocali i, e, o della serie kō corrisponde approssimativamente a quella del giapponese
standard contemporaneo. La pronuncia della vocale ö della serie otsu si ottiene emettendo il suono della e con
la posizione della bocca della o. Per le vocali ï e ë della serie otsu, possiamo pensare che la loro pronuncia sia
vicina a quella tipica dei dialetti del Tōhoku (in termini scientifici sono delle vocali centralizzate)".

“Se si osserva il sistema vocalico dell’VIII secolo,[...] è un sistema instabile non destinato a durare nel tempo”.

Il metodo comparativo​:
Roy Andrew Miller, 1967 “The Japanese Language”
Tōkyō Satsuma
a a <a
u u <u
e e < e¹
e i < e²
i i < i¹
i e < i²
o o < o¹
o u < o²

La distribuzione delle alternanze vocaliche nel dialetto di Satsuma non corrisponde a quella delle serie kō e otsu
nel giapponese antico. Le sillabe contenenti la vocale e nelle parole hige, kame, ume come quelle nelle parole
kome, take, ame e tsume, nel giapponese del periodo Nara sono trascritte utilizzando un fonogramma della
serie otsu. Quindi non esiste una corrispondenza biunivoca tra le alternanze vocaliche riscontrate da Miller nel
dialetto di Satsuma e quelle del giapponese antico.

​Lezione 9:

Il sistema fonologico del giapponese antico (periodo Nara) (seconda parte)

Palatalizzazione e labializzazione come tratti distintivi:


Roland A. Lange (1973) ​The Phonology of Eight Century Japanese
→ L’analisi di Lange si basa sul confronto con i valori fonetici dei caratteri in cinese medio, così come sono stati
ricostruiti da Karlgren sulla base del Qieyun.
Ricostruisce solo 5 vocali nel giapponese antico:
→ ​Ricostruzione fonetica di Lange (1973):
/Cji/:/Ci/ & /Cje/:/Ce/
Roland A. Lange (1973): “I interpret this evidence as indicating that the contrast between these pairs of sets
with upper front vowels and velar initials was based upon the feature of palatalization. As in the case of the
kō-otsu ‛/o/ sets’ one could attribute the feature of palatalization to the initial consonant, to the vowel, or to a
medial glide. Once again my choice is to attribute it to a medial glide. My reasons are the same as before. This
is the most economical solution because we already have as a ‛palatal glide phoneme’ in /j/”.

/Cwo/:/Co/
Roland A. Lange (1973):“The obvious solution is to symbolize the labiality as such by using /w/, a phoneme
already described as a "labial glide". This seems to be not only the most economical means of dealing with the
contrast between these syllables, but also the most efficient way of indicating the nature of that contrast, that is,
the presence or absence of labial element”.

Lange non è stato il primo ad aver parlato di palatalizzazione come tratto distintivo per le sillabe kō/otsu: come
lui stesso afferma alla fine della sua monografia, Hattori Shirō e Samuel E. Martin avevano già introdotto in
maniera indipendente una simile idea nel 1959.

→ ​Hattori Shirō (1959) →​​ Nihongo no keitō:​


[…] nel caso delle sillabe キ ki, ギ gi, ヒ hi, ビ bi, ミ mi, ケ ke, ゲ ge, ヘ he, べ be, メ me, se la distinzione
venisse data dalla presenza di due distinti fonemi vocalici (/i/ e /ɨ/; /e/ e /ɜ/), avremmo difficoltà a spiegare
perché questa distinzione si limita solo a queste sillabe. Questa difficoltà potrebbe essere risolta ipotizzando i
seguenti valori:
– kō /kji/, /gji/, /pji/, /bji/, /mji/
– otsu /ki/, /gi/, /pi/, /bi/, /mi/
– kō /kje/, /gje/, /pje/, /bje/, /mje/
– otsu /ke/, /ge/, /pe/, /be/, /me/

Nel passaggio dalle consonanti non palatalizzate [k][g] e [p][b][m] a vocali frontali, si genera necessariamente
un suono di transizione simile a una vocale centrale. Per questo motivo, da un punto di vista fonetico, la
pronuncia della vocale di queste sillabe di serie otsu sarà inevitabilmente simile a quella ipotizzata da Arisaka
Hideyo e cioè [ï̯i] e [ə̯e]. (p. 286)
Approccio di Hattori (1957-1976):
- Tratta le opposizioni di sillabe con vocali frontali e quelle con vocale posteriore in maniera diversa.
- Si chiede il motivo della particolare distribuzione delle opposizioni e si interroga sulla plausibilità del
mutamento fonologico.
- Si interroga sulla plausibilità del mutamento fonologico
- Abbandona completamente la comparazione con il cinese e cerca delle motivazioni plausibili da un punto di
vista fonetico e fonologico.
- Afferma che da un punto di vista strettamente fonetico per le sillabe composte da una consonante e una
vocale frontale il tratto che può garantire un’opposizione fonemica per le consonanti velari e le bilabiali e in
maniera meno efficace per le consonanti alveolari è la presenza o assenza di palatalizzazione.

Distribuzione delle opposizioni:

Hattori (1976), "​Jōdai nihongo no iwayuru ‛hachiboin’ ni tsuite​":

"La teoria secondo la quale nel giapponese antico, cioè quel dialetto centrale parlato nella città di Nara nel
periodo Nara, c’erano otto vocali, è ormai generalmente riconosciuta. In questo articolo proporrò, invece, un
sistema di sei fonemi vocalici.” (p. 1).

→ ​ Sistemi vocalici a confronto:


Sistema ottovocalico di Ōno Sistema esavocalico di Hattori

Critiche alla teoria delle 8 vocali:


“La teoria delle cosiddette “8 vocali” del periodo Nara non è altro che un’illusione creata dalla scrittura”
(Matsumoto 1995).

→ Matsumoto (1995), ​Kodai nihongo boinron.​ ​Jōdai tokushu kanazukai no saikaishaku:​


Combinazione delle "vocali otsu" con le consonanti
Teoria delle 5 vocali di Matsumoto:
Hattori propone un sistema a sei vocali, in cui oltre alle vocali ancora presenti nel giapponese moderno è
presente la vocale centrale ö, che corrisponderebbe alla vocale della serie otsu o².
Matsumoto non condivide pienamente questa teoria e presenta un sistema vocalico composto da cinque fonemi
vocalici, del tutto identico a quello del giapponese moderno. La distinzione tra le vocali o¹ e o² sarebbe quindi
un'opposizione tra due allofoni e non tra due fonemi.

Ritorno alla teoria delle 8 vocali ​di Marc Hideo Miyake (2003), Mori (1981)

Periferalizzazione​​ (Miyake 2003):


Il mutamento linguistico avvenuto tra il periodo Nara e quello Heian avrebbe portato alla fusione delle vocali
"centrali" con la cardinali, facendo ridurre il numero delle vocali da otto a cinque. Questo fenomeno viene
chiamato da Miyake "periferalizzazione" (peripheralization). Secondo questa teoria, quindi, le vocali di tipo B (*ɨ
e *ə) e il dittongo contenente una vocale centrale (*əy) si sono spostati verso la "periferia" dello spazio vocalico
fondendosi con le corrispondenti vocali cardinali della serie A (*i,*o,*e).

Convergenza delle teorie​​:

Valori fonemici e fonetici​​:


​Lezione 10

Il giapponese antico: fino al periodo Nara (710-794)​​:

1. ​Fonti
Il giapponese pre-Nara in fonti cinesi​:
La cronaca cinese ​Wèi zhì (Storia del regno di Wei) ha una sezione chiamata ​Wō rén chuán ​(Narrazione sul
popolo di Wa) la quale descrive la popolazione dell’arcipelago giapponese. Sono citate 53 parole trascritte
fonograficamente, tra queste (Yamatai) e (Himiko). Non è possibile trarre alcuna conclusione del giapponese
pre-Nara sulla base delle trascrizioni contenute nello Wō rén chuán.

Iscrizioni​:
Le più antiche fonti del giapponese in Giappone sono iscrizioni su pietre e metallo (spade e specchi). Le più
antiche sono del V secolo. Sono testi in ​hentai kanbun:​ in giapponese solo i nomi propri. Le tre più importanti
sono:
– Iscrizione su spada, tumulo di Inariyama (?471)
– Iscrizione su spada, tumulo di Eda Funayama (fine V sec.)
– Iscrizione sulla statua di Yakushi nyorai, tempio Hōryūji a Nara (seconda metà del VII sec.)

Mokkan ​木簡:
Recentemente sono state dissotterrate, soprattutto nell’area di Nara, numerose tavolette di legno con iscrizioni
che risalgono al periodo compreso tra la metà del VII alla metà dell’VIII secolo.
Sono scritte in giapponese, con caratteri usati sia come fonogrammi che come semantogrammi.
→ Costituiscono la prova più antica di scrittura popolare in giapponese, dimostrando che la scrittura era diffusa
nella seconda metà del VII secolo e che l’alfabetizzazione non era confinata alla corte. Sono molto importanti
dal punto di vista storiografico ma il loro utilizzo nella storia della lingua giapponese è piuttosto limitato.

Opere dell’VIII secolo​:


Solo i passaggi scritti in fonogrammi sono utilizzabili per lo studio della fonologia e la morfologia del giapponese
antico. Stilisticamente sono testi in una prosa formale e ritualistica o in stile poetico.

Prosa​:
La prosa consiste in due serie di testi, scritti in stile Sen’myō-gaki:
– Norito 祝詞 (liturgie)
– Sen’myō (editti imperiali)
Questi testi sono estremamente importanti per lo studio della sintassi e delle particelle (scritte in man’yōgana).
Componimenti poetici contenuti nel Kojiki, Nihonshoki e Man’yōshū. Tutta la nostra conoscenza del giapponese
antico si basa su questo corpus poetico. Il volume 14 (azuma uta) e 20 (sakimori uta) del Man’yōshū
rappresentano il giapponese antico orientale (Eastern old Japanese).

Poesia​:
Componimenti poetici contenuti nel Kojiki, Nihonshoki e Man’yoshu: tutta la nostra conoscenza del giapponese
antico si basa su questo corpus poetico!
NB: Il volume 14 (azuma uta) e 20 (sakimori uta) del Man’yoshu rappresentano il giapponese antico orientale
(Eastern old japanese)

Altre fonti:
●Fudoki​ (Racconti di vento e di terra)
– scritti in cinese
– l’unico Fudoki scritto in hentai kanbun è lo Izumo fudoki 出雲風土記
– contengono componimenti scritti fonograficamente con toponimi e nomi propri
● ​Bussokuseki-ka ​ (21 poesie scritte su una pietra nel tempio Yakushi a Nara)
– sono scritte interamente in fonogrammi.

2. ​Fonologia
Caratteristiche fonologiche​:
- Inventario fonemico costituito da 13 fonemi consonantici e 5 fonemi vocalici.
- Assenza di geminazione consonantica e assenza di vocali lunghe.
- Nasale moraica /N/ non ancora presente.

Inventario consonantico​:
→ Consonanti tenui e medie:
- Le occlusive e fricative (ostruenti) possono essere classificate in tenui e medie.
- Le consonanti tenui (/p/, /t/, /k/, /s/) sono sorde a inizio di parola e allofonicamente sonore tra due vocali.
-Le consonanti medie (/b/, /d/, /g/, /z/) si trovano sempre tra due vocali e sono caratterizzate da una
prenasalizzazione.

Consonanti tenui​:

→ ​Variante allofonica sonora​:


L’ipotesi sulla variante allofonica sonora è di Wenck
(1959). La prova viene dal mutamento fonologico che
ha portato alla fusione di /p/ e /w/ nel giapponese tardo antico
*kapa → *kaba → *kaβa → kawa (fiume) かは → かわ
*kope → *kobe → *koβe → *kowe → koe (voce) こゑ → こえ

Consonanti medie​:

→ Distinzione tra consonanti tenui e medie in mezzo alla parola:


La distinzione tra consonanti tenui e medie in mezzo alla parola era garantita dalla prenasalizzazione delle
medie.

Fonema /p/​:
Particolare attenzione merita il
fonema /p/ da cui si sono sviluppati i
suoni aspirati presenti nel
giapponese moderno. La prova
sulla sua realizzazione
fonetica come occlusiva bilabiale sorda, oltre che dai fonogrammi cinesi utilizzati, viene anche dalla
comparazione con le varietà ryukyuane che hanno un’occlusiva bilabiale là dove in giapponese moderno c’è
una fricativa (glottidale, palatale o bilabiale).

→ Diversa evoluzione del fonema/*p/ nelle varietà ryukyuane:

Trascrizione fonetica di un testo​:

3. ​Lessico
Caratteristiche del lessico​:
- I sostantivi rappresentano la maggioranza del lessico del giapponese antico.
- Il lessico dei verbi è costituito da forme con un’ampia sfera semantica.
- Il lessico dei pronomi personali testimonia l’esistenza di una differenziazione del registro linguistico basato
soprattutto sulla relazione tra lo status sociale del parlante e del suo interlocutore.
- Lessico particolare usato dalle donne a interlocutori uomini.
- Brevità delle forme lessicali (da una a tre sillabe).
- La stragrande maggioranza del lessico è di origine autoctona (yamato kotoba), ma si assiste già all’uso di
prestiti dal cinese con adattamento della struttura fonologica secondo la pronuncia convenzionale
sino-giapponese (jion).

→ ​Prestiti continentali di epoche precedenti​:


In epoche precedenti doveva essersi già determinata l’introduzione di prestiti continentali , di cui rimangono
prove in alcune parole legate all’introduzione di merci e beni di consumo:
– uma “cavallo”
– ume2 (susino)
– take2 (bambù)
– kami (carta)

→ ​Prestiti da altre lingue​:


Oltre al cinese anche il coreano lascia tangibili tracce di antichi contatti con il giapponese:
– kara “monte”
– kasasagi “gazza”
– sasi “castello”
La presenza di ​popolazioni ainu​ ha inoltre lasciato alcune forme lessicali:
– kanipa (kaba in giapponese moderno) “betulla”
– toma “giunco”

4. ​Morfosintassi
La morfologia del verbo​​:
Nel giapponese antico si contano 8 coniugazioni del verbo. Il verbo si coniuga secondo le sei basi verbali in
maniera diversa, in base alla coniugazione di appartenenza.
→ ​Basi verbali​:

Le ​coniugazioni ​verbali del giapponese antico:


- Yodan
- Kami ichidan
- Kami nidan
- Shimo nidan
- Kagyo henkaku
- sagyo henkaku
- nagyo henkaku
- ragyo henkaku

Caratteristiche​:
Secondo la classificazione tradizionale,
- la flessione dei verbi della prima coniugazione, o verbi consonantici, è data dalla variazione della vocale finale.
- I verbi kami ichidan, kami nidan e shimo nidan sono detti vocalici perché la base verbale termina sempre con
le vocali i e e. I verbi delle altre coniugazioni sono considerati irregolari.
- Non esiste ancora la coniugazione monograda inferiore shimo ichidan rappresentata dal verbo keru (prendere
a calci) che sino a circa il 1100 ha seguito probabilmente la coniugazione shimo nidan.

Coniugazioni verbali e​ jōdai tokushu kanazukai:​


Un’attenta osservazione delle coniugazioni verbali del giapponese antico porta Hashimoto Shinkichi a credere
che le serie kō e otsu condividano rispettivamente un elemento comune e che siano quindi in opposizione tra di
loro.

Le particelle​​:
➔ La particella ​tu ​serve per legare due sostantivi dove il primo modifica il secondo, come ​no del
giapponese moderno
– niwa tu to2ri “uccello del giardino à pollo”
– ama tu kami2 “divinità celesti”
Ne rimane traccia in forme lessicali ormai cristallizzate come まつげ “ciglia” -> *me2 tu ke “peli
dell’occhio.
➔ Anche ​na ​ha una funzione simile a quella descritta. Si pensa fosse una forma più antica rispetto a ​tu
– ma na kapi1 “davanti agli occhi”
Forme cristallizzate come まなこ “pupilla” -> *me2 na ko1 “bambino dell’occhio”
➔ Particelle finali e interiezioni poste a fine frase
– na (proibitivo)
– namu (volitivo)
– ya, yo, wa (funzione enfatica e esclamativa)
– ro2 (abbellimento eufonico)
NB: Nelle Azuma uta e nelle Sakimori uta è evidente una diversificazione nell’uso delle interiezioni.

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2. Il giapponese tardo antico:il periodo Heian (794-1185)​​:

- Spostamento della capitale a Heian (attuale Kyōto). → Cambiamento e stabilizzazione della lingua.
- Evoluzione non dovuta solo alla variazione diacronica ma probabilmente anche a quella diatopica.
- Differenza qualitativa delle fonti.
- Sviluppo di un sistema di scrittura indigeno che consente una migliore comprensione dell’evoluzione
fonologica. Prestiti dal cinese determinano una variazione dell’inventario fonologico.
- Sviluppo di una letteratura d’arte con opere scritte in parte o interamente in kana.
- Immagine più articolata del sistema linguistico dell’epoca.

• ​Fonti​​:
Poesia​:
Kokin wakashū
– Prefazione di Ki no Tsurayuki interamente in hiragana chiamata ​kanajō ​(primo testo in prosa non narrativo)
Prosa​:
➔ Monogatari 物語
– Ise monogatari
– Genji monogatari
– Taketori monogatari
– Utsuho monogatari
-ecc.
➔ Nikki
➔ Zuihitsu
➔ Setsuwa
– scritti in kanji kana majiribun (lingua più semplice rispetto alla letteratura in hiragana ma influenzata dal
cinese e dal kanbun kundoku)

Testi annotati​:
• Kunten shiryō
– testi in cinese classico con annotazioni che rappresentano una guida alla pronuncia del cinese e delle parole
sino-giapponesi
– molti dei testi non sono stati pubblicati perché in possesso di templi buddhisti.

Glossari e dizionari​:
➔ Glossari
– liste di parole estratte da testi in cinese classico
➔ Dizionari (indipendenti dai singoli testi)
– Shinsen jikyō
– Wamyō ryuiju shō
– ecc.
​Lezione 11

La scrittura nel periodo Heian​​:


Semplificazione e abbreviazione delle forme del man’yōgana. Dall’inizio del X fino alla fine dell’XI secolo
abbiamo un consistente corpus di testi scritti fonograficamente in hiragana, con solo alcuni kanji usati come
semantogrammi. Gran parte di questi testi è stata scritta dalle donne che non avevano accesso al cinese
classico.
Dalla metà del periodo Heian testi in kanji kana majiribun iniziarono a circolare sempre più
– dal periodo successivo sostituirà la prosa interamente in hiragana che si esaurisce in questo periodo.

Categorie ortografiche​:
Sebbene esistesse un ampio inventario che includeva varie forme, la stabilizzazione e la consapevolezza di
categorie ortografiche distinte diventa evidente con tre liste di parole (o poesie) della prima metà del periodo
Heian, in cui ogni carattere ricorre solo una volta:
– Ame tsuchi no kotoba
– Taini uta
– Iroha uta*
NB: Queste liste di parole/poesie funzionavano come una sorta di ABC per ricordare i caratteri e furono
utilizzate anche per la pratica della scrittura.

*​ ​Iroha uta​​:
La prima attestazione dello Iroha uta è del 1079 nel Konkōmyō saishōō kyō ongi, anche se quasi sicuramente è
stata composta molto prima. Non sappiamo nulla sull’autore di questo componimento. È stato attribuito, come lo
hiragana stesso, a Kūkai. Tuttavia, il sistema fonologico riflesso è successivo all’835, anno della sua morte (un
secolo e mezzo dopo!). Sostituì le altre due liste/poesie e divenne ampiamente e comunemente utilizzata per
ricordare i kana.
→ ​Caratteristiche dello Iroha uta​:
• Non è presente il simbolo della nasale moraica ん che è un’aggiunta successiva.
• Non sono presenti indicazioni per distinguere i suoni puri (o sordi) 清音 da quelli impuri (o sonori).
• Non sono presenti caratteri diversi che segnalano la distinzione tra sillabe kō e otsu.
• I kana dello Iroha non segnalano i suoni che sono il risultato dei mutamenti fonologici avvenuti durante il
periodo Heian.

dakuten​:
Nel periodo Kamakura si iniziò a segnalare la pronuncia delle sillabe impure (sonore) ma è solo dal periodo
Tokugawa che si impose l’uso del dakuten così come lo conosciamo oggi.
Handakuten​:
Verso la fine del periodo Muromachi i missionari gesuiti istituirono l’uso di un cerchietto in alto a destra del kana
per segnalare il suono p. È stato per la prima volta utilizzato nel Ryakuyōshū, un dizionario di kanji pubblicato
dai missionari gesuiti in Amakusa nel 1598. Da qual momento la pratica di utilizzare questo simbolo si diffuse e
ancora oggi è parte integrante della scrittura giapponese.

Mutamenti fonologici successivi allo Iroha uta​:


I mutamenti fonologici denominati ​Onbin d ​ aranno origine agli arcifonemi (allungamento vocalico, geminazione
consonantica, nasale moraica). Di questi solo la nasale moraica avrà, in un periodo successivo, il suo simbolo.
Altri espedienti verranno utilizzati per rendere l’allungamento vocalico e la geminazione consonantica.
→ Rappresentazione degli ​arcifonemi​:
• Spesso non venivano rappresentati.
• L’uso del kana っ per rendere la geminazione consonantica è stato ispirato dall’uso della sillaba tu per rendere
la finale –t nelle parole sinogiapponesi.
• L’uso del kana ん deriva probabilmente dal man’yōgana 无 mu (alcuni studiosi credono che sia uno sviluppo
successivo del kana ム).
• Non ci sono tracce nei testi in man’yōgana. Compare per la prima volta nell’XI secolo.

Norme ortografiche​:
Dopo la stabilizzazione delle categorie ortografiche dello Iroha, un cospicuo numero di mutamenti fonologici ha
avuto luogo nel giapponese tardo antico e medio – Per esempio *p > w (all’interno di parola)

Rekishiteki kanazukai:​
Invece di semplificare l’inventario dei kana ed eliminare i caratteri che non avevano più corrispondenza nella
lettura, il rekishiteki kanazukai si stabilizzò nel XIII secolo. È ancora oggi usato per per la resa di testi in
giapponese pre-moderno. Fu modificato con la riforma ortografica solo nel 1946 quando fu adottato il gendai
kanazukai.
1.川 かは (kawa) 9. 井戸 ゐど (ido)
2. 恋 こひ (koi) 2. 末 すゑ (sue)
3. 前 まへ (mae) 3. にほい (nioi)
4. 言ふ (yuu) 4. かはら (kawara)
5. 集 しふ (shuu) 5. かほ (kao)
6. よろしう (yoroshuu) 6. こほり (koori)
7. 今日 けふ (kyoo) 7. ゆふべ (yuube)
8. 蝶 てふ (choo) 8. てうど (choodo)

3. ​Fonologia​​:
Mutamenti fonologici ​nel giapponese tardo-antico:
La maggior parte dei mutamenti fonologici che portano al giapponese moderno hanno avuto luogo nel periodo
Heian. Il principale mutamento strutturale è l’introduzione della distinzione tra sillabe lunghe e brevi e la nascita
dei suoni moraici (arcifonemi). La presenza sempre più massiccia di prestiti dal cinese determina la nascita
delle sillabe complesse (拗音) contrapposte a quelle semplici (直音).

Mutamenti fonologici e scrittura:


Mentre la scrittura in man’yōgana tenta di rappresentare tutti i suoni del giapponese antico, la scrittura in kana è
meno precisa. Questo perché i mutamenti fonologici hanno avuto luogo solo dopo la stabilizzazione
dell’ortografia dei kana. I kana non rappresentano la distinzione tra consonanti tenui e medie. Non hanno modo
di rappresentare in maniera sistematica i suoni moraici.

Principali mutamenti fonologici​:


• Perdita dell’opposizione kō-otsu (<800)
• Perdita dell’opposizione ko1/ko2 (<950)
• Fusione delle sillabe ye e e (950 circa)
• Onbin (eufonia) (<950)
• /-p-/>/-w-/ all’interno di parole e prima delle
vocali /i,e,a,o/ (950-1000)
• /-p-/>Ø prima della vocale /u/ (950-1000)
• /w/>Ø prima delle vocali /i,e, o/ (1000-1300)

→ ​Perdita dell’opposizione kō-otsu​:


Il primo mutamento fonologico tra i periodi Nara e Heian (<800) è la perdita di opposizione tra le sillabe kō-otsu.
Tuttavia la distinzione tra le sillabe kō-otsu con vocale o è stata mantenuta in alcuni testi scritti in man’yōgana
anche all’inizio del periodo Heian. Il mutamento consiste nella perdita dell’approssimante, palatale o velare, tra
la consonante e la vocale.

→ ​Perdita dell’opposizione ko1/ko2 (<950)​:


Si nota ancora un uso distinto delle sillabe ko1 e ko2 nel Saidaidera-hon konkōmyō saishōō koten (820 circa) e
nello Shinsen jikyō (900 circa). La distinzione non sembra condivisa da fonti coeve come il Jōjitsuronon (820
circa). È lecito pensare che si tratti di una convenzione a livello grafemico di cui tengono conto solo alcuni autori
o generi come il dizionario Shinsen jikyō .
→ ​Fusione delle sillabe ye e e​ (950 circa):
/ye/ e /e/ erano rappresentate da due serie distinte di man’yōgana nel giapponese antico. Il fonema /y/ è sparito
davanti alla vocale anteriore /e/ durante la prima parte del X secolo. Si pensa che la fusione di queste due
sillabe sia completata prima del 950. Ame-tsuchi no kotoba riflette uno stadio linguistico in cui le sillabe erano
ancora distinte. Taini-uta e Irohauta non riflettono questa distinzione. Il risultato di questa fusione porta
comunque a una sillaba caratterizzata dalla palatalizzazione della consonante, come è spiegato nello ShiFan
kuden del monaco Shinren in cui dice che il carattere え va letto tenendo prima l’ati@colazione della I seguita
poi dalle e.

Onbin​​:
Onbin: fenomeno di elisione consonantica e sostitizione con la la vocale i o u (orali o nasali) o con suoni moraici
(nasale moraica / N/ o geminazione consonantica /Q/)
– i onbin
– u onbin
– hatsu onbin
– sokuonbin
I quattro fenomeni si sono sviluppati molto probabilmente secondo l’ordine riportato. Tali mutamenti appaiono
nelle fonti scritte già dall’inizio del periodo Heian, soprattutto nelle glosse ai testi buddhisti, che riflettono
abbastanza bene la lingua parlata del tempo. Sono più comuni nella prosa piuttosto che nella poesia, dove si
tende a essere tradizionalmente più conservatori negli aspttitti formali della lingua. Con questi mutamenti viene
introdotto in giapponese la distinzione tra sillabe brevi e lunghe e la mora comincia a essere un’unità metrica
rilevante nella lingua.
→​ i onbin​:
Scomparsa della consonante in una sillaba contenente la vocale i
– oku + te > okite > oite
– fusagu + te > fusagite >fusaide
– tukitaJ >tuitaJ (eccezione perché ki2. Forse si tratterebbe di tuti per “arrivo” non per “luna”)

→​ u onbin:
Scomparsa di una sillaba con la sostituzione della vocale /u/
– omopu + te > omopite > omoute
– yobu + te > yobite > youde

→ ​hatsu onbin e soku onbin​:


Sostituzione di una sillaba con una consonante /C/ che può essere nasale /N/ o non nasale /Q/
– sinu + te > sinite > sinde
– toru + te >torite > totte
– woparu + te> woparite> wopatte

/-p-/>/-w-/ (950-1000​):
Il fonema /-p-/ si fonde con /-w-/ all’interno di parola. Già all’inizio del periodo Heian troviamo esempi di questo
mutamento in alcuni testi in man’yōgana
– urupasi > uruwasi 宇流波志 --> 宇留和志
Mutamento avvenuto in maniera sistematica a partire dal 950
川 かは > かわ
*kapa > *kaba > *kaβa > kawa
NB: Somiglianza tra [β] e [w], ha determinato la reinterpretazione fonologica e la fusione sotto il fonema già
esistente /w/. Sebbene fossero sonore in posizione intervocalica, /k/ e /t/ non hanno avuto un simile mutamento
perché non c’era modo di reinterpretare la loro realizzazione fonetica come realizzazioni di altri fonemi esistenti.

/w/>Ø prima delle vocali /i, e, o/ (1000-1300​):


Fenomeno sicuramente posteriore a /p/ > / w/, in quanto anche il fonema /w/ derivato da /p/ subisce questo
mutamento. Il mutamento /wo/ > /o/ si è completato già nell’anno 1000
– (*kapo) > kawo > kao “viso”
– la realizzazione fonetica prevede comunque una leggera labializzazione [kawo]
La perdita di /w/ prima di /i, e/ ha avuto due fasi: all’interno di parola conclusa intorno al 1100, a inizio di parola
conclusa intorno al 1300
– (*mapi >) mawi > mai “danza” まひ
– mawiru > mairu “andare (umile)” まゐる
– (*upe >) uwe > ue “sopra” うへ
– winaka > inaka “campagna” ゐなか
– wemi > emi “sorriso” ゑみ

/p/ > /ɸ/ a inizio di sillaba​:


Le prime indicazioni sulla realizzazione fonetica [ɸ] del fonema /p/ (a inizio di parola) sono contenute nello
Shittan kuden e nello Shittan sōden del monaco Shinren, entrambi della fine del periodo Heian. Tuttavia la sue
descrizioni sono oscure e difficili da interpretare. Secondo Kiyose (1985) è possibile che il fonema /p/ (a inizio di
parola) fosse pronunciato come un’occlusiva per tutto il periodo Heian.
– /p/ fa coppia con /b/, così come /k/ e /g/, e /t/ e /d/
– lo stesso kana は viene utilizzato per trascrivere sia /pa/ che /ba/, così come avviene per /ka/ e /ba/, e /ta/ e
/da/
– /p/mantiene la realizzazione come occlusiva prima di /N, Q/

L’influenza del lessico cinese​:


Dalla fine dell’XI secolo si ha un ulteriore fenomeno di geminazione consonantica relativo a prestiti di origine
cinese (kango). Questo fenomeno di chiama renjō 連声 “liaison”. Si verifica quando nei composti lessicali di
origine cinese il primo elemento termina con /m/, /n/ o /t/ e il secondo elemento inizia con una vocale o con una
approssimante Renjō 連声 ten + waũ tenwaũ

• Introduzione di consonanti medie e liquide a inizio di parola (b-, d-, g-, z, r-)
• (Re)introduzione di sillabe complesse
– /Cya, Cyo, Cyu/ chiamati yōon 拗音, per esempio きやう kyaũ “sutra”
– /Cwa, Cwe, Cwi/ chiamati gōyōon 合拗音, per esempio くわし kwasi “dolce”
• Nella lingua moderna rimane la tendenza alla palatalizzazione mentre l’approssimante (labio)velare si
riassorbe nella velare precedente.

Morfosintassi
Verbi​:
Nel primo periodo Heian si aggiunge alle otto già esistenti nel giapponese antico un’ulteriore coniugazione
costituita da un unico verbo, keru “prendere a calci”. È una coniugazione shimo ichidan (unigrada inferiore), in
cui la vocale tematica rimane –e senza variare in –u per tutte le sei forme verbali:

Pseudo-aggettivi​:
Gli pseudo-aggettivi (o aggettivi nominali o nomi aggettivali) sono sostantivi che come gli aggettivi veri e proprio
svolgono la funzione di modificatori qualitativi degli aggettivi. Agiscono come sintagmi verbali con il verbo nari
che li segue – しつかなるゆふべ “una serata tranquilla”
Poiché nel giapponese antico non si riscontra l’uso di sintagmi verbali usati in questa funzione, possiamo dire
che si tratta di una caratteristica che si delinea nel giapponese tardo antico.
Nel periodo Heian si delinea una sistematizzazione dell’uso con una coniugazione stabile dell’ausiliare nari (ni +
ari), la cui flessione segue la coniugazione ragyō henkaku.

Particelle:
Per la marca del genitivo, la particella no prevale sulle altre tu e na, le quali rimangono solo in espressioni
cristallizzate. La forma nado “eccetera” è un’altra nuova attestazione del giapponese tardo antico, risultato della
contrazione del sintagma nani + to. Distinzione di genere testuale si ritrova nelle forme enfatiche:
– namu usato quasi esclusivamente nella prosa
– zo usato prevalentemente nella poesia

Lessico:
Il lessico del giapponese tardo antico:
Si sviluppa un vocabolario diviso in due sottoinsiemi:
– wago o yamato kotoba (parole giapponesi)
– kango (parole cinesi)
Le prime appartengono al patrimonio originario del lessico, le seconde sono prestiti dal cinese, la cui pronuncia
adatta alla fonetica giapponese finisce con il modificare il sistema fonologico originario.

→ ​Wago o yamato kotoba​:


Aumento quantitativo delle forme attraverso i meccanismi di formazione della parola che determinano la nascita
di derivati e composti:
– miru “vedere” + sugusu “oltrepassare” > misugusu “perdere di vista”
– omopu “pensare” + wabu “dispiacersi” > omopiwabu “pensare con dolore”
→ ​Kango
Massiccia influenza della cultura continentale. Nascita di un filone di poesia in cinese classico improntata ai
modelli della Cina Tang (kanshi), alla quale si dedicarono monaci buddhisti come Kūkai, ma anche esponenti
dell’élite politica come Sugawara no Michizane. I prestiti dal cinese si diffondono all’interno del lessico
giapponese e sono presenti in numero consistente nelle opere della letteratura classica giapponese. In questo
periodo si sviluppò il cosiddetto kundoku
– Spesso le parole cinesi non venivano sostituite con equivalenti semantici giapponesi ed erano lette secondo i
valori fonetici derivati direttamente dal cinese e adattati parzialmente alla pronuncia del giapponese → jiongo
Il primo contatto lessicale di rilievo si basava sulla pronuncia detta goon in parte corretta da quella kan’on, che
era ritenuta ortodossa
– Parole basate sulla pronuncia goon proprio perché entrate a far parte del lessico quotidiano non mutarono la
loro fonetica anche nel giapponese tardo antico: è il caso di kon “ora” corrispondente a “kin” nella lettura kan’on
che rimane sino ai giorni nostri in vocaboli come konnichi “oggigiorno”, kongetsu “questo mese”, ecc.

Il giapponese medio: i periodi Kamakura e Muromachi

L’arco temporale del giapponese medio di colloca tra l’inizio del sistema di reggenza degli imperatori abdicatari
(insei) e la fine del periodo Muromachi. L’inizio non coincide con la fondazione del governo militare di Kamakura
(1185). Si passa dalla varietà linguistica egemone (quella della corte), sulla quale si basano le fonti del
giapponese tardo antico, alla lingua di comunicazione in un Paese in cui il potere politico centrale viene
sgretolato in formazioni locali di governo.
– La letteratura manterrà formalmente i modelli prescrittivi del periodo precedente
– Regionalizzazione delle tendenze culturali
Fonti prodotte dai missionari cattolici che forniscono una descrizione attendibile della lingua del periodo
Muromachi.

Fonti
Le fonti del periodo Kamakura​​:
La maggior parte delle fonti del periodo Kamakura è in kanji-kana majiribun. I testi sono prevalentemente scritti
nella norma (giapponese classico) che si cristallizza alla fine del periodo Heian. Ciò non significa che non siano
riflesse le innovazioni ma piuttosto che non vengono sistematicamente rappresentate. La letteratura in hiragana
(hiraganabun) si esaurisce nel periodo precedente.
➔ Gunki monogatari​ :
• Heiji monogatari (prima metà del XIII sec.)
• Hōgen monogatari (prima metà del XIII sec.)
• Heike monogatari (prima metà del XIII sec.)
• Genpei jōsuiki (prima metà del XIV sec.)
– Lo stile dei gunki monogatari è il cosiddetto wakan konkō buntai
➔ Testi in stile saggistico ​zuihitsu​:
•Hōjōki di Kamo no Chōmei (1212)
• Tsuretsuregusa (ca. 1330)
➔ wakan konkō buntai ​和漢混交文体:
Lo wakan konkō buntai è uno stile scritto costituito a livello lessicale dall’uso contemporaneo di vocaboli di
origine giapponese (wago) e di origine cinese (kango) e dal punto di vista strutturale si basa sulla grammatica
classica giapponese. I gunki monogatari, come anche la cosiddetta letteratura del romitaggio di cui è
rappresentativo lo Hōjōki, sono redatti in questo stile.

Le fonti del periodo Muromachi:


Tre tipi di fonti del periodo Muromachi sono di particolare importanza:
– gli shōmono (dalla metà del XV sec. alla metà del XVI sec.)
– le fonti cristiane kirishitan shiryō (1593-1632)
– il testo coreano Irop’a (1492). È un libro di testo per l’apprendimento della lingua giapponese per ufficiali
coreani che permette di collocare nel tempo alcuni mutamenti fonologici.
➔ Gli shomono
Gli shōmono 抄物 scritti dalla seconda metà del XV secolo sono commentari o appunti di lettura su testi in
cinese classico o testi buddhisti. In questi testi troviamo una lingua che è mutata notevolmente rispetto al
giapponese tardo antico. È più simile alla lingua riflessa nelle fonti cristiane e dimostrano che i mutamenti
riflessi in quelle fonti hanno avuto luogo a partire dall’inizio del XVI secolo.
➔ Le fonti cristiane kirishitan shiryo
I primi europei ad arrivare in Giappone furono dei naufraghi portoghesi. Arrivarono sull’isola di Tanegashima nel
1543 a seguito di un naufragio. Dal 1549 arrivarono numerosi missionari gesuiti seguendo l’esempio di
Francesco Saverio e fino all’espulsione dal Giappone di tutti gli stranieri (a eccezione degli olandesi) furono
molto attivi nell’apprendere la lingua giapponese. Per questo motivo produssero e pubblicarono un gran numero
di materiali e opere di consultazione, tra cui testi, grammatiche e dizionari, specialmente dopo aver portato una
macchina da stampa nel 1591. In poco tempo appresero sia il giapponese classico che la lingua
parlata. Pubblicarono testi di dottrina cristiana in giapponese classico come Contemptus mundi (1596), Doctrina
Christian (1600), Giya do pekadoru (1599)
– Quest’ultimo è il primo testo in cui appare lo handakuten dopo essere apparso nel dizionario Rakuyōshū
pubblicato l’anno precedente.
I testi che riflettono la lingua parlata sono delle risorse preziose per la descrizione del giapponese medio. I
missionari scrissero e compilarono grammatiche e dizionari che includevano informazioni sulle differenze
regionali e sociolinguistiche. Le opere sul giapponese prodotte dai missionari sono frutto dello sforzo
collaborativo di molti missionari e non è possibile individuare tutti i partecipanti. Tuttavia due figure sono degne
di nota: João Rodrigues e Diego Collado
◆ João Rodrigues (1561-?1633/34): Arrivò in Giappone nel 1577 all’età di 16 anni e entrò
nell’ordine dei gesuiti nel 1596. Fu espulso dal Giappone dallo shogunato nel 1610 e trascorse il
resto della sua vita a Macao. È l’autore di due importanti fonti cristiane pubblicate a Nagasaki tra
il 1603 e il 1608:
– Vocabulario da lingoa de Iapam
– Arte da lingoa de Iapam Arte da lingoa de Iapam
Due grammatiche, di cui sfortunatamente non ci sono pervenute copie, sono state prodotte subito dopo
l’arrivo dei gesuiti: Arte da lingoa Japonesa (1551) e Grammatica da lingoa Japonesa (1564). Arte da
lingoa de Iapam è un’opera monumentale, curata e diretta da Rodrigues e pubblicata in portoghese tra il
1604 e il 1608 in tre volumi (239 pagine) coprendo numerosi aspetti della lingua. Si concentra sulla
lingua parlata ma affronta anche la lingua classica. In termini di qualità e accuratezza è rimasta per
secoli la migliore grammatica della lingua giapponese fino al 1975, anno di pubblicazione di A reference
grammar of Japanese di Samuel.
◆ E. Martin Diego Collado ( ? - 1638): Monaco domenicano, arrivò in Giappone dalla Spagna nel
1619. Rimase in Giappone solo fino al 1622. Pubblicò a Roma nel 1632 due opere in latino:
– Ars grammaticae iaponicae linguae
– Dictionarium sive thesauri linguæ Iaponicæ compendium Testi per l’apprendimento del giapponese
Due testi, pubblicati per i missionari che dovevano apprendere il giapponese nel 1593, furono scritti in
lingua parlata
– Esopo no Fabulas, una collezione delle favole di Esopo (con una introduzione biografica su Esopo)
– Feiqe no Monogatari, traduzione dello Heike monogatari in lingua parlata
Scritti in alfabeto latino seguendo le convenzioni ortografiche della lingua portoghese, rivelano con
accuratezza le caratteristiche fonetiche della lingua oscurate dai kana
– Per esempio, sa xi su xe so rivelano più dettagli fonetici di quanto possano fare i kana corrispondenti
さしすせそ

Fonologia
Mutamenti fonologici nel giapponese medio:
• /w/>Ø prima delle vocali /i, e, o/ (1000-1300)
• Spirantizzazione del fonema /p/ (/p/ > /ɸ/)
• Monottongazione di /iu/, /eu/, /au/, /ou/
• Affricazione in /tu, ti, du, di/
• Perdita della prenasalizzazione delle consonanti medie
• Perdita delle sonorità delle consonanti tenui all’interno di parola

/w/>Ø prima delle vocali /i, e, o/ ​(1000-1300):


La perdita di /w/ prima di /i, e/ ha avuto due fasi: all’interno di parola conclusa intorno al 1100, a inizio di parola
conclusa intorno al 1300
– (*mapi >) mawi > mai “danza” まひ
– mawiru > mairu “andare (umile)” まゐる
– (*upe >) uwe > ue “sopra” うへ
– winaka > inaka “campagna” ゐなか
– wemi > emi “sorriso” ゑみ

/p/ > /ɸ/:


Nella storia della lingua giapponese due principali mutamenti hanno caratterizzato l’evoluzione del fonema /p/
del giapponese antico:
– /-p/ > /-w-/ all’interno di parola (seconda metà del X secolo)
• *kapa > kawa “fiume”
– /p/ > /ɸ/ (inizia nel periodo Kamakura)
• *pa > ɸa “foglia”

/p/ > /ɸ/ a inizio di sillaba​:


Le prime indicazioni sulla realizzazione fonetica [ɸ] del fonema /p/ (a inizio di parola) sono contenute nello
Shittan kuden e nello Shittan sōden del monaco Shinren, entrambi della fine del periodo Heian. Tuttavia la sue
descrizioni sono oscure e difficili da interpretare. Secondo Kiyose (1985) è possibile che il fonema /p/ (a inizio di
parola) fosse pronunciato come un’occlusiva per tutto il periodo Heian.
– /p/ fa coppia con /b/, così come /k/ e /g/, e /t/ e /d/
– lo stesso kana は viene utilizzato per trascrivere sia /pa/ che /ba/, così come avviene per /ka/ e /ba/, e /ta/ e
/da/ – /p/mantiene la realizzazione come occlusiva prima di /N, Q/
/p/ > /ɸ/:

È difficile datare questo mutamento perché non è


riflesso nella scrittura. I kana che prima indicavano
sillabe composte da un’occlusiva bilabiale sorda seguita
da vocale /pV/ finiscono per indicare sillabe con una
fricativa bilabiale sorda /ɸV/. /p/ non ha subito
mutamenti prima degli arcifonemi /N/ e /Q/ come in
yoppodo “notevolmente” e bonpon “libro indiano”.

Nel giapponese pre-moderno, probabilmente durante il


XVIII secolo /ɸ/ è mutato in /h/ dando le realizzazione
fonetiche che conosciamo oggi. Tuttavia, anche questo mutamento è difficile da datare perché non la scrittura
rimane invariata. Grazie alle fonti cristiane sappiamo che il mutamento /p/ > /ɸ/ si è sicuramente completato alla
fine del periodo Muromachi.
In Ars grammaticae iaponicae linguae Collado ci dà informazioni precise sulla realizzazione fonetica del
nuovo fonema introdotto da questo mutamento fonologico:
→ Litera, f, in aliquibus Iaponiæ prouincijs pronunciatur sicut in lingua Latina; in alijs autem ac si esset, h, non
perfectum: sed quodam medium inter, f, &, h, os & labia plicando, & claudendo, sed non integrum, quod vsu
facilè compertum erit: v.g. fito.
Il nuovo fonema /ɸ/ non ha sostituito completamente il fonema /p/ che continua ad esistere, oltre che in versione
allofonica davanti a /Q/ e /N/, in ideofoni e parole di origine straniera come:
– pappato
– patto
– paraizo
– pekadoru
Si può dunque immaginare che il fonema /p/ abbia avuto due esiti: /p/ > /ɸ, p/

/p/ ~ /ɸ/ ~ /h/​ :


• ほろほろ /horohoro/
• ぽろぽろ /poroporo/
• ぼろぼろ /boroboro/
In rekishiteki kanazukai ほろほろ. È difficile capire se il fonema /p/ è un tratto innovativo o conservativo.

Monottongazione:
Nel giapponese medio i dittonghi del tipo /Vu/, dove una vocale è
seguita dalla vocale /u/, subiscono una monottongazione, creando
quindi le cosiddette vocali lunghe. Questo fenomeno in giapponese
è conosciuto con il nome “creazione di un suono lungo”.
Sappiamo del differente esito dei nessi vocalici /eu/ e /au/, che
diventano rispettivamente /oo/ e /ɔɔ/, grazie alle meticolose
trascrizioni dei missionari:
– ô à [oː] Come in qiô “oggi”
– ǒ à [ɔː] Come in yǒ “modo”
Ortografia delle consonanti alveolari nelle fonti cristiane:
Allofoni delle consonanti alveolari:
• /s/ > ɕ /_i, e
• /z/ > ʑ /_i, e • /t/ > t͡s /_u • /t/ > t͡ɕ /_i • /d/ > d͡z /_u • /d/ > d͡ʑ /_i
Yotsugana​​:
In giapponese moderno non esiste alcuna differenza nella realizzazione fonetica di queste due coppie di sillabe.
Già all’epoca della pubblicazione dell’Arte da lingoa de Iapam João Rodrigues notava che questa distinzione
non era osservata da tutti, lasciando capire che il processo di fusione di queste coppie di suoni era già avviato.

Realizzazione fonetica delle consonanti:


In giapponese medio hanno luogo due mutamenti fonetici correlati che non mutano tuttavia l’inventario
fonemico:
– Perdita della sonorità delle consonanti tenui all’interno di parola
– Perdita della prenasalizzazione delle consonanti medie Nelle fonti cristiane non c’è alcun cenno sulla
realizzazione sonora delle consonanti tenui à processo già completato nel periodo Muromachi. Nelle
grammatiche si dice che le vocali vengono talvolta nasalizzate prima di /d, g, b/ à ciò significa che questo
fenomeno, percepito come la nasalizzazione della vocale precedente, indica che il fenomeno della
prenasalizzazione delle medie era vicino alla scomparsa

/-t/ a fine sillaba in parole sinogiapponesi:


Nelle fonti cristiane alcune parole sino giapponesi originariamente terminanti in /t/ vengono trascritte in caratteri
latini senza una vocale finale (esempi da Esopo no Fabulas):
– yocujit “giorno seguente”
– funbet “buonsenso”
– Sôbet “separazione”
Questo fenomeno, esistente anche nei periodi precedenti, scomparirà nel periodo successivo quando /t/ sarà
sostituito dalla sillaba aperta /tsu/
Sistema vocalico:

Accento​:
La consapevolezza della presenza di un elemento
soprasegmentale quale è l’accento ha preso forma in Giappone con il crescere dei contatti con il cinese (in cui il
dominio della variazione tonale è la sillaba). Come per gli okototen, per fornire indicazioni sul tipo di accento si
ricorre all’uso di segni diacritici chiamati shōten 声点 posizionati sul perimetro di un quadrato immaginario che
circonda il carattere, usati per il giapponese dal tardo periodo Heian. Compaiono spesso in opere in cui veniva
attribuita importanza all’esatta dizione come per la lettura dei sūtra.
→ Esempi di shōten 声点:
• 上声 jōshō tono alto uniforme
• 平声 hyōshō tono basso uniforme
• 去声 kyoshōkei tono ascendente
• 平声軽 hyōshōkei tono discendente
• 入声 nyūshō tono basso uniforme (dopo geminazione consonantica)
• 入声軽 nyūshōkei tono alto uniforme (dopo geminazione consonantica)

------------------------------------------
Mutamenti nel periodo Kamakura:
Durante il periodo di transizione (insei) si determina una graduale fusione di pattern accentuali:
– discendente > basso
– ascendente > alto
In questo modo le tipologie dell’accento vengono ad essere costituite sostanzialmente da due pattern tonali, alto
e basso, come in giapponese moderno.

Lessico
Uso dei kango​:
Si nota una diffusione consistente del lessico sino-giapponese in qualsiasi genere di testi e si crea un rapporto
percentuale kango/wago sensibilmente diverso rispetto al giapponese tardo- antico
– 12% nel Makura no sōshi (g. tardo antico)
– 20% nello Hōjōki
– 22% nello Heike monogatari
– 30% nello Tsuretsuregusa
Un uso quotidiano di kango di derivazione religiosa è attestato, oltre che nei drammi nō, nelle parti dialogiche
del repertorio teatrale dei kyōgen, che rispecchiano la lingua parlata dell’epoca. La presenza di questo tipo di
lessico in una forma teatrale meno impegnata come il kyōgen è la prova di una reale diffusione dei kango nel
linguaggio colloquiale.

Nuove parole con morfemi di origine cinese:


Vengono create nuove parole, non esistenti in cinese, con morfemi di origine cinese.
– 火のこと > 火事 (かじ)
– おほね > 大根 (だいこん)
– かへりごと > 返事 (へんじ)

Prestiti da lingue europee​:


Introduzione di un cospicuo numero di prestiti da lingue neolatine e calchi dal latino ecclesiastico
– パン
– ジュバン
– ボタン
– シャボン
– タバコ
– デウス
– テンタサン

Morfosintassi

Onbin​:
Il fenomeno chiamato onbintrova una maggiore diffusione nel giapponese medio interessando un maggior
numero di forme verbali. Non è attestato solo nei kuntenbon ma anche nei testi in kana e in generale nella
narrativa guerresca dei cosiddetti gunki monogatari, a riprova di una notevole diffusione di questo mutamento
morfofonologico.
La geminazione consonantica sokuonbin, che nel periodo precedente era limitata alla ren’yōkei dei verbi
consonantici terminanti in –r e –t si estende anche ai verbi terminanti in –p –
warapu: warapite > waraite > waratte

Pronomi di prima persona:


Alle forme usate nel giapponese antico e tardo antico, a, are, wa, ware e maro, si aggiunge watakushi. Si ritrova
la forma ore, abbreviazione del precedente onore usato come pronome di seconda persona di tipo
dispregiativo. Ore diventa pronome di prima persona usato da parlanti uomini, in particolare militari • Ai pronomi
può essere aggiunto il pluralizzatore –ra come in warera, watakushira, ecc. Il pronome maro che era prima
utilizzato senza distinzione sessuale, diviene ora marcato come linguaggio femminile. Nel periodo Muromachi è
attestato l’uso di deittici spaziali come konohō, konata, kochi “questa parte”.

Pronomi di seconda persona:


Nel giapponese antico ricorrono i pronomi na e nare che rimarranno pronomi tipici dei componimenti poetici. Nel
giapponese tardo antico si diffondono pronomi come namudi, namudara, kimudi, kimi. Sono attestate inoltre
forme per interlocutori di sesso femminile come omoto, omape e okoto. Nel periodo Kamakura appaiono le
forme gentili onmi, goɸen e dono, quest’ultima utilizzata dalle donne verso gli uomini. Nel periodo Muromachi
ware si usa anche come pronome di seconda persona con accezione spregiativa. Nel registro epistolare ricorre
il morfema onorifico 貴 ki, prefisso ad altri morfemi come in kihō, kiɸen, kisho. Lo stesso 貴様, che
successivamente, come in giapponese moderno, diventerà dispregiativo, nell’epoca Muromachi ha uso
onorifico.

Pronomi di terza persona:


Uso raro nel giapponese antico: la designazione della terza persona viene affidata ai dimostrativi. Nel
giapponese tardo antico sono attestate anche le forme sa e shi (rispettivamente nel Taketori monogatari e
nell’Ochikubo monogatari). Nel giapponese medio proliferano forme dispregiative con radice yatsu (cosa,
persona) come shatsu, koyatsu, kuyatsu e kyatsu nel periodo Kamakura e aitsu, koitsu, kiyatsu nel periodo
Muromachi.

Riduzione delle coniugazioni verbali: ​ichidanka


Nel giapponese medio inizia a diffondersi la tendenza alla riduzione delle varietà delle coniugazione verbali:
ichidanka “trasformazione a un livello”
– kami nidan > kami ichidan
• 起く > 起きる • 落つ > 落ちる
– shimo nidan > shimo ichidan
• 食ぶ > 食べる • 変ふ > 変へる
Diventa più evidente nel periodo Muromachi con una differenziazione regionale: nell’area del Kantō la fusione
delle coniugazioni si diffonde in maniera più rapida rispetto alla capitale. Probabilmente si tratta di un fenomeno
dei dialetti orientali che influenzarono le varietà occidentali (la fusione non è avvenuta per esempio in alcuni
dialetti del Kyūshū). Sebbene la fusione fosse già diffusa nella lingua parlata, la distinzione dei due gruppi
verbali rimane comunque nella lingua scritta, che fa riferimento ai modelli classici del periodo tardo antico.

→ ​shūshikei > rentaikei:


Sostituzione della forma finale shūshikei con la forma attributiva rentaikei
– ari > aru
– su > suru
– ku > kuru
Tuttavia, nel caso del verbo shinu, della 7° coniugazione, è la shūshikei che sostituisce la rentaikei
– shinuru > shinu

Forme copulari:
Nel giapponese tardo antico ricorrono due forme copulari:
– tari il cui uso è limitato a nomi aggettivali sinogiapponesi
– nari (< ni ari) che diventerà la copula generale Negli shōmono cominciano ad apparire le seguenti forme
copulari: da/dea/dya [d͡ʑa]. Si possono ipotizzare evoluzioni di questo tipo
– (nite>)de aru > dyaru > dya
– (nite>)de aru > dea > da
• wasi wa syotyoo no ɔɔ dya (Esopo):
• ”Sono il re degli uccelli”
Rodrigues riporta che la copula dya viene utilizzata anche in funzione attributiva come in: – Odi dya ɸito (l’uomo
che è mio zio)
In giapponese medio la copula in funzione attributiva è no.
Oltre a dya, da e de aru si nota la diffusione delle forme de iru, de oru, con forme corrispondenti del linguaggio
onorifico del tipo de ojaru, de oryaru, de sōrō e de gozaru. La forma de gozaru, che diventerà il suffisso verbale
onorifico dei periodi successivi, deriva dalla locuzione goza ari. L’elemento goza è il risultato della lettura
sino-giapponese dei kanji 御座します usati per scrivere l’espressione onorifica opasimasu ”essere, esistere”,
determinando un lessema sino-giapponese non esistente fino a quel momento.

Particelle
➔ Nel giapponese medio si nota uno slittamento nell’uso delle posposizioni ​ga e ​ ​no​, già usate come marca
del soggetto nelle proposizioni relative
- Nel giapponese tardo antico la posposizione ​ga i​ ndica un rapporto di possesso (genitivo) tra
modificatore e modificato, in genere con un soggetto animato; nel caso di ​no,​ invece, la modificazione
può non coinvolgere un rapporto di possesso, e può anche non essere riferita a un essere animato.
- Dal periodo Kamakura ​ga ​ricorre anche in contesti in cui in precedenza si sarebbe avuto no → Le due
particelle, che perciò ora possono ricorrere in contesti sintattici simili, si differenziano solo per registro
linguistico: ​no ​viene usato con una connotazione onorifica mentre ​ga m
​ arca in maniera neutra il soggetto
della proposizione relativa.
➔ Si notano variazioni nell’uso di tra le posposizioni ​ɸe​ e ​ni:​
- ɸe ​è generalmente usata per indicare la direzione del movimento
- ni c​ ome nel caso del dativo, marca l’obiettivo dell’azione, mai la direzione del movimento
Tuttavia questa è la variante di Kyoto → dal periodo Muromachi la distribuzione regionale di ​ɸe ​varia, e
al posto di ɸ​ e, ​nel Kyushu si trova ​ni ​e nel Kanto ​sa.​

Kakari musubi
è una struttura sintattica in cui un costituente è marcato da una particella chiamata appunto kakari, che richiede
il verbo in posizione finale alla forma rentaikei o izenkei. Esprime la relazione tema-rema tra due proposizioni e
marca il focus. In italiano si può rendere con una struttura marcata (“è lui che…”).
- le particelle enfatiche ​so/zo​, ​namo/namu e le particelle interrogative ​ka e ​ ​ya r​ ichiedono il verbo in
rentaikei invece che in shushikei
- La particella enfatica ​koso r​ ichiede il verbo in izenkei invece che in shushikei
Es:
人はいさ心も知らずふるさとは花​ぞ​むかしの香 に​にほひける にほひける
hito wa isakokoro mo shirazu furusato wa hana zo mukashi no ka ni nioikeru
“Chissà com’è il cuore delle persone del mio paese natio? Qui, sono i fiori ad avere il profumo di un tempo.”
(Kokinshu, 2-42)

Questa costruzione sintattica ricorre in giapponese antico e tardo antico ed è quindi una caratteristica
importante del giapponese classico.
Comincia ad essere sempre meno usato in giapponese medio e sparisce definitivamente alla fine del periodo
Muromachi.
Al giorno d’oggi è sparito in tutte le varietà del mainland, ma è ancora presente in numerose varietà linguistiche
delle Ryukyu → per esempio, nel dialetto di Shuri (Okinawa):
Tui nu ​du nat͡ʃ
͡ʃoːːru
“è l’uccello che cinguetta”

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Il giapponese premoderno(1603-1868): il periodo Tokugawa

Il periodo Tokugawa è definito come un’epoca del “dualismo e della contrapposizione” in considerazione della
polarizzazione delle attività culturali ed economiche in due aree geografiche fra loro contrapposte:
- quella del Kinki, con capitale Kyoto e la città commerciale di Osaka
- quella del Kanto, che dopo l’istituzione della capitale militare a Edo si svilupperà a ritmi più sostenuti
rispetto all’epoca precedente
→ Questa contrapposizione è osservabile anche dal punto di vista linguistico: c’è una differenziazione tra la
lingua dei ​chonin (​ i “cittadini”) e quella dei ​bushi​ (i samurai).
Per questi motivi, dal punto di vista della storia della lingua questo periodo viene solitamente diviso in due fasi:
1. Fino a metà del XVIII sec: fonti prodotte nell’area della capitale imperiale, e soprattutto dalla cultura
cittadina e borghese di Osaka (per esempio opere di Ihara Saikaku e rappresentazioni del kabuki e del
joruri)
2. Dalla seconda metà del XVIII sec, quando si impone come lingua di comunicazione la lingua parlata a
Edo → passaggio di testimone da una varietà all’altra nella competizione per assurgere a lingua
sovranazionale e lingua franca per la comunicazione. NB: la lingua di Edo, città che si è espansa anche
grazie a migrazioni interne, è un prodotto di ibridazione di più varietà linguistiche, rendendolo così più
adatto ad essere la lingua franca per i giapponesi

Nel periodo Tokugawa, la mobilità sociale era piuttosto ridotta: i giapponesi vivevano la loro vita confinati
all’interno della loro provincia.
→ c’erano varietà talmente diverse da non essere mutualmente intelligibili (se due persone di sue province
diverse si parlavano, non si capivano quasi per niente)

La lingua di Edo
A Edo arrivano i signori feudali con il loro entourage → la lingua di questa città non è una continuazione diretta
di una varietà locale del giapponese, ma piuttosto deriva da una varietà che si sviluppa attraverso lo stretto
contatto di parlanti provenienti da diverse aree del Giappone. In essa è presente una componente basata sul
dialetto di Kyoto, influenzata dai vari dialetti e dall’utilizzo nella sede urbana di Edo.
Questa lingua porrà le basi per la varietà che imporrà come lingua standard dal periodo Meiji in poi.

Fonti
→ Fonti in caratteri latini: ci sono due descrizioni della lingua giapponese in caratteri latini:
➢ Observationes in Linguam Japonicam, pubblicata a Uppsala nel 1792 dal botanico svedese Carl Peter
Thunberg, che soggiornò nell’isola-insediamento commerciale degli olandesi nel 1775-76 → questa
fonte riflette il dialetto del Kyushu
➢ Epitome linguae japonicae, scritto a Nagasaki nel 1824 dal medico tedesco Phillipp Franz Balthasar von
Siebold, che insegnò medicina in Giappone dal 1823 al 1829

Fonologia
Principali mutamenti fonetici e fonologici nel giapponese pre-moderno:
➔ Fusione di: /du/ → /zu/ e /di/ → /zi/
= perdita di distinzione tra fricative e affricate, che però non riguarda la lingua scritta (qui le distinzioni si
conservano); si tratta di un processo già in stadio avanzato all’epoca della pubblicazione dell’​Arte da
lingoa de lapam.
Al riguardo vengono pubblicate opere come il Kanazukai chikamichishō (1625) e il
Kenshukuryōkoshū (1695), che ci informano che il processo di fusione è del tutto completato.
Si ipotizza che il fenomeno abbia avuto origine nell’area del Kanto, dato che alcune varietà regionali del
sud-ovest conservano ancora questa distinzione:
- Alcune aree dello Shikoku con [ʑi]/[di] e [zu]/[du]
- Molte zone del Kyushu con [ʑi]/[d͡ʑi] e [zu]/[d͡zu]

➔ Fusione di: /ɔɔ


ɔɔ/ → /oo/
= Scomparsa dell’opposizione tra vocali aperte e chiuse sia nell’area di Kyoto che in quella del Kanto. La
differenziazione viene conservata, ma solo come perpetrazione di modelli più antichi, nel teatro no e nel
kyogen
→ la differenziazione permette la presenza di coppie minime, come 法 [ɸoː],“insegnamenti di Buddha” e
法 [ɸɔː], “regola”
Nel 1693 il monaco Keichu ci informa che le distinte grafie, che una volta distinguevano due
realizzazioni fonetiche diverse, vengono ormai lette senza alcuna distinzione fonetica

➔ Delabializzazione /ɸɸ/→ /h/


Questo mutamento è stato principalmente un mutamento fonetico: non ci sono tracce di esso nel
sistema di scrittura. Tuttavia alcuni autori non giapponesi ci danno informazioni sulla pronuncia di questo
fonema:
- Richard Cocks, navigatore e commerciante britannico, in un suo diario di viaggio relativo agli
anni 1615-1622 trascrive toponimi come Hakone e Hamamatsu con le grafie Hakoney e
Hamamatsu, laddove nelle fonti cristiane troviamo il simbolo f, cone in Firand (Hirado)
→ questo fa supporre che si tratta di un mutamento iniziato nell’area del Kanto.
- Thunberg nel 1792 trascrive parole con la lettera f, ma dice però che in alcuni casi si legge come
una ha, per esempio hanna
- Siebold nel 1826 usa solo la lettera h per la traslitterazione dei kana はひふへほ, ma dice che in
alcuni casi essi vengono pronunciati con una f.
- Dalla metà del XIX sec, fonti in alfabeto usano sempre la lettera h. Solo prima della vocale u
viene usata la lettera f, che riflette la realizzazione di fricativa bilabiale ɸ.
NB: Hepburn, alla fine del XIX sec, usa quest’ultima convenzione ortografica nel suo sistema di
romanizzazione
→ In particolare, stando alle fonti della seconda metà del periodo Tokugawa, la sillaba /hi/ viene
prodotta [ɕi] nella varietà di Edo. In maniera diametralmente opposta, nelle varietà del Kansai è /si/ a
realizzarsi come [ɕi]

➔ Perdita dell’approssimante in catastasi /o/ [ʷʷo] → [o] e /e/ [ʲʲe]→ [e]


- Il fonema /o/ viene trascritta o sia da Thunberg che da Siebold
- Il fonema /e/ viene trascritto ye fino all’inizio del periodo Meiji, come è riflesso nell’ortografia (es: yedo,
yen, yebisu…)
➔ Perdita della palatalizzazione prima della vocale /e/
La palatalizzazione allofonica della consonante prima della /e/ scompare, forse contestualmente alla
perdita della prepalatalizzazione della vocale /e/.
NB: Il fenomeno non comporta alcun mutamento fonologico.
Es: /se/ [ɕe] → [se] come in ​seri ​“prezzemolo giapponese” [ɕeɾi] → [seɾi]
➔ Perdita della labializzazione prima di occlusiva velare [kwa]→ [ka] (​​gōyōon)​
L’approssimante labiale che caratterizza la pronuncia delle occlusive velari /k​w​a, g​w​a/ in parole
sino-giapponesi, come in ​kwaiwa “​ conversazione” o ​kwasi ​“dolce”, sparisce e queste sillabe si fondono
rispettivamente con /ka, ga/
Sebbene questo mutamento si sia completato alla fine del XIX sec, l’approssimante viene ancora
riflessa nella trascrizione di alcuni nomi propri, come ​Kwannon “dea Kannon” e ​Kwansei Gakuin Daigaku
(università privata sita a Kobe).
Il fenomeno sembra essere iniziato nella varietà di Edo nel XVIII sec, come dimostra un passo dello
Ukiyoburo “Il bagno pubblico fluttuante” (scritto tra il 1809 e il 1813 da Shikitei Sanba) in cui il
personaggio del Kansai deride la donna del Kanto perché pronuncia Kannon e kannen senza
labializzazione.
In testi teatrali del kabuki e del joruri la distinzione viene rispettata, ma si notano fenomeni di
ipercorrettismo che portano alla comparsa della labializzazione anche in wago e ideofoni → Es: in
Onnakoroshi abuta no jikoku (L’assassinio di una donna e l’inferno dell’olio, 1712) di Chikamatsu
Monaemon si notano forme come ​gwarari ​e ​kwatto a ​ l posto di ​garari ​e ​katto

➔ Indebolimento (desonorizzazione) di /i,u/ tra consonanti sorde


Il fenomeno della desonorizzazione vocalica che caratterizza la varietà standard del giapponese
moderno ha avuto inizio probabilmente già all’inizio del periodo Tokugawa: Collado, nella sua ​Ars
Grammaticae Laponicae Linguae​, pubblicata a Roma nel 1632, nota la difficoltà di percepire alcune
​ i ​gozaru.
vocali come la ​u d

Morfosintassi
★ pronomi di prima persona
- Attestazione di ​ore,​ usata senza differenziazione di sesso. è il tipico pronome del linguaggio colloquiale
e del registro non alto.
→ Si diffondono forme allomorfe di ​ore ​come ​ora e
​ ​oira, c​ he si fondono con il suffisso pluralizzatore ​tachi
dando ​oratchi ​e ​oiratchi
- Sono usati anche pronomi in wa- come ​watakushi, watashi, watai, washira​ ecc.

★ pronomi di seconda persona


- è attestato il pronome omae, con l’equivalente pluralizzato omaegata, utilizzato senza distinzioni di
sesso e utilizzato verso interlocutori di status superiore
- Nella seconda parte del periodo si diffonde l’uso di ome, usato in contesti meno formali.
→ A queste forme possono essere aggiunti, come nel giapponese moderno, i suffissi -san e -sama, con
funzione onorifica.
- Nella seconda metà del Tokugawa il pronome anata, usato prima per la terza persona, passa a
designare la seconda persona, assumendo la stessa funzione che ha nel giapponese moderno
- Il pronome kisama comincia a essere utilizzato verso interlocutori di status inferiore con fini offensivi
★ pronomi di terza persona
- Oltre al citato anata, per designare la terza persona si usa l’espressione ano kata, che rimarrà anche nel
giapponese moderno
- Come pronome interrogativo (chi?) si nota la diffusione di dare, derivato da tare e già attestato nel
periodo Muromachi, ma considerato ancora a metà del XVII sec una forma non standard
★ coniugazione verbale
Dalla seconda parte del p.Tokugawa, le coniugazioni verbali presentano un sistema di soli 4 tipi come
nel giapponese moderno:
1. yodan (o godan) verbi consonantici
2. kami ichidan e shimo ichidan (o ichidan) verbi vocalici
3. kahen (irregolare)
4. sahen (irregolare)
Nella prima parte del p.Tokugawa, il processo che porta alla riduzione delle coniugazioni verbali è meno
evidente → si fa ancora riferimento al modello letterario, ad esempio la forma attributiva antica del verbo
shinu: shinuru hito
Esiste anche una variazione diastratica: per es, nei drammi di Chikamatsu Monzaemon i samurai
tendono a utilizzare una lingua più colta e conservano quindi la differenziazione tra ​ichi ​e ​nidan ​(tuttavia,
bisogna usare con cautela queste fonti letterarie, perché non rispecchiano necessariamente la reale
variazione diastratica).
Più evidente è invece nella varietà di Edo.
★ imperativo
Nella prima parte del periodo Tokugawa si nota la diffusione dell’uso della particella -i invece che di -yo.
Per esempio:
- mii → miru
- akei → akeru
- koi → kuru
- sei → suru
Soprattutto nella seconda parte del periodo Tokugawa si nota anche l’uso di -ro, per cui nella varietà di
Edo accanto alle forme sei e kurei troviamo ​shiro ​e ​kurero​.
In particolare per alcuni verbi con connotazione onorifica come kudasaru “dare”, nasaru “fare”, ossharu
“dire”, irassharu “andare/venire/esserci/” diventa sempre più comune la forma dell’imperativo in -i, che
rimarrà anche nel giapponese moderno → kudasai, nasa, osshai, irasshai
→ a queste forme è possibile legare gli ausiliari cortesi -mase o -mashi → irasshaimase, -kudasaimase

★ pseudo-aggettivi
Caduta in disuso la coniugazione ​-tari​, per gli pseudo-aggettivi si nota un uso costante di ​na​, sia in
posizione attributiva che predicativa
→ in posizione predicativa è documentato l’uso della copula ​dya (​ じゃ)
Nella varietà di Edo, nella seconda metà del periodo Tokugawa, ricorre la copula ​da i​ n posizione finale
→ si delinea il modello d’uso del giapponese moderno:
- da (finale)
- na (attributiva)
- datta (passato)
- ni (avverbiale)
- nara (condizionale)
★ forme copulari
- La forma copulare cortese ​desu ​です è attestata a partire dalla seconda metà del periodo Tokugawa
→ è il risultato della fusione di ​de ​(n
​ ite​) + ​su ​(forma contratta di ​soro​)
Non è particolarmente diffusa perché utilizzata in particolare nei quartieri di piacere della città
(Yoshiwara).
NB: In questo periodo, la restrizione che esiste nella lingua moderna, secondo la quale ​da ​e ​desu
appartengono a due registri diversi e non vanno usati nella stessa frase non sembra ancora essersi
prodotta e le due forme ricorrono insieme in uno stesso enunciato: ​Kurō desu mon da kara​ “si tratta
di una bella fatica!”
- Oltre a ​dya ​(usata prevalentemente nel Kinki) e ​da ​(nel Kanto) continua ad essere usata la forma più
antica ​nari, s​ pesso usata nella forma sospensiva.
- In forma finale, ​na h ​ a valore esclamativo, in forma attributiva viene utilizzato anche per collegare due
sostantivi (nel giapponese moderno si usa la particella copulare ​no o ​ la copula ​de aru​)

★ particelle
La sintassi delle particelle si struttura definitivamente secondo le modalità che governano il loro uso
nella lingua moderna:
- が soggetto/oggetto del desiderativo
- を oggetto
- の genitivo/soggetto proposizioni relative
- へ moto a luogo (nella varietà di Edo tende a sostituire に anche per il complemento di termine)
- ecc.

Lessico
❖ diffusione del lessico di origine cinese
Con l’istituzione di scuole destinate all’istruzione superiore in ogni feudo e la diffusione delle cosiddette
terakoya si incoraggia la diffusione della conoscenza della lingua scritta. Queste scuole di prima
alfabetizzazione contribuirono a diffondere la terminologia sino-giapponese (kango).
→ con il graduale innalzamento del livello lessicale, nella conversazione cominciano a essere utilizzati
vocaboli precedentemente riservati alla lingua scritta.
Un’ulteriore prova della diffusione del lessico sino-giapponese è la formazione di verbi da singoli
morfemi cinesi con l’aggiunta del morfema derivazionale come -ru, -su, -zuru o -jiru (fare)

❖ contatto con le lingue occidentali


Il contatto con l’Occ era limitato dalla politica di isolamento del paese voluta dai Tokugawa, e dopo la
persecuzione dei missionari cristiani, l’unica lingua europea di contatto era l’olandese.
→ si trovano attestati per la prima volta dei prestiti, alcuni usati ancora tuttora, come ガラス, “vetro”,
oppure ゴム, “gomma”, コップ, “bicchiere” ...
→ ​蘭学“
蘭学 “studio della cultura occidentale”
Gli studiosi di scienze occidentali i cosiddetti “studiosi dell’Olanda”, contribuirono alla creazione di neologismi
inventando del calchi morfologici dell’olandese usando morfemi di origine cinese
→ es: nel caso dell’anatomia umana, viene fatto corrispondere l’olandese vlies e il giapponese maku,
per es: bindvlies → ketsumaku; netvlies → momaku; hoornvlies → kakumaku
​Lezione 15:​

Il giapponese moderno: dal periodo Meiji al​​ kyōtsugo


Il periodo Meiji fu un’epoca di unificazione in termini politici, con la creazione di uno stato moderno. Lo sforzo
per l’unificazione ha interessato anche le questioni linguistiche secondo due principali aspetti:
– unificazione delle differenti varietà del giapponese sotto un’unica lingua sovranazionale, ovvero la lingua
standard
– l’unificazione (o l’adeguamento) della lingua parlata e quella scritta

Nel periodo Meiji la storia del giapponese è soprattutto storia della creazione di una lingua nazionale (kokugo)
intesa come strumento di comunicazione unitario di una nazione che attraversa il processo di formazione di uno
stato moderno. Più tardi diventerà storia della 'lingua comune di comunicazione' (kyōtsūgo) che rappresenta il
mezzo di comunicazione nazionale superando il concetto astratto e imposto di 'lingua standard' (hyōjungo),
imposto nelle scuole.

Kokugo​ ​国語:​ La coscienza linguistica viene stimolata da una politica nazionalista che tende a introdurre anche
in Giappone il concetto romantico mitteleuropeo di “una sola lingua per un solo popolo”. Ueda Kazutoshi, che
studia linguistica europea in Germania, assorbe la concezione dell’identificazione della nazione con la lingua.
Parallelamente alla crescita di un sentimento di rivalsa nei confronti della cultura cinese si rinforza l’idea di
kokugo: la ​Cina​ e la sua classicità ​non​ possono ​più​ rappresentare un ​modello​. Teorizza la necessità di uno
strumento linguistico rappresentativo della nazione e simbolo dell’unità e dell’omogeneità del popolo
giapponese. Dopo la pubblicazione di una collezione di saggi intitolata ​Kokugo no tame​ “Per la lingua
nazionale” di Ueda Kazutoshi (1895), in cui è stato usato per la prima volta il termine kokugo “la lingua della
nazione”, la parola kokugo divenne sempre più usata per indicare la lingua giapponese.
La parola ha ancora per molti un valore emotivo importante, è un termine con valore nazionalistico e può essere
utilizzato solo per riferirsi alla lingua giapponese (anche se la stessa parola viene utilizzati dai coreani per
parlare del coreano).
Nel 1872 il nuovo governo giapponese emana il Gakusei (sistema per l’istruzione):
– politica tesa a creare una lingua parlata di diffusione nazionale nella quale il cittadino possa comunicare con
gli altri cittadini del Paese e sentire così l’appartenenza allo stesso Stato, una lingua standard sovranazionale e
superiore a tutte le altre varietà come emblema della nazione → Nel 1901 il ministero della pubblica istruzione
Monbushō decretò che la lingua giapponese insegnata a scuola doveva essere la lingua parlata a Tokyo, in
particolare la varietà delle classi colte della Yamanote. Vengono approntati libri di testo e dizionari tesi a
diffondere l’uso del giapponese e propagandare la diffusione del bilinguismo (lingua nazionale e lingua locale)
nei paesi occupati.

La storia del giapponese moderno si configura come il processo evolutivo di uno strumento di comunicazione
nazionale che travalica l’uso scritto per interessare direttamente la lingua parlata. Nei periodi precedenti l’unico
codice linguistico nazionale era quello della lingua scritta modellata sul giapponese tardo antico
– la cristallizzazione della lingua scritta ha determinato un allontanamento sempre più marcato tra la lingua
orale e quella scritta.
Nel 1902-1903 sono state condotte indagini sulla distribuzione dialettale nell’arcipelago giapponese dal ​Kokugo
chōsa iinkai​ (comitato di indagine sulla lingua nazionale): la situazione dialettale era simile a quella odierna ma,
a differenza di oggi, i parlanti non erano capaci di utilizzare più di una varietà regionale. L’aumento delle
migrazioni interne e la ridistribuzione della popolazione sul territorio nazionale nel periodo Meiji (favoriti da
abolizioni dei domini feudali, processo di industrializzazione, colonizzazione delle terre dell’Hokkaidō,
espansione dei centri urbani e spostamento dei lavoratori in nuovi centri minerari), comporta un aumento dei
contatti tra varietà linguistiche regionali. Il Monbushō ordina la redazione della prima serie di libri di testo
ministeriali del 1903 (i cosiddetti​ Kokutei kyōkasho​), in cui viene indicata la “lingua delle classe medie di Tokyo
(Yamanote, lingua d’élite della classe colta che deteneva il potere)” quale modello standard di lingua nazionale.
La “Yamanote”, aveva inglobato molti elementi lessicali e morfo-sintattici di altre varietà regionali, soprattutto la
varietà di Kyōto già conosciuta dai signori feudali in periodo Edo.

“Non è stata la lingua della Yamonte di Tokyo, scelta come varietà normativa, a creare la moderna lingua
standard. È stata piuttosto la lingua standard in uso dal periodo Tokugawa a creare nuovamente la lingua della
Yamanote di Tokyo. In quel periodo essa non veniva riconosciuta come lingua standard e nessuno l’ha mai
scelta come lingua parlata dell’intera nazione. Tuttavia, essa aveva già assunto le sembianze e il ruolo di una
lingua standard. [...] Sarà lo stato nazionale a diffonderla per tutto il Paese attraverso l’istruzione scolastica. La
storia della lingua parlata giapponese, cominciata dal giapponese antico occidentale del periodo Nara, finisce
proprio con la lingua standard moderna.”
Non è chiaro quale fosse il reale grado di comprensibilità nel resto del Paese, dai dati risulta che i ceti medio alti
comprendessero una lingua comune molto simile a quella di Tokyo già alla fine del XIX secolo
Nello ​Okinawa taiwa​ (1880), libro di testo ad uso delle scuole elementari nelle Ryūkyū, è riportato un ipotetico
dialogo con uno studente locale che dichiara di non conoscere bene la lingua di Tokyo sebbene sia
generalmente compresa in tutto l’arcipelago.
Nel sua grammatica “A Handbook of Colloquial Japanese” (1889), Chamberlain dice che la lingua di Tokyo è
compresa ovunque tranne che dai contadini, ma in alcune di province anche questi sono in grado di capirla.

Radio e televisione​: Il 22 marzo 1925 viene mandata in onda la prima trasmissione radiofonica della NHK
(Nihon hōsō kyōkai). Inizialmente gli speaker provenivano da diverse parti del Giappone, ma dal 1934 si
assume solo a Tokyo. Nel 1932 viene pubblicato il “Kokugo hatsuon akusento jiten” (Dizionario giapponese
della pronuncia e dell’accento). Nel 1935 viene stabilito che il modello di lessico, grammatica, pronuncia e
accento da utilizzare nelle trasmissioni di diretta nazionale debba in generale seguire quello usato nella capitale
dai ceti istruiti. Nel 1953 iniziano i programmi televisivi e il modello fonetico della varietà di Tokyo produce un
effetto imitativo più forte di quello determinato dalla radio: la lingua standard che nel periodo della
modernizzazione era stata identificata con il modello proposto dai libri scolastici, in questa fase viene fatta
coincidere con la varietà parlata dai radiocronisti.

Lingua scritta: il Genbun’itchi


Nel corso dei secoli si era generata una forte distanza tra lingua scritta e lingua parlata, dal 1860 fino alle prime
decadi del XX secolo vi furono numerosi dibattiti su come mettere per iscritto la nuova lingua nazionale.
Dal 1880 gli autori che volevano scrivere romanzi realistici appoggiarono il movimento per la
vernacolarizzazione della lingua scritta che divenne conosciuto con il nome genbun’itchi undō (movimento per
l’unificazione della lingua parlata e di quella scritta). La lingua scritta aveva come modello la lingua giapponese
classica, modellata sullo stile letterario del periodo Heian, che lasciava poco spazio alla spontaneità
dello scrivente, che usava la lingua colloquiale solo nelle parti dialogiche presenti nella letteratura popolare
(gesaku). Gli scrittori degli inizi del periodo Meiji volevano rinnovare la letteratura del proprio tempo sui modelli
delle grandi letterature europee. Viene indicato il 1866 come anno di nascita del movimento prendendo come
riferimento la petizione di Maejima Hisoka all’ultimo shōgun Tokugawa per l’abolizione dei caratteri cinesi, ma si
impone in maniera incisiva solo a partire dagli anni 80 del XIX secolo con il coinvolgimento di letterati che
vedevano la riforma della lingua scritta come una condizione imprescindibile per la rinascita della letteratura
d’arte. Ci furono numerosi dibattiti sulle riviste degli intellettuali con articoli pro e contro il genbun’itchi, ma fu
proprio la prassi in campo letterario a segnare la strada dell’innovazione dell’espressione scritta: la comparsa
dello Shōsetsu shinzui (la quintessenza del romanzo, 1885-1886) di Tsubouchi Shōyō, un saggio teorico sulla
forma e contenuto della narrativa moderna, coincide con la fioritura di racconti di autori giapponesi che tentano
la via dello stile colloquiale, tra cui ricordiamo, ad esempio, Futabatei Shimei e Mori Ōgai. Anche la traduzione
dalle lingue europee svolge un ruolo fondamentale nella modernizzazione della scrittura. Il processo di
rinnovamento della lingua scritta si conclude per quanto riguarda l’ambito letterario con l’adozione dello stile
colloquiale da parte di tutti gli scrittori nella prima decade del XX secolo.
Al di fuori dell’ambito letterario venivano ancora utilizzati il kanbun e la lingua classica: i quotidiani
abbandoneranno lo stile classico solo nel 1926. In ambito ufficiale bisognerà aspettare la fine della seconda
guerra mondiale per la conclusione del processo di unificazione della lingua scritta e parlata, con la stesura
della bozza della costituzione in stile colloquiale.

Fonologia​: dai primi anni Meji arrivano in Giappone numerosi prestiti linguistici dalle lingue europee che hanno
un impatto notevole sull’inventario fonemico della lingua giapponese, per esempio, è possibile osservare un
processo di fonemizzazione di alcune varianti allofoniche.
[s] e [ɕ] nel lessico di origine giapponese e sino-giapponese sono due varianti allofoniche del fonema /s/. Con
l’introduzione della parola sherī si ha una fonemizzazione del fono [ɕ] per cui si ha:
– sherī [ɕeɾiː] “sherry” e seri [seɾi] “prezzemolo”
Il fonema /t/ non è sempre palatalizzato [t͡ɕ] davanti alla vocale /i/, come in パーティー[pɑːtiː].
In prestiti che iniziano con il fonema /v/ si riscontra una forma grafica in kana ヴ che indica una differenziazione
rispetto ai fonemi già presenti nell’inventario fonemico del giapponese. Solo I parlanti colti riproducono questa
fricativa labiodentale nel parlato.
• Ortografia instabile dei toponimi stranieri:
– ヴェネツィア ヴェネチア べネチア べネツィア
Il fonema /w/ che era sparito nel giapponese tardo antico e medio davanti alle vocali /i, e, o/ viene reintrodotto
come in:
–ウイルス “virus”,ウォッカ “vodka”, ecc.
• Il fono [ɸ] compare non solo davanti a vocale /u/
–​フィルム​ [ɸiɾɯmɯ],ファン [ɸɑɴ]
• Il fonema /Q/ della geminazione consonantica, la cui
posizione era limitata davanti a consonante tenue, adesso
compare anche davanti alle medie
– ​ベッド​ [beddo], ​バッグ​ [bɑggɯ]
• L’allungamento con funzione distintiva, prima limitato solo ad alcune vocali, adesso si estende anche alla
vocale /ɑ/
– ガーデン [gɑːdeŋ]

Morfosintassi​:
● coniugazioni verbali: Slittamento da un modello di coniugazione a un altro: alcuni verbi yodan diventano
ichidan
● Si diffonde l’ausiliare negativo -nai, tuttavia continuano a essere utilizzati -nu e -n soprattutto nella lingua
scritta e formale. La forma del passato –nakatta coesiste con –nanda tipica dei dialetti occidentali – solo
dal 1910 sarà considerata nei libri scolastici unica forma standard
● Nel linguaggio colloquiale di Tokyo si usa la copula da (< dea < dearu). Nel Kansai si usano le forme dya
e ya. Si diffonde l’uso di ​です ​come copula di registro cortese.
Lessico​: trasformazione del lessico sotto l’influenza del contatto con le lingue occidentali: nuovi prestiti adottati
come kataganago (principalmente dall’inglese ma anche dal francese, tedesco, italiano, ecc)
– beddo, aisukurīmu, ecc.
Neologismi prodotti attraverso l’utilizzo di morfemi sino-giapponesi. Aumento dei kango: se nei quotidiani agli
inizi del periodo Meiji la percentuale di kango e wago era rispettivamente pari a 20% e 79%, nel dopoguerra
(1949) risultava essere rispettivamente del 53% e 44%. I kango coniati nel periodo Meiji costituiscono la
maggior parte del vocabolario sino-giapponese utilizzato oggi, soprattutto negli ambiti accademici, politici e
intellettuali. Alcuni di essi sono stati importati in Cina e Corea. Molte di queste parole sono attribuibili a persone
che hanno giovato un ruolo importantissimo nel processo di modernizzazione nel XIX e nel XX secolo, come
Nishi Amane, Fukuzawa Yukichi e Inoue Tetsujirō. La traduzione di “The vocabulary of philosophy, mental,
moral and metaphysical” di William Fleming (1857) da parte di Inoue Tetsujirō pubblicata con il titolo
Tetsugakujii (1881) produce più di 2500 parole utilizzate in filosofia e sociologia.
Tendenza a usare la pronuncia goon al posto di quella kan’on.

Elementi di dialettologia​:

Ci sono quattro principali gruppi di dialetti, oltre alla lingua


Ainu (al giorno d’oggi quasi estinta):
– varietà delle isole Ryūkyū
– dialetti del Kyūshū
– dialetti dello Honshū occidentale (dialetti
occidentali)
– dialetti dello Honshū orientale (dialetti orientali)

Dialetti occidentali e orientali:​ la linea di demarcazione viene


tracciata dalle isoglosse che tagliano lo Honshū in un’area
compresa, da un parte, tra i confini sud occidentali delle prefetture di Nagano e ​Shizuoka​ (dialetti orientali), e
dall’altra tra i confini nord- orientali delle prefetture di Toyama, Gifu e Aichi.

Principali isoglosse per la classificazione dei dialetti giapponesi:


Classificazione delle varietà delle isole Ryūkyū:

Innalzamento vocalico riscontrabile in tutte le varietà ryukyuane.