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Alkahest.

Vizi e virtù di un dissolvente universale

Marco Ghione

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«Alchaest- afferma Martin Ruland nel suo Lexicon Alchemiae[1]– è il nome del mercurio preparato,
da alcuni identificato con il tartaro; è possibile comprendere l’idea dell’autore dalla descrizione della
sua preparazione». Con questo periodo ambiguo Martin Ruland, medico di indirizzo paracelsiano a
Praga nello straordinario convento di scienziati, astrologi e alchimisti che fu la corte rodolfina,
compendia i dibattiti e gli interrogativi intorno al misterioso Alkahest[2], di cui si fa menzione per la
prima volta negli scritti di Paracelso. Peraltro, poche righe dopo lo stesso Ruland presenta una voce
simile questa volta illustrandola come una utile medicina epatica: «Alchahest è il mercurio preparato
come farmaco per il fegato»[3]. Come vedremo tra poco, questo sdoppiamento nella grafia e nei
contenuti riposa su una base ben precisa. Secondo Bernard Joly, vi fu una vera e propria quaestio de
alkaest, sorta dall’apparente libera interpretazione di Jean Baptiste Van Helmont, il quale scambiò
una medicina per il fegato e le malattie epatiche-tale il significato di Alkaest secondo Paracelso-con
il dissolvente universale della tradizione alchemica, capace di ricondurre tutti gli elementi visibili alla
loro materia prima.

Proprio Joly in un approfondito saggio[4] ha illustrato la serie di dibattiti, contrasti e polemiche che
l’Alkahest suscitò nel periodo che intercorre tra il Seicento e la prima metà del secolo dei Lumi.
Infatti, con la diffusione delle opere di Van Helmont, per altri versi un “paracelsiano infedele”, che
rifiutò di riportare l’origine delle sostanze ai tria principia dell’alchimista svizzero, il termine,
già noto per la diffusione di dizionari di stampo paralcelsiano, come il Lexicon di Ruland ed altri,
finì per essere associato al tema alchemico del dissolvente universale. In Paracelso il liquore Alkahest
compare una sola volta, nel secondo libro del De viribus membrorum, dove vengono elencati una
serie di farmaci per i disturbi dei diversi organi del corpo. L’Alkahest compare in seguito ad un
misterioso rimedio epatico, il Cheiri[5]:
Vi è pure il liquore Alchahest, che possiede grande forza e efficacia per preservare e irrobustire il
fegato, e anche per preservarlo dagli edemi che i disturbi epatici possono causare. Persino se il
fegato risulti già in rovina, questa sostanza lo rimette in funzione, come se non avesse mai subito
danno. Perciò chiunque di voi si occupi di medicina dovrebbe impegnarsi col più grande zelo ad
apprendere la preparazione dell’alchahest per scacciare i numerosi disturbi di origine epatica.

Seguendo in effetti le parole di Paracelso l’Alkahest sembra limitarsi ad essere un prodigioso filtro,
in grado di risanare il fegato da ogni danno che lo abbia colpito. Paulo Porto nel suo
interessante contributo sull’Alkahest sottolinea come il significato del termine cambi già prima di
Van Helmont[6], e del resto lo si è potuto notare nelle definizioni di Martin Ruland. Ancora prima
nel dizionario del medico ed erudito Gerard Dorn[7] incontriamo una definizione uguale alla prima
voce sul dissolvente del Ruland, senza però trovare alcun riferimento alla meravigliosa medicina
epatica. Joly fa risalire la più antica attestazione dell’Alkahest fuori dal corpus paracelsiano al lessico
di Michael Toxites (Michael Schütz; 1514–1581), l’Onomastica[8], dove il dissolvente, come ci
recita la seconda voce di Ruland, è un mercurio preparato per il fegato.E’ probabile che Toxites e gli
altri, sulla scorta della philosophia naturalis paracelsiana, abbiano individuato nel liquore per il fegato
una particolare forma di mercurio curativo. E’ necessario, per inquadrare la natura dello slittamento
semantico intorno all’Alkahest, esaminare brevemente la dottrina medica di Paracelso, su cui si
fondava l’ars medendi dei dottori che a lui si rifacevano. Chiave di volta della medicina di Paracelso
è il principio similia similibus curantur, secondo il quale solo una medicina omologa al male è in
grado di rimuoverlo. Per la teoria medica dell’alchimista svizzero l’origine delle patologie è esterna
al corpo. Gli agenti che le provocano si attaccano all’uomo e ai suoi organi; i farmaci per rimuoverle
dovranno per conseguenza avere uno speciale legame di affinità con essi. In altre parole il rimedio
per un determinato malanno avrà una qualità analoga a quella del male stesso. Lo schema da seguire
sono i tria principia, zolfo e mercurio e sale, che secondo Paracelso compongono tutti i corpi. La
teoria dei principi di Paracelso era essenzialmente un’estensione dell’antica teoria alchemica per la
quale lo zolfo e il mercurio erano gli ingredienti primari di tutti i metalli. Ad essi Paracelso aveva
aggiunto il sale, fino ad allora non contemplato. Ma i tre principi non sono puramente materiali; essi
possiedono qualità spirituali, ovvero caratteristiche che ne fanno le forze plasmanti l’essenza interna
e l’aspetto esteriore dei corpi: lo zolfo origina la combustibilità, il sale invece è causa della solidità
di un corpo, mentre il mercurio è responsabile delle sue proprietà umide e vaporose. In altri termini
il mercurio è l’agente trasformatore, il sale l’agente che dona al corpo massa e stabilità, mentre lo
zolfo lo organizza. Tali principi agiscono sui quattro elementi, chiamati anche matrici, perché
subiscono l’azione dei tre principi che li strutturano. Ogni corpo ha, inoltre, un principio prevalente
che estrinseca i suoi effetti su di esso. Ne deriva, ad esempio, che per malattie dalle caratteristiche
saline come certe patologie della pelle il farmaco adatto sarà un sale.Con mercurio-tuttavia-è possibile
indicare oltre alla qualità principale che può informare, al pari del sale e dello zolfo, un morbo e i
suoi necessari e correlati rimedi, anche il prototipo stesso del malanno e della cura. Spiega infatti
Walter Pagel nella sua insuperata esposizione della medicina di Paracelso[9]:

Le cose sono ciò che sono in base a determinate qualità, e mantengono tra loro vincoli di simpatia
e repulsione. Tutto ciò accade in virtù del principio mercuriale presente in esse. E’ per questa ragione
che ogni rimedio è chiamato mercurio, perché in questo modo si fa riferimento alla proprietà
specifica di una determinata pianta o di un determinato farmaco chimico. Ogni corpo, quindi, è retto
dai tre principi, ma il dottore che cura e guarisce è il principio mercuriale, lo stesso che d’altra parte
causa paralisi, letargia, tumori e corrosioni. Qui si rivela un principio omeopatico: nella causa della
malattia si nasconde la cura. Ne consegue che il mercurio è il prototipo di ogni agente patogeno
come di ogni medicina, poiché la sua natura mutevole può portare a miglioramenti come ad esiti
più severi. Va tuttavia precisato che la singola malattia, nello specifico, può essere generata in
alternativa da ognuno dei tria principia, sale, mercurio, o zolfo.

Sotto questa prospettiva il mercurio appare il modello per antonomasia di ogni pharmakon, che può
essere validamente usato come sinonimo di medicina o filtro atto a curare una specifica affezione del
corpo, essendo l’archetipo dell’agente trasformante. Così si spiegherebbe l’associazione tra il
mercurio preparato e l’Alkahest che comparve nei dizionari. Porto e Joly hanno presentato due
ulteriori ragioni per spiegare l’identificazione dell’Alkahest col mercurio. Il primo si rifà alla
monografia di Pagel dove il grande storico della medicina mostra come per Paracelso sia il mercurio
che l’Alkahest erano rimedi contro l’idropsia, generalmente associata al fegato[10]. Joly invece
crede che Toxites, primo tra i lessicografi, nel suo dizionario abbia sovrapposto l’ estratto
sull’Alkahest del De viribus membrorum, con un passo dal De gradibus cui rinvia, ove Paracelso
parla del mercurio come medicina epatica.

Tra gli scritti di Joan Baptiste Van Helmont (1580-1644), forse il medico più influente del secondo
Seicento europeo[11], non si trova un trattato o un volume dedicato specialmente all’Alkahest. In
tutta la sua ampia produzione letteraria vi sono però riferimenti continui al prezioso composto, anche
nei carteggi con altri studiosi. Pur non possedendo una trattazione organica, tuttavia si può
ritenere l’Ortus Medicinae[12], la raccolta dei testi più significativi di Van Helmont, il locus
classicus sul dissovente helmontiano, dove troviamo il maggior numero di citazioni dell’Alkahest.
Tutta una serie di sinonimi, poi-e in questo l’influenza della tradizione alchemica appare evidente-
sostituiscono la preziosa sostanza nei passi in cui è trattata. Nomi dotati di un certo potere evocativo
come ignis acqua, ignis gehennae, liquor unicus, universale solvens, ci ricordano le
proprietà dell’Alkaest helmontiano: è un solvente che trasforma tutte le sostanze materiali senza
mutare o cambiare in quantità, rimanendo in altre parole inalterato a contatto con i soluti. Le sostanze
sciolte vengono ridotte al loro primum ens, uno stato in cui mantengono le loro caratteristiche, prive
però di ogni sorta di impurità. Van Helmont pensava che l’Alkaest fosse in grado di scomporre la
sostanza trattata in particelle più piccole, ma non fino al punto di far perdere loro le qualità possedute,
e quindi tramutarle in acqua. Infatti, secondo Van Helmont oltre un certo grado di riduzione le virtù
seminali delle sostanze sono destinate a disperdersi[13]:

I corpi possono essere ridotti fino a un determinato limite, oltre il quale si tramutano in una sostanza
differente, perdendo le loro proprietà seminali. Ed entro questo limite l’Alkaest di Paracelso è in
grado di ridurre ogni corpo naturale, penetrando in esso. Lo stesso fenomeno tuttavia non accade
con gli elementi, l’aria e l’acqua, poiché la loro composizione basica e la natura mobile che li
caratterizza tramuta i corpi in qualcosa di ancora più semplice e primordiale.

Il medico fiammingo riteneva che il segreto operativo dell’Alkahest fosse imputabile alla sua
struttura, composta dalle particelle più sottili del mondo naturale, fatta eccezione per acqua e aria.
Inoltre, dopo che l’Alkahest aveva svolto la sua mirabile opera di riduzione delle sostanze al loro
primum ens o materia prima, era possibile recuperarlo per distillazione senza che avesse subito
cambiamenti di sorta. Un altro momento interessante nelle riflessioni di Van Helmont sul solvente
universale è dato dalla sua equiparazione tra l’Alkahest ed il sal circulatum di Paracelso. L’alchimista
fiammingo espresse per la prima volta questa idea in una lettera dedicata a padre Marin Marsenne
datata quindici gennaio 1631[14]. In risposta al quesito se solo il fuoco potesse riuscire a separare
la materia nei suoi principi costitutivi, Van Helmont scrive di un solvente universale, in grado di
mutare e sciogliere tutti i corpi senza lasciare traccia, citando Paracelso, il quale lo aveva chiamato
nel suo De renovatione e t restauratione sale circolato o dissolto.

In verità in quest’ultima opera paracelsiana[15], come già ci suggerisce in parte il titolo, si tratta di
riportare alla loro essenza perfetta i corpi corrotti e guastati dei metalli, per poi estendere il processo
risanatore alla salute e alla longevità dell’uomo. Tra le medicine più adatte all’opera palingenetica,
Paracelso pone i prima entia di minerali e piante, senza peraltro definire con chiarezza cosa intenda.
In analogia con la materia prima alchemica, è possibile ritenere che il primum ens indichi uno stato
in cui la sostanza ha tutte le sue virtù senza essere ancora coagulata nella sua forma finale. Il sale
circolato viene menzionato da Paracelso solo al termine dell’opera, quando espone le ricette dei prima
entia, senza però chiarire in cosa consista o quale sia la sua composizione. Il sal circulatum, ancora
una volta legato ai prima entia, fa un’altra apparizione nell’Archidoxis [16], la summa chimica
paracelsiana, dove è fornita qualche informazione sul modo di prepararlo, che comprende l’uso dello
spirito di vino e del salgemma. Proprio che lo spirito di vino sia contemplato nella preparazione di un
ingrediente necessario a confezionare il primum ens, rimanda alla quintessenza dei trattati attribuiti
allo pseudo-Lullo. In tali testi la quintessenza è ottenuta tramite l’azione di un solvente alchemico, lo
Spiritus vini, ricavato dalla distillazione del vino. Il legame si rende ancora più evidente per via di un
titolo del quarto libro dell’Archidoxis su cui si è concentrata l’attenzione di Paulo Porto[17], in
cui l’ente primo è definito come quintessenza. Nonostante questo punto di contatto, che fa pensare se
non ad un debito diretto di Paracelso verso il corpus alchemico lulliano, perlomeno a un denominatore
comune, l’alchimista svizzero aveva sempre ferocemente criticato i suoi procedimenti e la sua
concezione di quintessenza, a suo avviso un grave fraintendimento[18].

Anche tramite la mediazione di Paracelso, di certo non l’unica, il percorso intellettuale dell’Alkahest
helmontiano sembra insomma riallacciarsi ai principi della filosofia ermetica. Uno degli
elementi centrali dell’arte era proprio la materia prima metallorum, la condizione primitiva della
sostanza lavorata cui si poteva giungere solo per mezzo di un dissolvente che la liberasse totalmente
dalle sue impurità, una tappa imprescindibile dell’opera ermetica. Ancora prima della Summa
perfectionis di Geber, in cui William Newman ha visto il genitore più remoto del dissolvente
universale helmontiano[19], è possibile rintracciare tale concezione nell’alchimia greco-alessandrina,
che parlava di acqua divina o solforosa.Un altro parente almeno in apparenza meno umido
dell’Alkahest è il fuoco segreto di Artefio e Pontano, topos molto fortunato della letteratura alchemica
di medioevo ed età moderna, destinato a fiorire in un incredibile numero di testi. Tale fuoco è spesso
definito dai testi come acqua che non bagna le mani o acqua ignea; l’ignis aqua, appunto, che anche
Van Helmont adotta come sinonimo del suo dissolvente.

Anche se i passaggi sull’Alkahest rimangono dispersi in tutto l’Ortus Medicinae e negli altri scritti
helmontiani, è molto facile comprendere che, secondo le intenzioni del medico fiammingo, il
rinvenimento dei prima entia dei corpi animali, vegetali e minerali aveva per obiettivo un loro
impiego a fini medici e curativi. Gli enti primi delle sostanze curative, infatti, come alcune piante,
mantengono le virtù originarie prive però delle impurità precedenti. L’Alkahest è quindi un
incredibile strumento per ottenere proprietà medicamentose da sostanze che, se usate allo stato di
natura, risulterebbero inefficaci per specifiche patologie o in ogni caso assai meno valide.Van
Helmont fu anche coinvolto nella ricerca di un elisir di lunga vita, sempre tramite il provvidenziale
ricorso dell’Alkahest. Aveva individuato la materia prescelta nel cedro del libano, sulla scorta dei
passi biblici che lo citano, ma soprattutto di un sogno rivelatore in cui gli apparve la terra sommersa
dal diluvio, con la sola eccezione del Libano che sulle sommità aveva preservato i suoi cedri. A quel
punto per Van Helmont si trattava di ricavare dal cedro il suo primum ens, capace di prolungare la
vita dell’uomo[20].

Per Van Helmont tuttavia già di per sé, e non solo come mezzo deputato all’estrazione di altri farmaci,
l’Alkahest costituisce una medicina prodigiosa, e ciò principalmente in virtù della sua facoltà di
penetrare i corpi con le sue sottilissime particelle. La teoria patologica di Van Helmont ci aiuta a
inquadrare meglio la cosa: esiste una forza o spirito artigiano, che governa il corpo fisico dell’uomo
nel suo complesso, dirigendone lo sviluppo, ed il suo nome è Archeus influus. Oltre ad esso operano
nei diversi organi gli archei insiti, che presiedono alle loro funzioni. La malattia nasce dallo squilibrio
di queste forze, entrate in contatto accidentalmente con le proprietà seminali dei morbi. Pertanto il
rimedio non potrà che consistere in un ripristino della normale funzionalità dell ‘Archeo[21]: «[…]
nulla possibilis esset laetarum virium reaestauratio, ut neque Archei pacatio: et per consenquens
nulla sanatio, si verum usque fit. Quod naturae ipsae sunt morborum medicatrices, earumque
minister medicus». Non vi è alcuna guarigione che non passi da un ripristino delle normali
funzionalità dell’Archeo. Solo l’Alkahest e due altre medicine presenti nei trattati paracelsiani, la
tintura lilei e il mercurio diaforetico, erano in grado di risanare l’Archeo, ma il solvente universale
superava di molto le capacità risanatrici degli altri due farmaci.
Alkahest. fortuna e polemiche

Le teorie di Van Helmont diffusero, e anzi-come abbiamo potuto vedere-mutarono sotto una nuova
veste l’idea di un dissolvente universale, che riportava i corpi alla loro materia prima ed era anche
fornito di meravigliose qualità curative. Tra i sostenitori di Van Helmont, si imponeva il principe
Federico III di Schleswig-Holstein(1589-1653), illuminato mecenate che promuoveva lo sviluppo
delle arti e delle scienze, benefici resi possibili anche dalla sua sostanziale posizione di neutralità
assunta durante la guerra dei Trent’anni. Il principe coltivava anche una passione per l ‘arte
alchemica, tanto da possedere un proprio laboratorio nel castello di Gottorp. Secondo Bernard Joly
Federico III era fortemente interessato ai lavori di Van Helmont, tanto da ottenere dalla vedova dello
studioso fiammingo dell’Alkahest di qualità mediocre.

Otto Tachenius scrisse a Venezia, dove esercitava la professione di medico, la sua Epistula de famoso
liquore[22] dedicandola proprio al principe Federico. L’intento di Tachenius, iatrochimico piuttosto
distante da influenze paracelsiane o ermetiche, era screditare agli occhi del principe le teorie di Van
Helmont e dei suoi seguaci. La lettera è costruita su citazioni dell’Ortus medicinae, che Tachenius
vigorosamente confuta. Accusa Van Helmont di aver frainteso la natura del liquore di Paracelso, ma
estende la sua critica anche agli antichi alchimisti come Basilio Valentino e al paracelsiano Osvald
Crollius. Il medico tedesco oppone alle teorie di Van Helmont la propria esperienza di laboratorio
con le distillazioni sull’aceto e le pratiche con il sale di tartaro e l’antimonio. La stessa esperienza lo
porta a identificare nella sua opera principale, l’Hippocrates chimicus, il solvente di Van Helmont
con l’acido acetico. Una lettura, quella di Tachenius, completamente chimica, che riduce all’Alkahest
a un prodotto piuttosto comune nei laboratori dell’epoca.

Di ben altro avviso è Pierre Jean Fabre (1588-1658), dottore in medicina alla corte di Lugii XIII di
Francia, che nel 1653 inviava al principe Federico il suo Manuscriptum ad Fridericum[23]. Fabre,
dopo aver prima passato in rassegna i topoi generali della ricerca alchemica, come il mercurio
filosofico, dedica gli ultimi sei capitoli dello scritto al dissolvente universale, liquore a suo giudizio
assolutamente necessario per la preparazione della pietra Filosofale. Forse il Manuscriptum
rappresenta il momento a partire dal quale l’Alkahest inizia ad acquisire piena circolazione nella
letteratura alchemica, mentre il più largo numero degli autori, come vedremo, sembra confinarlo negli
usi medici e terapeutici. L’interpretazione dell’Alkahest esposta da Fabre si mantiene perfettamente
nel solco degli adepti: dissolvente e materia prima non sono che lo stesso ente primordiale in forma
liquida, la materia primigenia in cui i principi di zolfo, sale e mercurio sono meravigliosamente uniti
senza alcuna impurità. E’ quindi una dissoluzione della materia su cui si opera, che avviene in
virtù un estremo raffinamento della stessa, in altre parole un processo interno e non l’aggiunta di un
liquore estraneo .

Dopo l’epistula di Tachenius, dobbiamo al medico maceratese Luigi de Conti la prima dissertazione
dedicata principalmente all’Alkahest, la Clara Fidelisque Admonitoria disceptatio[24], edita a
Venezia nel 1661. Il libro è un documento di grande interesse perché rappresenta una critica dei
presupposti di Van Helmont su basi esclusivamente alchemiche, senza cioè che vengano mosse
obiezioni di carattere medico o iatrochimico allo studioso fiammingo che non passino attraverso la
lente dell’antica disciplina di Basilio Valentino.Conti attacca frontalmente la concezione helmontiana
dell’Alkahest, valendosi soprattutto degli antichi testi della tradizione alchemica. E tuttavia nel
confutare la posizione di Van Helmont, colpevole innanzitutto per il medico italiano di aver
ricondotto l’origine di ogni cosa all’acqua, il medico italiano chiama in causa anche il Geber della
Summa perfectionis, che ritiene il nume tutelare dello scienziato fiammingo. Dagli scritti di Geber in
poi si sarebbe affermata, secondo Conti, una visione errata in base alla quale lo zolfo dei corpi sarebbe
da scartare per operare solo sul mercurio. Detto altrimenti, l’alchimia di Van Helmont e con essa il
suo elixir sono irrimediabilmente monche. Il principio sulfureo è sacrificato come una superfluità da
abbandonare, in favore del mercurio ovvero del principio umido dei corpi. Ma ciò a parere di Conti
contraddice le maggiori auctoritates della letteratura alchemica e, naturalmente, la stessa pratica di
questa arte: le operazioni alchemiche si svolgono infatti per mezzo del matrimonio di entrambi i
grandi poli entro cui si produce l’attività di laboratorio, zolfo e mercurio. Secondo il medico
marchigiano, quindi, è’ un difetto nella comprensione dei principi della teoria alchemica a minare
senza rimedio l’Alkahest helmontiano. L’opera di Van Helmont, e con essa anche il suo dissolvente
incontrò una fortuna decisamente maggiore oltremanica. Un vivo interesse verso l’Alkahest e la
medicina paracelsiana era ben presente nel circolo di medici e scienziati che attorniava il poligrafo
Samuel Hartlib[25](1600-1662), con base a Londra ma con una rete di corrispondenze che si
estendeva per tutta l’Europa, e le cui idee elettive erano la pansofia di Comenio e il programma
empirico di Bacone. Il circolo era composto da scienziati, medici, uomini di lettere spesso nella veste
di riformatori sociali e religiosi, e pervaso da una forte simpatia per la filosofia ermetica. I membri
del circolo confidavano nell’avvento imminente di una riforma scientifica basata sull’esperienza, che
avrebbe spazzato via le vecchie conoscenze. Era quindi piuttosto comprensibile che vedessero con
favore l’eredità teorica di Van Helmont.
Lo stesso Hartlib manifesta un forte interesse per il dissolvente universale in una lettera del sedici
marzo 1660 al governatore del Massachusetts John Winthrop. Hartlib cercava l’Alkahest per curare i
suoi disturbi fisici, che attribuiva ad un calcolo alla vescica, malattia all’epoca giudicata inguaribile
se non per intervento di un farmaco fuori dal consueto. George Starkey (1628-1665), alchimista e
medico americano riparato in Inghilterra nel 1650, era indubbiamente tra i più eccellenti membri
londinesi del circolo. Starkey usava il nom de plume di Ireneus Philalethes per scrivere le sue opere
a carattere alchemico, destinate a superare per fama le altre composte con il suo vero nome. Tra queste
l’Alkahest compare in Natures explication and Helmonťs vindication[26], senza che però sia dedicato
al dissolvente un particolare spazio. Va detto che Starkey precisa di non aver voluto includere nel suo
trattato riferimenti alle preparazioni con l’Alkaest, perché- a suo dire- avrebbero distolto i più giovani
dal dedicarsi a medicine più semplici.L’alchimista americano rimanda i lettori interessati a due opere
successive, una più generica sulla pirotecnia, e un’altra appositamente redatta sul liquore di Paracelso,
dove l’Alkahest godrà della trattazione meritata[27]. Nell’opera Starkey prende piuttosto di mira la
tradizionale medicina galenica, che con le sue cure tramite purghe e salassi giudica dannosa e inutile,
mentre esalta i contributi di Van Helmont.

Lo scienziato americano si trovava in questo modo in piena sintonia con le pronunciate simpatie
helmontiane del circolo di Hartlib, dove alcuni membri erano persino in contatto con il figlio di Van
Helmont, Franciscus Mercurius, savant itinerante e animatore di altri circoli, che aveva curato
l’edizione delle opere paterne. Peraltro nelle Ephemerides di Samuel Hartlib del 1650, quindi sino
dai tempi del suo arrivo in Inghilterra, esistono un paio di note intorno ai lavori di Starkey su una
sostanza molto simile all’Alkaest. La Pyrotechny asserted and illustrated[28] offre cinque capitoli
sull’Alkahest, che permettono a Starkey di distinguere tra il prodigioso solvente e il mercurio dei
filosofi dei testi alchemici. Starkey impegna un intero capitolo per insistere sulla diversità tra le due
sostanze. Il solvente di Paracelso è invece il protagonista indiscusso de il Liquor Alchahest[29],
pubblicato postumo nel 1675. Qui Starkey si diffonde più che in ogni altra opera in dettagli pratici e
di laboratorio. L’alchimista americano chiarisce il metodo per ottenere il sale armoniaco dalla
volatilizzazione del sale di urina. Il lettore poteva subito pensarsi premiato dalle generosità di Starkey,
che aveva finalmente illustrato il vero iter per arrivare all’Alkahest, ma verso il termine del libro
Starkey avvisa di aver descritto la preparazione dell’Alkahest volgare e non di quello filosofico. Torna
con il distinguo tra volgare e filosofico, ovvero proprio dell’Arte, il linguaggio alchemico, del resto
fuso ancora in modo inestricabile con i primi sentori di quella che sarò la scienza chimica, inaugurata
dalla rivoluzione quantitativa di Antoine Lavoiser.
Rimanendo sul piano operativo, Il virtuoso americano era inoltre convinto che con la volatilizzazione
del sale di tartaro sarebbe riuscito ad ottenere una sostanza dai corpuscoli finissimi vicina
all’Alkahest, capace di dissolvere moltissime sostanze. Il fine di una tale impresa era la creazione di
un procedimento universale per confezionare farmaci, secondo l’ideale di riforma medica che lo
stesso Starkey perseguiva, di chiara ascendenza paracelsiana ed helmontiana[30]. Già nell’aprile
1651, del resto, Starkey aveva dichiarato all’amico Robert Boyle di voler abbandonare l’usuale
pratica medica, nella quale pure aveva conseguito diversi successi, per dedicarsi esclusivamente alla
ricerca del mercurio filosofico, del primum ens paracelsiano, della pietra filosofale e naturalmente
del solvente universale o Alkahest. In pratica gli arcana della ricerca alchemica e iatrochimica.
Peraltro Starkey era pervaso da un deciso afflato mistico: in una lettera a Boyle del 1652 racconta una
rivelazione sul metodo di fabbricare proprio l’Alkahest, grazie a un genio che gli sarebbe
provvidenzialmente apparso in sogno. Sotto l ‘identità di Philalethes Starkey dedica all’Alkahest un
breve trattato, The Secret of the immortal liquor called Alkahest or ignis acqua[31], cui fa compagnia
un altro libro dove si cita a più riprese il dissolvente, An exposition upon Sir George Ripley’s
epistle.[32] E’ quasi certo inoltre che in The Marrow of Alchemy Filalete torni ad occuparsi del
dissolvente universale, poiché parla di un liquore atto a risolvere ogni corpo nella sua materia
primitiva, che chiama Fire o f Hell, con ogni probabilità una traduzione dell’ignis gehennae
helmontiano.Allegorie e ambiguità tipiche del canone di scrittura alchemico rendono tuttavia quasi
indecifrabili i lavori dell’alter ego di Starkey, di solito decisamente più comprensibile nelle opere
redatte col suo vero nome.

Fin dagli esordi della sua lunga e proficua avventura sperimentale, Robert Boyle (1627-1691), l’uomo
di scienza più celebre della seconda metà del Seicento, rimase attratto dal solvente universale e dai
suoi padri Paracelso e Van Helmont, che salutava come patriarchi tra gli spagirici. Ciò è dovuto per
buona parte al suo sodalizio intellettuale con George Starkey, che proseguì anche dopo la rottura del
medico americano con il circolo Hartlib. Anche Boyle era del resto in contatto con gli esponenti del
circolo, condividendo con loro l’entusiasmo per la ricerca empirica, in cui era insuperato maestro,
ricordando anche solo i suoi esperimenti con la pompa ad aria e sulla salinità del sangue, e per la
iatrochimica di Van Helmont. Al medico fiammingo, da cui fu profondamente influenzato, Boyle
contestava però il principio dell’acqua come sostrato di ogni materia. E tuttavia nel suo Sceptical
Chemist Boyle ripeteva in sostanza la lezione di Van Helmont, affermando che il solvente universale
dopo aver ridotto i corpi, poteva essere recuperato e nuovamente usato, non avendo subito alcuna
variazione in pondere ac numero[33]. Fatto singolare in un’opera che è stata giudicata per lungo
tempo un attacco feroce contro gli alchimisti e i sostenitori della filosofia ermetica. In realtà il
bersaglio polemico di Boyle erano piuttosto alcuni paracelsiani che ancora ritenevano di riportare
tutti i corpi ai tria principia del loro maestro. Contro l’immagine del genio empirico vocato
esclusivamente alla costruzione della futura scienza chimica, la storiografia più recente, soprattutto
tramite le ricerche di Lawrence Principe e William R. Newman[34], ha scoperto uno scienziato che
non si limitava a credere nella possibilità delle trasmutazioni alchemiche , ma aveva aderito agli
obiettivi dell’arte di Geber e Basilio Valentino, ed era fortemente influenzato dai principi della
filosofia ermetica anche nei suoi lavori scientifici. Infatti talmente radicati e vigorosi erano gli
interessi alchemici di Boyle da farlo entrare in corrispondenza, tra il 1677 ed il 1678 con Georges
Pierre, sedicente patriarca di Antiochia di un segreto sodalizio di adepti, probabilmente in gran parte
francesi, l’Asterisme [35]. L’alkahest helmontiano occupava perciò un ruolo importante, se non di
primo piano, nella vita intellettuale e scientifica di Boyle. In un suo elenco di opere databile intorno
1680 compare il trattato Of the Liquor Alchahest and Other Analizing Menstruums, purtroppo
perduto[36].Come nella risposta di Van Helmont a padre Mersenne, il dissolvente universale serve a
Boyle anche a mettere in secondo piano l’attenzione sperimentale verso il fuoco come mezzo
privilegiato per separare e ridurre i corpi nei loro componenti. Oltre che il paradigma del perfetto
solvente, quindi, l’Alkahest diventa un’ipotesi sperimentale.

Recentemente il ritrovamento di alcuni documenti negli archivi della Royal Society ha confermato
ancor una volta quanta fortuna incontrassero ricerche e speculazioni sull’Alkahest presso i virtuosi
del Seicento Inglese[37]. I documenti hanno per oggetto una discussione tenutasi nell’accademia
nell’ottobre 1661, un anno soltanto dopo la fondazione della Royal Society. Nelle note emerge
l’iniziativa di dare sostanza ad un progetto di ricerca per un liquore estratto da animali simile
all’Alkahest. E’ curioso osservare come negli scritti l’Alkahest sia definito liquore immortale e venga
introdotto esponendo sia le teorie di Van Helmont che concetti tipicamente paracelsiani, come i tria
prima. Quindi, come aveva fatto Starkey, il materiale di partenza per lavorare alla produzione del
dissolvente è indicato nell’urina. Promotori di tale indagine erano Henry Oldenburg (ca 1617-1682),
primo segretario della Royal Society ed il dottor Jonathan Goddard. L’impulso alla ricerca era giunto
dal nuovo interesse per l’apparato linfatico degli animali, in cui si riteneva scorresse un umore dalle
proprietà straordinariamente simili a quelle del dissolvente universale. Risulta coinvolto nella rete di
relazioni di Oldenburg, tra le più fitte dell’Europa seicentesca, anche Johann Seger Von Weidenfeld,
autore del monumentale De secretis Adeptorum[38]. Il De secretis, opera dedicata a Robert Boyle,
che Weidenfeld aveva conosciuto di persona, verte sull’Alkahest e sulle distillazioni alchemiche.
Nelle prime pagine Von Weidenfeld chiarisce la sua concezione del dissolvente universale, tagliando
con la tradizione di Paracelso, che pure dichiarava di aver inizialmente seguito [39]:
Quando iniziai ad esaminare più a fondo (i mestrui e solventi paracelsiani) e a confrontare le loro
proprietà con quelle dell’Alkahest, mi accorsi che tra di essi passava la più grande differenza […]
Rimosso allora un tale impedimento passai dai testi di Paracelso alle opere di Basilio, Lullo e di altri
Filosofi di tale levatura, che confermavano con una voce sola ciò che rimaneva disperso tra i solventi
paracelsiani. A quel punto mi fu chiaro e lampante il senso di ogni cosa e appresi con grande
semplicità il modo di prepararli e la loro natura. Mi rimase ignoto solo il massimo arcano, lo Spiritus
vini filosofico, che rivela a chi ne abbia compreso il segreto e lo possieda i più grandi misteri
dell’Arte, gli arcani medici, filosofici, alchemici e magici.

Weidenfeld rifacendosi allo Spiritus Vini si pone in diretta continuità con la linea teorica dello pseudo-
Lullo, già ben nota a Paracelso ma da lui ferocemente criticata. Nella fazione degli “alchimisti”, di
coloro che in altre parole sposavano una lettura completamente alchemica del dibattito sull’Alkahest,
accanto a Pierre Jean Fabre e Luigi de Conti può ben figurare Christian Adolph Baldwin (1632-1682),
colto magistrato di origine sassone, autore dello Aurum superius et inferius [40]. Lo studioso è noto
anche per aver scoperto una forma fosforescente del nitrato di calcio, chiamata da allora phosphorus
balduini, di cui tratta nell’operetta Phosphorus hermeticus sive magnis luminaris[41]. Badwin,
Badouin, o Balduinus, (la grafia del nome oscilla secondo la fonte tra francese, tedesco e latino),
affronta il tema da un’angolatura diversa. E’ infatti un’ altra tradizione di grande fortuna nella cultura
degli operativi di alchimia che emerge dalle pagine di Balduinus, l’idea che esista uno spirito
universale, lo Spiritus Mundi, capace di far circolare nel mondo il proprio alito vitale[42], una forza
che impregna gli esseri che abitano la terra, e persino i minerali che nascono nel suo seno, oggetto
privilegiato delle indagini degli alchimisti. Tale soffio può essere concentrato in un sale particolare,
chiamato magnesia, salpetra o nitrum, che contiene anche i principi dei metalli, zolfo e mercurio ed
il soffio vitale delle creature animate. In virtù dell’analogia tra lo spirito ed il sale atto ad attrarlo, che
Baldwin già nel titolo chiama oro ermetico superiore ed inferiore, si riuscirà ad arrivare alla
preparazione del dissolvente universale. E’ da questa materia prima, dal nitro o sale in grado di attrarre
lo Spiritus Mundi proprio come un magnete fa con il ferro, che potrà essere ottenuto l’Alkahest. Su
una linea di pensiero assai affine si collocava anche sir Kenhelm Digby (1603-1665) con la sua
polvere di simpatia, e pure, con un’attitudine certo più empirica, il medico e iatrochimico John
Mayow (1640-1679), i cui esperimenti col salnitro lo portarono all’ipotesi di uno spiritus nitrus
aereus, una parte dell’aria responsabile di fenomeni come la combustione e la respirazione animale.

Compendio di una stagione di confronti, esperimenti e dotte discussioni sul dissolvente universale, la
dissertazione di Johann Kaspar Wedekind [43] raccoglie digressioni e passi di un nutrito numero degli
autori precedenti, da Paracelso e Van Helmont a Boyle e Starkey. Wedekind tra gli altri attribuisce
molto peso a Johannes Ioachim Becher(1635-1682), studioso di medicina e mineralogia, di cui
presenta il maggior numero di citazioni e per il quale tuttavia l’Alkahest rivestiva un’importanza tutto
sommato periferica. Nell’insieme il lavoro di Wedekind è una silloge piuttosto densa, ma priva di un
giudizio originale sul tema del dissolvente. Per Wedekind, in base all’esame della copiosa letteratura
citata, il dissolvente universale si ricava dai sali dei tre regni di natura: l’urina, il salnitro e il tartaro
di vino.

Quasi al tramonto del periodo d’oro del dissolvente universale, già nel secolo dei Lumi, possiamo
notare come l’Alkahest suscitasse le riflessioni anche di Hermann Boerhaave (1668-1738), medico
di fede calvinista e faro dell’università di Leida. L’accademico e scienziato olandese, titolare di
quattro cattedre e campione dell’osservazione nosologica del paziente, può con buone ragioni essere
ritenuto il precursore del modello di scienza sperimentale destinato a godere della maggior fortuna
nell’età contemporanea. Infatti, erede del fruttuoso matrimonio di Marcello Malpighi tra iatrochimica
e iatromeccanica, Boerhaave si era spinto ancora più avanti rispetto al medico felsineo nell’impresa
della fondazione di una fisiologia meccanicista[44].Lo studioso olandese si occupa del dissolvente
nel suo capolavoro chimico, gli Elementa chimiae[45], nel capitolo sui menstrui. Dopo una rassegna
piuttosto disordinata sulla letteratura dell’Alkahest, che Boerhaave riteneva certo non senza ragioni
ormai molto vasta, lo scienziato dichiara di ricondurre l’Alkahest a due solventi paracelsiani, Il
Circulatum Minus ed il Circulatum Maius. Il primo ottenibile dalla distillazione del sale marino,
mentre il secondo, di gran lunga più difficile ad aversi, si produce tramite l’applicazione di un sale al
mercurio comune. Boerhaave chiama a supporto delle sue tesi brani di Van Helmont e anche di Pierre
Jean Fabre, che ben al contrario, come si è visto, riportava l’Alkahest nel pieno alveo della tradizione
alchemica[46]. Laddove Fabre vede un chiaro richiamo alla ricerca del mercurio filosofico per lo
studioso olandese non vi sono che il mercurio volgare e un solvente salino.

L’incomprensione di Fabre da parte del fautore del meccanicismo biologico è totale. Si sarebbe tentati
di scorgere in essa il momento di cesura tra due discipline, che pur conservando molte affinità nelle
pratiche di laboratorio, sorgono su presupposti diversi. Nell’arco di pochi decenni, tra una prassi di
laboratorio ancora in forte dialogo con l’ars regia degli adepti ed ancora attraversata da una visione
qualitativa della natura, e la chimica di Boerhaave avviene forse un mutamento di paradigma decisivo
per i futuri sviluppi scientifici. Un fantastico itinerario della scienza medica e della philosophia
naturalis giungeva al termine. L’osservazione clinica e la piena recezione dei modelli iatromeccanici
in medicina e fisiologia eressero nuove ma durature barriere per l’incerta ma fascinosa prospettiva di
un farmaco universale e di altri arcana, rimasta patrimonio di quei medici ciarlatani che senza la
competenza dei predecessori iatrochimici ancora percorrevano l’Europa del Settecento[47].
Note

[1]«Alchaest mercurium dicitur preparatus: nonnulli tamen volunt esse tartarum: mens tamen
auctoris facile deprehenditur a preparationis eius descriptione», in MARTIN RULAND, Lexicon
Alchemiae, sive dictionarium alchemisticum, cum obscuriorum verborum et rerum, hermeticarum,
tum Theophrasti Paracelsicarum Phrasium Planant explicationem continens, Zachariae Palthenii,
Frankfurt, 1612, p. 26. Traduzione propria.

[2] Il termine compare negli scritti di Joan Batpiste Van Helmont con tale grafia e così si diffuse nei
trattati di chimica ed alchimia. Sull’equivoca distinzione tra chimica e tradizione alchemica nel
Seicento vedi WILLIAM R. NEWMAN and LAWRENCE M. PRINCIPE, Alchemy vs. Chemistry: The
Etymological origins of a Historiographic Mistake in Early Science and Medicine 3, Brill, Leiden,
1998, pp. 32-65.

[3] M. RULAND, Lexicon Alchemiae, cit., p. 26. Traduzione propria.

[4] BERNARD JOLY, L’Alkahest , dissolvant universel, ou quand la theorie rend pensable une pratique
impossible, in Revue d’Histoire des sciencies, tome 59, n.2-3, Presses Universitaires de France, Paris,
pp. 305-344.

[5] PARACELSUS, Sämtliche Werke, gerausgeben von Karl Sudhoff, Abteilung 1, Band
3, Oldenbourg, Munchen-Berlin, 1929-1933, p. 25. Traduzione propria.

[6] PAULO A. PORTO, “Summus atque felicissimus salium”: the medical relevance of the liquor
Alkahest, in Bullettin of History of Medicine, vol.78, n.1, Spring, John Hopkins University press,
Baltimore, 2002, pp. 1-29.

[7] GERARD DORN, Dictionarium Theophrasti Paracelsi continens obscuriorum vocabulorum, quibus
in suis scriptis passim vtitur, definitiones: a Gerardo Dorneo collectum & plus dimidio auctum,
Frankfurt, 1584.

[8] MICHAEL TOXITES, Onomastica, Strasbourg, 1574.

[9] WALTER PAGEL, Paracelsus, second edition revised, Krager, Basel-New York, 1982, p. 146.
Traduzione propria. Su Parecelso nel suo ruolo di riformatore sociale e religioso, cfr. CHARLES
WEBSTER, Paracelsus: Medicine, Magic and Mission at the End of Time, Yale University Press, New
Haven, 2008.

[10] ID., Paracelsus, p. 201.

[11] Cfr. WALTER PAGEL, Joan Baptista Van Helmont: Reformer of Science and Medicine,
Cambridge University Press, Cambridge, 1982; GUIDO GIGLIONI, Immaginazione e malattia: saggio
su Jan Baptiste van Helmont, Franco Angeli, Milano, 2000.

[12] J. B. VAN HELMONT, Ortus Medicinae id est, initia physicae inaudita: Progressus medicinae
novus, in morborum ultionem, ad vitam longam, Amsterdam, 1648. L’Ortus venne tradotto in inglese
da John Chandler. Cfr. ID., Oriatrike, or physick refined: the common errors therein refuted and the
whole are reformed and rectified, Lodowick-Loyd, London, 1662.

[13] ID., Ortus Medicinae, cit., p. 68. Traduzione propria.

[14] MARIN MERSENNE, Correspondance, ed. Cornelis de Waard, vol. 3, Presses Universitaries de
France, Paris, 1946, p. 33.

[15] PARACELSUS, De renovatione et restauratione, in Sämtliche Werke, cit., Abt. 1, Band 3, pp. 203-
220.

[16] ID., Decem libri Archidoxis…, Sämtliche Werke, cit., pp. 92-200.

[17] PAULO A. PORTO, “Summus atque felicissimus salium”, cit.., p. 13.

[18] Cfr. W. PAGEL, Paracelsus, cit., pp. 243-245.

[19] WILLIAM R. NEWMAN, The corpuscular theory of J. В. Van Helmont and its medieval sources,
in Vivarium, Brill, Leiden, XXXI/1, 1993, pp. 161-191. Newman ha dimostrato come dietro lo
pseudonimo di Geber si celasse il francescano Paolo da Taranto.

[20] Ortus Medicinae, pp. 796-797.

[21] Ibidem, p. 501.

[22] OTTO TACHENIUS, Epistula de famoso liquore Alkahest, Venezia, 1655.


[23] PIERRE JEAN FABRE, Manuscriptum ad Sereniss. Holsatiae Ducem Dn. Fridericum olim
transmissum, res alchymicorum obscurcis extraordinaria perspicuitate explanans, e Museo Gabrielis
Clauderi, in JEAN-JACQUES MANGET, Bibliotheca chemica curiosa, seu rerum ad alchemiam
pertinentium thesaurus instructissimus… vol. I, Chouet, Geneva, 1702, pp. 291-303.

[24] LUIGI DE CONTI, Clara Fidelisque Admonitoria disceptatio practicae manualis experimento
veraciter comprobata, Venezia, 1661. Su Luigi de Conti o Ludovicus de Comitibus cfr. JOHN
FERGUSON, Bibliotheca Chemica I, Glasgow, 1906, p. 173.

[25] Sul circolo di savants che si radunava intorno a Samuel Hartlib e più in generale sul clima
culturale e scientifico del Seicento puritano inglese Charles Webster e Cristoph Hill. Cfr. Samuel
Hartlib and the advancement of learning, edited by Charles Webster, Cambridge University Press,
London, 1970; CRISTOPH HILL, The World turned upside down: Radical Ideas During the English
Revolution, Penguin books, London, 1972. Per un esame critico della storiografia di Hill si veda
DAVIDE ARECCO, Una storia sociale della verità, Aracne, Roma, 2012, pp. 133-168.

[26] G. STARKEY, Natures explication and Helmonťs vindication, printed by E. Coates fot Thomas
Alsop, London, 1657.

[27] ID., Natures explication and Helmonťs vindication, cit., pp.294-295.

[28]G. STARKEY, Pyrotechny asserted and illustrated, to be the surest and safest means for Arts
Triump over Natures Infirmities, printed by R. Daniel for S. Thomson, London, 1658.

[29] ID., Liquor Alchahest, or a Discourse of That Immortal Dissolvent of Paracelsus and Helmont,
W. Gademan, London, 1675.

[30] Cfr. WILLIAM R. NEWMAN and LAWRENCE M. PRINCIPE, Alchemy Tried in the Fire: Starkey,
Boyle and the Fate of Helmontian Chymistry, University of Chicago press, Chicago, 2002, pp. 136
e segg. Per quanto concerne fortuna e diffusione degli scritti di Van Helmont presso il circolo
di Hartlib, cfr. A. CLERICUZIO, From van Helmont to Boyle. A study of the transmission of Helmontian
chemical and medical theories in seventeenth-century England, in British Journal for the History of
Science, 26, Cambridge University Press, Cambridge,1993, pp. 303-334 .

[31] IRENEUS PHILALETHES, The Secret of the immortal liquor called Alkahest or ignis acqua,
London, 1683.
[32] ID., An exposition upon Sir George Ripley’s epistle, in Ripley Reviv’d: or, an Exposition upon
Sir George Ripley’s Hermetico-Poetical Works…, printed by Tho. Ratcliff and Nat. Thompson, for
William Cooper at the Pelican in Little-Britain, London, 1678.

[33] ROBERT BOYLE, The Sceptical Chemist, London, 1661, pp. 76-78.

[34] LAWRENCE M. PRINCIPE, The Aspiring Adept. Robert Boyle and his alchemical quest, Princeton
University press, Princeton, 1998; Alchemy Tried in the Fire, cit.

[35] ID., The Aspiring Adept, pp. 115-134.

[36] Ibidem, p. 184.

[37] ANA MARIA ALFONSO-GOLDFARB, MÁRCIA HELENA MENDES FERRAZ and PIYO M. RATTANSI,
Lost Royal Society documents on “Alkahest” rediscovered, in Notes And Records of the Royal
Society, Royal Society Publishing, London, 64, 2010, pp. 435-456, published online 29 September
2010.

[38] JOHANNES SEGER VON WEIDENFELD, De secretis Adeptorum sive de usu Spiritus Vini Lulliani
Libri IV, Hamburg, 1685. Trad. it. I segreti degli Adepti, Mirdad, Torino, 2005.

[39] ID., De Secretis Adeptorum, cit., pp. 5-6. Traduzione propria.

[40] CHRISTIANUS ADOLPHUS BALDUINUS, Aurum superius & inferius aurae superioris & inferioris
hermeticum, Frankfurt- Leipzig, 1675. Su Balduinus o Baldwin, cfr. J. FERGUSON, Bibliotheca I, cit.,
p. 68. Vedi inoltre ALESANDRO BOELLA e ANTONELLA GALLI, Divo Sole. La teurgia solare
dell’alchimia, Mediterranee, Roma, 2011, pp. 204-206. Baldwin apparteneva col nome di Hermes
all’Accademia Naturae Curiosorum, poi ribattezzata Leopoldina nel 1687 da Leopoldo I d’ Asburgo.

[41] ID., Phosphorus hermeticus sive magnis luminaris, in appendice a Aurum superius& inferius,
cit.

[42] Troviamo un interessante precedente di questa visione oltre che nella letteratura medievale di
indirizzo alchemico anche nelle opere della scuola di Chartres, in particolare in Gugliemo di Conches
ed Abelardo.

[43] JOHANN KASPAR WEDEKIND, Dissertatio inauguralis medica de Alkahest, Erfurt, 1685.
[44] Cfr. PAOLO ALDO ROSSI, Metamorfosi dell’idea di Natura, Erga, Genova, 1999, pp. 288-291.

[45] HERMANN BOERHAAVE, Elementa chemiae, 2 Vols., Severinus, Leiden, 1732. Sugli effetti che
il credo calvinista ebbe sul pensiero e la prassi clinica di Boerhaave cfr. RINA KNOEFF, Herman
Boerhaave (1668-1738) Calvinist Chemist and Physician, Royal Netherlands Academics of Arts and
Sciences, Amsterdam, 2002.

[46] ANA M. ALFONSO-GOLDFARB, MÁRCIA H. M. FERRAZ and SILVIA WAISSE, Chemical remedies
in the 18th Century: mercury and Alkahest, in Circumscribere, Center Simão Mathias for Studies in
the History of Science, São Paulo, 7, 2009, pp. 19-30.

[47] Cfr. DAVID GENTILCORE, Il sapere ciarlatanesco. Ciarlatani, fogli volanti, e medicina nell’Italia
moderna, in PAOLI MARIA PIA (a cura di), Saperi a confronto nell’Europa dei secoli XIII-XIX,
Edizioni Ets, Pisa, 2009, pp. 375-393.