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Assolutismo

Teoria del regime monarchico privo di condizionamenti giuridicamente e teoricamente


riconosciuti, che ebbe auge negli stati nazionali tra XII e XVIII secolo in Europa.

DALL'ANTICHITÀ ALL'OTTOCENTO
Le radici etimologiche e concettuali del termine risalgono al diritto romano e
principalmente alle due celebri massime del giureconsulto romano Ulpiano (II-III secolo
d.C.) «quod principi placuit legis habet vigorem» (ciò che piace al principe ha valore di
legge) e «princeps legibus solutus est» (il principe è svincolato dalle leggi), che indicano
la potestas absoluta che si riconosceva alla figura del principe.
Questi concetti furono fatti propri dai giuristi e dai glossatori medievali di Bologna
(specie quelli della scuola di Irnerio), Montpellier e Salamanca quando, tra XII e XIII
secolo, riprese vigore lo studio del diritto romano. Pur senza formare un corpo dottrinale
compatto, le idee sulla potestas absoluta erano molto diffuse e Dante le raccolse nella
Monarchia, vero trattato politico in difesa dei diritti dell'impero contro il papato.
Tuttavia i giuristi medievali affermarono anche che «quod omnes tangit ab omnibus
approbari debet» (ciò che tocca la collettività deve avere l'approvazione della collettività),
massima che veniva utilizzata per temperare il rigore autoritario delle affermazioni sul
potere assoluto del principe e che costituì il supporto ideologico delle variegate forme in
cui si espresse il parlamentarismo in età medievale e in età moderna.
J. BODIN, nei Sei libri della repubblica (1576, ed. it. 1588), fornì l'interpretazione
classica del potere assoluto come potere esercitato dal monarca senza limite alcuno (salvo
quelli derivanti dalla legge divina e da quella naturale) e come sovranità legislativa
indivisibile.
Tale concezione del potere portava a unificare nel re la figura del giudice supremo,
tipica della concezione medievale della regalità, con quella del legislatore. Non sempre,
però, l'elaborazione dottrinale dell'assolutismo coincise con la realtà delle monarchie
europee del XVI e XVII secolo.
Il rafforzamento dell'autorità regia su tutta una serie di poteri intermedi fu un processo
lento, contraddittorio e che attraversò tutto l'ancien régime. T. HOBBES nel Leviatano
(1651), scritto nel corso della guerra civile che negli anni Quaranta del XVII secolo
travagliò l'Inghilterra, si fece assertore della necessità di uno stato forte nelle sue
prerogative, che garantisse la convivenza civile tra gli uomini riscattandoli dall'originario
caotico stato di natura.

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Nel corso del Settecento, come nell'Ottocento costituzionalista e liberale, il termine
assolutismo tese a caricarsi di valenze semantiche negative, che ponevano in rilievo
l'illimitatezza, se non l'arbitrarietà, del potere monarchico nelle forme in cui si era
espresso fino ad allora.

LA STORIOGRAFIA CONTEMPORANEA
All'interno della storiografia contemporanea il dibattito sull'assolutismo coincise quasi
sempre con quello sulle origini, sui caratteri e sullo sviluppo dello stato moderno.
Processi di accentramento politico, creazione di solidi apparati burocratici,
costituzione di corpi diplomatici e di eserciti permanenti, organizzazione di più efficienti
e capillari sistemi di prelievo fiscale furono visti come gli elementi costitutivi dello stato
moderno nell'età dell'assolutismo.
Il tutto portò a individuare, almeno fino agli anni Cinquanta del Novecento, nella
borghesia la classe che, concedendo il proprio appoggio al sovrano nella lotta contro i ceti
privilegiati, avrebbe costituito il più valido sostegno dell'assolutismo regio.
Queste considerazioni, fatte soprattutto dal sovietico D.S. SKASKIN in occasione del
Congresso internazionale degli storici tenutosi a Roma nel 1955, furono successivamente
sottoposte a critica serrata da parte di quanti negavano l'opportunità e la possibilità di
unificare, sotto il termine generico di borghesia, un insieme di gruppi sociali o di
individui caratterizzati da differenti condizioni e comportamenti riguardo al lavoro, alla
proprietà e alle fonti di reddito, oltre che da coloro che negavano lo stesso carattere
antinobiliare della monarchia assoluta.
Il dibattito sulla crisi del Seicento e quello, con esso correlato, sulle rivolte popolari,
sviluppatosi negli anni Sessanta a ridosso della pubblicazione in Francia del libro di B.F.
PORCHNEV, Lotte contadine e urbane nel Grand siècle, fornì ulteriori elementi di
valutazione attorno alla natura della monarchia assoluta, anche se intatta rimaneva la
visione di uno stato moderno europeo contraddistinto da una forte caratterizzazione di
classe.
Non frutto di un accordo tra la borghesia e il monarca, secondo PORCHNEV
l'assolutismo individuava formazioni statali di stampo prettamente feudale, dominate da
ceti nobiliari che avevano tuttavia impostato in modo diverso rispetto al passato i propri
rapporti con il potere regio e con i gruppi di "officiali" che la rappresentavano, e la
rendita feudale continuava a dominare l'economia degli stati, anche se nel XVII secolo

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essa assumeva la forma di una rendita feudale accentrata (la fiscalità regia) che
progressivamente prendeva il posto della rendita feudale locale, appannaggio del signore.
Sostanzialmente concorde con quella di PORCHNEV, anche se più articolata, era la
posizione di P. ANDERSON (Lo stato assoluto), secondo il quale le monarchie assolute
affermatesi nell'Europa occidentale nei secoli XVI-XVIII, lungi dall'essere l'espressione
di un equilibrio tra le diverse classi sociali garantito dal re o il frutto della straordinaria
ascesa dei ceti borghesi verificatasi in Europa nel corso del Cinquecento, furono il nuovo
e più sofisticato strumento di dominio dei ceti nobiliari.
Ma l'assolutismo, secondo ANDERSON, disponeva di una forza coattiva capace di
disciplinare gli stessi gruppi nobiliari e, soprattutto, risultava sovradeterminato dallo
sviluppo del capitalismo. Da qui il paradosso dello stato assoluto: tipo di governo
funzionale alla protezione dei privilegi dell'aristocrazia, esso utilizzò mezzi che
simultaneamente garantivano gli interessi delle classi mercantili e manifatturiere. Pur non
annullando completamente il ruolo politico della nobiltà, l'assolutismo si sarebbe trovato,
così, a svolgere un ruolo progressivo nella storia europea dell'età moderna.
Alcuni saggi apparsi tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta sulla rivista
inglese "Past and Present" (ed. it. in Le origini dell'Europa moderna. Rivoluzione e
continuità, a.c. di M. Rosa, 1977), proseguendo idealmente il dibattito iniziato da E.J.
HOBSBAWM e da H.R. TREVOR ROPER sulle pagine della stessa rivista, nel delineare i
diversi aspetti della crisi del Seicento forniscono ulteriori elementi di valutazione sul
problema dell'assolutismo. Al centro dell'interesse erano ancora una volta la natura della
formazione statale che a esso si richiamava e la composizione delle forze sociali che lo
sostenevano.
D. PARKER, riflettendo sui caratteri della monarchia assoluta nella Francia del XVII
secolo, poneva in evidenza i legami della borghesia urbana con la nobiltà feudale e,
quindi, il suo carattere subalterno; tesi ben diverse sosteneva la storica sovietica A.D.
LUBLINSKAYA che in French Absolutism: the Crucial Phase 1620-29 (1968) sottolineava
la funzione progressista delle città e delle loro elite e il sostegno da loro fornito nei primi
decenni del Seicento alla lotta della monarchia contro le forze centrifughe nobiliari che
costituivano la più seria minaccia allo sviluppo capitalistico.
Vero punto di snodo tra i dibattiti sulla crisi del Seicento, sulla transizione, sullo
sviluppo del capitalismo in Europa, sulla formazione dello stato moderno, la discussione
sul tema ha, negli ultimi anni del Novecento, relegato in secondo piano le questioni
relative alla natura e al carattere dell'assolutismo, anche perché si è rivelato più difficile

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definire ruoli e posizioni di gruppi sociali che non possono essere caratterizzati né in
senso esclusivamente nobiliare né in senso prettamente borghese.
Si è messo recentemente in evidenza anche il peso delle reti clientelari che legavano il
monarca assoluto alle variegate elite locali e si è considerato in modo diverso il ruolo
ricoperto dai funzionari, per esempio gli intendenti, che, inviati nelle province, avevano
non tanto il compito di imporre l'autorità centralizzatrice del sovrano quanto quello di
omogeneizzare i ceti dominanti locali e di legarli a una politica statale che per funzionare
utilizzava gli strumenti del patronage.

• C. Costantini, L. Guerci, Le monarchie assolute, Utet, Torino 1984-1986; A. Musi, Stato e


pubblica amministrazione nell'ancien régime, Guida, Napoli 1979; E. Rotelli, P. Schiera, a c. di,
Lo stato moderno, Il Mulino, Bologna 1971-1974.
A. Spagnoletti