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Presentazione

«André tratta gli argomenti con competenza, ma senza la presunzione di presentare scoperte o verità
infallibili.» Corriere della Sera
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità un adulto su due ha delle paure, e il 12 percento della
popolazione mondiale ha delle fobie. La paura è un’emozione normale, se controllata e regolata, ed è
anche un sistema di allarme: attira l’attenzione su un pericolo per consentirci di fronteggiarlo. È quando il
sistema si inceppa e la paura si trasforma in fobia che cominciano i guai. Chi ha paura della paura? è un
libro di consultazione per comprendere come e perché i meccanismi che regolano le nostre paure a volte
si inceppino, permettendo alla parte irrazionale di prendere il sopravvento. Non si sceglie di aver paura,
figuriamoci di avere troppa paura. Si può, invece, scegliere di capire meglio la paura. Per predisporsi ad
agire più efficacemente nei suoi confronti... Attraverso racconti sorprendenti, e a volte sconcertanti, uno
dei migliori specialisti francesi di paure e fobie ci porta con sé nelle sue sedute di terapia e, partendo
dalla sua esperienza di medico e di psicoterapeuta, ci spiega come affrontare le nostre paure.

Christophe André è medico psichiatra all’ospedale Sainte-Anne a Parigi ed è specializzato nella


psicologia delle emozioni. I suoi libri hanno riscontrato enorme successo; Corbaccio ha pubblicato La
stima di sé e La forza delle emozioni (entrambi scritti con François Lelord) Vivere felici, Chi ha paura
della paura?, Imperfetti e felici, Quattro lezioni di pace interiore e, illustrati a colori, Dell’arte della
felicità e Dell’arte della meditazione.
Titolo originale: Psychologie de la peur

Traduzione dall’originale francese
di Lucia Corradini Caspani

In copertina: Illustrazuione e grafica di Elena Leoni / Booh.it

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
© Odile Jacob, Août 2004
© 2005 Casa Editrice Corbaccio s.r.l., Milano © 2013 Garzanti Libri S.p.A.
Casa Editrice Corbaccio è un marchio di Garzanti Libri S.p.A.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

www.corbaccio.it

ISBN 978-88-6380-605-2

Prima edizione digitale 2013


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Al mio amico Michel, che non ubbidiva mai alle sue paure
INTRODUZIONE



Era una bella giornata.
Sono andato a visitare un’avicoltura con Sandrine. Ci siamo avvicinati alle gabbie e abbiamo osservato
gli uccelli a pochi centimetri di distanza. Non le era mai capitato di vederli così da vicino. Lei che ne ha
tanta paura...
Poi ho fatto acquisti con Jacques. Ci siamo soffermati a lungo davanti ai ripiani, abbiamo fatto più volte
la coda alla cassa. E lui, che temeva di avere una sincope, non l’ha avuta: Jacques ha una paura terribile
di essere fulminato da un malore se rimane troppo a lungo in piedi...
Un po’ più tardi, ho discusso con Odile della sua paura di soffocare, se rimane chiusa in un ascensore
bloccato o in una toilette. Poi abbiamo fatto una prova. Vi racconterò dove e come...
Più tardi ancora, mi sono ritrovato a urlare forte nel metrò con Sophie e con Étienne. Sulle prime i
passeggeri avevano l’aria vagamente divertita, ma poi hanno ripreso la lettura dei giornali. Sophie ed
Étienne hanno potuto constatare che la loro paura di rendersi ridicoli non li aveva uccisi. E li aveva
disturbati meno del previsto...
Ah, dimenticavo: con Élodie, che ha una paura terribile della morte, mi sono recato al cimitero di
Montparnasse per camminare tra le tombe, leggere i nomi dei defunti, sia celebri sia sconosciuti, pensare
a loro, toccare le loro pietre tombali. Abbiamo visto la vita pacificamente mescolata alla morte. Élodie,
che non considerava mai i cimiteri sotto questo aspetto, ha riflettuto molto...
A seconda dei momenti, abbiamo avuto la tremarella, siamo andati avanti, siamo tornati indietro,
abbiamo discusso, abbiamo riflettuto. Spesso abbiamo sorriso, e per ben due volte abbiamo anche riso.
Una volta con Jacques, quando i sorveglianti del grande magazzino sono venuti a controllare che cosa
stessimo facendo, assorti da un quarto d’ora nella contemplazione dell’espositore di spazzolini da denti,
come avremmo potuto spiegare loro che stavamo cimentandoci in un esercizio per padroneggiare la sua
paura di sentirsi male da un momento all’altro? Stessa situazione con Sophie, quando un passeggero del
metrò è venuto a chiederle dove fosse la telecamera nascosta, convinto che le nostre urla venissero
filmate segretamente per un programma televisivo.
Paure preziose, che talvolta ci salvano. Paure dolorose, che ci colpiscono nella carne. Paure insidiose,
che limitano la nostra libertà. Da quasi vent’anni curo persone che soffrono di paure eccessive, e
accompagno i miei pazienti in tutti i luoghi che li spaventano, cercando di aiutarli a lottare contro le loro
paure. Il coraggio e l’energia a cui ricorrono per affrontarle dimostrano che si trovano a una distanza di
anni-luce da quello che certa gente pensa di loro: i fobici sono considerati individui deboli, rassegnati,
che si accontentano della loro situazione.
Questo libro è destinato e dedicato a loro. Propone la sintesi delle conoscenze di cui disponiamo
attualmente a proposito di paure e fobie: perché tutti abbiamo paura? E perché alcuni di noi sono vittime
di paure eccessive e patologiche, le cosiddette «fobie»? È colpa loro? E soprattutto, è possibile guarire
definitivamente dalle proprie paure?
Capitolo 1

PAURE NORMALI E PAURE PATOLOGICHE



Bisogna prestare ascolto alle proprie paure: sono un sistema di allarme prezioso davanti
ai pericoli. Ma non bisogna soggiacervi, perché talvolta il sistema si guasta. Come una
specie di allergia, la paura sfugge al controllo e diventa fobia.
Non si è responsabili di queste paure violente, eccessive, incontrollabili, così come non
lo si è delle proprie allergie, del diabete o dell’asma.
Non si sceglie di aver paura, figuriamoci di avere troppa paura. Ma si può invece
scegliere di capire meglio la paura. Per predisporsi ad agire più efficacemente nei suoi
confronti...

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«Tutti gli uomini hanno paura. Tutti. Chi non ha paura non è normale...»
Jean-Paul Sartre


I miei cugini alpinisti hanno paura dell’alta montagna. Non si tratta di panico, ma di quella che
definiscono una «paura sana», una paura rispettosa: sanno che le vette e i ghiacciai sono luoghi magnifici,
ma pericolosi. E sanno anche che spesso è proprio la mancanza di paura, per inesperienza o per
presunzione, a provocare incidenti. La loro paura è salutare.
Bertrand ha paura degli squali. L’origine della sua paura risale a una data precisa: Lo squalo! Da
quando ha visto quel film, se gli capita di nuotare lontano da riva, o peggio ancora al largo durante un
giro in barca a vela, automaticamente pensa allo squalo che si avvicina lentamente, e sceglie da quale
boccone inizierà a sfamarsi. Si costringe a rimanere nell’acqua, ma non nuota rilassato... La paura lo
intralcia.
Una mia amica ha paura di prendere l’aereo. Si tratta di un genere di paura molto più fastidioso: prima
di tutto perché è più frequente, e più necessario, dover prendere un aereo che non nuotare al largo. In
secondo luogo perché la sua paura è più intensa e difficile da controllare. La mia amica evita il più
possibile di viaggiare in aereo. Se proprio non può farne a meno, ricorre a un cocktail di alcolici e
tranquillanti che l’aiutano, per dirla con le sue parole, «a prendere il volo senza perdere la testa».
Durante il viaggio è dunque in una situazione semicomatosa, tiene gli occhi chiusi ma contratti, e sobbalza
a ogni minimo scricchiolio del ripiano per i bagagli. La paura la fa soffrire.
Un giorno ho conosciuto una paziente che non usciva di casa da più di vent’anni: aveva paura che
l’allontanarsi troppo dalla base di partenza la esponesse al rischio di essere colpita da un malore
fulminante. L’agorafobia, il nome scientifico della sua paura, costituiva per lei un handicap molto grave,
e le aveva rovinato irreparabilmente la vita.
Tutti sperimentiamo la paura, in presenza di un pericolo o di fronte alla minaccia del suo manifestarsi:
la paura è un’emozione detta «fondamentale», ossia universale, inevitabile e necessaria. Come tutte le
specie animali, l’essere umano è programmato dalla natura e dall’evoluzione per avere paura in presenza
di certe situazioni. Abbiamo bisogno della paura, perché rappresenta un segnale d’allarme destinato a
renderci più vigili davanti ai pericoli e ad aumentare di conseguenza le nostre speranze di sopravvivere.

LA PAURA: UN SISTEMA DI ALLARME


Immaginate l’allarme di un’automobile o di una casa. Normalmente scatta soltanto in caso di effrazione o
di incendio, per esempio. Deve manifestarsi proprio in quel momento e solo in quel momento, abbastanza
forte da poter essere udito, ma non così forte da seminare il panico nel vicinato. Deve durare abbastanza
a lungo da attirare l’attenzione, ma deve poi potersi spegnere, per consentire di risolvere con calma il
problema.
Nel nostro organismo esistono anche sistemi di allarme naturali. Il riflesso del tossire, per esempio. Se
vi trovate in un ambiente fumoso o inquinato, incominciate a tossire: la tosse nasce da uno spasmo
bronchiale (i bronchi si restringono per limitare l’ingresso dei veleni) e dalle contrazioni della laringe
per espellere gli eventuali corpi estranei. È dunque utile, perché segnalandovi che continuare a respirare
quell’aria crea inconvenienti, protegge i vostri alveoli polmonari. Ma un attacco d’asma che si scatena in
presenza di qualche milligrammo di polline di fiore costituisce una reazione d’allarme inutile: quel
polline non rappresenta un pericolo. In questo caso il problema non è costituito dall’ambiente, ma dal
sistema di difesa difettoso La difficoltà di respiro e la tosse secca spossante dell’asmatico durante un
attacco sono più deleterie che utili.
Lo stesso vale per la paura.
La paura è un segnale d’allarme, la cui funzione, che del resto è la medesima per tutti i segnali
d’allarme, consiste nell’attirare la nostra attenzione su un pericolo, per consentirci di affrontarlo nel
migliore dei modi. I problemi sorgono quando il segnale d’allarme non è regolato correttamente.

Che cos’è una paura normale?


Una paura normale è un allarme efficacemente calibrato sia nella sua attivazione sia nella sua
regolazione. Per quanto riguarda l’attivazione, osserviamo che l’allarme di paura scatta soltanto a ragion
veduta, di fronte a un pericolo vero, e non alla possibilità oppure al ricordo di un pericolo. Tiene conto
del contesto: se vi trovate a tre metri da una tigre nella giungla, vi spaventate, mentre, se la tigre è in
gabbia, la paura rimane limitata. E soprattutto la sua intensità è direttamente proporzionale al pericolo:
consente di agire in modo adeguato. Per esempio, vi fa indietreggiare lentamente davanti a un serpente
pronto a mordere, invece di fuggire correndo. Ovviamente possono verificarsi errori e falsi allarmi: sono
i casi in cui si ha paura «per niente», perché la natura ritiene che sia meglio aver paura a torto che
spaventarsi quando ormai è troppo tardi. Ma questi falsi allarmi sono occasionali e controllabili.
Per quanto riguarda la regolazione, la paura normale si spegne rapidamente e facilmente non appena il
pericolo è passato, quando ci si è resi conto che non era poi così minaccioso. È il caso delle paure legate
alla sorpresa: rumori violenti, persone che arrivano silenziosamente alle nostre spalle. Questa
regolazione rapida della paura riflessa facilita l’azione di adattamento: quando ha svolto il suo ruolo di
segnale d’allarme, la paura deve diminuire, altrimenti diventa inutile e pericolosa. Come vedremo in
seguito, una paura non regolata provoca il cosiddetto «attacco di panico», che annienta le capacità di
adattamento dell’individuo e lo paralizza completamente: è il corrispettivo dell’attacco d’asma in un
allergico. La paura normale può essere modulata, calibrata su un dato pericolo. Posso regolarne la
sensibilità verso l’alto o verso il basso in funzione del contesto e dei miei bisogni: sul mio computer
mentale, non mi affido al software della paura per andare a far la spesa nel mio quartiere, ma lo attivo se
devo camminare nella giungla oppure di notte in un quartiere mal frequentato. Posso esercitare un
controllo relativo su questa «programmazione» delle mie paure.
Un buon esempio di paura adeguata è la sensazione che provate durante un’escursione in montagna
quando camminate su un sentiero troppo ripido: uno sguardo sul vuoto che si spalanca accanto a voi vi
segnala che una caduta sarebbe mortale, data l’altitudine del dislivello e le rocce aguzze più in basso.
Provate dunque un po’ di paura. Ma sapete anche che camminando lentamente e guardando dove posate i
piedi, non avete motivo di cadere. Si tratta dunque di una paura controllabile, tuttavia è utile che
l’abbiate provata: la paura vi protegge. Vi dissuade dal camminare guardando soltanto il maestoso
paesaggio che vi circonda: in questa fase pericolosa dell’escursione, dovete o camminare o guardare.

Quando una paura diventa patologica?


Una paura patologica corrisponde a un allarme difettoso, per quanto concerne sia l’attivazione sia la
regolazione.
L’attivazione è abnorme: la paura si scatena troppo spesso, di fronte a soglie di pericolo troppo basse.
Siete vittime di falsi allarmi frequenti, come un animale braccato, una gazzella sull’orlo di una pozza
d’acqua, che sobbalza e si dà alla fuga al minimo rumore o stormir di foglie. La paura si scatena in modo
troppo violento, non è flessibile, è «tutto o niente»: la paura non è modulata e diventa ben presto panico.
Questa rigidità nello scatenamento della paura, questo funzionamento del tipo stimolo- risposta, è
estenuante. «Mi sento sempre come un animale braccato», mi diceva un paziente affetto da fobie sociali a
proposito di quando usciva per strada o entrava nei negozi, «e ho sempre paura che qualcuno mi rivolga
la parola, perché subito arrossirei e mi metterei a tremare o a sudare in modo assurdo, per un motivo
banale.»
La regolazione è altrettanto abnorme: l’allarme di paura non è modulato, e rischia di degenerare ben
presto in panico incontrollabile. Per questo molti pazienti fobici soffrono di un fenomeno chiamato
«paura della paura»: «Quando incomincio ad aver paura, inizio anche a temere che questa sensazione si
trasformi nel panico più totale, che mi renderà completamente folle e mi indurrà a fare qualsiasi cosa,
anche il contrario di quello che in realtà bisognerebbe fare». La paura patologica impiega molto tempo a
scemare e a sedarsi. Infine, tende a riaccendersi molto facilmente: è il fenomeno del ritorno della paura.
Quanto più violentemente e frequentemente ho paura, tanto più forte e più spesso la paura si rifarà sentire.
I soggetti fobici possono anche soffrire di autentiche «accensioni spontanee» della paura: per esempio,
chi ha paura di arrossire, può arrossire in modo assurdo anche al telefono quando nessuno lo vede, o
anche limitandosi a pensare al rischio di arrossire, persino parlando della pioggia e del bel tempo. Un
altro esempio: gli attacchi di panico spontanei o notturni in chi soffre di agorafobia, quelle crisi
d’angoscia che possono verificarsi anche a distanza dalle situazioni angoscianti...
Riprendiamo l’esempio precedente di un’escursione in montagna, ma questa volta dal punto di vista di
un soggetto che soffre di acrofobia, ossia di fobia del vuoto e non di una semplice paura. Passando sul
sentiero molto ripido, e gettando un primo sguardo al baratro, il soggetto si sente paralizzato dal terrore.
Il suo corpo diventa un caleidoscopio di sensazioni spaventose e inquietanti: tachicardia, gambe che
cedono, tremori, mal di pancia da fifa, giramenti di testa... La sua mente è invasa da visioni di cadute
spaventose: vede se stesso precipitare nel vuoto, il corpo che si schiaccia e si lacera sulle rocce aguzze
più in basso. Impossibile distogliere l’attenzione da queste immagini. Il malessere è tale che il soggetto
inizia a dubitare di se stesso: non finirà per lanciarsi nel vuoto, spinto da un impulso suicida? Si
aggrappa a una roccia: impossibile procedere oltre. Una volta ben addossato alla parete, chiude gli occhi
per non vedere più quelle cime vertiginose, quegli orizzonti spaventosi perché illimitati. Non potrà far
altro che concludere l’escursione a piccoli passi, scortato da tutti i suoi compagni, comprensivi o
infastiditi: uno davanti, uno dietro e uno tra lui e il precipizio, per impedirgli di vederlo...
Queste paure patologiche sono il terreno su cui si sviluppa la fobia: ma dove si colloca la soglia tra
paure patologiche e patologie della paura?
DALLE PAURE MORBOSE ALLE MALATTIE DELLA PAURA:
LE FOBIE

La sfumatura tra paura normale e paura fobica non è percepibile nella lingua francese o in quella italiana,
ma lo era per esempio nella Grecia antica. I greci disponevano di due parole per indicare le loro
apprensioni: dèos, che significava un timore meditato e mentale, controllato; e phobos, che descriveva
una paura violenta e irrazionale, accompagnata da fuga.

Qual è la differenza tra paura e fobia?


Supponiamo che abbiate paura dei ragni. Scendere in cantina non vi farà certo piacere, ma la prospettiva
di risalirne con una bottiglia di vino buono per accogliere i vostri ospiti vi aiuterà a superare il disgusto
per gli insetti. Analogamente, non vi lascerete spaventare dall’idea di passare un week-end in campagna
a casa di amici per il solo fatto che potrebbe esserci qualche ragno sul soffitto. Del resto, se mai ne
troverete uno, lo schiaccerete senza pietà. Ma se invece avete una paura fobica dei ragni, vi rifiuterete
categoricamente di salire in soffitta a cercare vecchie foto di famiglia, e neppure le minacce potranno
convincervi a farlo. La prospettiva di andare in vacanza in un paese esotico, infestato da grossi ragni, vi
ossessionerà con molti mesi di anticipo. E quando vi trovate faccia a faccia con un ragno, vi sentite
talmente spaventati che rischiate di non riuscire nemmeno a schiacciarlo.
Una fobia è caratterizzata da un certo numero di sintomi:

– una paura molto forte, che può anche trasformarsi in attacco di panico;
– questa paura è spesso incontrollabile;
– essa implica il tentativo di aggirare, tutte le volte in cui è possibile, oggetti o situazioni fobogeni;
– se è necessario affrontarla, e talvolta è impossibile fare diversamente, la sofferenza è estrema;
– la paura provoca un handicap, legato all’anticipazione ansiosa delle situazioni e agli evitamenti. Le
fobie non mettono in pericolo la vita, ma possono distruggere la qualità della vita.

Ovviamente esistono forme intermedie tra paure normali e paure fobiche, ossia paure che non sono più
normali pur non essendo ancora fobie. Queste paure entre-deux dipendono strettamente da piccoli
particolari dell’ambiente. Per esempio, le paure sociali, come la paura di parlare in pubblico, hanno
innumerevoli sfumature che si collocano tra due estremi: da una parte soggetti che non hanno mai neanche
un po’ di fifa, e dall’altra quelli che, decisamente fobici, non riescono ad aprir bocca davanti a più di due
persone. Per la maggior parte degli individui tutto dipende dal numero dei presenti (dieci o cento
persone), dalla loro presunta benevolenza, dalla loro familiarità (conosciuti o estranei), dalle loro
capacità (sono più o meno esperti di colui che deve parlare) ecc.
Osserviamo inoltre che il livello di handicap legato alle fobie dipende in parte dall’ambiente in cui
esse si formano. Perciò, il fobico dei serpenti che vive in una società occidentale soffre meno di un
tempo, perché a poco a poco i serpenti vengono scacciati dal nostro quotidiano. Il suo omologo
claustrofobico, invece, che ha paura di sentirsi rinchiuso, è molto più handicappato dalla vita in una
società in cui bisogna compiere molteplici e ripetuti spostamenti su mezzi di trasporto pubblico in cui lo
spazio è molto limitato, e in cui si vive molto più all’interno di un tempo.
Infine, la denominazione di paura o di fobia dipende anche dalla pericolosità di ciò che spaventa: si
parla raramente di fobia delle tigri o degli squali, perché si ritiene che queste paure, per quanto intense,
siano legittime. In realtà, fobie di questo genere possono benissimo esistere: in tal caso la paura può
essere attivata da una foto, da un racconto, o dalla vista di quegli animali in gabbia o in un acquario. Al
contrario, il timore eccessivo dei gatti o delle sardine viene classificato con meno esitazioni come
appartenente alla famiglia delle fobie.

La differenza tra paure normali e paure fobiche

Paure normali Paure fobiche

Registro dell’emozione Registro della malattia

Paura di intensità limitata, spesso controllabile Paura che può degenerare in panico, spesso incontrollabile

Associata a situazioni obiettivamente pericolose Associata a situazioni talvolta non pericolose

Evitamenti moderati, e handicap leggero Evitamenti importanti, e handicap significativo

Scarsa ansia anticipatrice: l’esistenza non è organizzata attorno Ansia anticipatrice superiore alla media: l’esistenza è organizzata
alla paura attorno alla paura

I confronti ripetuti possono far diminuire a poco a poco l’intensità Capita spesso che, malgrado confronti ripetuti, la paura non diminuisca
della paura

Qual è la frequenza delle paure e delle fobie?


Le statistiche parlano chiaro: paure e fobie sono estremamente diffuse. Le paure, come abbiamo già visto,
riguardano tutti. Le paure eccessive, molto frequenti negli adulti, riguardano all’incirca un adulto su due.
Infine, si è constatato che, generalmente, soltanto un quarto o metà delle persone che dicono di soffrire di
una paura eccessiva sono realmente fobiche. Le fobie sono dunque più rare delle paure, anche forti, ma
sono tuttavia la patologia psicologica più frequente, accanto alle depressioni e all’alcolismo (che
possono del resto esservi associati). Quanto a ciò che può farci paura, gli oggetti «fobogeni» sono molto
vari, ma non sono affatto casuali: grossomodo, abbiamo paura di ciò che la natura ci ha insegnato a
temere comunemente. Perché questo rappresenta, o rappresentava nella nostra evoluzione, un pericolo per
la nostra specie.

La frequenza delle paure dette «semplici» nella popolazione generale su un campione


rappresentativo
di 8098 persone adulte 1 (queste cifre riguardano il rischio
di comparsa nell’intero arco della vita)

Natura della Persone che soffrono di questa paura in maniera Persone che soffrono di questa paura a livello
paura eccessiva tra la popolazione generale fobico tra la popolazione generale

Vuoto e altezze 20,4% 5,3%

Volo in aereo 13,2% 3,5%

Essere rinchiusi 11,9% 4,2%


(claustrofobia)

Essere 7,3% 3,1%


completamente
soli

Temporali, 8,7% 2,9%


tuoni, tempeste

Animali 22,2% 5,7%

Sangue, ferite, 13,9% 4,5%


iniezioni

Acqua 9,4% 3,4%

Generalizzata 49,5% 11,3%

Frequenza delle altre due grandi famiglie di paure 2,3

Paura eccessiva Paura invalidante Fobia

Paura dello sguardo e del Timidezza: 60% Ansia sociale invalidante: Fobia sociale: da 2 a 4%
giudizio degli altri Tremarella: 30% 10%

Paura di sentirsi male e di Attacchi di panico isolati: Disturbo panico (attacchi di Da 1/3 a 2/3 dei sofferenti di panico finisce
perdere il controllo 30% sull’intera vita panico ripetuti): 2% per soffrire di agorafobia

Le fobie: paure intense e tenaci


Le fobie non sono caratterizzate soltanto dall’esistenza di paure eccessive, ma sono autentiche malattie
della paura, con la loro dinamica propria. Una volta comparse, hanno la tendenza a cronicizzarsi, e
talvolta le più gravi tendono a peggiorare e ad espandersi.
I bambini, che hanno numerose paure «normali», imparano a poco a poco, una paura dopo l’altra, a
superarle: semplicemente, la vita li guarisce dalle paure, offrendo loro occasioni di affrontarle e di
imparare a padroneggiarle. E di imparare anche a utilizzarne gli aspetti positivi, come la prudenza, che
nasce dall’esperienza. Anche nell’adulto le paure normali sono sensibili a questi meccanismi di
autoguarigione, che passano per il confronto regolare, ripetuto e liberamente scelto (non si può guarire
con un atto di forza) con ciò che incute paura.
Consideriamo per esempio una caduta in bicicletta sulla ghiaia. Potete trarne il meglio: ricominciate ad
andare in bicicletta, ma ora sapete che in curva, sulla ghiaia, bisogna rallentare. La traccia lasciata dalla
paura è un’informazione utile, un ricordo prezioso. Ma potete anche prenderne il peggio: diventate fobici
degli spostamenti in bicicletta. Avete paura di salire di nuovo sulla bicicletta, perché il ricordo della
caduta non è più soltanto accumulato nella vostra memoria sotto forma di informazione neutra («so che
sulla ghiaia bisogna andare piano») o poco intensa da un punto di vista emotivo («mi fa un po’ paura»),
ma rimane contrassegnato da una forte emozione di paura («non posso più salire in bicicletta, mi
terrorizza»).
Questi processi di autoguarigione dalle paure, che consistono nel trarne lezioni utili e nell’affrontare di
nuovo le situazioni, sono ostacolati, nella fobia, da due famiglie di atteggiamenti:

• Gli evitamenti e le scappatoie, che consistono nel non correre il rischio di un confronto. Per esempio:
«Se mi fossi avvicinato a quel piccione, lui si sarebbe spaventato, e nella fuga mi sarebbe venuto
addosso», oppure: «Fortunatamente non ho fatto domande alla fine della riunione, altrimenti mi sarei
reso sicuramente ridicolo». Gli aggiramenti consentono di non provare troppo violentemente la paura,
ma mantengono intatta la convinzione che il pericolo esisteva e che ci avrebbe investito in pieno se
l’avessimo affrontato.
• I confronti forzati isolati, che consistono nel costringersi, in un momento di follia o di nervosismo, ad
affrontare le proprie paure, ma che rischiano anche di aggiungere paura alla paura. Sono infatti
dolorosi («anche questa volta è stato un inferno, non ne uscirò mai») e avvengono nella convinzione
retrospettiva che, se è andata bene, è solo perché siamo stati fortunati («ma la prossima volta...»).

La fobia non è soltanto paura e fuga, ma è anche lo scacco emotivo di fronte alla
paura
Per lo più, i fobici devono fuggire ciò che temono, sotto l’effetto della paura e della morsa in cui li
stringe. Ma non è sempre così. È noto che i comportamenti di evitamento dipendono anche da variabili di
personalità: esistono fobici che evitano, e fobici che affrontano.
Per esempio, se avete paura dell’aereo, può darsi che vi costringiate a prenderlo ugualmente, o perché
l’avete deciso o perché non potete fare diversamente. Ma questi confronti saranno estenuanti e deleteri:
lungi dal calmarsi, la vostra paura potrebbe anche resistere e persino aumentare, un volo dopo l’altro.
La soluzione, infatti, non consiste soltanto nel confronto obbligato, ma deriva soprattutto dalla riuscita
emotiva di questi confronti: se a poco a poco ho sempre meno paura, significa che il mio cervello
emozionale ha «capito» che non c’era pericolo. E non rimane altro da fare che continuare a
desensibilizzarlo rispetto alla paura eccessiva. Se, invece, più affronto più ho paura, il mio cervello
emozionale rimane persuaso che il pericolo c’è sempre, anche se la mia intelligenza e la mia logica gli
ripetono, e mi ripetono, che non c’è alcun pericolo.
Come vedremo, il cervello emozionale cambia soltanto durante l’azione: ne consegue che evitare e
riflettere non modifica affatto le paure. Vedremo anche che bisogna «addomesticarlo» come un animale,
con dolcezza e regolarità. E non trattarlo in modo brusco.

LE GRANDI PAURE E LE FOBIE: UNA FORMA DI PAURA ALLERGICA?

Spiego spesso ai miei pazienti che le loro grandi paure sono come allergie.
L’immunità è uno dei numerosi meccanismi naturali di protezione del nostro organismo: le nostre difese
immunitarie ci permettono di depistare i «pericoli biologici» esterni (microbi, virus) o interni (cellule
anomale) che potrebbero costituire una minaccia per il nostro organismo. Questa immunità può essere
innata, o «primaria»: tutti gli esseri umani ne dispongono fin dalla nascita. Ma può anche derivare da un
apprendimento dopo un primo contatto: è la cosiddetta «immunità appresa».
Come vedremo, lo stesso vale per le nostre paure. Alcune sono innate, proprie della nostra specie, e
ciascuna specie ha le sue paure innate: l’essere umano, per esempio, ha una paura innata dei serpenti,
mentre i topi hanno paura dei gatti. Altre paure, invece, le abbiamo apprese da esperienze di vita:
sopravvengono quando ci morde un cane, o quando siamo stati sul punto di annegare...
Le paure normali possono dunque essere paragonate a un sistema immunitario di localizzazione dei
pericoli. E le paure fobiche, purtroppo, assomigliano a certe allergie, accompagnate da quelle che si
definiscono «reazioni anafilattiche»:4 queste fiammate di paura sono tanto esplosive e inadeguate quanto
un attacco di allergia o una crisi di asma.
Così come esiste una «memoria immunologica», esiste anche una memoria della paura. Per quanto
concerne l’immunità, il meccanismo è il seguente: a ogni nuova esposizione all’antigene, la risposta
immunitaria sarà più rapida e più intensa. Per quanto concerne la paura patologica, si osserva che i fobici
vedono spesso aggravarsi le loro reazioni di paura via via che si susseguono i contatti: «Un istante dopo,
le mie paure iniziarono a dilagare: mentre all’inizio temevo soltanto la guida in autostrada, da sola, a
poco a poco ho incominciato a temere un malore al volante su percorsi brevi, anche in città, anche nel
mio quartiere. Ho dovuto smettere di guidare. E mi sentivo definitivamente incapace di mettermi
nuovamente, un giorno, al volante...» (Catherine, affetta dalla fobia di guidare l’automobile).
Approfondiamo il nostro confronto e prendiamo l’esempio di una malattia comune, l’asma. L’asma
consiste in uno spasmo dei bronchi, e ha una matrice parzialmente allergica.5 Può avere diversi volti,
diverse gradazioni:

• asma episodica, con crisi distanziate nel tempo tra le quali le condizioni sono normali;
• asma grave acuta (un tempo detta «stato di malattia asmatica»), con la comparsa di crisi molto intense
e molto prolungate, che talvolta mettono in pericolo la vita stessa;
• asma cronica, con sintomi permanenti, in cui interviene anche, oltre all’attacco acuto, un’infiammazione
cronica dei bronchi.

Vedremo che le grandi paure e le fobie possono assomigliare a questo tipo di tabella.
Alcune, ossia le fobie specifiche, o «semplici», come la paura degli animali o quella del vuoto, si
manifestano soltanto come paure sicuramente intense, ma episodiche. La loro gravità dipende infatti
soprattutto dalla frequenza dell’oggetto fobogeno nell’ambiente. Come è meno imbarazzante per un
occidentale essere allergico al polline di baobab piuttosto che a quello del tarassaco, così è più facile
convivere in Occidente con una fobia dei serpenti che con quella dell’aereo o del metrò.
Altre fobie si caratterizzano per la comparsa ripetuta di attacchi di paura molto acuti, definiti «attacchi
di panico». Alcuni di questi attacchi possono essere anticipati, perché si sa che certe situazioni possono
scatenarli; altri invece possono essere così imprevedibili e violenti come le crisi d’asma. Una
precisazione importante: contrariamente a quanto accade nello stato di malattia asmatica, durante un
attacco di panico non si rischia affatto di morire, anche se nel corso della crisi si ha sempre
l’impressione di una morte imminente.
Infine, le fobie dette «complesse», come la fobia sociale o l’agorafobia, sono caratterizzate da altri
sintomi che si sovrappongono alle crisi di paura aggravandone l’evoluzione, così come l’infiammazione
dei bronchi si aggiunge agli attacchi di broncospasmo nell’asma cronica. Questi sintomi possono essere
un’ansia cronica, per esempio negli individui che soffrono di attacchi di panico e vivono nell’ossessione
di avere un nuovo attacco; oppure attentati alla stima di sé, come nei fobici sociali che si sminuiscono
costantemente.
Il messaggio che mi auguro di trasmettere ai miei pazienti quando rievoco queste analogie, è che essi
non sono più responsabili della loro fobia di quanto un asmatico lo sia della sua asma. Non si sceglie di
essere fobici: è una malattia che fa soffrire, e si vorrebbe tanto liberarsene. Contrariamente a certe idee
acquisite che circolano ancora nel mondo della psicologia o tra le masse, non esiste alcun compiacimento
da parte dei fobici verso il loro disturbo, e nessun piacere nel fatto di essere fobici.
All’inizio della malattia, controllare un attacco di panico è difficile quanto contenere una crisi d’asma.
Tuttavia, non è detto che sia impossibile. O che sia impossibile guarire. Semplicemente, i fobici, come
gli allergici, si scontrano con una dimensione biologica della loro malattia che oggi si incomincia a
comprendere meglio. E di cui ogni cura moderna dovrà tener conto.

COME CONTROLLARE LE PAURE?

Camminando in un bosco, se scorgo sul terreno, un istante prima di posarvi sopra il piede, una forma che
assomiglia a un serpente, d’istinto faccio un balzo di lato. Era soltanto un ramo innocuo, ma se fosse stato
un serpente, senza quel balzo mi avrebbe morso. La paura mi ha protetto, a costo di un falso allarme.
Tuttavia, l’allarme non è stato poi così sproporzionato: non mi sono dato alla fuga correndo
disperatamente. È già un progresso in confronto a specie animali meno sofisticate, e ai miei lontanissimi
antenati.
Oggi sappiamo che la sede delle nostre reazioni emotive di paura si colloca nelle zone più antiche del
nostro cervello, il cervello limbico o «cervello emozionale».6 Ne deriva una certa grossolanità, perché il
primo moto di paura privilegia la prontezza della reazione rispetto alla precisione della percezione. Per
lo stesso motivo anche la paura, come tutte le emozioni, sfugge alla nostra volontà, almeno quando
insorge: non è possibile impedire la comparsa delle nostre reazioni di paura. Ma è possibile
regolarizzarle.
In seguito all’evoluzione, abbiamo ereditato un cervello più complesso del semplice cervello limbico.
Questo nuovo cervello ricopre il precedente: di qui la sua denominazione di neocortex, letteralmente
«nuova scorza», «nuovo involucro». Grazie a lui, siamo in grado di decodificare e di regolare le nostre
emozioni. È una delle spiegazioni del «successo» relativo dell’essere umano in rapporto alle altre
specie. Il nostro comportamento non ubbidisce più soltanto a semplici determinismi, del tipo «stimolo-
risposta», che ci indurrebbero a fuggire oppure a immobilizzarci in maniera automatica non appena
qualcosa ci spaventa. In teoria possiamo modulare le nostre reazioni: per esempio, avere un primo
riflesso di paura e allontanarci rapidamente per poi ricrederci, constatare che non c’è alcun pericolo, e
tornare sul posto per cercar di capire che cos’è accaduto e che cosa ci ha spaventato.
Ma la natura procede aggiungendo strati: non ha fatto altro che posare al di sopra il nostro «nuovo
cervello», lasciando al suo posto il cervello emotivo arcaico, «nell’evenienza in cui», come vedremo,
dovessero esserci arretramenti nel nostro modo di vita.
Le capacità regolatrici della paura hanno dunque sede nelle parti più recenti del nostro cervello: la
corteccia cerebrale. Le reazioni di paura sono in realtà il risultato di scambi tra questi due cervelli, e
scaturiscono dalla sintesi tra il senso di paura e la sua regolazione. Aver paura serve alla sopravvivenza.
Saper modulare la paura è utile per la qualità e l’intelligenza della vita.
Anticipazione, simbolismo, ricordo, immaginazione: tutte queste capacità che ci sono state date, a loro
volta, nelle fasi più recenti della nostra evoluzione, ci permettono di arricchire e di rendere più flessibili
le nostre reazioni di paura. La definizione più corretta di paura è infatti «reazione alla consapevolezza di
un pericolo»: posso non aver paura anche se ho sfiorato un vero pericolo. Oppure posso aver paura anche
se il pericolo è soltanto nella mia mente, e non nella realtà.
Ed ecco il problema nella sua interezza: l’aumento della complessità cerebrale, che inizialmente
doveva migliorare la regolazione delle paure, comporta anche un maggior rischio di disfunzioni. La mia
immaginazione può insegnarmi ad aver paura dei fantasmi, la mia capacità di anticipare può farmi sentire
la paura molto prima che sia utile, o davanti a eventi che non si verificheranno mai. Ecco perché la paura
può esprimersi in tanti modi diversi...
I DIVERSI VOLTI DELLA PAURA

Come tutte le emozioni fondamentali, la paura genera numerose emozioni derivate: ansia, angoscia,
terrore, panico... Teoricamente si ritiene che questi fenomeni psicologici appartengano alla famiglia della
paura, e che debbano essere compresi in riferimento a questa.
L’ansia è dunque una paura anticipata. È il vissuto associato all’attesa, al presentimento, o
all’avvicinarsi del pericolo. L’angoscia è un’ansia che presenta numerosi sintomi fisici. Entrambe sono
paure «senza oggetto»: il pericolo non c’è ancora. Ma si ha già paura.
Il panico, il terrore, lo spavento sono paure che si contraddistinguono per la loro estrema intensità.
Eppure, paradossalmente, possono verificarsi anche in assenza di pericolo, semplicemente per la sua
evocazione o anticipazione. Sono caratterizzati dalla perdita di ogni forma di controllo sulla paura.
In breve, il termine «paura» può indicare innumerevoli fenomeni psicologici. Bisogna dunque ricorrere
ad altrettante sfumature? A mio avviso no, come attesta questo breve dialogo immaginario:
«Ho paura di morire!»
«No, lei non ha paura, lei è ansioso, perché la sua paura non ha oggetto: lei non sta per morire in questo
momento, lei è ancora vivo.»
«E va bene, non ho paura, sono angosciato.»
«Mi dispiace, ma le sue non sono angosce, sono ansie, perché lei non ha manifestazioni fisiche
dichiarate associate alle sue inquietudini.»
«Per quanto ne so, io ho paura...»
La paura è dunque l’alfa e l’omega di tutte le nostre inquietudini. Ecco perché in queste pagine uso
spesso la parola «paura» per descrivere molteplici fenomeni: paure normali e paure eccessive, paure
controllate e paure paniche, paure anticipate e paure retrospettive, ricordi di paura e cicatrici
psicologiche di grandi paure...
Capitolo 2

DA DOVE VENGONO PAURE E FOBIE?

I nostri lontani antenati hanno lasciato in eredità alla nostra specie le loro paure. Come
tutti i retaggi, queste paure sono per noi una chance di sopravvivenza e, nel contempo,
un peso per la qualità della nostra vita.
Fin dal nostro primo giorno, siamo «cablati per la paura». Ma ciò che rende eccessive
le nostre paure subentra più tardi: traumi, educazione, cultura. Ogni paura ha la sua
storia, che si crede di conoscere, o che talvolta rimane misteriosa.
Alla fine di questa storia, certi individui sono diventati più vulnerabili alla paura: le
donne, per esempio. Due volte più degli uomini. Per controllare le paure, dunque, alle
donne non rimane altro che essere dotate due volte più degli uomini.

___

«Il degno saio che indosso... ti ha messo paura senza motivo e senza ragione.»
François Rabelais, Gargantua
e Pantagruel, Libro Quarto


Barnabé soffriva da molto tempo di una predisposizione ad arrossire che gli avvelenava la vita.
Imprenditore di provincia, aveva voluto fare il viaggio fino a Parigi dopo aver letto che il nostro
reparto al Saint’Anne è specializzato nel trattamento della fobia sociale. Ma anche perché l’anonimato gli
tornava comodo. Preferiva evitare di farsi curare dagli psicoterapeuti della sua città, perché si
vergognava dei propri sintomi.
Riusciva comunque a nasconderli abbastanza abilmente, per esempio rifugiandosi dietro un
atteggiamento altezzoso e distante, che non invogliava di certo ad avvicinarglisi. Parlava a voce molto
alta, fissando negli occhi intensamente il suo interlocutore, come se cercasse di fargli abbassare lo
sguardo, come se volesse mettere in imbarazzo l’altro prima che fosse evidente il suo personale disagio.
Barnabé soffriva di una forma grave di fobia sociale, l’ereutofobia, ossia la paura ossessiva di
arrossire in presenza d’altri.
Mi precisò sbrigativamente che era stato in analisi per una decina d’anni. Mi disse che, pur avendo
lavorato molto sull’origine delle sue fobie, non era riuscito a uscirne. Gli chiesi di farmi partecipe dei
risultati di quel lavoro. Uno dei suoi zii era stato un ministro plenipotenziario del governo di Vichy, che
aveva ampiamente collaborato con i tedeschi. Durante la Liberazione l’avevano fucilato, e la sua
famiglia, sospettata di collusione con lui, nell’immediato dopoguerra aveva visto la propria reputazione
rovinata ed era stata costretta a trasferirsi in un’altra grande città della Francia. «È lo scotto da pagare
per questa vergogna di famiglia. Arrossisco perché ho paura di essere smascherato, perché mi vergogno
di quel passato.» Ma quelle spiegazioni psicogenealogiche, per quanto logiche fossero, non gli erano
servite a liberarsi dalla paura ossessiva di arrossire. In anni recenti Barnabé aveva avuto due crisi
depressive di una certa gravità, e aveva incominciato a bere alcolici in quantità sempre maggiore, la sera
quando tornava a casa, per liberarsi «dagli stress sociali della giornata», come diceva lui.
Constatando che aveva effettivamente bisogno di cure, lo misi in lista d’attesa per la sessione
successiva di terapia di gruppo. In genere preferiamo curare in gruppo i pazienti fobici sociali per una
serie di ragioni. Prima di tutto in tal modo possono esercitarsi di fronte al pubblico costituito dai pazienti
del gruppo e dai nostri stagisti, perché molte paure della fobia sociale sono legate al fatto di affrontare lo
sguardo e il giudizio di un gruppo. Secondariamente i pazienti possono aiutarsi tra loro e sostenersi
reciprocamente, il che li fa sentire meno soli con la loro fobia. Infine, il confronto con il gruppo aiuta a
diventare consapevoli dei propri modi di pensare.
Quando seppe che altre due persone del gruppo soffrivano della sua stessa paura ossessiva di arrossire,
Barnabé cominciò ad attendere con impazienza l’inizio della terapia. Non aveva mai parlato a nessuno
del suo disturbo, e pensava di essere l’unico uomo della sua età ad avere una paura così forte di
arrossire.
Finalmente arrivò il gran giorno. Secondo le regole in vigore nei nostri gruppi, ogni paziente si presenta
agli altri. Lasciai volutamente Barnabé per ultimo. Temevo che la sua voce tonante e la sua apparente
sicurezza impressionassero inutilmente gli altri partecipanti. Ma mi aspettavo anche che accadesse
qualcosa di preciso... Mentre gli altri due ereutofobi si presentavano e raccontavano la loro storia,
sorvegliavo Barnabé con la coda dell’occhio. Lo vidi non arrossire, ma illividire. In effetti, i pazienti
raccontavano esattamente la sua storia. Non certo quella personale, dello zio collaborazionista e della
vergogna della sua famiglia. Ma la medesima storia di rossori incontrollabili, imprevisti, sproporzionati
o incomprensibili, la medesima storia di vergogna e di dissimulazioni, di fughe, di evitamenti, di paure
assurde... Non mancava niente. Quando venne il suo turno, Barnabé si alzò in piedi, profondamente
toccato, e con un filo di voce espose a sua volta il problema che lo affliggeva. Non cercava né di far
colpo né di fingere. Parlava di sé e delle proprie paure semplicemente e con sincerità. Terminò con
queste parole: «Fino a poco fa non vi conoscevo, e credevo di essere il solo a provare tutto questo, a
causa della mia storia familiare. Ma ora capisco che c’è dell’altro...»
Dopo la seduta, Barnabé invitò gli altri pazienti a bere un bicchiere e parlò con loro a lungo. Nessuno
dei due aveva avuto una vergogna di famiglia pari alla sua... Eppure, quelle tre storie si assomigliavano
moltissimo: la comparsa dei primi rossori nell’adolescenza, gli stessi evitamenti, le medesime rinunce, lo
stesso mettersi in disparte progressivamente, le stesse sofferenze, i medesimi danni... E la paura assurda
di arrossire davanti a chiunque, per qualsiasi cosa. La diffidenza progressiva: gli altri se ne sono accorti?
Qualcuno mi farà forse osservazioni in proposito? I loro percorsi erano pressoché intercambiabili.
In particolare, tutti e tre avevano commesso i medesimi «errori di pilotaggio»: reprimere le emozioni,
provare vergogna, nascondersi, non confidarsi per paura del giudizio altrui, percepire sempre gli altri
come potenziali aggressori o aggredirli preventivamente per tenerli a distanza... Quegli errori avevano
trasformato la loro emotività imbarazzante in una malattia invalidante molto più innegabilmente e
inesorabilmente di una qualsiasi maledizione familiare, come quella di Barnabé.
Ovviamente, le storie familiari di Barnabé avevano un ruolo nella sua personalità e nella sua vita, ma
erano molto meno determinanti per la sua fobia, se non come fattore aggravante insieme ad altri. La
maggior parte degli individui che arrossiscono non ha antenati collaborazionisti. E la maggior parte dei
discendenti di collaborazionisti non soffre di fobie sociali.

PERCHÉ HO TANTA PAURA?

La ricerca delle cause, in psichiatria, è stata a lungo una sorta di ricerca del Santo Graal. Con un credo:
«Fintantoché non metterete in chiaro l’origine delle vostre paure, continuerete a soffrirne». Per molto
tempo gli psicoterapeuti si sono prefissi principalmente lo scopo di «indagare a fondo», di scavare
sempre di più, in cerca di cause nascoste, sepolte, relegate nell’inconscio. Talvolta ha funzionato. Ma
spesso non è stato sufficiente. Peggio: dopo anni di questo regime, certi pazienti, a forza di andare «a
fondo», sono rimasti completamente sepolti nel loro buco psicoterapeutico...7 Sapere perché si è fobici è
sempre molto interessante, e talvolta è utile per cambiare. Ma non sempre, soprattutto se è l’unico scopo
che ci si prefigge. La ricerca accanita delle cause non deve sostituire lo sforzo di tenere sotto controllo,
giorno dopo giorno, sintomi staccati dalle loro lontane origini, divenuti «sintomi vestigiali»,8 «fantasmi
dell’antica nevrosi».9
Ci sono infatti due grandi interrogativi che riguardano le paure e le fobie.
Il primo è quello che pongono spesso gli individui che non ne soffrono, o ne soffrono moderatamente:
da dove vengono queste paure eccessive? Dall’infanzia? Dall’inconscio? Nel capitolo sulle terapie
affronteremo le ipotesi legate al simbolismo inconscio delle fobie, e vedremo che queste ipotesi, benché
molto affascinanti, si sono rivelate di efficacia terapeutica piuttosto limitata.
Il secondo interrogativo è quello che pongono sempre gli individui che ne soffrono: come posso
liberarmene? Come posso vivere senza queste paure costanti, che limitano la mia autonomia, la mia
libertà, che a volte mi fanno perdere la mia dignità?
Chi è malato di sclerosi a placche, viene curato. Non si perde molto tempo a indagare perché è stato
colpito da quella malattia. La ricerca delle cause spetta agli studiosi, agli epidemiologi. Pur essendo un
lavoro molto importante, non deve sostituirsi alla cura. In psicologia, per molto tempo si è lasciato
credere ai pazienti che capire da dove venivano i loro sintomi sarebbe stato sufficiente a farli
scomparire. Questa asserzione si è rivelata doppiamente falsa: in generale, non basta affatto, e talvolta
l’intento di «far scomparire i sintomi grazie a una terapia veramente profonda» non è realistico.

DA DOVE VENGONO LE FOBIE E LE PAURE ECCESSIVE?

«La causa? Tutte chiacchiere...»10 dichiarò lo psicanalista Jacques Lacan. Per una volta, il suo intento era
chiaro e affidabile: si erano fatte tante ipotesi sull’origine delle fobie... Per curarle, era meglio
sgombrare il campo da tutte quelle chiacchiere.

Le concezioni tradizionali delle grandi paure


Conosciute e descritte da sempre dai medici e dagli scrittori, nel corso del tempo le paure eccessive si
sono viste attribuire le cause più svariate. Furono a lungo interpretate come manifestazioni soprannaturali
(possessione demoniaca, prova divina) o inspiegabili. Nel Mercante di Venezia Shakespeare fa dire a
Shylock: «Vi sono uomini a cui non piace vedere sulla mensa un maiale col limone in bocca, altri che
danno in ismanie se vedono un gatto, ed altri che, quando una zampogna manda il suo suono nasale, non
possono contenere l’orina; perché la sensibilità, signora delle reazioni corporali, le governa ad arbitrio
di ciò che a lei piace o ripugna.»11
A partire dal XIX secolo, gli psichiatri cercarono spiegazioni mediche o morali per le fobie: per
esempio eccitazione neurologica o degenerazione costituzionale nel primo caso, carattere debole o
eccesso di masturbazione nel secondo. Poi, con le tesi di Freud, all’inizio del XX secolo le fobie
divennero, per gli psicanalisti, i sintomi evidenti di un conflitto inconscio e il risultato di meccanismi di
difesa destinati a proteggere l’io. Per gli psicanalisti, la nevrosi fobica, o «isteria d’angoscia», si spiega
con l’esistenza di un conflitto di natura sessuale.12 Per evitare di affrontarlo, il fobico rimuove questo
conflitto relegandolo nell’inconscio: con questo primo meccanismo di difesa, la rimozione, raggiunge lo
scopo di differenziare l’affetto (l’angoscia) dalla sua rappresentazione (il conflitto). In seguito ricorre ad
altri due meccanismi di difesa, il trasferimento e la proiezione, che consistono nello spostare l’angoscia
su un altro oggetto, esterno al soggetto. Un conflitto interiore onnipresente si trova così trasformato in
paura esterna, più facilmente evitabile. La fobia è dunque soltanto un sintomo, e sopprimerla non serve a
niente fintantoché non viene risolto il conflitto originario.
Ma nessuno di questi due approcci, quello morale e quello psicanalitico, sfocia in una cura realmente
efficace.
Ecco per esempio che cosa proponeva il dottor Gélineau, neuropsichiatra parigino, alla fine del XIX
secolo: «Si tratta, in definitiva, di un altro modo di cura complementare molto potente che non bisogna
tralasciare, dal momento che abbiamo a che fare con una nevrosi psicopatica: è la cura morale. Rendiamo
agguerriti i nostri fobici eliminando le circostanze che sembrano rinfocolare le crisi, convinciamoli che
le loro paure sono prive di fondamento (del resto di solito ne convengono), aiutiamoli a ritrovare il
controllo di sé, dando loro l’impressione di condividere le loro sensazioni e i loro pericoli; mostriamo
loro che con una volontà ferma vinceranno le loro debolezze; prima di suggestionarli con l’ipnosi,
suggestioniamoli nello stato di veglia; recuperiamo la concezione positiva che hanno o che avevano di se
stessi; il giorno in cui avranno fiducia ed energia, il loro male si dissolverà come una nube di fumo, con
l’aiuto della terapia!»13 È evidente che Gélineau, che peraltro descrive molto bene i sintomi e certi
meccanismi fobici, insiste sulla forza di volontà. Tra le righe si legge un giudizio sulla fobia intesa come
debolezza e cedimento della forza di volontà.
Quanto all’analisi, si è appurato in breve tempo che era in difficoltà con i pazienti fobici: «Per tutte le
ragioni che vi abbiamo indicato, assumersi la responsabilità delle fobie non è cosa facile, perché ancora
una volta non è il conflitto interiore che si esprime nella fobia, ma il crollo delle basi narcisistiche
dell’organizzazione del sé che costringe il soggetto a reinvestire un funzionamento primitivo durante il
quale era riuscito ad alleggerirsi delle sue pulsioni malvagie e a costruire un sentimento di coesione e di
unità che la storia ha messo a dura prova. Qualunque psicanalista può attestare la difficoltà, per un
paziente, di liberarsi da una fobia invalidante...»14
Ecco perché è sorta la necessità di trovare nuove spiegazioni.

Le spiegazioni attuali delle grandi paure


In questi ultimi anni sono stati compiuti progressi molto importanti: la nostra comprensione attuale delle
fobie è meno poetica o pittoresca di un tempo, ma più pragmatica e scientifica. E soprattutto sfocia in
prospettive di cura efficaci.
Si ritiene che le paure patologiche e le fobie siano il risultato di un duplice influsso: da una parte,
deriverebbero da predisposizioni biologiche, essenzialmente innate (un retaggio familiare individuale,
ma anche un’eredità collettiva, a livello di specie), e dall’altra da influssi ambientali, dunque acquisiti
(storia personale). Il peso rispettivo di questi due poli di influenza varia a seconda delle fobie. Alcune,
come quelle dell’acqua, del vuoto o degli animali, sembrano molto legate a fattori genetici. Altre, come
la fobia della guida derivante da un incidente automobilistico, sono maggiormente influenzate dai fattori
ambientali.
Ma per lo più le grandi paure si spiegano con l’epigenesi, ossia con l’interazione tra geni e ambiente.
L’influsso genetico reale non è un determinismo puro e rigido, in cui un certo gene implica un certo
comportamento.15 Prima di tutto perché non c’è un solo gene che possa rendere vulnerabili alla paura, ma
ce ne sono vari (meccanismo poligenico). Secondariamente perché la loro penetranza può variare, vale a
dire che i vari geni possono esprimersi in maniera variabile nel comportamento personale. Infine, ciò che
viene trasmesso geneticamente può essere soltanto una tendenza generale a una «affettività negativa»,
ossia l’insieme delle predisposizioni a risentire di emozioni patologiche come la paura o la tristezza.16
Ma l’aspetto più importante è che queste tendenze si manifestano o non si manifestano in funzione
dell’ambiente: la genetica si limita a predisporre, a «promettere» qualcosa che le circostanze casuali o
inderogabili dell’esistenza portano a compimento o lasciano cadere.
Consideriamo l’esempio del diabete: la medesima vulnerabilità si esprime diversamente a seconda che
si nasca in una famiglia di eschimesi che vivono all’antica, che fanno attività fisica tutti i giorni e si
attengono a un’alimentazione ricca di pesce e povera di zuccheri semplici, o in una famiglia americana
appartenente alla classe meno fortunata, che passa sei ore al giorno davanti alla televisione e consuma in
continuazione cibo-spazzatura, ossia alimenti e bevande troppo zuccherini e calorici.17 Nel primo caso, il
rischio genetico non si traduce in realtà. Nel secondo sì.
Lo stesso vale per le paure: un bambino iper-emotivo può avere percorsi di vita molto diversi.
L’ambiente in cui vive può aggravare la sua situazione, attraverso esperienze di angoscia precoce o errori
educativi, oppure giocare un ruolo riparatore e preparatorio, attraverso esperienze di vita rassicuranti ma
non iper-protettive e grazie all’educazione ad affrontare le paure e a smussare le reazioni emotive.
Occorre tuttavia precisare che non è solo la genetica a influenzare il nostro macchinario cerebrale e le
nostre tendenze biologiche all’ansia: ci sono anche i primi eventi della vita. Lo si è constatato negli
animali: i topi privati della madre o allevati in ambienti artificiali, una volta diventati adulti manifestano
più spesso paura e ansia. Gli indiziati principali sono gli stress in utero, ossia l’impatto sul feto dei
problemi emotivi della madre, che avrebbero lo stesso effetto anche sugli esseri umani.18 Le nostre
esperienze di vita lasciano sempre una traccia nel nostro cervello. Ma questa «neuroplasticità» non è a
senso unico: vedremo che gli sforzi compiuti nel corso di terapie efficaci possono modificare la
dimensione biologica delle fobie.

LE PAURE DEL BAMBINO

Come tutti gli esseri umani, anche voi avete avuto paura del buio, del lupo cattivo, dei mostri nascosti
sotto il vostro letto, degli sconosciuti, paura di lasciare la vostra mamma, paura di saltare dal trampolino
ecc. Le paure dell’infanzia sono numerose, si sa. È normale, perché il bambino è fragile, e più un essere
vivente è fragile, più la paura gli torna utile: rappresenta infatti una protezione riflessa, preziosa e
indispensabile da eventuali pericoli.
In un determinato momento del loro sviluppo tutti i bambini manifestano paure eccessive, che poi a
poco a poco si attenuano e vengono controllate grazie all’educazione e alla vita nella società. Queste
paure non nascono per caso. Per esempio, la paura del vuoto o quella degli sconosciuti compaiono
soltanto con l’inizio della locomozione:19 posti su una superficie di vetro a strapiombo sul vuoto, i
bambini di meno di otto mesi non manifestano ancora segni di apprensione. Accadrà più avanti. Le paure
compaiono soltanto nel momento in cui il bambino ne ha «bisogno», per evitargli di correre troppi rischi.
L’educazione che gli impartiscono i suoi genitori gli permette di superare il carattere assoluto di queste
paure e di modulare la sua reazione di timore. La paura del vuoto scatta unicamente davanti a un vuoto
minaccioso, o in mancanza di un parapetto protettivo, o se ci si trova privi di un appoggio stabile. La
paura di adulti sconosciuti si manifesta nel bambino solo in mancanza di qualsiasi altra presenza
familiare ecc.
A proposito dell’utilità di queste apprensioni, uno studio interessante ha mostrato che i bambini che
avevano poca paura del vuoto tendevano a ferirsi più facilmente degli altri.20 In compenso, un livello
generale di paura basso nell’infanzia sembra associato a una migliore riuscita nello sport da adolescenti
e da adulti.21
Con il tempo, la maggior parte delle paure infantili è destinata a sparire o a rimanere soltanto sotto
forma di apprensione eccessiva. Tuttavia, altre paure infantili evolveranno verso disturbi fobici. Per
questo motivo la tendenza attuale è di non considerare più sistematicamente tutte le paure del bambino
come normali, benigne e destinate a passare con l’età. In effetti, quasi il 23% delle paure dissimula in
realtà una malattia ansiosa di cui è meglio preoccuparsi per tempo.22 Contrariamente a quanto si crede a
volte, infatti, i genitori sottovalutano abbastanza spesso le paure dei loro bambini, sia quelle che si
manifestano di giorno23 sia quelle che si manifestano di notte sotto forma, per esempio, di incubi.24
Ricordiamo che, in linea generale, si considera che l’età in cui compare una paura fobica è un indizio
dell’importanza dei fattori innati o acquisiti: in mancanza di un trauma fondatore manifesto, più la
comparsa è precoce, più l’elemento innato pesa e viceversa. Le prime manifestazioni di paura eccessiva
del sangue o dei prelievi di sangue, per esempio, si verificano in media tra gli otto e i quattordici anni. Si
ritiene che queste fobie abbiano un importante fondamento genetico. Per contro, le fobie di guida
automobilistica compaiono in generale tra i ventisei e i trentadue anni e sono considerate per lo più come
la conseguenza di certi avvenimenti della vita, come per esempio l’essere rimasti coinvolti in un
incidente come vittime, responsabili o testimoni.25

LE PAURE APPARTENGONO AL PATRIMONIO DELL’UMANITÀ

Un grande esperto di paure e di fobie, lo psichiatra inglese Isaac Marks, raccontava la storia di una sua
paziente che stava guardando fotografie di serpenti durante un viaggio in auto (strana idea, ma se per lei
andava bene...) quando si verificò un incidente. Di che cosa diventò fobica la paziente in seguito a
quell’episodio? Delle automobili? Nooo... dei serpenti.26 Sembra che, quando possiamo «scegliere» di
diventare fobici di un oggetto o di un altro, la nostra fobia si fissi sempre sulla paura più «naturale» e
ancestrale: la forza dell’inconscio collettivo...

Paure che ci hanno salvato...


Gli psicologi evoluzionisti hanno avanzato l’ipotesi, per la specie umana, di un’influenza della selezione
naturale sull’esistenza e sulla persistenza delle paure e delle fobie: la maggior parte degli stimoli fobici
riguarda in realtà oggetti o situazioni che rappresentavano probabilmente un eventuale pericolo per i
nostri lontani antenati, come gli animali, il buio, le vette, l’acqua...
Nel nostro ambiente tecnologico contemporaneo, in cui la natura è in buona parte sotto controllo, in cui
gli animali pericolosi sono in gabbia e gli strapiombi sono circondati da barriere, queste situazioni non
appaiono più così pericolose come potevano essere un tempo. Ma in un modo o nell’altro noi ne
serbiamo il ricordo, in un inconscio biologico collettivo.
Le grandi paure apparterrebbero dunque al «pool genetico» della nostra specie, di cui avrebbero anche
facilitato la sopravvivenza, esortandola a evitare situazioni pericolose, almeno in una certa epoca.27 Sono
le cosiddette fobie «preparate» (dall’evoluzione), «pretecnologiche» o «filogenetiche» (relative
all’evoluzione della specie).
Sembra che queste fobie naturali si scatenino con una certa facilità nella maggior parte degli individui e
che una volta instaurate stentino a scomparire. Al contrario, certe fobie come quella dell’aereo, della
guida automobilistica o delle armi sono dette «non preparate», «tecnologiche» o «ontogenetiche»
(relative all’evoluzione dell’individuo). Necessiterebbero più spesso di essere acquisite attraverso
l’apprendimento, soprattutto a partire da esperienze traumatiche, e sarebbero più labili delle precedenti.

Le fobie come eredità della specie: dalle ipotesi alle prove


È piuttosto difficile esibire le prove sperimentali di questa teoria evoluzionista, ma svariati studi sia
sull’uomo che sugli animali sembrano confermarne la correttezza.
Meno una specie è evoluta, più le sue paure sono innate e riflesse. Gli anatroccoli da poco usciti
dall’uovo si immobilizzano quando la sagoma di un rapace si profila sopra di loro. Osserviamo, d’altro
canto, che il riflesso di immobilizzarsi davanti alla paura è presente in tutte le specie, anche nella nostra,
e ha una motivazione molto semplice: la vista della maggior parte dei predatori è ipersensibile al
movimento. Questo consente ai toreri di ipnotizzare i tori da combattimento e di sfinirli incitandoli a
seguire una muleta sempre in movimento mentre loro, i toreri, davanti all’avvicinarsi delle corna
rimangono immobili.
Ma torniamo alle nostre paure: molte sono innate, dunque. La paura del gatto è spontanea nei topi,
anche se non l’hanno mai incontrato prima. Ma nelle specie più evolute, come i primati, le capacità di
provare paura sono latenti e si attivano soltanto di fronte a situazioni ben precise. Questo costituisce un
vantaggio sicuro dell’evoluzione perché evita, quando il sistema funziona bene, la comparsa di paure
inutili.28
Per esempio, le scimmie allevate in laboratorio non manifestano spontaneamente alcuna paura dei
serpenti, almeno fino a quando vengono a contatto con altre scimmie della stessa specie, ma cresciute
nell’ambiente naturale: dopo aver osservato che queste ultime si rifiutano ostinatamente di avvicinarsi al
cibo collocato accanto a un serpente, le scimmie di laboratorio incominciano a sviluppare a loro volta
una paura intensa e tenace dei serpenti.
Questo genere di apprendimento sociale delle paure non è certo casuale. È stato possibile insegnare
alle giovani scimmie di laboratorio ad aver paura dei serpenti mostrando loro videocassette di scimmie
spaventate da un rettile. Tuttavia, se grazie a un montaggio sullo stesso video si sostituiscono le immagini
di serpenti con immagini di fiori, le scimmie non sviluppano alcuna paura dei fiori, pur avendo visto che
i loro simili ne sono, a quanto pare, spaventati. Ecco perché non esistono pazienti fobici delle pantofole o
degli spazzolini da denti: perché si sviluppi una fobia è necessario il concetto di pericolo potenziale, sia
pure minimo.
Studi di questo tipo sono stati compiuti anche sugli esseri umani. Per esempio, si è chiesto ad alcuni
volontari di osservare certe immagini legate a paure tipiche della specie (ragni, serpenti...) e altre legate
a oggetti non fobogeni (fiori, funghi...) I soggetti, ovviamente preavvertiti, davanti a ciascuna immagine
ricevono, in maniera aleatoria, piccole scariche elettriche fastidiose e percepiscono un rumore neutro non
spiacevole. In seguito, quando si domanda loro di ricordare quali immagini fossero più spesso associate
alla piccola scarica elettrica, rispondono quasi tutti che si trattava dei ragni e dei serpenti, mentre in
realtà ce ne sono state esattamente altrettante con i fiori e i funghi.29 Siamo dunque inconsciamente
preparati ad associare sensazioni sgradevoli a certe situazioni ambientali accumulate ed etichettate come
pericolose nella memoria della nostra specie. Le nostre paure patologiche sfruttano ampiamente questo
meccanismo.

L’umanità ha bisogno di fobici...


La nostra specie ha senz’altro bisogno che alcuni dei suoi rappresentanti siano fobici. Così come esiste
una biodiversità che costituisce una ricchezza, questa psicodiversità rappresenta a sua volta un «plus»
per l’umanità.
Se un organo o una funzione diventano inutili per la nostra specie, tendono ad atrofizzarsi a poco a
poco. Da quando abbiamo inventato gli indumenti e il riscaldamento centralizzato, siamo meno pelosi dei
nostri antenati, per esempio. Abbiamo un minor numero di molari: i nostri denti del giudizio scompaiono
a poco a poco dalla specie, e le nostre mandibole si restringono, perché mangiamo molti più cibi cotti e
molli, e abbiamo dunque meno bisogno di masticare per digerire gli alimenti. Da quando non ci
appendiamo più agli alberi, non abbiamo più la coda, ma soltanto un piccolo pezzo di coccige...
Ma abbiamo pur sempre le nostre paure innate. Secondo gli psicologi evoluzionisti, queste tendenze
alla paura permarranno a lungo nella nostra specie prima di scomparire, secondo il principio del «non si
sa mai». Servirebbero infatti a conservare tutta una serie di rivelatori di pericoli destinati a garantire la
sopravvivenza della nostra specie. Perché conservare nello stock genetico la paura istintiva dei serpenti?
Se per motivi climatici la terra fosse invasa da serpenti velenosi, i fobici dei rettili, con il loro sistema di
allarme ultraperfezionato, sopravvivrebbero certo in maggior numero dei non fobici, darebbero vita a
seminari di sopravvivenza su «come individuare la presenza di un serpente nell’erba alta» ecc. Ecco
perché conserviamo nella nostra memoria la paura dei serpenti. Se siete fobici consolatevi, dunque. Una
volta guariti, avrete le migliori probabilità di adeguarvi magnificamente a qualsiasi circostanza
all’interno del genere umano: liberi dalle vostre paure quotidiane, e pronti ad affrontare tutte le
circostanze della vita con il sorriso sulle labbra...
Ci si può anche spingere più lontano con le ipotesi: sappiamo che abbiamo bisogno di sperimentare la
paura, perché un giorno potrebbe esserci utile. Ma poiché in Occidente noi viviamo in società più sicure
di un tempo, di tanto in tanto ci facciamo qualche «iniezione di richiamo» della sensazione di paura,
andando a vedere film dell’orrore al cinema, salendo sull’ottovolante o sul treno fantasma al luna park, o
dandoci al salto con l’elastico... Probabilmente è questa una delle spiegazioni della passione dei bambini
per i giochi in cui ci si diverte «a spaventarsi». A questo proposito ricordo di essere andato una volta al
cinema a vedere un film per bambini con due delle mie figlie. Ho dimenticato il titolo, ma certe scene
erano un po’ inquietanti. La più piccola delle mie figlie aveva veramente paura e per farsi coraggio
continuava a commentare a voce alta il film: «Ohh... lallààà! Hai visto? Pufff... Come farà? Vorrei tanto
essere al suo posto...» Le rispondevo sullo stesso tono, per farle compagnia di fronte alla paura. Ma a un
tratto la sorella maggiore si girò furibonda verso di noi e ci intimò di smetterla di chiacchierare: «E
statevene un po’ zitti! Mi impedite di aver paura!»
Spesso ricordo queste teorie evoluzioniste della paura ai miei pazienti: per loro è importante sapere
tutto questo per non sentirsi in colpa a causa delle loro fobie. In definitiva, noi non siamo altro che
rappresentanti della psicodiversità della nostra specie.
Ma non sentirsi in colpa non significa non sentirsi responsabili: continuiamo a essere responsabili dei
nostri sforzi per contenere queste tendenze...

NON SIAMO TUTTI UGUALI DAVANTI ALLE PAURE E ALLE FOBIE: DIPENDE DALLA PREDISPOSIZIONE

Tutti gli studi di cui abbiamo parlato riguardano la trasmissione genetica di una vulnerabilità fobica a
livello dell’insieme della specie umana. A livello individuale, certe ricerche ci autorizzano anche a
sospettare una trasmissione genetica per quanto concerne alcune fobie.
Molte di queste indagini sono state condotte su coppie di gemelli.30 I gemelli sono particolarmente
interessanti per i genetisti perché si presume che abbiano ricevuto grossomodo la stessa educazione. Ma
non hanno necessariamente gli stessi geni, perché possono essere gemelli monozigoti (nati dallo stesso
ovulo, dunque «gemelli veri») o dizigoti (nati da due ovuli diversi, dunque «gemelli falsi»). Se un tratto
(la paura) o un disturbo (la fobia) si trova più spesso nei monozigoti che nei dizigoti, significa che
dipende almeno in parte da fattori genetici.
Studi condotti su gemelli riguardo alla fobia sociale indicano che in questa malattia la componente
genetica è importante. La maggior parte delle ricerche parla di trasmissione genetica anche nel disturbo
panico. Uno studio condotto su 2163 gemelli sembra indicare che le fobie specifiche, soprattutto quelle di
animali, implicano probabilmente a loro volta una componente genetica. Ma come abbiamo già visto, lo
schema dell’ereditarietà per il momento non è chiaro: gene semplice a penetranza incompleta o
trasmissione poligenica? E che cosa, esattamente, viene trasmesso: il disturbo fobico stesso o, più
probabilmente, una predisposizione ansiosa?
Occorre precisare che in tutti i casi il ruolo dell’ambiente rimane determinante per ostacolare o
favorire l’espressione del disturbo. La genetica può infatti rivelarsi colpevolizzante per certi genitori,
tentati di dirsi: «E gli ho anche trasmesso i miei geni cattivi». Fortunatamente, i progressi delle
conoscenze genetiche vanno di pari passo con i progressi in materia di cure e di prevenzione: un genitore
fobico ormai guarito saprà meglio individuare al momento giusto la fragilità del suo bambino, e aiutarlo o
farlo aiutare.31

Popolazioni più fragili?


In tutte le popolazioni di mammiferi sembra esistere una percentuale di individui più timorosi degli altri.
Per esempio, alcuni etologi hanno dimostrato che, in una popolazione di scimmie caraibiche, circa il 20%
dei soggetti sembrava molto vulnerabile alla paura.32 I ricercatori sono riusciti anche a creare in
laboratorio stirpi di animali molto paurosi, per esempio fra i topi.33 Questi animali si rivelano più
sensibili alle paure innate della loro specie e nel contempo più facilmente ricettivi nei confronti delle
paure condizionate, come imparare a temere una situazione se è stata più volte associata a una piccola
scossa elettrica dolorosa oppure a un rumore violento. Impiegano anche più tempo a desensibilizzarsi
rispetto alle loro paure acquisite. Come si traducono questi dati nella nostra specie?

La reazione di inibizione di fronte alla novità


Per alcuni ricercatori esisterebbero anche tra gli esseri umani alcuni individui precocemente vulnerabili
quanto al rischio di comparsa di una fobia ulteriore. Secondo gli studi di Jerome Kagan, ricercatore a
Harvard, circa il 10% dei bambini della popolazione di origine europea presenta un temperamento
vulnerabile, che li predispone a sperimentare emozioni di paura di fronte a situazioni nuove. Queste
reazioni sono presenti e individuabili fin dai primi mesi di vita.34 Quando si pongono questi bambini di
fronte a stimoli insoliti, come una maschera che rappresenta un cane, uno sconosciuto, un rumore
improvviso, un robot giocattolo di grosse dimensioni, si osserva che le loro reazioni sono caratterizzate
da un’inibizione ansiosa. I bambini che non presentano questa particolare sensibilità adottano più spesso
una sequenza di atteggiamenti costituita da un tempo di osservazione prudente, seguito da un
comportamento di avvicinamento.
Queste tendenze sono abbastanza stabili: tre quarti dei bambini molto paurosi a ventuno mesi
continuano a esserlo a sette anni. E tre quarti dei bambini poco paurosi a ventuno mesi continuano a
essere tali anche a sette anni. Studi condotti sul lungo periodo ipotizzano che i bambini inibiti e ansiosi
davanti agli stimoli nuovi rischiano più degli altri di diventare fobici sociali o soggetti ad attacchi di
panico. Probabilmente perché sono più vulnerabili e facilmente influenzabili dagli eventi spiacevoli o
incontrollabili che possono capitare loro durante l’infanzia e l’adolescenza.35

Gli ipersensibili e gli iperemotivi sono predisposti alla fobia?


«Non credo di essere fobica per caso: sono iperemotiva in tutto, quindi anche nella paura», mi
raccontava un giorno una paziente. «Piango come una fontana quando vedo un film triste, l’adagio
musicale più banale mi strappa le lacrime, non mi piacciono i rumori forti, il fumo mi fa venire
l’emicrania... Non sono capricci, mi sono sforzata per molto tempo di nascondere o di tenere sotto
controllo tutto questo. Ma è il mio corpo che comanda, e ho finito per ammettere che assecondarlo era più
conveniente che ignorarlo. Quanto alla mia fobia, la considero come una delle manifestazioni della mia
iperemotività.»
Secondo la psicologa californiana Elaine Aron,36 su tutta la popolazione esiste una percentuale
importante di individui (il 20% circa) che presenta una soglia di saturazione sensoriale più bassa della
media. Tutti possono sentirsi «aggrediti» dall’ambiente, ma è una questione di quantità, e certi lo sono più
rapidamente di altri: i soggetti ipersensibili percepiscono le stimolazioni eccessive del loro ambiente
come aggressioni dolorose, sia che si tratti di stimolazioni meccaniche (rumori, odori), relazionali
(osservazioni, rimproveri) o emotive (lasciarsi influenzare dalle condizioni meteorologiche, dai film
violenti). Questa vulnerabilità si applica anche alla sensazione di paura: se questi soggetti si
percepiscono come timorosi e «paurosi», non è per mancanza di coraggio, ma per un eccesso di tumulto
emotivo di fronte al pericolo. Uno studio ha dimostrato che tra i militari inglesi incaricati di sminare le
bombe nell’Irlanda del Nord, i più ricchi di medaglie, quelli che avevano dato prova di maggior coraggio
sul campo, erano quelli il cui cuore accelerava di meno in situazioni di stress.37
Se queste ipotesi verranno confermate, il che non è ancora avvenuto, questi individui ipersensibili si
riveleranno i candidati ideali ai condizionamenti fobici, perché più ricettivi agli choc emotivi provocati
dalla paura.

Intolleranza alla paura: la paura della paura


«Nel momento in cui sento salire la paura dentro di me, all’inizio dell’inizio della paura, il panico mi
invade. Penso immediatamente che finirà male. Che l’inquietudine salirà, salirà, come il latte sul fuoco,
fino a traboccare e a mettere sottosopra ogni cosa, sommergendomi. Ho paura di aver paura. Ma capisco
perfettamente che la mia paura della paura ha lo stesso ruolo della fiamma sotto il pentolino, e favorisce
il disastro. Questa consapevolezza non mi salva dal panico, dall’aver paura di morire o di diventare
pazzo sotto l’effetto della paura. O di fare qualsiasi cosa, come gettarmi sotto il metrò quando sono sul
binario...»
Molti fobici conoscono il fenomeno della paura della paura. I cognitivisti parlano di sensibilità ansiosa
(anxiety sensitivity), e la paura di provare ansia, o i sintomi che precedono la paura, è frequente in tutte
le fobie.38 È particolarmente legata a una maggiore sensibilità ai sintomi fisici legati alla paura. I
questionari formulati per indagare questo problema pongono esempi del tipo: «Quando sento il cuore che
batte rapidamente, temo di avere una crisi cardiaca».
Questa dimensione di sensibilità ansiosa è strettamente correlata al rischio che manifestazioni di paura
inizialmente minori sfuggano al controllo trasformandosi, in particolare, in attacchi di panico: ponendo
sotto osservazione soggetti volontari per tre anni, ci si è accorti che, coloro i quali hanno una sensibilità
elevata per l’ansia, corrono un rischio cinque volte maggiore.39 Come vedremo, questa sensibilità, nei
casi in cui esiste, è spesso uno dei bersagli delle psicoterapie delle fobie.

L’APPRENDIMENTO DELLE PAURE E DELLE FOBIE

«È facile pensare che le strane avversioni per cui taluni non possono soffrire l’odore delle rose, o la
presenza dei gatti, e simili, vengano solo dal fatto che, all’inizio della vita, siano stati gravemente
disturbati da oggetti del genere [...] E l’odore delle rose può aver cagionato un forte mal di testa al
bambino quand’era ancora in culla; un gatto può averlo molto spaventato, senza che alcuno se ne sia
accorto, e senza che in seguito la memoria ne abbia serbato traccia; ma l’idea dell’avversione concepita
allora per quelle rose o per quel gatto resta impressa nel suo cervello fino alla fine della vita.»40
Da ormai molto tempo osservatori attenti della natura umana hanno sottolineato il ruolo degli eventi
traumatici, come Descartes in questo brano della sua opera Le passioni dell’anima. Attualmente si ritiene
che certe situazioni della vita possano «insegnarci» a diventare fobici. Sembra che quattro grandi tipi di
apprendimento possano facilitare l’acquisizione di una grande paura:41

• Gli eventi traumatici della vita: essersi trovati personalmente a confronto con una minaccia o con un
pericolo, e serbarne la traccia nella memoria (un’aggressione, un incidente).
• Gli eventi della vita penosi e ripetuti: subire regolarmente piccoli traumi, senza possibilità di controllo
(umiliazioni, insicurezza).
• L’apprendimento sociale, per imitazione di modelli: vedere frequentemente qualcuno, di solito uno dei
genitori, manifestare una forte paura di qualcosa.
• L’integrazione di messaggi di allerta: aver ricevuto un’educazione che sottolineava i pericoli legati a
un certo tipo di situazione.

Episodi traumatici: «Mi ha segnato per tutta la vita»


Certi eventi scioccanti, certi spaventi particolari talvolta comportano paure persistenti, in alcuni casi
autentiche fobie. Numerosi studi hanno evidenziato il ruolo di esperienze traumatiche in certe paure
eccessive della guida automobilistica, dopo un incidente; del dentista, dopo un intervento doloroso; dei
cani, se una volta ci hanno morsicato ecc. È stato anche dimostrato che precedenti di asfissia (un
principio di annegamento o soffocamento con un sacchetto di plastica nei bambini) sono stati individuati
nel 20% dei 176 pazienti sofferenti di panico oggetto di uno studio.42 Non esistono studi, per quanto mi è
dato di sapere, sul ruolo del cordone ombelicale arrotolato attorno al collo del neonato alla nascita, o su
qualsiasi altra forma di sofferenza neonatale. Eppure, nei racconti familiari, questa è una spiegazione
frequente delle altre grandi paure: «Mia madre mi ha detto che la mia claustrofobia e la mia paura di
soffocare derivano da quello». Questo genere di condizionamento, del resto, sembra assolutamente
plausibile: esiste una memoria del corpo, indipendente dalla memoria cosciente o verbale, che può
conservare le tracce di condizionamenti dimenticati o rimossi. Forse è questa una possibile spiegazione
di certe paure eccessive, o di certi incubi ricorrenti, associati a sensazioni di soffocamento, di mancanza
d’aria ecc.
Il medico ginevrino Édouard Claparède fu probabilmente il primo, all’inizio del XX secolo, a
descrivere un simile ricordo inconscio della paura.43 In seguito a lesioni cerebrali, una sua paziente
presentava un’amnesia che le impediva di ricordare gli eventi recenti. Così, a ogni nuova visita, la
paziente non riconosceva Claparède. Quest’ultimo doveva presentarsi nuovamente ogni volta, e stringerle
la mano. Un giorno Claparède nascondeva in mano uno spillo: la paziente si punse. L’indomani non si
ricordava né di lui né del suo nome, ma al momento delle presentazioni di rito si rifiutò di stringergli la
mano, senza sapersi spiegare il perché. La sua «memoria del corpo», che vedremo è legata a una parte
del cervello chiamata «amigdala cerebrale», non aveva dimenticato la puntura...
Questo fenomeno è frequente nelle sequenze dei traumi: ricordo una mia paziente, rimasta vittima di uno
stupro qualche anno prima, che aveva sentito salire il panico durante un tragitto in metrò senza sapere il
perché (era stata aggredita in casa, non sulla metropolitana). Mentre discutevamo di quell’attacco di
panico, capì che cosa aveva scatenato in lei la paura: era l’odore di un dopobarba, lo stesso di chi
l’aveva violentata...
È stato dimostrato che simili condizionamenti non necessitano dell’intervento della coscienza, dato che
possono verificarsi anche sotto anestesia.44 Gli studi sono tuttavia in numero limitato. Occorre del resto
fare attenzione, perché esiste anche un rischio insito in queste teorie della memoria del corpo: possono
infatti rendere più facile il lavoro ai guru, e favoriscono il ricorso a terapie poco affidabili. Si sa per
esempio che la ricerca inconsulta di presunti ricordi incestuosi inconsci ha causato danni irreparabili, e
negli Stati Uniti ha provocato un’epidemia di processi contro presunti padri indegni.45 Furono in realtà gli
psicoterapeuti a rivelarsi indegni e profittatori. Secondo l’espressione dello psicologo Jacques Van
Rillaer, i ricordi senza evento si sono verificati più spesso, in questo ambito, che non gli eventi senza
ricordo...
Per tornare al collegamento tra paura eccessiva e trauma, osserviamo che ricompare sempre il
medesimo problema dei rapporti tra sensibilità personale e fatto di vita vissuta: come e perché un evento
inquietante diventa traumatico? Se una persona che soffre di fobia sociale ci racconta che i suoi problemi
sono stati scatenati dalle osservazioni umilianti che un insegnante le inflisse una volta da bambina, mentre
era alla lavagna, che cosa dobbiamo concluderne? Che quell’evento ha generato la fobia? Oppure che ha
semplicemente rivelato una fragilità preesistente? Se qualcuno ci dice: «Quando avevo tre anni, mia
sorella, maggiore di me, che mi faceva sempre brutti scherzi, mi rinchiuse per un intero pomeriggio in un
armadio a muro», qualche anno dopo forse ci sentiremo dire: «Quella carogna, da allora non mi fido più
di nessuno che mi dica dove devo andare», oppure: «Da allora, non sopporto più che si chiuda la porta
delle stanze piccole...»
Ricordiamo infine che in molti casi, soprattutto nelle fobie dei ragni, dei serpenti, dell’acqua, non si
ritrovano simili condizionamenti traumatici iniziali, né intensi e unici, né moderati e ripetuti. Si può
dunque pensare che la paura sia di origine genetica. Ma anche che la si apprenda in modi diversi...

Esperienze di paura penose e ripetute: «Alla fine questa situazione mi ha fatto


crollare»
Jeanne, trentacinque anni, infermiera, soffre di fobia dei ragni. Ricorda molto bene un weekend in
campagna in una vecchia casa che i suoi genitori avevano comprato quando lei aveva nove anni. Una
mattina, a colazione, sentendo prurito, si passa una mano sul collo e si accorge di tenere tra le dita un
enorme ragno nero. Sobbalza, urla ed ecco il primo spavento. Torna a leggere a letto e ne scopre un altro
sul cuscino. Poi un altro ancora, qualche istante dopo, nella vasca da bagno. «Era veramente troppo per
me, avevo l’impressione che stessero per saltarne fuori da tutte le parti, che fossero ormai incontrollabili,
che ce ne sarebbero sempre stati più di quelli che mio padre avrebbe potuto schiacciare. Non ho mai più
voluto ritornare in quella casa. I miei genitori, quando ci andavano, erano costretti a lasciarmi da mia
nonna...»
Non sempre c’è bisogno di uno choc importante per diventare fobici. In effetti, un condizionamento alla
paura può anche nascere in seguito a una serie di traumi minori: si tratta della cosiddetta «sommazione».
Si sa per esempio che gli animali sottoposti a piccole scosse elettriche dentro una gabbia in seguito
presenteranno, alla vista di quella gabbia, manifestazioni di paura tanto intense quanto quelle di animali
che abbiano subito una sola scossa, ma di forte intensità.46 È possibile che certe paure sociali si
sviluppino anche, nei soggetti predisposti, a partire da situazioni relazionali non particolarmente
ansiogene ma ripetute: spesso, infatti, i pazienti fobici sociali raccontano di essere stati bambini
emarginati, umiliati o persino martirizzati dai loro compagni a scuola; oppure uno dei loro genitori, e
talvolta entrambi, li sminuiva regolarmente.
L’impossibilità di controllare questi piccoli traumi costituisce sempre un fattore aggravante. La fobia
dell’aereo, per esempio, può sopraggiungere in seguito a numerosi voli un po’ agitati e niente più, perché
questi viaggi hanno generato forti scariche di paura, senza alcuna possibilità di agire da parte del
soggetto: difficile, infatti, scendere da un aereo in volo. La sensazione di impotenza di fronte a quella
situazione, associata alla paura provata in quel momento, crea una miscela che può rivelarsi esplosiva,
benché a scoppio ritardato. La presenza o l’assenza della sensazione di poter controllare la situazione
inquietante spiega perché il dover affrontare ripetutamente la paura può condurre sia a una diminuzione di
quest’ultima – la cosiddetta abituazione, secondo i cognitivisti – che al suo aggravamento – la
sensibilizzazione. Ne riparleremo quando affronteremo l’argomento della psicoterapia delle fobie, che
implica il confronto regolare e ripetuto con ciò che fa paura, ma non in un modo qualsiasi!

L’imitazione di modelli: «Mamma, tu hai paura dei cani?»


Béatrice, ventotto anni, segretaria, è fobica dei cani come sua madre, che era fobica anche dei cavalli.
«Una volta, quand’ero bambina, un grosso cane lupo aggredì mia madre e me, mentre passavamo vicino a
una casa di campagna durante le vacanze estive. Lei mi prese tra le braccia, ma era terrorizzata, urlava,
piangeva, tremava, chiamava aiuto, mentre il cane abbaiava mostrando i denti e tentando di avvicinarsi a
noi per morderci. Quella situazione mi sembrò interminabile: avevo l’impressione che il cane potesse
divorarci da un momento all’altro ed ero convinta che, se anche mia madre aveva tanta paura, significava
che eravamo in presenza di un pericolo mortale. Poi, finalmente, arrivò il proprietario e noi ce la
cavammo senza nemmeno un graffio, ma per lunghi minuti avevamo tremato come foglie. Per molte
settimane, tutte le notti, ho avuto lo stesso incubo...»
La vista dei modelli, soprattutto quando si tratta dei genitori, ha un ruolo importante nella trasmissione
delle paure e delle apprensioni. Uno studio riguardante ventidue ragazzine aracnofobe e i loro genitori, ha
permesso per esempio di mostrare che il disgusto per i ragni era molto più frequente tra le madri delle
bambine fobiche che tra quelle delle bambine non fobiche appartenenti a un gruppo di controllo.47 A
questo proposito il ruolo della madre sembra determinante: è stato dimostrato che sono principalmente le
paure materne a preparare il terreno per le paure infantili. E più la madre manifesta apertamente queste
paure davanti al bambino, più esse diventeranno intense in quest’ultimo.48
Ma allora bisogna dissimulare a tutti i costi le proprie paure davanti ai bambini? Assolutamente no! Se
siete genitori fobici, un simile comportamento sarebbe prima di tutto inefficace: i bambini vedono tutto, o
percepiscono senza comprendere, il che è anche peggio. Osservando o intuendo le vostre paure, i vostri
figli le prenderanno per oro colato, e dando per scontato che si possa fare affidamento su di voi, ne
dedurranno che in quelle circostanze c’è un autentico pericolo. Inoltre, rendereste loro un pessimo
servizio lasciando intendere che aver paura è qualcosa di cui vergognarsi. Vi conviene dunque non
nascondere le vostre fobie ai vostri bambini, ma spiegarne loro la natura: «È assurdo, ma è così, ho paura
di questo o di quello... In realtà, non c’è alcun pericolo».

I messaggi educativi: «Attenzione al grosso lupo cattivo»


I messaggi di allerta, intenzionali o meno, possono a loro volta alimentare paure eccessive. Nelle
famiglie, questo può accadere a livello individuale. Le storie di mostri immaginari raccontate a bambini
già grandicelli, tra i sette e i nove anni di età, possono provocare in loro paure considerevoli. Soprattutto
se è un adulto, e non un altro bambino, a fornire le informazioni inquietanti.49 Simili paure possono anche
persistere.50 Fate dunque attenzione ai racconti e alle leggende che parlano di mostri e vampiri: possono
lasciare nei bambini un segno molto più profondo di quanto non pensiate. L’arte di raccontare fiabe
implica la capacità di proporre modi di affrontare i pericoli o le creature che li evocano. E ovviamente è
preferibile evitare di utilizzare queste paure per convincere i bambini piccoli a essere ubbidienti: «Non
andare in cantina, se non vuoi essere divorato dal lupo cattivo...»
Ma non sono soltanto i mostri delle fiabe a generare paure a priori: uno studio condotto su una
sessantina di bambini inglesi tra i sei e i nove anni li aveva separati in due gruppi. Una metà di loro
riceveva informazioni negative sui piccoli marsupiali australiani, poco conosciuti nel loro paese: «Sono
sporchi, cattivi e pericolosi. Vivono di notte e aggrediscono gli altri animali con i loro lunghi denti, e ne
bevono il sangue. Lanciano urli spaventosi. In Australia, non piacciono a nessuno». L’altra metà di
bambini riceveva invece informazioni positive: «Sono piccoli animali graziosi, a cui piace giocare con i
bambini. Si nutrono di frutta e di foglie che prendono anche dalla mano di chi glieli offre, senza mordere.
In Australia, tutti li amano». Si procedeva poi a testare le reazioni dei bambini davanti alle immagini di
questi animali e il loro comportamento davanti a scatole su cui era scritto il nome degli animali, con un
buco attraverso il quale si intravedeva una palla di pelo. Chiaramente, i bambini che avevano ricevuto le
informazioni negative erano preoccupati all’idea di imbattersi un giorno o l’altro nei marsupiali, e
riluttanti ad avvicinarsi a quelle scatole...51
È ancora più evidente che certe paure vengono alimentate da fenomeni culturali e collettivi. Come si
spiegherebbe altrimenti il fatto che l’eterna paura del lupo sia ancora presente nei bambini europei dei
nostri tempi, benché i lupi siano scomparsi da molto tempo dalla loro quotidianità? Probabilmente più a
causa delle fiabe che degli incontri con lupi veri. Del resto, la funzione dei racconti che per tradizione
venivano fatti ai bambini era in buona parte destinata a instillare in loro paure che si ritenevano utili. Le
storie di orchi e di altri mostri mangia-bambini erano considerate «normali mezzi educativi».52
Ma oltre alle volontà educative, esistono anche aspetti simbolici: per esempio l’immagine del lupo nel
pensiero cristiano. Per molto tempo l’occidente cristiano fu in guerra contro i lupi, nei quali vedeva
un’incarnazione del diavolo: «Se il lupo minaccia di balzarti addosso, scaglia un sasso per metterlo in
fuga. Il tuo sasso è il Cristo. Se ti rifugi nel Cristo, fai fuggire i lupi, ossia il diavolo, che non potrà più
farti paura» (sant’Ambrogio, IV secolo).53 La paura dei serpenti, di origine chiaramente evolutiva, fu
ripresa e rafforzata da quasi tutte le culture. Ecco perché la fobia dei serpenti si è diffusa anche tra gente
di città che, non essendosi mai imbattuta nei rettili, non ha mai subito il loro morso, né ha rischiato di
subirlo. Nella Genesi è il serpente che induce Eva in tentazione, ed è lui che Dio maledice per primo:
«Tu sarai maledetto tra tutte le bestie e gli animali dei campi; striscerai sul ventre e mangerai polvere
tutti i giorni della tua vita». Soltanto in un secondo momento rimprovera Eva, e poi Adamo, il quale nella
storia ha soltanto la parte di chi ha seguito il cattivo esempio. In materia di fobie, infatti, le donne
decisamente prevalgono...
Perché le donne hanno più paure e fobie degli uomini?
Tutti, assolutamente tutti gli studi di epidemiologia giungono al medesimo risultato: nel mondo delle
paure e delle fobie la preponderanza femminile è schiacciante. Le donne fobiche sono pressoché il
doppio degli uomini. Questa differenza, così netta e lampante, è probabilmente multifattoriale,54 ossia
legata all’accumulo di tutti i fattori che abbiamo testé citato.
Alcuni studiosi di psicologia evoluzionista55 ritengono che ci sia una diversità di origine genetica legata
ai ruoli sessuali nella nostra specie: la selezione naturale ha preso maggiormente di mira gli uomini
fobici che non le donne, perché il maschio fobico perdeva prima di tutto il proprio statuto, e di
conseguenza la possibilità di attirare a sé le donne, e di avere una discendenza e trasmettere i propri geni;
mentre una donna fobica perdeva meno fascino agli occhi dei maschi... L’handicap inerente alle fobie
degli animali e degli elementi naturali era maggiore nelle società di cacciatori-raccoglitori, in cui gli
uomini dovevano andare in cerca del cibo e di nuove risorse: le paure eccessive erano dunque molto
limitanti e stigmatizzanti. Il ruolo delle donne era invece di consacrarsi alla raccolta di cibo e alla
sorveglianza della caverna e dei bambini, da cui derivava per contro l’utilità di una maggiore vigilanza:
un eccesso di paura era dunque il male minore. Ma tutto questo non è altro che fanta-psicologia,
impossibile da verificare.
Altri studiosi ricordano che, in linea generale, tutte le turbe emotive sono più frequenti nella donna, dal
momento che si riscontra lo stesso fenomeno nelle depressioni (le donne che ne soffrono sono il doppio).
Le donne, infatti, hanno capacità emotive superiori, ma anche più fragili e facili da sconvolgere. Le
patologie psichiche dell’uomo, invece, sono più dalla parte delle tossicomanie o della tendenza
all’aggressività.
Eppure, inizialmente, le bambine sono emotivamente più stabili dei maschi.56 È soltanto a partire dai
due anni, età in cui le differenze di stimolazione da parte dell’ambiente incominciano a dipendere dal
sesso del bambino, che la situazione si capovolge. In effetti, a partire da questa età, ci si aspetta che
siano soprattutto le femmine ad aver paura: se si mostrano agli adulti dei volti di bambini in situazioni
differenti, gli adulti crederanno di riconoscere più spesso la paura sui volti delle bambine, e la collera su
quelli dei ragazzi.57 Analogamente, i genitori incominciano a incitare i propri figli a comportarsi secondo
gli stereotipi culturali riguardanti i sessi: i ragazzi non devono aver paura, o non devono lasciarla
trasparire, al contrario delle ragazze, che vengono persino incoraggiate ad aver paura.
Infine, è ben noto che si tende a esortare molto di più i maschi che non le femmine a superare le proprie
paure. È un aspetto che si ritrova sistematicamente nei bambini timidi: le paure sociali delle ragazzine
sono decisamente meglio tollerate di quelle dei maschi. I genitori accettano senza problemi di avere una
figlia riservata e inibita, mentre il medesimo atteggiamento li preoccupa nei figli maschi.58
Avremmo torto se pensassimo che i recenti progressi sociali a favore dell’uguaglianza tra i sessi
abbiano posto fine a questi stereotipi: occorreranno probabilmente parecchie generazioni perché questi
riflessi automatici scompaiano. Pensate per esempio alle rappresentazioni della paura nei fumetti: quel
personaggio che si spaventa alla vista di un topo, che sale in piedi su una sedia e chiama soccorso, è un
uomo o una donna?
Ma non ci sono soltanto gli influssi determinati dalla società. Ci si domanda anche se i maschi non si
avvantaggino in qualche modo di un trattamento di favore da parte delle loro madri. Molti studi hanno
mostrato una migliore «sincronizzazione emotiva» delle madri con i figli maschi:59 il volto materno
reagisce meglio alle emozioni dei maschietti che a quelle delle femmine; in media ci sono più scambi di
sguardi tra madre e figlio che non tra madre e figlia ecc. È possibile che questo favorisca maggiori
capacità di controllo emotivo su timori e paure da parte dei maschi.
Peraltro, le ragazze si mostrano in generale più ricettive all’apprendimento sociale delle emozioni, tra
cui la paura, perché sono più portate per lo scambio sociale, ma anche per la decodificazione delle
emozioni, soprattutto a partire dalle espressioni del volto, anche fugaci.60 Potrebbero dunque essere più
sensibili alle paure dei loro genitori, che sono in grado di individuare meglio dei ragazzi. Sanno meglio
individuarle, ma anche, sfortunatamente per loro, impararle meglio: le femmine sono allieve migliori dei
maschi, anche alla scuola delle paure.
Tutti questi dati ottenuti dalle ricerche non consentono di pronunciarsi in maniera definitiva sui ruoli
dell’innato e dell’acquisito, per quanto concerne la grande differenza tra uomini e donne nell’essere
vulnerabili alla paura. In ogni caso è risaputo che certe ragazze e certe donne possono rivelarsi intrepide,
e anche capaci di «gestire» bene la loro paura proprio come i ragazzi e gli uomini: è nota, per esempio,
la storia dell’eroina Fifi Brindacier, bambina svedese (e vedremo che non è un caso) audace e
coraggiosa.61 Ma sarà interessante constatare se le evoluzioni sociali che avvengono in Occidente
finiranno per rendere tutte le ragazze e le donne, e non più solo qualche caso isolato, meno sensibili alla
paura: riparliamone tra mezzo secolo!
In attesa di questa scadenza, alcuni studiosi hanno già voluto verificare se esisteva una correlazione tra
valori sociali maschili e femminili, da una parte, e il rischio di comparsa di disturbi fobici dall’altra. In
effetti, numerosi psicologi ritengono che certe culture siano più maschili che femminili e viceversa, come
esposto dettagliatamente nella tabella in questa pagina. Da molto tempo, inoltre, certi psicologi sono
convinti che una cultura maschilista favorisca la comparsa di paure come l’agorafobia, ossia di paure che
ostacolano l’autonomia dei soggetti colpiti.62 Ammesso di riconoscere – cosa che in realtà si ignora – che
uomini e donne hanno le medesime tendenze biologiche a provare certe paure, una società che esorta le
donne a rimanere a casa e le convince che fa parte del loro destino essere timorose, «fabbrica» più donne
affette da agorafobia. Non certo creando la malattia, ma incitando insidiosamente le donne a rassegnarsi e
a sottomettersi.
Uno studio molto interessante sul rapporto tra gradiente mascolinità/femminilità e agorafobia in diverse
culture ha mostrato che più una cultura è contrassegnata da valori maschili, più l’incidenza di sintomi da
agorafobia è significativa; al contrario, più una cultura è permeata di valori femminili, più questa
incidenza è bassa.63 In una vasta indagine condotta su 5491 individui in undici paesi (la Francia non vi
partecipava), il Giappone aveva il ruolo di campione di virilità ed era il paese in cui i sintomi di
agorafobia erano più frequenti. La Svezia invece deteneva la palma della femminilità, e anche delle
percentuali più basse di casi di agorafobia. Questi risultati farebbero piacere a Fifi Brindacier: non solo
mostrano che il maschilismo è stupido, ma anche che fa male alla salute...

Il sesso delle culture può influire sulla comparsa di paure eccessive e di fobie?

Caratteristiche delle culture a elevato gradiente di Caratteristiche delle culture a elevato gradiente di
mascolinità femminilità

I ruoli sessuali sono differenziati chiaramente: si ritiene che le I ruoli sessuali sono fluidi: uomini e donne si interessano alle
donne siano più interessate alle relazioni umane; in famiglia, i padri relazioni umane; in famiglia, i padri si occupano anche dei
si occupano delle faccende concrete, le madri dei sentimenti; le sentimenti, e le madri anche delle faccende concrete; i maschi
figlie piangono, i figli no; i maschi possono azzuffarsi, le femmine è possono piangere come le femmine; le femmine hanno il diritto di
meglio di no... azzuffarsi come i maschi...

Valori dominanti della società: successo e progressi materiali. Valori dominanti della società: il rispetto del prossimo e l’evoluzione
personale.
Il modello dei ragazzi è il padre, quello delle ragazze è la madre. Maschi e femmine possono scegliere come modello tratti
caratteriali e atteggiamenti sia della madre sia del padre.

In famiglia e nella società la madre riveste un ruolo meno Le differenze di ruolo sessuale non implicano differenze di potere
importante del padre. sociale.

L’emancipazione femminile significa che le donne possono L’emancipazione femminile implica che uomini e donne si
accedere alle medesime funzioni sociali degli uomini. spartiscono i compiti anche in casa, e non solo al lavoro.

CONCLUSIONE SULLE CAUSE DELLE PAURE E DELLE FOBIE

La comprensione dell’acquisizione di paure eccessive e di fobie attualmente avviene sempre più spesso
in vista del cosiddetto «modello bio-psico-sociale», ossia che integra le seguenti tre dimensioni:

– biologica: probabilmente esistono predisposizioni biologiche a provare forti paure;
– psicologica: l’espressione di queste predisposizioni può essere facilitata o mitigata da stili educativi,
dagli eventi della vita, da modelli ambientali;
– sociale: anche certe culture e certe società sono destinate a pesare sull’evoluzione di questi disturbi.

La ricerca delle cause delle fobie è dunque un vasto cantiere, in evoluzione costante. L’esistenza di
molteplici meccanismi dev’essere intesa come qualcosa di incoraggiante: questa varietà lascia più ampi
margini di manovra e possibilità più numerose di agire e di cambiare. Tanto più che l’aspetto veramente
importante, a mio avviso, non è scoprire ciò che predispone alla paura eccessiva: innato o acquisito, una
volta che si è diventati adulti – ed è a questo punto che generalmente si pone la questione del
cambiamento –, il danno è fatto. L’aspetto più importante consiste semplicemente nel non aggravare
queste predisposizioni con errori di comportamento. Subito dopo bisogna chiedersi come cambiare e far
indietreggiare a poco a poco l’influsso della paura. Questi due punti saranno argomento dei prossimi due
capitoli.
Capitolo 3

I MECCANISMI DELLE PAURE E DELLE FOBIE

La domanda più importante non è: «Perché ho così tanta paura?», ma piuttosto: «Perché
continuo ad aver paura? Malgrado tutti i miei sforzi? Pur sapendo perfettamente che è
una paura eccessiva?»
In realtà, le nostre paure persistono semplicemente perché noi ubbidiamo loro. Lo
facciamo con i nostri comportamenti: fuggendo. E con i nostri pensieri: vedendo intorno
a noi soltanto pericoli o minacce. La paura domina dunque anche la nostra intelligenza.
Fortunatamente oggi sappiamo come fare per mettere di nuovo in riga la paura.

___

«Non vi ho dunque detto che quella che scambiavate per follia non è altro che una sensibilità troppo acuta?»
Edgar Allan Poe, Racconti


«Dopo molti anni di vita di coppia con la mia fobia, non sapevo più con certezza che cosa fosse mio e
che cosa suo. Che cosa fosse normale e che cosa no.
«Che si preferisca uscire per compere nelle ore morte è normale, ma lo è molto meno essere totalmente
incapaci di farlo nelle ore di punta perché si ha paura di svenire a causa di tutta la gente che si ha intorno.
Poiché mi vergognavo delle mie paure, finivo per non parlarne più, neppure con chi mi era più vicino.
Improvvisamente perdevo l’uno dopo l’altro i miei punti di riferimento. Non distinguevo più con
chiarezza che cosa facesse parte della malattia e che cosa dipendesse dalla mia personalità o dalle mie
scelte di vita.
«E soprattutto non sapevo più che cosa fare quotidianamente di fronte alle mie paure. Costringermi ad
affrontarle mi faceva star male, e avevo bisogno di parecchi giorni per riprendermi. Come se non
bastasse, avevo l’impressione di uscirne ancora più traumatizzata, ogni volta con la sensazione di essere
scampata per miracolo a una catastrofe. D’altro canto, se mi abbandonavo alla pigrizia e le evitavo, mi
sentivo incapace, una nullità assoluta: anche in questo caso, dunque, ne uscivo sconfitta. Si ha un bel dire,
ma nonostante gli anni e l’abitudine, nonostante quello che proviamo a raccontarci e a raccontare agli
altri, non ci si abitua mai completamente a questi continui dietrofront, all’umiliazione di dover ubbidire
alle proprie paure. La cosa più difficile non è aver paura, è anche vergognarsi. E non capire perché non si
riesce a controllarsi...»
Il cammino verso la guarigione dalle grandi paure è disseminato di ostacoli.
La violenza delle paure che si provano, ovviamente, e le cattive abitudini imposte a poco a poco da
queste paure. Ma anche una scarsa conoscenza dei meccanismi reali della paura, normale o patologica.
Comprendere come «funzionano» le proprie paure esagerate è una condizione indispensabile per la
guarigione. Contrariamente a ciò che talvolta si pensa, infatti, le fobie non hanno niente di misterioso o di
enigmatico. Benché siano definite «malattie dell’anima», ubbidiscono pur sempre alle medesime leggi di
altre malattie croniche quali il diabete o l’asma, come abbiamo già visto.
In qualità di psichiatra mi capita regolarmente di lavorare insieme a colleghi medici su patologie come
l’ipertensione o il diabete. Alcuni anni fa, per esempio, collaborai con alcuni pneumologi per curare
l’asma. In quell’occasione scoprii che esistevano scuole di asma destinate a insegnare ai pazienti e ai
loro familiari i meccanismi di quella patologia. Un simile insegnamento sortisce risultati spettacolari: i
pazienti che possono usufruirne si sentono più responsabili riguardo alla terapia e compiono meno errori
nella gestione quotidiana della malattia.
Sono convinto che sia possibile procedere allo stesso modo con gli individui fobici. Sogno una «scuola
della fobia» che svolga le medesime funzioni delle scuole di asma o di diabete: sdrammatizzare,
destigmatizzare, informare, spiegare... Quando visito i pazienti, mi prendo sempre tutto il tempo
necessario per spiegare loro i meccanismi delle paure eccessive, allo scopo di farli uscire dal circolo
vizioso della colpevolezza e delle domande inutili («sono responsabile di quello che mi accade?») per
condurli invece su un piano operativo («che cosa posso fare nel quotidiano?»).
Le spiegazioni rafforzano sempre il coinvolgimento.
Consentono infatti di lottare contro i cliché e gli stereotipi associati alle paure e alle fobie: il giudizio
morale dei non fobici sui fobici è sempre insidiosamente presente. Tutt’al più si passa dai giudizi
espliciti («le fobie sono sintomo di debolezza e di mancanza di coraggio») a giudizi impliciti («le fobie
sono forme di nevrosi, i fobici sono nevrotici, c’è qualcosa che non funziona nella loro testa»).
Informare e spiegare dà un senso e una ragion d’essere agli sforzi che i terapeuti chiedono ai loro
pazienti affetti da grandi paure. Per molto tempo medici e terapeuti hanno diffidato di quei pazienti che ne
sapevano troppo, con il pretesto che complicavano loro la vita. Ma oggi, e soprattutto in questo
particolare ambito delle paure patologiche, sappiamo che è preferibile avere quelli che io definisco
«pazienti esperti», informati sui loro disturbi, piuttosto che pazienti disinformati e privi di punti di
riferimento. Un paziente consapevole è più collaborativo nella lotta contro la fobia. Attualmente noi
medici tendiamo a invitare i membri delle associazioni di pazienti ai congressi medici per condividere
con loro il nostro sapere. Questo capitolo dunque non è unicamente scientifico, ma vuole anche essere
fonte di idee e di informazioni per lavorare al proprio cambiamento individuale...

LE TRE DIMENSIONI DELLE PAURE E DELLE FOBIE

Avete visto tutti questo genere di scena nei documentari sugli animali.
La sera cade sulla savana. Una gazzella si avvicina a una polla d’acqua per dissetarsi. Lo scenario è
magnifico: il sole rosseggiante, le ombre che fanno risaltare il paesaggio, è un momento della giornata
che invita alla distensione e alla serenità. Eppure la gazzella non è del tutto tranquilla. Mentre beve
continua a guardarsi intorno. Al minimo rumore sobbalza e alza la testa. Se si potessero misurare i suoi
battiti cardiaci, probabilmente si scoprirebbe che sono accelerati. La gazzella non vede lo stesso
paesaggio bucolico e sereno dello spettatore: sa che le polle d’acqua, luoghi d’incontro obbligati per tutti
gli animali della savana, assetati dalla calura della giornata, sono frequentate anche dai leoni in cerca di
preda, che le raggiungono non solo per bere, ma anche per mangiare. Dietro ogni cespuglio che ondeggia,
la gazzella non vede il soffio della brezza rinfrescante della sera, ma il movimento di una belva nascosta.
Dietro il più piccolo scricchiolio di rami, la gazzella ode un predatore che si avvicina. Tutti i suoi sensi
sono in stato di allerta, i muscoli tesi. La gazzella è perennemente pronta alla più rapida delle fughe,
l’istinto di correre è sempre vigile.
Quello che a voi sembra un paesaggio da cartolina, in un momento tranquillo – cade la sera e si va a
bere un sorso d’acqua per rinfrescarsi –, per la gazzella è il momento di estremo pericolo. Come del
resto molti altri momenti della giornata...
La gazzella vicino alla polla d’acqua è l’individuo fobico nelle situazioni di cui ha paura: il pericolo
non c’è ancora, ma può sopraggiungere da un momento all’altro. Non è certo un caso che si parli di
attacco di panico per indicare una crisi di angoscia acuta, a immagine dell’attacco che il predatore sferra
alla sua preda. La paura è dunque composta da tre dimensioni:

– emotiva (sentire con il corpo unicamente un vissuto opprimente),
– psicologica (vedere il mondo soltanto come un luogo di pericoli imminenti),
– e comportamentale (non riuscire a far altro che sorvegliare, per essere pronti alla fuga).

La lotta contro le paure eccessive passa per la comprensione e la padronanza progressiva di queste tre
dimensioni.
In un primo tempo si tratta di lottare contro la paura comportamentale: capire da che cosa è composta, e
incominciare a confrontarsi con le situazioni che si temono. Anche se si continua a pensare che esiste un
pericolo e lo si teme. Quando si comprendono le proprie paure comportamentali, e si capisce come
affrontarle, si incrementa la propria libertà di movimento.
In un secondo tempo, la ripetizione di questi momenti di confronto consente di modificare la visione del
mondo: riflettendo, con calma ma anche in seguito a situazioni che si ripetono regolarmente, ci si accorge
che lo sguardo con cui si osservano le situazioni angosciose può essere modificato a poco a poco.
Quando si comprendono le proprie paure psicologiche, e come modificarle, si guadagna in lucidità.
Infine, soltanto in un terzo momento, la pratica regolare di affrontare le situazioni e di mettere
nuovamente in discussione le proprie certezze fobiche finisce per «utilizzare» a poco a poco la reazione
emotiva di paura, come un’allergia che guarisce. Comprendendo i propri sentimenti di paura e imparando
a «sfinirli», si raggiunge una pacificazione interiore e il conforto di una vita priva di paure eccessive.

MECCANISMI COMPORTAMENTALI: LA FUGA CHE PEGGIORA LA SITUAZIONE

«Nel periodo peggiore della mia fobia, ero diventata un’esperta della fuga e dell’evitamento, una
campionessa dello scarto, la regina delle false scuse e dei pretesti fiacchi. E tutto per non correre il
rischio di ritrovarmi in una situazione che avrebbe scatenato in me un attacco di panico, come per
esempio un invito a un pranzo mondano (non sopportavo di sentirmi incastrata), a una festa al
trentaseiesimo piano di un grattacielo (impossibile, per me, prendere l’ascensore), a un viaggio in aereo
(inizio a sentirmi morire nel momento in cui chiudono i portelli)... Non c’era più niente di spontaneo nella
mia vita, soltanto calcolo e previsioni. Avevo un calendario nella testa, con le previsioni di tutte le
situazioni: quelle facili, quelle in cui si sarebbe scatenato il putiferio... Mi sentivo patetica, disgraziata,
sfinita. E le mie paure continuavano a peggiorare. Evitare certe situazioni mi dava soltanto un sollievo
momentaneo, peraltro pagato al caro prezzo della mia libertà di movimento e della mia dignità. La vita,
infatti, non cessava di mettermi alla prova...» Questa è la testimonianza di Iris, una mia paziente che
soffriva di agorafobia con attacchi di panico.

Evitare una certa situazione è sensato, ma deleterio


Evitare le situazioni fobiche è decisamente il modo migliore per mantenere la paura. Senza volerlo, senza
saperlo, la maggior parte dei pazienti fobici crea da sé la longevità della propria paura...
Dal momento che sono ipersensibili, e a causa della violenza delle loro paure, i pazienti fobici hanno,
del tutto comprensibilmente, la tendenza a fuggire o a evitare le situazioni che li spaventano. Organizzano
le proprie giornate in modo tale da non rischiare di trovarsi in una situazione che potrebbe gettarli nel
panico. Gli evitamenti si collocano dunque proprio nel cuore della fobia.
Quando si sceglie il comportamento di fuga o di evitamento (quest’ultimo attuato mediante strategie
anticipatrici per eludere il confronto), entrambi in grado di diminuire nettamente l’angoscia, si rafforza la
paura, e lo si riutilizzerà dunque la volta successiva ecc. Il ciclo si chiude, e la patologia fobica finisce
per alimentarsi da sola, un po’ come una dipendenza dall’alcol o da un’altra droga. Evitare la situazione
critica procura un sollievo immediato, ma mantiene il paziente in una dipendenza ansiosa dai propri
comportamenti di evitamento: il fobico è, in un certo senso, «agganciato» alla fuga...

Il genio dell’evitamento
Come Iris, quasi tutti i pazienti che soffrono di grandi paure sono costretti, per questioni di
sopravvivenza, a diventare esperti di evitamento.
Gli evitamenti possono essere di vari tipi:

• Evitamento di situazioni: per esempio, non passare in luoghi dove ci siano piccioni, non prendere la
parola in pubblico, non salire sul metrò. L’individuo fobico organizza così la propria vita attorno
all’evitamento di numerose situazioni. Per giustificare agli occhi del suo ambiente le costrizioni che ne
derivano, spesso fa appello a razionalizzazioni: «Non mi piace venire in questo quartiere perché è
brutto», «Non vado mai alle feste perché non c’è mai nessuno che dica qualcosa di interessante», «Nel
metrò fa troppo caldo, e poi c’è puzza».
• Evitamento di immagini, di parole, di pensieri: evitare di riflettere su ciò che fa paura, evitare di
guardare fotografie, o film, evitare di ascoltare conversazioni o di leggere articoli o libri...
Sfortunatamente numerosi studi hanno mostrato che scacciare pensieri sgradevoli non fa che
aumentarne il potere angosciante in seguito.64 È uno dei paradossi del pensiero fobico (e per esteso di
tutte le malattie ansiose): i pazienti hanno l’impressione di «non pensare ad altro». Ma in realtà non ci
pensano a fondo, e scacciano i pensieri inquietanti non appena compaiono, invece di affrontarli
seriamente. Questo atteggiamento può dare sollievo a individui non fobici, ma non è utile in casi di
paure intense e morbose.
• Evitamento di sensazioni: non correre per non sentir battere il cuore, non portare colletti abbottonati o
cravatte per non innescare un principio di soffocamento. Diversi studi sperimentali hanno evidenziato
questa tendenza e i problemi che ne derivano. Per esempio, si è provato a far respirare a un gruppo di
volontari aria addizionata di gas carbonico. Si spiegava loro che quell’inalazione di aria modificata
avrebbe provocato sensazioni fisiche sgradevoli: accelerazione del ritmo cardiaco, traspirazione,
difficoltà di respiro... A una metà del gruppo si raccomandava di tentare di non pensare a quelle
sensazioni, e di fare di tutto perché le altre persone presenti nella stanza non notassero il loro disagio.
Agli altri si dava il consiglio opposto: osservate bene le vostre reazioni fisiche, senza cercare di
controllarle o di dissimularle. Gli individui che avevano l’abitudine di eludere le proprie sensazioni
fisiche (generalmente i più ansiosi) e che si erano sentiti dire di non pensare alle proprie sensazioni,
durante l’esperimento apparivano più stressati di quelli che erano stati invitati a «lasciar venire».65
Non pensare alle proprie sensazioni fisiche «funziona» soltanto con gli individui poco emotivi e poco
ansiosi...

Evitamenti sottili, che aiutano a sopravvivere, ma non a vivere bene. E ancor meno a
vincere la paura
Gli evitamenti possono anche essere molto sottili: a meno di accettare un livello di handicap sociale
decisamente pesante, non è sempre facile evitare certe situazioni. Anche molti pazienti fobici, in certi
casi, devono fare i conti con questo stato di cose. O fanno in modo che il confronto sia incompleto: non
guardano ciò che li spaventa, provano a pensare a tutt’altro, a farsi dimenticare nelle situazioni sociali, a
fare acquisti nelle ore morte ecc. Oppure utilizzano strategie dette «controfobiche» per affrontare le
proprie paure con un aiuto: assumono preventivamente tranquillanti (o ne tengono sempre qualcuno in
tasca), si fanno accompagnare da qualcuno ecc. Ma per quanto sottili, sono pur sempre evitamenti, che
non cambiano la situazione o la peggiorano.
Spesso l’individuo fobico è inconsapevole di questi evitamenti sottili, e li confonde con le preferenze:
si trasforma così qualcosa che si subisce in una pseudoscelta di vita. «Non mi piacciono i weekend in
campagna», invece di: «Ho una paura folle degli insetti». «Sul metrò, non mi piace sedermi di fronte agli
altri passeggeri, si è tutti troppo stretti», invece di: «Quando qualcuno mi guarda da vicino, mi sento
male». «È più piacevole far compere nelle ore morte», invece di: «Se devo aspettare a lungo in coda, mi
viene il panico».
È stato possibile dimostrare con esperimenti l’effetto deleterio degli evitamenti «sottili»: si
esponevano per circa un’ora i pazienti zoofobi agli animali che suscitavano in loro ansia (una tarantola,
un pitone e un topo, tutti in gabbie di vetro poste all’altezza degli occhi). Se, durante l’esposizione, si
offriva una distrazione ai pazienti, paradossalmente un’ora dopo la loro paura risultava meno diminuita
che se non fossero stati distratti.66 Ciò significa che l’evitamento sottile rappresentato dalla distrazione
rendeva meno efficace l’adattamento allo stimolo fobico. Ma si tratta anche di valutare l’intensità delle
paure: per certi pazienti molto ansiosi, la distrazione può essere necessaria e anche relativamente
efficace per diminuire la paura durante le prime fasi dei confronti.67 Tuttavia, verrà il momento in cui
bisognerà liberarsene, e confrontarsi «a fondo».

Evitare di evitare...
Pur essendo comprensibili, tutti questi evitamenti sono uno dei principali problemi delle fobie, perché
mantengono inalterata la paura. Fintantoché un individuo evita ciò che teme, anche in maniera sottile, la
sua paura non può diminuire progressivamente nel tempo.
Per esempio, tra i soggetti che si lasciano prendere dal panico, gli agorafobi (che evitano di venire a
trovarsi lontano da casa o da luoghi sicuri) sono anche quelli la cui evoluzione spontanea è più
invalidante, e si rivelano i più difficili da curare: i loro evitamenti rendono cronica la malattia.
Analogamente, tra i fobici sociali, quelli che hanno una personalità elusiva, ossia che «ubbidiscono» alla
fobia cessando di lottare e diradando i propri contatti sociali (ricorrendo a una vasta gamma di pretesti
come, per esempio, «gli altri sono deludenti», «le conversazioni mi infastidiscono»), sono
particolarmente difficili da curare.
L’insieme degli evitamenti fobici deve dunque rappresentare il bersaglio privilegiato degli sforzi dei
fobici: è impossibile guarire da una grande paura senza affrontarla. Ma questo confronto deve avvenire
secondo regole ben precise, permettendo la cosiddetta «desensibilizzazione» della paura, che a poco a
poco viene disattivata. È quella che si definisce anche «abituazione».
Se le regole non vengono rispettate, si corre il rischio opposto, quello della «sensibilizzazione»: la
paura aumenta via via che aumentano i contatti. Discuteremo questo argomento nel prossimo capitolo.
Grazie agli sforzi di affrontare, costosi dal punto di vista emotivo e spesso tali da richiedere il sostegno
di un terapeuta, a poco a poco si scopre che i pericoli tanto temuti non esistevano. Ma lo si scopre con
l’esperienza sul campo, affrontando la sensazione di paura, e non nella tranquillità, a distanza dal
pericolo. Come vedremo, questa differenza è fondamentale per «convincere» il nostro cervello
emozionale, paragonabile a san Tommaso che credeva soltanto a quel che vedeva. Affrontare una
situazione per verificare che il farlo non implica alcun pericolo è necessario, ma non per la nostra
ragione o per la nostra intelligenza, che lo sanno perfettamente. Tutti i fobici sanno che le loro paure
sono, se non immaginarie, almeno eccessive. Bisogna affrontare le situazioni perché vivere l’assenza di
catastrofi durante il confronto è infinitamente più efficace di limitarsi a immaginarla. Il nostro cervello
emozionale è scettico: esige non solo argomenti, ma anche prove...
Ne consegue che costringersi semplicemente al confronto non può bastare: bisogna anche cambiare il
proprio sguardo sul mondo e sui pericoli che può nascondere. A questo proposito, la concezione del
mondo dei fobici è particolarmente problematica...

MECCANISMI PSICOLOGICI: LA PAURA HA GLI OCCHI SGRANATI

«La paura ha gli occhi sgranati», dice un proverbio russo.


Gli occhi sgranati dei fobici servono loro anche da telescopio: con essi individuano pericoli molto –
troppo – lontani, e con la lente d’ingrandimento, o con il microscopio, vanno a cercare i minimi dettagli,
anche a costo di perdere la possibilità di indietreggiare. Sono inoltre chiaroveggenti: vedono ampiamente
oltre i fatti, e non esitano a estrapolare e ad anticipare le peggiori conseguenze immaginabili delle
situazioni.
Se qualcuno lo invita a una festa, un fobico sociale incomincia a pensarci con parecchie settimane
d’anticipo. Quando finalmente la data fatidica arriva, si mette a scrutare i volti di tutti i presenti per
individuarvi anche il minimo segno di disprezzo o di aggressività. E ha paura di prendere la parola o di
dire la sua, convinto che, se mai avesse l’incoscienza di correre quel rischio, finirebbe per rendersi
completamente e irrimediabilmente ridicolo.
Gli studi moderni sul modo in cui i fobici percepiscono il loro ambiente hanno mostrato che:

– la loro attenzione è focalizzata in maniera patologica sulle loro paure;
– i fobici non guardano l’ambiente, ma lo sorvegliano;
– in caso di dubbio, preferiscono lanciare l’allarme: meglio aver paura a torto che troppo tardi;
– i fobici costruiscono costantemente scenari catastrofici: per proteggersi, è meglio anticipare il peggio, e
anche amplificarlo;
– i fobici si perdono nelle sensazioni di paura.

Questi fenomeni psicologici si svolgono in maniera automatica, sfuggendo alla volontà del singolo, e
talvolta alla sua consapevolezza. Ne consegue la necessità di conoscerli per non esserne completamente
vittime, dal momento che non si è in grado di impedirne la comparsa, cosa che richiederebbe un po’ più
di tempo.

«Io non guardo, sorveglio»


In generale i fobici sono ipervigili su tutto ciò che può evocare uno stimolo di paura, e dispongono di una
capacità particolarmente acuta di estrapolare dal contesto le informazioni ansiogene: in una stanza, un
aracnofobo è il primo a individuare una ragnatela minuscola. In un gruppo di persone, i fobici sociali
cercano subito i volti simpatici: da loro non è necessario aspettarsi pericoli a priori. Ma cercano anche
quei volti che denotano la capacità di scrutare, di aggredire, di schernire: sarà meglio evitarli e tenerli a
distanza, pur continuando a sorvegliarli con la coda dell’occhio.
Tuttavia, sembra che questa ipervigilanza si fondi anche su percezioni inconsapevoli. Per esempio,
presentando su uno schermo a individui che hanno paura dei serpenti immagini di rettili mascherate
rapidamente da immagini neutre, come per esempio fiori, ci si accorge che la loro reazione fisiologica da
stress, misurata in maniera obiettiva dalla conduttanza cutanea, equivale a quella che manifestano
vedendo un’immagine non mascherata.68 Il loro cervello emozionale ha «visto» il serpente, e ha dato
l’allarme. Il medesimo tipo di esperimento è stato condotto su individui affetti da fobie sociali:69 in
questo caso lo stimolo subliminale utilizzato era rappresentato da volti umani atteggiati a svariate
espressioni. Quando le espressioni dei volti subliminali erano ostili, disturbavano la risposta degli
esaminati, mentre le espressioni neutre o amichevoli li lasciavano imperturbabili. Le reazioni di paura
sono dunque alimentate da percezioni inconsce: per questo motivo i fobici possono talvolta sentirsi male
senza una ragione evidente, prima di scoprire da dove viene il problema.
Il problema è che questa ipervigilanza automatica aumenta anche la durata del disagio, perché, una
volta individuato il pericolo, e nell’impossibilità di fuggire, i fobici preferiscono distogliere lo sguardo:
è troppo penoso.70 Eppure non si può voltare le spalle al pericolo, una volta che è stato individuato... Ne
deriva un notevole sconforto e un andirivieni incessante tra sorveglianza ed evitamento visivo, secondo
tre sequenze classiche: «1) Passo il tempo a cercare da dove potrebbe venire il pericolo. 2) Una volta
individuato il pericolo, è troppo terribile e doloroso continuare a guardare quell’orrore. 3) Ciò
nonostante, non devo distogliere completamente l’attenzione da ciò che mi fa paura, perché potrebbe
essere pericoloso. 4) Infine, la soluzione migliore rimane pur sempre la fuga, per non dover sopportare il
dilemma».

Per quanto concerne l’aneddotica storica, un’équipe inglese ha condotto di recente uno studio con ragni
veri, nella fattispecie tarantole, collocati in un vaso vicino a individui fobici che si erano prestati
all’esperimento. Il tempo che trascorrevano guardando le tarantole dipendeva dalla posizione dei ragni
nella stanza: se l’insetto si trovava lontano dall’uscita, i soggetti evitavano di guardarlo; se era sulla via
per uscire, non potevano fare a meno di guardarlo.71 Da qui forse deriva l’espressione «ipnotizzati dalla
paura»...

Ricapitolando:

– il soggetto fobico non può impedirsi di «scannerizzare» l’ambiente in cerca di ciò che gli fa paura, per
sapere se è al sicuro o no (per i fobici, ci sono soltanto due zone: pericolo e zona franca). Per lui, le
questioni importanti sono soltanto due. Esiste un pericolo? Il soggetto che ha paura dei gatti, entrando
in una casa vede subito le tracce degli artigli sui divani del salotto, o la scodella per terra in cucina.
Esistono soluzioni? Chi soffre di claustrofobia individua con estrema rapidità, non appena entra in una
stanza, le uscite di sicurezza, i sistemi di chiusura di porte e finestre...
– è talmente esperto della sua paura, che individua prima di chiunque altro l’eventuale presenza di un
problema;
– in questo caso, è diviso tra il bisogno di non guardare (perché è penoso) e quello di guardare (perché
non sorvegliare potrebbe essere pericoloso);
– in breve, la sua vita è molto complicata, e in questo caso preferisce sgombrare il campo.
«Non si può mai sapere...»
A causa della sua sensazione di estrema vulnerabilità di fronte a ciò che gli fa paura, il fobico si sente
tenuto a essere vigile nei confronti di un ambiente dal quale i pericoli possono emergere in qualsiasi
momento. A costo di uscire stremato da questo stato di vigilanza ansiosa. E anche a costo di scatenare
falsi allarmi. È un po’ come una vedetta convinta del pericolo e della ferocia del nemico: preferisce
lanciare l’allarme al minimo dubbio.
Certi studi hanno individuato nelle grandi paure una tendenza a interpretare gli stimoli neutri in maniera
negativa. Nei fobici sociali, per esempio:72 se si sottopone loro un questionario che descrive situazioni
«ambigue» di ogni tipo (lasciando spazio a un’interpretazione personale, positiva o negativa), questi
pazienti le interpretano negativamente soltanto se si tratta di situazioni sociali (certi amici invitati a cena
se ne vanno prima del previsto), mentre il giudizio negativo è assente se si tratta di situazioni non sociali
(per esempio l’arrivo di una raccomandata).
Gli stimoli «ambigui» sono numerosi nella vita quotidiana, e sono destinati a essere interpretati sempre
negativamente dai fobici: un animale immobile per lo zoofobo («prepara il suo attacco e si lancerà su di
me quando meno me l’aspetto»), un sorriso per il fobico sociale («sicuramente ispiro pietà o disprezzo»),
una palpitazione cardiaca un po’ forte per chi soffre di attacchi di panico («ci siamo, questa volta è
l’infarto»)...
La conseguenza pratica è che i fobici talvolta hanno ragione prima degli altri, ma che molto spesso si
sbagliano. Consideriamo di nuovo i fobici sociali: se devono riconoscere rapidamente certe espressioni
del volto su fotografie presentate in rapida successione,73 non lasceranno passare pressoché nessun volto
ostile (niente «falsi negativi»), ma sbaglieranno classificando come ostili volti riconosciuti come neutri
dagli sperimentatori e dai soggetti non fobici sociali (molti «falsi positivi»). Questa tendenza
all’interpretazione negativa è forse utile per la sopravvivenza, ma lo è molto meno per la qualità della
vita. Non vale forse la pena di diffidare un po’ meno, e assumersi il rischio di sbagliare, piuttosto che
prevenire tutti i rischi ma non godersi la vita?
Sfortunatamente i fobici hanno spesso l’impressione che rinunciare alla loro ipervigilanza li metta in
pericolo. Spesso è falso, ma non sempre. Chi può garantirmi che l’individuo che ho guarito dalla fobia
dei cani non si farà mordere di nuovo un giorno? Io, che non ho paura dei cani, sono stato morso più
volte. Se fossi stato fobico, avrei potuto evitarlo. Ma in fin dei conti, la mia convinzione è che, nella vita,
un eventuale morso sia un disagio minore rispetto a una paura ossessiva e alla fuga di fronte a qualsiasi
cane che si avvicini. Ho avuto la fortuna di poter fare questo ragionamento tra me e me, perché la mia
amigdala cerebrale me l’ha «permesso». Altrimenti, avrei dovuto sottopormi a una terapia per venirne a
capo.
Per le stesse ragioni – «è meglio preoccuparsi per niente che non abbastanza» –, i fobici hanno anche la
tendenza a percepire la realtà in maniera dicotomica, ossia a dividerla in due, e soltanto due, categorie
estreme: sicurezza e pericolo. Questo ragionamento del tipo «tutto o niente» rende loro difficile
introdurre qualche sfumatura nella percezione dell’ambiente che li spaventa. Per esempio, chi è affetto da
fobia dei cani percepisce tutti i cani come potenziali aggressori, mentre un non fobico è in grado di
distinguere tra un cane aggressivo (orecchie tese all’indietro, gengive scoperte, ringhi) e un cane non
minaccioso. Chi soffre di agorafobia e di attacchi di panico, invece, trova difficile dirsi che la sua
tachicardia improvvisa forse è dovuta soltanto a una camminata troppo veloce, o a un numero eccessivo
di caffè, e non all’imminente comparsa di un infarto del miocardio. Per questo è necessario sviluppare
una lettura graduale e flessibile della pericolosità delle situazioni. Tra il «è troppo azzardato» del fobico
e il «tu non corri alcun rischio» dell’ambiente che lo circonda, convincimento contro convincimento, il
terapeuta tenta di aprire la strada a una concezione sfumata: «Si può veder arrivare il pericolo, e
imparare ad affrontarlo».

«Mi faccio film spaventosi»


«Ho una fobia violenta del vuoto. Evidentemente non posso trascorrere le vacanze sciando o in montagna,
o passare su un viadotto, ma questo aspetto è sopportabile. Il problema è che anche i balconi o le finestre
al primo piano mi fanno impazzire. Ho paura anche solo guardando gli altri che vi si avvicinano. Ma il
peggio è quando mia figlia si accosta a un balcone: immediatamente la vedo brancolare nel vuoto, cadere
e morire. Accade tutto così in fretta che quasi riesco a immaginarla nella tomba...»
«Anticipo, interpreto e amplifico» è in un certo senso il motto psicologico degli individui fobici.
Queste tendenze fanno talmente parte del loro paesaggio mentale che finiscono per non attirare più la loro
attenzione. Pertanto, la forza estrema della loro immaginazione dev’essere per loro motivo di vigilanza.
In certi casi, infatti, non hanno nemmeno bisogno di «vedere» l’oggetto della loro paura per sentirsi male.
Non per niente la maggior parte degli studi sulle percezioni fobiche è condotta su stimolazioni visive,
perché si tende a pensare che sia soprattutto l’immagine a far scattare la paura. Ma forse non è così
semplice. Uno studio sugli aracnofobi ha voluto indagare se uno stimolo visivo (l’immagine di un ragno)
potesse rappresentare, per i soggetti fobici, uno sprone più potente di uno stimolo linguistico ( la parola
«ragno»). Malgrado le aspettative dei ricercatori, risultò invece che la parola, e non l’immagine,
generava il turbamento più significativo.74 Questo conferma il ruolo preminente delle rappresentazioni
mentali, ossia dell’immaginazione, nelle fobie: è probabile che la parola ragno, in mancanza di altre
informazioni, evochi immediatamente in un fobico un ragno enorme, nero, peloso, dotato di zampe
muscolose e adunche, vibrante e pronto a balzare su tutto ciò che si muove... Decisamente più terrificante
di qualsiasi immagine di ragno su uno schermo!

«Mi rinchiudo in me stesso»


Gli individui fobici tendono a focalizzare l’attenzione su se stessi, soprattutto a causa dell’intensità dei
loro sentimenti angosciosi. Per forza di cose, sono molto più attenti al loro disagio interiore che alla
situazione esterna. In seguito a uno scambio con altri, gli individui che soffrono di forti paure sociali
ricordano un numero di gran lunga minore di particolari legati a questi scambi di quanti non ne ricordino
gli individui che hanno paure sociali deboli: durante la discussione, la loro energia mentale era orientata
principalmente verso l’autosorveglianza, e dedicata alla dissimulazione del loro disagio.75
Sono anche vittime del cosiddetto ragionamento emotivo, che ritorna a giudicare la pericolosità della
situazione dopo le proprie reazioni emotive. Se il mio cuore batte forte, è perché c’è un pericolo. Se mi
sento a disagio, è perché sono a disagio...
Questa tendenza al ragionamento emotivo è presente nel bambino76 ma anche nell’adulto.77 Finisce per
generare un’interpretazione non critica delle proprie sensazioni fisiche come segnali validi di pericolo:
in un modo o nell’altro, ci si fida ciecamente della propria paura. Poiché è scattato l’allarme, si pensa
che il pericolo esista veramente. Ma nelle fobie il sistema di allarme è decisamente difettoso...
Questo spiega perché i pensieri legati alla paura, automatici e molto rapidi, possono condurre, in certi
casi, a un’autentica spirale di panico: il fobico inizia a sentirsi male fisicamente (palpitazioni cardiache,
vertigini, una certa difficoltà di respiro e il bisogno di sospirare, o altri sintomi fisici). In quel momento,
interpreta quei segni come una minaccia («sta per capitarmi qualcosa»), il che aumenta ulteriormente la
sua paura e aggrava le manifestazioni, inducendolo a sorvegliarle attentamente: focalizzandosi su di esse,
le percepisce ancora più chiaramente, e le interpreta come ancora più gravi («tutt’a un tratto le sento
sempre di più, non c’è dubbio, sono peggiorato, è un brutto segno»): ne consegue l’acuirsi dell’angoscia,
fino al panico.

L’intelligenza non è libera: agire è possibile?


Tutti questi processi vengono definiti «preattenzionali», perché non dipendono dalla volontà della
persona. Tendono a far scattare allarmi spesso inutili, e affaticano il soggetto. Fanno parte delle cause o
delle conseguenze delle grandi paure? Lo si ignora, ma possono comunque essere attenuati. Alcuni studi
hanno consentito di mettere in evidenza l’effetto benefico di psicoterapie adattate a questi disturbi legati
all’attenzione: si è potuto mostrare che, dopo una seduta di terapia comportamentale sotto forma di
esposizione, i soggetti fobici erano significativamente meno perturbati da stimoli fobogeni subliminali.78
Non si tratta di esercitare un controllo assoluto su questi processi: non sarebbe possibile, ma non
sarebbe nemmeno utile. Poiché in un certo senso rappresentano i rivelatori di quell’allarme che è la
paura, è bene che siano sensibili, ma non troppo: bisogna poterli regolare correttamente, in funzione delle
circostanze della vita, normali o eccezionali che siano. Devo poter alzare il mio software di paura degli
animali in certe circostanze (se sto camminando nella giungla amazzonica) e abbassarlo in altre (se
passeggio in una campagna tranquilla).
Nelle fobie, il sistema di allarme costituito dalla paura è troppo rigido: è sempre regolato sul massimo.
In terapia si cerca dunque di insegnare al paziente a modulare le proprie reazioni attraverso tecniche
psicologiche specifiche. Da una parte sforzandosi di guardare di più ciò che fa paura, e di sorvegliare
meno sistematicamente l’ambiente. Dall’altra imparando a modulare le proprie interpretazioni
automatiche. Non è facile, perché le capacità di ragionamento degli individui fobici sono di gran lunga
dominate dai loro processi emotivi: l’intelligenza non è dunque libera. Vedremo perché. E vedremo anche
come, accanto a sforzi comportamentali e alla decisione di attuare un distacco psicologico, debba
svolgersi un terzo genere di lavoro, questa volta sulle emozioni...

MECCANISMI EMOZIONALI: SI PUÒ SFUGGIRE ALLA PSICOBIOLOGIA DELLA PAURA?

«In quei momenti, divento come folle.»


«Ho paura di fare chissà cosa soggiogata dall’emozione.»
«Il mio corpo e la mia intelligenza non mi ubbidiscono più, sono come il guidatore di un’auto con il
volante e i freni fuori uso: ho perso il controllo.»
«Mi sento inerme, paralizzata, incapace sia di agire che di decidere, come un coniglio immobilizzato
dai fari di un’auto, destinato a farsi schiacciare, perché non riesce più ad andare né avanti né indietro.»
Chiunque abbia provato il tormento della paura è in grado di descrivere perfettamente l’intensità della
sua dimensione emotiva. E i soggetti fobici, che la provano regolarmente, possono anche raccontare fino
a che punto questa attivazione emotiva sia nel contempo penosa, difficile da controllare e invalidante. Per
un fobico, tenere sotto controllo un attacco di panico è facile come per un allergico calmare una crisi
d’asma... Il motivo è semplice: la reazione di paura si fonda su una realtà biologica molto potente. Esiste
un centro cerebrale della paura, una zona del cervello chiamata «amigdala cerebrale». Questa
denominazione deriva dal latino amygdalus: mandorla, per la forma allungata.79 È l’amigdala che decide
di lanciare la reazione di allarme nota come paura. In condizioni normali, il suo funzionamento è regolato
da strutture cerebrali vicine, incaricate contemporaneamente di filtrare le informazioni che saranno
valutate come implicanti o meno una reazione di paura e anche di controllare l’intensità della paura,
perché non sia controproducente: se è troppo intensa, non può aiutare a fare le scelte migliori di fronte al
pericolo.
È stato possibile dimostrare il ruolo dell’amigdala in diverse maniere. Negli animali di laboratorio, se
si danneggia o si anestetizza quella regione precisa, i comportamenti di paura si modificano
considerevolmente. Si può così far passare la paura dei serpenti alle scimmie, che si avvicinano ai rettili
e li manipolano senza timori. Sembra che anche il ricordo della paura venga alterato. Se quelle scimmie
venivano morse dai serpenti, ritornavano ugualmente a esaminarli da vicino. Nel topo, è la paura del
gatto a sparire: i topi dall’amigdala lesa si avvicinano ai gatti senza la minima preoccupazione,
azzardandosi persino a morder loro l’orecchio, cosa che in natura creerebbe loro seri problemi. Ma
occorre precisare che i gatti sono stati anestetizzati, altrimenti il test non sarebbe fattibile! Al contrario,
la stimolazione per mezzo di elettrodi di questa regione dell’amigdala cerebrale scatena reazioni di paura
esagerate negli animali, anche in assenza di qualsiasi pericolo o di qualsiasi contesto che evochi un
pericolo...

Il circuito cerebrale della paura: scenario biologico di una sequenza che genera
spavento
Attualmente il circuito cerebrale della paura è abbastanza ben conosciuto, almeno a grandi linee.
Da ormai molti anni è risaputo che esiste, sotto la nostra corteccia, ossia sotto la zona delle attitudini
mentali complesse, in particolare nella sua parte frontale, un cervello emozionale un po’ più grossolano,
che condividiamo con i nostri cugini del regno animale. Quando si pongono individui fobici di fronte
all’oggetto delle loro paure, si osserva un aumento molto significativo dell’erogazione sanguigna a
livello di questa zona del cervello, sede dell’attivazione emozionale.80 Proviamo a descrivere in maniera
semplificata il circuito cerebrale della paura.
I nostri organi sensoriali (vista, udito, olfatto...) ricevono informazioni dall’ambiente che segnala la
presenza o la possibilità di un pericolo: per esempio un serpente o un ramo sul terreno che assomiglia a
un serpente.
Queste informazioni attivano l’amigdala cerebrale, che lancia un primo allarme corporeo, sotto forma
di una reazione di risveglio, di soprassalto, di stato di tensione.
In seguito, la pertinenza di questo allarme viene valutata da diverse strutture cerebrali vicine
all’amigdala, implicate nel «circuito della paura», in particolare l’ippocampo, zona che appartiene a sua
volta al cervello emozionale, e che agisce indipendentemente dalla nostra volontà, e la corteccia
prefrontale, che agisce in parte, ma solo in parte, in funzione della nostra volontà.
Il nucleo centrale chiamato «ippocampo» riveste, tra gli altri, il ruolo di compiere raffronti con le
nostre esperienze passate: «Ho già incontrato questa situazione e mi ha creato problemi gravi?»
L’ippocampo è anche capace di tener conto del contesto attorno all’oggetto della paura: per esempio, un
leone in gabbia ci provoca un discreto brivido di paura (l’amigdala lancia ugualmente una piccola
reazione di allarme), ma il fatto che sia in gabbia frena la reazione di paura. I fobici non possono
avvantaggiarsi di questo freno contestuale, in quanto prendono sul serio, molto sul serio, qualunque
stimolazione fobica. Il contesto ha soltanto un ruolo piuttosto debole: per esempio, le paure delle fobie
sociali gravi talvolta si verificano anche in presenza di amici o familiari, se gli sguardi e l’attenzione
sono puntati su di loro.
Quanto alla corteccia prefrontale, essa funziona come regolatrice delle reazioni automatiche di paura. È
suo compito integrare tutte le informazioni sensoriali, emozionali, culturali, personali... per trarne un
piano d’azione adeguato ai bisogni e al contesto della situazione incontrata.81
Riprendiamo l’esempio del serpente, o della sagoma del serpente, visto sul terreno durante una
passeggiata. I nostri occhi individuano la sagoma: «Forma sinusoidale sul terreno, apparentemente
immobile». Trasmettono l’informazione all’amigdala cerebrale, che lancia un primo allarme:
«Attenzione, attenzione, forma sospetta!» e fa scattare un primo procedimento per la sopravvivenza:
«Non ti muovere!» L’ippocampo richiama rapidamente la nostra riserva di ricordi: «Questa forma è
immagazzinata nella mia memoria collettiva o personale come fonte di pericolo?» Nel frattempo, la
corteccia prefrontale tenta di prendere il comando delle operazioni: «Continuate a tenermi al corrente, ma
proviamo ad avvicinarci piano per osservare meglio, e vedere di che cosa si tratta senza correre troppi
rischi».
Se, per un motivo o per l’altro, queste due strutture, l’ippocampo e la corteccia prefrontale, non
pongono un freno all’allarme lanciato dall’amigdala, la paura non conosce più barriere e s’insedia il
panico: ecco perché scappiamo a gambe levate davanti a una biscia inoffensiva, o a un semplice pezzo di
legno. Oppure, se il pericolo è reale, il che può anche capitare, rimaniamo terrorizzati alla vista di una
vipera che scappa via, e impariamo ad averne ancora più paura la volta successiva: «D’ora in poi non
porterò più i bambini a fare passeggiate nel bosco, è troppo pericoloso». Purtroppo, più il panico o
l’inizio di panico si ripete, ossia più a lungo la fobia rimane al comando del comportamento quotidiano,
più questo circuito biologico della paura si rafforza e diventa funzionale. Le crisi di paura possono
dunque scatenarsi da sole, in modo apparentemente assurdo, un po’ come un software impazzito che si
lanci da solo sullo schermo del vostro computer, in seguito a una manovra a cui non avevate prestato
attenzione...

Il circuito cerebrale della paura


I rapporti tra amigdala e corteccia prefrontale: lotta o collaborazione?
Nelle paure patologiche è evidente che l’amigdala ha preso in mano il potere. Questo fenomeno può
avere molteplici cause: quasi sempre si tratta di predisposizioni caratteriali (vedi capitolo precedente), o
di esperienze di vita traumatizzanti. L’amigdala, infatti, «apprende» e memorizza alla perfezione le
esperienze e i condizionamenti di paura.
Il ruolo dell’amigdala ha potuto essere spiegato grazie alle tecniche di neuro-formazione di immagini,
che consentono di visualizzare quali regioni del cervello sono implicate in differenti situazioni di vita. La
reattività emozionale dei pazienti fobici sociali a foto di volti in collera o sprezzanti è superiore a quella
dei soggetti non fobici sociali, e questa reattività è oggettivata da una maggior attivazione (studio per
risonanza magnetica) della zona dell’amigdala cerebrale.82
Di recente è stato portato a termine uno studio molto interessante per capire che cosa accade nel nostro
cervello quando prendiamo la parola in pubblico.83 Tutti hanno la tremarella in una situazione di questo
genere, ma nei fobici sociali la tremarella è accompagnata dall’assoluta incapacità di raccogliere i
pensieri, i ricordi, o peggio, in caso di un esame orale, le conoscenze. La formazione cerebrale di
immagini rivelava che nei soggetti colti da una paura «normale», il prendere la parola in pubblico era
accompagnato da un aumento dell’irrigazione sanguigna della regione dell’amigdala (provavano
comunque paura), ma soprattutto da un consumo di ossigeno ancora maggiore in diverse regioni corticali,
come corrispettivo dell’apporto in energia necessario per mobilitare le risorse intellettuali e poter
affrontare la situazione. Nei fobici accadeva il contrario: attivazione molto forte dell’amigdala e, in
confronto ai non fobici, irrigazione sanguigna delle regioni corticali meno forte. Questi risultati
corrispondono esattamente a quello che riferiscono i pazienti affetti da grandi paure sociali: «Avevo la
mente vuota, impossibile far lavorare il cervello, come un vuoto immenso. Ma ero terrorizzato, avevo una
paura esagerata, assurda, bestiale...»
Questa impressione di catastrofe, di immenso disagio interiore corrisponde all’amigdala che funziona a
pieno regime. La mente vuota sono le zone corticali, completamente disorientate dall’allarme urlante,
onnipresente, terrificante lanciato dall’amigdala...

Cablati per la paura


Perché questa presa di potere da parte di una zona cerebrale arcaica a danno di zone più «nobili» e più
«evolute»? Perché il nostro cervello possiede reti sinaptiche più numerose nel senso amigdala-corteccia
prefrontale che non nel senso contrario. E l’amigdala viene sempre allertata per prima: di fronte a una
minaccia, il primo ad avere paura è sempre il nostro corpo, non la nostra mente.84
Fin dalla nascita siamo cablati per la paura, e a poco a poco la vita ci insegna a diventare selettivi nei
confronti delle nostre paure: impariamo che dobbiamo guardarci attorno, e lo sperimenteremo
direttamente... Il nostro cervello è un meraviglioso personal computer a cui l’evoluzione ha fornito un
software di serie che ci prepara a provare il maggior numero possibile di paure. È probabile che il
nostro software sia pressoché simile a quello dei nostri avi, ma poiché i pericoli che incontriamo non
sono più gli stessi, ne deriva la necessità di una modulazione e di una flessibilità. In funzione del suo
ambiente, ogni essere umano procede ad aggiustamenti del suo software di paure: la sensibilità a certe
paure viene tarata al livello più basso; le paure utili alla sopravvivenza quotidiana, invece, vengono
messe a punto con maggiore cura. In ogni caso possiamo modificare questi aggiustamenti se i nostri
bisogni o il nostro ambiente cambiano. Inoltre, lo scatenarsi di reazioni di paura non «inchioda» a ogni
piè sospinto il nostro computer: non proviamo costantemente attacchi di panico davanti a qualsiasi
problema.
Non abbiamo dunque bisogno di imparare ad aver paura (la natura ci ha già dotato di tutto quel che
occorre), ma di imparare invece di cosa aver paura, e anche di cosa non aver più paura!

Irregolarità differenti legate alla biologia della paura


Tutti gli studi scientifici che cito in questo libro non sono opere astratte, ma corrispondono invece
esattamente a ciò che descrivono le persone affette da grandi paure...
Prima di tutto, le paure che degenerano rapidamente in panico, e la paura della paura: «Faccio di tutto
pur di non trovarmi in situazioni inquietanti, perché se la mia paura molla gli ormeggi, so che non potrò
far niente per tenerla a freno».
Poi l’accensione spontanea delle paure, che possono scatenarsi da sole o quasi, a partire da niente o
quasi niente: un pensiero, uno sguardo o un silenzio, un battito del cuore più forte del solito, un risveglio
nel cuore della notte... Come vedremo, il sistema nervoso simpatico dei pazienti fobici è sempre a un
livello di funzionamento troppo elevato (nel linguaggio corrente diciamo che sono sempre «in tensione»),
il che spiega certe vampate di rossore, come lampi di calore in piena estate alla fine di una giornata
canicolare.
Infine, il ritorno della paura: la fobia ha la memoria lunga. Anche se abbiamo compiuto progressi,
anche se abbiamo affrontato vittoriosamente le nostre paure e cambiato la nostra concezione del mondo
(meno scenari catastrofici), la paura può sempre ripresentarsi, come una vecchia star della canzone che
più nessuno ha voglia di ascoltare... Il nostro cervello non dimentica mai le sue paure, e le conserva
archiviate nel sonno. Anche se una certa paura era già stata superata, perché si ripresenti è sufficiente il
confronto con una situazione che un tempo spaventava, associata a un periodo di scarsa forma. I più
fragili possono esserne scoraggiati: «Tanta fatica per niente...» Ma in realtà questi ritorni della paura
possono essere controllati perfettamente dai pazienti che sono stati messi in guardia, soprattutto da quelli
che si sono sottoposti a una terapia comportamentale e di conseguenza sanno cosa si deve fare per
limitarne l’estensione, se per caso le antiche reazioni emotive accennano a ricomparire.

Come «calmare» l’amigdala cerebrale?


Un fenomeno non è inamovibile per il solo fatto di essere ancorato nella biologia.
Ciò che funziona in un senso – la sensibilizzazione della paura – può benissimo funzionare anche
nell’altro – la sua desensibilizzazione. Studi recenti e appassionanti hanno mostrato che le anomalie
cerebrali associate ai disturbi fobici possono normalizzarsi con la terapia, sia medica che psicologica.85
Questo fenomeno detto di «neuroplasticità cerebrale» è una delle sfide più entusiasmanti dei prossimi
anni per la ricerca nell’ambito della psicologia e della psicoterapia:86 ci ricorda infatti che il nostro
cervello si evolve continuamente, in funzione delle esperienze che viviamo. Posso agire sul mio cervello,
posso configurarlo affinché le emozioni patologiche che subisco non siano più una fatalità.
Ma tutto questo può avvenire soltanto in maniera progressiva. Si tratta di un autentico apprendistato: se
voglio imparare a suonare uno strumento musicale o a parlare l’inglese, devo dedicarvi del tempo. E la
teoria non è sufficiente, ma occorre la pratica regolare. Lo stesso vale per la mia lotta contro la fobia:
posso imparare a domare le mie paure eccessive, ma questo esige da parte mia una serie di sforzi da
compiere per un certo tempo. Da qualche settimana a qualche anno, a seconda delle fobie e della loro
anzianità. Ma facciamo attenzione, perché questo non significa che occorre così tanto tempo per iniziare a
star meglio: talvolta i primi benefici compaiono molto presto. Occorre invece tanto tempo per sentirsi
veramente sicuri, ossia non al riparo dalla paura (non sarebbe possibile e nemmeno conveniente), ma
capaci di regolarla.
Un giorno un paziente mi propose questa analogia: «Attualmente mi trovo, rispetto alle mie paure, nella
stessa situazione di un domatore nella gabbia delle bestie feroci. Continuo a diffidare, ma sono io che
conduco il gioco. Non passerò tutta la vita dentro la gabbia, ma ogni volta che dovrò entrarvi, saprò di
poterlo fare. E devo ammettere che qualche volta, qualche volta soltanto, dominare la mia paura in queste
circostanze mi procura un po’ di piacere...»

Coraggio e discernimento
La lotta contro le paure fobiche ubbidisce anche ai principi della filosofia stoica e della sua celebre
preghiera: «Dammi il coraggio di cambiare ciò che posso cambiare, la forza di sopportare ciò che non
posso cambiare, e l’intelligenza di capire la differenza tra queste due situazioni».
Di coraggio ne occorre agli individui fobici, soprattutto perché le paure contro le quali lottano sono
invisibili agli occhi degli altri. Nessuno è in grado di ammirarli per quel che valgono come le persone a
loro più vicine o il loro terapeuta. Conducono la loro battaglia nell’ombra.
Hanno anche bisogno di forza d’animo per accettare le difficoltà che incontrano lungo il cammino, le
sconfitte, sia pure passeggere. La paura è un avversario coriaceo, e non basta decidere di contrastarla, e
riuscire a farlo, per vincere la partita. I progressi avvengono generalmente a dente di sega, e non in
maniera lineare. Non si tratta di vincere una battaglia, ma una guerra.
Devono dar prova di tenacia, perché, come abbiamo visto, il lavoro di pacificazione emotiva che
dovevano compiere è lungo: si tratta infatti di riconfigurare il funzionamento cerebrale, soprattutto in
zone di accesso particolarmente difficile per la nostra volontà.
Devono infine possedere il discernimento, affinché i loro sforzi di battersi non siano violenze fatte a se
stessi: come vedremo, bisogna stimolarsi e incoraggiarsi, e non tormentarsi o rimproverarsi. Quello che
si rivela più efficace è un insieme sottile di intransigenza e di tolleranza nei confronti di se stessi.
A questo proposito, spesso è il terapeuta che indica la via stimolando il paziente senza mai dimenticare
che gli chiede di fare qualcosa di difficile. Quando esorto i miei pazienti fobici ad affrontare situazioni
che li angosciano, talvolta ho qualche scrupolo, perché so di metterli in una situazione difficile. E so
anche che siamo molto più tranquilli quando discutiamo della loro infanzia nel mio ufficio che non
quando prendiamo il metrò, o inseguiamo un piccione, o chiediamo un’indicazione ai passanti per strada.
Ma quando, alla fine della terapia, domando loro che cosa li ha aiutati di più, tutti, senza eccezione, mi
rispondono: «L’avermi esortato ad affrontare le mie paure...»
Capitolo 4

COME AFFRONTARE LA PAURA: PRIME INDICAZIONI

Dobbiamo rendere la vita impossibile alle nostre paure, altrimenti saranno loro a
renderla impossibile a noi.
Ecco alcuni consigli per riuscire a riconquistare la libertà. E alcuni esercizi per
rafforzare la capacità di affrontare la paura. Ecco come preparare e prolungare le cure
che affronteremo in uno dei prossimi capitoli.
Ed ecco soprattutto «la» grande regola: è impossibile far indietreggiare la paura
senza scendere nell’arena. Per dominare le paure bisogna affrontarle, molto spesso e
con estrema regolarità.

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«Buttiamoci nella mischia! Devo trarre profitto dalla vita, trovare la gioia, altrimenti sono perduto. Ma come fare?»
Alexandre Jollien, Le Métier d’homme


«Se continui a fare quello che hai sempre fatto, non meravigliarti se ottieni quello che hai sempre
ottenuto.»
Philippe, un mio paziente, è molto fiero di mostrarmi questa frase scritta su un pezzetto di carta: «Ho
trovato questa citazione e mi sono detto che lei l’avrebbe trovata divertente, dottore». Ormai da alcune
sedute, lavoriamo insieme per modificare tutte quelle abitudini quotidiane che alimentano la paura, che
contribuiscono a rafforzarla e a farla durare. Philippe ha capito bene il messaggio: la cosa più
importante, nel corso di una terapia, è ciò che accade quando il terapeuta non è più al fianco del paziente.
Se vediamo i pazienti una volta alla settimana, rimane un buon centinaio d’ore durante le quali essi si
confrontano da soli con la propria fobia...
Nel prossimo capitolo vedremo che cosa accade durante una terapia, ma prima dobbiamo passare in
rassegna gli sforzi personali indispensabili da compiere nella vita quotidiana. Tutti i consigli contenuti in
queste pagine non possono certo sostituire un’autentica psicoterapia, se soffrite di una paura grave e
antica. Ma sono l’indispensabile accompagnamento della terapia, un complemento e un prolungamento
degli sforzi che il vostro terapeuta esige da voi. Sono anche, e soprattutto, la base dei vostri sforzi di
mantenimento una volta che avrete raggiunto l’obiettivo: aver ridimensionato la paura collocandola entro
limiti normali e accettabili.
Ecco i dieci comandamenti della lotta contro la paura che esporremo nei dettagli.

1. Disubbidite alle vostre paure.
2. Cercate di capire veramente che cosa vi fa paura.
3. Non abbiate più paura della paura.
4. Modificate la vostra concezione del mondo.
5. Confrontatevi secondo le regole.
6. Rispettate le vostre paure e fate in modo che anche gli altri le rispettino.
7. Riflettete sulla vostra paura, sulla sua storia e sulla sua funzione.
8. Prendetevi cura di voi stessi: paure, fobie e igiene di vita.
9. Imparate a rilassarvi e a meditare.
10. Continuate gli sforzi nel tempo.
1. DISUBBIDITE ALLE VOSTRE PAURE

Immaginate che un giorno qualcuno si installi a casa vostra senza essere stato invitato. Pianta le tende, si
crea le proprie abitudini. Si serve dal vostro frigorifero, dorme in soggiorno, vi accompagna ovunque. E
incomincia a darvi ordini: «Grattami la schiena, portami la colazione a letto, lucidami le scarpe, lasciami
la tua stanza e vai tu a dormire in soggiorno...» Se gli ubbidite, che motivo avrebbe questa persona di
lasciare casa vostra? Nessuno: più vi sottomettete, più l’ospite indesiderato si sentirà a suo agio in casa
vostra, e non si sognerà neanche di andarsene.
È esattamente ciò che accade con la paura: se le ubbidite ogni volta che vi dice «non farlo», «abbassa
gli occhi», «cerca una scappatoia», «fuggi», «non uscire da solo», la paura non ha nessun motivo di
diminuire, e ancor meno di scomparire.
Propongo spesso ai miei pazienti questa metafora dell’«ospite indesiderato» per indurli a riflettere sul
rapporto di eccessiva tolleranza, di eccessiva sottomissione che hanno con le paure eccessive, talvolta
senza rendersene chiaramente conto. Bisogna considerare la fobia come un ospite indesiderabile, e fare
di tutto perché non abbia voglia di prolungare il suo soggiorno. Dovete rendere la vita impossibile alla
fobia: altrimenti, la fobia renderà la vita impossibile a voi.
Sembra evidente, eppure non è così chiaro agli occhi di molti individui fobici: dopo lunghi anni di
evoluzione, finiscono per non distinguere più chiaramente tra l’interesse personale e quello della
patologia. Eppure, questa riflessione e questo distacco sono indispensabili, perché gli interessi delle due
parti sono radicalmente contrapposti: mentre gli individui fobici vorrebbero ridiventare autonomi e
sereni, la fobia invece tende a mantenerli nella dipendenza e nella paura. È dunque di importanza
fondamentale che io mi dissoci dalla mia paura, che comprenda come i miei interessi siano divergenti dai
suoi. Altrimenti, dopo un certo tempo di evoluzione, gli evitamenti imposti dalla paura tenderanno a
presentarsi come pseudo scelte personali. Il fobico finirà dunque per dire a se stesso: «Non vado alle
feste perché mi annoio, non vi si parla d’altro che di denaro e di argomenti superficiali». E non invece:
«Ho paura, non so cosa dire, temo di rimanere in disparte o di farmi notare per la mia emotività o per il
mio silenzio forzato». Oppure ancora: «Non prendo più il metrò perché è sinistro e puzza», e non invece:
«Ho una paura folle che il treno rimanga bloccato tra una stazione e l’altra, e di sentirmi soffocare o di
cadere in preda al panico». Nel giro di pochi istanti, la fobia fa apparire gli evitamenti come scelte di
vita, che possono anche passare inosservate. E invece continuano a essere rinunce deleterie.
Bisogna dunque trovare il coraggio di disubbidire alla paura, almeno ai suoi eccessi, e di dichiararle
guerra.
È evidente che la paura non si rassegnerà tanto facilmente: affrontando ciò che la fobia ci ordina di
evitare, sperimentiamo automaticamente un aumento della paura e del disagio emozionale. Ma ricordate
che, ubbidendo alla fobia con gli evitamenti, pagate a caro prezzo la vostra tranquillità: per un po’ di
quiete momentanea, sacrificate il vostro futuro. Acconsentire a questo tipo di conforto nel momento
presente significa rinunciare alla libertà in futuro.
Come vedremo, gli sforzi di affrontare la paura non vi costeranno un prezzo così alto: il piacere di
incominciare a riportare qualche piccola vittoria sulla paura fa dimenticare il costo emotivo del
confronto, soprattutto quando si inizia a capire che si dispone di un metodo coerente, che garantisce la
perennità dei progressi.
Ma attenzione, la lotta contro una fobia non è una battaglia, è una guerra di logoramento. Non basta
riportare una vittoria, e mettere puntualmente l’avversario in fuga: bisogna vincere tutte le battaglie, l’una
dopo l’altra, finché il nemico è definitivamente sconfitto. Respingete il nemico e fatelo tornare al suo
posto: dietro i confini della paura normale. E mantenete la capacità di farlo indietreggiare ogni volta che
gli venga in mente di sferrarvi un nuovo attacco (è quello che si definisce il ritorno della paura). Mi
dispiace usare questo linguaggio di guerra in psicologia, ma corrisponde alla realtà. Non scendete più a
patti: azzuffatevi! Accettate anche che per qualche tempo la vostra vita sia un po’ meno tranquilla: in ogni
caso, quella con la fobia non è proprio una vita da sogno, vero? Nessuna guerra è piacevole, ma alcune
sono necessarie: questa guerra di liberazione lo è.
L’abbiamo visto nei capitoli precedenti: non siete colpevoli delle vostre fobie. Nessuno sceglie di
essere fobico, e nessuno è felice di esserlo.
In compenso siete responsabili della lotta contro la fobia. È importante che cambiate il vostro
atteggiamento mentale: dovete passare dalla sottomissione all’azione, dalla posizione di vittima a quella
di combattente. Ma attenzione: questo spirito bellicoso non deve farvi dimenticare che non è la paura che
volete ridimensionare, bensì la fobia, ossia l’eccesso di paura, e l’insieme di reazioni inadeguate alla
paura. Il problema è come aggiustare questo sistema di allarme naturale che non funziona come dovrebbe.
Come vedremo, occorre accettare la paura, la sensazione di paura, anche se sembra paradossale. E non
bisogna averne paura. Ma non si deve accettare la fobia, non bisogna sottomettersi alla fobia. Più
collaborerete, più il problema durerà.

2. CERCATE DI CAPIRE VERAMENTE CHE COSA VI FA PAURA

Una mia paziente claustrofobica era convinta di poter morire soffocata nel giro di qualche minuto in un
ascensore bloccato, o per una pillola andata di traverso. Un’altra, che soffriva di una fobia del sangue,
delle iniezioni e dei clisteri, mi raccontava così le sue paure: «Quando stanno per farmi un’iniezione, non
riesco più a controllarmi, mi muovo e l’ago finirà per spezzarsi nel mio braccio», «La punta dell’ago
risale fino al mio cervello provocando una complicazione vascolare cerebrale», «L’ago mi penetrerà il
braccio», «Mi preleveranno troppo sangue per le analisi e finirò per sentirmi male».
Nella maggior parte delle fobie si ritrovano convinzioni simili, chiaramente assurde ed eccessive agli
occhi degli individui non fobici. Lo psicoterapeuta americano Albert Ellis definiva i disturbi fobici come
«comportamenti stupidi messi in atto da persone intelligenti».87 Questa espressione è perfettamente
azzeccata, ma il problema in realtà è un po’ più complicato, visto dall’interno.
Non è corretto affermare che i fobici non si interessano a ciò che fa loro paura. Il problema è che vi si
interessano in modo sbagliato: sono troppo parziali e troppo superficiali.
Parziali perché tendono a raccogliere soltanto le informazioni che confermano le loro paure. Chi ha
paura dell’aereo spesso ricorda le grandi catastrofi aeree, ma è meno colpito dalla stragrande
maggioranza di aerei che non si schiantano. Chi ha paura dei cani ricorda perfettamente i racconti di
amici e parenti che sono stati morsi a sangue, ma non fa il minimo caso alla stragrande maggioranza di
cani inoffensivi o di morsi trascurabili. Chi teme di arrossire conserva un ricordo preciso delle
osservazioni beffarde che ha dovuto subire a questo proposito, ma tende a dimenticare tutte le situazioni
in cui nessuno ha fatto caso al suo rossore. Eppure, come ricordava Hegel, è meglio «ascoltare il bosco
che stormisce, piuttosto che l’albero che si schianta al suolo».
L’approccio dei pazienti verso ciò che li spaventa è altrettanto superficiale perché, per una reazione
comprensibile, evitano tutto ciò che ricorda loro la fobia di cui soffrono. Molti fobici degli uccelli o dei
ragni, per esempio, ignorano tutto di questi animali: evitano accuratamente ogni articolo di giornale, ogni
libro, ogni trasmissione radiofonica o televisiva che evochi l’argomento da loro tanto temuto. Ma in tal
modo si mantengono in una condizione di ignoranza tale da poter continuare a fantasticare su tutta una
serie di pericoli: il rischio che gli uccelli perforino loro gli occhi se si spaventano, o la convinzione che i
ragni vogliano soltanto attaccare ferocemente gli esseri umani. Molti individui che soffrono di attacchi di
panico temono seriamente di poter impazzire durante una crisi d’angoscia, mentre gli psichiatri sanno che
la «follia» non ha niente a che vedere con la spirale dell’angoscia. Molti fobici sociali si sentono
osservati e giudicati costantemente dagli altri, mentre tutti gli studi sulle interazioni sociali mostrano che i
nostri interlocutori solitamente sono piuttosto indifferenti ai nostri stati d’animo, e sono pessimi
osservatori quando si tratta di concentrarsi sugli altri.
È dunque importante porsi in maniera diversa nei confronti dell’oggetto delle proprie paure, e
procurarsi tutte le informazioni necessarie. Nessuna delle vostre domande è ridicola, e dovete trovare il
coraggio di porla agli interlocutori che possono darvi la risposta corretta. Si può morire di paura? Perché
i serpenti tirano fuori la lingua? Un cane può uccidere un essere umano? Molte terapie delle fobie
implicano questa fase di acquisizione di informazioni. Per esempio, numerose compagnie aeree
propongono ai fobici del volo visite a bordo di aerei a terra, in compagnia di piloti o di hostess che
spiegano loro come un oggetto più pesante dell’aria possa volare, che cosa accade quando il reattore va
in panne ecc. Una mia paziente mi raccontò il suo primo attacco di panico durante un volo aereo nei
termini seguenti: il pilota aveva segnalato ai passeggeri che l’aereo stava sorvolando il Monte Bianco e
che da un lato dell’aereo era possibile vederlo. Un gruppo di passeggeri si era subito precipitato sul lato
in questione, scatenando il terrore nella mia paziente, convinta che quell’afflusso di individui rischiasse
di rendere squilibrato l’aereo come se fosse una barca, trascinandolo verso terra in una caduta
irrimediabile e mortale. Ma è evidente che, data la massa dell’apparecchio e la sua velocità, il rischio
era inesistente.
Molti pazienti non si preoccupano di andare fino in fondo a questo percorso di ricerca di informazioni
semplicemente perché è doloroso dal punto di vista emotivo: costituisce già di per sé un primo tentativo
di confronto.
Le informazioni non possono sostituire la terapia, ma ne costituiscono un’utile premessa. In ogni caso
bisogna «verificare» le informazioni sul campo: ricordate che il cervello emozionale non ascolta mai il
cervello razionale. Come san Tommaso che credeva soltanto a ciò che vedeva, anche il cervello
emozionale crede soltanto a ciò che sente...

Le domande che gli individui fobici si pongono più


di frequente e alcuni elementi di risposta

Tipo di fobia Possibili paure Risposte razionali

Fobia di È possibile rimanere No, a meno che si sia molto anziani o che si soffra di malattie specifiche di cui si sarebbe
soffocamento soffocati da qualcosa che a conoscenza.
va di traverso?

Fobia dei ragni Un ragno può diventare Il ragno, al pari di voi, vuole soltanto scappare. Non ha la minima voglia di aggredirvi,
aggressivo quando si soprattutto se vi tenete a una certa distanza: siete una preda un po’ troppo grossa per lui!
spaventa?

Fobia dei propri Si può perdere Soltanto sotto l’effetto della collera, e non della paura, il che non ha niente a che vedere
impulsi l’autocontrollo e fare del con la fobia.
male a qualcuno,
colpendolo o insultandolo?

Claustrofobia Quando un ascensore (o un No, l’aria circola anche negli ascensori e nei tunnel. Non è aria di prima qualità, ma è
vagone del metrò) rimane decisamente sufficiente perché possiate respirarla per ore senza pericolo, benché con
bloccato, c’è un momento qualche disagio. Non bisogna confondere disagio e pericolo.
in cui si rimane senz’aria?

Fobia Se ci si agita, si rischia di Un adulto normalmente costituito ha sempre impulsi di sopravvivenza che gli consentono
dell’acqua andare a fondo e di di tenersi a galla fino a quando arrivano i soccorsi.
annegare?

Disturbo panico Durante una crisi di No, si ha questa impressione, ma nella storia della psichiatria moderna non compare
(fobia del angoscia si rischia di nessun caso di questo genere.
malore e della impazzire?
perdita di
autocontrollo)

Fobia dei Il fulmine può colpire chi si No, il fulmine colpisce soltanto all’esterno, se siete in aperta campagna, o sotto un albero.
temporali trova all’interno di una Può invece colpire, ma molto raramente, gli elettrodomestici che avete in casa, attraverso
casa? i fili elettrici, telefonici o l’antenna della televisione. Ma se anche maneggiate questi
elettrodomestici durante un temporale, non correte alcun rischio.

Fobia sociale Gli individui che No, nella maggior parte delle situazioni gli interlocutori sono tolleranti nei confronti di chi
arrossiscono vengono arrossisce.88 Ed è già tanto se se ne accorgono...
giudicati più negativamente
degli altri?

Fobia del vuoto Per un attacco violento di Mai, evidentemente. Ma quasi tutti gli acrofobi si «vedono» mentre lo fanno: le loro paure
vertigini si può perdere la si trasformano in immagini impressionanti.
testa e gettarsi nel vuoto?

Fobia della Può capitare di avere un Accadrebbe se soffriste di una malattia in particolare (epilessia mal controllata dalla
guida malore improvviso, che non terapia, narcolessia...) e in tal caso è molto probabile che ne sareste informati.
si riesce a prevenire e che
provoca un incidente?

Molte fobie... Si può morire di paura? No, malgrado le numerose storie che si raccontano a questo proposito. A meno che non
soffriate di patologie cardiache e abbiate le coronarie in pessimo stato. Qualcuno ve
l’avrebbe detto...

3. NON ABBIATE PIÙ PAURA DELLA PAURA

«Tu tremi, carcassa, ma tremeresti molto di più se sapessi dove ho intenzione di condurti.»
Questa frase è attribuita al maresciallo Henri de Turenne (1611-1675). Famoso per il suo coraggio,
Turenne paventava tutte le battaglie, ma non si lasciava bloccare dalla paura. Questo dovrebbe valere per
tutti i fobici. Avere paura è normale. Il problema non è iniziare ad aver paura, ma la nostra reazione alla
paura: lasciarci prendere dal panico. E la soluzione non è evitare a tutti i costi di sperimentare la paura,
ma imparare a non temerla più esercitandosi con regolarità a controllarla. Questo consente di
disinnescarla progressivamente, e di farne diminuire l’intensità.
Il percorso dell’individuo fobico non deve dunque essere basato soltanto sul confronto con la paura, ma
anche sul saper accettare una certa dose di paura. Ricordiamo che bisogna concepire la lotta contro la
fobia come una forma di rieducazione dell’allergia a ciò che fa paura, come quando si ricalibra un
sistema d’allarme inceppato. La paura è normale, non lo ripeteremo mai abbastanza: non si tratta dunque
di sopprimerla, ma di farne buon uso e di regolarla a un livello utile e non faticoso.
Imparare ad accettare la paura è tanto più utile e necessario in quanto numerose emozioni negative sono
legate alla comparsa o al ritorno della paura: accettare la paura significa riuscire a non provare più, di
fronte a essa, né timore, né vergogna, né tristezza. Si tratta di non considerare più la paura come una
mancanza di forza o di volontà, e di non dare più giudizi morali sulla sua comparsa, ma semplicemente di
considerarla come un problema e provare a risolverlo settimana dopo settimana.

Non aver più paura della paura


«Quando sento ritornare in me queste sensazioni, il cuore che batte o impazzisce, l’eco dei suoi battiti
nelle mie orecchie, il respiro corto... incomincio a farmi prendere dal panico. Non ho neppure bisogno di
essere nella situazione, mi basta pensarci con una certa intensità per iniziare a sentire la stretta della
paura, e a perdere la testa... Sono terrorizzata dalla mia stessa paura, dall’idea della mia paura, come un
animale che ha paura della propria ombra.»
Il fenomeno della paura descrive questa sensazione, molto frequente negli individui fobici, di perdita di
controllo nel caso in cui sopravvenga appunto la paura. Per questo motivo, i fobici cercano a tutti i costi
di non incominciare neppure ad aver paura, perché non sanno fin dove possa arrivare una paura appena
nata. O meglio, temono di saperlo: sfocerà nella follia, in un arresto cardiaco, o in qualcos’altro di
questo genere... come vedremo, l’unica soluzione è esercitarsi nuovamente ad aver paura, con regolarità,
in circostanze controllate: è la terapia di esposizione, di cui parleremo nel prossimo capitolo.

Non vergognarsi più della paura


«Non è normale essere così, alla mia età. Farsi prendere dal panico per simili sciocchezze. In quei
momenti mi sento debole, sventurata, senza volontà...» Anche questo genere di autoverbalizzazioni è
troppo frequente. Molti individui fobici si vergognano delle loro paure. Si vergognerebbero forse di
essere miopi, diabetici o ipertesi? No. Eppure, non sono più responsabili dell’esistenza delle loro fobie
di quanto non lo siano di questi altri disturbi. Non pronunciate un giudizio morale sulla vostra paura.
Consideratela invece come un problema da risolvere. La domanda importante non è: «Perché sono così
debole, così timoroso?», ma: «Cosa posso fare per limitare a poco a poco l’intensità di questa paura che
mi disturba e che disapprovo?»

Non rattristarsi più perché si ha paura


«Avevo fatto progressi, e poi patatrac, ho avuto un nuovo attacco di panico. Mi sentivo prostrata, mi
dicevo che non ne sarei mai uscita, che i miei sforzi erano destinati alla sconfitta...»
Sussistono ancora troppe convinzioni sbagliate sul cambiamento psicologico. Lo si percepisce ancora
come se funzionasse grazie a uno «scatto»: quando avrò compreso perché ho questo problema, o quando
l’avrò affrontato, sarà risolto. È evidente che si tratta di una visione illusoria della psicoterapia,
divulgata da certi film hollywoodiani: l’eroe, o l’eroina, capisce improvvisamente da dove venivano tutti
i suoi problemi, gli occhi gli si riempiono di lacrime (di solito c’è un suono di violini in sottofondo) e
tutte le sue preoccupazioni svaniscono per sempre.
Ma sfortunatamente le vere terapie non funzionano così. Assomigliano di più ad apprendistati, un po’
come quando si prova a smettere di fumare o ad imparare a sciare: si soffre, si procede per tentativi, si
va un po’ avanti e un po’ indietro, poi ancora avanti... È piuttosto scoraggiante, ma quando si persevera,
si riesce sempre: un bel giorno, in occasione di un confronto imprevisto, si comprende che il vecchio
modo di reagire è scomparso completamente...
Se questo vale per i primi sforzi di cambiare – se ieri è andata bene non è detto che vada bene anche
oggi – vale anche per eventuali ricadute. La paura ha la memoria lunga, e può risvegliarsi dopo anni,
anche quando la terapia ha avuto successo e si era recuperata la libertà di movimento. Bisogna dunque
stringere i denti, e non dirsi, a proposito di questo «ritorno della paura» (il ROF dei terapeuti
anglosassoni: Return Of Fear): «È finita, non ne uscirò mai». Ma piuttosto: «Non è un ritorno della
malattia, è soltanto un ritorno della paura...»

4. MODIFICATE LA VOSTRA CONCEZIONE DEL MONDO

Il contrario dell’aggettivo «fobico» è «coraggioso» o «incosciente»? Per il filosofo francese del XVIII
secolo, Helvétius, «il coraggio è spesso l’effetto di una visione poco chiara del pericolo che si affronta o
della totale ignoranza di quello stesso pericolo». Gli individui fobici non corrono certo il rischio di
questa miopia psicologica nei confronti del pericolo! La fobia è invece, per riprendere le parole di
Helvétius, il risultato di una visione troppo chiara del pericolo che si affronta o della consapevolezza
estrema di quello stesso pericolo...
Abbiamo già parlato della capacità dei fobici di individuare sul nascere i segni di un eventuale
pericolo. Poiché spesso fraintendono, le loro reazioni di paura assomigliano molto a falsi allarmi. Ma
occorre comprendere che queste reazioni si iscrivono in un contesto ancora più vasto, e in un’autentica
concezione del mondo, che si fonda su tre grandi famiglie di timori fobici:

• Il mondo è pericoloso, e io ho paura di tutto ciò che può accadere (all’esterno regna il pericolo).
• Non sono affidabile, e ho paura delle mie stesse reazioni (il pericolo può anche venire dall’interno).
• Non sono in grado di affrontare, e non posso fidarmi di me stesso (posso sopravvivere soltanto grazie
alla fuga o all’evitamento).

Il mondo è pericoloso: il ruolo degli scenari catastrofici


Se l’individuo fobico ha tante paure, è perché aderisce spesso a numerosi «scenari di catastrofi»: si tratta
di previsioni catastrofiche, per lo più sbagliate, di quello che sicuramente accadrà in caso di confronto:

– «Il piccione si spaventerà e si lancerà contro di me nel tentativo di fuggire. Mi colpirà a un occhio. E
poiché è un animale sporco, lurido, la ferita si infetterà, io perderò l’occhio, forse mi verrà la
setticemia...»
– «Se chiudo questa porta a chiave, rimarrà bloccata, io non potrò più uscire e mi sentirò male. A nessuno
verrà in mente che sto agonizzando in questo gabinetto. Ritroveranno il mio cadavere...»
– «Se pongo una domanda, arrossirò e tutti se ne accorgeranno, e mi giudicheranno inferiore e stupido. A
poco a poco mi lasceranno in disparte. I miei amici mi prenderanno in giro e si allontaneranno da me,
finirò per rimanere solo e abbandonato da tutti...»

Poiché questi scenari catastrofici appaiono decisamente probabili all’individuo fobico, ne derivano due
conseguenze principali: favoriscono gli evitamenti e suscitano sgomento. Una splendida rievocazione di
queste previsioni catastrofiche si trova nel romanzo Il piccione,89 di Patrick Süskind, che racconta
un’incredibile storia di fobia degli uccelli. Non osando tornare a casa per paura di ritrovarsi faccia a
faccia con alcuni piccioni incrociati poco prima sulle scale, l’eroe si proietta di colpo in un terribile
scenario catastrofico sul proprio avvenire: «In ogni caso la tua stanza l’hai già persa da tempo, vi abita
un piccione, una famiglia di piccioni che sporca e devasta la tua stanza, i conti dell’albergo raggiungono
cifre spaventose, e tu bevi fino a ubriacarti per dimenticare le preoccupazioni, bevi sempre di più, ti bevi
tutti i tuoi risparmi, diventi definitivamente schiavo della bottiglia, ti ammali, è il decadimento, la
miseria, la decrepitezza, persino l’ultima e la meno costosa delle pensioni ti mette alla porta, non hai più
un soldo, davanti a te c’è il nulla, non hai più un tetto, dormi sotto i ponti, vai a defecare sotto i ponti, è la
fine, Jonathan, tra meno di un anno sarà la fine, sarai un barbone cencioso sdraiato su una panchina in un
giardino pubblico, come quello straccio d’uomo laggiù, che è tuo fratello...»
Poche opere danno una visione così efficace e sconcertante della sproporzione assurda, almeno vista
dall’esterno, tra il problema iniziale e la sofferenza causata da una «semplice» fobia.
Confrontarsi con questi scenari catastrofici mediante la riflessione e soprattutto l’azione corrisponde
alla cosiddetta «prova di realtà» degli psicologi cognitivisti, ed è senz’ombra di dubbio uno dei
fondamenti di qualsiasi terapia delle fobie.
Ma capita anche che certi pazienti non «prendano coscienza» fino a questo punto dei contenuti delle
loro paure: provano semplicemente una paura devastante e viscerale, senza sapere chiaramente, almeno
sul momento, che cosa li spaventa. Non per questo le loro fobie sono meno dolorose.

Non sono affidabile e le mie reazioni possono nuocermi: il pericolo è dentro di me


Abbiamo già parlato del fenomeno della paura della paura, il timore di perdere l’autocontrollo sotto
l’effetto dello spavento. La spirale della paura della paura è ampiamente alimentata dal «ragionamento
emozionale», che consiste nell’interpretare le proprie reazioni fisiche di paura come la prova che esiste
veramente un pericolo: «Se mi sento male, questa è la prova che il pericolo esiste, o che sta per
presentarsi». «Se mi sento ridicolo, è perché sono ridicolo.» «Se il mio cuore batte così forte,
probabilmente sto per avere un infarto...»
Partendo da un disagio moderato, dunque, il fobico si fa inghiottire da una spirale di interpretazioni
sbagliate o eccessive, fondate essenzialmente su una fede esagerata nelle proprie sensazioni o intuizioni.
La confusione tra ciò che si prova e ciò che è realmente in gioco serve a illustrare un altro paradosso
fobico: l’uso sbagliato di una ipersensibilità reale, che ci precipita nella disperazione invece di indurci a
adottare strategie di adattamento all’ambiente.

Non sono capace: la sensazione di scarso controllo


Gli individui fobici hanno molto spesso la convinzione di disporre di scarse risorse per affrontare la
situazione.
Non potendo evitare le circostanze, le rare volte in cui osano affrontarle tendono a diventare dipendenti
da soluzioni esterne: farsi sempre accompagnare, tenere a portata di mano il cellulare, portare con sé
certi medicinali perché non si sa mai...
Questo spiega anche perché, nelle situazioni angoscianti, esaminano all’istante tutte le possibilità per
cavarsela alla meno peggio: entrando in un cinema, il claustrofobico cerca con lo sguardo le uscite di
sicurezza e fa in modo di non sedersi troppo lontano da una di queste; il fobico sociale che deve chiedere
un’informazione a un commesso, passa ore a verificare qual è quello dall’aria più gentile e a scegliere il
momento migliore, per non rischiare di ricevere una risposta brusca; il fobico degli uccelli si nasconde
dietro un passante robusto per attraversare una piazza frequentata da piccioni...
Una mia paziente fobica dell’aereo, che tuttavia era costretta a prenderlo di tanto in tanto per andare a
trovare la sua famiglia in Nordafrica, chiedeva sistematicamente alle hostess se per caso non ci fosse un
medico tra i passeggeri, e quando non c’era, chiedeva di potersi sedere a fianco di qualcuno che avesse
voglia di chiacchierare, per distrarsi dalle sue paure.
Queste precauzioni, in realtà, rappresentano una forma attenuata di evitamento, e pongono i medesimi
problemi: impediscono di verificare che il pericolo non sussiste. Conviene dunque contrastarle
gradualmente, anche se presentano il vantaggio relativo, contrariamente ai «veri» evitamenti, di
permettere un certo grado di confronto.

Paura prima, paura durante, paura dopo: paura sempre...


Più una fobia è grave e complessa, più invade in permanenza il quotidiano dell’individuo, anche al di
fuori dei momenti di confronto: ci si sente male prima, durante, dopo i confronti...
Aver paura molto in anticipo rispetto al momento del confronto è un fenomeno tipico. Una mia paziente
mi raccontò di avere nella testa un autentico calendario, in cui comparivano tutte le sue uscite e i «rischi»
che implicavano ai suoi occhi: «In quei casi, inizio a soffrire d’insonnia quindici giorni prima. È dunque
raro che io dorma bene...»
Questa ansia anticipatrice è ben nota, ma rimane ancora da studiare un fenomeno che mi sembra molto
importante: il ripensamento postconfronto. Da molto tempo si sa che i depressi sono inclini a ripensare a
lungo, e che di fronte a situazioni di sconfitta tendono a ricordare tutti gli insuccessi precedenti,
peggiorando così ulteriormente il loro umore già cupo. Anche la memoria dei fobici sembra ubbidire a
meccanismi analoghi.90 È particolarmente evidente quando si discute con loro delle loro paure: i fobici
hanno scorte quasi inesauribili di ricordi e di racconti di confronti che confermano le loro paure.91

Le sequenze cronologiche della paura eccessiva

Momento Meccanismo psicologico predominante Conseguenze

Prima del Anticipo tutti i problemi possibili (scenari catastrofici). Aumento della paura anticipata (ansia) e della
confronto sensazione di vulnerabilità.

Durante il Mi concentro sui segnali di pericolo (esterni o interni) e attuo una Aumento della paura, diminuzione delle capacità di
confronto lettura negativa degli elementi ambigui. adattamento alla situazione.

Dopo il Ricordo gli elementi angoscianti o sminuenti di ciò che è accaduto. Vergogna, mantenimento di una sensazione di
confronto vulnerabilità per i confronti successivi.

5. CONFRONTATEVI SECONDO LE REGOLE

«Sul metrò, non devo infilarmi in un angolo, e nemmeno restare rivolto alla porta, a testa bassa. Devo
invece salire a un’estremità del treno, attraversarlo a testa alta, guardando tutti i passeggeri, come se
cercassi qualcuno. Alla stazione successiva devo scendere, salire sulla vettura davanti e ripetere lo
stesso procedimento. E così di seguito per i trenta minuti del mio tragitto, mattina e sera. Devo fare la
stessa cosa quando viaggio in treno: attraversare tutto il treno, risalire tutti i vagoni, osservando i volti
dei passeggeri come se cercassi qualcuno che conosco. D’estate, ogni volta che passo davanti a un caffè
all’aperto, devo fermarmi proprio lì davanti, e anche lì osservare tutti, come se cercassi un amico...»
Prescriviamo esercizi quotidiani di questo genere a molti dei nostri pazienti affetti da una fobia dello
sguardo, di cui riparleremo nel capitolo dedicato alle paure sociali.
Questi esercizi sono la prima e principale necessità del lavoro sulla fobia. Se non ci si confronta con la
paura, non si può progredire: sono le cosiddette «tecniche di esposizione della terapia
comportamentale». Se soffrite di fobia, è probabile che dobbiate compiere questi esercizi con l’aiuto di
uno specialista: in seguito vedremo nei dettagli come si svolgono nell’ambito di una terapia. Ma ecco le
basi da conoscere e da rispettare per trarne il meglio. Come vedrete, il metodo è solo apparentemente
semplice: per essere efficaci, questi confronti devono ubbidire a regole molto precise.

Perché confrontarsi?
Nel suo romanzo I falsari, Gide scrive: «L’esperienza insegna con maggiore sicurezza del consiglio». Se
davvero volete guarire da una grande paura, intelligenza e buoni consigli non bastano: dovete scendere
nell’arena. Per imparare a regolare le emozioni legate alla fobia, invece di subirle. Per mettere in atto
nuovi modi di agire e di reagire, invece di fuggire. Per acquisire nuovi modi di pensare e di percepire le
situazioni, invece di vedere sempre e solo pericoli, senza mai verificare realmente se quei pericoli
esistono davvero.
Come abbiamo già visto, gli evitamenti cronicizzano la fobia. I medici giunsero molto presto a capire
che certi pazienti, confrontandosi regolarmente con le loro paure, riuscivano a liberarsene. Fin dall’inizio
del secolo scorso, il grande psicologo francese Pierre Janet aveva proposto ai suoi pazienti fobici
strategie di confronto progressivo abbastanza simili alle attuali terapie comportamentali per
esposizione.92 Non fuggire più ciò che li angoscia può essere utile per i fobici, e la logica di questa
osservazione è evidente alla loro cerchia di conoscenti, che li sommerge di buoni consigli o li spinge,
talvolta energicamente, a «buttarsi in acqua». Del resto è chiaro anche ai pazienti stessi che quasi sempre
hanno compiuto, ma invano, sforzi per confrontarsi. Perché i loro sforzi non hanno funzionato? I confronti,
spontanei o obbligati, non sono sempre fruttuosi, perché il confronto con paure fobiche, per essere
efficace nel lungo periodo, deve ubbidire ad alcune regole rigorose.

Le regole da rispettare per far tacere durevolmente le paure fobiche


Per affrontare efficacemente una grande paura, bisogna esporsi secondo alcune regole rigorose.
Intensità della paura durante una seduta
di esposizione prolungata
Fase 1: salita. Fase 2: stabilizzazione. Fase 3: diminuzione.
Linee tratteggiate: (a) anticipazione di un aumento senza limiti della paura (scenario catastrofico); (b) anticipazione del
mantenimento senza fine della paura al suo livello massimo.


L’esposizione deve essere lunga: occorre rimanere nella situazione angosciante per un tempo
abbastanza lungo da poter vedere la paura che incomincia a diminuire. In pratica, l’angoscia deve essere
diminuita almeno del 50% prima che un esercizio di confronto possa considerarsi finito. Difficilmente,
dunque, gli esercizi di esposizione possono durare meno di quarantacinque minuti. Raccomando ai miei
pazienti, quando li eseguono da soli, di prendersi sempre un paio d’ore di tempo. È tanto? Sì, è tanto. Ma
dovete pensare che la fobia è una malattia a tempo pieno: se cercate di farla indietreggiare da dilettanti e
a tempo parziale, avete ben poche chance... Gli studi sperimentali sullo svolgimento di una sequenza di
paura mostrano in effetti che, se la persona rimane abbastanza a lungo a confronto con la situazione
temuta, il suo terrore finisce sempre per diminuire sensibilmente. Il problema è che i pazienti in generale
non rimangono nella situazione angosciante, perché prevedono che la paura salirà all’infinito e aumenterà
fino a raggiungere un livello insostenibile o pericoloso. Oppure si assesterà al livello più elevato e non
diminuirà mai. Se ne conclude dunque che per sopravvivere bisogna fuggire la situazione, fisicamente o
mentalmente. Ovviamente queste due previsioni sono sbagliate, ma fintantoché il paziente non va a fondo
per verificarlo, il dubbio sussiste: «Se non fossi fuggito, sicuramente si sarebbe verificata una
catastrofe».
Evoluzione del livello della paura durante sedute
ripetute di esposizione



L’esposizione deve essere completa: durante l’esposizione non devono verificarsi i cosiddetti
«evitamenti sottili». Nei fobici di animali potrebbe trattarsi di distogliere lo sguardo, per diminuire la
sensazione di paura. Chi soffre di attacchi di panico magari potrebbe appoggiarsi a un mobile, per
prevenire la comparsa di un malore. I fobici sociali potrebbero parlare molto, per evitare un silenzio e
sostenere così uno sguardo osservatore rivolto a loro. È evidente che ne esistono moltissimi. Ogni
individuo fobico deve imparare a individuare questi piccoli trucchi inconsci che altrimenti rischiano di
alterare l’efficacia degli esercizi.
Le esposizioni devono essere ripetute: per curare efficacemente una grande paura, non basta una volta,
e bisogna ricominciare regolarmente gli esercizi. A poco a poco, questa ripetizione farà diminuire
l’intensità e la durata della paura, e in maniera durevole, perché i vostri sforzi avranno avuto un impatto
biologico attraverso la neuroplasticità, la riconfigurazione delle sinapsi cerebrali di cui abbiamo parlato
all’inizio di questo libro. Via via che le esposizioni si susseguono, l’ansia è meno intensa e dura meno a
lungo. Ricordate: dovete insegnare gradualmente al vostro cervello emozionale che non c’è alcun
pericolo, e questo apprendistato, come tutti gli apprendistati, esige ripetizioni regolari. In materia di
fobia, una volta non basta mai. Dovete «utilizzare» la reazione condizionata di paura. Una delle mie
pazienti mi raccontava che, durante questi esercizi, si prodigava per «stancare la paura»... Per questo i
terapeuti prescrivono sempre esercizi ai loro pazienti, da eseguire quotidianamente tra una seduta e
l’altra. Questi esercizi sono il corrispettivo delle scale che vi assegnerebbe un insegnante di musica.
Sono ugualmente indispensabili ai vostri progressi.
L’esposizione deve essere progressiva: nella maggior parte dei casi si raccomanda di iniziare a esporsi
progressivamente a situazioni di difficoltà crescente. Inutile farsi violenza e perdere la bussola: sarebbe
anzi controproducente. Se vi accadesse, significherebbe che avete mirato troppo in alto, e che dovete
invece prefiggervi un obiettivo più modesto. Dovete redigere un elenco di obiettivi, che rappresenteranno
una serie di tappe da superare, l’una dopo l’altra. Per esempio, per un fobico dell’altezza: mettersi in
piedi su una sedia, poi su un tavolo, poi arrampicarsi su uno sgabello o su una scala, affacciarsi a un
balcone, sporgersi da un ponte ecc. Ricordate che la fobia rappresenta un insieme di abitudini antiche,
che non è possibile mettere sottosopra in un colpo solo. Come scriveva Mark Twain: «Non ci si libera da
un’abitudine buttandola giù dalla finestra, ma bisogna farle scendere le scale un gradino dopo l’altro...»
Ecco, a titolo d’esempio, l’elenco degli obiettivi stilato con una mia paziente acrofoba (fobia
dell’altezza e del vuoto) durante una terapia per esposizione graduale. Questi esercizi riprendevano
approssimativamente ciò che avevamo fatto insieme durante la seduta, e la paziente doveva praticarli
regolarmente tra una seduta e l’altra. Sono classificati per livello crescente di difficoltà:

– guardare giù nella via dalla finestra al terzo piano, tutte le mattine e tutte le sere, abbastanza a lungo,
continuando a sporgersi nel vuoto finché la sensazione di disagio non sia scomparsa, invece di ritrarsi
precipitosamente dopo qualche istante;
– stare in cima alla scala del proprio appartamento e rimanere di fronte al vuoto, senza aggrapparsi alla
rampa, invece di scendere;
– per strada, fermarsi a guardare monumenti o edifici alti, rovesciando la testa all’indietro; rimanere in
questa posizione malgrado l’eventuale senso di vertigine;
– salire su una sedia senza reggersi con le mani; rimanere a lungo così appollaiati;
– sporgersi oltre la ringhiera del balcone senza aggrapparsi disperatamente con le mani;
– salire su una scaletta fino all’ultimo gradino senza aggrapparsi con le mani.

Alla fine della terapia, chiesi alla paziente di festeggiare l’evento salendo con un amico fino all’ultimo
piano della Tour Eiffel. Ma quello non era un esercizio da ripetere regolarmente, bensì un simbolo della
sua vittoria sulla paura. O meglio, del trattato di pace che aveva firmato con la sua paura. Lo scopo di
questi sforzi, infatti, non è schiavizzare la paura come in precedenza la paura schiavizzava voi, ma
convivere con la paura in maniera intelligente: la paura può anche rendervi qualche favore. Ma occorre
sorvegliarla da vicino: ha tendenze dittatoriali, a causa del suo carattere un po’ primitivo...
6. RISPETTATE LE VOSTRE PAURE E FATE IN MODO
CHE ANCHE GLI ALTRI LE RISPETTINO

Gli sforzi di affrontare la paura che abbiamo descritto sono infinitamente più sottili e delicati di quanto si
potrebbe pensare. Guarire dalla fobia non significa soltanto provare a passare con la forza attraverso le
proprie paure, bensì ricostruire un rapporto diverso e che duri nel tempo con quelle paure allergiche che
sono le paure fobiche. Essendo un compito che richiede tempo, presuppone che si conoscano le proprie
forze, che si sappia economizzarle, e soprattutto che si abbia rispetto per se stessi: darsi degli stimoli
senza farsi violenza. La parola d’ordine, quando si tratta di affrontare le paure, è spingersi sempre un po’
oltre a quello che si farebbe spontaneamente, ma non sottoporsi a lotte estenuanti. E ricordare che
l’obiettivo non è diventare un individuo senza paura, ma un individuo che non si lascia né guidare né
sopraffare dalle proprie paure.
E poi ancora: se si tratta di fobie complesse, che tendono a invadere la vostra esistenza in tutti i suoi
aspetti, e a provocare gravi cadute di autostima, e anche stati depressivi,93 state attenti a non ridurvi alla
vostra fobia. A questo proposito, durante le terapie di gruppo ricordo ai miei pazienti: «Non siete
individui fobici, e soprattutto non siete soltanto individui fobici! Anche se la sofferenza tende a farvi
dimenticare tutto il resto, come nei mali cronici. Siete semplicemente persone normali che soffrono di
fobia. Ma che hanno anche numerose altre caratteristiche e capacità». Non pensate soltanto ai vostri
sintomi, ma anche alla vostra individualità!
Siate rispettosi verso voi stessi. In tal modo potete chiedere agli altri di essere rispettosi nei vostri
confronti. Senza dover dissimulare, come credono molti fobici, le vostre paure. Agnès, una mia paziente
fobica dell’acqua, un giorno mi raccontò il seguente aneddoto. Poiché quando non toccava aveva paura di
annegare, avevamo pianificato insieme una serie di esercizi da eseguire in una piscina vicino a casa sua:
tra l’altro avrebbe dovuto allontanarsi di un paio di metri dal bordo della piscina, sul lato più profondo.
Coraggiosa ma non temeraria, aveva comunque chiesto al maestro di nuoto di tenerla d’occhio: «Potrebbe
sorvegliarmi un po’, per favore? Quando non tocco ho paura». Il maestro di nuoto, simpatico ma
paternalista, le aveva chiesto se sapeva nuotare, e poiché la risposta era stata affermativa, aveva
commentato secondo logica: «Ma allora non c’è da aver paura!» Agnès, che aveva la lingua sciolta,
ribatté prontamente: «Senta, non è di uno psicologo che ho bisogno, ma di un maestro di nuoto. Non le
chiedo di curarmi, ma di sorvegliarmi, se finisco sott’acqua. Le è mai capitato di tuffarsi per salvare
qualcuno? Benissimo, allora io mi stacco dal bordo...» E aveva eseguito i suoi esercizi sotto lo sguardo
sconcertato, ma diventato attento, del maestro di nuoto.
Agnès aveva un rapporto semplice con la sua paura: era convinta che soffrire di fobia non fosse
vergognoso, che fosse lecito chiedere aiuto senza peraltro dover sopportare atteggiamenti paternalistici
da parte degli altri. Gli individui fobici si chiedono spesso se sia un bene parlare delle proprie paure. In
generale, la regola più adatta sembra essere semplificarsi la vita: parlarne chiaramente e senza sminuirsi.
Molti fobici tendono a nascondere le proprie paure: per evitare il giudizio morale o consigli inutili
perché già ascoltati cento volte e per il momento inattuabili, perché si sentono inferiori a causa della loro
incapacità di superare la paura, perché ritengono che questo non riguardi gli altri. Tuttavia bisogna sapere
che nascondere qualcosa costituisce un costo in più non indifferente dal punto di vista emozionale. Uno
studio di psicologia sperimentale ha anche dimostrato che, quando si raccomanda a qualcuno di evitare di
parlare di un certo argomento durante un incontro, lo stato di tensione e di disagio di quell’individuo è
decisamente più elevato del normale.94 Già avete bisogno di tutta la vostra energia per lottare e
affrontare, non sprecatela inutilmente dissimulando a tutti i costi la realtà delle vostre paure.
Ma allora come parlare delle proprie fobie? Si può farlo in modo semplice, senza necessariamente
atteggiarsi a malati gravi, né a vittime. Con i miei pazienti fobici insceno spesso giochi di ruolo, per
testare i diversi modi possibili di parlare delle paure, in funzione del contesto e degli interlocutori. In
generale, il discorso che sembra più adatto alla maggior parte delle situazioni ruota attorno alle seguenti
frasi: «So che può sembrare un po’ assurdo e che forse vi stupirà, ma io ho una paura molto forte in certe
situazioni. È una paura veramente difficile da controllare, più o meno come una crisi d’asma o di
emicrania. Tento di affrontarla a poco a poco, perché mi fa sentire a disagio, ma per il momento non sono
ancora riuscito a ottenere un controllo perfetto. Potreste aiutarmi in questo o in quel modo...» Un
individuo fobico ha tutti i diritti di chiedere agli altri di rispettarlo senza per questo mettersi al posto del
terapeuta. Se avete paura dei gatti o dei cani, potete spiegarlo tranquillamente ai proprietari dell’animale.
Se temete i viaggi in aereo, potete parlarne con le hostess. Se avete il terrore di parlare in pubblico, non
esitate a dirlo, non c’è niente di anomalo: quasi il 30% della popolazione ha lo stesso problema. E se
anche si trattasse dell’1%, ne avreste comunque il diritto! Ma non abusate del diritto di far rispettare le
vostre paure, non dovete approfittarne per esimervi dai tentativi di superarle. Lo scopo di questa
schiettezza nei confronti degli altri è di lasciarvi liberi di programmare i confronti quando volete, e di
stabilire la «dose» di paura che intendete inocularvi.
A questo proposito mi viene in mente una mia paziente affetta da fobia sociale che lavorava come
rappresentante di ditte farmaceutiche. Quando incontrava i medici era abbastanza a suo agio, perché
dover affrontare una persona alla volta non l’angosciava particolarmente. Quando invece, tutti i lunedì
mattina, doveva partecipare a una riunione con il suo direttore regionale e una dozzina di colleghi, si
sentiva immensamente angosciata. Non prendeva mai la parola, ma temeva i momenti in cui qualcuno
avrebbe potuto chiederle il suo parere, cosa che talvolta capitava. A un certo punto la situazione diventò
insostenibile per lei, al punto da pensare di dare le dimissioni. Fu allora che venne da me.
Tentai di convincerla a non licenziarsi per quel motivo, perché avrebbe voluto dire sottomettersi alla
sua fobia, tanto più che il suo lavoro le piaceva e vi riusciva piuttosto bene. Mentre discutevamo, mi
confessò che non aveva mai osato parlare al suo capo della sua tremarella patologica. Fu così che
inscenammo un piccolo gioco di ruoli per esaminare le diverse possibilità di affrontare la questione. In
seguito chiese al suo capo un appuntamento, in cui gli confessò le sue paure e soprattutto gli spiegò che se
non apriva bocca durante le riunioni era più per paura che per mancanza di interesse per il lavoro di
gruppo. Con sua grande sorpresa, il direttore sembrò decisamente sollevato dalle sue parole, e le
confessò di essersi posto il problema, ipotizzando che il lavoro di gruppo l’annoiasse. E le raccontò a
sua volta le sue esperienze con la tremarella...

7. RIFLETTETE SULLA VOSTRA PAURA, SULLA SUA STORIA, SULLA SUA FUNZIONE... MA NON PERDETEVI PER
STRADA!

Per molto tempo i terapeuti continuarono a proporre sempre le stesse soluzioni per le grandi paure:
«Dobbiamo riflettere sul suo passato». Molti pazienti che ricevevamo nel reparto, in precedenza avevano
seguito terapie che spesso si riassumevano in «parlavamo della mia infanzia». Con benefici decisamente
limitati sulle paure.
È evidente che il nostro passato è di importanza fondamentale, sia per noi sia per la comprensione delle
nostre paure. Ma quando si lavora sulle fobie bisogna fare un buon uso del passato: è sempre importante
farne oggetto di riflessione, ma è altrettanto importante non sprofondarvi, non chiudervisi dentro, non
smarrircisi...
Bisogna sempre riflettere sulla storia delle proprie paure
In generale questo non basta per liberarsene. Ma può insegnare molto sugli errori che hanno causato
l’aggravamento delle paure, e su quello che si può fare per non ricascarci. La lotta contro le paure si
vince sempre nel presente: rimuginare il passato non è mai la soluzione per liberarsi dalle fobie.
Tuttavia, questo non significa che si debba ignorarlo completamente. Riflettere sulla storia della propria
fobia è dunque sempre una tappa utile, perché consente di capire come si è insediata e come l’abbiamo
poi, inconsciamente, alimentata e mantenuta. Occorre però tenere ben presente che la storia che noi
raccontiamo della nostra fobia è sempre una ricostruzione, incerta e approssimativa. È soltanto un
insieme di ipotesi esplicative: in materia di fobia, come del resto in altri ambiti, preferiamo spesso
raccontarci spiegazioni semplici e coerenti. La realtà, invece, è sempre più complicata: abbiamo
rievocato le origini molteplici delle paure nel capitolo precedente.

Essere fobici procura qualche vantaggio?


Quando ero un giovane psichiatra, molti miei colleghi più esperti erano maggiormente interessati alla
ricerca di quelli che definivano i «benefici secondari» della fobia piuttosto che alla sua cura. Forse
perché non disponevano di metodi di cura efficaci? E perché erano, di conseguenza, più testimoni che
attori dell’evoluzione delle paure dei loro pazienti?
Il postulato di base di questa ipotesi dei benefici secondari consisteva nell’ipotizzare che essere fobici
offrisse più vantaggi che inconvenienti. La paura eccessiva poteva per esempio permettere di essere
superprotetti, o di punire i propri familiari complicando loro la vita. Secondo questa teoria, le donne
agorafobe potevano, grazie alla loro fobia, aver sempre qualcuno pronto ad accompagnarle ovunque e a
rimanere al loro fianco. Oppure potevano sacrificarsi sull’altare dell’agorafobia, il che limitava
sensibilmente la loro autonomia per far piacere, inconsciamente, a un marito geloso...
Il ricorso sistematico a questo genere di teorie le ha screditate. Probabilmente era un errore accordare
loro tanta importanza, ma sarebbe ugualmente sbagliato ignorarle completamente. Essere fobici talvolta
procura alcuni vantaggi, ma non ho mai incontrato un paziente che non li avrebbe scambiati volentieri con
un’autentica guarigione. Occorre dunque prudenza con quei terapeuti che sottolineano ossessivamente
l’importanza dei benefici secondari.

Le paure hanno un senso nascosto?


C’è chi ritiene che le nostre fobie abbiano un senso: sarebbero un messaggio del nostro inconscio
riguardo a problemi irrisolti della nostra vita. Un po’ come nelle «chiavi dei sogni», in cui un certo sogno
ha un certo significato. Quanto ai sogni, è stato dimostrato che questa concezione è erronea, e lo stesso
vale per le fobie. Ma la psicologia ha decisamente abusato di questo genere di riflessione, sostituendola
a pratiche più efficaci.
Le derivazioni della psicanalisi lacaniana e la moda dei giochi di parole come oggetto di riflessione
psicopatologica hanno regalato numerose perle al piccolo mondo della psicologia.95 Sfortunatamente
molti fobici ne hanno pagato le conseguenze perdendo molti anni sul divano.
Ricordo una paziente che aveva paura di soffocare: uno psicanalista che l’aveva avuta in terapia per
alcuni anni le aveva dichiarato che la sua fobia derivava sicuramente dall’aver vissuto «qualcosa di
difficile da inghiottire». Vale la pena di notare che non correva alcun rischio facendo questa
affermazione: quale essere umano non ha conosciuto situazioni «difficili da inghiottire»? Ma la paziente
aveva cercato invano in questa direzione, senza alcun risultato.
Lo psicologo Jacques Van Rillaer,96 mio amico, raccontava il seguente episodio: «Quando lavoravo in
un centro di psicologia clinica a indirizzo psicanalitico, una studentessa venne a consultare uno dei miei
colleghi nella speranza di trovare un rimedio alla sua paura degli esami. Fin dalla prima seduta, lo
psicanalista aveva spiegato quella paura con la masturbazione. La sua argomentazione si riassumeva in
una frase: ‘La paura degli esami è la paura del sesso-con-la-mano’.97 Non ho mai saputo se questa
brillante interpretazione consentì alla paziente di masturbarsi senza sentirsi in colpa e ‘dunque’ di
ottenere il diploma...»
Una mia amica, che soffriva di una paura incontrollabile dei ragni, si sentì dire da un terapeuta che la
sua fobia era soltanto una rappresentazione della sua angoscia di fronte al sesso maschile: nero e
peloso...
Di recente è venuta da me una giovane donna che aveva una paura fobica di lasciare tracce dei propri
escrementi in un luogo pubblico, paura frequente in certe fobie sociali gravi. Anche lei aveva dovuto
ascoltare interpretazioni a dir poco strane, fin dalla sua seconda (e ultima!) seduta da uno psicanalista
che le aveva detto pari pari: «Evidentemente deve disprezzarsi molto per arrivare a farsela addosso».
L’effetto terapeutico era stato nullo. In compenso, la paziente non se l’era più sentita di andare da uno
specialista per dieci anni, convinta che tutti fossero come quel medico. Il che è clamorosamente e
fortunatamente falso, per quanto riguarda sia gli psicanalisti rigorosi sia le altre scuole di psicoterapia.
Questa concezione della fobia come traduzione di un conflitto che si svolge all’interno della psiche
rappresenta uno dei pilastri della teoria psicanalitica. Benché poco efficace dal punto di vista
terapeutico, la sua dimensione poetica e misteriosa ha largamente contribuito all’enorme successo
tributatole da numerosi scrittori, il cui talento ha poi permesso di renderla popolare. Nel suo racconto La
Peur lo scrittore austriaco Stefan Zweig, profondamente influenzato dalle teorie psicanalitiche, descrive
le angosce fobiche di Irène Wagner, una borghese dedita all’adulterio: «Quando Irène uscì
dall’appartamento del suo amante e scese le scale, di nuovo una paura improvvisa e irrazionale si
impossessò di lei. Una trottola nera volteggiò davanti ai suoi occhi, le ginocchia le si anchilosarono e fu
costretta ad aggrapparsi rapidamente alla ringhiera per non cadere bruscamente a testa in giù... Fuori
stava già aspettandola la paura che, impaziente di impossessarsi di lei, le stringeva il cuore come in una
morsa, al punto che dopo i primi gradini era già senza fiato... Credi che... sia sempre la paura... a
bloccare la gente? E se fosse invece, talvolta... la vergogna... la vergogna di aprire il proprio cuore... di
metterlo a nudo davanti a tutti?»98 Secondo Zweig, era il senso di colpa di Irène la causa dei suoi
malesseri fobici.
Può anche darsi che in certi casi questo approccio sia valido. Ma è assai poco probabile che lo sia
sempre. Il problema è che, se si incomincia a cercare le cause dei conflitti che si svolgono all’interno
della psiche, se ne trovano subito a decine. D’altro canto, questi conflitti possono giocare un ruolo non
specifico in quanto apportano genericamente stress, senza che sia necessario caricarli di qualche
simbolismo. Se un individuo fobico ha difficoltà coniugali o sessuali, è impossibile dimostrare che tali
difficoltà siano anche all’origine delle sue paure: è evidente, invece, che possono aggravarle.

8. PRENDETEVI CURA DI VOI STESSI: PAURE, FOBIE


E IGIENE DI VITA

Ecco un insieme di piccoli consigli di modesta utilità: non sono né realmente sufficienti né assolutamente
necessari, ma sono semplicemente piccoli dettagli utili. Come in uno strumento a corde, un filo da solo
non basta a produrre un effetto notevole, ma tutti uniti insieme possono rivelarsi efficaci. Il principio è
semplice: tutto ciò che fa bene alla vostra salute è utile anche per la vostra fobia...

Esercizio fisico
L’esercizio fisico, di qualsiasi genere, fa bene a chi soffre di grandi paure.
Prima di tutto in linea generale: l’esercizio fisico regolare aumenta sempre e in tutti gli individui la
sensazione di benessere.99
Secondariamente, l’attività fisica ha un effetto positivo sull’umore: è risaputo che l’esercizio fisico
solleva leggermente il livello medio del morale.100 Leggermente: questo significa che l’attività fisica
dev’essere praticata regolarmente. E non bisogna aspettarsi miracoli, ma considerarla un investimento a
lungo termine.
Infine, l’esercizio fisico ha anche un effetto specifico sull’ipersensibilità ansiosa, quella «paura della
paura» di cui abbiamo già parlato.101 Riproduce infatti, almeno parzialmente, le sensazioni fisiologiche
legate alla paura, come l’accelerazione del ritmo cardiaco, l’iperventilazione, la traspirazione ecc.
Abituarsi a queste sensazioni aiuta a essere meno reattivi ai medesimi fenomeni nelle situazioni
angoscianti. Gli individui affetti da fobia delle proprie sensazioni fisiologiche, come nel caso del
disturbo panico, dovrebbero praticare attività fisiche piuttosto intense, ma sono restii a farlo, per paura di
scatenare così un malessere. Talvolta il terapeuta deve trasformarsi in insegnante di ginnastica: spesso
dico ai miei pazienti di fare una piccola corsa, di saltare alla corda (un ottimo modo per accelerare il
ritmo cardiaco, come ben sanno i pugili), oppure li mando a salire a quattro a quattro i gradini dei cinque
piani dell’edificio in cui si trova il nostro reparto. Sulle scale talvolta incrociano i miei colleghi, che
ormai non si stupiscono più di niente da parte del nostro piccolo gruppo di comportamentalisti...
La quantità di esercizio fisico ideale sembra essere la seguente: mezz’ora di camminata tre volte alla
settimana, con un’andatura sostenuta. Vi sentirete rilassati!

Alimentazione
Attualmente non esistono diete antifobia.
Se l’effetto sul controllo emotivo da parte degli ormai famosi acidi grassi omega 3102 verrà confermato
dalla future ricerche, sarà legittimo aspettarsi da queste sostanze una ricaduta positiva sulle irregolarità
emotive presenti nelle paure eccessive. Ma per il momento qualsiasi considerazione in merito è
prematura. Ricordiamo soltanto che gli omega 3, che il nostro corpo non è in grado di sintetizzare, come
le vitamine, si trovano nei pesci grassi (sgombri, sardine, salmone, tonno...), nelle noci, nell’olio di
colza, in certi vegetali come la portulaca e gli spinaci ecc.
D’altro canto è ben noto che esistono alimenti, o meglio «sostanze tossiche» da evitare. Alcuni sono
decisamente ansiogeni: è il caso del caffè, di cui si è potuto dimostrare che accresce la sensibilità alla
paura. Se consumate molto caffè, siete destinati a sperimentare attacchi di paura sempre più violenti e più
difficili da controllare. In grandi quantità la caffeina provoca dipendenza e mantiene uno stato di tensione.
In realtà, gli individui particolarmente fobici la evitano perché non tollerano la sensazione di tensione
fisica che deriva dal suo consumo. Molti invece ne assumono troppa, il che peggiora, a loro insaputa, la
condizione emotiva...
Spesso i pazienti ricorrono anche all’alcol e alla canapa indiana per tentare di regolare le paure. Sia
l’uno sia l’altra, infatti, allentano la tensione psichica, ma al prezzo di gravi effetti dannosi, tra cui una
dipendenza intensa e rapida. Al contrario di chi ne fa un consumo smodato come se si trattasse di farmaci,
ci sono altri pazienti che invece non sopportano la sensazione di perdita di controllo che può derivare
dall’assunzione di alcol o di hascisc, e li evitano accuratamente. Questo conferma che ogni paura
ubbidisce alle sue particolari leggi biologiche e psicologiche.
Infine, anche per quanto concerne il tabacco il fenomeno è duplice: spesso i pazienti hanno
l’impressione che fumare dia loro un senso di calma immediato, ma in realtà è opinione comune che il
tabacco, alla lunga, renda più fragili. Gli studi disponibili mostrano effettivamente che numerosi fumatori
presentano disturbi fobici. Il tabacco sembra aiutarli a regolare l’umore, ma ha due inconvenienti:
aumenta l’ansia e, quando se ne interrompe il consumo, i sintomi esplodono. Sopravvengono infatti
nervosismo e insonnia, che spesso spingono il paziente a «ricascarci».
Se trovate difficile privarvi di una di queste sostanze, è inutile che vi sentiate in colpa, ma è pressoché
indispensabile che cerchiate l’aiuto di un terapeuta che conosca bene queste dipendenze, perché vi
indichi come comportarvi.103

Lo stress aggrava le paure


Tutti i pazienti fobici sanno che ci sono «giorni con e giorni senza». Giorni in cui, stranamente, le paure si
fanno meno opprimenti e altri in cui raddoppiano di intensità. Una delle spiegazioni a queste fluttuazioni è
spesso il livello generale di stress. Più siete stressati dalla vita di tutti i giorni, più la vostra fobia si
manifesta e vi mette in imbarazzo.
È ben noto che l’attivazione del sistema nervoso simpatico, una delle componenti dello stress, facilita
decisamente i condizionamenti ansiosi: quando siamo già stressati per altri motivi, un’esperienza
sgradevole lascia in noi tracce più profonde e più tenaci. Molti pazienti affetti da panico dichiarano che il
periodo precedente al loro primo attacco di panico, che di solito ricordano con estrema precisione
perché per loro costituisce un’esperienza traumatica, era stato caratterizzato da stress esistenziali
importanti, da rotture reali o simboliche, da svariati cambiamenti.104 Di conseguenza, più siete tesi, più le
occasioni di aver paura tendono a trasformarsi in esperienze emotive penose, e lasciano tracce durature e
dolorose. Questa è una delle ragioni dell’efficacia, per quanto indiretta, della gestione dello stress negli
individui fobici.

9. IMPARATE A RILASSARVI E A MEDITARE

Le fobie sono malattie psicosomatiche nel vero senso della parola: molti dei loro sintomi si esprimono
attraverso il corpo. E queste manifestazioni somatiche alimentano e aggravano a loro volta i fenomeni
psicologici. È dunque evidente che bisogna interrompere questo circolo vizioso...

Perché e come rilassarsi?


Gli individui fobici tendono a essere troppo spesso in tensione psicologica e fisica eccessiva.105 Gli
esercizi di rilassamento possono dunque permettere loro di rafforzare il sistema di «freno emotivo» che
costituisce il sistema nervoso parasimpatico, perché la tensione fisica dipende dall’attivazione del
sistema simpatico, di cui il parasimpatico è l’antagonista. La diminuzione della tensione attiva il sistema
parasimpatico, facilitando il rallentamento del ritmo cardiaco, il rilassamento dei muscoli e altre
manifestazioni opposte a quelle che scatenano la paura.
Riuscire ad allentare la tensione è dunque molto utile, ma non può costituire il solo procedimento
terapeutico: curare una fobia unicamente con il rilassamento è chiaramente insufficiente. Più che un
metodo per controllare le esplosioni di paura, il rilassamento è un modo per migliorare la qualità della
vita, per regolare l’emotività, una forma di investimento a lungo termine.
Il rilassamento si può praticare a diversi livelli di complessità.106
A un primo livello può consistere in una semplice presa di coscienza delle proprie sensazioni corporee
e in esercizi di distensione (respiro ampio e calmo, posizione comoda) eseguiti il più spesso possibile e
in situazioni di vita ben precise per ridurre il livello medio di tensione ansiosa. Sono i cosiddetti
«minirilassamenti».107
A un livello superiore si possono eseguire esercizi più completi, per imparare a distendersi fisicamente
e attuare a poco a poco alcuni automatismi: più spesso mi rilasso, più facile mi risulterà rilassarmi.
Fortunatamente la memoria del corpo procede in entrambi i sensi anche se è più facile e naturale
contrarsi che non distendersi. La priorità naturale spetta sempre ai riflessi che favoriscono la
sopravvivenza, a scapito di quelli che favoriscono la qualità della vita...
Abbassando il livello medio del suo tono simpatico, l’individuo fobico può sperare di allontanarsi
dalla zona di pericolo, in cui il livello elevato di tensioni fisiche rischia di favorire lo scatenamento
improvviso di attacchi di angoscia.
Ma il rilassamento non ha lo scopo di far scomparire completamente la sensazione d’ansia. Non
bisogna percepire la ricomparsa della paura come la prova della sconfitta o dell’inutilità del
rilassamento. Al limite, dovete considerare il rilassamento come un modo per migliorare globalmente la
qualità della vita, più che come una procedura terapeutica.

La meditazione può essere utile di fronte alle paure eccessive?


Le tecniche di meditazione, introdotte di recente nell’ambito dei disturbi fobici, sono abbastanza di moda.
I loro benefici sul benessere psicologico globale sono stati confermati.108 Nell’ambito delle fobie e dei
disturbi ansiosi in generale costituiscono probabilmente un terreno fertile, ma non vi sono ancora certezze
sulla loro efficacia terapeutica precisa.109 La meditazione, in particolare nella sua forma di «piena
consapevolezza» (in inglese mindfullness), consiste nell’insegnare gradualmente alla coscienza a
rimanere in uno stato di accettazione tranquilla di ciò che ci circonda (per esempio i rumori attorno a noi)
e di ciò che proviamo (per esempio i nostri pensieri, le emozioni e le sensazioni).
È dunque un compito decisamente difficile per gli individui fobici, che sono abitualmente in uno stato
di allerta e di lotta nei confronti dell’ambiente, dei propri pensieri e delle proprie sensazioni fisiche. Per
loro, i benefici della meditazione potrebbero collocarsi a tre livelli.
Primo: favorire il rilassamento. Molti soggetti ansiosi faticano a rilassarsi perché sono troppo reattivi:
colgono immediatamente il minimo disturbo, la minima sollecitazione. Riescono a distendersi soltanto se
attorno a loro c’è calma, silenzio... Condizioni difficili da trovare nel quotidiano. Imparare a distendersi
malgrado i rumori esterni («Ah! I motori delle macchine») o i pensieri che disturbano («Se penso a tutto
quello che dovrò fare dopo la seduta di rilassamento...») è dunque prezioso per i fobici.
Secondo: regolare l’attenzione a volte vigile e a volte dispersiva degli individui fobici. Come abbiamo
visto, le paure fobiche venivano spesso associate a disturbi dell’attenzione, più o meno gravi a seconda
del soggetto. In generale, la maggior parte dei fobici stenta a fissare l’attenzione, che solitamente è
consacrata alla sorveglianza inquieta, più che all’osservazione rilassata. Per i fobici è increscioso
abbandonare il riflesso di sorveglianza dell’ambiente. Paradossalmente, quando ciò che li spaventa viene
individuato, diventa invece molto difficile per loro fissare l’attenzione sull’oggetto della paura, per un
istinto di evitamento. Eppure sarebbe l’unico modo per abituarvisi a poco a poco. Le sedute di
meditazione possono dunque rappresentare una specie di allenamento a padroneggiare meglio i processi
di attenzione, allo scopo di facilitare il confronto con immagini, pensieri o sensazioni inquietanti.
Terzo e ultimo: sviluppare la capacità di accettare stati emotivi negativi. Questo è in effetti uno degli
scopi della meditazione buddhista.110 Ecco perché alcuni terapeuti la utilizzano, soprattutto per la
prevenzione delle ricadute depressive,111 ma anche, di recente, nell’assunzione psicoterapeutica dei
differenti problemi di paure e di ansia.112 Per gli individui fobici gli esercizi consistono nel lasciar
arrivare e poi nell’accettare le sensazioni, i pensieri, le emozioni, le immagini sgradevoli che possono
subentrare, senza cercare immediatamente di respingerle o di discuterle. Basta dire a se stessi: «Arrivi
pure ciò che mi spaventa. Non è arrivato, potrebbe anche non arrivare mai, ma potrebbe anche arrivare.
Devo imparare gradualmente a sopportare queste immagini o queste idee. E, se necessario, ad agire per
impedire che sopravvengano le catastrofi di cui ho tanta paura. In ogni caso, la mia inquietudine non
serve a niente. Non modifica il corso degli eventi. Sono le mie azioni a modificare il corso degli
eventi...» Con i miei pazienti utilizzo spesso l’immagine del tappo di sughero che fluttua sull’oceano: le
onde della paura lo fanno salire e scendere, ma continua a fluttuare. Anche quando le onde sono enormi.
Basta lasciarle passare...

10. CONTINUATE GLI SFORZI NEL TEMPO

Si può davvero guarire da una fobia? È possibile scoprirsi, un giorno, definitivamente liberi dalle paure?
O bisogna accettare una piccola dose di tendenze fobiche? È il problema della definizione della
guarigione da una fobia, di cui parleremo nel prossimo capitolo.
In realtà, sembra che si rimanga sempre, in un modo o nell’altro, «ex fobici». L’esperienza della grande
paura generalmente si estende su molti anni di vita, rappresentando così una parte di sé che non si può
cancellare. D’altro canto, quelle vulnerabilità emotive che l’hanno originata permangono quasi sempre.
L’aspetto più importante è che, quando si riesce a superare la propria fobia una volta, è come andare in
bicicletta, non si disimpara più. Soprattutto se si continua a usare la bicicletta regolarmente...
Continuando a seguire i nostri ex pazienti fobici apprendiamo che la maggior parte di loro è meglio
protetta dalla ricomparsa di paure patologiche se continua a compiere nel tempo quegli sforzi di cui
abbiamo parlato. Cosa abbastanza facile perché con il tempo quelli che erano sforzi diventano
gradualmente automatismi e stili di vita.
Continuare gli esercizi di esposizione alla paura sotto forma di una specie di «ginnastica psicoemotiva»
costituisce probabilmente il metodo più efficace. Ecco perché incoraggiamo i nostri pazienti ad affrontare
con regolarità le loro «paure preferite». Per esempio, per i fobici sociali può essere utile, dopo la fine
della terapia, fare teatro, oppure iscriversi a un club o a un’associazione che permetta loro di prendere
spesso la parola davanti a un gruppo. Chi soffre del disturbo panico può continuare a immergersi nella
folla, per esempio andando a fare acquisti occasionalmente il sabato, e tutti gli anni nel periodo dei saldi.
I fobici dei piccioni si sforzeranno di dar loro da mangiare nelle piazze...
Queste «iniezioni di richiamo» sembrano giocare un ruolo importante in termini di mantenimento dei
progressi compiuti, e rappresentano un ottimo antidoto contro le ricadute. Consolidano infatti i
meccanismi naturali di cicatrizzazione delle paure fobiche. Perché in fondo lo scopo di tutti gli sforzi è
proprio questo: permettere alle esperienze di vita di arricchirci e non di renderci più fragili. Il destino
«normale» di una paura ingiustificata (non mi riferisco a paure legate a un pericolo obiettivo e
immediato) è di scomparire: anche se una o più esperienze ci hanno dolorosamente segnato, accorgerci
che in seguito, durante ulteriori confronti, il pericolo tanto temuto non compare, deve guarirci
gradualmente. È per questo che la maggior parte della gente non sviluppa una fobia dei cani dopo essere
stata morsa da un cane. I meccanismi di quelle malattie della paura che sono le fobie non consentono per
l’appunto questa cicatrizzazione psicologica. È questo lo scopo degli sforzi che abbiamo descritto.
In questo modo i nostri ex pazienti fobici diventano sempre più forti davanti al ritorno della paura. Uno
di loro, guarito da un disturbo panico grave, tornava da me tutti gli anni per un incontro annuale, un rito
diventato poco utile visti i suoi progressi, ma che lo rassicurava. Un giorno aveva paragonato il lavoro
compiuto durante la terapia alla costruzione di un edificio antisismico: «Una volta crollavo sotto i colpi
degli attacchi di panico. Ora ho l’impressione di essermi ricostruito come un edificio capace di resistere
ai terremoti. Sento la scossa arrivare, passare, poi scomparire. Mi è capitato molte volte. Come lei mi ha
raccomandato, continuo regolarmente a mettermi alla prova davanti alla maggior parte delle situazioni di
cui avevo paura. Vedo che resisto. E non ho più paura. Ho deciso di non aver più paura in anticipo. Di
non vivere più nell’ossessione di una ricaduta. E di godermi la vita...»

Capitolo 5

TUTTO SULLA CURA DELLE FOBIE



Che cosa significa guarire dalla proprie paure?
Guarire significa ritrovare la libertà di movimento invece di adeguarsi alla proprie
paure eccessive, o abituarsi alla loro tirannia.
Significa anche aver imparato ad affrontarle in vista del futuro, perché le grandi paure
hanno la memoria lunga e spesso cercano di ritornare.
Non sono fenomeni immateriali: si celano in fondo al nostro cervello. Per questo ogni
cura deve tener conto della dimensione biologica delle paure eccessive.
I farmaci possono farlo, ovviamente, ma l’incredibile scoperta di questi ultimi anni è
che sono in grado di farlo anche le psicoterapie: i nostri sforzi possono modificare
l’architettura del nostro cervello. È la cosiddetta neuroplasticità, la cura più ecologica
che si possa immaginare per guarire dalle grandi paure. Ed è una splendida notizia per
chi vive una vita sciupata dalla paura...

___

«La scienza che istruisce e la medicina che guarisce sono sicuramente benefiche; ma la scienza che sbaglia e la medicina
che uccide sono disastrose. Impariamo dunque a distinguerle.»
Jean-Jacques Rousseau, Émile


Se soffrite di paure gravi, è probabile che abbiate bisogno di ricorrere all’aiuto di un terapeuta.
Paradossalmente, quando l’avrete deciso per voi incomincerà una serie di nuovi guai. Come trovare la
terapia giusta e il terapeuta bravo?
Immaginiamo di avere disturbi cardiaci: consulterete dieci cardiologi, ed è probabile che quasi tutti
pronuncino la medesima diagnosi e propongano le stesse terapie. Ma se, a causa di difficoltà
psicologiche, consultate dieci psichiatri, psicologi o psicoterapeuti, la situazione si complica. È
probabile che usciate dai dieci incontri con dieci pareri diversi e una grande varietà di proposte
terapeutiche.
Gli ottimisti sostengono che una simile varietà sia una fortuna: per guarire, è meglio avere a
disposizione molti metodi, non uno solo. I pessimisti sostengono che questo sia fonte di numerosi
problemi.
Il primo in assoluto è che i pazienti si sentono spesso disorientati in un simile paesaggio, composto da
proposte di cure tanto diverse, e fondato su una logica assolutamente imprevedibile. Si domandano anche,
e a ragione, se i diversi approcci hanno tutti la medesima efficacia. Inoltre, numerosi avversari della
psicologia si avvalgono di questa indeterminatezza artistica per concludere che la psicologia non può
essere considerata una disciplina scientifica affidabile. Per completare il quadro, osserviamo che molti
terapeuti aggravano felicemente questo disordine comportandosi in maniera irresponsabile: spesso
presentano il loro metodo come l’unico capace di guarire, mentre tutti gli altri sono, a loro dire, inefficaci
o nocivi. Questo a causa della loro formazione: nelle facoltà di psicologia, certi insegnanti, invece di
sviluppare lo spirito di tolleranza e l’apertura mentale degli studenti, finiscono per indottrinarli. E anche
a causa di un errore di prospettiva: quando si appartiene a una scuola, delle altre scuole si registrano
soltanto gli insuccessi. Un comportamentalista passa il tempo a ricevere pazienti con i quali la psicanalisi
non ha funzionato, mentre quelli che si sono trovati bene non vanno certo da lui...
Ma torniamo al nocciolo della questione: gli individui che soffrono di grandi paure. È facile dire che
cosa si aspettano: di guarire. Ma la definizione di guarigione in psicologia non è sempre facile...
SI PUÒ GUARIRE DA UNA FOBIA?

Guarire qualcuno non significa soltanto aver diminuito la gravità dei suoi sintomi, o magari averli fatti
sparire. Significa anche avergli insegnato ad affrontarli se dovessero ripresentarsi.
Avendo radici biologiche, la fobia è una forma di vulnerabilità cronica, la cui terapia presuppone un
apprendistato destinato a stroncare le paure generate dalla fobia stessa. Per stabilire che cos’è la
guarigione da una fobia bisogna dunque tener conto di tutto questo.

Guarire è prima di tutto veder diminuire o scomparire i sintomi


La guarigione da una fobia presuppone la diminuzione molto netta dei sintomi, sia come numero che come
intensità. Tra questi sintomi i più imbarazzanti, quelli per cui i pazienti si recano da uno specialista e dai
quali vorrebbero essere liberati, sono le manifestazioni emozionali (paura e talvolta vergogna) e le
manifestazioni comportamentali (evitamenti).
Per esempio, guarire da una fobia dei piccioni vuol dire non aver più paura dei piccioni, o avere
soltanto una paura moderata che non implichi né evitamenti («non faccio più lunghe deviazioni per non
dover attraversare la piazza»), né l’incapacità di affrontare («se un piccione più intrepido degli altri si
avvicina troppo a me o al mio bambino nella vasca della sabbia, riesco a cacciarlo via senza tremare dal
terrore»).
Ma si pone allora anche un’altra questione: bisogna far scomparire completamente tutti i sintomi della
paura? Guarire da una fobia significa non correre mai più il rischio di provare paura?
No, lo scopo di una terapia è che la paura rimanga di intensità moderata, e questo è il suo obiettivo
quantitativo, ma soprattutto che sia superabile, e questo è il suo obiettivo qualitativo. Il problema delle
fobie, infatti, non è soltanto la paura in sé, ma anche l’incapacità di controllarla. È l’essere vulnerabili
alla paura.

Guarire significa aver imparato ad affrontare le paure


Per questo motivo il secondo criterio indispensabile per parlare di guarigione è la capacità di affrontare
il ritorno della paura. Spesso il ritorno della paura è un elemento che scoraggia i pazienti: dopo aver
compiuto progressi, si trovano in balia di un nuovo attacco di paura, che può indurli ancora una volta alla
fuga. È una ricaduta? Oppure è la prova che i loro sforzi non sono serviti a niente? No, è semplicemente
il processo normale di guarigione: la paura non scompare in un colpo solo, ma ci saranno nuove
esplosioni, che tuttavia sono destinate a diventare gradualmente più rare, meno intense, meno
destabilizzanti.
Per esempio, nel caso degli attacchi di panico, spesso associati all’agorafobia, guarire significa finire
per non averne più. Ma prima di arrivare a questa fase bisogna essere capaci di frenarli molto
rapidamente se per caso si ripresentano, come per esempio può capitare nei periodi di vita stancanti o
stressanti. Davanti al ritorno della paura, i pazienti devono riuscire a non perdere la testa e a fare tutto il
possibile per limitare i livelli di paura, impedendole di trasformarsi in un attacco di panico.
Questo presuppone che l’individuo abbia avuto un ruolo attivo nel proprio miglioramento, che abbia
compreso i meccanismi della paura e che abbia già sperimentato sul campo, con l’aiuto del terapeuta, in
che modo si possa contrastare un’angoscia sempre più forte. Per questo motivo, come vedremo,
l’assunzione di farmaci o la remissione spontanea dei sintomi, rara ma possibile, può dare sollievo e
rendere possibile entro certi limiti la diminuzione dei sintomi stessi, ma non autentiche guarigioni
secondo i criteri che abbiamo descritto.

Di quali strumenti disponiamo attualmente per guarire?


Alla guarigione si può accedere attraverso svariate porte, il che non deve sorprendere, data la
complessità dei meccanismi delle fobie. È probabile che tutti i metodi di terapia possano guarire pazienti
fobici. E poi ci sono tutti quegli individui fobici che non vanno dai terapeuti, ma guariscono seguendo un
percorso strettamente personale.
Tuttavia, i fobici hanno ugualmente il diritto di sapere che cosa è più efficace o dà più spesso buoni
risultati. Ossia quale strada si dovrebbe tentare per prima.
Occorre dunque compiere studi di valutazione, per poter rispondere a domande che tutti i pazienti
hanno il diritto di porre.
Per quanto riguarda i farmaci, le domande più frequenti sono le seguenti: quali saranno gli effetti di
questa molecola sulle diverse manifestazioni della fobia? Mi sentirò soltanto meno agitato? Oppure potrò
anche affrontare le situazioni che oggi mi spaventano tanto? Ci saranno effetti collaterali spiacevoli? E
quando smetterò di prendere quel farmaco, riuscirò a mantenere i progressi compiuti? La legislazione
impone oggi a tutte le aziende produttrici di farmaci destinati a curare fobie gravi di rispondere a queste
domande, il che implica studi rigorosi prima di poter affermare l’efficacia di una molecola nella cura di
certe fobie. Come vedremo, per quanto riguarda i farmaci, la tendenza attuale è utilizzare meno i
tranquillanti preferendo certi antidepressivi specifici, che agiscono su un neurotrasmettitore detto
serotonina, da cui deriva la loro denominazione: «serotoninergici». Questi farmaci sono stati oggetto di
moltissimi studi per verificarne l’efficacia nella cura delle fobie.
Per quanto concerne le psicoterapie, i quesiti sono i seguenti: quanto durerà la cura? In che cosa
consiste esattamente? Quali prove si hanno della sua efficacia? I suoi effetti saranno duraturi? Quale
percentuale di pazienti affetti dal medesimo tipo di fobia di cui soffro ha tratto giovamento da questa
terapia? Per quanto possa sembrare sorprendente, prima d’ora, nel nostro paese, nessuna valutazione
delle psicoterapie era mai stata portata a conoscenza del grande pubblico. Eppure le psicoterapie sono
comparse molto prima dei farmaci moderni! Una simile valutazione è fondamentale per i pazienti, che
altrimenti sono costretti a fidarsi delle parole dei terapeuti in cui si imbattono. Fortunatamente la
situazione inizia a cambiare, in particolare con la pubblicazione recente di un rapporto dell’INSERM,
l’Institut National de la santé e de la recherche médicale, a proposito dell’efficacia delle psicoterapie.113
È la sintesi di tutti gli studi disponibili e ribadisce ciò che la comunità scientifica sapeva già da molti
anni: le psicoterapie più adatte al trattamento dei disturbi fobici sono le terapie comportamentali e
cognitive (TCC). Questo non significa che le altre forme di terapia non siano efficaci, ma che nella loro
forma attuale lo sono meno spesso o non in maniera risolutiva. Prima di rivolgersi ad altre psicoterapie,
dunque, è il caso di incominciare con una TCC.
Se le TCC e i farmaci sono oggi i due soli trattamenti che si siano dimostrati ampiamente validi,
probabilmente è perché dispongono della medesima capacità di agire sulla dimensione biologica delle
fobie.114 Quanto ai farmaci, non è certo il caso di stupirsi, perché sono molecole che agiscono sulla
chimica del cervello, ma è invece di gran lunga più rivoluzionario per le psicoterapie! Uno dei vantaggi
delle TCC rispetto ai farmaci è che i cambiamenti biologici provocati a livello cerebrale sono in un certo
senso «autoprodotti», come se il soggetto si fosse fabbricato da solo un farmaco endogeno. Come
possono i procedimenti piscoterapeutici modificare il funzionamento del cervello? È l’argomento di uno
dei principali progressi di questi ultimi anni in psichiatria...
LE VIE BIOLOGICHE NECESSARIE DELLA GUARIGIONE

Ne abbiamo parlato nei capitoli precedenti, ma ricordiamo rapidamente i dati sul «perché» di una fobia:
1) la natura ci ha preparato ad avere normalmente paura di un certo numero di cose (animali, vuoto, buio,
sconosciuti...), 2) queste paure si fondano su circuiti cerebrali propri a tutto il genere umano, 3) i casi
della genetica o della vita hanno voluto che alcuni di noi soffrissero di «grandi paure», 4) le grandi
paure, che sono le paure fobiche, corrispondono a un’irregolarità dei circuiti cerebrali della paura
normale, a un eccesso di attivazione oppure a una regolazione troppo scarsa. Si tratta di un meccanismo
analogo a quello delle allergie che si fondano su un’irregolarità dell’immunità normale, o a quello
dell’ipertensione arteriosa che si basa su un’irregolarità dei meccanismi che modulano la pressione
sanguigna.

Guarire il cervello per guarire lo spirito


Benché complesso, il cervello è un organo del nostro corpo, e sia i nostri pensieri che i nostri sentimenti
si fondano su una base materiale, costituita da scambi di informazioni tra i neuroni (le cellule del
cervello) attraverso le sinapsi (sistemi di connessione tra queste cellule). Una cura efficace deve
necessariamente agire su questa dimensione biologica, in modo diretto con i farmaci, o in modo indiretto
con le TCC.
Ricordate: abbiamo visto come le irregolarità della fobia potevano essere schematizzate secondo uno
squilibrio dell’armonia del dialogo tra l’amigdala cerebrale, un autentico centro della paura, e la
corteccia prefrontale, uno dei ruoli della quale è regolare le nostre paure per consentirne un buon uso.115
A proposito della guarigione dai disturbi emozionali tramite le psicoterapie,116 le neuroscienze
sostengono che è difficile ridurre le proprie paure fobiche limitandosi a riflettervi e a discuterne. È il
problema delle psicoterapie soltanto verbali: la loro influenza sulle fobie è quasi nulla o molto lenta,
perché, per semplificare, è probabile che non esercitino alcun impatto sull’amigdala e che non
provochino alcuna riconfigurazione sinaptica, la cosiddetta «neuroplasticità», tra l’amigdala cerebrale e
la corteccia prefrontale. La modificazione dell’architettura funzionale cerebrale, invece, è probabilmente
una necessità per la guarigione da quei disturbi emozionali gravi che sono le fobie.

Modificare l’architettura cerebrale mediante la psicoterapia?


È dunque probabile che le psicoterapie più efficaci siano quelle in cui esiste un’attivazione emozionale
che consente una riconfigurazione in grado di stabilire nuove connessioni sinattiche. Qualsiasi terapia che
sostenga di agire sulle fobie deve essere convalidata dall’esperienza emozionale. Ma non si tratta
soltanto di «liberare le proprie emozioni» o di provarle in maniera particolarmente forte per migliorare.
È indispensabile che questa esperienza di confronto con le paure, peraltro abbastanza dolorosa, sia
inquadrata e incanalata in comportamenti e stili di pensiero adeguati. È quello che propongono le TCC:
una volta riattivate, le paure diventano oggetto di strategie destinate a neutralizzarle e a disinnescarle.117
Gli sforzi richiesti durante le TCC devono essere ripetuti. Esiste infatti una schiacciante disparità tra
scambi e connessioni cerebrali a favore dell’amigdala: le connessioni di quest’ultima verso la corteccia
sono molto numerose, mentre quelle della corteccia verso l’amigdala lo sono molto meno. Insomma,
l’amigdala può anche «parlare» molto alla corteccia prefrontale e impartirle ordini, ma ha poche
probabilità di essere ascoltata...
Per dominare le proprie paure bisogna dunque evocarle, suscitarle e affrontarle in maniere differenti.
Una volta, dieci volte. A poco a poco si instaurano nuove connessioni cerebrali, secondo la teoria della
neuroplasticità. È lo scopo delle terapie comportamentali, che aiutano il paziente a confrontarsi con le
proprie paure e in un secondo tempo gli insegnano a rafforzare la capacità di controllarle, con esercizi
quotidiani che continuerà a praticare una volta terminata la terapia, così come un diabetico o un iperteso
continuano a seguire la loro dieta. È poco poetico, ma molto efficace.
Ironia della sorte: mentre una volta gli psicanalisti sostenevano che le TCC avrebbero agito solo
superficialmente e che ci sarebbero state ricadute, al contrario della psicanalisi che invece andava a
fondo, sembra verificarsi esattamente il contrario. Gli psicanalisti, infatti, ragionavano soltanto in termini
di cervello corticale, trascurando completamente il cervello emozionale e le reazioni corporali in genere,
e consideravano le TCC soltanto come terapie di apprendimento, come puro e semplice condizionamento.
In realtà, le TCC sono effettivamente terapie che implicano l’apprendistato, ma si tratta di apprendistati
talmente numerosi e complessi, emozionali, psicologici, comportamentali e molti altri ancora, che di fatto
si rivelano tutto tranne che quei procedimenti semplicistici che talvolta si rimproverava loro di essere.
Ma l’aspetto più importante è che guariscono i disturbi fobici. Un mio paziente, che si era sottoposto a
entrambi i tipi di terapia, un giorno mi disse: «La psicanalisi seduce, ma il comportamentalismo
guarisce...»

La prova mediante l’immagine


Attualmente è possibile dimostrare, grazie alle tecniche di neuroimmaginazione, l’impatto biologico delle
psicoterapie, o quanto meno delle TCC, e il probabile legame tra questa efficacia biologica e la loro
efficacia «come terreno». Ma un aspetto ancora più interessante è che si è potuto mostrare che agiscono
sulle strutture cerebrali con la stessa efficacia dei farmaci più adeguati... talvolta sono persino più
efficaci. Anche nel caso di patologie tanto gravi quanto gli stati depressivi principali,118 i DOC, o disturbi
ossessivo-compulsivi.119 E ovviamente nel caso delle fobie: i primi studi che lo dimostrano riguardavano
le fobie dei ragni120o le fobie sociali.121 E altri sono in corso. Probabilmente i risultati si verificheranno a
poco a poco sull’insieme di quelli che vengono definiti «disturbi emozionali», ossia irregolarità del
funzionamento normale e adeguato delle emozioni: la depressione come irregolarità della tristezza, le
fobie come irregolarità della paura. La psicoterapia può dunque modificare completamente l’architettura
funzionale del cervello, quella stessa che è all’origine delle reazioni di paura eccessiva.

FARMACI CONTRO LE FOBIE?

Non esistono farmaci «antifobici» come esistono invece, per esempio, gli «antidepressivi». Ma numerose
molecole esercitano un’azione sulle paure fobiche...

I tranquillanti, i calmanti e altri ansiolitici fanno soltanto addormentare la paura


I tranquillanti possono produrre un effetto rapido sulle sensazioni soggettive di angoscia e di paura. Tra i
più usati citiamo il Lexomil (nome generico: bromazepam) o lo Xanax (alprazolam). A tutt’oggi sono i
trattamenti psicoattivi prescritti più di frequente, e talvolta sono gli stessi pazienti ad autoprescriverseli.
I loro benefici sono reali: riducono rapidamente la dimensione di paura e ne limitano l’intensità. Per
questo motivo molti pazienti fobici li portano sempre con sé, perché «non si sa mai». Tuttavia, questi
farmaci pongono alcuni problemi.
Prima di tutto la loro azione è incompleta e lungi dall’essere soddisfacente: molti fobici li prendono
con la sensazione di «tamponare» l’angoscia e basta. Inoltre, spesso provocano dipendenza, e smettere di
assumerli diventa in tal caso problematico perché causano una sindrome da svezzamento, unita alla
sensazione di un autentico effetto di rimbalzo dell’ansia quando si smette di prendere il farmaco. Non è
niente di drammatico, però non è neppure piacevole. Infine, e questo forse è l’aspetto più imbarazzante, si
sospetta che la classe più prescritta di tranquillanti, le benzodiazepine, ostacoli l’apprendimento dei
processi utili a controllare l’angoscia che conducono alla guarigione. In altre parole, quando si è fobici,
assumere questi farmaci a dosaggio elevato per un periodo troppo lungo ridimensiona l’intensità di certe
paure ma tende anche a farle diventare croniche. In realtà, la maggior parte dei pazienti fobici che
vediamo nella nostra unità di cura assume tranquillanti da anni, traendone probabilmente un aiuto per
sopravvivere nella quotidianità, ma non certo per liberarsi dalla propria fobia.
L’aveva del resto evidenziato anche un’indagine condotta su pazienti fobici del volo aereo.122 Gli
studiosi avevano proposto a ventotto individui fobici dell’aereo di compiere due voli a distanza di una
settimana l’uno dall’altro. Una metà del gruppo, scelta a caso, ricevette per il primo volo una dose
efficace di benzodiazepine, mentre l’altra metà ebbe soltanto un placebo. Per il secondo volo non furono
distribuiti farmaci. Durante il primo volo, i pazienti sotto l’effetto dei tranquillanti presentavano una
paura meno acuta degli altri; durante il secondo, invece, apparivano molto più ansiosi mentre gli altri
erano meno spaventati rispetto al primo volo. In altri termini: le benzodiazepine possono essere efficaci
per ridurre l’ansia, ma quando si smette di assumerle, l’ansia si manifesta di nuovo in maniera ancora più
forte e la ripetizione delle esperienze di esposizione le rende sempre meno efficaci. Saranno necessari
altri studi di questo tipo per confermare tale ipotesi, perché quelli attualmente disponibili sono un numero
troppo limitato per poterne generalizzare le conclusioni.
Tuttavia, la tendenza attuale dei medici è di non prescrivere più sistematicamente le benzodiazepine nei
casi di fobia e di non proporne un uso incontrollato quanto a dosi e durata se non a quegli individui che
presentano picchi di paura troppo elevati. Del resto esistono altri farmaci ansiolitici, appartenenti a
classi farmacologiche differenti, per curare la tendenza a un’ansia generalizzata.
Le benzodiazepine pongono un altro problema, legato al modo in cui agiscono. Le ricerche
sull’immaginazione cerebrale hanno mostrato che esse disattivano parzialmente, durante il sonno, il
sistema emozionale amigdaliano.123 È risaputo che durante la notte il nostro cervello ripete e mette da
parte gli apprendimenti compiuti durante la giornata... Forse questi studi indicano un’altra via per
spiegare questa intuizione di numerosi terapeuti: i pazienti che assumono benzodiazepine progrediscono
più lentamente degli altri durante la terapia comportamentale...
Sembra dunque che l’uso corretto delle benzodiazepine sia il seguente: assumerle solo
occasionalmente, in caso di paura intensa, come per esempio un attacco di panico, per accorciarne la
durata e limitarne l’intensità. Ma evitarne l’uso regolare, a causa di diversi problemi, tra cui il rischio di
dipendenza (si fa fatica a liberarsene), il rischio di assuefazione (a un certo punto l’efficacia diminuisce)
e forse, come abbiamo visto, il rischio di un mantenimento relativo del problema a un livello intermedio:
si è sollevati ma non veramente guariti. È possibile che sia in causa il modo di agire delle
benzodiazepine, i tranquillanti più prescritti: i recettori cerebrali delle benzodiazepine sono concentrati
all’ingresso dell’amigdala cerebrale124 e bloccano dunque l’attivazione di quest’ultima a monte.
L’allarme non scatta, e questo è positivo, ma alla lunga meno utile che non permettere all’allarme di
scattare, più debolmente, in modo da poter imparare a regolarlo in seguito. È quello che mi diceva, con
parole immaginose, una mia giovane paziente: «I tranquillanti narcotizzano la mia paura, l’anestetizzano,
ma quando l’effetto è passato, tutto è esattamente come prima».
Alcuni antidepressivi consentono di regolare la paura
Un’altra categoria di psicotropi viene invece usata sempre più spesso in certe fobie gravi, in particolare
le fobie sociali e il disturbo panico: si tratta degli antidepressivi.
Da una serie di studi compiuti nel decennio 1960-70,125 si è potuto capire che in effetti alcuni
antidepressivi hanno un’azione antifobica, anche se il paziente non è depresso: si tratta dunque di un
effetto specifico sulla paura e sull’ansia, e non sulla depressione. Gli antidepressivi che hanno questa
azione sono soprattutto quelli il cui meccanismo aumenta i tassi di serotonina, un neurotrasmettitore
cerebrale: per questo sono chiamati «serotoninergici». Dopo aver usato gli antidepressivi detti
«triciclici» (così chiamati a causa della struttura chimica della loro molecola), i medici preferiscono
oggi prescrivere gli antidepressivi serotoninergici di nuova generazione, che non sono necessariamente
più efficaci dei precedenti, ma molto meglio tollerati. Questi farmaci, chiamati anche «IRS», o inibitori
della ricaptazione della serotonina, possono essere «selettivi» (agiscono soprattutto su questo
neurotrasmettitore) o non esserlo (agiscono anche su altri neurotrasmettitori). Citiamo, tra quelli che
attualmente in Francia hanno ottenuto l’AMM (autorisation de mise sur le marché délivrée del ministero
della Sanità) per diversi disturbi fobici: il Seroxat (nome generico: paroxetina), l’Efexor (venlafaxina) o
il Seropram (citalopram).
Quando i pazienti «rispondono» all’azione di questi antidepressivi (non accade sempre, e questo spiega
perché talvolta bisogna provarne diversi prima di ottenere qualche risultato), vedono le proprie
manifestazioni ansiose diminuire di intensità e frequenza, senza tuttavia sparire completamente. Diventa
così più facile, per loro, confrontarsi con l’oggetto dei loro timori, perché si tratta di affrontare una
paura, magari anche intensa, ma senza cadere nel panico. Abbastanza di frequente questi pazienti in cura
serotoninergica riferiscono anche di aver imparato a prendere meglio le distanze dai pensieri fobici
associati al sentimento della paura: «Fin dall’inizio della terapia, pur sentendomi assalito dalle
medesime paure, riuscivo a eluderle, a criticarle, a non farmi sottomettere. Poi, a poco a poco, ho
incominciato a vedere le cose in maniera diversa». Questo effetto di modulazione emozionale rende
dunque possibile una presa di distanza e una critica nei confronti degli stili di pensiero fobico, e consente
poi al paziente di esporsi maggiormente alle situazioni temute.126
Sebbene preferibili alle benzodiazepine, questi farmaci pongono a loro volta qualche problema. Prima
di tutto quello degli effetti secondari: poiché sono molti potenti, provocano abbastanza spesso effetti
collaterali indesiderati, per esempio nausea, irritabilità o semplicemente la sensazione di «essere sotto
farmaci». Questi effetti possono a volte indurre il paziente a interrompere la cura, o persino scatenare
attacchi d’angoscia in quegli individui in cui la fobia comporta una dimensione interocettiva, ossia
un’inquietudine verso sensazioni fisiche percepite come anomale o insolite. In seguito, può darsi il caso
che certi pazienti abbiano una ricaduta non appena smettono di prendere il farmaco. Per concludere,
attualmente non si sa con precisione quale debba essere la durata ideale di una simile terapia. Si ritiene
che debba variare almeno dai sei ai dodici mesi, come per la cura di una depressione grave, il tempo di
permettere al soggetto di cambiare stile di vita: niente più evitamenti e, per quanto concerne la visione
del mondo, comprendere emozionalmente, affrontandole, che le situazioni che temeva non sono poi così
pericolose.
Ma in realtà questi cambiamenti di prospettiva sembrano meno dovuti al farmaco in quanto tale che agli
sforzi dell’individuo: i farmaci giocano un ruolo di sostegno consentendo di affrontare le paure e di
trarne le conclusioni. Questo confronto è già di per sé terapeutico. I farmaci sono soltanto mezzi, per
quanto utili: se il paziente non si impegna per cambiare, l’effetto dei farmaci è destinato a rimanere
limitato o transitorio.
Esistono farmaci «bio» a effetto antifobico?
Dopo le conferme recenti dell’utilità dell’iperico (la comune «erba di san Giovanni») per la cura degli
stati depressivi moderati,127 in psichiatria si assiste a una rinata attenzione per i farmaci di origine
vegetale. Sui disturbi fobici sono stati compiuti alcuni studi, ma non abbastanza, finora, per poter
raccomandare questo genere di cura.128 Occorre ricordare che «vegetale» o «bio» non significa
inoffensivo: nelle riviste mediche vengono riportati regolarmente casi di intossicazione o di interazione
con altri farmaci. Di conseguenza l’iperico non deve essere assunto in concomitanza con altri
antidepressivi serotoninergici, perché sussiste il rischio di effetti collaterali spiacevoli. Ma è auspicabile
che queste ricerche nell’ambito dei farmaci di origine vegetale continuino a svilupparsi: tutti gli aiuti
sono ben accetti nella lotta contro le fobie gravi.

Il corretto uso dei farmaci


È sempre preferibile presentare la prescrizione medica non come una cura in sé e per sé, ma come un
aiuto agli sforzi personali da compiere per modificare il comportamento fobico: non ricorrere più agli
evitamenti, affrontare le situazioni fobogene, modificare la propria concezione del mondo... La cura è
soltanto un sostegno, certamente prezioso, ma che non può sostituire gli sforzi personali. Del resto accade
lo stesso in tante altre patologie: anche l’ipertensione arteriosa richiede sforzi di igiene di vita, perché
l’asma, il diabete e tutto l’insieme di queste patologie si fonda su una vulnerabilità cronica.
Qualsiasi prescrizione di psicotropi nelle fobie dovrebbe essere sempre corredata da un sostegno di
tipo psicologico, anche minimo, fondato su consigli di vita quotidiana tratti dalle terapie attualmente più
efficaci, le terapie comportamentali. E nei casi gravi non si dovrebbe mai prescindere dalla terapia
comportamentale.

LE TERAPIE COMPORTAMENTALI E COGNITIVE

Presentate per molto tempo come terapie di apprendimento, come «levigatura» dicevano i loro detrattori,
si sono rivelate le più efficaci per curare le fobie. Probabilmente è proprio in questo genere di disturbi
che si distaccano più nettamente da tutte le altre forme di terapia. Le TCC aumentano la libertà di azione
del soggetto fobico, e la sua stima di sé, e riducono nettamente l’asservimento alla fobia. Ma sono anche
quelle che inducono meno facilmente il più tipico degli effetti collaterali: la dipendenza dalla terapia e
dal terapeuta.

In che cosa consistono le terapie cognitive e comportamentali (TCC)?


Le TCC sono da più di un decennio le psicoterapie considerate più adatte per curare gli stati fobici.129 Si
fondano su un insieme di dati ottenuti dalla psicologia scientifica e sperimentale, e adottano a loro volta
lo stesso procedimento valutando sistematicamente i risultati. Lungi dunque dall’essere un corpus di
conoscenze fisse, le loro tecniche si evolvono regolarmente: certi metodi ampiamente utilizzati una
decina d’anni fa, oggi lo sono molto meno, ma ne sono comparsi altri...
Le terapie comportamentali e cognitive accordano la priorità al lavoro sui sintomi e sull’adattamento al
mondo circostante rispetto alla comprensione degli elementi del passato, imperniata unicamente
sull’individuo. Il terapeuta adotta uno stile relazionale diretto, elargisce informazioni e consigli al
paziente, gli fa praticare esercizi sia durante la seduta che tra una seduta e l’altra. Lo scopo della terapia
è che il paziente riesca di nuovo ad affrontare ciò che gli fa paura, e a ritrovare di conseguenza
un’autonomia e una dignità soddisfacenti.
Le TCC intendono ricondurre il paziente sulla strada giusta, ossia indirizzarlo verso l’autoguarigione
dalle paure. Spesso la logica interna della fobia spinge i pazienti, come abbiamo visto, a comportamenti
autoaggravanti: evitare, ampliare le paure... Ne consegue che nessun confronto risulta benefico, tanto
sono intrappolati nella morsa della fobia. Lo scopo della TCC è trasformare i confronti in esperienze da
cui si può trarre profitto, e non più in traumi o in conferme della propria impossibilità di affrontare. Il
paziente continua poi a progredire da solo, senza il terapeuta. Quest’ultimo, del resto, si pone come un
pedagogo, che insegna al paziente come utilizzare metodi efficaci: quando il paziente ha capito come
usarli, il terapeuta ha soltanto la funzione di incoraggiarlo a continuare. Non c’è niente di più facile di
una TCC! Spesso il paziente si sente dire, in questa sede, qualcosa che gli è già stato consigliato altrove,
ma questa volta gli viene detto in situazione, sul terreno stesso della paura. Una volta, una mia paziente,
giunta alla conclusione della terapia, me lo spiegò meravigliosamente bene: «Tutto quello che lei mi ha
spiegato durante il nostro lavoro, mi era già stato detto. Ma soltanto lei me l’ha mostrato. E io l’ho
capito».

Elogio del buon senso


Le terapie comportamentali e cognitive possono sembrare fin troppo semplici agli occhi del profano:
affrontare l’oggetto delle proprie paure procedendo progressivamente, che altro è, in fondo, se non una
questione di buon senso? In effetti lo è. Ma stranamente, questo buon senso non è sempre stato di moda in
psicoterapia. Certi terapeuti preferivano intraprendere strade molto più tortuose, spiegando ai pazienti
che bisognava soprattutto non focalizzarsi troppo sulla guarigione e sulla scomparsa dei sintomi,
giungendo anche a ironizzare sulla «voglia matta di guarire» di alcuni loro colleghi. Fu il filosofo
Raymond Aron, eclissato poi da Sartre, a parlare di «sorriso (soddisfazione?) del buon senso». E un altro
dimenticato della letteratura, Franc-Nohain, scriveva: «Il buon senso non serve a farci compiere grandi
cose, ma a impedirci di commettere qualche sciocchezza».130 Nell’ambito della psicoterapia, il buon
senso è stato a lungo accantonato. Ora è tornato, e questa è una buona notizia.
Molti concetti acquisiti contrastano il buon senso, come per esempio l’idea della sofferenza che insegna
a crescere o che rende più creativi. Ricordo di aver letto un’intervista a Woody Allen, grande ansioso
davanti all’Eterno, in cui gli si domandava se la sua ansia non fosse, in ultima analisi, il motore del suo
talento. E il buon Woody, maestro di ansia e di creatività, rispose educatamente ma con fermezza: «Io non
credo che, più si è angosciati, più si è creativi. Al contrario, quando si è sereni, il lavoro ne trae
vantaggio. Non sono mai stato angosciato dall’idea di non esserlo più».131

Il piccolo Peter, primo caso di fobia trattato con la terapia comportamentale nel
1924
La prima terapia comportamentale moderna di una fobia specifica, fondata sui dati della psicologia
scientifica, è stata compiuta nel 1924 dalla psicologa americana Mary Jones su un bambino.132 Peter
aveva tre anni ed era fobico dei conigli oltre che, sebbene a un livello meno grave, dei ratti, dei topi e
delle rane. Mary Jones decise di curarlo utilizzando due tecniche congiunte: il decondizionamento
mediante l’abitudine progressiva e l’imitazione dei modelli.
Durante le sedute il bambino veniva sistemato sul seggiolone e si dedicava ad attività piacevoli:
giocare o mangiare i suoi cibi preferiti. Nel frattempo, dall’altro lato della stanza veniva introdotto un
coniglio in gabbia. Dopo qualche segno di paura iniziale, Peter si abituò a poco a poco alla presenza del
coniglio. Via via che le sedute continuavano, il coniglio veniva avvicinato progressivamente al
seggiolone di Peter. A un certo punto della terapia, tre bambini della sua stessa età furono invitati a
giocare davanti a lui con il coniglio mentre lui li osservava. Dopo una quarantina di sedute, il bambino
era in grado di giocare allegramente con il coniglio. Ed era scomparsa anche la sua paura degli altri
animaletti. L’effetto perdurò per tutto il periodo della terapia, ossia per parecchie settimane.
Ma una sola storia di guarigione, riguardante un unico caso, per quanto convincente, non può certo
fungere da prova di efficacia generalizzabile...

Come valutare scientificamente una psicoterapia?


Immaginiamo che abbiate messo a punto un metodo rivoluzionario per curare le fobie. Prima di tutto lo
testerete su un piccolo numero di pazienti, che vi sembreranno migliorati. Ma lo sono veramente? Non
spetta solo a voi dirlo (non si può essere giudice e contemporaneamente parte in causa), ma anche ai
pazienti stessi (attraverso questionari convalidati) e anche ad altri psicoterapeuti (detti «valutatori») che
utilizzino a loro volta scale di valutazione convalidate dalla ricerca. Inoltre, anche se questi primi
risultati sono favorevoli, è necessario verificare che cosa ha aiutato questi pazienti: se è stata la nuova
tecnica di psicoterapia (fattore specifico) o semplicemente il fatto che avete passato del tempo ad
ascoltarli e a sostenerli (fattore non specifico). Dovete dunque compiere uno studio «controllato»:
considerato un numero sufficiente di pazienti candidati a una psicoterapia, procederete a dividerli in due
gruppi mediante sorteggio. Un gruppo beneficerà del vostro metodo, l’altro soltanto di una terapia
d’appoggio (i due gruppi passeranno il medesimo tempo con un terapeuta, ma il secondo riceverà soltanto
ascolto e incoraggiamento). Se i risultati sono significativamente migliori nei pazienti sottoposti alla
psicoterapia, significa che siete sulla buona strada.
Dovete inoltre essere in grado di descrivere il vostro metodo in modo preciso affinché altri gruppi di
terapeuti riescano a riprodurre i vostri risultati, con lo stesso genere di pazienti! Questo serve a
dimostrare che l’efficacia della vostra tecnica non dipende soltanto dal vostro carisma personale in
quanto terapeuta. È a questo punto che la comunità scientifica riconosce che il vostro metodo è innovativo
ed efficace. La strada è dunque lunga prima che una psicoterapia possa accedere al rango di tecnica
convalidata dalla ricerca!
Finora, le terapie comportamentali e cognitive sono state oggetto del maggior numero di simili
conferme scientifiche.

Prove e dibattiti
Esistono numerose decine di studi controllati che attestano l’efficacia delle TCC nella cura delle fobie.133
Gli studi condotti nel lungo periodo134 mostrano che, dopo molti anni, i risultati positivi si rivelano
duraturi. Sottolineano anche, in certi casi, la necessità di programmi di «mantenimento», in cui il paziente
viene seguito regolarmente e incoraggiato ad applicare altrettanto regolarmente le strategie psicologiche
e comportamentali apprese durante la terapia oltre che a individuare precocemente gli eventuali sintomi
di fragilità, prima che si organizzino in una vera e propria ricaduta. Di fronte alle difficoltà, un ex fobico
rischia di sperimentare nuovamente le manifestazioni iniziali del suo disturbo. Ma applicando le strategie
già imparate in terapia, ha la possibilità di arginarle e di controllarle con maggiore facilità.
In ogni caso, le riserve espresse all’inizio dagli psicanalisti sulla possibilità di sostituzione dei sintomi
(«se sopprimete la fobia, il paziente si coprirà di eczema») o sulle ricadute sistematiche («fintantoché il
problema di fondo non sarà risolto, i sintomi ritorneranno») non sono mai state confermate da nessuna
ricerca. Ammesso che simili casi esistano, sembra evidente che non costituiscono una maggioranza
rappresentativa, ma è vero l’esatto contrario. È utile notare che questo riguarda tutte le forme di
psicoterapia, compresa la psicanalisi, dal momento che le ricerche minuziose hanno mostrato che i
pazienti «storici» di questa disciplina, i cui casi sono presentati da lustri come prove dagli psicanalisti,
sono stati quasi tutti insuccessi terapeutici, con assenza di miglioramento o con ricadute rapide, e persino
aggravamenti.135

Le tecniche utilizzate nelle TCC


Le tecniche principali sono l’esposizione (affrontare le paure) e la ristrutturazione cognitiva (modificare
e criticare i propri sistemi di pensiero). A questi due «ingredienti» di base sono stati aggiunti a volte altri
strumenti terapeutici: il rilassamento e il controllo della respirazione (quando la paura è molto forte, si
esercita il paziente a ridurla grazie a queste tecniche al momento di affrontare le situazioni), e
l’affermazione di sé (che consiste nell’apprendere mediante giochi di ruolo a esprimere ciò che si vuole
o ciò che si prova). Questi due metodi hanno lo scopo di aiutare l’individuo fobico a riprendere in parte
il controllo delle situazioni invece di sentirsi sopraffatto dalle proprie sensazioni fisiche, percepite come
totalmente incontrollabili, e sottomesso ad altri individui, immaginati come più forti.

In che cosa consiste la terapia per esposizione?


Nel capitolo precedente abbiamo già considerato un certo numero di principi del procedimento di
esposizione. Questa tecnica consiste nel proporre al paziente di affrontare una serie di situazioni
fobogene di intensità crescente, senza cercare, per lo meno all’inizio, di sentirsi rilassato durante
l’esposizione, ma semplicemente di continuare a fronteggiare ciò che teme, finché la paura diminuisce
almeno del 50%.
Questa esposizione può avvenire nell’immaginazione (esposizione a immagini mentali) prima di
praticare esercizi in presenza di. Ma i terapeuti prediligono l’esposizione in presenza di. Attualmente è
la tecnica privilegiata per la cura delle fobie.
Ogni seduta di esposizione dev’essere sufficientemente lunga, spesso della durata di un’ora. È
importante che il paziente non abbandoni la situazione prima che la paura sia ridiscesa in maniera
significativa. Durante l’esposizione, il paziente deve concentrarsi sullo stimolo fobogeno, e ricorrere il
meno possibile a strategie di distrazione (pensare ad altro, guardare altrove ecc.) che potrebbero alterare
i risultati positivi dell’esposizione.136 È dunque fondamentale che il terapeuta vigili per ricondurre
regolarmente l’attenzione del soggetto sull’esercizio in corso, sull’oggetto fobogeno e sulle sensazioni di
paura, soprattutto nelle situazioni più ansiogene.
Del resto, durante le sedute di esposizione, è frequente che il terapeuta funga da «modello» e preceda il
paziente nei compiti da eseguire, per proporgli un esempio di comportamento che attua il confronto con
l’oggetto delle paure.
Per quanto possano sembrare semplici, le tecniche di esposizione necessitano di competenza da parte
del terapeuta, il quale non deve mai dimenticare che rappresentano uno stress importante per i pazienti:
ne consegue la regola di progressività che abbiamo già citato prima.
A questo proposito mi viene in mente una storia molto toccante accaduta durante un corso di formazione
per terapeuti di fobia sociale da me tenuto. Quando terminai la sequenza dedicata all’esposizione e alle
sue regole, una donna chiese la parola, piuttosto turbata, e incominciò a raccontare la sua storia:
«Capisco bene quello che lei vuol dire. Mio padre era fobico sociale. Quando mia madre morì, mio
padre sprofondò in un dolore terribile. Si rese conto all’improvviso che, tra l’altro, non avrebbe più
potuto continuare a nascondersi dietro di lei, come aveva sempre fatto. Il giorno stesso della sepoltura
dovette stringere la mano a duecento persone venute ad assistere al funerale». Tutto il gruppo, me
compreso, cominciò a immaginare un lieto fine della storia, del tipo: «Dopo quella prova, la sua fobia
scomparve». Ma la collega inghiottì le lacrime e continuò: «L’indomani mattina, quando andai da lui, lo
trovai morto. Credo che sia stato soprattutto il dolore a ucciderlo. Ma quelle duecento mani da stringere,
quei duecento volti da guardare negli occhi, quelle duecento risposte da dare a chi gli porgeva le
condoglianze fecero sicuramente precipitare la situazione. Da allora, quando espongo i miei pazienti
cerco sempre di farlo con attenzione, con delicatezza e progressivamente...» Come tutte le cure efficaci,
la terapia per esposizione non deve essere somministrata in dosi eccessive, soprattutto negli individui
vulnerabili.

I principali metodi di esposizione


Esistono più tipi possibili di esposizione, che spiegheremo di nuovo nei dettagli ogni volta che
affronteremo un genere di fobia, nelle pagine seguenti. Lo scopo comune a tutte queste esposizioni è
«desensibilizzare» l’individuo alla paura, così come si desensibilizzerebbe una persona allergica.

Le esposizioni situazionali sono le più classiche: il paziente viene invitato ad affrontare ciò che teme. Lo
si invita, per esempio, a manipolare una siringa se è fobico delle iniezioni, ad avvicinarsi all’animale di
cui ha paura, a prendere l’ascensore, a parlare in pubblico... ne consegue che le TCC sono effettivamente
concrete e vive e conducono pazienti e terapeuti a scendere regolarmente in campo, nell’arena delle
paure. Capita spesso che il terapeuta debba uscire dal suo studio per accompagnare il paziente sui luoghi
di esposizione: un canile, un ponte, un grande magazzino... All’inizio della terapia è particolarmente
auspicabile che questo accada. L’esposizione accompagnata presenta numerosi vantaggi: oltre a
consentire al terapeuta di verificare sul posto come si comporta il suo paziente di fronte alla paura, gli
offre anche un’occasione per lavorare sulle reazioni «a caldo» in situazioni di paura. Ma è impegnativa
per i terapeuti, che si vedono costretti ad abbandonare le comodità del loro studio!

Le esposizioni interocettive: l’interocezione è l’insieme delle sensazioni fisiche che provengono dal
corpo. Molti individui fobici temono di cominciare a provare queste sensazioni, che preannunciano un
attacco di panico. Queste sensazioni fisiche sono associate a un riflesso condizionato di paura: è la
cosiddetta «fobia interocettiva». Il terapeuta cerca di scatenare queste sensazioni fisiche durante la seduta
per insegnare al paziente a sopportarle senza angoscia, e a controllarle: si propone al paziente
l’iperventilazione (respirare molto rapidamente e profondamente per parecchi minuti), lo si fa girare
velocemente su se stesso mentre è seduto in poltrona per provocargli una leggera vertigine, salire i
gradini di una scala a quattro a quattro perché gli vengano le palpitazioni, rimanere in piedi a lungo per
innescare lievi sensazioni da ipotensione ortostatica, lo si esorta a coprirsi troppo perché diventi rosso o
si metta a sudare sotto lo sguardo di estranei...

Le esposizioni nell’immaginazione sono adatte a quei pazienti la cui angoscia è troppo forte perché
possano affrontare direttamente le proprie paure. In questo caso, prima di passare alle esposizioni
cosiddette dal vivo, si propone loro una desensibilizzazione dell’immaginazione, detta anche
«desensibilizzazione sistematica», che consiste nell’affrontare progressivamente, con l’immaginazione e
con stato d’animo rilassato, la situazione fobogena, precedentemente smontata in fasi di valenza
ansiogena crescente.

Le esposizioni dal vivo. Il soggetto è disteso, con gli occhi chiusi, e mentre è rilassato inizia a
immaginarsi progressivamente nelle situazioni che teme, il che scatena spesso (ma non sempre) un
incremento riflesso della paura. Questa tecnica fu la prima a essere utilizzata su larga scala nella cura
delle fobie. Ma continua a essere interessante nel caso di fobie in cui la carica di paura è molto forte e in
cui il confronto non è possibile nell’immediato. Dev’essere sempre seguita da esercizi effettivi di
esposizione, dal vivo.

Le esposizioni per formazione virtuale di immagini. In certi casi, come quello della fobia da aereo, le
esposizioni dal vivo o accompagnate possono risultare difficili. Di conseguenza le tecniche di formazione
virtuale di immagini suscitano grande interesse nei comportamentalisti: preparando adeguatamente i
pazienti, è possibile far loro rivivere le sensazioni temute rimanendo sul posto. Queste terapie sono già
state testate con successo su pazienti acrofobi, su pazienti che avevano paura del vuoto o dell’altezza,137
su pazienti aracnofobi,138 fobici dell’aereo139 o fobici sociali.140,141 Per i pazienti che presentano fobie
moderate queste terapie che ricorrono alla formazione virtuale di immagini possono rivelarsi sufficienti e
in ogni caso possono servire come preparazione alle vere e proprie TCC.

Modificare i pensieri automatici


«Se mi sporgo, verrò attirato dal vuoto», «Se arrossisco, tutti se ne accorgeranno e mi coprirò di
ridicolo».
I modi di pensare dei pazienti fobici costituiscono un bersaglio importante per gli interventi
psicoterapeutici.142 Nel gergo dei terapeuti si definisce «cognizione» un pensiero che si affaccia alla
mente di un individuo per una sorta di automatismo. È su questo tipo di pensieri, spesso inconsci (vale a
dire non coscienti ma accessibili con un piccolo sforzo di introspezione), che vertono le terapie
cognitive.
La prima fase, detta di autoosservazione, consiste in una presa di coscienza chiara di questo
funzionamento mentale, cosa non sempre facile perché i pazienti hanno un’innata tendenza a
razionalizzare i loro modi di pensare: «Non prendo più l’ascensore perché fare le scale fa bene alla
salute», «Tutti i cani sono potenzialmente pericolosi, questa razza discende dal lupo, perciò è normale
aver paura»... In certi casi anche il solo pensare a ciò che si teme fa paura, e i pazienti che soffrono di
attacchi di panico, per esempio, non amano «ascoltare» le proprie paure: evitano così di pensare o di
pronunciare certe parole come «malattia», «angoscia», che scatenano in loro crisi d’ansia... Questi
pazienti ricorrono a strategie di fuga mentale (dette «evitamenti cognitivi», tenendo per esempio la radio
sempre accesa o mantenendosi occupati costantemente (a parlare, a leggere...) quando la paura si
avvicina.
Dopo questa fase di autoosservazione, si induce il paziente a riflettere sulle sue cognizioni e ad
analizzarne la pertinenza: non si tratta di ricordargli che le sue paure non sono «ragionevoli» (l’hanno già
fatto amici e parenti), ma di aiutarlo a guardarle in faccia e ad analizzare gli scenari catastrofici. Di che
cosa, esattamente, ha paura? Che cosa gli accadrà se affronterà quella situazione? Quali saranno le sue
reazioni? Quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine? Tutte queste previsioni sono
realistiche? Come verificarne la pertinenza?
Poi, fase ultima e indispensabile, il terapeuta esorta il paziente a procedere a «prove di realtà»
destinate a verificare se le sue previsioni fobiche siano affidabili. Per esempio, a un individuo affetto da
panico, che prevede di sentirsi male dopo dieci minuti passati ad attendere in coda, il terapeuta propone
di testare questa previsione: accompagnerà lui stesso il paziente in un ufficio postale o in un negozio
all’ora di punta. Soltanto associando l’approccio cognitivo a simili procedimenti di attuazione le
modulazioni cognitive diventano «credibili» per il cervello emozionale del paziente.

Una novità nell’ambito dell’approccio TCC delle fobie: la EMDR


La EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una forma di terapia breve, che consiste
nel far ricordare al paziente certi momenti della sua esistenza, emotivamente dolorosi, in cui i suoi
sintomi si sono manifestati o hanno potuto essere individuati: per esempio, il ricordo di un principio di
annegamento in un individuo che presenta una fobia dell’acqua o del soffocamento.
Mentre il paziente si tuffa di nuovo, psicologicamente e di fatto, in questi ricordi dolorosi, il terapeuta
gli fa seguire con gli occhi il suo dito o un oggetto qualsiasi, che effettua movimenti laterali rapidi. Ci si
aspetta che questa manovra provochi una disattivazione e poi una riprogrammazione delle emozioni
dolorose associate al ricordo.
Benché non si sappia con precisione attraverso quale meccanismo agisca la EMDR, essa si è rivelata
efficace nel trattamento dei traumi psichici.143
Una delle conseguenze più frequenti degli choc psicologici consiste nella paura panica ostinata di
venirsi a trovare nuovamente nella situazione in cui si è sperimentato il trauma: se si è stati aggrediti in
un parcheggio o si è rimasti vittime di un incidente d’auto, in seguito è possibile diventare incapaci di
affrontare di nuovo quelle situazioni. In un certo senso si tratta di fobie secondarie, indotte dal trauma.
Per questo motivo sono stati condotti studi per testare la EMDR nei pazienti che soffrono di disturbi
fobici.144,145 I primi risultati sono interessanti, ma bisogna aspettare di saperne di più prima di
raccomandare sistematicamente questo metodo ai fobici.
Secondo la mia esperienza personale, la EMDR può essere utile se certi ricordi di paura o di vergogna
sono insopportabili, o se rimangono dolorosi a distanza di anni. È una situazione che si verifica spesso
nei fobici sociali che hanno subito umiliazioni in pubblico e che non riescono a ricordarle senza un senso
di profondo disagio e di forte sgomento. È frequente anche in quei pazienti che hanno sperimentato
violenti attacchi di panico e in generale evitano di ricordarli.

FOBIE E PSICANALISI

La psicanalisi è stata a lungo l’unico metodo di psicoterapia disponibile. E il caso del piccolo Hans,
riferito da Freud nel 1909, è probabilmente uno dei più celebri della storia della psichiatria. Da quando
aveva assistito alla caduta di un cavallo che trainava una vettura per strada, Hans aveva iniziato a soffrire
di fobia dei cavalli. Il racconto della cura del piccolo Hans, scritto dal padre seguendo i consigli di
Freud, è diventato un classico della letteratura psicanalitica. Lo stesso Freud ammetteva di aver
incontrato una sola volta quel bambino di cinque anni, e di aver appreso i dettagli della vicenda dal
padre di Hans, un fervente sostenitore delle tesi psicanalitiche, a quell’epoca decisamente innovatrici.
Ecco alcune frasi tratte da una lettera del padre di Hans a Freud: «Probabilmente lo stato d’animo
favorevole era stato indotto da un’eccessiva eccitazione sessuale causata dalla tenerezza di sua madre,
ma non saprei indicare la causa immediata dei disturbi. La paura di essere morso per strada da un cavallo
sembra essere in qualche modo legata allo spavento provato alla vista di un grosso pene – ha subito
notato, come sappiamo da un’osservazione precedente, il grosso pene del cavallo, e ne ha tratto la
conclusione che sua madre, dal momento che è così grande, deve avere un pene grosso come quello di un
cavallo... A parte la paura di uscire per strada e una certa depressione che lo coglie tutte le sere, Hans è
rimasto lo stesso, allegro e spensierato...»146 Freud ipotizzava che Hans vivesse una rivalità edipica
angosciosa con suo padre: troppo dolorosa da vivere consciamente, quell’angoscia era oggetto di una
rimozione nell’inconscio. Poi, per maggior efficacia, era intervenuto un secondo meccanismo: uno
spostamento dell’oggetto dell’angoscia dal padre ai cavalli, il che consentiva una relativa
esteriorizzazione del conflitto edipico... La paura di essere morso da un cavallo rappresentava dunque
una minaccia meno spaventosa di quella legata all’angoscia di castrazione (paura di essere punito dal
padre per aver voluto prendere il suo posto presso la madre).
Benché le loro tesi inizialmente avessero sedotto molti, le psicoterapie psicanalitiche sono molto
regredite in materia di assunzione delle fobie, a causa dei loro risultati deludenti in questi casi. Uno dei
grandi psicanalisti dell’infanzia dei nostri tempi, Serge Lebovici, rievocava «il caso di una fobia
scolastica che durava da quindici anni malgrado una psicoterapia molto lunga perseguita in condizioni
piuttosto buone».147 Inoltre (oppure a causa di questo?), gli psicanalisti non hanno mai considerato la
diminuzione o la scomparsa dei sintomi fobici come un fine in sé e per sé, benché spesso sia proprio
questa la richiesta prioritaria dei pazienti. Viene in mente la celebre frase di Lacan: «La guarigione è un
di più». Inoltre, in una delle opere dedicate alla concezione psicanalitica delle fobie, una raccolta per il
grande pubblico, soltanto tre pagine su centoventotto sono dedicate alla cura: il 2,3%!148
Nel suo romanzo autobiografico Une saison chez Lacan, il giornalista e scrittore Pierre Rey,
appartenente all’élite parigina, racconta i suoi dieci anni di psicanalisi. Il suo è un libro avvincente
perché aiuta a capire come abbia potuto funzionare l’incredibile snobismo dell’epoca riguardo alla
«necessità di un’analisi da Lacan». Ma nel contempo mostra che la questione della guarigione a quel
tempo non si poneva neppure: «Ammetterlo oggi mi fa sorridere: sono sempre piuttosto fobico. Ma nel
frattempo sono venuto a patti con le mie fobie. O non mi metto più in situazioni che possano suscitarle
oppure le subisco con la rassegnazione e il fastidio che suscitano le fatalità esterne».149
Attualmente molti analisti riconoscono che, se il paziente ha l’esigenza di non soffrire più dei suoi
sintomi fobici, l’analisi non è più la prima soluzione da proporre. Molti, ma non tutti... Ricordo anche un
paziente che mi diceva: «Ho del rancore nei confronti del mio psicanalista, perché ha sprecato la mia
analisi. Avrebbe potuto essere appassionante dall’inizio alla fine, e invece per tre quarti del tempo
passavo in rassegna le mie paure, i miei fallimenti, i miei evitamenti, le mie frustrazioni legate alla fobia.
In dieci mesi di cura nel suo reparto, in compenso, abbiamo fatto retrocedere il male. Perché non mi ha
mandato da lei fin dall’inizio, affinché potessi condurre correttamente la mia analisi, di cui peraltro
avevo bisogno?»
L’altro problema delle terapie di ispirazione psicanalitica è forse legato alla loro mancanza di
evoluzione che dura ormai da molto tempo, come se si fossero irrigidite nel rispetto di un dogma che
avrebbe dovuto essere soltanto un punto di partenza. In questi ultimi anni sono stati compiuti tentativi
molto interessanti per inventare nuove forme di terapia fondate sul modello psicanalitico.150

TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMA, MA PIÙ


O MENO DIRETTAMENTE...
Spesso si contrappone la psicanalisi alle terapie comportamentali e cognitive. In realtà, queste ultime si
sono sviluppate anche per reazione a una certa concezione «debole» della psicoterapia, considerata come
una serie di incontri in cui il terapeuta lascia semplicemente che un paziente parli del proprio passato,
senza stare troppo a chiedersi dove questo li condurrà entrambi. Per i comportamentalisti, «la
psicoterapia non deve essere una tecnica non definita, che si occupa di problemi imprecisati, con risultati
non quantificabili».151 Eppure è proprio ciò che spesso i pazienti fobici si vedono proporre, perché i
terapeuti danno per scontato che parlare dei propri problemi basti a procurare qualche miglioramento.
Forse era vero un secolo fa, ai tempi eroici della psicologia, in cui non si parlava di «quelle cose». Ma
in una società come la nostra, in cui la parola è stata alquanto liberata, un terapeuta degno di questo nome
non può più affidarsi soltanto alle virtù della discussione e dello scambio, almeno per la cura di disturbi
emozionali radicati nella biologia, come le grandi paure.
Uno dei più grandi specialisti del mondo in materia di fobie, l’inglese Isaac Marks, paragonò il
problema della scelta della terapia di un disturbo fobico a quello della scelta di un itinerario.152
Scegliere una terapia è come scegliere la via per andare da un certo luogo a un altro, dalla sofferenza alla
non sofferenza, dalla schiavitù alla libertà. C’è chi vuole prendere l’autostrada per arrivare alla meta,
senza soffermarsi a guardare il paesaggio: per curarsi sceglierà dunque le tecniche fondate
sull’esposizione. C’è chi preferisce seguire itinerari secondari, strade statali o provinciali, più comode e
piacevoli, ma di gran lunga meno rapide: in tal caso si utilizzeranno soprattutto approcci cognitivi,
rilassamento, meditazione. Infine si può decidere di passare attraverso i campi, sacrificando la rapidità a
vantaggio di tutta una serie di scoperte compiute lungo il cammino, con il rischio di perdersi
completamente per strada: questa è la scelta della psicanalisi.
Propongo sempre questo paragone ai miei pazienti. Serve a ricordare che il metodo più veloce non è
necessariamente né il più piacevole né quello che ci insegnerà più cose su noi stessi. Serve anche a
ricordare che tutte le terapie possono condurre alla guarigione, come un tempo si diceva che «tutte le
strade portano a Roma». La scelta di una via lenta o di una scorciatoia è tanto più legittima se le paure
fobiche non sono gravi, e se i pazienti non hanno fretta, o se nel contempo hanno anche altre aspettative
(«saldare il conto delle mie relazioni difficili con il mio passato»).
Ma si può anche considerare il problema in un altro modo: scegliere le terapie più brevi e più efficaci
potrebbe essere la soluzione preferita dalla maggior parte dei pazienti, perché sottostare a paure
patologiche è una sofferenza, e spesso la sofferenza ci chiude al mondo. Una terapia deve rimanere
soltanto una tappa nella vita, invece di rappresentare uno scopo. Per godersi la vita, non c’è bisogno di
avere accanto un terapeuta...
Capitolo 6

PAURE E FOBIE: UN PO’ DI STORIA


E UN RITRATTO DI FAMIGLIA

I tre moschettieri erano quattro. Anche le grandi famiglie di paure sono tre... più una
quarta.
Prima di tutto, la paura di ciò che costituisce il nostro ambiente naturale, come gli
animali, il vuoto, l’acqua, il buio e tante altre cose ancora. Poi le paure sociali, la paura
degli sguardi, dei giudizi, degli scambi con i nostri simili. Infine le paure, spesso
paniche, di star male se ci si trova rinchiusi, se ci si sente incastrati, se si è lontano da
casa: in questi casi si parla di claustrofobia o di agorafobia. La quarta famiglia è
costituita da tutte le altre paure, che affronteremo alla fine di questo libro. Ma di
qualunque paura soffriate, non permettete più a nessuno di dirvi che siete nevrotici: la
nevrosi non esiste più. Siete semplicemente esseri umani che soffrono di paura
eccessiva...

___

«Chi scava una fossa ci casca dentro


e chi disfa un muro è morso da una serpe.
Chi spacca le pietre si fa male
E chi taglia legna corre pericolo.»
Ecclesiaste, 10,8


Nell’Europa cristiana del Medioevo la paura era considerata auspicabile, e sant’Agostino ricordava che
il timore del castigo divino era una grazia. A quell’epoca si era sensibili alle virtù della paura, che
teneva gli uomini alla larga dai pericoli, e soprattutto dai peccati. Oggi la nostra società, più edonista e
individualista, tende a percepire la paura come un impedimento: a seconda delle maschere dietro a cui si
nasconde, è ciò che ci impedisce di andare verso gli altri, di viaggiare, di scoprire, di rilassarci, di
realizzare i nostri obiettivi, in breve, di goderci la vita.153 Ma comunque la si giudichi dal punto di vista
morale o religioso, la paura è sempre esistita e ha sempre fatto soffrire.
Fin dall’antichità troviamo descrizioni di paure eccessive e di fobie. Nella Bibbia, un passo
dell’Ecclesiaste richiama una descrizione di agorafobia: «Quando si attenuerà il cinguettio degli uccelli e
si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada...»
Ippocrate, ma anche Descartes e Pascal, parlano nelle loro opere delle apprensioni irrazionali di certi
loro contemporanei. Nei suoi Saggi,154 Montaigne osserva che «ci vengono i sudori, tremiamo,
impallidiamo e arrossiamo ai sussulti della nostra immaginazione», mentre Robert Burton riferisce il
caso di «qualcuno che non osava uscire di casa per paura di scomparire o di morire», nella sua celebre
Anatomia della malinconia, pubblicata nel 1621.155 Il filosofo inglese John Locke descrisse per primo,
nel 1690, i meccanismi di formazione di una fobia, mentre il chirurgo francese Le Camus ne propose una
classificazione nel 1769.156 Nel corso dei secoli le osservazioni mediche o i racconti letterari rilevarono
regolarmente il caso di pazienti che provavano una paura abnorme in talune circostanze.
Nel XIX secolo furono analizzate le prime fobie in termini «moderni», in seguito alla descrizione
dell’agorafobia da parte di Westphall nel 1871. Una valanga di neologismi greci permise agli psichiatri
di dare un nome a tutti i tipi di fobie, con uno spirito da entomologi. Alcuni di questi neologismi
rispecchiano l’ideologia sociale dell’epoca che li ha visti nascere, come per esempio la fobia della
prigionia, o drapetomania, dal greco drapeta, ossia schiavo evaso, che imperversava tra gli schiavi negri
del Sud degli Stati Uniti nell’Ottocento...157
Già nel 1896 Théodule Ribot, uno dei progenitori della psicologia francese, osservava davanti a questo
dilagare: «Un’autentica inondazione di fobie, ciascuna con il suo nome speciale... Ogni manifestazione
morbosa della paura è denominata anche con un vocabolo greco o ritenuto tale».158
Anche Freud ironizzò a questo proposito nella sua Introduzione alla psicanalisi: «Questa serie di fobie
presentate con graziosi nomi greci... sembra l’enumerazione delle dieci piaghe d’Egitto, con la differenza
che le fobie sono molto più numerose».159
Propose dunque la sua personale classificazione degli stati ansiosi: nevrosi fobica, nevrosi ossessiva,
nevrosi d’angoscia... che attraversò felicemente il secolo fino al decennio 1970-1980. A quel punto, dopo
decenni di onorato servizio, la venerabile terminologia freudiana incominciò a rientrare nell’ombra, in
seguito alla pubblicazione di studi di psichiatria come quelli dell’americana Klein,160 che dimostrò
l’efficacia di certi antidepressivi nella cura del disturbo panico, o quelli del sudafricano Wolpe,161 e
dell’inglese Marks,162 che misero a punto le prime terapie comportamentali efficaci sui disturbi fobici.

ALCUNE PAURE E FOBIE ORIGINALI

Avida di neologismi fondati sul greco, la psichiatria del XIX secolo fu all’origine di una profusione di colorite denominazioni, specifiche di
ciascun tipo preciso di fobia:

Acrofobia: paura dell’altezza (akron: il più alto), che equivale a chenofobia (kenos: vuoto), a cremnofobia (paura dei precipizi) e a
orofobia (paura dei luoghi in pendenza e delle montagne).
Aerodromofobia: paura dei viaggi in aereo.
Algofobia: paura del dolore.
Apopatodiafulatofobia: paura della stipsi.
Astrafobia: paura dei fulmini, spesso associata alla brontofobia (paura del tuono) e alla cheimofobia (paura dei temporali e delle
tempeste).
Emofobia: paura del sangue, analoga alla creatofobia (paura della carne) e alla belonefobia (paura di aghi e spilli).
Fobofobia: paura di aver paura.
Monofobia: paura di rimanere soli.
Oicofobia: paura di rientrare in casa propria (oikos: casa) dopo una degenza in ospedale.
Siderodromofobia: paura dei viaggi in treno (etimologicamente: «ferrovia»)
Tafofobia: paura di essere sepolti vivi.
Zoofobia: paura degli animali. Comprende l’ornitofobia (paura degli uccelli), l’ailurofobia (paura dei gatti), la cinofobia (paura dei
cani), la musofobia (paura dei topi), l’aracnofobia (paura dei ragni) ecc. La tricofobia è la paura dei peli e la pterofobia quella delle
piume.

E se questo elenco vi ha infastidito, forse soffrite di ellenologofobia (hellenos: greco, e logos: parola): la paura dei termini greci utilizzati
per fare bella figura...

LA FOBIA NON È UNA NEVROSI

Le «nevrosi fobiche», termine il cui uso oggi è in declino, nella terminologia psicanalitica furono
inizialmente chiamate «isterie d’angoscia», per sottolinearne la natura sessuale. Secondo gli psicanalisti
le fobie erano dunque l’espressione di un conflitto inconscio (che bisognava risolvere prima di ogni altra
cosa per poi poter fingere di veder scomparire i sintomi) e costituivano anche una difesa da paure più
gravi (per questo motivo i sintomi devono essere «rispettati» anche a costo di vedere il soggetto, ormai
libero dalla sua fobia, in preda a uno scompenso ancora più grave). Benché rivoluzionaria ai suoi tempi,
alla fine del XIX secolo, e benché abbia reso possibile la comparsa della psicoterapia moderna, questa
concezione delle fobie è ormai superata, in parte a causa dei risultati insoddisfacenti delle terapie di
ispirazione psicanalitica applicate ai disturbi fobici, ma anche in ragione dei risultati chiari e duraturi,
senza ricomparsa né sostituzione di sintomi, delle terapie comportamentali, fondate su basi teoriche
radicalmente diverse.
Una delle constatazioni che mi ha maggiormente colpito nella mia pratica di psicoterapeuta con gli
individui fobici, è che il più delle volte sono normali... fatta eccezione, ovviamente, per la loro fobia!
Ecco perché non amo affatto il termine «nevrosi fobiche» per indicare i loro disturbi.
Ritengo che sia preferibile rinunciare alla denominazione di «nevrosi» per due motivi. Il primo è che la
parola «nevrosi», dopo essere stata un termine medico (neologismo inventato nel XVIII secolo dal
medico scozzese William Cullen), è diventata un giudizio di valore. Oggi si parla di una persona
«nevrotica» per indicare un soggetto complicato, che si ascolta troppo. C’è stato un momento in cui il
prêt-à-penser psichiatrico diagnosticava una «nevrosi isterica» a tutte le donne depresse o ansiose. Come
diceva scherzando uno dei miei amici psichiatri: «Io non ho mai incontrato una paziente isterica. Ho visto
soltanto donne infelici». La seconda ragione che deve indurci alla prudenza con la «nevrosi» è che quella
parola è strettamente associata alla teoria freudiana delle fobie, attualmente obsoleta. Molte delle
intuizioni di Freud, benché non tutte, erano sbagliate. È normale che lo si rispetti in quanto figura storica,
ma non che si continui a seguire ciecamente i suoi precetti e a fare costanti riferimenti ai suoi scritti o a
quelli dei suoi discepoli, ripetendo instancabilmente: «L’ha scritto Freud, l’ha detto Lacan». Freud
avrebbe voluto fondare una scienza. Sfortunatamente suscitò in alcuni dei suoi discepoli anche una
visione religiosa della psicoterapia: scritti sacri, sacrilegi, scomuniche, guerre di religione... Ma tutto
questo riguarda soltanto il piccolo mondo dei terapeuti, e non dovrebbe interferire con l’aiuto da dare
agli individui fobici.
Per quanto mi riguarda, ecco cosa voglio ricordare ai miei pazienti a proposito del loro disturbo: «Non
siete nevrotici. Non siete fobici. Siete persone normali che soffrono di fobie. Come c’è gente che soffre
di diabete o di ipertensione. Non perdete tutto il vostro tempo a cercar di capire da dove vengono i vostri
disturbi e perché li avete. È una ricerca che va fatta perché è importante sapere da dove hanno inizio le
nostre sofferenze, per evitare di riprodurre all’infinito i nostri errori, ma non bisogna continuare in
eterno. Quello che è importante sapere è che avete questo genere di fragilità, e che bisogna trovare
insieme un modo per sconfiggerla: siete semplicemente più inquieti della maggior parte della gente, ma
siete ugualmente capaci di affrontare la situazione che in precedenza vi spaventava. Per esempio, nel
caso di una fobia del volo aereo, potreste riprovare a prendere l’aereo, anche se non sarete certo rilassati
durante il volo, come del resto tante altre persone che sono con voi nell’abitacolo! In breve, è sempre
possibile ricondurre le paure fobiche al livello di paure normali, benché non sia sempre possibile farle
scomparire».
Ma capita raramente che un paziente ponga una richiesta simile, imperniata sul desiderio di veder
scomparire completamente la paura. Non ho mai conosciuto fobici dell’aereo che venissero da me perché
volevano diventare piloti di linea... Volevano soltanto poter prendere l’aereo con un grado di paura
ragionevole.

LE TRE FAMIGLIE DI FOBIE

La classificazione scientifica attuale delle fobie, la più ampiamente utilizzata dalle équipe di ricerca del
mondo intero,163 divide le fobie in tre gruppi principali, ciascuno generato da un tipo di paura abbastanza
preciso:

• Le fobie specifiche comprendono in particolare le fobie degli animali, degli elementi naturali, del
sangue e delle ferite. Queste fobie, in precedenza chiamate «fobie semplici», provocano un handicap
abbastanza limitato, perché i comportamenti di evitamento che sono loro associati rimangono
compatibili con una vita pressoché normale.
• Le fobie sociali consistono in una paura intensa dello sguardo e del giudizio degli altri. Queste fobie
sono spesso considerate le più invalidanti, perché gli evitamenti sociali privano l’individuo fobico di
un numero più o meno grande di attività relazionali, essenziali al suo equilibrio e alla sua evoluzione
personale.
• Il disturbo panico con agorafobia è contrassegnato dal timore di sentirsi male, soprattutto in certi
luoghi pubblici. È un handicap piuttosto grave, perché le sue violente e destabilizzanti crisi d’angoscia
scatenano in breve tempo evitamenti che scalzano le capacità di autonomia del soggetto fobico: ogni
spostamento al di fuori di sé può così diventare un problema.

Queste ultime due famiglie, fobie sociali e disturbo panico, sono denominate anche «fobie complesse»,
perché a differenza delle «fobie semplici» o specifiche, possono subentrare in contesti vari e sottili. E
soprattutto non si lasciano controllare facilmente dal paziente: si può sempre evitare di incrociare un
piccione o di affrontare il vuoto, mentre è molto più difficile evitare i propri simili, o non uscire più di
casa... Da questo deriva, come vedremo, il maggior numero di complicazioni associate a queste fobie
complesse, come la depressione, il ricorso all’alcol e numerosi altri danni alla qualità della vita...
In un altro capitolo affronteremo paure e fobie più rare delle precedenti, e anche un certo numero di
disturbi psicologici che si sono visti attribuire la denominazione di «fobia» quando invece scaturiscono
da meccanismi psicologici differenti.
In effetti, sia per gli psichiatri sia per gli psicologi, ma anche per il grande pubblico, la tentazione di
affiancare il termine «fobia» a una radice greca per indicare svariate ansie e apprensioni è forte: la
xenofobia o l’omofobia indicano più una forma di avversione o di diffidenza verso gli estranei o gli
omosessuali che non paure paniche. La triskaidekafobia rimanda più a un timore superstizioso del
numero 13 che a una fobia autentica. Quanto alla neofobia, frequente nei bambini o nelle persone anziane,
si riferisce più all’avversione per qualunque forma di cambiamento (alimentare, relazionale o altro) che
al bisogno di fuggire davanti alle novità.
La fortuna della parola «fobia» è probabilmente legata al nostro bisogno di poter utilizzare un termine
generale per designare tutte le emozioni associate al desiderio di mettere una certa distanza tra noi e
qualcosa che ai nostri occhi, a torto o a ragione, appare sgradevole o inquietante. Attenzione, dunque, se
siete eptafobi: stiamo per iniziare il capitolo 7!
Capitolo 7

PAURE E FOBIE «SEMPLICI»: ANIMALI, AEREO, SANGUE E ACQUA...

Queste paure naturali che sfuggono al controllo sono «semplici» soltanto nelle
nomenclature degli psichiatri. Sono semplici da capire: si ha paura di qualcosa, e si fa
di tutto per evitarlo.
Ma la semplicità finisce qui. Queste paure, quando sono eccessive, complicano
notevolmente l’esistenza: scappatoie, rinunce, sotterfugi...
Talvolta possono mettere a repentaglio la nostra salute, come nel caso della fobia del
sangue e delle iniezioni. Ma in generale non minacciano la sopravvivenza: alterano –
semplicemente – la qualità della nostra vita.
Fortunatamente esistono due soluzioni – semplici – per risolvere le grandi paure delle
cose naturali. Così semplici che a volte i terapeuti se ne dimenticano...

___

«Ero in preda a grandi tormenti: certi pensieri frenetici e lancinanti mi sciupavano il resto dello spirito e del mondo.»
Paul Valéry, L’idea fissa


Entrando nel mio studio, prima di tutto Francesca guardò le finestre. Vedendo che erano chiuse, il suo
volto preoccupato si distese immediatamente. Era la prima volta che veniva da me, quella mattina di
luglio. Come sempre a Tolosa, anche allora faceva molto caldo, e le finestre rimanevano spesso aperte.
Ma non nel mio studio: il giorno prima mi ero comprato un piccolo condizionatore per poter lavorare
senza sentirmi oppresso dal caldo. Quel particolare permise a Francesca di raccontarmi tranquillamente
la sua storia, la sua paura che un piccione entrasse di colpo nella stanza. Il suo problema era infatti la
paura dei piccioni.
Francesca è una donna di ventisette anni, bella e prosperosa, sposata con un ingegnere italiano venuto a
lavorare a Tolosa per due anni, nell’industria aeronautica. Francesca soffre di una paura panica degli
uccelli fin da quando era bambina. Il suo primo ricordo in proposito è molto preciso: a tre o quattro anni
passava la giornata con una zia che allevava numerosi uccelli in gabbia. L’anziana signora, seguace di
metodi pedagogici all’antica, la minacciava spesso di aprire la gabbia perché gli uccelli andassero a
beccarle le orecchie e a tirarle i capelli, se non mangiava la minestra... Un giorno, divenuta insensibile
alla minaccia, Francesca oppose resistenza, e sua zia andò realmente a cercare una tortorella per farle
paura: ma l’uccellò le sfuggì e si mise a volteggiare per tutta la stanza, urtando pareti e finestre, e
provocando uno stato di panico nella bambina, oltre che una certa ansia nella zia. Da quel giorno
Francesca non sopportò più la presenza di uccelli, nemmeno in gabbia. Una domenica i suoi genitori
tornarono dal mercato con un pollo vivo, vinto a una lotteria: Francesca rimase terrorizzata finché
l’animale non fu fatto sparire. Durante l’infanzia e l’adolescenza parenti e amici la prendevano in giro
per quella sua paura. Una volta, uno dei suoi fratelli maggiori le presentò un finto regalo: una scatola con
dentro un uccello. Il volatile scappò via non appena Francesca aprì il pacco...
Una volta diventata adulta, riuscì a organizzarsi la vita in modo tale da non dover affrontare uccelli.
Suo marito, al quale aveva spiegato la sua fobia, accettò i suoi evitamenti. Ma quando lo chiamarono a
Tolosa per dirigere un progetto di aeronautica internazionale, Francesca scoprì con orrore che il centro
della città, dov’era situato il loro alloggio, era popolato da numerosi piccioni. La sua fobia ricomparve
alla grande, imperniata principalmente sulla paura dei piccioni.
Quando si presentò al colloquio nel mio studio era un po’ depressa perché in Francia si sentiva isolata,
e gravemente condizionata dalle sue paure. Ormai non riusciva più a vedere neppure l’immagine di un
uccello, su un libro o su una rivista, e ancor meno alla televisione, senza sentirsi invadere dall’angoscia.
Era costretta a evitare certi quartieri del centro della città, invasi dai piccioni, e non poteva
accompagnare i suoi bambini ai giardini pubblici perché erano frequentati da anziani che davano da
mangiare agli uccelli. Non riusciva a utilizzare il bancomat sotto casa sua perché il marciapiede era
sempre occupato dai piccioni...
«Mi disgusta soprattutto il loro aspetto fisico: quegli occhi senza palpebre, quelle tremende zampe
rosse e gli artigli sporchi, il ‘clac-clac’ che fanno alzandosi in volo. Di che cosa ho paura, esattamente?
Non lo so. Forse temo che mi colpiscano agli occhi con il becco per poi scappare via, che rimangano
impigliati con le zampe nei miei capelli e che si spaventino, tanto sono stupidi. Mi disgusta pensare al
contatto con le loro piume. Di solito la paura scatta immediatamente, prima ancora che io ci pensi.»
Improvvisamente vidi Francesca farsi livida e smettere di parlare. Fissava un punto dietro di me: un
piccione si era posato sul davanzale e ci osservava con i suoi occhi tondi, girando la testa a destra e a
sinistra. La finestra era chiusa, ma Francesca iniziò a sentirsi soffocare. Potei così assistere all’inizio
dell’attacco di panico in diretta. Mi alzai per scacciare il volatile. Nell’ansia di Francesca non c’era
simulazione: quando le presi il polso, sentii che il suo cuore batteva a più di centoquaranta! Subito dopo
si mise a piangere: «È assurdo, è idiota, ha visto in che stato mi riduco! Eppure la sua finestra era chiusa!
Se fosse stata aperta, sarei andata via di corsa, non riesco a controllarmi».
Riprese a raccontarmi la sua vita da fobica: «Mi sento in balia di migliaia di piccioni, uno più
imprevedibile dell’altro. Sono tranquilla soltanto di notte, quando dormono. Durante il nostro viaggio di
nozze nell’Italia del Nord, abbiamo potuto visitare Venezia solo by night... Quando sono costretta ad
attraversare luoghi in cui la fanno da padroni, devo ricorrere a tutti i sotterfugi possibili per evitare il
contatto con loro: mi nascondo tra la gente, utilizzando le persone come scudi umani. Non porto mai né
valige né borse, per avere sempre le mani libere e potermi difendere se uno stormo di piccioni si
abbattesse su di me. Non appena il cielo è vagamente grigio, prendo la scusa di un possibile temporale
per portarmi appresso un ombrello, da usare per respingerli nel caso in cui mi attaccassero... Tutto questo
è assurdo e umiliante. Ma è più forte di me. Può aiutarmi?»
Naturalmente vi racconterò come Francesca ha superato la sua fobia. Ma ora dedichiamoci alle paure e
fobie dette «specifiche»...

PAURE INTENSE E FOBIE «SPECIFICHE»

Questa famiglia di paure è senz’altro la più facile da capire: una persona teme moltissimo qualcosa di
preciso, e fa di tutto per evitarlo.
Gli oggetti o le situazioni che possono rivelarsi fonte di paure specifiche sono molteplici, ma si può
grossomodo raggrupparli in quattro grandi tipologie: paure di animali, di elementi naturali, di situazioni,
del sangue e delle ferite. Le esamineremo nei dettagli un po’ più avanti.
Ricordiamo che circa un individuo su due soffre di paure eccessive e invalidanti di questo genere. La
denominazione «specifiche» sottolinea che le paure di questo tipo sono abbastanza circoscritte: a parte i
momenti in cui deve affrontare ciò che lo spaventa, o quelli immediatamente precedenti, l’individuo si
sente al sicuro. In precedenza abbiamo denominato queste paure e fobie «semplici», a causa del loro
carattere limitato. Ma in realtà a volte possono complicare notevolmente la vita degli individui che ne
sono affetti.
Come per le altre forme di paure eccessive, la questione della soglia tra paure normali e paure fobiche
si fonda su molteplici elementi: l’intensità della sensazione di paura provata (fino all’attacco di panico
nelle fobie), la necessità imperiosa di fuggire ciò che si teme (e non solo un semplice disagio ad
affrontarlo) e anche la dinamica autoaggravante nelle fobie (il tempo che passa e i confronti ripetuti non
recano miglioramenti). È necessario definire tali criteri di soglia tra paure normali e paure morbose, ma
la realtà è completamente diversa: non esiste un confine netto, e si ritiene che le paure intense
rappresentino un handicap più o meno equivalente a quello delle fobie, anche se non corrispondono a tutti
i criteri che permettono di formulare una diagnosi medica.
Secondo gli studi e gli strumenti di valutazione, si è scoperto che dal 10 al 20% circa della
popolazione in generale soffre di fobie specifiche.164 Questi disturbi fobici riguardano per lo più il
doppio delle donne rispetto agli uomini, fatta eccezione per la fobia del sangue e delle ferite, che è
diffusa allo stesso modo in entrambi i sessi.165

Le tipologie principali di paure e fobie specifiche

Paure e fobie degli animali Uccelli (soprattutto piccioni), insetti (ragni, scarafaggi e vespe), cani, gatti, serpenti...

Paure e fobie degli elementi naturali Acqua, vuoto, temporali, oscurità...

Paure e fobie delle situazioni Claustrofobia (spazi chiusi, ascensori, negozi sovraffollati, tunnel...)
Mezzi di trasporto (aereo, treno, auto).

Paure e fobie del sangue e delle ferite Iniezioni, prelievi di sangue, cure dentistiche...

Le paure e le fobie specifiche sono sicuramente quelle che compaiono per prime nella vita. Spesso la
reazione di paura eccessiva è presente fin dal primo confronto. Più raramente, all’origine della fobia vi
sono eventi precisi realmente vissuti. In ogni caso si pone il problema del terreno vulnerabile: in effetti,
una paura eccessiva dei cani può subentrare in seguito a un morso, ma non tutti i bambini che sono stati
morsi da un cane diventano fobici dei cani... I risultati della maggior parte degli studi propendono per un
influsso genetico importante per quanto riguarda queste fobie specifiche, secondariamente rafforzato
dagli accadimenti della vita e dai modelli genitoriali (spesso uno dei due genitori è affetto dalle
medesime paure).
Esistono anche variazioni di intensità in funzione dell’età: le paure di animali sono più forti e
invalidanti negli individui giovani, mentre quelle dei voli in aereo seguono il percorso opposto, perché si
aggravano col tempo. Sono possibili molte spiegazioni, ma la più probabile è che sia più facile acquisire
graduale dimestichezza con le paure degli animali: si può controllare il tempo in cui si rimane esposti a
foto, a film, ad animali in cane e ossa, in gabbia o sotto protezione. Alla peggio, se capita di incontrarne
uno quando non si è ancora pronti, ci si può dare alla fuga!
La paura dell’aereo, invece, è più una paura tutto o niente: impossibile cominciare con cinque minuti di
volo la prima volta, poi dieci, poi quindici... In aereo o si vola o non si vola, e una volta avvenuto il
decollo, non si può certo saltare giù, neppure con il paracadute...
Tutte le paure eccessive, non consentendo confronti progressivi e regolari, hanno una naturale tendenza
ad aggravarsi: ogni confronto, inevitabilmente raro e massiccio, è un trauma in più. Come vedremo,
questo vale anche, per esempio, nel caso di certe fobie concernenti il parlare in pubblico.

Le fobie specifiche sono malattie?


Quando giungono alla fase della fobia, queste paure specifiche costituiscono quasi sempre un handicap
limitato: gli evitamenti che impongono agli individui che ne soffrono non impediscono, solitamente, una
vita quasi normale. Ecco perché questi fobici consultano gli psichiatri o gli psicologi più raramente degli
altri (agorafobi o fobici sociali).
Tra i fattori che inducono i pazienti a recarsi da uno specialista per le fobie specifiche, si trovano:166

– Una fobia dei cani, dei gatti, degli ascensori o di diversi mezzi di trasporto. La richiesta di cure è
legata alla frequenza dei confronti con ciò che fa paura. Una fobia dei canguri non dovrebbe condurvi
in terapia da questa parte del globo.
– Soffrire di più fobie nel medesimo tempo. È un caso abbastanza frequente, e conduce a un aumento
dell’handicap quotidiano.
– Soffrire di attacchi di panico molto violenti nelle situazioni temute, al punto da aver paura di impazzire
o di avere un infarto.

Per lo più, il soggetto che soffre di paure eccessive si decide a consultare uno specialista in seguito a un
cambiamento che scombussola la sua vita quotidiana: un dirigente fobico dell’aereo, che fino a quel
giorno viaggiava soltanto in auto o in treno, si vede offrire una promozione a livello internazionale che
gli impone frequenti spostamenti in aereo. Una ragazza che ha paura del sangue, abituata a rifuggire da
iniezioni e prelievi, incontra l’uomo della sua vita e vuole avere un bambino, perciò deve sottoporsi a
esami medici. Un individuo fobico dei piccioni ha appena traslocato quando scopre che la via in cui è
andato ad abitare è infestata dai piccioni, attratti dagli anziani del quartiere che danno loro da mangiare.
Un altro, che teme i serpenti, viene invitato a intraprendere un viaggio in un paese tropicale...

Un po’ di scienza a proposito di paure e fobie specifiche


Generalmente i fobici amplificano le caratteristiche inquietanti di ciò che fa loro paura. Ai loro occhi
tutti i ragni sono enormi e velocissimi, la minima discesa è vertiginosa ecc. Questi errori di percezione167
sono chiaramente legati all’intensità delle loro paure: forse attestano la recrudescenza, nei momenti in cui
si sentono minacciati, di un meccanismo di sopravvivenza del tipo «effetto lente di ingrandimento», che
comporta un ampliamento automatico del pericolo. In ogni caso, familiari e amici dell’individuo fobico
non devono mai dimenticare quanto segue: quando si tratta delle loro paure, i fobici non si evolvono allo
stesso modo dei non fobici. Un salto da un trampolino per un acrofobo è fonte dello stesso terrore che in
voi suscita un salto da più di dieci metri d’altezza. Dopo la terapia, questi errori di percezione
scompaiono.
Le distorsioni non si limitano a questioni di dimensioni o di altezza: avvicinandosi agli animali temuti,
lo zoofobo li «vede» correre verso di lui, e li «sente» al tatto. Sporgendosi nel vuoto, l’acrofobo si
esente oscillare... Queste attivazioni sensoriali confermano il ruolo dell’immaginazione nelle paure
fobiche, ma si ritrovano anche nella formazione mentale di immagini, il che suggerisce un’attivazione
delle aree corticali, in particolare della corteccia visuale, ben oltre la classica zona limbica, sede delle
emozioni ansiose.168 Nei fobici di animali, soprattutto dei ragni, degli insetti e dei serpenti, l’attivazione
della corteccia temporale anteriore, detta «somatosensitiva», sembra indicare la possibile entrata in
gioco di sensazioni tattili associate all’apprensione sperimentata.
Infine, i fobici procedono spesso a una decontestualizzazione delle informazioni: focalizzandosi
soltanto su ciò che li spaventa, dimenticano di vedere ciò che potrebbe essere rassicurante.169 Così,
davanti a un cane, non saranno necessariamente rassicurati dal fatto che l’animale sia di piccole
dimensioni, tenuto al guinzaglio o abbia l’aria amichevole. Tutti questi elementi contestuali non
peseranno molto in confronto allo stimolo centrale: la presenza o l’assenza del cane. Più la fobia è grave,
più questo funzionamento «tutto o niente» è cruciale: da qui derivano le angosce improvvise alla sola
evocazione di una semplice parola o di una banale immagine di ciò che si teme. Il nostro cervello
razionale sa che non ci sono rischi, ma la nostra amigdala cerebrale, che reagisce ancor più rapidamente,
ha già lanciato l’allarme...

PAURE E FOBIE DEGLI ANIMALI

«Fu soltanto in alto, avvicinandosi al sesto piano, che provò una stretta al cuore pensando al termine del
tragitto: lassù l’attendeva il piccione, quella bestia spaventosa. L’avrebbe trovato posato in fondo al
corridoio, sulle sue zampe rosse e artigliate, attorniato da escrementi e da piume che fluttuavano lì
intorno, sarebbe stato lì ad aspettarlo, con quel suo occhio spaventosamente nudo, e avrebbe preso il
volo sbattendo le ali e sfiorandolo, lui, Jonathan, impossibile evitarlo, in quel corridoio angusto [...]
Aveva inclinato la testa di lato e fissava Jonathan con l’occhio sinistro. Quell’occhio, un piccolo disco
rotondo, marrone con un punto nero al centro, era spaventoso a vedersi [...] Il suo primo pensiero fu che
gli sarebbe venuto un infarto o un colpo apoplettico, o quanto meno una sincope [...] In quel mentre udì di
nuovo, senz’ombra di dubbio, un batter d’ali breve e secco, e fu colto dal panico [...] Gli era tutto
indifferente, non pensava ad altro che a partire, partire, partire.»
Nel suo romanzo Il piccione,170 lo scrittore tedesco Patrick Süskind descrive un’allucinante storia di
grande paura dei piccioni che colpisce un uomo sulla cinquantina. Il suo racconto esemplifica
perfettamente fino a che punto le fobie ci siano vicine: le nostre banali paure ci aiutano a capirle. E fino a
che punto possano rivelarsi lontane dalle nostre reazioni corrette: la fobia di Jonathan, l’eroe di Süskind,
lo conduce all’isolamento sociale e a pensieri suicidi destinati però, fortunatamente, a scomparire così
misteriosamente com’erano venuti.
Ampiamente rappresentate al cinema (Gli uccelli, Lo squalo, Aracnofobia...), le paure eccessive di
animali sono le fobie più frequenti, in particolare nelle donne, che costituiscono dal 75 al 90% dei
soggetti zoofobi. Gli animali che più spesso suscitano paure sono, nell’ordine: gli insetti, i topi e i
serpenti. Anche le fobie degli uccelli, dei cani, dei gatti e dei cavalli sono abbastanza frequenti. Le paure
legate a queste fobie sono sia quelle di un’aggressione da parte dell’animale (morso o puntura), sia un
senso di disgusto e di ripugnanza. In seguito a ricerche che mettono a confronto più culture, pare del resto
che queste sensazioni di disgusto siano ancora più universali di quelle di paura:171 per esempio, gli
indiani hanno meno paura degli occidentali dei ragni, ma ne provano a loro volta disgusto.
Osserviamo che si parla di fobia solo a proposito della paura di animali non pericolosi: le paure
concernenti gli animali obiettivamente pericolosi (tigri, coccodrilli, squali...) sono considerate, in tutte le
culture, normali e utili.
In Occidente, l’handicap legato alle fobie degli animali è solitamente moderato, quanto meno
nell’ambiente urbano. Tuttavia, può derivarne un certo disagio, specialmente per la fobia dei cani o degli
uccelli (in particolare i piccioni) che intralcia le deambulazioni dei cittadini, o quella degli insetti, che li
induce a evitare la natura e le case di campagna!
La storia pullula di personaggi fobici di animali: l’imperatore romano Germanico non sopportava i
polli, l’astronomo Tycho Brahe aveva paura delle volpi e delle lepri, Ambroise Paré sveniva alla vista
delle anguille e Napoleone Bonaparte era fobico dei gatti, come il suo vecchio nemico Wellington. Il
poeta Ronsard ha persino descritto in versi la propria fobia dei gatti:

«Uomo che odiasse i gatti di un odio profondo
come il mio mai vi fu al mondo.
Odio i loro occhi, la fronte e lo sguardo,
e quando li vedo giro al largo,
con un tremito nei nervi, nelle vene e nelle membra...»

Quanto a Shakespeare, rievocò la sua paura degli animali nel Mercante di Venezia: «Vi sono uomini a cui
non piace vedere sulla mensa un maiale col limone in bocca, altri che danno in ismanie se vedono un
gatto...»172

Ho incontrato individui fobici più o meno di tutti gli animali esistenti. Una volta, una presentatrice di
programmi radiofonici mi parlò della sua paura dei granchi, di cui non sopportava neppure di vedere
l’immagine. I fobici delle vespe vengono spesso da me d’estate, perché per loro diventa complicato
pranzare all’aperto: per non attirare quegli animaletti che tanto li spaventano, devono evitare che sulla
loro tavola compaiano meloni, macedonie di frutta o marmellate. Non è certo facile! Esistono anche
individui fobici di insetti inoffensivi come le farfalle. Una mia paziente, quando vedeva una farfalla,
pensava automaticamente ai bruchi e incominciava a sentirsi male.
Una ricerca condotta su individui che soffrivano di fobie gravi di animali ha scomposto le paure in vari
elementi:173

– Il movimento dell’animale (77%). Durante gli esercizi di esposizione agli animali, i pazienti
sobbalzano non appena l’animale si muove. Molti temono il volo a zigzag, imprevedibile, di certi
insetti.
– L’aspetto fisico (64%). L’occhio senza palpebra dei piccioni, l’addome dei ragni grossi, i denti dei
cani... I fobici dei serpenti sono particolarmente reattivi alle forme: un ramo al suolo, o anche la
cintura di una vestaglia caduta sul pavimento e somigliante alla sagoma di un rettile, li fa sobbalzare di
paura.
– Il rumore (27%): lo sbatter d’ali dei piccioni, l’abbaiare dei cani, il ronzio delle vespe...
– Nella stessa ricerca, il 40% dei pazienti dichiarava di temere realmente che l’incontro con l’animale
provocasse guai seri (come impazzire o essere aggrediti).

Le fobie di animali sono spesso abbastanza specifiche: si ha paura dei piccioni e non dei passeri, delle
vespe e non delle api. Ma talvolta sono estese a tutti i rappresentanti di una certa specie: uccelli, insetti
che volano o che si arrampicano.

PAURE E FOBIE DEGLI ELEMENTI NATURALI

Come per le fobie di animali, i soggetti fobici di elementi dell’ambiente naturale sono soprattutto donne
(dal 75 al 90%). Unica eccezione: la fobia delle altezze (acrofobia) che riguarda soltanto una piccola
maggioranza di donne (dal 50 al 70%). I principali elementi fobogeni sono le altezze e il vuoto, l’acqua,
l’oscurità, i temporali e il tuono... Anche in questo caso, personaggi celebri hanno dato il loro contributo:
il grande imperatore romano Ottaviano Augusto aveva una paura terribile del buio, e il filosofo inglese
Francis Bacon era terrorizzato dalle eclissi di luna.

Il grado di handicap è variabile a seconda del soggetto: per un fobico delle altezze, generalmente è
impossibile avvicinarsi a una finestra al primo piano, e un balcone è ancora più spaventoso, ma è
altrettanto inquietante fare passeggiate in montagna, sciare, passare su un ponte ecc. La paura del vuoto,
comunemente detta «vertigine», riguarda il 12% circa della popolazione: ma i veri acrofobi sono
probabilmente meno numerosi. Questa paura, più di ogni altra, può anche essere sperimentata per
procura: vedere qualcuno avvicinarsi al vuoto è sufficiente a scatenare un disagio ansioso nella maggior
parte degli acrofobi. Di solito le madri non sopportano di accompagnare i propri bambini a fare
passeggiate in montagna o sugli scogli in riva al mare, oppure a visitare una roccaforte, e non tollerano di
vederli avvicinarsi a una finestra o a un balcone...

Anche la paura dell’acqua è piuttosto frequente: riguarda dal 2 al 5% degli individui. Procura un certo
handicap negli svaghi del tempo libero: piscine e spiagge diventano luoghi pericolosi; le crociere sono
da evitare; mettere la testa sott’acqua durante il bagno o la doccia a volte è impossibile. In realtà,
l’acquafobia non è tanto la paura dell’acqua, quanto invece la paura nell’acqua. I pazienti possono bere
acqua in tutta tranquillità, ma non sopportano l’idea di ritrovarvisi immersi perché temono di agitarsi e di
annegare con facilità.174 Volare in aereo sopra l’oceano rischia di procurare loro angosce profonde,
mentre si sentono a loro agio se sorvolano la terraferma.
Ecco la storia di Rosemarie, insegnante di francese. Ha quarantotto anni e ha sempre avuto paura
dell’acqua. Cresciuta in campagna, ha visto il mare soltanto da adulta: da bambina non è mai andata in
piscina. Non sa nuotare. Dice al medico di non essersi mai sentita a suo agio in barca: «Quando penso
alle acque profonde che ho sotto i piedi, mi viene la pelle d’oca». Durante le vacanze al mare, non si
allontana mai dalla riva, e le rare volte in cui un’onda le fa perdere l’equilibrio, prova una forte
angoscia. Qualche anno fa Rosemarie ha voluto imparare a nuotare. Pur eseguendo i movimenti corretti,
non ha mai voluto allontanarsi dal bordo della piscina: non sopporta l’idea di trovarsi in mezzo all’acqua
senza potersi aggrappare a qualcosa in qualsiasi momento. In generale evita di fare il bagno quando è
sola in casa, perché teme di sentirsi male e di annegare. Ma non ama neanche fare la doccia, perché non
le piace avere la testa completamente sott’acqua, e detesta la sensazione dell’acqua che «cerca di
entrare» nelle orecchie, nel naso, negli occhi. In vita sua, non ha mai messo la testa completamente
sott’acqua. Rosemarie vanta un imponente repertorio di storie di annegamenti: un suo cugino ha perso un
figlio, annegato da piccolo nella piscina di casa, un suo conoscente le ha raccontato di qualcuno che è
annegato perché non è riuscito a risalire in barca durante un bagno al largo ecc. Insieme a suo marito,
Rosemarie è stata invitata dai vicini di casa a fare una crociera nel Mediterraneo l’estate prossima, ma
non riesce proprio a immaginare di poter passare quindici giorni in mezzo alle onde...

Un mio paziente mi raccontò che sua madre, fobica dei temporali, faceva salire tutta la famiglia in
macchina e guidava finché cessava il temporale, perché una volta aveva letto che le auto non possono
essere colpite dal fulmine: l’isolamento degli pneumatici le fa diventare quelle che nell’ambito
dell’elettricità vengono definite «gabbie di Faraday». Lui non aveva ereditato la fobia dei temporali (era
venuto da me per altri problemi), ma appariva molto nervoso quando c’erano i fulmini e non voleva
andare in montagna se il cielo era coperto per non dover correre il rischio di affrontare un temporale,
dopo aver sentito innumerevoli racconti che l’avevano terrorizzato: «Scintille di elettricità statica sulle
piccozze... per me è un arresto cardiaco assicurato!» Dietro sua richiesta abbiamo ugualmente lavorato
sulle sue paure, che lui temeva di trasmettere ai figli. Il nostro lavoro consisteva in particolare
nell’esporci ai flash di una macchina fotografica ascoltando rumori di temporale registrati (sì, esistono
questi strumenti! È uno dei lati positivi del curare le fobie specifiche: si rafforza la curiosità e la
creatività...). Avevamo anche cercato tutte le informazioni possibili sul rischio, fantomatico e reale, di
rimanere fulminati, e i consigli di prudenza in proposito. Infine, ci eravamo lanciati nella lettura di
racconti riguardanti individui colpiti dal fulmine, a cominciare da Tintin: le Sette Sfere di Cristallo...

La paura del buio è ovviamente diffusa tra i bambini, ma autentiche fobie di questo genere esistono
anche negli adulti. Questi individui non possono dormire a luce spenta e temono in modo particolare di
svegliarsi di notte in mezzo al buio assoluto. Le paure non sono sempre le stesse che si trovano nei
bambini: accanto alla paura degli assassini e di altri ladri notturni, si trovano abbastanza spesso paure
«indicibili», senza un contenuto mentale preciso, che i pazienti associano spesso alla paura della morte.
«Come se mi trovassi nella tomba», mi raccontava uno di loro. C’è anche la paura di incubi ricorrenti
non appena ci si addormenta, frequente in chi ha subito un trauma. Una volta ebbi l’occasione di
conoscere un uomo abbastanza giovane affetto da fobia del buio, che viveva con una compagna che non
riusciva a dormire se nella stanza non c’era il buio assoluto e il silenzio quasi completo. Le loro prime
notti insieme furono dunque da incubo, finché giunsero a un compromesso: lui si sarebbe fatto curare la
sua fobia, e lei avrebbe accettato di non chiudere la porta, le tende e le imposte della loro stanza...

PAURA DELLA MANCANZA D’ARIA E CLAUSTROFOBIA

La claustrofobia consiste in una paura panica di essere rinchiusi sotto diverse forme: stanze troppo
piccole o prive di finestre; ascensori, soprattutto se sono stretti e senza superfici a vetri (gli «ascensori-
bare», li chiamano i pazienti) ecc. Sembra che all’incirca dal 2 al 5% della popolazione adulta presenti
questo genere di fobia, che si rivela piuttosto invalidante nel quotidiano.175 I radiologi la incontrano
spesso sulla loro strada, perché una percentuale dei loro pazienti che va dal 4 al 10% non sopporta di
entrare in certe apparecchiature radiografiche, come quelle per la TAC o la IRM, dette «a corpo intero».176
Quando un paziente affetto da queste fobie ha bisogno di sottoporsi a questo genere di esami, perché c’è
il sospetto che soffra di malattie somatiche gravi, mi capita di chiedere la sala di radiologia
dell’ospedale in cui lavoro, per aiutarlo ad affrontare progressivamente la situazione.
Nelle sue forme gravi, questa paura si estende a numerose altre situazioni oltre che ai luoghi chiusi e
agli ascensori: può trattarsi di colletti o di abiti troppo attillati, di maschere di bellezza o di maschere per
immersione subacquea, che non si riesce in alcun modo a sopportare. Ciò che temono generalmente i
claustrofobici è di morire asfissiati, o schiacciati in luoghi sovraffollati (come le code d’attesa ai
concerti o i mezzi di trasporto nelle ore di punta), o per mancanza d’ossigeno (come in una cabina
d’ascensore bloccata, o in un vagone del metrò fermo tra due stazioni). Occorre osservare che questa
paura è condivisa da un certo numero di individui non fobici: molte persone tendono a sopravvalutare il
proprio bisogno di ossigeno in un luogo chiuso. In realtà, prima di esaurire le riserve di ossigeno in uno
spazio non arieggiato ce ne vuole!
All’epoca dell’apertura del tunnel sotto la Manica, i giornali popolari inglesi avevano citato statistiche
che attestavano la grande frequenza del fenomeno: sei inglesi su dieci provavano infatti ansia all’idea di
viaggiare sotto la Manica.177 Ma la claustrofobia ha qualcosa di istintivo, probabilmente simile
all’angoscia dell’animale catturato e immobilizzato tra gli artigli di un animale rapace, o rimasto
intrappolato sotto uno smottamento del terreno, e per questo è presente a livelli diversi in ciascun essere
umano. Personalmente, non ho mai immaginato, neppure per un istante, di fare lo speleologo, e di
infilarmi in un cunicolo angusto a decine di metri sotto il suolo...
Infine, occorre segnalare che molti claustrofobici sono anche pazienti che soffrono del disturbo panico,
che affronteremo in uno dei capitoli successivi, perciò la claustrofobia è soltanto uno degli elementi di
una fobia più estesa.

PAURE E FOBIE DEI MEZZI DI TRASPORTO

«Quando sono in aereo, controllo anche i minimi dettagli. Per esempio, detesto vedere il pilota che va
alla toilette: se si sentisse male e se il copilota non fosse all’altezza del suo compito? Domando sempre
se ha fatto tardi la sera prima o se ha bevuto un po’ troppo prima del decollo. Ma i comandanti di bordo
devono sottoporsi ad alcoltest? Se sento un rumore, anche piccolo, nell’abitacolo o nella carlinga, ho
bisogno di sapere di che cosa si tratta. Rimango in agguato per sorprendere anche la minima variazione di
regime del motore dei reattori. Controllo il volto delle hostess per scorgervi segni di inquietudine...»
(Paule, quarantadue anni).

La paura dell’aereo è la più frequente tra le fobie dei mezzi di trasporto, e riguarda dall’8 all’11% degli
individui. Ma i pazienti che hanno paura dell’aereo sembrano suddividersi in tre gruppi distinti, dalle
caratteristiche ben differenziate.178

– A un primo sottotipo appartengono gli individui che hanno paura di «trovarsi nell’aria, sospesi nel
vuoto». Durante il volo è improbabile che siano vittime di crisi di angoscia veramente acute, ma si
sentono molto inquieti prima della partenza e per tutta la durata del volo. Generalmente sono in grado
di viaggiare ugualmente in aereo.
– A un secondo sottogruppo appartengono i soggetti ad alto livello d’ansia, i quali, sentendosi
intrappolati nell’abitacolo, temono di perdere l’autocontrollo e di sprofondare in una crisi d’angoscia
acuta. Generalmente fanno di tutto pur di non salire su un aereo.
– A un terzo sottotipo appartengono gli individui che temono di trovarsi di fronte agli altri passeggeri e
nei quali la dimensione di ansia sociale è significativa: li spaventa il fatto di essere stipati su un aereo,
di essere osservati dagli altri passeggeri mentre camminano nel corridoio, di stare seduti troppo vicino
agli altri ecc.

La semplice paura dell’aereo è ancora più diffusa. Nella sua canzone J’ai peur de l’avion, il cantante
Francis Cabrel mette in musica le inquietudini di un aerodromofobo:
«Tutti i rumori sono strani/Tutti gli odori sospetti/anche se mi sdraio nel corridoio/voglio che gli altri
mi rispettino/mi piacerebbe fare come tutti/trovarlo naturale/essere espulso da una fionda/proprio in
mezzo al cielo/Niente da fare, niente da fare/Ho paura dell’aereo...»
La paura dell’aereo è molto interessante sotto numerosi aspetti, soprattutto perché rappresenta un caso
esemplare di psicologia del controllo. Sebbene i viaggi in automobile implichino un rischio quotidiano
assai più elevato, la maggior parte della gente si sente più in pericolo su un aereo perché non può
controllare la situazione: chi guida è uno sconosciuto, non lo vedo, non so che cosa accade
nell’abitacolo... In macchina, invece, sono io che tengo il volante, che controllo la velocità, il percorso...
Inoltre, come del resto molte altre, la situazione di volo aereo non è certo sicura al 100%. Fobici
dell’aereo, dunque, o semplicemente prudenti? In un’opera destinata al grande pubblico,179 Mary Schiavo,
ispettore generale del ministero dei Trasporti degli Stati Uniti, dichiara che un atteggiamento troppo
fiducioso nei confronti del trasporto aereo non è affatto auspicabile. Elargisce anche una serie di
raccomandazioni che rischiano di rafforzare certi comportamenti fobici (ma la fobia non è forse, in
origine, un modo per aumentare le probabilità di sopravvivenza?):

– evitate gli aerei vecchi;
– informatevi sui modelli pericolosi (l’ATR italo-francese, l’Embraer brasiliano e tutti gli aerei russi sono
a rischio; nell’elenco non compare nessun modello americano: è soltanto un caso?);
– non volate con compagnie troppo recenti, non sufficientemente testate e che ancora non hanno una fama
sicura;
– scegliete i posti vicino al corridoio e alle uscite di sicurezza (molti incidenti avvengono durante le fasi
di atterraggio e di decollo, e spesso i passeggeri muoiono per asfissia intrappolati nell’abitacolo);
– comprate una maschera antigas e tenetela sempre nel bagaglio a mano;
– se notate qualcosa di anomalo a bordo, ditelo a voce alta, anche se il personale vi inviterà a tacere...

È evidente che questo libro non è da consigliare ai fobici dell’aereo, se non per un esercizio
terapeutico...
Il viaggio in aereo presenta un altro aspetto interessante per i teorici della paura: tutti, infatti, possono
sperimentare la paura nel medesimo istante. Ma che differenza da un individuo all’altro! Differenze nella
soglia di scatenamento della paura: alcuni sviluppano la paura più rapidamente, già prima dell’imbarco,
o a causa di segnali minimi, come il cigolio di un bagagliaio in cabina. Differenze nell’intensità della
paura provata: nella medesima situazione, come per esempio un vuoto d’aria, alcuni cadono in preda al
panico, mentre altri sobbalzano semplicemente per la sorpresa. Differenze nella durata del senso di
paura: alcuni, incapaci di far cessare l’allarme, hanno paura più a lungo, per tutto il volo e anche molto
tempo dopo. Differenze, infine, nelle reazioni alla paura, che non tutti i passeggeri gestiscono allo stesso
modo. Per dimenticarla o limitarla, alcuni tentano di dormire, altri di leggere, di bere alcol, di parlare
con il loro vicino, di rilassarsi, di meditare sulla vita, e in certi momenti di pregare...
Concludendo, la paura dell’aereo può anche servire a un non fobico per capire durante un certo volo
che cosa provano i fobici durante tutti i voli. Un mio collega mi raccontò di un viaggio in aereo piuttosto
agitato:
«Era un volo Nizza-Lille. Poco dopo il decollo capimmo, dal balletto delle hostess, che c’era qualche
problema. Poi il comandante di bordo annunciò laconicamente: ‘A causa di un piccolo guasto,
atterreremo all’aeroporto più vicino...’ Nessun’altra informazione.
«Non era il momento delle spiegazioni, ma dell’emergenza: fermi appelli a tutti i passeggeri perché
rimanessero seduti, perché allacciassero la cintura e sollevassero sedili e ripiani. Anche le hostess si
misero la cintura come per un atterraggio. E improvvisamente, poiché ero seduto vicino a un oblò, mi
accorsi che avevamo perso quota e che stavamo sorvolando un’autostrada. Come se l’aereo rischiasse di
doversi posare da un momento all’altro. Nell’abitacolo regnava un silenzio mortale. Ci rendemmo conto
che si trattava davvero di qualcosa di grave.
«Avevo paura. Pensai subito ai miei bambini. Sarebbero rimasti orfani? Ero sulle spine, attento ai
minimi particolari sospetti: una modifica dell’altezza di volo, un cambiamento di velocità dei reattori, il
volto delle hostess... Controllavo tutto, e incominciai a pensare alle conseguenze della mia morte per i
miei cari.
«Ci avvicinavamo sempre di più al suolo. Incominciai a impallidire, ma la mia vicina di posto mi
sussurrò, come per rassicurare se stessa: ‘Stiamo arrivando, c’è un aeroporto’. In effetti si vedevano le
piste, gli edifici, e... i camion dei pompieri! Un po’ più in là, le ambulanze... L’aereo atterrò senza danni.
Il pilota ci rassicurò e ci chiese di scendere con calma. Mi aspettavo scene di panico, e invece tutto si
svolse come nel filmato pubblicitario di una compagnia aerea: la gente attendeva il suo turno, nessuna
calca. Una calma anomala. E una tensione infinita. Immaginai che tutti fossero in una sorta di trance, come
me. Finalmente uscimmo, senza incidenti e senza panico. Sul posto arrivò anche una cellula di assistenza
psicologica. Due passeggeri ebbero una crisi di nervi. Una signora si sentì male. Più tardi ci spiegarono
che c’era stato un principio di incendio nel bagagliaio.
«Ci domandarono se intendevamo prendere l’aereo successivo, ma io preferii tornare in treno: mi
sentivo sfinito, fisicamente e psicologicamente. Come caricato di botte dalla paura...»
Durante quel volo, il mio collega sperimentò la stessa paura di un individuo fobico: estrema attenzione
ai minimi dettagli, convinzione interiore che fosse giunta la sua ora, stanchezza fisica dopo quella grande
paura... In seguito riuscì a viaggiare nuovamente in aereo e a poco a poco la traccia della paura, benché
impossibile da cancellare, fu ridimensionata e coperta da esperienze di volo ripetute secondo copioni più
abituali. Ma in una persona più vulnerabile senza dubbio quell’incidente avrebbe lasciato tracce emotive
più profonde.

Come la paura dell’aereo, anche la paura di guidare l’automobile è abbastanza frequente, e raggruppa
soggetti dalle storie personali molto diverse.180 Alcuni sono stati vittime di un incidente d’auto che li ha
traumatizzati: quando si mettono di nuovo al volante, sentono salire un senso di disagio al ricordo
dell’episodio sfortunato. Sembra che circa il 20% degli individui che sono stati vittime di incidenti
d’auto manifesti successivamente la paura di guidare, per parecchi anni di seguito.181 Queste paure non
degenerano sempre nello stato fobico, ma se sopravviene un altro incidente, i rischi di condizionamento
fobico aumentano. In tal caso i soggetti devono essere curati come le vittime dei traumi psichici:
mediante l’esposizione prolungata al ricordo traumatico.182 Altri hanno paura di perdere l’autocontrollo
mentre sono al volante: temono sia un malore e la perdita dei sensi, sia un impulso che li faccia sbandare
o che precipiti la macchina in un fosso o sotto il semirimorchio che arriva dalla direzione opposta. In
questi casi spesso si tratta di persone che soffrono di disturbo panico. Da certi casi particolari si deduce
che la fobia della guida è la conseguenza di un’altra fobia: paura di guidare nei tunnel per i
claustrofobici, paura di guidare in montagna per gli acrofobi ecc.
Ed ecco la storia di Marianne, quarantaquattro anni, segretaria presso uno studio medico, quasi
impossibilitata a mettersi al volante. Dopo aver preso la patente con molta fatica, al termine del quinto
tentativo, finì per rinunciare completamente a guidare la macchina d’occasione che suo marito le aveva
comprato. Fintantoché abitò nella regione di Parigi non ne sentì tanto la mancanza, ma quando dovette
trasferirsi in provincia si trovò d’improvviso spiazzata, perché gli unici spostamenti possibili erano per
l’appunto in macchina. Tentò così di mettersi di nuovo al volante, ma si accorse quasi subito di essere
diventata assolutamente incapace di guidare: non poteva compiere neppure un tragitto breve senza che
qualcuno l’accompagnasse; al volante si sentiva molto tesa e di solito doveva fermarsi dopo cinque
minuti, perché aveva i muscoli irrigiditi dalla paura. Inizialmente suo marito aveva provato ad
accompagnarla e ad aiutarla a ritrovare fiducia, ma ben presto quelle uscite di coppia in macchina
diventarono occasioni di litigio, e il marito stentava a capire e ad accettare l’apprensione della moglie.
Fu così che Marianne smise di guidare... Per poter valutare il problema, il terapeuta a cui si era rivolta le
chiese di poter fare con lei un breve percorso in auto. Nel giro di cinque minuti, apparve evidente che la
paziente era davvero un potenziale pericolo: Marianne, infatti, si bloccò per due volte di seguito in mezzo
a viali trafficati, cambiò più volte fila o direzione senza mettere la freccia e senza guardare nello
specchietto retrovisore, e si mostrò contratta e agitata. D’altro canto, Marianne non presentava alcuna
manifestazione di agorafobia: era capace di spostarsi senza difficoltà con mezzi di trasporto che non
fossero l’automobile, e non aveva mai sofferto di attacchi di panico isolati.
La siderodromofobia, letteralmente paura delle ferrovie, o dei viaggi in treno, è relativamente poco
studiata e poco conosciuta. Suscitata dalle prime locomotive e dai primi viaggi in ferrovia, era
particolarmente diffusa nel XIX secolo. Le menti pensanti dell’epoca predicevano che il corpo umano
non avrebbe resistito a velocità superiori ai trenta chilometri all’ora, e i primi incidenti ferroviari
colpirono molto l’immaginazione, come gli attuali incidenti aerei. Poi la gente si abituò al treno, almeno
fino alla comparsa del TGV. In effetti, quest’ultimo sembra suscitare più fobie del treno modello classico,
su cui si può sempre aprire un finestrino e che fa frequenti fermate in stazione. Con il TGV ci si avvicina
di più alla situazione di un viaggio in aereo: impossibile aprire i finestrini, poche fermate o nessuna
durante il percorso... E l’Eurostar che passa nel tunnel sotto la Manica non migliora certo le cose. Ne
consegue un aumento di richieste di cure da parte dei siderodromofobi, ridiventati piuttosto numerosi. Ma
ho alcuni amici, specialisti di terapie comportamentali, che hanno stretto una partnership con la SNCF:
quest’ultima li autorizza ad accompagnare i loro pazienti fobici sui tragitti Parigi-Lille e poi Parigi-
Londra per una bella seduta di esposizione dal vivo!

PAURE E FOBIE DEL SANGUE E DELLE FERITE

Marc è capocantiere. A trentadue anni, viene da me per una fobia del sangue. Suo padre ha sempre
sofferto del medesimo problema: come Marc, sveniva sistematicamente ogni volta che gli facevano
un’iniezione o lo sottoponevano a un prelievo di sangue. Un anno fa, Marc volle sfidare le sue paure per
assistere al primo parto di sua moglie: male gliene incolse. Sentendo aumentare il disagio, sulle prime
tentò di resistere stoicamente, ma poi finì per cadere all’indietro, trascinando nella caduta anche
l’apparecchio di monitoraggio, e lacerandosi il cuoio capelluto. Ebbe una seconda sincope quando, nel
blocco operatorio lì accanto, gli diedero sei punti di sutura. Finalmente la sua avventura medica si era
conclusa, ma nel frattempo sua figlia era già nata... Dopo quell’episodio Marc ha constatato un
peggioramento della propria fobia: gli si è spezzato un dente, ma non è potuto andare dal dentista, e non
ha nemmeno potuto recarsi a trovare suo nonno, ricoverato in ospedale («l’odore di ospedale mi provoca
il collasso»). Recentemente, in compagnia di amici che raccontavano di un incidente di macchina a cui
avevano assistito, ha dovuto chiedere loro di cambiare argomento. Prima di guardare un film, si informa
meticolosamente per sapere se contiene scene di violenza o in ambiente medicale. Si accorge che ha la
tendenza a cambiare marciapiede quando passa davanti a laboratori di analisi mediche. Incomincia a non
sopportare più la vista della carne rossa ed evita di entrare dal macellaio, perché l’odore dolciastro
della carne gli provoca malessere. «Mi vergogno di essere così, non offro certo un’immagine molto virile
di me. Mia moglie vuole avere un altro bambino, ma io non posso nemmeno pensare di assistere al parto.
Non è normale...»
L’insieme di paure che gravitano intorno al sangue, così come la paura di vedere il sangue, delle
iniezioni, delle ferite, degli interventi medico-chirurgici, costituisce una famiglia di fobie molto
particolari. Generalmente è lo stimolo visivo a scatenare la paura, ma questi pazienti sono sensibili anche
agli odori che vi sono associati, come quello del sangue fresco, dei disinfettanti o degli anestetici, dei
corridoi d’ospedale, e anche a certe sensazioni dolorose come quelle delle iniezioni e dei clisteri...
Possono sentirsi male alla vista del sangue altrui, o talvolta del proprio sangue, e certe donne hanno
disgusto delle proprie mestruazioni. La fobia delle cure dentistiche può essere associata a quella del
sangue, ma anche a quella del soffocamento: i pazienti non sopportano di avere qualcosa in bocca.
Questa fobia specifica molto diffusa (ne soffre il 4% della popolazione) presenta caratteristiche
fisiologiche che la differenziano nettamente dalle altre: mentre la maggior parte degli stimoli fobogeni
provoca un’accelerazione del ritmo cardiaco (tachicardia) e molto raramente è causa di svenimenti,
contrariamente a quanto temono certi pazienti, le fobie del sangue e delle iniezioni, invece, si
accompagnano quasi sempre a un rallentamento del ritmo cardiaco (bradicardia) e portano spesso al
collasso (più di tre quarti di questi soggetti hanno precedenti di perdita dei sensi alla vista del sangue, o
anche solo a sentirne l’odore). La bradicardia impiega un certo tempo a svilupparsi, dopo una breve fase
di tachicardia, e necessita di un’esposizione allo stimolo fobogeno che duri dai dieci ai sessanta secondi.
Gli individui che soffrono di questa fobia hanno dunque generalmente il tempo di sentir arrivare il loro
malessere e di allontanarsi o di sdraiarsi, per evitare di cadere. Su un piano evoluzionistico, è possibile
che i meccanismi di questa fobia del sangue discendano dai riflessi di protezione dell’organismo in caso
di ferita: per evitare un’emorragia importante, la pressione arteriosa si abbassa, limitando così la perdita
di sangue, ma questo favorirebbe anche le sincopi a causa dell’ipertensione arteriosa. Questa reazione
riflessa, come sempre, è esagerata nei fobici.
La predominanza femminile è minore in questo genere di fobie: «soltanto» dal 50 al 70% delle donne
ne soffre. Questo dato è tanto più significativo in quanto gli uomini tendono a minimizzare l’intensità
della loro paura del sangue, per ragioni di immagine sociale: molti di loro si preoccupano ancora di non
sembrare «femminucce».183 Nella maggior parte dei casi, la fobia compare già prima dei dieci anni,184 e
gli influssi genetici sembrano importanti.
L’handicap procurato da queste fobie può intralciare l’esercizio di alcune professioni: medico,
infermiere, poliziotto, militare. Può anche essere imbarazzante per quei genitori che temono di non poter
curare i tagli e i lividi dei loro bambini senza svenire immediatamente! Ma il problema principale risiede
senza dubbio nei comportamenti di evitamento di numerose cure o di esami medici, che rischiano di
indurre i pazienti a trascurare gravemente il proprio stato di salute, rifuggendo sistematicamente i prelievi
di sangue, i vaccini, gli interventi chirurgici e talvolta anche la frequentazione degli ospedali o degli studi
medici. La fobia delle cure dentali è assimilabile a quella del sangue e delle ferite. Anche in questo caso,
la paura del dentista conduce, purtroppo, a conseguenze decisamente sfavorevoli alla salute dei denti.185
In un altro ambito, un’équipe francese186 dimostrò che, tra i pazienti diabetici, quelli che presentavano
paura del sangue o delle iniezioni si sottoponevano malvolentieri a un controllo regolare della glicemia,
perché implicava iniezioni supplementari! Sfortunatamente, questi controlli sono necessari per stabilire
le dosi corrette di insulina da somministrare... Si tratta dunque di fobie preoccupanti, che i professionisti
della salute devono imparare a individuare: tutto è reso più difficile dal fatto che questi pazienti non
amano affatto gli studi medici, i reparti d’ospedale e gli altri laboratori, e cercano di evitarli il più
possibile.
Una volta ho ricevuto la lettera commovente di una madre che aveva perso il proprio figlio in seguito a
un trauma cranico causato da una caduta durante un prelievo di sangue: il soggetto non aveva avvertito gli
infermieri, e il suo malore aveva colto tutti di sorpresa. Avendo appreso che nel nostro reparto avevamo
messo a punto un protocollo per il trattamento delle fobie del sangue, mi chiedeva informazioni sulla
patologia che le aveva strappato suo figlio in modo così assurdo.
Dal momento che le fobie del sangue e delle iniezioni si accompagnano a una tendenza alla pressione
bassa e al collasso, durante le terapie di esposizione di questi soggetti bisogna ricorrere a tecniche
particolari, senza le quali il terapeuta rischia di provocare malori, che aumenteranno la convinzione del
paziente di non poter affrontare lo stimolo fobogeno. Esistono due strategie principali. Si può far sdraiare
il paziente durante le situazioni di confronto, ma non è sempre facile. Oppure si può utilizzare una tecnica
attraverso la quale il paziente aumenta da sé la propria pressione arteriosa contraendo fortemente i
muscoli applied tension.187 Ecco le basi di questo metodo specifico che, consentendo di eseguire esercizi
di esposizione camminando, è più facile di quello che esige la posizione distesa:

– Prima di tutto il terapeuta insegna al soggetto fobico come scoprire i primissimi segni
dell’abbassamento di pressione che prelude al collasso (tachicardia seguita da bradicardia, sensazione
di vuoto nella testa ecc.).
– In quel preciso momento il soggetto dovrà contrarre con forza i muscoli degli avambracci, delle gambe,
del petto e del ventre.
– La tensione così innescata dev’essere mantenuta per una ventina di secondi (per esempio finché si
prova una sensazione di calore al volto).
– Poi il paziente dovrà allentare la tensione (senza però cercare di rilassarsi), e dovrà ripetere
l’esercizio cinque volte.

Quando il soggetto ha imparato bene il metodo, si può incominciare con l’esposizione. Per ottenere
risultati soddisfacenti possono bastare anche poche sedute.188 Il paziente impara così a non agitarsi di
fronte alle sensazioni che preannunciano il collasso imminente, e si organizza di conseguenza.

E QUANDO SI SOFFRE DI PIÙ PAURE NEL MEDESIMO TEMPO?

Quando si soffre di una fobia specifica, solitamente si è affetti anche da molte altre paure: uno studio
incentrato su questo argomento dimostrò che le fobie specifiche insorgevano in maniera isolata soltanto in
un quarto dei soggetti.189 Benché queste paure non siano sempre a un livello di intensità fobica,190attestano
comunque la presenza di una vulnerabilità globale alla paura nella maggior parte dei soggetti interessati.
Questo non modifica le strategie di cura. È inutile cercare di lavorare in astratto su un’eventuale «indole»
fobica, ma è invece più efficace iniziare ad affrontare la fobia più invalidante, e spesso si osserverà un
effetto chiamato «a valanga»: aver imparato a superare una prima paura generalmente determina una
diminuzione delle altre, che in ogni caso il paziente affronterà al bisogno utilizzando le medesime
strategie.
A proposito di queste fobie multiple ricordo che, mentre mi trovavo negli Stati Uniti per partecipare a
un congresso di psichiatria, mi capitò di leggere un articolo sorprendente sul New York Times.191 Il
giornalista descriveva la situazione apocalittica di individui che, sopravvissuti a un incidente aereo
avvenuto sopra l’oceano, rischiavano di essere attaccati dagli squali. Con un’intera pagina appassionante,
molto ben documentata e pragmatica, il giornalista dava consigli da seguire in un caso di quel genere per
aumentare le possibilità di sopravvivenza. Probabilmente utile ai non fobici (dopo tutto, non si sa mai),
un articolo di quel genere ha invece il potere di terrorizzare definitivamente sia i fobici dell’aereo sia i
fobici dei bagni in mare...

AFFRONTARE DA SOLI LE PAURE?

Nel film Harry Potter e il prigioniero di Azkaban,192 l’apprendista mago Harry Potter deve affrontare
prove terrificanti, ma soprattutto deve far fronte, da solo, alle sue paure. Tutte le dimensioni della paura
vengono presentate allo spettatore attraverso immagini poetiche e creature chimeriche. Così, un
insegnante della scuola per maghi di Hogwarts prepara gli allievi ad affrontare le paure grazie
all’addestramento davanti ai «Mollicci», fantasmi che assumono la forma di quello che ci spaventa di
più. In una scena divertente, tutti gli studenti passano davanti all’armadio in cui sono rinchiusi i Mollicci
per affrontarli l’uno dopo l’altro: secondo le paure di ciascuno, i Mollicci ne escono sotto le sembianze
di un ragno gigante, di un enorme serpente, di un professore temuto... L’unico modo per farli
indietreggiare è non fuggire, affrontarli con fermezza, ricorrere al senso dell’umorismo e al distacco, e
ovviamente, a una formula magica!
Ma quando viene il turno di Harry, le cose si mettono male, e il professore deve intervenire per
salvargli la vita: Harry ha paura soprattutto di certi spettri mostruosi, chiamati «Dissennatori», di cui ha
già subito l’attacco. I Dissennatori incarnano la paura; aspirano, succhiano, vampirizzano tutto quello che
c’è di buono, di positivo, di felice e di forte in noi, fino all’inedia e alla morte. La loro presenza viene
annunciata da un ambiente ghiacciato, duplice metafora del freddo della morte e di quello della paura,
come attestano numerose espressioni: «il sangue gli si gelò nelle vene», «avere le mani ghiacciate dalla
paura». Per resistere è necessario mobilitare tutte le energie, aggrapparsi ai ricordi più forti e più felici.
E di fronte a ciò che incarna i nostri terrori più violenti e più pericolosi, non bisogna aspettarsi aiuto da
nessuno. Il messaggio del film è chiaro: siamo noi e soltanto noi che deteniamo la chiave per far
indietreggiare le nostre paure.
Ma torniamo ai Babbani...193 Se è possibile un’autoterapia, lo è proprio nei confronti delle paure
semplici: animali, vuoto, buio, sangue... Mi viene in mente Timothée, figlio di un mio amico, il quale
sapeva che ero un esperto di paure. Quando gli capitò di trovarsi a Parigi di passaggio, Timothée venne a
trovarmi e a chiedermi qualche consiglio. Benché avesse dieci anni e per certi versi fosse coraggioso e
intraprendente, quel ragazzino aveva una paura terribile del buio. Di notte non poteva dormire senza la
luce accesa, e se questo non creava problemi a casa sua, lo metteva invece a disagio quando andava a
dormire a casa di qualche suo compagno di scuola: come confessare quella «paura da bambino piccolo»?
Scendere in cantina non gli piaceva per niente.
Quando i suoi genitori glielo chiedevano, sua madre perché tirasse fuori il bucato dalla lavatrice e
glielo portasse di sopra, suo padre per andare a cercargli una bottiglia di vino, doveva costringersi a non
rifiutare. Era caduto più volte sulla scala male illuminata della cantina, perché saliva i gradini di corsa
per uscirne il prima possibile. Di solito lasciava la luce accesa dietro di sé, beccandosi i rimproveri dei
suoi genitori ai quali, per molto tempo, non volle confessare la gravità delle proprie paure. Aveva anche
il terrore dei temporali, perché spesso provocano dei black out. Quando mi misi a discutere con lui della
sua paura del buio, mi confessò che temeva di essere aggredito da un mostro o da un assassino. Capiva
che simili eventi erano assai improbabili, ma non serviva a diminuire la sua paura.
Spiegai a Timothée come «funzionano» le nostre paure, e soprattutto gli feci notare che ubbidire alle
paure è il modo migliore per non liberarsene più. Gli dissi che, se non si indietreggia davanti alla paura,
è la paura che finisce sempre per indietreggiare. Provammo a fare un piccolo esercizio nella cantina di
casa, dove Timothée rimase chiuso per un quarto d’ora. Poi decidemmo di intraprendere una strategia
precisa: dall’indomani Timothée sarebbe sceso tutti i giorni nella cantina di casa sua, al solo scopo di
vedersela con la sua paura. Sarebbe rimasto lì in attesa al buio. Sarebbe rimasto ancora, e poi ancora, a
guardarsi intorno, finché la paura non fosse scomparsa. Se gli avessero detto di cercare qualcosa, si
sarebbe messo a camminare lentamente. Se la paura fosse sopraggiunta proprio in quel momento, non
avrebbe affrettato il passo, ma si sarebbe prima fermato e poi voltato per vedere che cosa c’era dietro di
lui, invece di immaginare... e di immaginare evidentemente il peggio.
Un mese dopo, Timothée mi telefonò per darmi notizie: non aveva più paura del buio. Scoppiò a ridere
e mi passò suo padre, il quale mi confessò, cosa che non aveva mai fatto prima, di avere esattamente le
stesse paure di suo figlio!
Talvolta basta poco per superare certe piccole paure che, se assecondate, finiscono per insediarsi
stabilmente. Le fobie, invece, esigono l’intervento di un terapeuta, a parte qualche caso...

Ci si può guarire da soli da una fobia specifica?


La risposta è chiaramente «no» per le fobie complesse, ma per le fobie specifiche è «sì, a patto che...»
Sì, a patto che la vostra fobia non sia complicata da altri problemi: depressione, assunzione sistematica
di alcolici o di farmaci, malattie cardiache...
Sì, a patto che rispettiate le regole presentate in questo libro: procedere a un confronto regolare e
progressivo.
Ma vi riuscirete più facilmente se non sarete soli a compiere questo sforzo: potete chiedere di aiutarvi
a qualcuno della vostra famiglia oppure a un amico. O anche a qualche associazione, come, in Francia,
«Il piede nell’acqua», che organizza corsi in piscina per i pazienti fobici dell’acqua.194
Non esiste ancora un numero sufficiente di studi sui metodi di autoterapia nelle fobie autentiche.
Tuttavia ce ne sono, e l’aiuto dispensato da libri di sostegno concepiti appositamente a questo scopo,195 o
da programmi di autocura computerizzati196 o disponibili su Internet197 costituisce in ogni caso un primo
passo avanti, che può rivelarsi sufficiente per certi pazienti: quelli meno gravi, o forse i più motivati?

COME CURARE PAURE E FOBIE SPECIFICHE?

Le fobie specifiche sono probabilmente tra i disturbi psichici più facili da curare, a condizione di
utilizzare un metodo adeguato: la desensibilizzazione della paura mediante esposizione graduale. Avendo
già descritto questo approccio comportamentale nelle pagine precedenti, mi limito a ricordarne le
caratteristiche adatte alle fobie specifiche.
Le terapie comportamentali e cognitive sono particolarmente efficaci nelle fobie specifiche, e
generalmente risultano utili a più dell’80% dei pazienti (vedi tabella). Questi risultati sono tanto più
interessanti in quanto è probabile che soltanto i soggetti più gravemente colpiti vengano a cercare aiuto.
Ricordiamo che a tutt’oggi non esiste alcuna prova dell’efficacia di un farmaco per curare le fobie
specifiche.

Risultati198 delle terapie comportamentali


nelle fobie specifiche 199

Tipo di fobia Percentuale di Durata media


specifica soggetti migliorati della cura

Acrofobia 77% 4 ore

Zoofobie 87% 2 ore

Fobie del sangue 85% 5 ore


Fobie delle iniezioni 80% 2 ore

Claustrofobia 86% 3 ore

Fobie delle cure dentali 90% 7 ore

Fobie del volo aereo 80-90% 6-8 ore


Il percorso è semplice. Dopo aver spiegato al paziente la natura e il funzionamento delle paure fobiche,
oltre che lo scopo della terapia (controllarle e non farle sparire), bisogna:

– Definire con il paziente l’oggetto e la natura specifici delle sue paure; per esempio i grossi ragni e la
paura di un’aggressione, seguita da un morso, e seguita da... già, da che cosa? Spesso i pazienti non
vanno a fondo con le loro paure, come abbiamo già visto.
– Stabilire un elenco e una gerarchia delle situazioni che scatenano la paura, dalle più comuni
(confrontarsi con immagini o pensieri) alle più difficili (affrontare la situazione).
– Imparare una tecnica di rilassamento.
– Verificare la pertinenza delle informazioni di cui dispone il paziente a proposito delle sue paure: il
ragno aggredisce al minimo movimento, un aereo che precipita può aprirsi in due nel cielo...
– Parlare di questi scenari catastrofici e rimetterli in discussione.
– Incominciare gli esercizi di confronto, prescrivendo anche esercizi da fare a casa, più facili, ma da
eseguire con regolarità.

Ecco per esempio un elenco di desensibilizzazioni utilizzate con una paziente fobica dei cani:

– Guardo sulle riviste foto di cani che ringhiano e mostrano i denti.
– Rimango a una decina di metri dai cani grossi tenuti al guinzaglio dal loro padrone.
– Mi avvicino di qualche metro.
– Vado in un canile o in un negozio dove vendono cani.
– Cammino davanti al cancello di una villa in cui grossi cani abbaiano sistematicamente ai passanti
ringhiando e mostrando i denti.
– Parlo con il proprietario di un grosso cane, tenuto al guinzaglio, e mi avvicino fino ad arrivare a un
metro circa dal suo animale.
– Accarezzo un cagnolino.
– Accarezzo un cane grosso non tenuto al guinzaglio.
– Mi inginocchio per accarezzare un cane grosso e per mettermi al suo livello.

Una cura ad hoc per certe fobie specifiche?


Sembra che le fobie specifiche possano talvolta essere curate con poche sedute. La maggior parte delle
ricerche parla di cinque sedute di un’ora circa.
Molti studi hanno dimostrato l’efficacia della cura in una sola seduta di tre ore in svariati tipi di fobie
specifiche: fobia dei ragni200 o delle iniezioni.201 I benefici della cura in una sessione (soprattutto quanto
a facilità e risparmio di tempo) potrebbero dunque indurre i terapeuti a ricorrere di preferenza a questa
tecnica. Queste sessioni uniche possono anche svolgersi in gruppo, per esempio, con individui fobici dei
ragni,202 e danno risultati positivi ancora validi a distanza di un anno.
Ma non è ancora sicuro che i risultati si mantengano tanto a lungo quanto con terapie di durata
classica.203 Voler limitare troppo la durata delle terapie può sembrare una buona idea dal momento che
esistono ancora troppo pochi terapeuti e centri specializzati, ma probabilmente esiste un numero di ore di
terapia per esposizione da cui non si può prescindere, al di sotto del quale l’efficacia della cura è
minore.

La realtà virtuale in aiuto delle fobie specifiche


Per numerosi motivi, le terapie per esposizione dal vivo possono rivelarsi difficili da realizzare: scarsità
di terapeuti in certe regioni, fobie per le quali non è facile per il terapeuta accompagnare il paziente, né
per il paziente confrontarsi «con la richiesta», come la fobia dell’aereo. In questi casi, l’utilizzo di
apparecchi (maschere, guanti, poltrone con ammortizzatori...) che consentono di immergere il soggetto in
una realtà virtuale costituisce un mezzo terapeutico interessante. Le terapie virtuali delle fobie semplici
sono già state oggetto di numerosi studi controllati e la loro efficacia è già stata testata, in particolare
nelle fobie dei ragni, dell’aereo, degli ascensori e del vuoto.204

COM’È ANDATA AI PAZIENTI DI CUI VI HO RACCONTATO


LA STORIA IN QUESTO CAPITOLO?

Francesca e la fobia degli uccelli


La terapia di Francesca è durata una quarantina di sedute. Questo numero relativamente elevato per una
fobia specifica si spiega con l’intensità delle sue paure: quasi in ciascuna fase occorreva compiere una
preparazione per un’esposizione immaginaria. Dopo essersi rilassata, Francesca si immaginava nella
situazione temuta: non le chiedevo di affrontarla sul campo fintantoché non riusciva a visualizzarla senza
cadere nel panico.
Le fasi che superammo furono le seguenti:

– Guardare attentamente foto di piccioni.
– Vedere una videocassetta con dei piccioni (girata da suo marito nel giardino pubblico sotto casa).
– Incominciare ad avvicinarsi a una piazza frequentata da piccioni, e osservarli da lontano.
– Entrare in un negozio di uccelli.
– Avvicinarsi alle gabbie delle tortore.
– Far scorrere un dito tra una sbarra e l’altra con il rischio di farsi toccare dagli uccelli.
– Toccare e conservare su di sé piume di piccione raccolte in un giardino pubblico.
– Andare a sedersi su una panchina in un giardino pubblico «seriamente infestato da piccioni», secondo
la sua espressione.
– Dar da mangiare ai piccioni.

Le sedute con Francesca erano molto pittoresche, perché vi partecipavano in molti: lei urlava forte,
spesso in italiano, Mamma mia! oppure Madonna! Madonna!, e all’angoscia si mescolava la
soddisfazione stupefatta di vedere che «funzionava». Di conseguenza capitava spesso che i passanti
venissero a darci consigli o ad offrirci aiuto. Al termine della terapia l’uccellatore, che mi conosceva
perché mi aveva già «assistito» nella terapia di molti individui fobici, propose a Francesca di prendere
tra le mani una tortorella. Lei ne rimase molto colpita, perché si rese conto per la prima volta della
fragilità dell’uccello che teneva tra le mani: «Ho capito», mi disse più tardi, «che non avevo niente da
temere da animali tanto fragili.» Ma Francesca non diventò mai colombofila...

Rosemarie e la fobia dell’acqua


Rosemarie effettuò circa una decina di sedute con me, ma fu aiutata anche da un’associazione che si
chiama «Il piede nell’acqua», che propone agli individui fobici dell’acqua sedute di esposizione in
piscina, molto utili ed efficaci.
Ecco i principali esercizi che eseguii con lei, o che le consigliai di compiere:

– Fare i gargarismi per abituarsi ad avere acqua nella gola.
– Parlare con l’acqua in bocca, per esporsi al rischio di sentirsela andare di traverso, dato che temeva di
poter soffocare. Quanto al soffocamento, furono piuttosto le nostre matte risate durante gli esercizi (una
paziente e un terapeuta che parlano con la bocca piena d’acqua) a farci affrontare il problema.
– Trattenere il respiro il più a lungo possibile.
– Tuffare la testa nel lavabo pieno d’acqua.
– Acquistare una maschera e un respiratore di superficie, farsi spiegare dal negoziante come si usano e
testare tutto quanto nella vasca da bagno.
– Andare in piscina con un’amica, poi da sola, sulle prime informando il maestro di nuoto delle sue
paure, «così mi sorveglia con più attenzione per vedere se annego», e poi in maniera «anonima».

Quando uscì questo libro, Rosemarie aveva ormai accettato l’invito per la crociera con i suoi amici e
soprattutto si era divertita!

Marianne e la fobia di guidare l’automobile


La terapia di Marianne durò circa un anno scolastico e richiese una quindicina di sedute con il suo
terapeuta. Dopo qualche uscita movimentata con l’auto di quest’ultimo, Marianne accettò di prendere
nuovamente «lezioni» settimanali con un istruttore simpatico, che faceva scuola guida nel vicinato e che
aveva accettato di ascoltare le raccomandazioni del terapeuta. Quelle lezioni non consistevano
nell’imparare a guidare, cosa che Marianne sapeva fare alla perfezione, ma nell’imparare a controllare la
sua paura di guidare, in compagnia di un passeggero più paziente di suo marito. Nel frattempo il terapeuta
le insegnò alcune tecniche di rilassamento e praticò con lei dei giochi di ruolo che mettevano in scena
tutte le paure di Marianne a proposito delle conseguenze di un piccolo scontro con un altro automobilista:
come rispondere a eventuali rimproveri sessisti del guidatore, che lei temeva particolarmente («ah! Le
donne al volante!»), compilare una constatazione amichevole ecc. Poiché Marianne viveva nel terrore di
bloccarsi e di non riuscire a ripartire per la paura, bloccando così il traffico in tutta la via, il terapeuta le
propose di testare quello scenario catastrofico. Salirono insieme in macchina. Il primo a prendere il
volante fu il terapeuta, che chiese a Marianne di prevedere 1) quanto tempo avrebbero impiegato gli
automobilisti a suonare il clacson se la sua auto bloccava una strada, mentre lui avrebbe fatto finta di
darsi da fare con la chiavetta dell’accensione per ripartire, 2) quanto tempo ci sarebbe voluto perché gli
automobilisti si innervosissero, insultandoli o scendendo dalla loro auto per protestare. Marianne era
convinta che i colpi di clacson sarebbero stati immediati, e che il terapeuta corresse il serio rischio di
fasi aggredire. Quest’ultimo ripeté la scena sei volte e Marianne si accorse che gli altri automobilisti non
erano poi così feroci come se li era immaginati, o almeno non tutti: soltanto in tre casi su sei vi furono
colpi di clacson, e soltanto dopo un po’ di tempo (più di trenta secondi). Nessuno tentò di prendere a
botte il terapeuta, neppure quando impiegava trenta secondi in più per ripartire dopo i colpi di clacson. A
poco a poco Marianne ricominciò a uscire in auto nel suo quartiere, dapprima in compagnia di un’amica,
e poi da sola. Dopo qualche mese, poteva guidare normalmente. Infine, il momento più difficile della
terapia fu convincere il marito a prestarle nuovamente la sua macchina...

Marc e la fobia del sangue


Marc dovette provare ripetutamente a liberarsi della sua fobia, e interruppe la terapia due volte. Temeva
in modo particolare di sentirsi male e soprattutto, soprattutto, detestava venire all’ospedale, nel reparto:
non gli piacevano né il luogo – così pieno di siringhe! – né gli odori caratteristici dei luoghi di cura in cui
si inietta o si preleva tutto il giorno. Fu necessaria una ventina di sedute in totale.
Prima di tutto insegnai a Marc una tecnica di rilassamento mediante il controllo della respirazione, e
anche un modo per far salire leggermente la pressione arteriosa in caso di sensazioni da collasso: mettere
le mani a gancio e fare leva sugli avambracci, contraendo anche i muscoli del petto e del ventre.
Gli ricordai anche in che cosa consisteva un collasso vagale come quelli che capitavano a lui: l’unico
rischio è quello di cadere. È dunque sufficiente avvertire chi ci sta intorno, non far finta di niente, ma
assumersi semplicemente le responsabilità di questo particolare aspetto fisiologico e non esitare a
sdraiarsi al bisogno. Quanto alla perdita di conoscenza, non c’è da preoccuparsi: se si verifica, è sempre
molto breve, di solito qualche secondo. E non comporta nessuna complicanza.
Poi ebbe inizio il confronto in più fasi. Prima di tutto il soggetto doveva sdraiarsi, poi leggere e
pronunciare parole come: sangue, iniezione, ago, siringa, arteria, prelievo del sangue, laboratori di
analisi, intervento, chirurgia... Poi bisognava osservare alcune foto di vaccinazioni e di prelievi di
sangue estrapolate da manuali per infermieri o da riviste mediche, di cui ho una grossa raccolta che
conservo in un raccoglitore sotto la dicitura «speciale fobia del sangue». Prestai quel raccoglitore a Marc
per un certo numero di settimane affinché vi si esponesse tutti i giorni. Poi si esercitò a osservare la piega
del gomito e quelle dei suoi familiari: curiosamente, infatti, non sopportava la vista di quella zona del
corpo, strettamente associata, per lui, all’idea di un ago che affonda nella carne. A poco a poco Marc
incominciò a essere capace di osservare un ago per iniezione intramuscolare chiuso nella sua confezione.
Poi gliene fu dato uno da portare a casa. Dopo pochissimo tempo riuscì a entrare nella sala-infermieri del
reparto e ad osservare tutto il materiale in uso. Poi ancora gli chiesi di iniziare a maneggiare aghi per
iniezioni sigillati nella confezione, e poi a tirarli fuori. «Mi sento come la Bella Addormentata», diceva
lui in quei momenti, con una risatina un po’ nervosa. In effetti, manipolava gli aghi come se fossero
pericolosi esplosivi, minacciosi come un fuso avvelenato.
Alla fine della terapia, gli chiesi di pungersi con l’ago senza far uscire sangue, prima su un polpastrello
e poi in altri punti del corpo, e per ultimo nella piega del gomito. In seguito gli mostrai su di me come
premere un po’ più forte per far uscire una piccola goccia di sangue, cosa che accettò di fare anche su se
stesso. Poi, una delle infermiere dell’ambulatorio eseguì su di lui una simulazione di prelievo del sangue,
compiendo sotto i suoi occhi tutti i gesti abituali, ma fermandosi al momento di inserire l’ago. Dopo
svariate simulazioni di questo genere, Marc accettò di sottoporsi a un prelievo vero, il che ci permise di
fargli certe analisi che lui rifiutava da anni. Marc ebbe un principio di collasso, ma per la prima volta
non ne fu traumatizzato, grazie alle discussioni e agli esercizi compiuti in precedenza.
Infine, andammo a passare un po’ di tempo nel laboratorio di biologia dell’ospedale: una biologa era
stata avvertita del nostro arrivo e si mise a disposizione del paziente per dargli tutte le informazioni che
desiderava. Marc trovò il coraggio di fare molte domande senza paura di essere ridicolo, e lo
sottoponemmo a un secondo prelievo del sangue. Anche in quel caso vi fu un principio di malore, ma
niente di più. La biologa spiegò a Marc che quei malori erano frequenti nelle persone che lei sottoponeva
a prelievo del sangue tutti i giorni.
Ora che la terapia si è conclusa, Marc e sua moglie provano ad avere un secondo bambino, senza
temere malori catastrofici in sala parto. Aspetto con impazienza la partecipazione, e soprattutto, devo
ammetterlo, il resoconto del parto, fatto dal papà...

PAURE SEMPLICI MA SPESSO ORFANE...

Le terapie di paure e fobie specifiche sono spesso occasione di ricordi pittoreschi, perché quando si ha
in cura un fobico, raramente si rimane seduti nella propria poltrona. In particolare, grazie ai miei pazienti
ho imparato a catturare ragni, ho letto molti libri sulla psicologia animale e ho frequentato i luoghi di
Parigi in cui si può trovare qualsiasi specie di animale, vivo o morto...
Ma ho anche notato un paradosso: benché le fobie specifiche siano globalmente più facili e gratificanti
da curare, cosa piuttosto rara nella nostra disciplina, i pazienti faticano a trovare uno specialista che li
prenda in terapia. Sembra che il terapeuta preferisca, solitamente, rimanere seduto in poltrona a esplorare
instancabilmente il passato oppure, nel migliore dei casi, che si accontenti di elargire buoni consigli.
Fortunatamente forse è pronto il cambio della guardia: soltanto ieri, una delle mie giovani corsiste di
psicologia, piena di energia, mi ha chiesto di prestarle la videocamera per andare a filmare i piccioni che
svolazzano in place Saint-Sulpice, a Parigi, per poi proiettare il filmato davanti a una delle sue pazienti,
affetta da fobia di questi uccelli...
Capitolo 8

PAURE E FOBIE SOCIALI

Sono le paure più distruttive, perché colpiscono in noi quell’«animale sociale» di cui
parlava Montesquieu.
Rischiano di privarci di ciò che abbiamo di più prezioso e indispensabile: il cibo
relazionale, l’unico che possa dare sapore alla vita in maniera duratura.
Certo, con le forme benigne di paura sociale, quali la tremarella o la timidezza, si può
convivere. Ma quando si è affetti dalla più grave di queste paure, la fobia sociale, non si
può far altro che sopravvivere, o meglio sotto-vivere.
Dopo averli sottovalutati per molto tempo, oggi noi terapeuti sappiamo come curare
questi gravi turbamenti dell’io. Bisogna farlo sul campo, ed è sempre faticoso. Ma è –
quasi – sempre efficace...

___

«La timidezza è stata il flagello della mia vita.»


Montesquieu


Ore 18.00, station Glacière, sulla linea 6 del metrò a Parigi.
Dal fondo del treno sovraffollato, una ragazza chiama a furia di urla e di gesti qualcuno, che si trova
all’altra estremità del vagone: «Ehi! Jean-Philippe! Cucù! Tutto bene?» Jean-Philippe ha l’aria
maledettamente imbarazzata. Qualche passeggero, incuriosito e divertito, alza la testa per osservare la
scena. Il ragazzo arrossisce leggermente, ma risponde, sforzandosi di urlare abbastanza forte da poter
sopraffare il rumore del treno:
«Sì, benone! E tu? Come stai?»
«Benissimo! Lavori sempre laggiù?»
«Sì, sì...»
«Be’, ci si vede nei prossimi giorni, allora!»
«Sì, arrivederci...»
La maggior parte dei passeggeri solleva la testa: non capita spesso di sentire due persone che si
chiamano sul metrò parigino. Poi, terminato il dialogo, molti ritornano alle loro occupazioni precedenti:
lettura, fantasticherie, sonnellino. Jean-Philippe scambia qualche parola con una ragazza dai capelli
rossi, che è in piedi al suo fianco: lei gli fa larghi sorrisi e sembra incoraggiarlo. Lui si mette a osservare
attentamente tutti i passeggeri del treno, per alcuni lunghi minuti. Il suo volto, inizialmente teso, a poco a
poco si rilassa. Un quarto d’ora dopo, Jean-Philippe e la sua compagna dai capelli rossi scendono dal
treno. Scende anche la ragazza che l’aveva chiamato in mezzo alla gente, e tutti e tre si fermano sulla
banchina, chiacchierando e ridendo amichevolmente. Quando arriva il treno successivo, salgono e
ricominciano esattamente la stessa sequenza...
Se un giorno vi capitasse di assistere a una scena di questo genere, sappiate che potrebbe trattarsi di
una delle nostre sedute di psicoterapia di gruppo dell’ansia sociale. In questo caso venite a salutarci e
diteci le vostre impressioni, ci farete piacere! Potreste anche incontrarci davanti a un passaggio
pedonale, intenti a osservare gli automobilisti fermi al semaforo rosso, come se cercassimo qualcuno.
Oppure, se è una bella giornata, potreste vederci seduti al tavolino di un caffè all’aperto, mentre
rovesciamo goffamente e rumorosamente una bibita in bottiglia, attirando così gli sguardi degli altri
clienti e provocando l’intervento di un cameriere che, brontolando e imprecando, arriva munito di
straccio e spazzolone. A volte andiamo anche a comprare il giornale, il volto coperto di gocce di sudore
(ci aiutiamo con un nebulizzatore). Spesso, fermiamo per strada dieci passanti di seguito chiedendo loro
un’indicazione o l’ora. E ci sforziamo di sorridere e di guardarli dritto negli occhi. In breve, ci
esercitiamo a lavorare su ogni genere di paura sociale.

SCAMBI CHE FANNO PAURA

Nella vita degli esseri umani, ciò che dovrebbe essere un piacere a volte diventa fonte di tormento. Gli
scambi con gli altri, per esempio, a causa della paura possono trasformarsi in sofferenza.
Alla maggior parte degli individui capita, prima o poi, di sentirsi a disagio in certe situazioni sociali:
quando si tratta di parlare in pubblico, quando si incontrano estranei che suscitano in noi diffidenza,
quando si vuole chiedere un aumento o fare una dichiarazione d’amore... Quella che gli psicologi
definiscono «ansia sociale» è sicuramente un’emozione universalmente condivisa. Questa forma di
apprensione, che può variare da una paura benigna e superabile a una patologia grave e distruttiva, si
definisce globalmente come:

– un senso di disagio nelle situazioni sociali, che può spaziare dal semplice imbarazzo all’attacco di
panico;
– una paura esagerata dello sguardo e del giudizio altrui sulla propria persona e sul proprio
comportamento;
– una tendenza a focalizzare l’attenzione su di sé, sui propri pensieri e sulle proprie sensazioni, e non
sulla situazione sociale in atto.

Le situazioni sociali fonti di paura


È evidente che le situazioni sociali fonti di paura o di apprensione possono essere infinite, ma è possibile
raggrupparle in cinque grandi categorie, presentate nella tabella qui sotto. Come abbiamo già detto, la
paura delle situazioni sociali è innanzi tutto una paura dello sguardo e del giudizio degli altri: si ha paura
di essere giudicati, anche se non ce n’è motivo, in tutte le attività del quotidiano. Certi individui temono
tutte le situazioni, mentre la maggior parte della gente ha paura soltanto di alcune...

Le situazioni di paure sociali

Tipo di Esempi
situazione
temuta

Situazioni di Superare un esame o un colloquio in cui si valutano le nostre capacità, fare una presentazione o tenere una conferenza,
performance leggere un testo durante una cerimonia...

Situazioni di Essere osservati (o credersi osservati) mentre si fa qualcosa come camminare, mangiare, bere, scrivere, guidare l’auto,
osservazione parcheggiare, o anche quando non si fa niente di preciso...

Situazioni di Difendere i propri diritti, esporre il proprio punto di vista, esprimere i propri bisogni: trattare un prezzo, presentare un
affermazione reclamo, dire che non si è d’accordo...

Situazioni di Doversi rivelare in modo un po’ approfondito e impegnativo: fare la conoscenza di qualcuno, stringere una relazione
rivelazione di amichevole o sentimentale...

Situazioni di Dover parlare con altri in maniera informale, superficiale: scambio di banalità con un vicino di casa, con un negoziante, con
interazioni un collega di lavoro presso il distributore di caffè...
superficiali

Situazioni di performance
Raggruppano tutti quei momenti in cui abbiamo paura di essere giudicati esplicitamente: abbiamo davanti
una o più persone che sono lì per valutare quello che diciamo o facciamo, e il modo in cui lo diciamo o
lo facciamo. Di questa categoria fanno parte tutti gli esami, i colloqui di lavoro o le esercitazioni, e tutti i
casi in cui si prende la parola di fronte a un gruppo di persone. Inutile precisare che questa paura
riguarda la maggior parte della gente. La differenza principale tra un individuo e l’altro non consiste
nell’avere o non avere paura, ma nella capacità di superarla: gli artisti, per esempio, spiegano che hanno
paura di entrare in scena, ma non appena iniziano a recitare la paura svanisce. In caso contrario
purtroppo devono rinunciare alla carriera, per quanto possano essere dotati: molti musicisti di talento
diventano insegnanti di musica perché non se la sentono di affrontare il pubblico.
L’intensità della paura crea numerosi problemi anche a coloro che non sono artisti di professione,
perché devono rinunciare a qualsiasi occasione di parlare in pubblico: esprimere un parere durante una
riunione di genitori a scuola, leggere un testo durante una cerimonia religiosa, presentare qualcosa,
partecipare a una tavola rotonda... Parlo spesso di questo genere di paure con le persone che conosco,
come per esempio Jean, un mio vicino di casa: «Non ho problemi di rapporti con gli altri, mi piace
conoscere gente nuova, chiacchierare. So anche dire le cose in faccia, non mi lascio intimidire quando
non sono d’accordo con gli altri. In breve, non sono timido. Ma c’è una situazione che mi è pressoché
impossibile affrontare: tenere un discorso di circostanza davanti a un pubblico. Anche se conosco tutti i
presenti nella sala, in quel momento ho l’impressione di non essere più me stesso. Vedo girare tutto
intorno a me, non mi vengono le parole, la mia bocca non articola alcun suono, sento me stesso parlare
come se si trattasse di qualcun altro, mi vedo dall’esterno, non riesco più a guardare la gente negli occhi.
Non sono mai riuscito a superare questa paura. Mi perseguita fin da quando ero bambino: a quei tempi
quasi non riuscivo ad andare alla lavagna. Nel lavoro, ho sempre dovuto rifiutare le promozioni che
implicavano la capacità di fare presentazioni orali. Be’, non è poi così grave. Ma è ugualmente pazzesco
pensare che allontanarsi di qualche passo, di qualche metro dal bozzolo del gruppo fino all’inferno del
podio può trasformarci completamente.»

Situazioni di osservazione
Sono quelle in cui ci si trova involontariamente al centro dell’attenzione altrui: quando si cammina
davanti ai tavolini di un caffè all’aperto, quando si arriva in ritardo al cinema o a teatro e bisogna sedersi
in prima fila, quando si incomincia a raccontare una storia al proprio vicino di tavolo e ci si accorge che
tutti gli altri convitati stanno ad ascoltare... In breve, tutte le situazioni in cui d’improvviso ci si sente
addosso lo sguardo di tutti senza averlo necessariamente cercato o previsto. Questo genere di paura
riguarda molti ed è favorita dall’inatteso o dall’insolito.
Una mia amica mi raccontò che, a un matrimonio dove non conosceva molti invitati, prese una piccola
barca per andare a remare sul laghetto della villa in cui si svolgeva il ricevimento. Una volta arrivata in
mezzo alla superficie d’acqua, si accorse con orrore che tutti gli invitati la guardavano, perché il
ricevimento si svolgeva proprio sulla riva. Improvvisamente la fine della passeggiata diventò molto
meno piacevole: «Tutti quegli sguardi sconosciuti puntati su di me, senza che potessi udire quello che
dicevano, mi davano una sensazione fastidiosa. Avevo l’impressione di remare sempre peggio. Ho
cercato di sbrigarmi ad avvicinarmi a riva per mettere fine a quel disagio. Non appena arrivata, mi sono
accorta che tremavo un po’. Ho impiegato un quarto d’ora a calmarmi...» Molti individui, quando
vengono a trovarsi improvvisamente al centro dell’attenzione, senza il minimo preavviso, provano le
stesse sensazioni, penose e difficili da controllare, di paura intensa e animale, vicina al panico, che fa
venir voglia di scappare.

Situazioni in cui bisogna affermarsi


Sono un altro grande classico delle paure sociali: chiedere un aumento, fare una dichiarazione d’amore,
chiedere ai vicini troppo rumorosi di abbassare il volume, o semplicemente dire di no... Simili momenti
sono delicati per la maggior parte della gente, ma normalmente non comportano reazioni di paura
significative. Per un certo numero di persone, tuttavia, ossia per i timidi o gli inibiti, questi momenti sono
talmente penosi da volerli evitare a tutti i costi, pur di non provare la paura sorda che scatenano.
«Ho stentato a lungo a riconoscere che non ero sicuro di me stesso», ci raccontò Yves, un ingegnere del
dipartimento Ponti e Strade. «Ma oggi riesco ad ammetterlo. Ho paura di dire di no alla gente. Può
trattarsi del commesso del negozio di scarpe al quale ho fatto tirar fuori dalle scatole dieci paia di
calzature, o della collega che mi chiede di sbrigare anche la sua parte di lavoro, o dell’incaricato di una
vendita telefonica che mi chiama all’ora di cena, o anche dei miei bambini che lo sanno e se ne
approfittano. Me la sono sempre cavata dicendo a me stesso che sono una persona gentile. Ma
recentemente ho capito che non si tratta di gentilezza. Era anche debolezza, e soprattutto paura. Avevo
paura delle reazioni degli altri. Paura che si adirassero. Paura che non mi volessero più bene. Ma il
giorno in cui ho capito la situazione e soprattutto l’ho accettata, ho anche deciso di cambiare. Essere
gentili, sì. Aver paura, no!»

Situazioni di rivelazione di sé
Sono tutti quei momenti in cui si deve parlare di sé, e svelare qualcosa di intimo, sia sul piano personale
che su quello psicologico. Per alcuni individui può essere difficile, soprattutto se sono convinti che la
loro situazione o certi suoi aspetti comportino qualcosa che li rende inferiori. Quando Yves era
disoccupato, temeva gli inviti degli sconosciuti, per paura di dover rispondere alla domanda: «E lei, che
cosa fa nella vita?» Analogamente, i celibi al di sopra dei trent’anni a volte temono che si domandi loro
il perché della mancanza di un coniuge e di figli. Il timore di essere oggetto di un giudizio negativo in
questi casi può indurre a fuggire o a tenere gli altri a distanza con un atteggiamento freddo. Oppure con
battute di spirito e autoironia, un altro modo per non parlare realmente di sé, quando vi si ricorre in
continuazione.
Era questo il caso di Flore, descritta come segue dai suoi colleghi di lavoro: «All’inizio la trovavo
molto strana, si prendeva sempre in giro, faceva battute sulle sue piccole manie, sui suoi difetti, sui suoi
limiti. È così raro che la gente sappia guardarsi con distacco! Poi mi sono accorto che erano ormai alcuni
mesi che lavorava nel nostro reparto, e non sapevamo granché di lei, di ciò che pensava veramente. E
soprattutto di ciò che sentiva: riflettendo, ho scoperto che non diceva mai il suo parere, che non
esprimeva mai le sue emozioni, di contrarietà o di piacere che fossero. Quando le capitava qualcosa di
brutto, ci scherzava sopra. Quando le cose le andavano bene, scherzava ugualmente. Non si capiva mai
che cosa pensasse. E neppure chi fosse. Sulle prime a molti non piacque, e altri non si fidavano di lei.
Poi siamo diventate amiche e ho imparato a conoscerla. Ho scoperto che è una ragazza molto sensibile,
piuttosto infelice, che ha molta paura di non piacere agli altri, ed è convinta di non poter suscitare alcuna
curiosità nella gente che incontra. Il suo umorismo le serviva da scudo psicologico: senza quello, si
sentiva nuda e brutta...»

Situazioni di interazioni superficiali


Com’è possibile che situazioni quali brevi chiacchiere sulla pioggia e il bel tempo facciano paura?
Eppure, quando durante una festa cade il silenzio, pochi rimangono in un silenzio zen, godendosi il tempo
che passa, il fuoco che crepita nel caminetto, il contenuto del loro bicchiere e il piacere di trovarsi in
compagnia a condividere una buona cena. Il silenzio crea un lieve disagio, interrotto dall’espressione: «È
morto un frate», il segnale degli sforzi per rilanciare la conversazione. Oppure, non vi è mai capitato di
trovarvi in ascensore o in auto per un breve percorso con qualcuno che non conoscevate ma con cui avete
dovuto «far conversazione»? Non sempre è piacevole, vero? In questi casi spesso paura del silenzio e
paura di dire banalità si intrecciano. E sullo sfondo, naturalmente, c’è la paura di non fare una buona
impressione. Queste paure sociali, limitate nella maggior parte delle persone, talvolta occupano un posto
importante in chi soffre di fobia sociale, come ben presto vedremo.

Oltre la paura: la vergogna


Le paure sociali sono quasi sempre mescolate ad altre emozioni negative.
La paura occupa spesso il posto centrale: quando aspettate il vostro turno prima di una conferenza, nel
momento in cui la riunione inizia provate quel senso di paura anticipata che si definisce ansia. Poi,
quando vi chiamano sul podio, provate una «incarnazione» della paura, che si inscrive realmente nella
vostra carne, attraverso il suo salire nel corpo, con l’accelerazione dei battiti del cuore e un nodo allo
stomaco e alla gola: è la tremarella. Nel peggiore dei casi alcuni hanno un attacco di panico che
impedisce loro di portare a termine il discorso costringendoli a battere in ritirata.
Ma spesso c’è più della paura: disagio, imbarazzo, anche vergogna. Mentre la paura è la sensazione del
pericolo, la vergogna è la convinzione di non aver saputo affrontare il pericolo sotto lo sguardo carico di
segreta disapprovazione degli altri.205 Come scriveva il filosofo Vauvenargues: «La timidezza può essere
la paura di essere biasimati, la vergogna è la certezza di esserlo». La maggior parte delle paure sociali
deriva dal timore di essere giudicati negativamente. Quando questo timore diventa certezza, a causa delle
nostre convinzioni interiori più che per la realtà dei fatti, non è la paura a tormentarci, ma la vergogna. Se
sono ereutofobo, ho paura di arrossire davanti agli altri. E quando ormai sto arrossendo non ho più paura,
perché il danno è fatto, ma non mi sento meglio perché mi vergogno, e ho un unico desiderio: sprofondare
sotto terra. La vergogna, infatti, può rivelarsi un sentimento ancora più distruttivo di quanto non sia la
paura: è più tenace e anche più insidiosa perché induce a rivolgere a se stessi uno sguardo che sminuisce.
È la vergogna che spinge a isolarsi, talvolta con continuità, dopo uno scambio sociale che appare
umiliante o semplicemente «sprecato», almeno ai nostri occhi.
Numerosi individui che soffrono di paure sociali sono vittime della vergogna. Ecco cosa dice Bastien:
«Non ho fiducia in me stesso. Non mi stimo. Questi continui pensieri negativi sulla mia persona in
generale sono sopportabili, anche se dolorosi e tristi: risalgono alla mia infanzia, e ho finito per
abituarmici. Ma ogni volta che fallisco davanti agli altri, è terribile. Tutte le volte che ho osato
disubbidire alla mia paura istintiva ponendo una domanda durante una riunione, o avvicinando uno
sconosciuto, o anche esprimendo il mio parere a qualcuno che la pensava in maniera opposta, tutte le
volte che ho osato fare qualcosa del genere, se poi è andata male, per me è stato un inferno. ‘Andare
male’ per me significa semplicemente che il mio modo di pensare è stato messo in discussione o
contestato dagli altri, magari anche pacatamente. In quei casi mi vergogno sempre di aver aperto bocca.
La vergogna è tale che batto in ritirata, non posso proseguire un simile scambio, non riesco a far altro che
un cenno col capo, o fingere di ascoltare, di riflettere, di cambiare idea o di rimanere sulle mie posizioni.
Ma non posso far altro che fingere. In realtà, non sono più lì con gli altri. Sono già fuggito da quella
situazione, per rifugiarmi nei miei rimuginii. So che cosa accadrà dopo: una volta tornato a casa,
ripasserò mentalmente il film dell’accaduto, ovviamente a mio svantaggio, e rimuginerò instancabilmente
sulla mia goffaggine, sulla mia maleducazione, sulla mia stupidità. E non si tratta di semplici pensieri,
come solitamente accade, ma di emozioni dolorose, alimentate e ravvivate dalla vergogna. Posso
rimanere chiuso in casa con quei pensieri per un intero weekend. Più tardi mi vergognerò di dover
rivedere le persone davanti alle quali ho l’impressione di aver fallito. Generalmente non capiscono. Mi
scambiano per un tipo un po’ strano...»
Nei casi estremi, i pazienti descrivono autentici «attacchi di vergogna», così come esistono gli attacchi
di panico. Non si sentono in pericolo vitale, come quando si ha paura, ma in pericolo sociale, come se
avessero perso completamente la propria immagine e il proprio valore agli occhi degli altri. Gli etologi,
gli studiosi di psicologia animale, ritengono che il senso di vergogna sia radicato nei rapporti di dominio
e di accettazione in seno ai gruppi animali. Sottolineano che bisogna integrare queste riflessioni sul
dominio per capire bene i meccanismi sottili delle paure sociali.206 Queste ultime sono infatti l’eredità di
due tipi di paure ancestrali: la paura istintiva dello sconosciuto, presente in numerosi bambini, e la
vergogna in caso di perdita della propria posizione, o la paura anticipata del sopraggiungere di questa
vergogna. Ciascun membro di un gruppo animale, e dunque umano, ha bisogno di sentire che il suo
comportamento gli garantisce una posizione agli occhi degli altri. Tutte le volte che questa posizione
viene rimessa in discussione (per esempio, per un maschio dominante, quando rimane sconfitto nella
lotta), l’animale manifesta segni che gli esseri umani sono tentati di interpretare come vergogna: per
qualche tempo, l’individuo che ha subito l’umiliazione evita gli sguardi, si isola e rimane in disparte...
Disagio, imbarazzo, scrupoli: tutte le emozioni derivate dalla vergogna giocano un ruolo importante,
aggravando o favorendo il sopraggiungere delle paure sociali. Gli anglosassoni le descrivono con il
termine generico di self-conscious emotions: le emozioni della consapevolezza – eccessiva – di sé.207 E
in effetti molti dei tormenti legati a queste emozioni provengono dal fatto che si smette di agire o di
interagire per osservare se stessi, con occhio severo ed eccessivamente esigente.
Come le altre forme di paura, le paure sociali possono essere suddivise in diverse famiglie, in funzione
dell’oggetto dei timori, della loro intensità, della loro estensione a un numero più o meno grande di
situazioni ecc. Affrontiamo ora le tre grandi famiglie di paure sociali: la tremarella, la timidezza e la
fobia sociale.

UNA PAURA SOCIALE ESPLOSIVA MA LIMITATA:


LA TREMARELLA

La tremarella può essere considerata come una forma normale di paura sociale: si tratta di una reazione
di paura acuta, caratterizzata dalla presenza di numerosi sintomi fisici, tra cui una forte accelerazione del
battito cardiaco, la tachicardia, che ne rappresenta spesso il primo segno. E anche il più imbarazzante:
certi individui sentono il cuore battere così forte da avere la sensazione, talvolta, che anche gli altri
possano sentirlo, o possano veder pulsare le arterie carotidi del collo!
La tremarella è compresa nella categoria delle «ansie da performance», che possono colpire artisti,
sportivi, conferenzieri, candidati a un esame o a un colloquio di lavoro... In genere la paura raggiunge la
massima intensità subito prima del momento in cui si deve affrontare la situazione temuta, e poi
diminuisce, perché è «solubile nell’azione». Via via che si passa all’atto pratico, la paura diminuisce fino
a raggiungere un livello accettabile, in cui si può incominciare a dimenticarla, per concentrarsi
sull’essenziale: ciò che siamo venuti a fare, a dire o a mostrare.

Affrontare la tremarella
In tutte le epoche gli esseri umani hanno capito che l’arte oratoria rappresentava una capacità preziosa
per far approvare le proprie idee e difendere i propri interessi. Nella mia biblioteca ho un piccolo libro
divertente, datato 1824, che mi fu regalato da un mio paziente bouquiniste, intitolato L’arte di brillare in
società, sottotitolo «Il corifeo dei salotti»: nel teatro antico, il corifeo era il cantante principale del
coro... Oggi numerosi studi di psicologia aziendale incoraggiano a lavorare sul controllo della tremarella
e sull’arte oratoria. Ma tra gli individui che vengono a chiedere consiglio per vincere la tremarella non ci
sono soltanto i manager (tremarella da riunione di lavoro) o gli artisti (tremarella di fronte al pubblico).
Talvolta ci sono anche madri e padri di famiglia che regolarmente si sentono a disagio quando devono
esprimere il loro parere durante una riunione di genitori a scuola o in un’assemblea di condominio. Una
delle forme di tremarella più frequenti è ovviamente la paura di parlare in pubblico. Quali sono le
dimensioni su cui lavorare? Una volta aiutai una mia collega, medico ospedaliero e universitario, ad
affrontare le sue paure di prendere la parola in pubblico. La chiameremo Anne.
Anne teneva regolarmente lezione agli studenti, ma senza alcun piacere: per sentirsi sicura, doveva
prepararsi alla perfezione. La sera prima della lezione dormiva meno bene e si sentiva nervosa. In
particolare la spaventava la possibilità di avere un «vuoto di memoria» durante la lezione, e aveva paura
delle domande degli studenti, a cui temeva di non saper rispondere. Si sentiva ancor più a disagio durante
quelle riunioni in cui, tutti i lunedì, capi reparto, medici ospedalieri, interni e infermieri lavoravano sulle
cartelle mediche dei pazienti ricoverati in ospedale. Ma il peggio erano i congressi e i colloqui medici a
cui il suo ruolo la costringeva a partecipare o ad assistere. Se provava a fare una comunicazione, cadeva
in una sorta di trance, e si aggrappava ai suoi appunti e alle sue diapositive come un naufrago alla boa,
chiedendosi incessantemente se sarebbe riuscita ad arrivare in fondo. Praticamente non guardava neppure
la sala, e rimaneva inchiodata ai suoi documenti. Faceva sempre in modo di oltrepassare i limiti di tempo
che le venivano assegnati, per evitare eventuali domande da parte del pubblico. Temeva soprattutto che
certi colleghi la incastrassero, sottolineando i suoi limiti o ponendole una domanda trabocchetto. Anne si
sentiva anche costretta a controllare tutto alla perfezione: non poteva certo presentarsi con una relazione
che a suo avviso fosse incompleta o avesse comunque qualche zona d’ombra. Se la sera prima di una
lezione o di un congresso le capitava di leggere un articolo o un libro riguardante l’argomento della sua
relazione, ricominciava tutto da capo e passava la notte a redigere un’altra presentazione che contenesse
anche i nuovi dati. Vi descriverò i punti principali su cui abbiamo lavorato Anne e io. Ovviamente
riguardano, in modi analoghi, tutte le persone che soffrono di tremarella.

Modificare la propria visione del mondo


Come quasi tutti coloro che soffrono di tremarella, Anne aveva una concezione degli scambi con i suoi
simili, studenti o colleghi, molto parziale. Sotto l’effetto della paura, tendeva a percepire le interazioni
umane come lotte per il predominio. La tremarella la induceva spesso a considerare, inconsciamente, che
in una interazione ci sono soltanto due posizioni possibili: dominare o essere dominati. Quando teneva
una lezione o una conferenza, era portata a vedere nel pubblico soltanto nemici e avversari potenziali, a
cui doveva imporsi. E nessuna persona interessata a ciò che lei diceva, e che non fosse venuta
appositamente per «demolirla».
Per contro, quando era lei ad assistere a una conferenza, le venivano in mente soltanto domande che
avrebbero messo l’oratore in imbarazzo, osservazioni che avrebbero sottolineato i limiti o le parti deboli
del suo discorso, o magari le veniva voglia di ricordare un punto non considerato, per fare bella figura. In
generale, non osava mai intervenire in alcun modo, perché sentiva i battiti del cuore accelerare al solo
pensiero di alzare la mano per chiedere la parola.
Anne e io discutemmo a lungo, e le mostrai fino a che punto quella sua concezione del mondo le creasse
problemi. Prima di tutto perché non corrispondeva alla realtà: certo, ci sono individui critici e ostili a
priori, ma sono una minoranza. Perché concentrarsi soltanto su quelli, perché ostinarsi in un
atteggiamento in cui l’ossessione non era più attuare uno scambio, ma non farsi chiudere nell’angolo
dall’altro, o mettere lui alle strette? Secondariamente perché quell’atteggiamento era costoso dal punto di
vista emotivo: preparandosi incessantemente alla lotta verbale, Anne alimentava la propria tensione
interiore e peggiorava dunque la tendenza alla tremarella. Infine perché aveva conseguenze deleterie: la
induceva infatti a non dire niente o a intervenire con aggressività, attirandosi risposte altrettanto
aggressive. In entrambi i casi, la visione del mondo «dominante o dominato» veniva confermata, a torto.
Poi esaminammo, mediante piccoli giochi di ruolo, la possibilità, per Anne, di intervenire in maniera
diversa, più positiva. Per esempio prendendo l’abitudine, in quanto spettatrice di un colloquio, di
chiedere la parola non per contraddire, ma per congratularsi e domandare: «Grazie del suo intervento, è
stato davvero convincente. Potrebbe precisare il seguente punto...?» Anne temeva che quell’atteggiamento
fosse, secondo la sua stessa espressione, da «leccapiedi», e non contribuisse a far progredire il dibattito.
Le chiesi ugualmente di provare, e lei lo fece. Quando ne riparlammo, era stupita e sollevata, come se
avesse scoperto un’ovvietà rassicurante: «Effettivamente funziona, il suo trucco. L’ho ripetuto più volte.
E soprattutto, ho incominciato a guardare cosa fanno gli altri. E ho visto che molti procedono in questo
modo. Soprattutto quelli che hanno l’aria tanto sicura! E io che avevo l’impressione che, per farsi
rispettare, occorresse intimidire...» A poco a poco Anne imparò a non concentrarsi più, durante una
conferenza, sui volti che le sembravano chiusi, ostili o brontoloni, ma a guardare tutto il pubblico, e
preferibilmente le facce aperte e sorridenti: «È strano che l’aver ridimensionato la mia tremarella mi dia
l’impressione di non trovarmi più davanti lo stesso pubblico...»

Saper gestire gli incidenti


La tremarella rendeva Anne psicologicamente rigida. Durante una lezione, se perdeva il filo dei suoi
pensieri, o se le diapositive non erano nella successione corretta, si innervosiva e si agitava ancora di
più. Come se si trattasse di una catastrofe! Anche in quel caso discutemmo della gravità effettiva degli
incidenti, e soprattutto dell’importanza che meritavano. Attraverso giochi di ruolo, provammo a
individuare modi più rilassati di reagire davanti a un pubblico: «Ah! Ho perso il filo! Dov’è finita l’idea
che avrei voluto affrontare con voi? Vediamo se mi ritorna in mente... Un momento... No... Non importa,
procediamo, magari mi verrà in mente più tardi», oppure: «Accidenti, ho perso la diapositiva che parlava
di questo. Dov’è finita? Aspettate solo un momento...»
Inizialmente Anne inorridì al pensiero di sfoggiare tanta disinvoltura. Vi scorgeva una forma di
negligenza o di disprezzo nei confronti del pubblico. Anche in questo caso la incoraggiai a testare quel
genere di atteggiamento durante una lezione. Le avevo assegnato il seguente programma: lasciar respirare
i suoi studenti rispettando un momento di silenzio tra una diapositiva e l’altra, invece di sentirsi costretta
a parlare in continuazione; far finta di perdere il filo dei pensieri e gestire l’incidente senza agitarsi;
smarrire, volontariamente, una diapositiva, cercarla per un momento, e poi passare oltre. Eseguì tutto per
filo e per segno, senza il minimo inconveniente. Al contrario, poté constatare il sollievo che quel genere
di atteggiamento le procurava.

Rinunciare alla perfezione


Questo ci introduce al perfezionismo di Anne, che si esprimeva in numerosi ambiti, tra cui quello del
prendere la parola in pubblico. Fare soltanto interventi perfetti, porre soltanto domande pertinenti, ecc.
Tentare di essere il più brillante possibile era un obiettivo lodevole, certo, ma imporsi di esserlo tutte le
volte poteva rivelarsi controproducente: oltre una certa soglia, come osservò la stessa Anne, essere sotto
pressione peggiora la performance.
Anche in quel caso le chiesi di testare la nuova presa di coscienza con «prove di realtà»: per esempio,
preparare meno accuratamente una lezione (ossia, date le sue abitudini, prepararla normalmente). In
pochi istanti, Anne si accorse che ciò che perdeva in esaustività, lo guadagnava in efficacia pedagogica: i
suoi studenti non si sentivano più sommersi dalla massa di informazioni che una volta giudicava
indispensabili semplicemente perché non aveva fiducia in se stessa. E si prendeva più tempo per
spiegare, raccontare, uscire dai binari della sua lezione indigesta di ex secchiona.
Un’altra esperienza per lei significativa fu vedere un suo collega, di cui ammirava gli scritti, messo alle
strette durante un congresso da una domanda a cui non sapeva rispondere, benché facesse parte del suo
ambito di competenze. Senza perdersi d’animo, il medico rispose con calma la verità: «Non so
rispondere a questa domanda. Qualcuno tra il pubblico conosce la risposta?» Uno dei presenti alzò la
mano e diede la risposta. L’oratore si mostrò felice: «Ecco, ora lo sappiamo», per niente preoccupato
perché non era stato lui a dare l’informazione richiesta. Il dibattito continuò. Alla fine del simposio, Anne
andò a trovare il suo collega per congratularsi con lui, e anche perché voleva parlare con lui di
quell’episodio, che aveva comunque risvegliato le sue angosce personali: «Be’, in fin dei conti può
capitare...» Ma il collega non sabotò la mia terapia, e le diede invece un consiglio: «Faccio sempre del
mio meglio per rispettare la gente davanti a cui parlo. Ma da molto tempo ormai ho rinunciato a sapere
tutto, anche nel mio piccolo ambito: è troppo faticoso e troppo stressante. Mi costringo a sapere
l’essenziale di ciò che conta, a tenermi aggiornato e a comunicare con chiarezza quello che so. Per il
resto...»

Esercitarsi con regolarità


Nessun cambiamento psicologico può essere duraturo se non è confortato dalla prova dei fatti, se non è
praticato regolarmente nella realtà. Dal momento in cui iniziò a sforzarsi di cambiare, Anne si costrinse a
non partecipare mai a una riunione senza prendere la parola o senza porre una domanda. All’inizio fu
difficile (si accorse che spesso rimaneva in silenzio anche se aveva qualcosa da dire), ma a poco a poco
diventò una specie di gioco che la divertiva. La tremarella migliora sempre quando ci si esercita a
prendere regolarmente la parola in un gruppo.
Ma il problema è che non è facile trovare gruppi di fronte ai quali prendere la parola regolarmente. Da
qui deriva, probabilmente, l’estrema frequenza di tremarella invalidante: un terzo circa degli individui
adulti non prende mai la parola in pubblico, a meno che non vi sia veramente costretto. La regola d’oro è
dunque cogliere al volo ogni occasione, ma anche non rimanere ad aspettare e partecipare ad attività
associative che comportino numerose riunioni. Oppure iscriversi a un’associazione che si occupi di
insegnare a prendere la parola in pubblico con maggiore disinvoltura, come iniziano a esisterne da noi.208
Come sempre negli approcci comportamentali, in cui si incomincia con qualcosa di facile per terminare
con le difficoltà maggiori, in cui si alimenta la propria riflessione con insegnamenti volti all’azione e non
il contrario, a poco a poco durante la terapia apparvero altri aspetti. Via via che migliorava, Anne si mise
a parlarmi sempre più spesso della sua infanzia, dei suoi genitori, delle condizioni che avevano favorito
quella sua tremarella eccessiva. A più di trent’anni, si rese conto che suo padre medico, che lei ammirava
molto, aveva probabilmente sofferto a sua volta delle stesse paure, evitando tutte le occasioni di parlare
in pubblico, ma l’aveva fatto con tanta abilità che lei non se n’era mai accorta. Capì anche che i suoi
genitori, pur avendo le migliori intenzioni, le avevano inculcato con forza l’obbligo di «fare sempre tutto
alla perfezione». E che durante gli anni, ubbidendo a quelle regole inflessibili, ne aveva lei stessa
accresciuto l’aspetto imperativo, invece di cercare di smussarle. Quella presa di coscienza e quelle
riflessioni accelerarono ulteriormente i cambiamenti che aveva intrapreso ormai da mesi in vista di una
maggiore tranquillità interiore. E si estesero anche ad altri aspetti della sua vita. Ma questa è un’altra
storia...

I farmaci
Quando i sintomi fisici di paura sono particolarmente invalidanti, il che è frequente nella tremarella,
possono essere utili certi farmaci detti «betabloccanti». Devono essere assunti circa un’ora prima della
situazione ansiogena e il loro effetto dura parecchie ore. In questi casi si prescrive spesso il propanolol,
ufficialmente indicato per «manifestazioni funzionali cardiache come tachicardia e palpitazioni in
situazioni emotive passeggere».209 Necessita di prescrizione dopo esame medico, perché presenta
controindicazioni.
Sul piano teorico il modo di agire dei betabloccanti è interessante perché non funzionano come i
tranquillanti, addormentando la paura a livello cerebrale: la loro azione si colloca alla periferia, sul
corpo, grazie a una limitazione dei segni fisici di paura. I pazienti del resto raccontano che, sentendo una
paura meno violenta nel corpo, possono controllarla più facilmente nella loro testa, e tuffarsi così
nell’azione.
Ma bisogna fare attenzione: certe forme di tremarella talvolta possono essere fobie sociali, come
vedremo nelle pagine seguenti. In questo caso, gli sforzi che abbiamo descritto non saranno sufficienti.

UNA PAURA SOCIALE MODERATA MA IMBARAZZANTE:


LA TIMIDEZZA

La timidezza è difficile da circoscrivere, perché se ne conta più di una ventina di definizioni scientifiche.
Generalmente si indica con questo nome un modo di essere abituale, dominato da inibizione e riserbo di
fronte a tutte le persone o le situazioni nuove. La timidezza è stata ampiamente descritta dagli scrittori
prima di essere studiata dagli psicologi e dagli psichiatri. Pur essendo considerata spesso come un
fenomeno benigno, la timidezza, l’arte delle occasioni mancate, può ugualmente costituire per molti
individui un handicap e un’alterazione della qualità della vita. Sono in molti a dichiararsi timidi: il 60%
circa dei francesi, secondo diversi sondaggi presso il grande pubblico. Ma dietro a questa parola si
celano realtà molto diverse: timidezze specifiche, che subentrano unicamente di fronte a interlocutori che
incutono soggezione, e timidezze abituali, che insorgono di fronte alla maggior parte della gente.
Alcune sono timidezze «interne», impercettibili dall’esterno e di cui soltanto il soggetto che le prova si
accorge. Jules Renard scriveva a questo proposito: «Timido fino all’impassibilità...» Altre sono
timidezze «esterne», tradite da piccoli segni di imbarazzo, del resto non necessariamente notati da chi ci
circonda, come movimenti rigidi o impacciati, esitazioni, balbettamenti ecc.
Si può dire che esistono tre dimensioni principali della timidezza:

– Una dimensione emotiva, che spesso si esprime fisiologicamente: accelerazione del ritmo cardiaco,
salivazione insufficiente, rossori...
– Una dimensione comportamentale, associata a inibizione in una situazione sociale: il timido non prende
iniziative, aspetta che siano gli altri a venire da lui...
– Una dimensione psicologica, contrassegnata principalmente dal conflitto perenne tra la voglia di andare
verso gli altri e la paura di non essere accettati da loro.

Per il timido, tutte le «prime volte» sono difficili: nuove conoscenze, nuovo lavoro, nuovo quartiere... Ma
con il tempo e con la ripetizione dei contatti, l’apprensione a poco a poco diminuisce, e il timido ritrova
un minimo di disinvoltura e di capacità di comunicare. Tuttavia, nei timidi si osserva quasi
sistematicamente la mancanza di stima di sé: il timido si giudica in maniera negativa, si vede uscire
sconfitto dal confronto con gli altri... Di conseguenza è particolarmente sensibile ai fallimenti o alle
critiche, e tende a correre il minor numero di rischi possibile, limitando così le proprie capacità di
cambiare.

Affrontare la timidezza
«La mia timidezza sciocca e uggiosa che non riesco a superare...» scriveva Rousseau, le cui opere
autobiografiche indicano che ne soffriva. Benché la timidezza non sia una malattia, spesso altera in
negativo la qualità della vita, rendendo il soggetto particolarmente abile nell’arte di mancare le occasioni
e costringendolo spesso in una posizione inferiore alle sue competenze reali, a vantaggio di individui
magari meno dotati ma più disinvolti... Può anche essere associata a tendenze depressive, di cui
costituisce un elemento aggravante: spesso è in questo contesto che siamo indotti ad aiutare i timidi.
Ovviamente esistono innumerevoli studi dedicati agli altrettanto innumerevoli modi di combattere la
timidezza.210 Ecco alcuni dei consigli più importanti sull’argomento, illustrati da brevi esempi di terapia.

Esprimere i pensieri e le emozioni complesse


Quando Sébastien entra in un negozio di abbigliamento, solitamente si sente nervoso. Per questo motivo
in passato ha provato ad acquistare abiti usando cataloghi di vendita per corrispondenza. Ma anche
l’acquisto a distanza presenta qualche inconveniente: perciò, dopo aver accumulato un certo numero di
pantaloni troppo corti e di camicie dal tessuto che irritava la pelle, Sébastien si è ora deciso a tornare ad
acquistare i suoi abiti nei negozi. Si sente nervoso perché, se prova più abiti e nessuno gli va bene, gli
dispiace molto aver fatto perdere tempo al negoziante. Quando non è in forma, si sente costretto ad
acquistare abiti che non lo entusiasmano affatto. Quando si sente un po’ più coraggioso, ossia quando il
venditore lo intimidisce di meno, riesce a non comprare, ma a fatica, cavillando sul taglio, sul prezzo, sul
tessuto, e battendo in ritirata a testa bassa, preferibilmente quando il negoziante gli volta le spalle o è
intento a servire un altro cliente. A Sébastien non piace comportarsi così, ma si sente troppo a disagio, e
non riesce a fare diversamente.
Dopo aver riflettuto sulle sue paure – deludere il negoziante non acquistando niente, rammaricarsi per
avergli fatto perdere tempo, subire un’osservazione sferzante da parte di quest’ultimo, e dopo averle
discusse – accondiscende a riconoscere che sono sbagliate, ma quando si trova di nuovo davanti al
negoziante, tutto si complica. Sébastien acconsente a eseguire insieme a me qualche esercizio. Prima di
tutto gli domando quali pensieri gli passano per la mente. E in effetti, Sébastien è in difficoltà perché la
situazione è complicata: non ha voglia di fare l’acquisto, ma nel contempo lo imbarazza andarsene a mani
vuote, dal momento che il negoziante si è dato tanto da fare. Propongo dunque a Sébastien: «Perché non
prova a dire semplicemente quello che mi ha appena spiegato? Proprio tutto quello che le passa per la
mente, invece di cercare di fare un’impossibile sintesi. Per esempio: 1) la ringrazio molto di essersi dato
da fare per me. 2) Sono veramente desolato, ma non c’è niente che mi piaccia davvero. 3) Oggi
preferisco non comprare niente per non dovermene pentire. 4) Grazie ancora. Arrivederci!» Poi eseguo
insieme a Sébastien qualche gioco di ruolo in cui sperimentiamo questo tipo di atteggiamento in vari
contesti, con diverse reazioni possibili da parte dei negozianti.
In seguito lo incoraggio a testare questa strategia in un negozio vero. Batto e ribatto sullo stesso chiodo:
«Ricordi, è meglio dare due messaggi chiari, uno positivo e uno negativo, del tipo: lei è molto gentile, ma
non prendo niente, piuttosto che un messaggio solo, vago e fiacco come: be’, non mi piace moltissimo,
sono un po’ incerto...»
Dopo qualche modifica e qualche esercizio sul campo, Sébastien ha compreso il nocciolo della
questione: molti problemi dei timidi sono legati a stati d’animo contraddittori, a conflitti tra desideri che
sembrano incompatibili. Nel nostro esempio: non acquistare niente e non dispiacere al negoziante. La
soluzione più semplice è tener conto di entrambi i bisogni, di entrambe le tendenze, renderle compatibili,
invece di metterle in competizione. E imparare a poco a poco a dare messaggi più chiari e netti, e a
osservarne l’impatto.

Prendere l’iniziativa
Clémentine partecipa spesso a feste in cui conosce pochi invitati. Malgrado la sua timidezza, sono in
molti ad apprezzarla. Ben presto la invitano a loro volta. E Clémentine, pur essendo timida, ama i contatti
sociali, ama parlare e incontrare gente. Ma a volte capita che la serata non si svolga come lei vorrebbe, e
che sia piuttosto deludente. Soprattutto se Clémentine non la «incomincia bene». Una serata «incomincia
bene» quando le vengono presentate subito molte persone simpatiche che la fanno sentire a suo agio. Una
volta compiuto questo «riscaldamento», proprio come gli sportivi, Clémentine si sente capace di
partecipare alle conversazioni. Si riconosce il diritto di parlare, di fare domande, di esprimere il suo
parere. Si sente rassicurata riguardo all’interesse che può suscitare negli altri. Ma soltanto se gli altri
hanno fatto il primo passo. Soltanto così ritrova fiducia in se stessa. Poiché la sua paura è di non essere
interessante, di non essere desiderabile, né da prendere in considerazione, teme sempre di disturbare la
persona a cui si rivolge, perché questa stessa persona forse preferirebbe rimanere da sola, o magari non
ha voglia di parlare proprio con lei, Clémentine. Teme di importunare un gruppo, «piantando le tende»
per usare la sua espressione, inserendosi in una conversazione già avviata. Clémentine non fa mai niente
di simile.
Le spiego: «Ma certo, è proprio questo il suo problema», e le propongo tutta una serie di giochi di
ruolo in cui «corre il rischio» di avvicinare gli altri, di fare lei il primo passo presentandosi, ponendo
qualche domanda, tastando il terreno. «E se mi accorgo che non hanno voglia di parlare?» domanda
Clémentine. «In questo caso, si congederà con calma, educatamente, come ben sa fare. È normale che non
tutti abbiano sempre voglia di parlare. Inoltre, avrà agito di sua iniziativa invece di limitarsi a reagire a
sollecitazioni da parte di altri.»
Poi Clémentine e io ci esercitiamo in altri giochi di ruolo, in cui lei avvicina fin dal suo arrivo tutti gli
invitati: per presentarsi, per sapere chi sono e scambiare qualche parola. Poi dice sorridendo: «Sono
felice di averla conosciuta. A presto, magari...» Alla festa seguente a cui è invitata, Clémentine prova a
procedere in questo modo, per evitare quello che lei definisce uno «sganciamento»: «Durante una festa,
se non parlo subito con qualcuno, so che in seguito sarà sempre più difficile recuperare, anche se
qualcuno si avvicina a me. In quei casi preferisco tagliare la corda.» Un’altra volta le propongo di
avvicinare, per chiacchierare un po’, tutti gli invitati che indossano qualcosa di rosso. Clémentine si
diverte perché ha una «missione da compiere» di cui lei sola conosce la logica.
Prendere l’iniziativa, per non mettersi nella posizione di un bambino in attesa di approvazione: come
sempre, questi esercizi non vengono proposti «nudi e crudi», come li racconto in questa sede. Vanno di
pari passo con una serie di discussioni sul perché e il come delle paure di noi timidi. Ma senza gli
esercizi, le discussioni sarebbero sterili circoli viziosi...

Imparare ad affermarsi con calma


L’auto di Martin è rimasta in panne. Un cartello indica un garage a tre chilometri. Martin vi si reca a
piedi. Camminando, incomincia a rimuginare: «Sono nei guai, e il garagista se ne approfitterà. Non so
niente di meccanica, perciò può dirmi quello che vuole e farmi pagare il prezzo massimo. I garagisti sono
tutti imbroglioni. Soprattutto si accorgerà che sono un turista. Ma io non intendo certo farmi turlupinare.
Ne ho abbastanza di farmi spennare come un pollo». Giunto sul posto, Martin è decisamente caricato, e
non appena il garagista lo saluta, ribatte: «Le sue riparazioni, può mettersele dove dico io!»
Racconto spesso questa storia ai miei pazienti per parlare loro dell’affermazione di sé. L’affermazione
di sé implica un insieme di tecniche di comunicazione destinate a far capire il proprio punto di vista
senza per questo aggredire l’altro. Un individuo che non sa affermarsi, ossia che non sa dire di no, che
non osa chiedere un favore o esprimere il proprio scontento, è destinato a oscillare perennemente tra
l’inibizione (non esprimere i propri bisogni, ma prendersela con gli altri perché non li intuiscono e non li
precedono) e l’aggressività (esprimere i propri bisogni ma in maniera ostile e offensiva, per non vederli
ostacolati o messi di nuovo in discussione).
Come nel caso della tremarella, bisogna insegnare a questi individui timidi a non considerare i rapporti
sociali come scontri, come rapporti in cui non si può essere che dominanti o dominati, in cui
inevitabilmente c’è qualcuno che ha torto e qualcuno che ha ragione, qualcuno che vince e qualcuno che
perde. Si tratta invece di predisporsi allo scambio e alla collaborazione. Se sto litigando o non sono
d’accordo, prima di aggredire devo provare a dialogare. Sembra logico? Certo, ma sotto l’effetto della
collera, stimolata dalla paura, a sua volta stimolata dalla mancanza di stima di sé, spesso i timidi
oscillano, quando si decidono a intervenire, dall’inibizione all’aggressività.
Le tecniche di affermazione di sé sovente sono presentate in gruppo e costituiscono un passo avanti
importante nell’aiuto da dare ai timidi, offrendo loro la possibilità di esercitarsi a comunicare in maniera
efficace, cosa che la loro educazione o il loro percorso di vita non avevano consentito loro di
imparare.211 Sono particolarmente utili per i bambini e per gli adolescenti timidi: l’intervento precoce
può aiutarli molto evitando loro brancolamenti nel buio e di conseguenza sofferenze.212 Come sempre,
queste modifiche del comportamento sfociano in una modifica della concezione del mondo, con uno
sguardo più imparziale ai rapporti sociali, una migliore stima di sé ecc.
Ma fate attenzione, perché come la tremarella, certe timidezze sono morbose: uno studio recente ha
mostrato che circa il 20% dei soggetti qualificati come timidi soffre in realtà di fobia sociale.213
Affrontiamo ora queste paure sociali estreme.
UNA PAURA MORBOSA: LA FOBIA SOCIALE

Maxime l’ha scampata bella. Più volte i medici l’hanno scambiato per un depresso, un alcolizzato, uno
schizofrenico. In realtà, soffriva di una fobia sociale.
Da bambino Maxime era piuttosto timido ma perfettamente inserito nella vita di gruppo. Pur essendo
schivo durante le lezioni e un po’ a disagio quando si trattava di andare alla lavagna, Maxime aveva degli
amici, si era integrato in un gruppo. Le cose cambiarono durante l’adolescenza, il primo anno di scuola
media superiore: stranamente, un giorno Maxime si mise a tremare mentre, nel refettorio della scuola,
tentava di prendere il bicchiere per bere. Pensò di essere un po’ stanco e nervoso. Ma l’indomani
Maxime provò una certa apprensione prima del pasto, e ricominciò a tremare quando si trattò di portare
il bicchiere e le posate alla bocca. Il giorno dopo ancora gli capitò anche mentre prendeva il piatto dalle
mani di un compagno. Ebbe l’impressione che l’amico si fosse accorto di quel tremore e l’avesse
guardato con aria interrogava, benché non avesse detto niente. Da allora Maxime non bevve più al
refettorio e si mise a stringere forte la forchetta tra le mani per non tremare. Ben presto decise di non
andare più alla mensa e di mettersi a studiare tra mezzogiorno e le due. A poco a poco incominciò a
sentirsi male durante le lezioni: aveva paura di tremare se lo chiamavano alla lavagna; aveva paura
soprattutto delle lezioni di chimica, perché a volte bisognava travasare liquidi da una provetta all’altra,
sotto lo sguardo del compagno seduto vicino a lui, o peggio, del professore. Incominciò a sentirsi a
disagio sull’autobus della scuola, sotto gli sguardi degli altri ragazzi, e in quei casi gli sembrava di avere
un tremito nella testa. Chiese dunque ai suoi genitori di comprargli un motorino, senza spiegare loro il
motivo di quella richiesta. Da quel momento in poi andò a scuola soltanto in motorino, con qualsiasi
tempo. Pioggia, neve o vento erano pur sempre meglio dell’angoscia che provava sull’autobus. A poco a
poco le sue paure si estesero e incominciò a isolarsi sempre più spesso. Riuscì a prendere il diploma, ma
con molte difficoltà: durante le prove scritte non sopportava di sentire lo sguardo degli insegnanti che lo
osservavano mentre scriveva. E si decideva a riempire il foglio soltanto quando quelli, camminando
avanti e indietro nell’aula, gli voltavano le spalle.
Dovette rinunciare a frequentare l’università: non sopportava le aule affollate, dov’era costretto ad
arrivare tra i primi per garantirsi un posto d’angolo, in fondo, e dove, in ogni caso, non poteva prendere
appunti. Ottenne dunque tutti i diplomi per corrispondenza. Essendo piuttosto dotato, riuscì a diventare
ingegnere. Incapace di presentarsi a un colloquio di lavoro, perché quella prospettiva scatenava in lui
tremori spaventosi (o quanto meno a lui sembravano tali), fu assunto da amici di famiglia (alla sua
famiglia non aveva mai confessato niente). All’inizio andò tutto bene, ma a poco a poco si vide costretto
a consumare alcolici per sopportare le giornate di lavoro e le riunioni che proprio non poteva evitare,
benché fosse diventato abilissimo nell’arte di trovarsi un appuntamento fuori ufficio per quell’ora.
Portava sempre con sé parecchie fiaschette di vodka, in caso di situazione sociale imprevista, come per
esempio una convocazione dal suo capo o una riunione non pianificata in anticipo: si era accorto che
tremava di meno, se beveva alcolici. E gli sembrava che la vodka avesse un effetto rapido e non gli
alterasse troppo l’alito. Nella sua azienda lo stimavano tutti, perché era un grande lavoratore ed era
sempre gentile. Una delle sue colleghe si innamorò di lui, lui la corteggiò e si sposarono.
Maxime beveva sempre di più. Ormai beveva in maniera «preventiva»: al mattino prima di recarsi al
lavoro, prima di andare a far compere durante il weekend, oppure alle feste a casa di amici, se non aveva
trovato un pretesto plausibile per evitarle. Stranamente, non capiva bene ciò che gli capitava. I due
medici generici a cui aveva parlato del suo stato, avevano chiamato in causa lo stress, il
sovraffaticamento, il nervosismo; gli avevano prescritto tranquillanti che però avevano sortito scarso
effetto. In ogni caso erano decisamente meno efficaci degli alcolici, che di conseguenza continuava ad
assumere. Talvolta mischiava alcolici e tranquillanti, con un effetto di abbrutimento ma anche di calma. Il
suo medico lo indirizzò a uno psicoterapeuta, ma quest’ultimo si limitò a porgli qualche domanda e ad
ascoltarlo. In breve Maxime ne ebbe abbastanza di quelle sedute in cui doveva «monologare di fronte a
una sfinge nella penombra di uno studio» e che, secondo lui, servivano a ben poco.
La situazione peggiorò gradualmente: finì per farsi licenziare, e decise di rimanere a casa a prendersi
cura del bimbo che lui e sua moglie avevano avuto un anno prima. Ma questo non fece che accelerare il
crollo: usciva sempre più di rado, e con fatica sempre maggiore. Aveva l’impressione che per strada tutti
lo guardassero, e lo considerassero il «disoccupato affetto da tremito che portava in giro nel quartiere il
suo bambino». Non uscì più a far compere, e non portò più il bimbo ai giardini pubblici. Accorgendosi
che la situazione era disastrosa sia per il padre sia per il figlio, sua moglie decise di iscrivere il bambino
al nido d’infanzia. A Maxime rimaneva ormai una sola attività: accompagnare suo figlio al nido tutte le
mattine, e tornare a prenderlo la sera. Per farlo doveva bere mezzo litro di vodka prima di ogni percorso,
dunque un litro al giorno se non aveva altri obblighi sociali: andare a ritirare alla posta un pacchetto
inviato per raccomandata, ricevere operai nell’appartamento... In quei casi, le dosi aumentavano. Sua
moglie lo accompagnò da numerosi psichiatri. Uno lo fece ricoverare in ospedale per una terapia
disintossicante: non appena fu dimesso, Maxime ricominciò a bere. L’altro chiese di parlare con sua
moglie in privato, e le comunicò che suo marito era schizofrenico. In effetti, Maxime era «strano» come
lo sono a volte questi pazienti: evitava gli sguardi, parlava poco, stentava a esprimere ciò che provava.
Gli prescrissero diversi farmaci, ma sempre con scarso successo.
Una volta Maxime dovette assumere la sua dose di alcol troppo in fretta, e finì per perdersi mentre si
recava al nido da suo figlio. Lo trovò un negoziante che l’aveva riconosciuto, al quale Maxime tentò di
raccontare la sua storia, balbettando il nome di suo figlio, scoppiando a piangere, dicendo che voleva
morire... Fu portato via, barcollante, dai pompieri, che lo condussero nel nostro reparto. Dopo un check
up e un colloquio approfondito, uno dei nostri psicologi espresse finalmente la diagnosi corretta: Maxime
soffriva di una fobia sociale molto grave. Dopo un anno di cure adeguate, guarì...
La storia di Maxime colpisce sempre molto i miei studenti. Rimangono impressionati dal suo percorso
da autentico combattente prima di ricevere la diagnosi corretta per la sua fobia. Da quando comparvero i
primi tremori e i primi evitamenti a quando la malattia di Maxime fu identificata, passarono vent’anni.
Storie come la sua sono numerosissime nella nostra unità di cura, che è specializzata in questo genere di
fobie.

Le paure sociali al loro massimo


La fobia sociale si definisce come una paura sociale intensa e invalidante: chi ne è colpito teme di
rivelare a chi lo osserva o ai suoi interlocutori la propria vulnerabilità (arrossendo, tremando, sudando)
o i propri limiti (non mostrandosi abbastanza intelligente e colto).
Di conseguenza, le situazioni sociali in cui l’individuo si sente vulnerabile sono all’origine di una
profonda sofferenza, e per lo più vengono evitate, malgrado i numerosi problemi sociali o professionali
che questo comporta. Uscire a far compere può suscitare il panico, e la ricerca di un impiego può
diventare una missione impossibile; del resto, la disoccupazione è un dramma per i fobici sociali, per lo
più incapaci di superare il percorso a ostacoli dei colloqui di lavoro. La gravità della fobia sociale
dipende, tra altri fattori, dalle situazioni temute: se si tratta soltanto di situazioni di performance, come
parlare in mezzo a un gruppo di persone o compiere una certa impresa in pubblico, l’handicap è
moderato. Se in aggiunta si temono le interazioni quotidiane con i propri simili, anche solo per
chiacchierare o conoscersi, l’esistenza del fobico sociale si impoverisce e si complica ulteriormente. E
se le paure sono legate anche al minimo sguardo su di sé, tutte le giornate diventano un inferno.
Dopo essere state confuse per molto tempo con la timidezza, o anche con l’agorafobia (in cui la paura
dei luoghi pubblici ha un’altra origine), le fobie sociali sono attualmente considerate un disturbo molto
frequente e preoccupante: le ricerche epidemiologche mostrano che ne è colpito dal 2 al 4% della
popolazione generale,214 e questa cifra può salire fino al 10% se si considerano le forme di paure sociali
invalidanti.215 Molti fobici sociali soffrono anche di depressione e di alcolismo. La depressione è
probabilmente la conseguenza dell’isolamento e del fallimento sociale che colpisce la maggior parte di
questi pazienti ed è associata alle sensazioni ricorrenti di vergogna che li affliggono. Quanto all’alcol,
anche gli individui che non soffrono di ansia sociale sanno che bere facilita le relazioni: l’alcol è un
«lubrificante sociale», e infatti è onnipresente in tutte le cerimonie a scopo conviviale. Per i fobici
sociali il problema è, da una parte, il possibile sviluppo in breve tempo di una dipendenza dall’alcol, e
dall’altra il fatto che non consumano alcolici soltanto al momento delle riunioni sociali, ma anche prima,
per «prepararsi» e annegare le paure, e dopo, per soffocare la vergogna, perché sono convinti di essersi
comportati in modo ridicolo e inadeguato.
I pazienti fobici sociali impiegano molto tempo prima di essere diagnosticati e curati correttamente:
fino a qualche anno fa passava in media una quindicina d’anni dall’inizio dei disturbi alla prima presa di
coscienza. A causa del costo individuale e sociale di questa malattia,216 attualmente è indispensabile una
migliore formazione per medici e psicologi affinché possano conoscerla e curarla.

Le differenze tra timidezza e fobia sociale

Timidezza Fobia sociale

Meccanismi di abituazione frequenti: via via che si affronta la Meccanismi di sensibilizzazione frequenti: via via che si incontra la
persona o la situazione, la paura diminuisce. persona o la situazione, la paura aumenta.

Preoccupazioni episodiche per la propria inibizione. Preoccupazioni ossessive per la propria vulnerabilità.

Paura di essere lasciati in disparte. Paura di essere aggrediti.

Raramente la paura diventa panico. La paura raggiunge frequentemente il panico.

Evitamenti limitati, e ansia moderata all’idea del confronto. Evitamenti frequenti, e ansia da confronto molto spiccata.

L’individuo è percepito dall’ambiente circostante come emotivo e L’individuo è percepito dal suo ambiente come distante o strano.
timido.

Senso di tristezza dopo le performance sociali «mancate». Senso di vergogna profonda dopo le performance sociali «mancate».

Alterazione moderata della qualità della vita. Alterazione significativa della qualità della vita.

La fobia sociale può assumere diversi volti


Quando la maggior parte delle situazioni sociali, anche quelle in apparenza più anodine, sono fonte di
paura, si parla di fobie sociali generalizzate. In quei casi l’individuo si sente giudicato qualunque cosa
debba fare: stare seduto di fronte a qualcuno su un mezzo di trasporto pubblico, chiacchierare con un
vicino di casa o acquistare un articolo comune da un negoziante. Per nascondere la propria vulnerabilità
emotiva, i pazienti ricorrono spesso a strategie di dissimulazione: truccarsi per mascherare il rossore,
tacere per non dire sciocchezze, evitare gli sguardi per non tradire l’imbarazzo con un’espressione
preoccupata... Oppure, semplicemente, uscire di casa il meno possibile.
Altre fobie sociali sono dette elettive, e riguardano soltanto un numero più limitato di situazioni, come
per esempio il prendere la parola in pubblico: si calcola che il 10% della popolazione generale soffre di
fobia del parlare in pubblico.217 Si passa al 30% se si includono gli individui che ne hanno molta paura
ma ritengono che questo non apporti necessariamente sofferenza o handicap maggiori alla loro esistenza.
Bisogna distinguere le fobie sociali elettive dalla semplice tremarella: la maggior parte della gente in
effetti prova una certa apprensione, a volte anche forte, prima di parlare in pubblico. Ma nel momento in
cui si incomincia a parlare, la paura svanisce: tocca l’apice prima dell’azione, poi scende rapidamente,
per sfociare magari in un senso di sollievo una volta terminato l’intervento. Al contrario, nella fobia
sociale, il disagio permane o persino aumenta mentre si parla, e alla fine dell’intervento cessa solo per
lasciare il posto a un senso di vergogna e di sconfitta.
La fobia sociale può essere connessa a profili molto vari di personalità:218 tra i fobici sociali ci sono
sia personalità socievoli sia misantropi, come nella popolazione in generale. Un certo numero di questi
pazienti presenta personalità dette evitanti: sono ipersensibili al giudizio altrui, non si lasciano
coinvolgere in relazioni sociali a meno che non abbiano la certezza di essere accettati, si percepiscono
inferiori rispetto agli altri ecc. La loro estrema sensibilità al rifiuto li rende molto interpretativi: un
sorriso viene percepito facilmente come sprezzante o compassionevole, ma una mancanza di sorriso è
interpretata come un segno di rifiuto o in ogni caso come qualcosa di negativo.
Altri pazienti, invece, sono confrontanti: malgrado la paura, affrontano le situazioni sociali che
temono. Di conseguenza, questi individui possono esercitare responsabilità sociali elevate e spesso
scelgono di trattare gli altri con freddezza, o con una relativa aggressività, che consente loro di tenere a
distanza chi li circonda. Questi atteggiamenti di indifferenza nei confronti del prossimo, o di apparente
impassibilità, sono soltanto superficiali, perché l’angoscia è più che mai presente, e il suo costo emotivo
è elevato; alcuni studi ipotizzano, per esempio, che questi pazienti presentino un tasso anormalmente
elevato di disturbi cardiaci legati allo stress.
Certe fobie sociali sono imperniate sulla paura della comparsa di un sintomo fisico: soprattutto
l’arrossire, il tremare o il sudare. Alcuni di questi pazienti pensano che, se riuscissero a liberarsi dal
sintomo fisico, non avrebbero più problemi. C’è anche chi va dal chirurgo: esistono medici che
propongono una sezione dei nervi simpatici, anatomicamente responsabili dell’arrossire. Ma non esistono
studi controllati rigorosi che dimostrino l’efficacia duratura di questa chirurgia mutilatrice e
irreversibile. E i risultati sono estremamente aleatori a seconda dei pazienti, spesso con notevoli effetti
secondari, come per esempio una forte sudorazione della parte bassa del corpo... Dal momento che
queste fobie sociali imperniate sulla paura della comparsa di un sintomo presentano un insieme di
caratteristiche particolari, osserviamo nei dettagli la più diffusa di esse...

La paura di arrossire
«Ebbene, se una persona dichiara in mia presenza: ‘Mi hanno rubato l’ombrello’, subito mi agito e
cambio di colore; io, che pure non posso soffrire gli ombrelli, che non ne uso mai, così da non poter certo
andar soggetto ad alcuna distrazione riguardo a tali oggetti. Sì, prendo subito un’aria di circostanza, che
non può non sembrare losca agli occhi di tutti. Provo il bisogno di scolparmi. Balbetto. Improvviso due o
tre scuse, il più delle volte false, per stabilire che ignoravo l’esistenza di quel parapioggia, che ero
assente al momento della sua sparizione.»219
Queste righe sono tratte da Salavin, una delle numerose opere di uno scrittore che oggi è caduto in
disgrazia: Georges Duhamel. Illustrano alla perfezione i tormenti degli individui ereutofobi.
Dal greco ereuthos, rosso, l’ereutofobia, la paura ossessiva di arrossire, è una delle forme di paura
sociale tra le più dolorose. L’arrossire, del resto, è tipico dell’essere umano: nessun’altra specie presenta
questo tipo di manifestazione associata ad apprensione o imbarazzo. Nell’ereutofobia, l’arrossire è
assolutamente incontrollabile, e al contrario aggravato dai tentativi di controllarlo: più il soggetto si
sforza di non arrossire, più si focalizza sul suo disturbo e se ne preoccupa, e più lo amplifica,
aumentando il proprio livello di attivazione emozionale.
«Una volta comparso, il rossore occupa tutto lo spazio in me e schiaccia tutto il resto», mi raccontava
Héloise, una paziente. Quando inizia ad arrossire, l’ereutofobo fa dunque estrema fatica a proseguire
correttamente lo scambio di parole in cui era impegnato, focalizzandosi sul suo disturbo («non è
normale», «ricomincia», «che cosa penseranno di me?») invece di dedicarsi all’interazione in corso.
Solitamente è il disagio provocato dall’arrossire, più che l’arrossire stesso, ad attirare l’attenzione su chi
arrossisce: questi infatti smette di parlare, o risponde soltanto a monosillabi, diventa nervoso o rigido,
come assente. Sta per sentirsi arrossire, si sente «partire», impotente e annichilito. «È come se stessi per
farmi la pipì addosso mentre parlo con qualcuno», mi disse un giorno Héloise.
Dopo un certo tempo di evoluzione, l’arrossire, in origine associato alle situazioni imbarazzanti, finisce
per subentrare in maniera anarchica, anche in mancanza di qualsiasi posta in gioco emotiva: un silenzio,
un sottinteso, uno sguardo possono bastare a scatenarlo. Benché questo possa sembrare strano a un
osservatore esterno, arrossire di fronte agli altri costituisce, per l’ereutofobo, il peggior disonore
possibile. Il soggetto è convinto che l’interlocutore svilupperà subito tutta una serie di considerazioni che
lo sviliscono: «Una persona che arrossisce è una persona che non vale niente, senza personalità, senza
interesse, senza forza, senza virilità (per gli uomini), sessualmente disturbata dal suo interlocutore (per le
donne)».
Per questi motivi gli ereutofobi utilizzano numerosi stratagemmi di dissimulazione: trucco o lunghe
ciocche di capelli le donne, colli alti anche d’estate per mascherare il rossore della scollatura, tende
tirate per stare in una penombra che protegge, pseudostarnuti per nascondere il volto in un fazzoletto, o
fuga precipitosa lontano da sguardi indiscreti... Si può dunque capire perché la paura di arrossire di
fronte ad altri assuma in questi soggetti un aspetto ossessivo e proporzioni talvolta mal comprese
dall’ambiente circostante, dato che ogni situazione sociale può diventare oggetto di una valutazione:
«Questa situazione rischia di farmi arrossire davanti agli altri?» Come abbiamo visto, questa
polarizzazione finisce del resto per diventare di per sé uno dei principali fattori scatenanti dell’arrossire.
Anche se, ovviamente, le eventuali osservazioni da parte di chi ci circonda rafforzano nel tempo e di fatto
il rossore.220
Molti soggetti ereutofobi inizialmente sono convinti che il loro disturbo abbia un’origine ormonale o
circolatoria. Uno psichiatra della belle époque221 raccontava come avesse ottenuto la guarigione,
sfortunatamente solo momentanea, di un paziente ossessionato dall’arrossire facendogli credere di averlo
sottoposto a un salasso, destinato a liberarlo da un eccesso di sangue! Naturalmente la situazione è molto
più complessa. Il funzionamento psicologico tipico del soggetto ereutofobo può essere sintetizzato nel
modo seguente:

– Prima di tutto il soggetto è convinto che anche il minimo rossore del suo volto o del suo décolleté sia
visibile dall’esterno: «Mi si legge in faccia l’imbarazzo».
– Pensa che l’interlocutore lo noterà subito: «Ben presto tutti se ne accorgeranno».
– In seguito ne deduce che il suo interlocutore attribuirà a quel rossore un valore negativo: «Non è poi
così strano, scoprirà che sono debole e vulnerabile».
– È convinto che questo giudizio di valore sfoci in comportamenti di rifiuto, più o meno ironici o
sprezzanti: «Mi prenderanno in giro, o mi respingeranno».
– Persuaso del carattere ineluttabile di questa concatenazione, ne conclude che è meglio fare di tutto,
dunque fuggire tutto, pur di evitarlo: «Qualsiasi cosa pur di non arrossire davanti agli altri».

Probabilmente è con gli ereutofobi che l’equivoco sulle paure sociali è al suo massimo: mentre la cerchia
di conoscenti non scorge altro, nell’arrossire, che un tratto del carattere anodino e affascinante, gli
individui che soffrono di rossori incontrollabili si percepiscono come estremamente vulnerabili e
fortemente handicappati.

LA SCIENZA DELLE PAURE SOCIALI

Buone notizie per chi soffre di paure sociali: dopo esser stati dimenticati dai terapeuti e dagli studiosi
per decenni, questi individui si ritrovano finalmente sotto le luci della ribalta, con progressi già compiuti
in materia di cure. Queste informazioni che vi propongo sullo stato della ricerca non sono un mero
compiacimento scientifico, ma hanno invece lo scopo di consentire agli individui che soffrono di paure
eccessive di sentirsi meno in colpa di fronte alla loro vulnerabilità emotiva, e di impegnarsi nel migliore
dei modi, comprendendo il senso di certi sforzi richiesti. Davanti a una fobia è inutile giudicarsi, mentre
è necessario mobilitarsi...

Un’amigdala cerebrale ipersensibile ai volti ostili?


Se si presentano in rapida successione, sullo schermo di un computer, foto di volti minacciosi a individui
che soffrono di fobia sociale, ci si accorge che questi ultimi le scoprono più prontamente di individui che
non soffrono di questa patologia.222 Analogamente, queste persone individuano molto più in fretta i volti
ostili che non i volti neutri.223 Questi risultati mostrano che non si tratta, dunque, di una ipersensibilità
«cieca» ai volti umani, ma al contrario dell’esasperazione di un meccanismo adeguato di individuazione
rapida di eventuali segni minacciosi, perché i volti ostili per la nostra specie significano un maggior
rischio di attacco, verbale o fisico. Quando si studia ciò che accade a livello cerebrale in quei momenti,
si scopre che la contemplazione dei volti che esprimono collera o disprezzo, un altro oggetto delle paure
sociali, provoca una forte attivazione a livello dell’amigdala cerebrale, sempre lei, nei pazienti fobici
sociali.224
Ancora una volta, questi risultati non significano che le paure sociali eccessive scaturiscono
«unicamente» da macchinazioni cerebrali. Significano invece che questi pazienti devono lottare contro
una realtà biologica tangibile di cui bisogna tener conto quando ci si appresta a proporre loro una cura.
Ne deriva la necessità a volte di farmaci e sempre di psicoterapie a impatto emotivo.

La focalizzazione su di sé a scapito dell’interazione


Uno degli errori principali commessi, loro malgrado, dai fobici sociali è costituito dalla focalizzazione
su di sé, e soprattutto su di sé mentre stanno male e cominciano a darlo a vedere: «Quando inizio a
tremare, non riesco più a concentrarmi su altro che su due domande che diventano fondamentali ai miei
occhi: si vede? Come posso uscire da questo guaio? Da quel preciso istante, per me lo scambio in corso
finisce». Questa prospettiva attenzionale, come la definiscono gli psicologi cognitivisti, esiste soltanto in
una situazione sociale.225 I fobici sociali non sono particolarmente narcisisti: se si focalizzano su se
stessi, dunque, è perché si sentono in pericolo a causa delle loro manifestazioni di emotività che, secondo
loro, li rendono vulnerabili alle eventuali aggressioni da parte di altri. Questi fenomeni sono a quanto
pare ancora più tipici nei pazienti le cui paure sociali ruotano attorno al timore di manifestare un sintomo
fisico imbarazzante e facilmente visibile, come l’arrossire.226 Anche in questo caso, l’autocontrollo è
massimo.

La tendenza a una feroce autocritica...


Gli individui che soffrono di paure sociali sono spesso i peggiori nemici di se stessi, e si criticano con
estrema ferocia: nessuno sarebbe in grado di rimproverarli con tanta asprezza. Rimuginano spesso
pensieri, ma anche immagini molto negative sul proprio conto, che alimentano, aggravandola, la loro
paura sociale.227 La frequenza di questi pensieri negativi ricorda del resto chiaramente la fobia sociale
della depressione, un’altra patologia che implica un’immagine di se stessi estremamente alterata.228 Del
resto, di tutte le paure eccessive, sembra che siano le paure sociali quelle che espongono maggiormente
al rischio di depressione; sono queste, in ogni caso, che implicano il tasso più elevato di emozioni
negative nel quotidiano. Fortunatamente, le psicoterapie modificano efficacemente questo susseguirsi
senza fine di idee cupe sul proprio conto.229

L’insidia nascosta nei rimuginii dopo il confronto sociale


Abbiamo già parlato del ruolo della vergogna, un’altra forte emozione potenzialmente distruttiva,
soprattutto se associata alle paure sociali. Anche quando non sono realmente depressi, i pazienti fobici
sociali dedicano molto tempo a rimuginare pensieri profondamente negativi su se stessi dopo il confronto
sociale.230 Si è dimostrato che questi rimuginii giocano un ruolo veramente deleterio nell’aggravare la
vergogna e il senso di inadeguatezza: in qualche modo rappresentano il cemento, il legante destinato a
imprimere tenacemente nella memoria della persona le emozioni negative associate alle situazioni
affrontate. Ne derivano difficoltà ulteriori, e la tentazione di risparmiarsi future sofferenze di questo
genere mediante l’evitamento. Bisogna dunque fare attenzione ai periodi di ripiegamento su se stessi che
seguono gli sforzi del confronto! Lungi dal giocare un ruolo riparatore, si rivelano distruttivi. Anche in
questi casi la psicoterapia esercita un effetto molto positivo su questo meccanismo insidioso e
deleterio.231

Il ruolo della collera, soprattutto quella repressa a furia di sottomettersi


Soffrire di paure sociali implica molte rinunce: non si osa, si è costretti a rinunciare, a battere in ritirata
non appena gli interlocutori alzano la voce. O anche solo il sopracciglio. Come abbiamo visto, una
conseguenza diretta è la maggiore frequenza di pensieri e sensazioni di tristezza e di sottovalutazione di
sé: «Sono una nullità, non sono neanche capace di chiedere il resto alla panettiera guardandola negli
occhi senza tremare». Ma queste numerose rinunce implicano anche un gran numero di frustrazioni, e
abbiamo già visto che molti individui che soffrono di paure sociali importanti provano frequenti
sentimenti di collera.232 I pazienti che soffrono di paure sociali intense spesso «ce l’hanno» con il mondo
intero: con i genitori, con la cerchia di amici e parenti, con chi li riprende, con chi è sbrigativo nei loro
riguardi...
La loro quotidianità, già compromessa dalle paure, è dunque avvelenata da molte emozioni negative
deleterie. Inoltre, molti di loro reprimono e rivolgono contro se stessi la propria collera, invece di
esprimerla in maniera adeguata, con conseguenze nefaste per l’equilibrio generale. Come sempre, la
situazione migliora nettamente in seguito a terapia.233

COME CURARE LE PAURE SOCIALI GRAVI?

Più di ogni altra forma di paura patologica, le fobie sociali provocano, anno dopo anno, un cambiamento
profondo delle abitudini di vita, fondato sull’evitamento e sulla dissimulazione. Per questo i terapeuti
mirano a due obiettivi, l’uno dopo l’altro: prima di tutto spezzare la morsa soffocante della malattia, con
spiegazioni e farmaci, e con i primi sforzi di disubbidire alle paure sociali. Per riuscirci di solito occorre
qualche mese. Poi, instaurare nuovi istinti sociali, nuove abitudini di vita. È un lavoro che può impegnare
per anni, ma non è indispensabile che il terapeuta sia sempre presente, tranne che nella prima fase:
l’essenziale è che il paziente senta che si è nuovamente messo in carreggiata...

I farmaci
Come sempre nelle fobie, i tranquillanti forniscono un aiuto specifico, ma transitorio addormentando le
paure. Come sempre, non bastano. Come sempre, sono piuttosto gli antidepressivi che agiscono sulla
serotonina a consentire una migliore regolazione della paura, che aiuta l’individuo a modificare
gradualmente i propri automatismi comportamentali e psicologici. Due farmaci hanno ottenuto il
riconoscimento della loro efficacia sulla fobia sociale in Francia: la paroxetina e la venlafaxina.

Le psicoterapie
Le terapie comportamentali e cognitive (TCC) hanno dimostrato la loro efficacia nell’ambito di numerosi
studi scientifici e di protocolli di ricerca, ma anche sul campo, in svariate condizioni.234 È grazie a queste
terapie che oggi possiamo incominciare a curare le paure sociali gravi. Le TCC della fobia sociale si
fondano sulle medesime basi di tutte le altre fobie, a parte il fatto che si preferisce curarle in gruppo ogni
volta che è possibile: oltre al sollievo di poter incontrare individui che hanno le stesse sofferenze (molti
di questi pazienti si immaginano unici e disperatamente soli con il loro handicap), il gruppo permette
ovviamente di compiere esercizi di esposizione molto specifici.235

Gli esercizi di esposizione per lottare contro le paure sociali


Vi ho raccontato, all’inizio del capitolo, alcuni degli esercizi che spesso si eseguono durante le nostre
terapie di gruppo. Ce ne sono molti altri, che proponiamo caso per caso, in funzione delle difficoltà
incontrate dai partecipanti. L’idea di fondo è semplice: «Se qualcosa vi fa paura nella vita, esercitatevi
ad affrontarla qui». Ed ecco alcuni tra i principali esercizi di esposizione che utilizziamo.

• Lasciarsi osservare in silenzio da tutto il gruppo, per una quindicina di minuti, sforzandosi di guardare
tutti negli occhi. È un esercizio molto difficile ma molto utile. Mette i pazienti a confronto con ciò che
temono maggiormente: essere al centro dell’attenzione, senza la minima possibilità di proteggersi
parlando o facendo qualcosa.
• Prendere la parola davanti a tutto il gruppo, per improvvisare su un argomento scelto a caso (l’ultimo
weekend, un ricordo d’infanzia, un film visto di recente...) senza abbreviare il racconto come si fa di
solito per paura di non essere interessanti o di scatenare la propria emotività.
• Sopportare osservazioni sul proprio disagio («sei diventato rosso», «non sembri a tuo agio»), dapprima
senza rispondere e poi replicando, ma non in modo aggressivo («e tu, ti sei visto?») e nemmeno
sottomesso («è vero, ho un sacco di problemi, sono gravemente malato»). L’intento è cercare di
imparare dapprima a sopportare emotivamente questo genere di osservazioni, in realtà piuttosto rare
tra adulti, prima di lanciarsi in una risposta, che altrimenti risentirebbe troppo delle emozioni
patologiche di paura o di collera.
• Parlare di sé: chi sono, che cosa mi piace, che cosa non mi piace... Senza cercare di nascondersi, in un
primo momento come risposta a domande precise da parte del gruppo e poi in maniera spontanea.
Come abbiamo visto, spesso i fobici sociali fanno di tutto per non parlare di sé, tanto si vergognano di
ciò che sono o di ciò che fanno.
• Scontrarsi con un rifiuto una volta, dieci volte, venti volte, finché ci si accorge che non scatena più un
disagio emotivo: bisogna desensibilizzarsi dall’allergia al no. Molti detestano chiedere, per una paura
panica del rifiuto, che dà loro un senso di sconfitta e di umiliazione. Noi utilizziamo giochi di ruolo in
cui l’individuo deve chiedere qualcosa a tutti i membri del gruppo, affrontandoli l’uno dopo l’altro,
per sentirsi rispondere ogni volta «no». Spesso è molto più difficile di quanto si possa immaginare,
perché l’equazione «rifiutato = respinto» è profondamente radicata in ogni essere umano, e non solo in
quelli che soffrono di paure sociali.
• Per coloro che hanno paura di tremare, mangiare piselli o mais con la forchetta, o anche un piatto di
spaghetti davanti al gruppo che osserva in silenzio. Oppure, prendere un bicchiere colmo fino all’orlo,
travasare liquidi da una bottiglia a un’altra ecc. ma attenzione, lo scopo non è non tremare: al
contrario, noi chiediamo ai nostri pazienti di non impedirsi di tremare, verifichiamo che non tengano il
braccio stretto contro il corpo, che non irrigidiscano i muscoli, magari senza accorgersene (sono
abituati a proteggersi così da tanti anni!). Lo scopo è che non abbiano né paura né vergogna di tremare
davanti agli altri. Che usino ed esauriscano la reazione emotiva di paura e di vergogna legata al
tremore. Secondariamente questo comporterà la diminuzione netta, e spesso la scomparsa, dei tremiti.
• Suonare la chitarra, ballare, cantare davanti agli altri. Anche in questo caso, non per «farlo bene», ma
per accordarsi la possibilità di farlo, anche male. Ne derivano momenti molto intensi, perché spesso i
pazienti non si sono mai esibiti così in pubblico. Da parte mia non esito – in quanto terapeuta
impegnato! – a dare loro l’esempio di qualcuno poco dotato, che tuttavia non si astiene dall’accennare
qualche passo di danza davanti a loro o dal cantare stonando. In entrambi i casi, non ho bisogno di
fingere!

Esercizi efficaci anche per i terapeuti


Prolunghiamo spesso le nostre sedute con esercizi eseguiti fuori dal reparto, per testare sul campo il
lavoro compiuto insieme al gruppo, recandoci in diversi negozi o nei centri commerciali, sul metrò, per
la strada. Queste esposizioni sono molto efficaci, ma emotivamente disturbanti per i nostri pazienti
perché costituiscono uno sforzo veramente significativo. Regolarmente, gli psicologi che frequentano
corsi di formazione presso di noi e che normalmente hanno paure sociali minori di quelle dei pazienti che
curiamo, mi confessano fino a che punto questi esercizi sono stati utili per aiutarli a conoscere meglio se
stessi. Ricordo un’allieva che era venuta ad assistere a una delle nostre sedute: le chiesi di alzarsi in
piedi e di presentarsi a tutto il gruppo, costituito da otto pazienti e altrettanti corsisti o coterapeuti.
Era arrossita violentemente. Pur essendosene accorta, aveva reagito normalmente sorridendo,
portandosi le mani al volto e dicendo: «Vedete, a quanto pare questa situazione non è facile neanche per
me, sento che sto arrossendo». Poi era tornata al suo posto, un po’ imbarazzata, ma senza vergognarsi,
perché in seguito riuscì a partecipare e a porre numerose domande con il sorriso sulle labbra. Entusiasta
della situazione che si era creata, la interpellai di nuovo alla fine della seduta davanti ai pazienti,
insistendo su ciò che aveva sentito nel momento in cui era arrossita: «Mi sono sentita veramente a disagio
e imbarazzata. Mi sono detta che è piuttosto grave per una futura terapeuta mettersi ad arrossire. Ma poi
mi sono sforzata di non pensarci, e sono passata al altro». I miei pazienti ereutofobi la ascoltavano
attentamente e sono convinto che, arrossendo in quel modo, e soprattutto assumendosene la
responsabilità, sia stata loro molto utile. I pazienti hanno bisogno di scoprire che i terapeuti non
appartengono a una razza superiore. I terapueti come chiunque altro, del resto. I terapeuti del mio gruppo,
me compreso, raccontano sempre le loro storie personali di paure sociali ai pazienti. Praticano anche gli
stessi esercizi, e non è tutto. Se voglio che i miei pazienti si esercitino a sopportare il senso del ridicolo,
devo potermi esporre a mia volta al ridicolo. È soltanto una questione di etica: non chiedere mai al
paziente di fare qualcosa che non si è capaci di fare. Ecco perché a volte mi ritrovo a camminare nel
quartiere dell’ospedale Sainte-Anne col fondo dei pantaloni rimboccato, o la camicia fuori, o la patta
aperta, o il volto coperto di gocce di sudore, o un cappello assurdo e fuori stagione in testa... seguito da
un paziente incaricato di osservare le reazioni dei passanti (di solito se ne infischiano) prima di eseguire
a sua volta lo stesso esercizio.
Questo lavoro impegnativo esige evidentemente una forte solidarietà terapeutica: i nostri pazienti
devono sentire che noi nutriamo stima e simpatia per loro, così come loro devono nutrirne per noi.
Altrimenti non ci seguiranno in quella che all’inizio appare loro come un’avventura strana, mentre in
realtà è una terapia scientificamente solida, codificata e testata. L’intensità di queste sedute, a volte
impegnative dal punto di vista emotivo, presenta anche un vantaggio imprevisto, che una paziente mi
sintetizzò come segue: «Uf! È talmente difficile quello che ci fate fare qui, che al confronto fuori tutto
sembra facile!»

Il lavoro sui propri pensieri e l’accettazione di sé


Ovviamente completiamo questo lavoro comportamentale con sedute di terapia cognitiva, destinate ad
aiutare il paziente a modificare i suoi sistemi di pensiero.236 In effetti, le paure sociali sono legate a
238
numerosi errori riflessi nelle valutazioni che si compiono su di sé o sugli altri:237, lettura del pensiero
(indovinare che cosa stanno pensando gli altri), giudizio emotivo (confondere le emozioni che si provano
con la realtà: «Se mi sento ridicolo, significa che sono ridicolo»), catastrofismo (trasformare un
problema minore in dramma assoluto e definitivo) ecc. Questo lavoro si svolge sotto forma di dialoghi
con i nostri pazienti, durante i quali riflettiamo su situazioni precise, con l’aiuto di tabelle come quelle
riprodotte in queste pagine. Come sempre, è necessario completare questo approccio imperniato sui
sistemi di pensiero con esercizi di confronto sul campo.
Tutto questo lavoro sui pensieri è anche un’occasione per affrontare il concetto fondamentale di
accettazione di sé. I pazienti commettono spesso l’errore di voler risolvere il problema della paura
mediante un ipercontrollo: per lottare contro la tremarella, imparo a memoria la mia presentazione; per
lottare contro il tremito, irrigidisco il braccio contro il corpo e contraggo i muscoli; per lottare contro
l’emotività, faccio finta di sentirmi a mio agio o di essere distaccato ecc. Ma è una lotta senza fine: se
risolvo i miei problemi mediante l’autocontrollo, mi rimane la convinzione che la mia emotività possa
ripresentarsi da un momento all’altro, e devo continuare a controllare sempre e poi sempre, a fingere, a
reprimermi. È un atteggiamento controproducente a cui tuttavia si attengono molti individui che soffrono
di paure sociali. L’unica soluzione duratura consiste nell’accettare questa parte di emotività che vive in
loro, e nel farla accettare agli altri. È l’oggetto di numerose sedute, in cui soppesiamo i pro e i contro di
una simile sincerità, in cui testiamo, mediante giochi di ruolo, il modo migliore di parlarne, in funzione
degli interlocutori...

Esempio di rilievo cognitivo a colonne in un paziente


fobico sociale

Situazione Pensiero automatico Pensiero alternativo


che
provoca
angoscia

Comprare Devo assolutamente riuscire a parlare del più e del Ho il diritto di non chiacchierare. Ma in realtà basta che dica
uno sfilatino meno con aria rilassata. Probabilmente sembro qualche banalità sul tempo o altro, è un rito sociale e basta.
di pane in strano, perché non dico mai niente.
panetteria

Una riunione Non riesco a prendere la parola, ho troppa paura di Non sono l’unico ad avere difficoltà a parlare in pubblico. Ma a
di lavoro dire una sciocchezza o di non riuscire a esprimermi poco a poco tenterò di esprimere più spesso il mio parere: mi rendo
correttamente. conto che capita a tutti di dire qualcosa di sbagliato o di farfugliare.

Acquistare Ho provato molte paia di pantaloni e ho fatto Il negoziante è lì apposta. Se glielo spiego gentilmente, capirà. Molti
abiti perdere tempo al negoziante: ora devo acquistarne provano e non comprano. Sicuramente ci sono clienti più
uno, anche se non c’è niente che mi piaccia rompiscatole di me.
davvero.

La terapia di Maxime
Nelle pagine precedenti di questo capitolo vi ho raccontato la storia di Maxime, divenuto alcolizzato a
causa della sua fobia sociale. Ecco quale fu la sua cura.
Maxime aveva già seguito una terapia con antidepressivi a base di serotonina in passato ma, non
avendo ricevuto né i consigli né la psicoterapia adeguati, non ne aveva tratto alcun beneficio duraturo.
Poco motivato a prendere i farmaci e infastidito dagli effetti collaterali, non aveva seguito regolarmente
la cura. Ma questa volta gli spiegammo accuratamente qual era la sua malattia, che cosa poteva aspettarsi
e che cosa no dalla cura, che peraltro nel suo caso era indispensabile, a causa della gravità della sua
fobia sociale. E quali sforzi personali intendevamo sollecitare da parte sua.
Maxime incominciò una terapia comportamentale individuale con una psicologa del reparto, la quale
stabilì con lui un elenco di obiettivi da perseguire che avrebbero costituito una serie di occasioni per
riflettere dal vivo sulle sue difficoltà e sul modo in cui le viveva. Trovate quell’elenco nella tabella a
pag. 253. Le paure di Maxime vertevano soprattutto sui seguenti punti, legati principalmente alla paura di
mettersi a tremare: non avere il coraggio di guardare la gente negli occhi, non azzardarsi a interagire con
gli altri, non osare intraprendere un’attività che avrebbe potuto rivelare i tremori.
La terapeuta chiese prima di tutto a Maxime di trovare il coraggio di affrontare quelle situazioni, e poi,
a poco a poco, lo esortò a farlo senza cercare di bloccare il tremore. Alla fine della terapia, il tremore
era diventato l’obiettivo principale: si trattava di provocarlo volutamente per accorgersi che non
scatenava né prese in giro né aggressioni verbali. Maxime doveva anche rispondere a osservazioni a
voce alta che la terapeuta faceva sulla sua emotività e sul suo tremore nei luoghi pubblici.
Lo scopo perseguito era duplice. Da una parte Maxime doveva smettere di evitare le situazioni, per
accorgersi che non accadeva niente di grave, e che la maggior parte della gente non si rendeva neppure
conto dei suoi tremori. Ma se Maxime riusciva ad accettare di pensarci con calma nello studio della
terapueta (cognizioni «emotivamente fredde»), le idee del tipo «tutti mi guardano e mi trovano patetico»
si ripresentavano immediatamente non appena si trovava in una situazione sociale (cognizioni
«emotivamente calde»). Il confronto in situazioni di attivazione emotiva era l’unico mezzo per disattivare
le cognizioni calde, cosa che non poteva avvenire con la sola discussione.
L’altro obiettivo era che Maxime imparasse a non spaventarsi più quando sentiva salire dentro di sé la
paura e la vergogna nelle situazioni sociali: a furia di evitarle, era diventato sempre più incapace e
inadatto ad affrontarle. La terapeuta gli spiegava la sua situazione in termini di abituazione: «Invece di
fuggirle a tutti i costi, deve abituarvisi; se non indietreggia più di fronte a quelle sensazioni, saranno le
sensazioni a indietreggiare». E fu proprio ciò che accadde...
Dopo sei mesi di terapia, Maxime era notevolmente migliorato, e ricominciava a considerare il suo
futuro con un po’ di speranza.
Completò i suoi progressi con sedici sedute di terapia di gruppo, durante le quali poté compiere
numerosi esercizi in compagnia di altri sette pazienti che a loro volta soffrivano di fobia sociale: parlare
in piedi davanti a tutti, subire osservazioni sul tremore e rispondere con calma, senza giustificarsi,
parlare di sé e della propria emotività senza vergogna, mangiare e bere lentamente sotto lo sguardo
attento delle dodici persone del gruppo, che rimanevano in silenzio.
Dopo un anno di cura, Maxime era guarito. Ci confessò che nella sua testa era scattato qualcosa quando
aveva dedotto, dalla precisione delle nostre domande, che conoscevamo la sua malattia e che non era
dunque il solo a soffrirne. Maxime riuscì a trovare un lavoro, ebbe un altro bambino, ebbe una ricaduta
cinque anni dopo, il che rese necessario qualche mese di «revisione psicoterapica». Oggi sta bene.

Le paure sociali di Maxime

Situazione Livello di paura previsto da Maxime prima della


terapia, su 100

Rimanere seduto in un caffè all’aperto a guardar passare la gente 30/100

Avvicinare i passanti per strada per chiedere l’ora o un’indicazione 40/100

Entrare in un negozio e chiedere informazioni al negoziante 40/100

Occupare, sul metrò, i sedili collocati di fronte agli altri passeggeri 50/100

Bere in pubblico 70/100

Mangiare in pubblico 70/100

Accettare le osservazioni sul tremore da parte della terapeuta, dapprima 80/100


durante la seduta e poi fuori

Tremare volontariamente in un luogo pubblico frequentato 100/100


«NE HO ABBASTANZA DI SOTTO-VIVERE...»

La paura degli altri distrugge...


Un mio paziente, che soffriva di fobia sociale, un giorno mi disse che ne aveva abbastanza non di
sopravvivere, ma letteralmente di «sotto-vivere: aver paura di tutto e fallire sempre». Era stanco di
passare il tempo a fuggire situazioni sociali che sognava di poter assaporare.
Come evitare i suoi simili, se non poteva fare a meno di loro? Il dramma delle paure sociali risiede
tutto in questo interrogativo. Le paure e fobie specifiche, che abbiamo affrontato nel capitolo precedente,
o anche il disturbo panico e l’agorafobia, che scopriremo presto, accordano qualche momento di
benessere, quando non ci si deve confrontare con le proprie paure.
Ma questi momenti di benessere sono molto più rari nelle paure sociali: un incontro, uno sguardo, una
parola possono rivelarsi angoscianti. E la mancanza di questi momenti, l’obbligo di evitarli, di fuggirli ci
fanno sentire frustrati e inducono ben presto un impoverimento dell’esistenza. Come sottolineava uno dei
nostri pazienti: «Quando sono con gli altri, ho paura, e quando sono solo, mi sento depresso...»
Di tutte le paure, quelle sociali sono potenzialmente le più devastanti, perché privano gli individui che
ne soffrono di nutrimenti relazionali indispensabili a tutti gli esseri umani. Ma quando si riesce a
superarle, cosa che attualmente è possibile, questa ipersensibilità, questa debolezza si trasforma in forza,
e se ne conservano soltanto gli aspetti positivi: la vulnerabilità si trasforma in intuizione e in empatia.
Alla fine delle sedute di terapia di gruppo, festeggiamo questo momento insieme ai nostri pazienti,
rendendo omaggio, da qualche anno, a un piccolo rituale: invitiamo tutti i partecipanti a un piccolo
rinfresco (ma niente alcolici!). Un momento di questo genere è banale nella vita di tutti i giorni, ma è raro
in psicoterapia. Eppure per noi è molto importante: significa che non esiste una differenza fondamentale
tra i pazienti e i loro terapeuti, che la loro relazione è una partnership, senza superiorità degli uni sugli
altri, in nome della legittimità del sapere o di quella della sofferenza. Del resto, una delle mie più valide
terapeute principianti, una psicologa, è anche lei... una ex fobica sociale.
Capitolo 9

PAURA DI SENTIRSI MALE: ATTACCHI D’ANGOSCIA, PANICO E AGORAFOBIA

Ecco le più violente tra le paure, quelle che danno l’impressione di perdere il controllo
del corpo, o della mente.
Ne esistono forme minori: la spasmofilia, certe piccole vertigini esistenziali del
quotidiano, in cui ci si sente come aspirati, fisicamente, psicologicamente, verso
qualcosa di strano.
Ma talvolta la paura è fragorosa: impressione di morte imminente o di impazzire da un
momento all’altro. È l’attacco di panico. Può sfociare nell’agorafobia.
Come vedremo, certi esercizi poco metafisici come respirare attraverso una cannuccia,
gonfiare qualcosa respirando a pieni polmoni o danzare come i dervisci danzanti
possono costituire un primo passo verso il controllo di queste paure, le più metafisiche
che ci siano...

___

«Rimasi lì immobile, impotente, scosso dai brividi, conscio, per la prima volta, di essere stato colpito non da semplice angoscia,
ma da una malattia grave...»
William Styron, Un letto di tenebre


La voce mi arriva, attutita, dall’altro lato della porta.
«È sempre lì, dottore?»
«Sì, sì, non si preoccupi, sono sempre qui! Non me ne andrò certo senza avvertirla, siamo d’accordo. E
in ogni caso non le farei mai uno scherzo simile.»
«È... È sicuro che non corro alcun rischio?»
«Sicurissimo! Non ne abbiamo forse appena parlato?»
«Sì, è vero, ma mi sento così tesa, che finisco sempre per avere qualche dubbio.»
«È normale. Vedrà che passerà come le altre volte.»
«Non rischio di soffocare?»
«Ne abbiamo appena parlato!»
«E di farmi prendere dal panico?»
«Lo stesso!»
(Risolino nervoso.) «Vedo che non vuole rassicurarmi. Devo cavarmela da sola! In ogni caso, è vero
che per il momento è sopportabile. Ho l’impressione che tutto si plachi un po’ più in fretta dell’altra
volta...»
«Fantastico!»

Siamo nelle toilette del reparto ospedaliero in cui lavoro. Odile sta chiusa lì dentro da un quarto d’ora.
Per la prima volta dopo tanti anni, ha chiuso a chiave una porta alle sue spalle. Sono quasi vent’anni che
Odile soffre di attacchi di panico, che l’hanno resa agorafoba e claustrofobica. Vent’anni che non può più
guidare l’auto da sola, mettere le mani sul volante, fare un percorso in metrò o sulla RER. Per non parlare
del TGV e peggio ancora dell’aereo. Odile deve recarsi al lavoro in autobus e soltanto in autobus. Quando
l’autobus è sovraffollato si sente male, e sta anche peggio quando è imbottigliata nel traffico. Ma quanto
meno da un autobus si può scendere facilmente in caso di malessere: mentre da un vagone del metrò
bloccato tra una stazione e l’altra... Odile non può nemmeno prendere l’ascensore, rimanere chiusa in una
stanza senza finestre, e ancor meno chiudersi a chiave nel bagno. Sta male anche in tutti i luoghi in cui si
sente come «incastrata»: code interminabili, posti centrali al cinema o a teatro, cene formali ecc. Se tenta
di affrontare la situazione, la punizione è immediata: attacco di panico. Si sente soffocare e deve fuggire,
altrimenti morirà in un paio di minuti. In ogni caso, lei ne è convinta.
Quindici minuti dopo, Odile è ancora chiusa nelle toilette...
«Odile, mi sente?»
«Sì, sì.»
«Come va?»
«Oh, bene, mi sono abituata, non credevo di riuscirci così in fretta.»
«Perfetto. Passiamo alla fase successiva?»
«Spegnere la luce?»
«Sì.»
«Ma... Così al buio... non rischio di cadere nuovamente nel panico?»
«È proprio quello che vogliamo verificare. Abbiamo visto insieme che non c’erano motivi particolari,
vero?»
«Sì, sì...»
«Spegne?»
«E va bene... Ecco fatto.»
«Perfetto. Respira con calma?»
«Sì.»
«Come si sente?»
«Abbastanza bene... Ho l’impressione che... Ma sì, va bene. Riesco a sopportare di essere chiusa qui
dentro, al buio. Credevo che non ci sarei mai riuscita...»
Gli attacchi di panico di Odile erano iniziati improvvisamente vent’anni prima, mentre era al volante
della sua auto, imbottigliata nel traffico. Tutt’a un tratto aveva provato un senso di soffocamento,
l’impressione che la gola le si restringesse a poco a poco, e che lei stesse per morire lì sul posto. Più
tentava di respirare forte, più il malessere peggiorava. Aveva dovuto abbandonare la macchina e
chiedere aiuto agli altri automobilisti, che avevano telefonato al SAMU (Service d’Aide Medicale
Urgente). Trasportata al pronto soccorso dell’ospedale più vicino, era stata sottoposta a svariati esami
che non avevano rivelato niente di preoccupante. Secondo i medici, si trattava di «stress legato al
sovraffaticamento». Ma nei giorni successivi erano comparsi altri attacchi, uno dei quali mentre si
trovava nella toilette di un ristorante vicino al suo ufficio, dove pranzava tra mezzogiorno e le due del
pomeriggio. Il chiavistello della porta non si era aperto subito e lei aveva provato immediatamente la
medesima sensazione di soffocamento sperimentata in auto, e si era vista di nuovo morire per mancanza
d’aria, chiusa in quel minuscolo spazio. A furia di battere sulla porta e chiamare aiuto, aveva attirato
l’attenzione del personale e dei clienti, e il proprietario del ristorante era riuscito a sbloccare senza
fatica la porta della toilette. Odile ne era uscita in uno stato pietoso, scarmigliata e sul punto di piangere,
ed era dovuta tornare a casa, incapace di riprendere il lavoro. La fine della giornata era stata un incubo:
continuava a sorvegliare il proprio respiro, con l’impressione che fosse interrotto da pause anomale.
Chiamò il medico di famiglia, che tentò di rassicurarla al telefono, ma poi dovette passare da casa sua
per visitarla, perché lei non se la sentiva più di uscire: era stremata, si sentiva fisicamente a pezzi e
aveva paura di essere nuovamente colpita da malessere se avesse osato avventurarsi fuori di casa. Il
medico le prescrisse dei tranquillanti e le diede il nome di uno psichiatra. Ma non servì a niente. Lo
psichiatra era gentile e Odile gli aveva raccontato a lungo la sua infanzia e i suoi sogni, eppure
continuava a soffrire di quei malesseri. I tranquillanti la calmavano, certo, ma capiva che le provocavano
assuefazione, e soprattutto che le sue paure erano sempre lì. Erano soltanto anestetizzate, inebetite, e non
dovevano assolutamente risvegliarsi. Altrimenti... A poco a poco aveva incominciato a evitare tutte le
sensazioni che potevano provocare le sue crisi: guidare, stare da sola, trovarsi rinchiusa da qualche
parte... Andò avanti così per vent’anni.
«Be’, sembra che vada bene, Odile, vero?»
«È strano! Non riesco a crederci. Non ho quasi più paura.»
«Molto bene. Allora vado ad aspettarla nel mio studio. Mi raggiunge tra un quarto d’ora?»
«Be’... Verrà a cercarmi se per caso non mi vedesse arrivare?»
«Ma certo, nessun problema.»
«Me lo promette?»
«Le ho mai fatto scherzi di questo genere?»
«No, no, mi scusi.»
«E allora a tra poco. Coraggio!»
Quando Odile mi raggiunse poco dopo, era sfinita, ma soddisfatta.
«Complimenti, oggi ha lavorato davvero molto bene.»
«Grazie, dottore. Credo che ricorderò a lungo questa seduta!»
«Sarà un bel ricordo! Da oggi a martedì prossimo continui a esercitarsi: deve ripetere questo esercizio
tutti i giorni, sia a casa sia fuori, anche se non ne sente il bisogno. Deve farlo quando è al ristorante, alla
mensa della sua azienda, in un bistrot a bere un bicchiere, a casa di amici, al cinema ecc. Vada in bagno e
vi si chiuda a chiave (Odile aveva sempre evitato di utilizzare altri bagni oltre a quello di casa sua).
Anche se non ne ha bisogno, lo faccia soltanto per esercitarsi, d’accordo?»
«D’accordo, dottore, ne avevamo già parlato, nessun problema. E qual è il programma per la seduta
della settimana prossima?»
«Sarà molto interessante e molto utile, per lei: incominceremo gli esercizi sulla sensazione di
soffocamento...»
Mentre scrivo queste righe, Odile è tuttora in terapia, da tre mesi. È sopravvissuta alla seduta, anche
quella memorabile, in cui abbiamo lavorato sulla sua paura delle sensazioni di soffocamento: stare trenta
secondi senza respirare, mettersi un cuscino sul viso, respirare attraverso una cannuccia... ormai riesce a
chiudersi senza paura nelle stanze piccole. Può riprendere la macchina per fare lunghi percorsi in
autostrada. È capace di affrontare senza agitarsi situazioni che un tempo scatenavano in lei sensazioni di
soffocamento, come indossare un dolce vita o mettersi sul viso una maschera di bellezza all’argilla. Ha la
sensazione di riconquistare a poco a poco la sua libertà, di aver nuovamente «avviato il motore»,
secondo la sua espressione. Odile sta semplicemente guarendo dalla fobia di essere rinchiusa e di
sentirsi soffocare...

UNA SPECIE DI MALESSERE...

Può capitare a tutti di avere un malessere fisico. Avere troppo caldo e sentirsi mancare l’aria in luoghi
sovraffollati, come certi grandi magazzini nel periodo dei saldi. Avere un capogiro durante attese
interminabili in coda, se si è stanchi o stressati. Avere le palpitazioni in circostanze che mettono in
soggezione, come quando si tratta di prendere la parola davanti a un pubblico. Avere anche l’impressione
che il cuore batta stranamente, come se ci fosse qualche disturbo, come se volesse fermarsi...
Può anche capitare a tutti di avere improvvisamente un’idea bizzarra, un’immagine sgradevole che si
affaccia alla mente. Dirsi mentre si sta guidando in autostrada: «E se dessi una sterzata, così, in modo
assurdo?» Oppure dirsi, quando ci si accinge a parlare in pubblico: «E se precipitassi nel panico, ora, e
perdessi il filo del discorso, e mi mettessi a sudare a goccioloni davanti a tutti?» O dirsi, durante un
viaggio in aereo, quando non si ama viaggiare in aereo e i portelloni sono appena stati chiusi: «E se
impazzissi, all’improvviso, e mi lanciassi urlando sulle hostess per supplicarle di lasciarmi scendere?»
Generalmente questi malesseri sono di breve durata. Si fa un bel respiro profondo e si tenta di
autoconvincersi che passerà tutto. O si pensa a qualcos’altro. E funziona. Era soltanto un falso allarme.
Ci si ripete che bisogna prendersi un po’ di riposo, un po’ di vacanza, bere meno caffè, fare più sport,
rilassarsi. E può anche darsi che, facendo tutto questo, le sensazioni non si ripresentino più.
Effettivamente, si trattava soltanto di piccoli sintomi di sovraffaticamento.
Eppure, a volte questi malesseri si spingono un po’ oltre. Con un insieme inestricabile di sensazioni
fisiche sgradevoli: respiro faticoso, battiti cardiaci troppo rapidi o troppo irregolari, formicolio alle
mani o alle labbra, piccoli disturbi della vista... E pensieri inquieti e inquietanti nel medesimo tempo:
«Sto per perdere il controllo, ecco, come andrà a finire questa storia? E se non cessasse? E se fosse una
faccenda seria? Da quando ho queste piccole stranezze...» Nel nostro paese, i medici parlano spesso di
«spasmofilia». E chiamano in causa il terreno fragile, lo stress, l’ansia. Ma voi vedete benissimo, o
meglio sentite benissimo che questa storia è soltanto nella vostra mente. Percepite chiaramente che il
vostro corpo è coinvolto, che vi manda segnali preoccupanti. Ma può darsi che non accada altro. Di tanto
in tanto avrete qualche «piccola» crisi, ma niente di più.
A volte invece le cose si mettono male. Intendo dire in maniera dolorosa e penosa. Le sensazioni
fisiche sgradevoli generano pensieri inquietanti, certe parole vi vengono in mente sempre più spesso:
infarto, aneurisma, morte, soffocamento, edema della gola, asfissia, perdita del controllo, follia, agonia,
sono solo, aiuto... E un istante dopo l’altro la morsa vi stringe sempre di più. State per avere un attacco di
panico. Non siete i soli, però: una ricerca su un campus universitario ha dimostrato che circa un terzo
degli studenti aveva avuto un malessere di quel tipo durante l’anno precedente.239 In ogni caso, questa
esperienza vi segna profondamente, perché avete veramente l’impressione di essere in punto di morte o
di precipitare nella follia. E incominciate a temere più di ogni altra cosa una crisi di questo genere.
Evitate le attività che potrebbero favorirla. E i luoghi in cui sarebbe decisamente meglio che non vi
colpisse. Claustrofobia e agorafobia iniziano a insediarsi subdolamente.

PAURA DI STAR MALE O DISTURBO PANICO?

Nel capitolo dei suoi Saggi dedicato alla paura, Montaigne ne descrive una forma che affliggeva gli
antichi cartaginesi: «Tutto era in disordine e tumulto, finché, grazie a orazioni e sacrifici, riuscivano a
placare l’ira degli dei. Chiamano queste paure intense Panici». Ecco una famiglia di paure e di fobie la
cui conoscenza si è trasformata radicalmente in questi ultimi anni, benché la loro identificazione risalga
ormai a molto tempo fa. L’era moderna inizia nel 1872 a Berlino, con il neurologo tedesco Westphal, i cui
pazienti, per recarsi da lui, dovevano attraversare una vasta piazza pubblica, la Döhnhofsplatz: per alcuni
di loro era un’impresa oltremodo difficile. Westphal denomina questo disturbo «agorafobia». Per molto
tempo si è considerata l’agorafobia come la paura degli spazi aperti o pieni di gente, per riferimento
all’agorà, la piazza pubblica degli antichi greci. Poi ci si è accorti che gli individui agorafobi soffrivano
più precisamente della paura di sentirsi male in qualsiasi luogo, sebbene quella paura fosse
effettivamente più grave in alcuni luoghi pubblici. La paura di star male fisicamente può essere tanto
intensa da trasformarsi in veri e propri attacchi di panico; in questi casi sembra che i timori vertano più
sulla paura di avere attacchi di panico che non sul fatto di trovarsi in un certo luogo, alla fin fine poco
specifico.
Nell’ambito delle paure fobiche si parla dunque di «disturbo panico con agorafobia». Per comprendere
questa affezione bisogna immaginarla come un sistema di matrioske, in cui si incastrano l’una nell’altra le
tre seguenti manifestazioni: l’attacco di panico, il disturbo panico, l’agorafobia.

Le componenti del disturbo panico con agorafobia

Manifestazione Descrizione

Attacco di Crisi di angoscia acuta, improvvisa e molto intensa, con numerosi sintomi fisici che determinano la convinzione di
panico essere sul punto di morire o di impazzire.

Disturbo panico Attacchi di panico ripetuti, inizialmente imprevedibili e traumatizzanti, seguiti da una paura ossessiva di ricadute.

Agorafobia Uscite, spostamenti e attività limitati per non scatenare o favorire nuovi attacchi di panico.

L’attacco di panico
«Mese di marzo, durante la lezione di ginnastica.
«D’improvviso mi gira la testa. Le mie membra non rispondono più agli esercizi, non ho più energie.
Alla fine della lezione vestirmi, parlare e camminare mi costa uno sforzo sovrumano. Pensando che si
tratti di un abbassamento di pressione, chiedo qualche zolletta di zucchero, e poi me ne vado.
«Mentre cammino verso la macchina, il suolo cede sotto i miei passi, stento a rimanere in piedi. Ma
devo andare a prendere Jules, mio figlio, a scuola, e portarlo a casa per pranzo.
«Quasi non cambio neppure le marce, tanto le mie braccia e le mie gambe sono pesanti. Ho
l’impressione di guidare un camion. Mi sento sola e sto sempre peggio: ronzii nella testa, sensazione di
non poter più respirare, debolezza sempre più accentuata, la vita e il sangue sembrano lasciare il mio
corpo. Tremo, ho caldo e freddo nello stesso tempo. Ho una sola idea: arrivare alla scuola.
«Mi costringo a prestare attenzione alla strada perché la vedo a stento, guido molto piano tenendomi
sulla destra, pronta a fermarmi. Mi sento come colpita da un’ondata dopo l’altra, ogni volta più violenta.
Lotto con quel poco di forze che ancora mi rimane. Se mi sento male, qui, chi mi aiuterà?
«Ho molta paura, perché non capisco più che cosa mi accade. Non ho mai provato niente di così forte e
di tanto improvviso. Devo fermarmi, non riesco più a guidare. Ho individuato due vigili urbani sul
marciapiede, ma mi sembrano lontanissimi. Eppure devo riuscire a raggiungerli. Davanti a loro, mi fermo
ed è come se interrompessi qualunque contatto. Respiro a fatica, ma non mi muovo più. Sono le undici e
trenta, Jules esce tra un quarto d’ora. Ho ben poco tempo per recuperare.
«Sorpreso, uno degli agenti mi apre la portiera e mi dice di spostare l’auto, perché intralcio il traffico.
In effetti sento suonare i clacson, ma mi giungono a stento nel turbine di sensazioni spaventose che non so
identificare. Non riesco più a muovermi.
«A fatica chiedo a uno dei vigili di andare a cercare Jules, dato che la scuola è lì vicino, mentre l’altro
vigile rimane accanto a me. Capisco che è sconcertato e non sa cosa fare.
«È già mezzogiorno. Dov’è Jules? D’improvviso sento una specie di formicolio dalla testa ai piedi,
sempre più forte. Mi accorgo che il mio corpo si irrigidisce. Istintivamente abbandono le mani sul
volante. Devo parlare, sento che tra qualche istante non ci riuscirò più. Mi sembra di avere un enorme
peso sul petto. La bocca arida, riesco a dire soltanto: ‘Mi sento male’, e: ‘Jules?’ Non faccio che pensare
a lui. Dov’è? Cosa fa?
«Il dolore al petto diventa sempre più acuto, è insopportabile. Il mio corpo è rigido, immobile. Sono
sola e ho paura. È terribile, non riesco più a comunicare, vorrei chiedere aiuto, farmi soccorrere, ma non
riesco a parlare. È forse un arresto cardiaco, questo dolore al petto? Sto per morire qui, nella mia auto,
da sola...?»
Questo racconto, scritto su mia richiesta da Sophie, una mia paziente, descrive nei dettagli un attacco di
panico.
A causa di quel suo primo attacco di panico, Sophie fu trasportata d’urgenza nell’ospedale più vicino,
da cui la dimisero con la diagnosi di «stanchezza nervosa». Per molti mesi quegli attacchi si ripeterono,
quasi sempre mentre si trovava fuori di casa, nei negozi o al volante della sua auto: di conseguenza, a
poco a poco si mise a evitare quelle situazioni. La sua vita diventò sempre più complicata: non poteva
più uscire da sola, doveva farsi accompagnare per andare a far compere o per qualsiasi piccolo
spostamento. Non sopportava più di trovarsi nei luoghi chiusi o lontani da casa: sale del cinema, treni,
aerei diventarono tabù per lei. A poco a poco dovette mettersi anche a evitare i luoghi «sovraffollati o
surriscaldati»: negozi, luoghi pubblici... Quando si decise a consultare uno specialista, soffriva di quei
disturbi ormai da cinque anni. In seguito utilizzammo il suo racconto scritto per un metodo particolare di
cura, del quale parleremo in seguito.
Ma torniamo all’attacco di panico.
Si tratta di una crisi di angoscia intensa, che compare all’improvviso e raggiunge rapidamente, ossia
nel giro di pochi minuti, l’intensità massima. È costituito da numerosi sintomi fisici, come palpitazioni e
tachicardia, senso di oppressione o di soffocamento, brividi o vampate di calore, vertigini e sensazione
di instabilità ecc. A volte è accompagnato da un senso di irrealtà o di spersonalizzazione: l’individuo ha
l’impressione che gli capiti qualcosa di irreale o che lui stesso ne sia il testimone esterno, come se
uscisse fuori da se stesso e si guardasse mentre sta male. Durante l’attacco di panico il soggetto ha la
sensazione di rischiare la morte, a causa dei sintomi fisici, oppure di impazzire o di perdere
l’autocontrollo (di rendersi ridicolo in pubblico, di buttarsi giù da una finestra, di provocare un incidente
d’auto...) a causa dei sintomi psicologici.
Esistono molti tipi di attacchi di panico in funzione del contesto in cui si verificano:

– Inattesi, ossia non associati a una situazione precisa. È il caso, per esempio, degli attacchi notturni, che
svegliano il soggetto dal profondo del sonno, o di quelli che sopravvengono quando si trova in un
luogo solitamente rassicurante, come la sua casa.
– Favoriti, quando può darsi che si scatenino ma non sempre, in certe situazioni. Per esempio, al volante
dell’auto, o mentre si fanno acquisti.
– Condizionati, se sopravvengono quasi sistematicamente in certe situazioni. Le attese in coda in luoghi
riscaldati, rumorosi, con molto movimento, oppure nei luoghi chiusi da cui non si può fuggire in caso
di malessere (aereo, TGV, cene formali...).

Paradossalmente, possono anche esservi attacchi di panico indotti dalla calma, dal silenzio, dalla
meditazione, dal rilassamento, o quanto meno da tentativi di rilassamento, ben presto troncati. Vedremo
che questo è abbastanza logico, perché i pazienti che soffrono di attacchi di panico si concentrano troppo
sulle loro sensazioni fisiche e incominciano a preoccuparsi: «Ma questo battito del cuore è normale? Non
è che il mio respiro diventa sempre più affannoso?» Poiché uno dei principi del rilassamento è
concentrarsi sulle proprie sensazioni fisiche, questi pazienti sono particolarmente angosciati da simili
esercizi, finché imparano a gestire il disturbo panico.
Gli attacchi di panico isolati sembrano relativamente frequenti. Secondo criteri diagnostici molto
rigorosi, una simile esperienza penosa colpisce dall’8 al 15% di individui almeno una volta nella vita.240
Come abbiamo visto alcuni sono senza conseguenze e spesso si attribuiscono loro vari appellativi:
spasmofilia in Francia e in Italia, ataque de nervios nei paesi latinoamericani... A volte compaiono anche
nella maggior parte delle patologie psichiatriche, come le depressioni e le altre fobie. Ma possono anche
evolvere autonomamente verso un disturbo panico.
Nel suo romanzo Le Portique,241 lo scrittore Philippe Delerm descrive Sébastien, insegnante di lettere
di quarantacinque anni, colpito da qualcosa che assomiglia molto agli attacchi di panico:
«Può capitare in qualsiasi momento. Ci si crede forti, sereni nella mente e nel corpo, e poi ecco. Una
vertigine, un sordo malessere, e d’improvviso si percepisce che non passerà facilmente. Tutto diventa
difficile. Fare la coda dal panettiere, attendere allo sportello della posta, scambiare qualche frase sul
marciapiede. Momenti vuoti, senza un significato particolare, ma che diventano come montagne. Ci si
sente vacillare, si crede di morire ed è idiota...
«Sollevando il capo, si era sentito vacillare: l’aula era diventata un lungo corridoio abbagliante, un
allievo gli rivolgeva una domanda ma lui non riusciva a udire le parole. Aveva provato a respirare, a
riprendersi, si era lanciato nella lettura a voce alta del racconto di Giono L’uomo che piantava gli
alberi. Niente da fare. Dopo qualche frase si era ritrovato con il fiato corto e gli allievi avevano
cominciato a scambiarsi sguardi interrogativi. La gamba sinistra di Sébastien tremava. Pensò per un
istante alle sei ore di lezioni che avrebbe dovuto portare a termine e, livido, finì per scusarsi:
‘Credo... Credo di dovervi lasciare. Non mi sento molto bene...’
«Parlare stando in piedi di argomenti che non gli interessavano era precisamente il genere di situazione
che gli provocava subito un malessere. Riuscì a scrivere a stento, la sua firma era un ghiribizzo informe...
«In un modo o nell’altro, i malesseri che lo colpivano erano, se non causati, quanto meno amplificati da
un’angoscia, un’inquietudine che traducevano il suo desiderio panico di sopravvivere...
«Si sentiva meglio. Qualche malessere gli capitava ancora mentre si trovava in fila ad aspettare, ma
non durante le ore di lezione...»

Il disturbo panico
Quando gli attacchi di panico si ripetono, assumono la forma di un’affezione particolarmente invalidante:
il disturbo panico. A causa del carattere molto doloroso degli attacchi di panico, gli individui che ne
soffrono temono soprattutto di avere altre crisi, e hanno paura delle possibili conseguenze: morte o follia.
Molti di loro sono convinti di soffrire di una malattia organica che i medici non sanno diagnosticare, e
moltiplicano gli esami medici e le visite dagli specialisti.242 Altri modificano sensibilmente il loro modo
di vita, rinunciando a certe attività (uscire, spostarsi, lavorare...) che potrebbero esporli ad attacchi di
panico.
Nel disturbo panico la frequenza e l’intensità degli attacchi di panico possono variare
considerevolmente da un soggetto all’altro, e anche da un periodo all’altro: tra gli attacchi quotidiani e
quelli intensi esistono tutte le fasi intermedie, che generalmente sopravvengono all’inizio del disturbo, e
gli attacchi episodici e incompleti, in cui il paziente ha soltanto i prodromi della crisi, e spesso riesce a
sventarli fuggendo. Queste differenze si spiegano spesso con le concatenazioni della vita quotidiana: nei
pazienti che evitano molte situazioni, gli attacchi sembrano meno numerosi, ma a costo di molteplici
rinunce o dell’uso costante di tranquillanti, che servono a rendere meno intensi gli attacchi, ma instaurano
una certa assuefazione: peraltro, i pazienti continuano a vivere nel timore del ritorno della paura,
sentendo che quest’ultima è soltanto «addormentata» dalla cura.
Attualmente si ritiene che il meccanismo centrale del disturbo panico sia rappresentato dalla lettura
catastrofica delle sensazioni fisiche: l’individuo percepisce certe sensazioni fisiologiche che ad altri
apparirebbero banali (una palpitazione cardiaca isolata, una lieve vertigine, la respirazione difficile o il
bisogno di sospirare...) come le premesse incontrollabili di un attacco di panico, dunque come l’inizio di
una catastrofe annunciata. Questa interpretazione di sensazioni fisiche fugaci e benigne crea angoscia nel
soggetto, e l’angoscia mantiene e aggrava a sua volta le prime sensazioni (che altrimenti sarebbero
scomparse spontaneamente), il che aumenta l’angoscia ecc. È la cosiddetta «spirale panica». In questo
senso, il disturbo panico costituisce una forma di fobia molto interessante, denominata anche
«interocettiva», vale a dire imperniata sulle manifestazioni fisiche: si tratta di un’autentica fobia delle
proprie sensazioni fisiche. Questa malattia colpisce dall’1 al 2% della popolazione generale.
È necessario osservare che questo disturbo è probabilmente universale. Se ne trova per esempio una
descrizione abbastanza precisa nella psichiatria giapponese, come sintomo di una patologia detta
Shinkeishitsu, descritta all’inizio del XX secolo dal celebre psichiatra giapponese Morita: «Più ci
concentriamo su una sensazione, più questa diventa intensa e focalizza la nostra attenzione... Ben presto si
è dunque dominati dal terrore, consapevole o meno, dello stato psicologico che ha preceduto e seguito lo
stimolo... In caso di attacchi ripetuti, il malato diventa progressivamente vittima della paura nella vita
quotidiana... la sua attenzione è sempre focalizzata sulla paura... e la potenza e la frequenza degli attacchi
aumentano...»243
Una volta instaurato, il disturbo panico non ha la minima tendenza a regredire spontaneamente.244 In
mancanza di cure, più del 90% dei pazienti ne soffre ancora dopo un anno dalla prima comparsa.245
Capita anche di peggio: nel 40% dei soggetti in cui il disturbo era regredito spontaneamente, si presenta
una ricaduta. E tra coloro che presentavano manifestazioni minori (disturbo panico «incompleto»), il
15% sviluppa un disturbo panico «completo». Bisogna dunque essere prudenti ed evitare di banalizzare
questi sintomi o di pensare che riposo o vacanze consentano di venirne a capo: accade raramente.
Nel suo racconto autobiografico Voyage au bout de l’angoisse, la giornalista Pascale Leroy246 narra
con senso dell’umorismo e precisione il disturbo panico di cui ha sofferto:
«Niente è cambiato, tranne il fatto che ora sono ossessionata dalla certezza che può tornarmi e mettermi
fuori combattimento da un istante all’altro. La prima volta, il malessere mi aveva colto di sorpresa: ora
lo spio, lo attendo...
«E infatti è tornato. Sempre per la strada. Sempre con le medesime situazioni, le medesime impressioni.
Mi sembra di ‘staccarmi’, come se perdessi il contatto con il mondo. Una forza di una violenza inaudita
mi trascina altrove. Mi lascio prendere dal nervosismo, mi agito, mi contraggo, il mio corpo si
irrigidisce, ho caldo e freddo nel medesimo tempo, sudo e tremo, mi sento svuotata di tutta la mia
energia. Sento il cuore battere forsennatamente...
«Gli americani parlano di attacco di panico. Hanno ragione: si tratta davvero di un attacco in piena
regola, e io sono sola di fronte a un nemico potente e rapido che non mi dà tregua, e non mi lascia alcuna
via d’uscita...»

L’agorafobia
Com’è abbastanza logico, un certo numero di soggetti affetti da disturbi panici evolve verso paure di
natura agorafoba. Numerosi fattori intervengono a favorire o a limitare questo tipo di evoluzione, che
riguarda, secondo le statistiche, dal 20 al 60% degli individui che soffrono di disturbo panico.247
Attualmente si definisce l’agorafobia come la fobia di trovarsi in luoghi in cui il sopraggiungere di un
attacco di panico può creare seri problemi: sia perché è difficile o socialmente imbarazzante darsi alla
fuga (come al cinema quando si è seduti in una fila centrale o a tavola in presenza di numerosi invitati),
sia perché non si potrebbe ricevere soccorso se il malessere temuto si rivelasse grave (trovarsi in luoghi
lontani o isolati).
L’agorafobia non è dunque soltanto la paura dei grandi spazi aperti o dei luoghi pubblici, come a volte
si pensa. Le paure dell’individuo agorafobo sono assai più insidiose e numerose di questa: essere da soli
a casa propria, aspettare in coda, trovarsi su un aereo che non decolla o su un vagone del metrò bloccato
tra una stazione e l’altra...
A furia di evitamenti, certi individui agorafobi riescono a non avere più attacchi di panico: il disturbo
panico, nel loro caso, non è più in primo piano, ma ovviamente si tratta soltanto di una remissione
ingannevole. Un sollievo ottenuto a caro prezzo: con la rinuncia a innumerevoli pratiche quotidiane, come
far compere, accettare inviti, uscire per una passeggiata e, in generale, qualsiasi forma di attività
spontanea... E se l’individuo si arrischia ad affrontare queste situazioni, gli attacchi di panico
ricompaiono subito, inducendolo a desistere.
Di fatto si ritiene che ogni disturbo panico sia associato a una forma più o meno evidente di agorafobia.
Sia palese – l’individuo evita le situazioni – sia sottile – le affronta, ma a certe condizioni. Per esempio,
guida soltanto con la radio accesa, per tenere impegnata la mente evitando che la sua attenzione si
concentri su un eventuale principio di malessere; va a far compere soltanto nelle ore morte, per evitare di
dover aspettare in coda; esce soltanto accompagnato o con un cellulare, nel caso in cui il malessere lo
colpisse improvvisamente per strada.
Una volta comparsa, l’agorafobia è una manifestazione che diventa ben presto cronica: spesso vengono
da noi pazienti che convivono con questo handicap da decenni. Ricordo di aver ricevuto un giorno,
accompagnata da sua figlia, una simpatica paziente di una cinquantina d’anni, che non usciva da sola da
trent’anni. Talvolta, ma non sempre, l’agorafobia è associata a tratti di personalità dipendente,
caratterizzati dal bisogno di essere accuditi da altri, consigliati nelle decisioni importanti, scaricati di
ogni responsabilità ecc. Questi tratti della personalità sono preesistenti all’agorafobia oppure ne sono la
conseguenza? Non lo si sa ancora con chiarezza.
Occorre precisare che numerosi soggetti panici non evolvono verso l’agorafobia: può trattarsi di quelli
la cui personalità è relativamente autonoma e forte, o anche di quelli in cui gli attacchi di panico non sono
particolarmente violenti fin dall’inizio. Questi individui soffrono dunque «soltanto» di paure paniche, che
tuttavia alterano chiaramente la qualità della loro vita. Infatti, queste manifestazioni definite «sotto la
soglia» dagli psichiatri, ossia immediatamente precedenti la fobia grave, rovinano irrimediabilmente la
vita a chi ne soffre.248
A quanto pare numerosi personaggi celebri sono stati colpiti da agorafobia e disturbo panico, e tra gli
altri Charles Darwin. Sembra che il padre dell’evoluzionismo soffrisse, dopo i ventotto anni, di crisi
d’angoscia, palpitazioni, vertigini che lo costrinsero a condurre una vita molto sedentaria, dopo aver
percorso tutto il pianeta, dall’America del Sud alle Galápagos, per studiarvi le condizioni di vita di
numerose specie animali e vegetali. Senza i limiti determinati dal suo handicap, Darwin avrebbe mai
scritto il suo celebre e controverso trattato sull’Origine delle specie?

UNA PAURA MOLTO INVALIDANTE

L’handicap causato dal disturbo panico è considerevole, soprattutto se complicato da un’agorafobia


significativa. Si ritrova, del resto, nelle persone che ne soffrono, una frequenza molto elevata di patologie
psichiche associate come la depressione, l’alcolismo, i tentativi di suicidio.249 L’handicap sociale è
persino maggiore: molti non possono più continuare a lavorare o a condurre una vita sociale in condizioni
normali.250
Accade ancora troppo spesso che questi individui non ricevano né la diagnosi né la cura corretta.
Talvolta assumono per anni calcio, magnesio, psicoterapie inadatte alla loro esigenza. Coloro che sono
affetti da panico, così come molti individui preoccupati per la propria salute, si sentono spesso
incompresi dal corpo medico, che nel migliore dei casi li percepisce come «ipocondriaci ansiosi» e nel
peggiore come «cenestopati rompiscatole» (etimologicamente, malati delle loro sensazioni). Si è
dimostrato che gli individui affetti da panico «consumano» cure ed esami medici in gran quantità e
inutilmente.251 In effetti, il primo istinto di un soggetto che ha avuto attacchi di panico è quello di
consultare medici somatici (dal greco soma, corpo), ossia che si occupano soprattutto della dimensione
fisica delle malattie.
Il percorso abituale generalmente è il seguente: dopo il primo attacco di panico, si approda al pronto
soccorso dell’ospedale più vicino. Dopo un check-up, il medico specializzato in soccorso d’urgenza vi
parla dei vostri nervi e vi indirizza al vostro medico generico, che tenta di rassicurarvi, ma voi non lo
ascoltate, perché, «pur essendo un buon medico generico, non è specializzato in materia».
A maggior ragione, in mancanza di un nome o di una spiegazione soddisfacente per i vostri sintomi,
l’inquietudine è destinata a continuare. Le crisi successive vi preoccupano sempre di più, e incominciate
il giro degli specialisti, in funzione dei vostri sintomi: cardiologi per le palpitazioni o i disturbi del ritmo
cardiaco, neurologi per le vertigini, pneumologi oppure otorinolaringoiatri per le sensazioni di
soffocamento ecc. E a meno che uno dei medici consultati non riconosca il disturbo panico, cosa che
fortunatamente incomincia ad accadere sempre più spesso, rimarrete a lungo chiusi in questo circolo
vizioso con le vostre angosce. Il ricorso sistematico alle visite del pronto soccorso non fa certo ben
sperare per l’evoluzione del disturbo panico.252 Attesta infatti la difficoltà a riconoscere i sintomi come
di origine psicologica o quanto meno, come vedremo, psicosomatica. Il disturbo panico, infatti, è
unicamente nella testa...

LA DINAMICA DEL DISTURBO PANICO

La spirale panica
Le teorie cognitive forniscono un modello esplicativo molto interessante del disturbo panico.253
Queste teorie spiegano che l’individuo affetto da panico prova di tanto in tanto, come tutti, piccole
sensazioni fisiche che rompono con il funzionamento silenzioso abituale del suo organismo: modifica del
ritmo cardiaco o respiratorio, giramenti di testa... Ma percepisce questi fenomeni come anomali, e questo
scatena una reazione di paura, che subito amplifica le sensazioni fisiche e ne provoca altre, il che
aumenta ulteriormente la paura ecc. In questo modo si scatena la cosiddetta «spirale panica».
Una volta che la spirale panica si è innescata, è evidentemente molto difficile fermarla. Con la terapia
cognitiva impariamo a bloccarla sul nascere, per impedirle di autorafforzarsi a ciascuno dei suoi giri. A
poco a poco i nostri pazienti riescono a limitare la portata della paura e provano soltanto un «principio di
panico», di cui controllano l’intensità. E progressivamente, così messa a regime, la paura rientra nei
limiti normali.
Una fobia duplice
Ciò che rende così invalidante il disturbo da attacco di panico (DAP ) con agorafobia è che si tratta di una
fobia duplice: sia interna sia esterna, una fobia che riguarda sia le proprie sensazioni fisiche sia
situazioni esterne.

La fobia delle sensazioni fisiche


Nel DAP con agorafobia le prime paure sono quelle che provengono dall’individuo stesso e più
precisamente quelle interiori. Si ha paura delle proprie sensazioni fisiche, o quanto meno di quelle che
sembrano annunciare un malessere, come attestano queste frasi dei miei pazienti:
«Quando inizio a sentire i miei battiti cardiaci, mi preoccupo, è un brutto segno, indica che sta
accadendo qualcosa all’interno del mio organismo».
«Una notte mi sono svegliata con l’impressione di soffocare, era terribile. Da allora vivo con la paura
che ritorni. Spesso ho l’impressione che mi manchi l’aria.»
«Se rimango in piedi troppo a lungo, mi vengono le vertigini e devo sedermi, o appoggiarmi a qualcosa,
a un muro, al bordo di un bancone, o aggrapparmi a qualcuno.»
«Certe volte ho l’impressione di non essere più io, di essere uscita dal mio corpo e di vedere gli altri
come fantasmi, ammassi di carne con i quali non è possibile comunicare veramente, tutto diventa strano,
non so più se esisto veramente. Ho paura che questa condizione non passi più, e mi domando se sto
diventando pazza.»
Di fronte alla paura delle sensazioni fisiche, gli individui affetti da panico spesso ricorrono a soluzioni
sbagliate. Quasi sempre si tratta di evitamenti: per non rischiare di morire soffocati durante la notte,
alcuni non dormono più sdraiati nel loro letto ma seduti in poltrona; oppure non accettano mai di dormire
da soli, ed esigono sempre la presenza di qualcuno nel loro letto. Ricordo una giovane donna che
talvolta, quando nessuna delle sue amiche era disposta a ospitarla, accettava di passare la notte con
ragazzi per i quali non provava granché, soltanto per sfuggire alla solitudine notturna. Per non sentire più
i battiti del cuore che accelerano, altri rinunciano a fare sport, a camminare spediti, a salire rapidamente
le scale. Per evitare le vertigini legate alla posizione eretta, sono numerosi coloro che fanno la spesa e si
spostano unicamente nelle ore morte, per non dover stare in coda ad aspettare. Imparare a confrontarsi
con queste sensazioni, a non aver più paura, rappresenta dunque una tappa fondamentale e indispensabile
nella cura del DAP con agorafobia.
Spesso accade anche che, per evitare di pensare al corpo o alle paure, queste persone tentino di tenere
costantemente occupata la mente: riescono a guidare l’auto soltanto ascoltando la radio, in casa loro la
televisione è sempre accesa per avere un rumore di sottofondo; quando viaggiano in aereo devono
assolutamente leggere o parlare con il vicino di posto. Quando vengono da me, propongo loro di non
parlare per qualche momento: restiamo lì in silenzio, l’uno di fronte all’altro, e già questo è, per molti di
loro, un esercizio piuttosto difficile. Ma molto utile!

Le sensazioni fisiche presenti in 8137 pazienti che soffrono di disturbo panico e hanno chiesto una
visita psichiatrica
in ambulatorio254

Palpitazioni, battiti del cuore o accelerazione del ritmo cardiaco 90%

Sensazione di avere il respiro corto o impressione di soffocare 81%

Sensazione di vertigine, di instabilità, di testa vuota o impressione di svenire 70%

Sudorazione 69%

Brividi o vampate di calore 64%

Dolori o fastidio al torace 62%

Paura di morire 60%

Tremiti o scosse muscolari 58%

Paura di perdere l’autocontrollo o di impazzire 56%

Parestesie (sensazioni di formicolio, di scariche elettriche) 51%

Sensazione di imbavagliamento 51%

Nausea o fastidio addominale 40%

Senso di irrealtà o spersonalizzazione 33%

La fobia delle situazioni


La seconda famiglia di paure, dopo quella che concerne le paure delle sensazioni fisiche, è quella delle
situazioni temute. Nel DAP con agorafobia sono innumerevoli: sono infatti tutte le situazioni che
potrebbero favorire il sopraggiungere di un malore (trovarsi chiusi in uno spazio angusto se si ha paura di
soffocare) o intralciare gli eventuali soccorsi se il malore si presentasse (un’escursione in alta
montagna). I pazienti tendono a evitarle o si arrischiano ad affrontarle soltanto a certe condizioni... Ecco
la testimonianza di Gaëlle, a proposito di queste precauzioni e di questi molteplici evitamenti: «Non
prendo gli ascensori. Ho troppa paura di avere una crisi di panico se dovessero bloccarsi. Però mi
sforzo, e ce ne sono alcuni che mi costringo a prendere: quelli di vetro, perché vedere all’esterno mi
rassicura; non ho paura del vuoto! Riesco a salire anche su quelli situati in luoghi molto frequentati, e in
pieno giorno: mi ripeto che, se si bloccassero, se ne accorgerebbero tutti in breve tempo. Sono
accessibili, per me, anche quelli apparentemente in buone condizioni. Preferisco salirvi insieme a un paio
di persone, che possano soccorrermi o chiamare aiuto nel caso in cui mi sentissi male. Non salgo, invece,
sugli ascensori sovraffollati: se si bloccano, la mancanza di ossigeno si fa sentire subito. Faccio gli stessi
calcoli riguardo ai mezzi di trasporto pubblici, ai negozi ecc. Che vita semplice, vero?...»
Le paure principali riferite da pazienti agorafobi255

Tipo di paura Percentuale di pazienti agorafobi che presentano questa paura

Guidare l’automobile 54%

Grandi magazzini 43%

Solitudine 37%

Folla 34%

Allontanarsi da casa 34%

Ristoranti 34%

Ascensori 29%

Trovarsi rinchiusi 23%

Ponti, tunnel 20%

Mezzi di trasporto pubblici 17%

Aereo 14%

Spazi aperti 6%

SCIENZA E ATTACCHI DI PANICO

Per gli psichiatri il DAP con agorafobia è stata la malattia di punta degli anni novanta. Sono stati compiuti
numerosi studi scientifici che hanno permesso di scoprirne i misteri. Uno dei protocolli classici di questi
studi consisteva nel testare ciò che poteva scatenare attacchi di panico in pazienti, ovviamente volontari,
affetti da DAP con agorafobia. Diverse sostanze chimiche si sono rivelate capaci di indurre il panico
sperimentalmente, consentendo così di capire meglio quali fossero i neurotrasmettitori implicati.256 Ma è
ben noto che si possono scatenare attacchi di panico anche solo evocando verbalmente i sintomi fisici,
senza che sia necessario indurli realmente.257 È sempre la forza dell’immaginazione...

Una vigilanza fisica eccessiva


Molti studi hanno confermato la tendenza di chi soffre di disturbi di panico a sorvegliare inconsciamente
le proprie sensazioni fisiche, in particolare cardiache.258 Alcuni di loro, benché si tratti di una
percentuale ridotta, sviluppano anche la capacità di valutare con molta precisione la rapidità del ritmo
cardiaco.259 Ma questa vigilanza e questa attenzione eccessiva per la vita dei loro organi è
pregiudizievole al loro benessere. Non si definisce forse la salute come «la vita nel silenzio degli
organi»? Jules Renard precisava anche: «La salute migliore è non accorgersi della propria salute». Ma
chi soffre di disturbi panici preferisce sottoscrivere questa frase del celebre dottor Knock, il ciarlatano
descritto da Jules Romains: «La salute è una condizione precaria che non lascia presagire niente di
buono...»
Del resto, la somiglianza tra DAP con agorafobia e ipocondria (paura ossessiva della malattia) è
sorprendente: in entrambi i casi ci sono esattamente le stesse tendenze ad «ascoltarsi troppo» e ad
immaginare il peggio a partire da particolari anodini. Ma l’ipocondriaco è spesso convinto di essere già
malato, e in generale teme le diagnosi associate a una morte lenta (cancro, aids, leucemia...), mentre chi è
affetto da panico teme maggiormente le malattie che possono causare la morte improvvisa (infarto del
miocardio, rottura di aneurisma cerebrale, edema acuto delle vie respiratorie...).
Riguardo all’osservazione di sé, gli individui affetti da panico sono in un perpetuo movimento di
avvicinamento e di evitamento: preferiscono infatti non focalizzarsi sulle proprie sensazioni fisiche,
perché ne traggono sempre un certo malessere. Ma non amano neppure ignorarle completamente, perché
in quel caso avrebbero l’impressione di correre il rischio di non «veder arrivare qualcosa di grave».
Sono dunque perennemente in mezzo al guado: sorvegliano il corpo e ne traggono sconforto e
inquietudine, ma non vanno mai a fondo con le loro paure, che di conseguenza si cronicizzano.
Ma che cosa significa andare a fondo? Come vedremo, significa amplificare i sintomi fisici temuti e
vedere che cosa accade. Una mia paziente sintetizzò alla perfezione l’idea di base di questo genere di
esercizi: «È preferibile, di tanto in tanto, andare a fondo degli scenari catastrofici, piuttosto che
rimanervi costantemente impantanati...» La propensione all’autoosservazione angosciata e incompleta è
dunque uno dei principali oggetti della cura psicologica di queste paure.

Chimica e fobia: molecole della paura?


Da un certo numero di anni si sa che è possibile scatenare negli individui predisposti un attacco di panico
utilizzando agenti chimici. Per esempio, le flebo di lattato di sodio inducono attacchi di panico in una
percentuale variabile tra il 25 e il 100% dei pazienti affetti da panico, secondo i protocolli degli studi, e
soltanto in una percentuale variabile tra lo 0 e il 30% di volontari non affetti da panico.
In questi individui esiste probabilmente una vulnerabilità a certe modifiche degli equilibri chimici
dell’organismo, che scatenano falsi allarmi, ossia innescano una violenta reazione biologica di paura in
assenza di un reale pericolo. Se non si cede al panico, questi allarmi si spengono. Ma più ci si agita, più
si insediano stabilmente.
Un piccolo consiglio per chi soffre di panico: anche il caffè può favorire l’insorgere di attacchi di
panico, perciò non abusatene. Oppure tenetevi pronti a svolgere qualche esercizio di gestione delle
paure...

Iperventilazione e ipersensibilità al gas carbonico


Certi individui che soffrono di disturbo panico presentano una tendenza all’iperventilazione, ossia il loro
ritmo respiratorio è spesso affrettato e troppo ampio. Perché?
Potrebbe essere la conseguenza di uno sfasamento dei meccanismi che regolano il sistema respiratorio.
È stato dimostrato che era possibile scatenare attacchi di panico facendo inalare ai soggetti vulnerabili
un gas come il diossido di carbonio, o CO2. Le flebo di lattato, di cui abbiamo appena detto, aumentano
effettivamente i tassi sanguigni di CO2, ed è per questo che inducono il panico. L’ipotesi di numerosi
ricercatori è che tutti abbiamo, nel nostro sistema nervoso centrale, recettori destinati a individuare la
mancanza di ossigeno nell’ambiente, come una sorta di allarme antiasfissia. Ma come sempre nelle paure
eccessive, questi recettori sono regolati in maniera troppo sensibile nei soggetti che soffrono di panico.
Sembra che questi pazienti abbiano una sensibilità acuita per individuare il gas carbonico (CO2) nell’aria
che respirano, e che talvolta questo possa indurre in loro un attacco di panico:260 accade quando
l’ambiente è saturo di CO2, come nei luoghi poco arieggiati in cui c’è tanta gente (bisogna pur che tutti
respirino...). E questo può spiegare in particolare la loro tendenza all’iperventilazione cronica, che ha
come scopo di diminuire il tasso di questo gas nel sangue, a beneficio dell’ossigeno.
Le sensazioni di soffocamento e di mancanza d’aria provate tanto spesso da certi individui affetti da
panico sono dunque dovute a questa ipersensibilità più che a una reale mancanza di aria respirabile.
Ricordiamo che il gas carbonico è presente in gran quantità nell’aria che lasciamo fuoriuscire dopo
averne trattenuto l’ossigeno: negli spazi chiusi in cui c’è molta gente, c’è dunque una maggiore
concentrazione di questo gas. Lungi dal morire per asfissia, rimane ancora ossigeno sufficiente per tutti e
per molto tempo, ma gli individui affetti da panico individuano – inconsciamente – prima degli altri
questo aumento di CO2, e iniziano a sentirsi nervosi... Rassicuriamo subito i nostri lettori affetti da
panico: non si tratta di una propensione all’asfissia! E non sono i soli a sopravvalutare il bisogno di
ossigeno in uno spazio ristretto, poiché anche i soggetti che non soffrono di panico commettono il
medesimo errore, ma senza sprofondare nel terrore.261
Questa ipersensibilità sembra essere del resto un evidenziatore familiare di rischio di DAP con
agorafobia, dato che si è trovata con una frequenza elevata nei familiari di individui vittime del disturbo
panico.262 I familiari non presentano necessariamente paure che raggiungono un livello fobico, ma non ne
sono lontani e certe situazioni in cui hanno l’impressione che «manchi l’aria» possono sprofondarli in un
principio di panico. Questa fragilità esiste precocemente in certi bambini, e si potrebbe individuarla
attraverso irregolarità del loro ritmo respiratorio, presenti anche al di fuori dei periodi in cui si sentono
ansiosi.263 In effetti, una traduzione clinica di questa sensibilità è ben nota ai familiari di soggetti affetti
da panico: sentono molto spesso il bisogno di inspirare fortemente o di sospirare,264 hanno un ritmo
respiratorio piuttosto instabile e irregolare.265

Problemi con il modo di respirare


Tutto quello che abbiamo appena esposto spiega perché la respirazione sia uno dei capisaldi della cura
di pazienti che soffrono di DAP con agorafobia. Il paradosso è che questa tendenza all’iperventilazione,
ossia a respirare troppo a fondo e troppo forte quando si sentono ansiosi (in taluni casi è presente in
maniera cronica) è probabilmente un modo per prevenire l’abbassamento di CO2, che provoca però molti
effetti sgradevoli e riproduce sintomi fisici simili a quelli provati nella condizione di paura. Potete fare
voi stessi questo esperimento gonfiando con la bocca senza interrompervi una piscinetta per bambini o un
grosso pallone: dopo qualche istante avrete giramenti di testa e tutta una serie di altri piccoli sintomi
sgradevoli, come visione sfocata o macchie davanti agli occhi, formicolio alle labbra o alla lingua, il
cuore che accelera...
Per questo motivo il lavoro sulla respirazione e l’apprendimento di metodi detti di «controllo
respiratorio» sono di grande interesse per gli individui che soffrono di panico e che vanno soggetti a
questo genere di iperventilazione cronica.

Il rapporto tra il DAP con agorafobia e anomalie in materia di salute


A un dato momento sono state compiute numerose ricerche per tentare di individuare anomalie fisiche che
potessero spiegare gli attacchi di panico. Fu rilevata, per esempio, un’associazione anormalmente
frequente tra gli attacchi di panico e l’anomalia di una valvola del muscolo cardiaco, il prolasso della
valvola mitrale. Ma oltre al fatto che simili anomalie sono molto lontane dall’essere sempre associate
agli attacchi di panico,266 queste ricerche non devono essere considerate come tentativi di medicalizzare
totalmente il disturbo per eliminarne la dimensione psicologica.
È importante però tenerne conto perché questo significa che probabilmente esiste una base di sensazioni
fisiche anomale o fastidiose che possono alimentare le paure dell’individuo. È raro che queste ultime
«partano dal nulla». Per esempio, è stato dimostrato che molto spesso esistevano, nei soggetti affetti da
panico, e soprattutto negli agorafobi, piccole anomalie a livello dell’orecchio interno, responsabili in
particolare dell’equilibrio.267 Queste anomalie spiegano probabilmente la facilità con cui molte di queste
persone provano sensazioni di vertigine sollevando bruscamente la testa per guardare in alto. Oppure
perché si sentono impedite quando devono modificare la messa a fuoco visiva, per esempio osservando
un oggetto da lontano dopo aver fissato un oggetto da vicino e così di seguito più volte di fila. E la
gestione di questi piccoli disturbi dev’essere integrata nella terapia, uno dei cui scopi consiste
nell’imparare a «convivere»: un’anomalia non è un malattia.
È importante che gli individui che provano spesso un principio di panico imparino ad aver fiducia nel
proprio corpo e a non temere più un certo numero di piccole oscillazioni fisiologiche. Si tratta infatti di
espressioni della vita, che è un meccanismo biologico soggetto a irregolarità o a disfunzioni non
pericolose.
Per terminare con una nota positiva queste riflessioni sui legami mente-corpo, segnaliamo infine che il
miglioramento del DAP con agorafobia implica anche un miglioramento dello stato di salute fisico
percepito, ossia la sensazione di star bene nel proprio corpo.268

AFFRONTARE UN ATTACCO DI ANGOSCIA O UN MALESSERE

«Fu durante un viaggio in Birmania. Due giorni dopo il nostro arrivo, terminata la prima colazione in
albergo, presi l’ascensore che d’improvviso si bloccò tra un piano e l’altro. Le luci si spensero. Nessun
altro cliente si agitò, avevo accanto a me mio marito, eppure... Sentii salire dentro di me un’ondata di
panico assolutamente incontrollabile. Mi aggrappavo alla mano di mio marito, come per stritolargli
l’osso. Non mi era mai capitato di avere tanta paura. Eppure ho praticato sport in montagna, parapendio,
rafting, moto. Non sono una fifona. Ma quella volta pensai che fosse giunta la mia ora. Capii il significato
della parola ‘panico’. Fortunatamente, l’ascensore si sbloccò dopo qualche minuto. Ma quei minuti al
buio sono stati i peggiori della mia esistenza. Sentivo dilagare il terrore a ondate, soffrivo come se
qualcuno mi avesse affondato un coltello nella carne. Soprattutto mi sforzavo di non urlare. Non sapevo
perché. Non volevo apparire ridicola, naturalmente, ma c’era dell’altro: sentivo, a torto o a ragione, che
se avessi incominciato a urlare non sarei più riuscita a fermarmi, e sarei diventata completamente isterica
e incontrollabile. A un certo punto si riaccesero le luci e l’ascensore ripartì. Ero in piedi KO, stonata
come un pugile tempestato di colpi, o meglio, come qualcuno che sia appena scampato alla morte e che
rimane rigido, inebetito, ancora pietrificato, nella scia del terrore... Non ho più potuto riprendere
l’ascensore, nessun ascensore per tutta la durata del soggiorno. Oggi, a sei mesi di distanza, mi sento
ancora segnata dall’accaduto ogni volta che devo salire su un ascensore.»
Sylvaine venne da me per quell’unico attacco di panico. Voleva avere un parere, capire perché aveva
avuto quella crisi e soprattutto sapere che cosa fare se si fosse ripresentata. Simili attacchi di panico
sono frequenti. Nel caso di Sylvaine, già dotata di un temperamento ansioso, l’accesso di paura era stato
favorito dalla stanchezza legata al lungo viaggio e al jet-lag; da un consumo eccessivo di caffè nelle
quarantott’ore precedenti, per poter sopportare la stanchezza; da un lieve senso di insicurezza dato dal
trovarsi in un paese molto esotico e assai poco turistico. Una volta era venuto da me un pilota di linea per
raccontarmi che un principio di angoscia l’aveva colto mentre pilotava il suo Airbus affollato di
passeggeri. Aveva passato i comandi al copilota ed era riuscito a calmarsi. Ma era uscito molto scosso
da quell’esperienza di cui non aveva parlato con nessuno. Voglio anche precisare, per i lettori che hanno
paura dell’aereo, che oggi quel pilota non ha alcun problema!

Che fare in caso di attacco d’angoscia acuto?


Come abbiamo visto, capita a molte persone di avere, prima o poi, un attacco di panico. E la maggior
parte di loro non viene a consultare uno specialista. Tuttavia dovranno tener conto dei seguenti consigli...
In qualsiasi caso, davanti alla comparsa dei primi segni di paura, è importante ricordare che si tratta
«soltanto» di paura per impedire fin dall’inizio alla spirale panica di prendere il sopravvento. Per farlo
bisogna aver letto e integrato le informazioni scientifiche sulla nascita, la crescita e la diminuzione di un
ciclo di paura, così come l’abbiamo descritto nel terzo capitolo. Il primo obiettivo è non aggravare il
panico con l’agitazione. Primum non nocere, come scriveva Ippocrate.
È consigliabile respirare con calma, eventualmente tra le mani o in un sacchetto: questa manovra limita
la tendenza naturale all’iperventilazione in situazione di paura. Questo riflesso di iperventilazione,
destinato a dare ossigeno a un organismo che deve agire mediante la lotta o la fuga, è logico. Ma, come
abbiamo visto, favorisce il sopraggiungere di sintomi a loro volta angoscianti e può scatenare la spirale
panica. Una mia paziente, soccorsa dai pompieri per un principio di attacco di panico in un negozio,
aveva visto le proprie angosce impennarsi letteralmente quando i pompieri le avevano applicato una
maschera a ossigeno sul volto: aveva provato gli effetti di una iperventilazione di prima classe!
Altro consiglio: rimanere nella situazione, se è possibile, o ritornarvi rapidamente, per non sancire la
presenza, agli occhi del cervello emozionale, di un pericolo che non esiste. Sylvaine, per esempio,
avrebbe dovuto riprendere l’ascensore lo stesso giorno dell’accaduto. Per il pilota di linea la questione
non si era posta: doveva continuare a rimanere ai comandi.
Ultima raccomandazione: ripensare all’accaduto, con calma e nei particolari, per attribuire alla paura
ciò che le spetta, vale a dire l’essenziale del malessere. Se non si svolge questo lavoro, il falso allarme
viene inconsciamente considerato vero. E la paura ritorna alla grande non appena si presenta l’occasione.
In caso di dubbio, è comunque meglio consultare un medico. Ricorrendo all’abitudine e a un po’ di
intuito, noi medici possiamo cogliere la differenza tra vero e falso allarme. Ricordo un viaggio in TGV
durante il quale udii chiamare un medico con l’altoparlante dal controllore. C’era un uomo sulla
sessantina, fumatore, che si sentiva male. Quando mi vide arrivare, si affrettò a comunicarmi la sua
diagnosi: «Sono un po’ stanco e stressato in questi ultimi tempi». Ma pur essendo psichiatra, mi parve di
notare che aveva una brutta cera per essere soltanto ansioso. Chiesi dunque di far fermare il treno alla
prima stazione, dopo aver fatto chiamare un’ambulanza. Capii che lo contrariavo un po’, ma nel dubbio
preferivo un «falso positivo», ossia diagnosticare una malattia inesistente piuttosto che un «falso
negativo», e cioè sottovalutare un problema serio. Un’ora dopo la nuova partenza del TGV il controllore
venne a dirmi che il passeggero, in effetti, aveva avuto un infarto. Non mi sentii certo sollevato, tuttavia...

COME CURARE PANICO E PAURE AGORAFOBICHE

I farmaci
Le benzodiazepine riducono il panico, anestetizzandolo momentaneamente. Ma non possono evitare il
ritorno della paura. Hanno anche la tendenza a diventare quello che si definisce un «oggetto
controfobico» in molti pazienti: questi ultimi, anche se non le prendono, non vogliono separarsene, e le
tengono sempre a portata di mano «perché non si sa mai», in tasca, nella borsetta, nella scatola dei guanti.
Molti raccontano di aver avuto attacchi di panico dopo essersi accorti di aver dimenticato le compresse:
un istante prima, tutto filava liscio...
Gli antidepressivi a base di serotonina, di cui abbiamo già descritto l’azione, sono utili in caso di
attacco di panico, perché riescono quasi sempre a ridurlo drasticamente o a sopprimerlo
completamente.269 A condizione che siano ben tollerati dal paziente: in effetti, la loro ipersensibilità
interocettiva, ossia l’eccesso di attenzione dedicata alle proprie sensazioni fisiche, li predispone a
sentire tutti i possibili effetti collaterali. C’è anche un rischio di ricaduta quando si interrompe il
trattamento, soprattutto se durante il periodo di assunzione del farmaco non è stata intrapresa una
psicoterapia. In ogni caso il farmaco va assunto per almeno un anno.

La psicoterapia comportamentale e cognitiva


Questo nuovo approccio psicoterapico ha cambiato radicalmente la vita di numerose persone che
soffrono di attacchi di panico e di agorafobia. Si fonda su tutta una serie di tecniche che, associate le une
alle altre, danno risultati convalidati da numerosi studi scientifici.270

Accettare la dimensione psicologica del disturbo panico


Questa fase preliminare è importante. Quanto più l’individuo avrà compreso i meccanismi del suo
disturbo, tanto più si impegnerà, e anche con relativa facilità, nelle tecniche di esposizione che gli
creeranno una forte angoscia: le paure così provate sono paure vere, fisicamente paragonabili a quelle
che potrebbe provare un soggetto che non soffra di disturbo panico introdotto in una gabbia con tre tigri,
anche se gli assicurano che non corre alcun rischio, perché le tigri hanno appena fatto colazione...

Imparare tecniche di controllo respiratorio e di rilassamento


Dopo aver spiegato che l’iperventilazione può aggravare le sensazioni di paura e di angoscia, il terapeuta
insegna al paziente come adottare un ritmo respiratorio regolare, di solito sulla base di sei cicli di
inspirazione-espirazione al minuto. Si inspira lentamente per cinque secondi, si conta mentalmente «uno-
due-tre-quattro-cinque», e poi si espira lentamente per i cinque secondi successivi. Si può anche
proporre una breve pausa di un secondo tra ciascuna inspirazione ed espirazione e viceversa. La
descrizione di queste tecniche si trova nell’Appendice.
I metodi di rilassamento, a loro volta descritti nell’Appendice, possono aiutare, ma da soli non bastano.
Il loro scopo è insegnare a limitare il salire dell’angoscia e non impedirne la comparsa.

Spezzare la spirale panica


Il lavoro sulla concatenazione dei pensieri angoscianti si compie con l’aiuto di tecniche cognitive:
discussioni con il terapeuta sulla pertinenza dei pensieri automatici e delle interpretazioni ansiose (le
cognizioni), ridimensionamento delle convinzioni inquietanti... Ma per quanto utili e necessarie possano
essere, queste discussioni non rappresentano che un momento preliminare, e devono sempre essere
seguite dal confronto. In effetti, lavorare soltanto sulle cognizioni «fredde» (senza attivazione emotiva)
non è efficace, e non potrà diventarlo fintantoché non si lavorerà anche sulle cognizioni «calde», quando
il senso di paura inizia a scemare...

Modifica delle convinzioni inquietanti in una paziente affetta da panico e agorafobia

Convinzioni prima della terapia Convinzioni dopo la terapia

Se ho un principio di vertigine, sicuramente perderò i Ho spesso leggeri capogiri; mi indispongono, ma non è grave. Di solito capita
sensi. quando sono stanca o stressata.

Tutti questi principi di malessere sono la prova che ho Ho queste manifestazioni da anni, e tutti i miei esami sono normali: è fastidioso,
una malattia grave, e finirò per morirne. ma è evidente che non mi condurrà alla morte.

Quando incomincia, non posso farci niente, tranne Se rimango nella situazione e respiro con calma, finisce per passare. Se non
fuggire o imbottirmi di tranquillanti. arretro davanti all’angoscia, è sempre lei che finisce per arretrare.

Liberarsi del trauma: l’esposizione mediante immaginazione al ricordo degli attacchi peggiori
Molti pazienti evitano accuratamente i ricordi degli attacchi di panico, che in tal modo, come sempre
quando si evita, mantengono intatta la loro capacità di impaurire. Poiché questi ricordi si risvegliano
automaticamente a ciascuna nuova ondata di paura, è fondamentale averli «spazzati via», affinché, per il
nostro cervello emozionale, siano soltanto ricordi, e non sensazioni attuali, come accade con i ricordi
traumatici, qualunque origine abbiano: la sensazione di paura è stata rinchiusa ancora «viva», insieme al
ricordo, e si risveglia a ciascuna evocazione di quel ricordo...
Perché i pazienti attuino questo confronto, si chiede loro di raccontare con precisione, e con molti
dettagli sensoriali, questi attacchi iniziali, che solitamente sono i più intensi e i più traumatici. Si invita
poi il soggetto a scriverli e a rileggerli con regolarità, fino a quando si accorgerà che sono soltanto brutti
ricordi, e non fanno parte delle emozioni attuali. È quello che ho fatto con Sophie, di cui vi ho presentato
il racconto all’inizio del capitolo. Capita anche di far registrare il racconto su un supporto audio, affinché
il paziente possa ascoltarlo ripetutamente tutti i giorni, per usare regolarmente la reazione di paura.

Provocarsi da soli i propri sintomi fisici: l’esposizione alle sensazioni temute


Si tratta sicuramente di una delle modalità di cura che stupiscono maggiormente gli individui che non
conoscono le tecniche comportamentali: che cosa cerca di provocare il terapeuta che chiede ai suoi
pazienti di soffiare in una cannuccia o che li fa ruotare a gran velocità su una poltrona girevole?
Cerca di innescare nei pazienti sensazioni fisiche che suscitano timore, di cui i pazienti hanno molta
paura, che li fanno piombare nel panico! Ecco gli esercizi che pratichiamo più spesso, in funzione delle
sensazioni temute:271

• Far rimanere i pazienti in piedi a lungo (da 20 a 40 minuti). Di solito pensano di non poter resistere più
di 3 minuti senza sentirsi male.
• Farli ruotare su se stessi (da 1 a 2 minuti) con l’aiuto di una poltrona girevole, o su un piede solo, come
dervisci danzanti. Scopo perseguito: non aver più una paura panica delle sensazioni di vertigine
scatenate da questa situazione (vale per tutti, anche per il terapeuta, ve l’assicuro...).
• Far loro girare rapidamente il capo da destra a sinistra (da 1 a 2 minuti) allo stesso scopo.
• Farli iperventilare (da 1 a 2 minuti) chiedendo loro di respirare molto forte e piuttosto in fretta. Posate
questo libro e provate...
• Farli respirare in un tubo o in una cannuccia, con il naso tappato (da 1 a 2 minuti), per innescare le tanto
temute sensazioni di mancanza d’aria.
• Per coloro che temono di sentire il cuore battere forte o in fretta: salire le scale rapidamente o inspirare
con forza, eseguire flessioni (da 5 a 10 minuti). Poi concentrarsi sul battito cardiaco e rendersi conto
che non accade niente di grave, e che il cuore è in grado di tornare in uno stato di calma da solo.

Riconquistare il territorio: l’esposizione alle situazioni evitate


Si tratta di un tipico procedimento di esposizione alle situazioni temute, che generalmente segue la fase
precedente, e dipende dall’importanza delle paure agorafobiche. Per alcuni si tratta, inizialmente, di
uscire di casa da soli e di estendere a poco a poco il proprio territorio, una strada dopo l’altra. Per altri
significa ricominciare a usare i mezzi pubblici: prima una, poi due, poi tre fermate di autobus o stazioni
del metrò, oppure di ricominciare a guidare l’auto e spingersi sempre più lontano, stando via sempre più
a lungo. Per altri ancora occorre imparare a pazientare, in piedi in coda ad aspettare. Ricordo di aver
accompagnato un mio paziente in un grande magazzino vicino all’ospedale. Era inchiodato davanti
all’espositore degli spazzolini da denti da una mezz’ora, mentre io andavo e venivo nelle vicinanze,
lasciando che gestisse le sue paure senza allontanarmi troppo, perché era la prima volta che
sperimentavamo quella situazione sul campo. Ma le nostre manovre avevano attirato l’attenzione dei
sorveglianti del grande magazzino, che d’improvviso si avvicinarono per chiederci se eravamo in
difficoltà. Il mio paziente e io tenemmo loro una breve lezione sugli attacchi di panico: non posso
garantire che ne siano rimasti entusiasti, ma a noi garantì da quel momento in poi una relativa tranquillità,
durante i nostri esercizi ai grandi magazzini...

Mantenimento dei risultati acquisiti: viva lo sport!


La pratica regolare di uno sport è utile per il disturbo panico: in particolare abitua i pazienti a non aver
più paura delle loro sensazioni fisiche. Tuttavia, chi è affetto da panico, temendo queste sensazioni, ha
piuttosto la tendenza a evitare l’attività fisica.272 La pratica regolare di un esercizio fisico, invece, riduce
la sintomatologia.273 Anche in questo caso, come nell’esposizione, i più efficaci sono i piccoli esercizi
regolari, e non tanto le grandi imprese distanziate nel tempo.

MI COLSE UN BRIVIDO DI PAURA...

È probabile che le crisi di angoscia siano sempre esistite. Nella Bibbia, per esempio, se ne trovano
numerose descrizioni. Ecco un brano del Libro di Giobbe (4,14):

Terrore mi prese e spavento
e tutte le ossa mi fece tremare;
un vento mi passò sulla faccia,
e il pelo si drizzò sulla mia carne...

Tuttavia è lecito domandarsi se queste paure legate alla sensazione costante di insicurezza, legate alla
paura di malori gravi e tali da indurre a poco a poco l’agorafobia non siano più invalidanti oggi di un
tempo. La vita moderna esige in effetti spostamenti molto frequenti, come prendere la propria auto o i
mezzi pubblici per andare al lavoro o a fare acquisti, usare l’aereo o il treno per viaggi di lavoro o
vacanze. Nelle società di un tempo, più sedentarie, soffrire di panico era probabilmente molto meno
invalidante di quanto non sia oggi nelle nostre società in cui la mobilità è all’ordine del giorno. Ne
consegue un forte disagio e una grossa richiesta di aiuto da parte di individui colpiti da queste paure.
Ma un’altra ragione che induce i terapeuti ad appassionarsi a questo disturbo è la sua dimensione
metafisica: quelli affetti da panico sono pazienti con cui capita spesso di «discutere di filosofia». Le loro
angosce sulla vita e la morte, sulla salute e la malattia, sull’autonomia e la dipendenza, li inducono,
sebbene con una certa forzatura, a riflettere su tutto ciò che è fondamentale per l’essere umano: il senso di
perdita di controllo sulla propria esistenza, tutte le forme di vertigine esistenziale, le lacerazioni
nell’ordine apparente delle cose, la presa di coscienza brutale della nostra fragilità, fisica, mentale... Ne
consegue la loro consapevolezza ossessiva del carattere effimero della vita, la paura della morte e della
follia. Tutti gli esseri umani hanno in sé queste paure, ma la maggior parte riesce a non pensarci o a non
agitarsi pensandoci. Ma gli individui affetti da panico non riescono a dimenticarsene. E come sempre,
una volta riusciti a superare la paure, trarranno proprio da questo la loro forza e la loro ricchezza: la loro
vita può così diventare più piena di quella di molti non fobici...
Capitolo 10

ANCORA TANTE ALTRE PAURE...

Paura di morire, di ammalarsi, di fare rumori con la pancia, di vomitare, di soffocare, di


partorire, di fare l’amore, di colpire qualcuno a cui si vuol bene...
Le paure sono innumerevoli, poiché i pericoli che ci minacciano o che noi incarniamo
sono a loro volta innumerevoli.
Questa creatività della paura, che si manifesta attraverso tutte queste maschere, ha un
solo rimedio e un solo antidoto: la creatività del terapeuta e quella del suo paziente,
entrambi impegnati in una lotta, estenuante ma appassionante, per ricondurre queste
paure eccessive alla ragione.
Poi si potrà trarne il meglio: la paura della malattia e la paura della morte sono leve
straordinarie per riflettere sulla salute e sulla vita. Ma prima bisogna far curvare loro
la schiena...

___

«Non voglio accedere all’immortalità grazie alla mia opera, voglio accedervi non morendo.»
Woody Allen


«Dottor Christophe André, fobologo.»

Tra le lettere che ci pervengono presso l’ospedale ce ne sono alcune che recano indirizzi o titoli
fantasiosi. Ma era la prima volta che mi capitava di avere in mano una lettera che citava quel diploma
honoris causa, chiaramente immaginario, di fobologo, specialista in paure e fobie. Ne rimasi incantato e
tuttora conservo quella busta nel mio studio al Sainte-Anne. Effettivamente, come molti miei colleghi, ho
visto paure e fobie di ogni tipo...

PSEUDOPAURE E FALSE FOBIE

Certe paure eccessive sono dovute in realtà ad altre malattie. Per esempio, è noto che una forma
particolare di epilessia, detta temporale, può causare accessi di panico improvvisi e violenti senza un
motivo specifico, fatta eccezione per la stanchezza e i turbamenti della psiche, che possono effettivamente
favorirli ma non scatenarli.274 In rari casi, una violenta paura del buio nel bambino può essere in realtà
dovuta a una malattia genetica degli occhi: la retinopatia.275 Ma ritrovare una causa organica precisa per
le manifestazioni di paura rimane pur sempre abbastanza eccezionale.
Certe paure invalidanti, invece, spesso possono insorgere come complicanze di malattie o problemi
fisici preesistenti. Una volta ho conosciuto un paziente che mi colpì molto: aveva una fobia sociale
secondaria, causata da un’infermità motrice cerebrale. Come conseguenza del suo handicap cerebrale,
Emmanuel soffriva di disturbi gravi nella deambulazione: camminava a fatica, con un’andatura
«ciondolante». Presentava disturbi della motricità fine: stentava a prendere gli oggetti, e soprattutto
aveva problemi di affabulazione. Si esprimeva a fatica, in modo frettoloso e brusco, e per capire quello
di cui soffriva bisognava essere abituati ad ascoltarlo ed essere dotati di una certa pazienza. Tuttavia
valeva la pena di fare quello sforzo, perché era un ragazzo molto intelligente e molto caro. Era anche
coraggioso: viveva a Parigi da solo, aiutato dai vicini di casa e dagli amici in numerosi compiti
quotidiani, perché non aveva voluto continuare a dipendere dalla sua famiglia che viveva nel Nord della
Francia.
Emmanuel aveva un temperamento allegro e curioso, e adorava sedersi nei caffè all’aperto a
sorseggiare un bicchiere mentre guardava la gente passare. Oppure, quando poteva permetterselo, gli
piaceva andare a fare un buon pranzo al ristorante. Sfortunatamente per lui, il suo handicap motorio
giocava a suo sfavore: più volte capitò che si rifiutassero di servirlo oppure, il che era poi lo stesso, che
si «dimenticassero» di servirlo. Se ordinava una bevanda alcolica, com’era suo diritto in qualità di
cittadino adulto e responsabile, a volte si vedeva opporre una resistenza passiva o un discorso
paternalistico sul «suo stato che non lo consentiva». In breve tempo Emmanuel iniziò a temere queste
sequenze tanto spesso ripetute, che gli guastavano uno dei piaceri che gli offriva la sua esistenza parigina.
Finì per temere di recarsi in locali in cui non lo conoscevano, a causa di quelle che definiva, con molta
intelligenza e autoironia, le sue «handicapaure». Aveva del resto sviluppato una strategia di
pianificazione delle sue comparse in quei luoghi: qualche giorno prima scriveva una lettera ai
responsabili del bar o del ristorante, in cui spiegava il suo disturbo precisando che, malgrado la sua
motricità e la sua dizione confuse, era perfettamente lucido e responsabile. In breve, che non avessero
paura di lui e del suo handicap!
Se gli handicappati possono, sfortunatamente, far paura, sono spesso a loro volta vittime di paure legate
agli sguardi rivolti alla loro persona. Qualsiasi forma di handicap visibile da altri può dunque costituire
il terreno per paure sociali invalidanti: esistono per esempio casi di fobia sociale secondari a malattie
quali il Parkinson, in cui i pazienti sviluppano una paura eccessiva dello sguardo sociale rivolto ai loro
tremori e alla loro incapacità.276 Il 30% circa degli individui affetti da «tremore essenziale», di origine
spesso genetica, sviluppa sintomi di fobia sociale.277
Tra le paure legate a malattie organiche, citiamo la chinesifobia, la paura di muoversi e di compiere
certi movimenti, frequente almeno transitoriamente negli individui che hanno sofferto di dolori reumatici
acuti, come forme gravi di sciatica. E per estensione la psicochinesifobia, la paura di compiere
operazioni mentali, presente in particolare negli emicranici che temono, così facendo, di scatenare nuovi
attacchi:278 la parola d’ordine, in questi casi, è soprattutto non far lavorare la testa! Queste paure si
inseriscono nell’ambito più generale delle algofobie, le paure del dolore, che, per esempio, inducono
molti a rimandare l’appuntamento dal dentista! Talvolta sono la conseguenza di cure precedenti effettuate
senza riguardo.
Molte paure e fobie possono anche essere ricondotte alle tre grandi famiglie che abbiamo considerato
nei capitoli precedenti. Per esempio le paure di arrossire, di sudare, di tremare sono tutte collegate alle
paure e alle fobie sociali, come già abbiamo visto.
Le grandi famiglie di paure presentano sempre alcune varianti culturali. In Giappone la fobia sociale ha
le sembianze del Taijin-Kyofusho, la paura di disturbare gli altri con un comportamento sociale
inadeguato:279 non sorridere bene, per esempio. Caratteristica culturale: non ho paura di apparire
imbarazzato (la paura di non essere all’altezza è tipica degli occidentali), ma di mettere in imbarazzo gli
altri (non rispettare le regole di integrazione in un gruppo è un problema più tipicamente orientale).
Analogamente, gli attacchi di panico negli eschimesi riguardano solo raramente situazioni come il
metrò, l’attesa in coda o gli imbottigliamenti sulla tangenziale. Si esprimono invece mediante la «fobia
del kayak»: la paura di partire con il proprio kayak per andare a caccia di foche («e se mi venisse un
malore mentre sono laggiù, tutto solo dietro quel grosso iceberg?»).
Ma l’esotismo esiste anche da noi: la fobia dei fantasmi e degli spettri fonde insieme elementi di paura
del buio, di paura della morte e di paura della solitudine; segnaliamo anche la paura di essere sepolti
vivi, nei claustrofobici e in coloro che soffrono di panico...
In questo capitolo affronteremo da una parte paure e fobie rare o particolari, che non possono essere
ricondotte a nessun altro gruppo perché rappresentano per l’individuo che ne è colpito il problema
centrale, realmente imbarazzante. Dall’altra paure e fobie che si inseriscono in realtà nell’insieme di
certe malattie ansiose particolari, di cui le paure rappresentano soltanto una parte.

PAURE E FOBIE RARE O POCO CONOSCIUTE

La paura di soffocare mangiando o bevendo


La paura del soffocamento è relativamente diffusa: gli individui che ne soffrono non sopportano di dover
inghiottire alimenti che non siano semiliquidi oppure a piccoli bocconi, masticati a lungo. Difficilmente
sopportano di avere qualcosa di duro in bocca: magari riescono a utilizzare lo spazzolino da denti, ma
non tollerano le cure dentarie. Fanno fatica anche ad assumere compresse e perle troppo grosse. Non
possono portare il dolcevita, la cravatta, e sono molto angosciati non appena contraggono una forma
blanda di angina o un’infezione otorinolaringoiatrica, che procura loro una sensazione inquietante di
difficoltà respiratoria. Il loro incubo peggiore è ovviamente morire soffocati da un boccone andato di
traverso o vittime di un edema della glottide dopo esser stati punti da una vespa nascosta in un grappolo
d’uva.

La paura di vomitare in pubblico


Vedo abbastanza spesso individui che hanno paura di vomitare in pubblico dopo aver mangiato, il che li
costringe a non mangiare prima di una situazione sociale. Presentano abbastanza spesso altre paure
sociali, ma talvolta la paura di vomitare è isolata.
Una mia paziente, che chiameremo Charline, non mangiava mai prima di uscire di casa: durante la
settimana, dunque, si nutriva soltanto di sera. Se doveva mangiare in presenza di altri e soprattutto se poi
doveva rimanere con loro il tempo della digestione, si preoccupava di consumare soltanto farinacei come
riso, pasta, pietanze a base di patate perché aveva l’impressione che in caso di nausea avrebbero opposto
maggiore resistenza. Faceva di tutto per mangiare alimenti poco colorati, dunque spaghetti alla carbonara
invece che al ragù: in caso di guai, sarebbero stati meno ripugnanti e meno spettacolari. Durante la cura,
la terapeuta che si occupava di lei le chiedeva di recarsi da lei dopo mangiato, poi scendevano insieme
per strada, andavano nei negozi, sul metrò ecc. Durante certi esercizi, la paziente doveva chiedere in un
caffè: «Per favore dov’è la toilette, devo vomitare...», per poi andarci e restarvi «come se». Quindi ne
usciva e chiedeva al cameriere un asciugamani. Dopo sei mesi circa, le sue paure erano nettamente
diminuite. Ricominciò ad accettare inviti a pranzo fuori casa e a consumare diversi cibi fino a quel
momento «proibiti».

La paura di fare rumori con il ventre, peti o di perdere feci o urina


Leggendo questo libro vi sarete probabilmente accorti che, in terapia comportamentale, ci capita di fare
cose bizzarre. Ma uno dei momenti più bizzarri della mia carriera di fobologo fu probabilmente la terapia
di Isabelle.
Isabelle era una giovane donna di una trentina d’anni ed era venuta da me per una fobia sociale.
Discutendo con lei, avevo l’impressione che le paure sociali di cui mi parlava fossero, alla fin fine, poco
importanti, mi sembrava che ci fossero altri problemi più urgenti da risolvere a livello della sua
personalità, e iniziai a dirglielo, ma lei mi interruppe: «Be’, veramente, dottore, se mi trovo così spesso a
disagio in queste situazioni è perché... Ho paura che mi sfugga un peto». Isabelle aveva paura di fare
rumori con il ventre, ma soprattutto di «petare» in pubblico. Com’era possibile che quello che per la
maggior parte della gente è soltanto un semplice imbarazzo fosse diventato oggetto di paure gravi per
quella giovane donna?
Secondo Isabelle, le sue paure derivavano da una forte umiliazione subita durante l’adolescenza. Sotto
l’effetto della tremarella, aveva avuto un incidente di quel genere al liceo, mentre andava alla lavagna. Il
professore e tutta la classe l’avevano presa in giro pesantemente. Ma la cosa peggiore era che molti
ragazzi della classe da quel giorno avevano incominciato a imitare il rumore di un peto con la bocca ogni
volta che lei passava loro vicino, o peggio ancora, ogni volta che veniva chiamata alla lavagna. E poiché
la storia aveva fatto rapidamente il giro del liceo, Isabelle era stata oggetto di numerose prese in giro,
tanto che i suoi genitori la ritirarono dalla scuola. Ma ormai il guaio era fatto.
Isabelle era senza dubbio molto sensibile, molto emotiva. Era insicura, e si mostrava piuttosto riservata
e diffidente quando incontrava qualcuno per la prima volta. Ma quei tratti caratteriali non erano a un
livello patologico. Erano soltanto fonte di imbarazzo, e del resto lei stessa dichiarava: «Ho già fatto due
terapie, che mi hanno aiutato a ritrovare fiducia in me stessa, ma che non hanno neppure scalfito la mia
fobia». Le spiegai allora, come sempre in simili casi, in che cosa sarebbe consistito il nostro lavoro: in
linea generale, non vergognarsi più di produrre gas addominali, e andare a farne per la strada, sul metrò,
nelle sale d’attesa ecc. Probabilmente quella volta non riuscii a essere molto convincente, perché
Isabelle non si presentò all’appuntamento successivo, e non sentii più parlare di lei per un anno circa. Poi
si rimise in contatto con me, un po’ imbarazzata: «Mi ha fatto troppa paura, l’ultima volta, con i suoi
esercizi. Non volevo fare niente di simile, preferivo tenermi la mia fobia. Ma poi... Ho incontrato
qualcuno. E ho una paura terribile che mi capiti con lui!»
Qualche mese dopo iniziammo la terapia. Prima di tutto esplorammo le sue paure: in caso di gas
addominale, Isabelle temeva di essere catalogata come ripugnante e maleducata. Lei mi assicurava di non
aver mai sentito nessuno fare peti in società, a parte lei. Confessò di avere soprattutto paura di rivivere lo
stesso genere di prese in giro che aveva subito al liceo. Passammo dunque due intere sedute a rievocare
proprio quel periodo, a farlo rivivere nei più piccoli dettagli sensoriali ed emotivi, come facciamo
sempre in simili casi per «ripulire» i ricordi traumatici. Poi compilammo un elenco di pensieri che è
plausibile che la gente formuli di fronte a qualcuno che faccia un peto in pubblico, come: «Be’, c’è gente
che non prova il minimo imbarazzo». Questo per valutare con calma l’importanza e la portata esatta del
problema.
Poi iniziammo a preparare qualche esercizio: chiesi a Isabelle di acquistare in un negozio di scherzi e
giochi un petofono, una specie di pallone gonfiato che si può posare su un cuscino e che imita il rumore
dei peti. Ci esercitammo a produrre quei rumori durante la visita. E ad imitarli anche con la bocca.
Procedemmo a qualche piccolo gioco di ruolo, in cui Isabelle rispondeva a eventuali sguardi seccati con
un grande sorriso e con un: «Mi scusi, in questo momento sono un po’ gonfia». Esortai Isabelle a parlare
del suo problema con le sue due migliori amiche. Non aveva mai parlato con nessuno di quella sua paura.
Soltanto i suoi genitori ne erano al corrente.
Durante la seduta successiva uscimmo con il petofono. Producemmo rumori anatomici vari sul metrò,
poi nella hall di un grande albergo vicino all’ospedale, poi in un grande magazzino. All’inizio ero io a
correre il rischio, ma poi Isabelle si lanciò. Doveva fare il rumore continuando a guardare negli occhi la
gente che la circondava. Un’ora dopo, Isabelle aveva capito il messaggio: petare è un fatto socialmente
fastidioso, ma pur sempre gestibile...
Ma ora bisognava esporsi a un rischio vero e proprio. Da sempre Isabelle evitava accuratamente gli
alimenti che favoriscono le fermentazioni digestive che sono all’origine del gas: fagioli bianchi,
lenticchie, cavoli, cipolle ecc. Il suo compito era dunque ricominciare a consumarne. Nel frattempo
aveva trovato il coraggio di parlare delle sue paure a un’amica, la quale le confidò che talvolta capitava
anche a lei perché soffriva di aerofagia. Un sabato pomeriggio uscirono insieme a far compere e si
presero in giro a vicenda, nei negozi, sull’autobus, in pubblico, con tono aggressivo: «Hai fatto un peto!
No, sei stata tu!», seguito da un attacco di ridarella... Quando Isabelle me lo raccontò, capii che era
guarita. Qualche anno dopo, nella camera di una delle mie figlie, mi capitò tra le mani un piccolo libro
per bambini intitolato Encore toi, Isabelle? che raccontava la storia di una bambina timida e complessata
perché faceva rumori con il ventre.280 Ma non l’aveva scritto Isabelle...
Non tutte le storie di paure di questo genere hanno necessariamente uno svolgimento così positivo.
Capita abbastanza spesso che le paure imperniate sui rumori del tubo digerente, sui gorgoglii o sui gas
addominali sopravvengano nell’ambito di disturbi della personalità più importanti di quelle di Isabelle.
Questi «borborismi» (dal greco borborygmos, rumore dell’intestino) devono dunque essere curati
tenendo conto della fragilità del paziente che ne soffre: gli esercizi di esposizione possono innescare
emozioni piuttosto violente.
Quanto alla paura di perdere le feci in pubblico, è evidente che si prestano meno bene a simili
drammatizzazioni. Ma anche in questo caso sussiste la necessità di un confronto progressivo con il
rischio teorico di diarrea: bisogna riprendere a consumare frutta e verdura fresca, che i pazienti in
generale evitano da anni. Va detto che quando queste paure sono estreme, il rischio di diarrea
psicomotoria esiste realmente, non è soltanto virtuale. È noto per esempio che, sotto l’effetto di una paura
violenta, molti giovani soldati della guerra del 1914-18, al momento di andare all’assalto e di uscire
dalle trincee, presentavano un fenomeno di questo genere che veniva chiamato laconicamente la «diarrea
del giovane coscritto». È dunque necessario far lavorare questi pazienti su altre forme di vergogna e di
paura sociale, per iniziare a insegnare loro come «stancarle» e smussarle. Quindi bisogna che si
esercitano ad affrontare la situazione: uscire con un paio di pantaloni o un abito di colore chiaro; poi
macchiato sul dietro; entrare in un bar e farsi dire dov’è la toilette precisando «ho avuto un piccolo
incidente», senza cercare di nascondere la macchia ecc. L’idea di base, come appare evidente, è
esercitarsi ad assumersi la responsabilità di un episodio chiaramente imbarazzante per tutti, ma di cui non
si deve accettare che sia all’origine di una paura che sciupa una vita intera. Con la paura di perdere le
urine il procedimento è il medesimo.
Se esiste un handicap reale a questo livello, spiego ai miei pazienti che non devono punirsi per questo e
condannarsi, a causa delle loro paure e dei loro evitamenti, a quello che chiamo un «duplice tormento»:
inutile aggiungere al problema anatomico, che non possono assolutamente modificare, sentimenti di paura
e di vergogna, che spetta invece a loro gestire.

La paura della caduta e degli spazi aperti


Le fobie del camminare sono abbastanza frequenti nelle persone anziane poco autonome, che temono le
conseguenze di una caduta, o che sono già cadute, e talvolta hanno dovuto attendere i soccorsi per ore o
persino per giorni. Queste paure sono spesso invalidanti, perché gli anziani finiscono per rinunciare alle
passeggiatine e alle uscite necessarie al loro equilibrio fisico, mentale e sociale. Queste paure aumentano
di fronte agli spazi aperti e possono assomigliare a quelle degli agorafobi.281 Ma la fobia di scivolare
esiste anche in soggetti giovani: una paziente che aveva paura di cadere, non poteva mettere calze o
collant per timore che non aderissero bene alle scarpe. Gary Larson, celebre cartonista americano,
basandosi probabilmente su un incubo infantile, illustrò una fobia analoga, la lupuslipaphobia,
neologismo che lui stesso aveva creato dal latino lupus, lupo, e dall’inglese slip, scivolare, per indicare
«la paura di essere inseguito dai lupi dei boschi intorno al tavolo di cucina mentre indossa solo i calzini
e sul pavimento è stata messa la cera»...282

La paura di partorire, o tocofobia


I medici conoscono ormai da molto tempo la tocofobia, dal greco tokos, «parto». Occorre ricordare che
si fonda su una realtà storica precisa: fino alla scoperta delle moderne regole di igiene – lavarsi le mani
prima di far partorire la paziente è un’idea che risale a meno di due secoli fa – e poi a quella degli
antibiotici, la morte di parto era abbastanza comune tra le donne. All’epoca poteva dunque esserci
qualche motivo per essere tocofobe. Ormai la medicalizzazione dei parti ha reso un’eccezione il decesso
per questa causa, ma la paura del parto sembra ancora abbastanza diffusa, benché se ne ignori la
frequenza esatta.283
Può essere «primaria», ossia presentarsi prima di un’esperienza personale di parto. Per non correre
rischi, le donne che ne soffrono talora evitano i rapporti sessuali, e comunque ricorrono a una
contraccezione rigorosa. Quando il desiderio di avere un bambino ha la meglio sulla paura, le donne
cercano spesso un ginecologo comprensivo che acconsenta a sottoporle al parto cesareo.
Ma la tocofobia può anche essere «secondaria», ossia presentarsi in seguito a un parto difficile con
sofferenza neonatale o morte del neonato, o anche con incidente ostetrico. La paura può anche estendersi
a tutto ciò che evoca la situazione temuta e causare per esempio un malessere intenso davanti a fotografie
o racconti di parto. Il modo di curare queste pazienti è ancora oggetto di conoscenze frammentarie.

La paura dei rapporti sessuali


Al contrario della paura precedente, i timori e le paure che gravitano attorno al rapporto sessuale sono
stati oggetto di parecchi studi da parte dei sessuologi e per guarirli si può ricorrere a numerosi trattamenti
efficaci.284 Nella donna, la paura più frequente è il vaginismo, ossia il timore della penetrazione, che
provoca una contrazione istintiva incontrollabile dei muscoli della vagina. Nell’uomo si verifica invece
la paura di non riuscire ad avere l’erezione o la paura dell’eiaculazione precoce, che hanno come
caratteristiche essenziali di essere modelli abbastanza puri di paure autorealizzate: la paura favorisce la
comparsa di ciò che si teme. Queste paure sono vicine a quelle che provano sportivi e artisti e che
vengono denominate «ansie da prestazione», la cui angosciosa e lancinante domanda centrale è: «Sarò
all’altezza?»
Un mio amico psichiatra, specialista in disturbi ansiosi, faceva spesso una battuta sul «disturbo
penico», alludendo al disturbo panico, per descrivere l’agitazione molto forte che si impossessa di alcuni
pazienti al momento del rapporto sessuale. In seguito alla liberazione sessuale le donne, a loro volta, si
sono dovute confrontare sempre più spesso con paure riguardanti una prestazione sessuale soddisfacente,
o quanto meno una sessualità normale: «Ho abbastanza orgasmi? Sono abbastanza intensi? E io, sono
sufficientemente sexy per il mio compagno?» Queste paure legate al sesso reagiscono bene agli elementi
fondamentali delle terapie comportamentali e cognitive: informazione, risoluzione del senso di colpa,
confronto progressivo con il partner nelle situazioni temute. A condizione tuttavia che non siano associate
a segreti non confessati al compagno: perdita del desiderio a causa di relazioni extraconiugali ecc.

Paure e fobie rare e atipiche


Percorrendo la letteratura sulle paure e sulle fobie, si trova una specie di inventario alla Prévert: ci sono
veramente paure di ogni genere! Si può aver paura delle bambole, della neve, dei fiori, delle farfalle, dei
crocefissi, dell’estasi... La relativa rarità di queste paure le rende ancora poco conosciute, e a parte le
millanterie degli psichiatri e degli psicologi, non è possibile generalizzare a questo proposito.
Esistono anche avversioni forti, un po’ come quella per il gesso o per l’unghia che stride sulla lavagna,
o su una superficie metallica opaca. Per esempio, alcune persone non sopportano il contatto della seta o
dell’ovatta: i loro evitamenti sono categorici, ma non ubbidiscono a una logica della paura. Si tratta più
che altro di una forma di disgusto. Anche certi odori possono scatenare autentici malesseri: sono stati
descritti casi di avversione al profumo delle rose. Esistono pochi studi a questo proposito, ma è risaputo
che il disgusto fa parte di certe fobie (piccioni, insetti, sangue), a fianco della paura.285
In generale, più la fobia è strana o rara, più il fobologo è prudente! Soprattutto quando la paura si
smarca decisamente dalle proprie radici e dalle proprie funzioni evolutive logiche: allontanarci da
qualcosa di pericoloso per la nostra specie. Nel caso di paure strane è dunque possibile che si tratti di
sintomi che fanno parte della schizofrenia o dei disturbi della personalità, come gli stati borderline.
Oppure di ansie bizzarre in persone «normali», talvolta spiegabili, ma non sempre, con la loro storia
intima o familiare.

La cura delle paure rare


In altri tempi molti psicoterapeuti evitavano di iniziare un lavoro direttamente imperniato sulla fobia,
come in quel caso passato alla storia di fobia delle bambole, che richiese quattro anni di psicanalisi e
quasi settecento ore di divano.286 Attualmente si ritiene che il lavoro diretto sulla fobia, compiuto da un
terapeuta esperto, ossia capace di distinguere tra fobia vera, sensibile alla TCC, e pseudofobia, che può
anche essere refrattaria, si rivelerà invece efficace e utile.

PAURE E FOBIE SINTOMATICHE DI ALTRE MALATTIE DELL’ANSIA

In quasi tutte le malattie psichiche si possono ritrovare paure e fobie: nella depressione, nella
schizofrenia ecc. Ma le più frequenti in questo contesto, che ora esamineremo, appartengono alla famiglia
delle angosce ossessive.
L’ansia è l’anticipazione della paura. Si accompagna spesso a strategie di controllo dell’ambiente e a
molteplici precauzioni per tentare di impedire la comparsa dei problemi temuti. In tutti gli individui
fobici esiste una dimensione ansiosa: più la fobia è intensa e il suo oggetto onnipresente, più le ossessioni
ansiose sono numerose. Sono per esempio al massimo nella fobia sociale (impossibile evitare tutti i
contatti sociali) o nel disturbo panico (impossibile prevedere un malessere). Sono invece moderate nelle
fobie di animali o del vuoto, perché in questi casi è più facile sapere che non ci si troverà a confronto con
l’oggetto della paura. Tuttavia, può capitare che queste ossessioni ansiose diventino il problema
principale, più importante della paura stessa, come nelle difficoltà che ora esamineremo...
In queste malattie compaiono effettivamente paure immotivate di qualcosa, e tentativi di evitare di
affrontarle. Ma si trovano anche frequenti rimuginii e i cosiddetti «pensieri intrusivi»: il soggetto non può
impedirsi di pensare, spesso e in maniera ripetitiva, a ciò che teme, anche quando ne è lontano.
Analogamente, le sue paure sono più «ambivalenti» che nelle apprensioni di cui abbiamo parlato in
precedenza: l’individuo sente contemporaneamente una forte paura, per esempio di contrarre una certa
malattia, che lo incita a evitare (di pensarci o di ascoltare racconti che lo inducano a pensarci). E anche
un forte bisogno di confrontarsi per rassicurarsi, e di verificare, per esempio consultando
un’enciclopedia o un medico vero, in caso di paure che vertono sulla malattia. Diversamente da quanto
accade con le «fobie vere», la soluzione alla paura in questo caso non è soltanto l’evitamento, ma anche
la ricerca di informazioni e le verifiche più o meno di rito.

La paura dei microbi


Quella che i non iniziati chiamano la «fobia dei microbi» si rivela il più delle volte un DOC, un disturbo
ossessivo-compulsivo. In questo caso i comportamenti fobici, come la paura di essere contaminati dalla
sporcizia o dai microbi e l’evitamento delle situazioni in cui si potrebbe esserlo, sono associati a riti di
neutralizzazione dell’angoscia: lavaggi o accertamenti, riti che non esistono nelle «semplici» paure e
fobie.
Nella cura di queste «paure da DOC», bisogna effettivamente condurre il paziente a confrontarsi
gradualmente con ciò che gli fa paura, come toccare oggetti che gli sembrano sporchi, raccoglierli da
terra, toccare il suolo con le mani. Ma bisogna anche chiedergli di non compiere, dopo, i suoi riti di
lavaggio.287 Questo raddoppia il lavoro, sia del paziente che del terapeuta...

La paura della malattia


Ci si potrebbe chiedere se la nostra società, tanto avida di salute perfetta e di rischi zero, non
contribuisca a generare più paure di un tempo rispetto alla malattia.288 In ogni caso, questa paura
coinvolge profili di individui molto diversi.
A un’estremità si trovano spesso gli ipocondriaci: più che dalla paura di ammalarsi, questi individui
sono ossessionati dall’idea tormentosa di essere già colpiti da una malattia grave, che però i medici non
hanno ancora diagnosticato. Si tratta di un disturbo analogo al DOC. Come nella fobia dei microbi, i
comportamenti sono più rituali di verifica (osservarsi, palparsi, ripetere bilanci ed esami medici, farsi
rassicurare) che non autentici evitamenti fobici (non recarsi a trovare amici malati ricoverati in
ospedale). Ma ancor più spesso si constata un atteggiamento ambivalente, in cui convivono la paura delle
informazioni mediche – come quelle contenute nelle enciclopedie, negli articoli di giornali o nelle
trasmissioni radiofoniche e televisive: «E se capissi di avere quella tal malattia?» – e un’irresistibile
attrazione per quelle stesse informazioni: «Devo assolutamente guardare e sapere».
All’altra estremità di questo tipo di paura della malattia si trovano individui più chiaramente fobici,
che temono la malattia e che evitano decisamente e deliberatamente tutto ciò che può evocarla:
conversazioni sulla salute, racconti di malattie, trasmissioni radiofoniche e televisive, libri, riviste...
«Non me ne parli!» dicono spesso ai loro conoscenti, quando questi iniziano a evocare la malattia di un
comune amico. Possono anche trascurare seriamente il loro stato di salute per paura di andare dal medico
o all’ospedale. Talvolta i chirurghi si vedono arrivare pazienti di questo tipo, accompagnati quasi a forza
da amici e conoscenti, malati di tumore ormai in una fase avanzata.
La cura di queste paure della malattia è particolarmente delicata, soprattutto perché i pazienti non sono
abbastanza motivati per consultare uno «strizzacervelli». Sia perché sono convinti che il loro essere
vigili sia di per sé utile, sia perché recarsi da un professionista della salute, di chiunque si tratti, per
parlare della loro salute, è esattamente ciò che li spaventa. Peccato, perché si sono fatti grandi progressi
in materia di psicoterapia della paura di ammalarsi.289,290
La paura della morte
Molte paure delle malattie possono anche essere inserite nell’ambito di una paura ossessiva della morte.
Questa paura è normale in tutti gli esseri umani, ed è anche il loro problema principale: siamo
probabilmente l’unica specie animale che sappia con certezza di dover morire, prima o poi. È dunque
vitale essere capaci nel contempo di dimenticarsene, pensando ad altro, e di accettarlo, quando le
circostanze dell’esistenza ci costringono a pensarci. Ma non tutti sono in grado di eseguire questa
difficile ginnastica mentale...
Secondo il ben noto meccanismo dell’ansia, alcuni individui tentano di evitare le raffigurazioni o le
evocazioni della morte. È la dimensione fobica della loro malattia: evitare di attraversare i cimiteri, di
guardar passare i carri funebri o di lanciare un’occhiata alle vetrine di pompe funebri, di leggere i
necrologi sui quotidiani, di ascoltare alla radio canzoni di cantanti ormai scomparsi ecc. Eppure, nel
contempo, sono letteralmente ossessionati dall’idea che un giorno dovranno morire, loro stessi o i loro
cari. E può darsi che si impegnino in comportamenti di prevenzione: ripetere i check-up, iperproteggere i
loro bambini, sviluppare innumerevoli riti magici o religiosi per prevenire la cattiva sorte.
Ecco un bel racconto di sforzi intrapresi nell’ambito di una terapia, redatto da una paziente che soffriva
di una simile paura della morte.291
«Per molto tempo ho desiderato di non dover morire. Da dove veniva quell’angoscia? Non lo so. Ma
ricordo che fin da quando avevo sette o otto anni andavo, tutte le mattine, nella camera dei miei genitori
per verificare che fossero ancora vivi.
«Per anni questa paura della morte è stata più o meno gestibile. Si focalizzava, per esempio, su tutto ciò
che era nero: abiti, immagini, anche l’inchiostro dei giornali. Toccare qualcosa di nero era come toccare
la morte. Mi rifiutavo anche di ascoltare parole legate alla morte come tomba, cimitero. Se qualcuno mi
diceva ‘Questa mattina hai una faccia da funerale’, inevitabilmente scatenava in me l’angoscia. Tutto ciò
che, da vicino o da lontano, riguardava la morte, generava la morte. Allora facevo del mio meglio per
evitare di affrontare in maniera diretta tutto ciò che si avvicinava alla mia fobia. Fino alla morte di Lady
D, avvenuta nell’agosto del 1997. La tragica e improvvisa scomparsa di quella donna giovane e felice fu
un trauma, per me. La barriera che avevo edificato per difendermi dalla paura bruscamente cedette.
«Cambiare marciapiede per evitare un negozio di pompe funebri, va bene. Ma non poter scendere alle
stazioni del metrò di Père-Lachaise o Denfert-Rochereau a causa della vicinanza con il cimitero o
rifiutare di attraversare una strada in cui vedevo una Mercedes nera come quella di Diana, significava
accettare che la mia vita diventasse irta di ostacoli e che la mia paura della morte finisse per impedirmi
di vivere. Come un cancro della mente che tesseva ragnatele ovunque, l’angoscia utilizzava tutte le vie
possibili per soffocarmi. Fu così che decisi di iniziare una terapia comportamentale e cognitiva. Il mio
scopo era semplicemente trovare il modo di convivere con la mia paura.
«Prima buona notizia: il terapeuta mi insegna che non sono un animale strano, e che altri soffrono della
mia stessa paura. Seconda buona notizia: si può guarire! Eccomi dunque fiduciosa e pronta a
incominciare con sedute di rilassamento che mi permettono di centrarmi nuovamente e di imparare a
gestire, in caso di urgenza, i miei attacchi di panico. In un secondo momento il mio terapeuta mi chiede di
elencare tutte le situazioni che mi angosciano affinché io possa, con i miei tempi, affrontarle avvalendomi
del suo aiuto. Ed ecco dunque un elenco che va da bere una birra che si chiama ‘morte improvvisa’ a
entrare in un cimitero.
«Il mio primo esercizio, che richiese ben cinque mesi di sedute, consisteva nel leggere, serenamente, i
necrologi sul giornale. Fu una serie di tappe: incominciò a leggerli il terapeuta, a voce alta; poi io mi
azzardai ad aprire il giornale alla pagina giusta; poi a leggere gli annunci; poi a leggerli io a voce alta;
quindi a scrivere il mio nome sulla pagina; poi ancora a buttar via il giornale... Ogni volta che superavo
una tappa, capivo, nei giorni successivi, che non accadeva niente di grave. Che parlare della morte non
significava vederla materializzarsi. Che potevo scrivere ‘morirò’ senza morirne.
«Più avanti, tra le esperienze forti vi fu la visita al cimitero con il terapeuta. Mi rivedo presso il
cancello del cimitero di Montparnasse, in una giornata d’inverno. Non guardo niente, non una tomba, non
un nome, mi rifiuto di lasciare i grandi viali per paura, passando in quelli piccoli, di sfiorare una tomba.
La seconda volta riuscii a fermarmi davanti ad alcune tombe e a decifrare i nomi e le date leggendoli ad
alta voce. Quando il terapeuta mi chiese di togliere le foglie morte da una tomba, il mio primo istinto fu
di rifiutare. Ma poi naturalmente finii per farlo. Inizialmente prendevo le foglie a una a una senza toccare
la pietra. Poi a piene mani.
«Ma la molla scattò, probabilmente, a causa della gente che vidi al cimitero: chi lo attraversava per
andare a lavorare, chi portava fiori su una tomba, le mamme che spingevano i loro bambini nel
passeggino, due adolescenti che mangiavano un panino su una panchina... La vita e la morte mischiate
insieme. Parlando con i miei amici scoprii che, per molti, i cimiteri sono luoghi rasserenanti, piacevoli,
dove ci si può ritemprare.
«Oggi, dopo tre anni di terapia, posso dire di aver vinto la mia paura. Assuefarmi all’idea della morte
mi ha aiutato a godere meglio della vita. In precedenza rimuginavo sul passato e mi angosciavo per il
futuro: così non mi rimaneva spazio per il presente. Oggi ho capito che bisogna mollare la presa per
accettare l’inaccettabile: sono venuta al mondo per lasciarlo, un giorno».
Le terapie, dunque, talvolta non solo fanno star meglio, ma regalano anche un po’ di saggezza. Come
ricordava Corneille nel Cid: «Chi non teme la morte non teme le minacce»...

La dismorfofobia, o paura di apparire ridicoli a causa di un difetto fisico


Dal greco dys, «di traverso», e morphos, «aspetto», questo termine indica le preoccupazioni eccessive
riguardo al proprio aspetto fisico in quei pazienti che sono convinti, per lo più a torto, di avere un difetto
fisico. Talvolta queste preoccupazioni vertono sulla convinzione di emanare un cattivo odore.
Gli individui dismorfofobici soffrono di rimuginii ossessivi sulla loro presunta bruttezza o mancanza di
grazia. Passano molto tempo a tentare di dissimulare i difetti fisici che si attribuiscono: con il trucco, con
la pettinatura, con una scelta complicata di abiti che dovrebbero mascherare il difetto. A volte si lanciano
in manovre socialmente contorte per trovarsi seduti a tavola in modo tale da presentare il profilo
migliore ai vicini di posto. Per tutta la giornata questi pazienti si dedicano a lunghe verifiche preoccupate
del loro aspetto fisico guardandosi allo specchio e in tutte le superfici che riflettano la loro immagine,
come per esempio le vetrine. A volte invece detestano a tal punto la loro immagine da non sopportare di
avere né foto né specchi in casa. Quando vanno dal parrucchiere, ammesso che ci vadano, evitano di
guardarsi nello specchio. Nella dismorfofobia ci sono molti evitamenti, in funzione dei vari complessi:
non indossare abiti aderenti, non mettersi in costume da bagno, non mostrarsi mai nudi o avere rapporti
sessuali soltanto al buio, non uscire senza trucco.
Louis, uno dei miei pazienti, non aveva specchi in casa, non si specchiava mai nelle vetrine e nemmeno
negli specchi al ristorante. Acquistava abiti solo per corrispondenza, per evitare penose sedute di prova
davanti agli specchi, e non si lasciava mai né fotografare né filmare. Detestava il suo aspetto fisico,
soprattutto il suo volto, che riteneva ripugnante (ovviamente non era così) e le sue gambe, che trovava
corte e arcuate. Si osservava soltanto quando era depresso: lo faceva per ferirsi, perché si lasciava
andare alla contemplazione morbosa del suo «orribile» aspetto fisico per ore.
Non è stato facile curare Louis. È evidente quanto sia inutile tentare di rassicurare questi pazienti sul
carattere accettabile del loro aspetto fisico: non funziona. Attualmente li si cura con tecniche
comportamentali, inizialmente in vista di un duplice obiettivo: da una parte renderli più tolleranti verso la
loro presunta bruttezza, dall’altra aiutarli a ricominciare una vita normale.292 Una volta superata questa
fase, a poco a poco si cerca di riconciliarli realmente con se stessi. A parte i problemi che hanno con il
loro aspetto fisico, infatti, spesso sono carenti di autostima. Nel caso di Louis, per molte sedute lo esposi
alla sua immagine riflessa in un grande specchio. Poi gli chiesi di recarsi alla piscina vicino a casa sua,
ma di non fare come al solito: invece di abbandonare l’asciugamano soltanto all’ultimo momento per
buttarsi precipitosamente in acqua, gli chiesi di girare attorno al bordo della piscina a piedi, con indosso
soltanto il costume da bagno. Quindi partecipò a una terapia di gruppo sulla stima di sé, organizzata da
due mie colleghe psicologhe. Dopo due anni di diverse terapie, Louis imparò a vivere meglio con se
stesso. Come mi diceva a quell’epoca: «Non è che mi adori, però mi sopporto. È già qualcosa...»
Nei casi più gravi, o con i pazienti meno capaci di impegnarsi nella terapia, si prescrive un
antidepressivo a base di serotonina che spesso tranquillizza e regola le emozioni negative legate alla
propria immagine. Alcuni studi controllati ne hanno confermato l’efficacia.293

Le paure di compiere un gesto impulsivo


Queste paure sono spesso fonte di forte sgomento. Consistono nella preoccupazione ossessiva di
compiere all’improvviso, senza potersi controllare, un atto contrario alle proprie convinzioni, ai propri
valori e sentimenti: per una madre, gettare il suo neonato dalla finestra, o a terra. Ferire una persona cara
con un coltello da cucina preso dal cassetto; insultare qualcuno che non lo merita e che si ama o si
rispetta...
Queste paure di perdere il controllo di sé, chiamate anche «fobie d’impulso», sono molto frequenti
nell’ambito dei DOC, sempre loro.
Ma di tanto in tanto si presentano anche in maniera isolata in ciascun essere umano. In generale le
scatena l’insieme di stanchezza e di circostanze favorevoli: passare accanto alla finestra con un neonato
in braccio, vedere un amico che ci volta le spalle mentre abbiamo in mano un grosso coltello da cucina
per tagliare l’arrosto...
Evidentemente, che sopravvengano nell’ambito del DOC o in maniera passeggera, queste paure non si
realizzano mai. Rimangono sempre allo stato di impulso, tanto più assurde quanto più sono illogiche:
pensare di voler dare una coltellata a un familiare con cui si è appena litigato mentre si tiene in mano un
coltello ha una sua «logica», anche se è chiaro che non è consigliabile. Questi pensieri aggressivi sono
dunque meno destabilizzanti in un contesto conflittuale, benché sproporzionati, rispetto a quando
sopravvengono nei confronti di un familiare che vi ha appena dato un bacio, e tra voi due va tutto bene...
Ci sono pochi dati disponibili sulla cura di queste fobie d’impulso, a parte la convinzione che la
persona debba, a un certo punto, esporsi alle situazioni che teme: maneggiare un coltello in presenza di
qualcuno che si ama, per verificare che, malgrado le idee inquietanti che subentrano, non lo si colpisce
affatto. Oppure stare accanto a una persona che si sporge nel vuoto: anche in questo caso, pur
immaginando la persona precipitare, non si arriverà certo a spingerla giù. O quanto meno questa è la
convinzione dei terapeuti. Non per il gusto del rischio, ma semplicemente perché mai e poi mai, a
memoria di psicologo, si sono viste realizzarsi simili fobie da impulso...
Le fobie da impulso sono del resto una buona occasione per ricordare che, di fronte ai pericoli veri,
alle vere minacce, alla fin fine c’è poca differenza di comportamento tra fobici e non fobici.
Contrariamente a quanto credono, i fobici possono comportarsi normalmente, e anche coraggiosamente,
davanti a un problema effettivo e reale. È solo davanti alla possibilità del pericolo che sono decisamente
meno competitivi...

QUALI CONCLUSIONI È POSSIBILE TRARRE RIGUARDO A PAURE E FOBIE?

Se siete telofobi, dal greco telos, «fine», per voi questo è il brano più difficile del libro...
Al termine di questo breve excursus sul mondo delle paure, non intendiamo pronunciare alcun «elogio
della fobia». Se le paure normali hanno il merito di costituire un adattamento, sia per l’individuo sia per
la specie, le paure eccessive non ne hanno alcuno. Costituiscono una sofferenza e un handicap per gli
individui che ne sono vittime. A lungo considerate come disturbi benigni e aneddotici, sono al contrario
frequenti e invalidanti, come hanno mostrato gli studi più recenti.
Le descrizioni abbastanza precise dei diversi tipi di paure eccessive, dei loro meccanismi e delle loro
cure che avete trovato in questo libro non devono però far dimenticare che i pazienti fobici non sono
soltanto portatori di sintomi, ma anche esseri umani, che soffrono, che hanno una storia in cui la paura ha
un posto. La guarigione, oltre a passare necessariamente per la scomparsa dei sintomi di paura, emotivi,
psicologici, comportamentali, sfocia anche in nuovi modi di vita, in nuovi modi di percepire il mondo. I
terapeuti devono anche aiutare i pazienti a adattarsi a questi nuovi equilibri, perché le paure eccessive
inducono un insieme di cattive abitudini, che non è sempre facile abbandonare... Le terapie, anche quando
sono condotte e codificate rigorosamente, sono sempre incontri tra persone, in cui agisce un’alchimia
relazionale complessa. Ma questa alleanza terapeutica è soltanto di un’efficacia limitata se la terapia non
si fonda su basi scientifiche solide, la cui validità dev’essere valutata regolarmente.
Negli ultimi anni le conoscenze sulle paure hanno fatto molti passi avanti. Eppure sono ancora
necessarie tante ricerche per illuminare meglio i loro meccanismi. Ma le ricerche non devono vertere
unicamente sulle paure già costituite. È necessario, per esempio, poter aiutare i bambini vulnerabili dal
punto di vista delle fobie a non compiere fino in fondo il loro destino. Bisogna anche capire meglio che
cosa cercano e che cosa provano gli individui che amano i film dell’orrore, o quelli che vanno
sull’ottovolante o sul treno fantasma al luna park. Probabilmente si tratta del piacere di controllare e
mantenere entro certi limiti la paura. Queste iniezioni di richiamo sono forse necessarie alla nostra epoca
ossessionata dal rischio zero? Come altrettante verifiche che quel buon vecchio sistema di allarme che è
la paura rimane in condizione di funzionare... Si imparerebbe ugualmente molto sulla paura studiando la
psicologia dei «’ιλoι»: gli individui che allevano migali in camera da letto, quelli che si dedicano anima
e corpo alle scalate o al salto con l’elastico, non hanno forse punti in comune con gli aracnofobi o gli
acrofobi? Probabilmente presentano la stessa attivazione emotiva di fronte a certi stimoli, ma optano per
strategie diverse: il confronto invece dell’evitamento, il controllo invece della rinuncia... Capire meglio
tutto questo probabilmente ci aiuterà a curare le paure eccessive e le fobie.

CONCLUSIONE

«Coraggio non ne ho, ma faccio come se ne avessi, e il risultato forse è il medesimo.»


Gustave Flaubert


Quando si parla di paura, è inevitabile parlare anche di coraggio, una delle virtù universalmente più
ammirate, in tutti i luoghi e in tutti i tempi.
Aver paura significa non essere coraggiosi?
Io credo che spesso non sia così. In ogni caso, sono convinto che soltanto quando si è attanagliati dalla
paura si può dar prova di coraggio. Per questo motivo stimo i miei pazienti, tutti quegli individui che
avevano molta paura e di cui vi ho raccontato le storie in questo libro. Combattono contro un nemico
interiore, invisibile, rintanato dentro di loro e come tale capace più di chiunque altro di metterli in
agitazione, di far passare per ragionevole ciò che invece è illusorio. Inoltre, la loro lotta si svolge
nell’ombra: chi vede quel nemico, oltre a loro? Chi prova quella paura? Se, come affermano i filosofi,
dar prova di coraggio significa agire malgrado la paura, allora sì, sono coraggiosi.294
Il coraggio consente loro di vivere un istante che è realmente uno dei momenti di grazia della
psicoterapia: quello in cui sentono che riprendono ad avanzare. In cui smettono di indietreggiare o di
restare fermi davanti alla paura. L’istante in cui riportano la loro prima vittoria: questa volta, finalmente,
non sono loro ad arretrare, ma è la paura a cedere, sfinita dalla loro resistenza. È destinata a tornare, ma
incontrerà nuovamente opposizione. A partire da quel momento, diventano progredienti, come si
facevano chiamare i filosofi dell’antichità:295 esseri umani che progrediscono, per i quali la quotidianità è
un banco di prova, per i quali la vita ridiventa un luogo in cui si impara e ci si arricchisce. E non è più un
triste susseguirsi di precauzioni, di rinunce, di evitamenti. A partire da quel momento, tutto cambia: ora è
possibile rappacificarsi con le proprie paure. È possibile vivere in accordo con loro, e anche ascoltarle,
perché no? Dato che non si deve più ubbidire loro...
E dopo? Quando si è ormai guariti dalle paure eccessive? Per il terapeuta, la storia è finita. E per il suo
paziente è l’inizio di un’altra storia, molto più interessante. Lottare contro le paure, in realtà, significa
lottare per la libertà. E ciascuno ha il diritto di fare ciò che vuole di questa libertà di movimenti e di
pensieri riconquistata. Tutto diventa possibile perché, come notava Montesquieu: «La libertà è quel bene
che permette di godere di altri beni...»

APPENDICE

LIBRI E SITI INTERNET PER SAPERNE DI PIÙ

Libri sui diversi tipi di paure e di fobie

Paure e fobie specifiche


Marie-Claude Dentan, Vaincre sa peur en avion, Denoël, 1997.
Françoise Simpère, Vaincre sa peur de l’eau, Marabout, 1998.
Roger Zumbrunnen, Pas de panique au volant, Odile Jacob, «Guide pour s’aider soi-même», 2000.
Roger Zumbrunnen e Jean Fouace, Comment vaincre la peur de l’eau et apprendre à nager, Éditions de
l’Homme, 1999.

Paure sociali
Christophe André e Patrick Légeron, La Peur des autres. Trac, timidité et phobie sociale, Odile Jacob,
2000.
Laurent Chneiweiss ed Éric Tanneau, Maîtriser son trac, Odile Jacob, «Guide pour s’aider soi-même»,
2003.
Charly Cungi, Savoir s’affirmer, Retz, 1996.
Frédéric Fanget, Affirmez-vous!, Odile Jacob, «Guide pour s’aider soi-même», 2000.
Frédéric Fanget, Oser. Thérapie de la confiance en soi, Odile Jacob, 2003.
Gérard Maqueron e Stéphane Roy: La timidité. Comment la surmonter, Odile Jacob, «Guide pour
s’aider soi-même», 2004.

Paure di sentirsi male, disturbo panico e agorafobia


Jean-Luc Émery, Surmontez vos peurs. Vaincre le trouble panique et l’agoraphobie, Odile Jacob,
«Guide pour s’aider soi-même», 2000.
André Marchand e Andrée Letarte, La Peur d’avoir peur, Stanké, 1993.
Franck Peyré, Faire face aux paniques, Retz, 2002.

Inquietudini ossessive e DOC (disturbo ossessivo-compulsivo)


Jean Cottraux, Les Ennemis intérieurs, Odile Jacob, 2000.
Franck Lamagnère, Peurs, manies et idées fixes, Retz, 1994.
Alain Sauteraud, Non riesco a fare a meno di... verificare, lavare, controllare... Come riconoscere e
liberarsi dalle ossessioni, manie, fissazioni e compulsioni, Tea, 2004.

Inquietudini generalizzate
Robert Ladouceur, Arrêtez de vous faire du souci pour tout et pour rien, Odile Jacob, 2003.
Évelyne Mollard, La Peur de tout, Odile Jacob, 2003.
Dominique Servant, Soigner le stress et l’anxiété par soi-même, Odile Jacob, «Guide pour s’aider soi-
même», 2003.

Paure e fobie confuse insieme


Gérard Apfeldorfer, Pas de panique!, Hachette, 1986.
Richard Stern, Maîtriser ses phobies, Marabout, 2000.

Paure e fobie nei bambini


Stephen Garber, Les Peurs de votre enfant, Odile Jacob, 2000.

Libri sulla meditazione e sul rilassamento


Charly Cungi e Serge Limousin, Savoir se relaxer, Retz, 2003.
Tchich Nhat Hanh, Le Miracle de la pleine conscience. Manuel pratique de méditation, L’Espace Bleu,
1994.

Libri sui meccanismi all’origine delle paure e delle fobie


Elaine Aron, Ces gens qui ont peur d’avoir peur, Éditions de l’Homme, 1999.
Joseph LeDoux, Neurobiologie de la personnalité, Odile Jacob, 2004.

Siti Internet296
CETRADA, Centro per il trattamento dei disturbi d’ansia
Nel sito numerosi indirizzi di centri operanti nell’ambito del servizio pubblico, che offrono trattamenti
specifici nel campo del trattamento dei disturbi d’ansia.
Dipartimento Salute Mentale
Azienda Ospedaliera Treviglio-Caravaggio (BG)
Viale Martiri della Libertà 6 24019 Zogno (Bergamo)
Tel.: 0345 52011
Fax 0345 52030
www.cetrada.it

IDEA
Sito dell’Istituto per la Ricerca e la Prevenzione della Depressione e dell’Ansia. Offre, fra l’altro,
informazioni su come ricevere sostegno e aiuto.
Via Statuto 8
20121, Milano
Tel. +39 02-654126
Fax +39 02-654716
www.fondazioneidea.it

IDS
Isola della Speranza
Sito che intraprende il self-help in rete, per disturbi come ansia, DAP , agorafobia, depressione, DOC e
tutto quanto riguarda la sfera psichica.
members.xoom.virgilio.it/idsweb

Il Gioco della Vita
Un sito rivolto a tutte le persone che affrontano o hanno affrontato i problemi connessi ai disturbi da
attacchi di panico, agorafobia, depressione, anoressia, bulimia, disturbi della sfera affettiva, ma anche a
coloro che semplicemente affrontano la vita di tutti i giorni.
www.ilgiocodellavita.com

IPSICO, Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva
Via Mannelli, 139
50132, Firenze
Tel. +39 055 2466460
Fax +39 055 2008414
www.ipsico.org

LIDAP onlus
Lega italiana contro i Disturbi d’Ansia, da Agorafobia e da Attacchi di Panico
Associazione tra pazienti ed ex pazienti, gestita interamente dai propri associati, presente e operativa su
tutto il territorio nazionale.
Via Piandarana 4
19122, La Spezia
Tel. e Fax: +39 0187-703685
www.lidap.it

Progetto Itaca
Associazione volontari per la salute mentale onlus
Via Nirone 2a
20123, Milano
L’associazione ha attivato il numero verde 800 274 274 rivolto in particolare a quanti soffrono di ansia e
attacchi di panico e ai loro famigliari.
www.progettoitaca.org

Psiconline.it
Indirizzato sia a professionisti che utenti; cerca di favorire una maggiore e più corretta diffusione di
informazioni in ambito psicologico.
www.psiconline.it

Psychoinside
Offre numerose informazioni sulle principali patologie psichiche.
www.psychoinside.it
ESERCIZI DI RILASSAMENTO E DI MEDITAZIONE PER INDIVIDUI CHE SOFFRONO DI PAURE ECCESSIVE O DI FOBIE

Il rilassamento e la meditazione sono strumenti utili per guarire dalle paure. Non devono essere usati da
soli: per far arretrare durevolmente le paure devono infatti essere associati allo sforzo di affrontare le
situazioni e al distacco psicologico che abbiamo rievocato nelle pagine di questo libro. In compenso vi
faciliteranno notevolmente.
Rilassamento e meditazione, almeno all’inizio, non impediscono alla paura di fare la sua comparsa, e
non hanno nemmeno il potere di farla scomparire. Non sono strumenti di cura bensì di prevenzione. Il
rilassamento vi aiuterà a limitare a poco a poco lo stato di tensione cronica legato all’anticipazione o al
rimuginio, spesso inconsci, delle vostre paure. La meditazione vi insegnerà a sviluppare un rapporto più
sereno con le vostre paure, a non lasciarvi più impressionare, intimidire o spaventare dalle paure stesse.
Per diventare di qualche interesse, rilassamento e meditazione devono essere praticati regolarmente.
Meglio dunque pochi minuti tutti i giorni che mezz’ora una volta alla settimana. Non aspettatevi risultati
immediati e spettacolari. All’inizio, come per tutti gli apprendistati, i risultati saranno modesti. In seguito
diventeranno più netti e sensibili. Ma ci saranno sempre giorni con e giorni senza: ci sono momenti in cui,
benché lo si desideri e se ne senta il bisogno, è difficile rilassarsi, meditare, tranquillizzarsi. In questi
momenti bisogna accettare la realtà: il nostro corpo e la nostra mente non sono macchine. È dunque
preferibile darsi come obiettivo quello di avvicinarsi alla calma, piuttosto che volerla raggiungere
completamente. Accade lo stesso agli insonni, che utilizzano questi procedimenti non per dormire (non si
può comandare al sonno), ma per avvicinarsi al sonno o quanto meno sopportare l’insonnia nella maniera
più tranquilla possibile. Dopo aver usato rilassamento e meditazione per guarire dalle vostre paure, è
probabile che continuerete a farvi ricorso come mezzi per migliorare il vostro benessere quotidiano in
tutte le sue dimensioni.

Gli esercizi di rilassamento

Che cos’è il rilassamento?


Il rilassamento ha lo scopo di indurre uno stato di distensione fisica. Inizialmente, a partire da esercizi
volontari, costituisce un allenamento voluto. Poi diventa quasi istintivo: una volta preparati, il vostro
corpo e la vostra mente saranno in grado di inserire il pilota automatico. Ogni volta che iniziate a sentirvi
tesi o ad innervosirvi più del dovuto, i vostri automatismi vi ricorderanno la necessità di diminuire di un
grado il vostro stato di attivazione, sia fisica sia emotiva. L’idea di base del rilassamento non è di
rimanere perfettamente e completamente calmi di fronte a tutte le circostanze stressanti della vita, ma di
esserlo quanto possibile: come fare ciò che si deve fare, come affrontare ciò che si deve affrontare
rimanendo il più distesi possibile? Ovviamente esistono molti metodi di rilassamento. Descriviamo qui
un approccio derivato da quello più antico e più praticato: il training autogeno.297

Utilità del rilassamento di fronte alle paure


Riguardo alla lotta contro le paure eccessive, il rilassamento presenta numerosi vantaggi: diminuisce il
livello di tensione fisica cronica che spesso è loro associato; prepara ad affrontare certe situazioni che
sono fonte di grandi paure; favorisce, in seguito, il recupero emotivo.

Modalità pratiche del rilassamento


Il rilassamento si può praticare in posizione seduta o distesa. Stare in un ambiente tranquillo e chiudere
gli occhi aiuta a rilassarsi. Ma a poco a poco è auspicabile potersi rilassare ovunque, anche in autobus o
in ufficio, e con gli occhi aperti.
Utilizzerete il rilassamento in tre contesti diversi:

• Il rilassamento-prevenzione: sotto forma di piccoli esercizi brevi, da qualche secondo a qualche
minuto, questi «minirilassamenti» sono destinati a farvi risparmiare energie e a rilassarvi durante tutta
la giornata. Devono essere praticati sul campo, nella vita quotidiana. Consistono nel verificare che ci
si sia insediati il più comodamente possibile nel posto in cui ci si trova; nel compiere respiri calmi e
profondi; nel rilassare i muscoli della nuca e delle spalle. Si eseguono a occhi aperti, a un semaforo
rosso quando si è in macchina, fra una telefonata e l’altra quando si è al lavoro.
• Il rilassamento-preparazione: prima di affrontare una situazione che vi intimorisce, per limitare il più
possibile l’intensità delle reazioni fisiche di paura. Inutile aspettare di sentirvi distesi in questa
circostanza: lo scopo è invece limitare le tensioni. E ricordarvi di non aggravare la vostra situazione
gettandovi a capofitto nel panico. Questi esercizi non devono essere troppo lunghi: vi accorgerete che
a un certo punto il limite massimo è raggiunto e che non potete rilassarvi ulteriormente, dato ciò che vi
aspetta. Avete già fatto tutto il possibile per preparare il confronto.
• Il rilassamento-recupero: dopo un confronto con le vostre paure o dopo la stanchezza di una giornata.
Generalmente questi esercizi sono più lunghi dei precedenti. Sono anche più facili perché non hanno
come scopo di far indietreggiare la paura, ma di offrirvi la possibilità di riprendervi e di distendervi.
Questi esercizi prolungati sono importanti anche perché vi consentono di approfondire il controllo del
rilassamento. Vi servirà di fronte alla paura: settimana dopo settimana, mese dopo mese, compariranno
automatismi. Non dimenticate che con ogni probabilità questa pratica regolare modifica gradualmente
la vostra architettura cerebrale e tutto il circuito delle sinapsi implicate nello scatenamento di reazioni
di paura.

Esempio di esercizio di rilassamento


Ecco lo svolgimento semplificato di una seduta. Non cercate di imparare a memoria. Inizialmente,
eseguitelo come potete: è più importante l’atteggiamento della fedeltà! Rileggete spesso il testo,
adattatelo con parole vostre ai vostri bisogni. E progressivamente giungerà con calma alla vostra mente.
Potete anche registrarlo o utilizzare, all’inizio, certe registrazioni che si acquistano in libreria o nei
negozi di dischi.
Ricordate: è meglio qualche minuto al giorno che un’ora una volta alla settimana. E non aspettatevi che
questi esercizi vi procurino fin dall’inizio uno stato di rilassamento profondo.

Sono seduto comodamente, con gli occhi chiusi...
Cerco di essere il più calmo e disteso possibile...
Cerco di non prestare più attenzione ai rumori che provengono dall’esterno, o ai pensieri che mi
vengono in mente regolarmente.
Lascio che questi rumori esterni, questi pensieri, vadano e vengano nella mia coscienza. Non cerco di
scacciarli, di controllarli o di ostacolarli. E non accetto nemmeno di seguirli. Abbandono questi rumori e
questi pensieri a se stessi.
È come gestire una pensione: ciascuno è libero di entrare e uscire, di mettersi dove preferisce.
Io mi preoccupo soltanto di mantenere l’attenzione su ciò che sto facendo: lascio che si installi in me
dolcemente uno stato di distensione...

Respiro a fondo ripetutamente.
Lascio che il mio respiro assuma il suo ritmo, con calma, tranquillamente, lentamente.
Sento chiaramente, a livello del naso e della gola, l’aria fresca che inspiro e l’aria tiepida che espiro...
Sento anche, a ogni espirazione, che tutto il mio corpo si distende un po’ di più...
Come se respingessi le tensioni all’esterno di me stesso...
Il mio respiro è calmo e tranquillo...

Ora passerò in rassegna tutto il mio corpo per verificare che sia il più disteso possibile...
Sento chiaramente i miei piedi: gli alluci, le piante dei piedi, il collo del piede. Sento le caviglie e i
polpacci, le ginocchia, i muscoli delle cosce. Sento le anche e i glutei, il basso ventre e l’addome. Sento i
reni e la schiena, il petto...
Sento chiaramente il respiro, tranquillo. Sento che a ogni espirazione tutto il mio corpo si distende un
po’ di più...
Lascio che si distendano bene le spalle e la nuca...
Lascio che si distendano bene le mascelle, le guance, la fronte, le palpebre...
Sono perfettamente calmo e disteso...

Ora sento, a livello delle braccia, la comparsa progressiva di una sensazione di pesantezza e di
ottundimento298 piacevole che si insedia a poco a poco in tutt’e due le braccia...
Poi in tutt’e due le gambe...
Poi in tutto il corpo.
Tutto il mio corpo è piacevolmente greve e pesante...

Sono perfettamente calmo e disteso...
Ora sento, nell’incavo del ventre, a livello del plesso solare, la comparsa progressiva di una piacevole
sensazione di calore...
Una piacevole sensazione di calore, che aumenta a ciascuna espirazione...

Il mio plesso solare è piacevolmente caldo...
Sono perfettamente calmo e disteso...

Quando ho voglia di terminare l’esercizio, respiro profondamente una o due volte, e stiro molto
lentamente le braccia, le gambe. Poi apro gli occhi...

Gli esercizi di meditazione

Che cos’è la meditazione?


In Occidente la meditazione si definiva per tradizione come la riflessione prolungata e approfondita su un
argomento; è così, per esempio, che la intendeva Descartes. Oggi, la definizione di meditazione è invece
ispirata alla tradizione orientale e rinvia a uno stato di coscienza particolare, che riunisce la distensione
fisica fondata sulla postura e sulla respirazione, il controllo dell’attenzione e la distensione a livello
psicologico, il distacco e l’accettazione di fronte ai pensieri e alle emozioni negative... In breve, uno
stato abbastanza complesso, analogo a quello contemplato dalle numerose tradizioni filosofiche e
religiose che hanno i loro modelli e perseguono i loro obiettivi nella meditazione: avvicinarsi a Dio, alla
Verità, alla Serenità... In questa sede parleremo principalmente del metodo della meditazione attualmente
più usato in seno alla comunità scientifica in psicologia: la piena coscienza o mindfullness.299,300

Utilità della meditazione di fronte alle paure


Nel panorama della lotta contro le paure eccessive, la meditazione è preziosa per svariate ragioni:
consente di abituarsi all’idea di aver paura; aiuta a guardare in faccia le proprie paure; permette di
prendere a poco a poco le distanze dalle emozioni negative che si aggiungono alla paura, come la paura
della paura, la vergogna, la collera...

Modalità pratiche della meditazione


Lo stato mentale che interessa la meditazione di tipo «piena consapevolezza» si fonda su due elementi:
focalizzazione tranquilla dell’attenzione, accettazione di ciò che ci possiede e che ci circonda. Si tratta
semplicemente di «esserci», con il corpo in quiete e la mente in pace, senza cercare di pensare, di
giudicare, di «fare». Attenzione, perché la meditazione non è affatto una pratica puramente mentale, ma
utilizza anche la respirazione e gli stati del corpo. Per questo motivo imparare prima una tecnica di
rilassamento è considerato un aiuto.
Ecco com’è possibile esercitarsi a meditare, attraverso alcune grandi fasi:

• Sistemarsi. Scegliete una posizione comoda. Di solito si raccomanda agli occidentali la posizione in
ginocchio, preferibilmente con un piccolo banco da meditazione, o un cuscino, fatti scivolare sotto i
glutei. Sistematevi davanti a una finestra o a un muro. Davanti a qualcosa su cui fissare l’attenzione: un
angolo di cielo, un oggetto, un quadro, qualsiasi cosa vi piaccia. Spesso si medita con gli occhi aperti
per fissare l’attenzione su quel punto. Ma di tanto in tanto potete chiuderli. Dovete poter rimanere
isolati per tutto il tempo dell’esercizio di meditazione: niente andirivieni nella stanza, niente telefono,
se è possibile. Isolati ma non tagliati fuori dal mondo, inutile cercare il silenzio assoluto o la calma
perfetta attorno a voi: in generale sono condizioni che non esistono nelle nostre società, e imparare a
meditare in mezzo al movimento della vita rappresenta un ottimo esercizio.
• Respirazione e rilassamento. Incominciate a respirare e a distendervi. Iniziate con una o due
respirazioni molto profonde. Poi lasciate che il vostro respiro adotti un ritmo calmo. Potete ottenerlo
nel modo seguente: contate da uno a cinque inspirando, poi una breve pausa sul sei, quindi contate da
uno a cinque espirando, poi una breve pausa sul sei e così di seguito... Questo per indurre una
respirazione tranquilla. Poi smettete di contare e lasciate che la respirazione proceda da sola. Di tanto
in tanto ne ridiventerete consapevoli: dedicarvi nuovamente a calmare il ritmo del respiro favorirà la
meditazione. Il rapporto con il nostro respiro è interessante: respirare è un processo naturale, che non
possiamo impedire ma soltanto controllare e orientare nel modo migliore per noi. Lo stesso vale per il
nostro rapporto con la paura: non possiamo impedire la comparsa della paura, ma possiamo
modularne l’espressione.
• Accettazione: è probabilmente il procedimento più tipico di questa forma di meditazione «in piena
consapevolezza». Si tratta di accettare tutto ciò che capita, in noi e attorno a noi: i rumori esterni,
provenienti dalla strada o dal luogo in cui ci troviamo; gli innumerevoli pensieri superflui, che
generalmente approfittano dello spazio mentale aperto dalla meditazione per infilarsi dentro; le
emozioni negative, inquietudine, tristezza, collera e altre, che a loro volta approfittano della
meditazione per ricomparire... Dovrete accettare tutto questo. Non dovete dirvi che ostacola la vostra
meditazione, che la rende impossibile. Ditevi che quella è la vita, e che la vita è straordinaria! Non
meditate per tagliarvi fuori dal mondo o per isolarvi, ma per essere presenti in modo tranquillo. Non
meditate per non aver paura, ma per non aver più paura della paura. I rumori che vi circondano, e
che vi aggrediscono, accettateli, ma non ascoltateli: vi entreranno da un orecchio e usciranno
dall’altro; a poco a poco non vi infastidiranno più. I pensieri che vi assalgono, accettateli, ma senza
assecondarli: lasciateli andare e venire, lasciateli vivere la loro vita di pensieri, ve ne occuperete più
tardi; ciò che veramente conta si ripresenterà alla vostra mente, ciò che non è importante sarà
dimenticato. Le emozioni che vi opprimono di nuovo, accettatele, ma non ubbidite loro: se non le
alimenterete, diminuiranno dolcemente; riprenderanno il loro posto, e ritroveranno la loro importanza
naturale.
• Mantenere la meditazione. All’inizio è la cosa più difficile: i rumori intorno, i pensieri a proposito di
tutto e di niente, le sensazioni fisiche, quel lieve dolore al collo, lo stomaco che brontola, quel fischio
nelle orecchie, tutto vi distrarrà. Consideratelo come un esercizio: è normale e utile. Immaginate di
essere seduti sull’erba, un po’ in disparte, a una colazione in campagna con la vostra famiglia o con
amici: udite i rumori ma non partecipate alle conversazioni. Avete fatto la scelta di essere presenti, ma
a distanza. Non vi importa che facciano rumore: sono lì per quello, per far rumore, parlare e divertirsi.
È per questo che esiste questa allegra riunione. E proprio perché tutto questo esiste la vostra
meditazione ha un senso. Non ne avrebbe se foste nel silenzio e nel vuoto più assoluti. Quando
meditate, accettate ogni distrazione e riconducete dolcemente la vostra consapevolezza verso lo stato
mentale che state perseguendo: tranquillamente concentrati sul cielo o sul muro, lasciando passare in
voi sensazioni, pensieri, emozioni. Potete anche immaginare di condurre dolcemente verso l’uscita dal
vostro «ufficio di meditazioni» un bambino piccolo, con pazienza, tolleranza, tranquillamente, senza
innervosirvi se lui ritorna: fa parte della vita, è il miglior esercizio possibile per rafforzare la vostra
serenità. Distrarsi non è un fallimento: è normale, è un episodio del cammino. Ogni esercizio di
meditazione è un percorso e non un fine in sé.
• Focalizzazione dell’attenzione e uso della meditazione. La meditazione può bastare a se stessa:
mantenere la propria attenzione rivolta verso il concetto di semplice presenza, di appartenenza alla
vita e al mondo. Soltanto «esserci». Può anche servire a raggiungere altri obiettivi: favorire la
preghiera, riflettere su problemi importanti o lavorare sulle paure. In tal caso, che è quello che ci
interessa, la meditazione serve ad accettare l’idea della paura, a guardare in faccia gli oggetti delle
nostre paure, a pensare senza agitarci ai nostri peggiori scenari catastrofici: «Non voglio che accada,
ma non sarà la mia paura a impedire che accada. Sono le mie azioni e le mie decisioni. Se ho paura di
un morso, devo accettare di essere morso. Se ho paura di cadere, devo accettare di vedermi cadere. Se
ho paura della morte, devo accettare di vedere la mia morte. Se ho paura dell’umiliazione, devo
accettare di vedermi umiliato. Poi, una volta accettata l’idea, agirò affinché quella cosa non accada, se
non la desidero. Oppure affinché mi trovi calmo e forte quando accadrà. Ma la mia azione sarà più
efficace se sarò sereno di fronte alle peggiori eventualità invece che totalmente dominato dalle mie
emozioni».
• Fine dell’esercizio. La maggior parte di coloro che meditano usano un certo numero di piccoli rituali
per cominciare l’esercizio: sistemarsi spesso nello stesso posto, concentrarsi sulle stesse cose,
ripetersi certe frasi o certe parole come per cullare e calmare la mente. Analogamente, hanno spesso
un piccolo gesto o una piccola frase conclusiva: chinarsi in avanti portando una mano al cuore o
congiungendo le palme delle mani. A voi la scelta. L’idea di base è manifestare rispetto verso voi
stessi e verso l’esercizio che avete appena compiuto. Anche i giorni in cui fate fatica, tentate di
rispettare questo ciclo completo che abbiamo descritto: se non vi dà niente di buono oggi, preparatevi
meglio le volte successive.

RINGRAZIAMENTI

Ai miei cari pazienti, per la loro fiducia, il loro coraggio, la loro amabilità e il loro senso
dell’umorismo.
A Catherine Meyer, per il suo sostegno e i suoi consigli di bella scrittura.
Ad Antonia Canioni, Loïc Hétet e Jean-Jérôme Renucci, sempre presenti, disponibili e preziosi.
A Cécile Andrier, per il suo aiuto passato, presente e futuro.
A Odile Jacob e Bernard Gotlieb, per l’attenzione costante.
A Patrick Légeron, collega e amico, che mi ha insegnato molto sulle fobie, sulle terapie
comportamentali, sulla pedagogia e su tante altre cose.
A Henri Lôo e a Jean-Pierre Olié, che mi hanno sempre lasciato libero di curare i pazienti fobici a
modo mio, benché la psichiatria francese sia da molto tempo chiusa a tutto ciò che non è ortodosso.
Al più illustre esperto della paura, Isaac Marks, stella della psichiatria britannica, al quale ho parlato
una volta dei miei libri, e che mi ha ascoltato e incoraggiato con la massima cortesia.

Note

1. Curtis G.C. et al., «Specific fears and phobias», Psychological Medicine, 1998, 173, pp. 212-217.
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9. Grünbaum A., La mia odissea dalla filosofia alla psicanalisi, Roma, Di Renzo, 2001.

10. Gioco di parole intraducibile: «La cause? Cause toujours...» [N.d.T.]

11. William Shakespeare,Il mercante di Venezia, a cura di Mario Praz, Firenze, Sansoni, 1977, p. 437. [N.d.T.]
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43. Cit. in LeDoux J., Il cervello emotivo: alle radici delle emozioni, tr. it. di S. Coyaud, Milano, Baldini e Castoldi, 1999.

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79. Parlo dell’amigdala cerebrale al singolare benché ne esistano due, una in ciascun emisfero cerebrale. Sappiamo anche che le
amigdale si possono scomporre in più nuclei, ciascuno dei quali ha una funzione precisa. Ma questi particolari non sono
indispensabili in questa sede: i lettori interessati all’argomento possono far riferimento all’opera di Joseph LeDoux,Psychobiologie
de la personnalité, citata nella bibliografia. [N.d.A.]
80. Rauch S.L. et al., «A positron emission tomographic study of simple phobic symptom provocation», Archives of General
Psychiatry, 1995, 52, pp. 20-28.

81. Naturalmente i dati di anatomia funzionale che espongo in queste pagine sono molto semplificati. Le conoscenze scientifiche
attuali ci autorizzano a presupporre un circuito ancora più complesso: alcune informazioni sensoriali, soprattutto visive e auditive,
subiscono una prima elaborazione da parte deltalamo, una zona centrale del cervello; ci sono due circuiti cerebrali capaci di
lanciare l’allarme di paura, uno corto tra il talamo e l’amigdala, e uno lungo in cui la corteccia si frappone tra queste due strutture;
sono implicate anche altre parti del cervello, comeil nucleo ventrale della stria terminale, che in un certo senso dovrebbe garantire
il passaggio dalla paura all’ansia, o come illocus ceruleus, che ubbidisce agli ordini dell’amigdala, e scatena le reazioni fisiche di
paura nell’organismo... Rimando nuovamente al libro di Joseph LeDoux,Psychobiologie de la personnalité, e anche al suo sito
Internet, ospitato dal centro di neuroscienze dell’Università di New York: cns.nyu.edu/home/ledoux. [N.d.A.]

82. Stein M.B. et al., «Increased amygdala activation to angry and contemptuous faces in generalized social phobia», Archives of
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106. Alla fine del libro troverete alcune proposte di esercizi di rilassamento e di meditazione. [N.d.A.]
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116. Vedi l’intervista al neurobiologo Joseph LeDoux sulla rivista Sciences humaines, 149, maggio 2004, pp. 42-45.
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191. Wald M.L., «Shark attacks: when a plane crash at sea is the least of your worries», New York Times, Sunday May 2, 2004, p. 5.
192. Il film è uscito nel 2004. Vedi anche il romanzo di J.K. Rowling da cui è tratto: Harry Potter e il prigioniero di Azkaban,
Milano, Salani, 2000.

193. Nei romanzi del ciclo di Harry Potter, i Babbani sono le persone sprovviste di poteri magici, come voi e me. O almeno credo...
194. Informazioni sul sito: pied-dans-eau.fr. Attenzione: non si tratta di psicoterapia, ma di stage – a pagamento – per acquisire
familiarità con l’acqua, condotti con estrema competenza

195. Pantalon M.V., Lubetkin B.S., «Use and effectiveness of self-help books in the practice of cognitive-behavioral therapy»,
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198. Attenzione: questi risultati particolarmente positivi si spiegano con due motivazioni principali. La prima è che di solito sono gruppi
particolarmente esperti a condurre le cure nel corso di queste ricerche. La seconda è che si tratta di quelli che, nel nostro gergo,
definiamo pazienti «puri», senza altre difficoltà psicologiche aggiunte; i tempi saranno più lunghi se avete anche tendenze
depressive, altre fobie ecc.

199. st L.G., «Long-term effects of behavior therapy for specific phobia», in Mavissakalian M.R., Prien R.F. (a cura di), Long-Term
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287. Sauteraud A., Non riesco a fare a meno di... verificare, lavare, controllare... Come riconoscere e liberarsi dalle ossessioni,
manie, fissazioni e compulsioni, Milano, 2004.

288. Lejoyeux M., Vaincre sa peur de la maladie, Parigi, La Martinière, 2002.

289. Asmundson N., Health Anxiety. Clinical and Research Perspectives on Hypochondriasis, New York, Wiley, 2001.

290. Mc Cabe R. et al., «Challenges in the assessment and treatment of health anxiety», Cognitive and Behavioral Practice, 2004,
11, pp. 102-123.

291. Un grazie particolare alla giovane donna che mi ha autorizzato a utilizzare il suo racconto e alla rivista Psychologies, su cui era
stato pubblicato inizialmente, che mi ha concesso di integrarlo al mio libro. Psychologies, 2003, 224, pp. 132-134.

292. Phillips K.A., The Broken Mirror: Understanding and Treating the Body Dysmorphic Disorder, Oxford, Oxford University
Press, 1998.
293. Phillips K.A. et al., «Efficacy and safety of fluvoxamine in body dysmorphic disorder», Journal of Clinical Psychiatry, 1998, 59,
pp. 165-171.

294. Lacroix M., Le Courage reinventé, Parigi, Flammarion, 2003.

295. Jollien A., Il mestiere di uomo, Magnano, Qiqajon, 2003

296. Relativi all’Italia, a cura della redazione.


297. Schultz J.H., Il training autogeno, tr. it. di G. Crosa, Milano, Feltrinelli, 1999.

298. In certi individui, al contrario, compare una sensazione di leggerezza piacevole.


299. Segal Z.V., Williams J.M.G., Teasdale J.D., Mindfullness-Based Cognitive Therapy for Depression, New York, Guilford
Press, 2002.
300. Brown K.W., Ryan R.M., «The benefits of being present: mindfullness and its role in psychological well-being», Journal of
Personality and Social Psychology, 2003, 84, pp. 822-848.
Indice

Presentazione

Frontespizio

Pagina di copyright

Introduzione

Capitolo 1. Paure normali e paure patologiche


LA PAURA: UN SISTEMA DI ALLARME

Che cos’è una paura normale?

Quando una paura diventa patologica?

DALLE PAURE MORBOSE ALLE MALATTIE DELLA PAURA: LE FOBIE

Qual è la differenza tra paura e fobia?

La differenza tra paure normali e paure fobiche

Qual è la frequenza delle paure e delle fobie?

La frequenza delle paure dette «semplici» nella popolazione generale su un campione rappresentativo di 8098 persone adulte1 (queste
cifre riguardano il rischio di comparsa nell’intero arco della vita)

Frequenza delle altre due grandi famiglie di paure2,3

Le fobie: paure intense e tenaci

La fobia non è soltanto paura e fuga, ma è anche lo scacco emotivo di fronte alla paura

LE GRANDI PAURE E LE FOBIE: UNA FORMA DI PAURA ALLERGICA?

COME CONTROLLARE LE PAURE?

I DIVERSI VOLTI DELLA PAURA

Capitolo 2. Da dove vengono paure e fobie?


PERCHÉ HO TANTA PAURA?

DA DOVE VENGONO LE FOBIE E LE PAURE ECCESSIVE?

Le concezioni tradizionali delle grandi paure

Le spiegazioni attuali delle grandi paure

LE PAURE DEL BAMBINO

LE PAURE APPARTENGONO AL PATRIMONIO DELL’UMANITÀ


Paure che ci hanno salvato...

Le fobie come eredità della specie: dalle ipotesi alle prove

L’umanità ha bisogno di fobici...

NON SIAMO TUTTI UGUALI DAVANTI ALLE PAURE E ALLE FOBIE: DIPENDE DALLA PREDISPOSIZIONE

Popolazioni più fragili?

La reazione di inibizione di fronte alla novità

Gli ipersensibili e gli iperemotivi sono predisposti alla fobia?

Intolleranza alla paura: la paura della paura

L’APPRENDIMENTO DELLE PAURE E DELLE FOBIE

Episodi traumatici: «Mi ha segnato per tutta la vita»

Esperienze di paura penose e ripetute: «Alla fine questa situazione mi ha fatto crollare»

L’imitazione di modelli: «Mamma, tu hai paura dei cani?»

I messaggi educativi: «Attenzione al grosso lupo cattivo»

Perché le donne hanno più paure e fobie degli uomini?

Il sesso delle culture può influire sulla comparsa di paure eccessive e di fobie?

CONCLUSIONE SULLE CAUSE DELLE PAURE E DELLE FOBIE

Capitolo 3. I meccanismi delle paure e delle fobie


LE TRE DIMENSIONI DELLE PAURE E DELLE FOBIE

MECCANISMI COMPORTAMENTALI: LA FUGA CHE PEGGIORA LA SITUAZIONE

Evitare una certa situazione è sensato, ma deleterio

Il genio dell’evitamento

Evitamenti sottili, che aiutano a sopravvivere, ma non a vivere bene. E ancor meno a vincere la paura

Evitare di evitare...

MECCANISMI PSICOLOGICI: LA PAURA HA GLI OCCHI SGRANATI

«Io non guardo, sorveglio»

«Non si può mai sapere...»

«Mi faccio film spaventosi»

«Mi rinchiudo in me stesso»

L’intelligenza non è libera: agire è possibile?

MECCANISMI EMOZIONALI: SI PUÒ SFUGGIRE ALLA PSICOBIOLOGIA DELLA PAURA?

Il circuito cerebrale della paura: scenario biologico di una sequenza che genera spavento

Il circuito cerebrale della paura


I rapporti tra amigdala e corteccia prefrontale: lotta o collaborazione?

Cablati per la paura

Irregolarità differenti legate alla biologia della paura

Come «calmare» l’amigdala cerebrale?

Coraggio e discernimento

Capitolo 4. Come affrontare la paura: prime indicazioni


1. DISUBBIDITE ALLE VOSTRE PAURE

2. CERCATE DI CAPIRE VERAMENTE CHE COSA VI FA PAURA

Le domande che gli individui fobici si pongono più di frequente e alcuni elementi di risposta

3. NON ABBIATE PIÙ PAURA DELLA PAURA

Non aver più paura della paura

Non vergognarsi più della paura

Non rattristarsi più perché si ha paura

4. MODIFICATE LA VOSTRA CONCEZIONE DEL MONDO

Il mondo è pericoloso: il ruolo degli scenari catastrofici

Non sono affidabile e le mie reazioni possono nuocermi: il pericolo è dentro di me

Non sono capace: la sensazione di scarso controllo

Paura prima, paura durante, paura dopo: paura sempre...

Le sequenze cronologiche della paura eccessiva

5. CONFRONTATEVI SECONDO LE REGOLE

Perché confrontarsi?

Le regole da rispettare per far tacere durevolmente le paure fobiche

6. RISPETTATE LE VOSTRE PAURE E FATE IN MODO CHE ANCHE GLI ALTRI LE RISPETTINO

7. RIFLETTETE SULLA VOSTRA PAURA, SULLA SUA STORIA, SULLA SUA FUNZIONE... MA NON PERDETEVI PER
STRADA!

Bisogna sempre riflettere sulla storia delle proprie paure

Essere fobici procura qualche vantaggio?

Le paure hanno un senso nascosto?

8. PRENDETEVI CURA DI VOI STESSI: PAURE, FOBIE E IGIENE DI VITA

Esercizio fisico

Alimentazione

Lo stress aggrava le paure

9. IMPARATE A RILASSARVI E A MEDITARE


Perché e come rilassarsi?

La meditazione può essere utile di fronte alle paure eccessive?

10. CONTINUATE GLI SFORZI NEL TEMPO

Capitolo 5. Tutto sulla cura delle fobie


SI PUÒ GUARIRE DA UNA FOBIA?

Guarire è prima di tutto veder diminuire o scomparire i sintomi

Guarire significa aver imparato ad affrontare le paure

Di quali strumenti disponiamo attualmente per guarire?

LE VIE BIOLOGICHE NECESSARIE DELLA GUARIGIONE

Guarire il cervello per guarire lo spirito

Modificare l’architettura cerebrale mediante la psicoterapia?

La prova mediante l’immagine

FARMACI CONTRO LE FOBIE?

I tranquillanti, i calmanti e altri ansiolitici fanno soltanto addormentare la paura

Alcuni antidepressivi consentono di regolare la paura

Esistono farmaci «bio» a effetto antifobico?

Il corretto uso dei farmaci

LE TERAPIE COMPORTAMENTALI E COGNITIVE

In che cosa consistono le terapie cognitive e comportamentali (TCC)?

Elogio del buon senso

Il piccolo Peter, primo caso di fobia trattato con la terapia comportamentale nel 1924

Come valutare scientificamente una psicoterapia?

Prove e dibattiti

Le tecniche utilizzate nelle TCC

In che cosa consiste la terapia per esposizione?

I principali metodi di esposizione

Modificare i pensieri automatici

Una novità nell’ambito dell’approccio TCC delle fobie: la EMDR

FOBIE E PSICANALISI

TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMA, MA PIÙ O MENO DIRETTAMENTE...

Capitolo 6. Paure e fobie: un po’ di storia e un ritratto di famiglia


ALCUNE PAURE E FOBIE ORIGINALI
LA FOBIA NON È UNA NEVROSI

LE TRE FAMIGLIE DI FOBIE

Capitolo 7. Paure e fobie «semplici»: animali, aereo, sangue e acqua...


PAURE INTENSE E FOBIE «SPECIFICHE»
Le tipologie principali di paure e fobie specifiche

Le fobie specifiche sono malattie?

Un po’ di scienza a proposito di paure e fobie specifiche

PAURE E FOBIE DEGLI ANIMALI

PAURE E FOBIE DEGLI ELEMENTI NATURALI

PAURA DELLA MANCANZA D’ARIA E CLAUSTROFOBIA

PAURE E FOBIE DEI MEZZI DI TRASPORTO

PAURE E FOBIE DEL SANGUE E DELLE FERITE

E QUANDO SI SOFFRE DI PIÙ PAURE NEL MEDESIMO TEMPO?

AFFRONTARE DA SOLI LE PAURE?

Ci si può guarire da soli da una fobia specifica?

COME CURARE PAURE E FOBIE SPECIFICHE?


Risultati198 delle terapie comportamentali nelle fobie specifiche199

Una cura ad hoc per certe fobie specifiche?

La realtà virtuale in aiuto delle fobie specifiche

COM’È ANDATA AI PAZIENTI DI CUI VI HO RACCONTATO LA STORIA IN QUESTO CAPITOLO?

Francesca e la fobia degli uccelli

Rosemarie e la fobia dell’acqua

Marianne e la fobia di guidare l’automobile

Marc e la fobia del sangue

PAURE SEMPLICI MA SPESSO ORFANE...

Capitolo 8. Paure e fobie sociali


SCAMBI CHE FANNO PAURA

Le situazioni sociali fonti di paura


Le situazioni di paure sociali

Situazioni di performance

Situazioni di osservazione

Situazioni in cui bisogna affermarsi

Situazioni di rivelazione di sé
Situazioni di interazioni superficiali

Oltre la paura: la vergogna

UNA PAURA SOCIALE ESPLOSIVA MA LIMITATA: LA TREMARELLA

Affrontare la tremarella

Modificare la propria visione del mondo

Saper gestire gli incidenti

Rinunciare alla perfezione

Esercitarsi con regolarità

I farmaci

UNA PAURA SOCIALE MODERATA MA IMBARAZZANTE: LA TIMIDEZZA

Affrontare la timidezza

Esprimere i pensieri e le emozioni complesse

Prendere l’iniziativa

Imparare ad affermarsi con calma

UNA PAURA MORBOSA: LA FOBIA SOCIALE

Le paure sociali al loro massimo


Le differenze tra timidezza e fobia sociale

La fobia sociale può assumere diversi volti

La paura di arrossire

LA SCIENZA DELLE PAURE SOCIALI

Un’amigdala cerebrale ipersensibile ai volti ostili?

La focalizzazione su di sé a scapito dell’interazione

La tendenza a una feroce autocritica...

L’insidia nascosta nei rimuginii dopo il confronto sociale

Il ruolo della collera, soprattutto quella repressa a furia di sottomettersi

COME CURARE LE PAURE SOCIALI GRAVI?

I farmaci

Le psicoterapie

Gli esercizi di esposizione per lottare contro le paure sociali

Esercizi efficaci anche per i terapeuti

Il lavoro sui propri pensieri e l’accettazione di sé


Esempio di rilievo cognitivo a colonne in un paziente fobico sociale

La terapia di Maxime
Le paure sociali di M axime
«NE HO ABBASTANZA DI SOTTO-VIVERE...»

Capitolo 9. Paura di sentirsi male: attacchi d’angoscia, panico e agorafobia


UNA SPECIE DI MALESSERE...

PAURA DI STAR MALE O DISTURBO PANICO?


Le componenti del disturbo panico con agorafobia

L’attacco di panico

Il disturbo panico

L’agorafobia

UNA PAURA MOLTO INVALIDANTE

LA DINAMICA DEL DISTURBO PANICO

La spirale panica

Una fobia duplice

La fobia delle sensazioni fisiche


Le sensazioni fisiche presenti in 8137 pazienti che soffrono di disturbo panico e hanno chiesto una visita psichiatrica in ambulatorio254

La fobia delle situazioni


Le paure principali riferite da pazienti agorafobi255

SCIENZA E ATTACCHI DI PANICO

Una vigilanza fisica eccessiva

Chimica e fobia: molecole della paura?

Iperventilazione e ipersensibilità al gas carbonico

Problemi con il modo di respirare

Il rapporto tra il DAP con agorafobia e anomalie in materia di salute

AFFRONTARE UN ATTACCO DI ANGOSCIA O UN MALESSERE

Che fare in caso di attacco d’angoscia acuto?

COME CURARE PANICO E PAURE AGORAFOBICHE

I farmaci

La psicoterapia comportamentale e cognitiva

Accettare la dimensione psicologica del disturbo panico

Imparare tecniche di controllo respiratorio e di rilassamento

Spezzare la spirale panica


M odifica delle convinzioni inquietanti in una paziente affetta da panico e agorafobia

Liberarsi del trauma: l’esposizione mediante immaginazione al ricordo degli attacchi peggiori

Provocarsi da soli i propri sintomi fisici: l’esposizione alle sensazioni temute


Riconquistare il territorio: l’esposizione alle situazioni evitate

Mantenimento dei risultati acquisiti: viva lo sport!

MI COLSE UN BRIVIDO DI PAURA...

Capitolo 10. Ancora tante altre paure...


PSEUDOPAURE E FALSE FOBIE

PAURE E FOBIE RARE O POCO CONOSCIUTE

La paura di soffocare mangiando o bevendo

La paura di vomitare in pubblico

La paura di fare rumori con il ventre, peti o di perdere feci o urina

La paura della caduta e degli spazi aperti

[h1 class="titopara2"> La paura di partorire, o tocofobia

La paura dei rapporti sessuali

Paure e fobie rare e atipiche

La cura delle paure rare

PAURE E FOBIE SINTOMATICHE DI ALTRE MALATTIE DELL’ANSIA

La paura dei microbi

La paura della malattia

La paura della morte

La dismorfofobia, o paura di apparire ridicoli a causa di un difetto fisico

Le paure di compiere un gesto impulsivo

QUALI CONCLUSIONI È POSSIBILE TRARRE RIGUARDO A PAURE E FOBIE?

Conclusione

Appendice
LIBRI E SITI INTERNET PER SAPERNE DI PIÙ

Libri sui diversi tipi di paure e di fobie

Paure e fobie specifiche

Paure sociali

Paure di sentirsi male, disturbo panico e agorafobia

Inquietudini ossessive e DOC (disturbo ossessivo-compulsivo)

Inquietudini generalizzate

Paure e fobie confuse insieme


Paure e fobie nei bambini

Libri sulla meditazione e sul rilassamento

Libri sui meccanismi all’origine delle paure e delle fobie

Siti Internet296

ESERCIZI DI RILASSAMENTO E DI MEDITAZIONE PER INDIVIDUI CHE SOFFRONO DI PAURE ECCESSIVE O DI


FOBIE

Gli esercizi di rilassamento

Che cos’è il rilassamento?

Utilità del rilassamento di fronte alle paure

Modalità pratiche del rilassamento

Esempio di esercizio di rilassamento

Gli esercizi di meditazione

Che cos’è la meditazione?

Utilità della meditazione di fronte alle paure

Modalità pratiche della meditazione

Ringraziamenti