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Giovanni Verga

Le radici culturali del Verismo


Il Verismo nasce in Italia nella seconda metà dell'800 come conseguenza degli influssi
del Positivismo che suscitò negli intellettuali fiducia nel progresso scientifico e la
capacità di conoscere e di riprodurre la realtà. L'influenza del Positivismo si manifestò in
vari settori, fra i quali la letteratura. Esso è un movimento filosofico che nasce in Francia
attorno alla metà dell'800 e si diffonde grazie anche all'inglese Charles Darwin.

Il Verismo
Verso la fine del 1870, grazie all'impegno critico di Luigi Capuana e al genio narrativo di
Giovanni Verga, si afferma il Verismo. Fra i principali motivi che contribuirono
all'affermazione di questo movimento, vi fu la crescente attenzione verso lo sviluppo del
sapere scientifico, che sembra fornire gli strumenti più adeguati all'osservazione e alla
spiegazione dei fenomeni naturali e dei comportamenti umani. Il secondo elemento
determinante fu l'emergere della questione sociale in genere e, in particolare, il
diffondersi dell'interesse per le condizioni di vita del Meridione, un argomento che
costituiva la materia privilegiata per quell'analisi oggettiva della realtà che i nuovi
orientamenti della cultura consideravano un'esigenza primaria. Un ulteriore motivo di
diffusione fu la volontà di favorire la crescita del livello culturale dei ceti popolari.
La dottrina del Verismo fu elaborata nel centro culturale più vivace di quel periodo,
l'ambiente milanese.

Giovanni Verga, la vita e le opere


Giovanni Verga compose i suoi primi romanzi sull'esempio della letteratura romantica e
autobiografica e che rappresentavano la società di ricchi mondani, oziosi, pieni di
disperazione e follia: Storia di una capinera è il romanzo intimo di una fanciulla che,
uscita temporaneamente dal convento, in una serie di lettere rivela ad una amica come
ella in campagna senta l'anima aprirsi alle gioie della vita e dell'amore per un giovane
amico e poi come sia straziata dal dolore, dalla gelosia e dal rimorso, quando è costretta
a ritornare in convento e a staccarsi da colui che lei ama più di ogni cosa e che sposerà
sua sorella. Morrà lentamente consunta dalla pazzia e dalla tisi.
Verso i quarant'anni Verga entra in contatto con la letteratura verista, il suo ritorno in
Sicilia, il "viaggio nel tempo" che fa dal settentrione al meridione e viceversa, la visione di
due mondi completamente diversi pur facenti parte dell'Italia unita, l'abisso che
distanzia sempre di più il Sud dal Nord, la convenienza di alcuni proprietari terrieri a
mantenere "ignoranti" i propri contadini, l'interesse politico e la prepotenza da parte dei
Don, dei Baroni fa si che egli cominci a sentirsi diverso, che senta il bisogno di
"denunciare", in qualche modo, l'arretratezza della terra in cui è nato e cresciuto e
dunque reagisce all'esasperato soggettivismo delle prime opere.
In qualche modo, questa sua simpatia verso un mondo fatto di reietti, umili e per la vita
semplice era già presente nei romanzi del Verga giovanile. Ora però volge lo sguardo alla
sua Isola, nei suoi aspetti sociali più veri e più desolati, alla vita misera della gente dei
paesini di provincia ma allo stesso tempo una realtà più schietta, sana e quindi vera.
Giovanni Verga sostiene che l'opera d'arte (intesa come qualsiasi opera prodotta
dall'uomo) debba essere o sembrare impersonale: "che sembri essersi fatta da sé senza
serbare alcun punto di contatto con l'autore".
In verità, pur evitando un giudizio o un commento personale dei fatti e dei personaggi,
osserva e rappresenta con vigorosa umanità, profonda pietà e intensa tristezza la vita
squallida e dolorosa dei contadini, dei pastori, dei pescatori, dei muratori: uomini che
vivono ancora allo stato degli uomini primitivi, ignoranti ma grandissimi "travacchiaturi",
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legati al loro mare, alla loro terra, alla loro casa e ogni giorno in lotta per il pane
quotidiano. Questi sono però fedeli ad alcune regole fisse, scritte nel dna, che si
tramandano - incoscientemente - di padre in figlio, e fedeli ad alcuni principi tradizionali
come il senso religioso del focolare domestico, la passione della terra, il rispetto della
donna, dell'onore familiare.
I siciliani accettano la sofferenza come ferrea legge della vita e non si ribellano mai al
cieco, schiacciante destino che pesa sul capo di ognuno: "questa è la mia sorte", "questa
è la mia croce"; se, talvolta cercano di cambiare lo stato delle cose per brama o cercano
di staccarsi dallo scoglio a cui sono aggrappati da quando sono venuti al mondo, di
uscire dal livello sociale a cui sono stati destinati rimangono a metà, per via e piegano il
capo sotto il peso di ciò che viene contro.
Il paesaggio delle sue opere s'intona perfettamente alla concezione pessimistica della vita
siciliana di Giovanni Verga: una terra bruciata dal sole, tormentata dalla malaria,
minacciata dal vulcano. Per assurdo questa terra però fa dimenticare, a volte, le
preoccupazioni e le pene familiari.
Verga dà il primo saggio della sua nuova adesione al verismo con le sue due famose
raccolte:
1. Vita dei campi composta da otto racconti fra cui La Lupa, Novelle Rusticane;
2. Novelle Rusticane La roba, Mastro Don Gesualdo.
I Malavoglia, primo romanzo di un ciclo intitolato I vinti. Il ciclo non fu concluso.
I Malavoglia narra la storia di una povera ma onesta famiglia di pescatori di Aci Trezza
che lotta contro un destino avverso incombente sulla sua casa del Nespolo; la famiglia
dei Malavoglia possiede la barca più vecchia del villaggio. Componenti della famiglia
sono: il vecchi nonno padron Ntoni, il figlio Bastianazzo e la moglie Maruzza (la longa) i
nipoti Ntoni, Luca, Mena, Alessi. Tutti
uniti per resistere alle tempeste della vita.
Il giovani Ntoni abbandona la famiglia per andare a fare il soldato, rende difficile la
situazione della situazione economica della famiglia. Il vecchio Ntoni, per rimediare,
pensa di comprare a credito una partita di lupini ma una tempesta fa naufragare la
barca con il carico di lupini. Rimane così il debito che i Malavoglia vogliono a qualunque
costo saldare. Si danno tutti da fare specie Ntoni che ritornato dalle armi. Il guadagno
però finisce per aggiustare la barca. La casa è inghiottita dai debiti. Il matrimonio di
Mena va a monte e un'altra tempesta distrugge la barca. Il nonno è inabile al lavoro;
Maruzza muore di colera. Ntoni lascia la casa in cerca di fortuna si dà al vizio e al
contrabbando, finisce in galera. Lia scappa in città, Il vecchio Ntoni finisce all'ospedale e
muore. Mena avvilita rinuncia al matrimonio con il giovane che l'ama, Alessi riesce a
riacquistare la casa del Nespolo dove Ntoni, uscito dal carcere ritorna per rivederla
un'ultima volta e poi scompare.
Una storia drammatica quella dei Malavoglia: quando qualcuno si stacca dal gruppo il
mondo, da pesce vorace quale è, lo ingoia. È stato definito l'epopea dei vinti, in cui
creature deboli ma eroiche soffrono e piangono, prive di speranza nella giustizia divina,
coscienti del loro tragico destino. Intorno agli umili protagonisti si raccolgono compari e
comari del villaggio.
Famosa è anche la novella di Verga, Rosso Malpelo. Rosso Malpelo è un ragazzo con i
capelli rossi, cosa che nel pregiudizio popolare indicava il suo modo di essere "malizioso
e cattivo"; da qui il soprannome Rosso Malpelo. A causa di ciò Malpelo è maltrattato da
tutti e non trova affetto neanche in famiglia. Malpelo lavora con il padre, Mastro Misciu,
in una cava di rena rossa. I due sono molto legati: Misciu infatti è l'unico ad avergli mai
dato affetto, e Malpelo, appena gli altri operai deridono il pover'uomo, lo difende. Un
giorno il padre deve terminare un lavoro presso cottimo, per eliminare un pilastro dalla
cava, malgrado sia molto pericoloso. La sera tardi, mentre Malpelo gli sta dando una
mano, il pilastro cade all'improvviso addosso al padre. Rosso Malpelo, preso dalla
disperazione, inizia ad urlare e a scavare con le unghie fino a farle sanguinare. Dopo la
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morte del padre, Malpelo diventa ancora più cattivo agli occhi di chi lo osserva e riprende
a lavorare alla cava proprio nella galleria dove era morto il padre. Qualche tempo dopo,
alla cava viene a lavorare un ragazzino piccolo e debole che prima faceva il muratore, ma
è costretto ad abbandonare il mestiere a causa di una caduta. Il ragazzo,
soprannominato Ranocchio per il modo in cui cammina, diventa oggetto di sfogo di
Malpelo che lo tormenta: lo picchia, lo insulta, e se Ranocchio non si difende, lui
continua, perché vuole che impari a reagire. In realtà il motivo di tale apparente
cattiveria è dato dal fatto che Malpelo gli vuole bene e vuole che impari la dura lezione
della vita; Malpelo infatti spesso gli dà la sua razione di cibo pur di non farlo morire di
fame, oppure lo aiuta con i lavori pesanti. Tutto ciò che gli rimane del padre sono i suoi
pantaloni, il piccone e un paio di scarpe, che Malpelo custodisce come tesori. Secondo
Malpelo la morte è la liberazione di tutto, e per i deboli sarebbe meglio non essere mai
nati. Ranocchio invece gli spiega del Paradiso, il posto dove i vivi che sono stati brave
persone vanno a riposare in eterno.
Non molto tempo più tardi Ranocchio, il quale da un po' di tempo stava deperendo, si
ammala di tubercolosi e muore in breve tempo. Malpelo adesso è effettivamente solo,
dato che la madre ha trovato un nuovo compagno e la sorella ha un marito e nessuno lo
vuole più in casa. Alla fine Malpelo muore alla cava: gli era stato infatti affidato il
compito di verificare un tratto di una galleria ancora inesplorato. Nessuno voleva
prendersi un simile compito, ma Malpelo accetta subito dato che non ha nessuno che
possa rimpiangerlo.

Poetica
Lo scrittore verista fa molta attenzione alla realtà del quotidiano e preferisce una
narrazione realistica e scientifica degli ambienti e dei personaggi. Evita di parlare delle
emozioni, presenta la situazione quotidiana come un’indagine scientifica, ricercando le
cause della sua trasformazione. L'artista deve ispirarsi unicamente al vero, cioè ricavare
l’insieme dei fatti della propria opera da avvenimenti realmente accaduti e
preferibilmente contemporanei, limitandosi a ricostruirli in maniera oggettiva, cioè
imitando la realtà in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi particolari. Il verista sente la
necessità di una riproduzione obiettiva ed integrale della realtà, secondo quella regola
dell'impersonalità che è l'applicazione in letteratura del principio scientifico della non
intromissione dello studioso sugli oggetti osservati. L’artista diventa il narratore, cioè
colui che raccoglie le emozioni, le sofferenze, le piccole gioie e le racconta senza
commenti o esaltazioni della realtà, mettendosi da parte per lasciar parlare i fatti e le
cose.
L’autore utilizza un linguaggio molto libero, ricchissimo di espressioni e costruzioni che
ricalcano l’uso siciliano. Per questo motivo la prosa di Verga sembra aderire
perfettamente alla realtà che rappresenta.