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università / 133

Volume pubblicato con il contributo


del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione
dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

Copyright © 2015, il nuovo melangolo s.r.l.


Genova - Via di Porta Soprana, 3-1
www.ilmelangolo.com

ISBN 978-88-7018-990-2
Nietzsche
nella
Rivoluzione conservatrice

a cura di
FRANCESCO CATTANEO
CARLO GENTILI
STEFANO MARINO
TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI

F. NIETZSCHE

KGW = Kritische Gesamtausgabe Werke, a cura di G. Colli e M. Montinari, prose-


guita da V. Gerhardt, N. Miller, W. Müller-Lauter e K. Pestalozzi, Berlin/New York,
De Gruyter, 1967 ss.

KSA = Kritische Studienausgabe, a cura di G. Colli e M. Montinari,


München/Berlin/New York, DTV/De Gruyter, 1999.

OFN = Opere complete di Friedrich Nietzsche, a cura di G. Colli e M. Montinari,


proseguite da M. Carpitella e G. Campioni, Milano, Adelphi, 1964 ss.

KGB = Briefwechsel. Kritische Gesamtausgabe, a cura di G. Colli e M. Montinari,


proseguito da N. Miller e A. Pieper, Berlin/New York, De Gruyter, 1975 ss.

KSB = Sämtliche Briefe. Kritische Studienausgabe, 8 voll., a cura di G. Colli e M.


Montinari, München/Berlin/New York, DTV/De Gruyter, 20032 (19861).

E = Epistolario di Friedrich Nietzsche, a cura di G. Colli e M. Montinari, proseguito


da G. Campioni e F. Gerratana, Milano, Adelphi, 1976 ss.
Il pericolo dell’illuminismo. Tutto ciò di semifolle,
di istrionico, di bestialmente crudele, di volut-
tuoso, e particolarmente di sentimentale e di ebbro
di sé, che costituisce insieme la vera sostanza ri-
voluzionaria, e che in Rousseau, prima della Rivo-
luzione, era diventato carne e sangue, – tutto
questo essere si pose con perfido entusiasmo
anche l’illuminismo sul fanatico capo, che per
questo cominciò a brillare come in un’aureola tra-
sfiguratrice: l’illuminismo, che era in fondo così
estraneo a quell’essere e che, agendo spontanea-
mente, sarebbe proceduto tranquillo, come uno
splendore di luce attraverso le nuvole, contento per
lungo tempo di trasformare solo gli individui:
sicché solo molto lentamente esso avrebbe trasfor-
mato anche i costumi e le istituzioni dei popoli. Ma
ora, legato a un essere violento e brusco, l’illumi-
nismo divenne esso stesso violento e brusco. La
sua pericolosità è in tal modo divenuta quasi più
grande dell’utilità liberatrice e rischiaratrice, che
attraverso di esso venne al grande movimento ri-
voluzionario. Chi comprende ciò, saprà anche da
quale mescolanza bisogna estrarlo e di quale intor-
bidamento bisogna purificarlo: per poi continuare,
in se stesso, l’opera di rischiaramento e successi-
vamente soffocare sul nascere, rendere come non
avvenuta la Rivoluzione.

F. NIETZSCHE, Il viandante e la sua ombra, af. 221


INTRODUZIONE

di Francesco Cattaneo, Carlo Gentili, Stefano Marino

“Rivoluzione conservatrice” è un sintagma particolare, in una certa


misura forse anche paradossale, per il suo tenere insieme due determi-
nazioni concettuali (il fattore “rivoluzionario” e quello “conservatore”,
per l’appunto) spesso assunte pre-riflessivamente – in modo cioè quasi
automatico, sulla base di abitudini di pensiero e presupposti che ap-
paiono immediatamente validi e, per questo, non ulteriormente indagati
– come opposte fra loro. Non a caso, nel momento in cui Armin Mohler,
nel 1950, adottò tale formula per la propria ricostruzione di alcune im-
portanti tendenze filosofiche, culturali e politiche diffusesi in Germania
tra la fine della Prima guerra mondiale e l’avvento del regime nazista,
“molti protagonisti ancora vivi protestarono contro una definizione che
suonava contradictio in adiecto”1. Nonostante ciò (o forse proprio per
questo), “Rivoluzione conservatrice” è anche un’espressione efficace,
pregnante e, bisogna aggiungere, storiograficamente molto fortunata,
come dimostrato dal semplice fatto di essere ormai entrata stabilmente
a far parte del lessico del pensiero politico della contemporaneità. A
questo proposito, è stato notato che “solo negli anni quaranta comincia
ad affacciarsi il significato odierno” della formula “Rivoluzione con-
servatrice”, significato che comprende tutto ciò che si trova “tra te-
desco-nazionali e nazionalsocialisti”; all’epoca della Repubblica di
Weimar, invece,

1. S. BREUER, La rivoluzione conservatrice. Il pensiero di destra nella Ger-


mania di Weimar, trad. it. di C. Miglio, Roma, Donzelli, 1995, p. IX. Il riferimento,
chiaramente, è al volume: A. MOHLER, Die Konservative Revolution in Deutschland
1918-1932. Grundriß ihrer Weltanschauungen, Stuttgart, Vorwerk Verlag, 1950.

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l’uso di tale definizione era tutt’altro che univoco. La si attribuiva a Lutero, ma
anche a Fichte, o a Bismarck; allo spirito russo come alla filosofia di Nietz-
sche, al romanticismo tedesco, all’antirinascimento e alla Controriforma; a
Sorel e a von Papen; alla guerra come alla conservazione dei privilegi nobiliari.
Anche il primo libro così intitolato, La rivoluzione conservatrice di Hermann
Rauschning (1941), usa il termine secondo un’accezione specifica, limitata al
movimento monarchico-cattolico contrapposto al dinamismo nichilista della
modernità […]. Le cose cambiano con lo studio di Armin Mohler [in cui] per
la prima volta la rivoluzione conservatrice diventa comune denominatore di
uno spettro politico che comprende cinque gruppi: i völkisch, i nazionalrivolu-
zionari, giovani o neoconservatori, i bündisch e il movimento contadino. La
terza edizione ampliata del 1989 non fa più menzione degli ultimi due gruppi,
considerati infatti fenomeni di passaggio o marginali, ma la linea fondamen-
tale resta invariata: la rivoluzione conservatrice è un movimento a sé, diverso
dal nazionalsocialismo come dalla reazione conservatrice; il suo fulcro ideo-
logico sta tutto in una particolare immagine del mondo: “l’immagine dell’e-
terno ritorno”, del tempo ciclico […]. Gli anni sessanta rappresentano per la
storiografia un autentico spartiacque. Proprio allora in Germania si comincia-
vano a fare i conti con il passato recente [e] la rivoluzione conservatrice [di-
viene] un concetto corrente per chi si occupa della politica dell’età weima-
riana2.

Ora, in linea estremamente generale, quel che siamo soliti consi-


derare ormai il fenomeno della Rivoluzione conservatrice va inscritto
nel quadro più ampio relativo al cosiddetto “pensiero della crisi” primo-
novecentesco, là dove con quest’ultima espressione si fa riferimento a
una pluralità di “pensatori politici anche assai distanti fra loro” su molti
punti, ma comunque accomunati da tratti di fondo come la “rinuncia a
un’interpretazione razionalistica o dialettica delle contraddizioni del
presente […] per assumerle invece come strutturali e immodificabili
dalla ragione, cioè come un destino tragico”; o, ancora, come la radica-
lizzazione della “crisi della ragione moderna e del suo rapporto fonda-
tivo e costruttivo con la politica”, e la conseguente proposta di “una po-
litica la cui cifra non è più la razionalità umana ma l’accettazione del
dominio e della violenza attraverso l’eroismo o la decisione”; o, infine,
come l’idea secondo cui, in realtà, “il progresso è decadenza”, “la civiltà
è barbarie”, “l’avvento delle masse sulla scena politica è inevitabile ma
catastrofico per la cultura di alto livello”, e tutto ciò costituisce “un vi-

2. S. BREUER, La rivoluzione conservatrice…, cit., pp. VII-VIII [trad. legger-


mente modificata].

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colo cieco della civiltà”3. Dunque, un fenomeno storico-culturale e fi-
losofico, quello della Rivoluzione conservatrice, contraddistinto da un
netto senso di disagio e pessimismo, da una ripresa anti-moderna della
modernità (soprattutto in riferimento alla questione della tecnica) e da
una forte carica antiliberale e antimarxista sul piano più propriamente
politico. Un fenomeno, infine, che si è soliti ricollegare oggi all’attività
di alcuni circoli intellettuali (Juni-Club, Ring-Kreis), di alcune riviste
(“Die Tat”, “Standarte”, “Die Deutsche Rundschau”, “Deutsches Volk-
stum”) e di alcuni personaggi-chiave, come H. Freyer, A.E. Günther, M.
Hildebert Boehm, E. Jung, E. Jünger, F.-G. Jünger, A. Moeller van den
Bruck, E. Niekisch, M. Spahn, O. Spann, O. Spengler, W. Stapel, H.
Zehrer e H.O. Ziegler.
Esaminare il movimento di pensiero della Rivoluzione conserva-
trice, ricostruendone alcuni aspetti fondamentali e, inoltre, ampliando
l’analisi in modo da comprendere anche autori non direttamente inseriti
nel movimento ma, comunque, orbitanti a vario titolo intorno a esso o
quantomeno vicino a esso (come, ad esempio, A. Baeumler, T. Mann, C.
Schmitt e M. Heidegger), è senz’altro uno degli scopi essenziali del pre-
sente volume. In esso sono raccolte le relazioni tenute in occasione del
convegno di studio Nietzsche nella Rivoluzione conservatrice, svoltosi
a Bologna nei giorni 10-11 maggio 2013 e organizzato presso la Fonda-
zione Gramsci Emilia-Romagna in collaborazione con il Dipartimento
di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna. È da segna-
lare che tale convegno, peraltro, ha rappresentato un momento di conti-
nuità con precedenti iniziative analoghe, collocandosi nel segno di una
particolare attenzione dedicata nel corso degli ultimi anni dal Diparti-
mento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna al pen-
siero tedesco otto- e novecentesco. Tra le iniziative analoghe da segna-
lare a questo proposito, rispetto alle quali l’evento su Nietzsche e la Ri-
voluzione conservatrice può considerarsi appunto come un’ulteriore va-
riazione sul tema, ricordiamo qui i convegni Nietzsche. Illuminismo.
Modernità (organizzato nel 2000 in occasione del centenario della
morte del filosofo di Röcken), Metafisica e nichilismo. Löwith e Hei-
degger interpreti di Nietzsche (organizzato nel 2004 quale ideale prose-
cuzione del convegno precedente), Martin Heidegger trent’anni dopo

3. C. GALLI, I pensatori radicali della crisi, in ID. (a cura di), Manuale di


storia del pensiero politico, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 509-510.

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(organizzato nel 2006 in occasione del trentennale della morte del filo-
sofo di Meßkirch), Domandare con Gadamer: cinquant’anni di “Verità
e metodo” (organizzato nel 2010 per celebrare i cinquant’anni dalla
pubblicazione del capolavoro gadameriano) ed Eredità nietzschiane (or-
ganizzato nel 2011 a testimonianza di un costante interesse per la per-
durante attualità del pensiero dell’autore di Così parlò Zarathustra)4.
Come indicato dal titolo stesso del convegno, dei cui lavori si in-
tende rendere testimonianza in questa sede, un altro degli scopi essen-
ziali del presente volume è proprio quello di analizzare con attenzione
e in maniera precisa il ruolo di Nietzsche all’interno della galassia di au-
tori, temi e problemi rappresentata dalla Rivoluzione conservatrice. Si
tratta di un’analisi imprescindibile per chiunque decida di confrontarsi
con tale movimento filosofico-politico, per il semplice motivo che,
com’è stato opportunamente notato, “i rivoluzionari conservatori di-
chiarano spesso il loro ‘debito’ nei confronti di Friedrich Nietzsche, de-
finendolo come la loro principale guida filosofica”, ragion per cui si
può persino dire che “la rivoluzione conservatrice è ‘impensabile senza
Nietzsche’”5. Di tutto ciò si è cercato di dare adeguatamente conto nelle
due giornate del convegno e, di riflesso, nei contributi che vengono qui
pubblicati. Contributi che analizzano, approfondiscono e talvolta riela-
borano alcuni fra i motivi principali del pensiero nietzschiano, mirando

4. Gli atti dei suddetti convegni sono stati pubblicati, rispettivamente, nei se-
guenti volumi: C. GENTILI, V. GERHARDT e A. VENTURELLI (a cura di), Nietzsche. Il-
luminismo. Modernità, Firenze, Olschki, 2003; C. GENTILI, W. STEGMAIER e A. VEN-
TURELLI (a cura di), Metafisica e nichilismo. Löwith e Heidegger interpreti di Nietz-
sche, Bologna, Pendragon, 2006; C. GENTILI, F.-W. VON HERRMANN e A. VENTURELLI
(a cura di), Martin Heidegger trent’anni dopo, Genova, Il Melangolo, 2009; F. CAT-
TANEO, C. GENTILI e S. MARINO (a cura di), Domandare con Gadamer. Cinquant’anni
di “Verità e metodo”, Milano, Mimesis, 2011; F. CATTANEO e S. MARINO (a cura di),
Da quando siamo un colloquio. Percorsi ermeneutici nell’eredità nietzschiana,
Roma, Aracne, 2011.
5. R. WOODS, The Conservative Revolution in the Weimar Republic, London,
MacMillan Press, 1996, p. 29. Le parole citate fra virgolette da Roger Woods sono
tratte dal già citato libro sulla Rivoluzione conservatrice di Armin Mohler. In ma-
niera del tutto analoga, anche uno fra i principali interpreti di Nietzsche in assoluto,
Karl Löwith, ha notato che l’opera di autori come, fra gli altri, “O. Spengler, […] Th.
Mann, G. Benn e E. Jünger” sarebbe decisamente “impensabile senza Nietzsche” (K.
LÖWITH, Nietzsche e l’eterno ritorno, a cura di S. Venuti, Roma/Bari, Laterza, 1996,
p. 199).

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così a offrire un contributo alla ricostruzione e comprensione della sua
“storia degli effetti”.
I curatori desiderano esprimere la propria gratitudine a tutti i par-
tecipanti al convegno (con una menzione speciale per i giovani studiosi
che hanno svolto il ruolo di discussant: Andrea Angelini, Angela Ci-
mato, Laura La Bella, Andrea Maistrello, Giovanni Polimeni e Rolando
Vitali), per l’entusiasmo, la vivacità di pensiero e il sincero spirito di
amicizia e collaborazione con cui hanno animato le nostre giornate di
studio, favorendone in maniera decisiva la riuscita. Un ringraziamento
particolare va poi a Silvia Rodolosi, del Dipartimento di Filosofia e Co-
municazione dell’Università di Bologna, per la squisita disponibilità e il
prezioso supporto nella realizzazione del convegno, e alla Fondazione
Gramsci Emilia-Romagna per averci messo a disposizione il suo perso-
nale e le sue strutture.

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FRANCESCO CATTANEO

SUL CONCETTO DI RIVOLUZIONE NELLA FILOSOFIA


DI MARTIN HEIDEGGER.
ALCUNE NOTE STORICO-ONTOLOGICHE*

Non posso dire con certezza che le cose, cambiando,


diverranno migliori; ma quello che posso invece dire è che,
perché si mettano bene, è necessario che cambino.
G.C. LICHTENBERG1

Evocare, in rapporto a Heidegger, la questione della rivoluzione,


significa avventurarsi per un sentiero aspro, ma nondimeno necessario,
soprattutto se si tratta di collocare le scelte politiche del filosofo all’al-
tezza del suo pensiero. E non è forse giusto e doveroso collocarle a tale
altezza, qualora ci si voglia far davvero carico dell’intensità e pervasi-
vità della Denkerfahrung di Heidegger? Denkerfahrung è parola em-
blematica: in essa il pensiero si dà come esperienza e si fa nell’espe-
rienza, all’insegna della congiunzione greca tra theoria e bios. Se questa
è la specifica dimensione della filosofia heideggeriana, allora, per cor-
risponderle convenientemente, occorre raccogliere fino in fondo la
sfida di Karl Löwith2, la sfida per cui ciò che Heidegger volle e fece
negli anni Trenta non è solo un “episodio”, rubricabile come piccineria
dell’uomo di contro alla grandezza del pensatore, ma un elemento “bio-
grafico” nel senso esistenzialmente più denso, dove la theoria costi-

* Nel presente contributo si farà ricorso alle seguenti sigle:


HGA = MARTIN HEIDEGGER, Gesamtausgabe letzter Hand, Frankfurt a.M., Klos-
termann, 1975 ss.
1. G.C. LICHTENBERG, Aphorismes und andere Sudeleien, a cura di U. Joost, Stutt-
gart, Reclam, 2003, p. 54.
2. Sul punto, cfr. K. LÖWITH, Heidegger – Denker in dürftiger Zeit, in ID., Sämt-
liche Schriften, 9 voll., a cura di K. Stichweh e M.B. de Launay, Stuttgart, J.B. Metzler,
1981-1986, vol. VIII: Heidegger – Denker in dürftiger Zeit. Zur Stellung der Philosophie
im 20. Jahrhundert, 1984; trad. it. di C. Cases e A. Mazzone, Saggi su Heidegger, Torino,
Einaudi, 1974 (19661).

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tuisce una forma eminente della praxis umana e, viceversa, la praxis
viene irradiata dalla theoria.
Parafrasando la medicina, in cui si distingue tra un trattamento sin-
tomatico, che si limita ad alleviare i disturbi, e un trattamento eziolo-
gico, che interviene direttamente sulle cause, credo si possa affermare
che il pensiero “in grande stile” di Heidegger richieda un’Auseinander-
setzung “eziologicamente” orientata. Che ciò significhi mettere a re-
pentaglio il suo pensiero, non deve spaventare: si tratta comunque di un
gesto più vivo che preservarlo anestetizzato nella turris eburnea dello
spirito. Come ebbe a scrivere Charles Peguy, una grande filosofia “non
è una filosofia senza macchia. È una filosofia senza paura”3.

***

Il pensiero di Heidegger si è proposto, ed è stato ripetutamente


qualificato, come rivoluzionario. In effetti, Heidegger mira a una rivo-
luzione del modo d’essere dell’uomo, una rivoluzione la cui magnitu-
dine corrisponde a quanto preconizzato da Hölderlin in una lettera a
Johann Gottfried Ebel del 10 gennaio 1797: “Io credo a una rivoluzione
ventura dei modi di sentire e dei modi di rappresentazione [eine künf-
tige Revolution der Gesinnungen und Vorstellungsarten] che farà ver-
gognare tutto ciò che ha avuto luogo finora”4. Al pari del poeta, il filo-
sofo auspica, per così dire, una muta, un integrale cambio di pelle del-
l’uomo, tale da investire anche, se non soprattutto, la dimensione “poli-
tica”, almeno laddove si intenda quest’ultima all’insegna della polis
come località storica dello stanziarsi dell’essere e dell’abitare “poetico”
dell’uomo. “Voll verdienst, doch dichterisch wohnet der Mensch auf
dieser Erde”, scrive Hölderlin5.
Posto che Heidegger caldeggi una rivoluzione, e che, dunque, ne
supponga la possibilità, rimane il compito più delicato: determinare in
quale rivoluzione Heidegger confidasse, quale rivoluzione si propo-

3. Citato in F. FÉDIER, Heidegger e la politica. Anatomia di uno scandalo, a cura


di G. Zaccaria, Milano, EGEA, 1993, p. XIX.
4. F. HÖLDERLIN, Sämtliche Werke, Briefe und Dokumente in zeitlicher Folge, 12
voll., a cura di D.E. Sattler, München, Luchterhand, 2004, vol. V, p. 79.
5. Ivi, vol. XII, p. 23; trad. it. a cura di L. Reitani, Tutte le liriche, con uno scritto
di A. Zanzotto, Milano, Mondadori, 2001, p. 347.

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