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MANUTENZIONE DEI PAVIMENTI DI MARMO,


MNT 04
ARDESIA, PIETRA

Sommario
PRINCÌPI FUNZIONALI DI BASE
CAMPI DI APPLICAZIONE
APPLICAZIONE DELLA TECNICA E FASI OPERATIVE
ACCORGIMENTI, VARIANTI, LIMITI
ESPERIENZE
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

PRINCÌPI FUNZIONALI DI BASE


La manutenzione dei pavimenti, in generale, consiste in una serie di operazioni cui è necessario
ricorrere per far fronte ai danni derivanti da prolungati periodi di abbandono, da eventi traumatici
come urti, dissesti, distacchi e simili, e dalla consunzione dell’uso.
A seguito di tali eventi, le superfici pavimentali possono subire alterazioni più o meno gravi, che
impongono talvolta interventi più o meno estesi e tecnicamente articolati. Inoltre, la normale usura
dello strato più superficiale del manufatto richiede, a determinati intervalli, un’attività manutentiva
costante, che ne assicuri l’efficienza e ne consenta la praticabilità.
In particolare, i pavimenti di ardesia, marmo o pietra, pur richiedendo interventi manutentivi a
grandi linee analoghi a quelli di altri manufatti della stessa categoria (v. MNT 01 - Manutenzione di
pavimenti alla veneziana; MNT 02 - Manutenzione di pavimenti in cotto; MNT 03 - Manutenzione di
pavimenti e rivestimenti lignei), presentano caratteristiche specifiche di materia e di procedure
costruttive.
Sotto questo profilo, infatti, i pavimenti di marmo, ardesia o pietra si distinguono, quanto meno,
perché:

— non sono, in genere, esposti ad attacchi biotici, salvo quelli esposti all’aperto che possono
essere interessati da croste di muschi, licheni o funghi;
— non hanno struttura monolitica, ma sono generalmente composti dall’unione di parti elementari
(mattoni, piastrelle, lastre);
— sono costituiti da materiali di cava semplicemente lavorati, o da impasti di graniglia di pietra e
cemento.

La manutenzione è l’operazione preventiva più utile a rallentare e mantenere sotto controllo


periodico il processo di usura, e a impedire che questi manufatti, soprattutto se dotati di qualità
storiche o artistiche, raggiungano una condizione di degrado tale da imporre un intervento di
restauro, se non la loro rimozione e la sostituzione. Essa può essere considerata una prassi
finalizzata a mantenere il loro livello di efficienza e di prestazioni entro valori determinati, in modo
che il loro invecchiamento risulti complessivamente equilibrato.

CAMPI DI APPLICAZIONE
Una manutenzione ordinaria si applica a tutti i pavimenti normalmente in uso, con lo scopo di
prolungarne la durata e di assicurarne un certo standard di praticabilità. Interventi manutentivi più
radicali sono necessari, invece, se il pavimento ha subito danni più o meno gravi, causati da lunghi
periodi di abbandono, da dissesti localizzati o da traumi dovuti a un uso improprio, come urti
violenti, graffi e incisioni, macchie e impregnazioni di sostanze estranee, rotture, sconnessioni,
distacchi e simili. In talune circostanze, il danno può essere talmente spinto ed esteso da
richiedere un vero e proprio trattamento di restauro.

APPLICAZIONE DELLA TECNICA E FASI OPERATIVE


È sempre bene far precedere qualsiasi intervento da un accurato esame della superficie
pavimentale, in modo da accertare la quantità, l’estensione, la localizzazione e il genere di
degrado che la investe. In particolare, vanno individuati i depositi, nella loro natura e consistenza

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(polveri, materie grasse, sporco compatto ecc.); le macchie e le impregnazioni (sostanze untuose
o coloranti); le rotture e le alterazioni meccaniche della superficie (scheggiature, buchi, crateri,
incisioni, graffi più o meno profondi ed estesi); lo stato dei giunti (sbeccature dei bordi, depositi di
sporco, separazioni tra gli elementi); gli eventuali danni statici (distacchi, sconnessioni,
fessurazioni). Dall’esame preliminare deve conseguire un programma degli interventi manutentivi,
in modo che questi assicurino una completa rimessa in efficienza del manufatto e una sua
conservazione nel tempo.

Pulitura
L’opera manutentiva inizia, in genere, con una pulizia accurata delle superfici da trattare. Ciò allo
scopo di facilitare l’esame dello stato di conservazione e di evitare indesiderate e dannose
interazioni tra le particelle di sporco depositate e i prodotti che si intendono utilizzare nelle fasi
successive dell’intervento/trattamento. La pulitura può limitarsi al lavaggio con acqua semplice o
con aggiunta di detersivi o soda, strofinando la superficie con spazzole di saggina, risciacquando e
insistendo soprattutto nei pressi delle fessurazioni, dei giunti e dei piccoli crateri determinati da
perdite locali di materiale. Qui, infatti, si annida spesso lo sporco più tenace, quello che rischia di
compromettere le successive riparazioni, integrazioni o stuccature. Per raggiungere risultati
accettabili, in questi casi è talvolta opportuno integrare l’azione dei detergenti con puliture
meccaniche, ricorrendo a spazzole, punte, bisturi e, talora anche a interventi d’idrosabbiatura.
In caso di pavimentazione sottoposta a traffico intenso, occorre prestare attenzione alla rimozione
dei materiali di tipo sabbioso, che causano l’abrasione della superficie.

I detergenti sono i prodotti chimici utilizzati nella fase della pulitura; in base alla composizione
chimica ed al materiale su cui possono essere utilizzati si distinguono:

— i detergenti neutri, normalmente utilizzati per la pulizia quotidiana e che permettono di


rimuovere la patina superficiale di sporco comune e di polvere;
— i detergenti acidi tamponati, che eliminano macchie di tempera, cemento, salnitro, muffe;
— i detergenti caustici, che hanno un potere fortemente sgrassante e sono utilizzati per eliminare
macchie di olio, sporco tenace di origine untuosa e ossidazioni tipiche di alcuni materiali;
— i detergenti alcalini, che consentono di asportare depositi grassi di origine organica e
inorganica;
— i solventi, generalmente abbinati a sostanze deceranti, che sono impiegati per rimuovere vecchi
strati di cere e vernici provenienti da precedenti trattamenti di manutenzione.

È necessario, tuttavia, valutare con attenzione l’effetto di ogni detergente, perché ciascuno di essi
agisce in modo più o meno aggressivo e si comporta diversamente con i diversi materiali.
In particolare, per la pulitura delle pietre naturali calcaree, come marmi, onici, ardesie, travertini e
arenarie, sono assolutamente da evitare i prodotti acidi (alcol denaturato, acido solforico, acido
acetico, ovvero aceto e acido citrico, ovvero succo di limone), perché l’interazione con il carbonato
di calcio in essi contenuto produce un effetto corrosivo, rendendone opaca e ruvida la superficie.
Analogamente sono da evitare i prodotti anticalcare in quanto sciolgono la calcite contenuta nelle
pietre sopra elencate, provocando la formazione di cavità; inoltre, spesso gli anticalcare sono ad
alto contenuto di acido fosforico o acido fluoridrico, che hanno il potere di attaccare anche il quarzo
che compone i silicati, provocando danni irreversibili.
Qualora i marmi e le rocce calcaree presentino macchie resistenti ai detergenti neutri è possibile
ricorrere a prodotti basici come l’ammoniaca.
I silicati come graniti, gneiss, serpentini, beole, serizzi, quarziti, invece, sono resistenti agli acidi
deboli, come l’alcool denaturato, l’acido acetico ovvero aceto, l’acido citrico, ovvero succo di
limone e anche ad alcuni acidi forti come l’acido solforico; tuttavia, se ne raccomanda l’uso solo in
casi estremi.
La soluzione è generalmente stesa a mano sul pavimento utilizzando spazzole o pennellesse;
quindi, si lascia agire per un periodo variabile da alcuni minuti a diverse ore, secondo il tipo di
sporco da rimuovere e il detergente utilizzato; in caso di soluzioni particolarmente attive contro lo
sporco, si consiglia di eseguire sempre una prova di corrosione e di tenuta di colore su un tassello
del materiale che compone il pavimento.

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Quando le condizioni conservative lo consentono, per ridurre il tempo di applicazione del


detergente, si ricorre anche allo strofinamento manuale o meccanico (con idonee macchine) del
pavimento trattato, concentrando l’azione sulle parti interessate dalle macchie.
Si procede quindi alla rimozione totale del prodotto pulente con un abbondante e accurato
risciacquo; infine, l’operazione di lavaggio è completata dalla fase di asciugatura.
In genere, soprattutto in caso di depositi sulla superficie della pietra, la sola azione meccanica
rimuove l’incrostazione, ma lascia l’eventuale macchia dovuta alla penetrazione nei pori di
sostanze pigmentate.
Per la rimozione di macchie particolarmente tenaci ed evidenti, quali olio, grasso industriale, grassi
alimentari, caffè, è possibile ricorrere a prodotti in pasta di recente immissione sul mercato,
appositamente formulati e differenziati a seconda del supporto da trattare e della sostanza da
rimuovere. Tali prodotti si applicano stendendo uno strato di circa 5 mm di spessore sulla
superficie interessata mediante l’ausilio di una spatola o paletta e ricoprendo il tutto con un film
plastico (ad esempio in polietilene) per mantenere costante il grado di umidità dell’impasto ed
agevolare l’assorbimento della macchia; dopo un intervallo di tempo variabile a seconda del tipo di
sostanza da rimuovere e del grado di penetrazione della stessa, verrà tolta la pellicola e,
successivamente, il prodotto antimacchia attraverso un accurato risciacquo.
In ogni caso, prima dell’applicazione dei prodotti detergenti e, a maggior ragione, degli antimacchia
di recente formulazione, è consigliabile effettuare delle prove a campione per verificare l’efficacia
dell’intervento e scongiurare eventuali rischi. Ad esempio, in presenza di superfici molto alterate e
quindi con un elevato grado di porosità, esiste il rischio di penetrazione in profondità del
detergente, che non sarà possibile asportare completamente con il lavaggio finale; in condizioni
simili, dopo un accurato risciacquo del detergente, è necessario ricorrere a sostanze neutralizzanti
che ne limitino il potere corrosivo.

Stuccatura e sigillatura
È un procedimento a cui si ricorre in caso di rottura degli elementi lapidei che compongono la
pavimentazione e per mascherare imperfezioni quali fessurazioni, incisioni, abrasioni, piccoli
crateri, alveoli, in modo da riportare la superficie al suo stato originario senza sostituzione degli
elementi danneggiati.
Una volta ripulita la parte interessata da ogni residuo di polvere, sporco, frammenti incoerenti di
qualunque genere mediante le procedure sopra esposte, si stende accuratamente uno specifico
stucco dopo averlo fatto sciogliere con l’aiuto di un’apposita resistenza elettrica; si avrà cura di
verificare che la lacuna o abrasione sia ben riempita dal materiale. Una volta raffreddato, si
rimuove l’eccesso mediante una spatola, si liscia la superficie con l’ausilio di una carta vetrata fine
e, per concludere, si leviga in modo da uniformare la parte trattata alla restante pavimentazione.
I prodotti sigillanti utilizzati sono generalmente composti da resina poliestere con cariche in
sospensione, a due componenti: adesivo e catalizzante. Per la preparazione dello stucco si
possono impiegare materiali diversi, allo stato puro o con aggiunta di pigmenti per mimetizzarne le
applicazioni. Su tale argomento specifico si rinvia a INT 12 - Integrazione di fratture e di piccole
cavità con materiali in pasta.
Sono in commercio prodotti in vari colori, inoltre sono pigmentabili, in modo da ottenere qualunque
sfumatura, il più possibile vicina al colore della pietra originale. Per l’applicazione, occorre tenere in
considerazione i dati microclimatici dell’ambiente in cui si opera; in particolare, l’umidità dell’aria e
la temperatura possono intervenire sui tempi di reazione della miscela, pertanto è sconsigliata
l’applicazione in condizioni di elevata umidità o temperatura inferiore a 10 °C.
Dopo l’indurimento, gli stucchi a caldo possono essere lavorati come la pietra.
Tali prodotti sono insensibili alla maggior parte dei detergenti utilizzati per la normale
manutenzione dei pavimenti in pietra.
La completa polimerizzazione degli stucchi a caldo avviene dopo 7-8 giorni; tuttavia, già dopo 4-5
ore dall’applicazione è possibile procedere con la levigatura della superficie.

Lucidatura
La lucidatura normalmente segue la pulitura delle pavimentazioni lapidee.

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I lucidanti in pasta sono concentrati di cere nobili dissolte in solvente non infiammabile, e sono
ideali per la lucidatura finale di marmi, graniti e pietre lucide. In commercio sono disponibili in
diversi colori e in versione incolore.
Si applicano mediante sfregamento a mano o a macchina, con paglia d’acciaio fine, feltro o panno
di lana; la composizione penetra nelle porosità del materiale trattato, chiudendole ed eliminando le
piccole crepe. Asciugano rapidamente e producono un effetto lucido molto intenso e di lunghissima
durata.
I lucidanti liquidi sono a base di solventi non infiammabili, e sono ideali per ravvivare i colori di
marmi, graniti e pietre lasciando il tipico “aspetto bagnato”. Si applicano mediante la lucidatrice o,
manualmente, attraverso l’uso di panni in lana.
Nel caso di pavimenti lapidei molto degradati, per i quali risultano inutili le procedure sopra esposte
di lucidatura, è consigliato l’utilizzo di prodotti che, grazie ad un agente vetrificante ed all’uso della
monospazzola, induriscono la superficie da trattare conferendo un lucido duraturo simile alla
lucidatura del marmista. In particolare, la monospazzola equipaggiata con disco in paglia di acciaio
provoca una reazione termochimica chiamata “cristallizzazione”, attraverso la quale lo strato più
superficiale di carbonato di calcio si miscela con un agente vetrificante contenuto nel prodotto
applicato, chiudendo le porosità, conferendo alla superficie un aspetto brillante e rendendo il
pavimento molto più resistente al calpestio.
In casi estremi, per recuperare una pavimentazione lapidea la cui parte superficiale versi in uno
stato avanzato di degrado, si può ricorrere alla levigatura, che dovrà essere il più possibile
localizzata; gli interventi di questo tipo, che prevedono l’impiego di macchine levigatrici, devono
essere il più possibile contenuti, limitati alla porzione effettivamente in oggetto, perché ogni
levigatura sottrae uno strato, sia pur minimo, di materiale, e produce spesso traumi dannosi per i
materiali delicati o in precario stato di conservazione, e questo, soprattutto per i pavimenti storici,
può comportare un’alterazione irreversibile della superficie.

Trattamenti protettivi
Per chiudere le porosità di una pietra naturale, renderla immune da macchie, efflorescenze,
gelività e facilitarne e velocizzarne la manutenzione è d’uso comune applicare sulla superficie dei
prodotti protettivi; tali prodotti saranno diversi a seconda del tipo di pietra in oggetto, della finitura,
delle condizioni ambientali, della collocazione, tutti fattori che determinano l’innescarsi di processi
di deterioramento molto diversi.
I trattamenti protettivi tradizionali consistono nell’utilizzo di prodotti a base di cere naturali e cera
d’api, stesi con pennelli, spugne, stracci o spazzole di nylon; è necessario che la stesura avvenga
in modo uniforme, senza lasciare eccessi di prodotto nelle fughe o striature sulle piastrelle. Per
queste ragioni, a volte, si utilizzavano sostanze diluenti come l’acqua ragia, per rendere più fluide
le sostanze inceranti e facilitarne la stesura. Il procedimento di ceratura è necessario soprattutto
per i pavimenti grezzi, molto porosi e assorbenti, per conferire loro uno strato repellente nei
confronti di acqua e sporco.
Attualmente, i trattamenti protettivi sono eseguiti ricorrendo a sostanze sintetiche; si elencano di
seguito i principali prodotti attualmente utilizzati a protezione delle superfici lapidee.

- Siliconi: nel caso dei protettivi, sono stati i primi prodotti idrorepellenti disponibili sul mercato.
Attualmente le due classi di prodotti più usate sono i silani ed i silossani.
I silani sono sostanze a bassa viscosità capaci di legarsi chimicamente alle pietre; riescono quindi
a penetrare in profondità nei substrati porosi e danno un trattamento idrorepellente di lunga durata;
per la loro particolare struttura, non riducono la permeabiltà al vapore acqueo, permettono la
traspirazione della pietra e sono molto stabili ai raggi U.V.; sono disponibili sia in soluzioni a base
solvente, sia in emulsione acquosa.
I silossani derivano direttamente dai silani, di cui conservano le caratteristiche, ma con volatilità
inferiore.

- Polimeri fluorurati: di solito sono poliacrilati o poliuretani in cui sono stati inseriti un certo numero
di atomi di fluoro, fatto che porta a livelli molto bassi la tensione superficiale (forza di natura
elettrochimica che determina la bagnalità) delle superfici trattate. I polimeri fluorurati hanno così un
ottimo potere idro e oleorepellente usati da soli o in associazione con silani e silossani, con cui

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sono sinergici. Sono durevoli e non cambiano l’aspetto delle superfici trattate. Sono disponibili in
soluzioni a base solvente o acquosa.

- Antigraffiti: il problema “anti-graffiti” nella fase preventiva è stato risolto da un nuovo prodotto
denominato STRIP composto da una base di cere esterificate e micro cristalline additivate con
speciali resine acriliche. Spalmate sulla superficie di marmo o granito, formano una sottilissima
pellicola protettiva che resiste per molto tempo all’azione del sole ed agli agenti atmosferici. Gli
antigraffiti resistono e proteggono dalle scritte fatte con le normali bombole spray in commercio. I
graffiti possono essere rimossi con normali svernicianti o diluenti o, in molti casi, sfregando con
panni leggermente abrasivi o paglia di acciaio.
Da segnalare anche l’esistenza di una guaina protettiva rimovibile, di tipo liquido o in pasta. Il suo
campo di impiego è nei cantieri edili, a protezione di pavimentazioni di pregio in marmo,
agglomerato, granito, cotto, piastrelle con smalti delicati e pavimenti in legno verniciati. Con questo
sistema si evitano i danni derivanti dalle lavorazioni successive la posa (macchie di pittura e
vernici, cadute accidentali di attrezzi, rigatura da sfregamento ecc.). Dopo la stesura e
l’essicazione, il prodotto forma una guaina gommosa molto elastica che protegge da urti e
sfregamenti.
Terminati i lavori può essere facilmente rimosso, partendo da un lato e tirando verso l’alto. Sul
pavimento ha ottime caratteristiche antisdrucciolo, rimane inoltre perfettamente aderente e non
costituisce inciampo. Dopo la rimozione, polvere e sporco rimangono inglobati nella guaina
lasciando la pavimentazione pulita.

- Protettivi nanotecnologici: si tratta di prodotti di ultima generazione, ancora in fase di


sperimentazione, che sfruttano i principi della nanotecnologia, una scienza introdotta nel 1959 da
Richard Feynman, considerato il padre-fondatore; si basa su una nuova concezione della fisica e
della chimica per cui è possibile manipolare le proprietà dei materiali a livello molecolare,
intervenendo sulla natura delle connessioni fra gli atomi, da cui dipendono le proprietà della
materia.
La nanotecnologia utilizza strumentazioni sofisticate consistenti in “macchine” microscopiche in
grado di agire su singoli atomi. L’orientamento della ricerca è quello di indurre in maniera
automatica la riproduzione dell’assemblaggio di atomi e molecole che avviene in natura, attraverso
un “nanocomputer”, vale a dire un processore in possesso di un meccanismo logico su scala
atomica, della capacità di 1 miliardo di bytes stivato in 1 micron cubico, pari a 1 millesimo del
volume di una cellula umana.
La prima generazione di assemblatori, delle dimensioni di 1 submicron, si moltiplica
esponenzialmente duplicando se stessa, e viene iniettata in un fluido viscoso contenente migliaia
di miliardi di nanomacchine “assemblatrici” generate dalla prima, ciascuna con il proprio nano
computer.
Questa seconda generazione di micro-processori costruirà il prodotto finito vero e proprio,
muovendosi agevolmente in un liquido che trasporterà anche le materie prime e fungerà da
raffreddamento; l’energia sarà fornita dal sole, sull’esempio di quella straordinaria forma di
nanotecnologia che è la sintesi clorofilliana.
Sulla base dei principi sopra esposti si basano gli studi e i progetti seguiti da numerosi ricercatori,
molti dei quali hanno come obiettivo proprio il campo dei lapidei, per migliorarne la qualità e la
durata.
Nel campo dei lapidei sono già state studiate centinaia di soluzioni e preparati speciali in grado di
preservare le pietre naturali, aumentandone la durezza e diminuendo, nel contempo, i rischi di
danneggiamento.

ACCORGIMENTI, VARIANTI, LIMITI


I prodotti utilizzati per la ceratura dei pavimenti in cotto o in pietra, oltre a quello neutro e
trasparente neutro, presentano generalmente vari altri colori; pertanto, miscelando tra loro le varie
tonalità disponibili sul mercato, in diverse percentuali, è possibile ottenere sfumature vicine al
colore proprio del pavimento da trattare o diverse da esso, in funzione dell’effetto che si vuole
ottenere. Recentemente, per il trattamento di ceratura, sono state prodotte emulsioni di cere

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sintetiche, disperse in sostanze oleorepellenti, che, rispetto alle cere naturali, garantiscono al
supporto una maggiore traspirazione.
Un caso molto particolare è costituito dai pavimenti e dai rivestimenti (gradini, stipiti di porte e
finestre, zoccolature e altro) di ardesia dell’area ligure, ove non è raro riscontrare che il materiale è
stato ricoperto da una vernice nera, spesso rinnovata più volte, che lo copre e lo “preserva” sotto di
una spessa crosta artificiale. Questo trattamento pare avere, in alcuni casi, una funzione protettiva,
laddove le superfici abbiano mostrato segni di sgretolamento o d’usura spinta. In tali circostanze,
come in numerose altre similari, un’indiscriminata “pulitura” può portare a distruggere
testimonianze di culture costruttive.

ESPERIENZE
Le opere di manutenzione delle superfici pavimentali non sono, in genere, documentate e non
appaiono nei resoconti dei restauratori. Ciò è dovuto, probabilmente, alla scarsa considerazione
“scientifica” in cui sono tenuti questi trattamenti, anche se il loro impiego è diffuso e investe la
quasi totalità dei restauri. Fra i casi accertati, si citano i seguenti:
palazzo Ducale di Genova, pavimento marmoreo della sala del Maggior Consiglio;
palazzo Ferretto di Genova, pavimento novecentesco di marmette colorate di cemento compresso;
pavimento di marmo a casa Ricciardi, Venezia.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Lazzaroni E. (a cura di), Come stuccare e sigillare le pietre naturali, in “Business Stone”, 26 marzo
2008, rivista on line edita con il patrocinio di Associazione Marmisti della Regione Lombardia e
Consorzio Italy for Marble.

Lazzaroni E. (a cura di), Pulizia e lucidatura di pavimenti e rivestimenti in marmo, granito e pietre
naturali, in “Business Stone”, 26 marzo 2008.

Lazzaroni E. (a cura di), Protettivi nanotecnologici per pietre naturali, in “Business Stone”, 4 giugno
2009.

Lazzaroni E. (a cura di), Trattamenti protettivi preventivi per le pietre naturali, in “Business Stone”,
21 febbraio 2010.

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