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PARTE PRIMA -‐‐ LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1750-‐‐1850)

1. LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
1.1. Premessa: la storia economica
La storia economica, afferma lo storico Carlo M. Cipolla, è la storia dei fatti e delle vicende economiche a livello
individuale, aziendale, collettivo. Essa ha per oggetto:
• La produzione: Si ottiene combinando insieme più fattori della produzione, ossia i fattori naturali, il lavoro e il
capitale, ai quali si aggiunge la capacità imprenditoriale.
• La distribuzione: consiste nella ripartizione di beni e servizi fra coloro che hanno contribuito a produrli.
• Il consumo: è l’utilizzazione che si fa dei beni e dei servizi prodotti. I beni sono utilizzati per soddisfare i bisogni
individuali o collettivi dell’uomo oppure per produrre altri beni.
La produzione, la distribuzione e il consumo sono oggetto d’indagine di almeno altre due discipline:
• L’economia politica: studia l’attività economica per comprenderne il funzionamento ed eventualmente tentare di
giungere alla formulazione di leggi.
• La politica economica: si occupa del modo in cui i governi, con la loro azione e per raggiungere fini prefissati
cercano di modificare la composizione, la distribuzione e il consumo della ricchezza prodotta.
• La storia economica: studia le modalità con le quali i problemi della produzione, della distribuzione e del
consumo di beni e servizi sono stati effettivamente risolti in certe epoche e in determinati luoghi. Mentre
l’economista quindi è orientato verso il futuro, lo storico, viceversa, è orientato verso il passato e deve evitare di
ipotizzare leggi valide per ogni tempo.

1.2. Il sistema feudale


Il sistema feudale si basava su una serie di rapporti personali e patrimoniali, intercorrenti fra il sovrano e i suoi
vassalli e tra costoro e i loro contadini. I vassalli promettevano fedeltà al proprio
signore o sovrano e si obbligavano a fornirgli aiuto (militare e finanziario) e consiglio (partecipazione a
consultazioni periodiche). In cambio, il signore garantiva al vassallo la sua protezione e gli assicurava il
mantenimento mediante l’assegnazione di un feudo. I feudi col tempo divennero ereditari e, previo assenso del
sovrano, anche vendibili ad altri, oltre che frazionabili in suffusi, che potevano essere concessi ad altri vassalli.
Le terre del feudo erano così divise: • Riserva dominica: parte che il signore faceva coltivare ai suoi servi.
• Mansi: poderi dati in concessione ai contadini liberi perché li lavorassero per potersi mantenere.
• Terre comuni: ossia le terre non coltivate, che erano riservate allo sfruttamento comunitario degli abitanti del
luogo. Il feudatario garantiva difesa contro i nemici, amministrava la giustizia, soccorreva i contadini in caso di
bisogno, costruiva e teneva funzionanti i mulini, forni, gualchiere, frantoi e altre strutture. I contadini erano
tenuti ad alcune prestazioni in cambio: pagavano un censo, fornivano prestazioni d’opera gratuite (corvée),
mettevano a disposizione uomini armati in caso di necessità. Dal punto di vista sociale il mondo feudale era visto
come un’organizzazione distinta in tre ordini: bellatore e lavoratore, vale a dire coloro che pregavano
(clero), coloro che combattevano (nobiltà) e coloro che lavoravano (contadini e artigiani). Con il tempo, il sistema
feudale, che si era affermato con caratteristiche molto diverse nelle varie zone d’Europa, si era andato sfaldando e
trasformando a cominciare dall’Inghilterra.

1.3. La società di ancien regime


Il termine ancien regime è stato applicato in generale alla società e alle istituzioni esistenti prima della Rivoluzione
francese nei diversi paesi europei. Nel 700 la società era ancora divisa in classi:
• La nobiltà: Godeva ancora di un enorme prestigio sociale ed esercitava un importante ruolo politico. La natura
aristocratica della società settecentesca era rafforzata dall’autorità e dal
prestigio della Chiesa, il clero continuava a godere di molti privilegi dall’essere esentato dal pagamento di
numerosi tributi alla riscossione delle decime per il suo mantenimento.
• I lavoratori (contadini, artigiani, domestici): i contadini costituivano la stragrande maggioranza della popolazione,
ma le loro condizioni non erano uniformi e variavano dà luogo a luogo.
• La borghesia: Classe media nata dalla dissoluzione del sistema feudale, costituita da mercanti,
banchieri, notai, medici, burocrati e altri. Si stava man mano consolidando e assumeva
caratteristiche particolari a seconda dei paesi in cui si era sviluppata. Nelle prospere nazioni commerciali
dell’Europa occidentale, come Olanda, Inghilterra e Francia era una borghesia mercantile; nei paesi dell’Europa
centrale e orientale era composta di funzionari, specie in Prussia e nei domini asburgici, ed era principalmente
formata da appaltatori delle imposte e da Finanzieri in Francia.
1.4. La prima rivoluzione industriale 750-‐‐850
La prima rivoluzione industriale interessò innanzitutto l’Inghilterra seguita da Francia e Stati Uniti d’America. Fu
poco costosa dato che non erano richiesti molti capitali per avviare un attività produttiva, i capitali iniziali vennero
principalmente da proprietari terrieri o da mercanti arricchitisi con il commercio estero; ciò determinò un ruolo
marginale delle banche. Essa fu caratterizzata da un insieme di “trasformazioni rivoluzionarie” in molteplici campi:
• Innovazioni tecnologiche: riguardarono, in primo luogo, la caldaia a vapore l’industria tessile e quella siderurgica.
• Crescita demografica: la popolazione crebbe a ritmi costanti e con essa la domanda di beni, specie di prima
necessità, mettendo a disposizione alla nascente industria una grande quantità di forza lavoro a buon mercato.
• Agricoltura: conobbe un aumento della produzione e della produttività (rapporto fra la quantità di output e di uno
o più input impiegati per produrlo), furono sperimentati nuovi metodi di coltivazione e di concimazione.
• Trasporti: furono costruite le prime linee ferroviarie che permisero di ampliare i mercati dando uno sbocco alle
merci ormai prodotte in quantità sempre più rilevanti.
• Produzione: La produzione si andò concentrando nelle fabbriche, si
fece sempre maggior ricorso alle macchine semplici, che non richiedevano particolari competenze per essere
manovrate. Le imprese mantenevano modeste dimensioni sotto la guida del proprietario.
• Sociali: I lavoratori, il cui sfruttamento era particolarmente pesante, cominciarono a organizzarsi
in associazioni, limitate in un primo momento agli operai specializzati.

1.5. La seconda rivoluzione industriale 850-‐‐950


Si sviluppò intensamente fra la seconda metà dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, per
proseguire fino alla metà del secolo XX. L’industrializzazione divenne più costosa e la necessità che maggiori
capitali per avviare un attività
produttiva fece entrare in gioco il ruolo delle banche e della borsa che assunse enorme
importanza. Essa riguardò principalmente paesi come Stati Uniti, Germania, Russia, Italia, Giappone.
• Produzione: le principali attività produttive divennero la chimica, l’elettricità, la meccanica, lo acciaio il
petrolio, il motore a scoppio e la radio. Trionfo della grande impresa, grazie all’utilizzo della catena di
montaggio, di macchinari sempre più complessi e all’integrazione dei processi produttivi da parte della ricerca
sviluppatesi nelle università e nei centri specializzati.
• Crescita demografica: La popolazione mondiale aumentò del 60% e quella europea raddoppiò. Molti si
trasferirono in altri paesi, come milioni di Europei che varcarono l’Atlantico, e molte altre si spostarono nelle città.
• Agricoltura: il numero degli addetti a questo settore diminuì mentre la produzione e la produttività continuavano a
crescere a ritmo elevato, grazie alla messa a coltura di nuove terre (soprattutto in America), ai concimi chimici
e all‘uso delle macchine agricole.
• Trasporto: I mezzi di trasporto subirono una rivoluzione straordinaria fu definitiva la diffusione
di ferrovie e navi a vapore e successivamente delle automobili e degli aerei. Grazie ad essi il commercio
internazionale crebbe notevolmente.

1.6. La terza rivoluzione industriale 1945 – Oggi


La terza rivoluzione industriale ha prodotto trasformazioni economiche e sociali molto più profonde di quelle delle
due precedenti rivoluzioni. Essa interessò prevalentemente i paesi già industrializzati e vide il mondo diviso in una
competizione fra due sistemi economici contrapposti: liberismo statunitense e
quello basato sull’economia pianificata (Unione Sovietica e altri Stati comunisti); terminato
con il crollo di quest’ultimo tipo.
Ora, sono paesi emergenti: la Cina, l’India, il Brasile, il Messico. Vi furono enormi innovazioni sotto vari campi:
• Produzione: Si sviluppò in settori come l’energia nucleare, la chimica avanzata (biochimica, materie
plastiche, ecc.) L’elettronica e l’informatica senza contare inoltre lo sviluppo della robotica e la diffusione della
motorizzazione.
• Crescita demografica: La popolazione mondiale si è triplicata in un settantennio.
• Agricoltura: Ha realizzato progressi eccezionali, con livelli elevatissimi la produttività, fin ora ha consentito bene
o male di alimentare la popolazione, con un numero di addetti che nei paesi sviluppati è inferiore al 5%.
• Trasporti: Il costo dei trasporti è precipitato grazie all’impiego di gigantesche navi e mediante l’uso
dei “containers”.
• Trionfo del settore dei servizi: Caratteristica principale della terza rivoluzione industriale, recente rivoluzione dei
computer e delle telecomunicazioni, che ha portato a quella che ormai si chiama società delle ICT (Information and
Comunicatino Technologies).
• Economia: Sta diventando sempre più globale, le imprese operano a livello internazionale e
producono per il mercato mondiale, decentrando le loro attività produttive. Si è sviluppata enormemente
l’economia finanziaria, basata su una massiccia accumulazione di capitale e sul
suo continuo e rapido spostamento sui mercati mondiali, alla ricerca di elevati rendimenti in breve tempo.

1.7. Una rivoluzione europea


Elementi che hanno fatto sì che la rivoluzione industriale si realizzasse in Europa sono: il clima, le
risorse naturali, sviluppo della tecnologia (che vi era stato in altri luoghi come la Cina e i paesi islamici, ma non
aveva dato risultati altrettanto concreti), garantita l’iniziativa privata e il diritto di proprietà, assenza di “vincoli
religiosi” (teocrazia), sviluppo della ricerca scientifica (che si sottrae dall’influenza delle forze che vedevano nelle
novità un attentato al potere costituito o alle dottrine ufficiali).

2. LO SVILUPPO ECONOMICO
2.1. Crescita, sviluppo e progresso
Nel linguaggio comune questi termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, è opportuno tuttavia precisarne le
differenze importanti al fine della comprensione della materia:
• Crescita economica: Aumento complessivo del valore dei beni e servizi prodotti da una determinata popolazione
in un periodo definito (generalmente 1 anno).
• Sviluppo economico: Crescita elevata e prolungata, accompagnata da trasformazioni sociali, strutturali e culturali.
• Progresso: L’idea del progresso è legata alla moderna concezione del mondo affermatasi in Europa fra Sei e
Settecento, ad opera di scienziati come Bacone, Cartesio e Isacco Newton,
che riponevano una grande fiducia nelle capacità dell’uomo di comprendere “oggettivamente” il mondo e di poterlo
misurare e migliorare.

2.2. La misurazione della crescita


La misurazione della crescita si effettua tramite il ricorso ad alcuni aggregati, grandezze economiche
complesse, generalmente espresse in valori, che si ottengono sommando grandezze singole. I più utilizzati sono:
• PIL (prodotto-interno-lordo): è il valore monetario di beni e servizi prodotti in un determinato periodo (in genere
1 anno) all’interno di un paese (tutto il territorio nazionale) da residenti e da stranieri, al lordo del valore dei beni
consumati nel processo produttivo.
• PNL (prodotto-nazionale-lordo): è il valore monetario di beni e servizi prodotti in un
determinato periodo soltanto dai residenti, all’interno di un paese e all’estero, sempre al lordo degli ammortamenti.
• PIL pro capite: Si ottiene dividendo il Pil per il numero degli abitanti, permette di conoscere il valore dei beni e
dei servizi che ciascun cittadino ha mediamente contribuito a produrre. Vi sono vari problemi che si pongono nel
calcolo del Pil, in primis quello di misurazione del valore dei servizi i quali vengono considerati sulla base del
costo per produrli, in secondo luogo la
mancanza di significato nel suo utilizzo come strumento di confronto internazionale se non lo si rapporta alla
popolazione (problema ovviato dal Pil pro capite). Un altro problema che si pone è quello del valore delle monete
in cui i diversi Pil sono espressi e del conseguente tasso di cambio da applicare. Per ovviare a questo problema si
fa ricorso al metodo della Parità del potere d’acquisto (PPA), che consiste nell’individuazione di un paniere di
consumo comune e nella determinazione del suo prezzo nella moneta di ciascun paese.

2.3. I modelli di sviluppo


Gli economisti hanno fatto spesso ricorso a schemi o modelli per spiegare lo sviluppo economico, fra i più
importanti troviamo quelli di: Karl Buchera: Uno dei massimi esponenti della scuola storica tedesca del XIX
secolo, egli riteneva che lo sviluppo si realizzasse attraverso 4 tappe: 1. Economia domestica
chiusa: Faceva perno sull’attività economica della famiglia, tutto si
Produceva e si scambiava in un ambito molto ristretto. 2. Economia cittadina: Allargata all’ambito della città e del
suo circondario. 3. Economia nazionale: Ulteriore ampliamento del mercato e della produzione a livello nazionale.
4. Economia mondiale: Che avrebbe coinvolto tutti i paesi che all’epoca in cui scriveva Buchera si cominciava
chiaramente a delineare.

 Walt W. Rostov 1960: Schema sostitutivo di quello di Bucher al quale molti studiosi fanno riferimento. Secondo
Rostov la realizzazione dello sviluppo economico passa attraverso 5 fasi o stadi:

1. Società tradizionale: Società preindustriale, in cui l’agricoltura è l’attività predominante e non riesce a fornire
significative risorse aggiuntive da destinare ad attività extragricole, la produttività e bassa in tutti i settori e la
popolazione stenta a crescere. 2. Società di transizione: Fase di cambiamento, incremento della produttività
agricola che finalmente riesce a dare avvio al processo d’accumulazione. Incremento dell’istruzione,
formazione di una classe imprenditoriale dinamica, susseguirsi di innovazioni, intervento dello Stato che provvede
alla costruzione delle infrastrutture più costose.
3. Società del decollo o take off: E’ lo stadio più importante che ha dato notorietà al modello di Rostov. La società
conosce una forte e irreversibile accelerazione, riuscendo a superare
tutte le resistenze che si frappongono al suo sviluppo. Crescono la produzione, la produttività e gli investimenti sia
in agricoltura che negli altri settori; le trasformazioni investono anche il quadro politico e istituzionale che deve
agevolare lo sfruttamento delle nuove opportunità. Il decollo riguarda principalmente dei settori-‐‐ guida (leasing-‐‐
Sector) che trascinano lo sviluppo.
4. La società matura: E’ la società ormai decollata che vede continuamente aumentare la produttività, le
innovazioni tecnologiche e gli investimenti. Le trasformazioni si allargano a ulteriori settori e lo sviluppo comincia
ad autoalimentarsi.
5. La società dei consumi di massa: In questo stadio si assiste a un forte aumento della domanda di beni di
consumo durevoli e di servizi, reso possibile dall’incremento del
reddito pro capite. Ormai il processo di accumulazione è terminato ed è possibile destinare risorse al
miglioramento della qualità della vita.

2.4. Crisi e cicli economici


Caratteristica principale del mondo industrializzato fu la comparsa di crisi economiche, queste dall’essere
crisi di sottoproduzione diventano crisi di sovrapproduzione. Le crisi di sovrapproduzione sono apparse con il
sistema capitalistico industriale e presentano quasi sempre la stessa successione di eventi. Prima vi è una fase di
congiuntura favorevole caratterizzata da un fortissimo aumento della domanda e un conseguente rialzo dei prezzi
che induce ad accrescere la produzione. Per conseguenza le vendite aumentano e si realizza il pieno impiego dei
fattori della produzione, ma è difficile stabilire fino a quale punto spingere la stessa, correndo il rischio di andare
oltre, più di quanto si riesca effettivamente a vendere; quindi si determina una crisi di
sovrapproduzione: le merci restano invendute, le imprese non possono rimborsare i prestiti alle banche e spesso
falliscono, gli operai perdono il lavoro. L’evoluzione del capitalismo industriale è caratterizzata da una forte
instabilità con periodi di espansione della produzione seguiti da periodi di depressione e di disoccupazione. Lo
studio delle crisi ha portato alla definizione dei cicli economici. Tra i più importanti possiamo distinguerne
tre: Ciclo “breve” o “minore”: Studiato dall’americano Kutchin nel 1923, che osservando le statistiche dei tassi
d’interesse e dei prezzi all’ingrosso in Gran Bretagna, mise in evidenza l’esistenza di un ciclo della durata di 3-‐‐4
anni durante il quale si susseguono, appunto, una fase di espansione e una di depressione.
 Ciclo “maggiore”: Studiato da Clementa Jungla che nel 1860 fu il primo a comprendere che le crisi si inseriscono
in meccanismi ad andamento ciclico. Identificò le crisi come il punto di inversione di tendenza fra espansione e
depressione individuando cicli della durata di 8-‐‐10 anni.
Ciclo “lungo”: Studiato da Nikolaj Kondratieff nel 1926, che individuò onde lunghe nell’attività economica che
durano intorno ai 50 anni, basandosi dapprima solo sull’andamento dei prezzi e in un secondo momento anche sulla
variazione della produzione. Le due fasi che compongono il ciclo lungo di Kondratieff furono chiamate fase a
(espansione) e fase b (depressione). Questi
cicli sono caratterizzati comunque da un trend secolare in crescita perché anche nelle fasi di depressione
l’andamento generale dell’economia è stato in espansione.

3. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE: LA


POPOLAZIONE
3.1. Popolazione ed economia
Lo studio delle popolazione è particolarmente importante per comprendere i problemi economici di un determinato
territorio e di una certa epoca. L’aumento della popolazione genera un:
• Aumento della domanda di beni: La domanda complessiva è influenzata oltre che dal numero della
popolazione, anche dalla sua struttura dato che la domanda di beni e servizi varia a
seconda del gruppo in questione sia per quantità che per composizione, ma è anche condizionata da fattori socio-‐‐
culturali come abitudini alimentari, credenze religiose o pregiudizi. Infine, la domanda, è influenzata soprattutto dal
reddito dei consumatori e quindi dal loro potere d’acquisto. Secondo la cosiddetta legge di Engel la percentuale del
reddito destinata ai consumi alimentari è tanto più elevata quanto minore è il reddito.
• Aumento dell’offerta di prodotti: L’offerta è condizionata dalla capacità produttiva (terre e capitali disponibili),
dalle tecniche di produzione, dalle fonti di energia, al numero di abitanti di un paese e dalla sua composizione per
classi d’età.

3.2. La dinamica della popolazione nel mondo preindustriale


La conoscenza del numero degli abitanti di un paese presenta non poche difficoltà, in particolare prima dei secoli
XVIII e XIX, quando furono effettuati i primi censimenti moderni. Secondo le stime
la popolazione mondiale a metà Settecento non raggiungeva gli 800 milioni, Il continente maggiormente popolato
era l’Asia con circa 500 milioni. L’Europa arrivava a 140 milioni e l’Africa a poco più di 100 mentre il Nord
America ospitava appena 2 milioni di persone. La popolazione europea aveva conosciuto, nell’arco di oltre duemila
anni dal 400 a.C., momenti di crescita e di decrescita: aumentò fino al 200 d.C. Periodo di massima espansione
dell’Impero romano, per poi scendere fino al 700, in seguito alla “peste di Giustiniano” del sesto secolo, riprendersi
fino al 1300 e crollare di nuovo nel corso del XIV secolo a causa della peste nera.
Dopo di allora essa cominciò a crescere con un caratteristico andamento ad onde ed arrivare a metà del XVIII
secolo a livelli mai raggiunti prima.
L’Europa preindustriale era caratterizzata dal vecchio regime demografico detto primitivo. L’equilibrio
demografico era estremamente labile e precario per colpa di una sia alta natalità (40 per mille) che mortalità (30 per
mille) soprattutto infantile (1/4 dei bambini moriva nel primo anno di vita). La vita media oscillava fra i 20 e i 25
anni. Vi era la completa dipendenza della
popolazione dalla disponibilità dei mezzi elementari di sussistenza, in periodi di crescita demografica questa
doveva sopportare la malnutrizione e molte volte per sopravvivere era Costretta a spostarsi inseguendo il
cibo. Questo insieme alle scarse condizioni igieniche e alle insufficienti conoscenze mediche fu uno dei fattori
determinanti al diffondersi della peste. La popolazione del Settecento aveva misere condizioni di vita lavoro e
abitazione, per la maggior parte era analfabeta, la cultura era infatti appannaggio delle classi superiori.

3.3. La rivoluzione demografica


Il regime demografico primitivo fu sostituito da un nuovo regime che possiamo definire moderno. Il passaggio fu
possibile grazie alla diminuzione del tasso di mortalità soprattutto quella infantile, alla quale solo più tardi fece
seguito la diminuzione del tasso di natalità. La vita media aumentò dai 25 anni di metà Settecento ai 50 del primo
Novecento e ai circa 80 di oggi. Fra il 1750-‐‐1850 la popolazione mondiale aumentò da poco meno di 800 milioni
a quasi 1,3 miliardi, con un incremento del 60%. Il paese che conobbe l’incremento più consistente fu la Gran
Bretagna. Il legame fra aumento della popolazione e disponibilità alimentari che fin ora aveva frenato la crescita
demografica si stava spezzando. Malthus nel suo Saggio sulla popolazione riteneva che la crescita della
popolazione rispondesse a una “legge naturale” secondo la quale la “razza umana” cresce seguendo una
progressione geometrica (1,2,4,8,16…) Mentre i mezzi di sussistenza seguendo una progressione aritmetica
(1,2,3,4,5, 6…). In virtù di questa teoria la
popolazione mondiale sarebbe raddoppiata ogni 25 anni, se non fosse stata frenata dall’insufficiente disponibilità di
generi alimentari. Era necessario limitare l’incremento della popolazione affinché questa non rimanesse
indigente. Per arrivare a ciò Malthus, che era un
pastore protestante, faceva appello al cosiddetto moral restraint, ossia al ritardo volontario del matrimonio e alla
pratica della castità, in modo da ridurre le nascite.

3.4. Le cause della rivoluzione demografica


Le cause che determinarono la crescita della popolazione prima britannica e poi europea furono molteplici e quasi
tutte collegate alla riduzione del tasso di mortalità, tra queste:
• Alimentazione: Diventò più regolare e in alcuni casi più diversificata e abbondante, ciò fu reso possibile da un
incremento della produzione agricola e alla possibilità di trasportare le derrate anche a notevoli distanze. Le difese
immunitarie risultarono sicuramente accresciute.
• Le condizioni igieniche cominciarono lentamente a migliorare, nelle città si sistemarono le fognature si
ampliarono e si fecero più pulite le strade, furono costruite reti idriche e si edificarono case in muratura. L’igiene
personale migliorò. Si fece uso più frequente del sapone e si cominciarono ad operare panni di cotone più
facilmente lavabili.
• Il progresso della medicina: Non fu troppo rilevante le scoperte furono poche fra cui il vaccino
contro il vaiolo. Vi fu una maggiore attenzione verso la medicina che fu meglio organizzata, furono costituite le
prime accademie mediche. La medicina fu sostenuta in modo
più adeguato dai pubblici poteri e venne meglio divulgata con la pubblicazione di numerosi trattati di medicina
popolare. La peste cominciò ad arretrare.
• La riduzione della mortalità infantile
• Il tasso di natalità rimase elevato ancora per parecchio tempo ma anch’esso cominciò a mostrare qualche segno di
cedimento verso la fine del periodo in esame.
• La famiglia allargata lascio il posto alla famiglia composta dal solo nucleo elementare
Genitori-‐‐figli.
4. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE:
L’AGRICOLTURA
4.1. L’agricoltura di ancien regime
Circa 10.000 anni fa l’uomo scoprì il modo di coltivare la terra e allevare gli animali e da nomade diventò stanziale.
Si realizzò, così, quella che è stata chiamata, la prima rivoluzione agricola, che consentì di disporre di una
maggiore quantità di cibo. La predominanza del settore primario durò fino al secolo XIX, da allora con il tempo
iniziò a cedere il posto al settore secondario e
successivamente al terziario, contemporaneamente sì modificò la partecipazione al Pil dei medesimi settori. Alcuni
economisti hanno chiamato questa trasformazione legge dei tre settori, che individuerebbe la tendenza di lungo
periodo, nelle economie in crescita, alla riduzione percentuale degli addetti all’agricoltura a vantaggio di quelli
dell’industria e dei servizi. La scarsa produttività dell’agricoltura, causa della sua predominanza prima
dell’industrializzazione, non consentiva un accumulazione di risorse da destinare allo svolgimento di attività
diverse. L’agricoltura dell’ancien regime aveva due importanti caratteristiche:
• La policoltura: Ogni regione se non addirittura, ogni contadino, si sforzava di produrre tutto ciò che serviva per
soddisfare le necessità della popolazione. La policoltura era quasi
un obbligo dal momento che era difficile e molto costoso trasportare a distanza prodotti agricoli. Questa scelta
contribuiva ad abbassare le rese non consentendo alle varie regioni
di specializzarsi nella coltivazione di prodotti adatti al clima e alle caratteristiche del loro
Territorio.
• La commercializzazione: La massa di coltivatori che riusciva a ricavare dalla terra soltanto il necessario per il
mantenimento della propria famiglia, non era in grado di immettere nulla sul mercato. Ciò era possibile solo per i
grandi proprietari che riuscivano ad avere raccolti superiori alle loro necessità, e perciò potevano venderli anche
se, data la scarsa evoluzione dei traporti, il commercio si limitava alle zone circostanti.

4.2. La rivoluzione agraria: le tecniche


L’esigenza di incrementare la produzione agricola, nata con l’aumento della domanda di beni di
prima necessità dovuto alla crescita della popolazione, diede il via alla rivoluzione agraria caratterizzata
dall’introduzione di nuove tecniche e dal mutamento del regime della proprietà
fondiaria. L’Europa settecentesca doveva far fronte al problema della crescita demografica mediante un uso più
produttivo delle terre che aveva a disposizione non potendo attuare, per limiti territoriali un, agricoltura
estensiva (es. America). Per ripristinare la fertilità del suolo dopo le coltivazioni si incominciò a lasciare la terra
periodicamente a riposo e a ricorrere alla sua concimazione. Il periodo di riposo, detto maggese, entrò a far parte di
numerosi metodi tra cui la rotazione biennale (un anno di coltivazione e un anno di maggese) e
la rotazione triennale (due anni di coltivazione un anno di maggese). Questi metodi colturali però comportavano
uno spreco di terre (quelle lasciate a maggese), la soluzione fù l’eliminazione del maggese e l’inserimento
nelle rotazioni di leguminose e di piante da foraggio che miglioravano la fertilità del terreno e
facevano perciò aumentare la resa. Il riposo da solo non bastava, bisognava ricorrere anche alle concimazioni, il
risultato migliore si otteneva con il letame. L’inserimento di piante foraggere nelle rotazioni diede la possibilità di
alimentare gli animali nelle stalle e quindi di produrre più concime, mettendo in moto un circolo virtuoso.

4.3. La rivoluzione agraria: il regime della proprietà fondiaria.


I nuovi metodi sperimentati richiedevano la piena ed esclusiva disponibilità delle terre da parte
di chi doveva utilizzarle. Invece, sia in Inghilterra che in altri paesi europei la coltivazione delle terre era
comunitaria e avveniva secondo il sistema dei tre campi. Le terre recintate del villaggio erano divise in tre parti due
coltivate e una tenuta a maggese, ogni parte era a sua volta frazionata in tante strisce spettanti alle varie
famiglie. Fu dato perciò un nuovo impulso al movimento delle enclosures(recinzioni) che doveva portare a una
completa privatizzazione delle terre. A metà del Settecento almeno la metà della terra arabile
in Inghilterra era già recintata, a metà Ottocento non vi erano più campi aperti. La pratica della recinzione poteva
avvenire in seguito a un accordo privato o con un “atto” legge del Parlamento.
Si ricorreva al secondo metodo quando i proprietari delle terre erano molti e non riuscivano ad accordarsi, i titolari
di almeno l’80% delle terre presentavano una petizione al Parlamento che nominava una commissione
d’inchiesta; se il suo parere era favorevole il Parlamento emanava un atto che autorizzava alla divisione. Coloro che
ottennero un piccolo appezzamento di terra spesso lo vendettero ai proprietari più grandi e si trasformarono in
fittavoli o in braccianti. In tal modo, le enclosures contribuirono al consolidamento della grande proprietà.

4.4. Rivoluzione agraria e rivoluzione industriale


La rivoluzione agraria ha contribuito alla rivoluzione industriale inglese in almeno 4 modi:
• Sostenne una popolazione in aumento: L’aumento non solo della produzione, ma principalmente della produttività
agricola, consentì di alimentare un numero crescente di persone, che poterono dedicarsi ad attività extra agricole.
• Creò il potere d’acquisto da destinare ai prodotti dell’industria britannica: I redditi agricoli
consentirono agli agricoltori di acquistare manufatti dell’industria, sia quelli destinati al consumo diretto ma
soprattutto quelli necessari alle nuove esigenze dell’agricoltura.
• Consentì lo spostamento di popolazione nelle zone industriali: Infatti i lavori agricoli non erano più sufficienti
ad assorbire una popolazione in crescita.
• Partecipò alla formazione del capitale necessario al finanziamento dell’industrializzazione:
Molti proprietari terrieri destinarono parte dei guadagni realizzati con la vendita dei prodotti agricoli e
dell’allevamento al finanziamento delle prime industrie.

5. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE:


TRASPORTI E COMMERCIO.
5.1. La rivoluzione dei trasporti: strade e ferrovie
Le strade inglesi erano considerate le peggiori in Europa, infatti per il modo in cui erano costruite esse si
deterioravano facilmente. La necessità di rifornire di generi alimentari e di carbone le città In espansione, e in
primo luogo Londra, indusse il governo a intervenire, favorendo il sistema delle strade a pedaggio. Negli anni 30
dell’Ottocento vi erano ormai 30 mila chilometri di strade a pedaggio. La vera rivoluzione nel settore stradale si
ebbe soltanto all’inizio del secolo XIX quando
alcuni ingegneri, ripresero i sistemi di costruzione dei Romani e cominciarono a realizzare strade più solide e
compatte. Solo così fu possibile consentire lo spostamento più veloce e più economico dei passeggeri, delle
merci, delle notizie. Le diligenze si fecero più numerose, comode e frequenti.
La grande innovazione si ebbe però con la comparsa delle strade ferrate, che nacquero dall’abbinamento delle
rotaie con la locomotiva a vapore. Nel 1825 George Stephenson, un tecnico minerario, costruì una locomotiva a
vapore, perfezionando il primo progetto fallimentare
di Richard Trevethick (1801). Cinque anni più tardi fu inaugurata la linea Liverpool-‐‐Manchester. Inizia da allora
la straordinaria avventura delle ferrovie che si diffusero in tutti i paesi.

5.2. La rivoluzione dei trasporti: le vie d’acqua


Nel Settecento, le strade non consentivano, a costi convenienti, il trasporto di merci pesanti sulle lunghe distanze,
per le quali erano più indicate le vie d’acqua interne. Se era agevole discendere i
fiumi, sfruttando la corrente, risultava difficile risalirli e per farlo bisognava trainare le imbarcazione dalla riva.
Altri inconvenienti erano gli sbarramenti per alimentare i mulini, i pedaggi, i bassi fondali e la presenza di
corporazioni di barcaioli che imponevano l’uso delle proprie barche.
In Inghilterra scoppiò, nella seconda metà del Settecento, una vera e propria febbre dei canali. Questi ebbero un
importanza notevole perché quasi sempre collegavano due fiumi navigabili e perciò contribuivano ad ampliare la
rete di comunicazione formata dalle acque interne. Il trasporto marittimo era certamente la forma di trasporto più
conveniente, perché le navi consentivano di muovere una maggiore quantità di merci a costi ridotti. Il viaggio per
mare però presentava diversi pericoli, dalle tempeste alle razzie dei pirati. Perciò, i proprietari delle navi o i
capitani, per garantirsi da questi rischi stipulavano polizze con le numerose compagnie di assicurazione che stavano
sorgendo. In questo campo particolare rilievo assunsero i Lloyd’s di Londra. Piccole imbarcazioni erano dedite al
cabotaggio, ossia alla navigazione lungo la costa, anche in questo caso soprattutto per il rifornimento di Londra. Il
nuovo secolo vide anche i primi
esperimenti nel campo della navigazione a vapore. Nel 1803 Robert Fulton sperimentò il primo battello a vapore
sulla Senna.

5.3. Commercio e mercantilismo


Secondo Adam Smith, il filosofo scozzese fondatore della moderna scienza economica, “il consumo è l’unico fine
di tutta la produzione”. Ciò vuol dire che sia i prodotti industriali che agricoli dovevano essere venduti. I mercati
però erano troppo ristretti e ciò costituiva un ostacolo insuperabile alla crescita dell’attività produttiva.
Gli ostacoli al commercio erano di diversa natura: barriere naturali (montagne, foreste, mari …), barrire
artificiali (dazi, norme che limitavano la libera circolazione), bassi redditi della popolazione (scarso potere
d’acquisto), l’insicurezza dei viaggi terrestri (ladri), l’insufficienza della moneta in circolazione, le difficoltà di
accesso al credito. Il mercantilismo, che ancora nella metà del Settecento improntava l’azione di quasi tutti i
governi europei, contribuì allo sviluppo del commercio internazionale nei secoli successivi alle scoperte
Geografiche. Esso era sia una:
• Dottrina economica: Perché riteneva che la ricchezza di un paese fosse assicurata dalla quantità di metalli preziosi
(argento e oro) da essa posseduti, causando il conseguente
Perseguimento di una politica che consentisse di accrescere la ricchezza nazionale con ogni mezzo (anche illecito)
tra cui in primis con il potenziamento delle esportazioni, che sarebbero state pagate con monete d’oro o
d’argento, assicurando un costante flusso in entrata di metalli.
• Politica economica: La politica mercantilistica fu un insieme di provvedimenti adottati dai vari
Stati, ognuno dei quali perseguiva un proprio disegno di potenza. Miravano tutti a costituire riserve abbondanti
d’oro e d’argento per far fronte alle spese dello Stato. I paesi europei non
possedendo grandi giacimenti dovevano procurarsi metalli preziosi mediante la conquista di colonie oppure con il
commercio importando (in valore monetario) più di quanto esportassero, cioè avere una bilancia commerciale
attiva. Gli stati attuarono la politica mercantilistica in
vario modo, ma principalmente mediante una politica economica protezionistica e nazionalistica attraverso la
protezione doganale (dazi elevati o divieti) e le forme di sostegno dirette alle manifatture (premi alla produzione o
all’ esportazione). I governi attribuivano grande importanza al possesso delle colonie considerate fattori di
ricchezza. Proprio per favorire il commercio internazionale e coloniale vennero fondate numerose compagnie
commerciali nei principali paesi, come la Compagnia inglese delle Indie orientali e la Compagnia olandese delle
Indie orientali.

5.4. Il commercio internazionale


In Inghilterra il miglioramento delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto consentì un notevole sviluppo
sia del mercato interno che del mercato internazionale. Il primo fu spinto dall’incremento dei consumi alimentato
dall’aumento del reddito pro capite che evidenziava il
miglioramento del livello di vita. Il secondo funzionò da propulsore per lo sviluppo della rivoluzione industriale,
infatti l’Inghilterra riuscì a creare una corrente di esportazione di manufatti di lana di buona qualità e a questo
commercio aggiunse una crescente riesportazione formando un classico tipo di commercio triangolare Europa-‐‐
Africa-‐‐Antille. Importava zucchero, tabacco, cotone
e piante tintorie dalle Indie occidentali (Antille) che pagava con schiavi acquistati dall’ Africa in cambio di
armi, ferramenta, alcolici e pezze di cotone indiane. Le esportazioni dei prodotti nazionali britannici verso
l’Europa vennero rapidamente sostituite da quelle dirette verso il Nord America e le Antille che da sole giunsero ad
assorbire più del 55% del totale.

6. INDUSTRIE TRAENTI E INNOVAZIONI IN GRAN BRETAGNA


6.1. L’organizzazione della produzione industriale
Alla fine del Settecento l’attività industriale rivestiva un importanza molto inferiore all’attività agricola. Essa era
orientata la produzione di beni di consumo come, tessuti abiti, vasellame, mobili, utensili elementari ed era svolta
in 3 diverse forme: • Artigianato: Fin dal Medioevo, il maestro artigiano, assicurava la produzione di una gran
quantità di beni, in genere faceva parte di una corporazione. Le corporazioni erano
raggruppavano sia i maestri artigiani sia più raramente gli apprendisti e i lavoratori. Queste avevano lo scopo di
organizzazione dell’attività produttiva (fissavano le tecniche, i prezzi, i salari e il numero di soci) per limitare e
regolare la concorrenza, in modo da assicurare ai loro associati la continuità e la stabilità del lavoro. Svolgevano
anche una funzione di mutuo soccorso (aiuti finanziari agli associati, sussidi alle loro vedove e agli orfani…)
Non tutti gli artigiani facevano parte di corporazioni, molti di essi erano liberi artigiani, autorizzati dalle pubbliche
autorità ad esercitare la loro attività in piena autonomia.
• Industria a domicilio: Forma di produzione che si sviluppò soprattutto nelle campagne e sfuggiva al controllo
delle corporazioni. Il mercante imprenditore provvisto di capitali forniva
ai lavoranti le materie prime da trasformare e in molti casi anche gli strumenti di lavoro, e
periodicamente ritirava il prodotto finito da immettere sul mercato. Gli “operai” erano contadini che lavoravano
per il mercante nei tempi morti dell’attività agricola. Questa fu una forma di produzione progenitrice della industria
moderna.
• Industria capitalistica (sistema di fabbrica): Era la forma più moderna della produzione,
caratterizzata dalla presenza di un imprenditore che organizzava i fattori della produzione e
investiva il capitale necessario alla concentrazione dell’attività in un unico luogo. Nacque sia per iniziativa dello
Stato, che impiantò le proprie “manifatture reali”, ma soprattutto ad opera di imprenditori privati.

6.2. Le forme giuridiche dell’impresa


Le imprese assumevano diverse forme giuridiche dalla ditta individuale, in cui un'unica persona svolgeva la sua
attività con il capitale proprio, alla società, che prendeva l’apporto di un capitale da parte di più persone che
partecipavano ai rischi dell’impresa e ripartivano fra loro l’eventuale utile conseguito. Possiamo distinguere tra 3
tipi generici di società: • Società in nome collettivo: I soci sono responsabili solidalmente e illimitatamente delle
obbligazioni sociali e di norma sono anche tutti amministratori della società.
• Società in accomandita: Prevede due categorie di soci :gli accomandatari che rispondono
solidalmente e illimitatamente delle obbligazioni sociali e amministrano la società; e gli
accomandanti, i quali non partecipano alla gestione e rischiano solo i fondi che vi hanno
investito (responsabilità limitata)
• Società anonima o società per azioni: Raccoglie un certo numero di soci, che sottoscrivono
frazioni di capitale, dette azioni, hanno diritto a una quota dell’utile detta dividendo e
partecipano all’assemblea che elegge gli amministratori della società stessa. I soci hanno responsabilità
limitata alle azioni possedute che possono vendere o trasferire ad altri. Le
società anonime possono anche contrarre prestiti mediante l’emissione di proprie obbligazioni. Tipiche sono le
imprese di commercio marittimo, le compagnie di assicurazione,
le banche e le società per la costruzione di strade con pedaggio. La possibilità di comprare e vendere le azioni
aveva dato luogo, all’inizio del secolo ad alcune speculazioni e perciò la costituzione di queste società fu sottoposta
a restrizioni.

6.3. Macchina a vapore e innovazioni


Le industrie traenti di questo periodo sono quella del cotone e del ferro. Le innovazioni tecniche
concernenti queste industri e l’introduzione della forza del vapore costituiscono il nocciolo della prima rivoluzione
industriale inglese. Fu James Watt che riparando un modello della macchina di Newcomen (primitiva forma di
macchina a vapore costituita da una pompa molto ingombrante per prosciugare le miniere), apportò alcune
modifiche che brevettò nel 1769. Watt apportò diversi miglioramenti riuscì a trasformare il movimento lineare del
pistone in un movimento rotatorio, che consentì molte altre Applicazioni, dai mulini alle macchine per filare e per
tessere, dal movimento dei magli dei battelli a vapore per finire alle locomotive. Come lui altri inventori inglesi del
secolo XVIII cercarono di dare una risposta ai problemi concreti.
Le numerose invenzioni inglesi furono anche una conseguenza del loro sistema di brevetti, che risaliva all’inizio
del Seicento e garantiva all’inventore l’utilizzazione esclusiva, sia pure per un periodo limitato del frutto del suo
ingegno. Il ruolo della tecnologia fu essenziale durante la prima rivoluzione industriale, non tanto per le invenzioni
ma per le innovazioni. La distinzione fra
invenzione e innovazione è dovuta a Joseph Schumpeter. L’invenzione è qualsiasi novità
brevettabile, l’innovazione si ha quando l’invenzione viene effettivamente applicata al processo produttivo.

6.4. L’industria del cotone

L’industria tessile con le sue fasi della filatura, tessitura e della tintura si era sviluppata nelle
campagne specialmente mediante il lavoro a domicilio, e riguardava la lavorazione di lana lino e
canapa. In Inghilterra, mentre l’industria della lana era molto sviluppata e alimentava anche una consistente
corrente di esportazioni l’industria del cotone viceversa era modesta e arretrata. Questo era dovuto a un vario
ordine di motivi che andavano dalla concorrenza delle stoffe colorate indiano come il calicò (col Calcio Acta
l’Inghilterra vietò la sua importazione), ai produzione di manufatti di bassa qualità ruvidi e difficili da cucire e
lavare. La filatura del cotone richiedeva l’impiego di molta manodopera e non riusciva a stare dietro alla domanda
dei tessitori. Nonostante fosse urgente un perfezionamento dei filatoi la prima innovazione in campo tessile
riguardò invece la tessitura, con l’invenzione della “navetta volante”
da parte di John Kay fu possibile far svolgere a un singolo tessitore il lavoro che prima occupava due persone. Lo
squilibrio tra filatura e tessitura si accrebbe finché trent’anni dopo James Hargreaves inventò la spinning Jenny o
giannetta (1764). Che si diffuse rapidamente perché costava e ingombrava poco e si prestava ad essere utilizzata
nell’industria a domicilio. L’aumentata capacità delle filande dovute ai successivi perfezionamenti della giannetta e
alle nuove invenzioni,
rese necessario innovare nel campo della tessitura, la soluzione arrivò nel 1785 quando Edmund Cartwright
brevettò un telaio meccanico mosso dal vapore.
Questo insieme di invenzioni che si concentrò nel breve periodo apportò benefici a tutta l’industria tessile. Più di
tutte si sviluppò però l’industria cotoniera i cui motivi di espansione furono: era un industria nuova, le macchine si
adattavano perfettamente al lavoro a domicilio, era un industria ad alta intensità di lavoro, aveva già un mercato, fu
subito orientata all’ esportazione.

6.5. L’industria del ferro

Diffusa in tutti i paesi europei si stava sviluppando in particolar modo in Inghilterra. I progressi tecnici compiuti
furono dovuti soprattutto al ‘introduzione dell’altoforno e all’uso di magli azionati dall’energia idraulica. Per la
produzione di ghisa sono necessari i minerali ferrosi e il
carbone, che a metà Settecento era quasi solo di legna, perciò gli altiforni erano dislocati vicino alle zone ricche di
legname oppure vicino alle miniere. In Gran Bretagna l’industria siderurgica aveva le seguenti caratteristiche: era
capital intensive, era organizzata in forme capitalistiche, utilizzava materie prime inglesi, non produceva beni di
consumo ma beni strumentali. Dopo la metà dell’Ottocento si sviluppò in misura rilevante per la forte domanda
delle ferrovie e dei cantieri navali. La principale difficoltà era il ricorso al carbone di legna in un paese poco
boscoso come l’Inghilterra. Questo costrinse gli Inglesi a utilizzare il carbon fossile che però non
Era adoperato nella fusione perché dava una ghisa molto fragile. Inseguito all’ estrazione del coke
(carbon fossile liberato dalle impurità) dal carbon fossile e il brevetto del pudellaggio (processo di
decarburazione mediante il quale la ghisa veniva fusa in un forno ad alte temperature e agitata continuamente per
liberarla dal carbonio in eccedenza e ottenere ferro e acciaio). L’industria siderurgica conobbe una notevole
espansione e la Gran Bretagna arrivò a detenere più della metà
della produzione mondiale di ghisa. Un personaggio importante dell’industria del ferro fu certamente John
Wilkinson, a lui si devono la costruzione del primo ponte in ghisa sul fiume Severn e il varo della prima nave in
lamiera bullonata.

6.6. La dimensione regionale dell’industrializzazione

Lo sviluppo economico dei singoli paesi non significa ovviamente che nei medesimi vi sia una
crescita omogenea in tutte le aree geografiche che ne fanno parte. In ogni paese vi furono zone che si svilupparono
più rapidamente e altre che rimasero indietro, regioni più sviluppate e regioni più arretrate (dualismo).
Questa circostanza è stata ben evidenziata da Sidney Pollard il quale ha studiato la dimensione
regionale dello sviluppo e ha evidenziato un processo a più fasi. Nella prima fase di sviluppo le differenze regionali
tendono ad aumentare, il decollo cioè genera squilibri economici e amplia quelli già esistenti. Successivamente ma
non sempre le industrie si impiantano anche nelle regioni più arretrate dove i salari sono più bassi.

7. LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE: I PROBLEMI


7.1. I mezzi di pagamento e la funzione delle banche

Tra i problemi della rivoluzione industriale che bisognò risolvere occupa un posto rilevante il problema dei mezzi
di pagamento. A metà Settecento le monete in circolazione erano quasi
esclusivamente metalliche. La pasta era costituita oltre che dal metallo prezioso (fino) anche da una certa quantità
di metallo vile (lega). Il valore delle monete era definito dal contenuto di
metallo prezioso. Per conseguenza il valore di una moneta rispetto all’altra si otteneva confrontandone il fino. Lo
Stato provvedeva alla coniazione servendosi delle zecche, gestite direttamente o date in appalto a privati.
I sistemi monetari erano tre: monometallismo aureo, monometallismo argenteo e bimetallismo.
Il metallo prezioso assunto alla base del sistema prendeva il nome di tallone. Il tallone di un paese
era caratterizzato dal libero conio (possibilità concessa ai privati di consegnare metallo prezioso alla zecca e
ottenere in cambio l’equivalente in moneta) e dal potere liberatorio illimitato (Possibilità concessa dalla legge alla
moneta di essere utilizzata in qualsiasi pagamento). Verso la
metà del Settecento i sistemi più diffusi erano il monometallismo argenteo e il bimetallismo ad eccezione
dell’Inghilterra che adottava il monometallismo aureo. Con il tempo le monete d’oro e d’argento cominciarono a
rivelarsi insufficienti, fu necessaria una nuova forma di moneta cartacea, introdotta da alcune banche dette di
emissione. Esse cioè non disponendo di una quantità sufficiente di monete metalliche da prestare, consegnavano a
chi chiedeva somme in prestito un biglietto, con la promessa di cambiarli in monete metalliche ad ogni richiesta dei
loro possessori. A metà Settecento le banche di emissione esistevano soltanto in Inghilterra, Scozia e Svezia. La
Band of Negando era la più importante. I biglietti non avevano corso legale come le monete e Quindi non
possedevano potere liberatorio. Avevano corso fiduciario cioè potevano essere rifiutati e chi li accettava nutriva
“fiducia” nella banca emittente. Nonostante fossero ormai noti quasi tutti gli strumenti bancari (giroconto, biglietto
di banca, cambiale ecc.) Non esisteva ancora in nessun paese un vero e proprio sistema bancario. In Inghilterra
accanto alla Banca di Inghilterra esistevano le city banks e le country banks. In diverse città europee c’erano
banche pubbliche che accettavano depositi senza corrispondere alcun interesse e lasciavano ai depositanti una
ricevuta che poteva essere girata ad altri per effettuare
un pagamento. Queste banche investivano nel debito pubblico come anche numerosi banchieri privati.

7.2. I problemi del finanziamento e del credito

La prima rivoluzione industriale non fu troppo costosa. I primi industriali ricorsero innanzitutto all’
autofinanziamento e in caso di necessità costituivano una società in accomandita. A partire dagli
anni Trenta dell’Ottocento le imprese costituite sotto forma di società anonima cominciarono a rivolgersi al
mercato sul quale collocavano le obbligazioni che erano in grado di emettere. Per
queste ragioni le banche inglesi difficilmente intervennero per concedere alle imprese finanziamenti cospicui e di
lunga durata. Se i primi imprenditori non avevano bisogno di capitale fisso necessitavano però di denaro per
l’acquisto di materie prime o semilavorati e per pagare i salari agli operai. Le banche di Londra e quelle di
provincia li finanziavano, mediante lo sconto di cambiali a tre mesi che essendo solitamente rinnovate si
trasformavano di fatto in finanziamenti di lunga durata. Un problema per gli imprenditori era
la scarsità di mezzi di pagamento, perché le monete d’oro erano di valore troppo elevato per i piccoli acquisti e per
pagare i salari. Gli assegni bancari erano
poco diffusi perciò rimanevano solo le banconote. Durante le guerre napoleoniche però furono dichiarati
inconvertibili e fu ristabilita la convertibilità nel 1821 anno in cui la Gran Bretagna passò formalmente al Gold
Standard. Nel 1833, infine le banconote della banca di Inghilterra furono dichiarate moneta a corso legale e dal
quel momento poterono essere utilizzate nei pagamenti senza nessuno che potesse rifiutarle. Sorse così il problema
della quantità di biglietti da emettere, a ciò provvide la legge bancaria nel 1844 che autorizzò la Banca d’Inghilterra
a emettere biglietti fino a 14 milioni senza copertura
metallica, mentre oltre tale importo la riserva doveva essere pari al 100% del valore dei biglietti
messi in circolazione. La legge vietava la costituzione di nuove banche di emissione. La sterlina stava diventando
la moneta dei pagamenti internazionali e quindi doveva essere molto solida e sempre cambiabile.

7.3. I problemi del lavoro.


L’ idea di una società caratterizzata dalla libera iniziativa e dalla ricerca del profitto, con poche o nessuna
protezione per i lavoratori. I lavoratori a domicilio opposero resistenza a trasformarsi in operai ugualmente
gli artigiani che solo se rovinati dall’industria si trasformavano in piccoli imprenditori, oppure diventavano
commercianti. L’industria però richiedeva un numero sempre maggiore di salariati che furono
reclutati soprattutto tra i contadini che costituirono il grosso della classe operaia. Questi ultimi, nei primi
tempi, reagirono al duro lavoro in fabbrica assentandosi frequentemente e recando problemi alla continuità
dell’attività produttiva. Le prime fabbriche fecero un largo uso del lavoro
Di donne e bambini, con il pretesto di addestrarli, sottoponendoli a orari di lavoro massacranti (fino a 16 ore
giornaliere) e a condizioni igieniche pessime.

7.4. Le associazioni operaie e le Tarde Unione


I lavoratori non tardarono ad associarsi. Nel secolo XVIII nacquero molti strade club ovvero unioni di mestiere fra
gli operai specializzati creati per difendere i privilegi di cui godevano e ostacolare l’ingresso degli intrusi nella
categoria, chiedendo il rispetto dell’apprendistato. I lavoratori generici tardarono ad associarsi, spesso però si
univano in proteste per difendere i loro interessi. Celebre fu il movimento luddista (da Nedda Luddi operaio che in
una protesta distrusse un telaio) che si opponeva all’introduzione di macchine nelle fabbriche considerate
responsabili della disoccupazione. Erano in vigore negli stessi anni i Combination Acms (1800) che vietavano
qualsiasi associazione sia di lavoratori che di datori di lavoro (con scarsi risultati nell’impedire l’unione di
imprenditori). Nel 1824-‐‐25 furono approvate delle leggi che revocarono i Combination Acms e legalizzarono le
organizzazioni di lavoratori. Nacquero così le Tarde Unions, i moderni sindacati britannici, tuttavia la legge 1825
limitò i loro scopi alle sole rivendicazioni relative al salario e all’orario di lavoro perciò al contrario di ciò che
avvenne in altri paesi il movimento operaio accettò implicitamente il nuovo ordine capitalistico non assumendo
connotazioni politiche e di contestazione della società.

7.5. Il problema degli sbocchi

Il lungo periodo delle guerre napoleoniche durato vent’anni (1793-‐‐1815), che vide fronteggiarsi la
Francia rivoluzionaria e la Gran Bretagna favorì la crescita economica britannica. Difatti nonostante i problemi di
cui risentì il commercio estero per via del cosiddetto blocco continentale, attuato da Napoleone per impedire alla
Francia e agli Stati alleati di commerciare con l’Inghilterra, le esigenze belliche funsero da potente stimolo
all’attività produttiva. Lo Stato era divenuto acquirente, sicché gli affari prosperavano. Al termine del lungo
conflitto nel 1815 si esaurì la fase positiva del ciclo di Kondratieff e si
assistette in tutta l’Europa a un periodo caratterizzato da una riduzione dei prezzi e dei profitti (fase b). Si trattò di
anni difficili per la Gran Bretagna, nonostante la sua economia continuasse a
crescere per il commercio estero, la fine del periodo bellico pose il problema di assicurare uno
sbocco alla sua produzione. Il prezzo dei cereali, che durante il periodo di guerra era stato molto
alto per via delle forniture alle forze armate e della difficoltà di importazione, crollò improvvisamente. Anche le
industrie furono colpite dalla riduzione delle commesse militari.
7.6. Il trionfo del libero mercato

In Inghilterra dalla seconda metà del Seicento erano in vigore le Corni Law che regolamentavano le importazioni e
le esportazioni di grano con il fine di garantirne l’approvvigionamento e il reddito ai produttori agricoli.
Col crollo dei prezzi agricoli alla fine della guerra fu adottata la cosiddetta scala mobile, ossia un sistema di dazi
variabili a seconda dell’andamento dei prezzi. Le Corn Laws erano da un lato sostenute dai proprietari terrieri e
dall’altro erano avversate dagli industriali e dagli operai. Gli industriali le ritenevano responsabili degli alti salari e
di ostacolo All’esportazione di manufatti. Gli operai invece lamentavano il basso potere d’acquisto dei salari
dovuto ai prezzi troppo elevati. La carestia e la conseguente miseria del 1845-‐‐
46 portò alla loro abolizione nel 1846 lasciando libertà d’importazione dei cereali. Furono revocati anche gli Atti di
navigazione con questa mossa il trionfo del libero scambio si poté dire completo e fu evidente la scelta
dell’Inghilterra si puntare sull’ industria.
Adam Smith (1723-‐‐90) nella sua opera “La ricchezza delle nazioni” (1776) aveva esaltato il libero
mercato, che riteneva guidato da una “mano invisibile”, capace di consentire l’autoregolamentazione senza bisogno
di interventi statali. David Ricardo (1772-‐‐1823) elaborò il “teorema dei costi comparati” per mostrare la
convenienza nella divisione internazionale del lavoro e del commercio, sostenendo che le varie nazioni avrebbero
avuto convenienza nella specializzazione, perché il vantaggio che ne sarebbe derivato sarebbe stato sicuramente
maggiore di quello ottenuto se ogni paese avesse dovuto produrre tutti i beni. Jean-‐‐Baptiste Say (1767-‐‐
1832) elaborò la “legge degli sbocchi” secondo la quale ogni prodotto
offre uno sbocco ad altri prodotti concludendo che in regime di libero scambio non vi potessero essere crisi di
sovrapproduzione.

8. I SECONDI FRANCIA E STATI UNITI


8.1. First come e second comers

Secondo la convinzione comune sostenuta anche da Karl Marx, i paesi industrializzati mostravano a quelli rimasti
indietro l’immagine del loro futuro. L’Inghilterra che ormai aveva raggiunto la maturità, era il paese da imitare. Lo
sviluppo dell’Inghilterra era stato spontaneo, lento, e graduale
e ciò aveva consentito un progressivo assorbimento da parte dei lavoratori e della popolazione delle innovazioni
che cominciavano a trasformare il loro modo di vivere e lavorare. La Gran Bretagna fu quindi il first come e poté
godere del vantaggio dell’assenza di concorrenza, tuttavia fu svantaggiata dal fatto che, essendo il primo paese a
percorrere la nuova strada
dell’industrializzazione, commise errori, conobbe insuccessi e dovette affrontare problemi sconosciuti. I paesi
ritardatari, cioè i seconda camera, poterono godere secondo Gerschenkron dei vantaggi dell’arretratezza costituiti
dalla possibilità di poter usare le innovazioni e i processi tecnologici
sperimentati dalla Gran Bretagna. Lo svantaggio era costituito invece dall’enorme sforzo da loro richiesto per
“agganciare” il paese leader (catechina up). Secondo Gerschenkron esistevano alcuni prerequisiti allo sviluppo, i
second comers dovettero ricorrere ai cosiddetti fattori sostitutivi capaci di svolgere la medesima funzione.

8.2. Fattori favorevoli e sfavorevoli allo sviluppo economico francese.

L’industrializzazione francese seguì un modello più lento caratterizzato dalla permanenza dell’agricoltura dalla
prevalenza di medi e piccole imprese e da una maggiore presenza dello Stato.
Nonostante la Francia possedesse i prerequisiti per potersi sviluppare almeno contemporaneamente alla Gran
Bretagna vi furono una serie di fattori sfavorevoli per i quali rimase indietro:
- • Lungo periodo
di guerra (1792-‐‐1815) La Rivoluzione era il segno evidente dei profondi contrasti che caratterizzavano la società
francese, priva della stessa coesione di quella inglese.
Inoltre, nonostante la guerra diede un certo impulso anche all’economia francese, la Francia
dovette sostenere un costo umano e materiale assai superiore e subì in più diverse insurrezioni politiche dopo la
fine del conflitto.
- • Modesta
crescita demografica Il tasso di natalità diminuì molto più rapidamente che negli altri paesi e ciò frenò la crescita
demografica. La popolazione infine fu trattenuta nelle campagne e non si registrarono flussi di
emigrazione. L’assenza di pressione demografica rallentò sia la domanda globale sia l’offerta di manodopera.
- • Mancanza di
risorse naturali in particolare di carbone e minerali di ferro. Lo sviluppo economico francese poté però contare
anche su dei fattori favorevoli, la Rivoluzione francese infatti garantì una rapida e completa liquidazione della
feudalità e la fine del sistema delle corporazioni di mestiere con
l’affermazione della piena proprietà della terra. Inoltre permise
l’abolizione dei dazi interni dando vita a un mercato più libero e omogeneo. La rivoluzione e l’impero ebbero
anche il merito di riformare l’insegnamento e la ricerca puntando sullo studio della matematica e della fisica.

8.3. La fisiocrazia e la piccola proprietà contadina


In Francia si realizzò uno sviluppo industriale modesto anche perché non si era formata come in Inghilterra la
grande proprietà. La Francia era la patria della fisiocrazia ovvero di quella scuola di pensiero che
in opposizione al mercantilismo predicava le virtù dell’agricoltura. Nonostante le terre di origine feudale, ormai
divise in piccoli appezzamenti, appartenessero ai contadini in virtù
del vecchio principio “nessuna terra senza il suo signore”, i nobili continuavano ancora a
pretendere numerosi diritti feudali sugli stessi.
Anche i grandi possedimenti nobiliari erano stati divisi in piccoli appezzamenti ed assegnati a famiglie di mezzadri
o fittavoli. In una forma o nell’altra quindi prevaleva la piccola azienda
rurale. Fra il 1789 e il 1793 furono aboliti i diritti
feudali e i contadini divennero pieni proprietari. La prevalenza della piccola proprietà, costituiva un ostacolo allo
sviluppo agricolo.

8.4. L’industrializzazione francese

L’industria fu caratterizzata dalla prevalenza di piccole imprese. Queste importarono tecniche dalla Gran Bretagna
e furono sostenute dallo Stato che incentivò inventori e industriali inglesi a trasferirsi in
Francia. Nel campo della siderurgia la
Francia era molto indietro, a causa dell’arretratezza dei metodi di
produzione della ghisa che non utilizzavano ancora il coke al ritardo della diffusione della macchina a vapore e alla
scarsità di carbone e minerali di ferro. L’industria tessile utilizzò di più le macchine inglesi nonostante non fu
agevole importarle perché l’Inghilterra proibì la loro esportazione la Francia fu costretta a ricorrere allo spionaggio
industriale o al contrabbando. I Francesi seppero dare un loro contributo al perfezionamento delle macchine, per
esempio, con il famoso meccanismo Jacquard. Si trattava di un dispositivo
applicato al telaio che consentiva di realizzare
disegni sulla stoffa. In più la Francia vantava un’antica tradizione in molte industrie del lusso.
L’attività industriale fu favorita dalle riforme attuate durante il periodo rivoluzionario e l’impero napoleonico. Fu
approvata nel 1791 la legge Capelliera che vietava qualsiasi associazione di Lavoratori e imprenditori. Furono
approvati il Codice Civile (1804) e il Codice di commercio (1807) che regolarono con chiarezza i rapporti fra gli
individui e quelli relativi all’attività economica. Il sistema dei trasporti ebbe un importanza rilevante per
l’industrializzazione e si basò sulla rete stradale e sul lento avvento delle ferrovie. Le vie fluviali non erano molto
sviluppate e i canali non raggiunsero il livello di efficienza di quelli inglesi. La fondazione della Banca di
Francia nel 1800, fu un altro fattore positivo. Prima di allora il paese aveva potuto contare principalmente solo
sull’attività dei banchieri privati. La banca di Francia, la cui costituzione fu favorita da Napoleone, era una società
privata promossa da un gruppo di
banchieri, che fu autorizzata a emettere banconote e nel 1848 divenne l’unico istituto di emissione. Napoleone la
sottopose al controllo dello Stato, riservandosi la nomina del governatore e dei due
sottogovernatori.

8.5. La nascita di un paese libero e nuovo: gli Stati Uniti d’America.


Con la Guerra di indipendenza (1775-‐‐83) le tredici colonie inglesi si ribellarono alla politica
mercantilistica della madrepatria che imponeva una
serie di vincoli alla libera espansione dell’attività economica. L’esistenza di tali vincoli si fece insopportabile e
prese terreno la coscienza sempre più diffusa e sentita della necessità di una maggiore libertà economica che portò
in seguito alla ribellione ad ottenere l’indipendenza e quindi alla nascita degli Stati Uniti d’America. Al momento
della loro costituzione questi si presentarono come un paese libero che non aveva conosciuto né il feudalesimo né
le corporazioni e i cui abitanti, che erano immigrati, avevano scelto la libertà contro l’oppressione religiosa e
politica subita in patria e non vi erano quindi classi privilegiate o interessi precostituiti bensì prevaleva la classe
media. Inoltre erano un paese nuovo
e quindi sconosciuto e dotato di grandi risorse, che bisognava popolare, colonizzare e industrializzare.
Tutto ciò fece sì che lo sviluppo degli Stati Uniti si distinguesse da quello di tutte le altre nazioni per i suoi caratteri
di estrema rapidità e spettacolarità sulla base di un modello nuovo e originale
caratterizzato da un uso delle macchine molto più ampio, da un elevata produttività e da un
mercato interno in continua espansione. Gli Stati Uniti avevano conosciuto un tasso di crescita maggiore di quello
britannico ed erano stati l’unico paese a recuperare terreno nei confronti della nazione leader.

8.6. La colonizzazione e il mito della frontiera

La colonizzazione dell’Ovest e il “mito della frontiera” hanno avuto un importanza notevole nella storia economica
e politica del Paese. L’esistenza della frontiera infatti permise di mantenere una popolazione in continua crescita,
che a sua volta faceva aumentare la domanda di beni e servizi e stimolava gli investimenti delle imprese e le grandi
opere intraprese dal governo e dai privati. La colonizzazione interessò prima il Midwest e successivamente il Far
West. L’avanzata dell’uomo bianco distrusse la povera economia dei pellerossa. Secondo Turner la colonizzazione
dell’Ovest si svolse in quattro tappe: 1. Il primo pioniere era un cacciatore, un mercante o un missionario 2. Arrivo
degli allevatori di bovini e ovini 3. Arrivo degli agricoltori 4. Insediamento della vita urbana Turner riteneva che
lo spirito della frontiera avesse contribuito a modellare il carattere americano rendendo gli uomini egualitari
individualisti e intraprendenti. Inoltre elaborò la teoria della valvola di sicurezza secondo la quale la possibilità di
spostarsi verso Ovest avrebbe allentato le tensioni sul mercato del lavoro dell’Est industrializzato. Sorsero
numerose banche nei territori di nuova colonizzazione che finanziarono i coloni con propri biglietti, assumendo il
carattere di banche d’emissione, legando le proprie fortune alle loro sorti.

8.7. La prima industrializzazione degli Stati Uniti


L’attività produttiva dei primi tempi era modesta e veniva svolta da una sorta di manifattura
domestica. Il mercato interno era esiguo e disperso a causa della difficoltà dei trasporti, infatti mentre le vie
d’acqua interne si dimostrarono adatte allo scopo le strade non riuscivano a coprire le grandi
distanze. La costruzione delle ferrovie si rivelò subito determinante per la creazione di un grande mercato e
fu finanziata per la maggior parte
dall’Inghilterra. Le prime manifatture si giovarono della tecnologia inglese ma vi furono anche numerosi apporti
originali da parte degli Americani. Il ricorso alle macchine era una scelta obbligata per l’America dove il costo
della manodopera fu sempre più elevato di quello dei concorrenti europei. L’innovazione riguardava soprattutto il
nuovo modo di produrre che prese il nome di sistema americano. Esso era caratterizzato
dalla standardizzazione dei prodotti e dall’applicazione della
catena di montaggio tese a ridurre il costo e l’esigenza di manodopera. Questi processi aggiunti all’introduzione del
sistema dei ricambi, permisero di riparare i manufatti danneggiati senza doverli più buttare.Nacque la produzione di
massa che si rivelò particolarmente adatta alla società americana,
giovane e con una struttura flessibile, pronta ad accogliere i prodotti standardizzati.
Le industrie che si svilupparono maggiormente furono quelle tessili, calzaturiere, siderurgiche e
dei macchinari. Quella tessile ebbe una funzione traente. Il successo dell’industria cotoniera può essere connesso
all’invenzione della macchina per cucire. L’industria siderurgica fornì una gran quantità di ferro necessaria a
fabbricare parecchi beni di consumo e strumentali. Si determinò negli Stati Uniti una divisione del lavoro: l’Est
industrializzato, l’Ovest agricolo, il Sud produttore di cotone coltivato in grandi piantagioni con schiavi negri.

31

PARTE SECONDA -‐‐ LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1850-‐‐1950)

10. LE FASI DELLA CRESCITA (1850-‐‐1914)


10.1. I dati della crescita
La seconda rivoluzione industriale si concentrò sostanzialmente nel periodo compreso fra metà Ottocento e Prima
guerra mondiale, ma proseguì anche successivamente sino alla fine del secondo conflitto mondiale.
L’economia dei vari paesi del mondo verso la metà del secolo XIX era complessivamente ancora caratterizzata
dalla prevalenza dell’attività agricola. Ma dalla metà dell’Ottocento alla Grande guerra si registrò uno sviluppo
economico senza precedenti. In seguito la crescita rallentò sia per le due guerre mondiali sia per la Grande
depressione degli anni Trenta del Novecento.
La produzione di generi alimentari e l’allevamento bovino crebbero in misura molto superiore all’incremento della
popolazione. Anche la disponibilità di fonti di energia, come il carbon fossile e il petrolio, aumentò in misura
eccezionale specialmente il petrolio che fino ad allora era sconosciuto. L’estensione delle reti ferroviarie crebbe di
ben 31 volti in Europa e Stati Uniti. L’industria divenne il settore più importante e la borghesia assunse il ruolo
di classe dominante impadronendosi del potere politico ed economico. La crescita non fu uniforme e si alternarono
fasi di espansione e di recessione. Fino al 1914 le fasi di espansione furono due e la recessiva
soltanto una, sicché l’intero periodo fu complessivamente caratterizzato dallo sviluppo dell’economia.
10.2. L’espansione di metà secolo 1848-‐‐1873
Una prima fase di espansione (fase a del ciclo di Kondratieff) va dal 1848 al 1873. Questa fu
contraddistinta dall’incremento dei prezzi, che non fu così eccessivo da generare l’inflazione, ma bensì moderato e
regolare consentendo alle imprese di realizzare buoni profitti quindi di aumentare i salari e gli investimenti.
L’aumento dei salari permette l’incremento dei consumi, con vantaggio per la produzione e per la
vendita di beni, mentre la possibilità di maggiori investimenti fa sviluppare l’attività produttiva e l’occupazione.
Nel periodo in esame vi fu in rapido sviluppo dovuto a vari fattori:
• Il libero scambio fu adottato da tutti i paesi che seguirono l’esempio della Gran Bretagna, mentre
quest’ultima però aveva applicato tariffe doganali che colpivano pochi prodotti mentre
lasciò libera l’importazione degli altri, i governi europei preferirono ricorrere ai trattati commerciali che
fissavano i dazi che i paesi contraenti avrebbero reciprocamente applicato e prevedevano talvolta la clausola della
nazione più favorita
• Sviluppo dei mezzi di trasporto la rete ferroviaria mondiale aumentò di dieci volte e si
sviluppò anche la navigazione marittima. La conseguenza fu un grande incremento della produzione industriale
e del commercio internazionale.
• Scoperta di ricchi giacimenti d’oro In California, Australia, Canada e Nuova Zelanda che consentì una più
consistente disponibilità di mezzi di pagamento.

10.3. La depressione 1873-‐‐1896


Nel 1873 in coincidenza con una crisi finanziari che investì i mercati di Berlino, Vienna e New York iniziò un
periodo di depressione protrattosi fino al 1896 (fase b ciclo di Kondratieff). I prezzi diminuirono, i salari
frenarono, e vi fu una tendenziale diminuzione dei profitti. Il malcontento delle masse portò alla formazione
di partiti socialisti e allo sviluppo del movimento sindacale. La diminuzione dei prezzi e dei profitti ebbe
diverse cause:
• Aumento dell’offerta grazie allo sviluppo tecnologico l’industria mise a disposizione una gran quantità di beni che
non riuscirono a collocarsi sul mercato per deficienza di domanda. • Riduzione dei costi di trasporto si fece sempre
più consistente e consentiva alle merci di
raggiungere anche mercati molto lontani. Provocò la crisi agraria causata dall’invasione dell’Europa da parte del
grano americano e russo che imposero una riduzione dei prezzi rovinando parecchi contadini che furono costretti ad
abbandonare le campagne. • Diminuzione della produzione d’oro Le miniere di California e Australia cominciarono
a esaurirsi, la quantità di moneta in circolazione non era più sufficiente a soddisfare la domanda di mezzi di
pagamento necessari per l’accresciuto volume dei traffici.

Tuttavia la depressione si inseriva in un trend positivo dell’economia. I paesi colpiti dalla depressione tentarono di
fronteggiarla con varie soluzioni: i governi decisero di tornare al protezionismo, le imprese si sforzarono di ridurre i
costi di produzione, vi fu una ripresa del colonialismo che si proponeva di trovare nuovi mercati per i prodotti della
madrepatria.

10.4. La Belle époque 1896-‐‐1918


Dal 1896 iniziò un nuovo periodo di espansione (fase a ciclo di Kondratieff) durato fino a dopo la
Prima guerra mondiale in cui i prezzi, profitti, salari e investimenti ripresero a crescere.
La produzione industriale si sviluppò particolarmente nel settore dei metalli e della chimica, si
affermò una nuova fonte di energia cioè il petrolio, si diffuse l’impiego dell’elettricità, si svilupparono i moderni
mezzi di trasporto e il commercio internazionale raddoppiò.
Fu un periodo intenso vissuto dai contemporanei con grande fiducia nel futuro e nel progresso confidando
nelle conquiste della scienza e della tecnica. La crescita fu sostenuta ancora una volta dalla scoperta di nuovi
giacimenti di oro in Canada e in Alaska, fu così possibile stampare un gran numero di biglietti.

11. LE CONDIZIONI DELLA CRESCITA LA POPOLAZIONE


11.1. Le dinamiche della popolazione
L’incremento demografico fu una delle condizioni della crescita economica. La popolazione
mondiale aumentò del 40% mentre quella europea del 67%. Gli elementi che avevano determinato la crescita
demografica nella prima rivoluzione industriale continuarono a produrre i
loro effetti e diedero risultati ancora più evidenti. L’alimentazione divenne più ricca e varia e le
carestie scomparvero dall’Europa, le condizioni igieniche continuarono lentamente a migliorare. L’elemento più
dinamico fu il progresso della medicina, grazie a Louis Pasteur vennero individuati numerosi bacilli e si
prepararono vaccini e sieri per combattere le malattie. Anche la chirurgia Progredì e si diffusero l’anestesia e altre
tecniche. I farmaci si moltiplicarono e l’industria farmaceutica avviò la produzione di massa dei medicinali. Le
cure mediche si diffusero grazie all’intervento dello Stato che organizzò l’assistenza e i servizi medici. L’azione di
tutti questi fattori determinò la diminuzione del tasso di mortalità soprattutto quello
infantile. Il tasso di natalità cominciò anch’esso a diminuire perché il cambiamento dello stile di
vita indusse le coppie a limitare il numero di figli. Nacquero nuove forme di previdenza sociale che si affermarono
specialmente fra le due guerre. La vita media arrivò a 60 anni per gli uomini e 65 per le donne.
L’incremento demografico provocò una sovrappopolazione delle campagne europee e la popolazione rurale fu
costretta ad abbandonare le campagne e cercare lavoro altrove. Vi fu maggiore attenzione al capitale umano da
parte dello Stato che si fece carico di assicurare l’istruzione primaria diminuendo gradualmente il numero degli
analfabeti.
11.2. L’urbanesimo
Vi fu un accentuazione del fenomeno dell’urbanesimo dovuta alla liberazione di manodopera
agricola. Nel corso del XIX secolo, struttura e funzioni delle città si modificarono, il centro delle attività si spostò
nel quartiere degli affari situato tra la vecchia città e la nuova stazione ferroviaria e furono aperti spaziosi viali
alberati. Al loro interno fu vario l’insediamento abitativo dei vari ceti sociali, la vecchia città vedeva la
coabitazione nel medesimo edificio di varie categorie di persone
(pianterreno artigiani, primo piano borghesi, ultimo piano operai). La nuova città contrapponeva quartieri borghesi
e quartieri operai. L’urbanizzazione pose diversi problemi: fu necessario provvedere all’illuminazione (prima a gas
poi con la luce elettrica) e si dovettero costruire acquedotti e fognature.

11.3. I grandi flussi migratori


L’emigrazione fu un’altra conseguenza dell’esodo dalle campagne. In genere agirono
sull’emigrante motivi di “espulsione” fra cui le cattive condizioni economiche e la volontà di migliorare la propria
condizione, e motivi di “attrazione” che erano dati dalla possibilità di trovare un lavoro. Le principali
destinazioni erano: Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada, Australia e Nuova
Zelanda. I principali paesi di provenienza erano fino agli anni 80 venivano principalmente dai paesi dell’Europa
Settentrionale (Gran Bretagna, Irlanda, Germania, paesi scandinavi). Dal 1890 il maggior contributo fu dato dall’
Europa meridionale (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia). Negli stessi anni era in atto anche una migrazione interna
europea e la Francia assunse il ruolo di paese d’immigrazione. Una novità durante e dopo le guerre fu l’apparizione
di un altro tipo di migrazione: quella dei profughi, costretti ad abbandonare le loro terre per sfuggire agli eventi
bellici o alle persecuzioni (russi dopo la prima guerra mondiale, gli ebrei dopo la seconda)

11.4. Gli effetti dell’emigrazione


L’emigrazione ebbe effetti positivi e negativi sia per i paesi di provenienza che per quelli di
destinazione. I paesi di partenza erano svantaggiati dal costo sostenuto per mantenere far crescere e talvolta istruire
persone che andavano a lavorare altrove. In compenso i vantaggi erano notevoli, la
Riduzione dell’offerta di braccia determinò un tendenziale aumento dei salari in più gli emigrati facevano affluire
in patria preziosa valuta estera. I paesi di destinazione furono avvantaggiati dalla risorsa costituita dall’entrante
forza lavoro di persone adulte che spesso conoscevano un mestiere e avevano spirito di intraprendenza e
sacrificio; queste concorrevano a creare ricchezza e benessere nel paese in cui si insediavano. Il principale
problema era la difficoltà di integrazione. Le incomprensioni furono parecchie e molto spesso i nuovi arrivati
dovettero subire soprusi, vessazioni e angherie di ogni specie prima di potersi integrare.
12. LE CONDIZIONI DELLA CRESCITA TRASPORTI, BANCHE E
MONETA
12.1. Lo sviluppo dei trasporti: ferrovie e automobili
La crescita degli scambi e la necessità di una maggiore mobilità diede una forte spinta al miglioramento dei mezzi
di trasporto e allo sviluppo del sistema delle comunicazioni.
La rete stradale non fece molti progressi però le strade furono migliorate e ne furono costruite delle nuove in
particolare nei paesi rimasti indietro così che nel 1870 la differenza tra i vari paesi diminuì sensibilmente.
Le ferrovie ebbero uno sviluppo incredibile e la rete ferroviaria mondiale arrivò nel 1914 ad 1,1 milioni di
chilometri. Per la costruzione delle ferrovie si dovettero affronta dei problemi tecnici, dal traforo delle montagne
alla costruzione ponti e all’aumento di potenza e velocità delle locomotive, nonché dei problemi
economici dovuti alla necessità di ingenti capitali. Inizialmente i capitali
furono forniti da grandi banchieri privati, ma in seguito bisognò costituire società per azioni. Le azioni ferroviarie
vennero tratte in Borsa diventando spesso oggetto di speculazioni che furono la causa di crisi finanziarie come
quelle del 1836, del 1847-‐‐48 e del 1857. Nacque una nuova categoria di lavoratori i ferrovieri.
L’automobile riuscì ad affermarsi con l’avvento del motore a scoppio creato grazie all’ingegno di numerosi pionieri
fra cui Carl Benz. La sua produzione in serie iniziò già prima della Grande Guerra ma la sua vendita era ancora
bloccata dagli alti prezzi. Dopo il conflitto, la produzione di
autovetture aumentò e il suo prezzo diminuì accrescendone così gli acquisti. Il nuovo mezzo di trasporto innescò
un processo a catena che diede impulso a parecchie altre industrie e alla costruzione di strade.

12.2. Lo sviluppo dei trasporti: navi e aerei


Grazie a dei perfezionamenti tecnici come l’elica a tre pale fu possibile l’affermazione delle navi a
vapore che pian piano sostituirono le navi a vela. Un'altra importante novità fu la costruzione di navi in ferro di
maggiore stazza che poterono alloggiare pesanti motori e disporre di ampie stive
per il trasporto delle merci. Il costo delle navi aumentò e fu necessario creare grandi società di navigazione che
sostituirono gli armatori privati. L’Inghilterra organizzò a perfezione il sistema dei “tram” cioè navi senza itinerario
fisso, che viaggiavano a disposizione dei noleggiatori di tutto il mondo e andavano di porto in porto, trasportando le
merci che trovavano da imbarcare durante il loro percorso.Furono ristrutturati i porti per accogliere le nuove navi
più grandi e furono aperti i canali di Suez (1869) e di Panama (1914) che consentirono un enorme riduzione dei
tempi di percorrenza. Nacquero navi specializzate nel trasporto di merci particolari (petroliere e navi frigorifero).
Nei primi anni del secolo XX l’aviazione era ancora ai primordi. Nel 1903 i fratelli Wright erano riusciti a far
volare il loro primo aeroplano. Il progresso in questo campo fu rapidissimo, già nella Prima guerra mondiale fu
utilizzato per la ricognizione aerea, poi come caccia e infine per i bombardamenti. Negli anni Venti e Trenta iniziò
a svilupparsi l’aviazione commerciale. Durante la Seconda guerra mondiale il suo impiego risultò determinante.
Gli effetti della rivoluzione dei trasporti sullo sviluppo economico furono rilevanti e riguardarono
tutti i settori. Il commercio ebbe i maggiori e immediati vantaggi, in agricoltura si realizzò anche
una specializzazione delle colture perché ogni regione poté dedicarsi alle coltivazioni più adatte alla natura del
suolo e alle condizioni climatiche. Lo sviluppo dei mezzi di trasporto stimolò la domanda
di manufatti di molte industrie specialmente quelle siderurgiche metallurgiche e meccaniche.
12.3. Le comunicazioni
Alla vigilia della Prima guerra mondiale, anche le notizie ormai viaggiavano con grande rapidità
grazie a nuove invenzioni fra cui: il telegrafo elettrico (Samuel Morse 1840), il telefono (Antonio Meucci 1871), la
radio (Guglielmo Marconi 1896) e il radar inventato negli stessi anni dagli americani.
12.4. I sistemi
bancari Lo sviluppo economico fu reso possibile dalla formazione dei sistemi bancari e dalla progressiva adozione
del gold standard. Le più importanti categorie di nuove banche erano:
• Le Casse di risparmio, sorte già nella prima metà dell’Ottocento. Esse raccoglievano i piccoli risparmi delle
persone in modeste condizioni, alle quali corrispondevano un interesse. Lo scopo era di consentire anche ai meno
abbienti un accumulazione di denaro. Le somme raccolte erano investite in impieghi sicuri, in genere titoli di
Stato. • Gli istituti di credito fondiario si approvvigionavano di fondi attraverso l’emissione di proprie obbligazioni
dette “cartelle fondiarie” con lo scopo di concedere mutui di lunga durata, rimborsabili a rate e garantiti da ipoteca
su immobili. • Le banche cooperative forme di società cooperative che avevano il compito di accettare
depositi e concedere prestiti ai soci.
• Le banche commerciali o di deposito costituite come società anonime raccoglievano depositi
dal grande pubblico che remuneravano con un interesse e investivano i fondi disponibili prestandoli in varie
forme a operatori economici grandi e piccoli.
• Banche di emissione poste al vertice dei sistemi bancari agivano come prestatori di ultima istanza
o “banche delle banche”. Ad esse si rivolgevano le banche per anticipazioni in caso di necessità a cui veniva
applicato un interesse in base al tasso ufficiale di sconto. Con il tempo questi istituti che di norma operavano per lo
Stato, ottennero anche la funzione di controllare il sistema bancario e perciò si dissero banche centrali. I biglietti
emessi venivano riconosciuti
Dappertutto come moneta a corso legale.

12.5. I modelli bancari


I sistemi bancari ebbero caratteri diversi, essi si adeguarono al grado di sviluppo raggiunto dal proprio paese. In
Europa possiamo distinguere fra due modelli bancari:
1. Il modello anglosassone caratterizzato dalla specializzazione bancaria e dalla prevalenza della banca pura. Si
affermò un tipo di banca che raccoglieva i depositi a vista e concedeva impieghi a breve termine alle imprese.
Le operazioni finanziarie di lunga durata venivano svolte dalle mercanto banks, che collocavano sul mercato
inglese titoli obbligazionari di società e governi esteri, e favorivano i pagamenti internazionali mediante
l’accettazione di tratte spiccate su di Loro da operatori economici stranieri.
2. Il modello continentale o tedesco consisteva nella prevalenza della banca mista, ossia un tipo di banca
che raccoglieva depositi a vista e li impiegava a breve, a medio e a lungo termine, soddisfacendo ogni richiesta
delle imprese. Questo modo di operare era molto rischioso per il mantenimento dell’equilibrio finanziario, perché
se le banche avessero concesso troppi
prestiti a lungo termine no sarebbero state in grado di far fronte a un eventuale consistente richiesta di rimborso da
parte dei depositanti. Le banche miste finanziavano le imprese acquistandone obbligazioni oppure sottoscrivendo
parte del loro capitale sociale stringendo
Stretti rapporti con le stesse.

12.6. Il gold standard


Il bimetallismo adottato da la maggioranza dei paesi cominciò a funzionare male perché prima vi f
una diminuzione del valore delle monete d’oro con la scoperta di nuove miniere e successivamente una
diminuzione del valore delle monete d’argento per una grande produzione del medesimo. Di conseguenza a poco a
poco fra il 1873 e il 1900, i paesi industrializzati preferirono aderire al gol standard. Ciò comportava la possibilità
di importare ed esportare liberamente l’oro, che quindi era accettato in pagamento nelle transazioni internazionali
da tutti i paesi che vi avevano aderito. In tal modo si realizzò un sistema di cambi fissi fra le monete tutte
legate all’oro. La sterlina ormai accettata in ogni parte del mondo diventò una sorta di moneta internazionale.

13. LE ATTIVITA’ PRODUTTIVE


13.1. Le innovazioni in agricoltura
Le carestie scomparvero dall’Europa occidentale. Ciò significava che i generi alimentari disponibili
erano sufficienti a soddisfare l’accresciuta domanda. Tali risultati furono possibile grazie
all’incremento della produttività agricola europea e alla messa a coltura di enormi estensioni di terra negli altri
continenti. L’aumento della produttività agricola fu determinato dall’ impiego delle prime macchine agricole
che prima utilizzavano il vapore (trattori a vapore) e poi applicarono il motore a scoppio dando inizio all’epoca
della motorizzazione agricola. Queste poterono diffondersi a due condizioni: la presenza della grande proprietà e
la pratica della monocoltura granaria. La diffusione dei concimi aumentò i rendimenti e la
produzione. Gli studi Justus e von Liebig misero a punto i primi concimi chimici che la nascente industria chimica
riuscì a produrre in gran quantità.

13.2. L’agricoltura mondiale e l’Europa


Lo sviluppo dell’agricoltura, oltre che dalle macchine e dai concimi, fu favorito anche dall’estensione dello spazio
agricolo. Le terre disponibili in Europa erano ormai limitate ma le opere di bonifica intraprese e l’abbattimento di
molti boschi permisero di aumentare la superfice coltivata. Il miglioramento dell’agricoltura non avvenne in
contrapposizione all’industrializzazione. Anzi vi fu un Europa industriale con forte produttività agricola e
un’Europa non industrializzata a debole produttività. Le zone temperate come Stati Uniti, Canada, Argentina e
Australia svilupparono un agricoltura estensiva. Nelle zone tropicali, come le Antille, il Brasile, l’Indonesia si
erano diffuse le piantagioni coltivate per conto di grandi proprietari che producevano cacao caffè, tè o banane.
Molto importante fu l’esportazione di gomma dal Brasile. Il seme degli alberi da cui veniva estratta
venne esportato clandestinamente dagli Inglesi e trapiantato in Indonesia e in Indocina.

13.3. Lo sviluppo della tecnologia e della ricerca


Alla vigilia della Prima guerra mondiale erano ormai l’industria e il settore terziario a dominare la
scena. L’attività industriale fu caratterizzata dal progresso dei sistemi di produzione e da una crescente
concentrazione industriale che portò alla formazione di grandi imprese.
Nella seconda metà dell’Ottocento si concentrarono numero rilevante di invenzioni che diedero luogo a
una rivoluzione tecnologica. Grazie al legame formatosi fra scienza, tecnica e industria il
tempo necessario per l’applicazione di una nuova invenzione divenne brevissimo. La necessità di affrontare e
risolvere i problemi posti dai processi produttivi, obbligò una collaborazione fra ricerca “pura” e applicazioni
tecniche. La ricerca scientifica si organizzò oltre che nelle università anche presso le aziende e fu così considerata
una delle funzioni della grande impresa che finanziava gli studi da cui si attendeva un vantaggio.

13.4. Una nuova fonte di energia: il petrolio


Le fonti di energia si ampliarono e il petrolio si affiancò al carbone. L’estrazione del petrolio ebbe inizio negli
Stati Uniti. All’inizio fu utilizzato specialmente per l’illuminazione domestica e la lubrificazione delle
macchine. Le sue possibilità di applicazione aumentarono notevolmente dopo
l’introduzione del motore a scoppio e dell’automobile. La sua produzione crebbe enormemente
grazie al contributo degli Stati Uniti. Si sviluppò un nuovo ramo dell’industria chimica, il petrolchimico, che
consentì di produrre fibre tessili e resine sintetiche, detersivi, gomma sintetica, insetticidi ecc. Tra le due guerre
furono scoperti ricchi giacimenti nel Medio Oriente. Iniziò lo sfruttamento del petrolio dell’Iraq, del Bahrein e
dell’Arabia saudita e, subito dopo la Seconda guerra mondiale, di quello del Kuwait e del Qatar. Si arrivò alla
formazione di un cartello internazionale fra le principali società produttrici poi note come “sette sorelle”.

13.5. Vecchie e nuove industrie


Fra le vecchie industrie notevole importanza conservarono quelle tessili anche se quella
dell’industria tessile europea a partire da fine secolo cominciò ad essere ridimensionata, perché finì per dipendere
dagli altri paesi per le importazioni di materie prime.
L’industria siderurgica a metà Ottocento doveva capire come riuscire a produrre acciaio a buon mercato. Grazie
all’ introduzione del convertitore Esimer e del forno Martin-‐‐Siemens fu possibile ottenere acciaio di ottima
qualità direttamente dalla ghisa fusa saltando la fase del pudellaggio; iniziò così l’era del ferro e dell’acciaio.
L’industria metallurgica iniziò la lavorazione su vasta scala di numerosi metalli, venne messo
appunto un processo elettrolitico, basato sull’utilizzazione della corrente elettrica che rese possibile ricavare
l’alluminio dalla bauxite a costi molto ridotti. L’alluminio trovò applicazione in molti settori
e divenne quasi il metallo per eccellenza della seconda rivoluzione industriale. Altri metalli importanti furono il
rame e il nichel. La nuova industria automobilistica si sviluppò rapidamente specie negli Stati Uniti. Si passò dalla
costruzione artigianale, alla produzione in serie e sorsero numerose fabbriche tra cui Ford, Fiat, Renault. Altre
invenzioni come la macchina da scrivere il perfezionamento delle macchine tipografiche e la creazione della
macchina fotografica diedero luogo a nuove attività produttive.

13.6. Chimica ed elettricità


Le industrie chimiche furono tra quelle che maggiormente caratterizzarono la seconda rivoluzione
industriale. Furono introdotte numerose innovazioni grazie ai processi di ricerca come: i coloranti artificiali che
sostituirono quelli naturali, la dinamite scoperta da Alfred Nobel. Furono inventate le prime materie plastiche
sintetiche, le fibre tessili sintetiche si cominciarono a diffondere. Un nuovo comparto fu quello dell’industria della
gomma, dopo l’introduzione del processo di
vulcanizzazione da parte di Goodyear (1839) iniziò negli Stati Uniti la lavorazione della gomma. Mel 1888 John
Dunlop brevettò il primo pneumatico. L’industria elettrica fu un'altra attività peculiare della seconda rivoluzione
industriale. La scoperta fondamentale fu quella del generatore di corrente, cioè una macchina che trasformava
l’energia sviluppata dalla macchina a vapore in elettricità riducendo notevolmente i costi finora problema
principale nella produzione della stessa. L’elettricità trovò un gran numero di applicazioni a cominciare
dall’illuminazione grazie all’invenzione della lampada a incandescenza da parte di
Thomas Edison, nell’industria, nei trasporti e nella vita domestica; essa era indispensabile per i
sistemi di comunicazione a distanza e rese possibile nel 1895 la nascita dell’industria cinematografica anno in cui
Louis Lumière presentò la prima pellicola cinematografica.
13.7. Il commercio interno Il commercio interno che prima si era svolto principalmente nelle fiere fu rivoluzionato
dall’avvento della nuova figura del commesso viaggiatore che collocava merci per conto di case Rinomate presso i
negozianti, ai quali venivano inviate successivamente tramite la ferrovia. Si
cominciò a sviluppare il commercio fisso con l’apparizione dei primi negozi, dapprima bazar che vendevano ogni
genere di articoli e poi negozi specializzati. A metà dell’Ottocento apparvero
anche i grandi magazzini. Negli Stati Uniti si svilupparono le prime forme moderne di pubblicità
commerciale e furono introdotti il sistema dei saldi, la vendita per corrispondenza e la vendita a rate.

13.8. Il commercio internazionale e gli investimenti esteri


Un importanza molto maggiore ebbe il commercio internazionale che aumentò di sei volte fra gli anni Trenta e gli
anni Settanta dell’Ottocento e si triplicò ancora fino alla Grande guerra. L’Europa inviava negli altri continenti il
carbone e i suoi manufatti (articoli d’abbigliamento materiale ferroviario, locomotive) e importava materie
prime (metalli non ferrosi, petrolio,
gomma e fibre tessili). Accanto a questo commercio estero si affiancava il circuito di scambio di manufatti fra i
paesi industrializzati. Il commercio internazionale fu indubbiamente favorito dal libero scambio, anche se negli
anni ottanta molti paesi tornarono a varie forme di protezionismo che ripresero anche in seguito nel periodo fra le
due guerre mondiali. Di conseguenza si può affermare che il protezionismo è stata la regola e il libero scambio
l’eccezione.
Un complemento allo sviluppo degli scambi internazionali furono gli investimenti esteri da parte
dei principali paesi europei. Gli investimenti inglesi andarono a società private, mente quelli francesi si rivolsero
al debito pubblico. Questi erano concessi dai risparmiatori che tramite le banche o direttamente in Borsa
acquistavano azioni e obbligazioni emesse da società oppure sottoscrivevano titoli
pubblici. I fondi da destinare agli investimenti esteri erano costituiti da oro valute o divise frutto dell’avanzo della
bilancia commerciale; ma anche con le entrate derivanti dall’esportazione di servizi insomma con l’avanzo della
bilancia dei pagamenti.

14. LA GRANDE IMPRESA


14.1. La formazione della grande impresa
Finora solo nei settori che producevano beni intermedi o strumentali si erano costituite grandi imprese capaci di
sfruttare economie di scala nella produzione. Negli ultimi anni del XIX secolo la costituzione di grandi
imprese, che manifestò i suoi vantaggi, si estese anche ai settori di produzione dei beni di consumo. La grande
impresa disponeva di un capitale elevato e concentrava nella fabbrica un gran numero di lavoratori, costituendo il
centro di accumulazione di conoscenze scientifiche e tecniche. La forma giuridica era quella della società anonima
o per azioni. Essa si formò in seguito a un processo di concentrazione sia
verticale (unire imprese che partecipano al processo di fabbricazione di uno stesso prodotto) che orizzontale (unire
imprese che operano nello stesso settore), realizzato mediante fusioni di più imprese o incorporazioni di imprese
più piccole in imprese più grandi.
Gli Stati Uniti furono i primi a comprendere l’importanza della grande impresa che chiamarono
corporation. Un tipo particolare era la conglomerata formato da imprese che producevano beni molto diversi. Oltre
a quelle di scala si realizzarono anche economie di diversificazione della produzione in modo da renderla meno
sensibile alle variazioni della domanda di un singolo prodotto. Lo sviluppo dell’economia mondiale portò alcune
imprese a costituire all’estero proprie filiali o a fondarvi società da esse controllate nacquero così le imprese
multinazionali che avevano un'unica direzione nel paese d’origine.
Quando non si voleva o poteva costituire un'unica grande impresa si giungeva ad accordi sotto forma di:
- Cartelli: accordi f
ra più imprese che trattano lo stesso prodotto, mediante i quali si fissano i prezzi di vendita, la quota di produzione
e le quote di mercato di ciascuna impresa.
- • Trust: Una
società capogruppo, detta holding, acquista azioni di altre società fino ad averne il controllo e porre le imprese sotto
un’unica direzione strategica. Essi furono contrastati in diversi paesi attraverso apposite leggi antitrust. Le vecchie
imprese che nacquero come imprese familiari giunsero pian piano alla separazione fra proprietà e management. I
proprietari dell’impresa, cioè lasciavano la guida a persone esperte e capaci, i manager e si limitavano a esercitare il
controllo tramite il consiglio di amministrazione. Nacquero così le prime scuole superiori di commercio e business
Schola per la preparazione dei manager.

14.2. Taylorismo e fordismo


Frederick Taylor condusse numerosi studi al fine di organizzare scientificamente il lavoro e aumentare il
rendimento dell’operaio. Egli divise il processo di lavoro in operazioni semplici e ne misurò il tempo di esecuzione
definendo i tempi standard. Da ciò deriva il termine taylorismo, che fu applicato alla catena di montaggio costituita
da un nastro su cui scorrevano i pezzi. La catena di montaggio fu particolarmente utilizzata dall’industria
automobilistica, il merito di averla applicata su larga scala va ad Henri Ford che ebbe l’intuizione di fare
dell’automobile, un oggetto alla portata delle masse. Perciò praticò una politica di alti salari in modo da consentire
agli operai di poter acquistare le autovetture. Era nato il cosiddetto modello fordista di sviluppo.
14.3. Le piccole e medie imprese e la cooperazione
Le piccole e medie imprese conservarono un ruolo molto importante. Sembra che gli interessi della classe operaia
fossero meglio salvaguardati nella grande fabbrica piuttosto che in quelle piccole dove la tutela dei lavoratori
risultava più difficile. Le imprese di modeste dimensioni resistevano in attività tradizionali ma anche in alcune
attività nuove come la produzione e la riparazione di macchine elettriche. Si svilupparono le imprese
cooperative, costituite da persone che si associavano per gestire un attività economica, non avevano scopo di
lucro, ma rispondevano a finalità etiche e sociali. Esse si differenziarono in:
- Cooperative di
consumo: acquistavano beni di consumo all’ingrosso per rivenderli al minuto a prezzi più convenienti.
- Cooperative di pr
oduzione: riuniscono un gruppo di lavoratori per svolgere un’attività produttiva e assicurare parità di salario e
uguale distribuzione degli utili.
- • Cooperative di
credito: per raccogliere risparmi e esercitare il credito a favore dei soci.

15. I PAESI INDUSTRIALIZZATI GRAN BRETAGNA E FRANCIA


15.1. I diversi ritmi dello sviluppo
L’andamento dello sviluppo fu talvolta molto diverso da paese a paese, come si ricava dai tassi di percentuali
annui di crescita del Pil pro capite fra il 1820 e il 1950. La Gran Bretagna mostra fra il
1870 e il 1913, una diminuzione del tasso di crescita, segno delle difficoltà incontrate. Gli altri paesi accelerarono
così la rincorsa del paese leader. Fatto a 100 il Pil pro capite della Gran Bretagna è possibile raffrontarlo negli anni
con quello degli altri paesi europei. Nel 1820 i paesi meno distanziati erano gli Stati Uniti e la Francia con
rispettivamente il 59% e il 58% del Pil Inglese. Nel 1870 solo gli Stati Uniti e la Germania si erano avvicinati alla
Gran Bretagna (proprio perché in quel periodo quest’ultima aveva accelerato il suo sviluppo) con il 70% e il 52%.
Successivamente al 1870 fu la Gran Bretagna a rallentare mentre gli altri paesi crescevano più rapidamente. Alla
vigilia della Prima guerra mondiale nel 1913 vi fu il catching up degli Stati Uniti mentre Francia e Germania si
avvicinarono molto. Entro il 1950 però nessun altro paese riuscì nel impresa degli Stati Uniti.

15.2. Il declino della Gran Bretagna


L’età vittoriana si chiuse con un rallentamento della crescita che ha fatto parlare di “declino relativo” della Gran
Bretagna. Essa infatti mantenne il suo primato che fu però offuscato dal fatto che i paesi inseguitori ormai la
tallonavano più da vicino. L’industria infatti conservava un posto di primissimo piano, intorno al 1870 deteneva
quasi il 32% della produzione mondiale, ma alla vigilia della Prima guerra mondiale la sua quota si era ridotta al
14% ed essa era stata superata da Stati Uniti (36%) e Germania (16%). Le industrie traenti della prima rivoluzione
industriale persero terreno rispetto ai concorrenti. L’industria siderurgica nonostante l’incremento notevole della
produzione fu superata da quella americana e poi da quella tedesca. L’industria tessile mantenne il
suo primato riuscendo a alimentare un consistente flusso di esportazioni, però dipendeva fortemente
dall’importazione di materie prime. La Gran Bretagna manteneva il primato nel commercio
estero, con un ruolo molto importante anche nel mercato di riesportazione. Il disavanzo della bilancia commerciale
veniva colmato con i proventi dei servizi resi agli stranieri oltre che con i rendimenti degli investimenti esteri
mantenendo la bilancia dei pagamenti in avanzo.

15.3. Le cause del declino


Le principali cause del declino furono:
- Lo svantaggio de
l first comer: l’Inghilterra possedeva ormai un apparato industriale obsoleto, ma l’inerzia degli imprenditori che
comunque mantenevano un commercio con le colonie rallentò il processo di adeguamento alle nuove tecnologie.
- La dipendenza
dall’estero l’incremento della produzione industriale richiedeva l’importazione di molte altre materie prime e di
prodotti fondamentali del tutto assenti in Gran Bretagna
- • Il sistema
d’istruzione si rivelò inadeguato di fronte alle esigenze dello sviluppo industriale perché le scuole inglesi rimasero
legate all’educazione classica riservando scarsa attenzione alla preparazione scientifica.
- • Il ruolo dello St
ato ebbe in Gran Bretagna una funzione meno propulsiva per lo sviluppo. Lo Stato si ispirava al principio del
Laise-‐‐fare alla base della dottrina economica liberista, contrario all’intervento dello Stato in economia e fiducioso
nella sua autoregolamentazione.

15.4. La Francia del Secondo impero


La Francia seguitava a soffrire di un lento aumento demografico e di un eccessiva presenza del settore agricolo che
tuttavia la rendeva autosufficiente dal punto di vista alimentare. L’industria conobbe una lenta evoluzione perché i
centri industriali erano pochi (solo a Parigi e a
Lione) e vi erano una miriade di microimprese e moltissime piccole e medie imprese. Pur non riuscendo ad
assicurare economie di scala, presentavano il vantaggio di una struttura produttiva flessibile, capace di fronteggiare
le crisi economiche. Durante il Secondo Impero (1852-‐‐70), lo sviluppo economico conobbe un accelerazione.
Napoleone III, rivolse la sua attenzione all’economia. In quel periodo la Francia costruì la sua rete
ferroviaria, portandola da appena 3000 a 22000 chilometri. Fu avviato un vasto programma di
lavori pubblici, che riguardò la costruzione o l’ammodernamento di alcuni porti nonché il rinnovamento edilizio di
Parigi. Per sostenere lo sviluppo industriale sorsero alcune banche costituite sotto forma di società anonime, fra cui
il più importante fu il Credit Mobilier, che fece conoscere il credito mobiliare anche ad altri paesi europei. Era un
nuovo tipo di banca che raccoglieva fondi con l’emissione di proprie obbligazioni e concedeva finanziamenti a
lungo termine alle imprese. Fu costretto al fallimento dopo numerose difficoltà nel 1871. Il credito
fondiario nacque per incoraggiamento dell’imperatore, il Crédit Foncier de France fu l’unica società autorizzata ad
esercitarlo mediante la concessione di prestiti fino a 50 anni, garantiti da ipoteca, da estinguersi con rate
semestrali. Per approvvigionarsi di fondi l’istituto emetteva obbligazioni di importo pari ai prestiti concessi. La
Francia abbandonò il protezionismo e Si avviò al libero scambio.

15.5. Dalla guerra franco-‐‐prussiana alla Belle époque


La sconfitta nella guerra franco-‐‐prussiana portò alla caduta del Secondo Impero. Fu istaurata la Terza Repubblica
e il paese dovette cedere l’Alsazia e la Lorena alla Germania e versarle una grossa indennità di guerra. Una parte
dell’indennità fu utilizzata dai Tedeschi per acquistare prodotti francesi con il beneficio
del paese sconfitto, che grazie ai grossi risparmi di cui disponeva riuscì a pagarla rapidamente in oro. Ripresa
velocemente dalla disfatta la Francia conobbe un nuovo periodo di espansione durato fino al 1881. In seguito risentì
anch’essa della crisi agraria europea e tornò al protezionismo. Una forte ripresa si ebbe a fine secolo con la Belle
époque. L’agricoltura al riparo della protezione
conobbe un ulteriore sviluppo, l’industria conseguì importanti risultati sia nei settori tradizionali che nelle industri
recenti. La Francia diventò il primo produttore di bauxite e quindi di alluminio. Anche il commercio estero
ricominciò a crescere tuttavia la bilancia commerciale rimase in disavanzo mentre la bilancia dei pagamenti
continuò a far registrare un avanzo.

16. I PAESI A FORTE CRESCITA GERMANIA E STATI UNITI


16.1. L’espansione tedesca
La Prussia riuscì grazie all’azione del cancelliere Otto von Bismarck, a realizzare l’unificazione tedesca proclamata
nel 1871. Si formo l’Impero (Reich) e la Germani in pochi decenni diventò una grande potenza industriale tanto
che si parlò di “miracolo tedesco”.
Tra la fine del secolo XIX e la Prima guerra mondiale, lo sviluppo si fece travolgente e la Germania diventò la
principale potenza continentale.
Nel settore industriale si formarono imponenti complessi e vennero costituite migliaia di società per
azioni. La siderurgia si giovò di un forte incremento della produzione di carbone attinto dal bacino della Ruhr e
anche dei minerali preziosi in seguito all’annessione della Lorena, e si specializzò nella produzione di cannoni e
navi corazzate. L’industria chimica e quella elettrica utilizzarono la tecnologia più moderna, sfruttando il
vantaggio del “last comer” effettuando una crescita rapidissima.

16.2. I fattori dell’espansione


Lo sviluppo fu agevolato da numerosi fattori:
• Il sistema bancario ebbe un compito di primo piano nel sostenere la crescita economica e fu
un fattore sostitutivo dei prerequisiti dello sviluppo. Al vertice del sistema bancario c’era la
Reichsbank costituita nel 1875, con il compito di regolare l’emissione cartacea della nuova moneta il marco, che fu
definito in oro con il definitivo passaggio della Germania al gold standard. Le banche miste favorirono la
costituzione di società industriali acquistandone parte dei pacchetti azionari e facendo entrare i loro rappresentanti
nei consigli di amministrazione.
• Il ruolo dei trasporti fu ancora più rilevante che negli altri paesi le ferrovie e la navigazione interna furono
potenziate, mail vero miracolo fu la creazione di una potente flotta mercantile.
• I cartelli si diffusero specialmente durante la grande depressione, con lo scopo di regolare la concorrenza e evitare
la sovrapproduzione. Lo Stato dopo averli inizialmente contrastati li regolamentò con una legge, rendendoli del
tutto legali. Molte imprese e gli stessi cartelli praticarono il dumping (2 listini prezzi uno per il mercato interno +
alto, e uno per il mercato estero + basso).
• Ruolo dello Stato che sostenne lo sviluppo economico in diversi modi. Diventò un grande consumatore
e con la sua domanda sosteneva la produzione. Favorì i cartelli e il dumping e
adottò un efficace politica protezionistica, gestì la rete ferroviaria e indirizzò gli investimenti esteri verso paesi
amici con i quali vi erano rapporti commerciali e finanziari. Riservo una particolare
cura alla diffusione dell’istruzione tecnica e scientifica, rese obbligatoria l’assicurazione dei lavoratori facendo
della Germania il primo paese a disporre di una forma di previdenza sociale.

16.3. Immigrazione e colonizzazione degli Stati Uniti


I fattori principali che determinarono l’imponente sviluppo economico degli Stati Uniti dal 1870 al
1913, consentendogli il catching up dell’Inghilterra furono molteplici: l’aumento della popolazione, il compimento
della colonizzazione, l’affermazione della grande impresa e la formazione di un vasto mercato interno.

• La popolazione aumentò sia per incremento naturale sia per il contributo dell’immigrazione. L’inserimento degli
immigrati non fu affatto facile per via della diversità di cultura, di valori, di religione e in certi casi del colore della
pelle. I Wasp (White, Anglo Saxon, Protestant) che costituivano il gruppo dominante esigevano un atteggiamento
di rinunzia da parte degli
immigrati alla loro cultura di origine e un accettazione di quella americana discriminando chi
non lo faceva. Solo gli immigrati giunti dall’Europa centro-‐‐settentrionale si integrarono senza grossi problemi
dando l’impressione che si stesse affermando l’idea del melting pot.
• La colonizzazione fu portata a compimento entro la fine del secolo, quando ormai la frontiera
non esisteva più e tutti i territori dell’Ovest erano stati popolati e messi a coltura o destinati all’allevamento.

16.4. Cotone e allevamento del bestiame


Lo sviluppo economico americano fu abbastanza equilibrato interessando sia l’industria che l’agricoltura. Gli
agricoltori godevano di buoni redditi e non producevano più per l’autoconsumo ma per il mercato risentendo
dell’andamento dei prezzi. Negli Stati Uniti non vi fu però una
depressione come in Europa e le condizioni degli agricoltori continuarono a migliorare notevolmente a partire dalla
fine del secolo, periodo in cui il Midwest prese il nome di Corn Bel. Dopo la Guerra di secessione (1861-‐‐
65) da cui il sud uscì sconfitto la coltivazione del cotone si spostò verso ovest soprattutto nel Texas. Nonostante la
perdita del controllo di parte del mercato, assorbito dalla esportazione di Brasile e India che profittarono del
conflitto, questo diventò a fine secolo il primo stato produttore di questa fibra mantenendo il valore delle
esportazioni intorno al 60% della produzione. L’allevamento del
bestiame avveniva specialmente nel Midwest, dove alcuni grandi proprietari costituirono fattorie molto vaste e
prospere. I cow-‐‐boys del Far west durante la guerra di
secessione organizzarono trasferimenti di bestiame per 1500 chilometri lungo le piste che
collegavano le zone di produzione ai nodi ferroviari più importanti da dove gli animali proseguivano in treno per i
luoghi di destinazione.

16.5. Grandi imprese e mercato


Lo sviluppo industriale statunitense fu eccezionale, non solo per la quantità di manufatti prodotti, ma anche per
l’organizzazione della produzione. Le industrie più importanti erano quelle che trasformavano i prodotti
dell’agricoltura delle foreste e dell’allevamento. La filatura e la tessitura del cotone continuarono a svilupparsi e
successivamente si spostarono anche negli Stati meridionali. I progressi più consistenti furono
realizzati dall’industria siderurgica e da quella meccanica, stimolate dapprima dalla domanda di materiale
ferroviario e poi dalla richiesta di ferro e acciaio per la costruzione di navi e macchine.
Non mancarono industrie nuove, come quelle elettriche, dei telegrafi e dei telefoni oltre che del petrolio e
dell’automobile. Le industrie producevano una gran quantità di beni e si organizzarono sotto forma di grandi
società per azioni. Numerosi furono i trust che riuscirono a controllare il mercato di diversi prodotti. Nel 1890 a
partire dallo Sherman Act furono introdotti una serie di provvedimenti antitrust che nel settore industriale furono
alquanto deludenti mentre funzionarono il quello bancario. Gli Stati Uniti furono la patria del fordismo. Lo
sviluppo americano si basò sulla formazione di un vastissimo mercato nazionale che fu possibile grazie alla
costruzione di un efficiente sistema di trasporti con il ruolo fondamentale delle
Ferrovie. Il commercio estero rappresentava una quota limitata dell’intero movimento commerciale degli Stati
Uniti pur essendosi sestuplicato fra il 1860 e il 1913. Gli Stati Uniti infatti rimasero sostanzialmente legati a una
politica protezionistica.

16.6. Un punto debole: il sistema bancario


Il sistema bancario americano non risultava adeguato al grande sviluppo che il Paese stava conoscendo. Con la
riforma adottata in piena Guerra di secessione le banche erano state divise in: banche nazionali che avevano il
compito di emettere biglietti ed erano sottoposte alla nuova legge
federale, e in banche statali costituite secondo leggi più permissive dei singoli Stati che vennero scoraggiate
dall’emettere biglietti. Tutte queste banche avevano di solito un’unica sede e non
potevano costituire filiali fuori dall’area in cui operavano. Tale ordinamento portò alla proliferazione di aziende di
credito. Il problema principale di questo sistema era l’assenza di un istituto centrale di emissione, che potesse
fungere da prestatore di ultima istanza. Questo limite risultò evidente durante la crisi finanziaria del 1907, la
situazione non era più sostenibile.
Nel 1913 venne approvato il Sistema della Riserva Federale, guidato da un consiglio con sede a
Washington, composto da 12 banche federali ognuna delle quali operava in un proprio distretto di
competenza, dove emetteva biglietti a corso legale.
17. DUE CASI PARTICOLARI RUSSIA E GIAPPONE
17.1. La condizione dei servi in Russia
La popolazione russa conobbe l’incremento più consistente fra i paesi europei, ma questo
incremento non costituì un elemento di forza per la Russia come lo era stato per gli altri paesi. Infatti esso fu
causato dalla necessità dei contadini di avere molti figli per ottenere una maggiore assegnazione di terra. Il
principale problema della Russia era la permanenza della servitù della gleba. Vi erano tipi principali di servi
che costituivano i due terzi della popolazione: i servi che appartenevano ai
pomesciki (grandi proprietari terrieri), quelli che dipendevano dallo Stato o dalla famiglia
imperiale. I servi dei pomesciki erano considerati “proprietà battezzata” dei loro signori, le cui terre erano
affidate alle comunità di villaggio che le distribuivano alle famiglie in base alle unità di lavoro che le
componevano. I servi dello Stato si trovavano in una condizione migliore avendo un carico minore di obblighi. I
servi della famiglia imperiale si trovavano in una condizione intermedia.

17.2. L’emancipazione dei servi


Durante la guerra di Crimea emerse in tutta evidenza l’arretratezza del Paese. Si comprese che per affrontare
una guerra moderna si richiedeva il ricorso alla mobilitazione generale di uomini liberi. Perciò nel 1861 lo zar
Alessandro II decretò l’emancipazione dei servi. Questi ottennero le terre e la casa dove abitavano in uso
permanente in cambio di un canone annuo al promessici. Non ebbero la proprietà della terra ma potevano
riscattare le terre assegnate e diventarne proprietari pagando al signore una somma pari alla capitalizzazione del
canone al 6 per cento. Lo Stato anticipò l’80% di quanto dovuto ai signori con obbligazioni statali a interesse
annuo. I contadini dovevano pagare il restante 20% ai signori e rimborsare in 49 anni l’80% anticipato dallo
Stato. Le terre furono Affidate alle comunità di villaggio (mir) responsabili della riscossione delle annualità e
dell’imposta personale dei contadini. Il forte incremento della popolazione rese necessaria la riduzione delle
quote assegnate a ciascuna famiglia. Le condizioni della classe rurale si fecero sempre più difficili e il
malcontento aumentò. Il miglioramento della produttività non fu possibile e si accumularono molti arretrati di
imposte e di quote di riscatto a carico della comunità. La rivoluzione del 1905 indusse il primo ministro Setolini
a varare una riforma agraria con lo
scopo di formare una classe di piccoli proprietari, che avrebbero costituito la “cellula fondamentale dello
Stato”. La riforma prevedeva la possibilità di uscire dai mir da parte dei contadini, e di ottenere un
appezzamento di terra e una casa in piena proprietà individuale, oltre al condono degli arretrati per imposte e
annualità del riscatto. Si formò così una categoria di contadini ricchi proprietari di terre: i kulaki.

17.3. L’industrializzazione della Russia zarista


Per procurarsi i capitali necessari all’industrializzazione si fece ricorso all’esportazione del grano. Lo sviluppo
industriale fu realizzato dal 1890 al 1900 con un tasso di crescita della produzione industriale dell’8% all’anno.
L’industria siderurgica realizzò progressi apprezzabili potendo contare sui ricchi giacimenti di carbone del
bacino del Donetz, e di minerali ferrosi nei intorni di Krivoj Rog. La produzione di petrolio rinvenuto nel
Caucaso fece della Russia il primo produttore al mondo fino al 1900. I fattori dello sviluppo furono
molteplici. Le ferrovie inizialmente finanziate con capitale estero furono
successivamente costruite con l’intervento diretto dello Stato. Il ruolo dello Stato fu essenziale nella sostituzione
della domanda privata, ciò significò puntare sull’industria pesante e sacrificare la produzione di beni di consumo
imponendo una forte pressione fiscale sui contadini. Lo Stato si
impegno ad attirare capitali esteri accogliendo imprenditori stranieri in grado di importare tecniche e denaro. Il
sistema bancario garantì la stabilità della moneta e favorì gli investimenti di capitali provenienti dall’ estero. Il
compito di garantire la stabilità della moneta fu affidato alla Banca di Stato.

17.4. La società giapponese e l’apertura all’Occidente


Il Giappone seppe far emerger una classe imprenditoriale, giovandosi dell’apporto dell’Occidente da cui prese le
tecniche e alcune istituzioni, non consentì però all’iniziativa straniera di sostituirsi a quella nazionale.
A metà Ottocento la struttura sociale era la seguente: al vertice vi era l’imperatore, immediatamente sotto lo
shogun ovvero una sorta di dittatore militare che da sette secoli
esercitava veramente il potere, seguivano circa 250 diamo (signori feudali) 500 mila samurai (uomini d’arme
alla dipendenza dei signori) e, sotto di loro il popolo. Era proibito cambiare condizione o mestiere. Inizialmente
il Giappone era chiuso alle influenze estere e vigeva il divieto di commerciare con gli occidentali. Gli
Americani nel 1854 costrinsero il governo nipponico ad aprire i suoi porti al commercio con gli occidentali e
vennero stipulati con gli Stati Uniti dei trattati commerciali. Con l’ascesa al trono dell’imperatore Mutushito
finì lo shogunato grazie a una ribellione dei
daimyo e la nuova classe al potere, in collaborazione con gli occidentali diede avvio alla modernizzazione.

17.5. Le riforme e la modernizzazione del Giappone


Il Giappone ricorse varo importanti riforme per abolire il feudalesimo e ricorrere alla tassazione della terra ai
fini di trovare le risorse finanziarie utili al processo di rinnovamento. Prima eliminò le distinzioni fra classi, poi
restituì le terre feudali dei diamo all’imperatore che le distribuì dando un indennizzo agli espropriati. Fu
introdotta un imposta fondiaria del 3% sul valore catastale del terreno che risultò efficace per costringere i
contadini ad accrescere la produttività. Molti samurai vennero liquidati con titoli di Stato e poterono dedicarsi
agli affari. La popolazione giapponese aumentò notevolmente, passando da 32 milioni nel 1850 a 52 milioni nel
1913. Come in Russia l’agricoltura fu chiamata a sostenere il peso della crescita industriale.
L’occidentalizzazione fu favorita dalla cultura giapponese, fondata sui valori collettivi del dovere,
della lealtà e della rettitudine che non erano in contrasto con i principi occidentali. Soprattutto
accolse consiglieri occidentali per introdurre innovazione che lo aiutassero nel processo di modernizzazione del
paese. L’industrializzazione fu il principale obbiettivo e fu proprio il governo a prendere l’iniziativa economica
finanziando la costituzione di imprese e dando vita a un vero e proprio capitalismo di
Stato. A poco a poco si costituì una classe di imprenditori a cui lo stato cominciò a cedere parte delle imprese
che aveva costituito. Si venne a formare così un oligarchia di uomini d’affari gli
zaibatsu che diedero vita a grandi concentrazioni industriali. Le industrie prosperarono grazie al protezionismo e
dalle commesse statali per la conduzione delle guerre contro la Cina e la Russia. Il sistema bancario si ispirò ai
modelli occidentali. Furono fondate numerose banche commerciali di tipo misto. Nel 1822 fu costituita la Banca
del Giappone con monopolio d’emissione e il compito
di stabilizzare la moneta nazionale, lo yen. L’indennità sostenuta dalla Cina sconfitta permise al Giappone di
aderire al gold standard.

18.L’ECONOMIA DELL’ITALIA UNITA


18.1. L’Italia al momento dell’Unità e il divario Nord-‐‐Sud
L’unificazione era avvenuta mentre l’avvio della seconda rivoluzione industriale mostrava già il cammino da
percorrere. L’Italia si presentava a questo appuntamento con un’agricoltura complessivamente arretrata, con
un’industria quasi inesistente, una rete ferroviaria molto limitata, una marina costituita prevalentemente di
velieri e un sistema bancario del tutto
inadeguato. L’Italia si rese conto che un ulteriore problema a questo stato d’arretratezza, aggravato
dall’insufficienza di capitali, era l’esistenza di un divario regionale che con il tempo cominciò a
approfondirsi. Se si prendono in considerazione, oltre al Pil, elementi come la dotazione di
infrastrutture, il credito, l’istruzione o la vita media risultava evidente l’arretratezza del Mezzogiorno. Questa si
manifestò soprattutto nel prevalente settore agricolo, mentre infatti l’agricoltura settentrionale aveva un punto di
forza nelle grandi aziende agrarie, che assicuravano investimenti, quella meridionale ne era sprovvista e vedeva
la prevalenza della cerealicoltura estensiva e della pastorizia transumante. Nel settore industriale, ancora basati
sull’artigianato e sul lavoro a domicilio, vi erano pochi nuclei moderni sia a Nord che a Sud. Le industrie
meridionali favorite dal protezionismo si trovarono maggiormente esposte alla concorrenza quando dopo
l’Unità si adottò la politica del libero scambio. Le regioni del Nord e del Sud, inoltre non erano
complementari dal punto di vista economico, poiché erano entrambe sostanzialmente dedite a un’agricoltura che
dava più o meno gli stessi prodotti. La popolazione dell’Italia tra il 1861 e il 1911 registrò un incremento del
40% passando da 26 a 36 milioni di abitanti. L’istruzione era scarsamente diffusa e circa il 70% della
popolazione era analfabeta, nella parte settentrionale prevalevano gli studi scientifici tecnici ed economici. Nel
Mezzogiorno gli studi classici, l’avvocatura e la medicina.

18.2. L’unificazione delle strutture economiche


Realizzata l’unificazione politica in modo ancora incompleto, fu necessario unificare le strutture economiche del
Paese, ciò avvenne attraverso vari stop:
• Il nuovo regno si dotò di una moneta propria: la lira italiana. L’Italia adottò così il sistema bimetallico. La
moneta cartacea era poco diffusa e il compito di metterla in circolazione
spettava alle tre banche: Banca Nazionale Toscana, Banca Nazionale Sarda, Banca Toscana di
Credito. Il tentativo di giungere a un unico grande istituto non riuscì per la resistenza degli interessi economici
locali.
• Fu unificato il debito pubblico, ciò era necessario sia per dare maggiore fiducia ai risparmiatori nazionali, sia
soprattutto, per darla agli investitori stranieri.
• L’unificazione doganale, infine, fu attuata rapidamente per rispondere all’esigenza di dare vita a un vasto
mercato nazionale.
18.3. La scelta liberoscambista e i suoi effetti
Il primo ventennio successivo all’ unità fu caratterizzato dalla scelta del libero scambio e dall’intervento dello
Stato per dotare il Paese delle infrastrutture necessarie. Questa scelta era stata questione di un ampio
dibattito che assunse un importanza molto
rilevante. Da un lato vi erano gli industriali che volevano conservare la protezione e dall’altro i proprietari
terrieri che invece che si battevano per il libero scambio. La scelta era quindi tra: puntare
sull’industrializzazione attraverso il protezionismo, che avrebbe concesso alle industrie ancora giovani di potersi
sviluppare al riparo dalla concorrenza estera, oppure sull’agricoltura con il libero scambio, entrando nel mercato
internazionale come esportatore di prodotti agricoli e importatore di manufatti. Prevalse quest’ultima perché
regnava l’idea che l’Italia non avrebbe mai potuto competere con le nazioni industrializzate per mancanza di
capitali, materie prime e maestranze
preparate. Gli effetti furono, un raddoppiamento delle esportazioni fra il 1861 e il 1880 e uno stimolo alla
specializzazione dell’agricoltura. Intorno al 1880 l’industria continuava ad avere un peso inferiore sia nei
confronti dell’agricoltura che del settore terziario, essa si andava concentrando in alcune regioni del Nord dove
esistevano alcune piccole fabbriche tessili, siderurgiche e delle costruzioni navali. Il lavoro a domicilio
cominciò pian piano a scomparire.

18.4. Il ruolo dello Stato e le sue fonti di finanziamento


Lo Stato fece grandi sforzi nel tentativo di modernizzare il Paese, esso ebbe un ruolo sostitutivo dei
prerequisiti dello sviluppo, cercando di stimolare e sostenere le attività economiche mediante grossi investimenti
in opere
pubbliche. Fu necessario aprire strade, creare e modernizzare i porti, provvedere alla costruzione della rete
ferroviaria, creare una marina a vapore nazionale e infine ampliare il servizio telegrafico e quello postale. Per
sostenere le proprie spese lo Stato fece ricorso a diverse fonti di finanziamento:
• Le entrate tributarie crebbero notevolmente e derivarono dai dazi di consumo, dalle imposte sui terreni sui
fabbricati e sulla “ricchezza mobile”. Pesante fu l’imposta sul macinato che diede luogo a molti tumulti in tutta
la Penisola.
• L’indebitamento pubblico Il governo emise titoli sotto la pari (prezzo di vendita inferiore al valore
nominale), per facilitarne la vendita. Il debito pubblico si triplicò in 20 anni.
• Vendita dei beni demaniali costituiti da terreni e fabbricati appartenenti allo Stato e da quelli confiscati agli
enti religiosi soppressi.
• Introduzione del corso forzoso dei biglietti di banca, lo Stato ricorse all’indebitamento verso le banche di
emissione e sancì l’inconvertibilità delle banconote agevolando prestiti ai privati.

18.5. La crisi agraria e il ritorno al protezionismo


Il modello di sviluppo economico incentrato sulle esportazioni non funzionò più bene quando l’Europa fu
colpita dalla crisi agraria. L’arrivo del grano americano e russo e di altri prodotti agricoli provocò una riduzione
di quasi tutti i prezzi. L’Italia avvertì in ritardo la crisi perché il corso forzoso agì come una sorta di
protezione avendo provocato una svalutazione della moneta che rendeva le merci straniere più costose. Le
conseguenze furono una diminuzione della produzione e una riduzione della superfice agricola
coltivata. L’attività industriale conobbe un notevole impulso grazie alla protezione che era stata accordata ad
alcuni suoi rami (attraverso una tariffa che sostituì i dazi ad valorem con quelli specifici) e alla maggiore
disponibilità di capitali. La crisi agraria e la crescita industriale promosse una coalizione tra industriali e
proprietari terrieri che chiesero a gran voce un ritorno a protezionismo. Fu adottata nel 1887 una tariffa
fortemente protezionistica con una chiara scelta a favore dell’industrializzazione con l’aiuto dello Stato.

18.6. La crisi bancaria


Fra il 1888 e il 1894, il Paese fu scosso da una profonda crisi economica e bancaria. Buona parte dei capitali
affluiti dall’estero con il momentaneo ritorno alla convertibilità della moneta si erano indirizzati
alle speculazioni edilizie. Lo Stato era intervenuto con cospicui finanziamenti e su di essi si era appuntato
l’interesse di numerosi investitori desiderosi di partecipare al grande affare edilizio. Quando il boom delle
costruzioni cessò, parecchi investitori si trovarono in difficoltà e trascinarono con loro le banche che li avevano
finanziati. Le banche di credito mobiliare furono travolte e doverono chiudere e il vuoto che lasciarono fu
colmato con la costituzione della Banca commerciale Italiana e del Credito Italiano che assunsero il carattere di
banche miste. La Banca Romana fu al centro di un grosso scandalo per aver ecceduto nell’emissione di
banconote e aver finanziato alcuni politici. Lo Stato fu costretto a intervenire e con una legge del 893 a ridurre a
tre gli istituti di emissione: la Banca d’Italia, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.
18.7. Il decollo
Dopo il 1896, l’economia italiana riprese a crescere rapidamente, almeno fino alla crisi ciclica del 1907. Furono
gli anni di maggiore sviluppo con un tasso di crescita superiore al 5%. E’ il periodo della Belle époque che in
Italia coincise con l’età giolittiana.
L’agricoltura potè giovarsi dei prezzi elevati e si formarono buoni mercati di consumo in tutta la Penisola. Si
fece ricorso ai concimi chimici e alle prime macchine agricole. I lavori di bonifica resero coltivabili circa 400
mila ettari di terra. Lo sviluppo industriale fu formidabile e riguardò tutti i rami. L’industria si concentrò in tre
regioni Piemonte, Liguria e Lombardia i cui capoluoghi costituirono i vertici del triangolo industriale
(Torino, Genova, Milano). L’industria della seta conservò una quota rilevante del mercato mondiale e il suo
ruolo risultò molto importante perché oltre a mantenere l’Italia sui mercati internazionali consentì
l’integrazione dei redditi alle famiglie di contadini che allevavano i bozzoli e permise l’accumulazione di
capitali. L’industria pesante assunse il ruolo più rilevante di questo periodo. L’industria siderurgica, appoggiata
dallo Stato dalla Banca commerciale e dal Credito italiano, conobbe una notevole
espansione e utilizzò i rottami di ferro. Fu anche organizzato un cartello siderurgico che comprendeva le
principali industrie del settore. L’industria meccanica crebbe poco, tuttavia si svilupparono la produzione di
locomotive, carrozze ferroviarie, navi a vapore di ferro; assunse particolare importanza l’Ansaldo una società
sorta a Genova nel 1853. Le automobili erano fabbricate da un gran numero di piccoli produttori (Lancia, Alfa,
Bianchini e Isotta) che furono a poco a poco soppiantate dalla Fiat sorta nel
1899. L’industria chimica, fece registrare una crescita modesta, limitandosi alla produzione di concimi chimici
e gomma, la cui produzione raggiunse un certo rilievo grazie alla Pirelli (1872) L’industria elettrica puntò quasi
soltanto sull’utilizzazione delle risorse idriche poiché l’Italia difettava di risorse carbonifere. Il commercio
estero aumentò in misura considerevole, giungendo a raddoppiarsi dal 1900 al 1913. La bilancia commerciale
rimase sempre passiva ma il disavanzo venne colmato con le rimesse dei numerosi emigrati e con le spese dei
turisti stranieri.

18.8. Fattori di sviluppo e punti oscuri dell’economia italiana


Lo sviluppo economico italiano fu la conseguenza di numerosi fattori:
• Funzione dello Stato con l’avvio di una sorta di “capitalismo di Stato”, esso sostituì talvolta la carenza di
imprenditorialità e intervenne per sostenere o salvare imprese o rami industriali in difficoltà
• La funzione delle banche prima quelle di credito mobiliare e successivamente alla crisi bancaria quelle
miste. Si formarono stretti legami fra banche e imprese dove le prime inserivano propri “fiduciari” nei consigli
di amministrazione.
• Il protezionismo agevolò la crescita industriale del periodo giolittiano e allineò l’Italia con gli altri paesi
europei.
• Gli investimenti esteri risultarono particolarmente utile in un paese che stentava a creare accumulazione
• Bassi salari reali nonostante l’aumento dei salari nominali che i lavoratori riuscirono a ottenere grazie
all’azione dei sindacati. Ciò nonostante le condizioni generali della popolazione continuavano ad essere più
difficili di quelle degli altri paesi industrializzati, come risulta evidente dal fenomeno dell’emigrazione. Inoltre
si accrebbe il divario tra Nord e Sud che si cominciò a chiamare questione meridionale.

19.LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LE SUE CONSEGUENZE


19.1. La Grande guerra
Nell’estate del 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale, che vide contrapposti da un lato l’Intesa
(Gran Bretagna, Francia e Russia) e dall’altra gli Imperi Centrali (Germania e Austria-‐‐Ungheria).
Successivamente entrarono in guerra altri paesi, come l’Impero turco, che si schierò con gli imperi centrali, mentre
il Giappone, l’Italia (1915) e gli Stati Uniti (1917) si allearono con l’Intesa.
Il conflitto fu scatenato per le rivalità politiche, economiche e militari. La crescita economica tedesca aveva
preoccupato Francia e Gran Bretagna, rivalità economiche esistevano anche fra
Russia e Germania che allora erano confinanti, in più la questione dei Balcani vedeva contrapposte le principali
potenze europee. L’intenzione di effettuare una guerra lampo fu subito sfatata, dopo l’invasione del Belgio da parte
della Germania e il suo insediamento sul fronte occidentale francese, essa si trasformò in una guerra di
posizione svolta nelle trincee. La guerra trovò i paesi belligeranti impreparati soprattutto dal punto di vista
economico. Era la prima guerra del mondo industrializzato e gli sforzi dovevano essere rivolti alla produzione di
tutto ciò che serviva per vincerla (materiale bellico, vestiario, carburante, generi alimentari)). Gli Alleati
imposero il blocco agli Imperi centrali vietando il commercio con essi anche ai paesi neutrali, e i Tedeschi
risposero con la guerra sottomarina.
19.2. L’economia di guerra e il costo del conflitto
Appena scoppiata la guerra i governi dichiararono l’inconvertibilità dei biglietti di banca, per
evitare la corsa del pubblico per cambiare le banconote in monete metalliche. Si passò al corso forzoso che sanciva
la fine del gold standard. Vennero chiuse le Borse per evitare speculazioni sui titoli. Un problema che si manifestò
immediatamente fu la difficoltà di far funzionare molte fabbriche, in seguito alla mobilitazione generale. Fu subito
chiaro che bisognava programmare un economia di guerra. I paesi coinvolti crearono organismi governativi
incaricati di procurare le materie prime
e organismi incaricati dei rifornimenti di generi alimentari e della fissazione dei prezzi di vendita con
un calmiere (provvedimento che stabilisce i prezzi massimi), si sviluppò così il mercato nero. Si giunse
al razionamento dei generi di prima necessità e si tentò in tutti i modi di far aumentare la produzione agricola. I
Tedeschi colpiti dal blocco fecero ricorso a prodotti succedanei di quelli che non riuscivano a importare, come la
gomma sintetica. Lo Stato diventato il maggior acquirente di molti beni favorì la concentrazione delle imprese, in
modo tale da semplificare le trattative. Il finanziamento della guerra fu effettuato in tre modi: l’aumento delle
imposte, aumento del debito pubblico, prestiti delle banche di emissione e prestiti interalleati.

19.3. Le conseguenze dirette della guerra


Le conseguenze dirette furono molteplici:
• Le vittime nove milioni di morti
• I danni materiali riguardarono i territori dove si era combattuto e soprattutto la Francia
• Sostituzione del lavoro maschile con quello femminile
• Pesante intervento dello Stato nell’economia che provocò la fine del gold standard e la riduzione del
commercio internazionale
• Diffusione nuovi processi produttivi come la catena di montaggio e la standardizzazione dei prodotti al fine di
risparmiare tempo e manodopera.
• Stimolata la ricerca scientifica per la produzione di nuove armi e il perfezionamento di macchine da guerra • Facili
arricchimenti di coloro che producevano e distribuivano tutto ciò che serviva agli eserciti

19.4. Le conseguenze indirette della guerra


Tra le conseguenze indirette possiamo enumerare:
• La crisi di riconversione del 1920-‐‐21 I paesi dovettero procedere alla ricostruzione delle zone devastate dalla guerra
e contemporaneamente alla riconversione dell’economia di guerra in economia di pace. Le industrie che si erano
dedicate alla produzione di materiale bellico
furono costrette a chiudere o a ristrutturarsi profondamente. Durante il conflitto molti
consumi erano stati rinviati, di conseguenza finita la guerra esplose la domanda di beni che fece aumentare i prezzi
e stimolò l’attività produttiva. Si giunse però, esaurita la domanda insoddisfatta ne periodo bellico, a una crisi di
sovrapproduzione, che provocò una consistente
riduzione dei prezzi l’accumulo di merci invendute e la chiusura di numerose fabbriche con conseguente
disoccupazione.
• L’inflazione si sviluppò nel dopoguerra a causa dell’innalzamento dei costi di produzione, della diminuzione
dell’offerta di beni e soprattutto del forte incremento dei biglietti di banca e di Stato messi in circolazione. Il marco
tedesco in particolare perse totalmente valore e in Germania l’inflazione si trasformò in iperinflazione, portando
alla sostituzione temporanea del marco col Rentenmark (sola circolazione interna) fino all’adozione nel 1924 del
Reichsmark moneta convertibile in oro allo stesso valore dell’anteguerra. L’inflazione provocò una violenta
redistribuzione della ricchezza, colpendo i percettori di reddito fisso e favorendo coloro che si erano indebitati o
che vendevano beni.
• Gold exchange standard siccome le riserve auree non erano più sufficienti per assicurare la
convertibilità dei tantissimi biglietti di banca in circolazione, si decise di porre a garanzia dei biglietti, non solo
l’oro ma anche le banconote convertibili in oro che perciò si dissero “valuta chiave”.
• Debiti interalleati videro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna assumere la posizione di creditori. Keynes propose di
annullare tutti i debiti generati dal comune sforzo. Gli Americani pretesero che fossero saldati e gli Europei
accettarono facendo ricorso alle riparazioni di guerra imposte Alla Germania.
• Riparazioni di guerra a carico della Germania per un totale di 33 miliardi di dollari. I Francesi furono molto duri nel
pretenderle e occuparono insieme al Belgio il bacino della Ruhr. Nel
1924 fu predisposto il piano Dawes che ridusse l’importo delle rate ma non dell’ammontare complessivo. Nel 1929
un nuovo piano Young ridusse il debito e le annualità. Nel 1929 in seguito alla crisi, il presidente degli Stati
Uniti Hoover dichiarò la moratoria dei debiti tedeschi.

19.5. I mutamenti strutturali dell’economia


Ben più gravi e duraturi furono i mutamenti strutturali dell’economia: • Intervento dello Stato nell’economia Il
liberismo sembrava aver fatto il suo tempo con
l’incremento dell’intervento Statale. A guerra terminata si riteneva però che si dovesse ripristinarlo ma la lunga
depressione degli anni Trenta e infine la Seconda guerra mondiale non consentirono la riduzione dell’ingerenza
statale anzi l’aumentarono. I pubblici poteri spesso si sostituirono all’iniziativa privata incapace di affrontare
momenti particolarmente difficili.
• Perdita dell’egemonia politica ed economica dell’Europa rubata da paesi come Stati Uniti e Giappone che
profittarono del conflitto per conquistare il primato. Il vecchio continente era in grossa difficoltà per i danni causati
dal conflitto e il suo accresciuto frazionamento economico non gli concesse di mantenere l’egemonia.

20. L’UNIONE SOVIETICA


20.1. La rivoluzione e il comunismo di guerra
Nel febbraio del 1917 scoppiò la rivoluzione in Russia, che costrinse lo zar Nicola II ad abdicare e portò al potere
dapprima il principe Georgij L’vov e poi Aleksandr Kerenskij. Il nuovo governo, di
orientamento liberale, era debole e decise di continuare la guerra, mentre si andavano organizzando i
primi Soviet (consigli) dei rappresentanti degli operai e dei soldati. Intanto si rafforzava il partito bolscevico, poi
detto comunista, sotto la guida di Nikolaj Lenin il cui
programma prevedeva la fine della guerra senza annessioni ne indennità e il diritto di autodeterminazione dei
popoli, nonché la distribuzione delle terre ai contadini e il controllo degli operai sulle fabbriche. I comunisti
conquistarono il potere con la rivoluzione di ottobre nel 1918, poco dopo stipularono la pace separata con la
Germania. Seguì una lunga guerra civile alla fine della quale nel 1922 fu proclamata l’Unione delle Repubbliche
Socialiste Sovietiche (Urss). La realizzazione del socialismo in Russia passò attraverso tre fasi distinte: il
comunismo di guerra, la Nuova politica economica e la pianificazione. Il comunismo di guerra (1917-‐‐21) fu il
regime economico instaurato mentre era in corso la guerra
civile fra l’Armata Rossa e le armate “bianche” controrivoluzionarie, sostenute da Stati Uniti, Inghilterra,
Francia e Giappone.
I provvedimenti del comunismo di guerra furono:
• L’abolizione della proprietà privata delle terre la confisca delle terre dei nobili, della Chiesa e della Corona, che
divenute statali, passarono in “usufrutto” ai lavoratori e vennero assegnate ai Soviet dei contadini dei distretti.
• Requisizione forzata dei generi alimentari in eccedenza per rifornire le città. • La nazionalizzazione delle industrie e
delle banche che vennero espropriate senza indennizzo e assorbite dalla Banca di Stato.

20.2. La Nuova politica economica


Dal 1921 al 1928 fu applicata da Lenin una Nuova politica economica (Nep), che fu adottata in seguito al
fallimento del comunismo di guerra (“un passo indietro per andare
avanti”). Nel settore agricolo fu abolito l’obbligo di cedere le eccedenze agricole che fu sostituito con un imposta
prima in natura e poi in denaro. I contadini furono autorizzati a vendere i loro prodotti sul mercato libero e ebbero
la possibilità di dare in affitto la terra e di assumere salariati. Nacquero così tre categorie di contadini: il
proletariato rurale, i contadini poveri, e i kulaki ricchi
contadini che prendevano terre in affitto le coltivavano con l’ausilio di braccianti e vendevano i prodotti sul
mercato libero. Il settore industriale fu diviso in due: quello privato, che però forniva il 5% della produzione, e
quello pubblico. Le fabbriche nazionalizzate avevano una gestione decentralizzata. L’Unione Sovietica puntò
sull’industria pesante.
Il commercio interno fu liberalizzato e si creò una rete vastissima di punti vendita privati, mentre il commercio con
l’estero rimase di competenza dello Stato. Il sistema bancario fu ricostituito. Fu fondata una nuova Banca di
Stato, la Gosbank, incaricata di
emettere il nuovo rublo, in sostituzione di quello precedente completamente svalutato. Il rublo non venne definito
in oro e la Russia non entrò nel gold exchange standard. Si costituirono alcune banche specializzate in forme
particolari di credito, una rete di Casse di risparmio e una di cooperative di credito.

20.3. La pianificazione
Alla morte di Lenin (1924), si scatenò la lotta per la successione fra Josif Stalin, che puntava al “socialismo in un solo
paese”, contro Le Trotskij che riteneva necessaria la rivoluzione in tutto il mondo. Nel 1928 Stalin, salito al
potere, considerando superata la Nep riprese la strada verso il socialismo e promosse l’economia pianificata. In
agricoltura fu avviata una rapida collettivizzazione delle terre con lo scopo di giungere ad
aziende di vaste dimensioni per favorire l’ingresso delle macchine e l’incremento della produttività. Si scatenò una
dure lotta contro i kulaki e i nepmen. I contadini furono spinti a creare
dei kolschoz (cooperative volontarie), ossia aziende agricole collettive, conferendo la loro terra. Accanto alle
fattorie collettive si formarono aziende agricole di proprietà statale i sovchoz (aziende sovietiche) i cui lavoratori
erano dipendenti pubblici e i cui prodotti erano distribuiti attraverso le aziende statali di commercio all’ingrosso.
Nel commercio e nell’industria si eliminò gradualmente il settore privato e si passò alla
pianificazione. L’attività economica fu completamente pianificata e il compito di provvedervi fu
affidato al Gosplan (comitato per la pianificazione di Stato) che doveva preparare i piani quinquennali e controllare
che fossero attuati. Fino al 1941 vi furono tre piani quinquennali, i primi due consentirono una rapida
industrializzazione del paese mentre il terzo non fu portato a termine per lo scoppio della guerra.

21. LA GRANDE DEPRESSIONE


21.1. L’espansione degli anni Venti negli Stati Uniti
Nei “felici anni Venti” dal 1922 al 1929, gli Stati Uniti conobbero un periodo di prosperità che si
basò principalmente sul mercato interno stimolato dalla politica degli alti salari, dalle vendite a rate e dalla
diffusione della pubblicità commerciale. Il ramo automobilistico risultò in evidente espansione, la fabbricazione e
la circolazione di un gran numero di automobili stimolò la produzione e il consumo di petrolio, acciaio, gomma e
vetro e fu necessario costruire nuove strade. Altre industrie in grande espansione furono quelle elettrica e
chimica. Nonostante il mercato interno non fosse in grado di assorbire la grande produzione e gli Stati Uniti
avessero adottato da tempo una politica isolazionistica, introducendo elevati dazi doganali, le esportazioni furono
finanziate con gli investimenti di capitale all’estero.

21.2. La lenta crescita dell’Europa


In Europa la ripresa fu molto fiacca.
La Gran Bretagna conobbe una crescita lenta, le difficoltà emerse già prima della guerra furono accentuate da
quest’ultima. I paesi non coinvolti nel conflitto saturarono parte del mercato di
esportazioni britanniche, favoriti dalla decisione inglese di ripristinare la convertibilità della sterlina al valore
dell’anteguerra. Infatti la moneta inglese che ormai non teneva più testa al dollaro risultò sopravalutata e ciò
significò un ulteriore disincentivo all’esportazione. In Germania il pagamento delle riparazioni fece cedere
gratuitamente ai Tedeschi la maggior parte del ricavato ottenuto con l’esportazione della sua produzione. La
produzione industriale inoltre risentì della perdita del 13% del territorio che era ricco di materie prime. Dopo la
stabilizzazione del marco furono stabiliti degli alti tassi d’interesse per favorire l’affluenza di capitali stranieri. Così
la produzione si riprese e tornò ai livelli prebellici. La Francia registrò i progressi migliori. Riuscì infatti a
incrementare la produzione industriale del 40% e il Pil pro capite del 35%. Le ragioni furono il recupero
dell’Alsazia e della Lorena e la stabilizzazione del
franco a un valore realistico, che tenne conto della sua perdita di valore. La
produzione industriale si servì dei lavoratori stranieri e aumentò notevolmente. Le esportazioni crebbero e per la
prima volta la bilancia commerciale francese divenne attiva.

21.3. In Italia: battaglia del grano, bonifiche e stabilizzazione della lira


Anche l’Italia profittò della congiuntura positiva degli anni Venti e si pose in Europa subito dopo la
Francia per i risultati ottenuti. Il potere fu preso dai fascisti con la “marcia su Roma”. Il nuovo governo realizzò il
pareggio del bilancio statale e diede spazio alla libera iniziativa avvantaggiando industriali e proprietari terrieri. La
bilancia commerciale rimase passiva perché l’Italia era costretta a importare le materie prime di cui era in
difetto. Nel 1925 fu avviata la battaglia del grano per tentare di ridurre la dipendenza dalle importazioni. Questa
puntò ad incrementare la produzione di frumento attraverso la bonifica integrale di molti terreni che consisteva
nella normale bonifica idraulica più la creazione delle infrastrutture necessarie alle terre recuperate. Inoltre
impose alti dazi d’importazione.
Le importazioni tuttavia continuarono ad aumentare e la domanda di valute estere per poterle pagare determinò il
peggioramento del cambio della lira rispetto alle altre monete (la sterlina Giunse a 133 lire). Il governo ottenuto un
prestito dal mercato americano decise la stabilizzazione della lira fissando il suo valore in oro in maniera tale che il
cambio con la sterlina raggiungesse la “quota
novanta”. Le esportazioni furono scoraggiate, mentre le importazioni si poterono fare a prezzi più convenienti, con
vantaggio per l’acquisto di materie prime e lo sviluppo industriale. Nel 1926 un provvedimento riservò solo alla
Banca d’Italia il diritto di emettere biglietti.

21.4. La crisi del 29


L’economia mondiale degli anni Venti presentava alcuni squilibri fondamentali, utili a spiegare la crisi successiva.
L’opportunità offerta dalla guerra e lo sviluppo della tecnologia fecero aumentare la produzione
industriale. La mancanza di sbocchi alla fine del conflitto generò una sovrapproduzione cronica, che portò la
disoccupazione a livelli molto elevati. Inoltre gli Stati Uniti si chiusero si chiusero in un
forte isolazionismo rifiutando di assumere il ruolo di leader dell’economia mondiale, e svantaggiando così
il commercio internazionale. Nel 1929 proprio in America si manifestò una grave crisi borsistica a cui fece seguito
una depressione durata alcuni anni. Sull’onda dell’euforia degli anni 20 le banche cominciarono a concedere
prestiti facili e le holding spinsero verso l’alto il valore delle azioni anche con pratiche
scorrette come l’aggiotaggio. Ciò incoraggiò molti risparmiatori a investire il loro denaro e prese via un enorme
speculazione. Quando il prezzo delle azioni, ormai giunto a livelli elevatissimi,
cominciò a scendere tutti si precipitarono a vendere i titoli azionari causando l’esplosione della bolla speculativa
creatasi precedentemente che portò alla crisi della Borsa di New York nel 1929.

21.5. I difficili anni Trenta


In un economia affetta da numerosi squilibri la speculazione borsistica portò dapprima a un aumento della domanda
con un conseguente aumento della produzione e successivamente, per via della crisi, al suo crollo e quindi alla
mancanza di sbocchi per le merci prodotte che determinò
una crisi di sovrapproduzione. Molte fabbriche chiusero e la disoccupazione dilagò. Le banche non riuscirono a
recuperare i loro prestiti e fallirono a migliaia, il governo dovette intervenire per salvare quelle più solide e
sottopose la borsa al controllo di un apposito ente, la SEC (Security Exchange Commissioni).
La depressione si diffuse dappertutto a causa degli scambi internazionali e del ruolo predominante che quel Paese
aveva nell’economia mondiale. Inoltre molti capitali americani erano stati investiti in
Europa, soprattutto in Germania. La Germania fu il paese europeo maggiormente colpito dove la crisi assunse un
carattere bancario. La Repubblica di Weimar si dimostrò fragile e instabile dal punto di vista politico e soprattutto
economico per lo stretto
legame che si era venuto a creare fra banche e imprese. Inoltre dopo il crollo di Wallj Street il richiamo dei capitali
che erano stati prestati alla Germania aumentò notevolmente per timore che la crisi si potesse estendere. I Tedeschi
ebbero difficoltà a pagare, e furono salvati dalla “moratoria Hoover”.

22. LE POLITICHE CONTRO LA DEPRESSIONE


22.1. Il deficit spending
I Paesi colpiti dalla depressione, adottarono quasi tutti politiche ispirate ai principi keynesiani che
prevedevano un maggiore intervento dello Stato in economia. Tuttavia ciò avvenne con ritardo perché essi erano
fortemente legati alle concezioni economiche liberali.
Per contrastare la diminuzione dei prezzi ricorsero tutti a un inasprimento della politica protezionistica, soprattutto
gli Stati Uniti che aumentarono i dazi d’importazione in media al 60% provocando reazioni di rappresaglia da parte
degli altri paesi. Gran Bretagna, Francia e Giappone incrementarono gli scambi con i loro possedimenti e cercarono
di far fronte alla crisi stringendo rapporti commerciali più intensi all’interno delle aree che controllavano. I governi
si convinsero con ritardo che era necessario sostenere la domanda globale dei prodotti, sia interna che
internazionale. La domanda interna fu aumentata con la politica del deficit spending, che si rifaceva alle teorie di
Keynes, ricorrendo all’indebitamento per sostituire la domanda privata con quella pubblica. Furono avviati
dappertutto grandi lavori pubblici che assicuravano un salario ai lavoratori.

22.2. Le svalutazioni competitive


Il sostegno alla domanda interna non bastava, era necessario stimolare la domanda estera.
Questo fu possibile con le svalutazioni competitive, vale a dire un ribasso dei prezzi espressi in valuta estera
attraverso la svalutazione della propria moneta. Nel 1931 il governo britannico decise di
dichiarare l’inconvertibilità della sterlina, che era stata sottoposta a pressioni dagli altri paesi che avevano deciso di
cambiare in oro le riserve che
detenevano in sterline. La Banca d’Inghilterra non cambiò più la sterlina alla parità con l’oro e
lasciò che il suo valore fosse liberamente determinato dal mercato sulla base della domanda e
dell’offerta di sterline. La domanda di sterline diminuì e la moneta inglese perse il 30% del suo valore. La sterlina
usciva così dal gold exchange standard. Il dollaro fu svalutato del 41% e la moneta statunitense fu dichiarata
inconvertibile. Gli altri paesi seguirono Stati Uniti e Inghilterra nella loro decisione per recuperare la competitività
perduta. Quando tutte le monete furono svalutate si tornò sostanzialmente al punto di partenza e nessuno godeva
più dei vantaggi competitivi, di conseguenza le svalutazioni non furono in grado di dare
un consistente impulso agli scambi internazionali. Decretarono però la fine del gold exchange standard, ormai i
biglietti di banca avevano definitivamente sostituito la moneta metallica.

22.3. L’intervento statale negli Stati Uniti: il New Deal


Le misure ricordate determinarono una forte ripresa dell’intervento dello Stato nell’economia.
Negli Stati Uniti fu attuato con il New Deal del nuovo presidente Roosevelt, che prevedeva una serie di misure in
diversi campi: • Nel settore industriale, fu approvata una legge, il Naira (National Industrial Ricoveri Act). Si favorì
la concentrazione delle imprese per diminuire i costi, e si fissarono per ogni ramo industriale dei codici, che
fissavano i prezzi, i salari e l’orario di lavoro. Lo scopo era quello di rilanciare l’attività produttiva ed evitare la
sovrapproduzione.

• Nel settore agricolo, il governo americano ritirò le eccedenze dal mercato e concesse sussidi a chi riduceva le terre
coltivate, nonché un’indennità a chi lasciava i propri campi a maggese o vi coltivava leguminose.
• In campo bancario una legge pose fine alle banche miste e stabilì una netta distinzione fra banche commerciali e
banche d’investimento.
• Venne creato un piano di sviluppo della valle del Tennessee, mediante la creazione di un ente federale la Tennessee
Valley Authority (Va), e fu avviato un vasto piano di lavori pubblici.

22.4. L’intervento statale nei paesi europei


La Gran Bretagna incoraggiò le fusioni di imprese e la razionalizzazione dei settori in crisi. Per combattere la
disoccupazione, il governo incentivò con sussidi la creazione di fabbriche nelle zone depresse. In Francia si puntò
su un incremento dei salari, in seguito agli accordi fra imprenditori e lavoratori promossi dal governo del Fronte
popolare. La riduzione della settimana lavorativa e una politica di grandi opere pubbliche avevano lo scopo di
ridurre la disoccupazione e fornire potere d’acquisto ai lavoratori. In Germania il nuovo governo nazista di Adolf
Hitler, introdusse piani quadriennali. Il primo piano
si propose di ridurre la disoccupazione mediante l’avvio di lavori pubblici e favorendo la
concentrazione industriale. Il secondo piano puntò sulla realizzazione dell’autarchia, vale a dire
dell’autosufficienza economica, ma il suo reale obbiettivo era il riarmo della Germania.
In Italia l’intervento dello Stato fu particolarmente deciso e si orientò verso l’autarchia. Nel settore industriale si
favorirono la concentrazione e varie forme di consorzi e di intese per ridurre la concorrenza e i costi di
produzione. Furono inoltre realizzate numerose opere pubbliche e concessi assegni familiari ai lavoratori e si
estesero le assicurazioni sociali. Le banche miste
sostennero il processo di concentrazione. Le principali banche vi si trovarono sull’orlo del fallimento e il governo
dovette intervenire per salvarle.
Nel 1933 fu costituito l’Iri (istituto per la ricostruzione industriale) che assunse le partecipazioni industriali
possedute dalle banche salvate con lo scopo di rivenderle successivamente a privati, ma non ci riuscì perciò dovette
conservare i pacchetti azionari e costituire diverse holding per gestirli (es. Fincantieri, Fin meccanica).

22.4. L’intervento statale nei paesi europei

La Gran Bretagna incoraggiò le fusioni di imprese e la razionalizzazione dei settori in crisi. Per combattere la
disoccupazione, il governo incentivò con sussidi la creazione di fabbriche nelle zone depresse. In Francia si puntò
su un incremento dei salari, in seguito agli accordi fra imprenditori e lavoratori promossi dal governo del Fronte
popolare. La riduzione della settimana lavorativa e una politica di grandi opere pubbliche avevano lo scopo di
ridurre la disoccupazione e fornire potere d’acquisto ai lavoratori. In Germania il nuovo governo nazista di Adolf
Hitler, introdusse piani quadriennali. Il primo piano
si propose di ridurre la disoccupazione mediante l’avvio di lavori pubblici e favorendo la
concentrazione industriale. Il secondo piano puntò sulla realizzazione dell’autarchia, vale a dire
dell’autosufficienza economica, ma il suo reale obbiettivo era il riarmo della Germania.
In Italia l’intervento dello Stato fu particolarmente deciso e si orientò verso l’autarchia. Nel settore industriale si
favorirono la concentrazione e varie forme di consorzi e di intese per ridurre la concorrenza e i costi di
produzione. Furono inoltre realizzate numerose opere pubbliche e concessi assegni familiari ai lavoratori e si
estesero le assicurazioni sociali. Le banche miste
sostennero il processo di concentrazione. Le principali banche vi si trovarono sull’orlo del fallimento e il governo
dovette intervenire per salvarle.
Nel 1933 fu costituito l’Iri (istituto per la ricostruzione industriale) che assunse le partecipazioni industriali
possedute dalle banche salvate con lo scopo di rivenderle successivamente a privati, ma non ci riuscì perciò dovette
conservare i pacchetti azionari e costituire diverse holding per gestirli (es. Fincantieri, Fin meccanica).

22.5. La Seconda guerra mondiale


Molto più della prima questa fu una guerra “mondiale”. Provocò danni enormi, specialmente a causa dei
bombardamenti che distrussero città, porti e impianti industriali. Questa volta la guerra fu preparata e scoppiò nel
1939 quando dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, la Francia e la Gran Bretagna
dichiararono guerra alla Germania; una guerra che si protrasse fino al 1945. In seguito (1940-‐‐41) furono coinvolti
moltissimi paesi, Russia e Stati Uniti che si schierarono contro la Germania mentre Italia e Giappone che invece si
allearono con essa. La capacità produttiva dei belligeranti fu determinante e la produzione industriale crebbe
enormemente. L’organizzazione dell’economia di guerra fu accuratamente preparata. Gli Alleati Attuarono
nuovamente il blocco contro la Germania. Gli Stati Uniti, non subendo la guerra sul
proprio territorio poterono sfruttare al massimo la loro capacità produttiva. L’evoluzione tecnica subì una forte
accelerazione in tutti i campi ma soprattutto in quello della chimica. Fu inventato il radar e si portarono avanti
sperimentazioni sui razzi e sull’utilizzazione dell’energia atomica. Il costo della guerra fu 5 volte quello della
Prima guerra mondiale, fu finanziato con l’imposizione fiscale, il debito pubblico e i debiti con le banche e
interalleati grazie ai quali gli Stati Uniti si arricchirono notevolmente.
PARTE TERZA -‐‐ L’ECONOMIA CONTEMPORANEA (1950-‐‐2012)

23. UNA NUOVA RIVOLUZIONE I PROBLEMI DEMOGRAFICI

23.1. I caratteri dell’economia contemporanea

L’elemento più caratteristico del periodo è la terziarizzazione dell’economia. Sono trasformazioni


molto più profonde di quelle delle altre rivoluzioni, l’avvento dell’informatica fa del mondo un “villaggio
globale”, collegato in rete mediante
internet. Gli anni dalla fine della guerra ai nostri giorni hanno vista una crescita senza precedenti,
accrescendo enormemente le risorse a disposizione dell’umanità contrariamente alle teorie sostenute da Malthus.
Possiamo dividere il periodo in esame in due fasi: una di vigorosa espansione e una successiva di rallentamento.
Effettuata rapidamente la ricostruzione, prese avvio una lunga fase di sviluppo. Si trattò di un periodo di elevata
crescita economica e di grandi conquiste tecnologiche, che
consentirono di mantenere una popolazione in continuo aumento. A partire dagli anni Settanta l’economia
mondiale rallentò senza però esaurirsi, anzi molti paesi asiatici, fra i quali spiccano la
Cina e l’India fecero registrare una crescita straordinaria e un miglioramento delle condizioni di vita.
Altra caratteristica fu la contrapposizione fra due modelli economici: l’economia di mercato e l’economia
pianificata. Si trattò di una vera sfida fra sistemi economici e politici diversi, condotta
sotto la guida delle due superpotenze dell’epoca, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che difendevano e cercavano
d’imporre il loro modello. Il crollo dell’economia pianificata segno il predominio dell’economia di mercato.
23.2. L’esplosione
demografica La popolazione mondiale non è mai cresciuta come negli ultimi sessanta anni. Essa è passata da 2,5 a
oltre 7 miliardi. La crescita demografica più consistente fu realizzata dall’Africa mentre il peso della popolazione
europea è continuato a diminuire. Il regime demografico moderno con bassi tassi di natalità e bassi tassi di
mortalità, si è ormai affermato nella maggior parte delle nazioni del mondo. La vita media si è portata a 80 anni.
Sia i paesi con un elevato numero di anziani sia quelli con una popolazione molto giovane devono mantenere classi
di età non produttive o poco produttive. Il nucleo familiare ha subito profonde modificazioni, la famiglia del XXI
secolo è composta mediamente da tre unità. Le cause del forte incremento demografico oltre a quelle dei secoli
precedenti, che hanno
continuato a avere un ruolo importantissimo, vanno ricercate principalmente nei progressi della medicina e della
chirurgia. Si sono diffusi nuovi medicinali, si è diffuso l’uso dei vaccini, ma soprattutto si sono diffusi i trapianti di
organi. Le epidemie sono quasi scomparse.

23.3. Urbanesimo e grandi migrazioni


All’inizio del XXI si erano formati enormi agglomerati urbani. La popolazione urbana ormai supera il 75% di quella
complessiva nelle nazioni più progredite e il 30-‐‐40% in quelli più poveri.
Le migrazioni assunsero nuove caratteristiche, con l’entrata in funzione della Comunità
economica europea (1958) vi fu una forte corrente migratoria dai paesi del Mediterraneo verso quelli dell’Europa
centrale e settentrionale che durò fino agli anni 70. A partire dagli ultimi decenni
del secolo XX, nei paesi dell’Europa occidentale risultò sempre più difficile reperire manodopera per lo
svolgimento di lavori domestici o per l’assistenza agli anziani o per effettuare lavori pesanti, divenne perciò
necessario accogliere
immigrati. Anche gli Stati Uniti sono stati interessati da un ondata migratoria che sta cambiando le
caratteristiche demografiche di quel Paese. Nel 1965 fu approvata una nuova legge sull’immigrazione che eliminò
il sistema delle quote introdotto negli anni Venti stimolando enormemente l’ingresso degli emigrati.

24. UNA NUOVA RIVOLUZIONE I SETTORI PRODUTTIVI

24.1. Agricoltura e mezzi di sussistenza

La produzione agricola è aumentata considerevolmente grazie all’introduzione di nuove macchine e all’uso sempre
più esteso di insetticidi e di fertilizzanti, all’introduzione di nuovi metodi di
allevamento e di nuove varietà di grano, mais e riso, nonché mediante la diffusione dell’irrigazione.
Dopo la guerra il numero degli addetti all’agricoltura diminuì enormemente, fino a portarsi nei
paesi maggiormente sviluppati, sotto il 5% della popolazione attiva. L’incremento riguardò soprattutto i paesi
asiatici. Nei paesi ricchi si diffuse l’obesità. Gli effetti furono diversi nelle varie aree del mondo: • Nei paesi
industrializzati la produzione agricola divenne eccedente e i prezzi mostrarono una tendenza a diminuire. Fu
necessario l’intervento da parte dei governi per proteggere i redditi
degli agricoltori attraverso soprattutto barriere non tariffarie (controlli) e politiche di
Sostegno dei redditi agricoli. • Nei paesi asiatici la produzione riuscì a soddisfare le esigenze della popolazione.
Alcune grandi zone come la Cina e l’India, diventate autosufficienti, furono anche in grado di esportare prodotti
agricoli. • Nell’Unione Sovietica e nei paesi orientali a economia pianificata dopo un iniziale incremento
della produzione agricola vi fu, dopo gli anni Settanta, un crollo che li costrinse a importare
generi alimentari dall’estero. La proprietà collettiva della terra, la carenza di fertilizzanti e la scarsa utilizzazione
delle nuove tecniche furono responsabili di risultati così deludenti. • Nei paesi più poveri soprattutto in quelli
africani, si andò spesso incontro a crisi alimentari e periodi più o meno lunghi di malnutrizione
L’allevamento del bestiame fece registrare una crescita inferiore all’incremento della popolazione mondiale. Il fatto è
che gli uomini sono in concorrenza con gli animali per ciò che concerne l’alimentazione e questo è stato l’ostacolo
più grande.

24.2. Industria e tecnologia


Lo sviluppo industriale fu condizionato dal progresso della scienza e della tecnica. La metallurgia si rinnovò
profondamente e si diffuse la produzione di leghe leggere. L’industria chimica iniziò a produrre fibre artificiali e
sintetiche e numerose materie plastiche che pian piano sostituirono il metallo in molti settori. L’industria
elettrica diventò indispensabile, oggi l’elettricità è ottenuta per due terzi da centrali termiche e per il resto in parti
quasi uguali da centrali idroelettriche e nucleari. Il petrolio continuò
ad alimentare numerosi metodi di trazione e diverse macchine che lo utilizzano per la combustione. Anche
l’estrazione del gas naturale, soprattutto in Cina e negli Stati Uniti, costituisce un importante fonte di energia.
L’industria automobilistica è diventata l’industria simbolo di questo periodo. Oggi sono in
circolazione più di un miliardo di autoveicoli. L’utilizzazione delle autovetture richiede l’esistenza di un efficiente
rete stradale e ciò diede impulso alla costruzione di grandi autostrade. L’industria aereonautica produsse una gran
quantità di aerei sia per scopi commerciali che turistici, fu necessario costruire giganteschi aeroporti in tutto il
mondo e finirono i viaggi per mare sulle lunghe distanze. Si diffusero anche i treni ad alta velocità. Tra le nuove
industrie possiamo annoverare le centrali nucleari, che producono energia elettrica
attraverso l’utilizzo di uranio arricchito (uranio 235), e le industrie aereospaziali che determinarono una lotta per la
conquista dello spazio che contrappose Stati Uniti e Unione Sovietica.

24.3. La rivoluzione informatica


Le innovazioni più rivoluzionarie ebbero luogo nel campo dell’elettronica, lo sviluppo della tecnologia si basò su
alcune fondamentali scoperte (diodo, triodo), alle quali si affiancò nel 1948 quella del transistor; vi fu una tendenza
crescente alla miniaturizzazione e alla produzione di microelettronica.
Lo sviluppo dell’elettronica è normalmente associato a quello del calcolatore e quindi
dell’informatica. Il primo calcolatore apparve negli anni 40 con il grande elaboratore. Negli anni Settanta apparvero
i minielaboratori e nel decennio successivo i microelaboratori (personal
computer) che trasformarono radicalmente l’informatica. La rivoluzione informatica aveva preso piede. Le
trasformazioni indotte dalla tecnologia hanno portato a una disoccupazione tecnologica grazie all’introduzione
di nuove apparecchiature “glamour sabini”

24.4. Verso una nuova rivoluzione tecnologica


L’uso dei combustibili fossili non può durare ancora per molto tempo dato che la loro quantità è limitata. Eppure
tutte le attività economiche sono oggi dipendenti dai combustibili fossili, il cui utilizzo è inoltre la principale causa
del surriscaldamento del Pianeta. Negli ultimi anni si è preso coscienza
della necessità di ricorrere a fonti energetiche rinnovabili, queste sono alla base di quella che si chiama economia
verde o green economy. Si prevede in particolare la diffusione delle cellule fotovoltaiche e nel campo dei trasporti
dei veicoli elettrici, che sostituiranno il motore a
scoppio. Insomma è in atto una nuova rivoluzione tecnologica che dovrebbe gradualmente portare all’impiego di
fonti di energia rinnovabili. L’Unione Europea ha dottato la cosiddetta strategia 20-‐‐20-‐‐20 con la quale entro il
2020 i paesi europei dovranno: ridurre almeno del 20% l’emissione di gas serra rispetto al livello del 1990, una
riduzione del 20% del consumo di energia previsto, accrescendo l’efficienza energetica e una produzione di almeno
il 20% dell’energia consumata con fonti rinnovabili.

24.5. La Terziarizzazione dell’economia


L’elemento che maggiormente ha caratterizzato questo periodo è stato lo sviluppo del settore
terziario diventato il settore predominante dell’economia. Si parla di terziarizzazione
dell’economia, di deindustrializzazione o anche di società postindustriale. Aumentano
notevolmente i servizi pubblici e privati a disposizione della collettività. Permane il problema del calcolo della
quota del Pil da attribuire agli stessi, e anche della misurazione della loro produttività. Si determina una maggiore
presenza delle donne nel mondo del lavoro.

24.6. Il settore dei servizi


Il settore terziario ha messo a disposizione delle persone, delle imprese e delle istituzioni una vasta gamma di servizi.
Il commercio interno fu caratterizzato da una rapida diffusione di supermercati, centri commerciali, discount e dalla
diffusione del commercio elettronico tramite gli acquisti via internet. Il commercio estero dopo le difficoltà degli
anni Trenta fu agevolato nella maggior parte dei paesi da una politica di libero scambio, dal ripristino di un sistema
di cambi fissi e dalla costituzione di organizzazioni internazionali.
Il sistema bancario ha subito profonde trasformazioni. Le banche estesero la loro attività a una vasta gamma di
servizi rivolti a molti soggetti, col processo di concentrazione si formarono grandi
gruppi bancari e le banche aprirono filiali all’estero diventando esse stesse multinazionali. Dagli
anni Settanta dappertutto si affermò la banca universale, ossia un tipo di azienda di credito in grado di servire
qualsiasi servizio ai clienti. Si diffuse la carta di credito e quindi la moneta elettronica.
Il turismo diventò di massa e acquistò notevole rilevo economico grazie all’aumento medio del reddito all’evoluzione
dei mezzi di trasporto.

25. LA RICOSTRUZIONE DELL’ECONOMIA MONDIALE


25.1. Gli accordi politici: Yalta e Onu
Le intese più politiche furono quelle di Yalta e di San Francisco. Alla conferenza di Yalta (1945) si incontrarono il
presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt,
il primo ministro britannico Winston Churchill e Josif Stalin per l’Unione Sovietica. Questa portò alla divisione del
mondo in due zone di influenza: americana e sovietica, si estese sull’Europa quella che Churchill chiamò “cortina
di ferro”, ed era iniziata la cosiddetta Guerra fredda. La Germania fu divisa in due Stati: a ovest la Repubblica
Federale Tedesca e a est la Repubblica Democratica Tedesca. Berlino fu divisa in quattro zone una controllata dai
Sovietici e le altre tre da
Francesi Inglesi e Americani; fu eretto un lungo muro che divideva la parte est dalla parte ovest che rimase in piedi
quasi 30 anni. A San Francisco nacque nel 1947 l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) con lo scopo di
mantenere la pace e la sicurezza, realizzare cooperazione internazionale in campo economico, sociale, culturale e
umanitario e promuovere il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti dell’uomo. I paesi aderenti aumentarono
progressivamente fino a comprendere tutti gli Stati indipendenti della Terra. I cinque paesi vincitori della guerra si
riservarono il “diritto di veto”.

25.2. Gli accordi economici: Brettoni Woods e Gatta


A Brettoni Woods i rappresentanti di 44 paesi ripristinarono, nel 1944 un sistema monetario internazionale basato
sui cambi fissi. Si diede vita a un nuovo gold exchange standard stabilendo la sola convertibilità in oro del
dollaro da parte delle banche centrali. Ogni paese doveva definire in oro la propria moneta dichiarandone la parità,
in modo da poter determinare il cambio fra tutte le monete, questa poteva oscillare entro una banda dell’1 % in più
o in meno ed era compito delle banche centrali d’intervenire sul mercato dei cambi per assicurare il rispetto di tali
limiti. Quando la banca centrale non possedeva una sufficiente quantità di valuta straniera poteva attingere al
Fondo monetario internazionale (Fmi). Sorse anche la Banca Mondiale, che era stata istituita per finanziare la
ricostruzione postbellica. A Ginevra nel 1947, 23 paesi firmarono il General Agreement on Tariffa and
Tarde (Gatta). Questo si proponeva come obbiettivo la fine degli accordi bilaterali e l’affermazione della
multilateralità nei rapporti commerciali internazionali, mediante l’applicazione della clausola della nazione più
favorita e la progressiva riduzione delle barriere doganali. Nel corso della sua esistenza si tennero diversi lunghi
negoziati o round, i più importanti furono: il Kennedy Round, il Tokyo Round e l’Uruguay round. Al termine di
quest’ultimo i rappresentanti di 125 paesi formarono la World
Trade Organization (Wto), il cui scopo principale era favorire il commercio internazionale attraverso la
liberalizzazione dei traffici.

25.3. Il Piano Marshall

Durante la guerra, gli Stati Uniti avevano rifornito i loro alleati di materiale bellico e altri beni di prima
necessita, venduti con lunghe dilazioni nei pagamenti. Alla fine del conflitto risultarono creditori netti di oltre 40
miliardi. L’Europa, che versava in condizioni drammatiche, non avrebbe mai potuto ripagare il suo debito.
Gli Americani maturarono allora la convinzione che fosse nel loro interesse favorire la ricostruzione di tutti i paesi
alleati e sconfitti destinati a diventare loro partner economici.
Nel 1948 fu approvato dal Congresso l’Erp (European Recovery Program) meglio noto come Piano Marshall, la cui
gestione fu affidata all’Eca (Economic Cooperation Administration) un organismo del governo con sede a
Washington. I paesi europei che non aderirono all’Erp, sì associarono nell’
Oece (Organizzazione europea per la cooperazione economica). I governi dei vari paesi formulavano un piano di
interventi con le loro richieste e lo inviavano all’ Oece, che lo esaminava e lo trasferiva all’Eca in
America. L’Oece terminato il suo compito continuò a promuovere la cooperazione fra i diciotto
paesi. L’Oece si trasformò nel 1961, in Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico) con l’ulteriore partecipazione anche di Stati Uniti e Canada, con lo scopo di favorire
l’espansione economica degli stati membri e lo sviluppo del commercio estero su base multilaterale.

25.4. L’economia mista e il Welfare State


La contrapposizione fra modello capitalista e socialista e la necessità di evitare movimenti rivoluzionari, portarono
all’affermazione in molti paesi dell’Europa occidentale di un economia
mista, attuata attraverso riforme politiche, sociali ed economiche. Furono nazionalizzati importanti rami
dell’economia e si avviò una politica di pianificazione.
Le nazionalizzazioni, non furono statizzazioni. Le imprese continuarono a operare in un regime di
libero mercato e goderono di una loro autonomia, pur essendo di proprietà pubblica. In Italia fu nazionalizzata la
produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e venne costituito l’Enel.
La pianificazione, fu adottata in alcuni paesi europei in forma molto diversa da quella sovietica. Essa non fu
coercitiva ma solamente indicativa e si fondò su un accordo fra le parti sociali (imprenditori e sindacati).
Gli interventi più consistenti furono quelli che portarono alla nascita del Welfare State o Stato
sociale. Questo nacque in Gran Bretagna grazie a William Beverie secondo il quale era
necessario giungere a quella che chiamava “liberazione del bisogno”. Il progetto si basava su tre
pilastri fondamentali: un efficiente sistema di previdenza sociale, un sistema di assistenza
sanitaria gratuita e una politica economica basata sulla riduzione della disoccupazione. Lo Stato sociale si rivelò
molto costoso, le spese dello stato per garantirlo ruotano attualmente intorno al 65-‐‐70% della spesa pubblica
complessiva.

26. DALLA GOLDEN AGE ALLA CRISI


26.1. La “golden age”
Con il nome golden age gli storici fanno riferimento al periodo di crescita economica continua e stabile, che
riguardò tutti i paesi sviluppati e andò dal 1970 al 1973.
Nell’età dell’oro, la crescita del Pil pro capite raggiunse livelli mai registrati prima, soprattutto in
Giappone, Germani e Italia.
Se si fa a uguale a 100 il Pil pro capite del 1950 dei principali paesi, il Giappone, la Germania e
l’Italia riuscirono a raddoppiarlo in appena 10 anni, mentre Stati Uniti e Gran Bretagna impiegarono più di
trent’anni. La rincorsa della Gran Bretagna iniziata due secoli prima era sostanzialmente terminata e ormai gli Stati
Uniti erano il paese da cui prendere esempio.
La nuova contrapposizione era fra gli Stati Uniti da un lato e l’Unione Sovietica e il Giappone dall’altro. Con
l’Unione Sovietica si trattò di un confronto politico, ideologico, militare e anche tecnologico. Il Giappone risultò
viceversa un temibile avversario economico.
La crescita riguardò tutti i settori e si diffuse il consumismo. Il commercio internazionale riprese a pieno ritmo e
fece registrare un fortissimo incremento, grazie al trasporto delle merci in pratici e capaci “containers”.
26.2. I fattori della crescita
I fattori della crescita furono: • La disponibilità di una tecnologia pronta ad essere utilizzata grazie all’accumulo di
innovazioni tra le due guerre mondiali che non si erano diffuse. • Il ruolo dello Stato che assunse il compito di
stabilizzare la domanda e garantire l’occupazione estendendo le sue funzioni. • La cooperazione
internazionale grazie alla nascita di numerose organizzazioni • La formazione del capitale umano garantito da vasti
programmi di alfabetizzazione attuati in tutti i paesi sviluppati • La disponibilità di capitali che si potevano spostare
facilmente da un paese all’altro • Un sistema di cambi fissi con il dollaro diventato la moneta internazionale • I
bassi prezzi delle materie prime che consentirono di contenere i prezzi di vendita • I bassi salari dovuti
all’abbondanza di manodopera.

26.3. La crisi degli anni Settanta


Il periodo di intenso sviluppo economico s’interruppe all’inizio degli anni Settanta per via di una profonda crisi
scaturita da due eventi: 1. Il crollo del sistema monetario internazionale che fu causato da un lato dall’incremento
delle richieste di cambio in oro dei dollari posseduti dai vari paesi, che portò alla diminuzione delle riserve auree
americane; e dall’altro dall’incapacità dei paesi europei di garantire la parità con
l’oro delle proprie monete e quindi del derivante obbligo di svalutarle o rivalutarle nel caso della Germania.
Ciò indusse Richard Nixon nel 1971 a dichiarare l’inconvertibilità del dollaro, ponendo così fine al nuovo gold
exchange standard. Da allora i cambi divennero fluttuanti ossia determinati in base alla domanda e all’offerta di
valute. 2. Lo shock petrolifero del 1973 Negli anni Settanta le rivalità fra i Palestinesi e lo Stato di Israele
(nato nel 1948 con l’appoggio dei paesi occidentali) si acuirono scaturirono e portarono allo scoppio nel 1973 del
quarta guerra arabo israeliana. I paesi produttori ed esportatori di
petrolio decisero di penalizzare gli Stati che appoggiavano Israele, ridussero allora la produzione di petrolio e
ne aumentarono il prezzo. I paesi industrializzati subirono uno shock e avviarono una politica di risparmio
energetico. Nel 1979 si verificò un secondo shock petrolifero quando la produzione iraniana venne a mancare a
causa della rivoluzione islamica. L’aumento del prezzo del petrolio fece crescere i costi di produzione e mise a
disposizione dei paesi esportatori di una grande quantità di petrodollari. Questi furono depositati in banche europee
e americane che li prestarono ai paesi in via di sviluppo (non potendoli investire nelle imprese occidentali in
crisi) formando un loro colossale indebitamento. Il peso per i paesi debitori si fece insopportabile e risultò
impossibile per loro pagare, intervennero allora il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale e così il
debito contratto con banche private divenne pubblico.

26.4. Stagflazione e disoccupazione


Per la prima volta in un lungo periodo inflazionistico si verificò in tempo di pace e
contemporaneamente a una fase negativa del ciclo economico, sicché si coniò il termine stagflazione, proprio per
indicare la coesistenza di stagnazione e inflazione.
Questa fu causata dall’aumento del prezzo del petrolio, l’aumento dei salari rivendicato dai sindacati e l’aumento della
domanda di beni dovuto all’incremento demografico. La
disoccupazione assunse dimensioni simili a quelle dell’immediato dopoguerra. Aumentarono dappertutto le libertà
di assumere e di licenziare dipendenti e la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato. La tecnologia
continuava a realizzare notevoli progressi e l’automazione industriale, fece parlare
Alcuni economisti di “topless grotta”.

26.5. Dal fordismo al post fordismo


A partire dagli anni Settanta, il modello fordista entrò in crisi per diverse ragioni. Innanzitutto la possibilità di
realizzare economie di scala si andava esaurendo. La produzione infatti richiedeva la costruzione di nuovi impianti
una volta sfruttati a pieno quelli esistenti, la loro capacità produttiva però, non sarebbe stata completamente
utilizzata, provocando un aumento dei costi unitari. Inoltre i mercati si stavano saturando per via della
stabilizzazione della domanda a livelli più bassi. Si andò affermando allora
il nuovo modello della produzione snella (Lean production) che venne
sperimentato per primo dalla fabbrica automobilistica giapponese Toyota. Questo si fondava su una maggiore
flessibilità operativa. Con il decentramento produttivo le grandi imprese avrebbero affidato determinate operazioni
o lavorazioni ad aziende più piccole sulle quali scaricavano il rischio di impresa. Con la delocalizzazione, le
imprese trasferivano alcune fasi del processo produttivo o l’intero processo dove vi erano condizioni più favorevoli.
Questo modello più leggero, agile e capace di adattarsi alle variabili esigenze della produzione prese il nome
di modello post fordista, e stimolò la nascita di moltissime piccole e medie imprese.

27. NEOLIBERISMO E GLOBALIZZAZIONE


27.1. Le politiche neoliberiste

Con la svolta degli anni Settanta sì modificò il ruolo dello Stato nell’economia. Mentre Keynes ritenne che
l’intervento statale era l’unico modo per rimediare alle carenze del capitalismo e del mercato, e quindi di assicurare
pieno impiego dei fattori produttivi, i liberisti ritenevano che il mercato sarebbe stato capace di risolvere
autonomamente la crisi, e perciò che lo Stato dovesse limitarsi alle sue funzioni essenziali predisponendo solo un
insieme di regole generali. A partire dalla Grande depressione degli anni Trenta le teorie keynesiane presero il
sopravvento su quelle liberiste che non erano più considerati idonei ad affrontare i problemi delle complesse
economie moderne. Esauritasi la fase espansiva del dopoguerra, i neoliberisti ripresero il sopravvento con teorie
rielaborate e più sofisticate di quelle precedenti. Per risolvere il problema dell’inflazione essi ritenevano necessario
un sostegno della domanda attuando una politica dal lato dell’offerta. Secondo questa teoria era necessario: attuare
una decisa deregolamentazione dei mercati e anche forti sgravi fiscali.

27.2. La globalizzazione

Le politiche neoliberiste favorirono la globalizzazione dell’economia, con cui si intende il fenomeno che ha portato
alla formazione di un mercato mondiale dei fattori della produzione, dei prodotti, dei servizi e dei capitali.
Questa fu caratterizzata dal trionfo delle imprese multinazionali ormai trasformatisi in imprese transnazionali, nelle
quali le unità che svolgono la loro attività all’estero godono di una più ampia
autonomia operativa. La conseguenza fu un’enorme intensificazione degli scambi e degli investimenti
internazionali, causa di una crescente interdipendenza delle diverse economie. Le classi medie hanno incrementato
i loro consumi e crescono a ritmo elevato, esse costituiscono l’elemento propulsivo dello sviluppo economico e
sociale di un paese.
Particolare importanza riveste la globalizzazione finanziaria, cioè la formazione di un mercato mondiale di
capitali, capaci di muoversi in tempo reale grazie alla tecnologia informatica. Si parla, infatti, di finanziarizzazione
dell’economia per indicare il ruolo che la finanza ha assunto nell’economia dei principali paesi. I capitali
in cerca di investimenti che provengono principalmente dalle banche e dagli investitori
istituzionali, sono gestiti dai manager di queste istituzioni che con le loro decisioni influenzano l’andamento dei
mercati (il sistema finanziario internazionale è caratterizzato da una quantità enorme di rapporti di credito e
debito). Molti investimenti assunsero carattere speculativo, nel senso che i titoli erano acquistati solo per essere
rivenduti dopo breve tempo e lucrare la differenza di prezzo, oppure per essere collocati in un altro luogo dove
valevano di più (arbitraggio). I titoli trattati sui mercati finanziari non sono più solamente azioni e obbligazioni ma
anche ‘derivati’, ovvero titoli il cui valore dipende da una valore sottostante (merce, titoli, tassi di interesse…). Il
90% di questi derivati non è negoziato sulle Borse ma su mercati non regolamentati. Derivati ad esempio sono i
titoli emessi in seguito a cartolarizzazione= la banca può vendere dei propri crediti ad una società veicolo la quale
poi emette proprie obbligazioni che colloca sul mercato. La banca a suo volta con il ricavato della cessione può
conceder nuovi mutui.

27.3. La crisi del 2008-‐‐09


Durante gli anni Novanta, gli Stati uniti avevano attirato capitali da altri paesi, per la fiducia degli investitori. Agli
inizi del nuovo secolo la Borsa americana conobbe una forte espansione. Fra il 2002 e il 2004, grazie al credito
facile accordato dalle banche si moltiplicarono gli investimenti in titoli speculativi, come i derivati o gli “hedge
funds”. Le famiglie furono sostenute nei loro consumi da prestiti facili mediante i cosiddetti mutui subprime
(prestiti erogati per l’acquisto di
casa). Questi venivano elargiti per l’acquisto della casa a soggetti che non erano in grado di
addossarsi impegni finanziari continuativi, ed erano garantiti da un ipoteca sulla proprietà acquistata e perciò
ritenuti sicuri dalle banche perché il prezzo delle abitazioni era in aumento per la forte domanda. Le banche
provvedevano poi a rimettere sul mercato questi crediti emettendo su di essi vari titoli derivati, venduti a investitori
di tutto il
mondo(cartolarizzazione). Nel 2007 la domanda di case cominciò a diminuire, mentre molte famiglie non riusciron
o più a pagare le rate del mutuo e persero la loro abitazione. Nell’autunno del 2008, vi fu il crollo delle quotazioni
di Borsa di tutto il mondo e il panico si diffuse fra i risparmiatori. Scoppiò nuovamente una crisi borsistica che poi
si estese all’attività produttiva. Le banche ridussero i loro finanziamenti così i risparmiatori limitarono l’acquisto
dei beni con ingente danno per le industrie che non riuscivano più a vendere i loro prodotti. Lo Stato richiamato in
causa dovunque dovette intervenire per salvare molte banche e imprese in difficoltà. La Lehman Brothers fallì a
causa di un eccessiva immobilizzazione in titoli derivati e ad alto rischio, fu il fallimento più grave della storia
americana e fece grande scalpore in tutto il mondo.
27.4. La crisi continua (2012-2013)

La crisi sembra non arrestarsi e assume nuove forme o, se si preferisce, s’intreccia con nuove crisi che si cumulano
con quelle precedenti, tanto da sembrare che essa si autoalimenti.
Nel 2011 furono colpite principalmente alcune nazioni europee, come la Grecia, la Spagna, il Portogallo,
l’Irlanda e, infine, l’Italia. In
Grecia la crisi si manifestò nel 2011, dove venne alla luce il debito pubblico tenuto nascosto
ammontante al 142% del Pil, per giunta, il deficit del bilancio statale era vicino al 13%. Il nuovo
governo dovette intervenire con drastici provvedimenti di tagli alle spese pubbliche, di licenziamento dei
dipendenti pubblici e di aumento di tributi. Dovettero essere adottate misure di risanamento del bilancio su
impulso dell’Unione Europea, per ottenere aiuti dalla stessa, dal Fondo monetario internazionale e dalla BCE. Le
agenzie di rating, continuavano a declassare i titoli pubblici greci, considerati a rischio di insolvenza, facendo
ulteriormente precipitare la situazione.
Infatti la possibilità di insolvenza provocò un persistente stato di instabilità sui mercati borsistici
mondiali, perché pendeva un grosso rischio sulla sopravvivenza dell’euro a cui la Grecia stessa aveva aderito.
La crisi del debito pubblico si estese successivamente all’Irlanda, alla Spagna e al Portogallo che furono contagiati
dalla situazione greca. Nell’estate del 2011 maturò anche la crisi italiana, il cui debito pubblico complessivo era
giunto al 120% del Pil. Questo debito risaliva agli anni Ottanta e in 12 anni era passato dal 60 al 120% del Pil.
I governi non erano stati in grado di ridurlo per timore di assumere scelte impopolari. I titoli si poterono collocare
sul mercato solo garantendo rendimenti più alti, con un aggravio di costi per lo Stato che doveva pagare interessi
più elevati per continuare a finanziarsi. Furono adottate dappertutto, su spinta dell’Unione Europea, misure
recessive per risanare i conti
pubblici, come un aumento della pressione fiscale e un duro taglio alle spese, con conseguente impossibilità di
sostenere la domanda globale. L’economia reale continuava a peggiorare con una riduzione della produzione e un
incremento della disoccupazione.

28. SVILUPPO E SOTTOSVILUPPO


28.1. Lo sviluppo ineguale
L’eccezionale sviluppo dell’economia mondiale nella seconda metà del Novecento produsse un ulteriore forte
divario fra paesi ricchi e paesi poveri. Solo l’Europa occidentale raggiunge un Pil pro capite pari a poco di più di
due terzi di quello degli Stati Uniti. L’ex Unione Sovietica, l’Europa orientale, l’Asia e l’America Latina
producono un Pil che si colloca fra il 21 e il 28% di quello americano, mentre l’Africa arriva solo al 12%. Negli
ultimi tempi il mondo sembra potersi dividere in tre diverse parti: i paesi sviluppati, i paesi in via di sviluppo e i
paesi arretrati. A partire dagli anni Novanta è stato messo a punto un nuovo indice, l’Indice di sviluppo umano
(Di). Esso tende a misurare non solo la ricchezza ma anche il benessere e si basa su parametri che riguardano tre
dimensioni fondamentali dello sviluppo: il livello culturale (tasso di alfabetizzazione e accesso all’istruzione) la
durata della vita (speranza di vita alla nascita) e la quantità di ricchezza
disponibile (Pil pro capite). Questo può variare tra 0 e 1 e l’Italia con 0,881 occupa il ventiseiesimo posto.
Le principali economie del mondo sviluppato continuano ad essere l’Unione europea, gli Stati Uniti e il Giappone. Per
indicare i maggiori cinque stati emergenti è stato coniato l’acronimo Brice
(Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). I principali ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali
delle maggiori potenze cominciarono a riunirsi periodicamente nel 1975 prima nel G6 e successivamente nel G7,
G8 e attualmente G20, un vertice di capi di Stato e di governo che si riuniscono per affrontare i più importanti
problemi economici a livello mondiale.

28.2. Il processo di decolonizzazione

Dopo la Seconda guerra mondiale la decolonizzazione ricevette un forte impulso. Gli indipendentisti delle varie
colonie organizzarono movimenti politici per rivendicare l’indipendenza
che si basavano sui valori di libertà, democrazia e autodeterminazione dei popoli affermati nella
Carta Atlantica (1941) e nella Carta delle Nazioni Unite(1945). Gli stessi ambienti dei paesi colonialisti
cominciarono a non ritenere più vantaggiose le colonie dal punto di vista economico poiché avevano sempre
comportato un costo elevato per i governi della madrepatria. Il primo paese a ottenere l’indipendenza fu l’India. A
metà degli anni Settanta quasi tutte le nazioni europee avevano concesso l’indipendenza alle loro colonie. I nuovi
Stati indipendenti conservarono legami economici e culturali con le ex potenze coloniali, ad esempio quelle sotto il
dominio britannico formarono il Commonwealth; in questo modo poterono mantenere i rapporti economici con la
Gran Bretagna e usufruire dei ridotti dazi applicati ai paesi aderenti.
28.3. Le strategie economiche dei paesi in via di sviluppo

Le politiche dei paesi in via di sviluppo presentano vari punti in comune.


- L’intervento diretto dello Stato che aveva due esempi ai quali rifarsi: la pianificazione di tipo sovietico oppure le
varie forme di economia miste introdotte nell’Europa occidentale.
- Un secondo elemento strategico comune fu l’adozione di politiche di
sviluppo basate sulla sostituzione delle importazioni e in alcuni paesi sulla promozione delle esportazioni.
- Un terzo elemento fu il ricorso ai prestiti esteri sia sotto forma di aiuti sia sotto forma di prestiti commerciali da
parte delle banche estere.
- Infine i Pvs poterono giovare della diffusione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche in tutti i campi
soprattutto quello della medicina e agricoltura. Questo permise una riduzione della mortalità ed un incremento
demografico
Tali strategia, però, funzionarono bene fino agli anni settanta quando poi si procedette alla liberalizzazione
dell’economia e privatizzazione delle imprese. Ci fu aumento del prezzo del petroli, diminuzione della domanda da
parte dei paesi avanzati i quali adottarono politiche protezioniste andando a sfavore delle esportazioni delle Pvs.

29. LE ECONOMIE SVILUPPATE STATI UNITI E GIAPPONE


29.1. L’egemonia degli Stati Uniti

Durante il conflitto gli Stati Uniti sfruttarono a pieno la loro capacità produttiva e incrementarono
la produzione agricola e industriale per soddisfare la forte domanda bellica. La tecnologia
americana fu esportata ovunque e in Europa prese avvio una sorta di processo di “americanizzazione” che si
rifaceva all’economia statunitense come al modello da imitare. Gli Stati Uniti erano definitivamente la maggior
potenza, militare economica e politica del Pianeta, si sentivano responsabili della grande missione di combattere il
comunismo mondiale e affermare e diffondere i loro principi. Il dollaro, posto alla base del sistema monetario
internazionale, divenne la moneta dei pagamenti internazionali privilegiando l’America. La crescita riguardò tutti i
settori dall’agricoltura al commercio estero e a quello interno, dalle banche al turismo. Le imprese continuarono a
ingrandirsi, le corporations divennero più numerose e si diffuse l’impresa multidivisionale (composta da più settori
con autonomia funzionale e Gestionale), si realizzò la separazione fra la proprietà, estremamente frazionata, e il
management aziendale (in questo modo colui che divennero i veri detentori del potere e delle decisioni nelle grandi
imprese non furono più gli azionisti ma i manager. Il punto
debole dell’egemonia americana risiedeva nella sua dipendenza dalle importazioni per l’approvvigionamento delle
materie prime soprattutto delle fonti energetiche (petrolio).

29.2 La reaganomics

Negli anni Settanta, la fase di stagflazione (fase di stagnazione e aumento


dell’inflazione) portò alla vittoria di Ronald Reagan alle elezioni del
1980 e all’adozione della politica neoliberista che da quel presidente prese il nome di:
reaganomics.
Si cercò di incentivare la domanda con la diminuzione delle imposte, specialmente sui redditi medio-‐‐
alti, e si sostenne l’offerta mediante misure significative di deregolamentazione per dare maggiore libertà alle
imprese. La deregolamentazione riguardò soprattutto il sistema bancario, le banche si orientarono verso il tipo di
banca universale, con l’abolizione della distinzione fra banche commerciali e banche d’investimento. Le
disuguaglianze sociali aumentarono a causa soprattutto della riduzione delle imposte sui redditi più elevati, sia
per i tagli dei fondi per l’assistenza ai disoccupati e agli indigenti. Le elevate spese per la difesa, ritenute necessarie
per contrastare l’Unione Sovietica, ebbero una funzione propulsiva dell’economia e servirono anche a evitare la
sovrapproduzione di beni di consumo. Queste però non consentirono di diminuire il deficit statale e a partire dagli
anni Ottanta gli Stati Uniti divennero debitori, perché importavano capitali indebitandosi verso l’estero. Nonostante
qualche difficoltà l’economia americana continuò a crescere e nella seconda metà degli anni Novanta conobbe
un lungo ciclo espansivo che fece scomparire il disavanzo del bilancio statale e ridurre il debito pubblico.

29.3. La crisi e le trasformazioni della società americana

Ancora una volta, come nel 29, gli Stati Uniti e il mondo dovettero affrontare una crisi di
sovrapproduzione, manifestatasi con la caduta dei consumi e con l’impossibilità di assorbire la
gran quantità di manufatti che l’apparato industriale era in grado di produrre. Gli Stati Uniti stanno uscendo meglio
di altri paesi dalla crisi grazie allo shale gas che garantiva il 25% del fabbisogno nazionale. La società americana
stava subendo profonde trasformazioni. Il sogno americano cominciava a venir meno e
diventava sempre più difficile aspirare a migliorare significativamente la propria condizione economica e sociale.
Anche la composizione della popolazione si stava modificando a causa della forte immigrazione.
Particolarmente numerosi divennero gli ispanici. La conseguenza fu una diminuzione della percentuale di
popolazione bianca.

IL GIAPPONE
29.4. Il miracolo economico giapponese

Il Giappone divenne, nel corso degli anni Ottanta, la seconda potenza economica mondiale per il Pil prodotto.
Nonostante dopo la guerra le speranze nel futuro fossero molto basse e la nazione umiliata e sconfitta vide
diminuire drasticamente la sua produzione, a partire dal 1950 fino al 1973 il Giappone conobbe il suo miracolo
economico.
L’eccezionale sviluppo economico giapponese si basò su diversi fattori:
• La guerra di Corea (1950-‐‐52) durante la quale il Giappone fu in grado di rifornire le truppe americane di
materiale bellico, in cambio di dollari.
• Gli americani aiutarono il Giappone a risollevarsi per farne il fedele alleato asiatico contro il comunismo.
• La disponibilità di una tecnologia avanzata: I Giapponesi seppero profittare meglio degli altri per due ragioni:
disponevano di un capitale umano di alto livello e avevano un elevato volume di risparmio.
• La partecipazione al commercio internazionale: Il Giappone seppe inserirsi sul mercato mondiale come paese
esportatore di prodotti ad alta tecnologia di ottima qualità.
• L’azione dello Stato: il governo tenne bassi i tassi d’interesse e indusse le banche a finanziare le
imprese, ridusse le imposte, concesse sgravi fiscali alle imprese che investivano nella ricerca, varò misure
protezionistiche, realizzò un imponente riforma agraria
• La collaborazione fra governo e imprese: I ministeri predisponevano direttive concordate con gli imprenditori che
in genere le applicavano diligentemente
• La collaborazione fra le singole imprese: si formarono i keiretsu, ossia gruppi di imprese senza struttura gerarchica
con partecipazioni azionarie incrociate e con incarichi direttivi intrecciati. • La collaborazione fra il management
e i dipendenti: I manager garantivano la sicurezza del posto di lavoro e prevedevano una serie di benefici in
cambio della fedeltà dei dipendenti.

29.5. Il decennio perduto del Giappone

Negli anni Novanta vi fu una grave crisi. Le cause dell’inversione di tendenza sono da ricercarsi proprio nella
crescita precedente, durante la quale le esportazioni verso gli Stati Uniti erano aumentate e il governo aveva
adottato una politica di espansione del credito, mediante la riduzione dei tassi d’interesse che comportò la stampa di
cartamoneta. I Giapponesi effettuarono investimenti in titoli azionari e in immobili. Nella seconda metà degli anni
Ottanta i prezzi degli immobili quasi raddoppiarono e l’economia sembrava solida. La bolla speculativa scoppiò nel
1990 e il Giappone entrò in crisi con le conseguenze solite di tali casi (brache falliscono, i consumi ristagnano, la
produzione fu ridotta e aumento della disoccupazione). Per contrastare la crisi fu varato un piano di grandi lavori
pubblici, il costo del denaro fu portato a livelli bassissimi e si avviò un processo di deregolamentazione. FURONO
INTRODOTTE FORME DI PROTEZIONE PER ALCUNE INDUSTRIE E SI FECE RICORSO AL DUMPING.

31. LE ECONOMIE SVILUPPATE: L’UNIONE EUROPEA

31.1. Il Mercato comune

Nel secondo dopoguerra si avviò un processo d’integrazione economica fra i paesi europei che successivamente
portò alla nascita dell’Unione Europea. Il primo passo verso l’integrazione fu compiuto da i paesi che diedero vita
al Benelux (Belgio-‐‐ Olanda-‐‐Lussemburgo) nata nel 1948 come un unione doganale che decise la libera
circolazione di beni al suo interno. Nel 1951 fu fondata, con il trattato di Parigi, la Ceca (comunità europea del
carbone e dell’acciaio),
alla quale parteciparono oltre ai paesi del Benelux la Francia, la Germania occidentale e l’Italia. Essa era un unione
doganale per il minerale ferroso, il carbone, il coke e l’acciaio ed esercitava il controllo sulla loro produzione e
vendita.
Nel 1957, con i trattati di Roma, i sei paesi della Ceca diedero vita alla Comunità economica
europea (Cee) e alla Comunità europea per l’energia atomica (Ceea). La prima si prefiggeva la
Creazione di un mercato comune tramite la libera circolazione delle merci, dei lavoratori dei capitali e dei servizi; la
seconda si proponeva di promuovere lo sviluppo delle ricerche e la diffusione delle conoscenze in materia
nucleare. La crescita economica dei paesi durante l’età
dell’oro fu veramente imponente. Una notevole importanza riveste la politica agricola comunitaria (Pac) che si
proponeva d’incrementare la produttività dell’agricoltura e di assicurare un equo tenore di vita ai ceti agricoli. Così
furono sostenuti i redditi degli agricoltori e protetta la produzione dalla concorrenza estera.

31.2. L’Unione Europea e l’euro

Le crisi petrolifere degli anni Settanta e il crollo del sistema dei cambi fissi colpirono in modo
particolare i paesi dell’Europa occidentale. I principali problemi dell’economia europea erano la disoccupazione
(11% e che riuscì ad essere sopportata solo grazie al sistema di sicurezza sociale, come pensioni, che fece crescere
l’indebitamento pubblico) e l’inflazione. La necessità di combattere l’inflazione portò all’adozione di politiche
restrittive del credito, che scaturirono effetti positivi e un primo sintomo di ripresa, e alla
definizione dell’unione monetaria come obbiettivo. Nel 1979 fu compiuto il primo passo con la fondazione
del Sistema monetario europeo (Sme) che prevedeva la fissazione di una parità fra le monete aderenti che fu
calcolata in una nuova unità di conto, l’ECU (European Currency Unit) composta di un paniere di monete
europee. Con la possibilità di oscillazioni del 2,25 per cento in più o in meno. Lo Sme conseguì modesti risultati
fino a quando entrò in crisi nel 1992 e l’Italia e il Regno Unito ne uscirono. Nel 1992 venne stipulato il Trattato di
Maastricht, con il quale la Comunità economica europea si trasformò in Unione Europe, con lo scopo di perseguire
l’unione politica, economica e monetaria. Fu decisa l’introduzione di una moneta unica, l’euro (entrò vigore nel
1999 come moneta di conto e nel 2002 come moneta effettiva), e stabiliti rigidi criteri di convergenza, ai quali i
paesi che volevano adottare la nuova moneta si dovevano attenere (frenare l’inflazione, riduzione di deficit e debito
pubblico). Fu creata la Banca Centrale Europea a cui fu affidato il compito di emettere la nuova moneta e di
garantire il suo potere d’acquisto nonché la stabilità dei prezzi. Il consiglio direttivo della BCE è composto dai
governatori delle banche centrali degli stati aderenti all’euro. L’Unione comprende 28 Stati mentre solo 19 Paesi
hanno adottato l’euro

31.3. La lenta crescita della Gran Bretagna

Nel secondo dopoguerra la Gran Bretagna si trovò in grande difficoltà. Durante il conflitto aveva accumulato
un pesante debito estero e fu costretta a chiedere un prestito a Stati Uniti e Canada per pagare le importazioni. Il
nuovo governo laburista mise mano a una serie di nazionalizzazioni ma l’80% delle industrie
rimasero in mano ai privati. Molto importanti furono i provvedimenti tesi a realizzare il Welfare State che
avviarono un vasto programma di edilizia pubblica, forme di assistenza ai lavoratori e ai cittadini e il
miglioramento del sistema dell’istruzione.
L’economia riprese a crescere lentamente fino alla dura crisi petrolifera che bloccò nuovamente
l’economia britannica. Negli anni Ottanta la politica neoliberista di Margaret Thatcher portò alla privatizzazione di
molte industrie statali, alla riduzione della spesa pubblica, con conseguente peggioramento della qualità dei servizi,
e a un processo di ristrutturazione industriale. Negli anni Ottanta e Novanta si svilupparono nuovi settori in
particolare l’elettronico. La Gran Bretagna dal 1975 iniziò a sfruttare ricchi giacimenti di petrolio scoperti nel
Mare del Nord che gli permisero di coprire il suo fabbisogno energetico e di esportare petrolio. Negli ultimi anni
Novanta conobbe una crescita accelerata che le consentì di recuperare il ritardo accumulato nei confronti degli altri
paesi. La City di Londra diventò il centro finanziario mondiale. La Gran Bretagna decise di non aderire all’euro e
conservare la sterlina per poter conservare la possibilità di fissare i tassi d’interesse e la completa autonomia.

31.4. L’economia francese

In Francia la popolazione era rimasta praticamente invariata nei cinquant’anni precedenti,


l’economia era chiusa verso l’esterno e riusciva a sostenersi solo con misure protezionistiche. Lo Stato, non aveva
né gli strumenti né la volontà per impegnarsi a fondo in un’efficace politica economica. All’indomani della
liberazione la Francia dal dominio nazista fu capace di uno slancio nazionale e di riprendersi rapidamente. La
ricostruzione fu realizzata a tempo di record. L’obbiettivo fu la modernizzazione
sotto la guida dello Stato. Così la Francia si indirizzò verso una forma di economia mista con la creazione di un
ampio settore pubblico. Il primo passo fu la nazionalizzazione e successivamente
l’introduzione della pianificazione economica di Jean Monnet mediante l’approvazione di piani
quadriennali. Lo Stato promosse anche l’apertura dell’economia verso l’esterno. La popolazione, rinnovato il clima
di fiducia, riuscì finalmente a crescere e si incrementò del 60%. La crisi petrolifera indusse la Francia a puntare
sulle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, in questo campo: è ora seconda solo agli Stati
Uniti. Dopo la crisi la politica economica fu caratterizzata da un alternarsi di privatizzazioni e nazionalizzazioni.
Oggi la Francia ha un’economia prospera, fondata sui servizi, possiede la più forte agricoltura dell’UE, un’industria
di altissimo livello ed è il primo paese al mondo per numero di turisti stranieri che riesce ad attirare.

31.5. Le due Germanie

La Germania rimase senza governo fino al 1949. Gli occupanti cominciarono subito a smantellare l’industria degli
armamenti e altre industrie pesanti, così da impedire alla Germania di ricostruire
un apparato produttivo e una concentrazione economica capace di dar via a un altro conflitto. Furono smembrate le
grandi imprese e le grandi banche, nel 1948 gli Americani introdussero una nuova moneta, il Deutsche Mark, senza
consultare i Sovietici. Questo provvedimento acuì i contrasti fra le potenze occupanti e portò alla definitiva
divisione della Germania in due Stati separati:

• La Germania occidentale, Repubblica federale tedesca (Americani) Era la parte più industrializzata e meglio
dotata di risorse naturali. Il clima della Guerra fredda indusse gli Americani a interrompere gli smantellamenti e a
avviare un programma di ricostruzione e sviluppo, inserendola nel Piano Marshall, con lo scopo di trasformarla in
un alleato in funzione anticomunista. Da allora ebbe inizio il miracolo economico tedesco. La Repubblica Federale
Tedesca si ispirò a un economia sociale di mercato, cioè una forma di economia mista basata sul libero mercato che
prevede un incisiva azione pubblica per perseguire la giustizia sociale e la solidarietà fra le diverse componenti
della collettività.

• La Germania orientale, Repubblica Democratica Tedesca (Sovietici) Nacque come uno Stato accentrato e
attuò, sull’esempio sovietico, l’economia pianificata. Essa costituiva la parte meno sviluppata della Germania.
Prima dell’erezione del Muro di Berlino nel 1961, subì una emorragia di manodopera (soprattutto molti lavoratori
specializzati fuggivano verso la Germania occidentale).

31.6. La riunificazione tedesca

La riunificazione fu realizzata nel 1990 dopo la fine del regime comunista nella Germania orientale.
Avvenne pacificamente per annessione in quanto i territori orientali chiesero di entrare a far parte della Repubblica
Federale Tedesca come nuovi Lander. Il costo dell’operazione fu molto elevato, i Tedeschi dell’Est indussero il
governo a fissare la conversione del marco orientale con quello occidentale alla pari, mentre valeva molto di meno
(questo andò a vantaggio di coloro che percepivano un salario o uno stipendio).
Per affrontare le spese ingenti il governo dovette ricorrere a nuove imposte, per la
modernizzazione delle infrastrutture e il risanamento dell’apparato industriale della parte orientale. Negli anni
Novanta, perciò l’economia rallentò la sua crescita e furono necessari dolorosi interventi di ristrutturazione
produttiva e di riduzione delle spese pubbliche. Fra il 1989 e il 2006 il Pil pro capite tedesco aumentò appena
dell’1,1 % all’anno (contro il 2% dei 15 anni precedenti). Nonostante avesse perso il primato delle esportazioni
(battuta da Cina e Usa), è stato l’unico Paese che è riuscito a superare la crisi del 2008-13 con un incremento del Pil
di oltre 4 punti.

L’ITALIA

32. L’ECONOMIA ITALIANA

32.1. La ricostruzione

Le condizioni dell’Italia alla fine del secondo conflitto mondiale, erano disastrose. Essa subì ingenti
danni al patrimonio abitativo e dei trasporti, mentre relativamente pochi furono quelli registrati
dall’apparato industriale. Nell’ immediato dopoguerra il Pil pro capite crollò nel 1945 al 55% di quello del 1939.
Negli anni della ricostruzione la nuova classe politica repubblicana dovette affrontare alcuni immediati problemi
come:
• La ripresa della produzione fu rapida e possibile grazie agli aiuti americani giunti con il Piano Marshall che finanziò
sia il governo che poi distribuì gli aiuti alle imprese, sia direttamente le imprese.
• L’inflazione che fu causata dalla scarsità di beni che non riuscendo a soddisfare la domanda
fecero lievitare i prezzi, dalla massiccia emissione di biglietti di banca e di Stato e
dall’introduzione da parte degli americani dell’” amlira” che avendo un valore superiore
rispetto alla lira fece aumentare i prezzi. La lotta all’inflazione fu condotta con la cosiddetta
linea Einaudi, costituita da una serie di misure prese dal ministro del Bilancio, Luigi Einaudi,
che miravano alla riduzione della circolazione monetaria. Si elevò il tasso ufficiale di sconto
rendendo i prestiti più cari, si aumentarono le riserve obbligatorie delle banche in modo che non potessero investire
parte dei depositi raccolti.
La scelta fondamentale del governo costituito dal partito della Democrazia cristiana, fu di optare per un
economia aperta, non vi furono nazionalizzazioni dato che in Italia esisteva già un consistente settore, basti pensare
alle numerose imprese controllate dall’Iri. In mano pubblica era pure l’Agip (Azienda generale italiana petroli) che
fu rilanciata da Enrico Mattei. Mattei promosse anche la costituzione dell’Eni
(ente nazionale idrocarburi) che doveva assicurare all’Italia il
rifornimento delle fonti di energia. Le imprese pubbliche operavano sotto forma di società per azioni, possedute
dallo Stato. Perciò fu istituito il Ministero delle partecipazioni statali.
Nel 1950 furono varati due importanti provvedimenti:
• La riforma agraria con l’espropriazione di 800 mila ettari di terre ai grandi proprietari, che vennero indennizzati, e la
loro assegnazione a famiglie di braccianti agricoli. Si venne a formare una piccola proprietà coltivatrice, che per
non costituire un ostacolo all’ammodernamento dell’agricoltura, si organizzò in un vasto movimento cooperativo.

• La Cassa per il Mezzogiorno che doveva finanziare opere straordinarie di pubblico interesse
nelle regioni meridionali. Nei primi anni rivolse il sostegno soprattutto all’agricoltura e successivamente alla
creazione di industrie.

32.2. Il miracolo economico

Dal 1950 al 1973 furono gli anni del miracolo economico, durante i quali il Pil pro capite aumentò del 5,8% l’anno.
La crescita fu accompagnata da profondi mutamenti strutturali che consistettero nell’esodo dalle campagne e dal
conseguente aumento degli addetti all’industria e al settore terziario (industrializzazione e terziarizzazione).
L’agricoltura si modernizzò, grazie all’aiuto dello Stato e mediante una rapida meccanizzazione e una più diffusa
utilizzazione dei concimi chimici. Lo sviluppo dell’agricoltura, inoltre, fornì forza lavoro a basso costo
all’industria. Le principali industrie erano quelle dedite alla produzione di automobili, di elettrodomestici e di fibre
sintetiche. Si affermò la grande impresa sull’esempio americano, che fu organizzata secondo criteri della fabbrica
fordista. La bilancia dei pagamenti si portò in attivo a partire dal 1957 grazie alle accresciute esportazioni, alle
rimesse degli emigrati e per lo sviluppo del turismo. L’Italia era diventata in pochi decenni una nazione
industrializzata. Ricapitolando le ragioni del miracolo economico furono:
- Gli aiuti americani,
- La scelta per un economia aperta orientata alle esportazioni,
- La disponibilità di manodopera a basso costo,
- Bassi prezzi internazionali delle materie prime e fonti energetiche che l’Italia doveva importare,
- Il ruolo dello Stato,
- Un solido sistema bancario.

32.3. Mezzogiorno ed emigrazione

Il divario Nord – Sud riuscì ad essere parzialmente ridotto. La storia di tale divario è passata attraverso 5 fasi: 1. Il
periodo della stabilità 1861-‐‐ 1890 durante il quale il divario si mantenne entro limiti
modesti, in un paese sostanzialmente arretrato le differenze infatti erano poco rilevanti e vi era una sorta di
eguaglianza nella povertà. 2. Il periodo della formazione del divario 1890-‐‐1920 ci fu quando l’Italia conobbe il
suo decollo industriale che si concentrò nelle regioni del triangolo industriale mentre il Mezzogiorno restava
indietro. 3. Il periodo della divergenza 1920-‐‐50 nel corso del quale il divario aumentò notevolmente 4. Il periodo
della convergenza 1950-‐‐75 coincidente con il miracolo economico, durante il quale il Mezzogiorno crebbe più del
Nord e il divario si ridusse. 5. Il periodo della stagnazione 1975 2010 durante il quale il divario riprese a crescere
portandosi a oltre 40 punti percentuali

Se al posto che al Pil pro capite si fa invece riferimento all’Indice di sviluppo umano la situazione risulta molto
diversa: il divario, abbastanza elevato dopo l’Unità, si ridusse costantemente in seguito fino quasi ad annullarsi. Il
Mezzogiorno quindi beneficiò del processo di modernizzazione
dell’intero Paese, specialmente nel campo dell’istruzione e della durata della vita. La modernizzazione è stata
però passiva e non riuscì ad avviare un autonomo percorso di crescita. Dopo la Seconda guerra mondiale
riprese l’emigrazione dalle regioni meridionali che fu sia esterna soprattutto verso le Americhe, che interna verso il
Nord.

32.4. L’Italia nella crisi degli anni Settanta

L’economia italiana risentì della crisi petrolifera del 1973 e rallentò la sua crescita. Una delle conseguenze fu la
forte inflazione e per via dell’aumento del prezzo del petrolio furono varate diverse misure per il risparmio
energetico. L’Italia cominciò a utilizzare sempre di più il gas naturale fornito soprattutto dall’Algeria e dalla
Russia. La crisi fu affrontata grazie all’intervento dello Stato. Il sostegno alle imprese fu attuato in vari modi. Fu
decisa la fiscalizzazione degli oneri sociali. I salvataggi avvennero tramite la Gepi (Società
per le gestioni e partecipazioni industriali), un agenzia pubblica, incaricata di concedere finanziamenti agevolati
alle aziende industriali in difficoltà transitorie. Fu costituita anche la Cassa integrazione guadagni, incaricata di
versare, per un certo periodo, una parte dello stipendio ai lavoratori licenziati o momentaneamente sospesi dal
lavoro per riduzione della produzione. I redditi delle famiglie furono sostenuti mediante l’allargamento del
Welfare, furono introdotte le pensioni sociali, riformato il sistema pensionistico, istituito il Servizio sanitario
nazionale gratuito. La conseguenza fu un aumento della spesa pubblica. Fu necessario aumentare il prelievo fiscale,
mediante la riforma del sistema tributario, che prevedeva l’introduzione dell’Iva e dell’Irpef. Fu
necessario ricorrere all’indebitamento pubblico che superò la soglia del 100% del Pil annuo. Per ridare
competitività alle imprese sui mercati internazionali si fece ricorso a svalutazioni della lira.
La lotta all’inflazione fu adottata con una politica restrittiva del credito, fu deciso il divorzio fra
Banca d’Italia e Tesoro che liberava l’istituto di emissione dall’obbligo di sottoscrivere i titoli di Stato
invenduti. Un altro provvedimento fu la riduzione della scala mobile, ossia un sistema di adeguamento automatico
dei salari e stipendi al costo della vita. D’altra parte la riduzione dell’inflazione era, assieme al risanamento dei
conti pubblici, fra le condizioni previste dal trattato di Maastricht per poter entrare nell’euro. Per raggiungere questi
obbiettivi all’inizio degli anni Novanta furono attuate varie misure dall’aumento della pressione fiscale
all’abolizione di privilegi pensionistici. Una strada percorribile fu quella della privatizzazione che riguardò le
imprese dell’Iri, l’Eni, l’Enel, il sistema dei trasporti e delle comunicazioni. Anche il sistema bancario fu
privatizzato con la riforma attuata dal Testo Unico Bancario del 1993 che ridusse le categorie di banche a
due: quelle sotto forma di società per azioni e le banche cooperative. Si adottò il sistema della banca universale e
vi furono numerose fusioni fra banche che formarono i grandi gruppi: in questo modo lo Stato poté controllare solo
il 10% di esse. Il sistema bancario fu riformato con alcune leggi poi confluite nel Testo Unico bancario del 1993
che sostituì la legge bancaria del 1936

32.5. Imprese e distretti industriali

Dopo la crisi degli anni Settanta le grandi imprese procedettero a una ristrutturazione produttiva. Anche in Italia il
modello fordista cominciava a tramontare per cui si ricorse sempre di più all’automazione dei processi
produttivi, al decentramento e alla delocalizzazione. I rami più
produttivi continuarono ad essere quello meccanico e il cosiddetto made in Italy, formato da un insieme di imprese
di medie dimensioni che operavano nel comparto tessile-‐‐abbigliamento-‐‐ calzature producendo beni destinati alle
fasce alte del mercato e all’esportazione. Aumentava il peso delle piccole e medie imprese che ebbero il compito di
trainare l’economia del Paese. La loro presenza, diffusa sul territorio, pose fine allo storico predominio del
triangolo industriale. Le Pmi ispirate al modello giapponese di lean-‐‐production si dimostrarono anche in
Italia adatte ai settori leggeri a moderata intensità di capitale e capaci di competere sui mercati
internazionali, tanto che le loro esportazioni contribuirono a riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Si
dimostrarono, per la loro struttura flessibile, in grado di resistere alla crisi. La nuova
Caratteristica fu la nascita di concentrazioni in aree geografiche di più Pmi, che si dissero distretti industriali. Questi
furono riconosciuti dal legislatore come degni di tutela per il patrimonio economico che costituivano con una legge
del 1991. Nel momento in cui le grandi imprese si trovarono in difficoltà e dovettero procedere a drastiche
ristrutturazioni e le piccole imprese non riuscivano a crescere, furono le medie imprese a far registrare i maggiori
successi. Queste cominciarono ad affermarsi negli anni Ottanta, divennero le nuove protagoniste del sistema
industriale italiano.

32.6. Le difficoltà dell’economia italiana


A partire dagli anni Settanta la crescita rallentò notevolmente, realizzando fino alla vigilia della crisi del 2008-‐‐
2009 un misero incremento del 1,2% annuo. Vi erano alcuni problemi strutturali che non consentivano
all’economia italiana di crescere allo stesso ritmo degli altri paesi.
Un primo problema è la perdita di competitività del Paese che non può più ricorrere a svalutazioni competitive
dopo la sua adesione all’euro e che non si è dimostrato in grado di migliorare la qualità e di accrescere la
produttività del lavoro e del capitale. Il suo modello di specializzazione a livello internazionale non risulta più
all’altezza delle sfide globali, perché la struttura delle esportazioni è rimasta in larga misura immutata. L’Italia ha
risentito sempre di più della concorrenza dei paesi in via di sviluppo, che possono fare affidamento su bassi costi di
produzione. Inoltre difettiamo di fattori produttivi che favoriscano la crescita dei settori ad elevata tecnologia, in
primo luogo di un adeguata presenza di manodopera qualificata. Un altro enorme problema è costituito poi
dall’enorme debito pubblico nonostante le pesanti misure adottate dal governo che aumentano sempre di più.
Un'altra causa dell’elevato indebitamento è l’evasione fiscale.
L’Italia soffre pure di una consistente disoccupazione accompagnata da una elevata precarizzazione del rapporto di
lavoro. La globalizzazione ha spinto le imprese a premere per ottenere minori vincoli alla possibilità di assumere e
licenziare la manodopera secondo le esigenze della produzione.

33.LA FINE DELL’ECONOMIA PIANIFICATA IL BLOCCO SOVIETICO


L’UNIONE SOVIETICA

33.1. I limiti della pianificazione Fra i paesi che avevano combattuto la Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica
fu quello che subì i maggiori danni. Dopo la guerra fu ripresa la pianificazione, che puntò come in precedenza
sull’industria e sugli armamenti, per la paura di essere accerchiata. Morto Stalin nel 1953, il nuovo segretario
generale del partito comunista Nikita Crusche (1953-‐‐64) dichiarò di voler portare la produzione di numerose
derrate alimentari al livello degli Stati Uniti, per ovviare al problema della scarsa produttività agricola
sovietica. Fu proseguita inoltre la strada della pianificazione, ma la
mutata articolazione dell’attività economica, che diventava sempre più ampia, evidenziò l’incapacità di: assicurare
un buon coordinamento fra imprese, prevedere la quantità da produrre e il prezzo dei beni in modo da coprire i
costi e consentire un accumulazione di capitale (i prezzi
erano tenuti artificialmente bassi). Inoltre fu scarso lo stimolo alle invenzioni alle innovazioni e bassa la
produttività del lavoro. Un posto di lavoro era sempre garantito poiché l’attività lavorativa era ritenuta un obbligo
per i cittadini ma la produzione era bassissima e dunque i costi della produzione elevatissimi.

33.2. I tentativi di riforma in Unione Sovietica

Michail Gorbacev passò alla guida dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991. Pose mano a riforme
volte a conferire maggiore autonomia alle imprese, sulla stessa onda, ma più incisive, di quelle
attuate precedentemente dai dirigenti sovietici, basate sul concetto di profitto sul capitale come criterio di
valutazione della produttività. Queste prevedevano:
• La trasparenza o pubblicità (LA GLASNOST), volta a realizzare forme democratiche di gestione del potere
pubblico, attraverso la libertà di espressione e d’informazione, in maniera tale da consentire una libera discussione
dei problemi del Paese e una ricerca delle soluzioni.
• La ristrutturazione(perestrojka), che richiamava in qualche modo la Nep e si concretizzò in provvedimenti
legislativi che resero le imprese statali più libere di fissare le loro quote di produzione.
Lo scambio di beni fra le imprese doveva avvenire al prezzo di mercato e non più ai prezzi imposti e si costituì
la Borsa merci di Mosca (speculazioni). Fu consentita l’iniziativa privata per creare piccole e medie imprese nei
settori del commercio e della produzione, furono assegnate terre ai contadini e ridimensionato il potere del Partito
comunista. Il tentativo di Gorbacev di conservare il sistema socialista attraverso una sua radicale
trasformazione risultò fallimentare. Infatti le riforme prettamente politiche portarono al crollo del Partito
comunista e alla disintegrazione dell’Unione Sovietica. Cominciò a formarsi una categoria
di oligarchi aventi uno stretto legame col governo che gli garantiva protezioni e benefici favorendone
l’arricchimento spropositato. Il deficit del bilancio statale era straordinariamente cresciuto per via delle enormi
spese di difesa. La liberalizzazione di alcuni prezzi li fece aumentare facendo conoscere ai russi due fenomeni loro
estranei: l’inflazione e la disoccupazione.

33.3. Il crollo dei regimi comunisti


Dopo la Seconda guerra mondiale i paesi liberati dall’Armata Rossa entrarono a far parte del Come con
(1949) (in contrapposizione al Piano Marshall), adottando il sistema politico ed
economico dell’Unione Sovietica. Questo si proponeva di coordinare lo sviluppo economico dei
paesi membri, realizzare un efficiente divisione del lavoro e favorire gli scambi, risultando uno strumento di
dominio con cui i Sovietici si imposero sui paesi satelliti.
L’incapacità dell’economia pianificata di migliorare le condizioni di vita fece crescere il malcontento, e le
condizioni per la caduta dell’Unione Sovietica maturarono con le riforme di Gorbaciov che diedero maggiore forza
ai gruppi che si opponevano ai regimi comunisti. Il 1989 fu l’anno della svolta, vi fu una transizione pacifica a
catena verso governi non comunisti di
Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia (si divise in Repubblica ceca e Repubblica slovacca). L’evento simbolico della
fine del regime fu il crollo del Muro di Berlino, che fu distrutto nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1989 da una
moltitudine di Tedeschi dell’est che si riversò nella parte occidentale della città senza che le autorità tedesco-‐‐
orientali osassero intervenire. Il Come con fu sciolto nel 1991.

33.4. La crisi della transizione

Il tentativo di riforme di Gorbaciov non riuscì e le repubbliche slave (Russia, Ucraina e Bielorussia) dichiararono
nel 1991, lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Nacquero così 15 repubbliche indipendenti tra le quali la nuova
Federazione russa era ovviamente la più grande.
La transizione al capitalismo fu lunga e difficile e la fretta con cui fu attuata portò a risultati disastrosi. I primi
provvedimenti riguardarono la liberalizzazione del commercio interno e di quello estero e l’apertura del mercato
russo al commercio internazionale e agli investimenti esteri. La privatizzazione delle imprese statali fu l’operazione
più difficile. Tale compito fu affidato a una
Commissione statale che trasformò le imprese pubbliche in società cedendo parte delle azioni a poco prezzo ai
lavoratori delle imprese stesse. Furono distribuiti voucher(buoni) gratuiti ai cittadini, evitando la vendita per
prevenire la formazione di un oligarchia. Lo scopo non fu raggiunto perché i proprietari dei voucher preferirono
venderli ai vecchi dirigenti che divennero ricchissimi. Lo Stato mantenne comunque la proprietà di numerose
attività strategiche (telecomunicazioni, energia, armi). Esplose una violenta inflazione che si trasformò
in iperinflazione a causa della liberalizzazione dei prezzi e dell’enorme emissioni di biglietti per supplire alle
imminenti necessità dello Stato. L’agricoltura fu ancora una volta sacrificata e vi fu un inquietante calo
demografico (droga, malattie veneree, omicidi, suicidi). La transizione Russa fu la più complessa fra quelle degli
altri paesi dell’Unione Sovietica, per via del costo dell’enorme apparato industrial-‐‐militare e dalla prevalenza
della monocultura industriale (presenza di poche grandi imprese che operavano in un solo ramo). La produzione
industriale crollò del 50%. Nell’Europa orientale la fase di transizione fu gestita meglio; ci fu bisogno di un
rinnovamento di impianti industriali, riqualificare i lavoratori e ricostruire il sistema bancario. Quasi tutti i paesi
dell’Europa orientale entrarono, tra il 2004 e il 2007, nell’Unione Europea.

33.5. La ripresa dell’economia russa

La crisi della transizione fu superata verso la fine degli anni Novanta, dopo un’ulteriore crisi valutaria del rublo che
fu sottoposto ad attacchi speculativi e si svalutò rispetto alle altre monete. Con il nuovo secolo la Federazione
Russa conobbe una forte ripresa economica grazie a due fattori:
- • Consistenti esportazioni di petrolio e di gas naturale oltre che di metalli e legname, i cui prezzi sul mercato
mondiale erano in crescita
- • La debolezza del rublo che favoriva le esportazioni e scoraggiava le importazione, sostenendo in tal modo le
industrie nazionali.
I consumi privati ripresero a crescere e con essi la produzione. Le grandi industrie russe finirono nelle mani di pochi
gruppi privati, ma lo Stato conservò parecchie grandi aziende, specialmente nel settore energetico, ad esempio la
Gazprom che è il maggiore estrattore di gas naturale, venduto a molti paesi. Le banche rimasero anche esse sotto il
controllo dello Stato. Lo sviluppo economico interessò le regioni di Mosca mentre gran parte del paese rimase
indietro, soprattutto nelle zone rurali e nei territori asiatici.