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Quand’ero un fanciullo

Quand’ero un fanciullo

Spesso un dio mi salvava


Dalle verghe e dagli urli dei grandi.
Sicuro e buono giocavo
Coi fiori del bosco,
E le aurette del cielo
Giocavano con me.
E come tu allieti
Il cuor delle piante,
Quand’esse ti protendono
Le tenere braccia,
Così allietavi me pure,
Elio padre! E al par di Endimione
Ero il tuo beneamato,
O santa Luna.
O voi tutti, fedeli,
Amici iddii!
Quanto più siete deserti,
Più vi ama l’anima mia!
Né allora io vi chiamavo
Coi vostri nomi, né voi
Davate un nome a me, come gli uomini fanno
Se tra lor si conoscono.
Pure, io vi conoscevo
Assai meglio che gli uomini;
Comprendevo il silenzio dell’etere:
Le umane parole mai non compresi.
Mi allevò l’armonia
Del susurrante bosco,
E appresi ad amare
Tra i fiori.
Crescevo in braccio agli dèi.
L’immortalità dell’anima

Dalla vetta del colle intorno guardo


Come tutto riviva e all’alto tenda;
E bosco e campo e valle e colle
Esultino nello splendor del mattino.
Oh! questa notte come sussultavi,
Universo! Scotevano i vicini
Tuoni quel sonno tuo, guizzanti
Baleni atterrendo l’ombre mute.
Imperlata, la terra ora festeggia
Il giorno vittorioso sull’orrore
Notturno; ma più bella ride
L’anima mia su l’orror di morte...
Alle Parche

Un’estate sola datemi, possenti!


E un solo autunno, perché maturi il canto,
Poi muoia, e volentieri, del dolce
Gioco sazio, il cuore mio.
L’anima che in vita il suo diritto divino
Non ebbe, nell’Orco neppure avrà pace;
Ma se in ciò che, sacro,
Mi sta a cuore, la poesia, sarò riuscito,
Sii benvenuta allora, quiete delle ombre!
Sarò felice, quand’anche la mia cetra
Laggiù non mi accompagni; vissi
Una volta, come gli Dei, e tanto basta.
Metà della vita

Con gialle pere scende


E folta di rose selvatiche
La terra nel lago,
Amati cigni,
E voi ubriachi di baci
Tuffate il capo
Nell’acqua sobria e sacra.
Ahimè, dove trovare, quando
È inverno, i fiori, e dove
Il raggio del sole,
E l’ombra della terra?
I muri stanno
Afoni e freddi, nel vento
Stridono le bandiere.

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