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THICH NHAT HANH

VITA DI SIDDHARTHA
IL BUDDHA

narrata e ricostruita
in base ai testi canonici pali e cinesi

Nato intorno al563 a. C. a Kapilava­


stu, in una regione himalayana fra il
Nepal e l'India, principe, asceta e infi­
ne Illuminato, il Buddha è tutt'oggi
una eccezionale figura spìrituale. Con
il suo stile semplice e immediato, Thich
Nhat Hanh ci racconta la vita e la fi­
gura del Buddha immerse nell'India
del suo tempo e amalgamate alla co­
munità dei primi seguaci che, assieme
al Maestro, percorrono il bacino del
Gange per diffondere l'insegnamento.
Il tutto calato in un presente che, pur
datando 2500 anni fa, è lo stesso pre­
sente delle nostre azioni più quotidia­
ne: mangiare, camminare, sorridere.
Negli ottantuno episodi della narra­
zione, che vanno dalla nascita del Bud­
dha al parinirvana, si alternano quat­
tro voci: Svasti, un giovane intoccabi­
le, guardiano di bufali; il Buddha stes­
so, che racconta ai bambini di un vil­
laggio la propria infanzia e il percorso
che l'ha portato all'illuminazione; As­
saji, uno dei primi cinque discepoli, e
Ananda, che passò tutta la vita al fian­
co del Maestro.
Ciascun episodio è rigorosamente ba­
sato sui dati preservati nei testi cano­
nici pali e cinesi, in particolare i Ni­
kaya, o 'collezioni' di discorsi, e gli
Agama del Tripitaka Taisho. Tutte le
fonti sono specificate nell'App en dice
capitolo per capitolo.
L'autore parte dalla convinzione eh('
solo uno studio comparato dei testi può
restituirei il Buddhismo originario, :�1
di là delle divisioni settarie nate dal­
l'ignoranza e dal dogmatismo. E, sor ­

volando sui molti miracoli di cui spes­


so i sutra infiorano la vita del Maestro,
preferisce presentarci il Buddh a non
tanto come un simbolo o un mito,
quanto come un uomo comune che ha
saputo compiere la via dell'au topcrk
zionamento.
* .... j;

THICH NHAT HANH, nato in Vietn;tlll


nel1926, è monaco zen da cinquant';llt­
ni. Durante la guerra ha ri nu ncia to al­
l'isolamento monastico per aiutare a t ti·
vamente il suo popolo, c da allora h,,
sempre affiancato alla pratica religios:t
un impegno sociale e politico per l.t p;t·
ce. Oggi vive in un eremitaggio vicino
al 'Villaggio delle Prugne due piccole
',

fattorie nel sud-ovest del l a francia, do


ve scrive, insegna, si occup a di gi;trtli­
naggio e si adopera in favore dci pru
fughi di tutto il mondo. Ha pubhlicat<l
.75 libri in inglese, francese e victn;tmi
ta, tra i quali sono già usciti in italia
·no, presso questa Casa Editrice:

. Essere pace
' Il sole, il mio cuore
'Il miracolo della presema mentafc
Trasformarsi e guarire.
VITA DI SIDDHARTHA
I L BUDDHA
NARRATA E RICOSTRUITA
IN BASE AI TESTI CANONICI PALI E CINESI

di
THICH NHAT HANH

Titolo originale dell'opera


OLD PATH WHITE CLOUDS
WALKING IN THE FOOTSTEPS
OF THE BUDDHA

,(P arallax Press, Berkeley, Ca lifornia)

Traduzione di
GIAMPAOLO FIORENTINI

© 1991, Thich Nhat Hanh.


© 1992, Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma.
Nota dell)Autore

Neli'elaborazione e nella stesura di questo libro ho attinto quasi esclusi­


vamente ai testi del cosiddetto 'Veicolo minore', astenendomi di proposito
dal ricorrere ai testi mahayana per dimostrare così che le idee e le dottrine
del Mahayana sono già presenti nei più antichi Nikaya pali e Agama cinesi.
Basta leggerli con mente aperta per constatare che tutti i sutra sono sutra
del Buddhismo, indipendentemente dalla loro appartenenza alla scuola
settentrionale o meridionale.
I sutra mahayana offrono un approccio più libero e ampio alla compren­
sione degli insegnamenti fondamentali del Buddhismo. Ciò ha l'effetto di
prevenire quella reificazione degli insegnamenti dovuta a un approccio rigi­
do o più ristretto. I sutra mahayana ci aiutano infatti a scoprire il senso
profondo dei Nikaya e degli Agama. Sono come la luce proiettata su un og­
getto esaminato al microscopio, un oggetto che è stato in certo modo distor­
to da un tentativo di preservazione risultato artificiale. Certo i Nikaya e gli
Agama sono più prossimi alla forma originale dell'insegnamento del
Buddha, ma alterati e modificati dalla comprensione e dalla pratica peculia­
ri alle tradizioni attraverso le quali sono stati trasmessi. Gli studiosi e i prati­
canti contemporanei dovrebbero recuperare l'insegnamento originario dai
testi di entrambe le scuole, tanto la meridionale che la settentrionale. A que­
sto fine occorre essere familiari con i testi di entrambe le tradizioni.
Ho omesso gli eventi miracolosi con cui spesso i sutra abbelliscono la
vita del Buddha. Il Buddha stesso mise in guardia i discepoli contro lo
sprecare tempo ed energia nell'acquisizione di poteri sovrannaturali. Ho
invece incluso molte difficoltà venutegli dalla società e dagli stessi discepo-
li. Se il libro riesce a farcelo sentire vicino, è grazie a queste difficoltà.
In genere adotto la versione pali dei nomi propri, dei luoghi e dei ter­
mini tecnici, per maggiore facilità di pronuncia. Seguo invece la versione
sanscrita per i nomi ormai familiari agli occidentali, quali: Siddhartha,
Gautama, Dharma, sutra, nirvana, karma, atman e bodhisattva. Il lettore
troverà alla fine dell'App en dice un elenco di equivalenze pali-sanscrito.
KURU

MATSYA

I LUOGHI DEL BUDDHA

KASI Stato
Isipatana Nome antico
(Sarnath) Nome moderno ®
o 100 200

scala in miglia
Libro primo
l

Camminare solo per camminare

All'ombra del verde bambù, Svasti, il giovane bhikkhu, sedeva a gambe


incrociate, concentrato sul respiro. Da più di un'ora era in meditazione nel
Monastero della Foresta dei Bambù, dove, all'ombra dei bambù o nelle
capanne coperte di paglia, centinaia di bhikkhu si dedicavano alla pratica.
Il grande maestro Gautama, che la gente chiamava affettuosamente il
'Buddha', viveva nel monastero con circa quattrocento discepoli. Benché
affollato, il luogo era immerso nella pace. Circondavano il monastero sedi­
ci ettari di terra, piantati con molte specie di leggiadri bambù provenienti
da tutto il Magadha. Ad appena mezz'ora di cammino a nord della capita­
le, Rajagaha, il Monastero della Foresta dei Bambù era stato donato sette
anni prima dal re Bimbisara al Buddha e alla sua comunità.
Svasti si stropicciò gli occhi e sorrise. Sciolse lentamente le gambe in­
torpidite. Aveva ventun anni ed era stato ordinato tre giorni prima dal ve­
nerabile Sariputta, uno dei discepoli anziani del Buddha. Durante la ceri­
monia di ordinazione, i folti capelli neri di Svasti erano stati rasati.

Svasti era felice di far parte della comunità del Buddha. Molti bhikkhu
di nobile nascita vi erano accolti, come il venerabile Nan(;{a, fratello del
Buddha, Devadatta, Anuruddha e Ananda. Pur non avendoli ancora cono­
sciuti di persona, Svasti li aveva guardati da lontano. Il loro nobile porta­
mento, anche in abiti scoloriti, era inconfondibile.
"Occorrerà molto tempo prima di entrare in amicizia con persone di
così nobile nascita", pensò Svasti. Eppure, sebbene il Buddha fosse figlio
di re, Svasti non sentiva divisioni. Svasti era un 'intoccabile', ancora più in
basso della casta più bassa secondo la ripartizione sociale dell'India di
quei tempi. Per oltre dieci anni aveva badato ai bufali ma ora, da due setti­
mane, viveva e praticava in mezzo a monaci di tutte le caste. Tutti erano
gentili con lui, lo facevano segno di caldi sorrisi e inchini profondi, ma
12 Libro primo

Svasti non si sentiva ancora a· proprio agio. Pensava di avere bisogno di


molti anni prima di poterei riuscire.
Ma il pensiero improwiso di Rahula, il figlio diciottenne del Buddha,
gli strappò un largo sorriso. Rahula apparteneva alla comunità come novi­
zio dall'età di dieci anni, e due settimane erano bastate perché lui e Svasti
diventassero amici. Era stato Rahula a insegnargli a seguire il respiro du­
rante la meditazione. Rahula non era ancora un bhikkhu, ma comprende­
va assai bene l'insegnamento del Buddha. Aspettava di compiere vent'anni
per ricevere l'ordinazione completa.
";'. * *

Svasti richiamò alla memoria il giorno in cui, solo due settimane prima,
il Buddha era venuto a U ruvela, il piccolo villaggio nei pressi di Gaya dove
abitava, per invitarlo a diventare monaco. All'arrivo del Buddha, Svasti e
suo fratello Rupak erano fuori nei campi con i bufali. In casa erano rima­
ste le due sorelle, Bala di sedici anni e Bhima di dodici, e Baia aveva rico­
nosciuto immediatamente il Buddha. Avrebbe voluto precipitarsi alla ri­
cerca di Svasti, ma il Buddha le aveva detto che non occorreva. Lui stesso
e i monaci che lo accompagnavano, Rahula compreso, sarebbero andati al
fiume in cerca del fratello. Era quasi sera quando trovarono Svasti e Ru­
pak che lavavano i nove bufali nel fiume Neranjara. Non appena si awide­
ro del Buddha, i due ragazzi corsero a riva, unirono le mani come un boc­
ciolo di loto e si inchinarono profondamente.
"Come siete cresciuti!" disse il Buddha, sorridendo con dolcezza ai due
ragazzi. Svasti era senza parole. n·volto pieno di pace del Buddha, il sorri­
so caldo e magnanimo, lo sguardo vivo e penetrante, lo indussero alle la­
crime. TI Buddha indossava un abito color zafferano fatto di pezze cucite
assieme come i riquadri di una risaia. Era a piedi nudi come dieci anni pri­
ma, quando Svasti l'aveva incontrato per la prin1a volta non lontano da
quello stesso luogo. Avevano trascorso ore e ore seduti accanto sulla riva
del Neranjara o all'ombra dell'albero della bodhi, a dieci minuti di cammi­
no dal fiume.
Svasti guardò i venti monaci che accompagnavano il Buddha e vide che
tutti erano a piedi nudi e indossavano abiti fatti di pezze dello stesso colo­
re. Osservando meglio, notò che l'abito del Buddha era più lungo di una
spanna. Accanto al Buddha stava un novizio della stessa età di Svasti, che
lo guardò con sguardo franco e sorrise. Il Buddha posò dolcemente le ma­
ni sul capo di Svasti e Rupak, spiegando che stava tornando a Rajagaha e si
era fermato per salutarli. Aggiunse che era lieto di attendere che terminas­
sero di lavare i bufali, per poi fare la strada assieme fino alla capanna di
Svasti.
Lungo la strada, il Buddha presentò Svasti e Rupak a suo figlio Rahula,
Camminare solo per camminare 13

quello stesso novizio che aveva dedicato a Svasti uno splendido sorriso.
Aveva tre anni in meno di Svasti, ma erano di pari statura. Rahula era un
samanera, un novizio, ma vestiva quasi nello stesso modo dei bhikkhu più

anziani. Rahula camminava tra Svasti e Rupak, aveva consegnato al secon­


do la ciotola delle elemosine e teneva amorevolmente le mani sulle spalle
dei due nuovi amici. Aveva sentito tante volte il padre parlare di Svasti e
della sua famiglia, che gli sembrava di conoscerli. I fratelli si riscaldavano
al calore dell'amore di Rahula.
Quando furono arrivati alla capanna, il Buddha invitò Svasti a unirsi al­
la comunità dei bhikkhu e a studiare il Dharma con lui. Dieci anni prima,
durante il loro primo incontro, Svasti aveva espresso il desiderio di studia­
re con lui, e il Buddha aveva acconsentito ad accettarlo come discepolo.
Ora che aveva compiuto ventun anni, il Buddha era tornato. Non aveva
dimenticato la promessa.
Mentre Rupak riconduceva i bufali al proprietario, il signor Rambhul, il
Buddha sedette davanti alla capanna di Svasti, su un basso sedile, mentre i
monaci restavano in piedi alle sue spalle. La capanna, con le pareti di fan­
go e il tetto di paglia, non era abbastanza grande per accogliere tutti. Bala
disse a Svasti: "Fratello, ti prego, unisciti al Buddha. Rupak è più robusto
di quanto tu non fossi quando incominciasti a occuparti dei bufali. e io so­
no in grado di badare alla casa. Per dieci anni ti sei preso cura di noi, ma
ora siamo in grado di cavarcela da soli".
Bhima, seduta accanto alla giara per raccogliere l'acqua piovana, guar­
dava in silenzio la sorella maggiore. Svasti volse lo sguardo a Bhima, quella
cara bambina. Al tempo del primo incontro con il Buddha, Bala aveva sei
anni, Rupak tre e Bhima era in fasce. Bala stava cucinando, mentre Rupak
giocava nella sabbia.
Sei mesi dopo la morte del padre, la madre era morta di parto. Svasti,
che aveva appena undici anni, era diventato il capofamiglia. Aveva trovato
lavoro come guardiano di bufali ed essendo un buon lavoratore guadagna­
va a sufficienza per sfamare i suoi. Riusciva persino a procurare latte di
bufala per la piccola Bhima. ;
Bhima capì che Svasti voleva conoscere la sua opinione. Sorrise e, esi­
tando un attimo solo, disse mitemente: "Fratello, vai con il Buddha". Poi
voltò il viso, per nascondere le lacrime. Aveva sentito tante volte Svasti
parlare del desiderio di studiare con il Buddha e lo augurava sinceramente
al fratello ma, ora che il momento era giunto, non riusciva a dissimulare la
tristezza.
Proprio allora Rupak ritornò dal villaggio e, udendo le parole di Bhima,
"Vai con il Buddha", capì che il momento era giunto. Guardò il fratello e
disse: "Sì, fratello, ti prego. Vai con il Buddha", e tutta la famiglia cadde
in silenzio. Poi, rivolto al Buddha, disse: "Venerabile signore, confido che
14 Libro primo

tu conceda a mio fratello di studiare con te. Sono abbastanza adulto per
occuparmi della nostra famiglia". Quindi si rivolse a Svasti e, inghiottendo
le lacrime, disse: "Ma, fratello, ti prego di chiedere al Buddha il permesso
di venirci a trovare di tanto in tanto".
Il Buddha si alzò e carezzò i capelli di Bhima. "Ora, ragazzi, prendete il
vostro pasto. Domattina tornerò e Svasti potrà venire con noi a Rajagaha. I
bhikkhu e io passeremo la notte sotto l'albero della bodhi".
Giunto al cancello, si voltò verso Svasti e disse: "Domattina non pren­
dere nulla con te. Gli abiti che indossi basteranno".
Quella notte i quattro fratelli rimasero alzati a lungo. Come un padre
prima della partenza, Svasti diede loro gli ultimi consigli su come badare a
se stessi e alla casa. Li strinse a lungo tra le braccia, uno per uno. Incapace
di trattenere le lacrime, la piccola Bhima scoppiò in singhiozzi tra le brac­
cia del fratello maggiore. Poi guardò in su, respirò profondamente e gli
sorrise. Non voleva accorarlo. La lucerna a olio non spandeva ormai che
un fioco chiarore, ma bastò a Svasti per vedere quel sorriso e apprezzarlo.
Al mattino, di buon'ora, venne a salutarlo un'amica, Sujata. La sera pri­
ma aveva incontrato sulla riva del fiume il Buddha, che le aveva detto che
Svasti si univa all'ordine dei monaci. Sujata, figlia del capo del villaggio,
aveva due anni più di Svasti e anche lei aveva conosciuto Gautama prima
che diventasse il Buddha. Portava in dono all'amico un vasetto di erbe me­
dicinali. Ebbero modo di scambiarsi poche parole, perché il Buddha ar­
rivò con i discepoli.
La famiglia era sveglia per l'ultimo addio a Svasti. Rahula rivolse loro
parole affettuose, incoraggiandoli a essere forti e a prendersi cura l'uno
dell'altro. Promise che, ogni volta che fosse passato nei pressi di Uruvela,
sarebbe venuto a trovarli. La famiglia di Svasti e Sujata accompagnarono il
Buddha e i bhikkhu al fiume, dove giunsero le mani per salutare il
Buddha, i monaci, Rahula e Svasti.
Svasti era sopraffatto dalla paura e dalla gioia. Sentiva un nodo nello
stomaco. Era la prima volta che si allontanava da Uruvela. Il Buddha an­
nunciò che per Rajagaha ci volevano dieci giorni di cammino. Altri anda­
vano più spediti, ma il Buddha e i suoi bhikkhu camminavano adagio e
con piacere. Adeguandosi a quel passo tranquillo, anche il cuore di Svasti
si placò. Si stava immergendo con tutto il cuore nel Buddha, nel Dharma e
nel Sangha: questa era la sua via. Si voltò per un'ultima occhiata all'unico
luogo e alle sole persone che conosceva: Sujata e i fratelli erano ormai
puntini confusi con le ombre della foresta.
A Svasti pareva che il Buddha camminasse solo per godersi il cammina­
. r�. senza darsi pensiero di arrivare da qualche parte. E lo stesso per i
bhikkhu, nessuno dei quali si mostrava impaziente o desideroso di giunge­
re a destinazione. I passi di ciascuno erano lenti, armoniosi e tranquilli, co-
Camminare solo per camminare 15

me se facessero una piacevole passeggiata insieme. Nessuno mostrava


stanchezza, anche se coprivano ogni gion-io una lunga distanza.
Ogni mattino si fermavano nel più vicino villaggio per mendicare il ci­
bo. Procedevano lungo la via principale in fila, con il Buddha alla testa.
Ultimo, subito dopo Rahula, veniva Svasti. Camminavano con posata di­
gnità, consapevoli di ogni passo e di ogni respiro. Di tanto in tanto la fila
si arrestava, per consentire agli abitanti del villaggio di deporre le offerte
di cibo nelle ciotole. Alcuni si inginocchiavano in segno di rispetto ai lati
della strada. Ricevendo il cibo, i bhikkhu recitavano una sommessa pre­
ghiera per i donatori.
Terminata la questua, uscivano senza fretta dal villaggio verso un luogo
alberato o un terreno erboso dove consumare il pasto. Dividevano equa­
mente il cibo seduti in circolo, attenti a riempire le ciotole che fossero ri­
maste vuote. Rahula empì una brocca d'acqua a un vicino ruscello e la pre­
sentò rispettosamente al Buddha. Dopo che il Buddha ebbe giunto le ma­
ni formando quello che sembrava un fiore di loto, Rahula gli versò l'acqua
sulle mani. Lo stesso fece con gli altri, arrivando in ultimo a Svasti. Questi
non aveva ancora una ciotola, e Rahula depose metà del proprio cibo su
una foglia di banano e la offrì al nuovo amico. Prima di mangiare, i
bhikkhu giunsero le mani e intonarono un canto. Quindi si cibarono in si­
lenzio, consapevoli di ogni boccone.
Terminato il pasto, alcuni praticavano la meditazione camminata, altri
la meditazione seduta, altri ancora schiacciavano un sonnellino. Trascorse
le ore più calde del giorno ripresero la via, camminando fin quasi a notte.
Allora cercarono un posto adatto per riposare, nelle solitudini della fore­
sta. Ciascun monaco aveva con sé un cuscino, e molti erano quelli che se­
devano nella posizione del loto per metà della notte, prima di stendere
l'abito e usarlo come giaciglio. Tutti avevano due abiti, uno da indossare e
l'altro per proteggersi dal vento e dal freddo. Svasti sedette in meditazione
come gli altri e imparò a dormire sulla nuda terra usando il piede di un al­
bero come cuscino.
Il mattino seguente, quando si svegliò, vide 'Che il Buddha e molti mo­
naci erano già seduti pacificamente in meditazione, irradia'ndo profonda
calma e maestosità. Quando il sole spuntò all'orizzonte, tutti ripiegarono il
secondo abito, raccolsero la ciotola e ripresero il cammino quotidiano.
Procedendo di giorno e fermandosi la notte, impiegarono dieci giorni a
raggiungere Rajagaha, la capitale del Magadha. Svasti vedeva una città per
la prima volta. Carri trainati da cavalli si incalzavano nelle strade fiancheg­
giate da case affollate; grida e risate risuonavano ovunque. Ma la proces­
sione dei monaci sfilava silenziosa, con la stessa tranquillità con cui segl!i- ·

vano un fiume o attraversavano le risaie. Alcuni abitanti della città si fer­


.mavano per guardarli. Alcuni, riconoscendo il Buddha, si inchinarono
16 Libro primo

profondamente in segno di rispetto. I bhikkhu continuarono la lenta sfila­


ta fino al Monastero della Foresta dei Bambù, poco oltre la città.
Nel monastero si diffuse in un lampo la notizia del ritorno del Buddha,
e in breve quasi quattrocento monaci si riunirono per porgergli il benve­
nuto. Il Buddha non spese troppe parole ma s'informò delle condizioni di
salute e della pratica di ognuno. Affidò Svasti a Sariputta, incaricato anche
dell'istruzione spirituale di Rahula. Sariputta era il maestro dei novizi del
Monastero della Foresta dei Bambù e guidava gli studi di una cinquantina
di giovani monaci, tutti entrati nella comunità da meno di tre anni. L'aba­
te del monastero era un monaco di nome Kondanna.
Rahula venne incaricato di illustrare a Svasti le regole della vita nel mo­
nastero: come camminare, sedere, stare in piedi, salutare, praticare la me­
ditazione seduta e camminata, e osservare il respiro. Gli spiegò come in­
dossare l'abito, questuare il cibo, recitare le preghiere e lavare la ciotola.
Per tre giorni interi Svasti non si staccò da Rahula in modo da imparare
ogni cosa per bene. Rahula mise tutto il cuore nell'istruire Svasti, che capì
di aver bisogno di anni di pratica per poter fare tutto in modo spontaneo e
naturale. Terminate le istruzioni basilari, Sariputta lo invitò nella propria
capanna e gli spiegò i precetti del bhikkhu.
Bhikkhu era colui che aveva lasciato la famiglia per seguire il Buddha
come insegnante, il Dharma come sentiero che conduce al risveglio e il
Sangha come comunità che aiuta chi cammina nel sentiero. La vita del
bhikkhu era semplice e umile. La questua del cibo accresceva l'umiltà e
costituiva un mezzo per venire in contatto con gli altri e aiutarli a capire la
Via dell'Amore e della Comprensione insegnata dal Buddha.
Dieci anni prima, sotto l'albero della bodhi, Svasti e i suoi amici aveva­
no già udito il Buddha parlare del sentiero che conduce al risveglio come
della via dell'amore e della comprensione; gli fu quindi facile afferrare
quanto Sariputta gli diceva. Nonostante la serietà del volto, lo sguardo e il
sorriso di Sariputta irradiavano calore e compassione. Gli disse che si sa­
rebbe svolta una cerimonia di presa dei precetti per la sua accettazione
formale nella comunità dei bhikkhu, e gli insegnò le frasi da recitare.
La cerimonia fu celebrata dallo stesso Sariputta. Venti monaci erano
presenti. Vennero anche il Buddha e Rahula, aumentando così la felicità di
Svasti. Sariputta recitò a bassa voce una gatha e recise le prime ciocche di
capelli di Svasti. Poi consegnò il rasoio a Rahula, che lo rasò completa­
mente. Sariputta consegnò a Svasti tre abiti, una ciotola e un filtro per l'ac­
qua. Istruito in precedenza da Rahula, Svasti indossò gli abiti con facilità.
Si inchinò al Buddha e ai monaci presenti, per esprimere la sua profonda
gratitudine.
Più tardi, quello stesso mattino, Svasti praticò per la prima volta la que­
stua del cibo in qualità di monaco ordinato. I monaci del Monastero della
Camminare solo per camminare 17

Foresta dei Bambù entrarono a Rajagaha in piccoli gruppi, e Svasti cammi­


nava in quello capeggiato da Sariputta. Fatti pochi passi fuori del mona­
stero, Svasti ricordò a se stesso che la questua era un mezzo per praticare
la Via. Osservando il respiro, faceva ogni passo lentamente e con presenza
mentale. Rahula veniva ora dietro di lui. Svasti, benché fosse ormai un
bhikkhu, sapeva di avere molta meno esperienza di Rahula, e decise con
tutto il cuore di sviluppare entro di sé l'umiltà e la virtù.
2

n guardiano di bufali

n giorno era fresco. Dopo aver preso il pasto di mezzogiorno con presenza
mentale, ogni bhikkhu lavò la ciotola e pose a terra il cuscino per sedere di
fronte al Buddha. Gli scoiattoli della Foresta dei Bambù si mescolavano tran­
quillamente ai monaci, e qualcuno si arrampicò sui bambù per osservare la
riunione dall'alto. Svasti, veduto Rahula che sedeva proprio davanti al
Buddha, lo raggiunse silenziosamente in punta di piedi e pose il cuscino ac­
canto a quello dell'amico. Sedevano vicini nella posizione del loto. In quell'at­
mosfera nobile e serena, nessuno parlava. Svasti sapeva che tutti seguivano il
proprio respiro in presenza mentale, attendendo che il Buddha parlasse.
n sedile di bambù del Buddha era alto abbastanza da consentire a tutti
di vederlo. D Buddha aveva un aspetto disteso e maestoso, come un prin­
cipe dei leoni. I suoi occhi, nel posarsi sull'assemblea, erano colmi di amo­
revole compassione. Quando lo sguardo si arrestò su Svasti e Rahula, il
Buddha sorrise e iniziò a parlare.
" Oggi desidero parlarvi di come ci si prende cura dei bufali, di cosa de­
ve conoscere e fare un buon guardiano di bufali. Un buon guardiano di
bufali riconosce ogni bufalo affidato alle sue cure, conosce il carattere e le
inclinazioni di ciascun animale, sa lavarli, curarne le ferite, far fumo per te­
nere lontane le zanzare, individuare il cammino più sicuro, amarli, condur­
li ai guadi poco profondi e meno pericolosi, procurare loro erba fresca e
acqua, salvaguardare i pascoli e fare in modo che gli animali adulti siano
d'esempio ai giovani.
" Ascoltate, o bhikkhu. Così come un guardiano di bufali riconosce ogni
bufalo affidato alle sue cure, un bhikkhu riconosce gli elementi che costi­
tuiscono il suo corpo. Così come un guardiano conosce il carattere e le in­
clinazioni di ciascun animale, un monaco conosce le azioni salutari e non
salutari del corpo, della parola e della mente. Così come un guardiano sa
lavare i bufali, un bhikkhu sa nettare la mente e il corpo dai desideri, dagli
attaccamenti, dall'ira e dall'avversione" .
Il guardiano di bufali 19

Mentre parlava, gli occhi del Buddha non si staccavano da Svasti. Svasti
comprese di essere l'ispiratore di quelle parole. Ricordò la volta in cui,
molti anni prima, seduti vicini, il Buddha gli aveva chiesto di descrivergli
con tutti i particolari in cosa consiste il lavoro di guardiano di bufali. Co­
me avrebbe potuto infatti, un principe allevato in un palazzo, sapere tante
cose sui bufali?
Il Buddha parlava in tono normale, ma i suoni si levavano chiari e di­
stinti, e nessuno perse una sola parola. "Così come un guardiano di bufali
si prende cura delle ferite dei suoi bufali, un bhikkhu controlla i sei organi
di senso (occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente) perché non si per­
dano nella distrazione. Così come un guardiano accende il fuoco per fare
fumo e proteggere i bufali dalle punture delle zanzare, un bhikkhu applica
l'insegnamento del risveglio per mostrare agli altri come evitare le afflizio­
ni del corpo e della mente. Così come un guardiano individua il cammino
più sicuro, un bhikkhu evita i sentieri che conducono al desiderio di fama,
ricchezza e piacere sessuale, a luoghi come taverne e teatri. Così come un
guardiano ama i suoi bufali, un bhikkhu ha care la gioia e la pace della me­
ditazione. Così come un guardiano conduce gli animali ai guadi poco
profondi e meno pericolosi, un bhikkhu si affida alle Quattro Nobili Ve­
rità per oltrepassare questa vita. Così come un guardiano procura ai bufali
erba fresca e acqua, un bhikkhu sa che i Quattro Fondamenti della Consa­
pevolezza sono il nutrimento che conduce alla liberazione. Così come un
guardiano salvaguarda i pascoli impedendo che tutta l'erba venga strappa­
ta, un bhikkhu è attento ai rapporti con la comunità dei laci durante la
questua. Così come un guardiano fa in modo che gli animali adulti siano
d'esempio ai giovani, un bhikkhu apprende dalla saggezza e dall'esperien­
za dei più anziani. Bhikkhu, se un bhikkhu si attiene a questi undici punti
e li pratica, otterrà lo stato di arhat nel tempo di sei anni" .
Svasti ascoltava stupefatto. Il Buddha ricordava alla perfezione tutto ciò
che egli gli aveva detto dieci anni prima, e applicava ogni particolare alla
pratica del bhikkhu. Benché sapesse che il Buddha si rivolgeva a tutta l' as­
semblea dei monaci, Svasti aveva la netta impressione che parlasse apposta
per lui. Gli occhi del ragazzo non abbandonarono un solo momento il viso
del Buddha.
Quelle erano parole da serbare nel cuore. C'erano alcuni termini, come
'sei organi di senso' , 'Quattro Nobili Verità', 'Quattro Fondamenti della
Consapevolezza', che Svasti non comprendeva e si ripropose di farseli spie­
gare più tardi da Rahula. Ma sapeva di avere capito il senso del discorso.
Il Buddha parlò ancora. Spiegò all'assemblea come individuare il cam­
mino sicuro per i bufali. Se un sentiero passa tra arbusti spinosi, i bufali
possono prodursi ferite che rischiano di infettarsi. E, se il guardiano non
sa curare le ferite, i bufali si ammalano e muoiono. Seguire la Via è la stes-
20 Libro primo

sa cosa. Se un bhikkhu non imbocca il cammino giusto, può ferirsi nella


mente e nel corpo. Brama e ira possono infettare le ferite, che diventano
così gravi da sbarrare la via all'illuminazione.
Il Buddha fece una pausa. Poi accennò a Svasti di alzarsi e mettersi al
suo fianco. Svasti rimase in piedi con le mani giunte mentre il Buddha,
sorridendo, lo presentava all'assemblea.
"Dieci anni fa, immediatamente prima di realizzare la Via, incontrai
Svasti nella foresta di Gaya. Aveva allora undici anni. Fu Svasti a racco­
gliere una bracciata di erba kusa di cui mi feci un cuscino per sedere sotto
l'albero della bodhi. Da lui ho imparato tutto quello che so sui bufali. Sa­
pevo che era un buon guardiano di bufali, e so che sarà un ottimo
bhikkhu ".
Gli occhi di tutti erano su di lui, e Svasti sentì le gote e le orecchie farsi
di fuoco e imporporarsi. I membri dell'assemblea giunsero le mani e si in­
chinarono a Svasti, che si inchinò di rimando. Quindi il Buddha concluse
il discorso pregando Rahula di recitare i sedici modi di respirare consape­
volmente. Rahula si alzò, giunse le mani e recitò i sedici modi con voce
chiara e argentina come il suono di una campana. Terminato, si inchinò al­
la comunità. Il Buddha si alzò e tornò lentamente nella sua capanna. I mo­
naci raccolsero i cuscini e s'incamminarono senza fretta verso i loro luoghi
nella foresta. Alcuni abitavano in capanne, ma la maggior parte dormiva e
meditava all'aperto, tra gli alberi di bambù. Solo quando la pioggia batte­
va troppo forte, prendevano il cuscino e si riparavano nelle capanne o nel­
le sale dei discorsi pubblici.
Sariputta, il suo maestro, aveva assegnato a Svasti uno spazio all'aria
aperta da dividere con Rahula. Finché era più giovane, Rahula dormiva
nella capanna assieme al maestro che gli faceva da tutore, ma ora dispone­
va di un luogo sotto gli alberi. Svasti era felice di essere in compagnia di
Rahula.
Nel pomeriggio, dopo la meditazione seduta, Svasti praticò in solitudi­
ne la meditazione camminata. Scelse un sentiero solitario per non incrocia­
re altri meditanti, ma trovò difficile rimanere concentrato sul respiro. I
suoi pensieri erano invasi dalla nostalgia per il fratello, le sorelle e il villag­
gio natale. L'immagine della strada che percorreva per raggiungere il fiu­
me Neranjara si dipinse nitidamente nella mente. Vide la piccola Bhima
chinare il capo per nascondere le lacrime e Rupak badare da solo ai bufali
di Rambhul. Tentò di ricacciare le immagini e di concentrarsi soltanto sui
passi e sul respiro, ma i ricordi lo sommergevano. Provò vergogna per non
riuscire a consegnarsi completamente alla pratica e si sentì indegno della
fiducia del Buddha. Dopo la meditazione camminata, pensò, avrebbe chie­
sto consiglio a Rahula. Inoltre non aveva capito molte cose dette dal
Buddha nel discorso mattutino, ma era sicuro che Rahula gliele avrebbe
Il guardiano di bufali 21

spiegate. Il ricordo di Rahula gli diede coraggio e lo tranquillizzò, e gli fu


più facile seguire il respiro e i passi fatti con lentezza.
Prima che a Svasti si presentasse l'occasione giusta, Rahula venne a tra­
vado. Lo condusse a un sedile sotto un bambù e disse: " Questo pomerig­
gio ho incontrato l'anziano Ananda. Desidera sapere del tuo primo incon­
tro con il Buddha" .
"Chi è Ananda, Rahula ? " .
" È un principe degli Sakya, e cugino del Buddha. Divenne monaco set­
te anni fa, e ora è tra i migliori discepoli. Il Buddha lo ama teneramente. È
lui che si occupa della salute del maestro. Ananda ci invita nella sua ca­
panna domani sera. Anch'io aspetto di sapere tutto del tempo in cui il
Buddha viveva nella foresta di Gaya" .
" Il Buddha non t e n e h a mai parlato ? " .
"Sì, m a senza raccontarmi i particolari. Sono certo che tu hai molte sto­
rie da narrare ".
"Anche se non è molto, narrerò quanto ricordo. Rahula, com'è Anan­
da? Mi preoccupa un po' " .
"Non temere, è gentile e amichevole. Gli h o parlato di te e della tua fa­
miglia, e ne è stato molto compiaciuto. Possiamo darci appuntamento in
questo stesso punto per la questua di domattina? Ora devo lavare i miei
abiti perché asciughino in tempo".
Rahula si alzò e fece per andarsene, quando Svasti lo tirò delicatamente
per la veste. "Potresti sedere ancora un momento? Vorrei farti alcune do­
mande. Questa mattina il Buddha ha elencato undici punti che un
bhikkhu deve seguire, ma non riesco a ricordarli tutti. Vorresti ripeterli
per me ;l"
. .
" Io stesso non ne ricordo che nove. Ma non preoccuparti, domani lo
domanderemo ad Ananda" .
" Sei certo che l'anziano Ananda l i ricordi tutti e undici? " .
" Certissimo ! Fossero anche undicimila, Ananda l i saprebbe. T u non lo
conosci ancora, ma tutti ne ammirano la memoria. È stupefacente. È in
grado di ripetere alla perfezione tutte le parole del Buddha s�nza dimenti­
care il minimo particolare. Qui, tutti lo ritengono il più istruifo tra i disce­
poli. Chiunque dimentichi qualcosa delle parole del Buddha, va in cerca
di Ananda. A volte la comunità organizza degli incontri di studio in cui
Ananda riespone gli insegnamenti fondamentali del maestro" .
"Allora siamo ben fortunati! Aspettiamo, e interroghiamolo domani.
Ma c'è un'ultima cosa che vorrei domandarti: come rendi tranquilla la
mente nella meditazione camminata? " .
"Vuoi dirmi che, mentre p raticavi la meditazione camminata, pensieri
estranei sono entrati nella tua mente? Forse pensieri di nostalgia per la tua
Famiglia? " .
22 Libro primo

Svasti afferrò la mano dell'amico. "Come lo sai? È stato proprio così !


Non so perché, questa sera, ho tanta nostalgia della mia famiglia. Sono in
grande angoscia e non ho abbastanza fermezza per praticare la Via. Provo
vergogna nei confronti tuoi e del Buddha" .
Rahula sorrise. "Non vergognarti. Quando venni a unirmi al Buddha,
avevo nostalgia di mia madre, mio nonno e mia zia. Quante notti affondai
la faccia nel cuscino e piansi in solitudine! Sapevo che anche mia madre,
mio nonno e mia zia avevano nostalgia di me. Dopo un poco, migliorò".
Rahula aiutò Svasti ad alzarsi e lo abbracciò teneramente.
"Tuo fratello e le tue sorelle sono care persone, è naturale che tu ne
senta nostalgia. Ma ti abituerai alla tua nuova vita. Qui abbiamo tantissimo
lavoro, dobbiamo praticare e studiare molto . Ascolta, se capiterà l'occasio­
ne, ti parlerò della mia famiglia. Intesi? " .
Tenendo l a mano di Rahula tra le sue, Svasti assentì. Quindi si separa­
rono. Rahula a fare il bucato e Svasti a cercare una ramazza per liberare il
sentiero dalle foglie di bambù.
3

Una bracciata di erba kusa

Prima di addormentarsi, Svasti sedette sotto un bambù e riandò col


pensiero al suo primo incontro con il Buddha. Aveva appena undici anni e
la madre era morta da poco, !asciandogli la responsabilità di tre fratelli più
piccoli. La sorellina minore, di pochi mesi, non aveva latte da bere. Per
buona sorte un abitante del villaggio, di nome Rambhul, aveva incaricato
Svasti di badare ai suoi bufali, quattro animali adulti e un vitellino. Svasti
mungeva quotidianamente la bufala e portava il latte alla sorellina. Badava
agli animali con grandissima cura perché sapeva che, se avesse perso l'in­
carico, i fratelli sarebbero morti di fame. Dalla morte del padre il tetto non
era stato riparato, così che, ogni volta che pioveva, Rupak doveva correre a
sistemare delle brocche per raccogliere l' acqua che entrava dai buchi. Ba­
la, che aveva appena sei anni, dovette imparare a cucinare, badare alla so­
rellina e andare a far legna nella foresta. Così piccola, sapeva impastare la
farina e cuocere il chappati per i fratelli. Molto di rado riuscivano a com­
prare un pizzico di curry. Quando Svasti riportava i bufali alla stalla, lo
stuzzicante profumo di curry che usciva dalla cucina di Rambhul gli met­
teva l'acquolina in bocca. Dalla morte del padre, il chappati intinto in una
salsa di carne al curry era diventato un lusso sconosciuto. I loro vestiti era­
no ridotti a straccetti. Svasti non possedeva che 'un logoro dboti. Se faceva
freddo, si avvolgeva una vecchia stoffa marrone attorno alle spalle. Era lisa
c scolorita, ma per lui inestimabile.

Svasti doveva trovare buoni pascoli per i bufali; sapeva che, se li avesse
riportati indietro affamati, Rambhul l'avrebbe battuto. In più, doveva por­
tare a casa tutte le sere un grosso fascio d'erba perché i bufali avessero da
mangiare durante la notte. All'imbrunire, quando le zanzare venivano a
sciami, Svasti accendeva il fuoco per tenerle lontane col fumo. Ogni tre
giorni Rambhul lo pagava in riso, farina e sale. Di tanto in tanto Svasti
portava a casa dei pesci acchiappati lungo la riva del fiume Neranjara, e
Bhima li cucinava.
24 Libro primo

Un pomeriggio, dopo aver fatto il bagno ai bufali e avere tagliato uno


staio d'erba, Svasti sentì il desiderio di riposare nel fresco della foresta. La­
sciati i bufali a pascolare sul limitare della foresta, si guardava intorno alla
ricerca di un albero a cui appoggiarsi. Di colpo, si arrestò. Un uomo sede­
va sotto un albero di pippala, a pochi passi da lui. Svasti lo guardò meravi­
gliato: non aveva. mai visto nessuno sedere in un modo così splendido. La
schiena dell'uomo era perfettamente eretta, e i piedi erano posati con gra­
zia sulle cosce. Il portamento rivelava grande saldezza e risoluzione inte­
riore. Gli occhi erano semichiusi e le mani posavano morbidamente in
grembo. Vestiva un abito giallo scolorito che lasciava nuda una spalla. Il
corpo irradiava pace, serenità e maestà. Un solo sguardo bastò a Svasti per
sentirsi miracolosamente rinfrescato. Il cuore gli tremava. Non capiva co­
me potesse provare una sensazione tanto speciale per uno sconosciuto, ma
per un lungo momento rimase immobile in profondo rispetto.
L'uomo aprì gli occhi. Sulle prime, intento a sciogliersi le gambe e a
massaggiarsi delicatamente le caviglie e le piante dei piedi, non si avvide di
Svasti. Lentamente si alzò e s'incamminò. Poiché andava nella direzione
opposta, neppure questa volta si avvide di Svasti. Senza fare il minimo ru­
more, Svasti lo guardò procedere a passi lenti e meditativi nella foresta.
Fatti sette o otto passi, l'uomo si girò e fu allora che vide Svasti.
Gli sorrise. Nessuno aveva mai sorriso a Svasti con tanto dolce benevo­
lenza. Come sospinto da una forza invisibile Svasti corse verso l'uomo ma,
giunto a pochi passi, si arrestò di botto, ricordando che non gli era lecito
avvicinare nessuno che appartenesse a una casta più alta.
Svasti era un intoccabile, non apparteneva a nessuna delle quattro caste
in cui era divisa la società. Suo padre gli aveva spiegato che i brahmana
erano la casta più elevata, tra cui nascevano sacerdoti e maestri che sape­
vano leggere e comprendere i Veda e le altre scritture e facevano offerte
agli dèi. Quando Brahma creò gli uomini, i brahmani erano usciti dalla sua
bocca. Subito dopo venivano gli ksatriya, cui spettavano gli affari politici e
militari perché erano usciti dalle mani di Brahma. Mercanti, agricoltori e
artigiani formavano la casta dei vaisya, nata dalle cosce di Brahma. L'ulti­
ma casta era quella dei sudra, nata dai piedi di Brahma; ai suoi membri
toccavano i lavori manuali di cui le classi più elevate non si occupavano.
Ma la famiglia di Svasti apparteneva agli 'intoccabili', i senza casta. Erano
tenuti a costruire le proprie abitazioni fuori dei confini del villaggio e svol­
gevano le mansioni più infime: raccogliere le immondizie, spargere il con­
cime, scavare le strade, nutrire i maiali e badare ai bufali. Tutti dovevano
accettare di far parte della casta in cui erano nati. Le sacre scritture inse­
gnavano che la felicità era la capacità di accettare la propria condizione.
Se un intoccabile come Svasti toccava una persona di casta più elevata,
veniva b attuto. Nel villaggio di Uruvela un intoccabile aveva ricevuto una
Una bracciata di erba kusa 25

dura punizione corporale per avere sfiorato un brahmano con la mano. Se


un brahmano o uno ksatriya venivano a contatto con un intoccabile diven­
tavano impuri e dovevano rientrare immediatamente in casa, digiunare e
sottoporsi a settimane di penitenza per purificarsi. Riportando i bufali alla
stalla, Svasti stava molto attento a non passare troppo vicino a un membro
delle caste superiori incontrato lungo la via o fuori dell'abitazione di
Rambhul. Gli pareva che persino i bufali fossero più fortunati di lui, per­
ché un brahmano poteva toccarli senza esserne contaminato. Se un mem­
bro di una casta superiore sfiorava per caso un intoccabile, quest'ultimo,
pur senza colpa, poteva venire battuto spietatamente.
E ora, di fronte a Svasti, stava un uomo dalla splendida figura, dal cui
portamento era chiaro che non apparteneva alla sua stessa classe sociale.
Di sicuro una persona capace di sorridere con tale dolcezza e benevolenza
non l'avrebbe battuto se l'avesse toccato, ma Svasti non intendeva essere
causa di contaminazione di una persona tanto speciale. Per questo si era
fermato quando si erano trovati a pochi passi di distanza. Vedendolo esita­
re, l'uomo avanzò verso di lui. Svasti arretrò per evitare il contatto ma
l'uomo fu più veloce e, in un batter d'occhio, gli posò la mano sinistra sul­
la spalla mentre, con la destra, gli accarezzò teneramente la testa. Svasti
era impietrito. Nessuno l'aveva mai accarezzato sulla testa con tanta dol­
cezza e tenerezza, e si sentì assalire dal panico.
" Non temere, ragazzo" , disse l'uomo con voce pacata e rassicurante.
Al suono di quella voce, la paura di Svasti dileguò. Alzò il capo e
guardò il sorriso dolce e benevolo dell'uomo. Dopo un'ultima esitazione,
farfugliò: " Signore, tu mi piaci molto" .
L'uomo gli sollevò il mento con la mano e lo guardò negli occhi: "An­
che tu mi piaci molto. Vivi qui vicino? " .
Svasti non rispose. Gli prese l a mano sinistra tra le sue e pose l a doman­
da che lo turbava: "Non ti contamino se ti tocco?".
L'uomo rise e scosse la testa: "Niente affatto, ragazzo. Tu sei un essere
umano e io sono un essere umano. Non puoi cop.taminarmi. Non ascoltare
quello che dicono gli altri" . ;
Tenendo Svasti per mano, camminarono fino al limitare della foresta. I
bufali pascolavano tranquilli. L'uomo domandò: "Sei tu che badi a questi
bufali? E quella dev'essere l'erba che hai tagliato per la loro cena. Qual è il
tuo nome? La tua casa è vicina? " .
" Sì, signore", rispose educatamente Svasti. " Quei quattro bufali con il
vitello sono affidati a me, e quella è l'erba che ho tagliato per loro. Il mio
nome è Svasti e vivo al di là del fiume, subito fuori del villaggio di Uruve­
la. Ora, signore, qual è il tuo nome e dove abiti? Mi puoi rispondere? " .
"Certo", rispose gentilmente l'uomo. "Il mio nome è Siddhartha e la
mia casa è lontana, ma dimoro in questa foresta" .
26 Libro primo

" Sei un eremita? " .


Siddhartha assentì con i l capo. Svasti sapeva che gli eremiti d i solito vi­
vevano e meditavano sulle montagne.
Benché si fossero appena conosciuti e non avessero scambiato che po­
che parole, Svasti sentiva un caldo legame con il nuovo an1ico. Nessuno a
Uruvela l'aveva mai trattato con tanta amichevolezza, né gli aveva mai par­
lato con tale calore. Una grande felicità sgorgò in lui, e desiderava poter
esprimere in qualche modo la propria gioia. Se soltanto avesse qualcosa da
donare a Siddhartha! Ma le sue tasche erano vuote, neppure un pezzo di
zucchero di canna o di zucchero candito. Cosa offrirgli? Non aveva nulla,
ma chiamò a raccolta tutto il suo coraggio e disse:
" Signore, vorrei possedere qualcosa per fartene dono, ma non ho
nulla" .
Siddhartha lo guardò e sorrise: "Tu possiedi qualcosa che accetterei
con grande piacere " .
"Io? " .
Siddhartha indicò i l mucchio di erba kusa. "L'erba che hai tagliato per i
bufali è soffice e fragrante. Se potessi darmene qualche manciata, ne farei
un cuscino per meditare ai piedi dell'albero. Mi renderebbe davvero fe­
lice".
Gli occhi di Svasti brillavano. Corse al mucchio dell'erba, ne afferrò un
fascio con le gracili braccia e lo presentò a Siddhartha.
"Ho appena colto quest'erba lungo il fiume. Ti prego, accettala. Per i
bufali ne taglierò dell'altra" .
Siddhartha unì le mani in forma di bocciolo di loto e accettò i l dono.
"Ti ringrazio, sei un ragazzo davvero gentile", disse. "Ora vai a tagliare al­
tra erba per i tuoi bufali prima che faccia buio. Se ne hai l'occasione, vieni
di nuovo a trovarmi nella foresta domani pomeriggio" .
Il giovane Svasti chinò la testa in segno di commiato e rimase a guarda­
re Siddhartha scomparire nella foresta. Poi raccolse il falcetto e s' incam­
minò verso il fiume, con il cuore colmo della più calda delle sensazioni.
Era l'inizio dell'autunno, l'erba kusa era ancora tenera e il falcetto aveva il
filo nuovo. Non impiegò molto tempo per tagliare un altro staio.
Svasti ricondusse i bufali alla casa di Rambhul, passando per un basso
guado nel fiume Neranjara. Il vitello era riluttante a lasciare la tenera er­
betta della riva, e Svasti dovette persuaderlo a venir via. Lo staio d'erba
non gli pesava sulle spalle e Svasti guadò il fiume assieme ai bufali.
4

Il cigno ferito

Il mattino seguente di buon'ora Svasti condusse i bufali al pascolo. A


mezzogiorno aveva tagliato tanta erba da riempire due ceste. A Svasti pia­
ceva lasciar pascolare gli animali sulla riva del fiume dalla parte della fore­
sta perché, una volta terminata la raccolta dell'erba, poteva sdraiarsi alla
fresca brezza senza temere che i bufali entrassero in una risaia. Con sé non
aveva altro che il falcetto, lo strumento con cui si guadagnava la vita. Aprì
la foglia di banano in cui Bala aveva awolto il pugno di riso che costituiva
tutto il suo pasto ma, sul punto di mettersi a mangiare, la sua mente corse
a Siddhartha.
"Potrei portare questo riso a Siddhartha, l'eremita", pensò. " Sono sicu­
ro che non lo troverà troppo umile". Riawolse il riso nella foglia e, lasciati
i bufali sul limitare della foresta, rifece il cammino che il giorno prima
l'aveva portato davanti a Siddhartha.
Da lontano vedeva il nuovo amico seduto ai piedi del grande albero di
pippala. Ma Siddhartha non era solo: davanti a lui sedeva una ragazza, cir­
ca della stessa età di Svasti, awolta in un bel sari bianco. Del cibo era po­
sato davanti a Siddhartha, e Svasti si arrestò di colpo. Ma Siddhartha l'ave­
va visto. " Svasti! ", chiamò e gli fece cenno di unirsi a loro.
La ragazza dal bianco sari alzò lo sguard� e Svasti la,riconobbe per
averla incontrata molte volte sulla strada del villaggio. La ragazza si trasse
Ji lato per fargli posto e Siddhartha lo invitò a gesti a sedere. Davanti
all'eremita era posata una foglia di banano che conteneva un pugno di riso
e un pizzico di semi di sesamo. Siddhartha divise il cibo in due parti.

"Hai mangiato, ragazzo? " .


" No, signore" .
"Allora, dividiamocelo" .
Siddhartha gli porse metà del riso. Svasti giunse le mani in segno di rin­
graziamento ma rifiutò. Trasse il suo umile pasto e disse: "Anch'io ho por­
. lato qualcosa".
28 Libro primo

Aprì la foglia di banano che rivelò i chicchi di un grezzo riso bruno, co­
sì diversi dai soffici chicchi bianchi posati sulla foglia di Siddhartha. Non
aveva sesamo. Siddhartha sorrise ai due ragazzi e disse: "Vogliamo mesco­
lare il riso e dividerlo?".
Prese metà del riso bianco, lo intinse nel sesamo e lo porse a Svasti. Poi
ruppe a mezzo la palla di riso di Svasti e prese a mangiarlo con evidente
piacere. Svasti era imbarazzato ma, vedendo la spontaneità di Siddhartha,
iniziò anche lui a mangiare.
"Il vostro riso è delizioso, signore" .
"Sujata l'ha portato" , rispose Siddhartha.
"Dunque il suo nome è Sujata", pensò Svasti. Sembrava poco più gran­
de di lui, forse un anno o due. I grandi occhi scuri sfavillavano. Svasti smi­
se di mangiare e disse: "Ti ho già vista sulla strada del villaggio, ma non sa­
pevo che ti chiamassi Sujata" .
" Sono la figlia del capo villaggio di Uruvela. E il tuo nome è Svasti, ve­
ro? Il maestro Siddhartha mi stava appunto parlando di te" . E aggiunse
con garbo: " Svasti, è più cortese chiamare un monaco 'maestro' che 'si­
gnore' " .
Svasti annuì.
Siddhartha sorrise: "Vedo che non ho bisogno di presentarvi. Sapete,
ragazzi, perché mangio in silenzio? Questi chicchi di riso e questi semi di
sesamo sono così preziosi che mi piace mangiare in silenzio per gustarli
appieno. Sujata, ti è mai capitato di assaggiare il riso bruno? Anche se hai
appena finito di mangiare, assaggia il riso di Svasti. È delizioso. Ora man­
giamo insieme in silenzio; poi, quando avremo finito, vi narrerò una
storia" .
Siddhartha staccò un boccone di riso bruno e lo porse a Sujata, che unì
le mani nel loto e accettò rispettosamente. I tre mangiarono in silenzio nel­
la profonda tranquillità della foresta.
Quando riso e sesfu'TlO furono terminati, Sujata raccolse le foglie di ba­
nano. Da una brocca che aveva accanto versò acqua fresca nell'unico boc­
cale che aveva portato e lo offrì a Siddhartha. Questi lo prese con entram­
be le mani e lo offrì a Svasti. Emozionato, Svasti balbettò: "Ti prego, si­
gnore. . . voglio dire, maestro. . . prendi tu il primo sorso" .
Con voce dolce, Siddhartha rispose: "Prima tu, ragazzo. Desidero che il
primo sorso sia per te" . Di nuovo porse il boccale a Svasti.
Imbarazzatissimo, Svasti non sapeva come sottrarsi a un tale insolito
onore. Unì le mani in ringraziamento e prese il boccale. Trangugiò l'acqua
in un unica, lunga sorsata, poi rese il boccale a Siddhartha. Siddhartha
chiese a Sujata di versare altra acqua. Quando il boccale fu pieno lo acco­
stò alle labbra e bevve a sorsi lenti, con rispetto e profondo piacere. Nel
frattempo Sujata non aveva staccato lo sguardo da Siddhartha e da Svasti.
Il cigno ferito 29

Quando Siddhartha ebbe finito d i bere, chiese a Sujata d i riempire u n ter­


zo boccale. E fu a lei che lo offrì. Sujata posò la brocca, giunse le mani e
accettò il boccale. Lo portò alle labbra e bevve a lenti, piccoli sorsi, così
come aveva fatto Siddhartha. Era consapevole che quella era la prima vol­
ta che beveva dallo stesso boccale in cui aveva bevuto un intoccabile. Ma
se l'aveva fatto Siddhartha, che era il suo maestro, perché non doveva farlo
lei? E non provò nessuna sensazione di essere contaminata. Spontanea­
mente allungò la mano e toccò i capelli del giovane guardiano di bufali.
Avvenne con tale rapidità che Svasti non ebbe il tempo di spostarsi. Sujata
terminò di bere, depose il boccale a terra e sorrise ai suoi due compagni.
Siddhartha approvò con il capo. "Ragazzi, voi avete capito. Gli uomini
nascono senza caste. Tutti piangono lacrime salate e il sangue di tutti è
rosso. È sbagliato dividerli in caste e creare separazione e pregiudizi. Nella
mia meditazione l'ho compreso chiaramente" .
Sujata disse pensosa: " Noi siamo tuoi discepoli e abbiamo fiducia nel
tuo insegnamento, ma non c'è nessun altro come te in questo mondo. Tut­
ti credono che i sudra e gli intoccabili provengano dai piedi del Creatore.
Persino le scritture lo dicono. Nessuno osa pensare in modo diverso".
"Lo so. Ma la verità è la verità, che sia creduta o no. Anche se milioni
credono a una menzogna, questa resta una menzogna. Bisogna avere gran­
de coraggio per vivere in accordo con la verità. Vorrei raccontarvi una sto­
ria della mia fanciullezza.
"Avevo nove anni quando, un giorno, mentre passeggiavo da solo in
giardino, un cigno cadde improvvisamente dal cielo dibattendosi in gran­
de dolore a terra davanti a me. Mi precipitai a raccoglierlo, quando mi ac­
corsi che aveva un'ala trafitta da una freccia. Afferrai con forza la freccia e
la estrassi. L'uccello gridò mentre il sangue scorreva dalla ferita. Chiusi la
ferita con il dito per arrestare l'emorragia e portai l'uccello dentro il palaz­
zo, alla ricerca della dama d'onore, la principessa Sundari. Si prestò a rac­
cogliere delle foglie medicinali e a preparare un cataplasma. n cigno tre­
mava: mi tolsi la giubba e l'avvolsi attorno all'qccello. Quindi lo sistemai
accanto al caminetto reale" .
Siddhartha fece una pausa e guardò il ragazzo. " Non te l'ho ancora det­
to, Svasti, ma nella mia giovinezza ero un principe, figlio del re Suddhoda­
na della città di Kapilavatthu. Sujata lo sapeva già. Stavo per andare a pro­
curare del riso per il cigno quando mio cugino Devadatta, che aveva otto
anni, irruppe nella stanza. Stringeva arco e frecce. Mi chiese tutto agitato:
'Siddhartha, hai visto un cigno bianco cadere qui vicino?'.
"Prima ancora che potessi rispondere, vide il cigno che riposava accan­
to al caminetto. Si precipitò verso l'animale, ma lo fermai: 'Lascia stare
quell'animale ! ' .
" Mio cugino obiettò: ' È mio, io l'ho colpito' .
30 Libro primo

" Mi misi tra il cigno e Devadatta, risoluto a impedirgli di avvicinarsi.


' Questo uccello è ferito, deve restare qui', dissi. 'Lo prendo sotto la mia
protezione'.
" Devadatta era cocciuto e non voleva cedere. Obiettò: 'Ascolta, cugino.
Quando volava nel cielo, questo cigno non apparteneva a nessuno. Ma io
l'ho colpito, e mi spetta di diritto'.
"L'obiezione era giusta, ma le sue parole mi irritarono. Sapevo che
c'era qualcosa di sbagliato, anche se non riuscivo a dire che cosa precisa­
mente. Rimanevo lì, senza parole, sempre più adirato. Volevo prenderlo a
pugni, e non so perché non lo colpii. Poi, capii come dovevo rispondergli.
" 'Cugino, ascolta', gli dissi. 'Coloro che si amano vivono assieme, ma i
nemici vivono separati. Tu volevi ucciderlo, quindi tu e il cigno siete nemi­
ci. L'uccello non può vivere assieme a te. Io l'ho salvato, ho curato la sua
ferita, l'ho riscaldato e stavo per andare a cercargli del cibo quando sei ar­
rivato tu. Il cigno e io ci amiamo, quindi possiamo stare insieme. Questo
uccello ha bisogno di me, non di te"' .
Sujata battè le mani: " Giusto ! Avevi ragione tu ! " .
Siddhartha guardò Svasti: " E tu, che cosa pensi del mio ragionamento? " .
Svasti riflettè brevemente e disse incerto: "Penso che tu avessi ragione,
ma pochi sarebbero d'accordo. La maggior parte delle persone si schiere­
rebbe con Devadatta" .
" È vero" , assentì Siddhartha. "La maggior parte segue effettivamente il
punto di vista di Devadatta.
" Ma voglio dirvi come andò a finire. Poiché non riuscivamo a trovare
una soluzione, decidemmo di sottoporre la cosa agli adulti. Quel giorno, a
palazzo, si teneva una riunione di governo e noi ci precipitammo nell'aula
del tribunale dove tutti erano riuniti. Io portavo il cigno e Devadatta strin­
geva l'arco e le frecce. Esponemmo il caso ai ministri e chiedemmo che lo
giudicassero. Gli affari di stato vennero sospesi per ascoltare prima Deva­
datta e poi me. Discussero a lungo, senza riuscire a trovare un accordo. La
maggioranza sembrava propendere per Devadatta quando improvvisa­
mente mio padre, il re, si schiarì la gola e diede qualche colpetto di tosse. I
ministri tacquero e, ditemi se non vi sembra strano, decisero all'unanimità
che il mio ragionamento era giusto e che il cigno mi spettava. Devadatta
era fuori di sé per la rabbia, ma naturalmente non poteva far nulla.
"Avevo avuto il cigno, ma non ero contento. Ero ancora un bambino,
ma sapevo che la mia vittoria era assai poco onorevole. Il cigno era stato
assegnato a me perché i ministri desideravano compiacere mio padre, e
non perché avevano colto la verità delle mie parole" .
"Che cosa triste" , disse Sujata aggrottando l e sopracciglia.
"Infatti. Poi, rivolgendo la mente all'uccello, mi confortò sapere che
fosse salvo. In caso contrario, sarebbe certamente finito in pentola.
Il cigno ferito 31

"Ben pochi, in questo mondo, guardano con gli occhi della compassio­
ne, e perciò siamo crudeli e spietati l'uno verso l'altro. I forti opprimono i
deboli. Ancora oggi so che il mio ragionamento era giusto, perché nasceva
dall' amore e dalla comprensione. Amore e comprensione possono allevia­
re la sofferenza di tutti gli esseri. La verità è la verità, che la maggioranza la
accetti o no. Per questo, ragazzi, vi dico che occorre un grande coraggio
per sostenere e difendere ciò che è giusto" .
"Maestro, che cosa fu del cigno? " , chiese Sujata.
"Lo curai per quattro giorni. Quando vidi che la ferita era guarita lo la­
sciai libero, consigliandogli di volare lontano per non essere colpito di
nuovo" .
Siddhartha guardò i volti seri e compresi dei ragazzi. "Sujata, rientra in
casa prima che tua madre incominci a preoccuparsi. E tu, Svasti, non è ora
di ritornare dai bufali e tagliare altra erba? L'erba kusa che mi hai donato
ieri è diventata un perfetto cuscino di meditazione. L'ho usato per sedere
la notte scorsa e questa mattina, e la mia meditazione è stata molto serena.
Ho visto con chiarezza varie cose. Mi sei stato di grande aiuto, Svasti. La
mia comprensione si approfondisce, e ne dividerò i frutti con voi. Ora, ri­
tornerò a sedere".
Svasti guardò l'erba con cui Siddhartha si era fatto un cuscino. Gli steli
erano schiacciati e compressi, ma Svasti sapeva che conservavano ancora
morbidezza e fragranza. Ogni tre giorni avrebbe portato al suo maestro
una manciata d'erba appena tagliata per farne un nuovo cuscino. I due ra­
gazzi si alzarono, giunsero le mani e si inchinarono a Siddhartha. Sujata
prese la via di casa e Svasti condusse i bufali a pascolare più in là sulla riva
del fiume.
5

Una ciotola di latte

Tutti i giorni Svasti si recava nella foresta per incontrare Siddhartha.


Se riusciva a tagliare due fasci d'erba prima di mezzogiorno, prendeva il
pasto assieme a lui. Ma la stagione secca avanzava, l'erba si faceva sem­
pre più scarsa, e spesso non poteva raggiungere il suo amico e maestro
prima del pomeriggio inoltrato. A volte, se al suo arrivo Siddhartha era
seduto in meditazione, anche il ragazzo sedeva in silenzio per brevi
momenti. Poi lasciava la foresta senza osare disturbare il suo maestro di
meditazione. Se invece lo vedeva camminare lentamente lungo il sentiero,
si avvicinava e scambiavano semplici parole. Spesso incontrava anche
Sujata, che ogni giorno recava a Siddhartha una palla di riso con del con­
dimento: semi di sesamo, nocciole o un pizzico di curry. Gli portava
anche latte, porridge di riso o canditi. I due ragazzi ebbero molte occa­
sioni di parlarsi al margine della foresta, mentre i bufali pascolavano.
Sujata si faceva accompagnare a volte da un'amica, Supriya, della stessa
età di Svasti. Da parte sua, Svasti desiderava far conoscere Siddhartha al
fratello e alle sorelle. Era certo che potevano attraversare facilmente il
fiume nel punto più basso.
Sujata raccontò a Svasti di avere conosciuto Siddhartha alcuni mesi pri- !

ma, e come da allora gli avesse portato del cibo ogni giorno. Era un giorno
di luna piena. Su richiesta della madre aveva indossato un sari nuovo, di
color rosa, per portare un vassoio di offerte agli dèi della foresta: dolci, lat­
te, congee e miele. Ardeva il sole di mezzogiorno. Mentre si avvicinava al
fiume, Sujata aveva visto un uomo svenuto sulla strada e aveva posato il
vassoio per precipitarsi a soccorrerlo. L'uomo respirava appena e aveva gli
occhi chiusi. Le guance infossate rivelavano che non mangiava da molto
tempo. Dai capelli lunghi, la barba arruffata e l'abito a brandelli, Sujata ri­
conobbe un asceta delle montagne svenuto per la fame. Senza esitare versò
il latte in una ciotola e la accostò alle labbra dell'uomo, facendovi penetra­
re qualche goccia. L'uomo dapprima non reagì, poi le labbra ebbero un
Una ciotola di latte 33

t remito e si aprirono leggermente. Sujata gli colò il latte nella bocca. L'uo­
mo incominciò a bere e in breve la ciotola fu vuota.
Sujata sedette sulla riva del fiume attendendo che l'uomo riprendesse i
sensi. A fatica l'uomo si mise seduto e aprì gli occhi. Vedendola, sorrise. Si
coprì una spalla con la falda dell'abito, incrociò le gambe nella posizione
del loto e incominciò a respirare dapprima in modo stentato, poi sempre
più profondamente. Il suo modo di sedere era saldo e meraviglioso. Pen­
sando che fosse un dio della montagna, Sujata giunse le mani e si prostrò,
ma l'uomo la fermò con un cenno. Sujata si rialzò e l'uomo le disse, con
voce flebile: "Ragazza, versami per favore altro latte" .
Lieta di sentirlo parlare, Sujata riempì di nuovo l a ciotola. L'uomo l a bev­
ve fino in fondo, conscio del nutrimento. Meno di un'ora prima aveva credu­
t o di stare per esalare l'ultimo respiro. Ora lo sguardo era tornato vivo, e sor­
rise dolcemente. Sujata gli chiese come mai era privo di sensi sulla strada.
"Praticavo la meditazione sulle montagne. La rigida disciplina ascetica
indebolì il mio corpo a tal punto che decisi di scendere al villaggio per
mendicare del cibo. Ma arrivare fin qui ha esaurito le mie forze. Tu mi hai
salvato la vita" .
Sedettero vicini sulla riva del fiume e l'uomo rivelò a Sujata chi era:
Siddhartha, figlio di un re del clan degli Sakya. Sujata ascoltava attenta­
mente mentre Siddhartha parlava: " Ho visto che stremare il corpo non
serve per trovare pace e saggezza. Il corpo non è un semplice strumento, è
il tempio dello spirito, la zattera per condurci all'altra sponda. Non prati­
cherò più la mortificazione. Andrò ogni mattina al villaggio per mendicare
il cibo".
Sujata giunse le mani: "Venerabile eremita, se me lo consenti, ti porterò
io il cibo ogni giorno. Non occorre che tu interrompa la tua meditazione.
La mia casa non è lontana, e i miei genitori saranno felici che io ti porti di
che cibarti" .
Siddhartha restò un momento i n silenzio, poi disse: " Sono lieto d i ac­
cettare la tua offerta. Ma, di tanto in tanto, andrò ugualmente a elemosina­
re il cibo al villaggio per conoscere i suoi abitanti'. Vorrei ancl;le incontrare
'
i tuoi genitori e gli altri ragazzi" .
Sujata ne fu felice. Giunse le palme e si inchinò in segno di gratitudine.
L'idea che Siddhartha visitasse la sua casa e conoscesse i suoi genitori era
meravigliosa. Sapeva anche che portargli cibo ogni giorno non sarebbe
stata una privazione, perché la sua famiglia era tra le più ricche del villag­
gio. Ma non glielo disse. Sapeva solo che quel monaco era una persona di
valore, e che offrirgli il cibo era di maggior beneficio che fare dozzine di
offerte agli dèi della foresta. Sujata sentiva che, se Siddhartha approfondi­
va la meditazione, il suo amore e la sua comprensione avrebbero lenito la
sofferenza del mondo.
34 Libro primo

Indicando il monte Dangsiri, nelle cui caverne aveva abitato, Sid­


dhartha disse: "A cominciare da oggi, non tornerò mai più lassù. La fore­
sta è fresca e offre ristoro. Vi cresce uno splendido albero di pippala, di
cui farò il luogo della mia pratica. Domani, quando verrai, porta il cibo a
quell'albero. Vieni, te lo faccio vedere" .
Siddhartha condusse Sujata al di là del fiume, nell'ombrosa foresta che
seguiva l'altra riva del N eranjara, e le mostrò l'albero di pippala ai piedi
del quale si sarebbe seduto in meditazione. Sujata ammirò il fusto massic­
cio e alzò gli occhi ai rami fronzuti che si allargavano come un immenso
baldacchino. Era una specie di baniano, con le foglie cuoriformi che ter­
minavano con una estremità molto appuntita. Ogni foglia era grande come
la sua mano. Sujata rimase in ascolto del vivace cinguettio degli uccelli tra
le fronde. Era davvero un luogo di pace e frescura. In realtà era già venuta
a questo albero, assieme ai genitori, per portare offerte di cibo agli dèi del­
la foresta.
"Ecco la tua nuova casa, maestro" , disse Sujata fissandolo con i tondi
occhi scuri. "Ti verrò a trovare qui tutti i giorni".
Siddhartha annuì. Accompagnò Sujata fuori della foresta e la salutò sul­
la riva del fiume. Poi tornò da solo all'albero di p ip pala.
Da allora, Sujata portò ogni giorno al monaco riso o chappati. A volte,
anche latte o congee. Di tanto in tanto Siddhartha entrava nel villaggio
con la ciotola delle elemosine. Conobbe il padre di Sujata, capo del villag­
gio, e la madre, che indossava uno splendido sari giallo. Sujata lo presentò
ai ragazzi del villaggio e lo condusse dal barbiere perché gli radesse i ca­
pelli e la barba. Siddhartha, che si era rimesso rapidamente in salute, le
disse che la meditazione incominciava a dare frutti. Infine, arrivò il giorno
dell'incontro tra Sujata e Svasti.
Quel giorno Sujata era arrivata presto e Siddhartha le aveva raccontato
dell'incontro con Svasti il giorno avanti. Sujata stava appunto dicendo che
anche lei avrebbe avuto piacere di conoscerlo, quando Svasti arrivò. Da al­
lora in poi, ogni volta che si incontravano, Sujata non dimenticò mai di
informarsi dei suoi fratelli. Assieme alla sua ancella, Purna, si recò persino
nella capanna di Svasti. Purna serviva in casa di Sujata da quando l'altra
ancella, Radha, era morta di tifo. Durante una visita, Sujata portò degli
abiti usati ma ancora utilizzabili e, con grande stupore di Purna, prese in
braccio la piccola Bhima. Ma ammonì Purna di non dire ai suoi genitori
che aveva tenuto in braccio una piccola intoccabile.
Un giorno, i ragazzi del villaggio decisero di andare tutti assieme da
Siddhartha. Svasti condusse tutta la famiglia. Sujata portò le amiche: Bala­
gupta, Vijayasena, Ulluvillike e Jatilika. Invitò anche la cugina sedicenne
Nandabala, che venne con i due fratelli minori: Nalaka, di quattordici an­
ni, e Subash, di nove. I bambini sedettero in semicerchio attorno a
Una ciotola di latte 35

Siddhartha e presero il pasto insieme in silenzio. Svasti aveva insegnato in


anticipo a Bala e Rupak a mangiare con silenziosa dignità. Persino la pic­
cola Bhima, che sedeva in grembo a Svasti, mangiò senza fare rumore, con
gli occhi spalancati.
Svasti aveva portato una bracciata di erba appena tagliata per
Siddhartha. Aveva chiesto al suo amico Gavampati, anche lui guardiano di
bufali, di badare agli animali di Rambhul in modo da poter mangiare con
Siddhartha. Il sole ardeva sui campi ma lì, nella foresta, Siddhartha e i ra­
gazzi si rinfrescavano all'ombra dell'albero di pippala. I suoi rami copriva­
no una superficie pari a quella occupata una dozzina di capanne. I ragazzi
condivisero il cibo. Specialmente Rupak e Bala gustarono il chappati con il
curry e il fragrante riso bianco con sesamo e nocciole. Sujata e Balagupta
avevano portato acqua per tutti. Il cuore di Svasti traboccava di felicità.
L'atmosfera era calma e tranquilla, anche se percorsa da una grande gioia.
In quell' occasione, su richiesta di Sujata, Siddhartha narrò ai ragazzi la
storia della propria vita. Tutti ascoltarono rapiti dall'inizio alla fine.
6

Sotto l'albero di melarosa

Siddhartha aveva nove anni quando gli raccontarono il sogno fatto da


sua madre, mentre era gravida di lui. Uno splendido elefante bianco con
sei zanne era disceso dal cielo, circondato da cori inneggianti. L'elefante
veniva verso di lei, con la pelle candida come neve. Teneva con la probo­
scide uno splendido fiore di loto rosato che depose nel corpo della regina.
Quindi anche l'elefante entrò nel suo corpo, e la regina si sentì ricolma di
gioia e benessere. Sentiva che non avrebbe provato mai più sofferenza, ti­
more o dolore, e si risvegliò trasportata da una sensazione di purissima
beatitudine. La musica eterea udita in sogno le echeggiava ancora nelle
orecchie. Raccontò il sogno al re suo marito, che si stupì grandemente. Il
re convocò i santi della capitale per interpretare il sogno della regina.
Ascoltato attentamente il sogno, essi risposero: "Maestà, la regina par­
torirà un figlio che sarà un grande condottiero. Egli è destinato a divenire
o un potente imperatore che regnerà sulle quattro direzioni o un grande
maestro che mostrerà la Via della Verità a tutti gli esseri del cielo e della
terra. La nostra nazione, maestà, attende da tempo la comparsa di un
Grande siffatto".
Il re Suddhodana era raggiante. Consultatosi con la regina, ordinò di
distribuire viveri dai magazzini reali ai poveri e ai bisognosi del regno. Co­
sì i sudditi del regno degli Sakya condivisero la gioia del re e della regina
per la profezia riguardante il nascituro.
La madre di Siddhartha si chiamava Mahamaya. Donna di grande virtù,
amava tutti gli esseri: uomini, animali e vegetali. In quei tempi era consue­
tudine che la donna facesse ritorno alla casa paterna per partorire. Maha­
maya si mise perciò in viaggio verso Ramagama, la capitale dello stato di
Koliya in cui era nata. Lungo il cammino, si fermò a riposare nel parco di
Lumbini. La foresta traboccava di fiori e di canti di uccelli. I pavoni face­
vano splendide ruote nella luce mattutina. Vedendo un albero di ashok in
piena fioritura, la regina si era incamminata nella sua direzione quando
Sotto l'albero di melarosa 37

perse improvvisamente l'equilibrio e si afferrò a un ramo. Ed ecco che, an­


cora aggrappata al ramo, la regina Mahayama diede alla luce un bambino
di fulgido aspetto.
Le ancelle lavarono il principe e lo avvolsero in pezze di seta gialla. Non
occorreva più raggiungere Ramagama, perciò la regina e il neonato furono
ricondotti a casa sul carro reale tirato da una quadriglia di cavalli. n prin­
cipe venne di nuovo lavato in acqua tiepida e posto sul seno della madre.
Alla notizia del loro arrivo, il re Suddhodana si precipitò dalla moglie e
dal figlio. La sua gioia era infinita e gli occhi gli brillavano. Chiamò il bam­
bino Siddhartha, che significa 'colui che raggiunge lo scopo' . n palazzo era
in festa, e i membri della corte vennero uno per uno a congratularsi con la
regina. Suddhodana convocò immediatamente gli indovini perché legges­
sero il futuro di Siddhartha. Esaminato il bambino, gli indovini dichiararo­
no all'unanimità che il suo corpo presentava i segni di un grande condot­
tiero destinato a reggere un possente regno esteso nelle quattro direzioni.
Era trascorsa una settimana quando giunse a palazzo un sant'uomo di
nome Asita Kaladevela. La sua schiena era piegata per gli anni e aveva do­
vuto appoggiarsi a un bastone per scendere dalla montagna dove viveva.
Le guardie annunciarono l'arrivo del maestro Asita, il re venne ad acco­
glierlo di persona e lo accompagnò dal piccolo principe. n sant'uomo esa­
minò il bambino a lungo e in silenzio. Poi incominciò a piangere, mentre il
corpo tremante si appoggiava al bastone.
Il re Suddhodana, turbato, domandò: "Che cos'è? Prevedi qualche
sventura? " .
Asita s i asciugò le lacrime con la mano e scosse la testa. "Nessuna sven­
tura, maestà. Piango per me stesso, perché vedo che il bambino è dotato
della vera grandezza. Egli conoscerà i misteri dell'universo. Maestà, il
bambino non si occuperà degli affari di stato ma diverrà un grande mae­
stro della Via. Il cielo e la terra saranno la sua casa, e tutti gli esseri la sua
famiglia. Piango perché morirò prima di paterne udire la voce annunciare
la verità che avrà conosciuto. Maestà, tu e il tuo paese possedete una gran­
de virtù per aver generato un bambino come questo" .
Asita s i voltò per andarsene. Il re lo pregò di restare, m a it1vano. Il vec­
chio s'incamminò verso la montagna ma le sue parole avevano gettato in
grande struggimento Suddhodana. Non desiderava che il figlio diventasse
t m monaco, voleva che gli succedesse sul trono ed espandesse i confini del

regno. Pensò il re: " Asita è uno soltanto tra centinaia, tra migliaia di
sant'uomini. Forse s'inganna. Certo gli indovini che hanno predetto che
Siddhartha diventerà un grande imperatore sono nel giusto" . Aggrappan­
dosi a questa speranza, riprese animo.
Otto giorni dopo aver provato l'eccelsa gioia di dare alla luce
Siddhartha, la regina Mahamaya morì. Tutto il regno la pianse. Suddhoda-
38 Libro primo

na fece pervenire alla sorella di lei, Mahapajapati, la richiesta di diventare


la nuova regina. Mahapaj apati, conosciuta anche come Gotami, acconsentì
e si prese cura di Siddhartha come se fosse suo figlio. Crescendo e chie­
dendo della sua reale madre, Siddhartha comprese quanto Gotami avesse
amato la sorella e come in tutto il mondo lei soltanto poteva amarlo come
una vera madre. Grazie alle sue cure, Siddhartha cresceva forte e sano.
Un giorno, guardando Siddhartha giocare nel parco, Gotami pensò che
era abbastanza grande da imparare a indossare con grazia ori e gemme
preziose. Ordinò alle ancelle di recare i gioielli per abbigliarlo ma, con suo
stupore, nessuna gemma riusciva ad accrescere la bellezza del giovane.
Siddhartha si sentiva a disagio, e Gotami comandò di riporre i gioielli ne­
gli scrigni.
Raggiunta l'età scolare Siddhartha studiò l'arte della scrittura, la lettera­
tura, la musica e gli esercizi atletici assieme ai principi della dinastia Sakya.
Tra i compagni di studi c'erano i suoi cugini, Devadatta e Kimbila, e il fi­
glio di un dignitario di corte, un ragazzo di nome Kaludayi. Intelligente di
natura, Siddhartha imparava in fretta. Il loro maestro, Visvamitta, ricono­
sceva l'acutezza di Devadatta ma, mai nella sua carriera, aveva conosciuto
uno scolaro dotato come Siddhartha.
Un giorno, aveva ormai nove anni, a Siddhartha fu concesso di parteci­
pare alla prima aratura rituale dei campi assieme ai compagni. Gotami vol­
le vestirlo personalmente, e lei stessa gli infilò le eleganti pantofole ai pie­
di. Abbigliato sontuosamente, il re Suddhodana presiedeva alla cerimonia.
Sant'uomini e brahmani di alto rango sfilarono sfoggiando abiti e accon­
ciature multicolori. La cerimonia ebbe luogo nei migliori campi del regno,
non lontano dal palazzo. Porte e strade erano pavesate di bandiere e ves­
silli. Pittoresche offerte di cibo e bevande erano deposte sugli altari eretti
lungo la strada. Menestrelli e musicanti giravano tra la calca, aggiungendo
gaiezza e allegria al trambusto festivo. Inni solenni erano intonati dai
sant'uomini, mentre il padre di Siddhartha e i dignitari celebravano il rito.
Siddhartha, Devadatta e Kaludayi occupavano l'ultima fila. I ragazzi erano
eccitati perché, terminato il rituale, ci sarebbe stata una festa sui prati.
L'idea di mangiare all'aperto era invitante. Ma gli inni sembravano andare
avanti all'infinito e i ragazzi diventavano impazienti. Incapaci di resistere
oltre, si allontanarono. Kaludayi si aggrappò alla manica di Siddhartha e
insieme si avviarono verso la musica e le danze. Il sole ardeva e i costumi
degli artisti erano zuppi di sudore. Perle di sudore brillavano sulla fronte
delle danzatrici. Correndo qua e là tra i vari spettacoli, anche Siddhartha si
sentì accaldato e abbandonò gli amici per cercare l'ombra di un albero di
melarosa che cresceva ai margini della strada. Sotto i rami freschi,
Siddhartha si sentì ristorare. In quel momento giunse Gotami che, veden­
do il figlio, gli disse: "Ti ho cercato dappertutto. Dov'eri andato? Devi
Sotto l'albero di melarosa 39

tornare per la conclusione della cerimonia, farebbe molto piacere a tuo


padre " .
"Madre, l a cerimonia è troppo lunga. Perché i sant'uomini cantano
tanto ? " .
"Recitano i Veda, figlio mio. L e scritture contengono un significato
profondo, trasmesso dal Creatore stesso ai brahmani incalcolabili genera­
%ioni addietro. Presto li studierai anche tu" .
"Perché non recita le scritture mio padre, invece dei brahmani? " .
"Figlio mio, solo chi nasce nella casta dei brahmani può recitare le scrit­
ture. Anche i re di grande potere dipendono dai brahmani per le cerimo-
.
me sacre .
,

Siddhartha rifletté alle parole di Gotami. Poi, dopo una lunga pausa,
giunse le mani e la supplicò: " Ti prego, madre, ottieni da mio padre il per­
messo di poter rimanere qui. Sono tanto felice seduto sotto quest'albero di
melarosa " .
Cedendo benevolmente al figlio, Gotarni assentì sorridendo. Gli ca­
rezzò i capelli e tornò indietro.
I brahmani avevano concluso finalmente gli inni. Il re Suddhodana en­
trò nei campi e, accompagnato da due militari di alto grado, arò il primo
solco mentre dalla folla si levavano gli evviva. Quindi tutti i contadini, se­
guendo l'esempio del re, si misero ad arare i propri campi. Udendo gli ev­
viva, Siddhartha corse verso i campi. Si fermò a osservare un bufalo tirare
con sforzo un pesante aratro, seguito da un robusto contadino dalla pelle
bruciata dal sole. L'uomo premeva l'aratro con la sinistra, mentre nella de­
stra stringeva il pungolo per incitare l'animale. Il sole scottava e sul corpo
dell'uomo scorrevano rivoli di sudore. Il solco apriva in due il suolo uber­
toso. Mentre la lama rivoltava la terra, Siddhartha vide che anche i corpi
dei vermi e di altre minuscole creature venivano tagliati in due. E, mentre
si contorcevano, i vermi venivano adocchiati dagli uccelli che li trafiggeva­
no col becco. Poi un grande uccello scese in picchiata e artigliò un uccello
più piccolo.
Assorbito in ciò che vedeva, in piedi sotì:o il sole feroce, anche
Siddhartha si coprì di sudore. Di nuovo si rifugiò all'ombra dell'albero di
melarosa. Aveva assistito a molte cose strane e per lui sconosciute. Sedette
a gambe incrociate e chiuse gli occhi per riflettere a quanto aveva visto. Ri­

mase seduto a lungo, composto ed eretto. Dimentico dei canti, delle danze
c della festa attorno a lui, Siddhartha continuava a sedere, assorbito nelle

i mmagini del campo e delle creature. Quando, più tardi, il re e la regina


passarono lungo la strada, lo trovarono ancora immerso in profonda con­
centrazione. La vista di Siddhartha immobile come una piccola, splendida
statua commosse Gotami fino alle lacrime. Ma il re Suddhodana fu invaso
da un'improvvisa paura: se Siddhartha sapeva sedere con tale solennità an-
40 Libro primo

cora così giovane, forse era vera la profezia di Asita? Troppo agitato per
partecipare alla festa, il re rientrò da solo a palazzo sul cocchio regale.
Accanto all' albero passarono dei poveri ragazzi di campagna, parlando
e ridendo gioiosi. Indicando Siddhartha seduto sotto l'albero di melarosa,
Gotami fece loro cenno di zittire. I ragazzi lo guardarono incuriositi. Pro­
prio allora Siddhartha aprì gli occhi e, vedendo la regina, sorrise.
"Madre" le disse, " recitare le scritture non reca nessun beneficio ai ver­
mi e agli uccelli" .
S i alzò, corse da Gotami e l e prese l a mano. Poi s i accorse dei ragazzi
che lo fissavano. Avevano più o meno la sua stessa età, ma i loro abiti era­
no stracciati, i volti sudici, e le braccia e le gambe gracili muovevano a
pietà. Consapevole del proprio abbigliamento principesco, Siddhartha si
sentì imbarazzato anche se desiderava unirsi con loro a giocare. Sorriden­
do esitante, Siddhartha li salutò e uno dei ragazzi gli restituì il sorriso. Era
quello che Siddhartha aspettava, e chiese a Gotami il permesso di invitarli
alla festa. Gotami dapprima esitò, poi diede l'assenso.
7

In premio un elefante bianco

Quando Siddhartha ebbe quattordici anni, la regina Gotami diede alla


luce un figlio, Nanda. Tutto il palazzo si rallegrò compreso Siddhartha, fe­
lice di avere un fratello minore. Ogni giorno, terminato lo studio, correva
a casa per stare con Nanda. Benché la sua età lo portasse a interessarsi ad
altre cose, portava frequentemente a spasso il piccolo Nanda, accompa­
gnato da Devadatta.
Siddhartha aveva altri tre cugini a cui era molto affezionato: Mahana­
ma, B addhiya e Kimbila. Spesso li invitava a giocare con lui nel parco fio­
rito del palazzo. Gotami era felice di vederli giocare seduta su un sedile di
legno accanto allo stagno dei loti. La sua ancella obbediva sempre con so­
lerzia alla richiesta di portare bevande e dolci per i ragazzi.
Più passavano gli anni e più Siddhartha progrediva negli studi, renden­
do sempre più difficile a Devadatta dissimulare la gelosia. Siddhartha ec­
celleva con naturalezza in tutti i campi, comprese le arti marziali. Devadat­
ta era più forte, ma Siddhartha era più agile e pronto. In matematica, tutti
cedevano alla sua intelligenza. Arjuna, il maestro di matematica, passava
ore a rispondere alle difficili domande di Siddhartha.
Era particolarmente dotato nella musica. Il maestro di musica gli aveva
donato un flauto di rara e preziosa fattura che Siddhar�ha, nelle sere
d'estate, suonava da solo seduto in giardino. A volte le sue ·melodie erano
tenui e tranquille, ma altre volte così sublimi che chi le udiva aveva l'im­
pressione di essere sollevato in alto, al di sopra delle nuvole. Anche Gota­
mi, quando scendevano le sere d'estate, veniva a sedere all'aperto per
ascoltare la musica del figlio. Abbandonava il suo cuore alle note del flau­
to, e una profonda pace la invadeva.
Siddhartha, come ormai conveniva all'età, si diede intensamente allo
studio della religione e della filosofia. Gli vennero insegnati i Veda, di cui
ponderò il significato e le credenze. Dedicò uno studio speciale al Rigveda
e all'Atharvaveda. Sin da piccolo aveva udito i brahmani recitare le scrittu-
42 Libro primo

re e li aveva visti celebrare i riti, e ora incominciava a penetrare anche lui


nelle materie dei sacri insegnamenti. Grande importanza si assegnava ai te­
sti sacri del Brahmanesimo. Le parole e i suoni erano considerati possede­
re un grande potere, capace di influenzare e persino di mutare gli eventi
del mondo naturale. La posizione delle stelle e il susseguirsi delle stagioni
erano intimamente connessi con le preghiere e le offerte rituali. I brahma­
ni erano considerati gli unici capaci di comprendere i misteri del cielo e
della terra, e solo loro sapevano usare la preghiera e il rito per mantenere
il giusto ordinamento dei reami umani e del mondo naturale.
Venne insegnato a Siddhartha che l'universo è stato emanato da un Es­
sere Supremo, chiamato Purusa o Brahman, e che le caste che compongo­
no la società derivano da parti differenti del corpo del Creatore. Tutti pos­
seggono una scintilla del Creatore trascendente e all'essenza universale ap­
partiene la natura fondamentale dell'uomo o anima.
Siddhartha studiò con impegno altri testi brahmanici, compresi i Brah­
mana e le Upanishad. Gli insegnanti desideravano semplicemente istruire
gli allievi nelle credenze tradizionali, ma Siddhartha e i compagni insiste­
vano nel porre domande che li costringevano a menzionare idee moderne
che non sempre sembravano in linea con la tradizione.
Siddhartha aveva convinto gli amici a discutere molti argomenti, nei
giorni liberi dalla scuola, con preti e brahmani di fama della capitale. Gra­
zie a questi incontri, Siddhartha scoprì che nel paese esistevano fazioni che
sfidavano apertamente l'autorità assoluta dei brahmani. A tali fazioni ap­
partenevano non soltanto laici scontenti e desiderosi di partecipare a un
potere da tanto tempo riservato alla sola casta sacerdotale, ma anche brah­
mani favorevoli alle riforme.
Dal giorno in cui, ancora bambino, aveva ricevuto il permesso di invita­
re alla festa reale alcuni ragazzi poveri, gli era stato anche concesso di visi­
tare di tanto in tanto i villaggi che sorgevano attorno alla capitale. In quel­
le occasioni era attento a vestirsi in modo semplice e, parlando diretta­
mente con la gente, Siddhartha aveva appreso molte cose che a palazzo gli
venivano nascoste. Sapeva, naturalmente, che il popolo serviva e adorava
le tre divinità del Brahmanesimo (Brahma, Vishnu e Shiva) , ma scoprì che
il popolo era manipolato e oppresso dai sacerdoti. Per celebrare i riti pre­
scritti per le nascite, i matrimoni e i funerali, i brahmani esigevano una ri­
compensa in cibo, denaro o lavoro, senza tenere minimamente in conto la
povertà delle famiglie.
Un giorno, passando davanti a una capanna di paglia, Siddhartha fu
sorpreso dai lamenti funebri che giungevano dall'interno. Chiese a Deva­
datta di entrare e informarsi sull'accaduto. Il capofamiglia era morto e gli
abitanti della capanna versavano in condizioni miserevoli. La moglie e i fi­
gli erano spaventosamente magri e coperti di cenci. La capanna era sul
In premio un elefante bianco 43

punto di crollare. Il capofamiglia aveva richiesto i servigi di un brahmano


per purificare il luogo prima di ricostruire la cucina ma, prima di eseguire
il rito, il brahmano aveva preteso che l'uomo lavorasse per lui. Per giorni e
giorni aveva dovuto trasportare pietre e spaccare legna. L'uomo si era am­
malato e aveva ricevuto il permesso di tornare a casa ma, lungo la via del
ritorno, era caduto stremato a terra ed era morto.
Le riflessioni di Siddhartha gli facevano mettere in dubbio le asserzioni
fondamentali del Brahmanesimo: che i Veda fossero stati trasmessi a esclu­
sivo beneficio della casta sacerdotale, che Brahma fosse il reggitore supre­
mo dell'universo e che le preghiere e i riti possedessero un potere assolu­
to. Simpatizzava con i preti e i brahmani che ardivano sfidare apertamente
questi dogmi. Siddhartha nutriva grande · interesse per la questione e non
perse mai né una lezione né un dibattito sui Veda. Accanto, continuava a
studiare lingua e storia.
Amava molto discutere con eremiti e monaci ma, poiché suo padre di­
sapprovava, doveva ricorrere a scuse per continuare le spedizioni alla loro
ricerca. Quegli uomini non badavano affatto ai beni materiali e alla condi­
zione sociale, a differenza dei brahmani che erano in aperta competizione
per il potere. I monaci, al contrario, abbandonavano tutto per cercare la li­
berazione e tagliare i legami che vincolano alle pene e alle preoccupazioni
del mondo. Erano uomini che avevano studiato i Veda e le Upanishad e ne
avevano penetrato il senso. Molti di quegli eremiti, venne a sapere
Siddhartha, vivevano in due regni confinanti: il Kosala a occidente e il Ma­
gadha a sud. Siddhartha si augurava di poter, un giorno, conoscere quelle
regioni e studiare seriamente con uomini simili.
Il re Suddhodana conosceva le aspirazioni del figlio. Temeva che un
giorno lasciasse il palazzo per diventare monaco e confidò i suoi timori al
fratello minore, Dronodanaraja, padre di Devadatta e di Ananda.
"Da tempo il regno del Kosala ha messo gli occhi sulle nostre terre. Ab­
biamo bisogno delle qualità di giovani come Siddhartha e Devadatta per
salvaguardare la nostra nazione. Ma ho grande .timore che Siddhartha vo­
glia diventare monaco, secondo la predizione del maestro A;sita Kaladeve­
la. Se ciò accade, è probabile che Devadatta ne segua le orme. Tu conosci
la loro passione per discutere con gli eremiti? " .
Dronodanaraja fu colto di sorpresa dalle parole del re. Dopo aver riflet­
tuto, gli sussurrò all'orecchio: "La mia opinione è che dovresti trovargli
una moglie. Una volta assorbito dai doveri familiari, dovrà abbandonare il
desiderio di diventare monaco" . Il re Suddodhana annuì.
La notte stessa parlò della cosa a Gotami, che promise di occuparsi del
matrimonio. Benché fosse diventata da poco madre di una bambina, la
principessa Sundari Nanda, ben presto incominciò a organizzare incontri
tra la gioventù del regno. Siddhartha partecipò con entusiasmo alle serate
44 Libro primo

musicali, alle gare atletiche e alle gite. Si fece molti nuovi amici, tanto ra­
gazzi che ragazze.
Il re Suddhodana aveva una sorella più giovane, Pamita, che aveva spo­
sato il re Dandapani del Koliya. La regale coppia risiedeva tanto a Rama­
gama, capitale del Koliya, che a Kapilavatthu. Gli Sakya e i Koliya erano
amici da molte generazioni, e li separava soltanto il fiume Rohini. Le due
capitali distavano appena una giornata di viaggio. Su richiesta di Gotami,
il re e la regina del Koliya accettarono di organizzare un incontro di arti
marziali nella piana del lago Kunau. Il re Suddhodana presiedette perso­
nalmente all'evento per incoraggiare i giovani del regno a sviluppare la
forza fisica e le virtù guerriere. Tutti i giovani della capitale, maschi e fem­
mine, furono invitati a partecipare. Le ragazze non gareggiavano, ma inco­
raggiavano i ragazzi con applausi e acclamazioni. Incaricata di accogliere
gli ospiti fu Y asodhara, figlia della regina Pamita e del re Dandapani. Era
una giovane bella e amabile, di una grazia fresca e naturale.
Siddhartha vinse tutte le gare, compreso il tiro con l'arco, la scherma, la
corsa a cavallo e il sollevamento dei pesi. E fu Y asodhara a consegnargli il
premio, un bianco elefante. Con le mani giunte e un lieve inchino, la fan­
ciulla gli disse, con voce nobile e serena: "Principe Siddhartha, ti prego di
accettare questo elefante per la meritata vittoria. Così come ti prego di ac­
cogliere le mie più sentite congratulazioni" .
Il portamento della principessa era leggiadro e spontaneo, e il modo di
vestire elegante e raffinato. Il sorriso aveva la freschezza di un loto schiuso
a metà. Siddhartha si inchinò, la fissò negli occhi e, con voce assai dolce, le
disse: "Ti ringrazio, principessa".
Devadatta stava dietro Siddhartha, insoddisfatto per essere arrivato sol­
tanto secondo. Amareggiato perché Y asodhara non si era neppure accorta
di lui, colpì con cattiveria un punto sensibile sulla proboscide dell'elefan­
te. Vinto dal dolore, l'animale cadde sulle ginocchia.
Siddhartha lo fissò con severità: " Cugino, hai commesso una crudeltà".
Strofinò la proboscide dell'elefante, parlandogli in tono sommesso.
Lentamente l'elefante si rimise in piedi e chinò il capo in segno di ringra­
ziamento al principe. Tutti applaudirono. Siddhartha salì sul dorso
dell'animale e si snodò la trionfante sfilata. Guidato dal suo istruttore,
l'elefante bianco compì il giro della città di Kapilavatthu portando
Siddhartha, mentre il popolo inneggiava. Yasodhara veniva a fianco, cam­
minando con passi lenti e aggraziati.
8

La collana di diamanti

Più si avvicinava ai vent'anni, più Siddhartha trovava soffocante la vita


a palazzo e si spingeva oltre i territori della città per conoscere le più lon­
tane regioni. Lo accompagnava il suo fedele servitore, Channa, e di tanto
in tanto si univano gli amici o i fratelli. Channa era il cocchiere, e a turno
lui e Siddhartha tenevano le redini. Poiché il secondo non usava mai la
frusta, neppure il primo se ne serviva.
Siddhartha visitò tutti gli angoli del regno degli Sakya, dalle aspre colli­
ne settentrionali ai piedi dell'Himalaya, alle vaste pianure meridionali. La
capitale, Kapilavatthu, sorgeva nella regione più ricca e popolosa delle pia­
nure. In paragone ai regni vicini del Kosala e del Magadha, quello degli
Sakya era relativamente piccolo, ma guadagnava in posizione ciò che difet­
tava in estensione. Le sue fertili pianure erano irrigate dai fiumi Rohini e
Banaganga, che si univano nell'Hiranyavati prima di gettarsi nel Gange. A
Siddhartha piaceva sedere sulle rive della Banaganga, guardando l'acqua
scorrere.
I contadini credevano che le acque della Banaganga purificassero dal
cattivo karma, tanto di questa che delle vite passate, e si immergevano di
frequente nell'acqua, molto spesso gelida. Un giorno, seduto sulla riva in
compagnia del servitore, Siddhartha gli chiese: "Channa, <?redi anche tu
che questo fiume possa purificare dal cattivo karma? " .
"Così dev'essere, altezza. Altrimenti, perché mai tante persone verreb­
bero a bagnarvisi? " .
Siddhartha sorrise. "Se è così, i pesci, i gamberi e l e ostriche che vivono
nelle sue acque saranno le creature più pure e virtuose di tutte ! " .
"Quel che s i può affermare d i sicuro" , disse Channa, "è che bagnarsi in
questo fiume toglie lo sporco e la polvere dei corpi ! " .
Siddhartha rise e gli battè sulla spalla: "Con questo, sono perfettamente
d'accordo" .
In un'altra occasione, ritornando a palazzo, Siddhartha fu stupito di ve-
46 Libro primo

dere in un povero villaggio Y asodhara che, assistita dalle ancelle, curava i


bambini afflitti da disturbi della vista, malattie della pelle, febbre e altre
in disposizioni. Y asodhara vestiva semplicemente, ma sembrava una dea
scesa tra i poveri. Siddhartha si commosse alla vista della figlia di una fa­
miglia reale mettere da parte i lussi per occuparsi dei reietti. Disinfettava
gli occhi e la pelle, distribuiva medicamenti e lavava le sudice vesti.
"Principessa" la interrogò Siddhartha, " da quanto tempo ti occupi di
queste cose? È molto bello vederti qui" .
"Da quasi due anni, altezza" rispose Yasodhara, sollevando gli occhi
dal braccino di una bimba che stava lavando. "Ma è solo la seconda volta
che vengo in questo villaggio" .
"Mi fermo spesso qui, i bambini mi conoscono bene. Ciò che fai deve
darti una grande soddisfazione, principessa".
Y asodhara sorrise senza rispondere, e si piegò di nuovo sul braccino di
cui si stava occupando.
Quel giorno Siddhartha poté parlare a lungo con Y asodhara. Con sor­
presa scoprì che condivideva molte sue idee. Yasodhara non era soddisfat­
ta di chiudersi nei quartieri femminili, in cieca obbedienza alla tradizione.
Aveva studiato i Veda e si opponeva segretamente alle ingiustizie sociali.
Come Siddhartha, non gioiva della situazione di membro privilegiato di
una ricca famiglia reale. Aborriva le lotte per il potere dei cortigiani e dei
brahmani. Sapeva che, come donna, non aveva grandi possibilità di influi­
re sui cambiamenti sociali, e aveva trovato il modo di esprimere le proprie
convinzioni attraverso le opere caritatevoli. Sperava che il suo comporta­
mento servisse di esempio agli amici.
Sin dal primo sguardo Siddhartha aveva sentito una particolare affinità
con Y asodhara, e ora era conquistato da ogni sua parola. Suo padre aveva
espresso il desiderio di vederlo sposato, e forse Y asodhara era la donna
giusta. Nelle serate musicali e nelle competizioni atletiche, Siddhartha ave­
va conosciuto molte splendide fanciulle, ma Y asodhara non solo era la più
bella, era l'unica con cui si sentisse a suo agio.
Un giorno la regina Gotami organizzò una festa per tutte le fanciulle
della capitale e domandò l'aiuto di Pamita, madre di Yasodhara. Ogni fan­
ciulla avrebbe ricevuto in dono un gioiello. La regina Pamita suggerì che
fosse Siddhartha a presentare i doni, così come Y asodhara aveva onorato i
partecipanti delle gare atletiche. Avrebbero presenziato il re Suddhodana
e la famiglia reale.
La festa si svolse in una sera deliziosamente fresca. Cibi e bevande era­
no apparecchiati nelle sale del palazzo, mentre i musici intrattenevano gli
ospiti. Alla luce ondeggiante delle lanterne ornate di fiori giungevano le
eleganti fanciulle, abbigliate in sari vivaci sfavillanti di fili d'oro. Una per
una sfilarono davanti ai dignitari reali, al re e alla regina. Siddhartha, in
La collana di diamanti 47

abiti principeschi, stava dietro una tavola coperta di perle, ori e pietre pre­
ziose per offrirle a un migliaio di fanciulle.
Siddhartha dapprima si era rifiutato di presentare personalmente i do­
ni, ma Gotami e Pamita l'avevano supplicato. "Le ospiti si sentiranno ono­
rate e felici di ricevere il dono direttamente dalle tue mani, cerca di capir­
lo" , gli aveva detto Pamita con un sorriso accattivante. Siddhartha, che
non voleva rifiutarsi di rendere gli altri felici, accondiscese. Ma ora, alla
presenza di un migliaio di fanciulle, non sapeva come scegliere un dono
adatto a ciascuna. Per arrivare di fronte a Siddhartha, ogni invitata sfilava
davanti a tutti i presenti. La prima fu Soma, figlia di un principe. Seguen­
do le istruzioni di Pamita, salì gli scalini del palco reale, si inchinò al re, al­
la regina e ai dignitari, e si diresse lentamente verso Siddhartha. Chinò il
capo e Siddhartha si inchinò in risposta. Poi le offrì un filo di giade. I pre­
senti applaudirono per esprimere approvazione e Soma si inchinò. Ringra­
ziò con voce tanto sommessa che Siddhartha non ne udì le parole.
Seconda venne Rohini, chiamata così in onore del fiume. Siddhartha
non provava neppure a distinguere tra le fanciulle scegliendo un gioiello
particolarmente adatto alla bellezza e alla grazia di ciascuna, ma prendeva
la prima cosa che gli capitava sotto mano e quella offriva. Così, nonostante
l'alto numero delle invitate, l'offerta dei doni procedeva spedita. Verso le
dieci di sera, la maggior parte dei gioielli era stata distribuita. L'ultima del­
la fila doveva essere Sela ma, quando anche Siddhartha pensava di avere
terminato il suo compito, una fanciulla si staccò dalla folla per avvicinarsi
lentamente al palco reale. Era Yasodhara. Indossava un sari color avorio,
semplice e fresco come la brezza mattutina. Si inchinò al re e alla regina
poi, sempre aggraziata e spontanea, si avvicinò a Siddhartha, sorrise e do­
mandò: "Ha vostra altezza qualcosa anche per me? " .
Siddhartha guardò Yasodhara e poi, confuso, quanto restava sulla tavo­
la. Era turbato, perché nulla era degno della sua bellezza. D'un tratto sor­
rise, slacciò la collana che portava al collo e la tese a Y asodhara: "Ecco il
mio dono per te, principessa" .
Yasodhara scosse il capo. "Sono venuta per renderti onore ; come potrei
sottratti la tua collana? " .
Siddhartha rispose: "Mia madre, l a regina Gotami, dice spesso che sto
molto meglio senza gioielli. Ti prego, principessa, accetta il dono " .
L e fece cenno di avvicinarsi e allacciò le gemme splendenti al suo collo.
Gli ospiti scoppiarono in un applauso, e sembrava che gli evviva non finis­
sero mai. Tutti si alzarono in piedi per esprimere il gioioso consenso.
9

La via della compassione

Le nozze tra Siddhartha e Y asodhara si celebrarono l'autunno seguen­


te. Giubilo e feste corsero in tutto il regno. La capitale, Kapilavatthu, si
addobbò di bandiere, fiori e lanterne, e per ogni dove si udiva musica. Do­
vunque si recassero, alte acclamazioni accoglievano la carrozza di
Siddhartha e Y asodhara. Visitarono remoti villaggi, portando cibo e abiti
in dono ai poveri.
Il re Suddhodana sorvegliò la costruzione di tre palazzi per la giovane
coppia, uno per ogni stagione. Il palazzo d'estate sorse nel magnifico sce­
nario delle colline, mentre il palazzo d'inverno e quello della stagione delle
piogge furono eretti nella capitale. Ogni palazzo aveva stagni di fiori di lo­
to: stagni per i loti azzurrini, stagni per i loti rosati e stagni per i loti bian­
chi. Gli abiti, le pantofole e il legno di sandalo che bruciavano ogni giorno
furono fatti venire da Varanasi, capitale del regno dei Kasi, a sud-ovest.
Vedendo il figlio imboccare la strada che si augurava, il re Suddhodana
si era rasserenato. Scelse personalmente i migliori musici e le più abili dan­
zatrici per fornire piacevole svago al figlio e alla nuora.
Ma, per Siddhartha e Y asodhara, la gioia non veniva dalle comodità e
dai lussi della ricchezza e della condizione sociale. Gioia era aprirsi reci­
procamente il cuore e confidarsi i più segreti pensieri. Non li dilettavano il
cibo raffinato e squisito, né gli splendidi abiti di seta. Pur sapendo apprez­
zare l'arte dei musici e delle danzatrici, non se ne lasciavano ammaliare.
Nutrivano un loro sogno: trovare le risposte ai problemi dello spirito e al
rinnovamento sociale.
L'estate seguente, mentre il fedele Channa, servitore del principe nella
sua fanciullezza, li conduceva verso il palazzo d'estate, Siddhartha fece ve­
dere a Y asodhara parti del regno che le erano sconosciute. Si fermarono
più giorni in ogni località, dormendo nelle abitazioni dei contadini, divi­
dendone il semplice cibo e riposando sui letti a doghe di legno. Così impa­
rarono molte cose sulla vita e le usanze di ciascun luogo.
La via della compassione 49

A volte si imbattevano in una tremenda miseria. Videro famiglie con nove


o dieci bambini, tutti sofferenti per qualche malattia. Benché si affaticassero
notte e giorno, i genitori non riuscivano a sfamare una prole tanto numerosa.
Gli stenti erano inseparabili dalla vita dei contadini. Siddhartha vide bambi­
ni con braccia e gambe sottili come stecchini, e ventri gonfi per i vermi e la
denutrizione. Vide storpi e malati costretti a mendicare per la via, e quella vi­
sta gli toglieva ogni possibilità di essere felice. Vide situazioni irreversibili
perché, oltre alla povertà e alle malattie, il popolo era oppresso dai brahma­
ni, senza nessuno a cui presentare le proprie lagnanze. La capitale era troppo
lontana e, anche se l'avessero raggiunta, chi li avrebbe ascoltati? Sapeva che
neppure il re aveva il potere di cambiare quello stato di cose.
Aveva compreso da molto tempo gli intrighi di corte, dove ogni dignita­
rio pensava a difendere e aumentare il proprio potere, non ad alleviare le
sofferenze dei bisognosi. Aveva visto i complotti intestini, e non sentiva
che disgusto per la politica. Sapeva che anche l'autorità paterna era fragile
e soggetta a restrizioni, che un re non era libero ma imprigionato nella sua
stessa carica. Il padre conosceva l'avidità e la corruzione di molti dei suoi
dignitari, ma doveva appoggiarsi a essi per garantire la stabilità del regno.
Siddhartha capiva che, quando fosse stato al posto del padre, avrebbe do­
vuto comportarsi nello stesso modo. Sapeva che la situazione sarebbe
cambiata solo se le persone avessero vinto l'avidità e l'invidia che covava­
no nel cuore. Ed ecco che il desiderio di trovare la via della liberazione
spirituale si era riacceso.
Y asodhara era intelligente e intuitiva. Capiva i desideri di Siddhartha e
aveva fiducia che, se avesse deciso di seguire il sentiero della liberazione,
avrebbe avuto successo. Ma era anche una persona pratica. La ricerca po­
teva durare mesi, addirittura anni, e intanto la sofferenza avrebbe conti­
nuato a circondarli ogni giorno. Per questo riteneva che occorresse fare
qualcosa subito. Discusse con Siddhartha i modi per alleviare le pene dei
più poveri. Si era impegnata per anni in quella direzione, i suoi sforzi ave­
vano alleviato in parte la miseria e avevano dato pn po' di pace e felicità al
suo cuore. Pensava che, con il sostegno affettuoso di Siddha.r;tha, avrebbe
potuto continuare a lungo quel lavoro.
Da Kapilavatthu giungeva intanto una pioggia di regali per soddisfare le
necessità estive della giovane coppia. Siddhartha e Y asodhara rimandaro­
no indietro la maggior parte dei servitori, trattenendone solo alcuni per
aiutarli in giardino, in cucina e nella conduzione del palazzo. Naturalmen­
te, si avvalsero dei servigi di Channa. Yasodhara organizzò la vita quoti­
diana con la massima semplicità. Andava di persona in cucina per dirigere
la preparazione dei semplici piatti che piacevano a Siddhartha e si occupa­
va con le proprie mani dei vestiti dello sposo. Chiese aiuto a Siddhartha
nell'opera assistenziale che aveva in animo di proseguire quando fossero
50 Libro primo

ritornati nella capitale. Siddhartha capiva il suo bisogno di impegnarsi nel­


le attività sociali e non mancò mai di offrirle appoggio. Grazie a ciò, Ya­
sodhara riponeva sempre maggior fiducia nel marito.
Ma Siddhartha, sebbene intendesse la validità degli intenti di Yasodha­
ra, era convinto che quella via non poteva, da sola, portare la vera pace.
Vedeva gli uomini intrappolati non solo nella malattia e nell'ingiustizia so­
ciale, ma nelle pene e nelle passioni che allevavano nel proprio cuore e
nella propria mente. Se, prima o poi, Y asodhara fosse stata preda della
paura, della rabbia, dell'amarezza o della delusione, dove avrebbe trovato
la forza per continuare la sua opera? Siddhartha aveva già conosciuto il so­
spetto, la frustrazione e il dolore nel vedere come andavano le cose a pa­
lazzo e nella società. Sapeva che solo il raggiungimento della pace interiore
poteva costituire la base per un vero impegno sociale. Non confidò tali
pensieri a Y asodhara, temendo che non le avrebbero portato altro che
sgomento e incertezza.
Rientrata al palazzo d'inverno, la coppia riceveva un continuo flusso di
ospiti. Y asodhara accoglieva con calore e rispetto parenti e amici, ma la sua
maggiore premura andava alle discussioni tra Siddhartha e gli ospiti a pro­
posito della filosofia e della religione, e del loro rapporto con la politica e la
società. Benché indaffarata a dirigere la servitù, Yasodhara non perdeva
una sola parola. Sperava di scoprire, tra il novero degli amici, qualcuno che
volesse unirsi a lei nell'aiuto ai poveri, ma pochi dimostrarono anche il mi­
nimo interesse. La maggioranza aveva a cuore le feste e i divertimenti. No­
nostante ciò, Siddhartha e Yasodhara li accoglievano con liberalità.
Oltre a Siddhartha, un'unica persona capiva e appoggiava sinceramente
gli sforzi di Yasodhara: Gotami, la regina Mahapajapati. La regina manife­
stava molta premura nei riguardi della felicità della nuora perché sapeva
che, se Yasodhara era contenta, anche Siddhartha lo era. Ma non era l'uni­
ca ragione del suo appoggio. Gotami era una donna compassionevole e,
sin dalla prima visita che avevano fatto assieme a un misero villaggio, ave­
va capito immediatamente il valore dell'operato di Yasodhara. Non erano
soltanto i beni materiali, come il riso, la farina, gli abiti e i medicinali, ma
lo sguardo affettuoso, le mani soccorrevoli e il cuore colmo d'amore di
una persona che rispondeva toccata dalle sofferenze umane.
La regina Mahapajapati era diversa dalle altre donne del palazzo. Dice­
va spesso a Y asodhara che le donne stanno alla pari degli uomini per sag­
gezza e forza, e che devono addossarsi le responsabilità sociali. Se le don­
ne hanno la capacità di dare calore e felicità alla famiglia, non c'è motivo
di confinarle in cucina o a palazzo. Gotami aveva trovato nella nuora una
persona con cui condividere una vera amicizia; Y asodhara era, come lei,
riflessiva e indipendente. La regina non si limitò ad approvarla, ma parte­
cipò al suo lavoro.
10

Il nascituro

Il re Suddhodana aveva espresso il desiderio che Siddhartha passasse


più tempo al suo fianco, per istruire il figlio nella politica e negli affari di
corte. Il principe veniva invitato alle riunioni ufficiali, a volte assieme alla
corte e a volte con il solo re. Siddhartha vi prestava la massima attenzione
e comprese che i problemi politici, economici e militari che affliggono
qualunque regno hanno le radici nell'ambizione egoistica dei politici che,
preoccupati soltanto del potere personale, non si impegnano nella ricerca
di sistemi illuminati volti al bene comune. Vedendo dignitari corrotti si­
mulare virtù e principi morali, il cuore di Siddhartha si riempiva di sde­
gno. Ma, non avendo alternative, era costretto a nasconderlo.
"Perché non presenti delle idee alla corte, invece di stare seduto in si­
lenzio ? " , gli domandò un giorno il re Suddhodana alla fine della lunga riu­
nione con un gran numero di dignitari.
Siddhartha guardò suo padre. "Io ho idee, ma sarebbe inutile esporle. In­
dicano soltanto la malattia, e non ho ancora trovato una cura per le ambizio­
ni egoistiche dei membri della corte. Prendiamo V essamitta: il suo potere a
corte è grande, eppure sai bene che è corrotto. Più di una volta ha tentato di
usurpare la tua autorità, ciò nonostante sei costretto a dipend�re dai suoi
servigi. Perché? Perché sai che, se non facessi così, scoppierebbéil caos" .
Il re guardò a lungo il figlio senza parlare. Infine disse: "Siddhartha, sai
bene che, per mantenere la pace nella propria famiglia e nel paese, occorre
tollerare determinate cose. Il mio potere è limitato ma sono certo che, se
volessi cingere la corona, saresti un re molto migliore di me. Hai il talento
necessario per purgare la corte dalla corruzione, impedendo nello stesso
tempo che il paese cada nel caos " .
"Padre" sospirò Siddhartha, "non credo si tratti di talento. Ritengo che
il problema fondamentale sia la liberazione del proprio cuore e della pro­
pria mente. Anch'io sono irretito da sentimenti di rabbia, gelosia, paura e
desiderio" .
52 Libro primo

Questi dialoghi con il figlio accrescevano la preoccupazione del re


Suddhodana. Si era reso conto dell'eccezionale profondità di Siddhartha e
di come fosse diversa la loro visione del mondo. Eppure conservava la spe­
ranza che, col passare del tempo, Siddhartha finisse per accettare il pro­
prio ruolo e lo svolgesse nel modo più degno.
Oltre ai doveri di corte e alla collaborazione con Yasodhara, Siddhartha
continuava a visitare brahmani e monaci di fama, e a studiare con loro. Sa­
peva che il fine della religione non si limitava allo studio delle sacre scrit­
ture ma comprendeva la pratica della meditazione per ottenere la libera­
zione del cuore e della mente, e cercava di conoscere la meditazione più a
fondo. Applicava tutto quello che apprendeva con i suoi studi alla vita
quotidiana a palazzo, e divideva con Y asodhara ogni intuizione.
" Gopa" le diceva, usando il nomignolo affettuoso con cui amava chia­
marla, "forse anche tu dovresti praticare la meditazione. Donerebbe pace
al tuo cuore e ti darebbe la forza di continuare il tuo lavoro" .
Y asodhara seguì il consiglio. Per quanto il lavoro l a tenesse molto occu­
pata, riservava un periodo di tempo alla meditazione. Marito e moglie se­
devano spesso vicini in silenzio. I servitori non li importunavano, e musici
e danzatrici furono pregati di esibirsi più lontano.
Sin da fanciullo a Siddhartha erano stati insegnati i quattro stadi della
vita di un brahmano. Nella giovinezza, un brahmano studia i Veda.
Nell'età matura si sposa, alleva i figli e si pone al servizio della società. Nel
terzo stadio, quando i figli sono ormai adulti, si ritira dal mondo e si vota
agli studi religiosi. Nel quarto stadio, scioltosi da vincoli e doveri, può ab­
bracciare la vita del monaco. Siddhartha vi aveva riflettuto, concludendo
che in vecchiaia non c'è più tempo per studiare la Via. Non intendeva
aspettare tanto a lungo.
"Perché non vivere i quattro modi assieme? Perché non è possibile vi­
vere una vita religiosa occupandosi della famiglia? " .
Siddhartha voleva studiare e praticare la Via entro l a vita normale, ma
non poteva trattenersi dal pensare a illustri maestri di luoghi distanti, co­
me Savatthi o Rajagaha. Era sicuro che, se fosse riuscito a studiare con tali
maestri, avrebbe fatto maggiori progressi. Tutti i monaci e gli studiosi da
cui si recava di frequente gli avevano fatto il nome di grandi maestri, quali
Alara Kalama e Uddaka Ramaputta. Tutti aspiravano a studiare con figure
tanto elevate, e ogni giorno Siddhartha sentiva il desiderio farsi sempre
più urgente.
Un pomeriggio Yasodhara tornò a casa addolorata. Non rivolgeva la
parola a nessuno. Era morto un bambino che curava da più di una setti­
mana e, nonostante gli sforzi, non aveva potuto strapparlo agli artigli della
morte. Sopraffatta dalla pena, sedette in meditazione mentre le lacrime le
rigavano le guance. Non riusciva a trattenersi. Quando Siddhartha rientrò
Il nascituro 53

da una riunione a corte, scoppiò nuovamente in lacrime. Siddhartha la


prese tra le braccia per consolarla.
"Gopa, domani verrò con te al funerale. Piangi pure, sfoga il tuo dolo­
re. Nascita, vecchiaia, malattia e morte sono i gravi pesi che portiamo in
questa vita. Ciò che è accaduto a quel bambino potrebbe cogliere ognuno
di noi in qualsiasi momento" .
" Ogni giorno" disse Yasodhara tra i singhiozzi, "vedo l a verità di ciò
che dici. Le mie mani sono così piccole in confronto alla vastità della sof­
ferenza. Il cuore trabocca di pena e di angoscia. Marito mio, mostrami, ti
prego, come superare la sofferenza nel mio cuore" .
Siddhartha la tenne stretta tra le braccia. " Moglie mia, anch'io cerco
una via per superare la sofferenza e l'angoscia del cuore. Ho conosciuto la
condizione della società e degli esseri umani ma, nonostante i miei sforzi,
non ho ancora visto la via alla liberazione. Eppure sono certo di trovare un
giorno una via per tutti noi. Gopa, abbi fede in me" .
"La fede in te, mio caro, non mi è mai mancata. So che, se decidi di de­
dicarti a qualcosa, perseveri fino a riuscirvi. So che, un giorno, ti spoglierai
della ricchezza e dei privilegi per cercare la Via. Di una cosa solo ti prego,
non lasdarmi proprio adesso. Ho bisogno di te" .
Siddhartha le sollevò il mento e la fissò negli occhi: "No, non intendo
!asciarti adesso. Ma solo quando, quando . . . " .
Y asodhara gli chiuse la bocca con l a mano. "Ti prego, Siddhartha, non
dire altro. Devo farti una domanda: se avessimo un bambino, preferiresti
un maschio o una femmina? " .
Siddhartha ebbe un sussulto e la guardò intensamente: "Vorresti dire
che . . . , saresti forse . . . .
"

Yasodhara annuì. Si indicò il ventre e disse: " Sono così felice di portare
il frutto del nostro amore. Voglio che sia un uomo come te, con la tua in­
telligenza e la tua gentilezza " .
Siddhartha l a strinse a sé. Al colmo della gioia avvertì le avvisaglie del
timore. Ma ugualmente sorrise e disse: " Maschio o femmina la mia felicità
sarà uguale, fin tanto che abbia la tua stessa compassione e ::ìaggezza. Go-
'
pa, l'hai detto alla regina? " .
"Tu sei l'unico a saperlo. Questa sera andrò a palazzo e lo dirò alla regi­
na Gotami, chiedendole consiglio su come avere la massima cura del na­
scituro. L'indomani lo dirò a mia madre, la regina Pamita. Sono certa che
tutti ne gioiranno " .
Siddhartha assentì. Sapeva che sua madre l'avrebbe riferito immediata­
mente al padre. Il re avrebbe esultato e organizzato senza dubbio un ban­
chetto. Siddhartha sentì che i legami che lo vincolavano alla vita di palazzo
si stringevano.
11

Un flauto al chiaro di luna

Udayin, Devadatta, Kimbila, Bhadya, Mahanama, Kaludayi e Anu­


ruddha erano gli amici più assidui nel venire a discutere di politica e di eti­
ca con Siddhartha. Assieme ad Ananda e Nanda, erano destinati a diventa­
re i suoi più stretti consiglieri quando fosse salito al trono. Amavano aprire
i dibattiti solo dopo molti bicchieri di vino. Siddhartha, assecondando i
desideri degli amici, ordinava spesso ai musici e alle danzatrici reali di pro­
trarre lo spettacolo fino a notte alta.
Devadatta si accalorava senza stancarsi in argomentazioni politiche,
mentre Udayin e Mahanama controbattevano indefessamente ogni punto.
Siddhartha parlava poco. A volte, durante una danza o una canzone,
Siddhartha cercava con gli occhi Anuruddha e lo vedeva ciondolare, se­
miaddormentato e palesemente stanco della serata. Allora gli dava un col­
petto col gomito e assieme sgattaiolavano all'aperto, per guardare la luna e
ascoltare il suono del torrente. Anuruddha era il fratello minore di Maha­
nama. Loro padre era il principe Amritodana, zio paterno di Siddhartha.
Anuruddha era un giovane affabile e di bell'aspetto, molto ammirato dalle
dame di corte anche se, personalmente, non si sentiva incline alle avventu­
re amorose. A volte Siddhartha e Anuruddha sedevano in giardino fino al­
la mezzanotte. A quell'ora gli amici, troppo pieni di vino o troppo stanchi
per continuare a discutere, si erano ritirati nelle stanze degli ospiti e
Siddhartha prendeva il flauto e suonava al chiaro di luna. Gopa posava su
un masso un piccolo incensiere e sedeva in silenzio, ascoltando la dolce
musica levarsi e calare nella notte tiepida.
n tempo passava e si avvicinava per y asodhara il momento di partorire.
La regina Pamita l'aveva sollevata dal dovere di partorire nella casa pater­
na, in quanto Pamita viveva stabilmente a Kapilavatthu. Con l'aiuto della
regina Mahapajapati, Pamita assoldò le migliori levatrici della capitale.
Quando iniziarono le doglie, entrambe le regine erano presenti. Il palazzo
era pervaso da un'atmosfera di solenne attesa. Anche se il re Suddhodana
Un flauto al chiaro di luna 55

non era presente, Siddhartha sapeva che attendeva con ansia nei suoi ap­
partamenti.
Quando le doglie si trasformarono in travaglio, Y asodhara venne porta­
ta nelle camere interne. Splendeva il sole di mezzogiorno quando, all'im­
provviso, il cielo si ricoperse di nubi, come se la mano di un dio avesse na­
scosto il sole. Siddhartha sedeva fuori. Due pareti lo dividevano dalla mo­
glie, ma poteva udime le grida. Ad ogni momento la sua ansia cresceva.
Ora i gemiti di Y asodhara si succedevano senza intervalli, e Siddhartha era
fuori di sé. I gemiti della moglie gli spezzavano il cuore e non riusciva più
a sedere fermo. Si alzò e iniziò a percorrere la sala a grandi passi. A volte
le urla di Y asodhara si facevano tanto forti che Siddhartha non poteva re­
primere il panico. Sua madre, la regina Mahamaya, era morta mettendolo
alla luce: un dolore che non poteva dimenticare. Ora era il momento di
y asodhara di dare alla luce un bambino, suo figlio. n parto era un passag­
gio sperimentato da quasi tutte le donne sposate, un passaggio irto di peri­
coli, compreso il rischio della morte. A volte morivano sia la madre sia il
bambino.
Rammentando quanto aveva imparato molti mesi prima da un monaco,
Siddhartha sedette, assunse la posizione del loto e provò a controllare la
mente e il cuore. Il momento era una vera prova, voleva mantenere il cuo­
re calmo anche tra le urla di Y asodhara. D'improvviso l'immagine del neo­
nato gli si formò nella mente, l'immagine di suo figlio. Tutti gli augurava­
no un figlio e sarebbero stati felici per lui. Siddhartha stesso lo desiderava.
Ma ora, nell'intensità del momento, comprese l'immensa portata della na­
scita di un figlio. Non aveva ancora trovato la sua via, non sapeva ancora
dove sarebbe andato, ed ecco che stava per avere un figlio. Non era una
disgrazia per il bambino?
Le urla di Yasodhara si erano interrotte. Siddhartha si alzò. Cos'era ac­
caduto? Sentiva il battito del suo cuore. Osservò ancora il respiro per cal­
marsi. E, in quel momento, udì un pianto: il bambino era nato !
Siddhartha si asciugò il sudore dalla fronte.
La regina Gotami aprì la porta e sorrise, e. Siddhartha seppe che Ya­
sodhara era viva. La regina sedette davanti a lui e annurkiò: "Gopa ha
partorito un maschietto" .
Siddhartha sorrise a sua volta e guardò l a madre con gratitudine.
"Lo chiamerò Rahula".
Il pomeriggio andò a vedere moglie e figlio. Y asodhara lo guardò con
occhi pieni d'amore. Il bambino le giaceva accanto, così avvolto nella seta
che Siddhartha riuscì a scorgerne soltanto il viso paffuto. Guardò Y a­
sodhara, come per chiederle qualcosa. Yasodhara capì e gli fece cenno di
prendere Rahula. Siddhartha prese il bambino in braccio, sotto gli occhi
di Y asodhara. Gli sembrò di galleggiare, ma aveva il cuore pesante.
56 Libro primo

Y asodhara stette a riposo per diversi giorni. La regina Gotami si occu­


pava di tutto, dal cibo speciale al fuoco per scaldare madre e figlio. Quan­
do ritornarono a palazzo, Siddhartha sollevò il bambino e si stupì di quan­
to fragile e preziosa fosse la vita umana. Ricordò il giorno in cui, assieme a
Y asodhara, aveva partecipato ai funerali del bambino di quattro anni. Il
cadaverino giaceva ancora sul letto di morte. La vita era svanita, la pelle
era cerea ed esangue, il corpo ridotto a pelle e ossa. Inginocchiata accanto
al letto, la madre si asciugava le lacrime per scoppiare di nuovo in pianto.
Arrivò un brahmano per il rito funebre. I vicini, che avevano passato la
notte nella veglia, deposero il corpicino su una lettiga di bambù e si awia­
rono verso il fiume . Siddhartha e Y asodhara si accodarono alla povera
processione contadina. Sulla riva era stata allestita una semplice pira. Se­
guendo le istruzioni del brahmano, i portatori immersero il corpo nel fiu­
me. Poi lo estrassero e lo deposero a terra, perché l'acqua scolasse. Era un
rito di purificazione, credevano che le acque del fiume Banaganga lavasse­
ro il cattivo karma. Un uomo spruzzò di profumo la pira funeraria, su cui
deposero il corpo. Il brahmano girò attorno alla pira con una torcia acce­
sa, cantando. Siddhartha riconobbe alcuni passi dei Veda. Compiuta la
terza circumambulazione, il brahmano accostò la torcia alla pira che prese
immediatamente fuoco. La madre, i fratelli e le sorelle del bambino sin­
ghiozzavano. Il fuoco consumò rapidamente il piccolo corpo. Siddhartha
vide gli occhi di Y asodhara riempirsi di lacrime. Anche lui aveva voglia di
piangere e aveva pensato: "Bambino, bambino, dove stai tornando? " .
Siddhartha restituì Rahula a Yasodhara. Uscì e sedette d a solo in giardi­
no fino a che cadde l'oscurità della sera. Un servitore gli si awicinò: "Al­
tezza, la regina mi ha mandato a cercarti. È giunto il tuo reale genitore" .
Siddhartha rientrò. L e torce del palazzo erano accese e le fiamme guiz­
zavano.
12

Kanthaka

Yasodhara si ristabiliva rapidamente e presto poté tornare alla propria


opera, pur dedicando molto tempo al piccolo Rahula. Un giorno di prima­
vera, dietro insistenza della regina Gotami, Channa condusse Siddhartha e
Yasodhara a fare una gita in campagna. Si fecero accompagnare da Rahula
e da una giovane ancella di nome Ratna.
Un sole piacevole illuminava le foglioline tenere, mentre gli uccelli can­
tavano sui rami in boccio degli alberi di melarosa e di ashok. Channa
mise i cavalli a un comodo trotto. I contadini, riconoscendo la coppia
principesca, si alzavano e la riverivano. In vista della riva del fiume Bana­
ganga, Channa diede uno strattone alle redini e arrestò il cocchio. La
strada era bloccata da un uomo riverso a terra. Braccia e gambe erano
raccolte contro il petto, e tutto il corpo tremava. Gemiti uscivano dalla
bocca semiaperta. Siddhartha balzò a terra, seguito da Channa. L'uomo
non dimostrava più di trent'anni. Siddhartha gli prese la mano e disse a
Channa: " Sembra un attacco di febbre. Massaggiamolo, e vediamo se
giova" .
Channa scosse l a testa. "Altezza, questi non sono i sintomi di una sem­
plice febbre. Temo che abbia contratto un male assai più grave, contro il
·

quale non si conoscono cure" . :


" Sei sicuro ? " , chiese Siddhartha. "Non potremmo portarlo dal chirurgo
reale? " .
"Altezza, neppure il chirurgo reale saprebbe curarlo. H o sentito che si
tratta di un male altamente contagioso. Se lo caricassimo sul cocchio po­
trebbe infettare tua moglie, tuo figlio e te stesso. Ti scongiuro, per la tua
stessa salvezza, lascia la mano di quest'uomo" .
Ma Siddhartha non la lasciava. La guardò, poi guardò la propria. Aveva
sempre goduto di ottima salute ma ora, contemplando quell'uomo della
sua stessa età, tutto ciò che aveva dato per scontato si dissolveva di colpo.
Dal fiume giungevano lamentazioni funebri. Cercò con lo sguardo e vide
58 Libro primo

una pira. Gli inni si intrecciavano ai gemiti di dolore e al crepitio delle


fiamme che si alzavano dalla catasta.
Siddhartha rivolse l 'attenzione all'uomo: aveva smesso di respirare. Gli
occhi vitrei fissavano il cielo. Siddhartha gli lasciò la mano e gli chiuse dol­
cemente gli occhi. Quando si rialzò, vide Y asodhara dietro di sé. Per quan­
to tempo era rimasta lì? Siddhartha non si era accorto della sua presenza.
Gli disse in un soffio: "Marito, ti prego, lavati le mani nel fiume. E an­
che tu, Channa. Poi raggiungiamo il villaggio più vicino e avvertiamo le
autorità, perché si occupino del corpo".
Non avevano più cuore di continuare la gita primaverile. Siddhartha
chiese a Channa di girare il cocchio, e sulla via del ritorno nessuno disse
una parola.
La notte, il sonno di Yasodhara fu disturbato da tre strani sogni . Nel
primo vide una vacca bianca sulla cui testa splendeva una gemma, fulgida
come la stella polare. La vacca attraversava Kapilavatthu, in direzione del­
la porta della città. Dall'altare di Indra risuonò una voce divina: "Se non
catturate la vacca, nessuna luce brillerà più nella capitale" . Tutti i cittadini
si misero in caccia, ma nessuno riuscì a catturarla. La vacca uscì dalla por­
ta e scomparve.
Nel secondo sogno vide quattro re degli dèi dei cieli che, dalla cima del
monte Sumeru, irradiavano luce sulla città di Kapilavatthu. D'improvviso
la bandiera dell'altare di Indra ebbe un violento sussulto e cadde a terra.
Fiori di tutti i colori cadevano come pioggia dal cielo e il suono dei canti
celesti echeggiava nella capitale.
Nel terzo sogno Yasodhara udì una voce profonda che scosse i cieli: "Il
tempo è venuto ! Il tempo è venuto ! " . Atterrita, guardò il seggio di
Siddhartha e vide che era vuoto. I fiori di gelsomino nei capelli di Y a­
sodhara caddero al suolo e si trasformarono in polvere. Gli abiti e gli orna­
menti lasciati da Siddhartha sul seggio vuoto si tramutarono in un serpen­
te che strisciò via attraverso la porta. Y asodhara era in preda al panico. Ed
ecco che riudì, tutti insieme, il muggito della vacca bianca oltre le porte
della città, lo sbattere della bandiera sull'altare di Indra e la voce celeste
che gridava: "Il tempo è venuto! Il tempo è venuto ! " .
Y asodhara si svegliò. Aveva la fronte madida di sudore. Si girò verso
Siddhartha e lo scosse: "Siddhartha, Siddhartha, svegliati ! " .
Siddhartha si svegliò immediatamente. Le accarezzò i capelli per cal­
marla e le chiese: "Che cosa hai sognato, Gopa? Racconta".
Yasodhara raccontò i tre sogni e chiese: " Sono un presagio? Inc#cano
·

che presto mi lascerai per cercare la Via ? " .


Siddhartha rimase in silenzio, poi la consolò: "Gopa, non temere. Tu
sei una donna saggia e sei la mia compagna, l'unica che mi può aiutare ad
avere successo nella mia ricerca. Mi capisci più di chiunque altro. Se do-
Kanthaka 59

vrò lasciarti e andare lontano d a te, s o che hai il coraggio di continuare la


tua opera. Ti occuperai di nostro figlio e lo alleverai con amore. Anche se
me ne andassi, anche se fossi lontano da te, il mio amore per te resterà
inalterato. Non smetterò mai di amarti, Gopa. Sapendo ciò, sopporterai la
nostra separazione. E, quando avrò trovato la Via, ritornerò da te e da no­
stro figlio. Ora, ti prego, cerca di riposare" .
Quelle parole, pronunciate con tanta dolcezza, entrarono nel cuore di
Yasodhara. Tranquillizzata, chiuse gli occhi e si riaddormentò.
Il mattino seguente Siddhartha si recò dal padre: "Mio reale padre,
supplico il tuo permesso di lasciare il palazzo e diventare monaco per cer­
care la via dell'illuminazione " .
Il r e trasalì. Sapeva che u n simile giorno poteva arrivare, m a non si
aspettava che si presentasse così all'improvviso. Dopo un lungo momento
guardò il figlio e disse: "Ci sono stati dei monaci nella storia della nostra
famiglia, ma nessuno alla tua giovane età. Tutti hanno atteso di avere pas­
sato i cinquanta. Perché non puoi aspettare? Tuo figlio è ancora piccolo, e
il paese si affida a te".
"Padre, un giorno sul trono sarebbe come un giorno sui carboni arden­
ti. Se il mio cuore non è in pace, come posso meritarmi la fiducia tua e del
popolo? Ho visto la rapidità del tempo, e so che la giovinezza non è diver­
sa. Ti supplico, concedimi il tuo permesso" .
Il re non abbandonava l a speranza di dissuaderlo: "Pensa al tuo paese,
ai tuoi genitori, a Yasodhara e a tuo figlio ancora in fasce" .
"Padre, proprio perché penso a voi tutti ti supplico di concedermi di
partire. Non voglio fuggire le mie responsabilità. Sai bene, padre, che non
puoi liberare il mio cuore dalla sofferenza, non più di quanto tu possa li­
berare il tuo " .
Il re si alzò e afferrò la mano del figlio. " Siddhartha, tu sai quanto ho
bisogno di te. Su te solo ho riposto tutte le mie speranze. Non mi abban­
donare" .
"Mai t i abbandonerò . Domando solo il perrpesso d i allontanarmi per
un certo tempo. Quando avrò trovato la Via, ritornerò" .
Un'onda di dolore attraversò il volto del re. Suddhodana non disse al­
tro e si ritirò nei suoi appartamenti.
Più tardi la regina Gotami venne a passare il giorno con Yasodhara.
Nelle prime ore della sera giunsero anche gli amici di Siddhartha: Udayin,
Devadatta, Ananda, Bhadya, Anuruddha, Kimbila e Bhadrika. Udayin
aveva organizzato una festa, portando con sé le migliori danzatrici della
capitale. Il palazzo splendeva alle luci della festa.
Gotami rivelò a Y asodhara che Udayin era stato convocato dal re, con
il compito di fare tutto il possibile per trattenere Siddhartha. La festa di
quella sera era la prima mossa del piano di Udayin.
60 Libro primo

Y asodhara, prima di ritirarsi con Gotami nei suoi appartamenti, ordinò


alle ancelle di preparare cibo e bevande. Siddhartha in persona accolse gli
ospiti. Era la luna piena del mese di Uttarasalha. Quando la musica inco­
minciò, la luna apparve oltre le cime degli alberi nel cielo sud-orientale.
Gotami si confidò fino a tarda ora con Y asodhara, quindi si accomiatò
per rientrare nelle proprie stanze. Y asodhara la accompagnò fino alla ve­
randa, da cui vide la luna piena alta nel cielo notturno. La festa era al cul­
mine. Dall'interno proveniva il suono della musica, conversazioni e risate.
Y asodhara si accomiatò da Gotami al cancello principale e andò alla ricer­
ca di Channa, che già dormiva. Y asodhara lo svegliò bisbigliandogli: "È
probabile che questa notte i l principe abbia bisogno dei tuoi servigi. Sella
Kanthaka, e un altro cavallo per te" .
"Altezza, dove intende recarsi il principe? " .
"Non fare domande. Fai come ho detto, perché probabilmente il prin­
cipe vorrà il suo cavallo" .
Channa annuì e s i diresse alle scuderie. Y asodhara rientrò, preparò gli
abiti da viaggio e li dispose sul seggio di Siddhartha. Coprì Rahula con
una coperta leggera e si coricò. I suoni continuavano come prima, musica,
chiacchiere e risate, e dovette attendere a lungo prima che si affievolissero
e cessassero. Allora seppe che gli ospiti si erano ritirati nelle loro stanze.
Y asodhara giaceva tranquilla mentre il palazzo sprofondava nel silenzio.
Attese a lungo, ma Siddhartha non rientrava.
Sedeva da solo in giardino, in contemplazione del chiarore lunare e
delle stelle che brillavano a centinaia. Aveva deciso di lasciare il palazzo
quella notte stessa. Finalmente rientrò e indossò gli abiti da viaggio prepa­
rati per lui. Scostò la tenda del letto. Gopa era distesa, certo addormen­
tata. A fianco aveva Rahula. Desiderò dirle addio, ma esitò. Si erano già
detti tutto. Svegliandola, non avrebbe fatto che rendere più doloroso il
distacco. Lasciò ricadere la tenda e si voltò per andarsene. Esitò una
seconda volta. Scostò di nuovo la tenda per guardare per l'ultima volta la
moglie e il figlio. Li contemplò a lungo, come per imprimere nella memo­
ria quell'immagine amata e familiare. Infine lasciò ricadere la tenda e uscì
dalla stanza.
Attraversando il salone delle feste, Siddhartha vide le danzatrici addor­
mentate e gettate scompostamente qua e là sui tappeti. Le pettinature era­
no sfatte e scarmigliate, le bocche pendule e aperte come pesci morti. Le
braccia, morbide e leggere durante la danza, rigide come assi. Le gambe
erano gettate di traverso sugli altri corpi, e la scena ricordava dei cadaveri
in un campo di battaglia. Siddhartha aveva la sensazione di attraversare un
cimitero.
Raggiunse le scuderie, dove trovò Channa desto.
"Channa, ti prego di sellare Kanthaka e di portarmelo " .
Kanthaka 61

Channa annuì, tutto era pronto. Kanthaka aveva già sella e morso.
"Posso accompagnarti, mio principe? " , domandò Channa.
Siddhartha assentì e Channa andò a prendere la sua cavalcatura, poi
portarono gli animali fuori del palazzo. Siddhartha si fermò e accarezzò la
criniera di Kanthaka. "Kanthaka" gli parlò, " questa è una notte decisiva.
Servimi al meglio in questo viaggio" .
Siddhartha montò i n sella a Kanthaka, e Channa al suo cavallo. Sinora
avevano proceduto a piedi per non fare rumore. Le guardie erano profon­
damente addormentate, e varcarono la porta della città senza intoppi.
Quando ebbero messo in mezzo una buona distanza, Siddhartha si voltò
per dare un ultimo sguardo alla capitale, distesa silente sotto la luna piena.
In quel luogo Siddhartha era nato e cresciuto, in quella città aveva provato
tante gioie e dolori, tanti timori e speranze. Tra quelle stesse mura dormi­
vano i suoi cari: suo padre, Gotami, Y asodhara, Rahula e tutti gli altri.
Sussurrò tra sé: "Finché non avrò trovato la Via, non tornerò a Kapila­
vatthu " .
Girò i l cavallo verso sud e Kanthaka partì al galoppo.
L3

Gli inizi della pratica spirituale

Benché galoppassero a briglia sciolta, non raggiunsero i confini del re­


gno degli Sakya che all'alba. Davanti a loro scorreva il fiume Anoma, che
discesero fino a un punto guadabile dai cavalli. Ancora una lunga galoppa­
ta e giunsero al limitare di una foresta. Un cervo saettò tra gli alberi. Gli
uccelli gli volavano vicini, non intimoriti dalla presenza dell'uomo.
Siddhartha smontò e, sorridendo, accarezzò la criniera di Kanthaka.
" Sei stato meraviglioso, Kanthaka. Mi hai portato fin qui e per questo ti
ringrazio" .
il cavallo alzò la testa e guardò con affetto il padrone. Siddhartha
estrasse dalla sella una spada e, afferrandosi con la mano sinistra i lunghi
capelli, li tagliò con la destra. Channa smontò, e Siddhartha gli tese i ca­
pelli e la spada. In ultimo si tolse la collana.
" Channa, prendi i miei capelli, la spada e la collana, e portali a mio
padre. Digli di avere fede in me. Non ho lasciato il palazzo per sottrarmi
da egoista alle mie responsabilità. Me ne vado per beneficio di voi tutti e
di tutti gli esseri. Consola il re e la regina. Conforta Yasodhara. Te ne
prego" .
Channa prese l a collana, in lacrime. " Altezza, tutti saranno profonda­
mente addolorati. Non so cosa dirò al re, alla regina e a tua moglie. E tu,
come potrai dormire ai piedi degli alberi come gli asceti, quando non hai
conosciuto altro che soffici giacigli e morbide coperte? " .
Siddhartha sorrise. " Non temere, Channa. Posso anch'io vivere a quel
modo. Tu devi fare ritorno e annunciare la mia decisione prima che inco­
mincino a preoccuparsi per la mia scomparsa. Adesso, lasciami solo " .
"Te ne prego, altezza, permettimi di restare con te e di servirti" , disse
Channa asciugandosi le lacrime. "Abbi pietà di me, non farmi portare una
notizia tanto dolorosa a coloro che amo" .
Siddhartha gli batté affettuosamente sulla spalla, mentre assumeva un
tono solenne: "Channa, è di assoluta importanza che tu informi la mia fa-
Gli inizi della pratica spirituale 63

miglia. Se ti sono caro, fai come dico. Non ho bisogno di te qui, i monaci
non hanno servitori. Ora, ti prego, ritorna a palazzo ! " .
Riluttante, Channa obbedì. Ripose con cura i capelli e la collana all'in­
terno della giubba, e rinfilò la spada sotto la sella di Kanthaka. Poi afferrò
il braccio di Siddhartha e lo supplicò: "Farò come dici. Ma ti prego, altez­
za, ricordati di me, ricordati di tutti noi. Non mancare di tornare quando
avrai trovato la Via " .
Siddhartha annuì e l o rassicurò con u n sorriso. Poi accarezzò l a testa di
Kanthaka. " Kanthaka, amico mio, ritorna a casa" .
Channa salì a cavallo, reggendo le briglie .di Kanthaka. Kanthaka si
voltò a guardare Siddhartha per l'ultima volta, con gli occhi umidi come
Channa.
Siddhartha attese finché Channa e i cavalli scomparvero, poi si voltò
verso la foresta per iniziare la sua nuova vita. Il cielo sarebbe stato il suo
tetto e la foresta il suo palazzo. Era pervaso da un senso di pace e conten­
tezza. In quel momento un uomo sbucò dal folto. Dall'abito Siddhartha
pensò che fosse un monaco, ma un più attento esame gli rivelò che l'uomo
brandiva un arco e portava sulla schiena una faretra.
"Tu sei un cacciatore, vero ? " , lo interrogò Siddhartha.
" Esatto" , rispose l'uomo.
" Se è così, perché vesti come un monaco? " .
"Grazie a questo abito" disse allegramente il cacciatore, "gli animali
non mi temono, e posso abbatterli con facilità".
Siddhartha scosse il capo. "Ecco come usurpi la compassione di coloro
che seguono un sentiero spirituale. Vorresti scambiare il tuo abito con il
mio? " .
Il cacciatore lo guardò meglio e vide che indossava abiti regali di inesti­
mabile valore.
" Davvero vuoi fare cambio? " , chiese.
" Certo. Vendendo questi abiti otterrai molto denaro che ti consentirà
di smettere di andare a caccia e di iniziare un lavqro nuovo. Quanto a me,
voglio diventare un monaco e mi serve un abito come il tuo" . ;
Esultante, il cacciatore accettò il cambio e corse via. Ora Siddhartha
aveva l'aspetto di un vero monaco. Entrò nella foresta e scelse un albero ai
cui piedi sedere. Sedette nella sua prima meditazione di monaco senza ca­
sa. Dopo un interminabile, ultimo giorno a palazzo e una notte autunnale
a cavallo, finalmente provava una splendida pace. Sedette in meditazione
assaporando e alimentando il senso di libertà che l'aveva colmato sin dal
primo passo nella foresta.
Il sole che filtrava tra i rami si posò sulle ciglia di Siddhartha. Ap rì gli
occhi: davanti a lui stava un monaco. Il volto e il corpo erano scarni e pro­
vati da una vita di penitenze. Siddhartha si alzò e giunse le mani in saluto.
64 Libro primo

Raccontò al monaco di avere or ora abbandonato la casa ma di non avere


ancora avuto occasione di essere accettato da un maestro. Rivelò l'inten­
zione di dirigersi a sud, al centro spirituale del maestro Alara Kalama, do­
ve avrebbe chiesto di entrare come discepolo.
Il monaco gli disse che lui stesso aveva studiato con il maestro Alara
Kalama, e che il maestro aveva appena aperto un centro subito a nord del­
la città di Vesali. Più di quattrocento discepoli si raccoglievano in quel
luogo per riceverne l'insegnamento. Poiché conosceva la strada, sarebbe
stato lieto di accompagnarlo.
Siddhartha lo seguì. Attraversarono la foresta e presero un sentiero che
serpeggiava su per una collina, immergendosi in un'altra foresta. Cammi­
narono fino a mezzogiorno. Allora il monaco insegnò a Siddhartha come
sfamarsi con frutti selvatici ed erbe commestibili. Spiegò che, in mancanza
di frutti o di erbe, si potevano scavare le radici. Sapendo che la sua dimora
nella foresta sarebbe stata molto lunga, Siddhartha chiese il nome delle
piante commestibili e mandò a mente tutto quanto il monaco gli diceva.
Scoprì che l'asceta si nutriva soltanto di frutti, erbe e radici. Si chiamava
Barghava. Il maestro Alara Kalama, gli spiegò Barghava, non era un asceta
e i suoi discepoli, oltre ai cibi selvatici, mendicavano o accettavano offerte
dai villaggi vicini.
Nove giorni più tardi raggiunsero il centro nella foresta di Alara Kala­
ma, nei pressi di Anupiya. Arrivarono mentre il maestro Alara teneva un
discorso a più di quattrocento discepoli. Dimostrava una settantina d'anni
e, benché d'aspetto fragile ed emaciato, il suo sguardo brillava e la voce ri­
suonava come un tamburo. Siddhartha e il compagno si fermarono oltre il
cerchio dei discepoli per ascoltare l'insegnamento. Terminato il discorso, i
discepoli si sparpagliarono nella foresta per la pratica individuale.
Siddhartha si avvicinò e, dopo essersi presentato, disse rispettosamente:
"Venerabile maestro, ti prego di accettarmi tra i tuoi discepoli. Desidero
vivere e studiare sotto la tua guida" .
Il maestro l o ascoltò e lo osservò con attenzione, poi diede il suo assen­
so. "Siddhartha, sono lieto di accettarti. Puoi rimanere. Se praticherai se­
guendo le mie istruzioni, realizzerai in breve l'insegnamento " .
Siddhartha s i prostrò per manifestare l a propria gioia.
Il maestro Alara viveva in una capanna di paglia costruita dai discepoli.
Sparse nella foresta sorgevano le capanne dei seguaci. Quella notte
Siddhartha dormì in uno spiazzo pianeggiante, l.J.Sando per cuscino la radi­
ce di un albero. Esausto dal viaggio, dormì profondamente fino a mattina.
Si svegliò col sole alto e la foresta che risuonava già del canto degli uccelli.
Si rizzò a sedere. I monaci avevano terminato la meditazione mattutina e si
disponevano a recarsi in città per mendicare il cibo. Siddhartha ricevette
una ciotola e le istruzioni su come questuare.
Gli inizi della pratica spirituale 65

Reggendo la ciotola, seguì i monaci nella città di Vesali. Mendicando


pn la prima volta in vita sua, Siddhartha fu colpito dallo stretto legame tra
1 nonaci e laici, perché il nutrimento dei monaci dipendeva dalla comunità
dci laici. Apprese il modo corretto di tenere la ciotola, come camminare e
si are fermo, come ricevere l'offerta di cibo e le preghiere da recitare in rin­
)•, raziamento al donatore. Siddhartha ricevette, quel giorno, riso e curry.
Tornò con i nuovi compagni nella foresta, dove tutti sedettero per man­
l'.iare. Terminato il pasto si recò dal maestro Alara per ricevere istruzioni
s p i rituali. Alara sedeva in profonda meditazione e Siddhartha sedette in si­
k·nzio di fronte al maestro, cercando di concentrare la mente. Dovette at­
l ,·ndere a lungo prima che Alara aprisse gli occhi. Allora si prostrò e ri­
<h iese gli insegnamenti.
Alara parlò al nuovo discepolo della fede e della diligenza, e gli insegnò
l ' uso del respiro per sviluppare la concentrazione. "Il mio insegnamento"
s p i egò, "non è soltanto teorico. La conoscenza si ottiene attraverso l'espe­
rienza diretta e l' ottenimento reale, non con il dibattito intellettuale. Per
< ' I J trare negli stati meditativi occorre sbarazzarsi di tutti i pensieri riguardo
,d passato e al futuro. Devi concentrarti esclusivamente sulla liberazione" .
Siddhartha lo interrogò su come controllare il corpo e le sensazioni,
q t 1 indi ringraziò rispettosamente il maestro e s'incamminò lentamente alla
ricerca di un luogo nella foresta adatto alla pratica. Con rami e fronde co­
si ruì una piccola capanna sotto un albero di sala. Praticava con diligenza
,., ogni cinque o sei giorni, chiedeva consiglio ad Alara sull e difficoltà in­
contrate. In breve tempo aveva fatto considerevoli progressi.
Sedendo in meditazione riusciva a lasciar andare i pensieri e l'attacca-
1 ncnto per il passato e il futuro, ed entrava in uno stato di beatitudine e
1 1 1 irabile serenità. Ma sentiva ancora vivi i semi tanto del pensiero che
dell'attaccamento. Alcune settimane più tardi, Siddhartha raggiunse uno
�; l ato meditativo più elevato in cui i semi del pensiero e dell'attaccamento
:;i dissolsero. Quihdi sperimentò lo stato concentrativo in cui cessano di
, ·sistere tanto la beatitudine che la non beatitudine. Gli sembrava che le
,·inque porte della percezione sensoriale si fossero chiuse del �utto, e che il
�;uo cuore fosse immobile come un lago in una giornata priva èli vento.

Riferì ad Alara i frutti della pratica e il maestro ne fu impressionato. Gli


' l isse che aveva fatto notevoli progressi in uno spazio di tempo brevissimo,
'· gli insegnò come entrare nello stato chiamato il reame dello spazio infini­
In. In esso la mente diventa una con l'infinito, tutti i fenomeni materiali
' ,·ssano di prodursi e lo spazio è visto come l'illimitata sorgente di tutte le
' ·osc.
Siddhartha seguì le istruzioni e indirizzò gli sforzi all ' ottenimento di
q 1 1csto stato, che raggiunse in tre giorni. Ma sentiva che anche l'esperienza
, kllo spazio infinito non lo liberava dalle ansie e dai dolori più profondi.
66 Libro primo

Pur dimorando in quella consapevolezza continuava ad avvertire la pre­


senza di ostacoli, e ricorse di nuovo ad Alara. " Devi fare un passo più in
là" , gli disse il maestro. "Il reame dello spazio infinito è della stessa sostan­
za della tua mente. Non si tratta di un oggetto della coscienza, ma della
tua coscienza stessa. Devi quindi fare esperienza del reame della coscienza
infinita".
Siddhartha ritornò alla sua capanna. I n due giorni realizzò i l reame del­
la coscienza ùifinita. Vide che la propria mente era presente in tutti i feno­
meni dell'universo. Eppure, si sentiva ancora oppresso dalle ansie e dalle
afflizioni più profonde. Ancora una volta espose ad Alara le sue difficoltà.
Il maestro lo guardò con immenso rispetto. " Sei realmente vicino all'otte­
nimento ultimo" , disse. "Ritorna nella tua capanna e medita sulla natura
illusoria di tutti i fenomeni. L'intero universo è una creazione della mente.
La mente è la fonte di tutti i fenomeni. Forme, suoni, odori, gusti e sensa­
zioni tattili come il caldo e il freddo, il duro e il molle, sono creazioni della
mente. Non esistono nel modo in cui crediamo. La coscienza è come un
pittore che dà forma a ogni fenomeno. Se riesci a ottenere il reame della
non materialità, avrai completato l'opera. Il reame della non materialità è
lo stato in cui si comprende che nessun fenomeno esiste al di fuori della
mente" .
Il giovane monaco giunse le mani in segno di gratitudine e ritornò nella
foresta.
Studiando con Alara Kalama, Siddhartha aveva conosciuto molti altri
monaci, e tutti si sentivano attratti dalla sua grazia e la sua cortesia. Spes­
so, prima che potesse provvedere da sé alla propria nutrizione, scopriva
del cibo che lo attendeva fuori della capanna: banane o una palla di riso
!asciatagli segretamente da un altro monaco. Molti desideravano aiutarlo
per poter imparare da lui, avendo udito il maestro elogiarne i progressi.
Una volta Alara l'aveva interrogato sul suo passato , scoprendo che
Siddhartha era un principe. Ma, se i monaci gli facevano domande sul suo
passato regale, si limitava a sorridere e a dire con modestia: " Niente di im­
portante. Molto meglio parlare delle nostre esperienze di praticanti della
.
V1a " .
In meno di un mese Siddhartha ottenne lo stato del reame della non ma­
terialità. Felice di avere raggiunto tale stato di coscienza, impiegò le setti­
mane successive nel tentativo di utilizzarlo per dissolvere gli ostacoli più
profondi della mente e del cuore. Eppure, sebbene il reame della non ma­
terialità fosse un profondo stato di meditazione, non servì. Infine, tornò a
richiedere i consigli di Alara Kalama.
Il maestro sedeva ascoltandolo attentamente. Il suo sguardo sfavillava.
Manifestando la sua lode e il massimo rispetto, disse: "Monaco Siddhar­
tha, tu sei estremamente dotato. Hai ottenuto il più alto dei livelli da me
Gli inizi della pratica spirituale 67

insegnati. Ciò che io ho raggiunto, l'hai raggiunto anche tu. Uniamoci nel­
la guida di questa comunità di monaci" .
Siddhartha considerò in silenzio la proposta. Il reame della non materia­
!ità era un frutto meditativo prezioso, ma incapace di risolvere il problema
fondamentale della nascita e della morte, e non liberava dalla sofferenza e
dall'ansia. Non conduceva alla perfetta liberazione. Siddhartha non mirava
ad assumere la guida di una comunità, ma a trovare il sentiero della vera li­
berazione.
Giunte le palme, rispose: "Venerabile maestro, il reame della non mate­
rialità non è la meta che ricerco. Accetta la mia gratitudine per il tuo aiuto
e le tue attenzioni, ma devo domandarti il permesso di lasciare la comunità
e cercare altrove la Via. Ti sei prodigato con tutto il cuore per istruirmi, e
di ciò ti sarò riconoscente in eterno " .
Il maestro Alara Kalama pareva contrariato, m a Siddhartha aveva deci­
so. Il giorno seguente, si era già rimesso in cammino.
14

Oltre il Gange

Siddhartha attraversò il Gange e si spinse nel regno del Magadha, fa­


moso per la perfezione dei suoi maestri spirituali. Era risoluto a trovare
chi gli insegnasse a superare la nascita e la morte. Molti maestri spirituali
vivevano in luoghi remoti sulle montagne o nelle foreste, e tutti Siddhartha
cercò e visitò, senza badare a quante montagne e valli doveva valicare.
Continuò la ricerca con il sole e la pioggia, un mese dopo l'altro.
Incontrò asceti che rifiutavano di coprirsi e altri che rifiutavano le offer­
te di cibo, nutrendosi di frutti, erbe e radici che la foresta offriva sponta­
neamente. Esponendo il corpo agli elementi e sottoponendosi a dure pri­
vazioni, credevano di salire in cielo dopo la morte.
Un giorno Siddhartha disse loro: "Anche se voi rinasceste nei cieli, la
sofferenza sulla terra rimarrebbe immutata. Cercare la Via significa trova­
re la soluzione al dolore della vita, non fuggire la vita. Certo, poco otter­
remmo se avvolgessimo il nostro corpo negli agi come fanno coloro che vi­
vono per i piaceri dei sensi, ma neppure maltrattare il corpo ha qualche
utilità" .
Siddhartha non abbandonava l a ricerca, fermandosi ora tre ora sei mesi
nei vari centri spirituali. La sua capacità di meditare e concentrarsi aumen­
tava, ma non riusciva a trovare il vero sentiero della liberazione dalla na­
scita e dalla morte. I mesi si succedevano veloci, e presto fece tre anni da
quando Siddhartha aveva lasciato il palazzo. A volte, sedendo in medita­
zione nella foresta, vedeva le immagini del padre, di Y asodhara e Rahula,
assieme a scene della sua infanzia e della sua fanciullezza. Non lasciarsi
vincere dallo scoraggiamento e dall'impazienza era difficile, ma la certezza
di poter trovare la Via lo sospingeva nella ricerca.
Per un certo tempo dimorò in solitudine sulle colline Pandava, non lon­
tano dalla capitale Rajagaha. Un giorno, presa la ciotola, si incamminò per
mendicare nella capitale. Il suo passo era lento e nobile, il portamento se­
reno e risoluto. I passanti si fermavano a guardare quel monaco che cam-
Oltre il Gange 69

minava con l'eleganza di un leone che incede nella foresta. Avvenne che
passasse di lì il cocchio di Bimbisara, monarca del Magadha, e che il re co­
mandasse al cocchiere di arrestarsi per meglio guardare Siddhartha. Or­
dinò a un servitore di offrirgli del cibo e di seguirlo per scoprire dove di­
morava.
n pomeriggio seguente, il re Bimbisara giunse in cocchio ai piedi della
collina e risalì il sentiero accompagnato da un servitore. Vedendo Sid­
dhartha seduto ai piedi di un albero, si avvicinò per salutarlo.
Siddhat;tha si alzò in piedi. Dall'abito, arguiva che il visitatore fosse il re
del Magadha. Giunse le mani e indicò al re un grande masso perché vi se­
desse. Poi sedette anche lui su una pietra.
n re era impressionato dal nobile portamento e dalla cortesia di modi
del monaco. " Sono il re del Magadha" , disse. " Desidero che tu venga alla
capitale con me e resti al mio fianco, così da poter trarre beneficio dai tuoi
insegnamenti e dalla tua virtù. Con te al mio fianco, sono certo che il re­
gno del Magadha godrà di pace e prosperità" .
Siddhartha sorrise: " Gran re, sono più a mio agio nella foresta " .
"È una vita troppo dura. Non hai u n letto, non hai servitori. Se vorrai
venire con me, ti donerò un palazzo. Ti prego, torna con me in città e dai
insegnamenti" .
"Gran re, la vita di palazzo non mi s i addice. Io cerco l a via della libera­
zione per affrancare me stesso e gli esseri dalla sofferenza. La vita di palaz­
zo non è compatibile con la ricerca intrapresa da questo monaco" .
"Tu sei giovane, e anch'io lo sono. Mi occorre un amico con cui confi­
darmi. Dal momento stesso in cui ti vidi, sentii un'affinità naturale con te.
Vieni con me. Se verrai, ti donerò metà del mio regno e, quando sarai più
avanti negli anni, potrai tornare alla vita del monaco. Non sarà troppo
tardi".
"Ti sono grato per la generosità del tuo cuore e l'alto patronato che mi
offri, ma in verità il mio desiderio è uno solo: trovare la via che libera tutti
gli esseri dalla sofferenza. Il tempo scorre veloce, gran re. Se non mi avval­
go della forza e dell'energia della giovinezza, presto giungerà la vecchiaia e
ne avrei grande rimorso. La vita è incerta, malattia e morte p ossono pre­
sentarsi in qualunque momento. Le fiamme della tempesta interiore causa­
te da avidità, ira, odio, passione, invidia e orgoglio continuerebbero a bru­
ciare il mio cuore. Solo scoprendo la Grande Via sarà possibile liberare
tutti gli esseri. Se davvero provi affetto per me, consentimi di continuare
per il cammino che da tempo perseguo" .
Il re Bimbisara fu ancora più toccato dalle parole di Siddhartha. "Mi ri­
colma di gioia udire parole nutrite di tanta determinazione" , rispose. " Ca­
ro monaco, permettimi di domandarti il tuo luogo di origine e il nome del­
la tua famiglia" .
70 Ltbro primo

" Gran re, nacqui nel regno degli Sakya, e Sakya è il nome della mia fa­
miglia. Il re Suddhodana, che regna in Kapilavatthu, è mio padre e mia
madre era la regina Mahamaya. Ero il principe ereditario ma, scegliendo
di diventare monaco per cercare la Via, sono ormai tre anni che ho lascia­
to genitori, moglie e figlio" .
Il r e era stupefatto. "Sei quindi d i sangue reale ! Che immenso onore
averti incontrato, nobile monaco ! Le famiglie reali degli Sakya e dei Ma­
gadha sono da lungo tempo amiche. Che stolto sono stato a tentare di ab­
bagliarti con il mio rango e la mia ricchezza. Ti scongiuro, perdonami.
Una cosa soltanto ti chiedo: di tanto in tanto vieni a palazzo e consentimi
di offrirti il cibo; poi, quando avrai trovato la Grande Via, mosso da com­
passione vieni a darmi l'insegnamento come tuo discepolo. Lo prometti? " .
Siddhartha giunse le mani e disse: "Prometto che, quando avrò scoper­
to il sentiero, verrò a dividerlo con vostra altezza" .
Il re Bimbisara si inchinò profondamente e ridiscese la collina.
Più tardi, quello stesso giorno, il monaco Gautama abbandonò quel
luogo per evitare le interruzioni che temeva gli sarebbero venute dalle fre­
quenti offerte di cibo del giovane re. Si diresse a sud, in cerca di un altro
luogo favorevole alla pratica. Aveva udito parlare del centro spirituale di
Uddaka Ramaputta, un grande maestro rinomato per avere ottenuto
profondi livelli di conoscenza. Trecento monaci dimoravano nel suo cen­
tro, nei pressi di Rajagaha, e altri quattrocento nelle vicinanze. Lì si diresse
Siddhartha.
15

L'ascesi nella foresta

Il maestro Uddaka aveva settantacinque anni ed era universalmente ve­


nerato come un dio vivente. Esigeva che tutti i nuovi discepoli iniziassero
dalle pratiche più elementari, e Siddhartha ricominciò dagli esercizi di me­
ditazione più semplici. Ma in poche settimane poté dimostrare di avere
raggiunto il regno della non materialità, stupendo il maestro. Uddaka vide
nel giovane dal nobile portamento un potenziale erede spirituale e pose
un'estrema cura negli insegnamenti che gli trasmetteva.
"Monaco Siddhartha Gautama, nello stato della non materialità la va­
cuità non è più identica allo spazio vuoto, né a ciò che solitamente si defi­
nisce coscienza. Tutto ciò che resta è la percezione e l'oggetto della perce­
zione. Ecco come il sentiero alla liberazione trascende ogni percezione" .
"Maestro" chiese rispettosamente Siddhartha, " eliminando l a percezio­
ne, che cosa resta? In assenza di percezione, in cosa siamo diversi da un
pezzo di legno o una pietra? " .
"Un pezzo di legno o una pietra non sono privi di percezione. Gli og­
getti inanimati sono essi stessi percezione. Devi raggiungere uno stato di
coscienza in cui tanto la percezione che la non percezione sono trascesi.
Questo è lo stato della né percezione né non perce.,z ione. Ora, mio giovane,
devi ottener!o " .
Siddhartha tornò alla meditazione. In quindici giorni realizzò il samadhi
detto della né percezione né non percezione e vide che consentiva di tra­
scendere tutti gli stati ordinari di coscienza. Ma, ogni volta che usciva da
questo stato meditativo, si accorgeva che, nonostante la sua straordina­
rietà, non forniva la soluzione al problema della vita e della morte. Era
uno stato di pace assoluta in cui dimorare, ma non la chiave per aprire la
realtà.
Siddhartha ritornò dal maestro U ddaka Ramaputta che lo lodò grande­
mente. Prendendogli la mano, disse: "Tu, monaco Gautama, sei il migliore
studente che io abbia mai avuto. Hai fatto progressi enormi in un tempo
72 Libro primo

brevissimo. Hai ottenuto il più alto livello che io abbia mai conseguito. So­
no vecchio e non sarò ancora molto di questo mondo. Se rimani potremo
guidare insieme la comunità e, dopo la mia morte, potrai prendere il mio
posto come maestro" .
Anche questa volta, Siddhartha rifiutò cortesemente. Sapeva che lo sta­
to della né percezione né non percezione non era la chiave della liberazione
dalla nascita e dalla morte, e che doveva andare oltre. Espresse la più
profonda gratitudine al maestro e alla comunità dei monaci, e se ne andò.
Era ormai amato da tutti, e tutti si rattristarono alla sua partenza.
Durante la permanenza al centro di Uddaka Ramaputta, Siddhartha
aveva stretto amicizia con un giovane monaco di nome Kondanna. Kon­
danna gli era molto affezionato e lo considerava un maestro, oltre che un
caro amico. A eccezione di Siddhartha, nessun altro nella comunità aveva
ottenuto lo stato di non materialità, per non parlare dello stato della né
percezione né non percezione. Kondanna sapeva che il maestro considerava
Siddhartha degno di diventare il suo erede spirituale. Soltanto vedere
Siddhartha accresceva la fede di Kondanna nella pratica. Si accompagnava
spesso a Siddhartha per imparare da lui, e tra di loro era nato un legame
speciale. La partenza dell'amico lo addolorava. Discese con Siddhartha e
attese che fosse scomparso alla vista prima di ritornare sulla montagna.
Siddhartha aveva raggiunto grandi ottenimenti con i due maestri repu­
tati i migliori insegnanti di meditazione della regione, ma il problema di
fondo della liberazione dalla sofferenza lo tormentava ancora. Comprese
che molto difficilmente avrebbe potuto apprendere altro da tutti i sapienti
maestri di meditazione del regno, e seppe che doveva cercare la chiave
dell'illuminazione da solo.
Camminando lentamente verso ovest, tra risaie e una distesa di fangose
lagune e corsi d'acqua, raggiunse il fiume Neranjara. Lo passò a guado e
proseguì fino al monte Dangsiri, a mezza giornata di cammino dal villag­
gio di Uruvela. La china erta e sassosa terminava in una cresta dentata e
nascondeva molte caverne. Massi grandi come case erano disseminati sulla
montagna. Siddhartha decise di non lasciare quel luogo finché non avesse
scoperto la Via della Liberazione. Trovò una caverna dove sedeva molte
ore in meditazione. Sedendo, ripercorse le pratiche imparate negli ultimi
cinque anni. Ricordò di avere ammonito gli asceti di non maltrattare il
corpo per non aggiungere altra sofferenza alla già immensa sofferenza del
mondo. Ma ora, considerando la loro strada con più attenzione, si disse:
" Se la legna è verde o bagnata, non si può fare un fuoco. li corpo è uguale.
Senza padroneggiare i desideri del corpo, è difficile che il cuore ottenga
l'illuminazione. Ora praticherò la mortificazione per giungere alla libera-
.
zwne " .
Così il monaco Gautama iniziò un periodo di rigido ascetismo. Nelle
L'ascesi nella foresta 73

notti buie si spingeva nel folto della foresta, nei luoghi più selvaggi il cui
solo pensiero bastava a far rizzare i capelli sulla testa, e vi passava la notte.
Con la mente e il corpo divorati dal panico e dallo spavento, sedeva senza
muoversi. Se la foresta frusciava per il passaggio di un cervo, la paura di­
ceva a Siddhartha che i demoni erano venuti a ucciderlo. Ma rimaneva im­
mobile. Se un pavone spezzava un rametto, e la paura evocava un pitone
che strisciava verso di lui, non si muoveva, anche se il panico lo trafiggeva
come il morso delle formiche rosse.
Tentava di superare la paura fisica. Pensava che, quando il corpo non
fosse più stato schiavo della paura, la mente avrebbe spezzato le catene
della sofferenza. A volte si costringeva a sedere a denti stretti e la lingua
premuta contro il palato, ricorrendo a tutta la sua forza di volontà per vin­
cere la paura e l'orrore. Anche se si ricopriva di sudori freddi e il corpo ne
era infradiciato, non si muoveva. Altre volte tratteneva il respiro finché le
orecchie erano invase da un ruggito simile al tuono o ardevano come una
fornace, mentre sentiva la testa come spaccata in due da un'ascia. A volte,
era come se la testa fosse schiacciata sotto una lastra d' acciaio, e lo stoma­
co squarciato come un macellaio squarta un capretto. Altre volte, era co­
me se tutto il corpo si arroventasse su un fuoco vivo. Queste dure discipli­
ne rafforzarono il suo coraggio e la disciplina, e il corpo imparò a soppor­
tare dolori indicibili. Ma il cuore non era ancora in pace.
Il monaco Gautama praticò l'ascesi per sei mesi. Per i primi tre rimase
da solo sulla montagna, poi, nel quarto mese, venne scoperto da cinque di­
scepoli del maestro Uddaka Ramaputta, guidati dal vecchio amico Kon­
danna. Siddhartha si rallegrò di rivederlo e venne a sapere che, un mese
dopo la sua partenza, anche Kondanna aveva ottenuto lo stato di né perce­
zione né non percezione. Considerando che il maestro Uddaka non aveva
altro da insegnargli, Kondanna aveva convinto quattro amici a mettersi al­
la ricerca di Siddhartha. Dopo settimane di ricerca avevano avuto la fortu­
na di trovarlo, e ora gli esprimevano il desiderio di unirsi a lui per pratica­
re insieme. Siddhartha spiegò il motivo per cui stava esplorando la via del­
la mortificazione e i cinque giovani, Kondanna, 'Vappa, Bhaddiya, Assaji e
Mahanama, decisero di unirsi a lui. Ognuno si installò in un a caverna, non
lontano dagli altri, e a turno scendevano in città per mendicare il cibo . Il
cibo veniva poi diviso in sei parti, così che nessuno ne riceveva più di una
manciata al giorno.
Passavano i giorni e i mesi, e i sei monaci si facevano sempre più ema­
ciati e scarniti. Lasciarono la montagna e si spostarono a est verso il villag­
gio di Uruvela, sulla riva del fiume Neranjara, dove continuarono la stessa
pratica. Il duro ascetismo di Siddhartha incominciava ad allarmare persino
i suoi cinque compagni, che non riuscivano a sopportare tante macerazio­
ni. Siddhartha aveva smesso di bagnarsi nel fiume e rinunciava alla sua
74 Libro primo

parte di cibo. C'erano giorni in cui si nutriva soltanto di una guava avvizzi­
ta trovata per terra o di un po' di sterco secco di bufalo. Il corpo di
Siddhartha era devastato, ridotto a pelle cadente sulle ossa sporgenti. Da
sei mesi non si tagliava barba e capelli; passandosi la mano sulla testa si
staccavano ciocche intere, come se non potessero più crescere sulla esigua
cute che ancora ricopriva il teschio.
Ma un giorno, meditando in un cimitero, Siddhartha comprese all'im­
provviso l'errore della via della mortificazione. Il sole era tramontato e una
fresca brezza gli accarezzava la pelle. Dopo essere stato seduto tutto il
giorno sotto il sole cocente, la brezza lo ristorava con la sua frescura, dan­
dogli un senso di pace mentale mai provato durante il giorno. Capì che il
corpo e la mente costituiscono un'unità inseparabile. La pace e il benesse­
re del corpo sono intimamente connessi con la pace e il benessere della
mente. Maltrattare il corpo significa maltrattare la mente.
Si rammentò della prima volta in cui si era seduto in meditazione
all'ombra di un albero di melarosa. Aveva nove anni, durante la festa
dell'aratura. Ricordò il senso di chiarezza e di pace che sedere nella frescu­
ra gli aveva donato. Poi ricordò la meditazione nella foresta, immediata­
mente dopo avere congedato Channa. Ripensò ai primi giorni con Alara
Kalama, a quelle prime sedute di meditazione che avevano nutrito il suo
corpo e la sua mente, dandogli una grande forza di concentrazione. Poi il
maestro Alara Kalama gli aveva insegnato a trascendere le gioie della me­
ditazione per entrare negli stati al di là del mondo materiale: i reami dello
spazio infinito e della coscienza infinita, e lo stato della non materialità. In­
fine, lo stato di né percezione né non percezione. Ogni volta lo scopo era la
fuga dal mondo della sensazione e del pensiero, dal mondo della percezio­
ne. Si chiese: "Perché seguire la tradizione tramandata dalle scritture? Per­
ché temere le gioie della meditazione? Queste gioie non hanno nulla in co­
mune con le cinque categorie del desiderio che oscurano la consapevolez­
za. Al contrario nutrono il corpo e la mente, dando la forza di seguire il
sentiero che conduce all'illuminazione" .
Il monaco Gautama decise di recuperare le forze e di usare la medita­
zione come nutrimento per il corpo e la mente. Dal mattino seguente
avrebbe ripreso a questuare il cibo. Sarebbe stato maestro a se stesso, sen­
za dipendere più dagli insegnamenti di altri. Felice per la decisione presa,
si distese su un rialzo di terra e scivolò tranquillamente nel sonno. La luna
piena era sorta da poco nel cielo senza nuvole, e la via lattea si stagliava
netta e luminosa.
Si svegliò la mattina al canto degli uccelli. Levatosi, richiamò la decisio­
ne della sera innanzi. Sporco e polvere lo ricoprivano, e l'abito era così
frusto e cencioso che non serviva più a proteggere il corpo. Ricordò di
avere visto, il giorno prima, un cadavere nel cimitero e pensò che, al massi-
L'ascesi nella foresta 75

mo entro un paio di giorni, l'avrebbero portato al fiume per la cremazio­


ne. L'abito color mattone che copriva il cadavere non gli serviva più. Si di­
resse verso il corpo e, con grande rispetto, riflettendo serenamente sulla
vita e la morte, lo svestì. Era un uomo in giovane età, la carne già enfia e li­
vida. Siddhartha fece dell'abito color mattone il suo nuovo vestito.
Entrò nel fiume per bagnarsi e lavare l'abito. L'acqua fresca era un vero
ristoro. Godette la piacevole sensazione dell'acqua sulla pelle, accogliendo
la sensazione con mente mutata. Si bagnò a lungo, poi sfregò e torse la ve­
ste. Mentre usciva dall'acqua, le forze gli vennero meno. Non riusciva a ri­
guadagnare la riva. Stette immobile, respirando tranquillamente. Vide un
albero il cui ramo si protendeva sull'acqua, con le foglie che sfioravano la
corrente. Adagio si mosse verso il ramo e si aiutò a uscire dal fiume.
Sedette sulla riva per riposarsi, mentre il sole saliva nel cielo. Allargò la
veste perché asciugasse al sole e, quando fu asciutta, la indossò e si incam­
minò verso il villaggio di Uruvela. A metà strada le forze gli mancarono di
nuovo e, incapace di riprendere fiato, svenne.
Era privo di sensi da qualche tempo quando passò una ragazza che ve­
niva dal villaggio. La tredicenne Sujata era stata mandata dalla mamma a
offrire congee, dolci e semi di loto alle divinità della foresta. Vedendo il
monaco svenuto in mezzo alla strada, che quasi non respirava, si inginoc­
chiò e gli introdusse una ciotola di latte tra le labbra. Sapeva che era un
asceta debilitato dalle privazioni.
Quando le gocce di latte gli bagnarono la lingua e la gola, Siddhartha
reagì immediatamente. Sentiva il ristoro che il latte gli dava, e bevve lenta­
mente l'intero contenuto della ciotola. Fatti una dozzina di respiri si era ri­
preso a sufficienza per mettersi seduto, e fece cenno a Sujata di versargli
una seconda ciotola di latte. Era meravigliosa la rapidità con cui il latte gli
faceva tornare le forze. Quel giorno stesso rafforzò la decisione di abban­
donare le mortificazioni ascetiche e di recarsi a meditare nella frescura del­
la foresta al di là del fiume.
Nei giorni seguenti riprese man mano a mangiare e a bere normalmen­
te. A volte era Sujata che gli portava il cibo, altre volte scen4eva lui stesso
al villaggio per mendicare. Ogni giorno praticava la meditazi6ne cammina­
ta lungo la riva del fiume, e dedicava il resto del tempo alla meditazione
seduta. La sera, si bagnava nelle acque del Neranjara. Smise di affidarsi al­
la tradizione e alle scritture, per cercare da solo la Via. Ritornò a se stesso
per imparare dai propri successi e dai propri sbagli. Non temeva più che
la meditazione desse nutrimento alla sua mente e al suo corpo, e un senso
di pace e di benessere lo pervadeva. Non prendeva le distanze e non tenta­
va di fuggire dalle sensazioni e dalle percezioni, ma coltivava la consapevo­
lezza per osservare il loro sorgere.
Rinunciando al desiderio di rifuggire il mondo dei fenomeni, ritornò a
76 Libro primo

se stesso e scoprì di essere perfettamente presente al mondo dei fenomeni.


Un respiro, il trillo di un uccello, una foglia, un raggio di sole . . . tutto di­
ventava oggetto di meditazione. Incominciò a capire che la chiave della li­
berazione sta in ogni respiro, in ogni passo, in ogni ciottolo lungo il sen­
tiero.
Il monaco Gautama passava dalla meditazione sul corpo a quella sulle
sensazioni, dalla meditazione sulle sensazioni a quella sulle percezioni, in­
clusi i pensieri che nascevano e svanivano nella mente. Vide l'unità di
mente e corpo, vide che ogni cellula del corpo contiene la saggezza
dell'universo. Capì che doveva semplicemente guardare più a fondo in un
granello di polvere per ritrovarvi il vero volto dell'intero universo, perché
il granello di polvere è in se stesso l'universo e, se non esistesse, nemmeno
l'universo esisterebbe. Il monaco Gautama superò l'idea di un sé separato,
l'atman, e trasalì comprendendo di essere stato fino ad allora imprigionato
nella falsa idea di un atman, come la presentavano i Veda. In realtà tutte le
cose erano prive di un sé separato. Il non sé, o anatman, è la natura
dell'esistenza. L' anatman non era una nuova definizione per definire una
nuova entità, ma un fulmine che distruggeva tutte le visioni errate. Impa­
dronendosi del non sé, Siddhartha era come un generale che brandisce la
spada della visione profonda sul campo di battaglia della meditazione.
Giorno e notte sedette sotto l'albero di pippala, mentre nuovi livelli di
consapevolezza si risvegliavano in lui come abbaglianti lampi di luce.
I suoi cinque amici avevano perduto la fede in Siddhartha. L'avevano
visto mangiare, seduto sulla riva del fiume, il cibo elemosinato; l'avevano
visto parlare con una fanciulla e sorriderle; gustare latte e riso, entrare con
la ciotola nel villaggio. " Siddhartha non è più degno di fiducia" , disse agli
altri Kondanna. " Ha abbandonato la via a metà cammino e ora si preoccu­
pa soltanto di nutrire oziosamente il proprio corpo. Lasciamolo e cerchia­
mo un altro luogo dove continuare la nostra pratica. Non vedo motivo di
rimanere qui" .
Solo dopo che se n e furono andati, Siddhartha si awide della loro as­
senza. Infatti, sospinto dalle nuove comprensioni, Siddhartha impegnava
tutto il tempo nella meditazione, senza avere avuto un momento per par­
larne agli amici. Pensò: "I miei amici mi hanno frainteso, ma non mi
preoccuperò di convincerli del contrario. Voglio impegnare tutto me stes­
so nella scoperta del vero sentiero. Quando l'avrò trovato, lo dividerò con
loro" . E riprese la pratica quotidiana.
Fu precisamente in quei giorni, in cui Siddhartha faceva tali e tanti pro­
gressi nel cammino, che comparve Svasti, il giovane guardiano di bufali.
Siddhartha accettava con gioia le bracciate di erba appena tagliata che il
ragazzo undicenne gli portava. E benché Sujata, Svasti e i loro amici non
fossero che bambini, Siddhartha parlava loro delle nuove comprensioni.
L'ascesi nella /oresta 77

Era felice di vedere la facilità con cui quei bambini di campagna, privi di
istruzione, capivano le sue parole. Ne fu rincuorato, e seppe che la porta
della perfetta illuminazione si sarebbe aperta presto. Sapeva di avere or­
mai la chiave meravigliosa: la verità della natura interdipendente e priva di
un sé di tutte le cose.
16

Dormiva davvero Yasodhara?

Svasti era di famiglia povera e per questo, naturalmente, non era andato
a scuola. Sujata gli aveva insegnato alcune cose basilari, ma Svasti non sa­
peva ancora esprimersi bene e spesso, raccontando i suoi incontri con il
Buddha, s'interrompeva perché gli mancavano le parole. Gli ascoltatori gli
venivano in aiuto. Ad Ananda e Rahula si erano aggiunti un'anziana mo­
naca di nome Mahapajapati e un monaco appena entrato nei quarant'anni,
Assaji.
Rahula li aveva presentati a Svasti, che fu profondamente commosso al
sapere che Mahapajapati era la regina Gotami, la zia del Buddha che lo
aveva allevato fin dall'infanzia. Era stata la prima donna accettata come
monaca nel sangha del Buddha, e ora fungeva da badessa di più di sette­
cento monache. Era arrivata dal nord per consigliarsi col Buddha a propo­
sito dei precetti delle bhikkhuni. Appena giunta, la sera prima, il nipote
Rahula l'aveva invitata a unirsi a loro, sapendo quale piacere le avrebbe
fatto ascoltare Svasti parlare dei giorni in cui il Buddha dimorava nella fo­
resta di Uruvela. Svasti aveva giunto le mani e si era inchinato davanti alla
badessa. Il ricordo della sua figura tratteggiatagli dal Buddha gli colmava il
cuore di affetto e rispetto. Mahapajapati lo guardava con lo stesso caldo
amore con cui guardava il nipote.
Poi Rahula gli aveva presentato Assaji, e gli occhi di Svasti si accesero
apprendendo che Assaji era uno dei cinque amici che avevano praticato la
mortificazione in compagnia del Buddha vicino alla sua casa. Il Buddha gli
aveva raccontato come, vedendolo abbandonare la macerazione per bere
latte e mangiare riso, gli amici lo avessero lasciato, e Svasti si chiedeva co­
me mai Assaji fosse diventato suo discepolo, proprio lì nel Monastero del­
la Foresta dei Bambù. Più tardi l'avrebbe domandato a Rahula.
La bhikkhuni Gotami fu quella che più aiutò Svasti nei suoi sforzi di
narratore. Lo interrogò su punti che a Svasti sembravano privi di impor­
tanza, ma a cui lei era manifestamente interessata. Volle sapere dove ta-
Dormiva davvero Yasodhara? 79

gliasse l'erba kusa per il cuscino di meditazione del Buddha e quante volte
gli aveva fatto dono di erba fresca. S'informò se i bufali, privati dell'erba
donata al Buddha, ne avessero ancora a sufficienza per la notte. E si fece
dire se il proprietario dei bufali l'aveva mai battuto.
Ancora molto rimaneva da dire ma Svasti chiese il permesso di inter­
rompersi, promettendo di continuare il giorno seguente. Prima di andarse­
ne, chiese alla bhikkhuni Gotami se poteva rispondere ad alcune domande
che si portava nel cuore da dieci anni. Sorridendo, Gotami disse: "Avanti,
chiedi! Se posso, sarò felice di risponderti" .
C'erano molte cose che Svasti desiderava sapere. Prima di tutto: mentre
Siddhartha solleva la tenda, la notte della partenza, dormiva davvero Y a­
sodhara o fingeva soltanto? Voleva anche conoscere i pensieri e le parole
del re, della regina e di Y asodhara quando Channa ebbe consegnato la
spada, la collana e i capelli di Siddhartha. Che cosa era accaduto nella fa­
miglia del Buddha durante i sei anni di assenza? Chi era venuto a cono­
scenza per primo che il Buddha aveva realizzato la Via? Chi l'aveva accol­
to per primo e, ancora, tutta la popolazione era uscita per dare il benvenu­
to al Buddha di ritorno a Kapilavatthu?
" Quante domande ! " , esclamò sorridendo la bhikkuni Gotami. "Ten­
terò di risponderti in breve. Alla prima domanda, se Y asodhara fosse o no
addormentata, se vuoi la verità devi chiederlo a lei; quanto a me, penso
che non dormisse. Era stata lei a preparare abito, cappello e calzature per
Siddhartha e a disporli sul seggio. Lei aveva detto a Channa di sellare
Kanthaka. Sapeva bene che il principe sarebbe partito quella notte. Come
avrebbe potuto dormire? Credo che fingesse per evitare un penoso addio
a Siddhartha e a se stessa. Tu, Svasti, non la conosci ancora, ma la madre
di Rahula è una donna di grande determinazione. Indovinò le intenzioni di
Siddhartha e gli diede in segreto tutto il suo appoggio. Lo so perché, dopo
Siddhartha, le ero più vicina di ogni altra persona".
Proseguì raccontando come, il mattino seguente, l'assenza di Siddhar­
tha colmò tutti di stupore salvo Yasodhara. li re Suddhodana montò in
collera, ricoprendo tutti di improperi e accusandoli di non av,ere fatto nul­
la per impedire al principe di partire. La regina Gotami, che si era precipi­
tata da Y asodhara, l'aveva trovata in lacrime ma quietamente seduta.
Drappelli di soldati a cavallo erano stati inviati nelle quattro direzioni, con
l'ordine di trovare il principe e riportarlo indietro. Il drappello direttosi a
sud si era imbattuto in Channa che conduceva un cavallo senza cavaliere.
Channa li aveva prevenuti dal continuare la ricerca: " Lasciate che il princi­
pe segua il suo sentiero spirituale. Ho già pianto e supplicato, ma è deter­
minato a cercare la Via. Comunque sia, si è ormai addentrato nel territorio
di un altro regno. Non potete inseguirlo laggiù" .
Ritornato a palazzo Channa si prostrò tre volte a terra in segno di ri-
80 Libro primo

morso, poi consegnò al re la spada, la collana e i capelli. La regina Gotami


e Yasodhara stavano al fianco del re. Vedendo le sue lacrime, Suddhodana
non lo redarguì ma gli chiese pacatamente cosa fosse accaduto. Affidò la
spada, la collana e i capelli alla custodia di Y asodhara. Il palazzo era
sprofondato nella desolazione. Perdere il principe equivaleva a perdere la
luce del sole. n re rientrò nei suoi appartamenti e non ne uscì per diversi
giorni, lasciando gli affari di stato nelle mani del suo ministro, Vessamitta.
Kanthaka rifiutò di mangiare e di bere, e in pochi giorni morì. Channa,
sopraffatto dal dolore, chiese a Yasodhara di concedere al cavallo del prin­
cipe l'onore della cremazione rituale.
Il racconto della bhikkhuni Gotami si era snodato fino a questo punto
quando suonò la campana che chiamava alla meditazione. Tutti ebbero un
moto di disappunto ma Ananda li ammonì a non saltare la meditazione,
nonostante la bellezza del racconto, e li invitò a ritrovarsi il giorno seguen­
te nella sua capanna. Svasti e Rahula giunsero le mani e si inchinarono alla
bhikkhuni Gotami, Ananda e Assaji, poi si avviarono verso la capanna del
comune maestro, Sariputta. I due giovani amici camminavano fianco a
fianco, in silenzio. I rintocchi della campana, finora lenti, si infittirono co­
me onde che si rompessero una a ridosso dell'altra. Svasti, seguendo il re­
spiro, recitò mentalmente la gatha della campana: "Ascolta, ascolta, questo
suono meraviglioso mi riporta al mio vero sé" .
17

La foglia di pippala

Ai piedi dell'albero di pippala l'eremita Gautama raccolse il suo formi­


dabile potere di concentrazione nell'esame del corpo. Vide che ogni cellu­
la è come una goccia d'acqua immersa nel fiume infinito di nascita esisten­
za e morte, senza riuscire a trovare nel corpo una sola cosa che rimanga
immutata o di cui sia lecito dire che costituisca un sé separato. Mescolato
con il fiume del corpo scorre il fiume delle sensazioni, in cui ogni goccia
d'acqua è una sensazione. E anche queste gocce si accavallano in un pro­
cesso di nascita esistenza e morte. Alcune sensazioni sono piacevoli, altre
spiacevoli e altre ancora neutre, ma tutte sono impermanenti. Appaiono e
scompaiono, precisamente come le cellule del corpo.
Con potente concentrazione Gautama investigò il fiume delle percezio­
ni, che scorre intrecciato al fiume del corpo e delle sensazioni. Le gocce
del fiume delle percezioni si frammischiano influenzandosi l'un l'altra, in
un identico processo di nascita esistenza e morte. Se le percezioni sono ac­
curate, la realtà si rivela; se sono distorte, la realtà si vela. Gli uomini sono
eternamente preda della sofferenza a causa delle percezioni distorte: cre­
dono permanente ciò che è impermanente, dotato di un sé ciò che è privo
di un sé, soggetto a nascita e morte ciò che non soffre né nascita né morte,
·

e dividono ciò che non si può dividere. :


Quindi illuminò di consapevolezza gli stati mentali che causano la soffe­
renza: paura, ira, odio, arroganza, gelosia, avidità e ignoranza. La consape­
volezza divampò in lui come un sole radiante, e Gautama usò il sole della
consapevolezza per illuminare la natura di questi stati mentali negativi. Vi­
de come tutti nascono a causa dell'ignoranza. Sono l'esatto contrario della
consapevolezza. Sono tenebra, assenza di luce. Vide che la chiave per
giungere alla liberazione è perforare l'ignoranza e penetrare nel cuore del­
la realtà per farne esperienza diretta. Tale conoscenza non è più conoscen­
za intellettuale, ma esperienza diretta.
In passato, Siddhartha aveva esplorato molti modi per vincere la paura,
82 Libro primo

l'ira e l'avidità, ma i metodi usati non avevano dato frutto perché non era­
no che tentativi di sopprimere sensazioni ed emozioni. Ora capiva che an­
ch'essi erano causati dall'ignoranza e che, liberandosi dall'ignoranza, le
ostruzioni mentali svaniscono da sé, come le ombre al sorgere del sole. La
visione profonda di Siddhartha era il frutto della sua grande concentra­
zione.
Sorrise e levò lo sguardo a una foglia di pippala stagliata contro il cielo
azzurro, la cui punta ondeggiava verso di lui come se lo chiamasse. Osser­
vandola in profondità, Gautama vi distinse chiaramente la presenza del so­
le e delle stelle; perché senza sole, senza luce e calore, quella foglia non sa­
rebbe esistita. Questo è in questo modo, perché quello è in quel modo.
Anche le nuvole vide nella foglia, perché senza nuvole non c'è la pioggia e,
senza pioggia, quella foglia non poteva esistere. E vide la terra, il tempo, lo
spazio, la mente: tutti presenti nella foglia. In verità, iri quel momento pre­
ciso, l'universo intero si manifestava nella foglia. La realtà della foglia era
un miracolo stupefacente.
Generalmente si pensa che una foglia sia nata a primavera, ma Gauta­
ma vide che esisteva già da tanto, tanto tempo nella luce del sole, nelle nu­
vole, nell'albero e in se stesso. Comprendendo che quella foglia non era
mai nata, comprese che anche lui non era mai nato. Entrambi, la foglia e
lui stesso, si erano semplicemente manifestati. Poiché non erano mai nati,
non potevano morire. Questa visione profonda dissolse le idee di nascita e
morte, di comparsa e scomparsa; e il vero volto della foglia, assieme al suo
stesso volto, divennero manifesti. Vide che è l'esistenza di ciascun fenome­
no a rendere possibile l'esistenza di tutti gli altri fenomeni. L'uno contiene
il tutto, e il tutto è contenuto nell'uno.
La foglia e il suo corpo erano una cosa sola. Nessuno dei due possedeva
un sé permanente e separato, nessuno dei due poteva esistere indipenden­
temente dal resto dell'universo. Vedendo la natura interdipendente di tutti
i fenomeni, Siddhartha ne vide perciò la natura vuota: tutte le cose sono
vuote di un sé separato e isolato. Comprese che la chiave della liberazione
sta nei due principi dell'interdipendenza e del non sé. Le nuvole correva­
no nel cielo, come uno sfondo bianco dietro la foglia traslucida di pippala.
Forse quella sera stessa, incontrando una corrente fredda, le nuvole si sa­
rebbero trasformate in pioggia. Le nuvole erano una manifestazione, e la
pioggia un'altra manifestazione. Le nuvole, che non erano mai nate, non
sarebbero mai morte. Se le nuvole potessero capirlo, pensò Gautama,
avrebbero certo cantato di gioia cadendo sotto forma di pioggia sulle
montagne, le foreste e le risaie.
Illuminando i fiumi del corpo, delle sensazioni, delle percezioni, delle
formazioni mentali e della coscienza, Siddhartha comprese che l'imperma­
nenza e l'assenza di un sé sono le condizioni indispensabili alla vita. Senza
La /oglia di pippala 83

impermanenza, senza mancanza di un sé, nulla potrebbe crescere ed <:;voi­


versi. Se un chicco di riso non avesse la natura dell'impermanenza e del
1 1 on sé, non potrebbe trasformarsi in una piantina. Se le nuvole non fosse­
ro prive di un sé e impermanenti, non potrebbero trasformarsi in pioggia.
Senza natura impermanente e priva di un sé, un bambino non potrebbe
diventare un adulto. "Quindi" pensò, "accettare la vita significa accettare
l 'impermanenza e l'assenza di un sé. La causa della sofferenza è la falsa no­
:t.ione della permanenza e di un sé separato. Vedendo ciò, si giunge alla
comprensione che non c'è né nascita né morte, né creazione né distruzio­
ne, né uno né molti, né dentro né fuori, né grande né piccolo, né puro né

i mpuro. Sono tutte false distinzioni create dall'intelletto. Penetrando nella


natura vuota delle cose, le barriere mentali vengono scavalcate e ci si libera
dal ciclo della sofferenza " .
Una notte dopo l'altra Gautama meditò ai piedi dell'albero d i pippala,
facendo splendere la luce della consapevolezza sul suo corpo, la sua mente
c tutto l'universo. Da tempo i cinque amici l'avevano abbandonato, ed

erano rimasti a praticare con lui la foresta, il fiume, gli uccelli e le miriadi
di insetti che abitano la terra e gli alberi. Suo fratello nella pratica era il
grande albero di pippala. Anche la stella della sera che appariva ogni notte
mentre sedeva in meditazione era suo fratello nella pratica. Fino a notte
l onda meditava Gautama.
I bambini del villaggio andavano a trovarlo solo nelle prime ore del po­
meriggio. Un giorno Sujata gli portò riso cotto nel latte e nel miele, e Sva­
sti una bracciata di erba kusa. Dopo che Svasti l'ebbe lasciato per ricon­
d urre i bufali a casa, Gautama fu invaso dalla sensazione che quella notte
stessa avrebbe ottenuto il Grande Risveglio. La notte precedente aveva
latto molti sogni strani. Nel primo, vide se stesso disteso su un fianco, che
nm le ginocchia sfiorava l'Himalaya, con la mano sinistra toccava la riva

( !cl Mare Orientale, con la destra la riva del Mare Occidentale, e con i pie­
di poggiava sulla riva del Mare Meridionale. Nel secondo sogno, un fiore
di loto grande come la ruota di un carro sbocciava dal suo ombelico e cre­
sceva fino alle nuvole più alte. Nel terzo, uccelli di ogni colm;e, in numero
i ncalcolabile, volavano verso di lui da tutte le direzioni. Quei sogni gli
�;cmbravano il presagio che il Grande Risveglio fosse vicino.
Nelle prime ore della sera praticò la meditazione camminata lungo la ri­
va del fiume. Entrò nell' acqua e si bagnò. Al crepuscolo ritornò a sedere
sotto il familiare albero di pippala. Sorrise guardando l'erba kusa sistema­
l a di fresco ai piedi dell'albero. Proprio meditando sotto quell'albero ave­
V<! fatto tante importanti scoperte. Ora, il momento che aveva tanto atteso

si avvicinava. La porta dell'Illuminazione stava per spalancarsi.


Lentamente Siddhartha si sedette nella posizione del loto. Guardò il
liume che scorreva placido in lontananza, mentre la brezza accarezzava
84 Libro primo

l'erba della riva. La foresta era in pace, anche se piena di vita. Miriadi di
insetti gli ronzavano intorno. Rivolse la consapevolezza al respiro e soc­
chiuse gli occhi. Nel cielo comparve la stella della sera.
18

L a stella del mattino

Grazie alla presenza mentale, la mente, il corpo e il respiro di


Siddhartha erano perfettamente unificati. La pratica della presenza menta­
le l'aveva reso capace di sviluppare grandi poteri di concentrazione che
ora poteva usare per illuminare di consapevolezza corpo e mente. Entrato
in meditazione profonda iniziò a percepire la presenza di infiniti altri esse­
ri, nel mòmento presente, entro il suo stesso corpo. Esseri organici e inor­
ganici, minerali, muschi ed erbe, insetti, animali e persone. . . tutti erano
dentro di lui. Vide che gli altri, in quel preciso momento, erano lui stesso.
Vide le proprie vite passate, con tutte le nascite e le morti. Assistette alla
creazione e alla distruzione di migliaia di mondi e di migliaia di stelle.
Provò le gioie e le pene di tutti gli esseri viventi, di quelli nati da un grem­
bo, nati da un uovo e nati dalla scissione, dividendosi in due creature nuo­
ve. Vide che ogni cellula del proprio corpo conteneva tutto ciò che è nel
cielo e sulla terra, abbracciando insieme il passato, il presente e il futuro.
Era la prima veglia della notte.
Gautama si calò ancora più profondamente nella meditazione. Vide co­
me innumerevoli mondi nascono e muoiono, come vengono creati e di­
strutti. Vide gli esseri innumerevoli passare attraverso nascite e morti in­
calcolabili. Vide che le nascite e le morti non son'o che apparenze, e non la
realtà, così come milioni di onde si alzano senza posa dalla superficie
dell'oceano e vi sprofondano, mentre l'oceano è al di là di nascita e morte.
Se le onde potessero comprendere di essere anch'esse acqua, trascende­
rebbero la vita e la morte e raggiungerebbero la pace interiore, superando
tutte le paure. Tale comprensione gli consentì di trascendere la rete della
nascita e della morte, e Gautama sorrise. Il suo sorriso era simile a un fiore
schiusosi nell'oscurità della notte irradiando un alone di luce. Era il sorri­
so di una comprensione meravigliosa, la visione della distruzione di ogni
contaminazione. Era la seconda veglia.
In quel preciso momento si udì un tuono, mentre lampi di luce guizza-
86 Libro primo

vano come per squarciare il cielo. Nuvole nere nascosero la luna e le stelle.
Cadde la pioggia. L'acqua inzuppava Gautama che non si mosse, perseve­
rando nella meditazione.
Senza vacillare, illuminò di consapevolezza la propria mente. Vide che
gli esseri viventi soffrono perché non comprendono che partecipano della
stessa natura di tutti gli esseri. L'ignoranza dà nascita a un'infinità di pene,
di confusione e difficoltà. Avidità, ira, arroganza, dubbio, gelosia e paura,
affondano tutti le radici nell'ignoranza. Imparando a calmare la mente per
vedere più a fondo nella vera natura delle cose, possiamo giungere alla
comprensione globale che dissolve ogni ansia e ogni dolore, sostituendoli
con l'accettazione e l'amore.
Gautama vide che comprensione e amore sono un'unica cosa. Senza
comprensione non vi può essere amore. n carattere degli uomini è il pro­
dotto di condizioni fisiche, emotive e sociali. Questa comprensione ci im­
pedisce di odiare anche chi agisce crudelmente e ci spinge a fare qualcosa
per cambiare quelle condizioni. La comprensione origina compassione e
amore, i quali a loro volta determinano la giusta azione. Per poter amare,
bisogna prima comprendere; ed ecco che la comprensione si rivela la chia­
ve della liberazione. Per sviluppare la chiara comprensione è necessario vi­
vere in presenza mentale, in diretto contatto con la vita nel momento pre­
sente, vedendo la realtà di quanto avviene dentro e fuori noi stessi. La pra­
tica della consapevolezza rafforza la capacità di guardare in profondità. Se
sappiamo vedere dentro il cuore delle cose, le cose si riveleranno. Questo
è il tesoro segreto della presenza mentale: essa conduce alla liberazione e
all'illuminazione. La vita viene illuminata da retta comprensione, retto
pensiero, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo,
retta presenza mentale e retta concentrazione. Siddhartha lo chiamò ariya­
marga, il Nobile Sentiero.
Guardando in profondità nei cuori degli esseri, Siddhartha poté vedere
con chiarezza ogni mente, a qualunque distanza, e udì tutte le grida di do­
lore e di gioia. Raggiunse lo stato della vista divina, dell'udito divino e la
capacità di percorrere infinite distanze senza muoversi. Era la fine della
terza veglia, e i tuoni erano cessati. Le nuvole si dileguarono rivelando lo
splendore della luna e delle stelle.
Per Gautama fu coine se la prigione che lo racchiudeva da migliaia di
esistenze fosse crollata. n carceriere era l 'ignoranza. Solo l 'ignoranza aveva
oscurato la sua mente, così come le nuvole avevano nascosto la luna e le
stelle. Velata da onde infinite di pensieri illusori, la mente aveva diviso in
maniera fallace la realtà in soggetto e oggetto, io e altri, esistenza e non esi­
stenza, nascita e morte, e da tali discriminazioni erano sorte le visioni erra­
te, le prigioni della sensazione, del desiderio, dell'attaccamento e del dive­
nire. La sofferenza della nascita, della vecchiaia, della malattia e della mor-
La stella del mattino 87

l v non fa altro che rendere le mura più spesse. L'unica cosa da fare era ac­
ci uffare il carceriere e guardarlo in faccia. Ed ecco che il carceriere è
l'ignoranza. L'ignoranza era stata vinta percorrendo il Nobile Ottuplice
Sentiero. Una volta scomparso il carceriere, anche la prigione svanisce per
non venire ricostruita mai più.
Sorridendo, l'eremita Gautama sussurrò tra sé: "Carceriere, ora ti cono­
sco. Per quante esistenze mi hai tenuto prigioniero di nascita e morte? Ma
ora vedo il tuo vero volto, e d'ora in avanti non potrai più costruire altre
prigioni attorno a me" .
Siddhartha alzò gli occhi. La stella del mattino si levava all'orizzonte, vi­
vida come un diamante. Quante volte l'aveva guardata sedendo sotto l'al­
bero di pippala, ma ora era come se la vedesse per la prima volta. Aveva lo
stesso bagliore, lo stesso sorriso trionfante dell'Illuminazione. Siddhartha
guardò la stella del mattino e, colmo di compassione, esclamò: "Tutti gli
Lsseri hanno in sé i semi dell'Illuminazione, eppure affoghiamo nell'ocea-
110 di nascita e morte per migliaia e migliaia di esistenze ! " .

Siddhartha capì di avere trovato l a Grande Via. Aveva raggiunto l o sco­


po: il suo cuore era in pace e in perfetto benessere. Ripensò agli anni di ri­
cerca, colmi di delusioni e fatiche. Ripensò al padre, alla madre, alla zia, a
Yasodhara, a Rahula e agli amici. Rivide il palazzo, Kapilavatthu, il suo
popolo, il suo paese e tutti coloro che vivevano tra gli stenti e la povertà,
specialmente i bambini. Si ripromise di trovare il modo per comunicare
4uanto aveva scoperto e aiutare gli altri a liberarsi dalla sofferenza. Dalla
sua profonda conoscenza era nato un immenso amore per tutti gli esseri.
Lungo il fiume, fiori dai vivaci colori si aprivano ai primi raggi del sole.
rl sole danzava tra le foglie e scintillava sull'acqua. La sofferenza di
Siddhartha era svanita e si rivelava la meraviglia della vita. Tutto assumeva
un aspetto nuovo. Che meraviglia i cieli azzurri e le nuvole bianche! Gli
parve che lui e l'intero universo fossero stati appena creati.
In quel momento giunse Svasti. Vedendo il giovane guardiano di bufali
corrergli incontro, Siddhartha sorrise. Ma Svasti si fermò di colpo e lo fis-
·

sò a bocca aperta.
" Svasti ! " , lo chiamò Siddhartha.
"Maestro ! " rispose il ragazzo, riprendendosi.
Svasti giunse le mani e si inchinò. Fece alcuni passi avanti e si fermò di
nuovo, guardandolo con soggezione. Confuso dal suo stesso comporta­
mento, disse esitando: "Maestro, come sembri diverso oggi ! " .
Siddhartha gli fece cenno di avvicinarsi. Lo prese tra le braccia e chiese:
"Che differenza vedi? " .
"È difficile esprimerlo" , rispose il ragazzo guardandolo bene. " Sembri
diverso. È come se tu, se tu fossi una stella" .
Siddhartha lo accarezzò sulla testa: " Davvero? Che cos'altro sembro ? " .
88 Libro primo

"Sembri un fiore di loto che si è appena aperto. Sei come, come la luna
sul picco Gayasisa".
Siddhartha lo guardò negli occhi: " Svasti, tu sei un poeta ! Ma dimmi,
come mai così presto stamane? Dove hai lasciato i bufali? " .
Svasti spiegò che aveva l a giornata libera, perché i bufali erano impe­
gnati nell'aratura dei campi. Solo il vitello era rimasto nel recinto, e Svasti
non doveva far altro che tagliare l'erba. La notte lui, le sorelle e il fratello
erano stati svegliati dal rombo dei tuoni. La pioggia, entrando attraverso i
buchi del tetto, aveva inzuppato i loro giacigli. Non avevano mai visto una
bufera di tale violenza ed erano preoccupati per Siddhartha, che sapevano
nella foresta. Si erano stretti assieme fino a che la tempesta era passata, poi
si erano addormentati. Allo spuntare del giorno Svasti era corso al recinto
dei bufali, aveva afferrato falcetto e pertica, e si era precipitato in direzio­
ne della foresta per vedere come stava Siddhartha.
Siddhartha gli prese la mano. "Oggi è il giorno più felice della mia vita.
Se puoi, nel pomeriggio raduna i ragazzi sotto il pippala. Non dimenticare
di portare tuo fratello e le tue sorelle. Ma prima vai a tagliare l'erba per i
bufali" .
Svasti corse via contento, mentre Siddhartha percorreva a passi lenti la
riva inondata di sole.
19

Il mandarino della presenza mentale

Sujata, portandogli il cibo a mezzogiorno, vide Siddhartha seduto sotto


il pippala, radioso come il mattino. li volto e il corpo emanavano pace,
gioia ed equanimità. Cento volte l'aveva veduto sedere sotto il pippala in
dignità e maestosità, ma oggi aveva qualcosa di diverso. Mentre lo guarda­
va, Sujata sentiva svanire pene e preoccupazioni. Una felicità fresca come
la brezza primaverile le colmò il cuore. Sentì di non avere bisogno e di non
desiderare nient'altro di quello che c'era, che tutto nell'universo era buo­
no e benevolo, e che nessuno doveva temere o disperarsi mai più. Fece al­
cuni passi e depose il cibo davanti a Siddhartha. Poi si inchinò, sentendo
che la pace e la gioia che lo pervadevano si trasmettevano a lei.
" Siedi vicino a me", la invitò Siddhartha con un sorriso. "Ti ringrazio
del cibo e dell'acqua che mi hai portato in tutti questi mesi. Oggi è il gior­
no più felice della mia vita perché, questa notte, ho trovato la Grande Via.
Dividi con me questa felicità. Presto insegnerò la via a tutti".
Sujata lo guardò sorpresa. "Te ne andrai? Vuoi !asciarci? " .
Siddhartha sorrise con amore. " Sì, devo andare m a non vi abbando­
nerò, miei ragazzi. Prima, vi mostrerò la via che ho scoperto" .
Sujata non si era tranquillizzata. Voleva fargli altre domande, ma
Siddhartha la prevenne: "Resterò con voi altri giorni, per insegnarvi quan­
to ho imparato. Solo allora mi rimetterò in cammino. Ma non ;significa che
vi abbandonerò per sempre. Di tanto in tanto ritornerò " .
Sujata s i rassicurò. Sedette e aprì l a foglia di banana che avvolgeva i l ri­
so. Rimase in silenzio accanto a Siddhartha mentre questi mangiava. Lo
guardò spezzare il riso e intingerlo nel sesamo. Il cuore le scoppiava di ine­
sprimibile felicità.
Terminato di mangiare, Siddhartha le disse di tornare a casa e di invita­
re i ragazzi del villaggio a ritrovarsi lì nel pomeriggio.
Arrivarono numerosi, compresi il fratello e le sorelle di Svasti. Tutti si
erano lavati e avevano indossato abiti puliti, e le ragazze si erano avvolte
90 Libro primo

nei sari più belli. Sujata indossava un sari color avorio, Nandabala verde
come i germogli di banana, e Bhima rosa. I bambini, come fiori freschi e
colorati, sedettero attorno a Siddhartha ai piedi dell'albero di pippala.
Sujata, per l'occasione, aveva portato un cesto di noci di cocco e pezzi
di zucchero di palma. I bambini aprirono i cocchi e mangiarono la tenera
polpa assieme allo zucchero. Nandabala e Subash avevano portato invece
un cesto di mandarini. Siddhartha sedeva tra di loro, in perfetta felicità.
Rupak gli offrì un pezzo di cocco zuccherato su una foglia di pippala.
Nandabala, un mandarino. Siddhartha accettò e incominciò a mangiare.
Mentre mangiavano, Sujata annunciò: "Cari amici, oggi è il giorno più
felice nella vita del nostro maestro. Ha scoperto la Grande Via. Anche per
me questo è un giorno speciale e, fratelli e sorelle, un giorno di gioia per
tutti noi. Siamo qui per celebrare l'illuminazione del nostro maestro. Ve­
nerabile maestro, la Grande Via è stata trovata. Sappiamo che non rimar­
rai con noi, perciò ti preghiamo di insegnarci ciò che ritieni noi possiamo
capire" .
Sujata giunse l e mani e s i inchinò a Siddhartha in segno d i rispetto e de­
vozione. Anche Nandabala e gli altri giunsero le mani e si inchinarono con
animo sincero.
Siddhartha li invitò dolcemente a sedere di nuovo e disse: " Siete bambi­
ni intelligenti e sono certo che potete comprendere e mettere in pratica
quanto vi dirò. La Grande Via che ho scoperto è sottile e profonda, ma
chiunque sia disposto a impegnare il cuore e la mente sarà in grado di ca­
pirla e di seguirla.
"Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con
consapevolezza o distrattamente. Cosa significa mangiare un mandarino
con consapevolezza? Mangiando un mandarino, sapete che lo state man­
giando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il
mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e
portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca;
gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gu­
stando la fragranza e la dolcezza. Il mandarino che Nandabala mi ha offer­
to aveva nove spicchi. Li ho messi in bocca uno per uno in consapevolezza
e ho sentito quanto sono splendidi e preziosi. Non ho dimenticato il man­
darino, e così il mandarino è diventato qualcosa di molto reale. Se il man­
darino è reale, anche chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare
un mandarino con consapevolezza.
"Bambini, cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza?
Mangiando un mandarino, non sapete che lo state mangiando. Non ne gu­
state la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, non sapete che
lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca,
non sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fra-
Il mandarino della presenza mentale 91

granza e la dolcezza del mandarino, non sapete che ne state gustando la


fragranza e la dolcezza. Così facendo, non potete apprezzarne la natura
splendida e preziosa. Se non siete consapevoli di mangiarlo, il mandarino
non è reale. Se il mandarino non è reale, neppure chi lo mangia è reale.
Ecco cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza.
"Bambini, mangiare il mandarino con presenza mentale significa essere
davvero in contatto con ciò che mangiate. La vostra mente non rincorre i
pensieri riguardo allo ieri o al domani, ma dimora totalmente nel momen­
to presente. ll mandarino è totalmente presente. Vivere con presenza men­
tale e consapevolezza vuol dire vivere nel momento presente, con il corpo
e la mente che dimorano nel qui e ora.
"Chi pratica la presenza mentale vede nel mandarino cose che altri non
vedono. Una persona consapevole può vedere l'albero, le gemme primave­
rili, il sole e la pioggia che hanno fatto crescere il frutto. Guardando in
profondità, si vedono le diecimila cose che hanno reso possibile il manda­
rino. Guardando un mandarino, una persona consapevole può vedere le
meraviglie dell'universo e come tutte le cose interagiscono tra loro. Bambi­
ni, ogni giorno è un mandarino. Come un mandarino racchiude gli spic­
chi, ogni giorno racchiude le ventiquattro ore. Ogni ora è uno spicchio.
Vivere tutte le ore del giorno è come mangiare tutti gli spicchi. La via da
me trovata è quella del vivere ogni ora del giorno in consapevolezza, la
mente e il corpo sempre presenti a ogni momento. Il contrario è vivere
nell'inconsapevolezza. Se viviamo con la mente distratta, non sappiamo
neppure di essere vivi. Non sperimentiamo la pienezza della vita, perché la
mente e il corpo non vivono nel qui e ora".
Gautama guardò Sujata e la chiamò.
"Sì, maestro " , disse Sujata giungendo le mani.
"Che cosa pensi? Una persona che vive in consapevolezza, farà molti o
pochi errori?".
"Venerabile maestro, una persona che vive in consapevolezza farà po­
chi errori. Mia madre ripete sempre che una ragazza deve fare attenzione a
come cammina, come sta in piedi, come parla,' come ride e come agisce,
per evitare pensieri, parole e azioni che danno dolore a s� stessa e agli
altri " .
"Proprio così, Sujata. Una persona che vive i n consapevolezza sa che
cosa sta pensando, dicendo e facendo. E può evitare pensieri, parole e
azioni che recano sofferenza a se stessa e agli altri.
" Bambini, vivere con consapevolezza significa vivere nel momento pre­
sente. Si è sempre consci di ciò che accade dentro di noi e attorno a noi. Si
è in contatto immediato con la vita. Vivendo in questo modo, si potrà
comprendere profondamente se stessi e quanto ci circonda. La compren­
sione porta alla tolleranza e all'amore. Se tutti gli esseri si comprendessero
92 Libro primo

l'un altro, si accetterebbero e si amerebbero reciprocamente. Allora non ci


sarebbe più tanta sofferenza nel mondo.
"E tu, Svasti, che cosa pensi? Le persone possono amarsi se non si capi­
scono::>. " .
"Venerabile maestro, senza comprensione l'amore è molto difficile. Mi
ricordo un fatto accaduto a mia sorella Bhima. Una notte piangeva in con­
tinuazione, finché Bala perse la pazienza e la sculacciò. Bhima pianse an­
cora più forte. Io la presi in braccio e sentii che scottava. Ero sicuro che
avesse male per colpa della febbre. Chiamai Bala e le dissi di metterle la
mano sulla fronte, e Bala capì immediatamente perché Bhima piangeva. I
suoi occhi si intenerirono, prese Bhima tra le braccia e le cantò una canzo­
ne. Bhima smise di piangere, anche se aveva ancora la febbre. Venerabile
maestro, penso che le cose cambiarono perché Bala comprese il motivo
del pianto di Bhima. Per questo credo che, senza capire, amare è impossi­
bile".
"Proprio così, Svasti. Si può amare solo se si comprende. E solo con
l'amore c'è accettazione. Bambini, vivete in consapevolezza e accrescete la
vostra comprensione. Allora capirete voi stessi, gli altri e tutte le cose. Il
vostro cuore si riempirà d'amore. Questo è la meravigliosa via che ho sco­
perto" .
Svasti giunse l e mani. "Venerabile maestro, possiamo chiamarla l a 'Via
della Consapevolezza' ? " .
Siddhartha sorrise. " Certamente. Possiamo chiamarla la Via della Con­
sapevolezza. Mi piace. La Via della Consapevolezza conduce al perfetto
Risveglio" .
Sujata giunse le mani per chiedere il permesso di parlare. "Tu sei il ri­
svegliato, colui che indica come vivere in consapevolezza. Possiamo chia­
marti il 'Risvegliato' ? " .
Siddhartha annuì. "Ne sarei davvero contento" .
Gli occhi di Sujata brillarono. "Nella lingua magadhi" continuò la fan­
ciulla, "usiamo la parola budh per dire 'svegliarsi'. Una persona risvegliata
sarebbe quindi chiamata Buddha. Possiamo chiamarti 'Buddha' ? " .
Siddhartha annuì di nuovo. I bambini erano esultanti. Il più anziano
del gruppo, il quattordicenne Nalaka, prese la parola: "Venerabile
Buddha, siamo davvero felici che tu ci insegni la Via della Consapevolez­
za. Sujata mi ha raccontato che hai meditato sotto il pippala per sei mesi e
che proprio questa notte hai ottenuto il Grande Risveglio. Venerabile
Buddha, quest'albero di pippala è il più bello della foresta. Possiamo chia­
marlo l"Albero del Risveglio', l"Albero della Bodhi'? La parola bodhi ha
la stessa radice di 'buddha', e significa 'risveglio' " .
Gautama fece di sì con la testa. Anche lui esultava. Non immaginava
che, nell'incontro con i bambini, avrebbero ricevuto un nome la via, lui
Il mandarino della presenza mentale 93

stesso e persino il grande albero. Nandabala giunse le mani: "Si sta facen­
do buio e dobbiamo tornare alle nostre case, ma verremo presto a ricevere
altri insegnamenti" . I bambini si alzarono e giunsero le mani in forma di
bocciolo di loto per ringraziare il Buddha. Poi si avviarono chiacchierando
come uno stormo di garruli uccellini. Il Buddha era felice. Decise di fer­
marsi più a lungo nella foresta per capire come seminare meglio i semi del
Risveglio e per concedersi un periodo speciale gustando la pace e la gioia
che la scoperta della via gli aveva donato.
20

Il cervo

Ogni giorno il Buddha si bagnava nel fiume Neranjara. Faceva medita­


zione camminata sulle rive e seguendo i sentieri nella foresta che lui stesso
aveva tracciato camminando. Sedeva in meditazione sulla riva del fiume o
sotto l'albero della bodhi, le cui fronde erano abitate da centinaia di uccel­
li cinguettanti. Aveva realizzato il suo voto. Sapeva di dover tornare a Ka­
pilavatthu, dove tanti erano in attesa di conoscere i risultati della sua ricer­
ca. Si ricordava anche del re Bimbisara, della città di Rajagaha. Provava
un'affinità particolare verso il giovane monarca e desiderava rivedere an­
che lui. C'erano poi i suoi cinque amici. Il Buddha sapeva che tutti loro
avevano la capacità di ottenere rapidamente la liberazione, e voleva ritro­
varli. Sicuramente vivevano ancora nei paraggi.
Il fiume, il cielo, la luna e le stelle, le montagne, la foresta, ogni stelo
d'erba e ogni granello di polvere si erano trasformati agli occhi del
Buddha. Sapeva che i lunghi anni spesi vagando alla ricerca della Via non
erano sprecati. In verità, attraverso le prove e gli stenti, aveva trovato la
Via nel proprio cuore. Tutti gli esseri possiedono il cuore dell'illuminazio­
ne, i suoi semi sono presenti in tutti. Gli esseri viventi non hanno bisogno
di ricercarla al di fuori di se stessi perché in essi è già presente tutta la sag­
gezza e la forza dell'universo. Questa fu la grande scoperta del Buddha,
motivo di letizia per ognuno.
I bambini venivano spesso a trovarlo e il Buddha era felice di vedere
che la via della liberazione si poteva esprimere in modo semplice e natura­
le. Anche quei ragazzi di campagna privi di istruzione capivano il suo inse­
gnamento, e ciò lo incoraggiava.
Un giorno si presentarono con un cesto di mandarini, col desiderio di
mangiarli in consapevolezza per mettere in pratica il primo insegnamento
ricevuto dal Buddha. Sujata si inchinò rispettosamente e gli presentò il ce­
sto. Il Buddha giunse le mani come un bocciolo di loto e prese un manda­
rino. Poi Sujata lo offrì a Svasti, che sedeva accanto al Buddha. Anche Sva-
Il cervo 95

sti giunse le mani e prese un frutto. Sujata presentò il cesto a tutti i bambi­
ni, finché tutti ebbero un mandarino. Poi sedette e giunse le mani prima di
prenderne uno per se stessa. I bambini sedevano in silenzio. Il Buddha
disse loro di seguire il respiro e sorridere. Quindi sollevò il mandarino nel­
la mano sinistra e lo guardò intensamente. I bambini ne seguirono l'esem­
pio. Lentamente iniziò a sbucciarlo, e i bambini sbucciarono lentamente il
proprio. Maestro e discepoli gustarono il mandarino in silenziosa consape­
volezza. Quando tutti ebbero finito, Bala radunò le bucce. Ai bambini era
piaciuto moltissimo mangiare i mandarini in presenza mentale assieme al
Buddha. E il Buddha fu molto felice di condividere quella pratica con
loro.
I bambini arrivavano al pomeriggio. Il Buddha insegnò loro a sedere
senza muoversi e a seguire il respiro per calmare la mente se erano tristi o
arrabbiati. Gli insegnò la meditazione camminata per ristorare la mente e
il corpo. Gli insegnò a guardare attentamente gli altri e le proprie azioni
per sviluppare la capacità di vedere, capire e amare. E i bambini capivano
tutto ciò che gli veniva insegnato.
Nandabala e Sujata dedicarono un giorno intero a cucire un abito nuo­
vo per il Buddha. Era dello stesso color mattone del vecchio. Quando
Sujata seppe di dover usare l'abito funebre che aveva avvolto il cadavere
della sua serva Radha, morta di tifo, le era venuto da piangere.
Quando le due giovani giunsero con il dono, il Buddha sedeva sotto
l'albero della bodhi. Attesero in silenzio che riemergesse dalla meditazione
e gli offrirono l'abito nuovo. Il Buddha ne fu molto felice.
" Ne avevo proprio bisogno" disse, e aggiunse che avrebbe conservato il
vecchio per indossarlo ogni volta che avesse lavato quello nuovo. Nanda­
bala e Sujata decisero in segreto di cucirgli un secondo abito.
Un giorno Balagupta, un'amica dodicenne di Sujata, domandò al
Buddha di parlare dell'amicizia. Il giorno prima Balagupta aveva avuto
una discussione con l'amica del cuore, ]atilika. Per questo, venendo dal
Buddha, non voleva fermarsi alla casa di ]atilika e l'aveva fatto solo dietro
insistenza di Sujata. Da parte sua, ]atilika aveva �ccettato di yenire con lo­
ro solo per la presenza di Sujata. Giunte all'albero della bodhi, le due
bambine si erano sedute una da una parte e una dall'altra.
Il Buddha narrò dell'amicizia tra un cervo, un uccello e una tartaruga.
La storia, disse, risaliva a molte migliaia d'anni prima, in una sua passata
esistenza in forma di cervo. I bambini erano stupiti. "Nelle esistenze pre­
cedenti" spiegò il Buddha, " tutti siamo stati terra, pietre, rugiada, vento,
acqua e fuoco. Siamo stati muschi, erbe, alberi, insetti, pesci, tartarughe,
uccelli e mammiferi. La meditazione me l'ha mostrato con chiarezza. Ecco
che, in quella vita, io ero un cervo. È un fatto assolutamente normale.
Ricordo ancora una vita in cui fui un masso in cima a una montagna, e
96 Libro primo

un'altra in cui fui un albero di plumeria. Lo stesso è accaduto a ciascuno


di voi. La storia che voglio raccontarvi narra di un cervo, un uccello, una
tartaruga e un cacciatore. Forse l'uccello e la tartaruga erano proprio due
di voi.
"Tutti abbiamo già vissuto in epoche in cui gli uomini non esistevano
ancora, persino quando sulla terra non c'erano né uccelli né mammiferi.
C'erano solo forme vegetali, nel fondo dei mari e sulla crosta terrestre. A
quei tempi forse eravamo pietre, rugiada, piante. Poi sperimentammo la
vita in forma di uccelli, animali di tutte le specie e, infine, uomini. Anche
ora siamo molto più che semplici esseri umani. Siamo piante di riso, man­
darini, fiumi e aria perché, senza queste cose, non potremmo esistere.
Ogni volta che vedrete una pianta di riso, una noce di cocco, un mandari­
no o dell'acqua, ricordate che la vostra vita dipende da molti altri esseri. E
questi altri sono parte di voi. Se riuscirete a vederlo, proverete vera com­
prensione e vero amore.
"La storia che voglio raccontarvi avvenne molte migliaia di anni fa, ma
potrebbe svolgersi in questo preciso momento. Ascoltate con attenzione e
scoprite se avete delle cose in comune con gli animali del racconto" .
L a storia è questa. A quel tempo il Buddha era un cervo che viveva in
una foresta dov'era un lago cristallino in cui il cervo amava abbeverarsi.
Nel lago viveva una tartaruga e tra i rami di un salice della riva viveva una
gazza. Cervo, Tartaruga e Gazza erano molto amici. Un giorno un caccia­
tore, seguendo le orme di Cervo, giunse sulla riva del lago. Costruì una
trappola con corde robuste e ritornò alla sua capanna ai margini della fo­
resta.
Quando Cervo venne ad abbeverarsi, cadde nella trappola. Le sue grida
furono udite da Tartaruga e da Gazza. La prima uscì dall'acqua, la secon­
da prese il volo dal nido, e dibattevano come tirar fuori l'amico da
quell'impiccio. "Sorella Tartaruga" disse Gazza, "le tue mascelle sono ro­
buste e resistenti. Rodi le corde e spezzale. Io intanto impedirò al cacciato­
re di tornare" , e volò via in gran fretta.
Tartaruga iniziò a rodere le corde. Gazza raggiunse in volo la casa del
cacciatore e attese tutta la notte su un mango lì di fronte. All'alba, il cac­
ciatore prese un coltello affilato e uscì. Appena lo vide, Gazza gli si av­
ventò in viso con tutta la forza. Colpito dall'uccello, il cacciatore rimase
stordito e rientrò nella capanna. Si coricò per riprendersi. Poi si rialzò e,
sempre tenendo stretto il coltello, uscì dalla porta posteriore. Ma l'astuta
Gazza, che l'aveva previsto, lo aspettava su un albero del pane. Di nuovo
gli si scagliò in viso, percuotendolo con forza. Assalito per la seconda vol­
ta, il cacciatore rientrò nella capanna per riflettere sull'accaduto. Decise
che era un giorno infausto e che avrebbe fatto meglio a rimanere in casa fi­
no all'indomani.
Il cervo 97

L'indomani si levò di buon'ora. Prese il coltello affilato e, per precau­


zione, prima di mettere il piede fuori della porta, si riparò il volto con il
cappello. Vedendo che non poteva più attaccarlo, Gazza si affrettò nella
foresta per avvertire gli amici.
"Il cacciatore sta arrivando ! " .
Tartaruga stava masticando l'ultima corda, che sembrava più dura
dell'acciaio. Aveva le mascelle escoriate e sanguinanti per avere lavorato
senza tregua due notti e un giorno. Eppure non si fermò. Proprio allora
apparve il cacciatore. Terrorizzato, Cervo diede un violento strattone che
spezzò la fune. Finalmento libero, fuggì di corsa nella foresta. Gazza balzò
sul ramo più alto del salice. Ma Tartaruga era stremata e non riusciva a
muoversi. Adirato perché il cervo gli era sfuggito, il cacciatore afferrò la
tartaruga e la gettò dentro la sacca di cuoio. Appese la sacca a un ramo del
salice e si precipitò sulle orme di Cervo.
Cervo, che si era nascosto dietro un cespuglio, vide Tartaruga nei guai e
pensò: "I miei amici hanno rischiato la vita per me, ora è il momento di fa­
re lo stesso per loro" . Uscì allo scoperto, in piena vista del cacciatore. Fin­
se di incespicare come se non si reggesse sulle zampe e zoppicò via lenta­
mente.
Il cacciatore pensò: "Il cervo è privo di forze. Mi avvicinerò furtivamen­
te e lo ucciderò con il coltello" .
Il cacciatore seguì Cervo sempre più nel folto della foresta. Cervo face­
va in modo di tenersi di poco fuori della portata del cacciatore. All'im­
provviso, ormai lontani dal lago, Cervo si mise a correre e scomparve dalla
vista del cacciatore. Cancellando le impronte, ritornò al lago. Con le corna
fece cadere la sacca dal ramo e liberò Tartaruga. Gazza si unì agli amici.
"Oggi mi avete salvato da morte sicura nelle mani del cacciatore" , disse
Cervo. "Ma temo che presto sarà di nuovo qui. Gazza, vola in un luogo si­
curo. E tu, sorella Tartaruga, immergiti nell'acqua e non farti vedere.
Quanto a me, mi nasconderò nella foresta".
Il cacciatore ritornò e trovò la sacca vuota a t�rra. La raccolse indispet­
tito e, stringendo con rabbia il coltello, si trascinò verso casa. ;
I bambini avevano ascoltato la storia con gli occhi spalancati. Quando il
Buddha raccontò di come divennero lacere e sanguinanti le mascelle di
Tartaruga che masticava le corde per liberare l'amico, Rupak e Subash sta­
vano per piangere. "Che cosa pensate, bambini" , chiese il Buddha. "Io ero
Cervo. Qualcuno di voi era Tartaruga? " .
Quattro, tra cui Sujata, alzarono la mano.
"E chi di voi era Gazza? " .
Alzarono l a mano Svasti, J atilika e Balagupta.
Sujata guardò Jatilika, poi Balagupta. "Se tutte e due eravate Gazza, si­
gnifica che siete una sola persona. A che serve che Gazza sia arrabbiata
98 Libro primo

con Gazza? La nostra amicizia non può essere uguale a quella di Gazza,
Tartaruga e Cervo? " .
Balagupta s i alzò, si avvicinò a Jatilika e l e prese la mano fra le sue. J ati­
lika l'attirò tra le braccia e poi si tirò da parte per farle posto.
Il Buddha sorrise. "Bambini, avete capito la storia. Ricordate che fatti
come quello che vi ho appena raccontato accadono in continuazione nella
vita di tutti i giorni".
21

Lo stagno dei loti

I bambini ritornarono a casa e il Buddha fece meditazione camminata.


Sollevò l' abito per passare il fiume e seguì un sentiero che, dividendo due
risaie, portava a uno stagno di loti che aveva caro. Sedette a contemplare
gli splendidi fiori.
Guardando gli steli, le foglie e i petali pensava alle fasi della crescita di
un loto. Le radici erano sepolte nel fango. Alcuni steli restavano sotto la
superficie dell'acqua mentre altri ne emergevano appena, con le foglie
strettamente avvolte al gambo. C'erano boccioli ancora chiusi, altri che in­
cominciavano a schiudersi, e fiori già in pieno sboccio. E c'erano capsule
di semi da cui i petali erano tutti caduti. C'erano fiori bianchi, azzurri e ro­
sa. Il Buddha rifletteva che le persone non sono diverse dai fiori di loto,
ciascuno ha una predisposizione naturale. Devadatta era diverso da Anan­
da, Yasodhara era diversa dalla regina Pamita, e Sujata da Baia. Carattere,
virtù, intelligenza e talenti variano in grande misura. La Via della Libera­
zione, da lui scoperta, doveva venire esposta in modi diversi per adattarsi
alla varietà delle persone. Insegnare ai bambini, pensò, era piacevole: con
loro poteva esprimersi con semplicità.
Metodi diversi di insegnamento sono come pqrte attraverso cui persone
diverse possono entrare e capirlo. Le 'porte del Dharma' dqvevano risul­
tare dagli incontri con gli altri. Non c'erano metodi già pronti, ricevuti
miracolosamente sotto l'albero della bodhi. Il Buddha vedeva che occor­
reva ritornare nella società degli uomini per mettere in moto la ruota del
Dharma e spargere i semi della liberazione. Quarantanove giorni erano
passati dal Risveglio, era tempo di lasciare Uruvela. Decise di partire il
mattino seguente, abbandonando la frescura della foresta sulle rive del
Neranjara, l'albero della bodhi e i bambini. Voleva, prima di tutto, recarsi
dai suoi maestri, Alara Kalama e Uddaka Ramaputta, che sapeva in grado
di ottenere il Risveglio all'istante. Dopo aver beneficiato quelle due vene­
rabili figure, avrebbe raggiunto i cinque amici con cui aveva diviso le mor-
l 00 Libro primo

tificazioni ascetiche. Quindi intendeva ritornare nel Magadha, dal re Birn­


bisara.
Venne il mattino. Il Buddha indossò l'abito nuovo e s'incamminò verso
Uruvela nella bruma dell'alba. Alla capanna di Svasti annunciò al giovane
guardiano di bufali e ai suoi fratelli che era giunto il tempo di partire. Ac­
carezzò con tenerezza i bambini sul capo, e insieme raggiunsero la casa di
Sujata. Udendo la notizia, Sujata pianse.
"Devo andarmene per adempiere le mie responsabilità", disse il
Buddha. "Ma prometto di tornare tra voi ogni volta che potrò. Bambini,
mi siete stati di grande aiuto e vi sono riconoscente. Ricordate ciò che vi
ho detto e mettetelo in pratica. Se farete così, io non sarò mai separato da
voi. Sujata, asciuga le lacrime e fammi un sorriso".
Sujata si asciugò le lacrime con un angolo del sari e si sforzò di sorride­
re. I bambini lo accompagnarono fino al limite del villaggio. Stava per vol­
tarsi per l'ultimo addio, quando il Buddha vide un giovane asceta venire
verso di loro. L'asceta salutò giungendo le mani e lo fissò con curiosità.
Dopo un lungo momento disse: "Monaco, il tuo aspetto è radioso e pacifi­
cato. Qual è il tuo nome, e chi è il tuo maestro?".
"Il mio nome è Siddhartha Gautama", rispose il Buddha. "Ho studiato
con molti sapienti, ma nessuno è il mio maestro. E tu, qual è il tuo nome e
da dove vieni?".
"Il mio nome è Upaka", rispose l'asceta. "Vengo dal centro del maestro
Uddaka Ramaputta" .
"È in buona salute il maestro Uddaka? " .
"Non sono molti giorni che è morto" .
Il Buddha sospirò, non aveva più l a possibilità di aiutare il suo vecchio
maestro. "E il maestro Alara Kalama, hai studiato anche con lui?", domandò.
" Sì, ma anche lui è morto da non molto" , rispose Upaka.
"Pei caso, conosci un monaco di nome Kondanna?".
"Sicuro" , rispose Upaka. "Mentre stavo al centro del maestro Uddaka
ho udito parlare di Kondanna e di quattro altri monaci. So che vivono e
praticano insieme nel Parco dei Cervi di Isipatana, presso la città di Vara­
nasi. Ma ora, Gautama, domando il permesso di proseguire il cammino.
Mi aspetta un lungo viaggio" .
Il Buddha giunse l e mani in segno di commiato e si rivolse ai bambini.
"Bambini, vado a Varanasi per ritrovare i miei cinque amici. Il sole è sor­
to, ritornate alle vostre case".
Giunse le mani in segno di addio e risalì il fiume verso nord. Sapeva che
la strada scelta era più lunga ma più facile. li Neranjara si gettava più a
nord nel Gange. Di là, seguendo il Gange verso occidente, in pochi giorni
avrebbe raggiunto il villaggio di Pataligrama, dov'era possibile attraversare
il fiume ed entrare in Varanasi, la capitale del Kasi.
Lo stagno dei loti 101

I bambini aspettarono finché scomparve alla loro vista, vinti da una


grande tristezza e dalla nostalgia. Sujata piangeva e Svasti sentiva salire le
lacrime, ma non voleva piangere davanti al fratello e alle sorelle. Così dis­
se: "Sorella Sujata ritorniamo, i bufali mi aspettano. Tu; Bala, ricorda di
fare il bagno a Rupak. Dammi Bhima, la porto io" .
Sulla via del ritorno, lungo il fiume, nessuno disse una parola.

'
L'anziano Ananda era dolce e amichevole, e di aspetto straordinaria-
mente bello. Possedeva davvero una memoria stupefacente. Ricordava
ogni particolare di tutti i discorsi del Buddha, e ripeté gli undici punti
esposti nel Sutra del guardiano di bufali, con profonda gratitudine di Svasti
e Rahula. Svasti comprese che Ananda avrebbe ricordato tutto quanto
aveva appena narrato sul periodo trascorso dal Buddha nella foresta di
Uruvela.
Raccontando la sua storia, Svasti aveva lanciato frequenti occhiate alla
bhikkhuni Gotami. Gli occhi splendenti ne rivelavano la gioia di ascoltar­
lo, e Svasti si era sforzato di non dimenticare nessun particolare. Gotami
era deliziata dai racconti sui bambini di Uruvela, ad esempio di quando
avevano mangiato i mandarini con consapevolezza assieme al Buddha nel-
·

la foresta.
Altrettanto evidente era la gioia che provavano nell'ascoltarlo Rahula e
l'anziano Assaji, anche se, nei due giorni necessari per terminare il raccon­
to, non aveva fatto commenti. Svasti sapeva che Assaji era uno dei cinque
amici che avevano praticato la mortificazione con il Buddha ed era curioso
di conoscere cos'era accaduto quando si erano ritrovati dopo sei mesi di
separazione, ma era troppo timido per chiedere. Come leggendogli nella
mente, la bhikkhuni Gotami disse: "Svasti, avresti piacere di udire dall'an­
ziano Assaji cosa accadde dopo che il Buddha ebbe lasciato Uruvela? So­
no dieci anni che Assaji segue il Buddha, ma non credo che abbia mai par­
lato degli avvenimenti nel Parco dei Cervi di Isipatana. Maestro Assaji,
vorresti riferirei il primo discorso di Dharma èlel Buddha.' e aggiungere
qualche episodio avvenuto in questi dieci anni? ".
Assaji giunse le mani e disse: "Non occorre che tu mi chiami maestro,
bhikkhuni Gotami. Per oggi abbiamo udito molto dal bhikkhu Svasti, ed è
ormai l'ora della meditazione. Venite domani nella mia capanna, e vi rac­
conterò quanto ricordo" .
22

La Ruota del Dharma è messa in moto

Assaji praticava la via della mortificazione nel Parco dei Cervi. Un gior­
no, terminata la meditazione seduta, notò un monaco che di lontano veni­
va verso di lui. Quando fu più vicino, si avvide che non si trattava di altri
che di Siddhartha e avvertì in fretta gli amici.
Bhaddiya disse: " Siddhartha ha abbandonato la via. Si è nutrito di riso
e di latte, e si è messo a chiacchierare con i bambini. Che delusione per
noi! Ritengo che non dobbiamo neppure salutarlo" . I cinque amici decise­
ro di non recarsi al portale del parco per accoglierlo, e di non alzarsi in se­
gno di saluto se fosse entrato. Ma le cose andarono diversamente.
Quando infatti Siddhartha varcò il portale i cinque asceti furono così
colpiti dal suo portamento raggiante che si ritrovarono in piedi senza
accorgersene. Siddhartha sembrava circondato da un'aura di luce. Ogni
suo passo rivelava una straordinaria forza spirituale. Lo sguardo pe­
netrante fece svanire la decisione di ignorarlo. Kondanna gli corse incon­
tro e gli prese la ciotola. Mahanama portò acqua perché si lavasse mani
e piedi. Bhaddiya gli presentò un sedile. Vappa lo rinfrescava con un
ventaglio di foglie di palma. Assaji stava in disparte, senza sapere cosa
fare.
Dopo che Siddhartha si fu lavato mani e piedi, Assaji capì che poteva
offrirgli una ciotola d'acqua fresca. Poi i cinque amici sedettero in cerchio
attorno a Siddhartha che li guardò con tenerezza e disse: "Fratelli, ho tro­
vato la Via e voglio mostrarvela".
Assaji era metà fiducioso e metà scettico. Forse anche gli altri provava­
no la stessa sensazione, ma nessuno parlava. Poi Kondanna sbottò: "Gau­
tama, tu hai deviato dalla via ! Hai mangiato riso, hai bevuto latte e ti sei
accompagnato a dei bambini. E così avresti trovato il sentiero che conduce
alla liberazione? " .
Siddhartha l o guardò negli occhi. "Amico Kondanna, m i conosci da
tanto. Durante tutto questo tempo, ti ho mai mentito? " .
La Ruota del Dharma è messa in moto 103

" No, Siddhartha. Da te non ho udito altro che la verità" , ammise Kon­
danna.
"Perciò" continuò il Buddha, "ascoltatemi, amici. Ho trovato la Gran­
de Via, e ve la mostrerò. Sarete i primi a udire il mio insegnamento. Que­
sto Dharma non è il frutto del pensiero ma il prodotto dell' esperienza di­
retta. Ascoltate serenamente in piena consapevolezza " .
L a sua voce era pervasa d a una tale autorità spirituale che i cinque ami­
ci giunsero le mani e lo guardarono con rispetto. Kondanna parlò per tut­
ti: "Bene, amico Gautama, mostraci compassione e in dicaci la Via" .
"Amici miei" cominciò tranquillamente il Buddha, "sono due gli estre­
mi che chi percorre il sentiero deve evitare. Il primo è l'immergersi nei
piaceri sensoriali, il secondo è la mortificazione che nega al corpo le sue
necessità. Il cammino da me scoperto è la Via di Mezzo, che evita entram­
bi gli estremi e conduce alla comprensione, alla liberazione, alla pace. È il
Nobile Ottuplice Sentiero della retta comprensione, retto pensiero, retta
parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta presenza
mentale e retta concentrazione. Seguendo il Nobile Ottuplice Sentiero ho
raggiunto la comprensione, la liberazione e la pace.
"Fratelli, perché chiamo questo sentiero il Retto Sentiero? Lo chiamo
Retto perché non nega e non evita la sofferenza, ma indica nell'esperienza
diretta della sofferenza il mezzo per superarla. Il Nobile Ottuplice Sentiero
è la via della consapevolezza, fondata sulla presenza mentale. Con la prati­
ca della presenza mentale si sviluppa la concentrazione, che consente di ot­
tenere la Comprensione. Mediante la retta concentrazione si realizzano la
retta consapevolezza, i retti pensieri, la retta parola, la retta azione, i retti
mezzi di sussistenza e il retto sforzo. La Comprensione che se ne sviluppa
libera dai ceppi della sofferenza e dà nascita alla vera pace e vera gioia.
"Fratelli, ci sono quattro verità: l'esistenza della sofferenza, la causa del­
la sofferenza, la cessazione della sofferenza e il sentiero che conduce alla
cessazione della sofferenza. Le chiamo le Quattro Nobili Verità. La prima
è l'esistenza della sofferenza. Nascita, vecchiaia,.malattia e morte sono sof­
ferenza. Tristezza, ira, invidia, timore, ansia, paura e disperazione sono
sofferenza. La separazione da ciò che si ama è sofferenza. L'unione con ciò
che si odia è sofferenza. Il desiderio e l' attaccamento ai cinque aggregati
sono sofferenza.
"Fratelli, la seconda verità è la causa della sofferenza. A causa dell'igno­
ranza, gli uomini non vedono la realtà della vita e si lasciano imprigionare
nelle fiamme del desiderio, dell'ira, dell'invidia, dell'angoscia, del timore,
della paura e della disperazione.
"Fratelli, la terza verità è la cessazione della sofferenza. La comprensio­
ne della realtà della vita porta con sé la cessazione dell'angoscia e della pe­
na, e dà nascita alla pace e alla gioia.
l 04 Libro primo

"Fratelli, la quarta verità è la via che conduce alla cessazione della soffe­
renza. È il Nobile Ottuplice Sentiero, che vi ho or ora spiegato. Il Nobile
Ottuplice Sentiero viene nutrito vivendo in presenza mentale. La presenza
mentale conduce alla concentrazione e alla comprensione che libera dal
dolore e dalla pena, porta alla pace e alla gioia. Io vi guiderò lungo questo
sentiero di conoscenza" .
Mentre Siddhartha parlava delle Quattro Nobili Verità, Kondanna per­
cepì il proprio cuore illuminarsi di un improvviso bagliore. Assaporava la
liberazione che da tanto tempo cercava. Il volto s'illuminò di gioia. Rivol­
gendosi a lui, il Buddha esclamò: " Kondanna, hai compreso, hai com-
preso l. " .
Kondanna giunse le mani, si inchinò al Buddha e disse con profondo ri­
spetto: "Venerabile Gautama, ti prego di accettarmi come tuo discepolo.
Sotto la tua guida, so che otterrò il Grande Risveglio" .
Anche gli altri si prostrarono ai piedi del Buddha, giunsero l e mani e
chiesero di essere accettati come discepoli. Il Buddha fece loro segno di al­
zarsi. Quando furono di nuovo seduti, disse: "Fratelli! I bambini del vil­
laggio di Uruvela mi hanno dato un nome: il 'Buddha'. Se volete, potete
chiamarmi anche voi così " .
"Il tuo nome non sta a significare 'risvegliato' ? " , chiese Kondanna.
"Esatto. E gli stessi bambini hanno chiamato la via da me scoperta la
'Via del Risveglio' . Cosa pensate di questo nome?".
" Il 'Risvegliato' ! La 'Via del Risveglio' ! Meraviglioso, meraviglioso! So­
no nomi semplici e veri. Saremo felici di chiamarti il Buddha e di chiamare
la Via del Risveglio il cammino da te scoperto. Come tu hai detto, vivere
ogni giorno in consapevolezza è la vera base della pratica spirituale" . I cin­
que monaci accettarono all'unanimità Gautama come maestro e il nome di
Buddha.
ll Buddha sorrise. "Vi prego, fratelli, praticate con spirito aperto e saga­
ce, e in tre mesi otterrete il frutto della liberazione" .
Il Buddha s i stabilì a Isipatana per prendere sotto l a sua guida i cinque
amici che, aderendo all'insegnamento, abbandonarono le macerazioni
ascetiche. Tre di essi si recavano ogni giorno a mendicare il cibo, che al ri­
torno dividevano con gli altri. Il Buddha li seguiva individualmente, così
che ciascuno faceva rapidi progressi.
Spiegò la natura impermanente e priva di un sé di tutte le cose. Insegnò
a considerare i cinque aggregati come cinque corsi d'acqua in cui non è
dato di trovare nulla di separato o permanente. I cinque aggregati sono: il
corpo, le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza.
Meditando sui cinque aggregati presenti in loro, videro l'intima e stupefa­
cente relazione tra se stessi e tutte le cose nell'universo.
Perseverando, tutti realizzarono la Via. Primo a ottenere il Risveglio fu
La Ruota del Dharma è messa in moto 105

Kondanna, e due mesi più tardi Vappa e Bhaddiya. Non trascorse molto
che anche Mahanama e Assaji ottennero lo stato di arhat.
Colmo di gioia, il Buddha disse loro: "Ora siamo una vera comunità,
possiamo chiamarla il nostro Sangha. Il sangha è la comunità di coloro che
vivono in armonia e consapevolezza. Prendiamo i semi del risveglio e se­
miniamoli in ogni luogo" .
23

Il nettare del Dharma

Era abitudine del Buddha alzarsi di buon'ora, sedere e quindi cammi­


nare in meditazione tra gli alberi della foresta. Un mattino durante la me­
ditazione camminata vide, confuso nella bruma dell'alba, un uomo di
bell'aspetto, sui trent'anni, elegantemente vestito. Il Buddha sedette su un
sasso. Awicinandosi, inconsapevole della sua presenza, l'uomo mormora­
va: "Disgustoso ! Ripugnante ! " .
"Nulla è disgustoso, nulla è ripugnante", pronunciò ad alta voce il
Buddha.
L'uomo si fermò di colpo. Guardò in direzione della voce, che era ri­
suonata chiara e rassicurante, e vide il Buddha sedere rilassato e sereno. Il
giovane si tolse i sandali e s'inchinò profondamente. Quindi sedette su un
sasso vicino.
"Che cos'è tanto disgustoso? Che cos'è tanto ripugnante? " , domandò il
Buddha.
L'uomo disse di chiamarsi Yasa e di essere figlio di uno dei più ricchi e
stimati mercanti di tutta Varanasi. La sua era una vita di lussi e di piaceri.
I genitori esaudivano ogni suo capriccio e l'avevano prowisto di tutto: una
splendida dimora, gioielli, denaro, vino, cortigiane, banchetti e feste. Ma
Y asa, giovane sensibile e riflessivo, incominciava a sentirsi soffocare da
quella vita di piaceri e non ne traeva più alcun diletto.
Si sentiva chiuso in una stanza senza finestre; anelava all'aria fresca, a
una vita semplice e buona. La sera prima aveva partecipato con gli amici a
una festa rallegrata da bevande, musica e giovani cortigiane. Nel mezzo
della notte, Yasa si era svegliato e aveva visto gli amici e le giovani donne
vinti scompostamente dal sonno. In quel momento si era reso conto che
non poteva continuare quella vita. Si era gettato addosso un mantello, ave­
va calzato un paio di sandali ed era uscito dal portone principale, senza
meta. Aveva vagato tutta la notte, per ritrovarsi all'alba nel Parco dei Cervi
di Isipatana. E ora, mentre sorgeva il sole, sedeva di fronte al Buddha.
Il nettare del Dharma 107

Il Buddha gli venne in aiuto. "Yasa, questa vita colma di sofferenza è


colma anche di meraviglie. Abbandonarsi ai piaceri sensuali è male per la
salute tanto del corpo che della mente. Ma, vivendo in modo semplice e
salutare, senza soggiacere ai desideri, si possono sperimentare le meravi­
glie della vita. Guardati attorno, Yasa. Non sono meravigFosi gli alberi
nella bruma del mattino? La luna, le stelle, i fiumi, le montagne, la luce del
sole, i canti degli uccelli e il gorgoglio delle sorgenti sono manifestazioni di
un universo capace di darci una felicità senza fine.
"La felicità che riceviamo da tutto ciò nutre la mente e il corpo. Chiudi
gli occhi e fai qualche respiro. Ora riaprili. Che cosa vedi? Alberi, bruma,
cielo, raggi di sole. I tuoi occhi sono meravigliosi. Non sei stato in contatto
con meraviglie come queste, e perciò hai finito col disprezzare la tua men­
te e il tuo corpo. Alcuni disprezzano la mente e il corpo a tal punto da vo­
lersi uccidere. Nella vita vedono solo sofferenza. Ma la sofferenza non è la
vera natura dell'universo. È il risultato del nostro modo di vivere e della
nostra errata visione della vita" .
L e parole del Buddha toccarono Yasa e come gocce di rugiada n e risto­
rarono il cuore inaridito. Sopraffatto dalla felicità, Y asa si prostrò e chiese
di diventare suo discepolo .
Il Buddha 1' aiutò a risollevarsi e disse: "La vita di un monaco è semplice
e umile. Un monaco non possiede denaro, dorme in capanne di frasche o
ai piedi di un albero, si ciba di ciò che elemosina e solo una volta al gior­
no. Sei disposto ad abbracciare questa vita?".
" Sì, maestro. Sarei felice di vivere questa vita" .
"Un monaco" aggiunse il Buddha, "dedica la mente e il corpo all'otte­
nimento della liberazione, per beneficio di se stesso e degli altri. Pone tutti
i suoi sforzi nel lenire la sofferenza. Vuoi seguire questa via?".
" Sì, maestro. Faccio voto di seguire questa via " .
"Ti accetto come discepolo. I discepoli della mia comunità s i chiamano
bhzkkhu, mendicanti. Ogni giorno mendicherai il cibo per nutrirti, per
praticare l'umiltà e per mescolarti con gli altri allo scopo di mostrargli la
Via". ·

In quel momento si avvicinarono i cinque amici, i primi èliscepoli del


Buddha. Y asa si alzò e li salutò rispettosamente uno per uno. Il Buddha li
presentò a Yasa e, rivolgendosi a Kondanna, disse: " Kondanna, Yasa desi­
dera diventare un bhikkhu. L'ho accettato. Insegnagli a indossare l'abito,
portare la ciotola delle elemosine, osservare il respiro, e praticare la medi­
tazione seduta e camminata".
Yasa s'inchinò al Buddha e seguì Kondanna alla sua capanna. Qui Kon­
danna gli rasò il capo e lo istruì come gli aveva chiesto il Buddha. Aveva
un abito e una ciotola in più che gli erano stati offerti. Li donò entrambi a
Yasa.
108 Libro primo

Quel pomeriggio il padre venne alla ricerca di Yasa. La servitù l'aveva


cercato freneticamente per tutto il mattino e un servitore ne aveva seguito
le orme fino al Parco dei Cervi, dove aveva trovato i sandali d'oro abban­
donati vicino a un masso. Saputo che il giovane padrone si era unito ad al­
cuni monaci, rientrò in gran fretta per informare il padre.
n padre si imbatté per primo nel Buddha serenamente seduto su un
masso. Giunte le mani, chiese rispettosamente: "Reverendo monaco, hai
veduto mio figlio Yasa? " .
n Buddha invitò l'uomo a sedersi su un masso vicino. " Yasa è nella sua
capanna, ma ne uscirà presto" disse, e riferì gli awenimenti della mattina
perché comprendesse i pensieri e le aspirazioni profonde del figlio. "Y asa
è un giovane intelligente e sensibile. Ha trovato la via della liberazione del
cuore. Ora ha fede, pace e gioia. Sii felice per lui " .
Gli parlò inoltre d i come fosse possibile vivere in u n modo che lenisce
la sofferenza e l'ansia, dando pace e gioia a se stessi e a quelli che ci sono
vicini. Con ogni parola, l'animo del mercante si sollevava. Infine si alzò e,
giungendo le mani, domandò di essere accettato come discepolo laico.
Dopo un attimo di silenzio, il Buddha rispose: "I miei discepoli si sfor­
zano di vivere semplicemente e in consapevolezza, di non uccidere, di evi­
tare l'adulterio, di parlare secondo verità e di astenersi dall'alcol e dagli
stimolanti che oscurano la mente. Se, signore, senti di poter seguire questa
via, ti accetto come discepolo laico" .
Il padre di Yasa si inginocchiò e giunse le mani: "Consentimi di pren­
dere rifugio nel tuo insegnamento. Mostrami la via in questa vita. Faccio
voto di osservare l'insegnamento fino alla fine dei miei giorni".
Quando il Buddha l'ebbe aiutato a risollevarsi, li raggiunse Yasa. Vesti­
va l'abito del bhikkhu e aveva la testa rasata. Il nuovo bhikkhu sorrise con
rara gioia. Giunse le mani in forma di bocciolo di loto e s'inchinò al padre.
Era raggiante. Suo padre non l'aveva mai visto tanto felice. S'inchinò al fi­
glio e disse: "Tua madre, a casa, è preoccupata per te" .
"Andrò d a lei per cancellare i suoi timori" , rispose Yasa. "Ma h o fatto
voto di seguire il Buddha e di dedicare la vita al servizio di tutti gli esseri".
"Maestro" disse il padre di Yasa al Buddha, "ti prego di accettare
un'offerta di cibo domani, nella mia casa, per te e i bhikkhu. Saremmo
onorati se volessi istruirei sulla Via del Risveglio" .
Il Buddha guardò Yasa, il cui sguardo scintillava. Quindi assentì col
capo.
Il giorno seguente, il Buddha e i sei bhikkhu mangiarono nella casa dei
genitori di Yasa. La madre piangeva di gioia vedendo il figlio salvo e feli­
ce. Al Buddha e ai bhikkhu vennero offerti sedili coperti da cuscini, e la
madre di Yasa in persona li servì. Mentre i bhikkhu mangiavano in silen­
zio nessuno parlava, nemmeno la servitù. Terminato il pasto e lavate le
Il nettare del Dharma 109

ciotole, i genitori di Y asa si inchinarono al Buddha e sedettero su sedili


più bassi. Il Buddha espose i cinque precetti di fondamento alla pratica
dei laici.
"Il primo precetto è non uccidere. Tutti gli esseri viventi temono la
morte. Se davvero seguiamo la via della comprensione e dell'amore, osser­
veremo questo precetto. Non dobbiamo salvaguardare soltanto la vita de­
gli uomini, ma quella di tutti gli animali. Osservare questo precetto nutre
la compassione e la saggezza.
"Il secondo precetto è non rubare. Non abbiamo il diritto di imposses­
sarci delle proprietà altrui, né di arricchirci a spese dell'altrui fatica. Ma
dobbiamo cercare il modo per aiutare gli altri a mantenersi da sé.
"Il terzo precetto è la retta condotta sessuale. Non violate i diritti altrui
e gli impegni presi. Siate fedeli al coniuge.
"Il quarto precetto è l'astensione dalla menzogna. Non proferite parole
che distorcano la verità e siano causa di discordia o lite. Non diffondete
notizie di cui non conoscete la veridicità.
"Il quinto precetto è l'astensione dall'uso di alcol e altri stimolanti.
" Se vivrete nello spirito di questi cinque precetti, eviterete sofferenza e
discordia in voi stessi, nella vostra famiglia e con i vostri amici. E scoprire­
te la vostra felicità moltiplicata innumerevoli volte" .
Alle parole del Buddha, l a madre di Yasa sentì spalancarsi nel cuore la
porta della felicità. Fu lieta di sapere che il marito era stato accettato come
discepolo laico. S'inginocchiò al Buddha e giunse le mani. Anch'essa fu
accettata come discepola laica.
Quindi il Buddha ritornò con i sei bhikkhu a Isipatana.
24

I tre rifugi

La notizia che Yasa era diventato un bhikkhu si diffuse rapidamente.


Gli amici più intimi, Vimala, Subahu, Punnaji e Gavampati, decisero di
andarlo a trovare nel parco di Isipatana. In cammino, Subahu disse: "Per­
ché Yasa abbia deciso di diventare monaco, il suo maestro dev'essere dav­
vero straordinario e la via che insegna davvero nobile. Yasa ha un fine di­
scernimento ".
"Non esserne tanto sicuro" , obiettò Vimala. "Forse lo ha fatto per ca­
priccio e non durerà a lungo. Chissà che, passati sei mesi o un anno, non
abbandoni quella vita" .
Gavampati manifestò il suo dissenso: " Non gli dai abbastanza credito.
A me è sempre parso molto serio e sono certo che non farebbe una cosa
del genere senza un sincero proposito" .
Giunti al Parco dei Cervi, trovarono Y asa che li presentò al Buddha.
"Maestro, i miei amici sono persone rette. Abbi compassione e apri i loro
occhi alla via della liberazione" .
Il Buddha sedette e parlò ai quattro giovani. Sulle prime Vimala era il
più scettico, ma più ascoltava e più era colpito dall'insegnamento. Infine
invitò gli amici a chiedere al Buddha di accettarli tutti come bhikkhu. I
quattro giovani si inginocchiarono. Riconoscendone la sincerità, il Buddha
li accettò immediatamente e pregò Kondanna di esporre loro i principi es­
senziali.
Centinaia di amici seppero della decisione di Yasa e dei suoi compagni
più intimi. Centoventi di questi, tutti attorno ai vent'anni di età, si riuniro­
no alla casa di Yasa e si incamminarono alla volta di Isipatana. Y asa, infor­
mato del loro arrivo, andò loro incontro. Parlò della propria decisione di
diventare monaco e li condusse dal Buddha.
Circondato dai giovani, il Buddha parlò del sentiero che mette fine alla
sofferenza e dona pace e gioia. Narrò della propria ricerca e di come sin
dalla giovinezza avesse fatto voto di ricercare la Via. I centoventi giovani
I tre rz/ugi 111

ascoltavano rapiti. Cinquanta chiesero immediatamente l'ordinazione. Al­


tri, che pur desideravano diventare bhikkhu, non potevano lasciare le pro­
prie responsabilità di figli, mariti e padri.
Yasa chiese al Buddha di accettare i cinquanta amici, e il Buddha ac­
consentì. Al colmo della gioia, Yasa disse: " Con il tuo permesso domani,
durante la questua, mi fermerò a casa dei miei genitori, per sapere se desi­
derano offrire abiti e ciotole per i nuovi bhikkhu" .
Ora il Buddha viveva nel Parco dei Cervi con sessanta bhikkhu. Per
guidare la comunità si fermò altri tre mesi, durante i quali accettò centi­
naia di uomini e donne come discepoli laici.
Insegnò ai bhikkhu a praticare l'osservazione del corpo, delle sensazio­
ni, delle percezioni, delle formazioni mentali e della coscienza. Illustrò la
natura interdipendente di tutte le cose e l'importanza della meditazione
sull'interdipendenza. Spiegò che tutte le cose nascono, si sviluppano e
scompaiono in reciproca dipendenza. Senza originazione interdipendente,
nulla esisterebbe. In ogni singola cosa esistono tutte le altre. "La medita­
zione sull'originazione interdipendente" disse, "è la porta che conduce al­
la liberazione da nascita e morte. Ha il potere di far breccia nelle opinioni
preconcette e limitate, quali la credenza della creazione dell'universo a
opera di un dio o di un elemento come la terra, l'acqua, il fuoco o l'aria" .
Conscio delle proprie responsabilità di maestro, il Buddha seguiva e
guidava i sessanta bhikkhu come un amorevole fratello maggiore. Divide­
va una gran parte di responsabilità con i primi cinque discepoli. Kondan­
na guidava venti giovani, e dieci ciascuno Bhaddiya, Vappa, Mahanama e
Assaji. Tutti i bhikkhu progredivano lungo il sentiero.
Vedendo ciò, il Buddha radunò la comunità e disse: "Ascoltate,
bhikkhu. Noi siamo liberi, nulla ci vincola. Ora avete compreso la via.
Procedete con fiducia e farete passi sicuri. Se volete, potete partire da Isi­
patana, andare come uomini liberi e far conoscere ad altri la Via del Risve­
glio. Spargete i semi della liberazione e dell'illuminazione per dare pace e
gioia a tutti. Insegnate il sentiero della liberazione, bello dall'inizio alla fi­
ne, nella forma e nel contenuto. Innumerevoli e'sseri trarranno beneficio
dalla vostra opera di diffusione del Dharma. Quanto a me, anch'io partirò
presto. Mi dirigerò a est, dove rivedrò l'albero della bodhi e i bambini del
villaggio di Uruvela. Poi farò visita a un prezioso amico a Rajagaha" .
Udite le parole del Buddha un grande numero di bhikkhu, avvolti negli
abiti color mattone e con la ciotola delle elemosine quale unico possesso,
partirono per diffondere l'insegnamento. Venti soltanto rimasero a Isipa­
tana.
In breve gli abitanti dei regni del Kasi e del Magadha udirono parlare
del Buddha e dei suoi discepoli. Seppero che un principe del clan degli
Sakya aveva ottenuto la liberazione e insegnava la via a Isipatana, presso
1 12 Libro primo

Varanasi. Molti monaci, che non avevano ancora ottenuto i frutti della li­
berazione, si sentirono esortati e da ogni direzione conversero su Isipata­
na. Udito parlare il Buddha, la maggior parte prendeva i voti di bhikkhu.
Quelli che erano partiti per diffondere l'insegnamento ricondussero con sé
altri giovani, anch'essi desiderosi di diventare monaci. Il numero dei disce­
poli cresceva continuamente.
Un giorno il Buddha convocò il sangha nel Parco dei Cervi e disse:
"Bhikkhu ! Non occorre più che sia io a ordinare i nuovi bhikkhu, né che
chi vuole prendere l'ordinazione venga a Isipatana. Chi desidera ricevere
l'ordinazione deve poterlo fare nel proprio villaggio, in presenza degli
amici e della famiglia. E, come voi, vorrei anch'io essere libero di restare o
di partire. D'ora in avanti, incontrando un aspirante sincero, potete ordi­
nario voi in qualunque luogo'' .
Kondanna si alzò e giunse le mani: "Maestro, insegnaci come celebrare
la cerimonia dell'ordinazione, così che possiamo farlo in futuro" .
"Fate come io ho sempre fatto" , rispose il Buddha.
Ora fu la volta di Assaji di alzarsi e parlare: "Maestro, la tua presenza è
tanto eminente da non richiedere una cerimonia formale. Ma, per quanto
riguarda noi, abbiamo bisogno di una procedura. Fratello Kondanna, for­
se tu sai suggerire il modo. Il Buddha è qui con noi e potrà valutare i tuoi
consigli" .
Kondanna osservò un momento di silenzio, poi disse: "Venerabile
Buddha, ritengo che il primo passo sia radere i capelli e la barba dell'aspi­
rante bhikkhu. Quindi istruirlo su come indossare l'abito. Fatto ciò, egli
scoprirà la spalla destra secondo la tradizione e si inginocchierà davanti al
monaco che lo ordina. L'atto di inginocchiarsi è corretto, in quanto il mo­
naco che dà l'ordinazione agisce in rappresentanza del Buddha. Colui che
viene ordinato giungerà le mani in forma di bocciolo di loto e pronuncerà
tre volte: 'Prendo rifugio nel Buddha, colui che mi indica la via in questa
vita. Prendo rifugio nel Dharma, la via della comprensione e dell'amore.
Prendo rifugio nel Sangha, la comunità che vive in armonia e consapevo­
lezza'. Pronunciata la formula di rifugio, sarà considerato un bhikkhu del­
la comunità del Buddha. Questa è la mia umile proposta. Ti prego, mae­
stro, di migliorada".
"È perfetta, fratello Kondanna", disse il Buddha. "Pronunciare per tre
volte i tre rifugi, inginocchiati davanti a un bhikkhu che ha già preso gli
ordini, sia sufficiente per l'ordinazione di un bhikkhu".
La comunità si rallegrò alla decisione del Buddha.
Qualche giorno dopo il Buddha indossò l'abito, prese la ciotola e partì
da solo da Isipatana. Nel mattino insolitamente radioso, si incamminò ver­
so il Gange per ritornare nel Magadha.
25

Le vette sublimi della musica

Non era la prima volta che il Buddha percorreva la strada che portava
da Varanasi a Rajagaha. Camminava lentamente, godendo il paesaggio di
foreste e risaie. Verso mezzogiorno si fermò a mendicare in un villaggio
lungo la strada. Quindi si addentrò nella foresta per mangiare serenamen­
te, e poi si dedicò alla meditazione camminata. Terminata, sedette all'om­
bra di un albero per la meditazione seduta. Godeva la solitudine nella fo­
resta. Era in meditazione da diverse ore quando passò lì accanto un grup­
po di giovani elegantemente vestiti, palesemente preoccupati per qualcosa.
Alcuni portavano strumenti musicali. Il giovane in testa al gruppo chinò il
capo per salutare il Buddha e chiese: "Monaco, hai visto una ragazza cor­
rere in questa direzione? " .
"Perché desideri tanto trovarla? " , domandò il Buddha.
Il giovane raccontò la storia. Venivano da Varanasi ed erano giunti al
mattino nella foresta per una piacevole scampagnata, portando con sé
strumenti musicali e una ragazza per intrattenerli. Terminati i canti, le
danze e i banchetti, si erano distesi per un sonnellino. Al risveglio, aveva­
no scoperto che la ragazza era scomparsa con i loro gioielli. Ecco perché la
cercavano .
Il Buddha l i guardò serenamente e chiese: "Ditemi, amici., in questo
momento presente è più importante trovare la ragazza o trov�Ìre il vostro
vero se/ .;l " .
I giovani trasalirono. Il radioso aspetto del Buddha e l'insolita domanda
li ricondussero a se stessi. "Venerabile maestro" rispose il primo giovane,
"forse è bene prima trovare noi stessi" .
"La vita è solo e sempre nel momento presente, m a l a mente dimora di
rado nel presente" , disse il Buddha. "Preferiamo inseguire il passato o rin­
correre il futuro. Crediamo di essere in noi, ma in realtà non siamo quasi
mai in contatto con noi stessi. Le nostre menti sono troppo indaffarate a
inseguire i ricordi di ieri o i sogni di domani. L'unico modo per essere in
1 14 Libro primo

contatto con la vita è ritornare al momento presente. Tornando al momen­


to presente vi risveglierete e, in quell'attimo, troverete il vostro vero sé.
"Guardate queste tenere foglie accarezzate dal sole. Avete mai guardato
il loro colore con cuore sereno e risvegliato? Il verde delle foglie è una del­
le meraviglie della vita. Se non l'avete mai guardato, fatelo ora " .
I giovani lo ascoltavano in silenzio. Seguendo la direzione indicata dal
dito del Buddha, guardarono le foglie verdi che stormivano sommessa­
mente alla brezza pomeridiana. Rivolto al giovane seduto alla sua destra, il
Buddha disse: "Vedo che porti un flauto. Ti prego, suona qualcosa per
noi".
Anche se intimidito, il giovane portò il flauto alla bocca e iniziò a suo­
nare. Tutti ascoltavano attentamente. Il suono del flauto pareva il pianto
inconsolabile di un amante deluso. Gli occhi del Buddha non si staccava­
no dal giovane suonatore. Quando la musica finì, la tristezza sembrava
permeare la foresta. Nessuno parlava. Poi, all'improvviso, il giovane tese il
flauto al Buddha: "Ti prego, venerabile monaco, suona per noi " .
Il Buddha sorrise mentre molti scoppiavano a ridere. L'amico doveva
essere ammattito, chi aveva mai sentito di un monaco che suonasse il flau­
to? Con stupore, videro il Buddha accettare lo strumento e lo fissarono
tutti, incapaci di dissimulare la curiosità. Il Buddha fece alcuni respiri
profondi e sollevò il flauto.
Nella sua mente si produsse l'immagine del ragazzo che, molti anni pri­
ma, suonava il flauto nei giardini reali di Kapilavatthu. Era una notte di lu­
na piena. Mahapajapati sedeva su un sedile di pietra, intenta ad ascoltarlo.
Yasodhara aveva acceso un bastoncino d'incenso di sandalo. Il Buddha in­
cominciò a suonare.
Il suono si levò delicato come un sottile filo di fumo dal tetto di
un'umile capanna della campagna di Kapilavatthu all'ora del pasto serale.
Lentamente, il filo impalpabile si gonfiò in aria come una matassa di nubi
che a loro volta si trasformarono in un loto di mille petali, ogni petalo di
un diverso colore splendente. Sembrava che un unico flautista si fosse tra­
sformato per magia in diecimila suonatori e che tutte le meraviglie
dell'universo si fossero trasformate in suoni: suoni di diecimila colori e
forme, suoni delicati come una brezza e veloci come il ticchettio della
pioggia, sicuri come una gru in volo, dolci come una ninnananna, sma­
glianti come un gioiello e impalpabili come il sorriso di colui che ha tra­
sceso ogni pensiero di guadagno e di perdita. Gli uccelli smisero di canta­
re per ascoltare la musica sublime, e la brezza si arrestò dal suo gioco con
le foglie. La foresta era immersa in un'atmosfera di pace perfetta, di sere­
nità e meraviglia. I giovani seduti attorno al Buddha si sentivano stupen­
damente ristorati e dimoravano tutti nel momento presente, in contatto
con la meraviglia degli alberi, del Buddha, del flauto e della reciproca ami-
Le vette sublimi della musica 1 15

cizia. Anche dopo che il Buddha ebbe deposto lo strumento, continuava­


no a udire la musica. Nessuno pensava più alla ragazza e ai gioielli rubati.
A lungo nessuno parlò. Poi il proprietario del flauto disse: "Maestro, la
tua musica è meravigliosa. Non ho udito nessuno suonare così. Chi ti ha
insegnato? Vorresti accettarmi come tuo discepolo perché io possa impa­
rare a suonare come te? " .
n Buddha sorrise e rispose: "Ho imparato a suonare il flauto da ragaz­
zo, ma sono sette anni che non lo tocco più. Riconosco però che la mia
musica è migliore di quella di un tempo " .
"Come può essere, maestro? Come può la tua musica essere migliore s e
d a sette anni non ti eserciti? " .
"Suonare il flauto non dipende soltanto dall'esercizio. Se oggi suono
meglio che in passato è perché ho trovato il mio vero sé. Non puoi rag­
giungere le sublimi vette dell'arte se prima non scopri l'insuperabile bel­
lezza del tuo cuore. Se vuoi suonare il flauto in modo eccellente, devi tro­
vare il tuo vero sé percorrendo la Via del Risveglio" .
Quindi espose il sentiero della liberazione: le Quattro Nobili Verità e il
Nobile Ottuplice Sentiero. I giovani ascoltavano assorti. Alla fine tutti si
inginocchiarono e chiesero di essere accettati come discepoli. Il Buddha
conferì l'ordinazione a tutti e li invitò a partire per Isipatana, per presen­
tarsi al bhikkhu Kondanna che li avrebbe guidati nella Via. Molto presto,
li rassicurò, li avrebbe rivisti.
Quella notte il Buddha dormì in solitudine nella foresta. n mattino at­
traversò il Gange e si diresse a est. Desiderava rivedere i bambini di Uru­
vela prima di raggiungere Rajagaha per incontrare il re Bimbisara.
26

Anche l'acqua sale

Sette giorni dopo, il Buddha fu felice di trovarsi di nuovo nella foresta


dell'albero della bodhi. Lì passò la notte. Al mattino sorprese Svasti sulla
riva del Neranjara. Sedettero a lungo stilla sponda prima che il Buddha di­
cesse a Svasti di riprendere a tagliare l'erba kusa per i bufali. Lo aiutò nel
lavoro, poi lo salutò e si avviò per mendicare nel villaggio.
Il pomeriggio seguente i bambini si radunarono nella foresta per incon­
trare il Buddha. La famiglia di Svasti venne al completo e Sujata portò tut­
ti gli amici. I bambini erano felici di rivederlo. Lo ascoltarono attenti nar­
rare gli avvenimenti dell'ultimo anno. Il Buddha promise a Svasti che,
quando avesse compiuto vent'anni, l'avrebbe accettato come bhikkhu. Per
quell'epoca, il fratello e le sorelle sarebbero stati grandi abbastanza da ba­
dare a se stessi.
I bambini dissero che, negli ultimi mesi, si era stabilita nelle vicinanze
una comunità guidata da un brahmano. I cinquecento seguaci non si rasa­
vano il capo come i bhikkhu ma portavano i capelli intrecciati e raccolti in
cima alla testa. Adoravano il dio del fuoco. Il nome del brahmano era Kas­
sapa, ed era tenuto in grande stima da tutti.
Il mattino il Buddha attraversò il fiume, diretto alla comunità del mae­
stro Kassapa. I suoi seguaci vivevano in semplici capanne di frasche e in­
dossavano abiti ricavati dalla corteccia degli alberi. Non mendicavano nei
villaggi ma accettavano le offerte di cibo che gli venivano portate. Inoltre
allevavano animali sia per cibarsene sia per sacrificarli. Un discepolo disse
al Buddha che Kassapa era un profondo conoscitore dei Veda e conduce­
va una vita di elevata virtù. Kassapa, continuò, aveva due fratelli minori,
anch'essi a capo di comunità che praticavano l'adorazione del fuoco. I tre
fratelli ritenevano il fuoco l'essenza originaria dell'universo. Uruvela Kas­
sapa era profondamente amato dai fratelli, Nadi Kassapa e Gaya Kassapa.
Il primo guidava una comunità di trecento seguaci sulle rive del Neranjara
a un giorno di cammino verso nord, e il secondo duecento seguaci a Gaya.
Anche l'acqua sale 117

I l discepolo condusse i l Buddha alla capanna del maestro. Benché non


più giovane, Kassapa era lucido e pronto. Riconosciuto l'aspetto fuori del
comune del giovane maestro, se ne sentì immediatamente attratto e lo rice­
vette come un ospite importante. Lo invitò a sedere su un ceppo fuori del­
la capanna e discorsero amabilmente. Kassapa era stupefatto dalla profon­
da conoscenza dei Veda dimostrata dal Buddha, e lo colmò ancora più di
ammirazione scoprire che il giovane monaco aveva penetrato alcuni con­
cetti dei Veda che invece sfuggivano alla sua comprensione. Il Buddha in­
terpretò i passi più oscuri dell'Atharvaveda e del Rigveda in modo tale che
Kassapa, che pensava di averli capiti, si accorse di non averli compresi ap­
pieno. Ancora più stupefacente era la sua conoscenza della storia, della
dottrina e dei rituali brahmanici.
A mezzogiorno Kassapa lo invitò a dividere il pasto con lui, e il Buddha
accettò. Ripiegò accuratamente l'abito esterno per farne un cuscino e se­
dette, mangiando in silenziosa presenza mentale. Uruvela Kassapa, colpito
dal contegno sereno e maestoso del Buddha, non ruppe il silenzio.
Nel pomeriggio ripresero la discussione. "Maestro Kassapa" domandò
il Buddha, "vorresti spiegarmi come l'adorazione del fuoco conduce alla
liberazione? " .
Uruvela Kassapa non rispose subito. Sapeva che una risposta ordinaria
e superficiale non sarebbe bastata a quel monaco straordinario. Iniziò di­
cendo che il fuoco è l'essenza stessa dell'universo e promana direttamente
da Brahma. Sull'altare principale della comunità, il Santuario del Fuoco,
bruciava in continuazione la sacra fiamma. La fiamma è l'immagine di
Brahma. Dell'adorazione del fuoco tratta il testo sacro dell'Atharvaveda. Il
fuoco è la vita, senza fuoco non c'è vita. Il fuoco è luce, calore e la sostan­
za del sole che vivifica le piante, gli animali e gli uomini. Scaccia l'oscurità,
sgomina il freddo e dona gioia e vitalità a tutti gli esseri. È il fuoco che ren­
de commestibile il cibo e, attraverso il fuoco, gli uomini si riuniscono a
Brahma al momento della morte. Poiché è la fonte della vita, esso è Brah­
ma stesso. Agni, dio del fuoco, è una delle migliaia di manifestazioni di
Brahma. La sua immagine sull'Altare del Fuocò reca due teste: una rap­
presenta gli usi domestici del fuoco e l'altra il fuoco sacrificàle del ritorno
alla sorgente della vita. Gli adoratori del fuoco celebrano quaranta riti sa­
crificali. I seguaci della comunità osservano i precetti, praticano la mortifi­
cazione e pregano. Questa è la via che un giorno porterà alla liberazione.
Kassapa si opponeva con vigore ai brahmani che approfittano della po­
sizione sociale per ammassare ricchezze e si perdono nella ricerca dei pia­
ceri sensuali. Questi brahmani, disse, celebrano i riti e recitano le scritture
unicamente per arricchirsi. Per questo la reputazione della via brahmanica
tradizionale era macchiata.
"Maestro Kassapa" domandò il Buddha, "che cosa pensi di quanti ri-
118 Libro primo

tengono l'acqua l'essenza della vita, di coloro che affermano che l'acqua è
l'elemento di purificazione che riunisce gli uomini a Brahma? " .
Kassapa esitò pensando alle centinaia di migliaia di persone che, in quel
preciso momento, si bagnavano nelle acque del Gange e di altri fiumi sacri
per purificarsi.
"L'acqua, Gautama, non serve a ottenere la liberazione. Per sua natura
scorre verso il basso, mentre il fuoco sale verso l'alto. Alla morte, solo in
virtù del fuoco il corpo si leva in alto in forma di fumo".
" Non è esatto, maestro Kassapa. Anche le nuvole nel cielo sono una
forma d'acqua. Ecco dunque che anche l'acqua sale. n fumo non è diverso
dall'evaporazione dell'acqua. Nuvole e fumo ritorneranno, alla fine, allo
stato liquido. Certamente sai che tutte le cose si muovono in cicli " .
"Ma tutte le cose partecipano di un'unica essenza, a cui tutto ritorna".
"Tutte le cose, maestro Kassapa, dipendono da tutte le altre cose per la
loro esistenza. Considera la foglia che ho in mano. Terra, acqua, calore, se­
me, albero, nuvole, sole, tempo, spazio . . . tutti gli elementi hanno concorso
a produrre questa foglia. Se anche un solo elemento fosse mancato, la fo­
glia non esisterebbe. Tutti gli esseri, organici e inorganici, seguono la legge
dell' originazione interdipendente. La fonte di una cosa sono tutte le cose.
Esamina con attenzione. Vedi come la foglia che tengo in mano è qui sol­
tanto grazie all'interconnessione di tutti i fenomeni dell'universo, compre­
sa la tua stessa consapevolezza? " .
Incominciava ad annottare. Kassapa invitò il Buddha a dormire nella
sua capanna. Era la prima volta che onorava qualcuno con tale offerta, ma
neppure aveva mai conosciuto una persona altrettanto straordinaria. n
Buddha declinò, dicendo che era abituato a dormire da solo. Se era lecito,
avrebbe dormito nel Santuario del Fuoco.
"Da molti giorni" disse il brahmano, "un enorme serpente si è fatto la
tana nel Santuario del Fuoco. Vani sono stati gli sforzi per cacciarlo. Lì
non puoi dormire, amico Gautama, è pericoloso. Per paura del serpente,
siamo costretti a celebrare i riti all'esterno. Ti prego, per la tua sicurezza,
di passare la notte nella mia capanna".
"Non temere" , replicò il Buddha. " Desidero dormire nel Santuario.
Non sono in pericolo" .
Ricordava i mesi passati nelle foreste più selvagge. Animali feroci gli
passavano accanto senza molestarlo. A volte, mentre sedeva in meditazio­
ne, enormi serpenti gli strisciavano davanti. Imparò che gli animali, se non
vengono spaventati, non attaccano .
Di fronte all'impossibilità di dissuaderlo, Kassapa disse: " Se desideri
dormire nel Santuario, fai pure. Puoi restare quante notti vuoi " .
Così il Buddha entrò nel Santuario del Fuoco. Sull'altare centrale arde­
va la fiamma di molte candele unite. Su un lato era ammassata una catasta
Anche l'acqua sale 1 19

di legno di sandalo, che veniva usato per i riti esterni. Certamente, pensò il
Buddha, il serpente stava arrotolato sotto la catasta. Ripiegato l'abito per
farne un cuscino, sedette in meditazione sull'altro lato. Meditò fino a notte
alta. Verso la fine della meditazione vide, al centro della sala, il possente
rettile che lo guardava immobile. "Amico caro" gli disse dolcemente il
Buddha, "per la tua stessa salvezza è bene che ritorni nella foresta " .
La voce del Buddha traboccava di amore e comprensione. Il serpente si
mosse lentamente e strisciò fuori della porta. Il Buddha si stese e si addor­
mentò.
Lo svegliò la luce della luna che entrava dalla finestra. Era il diciottesi­
mo giorno della lunazione, e l'astro insolitamente chiaro. Pensò alla bellez­
za di fare meditazione camminata sotto il suo chiarore, scosse la polvere
dall'abito esterno e lo indossò per uscire dal Santuario del Fuoco.
Nelle prime ore del mattino il Santuario fu avvolto dalle fiamme. Venne
dato l' allarme e tutti si precipitarono a riempire secchi d'acqua al fiume,
ma invano. L'acqua arrivò troppo tardi per estinguere la violenza del fuo­
co. Ai cinquecento devoti non restò che guardare le fiamme che radevano
al suolo il Santuario.
Uruvela Kassapa era tra i seguaci, il cuore gonfio di pena al pensiero del
giovane monaco di grande virtù e talento, conosciuto il giorno prima e che
certamente era perito tra le fiamme. Se avesse accettato l'invito a dormire
nella sua capanna, Gautama si sarebbe salvato. Erano questi i suoi pensieri
quando il Buddha comparve. Aveva visto il fuoco dal luogo tra le colline
scelto per la meditazione camminata ed era ritornato per prestare aiuto.
Sopraffatto dal sollievo e dalla gioia, Kassapa gli corse incontro e, pren­
dendogli la mano, disse: "Grazie al cielo sei vivo, fratello Gautama! Nien­
te ti è accaduto ! Che gioia! " .
Il Buddha posò l e mani sulle spalle del brahmano e rispose sorridendo:
"Ti ringrazio, amico mio. Sono in salvo ".
Quel giorno Uruvela Kassapa avrebbe tenuto un discorso e, oltre ai cin­
quecento discepoli, almeno un migliaio di persone sarebbero convenute
dai villaggi vicini. L'incontro era per il pomeriggio dopo pra:q.zo. Temendo
di mettere a disagio Kassapa con la propria presenza, il Buddha si recò a
mendicare nel villaggio. Ricevute le offerte di cibo raggiunse lo stagno dei
loti, mangiò e trascorse il pomeriggio nell'incantevole luogo.
Più tardi, Kassapa venne alla sua ricerca. Trovandolo allo stagno
esclamò: "Amico Gautama, ti aspettavamo a mezzogiorno ma non sei ve­
nuto. Perché non ti sei unito a noi? " .
Il Buddha rispose che non desiderava essere presente durante il discorso.
"Perché non desideravi essere presente al discorso? " , volle sapere Uru­
vela Kassapa.
Il Buddha si limitò a sorridere con dolcezza e il brahmano non aggiunse
120 Libro primo

altro. Sapeva che il giovane monaco aveva letto i suoi pensieri. Com'era
pieno di tatto e di riguardo !
Sedettero a conversare sul bordo dello stagno. "Ieri" disse Kassapa,
"hai affermato che l'esistenza di una foglia è data dall'unione di molteplici
condizioni. Hai affermato che anche gli esseri umani esistono solo in virtù
dell'unione di altre condizioni. Ma, quando queste condizioni vengono
meno, dove va il sé? " .
Il Buddha rispose: "Da tempo incalcolabile gli uomini sono intrappolati
nel concetto di atman, nella nozione di un sé separato ed eterno. Abbiamo
creduto che, alla morte del corpo, questo sé continua a esistere e ricerca
l'unione con la sua origine, che è Brahma. Ma, amico Kassapa, si tratta di
un'incomprensione capitale che ha fatto sì che innumerevoli generazioni
ne fossero sviate.
"Sappi, amico Kassapa, che tutte le cose esistono a causa dell'interdi­
pendenza e che a causa dell'interdipendenza cessano di esistere. Questo è
perché quello è. Questo non è perché quello non è. Questo è nato perché
quello è nato. Questo muore perché quello muore. Ecco la legge meravi­
gliosa dell' originazione interdipendente che ho scoperto in meditazione.
In verità, non c'è nulla di separato e di eterno. Non c'è un sé, sia superiore
o inferiore. Hai mai meditato, Kassapa, sul corpo, le sensazioni, le perce­
zioni, le formazioni mentali e la coscienza? Un individuo è costituito da
questi cinque aggregati, fiumi in continuo mutamento in cui non si trova
neppure un elemento permanente".
Uruvela Kassapa rimase a lungo in silenzio. Poi chiese: " Si potrebbe di­
re che tu insegni la dottrina del non essere? " .
"No", negò il Buddha sorridendo. "L'idea del non essere è una visione
ristretta tra una foresta di altre visioni ristrette. Il concetto del non essere è
altrettanto falso del concetto di un sé separato e permanente. Kassapa,
guarda la superficie di questo stagno di loti. Io non dico che l'acqua e i
fiori non esistono; dico solo che l'acqua e i fiori hanno origine grazie alla
presenza e all'interconnessione di tutti gli altri elementi, nessuno dei quali
è separato o permanente".
Kassapa alzò la testa e guardò il Buddha negli occhi: "Se non c'è il sé,
l' atman, perché dovremmo seguire W1 sentiero spirituale per ottenere la li­
berazione? Chi si libera? " .
n Buddha guardò intensamente l'amico brahmano negli occhi. n suo
sguardo era sfolgorante come il sole e delicato come il chiaro di luna. Sor­
ridendo, rispose: "Kassapa, dentro di te cerca la risposta" .
Fecero ritorno insieme. Uruvela Kassapa insistette per offrirgli la sua
capanna per la notte e si trasferì in quella di un discepolo anziano. Il
Buddha constatò il profondo rispetto che nutrivano i discepoli per il mae­
stro Kassapa.
27

Tutti i dharma sono in fiamme

Ogni giorno Kassapa portava il cibo al Buddha, che non doveva più re­
carsi a mendicare nel villaggio. Dopo il pasto camminava da solo lungo i
sentieri della foresta o si spingeva allo stagno dei loti. Nelle ultime ore del
pomeriggio Kassapa lo raggiungeva per discorrere. Più tempo trascorreva­
no insieme, e più Kassapa si rendeva conto della sua saggezza e della sua
virtù.
Un mattino il fiume Neranjara straripò per le forti piogge notturne.
L'acqua sommerse rapidamente le risaie e le case, e molte barche si getta­
rono disperatamente in soccorso degli abitanti. La comunità di Kassapa
riuscì a raggiungere un luogo più elevato, ma il Buddha non era tra loro e
Kassapa mandò alla sua ricerca delle barche. Infine lo trovarono su una
lontana collina.
L'acqua si ritirò velocemente com'era salita. ll mattino seguente il
Buddha si recò con la ciotola al villaggio per rendersi conto dei danni
dell'alluvione. Fortunatamente nessuno era annegato e gli abitanti dissero
che, poiché possedevano ben poco, non avevano perso molto con l'inon­
dazione.
I discepoli di Kassapa si misero all'opera per ricostruire il Santuario del
Fuoco, distrutto dall'incendio, e le capanne trascinate via dai flutti.
Un pomeriggio, sulla riva del Neranjara, Kassapa disse:' "Gautama,
giorni fa hai menzionato la meditazione sul corpo, sulle sensazioni, le per­
cezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Ho iniziato a praticarla e a
capire come sensazioni e percezioni determinino la qualità della vita. Ho
inoltre veduto che non si trova alcun elemento permanente in nessuno dei
cinque fiumi. Mi accorgo infine che la credenza in un sé separato è falsa.
Ma ancora non capisco perché seguire una via spirituale se non vi è alcun
sé. Chi dunque si libererebbe?".
"Kassapa" chiese il Buddha di rimando, "tieni per vera la sofferenza? ".
" Sì, Gautama. Accetto la verità della sofferenza" .
122 Libro primo

"Concordi che la sofferenza abbia delle cause? " .


"Concordo" .
"Quando sono presenti le cause della sofferenza, Kassapa, l a sofferenza
è presente. Quando le cause sono rimosse, anche la sofferenza è rimossa".
"Anche . questo vedo: che quando le cause sono rimosse anche la soffe-
renza e nmossa " .
,

"La causa della sofferenza è l'ignoranza, un modo distorto di vedere la


realtà. Ritenere permanente l'impermanente, è ignoranza. Ritenere che vi
sia un sé dove non c'è, è ignoranza. Dall'ignoranza si originano avidità, ira,
paura, invidia e altre innumerevoli sofferenze. La via della liberazione con­
siste nel vedere in profondità le cose per realizzare appieno la loro natura
impermanente, priva di un sé separato e interdipendente. È la via che su­
pera l'ignoranza. Superata l'ignoranza, anche la sofferenza è trascesa. Que­
sta è la vera liberazione. N on occorre un sé perché vi sia liberazione".
Dopo una pausa, Uruvela Kassapa disse: "Gautama, so che parli per
esperienza diretta. Le tue parole non si limitano a rivestire concetti. Tu di­
ci che la liberazione si ottiene soltanto attraverso la perseveranza nella me­
ditazione, guardando in profondità nelle cose. Ritieni che le cerimonie, i
riti e le preghiere siano privi di utilità? " .
Indicando la riva opposta del fiume, i l Buddha disse: "Kassapa, se un
uomo vuole approdare all' altra sponda, che cosa fa? " .
"Se l'acqua è bassa, passa a guado. Altrimenti nuoterà o userà una
barca".
"Esatto. Ma se non è disposto né a guadare né a nuotare né a usare una
barca? Se si limita a rimanere su questa sponda pregando che l'altra venga
da lui? Che penseresti di una persona siffatta? " .
"Penserei che è uno stolto" .
"Appunto così, Kassapa! Senza superare l'ignoranza e gli impedimenti
mentali non si approda all'altra sponda, alla liberazione, anche se si pas­
sasse la vita intera a pregare per questo".
Improvvisamente Kassapa scoppiò in lacrime e si prostrò ai piedi del
Buddha. "Gautama, ho sprecato metà della mia vita. Ti prego, accettami
come discepolo e concedimi di studiare e praticare con te la via della libe-
.
raz10ne " .
li Buddha l'aiutò a risollevarsi. "Non ho motivo per rifiutarti, ma che
sarà dei tuoi cinquecento seguaci? Chi li guiderà se tu li lascerai? " .
"Parlerò con loro domani mattina e nel pomeriggio ti comunicherò la
mia decisione" .
" I bambini del villaggio di Uruvela" disse il Buddha, "mi chiamano il
Buddha".
Sorpreso, Kassapa disse: "Significa il Risvegliato, vero? Bene, anch'io ti
chiamerò così".
Tutti i dharma sono in fiamme 123

Il mattino seguente il Buddha mendicò nel villaggio, poi tornò allo sta­
gno dei loti per la meditazione. Nel tardo pomeriggio Kassapa lo raggiun­
se. Disse che i suoi cinquecento seguaci desideravano diventare tutti disce­
poli del Buddha.
Il giorno seguente Uruvela Kassapa e i seguaci si rasarono i capelli e le
barbe. Gettarono le ciocche di capelli nel fiume Neranjara, assieme agli
oggetti liturgici. Si prostrarono davanti al Buddha e pronunciarono per tre
volte: "Prendo rifugio nel Buddha, colui che mi indica la via in questa vita.
Prendo rifugio nel Dharma, la via della comprensione e dell'amore. Pren­
do rifugio nel Sangha, la comunità che vive in armonia e consapevolezza".
La foresta risuonava della recitazione dei tre rifugi.
Terminate le ordinazioni, il Buddha illustrò ai nuovi bhikkhu le Quat­
tro Nobili Verità e spiegò come osservare il respiro, il corpo e la mente.
Insegnò loro a mendicare il cibo e mangiarlo in silenzio. Infine chiese di
lasciar liberi gli animali che allevavano per cibarsene e per sacrificarli.
Nel pomeriggio convocò Kassapa e dieci suoi seguaci anziani per espor­
re i punti basilari della Via del Risveglio, discutendo inoltre sul modo di
organizzare il sangha. Dotato di grandi capacità organizzative, Kassapa
scelse assieme al Buddha gli studenti più anziani incaricati di occuparsi dei
bhikkhu più giovani, così come il Buddha aveva fatto a Isipatana.
L'indomani Nadi Kassapa, fratello minore di Uruvela Kassapa, arrivò
sconvolto con i propri discepoli. Il giorno innanzi lui e i trecento seguaci,
che vivevano a valle di Uruvela, avevano visto centinaia di trecce e di og­
getti liturgici scendere trasportati dalla corrente, e avevano avuto timore
che una disgrazia si fosse abbattuta sulla comunità del fratello. Al suo arri­
vo, Nadi Kassapa trovò il luogo deserto perché era l'ora della questua ed
ebbe conferma dei suoi peggiori timori. Ma, a poco a poco, i bhikkhu fa­
cevano ritorno e narrarono del voto comune di seguire un monaco di no­
me Gautama. Uruvela Kassapa fu felice di rivedere il fratello e lo invitò a
passeggiare nella foresta. Rimasero a lungo assenti. Al loro ritorno N adi
Kassapa dichiarò che, assieme ai suoi trecento seguaci, avrebbe preso rifu­
gio nel Buddha. Quindi decisero di mandare a 'chiamare il terzo fratello,
Gaya Kassapa. In meno di una settimana, anche quest'ultimo· e i suoi due­
cento seguaci presero l'ordinazione a bhikkhu. Erano ben noti l'amore e la
comunanza di idee dei fratelli Kassapa, che divennero discepoli egualmen­
te devoti al Buddha.
Un giorno, terminata la questua, il Buddha condusse tutti i discepoli
sulle pendici di una collina a Gaya. Novecento bhikkhu mangiarono in si­
lenzio assieme al Buddha e ai fratelli Kassapa. Finito il pasto, gli occhi di
tutti si diressero sul Buddha.
Seduto serenamente su un largo masso, il Buddha parlò.
"Bhikkhu, tutti i dharma sono in fiamme. Che cosa brucia? I sei organi
124 Libro primo

di senso (occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente) sono in fiamme. I


sei oggetti dei sensi (forma, suono, odore, gusto, oggetti tattili e oggetti
mentali) sono in fiamme. Le sei coscienze (coscienza della vista, dell'udito,
dell'odorato, del gusto, della sensazione e del pensiero) sono in fiamme.
Bruciano nelle fiamme del desiderio, dell'odio e dell'illusione. Bruciano
nelle fiamme della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte;
nelle fiamme del dolore, dell'ansia, della frustrazione, della preoccupazio­
ne, della paura e della disperazione.
"Bhikkhu, ogni sensazione brucia, sia essa spiacevole piacevole o neu­
tra. Le sensazioni nascono condizionate dagli organi di senso, dagli oggetti
degli organi di senso e dalle coscienze sensoriali. Le sensazioni bruciano
nelle fiamme del desiderio, dell'odio e dell'illusione. Bruciano nelle fiam­
me della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte; nelle fiamme
del dolore, dell'ansia, della frustrazione, della preoccupazione, della paura
e della disperazione.
"Bhikkhu, non fate che le fiamme del desiderio, dell'odio e dell'illusio­
ne vi consumino. Vedete la natura impermanente e interdipendente di tut­
ti i dharma, così da non rimanere schiavi del ciclo di nascita e morte creato
dagli organi di senso, dagli oggetti degli organi di senso e dalle coscienze
sensoriali" .
Novecento bhikkhu ascoltavano con attenzione, tutti colpiti profonda­
mente da queste parole. Erano felici per avere trovato il sentiero che inse­
gna a vedere in profondità per giungere alla liberazione. La fede sgorgò in
ogni cuore.
li Buddha restò tre mesi a Gayasisa per istruire i nuovi bhikkhu, che fa­
cevano grandi progressi. I fratelli Kassapa si dimostrarono abili assistenti,
aiutandolo nella guida del sangha e nell'ìnsegnamento.
28

Nella Foresta delle Palme

Era venuto il tempo di lasciare Gayasisa alla volta di Rajagaha. Uruvela


Kassapa pregò il Buddha di consentire al sangha di accompagnarlo. Il
Buddha era restio, ma Kassapa lo convinse che novecento bhikkhu pote­
vano facilmente viaggiare insieme. Attorno a Rajagaha sorgevano varie fo­
reste adatte alla dimora dei monaci e molti erano i villaggi, oltre alla capi­
tale, in cui mendicare e venire in. contatto con la popolazione. Senza con­
tare, aggiunse Kassapa, che novecento bhikkhu erano troppi per le possi­
bilità degli abitanti di Gaya. A Rajagaha tutto sarebbe stato più facile. Sti­
mando la conoscenza del Magadha dimostrata da Kassapa, il Buddha ac­
consentì a farsi accompagnare dai novecento discepoli.
I fratelli Kassapa suddivisero il sangha in trentasei gruppi di venticin­
que bhikkhu, mettendo a capo di ogni gruppo un monaco anziano. Que­
sta suddivisione consentì ai bhikkhu di progredire ulteriormente nella via.
Occorsero dieci giorni per arrivare a Rajagaha. Ogni mattino mendica­
vano nei villaggi e mangiavano in silenzio nelle foreste o nei campi. Termi­
nato il pasto riprendevano il cammino, ogni gruppo a se stante. L'immagi­
ne dei bhikkhu che procedevano in pace e senza fretta produsse una
profonda impressione in coloro che li videro. .
Quando furono nei pressi di Rajagaha, Uruvela Kassapa: li condusse
nella Foresta delle Palme, dove sorgeva il tempio di Supatthita, a due sole
miglia a sud della capitale. Il mattino seguente i bhikkhu presero la ciotola
ed entrarono in città. Ogni gruppo procedeva in fila, camminando a passi
lenti e tranquilli. Portavano serenamente la ciotola, guardando diritto
avanti a sé. Seguendo le istruzioni del Buddha si fermavano davanti a ogni
casa, senza distinguere tra abitazioni ricche e povere. Se, dopo una breve
attesa, nessuno si mostrava passavano alla casa successiva. Attendendo in
silenzio le offerte di cibo, i bhikkhu osservavano il respiro. Quando riceve­
vano un'offerta, si inchinavano per ringraziare. Non facevano commenti
sulla qualità del cibo. Se un laico li interrogava sul Dharma, rispondevano
126 Libro primo

con attenzione e al meglio delle capacità di ciascuno. Spiegavano che ap­


partenevano al sangha di Gautama il Buddha, che insegnava le Quattro
N obili Verità, i cinque precetti per i laici e il N obile Ottuplice Sentiero.
Per mezzogiorno tutti i bhikkhu facevano ritorno nella Foresta delle
Palme e condividevano il pasto in silenzio prima di ascoltare il discorso
del Buddha. n pomeriggio e la sera erano dedicati alla meditazione. Era
questo il motivo per cui, passato il mezzogiorno, nessun bhikkhu con la
veste color zafferano si aggirava più nella città.
In capo a due settimane tutta la capitale era al corrente della presenza
del sangha del Buddha. Molti si recavano nella Foresta delle Palme con la
frescura pomeridiana per vedere il Buddha e conoscere la Via del Risve­
glio. Così, prima ancora che il Buddha avesse avuto occasione di recarsi
dall'amico, il giovane re Seniya Bimbisara sapeva della sua venuta. Certo
che questo nuovo maestro fosse lo stesso giovane monaco incontrato sulle
montagne, montò sul cocchio e ordinò di partire alla volta della Foresta
delle Palme. Molti altri cocchi lo seguivano, perché il re aveva invitato più
di cento famosi brahmani e sapienti ad andare con lui. Giunti al limitare
della foresta il re scese dal cocchio e proseguì a piedi, in compagnia della
regina e del figlio, il principe Ajatasattu.
Appena lo seppe, il Buddha si alzò per andare incontro agli ospiti assie­
me a Uruvela Kassapa. I bhikkhu erano già seduti in ampi cerchi, in attesa
del discorso di Dharma. n Buddha invitò il re, la regina, il principe e gli al­
tri a prendere posto. n re presentò uno per uno coloro che lo accompa­
gnavano, ma a molti brahmani dovette chiedere il nome. Tra i convenuti
figuravano reputati studiosi dei Veda, appartenenti a scuole diverse.
Quasi tutti conoscevano Uruvela Kassapa di nome e alcuni anche di
persona, mentre il nome del Buddha era perfettamente ignoto. Furono
perciò sorpresi al vedere il rispetto di Kassapa nei confronti del Buddha,
benché lo Sakya Gautama fosse molto più giovane. Bisbigliavano tra di lo­
ro, chiedendosi quale dei due fosse il discepolo e quale il maestro. Resosi
conto dei dubbi, Uruvela Kassapa si alzò, si avvicinò al Buddha, giunse le
mani e disse con rispetto: "Gautama l'Illuminato, Maestro Preziosissimo
in questa vita, io sono Uruvela Kassapa, tuo discepolo. Consentimi di
esprimerti il più profondo rispetto" . Quindi si prostrò tre volte. Il Buddha
lo aiutò a risollevarsi e lo fece sedere al suo fianco. I brahmani smisero di
bisbigliare e il loro rispetto crebbe ancora quando videro i novecento
bhikkhu in abito zafferano sedere in maestosa solennità.
Il Buddha parlò della Via del Risveglio. Illustrò la natura impermanente
e interdipendente di tutte le cose esistenti. Disse che la Via del Risveglio li­
bera dalle false opinioni e trascende la sofferenza. Spiegò che l'osservanza
dei precetti è un aiuto all' ottenimento della concentrazione e della com­
prensione. La sua voce risuonava forte come una campana, calda come il
Nella Foresta delle Palme 127

sole primaverile, rinfrescante come una mite pioggia, maestosa come il


gonfiarsi della marea. Più di mille persone ascoltavano. Nessuno osava re­
spirare rumorosamente o far frusciare gli abiti, per timore di incrinare il
suono meraviglioso della voce del Buddha.
Gli occhi del re Bimbisara splendevano. Più ascoltava e più si sentiva
aprire il cuore. Dubbi e perplessità svanivano, mentre un sorriso radioso
gli illuminava il volto. Terminato il discorso, il re Bimbisara si alzò, giunse
le mani e disse: "Signore, dai tempi della mia infanzia ebbi cinque desideri
e ora sono tutti soddisfatti. Il primo, ricevere la corona e diventare re. Il

secondo, incontrare in questa vita un maestro illuminato. Il terzo, poter di­


mostrare il mio rispetto a tale maestro. Il quarto, ricevere dal maestro l'in­
segnamento della vera via. Il quinto, comprendere l'insegnamento dell'Il­
luminato. Maestro, i miei cinque desideri sono stati soddisfatti. Il tuo me­
raviglioso insegnamento mi ha dato grande comprensione. Signore, ti pre­
go di accettarmi come discepolo laico" .
Il Buddha manifestò con un sorriso il suo assenso.
Per il giorno della luna piena, il re offrì un pranzo a palazzo al Buddha
e ai novecento bhikkhu. Il Buddha fu felice di accettare.
Gli ospiti si alzarono per ringraziarlo, e venti espressero il desiderio di
essere accettati come discepoli. Quindi il Buddha e Uruvela Kassapa ac­
compagnarono il re, la regina e il piccolo principe Ajatasattu sino al limita­
re della foresta.
Il Buddha sapeva che, tempo un mese, sarebbe iniziata la stagione delle
piogge, impedendogli di rientrare nel suo paese. Aveva deciso perciò di ri­
manere con i novecento bhikkhu altri tre mesi nella Foresta delle Palme,
trascorsi i quali il sangha sarebbe stato forte e stabile abbastanza da con­
sentirgli di !asciarlo. Sarebbe partito in primavera, la stagione dei cieli lim­
pidi e dei teneri germogli.
Il re Seniya Bimbisara iniziò immediatamente i preparativi per ricevere
il Buddha e i bhikkhu. Stabilì di usare il grande cortile del palazzo, elegan­
temente pavimentato. Ordinò alla popolazione di decorare le strade con
lanterne e fiori per dare il benvenuto al Buddha e a1 sangha. Estese l'invito
a molte altre persone, tra cui i membri del governo e le loro faniiglie. Ven­
nero anche invitati i bambini della stessa età del principe Ajatasattu, che
aveva dodici anni. Sapendo che il Buddha e i bhikkhu non consentivano
che si uccidesse per loro, ordinò che fossero preparati cibi deliziosi esclu­
sivamente vegetariani. Mancavano dieci giorni alla data.
29

L' originazione interdipendente

Nelle settimane che seguirono vennero a chiedere l'ordinazione innu­


merevoli persone che ricercavano la Via; molti erano giovani colti prove­
nienti da ricche famiglie. I discepoli anziani celebravano la cerimonia
dell'ordinazione e davano ai nuovi bhikkhu le istruzioni essenziali per la
pratica. Ma anche persone più semplici, tanto uomini che donne, venivano
alla Foresta delle Palme per prendere i tre rifugi.
Un giorno Kondanna trasmise i tre rifugi a un gruppo di quasi trecento
giovani. Dopo la cerimonia, parlò delle tre preziose gemme: il Buddha, il
Dharma e il Sangha.
" Il Buddha è il Risvegliato. Un risvegliato conosce la natura della vita e
dell'universo. Grazie a ciò, un risvegliato non è vincolato da illusione, pau­
ra, ira o desiderio. Un risvegliato è libero, colmo di pace e gioia, di amore
e comprensione. Gautama, il nostro Maestro, ha conseguito il perfetto Ri­
sveglio. Egli ci indica la via in questa vita così che possiamo vincere l'in­
consapevolezza e divenire noi stessi risvegliati. Tutti abbiamo la natura di
Buddha. Tutti possiamo diventare Buddha. La natura di Buddha è la capa­
cità di risvegliarci e trascendere l'ignoranza. Se pratichiamo la via della
consapevolezza, la natura di Buddha brillerà ogni giorno di luce più chiara
e verrà il momento in cui anche noi otterremo perfetta libertà, pace e
gioia. Dobbiamo trovare il Buddha nei nostri cuori. Il Buddha è la prima
gemma preziosa.
"Il Dharma è la via che conduce al Risveglio, il sentiero insegnato dal
Buddha, il cammino che ci libera dalla prigione dell'ignoranza, dell'ira,
della paura e del desiderio. Il cammino verso la libertà, la pace e la gioia.
La via che ci fa amare e comprendere gli altri. La comprensione e l' amore
sono i frutti più belli della Via del Risveglio. Il Dharma è la seconda gem­
ma preziosa.
"Il Sangha è la comunità di coloro che praticano la Via del Risveglio,
che percorrono insieme il sentiero. Se vogliamo seguire la via della libera-
L' originazione interdipendente 129

zione, è importante avere una comunità con cui praticare. Se si è soli, le


difficoltà che sorgono lungo il sentiero potrebbero impedire il risveglio. È
quindi essenziale prendere rifugio nel Sangha, come bhikkhu ordinati o
come laici. li Sangha è la terza gemma preziosa.
"Giovani, oggi voi avete preso rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel
Sangha. Con l'aiuto dei tre rifugi non vagherete più senza scopo ma potre­
te fare reali progressi lungo la Via dell'Illuminazione. Sono due anni che
ho preso rifugio nelle tre gemme, e voi oggi avete fatto voto di seguire lo
stesso sentiero. Rallegriamoci insieme per aver preso rifugio nelle tre gem­
me preziose. Esse sono state nei nostri cuori da un tempo senza inizio. In­
sieme praticheremo la via della liberazione e le tre gemme rifulgeranno
dentro di noi " .
Le parole d i Kondanna furono d i grande ispirazione per i giovani
bhikkhu, che sentirono una fonte nuova di vitalità scaturire nei loro cuori.
In quegli stessi giorni il Buddha accettò nel sangha due discepoli d' ec­
cezione, Sariputta e Moggallana, entrambi seguaci del celebre asceta
Sanjaya, di Rajagaha. I suoi seguaci erano conosciuti come parivrajaka. Sa­
riputta e Moggallana erano amici intimi, onorati per l'intelligenza e la libe­
ralità di vedute. Si erano scambiati la promessa reciproca che, se uno dei
due avesse realizzato la Grande Via, subito l'avrebbe comunicata all'altro.
Sariputta si era imbattuto nel bhikkhu Assaji che mendicava a Rajagaha
e si era sentito irrimediabilmente attratto dalla sua serenità e la sua pace.
" Costui ha l'aspetto di chi ha ottenuto la Via " , si disse Sariputta. " Sapevo
che era possibile trovare una persona così ! Voglio domandargli chi è il suo
maestro e quale l'insegnamento " .
Sariputta affrettò il passo per raggiungere Assaji m a a un tratto si fermò,
non volendo turbarne il silenzioso mendicare di casa in casa. Decise di at­
tendere la fine della questua e, senza farsi notare, lo seguì. Quando la cioto­
la fu piena e Assaji si girò per uscire dalla città, Sariputta lo salutò rispetto­
samente giungendo le mani e disse: "Monaco, tu irradi pace e tranquillità.
Virtù e comprensione traspaiono dal modo in cui cammini, dall'espressio­
ne del tuo volto e da ogni tuo gesto. Permettimi, ti prego, di domandarti
chi è il tuo maestro, in quale centro risiedi e quali metodi vi si insegnano" .
Assaji lo guardò e, col più amichevole dei sorrisi, rispose: " Studio e pra­
tico sotto la guida del maestro Gautama del clan degli Sakya, conosciuto
come il Buddha. Egli vive nei pressi del tempio di Supatthita, nella Foresta
delle Palme" .
Gli occhi di Sariputta scintillavano. " Che cosa insegna? Puoi parlar­
mene ::>. " .
"L'insegnamento del Buddha è bello e profondo. Io non l'ho ancora
compreso a fondo, ma puoi venire ad ascoltarlo direttamente da lui " .
"Ti prego, dimmi solo qualche parola dell'insegnamento del Buddha" ,
130 Libro primo

supplicò Sariputta. " Sarebbe per me enormemente prezioso. In seguito


verrò per approfondirlo" .
Assaji sorrise e recitò una breve gatha:

A causa dell'originazione interdipendente


tutte le cose sorgono
e tutte le cose cessano.
Questo insegna il Perfettamente Illuminato.

Sariputta si sentì improvvisamente aprire il cuore, come se fosse inon­


dato da una luce radiosa. Gli baluginò innanzi una visione completa del
vero Dharma. Inchinatosi ad Assaji corse a cercare l'amico Moggallana.
Vedendone l'aspetto radioso, Moggallana gli chiese: " Fratello, cosa ti
ha dato tanta gioia? Hai trovato la vera via? Dimmi, fratello ! " .
Sariputta riferì l'accaduto. Quando gl i ripetè l a gatha, anche Moggalla­
na sentì un lampo di luce illuminargli il cuore e la mente. Vide l'universo
intero come una rete di relazioni. Questo era perché quello era, questo è
nato perché quello è nato, questo non era perché quello non era, questo è
svanito perché quello è svanito. La credenza in un creatore di tutte le cose
si dissolse con la comprensione dell'originazione interdipendente. Ora ca­
piva come aprirsi un varco nel ciclo infinito di nascita e morte. La porta
della liberazione si era spalancata.
" Fratello" disse Moggallana, " dobbiamo andare immediatamente dal
Buddha. È lui il maestro che abbiamo tanto cercato" .
Sariputta era d'accordo, m a obiettò: " Che cosa sarà dei duecentocin­
quanta fratelli parivrajaka che ripongono la loro fiducia in noi in quanto
anziani della comunità? Non possiamo abbandonarli. Informiamoli prima
della nostra decisione".
I due amici si recarono nel luogo d'incontro dei parivrajaka e annuncia­
rono la decisione di lasciare la comunità per diventare discepoli del
Buddha. Udendo che Sariputta e Moggallana intendevano lasciarli, i pari­
vrajaka si rattristarono. La comunità non sarebbe più stata la stessa senza i
due fratelli anziani. Espressero perciò il desiderio di seguirli e diventare
anch'essi discepoli del Buddha.
Quindi Sariputta e Moggallana riferirono la volontà della comunità al
maestro Sanjaya, che li supplicò di restare con questa proposta: "Se rima­
nete, cederò a entrambi la guida della comunità". Ripetè la proposta tre
volte, ma Sariputta e Moggallana avevano già deciso.
"Venerabile maestro " dissero, "siamo entrati nella via spirituale per tro­
vare la liberazione, non per diventare capi religiosi. Se noi stessi ignoriamo
il vero cammino, come guideremo gli altri? Andremo dal maestro Gauta­
ma, il quale ha realizzato la via che da tanto tempo cerchiamo" .
L'originazio�e interdipendente 13 1

Si prostrarono a Sanjaya e presero commiato, seguiti dai parivrajaka.


Giunti nella Foresta delle Palme si prostrarono al Buddha e chiesero l'or­
dinazione. ll Buddha spiegò le Quattro Nobili Verità e li accettò nel san­
gha come discepoli. Con quell'ordinazione, il numero dei bhikkhu nella
Foresta delle Palme salì a milleduecentocinquanta.
30

L a Foresta dei Bambù

Era il giorno della luna piena. Il Buddha prese la ciotola ed entrò nella
città di Rajagaha, assieme ai milleduecentocinquanta bhikkhu. Cammina­
vano in silenzio, con passi lenti e posati. Le strade della capitale erano de­
corate di lanterne e fiori, e la folla faceva ala per dare il benvenuto al
Buddha e al sangha. All'incrocio principale la ressa era talmente fitta da
impedire al Buddha e ai bhikkhu di passare.
Uruvela Kassapa stava pensando al da farsi quando si fece avanti un gio­
vane discepolo di bell'aspetto che cantava accompagnandosi con un sitar a
sedici corde. La sua voce risuonava come campana argentina e la folla si
aprì per farlo passare, lasciando libera la via per il Buddha e i bhikkhu.
Kassapa riconobbe nel musicista un giovane che aveva preso i tre rifugi con
lui meno di un mese prima. Il canto esprimeva il suo profondo sentimento:

Questa mattina fresca di primavera


l'illuminato attraversa la nostra città
con la nobile comunità di milleduecentocinquanta discepoli.
Tutti camminano con passo lento, pacifico e radioso.

La folla ascoltava rapita il giovane musicista, è da lui gli sguardi si posa­


vano sul Buddha che passava. Sorridendo, il musicista cantavà:

Grato per esserne il discepolo


lodo il suo amore e la saggezza infiniti,
il sentiero che conduce al contentamento,
il Sangha che segue la Vera Via del Risveglio.

Il giovane continuò a cantare aprendo la strada fino alla porta del palaz­
zo. Qui si inchinò al Buddha e scomparve tra la folla con la stessa rapidità
con cui ne era uscito.
136 Libro secondo

Il re Bimbisara andò incontro al Buddha con seimila tra ospiti e corti­


giani, e condusse i bhikkhu nel cortile reale dov'erano state erette grandi
tende a difesa dal sole cocente. Al Buddha fu assegnato il posto d'onore al
centro del cortile, e il posto di ognuno era stato preparato con grande cu­
ra. Quando il Buddha si fu seduto, il re Bimbisara diede il segnale perché
tutti si accomodassero. A fianco del Buddha sedettero il re e Uruvela Kas­
sapa.
Il principe Ajatasattu offrì al Buddha un bacile d'acqua e un panno per
lavarsi mani e piedi, mentre i servitori facevano lo stesso con i bhikkhu.
Venne portato in tavola il pranzo vegetariano. Il re riempì personalmente
la ciotola del Buddha, mentre la regina Videhi sovrintendeva alla distribu­
zione del cibo ai bhikkhu. Prima di mangiare, il Buddha e i bhikkhu reci­
tarono alcune gatha. Durante il pranzo, il re e tutti gli ospiti osservarono
un perfetto silenzio. I seimila invitati furono colpiti dall'aspetto calmo e
gioioso del Buddha e dei bhikkhu.
Quando i milleduecentocinquanta bhikkhu ebbero terminato di man­
giare, le ciotole vennero lavate e restituite ai proprietari. Il re si volse verso
il Buddha e giunse le mani. Intuendone la richiesta, il Buddha diede un di­
scorso di Dharma. Parlò dei cinque precetti come del modo per portare
pace e felicità nelle famiglie e nel regno.
"Il primo precetto è non uccidere. Osservare questo precetto alimenta
la compassione. Tutti gli esseri temono la morte e, come ciascuno ha a
cuore la propria vita, abbia a cuore la vita di tutti gli esseri. Non basta
astenersi dal togliere la vita agli esseri umani, dobbiamo sforzarci di non
uccidere nessun essere vivente. Dobbiamo vivere in armonia con gli uomi­
ni, gli animali e le piante. Nutrendo un cuore amorevole, leniremo la soffe­
renza e daremo felicità alla vita. Un regno, i cui abitanti osservano il pre­
cetto di non uccidere, sarà in pace. Se viene rispettata la vita altrui, il paese
sarà forte e prospero, al sicuro dagli attacchi di altre nazioni e, se pure
possiede un grande esercito, non avrà motivo di mobilitarlo. I soldati pos­
sono dedicarsi a compiti benefici come costruire strade, ponti, piazze e
dighe.
"Il secondo precetto è non rubare. Nessuno ha il diritto di impadronirsi
dei beni che un altro ha guadagnato con il proprio lavoro. Tentare di im­
padronirsi delle proprietà altrui è una violazione di questo precetto. Non
ingannate, e non usate il vostro potere e la vostra influenza per usurpare i
beni altrui. Anche approfittare del sudore e della fatica altrui è una viola­
zione del precetto. Se gli abitanti osservano questo precetto, fiorirà la giu­
stizia sociale e cesseranno furti e uccisioni.
"Il terzo precetto è l' astensione da una scorretta condotta sessuale. I
rapporti sessuali siano limitati al coniuge. L'osservanza di questo precetto
apporta fiducia e felicità tra i membri della famiglia ed evita di provocare
La Foresta dei Bambù 13 7

sofferenze inutili. Se desiderate la felicità, se volete tempo e disponibilità


per dedicarvi al bene del paese e del popolo, astenetevi dalle concubine.
"Il quarto precetto è non mentire. Non pronunciate parole che creino
odio e divisione. Le vostre parole siano sempre secondo verità. Sì signifi­
chi sì, e no significhi no. Le parole possono suscitare fiducia e felicità ma
anche incomprensione e odio, possono indurre a uccidere e a muovere
guerra. Ponete estrema attenzione nell'uso delle parole.
"Il quinto precetto è non bere alcolici e astenersi dall'uso di intossican­
ti. Alcol e intossicanti derubano la mente della sua chiarezza. Una persona
intossicata può causare indicibili sofferenze a se stessa, alla sua famiglia e
agli altri. Osservare questo precetto equivale a mantenere la salute del cor­
po e della mente. Mantenetelo in ogni momento.
" Se la vostra maestà e gli alti dignitari ricordano e osservano questi cin­
que precetti, il regno ne trarrà immenso beneficio. Maestà, un re sta al ti­
mone del suo paese. Deve vivere con consapevolezza e sapere in ogni mo­
mento tutto ciò che accade nel regno. Se baderai che i tuoi sottoposti com­
prendano e osservino i cinque precetti, la terra del Magadha prospererà" .
Colmo di gioia, il r e Bimbisara si alzò e si inchinò al Buddha. La regina
Videhi si avvicinò conducendo per mano il principe Ajatasattu. Insegnò al
piccolo principe a giungere le mani in forma di bocciolo di loto per espri­
mere il suo rispetto al Buddha. Poi disse: "Signore Buddha, insegna la Via
della Consapevolezza e dell'Amore al principe Ajatasattu e ai quattrocento
bambini che oggi sono qui radunati" .
La regina si inchinò. Sorridendo, il Buddha prese la mano del piccolo
principe. La regina si voltò verso i bambini e fece loro segno di avvicinarsi.
Erano i figli di nobili e ricche famiglie, abbigliati nelle fogge più eleganti.
Maschi e femmine portavano braccialetti d'oro ai polsi e alle caviglie. Le
bambine erano awolte in sari dai colori smaglianti. Il principe sedette ai
piedi del Buddha. Il Buddha pensò ai poveri bambini di villaggio con cui
aveva diviso la merenda, tanti anni prima, sotto un albero di melarosa a
Kapilavatthu. Promise a se stesso che, tornato a casa, li avrebbe cercati per
trasmettere anche a loro l'insegnamento.
"Bambini" disse il Buddha, "prima di nascere come essere umano sono
stato terra e pietre, piante, uccelli e molti altri animali. Anche voi, nelle vi­
te passate, siate stati terra, pietre, piante, uccelli e animali. Forse oggi siete
qui davanti a me a causa di qualche legame che ci ha uniti in passato. For­
se, in una vita precedente, siamo stati fonte di gioia o di dolore l'uno per
l'altro.
"Voglio raccontarvi una storia accaduta migliaia di vite addietro. È la
storia di un airone, un granchio, un albero di plumeria e molti piccoli
gamberi e pesci. In quella vita, io ero l'albero di plumeria. Forse uno di
voi era l'airone, un altro il granchio, un altro un piccolo gambero. In que-
138 Libro secondo

sta storia, l'airone è una creatura malvagia e disonesta che causò morte e
sofferenza agli altri. L'airone fece soffrire anche me, che ero l'albero di
plumeria. Ma da quella sofferenza imparai una grande lezione: se inganni
e danneggi gli altri, sarai ingannato e danneggiato a tua volta.
"Io, l'albero di plumeria, crescevo accanto a uno stagno di loti fresco e
profumato. Nessun pesce viveva nello stagno. Ma poco lontano, in uno
stagno più basso e dall'acqua più ferma, vivevano molti pesci, gamberi e
un granchio. Un airone, volando in alto, vide l'affollamento di pesci e
gamberi, ed escogitò uno stratagemma. Si posò sul bordo dello stagno e
fece una faccia seria e cupa.
" 'Signor Airone' chiesero i pesci e i gamberi, 'perché quella faccia cu­
pa?'.
'"Penso al vostro triste destino. Lo stagno in cui vivete è torbido e sudi­
cio, e non avete abbastanza cibo. Provo una grande pietà per le vostre mi­
sere vite'.
" 'Conosci un modo per aiutarci?', domandarono le piccole creature.
' "Se volete' disse l'airone, 'potrei trasportarvi uno per uno nello stagno
dei loti non lontano di qua e liberarvi nella sua acqua pura. Laggiù è pieno
di cibo' .
'"Ci piacerebbe crederti, signor Airone, ma non abbiamo mai sentito
che gli aironi si preoccupino della sorte dei gamberi e dei pesci. Probabil­
mente ci vuoi ingannare per mangiarci'.
'"Perché così sospettosi? Pensate a me come a uno zio amorevole. Non
ho motivo di ingannarvi. C'è davvero, non lontano di qui, un grande sta­
gno di loti con acqua chiara e fresca. Se non mi credete, posso trasportare
in volo uno di voi perché veda con i suoi occhi. Quindi lo riporterò indie­
tro perché riferisca se ho detto la verità'.
" Gamberi e pesci discussero a lungo la faccenda prima di accettare e
designare un vecchio pesce per fare la prova. Il vecchio pesce era coriaceo
e irsuto, con le scaglie dure come pietre. Era un provetto nuotatore ma se
la cavava anche sulla sabbia. L'airone lo prese nel becco e volò allo stagno
dei loti. Qui lo lasciò cadere e aspettò che esplorasse ogni anfratto e fendi­
tura. Lo stagno era davvero spazioso, fresco e abbondante di cibo. Il pesce
si fece ricondurre indietro dall'airone e riferì quanto aveva visto.
"Convinti delle buone intenzioni dell'uccello, gamberi e pesci lo prega­
rono di trasportarli in volo uno per uno al nuovo stagno. Lo scaltro airone
acconsentì. Raccolse un pesce nel becco e volò via. Ma, invece di liberarlo
nello stagno dei loti, si posò vicino all'albero di plumeria. Depose il pesce
sulla biforcazione di un ramo, gli squarciò la carne col becco e ne gettò la
lisca vicino alle radici. Quindi volò a prendere un altro pesce, lo divorò e
gettò anche la sua lisca vicino alle radici.
" Io, che ero la plumeria, assistetti a tutto quanto. Ero infuriato, ma non
La Foresta dei Bambtì 139

potevo far nulla per fermare l'airone. Le radici di un albero di plumeria


sono conficcate saldamente nel suolo. Una plumeria può soltanto far cre­
scere rami, foglie e fiori. Non può spostarsi. Per questo, non avevo modo
di avvisare i gamberi e i pesci di quello che stava accadendo. Non potevo
neppure allungare i miei rami per impedire all'airone di mangiare quelle
creature indifese. Potevo soltanto assistere all'orribile scena. Ogni volta
che l'airone arrivava con un pesce nel becco e incominciava a strappargli
la carne, mi colmavo di pena. Era come se la linfa si asciugasse e i rami si
spezzassero. Gocce di liquido simili a lacrime scendevano lungo la mia
corteccia. L'airone non se ne accorse. Per giorni e giorni continuò ad arri­
vare con un pesce nel becco e a divorarlo. Quando i pesci furono termina­
ti, passò ai gan1beri. Le lische e i gusci ammonticchiati sulle mie radici
avrebbero potuto riempire due enormi ceste.
"Sapevo che, come albero di plumeria, avevo il compito di adornare la
foresta con i miei fiori profumati, ma soffrivo terribilmente perché non
potevo venire in aiuto dei gamberi e dei pesci. Fossi stato un cervo o un
uomo avrei potuto fare qualcosa. Ma, ancorato al suolo con le mie radici,
non potevo muovermi. Allora feci questo voto: se in una vita futura fossi
rinato come animale o come essere umano, avrei impegnato tutte le mie
forze nella difesa dei deboli e degli indifesi contro i _prepotenti.
"L'airone divorò tutti i pesci e i gamberi, finché rimase soltanto il gran­
chio. Ancora affamato, l'airone gli disse: 'Nipote mio, ho trasportato i pe­
sci e i gamberi nello stagno dei loti, dove adesso vivono felici. Sei rimasto
solo, e vorrei trasportare anche te'.
" 'Come mi porterai?', chiese il granchio.
"'Nel becco, come ho fatto con gli altri'.
"'E se cado? Il mio guscio si spaccherà in mille pezzi' .
"'Non temere, t i trasporterò con l a massima attenzione' .
"Il granchio rifletté. Forse l'airone aveva mantenuto l a parola e aveva
trasportato i pesci e i gamberi nello stagno dei loti. Ma se invece li aveva
ingannati e se li era mangiati? Escogitò un piano per mettersi al sicuro e
disse: 'Zio, temo che il tuo becco non sia abbastànza forte per trasportar­
mi. Facciamo così: per maggior sicurezza, avvolgerò le mie ch�le attorno al
tuo collo'.
"L'airone si dichiarò d'accordo. Attese che il granchio gli salisse sul col­
lo, aprì le ali e si alzò in volo. Naturalmente, invece di volare allo stagno
dei loti, si posò ai piedi dell'albero di plumeria.
'"Zio, perché non siamo andati allo stagno? Perché ti sei posato qui?'.
" 'Quale airone sarebbe così stupido da gettare un carico di pesci in uno
stagno? Io non sono un filantropo, nipote mio. Vedi quelle lische e quei
gusci ai piedi della plumeria? Ecco dove avrà fine anche la tua vita'.
'"Zio, i pesci e i gamberi sono stati ingannati, ma non puoi raggirare me
140 Libro secondo

altrettanto facilmente. Se non mi porti immediatamente allo stagno dei lo­


ti, ti stacco la testa con le chele'.
"Il granchio affondò le chele affilate nel collo dell'airone che, trafitto
dal dolore, gridò: 'Non stringere così ! Ti porto sull'istante! Prometto che
non ti mangerò ! ' .
"L'airone volò allo stagno e depositò il granchio sulla sponda, ma il
granchio non allentava la presa. Pensando ai pesci e ai gamberi ingannati
con tanta malvagità, affondò le chele nel collo dell'airone e lo tagliò. L'ai­
rone cadde morto e il granchio entrò nell'acqua.
"Bambini, a quel tempo ero l'albero di plumeria. Assistendo all'accadu­
to imparai che, trattando bene gli altri, anche gli altri tratteranno bene noi;
ma, se siamo crudeli, la crudeltà ci sarà restituita. E feci voto di aiutare gli
esseri in tutte le mie vite future" .
I bambini avevano ascoltato la storia con grande attenzione. Si erano
commossi al dolore della plumeria e avevano provato pietà per i pesci e i
gamberi indifesi. Avevano condannato l'inganno dell'airone e avevano
esultato alla furbizia del granchio.
Il re Bimbisara si alzò, giunse le mani, si inchinò e disse: "Maestro, hai
dato un grande insegnamento a giovani e vecchi in ugual misura. Spero
che il principe Ajatasattu ricordi le tue parole. Il regno è benedetto dalla
tua presenza tra di noi. Se lo consenti, vorrei fare un dono a te e al san­
gha" .
Il Buddha lo guardò, aspettando che continuasse. Dopo un momento, il
re riprese: "A circa due miglia a nord di Rajagaha c'è una grande e splen­
dida foresta chiamata Venuvana, la Foresta dei Bambù. È un luogo tran­
quillo e sereno, fresco e riposante. Molti scoiattoli vi abitano. Desidero of­
frire Venuvana a te e al sangha come luogo in cui insegnare e praticare la
Via. Grande maestro di Compassione, ti prego di accettare questo dono
che sgorga dal mio cuore" .
Il Buddha rifletté. Era la prima volta che al sangha veniva offerta la ter­
ra per un monastero, e i bhikkhu avevano bisogno di un luogo dove fer­
marsi nella stagione delle piogge. Respirò profondamente, sorrise e fece
segno col capo che accettava la generosità del re. Bimbisara ne fu felice,
perché un monastero significava che il Buddha avrebbe passato più tempo
nel Magadha.
Tra gli ospiti c'erano quel giorno, a palazzo, capi religiosi della casta dei
brahmani. Molti di loro si dispiacquero per l'offerta del re, ma non osaro­
no parlare.
Il re si fece portare un'anfora d'oro piena d'acqua. Versò l'acqua sulle
mani del Buddha e dichiarò solennemente: "Maestro, mentre quest'acqua
viene versata sulle tue mani, la Foresta dei Bambù viene donata a te e al
sangha" .
La Foresta dei Bambù 141

L'atto rituale concluse il passaggio della Foresta dei Bambù dal re al


Buddha. A cerimonia conclusa, il Buddha uscì dal palazzo con i suoi mille­
duecentocinquanta bhikkhu.
31
Ritornerò a primavera

Subito, il giorno seguente, il Buddha si recò nella Foresta dei Bambù


con i discepoli anziani. Era il luogo ideale per il sangha: quaranta ettari di
bambù di varie specie. li lago Kalandaka, al centro della foresta, era per­
fetto per bagnarsi e lavare gli abiti, e la riva adatta alla meditazione cammi­
nata. Con i bambù si potevano costruire piccole capanne per i monaci an­
ziani. Questi ultimi, tra cui Kondanna, Kassapa e Sariputta ne furono esta­
siati e iniziarono immediatamente a progettare la disposizione del mona­
stero.
"La stagione dei monsoni non è adatta agli spostamenti" , disse il
Buddha. "I bhikkhu hanno bisogno di un luogo per studiare e praticare
insieme durante le piogge. Un luogo come questo proteggerà la comunità
dalle malattie causate dall'assenza di riparo, e ci eviterà di calpestare i ver-
mi e gli insetti che pullulano nel terreno durante le piogge. Da oggi in

·�,".
avanti desidero che i bhikkhu si radunino in un luogo comune all'inizio di "
ogni stagione delle piogge. Per la durata dei tre mesi di ritiro, si può chie-
dere ai discepoli laici della zona di portare offerte di cibo. In cambio i laici
beneficeranno degli insegnamenti offerti dai bhikkhu". Ecco come nacque
la tradizione del ritiro durante la stagione delle piogge. ·.�
�.ì
Diretti da Moggallana, i bhikkhu più giovani costruirono capanne di
bambù, foglie e fango pressato per il Buddha e i bhikkhu anziani. La ca-
panna del Buddha era piccola ma gradevole. Sul retro cresceva una mac-
chia di bambù dorati e, su un lato, un'altra macchia di bambù verdi, più
alti, che davano ombra. Nagasamala costruì una piattaforma di bambù per
il riposo del Buddha e, dietro la capanna, dispose un bacile di terracotta
per lavarsi. Nagasamala era un giovane bhikkhu appartenuto alla comu-
nità di Uruvela Kassapa, che lo stesso Kassapa aveva designato come at­
tendente del Buddha quando il sangha si trasferì nella Foresta dei Bambù.
Sariputta ottenne da un discepolo laico della capitale una grande cam­
pana, che appese al ramo di un vecchio albero sulle rive del lago Kalan-
Ritornerò a primavera 143

daka. La campana annunciava i periodi di studio e meditazione, e divenne


un momento particolare della pratica della presenza mentale. Il Buddha
insegnò ai bhikkhu a fare una pausa e osservare il respiro ogni volta che
udivano il suono della campana.
Ai discepoli laici che venivano ad aiutare, Kassapa spiegò il ritiro delle
piogge. "Il ritiro delle piogge offre ai bhikkhu l'occasione di praticare la
via della liberazione sotto la guida diretta del Buddha. È un periodo di
studio e pratica intensivi. Nello stesso tempo, preserva dal calpestare acci­
dentalmente i vermi e gli insetti che pullulano nel terreno per l'umidità.
Durante i tre mesi del ritiro potete provvedere al sangha con offerte di ci­
bo. Se possibile, coordinate le forze per garantire ogni giorno la giusta
quantità di cibo, né troppo né poco. Anche il più povero dei poveri, in
grado di offrire soltanto un chappati o due, potrà venire quotidianamente
ad ascoltare un discorso di Dharma tenuto dal Buddha o da un discepolo
anziano. Il ritiro delle piogge beneficerà allo stesso modo bhikkhu e laici".
Kassapa, nell'organizzazione dei discepoli laici, diede prova delle stesse
capacità dimostrate nell'organizzare i bhikkhu. Stabiliva con i donatori le
offerte di cibo e varie forme di assistenza. Si assicurò che ogni bhikkhu ri­
cevesse un abito, una ciotola, un cuscino da meditazione, un asciugamano
e un filtro per l'acqua.
Venne il primo giorno del ritiro, e il sangha si attenne al programma
studiato dal Buddha e dai discepoli anziani. La campana suonò alle quat­
tro del mattino. Dopo essersi lavati, i bhikkhu fecero meditazione cammi­
nata per proprio conto. Quindi alternarono meditazione camminata e me­
ditazione seduta finché il sole spuntò oltre le cime dei bambù. Normal­
mente ciò segnalava il momento di prendere la ciotola e recarsi a mendica­
re ma, poiché durante il ritiro i laici si incaricavano di portare il cibo, i
bhikkhu disponevano di più tempo per approfondire il Dharma e discute­
re delle difficoltà incontrate nella pratica con l'insegnante personale. Gli
insegnanti erano scelti in misura dei progressi lungo la via. I più anziani,
quali Kondanna, Assaji, Kassapa, Sariputta, Moggallana, Vappa e Maha­
nama guidavano ciascuno da cinquanta a sessanta giovani bhikkhu. Ad al­
tri venivano affidati da dieci a trenta studenti. A ogni nuovo bhikkhu veni­
va assegnato un insegnante che lo assistesse nella pratica come un fratello
maggiore. Kassapa e Sariputta avevano organizzato personalmente questo
sistema.
Poco prima di mezzogiorno i bhikkhu si disponevano in fila sulle rive
del lago, ognuno con la propria ciotola. Il cibo era diviso in parti uguali.
Quando tutti erano stati serviti, si sedevano insieme sull'erba della riva e
mangiavano in silenzio. Terminato il pasto e lavata la ciotola, si voltavano
verso il Buddha. A volte il Buddha dava insegnamenti ai bhikkhu che ri­
sultassero utili anche ai laici, altre volte dava insegnamenti ai laici che ri-
144 Libro secondo

sultassero utili anche ai bhikkhu. In certe occasioni l'insegnamento era in­


dirizzato in particolare ai bambini, che poterono spesso ascoltare storie
delle sue vite passate.
Quando un discepolo anziano lo sostituiva, il Buddha gli sedeva accan­
to e ascoltava tranquillamente, esprimendo parole di elogio se il Dharma
era stato enunciato in modo chiaro e corretto. Alla fine del discorso i laici
tornavano a casa e i bhikkhu riposavano finché la campana del pomeriggio
chiamava alla meditazione seduta e camminata. La pratica continuava fino
a mezzanotte, ora del riposo notturno.
Il Buddha sedeva in meditazione fmo a notte alta. Portava la piattafor­
ma di bambù all'aperto e gioiva della frescura notturna, specialmente nelle
notti illuminate dalla luna. Prima dell'alba faceva meditazione camminata
sulle rive del lago. Sempre gioioso, sereno e pacificato, aveva bisogno di
meno ore di sonno dei giovani bhikkhu. Anche Kassapa sedeva in medita­
zione fino a notte inoltrata.
Il re Bimbisara si recava regolarmente nella Foresta dei Bambù. Non si
faceva scortare da un gran numero di persone come quando aveva visitato
la Foresta delle Palme, ma arrivava accompagnato dalla regina Videhi e
dal principe Ajatasattu. Spesso veniva solo. Lasciava il cocchio al margine
della foresta e raggiungeva a piedi la capanna del Buddha. Un giorno, ac­
cortosi che il discorso di Dharma era stato tenuto sotto la pioggia, do­
mandò al Buddha il permesso di edificare una sala del Dharma in cui i
bhikkhu potessero mangiare e ascoltare l'insegnamento senza inzupparsi.
Il Buddha diede l'assenso, e i lavori iniziarono immediatamente. La co­
struzione risultò capace di accogliere più di mille bhikkhu e altrettanti lai-
ci. La sala del Dharma fu la più utile miglioria apportata al monastero.
Spesso il Buddha e il re sedevano vicini sulla piattaforma di bambù, in
conversazione. Nagasamala costruì allora alcuni sedili di bambù per gli
ospiti del Buddha. Un giorno, seduti sui nuovi sedili, il . re confidò al
Buddha: "Ho un altro figlio che tu non conosci, e sarei felice se acconsen­
tissi a vederlo. Si chiama Jivaka e avrà presto sedici anni. Sua madre non è
la regina Videhi, ma una donna di nome Ambapali. Ambapali vive a Vesa­
li, a nord di Pataliputta, perché non ama stare rinchiusa a palazzo e non la
interessano né i titoli né il prestigio. Ha cara la propria libertà. Ho provve­
duto al loro sostentamento, donandogli tra l'altro un bosco di manghi. Ji­
vaka è un ragazzo sveglio e obbediente, per niente attratto dalla vita politi­
ca o militare. Vive nei pressi della capitale e studia medicina. Io li amo
profondamente, e vorrei che li facessi anche tu segno del tuo amore. O
Compassionevole, se accetti di conoscere Jivaka e sua madre, li farò venire
presto alla Foresta dei Bambù".
Il Buddha sorrise il suo assenso. Il re giunse le mani e si accomiatò con
il cuore colmo di gratitudine.
Ritornerò a primavera 145

In quel medesimo periodo, il Monastero della Foresta dei Bambù rice­


vette la visita di due visitatori d'eccezione provenienti da Kapilavatthu, la
città del Buddha. Erano il suo vecchio amico Kaludayi e Channa, il coc­
chiere. La loro presenza ravvivò il monastero di un particolare calore.
Il Buddha mancava da casa da più di sette anni, e aveva sete di notizie.
Domandò a Kaludayi del re e della regina, di Y asodhara, Nanda, Sundari
Nanda, degli amici e, naturalmente, del figlio Rahula. Kaludayi, benché
forte e vigoroso, mostrava i segni dell'età. Anche Channa era invecchiato.
Il Buddha ebbe una lunga conversazione con gli ospiti, seduti fuori della
capanna. Apprese che Kaludayi godeva di una carica importante ed era
uno dei consiglieri più fidati del re Suddhodana. Due mesi prima era giun­
ta a Kapilavatthu la notizia che il Buddha aveva realizzato la Via e insegna­
va nel Magadha. La notizia aveva colmato tutti di felicità, ma in special
modo il re, la regina e Gopa. Il re aveva inviato Kaludayi, gioioso di essere
stato scelto, a chiedere al Buddha di fare ritorno a casa. Kaludayi aveva
impiegato tre giorni nei preparativi del viaggio, incapace di dormire per
l'euforia. Il consiglio di portare con sé Channa era venuto da Yasodhara.
Channa, dalla contentezza, era scoppiato in lacrime davanti a tutti. Dopo
un mese di viaggio erano infine arrivati al Monastero della Foresta dei
Bambù.
Kaludayi riferì che la salute del re andava declinando, anche se mante­
neva la lucidità mentale e poteva contare su validi consiglieri nel governo
del regno. Gotami conservava l'energia di sempre. Il principe Nanda era
un uomo fatto ed era fidanzato con una nobile fanciulla di nome Kalyani.
Nanda era di bell'aspetto e amava vestirsi con eleganza, ma il re temeva
che mancasse ancora di maturità ed equilibrio. La sorella del Buddha,
Sundari Nanda, si era fatta una fanciulla bella e aggraziata. Yasodhara ave­
va rinunciato a indossare gioielli il giorno stesso della partenza del
Buddha, vestiva semplicemente e aveva venduto tutti i suoi beni a benefi­
cio dei poveri. Da quando aveva saputo che il Buddha prendeva un solo
pasto al giorno, faceva anche lei lo stesso. Aveva continuato l'impegno so­
ciale con il valido aiuto della regina Gotami. Rahula era un bambino bello
e vigoroso di sette anni. Negli occhi neri splendevano intelligeÌìza e deter­
minazione. I nonni lo amavano teneramente, come avevano fatto con
Siddhartha bambino.
Channa confermò il racconto di Kaludayi. Il cuore del Buddha si riscal­
dava alle notizie della famiglia. Infine, Kaludayi domandò quando inten­
desse tornare a Kapilavatthu. "Ritornerò dopo la stagione delle piogge" ,
rispose il Buddha. " Non voglio lasciare i giovani bhikkhu finché non si
siano saldamente radicati nella pratica. Terminato il ritiro, mi sarà meno
gravoso !asciarli. Ma, Kaludayi ! Channa ! , perché non fermarvi qui un me­
se o più per assaggiare il gusto di questa vita? Vi rimarrebbe tempo a suffi-
146 Libro secondo

denza per rientrare a Kapilavatthu e informare il re del mio ritorno alla fi­
ne della stagione dei monsoni" .
Kaludayi e Channa accolsero con letizia l'invito a rimanere al Monaste­
ro della Foresta dei Bambù. Strinsero amicizia con i bhikkhu e gustarono
la gioia e la pace della vita di coloro che lasciano la casa per seguire la Via.
Impararono quanto la pratica della consapevolezza nella vita quotidiana
nutre la mente e il cuore. Kaludayi passava i giorni assieme al Buddha e lo
osservava con grande interesse. Era profondamente colpito dalla sua pace
meravigliosa. Era evidente che il Buddha aveva raggiunto uno stato in cui
non inseguiva più alcun desiderio. Era come un pesce libero di nuotare,
come una nuvola che si muove tranquillamente nel cielo. Dimorava total­
mente nel momento presente.
Lo sguardo e il suo sorriso erano prova della meravigliosa libertà di cui
godeva il suo spirito. Niente più al mondo lo incatenava, eppure nessuno
aveva una comprensione e un amore per gli altri altrettanto immensi. Ka­
ludayi si rese conto che l'antico amico l'aveva superato di molto sul cam­
mino spirituale e si trovò improvvisamente ad anelare la serena e libera vi­
ta del bhikkhu. Si sentì pronto a spogliarsi del rango, della ricchezza e del
prestigio, assieme alle preoccupazioni e ai timori che vi si accompagnano.
Non erano passati sette giorni, che rivelò al Buddha il desiderio di prende­
re l'ordinazione. Sulle prime il Buddha parve sorpreso, poi sorrise e diede
col capo l'assenso.
Anche Channa provava il desiderio di diventare bhikkhu ma, cosciente
degli obblighi verso la famiglia reale, pensò che prima avrebbe dovuto
chiedere il consenso a Y asodhara. Decise perciò di attendere che il
Buddha fosse tornato a Kapilavatthu.
32
Il dito non è la luna

Un pomeriggio Sariputta e Moggallana portarono dal Buddha un ami­


co, l'asceta Dighanakha, che godeva della stessa notorietà di Sanjaya ed
era zio di Sariputta. Venuto a sapere che il nipote era diventato discepolo
del Buddha, provò curiosità di conoscerne l'insegnamento. Ma quando
chiese a Sariputta e a Moggallana di esporglielo, essi gli suggerirono di
parlare direttamente col Buddha.
" Gautama, qual è il tuo insegnamento? Quali dottrine insegni? " , lo in­
terrogò Dighanakha. " Quanto a me spregio ogni dottrina e ogni teoria, e
non ne condivido nessuna" .
Sorridendo il Buddha chiese: "Condividi la tua propria dottrina di non
seguirne nessuna? Credi nella tua dottrina che non crede alle dottrine? " .
Colto di sorpresa, Dighanakha rispose: "Gautama, che ci creda o non
ci creda non ha alcuna importanza".
" Credere in una dottrina" disse amichevolmente il Buddha, " significa
perdere la libertà. Diventando dogmatici, si pensa che la propria dottrina
sia l'unica giusta e si accusano le altre di eresia. Dalla ristrettezza di vedute
nascono dispute e conflitti capaci di espandersi all'infinito, non solo spre­
cando tempo prezioso ma provocando a volte una guerra. L'attaccamento
alle opinioni è il massimo ostacolo al sentiero spirituale. Legandoci a opi­
nioni ristrette, ne veniamo irretiti a tal punto che chiudiamÒ" la porta alla
verità.
"Voglio narrarti la storia del giovane vedovo che aveva un figlio di cin­
que anni. Lo amava più della sua stessa vita. Un giorno dovette !asciarlo a
casa e uscire per affari. Arrivarono i banditi che saccheggiarono il villag­
gio, lo diedero alle fiamme e rapirono il bambino. Ritornato, l'uomo trovò
la casa bruciata e, lì accanto, il cadavere carbonizzato di un bambino. Cre­
dette che fosse il figlio. Pianse di dolore e cremò ciò che restava del corpo.
Amava tanto il figlio che raccolse le ceneri in una borsa che portava sem­
pre con sé. Mesi dopo, il figlio riuscì a scappare e ritornò al villaggio. Era
148 Libro secondo

notte fonda quando bussò alla porta. Il padre stringeva tra le braccia la
borsa con le ceneri e singhiozzava. Non aprì la porta, benché il bambino
dicesse di essere suo figlio. Era convinto che il figlio fosse morto e che alla
porta battesse un bambino del villaggio che voleva prendersi gioco del suo
dolore. Il bambino fu costretto ad andarsene, e padre e figlio si perdettero
per sempre.
"Ora vedi, amico mio, come, se ci attacchiamo a un'idea e la riteniamo
la verità assoluta, potremmo trovarci un giorno nella situazione del giova­
ne vedovo. Pensando di possedere già la verità, non potremo aprire la
mente per accoglierla, anche se la verità bussasse alla nostra porta" .
"E per quello che riguarda il tuo insegnamento? " , chiese Dighanakha.
"Chi lo segue, non sarà preda anch'egli di una visione ristretta? " .
"Il mio insegnamento non è una dottrina n é una filosofia. Non è il pro­
dotto del pensiero concettuale né una teoria simile alle varie filosofie che
dibattono se l'essenza dell'universo sia il fuoco, l'acqua, la terra, l'aria o lo
spirito; se l'universo sia finito o infinito, temporale o eterno. Le teorie e i
concetti riguardo alla verità sono come formiche che girano in tondo lun­
go il bordo di una ciotola, senza arrivare mai a nulla. Il mio insegnamento
non è una filosofia, ma il frutto dell'esperienza diretta. Tutto ciò che dico
viene dalla mia esperienza, e lo puoi appurare anche tu attraverso la tua
esperienza. Io affermo che tutte le cose sono impermanenti e prive di un
sé separato. Questo mi ha insegnato l'esperienza, e tu puoi fare lo stesso.
Insegno che tutte le cose dipendono da tutte le altre per nascere, svilup­
parsi e morire. Niente proviene da un'unica fonte originaria. Così come io
ho fatto diretta esperienza di questa verità, anche tu la puoi fare. Il mio
scopo non è spiegare l'universo, ma aiutare gli altri ad avere l'esperienza
diretta della realtà. Le parole non descrivono la realtà, solo l'esperienza di­
retta ci rivela il suo vero volto" .
"Meraviglioso, meraviglioso, Gautama ! " , esclamò Dighanakha. "Ma
che accade se qualcuno prende il tuo insegnamento per un dogma? " .
I l Buddha rimase un momento in silenzio e annuì l a sua approvazione.
" Questa è un'ottima domanda, Dighanakha. Benché il mio insegnamento
non sia un dogma né una dottrina, certo alcuni lo intendono così. Devo
spiegare chiaramente che insegno un metodo per sperimentare la realtà, e
non la realtà medesima, così come un dito che indica la luna non è la luna.
Una persona intelligente seguirà la direzione indicata dal dito per vedere
la luna, ma chi vede soltanto il dito e lo scambia per la luna non vedrà mai
la luna reale. Io insegno un metodo da mettere in pratica, non qualcosa in
cui credere o da adorare. Il mio insegnamento si può paragonare a una
zattera che serve ad attraversare un fiume. Solo uno stolto rimarrà abbar­
bicato alla zattera una volta che sia approdato all'altra sponda, alla sponda
della liberazione".
Il dito non è la luna 149

Dighanakha giunse le mani. "Ti prego, signore Buddha, mostrami come


liberarmi dalle sensazioni dolorose".
"Le sensazioni sono di tre tipi" disse il Buddha, "piacevoli, spiacevoli e
neutre. Tutte e tre hanno origine dalle percezioni della mente e del corpo.
Le sensazioni nascono e muoiono come tutti i fenomeni mentali o materia­
li. Io insegno il metodo per guardare in profondità e fare luce sulla natura
e l'origine delle sensazioni, siano esse piacevoli, spiacevoli o neutre. Ve­
dendo l'origine delle sensazioni, ne comprenderai la natura. Vedrai che le
sensazioni sono impermanenti e, a poco a poco, resterai equanime di fron­
te al loro nascere e morire. La maggior parte delle sensazioni piacevoli sca­
turisce da un modo errato di vedere la realtà. Sradicando le visioni erro­
nee, la sofferenza cessa. Le visioni erronee portano a considerare perma­
nente ciò che è impermanente, perciò l'ignoranza è la causa della sofferen­
za. Noi pratichiamo la via della consapevolezza appunto per superare
l'ignoranza. Si deve guardare in profondità nelle cose per arrivare alla loro
vera natura. Preghiere e offerte non servono a liberarci dell'ignoranza".
Tra gli ascoltatori c'erano Sariputta, Moggallana, Kaludayi, Nagasamala
e Channa, ma Sariputta fu quello che ne colse più profondamente la ve­
rità. Sentì la mente illuminarsi e rifulgere come il sole. Incapace di nascon­
dere la propria gioia, giunse le mani e si prostrò al Buddha. Poi si prostrò
Moggallana. Poi Dighanakha, anch'egli profondamente colpito dalle paro­
le udite. Kaludayi e Channa restarono impressionati da ciò che vedevano.
Si sentivano orgogliosi della loro vicinanza con il Buddha, e la fiducia nella
Via si rafforzò nei loro cuori.
Alcuni giorni dopo, la regina Videhi giunse con un servitore portando
cibo al sangha. Recava anche un alberello di plumeria, che fece piantare
accanto alla capanna del Buddha in memoria della storia narrata ai bambi­
ni nel cortile del palazzo.
Sotto la guida del Buddha, la comunità faceva sempre maggiori pro­
gressi. Sariputta e Moggallana brillavano come stelle per l'intelligenza, la
diligenza e la capacità di guidare gli altri. Assieme a Kondanna e Kassapa
si occupavano anche dell'organizzazione del sangha. Eppure, b�nché la re­
putazione del sangha crescesse, ci furono alcuni che presero a sparlare del
Buddha e della sua comunità. Le voci erano diffuse soprattutto da membri
di altre scuole religiose, invidiosi dell'appoggio dato dal re al sangha. I di­
scepoli laici che venivano in visita alla Foresta del Bambù portarono la no­
tizia ed espressero la propria preoccupazione. Evidentemente alcuni abi­
tanti della città di Rajagaha erano addolorati che tanti giovani appartenen­
ti a famiglie nobili e ricche scegliessero la vita del bhikkhu. Temevano che
presto tutti i giovani ne seguissero l'esempio, così che non sarebbero rima­
sti buoni partiti per le nobili fanciulle di Rajagaha. Intere famiglie, ammo­
nivano, avrebbero perso la possibilità di una discendenza.
150 Libro secondo

Le notizie inquietarono molti bhikkhu, ma il Buddha tranquillizzò


bhikkhu e laici con queste parole: " Non temete, presto o tardi le chiac­
chiere cesseranno da sole" . E fu così. In meno di un mese nessuno udì più
parlare di tali futili timori.
33

La bellezza che non sfiorisce

Due settimane prima della fine del ritiro delle piogge venne dal Buddha
una donna di eccezionale bellezza. Arrivò su un carro trainato da due
bianchi cavalli, in compagnia di un ragazzo di sedici anni. Gli abiti e il
portamento erano raffinati ed eleganti. Chiese a un bhikkhu di indicarle la
capanna del Buddha, ma questi non era ancora tornato dalla meditazione
camminata. Il bhikkhu fece accomodare la donna e il ragazzo sui sedili di
bambù davanti alla capanna.
Poco dopo il Buddha tornò, assieme a Kaludayi, Sariputta e Nagasama­
la. La donna e il ragazzo si alzarono e si inchinarono rispettosamente. Il
Buddha li invitò e sedersi e prese posto su un terzo sedile. Intuì di avere di
fronte Ambapali e il figlio del re Bimbisara, Jivaka.
Kaludayi non aveva mai visto una donna più bella. Aveva preso i voti
solo da un mese e non sapeva se fosse corretto per un bhikkhu guardare
una donna di tale avvenenza. Nel dubbio, posò lo sguardo a terra. Nagasa­
mala reagì nello stesso modo, mentre il Buddha e Sariputta la guardarono
apertamente negli occhi.
Sariputta guardò Ambapali e quindi il Buddha. L'espressione del
Buddha era naturale e tranquilla, serena come lo splendore della luna pie­
na. Gli occhi irradiavano dolcezza. E fu come se Ia sua pace, l,a sua tran­
quillità e la sua gioia si riversassero nel cuore di Sariputta.
Anche Ambapali fissava il Buddha negli occhi: nessuno l'aveva mai
guardata come quell'uomo. Degli uomini, ricordava soltanto sguardi di
imbarazzo o desiderio. Ma il Buddha la guardava come si guarda una nu­
vola, un fiume o un fiore. Aveva l'impressione che le leggesse nei più ripo­
sti angoli del cuore. Giunse le mani e si presentò: "Io sono Ambapali e
questo è mio figlio Jivaka, che studia per diventare medico. Abbiamo udi­
to molto p arlare di te e attendevamo con ansia questo momento" .
Il Buddha interrogò Jivaka sui suoi studi e l a sua vita quotidiana, e il ra­
gazzo rispose cortesemente. Il Buddha capì che era gentile e intelligente.
152 Libro secondo

Benché figlio del re Bimbisara come Ajatasattu, era evidente la maggiore


profondità nei confronti del giovane principe. n cuore di Jivaka si colmò
di rispetto e di affetto per il Buddha, e il giovane si ripromise di stabilirsi
alla Foresta dei Bambù una volta terminati gli studi.
Prima di conoscerlo, Ambapali immaginava il Buddha non diverso dai
molti maestri che aveva conosciuto. Invece non aveva mai incontrato una
persona simile, dallo sguardo indicibilmente dolce e amorevole. Lo sentì
capace di comprendere la sofferenza rinchiusa nel proprio cuore, molta
della quale svanì al suo solo sguardo. Le lacrime le imperlavano le ciglia
mentre diceva: "Maestro, la mia vita è stata colma di sofferenza. Non mi
sono mai mancati beni o denaro, ma mi è sempre mancato qualcosa a cui
aspirare. Questo è il giorno più felice della mia vita" .
Ambapali era un'abile cantante e un'esperta danzatrice, ma non si esibi­
va per chiunque. Se non gradiva i modi o il comportamento di un cliente
rifiutava di danzare, qualunque somma le venisse offerta. A sedici anni
aveva vissuto una storia d'amore da cui era uscita con il cuore spezzato.
Poco dopo aveva conosciuto il giovane principe Bimbisara, e si erano in­
namorati. Jivaka era il frutto di quell'amore, ma nessuno a palazzo aveva
accettato lei e il figlio. Alcuni avevano persino diffuso la voce che Jivaka
fosse un trovatello raccolto dal principe lungo la via. Tali accuse ferivano
Ambapali, che dovette subire l'umiliazione procuratale dall'invidia e
dall'odio del palazzo. Presto capì che la propria libertà era l'unica cosa de­
gna di essere difesa. Abbandonò il palazzo e promise di non mettere più la :;

propria libertà nelle mani di nessuno. l


"La bellezza" le disse dolcemente il Buddha, "sorge e svanisce come -.�•
ogni altro fenomeno. Lo stesso per la fama e la fortuna. Solo la pace, la
gioia e la libertà che costituiscono i frutti della meditazione recano felicità
vera. Ambapali, difendi e abbi caro guanto ti resta da vivere. Non vivere
in modo inconsapevole, persa in futili divertimenti. È di importanza capi­
tale" .
L e spiegò come riorganizzare la propria vita: respirando, sedendo, lavo­
rando con presenza mentale e osservando i cinque precetti. Ambapali era
felice di ricevere un insegnamento tanto prezioso. Prima di accomiatarsi,
disse: "Appena fuori della città di Vesali posseggo un boschetto di manghi
fresco e tranquillo. Ho la speranza che tu e i tuoi bhikkhu vogliate visitar­
lo. Sarebbe un immenso onore per me e mio figlio. Signore Buddha, ti
prego di accettare il mio invito " .
li Buddha sorrise i n assenso.
Quando Ambapali li ebbe lasciati, Kaludayi chiese il permesso di sede­
re accanto al Buddha. Nagasamala offrì a Sariputta l'ultimo sedile e rimase
in piedi. Altri bhikkhu, che passavano di lì, si fermarono per unirsi al
gruppo. Sariputta guardò Kaludayi e sorrise. Poi guardò Nagasamala, e
La bellezza che non sfiorisce 153

sorrise anche a lui. Quindi domandò al Buddha: "Maestro, come dovreb­


be un monaco considerare la bellezza di una donna? La bellezza, specie
quella femminile, è un ostacolo alla pratica spirituale? " .
Il Buddha sorrise, sapendo che Sariputta non interrogava per se stesso
ma per il bene dei bhikkhu. " Bhikkhu" rispose, "la vera natura dei dhar­
ma trascende bellezza e bruttezza. Bello e brutto sono concetti creati dalla
mente, indissolubilmente intrecciati con i cinque aggregati. Agli occhi di
un artista qualsiasi cosa può apparire bella, così come qualsiasi cosa può
essere resa brutta. Un fiume, una nuvola, una foglia, un fiore, un raggio di
sole o un pomeriggio dorato, tutti posseggono la loro bellezza. Questi
bambù dorati sono meravigliosi. Ma forse nessun'altra bellezza è in grado
di distrarre dalla concentrazione come la bellezza di una donna. Se la bel­
lezza delle donne ci ossessiona, perderemo la via.
"Bhikkhu, quando avrete visto in profondità e realizzato la Via, il bello
potrà ancora sembrarvi bello e il brutto sembrarvi brutto ma, poiché avete
ottenuto la liberazione, non siete più vincolati da nessuno dei due. Quan­
do il liberato guarda la bellezza, vede che è composta di molti elementi di
non bellezza. Comprende la natura vuota e impermanente di tutte le cose,
bellezza e bruttezza comprese. Allora la bellezza non lo affascina e la brut­
tezza non lo repelle.
"L'unica bellezza che non sbiadisce e che non causa sofferenza è quella
di un cuore compassionevole e liberato. La compassione è la capacità di
amare incondizionatamente, senza chiedere nulla in cambio. Un cuore li­
berato non è vincolato dalle condizioni. Perciò un cuore compassionevole
e liberato splende di vera bellezza. La pace e la gioia di questa bellezza so­
no vera pace e vera gioia. Bhikkhu, praticate con sollecitudine e conosce­
rete la vera bellezza". Kaludayi e i bhikkhu trassero grande ispirazione
dalle parole del Buddha.
Il ritiro delle piogge era finito. Il Buddha disse a Kaludayi e Channa di
precederlo a Kapilavatthu per annunciare il suo imminente arrivo. I due
iniziarono immediatamente i preparativi per il viaggio. Kaludayi, che ora
era un bhikkhu dal calmo e sereno portamentò, sapeva che alla capitale
tutti si sarebbero stupiti della sua trasformazione. Era impazi'ènte di porta­
re il lieto annuncio del ritorno del Buddha, ma nello stesso tempo gli dole­
va lasciare la Foresta di Bambù dopo un soggiorno tanto breve.
34

Il ricongiungimento

Kaludayi recò al re, alla regina e a Yasodhara la notizia dell'imminente


arrivo del Buddha; quindi, presa con sé unicamente la ciotola, ripattì da
solo per andargli incontro. Camminava con il passo lento e sereno del
bhikkhu. Procedeva di giorno e riposava la notte, fermandosi solo per
mendicare il cibo nelle capanne lungo la strada. Dovunque passasse an­
nunciava che il principe Siddhartha aveva trovato la Via e stava per fare ri­
torno. Nove giorni dopo avere lasciato Kapilavatthu, incontrò il Buddha
seguito da trecento bhikkhu. Moggallana, Kondanna e i fratelli Kassapa si
erano trattenuti con i rimanenti nella Foresta dei Bambù.
Su consiglio di Kaludayi, il Buddha e i bhikkhu passarono la notte nel
Parco di Nigrodha, tre miglia a sud di Kapilavatthu. TI mattino entrarono
in città per la questua.
Lo spettacolo di trecento bhikkhu con la veste color zafferano che por­
gevano in pace e in silenzio le ciotole fece una profonda impressione sugli
abitanti, e la notizia arrivò in un baleno a palazzo. Il re Suddhodana or­
dinò che si preparasse un cocchio per andare incontro al figlio. La regina
Mahapajapati e Yasodhara attendevano ansiosamente a palazzo.
Il cocchio regale e i bhikkhu si incontrarono nel quartiere orientale, e il
cocchiere fu il primo a riconoscere Siddhartha. "Eccolo, maestà ! Cammi­
na alla testa di tutti, e la sua veste è un poco più lunga di quella degli
altri".
Stupito, il re riconobbe nel bhikkhu vestito di zafferano il figlio. Il
Buddha irradiava solennità e sembrava circondato da un alone di luce.
Era fermo davanti a una misera casa, con la ciotola in mano. In serena
concentrazione, era come se l'atto di mendicare il cibo fosse in quel
momento la cosa più importante della sua vita. Il re osservò una donna
miseramente vestita uscire e deporre una piccola patata nella ciotola. Il
Buddha la ricevette con rispetto e s'inchinò alla donna. Poi passò alla casa
vicina.
Il ricongiungimento 155

Il cocchio era ancora lontano. Il re ordinò di fermarsi, smontò e a piedi


proseguì verso il Buddha. Solo allora il Buddha vide il padre. Si avvicina­
rono, il re con passi impetuosi e il Buddha con passo calmo e tranquillo.
" Siddhartha! " .
"Padre ! " .
Nagasamala prese la ciotola del maestro, perché potesse stringere le
mani del padre nelle proprie. Le lacrime scorrevano sulle guance raggrin­
zite del re. Il Buddha guardò il padre, gli occhi colmi di tenerezza. Il re
capì che Siddhartha non era più il principe ereditario, ma un venerato
maestro spirituale. Voleva abbracciarlo, ma sentiva che non sarebbe stato
corretto. Invece giunse le mani e s'inchinò al figlio, come un re saluta un
grande maestro spirituale.
Rivolto a Sariputta, il Buddha disse: "I bhikkhu hanno terminato la
questua. Riconducili al Parco di Nigrodha. Nagasamala verrà con me a pa­
lazzo, dove mangeremo. Ci riuniremo al sangha nel tardo pomeriggio" .
Sariputta si inchinò e ricondusse i bhikkhu fuori città.
Il re fissò a lungo e intensamente il figlio prima di parlare. "Pensavo che
prima di tutto venissi a palazzo per rivedere la tua famiglia. Chi avrebbe
immaginato che ti saresti fermato a mendicare in città? Perché non farti
servire il cibo a palazzo? " .
Il Buddha gli sorrise. "Padre, non sono venuto solo. Ho viaggiato con
una numerosa comunità di monaci. Anch'io sono un bhikkhu e, come tutti
i bhikkhu, mendico il mio cibo" .
"Ma è necessario mendicare il cibo in case tanto povere? Nessuno, nella
storia degli Sakya, ha compiuto un'azione del genere" .
"Forse gli Sakya non lo fanno, m a i bhikkhu sì" rispose, sempre sorri­
dendo. "Padre, mendicare è una pratica spirituale che aiuta un bhikkhu a
sviluppare l'umiltà e a capire che tutte le persone sono uguali. Ricevere
una piccola patata da una povera famiglia non è diverso dal ricevere un
lussuoso vassoio dalle mani di un re. Un bhikkhu trascende le barriere che
discriminano tra ricchi e poveri. Nella mia via, tutti sono uguali. Tutti, per
miseri che siano, possono raggiungere la liberazione e l'illlfminazione.
Mendicare non lede la mia dignità, anzi riconosce l'intima dignità di tutti
gli esseri umani" .
Il re ascoltava a bocca aperta. L e profezie si erano avverate, Siddhartha
era diventato un maestro spirituale la cui virtù avrebbe sfolgorato sul
mondo. Tenendo il padre per mano, Siddhartha s'incamminò in direzione
del palazzo. Nagasamala li seguiva.
Grazie a un servitore che aveva visto i bhikkhu e aveva dato la voce, la
regina Gotami, Yasodhara, Sundari Nanda e il piccolo Rahula poterono
assistere all'incontro tra padre e figlio dalla terrazza del palazzo, e videro il
re inchinarsi al Buddha. Quando furono più vicini, Yasodhara indicò il
156 Libro secondo

Buddha a Rahula e disse: " Amato figlio, vedi quel monaco che tiene per
mano il nonno, alle porte del palazzo? " .
Rahula annuì.
"Quel monaco è tuo padre. Corri a salutarlo, egli ti lascerà un'eredità
molto particolare. Domandagli quale" .
Rahula scese d i corsa l e scale e i n un lampo fu nel cortile. Il Buddha ri­
conobbe immediatamente, nel bambino che gli si precipitava incontro,
suo figlio. Lo accolse tra le braccia spalancate. Senza fiato, Rahula ansimò:
"Venerabile monaco, la mamma mi ha detto di domandarti della preziosa
eredità che hai per me. Che cos'è? Puoi farmela vedere?".
Il Buddha lo accarezzò sulla guancia e sorrise. "Vuoi sapere della tua
eredità? Quando sarà il momento, te la darò " .
Prese l a mano al figlio, tenendo con l'altra quella del padre. I tre entra­
rono insieme nel palazzo. La regina Gotami, Yasodhara e Sundari N an da
si affrettarono a scendere e videro il re, il Buddha e Rahula entrare nei
giardini reali. Il sole di primavera spandeva il suo tepore. Dovunque
erano fiori e gli uccelli gorgheggiavano dolci canzoni. Sedettero su una
panca di marmo, e anche Nagasamala fu invitato a sedere. In quel
momento la regina Gotami, Yasodhara e Sundari N anda entrarono in
giardino.
Il Buddha si alzò immediatamente e mosse in direzione delle tre donne.
La regina Gotami, vestita di un sari verde chiaro, era il ritratto della salute.
Gopa era bella come sempre, anche se forse un po' pallida. Il suo sari era
candido come la neve appena caduta e non indossava né gioielli né orna­
menti. La sorella minore del Buddha, ormai di sedici anni, portava un sari
dorato su cui risaltavano i luminosi occhi neri. Le donne giunsero le mani
e si inchinarono in saluto, e la stessa cosa fece il Buddha. Poi esclamò:
"Madre! Gopa! " .
Udendo quella voce che l e chiamava per nome, le due donne scoppia­
rono in lacrime.
Prendendole la mano, il Buddha fece sedere la regina. "Dov'è Nanda,
mio fratello? " , le chiese.
" Si sta allenando nelle arti marziali, ma tornerà presto" , rispose la regi­
na. "E riconosci tua sorella? È cresciuta molto durante la tua assenza,
vero ? " .
Il Buddha guardò l a sorella, che non vedeva d a sette anni. " Sundari
Nanda, sei ormai una giovane donna ! " .
Quindi si avvicinò a Yasodhara e l e prese con dolcezza la mano. Lei era
così commossa che la sua mano tremava in quella del Buddha. La fece se­
dere vicino alla regina Gotami, e sedette anche lui. Entrando a palazzo il
re gli aveva rivolto molte domande, ma ora nessuno parlava, neppure
Rahula. Il Buddha guardò il re, la regina, Yasodhara e Sundari Nanda. La
Il ricongiungimento 157

gioia del ricongiungimento splendeva sui volti di tutti. Dopo un lungo si­
lenzio, il Buddha disse: "Padre, sono ritornato. Madre, sono ritornato.
Gopa, sono tornato da te" .
L e due donne scoppiarono d i nuovo i n lacrime, ma erano lacrime di
gioia. n Buddha lasciò che piangessero in silenzio. Disse a Rahula di seder­
si vicino e gli accarezzò amorevolmente i capelli.
Gotami si asciugò le lacrime con l'orlo del sari e disse sorridendo: " Sei
stato via molto tempo, più di sette anni sono passati. Comprendi com'è
stata coraggiosa Gopa?".
"Da tempo conosco il suo coraggio, madre. Tu e Yasodhara siete le
donne più valorose che conosca. Non solo avete dato comprensione e ap­
poggio ai vostri mariti, ma siete modelli di forza e determinazione per tut­
ti. Sono fortunato di avervi con me. Mi avete facilitato grandemente il
compito" .
Yasodhara sorrise ma continuò a restare in silenzio.
"Mi hai raccontato brevemente" disse il re, " della tua ricerca della Via
fino alle tue prove di mortificazione. Vorresti ripeterlo ancora a beneficio
dei presenti, e continuare il racconto? " .
Il Buddha narrò succintamente della sua ricerca della Via. Parlò dell'in­
contro sulle montagne con il re Bimbisara, dei bambini del villaggio di
Uruvela, dei cinque amici con cui aveva condiviso le pratiche ascetiche e
dell' accoglienza riservata ai bhikkhu a Rajagaha. Tutti ascoltavano assorti,
e anche Rahula era immobile.
La voce del Buddha era calda e amorevole. Non si soffermò sui dettagli
e non indugiò sui mesi di mortificazione. Usava le parole per seminare se­
mi di risveglio nei cuori dei suoi familiari.
Giunse un servitore, che sussurrò qualcosa all'orecchio della regina Go­
tami. La regina bisbigliò in risposta e il servitore iniziò a preparare la tavo­
la per il pasto di mezzogiorno. n cibo era quasi in tavola quando arrivò
N an da. Il Buddha lo accolse calorosamente.
"N ancia! Ti ho lasciato che avevi quindici anni, e ora sei un uomo
fatto! ".
·

Nanda sorrise ma la regina lo riprese: "Nanda, saluta come si deve tuo


fratello maggiore. Ora è un monaco. Giungi le mani e inchinati".
Nanda si inchinò e il Buddha fece lo stesso.
Si trasferirono a tavola. n Buddha chiese a Nagasamala di sedergli ac-
canto. Un'ancella versò l'acqua sulle mani dei commensali.
" Che cosa hanno deposto nella tua ciotola? " , volle sapere il re.
"Una p atata, ma Nagasamala non ha ricevuto nulla" .
Il re scattò in piedi. "Consentitemi d i offrire a entrambi il cibo della
mia tavola". Yasodhara resse i vassoi mentre il re serviva i due bhikkhu,
riempiendo le ciotole con fragrante riso bianco e curry. Il Buddha e N aga-
158 Libro secondo

samala mangiarono in silenziosa presenza mentale, e tutti ne seguirono


l'esempio. Il giardino risuonava di canti di uccelli.
Dopo il pranzo, la regina invitò il re e il Buddha a sedere di nuovo sulle
panche di marmo. Venne portato un vassoio di mandarini ma Rahula fu
l'unico a servirsi. Gli altri erano troppo intenti ad ascoltare il racconto del
Buddha. La regina Gotami pose più domande di tutti. Udendo della ca­
panna in cui il Buddha viveva nella Foresta dei Bambù, il re decise di far­
sene costruire una simile nel Parco di Nigrodha. Manifestò al Buddha la
speranza che restasse con loro molti mesi per insegnare la Via. La regina
Gotami, Yasodhara, Nanda e Sundari Nanda espressero la loro gioiosa ap­
provazione alla richiesta del re.
Infine il Buddha disse che doveva tornare dai suoi bhikkhu nel parco. Il
re si alzò e disse: "Vorrei offrire a te e al sangha un pasto come fece il re
del Magadha. Inviterò i membri della famiglia reale e del governo, perché
possano udirti esporre la Via" .
Il Buddha accettò con piacere l'offerta e fissarono la data di lì a una set­
timana. Yasodhara espresse il desiderio di offrire un pasto privato al
Buddha e a Kaludayi nel palazzo orientale. Il Buddha accettò, ma suggerì
di rimandarlo a qualche giorno dopo l'invito del re.
Il re voleva far preparare un cocchio per ricondurre il Buddha e Naga­
samala al Parco di Nigrodha, ma il Buddha rifiutò. Spiegò che preferiva
camminare. La famiglia al completo accompagnò i due monaci alle porte
del palazzo. Tutti giunsero rispettosamente le mani e si salutarono.
35

Il primo sole del mattino

La notizia del ritorno di Siddhartha fece rapidamente il giro di tutta


Kapilavatthu, confermata dalla serena presenza dei bhikkhu che ogni mat­
tina entravano in città per la questua. Molti preparavano le offerte di cibo,
ansiosi di udire l'insegnamento dalle labbra dei bhikkhu.
Il re Suddhodana ordinò che si pavesassero le strade con fiori e festoni
per il giorno della venuta a palazzo del Buddha e dei bhikkhu. Intanto,
non perse tempo nel costruire piccole capanne nel Parco di Nigrodha per
il Buddha e i discepoli anziani. Molti vi si recavano per vedere il Buddha,
e la popolazione rimase toccata alla vista del principe che mendicava sere­
namente per le vie della città. Il suo ritorno costituiva l'argomento princi­
pale di conversazione.
Gotami e Yasodhara avrebbero voluto recarsi al Parco di Nigrodha, ma
i preparativi per il ricevimento del sangha non glielo consentirono. Il re
aveva invitato migliaia di persone, tra cui i membri del governo e chiunque
ricoprisse una carica io campo politico, religioso o culturale. Dispose che
le portate fossero esclusivamente vegetariane.
Il principe Nanda, invece, riuscì a incontrare due volte il fratello e lo
ascoltò parlare della Via del Risveglio. Nanda, che provava amore e rispet­
to per il fratello maggiore, si sentì attratto dalla vita serena d.ei bhikkhu.
Domandò al Buddha se pensava che potesse diventare un buon bhikkhu,
ma il Buddha si limitò a sorridere. Era conscio del fatto che Nanda, ben­
ché di buoni sentimenti e animato da ottime intenzioni, mancava ancora di
fermezza e di impegno. Seduto accanto al Buddha, Nanda desiderava di­
ventare monaco ma, tornato a palazzo, gli sguardi e i pensieri andavano
soltanto alla sua adorabile promessa, Kalyani. E Nanda si chiedeva cosa
pensasse il fratello di questa duplicità di attrazioni.
Era giunto il giorno stabilito. La città e il palazzo erano ornati di fiori e
festoni in segno di benvenuto al Buddha e al sangha. La capitale ferveva di
eccitazione e tutta la popolazione, assiepata lungo le strade, accoglieva
160 Libro secondo

l'eroico concittadino. I musici suonavano e tutti volevano posare gli occhi


sul Buddha. Gotami e Y asodhara davano personalmente il benvenuto agli
ospiti reali. Gopa, per l'occasione, aveva accondisceso ai desideri della re­
gina e aveva indossato un elegante sari e i gioielli.
Il Buddha e i bhikkhu camminavano con passo lento e tranquillo tra le
ali di folla. Al loro passaggio, molti giungevano le mani e si inchinavano. I
genitori prendevano sulle spalle i bambini perché potessero vedere. Dalla
folla si levavano applausi e grida di gioia. In quella festosa eccitazione, i
bhikkhu continuavano a seguire consapevolmente il respiro.
Il re li accolse alle porte del palazzo e li guidò nel cortile interno. Se­
guendo l'esempio del re, tutti gli invitati giunsero le mani e si inchinarono
profondamente al Buddha, anche se molti si chiedevano se fosse necessa­
rio mostrare tanti segni di rispetto a un monaco così giovane, benché un
tempo fosse stato il loro principe.
Il Buddha e i bhikkhu sedettero e il re ordinò di portare il cibo. Servì di
persona il Buddha. Yasodhara e Gotami dirigevano i servitori che si occu­
pavano degli invitati reali, tra cui brahmani, asceti ed eremiti. Sull'esempio
del Buddha e dei bhikkhu, tutti mangiarono in silenzio. Quando ebbero
finito e le ciotole dei bhikkhu furono lavate e restituite, il re si alzò, giunse
le mani e invitò il Buddha a esporre il Dharma.
Il Buddha rimase un momento in silenzio per concentrarsi sulle persone
presenti. Iniziò narrando in breve la sua ricerca della Via, conscio che tutti
erano ansiosi di conoscere gli avvenimenti degli ultimi sette anni. Parlò
dell'impermanenza, dell'inesistenza di un sé separato e della legge di origi­
nazione interdipendente. Disse che praticare la consapevolezza nella vita
quotidiana e guardare in profondità nelle cose porta alla cessazione della
sofferenza e all'esperienza della gioia e della pace. Al contrario, offerte e pre­
ghiere non costituiscono mezzi efficaci per l' ottenimento della liberazione.
Poi espose le Quattro Nobili Verità: la sofferenza, le sue cause, la sua
cessazione e la via che conduce alla sua cessazione. "Oltre alle sofferenze
della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte" , disse, "gli uo­
mini si creano da sé altre sofferenze. A causa dell'ignoranza e delle visioni
errate, si pronunciano parole e si compiono azioni che si risolvono in altra
sofferenza per sé e per gli altri. Ira, odio, sospetto, invidia e malanimo cau­
sano sofferenza, e nascono tutti dalla mancanza di consapevolezza. Gli uo­
mini sono imprigionati nella sofferenza come in una casa in fiamme, e la
maggior parte del dolore che proviamo è opera nostra. Non possiamo libe­
rarci pregando una qualche divinità. Dobbiamo guardare in profondità
nella nostra stessa mente e nella situazione presente per sradicare le visioni
errate che formano le radici della sofferenza. Dobbiamo scoprire la fonte
della nostra sofferenza, per comprenderne la natura. Una volta compresa
la sua natura, la sofferenza non ci vincola più.
Il primo sole del mattino 161

" Se qualcuno è adirato con voi e voi reagite adirandovi, non fate che
creare ulteriore sofferenza. Se seguite la Via della Consapevolezza, non ri­
sponderete con ira. Invece, placherete la mente per scoprire il motivo del­
la sua ira. Guardando in profondità ne vedrete la causa. Vedendo che siete
responsabili dell'ira altrui, non risponderete con rabbia, ma riconoscerete
che un vostro errore di comportamento ha contribuito a far sorgere la sua
ira. Se invece non ne avete colpa, cercherete di capire perché l'altro vi ha
frainteso e, infine, lo aiuterete a comprendere le vostre vere intenzioni. In
questo modo eviteremo di causare ulteriore sofferenza a noi stessi e al­
l'altro.
"Vostra maestà e illustri ospiti ! La sofferenza è superabile guardando in
profondità nelle cose. Nella Via della Consapevolezza seguiamo il respiro
per mantenere la presenza mentale e osserviamo i precetti per nutrire la
concentrazione e raggiungere la comprensione. I precetti sono modelli di
vita che favoriscono la pace e la gioia. Seguendoli, migliora la capacità di
concentrazione e viviamo con una maggiore consapevolezza e presenza
mentale. La presenza mentale, a sua volta, nutre la capacità di illuminare
la vera natura della mente e del nostro ambiente. Assieme a questa illumi­
nazione si produce la comprensione.
" Solo comprendendo potremo amare. Con la comprensione ogni soffe­
renza viene superata. La via della vera liberazione è la via della compren­
sione. La comprensione è prajiia. Questa comprensione nasce soltanto dal
guardare in profondità nella vera natura delle cose. La via dei precetti, del­
la concentrazione e della comprensione è il cammino che conduce alla li­
berazione" .
Il Buddha fece una pausa e sorrise prima di seguitare. "Ma la sofferenza
è soltanto una faccia della vita: l'altra è la meraviglia. Se riusciamo a vede­
re la faccia meravigliosa della vita avremo felicità, pace e gioia. Con il cuo­
re non più imprigionato, entriamo in contatto diretto con le meraviglie
della vita. Quando avremo compreso a fondo le verità dell'impermanenza,
dell'assenza di un sé e dell'originazione interdipendente, vedremo la bel­
lezza del nostro cuore e della nostra mente. Vedremo la bellezza del no­
stro corpo, dei rami del bambù violetto, dei crisantemi dorati, 'di un limpi­
do ruscello e della luna chiara.
"Imprigionati invece nella sofferenza, perdiamo la capacità di speri­
mentare le meraviglie della vita. Aprendoci un varco attraverso l'ignoranza
scopriremo l'immenso reame della pace, della gioia, della liberazione e del
nirvana. Il nirvana è lo sradicamento dell'ignoranza, dell'avidità e dell'ira;
la comparsa della pace, della gioia e della libertà. Illustri ospiti, concedete­
vi un momento per guardare un limpido ruscello o un raggio del primo so­
le del mattino. Vi dà pace, gioia e libertà? Se siete rinchiusi nella prigione
dell'ansia e del dolore, non potrete vedere le meraviglie dell'universo, in-
162 Libro secondo

elusi il vostro respiro, il vostro corpo e la vostra mente. La via da me sco­


perta porta al superamento dell'ansia e del dolore osservando in profon­
dità la loro vera natura. Ho trasmesso questa via a molti altri, e tutti l'han­
no percorsa da sé" .
Tutti furono intimamente commossi dall'insegnamento del Buddha. Il
cuore delre, della regina e di Yasodhara traboccava di gioia. E tutti desi­
deravano sapere di più a proposito dei metodi per guardare in profondità
nella vera natura delle cose al fine di ottenere la liberazione e l'illuminazio­
ne. Il re accompagnò il Buddha e i bhikkhu alle porte del palazzo e gli
ospiti si congratularono con il re per il meraviglioso ottenimento del figlio.
In breve tempo il Parco di Nigrodha fu trasformato in monastero. Gli
antichi alberi di fico spandevano la frescura della propria ombra. Vennero
ordinati molti nuovi bhikkhu e presero i cinque precetti svariati laici, tra
cui molti giovani del clan degli Sakya.
Yasodhara si recava di frequente al Parco di Nigrodha, accompagnata
dalla regina e dal piccolo Rahula. Ascoltava i discorsi di Dharma e in pri­
vato interrogava il Buddha sui rapporti tra pratica della Via e servizio so­
ciale. Il Buddha le insegnò l'osservazione del respiro e la meditazione per
alimentare pace e gioia nel cuore. Yasodhara capiva infatti che, senza pace
e gioia, non poteva dare un vero aiuto agli altri. E imparò che, approfon­
dendo la sua comprensione, poteva approfondire anche la sua capacità di
amare. Fu felice di scoprire che poteva praticare la via della consapevolez­
za nel servizio agli altri, e sperimentare insieme pace e gioia. Mezzi e fini
non erano due cose diverse.
Anche la regina Gotami progrediva rapidamente nella pratica.
36

Il voto dei fiori di loto

La principessa Yasodhara offrì al Buddha, Kaludayi, Nagasamala e alla


regina un pranzo nel proprio palazzo. Finito di mangiare, li invitò a recarsi
con lei a un povero villaggio dove era solita occuparsi dei bambini. Li ac­
compagnò anche Rahula. Yasodhara li condusse al vecchio albero di mela­
rosa ai cui piedi il Buddha bambino aveva vissuto la sua prima esperienza
di meditazione. Per il Buddha era come se fosse passato un unico giorno e
non ventisette anni, ma l'albero era cresciuto moltissimo.
Avvertiti da Yasodhara, molti bambini li aspettavano sotto l'albero.
Quelli conosciuti dal Buddha tanti anni prima, disse Y asodhara, erano
cresciuti e avevano ormai una famiglia. L'età dei bambini raccolti ai piedi
dell'albero andava dai sette ai dodici anni. All'arrivo del Buddha smisero
di giocare, si disposero su due ali e lo salutarono come gli aveva inse­
gnato Yasodhara. Collocarono ai piedi della melarosa un sedile di bambù
per il Buddha e svolsero una stuoia per Gotami, Y asodhara e i due
bhikkhu.
Il Buddha era felice di sedere di nuovo in quel luogo. Ripensò ai giorni
passati in compagnia dei piccoli amici del villaggio di Uruvela. Raccontò ai
bambini del giovane guardiano di bufali, Svasti,. e di Sujata, la fanciulla
che gli aveva donato una ciotola di latte. Parlò di nutrire un cuore amore­
vole mediante lo sviluppo della comprensione, e raccontò l'episodio del
salvataggio del cigno ferito dal cugino. I bambini lo ascoltavano con gran­
de interesse.
Fatto sedere Rahula davanti a sé, il Buddha raccontò ai bambini una
storia delle sue vite passate.
"Tanto tempo fa, ai piedi dell'Himalaya, viveva un ragazzo di nome
Megha. Era gentile e industrioso. Non aveva soldi, ma partì ugualmente
per la capitale dove desiderava studiare. Con sé non portava altro che un
bastone, un cappello, una borraccia, i vestiti che indossava e un mantello.
Durante il viaggio, si guadagnava il riso e qualche moneta lavorando nelle
164 Libro secondo

fattorie. Così, quando giunse alla capitale Divapati, aveva accumulato cin­
quecento rupie.
"In città sembravano fervere i preparativi per una grande festa. Curioso,
si guardò attorno in cerca di qualcuno a cui domandare. Vide venire verso
di lui una bellissima ragazza con un mazzo di fiori di loto appena schiusi.
" 'Che costa festeggiate? ' , le chiese Megha.
" 'Di certo sei uno straniero' rispose la ragazza, 'altrimenti sapresti che
oggi arriva Dipankara, il maestro illuminato. Di lui si dice che sia una tor­
cia che rischiara il cammino a tutti gli esseri. È il figlio del re Arcimat che,
partito alla ricerca della Vera Via, ora torna dopo averla trovata. Il suo
sentiero rifulge sul mondo intero, e la città si prepara ad accoglierlo con
tutti gli onori'.
"Megha era felice di poter vedere un maestro illuminato. Voleva offrir­
gli qualcosa e chiedergli di diventare suo discepolo. Così, domandò alla ra­
gazza: 'Quanto hai pagato per questi fiori di loto?'.
"Lei lo guardò e vide che si trattava di un ragazzo intelligente e rispet­
toso. 'Ne ho comprati solo cinque' , gli disse. 'Gli altri due li ho raccolti
nello stagno vicino a casa'.
"'E quanto hai speso per i cinque?', chiese Megha.
" 'Cinquecento rupie'.
"Megha voleva comprarle i cinque fiori di loto per cinquecento rupie,
perché intendeva offrirli a Dipankara. La ragazza rifiutò: 'Anch'io voglio
offrirli al maestro, e non intendo venderli a nessuno' .
"Megha tentò d i convincerla. 'Ti resterebbero i due che hai raccolto al­
lo stagno. Offri questi e vendimi gli altri cinque. Desidero donare qualcosa
al maestro. Incontrare un illuminato in questa vita è un'occasione unica e
preziosa. Intendo chiedergli di accettarmi come discepolo. Se mi venderai
i cinque fiori di loto, te ne sarò riconoscente per tutta la vita'.
"La ragazza guardava a terra senza rispondere.
" 'Se mi vendi i tuoi fiori' insistette Megha, 'farò tutto ciò che vorrai'.
"La ragazza era imbarazzata e tenne a lungo gli occhi fissi al suolo. Poi
disse: 'Non so quale legame ci abbia unito nelle vite passate, ma mi sono
innamorata di te appena ti ho visto. Ho conosciuto molti giovani, ma il
mio cuore non ha mai tremato così. Ti darò i miei fiori da donare all'Illu­
minato se mi prometti che, in questa vita e in tutte le vite future, io sarò
tua moglie' .
"Aveva parlato tutto d'un fiato ed era rimasta quasi senza respiro. Me­
gha non sapeva cosa dire. Dopo un momento di silenzio, disse: 'Sei una ra­
gazza eccezionale e molto sincera. Anch'io, appena ti ho vista, ho sentito
qualcosa nascermi dentro. Ma sono alla ricerca della via della liberazione.
Se mi sposassi non sarei libero di incamminarmi sulla via quando si pre­
sentasse la giusta occasione'.
Il voto deifiori di loto 165

"'Prometti di prendermi in moglie' rispose la ragazza, 'e io faccio voto


che, quando verrà per te il momento di entrare nella via, non te lo impe­
dirò. Al contrario, ti aiuterò in tutti i modi possibili' .
"Megha accettò con gioia la proposta e insieme si misero alla ricerca del
maestro Dipankara. La folla era così fitta che quasi impediva di vederlo,
ma un unico sguardo al suo volto rivelò a Megha che si trattava di un vero
illuminato. Megha si sentì invaso da una grande gioia e fece voto di ottene­
re anche lui, un giorno, l'illuminazione. Voleva avvicinarsi a Dipankara
per donargli i fiori, ma la calca non lo lasciava passare. Non sapendo cosa
fare, lanciò i fiori in direzione di Dipankara. Miracolosamente, i fiori cad­
dero in mano al maestro. Megha era radioso al vedere come la sincerità del
suo cuore si era palesata. La ragazza gli chiese di lanciare anche i suoi due
loti, e anche questi caddero in mano al maestro. Dipankara disse che vole­
va sapere chi gli aveva gettato i fiori. La folla si aprì davanti a Megha e alla
ragazza. Megha la prese per mano e insieme andarono a inchinarsi davanti
a Dipankara. n maestro lo guardò e disse: 'Vedo la sincerità del tuo cuore.
Hai la ferma decisione di seguire la via spirituale per raggiungere la perfet­
ta illuminazione e salvare tutti gli esseri. Fatti animo ! Un giorno, in una vi­
ta futura, soddisferai il tuo voto' .
"Quindi guardò l a ragazza inginocchiata accanto a Megha e le disse:
'Tu gli sarai vicina in questa vita e in molte altre vite a venire. Ricorda di
mantenere la promessa e aiuterai tuo marito a realizzare il suo voto'.
"Megha e la ragazza si commossero alle parole del maestro. Decisero di
studiare la via della liberazione insegnata da Dipankara, l'illuminato.
"Bambini, in quella vita e in molte vite future Megha e la ragazza visse­
ro come marito e moglie. Ogni volta che il marito doveva partire per im­
pegnarsi nel sentiero spirituale, la moglie lo assisteva in tutto ciò che pote­
va. Non tentò mai di ostacolarlo, e per questo motivo Megha provava nei
suoi confronti una gratitudine infinita. Infine realizzò il voto e divenne lui
stesso un illuminato, come Dipankara aveva predetto molte vite prima.
"Bambini, la ricchezza e la fama non sono le cose più preziose nella vi­
ta. Ricchezza e fama svaniscono rapidamente. n pene maggiore è dato dal­
la comprensione e dall'amore. Se avrete comprensione e amore, conosce­
rete la felicità. Grazie alla comprensione e all'amore reciproco, Megha e la
sua sposa conobbero la felicità durante molte vite. Con la comprensione e
l'amore, potrete realizzare qualsiasi cosa".
Yasodhara giunse le mani e si inchinò al Buddha, commossa fino alle la­
crime. Sapeva che, narrando la storia ai bambini, il Buddha parlava a lei.
Era il suo modo di ringraziarla. La regina Prajapati la guardò e capì la ra­
gione della storia del Buddha. Posò la mano sulla spalla della nuora e disse
ai bambini: " Sapete chi era Megha? Era il Buddha, che in questa vita pre­
sente è diventato un illuminato. E sapete chi è la sposa di Megha in questa
166 Libro secondo

vita? Nient'altri che la vostra Y asodhara. Grazie alla comprensione di Ya- j
sodhara il principe Siddhartha ha potuto seguire la via e raggiungere l'illu­
minazione. Noi tutti dovremmo ringraziare Yasodhara" .
I bambini le volevano bene d a molto tempo e si inchinarono a Ya­
sodhara per manifestare il loro amore. Il Buddha ne fu profondamente
commosso. Quindi si alzò e, accompagnato da Kaludayi e Nagasamala, si
diresse a passi tranquilli verso il monastero.

l
37

Una nuova fede

Due settimane dopo, il re Suddhodana invitò il Buddha e Sariputta a


un pranzo tra intimi a palazzo. Erano presenti la regina Gotami, Yasodha­
ra, Nanda, Sundari Nanda e Rahula. Nell'intima atmosfera familiare il
Buddha insegnò come seguire il respiro, come guardare in profondità nel­
le sensazioni e come praticare la meditazione seduta e camminata. Sottoli­
neò che la pratica della presenza mentale nella vita quotidiana porta a su­
perare le preoccupazioni, le frustrazioni e le irritazioni della giornata.
Rahula, che aveva un debole per Sariputta, infilò la piccola mano in
quelle del bhikkhu.
Venuto il momento del commiato, tutti accompagnarono il Buddha e
Sariputta alle porte del palazzo. Nanda gli tenne la ciotola mentre il
Buddha si inchinava davanti a ciascuno, poi, con suo stupore, il Buddha
non la riprese. Non sapendo che fare, Nanda lo accompagnò al monastero
in attesa del momento adatto per restituirgliela. Giunti al monastero, il
Buddha gli chiese se volesse fermarsi una settimana per gustare la vita del
bhikkhu. Nanda, che amava e rispettava il fratello maggiore, acconsentì.
Inoltre, si sentiva sinceramente attratto dalla vita calma e serena dei
bhikkhu. Alla fine della settimana, il Buddha gli domandò se desiderasse
prendere l'ordinazione per qualche mese e praticare sotto �a sua guida.
Nanda lo desiderava. Il Buddha disse a Sariputta di dargli le istruzioni ini­
ziali e di ordinario bhikkhu.
Il periodo di ordinazione di Nanda era stato concertato in precedenza
tra il Buddha e il re. Suddhodana aveva convenuto col Buddha che Nan­
da, benché fosse un ragazzo ben intenzionato, mancava della forza di ca­
rattere e della risolutezza richieste a un futuro monarca. Il Buddha aveva
assicurato al padre di essere in grado di aiutare Nanda a sviluppare chia­
rezza e determinazione, e il re si era dichiarato d'accordo.
Ma non era trascorso un mese che Nanda iniziò a struggersi per la pro­
messa sposa, l'affascinante Janapada Kalyani. Cercò di nasconderlo, ma il
168 Libro secondo

Buddha ne colse lo stato d'animo e gli disse: " Se vuoi raggiungere lo sco­
po, devi prima superare l'attaccamento alle emozioni ordinarie. Impegna
tutto il tuo essere nella pratica e disciplina la tua mente. Solo così divente­
rai una vera guida, capace di servire gli altri " .
Avvertì inoltre Sariputta di non mandare Nanda a mendicare nei pressi
dell'abitazione di Kalyani. Venutolo a sapere, Nanda reagì con una mesco­
lanza di gratitudine e di risentimento, comprendendo che il Buddha legge­
va nei suoi pensieri e bisogni più profondi.
Rahula invidiava il giovane zio che viveva in monastero e desiderava po­
ter fare lo stesso. Ma, quando ne fece richiesta alla madre, Y asodhara gli
accarezzò la testa e gli disse che doveva crescere ancora prima di poter di­
ventare un bhikkhu. Come faccio per crescere più in fretta?, chiese Rahu­
la. Mangiando e facendo esercizio fisico ogni giorno, fu la risposta.
Un'altra volta, venuti i bhikkhu a mendicare nei pressi del palazzo, Ya­
sodhara disse di nuovo a Rahula: "Corri a salutare il Buddha e domandagli
di nuovo della tua eredità" .
Rahula fece di corsa l e scale. Amava teneramente l a madre, m a amava
anche il padre. Aveva passato tutti i suoi anni con la madre, senza trascor­
rere un unico giorno con il padre. Avrebbe voluto fare come Nanda e vi­
vere accanto al Buddha. Volò attraverso il cortile e il portale meridionale,
correndo alla ricerca del padre. Vedendolo, il Buddha sorrise e gli tese la
mano. Il sole primaverile scottava, ma Rahula si sentiva al riparo dell'om­
bra e dell'amore del padre. Lo guardò e disse: " Si sta bene vicino a te, è
fresco" .
La regina li osservava dalla terrazza. Sapeva che il Buddha aveva dato a
Rahula il permesso di trascorrere qualche giorno al monastero.
Rahula gli aveva infatti chiesto: "Qual è la mia eredità? " , e il Buddha
aveva riposto: "Vieni con me al monastero, e te la trasmetterò" .
Fu così che tornarono assieme al Parco di Nigrodha, dove Sariputta di­
vise il cibo con Rahula. Seduto tra Sariputta e il Buddha, Rahula mangiava
in silenzio, contento di vedere anche il giovane zio, Nanda. Il Buddha gli
disse che avrebbe dormito nella capanna di Sariputta. I bhikkhu gli erano
affezionati e lo trattavano con tanto calore che Rahula avrebbe desiderato
stare al monastero per sempre. Sariputta gli spiegò che, per rimanere, do­
veva diventare un monaco. Tenendogli la mano, Rahula volle sapere se po­
teva chiedere al Buddha di ordinario. Il Buddha assentì alla richiesta del
figlio e incaricò Sariputta di dargli l'ordinazione.
Sulle prime Sariputta pensò a uno scherzo ma, vedendo l'espressione
seria del Buddha, chiese: "Maestro, come può un bambino diventare un
bhikkhu? " .
"Si preparerà alla sua futura ordinazione completa" , rispose il Buddha.
"Per il momento, prenderà i voti da novizio e assumerà l'incarico di allon-
Una nuova fede 169

tanare la folla che disturba i bhikkhu mentre praticano la meditazione se­


duta" .
Sariputta gli rasò la testa e gli trasmise i tre rifugi e quattro precetti: non
uccidere, non rubare, non dire il falso e non bere alcolici. Poi prese un
abito dei suoi e lo tagliò a misura di Rahula. Gli insegnò a indossarlo e a
portare la ciotola. Rahula sembrava un bhikkhu in miniatura. Dormiva
nella capanna di Sariputta ed elemosinava ogni giorno con lui nei villaggi
attorno al monastero. Benché i bhikkhu si nutrissero una volta al giorno
Sariputta, temendo che non fosse abbastanza per la crescita del ragazzo,
gli faceva prendere un secondo pasto nel pomeriggio. I laici non dimenti­
cavano di portare latte e del cibo in più per il piccolo monaco.
La notizia che Rahula si era rasato il capo e aveva indossato l'abito del
bhikkhu sconvolse il re. Il re e la regina avevano una terribile nostalgia del
bambino. Pensavano che sarebbe rimasto solo pochi giorni al monastero e
che poi sarebbe tornato a palazzo. Neppure per sogno immaginavano che
sarebbe diventato novizio e, senza il nipotino, si sentivano soli. Yasodhara
provò una mescolanza di gioia e di tristezza. Benché le mancasse moltissi­
mo, la consolava sapere che, dopo tanti anni di separazione, il figlio era fi­
nalmente in compagnia del padre.
Un pomeriggio il re, la regina Gotami e Yasodhara salirono sul cocchio
diretti al monastero. Il Buddha li accolse, e anche Nanda e Rahula vennero
a salutarli. Tutto eccitato, Rahula corse tra le braccia della madre che lo
accolse in un caldo abbraccio. Poi fu la volta dei nonni.
Il re si inchinò al Buddha e disse in tono di rimprovero: "Quando
abbandonasti il palazzo per diventare monaco soffrii terribilmente. Or
non è molto, anche Nanda mi ha lasciato. Perdere anche Rahula è troppo.
Per un capo famiglia quale io sono, i legami tra padre e figlio e tra nonno
e nipote sono cospicui. Quando mi abbandonasti, fu come un coltello che
mi penetrasse nella pelle. Poi, il coltello è affondato nella carne. Ora,
taglia fino all'osso. Ti supplico di riflettere a ciò che fai. In futuro, non
dovrai concedere l'ordinazione a un bambino senza l'approvazione dei
genitori" .
Il Buddha cercò di confortare il re ricordandogli le verità dell'imperma­
nenza e dell'assenza di un sé separato. Gli ricordò che la pratica quotidia­
na della consapevolezza è l'unica porta attraverso la quale si supera la sof­
ferenza. N anda e Rahula avevano avuto l'occasione di vivere più in
profondità la pratica. Che suo padre comprendesse la fortuna che era toc­
cata loro e che rafforzasse la consapevolezza nella vita quotidiana per tro­
vare la vera felicità.
Il re sentì alleviarsi il suo dolore e, anche Gotami e Yasodhara trassero
conforto dalle parole del Buddha.
In seguito, quello stesso giorno, il Buddha disse a Sariputta: "D'ora in-
170 Libro secondo

nanzi non ammetteremo adolescenti nella comunità dei bhikkhu senza il


consenso dei genitori. Iscrivilo nel codice monastico" .
li tempo correva veloce. D a più di sei mesi il Buddha e il sangha si tro­
vavano nel regno degli Sakya. Le nuove ordinazioni avevano portato il nu­
mero dei bhikkhu a più di cinquecento. I discepoli laici non si contavano.
Il re Suddhodana aveva donato al sangha un luogo per installarvi un se­
condo monastero: l'antico palazzo d'estate del principe Siddhartha, a nord
della capitale, con i suoi ampi e ombreggiati giardini. Il venerabile Sariput­
ta si occupò di trasferirvi un gran numero di monaci. Il nuovo monastero
costituì una base sicura per la pratica della Via nel regno degli Sakya.
Il Buddha intendeva ritornare alla Foresta dei Bambù in tempo per il ri­
tiro delle piogge, come aveva promesso al re Bimbisara e ai bhikkhu rima­
sti. Il re gli offrì un ultimo pranzo e gli chiese di pronunciare un discorso
di Dharma per la famiglia reale e il clan degli Sakya.
Il Buddha approfittò dell'occasione per parlare di come si applica la
Via alla vita politica. Disse che la Via avrebbe illuminato la politica del
reame, aiutando gli uomini di governo a costruire la giustizia e l'uguaglian­
za sociale. " Se praticate la Via" disse, "svilupperete la comprensione e la
compassione, servendo meglio il popolo. Saprete costruire pace e felicità
senza ricorrere alla violenza. Non occorre uccidere, imprigionare, tortura­
re o confiscare i beni. Non si tratta di un ideale illusorio, ma di una reale
possibilità.
" Se un uomo politico ha comprensione e amore, vedrà la. ,realtà della
povertà, della miseria e dell'oppressione. Costui saprà trovare i mezzi per
riformare la linea di governo allo scopo di ridurre la distanza tra ricchi e
poveri, rinunciando all'uso della forza.
"Amici miei, i governanti e gli uomini politici devono dare l'esempio.
Non vivete nel lusso, perché la ricchezza non fa che creare una barriera tra
voi e gli altri. Vivete una vita semplice e proficua, usate il vostro tempo per
servire gli altri e non per inseguire vani piaceri. Un capo non ottiene la fi­
ducia e il rispetto del popolo se non dà egli stesso il buon esempio. Se
amate e rispettate i vostri sottoposti, essi vi renderanno amore e rispetto.
Governare con la virtù è diverso dal governare attraverso la legge e il co­
mando. Chi governa con la virtù non ricorre alle punizioni. Nella Via del
Risveglio, la vera felicità si ottiene solo seguendo il sentiero della virtù" .
Il re Suddhodana e i presenti ascoltavano con attenzione. Il principe
Dronodanaraja, zio del Buddha e padre di Devadatta e Ananda, disse:
"Governare con la virtù, come tu l'hai descritto, è splendido. Ma temo che
tu solo possieda le qualità per seguire questa via. Rimani a Kapilavatthu e
aiutaci a creare una forma di governo nuova qui nel regno degli Sakya che
rechi pace, gioia e felicità al popolo" .
" Io sono vecchio" , aggiunse il re. " Se accetti di rimanere, sarò lieto di
Una nuova fede 171

abdicare in tuo favore. Sono sicuro che il popolo, grazie alla tua virtù, in­
tegrità e intelligenza, ti seguirà. In breve tempo il nostro paese sarà pro­
spero come mai in precedenza" .
li Buddha sorrise. Dopo un momento di silenzio, disse guardandolo
con amore: "Padre, non appartengo più a una sola famiglia, un solo clan o
un unico paese. La mia famiglia sono tutti gli esseri, la mia casa è il mondo
e la mia condizione è quella di un monaco che dipende dalla generosità al­
trui. Questa è la via da me scelta, che non è la via della politica. Così fa­
cendo, sono certo di essere di maggior beneficio a tutti gli esseri" .
L a regina Gotami e Yasodhara, pur sapendo che era sconveniente ma­
nifestare il proprio punto di vista nell'assemblea, si commossero fino alle
lacrime. Sapevano che le argomentazioni del Buddha erano giuste.
Il Buddha parlò ancora dei cinque precetti e di come applicarli nella fa­
miglia e nella società. I cinque precetti formano la base per la felicità fami­
liare e pace sociale. Illustrò dettagliatamente ogni precetto e concluse: "Se
desiderate che il popolo sia unito, dovete attenerne la fiducia. Se i gover­
nanti seguono i cinque precetti, la fiducia del popolo crescerà. Munito di
fiducia, il paese conseguirà ogni risultato. Pace, felicità e giustizia sociale
saranno assicurate. Create perciò un modo di vita fondato sulla consape­
volezza. Gli antichi dogmi non stimolano la fiducia e non alimentano
l'uguaglianza. Fate che la Via del Risveglio apra una nuova via e fondi una
nuova fede" .
Infine diede all'assemblea l'assicurazione che, benché stesse per partire
per il Magadha, sarebbe tornato a Kapilavatthu. Il re e tutti i presenti ne
gioirono.
38

Oh, felicità!

Dal regno degli Sakya, il Buddha passò nella regione settentrionale del
Kosala. Lo accompagnavano centoventi bhikkhu, tra cui molti giovani di
nobile famiglia. Si fermarono in un parco nei pressi della città di Anupiya,
del popolo dei Malla. Con lui viaggiavano il venerabile Sariputta, Kalu­
dayi, Nanda e Rahula il novizio.
Non era trascorso un mese dalla partenza da Kapilavatthu che due gio­
vani Sakya di ricca famiglia decisero di lasciare la casa per prendere l'or di­
nazione a bhikkhu. Si chiamavano Mahanama e Anuruddha. La loro fami­
glia possedeva tre splendidi palazzi, uno per ogni stagione. Mahanama de­
siderava riunirsi agli amici entrati nel sangha ma, udendo che anche il fra­
tello nutriva la stessa intenzione, ci ripensò. Erano i due unici figli e ti­
fletté che non era bene che entrambi diventassero monaci. Perciò Maha­
nama si sottomise al desiderio del fratello minore, !asciandogli il privilegio
di prendere l'ordinazione.
Ma, quando Anuruddha chiese il permesso, la madre si oppose: "I miei
figli sono la mia unica felicità. Se ti facessi monaco, non potrei soppor­
tarlo" .
Anuruddha le ricordò i molti figli di nobile famiglia che avevano preso
l'ordinazione. Le disse che entrare nella Via era fonte di felicità e di pace,
non solo per il monaco ma anche per la sua famiglia e tutta la società.
Anuruddha, che aveva udito molti discorsi del Buddha nel Parco di Ni­
grodha, seppe esporre eloquentemente l'insegnamento. Infine la madre
disse: "Bene, ti darò il permesso a patto che anche un tuo buon amico,
Baddhiya, prenda l'ordinazione" .
Aveva detto così nella certezza che Baddhiya non avrebbe mai pensato
a farsi monaco. Baddhiya apparteneva alla famiglia imperiale e ricopriva
una carica importante: gli sarebbe stato difficile abbandonare le responsa­
bilità e il nome per abbracciare la nuda vita dei monaci. Anuruddha si
recò senza por tempo in mezzo dall'amico. Baddhiya era governatore delle
Oh, felicità ' 173

province settentrionali, comandava una guarnigione e il suo palazzo era


sorvegliato giorno e notte da guardie armate. Le sue stanze erano un conti­
nuo andirivieni di alti dignitari.
Baddhiya lo ricevette come un ospite illustre.
"Intendo lasciare la casa e diventare un bhikkhu sotto la guida del
Buddha" , gli disse Anuruddha. "Ma non posso, e tu ne sei la causa" .
"Cosa stai dicendo ? " , scoppiò a ridere l'amico. "Perché dovrei impe­
dirti di diventare un bhikkhu? Proprio io che farei di tutto per soddisfare i
tuoi desideri ! " .
Anuruddha lo mise al corrente della situazione e concluse: "Hai detto
che faresti di tutto per soddisfare il mio desiderio. Bene, l'unico modo è
quello di diventare bhikkhu anche tu" .
Baddhiya era imbarazzato. Anche lui si sentiva attratto dal Buddha e
dalla Via del Risveglio e progettava in segreto di diventare un bhikkhu.
Ma in futuro, non certo adesso. "Tra sette anni lo farò " disse. "Aspetta fi­
no ad allora" .
" Sette anni sono troppo lunghi. Chi può dire se sarò ancora vivo ? " .
"Perché così pessimista? " , disse ridendo Baddhiya. "Va bene, concedi­
mi tre soli anni" .
"Anche tre anni è troppo " .
" Sette mesi. Devo sistemare gli affari di famiglia e predisporre la rinun­
cia ai miei doveri di governo" .
"Perché dedicare tanto tempo ai propri affari se si è decisi a lasciare la
casa per seguire la Via? Un bhikkhu si lascia tutto alle spalle per entrare
nel cammino della libertà. Se ti concederai troppo tempo, potresti cambia­
re idea " .
"D'accordo amico mio, d'accordo. Sette giorni, e verrò con te" .
Esultante, Anuruddha tornò dalla madre per darle l'annuncio. Ella non
avrebbe mai pensato che Baddhiya il governatore rinunciasse con tale faci­
lità a una carica di tanto prestigio. Di colpo avvertì la forza della via della
liberazione e la partenza del figlio non la angosciò più.
Anuruddha convinse altri amici a seguirlo: Bhàgu, Kimbila, Devadatta e
Ananda. Erano tutti principi della famiglia imperiale. Nel giorno stabilito,
si trovarono a casa di Devadatta e partirono incontro al Buddha. L'unico
minorenne, Ananda, di solo diciotto anni, aveva ricevuto dal padre il per­
messo di seguire il fratello maggiore, Devadatta. Sui loro cocchi, i sei prin­
cipi raggiunsero una cittadina ai confini del Kosala. Avevano udito che il
Buddha si trovava nei pressi di Anupiya.
Prima di attraversare il confine, Anuruddha li esortò a sbarazzarsi dei
gioielli e degli ornamenti. Tutti si tolsero collane, anelli e braccialetti e li
avvolsero in un mantello. Cercando a chi donarli videro una misera botte­
ga di barbiere lungo la strada. n barbiere era un giovane della loro stessa
174 Libro secondo

età, di bell'aspetto ma vestito di cenci. Anuruddha entrò nella bottega e


chiese il suo nome.
"Upali " , fu la risposta.
Anuruddha gli domandò di indicare loro la via per passare il confine e
Upali li accompagnò di persona. Prima di separarsi, gli tesero il mantello
con i preziosi gioielli. "Upali" spiegò Anuruddha, "noi vogliamo seguire il
Buddha e vivere come bhikkhu. Questi gioielli non ci servono più e desi­
deriamo darteli. Con essi potrai vivere tranquillamente per il resto dei tuoi
giorni" .
I principi gli dissero addio e attraversarono il confine. Upali aprì il
mantello e fu abbagliato dallo sfolgorio dell'oro e delle gemme. Apparte­
neva alla casta più bassa e, nella sua famiglia, nessuno aveva mai posseduto
un'oncia d'oro o un anello. E ora ne aveva una pila ! Invece di provare
gioia, fu improvvisamente afferrato dal panico. Strinse a sé il mantello.
Ogni precedente sensazione di gioia scomparve. Aveva paura. Quanti era­
no pronti a ucciderlo per impadronirsi del contenuto !
Upali rifletté. Quei giovani di nobile famiglia abbandonavano ricchezza
e potere per farsi monaci. Senza dubbio avevano visto i pericoli e le catene
della ricchezza e della posizione sociale. Sentì l'improvviso desiderio di
gettar via il fagotto e unirsi ai principi alla ricerca della vera pace, della
gioia e della liberazione. Senza un attimo di esitazione appese il mantello a
un ramo per il primo che si trovasse a passare di lì, e varcò il confine. In
breve raggiunse il gruppetto di giovani.
Sorpreso di rivederlo, Devadatta chiese: "Upali, perché ci hai seguiti?
Dove sono i gioielli?".
Trattenendo il fiato, Upali riferì di averli appesi a un ramo per il primo
che li trovasse. Disse che una tale ricchezza l'aveva turbato e che desidera­
va diventare un bhikkhu anche lui sotto la guida del Buddha.
Devadatta rise. "Tu vorresti diventare un bhikkhu? Ma sei soltanto
un ... " .
" Splendido ! Splendido ! " , lo interruppe Anuruddha. " Siamo felici che
tu ti unisca a noi. Il Buddha insegna che il sangha è come il mare e i
bhikkhu sono come fiumi che vi sfociano confondendosi in esso. Benché
nati in caste diverse, entrati nel sangha siamo come fratelli senza più divi-
. . ,
Sl0111 .

Bhaddiya gli strinse la mano e si presentò come l'ex governatore delle


province settentrionali degli Sakya. Poi presentò gli altri principi, e Upali
si inchinò a ciascuno. Insieme i sette giovani ripresero il cammino.
Il giorno seguente erano ad Anupiya e furono informati che il Buddha
dimorava in una foresta a due miglia a nord-est della città. Raggiunsero la
foresta e qui trovarono il Buddha. Baddhiya parlò per tutti e il Buddha ac­
consentì alla loro richiesta. Poi Baddhiya aggiunse: "Desideriamo che il
Oh, felicità! 175

primo a ricevere l'ordinazione sia Upali. Potremo così inchinarci davanti a


lui in quanto fratello maggiore nel Dharma, sbarazzandoci di ogni residuo
di falso orgoglio e discriminazione che ancora alligni in noi" .
Così Upali venne ordinato per primo. Ananda, che aveva solo diciotto
anni, prese i voti da novizio in attesa di ricevere la piena ordinazione
quando avesse compiuto i venti. Dopo Rahula, Ananda era il membro più
giovane del sangha. Rahula era lieto della sua venuta.
Tre giorni dopo l'ordinazione partirono, assieme al Buddha e ai
bhikkhu, in direzione di Vesali, dove si fermarono tre giorni nel Parco di
Mahavana. Di lì, in altri dieci giorni giunsero al Monastero della Foresta
dei Bambù a Rajagaha.
I venerabili Kassapa, Moggallana e Kondanna furono felici di rivedere
il Buddha, e così i seicento bhikkhu che vivevano nella Foresta dei
Bambù. Non appena informato del suo arrivo, il re Bimbisara venne subi­
to a salutare il Buddha. L'atmosfera del monastero era di felicità e calore.
La stagione delle piogge si avvicinava rapidamente e i venerabili Kondan­
na e Kassapa si stavano occupando dei preparativi. Era la terza stagione
delle piogge dal risveglio del Buddha, che aveva trascorso la prima nel
Parco dei Cervi e la seconda nella Foresta dei Bambù.
Baddhiya, prima di insediarsi nella carica di governatore, si era accosta­
to con sincero interesse agli studi spirituali. Ora, sotto la guida del venera­
bile Kassapa, dedicava il cuore e la mente alla pratica e trascorreva quasi
tutta la giornata in meditazione. Preferiva dormire all'aperto che nel chiu­
so di una capanna e una notte, seduto in meditazione ai piedi di un albero,
conobbe una felicità mai sperimentata prima. Ed esclamò: "Oh, felicità !
Oh, felicità! " .
Avendolo udito un monaco che meditava nelle vicinanze, lo riferì il
mattino seguente al Buddha. " Signore, questa notte, mentre sedevo in me­
ditazione, udii a un tratto il bhikkhu Baddhiya esclamare: 'Oh, felicità !
Oh, felicità ! ' . Forse rimpiange l a passata fama e ricchezza, e h o pensato di
fartelo sapere" .
li Buddha annuì.
Dopo il pasto di mezzogiorno e terminato il discorso ;di Dharma, il
Buddha invitò il bhikkhu Baddhiya a comparire davanti alla comunità e ai
laici presenti. "Baddhiya" gli disse, " questa notte, sedendo in meditazione,
hai esclamato: 'Oh, felicità ! Oh, felicità ! "' .
Baddhiya giunse le mani e replicò: "Davvero, maestro, questa notte ho
pronunciato quelle parole" .
"Puoi rivelarci la ragione? " .
" Signore, quando ero governatore godevo di fama, potere e ricchezza.
Dovunque mi recassi, mi scortavano quattro uomini armati. Giorno e not­
te il mio palazzo era sotto sorveglianza. Eppure non riuscivo a sentirmi al
176 Libro secondo

sicuro. Paura e timore mi rodevano. Ora cammino e siedo da solo nella fo­
resta, e non provo paura né timore. Al contrario sperimento un benessere,
una pace e una gioia mai conosciuti prima. Tale, maestro, è la felicità che
mi reca la vita del bhikkhu. Non temo più gli uomini né la perdita di qual­
cosa. Sono felice come un cervo che si aggira liberamente nei boschi. Que­
sta notte, mentre sedevo in meditazione, mi apparve con tale chiarezza che
esclamai: 'Oh, felicità ! Oh, felicità ! ' . Ti prego, perdonami se ho recato di­
sturbo ad altri" .
I l Buddha lo elogiò davanti all'intera assemblea: "È meraviglioso, Bad­
dhiya. Hai fatto grandi passi sulla via del contentamento e del distacco. La
pace e la gioia che tu provi sono la pace e la gioia cui gli dèi stessi aspi-
rano " .
Durante la stagione delle piogge ricevettero l'ordinazione molti nuovi
bhikkhu tra cui un giovane di valore chiamato Mahakassapa. Mahakassapa
era figlio dell'uomo più ricco del Magadha, la cui fortuna era seconda solo
alle casse dello stato. Da dodici anni Mahakassapa era sposato con una
donna di Vesali di nome Bhadra Kapilani, ed entrambi avevano sempre
provato il desiderio di seguire la via spirituale.
Un mattino, Mahakassapa si era destato prima della moglie e aveva vi­
sto un rettile velenoso che le strisciava accanto al braccio. Mahakassapa
non osava respirare per paura di irritare il serpente, che strisciò oltre il
braccio di Kapilani e uscì dalla stanza. Mahakassapa svegliò la moglie e le
narrò l'accaduto. Insieme rifletterono sull'incertezza e la transitorietà della
vita. Kapilani lo incitò a cercare senza indugio un maestro per guidarli nel­
la Via. Mahakassapa, che aveva udito parlare del Buddha, si recò imme­
diatamente nella Foresta dei Bambù. Appena lo vide, capì che il Buddha
era il suo vero maestro. Vedendo in lui una persona di insolita profondità,
il Buddha gli conferì l'ordinazione. Mahakassapa riferì il desiderio della
moglie di diventare monaca per seguire anche lei la Via, ma il Buddha ri­
spose che il tempo non era maturo per ammettere le donne nel sangha e
che Kapilani doveva attendere ancora.
39

Attendendo l'alba

Tre giorni dopo la fine del ritiro delle piogge venne dal Buddha un
uomo di nome Sudatta con la richiesta di insegnare la Via del Risveglio
nel Kosala. Sudatta, un mercante immensamente ricco, viveva nella città
di Savatthi, capitale del regno del Kosala governato dal re Pasenadi. I
concittadini di Sudatta lo stimavano per essere un filantropo che desti­
nava una generosa fetta delle proprie rendite agli orfani e ai bisognosi.
Soccorrere gli altri gli dava grande gioia e contentezza. Lo chiamavano
'Anathapindika', che significa 'che si prende cura dei poveri e dei mi­
seri'.
Per il suo commercio, Sudatta veniva spesso in viaggio nel Magadha. A
Rajagaha si fermava dal fratello maggiore della moglie, anche lui un mer­
cante. Il cognato lo faceva segno di grande affetto e gli forniva tutte le co­
modità. Era andato appunto ad alloggiare dal cognato, ma si era accorto
che non lo riceveva con la solita sollecitudine, tutto assorbito nella prepa­
razione di una grande festa assieme ai membri della famiglia e i servitori.
Sudatta, che era arrivato nel bel mezzo dei preparativi, volle sapere se si
trattava di uno sposalizio o di un funerale.
"Domani" lo informò il cognato, "verranno a pranzo il Buddha e i suoi
bhikkhu" .
Sorpreso, Sudatta domandò: '"Buddha' significa 'risvegliato' ; vero? " .
"Esatto. Il Buddha è un risvegliato. È un maestro illuminato, splendido
e raggiante. E domani anche tu avrai occasione di conoscere un uomo tan­
to meraviglioso" .
Senza potersi spiegare il motivo, il solo udire la parola 'Buddha' aveva
colmato Sudatta di gioia e ispirazione. Invitò il cognato a sedere per par­
largli ancora di questo maestro illuminato. Il cognato narrò che, colpito
dalla serenità dei monaci che mendicavano il cibo in città, era andato ad
ascoltare il Buddha nella Foresta dei Bambù. Era diventato un discepolo
laico e si era offerto di costruire capanne di paglia nel monastero perché i
178 Libro secondo

bhikkhu trovassero riparo dal sole e dalla pioggia. In un solo giorno aveva
presieduto alla costruzione di sessanta capanne.
Forse, si domandava Sudatta, era a causa di un legame stretto nelle
vite passate, ma sentiva il cuore colmarsi di amore e di rispetto per il
Buddha. Non riusciva ad aspettare tranquillamente il giorno dopo. Tra­
scorse la notte insonne, attendendo ansiosamente l'alba per recarsi alle
prime luci alla Foresta dei Bambù. Tre volte si levò per vedere se albeg­
giava, ma ogni volta le tenebre erano ancora fitte. Incapace di prendere
sonno, lasciò definitivamente il letto. Si vestì, infilò le calzature e uscì. Lo
avvolse una fredda foschia. Oltrepassò la porta di Sivaka e si incamminò
verso il monastero. Arrivò mentre i primi raggi del sole illuminavano le
cime dei bambù. Benché volesse soltanto incontrare il Buddha, avvertiva
una certa agitazione. Per calmarsi, bisbigliò a se stesso: " Sudatta, non
temere" .
Fu allora che lo raggiunse una figura. Era il Buddha, intento alla medi­
tazione camminata. Il Buddha si fermò e chiamò con dolcezza: "Sudatta" .
Sudatta giunse le mani e si inchinò. Insieme entrarono nella capanna,
dove Sudatta si informò se il Buddha aveva dormito bene. Il Buddha ri­
spose affermativamente. Sudatta narrò della sua notte insonne, tanta era
l'ansia di incentrarlo. Gli chiese di insegnargli la Via, e il Buddha gli parlò
della comprensione e dell'amore.
Sudatta si sentì. invadere da un'indicibile gioia e, prostrandosi, chiese di
venire accettato come discepolo laico. Il Buddha assentì. Sudatta invitò il
Buddha e tutti i bhikkhu a mangiare a casa del cognato l'indomani.
"I bhikkhu e io abbiamo già ricevuto un invito per oggi" , rise amore­
volmente il Buddha. "N on c'è ragione di ritornare domani" .
" Oggi l'offerta viene da mio cognato, domani verrebbe da me. Purtrop­
po non posseggo una casa mia a Rajagaha, ma ti supplico ugualmente di
accettare" .
Il Buddha sorrise in segno di assenso. Colmo di felicità, Sudatta si in­
chinò e fece frettolosamente ritorno per aiutare il cognato nei preparativi.
Udendo le parole del Buddha che seguirono il pranzo, la felicità di Su­
datta non conobbe più limiti. Accompagnati alla porta il Buddha e i
bhikkhu, si mise immediatamente all'opera per predisporre il pasto
dell'indomani. Il cognato gli si affiancò con entusiasmo e gli disse: "Sudat­
ta, tu sei mio ospite. Lascia a me ogni incombenza" .
Ma Sudatta non volle saperne. Insistette per farsi carico di tutte le spe­
se, lasciando al padrone di casa soltanto il compito di allestire la sala e
cuocere alcune vivande.
li giorno seguente, al nuovo discorso del Buddha, il cuore di Sudatta si
aprì come un fiore. Cadde in ginocchio e disse: " Signore Buddha, il popo­
lo del Kosala non ha avuto ancora occasione di dare il benvenuto a te e al
Attendendo l'alba 179

sangha, né di udir parlare della Via del Risveglio. Consentimi di invitarti


nel Kosala. Mostra compassione per il mio popolo" .
ll Buddha promise di discuterne con i discepoli anziani e di dargli una
risposta entro pochi giorni.
Non passò molto che Sudatta ricevette la lieta notizia del consenso del
Buddha, che gli chiese se, nelle vicinanze di Savatthi, ci fosse un luogo
adatto a ospitare una numerosa comunità di bhikkhu. Sudatta garantì che
ne avrebbe trovato uno e che si sarebbe occupato delle necessità del san­
gha. Propose che il venerabile Sariputta lo accompagnasse per consigliarlo
nei preparativi. Il Buddha chiese l'opinione di Sariputta, che si dichiarò fe­
lice di andare.
Una settimana dopo, Sudatta venne a prendere Sariputta alla Foresta di
Bambù e, attraversato il Gange, si diressero alla volta di Vesali dove passa­
rono la notte nel boschetto di manghi di Ambapali. Sariputta la informò
che, di lì a sei mesi, il Buddha sarebbe passato da Vesali con un numeroso
seguito di bhikkhu, diretti nel Kosala. Ambapali dichiarò con gioia di po­
ter offrire cibo e riparo per tutti, e disse a Sariputta e Sudatta di essere
onorata di averli come ospiti. Lodò il mercante per la sua attività di bene­
fattore e lo incoraggiò nel proposito di beneficiare il Kosala con l'insegna­
mento del Buddha.
Preso commiato da Ambapali, si diressero a nord-ovest seguendo il fiu­
me Aciravati. Sudatta non aveva mai coperto tali distanze a piedi, abituato
a servirsi di cavalli. A ogni sosta annunciava agli abitanti del luogo il pas­
saggio del Buddha e del sangha, esortando a preparare il benvenuto: "ll
Buddha è un maestro risvegliato. Accogliete con giubilo lui e il suo san­
gha" .
Il Kosala era un grande e prospero regno, non inferiore i n potenza al
Magadha. Il Gange lo delimitava a sud mentre a nord si spingeva ai piedi
dell'Himalaya. Sudatta, o 'Anathapindika', era conosciuto ovunque. Mossi
da fiducia in lui, tutti aspettavano con ansia di conoscere il Buddha e il
sangha. Ogni mattina accompagnava Sariputta nella questua per parlare a
più persone possibili del Buddha. ·

In un mese furono a Savatthi. Sudatta invitò Sariputta nella propria ca­


sa perché conoscesse i genitori e la moglie. Dopo che Sariputta, su invito
del padrone di casa, ebbe esposto il Dharma, i genitori e la moglie di Su­
datta presero i tre rifugi e i cinque precetti. La moglie di Sudatta era una
donna amabile e graziosa, di nome Punnalakkhana. Avevano quattro figli.
Tre femmine, Subhadha Prima, Subhadha Seconda e Sumagadha, e un
maschietto più giovane, Rala.
Sariputta mendicava ogni mattina nelle vie della città e dormiva nella
foresta sulla riva del fiume. Sudatta si mise immediatamente alla ricerca di
un luogo adatto per accogliervi il Buddha e i bhikkhu.
40

Un parco coperto d'oro

Tra i luoghi visitati da Sudatta nessuno era più bello e pieno di pace del
parco che apparteneva al principe Jeta. Sicuro che si trattava del luogo
perfetto da cui diffondere la Via del Risveglio in tutto il regno, Sudatta de­
cise di acquistarlo. Si recò dal principe, che trovò in colloquio con un di­
gnitario. Sudatta li salutò entrambi rispettosamente e manifestò senza
mezzi termini il desiderio di acquistare il parco per farne un luogo di pra­
tica dell'insegnamento del Buddha. Il parco era stato donato al principe
dal padre, il re Pasenadi, solo l'anno prima. Il principe J eta, che non aveva
che vent'anni, guardò prima il dignitario e poi Sudatta. Disse: "Il parco è
un dono del mio regale padre e vi sono molto affezionato. Sono disposto a
privarmene solo se lo coprirai interamente di monete d'oro " .
Il principe stava scherzando. Certo non si aspettava che il mercante lo
prendesse in parola. Invece, Sudatta rispose: "D'accordo, accetto il tuo
prezzo. Domani farò portare l'oro al parco" .
Il principe sobbalzò. "Stavo scherzando. Non ho intenzione di vendere
il parco, non preoccuparti di portare l'oro " .
"Illustre principe" rispose con decisione Sudatta, "sei un membro della
famiglia reale e devi tenere fede alla parola data".
Poi, rivolto al dignitario che sorseggiava il tè: "Non è così, eccellenza? " .
I l dignitario annuì e , rivolto al principe, disse: "Il mercante Anathapin­
dika dice il vero. Se tu non avessi fissato un prezzo, sarebbe diverso. Ora
invece non puoi ritirare la tua richiesta".
Il principe si piegò, ma si augurava in segreto che Sudatta non riuscisse
a pagargli il prezzo. Il mercante si inchinò e prese commiato. Il mattino se­
guente fece caricare l'oro sui carri e ordinò ai servitori di ricoprire il
parco.
Al vedere l'immenso carico d'oro, il principe rimase stupefatto. Perché
mai, si chiese, offrire tanto oro per un parco? Il Buddha e il suo sangha
dovevano essere davvero importanti per spingere il mercante a quel passo.
Un parco coperto d'oro 181

Chiese a Sudatta di parlargli del Buddha. Gli occhi di Sudatta brillavano


mentre parlava del suo maestro, del Dharma e del sangha, e promise che
l'indomani avrebbe condotto Sariputta dal principe. Il principe, toccato
dalle parole di Sudatta, sollevò lo sguardo e vide che i servitori del mer­
cante avevano già ricoperto di monete d'oro i due terzi del parco. Stava
sopraggiungendo un quarto carro, quando il principe stese la mano e li
fermò.
"È sufficiente" , disse a Sudatta. "Il resto del parco voglio donarlo io per
contribuire al tuo splendido progetto" .
Sudatta n e fu compiaciuto. L'indomani condusse Sariputta dal princi­
pe, che rimase colpito dalla serenità del bhikkhu. Insieme ritornarono al
parco, che Sudatta aveva stabilito di chiamare Jetavana, 'boschetto di }e­
ta', in onore del principe. Sudatta invitò Sariputta a stabilirvisi per dirigere
la costruzione del monastero. Offerte di cibo gli sarebbero state portate
dalla sua famiglia ogni giorno. Sudatta, Sariputta e il principe stabilirono
assieme la costruzione delle capanne, di una sala per i discorsi di Dharma,
una sala di meditazione e i bagni. Sudatta manifestò il desiderio di erigere
un triplice portale all'entrata del parco. Sariputta contribuì con preziosi
consigli pratici di cui aveva ormai grande esperienza. Scelsero un luogo
particolarmente fresco e tranquillo per costruirvi la capanna destinata al
Buddha. Presiedettero al tracciato dei sentieri e allo scavo dei pozzi.
Presto la notizia del parco ricoperto d'oro fece il giro della città, assie­
me a quella dei lavori di costruzione di un monastero per accogliervi il
Buddha e il sangha provenienti dal Magadha. Sariputta iniziò a tenere di­
scorsi di Dharma a Jetavana, e ogni giorno cresceva il numero degli udito­
ri. Senza avere ancora visto il Buddha, tutti si sentivano attratti dal suo in­
segnamento.
Quattro mesi più tardi il monastero era quasi pronto. Sariputta partì al­
la volta di Rajagaha per condurre il Buddha e il sangha a Jetavana. Trovò il
sangha a Vesali, dove molte centinaia di bhikkhu in abiti zafferano mendi­
cavano per le vie cittadine. Il Buddha e i bhikkhu erano giunti a Vesali po­
chi giorni prima e si erano stabiliti non lontano 'dalla città, n,ella Grande
Foresta. Il Buddha si informò dello stato delle cose a Savatthi, e Sariputta
ne riferì l'ottima piega.
Il Buddha gli disse di aver affidato la comunità della Foresta dei Bambù
a Kondanna e Uruvela Kassapa. Per quanto riguardava i cinquecento
bhikkhu con lui a Vesali, duecento si sarebbero fermati nella regione men­
tre gli altri trecento l'avrebbero accompagnato nel Kosala. Ambapali, con­
cluse il Buddha, aveva invitato tutto il sangha il giorno seguente, e dopo
sarebbero partiti per Savatthi.
Ambapali era felice di poter offrire il pasto al Buddha e ai bhikkhu nel
suo boschetto di manghi. Le spiaceva soltanto che il figlio, Jivaka, non po-
182 Libro secondo

teva venire a causa degli impegni di studio. Il giorno precedente l'invito,


accadde un fatto strano. Tornando a casa dalla visita fatta al Buddha, il
suo cocchio venne fermato da un gruppo di principi del clan dei Licchavi.
Erano tra i nobili più ricchi e potenti di tutta Vesali, e viaggiavano su
splendidi cocchi. Invitata a dire dove andasse, spiegò che ritornava a casa
per prepararsi a ricevere il Buddha e i bhikkhu l'indomani. I giovani nobili
le proposero di dimenticare il Buddha e di invitare loro al suo posto.
" Se ci inviti" dissero i principi, "ti pagheremo con centomila monete
d'oro " . Erano sicuri che i monaci non fossero ospiti altrettanto piacevoli e
remunerativi.
Ad Ambapali la proposta non interessava. "Vedo che non conoscete il
Buddha" disse, "perché, se lo conosceste, non parlereste in questo modo.
Ho presentato il mio invito a · lui e al suo sangha e, se anche mi offriste la
città di Vesali con tutto il suo territorio, la rifiuterei. Ora, se vi piace, cede­
temi il passo. Devo preparare molte cose per domani" .
I nobili Licchavi, colti di sorpresa, l a lasciarono passare. Ma Ambapali
non poteva immaginare che, in seguito all'incontro, avevano deciso di co­
noscere il maestro tenuto in tanta considerazione da lei. Lasciarono i coc­
chi alle soglie della Grande Foresta e proseguirono a piedi.
Il Buddha intuì che i giovani Licchavi possedevano molti semi di com­
passione e saggezza. Li invitò a sedere e parlò della sua vita e della ricerca
della Via. Espose loro il cammino per superare la sofferenza e realizzare la
liberazione. Appartenevano alla stessa casta guerriera cui un tempo era ap­
pattenuto e, guardandoli, vedeva se stesso da giovane.
Il Buddha parlò con calda comprensione e le sue parole aprirono i loro
cuori. Parve loro di vedersi in realtà per la prima volta, capirono che ric­
chezza e potere non bastano alla vera felicità, e seppero di avere trovato il
cammino. Tutti chiesero di venire accettati: come discepoli laici. Inoltre,
vollero invitare il Buddha e il sangha per il giorno seguente.
"Per domani abbiamo già ricevuto l'invito di Ambapali", disse il
Buddha.
I giovani sorrisero al ricordo dell'incontro.
" Se è così, accetta il nostro invito per il giorno dopo" .
I l Buddha sorrise in segno di assenso.
L'indomani, nel boschetto di manghi, ascoltarono le parole del Buddha
tutti gli amici e i congiunti di Ambapali, compresi i sei giovani Licchavi.
Il giorno seguente, il Buddha e un centinaio di bhikkhu mangiarono nel
palazzo dei principi. Furono serviti raffinati piatti vegetariani, preparati
con ogni cura. I principi offrirono inoltre frutti dell'albero del pane, man­
ghi, banane e melarose appena spiccate dal ramo. Terminato il pasto, il
Buddha parlò dell'originazione interdipendente e del Nobile Ottuplice
Sentiero. Il suo insegnamento raggiunse i cuori di tutti. Dodici giovani
Un parco coperto d'oro 183

della nobiltà richiesero l'ordinazione a bhikkhu, e il Buddha li accettò con


gioia. Tra di essi figuravano Otthaddha e Sunakhatta, due principi che go­
devano di grande prestigio nel clan dei Licchavi.
Infine, i nobili Licchavi supplicarono il Buddha di prendere dimora a
Vesali l'anno seguente. Si offrirono di costruire un monastero nella Gran­
de Foresta, capace di accogliere molte centinaia di bhikkhu. Il Buddha ac­
cettò.
Il mattino seguente, di buon'ora, il Buddha ricevette la visita di Amba­
pali che espresse il desiderio di donare il boschetto di manghi al sangha. Il
dono venne accettato. Poi il Buddha, Sariputta e trecento bhikkhu si in­
camminarono verso nord, diretti a Savatthi.
41

Chi ha visto mia madre?

La via per Savatthi era ormai familiare a Sariputta. Grazie all'opera di


diffusione sua e di Anathapindika, il Buddha e il sangha venivano accolti
con calore ovunque passassero. La notte, i bhikkhu si fermavano nella fre­
scura delle foreste lungo le sponde del fiume Aciravati. Viaggiavano divisi
in tre gruppi: il Buddha e Sariputta guidavano il primo, Assaji il secondo e
Moggallana il terzo. Tutti camminavano in tranquilla serenità. Molte per­
sone convenivano nelle foreste o si radunavano sulla riva del fiume per
ascoltare l'insegnamento.
Al loro arrivo a Savatthi vennero accolti da Sudatta e dal principe }eta,
che li accompagnarono al monastero appena costruito. Vedendone la per­
fetta disposizione il Buddha elogiò Sudatta, che ne attribuì il merito alle
idee e all'impegno del venerabile Sariputta e del principe Jeta.
Rahula il novizio aveva dodici anni. Inizialmente era stato assegnato alla
guida di Sariputta ma, essendosi quest'ultimo assentato per sei mesi, l'in­
carico era passato a Moggallana. A Jetavana, Rahula poté riunirsi al primi­
tivo maestro.
Immediatamente dopo l'arrivo del Buddha, il principe Jeta e Sudatta or­
ganizzarono una riunione. Frequentando Sariputta, il principe aveva svilup­
pato una profonda ammirazione per il Buddha. L'intera popolazione venne
invitata ad ascoltarlo. Tra i molti convenuti figuravano la madre del princi­
pe, regina Mallika, e la sorella sedicenne, principessa Vajiri. Dopo averne
sentito parlare per mesi, tutti erano ansiosi di conoscere il Buddha di perso­
na. li Buddha espose le Quattro Nobili Verità e il Nobile Ottuplice Sentiero.
Udire il discorso di Dharma aprì il cuore alla regina e alla principessa.
Entrambe desideravano diventare discepole laiche, ma non osavano chie­
dere. La regina voleva prima ottenere il permesso dal marito, il re Pasena­
di, certa che di lì a non molto anche il re avrebbe conosciuto il Buddha e
avrebbe condiviso il suo desiderio. Senza contare che la sorella del re, spo­
sa del re Bimbisara, aveva preso i tre rifugi tre anni prima.
Chi ha visto mia madre? 185

Vennero a udire il primo discorso del Buddha molti capi religiosi, spin­
ti più da curiosità che da un reale desiderio di apprendere. Più d'uno sentì
il cuore illuminarsi alle parole del Buddha, e altri videro in lui un degno
antagonista che sfidava le loro credenze. Ma tutti erano d'accordo nel sen­
tire che la sua presenza a Savatthi era un evento importante per la spiritua­
lità del Kosala.
Terminato il discorso, Sudatta si inchinò rispettosamente e disse: "La
mia famiglia e io, assieme agli amici e ai congiunti, offriamo il monastero
di Jetavana a te e al sangha" .
"Grande è il tuo merito, Sudatta" , rispose il Buddha. "Grazie a te il
sangha riceverà protezione dal sole e dalla pioggia, dalle fiere, dai serpenti
e dalle zanzare. Questo monastero attirerà i bhikkhu dalle quattro direzio­
ni, ora e in futuro. Tu hai aiutato il Dharma con tutto il cuore, mi auguro
che continuerai a impegnarti nella Via".
Il mattino seguente il Buddha si recò in città con i bhikkhu per la que­
stua. Sariputta li organizzò in dodici gruppi di quindici bhikkhu. La pre­
senza dei monaci dalle vesti color zafferano rafforzò l'interesse della popo­
lazione, che ne ammirava il portamento sereno e modesto.
Una volta alla settimana il Buddha dava a Jetavana un discorso di Dhar­
ma davanti a un numeroso uditorio, e non passò molto che il re Pasenadi
si rese conto degli effetti della presenza del Buddha. Troppo impegnato
negli affari di stato, non aveva tempo per fargli visita, ma ascoltò i membri
della corte parlargli del nuovo monastero e dei bhikkhu venuti dal Ma­
gadha. Pranzando con la famiglia, il re portò il discorso sul Buddha. La re­
gina Mallika lo informò del contributo dato al monastero dal principe }e­
ta. Il re richiese maggiori dettagli, e Jeta gli riferì tutto quanto aveva visto e
udito. Annunciò che, con il permesso paterno, intendeva diventare disce­
polo laico.
Il re Pasenadi faceva fatica a credere che un monaco di giovane età qua­
le il Buddha potesse avere raggiunto la vera illuminazione. Infatti, secondo
la stima del principe, aveva trentanove anni: la pua stessa età. Supponeva
che non potesse in alcun modo avere ottenuto stati più elev;:ati di maestri
spirituali molto più anziani quali Purana Kassapa, Makkhali Gasala, Ni­
gantha Nathaputta e Sanjana Belatthiputta. Gli sarebbe piaciuto credere al
figlio, ma era molto dubbioso. Risolse che, alla prima occasione, doveva
conoscere il Buddha di persona.
Si avvicinava la stagione delle piogge, e il Buddha decise di fermarsi a
Jetavana. Forti dell'esperienza maturata nelle precedenti stagioni delle
piogge nella Foresta dei Bambù, i discepoli anziani organizzarono senza
difficoltà il ritiro. Sessanta nuovi bhikkhu si erano aggiunti alla comunità.
Diversi amici di Sudatta erano diventati discepoli laici e contribuivano con
entusiasmo alle necessità del monastero.
186 Libro secondo

Un pomeriggio venne dal Buddha un giovane che portava sul volto i se­
gni della pena e della più grande tristezza. Aveva perso di recente l'unico
figlio e per giorni e giorni non si era mosso dal cimitero, gemendo: "Figlio,
figlio, dove sei andato? " . Non mangiava, non beveva e non dormiva più.
"Nell'amore" gli disse il Buddha, " c'è sofferenza".
" Sbagli", si oppose l'uomo. "L'amore non causa sofferenza. L'amore dà
solo gioia e felicità" . E se ne andò prima ancora che il Buddha potesse
spiegargli il senso delle sue parole. Vagò senza direzione e si fermò a par­
lare con un capannello di persone che giocavano d'azzardo per la strada.
Raccontò dell'incontro con il Buddha e tutti furono concordi nel dire che
il Buddha si sbagliava.
" Come potrebbe l'amore causare sofferenza? L'amore dà solo gioia e
felicità ! Tu hai ragione, e il monaco Gautama torto" .
L'accaduto corse per tutta Savatthi e divenne oggetto di accese discus­
sioni. Molti capi spirituali sostenevano che il Buddha sbagliava riguardo
all'amore. La cosa giunse alle orecchie del re Pasenadi che, a tavola con la
famiglia, disse alla regina: "Forse il monaco che chiamano 'Buddha' non è
quel grande maestro che la gente ritiene" .
"Perché dici questo? " , domandò la regina. "Ti hanno riferito qualcosa
di male a proposito del maestro Gautama? " .
"Questa mattina ho udito alcuni dignitari affermare che, secondo Gau­
tama, più si ama e più si soffre" .
" Se lo dice Gautama, dev'essere certo vero" , commentò l a regina.
Il re ribatté seccato: " Non dire così ! Esamina le cose da te. Non fare
come un bambino che crede a tutto ciò che dice il maestro " .
L a regina non rispose, poiché sapeva che il re non conosceva ancora il
Buddha. Ma, il giorno dopo, incaricò un amico, il brahmano Nalijangha,
di chiedere al Buddha se aveva detto davvero che l'amore è causa di soffe­
renza e se poteva spiegarne il motivo. Pregò il brahmano di mandare a
mente la risposta e di riferirgliela.
Nalijangha andò dal Buddha e ripeté la domanda della regina. Il
Buddha rispose: "Ho saputo che una donna di Savatthi ha perso di recen­
te la madre. Vinta dal dolore è uscita di senno e vaga per le strade chie­
dendo a quelli che incontra: 'Hai visto mia madre? Hai visto mia madre?'.
Ho anche udito di due giovani amanti che hanno scelto di suicidarsi per­
ché i genitori della ragazza volevano imporle di sposare un altro. Questi
due esempi bastano per dimostrare che l'amore può causare sofferenza" .
Nalijangha riferì la risposta alla regina Mallika. Qualche giorno dopo la
regina, approfittando di un momento di riposo del re, gli chiese: "Marito
mio, ami e hai cara la principessa Vajiri? " .
"Moltissimo" rispose il re, sorpreso dalla domanda.
"Se le capitasse una disgrazia, soffriresti? " .
Chi ha visto mia madre? 187

li re trasalì. Improvvisamente vide i semi della sofferenza allignare


nell'amore. Il benessere lo abbandonò, sostituito dal timore. Le parole del
Buddha contenevano un'amara verità che lo turbò. " Quanto prima andrò
a vedere Gautama" , disse.
La regina si rallegrò. Era certa che, parlandogli, il re avrebbe ricono­
sciuto la profondità dell'insegnamento del Buddha.
42

L'amore è comprensione

n re Pasenadi andò a conoscere il Buddha da solo, senza neppure un


uomo di scorta. Lasciò cocchio e auriga al portale del monastero. Il
Buddha lo ricevette davanti alla sua capanna. Dopo i saluti formali, il re
parlò con franchezza: " Maestro Gautama, il popolo ti onora come il
Buddha, colui che ha ottenuto la perfetta illuminazione. Ma io mi chiedo
come possa raggiungere l'illuminazione un uomo giovane come te. Nep­
pure reputati maestri come Purana Kassapa, Makkhali Gosala, Nigantha
N athaputta e Sanjaya Belatthiputta, già carichi d'anni, affermano di aver
conseguito la totale illuminazione. Né per altro Pakudha Kaccayana e Aji­
ta Kesakambali. Conosci questi maestri?".
"Maestà" rispose il Buddha, " di tutti ho udito parlare e molti ne ho co­
nosciuti. La realizzazione spirituale non dipende dall'età. Mesi e anni non
garantiscono l'illuminazione. Ci sono quattro cose da non sottovalutare:
un principe adolescente, un serpente di piccole dimensioni, una scintilla di
fuoco e un giovane monaco. Un principe, anche se adolescente, è destina­
to a diventare re; un serpentello velenoso può uccidere in un istante un
uomo corpulento; un'unica scintilla può incendiare una foresta o ridurre
in cenere una città; e un monaco anche molto giovane può ottenere la per­
fetta illuminazione. Per questo, maestà, una persona accorta non sottova­
luta un principe adolescente, un serpentello, una scintilla o un giovane
monaco .
"

Sul re Pasenadi aveva prodotto una forte impressione il tono calmo e


misurato del Buddha, così come la semplicità e insieme la profondità delle
sue parole. Sentì di potersi fidare e rivolse la domanda che gli bruciava.
"Maestro Gautama, c'è chi afferma che tu esorti a non amare. Ti attri­
buiscono il detto che più si ama e più si soffre. Capisco che in questo c'è
una certa verità, ma non riesco ad accettarlo del tutto. Senza amore, la vita
si svuota di senso. Ti prego di aiutarmi a comprendere" .
n Buddha lo guardò con calore. "Maestà, la tua è un'ottima domanda
L'amore è comprensione 189

da cui molti potranno trarre giovamento. Esistono molti tipi di amore, di


ciascuno dei quali occorre esaminare a fondo la natura. Alla vita è necessa­
rio l'amore, ma non l'amore fondato sulla lussuria, la passione, l'attacca­
mento, la discriminazione e il pregiudizio. C'è invece, maestà, un altro
amore ben più necessario, formato dalla gentilezza e dalla compassione, da
maitri e karuna.
"Parlando dell'amore, ci si riferisce di solito all'amore tra genitori e fi­
gli, marito e moglie, parenti, membri della stessa casta e della stessa nazio­
ne. Dipendendo per natura dai concetti di 'io' e 'mio', questo amore è im­
prigionato nell'attaccamento e nella discriminazione. La gente vuole ama­
re soltanto i propri genitori, il proprio coniuge, i propri figli e nipoti, i
propri parenti e i propri concittadini. Poiché è irretita nell'attaccamento,
teme i mali a cui sono esposte le persone amate e se ne preoccupa prima
che accadano. Poi, quando le disgrazie vengono, la sofferenza è tremenda.
L'amore fondato sulla discriminazione genera il pregiudizio, ovvero indif­
ferenza e persino ostilità nei confronti di coloro che escludiamo dal nostro
amore. Attaccamento e discriminazione sono cause di sofferenza per noi
stessi e per gli altri. Maestà, l'amore di cui tutti gli esseri sono assetati è la
gentilezza e la compassione. Maitri è l'amore che opera per la felicità al­
trui, karuna è l'amore che opera per alleviare l'altrui sofferenza. Maitri e
karuna non pretendono nulla in cambio. Gentilezza e compassione non
sono limitate ai genitori, al coniuge, ai figli, ai parenti, alla casta e al paese,
ma si allargano a tutta l'umanità e a tutti gli esseri. Maitri e karuna non co­
noscono discriminazione tra 'mio' e 'non mio'. Senza discriminazione, non
c'è attaccamento. Maitri e karuna recano felicità e alleviano la sofferenza.
Non causano ulteriore dolore e angoscia. Senza di essi la vita è davvero
vuota di senso, come hai detto giustamente. Con la gentilezza e la compas­
sione, la vita si colma di pace, gioia e soddisfazione. Maestà, tu governi su
un intero paese: se pratichi la gentilezza e la compassione, tutto il popolo
ne trarrà beneficio" .
Il re chinò il capo per riflettere. Poi disse: "Ho una famiglia di cui oc­
cuparmi e un regno su cui governare. Se non anio la mia famiglia e il mio
popolo, come posso fare il loro bene? Ti prego, aiutami a vedere con chia­
rezza" .
"Certamente devi amarli. Ma i l tuo amore può andare al di là della tua
famiglia e del tuo popolo. Amare il principe e la principessa tuoi figli non
ti impedisce di amare e desiderare il bene degli altri giovani del regno.
Amando tutti i giovani del regno il tuo amore, che ora è limitato, li abbrac­
cerà tutti come fossero tuoi figli. Questo è nutrire un cuore compassione­
vole. Non si tratta di un ideale astratto ma di una realtà da vivere, soprat­
tutto per te che hai tanti mezzi a disposizione".
"E i giovani degli altri regni? " .
190 Libro secondo

"Niente ti impedisce di considerare anche i giovani di altri regni come


tuoi figli e tue figlie, anche se non ti sono soggetti. Amare il proprio popo­
lo non è di ostacolo all'amare gli altri popoli " .
" Come posso dimostrare il mio amore per loro s e sono fuori della mia
giurisdizione? " .
"Facendo sì che la prosperità e la stabilità del tuo regno non dipendano
dalla povertà e dall'instabilità degli altri stati. Maestà, pace e prosperità
durevoli si ottengono solo se gli stati si uniscono e si impegnano insieme
nella ricerca del bene comune. Se desideri che il Kosala sia in pace e che i
giovani del tuo regno non perdano la vita sul campo di battaglia, collabora
al mantenimento della pace negli altri regni. Se si vuole la pace, la politica
e l'economia devono seguire la via della compassione. Come ami il tuo re­
gno e desideri il suo bene, ama e desidera il bene del Magadha, del Kasi,
del Videha, dello Sakya e del Koliya.
"Lo scorso anno, maestà, mi recai nella mia famiglia, nel regno degli
Sakya. Mi fermai alcuni giorni ad Arannakutila, ai piedi dell'Himalaya, e
riflettei su una politica fondata sulla non violenza. Compresi che uno stato
può godere di pace e sicurezza senza dover ricorrere a misure violente co­
me imprigionare e mettere a morte. Ne parlai a mio padre, il re Suddhoda­
na, e ora ne parlo anche a te. Un governante che regna con compassione
non ha necessità di dipendere da mezzi violenti" .
"Meraviglioso ! " , esclamò il re. "Davvero meraviglioso ! Quale fonte di
ispirazione sono le tue parole ! Tu sei davvero un illuminato ! Ti prometto
di riflettere a quanto mi hai detto. Esaminerò le tue parole, così ricche di
saggezza. Intanto, consentimi di ritornare a una domanda più semplice.
L'amore, in genere, contiene elementi di discriminazione, desiderio e at­
taccamento. Tu dici che un tale amore genera preoccupazione, angoscia e
sofferenza. Come amare senza desiderio e attaccamento? Come evitare di
mescolare angoscia e sofferenza all'amore per i miei figli?".
"Dobbiamo considerare la natura del nostro amore" , rispose il Buddha.
"L'amore deve portare pace e felicità a coloro che amiamo. Se nutriamo
un amore fondato sul desiderio egoistico di possedere gli altri, non dare­
mo loro né pace né felicità. Al contrario, li faremo sentire in trappola. È
un amore non diverso da una prigione. Se la persona che amiamo è infeli­
ce proprio a causa del nostro amore, vorrà liberarsene. Non accetterà la
prigione del nostro amore. E l'amore si trasformerà a poco a poco in rab­
bia e in odio.
"Maestà, ti hanno informato della tragedia avvenuta or sono dieci giorni
a Savatthi a causa di un amore egoista? Una madre si sentiva abbandonata
dal figlio che, innamoratosi, si era sposato. Invece di pensare di avere acqui­
stato una figlia, era convinta di avere perso il figlio e si sentiva tradita. Il suo
amore, trasformato in odio, la spinse a uccidere col veleno i due giovani.
L'amore è comprensione 191

"Maestà, nella Via dell'Illuminazione non c'è amore senza comprensio­


ne. L'amore è comprensione. Senza comprendere, è impossibile amare. Se
marito e moglie non si comprendono, non si possono amare. Se fratello e
sorella non si comprendono, non si possono amare. Se genitori e figli non
si comprendono, non si possono amare. Se desideri la felicità di coloro che
ami, devi imparare a comprenderne i dolori e le aspirazioni. Comprenden­
doli, saprai alleviarne i dolori e aiutarli a realizzare le aspirazioni. Questo è
vero amore. Se invece vuoi soltanto che coloro che ami si adeguino alle tue
idee senza sforzarti di conoscere i loro bisogni, non è vero amore. È solo
desiderio di possedere l'altro e di appagare i tuoi bisogni, che in questo
modo non saranno mai soddisfatti.
"Maestà, il popolo del Kosala soffre dolori e nutre aspirazioni: cono­
scendo ciò di cui soffre e ciò a cui aspira, saprai amarlo davvero. I dignita­
ri della tua corte soffrono dolori e nutrono aspirazioni: conoscendo ciò di
cui soffrono e ciò a cui aspirano, saprai come rendedi felici e, grazie a ciò,
ti rimarranno fedeli per tutta la vita. La regina, il principe e la principessa
soffrono dolori e nutrono aspirazioni: conoscendo ciò di cui soffrono e ciò
a cui aspirano, saprai come renderli felici. Se tutti hanno felicità, pace e
gioia, anche tu avrai felicità, pace e gioia. Questo è il senso dell'amore nel­
la Via del Risveglio" .
li re Pasenadi era scosso. Nessun maestro spirituale o brahmano era
mai riuscito a penetrargli così nel cuore e a condurlo a una comprensione
tanto profonda delle cose. La presenza del maestro, pensò tra sé, era un
evento eccezionale per il paese. Sentiva di voler diventare discepolo del
Buddha. Dopo un momento di silenzio, disse: "Ti sono grato per avermi
illuminato su tutto ciò. Ma una cosa ancora mi turba. Hai detto che l'amo­
re fondato sul desiderio e l'attaccamento crea angoscia e sofferenza, men­
tre l'amore fondato sulla compassione reca solo pace e felicità. Riconosco
che l'amore basato sulla compassione non è egoista né interessato, ma mi
pare che possa portare ugualmente dolore e sofferenza. Se il mio popolo,
che amo, è flagellato da un disastro naturale come un uragano o un'inon­
dazione, anch'io ne soffro. Lo stesso credo che valga per te .. Certo anche
tu soffrirai vedendo un malato o un morente" . ··

"li tuo ragionamento è ottimo. Questa domanda ti consentirà di capire


meglio la natura della compassione. Anzitutto, sappi che la sofferenza con­
nessa con un amore fondato sul desiderio e l'attaccamento è mille volte
più grande di quella prodotta dalla compassione. Occorre distinguere tra
due diverse sofferenze: la sofferenza inutile, che non fa altro che danneg­
giare la mente e il corpo, e la sofferenza che alimenta il desiderio del bene
altrui e le responsabilità. L'amore fondato sulla compassione ci dà la forza
di essere sensibili alla sofferenza altrui, mentre l'amore fondato sull' attac­
camento e il desiderio crea soltanto ansia e ulteriore sofferenza. La com-
192 Libro secondo

passione fornisce l'energia necessaria alle azioni utili e altruistiche. Gran


re, la compassione è ciò di cui abbiamo più bisogno ! Il dolore che viene
dalla compassione è un dolore che fa del bene. Se non condividiamo il do­
lore di un altro, non siamo pienan1ente umani.
"La compassione è il frutto della comprensione. Seguendo la Via della
Consapevolezza si vede il vero volto della vita, che è l'impermanenza.
Ogni cosa è impermanente e priva di un sé separato. Tutto un giorno fi­
nirà, anche il nostro corpo. Vedere la natura impermanente delle cose dà
una visione pacificata e serena. L'impermanenza non turba più la mente e
il cuore. I sentimenti dolorosi che nascono dalla compassione non portano
con sé l'amarezza e il peso dell'altra forma di sofferenza. Al contrario, la
compassione accresce la nostra forza. Gran re, ecco che hai udito alcuni
punti basilari della Via della Liberazione. Un altro giorno ti esporrò altre
parti dell'insegnamento " .
Il cuore del re Pasenadi traboccava d i gratitudine. S i alzò e s i inchinò.
Sapeva che, un giorno non lontano, avrebbe chiesto al Buddha di accettar­
lo come discepolo laico. Sapeva che la regina Mallika, il principe Jeta e la
principessa Vajiri sentivano già un legame con il Buddha, e sperava che
tutti i membri della famiglia prendessero i rifugi insieme. Sua sorella mino­
re Kosaladevi e il marito, il re Bimbisara, li avevano già presi.
Quella sera, la regina Mallika e la principessa Vajiri notarono un grande
cambiamento nel re, che appariva insolitamente calmo e sereno. Intuivano
che era il frutto dell'incontro con il Buddha. Desideravano interrogarlo,
ma sapevano di dover attendere che il re ne parlasse spontaneamente.
43

Le lacrime di tutti sono salate

La visita del re Pasenadi a Jetavana accrebbe l'interesse della popolazio­


ne e rafforzò la fama del Buddha e del sangha. I dignitari di corte si avvi­
dero che il re non perdeva neppure un discorso di Dharma settimanale, e
molti presero ad accompagnarlo: alcuni spinti da ammirazione per l'inse­
gnamento, altri semplicemente per compiacere il re. Cresceva anche il nu­
mero di letterati e di giovani che venivano quotidianamente a Jetavana.
Nei tre mesi del ritiro, Sariputta ordinò più di centocinquanta giovani. I
capi delle scuole religiose che godevano del patronato regale si sentivano
in pericolo e alcuni iniziarono a guardare il Monastero di Jetavana con oc­
chio meno favorevole. Il ritiro si concluse con una solenne cerimonia in
cui il re offrì un abito nuovo a ogni bhikkhu e distribuì cibo e beni di pri­
ma necessità alle famiglie povere. Nel corso della cerimonia il re e la fami­
glia reale presero formalmente i tre rifugi.
Quindi il Buddha e i bhikkhu si misero in viaggio nella regione circo­
stante, per diffondere il Dharma tra quante più persone possibile. Un gior­
no, mentre mendicavano in un villaggio non lontano dalle rive del Gange,
il Buddha vide un uomo che trasportava lo spurgo delle latrine. L'uomo
era un intoccabile di nome Sunita. Sunita aveva udito parlare del Buddha
e dei bhikkhu, ma non li aveva mai incontrati. Mbrtificato pet la sporcizia
degli abiti e il puzzo degli escrementi, Sunita lasciò in frettà la strada e
piegò verso il fiume. Ma il Buddha desiderava esporgli la Via e, quando
Sunita cambiò direzione, fece lo stesso. Comprendendone le intenzioni Sa­
riputta e Meghiya, che in quel periodo gli faceva da attendente, lo seguiro­
no. La fila dei bhikkhu si fermò e restò in tranquilla attesa.
Sunita era in preda al panico. Lasciò andare i secchi pieni di escrementi
e cercò dove nascondersi. In alto erano fermi i bhikkhu vestiti di zaffera­
no, e verso di lui veniva il Buddha seguito da altri due bhikkhu. Non sa­
pendo che fare, Sunita entrò nell'acqua fino alle ginocchia e vi rimase a
mani giunte.
194 Libro secondo

Incuriositi, gli abitanti del villaggio si affollarono sulla riva per vedere
cosa accadeva. Sunita si era tolto dalla strada per timore di contaminare i
bhikkhu, senza immaginare che il Buddha l'avrebbe seguito. Sapeva che il
sangha accoglieva persone di nobile casta e quindi contaminare un
bhikkhu era un'azione imperdonabile. Sperò che lo lasciassero stare e ri­
tornassero sulla strada, ma il Buddha continuava a venire verso di lui. Si
spinse fin quasi all'acqua e disse: "Amico mio, avvicinati e parliamo " .
" Non oso, signore ! " , rifiutò Sunita a mani ancora giunte.
"Perché mai?", domandò il Buddha.
"Io sono un intoccabile. Non voglio contaminare né te né i monaci" .
" Nella nostra via non c'è alcuna distinzione di casta" , disse il Buddha.
" Sei un essere umano come tutti noi e non temiamo che ci contamini. Solo
l'avidità, l'odio e l'illusione possono contaminarci. Un uomo della tua sen­
sibilità non può darci che gioia. Come ti chiami? "
" Sunita, signore" .
"Vorresti, Sunita, unirti alla comunità dei bhikkhu? " .
" Non posso" .
"Perché mai? " .
"Perché sono un intoccabile" .
"Ti ho spiegato, Sunita, che nella nostra via non ci sono caste. Nella Via
del Risveglio le caste non esistono. Pensa ai molti fiumi: Gange, Y amuno,
Aciravati, Sarabhu, Mahi e Rohini. Quando entrano nel mare, non conser­
vano più un'identità separata. Chi lascia la casa per seguire la Via lascia
dietro di sé anche la casta e non importa se è nato brahmano, ksatriya, vai­
sya, sudra o intoccabile. Sunita, se lo desideri, anche tu puoi diventare un
bhikkhu come tutti noi " .
Sunita non credeva alle proprie orecchie. Levò le mani giunte davanti
alla fronte e disse: "Nessuno mi ha mai parlato con tanta dolcezza. Questo
è il giorno più felice della mia vita. Se mi accetti come discepolo, faccio
voto di impegnarmi con tutto il mio essere nel tuo insegnamento" .
Il Buddha tese la ciotola a Meghiya, allungò l a mano verso Sunita e dis­
se: " Sariputta, aiutami a lavare Sunita. Lo ordineremo bhikkhu diretta­
mente qui sulla riva del fiume" .
Il venerabile Sariputta sorrise. Depose l a ciotola a terra e s i fece avanti
per dare aiuto. Mentre Sariputta e il Buddha lo lavavano, Sunita si sentiva
imbarazzato e a disagio, ma non osava protestare. Il Buddha disse a Me­
ghiya di farsi dare da Ananda un abito e assegnò il nuovo bhikkhu alla
guida di Sariputta. Sariputta lo accompagnò a Jetavana, mentre il resto
della comunità riprendeva serenamente la questua.
Gli abitanti del villaggio, che erano stati testimoni del fatto, fecero cor­
rere la voce che il Buddha aveva ammesso un intoccabile nel sangha. Le
caste più alte della capitale ribollirono di sdegno. Mai, nella storia del Ko-
Le lacrime di tutti sono salate 1 95

sala, un intoccabile era entrato a far parte di una comunità spirituale. Mol­
ti accusarono il Buddha di violare le sacre tradizioni, e alcuni giunsero al
punto di mormorare che complottava per rovesciare il governo e portare il
paese alla rovina.
L'eco delle accuse giunse al monastero, portato dai laici e dai monaci
che avevano udito la voce diffondersi per la città. I discepoli anziani Sari­
putta, Mahakassapa, Mahamoggallana e Anuruddha discussero la cosa con
il Buddha.
"Prima o poi sarebbe accaduto di accogliere un intoccabile nel sangha" ,
disse il Buddha. "Noi non riconosciamo le caste, perché la nostra è la via
dell'uguaglianza. Anche se l'ordinazione di Sunita può procurarci delle
difficoltà, abbiamo per la prin1a volta nella storia aperto una porta di cui le
generazioni future ci saranno grate. Dobbiamo avere coraggio" .
"li coraggio non ci manca", replicò Moggallana. " Ma come faremo a ri­
durre l'ostilità dell'opinione pubblica per non turbare la pratica dei
bhikkhu? " .
"La cosa più importante è rimanere fedeli alla pratica", disse Sariputta.
"Mi impegnerò il più possibile perché Sunita progredisca nella via. I suoi
risultati saranno il migliore argomento a nostro favore. Inoltre, dovremmo
spiegare alla gente la nostra visione dell'uguaglianza. Maestro, qual è il tuo
pensiero? " .
Il Buddha posò la mano sulla spalla di Sariputta e disse: "Hai detto
esattamente quello che penso" .
Non passò molto che le voci di scontento a proposito dell'ordinazione
di Sunita giunsero alle orecchie del re. Un comitato di capi religiosi chiese
un'udienza privata per esprimere al re le proprie preoccupazioni. Le loro
argomentazioni turbarono il re che, benché fosse ormai un devoto seguace
del Buddha, promise che avrebbe fatto luce sull'episodio. Alcuni giorni
dopo si recò a Jetavana.
Smontò dal cocchio ed entrò da solo nel monastero, passando accanto
ai bhikkhu che camminavano nell'ombrosa frescu,ra. n re prese il sentiero
che conduceva alla capanna del Buddha, inchinandosi ogni \!.alta che in­
crociava un bhikkhu. Come sempre, il loro portamento composto e sereno
rafforzò la sua fiducia. A mezza strada si imbatté in un bhikkhu che, sedu­
to su una roccia piatta ai piedi di un pino, dava insegnamenti a un grup­
petto di bhikkhu e di laici. Era una scena quanto mai toccante. Il bhikkhu
non dinlostrava ancora quarant'anni ma il volto era raggiante di pace e
saggezza. Gli uditori erano assorbiti nelle sue parole. Il re si fermò ad
ascoltare ma, rammentando lo scopo della visita, riprese il cammino. Si au­
gurava di poter tornare più tardi ad ascoltare l'insegnamento del bhikkhu.
Il Buddha accolse il re all'esterno della capanna e lo invitò a sedere su
un sedile di bambù. Dopo i saluti formali, il re chiese chi fosse il bhikkhu
196 Libro secondo

che dava insegnamenti seduto sulla roccia. Il Buddha sorrise e rispose: "È
il bhikkhu Sunita. Un tempo era un intoccabile e puliva lo spurgo delle la­
trine. Come ti è sembrato il suo insegnamento? " .
I l re era confuso. I l bhikkhu dall'aspetto così radioso non era altd che
Sunita, il pulitore di latrine ! Mai l'avrebbe creduto possibile. Prima che
potesse formulare una risposta, il Buddha lo prevenne: "Il bhikkhu Sunita
si è dedicato con tutto il cuore alla pratica dal giorno stesso dell' ordinazio­
ne. È una persona di grande integrità, intelligenza e determinazione. La
sua ordinazione data soltanto da tre mesi, ma gode ormai di vasta reputa­
zione per la sua virtù e purezza. Vorresti conoscerlo e presentare un'offer­
ta a un bhikkhu di tanto valore?".
Il re rispose con sincerità: '�Sì, voglio conoscerlo e presentargli un' offer­
ta. Maestro, com'è profondo e meraviglioso il tuo insegnamento ! Non co­
nosco maestri spirituali dotati della tua stessa apertura di cuore e di men­
te. Sono certo che non esista persona, animale o pianta che non sia benefi­
ciato dalla tua comprensione. Ero venuto per chiederti i motivi che ti han­
no indotto ad accettare un intoccabile nel sangha, ma ho visto, udito e
compreso perché. Non oso più domandartelo. Concedimi invece di pro­
strarmi davanti a te" .
I l re fece per prostrarsi m a il Buddha s i alzò assieme a lui e gli prese la
mano, pregandolo di tornare a sedere. Quando entrambi si furono seduti,
il Buddha lo guardò e disse: "Maestà, nella Via della Liberazione non c'è
nessuna casta. Agli occhi di un illuminato, tutti sono uguali. Il sangue di
tutti è rosso, e le lacrime di tutti sono salate. Tutti siamo esseri umani.
Dobbiamo far sì che tutti vivano in dignità e realizzino il proprio potenzia­
le. Ecco il motivo per cui ho accolto Sunita nel sangha dei bhikkhu" .
Il re giunse le mani. "Ora capisco, e s o che l a via da te scelta sarà piena
di ostacoli e difficoltà. Ma so anche che hai la forza e il coraggio per supe­
rarli. Da parte mia, farò tutto ciò che è in mio potere per proteggere il ve­
ro insegnamento" .
I l re s i accomiatò dal Buddha e tornò al grande pino per ascoltare Suni­
ta. Ma Sunita e gli uditori non c'erano più. Il re vide soltanto alcuni
bhikkhu che si allontanavano lenti e consapevoli lungo il sentiero.
44

Gli elementi si combineranno di nuovo

Un giorno Meghiya parlò al Buddha dell'infelicità di Nanda, che gli


aveva confidato la nostalgia della promessa sposa rimasta a Kapilavatthu.
"Ricordo bene" gli aveva detto Nanda, "il giorno in cui riportai la ciotola
del Buddha al Parco di Nigrodha. Al momento di andare, Janapada Kalya­
ni mi guardò negli occhi e mi disse: 'Torna presto, ti aspetto' . Con che vi­
videzza ho davanti agli occhi il nero lucente dei capelli che le accarezzano
le spalle delicate. Quanto spesso la sua immagine prende forma nella mia
meditazione ! Ogni volta che la vedo con gli occhi della mente, mi colmo
di desiderio. Non sono felice della condizione di monaco" .
li pomeriggio seguente, i l Buddha invitò Nanda a passeggiare con lui.
Lasciarono il parco di Jetavana e raggiunsero un lontano villaggio adagiato
sulle sponde di un lago. Sedettero su una roccia che sovrastava l'acqua cri­
stallina. Una famiglia di anatre nuotava pigramente. Gli uccelli cantavano
tra le fronde degli alberi.
"Un fratello mi ha detto che non sei felice della condizione di monaco.
È vero? " , gli domandò il Buddha.
Nanda taceva. Dopo una breve attesa, il Buddha riprese: "Ti senti
pronto a tornare a Kapilavatthu per prepararti a salire al trono? " .
"No, no ! " , disse concitatamente Nanda. "Hò spiegato a .tutti che non
amo la politica. So di non avere la capacità di governare un 'regno, e non
voglio diventare re ".
"Perché dunque sei tanto infelice della condizione di bhikkhu? " .
Nanda non rispondeva.
"Hai nostalgia di Kalyani? " .
Nanda s'imporporò m a mantenne i l silenzio.
"Nanda" disse il Buddha, "nel Kosala ci sono donne altrettanto belle
della tua Kalyani. Ricordi la riunione al palazzo del re Pasenadi? Non hai
visto nessuna fanciulla di pari grazia?".
"Probabilmente qui vi sono donne altrettanto belle" convenne Nanda,
198 Libro secondo

"ma penso soltanto a Kalyani. In questa vita, per me c'è un'unica Ka­
lyani" .
" Nanda, l'attaccamento può costituire un grave ostacolo alla pratica
spirituale. La bellezza del corpo di una donna appassisce come quella di
una rosa. Sai che tutte le cose sono impermanenti, ma devi imparare a co­
noscere in profondità la natura dell'impermanenza. Guarda! " , e il Buddha
indicò una vecchia che, appoggiata a un bastone, attraversava zoppicando
il ponte di bambù. Il suo volto era coperto di rughe.
" Quella vecchia è stata senza dubbio bella. Anche la bellezza di Kalyani
appassirà con gli anni. Nello stesso periodo di tempo, la tua ricerca dell'il­
luminazione potrebbe recarti gioia e pace in questa vita e in quelle a veni­
re. Nanda, guarda le scimmie che giocano su quel ramo. Probabilmente la
femmina, con il suo muso lungo e puntuto e il deretano rosso, non desta
in te nessun interesse ma, per il suo maschio, è probabilmente la scimmia
più bella del mondo. Per lui è davvero eccezionale, e sarebbe pronto a sa­
crificare la propria vita per difenderla. Vedi dunque che . . . " .
"Ti prego" lo interruppe Nanda, "non dire altro. S o che cosa vuoi far­
mi capire. Mi impegnerò con più ardore nella pratica" .
Il Buddha sorrise al fratello minore. "Poni un'attenzione particolare
all'osservazione del respiro. Medita sul corpo, le sensazioni, le formazioni
mentali, la coscienza e gli oggetti della coscienza. Guarda in profondità
per vedere il processo di nascita, crescita e dissoluzione di ogni fenomeno,
a partire dal tuo stesso corpo, emozioni, mente e oggetti mentali. Se c'è
qualcosa che non comprendi, domanda a me o a Sariputta. Ricorda, N an­
da, che la felicità che dona la liberazione è vera e assoluta. Niente la può
intaccare. Aspira a quella felicità" .
Annottava. Il Buddha e N anda si alzarono e si incamminarono verso il
monastero.
Jetavana accoglieva ormai una comunità monastica forte e stabile, e il
numero dei bhikkhu sfiorava i cinquecento. L'anno seguente il Buddha ri­
tornò a Vesali per la stagione delle piogge. I principi Licchavi avevano tra­
sformato la Grande Foresta in un monastero, con una sala del Dharma,
detta Kutagara, a due piani e coperta da un tetto, e altre costruzioni più
piccole sparse nella foresta di alberi di sala. I principi, con generosi contri­
buti da parte di Ambapali, provvedevano a tutte le necessità.
Bhikkhu da tutto il Magadha e ancora più lontano, dal regno degli
Sakya, vi erano accorsi per passare il ritiro delle piogge vicino al Buddha.
Il loro numero toccava i seicento. Anche molti discepoli laici vi confluiro­
no per ricevere gli insegnamenti del Buddha. Ogni giorno recavano offerte
di cibo e presenziavano al discorso di Dharma.
Un mattino d'autunno, poco dopo la chiusura del ritiro, il Buddha rice­
vette la notizia che il re Suddhodana era in punto di morte a Kapilavatthu.
Gli elementi si combineranno di nuovo 199

Il re aveva inviato il nipote, principe Mahanama, per informarlo, sperando


di vedere il figlio per l'ultima volta. Su preghiera di Mahanama, il Buddha
accettò di servirsi di un cocchio per risparmiare tempo. Anuruddha,
Nanda, Ananda e Rahula partirono con lui, così di fretta che i principi
Licchavi e Ambapali non poterono salutarli. Partito il cocchio, duecento
bhikkhu tra cui tutti i principi degli Sakya si misero in cammino verso
Kapilavatthu. Desideravano essere accanto al Buddha ai funerali del
padre.
La famiglia reale lo accolse alle porte del palazzo. Mahapajapati lo con­
dusse immediatamente negli appartamenti del re. Il viso di Suddhoda­
na, pallido ed esangue, s'illuminò. Il Buddha sedette al capezzale e prese
la mano del morente tra le sue. Il re, ormai ottantaduenne, era scarnito
e fragile.
"Padre" disse il Buddha, "respira con calma e dolcemente. Sorridi. In
questo momento, nulla è più importante del respiro. Nanda, Ananda,
Rahula, Anuruddha e io respireremo con te" .
Il re li guardò uno a uno. Sorrise e incominciò a seguire il respiro. Nes­
suno osava piangere. Trascorso un poco, il re guardò il Buddha e disse:
"Ho visto con chiarezza l'impermanenza della vita e come non bisogna
perdersi nei desideri se si vuole la felicità. La felicità si ottiene solo viven­
do una vita semplice e libera" .
La regina Gotami spiegò al Buddha: "In questi ultimi mesi il re ha con­
dotto una vita molto semplice. Ha messo dawero in pratica il tuo insegna­
mento. Le tue parole hanno trasformato la vita di tutti noi".
Senza !asciargli la mano, il Buddha disse: "Padre, guardami attentamen­
te. Guarda Nanda e Rahula, guarda le foglie verdi sui rami oltre la finestra.
La vita continua, e tu pure. Continuerai a vivere in me, in Nanda, Rahula e
in tutti gli esseri. Il corpo nasce dai quattro elementi che si dissolvono solo
per combinarsi ancora eternamente. Padre, non pensare che, solo perché
il corpo muore, la vita e la morte ci tengano legati. li corpo di Rahula è an-
che il tuo corpo". ,
Fece cenno a Rahula di awicinarsi e prendere l'altra manq del re. Sul
volto del morente fiorì un sorriso: aveva compreso le parole del Buddha e
non temeva più la morte.
Erano presenti i ministri e i consiglieri. Il re fece loro cenno di awici­
narsi e, con voce flebile, disse: "Mentre regnavo vi ho fatto sicuramente
torti e ingiustizie. Ora che muoio, imploro il vostro perdono" .
Nessuno riuscì a trattenere le lacrime. Il principe Mahanama si inginoc­
chiò al capezzale. "Maestà" disse, "sei stato il più virtuoso e il più giusto
dei re. Non uno di noi ha motivo di biasimarti" .
"Vorrei umilmente suggerire" continuò Mahanama, " che i l principe
Nanda abbandoni la vita monastica per salire al trono. Il popolo sarà felice
200 Libro secondo

di avere tuo figlio come re. Da parte mia, mi impegno ad assisterlo con
tutto me stesso" .
Nanda guardò i l Buddha come per invocare soccorso. Anche gli occhi
della regina Gotami si volsero verso di lui. "Padre mio e voi ministri" in­
cominciò serenamente il Buddha, " consentitemi di esporre il mio pensie­
ro. Nanda non ha inclinazione né capacità per governare. Per prepararsi a
tale impegno, ha bisogno di altri anni di pratica spirituale. Rahula, che ha
solo quindici anni, è troppo giovane per il trono. Ritengo che il più degno
sia il principe Mahanama. È un uomo capace e di grande intelligenza,
compassionevole e dotato di comprensione. Inoltre, è stato il principale
consigliere del re negli ultimi sei anni. In nome della famiglia reale e del
popolo, invito il principe Mahanama ad accettare questa gravosa responsa­
bilità" .
Mahanama giunse le mani e si oppose: "Temo che le mie capacità siano
ben lontane da quelle richieste dal trono. Vostra maestà, signore Buddha e
ministri tutti, vi supplico di cercare una persona più degna" .
M a i ministri dichiararono il loro consenso alla proposta del Buddha.
Anche il re assentì e chiamò Mahanama accanto a sé. Gli prese la mano e
disse: "Tutti riponiamo la nostra fiducia in te. Anche il Buddha fa affida­
mento su di te. Sei mio nipote, e mi dichiaro felice e onorato di cederti il
trono. Tu propagherai la nostra discendenza per cento generazioni" .
Mahanama si inchinò, sottomettendosi ai desideri regali.
Il re era radioso. "Ora posso chiudere gli occhi in pace. Sono felice di
avere rivisto il Buddha prima di lasciare questo mondo. Il mio cuore è li­
bero da ogni preoccupazione. Non provo rimpianti né amarezze. Spero
solo che il Buddha resti a Kapilavatthu per assistere Mahanama nei primi
giorni del suo regno. La tua virtù, signore Buddha, assicurerà al paese cen­
tinaia di generazioni di pace " . La voce del re era diventata un flebile sus­
surro.
"Resterò finché Mahanama avrà bisogno di me" , promise il Buddha.
Il re riuscì a stento a sorridere, ma il suo sguardo irradiava pace. Chiuse
gli occhi e lasciò questa vita. La regina Gotami e Yasodhara scoppiarono
in lacrime. I ministri singhiozzavano. Il Buddha compose le mani sul petto
del re, fece cenno di trattenere le lacrime e invitò tutti a seguire il respiro.
Dopo un debito intervallo li fece passare nelle sale esterne per predisporre
i funerali.
Il rito funebre venne celebrato sette giorni dopo, officiato da mille
brahmani. Ma la sua singolarità era data dalla presenza di cinquecento
bhikkhu in abiti zafferano in rappresentanza della Via del Buddha. Venne­
ro intonati, oltre ai canti e alle preghiere tradizionali dei brahmani, anche i
sutra della Via. I bhikkhu cantarono le Quattro Nobili Verità, il Sutra
dell'impermanenza, il Sutra del fuoco, il Sutra dell'originazione interdi-
Gli elementi si combineranno di nuovo 201

pendente e i Tre Rifugi. Usavano la lingua magadhi, parlata da tutte le po­


polazioni a oriente del Gange.
Il Buddha circumambulò lentamente la pira tre volte. Prima di appic­
carvi il fuoco, disse: "Nascita, vecchiaia, malattia e morte segnano la vita
dell'uomo. Riflettiamo ogni giorno sulla nascita, la vecchiaia, la malattia e
la morte per non perderei nei desideri e per costruire una vita di pace,
gioia e contentamento. Chi ha realizzato la Via guarda alla nascita, alla
vecchiaia, alla malattia e alla morte con equanimità. La vera natura di tutti
i dharma è priva di nascita e morte, di produzione e distruzione, di cresci­
ta e declino" .
Il fuoco consumò la pira. Gong e tamburi accompagnavano i canti. La
popolazione di Kapilavatthu era accorsa in massa per vedere il Buddha ap­
piccare il fuoco alla pira del re.
Dopo l'incoronazione di Mahanama, il Buddha rimase a Kapilavatthu
altri tre mesi. Un giorno Mahapajapati Gotami si recò al Parco di Ni­
grodha con un'offerta di abiti e la domanda di ricevere l'ordinazione a
monaca. "Concedendo l'ordinazione alle donne" disse al Buddha, "farai
cosa di grande beneficio. Molti principi del nostro clan hanno lasciato la
casa per diventare tuoi discepoli, e le loro spose desiderano praticare il
Dharma in qualità di monache. Io stessa desidero un'ordinazione che mi
darebbe infinita gioia. Dalla morte del re, non ho altri desideri" .
Il Buddha rimase a lungo in silenzio prima di rispondere: "Non è possi­
bile".
" So che è un punto delicato" , disse implorante Pajapati. "La società
reagirà protestando e opponendosi all'entrata delle donne nel sangha. Ma
sono certa che tu non temi queste reazioni" .
D i nuovo il Buddha tacque a lungo prima di rispondere: "Anche a Raja­
gaha molte donne desiderano l'ordinazione, ma non è ancora il momento.
I tempi non sono maturi per ammettere le donne nel sangha" .
Tre volte lo supplicò Gotami, ma la risposta non cambiò. Profonda­
mente addolorata, se ne andò e riportò a Yasodhara la risposta del
Buddha.
Pochi giorni più tardi il Buddha ripartì per Vesali. Gotami riunì le don­
ne che desideravano ricevere l'ordinazione, tutte appartenenti al clan degli
Sakya e tra cui molte nubili. Gotami le apostrofò: " So con assoluta certez­
za che, nella Via del Risveglio, tutti sono uguali. Tutti hanno la potenzia­
lità dell'illuminazione e della liberazione, il Buddha in persona l'ha dichia­
rato. Se ha accettato nel sangha gli intoccabili non c'è motivo per cui deb­
ba rifiutare le donne. Anche noi siamo esseri umani, anche noi possiamo
ottenere l'illuminazione e la liberazione. Non c'è dunque ragione per esse­
re considerate inferiori.
"Questo è il mio suggerimento: rasarci il capo, spogliarci di abiti e
202 Libro secondo

gioielli preziosi, indossare la veste gialla dei bhikkhu e raggiungere a piedi


nudi Vesali, dove chiederemo tutte assieme l'ordinazione. Dimostreremo
al Buddha e a tutti quanti che siamo in grado di vivere in semplicità e di
seguire la Via. Copriremo a piedi centinaia di miglia, mendicando il cibo.
Questa è l'unica speranza di venire accolte nel sangha".
Le donne si dissero d'accordo con Gotami, in cui vedevano una valida
guida. Y asodhara, che da tempo ne conosceva la ferrea volontà, sorrise. I
lunghi anni di impegno a favore dei poveri assieme a Y asodhara l'avevano
rivelata per una persona che non si arrestava davanti a nessun ostacolo. Le
donne si accordarono su una data per mettere in atto il piano. (;
A Y asodhara, Gotarni disse: "Gopa, è meglio che tu non venga con noi.
Le cose andranno più lisce. Dopo che saremo riuscite, avrai tutto il tempo
per unirti a noi".
Y asodhara comprese e sorrise.
45

La porta si apre

Un mattino di buon'ora, mentre si recava al lago per attingere acqua,


non lontano dalla capanna del Buddha Ananda s'imbatté in Gotami e una
cinquantina di donne. Tutte avevano il capo rasato e indossavano l'abito
giallo. I piedi, gonfi e sanguinanti. Ananda aveva dapprima pensato a una
delegazione di monaci, poi riconobbe la regina Gotami. Incapace di cre­
dere ai propri occhi, balbettò: "Per il cielo, signora Gotami, da dove vie­
ni? Perché i tuoi piedi sono rossi di sangue? Qual è il motivo del vostro
abbigliamento? " .
"Venerabile Ananda" rispose Gotami, "abbiamo rasato il capo e ci sia­
mo spogliate degli abiti e degli ornamenti preziosi. Non possediamo più
nulla al mondo. Siamo venute a piedi da Kapilavatthu, camminando per
quindici giorni, dormendo sul ciglio della strada e mendicando il cibo nei
villaggi. Vogliamo dimostrare che siamo in grado di condurre la vita dei
bhikkhu. Ti supplico, Ananda, parla in nostro favore al Buddha. Deside­
riamo l'ordinazione a monache" .
"Attendete qui", rispose Ananda. " Ne parlerò immediatamente al
Buddha. Vi prometto che farò tutto il possibile" .
Ananda entrò nella capanna mentre i l Buddha si stava vestendo. Era
presente anche N agita, a quel tempo il suo attendente. Riferì qtJanto aveva
visto e sentito. Il Buddha non rispose.
" Signore" domandò Ananda, "è possibile per una donna ottenere i
frutti di Colui che entra nella corrente, di Colui che fa ritorno una volta
sola, di Colui che non fa ritorno e dell'Arhat? " .
" Senza alcun dubbio" , rispose il Buddha.
"Perché allora non ammettere le donne nel sangha? La signora Gotami
ti ha allevato e si è presa cura di te da quando eri in fasce. Ti ha amato co­
me un figlio. Ora ha rasato il capo rinunciando ai suoi beni. È venuta a
piedi da Kapilavatthu per dimostrare che le donne possono fare altrettan­
to bene degli uomini. Mostra compassione e concedile l'ordinazione" .
204 Libro secondo

Il Buddha rimase a lungo in silenzio. Quindi disse a N agita di chiamare


i venerabili Sariputta, Moggallana, Anuruddha, Bhaddiya, Kimbila e
Mahakassapa. L'argomento venne discusso a lungo. Il Buddha spiegò che
la sua esitazione non era motivata da discriminazione nei confronti delle
donne, ma dal timore che l'ammissione delle donne avrebbe creato perico­
losi conflitti all'interno e all'esterno del sangha.
Dopo un nutrito scambio di idee, Sariputta disse: " Si potrebbero stabi­
lire delle regole che definiscano il ruolo delle monache nel sangha. Tali re­
gole varrebbero a smussare la sicura opposizione dell'opinione pubblica,
in cui le donne sono ormai discriminate da millenni. Propongo otto rego­
le.
"Primo: una monaca, ovvero una bhikkhuni, sia deferente verso tutti i
bhikkhu, anche se è più anziana o se pratica da più tempo.
" Secondo: le bhikkhuni trascorrano il ritiro delle piogge in un centro a
parte ma nelle vicinanze di un centro di bhikkhu, per riceverne appoggio
spirituale e guida nella pratica.
"Terzo: due volte al mese le bhikkhuni deleghino una rappresentante
per invitare i bhikkhu a stabilire la data dell' uposatha, il giorno di speciale
osservanza in cui un bhikkhu si recherà da loro per dare insegnamenti e
consigli nella pratica.
"Quarto: al termine del ritiro delle piogge, le bhikkhuni intervengano
alla cerimonia del Pavarana e presentino il resoconto della propria pratica
non solo alle altre monache ma ai monaci.
"Quinto: ogni qual volta una bhikkhuni infranga un precetto, lo confes­
si davanti all'assemblea delle bhikkhuni e dei bhikkhu.
" Sesto: dopo il periodo di noviziato, una bhikkhuni prenda l'ordinazio­
ne completa davanti all'assemblea delle bhikkhuni e dei bhikkhu.
" Settimo: una bhikkhuni non critichi e non riprenda in nessun modo
un bhikkhu.
"Ottavo: una bhikkhuni non dia insegnamenti di Dharma a una comu­
nità di bhikkhu" .
Moggallana rise: " Sono otto precetti palesemente discriminatori. O
pensi il contrario? " .
"Il loro scopo" spiegò Sariputta, "è aprire la porta del sangha alle don­
ne.
.
Non vogliono discriminare, ma mettere fine alla discriminazione. Non
t1 pare ;:>. " .
Moggallana annuì, riconoscendo il merito della proposta di Sariputta.
Bhaddiya disse: " Sono regole indispensabili. La signora Gotami ha
esercitato una grande autorità, ed è la madre del Buddha. Senza regole co­
me queste sarebbe difficile per tutti, fatta eccezione per il Buddha, guidar­
la nella pratica" .
Il Buddha si rivolse ad Ananda e disse: "Vai e presenta a Mahapajapati
La porta si apre 205

le Otto Regole. Se le accetta, verrà ordinata assieme alle donne che sono
con lei " .
ll sole dardeggiava alto nel cielo m a l e donne non s i erano mosse, ferme
in tranquilla attesa. Udendo le Otto Regole, Gotami esultò. "Venerabile
Ananda" disse, "ti prego di rispondere al Buddha che, come una ragazza
accetta una ghirlanda di fiori di loto o di rose per adornarsi i capelli dopo
averli lavati con acqua profumata, con la stessa gioia accetto le Otto Rego­
le. Se mi sarà concessa l'ordinazione, le seguirò per tutta la vita" .
Ananda riportò al Buddha l a risposta.
Le donne fissarono Gotami preoccupate, ma lei sorrise rassicurandole:
"Non temete, sorelle. L'essenziale è che ci siamo guadagnate il diritto a ri­
cevere l'ordinazione. Le Otto Regole non sono ostacoli alla pratica, anzi
sono la porta che ci ammette nel sangha" .
Le cinquantuno donne ricevettero l'ordinazione lo stesso giorno e il ve­
nerabile Sariputta ne predispose la dimora temporanea nel boschetto di
manghi di Ambapali. Inoltre, dietro invito del Buddha, espose alle mona­
che i principi basilari della pratica.
Otto giorni dopo, la bhikkhuni Mahapajapati andò dal Buddha. " Si­
gnore" gli disse, "mostrami compassione e spiegami il modo migliore per
progredire sulla via della liberazione".
"Bhikkhuni Mahapajapati" rispose il Buddha, "la cosa più importante è
prendere possesso della tua stessa mente. Pratica l'osservazione del respiro
e medita sul corpo, le sensazioni, la mente e gli oggetti mentali. Se prati­
cherai così, sperimenterai giorno per giorno il rafforzarsi dell'umiltà, del
benessere, del distacco, della pace e della gioia. Con il sorgere di queste
qualità, sarai certa di essere nel retto sentiero, sulla via del risveglio e
dell'illuminazione" .
L a bhikkhuni Mahapajapati intendeva costruire u n convento a Vesali
perché le monache potessero usufruire della vicinanza del Buddha e dei
discepoli anziani. In seguito pensava di tornare a Kapilavatthu per fondar­
ne un secondo nella sua terra natale. Inviò un messaggero a Yasodhara
con la buona notizia dell'ordinazione femminile: Sapeva che;l' ammissione
delle donne nel sangha avrebbe creato malumori e resistenze, col risultato
che molte voci di condanna si sarebbero levate contro il Buddha e il san­
gha. Sapeva che il Buddha si sarebbe trovato a dover affrontare grandi dif­
ficoltà. Provò gratitudine, comprendendo che le Otto Regole erano un
mezzo temporaneo ma necessario per proteggere il sangha. Era sicura che,
col passare del tempo, una volta che l'ordinazione delle donne fosse diven­
tata un fatto assodato, le Otto Regole non sarebbero state più necessarie.
La comunità del Buddha aveva ora quattro affluenti: i bhikkhu, le
bhikkhuni, i discepoli laici o upasaka e le discepole laiche o upasika.
La bhikkhuni Mahapajapati studiò con particolare attenzione l'abbi-
206 Libro secondo

gliamento delle monache e riportò le sue riflessioni al Buddha, che le ap­


provò. L'abbigliamento dei bhikkhu era costituito di tre pez�i: la bianche­
ria intima (antaravarsaka) , l'abito interno (uttarasangha) e l'abito esterno
(sanghati). Oltre a questi, le bhikkhuni avrebbero indossato una stoffa sul
petto (samkaksika) e una gonna (kusulaka) . Venne stabilito che, oltre agli
abiti, i monaci e le monache potevano possedere un ventaglio, un filtro per
l'acqua, ago e filo, un bastoncino per la pulizia dei denti e un rasoio per
radersi il capo due volte al mese.
46

Una manciata di foglie di simsapa

I monasteri di Venuvana a Rajagaha, di Kutagarasala a Vesali e di Jeta­


vana a Savatthi erano ormai luoghi fiorenti per la pratica e l'insegnamento
della Via. Altri centri monastici erano sorti in tutto il Magadha, il Kosala e
i regni confinanti. I bhikkhu dalle vesti color zafferano erano uno spetta­
colo familiare. In quei primi sei anni dall'Illuminazione del Buddha, la Via
del Risveglio aveva conosciuto un'ampia diffusione.
Il Buddha passò il sesto ritiro delle piogge sul monte Makula e il setti­
mo sul monte Samkasya. Trascorse l'ottavo ritiro a Sumsumaragira, nel
Bhagga, e il nono nei pressi di Kosambi. Quest'ultima era una grande città
del regno dei Vatsa, adagiata sulle rive del fiume J amuna. Lì, in una fore­
sta chiamata Ghosira in memoria del discepolo laico che ne aveva fatto
dono, era sorto un importante monastero. Molti discepoli anziani, tra cui
Mahakassapa, Mahamoggallana, Sariputta e Mahakaccana non trascorsero
il ritiro di Ghosira assieme al Buddha. Ananda c'era, mentre Rahula era ri­
masto con Sariputta.
Ghosira era ricca di alberi di simsapa sotto cui il Buddha amava medi­
tare negli afosi pomeriggi. Un giorno, terminata la meditazione, si riunì
all'assemblea portando una manciata di foglie. Sollevandole in alto, chiese:
"Bhikkhu, quali sono in numero maggiore: le foglie nella mia mano o le
'
foglie della foresta? " .
"Le foglie della foresta", risposero.
"Appunto così, conosco più cose di quante ne insegno. Perché? Perché
insegno solo ciò che serve a realizzare la Via" .
Le parole del Buddha erano state motivate dal fatto che, a Ghosira,
molti bhikkhu tendevano a perdersi nelle speculazioni filosofiche. In parti­
colare il bhikkhu Malunkyaputta era stato avvertito dal Buddha a non la­
sciarsi irretire da argomenti esoterici, inutili alla pratica. Malunkyaputta
usava infatti interrogarlo se l'universo fosse finito o infinito, temporaneo o
eterno; domande a cui il Buddha rifiutava di rispondere. Giunse il mo-
208 Libro secondo

mento in cui Malunkyaputta non tollerò oltre il silenzio del Buddha. Deci­
se di porre le domande per l'ultima volta e, di fronte a un ulteriore rifiuto,
di chiedere di essere sollevato dai voti di bhikkhu.
Parlò così al Buddha: "Maestro, se risponderai alle mie domande conti­
nuerò a seguirti. Ma, se rifiuterai, abbandonerò il sangha. Rispondi: l'uni­
verso è finito o infinito? Se non lo sai, ammetti di non saperlo" .
" Quando chiedesti l'ordinazione, ho promesso di rispondere a tali do­
mande? Ho forse detto: 'Malunkyaputta, diventa bhikkhu e risolverò i
tuoi problemi metafisici? "' .
" Questo no, signore" .
"Perché dunque l o pretendi ora? Malunkyaputta, t u sei come un uomo
trafitto da una freccia avvelenata i cui parenti chiamano un medico perché
rimuova la freccia e trovi un antidoto al veleno. Ma l'uomo impedisce al
medico di curarlo se prima non avrà risposto ad alcune domande: chi sca­
gliò la freccia, a quale casta appartiene, quale la sua professione e perché
l'ha colpito. Vuole conoscere il tipo di arco e dove furono trovati gli ingre­
dienti usati nella preparazione del veleno. Quest'uomo, Malunkyaputta,
morirà molto prima di avere ricevuto risposta alle sue domande. Lo stesso
è per colui che segue la Via. Io insegno soltanto ciò che serve a realizzare
la Via e, ciò che è inutile, non lo insegno.
"Malunkyaputta, al di là del fatto che l'universo sia finito o infinito,
temporaneo o eterno, c'è una verità che devi accettare: la realtà della soffe­
renza. La sofferenza proviene da cause che possono essere comprese ed
eliminate. Ciò che io insegno è utile all' ottenimento del distacco,
dell'equanimità, della pace e della liberazione. Ma di ciò che non è utile al
conseguimento della Via, io non parlo" .
Malunkyaputta, pentito, domandò perdono per la vanità delle sue do­
mande e il Buddha esortò i bhikkhu a concentrarsi sulla pratica evitando
inutili controversie e speculazioni filosofiche.
Ghosira, il discepolo laico che aveva donato la foresta, si offrì di co­
struire due altri monasteri: Kukuta e Pavarikambavana. In seguito ne ven­
ne aggiunto un quarto: Badarika.
A Ghosira e negli altri monasteri alcuni bhikkhu furono prescelti per
mandare a memoria gli insegnamenti del Buddha. Poiché i discorsi veniva­
no chiamati 'sutra', questi monaci ricevettero il nome di 'maestri dei su­
tra' . Tra quelli memorizzati ci fu il Sutra della messa in moto della Ruota
del Dharma, esposto dal Buddha ai primi cinque discepoli nel Parco dei
Cervi. Altri, come il Sutra della natura del non sé, il Sutra dell'originazione
interdipendente e il Sutra del Nobile Ottuplice Sentiero, vennero mandati a
memoria e recitati due volte al mese dall'intera comunità dei monaci.
Oltre ai maestri dei sutra vennero creati i maestri dei precetti, esperti
conoscitori dei precetti per i novizi e i bhikkhu. Rahula e i novizi più gio-
Una manciata difoglie di simsapa 209

vani che non avevano ancora compiuto i vent'anni seguivano i precetti dei
samanera.

Quell'anno, a Ghosira, tra un maestro dei sutra e un maestro dei pre­


cetti si creò un disaccordo che, nato da un fatto insignificante, portò a una
frattura nel sangha. Un maestro dei sutra aveva dimenticato di pulire il ba­
cile in cui si era lavato, e un maestro dei precetti l'aveva accusato di una
trasgressione minore. n maestro dei sutra era di carattere altero e obiettò
che, non avendo lasciato il bacile sporco intenzionalmente, non meritava
rimproveri. I discepoli dei due bhikkhu sposarono la causa sostenuta dal
maestro, e la disputa si aggravò. La prima fazione accusava la seconda di
calunnia, e questa a sua volta accusava l'altra di agire senza attenzione.
Finì che il maestro dei precetti annunciò pubblicamente la trasgressione
del maestro dei sutra e gli vietò di partecipare alla recitazione quindicinale
dei precetti se non ammetteva la propria colpa davanti al sangha.
La situazione precipitò. Corsero male parole, avvelenate come frecce.
Quasi tutti i bhikkhu si schierarono per una delle due parti, salvo alcuni
che se ne astennero dicendo: "Terribile ! Ciò non fa che creare dannose di­
visioni nel sangha" .
Benché il Buddha non fosse lontano dal monastero, non ne seppe nulla
finché una delegazione di bhikkhu preoccupati riferì il dissidio pregando­
lo di intervenire. Il Buddha si recò direttamente dal maestro dei precetti e
gli disse: "Evitiamo di attaccarci eccessivamente alla nostra opinione.
Ascoltiamo con attenzione gli altri, per comprenderne il punto di vista.
Cerchiamo di mantenere con tutti i mezzi la coesione della comunità" .
Quindi cercò il maestro dei sutra e gli rivolse le stesse parole. Infine ri­
tornò alla sua capanna, sperando che i due bhikkhu si rinconciliassero.
Ma l'intervento del Buddha non ebbe gli effetti desiderati. Troppe pa­
role amare erano state pronunciate, troppe ferite erano state inflitte. I
bhikkhu rimasti neutrali non possedevano abbastanza influenza per ricon­
ciliare i contendenti. La disputa giunse alle orecchie dei discepoli laici e in
breve anche altre scuole religiose erano a conoscenza dei problemi sorti
nel sangha del Buddha. Era un grave colpo all'ùnità del sangha. Nagita,
l'attendente del Buddha, non tollerando più la situazione n� discusse di
nuovo col Buddha, supplicandolo di intervenire una seconda volta.
n Buddha si avvolse nell'abito esterno ed entrò nella sala delle riunioni.
Nagita suonò la campana per chiamare a raccolta la comunità. Quando
tutti furono presenti, il Buddha disse: "Vi prego, smettete un dissidio che
non fa altro che creare divisione nella comunità. Ritornate alla vostra pra­
tica. Impegnandoci seriamente nella pratica, non cadremo preda dell'or­
goglio e dell'ira" .
Un bhikkhu si alzò e disse: "Maestro, ti prego di non immischiarti in
questa faccenda. Torna a dimorare serenamente nella tua meditazione. È
210 Libro secondo

un fatto che non ti riguarda. Siamo persone adulte, in grado di risolverlo


da soli".
Un silenzio mortale accolse queste parole. Il Buddha si alzò e uscì dalla
sala. Ritornò alla sua capanna, prese la ciotola e si incamminò verso Ko­
sambi per la questua. Quindi, dopo aver mangiato in solitudine nella fore­
sta, si alzò e si allontanò da Kosambi, dirigendosi verso il fiume. Non an­
nunciò a nessuno la propria partenza, né a Nagita l'attendente né al vene­
rabile Ananda.
Camminò fino alla città di Balakalonakaragama. Qui incontrò uno dei
suoi discepoli, il venerabile Bhagu, che lo invitò nella foresta dove viveva
in solitudine. Gli offrì un bacile e un asciugamano per lavarsi la faccia e le
mani, quindi il Buddha si informò della sua pratica. Bhagu rispose che la
pratica gli portava gioia e benessere, benché al momento fosse assoluta­
mente solo. "A volte" commentò il Buddha, " è più piacevole vivere soli
che tra molti" .
Salutato Bhagu, il Buddha proseguì per la Foresta Orientale dei
Bambù, che non distava molto. Stava per entrarvi, quando il guardiano lo
fermò: "Monaco, non entrare se non vuoi disturbare la pratica dei monaci
che già vi risiedono" .
Prima ancora che avesse il tempo di rispondere, comparve il venerabile
Anuruddha. Salutò il Buddha con gioia e disse al guardiano: "Questo è il
mio maestro, consentigli di entrare".
Anuruddha lo condusse nel folto della foresta dove viveva in compa­
gnia di due monaci, Nandiya e Kimbila. Tutti accolsero il Buddha con
gioia. N andiya prese la ciotola e Kimbila l'aiutò a spogliarsi dell'abito
esterno. Ripulirono un tratto di terra sotto una macchia di bambù perché
sedesse. Gli recarono un bacile e un asciugamano, poi giunsero le mani e
si inchinarono. Il Buddha li invitò a sedere e chiese: "Siete soddisfatti di
questo luogo? Come va la vostra patica? Incontrate difficoltà nel mendica­
re e nell'esporre l'insegnamento agli abitanti della regione? " .
" Signore" rispose Anuruddha, "siamo soddisfatti del luogo: è calmo e
tranquillo. Riceviamo sufficienti offerte di cibo e diffondiamo il Dharma.
Tutti progrediamo nella pratica".
"Vivete in reciproca armonia? " , volle sapere il Buddha.
Fu ancora Anuruddha a rispondere. "Signore, ci prendiamo cura l'uno
dell'altro. Viviamo in armonia come il latte e il miele. Considero la vici­
nanza di Nandiya e Kimbila una benedizione e ho cara la loro amicizia.
Prima di pronunciare una parola o di compiere un'azione, che essi siano
presenti o no, mi interrogo così: come reagiranno? Le mie parole o le mie
azioni procureranno ai miei fratelli un dispiacere? Se sono in dubbio, mi
astengo dal parlare e dall'agire. Signore, benché in tre, siamo una persona
sola" .
Una manciata di/aglie di simsapa 211

ll Buddha annuì in segno eli approvazione e guardò gli altri due


bhikkhu.
"Anuruddha dice il vero", disse Kimbila. "Viviamo in armonia e ci
prendiamo cura l'uno dell'altro" .
"Dividiamo ogni cosa" aggiunse Nandiya. "Il cibo, le esperienze e le
comprensioni" .
"Eccellente ! " , li elogiò il Buddha. "Sapere che vivete in armonia mi
conforta. Un sangha è un vero sangha solo se fondato sull'armonia. Avete
realizzato il vero risveglio, e per questo avete creato una tale armonia".
Il Buddha rimase con loro un mese intero. Li vedeva allontanarsi ogni
mattina dopo la meditazione e, chiunque fosse a tornare per primo, prepa­
rare il posto per gli altri, attingere acqua per lavarsi e predisporre una cio­
tola vuota. Prima di portare il cibo alla bocca ne poneva una parte nella
ciotola vuota, nel caso un fratello fosse tornato senza. Terminato il pasto,
affidavano alla terra o all'acqua ogni eventuale residuo, attenti a non dan­
neggiare nessuna creatura vivente. Quindi, insieme, lavavano le ciotole.
Chiunque si accorgesse che la latrina era sporca, la puliva. Insieme si
occupavano dei lavori che richiedevano più di una persona. E sedevano
regolarmente insieme per comunicarsi esperienze e comprensioni.
Prima di !asciarli, il Buddha disse loro: "Bhikkhu, la natura di un san-
gha è l'armonia. L'armonia si ottiene seguendo questi principi:
" l . Condividere uno spazio comune, sia una casa o una foresta.
"2. Condividere i doveri essenziali della giornata.
"3. Osservare insieme i precetti.
" 4 . Pronunciare parole che creino armonia, astenendosi da quelle che
portano lacerazioni nella comunità.
"5. Comunicarsi esperienze e comprensioni.
"6. Rispettare l'opinione altrui e non costringere un altro ad aderire alla
nostra.
" Seguendo questi principi, un sangha vivrà in felicità e armonia.
Bhikkhu, asserviamoli sempre" .
I bhikkhu accolsero con gioia l'insegnamento. Quindi il Bu.ddha si ac­
comiatò e proseguì per la Foresta di Rakkhita, presso Parileyyàka. Sedette
in meditazione ai piedi di un rigoglioso albero di sala e decise di passare
l'imminente stagione delle piogge da solo nella foresta.
47

Seguite il Dharma

Ai piedi dell'albero di sala, il Buddha assaporava benessere, pace e


gioia. La piacevole foresta si estendeva su verdi colline ed era bagnata da
corsi d'acqua e da un lago. Il Buddha gustava la solitudine. Pensava alla
disputa tra i bhikkhu a Kosambi, che si era trasmessa anche ai laici. Lo rat­
tristava che i bhikkhu non avessero voluto seguire i suoi moniti, ma sapeva
che le loro menti erano oscurate dall'ira.
Nella foresta di Rakkhita il Buddha incontrò molti animali, tra cui una
famiglia di elefanti. La femmina più anziana, regina del branco, conduceva
spesso i giovani elefanti a bagnarsi nel lago. Gli insegnava a bere l'acqua
fresca e a mangiare le ninfee. Il Buddha la vide strappare con la probosci­
de un fascio di ninfee e scuoterle nell'acqua per toglierne ogni traccia di
fango. I piccoli elefanti la imitavano.
Gli elefanti si affezionarono al Buddha e gli divennero amici. A volte la
regina arrivava con Uh frutto raccolto apposta per lui. Il Buddha accarez­
zava le teste dei giovani elefanti e spesso scendeva con loro sulle sponde
del lago. Gli piaceva ascoltare il barrito maestoso della regina, simile a una
tromba. Si allenò finché riuscì a imitarlo alla perfezione e, quando udì il
barrito della regina, diede anch'egli quel suono profondo di tromba. L' ele­
fantessa venne verso di lui e si inginocchiò come se volesse inchinarsi. Il
Buddha le accarezzò amorevolmente la testa.
Era il decimo ritiro delle piogge dall'Illuminazione, ma soltanto il se­
condo che trascorreva in solitudine. Rimase in quella ombrosa foresta per
tutta la stagione delle piogge, allontanandosene solo al mattino per mendi­
care il cibo. Terminati i monsoni, si accomiatò dagli amici elefanti e si di­
resse a nord-est. In due settimane di cammino era a Savatthi, al Monastero
di Jetavana. Sariputta lo accolse gioiosamente, e così Rahula. A Jetavana si
trovavano molti discepoli anziani tra cui Mahamoggallana, Mahakassapa,
Mahacakkara, Upali, Mahakotthiya, Mahakappina, Mahakunda, Revata e
Devadatta. Dal boschetto di bambù di Karagama erano venuti a Jetavana
Seguite il Dharma 213

anche Anuruddha, Kimbila e N andiya. Lì si trovava anche la bhikkhuni


Gotami. Tutti si rallegrarono di rivedere il Buddha.
Entrando nella sua capanna, il Buddha vi trovò Ananda intento a spaz­
zare. Un anno e quattro mesi erano passati dalla sua partenza. Ananda de­
pose la ramazza e si inchinò. Il Buddha lo interrogò sulla situazione a Ko­
sambi, e Ananda rispose: "Dopo la tua partenza, alcuni fratelli vennero a
dirmi: 'Fratello, il maestro se n'è andato. È solo. Perché non lo segui e non
gli fai da attendente? Se non vai tu, andremo noi'. Ma io risposi: 'Se il
Buddha se n'è andato senza dirlo a nessuno, significa che desidera rimane­
re da solo. Non disturbiamolo' . Sei mesi più tardi gli stessi fratelli vennero
a dirmi: 'Fratello, da molto tempo non riceviamo più insegnamenti diretti
dal Buddha. Andremo a cercarlo'. Questa volta fui d'accordo e ci mettem­
mo alla tua ricerca, ma senza successo. Nessuno sapeva dove trovarti. Infi­
ne giungemmo a Savatthi, ma non eri neppure qui. Decidemmo di aspet­
tarti, sapendo che prima o poi saresti venuto. Nutrivamo fiducia che non
wresti abbandonato i tuoi discepoli" .
"Quando avete lasciato Kosambi, com'era la situazione? C'era ancora
divisione tra i bhikkhu? " .
" Signore, la disputa era peggiorata. Nessuna fazione voleva avere a che
fare con l'altra. L'atmosfera era tesa e sgradevole. Quando andavamo a
mendicare in città, i discepoli laici ci esprimevano il loro dispiacere. Spie­
gammo che in molti ci eravamo astenuti dal parteggiare nella disputa. A
poco a poco i laici presero in mano la situazione, vennero al monastero ed
ebbero un colloquio con i monaci coinvolti nella disputa. Dissero: 'Avete a
tal punto amareggiato il Buddha che ci ha lasciati. Su di voi ricade una
grave responsabilità, perché a causa vostra molti discepoli laici hanno per'
duto la fiducia nel sangha. Vi preghiamo di riesaminare le vostre azioni'.
Sulle prime i bhikkhu coinvolti nel conflitto non prestarono orecchio ai
moniti, e i laici smisero di offrire loro il cibo, dicendo: 'Poiché non sapete
vivere in armonia, non siete degni del Buddha. Se ne applicaste l'insegna­
mento vi riconciliereste e andreste in cerca del Buddha per rendergli piena
confessione. Solo così vi ridaremo la nostra fiducia' . I discepoli laici, si­
gnore, non cedettero e quando partii da Kosambi le due faziòni avevano
stabilito di incontrarsi. Sono certo che non passerà molto che verranno a
rendere piena confessione".
Il Buddha raccolse la ramazza di Ananda. "Finisco io. Tu cerca Sariput­
ta e digli che desidero parlargli" .
Il Buddha ripulì senza fretta e sedette su un sedile di bambù davanti al­
la capanna. Jetavana era splendido. Gli alberi erano ammantati di foglie
nuove e gli uccelli riempivano di canti la foresta. Sariputta arrivò e sedette
a lungo e serenamente in silenzio vicino al Buddha.
Quindi il Buddha gli rivelò il proprio pensiero: "Dobbiamo fare tutto il
214 Libro secondo

possibile per impedire che inutili dispute sorgano in questo splendido mo­
nastero" .
Discussero estesamente del problema.
Non era passato molto che, un pomeriggio, Sariputta fu informato che i
bhikkhu di Kosambi si trovavano a Savatthi ed erano in cammino per ]eta­
vana. Lo comunicò al Buddha: "I fratelli di Kosambi saranno qui tra poco.
Come ci comportiamo? " .
"Comportiamoci in accordo con i l Dharma".
"Potresti spiegarti meglio? " .
"Proprio tu, Sariputta, fai ancora di queste domande?".
Sariputta restò in silenzio. In quel momento giunsero Moggallana, Kas­
sapa, Kaccana, Kotthiya, Kappina e Anuruddha. "Come comportarci con i
fratelli di Kosambi? ", chiesero anch'essi.
Sariputta, interrogato con gli occhi, si limitò a sorridere. Il Buddha
guardò i discepoli anziani e disse: "Ascoltate con attenzione entrambe le
parti senza pregiudizi. Considerate tutto ciò che diranno ed esaminate ciò
che è in accordo con l'insegnamento e ciò che non lo è. È in accordo con
l'insegnamento tutto ciò che reca pace, gioia e liberazione. Queste stesse
cose io pratico. Le cose contro cui vi ho messi in guardia e che io stesso
non pratico, non sono in accordo con l'insegnamento. Comprendendo ciò
che si accorda e ciò che non si accorda con l'insegnamento, saprete con­
durre le due fazioni alla riconciliazione".
Sopravvenne un gruppo di benefattori laici guidati da Anathapindika,
che dissero: " Signore, sono giunti i bhikkhu da Kosambi. Come dobbiamo
accoglierli? Dobbiamo fare offerte di cibo a entrambe le fazioni? " .
Il Buddha sorrise. "Offrite cibo a tutti. Dimostrate il vostro appoggio a
tutto il sangha. Lodate ogni parola pronunciata in accordo al Dharma" .
Ananda venne ad annunciare che i bhikkhu erano al portale del mona­
stero. Sariputta si rivolse al Buddha e chiese: "Li facciamo entrare? " .
"Aprite il portale e date loro il benvenuto" .
"Mi occuperò di provvedere a tutti un luogo per passare l a notte" , disse
Sariputta.
"Per ora, disponi luoghi separati per le due fazioni".
" In questo modo sarà difficile sistemarli" .
"Anche se saremo affollati, gli anziani non debbono dormire all'aperto.
Cibo e medicinali siano distribuiti a tutti in parti uguali" .
Sariputta diede ordine di aprire il portale. Ogni bhikkhu ricevette un
luogo in cui passare la notte e tutto il necessario.
Il mattino seguente, i monaci di Kosambi vennero invitati a uscire per
la questua come di regola. Sariputta li divise in gruppi e, seguendo il con­
siglio del Buddha, li avviò verso località diverse. Nel pomeriggio i bhikkhu
chiesero a Sariputta di organizzare un incontro con il Buddha per render-
Seguite il Dharma 2 15

gli piena confessione. "Rendere confessione al Buddha" disse Sariputta,


"non è la cosa principale. Prima dovete riconciliarvi, perché solo dopo
una vera riconciliazione la cerimonia formale di confessione avrà senso" .
Quella notte il maestro dei sutra, responsabile di avere scatenato il con­
flitto rifiutando di ammettere la propria colpa, si recò dal maestro dei pre­
cetti. Giunse le mani, si inchinò e, restando in ginocchio, disse: "Venerabi­
le, riconosco di avere violato un precetto . Il tuo richiamo era giusto. Sono
pronto a rendere piena confessione davanti al sangha" .
ll maestro dei sutra aveva compreso che, solo rinunciando all'orgoglio,
si poteva ricomporre la disputa. Il maestro dei precetti si inginocchiò a sua
volta e disse: " Riconosco che anch'io ho mancato di umiltà e di riguardo.
Ti prego di accettare le mie scuse più sincere" .
Quella stessa notte venne organizzata una cerimonia di confessione per
il maestro dei sutra. Tutti respirarono di sollievo, in particolare i bhikkhu
che si erano mantenuti imparziali. Era passata mezzanotte quando Sari­
putta portò al Buddha la notizia dell'avvenuta riconciliazione. Il Buddha
annuì in silenzio. La disputa era finita, ma sapeva che ci sarebbe voluto del
tempo per sanare le ferite.
48

Coprire il fango con la paglia

Il venerabile Moggallana propose un incontro tra i discepoli anziani di


Jetavana e i bhikkhu responsabili del dissidio di Kosambi. L'incontro do­
veva servire a imparare dall'esperienza per impedire altre fratture. Presie­
deva il venerabile Mahakassapa.
Come introduzione, Mahakassapa invitò Anuruddha a ripetere i sei
principi del vivere in armonia esposti dal Buddha nella Foresta Orientale
dei Bambù. Terminata l'esposizione dei principi, Moggallana propose che
i bhikkhu e le bhikkhuni di ogni monastero li mandassero a memoria.
In quattro giorni di dibattito vennero formulate sette pratiche di ricon­
ciliazione per ricomporre le dispute all'interno del sangha, che ricevettero
il nome di Saptadhikarana-samatha.
La prima pratica è detta sammukha-vinaya, 'sedere a faccia a faccia' . La
disputa deve essere esposta davanti all'intera comunità, in presenza di en­
trambe le parti in causa. Lo scopo è dissuadere da discussioni private che
hanno inevitabilmente l'effetto di influenzare e di far parteggiare per una
o l'altra fazione, accrescendo la tensione e la discordia.
La seconda è detta smrti-vinaya, 'ricostruzione dei fatti' . Le parti si sfor­
zano di ricostruire dall'inizio le cause della disputa. Si cerca di far luce sui
minimi particolari. Quando vi siano, vengono presentate prove e testimo­
nianze. La comunità ascolta in silenzio e attenzione per raccogliere tutti i
dati utili alla comprensione della disputa.
La terza è detta amudha-vinaya, 'non ostinazione' . Si suppone la buona
volontà delle parti di risolvere il conflitto, e la comunità si aspetta che en­
trambi i contendenti diano prova di ricercare la riconciliazione. L'ostina­
zione è da considerarsi negativa e controproducente. Se una parte ammet­
te di avere violato un precetto per ignoranza o in un momento di agitazio­
ne mentale, senza intenzione di trasgredire, la comunità ne tiene conto in
vista di una soluzione equa per entrambe.
La quarta è detta tatsvabhasiya-vinaya, 'confessione spontanea'. Le parti
Coprire ilfango con la paglia 217

vengono incoraggiate ad ammettere la propria trasgressione senza bisogno


di esservi spinte dal contendente o dalla comunità. La comunità concede
tutto il tempo per dichiarare le proprie colpe, per minime che siano. L'am­
missione spontanea è un grande passo verso la riconciliazione e incoraggia
la parte avversa a fare altrettanto.
La quinta è detta yadbhuyasikiya-vinaya, 'decisione unanime'. Sentite le
due parti ed essendo palese la volontà dei contendenti di giungere a un ac­
cordo, la comunità emette un verdetto unanime.
La sesta è detta pratzjnakaraka-vinaya, 'accettazione del verdetto' . n ver­
detto, jfiapticaturthin-karmavacana, viene pronunciato tre volte ad alta vo­
ce. Se nessuno protesta, è considerato vincolante. Le parti non hanno il di­
ritto di opporsi, in quanto dichiarano di riporre fiducia nella decisione
della comunità e di accettare il verdetto, qualunque esso sia.
La settima pratica è detta trnastaraka-vinaya, 'coprire il fango con la pa­
glia'. Nella riunione, un monaco anziano è delegato a rappresentare cia­
scuna delle due parti. Vengono scelti due monaci di grande levatura, che
godono del rispetto del sangha. Essi ascoltano con attenzione e senza in­
tervenire, quindi esprimono la propria alta opinione, pronunciando parole
capaci di lenire e guarire le ferite, di indurre la riconciliazione e il perdo­
no, così come, stendendo sul fango della paglia, si può passare senza insu­
diciarsi gli abiti. La presenza di tali monaci anziani fa sì che le parti accan­
tonino più agevolmente i meschini interessi, che le amarezze vengano ad­
dolcite e la comunità possa esprimere un verdetto equo per entrambi i
contendenti.
I discepoli anziani sottoposero i sette principi all'approvazione del
Buddha, che lodò la scelta e ammise i principi tra i precetti formali.
Dopo sei mesi di permanenza a Jetavana, il Buddha si incamminò in di­
rezione di Rajagaha. Lungo la via si fermò ai piedi dell'albero della bodhi
ed entrò nel villaggio di Uruvela per vedere Svasti e la sua famiglia. Svasti
aveva ormai ventun anni. n Buddha era tornato per adempiere alla pro­
messa di accoglierlo nel sangha quando avesse . avuto l'età adatta. Fu così
che Svasti ricevette l'ordinazione e divenne presto il più intimo amico di
Rahula.
49

Impara dalla terra

Svasti aveva ascoltato incantato i racconti di Assaji e di Ananda sulla


diffusione del Dharma. La bhikkhuni Gotami e Rahula avevano seguito
con uguale attenzione. La memoria di Ananda era davvero stupefacente, e
aveva aggiunto molti particolari dimenticati da Assaji. Svasti si sentiva col­
mo di gratitudine verso i due bhikkhu, la bhikkhuni Gotami e il novizio
Rahula. Gli avevano fatto conoscere la vita del Buddha, come altrimenti
sarebbe stato impossibile. Si augurava di vivere un giorno a stretto contat­
to col Buddha per essere testimone del suo modo di vita e per riceverne
direttamente gli insegnamenti.
Era un intoccabile guardiano di bufali ma, grazie a Sujata, aveva appre­
so le regole dell'educazione richieste a un giovane della sua età. Purtroppo
le sue lezioni si erano interrotte quando Sujata aveva lasciato Uruvela per
andare sposa nel villaggio di Nadika. Svasti sapeva che Rahula aveva molte
cose da insegnargli. Lo sentiva ricco di dolce dignità. Non solo Rahula era
un nobile, ma viveva da otto anni nell'atmosfera serena e concentrata del
sangha. Al suo confronto Svasti si sentiva rozzo e sgraziato, sensazione che
lo spingeva a impegnarsi con tutte le forze nella pratica. Sariputta aveva
chiesto a Rahula di insegnare a Svasti le cose essenziali: come indossare
l'abito, reggere la ciotola, camminare, stare in piedi, sdraiarsi, sedere,
mangiare, lavarsi e ascoltare i discorsi di Dharma, tutto in piena presenza
mentale. Un bhikkhu mandava a memoria e si sforzava di rispettare qua­
rantacinque diverse pratiche, tutte tese a sviluppare la concentrazione e la
serenità.
Nei primi tempi Rahula era un semplice novizio, un samanera. Dovette
attendere di compiere vent'anni per ricevere l'ordinazione completa. Un
samanera è tenuto a osservare soltanto dieci precetti: non uccidere; non
rubare; non tenere una condotta sessuale scorretta; non mentire; non bere
alcolici; non indossare gioielli o ornamenti, e non profumarsi; non usare
letti ampi, alti o lussuosi; non assistere a spettacoli di danza e di musica;
Impara dalla terra 219

non possedere denaro; non prendere cibo dopo mezzogiorno. L e quaran­


tacinque pratiche sono prerogativa del bhikkhu che ha ricevuto l'ordina­
zione completa, ma Rahula doveva studiarle e impararle in preparazione
del momento in cui avrebbe preso i voti monastici. Un bhikkhu osserva
centoventi precetti, che comprendono le quarantacinque pratiche. Rahula
disse a Svasti che probabilmente si sarebbero aggiunti altri precetti, e ave­
va sentito che avrebbero forse superato i duecento.
Gli raccontò che, nei primi anni del sangha, non esistevano precetti.
Anche l'ordinazione era semplicissima: bastava inginocchiarsi ai piedi del
Buddha o di un bhikkhu e pronunciare tre volte i tre rifugi. Con il cresce­
re del sangha si era reso necessario stabilire dei precetti e farli rispettare,
perché, in una comunità ormai numerosa, molti bhikk.hu avevano bisogno
di regole e modelli per meglio disciplinarsi.
Il primo a violare lo spirito del sangha, narrò Rahula a Svasti, fu un
bhikkhu di nome Sudina, a causa del quale il Buddha aveva stabilito i pri­
mi precetti. Prima di prendere l'ordinazione, Sudina era sposato e viveva
nel villaggio di Kalanda, un sobborgo di Vesali. Udì l'insegnamento del
Buddha e chiese l'ordinazione. Poco tempo dopo passò per caso da Kalan­
da. I familiari lo invitarono a mangiare con loro e Sudina accettò. Lo sup­
plicarono di ritornare alla vita laica e farsi di nuovo carico della famiglia.
Rifiutò. I genitori si crucciavano perché Sudina era l'unico figlio, e non sa­
pevano a chi trasmettere l'eredità. Temevano che la ricchezza della fami­
glia cadesse in mani estranee. Di fronte alla sua determinazione di non ab­
bandonare l'abito monastico, la madre disse che il minimo che poteva fare
per loro era lasciare un figlio che avesse diritto all'eredità. Persuaso dalle
suppliche materne, e non avendo la guida dei precetti, accettò di incontra­
re la moglie nella foresta di Mahavana. Rimasta incinta, la donna partorì
un bambino cui venne dato il nome di Bijaka, 'seme'. Gli amici di Sudina
presero a motteggiarlo chiamandolo 'padre di un seme'. La reputazione
del sangha ne fu macchiata, il Buddha chiamò a raccolta i bhikkhu e lo ri­
prese pubblicamente. In seguito a questo incidente vennero istituiti for­
malmente i precetti. Si stabilì che, ogni volta èhe un bhiUhu violava lo
spirito della Via dell'Illuminazione e della Liberazione, il sa·ngha si sareb­
be riunito per stabilire un nuovo precetto adatto al caso. I precetti ricevet­
tero il nome collettivo di Patimokkha.
Quattro precetti furono considerati cardinali, e la violazione di anche
uno solo di essi comportava l'espulsione dalla comunità. Per la violazione
di tutti gli altri, si otteneva il perdono con la semplice confessione. I quat­
tro precetti cardinali, chiamati parajzka, erano: non avere rapporti sessuali,
non rubare, non uccidere e non affermare falsamente di avere ottenuto vi­
sioni profonde.
Rahula rivelò a Svasti che il Buddha, benché lo amasse teneramente,
...
220 Libro secondo

non l'aveva mai trattato con favori speciali. Una volta, a undici anni, aveva
raccontato una frottola a Sariputta per paura che lo rimproverasse perché
era andato a giocare invece di svolgere i compiti che gli spettavano. Finì
che, per evitare che Sariputta scoprisse la verità, dovette raccontargli una
sfilza di frottole. Ma, come sempre succede, la verità venne a galla e il
Buddha approfittò dell'accaduto per redarguirlo sull'importanza di dire
sempre la verità.
In quel periodo Sariputta e Rahula risiedevano nel Parco di Amba­
latthika, mentre il Buddha viveva nella Foresta dei Bambù. Un giorno il
Buddha venne a trovarli. Rahula gli offrì un sedile e un bacile per lavarsi le
mani e i piedi. Dopo essersi lavato, il Buddha versò la maggior parte
dell'acqua rimasta e chiese: "Rahula, quanta acqua contiene questo bacile:
molta o poca? " .
"Poca", rispose Rahula.
"Sappi, Rahula, che chi non dice la verità ha tanta integrità quanto l'ac­
qua rimasta sul fondo del bacile" .
Rahula non fiatò. Il Buddha versò la poca acqua rimasta e chiese:
"Rahula, vedi che non rimane più acqua? " .
" Sì " .
" Chi continua a non dire la verità perde l a sua integrità così come que-
sto bacile ha perso tutta l'acqua che conteneva" .
Quindi capovolse il bacile e chiese: "Vedi com'è capovolto? " .
" Sì".
"Se non pratichiamo la retta parola, la nòstra integrità si capovolge co­
me questo bacile. Non dire mai bugie, neppure per scherzo. Rahula, sai a
cosa serve uno specchio ? " .
"Certo, serve a vedervi il proprio riflesso".
"Proprio così, Rahula. Osserva le tue azioni, i tuoi pensieri e le tue pa�
role come ci si guarda in uno specchio" .
Il racconto di Rahula rese Svasti più consapevole dell'importanza della
retta parola. Gli vennero in mente le bugie dette ai genitori, e persino una
a Sujata. Era contento di non avere mai mentito al Buddha. In realtà sem­
brava impossibile mentirgli, perché il Buddha se ne sarebbe sicuramente
accorto. "Dirò la verità a tutti quanti" pensò Svasti, "anche ai bambini più
piccoli. Così dimostrerò al Buddha la mia gratitudine per tutto ciò che ha
fatto per me. Osserverò i precetti con diligenza".
Due volte al mese, nel giorno della luna nuova e della luna piena, i
bhikkhu si riunivano per recitare i precetti. Si dava lettura di ogni precetto
e si chiedeva se qualcuno l'avesse violato. Se nessuno parlava, si leggeva il
precetto successivo. Se qualcuno l'aveva violato, si alzava in piedi e lo con­
fessava alla comunità. Con la sola eccezione dei quattro parajika, la confes­
sione bastava per emendarsene.
Impara dalla terra 22 1

Molte volte Svasti veniva invitato a unirsi per la questua al gruppo del
Buddha, assieme a Sariputta e Rahula. Insieme · trascorsero il ritiro delle
piogge sulle colline attorno alla città di Ekanala, a sud di Rajagaha. Un
giorno, mentre attraversavano le risaie nei pressi della città, i bhikkhu ven­
nero fermati da un ricco possidente di nobile casta, Bharadvaja. Suoi era­
no molti ettari di terra e Bharadvaja sovrintendeva centinaia di contadini
impegnati nella semina. Vedendo il Buddha, gli si parò davanti e disse, in
tono sprezzante: "Noi siamo coltivatori. Dissodiamo, seminiamo, conci­
miamo, curiamo e raccogliamo le messi per trarne nutrimento. Voi non la­
vorate, non producete, ma mangiate ugualmente. Siete inutili perché non
dissodate, non seminate, non concimate, non curate e non mietete" .
"Anche noi facciamo così", rispose il Buddha. "Anche noi dissodiamo,
seminiamo, concimiamo, curiamo e mietiamo" .
" Se è così, dove sono i vostri aratri, i vostri semi e i vostri bufali? Di
quale messe vi prendete cura, quali frutti raccogliete? " .
li Buddha rispose: " Seminiamo i semi della fede nella terra di un cuore
sincero. Il nostro aratro è la consapevolezza e il nostro bufalo è la pratica
diligente. Così raccogliamo amore e comprensione. Senza fede, compren­
sione e amore la vita non è che sofferenza" .
Bharadvaja fu toccato da quelle parole. Ordinò a un servitore di offrire
al Buddha riso fragrante bollito nel latte, ma il Buddha rifiutò: "Le mie
parole non erano intese a ottenere cibo in cambio. Se vuoi offrire qualco­
sa, scegli un altro momento" .
Il possidente ne fu così impressionato che s i prostrò e chiese di venire
accettato come discepolo laico. Svasti, che aveva assistito personalmente
all'accaduto, capì quante cose avrebbe imparato restando vicino al
Buddha. Sapeva che, delle molte migliaia di bhikkhu appartenenti al san­
gha, pochi avevano la fortuna di stare, come lui, in presenza del Buddha.
Terminato il ritiro, il Buddha si diresse a nord-ovest per diffondere il
Dharma. Alla fine dell'autunno era di ritorno a Savatthi. Un mattino, du­
rante la questua, Rahula perse la presenza menti!le. Camminava in fila con
gli altri, ma la sua mente era altrove. Guardava il Buddha in t:,esta alla fila e
si domandava che cosa sarebbe diventato se non avesse imboccato la via
spirituale. Un potente imperatore? E di lui, Rahula, cosa sarebbe stato?
Perso in questi pensieri, dimenticò di osservare i propri passi e il respiro.
Pur non vedendolo perché lo aveva alle spalle, il Buddha seppe che il fi­
glio aveva perso la consapevolezza. Si fermò e si voltò. Tutti si fermarono.
Guardò Rahula e disse: "Rahula, stai osservando il respiro in piena consa-
pevolezza? " . ,..
Rahula abbassò la testa.
"Per dimorare nella presenza mentale" continuò il Buddha, "devi man­
tenere l'osservazione del respiro. Noi pratichiamo la meditazione anche
222 Libro secondo

durante la questua. Seguita a meditare sulla natura impermanente e priva


di un sé degli aggregati di cui sono costituiti tutti gli esseri. I cinque
aggregati sono: il corpo, le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali
e la coscienza. Osserva il respiro e i pensieri, e la tua mente non si
distrarrà" .
Poi riprese il cammino. Le sue parole ricordarono a tutti quanti di man­
tenere la consapevolezza. Ma, fatti pochi passi, Rahula uscì dalla fila e si
inoltrò nella foresta, dove sedette in solitudine ai piedi di un albero. Svasti
tentò di seguirlo, ma Rahula si oppose: "Ti prego, continua la questua con
gli altri. Non ho cuore di mendicare con voi. Il Buddha mi ha ripreso da­
vanti alla comunità e ne provo vergogna. Rimarrò qui a meditare da solo " .
Vista l'impossibilità di aiutare l'amico, Svasti s i riunì ai bhikkhu.
Sulla via del ritorno, Sariputta e Svasti si fermarono e invitarono Rahula
a rientrare al monastero con loro. Svasti gli diede metà del suo cibo e, fini­
to di mangiare, Sariputta gli disse che il Buddha desiderava vederlo. Svasti
ricevette il permesso di accompagnarlo.
Il Buddha sapeva che il figlio era maturo per ricevere un certo tipo di
insegnamento. "Rahula" incominciò, "impara dalla terra. Se la si cosparge
di fiori fragranti, se la si indonda di profumo o di latte, o la si copre di feci
sudice e fetide, di urina, sangue, muco o sputi, la terra riceve ogni cosa
con equanimità, senza preferenze o avversioni. Quando nasce un pensiero,
piacevole o spiacevole, non farti intrappolare e non diventarne schiavo.
"Rahula, impara dall'acqua. Quando vi si lavano panni sporchi, l'acqua
non si irrita e non si sdegna. Impara dal fuoco, che brucia ogni cosa senza
discriminare e non si vergogna di ardere sostanze impure. Impara dall'aria
che porta tutti gli odori, putridi o profumati.
"Rahula, pratica la gentilezza amorevole per superare l'irritazione. La
gentilezza amorevole dona felicità agli altri senza pretendere nulla in cam­
bio. Pratica la compassione per superare la crudeltà. La compassione alle­
via la sofferenza altrui senza chiedere nulla in cambio. Pratica la gioia
compartecipe per superare l'odio. La gioia compartecipe nasce quando si
gioisce della felicità altrui e si augura a tutti gli esseri benessere e successo.
Pratica il non attaccamento per superare i pregiudizi. Il non attaccamento
è considerare tutte le cose con apertura e imparzialità. Questo è perché
quello è. Quello è perché questo è. Io e gli altri non siamo separati. Non
rifiutare una cosa per inseguirne un'altra.
"Rahula, la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia compartecipe
e il non attaccamento sono meravigliosi e profondi stati mentali. Io li chia­
mo i Quattro Incommensurabili. Praticandoli, diverrai una sorgente di vi­
talità e di felicità per tutti gli esseri.
"Rahula, medita sull'impermanenza per squarciare l'illusione di un sé.
Medita sulla nascita, la crescita e la dissoluzione del corpo per liberarti dal
Impara dalla terra 223

desiderio. Pratica l'osservazione del respiro. La consapevolezza del respiro


suscita grande gioia" .
Svasti era felice di sedere accanto a Rahula e poter ascoltare gli insegna­
menti del Buddha. Aveva imparato a memoria sutra quali La messa in mo­
to della Ruota del Dharma e La natura del non sé, ma sentiva di non avere
mai assaporato il gusto sottile del Dharma come in quei momenti. Forse
perché non li aveva uditi direttamente dalla voce del Buddha. Il primo su­
tra che aveva sentito dal Buddha era stato il Sutra del guardiano di bufali,
ma a quel tempo non era maturo per afferrare i suoi molti e profondi si­
gnificati. Si ripromise che, nei momenti liberi, avrebbe ripetuto i sutra che
conosceva alla luce della nuova comprensione.
In quella stessa occasione il Buddha insegnò ai due ragazzi vari metodi
per osservare il respiro. Avevano ricevuto altre volte istruzioni simili, ma
mai direttamente dal Buddha. Impararono che il primo frutto dell'osserva­
zione consapevole del respiro è il superamento della distrazione e dei va­
gabondaggi della mente.
"Inspirando, siete consapevoli di inspirare. Espirando, siete consapevo­
li di espirare. Praticando la consapevolezza del respiro, focalizzate la men­
te soltanto sul respiro. I pensieri vani cesseranno e dimorerete nella pre­
senza mentale. Se siete consapevoli del respiro, state dimorando nella pre­
senza mentale. Dimorando nella presenza mentale, i pensieri non vi trasci­
neranno via. Basta un solo respiro per raggiungere il risveglio. Il risveglio è
la natura-di-Buddha presente in tutti gli esseri.
"Inspirando un respiro corto, sapete di inspirare un respiro corto. Espi­
rando un respiro lungo, sapete di espirare un respiro lungo. Siate total­
mente presenti a ogni respiro. L'osservazione consapevole del respiro
rafforza la concentrazione. Con la concentrazione, potrete vedere in
profondità nella natura del corpo, delle sensazioni, della mente e degli og­
getti mentali, o sarvadharma" .
Il Buddha aveva esposto i l suo insegnamento con tutto il cuore, in paro­
le semplici ma profonde. Svasti aveva fede che, grazie a quell'incontro, gli
sarebbe stato più facile mantenere la presenza mentale del respiro e pro­
gredire così nella pratica. Svasti e Rahula si inchinarono e insi'�me si dires­
sero al lago. Si ripeterono a vicenda gli insegnamenti ricevuti per mandarli
a mente.
50

Un pugno di crusca

Il Buddha trascorse il ritiro successivo a Vejanra, assieme a cinquecento


bhikkhu. Sariputta e Moggallana gli facevano da attendenti. A metà del ri­
tiro, la regione venne colpita dalla siccità e la calura divenne insopportabi­
le. Il Buddha passava la maggior parte del giorno all'ombra di un albero di
nimba. Sotto le sue fronde mangiava, teneva il discorso di Dharma, medi­
tava e dormiva.
All'inizio del terzo mese di ritiro, i bhikkhu ricevevano offerte di cibo
sempre più scarse. La penuria era causata dalla siccità, e le riserve di
cibo governative si andavano ormai esaurendo. Sempre più numerosi
erano i monaci che ritornavano al monastero con la ciotola vuota.
Sempre più spesso rimaneva vuota anche la ciotola del Buddha, che
alleviava la fame bevendo acqua. I bhikkhu si facevano sempre più
smunti ed emaciati. Il venerabile Moggallana propose di spostarsi più a
sud, nella regione di Uttarakuru, dove c'era maggiore disponibilità di
cibo, ma il Buddha dissentì. "Moggallana" disse, "non siamo gli unici a
soffrire. Tutta la popolazione, salvo pochi ricchi possidenti, patisce la
fame. Non possiamo abbandonarla. Abbiamo l'occasione di condivi­
derne e comprenderne la sofferenza, perciò rimarremo fino alla fine del
ritiro" .
L'invito a trascorrere il ritiro a Vejanra era venuto da un ricco mercan­
te, Agnidatta, che, essendo in viaggio per affari, non sapeva della carestia.
Un giorno Moggallana notò, nei pressi del monastero, una radura in cui
gli alberi verdeggiavano e l'erba cresceva abbondante. Disse: "Maestro,
quelle piante si sono mantenute fresche e vigorose grazie al ricco nutri­
mento del suolo. Potremmo scavare nell'humus e, mescolandolo all'acqua,
trame nutrimento per i bhikkhu" .
"Non sarebbe giusto" , si oppose il Buddha. "Anch'io feci così quando
praticavo la mortificazione sul monte Dangsiri, ma non ne trassi alcun gio­
vamento. Inoltre molti esseri viventi abitano nella terra, al riparo dal calo-
Un pugno di crusca 225

re del sole. Se scavassimo, uccideremmo quelle creature e sicuramente an­


che le piante" . Moggallana non disse altro.
Era costume che i bhikkhu deponessero parte delle offerte in un conte­
nitore che serviva per provvedere il cibo ai monaci che non ne avessero ri­
cevuto. Svasti si era accorto che, ormai da dieci giorni, rimaneva vuoto:
neppure un chicco di riso o un morso di chappati. Rahula gli confidò che,
benché nessun bhikkhu ricevesse cibo sufficiente, la popolazione tendeva
a offrire quel che poteva prima ai monaci anziani. I monaci più giovani ri­
cevevano poco o nulla. Svasti se n'era già accorto. "Anche quando mi dan­
no qualcosa" disse a Rahula, "non mi basta per togliermi la fame. A te suc­
cede lo stesso ? " .
Rahula annuì. L a fame non l o lasciava dormire l a notte.
Un giorno, di ritorno dalla questua, il venerabile Ananda collocò un re­
cipiente di terracotta su un braciere a tre gambe. Raccolse della legna e ac­
cese il fuoco. Svasti andò a vedere cosa faceva e si offrì di alimentare il
fuoco. Era molto più esperto e, in breve tempo, le fiamme si levarono.
Ananda sollevò la ciotola e versò nel recipiente qualcosa che sembrava se­
gatura. "È crusca", spiegò. "Possiamo tostarla e portarla in offerta al
Buddha" .
Svasti rimescolava la crusca con due bastoncini mentre Ananda raccon­
tava di essersi imbattuto in un mercante appena giunto a Vejanra con cin­
quecento cavalli. Vedendo la situazione disperata dei bhikkhu, il mercante
aveva detto ad Ananda che, ogni volta che i bhikkhu tornavano senza
niente dalla questua, potevano andare a prendere un pugno a testa di cru­
sca destinata ai cavalli. E gli aveva donato due pugni: uno per Ananda e
uno per il Buddha. Ananda disse che avrebbe avvisato i bhikkhu della ge­
nerosa offerta.
La crusca era ormai ben tostata e fragrante. Ananda la versò nella cioto­
la e disse a Svasti di accompagnarlo all'albero di nimba, dove la offrirono
al Buddha. Il Buddha chiese a Svasti se aveva da mangiare, e il giovane gli
fece vedere la patata dolce che aveva avuto la fortuna di ricevere. Poi li in­
vitò a sedere e a prendere il cibo insieme. Prde la ciotola çon infinito ri­
spetto. Svasti teneva in mano la patata con presenza mentale. Quando vide
il Buddha raccogliere la crusca e mangiarla con gratitudine, gli venne vo­
glia di piangere.
Alla fine del discorso di Dharma, il venerabile Ananda prese la parola
per informare la comunità dell'offerta del mercante. Ammonì di recarsi al­
le stalle solo se non ricevevano niente, in quanto la crusca era destinata ai
cavalli che non potevano restare senza cibo.
Quella notte, alla luce della luna, Sariputta si avvicinò al Buddha seduto
ai piedi dell'albero di nimba. " Signore" disse, "la Via del Risveglio è mera­
vigliosa. Essa trasforma chiunque la ode, la comprende e la pratica. Signo-
226 Libro secondo

re, come faremo perché continui a venire trasmessa quando ci avrai la­
sciati? " .
" Sariputta, se i bhikkhu colgono i l senso vero dei sutra e mettono in
pratica ciò che i sutra insegnano, se seguono sinceramente i precetti, allora
la Via della Liberazione durerà per secoli" .
" Signore, numerosi sono i bhikkhu che con diligenza mandano a me­
moria e recitano i sutra. Se i monaci a venire continueranno a studiare e
recitare gli insegnamenti, la tua gentilezza amorevole e la tua visione
profonda si manterranno a lungo nel futuro ".
" Sariputta, la trasmissione dei sutra non basta. È necessario mettere in
pratica ciò che insegnano. Particolarmente importante è osservare i pre­
cetti. Senza di ciò, il Dharma non durerà a lungo. Senza i precetti, il vero
Dharma appassirà rapidamente" .
"C'è modo di dare ai precetti una forma che si mantenga inalterata per
migliaia e migliaia di esistenze? ".
"Non è ancora possibile, Sariputta. Una sola persona non può dare in
un unico giorno una formulazione definitiva dei precetti. Nei primi anni
del sangha, non ne avevamo nessuno; poi, a causa delle mancanze e degli
errori dei fratelli, ne furono stabiliti alcuni. Oggi ne abbiamo centoventi, e
il numero è destinato ad aumentare col tempo. L'attuale formulazione non
è ancora completa. Credo che arriveranno a duecento e più".
Giunse l'ultimo giorno del ritiro. Il mercante Agnidatta rientrò dal viag­
gio e scoprì con sgomento che i bhikkhu avevano sofferto la fame. Senten­
dosi responsabile gli offrì un pranzo nella propria abitazione, donando
inoltre a ciascun bhikkhu un abito nuovo. Udito l'ultimo discorso del
Buddha, i bhikkhu si incamminarono verso sud.
Fu un viaggio piacevole. I bhikkhu camminavano senza fretta. La notte
riposavano e il mattino mendicavano. Dopo il pasto e un breve riposo nel­
la frescura della foresta, riprendevano il cammino. A volte, se gli abitanti
dimostravano un particolare interesse per il Dharma, si fermavano più
giorni nello stesso villaggio. La sera, prima della meditazione e del riposo,
si studiavano e si recitavano i sutra.
Un pomeriggio Svasti incontrò un gruppetto di ragazzi che riconduce­
vano dei bufali al villaggio. Si fermò a parlare con loro, memore della pro­
pria adolescenza. D'improvviso lo assalì il desiderio di rivedere i fratelli. Si
colmò di nostalgia per Rupak, Baia e soprattutto per Bhima. Si chiese se
era lecito che un bhikkhu pensasse alla famiglia e Rahula gli disse che na­
turalmente anche lui ne aveva nostalgia.
Svasti aveva a quel tempo ventidue anni ma preferiva la compagnia dei
più giovani, con i quali si sentiva a suo agio. Rahula era il prediletto, e con
lui divideva i più riposti pensieri. Svasti gli raccontò la propria vita come
guardiano di bufali. Rahula, che non era mai salito in groppa a un bufalo,
Un pugno di crusca 227

faticava a credere che un animale di quelle dimensioni fosse docile come


affermava l'amico. Svasti lo assicurò che i bufali sono gli animali più miti.
Quante volte l'avevano riportato a casa sdraiato su un dorso caldo e como­
do, mentre contemplava le nuvole vagare nel cielo azzurro e si godeva i
momenti di dolce ozio ! E quanti giochi facevano i giovani mandriani! A
Rahula, cresciuto tra le mura di un palazzo, piacevano quei racconti di una
vita che non aveva mai conosciuto. Rivelò all'amico il desiderio di cavalca­
re un bufalo, e Svasti promise che alla prima occasione . . .
M a come procurare a Rahula una passeggiata a dorso di bufalo? En­
trambi erano monaci pienamente ordinati ! Decise che, la prima volta che
il sangha fosse passato nelle vicinanze del villaggio natale, avrebbe chiesto
al Buddha di poter far visita ai fratelli e di farsi accompagnare da Rahula.
Allora, all'insaputa di tutti, avrebbe pregato Rupak di far salire Rahula su
un bufalo. Rahula avrebbe potuto andare a spasso sulle rive del fiume Ne­
ranjara, e anche lui si sarebbe tolto l'abito monastico per cavalcare come ai
vecchi tempi.
L'anno seguente, il Buddha decise di fermarsi per la stagione delle
piogge tra le pietraie del monte Calika. Era il tredicesimo ritiro dall'illumi­
nazione. Meghiya, che in quel periodo gli faceva da attendente, confessò
un giorno al Buddha di essere turbato da pensieri di desiderio e di passio­
ne. il Buddha incoraggiava i bhikkhu a meditare in solitudine ma, ogni
volta che si appartava in meditazione, lo assalivano gli ostacoli mentali.
Praticare in solitudine, gli spiegò il Buddha, non significa rinunciare
all'appoggio degli amici. Sprecare la compagnia degli altri in vane chiac­
chiere e vuoti pettegolezzi non è salutare per la vita spirituale, ma appog­
giarsi agli amici per poter praticare è molto importante. I bhikkhu vivono
in comunità appunto per sostenersi e aiutarsi reciprocamente. Questo è il
senso della presa di rifugio nel sangha.
"Un bhikkhu" gli disse il Buddha, "ha bisogno di cinque cose. Primo:
amici saggi e virtuosi per procedere insieme nel sentiero. Secondo: precetti
capaci di nutrire la consapevolezza. Terzo: la possibilità di studiare l'inse­
gnamento. Quarto: la diligenza. Quinto: la comprensione. LI;! ultime quat­
tro sono intimamente legate alla prima, la vicinanza di amici con cui prati­
care.
"Meghiya, pratica la contemplazione della morte, della compassione,
dell'impermanenza e della consapevolezza del respiro.
"Per superare il desiderio pratica la contemplazione del cadavere e os­
serva i nove stadi della putrefazione, dall'esalazione dell'ultimo respiro alla
polvere che rimane delle ossa.
"Per superare ira e odio, pratica la contemplazione della compassione.
Essa fa luce sulle cause dell'ira e dell'odio presenti nella nostra mente e in
quella di coloro che li hanno suscitati in noi.
228 Libro secondo

"Per superare la brama, pratica la contemplazione dell'impermanenza


che fa luce sulla nascita e la morte di tutte le cose.
"Per superare la confusione e la distrazione, pratica la contemplazione
della consapevolezza del respiro.
" Se praticherai regolarmente queste quattro contemplazioni, otterrai la
liberazione e l'illuminazione".
51

Il tesoro della visione

ll tredicesimo ritiro delle piogge finì e il Buddha ritornò a Savatthi. Sva­


sti e Rahula andarono con lui. A Svasti, che non era mai stato a Jetavana, il
monastero parve meraviglioso e davvero favorevole alla pratica. Era un
luogo fresco, dall'atmosfera amichevole. Tutti gli rivolgevano caldi sorrisi,
sapendo che era la fonte d'ispirazione del Sutra del guardiano di bufali.
Aveva fiducia che, in quell' ambiente così propizio, la sua pratica avrebbe
fatto grandi progressi. Incominciava a capire che l'importanza del Sangha
uguaglia quella del Buddha e del Dharma. Il Sangha è la comunità di colo­
ro che praticano la Via della Consapevolezza, fornendo scambievole ap­
poggio e guida. Ecco l'importanza del prendere rifugio in esso.
Rahula compì vent'anni, e Sariputta gli conferì l'ordinazione. La comu­
nità si rallegrò della sua ammissione nell'ordine dei bhikkhu. Nei giorni
precedenti l'ordinazione, il venerabile Sariputta diede al giovane speciali
insegnamenti. Anche Svasti, che lo accompagnava, ne trasse grande bene­
ficio.
Dopo l'ordinazione, anche il Buddha gli espose diversi metodi di con­
templazione. Svasti ricevette l'invito a partecipare. Il Buddha insegnò ai
due amici la contemplazione dei sei organi sensoriali: occhi, orecchie, na­
so, lingua, corpo e mente; la contemplazione dei sei oggetti sensoriali: for­
me, suoni, odori, gusti, contatti e oggetti mentali; e la contemplazione del­
le sei coscienze: coscienza visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile e men­
tale. Insegnò a vedere in profondità nella natura impermanente dei diciot­
to campi sensoriali, chiamati i diciotto dhatu, che comprendono i sei orga­
ni di senso, i sei oggetti sensoriali e le sei coscienze o oggetti interni senso­
dali. In seguito al contatto tra l'organo sensoriale e i suoi oggetti si crea la
percezione. Tutti i campi sensoriali dipendono l'uno dall'altro: sono im­
permanenti e interdipendenti. Comprendendo questa realtà, si perviene
alla verità della inesistenza di un sé e si trascende nascita e morte.
Il Buddha espose l'assenza del sé con abbondanza di particolari.
230 Libro secondo

"Rahula" disse, "nei cinque skandha (corpo, sensazioni, percezioni, forma­


zioni mentali e coscienza) non si trova nulla di permanente, nulla da poter
considerare come il 'sé'. Il corpo non è il sé, né qualcosa che appartenga al
sé. Il sé non si trova nel corpo, e il corpo non si trova nel sé.
" Ci sono tre opinioni riguardo al sé. La prima considera il corpo come
il sé; o le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali o la coscienza co­
me il sé. La prima visione errata è dunque quella che afferma: 'gli skandha
sono il sé'. Chi invece afferma che 'gli skandha non sono il sé' cade nella
seconda visione errata, che considera un sé esistente indipendentemente
dagli skandha, al quale gli skandha appartengono. La seconda visione er­
rata sostiene dunque: 'gli skandha sono diversi dal sé'. La terza visione er­
rata crede alla presenza del sé negli skandha e alla presenza degli skandha
nel sé. Questa visione errata afferma dunque: 'gli skandha e il sé sono pre­
senti l'uno negli altri' .
"Rahula, praticare l a meditazione sull'assenza del s é significa guardare
in profondità nei cinque skandha e vedere che non sono il sé, non appar­
tengono al sé e non sono connessi con il sé. Superando tali errate visioni,
viene sperimentata la vera natura della 'vacuità di tutti i dharma' " .
Svasti aveva notato che un bhikkhu di nome Thera non rivolgeva la pa­
rola a nessuno, camminava sempre da solo, non importunava gli altri e
non violava i precetti. Ciò nonostante gli parve che non vivesse in vera ar­
monia con la comunità. Tentò di parlargli, ma il venerabile Thera si allon­
tanò senza rispondere. I bhikkhu lo chiamavano scherzosamente 'il solita­
rio'. Svasti aveva udito molte volte il Buddha invitare ad astenersi dalle
vuote chiacchiere, a meditare molto e a sviluppare l'indipendenza, ma ave­
va l'impressione che Thera non vivesse nell'indipendenza insegnata dal
Buddha. Confuso, pensò di parlargliene.
Il giorno seguente, durante il discorso di Dharma, il Buddha chiamò
proprio Thera l'anziano e gli disse: "È vero che preferisci stare per tuo
conto, rifuggendo la compagnia dei bhikkhu? " .
" È vero, signore. Tu stesso insegni l'indipendenza e la pratica della soli­
tudine".
Allora il Buddha si rivolse alla comunità e disse: "Bhikkhu, vi esporrò la
vera indipendenza e la migliore delle solitudini. Indipendente è colui che
dimora nella presenza mentale. Egli è consapevole di quanto avviene nel
momento presente, di quanto accade nel corpo, nelle sensazioni, nella
mente e negli oggetti mentali. Egli sa osservare in profondità le cose nel
momento presente. Non insegue il passato e non si perde nel futuro, per­
ché il passato non esiste più e il futuro non è ancora arrivato. La vita è sol­
tanto nel momento presente. Perdendo il momento presente, perdiamo la
vita. Ecco la migliore delle solitudini.
"Bhikkhu, che cosa significa 'inseguire il passato'? Inseguire il passato
Il tesoro della visione 23 1

significa perdersi in pensieri riguardo a ciò che si era un tempo, alle sensa­
zioni che si provavano, alla passata posizione sociale, alla trascorsa felicità
o sofferenza. Alimentare tali pensieri ci imprigiona nel passato.
"Bhikkhu, che cosa significa 'perdersi nel futuro' ? Perdersi nel futuro
significa perdersi nei pensieri che riguardano il futuro. Immaginare, spera­
re, temere o preoccuparsi rispetto al futuro, chiedersi come saremo, quali
sensazioni proveremo, se sperimenteremo felicità o sofferenza. Alimentare
tali pensieri ci imprigiona nel futuro.
"Bhikkhu, dimorate nel momento presente per essere in contatto con la
vita e vederla in profondità. Senza contatto diretto con la vita, non la ve­
diamo in profondità. La presenza mentale è lo strumento per ritornare al
momento presente. Ma, se diventiamo schiavi di desideri e paure anche ri­
guardo al presente, la presenza mentale è perduta e il contatto con la vita
distorto.
"Bhikkhu, pratica la vera solitudine colui che, anche nella folla, dimora
nel momento presente. Chi invece, pur vivendo solo nella foresta non ali­
menta la presenza mentale ed è tormentato da passato e futuro, non è real­
mente solo " .
Quindi recitò una gatha per riassumere l'insegnamento:

Non inseguite il passato


e non perdetevi nel futuro.
Il passato non è più
e il futuro non è ancora arrivato.
Guardando in profondità nella vita così com'è
proprio qui e ora,
il praticante dimora
libero e saldo.
Applichiamoci oggi,
aspettare domani sarà troppo tardi.
La morte giunge di sorpresa,
chi mai viene a patti con essa?
Il saggio chiama
chi dimora in consapevolezza
di notte e di giorno:
'colui che conosce
la migliore delle solitudini' .

Recitata la gatha, il Buddha ringraziò Thera e lo invitò a tornare a sede­


re. Thera non era stato elogiato né rimproverato, ma era chiaro che ora
aveva una comprensione migliore di ciò che il Buddha intendeva per indi­
pendenza e solitudine.
232 Libro secondo

Nel dibattito che si svolse quella sera, Svasti sentì i discepoli anziani lo­
dare l'importanza del discorso del Buddha. Il venerabile Ananda lo ripeté
parola per parola, compresa la gatha. Svasti restava ogni volta stupefatto
dalla memoria di Ananda, capace persino di sottolineare le parole a cui il
Buddha aveva impresso maggior vigore. Poi si alzò Mahakaccana e disse:
"Propongo che il discorso odierno divenga un sutra formale, con il nome
di Bhaddekaratta Sutta, il Sutra della migliore delle solitudini. Ogni bhik­
khu lo impari a memoria e lo metta in pratica" .
Mahakassapa si dichiarò d'accordo.
Il mattino seguente, durante la questua, i bhikkhu videro dei bambini
giocare in una risaia. Avevano catturato un granchio. Un bambino, tenen­
dolo fermo con la mano, gli strappò una chela. Strillando eccitati, gli altri
batterono le mani. Così istigato, il bambino strappò anche l'altra chela, poi
le zampe e infine lo ributtò nel fango, per catturarne subito un altro.
Vedendo avvicinarsi la fila dei monaci, i bambini s'inchinarono e ripre­
sero immediatamente a torturare l'animale. Il Buddha li fermò: "Bambini,
se vi strappassero un braccio o una gamba, sentireste male? " .
" Certo, maestro " .
" Non sapete che anche i granchi sentono il dolore così come voi? " .
I bambini ammutolirono.
" I granchi mangiano e bevono proprio come voi " , continuò il Buddha.
"Hanno genitori, fratelli e sorelle. Se li fate soffrire, fate soffrire anche le
loro famiglie. Capite cosa state facendo? " .
I bambini erano pentiti. Vedendo che gli abitanti del villaggio si erano
radunati per sentire, il Buddha ne approfittò per dare un insegnamento
sulla compassione.
" Ogni vivente" incominciò, "ha il diritto alla sicurezza e al benessere.
Proteggiamo la vita e rechiamo felicità a tutti. Tutti gli esseri, grandi e pic­
coli, dotati di due o di quattro zampe, che nuotino o che volino, hanno il
diritto di vivere. Non danneggiamo e non uccidiamo gli esseri viventi. Pro­
teggiamo la vita.
"Bambini, come una madre ama e protegge il figlio a rischio della pro­
pria vita, apriamo il cuore a tutti gli esseri e proteggiamoli. Il nostro amore
abbracci tutto ciò che vive: al di sotto, al di sopra, vicino e attorno a noi.
Giorno e notte, in piedi o camminando, seduti o coricati, dimoriamo in
questo amore" .
Invitò i bambini a liberare il granchio catturato e , rivolto a tutti, disse:
" Nutrire l'amore dà felicità in primo luogo a chi segue questa pratica.
Dormirete meglio e vi sveglierete più leggeri; non avrete incubi; non sarete
intristiti o in ansia; e tutti vi proteggeranno. Avvolgendoli nel vostro amo­
re e nella vostra compassione, le persone e gli esseri viventi vi daranno
gioia e, a poco a poco, le loro sofferenze saranno alleviate" .
Il tesoro della visione 233

Conoscendo l'interesse del Buddha per i bambini, Svasti, aiutato da


Rahula, aveva organizzato a J etavana incontri speciali. Bambini e ragazzi si
riunivano una volta al mese per ricevere insegnamenti adatti a loro, con
l'aiuto di giovani laici tra cui i quattro figli di Sudatta. Uno di questi, Kala,
all'inizio era ben poco entusiasta e veniva solo perché legato da amicizia a
Svasti, ma a poco a poco il suo interesse si destò. Le lezioni ricevettero an­
che l'appoggio della principessa Vajiri, figlia del re.
In una ricorrenza della luna piena, la principessa invitò i bambini a of­
frire dei fiori al Buddha. I bambini portarono i fiori colti nel giardino di
casa o nei campi lungo la strada che portava al monastero, e Vajiri portò
un mazzo di fiori di loto colti nello stagno reale. Il Buddha non era nella
sua capanna ma nella sala del Dharma, dove avrebbe tenuto un discorso ai
bhikkhu e ai laici. La principessa vi condusse i bambini, e gli adulti fecero
ala per lasciarli passare. I bambini deposero i fiori davanti al Buddha e si
inchinarono. Il Buddha sorrise e si inchinò a sua volta. Poi li invitò a sede­
re in prima fila.
Quel giorno, il discorso del Buddha fu molto particolare. Attese che i
bambini si fossero messi a sedere tranquilli, poi lentamente si alzò, prese
un fiore di loto e lo tenne alzato di fronte alla comunità senza dire una pa­
rola. Tutti sedevano immobili. A lungo il Buddha tenne in alto il fiore in
silenzio. Gli astanti erano perplessi e si chiedevano cosa volesse comunica­
re. Infine il Buddha abbracciò con lo sguardo l'assemblea, sorrise e disse:
"Io ho l'occhio del vero Dharma, il tesoro della visione meravigliosa, e in
questo momento l'ho trasmesso a Mahakassapa".
Tutti si voltarono verso il venerabile Kassapa, e lo videro sorridere. I
suoi occhi non si erano staccati dal Buddha e dal loto che teneva in mano.
Quando gli sguardi ritornarono al Buddha, videro che anche lui guardava
il fiore e sorrideva.
Svasti, benché perplesso, sapeva che la cosa principale era mantenere la
presenza mentale. Ritornò al respiro mentre nel contempo guardava il
Buddha. li bianco fiore di loto era appena dischiuso. Il Buddha lo reggeva
'
con dolcezza e solennità. Teneva il gambo tra il pollice e l'indice, e il fiore
·
ripeteva la forma della sua mano. La mano del Buddha era bella come il
fiore, pura e meravigliosa. Allora, improvvisamente, Svasti vide la pura e
nobile bellezza del fiore. Non occorreva ricamare pensieri. Spontaneamen­
te, il sorriso gli fiorì sul volto.
"Amici" incominciò il Buddha, " questo fiore è una meravigliosa realtà.
Tenendolo qui davanti a voi, tutti potete sperimentarla. Entrare in contat­
to con un fiore è entrare in contatto con una realtà meravigliosa, entrare in
contatto con la vita stessa.
"Mahakassapa ha sorriso per primo, perché è entrato immediatamente
in contatto con il fiore. Sin tanto che gli ostacoli ostruiscono la vostra
234 Libro secondo

mente, non potete entrare in contatto con un fiore. Molti di voi si sono
chiesti: 'Perché mai Gautama tiene alto quel fiore? Che senso avrà il suo
gesto?' Ma, se la vostra mente è intasata da tali pensieri, non potete speri­
mentare realmente il fiore.
" Amici, perdervi nei pensieri vi impedisce di entrare in contatto con la
vita. Se vi lasciate dominare dalla preoccupazione, la frustrazione, l'ansia,
l'ira o l'invidia, perdete la possibilità di entrare in contatto con le meravi­
glie della vita.
"Amici, il loto nella mia mano è reale solo per quelli di voi che dimora­
no in consapevolezza nel momento presente. Finché non sarete ritornati al
momento presente, il fiore non esisterà davvero. Vi sono persone che at­
traversano una foresta di alberi di sandalo senza vederne neppure uno. La
vita è colma di sofferenza, ma racchiude anche molte meraviglie. Siate
consapevoli, e vedrete sia la sua sofferenza sia la sua meraviglia.
"Essere in contatto con la sofferenza non significa perdersi in essa. Es­
sere in contatto con la meraviglia non significa perdersi in essa. Essere in
contatto significa incontrare la vita, vederla in profondità. Incontrandola
direttamente, ne comprendiamo la natura interdipendente e impermanen­
te. Grazie a ciò, non ci perdiamo più nel desiderio, nell'ira e nella brama.
Dimoriamo invece nella libertà e nella liberazione" .
Svasti era colmo d i gioia, felice di avere sorriso e compreso prima della
spiegazione del Buddha. Il venerabile Mahakassapa aveva sorriso per pri­
mo. Era uno dei suoi maestri e un discepolo anziano che aveva fatto molti
progressi nel sentiero. Svasti sapeva di non potersi paragonare a Mahakas­
sapa né ad anziani quali Sariputta, Moggallana e Assaji. Dopo tutto, aveva
solo ventiquattro anni.
52
I campi di merito

L'anno seguente Svasti trascorse il ritiro delle piogge a Kapilavatthu, al


monastero di Nigrodha. Il Buddha era tornato nella terra natale prima del
tempo, a motivo delle tensioni e i dissapori sorti tra il regno degli Sakya e
il Koliya, che aveva dato i natali a sua madre e alla principessa Y asodhara.
Segnava il confine il fiume Rohini, e proprio i diritti sulle sue acque era­
no la causa della disputa. La siccità aveva colpito entrambi i regni privan­
doli dell'acqua necessaria a irrigare i campi, e tutti e due gli stati volevano
sbarrare il fiume con una diga per appropriarsi della poca acqua rimasta.
All'inizio la disputa non fu nient'altro che uno scambio di frasi irate da
una parte e dall'altra del fiume, ma presto le passioni divamparono e i
contadini iniziarono a prendersi a sassate. Vennero inviate le guardie a
protezione dei cittadini, e infine sulle opposte rive si schierarono gli eserci­
ti. La disputa minacciava di trasformarsi in guerra aperta da un momento
all'altro.
Il Buddha volle, prima di tutto, conoscere i motivi della disputa. Inter­
rogò i comandanti dell'esercito degli Sakya, che accusarono gli abitanti del
Koliya di minacciare le vite e i beni della loro popolazione. Quindi inter­
rogò i comandanti dell'esercito del Koliya, che a.ccusarono gli Sakya di mi­
nacciare le vite e i beni della loro popolazione. Dovette parlare con i con­
tadini per venire a sapere che la vera causa del conflitto era la mancanza
d'acqua.
Grazie ai legami con le famiglie reali degli Sakya e dei Koliya, il Buddha
riuscì a organizzare un incontro tra il re Mahanama e il re Suppabuddha.
Li pregò di accordarsi su una rapida soluzione alla crisi, in quanto una
guerra avrebbe danneggiato, con perdite più o meno grandi, entrambe le
parti. "Vostre maestà" disse, " che cosa è più prezioso: l'acqua o le vite
umane ;:>. " .
Entrambi i re convennero che le vite umane erano più preziose.
"Vostre maestà, la disputa è nata dalla scarsità d'acqua, insufficiente
236 Libro secondo

per irrigare i campi. Se ira e orgoglio non fossero divampati, il problema


sarebbe già risolto. Non occorre muovere guerra! Scrutate i vostri cuori.
Non spargete il sangue dei vostri popoli solo per ira o per orgoglio. Pla­
cando l'ira e l'orgoglio, la tensione che minaccia la guerra si allenterà. Se­
dete e cercate il modo di dividere equamente l'acqua del fiume in tempi di
siccità. Entrambi i paesi hanno diritto a un'uguale quantità d'acqua" .
Grazie alla mediazione del Buddha, i due stati trovarono rapidamente
un accordo e ristabilirono caldi e cordiali rapporti. Il re Mahanama pregò
il Buddha di fermarsi nel regno degli Sakya per la stagione delle piogge.
Era il quindicesimo ritiro dalla sua Illuminazione.
Terminato il ritiro, il Buddha si incamminò verso sud. Trascorse il sedi­
cesimo ritiro ad Alavi, il diciassettesimo nella Foresta dei Bambù, il diciot­
tesimo nel Koliya e il diciannÒvesimo a Rajagaha.
La sua dimora preferita a Rajagaha era il monte Gijjhakuta che, per la
forma della cima, era chiamato il Picco dell'Avvoltoio. Il re Bimbisara ve­
niva spesso al Picco dell'Avvoltoio per ricevere insegnamenti dal Buddha.
Il re aveva fatto scavare dei gradini nella roccia che portavano fino al rico­
vero del Buddha, e costruire ponti che scavalcavano cascate e torrenti.
Amava scendere dal cocchio ai piedi della montagna e salire la scala inta­
gliata nella roccia. Accanto al ricovero del Buddha c'erano un masso gran­
de come un gruppo di case e un ruscello d'acqua pura dove poteva lavare
l'abito, stendendolo ad asciugare su una roccia piatta. Il suo stesso ricove­
ro era fatto di pietre tratte dalla montagna, e il panorama era splendido. I
tramonti, che il Buddha prediligeva, stupendi. Sulla montagna sorgevano
anche i ripari dei discepoli anziani: Sariputta, Uruvela Kassapa, Moggalla­
na, Upali, Devadatta e Ananda.
Il sangha del Buddha, nella città di Rajagaha e nei dintorni, contava or­
mai diciotto centri di pratica. Oltre alla Foresta dei Bambù (Venuvana) e
al Picco dell'Avvoltoio, c'erano Vaibharavana, Sarpasundika-pragbhara,
Saptaparnaguha e Indrasailaguha, gli ultimi due entro enormi caverne.
Jivaka, il figlio di Ambapali e del re Bimbisara, svolgeva la professione
del medico e viveva non lontano dal Picco dell'Avvoltoio. Era diventato
uno dei più intimi discepoli laici del Buddha e godeva fama di saper cura­
re malattie sinora incurabili. Il re l'aveva nominato suo medico personale.
Jivaka si occupava anche della salute del Buddha e dei bhikkhu che
vivevano sul Picco dell'Avvoltoio e nella Foresta dei Bambù. Ogni
inverno, assieme agli amici, organizzava offerte di abiti ai bhikkhu da
usare come coperte per proteggersi dal freddo della notte. In più, donava
personalmente un abito al Buddha. Jivaka riteneva più importante la pre­
venzione della cura, e consigliò ai bhikkhu una serie di misure igieniche:
bollire l'acqua attinta da laghi e stagni, lavare gli abiti almeno una volta
ogni sette giorni, approntare un numero sufficiente di latrine e consumare
I campi di merito 23 7

subito il cibo senza conservarlo per l'indomani. Il Buddha ne accettò i


consigli.
L'offerta degli abiti era diventata un'abitudine assai diffusa tra i disce­
poli laici. Un giorno, il Buddha vide un monaco fare ritorno al monastero
con un carico di vesti sulle spalle.
"Bhikkhu" gli chiese, " quanti abiti porti ? " .
"Otto, signore" .
"Pensi di aver bisogno di tanti abiti ? " .
" N o , signore. L i h o accettati perché m e l i hanno offerti" .
" Quanti abiti ritieni servano a un bhikkhu? " .
" Secondo me, signore, tre è il numero giusto e bastano per ripararsi la
notte" .
" Sono d'accordo con te. Tre bastano contro il freddo notturno. D'ora
in avanti, stabiliremo che un bhikkhu possegga una ciotola delle elemosine
e non più di tre abiti. Di fronte a un'offerta maggiore, il bhikkhu la rifiu­
terà" .
Il bhikkhu si inchinò al Buddha e tornò alla sua capanna.
Un altro giorno il Buddha guardava l'estensione delle risaie da un'alta
cima. Rivolgendosi ad Ananda, disse: "Come sono belli, Ananda, i riqua­
dri delle risaie che si stendono fino all'orizzonte. Perché non cucire le no­
stre vesti secondo lo stesso disegno? " .
" Signore, è una splendida idea " , rispose Ananda. "Sarebbe molto bello
cucire l'abito dei bhikkhu sul disegno delle risaie. Tu infatti hai detto che
il bhikkhu che pratica la Via è come un fertile campo in cui sono stati
piantati i semi della virtù e del merito per dare frutto alle generazioni pre­
senti e future. E anche fare offerte a un tale bhikkhu, studiare e praticare
sotto la sua guida, equivale a piantare semi di virtù e di merito. Comuni­
cherò alla comunità di cucire gli abiti come i riquadri delle risaie. Li chia­
maremo i 'campi di merito"'.
Il Buddha sorrise in segno di approvazione.
L'anno seguente Sudatta venne a Rajagaha per ricordare al Buddha che
da tempo non trascorreva il ritiro delle piogge a Jetavana,,e il Buddha ac­
consentì a passarvi il ventesimo ritiro dalla sua Illuminazione. Aveva cin­
quantacinque anni. Il re Pasenadi si rallegrò del suo ritorno e venne a ren­
dergli omaggio con la famiglia al completo, compresa la seconda moglie,
Vrsabhaksatriya, e i due figli, il principe Vidudabha e la principessa Vajna.
La regina apparteneva al clan degli Sakya. Infatti Pasenadi, da molti anni
ormai discepolo del Buddha, aveva mandato a chiedere la mano di una
principessa degli Sakya e il re Mahanama gli aveva offerto la figlia, la bel­
lissima Vrsabhaksatriya.
Per tutto il tempo del ritiro, il re Pasenadi non mancò a un solo discor­
so del Buddha. Sempre più numerosi erano gli uditori e i nuovi discepoli
238 Libro secondo

laici tra cui la nobile Visakha, che offrì al sangha una lussureggiante fore­
sta di sua proprietà a est di Savatthi. Benché non altrettanto vasta, non era
meno bella di Jetavana. Con l'aiuto degli amici, la nobile Visakha vi fece
costruire una sala di meditazione, una sala dei discorsi e numerose capan­
ne. Su proposta del venerabile Sariputta, il nuovo monastero venne chia­
mato Purvarama, o Parco Orientale. La sala dei discorsi al centro della fo­
resta ricevette il nome di Sala di Visakha.
La nobile Visakha era nata nella città di Bhaddiya, nel regno di Anga. Il
padre era un uomo di grandi ricchezze, di nome Dhananjaya. Il marito, un
uomo altrettanto ricco di Savatthi, e il figlio erano stati discepoli di Ni­
gantha Nataputta e perciò, inizialmente, non erano attratti dall'insegna­
mento del Buddha. Ma a poco a poco, ispirati dalla devozione di Visakha
per il Dharma, se ne interessarono e chiesero infine di venire accettati co­
me discepoli laici. La nobile Visakha andava spesso con un'amica, la nobi­
le Suppiya, a presentare offerte di medicinali, abiti e asciugamani a tutti i
bhikkhu e le bhikkhuni che ne avessero bisogno. Aiutò inoltre la sorella
Mahapajapati a fondare un centro spirituale per le bhikkhuni sulle rive del
Gange. Grande era l'appoggio materiale e spirituale che dava alle mona­
che, e in più di un'occasione la sua saggezza compassionevole valse ad ap­
pianare dispute di poco conto tra le bhikkhuni.
In una riunione tenutasi nella Sala di Visakha vennero prese due deci­
sioni importanti: Ananda fu nominato attendente fisso del Buddha, e Sa­
vatthi venne scelta come residenza stabile del Buddha per tutte le stagioni
delle piogge.
La prima proposta era stata avanzata da Sariputta con queste argomen­
tazioni: "Ananda è il fratello dotato di migliore memoria, nessuno di noi
ne supera la straordinaria capacità di ricordare ogni parola del Buddha.
Può ripetere interi discorsi senza saltare una parola. Facendogli da atten­
dente, Ananda sarà presente a ogni insegnamento, dai discorsi pubblici
davanti a grandi assemblee, ai colloqui privati con i laici. L'insegnamento
del Buddha è straordinariamente prezioso. Facciamo di tutto per difen­
derlo e preservarlo. In questi vent'anni, a motivo della nostra negligenza,
molto è andato perduto. Perciò, fratello Ananda, per il nostro bene e quel­
lo delle generazioni future, accetta l'incarico di attendente del Buddha" .
I bhikkhu aderirono all'unanimità ma Ananda riluttava: "Ci sono alcuni
problemi. Prima di tutto, non so se il Buddha accetterà; ha sempre posto
grande cura nel non favorire in alcun modo i membri degli Sakya. Tratta
la bhikkhuni Mahapajapati, la sua stessa matrigna, con grande rigore e
riserbo. Rahula non ha mai ricevuto il permesso di dormire nella sua
capanna o di mangiare in privato con lui. Quanto a me, non ho mai
goduto di particolari privilegi. Temo che, se venissi eletto alla carica, molti
mi accuserebbero di sfruttarla per ottenere speciali favori e altri, se ammo-
I campi di merito 239

niti dal Buddha, mi accuserebbero di aver indicato al maestro le loro man­


canze" .
Ananda guardò Sariputta, e riprese: " Il Buddha nutre invece grande
considerazione per Sariputta, il fratello più intelligente e dotato del san­
gha. Il suo contributo all'insegnamento e all'organizzazione del sangha è
stato fondamentale, ed è naturale che il Buddha abbia riposto una grande
fiducia in lui. Eppure, anche così, Sariputta si è attirato l'invidia di molti.
Benché il Buddha si consigli con molti prima di prendere una decisione
importante, alcuni lamentano che è Sariputta che decide, come se il
Buddha non ne fosse capace. Sono accuse ridicole, ma proprio a causa di
tali malintesi preferirei rifiutare la carica di attendente" .
Il venerabile Sariputta sorrise. "Non temo l'invidia che nasce da malin­
tesi. Ritengo che ciascuno debba agire nel modo che stima migliore e più
utile, senza badare alle dicerie. Ananda, tu sei attento e accurato in tutto
ciò che fai. Accetta l'incarico. Se rifiuti, il Dharma ne sarà danneggiato in
questa generazione e nelle generazioni a venire" .
Ananda taceva. Infine, dopo molto esitare, disse: " Accetto, a condizio­
ne che il Buddha dia il suo assenso ai seguenti punti. Primo: non mi do­
nerà abiti appartenuti a lui. Secondo: non ripartirà con me il cibo che gli è
stato offerto. Terzo: non mi offrirà di abitare nella sua capanna. Quarto:
non si farà accompagnare da me ai pranzi offerti in casa di discepoli laici.
Quinto: se invece il pranzo è offerto a me, il Buddha mi accompagnerà.
Sesto: si rimetterà alla mia discrezione nella scelta dei colloqui privati. Set­
timo: ripeterà su mia richiesta le parole che io non abbia capito. Ottavo:
mi ripeterà personalmente il succo dei discorsi di Dharma a cui io non ab­
bia potuto presenziare " .
S i alzò il venerabile Upali. "Le condizioni di Ananda sono ragionevoli.
Il Buddha le accetterà sicuramente. Non sono però d'accordo con la quar­
ta. Se il fratello Ananda non accompagnerà il Buddha nelle abitazioni dei
laici, come potremo tramandare le parole rivolte ai laici e giovevoli a tutti
noi e alle generazioni future? Propongo che, in casi come questi, Ananda
richieda la presenza di un terzo bhikkhu, così da far cadew. l' accusa di ri­
cevere speciali favori " .
"Non m i sembra una proposta utile " , obiettò Ana nda. " Come fare se
un laico dispone di cibo sufficiente per due soli bhikkhu? " .
"Vorrà dire che il Buddha, tu e il terzo bhikkhu vi accontenterete ! " .
Tutti scoppiarono a ridere di cuore. La ricerca dell'attendente migliore
per il Buddha si era conclusa per il meglio.
Passarono a discutere se il Buddha dovesse trascorrere tutti i ritiri delle
piogge a Savatthi. Savatthi presentava il vantaggio di raccogliere in breve
spazio Jetavana, il Parco Orientale e il centro delle bhikkhuni. Per questo
si prestava benissimo a divenire la sede principale del sangha. La presenza
240 Libro secondo

del Buddha in un luogo fisso ogni anno sarebbe stata utile a quanti deside­
ravano partecipare a un ritiro per udire l'insegnamento direttamente da
lui. Benefattori laici, come Anathapindika e la nobile Visakha, si erano im­
pegnati a fornire cibo, medicinali, abiti e riparo a tutti i bhikkhu e le
bhikkhuni che fossero convenuti a Savatthi per il ritiro delle piogge.
Anche la seconda proposta venne approvata e le due risoluzioni venne­
ro presentate al Buddha, che diede il suo assenso.
53

Dimorare nel momento presente

La primavera dell'anno seguente a Kammassadhamma, capitale dei Ku­


ru, il Buddha espose a un'assemblea di oltre trecento bhikkhu il Sati­
patthana Sutta, o Discorso sui quattro fondamenti della consapevolezza, un
insegnamento basilare per la pratica della meditazione. Lo definì la via per
raggiungere la pace del corpo e della mente, per superare pena e afflizio­
ne, per distruggere sofferenza e dolore, per ottenere la più alta saggezza e
la perfetta liberazione. Il venerabile Sariputta commentò in seguito che si
trattava di uno degli insegnamenti più importanti dati dal Buddha e spinse
i bhikkhu e le bhikkhuni a studiarlo, mandarlo a memoria e metterlo in
pratica.
Quella sera stessa il venerabile Ananda lo ripeté parola per parola. Sati
significa 'presenza mentale, consapevolezza', e indica che il praticante ri­
mane consapevole di tutto quel che avviene nel suo corpo, nelle sensazio­
ni, nella mente e negli oggetti mentali, ovvero nei quattro fondamenti della
consapevolezza.
Il praticante inizia dall'osservazione del corpo e di quanto appartiene al
corpo. Il respiro; le quattro posizioni: camminare, stare in piedi, giacere e
sedere; le azioni: per esempio, andare e tornare, guardare, vestirsi, mangia­
re, bere, defecare e urinare, parlare, lavare; le parti del corp.o: per esem­
pio, capelli, denti, tendini, ossa, organi interni, midollo, intestini, saliva,
sudore; gli elementi che lo compongono: acqua, aria, terra e fuoco; il pro­
cesso di putrefazione, dalla morte al dissolversi delle ossa in polvere.
Nell'osservazione del corpo, il praticante è conscio di ogni particolare
dell'osservazione. Per esempio: inspirando, sa che sta inspirando; espiran­
do, sa che sta espirando; inspirando e diffondendo calma e pace nel corpo,
sa che sta inspirando e diffondendo calma e pace nel corpo. Camminando,
sa di camminare. Sedendo, sa di sedere. Compiendo azioni come vestirsi o
bere acqua, sa che si sta vestendo o bevendo acqua. La contemplazione
del corpo non è riservata solo alla meditazione seduta ma è mantenuta in
242 Libro secondo

tutto il corso della giornata, comprese azioni come mendicare il cibo, man­
giare e lavare la ciotola.
Nella contemplazione delle sensazioni, il praticante contempla le sensa­
zioni nel loro sorgere, svilupparsi e svanire; e le sperimenta come piacevo­
li, spiacevoli o neutre. Le sensazioni possono prodursi tanto nel corpo che
nella mente. In presenza di un dente che duole, il praticante sa di provare
dolore al dente; se sorge felicità in conseguenza di una lode, sa di essere
felice per essere stato lodato. Il praticante guarda in profondità per avvol­
gere di calma ogni sensazione, allo scopo di vederne con chiarezza la cau­
sa. Anche la contemplazione delle sensazioni non è praticata solo durante
la meditazione seduta, ma in tutto il corso della giornata.
Nella contemplazione della mente, il praticante contempla i propri stati
mentali. Se c'è desiderio, sa che c'è desiderio; se il desiderio è assente, sa
che è assente. Se prova rabbia o sonnolenza, sa di provare rabbia o sonno­
lenza; se rabbia o sonnolenza sono assenti, sa che sono assenti. Se è con­
centrato, sa di esserlo; se è distratto, sa di esserlo. Se c'è apertura mentale,
chiusura mentale, blocco, concentrazione o illuminazione, ne riconosce
immediatamente la presenza. Se nessuno di questi stati è in atto, ne rico­
nosce immediatamente l'assenza. Il praticante riconosce ed è conscio di
ogni stato mentale che si produce attimo dopo attimo.
Nella contemplazione degli oggetti mentali, il praticante contempla i
cinque ostacoli alla liberazione (desiderio, malevolenza, torpore, agitazio­
ne e dubbio) ogni volta che sono presenti; i cinque skandha che costitui­
scono la persona (corpo, sensazioni, percezioni, formazioni mentali e co­
scienza) ; i sei organi di senso e i sei oggetti sensoriali; i Sette Fattori di Ri­
sveglio (piena attenzione, investigazione dei dharma, energia, gioia, benes­
sere, concentrazione e capacità di lasciar andare); le Quattro Nobili Verità
(l'esistenza della sofferenza, le cause della sofferenza, la liberazione dalla
sofferenza e la via che conduce alla liberazione dalla sofferenza). Tutti
questi sono oggetti mentali, e includono tutti i dharma.
Il Buddha espose i quattro fondamenti in modo molto preciso. Affermò
che, chiunque pratichi i quattro fondamenti per la durata di sette anni, ot­
tiene la liberazione. Poi aggiunse che anche chi li pratica per la durata di
sette mesi può ottenere la liberazione. E concluse che, anche praticando le
quattro contemplazioni per sette giorni, la liberazione è possibile.
Durante il dibattito di Dharma, il venerabile Assaji ricordò alla comu­
nità che non era la prima volta che il Buddha aveva insegnato i Quattro
Fondamenti della Consapevolezza. Li aveva esposti in molte occasioni, ma
quel giorno aveva unificato gli insegnamenti precedenti in forma struttura­
ta e completa. Assaji si disse d'accordo con Sariputta sulla necessità, per
ogni bhikkhu e bhikkhuni, di imparare a memoria, recitare e mettere in
pratica il sutra.
Dimorare nel momento presente 24 3

Quello stesso anno, sulla via del ritorno a Jetavana verso la fine della
primavera, il Buddha incontrò e convertì un famigerato assassino di nome
Angulimala. Il mattino in cui arrivò, Savatthi gli sembrò una città fanta­
sma. Le porte erano sprangate e le strade deserte. Si fermò davanti a una
casa da cui aveva sempre ricevuto cibo. La porta si socchiuse e, ricono­
sciuto il Buddha, il proprietario ne sgusciò con cautela e lo fece entrare in
fretta e furia. Sprangò la porta, gli offrì un sedile e lo pregò di rimanere a
mangiare al sicuro. " Signore" spiegò, "è pericoloso avventurarsi all'aperto.
Angulimala l'assassino è stato visto aggirarsi nei paraggi. Dicono che, in al­
tre città, abbia ucciso numerose persone. A ogni vittima taglia un dito per
farsene una collana. Dicono che, una volta che abbia raggiunto cento vitti­
me per far assommare a cento le dita della collana, questa si trasformerà in
un prodigioso amuleto che gli darà poteri ancora più tremendi e spavento­
si. Infatti, non deruba mai le sue vittime. Per ordine del re Pasenadi, squa­
dre di guardie e di soldati gli danno la caccia" .
"Come mai il re deve ricorrere a squadre di soldati per avere ragione di
un solo uomo ? " , chiese il Buddha.
"Illustre Gautama, Angulimala è assai pericoloso. È un lottatore formi­
dabile, e una volta si batté da solo contro quaranta uomini. Quasi tutti in­
contrarono la morte, e i pochi sopravvissuti scamparono solo dandosi alla
fuga. Si dice che si nasconda nella foresta di Jalini, e nessuno osa più av­
venturarvisi. Non è molto che venti guardie armate si sono addentrate nel­
la foresta per dargli la caccia, e solo due sono tornate indietro. Ora è stato
visto in città, e nessuno osa uscire di casa " .
Il Buddha l o ringraziò e s i alzò per accomiatarsi. L'uomo l o supplicò di
restare al sicuro in casa sua, ma il Buddha rifiutò dicendo che doveva con­
servare la fiducia della popolazione mendicando come sempre.
Mentre percorreva con calma e presenza mentale la via, il Buddha udì
uno scalpiccio di passi che si avvicinavano di corsa. Capì che si trattava di
Angulimala, ma non provò paura. Continuò a camminare a passi tranquil­
li, consapevole di tutto ciò che avveniva dentro. e fuori di lui.
"Fermati, monaco ! Fermati! ", gli gridò Angulimala.
Il Buddha continuò il suo cammino lento e raccolto. Dal suono dei pas­
si, sapeva che Angulimala aveva rallentato la corsa e che gli era ormai mol­
to vicino. Benché avesse cinquantasei anni, l'udito e la vista del Buddha
erano acuti come sempre. Null'altro aveva con sé che la ciotola delle ele­
mosine. Sorrise, al ricordo della rapidità e dell'agilità di cui aveva dato
prova nelle arti marziali in gioventù. Nessuno riusciva a colpirlo. Sentì An­
gulimala farsi sempre più vicino, ed era sicuro che fosse armato. Ma conti­
nuò a camminare in perfetta pace.
Angulimala l'aveva raggiunto. Gli si affiancò e sbraitò: "Monaco, ti ho
detto di fermarti. Perché non l'hai fatto? " .
244 Libro secondo

Il Buddha mantenne il suo passo tranquillo mentre ribatteva: "Anguli­


mala, io mi sono fermato tanto tempo fa. Sei tu che non ti sei ancora fer-
.

mato " .
Angulimala rimase perplesso alla strana risposta del monaco. Gli si
parò davanti sbarrandogli la strada. Il Buddha lo guardò negli occhi, e An­
gulimala si sentì di nuovo confondere. Gli occhi del monaco splendevano
come due stelle. Mai Angulimala aveva incontrato qualcuno che irradiasse
tanta serenità e tanta pace. Tutti fuggivano terrorizzati davanti a lui, per­
ché mai quel monaco non dimostrava nessuna paura? Anzi, lo guardava
come fosse un amico o un fratello. L'aveva chiamato per nome, quindi sa­
peva chi era e conosceva certamente i suoi delitti. Come riusciva a mante­
nersi tanto calmo e rilassato di fronte a un assassino? Angulimala non poté
sopportare oltre lo sguardo amichevole del Buddha. "Monaco" disse, " di­
ci di esserti fermato molto tempo fa, eppure stavi camminando. Dici che
sono io a non essermi ancora fermato. Spiegami le tue parole " .
"Angulimala" rispose il Buddha, "io mi sono fermato dal commettere
azioni che causano sofferenza agli altri esseri già da molto tempo. Ho im­
parato a proteggere la vita, non solo degli uomini ma di tutti gli esseri vi­
venti. Angulimala, tutto ciò che vive vuole vivere. Tutti temono la morte.
Per questo dobbiamo nutrire un cuore compassionevole e proteggere le
vite altrui".
'' Gli esseri umani non si amano. Perché dovrei amarli io? Gli uomini
sono crudeli e falsi. Non mi fermerò prima di averli uccisi tutti" .
"Angulimala" continuò dolcemente i l Buddha, "vedo che hai molto
sofferto a causa degli uomini. È vero, gli esseri umani sanno essere cru­
deli, e tale crudeltà è il prodotto dell'ignoranza, dell'odio, del desiderio e
dell'invidia. Ma sanno essere anche comprensivi e compassionevoli. Hai
mai incontrato un bhikkhu prima d'ora? I bhikkhu fanno voto di pro­
teggere la vita degli altri esseri e di vincere il desiderio, l'odio e l'igno­
ranza. Molte persone, non solo bhikkhu, basano la propria vita sulla
comprensione e l'amore. Angulimala, se a questo mondo vi sono molti
individui malvagi, ce ne sono molti amorevoli. Non essere cieco. La mia
via trasforma la crudeltà in gentilezza. La via che tu segui è quella del­
l'odio. Fermati. Scegli il sentiero del perdono, della comprensione e del­
l'amore " .
Angulimala s i sentì toccare da queste parole. Anche s e l a sua mente era
in preda alla confusione, sentiva come se lo avessero aperto e avessero
sparso sale sulla ferita. Avvertiva che le parole del Buddha nascevano
dall'amore e che in lui non c'era odio, non c'era avversione. Quel monaco
lo guardava con il rispetto dovuto a un essere umano. Era forse il monaco
Gautama di cui aveva udito tanto parlare e che chiamavano il " Buddha" ?
Così, domandò: "Sei forse il monaco Gautama? " .
Dimorare nel momento presente 245

Il Buddha annuì.
"È un peccato non averti incontrato prima. Ormai mi sono spinto trop­
po in là nel mio cammino di distruzione. Tornare indietro è impossibile" .
" No, Angulimala" , lo corresse il Buddha. "Non è mai troppo tardi per
fare del bene " .
" Quale bene potrebbe mai fare uno come me? " .
" Smetti di camminare sulla via dell'odio e della violenza. Ecco il bene
maggiore che puoi fare. Anche se ti sei molto addentrato nel mare della
sofferenza, voltati indietro, Angulimala, e vedrai la riva" .
"Gautama, anche se lo volessi non potrei tornare indietro. Nessuno mi
lascerà vivere in pace dopo ciò che ho fatto" .
Il Buddha prese l a mano di Angulimala tra le sue e disse: "Se fai voto di
abbandonare la mente dell'odio e di impegnarti a camminare lungo la Via,
io ti proteggerò. Fai voto di diventare un uomo nuovo e di servire gli altri.
Sei una persona intelligente, senza dubbio riuscirai nel sentiero della rea­
lizzazione" .
Angulimala cadde in ginocchio. Slegò la spada che portava sulla schie­
na, la depose al suolo e si prostrò ai piedi del Buddha. Scoppiò in sin­
ghiozzi, il volto nascosto nelle mani. Dopo molto tempo sollevò lo sguardo
e disse: "Faccio voto di abbandonare le mie azioni malvagie. Ti seguirò e
imparerò da te la compassione. Ti supplico di accettarmi come discepolo" .
Proprio allora sopraggiunsero Sariputta, Ananda, Upali, Kimbila e nu­
merosi bhikkhu. Subito circondarono il Buddha e Angulimala ma, veden­
do il primo sano e salvo e il secondo nell'atto di prendere i rifugi, il loro
cuore si allietò. Il Buddha disse ad Ananda di dare ad Angulimala gli abiti
necessari, mandò Sariputta a prendere in prestito all'abitazione più vicina
un rasoio con cui radergli il capo, e Angulimala ricevette lì l'ordinazione.
Si inginocchiò, recitò i tre rifugi e ascoltò i precetti da Upali. Poi s'incam­
minò tra i bhikkhu verso Jetavana.
Nei dieci giorni successivi, Upali e Sariputta insegnarono ad Angulima­
la come osservare i precetti, come praticare la m.editazione e mendicare il
cibo. Angulimala dimostrò un'energia superiore a quella di ogni altro mo­
naco. Anche il Buddha, venendolo a trovare due settimane dopo l'ordina­
zione, fù stupefatto dalla trasformazione avvenuta. Angulimala irradiava
pace e serenità, e una gentilezza tale da procurargli il soprannome di
'Ahimsaka', che significa 'il non violento' . Curiosamente, era proprio que­
sto il nome ricevuto alla nascita. Per Svasti non poteva ricevere un nome
migliore perché, con l'unica eccezione del Buddha, nessun altro monaco
aveva occhi più benevoli.
Un mattino il Buddha si avviò per la questua a Savatthi, accompagnato
da cinquanta monaci tra cui il bhikkhu Ahimsaka. Alle porte della città in­
contrarono il re Pasenadi che guidava a cavallo un battaglione di soldati. Il
246 Libro secondo

re e i generali indossavano l'armatura da battaglia. Vedendo il Buddha, il


re smontò e si inchinò.
"È accaduto qualcosa, maestà? " , si informò il Buddha. "Un regno con­
finante ha invaso il tuo territorio? " .
" Signore" rispose il re, "nessuno h a invaso il Kosala. Conduco questi
armati contro Angulimala l'assassino. Egli è terribilmente pericoloso, e
nessuno è riuscito a consegnarlo alla giustizia. È stato visto in città or sono
due settimane, e da allora la popolazione vive nel terrore" .
" Sei certo che Angulimala sia tanto pericoloso? " , chiese il Buddha.
" Signore, Angulimala è una minaccia per gli uomini, le donne e i bam­
bini. Non avrò pace finché non sarà catturato e giustiziato " .
" Se Angulimala si pentisse del male fatto e facesse voto di non uccidere
più, se prendesse l'ordinazione a bhikkhu e portasse rispetto a tutti gli es­
seri viventi, avresti ancora necessità di catturarlo e giustiziarlo? " .
" Signore, se Angulimala divenisse tuo discepolo, rispettasse il precetto
di non togliere la vita, se vivesse la pura e innocente esistenza del bhikkhu,
la mia gioia non conoscerebbe confini ! Non soltanto gli farei salva la vita e
gli garantirei la libertà, ma gli donerei abiti, cibo e medicinali. Dubito però
che un tal fatto possa accadere" .
Il Buddha indicò Ahimsaka dietro di s é e disse: "Maestà, questo mona­
co non è altri che Angulimala. Ha preso i precetti e in queste due settima­
ne .è divenuto un uomo nuovo" .
Quando si rese conto di essere alla portata del famigerato assassino, il
re tremò.
" Maestà, non temere" , lo rassicurò il Buddha. "Il bhikkhu Angulimala
non è più pericoloso di una manciata di terra. Tanto che lo chiamiamo
Ahimsaka" .
Il re fissò a lungo e intensamente il nuovo monaco, poi gli si inchinò.
"Venerabile monaco" chiese, " qual è la tua famiglia? Chi è tuo padre ? " .
"Maestà, mio padre s i chiamava Gagga, e Mantani mia madre" .
" Bhikkhu Gagga Mantaniputta, consentimi di offrirti abiti, cibi e medi-
.
eme " .
" Grazie, maestà" rispose Ahimsaka, "ma ho già tre abiti. Mendico il ci­
bo quotidiano e, al momento, non mi occorrono medicine. Ti prego di ac­
cettare la mia più sincera gratitudine per la tua offerta" .
Il re, inchinatosi una seconda volta al nuovo bhikkhu, disse al Buddha:
" Maestro illuminato, la tua virtù è in verità meravigliosa! Riporti pace e
armonia dove nessun altro è capace. Ciò in cui altri falliscono usando la
forza e la violenza, tu ricomponi con la tua grande virtù. Consentimi di
esprimerti la mia più profonda gratitudine" .
Il re comunicò ai generali di sciogliere le truppe così che ciascuno po­
tesse ritornare ai propri doveri. Quindi se ne andò.
54

Dimorate nella presenza mentale

La notizia dell'ordinazione di Angulimala corse come un lampo per la


città, e tutti respirarono di sollievo. Anche i regni confinanti appresero
della trasformazione dell'assassino, e le popolazioni tennero il Buddha e il
sangha in stima ancora più alta.
Intanto il sangha continuava ad accogliere giovani acuti e intelligenti
che abbandonavano altri insegnamenti per seguire quello del Buddha. Tra
le scuole religiose del Magadha e del Kosala si dibatteva con calore la vi­
cenda di Upali, che aveva lasciato la scuola Nigantha per diventare disce­
polo del Buddha. Upali era un giovane ricco e dotato, del nord del Ma­
gadha, e uno dei maggiori protettori della scuola Nigantha, guidata da un
maestro di nome Nataputta. Gli asceti di questa scuola vivevano frugal­
mente, non vestivano il corpo, ed erano tenuti in grande considerazione
dal popolo.
Quella primavera il Buddha si trovava a Nalanda, nel boschetto di man­
ghi di Pavarika. Qui ricevette la visita di w1 discepolo anziano di Nataput­
ta, l'asceta Digha Tappasi, che vi giunse dopo avere elemosinato a Nalan­
da. Da Tappasi, il Buddha apprese che i seguaci del Nigantha non parlava­
no del karma (karmani) ma solo di peccati (da11dani) . Tappasi elencò tre
tipi di peccati: commessi con il corpo, la parola e il pensiero. Richiesto di
quale fosse il più grave, rispose: " Quelli commessi con il corpo".
Il Buddha gli disse che, nella Via del Risveglio, i più gravi sono i pensie­
ri non salutari, in quanto la mente viene prima del corpo. L'asceta Tappasi
si fece ripetere tre volte l'affermazione, per potergliela contestare in segui­
to. Quindi riferì le parole del Buddha a Nataputta che, udendole, scoppiò
a ridere.
"Il monaco Gautama commette un grave errore" , disse Nataputta. "I
peccati commessi con il pensiero e la parola non sono i più gravi. Ben peg­
giori sono quelli commessi con il corpo, perché hanno più durevoli conse­
guenze. Tu, asceta Tapp asi, hai bene inteso i cardini del mio insegnamento " .
248 Libro secondo

Al colloquio erano presenti molti discepoli tra cui il mercante Upali,


che era giunto assieme agli amici da Balaka. Upali espresse il desiderio di
recarsi dal Buddha per controbatterne il punto di vista. Nataputta lo solle­
citò ad andare, ma Tappasi era dubbioso: temeva che il Buddha riuscisse a
convincerlo e forse a convertirlo al suo insegnamento.
Ma Nataputta riponeva grande fiducia in Upali: "Non c'è da temere
che Upali ci abbandoni per diventare discepolo di Gautama. Anzi, chissà
che Gautama non diventi discepolo di Upali ! " .
Tappasi tentò ancora di trattenerlo, ma Upali aveva già deciso. L'incon­
tro avvenne, e Upali restò subito colpito dall'esposizione viva e stimolante
del Buddha che, servendosi di sette esempi, gli dimostrò come i pensieri
non salutari siano più dannosi delle parole e delle azioni non salutari. Sa­
peva che i seguaci del Nigantha osservavano il precetto di non uccidere e
ponevano grande attenzione nel non schiacciare neppure un insetto, cosa
di cui tessé gli elogi. Quindi domandò a Upali: " Se schiacci un insetto ac­
cidentalmente, senza intenzione, commetti un peccato? " .
"Il maestro Nataputta afferma che, s e non c'è l'intenzione di uccidere,
non c'è peccato " , rispose Upali.
"Dunque" disse sorridendo il Buddha, "il maestro Nataputta è d'accor­
do nel ritenere il pensiero più importante. Essendo così, come può soste­
nere la maggiore gravità delle azioni? " .
Upali fu impressionato dall'acume e dalla saggezza del Buddha. Più tar­
di gli avrebbe confessato che il primo esempio era bastato a convincerlo, e
che l'aveva spinto a fornirgliene ancora solo per ascoltare altri insegna­
menti. Dopo che il Buddha gli ebbe presentato il settimo esempio, Upali si
prostrò e chiese di essere accettato come discepolo.
"Considera attentamente la tua richiesta" , lo ammonì il Buddha. "Una
persona della tua importanza e della tua intelligenza non deve prendere
decisioni affrettate. Rifletti finché tu non ne sia sicuro" .
Queste parole accrebbero il rispetto di Upali, perché dimostravano che
il Buddha non mirava a convertire nuovi discepoli per accrescere il pro­
prio prestigio. Nessun maestro spirituale l'aveva invitato a riflettere accu­
ratamente prima di farsi mecenate della sua comunità. "Signore" rispose,
"ho già riflettuto. Consentimi di prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma
e nel Sangha. Sono grato e felice di aver trovato il vero cammino" .
"Discepolo Upali, per lungo tempo sei stato il maggior benefattore del­
la scuola Nigantha. Ora, anche se prendi i rifugi, ti invito a non togliere
l'appoggio alla tua precedente comunità".
"Il tuo gesto è davvero nobile, signore. La tua generosità supera quella
dei maestri da me conosciuti" .
Tappasi informò Nataputta della decisione di Upali. Incredulo, Nata­
putta si recò con Tappasi a casa di Upali che confermò il fatto.
Dimorate nella presenza mentale 249

In numero sempre maggiore erano coloro che, nei regni del Magadha e
del Kosala, entravano nella Via del Risveglio. La notizia venne riferita con
giubilo al Buddha al suo arrivo a Savatthi.
Il Buddha disse ai bhikkhu: " Che il grande numero di persone entrate
nella Via sia un fatto buono o cattivo dipende soprattutto dalla diligenza
con cui i bhikkhu la praticano. Non attacchiamoci a idee di successo o fal­
limento, ma consideriamo ottenimento e perdita con equanimità" .
Un mattino, mentre il sangha si preparava a uscire per la questua, arrivò
a Jetavana un gruppo di guardie con l'ordine di cercare il corpo di una
donna. I bhikkhu sbigottirono, senza capire perché mai le guardie si aspet­
tassero di trovare il cadavere di una donna nell'area del monastero. Alle
domande del venerabile Bhaddiya risposero che si trattava di una giovane
donna di nome Sundari, che viveva in una grande comunità religiosa di
Savatthi. I bhikkhu la conoscevano: era una giovane di grande bellezza
che, negli ultimi mesi, veniva spesso ad ascoltare discorsi di Dharma. Spie­
garono che era impossibile che il suo cadavere si trovasse nel monastero,
ma le guardie insistettero e, con sorpresa generale, lo trovarono sepolto a
poca profondità non lontano dalla capanna del Buddha. Nessuno sapeva
spiegarsi come fosse morta e perché fosse stata sepolta lì. Quando le guar­
die ebbero portato via il corpo, il Buddha invitò i bhikkhu a uscire per la
questua come di solito.
"Dimorate nella presenza mentale" , li esortò.
Quello stesso giorno, con alti gemiti, i condiscepoli di Sundari portaro­
no il cadavere attraverso tutta la città. Di tanto in tanto si fermavano escla­
mando: "Ecco le spoglie di Sundari ! Il suo corpo offeso fu trovato in una
fossa nel monastero di Jetavana. Quei monaci che reclamano di discendere
dal nobile lignaggio degli Sakya, che pretendono di vivere in castità e pu­
rezza, hanno violato e ucciso Sundari, e volevano nasconderne il corpo !
Le loro chiacchiere di gentilezza amorevole, compassione, gioia ed equani­
mità sono impostura! Ecco, guardate da voi ! " .
Gli abitanti di Savatthi erano scossi e persino tra i discepoli più sinceri
la fede nel Buddha vacillò. Quanti invece ritenevano che tMtta la faccenda
fosse stata orchestrata per infamare il nome del Buddha, n� provarono un
vivo dolore. Le scuole spirituali che si sentivano minacciate dal Buddha
colsero l'occasione per accusare e diffamare il sangha. I bhikkhu riceveva­
no ovunque domande e molestie. Si sforzavano di mantenere la serenità e
dimorare nella presenza mentale ma, soprattutto per quelli con poca espe­
rienza di pratica, era assai difficile. Molti nuovi bhikkhu provavano vergo­
gna e si rifiutavano di mendicare in città.
Un pomeriggio il Buddha riunì il sangha e disse: "Le false accuse ci sa­
ranno ovunque e sempre. Non provate vergogna. L'unico motivo di vergo­
gna sarebbe abbandonare l'impegno di vivere la pura vita della pratica.
250 Libro secondo

Queste false accuse faranno il loro corso e cesserano. Se domani, durante


la questua, vi interrogheranno, rispondete semplicemente: 'Chiunque sia
responsabile ne coglierà i frutti' " .
Queste parole furono di grande conforto per i bhikkhu.
Nel frattempo la nobile Visakha, profondamente turbata, si recò a di­
scutere la cosa con Sudatta. Decisero di incaricare segretamente una per­
sona che investigasse per trovare i veri colpevoli. Esposero il piano al prin­
cipe }eta, che lo approvò.
Non era passata una settimana che l'investigatore scoprì gli assassini:
due uomini che, in preda ai fumi dell'alcol, erano venuti a diverbio sulla
rispettiva parte di un compenso. L'ira e l'alcol fecero venir fuori la verità.
Le guardie reali, avvertite, arrestarono i due che resero piena confessione
rivelando di essere stati prezzolati dai capi della comunità cui Sundari ap­
parteneva per ucciderla e occultarne il cadavere vicino alla capanna del
Buddha.
Il re Pasenadi si precipitò a Jetavana per annunciare che gli assassini
erano stati scoperti. Espresse la propria incrollabile fede nel sangha e la
gioia di poter rivelare la verità al popolo. Il Buddha lo esortò a perdonare i
responsabili, perché simili azioni si sarebbero ripetute a meno di non ab­
bandonare l'odio e la gelosia.
Tutta Savatthi restituì immediatamente al sangha il rispetto e l'ammira­
zione.
55

Splende la stella del mattino

Un giorno, il Buddha e Ananda si recarono in visita a un piccolo mona­


stero poco fuori città. I monaci erano usciti per la questua, ma da una ca­
panna si levavano dei lamenti. Entrati nella capanna videro, rannicchiato in
un angolo, un bhikkhu scheletrito. Un fetore disgustoso ammorbava l'aria.
Il Buddha gli si inginocchiò accanto e chiese: "Fratello, sei malato? " .
"Di dissenteria, signore" , ripose il monaco.
"Nessuno si prende cura di te? " .
" I fratelli sono usciti per la questua, e sono rimasto io solo. Quando mi
ammalai molti cercarono di assistermi ma, vedendo che ero un peso per la
comunità, li supplicai di non preoccuparsi più per me". .
"Vai a prendere dell'acqua" , disse il Buddha ad Ananda. "Laveremo
questo fratello" .
Ananda tornò con un secchio d'acqua e insieme lavarono il malato. Lo
cambiarono e lo deposero sul giaciglio. Spazzarono la capanna e lavarono
gli abiti sudici. Li stavano stendendo ad asciugare quando i monaci ritor­
narono. Il venerabile Ananda chiese di far bollire dell'acqua per preparare
un medicamento per il fratello.
La comunità invitò il Buddha e Ananda a spartire il cibo con loro. Do­
po aver mangiato, il Buddha domandò: "Di che malattia soffre quel
bhikkhu? " .
"Di dissenteria, signore" .
" Qualcuno si prende cura di lui?" .
"All'inizio tutti ci prendemmo cura di lui, ma in seguito ce lo proibì " .
" Bhikkhu, lasciando l a casa per seguire l a Via ci siamo lasciati alle spal-
le genitori e parenti. Se non ci assistiamo reciprocamente quando siamo
malati, chi altri lo farà? Dobbiamo prenderei cura gli uni degli altri. Che il
malato sia un maestro, un discepolo o un amico, curiamolo finché si sia ri­
messo in salute. Bhikkhu, se io fossi malato, vi occupereste dei miei bi­
sogni? " .
252 Libro secondo

" Certamente, signore Buddha" .


"Allo stesso modo, dovete provvedere ai bisogni di qualunque bhikkhu
infermo. Curare qualunque bhikkhu è curare il Buddha" .
I bhikkhu giunsero le mani e si inchinarono.
L'estate seguente, mentre il Buddha dimorava nel Parco Orientale di
Savatthi, la bhikkhuni Mahapajapati era alla guida di una numerosa comu­
nità di monache nella stessa Savatthi. L'aiutava la bhil<:khuni Khema, che
era stata un tempo una delle mogli del re Bimbisara. Khema era diventata
discepola del Buddha vent'anni prima. A quel tempo la sua profonda sag­
gezza naturale era macchiata da una certa arroganza, ma l'insegnamento
del Buddha le aveva fatto apprendere l'umiltà. Solo dopo quattro anni di
discepolato laico aveva chiesto l'ordinazione. Di grande diligenza nella
pratica, era diventata una figura di rilievo nell'insegnamento e nella guida
delle monache. Riceveva spesso la visita della nobile Visakha, che un gior­
no venne accompagnata da Sudatta, il filantropo noto come Anathapin­
dika che aveva acquistato la foresta di Jeta per farne dono al sangha. Vi­
sakha lo presentò alle sorelle Khema, Dhammadinna, Utpalavanna e Fata­
cara che, come gli disse in seguito, conosceva dai tempi precedenti la loro
ordinazione.
Un altro giorno, Sudatta venne in visita al monastero femminile con un
amico, anch'egli di nome Visakha e parente della bhikkhuni Dhammadin­
na, maestra delle monache. I due amici ne ascoltarono un discorso di
Dharma sui cinque skandha e il Nobile Ottuplice Sentiero. Visakha era
stupito della sua profonda comprensione di verità tanto sottili. Di ritorno
a Jetavana, riportò al Buddha il discorso della bhikkhuni Dhammadinna.
"Se mi interrogassi sullo stesso argomento" disse il Buddha, "ti rispon­
derei con le stesse parole di sorella Dhammadinna. Ha davvero compreso
l'insegnamento della liberazione e dell'illuminazione".
Quindi, rivolto ad Ananda: "Manda a mente il discorso della sorella
Dhammadinna e ripetilo davanti alla comunità dei monaci. Sono parole
degne di memoria" .
Altrettanto rinomata per l a comprensione del Dharma era l a bh&khuni
Bhadda Kapilani che, al pari di Dhammadinna, veniva spesso invitata a
dare insegnamenti in luoghi diversi.
Molto dolorosa era invece la vicenda della bhikkhuni Patacara. Unica
figlia di una ricca famiglia di Savatthi, i genitori la custodivano con tanto
scrupolo da non !asciarla uscire di casa. Costretta a restare rinchiusa nelle
mura familiari, non poteva frequentare nessuno. Ma, giunta in età da ma­
trimonio, senza che i genitori se ne avvedessero si innamorò di un giovane
servitore. Quando venne promessa dai genitori al figlio di una ricca fami­
glia, Patacara spinse l'amante segreto a fuggire con lei. Il giorno stabilito
per le nozze, all'alba, si travestì da serva e uscì con la scusa di attingere ac-
Splende la stella del mattino 253

qua. L'amante la aspettava. Si nascosero in un lontano villaggio e qui si


sposarono.
Tre anni dopo Patacara rimase incinta. Avvicinandosi il momento, chie­
se al marito di riportarla a casa dei genitori dove, com'era tradizione,
avrebbe partorito. n marito non voleva ma, dietro le sue insistenze, ac­
cettò. A metà del viaggio Patacara partorì. Poiché non c'era più necessità
di raggiungere la casa paterna, tornarono indietro.
Passarono altri due anni. Patacara rimase di nuovo incinta, e di nuovo
chiese al marito di accompagnarla alla casa paterna. In viaggio li attendeva
la tragedia. Anche questa volta a metà del cammino iniziarono le doglie e
scoppiò una tempesta. n marito le disse di attendere sul ciglio della strada
mentre si addentrava nella foresta per tagliare dei rami con cui costruire
un riparo. Patacara attese a lungo, ma il marito non tornava. A notte fon­
da, tra la pioggia e il vento, partorì il secondo figlio. All'alba, con il neona­
to in braccio e l'altro figlio per mano, entrò nella foresta alla ricerca del
marito. Lo trovò cadavere, morso da un serpente velenoso. A lungo pianse
lacrime disperate. Poi, presi i bambini, si incamminò verso la casa paterna,
a Savatthi. Quando arrivò al fiume, le acque erano ingrossate per la piog­
gia, troppo profonde per consentire il guado a un bambino di due anni.
Patacara gli disse di aspettare mentre trasportava per primo sull'altra
sponda il neonato. Entrò nell'acqua portandolo sulla testa. Era a metà del
fiume quando un'aquila scese in picchiata e afferrò il bambino tra gli arti­
gli. La madre urlò disperata all'uccello di renderle il bambino, ma l'aquila
volò via. Udendo la voce della madre, il bambino rimasto sulla riva pensò
che lo chiamasse ed entrò nell'acqua. Patacara si voltò e lo vide staccarsi
dalla riva. Gli urlò di non muoversi, ma era troppo tardi. La corrente lo
trascinò via senza che la madre potesse intervenire.
Patacara guadò il fiume e cadde priva di sensi sulla riva. Quando ripre­
se coscienza camminò e camminò giorni e giorni, finché giunse a Savatthi.
Lì scoprì che la tempesta aveva distrutto la sua casa e i genitori erano mor­
ti sotto il crollo di un muro. Era arrivata il giorno stesso della cremazione
dei loro corpi.
Patacara svenne. Aveva perso ogni voglia di vivere. Qualcuno ebbe
pietà di lei e la condusse dal Buddha che ascoltò il suo dramma e le disse
con voce piena d'amore: "Patacara, tu hai molto sofferto. Ma la vita non è
soltanto dolore e disgrazia. Fatti animo ! Pratica la Via dell'illuminazione
e, un giorno, sarai in grado di sorridere alle tue più terribili sofferenze. Im­
parerai a creare pace e gioia per il presente e per il futuro" .
Patacara si inchinò e chiese di prendere i rifugi. n Buddha la affidò a
sorella Mahapajapati. Poco dopo Patacara prese l'ordinazione a bhikkhu­
ni. Mahapajapati e le monache la amavano teneramente. Dopo anni di pra­
tica, riuscì di nuovo a sorridere. Un giorno, mentre si lavava i piedi,
254 Libro secondo

guardò l'acqua scomparire assorbita dalla terra, ed ebbe una profonda in­
tuizione sulla natura dell'impermanenza. Giorno e notte meditò sull'im­
magine che l'aveva colpita e, un mattino all'alba, infranse l'enigma della
nascita e della morte. Spontaneamente scrisse questi versi:

L'altro giorno, lavandomi i piedi,


vidi l'acqua assorbirsi
nel cuore della terra.
Mi chiesi: " Dove ritorna l'acqua? " .

Contemplando in sereno silenzio,


saldi la mente e il corpo nella consapevolezza,
guardai nella natura dei sei oggetti dei sensi
con lo spirito di un agile, possente cavallo.

Fissando lo stoppino della lucerna


concentrai la mia mente.
Rapido trascorse il tempo,
la lucerna ancora bruciava.

Presi un ago,
annegai lo stoppino nell'olio.
La luce svanì sull'istante,
tutto precipitò nelle tenebre.

La fiamma era estinta


ma il mio cuore d'un tratto si accese.
La mente si sciolse dai vincoli
e la stella del mattino rifulse.

Patacara lesse i versi a sorella Mahapajapati, ricevendone parole di elogio.


Anche la bhikkhuni Uppalavanna era approdata al Dharma in seguito a
un grande dolore, e grazie all'aiuto del venerabile Moggallana. Anche con
il capo rasato non aveva perso la sua bellezza fuori del comune, come non
comune era la diligenza che la portò a diventare una delle più valide assi­
stenti di Pajapati.
n venerabile Moggallana l'aveva incontrata in un parco della città. Era
come un fiore notturno, e gli uomini la conoscevano infatti col nome di
Splendido Loto. La sua bellezza superava davvero quella dei più delicati
fiori di loto. Ma Moggallana le lesse negli occhi il dolore, e comprese che
molta pena era custodita nel suo cuore. Si fermò e le disse: "La tua bellez­
za è grande e il tuo abbigliamento prezioso, ma vedo in te sofferenza e
confusione. n fardello che porti è pesante, eppure continui a seguire la via
che si addentra nell'oscurità" .
Splende la stella del mattino 255

La capacità di leggere i suoi pensieri più intimi la sconcertò. Fingendo


di non provare imbarazzo, ribatté: " Forse ciò che dici è vero, ma è l'unica
via per me".
" Perché tanto pessimista? " , disse Moggallana. "Qualunque sia stato il
tuo passato, puoi cambiare e costruire un futuro migliore. Quando gli abi­
ti sono sporchi, si lavano. Un cuore gravato dalla confusione e dalla stan­
chezza può essere purificato nell'acqua dell'illuminazione. Il Buddha inse­
gna che tutti abbiamo la capacità di risvegliarci, di conoscere la pace e la
gioia" .
"Nella mia vita h o commesso solo azioni malvagie e ingiustizie" , disse
singhiozzando la donna. " Dispero che persino il Buddha mi possa aiu­
tare " .
"Non temere" , l a rassicurò Moggallana. "Raccontami l a tua storia" .
Uppalavanna raccontò. Nata da una ricca famiglia, era andata sposa a
sedici anni. Poco dopo la morte del suocero, la madre di suo marito prese
a dormire nel letto del figlio. Uppalavanna aveva dato alla luce una bambi­
na ma, incapace di tollerare la relazione incestuosa tra il marito e la suoce­
ra, fuggì abbandonando la figlia. Molti anni dopo si risposò con un mer­
cante. Venne a sapere che il secondo marito aveva una concubina e, orribi­
le verità, scoprì che si trattava della figlia da lei abbandonata.
Il dolore e l'amarezza la portarono a concepire odio per il mondo inte­
ro. Non riusciva più ad amare né a credere in nessuno. Divenne una corti­
giana, assetata soltanto di denaro, gioielli e piaceri materiali. Rivelò a Mog­
gallana che aveva pensato di sedurlo, per smascherare l'ipocrisia degli uo­
mlm.
Splendido Loto si nascose il volto tra le mani, singhiozzando. Moggalla­
na lasciò che sfogasse la sua pena, poi le espose il Dharma e la condusse
con sé dal Buddha. Il Buddha le rivolse parole di conforto e le chiese se
desiderasse praticare tra le bhikkhuni sotto la guida di Gotami. Uppala­
vanna prese l'ordinazione e soli quattro anni di pratica diligente la porta­
rono a essere considerata un luminoso esempio per tutti.
56

La piena consapevolezza del respiro

A volte il Buddha o un discepolo anziano si recavano nel monastero


delle bhikkhuni per esporre il Dharma. Oltre a ciò, le bhikkhuni andavano
una volta al mese a Jetavana o al Parco Orientale per udirvi un discorso.
Un anno, su proposta del venerabile Sariputta, il Buddha posticipò di un
mese la fine del ritiro delle piogge. Sariputta sapeva che in questo modo i
bhikkhu e le bhikkhuni dei centri più lontani, una volta terminato il ritiro
al proprio monastero, avrebbero potuto recarsi a Savatthi per ricevere in­
segnamenti diretti dal Buddha. Giunsero infatti in gran numero. I benefat­
tori laici Sudatta, Visakha e Mallika ricorsero a tutti i mezzi a loro disposi­
zione per provvedere cibo e riparo a circa tremila tra monaci e monache.
Quell'anno la cerimonia del Pavarana, che concludeva il ritiro delle piog­
ge, si celebrò alla luna piena del mese di Kattika, invece che nel mese di
Assayuja.
La luna piena del mese di Kattika coincide con la fioritura dei kumudi,
un loto bianco. E, poiché i kumudi fioriscono sempre nello stesso periodo,
la luna piena del mese di Kattika era chiamata Giorno dei kumudi. Quella
sera, il Buddha e i tremila discepoli sedevano nel chiarore lunare. Dal lago
si levava il delicato profumo dei fiori. Bhikkhu e.bhikkhuni sedevano in si­
lenzio mentre il Buddha abbracciava con lo sguardo l'assemblea, lodando
intimamente la diligenza dei discepoli. In quella speciale occasione, espose
il Sutra sulla piena consapevolezza del respiro.
Naturalmente i presenti conoscevano già la consapevolezza del respiro,
ma per molti era la prima opportunità di ricevere l'insegnamento diretta­
mente dalle labbra del Buddha. L'occasione consentì inoltre al Buddha di
esporre in un insieme armonico i precedenti insegnamenti sull'argomento.
Il venerabile Ananda ascoltava con attenzione estrema, conscio dell'im­
portanza di trasmettere il discorso a tutti i centri del sangha.
Tra i convenuti c'erano la bhikkhuni Y asodhara, madre di Rahula, e la
sorella del Buddha, la bhikkhuni Sundari N anda. Entrambe avevano preso
260 Libro terzo

l'ordinazione anni prima, sotto la guida della bhikkhuni Gotami, e pratica­


vano in un monastero a nord di Kapilavatthu fondato . dalla stessa Gotami.
Y asodhara aveva chiesto l'ordinazione sei mesi dopo la suocera e in un an­
no di pratica era diventata una delle sue assistenti principali.
Le bhikkhuni facevano il possibile per venire a Savatthi durante il ritiro
delle piogge e ricevere insegnamenti diretti dal Buddha e dai discepoli an­
ziani. La regina Mallika e la nobile Visakha si dimostrarono grandi bene­
fattrici delle monache. Per due anni le monache erano state ospitate nei
giardini imperiali ma, già il terzo anno, la generosità delle due donne aveva
consentito che sorgesse un monastero. A motivo dell'età avanzata, la
bhikkhuni Gotami poneva speciali cure nel formare nuove guide spiritua­
li, tra cui furono scelte le bhikkhuni Y asodhara, Sela, Vimala, Soma, Mut­
ta e Naduttara. Quella sera, nel Parco Orientale, nessuna mancava. Rahula
presentò Svasti alle sorelle Yasodhara e Sundari Nanda. Svasti era com­
mosso di poterle finalmente conoscere.
Il Buddha iniziò a parlare.
"Bhikkhu e bhikkhuni, il metodo della piena consapevolezza del respi­
ro, se applicato costantemente e sviluppato, porta grandi vantaggi, grandi
ricompense. Facilita la pratica dei Quattro fondamenti della consapevolez­
za e dei Sette fattori di risveglio, che a loro volta danno origine alla com­
prensione e alla liberazione.
·"Praticate nel modo seguente:
"Primo respiro: 'Inspirando un respiro lungo, so di inspirare un respiro
lungo. Espirando un respiro lungo, so di espirare un respiro lungo' .
" Secondo respiro: 'Inspirando un respiro corto, s o di inspirare un re­
spiro corto. Espirando un respiro corto, so di espirare un respiro corto'.
" Questi due respiri ci permettono di eliminare la distrazione e i va­
ni pensieri, danno origine alla presenza mentale e ci mettono in contat­
to con la vita nel momento presente. La distrazione è l'assenza di pre­
senza mentale. Respirare con consapevolezza ci fa tornare a noi stessi e
alla vita.
"Terzo respiro: 'Inspirando, sono consapevole di tutto il corpo. Espi­
rando, sono consapevole di tutto il corpo'.
" Questo respiro ci mette in grado di contemplare il corpo, di essere in
contatto diretto con il corpo. La consapevolezza del corpo nella sua inte­
rezza e nelle sue varie parti consente di vedere la meravigliosa presenza del
corpo e il processo di nascita e morte che nel corpo si dispiega.
"Quarto respiro: 'Inspirando, calmo e rassereno tutto il corpo. Espiran­
do, calmo e rassereno tutto il corpo'.
" Questo respiro instaura tranquillità e pace nel corpo, e porta a uno
stato in cui la mente, il corpo e il respiro sono un'unica, armoniosa realtà.
" Quinto respiro: 'Inspirando, provo gioia. Espirando, provo gioia' .
La piena consapevolezza del respiro 261

"Sesto respiro: 'Inspirando, provo felicità. Espirando, provo felicità' .


" Con questi due respiri, entriamo nel dominio delle sensazioni. Questi
due respiri creano pace e gioia, che sono di nutrimento alla mente e al cor­
po. Grazie alla cessazione della distrazione e dei vani pensieri ritorniamo a
noi stessi, consapevoli del momento presente. Gioia e felicità nascono allo­
ra dentro di noi.
" Dimoriamo nelle meraviglie della vita, assaporando la pace e la gioia
che dona la presenza mentale. Grazie al contatto con le meraviglie della vi­
ta, possiamo trasformare le sensazioni neutre in sensazioni piacevoli. Ecco
come questi due respiri danno origine a sensazioni piacevoli.
" Settimo respiro: 'Inspirando, sono consapevole delle attività della
mente. Espirando, sono consapevole delle attività della mente'.
"Ottavo respiro: 'Inspirando, calmo e rassereno le attività della mente.
Espirando, calmo e rassereno le attività della mente'.
" Questi due respiri mettono in grado di vedere in profondità nelle sen­
sazioni, piacevoli spiacevoli o neutre, consentendo di calmarle e rassere­
narle. Qui, 'attività della mente' significa sensazioni. Se siamo consapevoli
delle sensazioni e ne vediamo in profondità le cause e la natura, possiamo
controllarle e renderle calme e serene, anche in presenza di pensieri spia­
cevoli sorti dal desiderio, dall'ira e dall'invidia.
"Nono respiro: 'Inspirando, sono consapevole della mente. Espirando,
sono consapevole della mente'.
" Decimo respiro: 'Inspirando, calmo e rassereno la mente. Espirando,
calmo e rassereno la mente' .
" Undicesimo respiro: 'Inspirando, concentro la mente. Espirando, con­
centro la mente'.
"Dodicesimo respiro: 'Inspirando, libero la mente. Espirando, libero la
mente' .
"Con questi quattro respiri entriamo nel dominio della mente, il terzo.
ll nono respiro consente di riconoscere tutti gli stati mentali, quali le per­
cezioni, il pensiero, la discriminazione, la felicità, la tristezza e il dubbio.
Questi stati vengono riconosciuti e osservati per vedere in profondità nelle
attività mentali. L'osservazione e il riconoscimento delle attività mentali
porta alla concentrazione della mente, che si calma e rasserena. Ciò viene
fatto nel decimo e undicesimo respiro. Il dodicesimo consente di sciogliere
tutti gli ostacoli mentali. Illuminando la mente, possiamo vedere le cause
delle formazioni mentali e superare gli ostacoli.
"Tredicesimo respiro: 'Inspirando, osservo la natura impermanente di
tutti i dharma. Espirando, osservo la natura impermanente di tutti i
dharma' .
"Quattordicesimo respiro: 'Inspirando, osservo l a cessazione di tutti i
dharma. Espirando, osservo la cessazione di tutti i dharma' .
262 Libro terzo

"Quindicesimo respiro: 'Inspirando, contemplo la liberazione. Espiran­


do, contemplo la liberazione' .
" Sedicesimo respiro: 'Inspirando, contemplo il lasciar andare. Espiran­
do, contemplo il lasciar andare'.
" Con questi quattro respiri, entriamo nel dominio degli oggetti mentali
e concentriamo la mente per vedere la vera natura dei dharma. Prima vie­
ne l'osservazione della loro natura impermanente. Essendo impermanenti,
devono cessare. Comprendendo con chiarezza la natura impermanente e
tendente alla dissoluzione di tutti i dharma, ci sleghiamo dal ciclo infinito
di nascita e morte. Così facendo, lasciamo andare e otteniamo la liberazio­
ne. Lasciar andare non significa rifiutare o fuggire la vita. Lasciar andare
significa lasciar andare desiderio e attaccamento, liberandoci dalla soffe­
renza del ciclo infinito di nascita e morte a cui tutti i dharma sono sogget­
ti. Solo lasciando andare e sperimentando la liberazione, possiamo vivere
in pace e gioiosi dentro la vita stessa. Nulla ci lega più " .
Ecco come i l Buddha insegnò a osservare in profondità il corpo, le sen­
sazioni, la mente e gli oggetti mentali attraverso sedici tipi di respiro con­
sapevole. I medesimi sedici respiri si applicano allo sviluppo dei Sette fat­
tori di risveglio: piena attenzione, esame dei dharma, energia, gioia, benes­
sere, concentrazione e lasciar andare.
Il venerabile Svasti aveva già udito il Sutra sui quattro fondamenti della
consapevolezza. Ora sentì che, grazie al Sutra sulla piena consapevolezza del
respiro, poteva entrare più in profondità nei quattro fondamenti. Ne vide
il carattere complementare e la basilare importanza per la pratica della me­
ditazione.
Quella notte, al chiarore della luna piena, tremila tra bhikkhu e
bhikkhuni ricevettero gioiosamente l'insegnamento del Buddha. Il cuore
di Svasti traboccava di gratitudine per l'artefice di quella notte: il venera­
bile Sariputta.
Uno dei giorni seguenti, il venerabile Ahimsaka ritornò dalla questua
coperto di sangue. Quasi non si reggeva in piedi. Svasti si precipitò a sor­
reggerlo, e Ahimsaka lo pregò di accompagnarlo dal Buddha. Raccontò
che, mentre mendicava in città, un gruppo di uomini aveva riconosciuto in
lui Angulimala. Lo avevano spinto in un angolo e percosso. Senza opporre
resistenza, aveva giunto le mani in forma di fiore di loto e aveva lascia­
to che sfogassero la rabbia e l'odio. Lo colpirono fino a fargli vomitare
sangue.
Il Buddha chiese ad Ananda di portare dell'acqua e un asciugamano
per pulire il sangue. A Svasti disse di cercare delle piante medicinali e far­
ne un impiastro da applicare sulle ferite.
Benché straziato dal dolore, non un grido usciva dal venerabile Ahim­
saka. Il Buddha gli parlò così: "Il tuo dolore odierno lava i dolori del pas-
La piena consapevolezza del respiro 263

sato. Sopportare il dolore dimorando nell'amore e nella consapevolezza


sradica l'odio di migliaia di vite. Ahimsaka, il tuo abito è a brandelli.
Dov'è la tua ciotola? " .
"L'hanno fatta i n mille pezzi, signore".
"Ananda ti darà un abito nuovo e una nuova ciotola" .
Mentre gli applicava l 'impiastro sulle ferite, Svasti capì che grande
esempio di non violenza era Ahimsaka. Intanto, Ahimsaka gli raccontò un
fatto accaduto il giorno prima.
Era uscito per la questua: quando, ai piedi di un albero nella foresta, si
era imbattuto in una donna in travaglio. Le doglie erano terribili, e non
riusciva a p artorire. "Che tremendo dolore ! " aveva esclamato Ahimsaka
ed era corso a chiedere aiuto al Buddha.
li Buddha gli aveva detto: "Torna dalla donna e parlale così: 'Dal gior­
no della mia nascita, non ho volontariamente nuociuto a nessun essere vi­
vente. Che questo merito salvi te e tuo figlio' " .
" Sarebbe una menzogna ! " , aveva protestato Ahimsaka. " La verità è che
ho nuociuto a tanti e tanti esseri viventi! " .
"Allora" si era corretto il Buddha, "torna dalla donna e dille: 'Dal gior­
no della mia nascita nel nobile Dharma, non ho volontariamente nuociuto
a nessun essere vivente. Che questo merito salvi te e tuo figlio"' .
Ahimsaka si era precipitato nella foresta e aveva ripetuto le parole del
Buddha. Trascorsi pochi minuti, la donna diede felicemente alla luce il
bambino.
Così il venerabile Ahimsaka era tanto progredito sulla Via da guada­
gnarsi l'elogio del Buddha.
57

La zattera non è l'altra sponda

Il Buddha trascorse l'inverno a Vesali. Un giorno, mentre sedeva in me­


ditazione nei pressi della sala del Dharma detta Kutaragasala, alcuni
bhikkhu si tolsero la vita in un'altra area del monastero. Informato dell'ac­
caduto, il Buddha domandò cosa li avesse indotti al suicidio. Avendo me­
ditato, gli dissero, sulla natura impermanente e tendente alla dissoluzione
del corpo, quei bhikkhu avevano concepito awersione per il corpo e desi­
derio di morire. Rattristato, il Buddha fece radunare l'assemblea.
Così parlò: "Bhikkhu, la meditazione sull'impermanenza e la dissoluzio­
ne ha lo scopo di vedere la vera natura dei dharma, in modo da non esserne
più legati. L'illuminazione e la libertà non si ottengono con la fuga dal
mondo. Si sperimentano solo vedendo in profondità nella natura dei dhar­
ma. Non avendolo compreso, questi nostri fratelli hanno sconsideratamen­
te cercato salvezza nella fuga, violando il precetto che vieta di uccidere.
"Bhikkhu, il liberato non si attacca e non prova avversione per i dhar­
ma. Attaccamento e avversione sono funi che legano allo stesso modo. Il
liberato li trascende entrambi, stabilendosi nella pace e nella felicità. Tale
felicità è incommensurabile. Il liberato non si attacca alle visioni errate
della permanenza e del sé, ma neppure si attacca a visioni ristrette riguar­
do all'impermanenza e al non sé. Bhikkhu, esaminate e praticate l'insegna­
mento con intelligenza e nello spirito del non attaccamento " . Quindi espo­
se di nuovo la pratica del respiro consapevole come mezzo per rinvigorirsi.
Di ritorno a Savatthi, diede altri insegnamenti su come spezzare l' attac­
camento in risposta a un bhikkhu di nome Arittha che, avendo mal com­
preso l'insegnamento, era caduto preda di visioni ristrette. Davanti all' as­
semblea dei bhikkhu di Jetavana, il Buddha disse: "Bhikkhu, mal com­
prendendo l'insegnamento, si rischia di cadere preda di visioni ristrette
che causano sofferenza a se stessi e agli altri. Ascoltate, esaminate e appli­
cate l'insegnamento con intelligenza. Un uomo esperto di serpenti che vo­
glia catturarne uno, gli imprigiona dapprima la testa con un bastone bifor-
La zattera non è l'altra sponda 265

cuto. Se lo sollevasse nel mezzo o per la coda, il serpente lo morderebbe.


Così come usereste l'intelligenza per catturare un serpente, usatela per
comprendere l'insegnamento.
"Bhikkhu, l'insegnamento è un mezzo per indicare la verità. Non scam­
biatelo per la verità. Il dito che indica la luna non è la luna. Il dito serve a
indicare la posizione della luna ma, scambiandolo per la luna, non vedrete
mai la luna vera.
"L'insegnamento è come una zattera che serve ad approdare all'altra
sponda. La zattera è necessaria, ma non è l'altra sponda. L'intelligente, do­
po aver attraversato il fiume, non si caricherà la zattera sulle spalle.
Bhikkhu, il mio insegnamento è come una zattera per approdare alla spon­
da che è al di là di nascita e morte. Usatela per attraversare, ma non affer­
ratevi a essa come a un vostro possesso. Non fatevi imprigionare dall'inse­
gnamento. Siate pronti a !asciarlo andare.
" Bhikkhu, tutti gli insegnamenti che vi ho trasmesso, le Quattro Nobili
Verità, il Nobile Ottuplice Sentiero, i Quattro fondamenti della consape­
volezza, i Sette fattori di Risveglio, l'Impermanenza, il Non sé, la Sofferen­
za, la Vacuità, l'Assenza di segno e l'Assenza di scopo, esaminateli con
mente aperta e intelligenza. Applicate l'insegnamento all'ottenimento della
liberazione. Non rimanete attaccati all'insegnamento " .
Il monastero femminile accoglieva cinquecento monache. Le bhikkhuni
rivolgevano frequenti richieste al Buddha e ai venerabili di Jetavana per­
ché vi tenessero discorsi di Dharma. Il Buddha incaricò Ananda di desi­
gnare i monaci per questo compito. Un giorno Ananda designò il venera­
bile Bhanda che aveva sì ottenuto ricchi frutti dalla pratica, ma non era
particolarmente versato nella parola. Il giorno seguente, dopo la questua e
dopo aver mangiato da solo nella foresta, Bhanda si recò al monastero
femminile. Le bhikkhuni lo accolsero con calore e Gotami lo fece sedere
sulla pedana da cui si davano i discorsi di Dharma.
Bhanda sedette e recitò questi versi:

Dimorando nella tranquillità,


vedendo il Dharma, ritornando alla fonte
priva di odio e violenza,
gioia e pace traboccano.
La presenza mentale è mantenuta a perfezione,
la vera pace e il benessere sono sperimentati.
Trascendere i desideri
è la più grande felicità.

Il venerabile, senza aggiungere altro, entrò in uno stato di concentrazio­


ne profonda. Aveva pronunciato poche parole, ma tutto il suo essere irra-
266 Libro terzo

diava pace e felicità, e le sorelle ne trassero grande ispirazione. Alcune


però, tra le più giovani, rimasero deluse dalla brevità del discorso e ricor­
sero a Gotami perché lo pregasse di dire qualcosa di più. La bhikkhuni
Gotami si inchinò al venerabile Bhanda ed espresse il desiderio delle sorel­
le più giovani. Bhanda ripeté esattamente gli stessi versi e discese dalla pe­
dana.
Quando vennè riportato al Buddha il discorso del venerabile Bhanda,
assieme al suggerimento di designare in futuro monaci di migliore loquela,
il Buddha rispose che il modo di essere di una persona è più importante di
quello che dice.
Un mattino, di ritorno dalla questua, il Buddha cercò inutilmente
Ananda. Né il venerabile Rahula né altri l'avevano veduto. Finché un
bhikkhu riferì di averlo visto dirigersi a mendicare in un vicino villaggio di
intoccabili. Il Buddha lo pregò di andare a cercarlo. Dopo poco, il
bhikkhu era di ritorno con Ananda e due donne, madre e figlia. Il nome
della figlia era Prakriti.
Ananda spiegò il motivo del suo ritardo. Narrò come un giorno, alcune
settimane prima, tornando al monastero dopo la questua si era improvvi­
samente sentito assetato. Si era fermato al pozzo del villaggio degli intoc­
cabili e lì aveva incontrato Prakriti che aveva appena attinto un secchia
d'acqua. La ragazza era giovane e bella. Ananda chiese un sorso d'acqua
ma Prakriti rifiutò, dicendo di essere una intoccabile e di non voler conta­
minare un monaco.
"Non ho bisogno di ranghi o di caste" , le aveva risposto Ananda. "Ho
solo bisogno di un sorso d'acqua. Sarei felice se tu me lo offrissi, e non te­
mere di contaminarmi" .
Prakriti gli offrì immediatamente l'acqua. Si sentiva attratta dal monaco
bello e gentile che le aveva parlato con tanta dolcezza. Si innamorò. La
notte non riusciva a dormire, tutti i suoi pensieri andavano ad Ananda e
ogni giorno aspettava a lungo accanto al pozzo nella speranza di rivederlo.
Riuscì a persuadere la madre a invitarlo a mangiare nella loro capanna.
Due volte Ananda accettò. Poi, accorgendosi dell'amore della ragazza, ri­
fiutò altri inviti.
Prakriti era malata d'amore. Era diventata magra e pallida. Infine, ri­
velò i propri sentimenti alla madre e la speranza che Ananda rinunciasse ai
voti e la sposasse. La madre, allibita, la rimproverò aspramente facendole
notare che il suo amore era insensato e impossibile. Prakriti giurò che sa­
rebbe morta piuttosto che rinunciare ad Ananda. Temendo per la salute
della figlia, la madre preparò un afrodisiaco per costringere Ananda a cor­
rispondere alla passione di Prakriti. La madre apparteneva alla tribù dei
Matanga, sciamani che coltivavano l'arte delle pozioni magiche.
Il mattino seguente, Prakriti fece in modo di incontrare An anda per via e
La zattera non è l'altra sponda 267

lo supplicò di accettare un ultimo invito. Ananda nutriva fiducia di poter


esporre alle due donne un insegnamento capace di indurre la ragazza a la­
sciar andare l'infatuazione che provava per lui, ma non lo lasciarono parlare
prima che avesse bevuto una tazza di tè drogato. Ananda sentì la testa girar­
gli e gli arti indebolirsi. Intuendo l'accaduto, ritornò al respiro per contra­
stare gli effetti della pozione. Fu allora che il bhikkhu mandato dal Buddha
lo trovò, immobile nella posizione del loto nella capanna di Prakriti.
"Tu dunque ami intensamente il bhikkhu Ananda" , le disse il Buddha
con estrema dolcezza.
" Sì, lo amo con tutto il cuore" .
"Che cosa precisamente ami in lui? Gli occhi, i l naso, o forse la
bocca? " .
"Amo tutto di lui: gli occhi, il naso, la bocca, la voce, il modo di cammi­
nare. Maestro, non c'è niente di lui che non amo" .
Il Buddha continuò: " Oltre agli occhi, al naso, alla bocca, alla voce e al
modo di camminare, il bhikkhu Ananda possiede splendide qualità che tu
non conosci ancora" .
" Che qualità? " , domandò Prakriti.
"Ad esempio, il suo cuore amorevole. Sai che cosa ama? " .
" No, signore. L'unica cosa che so è che non ama me".
"Ti sbagli. Il bhikkhu Ananda ti ama, ma non nel modo in cui vorresti.
Il bhikkhu Ananda ama la via che conduce alla liberazione, alla libertà, al­
la pace e alla gioia. Il sorriso che gli vedi sulle labbra nasce dalla sua li­
bertà. Egli ama tutti gli esseri, desidera condurre tutti sul sentiero della li­
berazione, perché anch'essi possano sperimentare libertà, pace e gioia.
Prakriti, l'amore del bhikkhu Ananda nasce dalla comprensione e dalla li­
berazione. Il suo amore non lo fa soffrire e non lo getta nella disperazione,
mentre sofferenza e disperazione sono ciò che il tuo amore ti porta. Se lo
amassi davvero, comprenderesti il suo modo di amare e lo lasceresti segui­
re il cammino di liberazione che ha scelto. E anche tu, se sapessi amare co­
me ama il bhikkhu Ananda, non proveresti più sofferenza e disperazione.
Tu vuoi il bhikkhu Ananda tutto per te. Questo 'è un amore egoistico, ecco
'
perché ti fa soffrire" .
Prakriti guardò il Buddha e disse: "Ma come posso provare lo stesso
amore del bhikkhu Ananda? " .
"Nutri un amore che protegga la felicità del bhikkhu Ananda e la tua
stessa felicità. Ananda è come una fresca brezza. Se imprigioni una brezza
e la rinchiudi in un amore che incarcera, la brezza morirà e più nessuno,
compresa te stessa, godrà della sua frescura. Ama Ananda come ami una
brezza. Amandolo così, Prakriti, anche tu diventerai una brezza fresca e ri­
posante. Allevierai non solo le tue pene e i tuoi fardelli, ma anche quelli
degli altri" .
268 Libro terzo

" Maestro, ti prego, insegnami ad amare in questo modo" .


"Percorri la stessa via del bhikkhu Ananda. Vivi una vita di liberazione,
gioia e pace, e reca felicità agli altri, così come fa Ananda. Prendi la sua
stessa ordinazione" .
" M a sono una intoccabile ! Come potrei ricevere l'ordinazione? " .
" Nel nostro sangha non c i sono caste. Numerosi intoccabili di sesso
maschile hanno ricevuto l'ordinazione a bhikkhu. Il venerabile Sunita, te­
nuto in tanta stima dal re Pasenadi, era un intoccabile. Se lo vorrai, potrai
essere la prima bhikkhuni nata tra gli intoccabili. Chiederò a sorella Khe­
ma di celebrare la cerimonia dell'ordinazione per te" .
Colma di gioia, Prakriti si prostrò ai piedi del Buddha e chiese l'ordina­
zione. Il Buddha l'affidò a sorella Khema. Partite che furono, guardò
Ananda e parlò alla comunità dei monaci:
"Bhikkhu, i voti di Ananda non sono stati violati, ma vi prego ugual­
mente di essere più prudenti nei rapporti con l'esterno. Dimorando senza
distrarvi nella consapevolezza, saprete di momento in momento cosa acca­
de dentro e fuori di voi. Accorgervi di una cosa al suo stesso nascere vi
metterà in grado di affrontarla nel modo migliore. Praticando la presenza
mentale in ogni momento della giornata, svilupperete la concentrazione
necessaria a evitare situazioni come questa. Con una concentrazione salda
e forte, la vostra visione sarà chiara e le vostre azioni appropriate. La Con­
centraziòne e la Comprensione procedono mano nella mano. Una racchiu­
de l'altra. Sono una cosa sola.
"Bhikkhu, considerate le donne più anziane di voi come vostre madri e
sorelle maggiori. Considerate le donne più giovani di voi come vostre figlie
o sorelle minori. Non permettete che l'attrazione fisica turbi la vostra pra­
tica. Se necessario, e finché la vostra concentrazione non è abbastanza for­
te, limitate i contatti con le donne. Rivolgete loro esclusivamente parole
che riguardano lo studio e la pratica della Via " .
Felici i monaci accettarono i consigli del Buddha.
58

Una preziosa manciata di terra

Un giorno, mentre mendicava in un povero villaggio, il Buddha vide dei


bambini che giocavano. Con sabbia e fango costruivano una città comple­
ta di mura, case, magazzini e persino un fiume. Vedendo avvicinarsi il
Buddha e i bhikkhu, un bambino disse agli altri: "TI Buddha e i bhikkhu
passeranno vicino alla nostra città. Facciamogli un'offerta" .
L'idea piacque ai bambini, ma si chiesero: " Siamo solo bambini, cos'ab­
biamo da offrire? " .
" Sentite" , disse il primo. "I magazzini della nostra città contengono
grandi riserve di riso. Possiamo offrirne una parte al Buddha" .
Tutti batterono le mani. Presero una manciata di terra dai magazzini fatti
di fango e la disposero su una foglia come se fosse riso. n primo bambino si in­
ginocchiò davanti al Buddha e presentò rispettosamente il dono, mentre tutti
glì si inginocchiavano vicino. "La popolazione della nostra città" disse, "offre
rispettosamente questo riso dei suoi magazzini. Ti preghiamo di accettarlo" .
TI Buddha sorrise, accarezzò il bambino sulla testa e rispose: "Grazie,
bambini, per l'offerta di questo prezioso riso. Siete molto gentili" .
Poi, rivolto ad Ananda: " Prendi questa offerta, Ananda. Quando sare­
mo tornati al monastero, la bagneremo con acgua e la spalmeremo sulle
pareti di fango della mia capanna" . �
Ananda prese la manciata di terra. I bambini invitarono il Buddha a se­
dere con loro su una roccia piatta ai piedi di un albero di baniano, e i
bhikkhu si raccolsero intorno.
Il Buddha raccontò ai bambini questa storia.
" Molte vite fa c'era un principe di nome Visvantara. Era un uomo gene­
roso e prodigo che divideva ogni cosa con i poveri e i bisognosi, senza mai
esitare a donare. Altrettanto generosa era Madri, sua moglie. Ella conosce­
va la gioia che il marito traeva dal donare e non si rammaricava delle cose
che Visvantara dava via. Avevano due figli: un bambino di nome Jalin e
una bambina di nome Krishnajina.
270 Libro terzo

"Ci fu una carestia. Il principe Visvantara chiese al padre il permesso di


distribuire riso e abiti dai magazzini imperiali. Il re acconsentì. Così grandi
erano le necessità della popolazione che i magazzini si esaurirono in breve
tempo. I consiglieri imperiali incominciarono a preoccuparsi e congegna­
rono un piano per impedire al principe di dare via tutto. Dissero al re che
le donazioni indiscriminate avrebbero mandato il regno in rovina, e che il
principe aveva regalato addirittura uno dei preziosi elefanti imperiali. A
questa notizia, anche il re si allarmò. Ordinò di esiliare il figlio nelle
remote montagne di J ayatura, perché sperimentasse di persona le priva­
zioni di una vita di stenti. Assieme a Visvantara vennero esiliati Madri e i
due bambini.
"In viaggio verso le montagne incontrarono un povero che chiedeva
l'elemosina. Il principe si tolse la ricca casacca e gliela donò. Poi fu la volta
di Madri, e non passò molto che anche J alin e Krishajina si spogliarono
delle loro preziose casacche. Ad altri bisognosi distribuirono i gioielli e gli
ornamenti. Prima di giungere a destinazione avevano dato via tutto ciò che
possedevano, e che poteva essere scambiato con cibo. Infine, il principe
diede in elemosina il carro con i cavalli. Proseguirono a piedi fino a J aya­
tura senza rimpianti, J alin in braccio al padre e Krishnajina in braccio alla
madre. Camminando, cantavano come se non avessero preoccupazioni al
mondo. Il loro cuore era libero e leggero.
"Fu un lungo viaggio. Quando arrivarono alle montagne, i piedi di Vi­
svantara e di Madri erano gonfi e sanguinanti. Per fortuna trovarono una
capanna abbandonata che era appartenuta a un eremita. La ripulirono e
approntarono giacigli di rami e foglie. La foresta dava loro frutti selvatici
ed erbe. I bambini impararono a cercare il cibo, lavare gli abiti nei ruscelli
montani, seminare e curare l'orto. Il principe e la principessa insegnarono
loro a leggere e a scrivere usando foglie al posto della carta e spine al po­
sto delle penne.
"La vita era dura, ma erano contenti. Per tre anni vissero in pace. Fin­
ché, un giorno, mentre il padre e la madre erano nella foresta alla ricerca
di frutti, i bambini furono rapiti da uno straniero. Visvantara e Madri li
cercarono dappertutto, nella foresta e nei villaggi vicini, senza trovare trac­
cia dei figli amatissimi.
" Stremati e sconsolati ritornarono alla capanna, nutrendo l'impossibile
speranza di ritrovarvi i bambini. Non c'erano, ma li aspettava un messo
del re con la notizia che Jalin e Krishnajina erano sani e salvi a palazzo.
Cos'era accaduto? 'Alcuni giorni fa' raccontò il messo, 'una dama di palaz­
zo vide due bambini in vendita al mercato della capitale. Riconosciuti i
principi tornò di corsa dal marito, un consigliere reale, che si precipitò al
mercato e disse al venditore di portare i bambini a palazzo dove avrebbe
ricevuto un lauto compenso. Anche con gli abiti laceri e le facce sudice, il
Una preziosa manciata di terra 27 1

re riconobbe i nipoti. E in quel momento capì quanta nostalgia aveva di


tutti voi'.
'"Dove hai trovato questi bambini, e che prezzo chiedi?', disse il re.
" 'Prima che il venditore potesse rispondere, intervenne il consigliere:
'Maestà, per la bambina chiede mille libbre d'oro e mille capi di bestiame.
Per il maschietto, cento libbre doro e cento capi'.
"Tutti, compresi i b ambini e lo stesso venditore, si stupirono. 'Perché la
bambina costa tanto più del maschietto? ' , chiese il re.
"Il consigliere disse: 'È noto che tu preferisci le ragazze ai ragazzi. Non
hai mai rimproverato o punito le principesse. Anche la servitù femminile
riceve il tuo riguardo e il tuo rispetto. Al contrario, hai esiliato il tuo unico
figlio maschio in una regione remota, infestata da tigri e leopardi, dove
l'unico cibo sono i frutti selvatici. Di certo stimi le ragazze molto più dei
ragazzi' .
" Il r e piangeva. 'Ti supplico, non dire altro. Ho capito' .
"Il venditore disse di avere comprato i bambini da un mercante sulle
montagne. Il re pagò il prezzo e gli ordinò di condurre le guardie imperiali
da quell'uomo. Strinse tra le braccia i nipoti e si fece raccontare la loro vi­
ta sulle montagne. Emanò un editto che permetteva al figlio e alla nuora di
tornare alla capitale e, da allora in poi, ebbe molto caro il principe e lo
aiutò generosamente nell'opera di assistenza ai poveri" .
L a storia era piaciuta molto ai piccoli ascoltatori. Il Buddha sorrise e
disse: "Il principe Visvantara era felice di dividere tutto quello che aveva
con gli altri. Voi, oggi, avete diviso con me una preziosa manciata di terra
presa dai magazzini della vostra città. Mi avete reso molto felice, e potete
rendere felici gli altri con un piccolo dono al giorno. Non occorre com­
prarlo. Un fiore raccolto nei campi e offerto ai vostri genitori, li farà felici.
Anche una parola di ringraziamento o di amore è un dono prezioso. Uno
sguardo gentile, un piccolo gesto danno felicità. Fate ogni giorno un rega­
lo come questi ai genitori e agli amici. Ora dobbiamo andare, ma i
bhikkhu e io ricorderemo sempre il vostro be�issimo dono" .
I bambini dissero che avrebbero radunato gli amici e Sj;lrebbero venuti
tutti a trovare il Buddha a Jetavana. Volevano sentire altre storie.
L'estate successiva il Buddha ritornò a Rajagaha per darvi insegnamen­
ti, e quindi salì sul Picco dell'Awoltoio. Jivaka lo invitò a trascorrere qual­
che giorno nel boschetto di manghi e il Buddha accettò assieme ad Anan­
da. Il boschetto di manghi del medico era fresco e riposante. Era l'ottavo
anno in cui gli alberi davano frutti. Jivaka aveva allestito una piccola ca­
panna e preparava ogni giorno un pasto vegetariano, consigliando al
Buddha di astenersi per qualche tempo dalla questua per rimettersi in for­
ze. Gli preparò anche un infuso tonificante, fatto di foglie, frutta e radici.
Una volta, sedendo assieme, Jivaka disse: " Signore, si dice che permetti
272 Libro terzo

ai bhikkhu di mangiare carne. Corre voce che Gautama tollera l'uccisione


di animali per nutrire se stesso e i suoi discepoli. Alcuni si spingono oltre,
accusandoti di esigere apertamente carne per il cibo del sangha. So che so­
no menzogne, ma vorrei conoscere il tuo pensiero al riguardo" .
"Jivaka" rispose il Buddha, "non dice i l vero chi afferma che ammetto
l 'uccisione di animali per cibare me stesso e i bhikkhu. Più volte ho parla­
to di questo argomento. Se un bhikkhu vede uccidere un animale apposta
per lui, deve rifiutare l'offerta. Oppure, anche senza vederlo con i propri
occhi, se viene a sapere che un animale è stato ucciso per lui, deve rifiutare
l'offerta. Inoltre, se ha buoni motivi per sospettare che un animale sia stato
ucciso per lui, deve rifiutare l'offerta. Jivaka, nella pratica dell'elemosina­
re, un bhikkhu accetta qualunque cibo, con l'eccezione di parti di un ani­
male ucciso apposta per lui. Chi comprende il voto di compassione dei
bhikkhu offre solo cibo vegetariano. Ma a volte una persona può disporre
soltanto di cibo che contiene carne. Inoltre, una persona che non ha avuto
ancora contatti con il Buddha, il Dharma e il Sangha ignora che i bhikkhu
preferiscono il cibo vegetariano. In casi come questi, il bhikkhu accetta
l 'offerta per desiderio di non offendere il donatore e per volontà di stabili­
re un contatto che possa avvicinare quella persona alla Via della Liberazio­
ne.
"Jivaka, un giorno tutti avranno compreso che i bhikkhu sono contrari
all'uccisione degli animali. Allora nessuno offrirà più carne, e i bhikkhu
potranno nutrirsi di soli vegetali" .
"Ritengo" disse Jivaka, " che una dieta vegetariana assicuri una salute
migliore. Ci si sente più leggeri e si è meno predisposti alle malattie. Da
dieci anni mi nutro solo di vegetali, ed è ottimo per la salute e lo sviluppo
della compassione. Sono felice, signore, che tu mi abbia esposto con chia­
rezza il tuo pensiero" .
Jivaka terminò lodando l a consuetudine del sangha di non mangiare ci­
bo avanzato dal giorno prima, che rischia di andare a male ed essere noci­
vo. li Buddha lo ringraziò invitandolo a esporre di nuovo alla comunità le
regole basilari dell'igiene.
59

La rete delle teorie

Il bosco di manghi di Jivaka era tranquillo e spazioso: un frutteto con


piccole capanne per le bhikkhuni sparpagliate qua e là. Una sera andò a
sottoporre un problema al Buddha una giovane bhikkhuni di nome
Subha. Terminata la questua stava tornando al boschetto di manghi quan­
do, nella via deserta, le si parò improvvisamente innanzi un uomo. Intuen­
done le intenzioni disoneste, Subha era tornata al respiro per mantenersi
calma e lucida. Lo guardò negli occhi e disse: " Sono una monaca e seguo
la Via del Buddha. Ti prego di !asciarmi passare perché possa fare ritorno
al monastero" .
"Tu sei giovane e molto bella", disse l'uomo. " Perché sprecarti radendo
il capo e indossando la veste gialla? Perché vivere la vita ascetica? Il tuo
dolce corpo dovrebbe essere avvolto in un sari di seta del Kasi. Non ho
mai visto nessuna più bella di te. Vieni con me a conoscere i piaceri del
corpo".
Subha si mantenne calma. "Non parlare sventatamente. Io cerco la feli­
cità nella liberazione e nell'illuminazione. I cinque desideri conducono
soltanto alla sofferenza. Lasciami passare. Ti sarò grata per la tua com­
prensione" .
L'uomo non si mosse. "Splendidi sono i tuoi occhi. N�m ho mai visto
occhi più belli. Non sarò tanto sventato da !asciarti passare. Tu verrai con
me" .
Fece per toccarla m a Subha indietreggiò e disse: "Non mi toccare. Non
puoi violare una monaca. Stanca di vivere oppressa dalla brama e
dall'odio, ho scelto la vita spirituale. Dici che i miei occhi sono splendidi.
Bene: me li strapperò e te li darò. Meglio cieca che violata da te" .
A quel tono deciso l'uomo esitò. Era sicuro che avrebbe messo in prati­
ca la minaccia e arretrò di un passo. "Non fare che i tuoi desideri ti indu­
cano a commettere un crimine" , disse Subha. " Non sai che il re Bimbisara
ha stabilito per decreto che chiunque danneggi un membro del sangha del
27 4 Libro terzo

Buddha verrà punito severamente? Se non mantieni maniere appropriate e


minacci la mia castità o la mia vita, sarai imprigionato e punito" .
L'uomo tornò di colpo in sé e capì come la cieca passione porti alla sof­
ferenza. Si scostò per !asciarla passare e le gridò dietro: "Ti prego, sorella,
perdonami. Spero che tu ottenga il tuo scopo sul cammino spirituale" .
Subha continuò a camminare senza voltarsi.
Il Buddha ne elogiò il coraggio e la lucidità. Disse: "È pericoloso per
una monaca andare da sola per strade deserte. Questo è uno dei motivi
che mi fecero esitare nell'estendere l'ordinazione alle donne. D'ora in
avanti, Subha, nessuna bhikkhuni andrà sola. Che si tratti di guadare un
fiume, di mendicare in un villaggio o attraversare un campo o foresta, nes­
suna bhikkhuni andrà sola. Inoltre, nessuna bhikkhuni dormirà da sola.
Che passi la notte in un monastero, in una capanna o ai piedi di un albero,
nessuna bhikkhuni dormirà da sola. Vada e dorma almeno con una conso-
rella, così che in due si veglino e proteggano a vicenda" . .
Poi, rivolto ad Ananda, disse: "Prendi nota di questa nuova regola,
Ananda, e di' alle bhikkhuni anziane di aggiungerla ai precetti" .
Quindi lasciò il boschetto di manghi di Jivaka in direzione di N alanda,
accompagnato da un gran numero di monaci. Tutti camminavano lenta­
mente e con presenza mentale. Tutti osservavano il proprio respiro. Si ac­
codarono due asceti, Suppiyo e il suo discepolo Bramadatta, intenti a par­
lare ad alta voce dell'insegnamento del Buddha. Suppiyo lo denigrava e lo
metteva in ridicolo mentre, fatto strano, il discepolo controbatteva lodan­
do il Buddha e il suo insegnamento. Le parole toccanti ed eloquenti rivolte
dal discepolo al maestro commossero i bhikkhu, che non poterono fare a
meno di udire il dialogo che si svolgeva alle loro spalle.
La sera i bhikkhu si fermarono ad Ambalatthika, una lussureggiante fo­
resta che apparteneva alla famiglia reale. Il re Bimbisara aveva mandato a
dire che tutti i ricercatori spirituali, di qualunque scuola, potevano fermar­
si ad Ambalatthika ogni volta che volessero. Anche Suppiyo e Bramadatta,
infatti, passarono lì la notte.
Il mattino seguente, i bhikkhu commentarono il dialogo scambiato il
giorno prima tra i due asceti. Uditili, il Buddha disse: "Bhikkhu, ogni volta
che udite denigrare o mettere in ridicolo me o il Dharma, non alimentate
sentimenti di ira, irritazione o indignazione. Tali sentimenti possono sol­
tanto danneggiarvi. Ogni volta che udite elogiare me o il Dharma, non ali­
mentate sentimenti di compiacimento, esultanza o soddisfazione. Anche
tali sentimenti possono soltanto danneggiarvi. Il giusto atteggiamento sta
nell'esaminare le critiche per vedere ciò che vi è di falso e ciò che vi è di
vero. Solo così potrete progredire realmente nella comprensione.
"Bhikkhu, molti, tra coloro che elogiano il Buddha, il Dharma e il San­
gha non ne hanno che una conoscenza superficiale. Apprezzano la vita ca-
La rete delle teorie 275

sta, semplice e serena dei bhikkhu, ma non vedono oltre questo. Coloro
che hanno compreso le profondità del Dharma, non pronunciano che par­
che parole di lode. Essi comprendono la vera saggezza dell'illuminazione.
Tale saggezza è profonda, sublime e meravigliosa. Trascende ogni pensie­
ro e ogni parola ordinari.
" Bhikkhu, vi sono nel mondo innumerevoli filosofie, dottrine e teorie.
A motivo delle proprie teorie, le persone disputano e altercano senza fine.
Esistono sessantadue teorie principali su cui si basano le migliaia di filoso­
fie e religioni di questo mondo. Considerate dal punto di vista della Via
dell'Illuminazione e della Liberazione, tutte e sessantadue sono errate e ri­
sultano di impedimento" .
Quindi enumerò le sessantadue teorie mettendone in luce gli errori.
Espose le diciotto teorie relative al passato: quattro sostenenti l'eternali­
smo, quattro il parziale eternalismo, quattro la natura finita e infinita del
mondo, quattro l'ambiguità della risposta, e due l'inesistenza della causa­
lità. Poi espose le quarantaquattro teorie relative al futuro: sedici sostenen­
ti la soprawivenza dell'anima dopo la morte, otto la non soprawivenza
dell'anima dopo la morte, otto la né soprawivenza né non sopravvivenza
dell'anima dopo la morte, sette teorie nichiliste, e cinque sostenenti che il
presente è già il Nirvana. Dopo averne passati in rassegna gli errori, conti­
nuò: "Un pescatore cala la rete nell'acqua per catturare tutti i gamberi e i
pesci che riesce a prendere. Vede le creature tentare di balzar fuori dalla
rete e dice: 'Per alto che saltiate, ricadrete comunque nella rete'. Egli è nel
giusto. Le migliaia di credenze che fioriscono ai nostri giorni ricadono tut­
te dentro la rete delle sessantadue teorie principali. Bhikkhu, non fatevi
ammaliare dalla rete e non cadetevi dentro. Sprechereste il vostro tempo e
perdereste l'opportunità di praticare la Via dell'Illuminazione. Non cadete
nella rete delle speculazioni astratte.
"Bhikkhu, tutte queste credenze e dottrine sorgono dalle percezioni e
dalle sensazioni, che portano fuori strada. Senza la presenza mentale, non
si può vedere la vera natura delle percezioni e d�lle sensazioni. Giungendo
alle radici e vedendo la vera natura delle vostre stesse perc�ioni e sensa­
zioni, conoscerete la natura impermanente e interdipendente di tutti i
dharma. Così, non vi farete più catturare dalla rete del desiderio, dell'ansia
e della paura, né dalla rete delle sessantadue errate teorie" .
Terminato il discorso di Dharma, il venerabile Ananda passeggiò per
aiutarsi a ricordare ogni parola pronunciata dal Buddha. " Questo è un su­
tra fondamentale" , si disse. " Lo chiamerò Brahmajala Sutra, il Sutra della
grande rete, perché è la rete che raccoglie tutte le false teorie e i dogmi di
questo mondo " .
60

La pena della nobile Visakha

Da Ambalatthika il Buddha andò a dare insegnamenti a Nalanda e quin­


di a Campa, una grande città nello stato di Anga. L' Anga era una popolosa
e fertile regione sotto la giurisdizione del re Bimbisara. Il Buddha si stabilì
in una fresca foresta vicino al lago Gaggara, ricco di profumati fiori di loto.
In gran numero accorrevano per udire l'insegnamento, tra cui un giova­
ne e ricco brahmano, Sonadanda, rinomato in tutta la regione per la scal­
tra intelligenza. Gli amici avevano tentato di dissuaderlo dal visitare il
Buddha, pensando che sarebbe stato troppo onore per il monaco Gauta­
ma. Sorridendo, Sonadanda aveva dichiarato di non voler perdere l' occa­
sione di conoscere un uomo di non comune saggezza quale era il Buddha.
Un'occasione simile, disse, si presenta una volta in mille anni.
"Vado per approfondire le mie conoscenze", aveva detto Sonadanda.
"Voglio vedere in quali campi il monaco Gautama mi supera, e in quali è
da me superato" .
Molte centinaia di b rahmani decisero allora di accompagnarlo al lago
Gaggara. Fiduciosi in Sonadanda, erano certi che avrebbe palesato la su­
periorità degli insegnamenti della loro casta su quelli del Buddha. Sapeva­
no che Sonadanda non avrebbe gettato la vergogna sui brahmani.
Quando Sonadanda si trovò di fronte al Buddha attorniato da una nu­
merosa folla, esitò per un momento, indeciso su come incominciare. Ma il
Buddha gli venne in soccorso, parlando per primo: " Sonadanda, puoi dir­
ci quali sono le qualità di un vero brahmano? Se occorre, cita pure la testi­
monianza dei Veda".
I Veda erano la specialità di Sonadanda, che prese animo. " Monaco
Gautama" disse, "un vero brahmano possiede cinque qualità: bell'aspetto,
abilità nella recitazione dei testi e nell'officiare i rituali, purezza di sangue
da sette generazioni, azione virtuosa e saggezza".
"Di queste cinque" chiese il Buddha, " quali sono le qualità essenziali?
Si è veri brahmani in assenza di una soltanto? " .
La pena della nobile Visakha 277

Dopo attenta riflessione, Sonadanda rispose che solo le ultime due era­
no veramente indispensabili. La bellezza fisica, l'abilità nella recitazione e
nei rituali, e la purezza del sangue non erano essenziali. Queste parole tur­
barono i cinquecento brahmani che si alzarono in piedi agitando le braccia
per opporsi alle affermazioni di Sonadanda, convinti che si fosse lasciato
influenzare dalla domanda del Buddha e che la sua risposta minacciasse la
loro casta.
"Illustri ospiti ! " , li apostrofò il Buddha. "Se avete fiducia in Sonadan­
da, calmatevi e !asciatelo continuare. Se invece gli avete tolto la vostra fi­
ducia, che sieda e un altro si faccia avanti per parlare con me" .
Nessuno parlò. Sonadanda guardò il Buddha e disse: "Monaco Gauta­
ma, concedimi di scambiare due parole con i miei amici" .
Quindi s i volse ai brahmani e, indicando un giovane seduto nella prima
fila, disse: "Vedete mio cugino Angaka? È un ragazzo bello e aggraziato. li
suo contegno è nobile ed elegante. A parte lo stesso Gautama, ben pochi
possono contendere con il suo garbo. Angaka è inoltre un profondo cono­
scitore dei Veda, abile nella recitazione dei testi e nell'officiare i rituali, da
entrambe le discendenze è di sangue purissimo da sette generazioni. Nes­
suno può· negargli queste tre qualità. Ma supponiamo che Angaka fosse un
ubriacone dedito all'uccidere, al rubare, al violentare e al mentire. Che va­
lore avrebbero il suo bell'aspetto, l'abilità nei rituali e la purezza del san­
gue? Amici cari, dobbiamo ammettere che l'azione virtuosa e la saggezza
sono le uniche qualità che designano un vero brahmano. Questa è una ve­
rità da affermare davanti a chiunque, non solo al monaco Gautama" .
L a folla applaudi in segno di approvazione. Quando gli applausi si
spensero, il Buddha chiese a Sonadanda: "Di queste due qualità, azione
virtuosa e saggezza, è una più essenziale dell'altra? " .
"Monaco Gautama" rispose Sonadanda, "l'azione virtuosa si origina
dalla saggezza, e questa si accresce in virtù di quella. Come lavare una ma­
no con l'altra mano, o sfregare un piede con l'altro piede. L'azione virtuo­
sa e la saggezza si nutrono e si rafforzano a vicenda. L'azione virtuosa fa
risplendere la saggezza, la saggezza rende l'azione sempn; più virtuosa.
'
Queste due qualità sono i beni più preziosi della vita" .
" Eccellente, Sonadanda ! " , concordò il Buddha. "Tu dici il vero. L'azio­
ne virtuosa e la saggezza sono i beni più preziosi della vita. Ma puoi dirci
come si sviluppano al massimo grado l'azione virtuosa e la saggezza? " .
Sonadanda sorrise, giunse l a mani, s'inchinò e disse: "Maestro, insegna­
celo tu. Noi conosciamo la teoria, ma tu sei l'unico che ha veramente rea­
lizzato la via. Ti prego di dirci come sviluppare al massimo grado l'azione
virtuosa e la saggezza".
Il Buddha parlò allora della Via della liberazione ed espose i Tre Passi
verso l'Illuminazione: precetti, concentrazione e comprensione. L'osser-
278 Libro terzo

vanza dei precetti sviluppa la concentrazione, la concentrazione porta alla


comprensione, la comprensione induce a osservare i precetti in modo sem­
pre più profondo. Maggiore l'osservanza dei precetti, maggiore la concen­
trazione; più profonda la concentrazione, più profonda la comprensione.
Invitò a meditare sull'originazione interdipendente per spezzare le visioni
errate della permanenza e di un sé separato. La meditazione sull'origina­
zione interdipendente consente di recidere i vincoli del desiderio, dell'ira e
dell'ignoranza, recando libertà, pace e gioia.
Sonadanda ascoltava affascinato. Quando il Buddha ebbe terminato, si
alzò, giunse le palme e disse: "Maestro Gautama, accetta la mia più
profonda gratitudine. Oggi mi hai aperto gli occhi. Mi hai condotto fuori
dall'oscurità. Consentimi di prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma e
nel Sangha. Inoltre, invito te e tutti i bhikkhu a mangiare domani nella mia
abitazione".
L'eco dell'appassionato scambio tra il Buddha e il giovane Sonadanda
si ripercosse in tutti gli strati della popolazione. Molti brahmani divennero
discepoli del Buddha, compreso il noto Ambattha e il suo maestro
Pokkharasadi, del villaggio di Lechanankala. Più cresceva il numero di
giovani brahmani che diventavano discepoli del Buddha, più era difficile
per i capi religiosi della regione reprimere l'invidia e il rancore.
Svasti interrogò il venerabile Moggallana sulle scuole religiose che fiori­
vano in quei tempi, e Moggallana gli espose brevemente le dottrine di cia­
scuna.
La più importante era la scuola di Purana Kassapa, che si dimostrava
scettica nei confronti della morale e dell'etica, sostenendo che bene e male
sono solo concetti che derivano dalla consuetudine e dalle convenzioni.
Fatalista era invece la scuola di Makkhali Gasala, che riteneva il destino
degli uomini predeterminato. L'individuo non ha il potere di mutarlo. Se
viene raggiunta la liberazione, siano trascorsi cinquecento o mille anni di
reincarnazioni successive, non lo si deve all'opera personale ma ai voleri
prestabiliti del fato.
Ajita Kesakambali insegnava l'edonismo. Gli uomini, affermava, sono
formati dai quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria. Dopo la morte,
nulla rimane. L'unica cosa da fare è quindi sperimentare tutto il piacere
possibile mentre si è in vita.
L'esatto contrario sosteneva la scuola di Pakudha Kaccayana, che affer­
mava che né l'anima né il corpo vengono distrutti. L'uomo è costituito di
sette elementi: terra, acqua, fuoco, aria, sofferenza, felicità e forza vitale.
Nascita e morte non sono che apparenze esteriori, manifestazioni della
temporanea aggregazione e disgregazione dei sette elementi. La vera es­
senza è invece immortale e non patisce distruzione.
I venerabili Sariputta e Moggallana erano appartenuti alla scuola di
La pena della nobile Visakha 279

Sanjaya Belatthiputta, che insegnava una dottrina relativista secondo la


quale la verità cambia in dipendenza delle circostanze, del tempo e del
luogo. Ciò che è vero in una situazione può non esserlo in un'altra. L'uni­
co criterio di giudizio è la coscienza personale.
Fortemente ascetica era infine la scuola di Nigantha Nataputta, i cui se­
guaci andavano nudi e portavano fino alle estreme conseguenze il precetto
di non uccidere nessun essere vivente. Nigantha insegnava una sorta di fa­
talismo dualistico, secondo il quale l'universo si basa su due opposte forze,
;iva e a;iva, vita e non vita. Questa scuola era molto rispettata dai contem­
poranei ed esercitava il suo influsso su tutti gli strati sociali. I bhikkhu ave­
vano frequenti contatti con gli asceti di Nataputta, con i quali condivide­
vano un profondo rispetto per la vita. Ma c'erano anche differenze fonda­
mentali, e alcuni seguaci di Nigantha si opponevano acremente ai
bhikkhu. Il venerabile Moggallana, ritenendone la dottrina troppo estre­
mistica, non aveva esitato a esporre il proprio parere, attirandosi l'ostilità
della scuola.
Ritornato a Savatthi, il Buddha si fermò nel Parco Orientale. Il flusso
dei visitatori era continuo, e un mattino si presentò anche la nobile Vi­
sakha. La pioggia le aveva infradiciato abiti e capelli. " Visakha" le chiese il
Buddha, " dove sei stata? Perché hai gli abiti e i capelli bagnati?"
" Signore, il mio nipotino è mmto" , singhiozzò la donna. "Volevo in­
contrarti e, nella mia pena, ho dimenticato di prendere qualcosa con cui
ripararmi dalla pioggia" .
" Quanti anni aveva, Visakha? E di cosa è morto ? " .
"Tre anni, signore. È morto di febbre tifoidea".
" Povero bambino! Visakha, quanti sono i tuoi figli e nipoti? " .
"Ho sedici figli, signore. Nove sono sposati, e mi hanno dato otto nipo­
ti. Ma ora non sono che sette" .
" Sei felice, Visakha, di avere numerosi nipoti, è vero ? " .
" Sì, signore. Più n e h o e più sono felice. Niente m i darebbe maggiore
gioia che avere figli e nipoti numerosi come gli abitanti di Savatthi" .
"Visakha, quante persone muoiono ogni giorno a Savatilii? " .
" A volte nove a volte dieci, signore. M a certo ogni giorno una persona
muore a Savatthi. Non c'è giorno in cui qualcuno non muoia" .
" Dunque, Visakha, se i tuoi figli e nipoti fossero numerosi come gli abi­
tanti di Savatthi, i tuoi abiti e i tuoi capelli sarebbero fradici ogni giorno" .
" Ho compreso, h o compreso ! " , esclamò Visakha giungendo le mani.
" Davvero non voglio figli e nipoti numerosi come gli abitanti di Savatthi.
Più numerosi sono i nostri attaccamenti, maggiore è la sofferenza. Me l'hai
insegnato tante volte, e sempre lo dimentico".
Il Buddha sorrise con dolcezza.
" Signore" aggiunse Visakha, "di costume tu ritorni dal tuo peregrinare
280 Libro terzo

poco prima della stagione delle piogge. Per il resto dell'anno i discepoli
hanno grande nostalgia di te. Veniamo al monastero, ma senza di te sem­
bra vuoto. Giriamo alcune volte attorno alla tua capanna e ritorniamo a
casa, non sapendo che altro fare" .
il Buddha rispose: "Visakha, praticare con diligenza l'insegnamento è
più importante che venire al monastero. Ma venire al monastero è un'oc­
casione per udire l'insegnamento del Dharma dai venerabili che qui si tro­
vano. Puoi interrogarli per avere aiuto nella pratica. L'insegnamento e l'in­
segnante sono una cosa sola. Non abbandonare la pratica solo perché io
non sono qui " .
Il venerabile Ananda, che aveva ascoltato, fece una proposta: " Sarebbe
bello piantare un albero della bodhi in questo monastero. I discepoli che
venissero in tua assenza potrebbero rendere omaggio all'albero in tua ve­
ce, e inchinarsi a esso come se si inchinassero a te. Ai suoi piedi potremmo
erigere un altare di pietra per deporvi fiori, e tutti camminerebbero lenta­
mente attorno all'albero praticando la contemplazione del Buddha" .
" Splendida idea ! " , approvò la nobile Visakha. "Ma dove trovare un al­
bero della bodhi? " .
"Potrei procurarmi u n seme dell'albero della bodhi di Uruvela, ai cui
piedi il Buddha ottenne il Risveglio " , rispose Ananda. "Lo pianterò e lo
curero .
, ,

Confortata e gioiosa, la nobile Visakha si inchinò al Buddha e al venera­


bile Ananda, e fece ritorno a casa.
61

Il ruggito del leone

Durante quello stesso ritiro, in seguito a una domanda sull' originazione


interdipendente posta da Ananda, il Buddha espose ai bhikkhu i dodici
anelli della catena dell'esistenza.
"L'insegnamento dell'originazione interdipendente" disse, "è profondo
e sottile. Non pensate di comprenderlo attraverso le parole e le discussio­
ni. Bhikkhu, udendo l'insegnamento dell' originazione interdipendente, il
venerabile Uruvela Kassapa entrò nel sentiero del vero Dharma. Udendo
una gatha sull'originazione interdipendente, il venerabile Sariputta,
anch'egli tra i monaci più onorati, entrò nel sentiero. Contemplate in ogni
momento la natura dell'originazione interdipendente. Guardando una fo­
glia, vedendo una goccia di pioggia, meditate su tutte le condizioni, prossi­
me e remote, che hanno contribuito all'esistenza della foglia o della goccia
di pioggia. Conoscete il mondo come una rete di fili strettamente intrec­
ciati. Questo è, perché quello è. Questo non è, perché quello non è. Que­
sto è nato, perché quello è nato. Questo muore, perché quello muore.
"La nascita e la morte di ogni dharma sono interrelate alla nascita e
morte di tutti gli altri dharma. L'uno contiene i molti, e i molti contengo­
no l'uno. Senza l'uno, non possono esservi i mo�ti. Senza i molti, non può
esservi l'uno. Ecco la meravigliosa verità dell' originazione il;lterdipenden­
te. Vedendo in profondità nella natura dei dharma, trascenderete ogni an­
sia nei confronti di nascita e morte, infrangerete il cerchio della nascita e
della morte.
"Bhikkhu, gli anelli di interconnessione hanno diversi strati e livelli, ma
se ne possono individuare quattro gruppi principali: cause prime, cause
seconde, causa derivata dal momento immediatamente precedente, e cau­
sa derivata dall'oggetto.
"La causa prima è la condizione indispensabile alla nascita di un feno­
meno. Per fare un esempio, il chicco di riso è la causa prima della pianta.
Le cause seconde sono le condizioni concomitanti. Nell'esempio del chic-
282 Libro terzo

co di riso, sono il sole, la pioggia e la terra che consentono al seme di tra­


sformarsi in pianta.
" La causa derivata dal momento immediatamente precedente è lo svol­
gersi ininterrotto del processo, che vale da condizione soggiacente. Senza
la continuità del processo, lo sviluppo del seme in pianta si interrompe
senza giungere a compimento. La causa derivata dall'oggetto si riferisce
agli oggetti della coscienza. Un chicco di riso, e la totalità delle cause pros­
sime e remote che lo trasformano in pianta, sono oggetti della coscienza.
La mente è la base dell'esistenza di tutti i dharma.
"Bhikkhu, la sofferenza c'è perché ci sono nascita e morte. E che cosa
dà origine a nascita e morte? L'ignoranza. Nascita e morte sono prima di
tutto concetti mentali, prodotti dall'ignoranza. Guardando in profondità e
giungendo alle cause di tutte le cose, l'ignoranza viene superata. Superata
l'ignoranza, sono trascesi i pensieri di nascita e morte. Trascesi i pensieri
di nascita e morte, ci si libera dall'ansia e dal timore.
"Bhikkhu, il concetto di morte c'è perché c'è il concetto di nascita. En­
trambe sono visioni errate radicate nella falsa idea di un sé. La falsa idea di
un sé c'è perché c'è attaccamento. L'attaccamento c'è perché c'è deside­
rio. Il desiderio c'è perché non si comprende la vera natura delle sensazio­
ni. Non si comprende la vera natura delle sensazioni perché si è imprigio­
nati nel contatto tra gli organi sensoriali e i loro oggetti. Si è imprigionati
nel contatto tra gli organi sensoriali e i loro oggetti, perché la mente non è
chiara e calma. La mente non è chiara e calma perché soggiace a spinte e
impulsi. Spinte e impulsi derivano dall'ignoranza. Questi dodici anelli del­
la catena dell'esistenza sono interc01messi reciprocamente. In ogni anello
troviamo gli altri undici. Se uno solo manca, mancano tutti. lo li chiamo:
Morte, Nascita, Divenire, Attaccamento, Brama, Sensazioni, Contatto, Sei
Organi sensoriali, Nome e Forma, Coscienza, Spinte e Impulsi, e Igno­
ranza.
"Bhikkhu, l'ignoranza soggiace a tutti e dodici gli anelli della catena
dell'esistenza. Mediante la contemplazione della natura dell' originazione
interdipendente, si dissipa l'ignoranza e si trascende ogni dolore e ansia.
L'illuminato attraversa le onde della nascita e della morte senza lasciarsi
sommergere. L'illuminato usa i dodici anelli della catena come fossero
ruote di un carro. L'illuminato vive nel mondo ma non ne è mai dominato.
Bhikkhu, non cercate di fuggire da nascita e morte. Sollevatevi semplice­
mente più in alto. Trascendere nascita e morte è l'ottenimento dei Grandi
Esseri " .
Alcuni giorni dopo, nel dibattito che seguì, il venerabile Mahakassapa
fece presente alla comunità che il Buddha aveva insegnato molte volte
l' originazione interdipendente, e che quindi questo insegnamento era da
considerarsi il cuore della Via del Risveglio. Ricordò che, in un'occasione,
Il ruggito del leone 283

il Buddha aveva usato un mucchietto di canne per illustrare l'originazione


interdipendente, spiegando come le cose non abbiano necessità di un
creatore poiché si originano le une dalle altre. L'ignoranza causa le spinte
e gli impulsi, e le spinte e gli impulsi rigenerano l'ignoranza, così come,
per stare in piedi, le canne si appoggiano l'una all'altra e, se solo una cade,
tutte cadono. È una verità universale: l'uno crea i molti, e i molti l'uno.
Guardando in profondità, potremo vedere l'uno nei molti e i molti
nell'uno.
Durante quello stesso ritiro, alcuni brahmani cospirarono accusando
falsamente il Buddha di avere rapporti sessuali con una donna e di averla
resa gravida. Fecero credere a una bella e giovane donna della loro casta,
di nome Cinca, che il Buddha era responsabile del rapido declino della fe­
de dei loro antenati poiché istigava proditoriamente i giovani a diventare
suoi discepoli. Desiderosa di difendere la fede dei padri, Cinca approvò il
piano.
Prese a venire ogni giorno a J etavana avvolta in uno splendido sari, con
in mano un mazzo di fiori freschi. Non assisteva ai discorsi di Dharma ma
si appostava all'uscita della sala. All'inizio, quando le chiedevano dove an­
dasse o cosa facesse, si limitava a sorridere. Dopo alcuni giorni, incomin­
ciò a rispondere ritrosamente: "V ado dove vado " . Dopo alcune settimane
di reticenze, rispondeva: "Vado dal monaco Gautama" . Infine, fu udita
esclamare: " Splendido dormire a J etavana ! " .
A quelle parole ronzarono molte orecchie e alcuni laici incominciarono
a nutrire dubbi e sospetti, pur senza pronunciarsi. Un giorno, Cinca pre­
senziò a un discorso del Buddha. Il suo ventre era palesemente ingrossato.
Interrompendo il Buddha che stava parlando, Cinca si alzò e si mise a gri­
dare: " Maestro Gautama ! Sei bravo a parlare del Dharma e perciò tutti ti
stimano . Ma nulla t'importa di questa misera donna incinta di te. Il bam­
bino che porto è tuo. Ti assumerai la responsabilità di tuo figlio? " .
Un'onda di sgomento percorse l'assemblea. Gli occhi di tutti si fissaro­
no sul Buddha, che sorrise e rispose tranquillap1ente: " Signora, solo tu e io
sappiamo se le tue parole sono vere" . ;
La serenità del Buddha mise in agitazione Cinca, che ribatté: "È così,
solo tu e io sappiamo se le mie parole sono vere " .
L a comunità non riuscì a frenare oltre lo stupore. Molti si levarono ira­
ti, e Cinca temette che la b attessero. Cercò una via di fuga ma, accecata
dal panico, sbatté contro un pilastro e scivolò al suolo. Negli sforzi di ti­
sollevarsi, le cadde sul piede un blocco di legno che portava legato all'ad­
dome. Cinca urlò di dolore e si afferrò il piede dolorante. Il suo addome
era perfettamente piatto.
Un sospiro di sollievo si levò dall'assemblea. Chi scoppiò a ridere e chi
derideva la donna. La bhikkhuni Khema si alzò e l'accompagnò amorevol-
284 Libro terzo

mente fuori dalla sala. Il Buddha attese che le due donne uscissero, poi ri­
prese il discorso di Dharma come se nulla fosse accaduto.
"Assemblea" disse, "la Via dell'Illuminazione abbatte le mura dell'igno­
ranza, così come la luce dissipa le tenebre. Le Quattro Nobili Verità, l'Im­
permanenza, il Non sé, l'Originazione interdipendente, i Quattro Fonda­
menti della Consapevolezza, i Sette Fattori di Risveglio, le Tre Porte e il
Nobile Ottuplice Sentiero sono stati annunciati al mondo come un ruggito
di leone che disperde le innumerevoli false dottrine e le visioni ristrette. Il
leone è il re degli animali. Quando esce dalla tana, si stira e fissa a lungo lo
sguardo nelle quattro direzioni. Prima di cacciare la preda, emette un po­
deroso ruggito che atterrisce le creature. Gli uccelli si levano in volo, i coc­
codrilli si acquattano nell'acqua, le volpi scivolano nei loro covi. Anche gli
elefanti dei villaggi, pavesati dì ornamenti e fasce colorate e protetti da pa­
rasole dorati, si danno alla fuga udendo il ruggito.
"Assemblea, la proclamazione della Via dell'Illuminazione è come il
ruggito del leone. Le false dottrine tremano e sono atterrite. All'annuncio
dell'Impermanenza, del Non sé e dell'Originazione interdipendente, colo­
ro che a lungo hanno cercato falso riparo nell'ignoranza e nella disatten­
zione si risvegliano, siano uomini o esseri celesti. Allora, vedendo il baglio­
re della verità, si esclama: 'A lungo abbiamo abbracciato visioni pericolo­
se, reputando permanente ciò che è impermanente e credendo nell'esi­
stenza di un sé separato. Scambiavamo la sofferenza per il piacere e consi­
deravamo eterno il momentaneo. Confondevamo il falso con il vero, ma
ora è venuto il tempo di abbattere le mura della distrazione e delle false
opinioni' .
"Assemblea, la Via dell'Illuminazione permette all'umanità di sollevare
la spessa cortina delle false opinioni. Apparendo un illuminato, la Via ri­
suona maestosamente come il gonfiarsi della marea. Levandosi, la marea
spazza ogni falsa visione.
"Assemblea, gli uomini cadono facilmente in quattro trappole. La pri­
ma è l'attaccamento al piacere dei sensi, la seconda l'attaccamento alle vi­
sioni ristrette, la terza è il dubbio e il sospetto, la quarta è la falsa credenza
nel sé. La Via dell'Illuminazione ci fa evitare le quattro trappole.
"Assemblea, l'insegnamento dell'originazione interdipendente fa supe­
rare gli ostacoli e le trappole. Contemplate la natura dell'impermanenza
durante tutta la giornata: nel corpo, nelle sensazioni, nella mente e negli
oggetti mentali" .
Ananda ripeté il discorso il giorno seguente nella sala principale. Lo
chiamò il Sutra del ruggito del leone.
Durante il ritiro la malaria colpì molti bhikkhu che, pallidi e dimagriti,
non riuscivano più a mendicare. I sani dividevano il cibo con i malati, ma
il riso speziato era dannoso allo stomaco indebolito. Il Buddha diede allo-
Il ruggito del leone 285

ra il permesso ai laici di preparare del cibo apposito per i malati, vivande


facilmente digeribili come porridge di riso con miele, latte, zucchero di
canna e olio, tutti ingredienti salutari. Grazie alla nuova dieta, i bhikkhu si
rimisero a poco a poco in salute.
Un giorno, alla fine della meditazione seduta, il Buddha udì il gracchia­
re di uno stuolo di corvi. Andò a vedere, e colse dei bhikkhu che gettava­
no ai corvi il cibo destinato ai malati. Molti fratelli, spiegarono i bhikkhu,
stavano troppo male per poter mangiare. Mezzogiorno era ormai passato,
e la regola vietava ai bhikkhu di prendere cibo dopo le dodici. Il Buddha
domandò perché non lo conservassero per l'indomani, e gli risposero che
il cibo non doveva venire conservato da un giorno all'altro. Il Buddha sta­
bilì allora che i malati potevano prendere il cibo dopo mezzogiorno, e che
particolari alimenti potevano venire conservati per l'indomani.
Poco tempo dopo giunse dalla capitale un medico per vedere il venera­
bile Sariputta. Prescrisse ai bhikkhu una dieta di erbe medicinali e vivande
speciali, grazie alle quali i malati guarirono rapidamente.
62
Il ruggito di Sariputta

Al termine del ritiro delle piogge, il venerabile Sariputta venne a saluta­


re il Buddha prima di partire per diffondere il Dharma. Il Buddha gli au­
gurò un viaggio sereno e privo di pericoli, con la mente e il corpo liberi da
preoccupazioni. Gli augurò che la sua opera di diffusione del Dharma non
incontrasse soverchi ostacoli. Sariputta ringraziò il signore Buddha e partì.
A metà della giornata un bhikkhu venne a lamentarsi con il Buddha per
essere stato maltrattato da Sariputta. " Chiesi al venerabile Sariputta dove
fosse diretto" spiegò il monaco. "Non solo rifiutò di rispondermi ma mi
diede una spinta che mi buttò a terra. Senza scusarsi, continuò il suo cam-
.
mmo ."

Il Buddha si rivolse ad Ananda e disse: " Sariputta non sarà ancora lon­
tano. Manda un novizio a cercarlo, e questa sera terremo una riunione nel­
la sala del Dharma di Jeta " .
Ananda fece come gli era stato detto. Nel tardo pomeriggio Sariputta
era di ritorno accompagnato dal novizio. "Sariputta" gli disse il Buddha,
" questa sera la comunità si riunisce nella sala del Dharma. Un bhikkhu ti
accusa di averlo gettato per terra senza neppure scusarti" .
I venerabili Moggallana e Ananda fecero il giro del monastero per an­
nunciare la riunione serale. " Partecipate tutti all'incontro nella sala del
Dharma. Questa sera il fratello Sariputta lancerà il ruggito del leone" .
Alla riunione non mancava nessuno. Tutti desideravano vedere come
avrebbe affrontato coloro che da tanto tempo invidiavano la sua alta posi­
zione nel sangha. Sariputta era uno dei più fidi discepoli del Buddha, e per
questo era fatto segno di equivoci e gelosie. Alcuni bhikkhu ritenevano
che la fiducia che il Buddha riponeva in lui fosse eccessiva, e che esercitas­
se un potere troppo grande. Altri, ripresi dal Buddha, pensavano erronea­
mente che fosse Sariputta l'ispiratore dei rimproveri. Alcuni giungevano a
odiarlo, incapaci di dimenticare che alcuni anni prima il Buddha l'aveva
invitato a dividere il proprio seggio.
Il ruggito di Sariputta 287

Il venerabile Ananda ricordava un monaco di nome Kokalika che vive­


va a Jet avana otto anni prima. Kokalika nutriva un tale odio per Sariputta
e Moggallana che lo stesso Buddha non riuscì a distoglierlo. Sosteneva che
entrambi non erano che ipocriti mossi soltanto dall'ambizione. Il Buddha
lo invitò a un colloquio privato per convincerlo della sincerità dei due an­
ziani, che erano invece mossi da pura benevolenza. Ma la mente di Koka­
lika era a tal punto pervasa dall'invidia e dall'odio che lasciò il monastero
e divenne uno dei più stretti accoliti di Devadatta.
Fatti come questi avevano fatto esitare Ananda ad accettare l'incarico di
attendente del Buddha. Sapeva che, senza le condizioni che aveva avanza­
to, come ad esempio non dormire nella stessa capanna del Buddha e non
dividere lo stesso cibo, molti fratelli avrebbero nutrito risentimento anche
nei suoi confronti. Più di un bhikkhu pensava di non ricevere abbastanza
attenzione dal Buddha, e Ananda sapeva che quella sensazione poteva tra­
mutarsi in rabbia e odio, spingendo addirittura qualcuno ad abbandonare
il Buddha, il loro maestro.
Ananda ricordava anche una donna di nome Magandika. Era del villag­
gio di Kalmasadamya, a Kosambi, e aveva preso a odiare il Buddha pro­
prio perché non riceveva le attenzioni che esigeva. Era una bellissima don­
na della casta dei brahmani e conobbe il Buddha quando questi aveva
quarantaquattro anni. Ne provò un'immediata attrazione e, quando i suoi
sentimenti si fecero più profondi, volle sapere se anche il Buddha li con­
traccambiava. Magandika mise in atto tutto quello che le venne in mente
per ricevere un'attenzione speciale, ma il Buddha la trattava come ogni al­
tro. Finì che l'amore si mutò in odio. Quando, in seguito, divenne la mo­
glie del re Udena di Vatsa, usò rango e influenza per diffondere voci ca­
lunniose e ingiurie sul conto del Buddha. Fece pressioni perché si vietasse
al Buddha di tenere discorsi di Dharma in pubblico. Dopo che Samavati,
una concubina cara al re Udena, divenne discepola del Buddha, Magan­
dika non perse occasione per tormentarla. Amareggiato, Ananda propose
di lasciare Kosambi per diffondere il Dharma. in un luogo più ospitale, ma
il Buddha obiettò: " Se andassimo in un altro luogo e anqhe lì trovassimo
·

ostacoli e ingiurie, che cosa faremmo? " .


"Andremmo in un altro luogo ancora" , rispose Ananda.
Il Buddha dissentì: "È sbagliato, Ananda. Non dobbiamo scoraggiarci
davanti alle difficoltà, ma trovare la soluzione nel mezzo delle contrarietà.
Ananda, praticando l'equanimità non saremo turbati dalle ingiurie e le ca­
lunnie. Chi ci calunnia non danneggia noi ma fa del male a se stesso. Se un
uomo sputa contro il cielo, il cielo non si insudicia e lo sputo ricade sulla
faccia di chi ha sputato" .
Ananda non dubitava della capacità di Sariputta di affrontare la situa­
zione. Il venerabile Sariputta meritava la fiducia del Buddha, era un degno
288 Libro terzo

e virtuoso anziano del sangha e, grazie alla profonda saggezza, il Buddha


ricorreva al suo aiuto per guidare la comunità. Era egli stesso autore di va­
ri sutra, tra cui l'Hatthipadopanna Sutta, il Sutra dell'orma dell'elefante, in
cui esponeva il rapporto tra i quattro elementi e i cinque aggregati in un
modo originale derivatogli dalla personale esperienza di pratica.
Il Buddha fece il suo ingresso nella sala del Dharma e tutti i bhikkhu si
levarono in piedi. Li invitò a sedere e sedette lui stesso. Fece cenno al ve­
nerabile Sariputta di prendere posto su un basso sedile accanto a sé e gli
disse: "Un bhikkhu ti accusa di averlo gettato a terra senza scusarti. Che
cos'hai da dire? " .
Il venerabile Sariputta si alzò, giunse le mani, si inchinò prima al
Buddha poi alla comunità, e disse: " Signore, un monaco che non pratica,
che non contempla il corpo nel corpo, che non è consapevole delle azioni,
tale monaco potrebbe davvero gettare a terra un fratello e non scusarsi.
" Signore, ricordo ancora l'insegnamento che hai dato al bhikkhu Rahu­
la quattordici anni fa. Egli aveva soltanto diciotto anni. Gli insegnasti a
contemplare la natura della terra, dell'acqua, del fuoco e dell'aria per ali­
mentare e sviluppare le quattro virtù della gentilezza amorevole, della
compassione, della gioia compartecipe e dell'equanimità. Le tue parole
erano dirette a Rahula, ma anch'io imparai da esse. In questi quattordici
anni mi sono dedicato a metterle in pratica, e tanto spesso ti ho ringraziato
nel mio intimo.
"Signore, ho imparato a essere come la terra. La terra è grande e acco­
gliente, e ha la virtù di ricevere e trasformare. Che gli uomini la cosparga­
no di sostanze pure e odorose come fiori, profumi o latte, o che vi gettino
sostanze immonde e puzzolenti come escrementi, urina, sangue e muco, o
che vi sputino sopra, la terra riceve ogni cosa con equanimità, senza attac­
camento e senza avversione.
"Signore, ho praticato per rendere il mio corpo e la mia mente sempre
più simili alla terra. Un monaco che non contempli il corpo nel corpo, che
non sia consapevole delle azioni, tale monaco potrebbe davvero gettare a
terra un fratello e non scusarsi. Ma questo non è il mio caso.
" Signore, ho imparato a essere come l'acqua. Che vi immergano sostan­
ze fragranti o contaminate, l'acqua le riceve senza attaccamento e senza av­
versione. L'acqua è grande e scorre, e ha la virtù di trasformare e purifica­
re. Signore, ho praticato per rendere il mio corpo e la mia mente sempre
più simili all'acqua. Un monaco che non contempli il corpo nel corpo, che
non sia consapevole delle azioni, tale monaco potrebbe davvero gettare a
terra un fratello e non scusarsi. Ma questo non è il mio caso.
" Signore, ho imparato a essere come il fuoco. Il fuoco brucia ogni cosa,
le belle e le impure, senza attaccamento e senza avversione. Ha la virtù di
bruciare, purificare e trasformare. Signore, ho praticato per rendere il mio
Il ruggito di Sariputta 289

corpo e la mia mente sempre più simili al fuoco. Un monaco che non con­
templi il corpo nel corpo, che non sia consapevole delle azioni, tale mona­
co potrebbe davvero gettare a terra un fratello e non scusarsi. Ma questo
non è il mio caso.
"Signore, ho imparato a essere come l'aria. L'aria porta ogni odore, i
profumi come i miasmi, senza attaccamento e senza avversione. Ha la virtù
di trasportare, purificare e lasciar andare. Signore, ho praticato per rende­
re il mio corpo e la mia mente sempre più simili all'aria. Un monaco che
non contempli il corpo nel corpo, che non sia consapevole delle azioni, ta­
le monaco potrebbe davvero gettare a terra un fratello e non scusarsi. Ma
questo non è il mio caso.
" Signore, come un bambino intoccabile che, vestito di cenci, mendica
per la via avanzi di cibo, ho imparato a non albergare orgoglio e arrogan­
za. Ho praticato per rendere il mio cuore uguale al cuore di quel bambino.
Ho praticato l'umiltà, non osando mettermi più in alto degli altri. Venera­
bile signore, un monaco che non contempli il corpo nel corpo, che non sia
consapevole delle azioni, tale monaco potrebbe davvero gettare a terra un
fratello e non scusarsi. Ma questo non è il mio caso " .
Il venerabile Sariputta intendeva continuare, m a l'accusatore non resse
oltre. Si alzò e si coprì la spalla con un angolo del sanghati. Si inchinò al
Buddha e, giungendo le mani, confessò: " Signore Buddha, ho violato i
precetti rendendo falsa testimonianza contro il venerabile Sariputta. Con­
fesso la mia colpa davanti a te e alla comunità. Faccio voto di mantenere i
precetti nel futuro" .
"È bene che tu abbia confessato la tua colpa davanti alla comunità. Ac­
cettiamo la tua confessione" , disse il Buddha.
Il venerabile Sariputta giunse le mani e aggiunse: "Non porto rancore a
mio fratello, e lo supplico di perdonare qualunque mia azione l'abbia con­
trariato in passato" .
I l bhik.khu gli s i inchinò a mani giunte, e Sariputta restituì l'inchino. La
sala del Dharma era colma di gioia. Si alzò il venerabile Ananda: "Fratello
Sariputta, rimani qualche giorno con noi. I ·fratelli saranno lieti di averti
con loro" . �
Il venerabile Sariputta sorrise in segno di assenso.
Terminato il ritiro, il Buddha visitò molti villaggi della regione. Un gior
no parlò a Kesaputta, un villaggio del clan dei Kalama. Molti giovani ac
corsero, avendo udito tanto parlare del monaco Gautama senza poterlo
conoscere di persona.
Uno dei giovani giunse le mani e disse: " Maestro, da lungo tempo i
brahmani vengono a Kesaputta per insegnare le loro dottrine, e ciascuno
proclama la propria migliore delle altre. Siamo confusi, non sappiamo
quale sentiero seguire. Abbiamo perduto la fede in tutti. Abbiamo u d i t o
290 Libro terzo

che tu sei un maestro illuminato: puoi dirci a chi credere e a chi no? Chi
dice il vero e chi diffonde falsità? " .
" Capisco i vostri dubbi" , rispose il Buddha. "Amici, non siate impa­
zienti di credere a una cosa anche se tutti la ripetono, o se è scritta nei sa­
cri testi o, ancora, affermata da un maestro riverito dal popolo. Accettate
solo ciò che si . accorda con il vostro giudizio, ciò che i saggi e i virtuosi
condividono, ciò che reca realmente frutto e felicità. Abbandonate quanto
non si accorda con il vostro giudizio, quanto i saggi e i virtuosi non condi­
vidono, quanto non reca realmente frutto e felicità" .
I Kalama l o pregarono di dire d i più. "Amici" continuò allora il
Buddha, " supponiamo che un uomo sia guidato da brama, ira e ignoranza.
La sua brama, l'ira e l'ignoranza gli recheranno felicità o sofferenza? " .
"Maestro" risposero, "brama, ira e ignoranza lo indurranno a compiere
azioni che recheranno sofferenza a se stesso e agli altri" .
"Vivere secondo brama, ira e ignoranza, è condiviso dai saggi e i vir­
tuosi?".
"No, maestro" .
" Supponiamo invece che un uomo sia guidato da gentilezza amorevo­
le, compassione, gioia compartecipe ed equanimità, che dia agli altri fe­
licità alleviandone le sofferenze, che gioisca della fortuna altrui e che con­
sideri tutti quanti senza discriminare. Tali virtù gli recheranno felicità o
sofferenza? " .
"Maestro, tali virtù recheranno felicità a lui e a quanti l o circondano" .
" Gentilezza amorevole, compassione, gioia compartecipe e d equani­
mità, sono condivise dai saggi e i virtuosi? " .
"Certamente, signore" .
"Amici, ecco che siete in grado di giudicare da voi ciò che va accettato
e ciò che va rifiutato. Reputate vero e accettate solo ciò che si accorda con
il vostro giudizio, ciò che i saggi e i virtuosi condividono, ciò che reca real­
mente frutto e felicità a voi stessi e agli altri. Tutto il resto, rifiutatelo" .
I giovani Kalama trassero grande ispirazione dalle parole del Buddha.
Videro che il suo insegnamento non esigeva fede cieca e che la Via rispet­
tava la libertà di pensiero. Quel giorno, in gran numero chiesero di essere
accettati come discepoli.
63

Giungerete al vasto mare

Alavi fu un altro villaggio toccato dal Buddha nel suo peregrinare. Nel­
la pubblica sala venne offerto cibo ai bhikkhu e agli abitanti. Terminato di
mangiare, mentre il Buddha si disponeva a parlare, entrò di corsa un an­
ziano contadino, quasi senza fiato. Aveva fatto tardi perché aveva dovuto
cercare un bufalo che si era perso. Intuendo che non aveva preso cibo in
tutto il giorno, prima di iniziare il discorso il Buddha chiese che gli fosse
servito riso e curry. Molti si spazientirono, non riuscendo a capire perché
un uomo solo dovesse tenere tutti in sospeso.
Quando il contadino ebbe terminato di mangiare, il Buddha disse: "li­
lustri amici, se avessi iniziato a parlare mentre nostro fratello era affamato,
non avrebbe potuto concentrarsi. Sarebbe stato un peccato. Non c'è soffe­
renza maggiore della fame. La fame devasta il corpo e distrugge benessere,
pace e gioia. Ricordiamoci sempre di chi ha fame. Se saltare un unico pa­
sto è spiacevole, pensate alla sofferenza di chi non mangia a sufficienza da
giorni o da settimane. Dobbiamo cooperare perché nessuno nel mondo
debba soffrire la fame" .
D a Alavi, il Buddha risalì il Gange verso nord-ovest, in direzione di Ko­
sambi. Vedendo un tronco portato dalla corrente, si fermò e disse ai
bhikkhu: "Bhikkhu, se quel tronco non si incagliasse contrp la riva, se non
affondasse, se non si arenasse in un banco di sabbia, se nessuno lo toglies­
se dall'acqua, se non fosse catturato da un mulinello e non marcisse all'in­
terno, giungerebbe al mare. Lo stesso per voi che seguite il sentiero. Se
non vi incagliate contro la riva, se non affondate, se non vi arenate in un
banco di sabbia, se nessuno vi toglie dall'acqua, se non venite catturati da
un mulinello e non marcite all'interno, giungerete certamente al vasto ma­
re dell'illuminazione e della liberazione" .
"Spiegati meglio, signore" , chiesero i bhikkh u. " Che cosa intendi con
incagliarsi contro la riva, affondare e arenarsi in un banco di sabbia? " .
"Incagliarsi contro la riva" spiegò il Buddha, "significa venire imprigio-
292 Libro terzo

nati nei sei sensi e nei loro oggetti. Praticando con diligenza, non verrete
imprigionati nelle sensazioni prodotte dal contatto tra i sensi e i loro og­
getti. Affondare significa cadere in schiavitù del desiderio e della brama,
che vi derubano dell'energia necessaria per perseverare nella pratica. Are­
narsi in un banco di sabbia significa preoccuparsi di soddisfare i propri
desideri, ricercando il vantaggio e il prestigio personale, e dimenticando
così il vero scopo che è l'illuminazione. Essere tolti dall'acqua significa di­
strarsi e perdere tempo con gente ordinaria, invece di perseguire lo scopo.
Venire catturati da un mulinello significa farsi legare dai cinque desideri:
di cibo, sesso, denaro, fama e sonno. Marcire all'interno significa compor­
tarsi con falsa virtù, ingannare il sangha e usare il Dharma per assecondare
i propri desideri.
"Bhikkhu, se praticherete con diligenza evitando queste sei trappole,
otterrete di certo il frutto dell'illuminazione, così come quel tronco, evi­
tando gli ostacoli, giungerà sicuramente al mare " .
Mentre così parlava, s i avvicinò per ascoltare u n giovane guardiano di
bufali. Si chiamava N an da. Le parole del Buddha lo toccarono tanto che
chiese di essere accettato come discepolo. "Maestro" disse, " desidero di­
ventare un bhikkhu al pari di questi fratelli. Desidero seguire il sentiero
spirituale. Prometto di dedicarmi allo studio della Via. Eviterò di inca­
gliarmi contro la riva, affondare, arenarmi in un banco di sabbia, essere
tolto dall'acqua, farmi catturare da un mulinello e marcire all'interno. Ti
prego di accettarmi come discepolo" .
Il Buddha si rallegrò per l'intelligenza del ragazzo. Intuiva che era capa­
ce e diligente, anche se probabilmente era del tutto o quasi a"nalfabeta. An­
nuì il proprio assenso e chiese: "Quanti anni hai? " .
"Sedici, maestro" .
" Sono vivi i tuoi genitori? " .
"No, maestro, sono morti e non h o altri parenti. Bado ai bufali di un
ricco possidente in cambio di un tetto" .
"Ti basta un unico pasto al giorno? " .
"È molto tempo che m e lo faccio bastare" .
" Secondo la regola, si deve avere vent'anni per essere accolti nel san­
gha. Prima di questa età, pochi sono in grado di condurre la vita senza ca­
sa dei monaci. Tu mi sembri però un caso speciale, e chiederò alla comu­
nità di fare un'eccezione. Praticherai per quattro anni come un novizio, un
samanera, prima di prendere i voti completi. Riconduci a casa i bufali e
chiedi al tuo padrone il permesso di andartene. Ti attenderemo qui".
"Maestro" replicò Nanda, "non credo sia necessario. Questi bufali sono
molto mansueti e torneranno al recinto anche senza di me" .
Il Buddha si oppose: "No, riportali indietro e chiedi il consenso al tuo
padrone".
Giungerete al vasto mare 293

"E se, quando tornerò, non vi trovassi più? " .


Il Buddha sorrise: "Non temere. Hai l a mia parola che ti aspetteremo " .
Mentre Nanda riconduceva i bufali indietro, il Buddha chiamò Svasti.
" Svasti, ti affiderò quel ragazzo. Tu sei il più indicato per guidarlo e aiu­
tarlo" .
Svasti giunse le mani e sorrise. Aveva ormai trentanove anni ed era un
venerabile. Sapeva perché il Buddha desiderava affidargli Nanda. Molti
anni prima, quando era egli stesso un giovane guardiano di bufali come
Nanda, aveva ispirato al Buddha il Sutra del guardiano di bufali. Sapeva
anche che era in grado di guidare Nanda sul sentiero e che il suo più caro
amico, il venerabile Rahula, l'avrebbe aiutato. Rahula aveva adesso trenta­
sei anni.
I fratelli di Svasti erano cresciuti e avevano tutti una famiglia. La
capanna in cui avevano abitato bambini non esisteva più da lungo tempo.
Sorridendo, Svasti ricordò la volta in cui, assieme a Rahula, era ritornato
a Uruvela. Rupak si era sposato e si era trasferito in un altro villaggio.
Bhima e Bala stavano ancora insieme, e si guadagnavano da vivere cuo­
cendo e vendendo dolci. Svasti e Rahula erano andati a passeggiare lungo
il fiume. Svasti non aveva dimenticato la promessa di far provare al­
l'amico a cavalcare i bufali. Chiamò dei ragazzi che pascolavano gli ani­
mali sulla sponda e chiese di far cavalcare il bhikkhu Rahula. Dopo una
breve esitazione, Rahula si tolse il sanghati e lo tese a Svasti. Montò e
rimase colpito dalla mitezza del possente animale. Comunicò a Svasti la
piacevole impressione di sedere sul dorso del bufalo, chiedendosi ad alta
voce cosa avrebbe pensato il Buddha vedendolo. Svasti aveva sorriso.
Pensava che, se Rahula fosse rimasto nel palazzo degli Sakya e fosse
diventato re, non avrebbe mai potuto godersi la cavalcata a dorso di
bufalo.
Svasti ritornò al momento presente proprio mentre Nanda tornava.
Quella sera gli rasò il capo e gli insegnò a indossare l'abito, portare la cio­
tola, camminare, stare in piedi, giacere e sede're con la presenza mentale di
un bhikkhu. Nanda dimostrava maturità e diligenza, e Svflsti gioiva nel
'
guidarlo.
Svasti ricordò un episodio avvenuto anni prima alla Foresta dei Bambù,
quando erano stati accettati nel sangha diciassette ragazzi. Il maggiore,
Upali, aveva diciassette anni e il minore soltanto dodici. Tutti provenivano
da famiglie agiate. Dopo che Upali ebbe chiesto e ricevuto il consenso dei
genitori, sedici suoi amici avevano fatto lo stesso. Una volta ammessi nel
sangha, erano tenuti a uniforn1arsi al modo di vita dei bhikkhu, inclusa la
regola di prendere un unico pasto prima di mezzogiorno. La prima sera,
molti ragazzi piangevano per la fame. Il mattino seguente il Buddha si fece
spiegare la ragione di quei pianti e disse: "D'ora innanzi accetteremo nel
294 Libro terzo

sangha solo chi abbia compiuto i vent'anni. I bambini non possono vivere
.
.

come 1 monac1 senza casa .


"

I ragazzi ricevettero il permesso di rimanere ma il Buddha dispose che i


più piccoli ricevessero un secondo pasto alla sera. Tutti avevano poi preso
i voti da bhikkhu, perché anche il più giovane, rifletté Svasti, aveva ormai
compiuto i vent'anni.
64

La ruota di nascita e morte

Un giorno, nel parco di Bhesakala a Sumsumaragiri, il Buddha parlò


così ai monaci: "Bhikkhu, voglio parlarvi delle Otto Realizzazioni dei
Grandi Esseri. Vi sono già state esposte dal venerabile Anuruddha. Sono
le realizzazioni insegnate dai Grandi Esseri per aiutare gli altri a vincere la
disattenzione e a ottenere l'illuminazione.
"La prima realizzazione è la consapevolezza che i dharma sono imper­
manenti e privi di un sé separato. Contemplando la natura impermanente
e priva di sé di tutti i dharma, vi libererete dalla sofferenza raggiungendo
la liberazione, la pace e la gioia.
"La seconda realizzazione è la consapevolezza che maggiore è il deside­
rio, maggiore è la sofferenza. Tutte le difficoltà della vita nascono dalla
brama e dal desiderio.
"La terza realizzazione è la consapevolezza che la vita semplice, con po­
chi desideri, reca pace, gioia e serenità. Vivere semplicemente ci dà più
tempo e più concentrazione per praticare la Via e aiutare gli altri.
"La quarta realizzazione è la consapevolezza che solo lo sforzo diligente
conduce all'illuminazione. Pigrizia e indulgenza nei piaceri dei sensi sono
ostacoli alla pratica.
"La quinta realizzazione è la consapevolezzà che l'ignoranza è la causa
'
del ciclo infinito di nascita e morte. Ricordatevi di ascoltare e imparare,
per sviluppare comprensione ed eloquenza.
"La sesta realizzazione è la consapevolezza che la povertà genera odio e
rabbia, le quali creano a loro volta un circolo vizioso di pensieri e azioni
negative. I seguaci della Via, praticando la generosità, considerino tutti
uguali, gli amici e i nemici alla stessa stregua, senza condannare le passate
cattive azioni di qualcuno e senza odiare quanti recano danno nel momen­
to presente.
"La settima realizzazione è la consapevolezza che, benché abitiamo nel
mondo per insegnare e aiutare gli altri, non dovremmo lasciarci coinvolge-
296 Libro terzo

re dal mondo. Chi esce da casa per seguire la Via possiede unicamente tre
abiti e una ciotola. Vive semplicemente e guarda tutti gli esseri con occhi
compassionevoli.
"L'ottava realizzazione è la consapevolezza che non pratichiamo soltan­
to per la nostra personale illuminazione, ma votiamo tutto il nostro essere
a condurre gli altri attraverso le porte dell\lluminazione.
" Bhikkhu, ecco le Otto Realizzazioni dei Grandi Esseri. In virtù di esse,
tutti i Grandi Esseri hanno ottenuto l'illuminazione. Dovunque vadano,
usano le otto realizzazioni per aprire le menti e istruire gli altri, perché tut­
ti possano trovare il sentiero dell'illuminazione e della liberazione" .
Tornato a Rajagaha, alla Foresta dei bambù, venne a sapere che il
bhikkhu Vakkali era gravemente ammalato e sperava di riveder!o prima di
morire. L'attendente di Vakkali venne dal Buddha, si inchinò tre volte e
disse: " Signore, il mio maestro è molto malato. Si trova in casa di un vasaio,
un discepolo laico, e mi ha chiesto di inchinarmi davanti a te in sua vece" .
Il Buddha s i rivolse a d Ananda e disse: "Andremo immediatamente a
trovare il venerabile Vakkali" .
Vedendo il Buddha entrare nella stanza, il bhikkhu Vakkali cercò di
mettersi seduto.
"Vakkali, non sforzarti" , lo esimette il Buddha. " Ananda e io siederemo
al tuo letto " .
Sedutisi, il Buddha disse: " Vakkali, mi auguro che tu stia recuperando
le forze e che i dolori si stiano placando " .
" Signore, la mia salute declina rapidamente e i dolori aumentano. Sto
molto male".
" Mi auguro allora che tu non soffra preoccupazioni o rimpianti" .
" Signore, in verità io soffro preoccupazioni e rimpianti" .
"Mi auguro che i tuoi timori non siano conseguenza di aver violato i
precetti" .
" No, signore. Ho osservato fedelmente i precetti e non mi sento in
colpa" .
"Per cosa dunque ti preoccupi e cosa rimpiangi? " .
"Rimpiango che, a causa della malattia, per lungo tempo sono rimasto
senza vederti" .
"Vakkali" lo rimproverò amorevolmente il Buddha, "non preoccuparti
per questo. Tu hai condotto una vita impeccabile, e ciò mantiene la vici­
nanza tra maestro e discepolo. Credi che occorra vedere il mio volto per
vedere il Buddha? Questo corpo non è importante. Importante è l'inse­
gnamento. Vedere l'insegnamento è vedere il Buddha. Vedere il mio cor­
po ma non l'insegnamento, non serve a nulla" .
Dopo un breve silenzio, il Buddha chiese: "Vakkali, hai compreso l'im­
permanenza del corpo, del mio come del tuo ? " .
La ruota di nascita e morte 297

" Signore, l'ho compresa chiaramente. Il corpo è in continua nascita,


morte e trasformazione. E vedo come anche le sensazioni siano imperma­
nenti, in continua nascita, morte e trasformazione. Le percezioni, le forma­
zioni mentali e la coscienza seguono l'identica legge di nascita e morte.
Tutte sono impermanenti. Oggi, prima che tu arrivassi, contemplavo in
profondità la natura impermanente dei cinque skandha. E ho visto come
nulla, nei cinque fiumi della forma, delle sensazioni, delle percezioni, delle
formazioni mentali e della coscienza, contenga un sé separato" .
" Meraviglioso, Vakkali ! Ho fiducia in te. Niente, nei cinque skandha,
contiene un sé separato. Apri gli occhi e guarda. Dove non è Vakkali? Do­
ve Vakkali non esiste? La meraviglia della vita è ovunque. Vakkali, nascita
e morte non possono toccarti. Sorridi al tuo corpo formato dai quattro ele­
menti. Sorridi persino al dolore che nel tuo corpo nasce e scompare" .
Vakkali sorrise mentre le lacrime gli brillavano negli occhi. Il Buddha si
alzò e prese commiato. Vakkali pregò agli amici di trasportarlo col suo gia­
ciglio sul monte Isigili, dicendo: " Come potrebbe uno come me morire in
una stanza? Voglio morire sulle montagne, sotto il cielo aperto" .
Gli amici lo esaudirono. Quella notte, il Buddha rimase in meditazione
fino a notte inoltrata. Nelle prime ore del mattino disse ai bhikkhu incon­
trati vicino alla capanna: "Andate da Vakkali e ditegli che non tema. La
sua morte sarà serena e senza macchia. Ditegli di rasserenare il suo cuore.
Ho grande fiducia in lui".
I bhikkhu trovarono il venerabile Vakkali a Isigili e dissero che gli por­
tavano un messaggio del Buddha. "Vi prego, amici" li supplicò Vakkali,
" alzatemi dal giaciglio e stendetemi a terra. Come potrei ricevere le parole
del signore Buddha stando a letto? " .
Fecero come aveva chiesto, poi gli riferirono il messaggio. Vakkali giun­
se le mani e disse: "Fratelli, quando sarete tornati al monastero, inchinate­
vi tre volte al Buddha da parte mia e ditegli che il bhikkhu Vakkali è in
punto di morte e soffre terribilmente. Vakkali vede con chiarezza che i
cinque skandha sono impermanenti e privi di un sé separato. Vakkali non
è più vincolato dai cinque skandha. In questi ulcimi momenti, Vakkali si è
liberato della paura e del timore" . :
"Fratello" dissero i monaci, " rasserena il tuo cuore. Ci inchineremo tre
volte al Buddha e gli riferiremo le tue ultime parole" .
I bhikkhu erano a malapena usciti di vista, che V akkali spirò.
Il pomeriggio, il Buddha salì sul monte Isigili con molti discepoli. Il cie­
lo era azzurro e sgombro di nuvole. Solo un sottile filo di fumo si levava
da una capanna ai piedi della montagna. Ondeggiò per un momento e si
dissolse. Guardando l'aperta infinità del cielo, il B uddha disse: "Vakkali si
è liberato. Né illusioni né apparenze lo toccano più " .
Il Buddha si rimise in viaggio, diretto questa volta a Nalanda e a Vesali.
298 Libro terzo

Un giorno, al monastero di Kutagara nella Grande Foresta, disse ai


bhikkhu: "In quanto esseri viventi, gli uomini devono soffrire, quale più e
quale meno. Ma coloro che si dedicano allo studio e alla pratica del Dhar­
ma soffrono meno degli altri perché hanno la comprensione, che è il frutto
della pratica" .
Il giorno era molto caldo, e il Buddha sedeva in compagnia dei bhikkhu
all'ombra degli alberi di sala. Raccolta una piccola zolla di terra, la tenne
tra il pollice e l'indice e chiese: "Bhikkhu, tra questa zolla e il monte Gaya­
sisa, quale dei due è il più grande? " .
"Certo il monte Gayasisa è più grande, signore" .
"Così è , bhikkhu. Per coloro che sono giunti alla Comprensione attra­
verso lo studio e la pratica del Dharma, la sofferenza che provano è poca
cosa in paragone a quella sperimentata da chi è immerso nell'ignoranza.
L'ignoranza accresce la sofferenza milioni di volte.
"Bhikkhu, supponiamo che un uomo venga trafitto da una freccia. Egli
prova dolore. Ma se una seconda freccia lo penetra nello stesso punto, il
dolore sarà molto più che raddoppiato. Se poi lo coglie sempre nello stes­
so punto una terza freccia, il dolore aumenterà mille volte. Bhikkhu,
l'ignoranza è come la seconda e la terza freccia: accresce la sofferenza.
" Grazie alla comprensione, un praticante può evitare che il suo dolore
e quello altrui venga accresciuto. Se una sensazione spiacevole, fisica o
mentale, sorge in lui, egli non teme, non si lamenta, non geme, non si batte
il petto, non si strappa i capelli, non tortura il corpo e la mente, non cade
in deliquio. Ma serenamente osserva la sensazione, consapevole che si trat­
ta soltanto di una sensazione. Sa che la sensazione non è egli stesso, e non
se ne lascia dominare. Così il dolore non lo vince. Provando una sensazio­
ne fisica dolorosa, sa che è presente una sensazione fisica dolorosa. Non
perde la sua serenità, non si tormenta, non teme e non si lamenta. Così la
sensazione resta una pura sensazione fisica, non può crescere e devastare
tutto il suo essere.
"Bhikkhu, praticate con diligenza la contemplazione così che il frutto
della Comprensione maturi e non siate più vincolati al dolore. Nascita,
malattia, vecchiaia e morte non vi turberanno più.
"Quando un bhikkhu è prossimo a morire, dimori nella contemplazio­
ne del corpo, delle sensazioni, della mente e degli oggetti mentali. Appli­
chi la presenza mentale a ogni postura e azione del corpo. Applichi la pre­
senza mentale alle sensazioni. Contempli la natura impermanente e inter­
dipendente del corpo e delle sensazioni per svincolarsi dal corpo e dalle
sensazioni, comprese quelle piacevoli.
"Dovendo ricorrere a tutta la sua forza per sopportare il dolore, consi­
deri così: 'Ecco un dolore che richiede tutta la mia forza per essere sop­
portato. Il dolore non è me, io non sono il dolore, io non sono vincolato a
La ruota di nascita e morte 299

questo dolore. In questo momento, il corpo e le sensazioni sono come una


lucerna in cui l'olio e lo stoppino sono quasi consumati. La luce si manife­
sta e cessa di manifestarsi in dipendenza di condizioni, ma io non sono
vincolato alle condizioni'. Praticando così, sperimenterà calma e serenità" .
Quando le prime piogge alleviarono la calura estiva, il Buddha ritornò a
Jetavana per il ritiro. Mentre dava ulteriori insegnamenti sulla legge
dell'originazione interdipendente, un bhikkhu si alzò e disse: " Signore, tu
insegni che la coscienza è la base di nome e forma. Ne consegue che tutti i
dharma provengono dalla coscienza? " .
"È così", rispose i l Buddha. "La forma è un oggetto della coscienza.
L'oggetto e il soggetto della coscienza sono le due facce di un'unica realtà.
Non ci può essere coscienza senza i suoi oggetti. La coscienza e gli oggetti
della coscienza non possono sussistere slegati gli uni dall'altra. Poiché il
soggetto e gli oggetti della coscienza non sono separabili, entrambi sono
detti sorgere nella mente" .
" Signore, s e l a forma sorge nella coscienza, s i potrebbe dire che l a co­
scienza è la sorgente stessa dell'universo. È possibile conoscere in che mo­
do la coscienza, o mente, è nata? Dove ha origine la mente? Si può parlare
di un inizio della mente? " .
" Bhikkhu, i concetti di inizio e fine non sono che costruzioni create dal­
la mente. In realtà, non v'è inizio né fine. L'ignoranza ci fa supporre un
inizio e una fine, e a causa dell'ignoranza gli uomini sono imprigionati nel­
la ruota infinita di nascita e morte".
" Se la ruota di nascita e morte non ha né inizio né fine, come si può
uscirne? " .
" Nascita e morte sono concetti creati dall'ignoranza. Trascendere i pen­
sieri di nascita e morte, e di inizio e fine, equivale a trascendere la ruota in­
finita. Bhikkhu, oggi mi arresto qui. Guardate in profondità nelle cose. Un
altro giorno riprenderò l'argomento " .
65

Né pieno né vuoto

Terminato il discorso di Dharma, Svasti vide che molti monaci erano


pensosi. Neppure lui aveva compreso a fondo l'insegnamento, e risolse di
ascoltare con particolare attenzione i commenti degli anziani durante il di­
battito.
Il giorno del discorso successivo, i monaci chiesero ad Ananda di porre
pubblicamente al Buddha alcune domande. La prima fu questa: " Signore,
che cosa si intende con le espressioni 'il mondo' e 'i dharma' ? " .
"Ananda" rispose il Buddha, "il 'mondo' (loka) è l'insieme delle cose
soggette a mutamento e dissoluzione. Tutti i dharma sono contenuti in
diciotto reami: i reami dei sei organi sensoriali, dei sei oggetti di senso e
delle sei coscienze sensoriali. I sei organi sono la vista, l'udito, l'odorato, il
gusto, il tatto e la percezione. I sei oggetti sono le forme, i suoni, gli odori,
i gusti, gli oggetti tangibili e gli oggetti mentali. Le sei coscienze sono la
coscienza visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile e mentale. Non vi sono
altri dharma al di fuori dei diciotto reami, che sono tutti soggetti a nascita
e morte, creazione e dissoluzione. Ecco perché dico che il mondo è
l'insieme delle cose che hanno la natura del mutamento e della dissolu-
.
z10ne " .
Quindi Ananda chiese: " Signore, hai spesso dichiarato che tutti i dhar­
ma sono vuoti. Come dobbiamo intenderlo? " .
Il Buddha rispose: "Ananda, ho detto che tutti i dharma sono vuoti
perché privi di un sé separato. Niente, tra gli organi di senso, gli oggetti
sensoriali e le coscienze sensoriali, possiede un sé individuale e separato " .
Ananda chiese: " Signore, hai detto che le Tre Porte della Liberazione
sono la vacuità, l'assenza di segno e l'assenza di scopo. Affermi che tutti i
dharma sono vuoti. Ma essi sono vuoti anche perché soggetti a mutamento
e dissoluzione? " .
"Ananda, spesso h o parlato della vacuità e della contemplazione della
vacuità. La contemplazione della vacuità è una meditazione meravigliosa
Né pieno né vuoto 301

che porta a trascendere sofferenza, nascita e morte. Oggi vi parlerò meglio


di questa contemplazione.
"Ananda, noi sediamo riuniti in questa sala del Dharma. In questa sala
non vi sono villaggi, mercati o bufali. Ci sono soltanto bhikkhu, intenti a
udire il Dharma. Si può dire che la sala è vuota di tutto ciò che non è pre­
sente, e che contiene tutto ciò che è presente. La sala del Dharma è vuota
di villaggi, mercati e bufali, ma contiene bhikkhu. Sei d'accordo? " .
" Sì, signore" .
" Quando il discorso sarà terminato tutti lasceremo questa sala, che non
conterrà più nessun bhikkhu. Allora, sarà vuota di villaggi, mercati, bufali
e bhikkhu. Sei d'accordo anche con questo ? " .
" Sì, signore. In quel momento l a sala sarà vuota di tutte queste cose" .
"Ananda, 'pieno' significa pieno di qualcosa, e 'vuoto' significa vuoto di
qualcosa. Le parole 'pieno' e 'vuoto' non hanno un valore assoluto" .
" Spiegati meglio, signore" .
"Considera così: vuoto significa sempre vuoto di qualcosa, di villaggi,
mercati, bufali e bhikkhu. Non esiste una vacuità di per sé. Lo stesso per
la pienezza. Pieno significa sempre pieno di qualcosa: di villaggi, mercati,
bufali o bhikkhu. Non esiste una pienezza di per sé. In questo momento,
la sala del Dharma è vuota di villaggi, mercati e bufali. Parlando dei dhar··
ma, se diciamo che sono pieni, sono pieni di che cosa? Se diciamo che so­
no vuoti, sono vuoti di che cosa?
" Bhikkhu, la vacuità dei dharma indica che i dharma sono vuoti di un
sé permanente e durevole. Questo è il significato di vacuità. Sapete che
tutti i dharma sono soggetti a mutamento e dissoluzione. Per questa ragio­
ne, non si possono riconoscere come dotati di un sé separato e indipen­
dente. Bhikkhu, vuoto significa vuoto di un sé.
"Bhikkhu, nessuno dei cinque aggregati ha natura permanente e dure­
vole. Gli aggregati del corpo, delle sensazioni, delle percezioni, delle for­
mazioni mentali e della coscienza sono vuoti di un sé separato. Non hanno
una natura permanente e durevole. Una natura permanente e durevole
equivarrebbe a un sé, a un'essenza. Contempla're l'assenza pi un sé indi­
pendente e separato, è contemplare la vacuità" .
Ananda chiese: "Tutti i dharma sono privi di un sé. Questo lo com­
prendiamo. Ma, signore, si può dire che esistano davvero? " .
Il Buddha guardò tranquillamente l a bassa tavola di fronte a lui dov'era
posata una ciotola d'acqua. Indicando la ciotola, disse: "Che cosa pensi,
Ananda: quella ciotola è piena o vuota? " .
"Piena d'acqua, signore" .
"Ananda, prendila e vuotala".
Ananda fece come gli era stato detto e rimise la ciotola sulla tavola. Il
Buddha la sollevò e la capovolse. "Ananda" disse, " ora è piena o vuota? " .
3 02 Libro terzo

" Non è più piena, signore. È vuota" .


" Sei sicuro, Ananda, che l a ciotola sia vuota? "
" Sì, signore. Sono sicuro" .
"Ananda, questa ciotola è vuota d'acqua m a piena d'aria. Hai già di­
menticato ! Vuoto significa vuoto di qualcosa, e pieno significa pieno di
qualcosa. Ora la ciotola è vuota d'acqua ma piena d'aria" .
"Ora capisco " .
"Bene. Ananda, questa ciotola può essere vuota o piena. M a il vuoto e il
pieno dipendono dall'esistenza della ciotola. Senza ciotola, non vi sarebbe
vacuità né pienezza. Così anche per la sala del Dharma: per essere piena o
vuota, deve prima esistere" .
"Ah! " , esclamarono i bhikkhu all'unisono.
Il venerabile Ananda giunse le mani e disse: "Dunque, signore, i dhar­
ma esistono. Sono reali" .
Il Buddha sorrise. "Ananda, non farti ingannare dalle parole. Essendo i
dharma fenomeni privi di un sé, la loro esistenza non è quella della perce­
zione ordinaria. La loro esistenza va intesa nello stesso senso della 'va­
cuità"' .
" Spiegati meglio, signore" .
"Ananda, abbiamo visto come può essere piena e vuota una ciotola.
Abbiamo visto come può essere piena e vuota una sala del Dharma. Della
vacuità ho parlato brevemente, ora parlerò della pienezza.
"Ci siamo trovati d'accordo nel dire che questa ciotola è vuota d'acqua
ma, se guardiamo meglio, vedremo che non è del tutto vero" .
ll Buddha sollevò ancora l a ciotola e guardò Ananda. "Ananda, tra gli
elementi interconnessi che hanno fatto sì che la ciotola esista, vedi dell' ac­
qua? " .
"Certo, signore. Il vasaio h a avuto bisogno di acqua per impastare l'ar­
gilla e modellare la ciotola" .
"Appunto così, Ananda. Guardando in profondità, vedremo l a presen­
za dell'acqua nella ciotola, anche se prima l'abbiamo considerata vuota
d'acqua. L'esistenza della ciotola dipende dall'esistenza dell'acqua. Inol­
tre, Ananda, vedi l'elemento fuoco? " .
"Certo, signore. È stato necessario il fuoco per cuocere l'argilla, dunque
vedo in essa il fuoco e il calore " .
"Che altro vedi?".
"Vedo l'aria, senza la quale il fuoco non avrebbe divampato e il vasaio
non avrebbe respirato. Vedo il vasaio e l'abilità delle sue mani. Vedo la
sua coscienza. Vedo il forno e la legna che l'ha alimentato. Vedo gli alberi
che hanno fornito la legna. Vedo la pioggia, il sole e la terra che hanno fat­
to crescere gli alberi. Signore, vedo migliaia di elementi interconnessi che
hanno concorso alla formazione di questa ciotola" .
Né pieno né vuoto 3 03

"Eccellente, Ananda ! Contemplando questa ciotola si vedono in essa


gli elementi interdipendenti che le hanno dato origine. Questi elementi,
Ananda, sono all'interno e all'esterno della ciotola. Un elemento è la tua
stessa coscienza. Ananda, se tu togliessi il calore per restituirlo al sole, se
restituissi l'argilla alla terra, l'acqua al fiume, il vasaio ai genitori e la legna
alla foresta, esisterebbe ancora la ciotola? " .
"No, signore. Restituendo alla loro origine gli elementi che hanno con­
corso alla formazione della ciotola, questa non esisterebbe più".
"Ananda, contempìando la legge dell' originazione interdipendente ve­
diamo che la ciotola non può esistere in modo indipendente. Esiste soltan­
to in rapporto di interdipendenza con tutti i dharma. Ogni dharma dipen­
de dagli altri per quanto riguarda la sua nascita, esistenza e morte. La pre­
senza di un dharma implica la presenza di tutti gli altri. Questo, Ananda, è
il principio dell'interconnessione e dell'inter-essere.
"Ananda, interconnessione significa che quello è in questo, e questo è
in quello. Guardando la ciotola vediamo il vasaio, e guardando il vasaio
vediamo la ciotola. Inter-essere significa che 'questo è quello' e che 'quello
è questo'. Le onde sono acqua, e l'acqua è onde. In questo momento,
Ananda, nella sala del Dharma non vi sono villaggi, mercati o bufali. Ma
ciò è valido da un unico punto di vista. In realtà, senza villaggi, mercati e
bufali, questa sala non esisterebbe. Perciò, Ananda, guardando questa sala
vuota, dovresti vedervi la presenza di bufali, mercati e villaggi. Senza que­
sto, quello non è. Il significato profondo di vacuità (suiiiiata) è: questo è
perché quello è".
I bhikkhu ascoltavano in perfetto silenzio, colpiti profondamente da
quelle parole. Il Buddha fece una breve pausa, sollevò ancora una volta la
ciotola vuota e disse: "Bhikkhu, questa ciotola non ha un'esistenza pro­
pria. È qui grazie a tutti gli elementi definibili come non-ciotola: terra, ac­
qua, fuoco, aria, vasaio e così via. Lo stesso vale per i dharma. Ogni dhar­
ma esiste in virtù del rapporto di interdipendenza con tutti gli altri. Tutti i
dharma si basano sul principio dell'interconnessione e dell'inter-essere.
"Bhikkhu, guardando in profondità in questa ciotola v,edrete l'intero
universo. Questa ciotola contiene l'intero universo. Solo una cosa è assen­
te nella ciotola: un sé individuale e separato. Che cos'è un sé individuale e
separato? È un sé che esiste esclusivamente di per se slesso, indipendente
da qualunque altro elemento. Ma nessun dharma esiste indipendentemen­
te dagli altri, nessun dharma possiede un sé separato, un'essenza. Ecco il
significato della vacuità. Vuoto significa vuoto di un sé.
"Bhikkhu, i cinque aggregati sono i costituenti della persona. La forma
non contiene un sé, poiché non può esistere indipendentemente. La forma
comprende sensazioni, percezioni, formazioni mentali e coscienza. Lo
stesso vale per le sensazioni. Le sensazioni non contengono un sé, perché
3 04 Libro terzo

non possono esistere indipendentemente. Le sensazioni comprendono for­


ma, percezioni, formazioni mentali e coscienza. E lo stesso per gli altri ag­
gregati. Nessun aggregato possiede un'identità separata. I cinque aggregati
devono la loro esistenza all'interdipendenza reciproca. Ecco perché gli ag­
gregati sono detti vuoti.
"Bhikkhu, i sei organi di senso, i sei oggetti sensoriali e le sei coscienze
sensoriali sono ugualmente vuoti. Ogni organo, ogni oggetto e ogni co­
scienza sensoriale deve la sua esistenza agli altri organi, oggetti e coscienze
sensoriali. Nessun organo di senso, nessun oggetto sensoriale e nessuna
coscienza sensoriale possiede una natura indipendente e separata.
"Bhikkhu, lo ripeto in forma facile da ricordare. Questo è perché quel­
lo è. Tutti i dharma devono la propria esistenza all'esistenza degli altri.
Tutti i dharma sono vuoti. Vuoto significa vuoto di un sé indipendente e
separato" .
Il venerabile Ananda disse: "Signore, vi sono brahmani e capi di altre
scuole religiose che sostengono che il monaco Gautama insegna il nichili­
smo. Dicono che spingi a negare la vita. Il loro errore deriva dalla tua af­
fermazione della vacuità dei dharma? " .
Il Buddha rispose: "Ananda, i brahmani e i capi d i altre scuole religiose
non dicono il vero. Io non insegno il nichilismo e non spingo a negare la
vita. Ananda, tra le false opinioni, due soprattutto imprigionano gli uomi­
ni: l'idea dell'essere e l'idea del non essere. La prima considera le cose do­
tate di un sé separato e permanente, la seconda considera le cose come il­
lusioni. Afferrandoti all'una o all'altra opinione, non vedrai la verità.
"Una volta, Ananda, il bhikkhu Kaccayana mi chiese: 'Signore, quale
visione è la falsa e quale la vera? '. Risposi che falsa visione è il cadere in
una di queste due idee, dell'essere e del non essere. Vedendo la vera
natura della realtà, non aderiremo più a tali opinioni. Chi ha la retta
visione riconosce il processo di nascita e morte in tutti i dharma. Grazie a
ciò, non viene turbato da idee di esistenza o non esistenza. Nascendo la
sofferenza, chi ha la retta visione vede la nascita della sofferenza. Sva­
nendo la sofferenza, vede lo svanire della sofferenza. Il sorgere e lo svanire
di qualunque dharma non tocca colui che nutre la retta visione. Le false
idee della permanenza e dell'illusione costituiscono i due estremi. L'origi­
nazione interdipendente trascende entrambi gli estremi e dimora nel
mezzo.
"Ananda, essere e non essere sono concetti che nulla hanno a che vede­
re con la realtà. La realtà trascende i confini tracciati dai concetti. L'illumi­
nato ha superato tanto l'idea dell'essere che quella del non essere.
"Ananda, non solo essere e non essere sono vuoti, ma sono vuote anche
nascita e morte. Anch'esse sono meri concetti" .
Il venerabile Ananda chiese: " Signore, s e nascita e morte sono vuote,
Né pieno né vuoto 3 05

perché richiami tanto spesso l'impermanenza dei dharma, in continuo na­


scere e morire? " .
"Ananda, a livello relativo, concettuale, parliamo di nascita e morte dei
dharma. Ma, dal punto di vista assoluto, i dharma sono per natura privi di
nascita e privi di morte" .
" Signore, spiegati meglio" .
"Ananda, considera per esempio l'albero della bodhi che hai piantato
davanti a questa sala. Quando è nato? " .
" Signore, è nato quattro anni fa, nel momento in cui il seme mise ra-
dici".
"Ananda ! Prima di allora, esisteva l'albero? " .
"No, signore. Prima di allora non vi era alcun albero della bodhi" .
"Vuoi dire che l'albero della bodhi si è originato dal nulla? Può forse
un dharma nascere dal nulla? " .
n venerabile Ananda tacque.
Il Buddha continuò: "Ananda, non c'è dharma nell'intero universo ca­
pace di originarsi dal nulla. Senza seme non ci sarebbe albero. L'albero
deve la sua esistenza al seme, è la continuazione del seme. Prima ancora
che il seme mettesse radici, l'albero era presente nel seme. E, se un dhar­
ma è già presente, come può avere in seguito una nascita? La natura
dell'albero della bodhi è priva di nascita" .
Poi chiese ad Ananda: " Dopo aver messo radici, il seme è morto ? " .
" Sì, signore. Il seme è morto per dare nascita all'albero" .
"Ananda, il seme non è morto. Morire significa passare dall'esistenza al­
la non esistenza. Ma c'è forse un unico dharma in tutto 1\miverso capace
di passare dall'esistenza alla non esistenza? Una foglia, un granello di pol­
vere, un filo di fumo d'incenso ... niente di tutto ciò può passare dall'esi­
stenza alla non esistenza. I dharma si trasformano in altri dharma: questo è
tutto. Il seme dell'albero della bodhi non è morto, è diventato l'albero.
Tanto il seme che l'albero sono privi di nascita e privi di morte. Ananda, il
seme e l'albero, tu, io, i bhikkhu, la sala del Dharma, la foglia, il granello
di polvere, il filo di fumo. . . tutto è privo di nascita e privo di. morte.
"Ananda, tutti i dharma sono privi di nascita e privi di morte. Nascita e
morte sono concetti mentali. I dharma non sono né pieni né vuoti, né
creati né distrutti, né contaminati né immacolati, né aumentano né dimi­
nuiscono, né vengono né vanno, né uno né molti. Questi sono soltanto
concetti. Mediante la contemplazione della natura vuota dei dharma, i
concetti discriminanti vengono trascesi e si comprende la vera natura di
tutte le cose.
"Ananda, la vera natura di tutte le cose è tale che non vi è né il pieno né
il vuoto, né nascita né morte, né crescita né dissoluzione. Ma su questa ve­
ra natura il mondo di nascita e morte, pienezza e vacuità, crescita e disso-
306 Libro terzo

luzione viene in essere. Se non fosse così come potrebbe esservi una via
d'uscita dalla nascita e morte, pienezza e vacuità, crescita e dissoluzione?
"Ananda, hai mai visto le onde che si alzano e ricadono sulla superficie
del mare? La nascita e la morte sono come le onde, il privo di nascita e il
privo di morte è come l'acqua. Vi sono, Ananda, onde lunghe e corte, alte
e basse. Le onde si innalzano e ricadono, ma l'acqua rimane acqua. Senza
acqua, non vi sarebbero onde. Le onde ritornano all'acqua. Le onde sono
acqua, l'acqua è onde. Pur formandosi e dissolvendosi, se le onde com­
prendessero di essere acqua trascenderebbero le idee di nascita e morte.
Né proverebbero timore, paura o dolore a causa di nascita e morte.
"Bhikkhu, meravigliosa è la contemplazione della natura vuota dei
dharma. Conduce alla liberazione dalla paura, dall'ansia e dalla sofferenza.
Consente di trascendere il mondo di nascita e morte. Praticate questa con­
templazione con tutto il vostro essere" .
Così il Buddha concluse il discorso.
Mai il venerabile Svasti l'aveva udito pronunciare parole tanto prodi­
giose e profonde. Gli occhi e il sorriso dei discepoli anziani irradiavano
gioia. Svasti sentiva di avere afferrato il senso, ma di non averne penetrato
il significato profondo. Ananda avrebbe ripetuto il discorso nei giorni se­
guenti, dandogli modo di intenderlo meglio ascoltando il dibattito dei di­
scepoli anziani.
66

Le quattro montagne

Un mattino il venerabile Moggallana venne di buon'ora dal Buddha con


gli occhi gonfi di lacrime. Il Buddha ne chiese il motivo, e Moggallana rispo­
se: " Signore, questa notte, mentre sedevo in meditazione, i miei pensieri cor­
sero a mia madre. Contemplai i miei sentimenti per lei. In giovinezza le diedi
dei dolori, ma non è questa la causa del mio sconforto. Lo sconforto mi viene
dalla comprensione di non avere potuto aiutarla in vita, e non poterlo fare
ora che è morta. Signore, il karma di mia madre è pesante. In vita si è mac­
chiata di crimini, e sono sicuro che il cattivo karma la segue e continua a pro­
vocarle sofferenza. In meditazione l'ho vista come uno spirito affamato, in
un luogo fetido e tenebroso. Vicino aveva una ciotola di riso, che le porsi.
Ma, quando lo accostò alla bocca, il riso si trasformò in carboni ardenti che
dovette sputare per lo strazio. Signore, questa immagine non mi abbandona.
Come posso alleviare il suo cattivo karma e aiutarla a liberarsi? " .
" Di quali crimini s i è macchiata in vita? " , chiese i l Buddha.
" Signore, non rispettava la vita. Il suo lavoro richiedeva che uccidesse.
Non praticava la retta parola, e diceva cose che causavano sofferenza agli
altri. Era come se svellesse alberi verdeggianti per piantare tronchi secchi.
Non ho animo di rivelare tutte le sue cattive azio.ni, basti dire che violava
tutti e cinque i meravigliosi precetti. Signore, sono disposto a patire ogni
sofferenza pur di ribaltare il suo karma. Signore, per la tua compassione,
dimmi che cosa posso fare" .
Il Buddha disse: "Moggallana, sono commosso dall'amore che porti a
tua madre. Il debito di gratitudine verso i genitori è vasto come il cielo e
profondo come il mare. I figli non dovrebbero mai dimenticare questo de­
bito di gratitudine, né di giorno né di notte. Nelle epoche in cui non com­
paiono Buddha né santi, i genitori stessi dovrebbero essere venerati come
Buddha e santi. Moggallana, tu hai fatto del tuo meglio per aiutare tua ma­
dre mentre era in vita, e continui ora dopo la sua morte. Dimostri la
profondità del tuo amore, e mi rendi felice.
308 Libro terzo

"Moggallana, il modo migliore per dimostrare riconoscenza ai genitori


è condurre una vita virtuosa e gioiosa. Così ripaghiamo il debito di gratitu­
dine e realizziamo le loro aspirazioni. Tu, Moggallana, vivi già così. La tua
vita di gioia e di pace, felice e virtuosa, serve di modello agli altri. Hai con­
dotto molti sul sentiero. Offri la tua vita e i tuoi meriti per il bene di tua
madre, e il suo karma sarà trasformato.
"Moggallana, ti do un consiglio. Nell'ultimo giorno del ritiro delle piog­
ge, il Pavarana, chiedi alla comunità di celebrare insieme una cerimonia di
trasferimento dei meriti a tua madre. N el sangha ci sono numerosi monaci
di grande concentrazione e virtù. La loro energia di trasformazione e le lo­
ro preghiere, unite alle tue, saranno di grande forza. Grazie a ciò, il cattivo
karma di tua madre si scioglierà e le sarà data la possibilità di seguire il
sentiero del vero Dharma.
"Penso che altri, nel nostro sangha, siano nella tua stessa situazione.
Possiamo celebrare la cerimonia per il bene di tutti i nostri genitori. Ac­
cordati con Sariputta per celebrare nel giorno del Pavarana una cerimonia
di trasformazione a beneficio di tutti i genitori, morti o ancora in vita. Sarà
inoltre un'ottima occasione per insegnare ai più giovani la gratitudine ver­
so i genitori e gli antenati.
"Moggallana, molti apprezzano i genitori solo dopo la loro morte. I ge­
nitori possono essere una grande fonte di gioia per i figli, e i figli devono
prendersene cura mentre sono in vita, comprendendoli e cercando di ren­
derli felici. Vivi o morti che siano, le azioni amorevoli possono renderli fe­
lici e partecipi dei meriti. Soccorrere il povero e il malato, dare compagnia
a chi è solo, liberare i prigionieri e gli animali destinati al macello, piantare
alberi, sono azioni compassionevoli capaci di trasformare l'attuale condi­
zione dei genitori e dare loro felicità. Nella cerimonia del Pavarana, tutti
saranno esortati a compiere simili azioni" .
Profondamente rinfrancato, Moggallana s i inchinò al Buddha.
Nel pomeriggio, dopo la meditazione camminata, il Buddha incontrò
alle porte del monastero il re Pasenadi. Mentre si scambiavano i saluti,
passarono di lì sette asceti della scuola Nigantha. Non indossavano abiti,
praticavano la macerazione, non si radevano barba e capelli, e non taglia­
vano le unghie. Il re si scusò e si avvicinò agli asceti. Dopo essersi inchina­
to con rispetto, disse: "Venerabili monaci di alta virtù, io sono Pasenadi,
re del Kosala". Si inchinò altre due volte ripetendo le stesse parole, poi ri­
tornò dal Buddha. Quando gli asceti si furono allontanati, gli domandò:
" Signore, credi che abbiano ottenuto lo stato di arhat? Se non ancora, lo
otterranno presto? " .
" Maestà" rispose il Buddha, "tu sei un monarc� e frequenti soprattutto
persone che si occupano di governo e di politica. E naturale che tu non ri­
conosca i livelli raggiunti nella pratica spirituale. In realtà, è difficile per
Le quattro montagne 309

chiunque stabilire l'illuminazione di una persona incontrandola una o due


volte soltanto. Bisogna viverle accanto, osservare con attenzione come ri­
sponde alle circostanze avverse, udire come parla e valutare la profondità
della sua saggezza, virtù e ottenimento".
Il re comprese e disse: " Signore, è come inviare spie per conoscere la si­
tuazione in altri paesi. Le spie si travestono per non essere scoperte. A vol­
te, quando ritornano, io stesso non le riconosco finché non si siano tolto il
travestimento e lavata la faccia. Da questo capisco che hai ragione. Senza
conoscere una persona a fondo, non puoi sapere la profondità della sua
saggezza, virtù e ottenimento " .
Il Buddha invitò il re ad accompagnarlo alla sua capanna, e chiese ad
Ananda di disporre all'esterno i sedili.
" Signore" si confidò il re, "ho ormai settant'anni. Vorrei dedicare più
tempo agli studi spirituali. Sento di dover praticare molta più meditazione
seduta e camminata di quanto ho fatto in passato. Purtroppo, signore, gli
affari di palazzo esigono tempo e attenzione. Vengo ad ascoltare un di­
scorso di Dharma e, alle volte, sono così stanco che mi si chiudono gli oc­
chi. Allora mi vergogno. Sono anche colpevole di eccedere nel cibo. Un
giorno venni al monastero con lo stomaco gonfio di cibo. Ero insonnolito
e feci una passeggiata nella speranza che la meditazione camminata mi
schiarisse la mente. Invece cadevo sempre più nel torpore a tal punto che
non mi accorsi che tu procedevi lungo il mio stesso sentiero e ti caddi ad­
dosso. Ricordi?".
Il Buddha rise. " Sì, maestà, lo ricordo. Mangia semplicemente di meno.
Mente e corpo restano leggeri, rendendo più agevoli tanto gli impegni del­
la tua carica che la pratica spirituale. Chiedi alla regina Mallika o alla prin­
cipessa Vajiri di occuparsi dei tuoi pasti, e di servirti piccole quantità sen­
za rinunciare alla qualità degli alimenti" .
Il re giunse le palme in segno di accettazione del consiglio.
Il Buddha proseguì: "È buona cosa curare la salute e la pratica spiritua­
le, poco è il tempo che ti rimane da vivere. Immagina, maestà, che un mes­
saggero degno di fiducia ti rechi la notizia che una poderosa montagna, al­
ta fino al cielo, si avvicini da oriente, schiacciando ogni cosa vivente sul
suo cammino. Non fai a tempo a preoccuparti, che un secondo messagge­
ro annuncia che un'altra montagna avanza da ovest, schiacciando ogni co­
sa sul suo cammino. Quindi dal meridione e dal settentrione ti annunciano
lo stesso evento. Quattro alte montagne avanzano verso la capitale, strito­
lando ogni cosa. Non hai vie di fuga e non puoi ostacolare l'avanzata delle
montagne. Il tempo rimasto è poco. Che cosa faresti? " .
Il re rifletté, e rispose: " Signore, un'unica cosa potrei fare. Vivere le ore
che mi rimangono nel modo più degno e più sereno possibile, nella pratica
del vero insegnamento" .
3 1O Libro terzo

"Proprio così, maestà" , lo lodò il Buddha. "Le quattro montagne sono


la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Vecchiaia e morte avanzano
verso di noi, e non possiamo fuggirle" .
Il r e giunse le mani. " Signore, consapevole dell'avvicinarsi della vec­
chiaia e della morte, capisco che la cosa migliore per me è vivere i giorni e
i mesi che mi restano secondo il tuo insegnamento, in pace e presenza
mentale, beneficiando gli altri e le generazioni future" .
Il re s i alzò, si inchinò al Buddha e partì.
Per la stagione delle piogge, molti brahmani e seguaci di varie scuole re­
ligiose erano convenuti a Savatthi e organizzavano discorsi, conferenze e
dibattiti in tutta la regione, invitando la popolazione a partecipare. Nei di­
battiti, le scuole religiose esponevano le proprie dottrine. Discepoli laici
del Buddha, che vi avevano assistito, riferirono ai bhikkhu quanto avevano
visto e udito. Dissero che veniva avanzata ogni possibile questione metafi­
sica, e che tutti consideravano la propria dottrina come l'unica vera. I di­
battiti, che iniziavano in un'atmosfera distesa, terminavano spesso in vio­
lenti scontri verbali.
Il Buddha narrò allora ai discepoli questa storia.
" C'era una volta un saggio re che invitò a palazzo alcuni ciechi dalla na­
scita. Fece venire un elefante e chiese che lo toccassero e lo descrivessero.
Il cieco che aveva toccato le zampe disse che un elefante assomiglia ai pila­
stri di una casa. Quello che aveva toccato la coda, disse che assomiglia a
uno spolverino di piume. Quello che aveva toccato le orecchie, lo para­
gonò a un setaccio per vagliare; quello che aveva toccato lo stomaco, a un
barile; quello che aveva toccato la testa, a un grande vaso di terracotta;
quello che aveva toccato le zanne, a un bastone. Quando sedettero per
concordare la descrizione dell'elefante nessuno riuscì ad accordarsi con gli
altri, e ne nacque una lite furibonda.
"Bhikkhu, ciò che udite e vedete costituisce una minima parte della
realtà. Se lo riteneste tutto il reale, ne avreste una visione distorta. Chi se­
gue la via mantiene un cuore umile e aperto, sapendo che la sua compren­
sione è incompleta. Dobbiamo applicarci sempre più a fondo per progre­
dire sul sentiero. Un seguace della Via conserva l'apertura mentale, sapen­
do che attaccarsi alle opinioni che nutre momentaneamente come se costi­
tuissero la verità assoluta ostacola la comprensione della verità. Umiltà e
apertura mentale sono i due requisiti necessari a progredire lungo il sen­
tiero" .
67

Il poeta dell'oceano

Alla fine del ritiro delle piogge un gran numero di monaci si accomiatò
dal Buddha e si mise in cammino per diffondere il Dharma. li venerabile
Punna, uno dei discepoli più capaci e rispettati, manifestò l'intenzione di
portare il Dharma nel suo paese natale, l'isola di Sunaparanta, nel Mare
Orientale.
" Ho sentito" gli disse il Buddha, "che la tua terra natale è ancora in lar­
ga parte allo stato selvaggio, e i suoi abitanti sono noti per la natura fiera e
violenta. Non so se sia una buona idea portarvi l'insegnamento ".
"Signore" rispose il venerabile Punna, "proprio perché la popolazione
è selvaggia voglio portare l'insegnamento. Desidero farlo per insegnare la
compassione e la non violenza. Sono convinto di riuscire" .
"Punna, e se ti ingiuriano e ti coprono di insolenze? " .
" Sarà poca cosa, signore. Vorrà dire che non m i tireranno pietre o ri­
fiuti" .
" E s e ti tirano pietre e rifiuti? " .
"Sarà ancora poca cosa, signore. Vorrà dire che non mi batteranno con
mazze e bastoni" .
"E s e ti battono con mazze e bastoni? " .
"Li considererò ancora molto miti" rispose Punna riden9o, "perché
non mi uccidono" .
"Punna, e s e ti uccidono? " .
" Dubito molto che accada, signore. Ma, se accadesse, morire per l a via
della compassione e della non violenza sarebbe una morte eloquente, che
potrebbe contribuire a dimostrare l'insegnamento. Tutti dobbiamQ mori­
re, e non avrei rammarico a morire per la Via".
"Meraviglioso, Punna ! " , lo lodò il Buddha. "Tu hai il coraggio necessa­
rio per diffondere il Dharma a Sunaparanta. In verità, ti ho posto queste
domande per elevazione dei bhikkhu qui presenti. Non dubito affatto del­
la tua capacità e della tua non violenza".
3 12 Libro terzo

Un tempo il venerabile Punna era stato un mercante e, assieme al cogna­


to, veniva a Savatthi a vendere i prodotti di Sunaparanta viaggiando per na­
ve e su carri trainati da buoi. Un giorno, mentre attendeva a Savatthi il cari­
co di una nave, Punna aveva incontrato un gruppo di bhikkhu in giro per
la questua. Colpito dalla serenità del loro portamento, andò a Jetavana ad
ascoltare il Buddha. Al termine del discorso, Punna non si sentiva più di
continuare a fare il mercante e desiderava diventare un bhikkhu. Consegnò
merci e denaro al cognato, e prese l'ordinazione nel sangha del Buddha.
Fece rapidi progressi nella pratica e in breve passò a insegnare. Aveva pere­
grinato per il Kosala e il Magadha diffondendovi il Dharma, e tutti erano
fiduciosi che vi sarebbe riuscito anche nella sua terra natale.
La primavera seguente, il Buddha ritornò a oriente. Sostò a Vesali e
Campa, poi seguì il fiume fino al mare, dove insegnò sulla costa. Un gior­
no, sulla riva del mare, Ananda disse: " Signore, ascoltando il rumore del
mare e guardando le onde, seguo il respiro e dimoro nel momento presen­
te. Il mio corpo e la mia mente sono in perfetta pace. L'oceano mi rigene­
ra" . Il Buddha annuì.
Un altro giorno i bhikkhu si fermarono a parlare con un pescatore. Il ve­
nerabile Ananda gli chiese quali fossero i suoi sentimenti riguardo al mare.
L'uomo era alto e di bell'aspetto, abbronzato dal sole. Rispose: "Amo mol­
te cose dell'oceano. Primo, il lido sabbioso digrada dolcemente nell'acqua
e ci facilita il trasporto delle barche e delle reti. Secondo, l'oceano resta
sempre allo stesso posto; sai sempre dove trovarlo. Terzo, non si appropria
dei cadaveri ma li restituisce alla riva. Quarto, tutti i fiumi, Gange, Yamu­
na, Aciravati, Sarabhu e Mahi, sfociano nell'oceano e vi perdono il proprio
nome; il mare li accoglie tutti. Quinto, anche se i fiumi corrono giorno e
notte al mare, il mare mantiene lo stesso livello. Sesto, l'acqua è sempre sa­
lata. Settimo, contiene coralli, madreperle e pietre preziose. Ottavo, offre
rifugio a migliaia di esseri viventi, dalle enormi creature lunghe centinaia di
piedi agli esseri non più grandi della cruna di un ago o di un granello di
polvere. Vedi dunque, venerabile, quanto amo l'oceano" .
Ananda lo guardò con ammirazione: benché un semplice pescatore,
parlava come un poeta. Rivoltosi al Buddha, Ananda disse: "Con che elo­
quenza quest'uomo ha tessuto l'elogio del mare! Gli porta lo stesso amore
che io porto alla Via dell'illuminazione. Ora ti preghiamo di darci degli in­
segnamenti" .
Il Buddha sorrise e indicò alcune rocce: " Sediamo su quelle rocce, men­
tre vi parlerò di alcune caratteristiche della Via dell'illuminazione " .
Tutti, compreso il pescatore, fecero come aveva detto. Quando furono
seduti, il Buddha parlò. " Questo pescatore nostro fratello ha descritto otto
meravigliose caratteristiche del mare, e io ora esporrò otto meravigliose
caratteristiche del vero sentiero.
Il poeta dell'oceano 3 13

"Primo, il Dharma non è diverso dall'oceano il cui lido sabbioso digra­


da dolcemente nell'acqua e facilita il trasporto delle barche e delle reti.
Così l'insegnamento permette a ciascuno di progredire dal facile al diffici­
le, dall'inferiore al superiore, dal superficiale al profondo. Il Dharma è lar­
go, e accoglie persone di ogni indole. Tutti, giovani o vecchi, colti o illette­
rati, possono entrare nel sentiero. Tutti vi trovano metodi adatti ai propri
bisogni.
"Secondo, come l'oceano resta sempre allo stesso posto, così fa il Dhar­
ma. I suoi principi non cambiano e i precetti sono stati trasmessi con pre­
cisione. Il vero Dharma si trova là dove si studiano e si applicano i principi
e i precetti. Non è possibile perdere il Dharma o collocarlo nel posto sba­
gliato.
"Terzo, come l'oceano non si appropria dei cadaveri, il Dharma non
sopporta ignoranza, pigrizia o violazione dei precetti. Chi non osserva la
pratica, si troverà infine espulso dalla comunità.
"Quarto, come l'oceano accoglie tutti i fiumi senza discriminazione, il
Dharma accoglie persone provenienti da tutte le caste. Come i fiumi sfo­
ciano nell'oceano perdendo il proprio nome, chi entra nel sentiero abban­
dona casta, lignaggio e posizione sociale assumendo il nuovo nome di
bhikkhu.
"Quinto, come il mare mantiene sempre lo stesso livello così fa il Dhar­
ma, indipendentemente dal numero grande o piccolo di seguaci. Il Dhar­
ma non può essere valutato in cifre.
"Sesto, come l'acqua è sempre salata il Dharma, benché presentato in
modi diversi e benché contenga pratiche innumerevoli, ha un unico sapo­
re: il sapore della liberazione. Un insegnamento che non porti alla libera­
zione non è il vero insegnamento.
"Settimo, come l'oceano contiene coralli, madreperle e pietre preziose,
il Dharma contiene i sublimi e preziosi insegnamenti delle Quattro Nobili
Verità, dei Quattro Retti Sforzi, delle Cinque Facoltà, dei Cinque Poteri,
dei Sette Fattori di Risveglio e del Nobile Ottupljce Sentiero.
" Ottavo, come l' oceano offre rifugio a migliaia di esseri �viventi, dalle
enormi creature lunghe centinaia di piedi agli esseri non più grandi di un
granello di polvere, il Dharma fornisce rifugio a tutti, dai ban1bini che non
sanno leggere e scrivere ai Grandi Esseri quali i Bodhisattva. Innumerevoli
sono i praticanti del Dharma che hanno ottenuto i frutti di Colui che entra
nella corrente, di Colui che farà ritorno una volta sola, di Colui che non fa
ritorno e dell' Arhat.
"Come l'oceano, il Dharma è fonte di ispirazione e un tesoro incom­
mensurabile" .
Il venerabile Ananda giunse le mani e disse: " Signore, t u sei un maestro
spirituale e un poeta" .
68

Tre porte meravigliose

Lasciata la costa, il Buddha sostò a Pataliputta e Vesali prima di incam­


minarsi verso la sua terra natale. Giunto nella città di Samagama, apparte­
nente al regno degli Sakya, apprese che Nathaputta, capo della scuola Ni­
gantha, era morto. I discepoli si erano divisi in due fazioni nemiche, ognu­
na delle quali accusava l'altra di deviare dalla dottrina, rivaleggiando per
ottenere l'appoggio dei laici. Questi ultimi erano sgomenti e confusi, non
sapendo quale fazione seguire.
Cunda il novizio, attendente di Sariputta, illustrò ad Ananda la disputa
sorta tra i Nigantha, di cui conosceva la dottrina per essere vissuto a Pava,
dove Nathaputta insegnava. Ananda lo riferì al Buddha e aggiunse, in tono
preoccupato: "Signore, spero che non si creino divisioni nel sangha quan­
do tu ci avrai lasciati" .
ll Buddha gli batté sulla spalla. "Ananda, forse che i bhikkhu sono in
disaccordo sui Quattro Fondamenti della Consapevolezza, i Quattro Retti
Sforzi, le Cinque Facoltà, i Cinque Poteri, i Sette Fattori di Risveglio o il
Nobile Ottuplice Sentiero? " .
" No, non ho mai udito disaccordi a proposito dell'insegnamento. Tu
sei ancora con noi, prendiamo rifugio nella tua virtù, udiamo le tue parole
e pratichiamo in pace. Ma, quando ci avrai lasciati, potranno nascere di­
saccordi sui precetti, sull'organizzazione del sangha o la diffusione dell'in­
segnamento. I conflitti scoraggerebbero molti, che perderebbero la fede
nel sentiero" .
" Non temere, Ananda" , lo rassicurò il Buddha. " Solo se nascessero di­
spute e contrasti sui Quattro Fondamenti della Consapevolezza, i Quattro
Retti Sforzi, le Cinque Facoltà, i Cinque Poteri, i Sette Fattori di Risveglio
o il Nobile Ottuplice Sentiero, ci sarebbe da temere. Ma disaccordi su
punti di minore importanza, quali i precetti, l'organizzazione del sangha o
la diffusione dell'insegnamento, non destano preoccupazione".
Le rassicurazioni del Buddha non avevano convinto Ananda. Aveva ap-
Tre porte meravigliose 3 15

pena saputo che a Vesali il venerabile Sunakkhata, che era stato tra gli at­
tendenti del Buddha, aveva abbandonato la comunità perché insoddisfatto
e ora accusava pubblicamente il Buddha e il sangha. Affermava che il mo­
naco Gautama era una persona ordinaria senza particolari ottenimenti e
che il suo insegnamento tendeva alla liberazione individuale senza riguar­
do per il bene sociale. Sunakkhata spargeva semi di confusione, e anche
Sariputta condivideva le preoccupazioni di Ananda.
Semi di insoddisfazione erano stati sparsi anche a Rajagaha, dove un
gruppo di bhikkhu, capeggiati da Devadatta, lavorava in segreto a costitui­
re un nuovo sangha indipendente. Collaboravano con Devadatta monaci
di valore, tra cui i venerabili Kokalika, Katamoraka Tissa, Khandadeviput­
ta e Samuddadatta. Quanto a Devadatta, era uno dei discepoli anziani più
pronti e capaci. Sariputta lo aveva spesso lodato davanti alla comunità e gli
tributava una grande amicizia. Ananda non riusciva a capire perché Deva­
datta fosse caduto preda dell'invidia, addirittura nei confronti del Buddha.
Ananda sapeva che il Buddha non era stato ancora informato, e temeva
che prima o poi toccasse a lui parlargli di questi tristi sviluppi.
L'anno seguente, stabilitosi a Savatthi per il ritiro delle piogge, il
Buddha espose il Sutra del sigillo del Dharma.
" Oggi vi esporrò un insegnamento meraviglioso. Svuotatevi di ogni al­
tro pensiero per udirlo, riceverlo e comprenderlo con mente calma e se­
rena.
"Bhikkhu, sono tre i sigilli del vero Dharma, posti su ogni mio insegna­
mento. Essi sono la Vacuità, l'Assenza di segno e l'Assenza di scopo. Sono
le tre porte per cui si perviene alla liberazione. Ecco perché sono anche
detti le Tre porte della liberazione, o dell'emancipazione.
"Bhikkhu, il primo sigillo è la Vacuità, suiifiata. Vacuità non significa
inesistenza, ma indica che nulla possiede un'esistenza separata. Vacuità si­
gnifica vuoto di un sé separato. Come già sapete, le idee di esistenza e non
esistenza sono entrambe errate. Tutti i dharma esistono in dipendenza
l'uno dell'altro. Questo è perché quello è, questo non è perché quello non
è, questo è nato perché quello è nato, questo mùore perché quello muore.
·

Ecco come la natura della vacuità è l'interdipendenza.


"Bhikkhu, contemplate l'interdipendenza di tutti i dharma per vedere
come ogni dharma sia presente negli altri e come ognuno li contenga tutti.
Nessun dharma può esistere senza gli altri. Contemplate i diciotto reami: i
sei organi di senso, i sei oggetti sensoriali e le sei coscienze sensoriali. Con­
template i cinque aggregati del corpo, delle sensazioni, delle percezioni,
delle formazioni mentali e della coscienza. Comprenderete che nessun fe­
nomeno, nessun aggregato, è dotato di esistenza propria. Tutti derivano la
propria esistenza da quella degli altri. Vedendolo, avrete visto la natura
vuota di tutti i dharma. Avendo visto la natura vuota dei dharma, non pro-
3 16 Libro terzo

verete più desiderio e avversione per un dharma. Trascenderete l'attacca­


mento, la discriminazione e le idee preconcette. La contemplazione della
vacuità apre la prima porta della libertà. La vacuità è la prima Porta della
liberazione.
" Bhikkhu, il secondo sigillo è l'Assenza di segno, animitta. Assenza di
segno significa trascendere i confini della percezione e della discrimina­
zione mentale. Non vedendo la natura interdipendente e vuota di tutti i
dharma, le persone comuni li percepiscono come fenomeni indipendenti
e separati. Questo esiste indipendentemente da quello, questo è separato
da quello. Considerare così i dharma equivale a servirsi della spada della
discriminazione per tagliare a pezzi la realtà. Ci si impedisce di vedere il
vero volto della realtà. Bhikkhu, i dharma dipendono tutti l'uno dall'altro.
Questo è in quello, questo è cOmpreso in quello, nell'uno sono i molti.
Ecco il senso delle parole interconnessione e inter-essere. Questo è in
quello, quello è in questo, questo è quello, quello è questo. Così contem­
plando, conoscerete la falsità della percezione ordinaria. Gli occhi della
percezione non sanno vedere con la stessa accuratezza e la stessa chia­
rezza degli occhi della comprensione. Gli occhi della percezione pren­
dono una corda per un serpente. Ma gli occhi illuminanti della compren­
sione rivelano la vera forma della corda, e l'immagine del serpente sva­
nisce.
"Bhikkhu, tutti i concetti, come esistenza e non esistenza, nascita e
morte, uno e molti, creazione e distruzione, venuta e andata, contaminato
e immacolato, aumento e diminuzione, sono creati dalla percezione e dalla
discriminazione mentale. Dal punto di vista dell'assoluto incondizionato, il
vero volto della realtà non può essere imprigionato nelle limitazioni dei
concetti. Per questo viene detto che i dharma sono privi di segno. Pratica­
te la contemplazione che dissolve ogni idea di esistenza e non esistenza,
nascita e morte, uno e molti, creazione e distruzione, venuta e andata, con­
taminato e immacolato, aumento e diminuzione, e otterete la libertà. L'As­
senza di segno è la seconda Porta della liberazione.
" Bhikkhu, il terzo sigillo è l'Assenza di scopo, appanihita. Assenza di
scopo significa non perseguire nulla. Perché? La persona ordinaria rifugge
un dharma per inseguirne un altro. La gente insegue la ricchezza per sfug­
gire alla povertà; il ricercatore spirituale rifiuta nascita e morte per ottene­
re la liberazione. Ma, se ogni dharma è contenuto in ogni altro dharma, es­
sendo i dharma in relazione reciproca, come sfuggirne uno per inseguirne
un altro? Nella nascita e morte è contenuto il nirvana, nel nirvana sono
contenute nascita e morte. Nirvana e nascita e morte non formano due
realtà separate. Se rifiutate nascita e morte pensando così di ottenere il nir­
vana, non avete compreso la natura interdipendente di tutti j dharma, non
ne conoscete la natura vuota e priva di forma. Contemplate l'assenza di
Tre porte meravigliose 3 17

scopo per mettere fine immediatamente e per sempre al perseguire e all'in­


seguire.
"Liberazione e illuminazione non sono fuori di voi. Occorre soltanto
aprire gli occhi per vedere che noi siamo l'essenza stessa della liberazione
e dell'illuminazione. Tutti i dharma, tutti gli esseri, hanno in se stessi la na­
tura della perfetta illuminazione. Non cercatela al di fuori di voi. Se farete
splendere la luce della consapevolezza sul vostro stesso essere, realizzerete
all'istante l'illuminazione. Bhikkhu, niente nell'universo esiste indipenden­
temente dalla coscienza, neppure il nirvana o la liberazione. Non cercate
altrove. Ricordate che gli oggetti della coscienza non esistono separati dal­
la coscienza. Non perseguite alcun dharma, si tratti di Brahma, del nirvana
e della liberazione. Ecco il significato di assenza di scopo. Voi siete già ciò
che cercate. L'assenza di scopo è una meravigliosa porta aperta sulla li­
bertà, e per questo è detta la terza Porta della liberazione.
"Bhikkhu, vi ho trasmesso l'insegnamento dei Sigilli del Dharma, le tre
Porte della liberazione. Le tre Porte della liberazione sono meravigliose e
sublimi. Studiatele e praticatele con tutto il cuore. Praticando secondo
questo insegnamento, otterrete certamente la liberazione" .
Quando il Buddha ebbe terminato di parlare, il venerabile Sariputta si
alzò e si inchinò. Tutti i bhikkhu ne seguirono l'esempio per manifestare la
profonda gratitudine al Buddha. Sariputta annunciò per l'indomani uno
speciale incontro dedicato allo studio del sutra, che definì infinitamente
profondo e degno di ogni sforzo per essere studiato, compreso e praticato.
Il venerabile Svasti capì che il sutra si riconnetteva al Sutra sulla vacuità,
dato l'anno precedente, e vide come il Buddha guidava i discepoli dagli in­
segnamenti più semplici a quelli sempre più sottili e profondi. Guardò i
volti radiosi e felici di Mahakassapa, Sariputta, Punna e Moggallana, e ri­
cordò come già l'anno precedente, alla fine del Sutra sulla vacuità, avessero
seguito l'esempio di Sariputta inchinandosi al Buddha. Sentì quanto era
forte il legame che univa maestro e discepoli.
Il pomeriggio seguente, i venerabili Yamelu e, Tekula si recarono nella
capanna del Buddha. I due bhikkhu erano fratelli di casta br�manica, ri­
nomati per le conoscenze linguistiche e della letteratura antica. Recitando
le scritture, la loro voce era limpida come una campana e sonora come un
tamburo. Si inchinarono al Buddha, che li invitò a sedere.
" Signore" disse il venerabile Yamelu, "vorremmo discutere con te il
problema della lingua nella diffusione dell'insegnamento. Tu ti esprimi in
magadhi, che non è la lingua madre di tutti i bhikkhu e non è compresa da
molte popolazioni. Perciò gli insegnamenti vengono tradotti nei dialetti lo­
cali. Prima di ricevere l'ordinazione, abbiamo avuto la fortuna di studiare
molte lingue e dialetti, e abbiamo osservato che le sublimi e sottili sfuma­
ture del tuo insegnamento si perdono nella traduzione. Siamo venuti a
3 18 Libro terzo

chiederti il permesso di volgere tutti i tuoi insegnamenti nella metrica clas­


sica della lingua dei Veda. Se l'insegnamento venisse dato in un'unica lin­
gua, si eviterebbero errori e inesattezze" .
Il Buddha rifletté e disse: "Non mi pare un'idea utile. Il Dharma è una
realtà viva, e le parole che lo a1munciano devono essere quelle del linguag­
gio quotidiano. Non desidero che l'insegnamento venga trasmesso in una
·lingua conosciuta da pochi studiosi. Yamelu e Tekula, voglio che i miei di­
scepoli, monaci e laici, studino e pratichino il Dharma nelle loro lingue.
Così il Dharma si manterrà vitale e accessibile. Il Dharma deve applicarsi
al modello di vita dei tempi, compatibile con le culture locali" .
Comprendendo l e intenzioni del Buddha, i venerabili Yamelu e Tekula
si inchinarono e se ne andarono.
69

Dove andrà il Buddha?

Un giorno di pioggia si recò dal Buddha un asceta di nome Uttiya.


Ananda lo fece entrare nella capanna e lo presentò al Buddha. Venne invi­
tato a sedere e gli fu offerto un asciugamano.
"Monaco Gautama" lo interrogò Uttiya, "il mondo è eterno o un gior­
no perirà? " .
Il Buddha sorrise e disse: " Con il tuo permesso, asceta Uttiya, non ri-
sponderò alla domanda" .
"Il mondo, è finito o infinito? " , chiese allora Uttiya.
"Neppure a questa domanda risponderò" .
"Il corpo e lo spirito, sono due o uno?".
"Neppure a questa domanda risponderò" .
"Dopo l a morte, continuerai a esistere o no? " .
" Non risponderò neppure a questa domanda" .
"Oppure sostieni che, dopo l a morte, n é continuerai né cesserai di esi­
stere? " .
"Asceta Uttiya, non risponderò neppure a questa domanda".
Uttiya era perplesso. "Monaco Gautama" disse, "hai rifiutato di rispon­
dere a tutte le mie domande. A quali dunque daj risposta?".
"Rispondo soltanto alle domande che riguardano direttf!mente la pa-
dronanza di mente e corpo per superare la pena e il dolore" .
" Quante persone ritieni d i poter salvare con il tuo insegnamento? " .
Il Buddha rimase in silenzio, e Uttiya non chiese altro.
Intuendo che Uttiya pensava che il Buddha non voleva rispondergli o
non ne fosse capace, Ananda fu mosso a pietà e disse: "Asceta Uttiya, for­
se un esempio ti aiuterà a comprendere meglio i fini del mio maestro. Im­
magina un re che abita in una fortezza circondata da un fossato e un mura­
glione. La fortezza ha un unico accesso, sorvegliato giorno e notte. La
guardia lascia entrare solo chi conosce, e a nessun altro è concesso di pas­
sare. Inoltre, la guardia controlla attentamente la muraglia per vedere che
320 Libro terzo

non vi siano buchi o fenditure abbastanza grandi da lasciar entrare sia pu­
re un gattino. Il re siede in trono senza preoccuparsi del numero di perso­
ne che entrano nella fortezza, perché sa che la guardia impedirà l'accesso a
ogni ospite indesiderato. Lo stesso vale per il monaco Gautama. Egli non
si preoccupa del numero di persone che lo seguono, il suo unico interesse
è insegnare la Via che mette fine alla brama, alla violenza e all'illusione, di
modo che i seguaci della Via realizzino la pace, la gioia e la liberazione. In­
terrogalo su come padroneggiare la mente e il corpo, e il mio maestro ti ri­
sponderà".
L'asceta Uttiya comprese l'esempio ma non pose domande al riguardo,
perché ossessionato da questioni metafisiche. Se ne andò insoddifatto del
colloquio.
Alcuni giorni dopo si presentò un secondo asceta, di nome Vacchagota,
che pose al Buddha domande dello stesso tenore. Ad esempio: "Monaco
Gautama, puoi dirmi se esiste o non esiste un sé? " .
Il Buddha rimase seduto in silenzio. Non disse una parola. Dopo varie
domande senza risposta, Vacchagota si alzò e se ne andò. Allora il vene­
rabile Ananda gli chiese: " Signore, nei tuoi discorsi tu parli del non sé.
Perché non hai dato risposta alla domanda che Vacchagota ti ha posto
sul sé? " .
Il Buddha rispose: "Ananda, l'insegnamento sull'assenza del sé h a lo
scopo di guidare la meditazione. Non deve essere inteso come una dottri­
na. Credendolo una dottrina, vi si rimarrebbe invischiati. Molte volte ho
paragonato l'insegnamento a una zattera per approdare all'altra sponda, o
al dito che indica la luna. Non facciamoci intrappolare dall'insegnamento.
L'asceta Vacchagota voleva che gli presentassi una dottrina, ma io non de­
sidero che resti intrappolato in nessuna dottrina, si tratti di una dottrina
del sé o di una dottrina del non sé. Se gli avessi esposto l'esistenza del sé,
avrei contraddetto il mio stesso insegnamento. Se gli avessi esposto la non
esistenza del sé, e se Vacchagota l'avesse intesa come una dottrina, gli sa­
rebbe stato di danno. Meglio rimanere in silenzio che rispondere a queste
domande. Meglio che le persone credano che io non conosco la risposta
alle loro domande, che rinchiudede nella trappola di visioni ristrette" .
Un giorno, un gruppo di asceti bloccò il venerabile Anuruddha. Non
intendevano !asciarlo passare finché non avesse risposto alle loro doman­
de. "Abbiamo udito" dissero, "che il monaco Gautama è un maestro per­
fettamente illuminato e che il suo insegnamento è sottile e profondo. Tu,
che sei suo discepolo, rispondi a questo: dopo la morte, il monaco Gauta­
ma continuerà o cesserà di esistere? " .
Gli asceti aggiunsero che poteva scegliere tra una delle seguenti pos­
sibilità:
Dopo la morte, il monaco Gautama continuerà a esistere.
Dove andrà il Buddha? 321

Dopo la morte, il monaco Gautama cesserà di esistere.


Dopo la morte, il monaco Gautama continuerà e cesserà di esistere.
Dopo la morte, il monaco Gautama né continuerà né cesserà di esistere.
Anuruddha sapeva che nessuna delle risposte era in armonia con il vero
insegnamento. Rimase in silenzio, ma gli asceti non volevano saperne. Va­
namente tentarono di costringerlo a scegliere una delle quattro possibilità.
Infine, Anuruddha disse: "Amici, per quanto riguarda la mia comprensio­
ne, nessuna risposta esprime la verità a proposito del monaco Gautama" .
Gli asceti scoppiarono a ridere. " Questo bhikkhu" lo derise uno, " deve
prendere l'ordinazione daccapo. Non sa rispondere alle nostre domande,
per questo non si esprime. Lasciamolo perdere" .
Alcuni giorni più tardi, il venerabile Anuruddha riferì al Buddha l'in­
contro con gli asceti e disse: " Signore, ti prego di illuminarci così che pos­
siamo rispondere a tali domande in futuro" .
"Anuruddha" rispose il Buddha, "è impossibile trovare il monaco Gau­
tama servendosi dei concetti. Dov'è mai il monaco Gautama? Anuruddha,
si trova forse Gautama nella forma? " .
"No, signore" .
" Si trova forse nelle sensazioni? " .
"No, signore" .
"Si trova forse nelle percezioni, nelle formazioni mentali o nella co-
scienza? " .
"No, signore" .
"O forse, Anuruddha, Gautama si trova al di fuori della forma? " .
"No, signore" .
" Si trova forse al di fuori delle sensazioni? " .
"No, signore" .
" Si trova forse al di fuori delle percezioni, delle formazioni mentali o
della coscienza? " .
"No, signore" .
"Dove dunque si trova Gautama? " , disse guardando Anuruddha. "An­
che ora che gli sei innanzi, Anuruddha, non lo puoi afferrare, Quanto me­
no lo potrai dopo la sua morte ! Anuruddha, il pensiero concettuale non
può definire l'essenza di Gautama e l'essenza di tutti i dharma, né la di­
scriminazione può racchiuderla in categorie. I dharma vanno visti in rap­
porto interdipendente con tutti gli altri dharma. Devi vedere Gautama in
tutti i dharma che d'ordinario si definiscono come non Gautama, se vuoi
vedere il suo vero volto.
"Anuruddha, se vuoi penetrare l'essenza di un fiore di loto, devi veder­
lo in tutti i dharma che d'ordinario si definiscono come non loto: il sole,
l'acqua dello stagno, le nuvole, il fango e il calore. Solo così si può squar­
ciare la trama delle visioni ristrette, il velo della discriminazione concettua-
322 Libro terzo

le che crea le prigioni di nascita e morte, qui e là, esistenza e non esistenza,
contaminato e immacolato, aumento e diminuzione. Lo stesso per pene­
trare l'essenza di G autama. Le quattro categorie di quegli asceti, esistenza,
non esistenza, esistenza e non esistenza, né esistenza né non esistenza, so­
no ragnatele tra altre ragnatele, che non potranno mai catturare l'immenso
uccello della realtà.
"Anuruddha, la realtà non è esprimibile attraverso il pensiero concet­
tuale né mediante la parola, scritta o pronunciata. Solo la comprensione
che si produce nella meditazione ci fa conoscere l'essenza della realtà.
Anuruddha, chi non abbia mai assaggiato un mango non ne conosce il gu­
sto, per quante parole e concetti vengano usati per descriverglielo. La
realtà è conoscibile solo per esperienza diretta. Per questo esorto tanto
spesso i bhikkhu a non perdersi in vane discussioni che sono uno spreco
di tempo prezioso, da usare piuttosto per vedere in profondità nelle cose.
"Anuruddha, la natura dei dharma è incondizionata e potrebbe definir­
si come quiddità, tathata. La quiddità è la natura meravigliosa dei dharma.
Dalla quiddità sboccia il loto. Dalla quiddità provengono Anuruddha e
Gautama. Ciò che nasce dalla quiddità potremmo definirlo tathagata, 'così
venuto'. Nascendo dalla quiddità, dove ritorneranno i dharma? Alla quid­
dità. Anche il ritorno alla quiddità potrebbe definirsi tathagata, 'così anda­
to'. In realtà, i dharma non provengono da nessun luogo e non ritornano a
nessun luogo. Infatti, hanno già la natura della quiddità. Anuruddha, il ve­
ro significato di quiddità è 'venuto da nessun luogo' e 'andato in nessun
luo�o'. D'ora in avanti, Anuruddha, indicherò me stesso come il Tathaga­
ta. E un termine che mi piace, perché evita la discriminazione creata dalle
parole 'io' e 'mio ' " .
Anuruddha sorrise e disse: "Anche s e tutti proveniamo dalla quiddità,
lasceremo il nome di Tathagata per te solo. Ogni volta che indicherai te
stesso con questo nome, ci ricorderemo che tutti abbiamo la natura della
quiddità, priva di inizio e di fine" .
li Buddha sorrise di rimando. "li Tathagata apprezza l a tua proposta,
Anuruddha" .
Ananda, che era stato presente al dialogo, accompagnò Anuruddha
fuori della capanna e si offrì di ripetere il colloquio alla comunità nel di­
battito dell'indomani. Anuruddha assentì con gioia. Avrebbe fatto prece­
dere al dialogo con il Buddha la narrazione dell'incontro con gli asceti a
Savatthi.
70

La quaglia e il falcone

Benché non fosse mai stato ripreso o corretto dal Buddha, il bhikkhu
Svasti era consapevole dei propri difetti. Forse il Buddha non gli aveva
mai rivolto rimproveri vedendone la sincerità degli sforzi per padroneggia­
re i sensi, anche se il risultato era lontano dalla perfezione. Svasti prendeva
a cuore i rimproveri diretti ad altri come se lui stesso avesse mancato. Ciò
gli fornì molte occasioni di approfondire la pratica. Prendeva soprattutto a
cuore i moniti e le correzioni che il Buddha faceva a Rahula e, se Rahula
faceva grandi passi nella pratica, ne era avvantaggiata anche quella di
Svasti.
Una volta, sedendo in una radura nella foresta, Svasti confidò a Rahula
di sentirsi molto fortunato di essere discepolo del Buddha. Aveva gustato
vera pace, gioia e libertà, e non provava più desideri per la vita nel mondo.
Rahula lo mise in guardia: "Anche se corrisponde a verità, non fidarti
troppo di te stesso. L'impegno di osservare e controllare i sensi in ogni
momento è il fondamento stesso della pratica, e neppure i discepoli più
anziani si possono permettere di essere trascurati" .
Gli raccontò al proposito l a storia di Vangisa, un bhikkhu stimato per
l'intelligenza e il dono della parola. Era un ecc�llente poeta e aveva com­
posto molte gatha in lode del Buddha, del Dharma e del Sangha che gli
avevano guadagnato l'encomio del Buddha stesso. Appena entrato nel san­
gha, Vangisa studiò sotto la guida del bhikkhu Nigrodhakappa ad Aggava­
la, negli immediati dintorni di Savatthi. Con la morte di Nigrodhakappa,
era andato a J etavana. Un giorno, durante la questua, confidò ad Ananda
che la sua mente era turbata e chiese di venire aiutato. Ananda apprese
che V angisa era preso dal desiderio per una giovane donna che veniva al
monastero a portare offerte di cibo. Ananda sapeva che, essendo un arti­
sta, Vangisa era sensibile alla bellezza e decise di volgere la cosa a suo van­
taggio facendogli vedere come la bellezza della via del risveglio supera l'ef­
fimera bellezza che causa soltanto ostacoli e attaccamento. Gli insegnò a
324 Libro terzo

illuminare di consapevolezza gli oggetti di contemplazione per vedere con


chiarezza la natura vuota e impermanente dei dharma. Vangisa seguì le
istruzioni di Ananda e divenne padrone dei suoi sensi. Sulla propria espe­
rienza scrisse allora una poesia che divenne famosa tra i monaci.

Pur indossando l'abito zafferano


inseguivo i desideri
come il bufalo si strugge per il riso.
Che vergogna provavo !
Il figlio di un potente generale
abile nell'arco e nelle frecce
può respingere l'assedio .
di migliaia di armati.
Dimorando nella presenza mentale
nulla potrà scorlfiggermi,
neppure una turba di splendide donne.
Io seguo il Signore
della stirpe del sole.
Seguendo in serenità il suo sentiero,
ogni desiderio è lasciato.
Diventato padrone dei miei sensi,
procedo in pace.
Tra gli infiniti ostacoli
niente scuote la mia pace.

Vangisa era un uomo d'ingegno e di talento, e a volte l'orgoglio si im­


possessava di lui portandolo a disprezzare altri monaci. Per fortuna, grazie
alla presenza mentale che praticava costantemente, riconosceva l' arrogan­
za presente in se stesso. Anche a questo proposito compose una gatha.

Discepoli di Gautama,
abbandonate l'arroganza !
Il sentiero dell'orgoglio
porta solo alla sofferenza.
Colui che cela silente la propria arroganza
è sulla via dell'inferno,
così come colui
che si gonfia d'orgoglio.
Cercate invece la gioia
di un cuore pacificato.
Praticate la presenza mentale
per svilnnpare le tre conoscenze.
La quaglia e ilfalcone 325

Il successo si ottiene soltanto


soggiogando l'arroganza.

Grazie alla consapevolezza, V angisa poté trascendere molti ostacoli e


difficoltà, e fare grandi progressi sulla via della trasformazione. Ottenne il
frutto di Colui che non fa ritorno, attestato dal venerabile Sariputta. Il
giorno in cui la sua mente e il suo cuore si aprirono, scrisse questi versi di
gratitudine al Buddha.

Intossicato dai sogni giovanili


vagai in lungo e in largo
per mercati e contrade,
sino a incontrare il Buddha.
Con me il Compassionevole
divise il meraviglioso insegnamento.
La mia fede fu risvegliata,
indossai l'abito del monaco.
Dimorando nella consapevolezza,
concentrando il cuore e la mente,
ho raggiunto le tre conoscenze
grazie al Risvegliato.
In lungo e in largo il Signore
ha piantato i semi dell'illuminazione.
Poiché gli esseri vivono nelle tenebre
ha indicato la Via:
le Quattro Nobili Verità,
il Nobile Ottuplice Sentiero,
la Pace, la Gioia e la Libertà.
Sottili e profonde le sue parole,
senza macchia la sua nobile vita,
con abilità conduce gli esseri alla liberazione.
Com'è profonda la mia gratitudine !
·

In una speciale sessione di insegnamenti per i bhikkhu più giovani, il


venerabile Sariputta additò Vangisa a esempio. Disse che, agli inizi della
pratica, V angisa era turbato da alcune afflizioni e stati mentali ma, grazie
alla pratica costante, li aveva superati e aveva raggiunto un alto grado di
comprensione. "Perciò" esortò i giovani monaci Sariputta, "non fatevi in­
vischiare da nessun complesso, sia di inferiorità sia di superiorità. La prati­
ca della presenza mentale vi renderà consapevoli di tutto ciò che accade
dentro di voi e nulla vi potrà imprigionare. Imparare a padroneggiare i sei
sensi è un modo meraviglioso di progredire lungo il sentiero" .
326 Libro terzo

Ascoltando Rahula che gli raccontava di V angisa, Svasti sentiva quasi di


conoscerlo. L'aveva incontrato, ma senza mai parlargli direttamente. Deci­
se di aspettare l'occasione buona per conoscerlo più da vicino, conscio di
avere molto da imparare dall'esperienza del venerabile Vangisa.
Svasti ricordava il paragone del mare usato dal Buddha per illustrare la
pratica di padroneggiare i sensi. "Bhikkhu" aveva detto il Buddha, "i vo­
stri occhi sono un profondo oceano in cui si nascondono mostri marini,
vortici e correnti pericolose. Se non mantenete la presenza mentale, mostri
marini, vortici e correnti attaccheranno la vostra barca e la affonderanno.
Anche le vostre orecchie, il naso, la lingua, il corpo e la mente sono
profondi oceani dove sono nascosti mostri marini" .
Ora Svasti comprendeva meglio quelle parole. I sei sensi sono davvero
profondi oceani le cui onde nascoste minacciano a ogni istante di sommer­
gerei. Avrebbe fatto bene ad ascoltare l'avvertimento di Rahula a non ri­
posare sugli allori. L'insegnamento del Buddha va praticato assiduamente.
Un pomeriggio, seduto davanti alla capanna al monastero di Jetavana, il
Buddha narrò ai bhikkhu più giovani una storia per incitarli a osservare e
padroneggiare i sensi, senza perdersi nella disattenzione. "Un giorno" rac­
contò il Buddha, "un falcone calò su una giovane quaglia e la ghermì negli
artigli. Mentre il falco si levava in alto, la quaglia prese a gemere rimprove­
randosi di avere abbandonato il luogo dove i genitori le avevano detto di
stare. 'Se li avessi ascoltati, non mi troverei in questo pasticcio' .
"TI falcone domandò: 'E dove ti avevano detto d i stare, nanerottolo?'
La quaglia rispose: 'Nel campo appena arato' .
" Con grande stupore della quaglia, il falcone disse: 'Io posso prendere
tutte le quaglie che voglio ogni volta che voglio. Ti riporterò nel campo e
ti concederò un'ora di vita. Aspetterò e, dopo un'ora esatta, ti catturerò,
spezzerò quel tuo misero collo e ti mangerò all'istante'. n falcone si posò e
liberò la quaglia nel campo appena arato.
"Inaspettatamente, la giovane quaglia corse su un monticello di terra
arata schernendo il falcone. 'Ehi, falcone, perché aspettare un'ora? Torna
qui e acchiappami adesso ! '.
"Furibondo, il falcone ripiegò le ali e scese in picchiata alla massima ve­
locità. La quaglia si tuffò in un solco, il falcone la mancò e atterrò con tan­
ta violenza che si ruppe lo sterno e morì sul colpo.
"Bhikkhu, dimorate nella presenza mentale attimo dopo attimo e pa­
droneggiate i sensi. Dimenticando la presenza mentale entrate nel dominio
di Mara, dove il pericolo è inevitabile " .
Svasti traeva spinta dai molti giovani bhikkhu sinceri e dotati. U n gior­
no, in occasione di un invito comune a casa di un laico di nome Citta, nel
villaggio di Macchikasanda, Svasti scoprì la profonda intelligenza di uno
di essi. Il laico Citta era noto per la devozione all'insegnamento e, come il
La quaglia e ilfalcone 327

laico Anathapindika, era molto amato dalla gente per il suo cuore grande e
generoso. A Citta piaceva invitare nella sua casa i discepoli anziani per of­
frirgli del cibo e interrogarli sul Dharma. Quel giorno erano stati invitati
dieci monaci anziani e due giovani, Svasti e Isidatta. Terminato il pasto,
Citta si inchinò rispettosamente e chiese il permesso di sedersi su un sedile
più basso.
Quindi pose le seguenti domande: "Venerabili, ho udito il Brahmajala
Sutra, in cui il Buddha espone le sessantadue false dottrine delle varie
scuole. Ho udito le domande poste da seguaci di queste scuole a proposito
della vita, della morte e dell'anima, come ad esempio: è il mondo finito o
infinito, temporaneo o eterno? sono il corpo e la mente uno o due? il
Tathagata esisterà dopo la morte, cesserà di esistere, esisterà e cesserà di
esistere, né esisterà né cesserà di esistere? Venerabili, che cosa origina tali
domande e opinioni esoteriche? " .
Nessuno osava dare una risposta, benché Citta avesse ripetuto la do­
manda tre volte. Svasti era in imbarazzo, e aveva le orecchie di fuoco. Fu
allora che Isidatta parlò. Si rivolse agli anziani e chiese: "Venerabili anzia­
ni, posso rispondere alla domanda di Citta? " .
"Bhikkhu" dissero gli anziani, " rispondi pure".
" Signore" disse Isidatta a Citta, "tali domande e opmroni nascono
dall'afferrarsi alla falsa idea di un sé. Abbandonando l'idea di un sé sepa­
rato, nessuno porrebbe tali domande né manterrebbe tali concezioni".
Citta era visibilmente impressionato dalla risposta del giovane bhikkhu.
Disse: " Ti prego, venerabile, spiegati meglio" .
"Coloro che non hanno conosciuto né studiato la Via del Risveglio,
identificano il sé con il corpo, oppure pensano che il sé sia contenuto nel
corpo o il corpo nel sé. Allo stesso modo, identificano il sé con le sensazio­
ni, oppure pensano che il sé sia contenuto nelle sensazioni o le sensazioni
nel sé. L'identica opinione viene sostenuta rispetto alle percezioni, alle for­
mazioni mentali e alla coscienza. Tutti sono imprigionati nella falsa idea di
un sé. Proprio perché sono imprigionati nella falsa idea di un sé si lasciano
intrappolare nelle sessantadue false opinioni esposte nel Brahmajala Sutra,
e nelle domande sul finito e l'infinito, il temporaneo e l' etetno, l'uno e il
due, l'esistere e il cessare di esistere. Discepolo Citta, domande e opinioni
come queste si rivelano vane se, mediante l'impegno nello studio e nella
pratica, la falsa idea di un sé viene superata" .
Sempre più impressionato, Citta domandò con rispetto: "Venerabile,
da dove vieni? " .
"Da Avanti " .
"Ho sentito parlare di u n giovane di Avanti d i nome Isidatta che è di­
ventato un bhikkhu. È molto stimato per la grande intelligenza. Io lo co­
nosco di nome, ma non di fatto. Tu lo conosci? " .
328 Libro terzo

" Sì, Citta. Lo conosco" .


"Puoi dirmi dove si trova in questo momento ? " .
Isidatta non rispose.
In realtà, Citta aveva indovinato che il giovane bhikkhu seduto di fron­
te a lui era Isidatta. " Forse sei tu il bhikkhu Isidatta? " , chiese.
" Sì, signore" .
Colmo di gioia, Citta esclamò: " È un grande onore per me ! Venerabile
Isidatta, il boschetto di manghi e la casa che possiedo a Macchikasanda so­
no luoghi di frescura provvisti di tutto il necessario. Mi auguro che tu ven­
ga a trovarmi spesso. Ti offro tutto ciò di cui puoi avere bisogno: cibo,
abiti, medicine e riparo" .
Isidatta non disse nulla. I bhikkhu ringraziarono e se n e andarono. Sva­
sti seppe poi che Isidatta non era più tornato nella casa di Citta perché
non desiderava essere colmato di lodi e di offerte, neppure da una persona
così stimata . Benché non lo incontrasse più per diverso tempo, l'immagine
del saggio e umile bhikkhu si incise nella mente di Svasti. Si ripromise di
seguirne l'esempio e di andarlo a trovare quando fosse passato per Avanti.
Svasti conosceva l'amore del Buddha per i giovani bhikkhu che dimo­
stravano determinazione, saggezza e preoccupazione per il benessere e la
felicità degli altri. Aveva dichiarato che la trasmissione dell'insegnamento
alle generazioni future dipendeva da loro. Ma Svasti aveva anche osservato
l'impegno del Buddha di insegnare a tutti i bhikkhu indistintamente, senza
preferenze per le capacità individuali. Alcuni monaci incontravano mag­
giori difficoltà di altri, e un bhikkhu che aveva abbandonato la comunità
sei volte era ogni volta riaccolto dal Buddha perché potesse provare anco­
ra. Non cessava di dare un tenero incoraggiamento anche a quelli che non
riuscivano a ricordare pratiche molto semplici come i sedici modi per os­
servare il respiro.
C'era il caso di un monaco di Jetavana, di nome Bhaddali. Il Buddha ne
conosceva bene le manchevolezze, ma ci passava sopra per dare al
bhikkhu la possibilità di cambiare. Bhaddali sembrava incapace di seguire
molte regole monastiche. Prendendo il cibo, ad esempio, un bhikkhu ri­
mane seduto fino alla fine del pasto, senza alzarsi per servirsi una seconda
volta e senza occuparsi di nient'altro. Questa regola è chiamata il Pasto se­
duto, ma Bhaddali non la osservava mai. Molti suoi comportamenti erano
causa di fastidio per i bhikkhu. Il Buddha lo richiamò più di una volta
esortandolo a porsi ogni mattina, al momento di alzarsi, questa domanda:
"Cosa posso fare, oggi, per contribuire al bene della comunità? ". I mesi
passavano, e Bhaddali non dava segni di miglioramento. Molti bhikkhu
erano diventati insofferenti nei suoi confronti e lo riprendevano duramen­
te. Consapevole di ciò, un giorno il Buddha disse alla comunità:
"Bhikkhu, anche se un membro del sangha rivela gravi difetti, in lui so-
La quaglia e ilfalcone 329

no senza dubbio presenti almeno alcuni semi di fede e di amore. Dobbia­


mo trattarlo in modo da proteggere e nutrire i semi di fede e di amore,
perché non muoiano anche quei pochi. Prendiamo per esempio una per­
sona che perda un occhio in un incidente. Parenti e amici faranno di tutto
per proteggere l'occhio che gli è rimasto, sapendo quale tetro futuro lo
aspetta se perde anche questo. Perciò, bhikkhu, proteggete i semi di fede e
di amore nel vostro fratello trattandolo con dolcezza" .
Svasti era presente a queste parole, e fu commosso dall'amore manife­
stato dal Buddha. Vide Ananda asciugarsi le lacrime, e seppe che anche lui
ne era stato toccato.
Il Buddha, benché amorevole e compassionevole, sapeva essere severo
quando il caso lo richiedeva. Chi non trovava aiuto nel Buddha era davve­
ro una persona senza futuro. Un giorno Svasti si trovò a presenziare a un
breve ma incisivo scambio di battute tra il Buddha e un uomo di nome
Kesi, un noto allevatore di cavalli.
" Spiegaci come fai a domare i cavalli" , gli chiese il Buddha.
" Signore" rispose Kesi, "i cavalli hanno indole diversa. Alcuni sono do­
cili, e bastano parole gentili per domarli. Altri recalcitrano e richiedono,
oltre alle parole gentili, una mano ferma. Altri, ancora più riottosi, si do­
mano soltanto con una ferrea disciplina".
Il Buddha rise e chiese: "Se un cavallo non reagisce a nessuno di questi
tre sistemi, che cosa fai? " .
" Signore, in questo caso bisogna uccidere il cavallo. Vivendo con gli al­
tri, li guasterebbe. Ora tocca a me chiederti come educhi i monaci".
Il Buddha sorrise e disse: "Esattamente come fai tu. Ad alcuni basta la
gentilezza, altri richiedono fermezza e gentilezza, altri ancora ferrea disci­
plina".
"E se un monaco non reagisce a nessuno di questi tre sistemi, che cosa
fai? " .
"Quello che fai tu. Lo uccido" , rispose il Buddha.
L'allevatore di cavalli si allarmò. " Che cosa? ! Lo uccidi? Io pensavo che
fossi contrario all'uccisione".
"Non lo uccido come fai tu con i cavalli" , spiegò il Buddha. " Se una
persona non reagisce a nessuno dei metodi che abbiamo appena descritto,
non le viene permesso di entrare nel sangha. Non lo accetto come discepo­
lo. È una sventura, perché non poter praticare il Dharma in comunità si­
gnifica mancare un'occasione che si presenta solo una volta nel corso di
mille vite. Che altro è se non morire alla vita spirituale? Non solo è un ma­
le per chi ha ricevuto il rifiuto, ma è un male anche per me, che provo
amore e responsabilità nei suoi confronti. E non abbandono la speranza
che, un giorno, si aprirà alla pratica e ritornerà da noi".
Tempo prima, Svasti aveva udito il Buddha riprendere Rahula e redar-
330 Libro terzo

guire molti bhikkhu. Ma ora comprendeva il profondo amore che si na­


scondeva dietro i suoi rimproveri. Capì anche quanto lui stesso fosse ama­
to dal Buddha, anche se non glielo aveva mai detto. Gli bastava guardarlo
negli occhi per saperlo.
Quella sera il Buddha aveva un ospite, e Ananda incaricò Svasti di pre­
parare il tè. L'ospite era un guerriero dal portamento fiero e aristocratico,
che portava sempre con sé una spada scintillante appesa sulla schiena.
Smontò da cavallo alle porte di Jetavana e lasciò la spada inguainata nella
sella. Sariputta lo accompagnò alla capanna del Buddha. Altissimo e impo­
nente, camminava a passi da gigante e il suo sguardo trafiggeva. Ananda
disse a Svasti che si chiamava Rohitassa.
Entrando nella capanna per servire il tè, Svasti trovò Rohitassa e Sari­
putta seduti su bassi sedili di fronte al Buddha, mentre Ananda stava in
piedi alle spalle del maestro. Svasti servì i tre uomini seduti, poi si affiancò
ad Ananda. Il tè venne bevuto in silenzio. Dopo una lunga pausa, Rohitas­
sa parlò così: "Signore, ci sono mondi privi di nascita, vecchiaia, malattia e
morte? Ci sono mondi in cui non si muore mai? Su quali mezzi di traspor­
to si può abbandonare questo mondo di nascita e morte e giungere a un
mondo privo di nascita e morte? " .
"Non ci sono mezzi di trasporto per abbandonare questo mondo di na­
scita e morte", rispose il Buddha. "Non importa a che velocità tu vada,
fosse pure alla velocità della luce".
Rohitassa giunse le mani e disse: "Tu dici il vero. So per certo che non è
possibile fuggire da questo mondo di nascita e morte con qualsivoglia
mezzo di trasporto e per quanto si vada veloci. Ricordo una vita preceden­
te in cui possedevo poteri soprannaturali e volavo in aria più veloce di una
freccia. Con un solo balzo mi spostavo dal Mare Orientale al Mare Occi­
dentale. Ma volevo fuggire da questo mondo di nascita, vecchiaia, malattia
e morte per trovare un mondo in cui non si patisse nascita e morte. Proce­
devo a grande velocità notte e giorno, senza mai fermarmi per mangiare o
bere, riposare o dormire, urinare o defecare. Per cent'anni corsi a grande
velocità senza arrivare in nessun luogo, finché un giorno morii sul ciglio
della strada. Signore, le tue parole sono perfettamente vere ! In verità non
si può fuggire da questo mondo di nascita e morte con qualsivoglia mezzo
di trasporto, quand'anche si volasse alla velocità della luce".
Il Buddha disse: " Ma non ho affermato che non si possa trascendere
questo mondo di nascita e morte. Rohitassa, in verità puoi trascendere
questo mondo di nascita e morte. Ti mostrerò il cammino. Il mondo di na­
scita e morte si origina nel tuo stesso corpo alto sei piedi, e in questo stes­
so corpo si trovano i mezzi per trascenderlo. Contempla il tuo corpo,
Rohitassa. Fai splendere la consapevolezza sul mondo di nascita e morte
così come si manifesta nel tuo grande corpo. Contemplalo sino a vedere la
La quaglia e ilfalcone 33 1

verità dell'impermanenza, della vacuità, dell'assenza di nascita e morte di


tutti i dharma. Allora il mondo di nascita e morte si dissolverà di fronte a
te e si rivelerà il mondo del privo di nascita e privo di morte. Così sarai li­
bero da angoscia e paura. Non hai bisogno di viaggiare per abbandonare il
mondo di sofferenza e morte, ti basta guardare in profondità nella natura
del tuo stesso corpo" .
Svasti vide gli occhi di Sariputta brillare come stelle. Il volto del guer­
riero Rohitassa splendeva di felicità. Svasti era commosso. Chi poteva son­
dare la meraviglia e la maestosità dell'insegnamento del Buddha? Era co­
me una composizione di musica epica. Con maggiore chiarezza che mai,
Svasti vide che la chiave della liberazione era nelle sue stesse mani.
71

L'arte di accordare il sitar

Alla fine del ritiro delle piogge, il Buddha s'incamminò verso sud. Fece
una prima sosta al Parco dei Cervi di Isipatana dove, trentasei anni prima,
aveva pronunciato il primo discorso di Dharma sulle Quattro Nobili Ve­
rità. Sembrava solo ieri, ma tante cose erano cambiate. Dalla prima volta
in cui era stata girata la ruota del Dharma, l'insegnamento si era diffuso in
tutto il bacino del Gange. La popolazione di Isipatana aveva eretto uno
stupa per commemorare l'evento ed era sorto un monastero che ospitava
un gran numero di monaci. A Isipatana il Buddha diede insegnamenti e
consigli alla comunità, poi proseguì in direzione di Gaya.
A Uruvela fece una seconda sosta all'albero della bodhi, più bello e lus­
sureggiante che mai. La foresta pullulava di capanne. ll re Bimbisara aveva
in progetto di erigere uno stupa per commemorare il luogo dell'illumina­
zione. Il Buddha volle conoscere i bambini del villaggio, che non erano di­
versi da quelli dei tempi andati. Svasti, il guardiano di bufali, aveva ora
quarantasette anni ed era un anziano rispettato da tutto il sangha. I bambi­
ni del villaggio offrirono al Buddha papaye mature. Tutti sapevano già re­
citare la formula dei tre rifugi.
Da Gaya, piegò a nord-est verso Rajagaha. Poi, dalla capitale, raggiunse
il Picco dell'Avvoltoio. Qui incontrò il venerabile Punna, che gli espose i
risultati della diffusione del Dharma nell'isola di Sunaparanta dove aveva
da poco portato a termine il ritiro delle piogge assieme a molti altri
bhikkhu. A Sunaparanta cinquecento persone avevano preso rifugio nel
Buddha, nel Dharma e nel Sangha.
Nei giorni successivi, il Buddha fece visita ai centri sparsi nella regione.
Una notte, sedendo in meditazione, udì un monaco recitare i sutra. Nella
voce si avvertiva un'incrinatura, come se il monaco fosse stanco o scoraggia­
to. Il Buddha intuì che doveva incontrare difficoltà nella pratica. Il mattino
seguente, il venerabile Ananda gli disse che il nome del monaco era Sona. Il
Buddha lo ricordava: l'aveva conosciuto tanti anni prima a Savatthi.
L'arte di accordare il sitar 333

Dopo l'ordinazione Sona Kulikanna era stato assegnato alla guida del
venerabile Maha Kaccana, con cui aveva studiato per molti anni sul monte
Pavatta, nella regione di Kururaghara. Sona era un giovane di famiglia fa­
coltosa, educato e intelligente ma di costituzione gracile. La vita senza casa
del bhikkhu, con un unico pasto al giorno e dormendo sotto gli alberi, gli
costava grande fatica, ma la sua devozione alla pratica non aveva mai vacil­
lato. A un anno dall'ordinazione, il suo maestro lo condusse a Savatthi
perché conoscesse il Buddha.
"Sona" l'aveva interrogato il Buddha, "la tua salute è buona? Incontri
difficoltà nella pratica, nel questuare o nel diffondere il Dharma? " .
" Signore, sono felice e non incontro difficoltà" , aveva risposto Sona.
li Buddha disse ad Ananda di preparare un giaciglio per Sona nella sua
capanna. Quella notte, il Buddha sedette in meditazione fino alle tre del
mattino. Consapevole di ciò, Sona non riusciva a dormire. Rientrato nella
capanna, il Buddha se ne accorse e chiese: "Sona, non dormi ancora? " .
"No, signore. Sono sveglio" .
"Allora, perché non reciti qualche gatha che sai a memoria? " .
Sona recitò le sedici gatha contenute del Sutra sulla piena consapevolez­
za del respiro . La sua voce era chiara come una campana. Non incespicava
sulle parole e non ne dimenticò nessuna.
"Reciti molto bene" , lo lodò il Buddha. "Da quanti anni hai preso l'or­
dinazione? " .
"Poco più di un anno, signore. Ho completato un unico ritiro delle
piogge" .
Ora, ascoltandolo di nuovo recitare i sutra, il Buddha capì che si era
sforzato troppo. Si fece condurre da Ananda alla capanna di Sona, che si
levò immediatamente per salutarlo. Il Buddha invitò i due bhikkhu a sede­
re con lui, e chiese a Sona: "Prima di diventare monaco, eri un musicista.
Suonavi il sitar a sedici corde, vero? " .
"Proprio così, signore" .
" Sona, s e l e corde del sitar sono allentate, che accade? " .
" Signore, se le corde sono allentate il sitar non è bene accordato" .
" E se invece sono troppo tese? " .
··

"Se sono troppo tese, rischiano di spezzarsi " .


" Se invece sono correttamente tese, n é troppo n é troppo poco? " .
" Se sono correttamente tese, i suoni saranno intonati" .
"Proprio così, Sona. Una persona indolente e pigra non progredirà nel­
la pratica, ma una persona che eccede nello sforzo proverà stanchezza e
scoraggiamento. Sona, impara a riconoscere le tue forze e non tendere
troppo la tua mente e il tuo corpo. Solo così otterrai i frutti della pratica" .
Sona si alzò e s'inchinò per esprimere la profonda gratitudine per l'in­
segnamento ricevuto.
334 Libro terzo

Un pomeriggio giunse Jivaka, il medico. Il Buddha era appena venuto a


piedi dalla Foresta di Bambù, ma accolse l'invito di Jivaka di salire assieme
sul Picco dell'Avvoltoio. Jivaka lo guardava con ammirazione salire la scala
tagliata nella roccia. Il Buddha aveva settantadue anni, ma conservava il vi­
gore di sempre. Camminava con passi tranquilli e misurati, reggendo con
una mano la ciotola e l'orlo dell'abito con l'altra. Così camminava anche il
venerabile Ananda. Jivaka si offrì di portare la ciotola del Buddha, che glie­
la tese con un sorriso e disse: " Sai però che il Tathagata è salito su questa
montagna centinaia di volte e ha sempre portato la ciotola senza fatica" .
I gradini scavati a d arte nel fianco della montagna erano un dono del re
Bimbisara, il padre di Jivaka. Giunti all'ultimo gradino, il Buddha invitò
Jivaka a sedergli accanto su una roccia piatta davanti alla capanna. Jivaka
si informò della sua salute e dei suoi spostamenti. Quindi guardò prima
Ananda, poi il Buddha, e disse in tono solenne: " Signore, sento il dovere
di metterti al corrente della situazione. Nel sangha avvengono cose stretta­
mente legate alla politica del regno. Credo sia bene che tu ne sia infor­
mato " .
Proseguì spiegando come era ormai chiaro che il venerabile Devadatta
voleva sostituirsi al Buddha nella guida del sangha. Aveva alleati tra i
bhikkhu e i membri più influenti del governo. Il suo sostenitore principale
era il venerabile Kokalika, e riceveva l'appoggio dei venerabili Kotamo­
raka Tissa, Khandadeviputta e Samuddadatta, ognuno dei quali disponeva
di numerosi discepoli. Devadatta era abile ed eloquente, e godeva del ri­
spetto di un gran numero di bhikkhu e laici. Non aveva mai dichiarato
esplicitamente il suo contrasto con il Buddha o i discepoli anziani, ma fa­
ceva frequenti allusioni all'età avanzata del Buddha, chiedendosi se fosse
ancora in grado di mantenere la guida del sangha. Insinuava che i metodi
di insegnamento del Buddha erano ormai superati e non adatti ai giovani.
Tra i laici facoltosi che lo appoggiavano spiccava il principe Ajatasattu, per
ragioni che Jivaka non sapeva spiegare. Il principe Ajatasattu onorava De­
vadatta con la stessa intensità con cui il re Bimbisara onorava il Buddha.
Aveva edificato per Devadatta un grande centro spirituale sul monte
Gayasisa, nel luogo in cui il Buddha aveva esposto il Sutra del fuoco ai fra­
telli Kassapa e ai loro mille seguaci. Il principe si recava ogni pochi giorni
a Gayasisa per offrire personalmente il cibo. Desiderando entrare nelle
grazie del principe, molti mercanti e politici lo imitavano e andavano ad
ascoltare i discorsi di Dharma. La figura di Devadatta acquistava impor­
tanza di giorno in giorno. Da tre a quattrocento bhikkhu gli avevano ga­
rantito di essere dalla sua parte.
" Signore" continuò Jivaka in tono più sommesso, "non credo ci sia da
temere per i fatti che ti ho esposto, ma una cosa mi dà da pensare: ho sen­
tito che Ajatasattu è impaziente di salire al trono per attuare i suoi scopi,
L'arte di accordare il sitar 335

perché ritiene che nostro padre abbia monopolizzato troppo a lungo il po­
tere. Allo stesso modo, Devadatta è impaziente che tu gli trasmetta la gui­
da del sangha. Il mio parere è che Devadatta abbia seminato pensieri ma­
levoli nella mente del principe, e questa impressione si rinnova ogni volta
che mi reco a palazzo come medico della famiglia reale. Se al re succedesse
qualcosa, tu e il sangha ne verreste implicati. Perciò ti prego, signore, sii
accorto ".
"Jivaka" disse il Buddha, "ti ringrazio per avere esposto al Tathagata la
situazione. Certo è necessario sapere cosa sta accadendo, ma non temere.
Baderò che il sangha non venga a trovarsi in situazioni spiacevoli" .
Dopo essersi inchinato, Jivaka s e ne andò. n Buddha sollecitò Ananda a
non farne parola con nessuno.
Dieci giorni dopo il Buddha diede un discorso di Dharma a tremila di­
scepoli riuniti nella Foresta dei Bambù, presente anche il re Bimbisara.
Parlò dei Cinque Poteri necessari per nutrire i frutti dell'illuminazione: fi­
ducia, energia, presenza mentale, concentrazione e retta comprensione.
Appena il Buddha ebbe terminato, e prima che qualcun altro potesse
intervenire, si alzò in piedi il venerabile Devadatta che si inchinò e disse:
"Signore, sei avanti negli anni e la tua salute non è più quella di un tempo.
Ora meriti di stare in riposo e di trascorrere gli ultimi anni in perfetta
tranquillità. La guida del sangha è diventata per te un compito troppo gra­
voso. Rinuncia, signore. Sono pronto io ad assumermi la guida dei
bhikkhu" .
n Buddha l o guardò e rispose: "Grazie, Devadatta, per il tuo interessa­
mento. Ma il Tathagata possiede ancora il vigore e la salute per continuare
a guidare il sangha".
Il venerabile Devadatta si voltò verso la comunità. Trecento bhikkhu si
alzarono e giunsero le mani. " Sono numerosi quelli che concordano con
me" , disse al Buddha. "Non preoccuparti, signore. Sono perfettamente in
grado di assumere la guida del sangha. Consentimi di sollevarti dal tuo
grave fardello". .
"Basta, Devadatta" , lo interruppe il Buddha. " Non dire altro. Molti di­
scepoli anziani sono più indicati di te, eppure a nessuno di loro ho chiesto
di assumere la guida del sangha. Tanto meno lo chiedo a te. Non sei anco­
ra in grado di metterti alla testa della comunità" .
Devadatta si sentì umiliato davanti a tutti. S'imporporò in volto e sedet­
te ribollendo di rabbia.
Il giorno dopo, al Picco dell'Avvoltoio, Ananda disse al Buddha: "Si­
gnore, il comportamento di Devadatta mi addolora. Temo che voglia ven­
dicarsi per essere stato ripreso davanti alla comunità, e ho paura che il san­
gha vada incontro a uno scisma. Col tuo permesso, vorrei parlargli in pri­
vato per consigliarlo" .
336 Libro terzo

Il Buddha rispose: "Ananda, se ho parlato con severità a Devadatta da­


vanti al re e alla comunità, è stato per chiarire a tutti che non l'ho designa­
to a succedermi alla guida dei bhikkhu. Tutto ciò che farà d'ora innanzi,
ricadrà sotto la sua sola responsabilità. Se credi che parlargli serva a pia­
carlo, fa' pure " .
Pochi giorni dopo Jivaka ritornò con l a notizia che Devadatta complot­
tava per creare una frattura nel sangha, ma non sapeva ancora in che
modo.
72

Resistenza silenziosa

Era il giorno del discorso settimanale del Buddha alla Foresta dei
Bambù. Un gran numero di persone erano convenute, tra cui il re Bimbi­
sara e il principe Ajatasattu. Il venerabile Ananda notò che i bhikkhu pro­
venienti da altri centri erano più numerosi che ai due precedenti discorsi.
Seduto tra Sariputta e Mahakassapa, c'era Devadatta.
Come la volta precedente, appena il Buddha ebbe terminato di parlare,
Devadatta si alzò, si inchinò e disse: "Signore, tu insegni ai bhikkhu a vive­
re in semplicità, senza desideri e limitandosi alle vere necessità. Vorrei
proporre cinque nuove regole per rafforzare il nostro impegno di vivere
semplicemente.
"Primo, i bhikkhu dormano nella foresta, e mai entro villaggi o città.
"Secondo, i bhikkhu vivano di sole elemosine, senza mai accettare inviti
nelle case dei laici.
"Terzo, i bhikkhu cuciano il proprio abito ricavandolo da cenci e strac-
ci, senza mai accettarne in dono dai laici.
"Quarto, i bhikkhu dormano all'aperto, e mai in capanne o costruzioni.
"Quinto, i bhikkhu prendano solo cibi vegetariani.
"Signore, seguendo queste regole vivranno davvero una vita semplice,
·

priva di desideri" . '


.

Il Buddha rispose: "Devadatta, il Tathagata non accetta queste regole


come vincolanti. Se un bhikkhu desidera dimorare esclusivamente nella
foresta, può farlo. Ma è ugualmente bene vivere in capanne, monasteri,
villaggi e città. Se un bhikkhu desidera vivere di sole elemosine, può rifiu­
tare gli inviti nelle case dei laici. Ma si abbia la libertà di accettare gli invi­
ti, come occasione per comunicare l'insegnamento. Se un bhikkhu deside­
ra ricavare il proprio abito da cenci e stracci, può farlo. Ma è lecito accet­
tarlo in dono dai laici, a patto di non possederne più di tre. Se un bhikkhu
desidera dormire all'aperto, può farlo. Ma è legittimo dormire in capanne
e costruzioni. Se un bhikkhu desidera prendere solo cibi vegetariani, può
338 Libro terzo

farlo. Ma è lecito accettare carne, sempre che vi sia la sicurezza che nessun
animale è stato ucciso appositamente a questo scopo. Devadatta, le regole
ora in vigore offrono ai bhikkhu molte occasioni di mantenere i rapporti
con i laici e di diffondere meglio l'insegnamento tra coloro che hanno an­
cora scarsa conoscenza della Via del Risveglio" .
" Dunque non accetti queste cinque regole? " , chiese Devadatta.
" No, Devadatta. ll Tathagata non le accetta" .
Devadatta si inchinò e si rimise a sedere, la bocca contratta in un sorri­
so compiaciuto.
Quella sera, riposando nella sua capanna alla Foresta dei Bambù, il
Buddha disse ad Ananda: "Il Tathagata conosce le intenzioni di Devadat­
ta. Ci sarà presto una grave frattura nella comunità" .
Poco tempo dopo, Ananda e Devadatta si incontrarono lungo l a via a
Rajagaha. Devadatta gli comunicò che stava costituendo un proprio san­
gha, con recitazioni dei precetti, cerimonie di confessione, ritiri delle piog­
ge e giorni del Pavarana separati e riservati ai propri seguaci. Profonda­
mente rattristato, Ananda ne informò il Buddha. Durante la successiva ce­
rimonia di confessione del sangha alla Foresta dei Bambù, Ananda notò
l'assenza di molte centinaia di bhikkhu. Sapeva che stavano partecipando
alla cerimonia guidata da Devadatta.
Al termine della confessione, alcuni bhikkhu vennero a parlare al
Buddha nella sua capanna. "Signore" dissero, "i bhikkhu che hanno preso
le parti di Devadatta ci pungolano a unirei al nuovo sangha. Affermano
che le nuove regole sono più rette delle tue, e portano a riprova il tuo ri­
fiuto di accettarle. Affermano che alla Foresta dei Bambù si conduce una
vita troppo rilassata, in fondo non differente da quella dei laici. Lamenta­
no che, pur lodando la semplicità, non convalidi quelle regole che favori­
rebbero la vita semplice. Ti accusano di ipocrisia. Signore, le loro parole
non ci turbano e conserviamo fede nella tua saggezza. Ma molti giovani
bhikkhu con poca esperienza di pratica, e specialmente quelli che hanno
ricevuto l'ordinazione da Devadatta, sono attirati dalla maggiore austerità
a cui invitano le cinque regole. Molti lasciano il sangha per unirsi a Deva­
datta. Sentiamo il dovere di informarti" .
Il Buddha rispose: " Non datevene troppo pensiero. L a cosa principale
è la vostra pratica della vita nobile e pura del monaco" .
Alcuni giorni dopo, Jivaka ritornò al Picco dell'Avvoltoio con la notizia
che Devadatta aveva ormai un seguito di più di cinquecento monaci. Si
erano stabiliti a Gayasisa, il centro di Devadatta. Jivaka informò inoltre il
Buddha di segrete trame politiche alla capitale, in cui Devadatta aveva un
ruolo chiave. Consigliò che il Buddha affermasse pubblicamente che non
considerava più Devadatta membro del sangha.
La notizia del sangha indipendente del venerabile Devadatta si diffuse
Resistenza silenziosa 339

rapidamente. Ovunque andassero, i bhikkhu venivano interrogati al pro­


posito. Il venerabile Sariputta li esortò a rispondere semplicemente: "Chi
semina semi cattivi raccoglie cattivi frutti. Causare la rottura della comu­
nità è la più grave violazione dell'insegnamento" .
U n giorno, parlando davanti a numerosi bhikkhu, il Buddha riferì il
consiglio di Jivaka di affermare pubblicamente che Devadatta non era più
considerato membro del sangha del Buddha. Ponderata la proposta, Sari­
putta disse: " Signore, più volte in passato abbiamo elogiato il valore e la
virtù del venerabile Devadatta. Che accadrà se ora lo biasimassimo? " .
" Sariputta" chiese il Buddha, " quando in passato hai elogiato pubblica-
mente Devadatta, dicevi il vero ? " .
" Sì, signore. Lodando il valore e l a virtù di Devadatta dicevo il vero" .
"E ora, biasimandone il comportamento, diresti il vero ? " .
" Sì, signore" .
"Allora il caso non si pone. L'importante è dire sempre il vero " .
Alcuni giorni dopo i bhikkhu annunciarono ai laici che il venerabile
Devadatta era stato espulso dal sangha del Buddha e quindi, d'ora in avan­
ti, il sangha non si assumeva la responsabilità delle sue azioni.
In tutto ciò, i venerabili Sariputta e Moggallana erano rimasti strana­
mente silenziosi, rifiutandosi anche di rispondere alle domande dei laici.
Notato l'atteggiamento reticente, Ananda disse loro: " Fratelli, non vi siete
espressi sul comportamento di Devadatta. Avete forse qualche idea parti­
colare? " .
Sorrisero entrambi, e Moggallana rispose: "Esatto, fratello Ananda. Ser­
viremo il Buddha e il sangha a modo nostro " .
Molti laici spettegolavano sullo scisma, adducendolo a motivi d i invidia
e piccole meschinità, ma altri compresero che dovevano esserci ragioni
profonde dietro la sconfessione di Devadatta da parte del Buddha. In co­
storo, la fede nel Buddha e nel sangha non aveva vacillato.
Un mattino tempestoso, la popolazione della capitale apprese con stu­
pore che il re Bimbisara si preparava ad abdicare in favore del figlio, il
principe Ajatasattu. La cerimonia di incoronaziÒne era fissat,a la prossima
luna piena, che cadeva di lì a dieci giorni. Il Buddha era sorpreso di non
essere stato messo al corrente dal re il quale, in passato, era sempre venuto
a chiedergli consiglio prima di prendere una decisione importante. Il so­
spetto che ci fosse qualcosa che non andava venne confermato dall'arrivo
di Jivaka.
Il Buddha lo invitò a fare con lui meditazione camminata su un sentiero
montano. Procedevano a passi calmi e composti, osservando il respiro.
Dopo un certo tempo, sedettero assieme su una roccia piatta e Jivaka gli
rivelò che il principe aveva messo il re agli arresti. Il re era confinato nei
suoi appartamenti e nessuno, salvo la regina Videhi, aveva il permesso di
340 Libro terzo

parlargli. Anche i due più fedeli consiglieri erano stati arrestati, per tema
che si opponessero all'incoronazione del principe. Alle loro famiglie era
stato fatto credere con l'inganno che importanti affari politici li costringe­
vano a palazzo.
Jivaka era venuto a conoscenza di questi fatti soltanto perché la regina
l'aveva chiamato a palazzo per un'indisposizione e gli aveva rivelato che,
un mese prima, le sentinelle avevano sorpreso il principe che tentava di
entrare a notte fonda nelle stanze del re. Il suo comportamento era sem­
brato sospetto e le guardie lo avevano perquisito, scoprendo una spada na­
scosta sotto i vestiti. Condotto alla presenza del re, lo accusarono di na­
scondere una spada. Il re fissò il figlio e chiese: "Ajatasattu, perché volevi
entrare nei miei appartamenti con una spada? " .
" Volevo ucciderti, padre" .
" E perché volevi uccidermi? " .
"Per diventare re" .
"Perché mai dovresti uccidenni per diventare re? S e me lo avessi chie­
sto, avrei immediatamente abdicato in tuo favore" .
" Non pensavo che tu fossi disposto a farlo. Ho commesso un grave er­
rore, e supplico il tuo perdono" .
" Chi ti h a spinto a questo gesto?", lo interrogò il re.
Dapprima Ajatasattu si rifiutò di rispondere ma, messo alle strette dal
padre, ammise che l'idea era stata del venerabile Devadatta. Benché fosse
notte fonda, il re convocò i suoi due più fidati consiglieri per averne un
parere. Il primo disse che il tentato assassinio del re era un crimine punibi­
le con la morte, e chiese la decapitazione del principe e di Devadatta. Si
spinse addirittura a proporre che tutti i bhikkhu venissero messi a morte.
" Non posso mettere a morte Ajatasattu" si oppose il re, "è mio figlio.
Per quanto riguarda i bhikkhu, hanno dichiarato di non assumersi la re­
sponsabilità delle azioni di Devadatta. Il Buddha ha visto davvero lontano.
Sospettandolo capace di azioni nefande, ha ripudiato Devadatta dal san­
gha. Non intendo mettere a morte neppure Devadatta. È il cugino del
Buddha e in passato si è comportato da monaco di valore" .
Allora il secondo consigliere esclamò: "La tua compassione non ha
uguali, maestà ! Sei un degno discepolo del signore Buddha. Come intendi
trattare la faccenda? " .
"Domani" disse il re, " annuncerò al popolo la rinuncia al trono in favo­
re di mio figlio, il principe Ajatasattu. L'incoronazione si celebrerà tra die­
ci giorni" .
"E il suo tentativo di assassinarti?".
"Li perdono entrambi, mio figlio e Devadatta. Spero che il mio perdo­
no sia loro di insegnamento" .
I consiglieri si inchinarono profondamente al re, imitati dal principe. Il
Resistenza silenziosa 341

re ordinò alle guardie di non fare parola dell'accaduto. Il giorno seguente,


udito l'annuncio dell'abdicazione del re, Devadatta si precipitò di corsa al­
la capitale e chiese udienza al principe. In seguito, il principe disse alla re­
gina che Devadatta veniva a offrirgli il suo aiuto per la cerimonia dell'inco­
ronazione. Invece era accaduto che, due giorni dopo l'incontro tra il prin­
cipe e il bhikkhu, il marito e i due consiglieri erano stati messi agli arresti.
Jivaka terminò il racconto dicendo: " Signore, spero soltanto che il princi­
pe metta in libertà il re e i consiglieri dopo l'incoronazione" .
Il giorno seguente giunse un messo reale con l'invito al Buddha e ai
bhikkhu di presenziare all'incoronazione. I soldati stavano già decorando
le porte e le strade della città con bandiere e lanterne. Dissero al Buddha
che Devadatta sarebbe intervenuto alla cerimonia con i suoi seicento se­
guaci. Il B uddha fece chiamare il venerabile Sariputta e gli disse: "Sariput­
ta, non sarò presente all'incoronazione e desidero che nessun bhikkhu ci
vada. Non daremo alcun segno di adesione a un fatto tanto ingiusto e spie­
tato " .
Il giorno dell'incoronazione, l'assenza del Buddha e del sangha fu causa
di stupore e suscitò molti interrogativi nella popolazione. Non passò mol­
to che 'si venne a sapere la verità sull'arresto del re e dei consiglieri. Tra la
popolazione crebbe una silenziosa ma risoluta resistenza al nuovo regime.
Benché Devadatta si proclamasse una guida, la gente incominciò a notare
delle differenze di comportamento tra i suoi seguaci e i discepoli del
Buddha. Ai bhikkhu di Devadatta venivano rifiutate le offerte di cibo, e il
rifiuto aveva contemporaneamente il valore di condanna nei confronti del
nuovo re.
Il re Ajatasattu si incollerì alla notizia della silenziosa resistenza del po­
polo. Non osava però andare contro il Buddha e il sangha, sapendo che ri­
schiava la sollevazione del suo stesso popolo e degli stati confinanti, dove
il Buddha era tenuto in grande stima. Era certo che il re Pasenadi del Ko­
sala non avrebbe esitato a inviare l'esercito se il Buddha fosse stato impri­
gionato o offeso in qualunque modo. Il nuovo re convocò Devadatta per
decidere il da farsi.
73

Il riso nascosto

Era notte fonda quando, seduto in meditazione sul Picco dell'Avvol­


toio, il Buddha aprì gli occhi e vide una figura seminascosta dietro un al­
bero. ll Buddha lo apostrofò. L'uomo venne avanti alla luce della luna, de­
pose una spada ai piedi del Buddha e si prostrò come per offrirgliela.
"Chi sei e cosa fai qui? " , chiese il Buddha.
" Concedimi di prostrarmi davanti a te, maestro Gautama! " , esclamò
l'uomo. "Ho avuto ordine di ucciderti, ma non posso. Mentre sedevi in
meditazione, le mie mani hanno sollevato dieci volte questa spada ma non
riuscii a muovere un solo passo verso di te. Non posso ucciderti, e ora te­
mo che il mio padrone mi uccida. Stavo riflettendo al da farsi, quando mi
hai chiamato. Concedimi di prostrarmi davanti a te ! " .
" Chi ti ha dato ordine di uccidere il Tathagata? " , chiese il Buddha.
"Non oso rivelarti il nome del mio padrone" .
"Non occorre che m e l o riveli. M a che cosa ti h a detto ? " .
"Maestro, m i h a insegnato il sentiero per salire sulla montagna e un al-
tro sentiero per discendere una volta compiuto il mio incarico" .
"Hai moglie e figli? " .
"Non sono sposato, signore. Ho solo una madre in età avanzata".
"Ascoltami, e segui attentamente le mie istruzioni. Torna a casa, prendi
tua madre e attraversa rapidamente il confine del Kosala. Là potrete rifarvi
una nuova vita. Non scendere per il sentiero che ti hanno indicato, dove ti
stanno aspettando per ucciderti. Ora, vai".
L'uomo si prostrò ancora una volta e si allontanò di corsa senza racco­
gliere la spada.
li mattino seguente, i venerabili Sariputta e Moggallana andarono dal
Buddha con una richiesta: "È tempo per noi di recarci nell'altra comunità.
Vogliamo portare aiuto ai fratelli che, spinti da ignoranza, hanno preso la
strada sbagliata. Chiediamo il tuo permesso di assentarci per qualche
tempo " .
Il riso nascosto 343

n Buddha li guardò e disse: "Andate, se sentite di doverlo fare, ma siate


prudenti. Proteggete le vostre vite" .
Proprio in quel momento il venerabile Sariputta vide la spada abbando­
nata a terra. Con gli occhi interrogò il Buddha, che annuì e disse: " Sì, que­
sta notte è venuto qui un soldato con l'ordine di uccidere il Tathagata, ma
il Tathagata l'ha ben consigliato. Lascia la spada dov'è. Chiederò a Jivaka
di sbarazzarsene" .
Moggallana guardò Sariputta e disse: "Forse è meglio non separarci dal
Buddha, vista la situazione. Che ne pensi, fratello? " .
Senza dare a Sariputta il tempo di rispondere, il Buddha disse: " Non te­
mere. Il Tathagata non è in pericolo" .
Nel pomeriggio giunsero molti monaci dalla Foresta dei Bambù. Erano
sconvolti al punto da non riuscire a parlare e avevano il volto rigato di la­
crime. " Che cosa succede? Perché piangete? " , li interrogò il Buddha.
Asciugandosi le lacrime, uno dei bhikkhu rispose: " Signore, veniamo
dalla Foresta dei Bambù. Per via abbiamo incontrato i fratelli Sariputta e
Moggallana, che ci hanno detto di essere diretti a Gayasisa. Tanto è il no­
stro dolore che non riusciamo a trattenere le lacrime. Più di cinquecento
bhikkhu hanno lasciato il sangha, ma non ci saremmo mai aspettati che ti
abbandonassero i tuoi due discepoli più cari".
Il Buddha sorrise e li rassicurò: "Non affliggetevi, bhikkhu. Il Tathagata
ha fiducia in Sariputta e Moggallana. Non tradiranno il sangha".
Tranquillizzati, i bhikkhu sedettero ai piedi del Buddha.
Il giorno seguente, Jivaka invitò il Buddha al Boschetto di Manghi. Il
venerabile Ananda andò con lui. Terminato di mangiare, Jivaka li informò
che la regina Videhi si trovava nel boschetto e chiese al Buddha se voleva
incontrarla. n Buddha intuì che Jivaka aveva organizzato l'incontro in se­
greto, e lo pregò di farla avvicinare.
La deposta regina si inchinò e scoppiò in singhiozzi. n Buddha lasciò
che sfogasse il proprio dolore e le chiese con tenerezza: "Raccontami ogni
cosa" .
" Signore" disse la regina, "la vita del re Bintbisara è in grave pericolo.
Ajatasattu è deciso a !asciarlo morire di fame. Ha proibito anche a me di
portargli il cibo" .
Quindi raccontò che, all'inizio degli arresti del re, aveva ricevuto il per­
messo di portargli il cibo. Poi, un giorno, le guardie le tolsero il vassoio
con le vivande prima di !asciarla entrare. Si era presentata al marito in la­
crime, ma il re Bimbisara l'aveva consolata e le aveva detto che non serba­
va rancore per il comportamento del figlio. Preferiva soffrire la fame che
scatenare una guerra nel paese. Il mattino seguente la regina ritornò con il
vassoio delle vivande, nascondendo nei capelli piccole palle di riso. Le
guardie le tolsero il vassoio, ma non si accorsero del riso. In questo modo
344 Libro terzo

riusciva a sfamarlo. Vedendo che il padre restava in vita, Ajatasattu ordinò


alle guardie di perquisire a fondo la regina. Il riso venne scoperto, e la re­
gina non sapeva più come fare.
Tre giorni dopo ideò un altro stratagemma. Si lavò e asciugò con cu­
ra; poi con latte, miele e farina fece un impasto che si spalmò sul corpo.
Attese che l'impasto seccasse, e si rivestì. Non trovando più riso nascosto
nei capelli, le guardie la lasciarono passare. Una volta entrata, la regina
si tolse l'abito, grattò via l'impasto e con esso nutrì il re. Il trucco le era
riuscito due volte, ma temeva di venire scoperta e di non poter più vede­
re il marito.
La regina scoppiò di nuovo in singhiozzi. Il Buddha osservò un lungo
momento di silenzio, poi la interrogò sulle condizioni del re, fisiche e spi­
rituali. La regina rispose che, benché fosse calato visibilmente di peso,
conservava il suo vigore e lo spirito era alto. Il re non nutriva sentimenti di
odio o rammarico, ma manteneva il sorriso e conversava come se nulla fos­
se accaduto. Usava la prigionia per praticare la meditazione e, grazie a un
lungo corridoio, poteva fare anche meditazione camminata. Da una fine­
stra che dava sul Picco dell'Avvoltoio contemplava a lungo la montagna, e
davanti alla medesima finestra sedeva in meditazione.
Il Buddha volle sapere se la regina aveva informato il fratello, il re Pase­
nadi. Ricevuta una risposta negativa, propose di mandare un bhikkhu a
Savatthi per pregare il re Pasenadi di darle tutto l'aiuto possibile.
La regina lo ringraziò, poi raccontò questo fatto. Prima della nascita del
principe, gli astrologhi reali avevano predetto che avrebbe tradito il padre.
Una volta, durante la gravidanza, Videhi era stata assalita dal grottesco bi­
sogno di ferire un dito del re per suggerne il sangue. La cosa l'aveva turba­
ta e atterrita: non riusciva a credere di poter nutrire un simile pensiero.
Sin da bambina la vista del sangue la spaventava, al punto che non sop­
portava di assistere all'uccisione di un pesce o una gallina. Eppure, ecco
che provava il desiderio di gustare il sangue del marito ! Lottò con tutte le
forze contro la sua stessa brama, e scoppiò in lacrime. Vinta dalla vergo­
gna, si nascose il viso tra le mani non osando parlarne al re. Pochi giorni
dopo, il re si tagliò accidentalmente sbucciando un frutto. Incapace di
controllarsi, Videhi gli afferrò il dito e succhiò le gocce di sangue. Il re tra­
salì ma non la fermò. Dopo di che, la regina crollò a terra in pianto. Allar­
mato, Bimbisara l'aiutò a sollevarsi e volle sapere cos'era successo. Videhi
gli rivelò lo strano e terribile desiderio. Gli parlò degli sforzi per frenarsi e
di come infine avesse ceduto. Sapeva che la vera causa di tutto ciò era il
bambino che portava nel ventre.
Gli astrologhi reali suggerirono che la regina abortisse o che il bambino
venisse ucciso subito dopo il parto. Né il re né la regina vollero. Il bambi­
no ricevette il nome di Ajatasattu, che significa il 'nemico non nato'.
Il riso nascosto 345

Il Buddha consigliò alla regina di recarsi dal marito non più di una vol­
ta ogni due o tre giorni, per non suscitare sospetti in Ajatasattu. In questo
modo, avrebbero potuto rimanere più tempo insieme. Le suggerì di fargli
mangiare solo una piccola parte dell'impasto, conservando il resto fino alla
prossima visita della regina. Quindi si accomiatò da Jivaka e ritornò al Pic­
co dell'Avvoltoio.
74

Il barrito della regina degli elefanti

Dopo un mese di permanenza a Gayasisa, i venerabili Sariputta e Mog­


gallana ritornarono alla Foresta dei Bambù. I bhikkhu li salutarono con
gioia e con molte domande sulla situazione a Gayasisa, ma Sariputta e
Moggallana si limitavano a sorridere. Pochi giorni dopo, si riunirono al
sangha alla Foresta dei Bambù oltre trecento bhikkhu della comunità di
Devadatta. Colmi di gioia, i bhikkhu del sangha li accolsero con calore.
Quattro giorni dopo, il venerabile Sariputta li contò e il numero preciso ri­
sultò di trecento e ottanta bhikkhu. Assieme a Moggallana li condusse dal
Buddha al Picco dell'Avvoltoio.
Il Buddha era davanti alla sua capanna e guardava i bhikkhu salire la
montagna guidati dai suoi due discepoli anziani. Tutti quelli che dimora­
vano sul Picco dell'Avvoltoio uscirono incontro ai rimpatriati. Sariputta e
Moggallana si appartarono per parlare privatamente al Buddha, che li in­
vitò a sedere. li venerabile Sariputta sorrise e disse: " Signore Buddha, ab­
biamo riportato quasi quattrocento bhikkhu" .
"Vi siete condotti bene", disse il Buddha. " Ma, ditemi, in che modo
avete aperto loro gli occhi? " .
" Signore" raccontò Moggallana, " arrivammo mentre il fratello Deva­
datta aveva terminato di mangiare e si disponeva a dare un discorso di
Dharma. Tutto faceva sembrare che volesse imitarti. Ci vide, e s'illuminò
di piacere. Invitò Sariputta a sedergli accanto sulla pedana ma Sariputta ri­
fiutò e preferì sedere da una parte. Io sedetti dall'altra. Devadatta parlò
così ai monaci: 'Oggi si sono uniti a noi i venerabili Sariputta e Moggalla­
na, che in passato furono miei intimi amici. Vorrei cogliere l'occasione in­
vitando il venerabile Sariputta a esporre il Dharma al mio posto' .
"Devadatta s i voltò verso Sariputta e giunse l e mani. Mio fratello ac­
cettò l'invito ed espose con parole meravigliose le Quattro Nobili Verità. I
bhikkhu ascoltavano affascinati. Io guardavo Devadatta e vedevo che gli
occhi gli si chiudevano, come se stesse per addormentarsi. Era certo affari-
Il barrito della regina degli elefanti 347

cato dagli ultimi avvenimenti. A metà del discorso di Dharma, si addor­


mentò.
" Ci fermammo a Gayasisa un mese, prendendo parte a tutte le attività
quotidiane. Ogni tre giorni il fratello Sariputta dava un discorso, insegnan­
do ai bhikkhu con tutto il suo cuore. Un giorno sorpresi il bhikkhu Koka­
lika, il consigliere più fidato di Devadatta, bisbigliargli qualcosa all' orec­
chio, ma Devadatta non sembrava fargli caso. Credo che Kokalika gli di­
cesse di non fidarsi di noi. Ma Devadatta era contento di avere qualcuno
disposto ad assumersi la responsabilità dell'insegnamento del Dharma,
specie se si trattava di una persona di grandi capacità come mio fratello
Sariputta.
"Un giorno, dopo aver tenuto un discorso sui Quattro Fondamenti del­
la Consapevolezza, Sariputta annunciò: 'Questo pomeriggio, mio fratello e
io vi lasceremo per fare ritorno dal Buddha e dal sangha posto sotto la sua
guida. Cari fratelli, c'è un solo maestro perfettamente illuminato, e questi
è Gautama. Il Buddha ha fondato il sangha dei bhikkhu, ed è la fonte di
tutti noi. Sono certo che, se ritornaste, il Buddha vi accoglierebbe con ca­
lore. Cari fratelli, niente è più doloroso che vedere una comunità divisa.
Nella mia vita ho incontrato un unico vero maestro: il Buddha. Noi ce ne
andremo e, se qualcuno tra voi desidera ritornare, si trovi alla Foresta dei
Bambù. Di lì, vi accompagneremo dal Buddha sul Picco dell'Avvoltoio'.
"Quel giorno Devadatta era alla capitale, e il venerabile Kokalika, che
ci era stato ostile sin dal nostro arrivo, si alzò per protestare. Ci lanciò ad­
dirittura delle maledizioni, ma fingemmo di non udire. In silenzio ripren­
demmo le ciotole e gli abiti, e da Gayasisa ritornammo a Venuvana, dove
attendemmo cinque giorni. Non passò molto che trecento e ottanta
bhikkhu di Gayasisa si unirono a noi".
"Ora, signore" intervenne Sariputta, " questi bhikkhu devono prendere
una nuova ordinazione? Se occorre, organizzerò una cerimonia di ordina­
zione prima del loro incontro con te" .
"Non è necessario, Sariputta" , rispose i l Buddha.
' "Basterà che rendano
piena confessione davanti alla comunità" . .

I due discepoli anziani si inchinarono e tornarono dai bhikkhu in at­


tesa.
Nei giorni che seguirono, altri trentacinque bhikkhu abbandonarono
Gayasisa. Sariputta organizzò una cerimonia di confessione anche per loro
e li accompagnò dal Buddha. Ananda li interrogò sulla situazione a Gaya­
sisa. Risposero che, tornato da Rajagaha e appresa la defezione di quasi
quattrocento bhikkhu, Devadatta si era imporporato in volto per la rab­
bia. Per giorni e giorni non aveva rivolto la parola a nessuno.
Ananda chiese ancora: " Che cosa dissero i fratelli Sariputta e Moggalla­
na per farvi decidere di abbandonare Devadatta e tornare dal Buddha? " .
348 Libro terzo

" Non pronunciarono una sola parola contro il venerabile Devadatta e il


sangha di Gayasisa" , rispose uno dei bhikkhu. "Parlarono solo del Dhar­
ma con tutto il loro cuore. La maggior parte di noi ha ricevuto l' ordinazio­
ne da due o tre anni soltanto, e la nostra pratica difetta ancora di fermezza
e profondità. Udendo i discorsi di Dharma del fratello Sariputta e riceven­
do le istruzioni individuali dal fratello Moggallana, abbiamo compreso che
l'insegnamento del Buddha è davvero sublime e meraviglioso. La presenza
dei venerabili Sariputta e Moggallana, con la loro profonda comprensione
e virtù, uguagliava la presenza stessa del Buddha. Capimmo che, benché il
venerabile Devadatta parli con eloquenza, non regge il paragone. Dopo la
partenza dei due venerabili, discutemmo la loro proposta e risolvemmo di
fare ritorno" .
" Cosa fece il bhikkhu Kokalika quando ve n e andaste? " , chiese Ananda.
"Andò in collera e ci minacciò, non ottenendo che di rafforzare la no­
stra decisione".
Un pomeriggio, mentre ammirava il tramonto, il Buddha udì un grido
dal basso: "Signore, attento ! Si è staccato un masso ! " .
li Buddha guardò dietro di s é e vide un masso delle dimensioni di un
carro rotolare verso di lui. Togliersi dalla traiettoria era pressoché impossi­
bile, perché la via era ostruita da pietre aguzze e taglienti che si erano stac­
cate con il masso. Per fortuna si incastrò tra due spuntoni di roccia senza
colpire il Buddha, che ebbe però un piede trafitto da un frammento stac­
catosi nell'urto. Il sangue zampillò, macchiando l'abito. Alzando lo sguar­
do, il Buddha vide sulla cima della montagna una figura allontanarsi di
corsa.
La ferita doleva. Depose a terra il sanghati piegato in quattro e si sedet­
te nella posizione del loto, concentrandosi sul respiro per calmare il dolo­
re. Sopraggiunsero di corsa i bhikkhu, uno dei quali esclamò: "È certo
opera di Devadatta ! " .
E un altro: "Fratelli, dividiamoci in gruppi e pattugliamo l a montagna
per proteggere il Buddha. Non perdiamo tempo ! " .
Tutti correvano di qua e di là in preda all'agitazione, turbando la calma
serale. Il Buddha disse: "Fratelli, non gridate. Niente giustifica questo
strepito. Il Tathagata non ha bisogno di protezione. Ritornate alle vostre
capanne. Tu, Ananda, manda il novizio Cunda a chiamare il medico Ji­
vaka" .
I suoi desideri vennero esauditi. Jivaka giunse i n u n baleno al Picco
dell'Avvoltoio e ordinò di adagiare il Buddha su una portantina e traspor­
tarlo al boschetto di manghi.
In pochi giorni, la notizia del duplice attentato alla vita del Buddha rag­
giunse la capitale. La popolazione ne fu stupita e sconvolta. Contempora­
neamente venne annunciata la morte del re Bimbisara. Per vie misteriose si
Il barrito della regina degli elefanti 349

venne a sapere che era morto agli arresti, e i cuori del popolo si colmarono
di angoscia. Tutti guardavano al Picco dell'Avvoltoio come al simbolo del­
la resistenza morale. Assieme al cordoglio per il re cresceva l'ammirazione
per il Buddha. E, benché il Buddha non avesse mai commentato i fatti re­
centi, il suo silenzio era compreso dal popolo.
Il re Bimbisara era morto a sessantasette anni, cinque meno del
Buddha. Aveva trentun anni quando prese i tre rifugi direttamente dal
Buddha. Asceso al trono all'età di quindici anni, aveva regnato per cin­
quantadue. A lui si doveva la ricostruzione di Rajagaha, distrutta dal fuo­
co. Aveva dato al Magadha un lungo periodo di pace, salvo una breve
guerra con il regno di Anga. Il re Brahmadatta ne era uscito sconfitto e il
regno di Anga era passato temporaneamente sotto la giurisdizione del Ma­
gadha. Quando sul trono di Anga salì Taxila Pukkusati, il re Bimbisara
sottoscrisse rapporti di amicizia per scongiurare futuri conflitti. Grazie a
ciò, anche il re di Anga divenne discepolo del Buddha. Il re Bimbisara
aveva capito l'importanza di mantenere buoni rapporti con i regni confi­
nanti, e aveva sposato la sorella minore del re Pasenadi del Kosala, la prin­
cipessa Kosaladevi, proclamandola regina. Sposò altre donne dei clan dei
Madra e dei Licchavi, e sua sorella maggiore aveva sposato il re del Kosala.
Esternò l'amore e il rispetto per il Buddha facendo erigere nel parco
reale uno stupa che ne custodiva i capelli e le unghie. Ai piedi dello stupa
ardevano peretmemente incensi e candele in segno di gratitudine per il
suo insegnamento. Dello stupa venne incaricata Srimati, un'ancella del pa­
lazzo, che si occupava dei fiori e delle piante che lo abbellivano e della pu­
lizia dello spiazzo.
Dieci giorni dopo il fatto del masso, il Buddha e i bhikkhu mendicava­
no nelle vie della capitale quando Ananda vide un elefante venire contro
di loro a passo di carica. L'animale era fuggito dalle scuderie reali e Anan­
da lo riconobbe per Nalagiri, malfamato per l'indole violenta. Ananda non
si spiegava come il guardiano avesse potuto lasciarlo scappare. In preda al
panico, tutti si gettarono alla ricerca di un riparo. L'elefante brandì la pro­
boscide e, con le orecchie e la coda diritte, marèiò verso il Buddha. Anan­
da lo prese per un braccio per metterlo al riparo, ma il Buddha non si
mosse. Rimaneva calmo e imperturbato. Alcuni bhikkhu si rannicchiarono
dietro di lui, altri corsero via. La gente gli gridava di mettersi in salvo.
Ananda trattenne il fiato e fece per mettersi davanti al Buddha per proteg­
gerlo col suo corpo. Ma, in quel preciso istante, con vivo stupore di Anan­
da, il Buddha emise un maestoso barrito. Era il barrito della regina degli
elefanti con cui aveva stretto amicizia tanti anni prima nella foresta di
Rakkhita, a Parileyyaka.
Nalagiri era a pochi metri dal Buddha quando udì il barrito. Si fermò di
botto. Il possente elefante si inginocchiò sulle quattro zampe e poggiò la
350 Libro terzo

testa al suolo come per inchinarsi al Buddha. n Buddha lo accarezzò dol­


cemente sulla testa e, tenendolo per la proboscide, ricondusse un placido
Nalagiri alle scuderie.
Tutti applaudirono e si congratularono. Ananda sorrideva. Ripensava ai
giorni in cui erano ragazzi, e Siddhartha non aveva uguali nelle arti mar­
ziali. Allora eccelleva in tutte, tiro con l'arco, sollevamento dei pesi, scher­
ma ed equitazione, e oggi trattava un elefante infuriato come un vecchio e
docile amico. I bhikkhu e la folla seguirono il Buddha e l'elefante alle scu­
derie. Il Buddha diede al guardiano un'occhiata severa, ma le sue parole
furono compassionevoli: "Il Tathataga non vuole sapere chi ti ha ordinato
di liberare questo elefante. Devi però capire la gravità del tuo atto. Avreb­
bero potuto essere uccise dozzìne, centinaia di persone. Fai in modo che
non accada mai più".
n guardiano si prostrò. Il Buddha l'aiutò a risollevarsi e ritornò nelle fi­
la dei bhikkhu per continuare la questua.
Alle esequie del re Bimbisara presenziarono il Buddha e il sangha. Fu
una cerimonia bella e solenne. n popolo piangeva la scomparsa del monar­
ca tanto amato e accorse in folla a porgere l'estremo saluto. I bhikkhu pre­
senti erano più di quattromila.
Dopo le esequie, il Buddha trascorse la notte nel boschetto di manghi
di Jivaka. Il medico gli rivelò che, nell'ultimo mese, la regina Videhi non
aveva potuto incontrare una sola volta il marito. n re si era spento in com­
pleta solitudine. Lo trovarono steso sotto la finestra favorita. Esalando
l'ultimo respiro, i suoi occhi guardavano il Picco dell'Avvoltoio.
Poco dopo le esequie del re, Jivaka condusse dal Buddha il principe
Abhayaraja, figlio di Bimbisara e della moglie Padumavati. Il principe
chiese di prendere i voti di bhikkhu. Dalla morte del padre aveva perso
ogni interesse per una vita di onori e di ricchezze. Aveva udito molti di­
scorsi di Dharma dalle labbra del Buddha e si sentiva attratto dal sentiero
dell'illuminazione. Non desiderava nient'altro che la pace e la libertà della
vita del monaco. Il Buddha accolse il principe Abhayaraja nel sangha dei
bhikkhu.
75

Lacrime di felicità

Dieci giorni dopo, il Buddha indossò l'abito esterno, prese la ciotola e


partì dalla città di Rajagaha. Si diresse a nord, al di là del Gange, sostò al
monastero di Kutagara e riprese il cammino per Savatthi. Presto sarebbe
iniziata la stagione delle piogge, e doveva essere a Jetavana per il ritiro an­
nuale. Lo accompagnavano i venerabili Ananda, Sariputta e Moggallana,
con trecento bhikkhu.
A Savatthi non sostò ma si diresse subito a Jetavana. Bhikkhu e
bhikkhuni si erano raccolti in gran numero per attenderne l'arrivo. Erano
al corrente dei fatti del Magadha e furono sollevati nel vederlo indenne e
in buona salute. Era presente anche la bhikkhuni Khema, attuale badessa
delle monache.
Il re Pasenadi giunse appena seppe del suo arrivo. Lo interrogò sulla
situazione a Rajagaha e il Buddha gli raccontò ogni cosa, compreso
l'incontro con la regina Videhi, sorella del re Pasenadi. Dietro la sua
calma apparente, disse il Buddha, trapelava un cuore gonfio di pena e di
dolore. Il re disse di avere inviato a Rajagaha una delegazione per chie­
dere spiegazioni ad Ajatasattu, suo nipote, sugli arresti del re Bimbisara.
Un mese era ormai trascorso, senza notizie della tlelegazione . .Aveva allora
mandato a dire al nuovo re che, se lo riteneva necessario, poteva venire di
persona a Savatthi per discolparsi. In segno di disaccordo con i fatti del
Magadha, il re Pasenadi aveva reclamato il territorio che aveva donato al
Magadha molti anni prima come dono di nozze per il matrimonio della
sorella con il re Bimbisara. Si trattava di terre nei pressi della città di
V aranasi, nel Kasi.
Era giunto il primo giorno di ritiro. I centri spirituali e i monasteri della
regione traboccavano di bhikkhu e bhikkhuni. Ogni dieci giorni, a Jetava­
na, il Buddha dava un discorso di Dharma all'intera comunità. Poiché i di­
scorsi seguivano immediatamente il pasto di mezzogiorno, e i monaci e le
monache che venivano da lontano non potevano fermarsi a questuare per
352 Libro terzo

via se volevano arrivare in tempo, i discepoli laici si impegnarono a far tro­


vare del cibo pronto al loro arrivo.
Nel primo discorso di Dharma, il Buddha parlò della felicità. Disse che
la felicità esiste e si può sperimentare nella normale vita quotidiana. "In
primo luogo " disse, "la felicità non è il risultato della gratificazione senso­
riale. I piaceri dei sensi danno l'illusione della felicità, mentre in realtà so­
no fonte di sofferenza.
"È come un lebbroso, costretto a vivere in solitudine nella foresta.
Giorno e notte la sua carne è tormentata da terribili dolori. Scava allora
una buca, vi accende il fuoco e cerca momentaneo sollievo dagli spasimi
esponendo le membra al bruciore del fuoco. Solo così trova sollievo. Fin­
ché, miracolosamente, guarisce e ritorna alla vita normale nel suo villaggio.
Un giorno, recatosi nella foresta, scorge un gruppo di lebbrosi che espon­
gono le loro carni alle fiamme così come faceva un tempo. La pietà lo co­
glie perché sa che ora, recuperata la salute, non potrebbe tollerare una si­
mile vicinanza al fuoco. Se qualcuno volesse trascinarlo vicino al fuoco, si
opporrebbe con tutte le forze. E comprende che, ciò che un tempo gli era
di momentaneo sollievo, è in realtà fonte di dolore per una persona sana.
"I piaceri sensoriali" continuò il Buddha, " sono come il fuoco. Danno
piacere soltanto ai malati. Una persona sana rifugge le fiamme dei piaceri
dei sensi" .
TI Buddha spiegò che la fonte della vera felicità è una vita di pace e li­
bertà, che consente di sperimentare appieno le meraviglie dell'esistenza.
Felicità è essere consapevoli di ciò che accade nel momento presente, libe­
ri da attaccamento e awersione. Una persona felice apprezza le meraviglie
che si manifestano di momento in momento: una fresca brezza, il cielo del
mattino, un fiore dorato, un bambù violetto, il sorriso di un bambino. Una
persona felice ne gioisce senza esserne legata. Comprendendo che tutti i
dharma sono impermanenti e privi di un sé, la persona felice non si lascia
assorbire neppure da quelle gioie. La persona felice vive nell'agio, libera
da timore e paura. Sa che ogni fiore appassisce, e non si angoscia quando
accade. La persona felice comprende la natura della nascita e della morte
dei dharma. La sua felicità è vera felicità, e non teme né paventa la morte.
Disse che alcuni credono che si debba soffrire per essere felici in futu­
ro. Costoro celebrano sacrifici e si sottopongono a dure prove fisiche e
mentali, sperando di attenerne in cambio la felicità futura. Ma la vita è sol­
tanto nel momento presente, e sacrificarla equivale a sprecarla. Altri cre­
dono che, per ottenere pace, gioia e liberazione in futuro, si debba pratica­
re la mortificazione nel presente. Seguono pratiche ascetiche, si riducono
alla fame e tormentano il corpo e la mente. Tali pratiche, disse il Buddha,
causano una doppia sofferenza, presente e futura. Altri sostengono che,
essendo la vita tanto effimera, non vale la pena preoccuparsi del futuro.
Lacrime difelicità 353

L'unica cosa che conta è la ricerca di quanta più soddisfazione sensoriale è


possibile. Ma anche l'attaccamento ai piaceri sensoriali causa una doppia
sofferenza, presente e futura.
Il sentiero indicato dal Buddha evita i due estremi. Il modo di vita più
saggio, disse, è vivere in modo da favorire tanto la felicità presente che
quella futura. La via della liberazione non tormenta il corpo nella speranza
di una felicità futura. Un bhikkhu genera felicità nel momento presente
per sé e per gli altri nel modo in cui consuma il pasto quotidiano, medita e
pratica i Quattro Fondamenti della Consapevolezza, le Quattro Medita­
zioni Incommensurabili e la Piena Consapevolezza del Respiro. Prendere
un unico pasto al giorno mantiene il corpo leggero e in salute, concedendo
più tempo alla pratica spirituale. Vivendo in pace e libertà, si aiutano me­
glio gli altri. Un bhikkhu non prende moglie e non genera, non come pra­
tica di mortificazione, ma per essere più libero di aiutare gli altri. Un
bhikkhu conosce la felicità di ogni momento della vita quotidiana. Se sen­
te che la castità lo rende infelice, non vive nel vero spirito dell'insegna­
mento. Un bhikkhu che mantiene il vero spirito del celibato irradia benes­
sere, pace e gioia. Questo modo di vivere porta felicità nel presente e nel
futuro.
Terminato il discorso, la discepola laica Punnalakkhana chiese un collo­
quio privato con il Buddha. Spiegò che il marito, Sudatta Anathapindika,
era gravemente malato. L'infermità gli aveva impedito di venire ad ascolta­
re il discorso di Dharma. Le sue condizioni si aggravavano rapidamente,
tanto che temeva di morire prima di vedere il Buddha per l'ultima volta.
Il giorno seguente il Buddha, accompagnato da Sariputta e Ananda, si
recò a casa di Sudatta. Sudatta li accolse commosso. Il volto era contratto
e pallido, e a stento riuscì a mettersi seduto. " Sudatta" gli disse il Buddha,
"la tua vita è stata felice e piena di significato. Hai alleviato la sofferenza di
innumerevoli persone, tanto che ti hanno denominato Anathapindika, 'co­
lui che ha cura dei poveri e i bisognosi'. Il monastero di Jetavana è una tua
creazione. Hai sempre operato per la diffusione, del Dharma. Sei vissuto
secondo l'insegnamento, colmando così di felicità te stesso, l� tua famiglia
e innumerevoli altri. Ora puoi riposarti. Sariputta verrà a farti visita spesso
e ti offrirà la sua guida. Non cercare di venire al monastero, risparmia le
forze " .
Sudatta giunse le mani in segno d i gratitudine.
Quindici giorni dopo, il Buddha diede un discorso concernente la vita
laica, indicando ai laici come realizzare la vera felicità nella vita quotidia­
na. Ripercorse il principio della "pace nel presente, pace nel futuro ", che
aveva illustrato nel precedente incontro con i monaci e le monache. "Un
bhikkhu" disse, "osserva il celibato per dimorare nella pace e nella gioia
del momento presente. Così si garantisce anche la felicità futura. Ma i
354 Libro terzo

bhikkhu senza casa non sono gli unici a poter gioire di questa felicità. An­
che i laici che vivono nel mondo possono seguire l'insegnamento per nu­
trire la vera felicità. In primo luogo non fate che, a causa della sete di ric­
chezza, il lavoro vi assorba tanto da derubare voi e le vostre famiglie della
felicità del momento presente. La felicità viene prima. Uno sguardo di
comprensione, un sorriso di accettazione, una parola amorevole, un pasto
condiviso con calore e consapevolezza: ecco ciò che crea felicità nel mo­
mento presente. Nutrendo la consapevolezza del momento presente, evite­
rete di causare sofferenza a voi e a quanti vi circondano. Il modo di guar­
dare, il sorriso e le piccole attenzioni creano felicità. La vera felicità non è
nella ricchezza o nella fama" .
Il Buddha ricordò un colloquio che aveva avuto a Rajagaha, molti anni
prima, con un mercante di nome Sigala. Aveva lasciato la Foresta dei
Bambù con la ciotola dell'elemosina alle prime luci dell'alba. Poco prima
di entrare in città, si era imbattuto in un giovane, Sigala, che si stava pro­
strando nelle sei direzioni: oriente, occidente, settentrione, meridione, bas­
so e alto. Il Buddha si era fermato e gli aveva chiesto il motivo delle pro­
strazioni. Sigala aveva risposto che, sin da bambino, il padre gli aveva inse­
gnato a prostrarsi ogni mattino nelle sei direzioni. Obbediva con piacere ai
desideri del padre, ma non conosceva gli scopi del rituale.
"Prostrarsi" gli aveva detto il Buddha, "è una pratica che reca felicità
nel presente e nel futuro" . Spiegò che la prostrazione a oriente simboleg­
gia la gratitudine per i genitori; a meridione, la gratitudine per i maestri; a
occidente, l'amore per la sposa e i figli; a settentrione, l'affetto per gli ami­
ci; in basso, la gratitudine per i suoi pari; in alto, la gratitudine per i saggi e
i virtuosi.
Quindi gli aveva insegnato i cinque precetti e come guardare in profon­
dità nelle cose per evitare azioni motivate da avidità, ira, passione o paura.
Gli aveva insegnato ad astenersi dalle sei azioni che portano alla rovina:
abusare di alcolici, vagare di notte per le strade, frequentare le bische, visi­
tare luoghi di depravazione, associarsi con persone di dubbia reputazione
e soccombere alla pigrizia. Quindi gli insegnò a discernere tra buone e cat­
tive amicizie. "Un buon amico" gli disse, "è costante. Che tu sia ricco o
povero, felice o triste, vittorioso o sconfitto, buon amico è colui i cui senti­
menti per te non mutano. Un buon amico ti presta ascolto e condivide i
tuoi dolori. Divide con te le sue gioie e pene, e considera le tue gioie e pe­
ne come proprie" .
Quindi riprese il discorso di Dharma. "La vera felicità è conoscibile in
questa stessa vita, se ci atteniamo ai seguenti principi:
" l . Associarsi a persone virtuose, evitando i comportamenti degradanti.
"2. Vivere in un ambiente favorevole alla pratica spirituale e allo svilup­
po delle buone qualità.
Lacrime difelicità 355

"3 . Favorire le occasioni per conoscere a fondo il Dharma e i precetti, e


per imparare meglio il proprio mestiere.
"4. Destinare del tempo ai genitori, al coniuge e ai figli.
"5 . Dividere con gli altri tempo, felicità e ricchezze.
"6. Incrementare le occasioni per coltivare la virtù. Astenersi dall'alcol
e dal gioco d'azzardo.
"7 . Coltivare l'umiltà, la gratitudine e la semplicità di vita.
"8. Incrementare le occasioni di contatto con i bhikkhu per studiare
meglio la Via.
"9. Condurre una vita fondata sulle Quattro Nobili Verità.
" 10. Praticare la meditazione per alleviare preoccupazioni e ansie" .
Il Buddha elogiò i laici che vivevano l'insegnamento nella vita quotidia­
na, in famiglia e nella società. Lodò particolarmente Sudatta Anathapin­
dika, additandolo a esempio di grande dedizione a una vita di servizio, di
felicità e piena di significato. Vasta era il cuore di Sudatta, la cui vita fu
sempre guidata dall'insegnamento. Altri ben più ricchi, disse il Buddha,
difficilmente uguaglierebbero la felicità che Sudatta ha elargito agli altri.
Le parole di lode al marito commossero fino alla lacrime sua moglie
Punnalakkhana, che si alzò e disse rispettosamente al Buddha: " Signore, la
vita dei ricchi è molto occupata, soprattutto se hanno numerosi possessi.
Penso che un'occupazione più umile e modesta favorisca meglio la pratica
spirituale. Vedendo i bhikkhu senza casa né famiglia, che posseggono po­
co più di una ciotola, anche noi laici sospiriamo una vita più semplice e li­
bera da preoccupazioni. Anche noi desideriamo una vita di pace, ma trop­
pe sono le responsabilità che ci legano. Che cosa possiamo fare? " .
"Punnalakkhana" rispose il Buddha, " anche i bhikkhu hanno responsa­
bilità. Il celibato esige che il bhikkhu mantenga i precetti con presenza
mentale giorno e notte. Il bhikkhu dedica la propria vita agli altri. Disce­
poli laici, il Tathagata vi suggerisce di assaporare la vita del bhikkhu un
paio di volte al mese. Chiameremo questa pratica gli Otto Precetti laici.
Due volte al mese potete venire al monastero e se�uire gli otto precetti per
un giorno e una notte. Come i bhikkhu, prenderete un unico pasto. Farete
meditazione seduta e camminata. Per ventiquattro ore potrete sperimenta­
re la stessa vita di celibato, consapevolezza, concentrazione, calma, pace e
gioia dei monaci. Alla fine della giornata ritornerete alla vita secolare, os­
servando i cinque precetti e i tre rifugi come sempre.
"Discepoli laici, il Tathagata illustrerà ai bhikkhu gli Otto Precetti per i
laici. Potrete organizzare queste giornate speciali nel monastero o nelle vo­
stre abitazioni, dove inviterete i bhikkhu perché vi diano gli otto precetti e
gli insegnamenti relativi alla pratica" .
Punnalakkhana gioì del consiglio del Buddha, e chiese: " Signore, quali
sono gli otto precetti?".
356 Libro terzo

Il Buddha rispose: " Non uccidere, non rubare, non tenere una condot­
ta sessuale scorretta, non mentire, non bere alcol, non adornarsi di gioielli,
non sedere né coricarsi su letti lussuosi, non usare denaro. Questi otto
precetti mettono al riparo dalla distrazione e dalla confusione. Prendere
un unico pasto lascia più tempo per la pratica" .
I laici accolsero con gioia l a proposta d i istituire giornate speciali di
pratica.
Dieci giorni dopo, un servitore di Sudatta venne a dire a Sariputta che
la malattia del padrone si era ancora aggravata. Sariputta chiese ad Anan­
da di unirsi a lui, e insieme entrarono in città. Sudatta giaceva a letto. Un
servitore vi accostò due sedili per i bhikkhu.
Vedendo che Sudatta soffriva di tremendi dolori fisici, il venerabile Sa­
riputta gli consigliò di praticare la contemplazione del Buddha, del Dhar­
ma e del Sangha per dare sollievo alla sofferenza. "Discepolo laico Sudat­
ta, contempliamo assieme il Buddha, l'Illuminato; il Dharma, la Via della
Comprensione e dell'Amore; il Sangha, la Nobile Comunità che vive in ar­
monia e consapevolezza" .
Sapendo che non gli restava molto da vivere, Sariputta gli disse: "Disce­
polo laico Sudatta, contempliamo così: gli occhi non sono me, le orecchie
non sono me, il naso, la lingua, il corpo e la mente non sono me" .
Sudatta seguì le istruzioni. Sariputta continuò: "Ora contempliamo co­
sì: ciò che vedo non è me, ciò che odo non è me, ciò che odoro, gusto, toc­
co e penso, non è me".
Poi lo accompagnò nella contemplazione delle sei coscienze sensoriali:
"La vista non è me, l'udito non è me, l'odorato, il gusto, il contatto e il
pensiero non sono me" .
"L'elemento terra non è me", continuò Sariputta. "Gli elementi acqua,
fuoco, aria, spazio e coscienza non sono me. Io non sono limitato o confi­
nato negli elementi. Nascita e morte non mi toccano. Sorrido, perché non
sono mai nato e mai morirò. La nascita non mi ha dato l'esistenza, la mor..
te non me ne priva" .
Improvvisamente Sudatta prese a singhiozzare. Turbato dalle lacrime
che rigavano le guance del discepolo laico, Ananda chiese: "Sei forse rat­
tristato, Sudatta, perché non riesci a seguire la contemplazione? " .
"Venerabile Ananda" rispose Sudatta, "non sono affatto rattristato. Rie­
sco a seguire la contemplazione con grande facilità. Piango per la commo­
zione. Per più di trent'anni ho avuto l'onore di servire il Buddha e i bhikkhu,
eppure mai ho udito un insegnamento profondo e sublime come questo" .
" Sudatta" disse Ananda, "il signore Buddha d à spesso questo insegna­
mento ai bhikkhu e alle bhikkhuni" .
"Venerabile Ananda, anche noi siamo in grado di comprenderlo e pra­
ticarlo. Ti prego, supplica il signore Buddha di trasmetterlo ai laici" .
Lacrime di/elicità 357

Sudatta morì quello stesso giorno. I venerabili Sariputta e Ananda rima­


sero accanto al suo corpo recitando i sutra. La famiglia di Anathipindika
era un fulgido esempio per le altre. Tutti i familiari avevano preso rifugio
nel Buddha, si impegnavano nello studio del Dharma e lo applicavano alla
vita quotidiana. Pochi giorni prima di morire, Sudatta aveva ricevuto la
notizia che la figlia minore, Sumagadha, diffondeva l'insegnamento ad An­
ga. Aveva sposato il governatore di Anga, seguace degli asceti che andava­
no nudi. il marito l'aveva invitata a incontrare questi asceti, ma Suma­
gadha aveva diplomaticamente rifiutato. Col passare del tempo, la sua
profonda comprensione della Via del Buddha aveva influenzato il marito e
aperto i cuori della popolazione.
76

I frutti della pratica

Il ritiro delle piogge era giunto al termine, quando il sanghl:l apprese la


notizia dello scoppio di una guerra tra il Kosala e il Magadha. L'esercito
del Magadha, guidato personalmente dal re Ajatasattu Videhyputta, aveva
attraversato il Gange ed era entrato nel Kasi, una regione sotto la giurisdi­
zione del Kosala. Il re e i generali conducevano una poderosa armata com­
posta da elefanti, cavalli, carri, artiglieria e soldati. Il fatto era accaduto
tanto in fretta che il re Pasenadi non aveva avuto il tempo di informare il
Buddha della sua partenza per il Kasi, incaricando il principe Jeta di spie­
gare la situazione al suo posto.
Il Buddha sapeva già che il re Pasenadi, una volta appresa la notizia che
Ajatasattu aveva ucciso il padre per usurparne il trono, aveva manifestato
il proprio disaccordo reclamando il distretto nei pressi di Varanasi, donato
in precedenza al re Bimbisara. Da settant'anni quella terra forniva al Ma­
gadha un'entrata di più di centomila pezzi d'oro, e il re Ajatasattu non in­
tendeva privarsene. Per questo aveva radunato l'esercito.
Il venerabile Sariputta avvisò i bhikkhu e le bhikkhuni di non allonta­
narsi da Savatthi perché era troppo pericoloso viaggiare in tempo di guer­
ra. Supplicò il Buddha di fare lo stesso fino al ritorno della pace.
Due mesi più tardi, la popolazione di Savatthi ricevette la terribile noti­
zia della disfatta dell'esercito inviato nel Kasi. Il re Pasenadi era stato co­
stretto a ritirarsi, con tutti i suoi generali, nella capitale. La situazione era
seria ma, grazie a un forte apparato difensivo, la città di Savatthi non soc­
combette agli attacchi condotti notte e giorno dai generali di Ajatasattu.
Finalmente, un brillante piano del generale Bandhul