Sei sulla pagina 1di 409
THICH NHAT HANH VITA DI SIDDHARTHA IL BUDDHA narrata e ricostruita in base ai testi

THICH NHAT HANH

VITA DI SIDDHARTHA IL BUDDHA

narrata e ricostruita in base ai testi canonici pali e cinesi

Nato intorno al563 a. C. a Kapilava­ stu, in una regione himalayana fra il

Nepal e l'India, principe, asceta e infi­ ne Illuminato, il Buddha è tutt'oggi una eccezionale figura spìrituale. Con il suo stile semplice e immediato, Thich Nhat Hanh ci racconta la vita e la fi­ gura del Buddha immerse nell'India del suo tempo e amalgamate alla co­ munità dei primi seguaci che, assieme al Maestro, percorrono il bacino del Gange per diffondere l'insegnamento. Il tutto calato in un presente che, pur datando 2500 anni fa, è lo stesso pre­ sente delle nostre azioni più quotidia­ ne: mangiare, camminare, sorridere. Negli ottantuno episodi della narra­ zione, che vanno dalla nascita del Bud­ dha al parinirvana, si alternano quat­ tro voci: Svasti, un giovane intoccabi­ le, guardiano di bufali; il Buddha stes­ so, che racconta ai bambini di un vil­ laggio la propria infanzia e il percorso che l'ha portato all'illuminazione; As­ saji, uno dei primi cinque discepoli, e Ananda, che passò tutta la vita al fian­ co del Maestro. Ciascun episodio è rigorosamente ba­ sato sui dati preservati nei testi cano­ nici pali e cinesi, in particolare i Ni­ kaya, o 'collezioni' di discorsi, e gli Agama del Tripitaka Taisho. Tutte le

specificate nell'App endice

fonti sono

capitolo per capitolo.

L'autore parte dalla convinzione eh(' solo uno studio comparato dei testi può restituirei il Buddhismo

L'autore parte dalla convinzione eh(' solo uno studio comparato dei testi può

restituirei il Buddhismo originario, :�1

di là delle divisioni settarie nate dal­

sor ­

volando sui molti miracoli di cui spes­

so i sutra infiorano la vita del Maestro,

preferisce presentarci il Buddha non tanto come un simbolo o un mito, quanto come un uomo comune che ha saputo compiere la via dell'au topcrk zionamento.

l'ignoranza e dal dogmatismo. E,

*

j;

THICH NHAT HANH, nato in Vietn;tlll

nel1926, è monaco zen da cinquant';llt­ ni. Durante la guerra ha rinunciato al­ l'isolamento monastico per aiutare a t ti· vamente il suo popolo, c da allora h,, sempre affiancato alla pratica religios:t

un impegno sociale e politico per l.t p;t·

ce. Oggi vive in un eremitaggio vicino al 'Villaggio delle Prugne ', due piccole

fattorie nel sud-ovest della francia, do

ve scrive, insegna, si occupa di gi;trtli­

naggio e si adopera in favore dci pru fughi di tutto il mondo. Ha pubhlicat<l .75 libri in inglese, francese e victn;tmi ta, tra i quali sono già usciti in italia ·no, presso questa Casa Editrice:

già usciti in italia ·no, presso questa Casa Editrice: . Essere pace ' Il sole, il
già usciti in italia ·no, presso questa Casa Editrice: . Essere pace ' Il sole, il

. Essere pace ' Il sole, il mio cuore 'Il miracolo della presema mentafc Trasformarsi e guarire.

VITA

DI

SIDDHARTHA

IL

BUDDHA

NARRATA E RICOSTRUITA

IN BASE AI

TESTI CANONICI

PALI

THICH

di

NHAT

HANH

E

CINESI

Titolo originale dell'opera

OLD PATH WHITE CLOUDS

WALKING IN THE

FOOTSTEPS

OF THE BUDDHA

,(P arallax Press, Berkeley, Ca lifornia)

Traduzione di

GIAMPAOLO FIORENTINI

©

1991, Thich Nhat Hanh.

©

1992, Casa Editrice Astrolabio

- Ubaldini Editore, Roma.

Nota dell)Autore

Neli'elaborazione e nella stesura di questo libro ho attinto quasi esclusi­ vamente ai testi del cosiddetto 'Veicolo minore', astenendomi di proposito dal ricorrere ai testi mahayana per dimostrare così che le idee e le dottrine del Mahayana sono già presenti nei più antichi Nikaya pali e Agama cinesi. Basta leggerli con mente aperta per constatare che tutti i sutra sono sutra del Buddhismo, indipendentemente dalla loro appartenenza alla scuola settentrionale o meridionale. I sutra mahayana offrono un approccio più libero e ampio alla compren­ sione degli insegnamenti fondamentali del Buddhismo. Ciò ha l'effetto di prevenire quella reificazione degli insegnamenti dovuta a un approccio rigi­ do o più ristretto. I sutra mahayana ci aiutano infatti a scoprire il senso profondo dei Nikaya e degli Agama. Sono come la luce proiettata su un og­ getto esaminato al microscopio, un oggetto che è stato in certo modo distor­ to da un tentativo di preservazione risultato artificiale. Certo i Nikaya e gli Agama sono più prossimi alla forma originale dell'insegnamento del Buddha, ma alterati e modificati dalla comprensione e dalla pratica peculia­ ri alle tradizioni attraverso le quali sono stati trasmessi. Gli studiosi e i prati­ canti contemporanei dovrebbero recuperare l'insegnamento originario dai testi di entrambe le scuole, tanto la meridionale che la settentrionale. A que­ sto fine occorre essere familiari con i testi di entrambe le tradizioni. Ho omesso gli eventi miracolosi con cui spesso i sutra abbelliscono la vita del Buddha. Il Buddha stesso mise in guardia i discepoli contro lo sprecare tempo ed energia nell'acquisizione di poteri sovrannaturali. Ho invece incluso molte difficoltà venutegli dalla società e dagli stessi discepo- li. Se il libro riesce a farcelo sentire vicino, è grazie a queste difficoltà. In genere adotto la versione pali dei nomi propri, dei luoghi e dei ter­ mini tecnici, per maggiore facilità di pronuncia. Seguo invece la versione sanscrita per i nomi ormai familiari agli occidentali, quali: Siddhartha, Gautama, Dharma, sutra, nirvana, karma, atman e bodhisattva. Il lettore troverà alla fine dell'App endi ce un elenco di equivalenze pali-sanscrito.

I LUOGHI DEL BUDDHA

MATSYA

KURU

KASI Stato Isipatana Nome moderno antico (Sarnath) ®Nome 200 o 100 scala in miglia
KASI
Stato
Isipatana
Nome moderno
antico
(Sarnath)
®Nome
200
o
100
scala in miglia

Libro primo

Libro primo

l

Camminare solo per camminare

All'ombra del verde bambù, Svasti, il giovane bhikkhu, sedeva a gambe incrociate, concentrato sul respiro. Da più di un'ora era in meditazione nel Monastero della Foresta dei Bambù, dove, all'ombra dei bambù o nelle capanne coperte di paglia, centinaia di bhikkhu si dedicavano alla pratica. Il grande maestro Gautama, che la gente chiamava affettuosamente il 'Buddha', viveva nel monastero con circa quattrocento discepoli. Benché affollato, il luogo era immerso nella pace. Circondavano il monastero sedi­

ci

ettari di terra, piantati con molte specie di leggiadri bambù provenienti

da

tutto il Magadha. Ad appena mezz'ora di cammino a nord della capita­

le,

Rajagaha, il Monastero della Foresta dei Bambù era stato donato sette

anni prima dal re Bimbisara al Buddha e alla sua comunità. Svasti si stropicciò gli occhi e sorrise. Sciolse lentamente le gambe in­ torpidite. Aveva ventun anni ed era stato ordinato tre giorni prima dal ve­ nerabile Sariputta, uno dei discepoli anziani del Buddha. Durante la ceri­ monia di ordinazione, i folti capelli neri di Svasti erano stati rasati.

i folti capelli neri di Svasti erano stati rasati. Svasti era felice di far parte della

Svasti era felice di far parte della comunità del Buddha. Molti bhikkhu

di nobile nascita vi erano accolti, come il venerabile Nan(;{a, fratello del

Buddha, Devadatta, Anuruddha e Ananda. Pur non avendoli ancora cono­ sciuti di persona, Svasti li aveva guardati da lontano. Il loro nobile porta­ mento, anche in abiti scoloriti, era inconfondibile. "Occorrerà molto tempo prima di entrare in amicizia con persone di così nobile nascita", pensò Svasti. Eppure, sebbene il Buddha fosse figlio

di re, Svasti non sentiva divisioni. Svasti era un 'intoccabile', ancora più in

basso della casta più bassa secondo la ripartizione sociale dell'India di quei tempi. Per oltre dieci anni aveva badato ai bufali ma ora, da due setti­ mane, viveva e praticava in mezzo a monaci di tutte le caste. Tutti erano gentili con lui, lo facevano segno di caldi sorrisi e inchini profondi, ma

12

Libro primo

Svasti non si sentiva ancora a· proprio agio. Pensava di avere bisogno di molti anni prima di poterei riuscire. Ma il pensiero improwiso di Rahula, il figlio diciottenne del Buddha, gli strappò un largo sorriso. Rahula apparteneva alla comunità come novi­ zio dall'età di dieci anni, e due settimane erano bastate perché lui e Svasti diventassero amici. Era stato Rahula a insegnargli a seguire il respiro du­ rante la meditazione. Rahula non era ancora un bhikkhu, ma comprende­ va assai bene l'insegnamento del Buddha. Aspettava di compiere vent'anni per ricevere l'ordinazione completa.

vent'anni per ricevere l'ordinazione completa. ";'. * * Svasti richiamò alla memoria il giorno

";'.

*

*

Svasti richiamò alla memoria il giorno in cui, solo due settimane prima, il Buddha era venuto a Uruvela, il piccolo villaggio nei pressi di Gaya dove abitava, per invitarlo a diventare monaco. All'arrivo del Buddha, Svasti e suo fratello Rupak erano fuori nei campi con i bufali. In casa erano rima­ ste le due sorelle, Bala di sedici anni e Bhima di dodici, e Baia aveva rico­ nosciuto immediatamente il Buddha. Avrebbe voluto precipitarsi alla ri­ cerca di Svasti, ma il Buddha le aveva detto che non occorreva. Lui stesso e i monaci che lo accompagnavano, Rahula compreso, sarebbero andati al fiume in cerca del fratello. Era quasi sera quando trovarono Svasti e Ru­ pak che lavavano i nove bufali nel fiume Neranjara. Non appena si awide­ ro del Buddha, i due ragazzi corsero a riva, unirono le mani come un boc­ ciolo di loto e si inchinarono profondamente. "Come siete cresciuti!" disse il Buddha, sorridendo con dolcezza ai due ragazzi. Svasti era senza parole. n·volto pieno di pace del Buddha, il sorri­ so caldo e magnanimo, lo sguardo vivo e penetrante, lo indussero alle la­ crime. TI Buddha indossava un abito color zafferano fatto di pezze cucite assieme come i riquadri di una risaia. Era a piedi nudi come dieci anni pri­ ma, quando Svasti l'aveva incontrato per la prin1a volta non lontano da quello stesso luogo. Avevano trascorso ore e ore seduti accanto sulla riva del Neranjara o all'ombra dell'albero della bodhi, a dieci minuti di cammi­ no dal fiume. Svasti guardò i venti monaci che accompagnavano il Buddha e vide che tutti erano a piedi nudi e indossavano abiti fatti di pezze dello stesso colo­ re. Osservando meglio, notò che l'abito del Buddha era più lungo di una spanna. Accanto al Buddha stava un novizio della stessa età di Svasti, che lo guardò con sguardo franco e sorrise. Il Buddha posò dolcemente le ma­ ni sul capo di Svasti e Rupak, spiegando che stava tornando a Rajagaha e si era fermato per salutarli. Aggiunse che era lieto di attendere che terminas­ sero di lavare i bufali, per poi fare la strada assieme fino alla capanna di Svasti. Lungo la strada, il Buddha presentò Svasti e Rupak a suo figlio Rahula,

Camminare solo per camminare

13

quello stesso novizio che aveva dedicato a Svasti uno splendido sorriso.

Aveva tre anni in meno di Svasti, ma erano di pari statura. Rahula era un samanera, un novizio, ma vestiva quasi nello stesso modo dei bhikkhu più anziani. Rahula camminava tra Svasti e Rupak, aveva consegnato al secon­ do la ciotola delle elemosine e teneva amorevolmente le mani sulle spalle dei due nuovi amici. Aveva sentito tante volte il padre parlare di Svasti e della sua famiglia, che gli sembrava di conoscerli. I fratelli si riscaldavano al calore dell'amore di Rahula. Quando furono arrivati alla capanna, il Buddha invitò Svasti a unirsi al­ la comunità dei bhikkhu e a studiare il Dharma con lui. Dieci anni prima, durante il loro primo incontro, Svasti aveva espresso il desiderio di studia­ re con lui, e il Buddha aveva acconsentito ad accettarlo come discepolo. Ora che aveva compiuto ventun anni, il Buddha era tornato. Non aveva dimenticato la promessa. Mentre Rupak riconduceva i bufali al proprietario, il signor Rambhul, il Buddha sedette davanti alla capanna di Svasti, su un basso sedile, mentre i monaci restavano in piedi alle sue spalle. La capanna, con le pareti di fan­

go e il tetto di paglia, non era abbastanza grande per accogliere tutti. Bala

disse a Svasti: "Fratello, ti prego, unisciti al Buddha. Rupak è più robusto

di quanto tu non fossi quando incominciasti a occuparti dei bufali. e io so­

no in grado di badare alla casa. Per dieci anni ti sei preso cura di noi, ma ora siamo in grado di cavarcela da soli". Bhima, seduta accanto alla giara per raccogliere l'acqua piovana, guar­ dava in silenzio la sorella maggiore. Svasti volse lo sguardo a Bhima, quella cara bambina. Al tempo del primo incontro con il Buddha, Bala aveva sei

anni, Rupak tre e Bhima era in fasce. Bala stava cucinando, mentre Rupak giocava nella sabbia. Sei mesi dopo la morte del padre, la madre era morta di parto. Svasti, che aveva appena undici anni, era diventato il capofamiglia. Aveva trovato lavoro come guardiano di bufali ed essendo un buon lavoratore guadagna­ va a sufficienza per sfamare i suoi. Riusciva persino a procurare latte di bufala per la piccola Bhima.

Bhima capì che Svasti voleva conoscere la sua opinione. Sorrise e, esi­ tando un attimo solo, disse mitemente: "Fratello, vai con il Buddha". Poi voltò il viso, per nascondere le lacrime. Aveva sentito tante volte Svasti parlare del desiderio di studiare con il Buddha e lo augurava sinceramente al fratello ma, ora che il momento era giunto, non riusciva a dissimulare la tristezza. Proprio allora Rupak ritornò dal villaggio e, udendo le parole di Bhima, "Vai con il Buddha", capì che il momento era giunto. Guardò il fratello e disse: "Sì, fratello, ti prego. Vai con il Buddha", e tutta la famiglia cadde in silenzio. Poi, rivolto al Buddha, disse: "Venerabile signore, confido che

;

14

Libro primo

tu conceda a mio fratello di studiare con te. Sono abbastanza adulto per

occuparmi della nostra famiglia". Quindi si rivolse a Svasti e, inghiottendo

le

lacrime, disse: "Ma, fratello, ti prego di chiedere al Buddha il permesso

di

venirci a trovare di tanto in tanto".

Il Buddha si alzò e carezzò i capelli di Bhima. "Ora, ragazzi, prendete il

vostro pasto. Domattina tornerò e Svasti potrà venire con noi a Rajagaha. I bhikkhu e io passeremo la notte sotto l'albero della bodhi". Giunto al cancello, si voltò verso Svasti e disse: "Domattina non pren­ dere nulla con te. Gli abiti che indossi basteranno". Quella notte i quattro fratelli rimasero alzati a lungo. Come un padre

prima della partenza, Svasti diede loro gli ultimi consigli su come badare a

se

stessi e alla casa. Li strinse a lungo tra le braccia, uno per uno. Incapace

di

trattenere le lacrime, la piccola Bhima scoppiò in singhiozzi tra le brac­

cia del fratello maggiore. Poi guardò in su, respirò profondamente e gli sorrise. Non voleva accorarlo. La lucerna a olio non spandeva ormai che un fioco chiarore, ma bastò a Svasti per vedere quel sorriso e apprezzarlo. Al mattino, di buon'ora, venne a salutarlo un'amica, Sujata. La sera pri­ ma aveva incontrato sulla riva del fiume il Buddha, che le aveva detto che Svasti si univa all'ordine dei monaci. Sujata, figlia del capo del villaggio, aveva due anni più di Svasti e anche lei aveva conosciuto Gautama prima che diventasse il Buddha. Portava in dono all'amico un vasetto di erbe me­ dicinali. Ebbero modo di scambiarsi poche parole, perché il Buddha ar­ rivò con i discepoli. La famiglia era sveglia per l'ultimo addio a Svasti. Rahula rivolse loro parole affettuose, incoraggiandoli a essere forti e a prendersi cura l'uno dell'altro. Promise che, ogni volta che fosse passato nei pressi di Uruvela, sarebbe venuto a trovarli. La famiglia di Svasti e Sujata accompagnarono il Buddha e i bhikkhu al fiume, dove giunsero le mani per salutare il Buddha, i monaci, Rahula e Svasti. Svasti era sopraffatto dalla paura e dalla gioia. Sentiva un nodo nello stomaco. Era la prima volta che si allontanava da Uruvela. Il Buddha an­

nunciò che per Rajagaha ci volevano dieci giorni di cammino. Altri anda­ vano più spediti, ma il Buddha e i suoi bhikkhu camminavano adagio e

con piacere. Adeguandosi a quel passo tranquillo, anche il cuore di Svasti

si placò. Si stava immergendo con tutto il cuore nel Buddha, nel Dharma e

nel Sangha: questa era la sua via. Si voltò per un'ultima occhiata all'unico luogo e alle sole persone che conosceva: Sujata e i fratelli erano ormai puntini confusi con le ombre della foresta.

A Svasti pareva che il Buddha camminasse solo per godersi il cammina­

. r�. senza darsi pensiero di arrivare da qualche parte. E lo stesso per i bhikkhu, nessuno dei quali si mostrava impaziente o desideroso di giunge­ re a destinazione. I passi di ciascuno erano lenti, armoniosi e tranquilli, co-

Camminare solo per camminare

15

me se facessero una piacevole passeggiata insieme. Nessuno mostrava

stanchezza, anche se coprivano ogni gion-io una lunga distanza. Ogni mattino si fermavano nel più vicino villaggio per mendicare il ci­ bo. Procedevano lungo la via principale in fila, con il Buddha alla testa. Ultimo, subito dopo Rahula, veniva Svasti. Camminavano con posata di­ gnità, consapevoli di ogni passo e di ogni respiro. Di tanto in tanto la fila

si

arrestava, per consentire agli abitanti del villaggio di deporre le offerte

di

cibo nelle ciotole. Alcuni si inginocchiavano in segno di rispetto ai lati

della strada. Ricevendo il cibo, i bhikkhu recitavano una sommessa pre­

ghiera per i donatori. Terminata la questua, uscivano senza fretta dal villaggio verso un luogo alberato o un terreno erboso dove consumare il pasto. Dividevano equa­ mente il cibo seduti in circolo, attenti a riempire le ciotole che fossero ri­ maste vuote. Rahula empì una brocca d'acqua a un vicino ruscello e la pre­ sentò rispettosamente al Buddha. Dopo che il Buddha ebbe giunto le ma­

ni formando quello che sembrava un fiore di loto, Rahula gli versò l'acqua

sulle mani. Lo stesso fece con gli altri, arrivando in ultimo a Svasti. Questi

non aveva ancora una ciotola, e Rahula depose metà del proprio cibo su una foglia di banano e la offrì al nuovo amico. Prima di mangiare, i bhikkhu giunsero le mani e intonarono un canto. Quindi si cibarono in si­ lenzio, consapevoli di ogni boccone. Terminato il pasto, alcuni praticavano la meditazione camminata, altri

la

meditazione seduta, altri ancora schiacciavano un sonnellino. Trascorse

le

ore più calde del giorno ripresero la via, camminando fin quasi a notte.

Allora cercarono un posto adatto per riposare, nelle solitudini della fore­ sta. Ciascun monaco aveva con sé un cuscino, e molti erano quelli che se­ devano nella posizione del loto per metà della notte, prima di stendere l'abito e usarlo come giaciglio. Tutti avevano due abiti, uno da indossare e l'altro per proteggersi dal vento e dal freddo. Svasti sedette in meditazione come gli altri e imparò a dormire sulla nuda terra usando il piede di un al­ bero come cuscino. Il mattino seguente, quando si svegliò, vide 'Che il Buddha e molti mo­ naci erano già seduti pacificamente in meditazione, irradia'ndo profonda calma e maestosità. Quando il sole spuntò all'orizzonte, tutti ripiegarono il secondo abito, raccolsero la ciotola e ripresero il cammino quotidiano.

Procedendo di giorno e fermandosi la notte, impiegarono dieci giorni a raggiungere Rajagaha, la capitale del Magadha. Svasti vedeva una città per

la prima volta. Carri trainati da cavalli si incalzavano nelle strade fiancheg­

giate da case affollate; grida e risate risuonavano ovunque. Ma la proces­ sione dei monaci sfilava silenziosa, con la stessa tranquillità con cui segl!i- · vano un fiume o attraversavano le risaie. Alcuni abitanti della città si fer­

.mavano per guardarli. Alcuni, riconoscendo il Buddha, si inchinarono

16

Libro primo

profondamente in segno di rispetto. I bhikkhu continuarono la lenta sfila­

ta fino al Monastero della Foresta dei Bambù, poco oltre la città.

Nel monastero si diffuse in un lampo la notizia del ritorno del Buddha, e in breve quasi quattrocento monaci si riunirono per porgergli il benve­ nuto. Il Buddha non spese troppe parole ma s'informò delle condizioni di salute e della pratica di ognuno. Affidò Svasti a Sariputta, incaricato anche dell'istruzione spirituale di Rahula. Sariputta era il maestro dei novizi del

Monastero della Foresta dei Bambù e guidava gli studi di una cinquantina

di

giovani monaci, tutti entrati nella comunità da meno di tre anni. L'aba­

te

del monastero era un monaco di nome Kondanna.

Rahula venne incaricato di illustrare a Svasti le regole della vita nel mo­ nastero: come camminare, sedere, stare in piedi, salutare, praticare la me­ ditazione seduta e camminata, e osservare il respiro. Gli spiegò come in­

dossare l'abito, questuare il cibo, recitare le preghiere e lavare la ciotola. Per tre giorni interi Svasti non si staccò da Rahula in modo da imparare ogni cosa per bene. Rahula mise tutto il cuore nell'istruire Svasti, che capì

di aver bisogno di anni di pratica per poter fare tutto in modo spontaneo e

naturale. Terminate le istruzioni basilari, Sariputta lo invitò nella propria capanna e gli spiegò i precetti del bhikkhu. Bhikkhu era colui che aveva lasciato la famiglia per seguire il Buddha come insegnante, il Dharma come sentiero che conduce al risveglio e il Sangha come comunità che aiuta chi cammina nel sentiero. La vita del bhikkhu era semplice e umile. La questua del cibo accresceva l'umiltà e costituiva un mezzo per venire in contatto con gli altri e aiutarli a capire la Via dell'Amore e della Comprensione insegnata dal Buddha.

Dieci anni prima, sotto l'albero della bodhi, Svasti e i suoi amici aveva­ no già udito il Buddha parlare del sentiero che conduce al risveglio come della via dell'amore e della comprensione; gli fu quindi facile afferrare quanto Sariputta gli diceva. Nonostante la serietà del volto, lo sguardo e il sorriso di Sariputta irradiavano calore e compassione. Gli disse che si sa­ rebbe svolta una cerimonia di presa dei precetti per la sua accettazione formale nella comunità dei bhikkhu, e gli insegnò le frasi da recitare. La cerimonia fu celebrata dallo stesso Sariputta. Venti monaci erano

presenti. Vennero anche il Buddha e Rahula, aumentando così la felicità di Svasti. Sariputta recitò a bassa voce una gatha e recise le prime ciocche di capelli di Svasti. Poi consegnò il rasoio a Rahula, che lo rasò completa­ mente. Sariputta consegnò a Svasti tre abiti, una ciotola e un filtro per l'ac­ qua. Istruito in precedenza da Rahula, Svasti indossò gli abiti con facilità.

Si inchinò al Buddha e ai monaci presenti, per esprimere la sua profonda

gratitudine. Più tardi, quello stesso mattino, Svasti praticò per la prima volta la que­ stua del cibo in qualità di monaco ordinato. I monaci del Monastero della

Camminare solo per ca mminare

17

Foresta dei Bambù entrarono a Rajagaha in piccoli gruppi, e Svasti cammi­ nava in quello capeggiato da Sariputta. Fatti pochi passi f uori del mona­ stero, Svasti ricordò a se stesso che la questua era un mezzo per praticare la Via. Osservando il respiro, faceva ogni passo lentamente e con presenza mentale. Rahula veniva ora dietro di lui. Svasti, benché f osse ormai un bhikkhu, sapeva di avere molta meno esperienza di Rahula, e decise con tutto il cuore di sviluppare entro di sé l'umiltà e la virtù.

avere molta meno esperienza di Rahula, e decise con tutto il cuore di sviluppare entro di

2

n guardiano di bufali

n giorno era fresco. Dopo aver preso il pasto di mezzogiorno con presenza mentale, ogni bhikkhu lavò la ciotola e pose a terra il cuscino per sedere di fronte al Buddha. Gli scoiattoli della Foresta dei Bambù si mescolavano tran­ quillamente ai monaci, e qualcuno si arrampicò sui bambù per osservare la riunione dall'alto. Svasti, veduto Rahula che sedeva proprio davanti al Buddha, lo raggiunse silenziosamente in punta di piedi e pose il cuscino ac­ canto a quello dell'amico. Sedevano vicini nella posizione del loto. In quell'at­ mosfera nobile e serena, nessuno parlava. Svasti sapeva che tutti seguivano il proprio respiro in presenza mentale, attendendo che il Buddha parlasse. n sedile di bambù del Buddha era alto abbastanza da consentire a tutti

di vederlo. D Buddha aveva un aspetto disteso e maestoso, come un prin­

cipe dei leoni. I suoi occhi, nel posarsi sull' assemblea, erano colmi di amo­

revole compassione. Quando lo sguardo si arrestò su Svasti e Rahula, il Buddha sorrise e iniziò a parlare.

" Oggi desidero parlarvi di come ci si prende cura dei bufali, di cosa de­

ve conoscere e fare un buon guardiano di bufali. Un buon guardiano di

bufali riconosce ogni bufalo affidato alle sue cure, conosce il carattere e le inclinazioni di ciascun animale, sa lavarli, curarne le ferite, far fumo per te­ nere lontane le zanzare, individuare il cammino più sicuro , amarli, condur­

li ai guadi poco profondi e meno pericolosi, procurare loro erba fresca e

acqua, salvaguardare i pascoli e fare in modo che gli animali adulti siano d'esempio ai giovani. "Ascoltate, o bhikkhu. Così come un guardiano di bufali riconosce ogni bufalo affidato alle sue cure, un bhikkhu riconosce gli elementi che costi­ tuiscono il suo corpo. Così come un guardiano conosce il carattere e le in­ clinazioni di ciascun animale, un monaco conosce le azioni salutari e non salutari del corpo, della parola e della mente. Così come un guardiano sa lavare i bufali, un bhikkhu sa nettare la mente e il corpo dai desideri, dagli attaccamenti, dall'ira e dall'avversione" .

Il guardiano di bufali 19 Mentre parlava, gli occhi del Buddha non si staccavano da

Il guardiano di bufali

19

Mentre parlava, gli occhi del Buddha non si staccavano da Svasti. Svasti comprese di essere l'ispiratore di quelle parole. Ricordò la volta in cui, molti anni prima, seduti vicini, il Buddha gli aveva chiesto di descrivergli con tutti i particolari in cosa consiste il lavoro di guardiano di bufali. Co­ me avrebbe potuto infatti, un principe allevato in un palazzo, sapere tante cose sui bufali? Il Buddha parlava in tono normale, ma i suoni si levavano chiari e di­ stinti, e nessuno perse una sola parola. "Così come un guardiano di bufali

si prende cura delle ferite dei suoi bufali , un bhikkhu controlla i sei organi

di senso (occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente) perché non si per­

dano nella distrazion e. Così come un guardiano accende il fuoco per fare fumo e proteggere i bufali dalle punture delle zanzare, un bhikkhu applica l'insegnamento del risveglio per mostrare agli altri come evitare le afflizio­

ni del corpo e della mente. Così come un guardiano individua il cammino

più sicuro, un bhikkhu evita i sentieri che conducono al desiderio di fama, ricchezza e piacere sessuale, a luoghi come taverne e teatri. Così come un guardiano ama i suoi bufali, un bhikkhu ha care la gioia e la pace della me­

ditazione. Così come un guardiano conduce gli animali ai guadi poco profondi e meno pericolosi, un bhikkhu si affida alle Quattro Nobili Ve­ rità per oltrepassare questa vita. Così come un guardiano procura ai bufali erba fresca e acqua, un bhikkhu sa che i Quattro Fondamenti della Consa­ pevolezza sono il nutrimento che conduce alla liberazione. Così come un guardiano salvaguarda i pascoli impedendo che tutta l'erba venga strappa­ ta, un bhikkhu è attento ai rapporti con la comunità dei laci durante la questua. Così come un guardiano fa in modo che gli animali adulti siano d'esempio ai giovani, un bhikkhu apprende dalla saggezza e dall'esperien­

za dei più anziani. Bhikkhu, se un bhikkhu si attiene a questi undici punti

e li pratica, otterrà lo stato di arhat nel tempo di sei anni ". Svasti ascoltava stupefatto. Il Buddha ricordava alla perfezione tutto ciò che egli gli aveva detto dieci anni prima, e applicava ogni particolare alla pratica del bhikkhu. Benché sapesse che il Buddha si rivolgeva a tutta l'as­

semblea dei monaci, Svasti aveva la netta impressione che parlasse apposta

ento il viso

per lui. Gli occhi del ragazzo non abbandonarono un solo mo

del Buddha. Quelle erano parole da serbare nel cuore. C'erano alcuni termini, come 'sei organi di senso' , 'Quattro Nobili Verità', 'Quattro Fondamenti della Consapevolezza', che Svasti non comprendeva e si ripropose di farseli spie­ gare più tardi da Rahula. Ma sapeva di avere capito il senso del discorso. Il Buddha parlò ancora. Spiegò all'assemblea come individuare il cam­

mino sicuro per i bufali. Se un sentiero passa tra arbusti spinosi, i bufali possono prodursi ferite che rischiano di infettarsi. E, se il guardiano non

sa curare le ferite, i bufali si ammalano e muoiono. Seguire la Via è la stes-

infettarsi. E, se il guardiano non sa curare le ferite, i bufali si ammalano e muoiono.

m

20

Libro primo

sa cosa. Se un bhikkhu non imbocca il cammino giusto, può ferirsi nella

mente e nel corpo. Brama e ira possono infettare le fe rite, che diventano così gravi da sbarrare la via all'illuminazione. Il Buddha fece una pausa. Poi accennò a Svasti di alzarsi e mettersi al suo fianco. Svasti rimase in piedi con le mani giunte mentre il Buddha, sorridendo, lo presentava all'assemblea. "Dieci anni fa, immediatamente prima di realizzare la Via, incontrai Svasti nella foresta di Gaya. Aveva allora undici anni. Fu Svasti a racco­ gliere una bracciata di erba kusa di cui mi fe ci un cuscino per sedere sotto

l'albero della bodhi. Da lui ho imparato tutto quello che so sui bufali. Sa­ pevo che era un buon guardiano di bufali, e so che sarà un ottimo bhikkhu ". Gli occhi di tutti erano su di lui, e Svasti sentì le gote e le orecchie farsi

di fuoco e imporporarsi. I membri dell'assemblea giunsero le mani e si in­

chinarono a Svasti, che si inchinò di rimando. Quindi il Buddha concluse il discorso pregando Rahula di recitare i sedici modi di respirare consape­ volmente. Rahula si alzò, giunse le mani e recitò i sedici modi con voce

chiara e argentina come il suono di una campana. Terminato, si inchinò al­

la comunità. Il Buddha si alzò e tornò lentamente nella sua capanna. I mo­

naci raccolsero i cuscini e s' incamminarono senza fr etta verso i loro luoghi nella fo resta. Alcuni abitavano in capanne, ma la maggior parte dormiva e

meditava all'aperto, tra gli alberi di bambù. Solo quando la pioggia batte­

va

troppo fo rte, prendevano il cuscino e si riparavano nelle capanne o nel­

le

sale dei discorsi pubblici. Sariputta, il suo maestro, aveva assegnato a Svasti uno spazio all'aria

aperta da dividere con Rahula. Finché era più giovane, Rahula dormiva nella capanna assieme al maestro che gli faceva da tutore, ma ora dispone­ va di un luogo sotto gli alberi. Svasti era felice di essere in compagnia di Rahula. Nel pomeriggio, dopo la meditazione seduta, Svasti praticò in solitudi­

ne la meditazione camminata. Scelse un sentiero solitario per non incrocia­

re altri meditanti, ma trovò difficile rimanere concentrato sul respiro. I suoi pensieri erano invasi dalla nostalgia per il fratello, le sorelle e il villag­ gio natale. L'immagine della strada che percorreva per raggiungere il fiu­ me Neranjara si dipinse nitidamente nella mente. Vide la piccola Bhima

chinare il capo per nascondere le lacrime e Rupak badare da solo ai bufali

di Rambhul. Tentò di ricacciare le immagini e di concentrarsi soltanto sui

passi e sul respiro, ma i ricordi lo sommergevano. Provò vergogna per non riuscire a consegnarsi completamente alla pratica e si sentì indegno della fiducia del Buddha. Dopo la meditazione camminata, pensò, avrebbe chie­ sto consiglio a Rahula. Inoltre non aveva capito molte cose dette dal Buddha nel discorso mattutino, ma era sicuro che Rahula gliele avrebbe

Il guardiano di bufali

21

spiegate. Il ricordo di Rahula gli diede coraggio e lo tranquillizzò, e gli fu più facile seguire il respiro e i passi fatti con lentezza. Prima che a Svasti si presentasse l'occasione giusta, Rahula venne a tra­ vado. Lo condusse a un sedile sotto un bambù e disse: "Questo pomerig­ gio ho incontrato l'anziano Ananda. Desidera sapere del tuo primo incon­ tro con il Buddha" . "Chi è Ananda, Rahula?". un principe degli Sakya, e cugino del Buddha. Divenne monaco set­ te anni fa, e ora è tra i migliori discepoli. Il Buddha lo ama teneramente. È lui che si occupa della salute del maestro. Ananda ci invita nella sua ca­ panna domani sera. Anch'io aspetto di sapere tutto del tempo in cui il Buddha viveva nella foresta di Gaya". "Il Buddha non te ne ha mai parlato ?". "Sì, ma senza raccontarmi i particolari. Sono certo che tu hai molte sto­ rie da narrare ". "Anche se non è molto, narrerò quanto ricordo. Rahula, com'è Anan­ da? Mi preoccupa un po' ". "Non temere, è gentile e amichevole. Gli ho parlato di te e della tua fa ­ miglia, e ne è stato molto compiaciuto. Possiamo darci appuntamento in questo stesso punto per la questua di domattina? Ora devo lavare i miei abiti perché asciughino in tempo". Rahula si alzò e fe ce per andarsene, quando Svasti lo tirò delicatamente per la veste. "Potresti sedere ancora un momento? Vorrei farti alcune do­ mande. Questa mattina il Buddha ha elencato undici punti che un bhikkhu deve seguire, ma non riesco a ricordarli tutti. Vorresti ripeterli

per me " Io stesso non ne ricordo che nove. Ma non preoccuparti, domani lo domanderemo ad Ananda". "Sei certo che l'anziano Ananda li ricordi tutti e undici? ". "Certissimo ! Fossero anche undicimila, Ananda li saprebbe. Tu non lo conosci ancora, ma tutti ne ammirano la memoria. È stupefacente. È in grado di ripetere alla perfezione tutte le parole del Buddha s�nza dimenti­ care il minimo particolare. Qui, tutti lo ritengono il più istruifo tra i disce­ poli. Chiunque dimentichi qualcosa delle parole del Buddha, va in cerca di Ananda. A volte la comunità organizza degli incontri di studio in cui Ananda riespone gli insegnamenti fondamentali del maestro". "Allora siamo ben fortunati! Aspettiamo, e interroghiamolo domani. Ma c'è un'ultima cosa che vorrei domandarti: come rendi tranquilla la mente nella meditazione camminata?". "Vuoi dirmi che, mentre p raticavi la meditazione camminata, pensieri estranei sono entrati nella tua mente? Forse pensieri di nostalgia per la tua Famiglia?".

camminata, pensieri estranei sono entrati nella tua mente? Forse pensieri di nostalgia per la tua Famiglia?".

;l"

22

Libro primo

Svasti afferrò la mano dell'amico. "Come lo sai? È stato proprio così ! Non so perché, questa sera, ho tanta nostalgia della mia famiglia. Sono in grande angoscia e non ho abbastanza fermezza per praticare la Via. Provo vergogna nei confronti tuoi e del Buddha". Rahula sorrise. "Non vergognarti. Quando venni a unirmi al Buddha, avevo nostalgia di mia madre, mio nonno e mia zia. Quante notti affondai la faccia nel cuscino e piansi in solitudine! Sapevo che anche mia madre, mio nonno e mia zia avevano nostalgia di me. Dopo un poco, migliorò ". Rahula aiutò Svasti ad alzarsi e lo abbracciò teneramente. "Tuo fr atello e le tue sorelle sono care persone, è naturale che tu ne senta nostalgia. Ma ti abituerai alla tua nuova vita. Qui abbiamo tantissimo lavoro, dobbiamo praticare e studiare molto . Ascolta, se capiterà l'occasio­ ne, ti parlerò della mia famiglia. Intesi? ". Tenendo la mano di Rahula tra le sue, Svasti assentì. Quindi si separa­ rono. Rahula a fare il bucato e Svasti a cercare una ramazza per liberare il sentiero dalle foglie di bambù.

separa­ rono. Rahula a fare il bucato e Svasti a cercare una ramazza per liberare il

3

Una bracciata di erba kusa

Prima di addormentarsi, Svasti sedette sotto un bambù e riandò col pensiero al suo primo incontro con il Buddha. Aveva appena undici anni e la madre era morta da poco, !asciandogli la responsabilità di tre fratelli più piccoli. La sorellina minore, di pochi mesi, non aveva latte da bere. Per buona sorte un abitante del villaggio, di nome Rambhul, aveva incaricato Svasti di badare ai suoi bufali, quattro animali adulti e un vitellino. Svasti mungeva quotidianamente la bufala e portava il latte alla sorellina. Badava agli animali con grandissima cura perché sapeva che, se avesse perso l'in­ carico, i fratelli sarebbero morti di fame. Dalla morte del padre il tetto non era stato riparato, così che, ogni volta che pioveva, Rupak doveva correre a sistemare delle brocche per raccogliere l' acqua che entrava dai buchi. Ba­ la, che aveva appena sei anni, dovette imparare a cucinare, badare alla so­ rellina e andare a far legna nella fo resta. Così piccola, sapeva impastare la farina e cuocere il chappati per i fratelli. Molto di rado riuscivano a com­ prare un pizzico di curry. Quando Svasti riportava i bufali alla stalla, lo stuzzicante profumo di curry che usciva dalla cucina di Rambhul gli met­ teva l'acquolina in bocca. Dalla morte del padre, il chappati intinto in una salsa di carne al curry era diventato un lusso sconosciuto. I loro vestiti era­ no ridotti a straccetti. Svasti non poss edeva che 'un logoro dboti. Se fa ceva freddo, si avvolgeva una vecchia stoffa marrone attorno alle spalle. Era lisa c scolorita, ma per lui inestimabile. Svasti doveva trovare buoni pascoli per i bufali; sapeva che, se li avesse riportati indietro affamati, Rambhul l'avrebbe battuto. In più, doveva por­ tare a casa tutte le sere un grosso fascio d'erba perché i bufali avessero da mangiare durante la notte. All'imbrunire, quando le zanzare venivano a sciami, Svasti accendeva il fuoco per tenerle lontane col fumo. Ogni tre giorni Rambhul lo pagava in riso, farina e sale. Di tanto in tanto Svasti portava a casa dei pesci acchiappati lungo la riva del fi ume Neranjara, e Bhima li cucinava.

24

Libroprimo

Un pomeriggio, dopo aver fatto il bagno ai bufali e avere tagliato uno staio d'erba, Svasti sentì il desiderio di riposare nel fresco della foresta. La­ sciati i bufali a pascolare sul limitare della foresta, si guardava intorno alla ricerca di un albero a cui appoggiarsi. Di colpo, si arrestò. Un uomo sede­ va sotto un albero di pippala, a pochi passi da lui. Svasti lo guardò meravi­ gliato: non aveva. mai visto nessuno sedere in un modo così splendido. La schiena dell'uomo era perfettamente eretta, e i piedi erano posati con gra­ zia sulle cosce. Il portamento rivelava grande saldezza e risoluzione inte­ riore. Gli occhi erano semichiusi e le mani posavano morbidamente in grembo. Vestiva un abito giallo scolorito che lasciava nuda una spalla. Il corpo irradiava pace, serenità e maestà. Un solo sguardo bastò a Svasti per sentirsi miracolosamente rinfrescato. Il cuore gli tremava. Non capiva co­ me potesse provare una sensazione tanto speciale per uno sconosciuto, ma per un lungo momento rimase immobile in profondo rispetto. L'uomo aprì gli occhi. Sulle prime, intento a sciogliersi le gambe e a massaggiarsi delicatamente le caviglie e le piante dei piedi, non si avvide di Svasti. Lentamente si alzò e s'incamminò. Poiché andava nella direzione opposta, neppure questa volta si avvide di Svasti. Senza fare il minimo ru­ more, Svasti lo guardò procedere a passi lenti e meditativi nella foresta. Fatti sette o otto passi, l'uomo si girò e fu allora che vide Svasti. Gli sorrise. Nessuno aveva mai sorriso a Svasti con tanto dolce benevo­ lenza. Come sospinto da una fo rza invisibile Svasti corse verso l'u omo ma, giunto a pochi passi, si arrestò di botto, ricordando che non gli era lecito avvicinare nessuno che appartenesse a una casta più alta. Svasti era un intoccabile, non apparteneva a nessuna delle quattro caste in cui era divisa la società. Suo padre gli aveva spiegato che i brahmana erano la casta più elevata, tra cui nascevano sacerdoti e maestri che sape­ vano leggere e comprendere i Veda e le altre scritture e facevano offerte agli dèi. Quando Brahma creò gli uomini, i brahmani erano usciti dalla sua bocca. Subito dopo venivano gli ksatriya, cui spettavano gli affari politici e militari perché erano usciti dalle mani di Brahma. Mercanti, agricoltori e artigiani formavano la casta dei vaisya, nata dalle cosce di Brahma. L'ulti­ ma casta era quella dei sudra, nata dai piedi di Brahma; ai suoi membri toccavano i lavori manuali di cui le classi più elevate non si occup avano. Ma la famiglia di Svasti apparteneva agli 'intoccabili', i senza casta. Erano tenuti a costruire le prop rie abitazioni fuori dei confini del villaggio e svol­ gevano le mansioni più infime: raccogliere le immondizie, spargere il con­ cime, scavare le strade, nutrire i maiali e badare ai bufali. Tutti dovevano accettare di far parte della casta in cui erano nati. Le sacre scritture inse­ gnavano che la felicità era la capacità di accettare la propria condizione. Se un intoccabile come Svasti toccava una persona di casta più elevata, veniva battuto. Nel villaggio di Uruvela un intoccabile aveva ricevuto una

toccava una persona di casta più elevata, veniva battuto. Nel villaggio di Uruvela un intoccabile aveva

Una bracciata di erba kusa

25

dura punizione corporale per avere sfiorato un brahmano con la mano. Se un brahmano o uno ksatriya venivano a contatto con un intoccabile diven­ tavano impuri e dovevano rientrare immediatamente in casa, digiunare e sottoporsi a settimane di penitenza per purificarsi. Riportando i bufali alla stalla, Svasti stava molto attento a non passare troppo vicino a un membro

delle caste superiori incontrato lungo la via o fuori dell'abitazione di Ram bhul. Gli pareva che persino i bufali fo ssero più fo rtunati di lui, per­ ché un brahmano poteva toccarli senza esserne contaminato. Se un mem­ bro di una casta superiore sfiorava per caso un intoccabile, quest'ultimo, pur senza colpa, poteva venire battuto spietatamente. E ora, di fronte a Svasti, stava un uomo dalla splendida figura, dal cui portamento era chiaro che non apparteneva alla sua stessa classe sociale.

Di sicuro una persona capace di sorridere con tale dolcezza e benevolenza

non l'avrebbe battuto se l'avesse toccato, ma Svasti non intendeva essere causa di contaminazione di una persona tanto speciale. Per questo si era

fermato quando si erano trovati a pochi passi di distanza. Vedendolo esita­

re, l'uomo avanzò verso di lui. Svasti arretrò per evitare il contatto ma

l'uomo fu più veloce e, in un batter d'occhio, gli posò la mano sinistra sul­ la spalla mentre, con la destra, gli accarezzò teneramente la testa. Svasti era impietrito. Nessuno l'aveva mai accarezzato sulla testa con tanta dol­ cezza e tenerezza, e si sentì assalire dal panico. "Non temere, ragazzo" , disse l'uomo con voce pacata e rassicurante. Al suono di quella voce, la paura di Svasti dileguò. Alzò il capo e guardò il sorriso dolce e benevolo dell'uomo. Dopo un'ultima esitazione,

farfugliò : " Signore, tu mi piaci molto". L'uomo gli sollevò il mento con la mano e lo guardò negli occhi: "An­ che tu mi piaci molto. Vivi qui vicino? ". Svasti non rispose. Gli prese la mano sinistra tra le sue e pose la doman­ da che lo turbava: "Non ti contamino se ti tocco?". L'uomo rise e scosse la testa: "Niente affatto, ragazzo. Tu sei un essere umano e io sono un essere umano. Non puoi cop.taminarmi. Non ascoltare quello che dicono gli altri".

Tenendo Svasti per mano, camminarono fino al limitare della foresta. I bufali pascolavano tranquilli. L'uomo domandò: "Sei tu che badi a questi bufali? E quella dev'essere l'erba che hai tagliato per la loro cena. Qual è il tuo nome? La tua casa è vicina? ".

"Sì, signore", rispose educatamente Svasti. "Quei quattro bufali con il vitello sono affidati a me, e quella è l'erba che ho tagliato per loro. Il mio nome è Svasti e vivo al di là del fiume, subito fuori del villaggio di Uruve­ la. Ora, signore, qual è il tuo nome e dove abiti? Mi puoi rispondere?". "Certo", rispose gentilmente l'uomo. "Il mio nome è Siddhartha e la mia casa è lontana, ma dimoro in questa foresta" .

;

26

Libro primo

" Sei un eremita? ". Siddhartha assentì con il capo. Svasti sapeva che gli eremiti di solito vi­ vevano e meditavano sulle montagne. Benché si fo ssero appena conosciuti e non avessero scambiato che po­ che parole, Svasti sentiva un caldo legame con il nuovo an1ico. Nessuno a Uruvela l'aveva mai trattato con tanta amichevolezza, né gli aveva mai par­ lato con tale calore. Una grande felicità sgorgò in lui, e desiderava poter esprimere in qualche modo la propria gioia. Se soltanto avesse qualcosa da donare a Siddhartha! Ma le sue tasche erano vuote, neppure un pezzo di zucchero di canna o di zucchero candito. Cosa offrirgli? Non aveva nulla, ma chiamò a raccolta tutto il suo coraggio e disse:

"Signore, vorrei possedere qualcosa per fartene dono, ma non ho nulla". Siddhartha lo guardò e sorrise: "Tu possiedi qualcosa che accetterei con grande piacere". "Io?". Siddhartha indicò il mucchio di erba kusa. "L'erba che hai tagliato per i bufali è soffice e fragrante. Se potessi darmene qualche manciata, ne farei un cuscino per meditare ai piedi dell'albero. Mi renderebbe davvero fe­ lice". Gli occhi di Svasti brillavano. Corse al mucchio dell'erba, ne afferrò un fascio con le gracili braccia e lo presentò a Siddhartha. "Ho appena colto quest'erba lungo il fiume. Ti prego, accettala. Per i bufali ne taglierò dell'altra". Siddhartha unì le mani in forma di bocciolo di loto e accettò il dono. "Ti ringrazio, sei un ragazzo davvero gentile", disse. "Ora vai a tagliare al­ tra erba per i tuoi bufali prima che fa ccia buio. Se ne hai l'oc casione, vieni di nuovo a trovarmi nella foresta domani pomeriggio ". Il giovane Svasti chinò la testa in segno di commiato e rimase a guarda­ re Siddhartha scomparire nella foresta. Poi raccolse il falcetto e s' incam­ minò verso il fiume, con il cuore colmo della più calda delle sensazioni. Era l'inizio dell'autunno, l'erba kusa era ancora tenera e il falcetto aveva il filo nuovo. Non impiegò molto tempo per tagliare un altro staio. Svasti ricondusse i bufali alla casa di Rambhul, passando per un basso guado nel fiume Neranjara. Il vitello era riluttante a lasciare la tenera er­ betta della riva, e Svasti dovette persuaderlo a venir via. Lo staio d'erba non gli pesava sulle spalle e Svasti guadò il fiume assieme ai bufali.

4

Il cigno ferito

Il mattino seguente di buon'ora Svasti condusse i bufali al pascolo. A mezzogiorno aveva tagliato tanta erba da riempire due ceste. A Svasti pia­ ceva lasciar pascolare gli animali sulla riva del fiume dalla parte della fore­ sta perché, una volta terminata la raccolta dell'erba, poteva sdraiarsi alla fresca brezza senza temere che i bufali entrassero in una risaia. Con sé non aveva altro che il falcetto, lo strumento con cui si guadagnava la vita. Aprì la foglia di banano in cui Bala aveva awolto il pugno di riso che costituiva tutto il suo pasto ma, sul punto di mettersi a mangiare, la sua mente corse

a Siddhartha. "Potrei portare questo riso a Siddhartha, l'eremita", pensò. "Sono sicu­ ro che non lo troverà troppo umile". Riawolse il riso nella foglia e, lasciati

i bufali sul limitare della foresta, rifece il cammino che il giorno prima

l'aveva portato davanti a Siddhartha. Da lontano vedeva il nuovo amico seduto ai piedi del grande albero di pippala. Ma Siddhartha non era solo: davanti a lui sedeva una ragazza, cir­ ca della stessa età di Svasti, awolta in un bel sari bianco. Del cibo era po­ sato davanti a Siddhartha, e Svasti si arrestò di colpo. Ma Siddhartha l'ave­ va visto. "Svasti! ", chiamò e gli fece cenno di unirsi a loro. La ragazza dal bianco sari alzò lo sguarde Svasti la,riconobbe per averla incontrata molte volte sulla strada del villaggio. La ragazza si trasse Ji lato per fargli posto e Siddhartha lo invitò a gesti a sedere. Davanti

all'eremita era posata una foglia di banano che conteneva un pugno di riso e un pizzico di semi di sesamo. Siddhartha divise il cibo in due parti. "Hai mangiato, ragazzo?". "No, signore". "Allora, dividiamocelo". Siddhartha gli porse metà del riso. Svasti giunse le mani in segno di rin­ graziamento ma rifiutò. Trasse il suo umile pasto e disse: "Anch'io ho por­ . lato qualcosa".

28

Libro primo

Aprì la foglia di banano che rivelò i chicchi di un grezzo riso bruno, co­ sì diversi dai soffici chicchi bianchi posati sulla foglia di Siddhartha. Non aveva sesamo. Siddhartha sorrise ai due ragazzi e disse: "Vogliamo mesco­ lare il riso e dividerlo?". Prese metà del riso bianco, lo intinse nel sesamo e lo porse a Svasti. Poi ruppe a mezzo la palla di riso di Svasti e prese a mangiarlo con evidente piacere. Svasti era imbarazzato ma, vedendo la spontaneità di Siddhartha, iniziò anche lui a mangiare. "Il vostro riso è delizioso, signore". "Sujata l'ha portato", rispose Siddhartha.

"Dunque il suo nome è Sujata", pensò Svasti. Sembrava poco più gran­ de di lui, forse un anno o due. I grandi occhi scuri sfavillavano. Svasti smi­ se di mangiare e disse: "Ti ho già vista sulla strada del villaggio, ma non sa­ pevo che ti chiamassi Sujata ". " Sono la figlia del capo villaggio di Uruvela. E il tuo nome è Svasti, ve­ ro? Il maestro Siddhartha mi stava appunto parlando di te" . E aggiunse con garbo: " Svasti, è più cortese chiamare un monaco 'maestro' che 'si­ gnore' ". Svasti annuì. Siddhartha sorrise: "Vedo che non ho bisogno di presentarvi. Sapete, ragazzi, perché mangio in silenzio? Questi chicchi di riso e questi semi di sesamo sono così preziosi che mi piace mangiare in silenzio per gustarli appieno. Sujata, ti è mai capitato di assaggiare il riso bruno? Anche se hai appena fi nito di mangiare, assaggia il riso di Svasti. È delizioso. Ora man­ giamo insieme in silenzio; poi, quando avremo finito, vi narrerò una storia". Siddhartha staccò un boccone di riso bruno e lo porse a Sujata, che unì le mani nel loto e accettò rispettosamente. I tre mangiarono in silenzio nel­ la profonda tranquillità della foresta. Quando riso e sesfu'TlO furono terminati, Sujata raccolse le foglie di ba­ nano. Da una brocca che aveva accanto versò acqua fresca nell'unico boc­ cale che aveva portato e lo offrì a Siddhartha. Questi lo prese con entram­ be le mani e lo offrì a Svasti. Emozionato, Svasti balbettò: "Ti prego, si­

gnore

Con voce dolce, Siddhartha rispose: "Prima tu, ragazzo. Desidero che il primo sorso sia per te". Di nuovo porse il boccale a Svasti. Imbarazzatissimo, Svasti non sapeva come sottrarsi a un tale insolito onore. Unì le mani in ringraziamento e prese il boccale. Trangugiò l'acqua in un unica, lunga sorsata, poi rese il boccale a Siddhartha. Siddhartha chiese a Sujata di versare altra acqua. Quando il boccale fu pieno lo acco­ stò alle labbra e bevve a sorsi lenti, con rispetto e profondo piacere. Nel frattempo Sujata non aveva staccato lo sguardo da Siddhartha e da Svasti.

voglio dire, maestro

prendi tu il primo sorso ".

Il

cigno ferito

29

Quando Siddhartha ebbe finito di bere, chiese a Sujata di riempire un ter­ zo boccale. E fu a lei che lo offrì. Sujata posò la brocca, giunse le mani e accettò il boccale. Lo portò alle labbra e bevve a lenti, piccoli sorsi, così come aveva fatto Siddhartha. Era consapevole che quella era la prima vol­ ta che beveva dallo stesso boccale in cui aveva bevuto un intoccabile. Ma se l'aveva fatto Siddhartha, che era il suo maestro, perché non doveva farlo lei? E non provò nessuna sensazione di essere contaminata. Spontanea­ mente allungò la mano e toccò i capelli del giovane guardiano di bufali. Avvenne con tale rapidità che Svasti non ebbe il tempo di spostarsi. Sujata terminò di bere, depose il boccale a terra e sorrise ai suoi due compagni. Siddhartha approvò con il capo. "Ragazzi, voi avete capito. Gli uomini nascono senza caste. Tutti piangono lacrime salate e il sangue di tutti è rosso. È sbagliato dividerli in caste e creare separazione e pregiudizi. Nella mia meditazione l'ho compreso chiaramente". Sujata disse pensosa: " Noi siamo tuoi discepoli e abbiamo fiducia nel tuo insegnamento, ma non c'è nessun altro come te in questo mondo. Tut­ ti credono che i sudra e gli intoccabili provengano dai piedi del Creatore. Persino le scritture lo dicono. Nessuno osa pensare in modo diverso". "Lo so. Ma la verità è la verità, che sia creduta o no. Anche se milioni credono a una menzogna, questa resta una menzogna. Bisogna avere gran­ de coraggio per vivere in accordo con la verità. Vorrei raccontarvi una sto­ ria della mia fanciullezza. "Avevo nove anni quando, un giorno, mentre passeggiavo da solo in giardino, un cigno cadde improvvisamente dal cielo dibattendosi in gran­ de dolore a terra davanti a me. Mi precipitai a raccoglierlo, quando mi ac­ corsi che aveva un'ala trafitta da una freccia. Afferrai con forza la freccia e la estrassi. L'uccello gridò mentre il sangue scorreva dalla ferita. Chiusi la ferita con il dito per arrestare l' emorragia e portai l'uccello dentro il palaz­ zo, alla ricerca della dama d'onore, la principessa Sundari. Si prestò a rac­ cogliere delle foglie medicinali e a preparare un cataplasma. n cigno tre­ mava: mi tolsi la giubba e l'avvolsi attorno all'qccello. Quindi lo sistemai accanto al caminetto reale". Siddhartha fece una pausa e guardò il ragazzo. " Non te l'ho ancora det­ to, Svasti, ma nella mia giovinezza ero un principe, figlio del re Suddhoda­ na della città di Kapilavatthu. Sujata lo sapeva già. Stavo per andare a pro­ curare del riso per il cigno quando mio cugino Devadatta, che aveva otto anni, irruppe nella stanza. Stringeva arco e frecce. Mi chiese tutto agitato:

'Siddhartha, hai visto un cigno bianco cadere qui vicino ?'. "Prima ancora che potessi rispondere, vide il cigno che riposava accan­ to al caminetto. Si precipitò verso l'animale, ma lo fermai: 'Lascia stare quell'animale!'. "Mio cugino obiettò: mio, io l'ho colpito' .

30

Libro primo

"Mi misi tra il cigno e Devadatta, risoluto a impedirgli di avvicinarsi. 'Questo uccello è ferito, deve restare qui', dissi. 'Lo prendo sotto la mia protezione'. " Devadatta era cocciuto e non voleva cedere. Obiettò: 'Ascolta, cugino. Quando volava nel cielo, questo cigno non apparteneva a nessuno. Ma io l'ho colpito, e mi spetta di diritto'. "L'obiezione era giusta, ma le sue parole mi irritarono. Sapevo che c'era qualcosa di sbagliato, anche se non riuscivo a dire che cosa precisa­ mente. Rimanevo lì, senza parole, sempre più adirato. Volevo prenderlo a pugni, e non so perché non lo colpii. Poi, capii come dovevo rispondergli. " 'Cugino, ascolta', gli dissi. 'Coloro che si amano vivono assieme, ma i nemici vivono separati. Tu volevi ucciderlo, quindi tu e il cigno siete nemi­ ci. L'uccello non può vivere assieme a te. Io l'ho salvato, ho curato la sua ferita, l'ho riscaldato e stavo per andare a cercargli del cibo quando sei ar­ rivato tu. Il cigno e io ci amiamo, quindi possiamo stare insieme. Questo uccello ha bisogno di me, non di te"' . Sujata battè le mani: "Giusto ! Avevi ragione tu !". Siddhartha guardò Svasti: "E tu, che cosa pensi del mio ragionamento?". Svasti riflettè brevemente e disse incerto: "Penso che tu avessi ragione, ma pochi sarebbero d'accordo. La maggior parte delle persone si schiere­ rebbe con Devadatta". vero", assentì Siddhartha. "La maggior parte segue effettivamente il punto di vista di Devadatta. "Ma voglio dirvi come andò a finire. Poiché non riuscivamo a trovare una soluzione, decidemmo di sottoporre la cosa agli adulti. Quel giorno, a palazzo, si teneva una riunione di governo e noi ci precipitammo nell'aula del tribunale dove tutti erano riuniti. Io portavo il cigno e Devadatta strin­ geva l'arco e le frecce. Esponemmo il caso ai ministri e chiedemmo che lo giudicassero. Gli affari di stato vennero sospesi per ascoltare prima Deva­ datta e poi me. Discussero a lungo, senza riuscire a trovare un accordo. La maggioranza sembrava propendere per Devadatta quando improvvisa­ mente mio padre, il re, si schiarì la gola e diede qualche colpetto di tosse. I ministri tacquero e, ditemi se non vi sembra strano, decisero all'unanimità che il mio ragionamento era giusto e che il cigno mi spettava. Devadatta era fuori di sé per la rabbia, ma naturalmente non poteva far nulla. "Avevo avuto il cigno, ma non ero contento. Ero ancora un bambino, ma sapevo che la mia vittoria era assai poco onorevole. Il cigno era stato assegnato a me perché i ministri desideravano compiacere mio padre, e non perché avevano colto la verità delle mie parole". "Che cosa triste" , disse Sujata aggrottando le sopracciglia. "Infatti. Poi, rivolgendo la mente all'uccello, mi confortò sapere che fosse salvo. In caso contrario, sarebbe certamente finito in pentola.

Il cigno ferito

31

"Ben pochi, in questo mondo, guardano con gli occhi della compassio­

ne, e perciò siamo crudeli e spietati l'uno verso l' altro. I fo rti opprimono i deboli. Ancora oggi so che il mio ragionamento era giusto, perché nasceva dall' amore e dalla comprensione. Amore e comprensione possono allevia­

re la sofferenza di tutti gli esseri. La verità è la verità, che la maggioranza la

accetti o no. Per questo, ragazzi, vi dico che occorre un grande coraggio per sostenere e difendere ciò che è giusto". "Maestro, che cosa fu del cigno? ", chiese Sujata. "Lo curai per quattro giorni. Quando vidi che la ferita era guarita lo la­ sciai libero, consigliandogli di volare lontano per non essere colpito di nuovo". Siddhartha guardò i volti seri e compresi dei ragazzi. "Sujata, rientra in casa prima che tua madre incominci a preoccuparsi. E tu, Svasti, non è ora

di ritornare dai bufali e tagliare altra erba? L'erba kusa che mi hai donato

ieri è diventata un perfetto cuscino di meditazione. L'ho usato per sedere

la notte scorsa e questa mattina, e la mia meditazione è stata molto serena.

Ho visto con chiarezza varie cose. Mi sei stato di grande aiuto, Svasti. La mia comprensione si approfondisce, e ne dividerò i frutti con voi. Ora, ri­ tornerò a sedere". Svasti guardò l'erba con cui Siddhartha si era fatto un cuscino. Gli steli erano schiacciati e compressi, ma Svasti sapeva che conservavano ancora morbidezza e fragranza. Ogni tre giorni avrebbe portato al suo maestro una manciata d'erba appena tagliata per farne un nuovo cuscino. I due ra­ gazzi si alzarono, giunsero le mani e si inchinarono a Siddhartha. Sujata prese la via di casa e Svasti condusse i bufali a pascolare più in là sulla riva del fiume.

a Siddhartha. Sujata prese la via di casa e Svasti condusse i bufali a pascolare più
a Siddhartha. Sujata prese la via di casa e Svasti condusse i bufali a pascolare più

5

Una ciotola di latte

Tutti i giorni Svasti si recava nella foresta per incontrare Siddhartha. Se riusciva a tagliare due fasci d'erba prima di mezzogiorno, prendeva il pasto assieme a lui. Ma la stagione secca avanzava, l'erba si faceva sem­ pre più scarsa, e spesso non poteva raggiungere il suo amico e maestro prima del pomeriggio inoltrato. A volte, se al suo arrivo Siddhartha era seduto in meditazione, anche il ragazzo sedeva in silenzio per brevi momenti. Poi lasciava la foresta senza osare disturbare il suo maestro di meditazione. Se invece lo vedeva camminare lentamente lungo il sentiero, si avvicinava e scambiavano semplici parole. Spesso incontrava anche Sujata, che ogni giorno recava a Siddhartha una palla di riso con del con­ dimento: semi di sesamo, nocciole o un pizzico di curry. Gli portava anche latte, porridge di riso o canditi. I due ragazzi ebbero molte occa­ sioni di parlarsi al margine della foresta, mentre i bufali pascolavano. Sujata si faceva accompagnare a volte da un'amica, Supriya, della stessa età di Svasti. Da parte sua, Svasti desiderava far conoscere Siddhartha al fratello e alle sorelle. Era certo che potevano attraversare facilmente il fiume nel punto più basso. Sujata raccontò a Svasti di avere conosciuto Siddhartha alcuni mesi pri- ! ma, e come da allora gli avesse portato del cibo ogni giorno. Era un giorno di luna piena. Su richiesta della madre aveva indossato un sari nuovo, di color rosa, per portare un vassoio di offerte agli dèi della foresta: dolci, lat­ te, congee e miele. Ardeva il sole di mezzogiorno. Mentre si avvicinava al fiume, Sujata aveva visto un uomo svenuto sulla strada e aveva posato il vassoio per precipitarsi a soccorrerlo. L'uomo respirava appena e aveva gli occhi chiusi. Le guance infossate rivelavano che non mangiava da molto tempo. Dai capelli lunghi, la barba arruffata e l'abito a brandelli, Sujata ri­ conobbe un asceta delle montagne svenuto per la fame. Senza esitare versò il latte in una ciotola e la accostò alle labbra dell'uomo, facendovi penetra­ re qualche goccia. L'uomo dapprima non reagì, poi le labbra ebbero un

Una ciotola di latte

33

tremito e si aprirono leggermente. Sujata gli colò il latte nella bocca. L'uo­ mo incominciò a bere e in breve la ciotola fu vuota. Sujata sedette sulla riva del fiume attendendo che l'uomo riprendesse i sensi. A fatica l'uomo si mise seduto e aprì gli occhi. Vedendola, sorrise. Si coprì una spalla con la falda dell'abito, incrociò le gambe nella posizione del loto e incominciò a respirare dapprima in modo stentato, poi sempre più profondamente. Il suo modo di sedere era saldo e meraviglioso. Pen­ sando che fosse un dio della montagna, Sujata giunse le mani e si prostrò, ma l'uomo la fermò con un cenno. Sujata si rialzò e l'uomo le disse, con voce flebile: "Ragazza, versami per favore altro latte ". Lieta di sentirlo parlare, Sujata riempì di nuovo la ciotola. L'uomo la bev­ ve fino in fondo, conscio del nutrimento. Meno di un'ora prima aveva credu­ to di stare per esalare l'ultimo respiro. Ora lo sguardo era tornato vivo, e sor­ rise dolcemente. Sujata gli chiese come mai era privo di sensi sulla strada. "Praticavo la meditazione sulle montagne. La rigida disciplina ascetica indebolì il mio corpo a tal punto che decisi di scendere al villaggio per mendicare del cibo. Ma arrivare fin qui ha esaurito le mie forze. Tu mi hai salvato la vita" . Sedettero vicini sulla riva del fiume e l'uomo rivelò a Sujata chi era:

Siddhartha, figlio di un re del clan degli Sakya. Sujata ascoltava attenta­ mente mentre Siddhartha parlava: "Ho visto che stremare il corpo non serve per trovare pace e saggezza. Il corpo non è un semplice strumento, è il tempio dello spirito, la zattera per condurci all'altra sponda. Non prati­ cherò più la mortificazione. Andrò ogni mattina al villaggio per mendicare il cibo". Sujata giunse le mani: "Venerabile eremita, se me lo consenti, ti porterò io il cibo ogni giorno. Non occorre che tu interrompa la tua meditazione. La mia casa non è lontana, e i miei genitori saranno felici che io ti porti di che cibarti". Siddhartha restò un momento in silenzio, poi disse: "Sono lieto di ac­ cettare la tua offerta. Ma, di tanto in tanto, andrò ugualmente a elemosina­ re il cibo al villaggio per conoscere i suoi abitanti'. Vorrei ancl;le ' incontrare i tuoi genitori e gli altri ragazzi". Sujata ne fu felice. Giunse le palme e si inchinò in segno di gratitudine. L'idea che Siddhartha visitasse la sua casa e conoscesse i suoi genitori era meravigliosa. Sapeva anche che portargli cibo ogni giorno non sarebbe stata una privazione, perché la sua famiglia era tra le più ricche del villag­ gio. Ma non glielo disse. Sapeva solo che quel monaco era una persona di valore, e che offrirgli il cibo era di maggior beneficio che fare dozzine di offerte agli dèi della foresta. Sujata sentiva che, se Siddhartha approfondi­ va la meditazione, il suo amore e la sua comprensione avrebbero lenito la sofferenza del mondo.

34

Libro primo

Indicando il monte Dangsiri, nelle cui caverne aveva abitato, Sid­ dhartha disse: "A cominciare da oggi, non tornerò mai più lassù. La fore­ sta è fresca e offre ristoro. Vi cresce uno splendido albero di pippala, di cui farò il luogo della mia pratica. Domani, quando verrai, porta il cibo a quell'albero. Vieni, te lo faccio vedere". Siddhartha condusse Sujata al di là del fiume, nell'ombrosa foresta che seguiva l'altra riva del Neranjara, e le mostrò l'albero di pippala ai piedi del quale si sarebbe seduto in meditazione. Sujata ammirò il fusto massic­ cio e alzò gli occhi ai rami fronzuti che si allargavano come un immenso baldacchino. Era una specie di baniano, con le foglie cuoriformi che ter­ minavano con una estremità molto appuntita. Ogni foglia era grande come la sua mano. Sujata rimase in ascolto del vivace cinguettio degli uccelli tra le fronde. Era davvero un luogo di pace e frescura. In realtà era già venuta a questo albero, assieme ai genitori, per portare offerte di cibo agli dèi del­ la foresta. "Ecco la tua nuova casa, maestro ", disse Sujata fissandolo con i tondi occhi scuri. "Ti verrò a trovare qui tutti i giorni". Siddhartha annuì. Accompagnò Sujata fuori della foresta e la salutò sul­ la riva del fiume. Poi tornò da solo all'albero di pippala. Da allora, Sujata portò ogni giorno al monaco riso o chappati. A volte, anche latte o congee. Di tanto in tanto Siddhartha entrava nel villaggio con la ciotola delle elemosine. Conobbe il padre di Sujata, capo del villag­ gio, e la madre, che indossava uno splendido sari giallo. Sujata lo presentò ai ragazzi del villaggio e lo condusse dal barbiere perché gli radesse i ca­ pelli e la barba. Siddhartha, che si era rimesso rapidamente in salute, le disse che la meditazione incominciava a dare frutti. Infine, arrivò il giorno dell'incontro tra Sujata e Svasti. Quel giorno Sujata era arrivata presto e Siddhartha le aveva raccontato dell'incontro con Svasti il giorno avanti. Sujata stava appunto dicendo che anche lei avrebbe avuto piacere di conoscerlo, quando Svasti arrivò. Da al­ lora in poi, ogni volta che si incontravano, Sujata non dimenticò mai di informarsi dei suoi fratelli. Assieme alla sua ancella, Purna, si recò persino nella capanna di Svasti. Purna serviva in casa di Sujata da quando l'altra ancella, Radha, era morta di tifo. Durante una visita, Sujata portò degli abiti usati ma ancora utilizzabili e, con grande stupore di Purna, prese in braccio la piccola Bhima. Ma ammonì Purna di non dire ai suoi genitori che aveva tenuto in braccio una piccola intoccabile. Un giorno, i ragazzi del villaggio decisero di andare tutti assieme da Siddhartha. Svasti condusse tutta la famiglia. Sujata portò le amiche: Bala­ gupta, Vijayasena, Ulluvillike e Jatilika. Invitò anche la cugina sedicenne Nandabala, che venne con i due fratelli minori: Nalaka, di quattordici an­ ni, e Subash, di nove. I bambini sedettero in semicerchio attorno a

con i due fratelli minori: Nalaka, di quattordici an­ ni, e Subash, di nove. I bambini

Una ciotola di latte

35

Siddhartha e presero il pasto insieme in silenzio. Svasti aveva insegnato in anticipo a Bala e Rupak a mangiare con silenziosa dignità. Persino la pic­ cola Bhima, che sedeva in grembo a Svasti, mangiò senza fare rumore, con gli occhi spalancati. Svasti aveva portato una bracciata di erba appena tagliata per Siddhartha. Aveva chiesto al suo amico Gavampati, anche lui guardiano di bufali, di badare agli animali di Rambhul in modo da poter mangiare con Siddhartha. Il sole ardeva sui campi ma lì, nella foresta, Siddhartha e i ra­ gazzi si rinfrescavano all'ombra dell'albero di pippala. I suoi rami copriva­ no una superficie pari a quella occupata una dozzina di capanne. I ragazzi condivisero il cibo. Specialmente Rupak e Bala gustarono il chappati con il curry e il fragrante riso bianco con sesamo e nocciole. Sujata e Balagupta avevano portato acqua per tutti. Il cuore di Svasti traboccava di felicità. L'atmosfera era calma e tranquilla, anche se percorsa da una grande gioia. In quell'occasione, su richiesta di Sujata, Siddhartha narrò ai ragazzi la storia della propria vita. Tutti ascoltarono rapiti dall'inizio alla fine.

di Sujata, Siddhartha narrò ai ragazzi la storia della propria vita. Tutti ascoltarono rapiti dall'inizio alla

6

Sotto l'albero di melarosa

Siddhartha aveva nove anni quando gli raccontarono il sogno fatto da sua madre, mentre era gravida di lui. Uno splendido elefante bianco con sei zanne era disceso dal cielo, circondato da cori inneggianti. L'elefante veniva verso di lei, con la pelle candida come neve. Teneva con la probo­ scide uno splendido fiore di loto rosato che depose nel corpo della regina. Quindi anche l'elefante entrò nel suo corpo, e la regina si sentì ricolma di gioia e benessere. Sentiva che non avrebbe provato mai più sofferenza, ti­ more o dolore, e si risvegliò trasportata da una sensazione di purissima beatitudine. La musica eterea udita in sogno le echeggiava ancora nelle orecchie. Raccontò il sogno al re suo marito, che si stupì grandemente. Il

re convocò i santi della capitale per interpretare il sogno della regina. Ascoltato attentamente il sogno, essi risposero: "Maestà, la regina par­ torirà un figlio che sarà un grande condottiero. Egli è destinato a divenire

o un potente imperatore che regnerà sulle quattro direzioni o un grande

maestro che mostrerà la Via della Verità a tutti gli esseri del cielo e della

terra. La nostra nazione, maestà, attende da tempo la comparsa di un

Grande siffatto". Il re Suddhodana era raggiante. Consultatosi con la regina, ordinò di distribuire viveri dai magazzini reali ai poveri e ai bisognosi del regno. Co­

sì i sudditi del regno degli Sakya condivisero la gioia del re e della regina

per la profezia riguardante il nascituro. La madre di Siddhartha si chiamava Mahamaya. Donna di grande virtù, amava tutti gli esseri: uomini, animali e vegetali. In quei tempi era consue­ tudine che la donna facesse ritorno alla casa paterna per partorire. Maha­ maya si mise perciò in viaggio verso Ramagama, la capitale dello stato di Koliya in cui era nata. Lungo il cammino, si fermò a riposare nel parco di Lumbini. La foresta traboccava di fiori e di canti di uccelli. I pavoni face­ vano splendide ruote nella luce mattutina. Vedendo un albero di ashok in piena fioritura, la regina si era incamminata nella sua direzione quando

Sotto l'albero di melarosa

37

perse improvvisamente l'equilibrio e si afferrò a un ramo. Ed ecco che, an­ cora aggrappata al ramo, la regina Mahayama diede alla luce un bambino di fulgido aspetto. Le ancelle lavarono il principe e lo avvolsero in pezze di seta gialla. Non occorreva più raggiungere Ramagama, perciò la regina e il neonato furono ricondotti a casa sul carro reale tirato da una quadriglia di cavalli. n prin­ cipe venne di nuovo lavato in acqua tiepida e posto sul seno della madre. Alla notizia del loro arrivo, il re Suddhodana si precipitò dalla moglie e dal figlio. La sua gioia era infinita e gli occhi gli brillavano. Chiamò il bam­ bino Siddhartha, che significa 'colui che raggiunge lo scopo'. n palazzo era in festa, e i membri della corte vennero uno per uno a congratularsi con la regina. Suddhodana convocò immediatamente gli indovini perché legges­ sero il futuro di Siddhartha. Esaminato il bambino, gli indovini dichiararo­ no all'unanimità che il suo corpo presentava i segni di un grande condot­ tiero destinato a reggere un possente regno esteso nelle quattro direzioni. Era trascorsa una settimana quando giunse a palazzo un sant'uomo di nome Asita Kaladevela. La sua schiena era piegata per gli anni e aveva do­ vuto appoggiarsi a un bastone per scendere dalla montagna dove viveva. Le guardie annunciarono l'arrivo del maestro Asita, il re venne ad acco­ glierlo di persona e lo accompagnò dal piccolo principe. n sant'uomo esa­ minò il bambino a lungo e in silenzio. Poi incominciò a piangere, mentre il corpo tremante si appoggiava al bastone. Il re Suddhodana, turbato, domandò: "Che cos'è? Prevedi qualche sventura? ". Asita si asciugò le lacrime con la mano e scosse la testa. "Nessuna sven­ tura, maestà. Piango per me stesso, perché vedo che il bambino è dotato della vera grandezza. Egli conoscerà i misteri dell'universo. Maestà, il bambino non si occuperà degli affari di stato ma diverrà un grande mae­ stro della Via. Il cielo e la terra saranno la sua casa, e tutti gli esseri la sua famiglia. Piango perché morirò prima di paterne udire la voce annunciare la verità che avrà conosciuto. Maestà, tu e il tuo paese possedete una gran­ de virtù per aver generato un bambino come questo ". Asita si voltò per andarsene. Il re lo pregò di restare, ma it1vano. Il vec­ chio s'incamminò verso la montagna ma le sue parole avevano gettato in grande struggimento Suddhodana. Non desiderava che il figlio diventasse t m monaco, voleva che gli succedesse sul trono ed espandesse i confini del regno. Pensò il re: "Asita è uno soltanto tra centinaia, tra migliaia di sant'uomini. Forse s'inganna. Certo gli indovini che hanno predetto che Siddhartha diventerà un grande imperatore sono nel giusto". Aggrappan­ dosi a questa speranza, riprese animo. Otto giorni dopo aver provato l'eccelsa gioia di dare alla luce Siddhartha, la regina Mahamaya morì. Tutto il regno la pianse. Suddhoda-

provato l'eccelsa gioia di dare alla luce Siddhartha, la regina Mahamaya morì. Tutto il regno la

3 8

Libro primo

na fe ce pervenire alla sorella di lei, Mahapajapati, la richiesta di diventare la nuova regina. Mahapajapati, conosciuta anche come Gotami, acconsentì e si prese cura di Siddhartha come se fosse suo figlio. Crescendo e chie­ dendo della sua reale madre, Siddhartha comprese quanto Gotami avesse amato la sorella e come in tutto il mondo lei soltanto poteva amarlo come una vera madre. Grazie alle sue cure, Siddhartha cresceva forte e sano. Un giorno, guardando Siddhartha giocare nel parco, Gotami pensò che era abbastanza grande da imparare a indossare con grazia ori e gemme preziose. Ordinò alle ancelle di recare i gioielli per abbigliarlo ma, con suo stupore, nessuna gemma riusciva ad accrescere la bellezza del giovane. Siddhartha si sentiva a disagio, e Gotami comandò di riporre i gioielli ne­ gli scrigni. Raggiunta l'età scolare Siddhartha studiò l'arte della scrittura, la lettera­ tura, la musica e gli esercizi atletici assieme ai principi della dinastia Sakya. Tra i compagni di studi c'erano i suoi cugini, Devadatta e Kimbila, e il fi­ glio di un dignitario di corte, un ragazzo di nome Kaludayi. Intelligente di natura, Siddhartha imparava in fretta. Il loro maestro, Visvamitta, ricono­ sceva l'acutezza di Devadatta ma, mai nella sua carriera, aveva conosciuto uno scolaro dotato come Siddhartha. Un giorno, aveva ormai nove anni, a Siddhartha fu concesso di parteci­ pare alla prima aratura rituale dei campi assieme ai compagni. Gotami vol­ le vestirlo personalmente, e lei stessa gli infilò le eleganti pantofole ai pie­ di. Abbigliato sontuosamente, il re Suddhodana presiedeva alla cerimonia. Sant'uomini e brahmani di alto rango sfilarono sfoggiando abiti e accon­ ciature multicolori. La cerimonia ebbe luogo nei migliori campi del regno, non lontano dal palazzo. Porte e strade erano pavesate di bandiere e ves­ silli. Pittoresche offerte di cibo e bevande erano deposte sugli altari eretti lungo la strada. Menestrelli e musicanti giravano tra la calca, aggiungendo gaiezza e allegria al trambusto festivo. Inni solenni erano intonati dai sant'uomini, mentre il padre di Siddhartha e i dignitari celebravano il rito. Siddhartha, Devadatta e Kaludayi occupavano l'ultima fila. I ragazzi erano eccitati perché, terminato il rituale, ci sarebbe stata una festa sui prati. L'idea di mangiare all' aperto era invitante. Ma gli inni sembravano andare avanti all'infinito e i ragazzi diventavano impazienti. Incapaci di resistere oltre, si allontanarono. Kaludayi si aggrappò alla manica di Siddhartha e insieme si avviarono verso la musica e le danze. Il sole ardeva e i costumi degli artisti erano zuppi di sudore. Perle di sudore brillavano sulla fronte delle danzatrici. Correndo qua e là tra i vari spettacoli, anche Siddhartha si sentì accaldato e abbandonò gli amici per cercare l'ombra di un albero di melarosa che cresceva ai margini della strada. Sotto i rami freschi, Siddhartha si sentì ristorare. In quel momento giunse Gotami che, veden­ do il fi glio, gli disse: "Ti ho cercato dappertutto. Dov'eri andato? Devi

Sotto l'albero di melarosa

39

tornare per la conclusione della cerimonia, farebbe molto piacere a tuo padre". "Madre, la cerimonia è troppo lunga. Perché i sant'uomini cantano tanto?". "Recitano i Veda, figlio mio. Le scritture contengono un significato

profondo, trasmesso dal Creatore stesso ai brahmani incalcolabili genera­

%ioni addietro. Presto

"Perché non recita le scritture mio padre, invece dei brahmani? ". "Figlio mio, solo chi nasce nella casta dei brahmani può recitare le scrit­ ture. Anche i re di grande potere dipendono dai brahmani per le cerimo-

. Siddhartha rifletté alle parole di Gotami. Poi, dopo una lunga pausa, giunse le mani e la supplicò: "Ti prego, madre, ottieni da mio padre il per­ messo di poter rimanere qui. Sono tanto felice seduto sotto quest'albero di melarosa". Cedendo benevolmente al figlio, Gotarni assentì sorridendo. Gli ca­ rezzò i capelli e tornò indietro.

re Suddhodana en ­

trò nei campi e, accompagnato da due militari di alto grado, arò il primo solco mentre dalla folla si levavano gli evviva . Quindi tutti i contadini, se­ guendo l'esempio del re, si misero ad arare i propri campi. Udendo gli ev­ viva, Siddh arth a corse verso i campi. Si fermò a osservare un bufalo tirare con sforzo un pesante aratro, seguito da un robusto contadino dalla pelle bruciata dal sole. L'uomo premeva l'aratro con la sinistra, mentre nella de­ stra stringeva il pungolo per incitare l' animale. Il sole scottava e sul corpo dell'uomo scorrevano rivoli di sudore. Il solco apriva in due il suolo uber­ toso. Mentre la lama rivoltava la terra, Siddhartha vide che anche i corpi dei vermi e di altre minuscole creature venivano tagliati in due. E, mentre si contorcevano, i vermi venivano adocchiati dagli uccelli che li trafiggeva­ no col becco. Poi un grande uccello scese in picchiata e artigliò un uccello più piccolo. Assorbito in ciò che vedeva, in piedi sotì:o il sole feroce, anche Siddhartha si coprì di sudore. Di nuovo si rifugiò all'ombra dell'albero di melarosa. Aveva assistito a molte cose strane e per lui sconosciute. Sedette

a gambe incrociate e chiuse gli occhi per riflettere a quanto aveva visto. Ri­ mase seduto a lungo, composto ed eretto. Dimentico dei canti, delle danze

c della fe sta attorno a lui, Siddhartha continuava a sedere, assorbito nelle immagini del campo e delle creature. Quando, più tardi, il re e la regina passarono lungo la strada, lo trovarono ancora immerso in profonda con­ centrazione. La vista di Siddhartha immobile come una piccola, splendida statua commosse Gotami fino alle lacrime. Ma il re Suddhodana fu invaso da un'improvvisa paura: se Siddhartha sapeva sedere con tale solennità an-

me sacre

li

studierai anche tu ".

. ,

I brahmani avevano concluso finalmente gli inni. Il

40

Libro primo

cora così giovane, forse era vera la profezia di Asita? Troppo agitato per partecipare alla festa, il re rientrò da solo a palazzo sul cocchio regale. Accanto all'albero passarono dei poveri ragazzi di campagna, parlando e ridendo gioiosi. Indicando Siddhartha seduto sotto l' albero di melarosa, Gotami fe ce loro cenno di zittire. I ragazzi lo guardarono incuriositi. Pro­ prio allora Siddhartha aprì gli occhi e, vedendo la regina, sorrise. "Madre" le disse, "recitare le scritture non reca nessun beneficio ai ver­ mi e agli uccelli". Si alzò, corse da Gotami e le prese la mano. Poi si accorse dei ragazzi che lo fi ssavano. Avevan o più o meno la sua stessa età, ma i loro abiti era­ no stracciati, i volti sudici, e le braccia e le gambe gracili muovevano a pietà. Consapevole del proprio abbigliamento principesco, Siddhartha si sentì imbarazzato anche se desiderava unirsi con loro a giocare. Sorriden­ do esitante, Siddhartha li salutò e uno dei ragazzi gli restituì il sorriso. Era quello che Siddhartha aspettava, e chiese a Gotami il permesso di invitarli alla festa. Gotami dapprima esitò, poi diede l'assenso.

7

In premio un elefante bianco

Quando Siddhartha ebbe quattordici anni, la regina Gotami diede alla luce un figlio, Nanda. Tutto il palazzo si rallegrò compreso Siddhartha, fe­ lice di avere un fratello minore. Ogni giorno, terminato lo studio, correva

a casa per stare con Nanda. Benché la sua età lo portasse a interessarsi ad

altre cose, portava frequentemente a spasso il piccolo Nanda, accompa­ gnato da Devadatta. Siddhartha aveva altri tre cugini a cui era molto affezionato: Mahana­ ma, Baddhiya e Kimbila. Spesso li invitava a giocare con lui nel parco fio­

rito del palazzo. Gotami era felice di vederli giocare seduta su un sedile di legno accanto allo stagno dei loti. La sua ancella obbediva sempre con so­ lerzia alla richiesta di portare bevande e dolci per i ragazzi. Più passavano gli anni e più Siddhartha progrediva negli studi, renden­ do sempre più difficile a Devadatta dissimulare la gelosia. Siddhartha ec­ celleva con naturalezza in tutti i campi, comprese le arti marziali. Devadat­ ta era più fo rte, ma Siddhartha era più agile e pronto. In matematica, tutti cedevano alla sua intelligenza. Arjuna, il maestro di matematica, passava ore a rispondere alle difficili domande di Siddhartha. Era particolarmente dotato nella musica. Il maestro di musica gli aveva donato un flauto di rara e preziosa fattura che Siddhar�ha, nelle sere

d' estate, suonava da solo seduto in giardino. A volte le sue ·m elodie erano

tenui e tranquille, ma altre volte così sublimi che chi le udiva aveva l'im­ pressione di essere sollevato in alto, al di sopra delle nuvole. Anche Gota­ mi, quando scendevano le sere d'estate, veniva a sedere all'aperto per

ascoltare la musica del figlio. Abbandonava il suo cuore alle note del flau­ to, e una profonda pace la invadeva.

Siddhartha, come ormai conveniva all'età, si diede intensamente allo studio della religione e della filosofia. Gli vennero insegnati i Ve da , di cui ponderò il significato e le credenze. Dedicò uno studio speciale al Rigveda

e all'Atharvaveda. Sin da piccolo aveva udito i brahmani recitare le scrittu-

42

Libro primo

re e li aveva visti celebrare i riti, e ora incominciava a penetrare anche lui nelle materie dei sacri insegnamenti. Grande importanza si assegnava ai te­ sti sacri del Brahmanesimo. Le parole e i suoni erano considerati possede­ re un grande potere, capace di influenzare e persino di mutare gli eventi del mondo naturale. La posizione delle stelle e il susseguirsi delle stagioni erano intimamente connessi con le preghiere e le offerte rituali. I brahma­ ni erano considerati gli unici capaci di comprendere i misteri del cielo e della terra, e solo loro sapevano usare la preghiera e il rito per mantenere il giusto ordinamento dei reami umani e del mondo naturale. Venne insegnato a Siddhartha che l'universo è stato emanato da un Es­ sere Supremo, chiamato Purusa o Brahman, e che le caste che compongo­ no la società derivano da parti differenti del corpo del Creatore. Tutti pos­ seggono una scintilla del Creatore trascendente e all'essenza universale ap­ partiene la natura fondamentale dell'uomo o anima. Siddhartha studiò con impegno altri testi brahmanici, compresi i Brah­ mana e le Upanishad. Gli insegnanti desideravano semplicemente istruire gli allievi nelle credenze tradizionali, ma Siddhartha e i compagni insiste­ vano nel porre domande che li costringevano a menzionare idee moderne che non sempre sembravano in linea con la tradizione. Siddhartha aveva convinto gli amici a discutere molti argomenti, nei giorni liberi dalla scuola, con preti e brahmani di fama della capitale. Gra­ zie a questi incontri, Siddhartha scoprì che nel paese esistevano fazioni che sfidavano apertamente l'autorità assoluta dei brahmani. A tali fazioni ap­ partenevano non soltanto laici scontenti e desiderosi di partecipare a un potere da tanto tempo riservato alla sola casta sacerdotale, ma anche brah­ mani favorevoli alle riforme. Dal giorno in cui, ancora bambino, aveva ricevuto il permesso di invita­ re alla fe sta reale alcuni ragazzi poveri, gli era stato anche concesso di visi­ tare di tanto in tanto i villaggi che sorgevano attorno alla capitale. In quel­ le occasioni era attento a vestirsi in modo semplice e, parlando diretta­ mente con la gente, Siddhartha aveva appreso molte cose che a palazzo gli venivano nascoste. Sapeva, naturalmente, che il popolo serviva e adorava le tre divinità del Brahmanesimo (Brahma, Vishnu e Shiva), ma scoprì che il popolo era manipolato e oppresso dai sacerdoti. Per celebrare i riti pre­ scritti per le nascite, i matrimoni e i funerali, i brahmani esigevano una ri­ compensa in cibo, denaro o lavoro, senza tenere minimamente in conto la povertà delle famiglie. Un giorno, passando davanti a una capanna di paglia, Siddhartha fu sorpreso dai lamenti funebri che giungevano dall'interno. Chiese a Deva­ datta di entrare e informarsi sull'accaduto. Il capofamiglia era morto e gli abitanti della capanna versavano in condizioni miserevoli. La moglie e i fi­ gli erano spaventosamente magri e coperti di cenci. La capanna era sul

In premio un elefante bianco

43

punto di crollare. Il capofamiglia aveva richiesto i servigi di un brahmano per purificare il luogo prima di ricostruire la cucina ma, prima di eseguire il rito, il brahmano aveva preteso che l'uomo lavorasse per lui. Per giorni e giorni aveva dovuto trasportare pietre e spaccare legna. L'uomo si era am­ malato e aveva ricevuto il permesso di tornare a casa ma, lungo la via del ritorno, era caduto stremato a terra ed era morto. Le riflessioni di Siddhartha gli fa cevano mettere in dubbio le asserzioni fondamentali del Brahmanesimo: che i Veda fo ssero stati trasmessi a esclu­ sivo beneficio della casta sacerdotale, che Brahma fosse il reggitore supre­ mo dell'universo e che le preghiere e i riti possedessero un potere assolu­ to. Simpatizzava con i preti e i brahmani che ardivano sfidare apertamente questi dogmi. Siddhartha nutriva grande · interesse per la questione e non perse mai né una lezione né un dibattito sui Veda. Accanto, continuava a studiare lingua e storia. Amava molto discutere con eremiti e monaci ma, poiché suo padre di­ sapprovava, doveva ricorrere a scuse per continuare le spedizioni alla loro ricerca. Quegli uomini non badavano affatto ai beni materiali e alla condi­ zione sociale, a differenza dei brahmani che erano in aperta competizione per il potere. I monaci, al contrario, abbandonavano tutto per cercare la li­ berazione e tagliare i legami che vincolano alle pene e alle preoccupazioni del mondo. Erano uomini che avevano studiato i Veda e le Upanishad e ne avevano penetrato il senso. Molti di quegli eremiti, venne a sapere Siddhartha, vivevano in due regni confinanti: il Kosala a occidente e il Ma­ gadha a sud. Siddhartha si augurava di poter, un giorno, conoscere quelle regioni e studiare seriamente con uomini simili. Il re Suddhodana conosceva le aspirazioni del figlio. Temeva che un giorno lasciasse il palazzo per diventare monaco e confidò i suoi timori al fratello minore, Dronodanaraja, padre di Devadatta e di Ananda. "Da tempo il regno del Kosala ha messo gli occhi sulle nostre terre. Ab­ biamo bisogno delle qualità di giovani come Siddhartha e Devadatta per salvaguardare la nostra nazione. Ma ho grande .timore che Siddhartha vo­ glia diventare monaco, secondo la predizione del maestro A;sita Kaladeve­ la. Se ciò accade, è probabile che Devadatta ne segua le orme. Tu conosci la loro passione per discutere con gli eremiti? ". Dronodanaraja fu colto di sorpresa dalle parole del re. Dopo aver riflet­ tuto, gli sussurrò all'orecchio: "La mia opinione è che dovresti trovargli una moglie. Una volta assorbito dai doveri familiari, dovrà abbandonare il desiderio di diventare monaco ". Il re Suddodhana annuì. La notte stessa parlò della cosa a Gotami, che promise di occuparsi del matrimonio. Benché fo sse diventata da poco madre di una bambina, la principessa Sundari Nanda, ben presto incominciò a organizzare incontri tra la gioventù del regno. Siddhartha partecipò con entusiasmo alle serate

44

Libroprimo

musicali, alle gare atletiche e alle gite. Si fece molti nuovi amici, tanto ra­ gazzi che ragazze. Il re Suddhodana aveva una sorella più giovane, Pamita, che aveva spo­ sato il re Dandapani del Koliya. La regale coppia risiedeva tanto a Rama­ gama, capitale del Koliya, che a Kapilavatthu. Gli Sakya e i Koliya erano amici da molte generazioni, e li separava soltanto il fiume Rohini. Le due capitali distavano appena una giornata di viaggio. Su richiesta di Gotami,

il re e la regina del Koliya accettarono di organizzare un incontro di arti

marziali nella piana del lago Kunau. Il re Suddhodana presiedette perso­

nalmente all'evento per incoraggiare i giovani del regno a sviluppare la

fo rza fisica e le virtù guerriere. Tutti i giovani della capitale, maschi e fem­

mine, furono invitati a partecipare. Le ragazze non gareggiavano, ma inco­ raggiavano i ragazzi con applausi e acclamazioni. Incaricata di accogliere

gli ospiti fu Yasodhara, figlia della regina Pamita e del re Dandapani. Era

una giovane bella e amabile, di una grazia fresca e naturale. Siddhartha vinse tutte le gare, compreso il tiro con l'arco, la scherma, la corsa a cavallo e il sollevamento dei pesi. E fu Y asodhara a consegn argli il premio, un bianco elefante. Con le mani giunte e un lieve inchino, la fan­ ciulla gli disse, con voce nobile e serena: "Principe Siddhartha, ti prego di accettare questo elefante per la meritata vittoria. Così come ti prego di ac­

cogliere le mie più sentite congratulazioni" . Il portamento della principessa era leggiadro e spontaneo, e il modo di vestire elegante e raffinato. Il sorriso aveva la freschezza di un loto schiuso

a metà. Siddhartha si inchinò, la fissò negli occhi e, con voce assai dolce, le disse: "Ti ringrazio, principessa". Devadatta stava dietro Siddhartha, insoddisfatto per essere arrivato sol­ tanto secondo. Amareggiato perché Yasodhara non si era neppure accorta

di lui, colpì con cattiveria un punto sensibile sulla proboscide dell'elefan­

te. Vinto dal dolore, l'animale cadde sulle ginocchia. Siddhartha lo fissò con severità: "Cugino, hai commesso una crudelt à". Strofinò la proboscide dell'elefante, parlandogli in tono sommesso. Lentamente l'elefante si rimise in piedi e chinò il capo in segno di ringra­

ziamento al principe. Tutti applaudirono. Siddhartha salì sul dorso dell'animale e si snodò la trionfante sfilata. Guidato dal suo istruttore, l'elefante bianco compì il giro della città di Kapilavatthu portando Siddhartha, mentre il popolo inneggiava. Yasodhara veniva a fianco, cam­ minando con passi lenti e aggraziati.

portando Siddhartha, mentre il popolo inneggiava. Yasodhara veniva a fianco, cam­ minando con passi lenti e
8 La collana di diamanti Più si avvicinava ai vent 'anni, più Siddhartha trovava soffocante

8

La collana di diamanti

Più si avvicinava ai vent 'anni, più Siddhartha trovava soffocante la vita a palazzo e si spingeva oltre i territori della città per conoscere le più lon­ tane regioni. Lo accompagnava il suo fedele servitore, Channa, e di tanto in tanto si univano gli amici o i fratelli. Channa era il cocchiere, e a turno lui e Siddhartha tenevano le redini. Poiché il secondo non usava mai la frusta, neppure il primo se ne serviva. Siddhartha visitò tutti gli angoli del regno degli Sakya, dalle aspre colli­ ne settentrionali ai piedi dell'Himalaya, alle vaste pianure meridionali. La capitale, Kapilavatthu, sorgeva nella regione più ricca e popolosa delle pia­ nure. In paragone ai regni vicini del Kosala e del Magadha, quello degli Sakya era relativamente piccolo, ma guadagnava in posizione ciò che difet­ tava in estensione. Le sue fertili pianure erano irrigate dai fiumi Rohini e Banaganga, che si univano nell'Hiranyavati prima di gettarsi nel Gange. A Siddhartha piaceva sedere sulle rive della Banaganga, guardando l'acqua scorrere. I contadini credevano che le acque della Banaganga purificassero dal cattivo karma, tanto di questa che delle vite passate, e si immergevano di fr equente nell'acqua, molto spesso geli da. Un giorno, seduto sulla riva in compagnia del servitore, Siddhartha gli chiese: "Channa, <?redi anche tu che questo fiume possa purificare dal cattivo karma?". "Così dev'essere, altezza. Altrimenti, perché mai tante persone verreb­ bero a bagnarvisi?". Siddhartha sorrise. "Se è così, i pesci, i gamberi e le ostriche che vivono nelle sue acque saranno le creature più pure e virtuose di tutte ! ". "Quel che si può affermare di sicuro", disse Channa, "è che bagnarsi in questo fiume toglie lo sporco e la polvere dei corpi ! " . Siddhartha rise e gli battè sulla spalla: "Con questo, sono perfettamente d'accordo". In un' altra occasione, ritornando a palazzo, Siddhartha fu stupito di ve-

46

Libro primo

dere in un povero villaggio Yasodhara che, assistita dalle ancelle, curava i bambini afflitti da disturbi della vista, malattie della pelle, febbre e altre indisposizioni. Yasodhara vestiva semplicemente, ma sembrava una dea scesa tra i poveri. Siddhartha si commosse alla vista della figlia di una fa­ miglia reale mettere da parte i lussi per occuparsi dei reietti. Disinfettava gli occhi e la pelle , distribuiva medicamenti e lavava le sudice vesti. "Principessa" la interrogò Siddhartha, " da quanto tempo ti occupi di queste cose? È molto bello vederti qui" . "Da quasi due anni, altezza" rispose Yasodhara, sollevando gli occhi dal braccino di una bimba che stava lavando. "Ma è solo la seconda volta che vengo in questo villaggio" . "Mi fermo spesso qui, i bambini mi conoscono bene. Ciò che fai deve darti una grande soddisfazione, principessa". Yasodhara sorrise senza rispondere, e si piegò di nuovo sul braccino di cui si stava occupando. Quel giorno Siddhartha poté parlare a lungo con Yasodhara. Con sor­ presa scoprì che condivideva molte sue idee. Yasodhara non era soddisfat­ ta di chiudersi nei quartieri femminili, in cieca obbedienza alla tradizione. Aveva studiato i Veda e si opponeva segretamente alle ingiustizie sociali. Come Siddhartha, non gioiva della situazione di membro privilegiato di una ricca famiglia reale. Aborriva le lotte per il potere dei cortigiani e dei brahmani. Sapeva che, come donna, non aveva grandi possibilità di influi­ re sui cambiamenti sociali, e aveva trovato il modo di esprimere le proprie convinzioni attraverso le opere caritatevoli. Sperava che il suo comporta­ mento servisse di esempio agli amici. Sin dal primo sguardo Siddhartha aveva sentito una particolare affinità con Yasodhara, e ora era conquistato da ogni sua parola. Suo padre aveva espresso il desiderio di vederlo sposato, e forse Yasodhara era la donna giusta. Nelle serate musicali e nelle competizioni atletiche, Siddhartha ave­ va conosciuto molte splendide fanciulle, ma Yasodhara non solo era la più bella, era l'unica con cui si sentisse a suo agio. Un giorno la regina Gotami organizzò una festa per tutte le fanciulle della capitale e domandò l' aiuto di Pamita, madre di Yasodhara. Ogni fan­ ciulla avrebbe ricevuto in dono un gioiello. La regina Pamita suggerì che fo sse Siddhartha a presentare i doni, così come Y asodhara aveva onorato i partecipanti delle gare atletiche. Avrebbero presenziato il re Suddhodana e la famiglia reale. La festa si svolse in una sera deliziosamente fresca. Cibi e bevande era­ no apparecchiati nelle sale del palazzo, mentre i musici intrattenevano gli ospiti. Alla luce ondeggiante delle lanterne ornate di fi ori giungevano le eleganti fanciulle, abbigliate in sari vivaci sfavillanti di fili d'oro. Una per una sfilarono davanti ai dignitari reali, al re e alla regina. Siddhartha, in

sfavillanti di fili d'oro. Una per una sfilarono davanti ai dignitari reali, al re e alla

La collana di diamanti

47

abiti principeschi, stava dietro una tavola coperta di perle, ori e pietre pre­ ziose per offrirle a un migliaio di fanciulle. Siddhartha dapprima si era rifiutato di presentare personalmente i do­ ni, ma Gotami e Pamita l'avevano supplicato. "Le ospiti si sentiranno ono­ rate e felici di ricevere il dono direttamente dalle tue mani, cerca di capir­ lo ", gli aveva detto Pamita con un sorriso accattivante. Siddhartha, che non voleva rifiutarsi di rendere gli altri felici, accondiscese. Ma ora, alla presenza di un migliaio di fanciulle, non sapeva come scegliere un dono adatto a ciascuna. Per arrivare di fronte a Siddhartha, ogni invitata sfilava davanti a tutti i presenti. La prima fu Soma, figlia di un principe. Seguen­ do le istruzioni di Pamita, salì gli scalini del palco reale, si inchinò al re, al­ la regina e ai dignitari , e si diresse lentamente verso Siddhartha. Chinò il capo e Siddhartha si inchinò in risposta. Poi le offrì un filo di giade. I pre­ senti applaudirono per esprimere approvazione e Soma si inchinò. Ringra­ ziò con voce tanto sommessa che Siddhartha non ne udì le parole. Seconda venne Rohini, chiamata così in onore del fiume. Siddhartha non provava neppure a distinguere tra le fanciulle scegliendo un gioiello particolarmente adatto alla bellezza e alla grazia di ciascuna, ma prendeva la prima cosa che gli capitava sotto mano e quella offriva. Così, nonostante l'alto numero delle invitate, l'offerta dei doni procedeva spedita. Verso le dieci di sera, la maggior parte dei gioielli era stata distribuita. L'ultima del­ la fila doveva essere Sela ma, quando anche Siddhartha pensava di avere terminato il suo compito, una fanciulla si staccò dalla folla per avvicinarsi lentamente al palco reale. Era Yasodhara. Indossava un sari color avorio, semplice e fresco come la brezza mattutina. Si inchinò al re e alla regina poi, sempre aggraziata e spontanea, si avvicinò a Siddhartha, sorrise e do­ mandò: "Ha vostra altezza qualcosa anche per me?". Siddhartha guardò Yasodhara e poi, confuso, quanto restava sulla tavo­ la. Era turbato, perché nulla era degno della sua bellezza. D'un tratto sor­ rise, slacciò la collana che portava al collo e la tese a Yasodhara: "Ecco il mio dono per te, principessa" . Yasodhara scosse il capo. "Sono venuta per renderti onore ; come potrei sottratti la tua collana?". Siddhartha ri spose: "Mia madre, la regina Gotami, dice spesso che sto molto meglio senza gioielli. Ti prego, principessa, accetta il dono". Le fece cenno di avvicinarsi e allacciò le gemme splendenti al suo collo. Gli ospiti scoppiarono in un applauso, e sembrava che gli evviva non finis­ sero mai. Tutti si alzarono in piedi per esprimere il gioioso consenso.

un applauso, e sembrava che gli evviva non finis­ sero mai. Tutti si alzarono in piedi

9

La via della compassione

Le nozze tra Siddhartha e Yasodhara si celebrarono l'autunno seguen­ te. Giubilo e feste corsero in tutto il regno. La capitale, Kapilavatthu, si addobbò di bandiere, fiori e lanterne, e per ogni dove si udiva musica. Do­ vunque si recassero, alte acclamazioni accoglievano la carrozza di Siddhartha e Yasodhara. Visitarono remoti villaggi, portando cibo e abiti in dono ai poveri. Il re Suddhodana sorvegliò la costruzione di tre palazzi per la giovane coppia, uno per ogni stagione. Il palazzo d'estate sorse nel magnifico sce­ nario delle colline, mentre il palazzo d'inverno e quello della stagione delle piogge furono eretti nella capitale. Ogni palazzo aveva stagni di fiori di lo­ to: stagni per i loti azzurrini, stagni per i loti rosati e stagni per i loti bian­ chi. Gli abiti, le pantofole e il legno di sandalo che bruciavano ogni giorno furono fatti venire da Varanasi, capitale del regno dei Kasi, a sud-ovest. Vedendo il figlio imboccare la strada che si augurava, il re Suddhodana si era rasserenato. Scelse personalmente i migliori musici e le più abili dan­ zatrici per fornire piacevole svago al figlio e alla nuora. Ma, per Siddhartha e Yasodhara, la gioia non veniva dalle comodità e dai lussi della ricchezza e della condizione sociale. Gioia era aprirsi reci­ procamente il cuore e confidarsi i più segreti pensieri. Non li dilettavano il cibo raffinato e squisito, né gli splendidi abiti di seta. Pur sapendo apprez­ zare l'arte dei musici e delle danzatrici, non se ne lasciavano ammaliare. Nutrivano un loro sogno: trovare le risposte ai problemi dello spirito e al rinnovamento sociale. L' estate seguente, mentre il fe dele Channa, servitore del principe nella sua fanciullezza, li conduceva verso il palazzo d'estate, Siddhartha fe ce ve­ dere a Y asodhara parti del regno che le erano sconosciute. Si fermarono più giorni in ogni località, dormendo nelle abitazioni dei contadini, divi­ dendone il semplice cibo e riposando sui letti a doghe di legno. Così impa­ rarono molte cose sulla vita e le usanze di ciascun luogo.

La via della compassione

49

A volte si imbattevano in una tremenda miseria. Videro famiglie con nove

o dieci bambini, tutti sofferenti per qualche malattia. Benché si affaticassero

notte e giorno, i genitori non riuscivano a sfamare una prole tanto numerosa. Gli stenti erano inseparabili dalla vita dei contadini. Siddharthavide bambi­

ni con braccia e gambe sottili come stecchini, e ventri gonfi per i vermi e la denutrizione. Vide storpi e malati costretti a mendicare per la via, e quella vi­ sta gli toglieva ogni possibilità di essere felice. Vide situazioni irreversibili perché, oltre alla povertà e alle malattie, il popolo era oppresso dai brahma­ ni, senza nessuno a cui presentare le proprie lagnanze. La capitale era troppo lontana e, anche se l'avessero raggiunta, chi li avrebbe ascoltati? Sapeva che neppure il re aveva il potere di cambiare quello stato di cose. Aveva compreso da molto tempo gli intrighi di corte, dove ogni dignita­ rio pensava a difendere e aumentare il proprio potere, non ad alleviare le sofferenze dei bisognosi. Aveva visto i complotti intestini, e non sentiva che disgusto per la politica. Sapeva che anche l'autorità paterna era fragile

e soggetta a restrizioni, che un re non era libero ma imprigionato nella sua

stessa carica. Il padre conosceva l'avidità e la corruzione di molti dei suoi dignitari, ma doveva appoggiarsi a essi per garantire la stabilità del regno. Siddhartha capiva che, quando fosse stato al posto del padre, avrebbe do­ vuto comportarsi nello stesso modo. Sapeva che la situazione sarebbe cambiata solo se le persone avessero vinto l'avidità e l'invidia che covava­ no nel cuore. Ed ecco che il desiderio di trovare la via della liberazione spirituale si era riacceso. Yasodhara era intelligente e intuitiva. Capiva i desideri di Siddhartha e aveva fi ducia che, se avesse deciso di seguire il sentiero della liberazione, avrebbe avuto successo. Ma era anche una persona pratica. La ricerca po­ teva durare mesi, addirittura anni, e intanto la sofferenza avrebbe conti­ nuato a circondarli ogni giorno. Per questo riteneva che occorresse fare qualcosa subito. Discusse con Siddhartha i modi per alleviare le pene dei più poveri. Si era impegnata per anni in quella direzione, i suoi sforzi ave­ vano alleviato in parte la miseria e avevano dato pn po' di pace e felicità al suo cuore. Pensava che, con il sostegno affettuoso di Siddha.r;tha, avrebbe potuto continuare a lungo quel lavoro. Da Kapilavatthu giungeva intanto una pioggia di regali per soddisfare le necessità estive della giovane coppia. Siddhartha e Yasodhara rimandaro­ no indietro la maggior parte dei servitori, trattenendone solo alcuni per aiutarli in giardino, in cucina e nella conduzione del palazzo. Naturalmen­ te, si avvalsero dei servigi di Channa. Yasodhara organizzò la vita quoti­ diana con la massima semplicità. Andava di persona in cucina per dirigere

la preparazione dei semplici piatti che piacevano a Siddhartha e si occupa­ va con le proprie mani dei vestiti dello sposo. Chiese aiuto a Siddhartha nell'opera assistenziale che aveva in animo di proseguire quando fo ssero

50 Libro primo

50 Libro primo ritornati nella capitale. Siddhartha capiva il suo bisogno di impegnarsi nel­ le attività

ritornati nella capitale. Siddhartha capiva il suo bisogno di impegnarsi nel­ le attività sociali e non mancò mai di offrirle appoggio. Grazie a ciò, Ya­ sodhara riponeva sempre maggior fiducia nel marito. Ma Siddhartha, sebbene intendesse la validità degli intenti di Yasodha­

ra, era convinto che quella via non poteva, da sola, portare la vera pace.

Vedeva gli uomini intrappolati non solo nella malattia e nell'ingiustizia so­

ciale, ma nelle pene e nelle passioni che allevavano nel proprio cuore e nella propria mente. Se, prima o poi, Y asodhara fo sse stata preda della paura, della rabbia, dell'amarezza o della delusione, dove avrebbe trovato la fo rza per continuare la sua opera? Siddhartha aveva già conosciuto il so­ spetto, la frustrazione e il dolore nel vedere come andavano le cose a pa­ lazzo e nella società. Sapeva che solo il raggiungimento della pace interiore

poteva costituire la base per un vero impegno sociale. Non confidò tali pensieri a Yasodhara, temendo che non le avrebbero portato altro che sgomento e incertezza. Rientrata al palazzo d'inverno, la coppia riceveva un continuo flusso di ospiti. Yasodhara accoglieva con calore e rispetto parenti e amici, ma la sua maggiore premura andava alle discussioni tra Siddhartha e gli ospiti a pro­ posito della filosofia e della religione, e del loro rapporto con la politica e la società. Benché indaffarata a dirigere la servitù, Yasodhara non perdeva una sola parola. Sperava di scoprire, tra il novero degli amici, qualcuno che volesse unirsi a lei nell'aiuto ai poveri, ma pochi dimostrarono anche il mi­ nimo interesse. La maggioranza aveva a cuore le feste e i dive rtimenti. No­ nostante ciò, Siddhartha e Yasodhara li accoglievano con liberalità. Oltre a Siddhartha, un'unica persona capiva e appoggiava sinceramente

gli sforzi di Yasodhara: Gotami, la regina Mahapajapati. La regina manife­

stava molta premura nei riguardi della felicità della nuora perché sapeva che, se Yasodhara era contenta, anche Siddhartha lo era. Ma non era l'uni­

ca ragione del suo appoggio. Gotami era una donna compassionevole e,

sin dalla prima visita che avevano fatto assieme a un misero villaggio, ave­

va capito immediatamente il valore dell 'operato di Yasodhara. Non erano

soltanto i beni materiali, come il riso, la farina, gli abiti e i medicinali, ma

lo sguardo affettuoso, le mani soccorrevoli e il cuore colmo d'amore di

una persona che rispondeva toccata dalle sofferenze umane.

La regina Mahapajapati era diversa dalle altre donne del palazzo. Dice­

va spesso a Yasodhara che le donne stanno alla pari degli uomini per sag­

gezza e forza, e che devono addossarsi le responsabilità sociali. Se le don­

devono addossarsi le responsabilità sociali. Se le don­ ne hanno la capacità di dare calore e

ne

hanno la capacità di dare calore e felicità alla famiglia, non c'è motivo

di

confinarle in cucina o a palazzo. Gotami aveva trovato nella nuora una

persona con cui condividere una vera amicizia; Yasodhara era, come lei, riflessiva e indipendente. La regina non si limitò ad approvarla, ma parte­ cipò al suo lavoro.

10

Il nascituro

Il re Suddhodana aveva espresso il desiderio che Siddhartha passasse più tempo al suo fianco, per istruire il figlio nella politica e negli affari di corte. Il principe veniva invitato alle riunioni ufficiali, a volte assieme alla corte e a volte con il solo re. Siddhartha vi prestava la massima attenzione e comprese che i problemi politici, economici e militari che affliggono qualunque regno hanno le radici nell' ambizione egoistica dei politici che, preoccupati soltanto del potere personale, non si impegnano nella ricerca di sistemi illuminati volti al bene comune. Vedendo dignitari corrotti si­ mulare virtù e principi morali, il cuore di Siddhartha si riempiva di sde­ gno. Ma, non avendo alternative, era costretto a nasconderlo. "Perché non presenti delle idee alla corte, invece di stare seduto in si­ lenzio?", gli domandò un giorno il re Suddhodana alla fine della lunga riu­ nione con un gran numero di dignitari. Siddhartha guardò suo padre. "Io ho idee, ma sarebbe inutile esporle. In­ dicano soltanto la malattia, e non ho ancora trovato una cura per le ambizio­ ni egoistiche dei membri della corte. Prendiamo Vessamitta: il suo potere a corte è grande, eppure sai bene che è corrotto. Più di una volta ha tentato di usurpare la tua autorità, ciò nonostante sei costretto a dipend�re dai suoi servigi. Perché? Perché sai che, se non facessi così, scoppierebbéil caos ". Il re guardò a lungo il figlio senza parlare. Infine disse: "Siddhartha, sai bene che, per mantenere la pace nella propria famiglia e nel paese, occorre tollerare determinate cose. Il mio potere è limitato ma sono certo che, se volessi cingere la corona, saresti un re molto migliore di me. Hai il talento necessario per purgare la corte dalla corruzione, impedendo nello stesso tempo che il paese cada nel caos ". "Padre" sospirò Siddhartha, "non credo si tratti di talento. Ritengo che il problema fondamentale sia la liberazione del proprio cuore e della pro­ pria mente. Anch'io sono irretito da sentimenti di rabbia, gelosia, paura e desiderio" .

52

Libroprimo

52 Libroprimo Questi dialoghi con il figlio accrescevano la preoccupazione del re Suddhodana. Si era reso

Questi dialoghi con il figlio accrescevano la preoccupazione del re Suddhodana. Si era reso conto dell' eccezionale profondità di Siddhartha e di come fo sse diversa la loro visione del mondo. Eppure conservava la spe­ ranza che, col pass are del tempo, Siddhartha finisse per accettare il pro­ prio ruolo e lo svolgesse nel modo più degno. Oltre ai doveri di corte e alla collaborazione con Yasodhara, Siddhartha continuava a visitare brahmani e monaci di fama, e a studiare con loro. Sa­ peva che il fine della religione non si limitava allo studio delle sacre scrit­ ture ma comprendeva la pratica della meditazione per ottenere la libera­ zione del cuore e della mente, e cercava di conoscere la meditazione più a fondo. Applicava tutto quello che apprendeva con i suoi studi alla vita quotidiana a palazzo, e divideva con Yasodhara ogni intuizione. "Gopa" le diceva, usando il nomignolo affettuoso con cui amava chia­ marla, "forse anche tu dovresti praticare la meditazione. Donerebbe pace al tuo cuore e ti darebbe la forza di continuare il tuo lavoro ". Yasodhara seguì il consiglio. Per quanto il lavoro la tenesse molto occu­ pata, riservava un periodo di tempo alla meditazione. Marito e moglie se­ devano spesso vicini in silenzio. I servitori non li importunavano, e musici e danzatrici furono pregati di esibirsi più lontano. Sin da fanciullo a Siddhartha erano stati insegnati i quattro stadi della vita di un brahmano. Nella giovinezza, un brahmano studia i Veda. Nell'età matura si sposa, alleva i figli e si pone al servizio della società. Nel terzo stadio, quando i figli sono ormai adulti, si ritira dal mondo e si vota agli studi religiosi. Nel quarto stadio, scioltosi da vincoli e doveri, può ab­ bracciare la vita del monaco. Siddhartha vi aveva riflettuto, concludendo che in vecchiaia non c'è più tempo per studiare la Via. Non intendeva aspettare tanto a lungo. "Perché non vivere i quattro modi assieme? Perché non è possibile vi­ vere una vita religiosa occupandosi della famiglia?". Siddhartha voleva studiare e praticare la Via entro la vita normale, ma non poteva trattenersi dal pensare a illustri maestri di luoghi distanti, co­ me Savatthi o Raj agaha. Era sicuro che, se fosse riuscito a studiare con tali maestri, avrebbe fatto maggiori progressi. Tutti i monaci e gli studiosi da cui si recava di frequente gli avevano fatto il nome di grandi maestri, quali Alara Kalama e Uddaka Ramaputta. Tutti aspiravano a studiare con figure tanto elevate, e ogni giorno Siddhartha sentiva il desiderio farsi sempre più urgente. Un pomeriggio Yasodhara tornò a casa addolorata. Non rivolgeva la parola a nessuno. Era morto un bambino che curava da più di una setti­ mana e, nonostante gli sforzi, non aveva potuto strapparlo agli artigli della morte. Sopraffatta dalla pena, sedette in meditazione mentre le lacrime le rigavano le guance. Non riusciva a trattenersi. Quando Siddhartha rientrò

Il nascituro

53

da una riunione a corte, scoppiò nuovamente in lacrime. Siddhartha la prese tra le braccia per consolarla. "Gopa, domani verrò con te al fu nerale. Piangi pure, sfoga il tuo dolo­ re. Nascita, vecchiaia, malattia e morte sono i gravi pesi che portiamo in questa vita. Ciò che è accaduto a quel bambino potrebbe cogliere ognuno di noi in qualsiasi momento ". "Ogni giorno" disse Yasodhara tra i singhiozzi, "vedo la verità di ciò che dici. Le mie mani sono così piccole in confronto alla vastità della sof­ ferenza. Il cuore trabocca di pena e di angoscia. Marito mio, mostrami, ti prego, come superare la sofferenza nel mio cuore". Siddhartha la tenne stretta tra le braccia. "Moglie mia, anch'io cerco una via per superare la sofferenza e l'angoscia del cuore. Ho conosciuto la condizione della società e degli esseri umani ma, nonostante i miei sforzi, non ho ancora visto la via alla liberazione. Eppure sono certo di trovare un giorno una via per tutti noi. Gopa, abbi fede in me" . "La fe de in te, mio caro, non mi è mai mancata. So che, se decidi di de­

dicarti a qualcosa, perseveri fino a riuscirvi. So che, un giorno, ti spoglierai della ricchezza e dei privilegi per cercare la Via. Di una cosa solo ti prego, non lasdarmi proprio adesso. Ho bisogno di te". Siddhartha le sollevò il mento e la fissò negli occhi: "No, non intendo

!asciarti adesso. Ma solo quando, quando

Yasodhara gli chiuse la bocca con la mano. "Ti prego, Siddhartha, non dire altro. Devo farti una domanda: se avessimo un bambino, preferiresti un maschio o una femmina? ". Siddhartha ebbe un sussulto e la guardò intensamente: "Vorresti dire

che

Yasodhara annuì. Si indicò il ventre e disse: " S ono così felice di portare il frutto del nostro amore. Voglio che sia un uomo come te, con la tua in­ telligenza e la tua gentilezza". Siddhartha la strinse a sé. Al colmo della gioia avvertì le avvisaglie del timore. Ma ugualmente sorrise e disse: "Maschio o femmina la mia felicità sarà uguale, fin tanto che abbia la tua stessa compassione e ::ìaggezza. Go- pa, l'hai detto alla regina? ". "Tu sei l'unico a saperlo. Questa sera andrò a palazzo e lo dirò alla regi­ na Gotami, chiedendole consiglio su come avere la massima cura del na­ scituro. L'indomani lo dirò a mia madre, la regina Pamita. Sono certa che tutti ne gioiranno ". Siddhartha assentì. Sapeva che sua madre l'avrebbe riferito immediata­ mente al padre. Il re avrebbe esultato e organizzato senza dubbio un ban­ chetto. Siddhartha sentì che i legami che lo vincolavano alla vita di palazzo si stringevano.

".

, saresti forse

" .

'

11

Un flauto al chiaro di luna

Udayin, Devadatta, Kimbila, Bhadya, Mahanama, Kaludayi e Anu­ ruddha erano gli amici più assidui nel venire a discutere di politica e di eti­ ca con Siddhartha. Assieme ad Ananda e Nanda, erano destinati a diventa­ re i suoi più stretti consiglieri quando fosse salito al trono. Amavano aprire i dibattiti solo dopo molti bicchieri di vino. Siddhartha, assecondando i desideri degli amici, ordinava spesso ai musici e alle danzatrici reali di pro­ trarre lo spettacolo fino a notte alta. Devadatta si accalorava senza stancarsi in argomentazioni politiche, mentre Udayin e Mahanama controbattevano indefessamente ogni punto. Siddhartha parlava poco. A volte, durante una danza o una canzone, Siddhartha cercava con gli occhi Anuruddha e lo vedeva ciondolare, se­ miaddormentato e palesemente stanco della serata. Allora gli dava un col­ petto col gomito e assieme sgattaiolavano all'aperto, per guardare la luna e ascoltare il suono del torrente. Anuruddha era il fr atello minore di Maha­ nama. Loro padre era il principe Amritodana, zio paterno di Siddhartha. Anuruddha era un giovane affabile e di bell' aspetto, molto ammirato dalle dame di corte anche se, personalmente, non si sentiva incline alle avventu­ re amorose. A volte Siddhartha e Anuruddha sedevano in giardino fino al­ la mezzanotte. A quell'ora gli amici, troppo pieni di vino o troppo stanchi per continuare a discutere, si erano ritirati nelle stanze degli ospiti e Siddhartha prendeva il flauto e suonava al chiaro di luna. Gopa posava su un masso un piccolo incensiere e sedeva in silenzio, ascoltando la dolce musica levarsi e calare nella notte tiepida. n tempo passava e si avvicinava per yasodhara il momento di partorire. La regina Pamita l'aveva sollevata dal dovere di partorire nella casa pater­ na, in quanto Pamita viveva stabilmente a Kapilavatthu. Con l'aiuto della regina Mahapajapati, Pamita assoldò le migliori levatrici della capitale. Quando iniziarono le doglie, entrambe le regine erano presenti. Il palazzo era pervaso da un' atmosfera di solenne attesa. Anche se il re Suddhodana

Un flauto al chiaro di luna

55

non era presente, Siddhartha sapeva che attendeva con ansia nei suoi ap­ partamenti. Quando le doglie si trasformarono in travaglio, Yasodhara venne porta­

ta nelle camere interne. Splendeva il sole di mezzogiorno quando, all'im­

provviso, il cielo si ricoperse di nubi, come se la mano di un dio avesse na­ scosto il sole. Siddhartha sedeva fuori. Due pareti lo dividevano dalla mo­ glie, ma poteva udime le grida. Ad ogni momento la sua ansia cresceva. Ora i gemiti di Yasodhara si succedevano senza intervalli, e Siddhartha era fuori di sé. I gemiti della moglie gli sp ezzavano il cuore e non riusciva più a sedere fermo. Si alzò e iniziò a percorrere la sala a grandi passi. A volte

le urla di Y asodhara si facevano tanto forti che Siddhartha non poteva re­

primere il panico. Sua madre, la regina Mahamaya, era morta mettendolo alla luce: un dolore che non poteva dimenticare. Ora era il momento di y asodhara di dare alla luce un bambino, suo figlio. n parto era un passag­

gio sperimentato da quasi tutte le donne sposate, un passaggio irto di peri­ coli, compreso il rischio della morte. A volte morivano sia la madre sia il bambino. Rammentando quanto aveva imparato molti mesi prima da un monaco, Siddhartha sedette, assunse la posizione del loto e provò a controllare la mente e il cuore. Il momento era una vera prova, voleva mantenere il cuo­

re calmo anche tra le urla di Yasodhara. D'improvvi so l'immagine del neo­

nato gli si fo rmò nella mente, l'immagine di suo figlio. Tutti gli augurava­ no un figlio e sarebbero stati felici per lui. Siddhartha stesso lo desiderava. Ma ora, nell'intensità del momento, comprese l'immensa portata della na­

scita di un figlio. Non aveva ancora trovato la sua via, non sapeva ancora dove sarebbe andato, ed ecco che stava per avere un figlio. Non era una disgrazia per il bambino? Le urla di Yasodhara si erano interrotte. Siddhartha si alzò. Cos'era ac­ caduto? Sentiva il battito del suo cuore. Osservò ancora il respiro per cal­ marsi. E, in quel momento, udì un pianto: il bambino era nato ! Siddhartha si asciugò il sudore dalla fronte. La regina Gotami aprì la porta e sorrise, e. Siddhartha seppe che Ya­ sodhara era viva. La regina sedette davanti a lui e annurkiò: "Gopa ha partorito un maschietto". Siddhartha sorrise a sua volta e guardò la madre con gratitudine. "Lo chiamerò Rahula".

Il pomeriggio andò a vedere moglie e figlio. Yasodhara lo guardò con occhi pieni d' amore. Il bambino le giaceva accanto, così avvolto nella seta che Siddhartha riuscì a scorgerne soltanto il viso paffuto. Guardò Ya­ sodhara, come per chiederle qualcos a. Yasodhara capì e gli fe ce cenno di prendere Rahula. Siddhartha prese il bambino in braccio, sotto gli occhi

di Y asodhara. Gli sembrò di galleggiare, ma aveva il cuore pesante.

56

Libroprimo

Yasodhara stette a riposo per diversi giorni. La regina Gotami si occu­ pava di tutto, dal cibo speciale al fuoco per scaldare madre e figlio. Quan­ do ritornarono a palazzo, Siddhartha sollevò il bambino e si stupì di quan­ to fr agile e preziosa fo sse la vita umana. Ricordò il giorno in cui, assieme a Y asodhara, aveva partecipato ai funerali del bambino di quattro anni. Il cadaverino giaceva ancora sul letto di morte. La vita era svanita, la pelle era cerea ed esangue, il corpo ridotto a pelle e ossa. Inginocchiata accanto al letto, la madre si asciugava le lacrime per scoppiare di nuovo in pianto. Arrivò un brahmano per il rito funebre. I vicini, che avevano passato la notte nella veglia, deposero il corpicino su una lettiga di bambù e si awia­ rono verso il fi um e. Siddhartha e Y asodhara si accodarono alla povera processione contadina. Sulla riva era stata allestita una semplice pira. Se­ guendo le istruzioni del brahmano, i portatori immersero il corpo nel fiu­ me. Poi lo estrassero e lo deposero a terra, perché l'acqua scolasse. Era un rito di purificazione, credevano che le acque del fi ume Banaganga lavasse­ ro il cattivo karma. Un uomo spruzzò di profumo la pira funeraria, su cui deposero il corpo. Il brahmano girò attorno alla pira con una torcia acce­ sa, cantando. Siddhartha riconobbe alcuni passi dei Veda. Compiuta la terza circumambulazione, il brahmano accostò la torcia alla pira che prese immediatamente fu oco. La madre, i fratelli e le sorelle del bambino sin­ ghiozzavano. Il fuoco consumò rapidamente il piccolo corpo. Siddhartha vide gli occhi di Yasodhara riempirsi di lacrime. Anche lui aveva voglia di piangere e aveva pensato: "Bambino, bambino, dove stai tornando? ". Siddhartha restituì Rahula a Yasodhara. Uscì e sedette da solo in giardi­ no fino a che cadde l'o scurità della sera. Un servitore gli si awicinò: "Al­ tezza, la regina mi ha mandato a cercarti. È giunto il tuo reale genitore". Siddhartha rientrò. Le torce del palazzo erano accese e le fiamme guiz­ zavano.

12

Kanthaka

Yasodhara si ristabiliva rapidamente e presto poté tornare alla propria opera, pur dedicando molto tempo al piccolo Rahula. Un giorno di prima­ vera, dietro insistenza della regina Gotami, Channa condusse Siddhartha e Yasodhara a fare una gita in campagna. Si fe cero accompagnare da Rahula e da una giovane ancella di nome Ratna. Un sole piacevole illuminava le foglioline tenere, mentre gli uccelli can­ tavano sui rami in boccio degli alberi di melarosa e di ashok. Channa mise i cavalli a un comodo trotto. I contadini, riconoscendo la coppia princip esca, si alzavano e la riverivan o. In vista della riva del fi ume Bana­ ganga, Channa diede uno strattone alle redini e arrestò il cocchio. La strada era bloccata da un uomo riverso a terra. Braccia e gambe erano raccolte contro il petto, e tutto il corpo tremava. Gemiti uscivano dalla bocca semiaperta. Siddhartha balzò a terra, seguito da Channa. L'uomo non dimostrava più di trent'anni. Siddhartha gli prese la mano e disse a Channa: "S embra un attacco di febbre. Mass aggiamolo, e vediamo se giova". Channa scosse la testa. "Altezza, questi non sono i sintomi di una sem­ plice febbre. Temo che abbia contratto un male assai più grave, contro il quale non si conoscono cure" . "Sei sicuro?", chiese Siddhartha. "Non potremmo portarlo dal chirurgo reale? ". "Altezza, neppure il chirurgo reale saprebbe curarlo. Ho sentito che si tratta di un male altamente contagioso. Se lo caricassimo sul cocchio po­ trebbe infettare tua moglie, tuo figlio e te stesso. Ti scongiuro, per la tua stessa salvezza, lascia la mano di quest'uomo" . Ma Siddhartha non la lasciava. La guardò, poi guardò la propria. Aveva sempre goduto di ottima salute ma ora, contemplando quell'uomo della sua stessa età, tutto ciò che aveva dato per scontato si dissolveva di colpo. Dal fi ume giungevano lamentazioni fun ebri. Cercò con lo sguardo e vide

·

:

58

Libro primo

una pira. Gli inni si intrecciavano ai gemiti di dolore e al crepitio delle fi amme che si alzavano dalla catasta. Siddhartha rivolse l' attenzione all'uomo: aveva smesso di respirare. Gli occhi vitrei fi ssavano il cielo. Siddhartha gli lasciò la mano e gli chiuse dol­ cemente gli occhi. Quando si rialzò, vide Yasodhara dietro di sé. Per quan­ to tempo era rimasta lì? Siddhartha non si era accorto della sua presenza. Gli disse in un soffio: "Marito, ti prego, lavati le mani nel fiume. E an­ che tu, Channa. Poi raggiungiamo il villaggio più vicino e avvertiamo le autorità, perché si occupino del corpo". Non avevano più cuore di continuare la gita primaverile. Siddhartha chiese a Channa di girare il cocchio, e sulla via del ritorno nessuno disse una parola. La notte, il sonno di Yasodhara fu disturbato da tre strani sogni . Nel primo vide una vacca bianca sulla cui testa splendeva una gemma, fulgida come la stella polare. La vacca attraversava Kapilavatthu, in direzione del­ la porta della città. Dall'altare di Indra risuonò una voce divina: "Se non catturate la vacca, nessuna luce brillerà più nella capitale" . Tutti i cittadini si misero in caccia, ma nessuno riuscì a catturarla. La vacca uscì dalla por­ ta e scomparve. Nel secondo sogno vide quattro re degli dèi dei cieli che, dalla cima del monte Sumeru, irradiavano luce sulla città di Kapilavatthu. D'improvviso la bandiera dell'altare di Indra ebbe un violento sussulto e cadde a terra. Fiori di tutti i colori cadevano come pioggia dal cielo e il suono dei canti celesti echeggiava nella capitale. Nel terzo sogno Yasodhara udì una voce profonda che scosse i cieli: "Il tempo è venuto ! Il tempo è venuto !". Atterrita, guardò il seggio di Siddhartha e vide che era vuoto. I fiori di gelsomino nei capelli di Ya­ sodhara caddero al suolo e si trasformarono in polvere. Gli abiti e gli orna­ menti lasciati da Siddhartha sul seggio vuoto si tramutarono in un serpen­ te che strisciò via attraverso la porta. Yasodhara era in preda al panico. Ed ecco che riudì, tutti insieme, il muggito della vacca bianca oltre le porte della città, lo sbattere della bandiera sull'altare di Indra e la voce celeste che gridava: "Il tempo è venuto! Il tempo è venuto !". Y asodhara si svegliò. Aveva la fronte madida di sudore. Si girò verso Siddhartha e lo scosse: "Siddhartha, Siddhartha, svegliati ! " . Siddhartha si svegliò immediatamente. Le accarezzò i capelli per cal­ marla e le chiese: "Che cosa hai sognato, Gopa? Racconta". Yasodhara raccontò i tre sogni e chiese: "Sono un presagio? Inc#cano che presto mi lascerai per cercare la Via?". · Siddhartha rimase in silenzio, poi la consolò: "Gopa, non temere. Tu sei una donna saggia e sei la mia compagna, l'unica che mi può aiutare ad avere successo nella mia ricerca. Mi capisci più di chiunque altro. Se do-

Kanthaka

59

vrò lasciarti e andare lontano da te, so che hai il coraggio di continuare la tua opera. Ti occuperai di nostro figlio e lo alleverai con amore. Anche se me ne andassi, anche se fo ssi lontano da te, il mio amore per te resterà inalterato. Non smetterò mai di amarti, Gopa. Sapendo ciò, sopporterai la nostra separazione. E, quando avrò trovato la Via, ritornerò da te e da no­ stro figlio. Ora, ti prego, cerca di riposare". Quelle parole, pronunciate con tanta dolcezza, entrarono nel cuore di Yasodhara. Tranquillizzata, chiuse gli occhi e si riaddormentò. Il mattino seguente Siddhartha si recò dal padre: "Mio reale padre, supplico il tuo permesso di lasciare il palazzo e diventare monaco per cer­ care la via dell'illuminazione". Il re trasalì. Sapeva che un simile giorno poteva arrivare, ma non si aspettava che si presentasse così all'improvviso. Dopo un lungo momento guardò il figlio e disse: "Ci sono stati dei monaci nella storia della nostra famiglia, ma nessuno alla tua giovane età. Tutti hanno atteso di avere pas­ sato i cinquanta. Perché non puoi aspettare? Tuo figlio è ancora piccolo, e il paese si affida a te". "Padre, un giorno sul trono sarebbe come un giorno sui carboni arden­ ti. Se il mio cuore non è in pace, come posso meritarmi la fiducia tua e del popolo? Ho visto la rapidità del tempo, e so che la giovinezza non è diver­ sa. Ti supplico, concedimi il tuo permesso ". Il re non abbandonava la speranza di dissuaderlo: "Pensa al tuo paese, ai tuoi genitori, a Yasodhara e a tuo figlio ancora in fasce". "Padre, proprio perché penso a voi tutti ti supplico di concedermi di partire. Non voglio fuggire le mie responsabilità. Sai bene, padre, che non puoi liberare il mio cuore dalla sofferenza, non più di quanto tu possa li­ berare il tuo ". Il re si alzò e afferrò la mano del figlio. " Siddhartha, tu sai quanto ho bisogno di te. Su te solo ho riposto tutte le mie speranze. Non mi abban­ donare". "Mai ti abbandonerò . Domando solo il perrpesso di allontanarmi per un certo tempo. Quando avrò trovato la Via, ritornerò ". Un'onda di dolore attraversò il volto del re. Suddhodana non disse al­ tro e si ritirò nei suoi appartamenti. Più tardi la regina Gotami venne a passare il giorno con Yasodhara. Nelle prime ore della sera giunsero anche gli amici di Siddhartha: Udayin, Devadatta, Ananda, Bhadya, Anuruddha, Kimbila e Bhadrika. Udayin aveva organizzato una fe sta, portando con sé le migliori danzatrici della capitale. Il palazzo splendeva alle luci della festa. Gotami rivelò a Yasodhara che Udayin era stato convocato dal re, con il compito di fare tutto il possibile per trattenere Siddhartha. La festa di quella sera era la prima mossa del piano di Udayin.

60

Libro primo

Yasodhara, prima di ritirarsi con Gotami nei suoi appartamenti, ordinò alle ancelle di preparare cibo e bevande. Siddhartha in persona accolse gli ospiti. Era la luna piena del mese di Uttarasalha. Quando la musica inco­ minciò, la luna apparve oltre le cime degli alberi nel cielo sud-orientale. Gotami si confidò fino a tarda ora con Yasodhara, quindi si accomiatò per rientrare nelle proprie stanze. Y asodhara la accompagnò fino alla ve­ randa, da cui vide la luna piena alta nel cielo notturno. La festa era al cul­ mine. Dall'interno proveniva il suono della musica, conversazioni e risate. Y asodhara si accomiatò da Gotami al cancello principale e andò alla ricer­ ca di Channa, che già dormiva. Yasodhara lo svegliò bisbigliandogli: probabile che questa notte il principe abbia bisogno dei tuoi servigi. Sella Kanthaka, e un altro cavallo per te ". "Altezza, dove intende recarsi il principe?". "Non fare domande. Fai come ho detto, perché probabilmente il prin­ cipe vorrà il suo cavallo ". Channa annuì e si diresse alle scuderie. Yasodhara rientrò, preparò gli abiti da viaggio e li dispose sul seggio di Siddhartha. Coprì Rahula con una coperta leggera e si coricò. I suoni continuavano come prima, musica, chiacchiere e risate, e dovette attendere a lungo prima che si affievolissero

e

cessassero. Allora seppe che gli ospiti si erano ritirati nelle loro stanze.

Y

asodhara giaceva tranquilla mentre il palazzo sprofondava nel silenzio.

Attese a lungo, ma Siddhartha non rientrava. Sedeva da solo in giardino, in contemplazione del chiarore lunare e delle stelle che brillavano a centinaia. Aveva deciso di lasciare il palazzo quella notte stessa. Finalmente rientrò e indossò gli abiti da viaggio prepa­ rati per lui. Scostò la tenda del letto. Gopa era distesa, certo addormen­ tata. A fianco aveva Rahula. Desiderò dirle addio, ma esitò. Si erano già detti tutto. Svegliandola, non avrebbe fatto che rendere più doloroso il distacco. Lasciò ricadere la tenda e si voltò per andarsene. Esitò una seconda volta. Scostò di nuovo la tenda per guardare per l'ultima volta la moglie e il figlio. Li contemplò a lungo, come per imprimere nella memo­ ria quell'immagine amata e familiare. Infine lasciò ricadere la tenda e uscì dalla stanza. Attraversando il salone delle fe ste, Siddhartha vide le danzatrici addor­ mentate e gettate scompostamente qua e là sui tappeti. Le pettinature era­ no sfatte e scarmigliate, le bocche pendule e aperte come pesci morti. Le braccia, morbide e leggere durante la danza, rigide come assi. Le gambe erano gettate di traverso sugli altri corpi, e la scena ricordava dei cadaveri in un campo di battaglia. Siddhartha aveva la sensazione di attraversare un cimitero. Raggiunse le scuderie, dove trovò Channa desto. "Channa, ti prego di sellare Kanthaka e di portarmelo ".

Raggiunse le scuderie, dove trovò Channa desto. "Channa, ti prego di sellare Kanthaka e di portarmelo

Kanthaka

61

Channa annuì, tutto era pronto. Kanthaka aveva già sella e morso. "Posso accompagnarti, mio principe? ", domandò Channa. Siddhartha assentì e Channa andò a prendere la sua cavalcatura, poi portarono gli animali fuori del palazzo. Siddhartha si fermò e accarezzò la criniera di Kanthaka. "Kanthaka" gli parlò, "questa è una notte decisiva. Servimi al meglio in questo viaggio". Siddhartha montò in sella a Kanthaka, e Channa al suo cavallo. Sinora avevano proceduto a piedi per non fare rumore. Le guardie erano profon­ damente addormentate, e varcarono la porta della città senza intoppi. Quando ebbero messo in mezzo una buona distanza, Siddhartha si voltò per dare un ultimo sguardo alla capitale, distesa silente sotto la luna piena. In quel luogo Siddhartha era nato e cresciuto, in quella città aveva provato tante gioie e dolori, tanti timori e speranze. Tra quelle stesse mura dormi­ vano i suoi cari: suo padre, Gotami, Yasodhara, Rahula e tutti gli altri. Sussurrò tra sé: "Finché non avrò trovato la Via, non tornerò a Kapila­ vatthu ". Girò il cavallo verso sud e Kanthaka partì al galoppo.

non avrò trovato la Via, non tornerò a Kapila­ vatthu ". Girò il cavallo verso sud

L3

Gli inizi della pratica spirituale

Benché galoppassero a briglia sciolta, non raggiunsero i confini del re­

gno degli Sakya che all'alba. Davanti a loro scorreva il fiume Anoma, che discesero fino a un punto guadabile dai cavalli. Ancora una lunga galoppa­

ta e giunsero al limitare di una foresta. Un cervo saettò tra gli alberi. Gli

uccelli gli volavano vicini, non intimoriti dalla presenza dell'uomo. Siddhartha smontò e, sorridendo, accarezzò la criniera di Kanthaka. "Sei stato meraviglioso, Kanthaka. Mi hai portato fin qui e per questo ti

ringrazio". il cavallo alzò la testa e guardò con affetto il padrone. Siddhartha estrasse dalla sella una spada e, afferrandosi con la mano sinistra i lunghi capelli, li tagliò con la destra. Channa smontò, e Siddhartha gli tese i ca­ pelli e la spada. In ultimo si tolse la collana. " Channa, prendi i miei capelli, la spada e la collana, e portali a mio padre. Digli di avere fede in me. Non ho lasciato il palazzo per sottrarmi

da

egoista alle mie responsabilità. Me ne vado per beneficio di voi tutti e

di

tutti gli esseri. Consola il re e la regina. Conforta Yasodhara. Te ne

prego". Channa prese la collana, in lacrime. "Altezza, tutti saranno profonda­ mente addolorati. Non so cosa dirò al re, alla regina e a tua moglie. E tu, come potrai dormire ai piedi degli alberi come gli asceti, quando non hai conosciuto altro che soffici giacigli e morbide coperte? ". Siddhartha sorrise. " Non temere, Channa. Posso anch'io vivere a quel

modo. Tu devi fare ritorno e annunciare la mia decisione prima che inco­ mincino a preoccuparsi per la mia scomparsa. Adesso, lasciami solo". "Te ne prego, altezza, permettimi di restare con te e di servirti", disse Channa asciugandosi le lacrime. "Abbi pietà di me, non farmi portare una notizia tanto dolorosa a coloro che amo". Siddhartha gli batté affettuosamente sulla spalla, mentre assumeva un tono solenne: "Channa, è di assoluta importanza che tu informi la mia fa-

sulla spalla, mentre assumeva un tono solenne: "Channa, è di assoluta importanza che tu informi la

Gli inizi della pratica spirituale

63

miglia. Se ti sono caro, fai come dico. Non ho bisogno di te qui, i monaci non hanno servitori. Ora, ti prego, ritorna a palazzo ! " . Riluttante, Channa obbedì. Ripose con cura i capelli e la collana all'in­ terno della giubba, e rinfilò la spada sotto la sella di Kanthaka. Poi afferrò

il braccio di Siddhartha e lo supplicò: "Farò come dici. Ma ti prego, altez­

za, ricordati di me, ricordati di tutti noi. Non mancare di tornare quando avrai trovato la Via". Siddhartha annuì e lo rassicurò con un sorriso. Poi accarezzò la testa di Kanthaka. "Kanthaka, amico mio, ritorna a casa" . Channa salì a cavallo, reggendo le briglie .di Kanthaka. Kanthaka si voltò a guardare Siddhartha per l'ultima volta, con gli occhi umidi come Channa. Siddhartha attese finché Channa e i cavalli scomp arvero , poi si voltò verso la foresta per iniziare la sua nuova vita. Il cielo sarebbe stato il suo

tetto e la fo resta il suo palazzo. Era pervaso da un senso di pace e conten­ tezza. In quel momento un uomo sbucò dal folto. Dall'abito Siddhartha pensò che fosse un monaco, ma un più attento esame gli rivelò che l'uomo brandiva un arco e portava sulla schiena una faretra. "Tu sei un cacciatore, vero?", lo interrogò Siddhartha. "Esatto", rispose l'uomo. "Se è così, perché vesti come un monaco? ". "Grazie a questo abito" disse allegramente il cacciatore, "gli animali non mi temono, e posso abbatterli con facilità". Siddhartha scosse il capo. "Ecco come usurpi la compassione di coloro che seguono un sentiero spirituale. Vorresti scambiare il tuo abito con il mio? ". Il cacciatore lo guardò meglio e vide che indossava abiti regali di inesti­ mabile valore. "D avvero vuoi fare cambio ?", chiese. "Certo. Vendendo questi abiti otterrai molto denaro che ti consentirà di smettere di andare a caccia e di iniziare un lavqro nuovo. Quanto a me, voglio diventare un monaco e mi serve un abito come il tuo" . ; Esultante, il cacciatore accettò il cambio e corse via. Ora Siddhartha

aveva l' aspetto di un vero monaco. Entrò nella fo resta e scelse un albero ai cui piedi sedere. Sedette nella sua prima meditazione di monaco senza ca­ sa. Dopo un interminabile, ultimo giorno a palazzo e una notte autunnale

a cavallo, finalmente provava una splendida pace. Sedette in meditazione

assaporando e alimentando il senso di libertà che l'aveva colmato sin dal primo passo nella foresta. Il sole che filtrava tra i rami si posò sulle ciglia di Siddhartha. Ap r ì gli

occhi: davanti a lui stava un monaco. Il volto e il corpo erano scarni e pro­ vati da una vita di penitenze. Siddhartha si alzò e giunse le mani in saluto.

64

Libro primo

Raccontò al monaco di avere or ora abbandonato la casa ma di non avere ancora avuto occasione di essere accettato da un maestro. Rivelò l'inten­ zione di dirigersi a sud, al centro spirituale del maestro Alara Kalama, do­

ve avrebbe chiesto di entrare come discepolo.

Il monaco gli disse che lui stesso aveva studiato con il maestro Alara Kalama, e che il maestro aveva appena aperto un centro subito a nord del­

la città di Vesali. Più di quattrocento discepoli si raccoglievano in quel

luogo per riceverne l'insegnamento. Poiché conosceva la strada, sarebbe stato lieto di accompagnarlo. Siddhartha lo seguì. Attraversarono la foresta e presero un sentiero che

serpeggiava su per una collina, immergendosi in un'altra foresta. Cammi­ narono fino a mezzogiorno. Allora il monaco insegnò a Siddhartha come

sfamarsi con frutti selvatici ed erbe commestibili. Spiegò che, in mancanza

di frutti o di erbe, si potevano scavare le radici. Sapendo che la sua dimora

nella foresta sarebbe stata molto lunga, Siddhartha chiese il nome delle piante commestibili e mandò a mente tutto quanto il monaco gli diceva. Scoprì che l'asceta si nutriva soltanto di frutti, erbe e radici. Si chiamava Barghava. Il maestro Alara Kalama, gli spiegò Barghava, non era un asceta e i suoi discepoli, oltre ai cibi selvatici, mendicavano o accettavano offerte dai villaggi vicini. Nove giorni più tardi raggiun sero il centro nella fo resta di Alara Kala­ ma, nei pressi di Anupiya. Arrivarono mentre il maestro Alara teneva un

discorso a più di quattrocento discepoli. Dimostrava una settantina d'anni

e, benché d'aspetto fragile ed emaciato, il suo sguardo brillava e la voce ri­

suonava come un tamburo. Siddhartha e il compagno si fermarono oltre il cerchio dei discepoli per ascoltare l'insegnamento. Terminato il discorso, i discepoli si sparp agliarono nella fo resta per la pratica indivi duale. Siddhartha si avvicinò e, dopo essersi presentato, disse rispettosamente:

"Venerabile maestro, ti prego di accettarmi tra i tuoi discepoli. Desidero vivere e studiare sotto la tua guida". Il maestro lo ascoltò e lo osservò con attenzione, poi diede il suo assen­ so. "Siddhartha, sono lieto di accettarti. Puoi rimanere. Se praticherai se­ guendo le mie istruzioni, realizzerai in breve l'insegnamento".

Siddhartha si prostrò per manifestare la propria gioia. Il maestro Alara viveva in una capanna di paglia costruita dai discepoli. Sparse nella foresta sorgevano le capanne dei seguaci. Quella notte

Siddhartha dormì in uno spiazzo pianeggiante, l.J.Sando per cuscino la radi­ ce di un albero. Esausto dal viaggio, dormì profondamente fino a mattina.

Si

svegliò col sole alto e la foresta che risuonava già del canto degli uccelli.

Si

rizzò a sedere. I monaci avevano terminato la meditazione mattutina e si

disponevano a recarsi in città per mendicare il cibo. Siddhartha ricevette

una ciotola e le istruzioni su come questuare.

disponevano a recarsi in città per mendicare il cibo. Siddhartha ricevette una ciotola e le istruzioni

Gli inizi della pratica spirituale

65

Reggendo la ciotola, seguì i monaci nella città di Vesali. Mendicando pn la prima volta in vita sua, Siddhartha fu colpito dallo stretto legame tra 1 nonaci e laici, perché il nutrimento dei monaci dipendeva dalla comunità dci laici. Apprese il modo corretto di tenere la ciotola, come camminare e si are fermo, come ricevere l'offerta di cibo e le preghiere da recitare in rin­ )•,raziamento al donatore. Siddhartha ricevette, quel giorno, riso e curry. Tornò con i nuovi compagni nella foresta, dove tutti sedettero per man­ l'.iare. Terminato il pasto si recò dal maestro Alara per ricevere istruzioni spirituali. Alara sedeva in profonda meditazione e Siddhartha sedette in si­ k·nzio di fronte al maestro, cercando di concentrare la mente. Dovette at­

l ,·ndere a lungo prima che Alara aprisse gli occhi. Allora si prostrò e ri­

<h iese gli insegnamenti. Al ara parlò al nuovo discepolo della fede e della diligenza, e gli insegnò

l ' uso del respiro per sviluppare la concentrazione. "Il mio insegnamento"

spiegò, "non è soltanto teorico. La conoscenza si ottiene attraverso l'espe­ rienza diretta e l'ottenimento reale, non con il dibattito intellettuale. Per <'IJ trare negli stati meditativi occorre sbarazzarsi di tutti i pensieri riguardo ,d passato e al futuro. Devi concentrarti esclusivamente sulla liberazione ". Siddhartha lo interrogò su come controllare il corpo e le sensazioni, qt1 indi ringraziò rispettosamente il maestro e s'incamminò lentamente alla

adatto alla pratica. Con rami e fron de co­

si ruì una piccola capanna sotto un albero di sala. Praticava con diligenza ,., ogni cinque o sei giorni, chiedeva consiglio ad Alara sull e difficoltà in­

contrate. In breve tempo aveva fatto considerevoli progressi. Sedendo in meditazione riusciva a lasciar andare i pensieri e l'attacca- 1 n cnto per il passato e il futuro, ed entrava in uno stato di beatitudine e 111 irabile serenità. Ma sentiva ancora vivi i semi tanto del pensiero che dell'attaccamento. Alcune settimane più tardi, Siddhartha raggiunse uno

�; l ato meditativo più elevato in cui i semi del pensiero e dell'attaccamento :;i dissolsero. Quihdi sperimentò lo stato concentrativo in cui cessano di

, ·sistere tanto la beatitudine che la non beatitudine. Gli sembrava che le

,·inque porte della percezione sensoriale si fo ssero chiuse del �utto, e che il

�;uo cuore fo sse immobile come un lago in una giornata priva èli vento. Riferì ad Alara i frutti della pratica e il maestro ne fu impressionato. Gli

' l isse che aveva fatto notevoli progressi in uno spazio di tempo brevissimo,

'· gli insegnò come entrare nello stato chiamato il reame dello spazio infini­ In. In esso la mente diventa una con l'infinito, tutti i fenomeni materiali

' ,·ssano di prodursi e lo spazio è visto come l'illimitata sorgente di tutte le

' ·osc. Siddhartha seguì le istruzioni e indirizzò gli sforzi all'ottenimento di q1 1csto stato, che raggiunse in tre giorni. Ma sentiva che anche l'esperienza , kllo spazio infinito non lo liberava dalle ansie e dai dolori più profondi.

ri

cerca di un luogo nella fo resta

66

Libro primo

Pur dimorando in quella consapevolezza continuava ad avvertire la pre­ senza di ostacoli, e ricorse di nuovo ad Alara. " Devi fare un passo più in là ", gli disse il maestro. "Il reame dello sp azio infinito è della stessa sostan­ za della tua mente. Non si tratta di un oggetto della coscienza, ma della tua coscienza stessa. Devi quindi fare esperienza del reame della coscienza

infinita".

Siddhartha ritornò alla sua capanna. In due giorni realizzò il reame del­ la coscienza ùifinita . Vide che la propria mente era presente in tutti i feno­ meni dell'universo. Eppure, si sentiva ancora oppresso dalle ansie e dalle afflizioni più profonde. Ancora una volta espose ad Alara le sue difficoltà. Il maestro lo guardò con immenso rispetto. " Sei realmente vicino all'otte­ nimento ultimo", disse. "Ritorna nella tua capanna e medita sulla natura illusoria di tutti i fenomeni. L'intero universo è una creazione della mente. La mente è la fonte di tutti i fenomeni. Forme, suoni, odori, gusti e sensa­ zioni tattili come il caldo e il freddo, il duro e il molle, sono creazioni della mente. Non esistono nel modo in cui crediamo. La coscienza è come un pittore che dà forma a ogni fenomeno. Se riesci a ottenere il reame della

non materialità, avrai completato l'opera. Il reame della non materialità è

lo stato in cui si comprende che nessun fen omeno esiste al di fuori della mente". Il giovane monaco giunse le mani in segno di gratitudine e ritornò nella foresta. Studiando con Alara Kalama, Siddhartha aveva conosciuto molti altri monaci, e tutti si sentivano attratti dalla sua grazia e la sua cortesia. Spes­ so, prima che potesse provvedere da sé alla propria nutrizione, scopriva del cibo che lo attendeva fuori della capanna: banane o una palla di riso !asciatagli segretamente da un altro monaco. Molti desideravano aiutarlo per poter imparare da lui, avendo udito il maestro elogiarne i progressi. Una volta Alara l'aveva interrogato sul suo passato , scoprendo che Siddhartha era un principe. Ma, se i monaci gli facevano domande sul suo passato regale, si limitava a sorridere e a dire con modestia: " Niente di im­ portante. Molto meglio parlare delle nostre esperienze di praticanti della

V 1a" . In meno di un mese Siddhartha ottenne lo stato del reame della non ma­ terialità. Felice di avere raggiunto tale stato di coscienza, impiegò le setti­ mane successive nel tentativo di utilizzarlo per dissolvere gli ostacoli più

profondi della mente e del cuore. Eppure, sebbene il reame della non ma­ terialità fo sse un profondo stato di meditazione, non servì . Infine, tornò a richiedere i consigli di Alara Kalama. Il maestro sedeva ascoltandolo attentamente. Il suo sguardo sfavillava. Manifestando la sua lode e il massimo rispetto, disse: "Monaco Siddhar­ tha, tu sei estremamente dotato. Hai ottenuto il più alto dei livelli da me

.

rispetto, disse: "Monaco Siddhar­ tha, tu sei estremamente dotato. Hai ottenuto il più alto dei livelli

Gli inizi della pratica spirituale

67

insegnati. Ciò che io ho raggiunto, l'hai raggiunto anche tu. Uniamoci nel­ la guida di questa comunità di monaci" . Siddhartha considerò in silenzio la proposta. Il reame della non materia­ !ità era un frutto meditativo prezioso, ma incapace di risolvere il problema fo ndamentale della nascita e della morte, e non liberava dalla sofferenza e dall'ansia. Non conduceva alla perfetta liberazione. Siddhartha non mirava ad assumere la guida di una comunità, ma a trovare il sentiero della vera li­ berazione. Giunte le palme, rispose: "Venerabile maestro, il reame della non mate­

rialità non è la meta che ricerco. Accetta la mia gratitudine per il tuo aiuto

e

le tue attenzioni, ma devo domandarti il permesso di lasciare la comunità

e

cercare altrove la Via. Ti sei prodigato con tutto il cuore per istruirmi, e

di ciò ti sarò riconoscente in eterno ". Il maestro Alara Kalama pareva contrariato, ma Siddhartha aveva deci­ so. Il giorno seguente, si era già rimesso in cammino.

Alara Kalama pareva contrariato, ma Siddhartha aveva deci­ so. Il giorno seguente, si era già rimesso

14

Oltre il Gange

Siddhartha attraversò il Gange e si spinse nel regno del Magadha, fa­ moso per la perfezione dei suoi maestri spirituali. Era risoluto a trovare chi gli insegnasse a superare la nascita e la morte. Molti maestri spirituali vivevano in luoghi remoti sulle montagne o nelle foreste, e tutti Siddhartha cercò e visitò, senza badare a quante montagne e valli doveva valicare.

Continuò la ricerca con il sole e la pioggia, un mese dopo l'altro. Incontrò asceti che rifiutavano di coprirsi e altri che rifiutavano le offer­

te di cibo, nutrendosi di frutti, erbe e radici che la foresta offriva sponta­

neamente. Esponendo il corpo agli elementi e sottoponendosi a dure pri­ vazioni, credevano di salire in cielo dopo la morte. Un giorno Siddhartha disse loro: "Anche se voi rinasceste nei cieli, la sofferenza sulla terra rimarrebbe immutata. Cercare la Via significa trova­

re la soluzione al dolore della vita, non fuggire la vita. Certo, poco otter­

remmo se avvolgessimo il nostro corpo negli agi come fanno coloro che vi­

vono per i piaceri dei sensi, ma neppure maltrattare il corpo ha qualche

utilità". Siddhartha non abb andonava la ricerca, fermandosi ora tre ora sei mesi nei vari centri spirituali. La sua capacità di meditare e concentrarsi aumen­ tava, ma non riusciva a trovare il vero sentiero della liberazione dalla na­ scita e dalla morte. I mesi si succedevano veloci, e presto fe ce tre anni da quando Siddhartha aveva lasciato il palazzo. A volte, sedendo in medita­ zione nella fo resta, vedeva le immagini del padre, di Y asodhara e Rahula, assieme a scene della sua infanzia e della sua fanciullezza. Non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento e dall'impazienza era difficile, ma la certezza

di poter trovare la Via lo sospingeva nella ricerca.

Per un certo tempo dimorò in solitudine sulle colline Pandava, non lon­ tano dalla capitale Rajagaha. Un giorno, presa la ciotola, si incamminò per mendicare nella capitale. Il suo passo era lento e nobile, il portamento se­ reno e risoluto. I passanti si fermavano a guardare quel monaco che cam-

Oltre il Gange

69

minava con l'eleganza di un leone che incede nella foresta. Avven ne che passasse di lì il cocchio di Bimbisara, monarca del Magadha, e che il re co­ mandasse al cocchiere di arrestarsi per meglio guardare Siddhartha. Or­ dinò a un servitore di offrirgli del cibo e di seguirlo per scoprire dove di­ morava. n pomeriggio seguente, il re Bimbisara giunse in cocchio ai piedi della collina e risalì il sentiero accompagnato da un servitore. Vedendo Sid­ dhartha seduto ai piedi di un albero, si avvicinò per salutarlo. Siddhat;tha si alzò in piedi. Dall'abito, arguiva che il visitatore fosse il re del Magadha. Giunse le mani e indicò al re un grande masso perché vi se­ desse. Poi sedette anche lui su una pietra. n re era impressionato dal nobile portamento e dalla cortesia di modi del monaco. " Sono il re del Magadha", disse. " Desidero che tu venga alla capitale con me e resti al mio fi anco, così da poter trarre beneficio dai tuoi insegnamenti e dalla tua virtù. Con te al mio fianco, sono certo che il re­ gno del Magadha godrà di pace e prosperità". Siddhartha sorrise: "Gran re, sono più a mio agio nella forest a". "È una vita troppo dura. Non hai un letto, non hai servitori. Se vorrai venire con me, ti donerò un palazzo. Ti prego, torna con me in città e dai insegnamenti". "Gran re, la vita di palazzo non mi si addice. Io cerco la via della libera­ zione per affrancare me stesso e gli esseri dalla sofferenza. La vita di palaz­ zo non è compatibile con la ricerca intrapresa da questo monaco". "Tu sei giovane, e anch'io lo sono. Mi occorre un amico con cui confi­ darmi. Dal momento stesso in cui ti vidi, sentii un'affinità naturale con te. Vieni con me. Se verrai, ti donerò metà del mio regno e, quando sarai più avanti negli anni, potrai tornare alla vita del monaco. Non sarà troppo tardi". "Ti sono grato per la generosità del tuo cuore e l'alto patronato che mi offri, ma in verità il mio desiderio è uno solo: trovare la via che libera tutti gli esseri dalla sofferenza. Il tempo scorre veloce, gran re. Se non mi avval­ go della forza e dell' energia della giovinezza, presto giungerà la vecchiaia e ne avrei grande rimorso. La vita è incerta, malattia e morte possono pre­ sentarsi in qualunque momento. Le fiamme della tempesta interiore causa­ te da avidità, ira, odio, passione, invidia e orgoglio continuerebbero a bru­ ciare il mio cuore. Solo scoprendo la Grande Via sarà possibile liberare tutti gli esseri. Se davvero provi affetto per me, consentimi di continuare per il cammino che da tempo perseguo". Il re Bimbisara fu ancora più toccato dalle parole di Siddhartha. "Mi ri­ colma di gioia udire parole nutrite di tanta determinazione ", rispose. " Ca­ ro monaco, permettimi di domandarti il tuo luogo di origine e il nome del­ la tua famiglia" .

70

Ltbro primo

"Gran re, nacqui nel regno degli Sakya, e Sakya è il nome della mia fa­ miglia. Il re Suddhodana, che regna in Kapilavatthu, è mio padre e mia

madre era la regina Mahamaya. Ero il principe ereditario ma, scegliendo

di

diventare monaco per cercare la Via, sono ormai tre anni che ho lascia­

to

genitori, moglie e figlio ".

Che immenso onore

averti incontrato, nobile monaco ! Le famiglie reali degli Sakya e dei Ma­

gadha sono da lungo tempo amiche. Che stolto sono stato a tentare di ab­ bagliarti con il mio rango e la mia ricchezza. Ti scongiuro, perdonami.

Una cosa soltanto ti chiedo: di tanto in tanto vieni a palazzo e consentimi

di offrirti il cibo; poi, quando avrai trovato la Grande Via, mosso da com­

passione vieni a darmi l'insegnamento come tuo discepolo. Lo prometti?". Siddhartha giunse le mani e disse: "Prometto che, quando avrò scoper­ to il sentiero, verrò a dividerlo con vostra altezza" . Il re Bimbisara si inchinò profondamente e ridiscese la collina. Più tardi, quello stesso giorno, il monaco Gautama abbandonò quel luogo per evitare le interruzioni che temeva gli sarebbero venute dalle fre­ quenti offerte di cibo del giovane re. Si diresse a sud, in cerca di un altro luogo favorevole alla pratica. Aveva udito parlare del centro spirituale di Uddaka Ramaputta, un grande maestro rinomato per avere ottenuto profondi livelli di conoscenza. Trecento monaci dimoravano nel suo cen­ tro, nei pressi di Rajagaha, e altri quattrocento nelle vicinanze. si diresse Siddhartha.

Il re era stupefatto.

"Sei quindi di sangue

reale !

e altri quattrocento nelle vicinanze. Lì si diresse Siddhartha. Il re era stupefatto. "Sei quindi di

15

L'ascesi nella foresta

Il maestro Uddaka aveva settantacinque anni ed era universalmente ve­ nerato come un dio vivente. Esigeva che tutti i nuovi discepoli iniziassero dalle pratiche più elementari, e Siddhartha ricominciò dagli esercizi di me­ ditazione più semplici. Ma in poche settimane poté dimostrare di avere raggiunto il regno della non materialità, stupendo il maestro. Uddaka vide nel giovane dal nobile portamento un potenziale erede spirituale e pose un'estrema cura negli insegnamenti che gli trasmetteva. "Monaco Siddhartha Gautama, nello stato della non materialità la va­ cuità non è più identica allo spazio vuoto, né a ciò che solitamente si defi­ nisce coscienza. Tutto ciò che resta è la percezione e l'oggetto della perce­ zione. Ecco come il sentiero alla liberazione trascende ogni percezione". "Maestro" chiese rispettosamente Siddhartha, "eliminando la percezio­ ne, che cosa resta? In assenza di percezione, in cosa siamo diversi da un pezzo di legno o una pietra? ". "Un pezzo di legno o una pietra non sono privi di percezione. Gli og­ getti inanimati sono essi stessi percezione. Devi raggiungere uno stato di coscienza in cui tanto la percezione che la non percezione sono trascesi. Questo è lo stato della né percezione né non perce.,zione. Ora, mio giovane, devi ottener!o". Siddhartha tornò alla meditazione. In quindici giorni realizzò il samadhi detto della né percezione né non percezione e vide che consentiva di tra­ scendere tutti gli stati ordinari di coscienza. Ma, ogni volta che usciva da questo stato meditativo, si accorgeva che, nonostante la sua straordina­ rietà, non forniva la soluzione al problema della vita e della morte. Era uno stato di pace assoluta in cui dimorare, ma non la chiave per aprire la realtà. Siddhartha ritornò dal maestro Uddaka Ramaputta che lo lodò grande­ mente. Prendendogli la mano, disse: "Tu, monaco Gautama, sei il migliore studente che io abbia mai avuto. Hai fatto progressi enormi in un tempo

72

Libro primo

brevissimo. Hai ottenuto il più alto livello che io abbia mai conseguito. So­ no vecchio e non sarò ancora molto di questo mondo. Se rimani potremo guidare insieme la comunità e, dopo la mia morte, potrai prendere il mio posto come maestro". Anche questa volta, Siddhartha rifiutò cortesemente. Sapeva che lo sta­ to della né percezione né non percezione non era la chiave della liberazione dalla nascita e dalla morte, e che doveva andare oltre. Espresse la più profonda gratitudine al maestro e alla comunità dei monaci, e se ne andò. Era ormai amato da tutti, e tutti si rattristarono alla sua partenza. Durante la permanenza al centro di Uddaka Ramaputta, Siddhartha aveva stretto amicizia con un giovane monaco di nome Kondanna. Kon­ danna gli era molto affezionato e lo considerava un maestro, oltre che un caro amico. A eccezione di Siddhartha, nessun altro nella comunità aveva ottenuto lo stato di non materialità, per non parlare dello stato della né percezione né non percezione. Kondanna sapeva che il maestro considerava Siddhartha degno di diventare il suo erede spirituale. Soltanto vedere Siddhartha accresceva la fede di Kondanna nella pratica. Si accompagnava spesso a Siddhartha per imparare da lui, e tra di loro era nato un legame speciale. La partenza dell'amico lo addolorava. Discese con Siddhartha e attese che fo sse scomparso alla vista prima di ritornare sulla montagna. Siddhartha aveva raggiunto grandi ottenimenti con i due maestri repu­ tati i migliori insegnanti di meditazione della regione, ma il problema di fondo della liberazione dalla sofferenza lo tormentava ancora. Comprese che molto difficilmente avrebbe potuto apprendere altro da tutti i sapienti maestri di meditazione del regno, e seppe che doveva cercare la chiave dell'illuminazione da solo. Camminando lentamente verso ovest, tra risaie e una distesa di fangose lagune e corsi d'acqua, raggiunse il fiume Neranjara. Lo passò a guado e proseguì fino al monte Dangsiri, a mezza giornata di cammino dal villag­ gio di Uruvela. La china erta e sassosa terminava in una cresta dentata e nascondeva molte caverne. Massi grandi come case erano disseminati sulla montagna. Siddhartha decise di non lasciare quel luogo finché non aves se scoperto la Via della Liberazione. Trovò una caverna dove sedeva molte ore in meditazione. Sedendo, ripercorse le pratiche imparate negli ultimi cinque anni. Ricordò di avere ammonito gli asceti di non maltrattare il corpo per non aggiungere altra sofferenza alla già immensa sofferenza del mondo. Ma ora, considerando la loro strada con più attenzione, si disse:

" Se la legna è verde o bagnata, non si può fare un fuoco. li corpo è uguale. Senza padroneggiare i desideri del corpo, è difficile che il cuore ottenga l'illuminazione. Ora praticherò la mortificazione per giungere alla libera-

zwne" . Così il monaco Gautama iniziò un periodo di rigido ascetismo. Nelle

.

per giungere alla libera- zwne " . Così il monaco Gautama iniziò un periodo di rigido

L'ascesi nella fo resta

73

notti buie si spingeva nel folto della foresta, nei luoghi più selvaggi il cui solo pensiero bastava a far rizzare i capelli sulla testa, e vi passava la notte. Con la mente e il corpo divorati dal panico e dallo spavento, sedeva senza muoversi. Se la foresta frusciava per il pas saggio di un cervo , la paura di­ ceva a Siddhartha che i demoni erano venuti a ucciderlo. Ma rimaneva im­ mobile. Se un pavone spezzava un rametto, e la paura evocava un pitone che strisciava verso di lui, non si muoveva, anche se il panico lo trafiggeva come il morso delle formiche rosse. Tentava di superare la paura fisica. Pensava che, quando il corpo non fo sse più stato schiavo della paura, la mente avreb be spezzato le catene della sofferenza. A volte si costringeva a sedere a denti stretti e la lingua premuta contro il palato, ricorrendo a tutta la sua forza di volontà per vin­ cere la paura e l'orrore. Anche se si ricopriva di sudori freddi e il corpo ne era infradiciato, non si muoveva. Altre volte tratteneva il respiro finché le orecchie erano invase da un ruggito simile al tuono o ardevano come una fornace, mentre sentiva la testa come spaccata in due da un'ascia. A volte, era come se la testa fosse schiacciata sotto una lastra d' acciaio, e lo stoma­ co squarciato come un macellaio squarta un capretto. Altre volte, era co­ me se tutto il corpo si arroventasse su un fuoco vivo . Queste dure discipli­ ne rafforzarono il suo coraggio e la disciplina, e il corpo imparò a soppor­ tare dolori indicibili. Ma il cuore non era ancora in pace. Il monaco Gautama praticò l'ascesi per sei mesi. Per i primi tre rimase da solo sulla montagna, poi, nel quarto mese, venne scoperto da cinque di­ scepoli del maestro Uddaka Ramaputta, guidati dal vecchio amico Kon­ danna. Siddhartha si rallegrò di rivederlo e venne a sapere che, un mese dopo la sua partenza, anche Kondanna aveva ottenuto lo stato di né perce­ zione né non percezione. Considerando che il maestro Uddaka non aveva altro da insegnargli, Kondanna aveva convinto quattro amici a mettersi al­ la ricerca di Siddhartha. Dopo settimane di ricerca avevano avuto la fortu­ na di trovarlo, e ora gli esprimevano il desiderio di unirsi a lui per pratica­ re insieme. Siddhartha spiegò il motivo per cui stava esplorando la via del­ la mortificazione e i cinque giovani, Kondanna, 'Vappa, Bhaddiya, Assaji e

caverna, non

lontano dagli altri , e a turno scendevano in città per mendicare il cibo. Il cibo veniva poi diviso in sei parti, così che nessuno ne riceveva più di una manciata al giorno. Passavano i giorni e i mesi, e i sei monaci si fa cevano sempre più ema­ ciati e scarniti. Lasciarono la montagna e si spostarono a est verso il villag­ gio di Uruvela, sulla riva del fiume Neranjara, dove continuarono la stessa pratica. Il duro ascetismo di Siddhartha incominciava ad allarmare persino

i suoi cinque compagni, che non riuscivano a sopportare tante macerazio­ ni. Siddhartha aveva smesso di bagnarsi nel fiume e rinunciava alla sua

Mahanama, decisero di unirsi a lui. Ognuno si installò in un

a

74

Libro primo

parte di cibo. C'erano giorni in cui si nutriva soltanto di una guava avvizzi­ ta trovata per terra o di un po' di sterco secco di bufalo. Il corpo di Siddhartha era devastato, ridotto a pelle cadente sulle ossa sporgenti. Da sei mesi non si tagliava barba e capelli; passandosi la mano sulla testa si staccavano ciocche intere, come se non potessero più crescere sulla esigua cute che ancora ricopriva il teschio. Ma un giorno, meditando in un cimitero, Siddhartha comprese all'im­ provviso l'errore della via della mortificazione. Il sole era tramontato e una fresca brezza gli accarezzava la pelle. Dopo essere stato seduto tutto il giorno sotto il sole cocente, la brezza lo ristorava con la sua frescura, dan­ dogli un senso di pace mentale mai provato durante il giorno. Capì che il corpo e la mente costituiscono un'unità inseparabile. La pace e il benesse­ re del corpo sono intimamente connessi con la pace e il benessere della mente. Maltrattare il corpo significa maltrattare la mente. Si rammentò della prima volta in cui si era seduto in meditazione all'ombra di un albero di melarosa. Aveva nove anni, durante la festa dell'aratura. Ricordò il senso di chiarezza e di pace che sedere nella frescu­ ra gli aveva donato. Poi ricordò la meditazione nella foresta, immediata­ mente dopo avere congedato Channa. Ripensò ai primi giorni con Alara Kalama, a quelle prime sedute di meditazione che avevano nutrito il suo corpo e la sua mente, dandogli una grande forza di concentrazione. Poi il maestro Alara Kalama gli aveva insegnato a trascendere le gioie della me­ ditazione per entrare negli stati al di là del mondo materiale: i reami dello

spazio infinito e della cosci enza infinita, e lo stato della non materialità . In­

fi ne, lo stato di né percezione né non percezione. Ogni volta lo scopo era la fuga dal mondo della sensazione e del pensiero, dal mondo della percezio­ ne. Si chiese: "Perché seguire la tradizione tramandata dalle scritture? Per­ ché temere le gioie della meditazione? Queste gioie non hanno nulla in co­ mune con le cinque categorie del desiderio che oscurano la consapevolez­ za. Al contrario nutrono il corpo e la mente, dando la forza di seguire il sentiero che conduce all'illuminazione". Il monaco Gautama decise di recuperare le fo rze e di usare la medita­ zione come nutrimento per il corpo e la mente. Dal mattino seguente avrebbe ripreso a questuare il cibo. Sarebbe stato maestro a se stesso, sen­ za dipendere più dagli insegnamenti di altri. Felice per la decisione presa, si distese su un rialzo di terra e scivolò tranquillamente nel sonno. La luna piena era sorta da poco nel cielo senza nuvole, e la via lattea si stagliava netta e luminosa. Si svegliò la mattina al canto degli uccelli. Levatosi, richiamò la decisio­ ne della sera innanzi. Sporco e polvere lo ricoprivano, e l'abito era così frusto e cencioso che non serviva più a proteggere il corpo. Ricordò di avere visto, il giorno prima, un cadavere nel cimitero e pensò che, al massi-

L'ascesi nella foresta

75

mo entro un paio di giorni, l'avrebbero portato al fiume per la cremazio­ ne. L'abito color mattone che copriva il cadavere non gli serviva più. Si di­

resse verso il corpo e, con grande rispetto, riflettendo serenamente sulla vita e la morte, lo svestì . Era un uomo in giovane età, la carne già enfia e li­

vida. Siddhartha fece dell 'abito

Entrò nel fiume per bagnarsi e lavare l'abito. L'acqua fresca era un vero ristoro. Godette la piacevole sensazione dell'acqua sulla pelle, accogliendo la sensazione con mente mutata. Si bagnò a lungo, poi sfregò e torse la ve­ ste. Mentre usciva dall'acqua, le forze gli vennero meno. Non riusciva a ri­ guadagnare la riva. Stette immobile, respirando tranquillamente. Vide un albero il cui ramo si protendeva sull'acqua, con le foglie che sfioravano la corrente. Adagio si mosse verso il ramo e si aiutò a uscire dal fiume. Sedette sulla riva per riposarsi, mentre il sole saliva nel cielo. Allargò la veste perché asciugasse al sole e, quando fu asciutta, la indossò e si incam­ minò verso il villaggio di Uruvela. A metà strada le forze gli mancarono di nuovo e, incapace di ripren dere fi ato, svenne. Era privo di sensi da qualche tempo quando passò una ragazza che ve­ niva dal villaggio. La tredicenne Sujata era stata mandata dalla mamma a offrire congee, dolci e semi di loto alle divinità della foresta. Vedendo il monaco svenuto in mezzo alla strada, che quasi non respirava, si inginoc­ chiò e gli introdusse una ciotola di latte tra le labbra. Sapeva che era un asceta debilitato dalle privazioni. Quando le gocce di latte gli bagnarono la lingua e la gola, Siddhartha reagì immediatamente. Sentiva il ristoro che il latte gli dava, e bevve lenta­ mente l'intero contenuto della ciotola. Fatti una dozzina di respiri si era ri­ preso a sufficienza per mettersi seduto, e fece cenno a Sujata di versargli una seconda ciotola di latte. Era meravigliosa la rapidità con cui il latte gli faceva tornare le forze. Quel giorno stesso raffo rzò la decisione di abban­ donare le mortificazioni ascetiche e di recarsi a meditare nella frescura del­ la foresta al di là del fiume. Nei giorni seguenti riprese man mano a mangiare e a bere normalmen­ te. A volte era Sujata che gli portava il cibo, altre volte scen4eva lui stesso

color mattone il suo nuovo vestito.

al

villaggio per mendicare. Ogni giorno praticava la meditazi6ne cammina­

ta

lungo la riva del fiume, e dedicava il resto del tempo alla meditazione

seduta. La sera, si bagnava nelle acque del Neranjara. Smise di affidarsi al­

la tradizione e alle scritture, per cercare da solo la Via. Ritornò a se stesso

per imparare dai propri successi e dai propri sbagli. Non temeva più che

la

meditazione desse nutrimento alla sua mente e al suo corpo, e un senso

di

pace e di benessere lo pervadeva. Non prendeva le distanze e non tenta­

va

di fuggire dalle sensazioni e dalle percezioni, ma coltivava la consapevo­

lezza per osservare il loro sorgere. Rinunciando al desiderio di rifuggire il mondo dei fenomeni, ritornò a

76

Libroprimo

se stesso e scoprì di essere perfettamente presente al mondo dei fenomeni.

Un respiro, il trillo di un uccello, una foglia, un raggio di sole

ventava oggetto di meditazione. Incominciò a capire che la chiave della li­ berazione sta in ogni respiro, in ogni passo, in ogni ciottolo lungo il sen­

tiero.

Il monaco Gautama passava dalla meditazione sul corpo a quella sulle

sensazioni, dalla meditazione sulle sensazioni a quella sulle percezioni, in­ clusi i pensieri che nascevano e svanivano nella mente. Vide l'unità di mente e corpo, vide che ogni cellula del corpo contiene la saggezza dell'universo. Capì che doveva semplicemente guardare più a fondo in un granello di polvere per ritrovarvi il vero volto dell'intero universo, perché il granello di polvere è in se stesso l'universo e, se non esistesse, nemmeno l'universo esisterebbe. Il monaco Gautama superò l'idea di un sé separato, l'atman, e trasalì comprendendo di essere stato fino ad allora imprigionato nella falsa idea di un atman, come la presentavano i Veda. In realtà tutte le cose erano prive di un sé separato. Il non sé, o anatman, è la natura dell'esistenza. L'anatman non era una nuova definizione per definire una nuova entità, ma un fulmine che distruggeva tutte le visioni errate. Impa­ dronendosi del non sé, Siddhartha era come un generale che brandisce la spada della visione profonda sul campo di battaglia della meditazione. Giorno e notte sedette sotto l'albero di pippala, mentre nuovi livelli di consapevolezza si risvegliavano in lui come abbaglianti lampi di luce.

I suoi cinque amici avevano perduto la fede in Siddhartha. L'avevano

visto mangiare, seduto sulla riva del fiume, il cibo elemosinato; l'avevano visto parlare con una fanciulla e sorriderle; gustare latte e riso, entrare con la ciotola nel villaggio. "S iddhartha non è più degno di fi ducia ", disse agli altri Kondanna. " Ha abbandonato la via a metà cammino e ora si preoccu­ pa soltanto di nutrire oziosamente il proprio corpo. Lasciamolo e cerchia­ mo un altro luogo dove continuare la nostra pratica. Non vedo motivo di rimanere qui". Solo dopo che se ne furono andati, Siddhartha si awide della loro as­ senza. Infatti, sospinto dalle nuove comprensioni, Siddhartha impegnava tutto il tempo nella meditazione, senza avere avuto un momento per par­ larne agli amici. Pensò: "I miei amici mi hanno frainteso, ma non mi preoccuperò di convincerli del contrario. Voglio impegnare tutto me stes­ so nella scoperta del vero sentiero. Quando l'avrò trovato, lo dividerò con loro". E riprese la pratica quotidiana. Fu precisamente in quei giorni, in cui Siddhartha faceva tali e tanti pro­ gressi nel cammino, che comparve Svasti, il giovane guardiano di bufali. Siddhartha accettava con gioia le bracciate di erba appena tagliata che il ragazzo undicenne gli portava. E benché Sujata, Svasti e i loro amici non fo ssero che bambini, Siddhartha parlava loro delle nuove comprensioni.

tutto di­

L'ascesi nella /oresta

77

Era felice di vedere la fa cilità con cui quei bambini di campagna, privi di istruzione, capivano le sue parole. Ne fu rincuorato, e seppe che la porta della perfetta illuminazione si sarebbe aperta presto. Sapeva di avere or­ mai la chiave meravigliosa: la verità della natura interdipendente e priva di un sé di tutte le cose.

di avere or­ mai la chiave meravigliosa: la verità della natura interdipendente e priva di un

16

Dormiva davvero Ya sodhara?

Svasti era di famiglia povera e per questo, naturalmente, non era andato a scuola. Sujata gli aveva insegnato alcune cose basilari, ma Svasti non sa­ peva ancora esprimersi bene e spesso, raccontando i suoi incontri con il Buddha, s'interrompeva perché gli mancavano le parole. Gli ascoltatori gli venivano in aiuto. Ad Ananda e Rahula si erano aggiunti un'anziana mo­ naca di nome Mahapajapati e un monaco appena entrato nei quarant'anni, Assaji. Rahula li aveva presentati a Svasti, che fu profondamente commosso al sapere che Mahapajapati era la regina Gotami, la zia del Buddha che lo aveva allevato fin dall'infanzia. Era stata la prima donna accettata come monaca nel sangha del Buddha, e ora fungeva da badessa di più di sette­ cento monache. Era arrivata dal nord per consigliarsi col Buddha a propo­ sito dei precetti delle bhikkhuni. Appena giunta, la sera prima, il nipote Rahula l'aveva invitata a unirsi a loro, sapendo quale piacere le avrebbe fatto ascoltare Svasti parlare dei giorni in cui il Buddha dimorava nella fo­ resta di Uruvela. Svasti aveva giunto le mani e si era inchinato davanti alla badessa. Il ricordo della sua figura tratteggiatagli dal Buddha gli colmava il cuore di affetto e rispetto. Mahapajapati lo guardava con lo stesso caldo amore con cui guardava il nipote. Poi Rahula gli aveva presentato Assaji, e gli occhi di Svasti si accesero apprendendo che Assaji era uno dei cinque amici che avevano praticato la mortificazione in compagnia del Buddha vicino alla sua casa. Il Buddha gli aveva raccontato come, vedendolo abbandonare la macerazione per bere latte e mangiare riso, gli amici lo avessero lasciato, e Svasti si chiedeva co­ me mai Assaji fo sse diventato suo discepolo, proprio nel Monastero del­ la Foresta dei Bambù. Più tardi l'avrebbe domandato a Rahula. La bhikkhuni Gotami fu quella che più aiutò Svasti nei suoi sforzi di narratore. Lo interrogò su punti che a Svasti sembravano privi di impor­ tanza, ma a cui lei era manifestamente interessata. Volle sapere dove ta-

Dormiva davvero Yasodhara?

79

gliasse l'erba kusa per il cuscino di meditazione del Buddha e quante volte gli aveva fatto dono di erba fresca. S'informò se i bufali, privati dell'erba donata al Buddha, ne avessero ancora a sufficienza per la notte. E si fece dire se il proprietario dei bufali l' aveva mai battuto. Ancora molto rimaneva da dire ma Svasti chiese il permesso di inter­ rompersi, promettendo di continuare il giorno seguente. Prima di andarse­ ne, chiese alla bhikkhuni Gotami se poteva rispondere ad alcune domande che si portava nel cuore da dieci anni. Sorridendo, Gotami disse: "Avanti, chiedi! Se posso, sarò felice di risponderti". C'erano molte cose che Svasti desiderava sapere. Prima di tutto: mentre Siddhartha solleva la tenda, la notte della partenza, dormiva davvero Ya­ sodhara o fingeva soltanto? Voleva anche conoscere i pensieri e le parole del re, della regina e di Yasodhara quando Channa ebbe consegnato la spada, la collana e i capelli di Siddhartha. Che cosa era accaduto nella fa­ miglia del Buddha durante i sei anni di assenza? Chi era venuto a cono­ scenza per primo che il Buddha aveva realizzato la Via? Chi l' aveva accol­

to

per primo e, ancora, tutta la popolazione era uscita per dare il benvenu­

to

al Buddha di ritorno a Kapilavatthu?

"Quante domande ! " , esclamò sorridendo la bhikkuni Gotami. "Ten­ terò di risponderti in breve. Alla prima domanda, se Yasodhara fosse o no addormentata, se vuoi la verità devi chiederlo a lei; quanto a me, penso che non dormisse. Era stata lei a preparare abito, cappello e calzature per Siddhartha e a disporli sul seggio. Lei aveva detto a Channa di sellare Kanthaka. Sapeva bene che il principe sarebbe partito quella notte. Come avrebbe potuto dormire? Credo che fingesse per evitare un penoso addio

a Siddhartha e a se stessa. Tu, Svasti, non la conosci ancora, ma la madre

di Rahula è una donna di grande determinazione. Indovinò le intenzioni di

Siddhartha e gli diede in segreto tutto il suo appoggio. Lo so perché, dopo Siddhartha, le ero più vicina di ogni altra persona". Proseguì raccontando come, il mattino seguente, l'assenza di Siddhar­ tha colmò tutti di stupore salvo Yasodhara. li re Suddhodana montò in collera, ricoprendo tutti di improperi e accusandoli di non a v, ere fatto nul­

per impedire al principe di partire. La regina Gotami, che si era precipi­

la

tata da Yasodhara, l'aveva trovata in lacrime ma quietamente seduta. Drappelli di soldati a cavallo erano stati inviati nelle quattro direzioni, con

l'ordine di trovare il principe e riportarlo indietro. Il drappello direttosi a sud si era imbattuto in Channa che conduceva un cavallo senza cavaliere. Channa li aveva prevenuti dal continuare la ricerca: "Lasciate che il princi­ pe segua il suo sentiero spirituale. Ho già pianto e supplicato, ma è deter­ minato a cercare la Via. Comunque sia, si è ormai addentrato nel territorio

di un altro regno. Non potete inseguirlo laggiù". Ritornato a palazzo Channa si prostrò tre volte a terra in segno di ri-

80

Libro primo

morso, poi consegnò al re la spada, la collana e i capelli. La regina Gotami e Yasodhara stavano al fianco del re. Vedendo le sue lacrime, Suddhodana non lo redarguì ma gli chiese pacatamente cosa fosse accaduto. Affidò la spada, la collana e i capelli alla custodia di Yasodhara. Il palazzo era sprofondato nella desolazione. Perdere il principe equivaleva a perdere la luce del sole. n re rientrò nei suoi appartamenti e non ne uscì per diversi giorni, lasciando gli affari di stato nelle mani del suo ministro, Vessamitta. Kanthaka rifiutò di mangiare e di bere, e in pochi giorni morì. Channa, sopraffatto dal dolore, chiese a Yasodhara di concedere al cavallo del prin­ cipe l'onore della cremazione rituale. Il racconto della bhikkhuni Gotami si era snodato fino a questo punto quando suonò la campana che chiamava alla meditazione. Tutti ebbero un moto di disappunto ma Ananda li ammonì a non saltare la meditazione, nonostante la bellezza del racconto, e li invitò a ritrovarsi il giorno seguen­ te nella sua capanna. Svasti e Rahula giunsero le mani e si inchinarono alla bhikkhuni Gotami, Ananda e Assaji, poi si avviarono verso la capanna del comune maestro, Sariputta. I due giovani amici camminavano fianco a fianco, in silenzio. I rintocchi della campana, finora lenti, si infittirono co­ me onde che si rompessero una a ridosso dell'altra. Svasti, seguendo il re­ spiro, recitò mentalmente la gatha della campana: "Ascolta, ascolta, questo suono meraviglioso mi riporta al mio vero sé ".

17 L a foglia di pippala Ai piedi dell'albero di pippala l'eremita Gautama raccolse il

17

La foglia di pippala

Ai piedi dell'albero di pippala l'eremita Gautama raccolse il suo formi­ dabile potere di concentrazione nell'esame del corpo. Vide che ogni cellu­ la è come una goccia d'acqua immersa nel fiume infinito di nascita esisten­ za e morte, senza riuscire a trovare nel corpo una sola cosa che rimanga immutata o di cui sia lecito dire che costituisca un sé separato. Mescolato con il fiume del corpo scorre il fiume delle sensazioni, in cui ogni goccia d'acqua è una sensazione. E anche queste gocce si accavallano in un pro­ cesso di nascita esistenza e morte. Alcune sensazioni sono piacevoli, altre spiacevoli e altre ancora neutre, ma tutte sono impermanenti. Appaiono e scompaiono, precisamente come le cellule del corpo. Con potente concentrazione Gautama investigò il fiume delle percezio­ ni, che scorre intrecciato al fiume del corpo e delle sensazioni. Le gocce del fiume delle percezioni si frammischiano influenzandosi l'un l'altra, in un identico processo di nascita esistenza e morte. Se le percezioni sono ac­ curate, la realtà si rivela; se sono distorte, la realtà si vela. Gli uomini sono eternamente preda della sofferenza a causa delle percezioni distorte: cre­ dono permanente ciò che è impermanente, dotato di un sé ciò che è privo di un sé, soggetto a nascita e morte ciò che non soffre né nascita né morte, e dividono ciò che non si può dividere. · Quindi illuminò di consapevolezza gli stati mentali che causano la soffe­ renza: paura, ira, odio, arroganza, gelosia, avidità e ignoranza. La consape­ volezza divampò in lui come un sole radiante, e Gautama usò il sole della consapevolezza per illuminare la natura di questi stati mentali negativi. Vi­ de come tutti nascono a causa dell'ignoranza. Sono l'esatto contrario della consapevolezza. Sono tenebra, assenza di luce. Vide che la chiave per giungere alla liberazione è perforare l'ignoranza e penetrare nel cuore del­ la realtà per farne esperienza diretta. Tale conoscenza non è più conoscen­ za intellettuale, ma esperienza diretta. In passato, Siddhartha aveva esplorato molti modi per vincere la paura,

:

82

Libro primo

l'ira e l' avidità, ma i metodi usati non avevano dato frutto perché non era­ no che tentativi di sopprimere sensazioni ed emozioni. Ora capiva che an­ ch'essi erano causati dall'ignoranza e che, liberandosi dall'ignoranza, le ostruzioni mentali svaniscono da sé, come le ombre al sorgere del sole. La visione profonda di Siddhartha era il frutto della sua grande concentra­ zione. Sorrise e levò lo sguardo a una foglia di pippala stagliata contro il cielo azzurro, la cui punta ondeggiava verso di lui come se lo chiamasse. Osser­ vandola in profondità, Gautama vi distinse chiaramente la presenza del so­ le e delle stelle; perché senza sole, senza luce e calore, quella foglia non sa­ rebbe esistita. Questo è in questo modo, perché quello è in quel modo. Anche le nuvole vide nella foglia, perché senza nuvole non c'è la pioggia e, senza pioggia, quella foglia non poteva esistere. E vide la terra, il tempo, lo spazio, la mente: tutti presenti nella foglia. In verità, iri quel momento pre­ ciso, l'universo intero si manifestava nella foglia. La realtà della foglia era un miracolo stupefacente. Generalmente si pensa che una foglia sia nata a primavera, ma Gauta­ ma vide che esisteva già da tanto, tanto tempo nella luce del sole, nelle nu­ vole, nell'albero e in se stesso. Comprendendo che quella foglia non era mai nata, comprese che anche lui non era mai nato. Entrambi, la foglia e lui stesso, si erano semplicemente manifestati. Poiché non erano mai nati, non potevano morire. Questa visione profonda dissolse le idee di nascita e morte, di comparsa e scomparsa; e il vero volto della foglia, assieme al suo stesso volto , divennero manifesti. Vide che è l' esistenza di ciascun fenome­ no a rendere possibile l'esistenza di tutti gli altri fenomeni. L'uno contiene il tutto, e il tutto è contenuto nell'uno. La foglia e il suo corpo erano una cosa sola. Nessuno dei due possedeva un sé permanente e separato, nessuno dei due poteva esistere indipenden­ temente dal resto dell'universo. Vedendo la natura interdipendente di tutti i fenomeni, Siddhartha ne vide perciò la natura vuota: tutte le cose sono vuote di un sé separato e isolato. Comprese che la chiave della liberazione sta nei due principi dell'interdipendenza e del non sé. Le nuvole correva­ no nel cielo, come uno sfondo bianco dietro la foglia traslucida di pippala. Forse quella sera stessa, incontrando una corrente fredda, le nuvole si sa­ rebbero trasformate in pioggia. Le nuvole erano una manifestazione, e la pioggia un'altra manifestazione. Le nuvole, che non erano mai nate, non sarebbero mai morte. Se le nuvole potessero capirlo, pensò Gautama, avrebbero certo cantato di gioia cadendo sotto forma di pioggia sulle montagne, le foreste e le risaie. Illuminando i fiumi del corpo, delle sensazioni, delle percezioni, delle formazioni mentali e della coscienza, Siddhartha comprese che l'imperma­ nenza e l' assenza di un sé sono le condizioni indispensabili alla vita. Senza

La /oglia dipippala

83

impermanenza, senza mancanza di un sé, nulla potrebbe crescere ed <:;voi­

versi. Se un chicco di riso non avesse la natura dell'impermanenza e del 11on sé, non potrebbe trasformarsi in una piantina. Se le nuvole non fosse­

ro prive di un sé e impermanenti, non potrebbero trasformarsi in pioggia.

Senza natura impermanente e priva di un sé, un bambino non potrebbe diventare un adulto. "Quindi" pensò, "accettare la vita significa accettare l 'impermanenza e l' assenza di un sé. La causa della sofferenza è la falsa no­ :t.ione della permanenza e di un sé separato. Vedendo ciò, si giunge alla comprensione che non c'è né nascita né morte, né creazione né distruzio­ ne, né uno né molti, né dentro né fuori, né grande né piccolo, né puro né

impuro. Sono tutte false distinzioni create dall'intelletto. Penetrando nella natura vuota delle cose, le barriere mentali vengono scavalcate e ci si libera dal ciclo della sofferenza".

Una notte dopo l'altra Gautama meditò ai piedi dell'albero di pippala, facendo splendere la luce della consapevolezza sul suo corpo, la sua mente c tutto l'universo. Da tempo i cinque amici l'avevano abbandonato, ed erano rimasti a praticare con lui la fo resta, il fium e, gli uccelli e le miriadi

di insetti che abitano la terra e gli alberi. Suo fratello nella pratica era il

grande albero di pippala. Anche la stella della sera che appariva ogni notte mentre sedeva in meditazione era suo fratello nella pratica. Fino a notte londa meditava Gautama. I bambini del villaggio andavano a trovarlo solo nelle prime ore del po­ meriggio. Un giorno Sujata gli portò riso cotto nel latte e nel miele, e Sva­

sti una bracciata di erba kusa. Dopo che Svasti l'ebbe lasciato per ricon­

durre i bufali a casa, Gautama fu invaso dalla sensazione che quella notte stessa avrebbe ottenuto il Grande Risveglio. La notte precedente aveva

latto molti sogni strani. Nel primo, vide se stesso disteso su un fi anco, che nm le ginocchia sfiorava l'Himalaya, con la mano sinistra toccava la riva

( !cl Mare Orientale, con la destra la riva del Mare

di poggiava sulla riva del Mare Meridionale. Nel secondo sogno, un fiore

di loto grande come la ruota di un carro sbocciava dal suo ombelico e cre­

sceva fino alle nuvole più alte. Nel terzo, uccelli d i ogni colm;e, in numero incalcolabile, volavano verso di lui da tutte le direzioni. Quei sogni gli �;cmbravano il presagio che il Grande Risveglio fosse vicino. Nelle prime ore della sera praticò la meditazione camminata lungo la ri­ va del fiume. Entrò nell 'acqua e si bagnò. Al crepuscolo rit ornò a sedere sotto il familiare albero di pippala. Sorrise guardando l'erba kusa sistema­ l a di fresco ai piedi dell'albero. Proprio meditando sotto quell'albero ave­ V<! fatto tante importanti scoperte. Ora, il momento che aveva tanto atteso si avvicinava. La porta dell'Illuminazione stava per spalancarsi. Lentamente Siddhartha si sedette nella posizione del loto. Guardò il liume che scorreva placido in lontananza, mentre la brezza accarezzava

Occidentale, e con i pie­

84

Libroprimo

l'erba della riva. La foresta era in pace, anche se piena di vita. Miriadi di insetti gli ronzavano intorno. Rivolse la consapevolezza al respiro e soc­ chiuse gli occhi. Nel cielo comparve la stella della sera.

18

La stella del mattino

Grazie alla presenza mentale, la mente, il corpo e il respiro di Siddhartha erano perfettamente unificati. La pratica della presenza menta­ le l'aveva reso capace di sviluppare grandi poteri di concentrazione che ora poteva usare per illuminare di consapevolezza corpo e mente. Entrato

in meditazione profonda iniziò a percepire la presenza di infiniti altri esse­ ri, nel mòmento presente, entro il suo stesso corpo. Esseri organici e inor­

ganici, minerali, muschi ed erbe, insetti, animali e persone

dentro di lui. Vide che gli altri, in quel preciso momento, erano lui stesso. Vide le proprie vite passate, con tutte le nascite e le morti. Assistette alla creazione e alla distruzione di migliaia di mondi e di migliaia di stelle. Provò le gioie e le pene di tutti gli esseri viventi, di quelli nati da un grem­

bo, nati da un uovo e nati dalla scissione, dividendosi in due creature nuo­ ve. Vide che ogni cellula del proprio corpo conteneva tutto ciò che è nel cielo e sulla terra, abbracciando insieme il passato, il presente e il futuro. Era la prima veglia della notte. Gautama si calò ancora più profondamente nella meditazione. Vide co­ me innumerevoli mondi nascono e muoiono, come vengono creati e di­ strutti. Vide gli esseri innumerevoli passare attraverso nascite e morti in­ calcolabili. Vide che le nascite e le morti non son'o che apparenze, e non la realtà, così come milioni di onde si alzano senza posa dalla superficie dell'oceano e vi sprofondano, mentre l'oceano è al di là di nascita e morte. Se le onde potessero comprendere di essere anch'esse acqua, trascende­ rebbero la vita e la morte e raggiungerebbero la pace interiore, superando tutte le paure. Tale comprensione gli consentì di trascendere la rete della nascita e della morte, e Gautama sorrise. Il suo sorriso era simile a un fiore schiusosi nell'oscurità della notte irradiando un alone di luce. Era il sorri­ so di una comprensione meravigliosa, la visione della distruzione di ogni contaminazione. Era la seconda veglia. In quel preciso momento si udì un tuono, mentre lampi di luce guizza-

tutti erano

86

Libro primo

vano come per squarciare il cielo. Nuvole nere nascosero la luna e le stelle. Cadde la pioggia. L'acqua inzuppava Gautama che non si mosse, perseve­ rando nella meditazione. Senza vacillare, illuminò di consapevolezza la propria mente. Vide che

gli esseri viventi soffrono perché non comprendono che partecipano della

stessa natura di tutti gli esseri. L'ignoranza dà nascita a un'infinità di pene,

di confusione e difficoltà. Avidità, ira, arroganza, dubbio, gelosia e paura,

affondano tutti le radici nell'ignoranza. Imparando a calmare la mente per vedere più a fondo nella vera natura delle cose, possiamo giungere alla comprensione globale che dissolve ogni ansia e ogni dolore, sostituendoli con l'accettazione e l'amore. Gautama vide che comprensione e amore sono un'unica cosa. Senza comprensione non vi può essere amore. n carattere degli uomini è il pro­ dotto di condizioni fisiche, emotive e sociali. Questa comprensione ci im­ pedisce di odiare anche chi agisce crudelmente e ci spinge a fare qualcosa per cambiare quelle condizioni. La comprensione origina compassione e amore, i quali a loro volta determinano la giusta azione. Per poter amare, bisogna prima comprendere; ed ecco che la comprensione si rivela la chia­ ve della liberazione. Per sviluppare la chiara comprensione è necessario vi­ vere in presenza mentale, in diretto contatto con la vita nel momento pre­ sente, vedendo la realtà di quanto avviene dentro e fuori noi stessi. La pra­ tica della consapevolezza rafforza la capacità di guardare in profondità. Se sappiamo vedere dentro il cuore delle cose, le cose si riveleranno. Questo è il tesoro segreto della presenza mentale: essa conduce alla liberazione e all'illuminazione. La vita viene illuminata da retta comprensione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione. Siddhartha lo chiamò ariya­ marga, il Nobile Sentiero. Guardando in profondità nei cuori degli esseri, Siddhartha poté vedere con chiarezza ogni mente, a qualunque distanza, e udì tutte le grida di do­ lore e di gioia. Raggiunse lo stato della vista divina, dell'udito divino e la capacità di percorrere infinite distanze senza muoversi. Era la fine della terza veglia, e i tuoni erano cessati. Le nuvole si dileguarono rivelando lo splendore della luna e delle stelle. Per Gautama fu coine se la prigione che lo racchiudeva da migliaia di esistenze fosse crollata. n carceriere era l'ignoranza. Solo l'ignoranza aveva oscurato la sua mente, così come le nuvole avevano nascosto la luna e le stelle. Velata da onde infinite di pensieri illusori, la mente aveva diviso in maniera fallace la realtà in soggetto e oggetto, io e altri, esistenza e non esi­ stenza, nascita e morte, e da tali discriminazioni erano sorte le visioni erra­ te, le prigioni della sensazione, del desiderio, dell'attaccamento e del dive­ nire. La sofferenza della nascita, della vecchiaia, della malattia e della mor-

La stella del mattino

87

lv non fa altro che rendere le mura più spesse. L'unica cosa da fare era ac­ ci uffare il carceriere e guardarlo in faccia. Ed ecco che il carceriere è l'ignoranza. L'ignoranza era stata vinta percorrendo il Nobile Ottuplice Sentiero. Una volta scomparso il carceriere, anche la prigione svanisce per non venire ricostruita mai più. Sorridendo, l'eremita Gautama sussurrò tra sé: "Carceriere, ora ti cono­ sco. Per quante esistenze mi hai tenuto prigioniero di nascita e morte? Ma ora vedo il tuo vero volto, e d'ora in avanti non potrai più costruire altre prigioni attorno a me". Siddhartha alzò gli occhi. La stella del mattino si levava all'orizzonte, vi­ vida come un diamante. Quante volte l'aveva guardata sedendo sotto l'al­ bero di pippala, ma ora era come se la vedesse per la prima volta. Aveva lo stesso bagliore, lo stesso sorriso trionfante dell'Illuminazione. Siddhartha guardò la stella del mattino e, colmo di compassione, esclamò: "Tutti gli Lsseri hanno in sé i semi dell'Illuminazione, eppure affoghiamo nell'ocea- 110 di nascita e morte per migliaia e migliaia di esistenze! ". Siddhartha capì di avere trovato la Grande Via. Aveva raggiunto lo sco­ po: il suo cuore era in pace e in perfetto benessere. Ripensò agli anni di ri­ cerca, colmi di delusioni e fatiche. Ripensò al padre, alla madre, alla zia, a Yasodhara, a Rahula e agli amici. Rivide il palazzo, Kapilavatthu, il suo popolo, il suo paese e tutti coloro che vivevano tra gli stenti e la povertà, specialmente i bambini. Si ripromise di trovare il modo per comunicare 4uanto aveva scoperto e aiutare gli altri a liberarsi dalla sofferenza. Dalla sua profonda conoscenza era nato un immenso amore per tutti gli esseri. Lungo il fiume, fiori dai vivaci colori si aprivano ai primi raggi del sole. rl sole danzava tra le foglie e scintillava sull'acqua. La sofferenza di Siddhartha era svanita e si rivelava la meraviglia della vita. Tutto assumeva un aspetto nuovo. Che meraviglia i cieli azzurri e le nuvole bianche! Gli parve che lui e l'intero universo fossero stati appena creati. In quel momento giunse Svasti. Vedendo il giovane guardiano di bufali corrergli incontro, Siddhartha sorrise. Ma Svasti si fermò di colpo e lo fis- sò a bocca aperta. " Svasti! ", lo chiamò Siddhartha. "Maestro !" rispose il ragazzo, riprendendosi. Svasti giunse le mani e si inchinò. Fece alcuni passi avanti e si fermò di nuovo, guardandolo con soggezione. Confuso dal suo stesso comporta­ mento, disse esitando: "Maestro, come sembri diverso oggi!" . Siddhartha gli fece cenno di avvicinarsi. Lo prese tra le braccia e chiese:

"Che differenza vedi? ". difficile esprimerlo ", rispose il ragazzo guardandolo bene. "Sembri diverso. È come se tu, se tu fossi una stella" . Siddhartha lo accarezzò sulla testa: "Davvero? Che cos'altro sembro?".

·

88

Libro primo

"Sembri un fiore di loto che si è appena aperto. Sei come, come la luna sul picco Gayasisa". Siddhartha lo guardò negli occhi: " Svasti, tu sei un poeta ! Ma dimmi, come mai così presto stamane? Dove hai lasciato i bufali? ". Svasti spiegò che aveva la giornata libera, perché i bufali erano impe­ gnati nell'aratura dei campi. Solo il vitello era rimasto nel recinto, e Svasti non doveva far altro che tagliare l'e rba. La notte lui, le sorelle e il fr atello erano stati svegliati dal rombo dei tuoni. La pioggia, entrando attraverso i buchi del tetto, aveva inzuppato i loro giacigli. Non avevano mai visto una bufera di tale violenza ed erano preoccupati per Siddhartha, che sapevano nella foresta. Si erano stretti assieme fino a che la tempesta era passata, poi si erano addormentati. Allo spuntare del giorno Svasti era corso al recinto dei bufali, aveva afferrato falcetto e pertica, e si era precipitato in direzio­

ne

della foresta per vedere come stava Siddhartha. Siddhartha gli prese la mano. "Oggi è il giorno più felice della mia vita.

Se

puoi, nel pomeriggio raduna i ragazzi sotto il pippala. Non dimenticare

di

portare tuo fr atello e le tue sorelle. Ma prima vai a tagliare l'erba per i

bufali". Svasti corse via contento, mentre Siddhartha percorreva a passi lenti la riva inondata di sole.

19

Il mandarino della presenza mentale

Sujata, portandogli il cibo a mezzogiorno, vide Siddhartha seduto sotto il pippala, radioso come il mattino. li volto e il corpo emanavano pace, gioia ed equanimità. Cento volte l'aveva veduto sedere sotto il pippala in dignità e maestosità, ma oggi aveva qualcosa di diverso. Mentre lo guarda­ va, Sujata sentiva svanire pene e preoccupazioni. Una felicità fr esca come la brezza primaverile le colmò il cuore. Sentì di non avere bisogno e di non desiderare nient'altro di quello che c'era, che tutto nell'universo era buo­ no e benevolo, e che nessuno doveva temere o disperarsi mai più. Fece al­ cuni passi e depose il cibo davanti a Siddhartha. Poi si inchinò, sentendo che la pace e la gioia che lo pervadevano si trasmettevano a lei.

"Siedi vicino a me", la invitò Siddhartha con un sorriso. "Ti ringrazio del cibo e dell'acqua che mi hai portato in tutti questi mesi. Oggi è il gior­ no più felice della mia vita perché, questa notte, ho trovato la Grande Via. Dividi con me questa felicità. Presto insegnerò la via a tutti ". Sujata lo guardò sorpresa. "Te ne andrai? Vuoi !asciarci? ". Siddhartha sorrise con amore. "Sì, devo andare ma non vi abbando­ nerò, miei ragazzi. Prima, vi mostrerò la via che ho scoperto". Sujata non si era tranquillizzata. Voleva fargli altre domande, ma Siddhartha la prevenne: "Resterò con voi altri giorni, per insegnarvi quan­

to

ho imparato. Solo allora mi rimetterò in cammino. Ma non ;s ignifica che

vi

abbandonerò per sempre. Di tanto in tanto ritornerò ". Sujata si rassicurò. Sedette e aprì la foglia di banana che avvolgeva il ri­

so. Rimase in silenzio accanto a Siddhartha mentre questi mangiava. Lo

guardò spezzare il riso e intingerlo nel sesamo. Il cuore le scoppiava di ine­ sprimibile fe licità. Terminato di mangiare, Siddhartha le disse di tornare a casa e di invita­

re i ragazzi del villaggio a ritrovarsi nel pomeriggio.

Arrivarono numerosi, compresi il fratello e le sorelle di Svasti. Tutti si erano lavati e avevano indossato abiti puliti, e le ragazze si erano avvolte

90

Libro primo

nei sari più belli. Sujata indossava un sari color avorio, Nandabala verde come i germogli di banana, e Bhima rosa. I bambini, come fiori freschi e colorati, sedettero attorno a Siddhartha ai piedi dell'albero di pippala. Sujata, per l' occasione, aveva portato un cesto di noci di cocco e pezzi di zucchero di palma. I bambini aprirono i cocchi e mangiarono la tenera polpa assieme allo zucchero. Nandabala e Subash avevano portato invece un cesto di mandarini. Siddhartha sedeva tra di loro, in perfetta felicità. Rupak gli offrì un pezzo di cocco zuccherato su una foglia di pippala. Nandabala, un mandarino. Siddhartha accettò e incominciò a mangiare. Mentre mangiavano, Sujata annunciò: "Cari amici, oggi è il giorno più felice nella vita del nostro maestro. Ha scoperto la Grande Via. Anche per me questo è un giorno speciale e, fratelli e sorelle, un giorno di gioia per tutti noi. Siamo qui per celebrare l'illuminazione del nostro maestro. Ve­ nerabile maestro, la Grande Via è stata trovata. Sappiamo che non rimar­ rai con noi, perciò ti preghiamo di insegnarci ciò che ritieni noi possiamo capire". Sujata giunse le mani e si inchinò a Siddhartha in segno di rispetto e de­ vozione. Anche Nandabala e gli altri giunsero le mani e si inchinarono con animo sincero. Siddhartha li invitò dolcemente a sedere di nuovo e disse: " Siete bambi­ ni intelligenti e sono certo che potete comprendere e mettere in pratica quanto vi dirò. La Grande Via che ho scoperto è sottile e profonda, ma chiunque sia disposto a impegnare il cuore e la mente sarà in grado di ca­ pirla e di seguirla. "Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente. Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza? Mangiando un mandarino, sapete che lo state man­ giando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gu­ stando la fragranza e la dolcezza. Il mandarino che Nandabala mi ha offer­ to aveva nove spicchi. Li ho messi in bocca uno per uno in consapevolezza e ho sentito quanto sono splendidi e preziosi. Non ho dimenticato il man­ darino, e così il mandarino è diventato qualcosa di molto reale. Se il man­ darino è reale, anche chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza. "Bambini, cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza? Mangiando un mandarino, non sapete che lo state mangiando. Non ne gu­ state la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, non sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, non sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fra-

Il mandarino della presenza mentale

91

granza e la dolcezza del mandarino, non sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Così facendo, non potete apprezzarne la natura splendida e preziosa. Se non siete consapevoli di mangiarlo, il mandarino non è reale. Se il mandarino non è reale, neppure chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza. "Bambini, mangiare il mandarino con presenza mentale significa essere davvero in contatto con ciò che mangiate. La vostra mente non rincorre i pensieri riguardo allo ieri o al domani, ma dimora totalmente nel momen­ to presente. ll mandarino è totalmente presente. Vivere con presenza men­ tale e consapevolezza vuol dire vivere nel momento presente, con il corpo e la mente che dimorano nel qui e ora. "Chi pratica la presenza mentale vede nel mandarino cose che altri non vedono. Una persona consapevole può vedere l'albero, le gemme primave­ rili, il sole e la pioggia che hanno fatto crescere il frutto. Guardando in profondità, si vedono le diecimila cose che hanno reso possibile il manda­ rino. Guardando un mandarino, una persona consapevole può vedere le meraviglie dell'universo e come tutte le cose interagiscono tra loro. Bambi­ ni, ogni giorno è un mandarino. Come un mandarino racchiude gli spic­ chi, ogni giorno racchiude le ventiquattro ore. Ogni ora è uno spicchio. Vivere tutte le ore del giorno è come mangiare tutti gli spicchi. La via da me trovata è quella del vivere ogni ora del giorno in consapevolezza, la mente e il corpo sempre presenti a ogni momento. Il contrario è vivere nell'inconsapevolezza. Se viviamo con la mente distratta, non sappiamo neppure di essere vivi. Non sperimentiamo la pienezza della vita, perché la mente e il corpo non vivono nel qui e ora". Gautama guardò Sujata e la chiamò. "Sì, maestro", disse Sujata giungendo le mani. "Che cosa pensi? Una persona che vive in consapevolezza, farà molti o pochi errori?". "Venerabile maestro, una persona che vive in consapevolezza farà po­ chi errori. Mia madre ripete sempre che una ragazza deve fare attenzione a come cammina, come sta in piedi, come parla,' come ride e come agisce, per evitare pensieri, parole e azioni che danno dolore a s� stessa e agli altri". "Proprio così, Sujata. Una persona che vive in consapevolezza sa che cosa sta pensando, dicendo e facendo. E può evitare pensieri, parole e azioni che recano sofferenza a se stessa e agli altri. " Bambini, vivere con consapevolezza significa vivere nel momento pre­ sente. Si è sempre consci di ciò che accade dentro di noi e attorno a noi. Si è in contatto immediato con la vita. Vivendo in questo modo, si potrà comprendere profondamente se stessi e quanto ci circonda. La compren­ sione porta alla tolleranza e all'amore. Se tutti gli esseri si comprendessero

92

Libro primo

l'un altro, si accetterebbero e si amerebbero reciprocamente. Allora non ci sarebbe più tanta sofferenza nel mondo. "E tu, Svasti, che cosa pensi? Le persone possono amarsi se non si capi­

scono "Venerabile maestro, senza comprensione l'amore è molto difficile. Mi ricordo un fatto accaduto a mia sorella Bhima. Una notte piangeva in con­ tinuazione, finché Bala perse la pazienza e la sculacciò. Bhima pianse an­ cora più forte. Io la presi in braccio e sentii che scottava. Ero sicuro che avesse male per colpa della febbre. Chiamai Bala e le dissi di metterle la mano sulla fronte, e Bala capì immediatamente perché Bhima piangeva. I suoi occhi si intenerirono, prese Bhima tra le braccia e le cantò una canzo­ ne. Bhima smise di piangere, anche se aveva ancora la febbre. Venerabile maestro, penso che le cose cambiarono perché Bala comprese il motivo del pianto di Bhima. Per questo credo che, senza capire, amare è impossi­ bile". "Proprio così, Svasti. Si può amare solo se si comprende. E solo con l'amore c'è accettazione. Bambini, vivete in consapevolezza e accrescete la vostra comprensione. Allora capirete voi stessi, gli altri e tutte le cose. Il vostro cuore si riempirà d'amore. Questo è la meravigliosa via che ho sco­ perto". Svasti giunse le mani. "Venerabile maestro, possiamo chiamarla la 'Via della Consapevolezza' ? " . Siddhartha sorrise. "Certamente. Possiamo chiamarla la Via della Con­ sapevolezza. Mi piace. La Via della Consapevolezza conduce al perfetto Risveglio". Sujata giunse le mani per chiedere il permesso di parlare. "Tu sei il ri­ svegliato, colui che indica come vivere in consapevolezza. Possiamo chia­ marti il 'Risvegliato'?". Siddhartha annuì. "Ne sarei davvero contento". Gli occhi di Sujata brillarono. "Nella lingua magadhi" continuò la fan­ ciulla, "usiamo la parola budh per dire 'svegliarsi'. Una persona risvegliata sarebbe quindi chiamata Buddha. Possiamo chiamarti 'Buddha' ?". Siddhartha annuì di nuovo. I bambini erano esultanti. Il più anziano del gruppo, il quattordicenne Nalaka, prese la parola: "Venerabile Buddha, siamo davvero felici che tu ci insegni la Via della Consapevolez­ za. Sujata mi ha raccontato che hai meditato sotto il pippala per sei mesi e che proprio questa notte hai ottenuto il Grande Risveglio. Venerabile

Buddha, quest'albero di pippala è il più bello della foresta. Possiamo chia­ marlo l"Albero del Risveglio', l"Albero della Bodhi'? La parola bodhi ha la stessa radice di 'buddha', e significa 'risveglio'". Gautama fece di sì con la testa. Anche lui esultava. Non immaginava che, nell'incontro con i bambini, avrebbero ricevuto un nome la via, lui

::>"

Il mandarino della presenza mentale

93

stesso e persino il grande albero. Nandabala giunse le mani: "Si sta facen­ do buio e dobbiamo tornare alle nostre case, ma verremo presto a ricevere altri insegnamenti". I bambini si alzarono e giunsero le mani in forma di bocciolo di loto per ringraziare il Buddha. Poi si avviarono chiacchierando come uno stormo di garruli uccellini. Il Buddha era felice. Decise di fer­ marsi più a lungo nella foresta per capire come seminare meglio i semi del Risveglio e per concedersi un periodo speciale gustando la pace e la gioia che la scoperta della via gli aveva donato.

del Risveglio e per concedersi un periodo speciale gustando la pace e la gioia che la

20

Il cervo

Ogni giorno il Buddha si bagnava nel fiume Neranjara. Faceva medita­ zione camminata sulle rive e seguendo i sentieri nella foresta che lui stesso aveva tracciato camminando. Sedeva in meditazione sulla riva del fiume o sotto l'albero della bodhi, le cui fronde erano abitate da centinaia di uccel­

li cinguettanti. Aveva realizzato il suo voto. Sapeva di dover tornare a Ka­ pilavatthu, dove tanti erano in attesa di conoscere i risultati della sua ricer­ ca. Si ricordava anche del re Bimbisara, della città di Rajagaha. Provava un'affinità particolare verso il giovane monarca e desiderava rivedere an­ che lui. C'erano poi i suoi cinque amici. Il Buddha sapeva che tutti loro avevano la capacità di ottenere rapidamente la liberazione, e voleva ritro­ varli. Sicuramente vivevano ancora nei paraggi.

Il fiume, il cielo, la luna e le stelle, le montagne, la foresta, ogni stelo

d'erba e ogni granello di polvere si erano trasformati agli occhi del Buddha. Sapeva che i lunghi anni spesi vagando alla ricerca della Via non erano sprecati. In verità, attraverso le prove e gli stenti, aveva trovato la Via nel proprio cuore. Tutti gli esseri possiedono il cuore dell'illuminazio­ ne, i suoi semi sono presenti in tutti. Gli esseri viventi non hanno bisogno di ricercarla al di fuori di se stessi perché in essi è già presente tutta la sag­ gezza e la forza dell'universo. Questa fu la grande scoperta del Buddha, motivo di letizia per ognuno.

I bambini venivano spesso a trovarlo e il Buddha era felice di vedere che la via della liberazione si poteva esprimere in modo semplice e natura­ le. Anche quei ragazzi di campagna privi di istruzione capivano il suo inse­ gnamento, e ciò lo incoraggiava. Un giorno si presentarono con un cesto di mandarini, col desiderio di

mangiarli in consapevolezza per mettere in pratica il primo insegnamento ricevuto dal Buddha. Sujata si inchinò rispettosamente e gli presentò il ce­ sto. Il Buddha giunse le mani come un bocciolo di loto e prese un manda­ rino. Poi Sujata lo offrì a Svasti, che sedeva accanto al Buddha. Anche Sva-

Il cervo

95

sti giunse le mani e prese un frutto. Sujata presentò il cesto a tutti i bambi­ ni, finché tutti ebbero un mandarino. Poi sedette e giunse le mani prima di prenderne uno per se stessa. I bambini sedevano in silenzio. Il Buddha disse loro di seguire il respiro e sorridere. Quindi sollevò il mandarino nel­ la mano sinistra e lo guardò intensamente. I bambini ne seguirono l'esem­ pio. Lentamente iniziò a sbucciarlo, e i bambini sbucciarono lentamente il proprio. Maestro e discepoli gustarono il mandarino in silenziosa consape­ volezza. Quando tutti ebbero finito, Bala radunò le bucce. Ai bambini era piaciuto moltissimo mangiare i mandarini in presenza mentale assieme al Buddha. E il Buddha fu molto felice di condividere quella pratica con loro. I bambini arrivavano al pomeriggio. Il Buddha insegnò loro a sedere senza muoversi e a seguire il respiro per calmare la mente se erano tristi o arrabbiati. Gli insegnò la meditazione camminata per ristorare la mente e il corpo. Gli insegnò a guardare attentamente gli altri e le proprie azioni per sviluppare la capacità di vedere, capire e amare. E i bambini capivano tutto ciò che gli veniva insegnato. Nandabala e Sujata dedicarono un giorno intero a cucire un abito nuo­ vo per il Buddha. Era dello stesso color mattone del vecchio. Quando Sujata seppe di dover usare l'abito funebre che aveva avvolto il cadavere della sua serva Radha, morta di tifo, le era venuto da piangere. Quando le due giovani giunsero con il dono, il Buddha sedeva sotto l'albero della bodhi. Attesero in silenzio che riemergesse dalla meditazione e gli offrirono l'abito nuovo. Il Buddha ne fu molto felice. "Ne avevo proprio bisogno" disse, e aggiunse che avrebbe conservato il vecchio per indossarlo ogni volta che avesse lavato quello nuovo. Nanda­ bala e Sujata decisero in segreto di cucirgli un secondo abito. Un giorno Balagupta, un'amica dodicenne di Sujata, domandò al Buddha di parlare dell'amicizia. Il giorno prima Balagupta aveva avuto una discussione con l'amica del cuore, ]atilika. Per questo, venendo dal Buddha, non voleva fermarsi alla casa di ]atilika e l'aveva fatto solo dietro insistenza di Sujata. Da parte sua, ]atilika aveva �ccettato di yenire con lo­ ro solo per la presenza di Sujata. Giunte all'albero della bodhi, le due bambine si erano sedute una da una parte e una dall'altra. Il Buddha narrò dell'amicizia tra un cervo, un uccello e una tartaruga. La storia, disse, risaliva a molte migliaia d'anni prima, in una sua passata esistenza in forma di cervo. I bambini erano stupiti. "Nelle esistenze pre­ cedenti" spiegò il Buddha, "tutti siamo stati terra, pietre, rugiada, vento, acqua e fuoco. Siamo stati muschi, erbe, alberi, insetti, pesci, tartarughe, uccelli e mammiferi. La meditazione me l'ha mostrato con chiarezza. Ecco che, in quella vita, io ero un cervo. È un fatto assolutamente normale. Ricordo ancora una vita in cui fui un masso in cima a una montagna, e

96

Libroprimo

un'altra in cui fui un albero di plumeria. Lo stesso è accaduto a ciascuno

di voi. La storia che voglio raccontarvi narra di un cervo, un uccello, una

tartaruga e un cacciatore. Forse l'uccello e la tartaruga erano proprio due

di voi.

"Tutti abbiamo già vissuto in epoche in cui gli uomini non esistevano ancora, persino quando sulla terra non c'erano né uccelli né mammiferi. C'erano solo forme vegetali, nel fondo dei mari e sulla crosta terrestre. A quei tempi forse eravamo pietre, rugiada, piante. Poi sperimentammo la vita in fo rma di uccelli, animali di tutte le specie e, infine, uomini. Anche ora siamo molto più che semplici esseri umani. Siamo piante di riso, man­ darini, fiumi e aria perché, senza queste cose, non potremmo esistere. Ogni volta che vedrete una pianta di riso, una noce di cocco, un mandari­ no o dell'acqua, ricordate che la vostra vita dipende da molti altri esseri. E questi altri sono parte di voi. Se riuscirete a vederlo, proverete vera com­ prensione e vero amore. "La storia che voglio raccontarvi avvenne molte migliaia di anni fa , ma potrebbe svolgersi in questo preciso momento. Ascoltate con attenzione e

scoprite se avete delle cose in comune con gli animali del racconto ". La storia è questa. A quel tempo il Buddha era un cervo che viveva in una foresta dov'era un lago cristallino in cui il cervo amava abbeverarsi. Nel lago viveva una tartaruga e tra i rami di un salice della riva viveva una gazza. Cervo, Tartaruga e Gazza erano molto amici. Un giorno un caccia­ tore, seguendo le orme di Cervo, giunse sulla riva del lago. Costruì una trappola con corde robuste e ritornò alla sua capanna ai margini della fo­ resta. Quando Cervo venne ad abbeverarsi, cadde nella trappola. Le sue grida furono udite da Tartaruga e da Gazza. La prima uscì dall'acqua, la secon­ da prese il volo dal nido, e dibattevano come tirar fuori l'amico da quell'impiccio. "Sorella Tartaruga" disse Gazza, "le tue mascelle sono ro­

buste e resistenti. Rodi le corde e spezzale. Io intanto impedirò al cacciato­

re di tornare" , e volò via in gran fretta.

Tartaruga iniziò a rodere le corde. Gazza raggiunse in volo la casa del cacciatore e attese tutta la notte su un mango di fronte. All'alba, il cac­ ciatore prese un coltello affilato e uscì. Appena lo vide, Gazza gli si av­ ventò in viso con tutta la forza. Colpito dall'uccello, il cacciatore rimase stordito e rientrò nella capanna. Si coricò per riprendersi. Poi si rialzò e, sempre tenendo stretto il coltello, uscì dalla porta posteriore. Ma l'astuta Gazza, che l'aveva previsto, lo aspettava su un albero del pane. Di nuovo gli si scagliò in viso, percuotendolo con forza. Assalito per la seconda vol­ ta, il cacciatore rientrò nella capanna per riflettere sull'accaduto. Decise che era un giorno infausto e che avrebbe fatto meglio a rimanere in casa fi­ no all'indomani.

Il cervo

97

L'indomani si levò di buon'ora. Prese il coltello affilato e, per precau­ zione, prima di mettere il piede fu ori della porta, si riparò il volto con il cappello. Vedendo che non poteva più attaccarlo, Gazza si affrettò nella foresta per avve rtire gli amici. "Il cacciatore sta arrivando !". Tartaruga stava masticando l'ultima corda, che sembrava più dura dell'acciaio. Aveva le mascelle escoriate e sanguinanti per avere lavorato senza tregua due notti e un giorno. Eppure non si fermò. Proprio allora apparve il cacciatore. Terrorizzato, Cervo diede un violento strattone che spezzò la fune. Finalmento libero, fuggì di corsa nella foresta. Gazza balzò sul ramo più alto del salice. Ma Tartaruga era stremata e non riusciva a muoversi. Adirato perché il cervo gli era sfuggito, il cacciatore afferrò la tartaruga e la gettò dentro la sacca di cuoio. Appese la sacca a un ramo del salice e si precipitò sulle orme di Cervo. Cervo, che si era nascosto dietro un cespuglio, vide Tartaruga nei guai e pensò: "I miei amici hanno rischiato la vita per me, ora è il momento di fa ­ re lo stesso per loro" . Uscì allo scoperto, in piena vista del cacciatore. Fin­ se di incespicare come se non si reggesse sulle zampe e zoppicò via lenta­ mente. Il cacciatore pensò: "Il cervo è privo di forze. Mi avvicinerò furtivamen­ te e lo ucciderò con il coltello ". Il cacciatore seguì Cervo sempre più nel folto della foresta. Cervo face­ va in modo di tenersi di poco fu ori della portata del cacciatore. All'im­ provviso, ormai lontani dal lago, Cervo si mise a correre e scomparve dalla vista del cacciatore. Cancellando le impronte, ritornò al lago. Con le corna fece cadere la sacca dal ramo e liberò Tartaruga. Gazza si unì agli amici. "Oggi mi avete salvato da morte sicura nelle mani del cacciatore", disse Cervo. "Ma temo che presto sarà di nuovo qui. Gazza, vola in un luogo si­ curo. E tu, sorella Tartaruga, immergiti nell'acqua e non farti vedere. Quanto a me, mi nasconderò nella foresta". Il cacciatore ritornò e trovò la sacca vuota a t�rra. La raccolse indispet­ tito e, stringendo con rabbia il coltello, si trascinò verso casa. ; I bambini avevano ascoltato la storia con gli occhi spalancati. Quando il Buddha raccontò di come divennero lacere e sanguinanti le mascelle di Tartaruga che masticava le corde per liberare l'amico, Rupak e Subash sta­ vano per piangere. "Che cosa pensate, bambini", chiese il Buddha. "Io ero Cervo. Qualcuno di voi era Tartaruga? ". Quattro, tra cui Sujata, alzarono la mano. "E chi di voi era Gazza? ". Alzarono la mano Svasti, Jatilika e Balagupta. Sujata guardò Jatilika, poi Balagupta. "Se tutte e due eravate Gazza, si­ gnifica che siete una sola persona. A che serve che Gazza sia arrabbiata

98

Libro primo

con Gazza? La nostra amicizia non può essere uguale a quella di Gazza, Tartaruga e Cervo? ". Balagupta si alzò, si avvicinò a Jatilika e le prese la mano fra le sue. Jati­ lika l'attirò tra le braccia e poi si tirò da parte per farle posto. Il Buddha sorrise. "Bambini, avete capito la storia. Ricordate che fatti come quello che vi ho appena raccontato accadono in continuazione nella vita di tutti i giorni ".

21

Lo stagno dei loti

I bambini ritornarono a casa e il Buddha fe ce meditazione cammin ata. Sollevò l' abito per passare il fiume e seguì un sentiero che, dividendo due risaie, portava a uno stagno di loti che aveva caro. Sedette a contemplare

gli splendidi fiori.

Guardando gli steli, le foglie e i petali pensava alle fasi della crescita di un loto. Le radici erano sepolte nel fango . Alcuni steli restavano sotto la

superficie dell'acqua mentre altri ne emergevano appena, con le foglie

strettamente avvolte al gambo. C'erano boccioli ancora chiusi, altri che in­ cominciavano a schiudersi, e fiori già in pieno sboccio. E c'erano capsule

di semi da cui i petali erano tutti caduti. C'erano fiori bianchi, azzurri e ro­

sa. Il Buddha rifletteva che le persone non sono diverse dai fiori di loto, ciascuno ha una predisposizione naturale. Devadatta era diverso da Anan­ da, Yasodhara era diversa dalla regina Pamita, e Sujata da Baia. Carattere, virtù, intelligenza e talenti variano in grande misura. La Via della Libera­ zione, da lui scoperta, doveva venire esposta in modi diversi per adattarsi alla varietà delle persone. Insegnare ai bambini, pensò, era piacevole: con loro poteva esprimersi con semplicità. Metodi diversi di insegnamento sono come pqrte attraverso cui persone diverse possono entrare e capirlo. Le 'porte del Dharma' dqvevano risul­ tare dagli incontri con gli altri. Non c'erano metodi già pronti, ricevuti miracolosamente sotto l'albero della bodhi. Il Buddha vedeva che occor­ reva ritornare nella società degli uomini per mettere in moto la ruota del Dharma e sp argere i semi della liberazione. Quarantanove giorni erano passati dal Risveglio, era tempo di lasciare Uruvela. Decise di partire il mattino seguente, abbandonando la frescura della foresta sulle rive del Neranjara, l'albero della bodhi e i bambini. Voleva, prima di tutto, recarsi dai suoi maestri, Alara Kalama e Uddaka Ramaputta, che sapeva in grado

di ottenere il Risveglio all'istante. Dopo aver beneficiato quelle due vene­

rabili figure, avrebbe raggiunto i cinque amici con cui aveva diviso le mor-

l00

Libro primo

tificazioni ascetiche. Quindi intendeva ritornare nel Magadha, dal re Birn­ bisara. Venne il mattino. Il Buddha indossò l'abito nuovo e s'incamminò verso

Uruvela nella bruma dell'alba. Alla capanna di Svasti annunciò al giovane guardiano di bufali e ai suoi fratelli che era giunto il tempo di partire. Ac­ carezzò con tenerezza i bambini sul capo, e insieme raggiunsero la casa di Sujata. Udendo la notizia, Sujata pianse. "Devo andarmene per adempiere le mie responsabilità", disse il Buddha. "Ma prometto di tornare tra voi ogni volta che potrò. Bambini,

mi

siete stati di grande aiuto e vi sono riconoscente. Ricordate ciò che vi

ho

detto e mettetelo in pratica. Se farete così, io non sarò mai separato da

voi. Sujata, asciuga le lacrime e fammi un sorriso ". Sujata si asciugò le lacrime con un angolo del sari e si sf