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GIULIO PIRONDINI

L’EDUCAZIONE MUSICALE

L’uomo che non ha musica in se stesso, che toccato


non è dall’armonia di dolci suoni, è incline al tradimento, al
furto, alla perfidia; e oscuro come la notte dei suoi sensi è il
moto e foschi come l’Erebo i suoi fini. Non conceder fiducia
a un tale uomo! Alla musica sol presta orecchio!
(Shakespeare, Il mercante di Venezia)

Se è vero, come recita un assunto induista, che “il mondo è suono”, una corretta
comprensione delle leggi che dominano l’universo sonoro, in senso generale, ed una
sana educazione al linguaggio musicale e ai molteplici significati nei quali esso si
traduce, dovrebbero costituire il nostro pane quotidiano, se non addirittura la fonte della
nostra stessa sopravvivenza. Fortunatamente il nesso appena tracciato non si presenta a
tal punto stringente ed ineludibile da paventare l’estinzione della razza umana, tuttavia,
ironia a parte, il problema esiste.
Quando si vive, come oggi, in un mondo in cui il ruolo e la potenza dell’immagine
visiva esercitano un predominio pressoché incontrastato sulle altre espressioni
sensoriali, incaricarsi della educazione al suono e di una divulgazione musicale non
banale ma utile anche in senso didattico, può rappresentare spesso una vera e propria
missione dagli esiti certamente non scontati. Ma come ogni buona missione che si
rispetti, poco importa se il percorso si presenta tortuoso: gli ostacoli vanno già messi in
conto, sapendo che l’unica “arma” a nostra disposizione è rappresentata dalla ferma
convinzione dei buoni propositi per i quali ci si muove e dalla fede negli alti valori
incarnati dalla missione stessa.
Fuor di metafora: l’educazione musicale praticata nelle scuole italiane appare oggi
forse più curata e ragionata rispetto al passato, tuttavia credo continuino a persistere
situazioni di pericoloso ristagnamento negli ormai consunti modelli e metodi didattici, i
quali, fondati su un’ottica meramente manualista e accademica, risultano così mutilati di
quell’approccio e di quello spirito educativo spontaneo, sperimentatore ed esplorativo
che con l’insegnamento della musica dovrebbe forse camminare a braccetto.
Molti ponti sono stati gettati, diverse porte sono state aperte e nuovi sentieri sono
quotidianamente tracciati, sia in ambito strettamente scolastico, sia para-scolastico
attraverso gli innumerevoli corsi, diplomi, master a sfondo musicale di ogni tipo, che
spesso, da un certo tempo a questa parte, sembrano venire alla luce prima ancora di
essere stati progettati. Nonostante districarsi in questa fitta “selva formativa” sia
tutt’altro che agevole, sussiste comunque la sensazione che ciò che si è fatto non sia
stato sufficiente quantomeno ad estirpare quel grave paradosso ancora radicato nella
cultura italiana: il paese del bel canto sembra “disincantato”, quasi scettico di fronte alla
possibilità (un pieno diritto, in effetti!) di equiparare il valore della materia Musica a
quello delle altre discipline di studio. È questo un deficit evidente se si pone sulla
bilancia anche la situazione degli altri paesi europei, nei quali l’elevato grado di
alfabetizzazione musicale non può far altro che suscitare un più che legittimo (e
purtroppo, a quanto pare, statico ed inerte) imbarazzo da parte del popolo “con chitarra e
mandolino”.
Educare all’arte dei suoni (e farlo con gli strumenti idonei) dovrebbe costituire
invece un’imprescindibile e quanto mai sentita circostanza del curriculum formativo e
perfino dello stesso sviluppo cognitivo di ogni individuo. L’attività di educazione
musicale può infatti assumere connotazioni e sensi differenti a seconda della lente e del
filtro che si utilizzano per esaminarla.
Educare alla musica appare essere il senso comunemente più accettato (chissà se
correttamente praticato…): si riconduce all’idea di un insegnamento generale degli
aspetti e delle problematiche insite nell’argomento musicale stesso. Ciò non significa
tuttavia che sia sufficiente una mera produzione nozionistica di date, cenni biografici di
compositori o semplicistici compendi storici. Per non cadere in automatismi di questo
tipo, in facili etichettature, in dubbi dualismi e pregiudizi quali “musica classica = alto
valore educativo; musica pop = basso v. e.” e per non imbavagliare l’insegnamento di
tale materia in una, dopotutto comoda, accezione sacralizzata di musica come “I grandi
capolavori assoluti del passato”, occorre affrontare il problema in maniera critica,
seguendo un’ottica il più possibile aperta ed elastica , evitando di rappresentare la realtà
in maniera lineare, univoca e immodificabile, ma trasmettendo sempre un sano desiderio
indagatore ed esplorativo, anche per le questioni apparentemente più note e scontate.
In un senso più ristretto, si può parlare poi di educazione per la musica, riferendosi
all’insegnamento specialistico indirizzato ad uno strumento ad esempio, o ad un
particolare campo del sapere teorico: è un’educazione (in Italia soprattutto) dal sapore
ancora fortemente élitario e settoriale finalizzata alla auto-alimentazione del circuito
produttivo e performativo stesso. Nell’opinione comune, insegnare a suonare uno
strumento rientra a far parte di una tecnica specifica, quasi un artigianato riservato ad
una eletta schiera di studenti di conservatorio dal quale la scuola dell’obbligo se ne tiene
bene alla larga. Tutto ciò potrebbe mantenere un senso finché non si venisse ad urtare un
altro paradosso: da una parte pagine e pagine di sole note da eseguire sul proprio
strumento e poco altro (conservatorio); dall’altra zaini colmi di informazioni su
musicisti, compositori e cenni storici da “appiccicarsi” nella mente per l’interrogazione
successiva (scuola). I due mondi forse dovrebbero comunicare meglio e più spesso.
In una terza accezione, infine, occorre considerare l’educazione con la musica. La
comprensione delle logiche che stanno alla base di quest’arte infatti, può essere intesa
non soltanto come fine a se stessa ma altresì come veicolo per giungere ad altri saperi ed
altri livelli di comprensione apparentemente indifferenti all’ambito strettamente
musicale. Educazione musicale significa anche educazione al dialogo e al confronto;
ancor prima, sapere ascoltare rappresenta una grande virtù nella quale si racchiudono le
capacità di ragionare in modo critico, di sapersi mettere in discussione e di relazionarsi
con il mondo e la società circostante, qualità oggi più che mai importanti. Scriveva
Hesse, rifacendosi ad un’antica fonte cinese:

La musica di un’epoca ordinata è calma e serena e il governo è equilibrato.


La musica di un’epoca irrequieta è agitata e truce e il governo stolto.
La musica di uno stato decadente è sentimentale e triste e il governo è in
pericolo!
(H. Hesse, Gioco delle perle di vetro)

L’educazione musicale non si presenta dunque come un tema certo e dato una volta
per tutte; al contrario essa si pone come una questione delicata, dalle numerose
sfaccettature, declinabile di volta in volta in maniera diversa a seconda delle situazioni,
dei soggetti e degli obiettivi a cui si vuole giungere. La grande elasticità di una attività
didattica del genere permette di tendere, potenzialmente, a risultati e livelli di sapere
(forse non raggiungibili nello stesso modo da altre materie…) estremamente variegati e
di indubbio valore morale ed educativo per l’individuo, a tutto vantaggio di uno
sviluppo più maturo e consapevole.

Ci si sveglia con la poesia, ci si consola con i riti,


ci si perfeziona con la musica.
(Confucio)