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L'antropologia culturale è uno dei campi dell'antropologia, lo studio olistico[1]

dell'umanità. In particolare essa è la disciplina che ha promosso e sviluppato


la cultura come oggetto di studio scientifico; essa è anche il ramo
dell'antropologia che studia le differenze e le somiglianze culturali tra gruppi
di umani.
Parte del mondo accademico ha scelto di considerare sotto questa etichetta
tutte le scienze demo-etno-antropologiche non fisiche. Tuttavia, si tende
anche a dare all'antropologia culturale continuità con la sua provenienza dalla
tradizione americana, considerandola quindi un approccio antropologico
particolare che privilegia lo studio di aspetti più culturali dell’umanità.

Concetti di base
I concetti su cui si basa l'antropologia culturale sono in parte dovuti a una
reazione contro la passata concezione occidentale basata sull'opposizione
tra natura e cultura, secondo la quale alcuni esseri umani sarebbero vissuti in
un ipotetico "stato naturale". Gli antropologi si oppongono a questa visione, in
quanto la cultura fa in realtà parte della natura umana: ogni persona ha infatti
la capacità di classificare le proprie esperienze, di codificare simbolicamente
tali classificazioni e di insegnare tali astrazioni ad altri. Poiché la cultura viene
appresa, le persone che vivono in luoghi differenti avranno differenti culture.
Gli antropologi hanno inoltre sottolineato che attraverso la cultura le persone
possono adattarsi al proprio contesto ambientale in modi non-genetici,
cosicché persone che vivono in contesti ambientali diversi avranno spesso
culture differenti, anzi, addirittura elementi comuni che tra le culture hanno
quasi sicuramente significati diversi.
Molte delle teorie antropologiche si basano sulla considerazione e l'interesse
per la tensione tra l'ambito locale (le culture particolari, il folklore) e l'ambito
globale (la natura umana universale, ovvero la rete di connessioni che unisce
le persone di luoghi diversi). Dobbiamo anche dire che l'antropologia culturale
ha vari settori, come tutte le altre discipline. Abbiamo l'antropologia politica,
l'antropologia medica, l'antropologia della parentela, l'antropologia religiosa,
l'antropologia applicata e l'antropologia psicologica.

Breve storia e definizione della disciplina


L'antropologia culturale ha le sue radici nelle riflessioni che le scoperte
geografiche suscitarono negli umanisti europei dei secoli XVI-XVII e nasce
nel XIX secolo, tra Europa e Stati Uniti. L'espansione della borghesia
capitalista, lo sfruttamento delle terre coloniali, lo sviluppo e la protezione dei
nuovi mercati, il rapporto 'amministrativo' con la 'gente di colore', lo sforzo
connesso alla cristianizzazione dei 'pagani', furono tutte condizioni dello
sviluppo degli studi antropologici.[2] Lewis Henry Morgan, Edward Burnett
Tylor e James Frazer furono tra le prime figure di spicco di una disciplina che
utilizzava principalmente materiali raccolti da altri, di solito missionari,
esploratori, o ufficiali coloniali, Fin da principio, lo studio antropologico delle
culture 'altre' fu spesso funzionale - per quanto riguarda gli studiosi in modo
più o meno consapevole - alla dominazione e allo sfruttamento dei popoli
entrati in contatto con l'espansionismo occidentale. Popoli che per poter
essere dominati, dovevano innanzitutto essere concepiti e in qualche modo
ricondotti a schemi interpretativi precostituiti. Tuttavia, di pari passo,
l'osservazione dell'umana alterità consentì di mettere in causa proprio quelli
stessi schemi, di osservarli da punti di vista nuovi e inusuali, mediante uno
sguardo confrontante e critico.
Sebbene in Inghilterra l'approccio antropologico ponesse al centro non tanto
la cultura ma la società, fu proprio il britannico Tylor a dare la prima
definizione di cultura: "presa nel suo più ampio significato etnografico è
quell'insieme complesso che include il sapere, le credenze, l'arte, la morale, il
diritto, il costume, e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall'uomo in
quanto membro della società". Nel XIX secolo gli etnologi erano divisi: alcuni,
come Grafton Elliot Smith ipotizzavano che i differenti gruppi umani
dovessero in qualche modo aver appreso queste usanze simili gli uni dagli
altri, sebbene in modo indiretto: in altre parole credevano che i tratti culturali
si diffondessero da un luogo all'altro. Altri pensavano che differenti gruppi
fossero capaci di inventare credenze e pratiche simili indipendentemente
l'uno dall'altro.
La disciplina per tutto l'Ottocento fu comunque dominata da coloro che, come
Morgan, ipotizzavano che le somiglianze indicassero che i differenti gruppi
fossero passati attraverso i medesimi stadi di evoluzione culturale. Nel XX
secolo gli antropologi per la maggior parte rifiutarono la concezione secondo
la quale tutte le società umane dovrebbero passare attraverso tutti gli stadi di
sviluppo nello stesso ordine. Alcuni etnologi del XX secolo, come Julian
Steward, hanno piuttosto ritenuto che le somiglianze riflettessero adattamenti
simili a un simile contesto ambientale. Altri come Claude Lévi-Strauss, hanno
ipotizzato che tali somiglianze riflettano fondamentali somiglianze nella
struttura del pensiero umano (vedi Strutturalismo).
Sempre nel XX secolo gli antropologi socio-culturali si rivolsero per lo più agli
studi etnografici, vivendo per qualche tempo a scopo di studio in mezzo alle
società in esame, partecipando e contemporaneamente osservando la vita
sociale e culturale del gruppo. Questo metodo fu sviluppato da Bronisław
Malinowski (che svolse lavori sul campo nelle isole Trobriand e insegnò in
Inghilterra), e promosso anche da Franz Boas (che lavorò nelle isole Baffin e
insegnò negli Stati Uniti). Sebbene gli etnologi del XIX secolo considerassero
le teorie della diffusione e dell'invenzione indipendente come ipotesi che si
escludevano a vicenda, molti etnologi furono d'accordo nel riconoscere che
entrambi i fenomeni accadono e che entrambi sono spiegazioni plausibili per
le somiglianze.
Questi etnografi facevano tuttavia notare che tali somiglianze erano spesso
superficiali, e che persino certi tratti culturali che subivano un processo di
diffusione, spesso cambiavano di significato e di funzione nel trasferimento
da una società all'altra. Di conseguenza questi antropologi non erano
interessati a paragonare tra loro le diverse culture, per trarne generalizzazioni
sulla natura umana o per scoprire le leggi universali dello sviluppo culturale,
ma piuttosto si preoccupavano di comprendere le culture particolari nei loro
propri termini. Essi promossero la concezione del "relativismo culturale",
considerando che le credenze e i comportamenti di una persona potessero
essere compresi solo nel contesto della cultura in cui questa viveva.
Antropologia sociale e culturale[modifica | modifica wikitesto]
Agli inizi del XX secolo l'antropologia si sviluppò in forme diverse in Europa e
negli Stati Uniti. Gli antropologi europei si occuparono soprattutto
dell'osservazione dei comportamenti e della struttura sociale, ossia delle
relazioni tra i ruoli sociali (p.e. marito e moglie, o genitore e figlio) e le
istituzioni sociali (p.e. religione, economia, politica). Il metodo di osservazione
di altre culture viene definito "osservazione partecipante", che sta a indicare
l'osservazione diretta e non passiva delle pratiche locali.
Gli antropologi americani invece si occuparono soprattutto dei modi in cui le
persone esprimono la loro visione su se stesse e sul mondo che le circonda,
soprattutto riguardo alle forme simboliche (arti e ai miti). Al centro della loro
riflessione c'è la cultura, la sua trasmissione, innovazione, variazione. Questi
due approcci spesso coincidono (ad esempio la parentela è vista insieme
come sistema simbolico e come istituzione sociale), ma le descrizioni che si
danno dei medesimi fenomeni sono rimaste a lungo fortemente orientate
dalla scuola di appartenenza. Attualmente gli antropologi sono ugualmente
interessati a quello che le persone fanno e a quello che dicono. Tuttavia, con
l'espressione antropologia culturale si tende a indicare una visione
dell'antropologia più vicina all'approccio di origine americana.
Anche sotto il profilo diacronico gli interessi si sono differenziati.
Nella prima metà del XX secolo Pierre Teilhard de Chardin definì il fenomeno
culturale come l'affermarsi della noosfera ossia della sfera in cui sono
collocati tutti i significati riconoscibili dall'uomo. Come esiste una biosfera su
tutta la superficie della terra, così si può dire che esiste anche una noosfera.
Uno dei quesiti che si pose (siamo alla fine della seconda guerra mondiale)
era se le varie culture, come quelle storiche che si erano trasformate in
grandi civiltà come la egiziana, la sumera, la ittita, la indiana ecc., potessero
essere comprese dai contemporanei e se le stesse potessero essere a loro
volta linfa viva di rinnovamento per la società.
Gli studi di antropologia culturale e di Sociologia degli anni fra il 1950-1970, in
particolare grazie ai grandi maestri americani, indicarono che gli strumenti
della ricerca culturale potevano essere usati per studiare le società
contemporanee in cui lo studioso viveva. Alfred L. Kroeber dimostrò che molti
dei costrutti culturali che noi utilizziamo per la nostra vita arrivano da lontano
e provano che la cultura si tramanda di generazione in generazione. Molti
studiosi dopo di lui hanno dimostrato che un sistema culturale, quale egli sia,
presenta tre proprietà: comunicabilità, trasmissibilità, condivisibilità.
La cultura è comunicabile perché, superata la barriera della lingua con la
quale è espressa, è comprensibile a tutti e collocabile nel contesto storico
che le è proprio. È trasmissibile perché sino a quando sopravvive essa tende
a produrre un sistema sociale, o sistemi sociali su cui si appoggia. Si
trasmette alle nuove generazioni che la rinnovano e la arricchiscono. È,
infine, condivisibile, perché anche se una persona è nata e ha vissuto in un
sistema culturale diverso può abbracciare questa cultura e far parte di essa
anche da protagonista[3]. Oggi a chi vuole entrare nella conoscenza della
lingua straniera viene insegnato che deve anche imparare a conoscere ed
amare la società che usa quella lingua. Abbiamo scoperto da allora che ogni
sistema sociale, di per se stesso ha una cultura e per questo tende a
generare un sistema culturale in cui il sistema sociale vive. Dalla interazione
di entrambi si forma quello che è definito il modello di vita. Questo processo è
un processo di acculturazione. Se poi, per amore o per altre ragioni, la
persona in questione sceglie di viverci, ecco che si integra.
Questa scelta non fa perdere la cultura di origine ma la arricchisce. Il
fenomeno delle emigrazioni, per diventare favorevole e riuscire, chiede che ci
siano dei canali istituzionali che favoriscono questi processi. L'ostacolarli non
fa altro che peggiorare le qualità socio-politiche di una società entro la quale
questi processi si manifestano. Ci sono ancora da ricordare i sistemi sociali
che per loro natura non sono unici non sono esclusivi ed esistono accanto ad
altri come alle strutture sociali non ancora costituite come sistema. Questi
fenomeni che interessano la Sociologia contemporanea sono diretti a
studiare le costellazioni di strutture sociali.
Paradigmi attuali dell'antropologia culturale
L'antropologia culturale è tuttora dominata dalle ricerche etnografiche.
Tuttavia molti antropologi culturali contemporanei hanno respinto i primi
modelli di etnografia, che trattava le culture locali come confinate e isolate.
Questi antropologi sono tuttora interessati ai differenti modi in cui le persone
che vivono in luoghi diversi agiscono e comprendono le loro vite, ma
ritengono spesso che non sia possibile comprendere tali modi di vita
occupandosi esclusivamente del contesto locale. Si ritiene invece che si
debba analizzare le culture locali nel loro contesto regionale o addirittura
nelle relazioni politiche ed economiche globali. Si possono citare tra coloro
che propongono tale approccio Arjun Appadurai, James Clifford, Jean
Comaroff, John Comaroff, James Ferguson, Akhil Gupta, George Marcus,
Sidney Mintz, Michael Taussig, Joan Vincent, e Eric Wolf.
Fondamentale per l'antropologia degli ultimi decenni è stato sottolineare il
carattere astratto e costruito non solo dei concetti di etnia e gruppo, ma
addirittura del concetto stesso di cultura. Da alcuni questo viene addirittura
contestato come non fondato e accusato di contribuire alla creazione di
identità forti utilizzate in contrasti politici. Inoltre, gli antropologi culturali hanno
sempre più allargato il loro interesse anche alla cultura occidentale. Per
esempio, un recente vincitore di un prestigioso premio per l'etnografia (In
Search of Respect), ha svolto le sue ricerche nel quartiere di Harlem (New
York).