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Rivista Italiana di Dialettologia. Lingue dialetti società a. XXXIII (2009), CLUEB Bologna

L’ITALIA NELLE GRAMMATICHE SCOLASTICHE DEL 1941 (1)

All’inizio del ’900 la grammatica è sotto accusa. Dal suo punto di vista di
filosofo del linguaggio, Croce le nega dignità teorica e mette gravemente in cri-
si anche il suo ruolo educativo. Rettorica, Grammatica, Istituzioni letterarie so-
no, ai suoi occhi, delle convenzioni, utili solo come “sussidi alla memoria”, ma
del tutto prive di fondamento (2). Alla grammatica che regola e generalizza egli
sostituisce la concezione di un uso linguistico inafferrabile, fluido, continuo, fat-
to di espressioni individuali e occasionali (3):
ciascun individuo si crea, volta per volta, la sua propria lingua, e quella che io
parlo e scrivo oggi non è quella di ieri, e quella che conviene a me, non conviene
ad altri (4);
ogni prodotto linguistico ha la propria legge e il proprio modello in se stesso (5).

Piuttosto che l’insegnamento grammaticale Croce vorrebbe la lettura critica, il


dialogo col testo e con l’allievo:
Ogni bravo insegnante fa da sé, senz’aspettare la mia parola, per naturale dirittu-
ra di mente. Ogni bravo insegnante non insegna la lingua, ma fa leggere e gusta-
re gli scrittori; comunica, dunque, non la lingua astratta, ma la lingua incarnata.
Non corregge sopra un modello arbitrario e meccanicamente gli scritti dei suoi
alunni, ma mettendosi nello spirito di ciascuno, mostra a ciascuno quel che vera-
mente intendeva dire e non ha detto. Non uccide l’individualità degli scolari, ma
fa sì che ciascuno ritrovi veramente sé stesso (6).

Ne consegue una libertà pienamente responsabile, etica anche nelle scelte lin-
guistiche. L’espressione spontanea, che è sempre individuale, è giusta; l’adesio-
ne formale a modelli imposti, retorici, grammaticali (7), rende la lingua della per-
sona, invece, affettata nel sua stessa percezione e in quella degli altri, e l’affetta-
zione è un vizio sociale, un difetto di educazione e di personalità, che contrasta
con la formazione liberale. Croce sente la sua napoletanità ineliminabile quan-
to la patavinità di Livio e l’ibericità di Seneca, e conosce il ridicolo del tosca-
neggiare tra napoletani (8). È diffusa, in quegli anni, tra gli intellettuali liberali
l’insofferenza per il toscanismo nazionale e per la scuola, o per la pubblicistica
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divulgativa e linguaiola, che lo supportano (9): se ne rafforza il loro bilinguismo


funzionale (italiano-dialetto) e cresce la consapevolezza che l’italianità stessa sia
inscindibile dall’origine regionale.
Effetto di questo atteggiamento è la riforma Gentile (1923), rivendicata dai
fascisti, ma non fascista, che alle scuole elementari, coi programmi di Giuseppe
Lombardo Radice, incoraggia il bilinguismo italiano-dialetto col metodo dal dia-
letto alla lingua e il confronto testuale diretto; e nel triennio superiore di indiriz-
zo classico toglie Grammatica e Retorica, considerandole obsolete (10). Già dalla
legge Casati, le famiglie che potevano farlo avevano evitato di mandare i figli a
scuola almeno fino al liceo, disprezzando la scuola statale, trampolino sociale del-
la piccola borghesia e causa della diffusa disoccupazione intellettuale (gli “spo-
stati” di Salvemini). La cultura impartita a casa dai precettori era insieme umani-
stica ed europea, con il risultato di dare importanza, dal punto di vista linguistico,
soprattutto all’apprendimento del latino e delle lingue straniere: l’italiano era con-
siderato ovvio e coltivabile con buone letture. Diari, epistolari, biografie conser-
vati negli archivi familiari mostrano l’autonomia delle famiglie aristocratiche e
altoborghesi nella pianificazione dell’educazione dei figli, avviati a carriere di-
rettive e diplomatiche e abituati allo stimolante code-switching di casa (11).
Accanto al faticoso processo di italianizzazione dei dialettofoni e alla for-
mazione di varietà intermedie spesso instabili tra dialetto e lingua (dialetto ita-
lianizzato, italiano dialettale), va dunque osservata la libertà con cui le persone
delle classi superiori all’inizio del ’900 si formano il “loro” italiano colto, che ha
tratti idiosincratici, ed è comunque un italiano distinto, alto, ma non libresco,
non scolastico e spesso sletterarizzato, a volte particolarmente aperto, come il
linguaggio giornalistico, alla modernità e alla convergenza delle lingue europee.
Analisi linguistiche recenti della scrittura pubblica e privata di Croce (12) e di
Gentile (13) hanno mostrato una stilizzazione personale molto accentuata; ma ri-
sultati interessanti si hanno anche studiando scritture di circuiti familiari prodot-
te da persone colte che non erano intellettuali di mestiere (14).
La riforma Gentile consolida le differenze di classe, frenando l’ascesa dei
ceti medio-bassi e delle donne. Ma porta nella scuola l’esercizio intellettuale del-
la lettura e della critica, quindi valorizza la personalità del docente e quella del-
l’allievo, dialoganti tra loro e con i testi, come abbiamo visto nelle parole di Cro-
ce (ed è il “libero scambio” auspicato anche da Salvemini per la scuola). Si chie-
de per questo un abbassamento del numero di studenti per classe; se si vuole fa-
vorire il dialogo col docente, dice a più riprese Giacomo Devoto, è ottimale il
numero di venti. Docente e allievo sono liberati dai ceppi di una manualistica
precettiva, assimilata passivamente (15); così almeno doveva essere nelle inten-
zioni dei legislatori e non si farà più dopo la fascistizzazione della scuola coi pro-
grammi Ercole del ’34.
Sono queste le ragioni della crisi della grammatica nella prima metà del
’900, crisi avvertita con preoccupazione da chi all’Università (Pasquali, Devo-
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to (16)) notava l’abbassamento delle competenze ortografiche e sintattiche dei


giovani e da chi (Migliorini, Bottai, entrambi sulle pagine di “Critica fascista”)
chiedeva alla scuola di formare un’italianità composta e decorosa, aulica e di-
sciplinata, aliena dal dialettalismo dei subalterni come dal forestierismo snob dei
borghesi. Dopo i programmi Ercole che impongono l’insegnamento prescrittivo
della grammatica e il libro di testo unico e dopo l’uscita, in contemporanea, di
quella che avrebbe dovuto essere, come nel titolo, la “grammatica degl’Italia-
ni” (17), un vero rilancio della grammatica viene dalla riforma della scuola me-
dia di Bottai del ’39.
In uno stesso anno, il ’41, escono, insieme ad altre, le grammatiche scola-
stiche di due linguisti giovani, poco più che quarantenni, cattedratici già famosi
e compagni (“Dioscuri”) nella conduzione della prima rivista di storia della lin-
gua italiana, “Lingua nostra”, pubblicata da Sansoni, dal ’39, editore Federico
Gentile, figlio del filosofo. Sono: di Bruno Migliorini, La lingua nazionale. Av-
viamento allo studio della grammatica e del lessico italiano per la scuola media,
Firenze, Le Monnier, 1941; e di Giacomo Devoto, Introduzione alla grammati-
ca. Grammatica italiana per la scuola media, Firenze, La Nuova Italia, 1941.
Migliorini, che dal ’38 copre la cattedra appena nata di Storia della lingua
italiana, a Firenze, ha al suo attivo un volume, Lingua contemporanea (1938), cui
si aggiungeranno, nell’anno della grammatica, i Saggi sulla lingua del Novecen-
to; si è qualificato, in Italia e all’estero, come il linguista più esperto dei proble-
mi dell’italiano attuale, che vive allora una fase di vivace rinnovamento sia in
quanto lingua moderna, di una società che avanza nella scienza e nella tecnolo-
gia, sia in quanto lingua di massa della nazione fascista. Il baricentro dell’italia-
no si è spostato sull’uso medio della popolazione, l’uso piccolo-borghese dei pre-
ziosi gregari del regime, e Migliorini concentra la sua attenzione di studioso su
questo tipo di utenza, che interagisce non più solo con i tradizionali istituti for-
mativi, ma soprattutto con i mass media, i giornali, la radio, il cinema, la pub-
blicità, la propaganda. La risposta specificamente italiana alla modernità inte-
ressa Migliorini più della dimensione internazionale dei fenomeni, di cui pure è
attento osservatore; lo spinge a cercare connessioni con altre fasi storiche del-
l’italiano e conferme dell’accettabilità del nuovo nel sistema su cui la lingua si è
costituita. Lo attrae soprattutto la lessicopoiesi, la paternità delle parole nuove e
la novità o la serialità dei processi con cui esse si formano, capitalizzando l’ere-
dità classica, patrimonio comune delle lingue europee di cultura. Dallo studio
dei neologismi sono nati numerosi articoli, sempre più spesso destinati a “Lin-
gua nostra”, e la partecipazione, cospicua, al completamento del Dizionario mo-
derno di Alfredo Panzini (l’Appendice di Migliorini uscirà nell’ottava edizione,
postuma, del Dizionario, nel ’42, ma avrà anche corso autonomo dal ’63). Mi-
gliorini, non solo teorico e osservatore, rivendica alla propria competenza pro-
fessionale anche il diritto e il dovere di intervenire nella politica linguistica, a di-
fesa dell’italianità della lingua (neopurismo). Questo lo avvicina all’area del fa-
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scismo liberale e al progetto pedagogico di Bottai, sulla cui rivista, “Critica fa-
scista”, tiene una rubrica, dal ’37 al ’41 (18).
Devoto insegna Glottologia e Sanscrito a Firenze dal 1935, dov’è approdato
dopo anni di docenza a Cagliari e a Padova. Nonostante la rapidità della sua car-
riera accademica, si sente un universitario atipico; l’esperienza tardorisorgimen-
tale della Grande guerra ha maturato in lui un impegno civile e politico che non
sarà mai disgiunto dalla sua ricerca scientifica e dal suo modo di concepire le vi-
cende linguistiche. Condivide con Migliorini una formazione maturata in ma-
niera significativa all’estero (sono decisivi i rapporti con Meillet, Bally, Spitzer,
Jaberg), e la sua specializzazione di indoeuropeista lo porta a dare particolare ri-
lievo ai temi dell’identità culturale europea, dell’eredità comune e della conver-
genza delle lingue nell’evoluzione moderna. Li ha avvicinati la collaborazione di
Devoto, già professore, alla rivista “La Cultura” di Cesare De Lollis e all’Enci-
clopedia italiana, dove Migliorini svolgeva funzioni di redattore. Dall’amicizia
è nato il progetto di “Lingua nostra”, una rivista dedicata principalmente all’ita-
liano contemporaneo, sul tipo di “Le français moderne” di Albert Dauzat e rivolta
ad un pubblico di “curiosi di lingua” (19). Nel ’39 [1940, di fatto] Devoto ha pub-
blicato la Storia della lingua di Roma e, facendo la sociolinguistica dell’Italia
antica, ha voluto aggiungere in appendice una ferma distinzione tra la lingua,
“organismo nettamente definito, consacrato dal riconoscimento di una colletti-
vità”, e il linguaggio, “l’individualizzazione raggiunta dai valori collettivi nel-
l’espressione del singolo”. La sua “storia della lingua”, che considera l’aspetto
collettivo della lingua, l’uso “dialogico”, disinteressandosi di quello “monologi-
co” e più propriamente estetico, non può prescindere dalla conoscenza dei dati
extralinguistici, geografici, economici, demografici, e soprattutto dei fatti socia-
li e culturali; e in questa prospettiva storica gli scrittori, non meno degli scriven-
ti pratici o occasionali, servono da “fonti”, documentano tradizioni e tendenze
collettive. Per la Roma antica come per l’Italia moderna non si può, quindi, con-
tinuare a sottovalutare l’uso non letterario, tecnico, della lingua, su cui si co-
struisce la convivenza ordinata della comunità; alla descrizione grammaticale di
un latino monolingue Devoto oppone una concezione dinamica delle forze in
gioco (“letterarismi, tecnicismi, espressivismi, usualismi” e poi lingue a contat-
to), ovvero una linguistica delle varietà, conscia dell’esistenza di diversi tipi di
“individualità”, personale, familiare, nazionale, sociale (20).
Quando escono le grammatiche di Migliorini e di Devoto le recensisce im-
mediatamente l’amico accademico più prestigioso dei due autori, il filologo Gior-
gio Pasquali, collaboratore di “Lingua nostra” e, come loro, attento al processo
di modernizzazione linguistica in corso (21). Pasquali appare piuttosto divertito a
vedere gli illustri linguisti cimentarsi “in operette scolastiche”, e sorpreso di sco-
prire in queste operette un contrasto delle personalità più netto che nei rispettivi
articoli accademici (22); ma non esita a preferire a quella di Devoto la grammati-
ca di Migliorini, più convenzionale nel suo manzonismo, e a distinguere e opporre
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l’una all’altra le due anime di “Lingua nostra”, non senza un po’ di gratuita ma-
lignità di cui più tardi si sarebbe pentito (23).
Dalla recensione esce un Migliorini meno profondo, ma più amichevole di
Devoto nel presentare la grammatica ai ragazzi (e agli insegnanti). Lingua na-
zionale ha dei vantaggi che la renderanno un prototipo dell’editoria scolastica: un
impianto tradizionale, pochi tecnicismi, grande cura delle particolarità del lessi-
co, molti e divertenti esercizi (Pasquali ci vede l’ingegnosità di Migliorini gran
freddurista (24)), approfondimenti storico-enciclopedici, letture letterarie di ta-
glio popolare (De Amicis, Mussolini, Papini, Monelli) e, in aggiunta, scelte ti-
pografiche allegre, gioiose. Le Monnier aveva stampato il libro con i disegni a
penna, spiritosi e un po’ cubisti, di Piero Bernardini, fumettista e illustratore di
libri per l’infanzia come le Novelline di Panzini.
All’opposto la grammatica di Devoto appare a Pasquali arcigna, fin dalla
copertina, e poi troppo innovativa, a tesi, astratta nel ragionare di lingua come di
un sistema:
E sono convinto che, se fosse possibile ridurre ogni lingua a un sistema di teore-
mi discendenti logicamente l’uno dall’altro, questo sarebbe per lui il sommo del-
la felicità […] Devo dir chiaro che un simile catechismo da mandare a memoria
senza l’obbligo, anzi colla dispensa più o meno esplicita dall’obbligo di badare al-
le spiegazioni, pare a me peso ben maggiore che non un’esposizione più discor-
siva? (25).

Niente illustrazioni, niente letture (questa grammatica si appoggia ad una anto-


logia), alcuni prelievi quasi solo manzoniani per l’esemplificazione, pochi eser-
cizi. Vale la pena di soffermarsi sugli esercizi, perché rivelano chiaramente due
diversi atteggiamenti pedagogici. Quelli di Devoto sono 60, contro i 275 di Mi-
gliorini. Migliorini li mette tutti insieme prima della teoria, a cui rimanda conti-
nuamente: questo rende possibile un movimento pendolare dall’esercizio alla re-
gola, a partire, dunque, dall’esercizio; Devoto sparge gli esercizi nella trattazio-
ne e ogni esercizio è in una posizione strategica, alla fine di una porzione di teo-
ria. Migliorini spinge gli scolari a trovare, con l’esercizio, intuitivamente, la re-
gola, la quale esiste e si dà, come la soluzione di un gioco, nella seconda parte
del libro; Devoto, invece, propone esercizi “attivi”, cioè fatti per stimolare gli
scolari a “una ricerca e una scelta” (p. 9), introdotti da consegne aperte, che in più
contengono tecnicismi spesso piuttosto duri: Cambiate il genere naturale con un
processo di derivazione, n. 7, Dite se è possibile rendere le sfumature favorevo-
li di queste frasi mediante sostantivi alterati, n. 13, Isolate le preposizioni e le lo-
cuzioni prepositive da queste frasi, n. 16, ecc.
La teoria in Migliorini è costruita a blocchi, e, nell’estrema analiticità con
cui viene trattato ogni problema, tra regola e eccezioni, appare più pedante degli
esercizi (26); in questi, osserva Pasquali, quindi, va cercata l’originalità della
grammatica di Migliorini, cioè dove si insegna “per via pratica” (27). L’interesse
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per il lessico è prevalente; gli è dedicato l’ultimo blocco teorico, sicuramente il


più innovativo. Per lo stesso motivo i migliori esercizi sono quelli semantici sul-
la sinonimia e quelli morfologici sulla derivazione, nei quali si insiste a più ri-
prese sulla generazione del verbo dal nome e viceversa. Nella Prefazione (ri-
stampa di un testo uscito in “Scuola italiana”) Migliorini spiega la scelta di par-
lare di lessico in una grammatica con l’intenzione di togliere “carattere astratto”
allo studio grammaticale e incoraggia a “esercitarsi largamente e metodicamen-
te sulle connessioni che i vocaboli hanno fra loro” (28). Contro la “divisione tra-
dizionale in parti del discorso”, ritiene utile confrontare “una costruzione nomi-
nale” con la “costruzione verbale corrispondente” (rifacimento del ponte – rifa-
re il ponte, p. VI); ma poi rassicura: “D’altra parte, non è assolutamente il caso
di pensare a sconvolgere la classificazione in parti del discorso” (p. VII) e pro-
mette di caricare i problemi del lessico più sugli esercizi che sulla parte teorica,
conservando a questa, dunque, la forma tradizionale (29). Negli esercizi si trova
anche il Migliorini neopurista, che invita i giovani a sostituire “inutili forestieri-
smi” con parole italiane corrispondenti (30).
Quella di Devoto è, invece, un’esposizione densa e continua, sintetica e ri-
gorosamente strutturata, del tutto innovativa, dove si trovano calate ipotesi per-
sonali, ad esempio sulla diatesi e sull’aspetto del verbo italiano (31), che, allo sta-
to della ricerca, Pasquali riteneva prematuro mettere in una grammatica scola-
stica. Devoto non divulga e non banalizza, non lascia l’abito accademico, che
per lui è naturale, per mimare la lingua della tradizione scolastica. Usa parole
tecniche, come sintagma (32), e sequenze che non piacciono a Pasquali, che of-
fendono il suo gusto di filologo letterato (“l’entità delle masse di scolari”, “una
risorsa utile per aumentare”) (33).
Alla recensione dell’amico e maestro, Devoto risponde (34), amareggiato e
risentito, che ha voluto ridare “dignità di scienza” alla grammatica, cioè spezza-
re con una tradizione educativa che tiene i ragazzi chini per ore e ore a fare eser-
cizi fondati su
schemi ammuffiti, che hanno il solo pregio di non essere nuovi e quindi di non im-
pegnare la responsabilità dell’innovatore (35).

Questo modo prescientifico di fare grammatica è “pura empiria”:


ha dunque gli svantaggi di un procedimento eterogeneo e antieconomico, che tut-
ti seguono in mancanza di meglio (ib.).

L’innovazione deve venire, qui come altrove, ad esempio nell’insegnamento del-


la matematica, dai progressi della scienza, cioè, in questo caso, della linguistica,
e allora la descrizione grammaticale della lingua italiana, come di ogni altra lin-
gua, deve essere “logica” (“definire il nocciolo della organizzazione di una lin-
gua” in uno “schema grammaticale” aperto, uno “strumento di lavoro”).
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Lo “schema”, la struttura funzionale (si parla esplicitamente di “struttura”,


di “categorie grammaticali”), invece di “un elenco impersonale di minuzie filo-
logiche allineate senza discriminazione”: Devoto pensa probabilmente all’espo-
sizione gioiosa di Migliorini, a quel “gusto del particolare”, che aveva apprezzato
Pasquali (36); ma ancora più precisa è la sua obiezione a chi (come Migliorini) si
occupa di lessico da vocabolarista:
I confini fra grammatica e vocabolario non sono così netti come può parere a pri-
ma vista (37).

Ad esempio
Tutto il sistema dei suffissi di derivazione costituisce un grande ponte di passag-
gio dalla grammatica al lessico (ib.).

Parlando di forme nominali del verbo, di deverbali, di suffissi più o meno legati
– più legato in portone, meno in casone –, e distinguendo le “unità lessicali da
quelle grammaticali”, Devoto già si muove in una dimensione morfolessicale.
Distingue le parti del discorso in semantemi e morfemi, parole piene e parole
grammaticali (Introduzione alla grammatica, p. 43). Il funzionamento del siste-
ma del lessico gli interessa più dell’esaustività delle liste dei prefissi e dei suffissi.
Classifica anche i composti come più o meno legati giudicando dall’univerba-
zione grafica e dalla formazione del plurale; in alcuni “c’è una prima parte che
comanda e che sola forma il plurale” (oggi li diremmo endocentrici e parlerem-
mo di testa a sinistra; es. capoclasse); in altri questo elemento è a destra (es. au-
totrasporto); alcuni non sono più analizzabili (es. pomodoro) (38). Si veda per
confronto la pluralizzazione dei composti in Migliorini (La lingua nazionale, pp.
205-6) che dà regole in base al tipo di forma grammaticale coinvolta nel com-
posto; o la preoccupazione di Migliorini per il corretto uso delle norme di ag-
giustamento nei composti, e il suo sforzo di classificare derivati e composti in se-
rie paradigmatiche omogenee di natura lessicografica (per prefisso o suffisso, per
combinazione di elementi latini o greci). Ingiustamente Pasquali dice: “Devoto
dei vocaboli tace” (p. 275).
Credo che ancor oggi gli insegnanti si spaventerebbero di fronte alla gram-
matica scientifica di Devoto e non esiterebbero ad adottare quella di Migliorini,
moderatamente innovativa e visibilmente più preoccupata del livello cognitivo e
della motivazione allo studio di quegli scolari di scuola media. Ma anche Devo-
to si era posto il problema di una progressione dell’apprendimento grammatica-
le; egli distingue, nel percorso formativo, una “fase logico-mnemonica” da una
“storico-semantica”: destinerebbe la seconda all’insegnamento superiore, se si
riuscisse a ripristinare in questo l’insegnamento della grammatica. A differenza
di Migliorini, che usa le varietà della lingua (soprattutto in diafasia (39)) e la ri-
costruzione etimologica per stimolare la curiosità dei ragazzi verso la lingua (40),
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Devoto rimanda i problemi della variazione (che per lui, sociolinguista, è prin-
cipalmente sociale e geografica) e dell’etimologia ad uno stadio di maturità più
alto, la seconda “fase”. Le complessità etimologiche (“storie di parole”, non “eti-
mologie isolate ed empiriche”), e le finezze di distinzione sociale e geografica (41)
richiedono sensibilità e studio impensabili nei “bambini” (42) delle medie. La ge-
rarchia è invertita: le regole della grammatica per Migliorini sono lo scopo fina-
le, per Devoto solo la base di una costruzione personalizzata e complessa.
Ecco perché Devoto oppone all’esercizio meccanico (“anatomico”) quello
stilistico, e lo vorrebbe protratto anche oltre la formazione scolastica, in quella
universitaria, come esperimento scientifico, sull’esempio degli esercizi contenu-
ti nel Traité de stylistique di Charles Bally:
gli esercizî di una grammatica educativa devono implicare una responsabilità e una
scelta, devono essere esercizî attivi, che integrano modificano o sostituiscono
l’esempio; non morta materia anatomica, che si seziona in frammenti di parti del
discorso, di complementi posti sempre sullo stesso piano, e non invita a distin-
guere l’essenziale dall’accessorio (43).

I due linguisti hanno quindi un’idea diversa dell’intervento educativo e dell’er-


rore. Migliorini insegna una corretta pratica linguistica, un galateo del compor-
tamento linguistico:
L’insegnamento della lingua mira anzitutto a far sì che i giovinetti rendano per
quanto è possibile conforme il loro uso individuale alla lingua normale, cioè al
corretto uso nazionale. Non commettere errori di grammatica, non adoperare una
parola per un’altra, è un dovere di galateo rispetto agli altri Italiani (44).

Si tratta non solo di correggere errori, ma anche di far “conoscere a fondo gli or-
digni della grammatica e le ricchezze del vocabolario” (ib.), naturalmente con
l’aiuto di buone letture letterarie. Le consegne degli esercizi insistono sulla cor-
rettezza (n. 11, 13, 16, ecc.; Correggi gli errori, n. 60, rimedia agli errori, n. 65,
ecc.) e sulla convenienza che della correttezza è sinonimo (n. 10, ecc.; aggetti-
vando con adatto, opportuno); la consegna può contenere la regola del compor-
tamento espressa in forma deontica (Le parole sottolineate debbono avere una
volta l’iniziale maiuscola, un’altra volta invece la minuscola. Ricopiale attenta-
mente, collocando le maiuscole dove sono necessarie, n. 17; I superlativi non
vogliono con sé altre parole rafforzative o comparative, n. 65, ecc.) ed è spesso
data in forma imperativa, più raramente, con attenuazione del comando, al futu-
ro (Forma / formerai).
Nonostante l’aspetto arcigno della sua grammatica e le accuse di dogma-
tismo rivolte da Pasquali, l’atteggiamento di Devoto è invece antiautoritario, a
partire dalla differenza dell’allocutivo usato negli esercizi, che è il voi e non il tu.
Rivolgendosi agli insegnanti in un intervento che esplicita le sue convinzioni edu-
cative (45), Devoto distingue la grammatica come disciplina scientifica (la sua di-
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sciplina, il suo mestiere di professore) dalla competenza linguistica, patrimonio


di tutti i parlanti naturali; anche un bambino di sei anni è, per il grammatico, un
interlocutore maturo che deve solo imparare a trasformare le convinzioni incon-
sce in convenzioni consapevoli e strutturate.
Negli esercizi, la consegna è data spesso in forma attenuata, con riferimento
al carattere sperimentale dell’operazione e alla scelta di una strategia: Provate a
rintracciare, n. 2, Cercate di trasformare, n. 34, Cambiate il genere naturale,
quando è possibile, n. 7 (non quando si deve, ma quando si può), Scegliete, n. 17.
La consegna non richiede di eseguire una procedura, applicando una regola; sti-
mola a parlare, a dialogare col docente e a provare con lui delle soluzioni: Dite
se nelle frasi seguenti vi sono nomi comuni, n. 3, Dite le difficoltà che trovate nel
classificare le parole scritte in corsivo, n. 4, Dite se è possibile rendere la sfu-
matura ostile di queste frasi, usando sostantivi alterati, n. 12, Provate ad antici-
pare o a posticipare gli aggettivi uniti a sostantivi nelle frasi seguenti e dite se vi
sembra che il significato cambi, n. 18, Illustrate il valore di questi aggettivi, n.
21, Spiegate la differenza di significato, n. 27, dite quali conseguenze ne deriva-
no, n. 30, ecc.
Il fastidio di Devoto per la pedanteria scolastica e per chi allora improvvi-
sava per gli italiani liste di proscrizioni grammaticali (46) è avvertibile nel suo
modo di definire l’errore; tolto il dogmatismo, il dominio dell’imposizione si ri-
duce per lasciare spazio alla proposta, cioè a quello che si raccomanda ragione-
volmente, e a semplici interventi educativi fatti per rendere consapevole il dirit-
to alla libertà di stile. Con poco materiale didattico prescrittivo, il docente eser-
cita la sensibilità linguistica dell’allievo, perché maturino in lui “capacità di di-
stinzione, contrapposizione, scelta”. Il testo normativo (grammatica, dizionario)
serve appena per sapere quello che non si deve fare; per decidere cosa si vuol fa-
re bisogna conoscere la lingua, non le regole.
Nella trasposizione del pensiero in scrittura
non ci sono regole dirette: occorre l’esperienza, cioè un seguito di tentativi: e oc-
corre l’osservazione, la capacità di rendersi conto delle manchevolezze dei nostri
tentativi (47).
L’errore di grammatica non è che una piccola parte di quello che ci fa sentire ina-
deguato il nostro scritto (48).
Dalla grammatica e dal dizionario si dovrebbe pretendere di più: che mostrino
non solo le cose obbligatorie per tutti, ma anche quelle che, con pari legittimità,
stanno a vostra disposizione, perché voi operiate, con saggezza, una scelta (49).

Come grammatico Devoto è il teorizzatore della libertà stilistica individuale (50).


Di qui viene il suo giudizio positivo della riforma Gentile (51); la considera
l’espressione di un pensiero pedagogico liberale che doveva correggere i vizi di
una scuola postunitaria rigida, statalista, incapace di valorizzare le differenze re-
gionali, sociali, individuali, ma soprattutto povera di contenuti culturali (52). Del-
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la riforma gli è caro il programmatico antidogmatismo, favorevole al libero svi-


luppo della personalità. A più riprese, in molte forme di autobiografia, culturale,
civile, si dichiara, del resto lui stesso, orgogliosamente, un “autodidatta” (53), un
uomo che si è fatto con l’esperienza della vita, in guerra sugli Altopiani, con gli
alpini, come altri della sua generazione, e ha poi preso la strada degli studi lin-
guistici scegliendo da sé i propri maestri.
La proposta antiautoritaria, unita ad un atteggiamento da linguista profes-
sionale, provocano la reazione di Pasquali, visibilmente infastidito dall’intellet-
tualismo di Devoto; a dispetto della formazione liberale e degli interessi glotto-
logici che lo avvicinavano a Devoto, Pasquali si schiera con Migliorini e lo pre-
ferisce perché offre agli insegnanti e agli scolari indicazioni precise, facili da
mettere in pratica, e le dà in forma tanto più diretta e piacevole (54).
Pasquali non mette in dubbio la scelta neopurista, manzoniana di Miglio-
rini. Accusa, invece, Devoto di avere poco orecchio alle differenze sociali e re-
gionali, cioè di generalizzare involontariamente forme che in toscano sono “piut-
tosto eccezionali” (piove che Dio la manda, stavo studiando) e di ritenere addi-
rittura “legittimo lo scempiamento delle doppie protoniche” (“se fosse così, egli
riterrebbe italiana normale la pronuncia propria o della propria regione, che suo-
na invece ostica a noi centrali e centro-meridionali”). L’incomprensione non po-
teva essere più profonda. Nella controrecensione Devoto gli risponde di aver pre-
so per base della sua descrizione, con tutti i rischi del caso, non il fiorentino, ma
l’italiano medio, un tipo più comune a tutti gli italiani, frutto del “contributo di
tutti gli Italiani di una certa cultura” (55).
Sul tipo di italiano da proporre non c’è, evidentemente, accordo. Pasquali
sente che la scelta di Devoto privilegia l’attualità e la funzionalità comunicativa
e commenta, critico: “la facoltà artistica scarseggia”; lo infastidisce che il lin-
guista sia tanto poco filologo. Appiattisce l’italiano sul presente, ignorando la
grande tradizione letteraria:
Devoto elimina per principio la maggior parte dei costrutti ormai meno frequen-
ti o antiquati. Così il ragazzo si formerà un concetto della lingua italiana troppo
semplice e uniforme (56).

L’Introduzione alla grammatica offre, come abbiamo detto, una descrizione lin-
guistica senza esempi letterari, ma soprattutto non estetizzante. La scelta sintat-
tica che Pasquali rimprovera a Devoto mostra che questi si è concentrato sulle
strutture di una lingua media, moderna, lineare: una Umgangssprache delle per-
sone colte, alla maniera di Spitzer e di Hofmann, con l’occhio rivolto ai cambia-
menti che stavano trasformando le lingue dell’uso medio in Europa (57).
Questa lingua non ha un aspetto unitario; si trova alla convergenza di vari
assi e ha piuttosto l’aspetto di una koinè. Pasquali nota con disappunto che De-
voto ha voluto
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mettere tutte le forme di espressione alla pari, nel considerarle tutte alla stessa
stregua come cittadine dello stato della lingua senza distinguere tra diversità di
classe sociale e di origine provinciale (58).

Quando si tratta di dare una norma, un modello, dunque, Devoto assume un at-
teggiamento liberale, e lascia coesistere diverse opzioni in regime di “facoltati-
vità”.
Al contrario, Migliorini, dice Pasquali, riconosce certi regionalismi e li cor-
regge:
il Migliorini sceglie certe forme particolarmente di perfetti forti quali si sentono
a Milano anche da persone istruite e si leggono talvolta in articoli di barbassori
economisti, medici, ecc. nel milanese Corriere della Sera (59).

Si intravvede in queste parole una polemica contro il crescente prestigio del-


l’italiano settentrionale; i due linguisti sono entrambi settentrionali, Migliorini ve-
neto, Devoto ligure, ma solo Migliorini, secondo Pasquali (che è romano e vive
in Toscana), “ha orecchio”, cioè non incorre in settentrionalismi (60).
Pasquali avverte, sembra, con preoccupazione, che Devoto non ha scritto
per la scuola italiana una grammatica toscana; invece di dare una ed una sola
norma, Devoto ha pensato a “tutti gli Italiani di una certa cultura”, selezionando,
dunque, un uso sociale, di classe, al posto di un uso geograficamente fissato su
Firenze e interclassista. Ha fatto un’operazione elitaria, coerente con l’ideologia
liberale (61).
Migliorini, invece, è rimasto nel solco della tradizione e della scelta manzo-
niana, per parlare di una lingua “normale” di tutta la nazione, antica e moderna:
Che cos’è l’italiano? Non è solo la lingua degl’Italiani di Mussolini, ma quella che
fra tutte le lingue d’Europa può vantare le tradizioni più gloriose (62).

La sua lingua normale, lingua di tutti e per tutti gli usi (63), si trova, anche eti-
mologicamente, all’incontro della medietà d’uso con la norma grammaticale. Per
Migliorini, ideologicamente fascista, il concetto di classe è superato. In quegli an-
ni egli si espone personalmente nella polemica antiborghese lanciata da Musso-
lini, dedicata in gran parte a ripensare in modo più mirato l’educazione dei gio-
vani nati sotto il fascismo (64). Anche nell’articolo, di fatto programmatico, con
cui apre il primo numero di “Lingua nostra” (65) irride il pedantismo linguistico
dei gentiluomini, delle élites colte che, latineggiando e volendo distinguersi sno-
bisticamente, hanno impresso nella lingua letteraria italiana una secolare “ten-
denza al solenne”, alla retorica, su cui finalmente, con la Quarantana dei Pro-
messi Sposi, ha prevalso la concretezza vitale del popolo (66). Ma:
Ora che l’Italia ha conquistato non solo la sua unità territoriale, ma anche la sua
unità sociale, con l’eliminazione dei diaframmi fra classe e classe, l’unità lingui-
stica tende ogni giorno di più a consolidarsi (67).
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L’italiano ha trovato un equilibrio tra le spinte colte e quelle popolari e cultismi


e popolarismi sono diventati patrimonio dell’intera collettività:
Malsana è solo l’immissione di elementi troppo dotti se tutti i parlanti, e non so-
lo una ristretta cerchia, sentono il bisogno del nuovo vocabolo (68).

In modo simile, nella sua grammatica scolastica, Migliorini identifica una varie-
tà linguistica delle persone colte che appartiene al parlato non popolare, quindi
è marcata socialmente e poco o nulla geograficamente; la sua permeabilità alle
mode la connette allo snobismo linguistico:
Si chiama lingua della conversazione quella che si parla comunemente fra perso-
ne di discreta cultura […] la lingua della conversazione si sente con diversità non
grandi in tutta l’Italia […] soggetta al mutare della moda (69).

Anche la lingua parlata popolare è vicina alla lingua normale, ma solo in parte
della Toscana, dell’Umbria, del Lazio; altrove è dialetto, è fedele alla tradizione
e costituisce un ostacolo all’italiano corretto:
Non basta usare la lingua approssimativamente: bisogna parlarla e scriverla eli-
minando le infiltrazioni dialettali che il buon uso rifiuta (70).

Come la lingua letteraria ha saputo fondere elementi colti e popolari, così Mi-
gliorini si aspetta che avvenga anche nell’uso comune, grazie all’educazione sco-
lastica, correggendo le tendenze centrifughe opposte dello snobismo elitario e
del dialettalismo plebeo.
Queste differenze per Devoto sono, al contrario, irriducibili, o almeno non
alla portata della scuola (71). Irriducibili sono le varietà geolinguistiche. Pren-
diamo per esempio l’ortoepia; la scuola
deve rinunciare a imporre tipi di pronuncia integralmente fiorentina o romana, e
limitarsi a combattere gli eccessi del regionalismo […] Maggiori raffinatezze so-
no un portato dell’educazione, dell’esperienza tratta da conoscenza di persone e
luoghi diversi, non di un insegnamento introduttivo (72).

Devoto continua a condividere il progetto ascoliano di bilinguismo italiano-dia-


letto che avrebbe dovuto concretizzarsi nella riforma Gentile. La sua preoccupa-
zione è quindi quella di evitare interferenze dialettali nella pronuncia dell’italia-
no (“eccessi del regionalismo”), contrastando piuttosto i processi di creolizza-
zione che l’esistenza dei dialetti. A scuola,
di fronte a questa lingua letteraria, fondata su modelli temperati e aperti, il dialetto
non è destinato ad essere né un marchio di inferiorità, né un simbolo romantico
di gentili età scomparse, né un malinteso simbolo di degenerazioni autonomisti-
che o separatistiche. Esso rimane valido come legittimo termine di confronto, per-
manente, antidogmatico nei confronti della lingua letteraria. È una alternativa, li-
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beratrice, alla spersonalizzazione e banalizzazione irradiante dalla lingua lettera-


ria, generalizzata nell’uso (73).

La fonetica è diventata l’elemento che più di altri caratterizza geografica-


mente la popolazione italiana:
Nel nostro secolo, con l’affluire delle masse nella vita pubblica, con il diffonder-
si della lingua scritta fra ceti sempre più vasti, si è avuto un rafforzamento di re-
gionalismi nella lingua scritta e parlata, nella cerchia letteraria e anche fuori di es-
sa (74).

Più acuto osservatore della realtà linguistica del paese di quanto non sia, nel suo
entusiasmo ideologico, Migliorini, Devoto osserva:
È erroneo credere che la decadenza dell’uso dei dialetti porti senz’altro a una uni-
ficazione della lingua italiana (75).

Anche se, probabilmente, si deve a Migliorini la denominazione di italiani re-


gionali, che appare al tempo del progetto di “Lingua nostra” nella corrispon-
denza tra i “Dioscuri” (76), Devoto è dunque tra i primi a notare che, tra il dialet-
to che decade e la lingua scritta delle persone colte (lingua letteraria), si sono fat-
ti spazio, sotto il fascismo, degli “italiani regionali”, per l’azione congiunta del-
la centralizzazione politica e della promozione sociale dei ceti medio-bassi “in-
colti”. Traccerà questo bilancio dell’età fascista:
Gli atteggiamenti inequivocabili, le decisioni squisitamente politiche, il qualche
centinaio di unità lessicali o di formule di impiego quasi quotidiano nella stampa
del tempo, non individuano così energicamente un periodo fascista nella storia
linguistica d’Italia, come lo fasciarsi dei dialetti, la formazione di tanti italiani re-
gionali inculti (77).

La scuola non è riuscita ad arginare il fenomeno. Malintesa e male applicata ri-


spetto ai principi originari, la stessa riforma Gentile ha prodotto incertezza del-
la norma, soprattutto a carico della pronuncia e della sintassi che a Devoto più
sembrano sregolate, anarchiche (78). L’amministrazione, la propaganda, i mezzi
di comunicazione hanno fatto il resto. Sono queste le varietà di un italiano usua-
le delle classi irresponsabili e incolte, ormai prevalenti, che risulta dall’impove-
rimento, dalla generalizzazione dice Devoto, dell’italiano letterario (79).
Nella grammatica del ’41 Devoto riconosce, dunque, che la lingua rispec-
chia le divisioni geografiche e culturali del paese e sostiene la necessità di tolle-
rare, però, i regionalismi se sono familiari al parlante e se una sostituzione con
forme letterarie comporti uno sforzo, un artificio non necessario, della pedante-
ria (80). La differenza rispetto agli “italiani regionali” la fa la cultura. Una lingua
colta, ma media nella normalità dell’uso, può conservare abitudini lessicali e fo-
netiche diverse da zona a zona, una certa libertà di realizzazioni, anche se cure-
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rà di evitare le pronunce e le cadenze dialettali e ogni forma di sciatteria. Più vol-


te, come abbiamo visto, questo implica, in Devoto, il diritto di salvaguardare i set-
tentrionalismi dell’italiano colto settentrionale, come i meridionalismi di quello
meridionale, in nome della naturalezza (81).
Sono irriducibili anche le differenze sociolinguistiche, che riflettono, non
meno di quelle geografiche, un paese diviso. Ma per Devoto, ascolianamente, è
la cultura che fa la lingua, la rende matura ed europea; l’élite colta esercita
un’egemonia (82) che si può tradurre eticamente in comportamenti civili virtuo-
si, come questo impegno che si prende il linguista Devoto di educare i giovani ser-
vendosi dello strumento di una grammatica (83).
L’uso degli italiani colti gli appare, come abbiamo visto, non omogeneo,
perché esprime la varietà dei risultati possibili a partire da un’educazione libera-
le. E allora l’Introduzione alla grammatica è improntata ai principi di quel “li-
beralismo linguistico” che proprio Devoto, per primo, riconosce nell’archetipo
ascoliano (un Ascoli, per la verità, come lui stesso, crocianamente, riconosceva,
più “liberista” che “liberale”):
Poche norme assolute, molte proposte, molti esempi di scelta: la lingua come stru-
mento di educata, reciproca comunicazione (84).

Alla varietà contribuisce la conoscenza delle lingue straniere, che implica, nel-
l’italiano delle persone colte, travasi (prestiti, calchi), ma più spesso confronti e
convergenze strutturali. A differenza di Migliorini, Devoto non difende pro-
grammaticamente l’italianità della lingua.
Trattando di pronuncia, ad esempio, Migliorini è preoccupato, oltre che di
correggere i regionalismi, di ridurre i forestierismi (85); suoni stranieri sono am-
messi solo per i nomi propri (toponimi in particolare) (86). Devoto, invece, con-
stata:
Oltre a un sistema di suoni “classico” si sovrappone così al tipo italiano un tipo
che possiamo dire europeo (87).
I tentativi di italianizzare finali consonantiche con l’aggiunta di una e, come fil-
me, alcole, trovano resistenza in ambienti non toscani (88).

Nella rappresentazione di una lingua moderna, che sta cambiando profondamente


(per certi aspetti tipologicamente), entra, certo, la lessicopoiesi. Devoto nota la
diversità dell’italiano, e già del latino, rispetto al greco e alle lingue germaniche
in cui è sempre stato facile creare composti;
Tuttavia nel periodo più recente la crescente importanza della tecnica ha intro-
dotto nella lingua comune molte parole composte (89).

Lo sa bene Migliorini, che ne ha fatto il suo campo di ricerca, anche sollecitan-


do la società italiana a formare parole nuove per non doverne importare di stra-
niere.
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Alcuni tipi morfologici hanno avuto uno sviluppo eccezionale (90); di que-
sti la giustapposizione apreposizionale (guerra lampo, fine corsa), di cui taccio-
no entrambi i linguisti nelle loro grammatiche, sembra trascinata o incoraggiata
da modelli stranieri e limitata nell’uso a contesti particolari, le “etichette” pub-
blicitarie o segnaletiche (91). Anche le locuzioni, su cui molto si sofferma negli
esercizi Migliorini, chiedendo di sostituirle, erano in crescita; spesso idiomatiche,
servivano a sletterarizzare la lingua parlata e a rendere più brillante la scrittura
giornalistica.
Il giudizio sulla sintassi torna a dividere Migliorini e Devoto; nel confron-
to sistematico tra lo schema grammaticale del latino e quello dell’italiano, a De-
voto appare chiaro che la diversità tra le due lingue, a seguito della deriva evo-
lutiva, è massima nella sintassi (92).
A fronte dell’interesse, vivo e propositivo, di Devoto per l’ammoderna-
mento della sintassi italiana nei suoi aspetti “antilatini”, c’è lo scetticismo di Mi-
gliorini e Pasquali, che giudicano invece arcaicissima la sintassi dell’italiano,
specie a confronto con quella del francese, e concentrano, quindi, sul lessico il
loro interesse per la modernità. Pasquali osserva che non a caso Lingua contem-
poranea di Migliorini (1938) “concede poco spazio a morfologia e sintassi” e
non a caso c’è un Dizionario moderno, il Panzini, ma non una “grammatica mo-
derna”: il congiuntivo non è in crisi, i costrutti latineggianti (gerundi anche as-
soluti, ablativi assoluti, participi presenti) sopravvivono, persino nella lingua del
popolo (93). E nondimeno finisce col riconoscere alcune innovazioni rispetto al
modello latino, come l’indebolimento dei nessi logico-sintattici più “grevi” a
vantaggio di locuzioni e avverbi, l’affermazione della frase scissa, l’omissione
della preposizione nei sintagmi giustappositivi, soprattutto la diffusione giorna-
listica dello stile nominale e, dietro al francese, della paratassi:
L’influsso del latino sulle lingue europee è stato necessario in un primo periodo;
più in qua non è stato neppur sempre benefico, perché ha nociuto alla loro spon-
taneità (94).

Il pensiero della sintassi travaglia Pasquali, teso tra i poli dell’europeismo di con-
vergenza e dell’italianità specifica. Della Grammatica degli Italiani di Trabalza
e Allodoli non gli piace la scarsa attenzione al confronto col latino, che avrebbe
permesso di distinguere nella sintassi la tradizione dall’innovazione (95). Rim-
provera a Migliorini di aver liquidato la sintassi in due pagine di Lingua con-
temporanea, occupandosi poco, ad esempio, del processo in atto di passaggio
dallo stile verbale a quello nominale (96). Ancora nella recensione alle gramma-
tiche scolastiche (Devoto e Migliorini grammatici, cit.) troverà il modo di ralle-
grarsi con Devoto e Migliorini per aver fuso morfologia e sintassi e di lamentar-
si con entrambi per aver trattato insufficientemente la sintassi, Migliorini curan-
do soprattutto il lessico, Devoto privilegiando i costrutti moderni a spese della tra-
dizione letteraria.
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Certo entrambi i linguisti sono persuasi dell’importanza sociale dell’educa-


zione linguistica, ma divergono sugli obiettivi. La letterarietà, il glorioso passato,
per Migliorini sono inestricabilmente connessi col modello di lingua proposto,
che è sottoposto ad un giudizio di valore (97); la lingua normale si arricchisce di
possibilità comunicative conservando viva la lingua letteraria. Lo sa chi legge le
voci del dizionario; oppure chi conia neologismi con elementi greci o latini.
Devoto si concentra, invece, sul presente, anche se la sua descrizione sin-
cronica e funzionale, non estetizzante, piuttosto vicina alla forma giuridica, con-
tiene elementi basilari di storia linguistica (98): l’esame contrastivo delle struttu-
re morfosintattiche del latino (99) e l’accentuazione, di conseguenza, del caratte-
re antilatino delle tendenze moderne visibili, almeno a partire dalla “crisi del Set-
tecento” (100), nelle lingue di cultura europee.
Si lega alla scelta della modernità un’opzione stilistica “media” (colta) che
incoraggia gli scolari a esprimersi in modo razionale, chiaro, senza pretese let-
terarie, facendo prevalere le ragioni dei contenuti sul culto della forma (101):
L’insegnamento della grammatica, quindi, non si propone di rendere troppo let-
teraria la lingua media dei ragazzi (102).

Alla preoccupazione di Devoto che i ragazzi non esagerino in letterarietà, per


una tipica pedanteria scolastica e per l’incapacità di distinguere usi di lingua di-
versi per scopo e contesto comunicativo, corrisponde, nella grammatica di Mi-
gliorini, la preoccupazione, opposta, della sciatteria espressiva, come dimostra-
no gli esercizi di trasformazione, sempre orientati dal registro colloquiale al re-
gistro letterario e non viceversa, segno che l’obiettivo di Migliorini, in questo
caso, non è tanto il padroneggiamento della lingua media, quanto il decoro:
Sostituisci le locuzioni in corsivo con espressioni equivalenti (ma meno colorite),
n. 100 e n. 139; Alle voci e locuzioni verbali stampate in corsivo sostituisci una
voce o una locuzione più precisa e più espressiva, n. 167 (103); In tutte le propo-
sizioni seguenti, vedrai adoperato il verbo lasciare. Esso non è sbagliato, ma è un
po’troppo generico. Vedi di sostituirlo in ciascuna proposizione con un verbo più
preciso, n. 122; Sostituisci nelle frasi seguenti il verbo fare con altri verbi che si-
gnifichino più specificamente quello che fare dice in modo approssimativo, n. 175,
ecc. (104).

Devoto teme assai di più l’affettazione:


Educazione vuol dire superamento di impulsi grossolani o sciatti, ma non pre-
ziosismo, civetteria, snobismo (105).

Da opposti fronti ci si scambia l’accusa di snobismo. Gli snob della buona società
che Migliorini sente ancora poco integrati nell’organismo nazionale fascista so-
no gli stessi che rivendicano il diritto a comportamenti, anche linguistici, natu-
rali, non affettati. Per questi lo snobismo alligna invece nei ceti medi, nella pic-
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cola borghesia arrivista e imitatrice, retorica e burocratica, su cui più si fonda il


consenso del regime.
Per Devoto come per Migliorini la giustezza di un uso linguistico non vie-
ne dal rispetto di regole astratte, astoriche; viene dalla capacità per l’individuo li-
bero di condividere i valori e i principi che la sua comunità si è data e continua
a darsi. Dalla natura sociale, civile dell’oggetto (la lingua), deriva allo speciali-
sta (il grammatico) la possibilità di giudicare lo stile individuale non in base a cri-
teri estetici (bello, brutto), ma secondo una scala di socialità, cioè di vicinanza al-
l’uso comune (106).
In Devoto la grammatica e il diritto sono accomunati nella loro storicità: ad
essi ogni comunità affida le proprie regole di vita, che non sono universali, ma
convenzionali e modificabili, cioè perfettibili:
Il giudizio di oggi, come la critica di oggi, è sostanza, non forma. Non deve ap-
parire prefabbricato e pilotato in base a sottili paragrafi immobili; deve essere oso
dire imprevedibile, sempre rinnovato e aggiornato anticipatore di leggi, adegua-
to allo svolgimento ordinato della società, fonte di educazione civile, vòlto al fu-
turo (107).

Dare spazio alla varietà significa accettare che la lingua sia in movimento, rico-
noscere le direzioni di quel movimento e intervenire per regolarlo, non per fer-
marlo.
In un articolo del ’39 su “Lingua nostra” (108) Devoto giustifica l’uso di
tratti ‘sgrammaticati’ (il relativo generalizzato che per di cui, a cui, ecc.; gli per
a loro; la perdita del congiuntivo dipendente) con l’evoluzione della lingua ver-
so forme sempre più brevi e funzionali, che vale la pena di capire dal punto di vi-
sta del parlante. Un buon esempio dell’impossibilità di dare una norma unica vie-
ne, ad esempio, dalla diversità dei comportamenti nel caso della pluralizzazione
dei composti, cioè di neologismi più e meno recenti; se il morfema del plurale si
aggiunge al secondo membro andando contro il senso (pomodori, grattacieli) è
evidente che quel composto si sta lessicalizzando e, dunque, che il parlante lo sen-
te piuttosto come una parola semplice.
Molti anni dopo, a metà degli anni ’60, incontrando pubblicamente dei li-
ceali per parlare di correzione dei temi d’italiano (109), Devoto avrebbe difeso an-
che nella scrittura si arrabbia contro il si adira dell’insegnante, libresco (“car-
ducciano”) ed elitario (110), o un ancor più colloquiale a me mi piace, un “ecces-
so di segnalazione” (pleonasmo), che non è “contro natura” nella lingua e dimo-
stra la vitalità del sistema (oltre che lo spostamento in corso del confine tra scrit-
to e parlato); avrebbe invece ristretto all’uso informale, “confidenziale”, il libro che
te ne ho parlato, troppo in conflitto con la morfologia istituzionale della lingua.
Il dopoguerra mette Devoto di fronte a nuovi impegni civili e a nuove esi-
genze educative. La letterarietà della lingua può essere uno strumento di divi-
sione in una scuola ancora troppo tradizionalista e autoritaria:
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Sono un giudice severo di tutti gli avvenirismi che si agitano nella scuola italia-
na. Ma non voglio che la situazione si radicalizzi, e che, di fronte alla rigidità cla-
mante dei novatori, si erga, compatto e muto, il muro dei conservatori. Che si im-
ponesse l’adirarsi fino a tanto che gli esercizi di italiano si riferivano a un sottile
primo strato linguistico, riservato a una minoranza (diciamo di uno su cinquanta)
si può capire. Oggi, questo sembra un esercizio ginnastico, per il quale i ragazzi
si sollevino in punta di piedi, per osservare uno strumento non valido per i più. La
parola si arrabbia è effettivamente più confidenziale. Ma, rispetto a si adira, non
significa declassamento: è solo una scelta consapevole. Noi scriviamo per comu-
nicare all’interno di una comunità di pari: non per distinguerci e isolarci in una co-
munità stratificata (111).

Il liberale elitario, sostenitore della riforma Gentile, si deve confrontare con la ri-
costruzione di un tessuto etico condiviso, dopo la guerra e dopo il fascismo (112).
E in Devoto è ineliminabile il legame fra civismo etico e cultura; di qui, negli an-
ni ’60, l’impegno a favore di una scuola democratica e di una più larga parteci-
pazione dei giovani ai benefici della pedagogia liberale:
nella attuale situazione di una società in via di trasformarsi, la scuola non può
permettersi di agire solo con scopi selettivi. Essa ha nel tempo nostro anche sco-
pi civici, se volete utilitari, come strumento di uguaglianza, se non sociale, per lo
meno morale. Non è possibile, per amore di una minoranza scelta, lasciar cro-
giolare una maggioranza del 70 per cento o 80 per cento nella indifferenza o nel-
l’ozio mentale, per quanto concerne la composizione di italiano […] Per mezzo
secolo la scuola italiana dovrà operare su due fronti, entrambi necessari, e alle
volte incompatibili: rivolta da una parte sì alla formazione delle personalità, ma
dall’altra al civismo, ivi compreso quello linguistico; scuola ora di spontaneità e
coraggio, ora di autocontrollo e prudenza (113).

Nel ’41 Devoto osserva la storia dell’italiano in una prospettiva di lungo perio-
do, ma orientata verso la situazione attuale; non è assillato dal problema della
nazionalizzazione della lingua (114); ad un’astratta purezza oppone la famiglia-
rità che rende l’uso linguistico naturale, adatto alla socializzazione; è contrario
ad un intervento invasivo dello stato attraverso le politiche scolastiche; tiene
conto di una realtà esistente, anche se minoritaria, quella delle persone educa-
te, capaci di esprimersi in un italiano medio civile, chiaro, moderno, e, all’oc-
correnza, di aumentarne il dosaggio letterario per ragioni puramente stilistiche,
cioè per una loro scelta. La sua visione di un paese disunito, ma entrato in mo-
do irreversibile nel processo generale di modernizzazione, sembra meno inge-
nua di quelle che, negli stessi anni, raffiguravano con toni trionfali l’Italia fi-
nalmente nazione intorno ad un centro, italiana di lingua e di cultura, senza di-
stinzione di classi (115).
La categoria storiografica del liberalismo linguistico ci permette, allora, di
distinguere da Devoto un Migliorini che liberale non era e fu piuttosto l’erede del
giacobinismo linguistico, come dimostra la centralità del problema della norma
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nei suoi scritti e nel suo impegno politico. Dietro le due grammatiche del ’41 si
intravvedono due ideologie, due modi di intendere il potere.
L’élite colta di Devoto è un’aristocrazia intellettuale (ma anche sociale) che
si propone di tornare a guidare il paese facendo appello alla razionalità e alla le-
galità; il suo primato si fonda su ragioni di prestigio e di merito; il suo senti-
mento di classe si sublima nel compito politico, educativo, che si è data: moder-
nizzare la società italiana, liberalizzarla e responsabilizzarla (116).
Dietro l’Italia “di tutti” di Migliorini si vede, invece, l’insofferenza per il
modello elitista e per l’élite dirigente dello stato liberale (117); la “rivoluzione fa-
scista” ha modificato radicalmente il quadro sociale accelerando processi di uni-
ficazione nazionale: la lotta di classe è stata superata dal corporativismo, le dif-
ferenze regionali sono state combattute con la centralizzazione istituzionale e la
modernizzazione del paese (118). La lingua stessa, saldamente governata, è di-
ventata un indicatore del cambiamento: l’italianizzazione cresce in fretta, dimi-
nuisce l’analfabetismo, si riduce la dipendenza dalle lingue straniere e aumenta
la volontà del nuovo; scienza, tecnologia, burocrazia acquistano dignità accanto
alla cultura umanistica tradizionale, che rischia di essere declassata ad ornamento.
Ci si aspetta che sia la scuola di Stato a formare la classe dirigente fascista, e
quindi si profonde il massimo impegno nelle riforme scolastiche (119).
In quel 1941 la passione civile poteva essere fascista o di segno oppo-
sto (120), e sarebbe difficile negare a uno dei due linguisti un sincero desiderio di
mettere a disposizione della società italiana il proprio sapere disciplinare. Anche
Croce aveva sottolineato il carattere ideologico di ogni grammatica e visto
nell’“ardore delle contese” grammaticali una “fede”, da cui si genera “l’odium
grammaticum, per niente inferiore all’odium theologicum” (121).
La maggior fortuna della grammatica di Migliorini, più volte riproposta
dall’autore (122), molto imitata, ben oltre l’occasione per la quale era nata, ebbe
certo delle conseguenze sociali; contribuì a tenere distinte grammatica e lingui-
stica e a differenziare il linguaggio della scuola da quello dell’università.

Università di Trento Serenella BAGGIO

NOTE

(1) Ringrazio Alfredo Stussi e Teresa Poggi Salani per la lettura di questo saggio e per i sug-
gerimenti che gentilmente mi hanno dato, senza con questo volerli in alcun modo coinvolgere nella
tesi e nelle valutazioni che presento.
(2) Cfr. Benedetto Croce, Rettorica, Grammatica e Filosofia del linguaggio. Le categorie ret-
toriche, interventi ripubblicati in Id., Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italia-
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na, VI ed., Bari, Laterza, 1966, pp. 141 e sgg. Cfr. anche Croce, Prefazione a Vossler-Vidossich-
Trabalza-Rossi-Gentile, Il concetto della grammatica a proposito di una recente Storia della gram-
matica. Discussioni, Città di Castello, Lapi, 1912, pp. VII-XIX (dibattito suscitato dall’uscita della
Storia della grammatica italiana di Ciro Trabalza, nel 1909); qui Croce dichiara, per quanto lo ri-
guarda, di tenere le regole grammaticali come “palloni frenati”, “pronto a tirarli in terra quando il lo-
ro volo minaccia precipizî, o, fuori di metafora, pedanterie” (p. XI).
(3) La sfiducia è espressa in modi perentori: “dal canto nostro già sappiamo […] quel che sia
da pensare della Grammatica, complesso di astrazioni e di arbitrî di uso affatto pratico” (Cro-
ce,“Questa tavola rotonda è quadrata”, Problemi di estetica, cit., p. 174; il titolo ironizza sulla pos-
sibilità di avere enunciati illogici, ma pienamente grammaticali).
(4) Croce, L’“Idioma gentile” (1905), in Problemi di estetica, cit., p. 211. Questo toglie valo-
re cognitivo non solo, dunque, alla grammatica prescrittiva, ma anche a quella storica e descrittiva,
quindi alla linguistica. Salta l’idea di modelli linguistici, perché non ci sono né regole né eccezioni:
“Perciò la teoria moderna accetta autori e modi di scrivere che i vecchi grammatici e critici conside-
ravano ibridi, rozzi, scorretti, o che accettavano collocandoli nella comoda quanto irrazionale cate-
goria delle eccezioni” (ib., p. 212). Figlia della gnoseologia kantiana e della scienza dello spirito, la
filosofia del linguaggio di Croce ritiene fallita la linguistica naturalista, determinista, psicologista, che
ha trattato la lingua come un congegno puramente strumentale all’espressione del pensiero e ha pre-
teso di trovarvi operanti delle leggi oggettivamente verificabili.
(5) Croce, L’“Idioma gentile”, cit., p. 212.
(6) Croce, Per una polemica sulla lingua (1906), in Problemi di estetica, cit., p. 221.
(7) Anche Manzoni, dice Croce, dando un modello linguistico agli italiani, “non si liberò mai,
nelle sue teorie sul linguaggio, da certe idee da intellettualista ed enciclopedista del secolo decimot-
tavo” (Croce, L’“Idioma gentile”, cit., p. 211). A maggior ragione l’accusa veniva rivolta all’Idioma
gentile di Edmondo De Amicis, il quale con grande zelo, da neofita manzoniano, combatteva il pu-
dore che tratteneva gli italiani dall’usare parole toscane: “Ma non si accorge che ciò che egli chiama
falso pudore e codardia può pur essere, a volte, un sano senso estetico, che ci vieta di usare i voca-
boli i quali non sarebbero coerenti con la nostra personalità, con la nostra psicologia, con la fisiono-
mia generale del nostro parlare” (ib., p. 216); “L’Idioma gentile, oltre a fondarsi sopra un concetto
errato del linguaggio, è uno schietto prodotto della fissazione linguaiola, triste eredità della deca-
denza italiana, e della decadenza di quella regione che fu il cuore dell’Italia poetica e artistica, la To-
scana” (ib., p. 219).
(8) Croce, L’“Idioma gentile”, cit., p. 216.
(9) La critica degli intellettuali liberali alla proposta linguistica della scuola postunitaria è ben
rappresentata da Giacomo Devoto; si veda nel suo Profilo di storia linguistica italiana: “Sulla tradi-
zione di lingua letteraria nella seconda metà del secolo XIX ha poi esercitato un’opera di conquista
e di difesa la scuola. […] Fino alla prima guerra mondiale, nonostante polemiche e vicende, la lin-
gua letteraria italiana ebbe un carattere di sostanziale conservatorismo. Il suo svolgimento fu lento,
alle volte statico, e sempre dominato dagli schemi scolastici che guardano più ai modelli di una let-
teratura accademica che alla lingua effettivamente usata […] Il pericolo consisteva nel culto della
forma in sé, nell’illusione che la lingua nazionale fosse una cosa ben definita, di cui si trattava di en-
trare in possesso” (IV ed., Firenze, La Nuova Italia, 1971, p. 145); “prevalse piuttosto la preoccupa-
zione difensiva, il timore dell’elemento forestiero, il purismo geografico” (Devoto, Itinerario stilistico,
con un’introduzione critico-bibliografica di Gianni A. Papini, Firenze, Le Monnier, 1975, p. 11). La
reazione nell’élite liberale fu, più o meno coscientemente, quella dell’“anomalismo”; e sull’anoma-
lismo di Devoto si veda Antonio La Penna, La scuola e l’università nel pensiero e nell’attività di
Giacomo Devoto, in Giacomo Devoto nel centenario della nascita, a cura di Carlo Alberto Mastrel-
li e Alessandro Parenti, Firenze, Olschki, 1999, pp. 123-150.
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(10) Sulle ragioni che portarono a questa soppressione, motivate da diverse posizioni sul tema
della lingua, ma con un prevalente interesse alla liberazione dell’italiano dai vincoli estetici che ne
facevano un idioma artificioso e inattuale, cfr. Marino Raicich, Questione della lingua e scuola (1860-
1900). L’area del purismo e della retorica, in Id., Scuola cultura e politica da De Sanctis a Gentile,
Pisa, Nistri Lischi, 1981, pp. 97-117. Nell’affossamento della retorica fu trascinata anche la gram-
matica. Ci fu più tolleranza, di conseguenza, per il polimorfismo grammaticale. La vicenda merite-
rebbe di essere meglio studiata per l’incidenza che ebbe sulla formazione degli italiani colti; si av-
verte il vuoto tra l’ormai ben nota situazione di fine ’800 (su cui cfr. Maria Catricalà, Le grammati-
che scolastiche dell’italiano edite dal 1860 al 1918, Firenze, Accademia della Crusca, 1991) e quel-
la, ancor meglio nota, della seconda metà del ’900, età di “educazione linguistica” militante e di in-
dagini sociolinguistiche della realtà italiana.
(11) Contestando il giacobinismo nella politica scolastica dello stato, Salvemini si chiedeva: “si
può mai proibire alle famiglie di avere precettori privati?” (I clericali e la scuola media, “L’Unità”,
17 ottobre 1913; op. cit., p. 858); e ricordava come il diritto delle famiglie a decidere liberamente
l’istruzione dei figli fosse stato riconosciuto nella legge Casati, la quale recitava: “All’istruzione, di
cui nell’articolo precedente, sarà eguagliata quella, che più padri di famiglia associati a questo intento
faranno dare sotto l’effettiva loro vigilanza e sotto la loro responsabilità in comune ai propri figli” (art.
252), “senza vincolo d’ispezione per parte dello Stato” (art. 251). Cfr. Gaetano Salvemini, Scritti sul-
la scuola. Opere, vol. V, a cura di Lamberto Borghi e Beniamino Finocchiaro, Milano, Feltrinelli,
1966.
(12) Davide Colussi, Tra grammatica e logica: saggio sulla lingua di Benedetto Croce, Pisa-
Roma, Serra, 2007.
(13) Claudia Fabrizio, Idee linguistiche e pratica della lingua in Giovanni Gentile, Pisa-Roma,
Serra, 2008, pp. 75 e sgg.; sulla decostruzione idealistica della grammatica in Gentile si veda il ca-
pitolo secondo della Fabrizio (“C’è una grammatica che è morta”. La norma linguistica secondo
l’idealismo gentiliano, pp. 41 e sgg.).
(14) Per informazioni più precise rimando ad un mio studio linguistico, in corso, dei diari di
Elena Carandini, figlia di Luigi Albertini, direttore del “Corriere della Sera”; per un anticipo, cfr. Se-
renella Baggio, Introduzione, in Elena Carandini Albertini, Le case, le cose, le carte. Diari 1948-
1950, a cura di Oddone Longo, Padova, Il Poligrafo, 2007, pp. 13-54.
(15) È noto come Gramsci considerasse reazionaria la riforma Gentile, che aveva tolto l’inse-
gnamento della grammatica indispensabile alla “massa popolare nazionale” per appropriarsi della
lingua colta: “Nella posizione del Gentile c’è molta più politica di quanto si creda e molto reaziona-
rismo inconscio […]: c’è tutto il reazionarismo della vecchia concezione liberale” (Quaderni del
carcere, ed. critica a cura di Valentino Gerratana, vol. III, Torino, Einaudi, 1975, p. 2349). Abbiamo
visto la reazione degli intellettuali (Croce in prima fila) all’iniziativa di una grammatica per autodi-
datti, fatta da uno scrittore giornalista animato da passioni manzoniane e socialiste, com’è L’Idioma
gentile di Edmondo De Amicis, tipico manualetto selfhelpista dell’italianizzazione linguistica; la di-
vulgazione giornalistica screditava la grammatica, ridotta ad utensileria per i ceti medio-bassi.
(16) Negli anni ’60, in una prospettiva di lungo periodo, Devoto considera la Grammatica la
“grande Ignorata” della scuola italiana, pur nell’avvicendamento delle riforme e nel cambio dei pro-
grammi (Giacomo Devoto, Civiltà di parole, Firenze, Vallecchi, 1965, vol. I, p. 77). E Migliorini, nel
’42, aveva osservato: “l’insegnamento della grammatica e del lessico nei vari ordini di scuole, forse
un po’ trascurato negli ultimi decenni, riprende grande importanza” (Lingua letteraria e lingua del-
l’uso, “La Ruota”, III.11-12, 1942, p. 138).
(17) I programmi Ercole rappresentano fra il ’34 e il ’36 un’inversione di rotta rispetto al-
l’idealismo liberale della riforma Gentile. Nel ’34, tempestivamente, usciva la Grammatica de-
gl’Italiani di Ciro Trabalza e Ettore Allodoli, per Le Monnier, che è, programmaticamente, una spe-
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culazione estetica sulle forme della lingua, e quindi porta una ricca documentazione letteraria e mi-
ra a individuare in questa, e non nell’uso comune, lo spirito della nazione. Fu prontamente recensi-
ta, e con molte perplessità, da Alfredo Schiaffini, Una grammatica italiana (1934), in Id., Italiano an-
tico e moderno, a cura di Tullio De Mauro e Paolo Mazzantini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1975, pp.
223-231; e da Giorgio Pasquali, Lingua italiana moderna, poi in Id., Pagine stravaganti, intr. di Gio-
vanni Pugliese Carratelli, vol. I. Pagine stravaganti vecchie e nuove. Pagine meno stravaganti, Fi-
renze, Sansoni, 1968). Il giudizio più severo, come ricorda Luigi Heilmann introducendo la Gram-
matica italiana di Pier Gabriele Goidànich (IV ed. postuma, Bologna, Zanichelli, 1962), sarà poi
quello di Robert Hall jr.: “mistura confusa di presentazione descrittiva e storica, con intromissione
d’interpretazioni idealistiche e fascistiche” (Bibliografia della linguistica italiana, Firenze, Sansoni,
1958, n. 3030).
Dalla Grammatica degl’Italiani: “Tra le lingue moderne la nostra, che più fedelmente conti-
nua la gloriosa parola di Roma, è forse anche quella che vanta la più ricca e significativa tradizione
di dottrina grammaticale […] Sicché non è a meravigliare che oggi, nel nuovo clima spirituale della
nazione, si sia destato in tutto il paese, e particolarmente nelle classi colte, un più vivo e raffinato de-
siderio non solo di scienza ma di disciplina linguistica, specie rispetto a certo disorientamento, più
che indifferentismo non soltanto scolastico” (Prefazione); la grammatica è “tutrice della purezza e cor-
rettezza del patrio idioma” (ib.).
(18) Cfr. Ghino Ghinassi, Migliorini contemporaneista. Introduzione, in Bruno Migliorini, La
lingua italiana del Novecento, a cura di Massimo L. Fanfani, Firenze, Le Lettere, 1990; Id., Bruno
Migliorini e la sua “Storia della lingua italiana”. Introduzione, in Bruno Migliorini, Storia della
lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1988. E inoltre: L’opera di Bruno Migliorini nel ricordo degli al-
lievi, con una bibliografia dei suoi scritti, a cura di Massimo L. Fanfani, Firenze, Accademia della
Crusca, 1979; per la vicinanza a Bottai, cfr. Claudio Marazzini, Bottai e la lingua italiana, “Lingua
nostra”, LVIII.1 (1997), pp. 1-12.
(19) Il foglio di accompagnamento della rivista dichiarava: “Pubblico: insegnanti, studenti, cu-
riosi di lingua, i lettori del Dizionario moderno del Panzini e del Barbaro dominio del Monelli”.
(20) Sul Devoto della Storia della lingua di Roma cfr. Aldo L. Prosdocimi, Giacomo Devoto e
la linguistica dell’Italia antica, in Giacomo Devoto nel centenario della nascita, cit., pp. 63-82; e inol-
tre la voce Giacomo Devoto di Aldo L. Prosdocimi, nel Dizionario Biografico degli Italiani, vol.
XXXIX, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1991. Prosdocimi ricorda che lo schema simme-
trico a quattro poli (lingua letteraria, tecnica, espressiva, usuale) derivava dall’Old English Dictionary
di J.A.H. Murray. Devoto, come vedremo, lo riproporrà, con qualche aggiustamento, nel dibattito
sulla lingua letteraria aperto da Migliorini sulla rivista romana “La Ruota” (Devoto, Lingua lettera-
ria e lingua dell’uso, “La Ruota”, III.1-2, 1942, pp. 3-5).
(21) Cfr. Giorgio Pasquali, Lingua nuova e antica. Saggi e note, a cura di Gianfranco Folena,
II ed., Firenze, Le Monnier, 1985. La recensione, che Pasquali volle fosse esclusa da quel volume, si
legge col titolo Grammatiche, in “Nuova Antologia”, LXXV (16 ottobre 1941), pp. 407-414; è stata
ristampata e rititolata Devoto e Migliorini grammatici, in “Belfagor”, XXII (1967), pp. 273-283, da
cui cito.
(22) Un contrasto che sarebbe diventato evidente qualche anno dopo, quando uscirono le ri-
spettive storie della lingua italiana: il Profilo di storia linguistica italiana (1953), di Devoto, a com-
plemento della Storia della lingua di Roma, e la Storia della lingua italiana (1960), di Migliorini.
(23) Sulla vicenda, che incrinò irrimediabilmente il rapporto prima molto affettuoso tra Devo-
to e Pasquali, cfr. Domenico De Martino,“Il mio migliore amico, il mio Gönner”. Lettere di Giaco-
mo Devoto a Giorgio Pasquali (1920-1942), in Giacomo Devoto nel centenario della nascita, cit., pp.
153-187, e Massimo Fanfani, Devoto e gli inizi di “Lingua nostra”, ib., pp. 214 e sgg. Si aggiunga
il recente Claudio Marazzini, La grammatica di Bruno Migliorini, in Per una storia della gramma-
tica in Europa. Atti del Convegno, Milano, 11-12 settembre 2003, a cura di Celestina Milani e Rosa
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Bianca Finazzi, Milano, Università Cattolica, 2004, pp. 349-367; il recentissimo e ben documentato
Matteo Viale, Migliorini tra grammatica ed educazione linguistica, in Bruno Migliorini, l’uomo e il
linguista (Rovigo 1896 - Firenze 1975). Atti del convegno di studi, Rovigo, Accademia dei Concordi,
11-12 aprile 2008, a cura di Matteo Santipolo e Matteo Viale, Rovigo, Accademia dei Concordi, 2009,
pp. 291-311; e, per un discorso più generale, Tullio De Mauro, La cultura fiorentina e la linguistica
del Novecento, in Firenze e la lingua italiana fra nazione ed Europa. Atti del convegno (Firenze, 27-
28 maggio 2004), a cura di Nicoletta Maraschio, Firenze, University Press, 2007, pp. 15-25.
(24) Numerosi i giochi di parole accattivanti, ad esempio nei titoli delle letture, giustificati dal-
l’etimo comune e divertenti per gli accostamenti: Il mirto e la mortadella (p. 67), Le Muse, la musi-
ca, il museo, il mosaico (p. 89), La supplica e il supplizio (p. 93), L’arengario, l’arringa, la ringhiera
(p. 100), ecc.
(25) Pasquali, Devoto e Migliorini grammatici, p. 279. Devoto “gran ragionatore”, “dialettico
fortissimo”, ha talento di giurista dogmatico (ib., p. 278). Vedremo, invece, Devoto dare un senso po-
sitivo all’accostamento della grammatica e del diritto, istituzioni della vita civile.
(26) Luigi Heilmann, con un ambiguo complimento, riconosce alla grammatica di Migliorini
“sicura competenza della esposizione empirica tradizionale” (Introduzione a Goidànich, cit., p. X).
(27) Si tratta in effetti di esercizi molto intelligenti (e direi astuti dal punto di vista pedagogi-
co) che presuppongono nel loro ideatore quadri di riferimento teorici del tutto diversi da quelli tra-
dizionali della sezione descrittiva; ben giustificabili alla luce del giudizio che Ghinassi ci ha dato
della cultura linguistica di Migliorini (Migliorini contemporaneista, cit.). Efficace didatticamente
anche l’idea di distribuire gli esercizi in modo che la stessa competenza venga testata a più riprese,
a distanza di tempo. Matteo Viale, Migliorini tra grammatica ed educazione linguistica, cit., lega
l’uso del “metodo diretto” nella grammatica di Migliorini al modello di Bally (gli esercizi contenu-
ti nel secondo tomo del Traité de stylistique française, a cui, come vedremo, anche Devoto farà rife-
rimento) e, in genere, al suo interesse glottodidattico rivolto all’apprendimento della lingua secon-
da: il francese, l’italiano dei dialettofoni, l’esperanto. La posizione anomala degli esercizi in Lingua
nazionale verrà corretta nelle edizioni successive per esigenze editoriali e per non sconcertare trop-
po gli insegnanti.
(28) Nella Prefazione Migliorini distingue tra grammatica e pratica della lingua (non si impa-
ra a nuotare studiando le regole del nuoto) e promette di uscire dall’astrazione “dando larga parte al-
la ginnastica lessicale”, cioè agli esercizi di trasformazione e sostituzione: si tratta di “trasportare, per
così dire, il centro di gravità del libro alla parte destinata alle esercitazioni” (p. VII). Il pragmatismo
sta alla base del successo di questa grammatica, come riconobbe ventisei anni dopo lo stesso Mi-
gliorini, introducendo Lingua viva, versione rimaneggiata di Lingua nazionale, già alla seconda edi-
zione; gli sembrava particolarmente felice “l’esperimento di costruire su base intuitiva le principali
nozioni grammaticali, attraverso una copiosa serie di esercizi”. Cfr. Marazzini, La grammatica di
Bruno Migliorini, cit., p. 362.
(29) “Il Migliorini si mostra molto più ligio alla tradizione scolastica, tranne poi a superarla o
annullarla senza dirlo negli esercizi; come quando accetta senz’altro la divisione di vocaboli in par-
ti del discorso come in compartimenti stagni, ma poi negli esercizi, proponendo di trasformare una
frase in un’altra del medesimo significato ma con locuzioni verbali al posto delle nominali o viceversa,
fa capire che queste apparenti monadi leibniziane sono stati diversi di aggregazione di una medesi-
ma sostanza e sono intercomunicanti” (Pasquali, Devoto e Migliorini grammatici, p. 279). Si veda-
no esercizi come il n. 136: Trai dal verbo di ciascuna proposizione il sostantivo corrispondente dan-
dogli come complemento quello che era il soggetto. Per es.: La clientela ha reclamato contro il rial-
zo abusivo dei prezzi: Il reclamo della clientela; sono numerosi gli esercizi su deverbali, nomina ac-
tionis e nomina agentis.
(30) Esercizi n. 208, 246, 275. Parole straniere da sostituire: attaché, biberon, bleu, boxeur,
(vino) brûlé, cachet, camion, chauffeur, club, comfort, gaffe, garage, golf, knock-out, lift, mascotte,
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mannequin, match, marrons glacés, matinée, menu, nécessaire, nuances, omelette, panne, patinoire,
pendant, premiére, record, rez-de-chaussée, round, tourniquet, tunnel; nonché gli italianizzati detta-
glio, flacone, lavaggio, lingeria. Si aggiungono esercizi autarchici sulle lingue speciali, come il n. 260,
sul lessico marinaresco.
Si ricorderà che il ’41 è l’anno in cui comincia il lavoro della Commissione per l’italianità del-
la lingua, nominata dall’Accademia d’Italia a norma della legge n. 2042 del 23.12.1940; cfr. Sergio
Raffaelli, Le parole proibite. Purismo di stato e regolamentazione della pubblicità in Italia (1812-
1945), Bologna, Il Mulino, 1983, e Gabriella Klein, La politica linguistica del fascismo, Bologna, Il
Mulino, 1986. Dal ’39 Pasquali era nella Commissione per la Toponomastica incaricata dell’italia-
nizzazione grafica dei nomi geografici stranieri.
(31) Cfr. Devoto, L’“aspetto” del verbo, “Lingua nostra”, II (1940), pp. 35-38, poi in Scritti
minori. II, Firenze, Le Monnier, 1972, pp. 9-15.
(32) Cfr. Pasquali, Devoto e Migliorini grammatici, p. 279; e complessivamente: “la difficoltà
è piuttosto accresciuta dall’introduzione di una nomenclatura molto rigorosamente escogitata ed ela-
borata, ma in gran parte nuova almeno per manuali scolastici” (ib.). Sintagma è parola di primaria im-
portanza nella teoria sintattica di Devoto: “Il riconoscimento dei sintagmi è il compito della cosid-
detta analisi logica: come il riconoscimento della parola è stato il compito dell’analisi grammatica-
le” (Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 222). I sintagmi essenziali sono il predicato, che è “il
sintagma impersonato dal verbo”, e il “sintagma soggetto” (ib., p. 223); nelle proposizioni comples-
se si aggiungono a questi i sintagmi accessorî. E si osservi anche il pieno impiego che Devoto fa del-
la terminologia scientifica della grammatica storica nella fonetica di questa grammatichetta, in radi-
cale contrasto con il capitolo I suoni e i segni di Migliorini.
(33) Pasquali, Devoto e Migliorini grammatici, p. 281. Pasquali ironizza su Devoto: “non pa-
re che l’orecchio sia il senso in lui più sviluppato […] E urta talvolta il mio orecchio persino il suo
modo di scrivere […] Ma sembra scritto negli astri che all’esaltazione delle potenze logiche non cor-
risponda quasi mai pari sviluppo del senso musicale e in genere artistico”. Di qui venne a Devoto l’eti-
chetta di intellettuale più che uomo di gusto attribuitagli poi anche da Gianfranco Contini, L’analisi
linguistica di Giacomo Devoto (1943), in Id., Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-
1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 661-671, con ricorrenze lessicali significative (arcigno, ad esem-
pio); come a dire, l’accusa di aver sacrificato la letteratura alla linguistica, lo stile individuale alla lan-
gue di un troppo amato modello strutturalista ginevrino rivissuto in chiave “logistica e arcigna”:
“quella del Devoto appare come una nuova retorica, una retorica, beninteso funzionale, relativa alla
lingua come strumento” (p. 663). Giudizi, come si vede, fortemente limitativi, di un Contini crocia-
no, irritato anche dalla scrittura tersa e razionale del linguista (il suo “scriver bene”, a prescindere,
secondo Contini, dalle circostanze affettive e storiche, regolato da ragioni puramente naturali). E che,
in quegli anni, dichiarava: “Il linguista, nel senso concreto, è appunto il critico letterario” (Contini,
Lingua letteraria e lingua dell’uso, “La Ruota”, III.1-2, 1942, pp. 6-12).
(34) Giacomo Devoto, Grammatiche. Grammatica 1941, “Nuova Antologia”, LXXVI, 1 di-
cembre 1941, pp. 302-306. Ancora più aspra, ma più personale, è la replica che appare su “Lingua
nostra”, in cui Devoto accusa Pasquali di aver dato un giudizio di parte (“ha preteso dimostrare che
tutto il bene sta in una delle due grammatiche, tutto il male nell’altra”) e di aver messo uno contro
l’altro i direttori di “Lingua nostra”: i quali “Hanno anche potuto scrivere due assai diverse gram-
matiche, ciascuno convinto di non essere stato superato dall’altro, entrambi rispettosi delle loro di-
vergenze, e del principio che in questo campo la libertà di opinione e di discussione deve regnare so-
vrana” (Giacomo Devoto,“Introduzione alla grammatica”, “Lingua nostra”, III.6, 1941, p. 136). Al-
l’accusa di indelicatezza risponde poi Pasquali con una nota lessicale suggerita da “un comune ami-
co” (Giorgio Pasquali, Indelicato, indelicatezza, “Lingua nostra”, IV.1, 1942, p. 15); segue una bre-
ve e non conciliante nota di Devoto sullo stesso tema (ib.).
(35) Devoto, Grammatiche, p. 303.
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(36) Ma pensa anche a Pasquali: “Filologo positivista per il quale la lingua non è che la som-
ma di tante minuzie manifeste, e non una intelaiatura in parte visibile in parte nascosta” (Devo-
to,“Introduzione alla grammatica”, cit., p. 136). Alla filologia delle minuzie Devoto oppone la gram-
matica storica che permette di leggere il documento (manoscritto, tradizione antica, o anche un fat-
to grammaticale) in chiave critica, all’interno di un sistema coerente; mancando la critica si cade, co-
me Pasquali, nell’antistoricismo.
(37) Devoto, Grammatiche, p. 303.
(38) Una diversa matrice, di tipo stilistico, va ricercata nel riferimento ai toni affettivi che cer-
te derivazioni possono comportare, ad esempio nell’alterazione; si è visto sopra come le consegne de-
gli esercizi di Devoto mirino a dar consapevolezza agli scolari dei diversi effetti tonali delle loro scel-
te. Una sola volta anche Migliorini parla di toni ed è nell’esercizio n. 273, dove si distingue, però, tra
lingua comune e lingua speciale (“la mamma dirà manda giù un sorso d’acqua, il medico ordinerà di
deglutire due pillole ogni tre ore”).
(39) Si sa quanto Migliorini fosse interessato ai rapporti tra lingue speciali e lingua comune,
soprattutto per il passaggio di parole da quelle a questa.
(40) Pasquali, Devoto e Migliorini grammatici, pp. 275-6.
(41) Cfr. ad es. l’esercizio n. 229 di Migliorini (In ogni coppia di frasi, una è piuttosto lette-
raria, l’altra è piuttosto popolare: sottolinea quella popolare), che sottintende l’identità tra “popo-
lare” (idiomatico) e usuale.
(42) Più accattivante e moderno è Migliorini, che parla di giovinetti, come l’editoria contem-
poranea che a giovinetti e giovinette dedica collane particolari. Ma certo manca ancora, col nome, il
concetto stesso di adolescenza, per il quale si dovranno aspettare gli anni ’70.
(43) Devoto, Grammatiche, p. 306.
(44) Migliorini, La lingua nazionale, p. 174.
(45) Giacomo Devoto, La norma linguistica nei libri scolastici, “Lingua nostra”, I.2, 1939, pp.
57-61 (da cui cito), poi in Id., Scritti minori, Firenze, Le Monnier, 1972, vol. III, pp. 208-213.
(46) Oggetto della polemica è il Correttore degli errori più comuni di grammatica e di lingua,
Torino, SEI, 1936, di Euclide Milano, il Grammaticus del “Popolo d’Italia”, sorta di Appendix Pro-
bi, che mette rozzamente a confronto forme errate e forme corrette; cfr. La norma linguistica, cit. Lo
stesso Milano ebbe accesso a “Lingua nostra” con un articolo, stampato accanto a quello di Devoto,
in cui accusava di lassismo la scuola, che non si impegnava a correggere scorrettezze e stravaganze
ormai diffuse nella lingua giornalistica, soprattutto francesismi (Euclide Milano, Il “componimento
italiano”, “Lingua nostra”, I.2, 1939, pp. 61-64).
(47) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 12.
(48) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 12.
(49) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 12.
(50) Tra le idiosincrasie della scrittura di Devoto segnalo alcune grafie o pronunce etimologi-
che, anche dello stile dannunziano, come imagine, contradire, sodisfare, inalzare, intelligibile, resul-
tare; e ancora l’opzione per lagrime, famigliare e intiero; una riflessione sui diversi effetti che si ot-
tengono usando artificiale o artifiziale si trova, ad esempio, in Civiltà di parole, cit., vol. I, p. 149. E
poi la tendenza, antitoscana, a evitare l’elisione: la opera, una azione, la impostazione, lo indifferen-
tismo, lo impegno, ecc., ma press’a poco. Sono famosi, nella pagina a stampa, gli staccati tipografici
devotiani in forma di sottolineatura. Sul piano sintattico si segnalano costruzioni come appassionato
per, desiderare di + inf. e qualche caso di verbo d’opinione con l’indicativo (“è diffusa l’impressione
che uno scritto […] ha un’aria di naturalezza e spontaneità”, Itinerario stilistico, cit., p. 3); su quello
morfologico ad esempio qualche oscillazione nel genere del nome (il biro, i diti / le dita) e la funzio-
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nalizzazione di doppioni morfologici come quello di nutre / nutrisce (in cui Devoto vede una differenza
tra azione abituale e occasionale, tra uso comune e uso medico; Civiltà di parole, cit., vol. I, p. 78).
(51) Che conserva anche dopo il ventennio all’opposto di altri “liberali di sinistra”, ormai con-
vinti del perverso intreccio dei temi di riforma scolastica con quelli dell’ideologia fascista; tra que-
sti anche Salvemini, che nel ’52 definisce infame la riforma Gentile.
(52) Cfr. Prospettive, in Profilo, cit., pp. 144 e sgg., e in Il linguaggio d’Italia. Storia e strut-
ture linguistiche italiane dalla preistoria ai nostri giorni, Milano, Rizzoli, 1974, pp. 346 e sgg.
(53) Era, naturalmente, una rivendicazione di libertà (e di anticonformismo), almeno quanto
quella, a suo modo simmetrica, di Croce non-professore di filosofia: “io stesso, che di filosofia co-
nosco un po’ più di molti professori di filosofia, non potrei essere ammesso a un concorso a un po-
sto di filosofia nelle scuole medie, per mancanza della laurea, cioè del titolo” (Benedetto Croce, Tac-
cuini di guerra, 1943-1945, a cura di Cinzia Cassani, con un saggio di Piero Craveri, Milano, Adel-
phi, 2004, p. 256).
(54) Devoto osserva, polemicamente, la resistenza ostinata al nuovo quando si parla di gram-
matica: “Strano destino di quella forma di attività mentale che più ci ha occupati nei giovani anni e
così continua per i nostri figli: ci si vanta di essere innovatori nella politica, nelle armi, nella filoso-
fia, nella terapia, nella zootecnia, nella moda, ma non nella grammatica” (Grammatiche, p. 303).
(55) Devoto, Grammatiche, p. 305. Torna all’argomento su “Lingua nostra”: “In questioni di
pronuncia sarà lecito avere programmi non massimi: per ragioni di opportunità, non per durezza
d’orecchio. Imporre attraverso la scuola media una pronuncia toscana o tosco romana pare a me una
chimera. È più ragionevole cercare di attenuare i caratteri regionali in quanto diano all’orecchio im-
pressione di rozzezza e di incultura” (“Introduzione alla grammatica”, p. 136). Marazzini parla di
toscanocentrismo in Devoto, citando l’Introduzione alla grammatica, pp. 12-14 (La grammatica di
Bruno Migliorini, cit., p. 365); ma affermazioni come quelle riportate, sull’origine fiorentina della lin-
gua italiana, temperate dall’accenno ad “una tradizione valida per tutti gli italiani” all’ombra della
quale “la lingua ha continuato a svolgersi con altro ritmo, pacato”, più lento, cioè, di quello che ave-
va portato al cambio di lingua da latino a volgare, potrebbero essere anche dell’Ascoli. Né stupisce
che Devoto, come l’Ascoli, vedesse nella Toscana e a Firenze in particolare, la trasmissione lingui-
stica più diretta del latino. Mi pare ascoliana anche la distinzione tra lingua italiana e dialetto fio-
rentino: “La lingua italiana si fonda sul dialetto fiorentino, elevato a dignità e ricchezza di lingua let-
teraria e diffuso per tutta Italia”. E certo ascoliana è l’osservazione di Devoto sull’esistenza di una
capitale, Roma, che ha accresciuto “la sua forza accentratrice”, nonostante la diffusione dei “regio-
nalismi” mostri una situazione ancora dominata dal policentrismo. Così l’ammonizione rivolta alla
scuola di limitare gli interventi correttivi (ortoepia) ai casi di pronuncia e di cadenza dialettale più mar-
cati, cioè più plebei, riconoscendo come chimerica l’unificazione delle pronunce sul tipo fonetico fio-
rentino o romano, aveva allora un aspetto moderato, liberale, a fronte dell’imposizione scolastica di
una sola pronuncia; oggi, invece, ci appare invadente anche l’intervento limitato (Marazzini, ib.), ci
sembra arbitraria la distinzione fra i tratti tollerati e quelli combattuti e ancor più arbitrario il crite-
rio sociale che la sottintendeva (preferenza per l’uso civile, urbano). Non mi sembra, in ogni caso,
che si possa dire che Devoto fosse “incline al fiorentinismo nella fonetica” (Marazzini, p. 366). Lo
era invece Pasquali, vicino alle posizioni di Migliorini; vedremo Devoto ironizzare sul purismo to-
scano di casa Pasquali (la moglie del filologo era toscana).
(56) Pasquali, Devoto e Migliorini grammatici, p. 280.
(57) Recensendo Johann Baptist Hofmann, Lateinische Umgangssprache (1926), Pasquali e
Devoto avevano introdotto l’espressione lingua dell’uso; lo ricorda Migliorini, Lingua letteraria e lin-
gua dell’uso, cit., p. 225, e nello stesso articolo prende le distanze dallo psicologismo affettivo del-
la definizione hofmanniana (che oggi, invece, come la Italienische Umgangssprache di Spitzer, ci in-
teressa per gli anticipi di una moderna teoria pragmatica).
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La cultura italiana, con rare eccezioni (Devoto, Migliorini, Terracini), respinse a lungo la de-
clinazione della stilistica come studio di Sprachstile, cioè rifiutò il concetto dello stile individuale
(Stilsprache) come particolare attuazione del sistema linguistico del tempo (lo “scarto” vossleriano),
con le implicazioni di storia sociale e culturale che ne sarebbero derivate, e preferì dedicarsi alla cri-
tica d’autore; oltre a Contini, La stilistica di Giacomo Devoto, in Varianti, cit., pp. 673-686, e allo
stesso Devoto, Profilo di storia linguistica italiana, cit., pp. 151 e sgg. (Prospettive, Appendice. No-
te bibliografiche e critiche), si veda la sintesi storica di Rosanna Sornicola, Stilistica, in Günter Hol-
tus, Michael Metzeltin, Christian Schmitt (Hrsg.), Lexikon der Romanistischen Linguistik, Tübingen,
Niemeyer, 1988, Vol. IV, pp. 144-157.
Cosciente del suo isolamento, Devoto sembrò trovare finalmente un sodale in De Mauro, al-
l’uscita di Storia linguistica dell’Italia unita: “Ma sono lieto soprattutto di avere al fianco qualcuno
che, di fronte all’interpretazione restrittiva, prevalente oggi presso i cattedratici di storia della lingua
italiana, riaffermi il concetto che ‘storia linguistica’ non è né filologia italiana né braccio minore del-
la letteratura italiana, ma, sia pure da un angolo visuale tutto suo, s t o r i a” (Profilo, cit., p. 180). Se
c’è un lascito di Devoto per il modo di fare storia della lingua italiana questo va cercato, mi pare, so-
prattutto nel lavoro di Marcello Durante, Dal latino all’italiano moderno. Saggio di storia linguisti-
ca e culturale, Bologna, Zanichelli, 1981.
Devoto, glottologo a tutto campo, capace di coniugare idealismo e stilistica con sociolingui-
stica e storicismo critico, occupa un rilievo centrale nel panorama di Alfredo Stussi, Storia della lin-
gua italiana: nascita di una disciplina, in Storia della lingua italiana, a cura di Luca Serianni e Pie-
tro Trifone, vol. I, I luoghi della codificazione, Torino, Einaudi, 1993, pp. 5-27 (soprattutto: 5. Dal
“Profilo” alla “Storia”, pp. 21 e sgg.).
(58) Pasquali, Migliorini e Devoto grammatici, p. 280.
(59) Pasquali, Migliorini e Devoto grammatici, p. 276. Cfr. esercizi n. 138, 140, 144. Anni do-
po Devoto avrebbe confessato, ironizzando sul proprio settentrionalismo linguistico, un errore gio-
vanile: “Sordo, come italiano del nord, al passato remoto, non mi raccapezzavo alla forma visse, che,
nei primi tempi, leggevo anzi vissé, quasi quella forma verbale, a me straniera, dovesse essere con-
traddistinta dalla tronca finale. Era una specie di muto rifiuto nei riguardi di una forma che io non avrei
mai pronunciato” (Devoto, Civiltà di persone, con un’introduzione di Geno Pampaloni, Firenze, Val-
lecchi, p. 29).
(60) Polemico, Devoto risponde: “I miei esempi, tratti dalle pronunce regionali dell’alta Ita-
lia, hanno per questi fini più interesse dei dialoghi di casa Pasquali” (“Introduzione alla gramma-
tica”, p. 136). Qualche anno dopo avrebbe insistito sul contributo del Settentrione alla formazione
dell’italiano: “In realtà, in certi problemi, la glottotecnica deve tener conto non solo di Roma, ma
anche dell’Italia settentrionale, che per le sue vicende passate, si trova dal punto di vista linguisti-
co nella condizione di fare da collegamento, anche strutturale e non soltanto geografico, tra la tra-
dizione italiana in senso stretto e le correnti europee” (Profilo di storia linguistica italiana, 1953,
cit., p. 148).
(61) Curioso, certo, che non lo apprezzasse proprio Pasquali, che in altre occasioni si era espres-
so a favore di un modello linguistico elitista, europeizzante, per la diffusione, quindi, di uno standard
colto attraverso moderni istituti culturali: “quella lingua che dovrebbe essere di uso tra la gente col-
ta e insieme servire di modello alla meno colta nella lingua della radio, del giornale, del libro di cul-
tura” (L’italiano moderno lingua europea, in Lingua nuova e antica, cit., p. 25).
(62) Migliorini, La lingua nazionale, p. 175.
(63) Ma distinta al suo interno in lingua letteraria e lingua dell’uso, contro il tentativo man-
zoniano di unificare le due varietà subordinando anche la prima all’uso vivo: cfr. Bruno Migliorini,
Lingua letteraria e lingua dell’uso, in Id., Lingua e cultura, Roma, Tumminelli, 1948, pp. 47-60 (vi
si fondono i due interventi usciti fra 1941 e 1942 sulla rivista “La Ruota”). Nella sua prospettiva sin-
cronica e sletterarizzata la grammatica di Devoto è quindi più di quella di Migliorini una grammati-
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ca dell’uso vivo vicina alle intenzioni pedagogiche manzoniane. Non a caso Migliorini prende le di-
stanze dal concetto elitario di uso che Manzoni aveva tratto dal Dictionnaire de l’Académie françai-
se (“le bon usage, celui des persone instruites et des écrivains qui ont souci d’écrire purement”, ib.,
p. 49) e che ritroviamo invece in Devoto.
(64) Una sintesi storiografica dei fatti si trova nel recente Thomas Buzzegoli, La polemica an-
tiborghese nel fascismo (1937-1939), con una prefazione di Gianpasquale Santomassimo, Quaderni
della Fondazione L. Salvatorelli (Marsciano), 5, Roma, Aracne, 2007. Vanno ricordati soprattutto gli
interventi di Bruno Migliorini, Lo snobismo e la lingua, “La Critica fascista”, XVI (1938), p. 344, e
L’intervento politico, ib., XIX.24 (1941), pp. 374-375.
(65) Bruno Migliorini, Correnti dotte e correnti popolari nella lingua italiana, “Lingua nostra”,
I.1, 1939, pp. 1-8.
(66) L’inversione di rotta quindi si è avuta quando uno “scrittore colto quant’altri mai”, il Man-
zoni, ha voluto farsi popolare ed esser letto da tutti gli italiani (ivi, p. 4). Il popolo nel discorso di Mi-
gliorini, come già in Manzoni, ha un’accezione non plebea, ma tende a rappresentare la media de-
mografica della nazione; così la lingua non è il toscano, ma la lingua italiana, e nella descrizione
grammaticale Migliorini ha cura di distinguere gli elementi vernacolari del fiorentino, marginaliz-
zandoli. È costretto comunque ad ammettere che questa lingua è parlata da un’esigua minoranza,
geograficamente circoscritta; non si tratta, dunque, della media linguistica della nazione.
(67) Migliorini, Correnti dotte e correnti popolari, p. 7.
(68) Migliorini, Correnti dotte e correnti popolari, p. 7; la polemica si appunta contro l’intro-
duzione di doppioni culti non giustificati dal bisogno. “Le vere difficoltà cominciano in quei casi in
cui c’è un uso parziale, limitato a un certo gruppo, che tenderebbe a diventar generale, ma invece è
oppugnato da altri gruppi”, dirà ancora Migliorini in Divagazioni sulla norma linguistica, “Lingua
nostra”, a. IV.1 (1942), p. 18 (poi: La norma linguistica e il gusto, appendice di Lingua contempo-
ranea, Firenze, Sansoni, 1963).
(69) Migliorini, La lingua nazionale, p. 175. Prescinde dalla differenza sociale, invece, la si-
tuazione diamesica descritta da Migliorini in Lingua letteraria e lingua dell’uso, cit., dove compare,
più che altro per simmetria con la lingua scritta media (usata nella corrispondenza familiare e nei gior-
nali), una lingua parlata media, ritenuta dallo stesso Migliorini un’“astrazione arbitraria” per le ra-
gioni che abbiamo già visto nella grammatica; la medietà si oppone alla letterarietà come modo di
produzione sincronica e utilitaria, non senza aree di sovrapposizione. Gli risponde Devoto, nel ’42,
chiamato con altri intellettuali a partecipare alla discussione su “La Ruota”. Egli costruisce un’im-
magine dinamica, in continua evoluzione, della situazione linguistica, a quattro anziché tre poli: usua-
le – o non marcato-, letterario, tecnico, espressivo; si oppongono quindi letterario a usuale, oggetti-
vo (tecnico) a soggettivo (espressivo). Nell’occasione Devoto sembra aver tenuto conto della critica
miglioriniana al concetto classico di uso (bon usage): la lingua usuale ha “un tono più generico e di-
messo”. Ma il grammatico non interviene sulla realtà, semplicemente “misura i distacchi dalla tra-
dizione”, gli scarti dalla lingua. Lingua (la langue saussuriana) e linguaggi (la parole) sono fatti per
dialogare e interagire continuamente.
(70) Migliorini, La lingua nazionale, p. 175. Vanno respinte anche le infiltrazioni del vernacolo
toscano: “questo tono [popolaresco e toscaneggiante] che ad alcuni piace, riesce ad altri insopporta-
bile” (Migliorini, Divagazioni sulla norma linguistica, cit., p. 18; dove si dà l’esempio dei pronomi
gli per loro, gli per le). Nell’Introduzione alla grammatica, come abbiamo detto, i tratti dialettali fio-
rentini sono nominati e descritti, ma con l’etichetta di vernacolo; e, se si deve credere a quanto Mi-
gliorini dice della norma nell’articolo citato, la decisione di toscaneggiare, come altre opzioni stili-
stiche, sarà lasciata al buon gusto di ogni individuo. Il tema del gusto, a quest’altezza di tempo, è un
nodo ancora irrisolto per Migliorini (cfr. Ghinassi, Migliorini contemporaneista, cit., p. XCII). Cro-
ce aveva auspicato l’esistenza di “grammatici di buon gusto” a complemento dei glottologi (Prefa-
zione a Vossler-Vidossich-Trabalza-Rossi-Gentile, Il concetto della grammatica, cit., p. XIX). Se
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l’educazione del buon gusto è compito della scuola, che lo forma con letture letterarie, Migliorini è
pur convinto che, di fatto, il buon gusto dovrebbe uscire da una dimensione estetica impressionisti-
ca (“l’orecchio”) per diventare il risultato di un’operazione scientifica con la quale l’esperto (il lin-
guista) motiva la decisione di accettare o rifiutare forme nella lingua ricorrendo a considerazioni di
grammatica storica e di coerenza sistematica. Due affermazioni che mostrano la tendenza di Mi-
gliorini a restringere comunque lo spazio della libertà e della responsabilità individuali.
(71) Devoto nota a più riprese che non si tratta solo di diversità linguistica: non può essere in-
gessata su un modello letterario del passato una lingua in rapida trasformazione, espressione di una
società rurale che si inurba e perde i dialetti, ma porta nell’italiano la cultura dialettale. “Un model-
lo rigido come quello manzoniano non può agire che in un ambito ristretto e omogeneo di persone
consapevoli e selezionate, mai nella scuola, e ancor meno negli spazî liberi di una comunità nazio-
nale presa nel suo insieme” (Devoto, Profilo di storia linguistica italiana, 1953, cit., p. 149).
(72) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 15.
(73) Devoto, Il linguaggio d’Italia, cit., p. 349.
(74) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 14. Devoto ha chiara la percezione del proces-
so di dialettalizzazione dell’italiano, cioè della formazione di italiani regionali distinti soprattutto
dalla pronuncia (“la pronuncia ha assunto coloriti regionali”).
(75) Devoto, La norma linguistica, cit., p. 60. Probabilmente in polemica con Migliorini, ad
esempio quando afferma che “il dialetto cede da ogni parte alla lingua” (Migliorini, La lingua con-
temporanea e le condizioni del suo svolgimento, §7, in La lingua italiana del Novecento, cit., p. 21,
e cfr. Ghinassi, cit., p. XC). La persistenza di pronunce dialettali in alcune zone del paese, secondo
Migliorini, mostra la lentezza del “progresso dell’unificazione”, causata da un’imposizione scolasti-
ca troppo blanda ed è ormai ai mass media che egli affida la speranza di un’accelerazione. Nel ’63,
ripubblicando Lingua contemporanea, Migliorini aggiungerà un capitolo del tutto nuovo sull’argo-
mento: V. Lingua e dialetti; all’opposizione lingua-dialetto sostituirà lo schema quadripartito di Giam-
battista Pellegrini (italiano / italiano regionale / dialetto regionale / dialetto locale).
(76) Devoto, La norma linguistica, cit., p. 60. Per l’ipotesi della paternità miglioriniana del termi-
ne e la data di comparsa (1935), cfr. Fanfani, Devoto e gli inizi di “Lingua nostra”, cit., p. 208, n. 42.
(77) Devoto, Profilo di storia linguistica italiana, 1953, cit., pp. 147 e sgg.
(78) “Come studioso di lingue, non elogerò mai abbastanza l’introduzione dei dialetti nell’in-
segnamento grammaticale, anche se nel tempo stesso deploro che il rispetto della grammatica e del-
la ortografia sia stato esautorato” (Devoto, Civiltà di parole, Firenze, Vallecchi, 1969, vol. II, p. 231).
Progettando “Lingua nostra”, Devoto aveva accennato ad una finalità educativa (“dare un esempio di
come si può ragionare di lingua senza la vecchia retorica e senza l’anarchia attuale”, lettera a Mi-
gliorini, del 13 settembre, probabilmente del 1935; in Fanfani, Devoto e gli inizi di “Lingua nostra”,
cit., pp. 205 e sgg.). La riforma Gentile “se liberò da superstrutture non più adatte ai tempi, svalutò
anche aspetti ortografici e sintattici dell’esperienza linguistica, che, non più portati alla coscienza
degli scolari, si trasformarono in forze centrifughe, asociali” (Profilo di storia linguistica italiana, Fi-
renze, La Nuova Italia, 1953, p. 146).
(79) “L’italiano usuale, che fece concorrenza così al tradizionalismo linguistico dei borghesi
come al particolarismo dei proletarî, era colorito fortemente di venature regionali, ma sostanzial-
mente familiare ai giovani del GUF e ai militi delle guerre di Etiopia e di Spagna” (Profilo di storia
linguistica italiana, Firenze, La Nuova Italia, 1953, p. 147); il partito fascista aveva plasmato d’al-
tronde un gergo tecnico, politico e sindacale, che la propaganda diffondeva in tutta Italia.
(80) In piena sintonia, dunque, con le affermazioni di Croce sulla libertà linguistica e l’inna-
turalezza del toscaneggiamento.
(81) L’attenzione alle condizioni sociali, culturali dei fatti di lingua, lontana dall’astrazione dei
linguisti “puri”, era anche in Pasquali (“I puri logici sono in genere degli stupidi”), di cui merita ri-
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leggere Lingua nuova e antica, cit.; vi si trovano sparse osservazioni tra le quali segnalo la seguen-
te, che, come si vede, assume la categoria miglioriniana sopra citata (lingua della conversazione del-
le persone colte), con una caratterizzazione geografica però devotiana (italiani regionali, macroaree
di coinè): “E bruscare significa ‘spolverare, picchiare’ nella coinè dell’Alta Italia, nel linguaggio del-
la conversazione che colà si adopra tra persone colte, e che differisce nel lessico e anche in certe for-
me dalla coinè dell’Italia Centrale e di quella Meridionale” (p. 229).
(82) Intellettuale, non intellettualistica come in Migliorini (il quale citava Mussolini: “bisogna
essere anti-intellettuali per essere intellettuali”, discorso del 1 ottobre 1932; in Migliorini, Intellettuale
e intelligente, “Lingua nostra”, I.2, 1939, p. 46). Nella posizione di Devoto, come in quella di altri
liberali impegnati nella diffusione della cultura, non mancano naturalmente tratti paternalistici.
(83) Con lo stesso spirito scriverà per un pubblico di non specialisti gli elzeviri linguistici rac-
colti in Civiltà di parole, cit.
(84) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 61. Per l’attribuzione a Devoto della paternità
di liberismo linguistico riferito all’Ascoli, cfr. Corrado Grassi, in Graziadio Isaia Ascoli, Scritti sul-
la questione della lingua, a cura e con intr. di Corrado Grassi, Milano, Silva, 1967, p. XXIX. Gras-
si ricorda che di liberismo dell’Ascoli Devoto parla in La tradizione della lingua letteraria italiana
e la sua (im)popolarità, “Nuova Antologia”, CDLXVII (1956), poi in Nuovi studi di stilistica, Firenze,
Le Monnier, 1962 (Cap. V, La tradizione della lingua letteraria italiana), p. 228, da cui cita Grassi,
e ancora in Itinerario stilistico, cit. (“le teorie liberistiche dell’Ascoli”, p. 11; cfr. anche Devoto, Il
travaglio di G.I. Ascoli, ib., pp. 19-28). Nell’Indice analitico degli Studi di stilistica, Firenze, Le
Monnier, 1950, liberismo non è ancora a lemma, mentre in quello dei Nuovi studi di stilistica lo è,
con vari riferimenti testuali.
(85) Migliorini, La lingua nazionale, pp. 408 e sgg. (Elementi forestieri): “Negli ultimi anni si
è reagito a quest’invasione con spirito fascista, e così un gran numero d’intrusi sono stati eliminati o
almeno assimilati” (p. 410). Abbiamo detto sopra degli esercizi rivolti all’italianizzazione del lessico.
(86) Migliorini, La lingua nazionale, p. 183. Questa differenza di Devoto rispetto alla posi-
zione neopurista di Migliorini è notata anche, ma su un’altra documentazione, da Ghinassi, Miglio-
rini contemporaneista, cit., p. LXXIX.
(87) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 28. Vengono indicati, tra p. 23 e p. 28, alcuni no-
mi stranieri, tra cui rugby, hockey, yogurt “di cui non esistono forme né italiane né italianizzate” (p.
23); si avverte che “parole di origine straniera con consonanti finali hanno acquistato cittadinanza ita-
liana” (p. 28; bar, gas, tram). Più complicato il caso di bridge e, per Devoto, aperto a varie soluzioni.
Ragioni di gusto avevano spinto Ugo Ojetti a entrare in polemica con “Lingua nostra” per un articolo
di Malfatti sul nome italiano di bridge (“Lingua nostra”, II.4, 1940, pp. 94-95: giocare a brigge, a
ponte); e si ricordi che sull’uso del bridge molto si ironizzava nelle polemiche antiborghesi (Giorgio
D’Arrigo, Quelli del bridge, “Eccoci”, 15 dicembre 1938; da Buzzegoli, La polemica, cit., p. 122).
(88) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 28. Difficile non pensare che Devoto ci sentis-
se un tratto dialettale toscano. Certo egli vedeva nell’italiano settentrionale una maggiore disponibi-
lità ad accettare parole con uscita consonantica e quindi alla convergenza fonetica con le lingue eu-
ropee (Profilo di storia linguistica italiana, 1953, cit., p. 149).
(89) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 66.
(90) Ne fa fede la lingua dei giornali, ma anche quella dei diari dell’élite colta; e in tutti e due
i casi avrà pesato l’esempio dell’inglese e del francese contemporanei.
(91) L’argomento è uno dei più sensibili nell’opposizione sociale degli usi linguistici e come
tale varrà la pena di ricordarlo, anche se molto già se n’è scritto. Ojetti lamentava l’eccesso del di par-
titivo, un francesismo, e il difetto del di preposizione, “il più disgraziato dei casi grammaticali”:
“Gl’uffici o, per parlar francese, la burocrazia lo odia e ne fa strage, con la scusa del far presto e del-
lo scrivere telegraficamente. Guardate le tabelle delle strade” (Il povero genitivo, “Corriere della Se-
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ra”, 12 gennaio 1939; da Fanfani, Devoto e gli inizi di “Lingua nostra”, cit., p. 212). Il giudizio sem-
bra aver incontrato l’approvazione delle persone di buon gusto; Ojetti si presentava come il paladi-
no della “lingua bella” e da giornalista-letterato aveva assunto il ruolo di arbiter elegantiarum in fat-
to di lingua (“Ugo Ojetti, scrittore tuttora esemplare per il suo senso di misura”, lo definiva Devoto,
per molte ragioni più affine ad Ojetti di quanto fosse Migliorini). Nel ’64 Devoto, che già nell’In-
troduzione alla grammatica del ’41 (cit., pp. 66 e sgg.) si era occupato della crescente tendenza del-
l’italiano moderno a formare composti, riprende il tema per trarne indicazioni sul “costume moder-
no” (La preposizione, in Civiltà di parole, cit., vol. II, pp. 121-125); di fronte ad un’indicazione stra-
dale per il “Cimitero vittime” di Longarone scatta, insieme alla pietà per le vittime del disastro, la ri-
chiesta di rimettere la preposizione in un sintagma che, se telegrafico, simile a un’etichetta, potreb-
be sembrare spiritoso o più adatto ad un contesto tecnologico.
Questo è un caso che mostra, per contrasto, la tendenza modernista del fascismo. Il trentino
Italo Lunelli, difensore dei neologismi e avverso ai forestierismi, oscillando tra purismo arcaizzante
e modernismo, aveva riproposto il tipo antico in casa i Frescobaldi, pensando al genitivo sassone
(cfr. già Giorgio Pasquali, In casa i Frescobaldi, “Lingua nostra”, I.1, 1939, pp. 8-10), ma anche la
costruzione con l’ellissi della preposizione di, come il capo reparto macchine (Valori classici, mo-
dernità e fascismo nella lingua d’oggi, “Lingua nostra”, II.1, 1940, pp. 15-18). Di qui una nuova rea-
zione di Ojetti, irritato con “Lingua nostra”, rivista “stramoderna”: “ci consigliano come esempio di
leggerezza, forza e modernità l’abolizione del genitivo […] Veramente questa novità non viene dal-
la filologia, ma dalle tariffe telegrafiche” ed è utile piuttosto ai giovani “che devono concorrere a un
posto di vicesegretario direzione poste telegrafi e telefoni” (Lingua nostra?, “Corriere della Sera”, 5
marzo 1940, da Fanfani, Devoto e gli inizi di “Lingua nostra”, cit., p. 213). Va notato, nella parodia
del moderno burocratismo, il riferimento da posizioni elitarie alla fascia sociale piccoloborghese,
che studia in vista di un posto pubblico e non ha cultura letteraria, quindi nemmeno gusto linguisti-
co. Anche Carlo Emilio Gadda, intervenendo nel dibattito linguistico su “lingua letteraria” e “lingua
di tutti”, aperto e chiuso da Migliorini su “La Ruota” (1941-1942), con tipico sprezzo da intellettua-
le liberale e da scrittore amante del lusso e del capriccio, denunciava l’imposizione della lingua pic-
colo-borghese: “la lingua dell’uso piccolo-borghese, puntuale, miserabilmente apodittica, stenta, sco-
lorata, tetra, eguale, come piccoletto grembiule casalingo da rigovernar le stoviglie, va bene, conce-
do, è lei pure una lingua. Ma non può diventare la legge, l’unica legge […] La mia penna è al servi-
zio della mia anima, e non è fante o domestica alla signora Cesira e al signor Zebedia, che vogliono
suggere dal loro breviario la ‘lingua dell’uso’, del loro uso di pitta-unghie o di fabbricanti di bretel-
le” (Carlo Emilio Gadda, Lingua letteraria e lingua dell’uso, “La Ruota”, III.3-4 (1942), pp. 35-39,
rist. in Rosanna Serpa, Antologia della rivista “La Ruota” con un indice ragionato, 1940-1943, Na-
poli, Guida, 1976, pp. 131-137).
(92) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 13.
(93) È stato notato che, confrontandosi con Leo Spitzer su temi sintattico-lessicali contempo-
ranei di interesse europeo, Migliorini tende a misurare la continuità con la tradizione e la solidarie-
tà dei fenomeni emergenti con tratti linguistici strutturali (Ghinassi, Introduzione, cit., p. XXV), lad-
dove il linguista austriaco si occupa piuttosto di convergenza tra le lingue nella discontinuità rispet-
to al passato. Anche in Lingua nazionale, p. 357, vengono elencati usi assoluti delle forme nomina-
li del verbo, proposizioni infinitive, participiali e gerundive, come assolutamente normali. Abbiamo
visto quanto uno spettro più ampio dei tipi sintattici presentati, senza esclusione di quelli letterari, fa-
vorisse Migliorini rispetto a Devoto nella considerazione di Pasquali.
Va notato, poi, che solo Migliorini parla di periodi di costruzione irregolare (La lingua na-
zionale, pp. 380-381), cioè di anacoluti e dislocazioni (“frasi di questo tipo sono più vive e colorite
di quelle normali”, p. 381), seguendo Manzoni e la sintassi del Fornaciari nell’apertura democratica
della lingua al “popolare”. Devoto, invece, che restringe la medietà all’uso delle persone colte, di
buon gusto e buone maniere, si preoccupa, piuttosto che di allargare il canone sociale, di verificare
la varietà delle funzioni pragmatiche della sintassi nell’interazione dialogica e quindi dedica un pa-
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ragrafo alle differenze, anche temporali e modali, tra discorso diretto, discorso indiretto e discorso
indiretto libero (pp. 287 e sgg.).
(94) Pasquali, Lingua nuova e antica, cit., p. 12.
(95) Pasquali, Lingua italiana moderna, poi in Id., Pagine stravaganti, intr. di Giovanni Pu-
gliese Carratelli, vol. I. Pagine stravaganti vecchie e nuove. Pagine meno stravaganti, Firenze, San-
soni, 1968, p. 258.
(96) Pasquali, Lingua nuova e antica, cit., p. 40.
(97) Può essere ammesso come corretto solo quello che non contrasta con la nostra tradizione
letteraria; si pensi ad esempio al problema dell’accettazione di parole nuove e parole straniere, alla
glottotecnica a cui Migliorini ricorreva per il vaglio. Più semplicemente, si tratta della “norma del gu-
sto” (Migliorini, Lingua letteraria e lingua dell’uso, cit., p. 54), a cui non si sottrae neanche la lin-
gua dell’uso.
(98) “La mia grammatica non si propone di essere storica, ma è una introduzione anche alla
grammatica storica, attraverso la esatta descrizione dello stato di cose attuale” (Devoto,“Introduzio-
ne alla grammatica”, p. 136).
(99) Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 12. Anche Pasquali riconosce a Devoto una
maggior attenzione al latino rispetto a Migliorini, che di latino si occupa solo cursoriamente, quan-
do fa etimologie. La decisione di Devoto non è un omaggio alla diffusa prassi didattica di finalizza-
re lo studio della grammatica italiana a quella del latino e, in ultima analisi, alla traduzione; semmai
il contrario. Devoto offre uno “schema generale di grammatica […] a chi, alla vigilia di imparare per
la prima volta una lingua diversa dalla materna, deve cominciare a conoscere la lingua materna dal
di fuori, in forma per così dire disinteressata, applicabile tanto alla struttura dell’italiano quanto a quel-
la del latino” (Devoto,“Introduzione alla grammatica”, p. 136); è nell’incontro con una lingua stra-
niera, il latino, in sincronia, che nasce il bisogno del confronto strutturale e di una consapevolezza
teorica della propria lingua (Devoto, Introduzione alla grammatica, p. 12, p. 14). Dal confronto non
escono equivalenze, perché ogni lingua ha un suo modo di organizzarsi, una sua grammatica, limi-
tazioni tutte proprie, e non meccaniche; di qui la convinzione che “nessuna lingua è perfettamente tra-
ducibile in un’altra […] Ogni traduzione ricrea” (ib., p. 13).
(100) Era uscito pochi anni prima sulla “Zeitschrift für romanische Philologie” il fondamenta-
le Alfredo Schiaffini, Aspetti della crisi linguistica italiana del Settecento (1937), poi in Id., Italia-
no antico e moderno, cit., pp. 129-165. L’impressione su Devoto e Pasquali fu vivissima. Folena ri-
corda che il suo maestro Pasquali, preoccupato “che il purismo non sacrifichi quel che nel nostro les-
sico è lessico europeo”, raccomandò, dopo la guerra, di portare l’insegnamento della linguistica nei
licei perché “necessario è che un ragazzo colto sappia della crisi linguistica del ’700, che di provin-
ciali ci rifece europei; di quella odierna, che ha riallacciato, che va riallacciando le fila strappate che
ci congiungevano con l’Europa più nuova” (Linguistica nella scuola, “Università e scuola”, 1950, pp.
94 e sgg.; da Folena, Premessa a Giorgio Pasquali, Lingua nuova e antica, cit., p. XIX). Ma più che
sollecitare interessi lessicali quell’articolo aveva rafforzato il loro europeismo linguistico e la con-
vinzione che la sintassi moderna fosse troppo poco studiata soprattutto per le tendenze antilatine
(dissolvimento del periodo rotondo; linearità naturale, paratattica, con la conseguenza di evitare in-
versioni, ellissi, incisi, parentesi; eliminazione di connettivi pesanti e inutili dove la sola giustappo-
sizione basta a capire il nesso logico-sintattico; focalizzazione di un componente della frase con la
scissione sintattica; in generale: adeguamento della costruzione alle esigenze del pensiero raziocinante
e del gusto moderno per la brevità).
(101) La lotta alla retorica e al dogmatismo astratto è un tema ricorrente negli scritti degli in-
tellettuali liberali fin dall’inizio del secolo, Gobetti e i gobettiani in particolare, e soprattutto quan-
do il loro impegno è rivolto all’educazione dei giovani e alla formazione di una nuova élite politi-
ca. Ricordo almeno Luigi Salvatorelli, che, come altri della sua generazione, denuncia la pochezza
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culturale della scuola italiana (il vecchio cancro della retorica) prima della riforma Gentile, spe-
cialmente nel percorso classico, affollato da una piccola borghesia ambiziosa. La scuola umanisti-
ca dà “una infarinatura storico-letteraria, in cui la parte letteraria è puramente grammaticale e for-
malistica, mentre quella storica si riduce a un cumulo di date di battaglie e di nomi di sovrani, con
la salsa d’una trasfigurazione o d’uno sfiguramento patriottico, di cui i due elementi essenziali so-
no l’esaltazione di Roma e dell’impero romano come nostri antenati, e il racconto del Risorgimen-
to ad usum Delphini. Tutto l’insegnamento è una congerie di nozioni generiche, astratte, da impa-
rare meccanicamente, senza stimolo al senso critico e senza contatto con il processo storico e la re-
altà attuale. Di qui, nella piccola borghesia umanistica, la tendenza all’affermazione dogmatica, al-
la credulità dell’ipse dixit, alla esaltazione per il gesto e la parola usurpanti il posto dei fatti e del-
le idee, al fanatismo per la formula indiscussa e indiscutibile” (Luigi Salvatorelli, Nazionalfascismo,
prefazione di Giorgio Amendola, Torino, Einaudi, 1977, p. 16; orig. in Edizioni Gobetti, 1923). Le
pretese letterarie (la retorica) erano diventate quindi il contrassegno della cultura verbosa e dog-
matica dei ceti medi in ascesa, direttamente implicati nell’affermazione del fascismo; del Duce stes-
so, del resto, si metteva in evidenza l’origine piccoloborghese, contro la mitizzazione da lui opera-
ta del proprio passato operaio.
(102) Devoto, La norma linguistica, cit., p. 58. Devoto, come si vede, affronta il tema della let-
terarietà nell’ottica del linguista, e questo suona anticonformista e persino offensivo rispetto ai valo-
ri correnti; cfr. anche, ma sul versante di Devoto storico del latino, Aldo Prosdocimi, Giacomo De-
voto e la linguistica dell’Italia antica, in Giacomo Devoto nel centenario, cit., pp. 63-82: il lettera-
rio di Devoto appare “ben diverso dal ‘letterario’ dei letterati (e grammatici), sempre più chiusi nei
loro valori anche in apparenti aperture; di contro, non è la letteratura dei ‘valori’ e la grammatica
normativa che vi è correlata, ma è la ‘funzione letteraria’ del linguaggio di cui si tratta, nel senso del-
la sua qualificazione sociolinguistica” (p. 77).
(103) Con sostituzioni come: (rondini) se ne vanno > migrano, (aereo) si alza in volo > pren-
de quota, ecc.
(104) Si vedano anche esercizi come il n. 93, dove la sostituzione richiesta è evidentemente li-
bresca (dartela vinta > cedere alle tue pretese, ecc.). Accanto al Migliorini grammatico riemerge il
Migliorini linguista in esercizi sul corretto uso e sulla varietà disponibile di locuzioni idiomatiche o
colloquiali (n. 35, 40, 79, 98, 174); particolarmente efficace l’opposizione di espressioni letterarie e
popolari (n. 229) e le differenze di tono nel linguaggio della mamma e del medico (n. 273). Il tema
del decoro si trova anche nell’articolo di proposta sulla “Ruota” (Migliorini, Lingua letteraria e lin-
gua dell’uso): “Chi, in nome della popolarità e della naturalezza, cercherà che prevalga il parlato; chi,
in nome della tradizione e del decoro, vorrà che prevalga il letterario. Solo la lingua dei giornali, non
la difenderanno nemmeno i giornalisti. Anch’io: …” (p. 228).
(105) Devoto, La norma linguistica, cit., p. 59.
(106) Devoto, Civiltà di parole, cit., vol. I, pp. 129-133.
(107) Devoto, Civiltà di parole, cit., vol. I, p. 117.
(108) Devoto, La norma linguistica, pp. 208-213.
(109) Devoto, Civiltà di parole, cit., vol. I, pp. 61 e sgg. A riprova della lunga durata di certi te-
mi tra età fascista e età repubblicana, su cui insiste Marazzini (La grammatica di Bruno Migliorini,
cit., p. 352), soprattutto quando appartenevano alla cultura liberale, si vedano contributi sulla scuo-
la apparsi fin dai primi numeri di “Lingua nostra”, come quello di Enrico Bianchi, Spontaneità e pe-
danteria, a. III.3 (1941), pp. 60-61, che lamenta correzioni degli insegnanti elementari come arrab-
biare > inquietare (“arrabbiano soltanto i cani”), portare > condurre, passare le vacanze > trascor-
rere le vacanze, far le lezioni > eseguire i compiti, per le quali parla di “pedantismo della scuola”,
con effetti, dannosi, anche “sulle lettere scritte dalle persone del popolo, operai e contadini” (osser-
vazione “spitzeriana” di notevole acutezza: “portano, insieme con errori svariati, segni evidenti di una
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compassatezza e di una rigidità, che non è davvero naturale in chi di grammatica non ha e non può
avere che idee molto vaghe. Il vezzo di sostituire parole e frasi ‘di lingua’ a quelle comuni è rimasto
in quelle menti, accompagnato da pregiudizi di ogni genere”).
(110) Destinato a diventare la testa di turco delle battaglie contro l’italiano scolastico: ad es. in
Tullio De Mauro, Ipotesi e problemi per la costruzione di una educazione linguistica democratica che
utilizzi i prodotti e i valori della tradizione orale (1976), in Id., Scuola e linguaggio. Questioni di edu-
cazione linguistica, Roma, Editori Riuniti, 1977, pp. 224-240 (arrabbiarsi è corretto con indignar-
si, faccia con viso, passare il Natale con trascorrere il giorno della festività natalizia, nonostante si
tratti di “parole della migliore tradizione letteraria toscana”, p. 231).
(111) Devoto, Civiltà di parole, cit., vol. I, p. 61.
(112) È interessante l’evidenza che prende dal ’56 nelle sintesi di Devoto il concetto di liberi-
smo linguistico, all’interno di un confronto tra istituti linguistici e istituti giuridici (già avviato da
Giovanni Nencioni), tra politica linguistica e politica economica: nell’Italia risorta si doveva conci-
liare la democrazia con la legalità ed era urgente risolvere tanto il problema dell’impopolarità della
lingua letteraria italiana quanto quello della riduzione delle tendenze linguistiche centrifughe.
L’attenzione di Devoto al problema sociale e storico degli istituti linguistici è un correttivo al-
l’idealismo integrale di Croce e un incentivo a fare della linguistica istituzionale. Crocianamente egli
distingue tra liberismo (“indifferentismo”) e liberalismo, dando al secondo termine un contenuto eti-
co. Devoto rimproverava alla scuola la confusione nella proposta linguistica: “occorre che la scuola
attenui il suo indifferentismo attuale e prenda posizione” (La tradizione della lingua letteraria ita-
liana, cit., p. 228); prendere posizione significava riconoscere, anche a scuola, come nella società,
l’esistenza di una legalità grammaticale: “per amore della socialità caratteristica del nostro tempo,
non è possibile attuare un liberismo coerente, che significherebbe disgregazione” (ib., p. 228), altri-
menti detto, non è possibile “la selezione libera delle forze naturali”, come vorrebbe un liberismo mal-
thusiano e darwiniano. Proponendo il riconoscimento di “convenzioni attive”, dava agli italiani il
modello (tutto liberale) di un “italiano educato e socievole (anziché disordinato e anarcoide)” (ib., p.
231). E sottoponeva il vaglio della lingua nazionale ad una disciplina coltivata da grandi lettori, la sti-
listica “liberistica”(ib., p. 104), che senza pedanteria reazionaria avrebbe educato negli italiani l’uso
regolato e libero della lingua, facendone dei coscienti consumatori dell’opera d’arte. Si noti ancora
una volta come la preoccupazione liberale nasca dal civismo.
(113) Devoto, Civiltà di parole, cit., vol. I, pp. 64.
(114) Troppo poco mi pare sia stata considerata nella mentalità del tempo e nella pratica lin-
guistica questa tendenza a ripensare con una certa libertà il rapporto personale con la lingua nazio-
nale, tipica degli intellettuali italiani. Negli studi di storia della lingua prevale l’interesse per il pro-
gresso dell’italianizzazione, segno della crescita di un’identità accettata e condivisa. Non sembra
quindi giustificato il giudizio che il nesso lingua-nazione sia stato “spesso rimosso” negli studi, co-
me affermano Simonetta Soldani e Gabriele Turi (cur.), Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia
contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 17 e sgg. (Introduzione); lo dimostra nella stessa mi-
scellanea, facendo un bilancio dalla parte dei linguisti, Teresa Poggi Salani, Una tardiva unificazio-
ne linguistica: i riflessi sull’oggi, ib., vol. II. Una società di massa, cit., pp. 211-247 (i riflessi sono
indicati nella vitalità dei dialetti e nella formazione degli italiani regionali, nella maggior libertà del
parlato rispetto allo scritto il quale resta tanto scolastico in Italia, nella varietà irriducibile delle pro-
nunce, nelle differenze tra Nord e Sud rispetto agli sviluppi dell’italiano regionale e dell’italiano po-
polare; insomma nel possesso sempre “tendenziale” dell’italiano, per usare una felice definizione di
Alberto Mioni; cfr. Alberto Mioni, Italiano tendenziale: osservazioni su alcuni aspetti della stan-
dardizzazione, in Scritti linguistici in onore di Giovan Battista Pellegrini, Pisa, Pacini, pp. 495-517).
Potrebbe invece valere la pena che anche i linguisti, come già gli storici, osservassero le difficoltà del
rapporto tra intellettuali e stato, l’esistenza di un “partito degli intellettuali”, che si esprime nella va-
rietà degli italiani colti, tra i quali quello proposto e imposto dalla scuola, cioè dallo stato, non è sem-
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pre stato il più prestigioso. Utile è, in questa prospettiva, nella stessa miscellanea, Marino Raicich,
Itinerari della scuola classica dell’Ottocento, vol. I. La nascita dello Stato nazionale, pp. 131-170.
(115) Devoto continuò a difendere la libertà stilistica individuale del parlante anche contro
l’omologazione culturale del secondo dopoguerra, la “Grande Informazione”. Del suo amore per il
dialogo, portato in un ambiente accademico, è testimonianza l’istituzione del Circolo linguistico,
nella Facoltà di Lettere di Firenze, pensato come un “salotto”, una “società di uguali” (La Penna, La
scuola e l’università nel pensiero e nell’attività di Giacomo Devoto, cit., p. 135).
(116) È emblematico il liberalismo di Luigi Einaudi, in risposta e a complemento di quello di
Croce, in una discussione su liberismo e liberalismo, che, negli anni tetri della dittatura (1931-1941),
ebbe toni etici e civili molto alti. Nel progetto di buongoverno dell’economista torinese lo stato non
“lascia fare”, ma interviene nelle dinamiche del mercato, anche del mercato intellettuale, stimolan-
do lo spirito imprenditoriale e garantendo la legalità, a salvaguardia della libertà degli individui e
delle singole istituzioni (la famiglia, la scuola, gli ordini professionali). Si vedano i recenti Paolo Sil-
vestri, Il liberalismo di Luigi Einaudi o del Buongoverno, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008 (in par-
ticolare, per quanto qui ci interessa, “La scuola educativa”, pp. 153-163); e Francesco Forte, L’eco-
nomia liberale di Luigi Einaudi. Saggi, Firenze, Olschki, 2009 (in particolare, il cap. IV. La scuola
libera e il capitale umano, pp. 253-267, utile per capire il retroterra ideologico delle posizioni libe-
rali non lassiste di Devoto).
(117) Il suo giacobinismo si salda bene con un’interpretazione democratica dello statalismo fa-
scista. Ma è proprio alla democrazia che Croce ed Einaudi oppongono il liberalismo, considerando
di essa gli aspetti collettivistici (soddisfazione materiale dei bisogni e conformismo, invece che im-
pegno per dare ai cittadini pari opportunità).
(118) Per capire cosa sottintendesse l’immagine di un’Italia compatta socialmente come ce la
prospetta Migliorini nel suo giacobinismo linguistico pare interessante confrontare le sue affermazioni
con quelle contenute nell’articolo di carattere sociologico, uscito qualche mese prima nella stessa
sede, di Bruno Romani, Caratteri della società italiana, “Critica fascista”, XVI.5 (1938), pp. 79-80;
vi si rappresenta un’Italia socialmente mobile, che rinnova usi, modo di vita, anche la lingua (“la lin-
gua […] ha subìto delle modificazioni chiarissime anche se non sostanziali”), per l’emergere im-
provviso, rivoluzionario, del “dinamismo delle classi inferiori”, cioè della “piccola borghesia” (ope-
rai in abito borghese, piccoli impiegati, piccoli proprietari terrieri, “classe intermedia, i cui limiti si
confondono e smarriscono da una parte nella media borghesia e dall’altra nel proletariato”); “la me-
dia e la grossa borghesia sono classi in decadenza demografica, e quindi destinate a morire di morte
naturale e di consunzione come è accaduto per il passato all’aristocrazia”, “La scomparsa del patri-
ziato, lo scadimento del rilievo politico, economico e morale della grossa borghesia, si sono accom-
pagnati con l’affermazione della media borghesia commerciale, industriale e agricola, e con il sor-
gere dal ceppo del proletariato di una nuova classe di principale importanza per consistenza numeri-
ca e per i caratteri morali, politici e culturali”. Il fascismo, insomma, fa della piccola borghesia gre-
garia il centro propulsore della nazione e fa della medietà linguistica la lingua della nazione.
(119) Sulla vicinanza di Migliorini al progetto sociale di Bottai cfr. Marazzini, Bottai e la lin-
gua italiana, cit.; e Gabriella Klein, L’”italianità della lingua” e l’Accademia d’Italia. Sulla politi-
ca linguistica fascista, “Quaderni Storici”, XLVII (1981), p. 639-675, poi in Ead., La politica lin-
guistica, cit. È nota l’intenzione di Bottai di “fare del partito fascista il nucleo di una nuova élite”,
sollecitandone la formazione con una strategia che mescolava autorità e spontaneità, costrizione e ca-
pacità di attrazione; si veda su questo Alexander J. De Grand, Bottai e la cultura fascista, Roma-
Bari, Laterza, 1978 (in particolare: “Quer pasticciaccio brutto” alla Minerva: Bottai e la politica fa-
scista dell’educazione, 1922-1943, pp. 175-215).
(120) Di un antifascismo, come quello liberale, propenso a considerare il regime una parente-
si nello sviluppo dello stato unitario. La temperatura ideologica era alta, in quel 1941, e particolar-
mente forte la pressione ideologica sulla scuola per la costruzione dell’“uomo nuovo”. Non va di-
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menticato che nello stesso anno delle due grammatiche, il Partito Nazionale Fascista pubblicava per
i tipi di Mondadori i catechismi del fascismo, il Primo libro del fascista, destinato alle scuole ele-
mentari, e il Secondo libro del fascista, per le medie.
(121) Croce, Prefazione a Vossler-Vidossich-Trabalza-Rossi-Gentile, Il concetto della gram-
matica, cit., p. XII.
(122) Cfr. Marazzini, La grammatica di Bruno Migliorini, cit., p. 361; Matteo Viale, Migliori-
ni tra grammatica ed educazione linguistica, cit., pp. 304-305. Anche Devoto rimaneggiò, ma, più
radicalmente e non solo negli esercizi, la sua grammatica del ’41, uscendo nel ’52 con Grammatica
italiana per la scuola media, scritta in collaborazione con Domenico Massaro per la Nuova Italia.

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