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Bernard Bro

Il segreto ultimo della


confessione
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Introduzione

Jean Giraudoux, ministro dell'Informazione durante la guerra, aveva scoperto che padre
Festugière, professore di Lettere e uno dei maggiori grecisti dell'epoca, era mobilitato come
soldato semplice e aveva la mansione di scopare la caserma. Giraudoux lo fece passare al
servizio della censura della posta. Padre Festugière scoprì come le lettere dei soldati alle
fidanzate fossero talmente simili che si sarebbero potute tranquillamente scambiare. Forse
valeva per il testo, ma non certo per le persone.

La stessa cosa avviene per i nostri peccati. C'è un segreto della confessione, ma non è
necessariamente là dove pensiamo che sia. Possiamo facilmente scandagliarne una parte,
quella che non desta interesse.
I peccati dell'uomo sono di una banalità deprimente nel loro andamento ripetitivo. Le
rassegna, o il genio di Mauriac, di Bernanos e di Julien Green, bastano per ricavarne la lista.

Ma il vero segreto incomincia più lontano: là dove ognuno di noi si dibatte nelle tenebre, là
dove ognuno tenta di sfuggire alla morte, sulla soglia della nostra vera dimora interiore, «quella
soglia dove l'uomo nasce alla finitezza» (Freud). Qui, non si può più esprimere il segreto, non
perché romperebbe una evidente discrezione, ma perché è quello della persona.
La Chiesa ha sempre precisato che, nel peccato, la rottura dell'amicizia tra le persone (il
“male di colpa") è più grave del disordine o dei danni causati dal peccato (il “male di pena”). Tutti
i giorni i giornali descrivono il male di pena. Ma chi potrà esprimere il segreto del male di colpa?
Una volta un principe disse a un poeta: «Dimmi ciò che desideri e io te lo darò. Il poeta
rispose: Tutto ciò che volete, Sire, eccetto il vostro segreto».

Per dire questo segreto, bisognerebbe mettersi al posto di Dio.


Ora, con la parabola del Figliol prodigo, tutto è stato detto di ciò che si poteva dire. E tuttavia
un sacerdote può forse tentare di interrogarsi. Quale è l'esperienza di un confessore che è nello
stesso tempo peccatore, come tutti i suoi fratelli? Quale è l'esperienza del “confessore-
confessato”? Senza cercar di dire l'indicibile, non rinuncio però ad accostarmi al segreto.
«Credere alla remissione dei peccati è la crisi decisiva per cui un uomo diventa spirito; chi
non ci crede non è spirito» (Kierkegaard). Cinque punti mi aiuteranno a riassumere l’autentico
segreto della confessione:

1. A nessuno è risparmiato il senso di nausea.


2. Nessuno partecipa alla salvezza se non si spoglia di se stesso.
3. Cerchiamo tutti, degli alibi per questo sacramento disertato
4. Siamo chiamati a liberarci dall’ossessione, ma non dal senso di colpa.
5. Niente di peggio che ritenersi dispensato dalla confessione.
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1.
Il segreto non è più
quello di una volta
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Possiamo risparmiarci il senso di nausea?

Di fronte a Dio e all'idea di Dio, in certi momenti, la paralisi ci blocca, blocca chiunque. Questa
paralisi è la paura. Non una paura qualsiasi, ma la paura di dover andare fino in fondo a noi
stessi.
Donde viene questa paura? Che dire di essa?
La risposta consiste in una parola. Fu di una novità totale, incomprensibile, esplosiva ai tempi
di Cristo. Ma questa parola è stata svalutata. Risponde alla domanda. E, ci dice, ci offre, non
solo un’idea, ma il cuore di Dio. É stata vissuta fino alle lacrime dai discepoli di Cristo. E noi
l'abbiamo neutralizzata.
Tuttavia questa sola parola ci permette, anche oggi, di andare fino in fondo, tanto di fronte a
uno dei più temibili problemi della nostra vita, che è la fragilità, il tempo, la durata e la morte,
quanto di fronte al segreto ultimo della confessione: l'accesso alla misericordia.

È proprio di Dio che abbiamo paura? Non credo. Ma piuttosto di noi stessi, di questo abisso
misterioso, incerto che scandagliamo. In realtà preferiremmo senza dubbio non saper troppo di
noi, né dell'immagine che ci riflettono gli altri e la comunità, che si tratti del nostro passato o del
nostro futuro.

Un tale, parlando di suo padre, ha dato una immagine dura. Questi era un grande proprietario
di piantagioni di cotone del Sud degli Stati Uniti. Quando si chiedeva al cineasta Biberman quali
ragioni l'avessero indotto a girare il bel film Slaves sui Negri americani, Biberman diceva: «Molto
tempo fa, mio padre mi raccontava storie sulla bellezza e sulla grandezza del Sud. Mi
descriveva ciò che faceva ogni mattina quando era giovane: appena sveglio, tirava un cordone e
il domestico negro arrivava e lo vestiva. Quando usciva, il mozzo di stalla univa le mani perché
se ne servisse come di un gradino per salire a cavallo. Mio padre allora cavalcava attraverso i
campi, e, nelle prime ore del mattino, i Negri lavoravano tutti nei campi di cotone. Era così bello
e così fresco: la rugiada sulle foglie, il cotone che ancora stormiva. Improvvisamente scorgeva
la più bella delle fanciulle negre, che sembrava sbocciata nella notte. Scendeva da cavallo e... la
prendeva. Dopo aver provato piacere, la teneva ferma e la colpiva sulla bocca: «Tieni, questo è
per te, piccola sporca Negra...» e la rimandava al lavoro, mentre i Negri cantavano. Biberman
concludeva: «Mi venne voglia di vomitare e non dimenticai mai questa storia».

Di fronte alla forza dell'egoismo, del disprezzo, dell'oblio, di fronte al potere del male, c'è da
aver paura. Un giorno si giunge a scoprire, con san Francesco di Sales, che «la frontiera tra il
regno del bene e il regno del male passa nel proprio cuore».
Il problema: tra la nausea e noi stessi ci sarà sempre solo timore e paura?
«Mi venne voglia di vomitare»…. Chi, se è davvero lucido, non rischia di dire questo anche di
se stesso? La "nausea"? La lucidità da sola basta quando si è soli di fronte alla domanda: «Chi
sono? Che cosa sono dunque?»
Per me, è qui, in questa domanda, che si trova il vero inizio della vita cristiana, che si rinnova
ogni volta attraverso il sacramento della penitenza.

La paura e la nausea. Le testimonianze sono molteplici: Camus: «Ecco la mia antica


angoscia, là, nel vuoto del mio corpo, come una brutta ferita che si irrita ad ogni movimento.
Conosco il suo nome: è la paura della solitudine eterna. Ho il timore che non ci sia risposta».
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Dostoevskij evoca la nausea nella scena di Delitto e Castigo in cui Marmeladov si alza per
proclamare il Padre Nostro davanti a quelli che ridono di lui perché ha appena bevuto il denaro
guadagnato dalla figlia da lui mandata a prostituirsi. Marmeladov pensa a Dio ed esclama: «Egli
dirà alla mia Sonia: “Vieni ti ho già perdonato... Questa volta ti perdono ancora, perché hai molto
amato". Poi volgendosi ai suoi compagni di sbornia, Marrneladov dichiara: «Quando Dio avrà
finito con tutti gli altri, convocherà anche noi: “Andiamo, avvicinatevi anche voi, ubriaconi, siete
dei porci, sembrate delle bestie, ma venite anche voi”. E allora Dio ci tenderà le braccia e noi ci
butteremo. E tutti comprenderanno. E noi comprenderemo tutto! Signore, venga il tuo regno!».
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Nessuno partecipa alla salvezza se non si spoglia di se stesso

La storia degli apostoli è esemplare. Dovettero cominciare dal non comprendere,


dovettero tradire per riuscire finalmente a comprendere. È come una legge di crescita della
presenza di Dio nel cuore degli uomini. Il segreto dell'amore è talmente prezioso e il cuore
dell'uomo è talmente esitante che per un nulla sono necessari questa misura e di solito del
tempo.
La veemenza che è nel cuore dell'uomo di fronte alla morte gli fa domandare: c'è una
risposta all'interrogativo: «Che cosa sono? Perché il mio desiderio? Perché questa violenza?» E
l'uomo rifiuta di abbassarsi. E non si finisce, se non il giorno in cui comprendiamo che il nostro
desiderio non è nulla accanto a quello di Dio. In quel momento il problema non è più di sapere
se Dio risponderà alla violenza dell'uomo, alla sua esigenza accanita, ma se noi potremo
sopportare quella di Dio. Per questo il desiderio di Dio ha assunto il volto dell'amore: perché
occorreva liberarci da ogni paura e da ogni violenza. Ognuno di noi deve ripercorrere l'itinerario,
il passaggio, il cammino di san Pietro. È la soglia del primo atto di fede, come lo è del
sacramento della penitenza, e in ultima analisi di tutta la nostra vita: ogni uomo deve cioè
passare da un amore che è forza ad un amore che è offesa.
Che cos'era dunque amare? Noi non lo sapevamo ancora. Amare non è solo desiderio,
dono, generosità o forza. Amare è promettere e promettersi di non usare mai i
mezzi del potere o della potenza verso l'essere amato. È ciò che conduce Cristo alla
Passione: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre» (Gv 14,31). Non ha dato ragione
più profonda. Un Dio che esiste per totale generosità è un Dio che ama senza imporre il suo
amore; è dunque un Dio che prega l'uomo tanto quanto l'uomo lo prega. Ecco, il segreto.

«Io non mi abbasserò mai». 11 Cristo si è messo in ginocchio davanti ai suoi discepoli.
Pietro vuole offrirgli la propria forza: «Darò la mia vita per te». Ma Dio non ha bisogno di forza.
Allora nelle vicende della Passione Cristo domanda: «Mi ami?» È il modo più dolce di dirci: ciò
che mi interessa di te, non è la tua forza o la tua generosità, ma la tua miseria, la tua nudità e la
tua povertà. È il Salvatore che ha sete di ritrovare i perduti e i naufraghi. «Pietro, mi ami al punto
da darmi ciò che sei divenuto dopo avermi rinnegato? Adesso sei capace di darmi ciò che mi
attendevo da te: la tua stessa infedeltà, la tua debolezza, la tua libertà, certo, ma la tua libertà di
povero. Vuoi rischiare di spingerti fino a quel punto?».

Salvatore perché salvato

Quando Pietro accetta quella debolezza al posto della forza che voleva avere e che
credeva fosse quella dell'amore, quando accetta che quella forza dell'amore, che pensava di
avere, sia vana e venga sostituita dall'offesa che lo rende debole per sempre, allora scopre
l'autentica porta della Vita. La forza può perdersi, non l'offesa. Questa non si dimentica mai.
Mediante l'amore che infonde nei nostri cuori, Dio ci propone di essere offesi e resi deboli in ciò
che crediamo sia la nostra forza. L'amore che viene da Cristo non ci rende subito forti, ma
deboli, di quella debolezza più forte di qualsiasi forza. La forza degli uomini sarà sempre limi-
tata. Ma l'offesa dell'amore, se viene da Dio, ci apre all'infinito, proprio quanto la sua forza ci
sembra senza limite: per questo è di una debolezza senza nome. È la dipendenza stessa che
diviene fuoco. Perché è dipendenza ed è, nello stesso tempo, rispetto e debolezza: così Cristo ci
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rispetta, ed è debole proprio in virtù del suo rispetto. Entriamo allora in questo nuovo battesimo
del sacramento della penitenza che è una vita a due: Cristo e noi.

Prima di essere giunti al momento in cui Pietro è stato confermato, prima di poter dire a
Cristo: «Tu sai che ti amo» c'è per ognuno di noi ciò che corrisponde al tradimento di san Pietro.
C'è nella nostra vita una confessione che è il nostro proprio modo di risparmiarci forse, quel
tradimento, cioè di conoscere la stessa offesa, ma senza tuttavia commettere un rinnegamento
così grave. Questa confessione consiste nello scoprire che non amiamo Dio, e nel dirglielo.
Cristo chiama come discepoli non degli indulgenti, dei deboli, dei soddisfatti, ma dei
guerrieri. E tuttavia la prima condizione affinché il loro impegno sia vero è riconoscere che essi
sopportano penosamente la vita e la croce, trascinandola come possono, e molto spesso
rifiutandola. Chi confessa questo a Dio comincia ad essere davvero offeso. È entrato nel suo
battesimo. Un giorno dobbiamo prepararci tutti a dire questo. Dopo aver ripetuto a Dio che noi lo
amiamo e che forse daremmo la vita per lui; dopo esserci consacrati per anni al suo servizio,
dobbiamo prepararci a scoprire che non lo amiamo, e fare di questa scoperta una preghiera.
Tra l'affermazione: «Darei la vita per te» e la confessione: «Tu sai che ti amo», c'è per tutti
noi, come per san Pietro, lo sguardo del Cristo che incrocia quello di un
uomo che può solo dire: «'Tu sai che non ti amo» e che piange. Primi passi mossi
dall'offesa. Questo grido: «Mio Dio, non ti amo», quando diventa preghiera, diventa la nostra
suprema confessione. Tutti i poveri, tutti i piccoli, tutti gli offesi dalla vita trovano qui una via
d'uscita e sono accolti da Dio.
La conclusione del Vangelo non è una conclusione che condanna, se non il nostro
orgoglio.
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Alibi per un sacramento disertato

Non siamo ancora usciti - anzi - dal peso che le distinzioni, intellettualmente mal gestite,
tra “fede” e “religione” fanno gravare sulla teologia e sulla catechesi. Da una parte ci sarebbe la
fede, cioè l'adesione pura e purificata all'ideale evangelico, alla “Parola”, dall'altra le motivazioni
impure delle “credenze” e della “religione”, cominciando con la paura. Ma ci siamo abbastanza
accorti che, facendo così, abbiamo reso astratti le due componenti: la Parola non è più
Qualcuno, ma una categoria astratta del linguaggio ecclesiastico, e l'uomo è divenuto un essere
di cristallo. Il risultato è un aumento di angoscia. A forza di proporre ai cristiani di essere “adulti”
o “responsabili”, s'incute terrore a tutti quelli a cui la vita ha insegnato che nessuno giungerà
mai al livello di questo ideale. (Ci si perdoni qui un'analogia: un certo numero di coppie, a forza
di essere martellate da pseudo-consigli sull'accordo fisico, arrivano a credersi anormali nella
loro vita coniugale, e i pretesi consigli non giungono che a far subire loro ciò che uno psicologo
ha chiamato il “terrorismo (dell’orgasmo”).
Pongo allora la domanda: dei due atteggiamenti che ci sono proposti, quale veramente ci
libera? Quello che sotto il pretesto di compiutezza, di libertà, di rifiuto dei tabù giunge infine, che
lo si voglia o no, al malessere di una cattiva coscienza e di una falsa colpevolezza, poiché si
scopre che non si arriva con le proprie sole forze a essere qualcuno “per bene” ; o
l'atteggiamento che, grazie all'umanità del sacramento della confessione, ci conduce passo
passo ad ammettere con dolcezza la nostra miseria.
Il primo atteggiamento ha apparenze di liberazione. A che serve confessare delle futilità?
Conduce, in realtà, al ciclo terrorista della lotta tra lassismo e cattiva coscienza. La permissività
è un cancro, poiché, di per sé, rifiuta ogni limite. E la chemioterapia dello stoicismo è temibile.
Come se si potesse da soli purificarsi? Come se tutto non fosse normalmente mescolato?
Eppure la vita di tutti i testimoni della fede parla chiaro. Da Abramo a Foucauld, non si sono mai
creduti immuni dall'ambiguità, né capaci di raggiungere la verità da soli. Proprio questo è il ruolo
del sacramento. L'intervento del Trascendente in questo mondo con le sue impurità. Questo
sarebbe stato semplice per Mosè, per esempio, se i suoi motivi fossero stati chiari. Ne ha ab -
bastanza del ministero affidatogli da Dio. Ha voglia di lasciare tutto. Ma tutto è mescolato: ci
sono la stupidità del popolo o solo il suo sfinimento, la fatica fisica e le insonnie, la pigrizia
interiore, l'angoscia del futuro, il peso della durata, c'è il silenzio di Dio... questo tirocinio della
pazienza è la suprema purificazione che Dio propone per andare sempre più avanti nel mistero
del suo disegno. «Dio ci inventa insieme con noi». «Perfino mediante il peccato» aggiungerà
sant' Agostino.
Avrebbe un suo fascino, in un certo senso potrebbe sembrare più bello, se la salvezza
dipendesse dalla santità del sacerdote, del cristiano. Sarebbe in realtà una soluzione molto
crudele, sia per il salvatore che per il salvato. Non usciremmo mai dal dilemma del tutto o
niente: o sacerdoti perfetti, o nessuno che ci possa salvare. E’così che i cristiani immaginano
talora la Chiesa, allontanandosi dal medico perché il farmacista non piace.
In realtà, Dio ha rimesso la salvezza nelle mani della nostra libertà, libertà di dare e libertà
di ricevere, e non
nelle mani della nostra santità. Ciò che rende la Chiesa a tal punto odiosa agli occhi di
alcuni è precisamente quello che ci salva: cioè la messa è sempre la messa, e l'assoluzio ne
sempre un'assoluzione, qualunque sia lo stato d'animo di chi celebra. Poiché questi, se non è
sempre, o necessariamente, in amicizia con Dio, è sempre libero di voler fare bene per gli altri.
Se Dio gli chiede molto per la propria salvezza, gli chiede pochissimo per la salvezza degli altri.
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La misericordia di Dio non ammette che la salvezza degli altri possa essere compromessa dalla
mediocrità dei cristiani. Ecco un invito ad adorare la misericordia.
Infatti, se qualcuno avesse il diritto di fare il difficile e di non tollerare che la salvezza
venga amministrata indegnamente, questi sarebbe proprio Dio. E non 1'avrebbe tollerato, se
avesse amato ciò che chiamiamo - ahimé! ,malissimo - la sua “Gloria” prima di amare i
peccatori. O più profondamente, se la gloria di Dio fosse stata quella della sua purezza, prima di
essere quella della sua misericordia. Ora la gloria della sua misericordia è precisamente volere
che la salvezza sia offerta agli uomini, anche in modo indegno, piuttosto che non essere offerta
affatto. «Li salverò in qualsiasi modo, ma li salverò»: dopo parecchi passi dei Vangeli, non è una
delle intuizioni centrali della Lettera agli Ebrei? A meno di non accettare per sacerdoti degli
esseri di cristallo e non degli esseri di carne e sangue. Occorreva difatti scegliere tra la
distribuzione della salvezza col contagocce da parte di esseri rari quanto gli eroi della carità, o
la distribuzione della salvezza letteralmente da parte di chiunque, purché questi accetti di
essere separato dagli altri per questo fine. E questo consenso, se dato lealmente, è del resto il
più profondo che possa essere affidato al prete stesso, il quale giungerà anche lui alla santità
attraverso le vicissitudini della miseria.
Ma è cronico nella storia della Chiesa: tutti i motivi sono buoni per vuotare il sacramento
del suo realismo. Sia che si pretenda di rispettare la trascendenza, o che si cerchi di proteggere
gli uomini rendendo loro la religione «facile». Dio non sarebbe il medico di turno, a cui si
dovrebbero confidare strani sentimenti, anche indegni di lui. Honest to God. Timori, stanchezze,
debolezze non sarebbero degni di Dio. A che serve confessare simili inutilità? Allora, fondato su
tutti i motivi pastorali, psicologici o storici oggi si diffonde un po' ovunque il movimento
seguente: liberiamo gli uomini dagli obblighi della confessione, con ciò che il termine conserva
di sfumatura giansenistica per un francese (anche educato nella permissività).

Conosco poche pagine belle e profonde sul sacramento della riconciliazione, sulla
penitenza e la confessione quanto quelle che aprono il nuovo Rituale del sacramento. Non sono
sicuro che la dimensione di queste pagine sia stata sufficientemente compresa. Sono luminose
e segneranno una data
importante nella storia del sacramento, poiché il sacramento ha conosciuto una storia
laboriosa (cfr. Cyrille Vogel, La Penitence et le Penitent, t. 1 e 2, Cerf; e il riassunto che ne
abbiamo dato sotto la guida dello stesso padre Vogel, in On demande des pécheurs, «Pour une
meilleure connaissance de l'histoire», Cerf, 1981, pp. 157-166).
Non abbiamo probabilmente mai avuto tante possibilità come oggi. Ci hanno reso la
pienezza delle forme del sacramento: i testi sono precisi, semplici, ammirevolmente adattati, le
situazioni sono rispettate, la varietà delle possibilità è riconosciuta.

Il rischio è dunque di nuovo presente. Non più un sacramento ridotto al terrore del
confessionale, ma invece banalizzato da una soluzione semplicistica, anche quando non è
necessaria l'assoluzione collettiva. Talora si svende un po' in fretta la possibilità stessa di un
incontro di fede. L'assoluzione collettiva supplirà a tutto.
Ma sono i poveri che, ancora una volta, rischiano di gustare i frutti amari di queste
soluzioni quando, conformemente al Rituale, esse non s'impongono: pseudo-teologia, pseudo-
psichiatria e pseudo-storia... Poiché tutto si riunisce qui per ricordarci che non c'è salvezza
senza liberazione, né liberazione senza confessione, e né confessione senza lasciarsi
convertire.
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Chi è dunque colpevole?

«In un mondo dove non conoscete il sì e il no di niente, dove non c'è legge morale né
intellettuale, dove ogni cosa è permessa, dove non c'è niente da sperare e niente da per dere, in
cui il male non porta punizione né il bene ricompensa, in un mondo simile non c'è dramma
perché non c'è lotta, e non c'è lotta perché non c'è niente che ne valga la pena. Ma con la
Rivelazione cristiana, con le immense idee del Paradiso e dell'Inferno, le azioni umane, il destino
dell' uomo sono investiti di un valore prodigioso. Noi siamo capaci di fare un bene infinito e un
male infinito. Dobbiamo trovare la via verso vette di luce o verso abissi di miseria. Siamo come
gli attori di un dramma in cui abbiamo la parte principale. Per noi la vita è sempre nuova e
interessante perché ad ogni attimo abbiamo qualcosa di nuovo da imparare e qualcosa di
necessario da compiere. L'ultimo atto, come dice Pascal, è sempre cruento, ma anche sempre
magnifico, poiché la Religione non ha solo messo il dramma nella vita, lo ha messo al termine,
nella Morte»(Claudel ).
Al processo dei carnefici del campo di Treblinka, un avvocato domanda a uno di essi, un
consigliere al Ministero degli Interni del III Reich, che dopo la guerra ridivenne segretario di
Stato, se avesse cercato di conoscere la verità riguardo allo sterminio degli ebrei. Questi
rispose:
- No, questo non dipendeva dalla mia giurisdizione.
- Che cosa avreste fatto se lo aveste saputo ufficialmente?
- Ebbene, avrei detto: «Questo riguarda il tale e il talaltro, chiedetelo a loro».
Si immaginano uomini che minacciano, che maltrattano, che urlano. Ma in primo luogo
c'è l'assenza. Gente che non sa, sguardi che non vedono più, strade che si vuotano. «Cercate il
tale». Ma il tale è occupato. Il tale non c'è. «Sono venuti», «l'hanno portato via»: tutti e nessuno.

Chi è dunque colpevole?


Il problema stesso non sembra porsi neppure più: in un mondo in cui non conoscete il sì
e il no di nulla, dove ogni cosa è permessa, non c'è più dramma; e inoltre non occorre più che ci
sia. Il dramma non è solo quello della nostra inerzia di fronte alla confessione; è più profondo:
poiché per scegliere nella vita quotidiana la verità più esigente, cioè la misericordia, bisogna
accettare di amarla. E noi non abbiamo voglia di amare gli esclusi, i poveri, i peccatori, perché
non abbiamo voglia di aprirci a questo baratro, a questa passione totalizzante. Ora la
misericordia richiede di essere assunta, di essere amata per se stessa come una ragione di vita,
come l'ultima ragione, come si ama un volto, come si ama il proprio bambino, come si ama il
volto stesso di Dio. Vorremmo cavarcela senza aver bisogno di amare, senza dover dare fiducia,
senza doversi spogliare di se stessi, senza dover essere intaccati dall'implacabile verità sulla
propria miseria, senza doversi rimettere pienamente ad un'altra luce, ad un'altra volontà diversa
dalla propria. Ma allora se non si ama la misericordia per se stessa, indipendentemente dagli
effetti, prima ancora di usarne o di beneficiarne, si scopre questo paradosso sconvolgente: si
scopre che siamo resi incapaci di sceglierla, perfino per essere salvati. Le esigenze della mi-
sericordia sono talmente esplosive che in presenza stessa del Cristo tutti i contemporanei la
rifiutarono. Per ogni categoria o setta che pretendeva di detenere la verità, questa idea di essere
condotto, per fede, a spogliarsi di sé, a ricevere da un altro la forza stessa di agire riconoscendo
la propria miseria e la propria povertà, era insopportabile. Sia che si prenda la fuga dal mondo
(gli esseni), o che ci si ribelli (gli zeloti), o che si misuri la salvezza con la propria giustizia (i
farisei), non si vuole aver bisogno né della misericordia né di Dio.
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È l'eterno dramma cristiano, il dramma caratteristico del cristianesimo: non si vuole il
volto di un Dio-Misericordia.

A questo dramma eterno oggi se ne aggiunge un altro. Ha le apparenze di una


liberazione. Ha di per sé l'aspetto legittimo di una reazione necessaria di fronte a certe insop-
portabili durezze del passato; ha inoltre le apparenze di una richiesta del Vangelo. A prima vista
è piacevole, è avvincente, si ha voglia di arrendervisi come ad una evidenza, proprio come se si
trattasse ancora della misericordia cristiana. Si è tentati non solo di sottoscriverci, ma anche di
accelerarne il processo. Non siamo più in un clima in cui le realtà e le scelte sarebbero chiare e
evidenti. Dietro la richiesta evangelica si è scivolati in un'altra richiesta presente ovunque: non
volendo più che ci siano gli esclusi, giungiamo tutti a sperare che l'istituzione e la natura delle
cose cambino in modo tale che non ci sia neppure più bisogno di misericordia.
Il problema non sarebbe più fare appello alla misericordia, ma modificare le cose in modo
tale da non avere più occasione di averne bisogno. È il capovolgimento. Invece di riconoscere
che noi tutti, cristiani, siamo peccatori, emarginati da Dio, ricuperati dalla salvezza e dalla
misericordia, riacquistati da Dio, si preferisce pretendere che non ci siano più dei lontani, che
non ci siano più dei peccatori, e allora siamo tentati di concludere: perché parlare ancora di con-
fessarsi?
Non sarebbe uno degli aspetti nuovi della pastorale della confessione, oggi? Giustamente
preoccupati di reagire dinanzi a intollerabili contrazioni del passato, a tutti i giuridismi e a tutte
le burocrazie, siamo giunti ad un altro fariseismo. Non è meno dannoso perché non meno
variegato dei precedenti. Dietro all'invito continuamente ripetuto alla comprensione si nasconde
una richiesta inconfessata: si vorrebbe che non ci fosse più bisogno di misericordia. Nasconde
una ribellione contro l'idea che noi peccatori abbiamo veramente bisogno della salvezza.
Che il legalismo ricopra troppo spesso nella Chiesa la bontà evangelica, lo sappiamo. Ma
se consideriamo i costumi, la nostra pratica, le abitudini e i nostri discorsi, è proprio il
fariseismo dei benpensanti a minacciarci oggi? O non è più grave quel fariseismo che, con tutti i
mezzi, si accorda per non sentir più parlare di perdono e di riconciliazione e del sacramento di
penitenza, perché questo rivelerebbe, nello stesso tempo, la miseria e il peccato?

La crudeltà del nuovo fariseismo

Al di là della gerarchia, della Chiesa e delle sue leggi,


si istruisce il processo a Dio stesso. Si sente dire che Dio
è misericordioso. Allora lo si convoca, si fa comparire Dio
stesso davanti al tribunale supremo della ragione umana. Gli
si chiede conto della sua pretesa condotta misericordiosa.
Nella società permissiva di oggi, noi cristiani siamo in-
trappolati da questo rinascente fariseismo. Tante ragioni le-
gittime ci conducono ad esso. Certamente dobbiamo liberarci dalla miopia e
dall'ipocrisia delle morali del proibito e dell'obbligo, e riprendere il cammino del Vangelo. Ma
sapete anche in quali storture rischiamo di cadere. Come sopportare si dirà per esempio,
ancora, un'idea di peccato che si basa troppo spesso su una dissociazione dell'amore e della
sessualità? Perché non permettere ciò che non fa male a nessuno? Come potete, ci diranno
anche, ammettere alla riconciliazione quelli che ieri la vostra stupidità o il vostro orgoglio
ecclesiastico tenevano isolati? È vero. Potranno portare tante altre ragioni in parte vere...
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Se avessimo a che fare solo col fariseismo che condanna i peccatori e gli esclusi,
sarebbe semplice. Non avremmo che da riprendere la rivolta di Cristo stesso e difendere i fra-
telli in nome di questa medesima rivolta dell'amore misericordioso. Ma si tratta di un
atteggiamento completamente differente. E’il fariseismo che non vuole più ammettere che il
peccatore è peccatore. Allora dobbiamo riprendere ancora e sempre la difesa del peccatore, ma
in modo molto più profondo. Dobbiamo difenderlo, perché con questo nuovo modo di negare il
male si toglie ai peccatori, cioè a tutti noi, la possibilità di essere amati quali siamo. Quando
cercano di convincerci che non siamo più peccatori, quando negano la realtà stessa del nostro
stato, non vogliono amarci quali siamo veramente, e nello stesso tempo siamo condannati ad
un'infelicità senza dubbio maggiore di quella delle vittime del primo fariseismo. Il fariseo che ci
dichiara che non siamo peccatori, che tutto va bene, che tutto è permesso, non ci lascia neppure
più la speranza di trovare qualcuno che ci ami, che ci comprenda e ci aiuti tali e quali siamo
veramente.
Ecco a cosa rischiano di condurci tutte le buone intenzioni delle nostre inchieste e delle
nostre riforme con l'apparenza di misericordia. Pensiamo solamente a certi aspetti
dell'evoluzione attuale del sacramento della penitenza. Non c'è forse niente di più crudele sulla
terra che togliere a qualcuno la ragione stessa della propria sofferenza, se questo lo priva della
ragione di essere amato per ciò che è.

Chiamare 'male' il male

Dostoievski è stato affascinato dalla tentazione di tutto scusare. Rappresenta le reazioni


del popolo di fronte ai condannati che attraversano il loro villaggio per avviarsi verso la
deportazione in Siberia. Egli immagina questo dialogo:
«Fa veramente pena condannare un uomo!» Ebbene, rimanete nella vostra pena! La verità
è qualcosa di superiore alla pena. Se pensiamo infatti che noi stessi possiamo essere talora
peggiore di un criminale, con ciò confessiamo che per metà siamo colpevoli del suo crimine. Se
ha trasgredito la legge che la terra gli aveva prescritto, siamo responsabili del suo giudizio.
Poiché se noi fossimo migliori, sarebbe migliore anche lui e non si presenterebbe oggi alle
sbarre...
«Bisognerebbe dunque assolverlo?»
«No, al contrario è proprio qui che dobbiamo chiamare “male” il male, ma per prendere su
di noi metà della sentenza. Varchiamo la soglia del tribunale con il pensiero di essere colpevoli.
Ci serva da castigo questa angoscia che tutti in quel momento tanto temono e con la quale
usciamo dall'aula del tribunale. Se questa pena è sincera e dolorosa, ci purificherà e ci renderà
migliori. Diventando migliori correggeremo il nostro ambiente e lo renderemo migliore». Che
cosa succederebbe se, preparandosi coscientemente ad un delitto, il delinquente dicesse a se
stesso: «Il delitto non esiste?». Anche allora il popolo lo chiamerebbe uno «sventurato»? Può
darsi anche che lo chiami così; senza dubbio, anzi, lo chiamerà così, il popolo è
compassionevole; e non c'è nulla al mondo di più infelice di un delinquente che non si consideri
'delinquente ': è un animale, una bestia. Che cosa importa che lui non capisce che è un animale
e abbia soffocato
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la coscienza in se stesso? Non ne è che doppiamente infelice. Doppiamente infelice, ma
anche doppiamente delinquente. Il popolo avrà compassione anche di lui, ma non rinnegherà la
propria verità. Il popolo, chiamando il delinquente uno “sventurato”, non ha mai smesso di
considerarlo un delinquente. E da noi non potrebbe esserci sventura maggiore che se il popolo
fosse d'accordo col delinquente egli rispondesse: «No, non sei colpevole, perché il 'delitto' non
esiste!».
«Io sono stato in galera, ed ho visto dei delinquenti, dei delinquenti “matricolati”. Ripeto, è
stata una lunga scuola. Nessuno di loro smetteva di considerarsi un delinquente. All'aspetto
erano gente terribile e crudele. Si “davano delle arie”. Dei propri delitti non si poteva neppure
parlare ad alta voce. Accadeva che qualcuno facesse echeggiare una parola dov'era contenuta
una sfida e un sofisma, e tutta la ' galera ' come un solo uomo metteva a posto il pretenzioso.
Non era ammesso parlare di quello. Ma forse nemmeno uno di loro aveva evitato una lunga
intima sofferenza dentro di sé, quella che purifica. Ricordo i loro visi: oh! credetemi, nessuno di
loro riteneva nel suo animo d'aver ragione. L'autopurificazione attraverso la sofferenza è più
facile; più facile, ve lo dico io, che non la sorte che preparate a molti di loro assolvendoli di
continuo in giudizio. Non fate altro che introdurre il cinismo nell'animo di quest'uomo, gli
lasciate dentro un problema tentatore e l'incentivo a deridervi. Non ci credete? L'incentivo a
deridere voi, il vostro giudizio, il giudizio di tutto il paese! Dentro l'animo suo versate il dubbio
nella verità popolare, nella verità di Dio; lo lasciate sconcertato... Quello se ne va e pensa: " Eh,
guarda un po' come vanno le cose adesso, non c'è più severità. Vuol dire che la gente è più
intelligente. Forse ha paura "».'
1. F. DOSTOEVSKIJ, Diario di uno scrittore, tr. it. E. I,o Gatto, Sansoni, 1981.
Quelli che vorrebbero «aggiustare le cose», coloro che pretendono di instaurare una
certa tolleranza, una condiscendenza con il pretesto di aprire una forma superiore di evoluzione
morale, ci tradiscono, ci trascurano, e ci abbandonano con una crudeltà peggiore di quella dei
farisei che rifiutavano. Costoro almeno lasciavano una verità possibile e la loro durezza cadeva
direttamente sotto la condanna di Cristo. Ma chi di fronte al nostro peccato ci dice che è bene,
chi ci fa credere, con qualsiasi pretesto, che non c'è più peccato, costui coopera ad una
disperazione peggiore che qualsiasi reiezione. Un giorno dovremo proprio confessare la
disperazione in cui possono condurre gli impieghi pastorali più o meno affrettati o talora
“superstiziosi” delle “scienze umane”... Se, con il pretesto della liberazione, si rende asettica la
nostra esistenza al punto che tutto è permesso, e che non c'è più motivo per convertirsi,
piangere, soffrire, pregare, allora che speranza ci rimarrà di essere amati nella nostra stessa
miseria?
A noi cristiani spetta il dovere di rifiutare queste emissioni pirate che, con la proposta di
una falsa liberazione, vogliono evitarci il dramma di essere e riconoscerci ciò che siamo. Forse
la possibilità del rinnovamento attuale e del sinodo ci aiuterà a riconoscere queste false monete
con cui ci lasciamo intrappolare. Forse dobbiamo imparare a rifiutare queste merci utopiche,
che col pretesto di ripetere instancabilmente la primavera della Chiesa sdrammatizzano la
nostra esistenza e nello stesso tempo le tolgono la sua dignità.
«Cercasi peccatori», cioè uomini che sanno che i loro destini sono investiti di un valore
eccezionale, capaci di un bene infinito e di un male infinito; esseri che rifiutano ogni comodità,
perché sono consapevoli, in nome del cristianesimo, di ' essere un di più ' legato alla
confessione del nostro stato di peccatori.
In un suo dialogo alle porte della morte, Malraux riporta
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la confidenza di un suo amico, medico psichiatra, che lo assisteva. Parlando degli scettici
moderni, il dottore gli diceva: «Si gioca con il " cosa importa ". Ma per noi dottori è un sintomo
che non perdona. Mi ricordo di una parrocchiana che curavo di una nevrosi al limite del suicidio.
Aveva tradito suo marito mentre era prigioniero. Sconvolta, non esagero. Salvata dalle
anfetamine, scomparve; dopo qualche mese ritornò e mi disse: " Mi domando davvero perché
ho dato tanta importanza a tutto ciò! ". -" Forse perché, signora, voi mi avete detto che non
potevate perdonarvi di aver tradito vostro marito, tanto più che era allora prigioniero, e che siete
profondamente religiosa... " - " Dottore, se non fosse stato prigioniero senza dubbio non avrei
avuto occasione di tradirlo! Quanto ai miei sentimenti religiosi, se il buon Dio non mi comprende,
chi mi comprenderà! "».
Sì, Dio ci comprenderà. Ma non come pensiamo noi, non con un'indulgenza che
dissimulerebbe i nostri errori e farebbe il nostro gioco, ma in una luce che ci impedisce di barare
per meglio ricrearci.
Il colpevole non aspetta che gli si dica: « Tu hai ucciso, ma non è grave, è causa del
condizionamento, dell'eredità, degli ormoni o del determinismo... Ti amiamo e tutto va bene».
No, attende che chi gli parla abbia il cuore abbastanza toccato per dirgli: «Sono colpevole con
te. Sono assassino come te». Attende da noi un cuore spezzato dalla verità del nostro peccato,
altrettanto pesante, benché forse più misterioso del suo. Allora se annunceremo la misericordia
di Dio, potremo trovare la liberazione promessa alle anime prigioniere, quella che permette al
peccatore di confessare al fratello peccatore: «Ciò che ti dò lo ricevo da te». Potremo allora dire
a chi si crede più escluso di noi: «Ma è l'amore stesso che Dio ha per te che ha rivelato a noi, i
giusti, che non valiamo più di te; poiché neppure noi possiamo essere amati di un altro amore».
Il santo monaco Zosimo profetizza: «Se tutti capissimo questo, domani la terra
diventerebbe un paradiso». Che cosa può far sì che gli uomini trovino, almeno per loro, se non
per il mondo intero, il paradiso in terra? Che cosa induce Zosimo a lanciare questo grido: «Il
paradiso in terra? ...».
Per spiegarsi ricorda la confessione a cui giungeva, dopo sei anni di prigione, Jacques
Fesch, assassino: la confessione che decide di tutto, che apre o chiude la sola liberazione finale
di tutta la nostra vita.
Voi che non ne potete più del vostro passato, ascoltate questa confessione, e anche voi
che ripetete giorno dopo giorno con il Padre Nostro: «Ma che cosa mi occorrerà per cambiare la
mia natura?». Voi che non riuscite ad abbandonare le condizioni del peccato, che vi credete
esclusi, ai margini o fuori dall'amore di Dio; e noi tutti che abbiamo paura di sapere chi siamo
veramente o che siamo solo infastiditi di saperlo; noi che abbiamo nostalgia del problema
cocente: chi dunque mi comprenderà? Ascoltiamo questa confessione. Contiene la verità che
libera da ogni timore. :È stata portata dal Cristo del Getsemani per ognuno di noi e al nostro
posto. Dà prova di autentico coraggio. Sì, ascoltiamo ciò che i peccatori, i criminali e gli esclusi
hanno capito prima di noi e mormorano sommessamente perché noi, i “giusti”, abbiamo la forza
di ripeterlo.
Ecco la confessione: «Siamo colpevoli, siamo colpevoli di tutto, per tutti e davanti a tutti».
Allora si può aggiungere veramente: «Sì, se tutti comprendessero questo, il paradiso sarebbe in
terra». Qui inizia la misericordia, qui il male viene abolito, dal solo paradiso che sia degno degli
uomini.
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Uscire dall'ossessione,
ma non dal senso di colpa

Le critiche mosse contro la confessione sono di tutti i tempi. La storia del sacramento
della penitenza ha avuto lunghi periodi di ricerca a tentoni e brevi periodi di un equilibrio fragile.
Ogni critica è preziosa se verte su ciò da cui tutto dipende, qualunque sia l'epoca, la teologia o
la filosofia, o il modo di praticare il sacramento: cioè il senso di colpa.
Quando si evoca la beatitudine del perdono, si dice qualcosa di banale, se non si intende
con questi termini una realtà talmente paradossale che si esita ad indicarla con termini propri, e
che io stesso ho rinunciato a porre come titolo del presente capitolo. Avrei dovuto intitolarlo: la
beatitudine di essere colpevole. E questo non per provocazione, poiché, contrariamente a ciò
che può sembrare, il Vangelo e le psicologie più moderne convergono su questo punto
pienamente. Certo, con il Vangelo e con le migliori ricerche attuali, oso affermare che la
colpevolezza è fonte e luogo per eccellenza di una scoperta decisiva: una nuova creazione con-
tinua dell'uomo da parte di se stesso. Un uomo diventa “uomo” quando varca questo limite al di
là del quale accetta, non nella paura o nell'ansia, ma nell'angoscia di scoprire ciò che è, fino
all'estremo dei suoi limiti.
Ebbene, noi siamo abilissimi non solo nel chiuderci a questa angoscia, ma nello
sbarazzarci del problema stesso. Non dobbiamo nemmeno più opporci alla confessione, poiché
abbiamo eluso l'essenziale, per il fatto che non bisognerebbe più parlare di colpevolezza.
Come? Voi sarete ancora alle prese, ci dicono, con questi problemi di confessione, quando da
tempo si è proceduto ad una vasta epurazione dei tabù e dei rimorsi morbosi che avvelenavano
i cristiani. Qualunque psicologia funziona, quando si tratta di “liberarci”... Ricordiamo la frase di
santa Teresa d'Avila: «Per aiutarmi a cadere, avevo numerosi amici, ma per rialzarmi mi trovavo
completamente sola». Quando si tratta di confessarsi, oggi non si trovano più molti amici...
La mia intenzione qui non è solo di battermi per riconoscere il ruolo della colpevolezza in
tutta la vita dell'uomo, e quindi il ruolo del sacramento, ma anche di andare più avanti. Sostengo
che ricusare l'autentica colpevolezza sia rendere impossibile la felicità del perdono e togliere a
chi soffre la possibilità di conoscerla.
Ma prima di tutto riconosciamo pienamente che esiste un senso di colpa cattivo. È
evidente. Uno dei più grandi servizi che i filosofi contemporanei e certi medici ci hanno reso
(penso, beninteso, a Nietzsche e a Freud, a Nabert, Deleuze, Guattari, Foucault, Lyotard ed
anche a Diel o a Minkowski) è di aiutarci a distinguere il vero senso di colpa da quello falso, ed è
un grande servizio.
Vi è una decolpevolizzazione autentica perché c'è una falsa colpevolezza. Freud ha
sottolineato l'ambivalenza del senso di colpa e non c'è nessuna difficoltà a riconoscerlo. Il
senso di colpa può essere morboso. Finché non abbiamo scoperto dove è la nostra vera e
propria debolezza, rischiamo di lasciarci trascinare alla deriva. Possiamo accusarci di non avere
energia, forza, coraggio, tenacia, obbedienza, umiltà, castità o moderazione: tutto ciò è vero, ma
non è la nostra autentica colpevolezza. Se ci si limita a queste accuse, ci si impegna in
un'impresa disperata: la creazione di un universo fantastico e aberrante, di un mondo irreale e
giustificatore che è precisamente l'universo morboso dell'errore. Allora o si abbandona tutto, un
giorno o l'altro, o si cerca di rendere “sacro” l'annientamento che si prova, e che è soltanto uno
pseudo-annientamento, forse perfino un modo per evitare la verità. Si resta a un rimorso che
vorrebbe che l'errore non ci fosse stato. Si soffre del peccato, ma non si può sopprimerlo; allora
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ci si pente, ma senza speranza. E’l'ossessione: la condanna di se stessi da parte di se stessi in
una colpevolezza disperata.
Dio diventa quindi l' “Osservatore” di cui parla Sartre, di fronte a lui l'uomo sarebbe un
assoggettato, una cosa, un oggetto da guardare: «Io vi sento fin nelle ossa, dice il personaggio
di Huis-Clos, potete chiudervi la bocca. Fermerete il vostro pensiero? Lo sento, fa tic tac come
una sveglia e so che voi sentite il mio. Siete dappertutto. Mi avete rubato perfino il volto: voi lo
conoscete, ma io non lo conosco più».

Se la confessione fosse questo, coloro che la rifiutano avrebbero ragione. Perché si


avrebbe un Dio che da una parte aumenterebbe la paura, e dall'altra richiederebbe un'innocenza
impossibile. L'atteggiamento di Cristo è esattamente il contrario. Toglie la paura, ma non
dispensa mai dall'affrontare la verità, e perciò l'angoscia di questa verità. Cristo non dispensa
dall'incontro con noi stessi: Pietro, Zaccheo, la Samaritana, Maria Maddalena non sono
dispensati dallo scoprirsi colpevoli, cioè ciò che sono in realtà. Cristo non propone di ritrovare
una prima innocenza, rivela invece che essa è perduta. Ma libera dalla vana ricerca di tale inno -
cenza sgravando quelli che si rimettono a lui dalla preoccupazione del passato, per volgerli
verso il futuro. Sposta il punto di applicazione dell'angoscia. La colpevolezza vera e propria non
si guarirà con una dimenticanza simulata né con una dimenticanza reale, che è impossibile alle
sole forze umane. Appare nel momento in cui gli uomini scoprono l'autentica fonte della loro
vera debolezza. Finché non l'abbiamo scoperta siamo come dei prigionieri, allucinati, ci
dibattiamo contro i fantasmi del nostro orgoglio ferito o della nostra vergogna.

Colpevolezza vera e falsa

Ecco Cristo proporci un'altra luce. Ci conduce a scoprire come la nostra autentica
colpevolezza sia molto più profonda delle infedeltà provenienti dai. nostri errori e noi non siamo
colpevoli perché siamo deboli, avari, ladri, impudichi o violenti, ma perché non amiamo e
rifiutiamo di confessarci questa profonda incapacità di amare. È scoprendo dove è l'autentica
colpevolezza che ognuno comincia ad essere a poco a poco libero dai falsi sensi di colpa.
Non si tratta più solo di porre rimedio al passato, ma di trasformarlo. Non si tratta di
riconquistare una impossibile innocenza, ma di riconoscersi peccatore-perdonato perché
amato. Non si tratta più di credere che si eviterà l'angoscia, si tratta invece di accettarla come
feconda, come fonte di comunione con tutti i fratelli, come la chiamata più profonda presente in
noi: questa chiamata che nasce dall'accettazione della nostra mediocrità e si rivolge da noi
stessi a noi stessi, impegnandoci a continuare il nostro perfezionamento perché abbiamo
scoperto, in un al di là di noi, una fonte creatrice, una forza di vita più forte della nostra paura o
della nostra vergogna.
La vera colpevolezza è quella che, accettando di riconoscere la ferita, ci spinge a volgerci
verso il prossimo per amare, e lo dimostra accettando una parola che illumina e dice la verità su
noi stessi, trasformando così la nostra vita. Non si volge solamente verso il passato, sa che la
vita dell'uomo non ha niente di definitivo, niente di chiuso, niente su cui si possa tirare una riga,
niente di ' finito '.

Come possiamo
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Partiamo come possiamo, come è partito il Figliol Prodigo, semplicemente perché non ne
poteva più di aver fame e di essere insoddisfatto. Noi non siamo meglio di lui. L'atto di
confessarsi è molto spesso opprimente. Inutile nasconderlo. Proprio davanti a colui che l'amava
il Figliol Prodigo ha scoperto che la sua colpa vera non era quella che credeva. Se questa
scoperta è beatitudine, è perché si accompagna alla scoperta del perdono, ma è anche e in
primo luogo perché ci permette infine di scoprire ciò che occorre fare per liberarsi dalla brutta
paura che insidia ogni essere umano di fronte a se stesso quando è lucido. L'amore è sempre un
amore “ritrovato”, perché lo si scopre maggiore di quanto non si pensasse. Man mano che se ne
comprendono le esigenze, come san Pietro ad esempio, si piange per non averle riconosciute.
Si credeva di amare e si stava in pace nella propria tranquillità di coscienza. Ma non c'è
amore comodo. L'amore è una forza temibile che ci strappa al nostro benessere. Unisce questi
due aspetti, del tutto contraddittori alla nostra insensibilità. È fuoco, vulcano, intensità,
possesso e follia, e nello stesso tempo respiro impercettibile, timidezza, delicatezza, rispetto e
silenzio.

Le lacrime di Pietro sono state benefiche perché; manifestavano il suo strazio di non
essere all'altezza di colui, che nella sua delicatezza, lo chiamava con una discrezione infinita. La
penitenza sarà sempre come la lotta di Giacobbe: un dramma in cui l'amore è temibile non
perché I' amante esercita potere e dominio, ma al contrario perché è infinitamente disarmato. È
simile ad una tortura, forse, ma alla “tortura” amorosa che un bambino infligge ad un adulto
perché questi ridiventi a sua volta disarmato come un bambino.
La vera colpevolezza è davvero una felicità. Riconoscere Dio come un essere che ama e
senza difesa... Voi dite a Dio nella vostra preghiera «Padre nostro»: «Padre nostro, che sei nei
cieli...». Ma non vi sentite anche attratti dalla preghiera che, ogni Natale, porta gli uomini ad
inginocchiarsi davanti a un bambino e li autorizza a dire a Cristo stesso: «Mio Piccolo...»? Forse
è solo quando tale preghiera sale alle nostre labbra che la scoperta della nostra rozzezza può
farsi strada in noi senza farci paura.
Non scopriamo la nostra durezza e la nostra violenza dall'esterno, ma solo dall'interno.
Per il semplice fatto che la si scopre, ci si avvicina già un po' alla verità, e avvicinandosi alla
verità si scopre che è una beatitudine. È proprio ciò che riconosce san Pietro quando piange
dopo aver incontrato lo sguardo di Cristo: la colpa fondamentale di essere barbaro di fronte
all'amore, più ancora che di non amare. Noi resistiamo. Il dramma di Cristo fu di trovarsi davanti
«cuori tardi a credere e spiriti senza intelligenza».
Come poteva farcelo intendere Dio? Soltanto facendoci scoprire che i nostri tradimenti o i
nostri peccati visibili o scandalosi non sono che la manifestazione di qualcosa di molto più
profondo, che coinvolge la nostra stessa identità: noi non sappiamo amare davvero. Ecco cos'è
la beatitudine del perdono e il pentimento. Siamo nel momento in cui il Figliol Prodigo si getta
nelle braccia del Padre; ecco il sacramento.
Come il Figliol Prodigo, ogni cristiano, per indirizzarsi verso questo amore, è invitato a
valersi proprio di quella sfasatura, che può trovare nella sua vita, tra la propria rozzezza e la
purezza dell'amore. Ed è invitato a fare di questo cammino, normalmente un cammino di
lacrime, un cammino di riavvicinamento, d'intimità, di prossimità, proprio perché l'amore ha
avuto pietà della nostra fragilità.«Vieni, dice Dio al Figliol Prodigo. Vieni non come se tu fossi
pronto, ma vieni invece perché non ne sei degno, né capace, né puro. E io ti purificherò per
questo stesso passo. Non aver paura di lavarti nel sangue di mio Figlio: è stato versato per la
tua riconciliazione e la riconciliazione di tutti».
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Non siamo dispensati dalla confessione

Possiamo ricamare alI'infinito sulla distinzione dei peccati o fare come se il problema
della confessione non esistesse. Ma esiste. E schivarlo sarebbe tradire. Quelli che riducono la
confessione dei peccati ad una questione di disciplina ecclesiastica più o meno arbitraria o
facoltativa si ingannano e ci ingannano. D'altra parte le esitazioni della storia, il Vangelo e le più
salde conclusioni dei filosofi moderni convergono ancora una volta. Non è una questione di
mutamento di disciplina o di tradizione. È più profondo e più semplice.

Alla fine di Delitto e castigo, si vede Raskolnikov, l'omicida, crollare nel momento in cui la
donna che egli ama gli legge nel Vangelo di san Giovanni la risurrezione di Lazzaro. Questa
donna aveva scoperto da parte sua il dramma di essere una prostituta. Cosa propone a colui
che ama, e proprio perché lo ama e vuole salvarlo, pur sapendo benissimo che questo lo
manderà alla deportazione? Gli domanda una sola cosa: confessare, confessare il suo delitto.
Portando il romanzo di Dostoevskij sulla scena, Gaston Baty, per rappresentare il
matrimonio di Sonia e di Raskolnikov, ebbe una trovata geniale: nell'ultimo quadro si vedeva
Raskolnilcov, l'omicida, avanzare lentamente sulla piazza della chiesa che simboleggiava Dio e,
davanti ai passanti, che rappresentavano la società, lo si sentiva rifare la confessione del suo
delitto: faceva di nuovo a Sonia, la donna che amava, ma questa volta ad alta voce e davanti a
tutti, quella confessione che le aveva confidato a tu per tu. Quale celebrazione comunitaria!
Bergson diceva che il criminale di cui si ignora il delitto è uno sconosciuto per gli altri, che
lo prendono per un essere diverso da ciò che è veramente; in un certo senso non esiste, diceva,
neppure per se stesso. Questo perché ogni confessione è una liberazione, che permette a noi
tutti di dire prima della morte: «Io valgo di più della mia vita...». È l'essenza stessa di ciò che Dio
ci propone nella confessione: reintegrare la mia storia in quella della salvezza. C'è una dif-
ferenza tra me e la mia storia, tra la mia persona e i miei atti. I miei atti sono compiuti, passati,
mi sfuggono e si accumulano dietro di me: hanno creato un disordine, sono stati un fallimento
nell'amore. Proprio nell'amore, in questo amore che ho per me stesso, per gli altri, per la
comunità, Dio mi invita a intervenire, a riparare e a restaurare. Mi dà questo potere inaudito di
ricuperare, di riprendere il mio passato, di rinnovare il potere creatore della mia libertà, di
protestare contro i fallimenti che ho inflitto all'Amore. E’molto più di una innocenza ritrovata, è la
restaurazione del senso stesso della mia vita, poiché il senso ultimo del mio passato dipende
dal mio futuro: a condizione di riconoscere innanzitutto ciò che è stato.
Non è un piccolo problema di sacrestia. E’il solo cammino della vittoria sul male di
quaggiù, quello di cui siamo responsabili. Il solo che ci permette di dominare il tempo e il
rimorso del passato, di assumere il presente come un futuro già segretamente iniziato, di vivere
la storia come storia di salvezza, di essere veramente liberi. « Credere alla remissione dei
peccati è il momento cruciale per cui un uomo diventa spirito; chi non ci crede non è spirito».

Qualunque cosa si faccia, un solo termine, un termine semplice basterà sempre ad


indicare la verità totale della colpa nel suo valore creatore e non morboso: la “confessione”.
Ogni confessione vera e propria è duplice: è nello stesso tempo una confessione d'amore e una
confessione di colpa, ed è il sentimento più profondo che possa esserci nell'anima dell'uomo.
Confessarsi all'altro è sempre dichiarargli che lo si ama e che ci si riconosce debole,
impotente, colpevole, indegno perfino dell'amore che gli si porta e che lo si chiama in aiuto per
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essere salvati. Il potente ignora l'amore perché ignora la colpa; essere potente è credersi
innocente, quindi superiore. Nella confessione universale di questa colpa risiede la vera
sorgente dell'uguaglianza tra gli uomini. Ogni vera confessione è una preghiera indirizzata
all'altro perché ci aiuti a meglio realizzare il proprio fine, che è di crearci noi stessi con l'aiuto
degli altri. La confessione supera ciò che è confessato, poiché verte in definitiva su se stessi. Su
un se stesso non abbastanza conosciuto, che si cerca, che segue un itinerario, che si sa in
cammino e prega altri di aiutarlo nella sua strada. La confessione è vicinanza dell'altro. È la mia
responsabilità per lui: è essere custode del proprio fratello, ed essere custode del proprio
fratello significa essere suo ostaggio, cioè un io che si consuma per lui. Questo è ciò che
stabilisce la più profonda della fraternità e delle libertà. Chi svilisce l'accusa con il pretesto di
rinnovare la confessione si sbaglia! Si rischia di ottenere il contrario: sopprimendo la
confessione si toglie la sorgente stessa della nostra fraternità e della nostra libertà.

E l'assoluzione collettiva?

Non è la Chiesa ad aver inventato ciò che Dio propone: chi viene verso il Padre per
chiedere perdono si abbandoni a Lui. È ciò che fece il Figliol Prodigo. La confessione è un
lasciarsi andare. Chiunque tenga per sé volontariamente qualcosa che sa grave non si
abbandona. È tutto. In primo luogo non si tratta di catalogare gli errori. Se teniamo qualcosa per
noi perché ci sembra umiliante, non ci lasciamo andare, e non possiamo conoscere la
beatitudine del perdono. È evidente: chi dissimula rifiuta di servirsi del proprio peccato per il
bene, non cerca di avvicinarsi all'amore per la via stessa del peccato,..
Non è questione di quantità, di curiosità, di ricerca malsana, ma di libertà per chi è felice
di lasciarsi andare, scaricando tutto il peso che lo schiacciava. Se, nelle celebrazioni
comunitarie, diamo delle assoluzioni collettive per dispensare dalla beatitudine della verità,
dalla beatitudine di essere colpevoli, come pretendere che ci sia ancora un perdono vero e
proprio?
Senza dubbio ci occorrerà molto tempo, come ci vollero ottanta anni per trarre tutte le
conseguenze di una migliore comprensione dell'eucaristia. Siamo ancora lontani dalla meta!
Stiamo uscendo, meno male, dall'atmosfera congestionata, terrificante e angosciosa delle
confessioni di un tempo, e questo, tra l'altro, per la felice pratica delle celebrazioni comunitarie.
Ma se fossimo logici, presentiremmo forse che lo sviluppo di questi primi, tentativi rischia di
non essere quello che pensavamo.
Senza rendercene conto abbiamo aperto la porta a qualcosa di molto più impegnativo di
quanto non immaginassimo. Perché, la celebrazione collettiva non rischia di rendere necessario
una confessione pubblica...? È una mia domanda, ma non sarebbe forse opportuno
costringerci? Che significato avrebbe un'assoluzione senza lacerazione, senza cammino,
senza confessione? Che significato avrebbe l'assoluzione di un peccatore muto? Nessun
giuridismo, foss'anche di manica larga, può rispondere al nostro posto, e sarebbe inutile parlare
così spesso di incarnazione e di valori umani, se limitassimo l'incarnazione al punto in cui sono
in gioco, nel
modo più profondo, la nostra responsabilità e la nostra identità. Non è di Dio che ci si
prende gioco in questo caso, ma della nostra miseria e della nostra libertà.

Cristo non ha dispensato Maria Maddalena dal gesto di piangere. Simone il Fariseo aveva
forse in animo gli stessi sentimenti, ma non l'ha mostrato, e questo fu proprio l'unico rimprovero
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di Cristo: «Simone, tu non mostri niente. Guarda questa donna: si è lasciata andare, e con ciò ha
manifestato la sua contrizione e il suo amore».
Il problema non è cercare supplenze per evitare la confessione, poiché non c'è supplenza
all'amore. Un grande apostolo della misericordia, nella Chiesa d'oggi, al seguito di padre Lataste,
padre Jacques Nourissat, mentre stava con i condannati a morte in una prigione degli Stati Uniti
- in un settore della prigione chiamato «corridoio della morte» - riporta così ciò che gli confidava
uno dei condannati: «Si pensa che il giorno del processo il giudizio degli uomini sia il più duro.
Per me, non è stato niente. Mi sono detestato per i primi tre anni di prigione come nessuno può
odiarsi. Ho cercato di uccidermi, i miei amici me l'hanno impedito. Ma più mi guardavo, più mi
detestavo e non trovavo in me niente di buono... Dopo tre anni un mattino ho detto a colui che si
chiama Dio: " Se tu esisti, tu solo puoi amarmi, e soprattutto insegnarmi ad amare me stesso ".
Allora, racconta padre Nourissat, chi mi parlava si è messo in ginocchio si è reso conto a poco a
poco della speranza che era in lui. La pace è tornata. Quest'anno, quando sono ripassato a
vederlo in prigione, mi ha detto: " Ora ho capito che era Cristo che mi insegnava ad amarmi.
Così, va bene! ". Il suo viso, conclude padre Nourissat, era raggiante come la sua anima, era
divenuto libero».

«Fai il tuo dovere di sacerdote...»

Confessare mi ha sempre sconvolto. A Notre-Dame di Parigi ho potuto dire come il


compito di confessare mi si manifestò molto presto nella mia vita sacerdotale in un modo che
non dimenticherò mai.

Se mi domandaste quali gesti mi hanno maggiormente colpito nella mia vita di prete, non
saprei quale scegliere. Tra i molti ce n'è tuttavia uno che ricordo volentieri. Non manco di
discrezione nel riferirlo, perché la persona interessata mi ha autorizzato esplicitamente a
parlarne. Ebbi la fortuna di vivere molti anni non lontano da mio padre. E da questo uomo rude,
franco, vero, per quindici anni ho ricevuto la testimonianza incredibile di una confidenza totale,
ogni volta che mi chiedeva di confessarsi. Mai dimenticherò la sua riflessione, la prima volta:
«Fai il tuo dovere di sacerdote...». Quel giorno scoprii per sempre che possiamo essere uomini
liberi, che nulla sulla terra, se non noi stessi, può impedirci di trovare la libertà, e di testimoniare
che Dio è misericordia.
È come se avessi sentito, ridetto da mio padre, ciò che lo staretz Zosimo rispondeva a
suo fratello durante la confessione:
«Sì. Ho paura; ho paura di morire.
«Non temere nulla e non avere mai paura, non addolorarti. Purché il pentimento duri, Dio
perdona tutto. Non c'è peccato sulla terra che Dio non perdoni a chi si pente sin ceramente.
L'uomo non può commettere un peccato tale da poter esaurire l'amore infinito di Dio. Può
esserci un peccato che supera l'amore di Dio? Pensa solo a pentirti e scaccia ogni timore. Credi,
Dio ti ama come non puoi neanche immaginarlo, e ti ama proprio nel tuo peccato e con il tuo
peccato. Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per dieci giusti. Non ti
affliggere per gli altri e non irritarti per le offese. Perdona nel tuo cuore al defunto tutte le sue
offese verso di te, riconciliati con lui in verità. Se tu ti penti, tu ami. Ora, se tu ami, sei già in
Dio...». In questo è forse il vero «segreto della confessione».
21
22

2.
Piccola guida alla penitenza
23

La disputa del mendicante

Il museo Nagasaki contiene dei tesori: gli stupendi nambans, paraventi giapponesi del
XVI secolo, sui quali i portoghesi, primi visitatori, sono rappresentati con i loro compagni gesuiti,
in abiti lunghi e cappelli neri. Di fianco a questi paraventi, si possono rimirare bei vasi: i calici
con cui fu celebrata la messa, ancora per molto tempo dopo i martiri dell'epoca di Tokugawa
Ieyasu e di Hideyoshi.
Non sono né i calici né i paraventi a colpirmi di più. Ma ciò che, da quel giorno, considero
le icone più venerabili del mondo sono alcune immagini semplicissime, con un disegno quasi
primitivo grandi come quaderni di scuola. Sono state conservate. Per quale miracolo?
Rappresentano il volto di Cristo e quello della Vergine. Sono le immagini presentate davanti ai
passi dei giapponesi divenuti cristiani, quando negli anni intorno al 1610 si proponeva loro di
abiurare scegliendo tra la libertà e il martirio. Bastava camminare sul volto di Cristo per essere
liberi ed evitare il supplizio. Trentacinquemila furono martirizzati. Ho riferito altrove l'atrocità di
ciò che si seppe inventare per far loro pagare la fedeltà (cfr. Surpris par la certitude, Cerf, Parigi,
t. III, p. 71).

«Che dite voi di Gesù Cristo?». Proprio davanti al volto di Cristo ci si apre anche alla
“confessione”. Che si tratti di confessare la propria fede o il proprio peccato: è davanti a Cristo
che il problema si pone, è davanti alla Croce che si apre ogni celebrazione. Da quel Volto che
non rassomiglia a nessun altro viene sempre il perdono.

Amare la propria fragilità

Proprio dopo essere stato a Nagasaki, mi trattenni all'università di Kyoto per una riunione
di studenti e di professori, non cristiani o cristiani, cristiani di vecchia o di fresca data.
Domandavo loro: «per quale ragione, voi giapponesi, siete divenuti cristiani? Voi avete tutto. Lo
scintoismo per celebrare la nascita e le forze della vita; il buddismo per circondare la morte e
celebrare l'aldilà, e, tra i due,, avete il Giappone e il vostro affetto alla giapponesità. Avete battuto
gli svizzeri con gli orologi migliori del mondo; avete battuto i tedeschi con l'ottica migliore del
mondo; avete battuto gli americani con l'elettronica migliore del mondo ... Allora perché avete
bisogno di Cristo?».
Uno di loro, convertito da quattro anni, professore di storia dell'arte e specialista
dell'estetica di Kant, che era appena entrato nell'Ordine dei domenicani, fratello Kamitsubo,
rispose: «Fino a Hiroshima, fino alla bomba di Hiroshima, noi non eravamo mai stati vinti.
Eravamo persuasi di essere i figli del sole. Nessuno ci poteva vincere. Ma dopo il disastro, ci fu
solo il Cristo per farci amare la nostra fragilità».

Dopo la visita di Nagasaki e di Hiroshima, la porta di entrata del cristianesimo e di ogni


“confessione” mi si era ridotta in una sola frase: è impossibile, da soli, amare la propria fragilità.
I poveri del Vangelo hanno trovato la risposta prima degli apostoli. I poveri di cuore conoscono
la sola condizione. Gli apostoli hanno avuto bisogno di tempo. Se si preferisce restare soli, la
domanda posta dalla nostra fragilità ci fa paura. Non possiamo neppure sentirla? Ora ovunque e
sempre nel Vangelo, quelli che trovano Cristo, lo trovano ad una sola condizione: scoprendo la
loro fragilità. Essi scoprono i loro limiti e osano confessare a se stessi che da soli non potevano
amare la propria fragilità. La sola condizione: accettare di avere abbastanza fame per ammet-
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tere un'altra presenza, un'altra libertà diversa dalla propria. Hanno avuto il coraggio di aver paura
dell'illusione. Osano chiedere: dal Centurione a Pietro, da Zaccheo a Maria Maddalena. C'è
ormai un Volto per risponderci.

Che cosa ci manca ancora?

A nessun adolescente, nel momento in cui sperimenta la propria libertà, piace dipendere
spontaneamente da un altro, se non l'ha scelto. A chi piace dipendere? Per questa ragione il Dio
del Vangelo ha preso l'abito del mendicante. «Ho avuto fame. Ho avuto sete. Sono stato senza
casa. Sono stato solo. Voi non avete potuto vegliare un'ora con me. Viene l'ora in cui mi
lascerete solo».
Ma noi andiamo più avanti. Il peccato uccide Dio. «Mi appartengo» è la regola di ogni
inferno terreno. «Tendiamo insidie al giusto perché ci è di imbarazzo. (...) Ci è insopportabile
solo a vederlo» (Sap 2,12 ss.).
Ebbene Cristo non oppone alcuna resistenza. Fa il nostro gioco come il padre del Figliuol
Prodigo ha fatto il gioco del figlio minore. Cristo affida la borsa a Giuda e il nucleo della Chiesa a
Pietro. Non si difende più. Accetta che lo si insulti, che lo si schiaffeggi. Hanno sputato su di lui:
taceva. Lo spogliano. Accetta che lo si calpesti.
Che cosa ci manca ancora per sentire il nostro peccato? Senza dubbio essere andati
abbastanza lontano in fondo alla nostra fame, essere scesi abbastanza in basso in fondo al
nostro desiderio per scoprire quanto, attraverso Gesù Cristo, il nostro Dio sia un Dio che ci prega
quanto noi lo preghiamo. Il Dio che ci accoglie nella confessione è il Dio che si rivela con una
generosità totale: è il Cristo della beatitudine e della dolcezza. È il Cristo della passione di fronte
ad Erode, a Caifa, a Pilato ... e a noi. Egli mendica. Solo l'Onnipotente può rivelarsi così. «Egli
non aprì la bocca, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori». «Non mi sono tirato indietro. Ho
presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba».
«L'Onnipotente è vinto. Egli non può! Ha creato il cielo e la terra, e non può venire a capo
di questo essere che dice semplicemente no! Questo figlio, è finito, non lo conquisterà mai.
Questo frammento di Se stesso, che è al fondo del ribelle, non riuscirà a ricuperarlo. Non Lo si
vuole. Mostra l'inferno e si ride. Propone il cielo e la terra, e si rifiuta. Dio stesso scende e offre
Se stesso. Depone le vesti e si inginocchia ai nostri piedi, li afferra. Noi lo respingiamo con odio,
con ironia, o, ciò che è peggio, con noia» (Claudel).

La disputa del mendicante

«Egli mendica» ... chi ha amato una sola volta, una volta sola nella sua vita e che è forse
stato sorpreso dallo sconvolgimento inatteso, sa che qui si affronta il segreto più profondo della
vita. Se si ama, si è due proprio desiderando di fare uno con l'altro. Questo è pericoloso. Il
desiderio, il bisogno dell'altro che è in colui che ama diventa facilmente accapparatore e
distruttore, se non giunge alla scoperta della reciprocità.
È proprio la promessa dell'amore a sopprimere la dualità, ma nel rispetto dell'altro.
Ora, quando Dio mendica, non mendica il nostro rispetto, ma la nostra debolezza. Là si
gioca la nostra “confessione”, in questo momento in cui, di fronte alla domanda di Cristo: «Chi
dite che io sia?», noi abbiamo abbastanza confidenza per andare fino in fondo e dirgli a nostra
volta - e questo a causa della nostra debolezza - rigirando la domanda: «Chi dici tu, Signore, che
io sia?». È il grido della confessione. È il grido che canta la ferita deliziosa dell'amore reale,
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perché ci rende dipendenti dall'altro. «Insegnami chi sono per essere capace di tutto questo».
«Sei Tu che conti, mio Signore».
«Poiché Tu, mio creatore, che solo conti in verità, ti sei annientato per noi, poiché non hai
mercanteggiato la tua follia per ottenere la mia felicità, il mio desiderio, la mia preghiera, la mia
verità, allora io entro nel tuo desiderio, e a mia volta, ti prego e ti supplico: Vieni, Signore Cesù».
Gesù dice: «Adesso credete? ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta in cui vi disperderete
ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo» (Gv 16,31-32).
«Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni;
ci rimprovera le trasgressioni della legge
e ci accusa di mentire.
Si vanta di conoscere Dio,
La sua esistenza è un rimprovero alle nostre idee;
c'è insopportabile solo al vederlo.
La sua vita, di fatti, è diversa da quella degli altri.
Si vanta di aver Dio per padre.
Vediamo, dunque, se le sue parole sono vere,
proviamo ciò che gli accadrà alla fine.
Poiché se il giusto è figlio di Dio, Dio lo assisterà,
lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
Mettiamolo alla prova per conoscere la sua mitezza,
per saggiare la sua rassegnazione.
Condanniamolo a una morte infame,
perché, secondo le sue parole, Dio verrà in suo soccorso»
(cfr. Sap 2,12-20).

Maltrattato, si lasciò umiliare,


non aprì bocca,
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta nelle mani del tosatore»
(Is 53,7 ss.).

«Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio


io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Ma il Signore Dio viene in mio aiuto.
È vicino chi mi rende giustizia. Il Signore Dio viene in mio aiuto,
chi oserà accusarmi?» (cfr. Is 50,5-9).

«Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo:
" Signore, allontanati da me
che sono un peccatore "» (Lc 5,8).

“ In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato
ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”
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(Gv 5,24).

«State bene attenti


che i vostri cuori non si appesantiscano» (Lc 21,34).

«Se qualcuno ha peccato


abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto»(I Gv 2,1).
«Chi crede in Lui
non è condannato» (Gv 3,18).

«Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il
nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce
ogni cosa» (I Gv 3,19-20).
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Noi siamo tutti bambini selvaggi

Schivare l'incontro

Avevo chiesto alle religiose Conventuali francesi, carmelitane, benedettine, clarisse,


certosine, domenicane, visitandine, come reagivano di fronte al mistero del male e del peccato.
Più di duemila di loro risposero. Abbiamo pubblicato queste risposte (Dieu leur suffit. Le
témoignage des cloitrées, Cerf, Parigi, 1962).
Disarmarono uno dei romanzieri che pensava pertanto di essere sceso più in basso
possibile nel buio per dipingere la lotta tra l'uomo e il male.
François Mauriac confessò che queste religiose ne sapevano più sul peccato che i suoi
personaggi. Una di loro spiega benissimo la cosa: «Un giorno, mi sono scontrata con il peccato
in tutta la sua nudità. Il problema di perdonare mi si è posto chiaramente. È proprio il fatto di
perdonare che mi rivoltava: acconsentire a dimenticare tutto, a non avere mai più nulla sul
cuore. Non erano gli atti da fare per giungervi che mi rivoltavano, Dio allora non me li richiedeva.
Mi mostrava solamente, e in modo molto chiaro, fino dove voleva che andassi, e che io
acconsentissi ad andare fin là. Tutto il mio essere rispondeva no, il pensiero del sì mi era
intollerabile. Allora compresi quasi fisicamente ciò che era il peccato: dire di no a Dio. Io
rasentavo allora l'inferno, ma preferivo l'inferno che dire sì. E poi questa breve frase mi ritornava
sempre in mente: "Amare i. vostri nemici... affinché voi siate figli del Padre vostro... " Ho detto di
sì coscientemente. In quel breve momento ho scelto: lui contro di me, poiché avevo
l'impressione che dicendo di sì, mi negavo, rinunciavo ad essere me stessa: " Chi vuole venire
con me, rinunci a se stesso ". Ora quando ripenso a questo, non provo amarezza né altro, ma
gioia e riconoscenza per Dio che ha ottenuto questo da me. È curioso sperimentare la libertà».
("Trappista di 48 anni).

C'è in ognuno di noi questa fantastica capacità: renderci duri. C'è questo punto segreto,
custodito e riservato, dove abbiamo il potere di dire “no”, e con tutte le giustificazioni possibili.
Nessuno sfugge al punto di durezza. I più grandi l'hanno confessato: «Tremo talmente al pen-
siero di uscire da me che mi guardo quanto più posso dal pregare Dio che mi faccia nascere». Il
contrario della confessione è proprio l'inferno. Ne abbiamo ricordato la definizione: «Io mi
appartengo». E per appartenersi si mente, si mente. Tutte le menzogne diventano buone,
legittime, desiderabili : Bisogna proprio appartenersi. Noi viviamo con noi stessi un permanente
periodo elettorale: bisogna eleggere le proprie illusioni contro l'Altro. Allora ci si mente. È forse
là un punto segreto dove Dio ci attende. Bernanos è ancora ottimista quando fa dire al parroco
di Torcy: «Noi vogliamo tutto ciò che Egli vuole, ma non sappiamo che Lo vogliamo. Noi non ci
conosciamo. Il peccato ci fa vivere in superficie di noi stessi. Rientriamo in noi solo per morire.
È là che Egli ci attende».
O piuttosto no, Dio non ci “attende” soltanto “là”, ma in ogni occasione in cui come un
mendicante ci propone di disarmare per fare della nostra vita un'azione a due. «Vuoi accettare di
non mentire a te stesso?» Il peccato è dapprima questo potere di rifiutare la presenza di un
Altro. Tutto avviene qui: accettare qualcun altro nella nostra vita, accettare l'interferenza di
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un'altra libertà diversa dalla nostra, rifiutare il dubbio, disarmare instancabilmente, in fondo
all'essere. Nella notte del Getsemani, Cristo l'ha detto perché noi potessimo ripeterlo
confessandolo ogni giorno: «Non la mia volontà, ma la tua». Questa parola ha una portata
eterna.
So che in me rimane questo punto duro che mi impedisce talora di aver voglia di
spogliarmi di me stesso davanti alla luce. Qualunque siano ora le forme e le formule della
confessione e dell'assoluzione, certamente non ci sarebbe più il sacramento della
riconciliazione, se non si accettasse una parola di misericordia che faccia luce su di sé, se non
si accettasse la parola di un Altro, e quindi un certo “giudizio” su se stessi: il solo giudizio che
non ferisce, anche se mette a nudo, è in uno sguardo creatore di bontà.
Ma non si ha voglia di spogliarsi di se stessi. E il limite è veramente superato solo
quando ammettiamo la possibilità di resistere alla luce. C'è per ognuno di noi la stessa lotta di
Giacobbe. Abramo, Mosè, Geremia, Giobbe, San Paolo e San Pietro hanno resistito e si sono resi
conto che potevano resistere a Dio. Tale resistenza è sottile. Noi l'immaginiamo come un potere
di rifiuto. È questo che ci inganna. Noi siamo molto più abili: noi non rifiutiamo Dio o la luce di
Dio. Non dobbiamo neppure uscire dal problema: ce la caviamo senza neppure sentire la
questione. Il peccato non consiste nell'uscire dal codice della strada, ma nell'essere tanto abili
da non entrarvi, per non mettersi sotto la luce, per non aver voglia di guardare quale sarebbe la
via migliore, poiché la chiamata rischia di essere come un arpione. Un presentimento ci fa
sospettare che se ci lasciassimo andare ad accogliere questo appello si sveglierebbe in noi non
si sa quale nostalgia, si scuoterebbe non si sa quale coscienza, si installerebbe non so quale
stupore, quale disagio sconcertante. Allora sarebbe meglio non sapere e non entrare troppo
nella disputa. Non apriamo le imposte, rischieremmo di vederci chiaro. La penombra è più
riposante. Ci si appartiene.

Dio non può vincerci

Pensiamo a questo punto alla lotta di Giacobbe con l'angelo. È la nostra. «Vedendo che
non poteva vincerlo», dice il testo biblico parlando dell'Angelo di fronte a Giacobbe. È la
confessione fatta da Dio stesso, della consistenza della nostra libertà. Queste semplici parole ci
portano nelle profondità ultime del segreto di Dio. Dio che non può vincerci: che vuol dire ciò?

Noi siamo invitati da Dio a scoprire la nostra consistenza. Dobbiamo andare ancora più
avanti della religiosa trappista. Il corrispettivo più temibile di questa consistenza non è soltanto
la nostra libertà: è il rispetto di Dio di fronte alla nostra libertà, rispetto tale che noi possiamo
evitare l'incontro. Tocchiamo qui il punto più prezioso e nello stesso tempo più nevralgico della
rivelazione cristiana e del sacramento della penitenza.
Il più prezioso perché ci mette concretamente di fronte alle profondità dell'amore di Dio,
di cui non sospettiamo mai tutta la violenza e nello stesso tempo la delicatezza estrema. Il più
nevralgico, perché quest'amore, come ogni grande amore, è timido e totalitario: dà tutto e
chiede tutto, ma lo attende dalla nostra libertà, non da una seduzione che diminuirebbe la sua
lucidità, come “drogandoci”, se si potesse dire. Questo amore non è timido in quanto totalitario,
ma perché totalitario: è precisamente perché vuole tutto che si rivolge necessariamente alla
nostra libertà più profonda, accettando che questa libertà rifiuti, se vuole.
Se la delicatezza di Dio permette veramente alla nostra libertà di dirgli di no, le permette
di dirlo per sempre: dire di no per qualche tempo non è dire no, a meno che non si sia
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segretamente decisi a prolungare all'infinito questo tirarsi indietro che si dice provvisorio. E se
questo pericolo non è reale, è finalmente “per ridere” che il Cristo avrebbe voluto fare paura alle
figlie di Gerusalemme: «Se si tratta così il legno verde, che ne sarà del legno secco?» (Lc 23,31).
Allora la croce è ‘teatro ', e così tutto il Vangelo, e l'amore stesso di Dio per noi. È una
bestemmia minimizzare ciò da cui il Salvatore ha voluto salvarci a prezzo del suo sangue.
Perfino i migliori di noi inconsciamente, subiscono più o meno questa impressione illusoria, ma
sempre rinascente.
La croce e gli avvertimenti di Gesù ci insegnano che se c'è contro la grazia una lotta
benedetta e sacra, c'è anche una resistenza pericolosa, perché veramente efficace: essa
consiste nel rifiutare la lotta schivando l'incontro: è davanti a questo invincibile rifiuto che Dio
s'inchina. Questo non vuol dire che coloro che accettano la battaglia evitino sempre i peccati
gravi, anzi uno stato di peccato dietro al quale si metterebbe la propria anima al riparo come
all'interno di una fortezza. Nonostante tutto, a nostra insaputa forse, qualcosa in noi grida verso
il Liberatore, e di conseguenza... verso la lotta che questi ingaggerà con noi. È già l'inizio, ma nel
peccato, della divisione interiore di cui parla San Paolo: «Io sento due uomini in me...» (Rm 7, 14-
25). È l'inizio della salvezza.

C'era prima di noi

L'isola di Réunion ha la fortuna di essere una delle terre più recenti del nostro pianeta. La
sua vicina, l'isola Maurice, è nata sei milioni di anni fa; Réunion ha soltanto tre milioni d'anni. È
tutta nuova. È costituita dai residui di due vulcani: uno in attività, il Piton de la Fournaise,
l'altro spento, il Piton des Neíges. Ai piedi di quest'ultimo tre cerchi giganteschi hanno
servito come rifugio, durante il XVIII e il XIX secolo, agli schiavi che fuggivano le proprie
condizioni di vita e si davano “alla macchia”. Anche per la strada ancor oggi si raggiunge
difficilmente il cerchio di Cilaos. Un villaggio, una chiesa, un antico piccolo seminario, delle
case, un convento di religiose, dove si insegna alle ragazze un po' d'artigianato per sopravvivere.
Se Réunion è geologicamente fresca, lo è anche nella spontaneità delle trovate dei creoli.
Sorprendente incrocio del mondo, dove la mescolanza delle razze riconduce all'essenziale.
A Cilaos, ai piedi del vulcano, le suore sono accoglienti con coloro che fanno tappa prima
di partire per una escursione. Una sera arriva un gruppo di studenti musulmani, sono molto
numerosi nell'isola. Non c'è alloggio. Nonostante si sia ai Tropici, fa freddo, data la quota.
Restano le suore. Proprio da loro si troverà come passare la notte. Li sistema suor Antonietta,
con il suo meraviglioso sorriso. Ma nella camera c'è un crocifisso. «Non potresti toglierlo di là?»
domanda uno dei giovani musulmani. Suor Antonietta conserva il sorriso. Risponde solamente:
«No, non lo toglierò. C'era prima di te. E poi non ti ha fatto nulla di male ed Egli ti ama».

Poche parole che dicono tutto di ciò che apre, e aprirà fino alla fine dei tempi, il
sacramento del Dio riconciliatore: «C'era prima di noi». Il perdono è anteriore alla nostra
risposta. L'episodio evangelico della cena di Gesù in casa di Simone con la peccatrice e anche la
parabola dei due debitori ce lo fanno comprendere. Non è per chiedere e ricevere il perdono che
la peccatrice agisce così con Cristo, ma perché ha già ricevuto il perdono. Cristo lo dice a
Simone: «Ella è perdonata perché ha amato» sottinteso: amando aveva accolto Cristo (Lc 7,44-
48). Nella parabola dei debitori, il padrone ha tutto condonato al servitore ancora prima di
sapere se quel debitore meritasse il perdono. Ora il debito rappresentava una somma enorme,
folle, l'equivalente di un miliardo. Il servitore è perdonato prima che si sappia se a sua volta è
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capace di rimettere a uno dei suoi compagni la somma di mille lire, irrisoria di fronte al proprio
debito. Il perdono era proposto prima ancora che il servitore si indurisse. E’la buona novella
portata da Cristo. Il perdono è già dato: «Dio non ha mandato suo Figlio per condannare, ma per
salvare».
Possiamo chiederci: ma in quale momento Cristo ci ha dato questo perdono?
Il Vangelo di Giovanni risponde ancora: «Chi crede, sfugge al giudizio» (Gv 3,17-19).
L'episodio della cena presso Simone, il fariseo, sottolinea che le tre realtà sono legate: la venuta
di Cristo, la confessione di fede e la confessione del peccato. In un certo senso, la peccatrice
chiede più che un perdono per il suo proprio peccato: accetta la venuta di Cristo nella sua vita. È
l'esperienza di tutti gli incontri del Vangelo, come è quella della vita di tutti i santi. È anche
semplice e chiaro in Zaccheo, in Pietro e in Paolo quanto in Francesco d'Assisi, in Ignazio di
Loyola o in Charles de Foucauld. Quando ricevono il perdono? Quando accettano l'incontro di
Cristo. Al di là del loro peccato, Cristo risponde ad un'angoscia e ad una insoddisfazione più
profonde.
Il momento in cui avviene l'incontro decisivo della fede è lo stesso in cui riceviamo il
perdono che, al di là dei nostri peccati, risponde all'angoscia fondamentale della nostra vita. È il
momento in cui accettiamo di essere riconosciuti per ciò che siamo, di essere amati come
siamo; il momento in cui accettiamo una luce creatrice di misericordia, venuta da un Altro, e in
cui riceviamo nello stesso tempo la sola vera liberazione. Questo momento è in genere sentito
come temibile. Il giovane ricco, Simone il fariseo, la suora trappista danno testimonianza:
ammettere la luce di un altro è forzatamente sentito come una certa morte di se stesso, come
la rinuncia ad essere la sola misura di se stesso, a non essere il solo punto d'appoggio. Allora
non c'è più distinzione tra questo momento decisivo della fede, consegna incondizionata di sé
in risposta ad una parola di misericordia, e il momento in cui riceviamo il perdono. È accettare la
venuta di Cristo che decide la fede e il perdono. In questo senso, confessarsi sarà sempre l'atto
di prova assoluta della fede, che riprende, di nuovo, durante la nostra attraversata del deserto,
l'atto iniziale con cui abbiamo aderito a Gesù Cristo perché «Egli c'era prima di noi», e noi
eravamo perdonati prima ancora di saperlo.

Il sospetto di Eva

La storia si svolge durante la guerra. Un prigioniero viene liberato. La sua fidanzata va ad


aspettarlo alla stazione, con un'impazienza di cui noi oggi non possiamo neppure farci un'idea:
ritrovare colui che ama e che era prigioniero. «Ecco il momento felice della mia esistenza!» dice
fra sé. Guardandosi in uno specchio della sala di attesa, si trova orribile coi suoi poveri vestiti
del tempo di guerra, le sue galosce sporche e pesanti. Se le toglie e le avvolge in un giornale che
trova là in terra senza neppure guardare di che giornale si tratti. Il suo fidanzato arriva
finalmente! Ecco il momento felice tanto atteso.
Ma la prima cosa che egli vede, come se fosse la sola realtà importante, è il giornale. Il
suo viso cambia. All'istante la fidanzata percepisce che per lei colui che ama diviene un altro. Il
colpo è decisivo, perché come prime parole non trova altro che dirle: «Ah, tu leggi il giornale del
nemico?» Lei non aveva neppure visto che era il giornale del nemico!
Non risponde nulla, non spiega nulla, non si difende. Come ha potuto colui che ama
dubitare di lei, e preferire il sospetto alla confidenza?
È una chiave del racconto biblico del peccato di Adamo ed Eva. Dov'è la colpa?
Precisamente nel momento in cui essi si aprono al fascino del dubbio, nell'istante in cui ac-
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cettano il sospetto, in cui ammettono che l'altro sarebbe capace di un pensiero segreto e di
un'intenzione nascosta. «Tu leggi il giornale del nemico». La colpa non sta nel fatto di aver
ascoltato il serpente, e neppure di aver raccolto il frutto, ma di aver prestato orecchio, di aver
preferito l'ipotesi più improbabile e più temibile: siamo il giocattolo di colui che ci ama. Si
suppone di poter essere l'oggetto di un gioco da parte di Dio. Allora, nel momento in cui essi
accettano l'eventualità di questo dubbio sull'altro, cessano di essere innocenti.
La Gloria di Dio è veramente la gloria di un Dio onnipotente. Ora solo il Tutto-Potente non
è più in concorrenza con l'uomo. Solo il Tutto-Potente non ha più bisogno di manifestare la
propria potenza. Solo non è più temibile. Il potente, che è soltanto potente, ha ancora bisogno di
proteggere il suo potere. Rischia dunque di essere minaccioso. Il Dio cristiano non minaccia. È
“pericoloso” per il suo annullamento, diceva Origene nel III secolo. Solo l'Onnipotente può
mandare la sua “gloria” a chiedere l'elemosina. Mendica dall'uomo la sua confidenza. È il
segreto della confessione.
Allora non si tratta più di usare la grazia dapprima come un mezzo per raggiungere una
certa pienezza di se stessi, progredendo fino alla realizzazione di un'immagine a noi gradita per
la sua pienezza spirituale. Si tratta di sopportare l'eccesso di un amore discreto di fronte a noi,
tanto discreto da poterlo fuggire.
È la via del buon ladrone. È quella di Teresa di Lisieux, di Bernardette, di Francesco
d'Assisi. Essi hanno visto la difficoltà: ci si aggrappa a qualche residuo di buona coscienza per
non doversi affidare a questa parola di misericordia che fa luce su di noi. Si esita a confessarsi
per una ragione semplicissima, più o meno cosciente: si resta metà peccatori e metà bambini.
Si approfitta di quanto c'è in noi di questi due aspetti per evitare di andare più avanti. Questo ci
dispensa dall'andare fino in fondo alla tristezza di essere peccatori. Ora la via dell'infanzia
evangelica in cui si entra in un certo senso ad ogni “confessione” è quella che ci con duce ad
accettare fino al fondo la disperazione del peccato, portandoci fino al fondo dell'infanzia
spirituale. Quando ci viene proposto di “ritornare bambini”, ci viene proposto di essere superati e
di offrire costantemente la nostra stessa impotenza. È forse il segno supremo della forza di un
uomo. Non è negli esseri portati all'autocompiacimento, facili o sedicenti «comprensivi» e pronti
a scusare qualunque cosa, che si percepisce l'eco di questo segreto. Ce lo dice San Paolo nella
seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 12,9-10).
Oggi lo percepiamo in coloro la cui esistenza è rigorosa e forte. Emmanuel Mounier,
davanti alla figlioletta irrimediabilmente malata ed handicappata, confessa a se stesso: «Sai
cos'è l'Infanzia spirituale? È semplicemente avere un'anima graziata, che può non aver fatto
niente nella vita, ma che ha ricevuto da Dio il dono di aver uno sguardo semplice rivolto verso di
lui, e la freschezza in cui deve tanto più desiderare di riposarsi, dal momento che ormai ci sono
soltanto uomini preoccupati, tesi, sovraccarichi di lavoro e di serietà. Dio non chiede persone
che abbiano virtù, ma dei bambini, che Egli possa prendere in braccio come un bimbo piccolo,
all'improvviso è un'altra faccenda perché è leggero e perché ha dei grandi occhi: che dopo che li
sollevi più o meno basso, più o meno alto è un'altra faccenda».

Sant'Agostino si è confessato?

Per celebrare il centenario di Santa Caterina da Siena con i domenicani della regione
parigina, avevamo invitato al convento Régine Pernoud e un professore, uno «storico» di
professione. Régine Pernoud ci fece un ammirevole parallelo tra Caterina da Siena e Giovanna
d'Arco, mettendo in rilievo la somiglianza della loro lotta. Di ciò che disse il professore, ricordo
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soltanto delle approssimazioni sulla vita di penitenza di Santa Caterina, e questa allusione:
«Non dimenticate che Sant'Agostino non si è mai confessato». Ahimè! Che vuol dire questo?
Non lo so. Ma sappiamo che Sant'Agostino ha pianto a lungo.
Ci sarebbe anche da piangere davanti ai sunti pseudostorici di cui non abbiamo bisogno
per allontanarci dalla confessione. Come se fosse un progresso ritornare alla pratica per
tentativi del tempo di Agostino.
Quando la storia vuole legittimare il lassismo, certamente non è più “maestra di
sapienza” come diceva padre Congar. Essa usurpa un potere grave: abbandonare alla loro
miseria coloro che, nella confessione, avrebbero bisogno di essere amati nella loro stessa
miseria. E tutti, un giorno, rischiamo di farne parte. Poco tempo fa era una moda degli storici
prendersela con tutti i mezzi possibili con la confessione auricolare. Un giorno bisognerà
analizzare perché siamo progressisti in certi settori della pastorale e perché ritorniamo al
passato più incerto in altri.'
Qui io non ho che un problema. È sufficiente una sola domanda per misurare il valore
teologico di una dottrina su Cristo: si fa ancora di Cristo un mezzo? Così basta una sola
domanda per il sacramento della penitenza: «Di fronte alla Passione di Cristo, dove vi
situereste? Nel momento in cui è avvenuta la rivelazione ultima del Dio cristiano, mendicante e
disarmato, che cosa avremmo fatto noi? Di quale gruppo avremmo fatto parte durante la
Passione?».
Non possiamo pretendere di essere del gruppo di quelli che hanno seguito Cristo fino in
fondo. Non vorremmo, all'opposto, essere di quelli che chiedono, sopportano o tollerano che sia
crocefisso. Non vorremmo essere né Caifa, né gli scribi che vogliono la sua morte. Tremiamo di
essere con Giuda o con Pilato che si lava le mani.
Allora ci restano gli apostoli. Ma essi sono fuggiti. Grazie alla confessione, non rivendico
altro privilegio che quello degli apostoli: scoprirmi debole, fallire forse, ma in modo tale che la
debolezza stessa sia occasione di comprendere e di amare, infine, Gesù Cristo. Non voglio
pretendere altro che la debolezza umana, ma che almeno serva per essere condotti, come gli
apostoli, a scoprire Gesù Cristo, Figlio di Dio che ci rivela la beatitudine della dolcezza di Dio.

A questo punto i poveri e i piccoli non si domandano più se e come Sant'Agostino si è


confessato. Sono ciò che sono: si lasciano andare. Come il personaggio del film L'Enfant
sauvage. Si tratta della storia vera, risalente al secolo XVIII, di un bambino trovato nei boschi.
Non è stato allevato fra gli uomini. Quando viene trovato, un maestro e la sua vecchia
governante chiedono di prendersene cura. Ma il bambino non si lascia addomesticare. Nessuna
comunicazione: non si riesce ad entrare in contatto con lui. Tutta la tenerezza umana non
riusciva a vincere la sua chiusura in se stesso. Si riesce solo a deporre una scodella in un
angolo della cucina dove va a leccare il suo pasto. Apparentemente non avviene nulla e nulla lo
fa uscire dal suo stato selvaggio. Un giorno scappa. È il fallimento.
Il bambino si fa riprendere nel momento in cui cerca di rubare dei viveri nel cortile di una
fattoria. Lo si riporta dal maestro. E’la scena decisiva. La governante si sforza di esprimergli
tutta la sua dolcezza, ma il volto del bambino rimane chiuso. Ad un tratto all'improvviso, il bam-
bino prende le mani di quella vecchia donna e la guarda. Poi, nel silenzio se le porta al viso. Non
si vede altro che i due volti rigati di lacrime.
Che c'è d'altro da aggiungere?
Il bambino è Israele, siete voi, sono io.
La governante sono i profeti che per tutta la Bibbia supplicano: «Ritorna, Israele». E la
Chiesa che offre instancabilmente il sacramento dalle sue mani rugose.
33
E noi fuggiamo come il Figliol Prodigo. Ma in certi giorni torniamo, perché abbiamo
troppa fame delle briciole di un pasto che darebbe infine un senso alla nostra vita. Talora il
chiuderci in noi stessi è più forte della tenerezza di Dio. Ma le mani sono sempre aperte davanti
a noi, prima ancora che noi le prendiamo.
«Signore, lascia le tue mani nella mia. So che la contrizione viene da una luce, da uno
sguardo che non è alla mia portata. So che, se tu non mi precedi, non posso trovare questa luce
ed entrare nella liberazione che sola può darci la beatitudine delle lacrime... Signore, lascia le
tue mani nelle mie».

1. Si troverà una traccia di riflessioni ricche e utili nel libro collet tivo dovuto all'interesse verso il problema religioso -
segno felice e significativo dei tempi - da parte di giovani universitari francesi: Gruppo della Bussière, Pratiques de la con f
ession. Quindici studi di storia, prefazione di Michel Sot, Editions du Cerf, 1983.
L'interpretazione di questi studi sarebbe molto suggestiva. Potremmo domandarci perché la “pratica” cristiana, così
piena di forza religiosa e teologale per chi confessa, sembra talora lungi dall'essenziale quando è tradotta in categorie socio-
psicologiche: “pastorale della paura”, “strumento di potere”, “conflitto di competenza”, “contestazione”, “affermazione del-
l'individuo”, “oppressione delle coscienze”... B talmente vero .., che possiamo augurarci tanto più vivamente un approfondimento
di questi studi storici. E se non ci fosse che questo rovescio della mcdaglia? Chi dirà gli altri aspetti positivi del “segreto della
confessione “ nel passato? Abbiamo aperto questo libro ricordandolo. Avviene della confessione come della preghiera: è
impossibile e necessaria. Dio ha affidato la salvezza non alla nostra santità, ma alla nostra libertà. Quindi “questo accade”. L
sempre un miracolo. Abbiamo bisogno non tanto di competenza quanto di audacia... Dal curato d'Ars agli scioperanti di Danzica,
la storia della confessione lo prova bene. Sarebbe bene allora dare un seguito storico a questi studi sulla pratica di coloro che la
confessione non ha né oppressi, né spaventati, né repressi, ma liberati! Ma come parlare della “pratica” della confessione senza
confessare? E se la confessione e l'esame di coscienza individuale non avessero solo ristretto l'orizzonte dell'uomo occidentale,
ma lo avessero obbligato ad una sorprendente storia dei diritti della persona, cominciando dal diritto di essere personalmente
incontrato, riconosciuto e amato da Dio. È sorprendente che, per la pratica della confessione, si abbia così poco interrogato i
convertiti (grandi o piccoli) sulla liberazione di cui sono stati testimoni e sulla gioia di essere perdonati. Tale gioia esiste forse
quanto la paura nella storia della Chiesa. È vero che saremmo obbligati a constatare i limiti ancora troppo pesanti nei corsi di
studi teologici e pastorali dei chierici, che riducono a quasi nulla un'autentica teologia della misericordia (cfr. le nostre
osservazioni in Le Pouvoir du mal, ed. du Cerf, Parigi, 1976, pp. 91-123; 228-244; 255-271, e l'introduzione all'Enci clica di
Giovanni Paolo Il Dives in misericordia, ed. du Cerf, Parigi, 1980).
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Il coraggio di ricominciare sempre

Per quale progresso viviamo?

Noi siamo fatti così: ci occorre ripetere un atto, anche facile, perché diventi più naturale
ancora. Che c'è di più semplice che “consegnarsi a Dio” ? E ci domanderemo ancora: una volta
consegnatici a Dio, che ci rimane da fare? Ebbene, bisogna ricominciare, perché non siamo
angeli, e consegnandoci a Dio una volta, non possiamo avere la chiarezza, la profondità e lo
spogliamento necessari perché non ci sia più bisogno di ricominciare sempre.
Il progresso della vita spirituale può paragonarsi a quello di un tuffatore che ricomincia
indefinitivamente lo stesso gesto perché gli diventi infine naturale, e non perché acquisisca non
si sa quale perfezione artificiale. È anche simile al progresso di un paralitico che impari di nuovo
a camminare: i primi passi sono più volontari, complicati e laboriosi del cammino semplice e
naturale a cui giungerà con l'esercizio.
Per chi sente la necessità, la nostalgia di giungere a una simile semplicità, la confessione
è il mezzo indispensabile di ripetizione e di rieducazione. Non c'è mai null'altro da fare di ciò che
si è già fatto: la luce ha fatto irruzione nelle tenebre, bisogna che altrettanto bruscamente, ma
sempre di più, e in modo sempre più definitivo, la stessa luce illumini le stesse tenebre.

Noi viviamo per un preciso progresso: quello del movimento, sempre lo stesso, che ci fa
passare dalla morte alla vita, ma che non ci ha fatto ancora sufficientemente passare dalla
medesima morte alla stessa vita.
La santità non è null'altro che questo passaggio, che, in sé e per sé, si compie in un batter
d'occhio, che è già compiuto per noi, ma che, a causa della natura umana, non lo è ancora
abbastanza. Aspirare alla santità è cercare ciò che abbiamo già; non è correre in tutti i sensi per
staccare una stella, è semplicemente imparare a respirare meglio partendo da una prima
respirazione.
Tutto l'ordine dei sacramenti dipende da questa funzione; chi non ha ammesso il mistero
di questa respirazione, artificiale all'inizio, e che deve diventare totalmente naturale - o più
esattamente soprannaturale - rischia di non comprendere la funzione della confessione e di non
trovare per essa nessun interesse.

Quando Dio agisce su di noi

Se il peccatore che si converte - Sant'Agostino, San Francesco, Eve Lavallière - potesse


rendersi pienamente conto di ciò che capita, cioè se vedesse chiaramente da dove nasce, ciò
che egli è prima del dono di Dio e chi è questo Dio che gli apre le braccia, senza dubbio
raggiungerebbe presto la perfezione della santità (ciò può spiegare come certe conversioni
siano apparentemente sconcertanti per l'assoluto che comportano). Ma noi non potremmo
resistere a questo colpo, lo sappiamo bene. La nostra natura umana ha paura di ciò che la
supera, ed è la sua miseria, ma ciò che la supera l'attrae, ed è la sua grandezza.
Dio è prima di tutto Colui che è venuto prima di noi, Colui che viene. Dio provvede
all'attrattiva e al timore inevitabile di ogni conversione. Dio vi risponde giustamente con i
sacramenti che operano una conversione dell'uomo irreversibile, ma in modo tale che agisca
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sulla nostra fragilità e ci permetta di giungere a poco a poco a quel grado di amore e di
chiarezza in cui tutto diventa irreversibile.
Ogni volta che ci confessiamo, si tratta proprio di un inizio assoluto, e se bisogna
ricominciare, non è solo perché siamo ritornati indietro - anche se questo capita - ma perché ci
incamminiamo a poco a poco da un inizio assoluto a un inizio assoluto, fino all'irruzione
definitiva della vita eterna in noi.
Si potrebbe dire che il progresso della vita cristiana consiste nel provare maggiormente il
bisogno di essere battezzati. La penitenza non è null'altro che questo rinnovamento del mistero
stesso del battesimo, sotto un'altra forma. Non è un sacramento inferiore e degradato,
concesso alla debolezza del battezzato, ma la risposta al bisogno provato dal cristiano di
essere ancora più profondamente battezzato, bisogno che il cristiano normalmente prova tanto
più quanto meno pecca, e non quanto non pecca più. È vero che certi peccati sono utilizzati da
Dio per attizzare questo desiderio di rinascere. È proprio ciò che è riconfortante nell'economia
del sacramento della penitenza: Dio si serve del peccato stesso per suscitare nell'uomo il
desiderio di ritrovare ancor più, ancor meglio l'inizio assoluto che ha trovato nel battesimo.
Ad ogni confessione ricominciamo tutto, e questo ci costa. Così come, quando
celebriamo l'Eucarestia, in un certo modo noi ricominciamo tutto: assimilare la vita di Dio ed
essere assimilato da Dio nella sua propria vita... Come pretendere di non dover ricominciare
tutto, giorno per giorno, di non dover ricevere da Cristo stesso la forza che ci occor re per
consentirvi?
Tutto ci è dato ogni volta, tutta la vita divina e le energie senza limiti di Cristo glorioso; e
nello stesso tempo tutto è proporzionato, come il pane e il vino, viatico proposto a una tappa
nuova. Non è sufficiente darci un medicamento o un cibo se non sappiamo utilizzarlo. Per
questa ragione noi riceviamo Qualcuno che inizia riconciliandoci con la nostra condizione
umana e ci aiuta a comprendere quanto sia normale ricominciare ogni giorno con lui. Dio viene
egli stesso a darci il coraggio e ad aiutarci a credere che il progresso è possibile. Dio stesso
viene a ripeterci ciò che nessun uomo può dire e che la Chiesa proclama solennemente ai fonti
battesimali nella notte di Pasqua: ormai un' ' infanzia nuova ', una giovinezza eterna è possibile.
«Ma quando ci sarà la conversione al Signore il velo sarà tolto. E noi tutti, a viso scoperto,
riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima
immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3,16-18).

Spogliarsi della crisalide

«Non è poca cosa mettere al mondo e far nascere alla vita eterna il figlio di Dio!
Occorrono molti sforzi, uno sull'altro, e se almeno avessimo una visione chiara! Ma dobbiamo,
piangendo, lavorare a pieno ritmo nella notte, contro natura, nella fede pura! Ogni malato è
qualcuno, che partorisce sotto il nostro sguardo. Non è poca cosa spogliarsi della crisalide»
(Claudel).

Un discepolo andò, un giorno, a trovare il suo maestro e gli domandò: «Maestro, voglio
trovare Dio». Il maestro guardò il giovane senza dire nulla e gli sorrise.
Il giovane ritornò ogni giorno ripetendo che voleva la religione. Ma il maestro sapeva
meglio di lui a che cosa attenersi. Un giorno che faceva molto caldo, chiese al giovane
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di accompagnarlo al fiume per fare una nuotata. Il giovane si tuffò nell'acqua. Il maestro
lo seguì e lo tenne sott'acqua con forza. Il giovane si dimenò per un poco poi il maestro lo lasciò
e gli chiese di che cosa avesse avuto più voglia quando era sott'acqua:
«Dell'aria» rispose il discepolo.
«Desideri Dio nello stesso modo? - domandò il maestro - Se lo desideri così, lo troverai
subito. Se non hai questo desiderio e questa sete, avrai un bel lottare con l'intelletto, le parole e
le azioni, ma non potrai trovare la religione. Finché questa sete non è presente in te, non vali più
di un ateo. Anzi spesso l'ateo è sincero e tu non lo sei». (Vivekananda).

E queste pietre bianche rotonde che non possono entrare nella costruzione, chi sono,
signora?
«Ella mi risponde: - Fino a quando resterai così inetto, costretto a chiedere tutto? Sono
coloro che hanno la fede, ma che posseggono nello stesso tempo le ricchezze di questo
mondo. Quando sopraggiunge una persecuzione, le loro faccende e le loro ricchezze li
conducono a rinnegare il loro maestro.
«Signora, replicai, quando saranno dunque pronte alla costruzione?
«Quando le ricchezze che li seducono saranno state ridimensionate; allora tali pietre
potranno essere utilizzate. Come in realtà una pietra rotonda non può diventare quadrata senza
essere tagliata e senza perdere una parte di sé, così pure i ricchi di questo mondo non possono
diventare utili al Signore che dopo aver ridotto le proprie ricchezze». (Il pastore di Erma, II
secolo).
Un re convocò un giorno tutti gli artisti dei suoi domini e li invitò ad un concorso. Si
trattava di rappresentare il volto del re. Allora arrivarono gli indù con colori meravigliosi, con
ocre e blu di cui solo essi conoscevano il segreto; poi gli armeni con una creta di qualità
speciale; giunsero poi gli egiziani con sgorbie e forbici particolari e dei bellissimi blocchi di
marmo. Infine si presentarono per ultimi i greci, semplicemente con uno sacchettino di polvere.
Ogni delegazione venne chiusa per parecchie settimane nelle sale del palazzo. Poi, il giorno
fissato, il re venne e vide dapprima i meravigliosi quadri in ocra e blu degli indù, le crete
modellate dagli armeni e le statue degli egiziani, le une più belle delle altre. Infine entrò nella
sala dei greci. Questi non avevano fatto che una cosa: con la loro polverina avevano pulito e
lucidato la parete del marmo della sala dov'erano, in modo tale che quando il re si presentò, non
contemplò che una sola cosa: il proprio volto riflesso sulla parete.
Furono proprio i greci a vincere il concorso, poiché avevano compreso che solo il re
poteva rappresentare se stesso.
Così è di Dio e della sua presenza, se tu accetti le purificazioni della polvere degli
avvenimenti della vita (Al Ghazzali).

Dio non guarda ciò che si dona, ma ciò che si tiene per sé. (Sant'Ambrogio).

Il lavoro che Dio fa in noi raramente è ciò che ci aspettiamo. Quasi sempre lo Spirito
Santo sembra agire alla rovescia, sembra perdere tempo. Se il pezzo di ferro potesse concepire
la lima che lo sgrossa lentamente, quale rabbia e quale noia!
In questo modo Dio ci modella (Bernanos).

Questo va verso Dio e quello ne torna, perché ha le mani ingombre e non può prendere
ciò che Dio gli vuole donare (San Giovanni della Croce).
37

La caccia ai topi
Radioscopia per un esame di coscienza

Abbiamo sete di felicità, ma abbiamo paura di aver sete, abbiamo sete di conoscerci, ma
temiamo ogni esame di coscienza.
Una signora arrivò un giorno dal curato d'Ars; dopo aver a lungo atteso gli disse la propria
gioia di poter infine conoscersi meglio grazie a lui, avendo sentito parlare della sua
chiaroveggenza. Il curato rispose: «Oh! Signora, come siete fortunata a conoscervi poco! Se vi
conosceste solo a metà, non potreste più sopportarvi del tutto...» Jean-Marie Vianney sapeva di
cosa parlava. Dopo aver pregato per ottenere il discernimento, aveva supplicato per non essere
condotto nella disperazione.
La luce da sola è troppo dura da sopportare. Non ci resta che chiedere a Dio: «Se
aumentate la luce, aumentate la grazia, cioè la vostra presenza» È ciò che chiedeva Pio V
dicendo: «Se aumentate la sofferenza, aumentate anche la forza».
E tuttavia il discernimento ci viene proposto. Dio non vuole operare senza di noi questa
riconciliazione che ha deciso di fare con noi. Cosa ci blocca?
Spesso pochissime cose. A noi e al nostro esame di coscienza capita come all'elefante e
al topo. I guardiani del serraglio o dello zoo sanno bene perché l'elefante, quando ha preso con
la proboscide la balla di fieno, agita vivamente la proboscide a sinistra e a destra. Il principale
nemico dell'elefante, animale noto per la sua intelligenza, non è gran cosa: un topo, il sorcio dei
campi che nascosto nel fieno risale nella proboscide dell'elefante e, mordendolo, lo fa im-
pazzire.
Noi siamo altrettanto intelligenti... ma anche per noi dei semplici topi rischiano di rendere
dure, folli e cieche le nostre “condotte”, le inclinazioni, i comportamenti, le “abitudini”, le
“passioni” di cui siamo padroni e che, tra noi e le cose, orientano e decidono le nostre azioni.
Un esame di coscienza individuale o collettivo passa forse dapprima attraverso l'umiltà di
una certa caccia ai topi... Ma chi ha abitato in baite di montagna sa che è impossibile essere al
sicuro dai topi. Bisogna sempre ricominciare. Né il grano avvelenato dei superiori, né la scopa
degli psicologi o dei regolamenti, né le trappole dei sociologi o delle buone risoluzioni sono
sufficienti: bisogna accettare instancabilmente di rimettersi a caccia. Ricominciare e sempre
ricominciare... Da un esame di coscienza a un altro esame di coscienza.
Nessuna radiografia è soddisfacente. Bisogna sempre riaprire la porta che si era
accuratamente chiusa e barricata con gli alibi migliori. Tutto va bene per ritardare la luce.
«Qualcuno bussa alla porta; e se fosse Gesù?». Lo spiritual negro non si sbaglia. Solo le parole
di Gesù possono arrivare nel momento giusto. Solo Gesù può prepararci a ricevere la sua luce.
Solo le sue frasi come «parole che colpiscono alla schiena» possono farci aprire la porta senza
ferirci.
«Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se
dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai. Io sono il tuo Dio. Tu sei prezioso ai miei
occhi. Non temere, perché io sono con te» (cfr. Is 43,1-5).
«Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto» (Is 62,5).
« Ho dissipato come nube le tue iniquità e i tuoi peccati come una nuvola. Ritorna a me,
perché io ti ho redento» (Is 44,22).
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«Ricordati Signore, del tuo amore, della tua fedeltà che è da sempre. Non ricordare i
peccati della mia giovinezza: ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore»
(Sal 24,6-7).
«Se riconosciamo i nostri peccati, Dio che è fedele e giusto ci perdonerà e ci purificherà
da ogni colpa» (i Gv 1,9).

Per un esame di coscienza

Nessun esame di coscienza è valido astrattamente, universalmente, eccetto quello che


Cristo e gli apostoli ci hanno proposto nel Nuovo Testamento. Sono come frasi “consacratorie”
che, a poco a poco, “operano ciò che dicono”. Cristo non ce le propone mai senza offrirci anche
la sua presenza. Ne segnaliamo alcune. Esse favoriscono tanto l'esame di coscienza
“comunitario” che individuale. Sono i più grandi inviti alla vita: a cominciare dalle Beatitudini (Mt
5,1-12 e Le 6,20-26) e dai grandi inni alla carità (1 Cor 13), alla speranza (Rm 8), e alla fede (Eb
11) che sono la carta d'identità del cristiano.

«Sia il vostro parlare sì, sì; no, no» (Mt 5,37).


«La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro tutto il tuo corpo sarà
nella luce» (Mt 6,22).

«Chi non vuol lavorare neppure mangi» (2 Ts 3,10).

«Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Le 6,36).


«Non fate distinzione di persone» (Pr 24,23).

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).

«Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà


ancora svegli» (Lc 12,37).
«Con la perseveranza salverete le vostre anime»(Lc
21,19).
«Vegliate e pregate in ogni momento»(Lc 21,36).

«Pregate incessantemente» (1 Ts 5,17).


«Rendete grazie continuamente per ogni cosa a Dio Padre nel nome del Signore nostro
Gesù Cristo» (Ef 5,20).
«Comportatevi saggiamente... approfittate di ogni occasione» (Col 4,5).
«Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con
preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4,6).

«Quale vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la
propria anima?» (Mt 16,26).
«Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell'uomo»(Lc
9,26).
«Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza ... Perché non continuiate ad affliggervi come gli
altri che non hanno speranza» (1 Ts 4,13).
39
«La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: ...
“Riposati e fai festa” Ma Dio gli disse: Stolto questa notte stessa ti sarà chiesta la tua vita»(cfr.
Lc 12,16-21).

«Chi dice di essere nella luce e odia il suo fratello, è ancora nelle tenebre» (1 Gv 2,9).
«Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1 Gv
3,14).

«Sopportatevi a vicenda perdonandovi scambievolmente» (Col 3,13).

«Ascoltate questo, voi che calpestate il povero... Comprate con denaro gli indigenti e il
povero per un paio di sandali» (cfr. Am 8,4-7).
«Ascoltate: Dio non ha scelto i poveri nel mondo? Li ha fatti ricchi con la fede, eredi del
Regno» (cfr. Gc 2,1-9).
La legge del Regno: «Amerai il prossimo tuo come te stesso... Ma se fate distinzione di
persone, commettete peccato e siete accusati dalla legge» (Gc 2,9).

«Quando vi mettete a pregare... perdonate»(Mc 11,25).


«Voi avete accumulato ricchezze. Il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno
mietuto le vostre terre grida; le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore
dell'universo» (cfr. Gc 5,1-6).

«Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa
contro di te, lascia lì la tua offerta...» (Mt 5,23-24).
«Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi., anche voi dovete lavarvi i piedi gli
uni gli altri» (Gv 13,14).
«Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto!» (Rm 14,15).
«Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?
Tu perché giudichi il tuo fratello? E anche tu perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci
presenteremo al tribunale di Dio» (cfr. Rm 14,4-13).

«... Non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento si riassume
in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore è pieno compimento della
legge» (cfr. Rm 13,9-10).

“…Non uccidere, non rubare,non desiderare e qualsiasi altro comandamento si riassume


in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’Amore è pieno compimento della
legge” (cfr. Rm 13,9-10)
40

4.
preghiere

Per quella parte di nulla

Invoco la tua giustizia

Nel paese dell'oblio

Polvere quotidiana

Stringi la mia miseria

Tu l'hai rialzato

Dona

Apri i miei occhi

Benedetto il Signore
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Per quella parte di nulla

Per quella breccia nell'essere incompiuto che noi siamo, aperta verso l'impossibile, e da
dove tu passi, Signore, qualche volta;

per la nostra debolezza incaricata di insegnarci l'indulgenza, e per quegli angoli profondi
della nostra sufficienza, che ci impediscono di aprirci, e di sprofondarci nell'accettazione
di noi stessi; per le ineguaglianze del mondo invano proposte alle compensazioni
dell'amore;

per il desiderio di Te che nulla può appagare, e che fonda la nostra libertà; per
l'incommensurabile distanza che ci separa dalla tua bellezza, e che supponiamo ti ispiri
la carità del tempo;
Signore, pietà di noi.

Per l'imperfezione che ci dispone alla preghiera, e per questa lotta spirituale
continuamente perduta e rinnovata che ci fa uomini;
per questo tratto di cammino davanti a noi su questa terra che ci è dato di fare con Te,
senza riconoscerti, e che tuttavia finisce ad Emmaus;
Cristo, pietà di noi.

Per quella parte di nulla che mi rende incomprensibile a me stesso e agli altri, ma non a
Te, che solo conosci il mio nome, per questo nulla donde io vengo, per questo nulla che è
il nostro proprio modo di essere infiniti, e che ci rende preziosi ai tuoi occhi;
Signore, pietà di noi.

Sì, per questo, e per tutto ciò di cui dimentichiamo di renderti grazie. Sii benedetto, Tu o
Signore, per il quale tutto è stato fatto.

Libero adattamento da AyDxú Fxossaftn, L'art de croire, Grasset, 1979, pp. 79-81.
42

Invoco la tua giustizia

Beati quelli che hanno scelto di percorrere


nella legge del Signore la via immacolata.
Beati quelli che osservano i tuoi insegnamenti, o mio Dio,
e che cercano con tutto il cuore di praticarli.
- L'accecamento non è il mezzo di vederci chiaro,
né di camminare diritto il deviare dai tuoi sentieri.
Possa nel corso della mia vita aprirmi al significato
fino all'estremo delle tue giustificazioni.
- Benedetto sia questo comandamento che completa in
me lo sguardo.
Di linea in linea, di articolo in articolo, invoco la tua giustizia.
Mi dedicherò a te e tu ti dedicherai a me.

Oh, come avevo sonno, sonno e voglia di dormire.


Ora tu mi dici: in piedi!
- Distogli i miei piedi dalla via del male,
crea in me un'inclinazione verso il bene.
Ho scelto la verità, ho appreso i tuo decreti a memoria.
- Ad ogni segno lasciato da te, accorso!
Non mi lascio confondere da altro.
I tuoi comandamenti? Sono un trampolino sotto i miei piedi.

Ho scoperto, Signore, che tu eri giusto


la verità con la via dell'umiliazione.
Vale la pena dover soffrire
Per conoscere come tu sai consolare
e come tu arrivi, nell'esame di coscienza, con pietà.
L'orgoglio mi ha fatto perdere la testa:
fino al momento in cui hanno scoperto
tutti i miei errori uno a uno
Oh, male pazzo di speranza, per poco risento venire meno!
Ha gelato la mia pelle: ma il mio cuore è integro
Quanto tempo, quanti giorni ancora,
e tutti quelli che si divertono a tormentarmi!
Tutte quelle storie stupide che si raccontano!
Io preferisco la tua Legge.
Ancora un poco e me ne vado in fumo.
Ma mi aggrappo ai tuoi comandamenti.

La tua parola, Signore, rimane in eterno nel cielo,


e di generazione in generazione la verità è fedele.
43

Nel paese dell'oblio

Signore, mio Dio, di giorno ti chiamo in mio aiuto


e di notte grido davanti a te.
La mia preghiera giunga fino a te,
presta l'orecchio al mio lamento.
- Poiché sono colmo di infelicità,
sono come un uomo finito,
immerso in un baratro
nelle tenebre e negli abissi.
- Oggetto di disgusto.
Sono chiuso, non posso più uscire,
il mio sguardo è offuscato dalla sofferenza.

- Ma io ti invoco ogni giorno, Signore,


io tendo le mani verso di te.
Si può conoscere il tuo amore dopo la morte,
annunciare le tue meraviglie nel paese dell'oblio?
Basta aprire gli occhi: la creazione tutta intera
geme ancora ora nei dolori del parto.

- Anche noi gemiamo interiormente,


attendendo l'adozione, la liberazione dal nostro corpo.

In questo, o Dio, hai dato prova del tuo amore per noi:
Cristo è morto per noi mentre noi eravamo ancora peccatori.
Essendo tuoi figli, o Padre, coeredi di tuo Figlio
e, partecipando alle sue sofferenze,
avremo anche parte alla sua gloria.

- Se tu stesso sei per noi, chi sarà contro di noi?

- Tu che non hai risparmiato il tuo proprio Figlio


ma l'hai consegnato per tutti noi,
come non ci darai con lui ogni bene, tutta la vita?

- Siano rese grazie a te, o Padre,


per il Nostro Signore Gesù Cristo.
Tutto viene da te, per mezzo di te e per te.
A te la gloria nei secoli!

Libero adattamento dai versetti tratti dal salmo 83 e dalla Lettera ai Romani.
44

Polvere quotidiana

Signore, non allontanarti da noi, perché siamo peccatori. O Dio dei peccatori quotidiani,
dei fiacchi, dei qualunque: i nostri peccati non sono straordinari, sono polvere quotidiana
e così comune che li dimentichiamo quasi, soprattutto se dimentichiamo te, il
Santissimo, e il tuo desiderio di possederci completamente. Dio dei peccatori, dei tiepidi,
degli indifferenti, abbi pietà di noi!

Vedi questo cuore che ti accorda il minimo, che non vuole consumarsi nel tuo amore.
Vedi queste preghiere: ti sono accordate con parsimonia e quasi contro voglia, e spesso
siamo contenti di passare dalla preghiera a qualcos'altro. Considera questo lavoro: è
talora mediocre, raramente ispirato dall'amore fedele verso di te. Ascolta queste parole:
di rado vengono da un cuore buono e amante che dimentica se stesso al tuo servizio.
Abbi pietà di noi, Dio longanime e amico dell'uomo!

Dio Santo, il tuo Figlio si è offerto in sacrificio per noi; per questo noi abbiamo l'audacia di
invocarti. Egli ha pagato il salario del peccato, la morte. Per questo nella vita non
disperiamo. Noi veneriamo il mistero che annuncia la sua morte fino al suo ritorno.
Mediante il sacramento nel quale è presente il Crocifisso risuscitato, noi ti preghiamo,
Padre misericordioso, abbi pietà di noi secondo la grandezza della tua misericordia. Il
nostro cuore loderà la tua bontà in eterno.

Libero adattamento dalle preghiere di H. e K. Rahner.


45

Stringi la mia miseria

Giudicami, ma salvami come Tu mi ami!


Signore, aprimi le tue mani, le tue mani
più profonde della notte, perché io getti
dentro la mia anima e ti consegni furtivamente
il peccato più selvaggio del mio seno.

Stringi la mia miseria nelle tue dita giuste come


un frutto la cui polpa esploda con fragore.

Vengo per giudicarmi insieme a Te, io vengo..


Strappa le mie radici, spremi la mia piaga,
scava fin nel vicolo cieco dove sono vero,
o Onnivedente, i tuoi occhi illumineranno i miei.

Ho affidato la mia anima a te, toglimi la menzogna,


Signore, apri le tue mani perché io mi immerga dentro
e lava tutto il bene offuscato che ho commesso.

O mio Dio, che doni la giustizia,


Tu solo sai che io taccio tra le tue ginocchia.
Sono davanti a te tremante per il timore di esserti infedele.

La mia luce era vacillante e così pallida,


sul bene, e quasi simile sul male,
che esco dal segreto dove tante ombre si mescolano,
senza sapere se io sia peccatore o giusto.
Non conosco nulla di noi se non la gioia di essere insieme,
o mio Padre, tra il pericolo che corro.
Non conosco altro che la tua grazia e tremo:
se Tu ti nascondi, in me non ho risorse.

Ho paura e ignoro per sempre il volto


che per vivere e per morire porto davanti a te.
Ma Tu il cui sguardo riunisce tutte le mie età,
conoscimi! Tu lo puoi, Tu mio Dio, conoscimi!

A te mi abbandono, o luce suprema,


giudicami, ma salvami come Tu mi ami!

Libero adattamento dalle preghiere di Marie-Noél.


46

Tu l'hai rialzato

Signore,
noi cadiamo senza poterci rialzare
siamo paralizzati
incapaci di continuare.
Sostenuti dalla fede della tua Chiesa
noi veniamo verso di te
poiché chi può perdonare i peccati
se non Tu solo?
Rialzaci e guariscici
per la tua misericordia,
per Gesù, nostro fratello,
poiché Tu l'hai rialzato dalla morte,
Lui che vive presso di te
per questo mondo e per tutti i tempi.

Signore nostro Dio.


la tua luce e la tua parola, Tu le doni
a chi le cerca,
il tuo Regno
ai poveri e ai peccatori.
Tu non potrai dunque mancare
di indulgenza verso di noi.
Non rimandarci con le mani vuote,
ma raccoglici oggi in Gesù Cristo,
nella tua parola di fedeltà,
nella tua luce vivente in questo mondo,
sul pane della tua vita per noi.

Ecco, noi veniamo a te


insieme, e non per noi soltanto,
ma per tutti gli uomini che vivono oggi
che vivono la nostra vita, sotto lo stesso cielo;
per i nostri concittadini e i nostri vicini,
i nostri parenti e conoscenti, per i nostri amici.
Noi cerchiamo anche, Signore,
di pregare per quelli che noi evitiamo,
per tutti quelli che ci sono estranei,
per quelli che non possiamo amare,
per i nostri nemici.
Ma al di là di tutto, noi ti rendiamo grazie
per quelli che ci sono cari
e che danno un significato a questo mondo,
per quelli che ci sono più vicini,
che ci sono stati dati e affidati.
47

DONA
Signore, guardami passando.
Fermati un momento nella mia anima, mettila in ordine con un soffio,
senza averne l'aria, senza dirmi nulla.
Se vuoi, Signore, che io creda in te, donami la fede.
Se vuoi, Signore, che io ti ami, donami l'amore.
Io non ho e non posso nulla.
Ti dono tutto ciò che ho: la mia debolezza e il mio dolore.
E quella tenerezza che mi tormenta e che Tu vedi bene...
E quella disperazione... E quella vergogna sconvolta...
Il mio male, null'altro che il mio male...
E’tutto.

E la mia speranza!
Talora anche mi presento a Dio come una portatrice di dolore, carica di tutti i fardelli del
vicinato, e gli dico: «Non fare attenzione a me. Non posso piacerti. Guarda soltanto le
sofferenze che ti porto come una povera commissionaria che viene da parte di altri. Ecco
il male di mio padre, ecco il dolore del mio amico, quello del tale o del tal altro».

Eccoti, mio Dio, Tu mi cerchi? Che cosa vuoi? Non ho nulla da darti.
Dall'ultimo nostro incontro, non ho messo da parte nulla per te.
Nulla ... non un'azione buona. Ero troppo stanco.
Nulla ... non una buona parola. Ero troppo triste.
Il disgusto di vivere, la noia, la sterilità.
- Dona!
- La fretta, ogni giorno, di veder la giornata finita, senza
servire a nulla; il desiderio di riposo lontano dal dovere
e dalle opere, il distacco dal bene da fare, la stanchezza
di Te o mio Dio!
- Dona!
- Il torpore dell'anima, i rimorsi della mia pigrizia e la
pigrizia più forte dei rimorsi...
- Dona!
- Il bisogno di essere felice, la tenerezza che spezza, il
dolore di essere senza aiuto...
- Dona!
- Dei fastidi, dei terrori, dei dubbi... - Dona!

- Signore! Ecco come uno straccivendolo Tu vai


raccogliendo i detriti e le immondizie.
Che cosa vuoi farne, Signore? - Il Regno dei Cieli.

Libero adattamento dalle preghiere di Marie-Noel.


48

Apri i miei occhi

Il peccato che è la mia azione, la menzogna che è il mio linguaggio,


in quale modo puoi Tu tollerarlo?
Ci sono macchie nere sulla mia immagine, ma c'è anche quella misericordia in cui io
sono perdonato. Penetrerò, entrerò nella tua casa, vicino a te.
Chiudi, chiudi gli occhi, Signore, su tutti i peccati della mia giovinezza
e trova nella tua misericordia una scusa alla tua bontà.

Apri la tua mano, dammi la vita, ravviva in me la tua parola.


Apri i miei occhi, che veda chiaro attraverso le tue meraviglie.
Cammina e camminerò, fai un passo e seguirò la tua orma.
Comunico a tutto questo popolo attorno a me che sto pregando.
Illuminami con il tuo volto radioso, perché possa goderne!
Al male manca una certa potenza di penetrazione.
Ma Tu, o Dio, entri in noi, fino nel profondo dell'anima.
Mi rialzo sotto la tua mano che crea, guarda, o mio Dio,
perché sei Tu che mi hai scritto dall'alto al basso e io sono leggibile.
Leggi il mio cuore, con tutto ciò che ho imparato da te!

Dio ha iniziato la nostra liberazione: ed ecco d'un tratto la nostra felicità, è vero!
La nostra bocca è piena di gioia! La nostra lingua si è messa a parlare da sola!
Le genti dicono intorno a noi: si può dire che Dio non bada a spese per loro!
Sì, non bada a spese per noi, e l'abbiamo sperimentato con gioia!
Inizia, Signore, la nostra liberazione come la pioggia!
Come pioggia a torrenti su una terra arida!

Libero adattamento da PAUL CLAUDEL, Psaumes, DDB, 1966.


le tue mera
49

Benedetto il signore

0 soffio della nostra vita e splendore della nostra bellezza,


Signore Gesù Cristo,
Tu sei benedetto nell'alto dei cieli!
Tu, luce e sorgente di luce,
Tu non provi piacere del male,
Tu non vuoi la perdizione,
Tu non auguri la morte.

Tu non sei discontinuo nel tuo amore,


Tu non cambi nella tua compassione,
Tu non muti nella tua bontà.
Tu non volgi le spalle
e non giri la faccia dall'altra parte,
ma Tu sei totalmente luce e volontà di salvezza.

Se Tu vuoi perdonare, Tu lo puoi;


se Tu vuoi guarire, Tu sei potente;
se Tu vuoi vivificare, Tu hai potere.
Se Tu vuoi rinnovare, Tu sei onnipotente;
se Tu vuoi ricreare, Tu sei creatore,
se Tu vuoi risuscitare, Tu sei Dio.

Se Tu vuoi prenderti cura di noi, Tu sei Signore di tutti;


se Tu vuoi strapparci dal peccato, Tu sei aiuto;
se Tu vuoi dare forza a noi, noi sbandati, Tu sei Roccia.
se Tu vuoi darci da bere, a noi assetati, Tu sei Sorgente;
se Tu vuoi sfamarci, noi affamati, Tu sei il Pane di vita;
se Tu vuoi istruirci, noi che ti conosciamo male, Tu sei Dottore.

Tutte queste benedizioni ti appartengono,


o Signore di misericordia;
non solo sono state scritte, ma compiute e realizzate
o Tu che per nostra salvezza hai combattuto una dura battaglia,

Tu che, la compassione che Tu ci porti,


la manifesti con l'azione e con la verità,
sii benedetto, Signore, nei secoli!

Libero adattamento dalle 76' preghiera di Gregorio di Narek.