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SULLA FORMAZION DELLO STATO IN EUROPA

Riflessioni introduttive

Sviluppo politico e storia.

Qualsiasi teoria che pretenda di comprendere i processi generali della trasformazione politica
deve fare i conti con l’esperienza del passato, e dimostrare di essere in grado di farlo in maniera
molto soddisfacente prima di essere accettata come plausibile. Arriviamo a considerare
l’esperienza storica come più importante dell’osservazione empirica contemporanea. Indirizzarsi
verso l’analisi dinamica del presente ha comportato seri costi, alcuni dei quali inevitabili.
Due di essi:

1. Se il lasso di tempo sotto osservazione è molto breve – e/o discontinuo – risulterà


impossibile definire delle linee di tendenza o verificare teorie circa quali potrebbero
essere.

2. (non inevitabile, ma largamente diffuso) I modelli dell’esperienza occidentale vengono


fraintesi e assunti come criteri d’analisi dello sviluppo politico. Fraintesi in tre sensi:
1) Spesso rappresentano solo una caricatura dell’esperienza occidentale.
2) Non viene presa in considerazione la possibilità che l’esperienza occidentale possa
essere un colpo di fortuna o semplicemente una fra le tante altre strade
percorribili dalla forma di governo contemporanea.
3) Ci si chiede: a quali condizioni e attraverso quali trasformazioni è possibile che i
governi contemporanei dei paesi in via di sviluppo arrivino ad assomigliare a quelli
del vecchio mondo?

Origini di questo libro.

Cominciammo con il proposito di analizzare la formazione degli stati e quella delle nazioni.
Effettuammo una scelta pregiudiziale per gli aspetti più repressivi e di sfruttamento nell’ambito
delle attività dello stato. Queste comportavano sacrifici e costi da parte della popolazione, e
quindi non erano generalmente ben viste dalle masse; tuttavia furono tutte essenziali nella
creazione di stati forti. La maggior parte del nostro sforzo fu incentrata sui secoli
diciassettesimo e diciottesimo, periodi in cui, per la maggior parte d’Europa, la supremazia e la
forma definitiva dello stato erano tutt’altro che sicuramente affermate.

I problemi posti dalle fonti.

La più o meno continua ed esaustiva descrizione della popolazione-base oggi fornitaci prima del
diciannovesimo secolo è disponibile solo per ristretti frammenti di tempo e spazio, e risultano
difficili o anche impossibili operazioni relativamente semplici come il calcolo della tassazione
pro capite per regione. I materiali documentari della formazione degli stati si distinguono
solitamente fra:
1) Resoconti diretti della condotta degli affari pubblici.
2) Prodotti del normale lavoro amministrativo organizzativo, che domina per mole di
materiale e importanza.
3) Documenti e resoconti di interazioni fra governi e membri della popolazione (che spesso
coincidono con la 2)
Tuttavia la natura stessa delle fonti impone certe peculiari limitazioni al suo lavoro; la loro
interpretazione richiede che si adottino ipotesi non verificabili sul modo in cui gli stessi
documenti sono nati, e ciò significa porre ipotesi non verificabili su come operava
l’organizzazione amministrativa stessa.

I problemi storici.

Che cos’è che caratterizza l’evento e lo sviluppo delle diverse forme di stati occidentali?
Nel tentativo di spiegare le varianti all’interno dell’esperienza europea, sono subito evidenti
alcune importanti differenze fra Spagna, Prussia e Inghilterra; il rischio principale che corriamo
è quello di dare troppa importanza a quelle che di fatto sono distinzioni minori.
Che cosa determinò le principali variazioni nelle prime forme degli stati dell’Europa occidentale?
Che differenze implica il carattere originario di una formazione statale per la successiva forma
dell’attività politica di uno o dell’altro paese?

Analisi retrospettiva o analisi prospettiva.

Un’analisi retrospettiva muove da certe particolari condizioni storiche e ne ricerca le cause:


“Y accade se e solo se A, B, C, …, X sono dati”.
Un’analisi prospettiva, invece, si muove da una particolare condizione storica e indaga sulle sue
possibili conseguenze, con particolare attenzione ai percorsi che portano a questi sviluppi.
La prima non contribuisce a valide conclusioni prospettiche, e viceversa.

Spiegazione di tipo deterministico e di tipo probabilistico.

La spiegazione tende ad assumere la forma di un’argomentazione secondo cui alla fine


prevalgono i risultati più probabili. La ricerca di una spiegazione deterministica ci avrebbe
imposto di isolare gli effetti di un grande numero di variabili; sarebbe poi risultato difficile
estendere i nostri risultati a nuovi sistemi politici. La ricerca di una spiegazione probabilistica ci
permetterebbe invece di considerare molte di queste variabili come “aleatorie” e ci
faciliterebbe l’identificazione e l’esame di casi specifici nell’ambito dei nuovi sistemi politici,
anche se produrrebbe spiegazioni molto meno soddisfacenti dal punto di vista di una
ricostruzione storica convenzionale, e ci farebbe correre il rischio che una di queste variabili
finisca per rivelarsi fondamentale.

Eventi, sequenze, relazioni.

Abbiamo dovuto scegliere se compiere generalizzazioni in base alla ricorrenza degli eventi, di
sequenze o di relazioni. Abbiamo convenuto sull’analisi delle relazioni.
Abbiamo visto che le tesi sullo sviluppo politico che assumano forma proposizionale del tipo “se
X e Y, allora Z”, e perciò suscettibili a verifica, sono quasi esclusivamente relazionali. In secondo
luogo, la scelta di identificare modelli di differenze fra gli stati europei anziché indagare sulle
loro proprietà comuni ci faciliterà la sottolineatura di possibili relazioni fra posizione geopolitica
e forza militare, omogeneità di popolazione e legittimità delle istituzioni politiche, ecc. Nessuno
di noi, in fine, pensa che l’esperienza europea potrà mai ripetersi come insieme di eventi o
sequenze di fasi; piuttosto ammettiamo l’ipotesi che alcune delle relazioni qui di seguito
delineate siano di carattere assolutamente generale.
Che cosa aveva in comune l’Europa del Cinquecento.

Le popolazioni insediate nell’area centrale condivisero una coltura comune mantenendo fitti
contatti tramite un attivo universo commerciale, un movimento costante di persone, e un
groviglio di legami dinastici fra le casate sovrane. L’essenza di questa omogeneità culturale sta
nella felicità con cui essa permise la diffusione di modelli organizzativi, l’espansione degli stati
in nuovi territori, il trasferimento di popolazioni da uno stato all’altro, e la mobilità del
personale amministrativo da un governo all’altro.
Nonostante la gran massa di commercio internazionale e il volume di affari, la vita sociale ed
economica della maggior parte degli europei era fortemente localizzata, la produzione per il
mercato non era molto diffusa, i mezzi di comunicazione interni erano scadenti. Diversi idiomi
dividevano già l’Europa in gruppi linguistici incapaci di reciproca comprensione.
Cionondimeno, i primi potenti stati nazionali sorsero in un’area di importante omogeneità
culturale.

La base contadina.

Il contadiname prevaleva sul resto della popolazione: ed è su questo materiale che gli edificatori
degli stati europei si misero all’opera. Parassita di questa enorme turba di contadini era
l’aristocrazia terriera, piccola ma diffusa classe, che si garantiva una particolare e altrettanto
speciale relazione con la terra e il potere politico:
1) Censo simbolico pagato da contadini che di fatto esercitavano un libero possesso del loro
terreno.
2) La proprietà nel senso forte del termine
3) La disponibilità totale non solo sulla terra, ma anche sul lavoro degli uomini ad essa
addetti: la servitù della gleba.

In questo cosmo contadino, le città si erano sviluppate - molto irregolarmente sul territorio
europeo - come centri commerciali, di comunicazione, amministrazione e produzione per circa
cinquecento anni. Questo scenario sociale assunse tanto significato per l’emergere degli stati.
Esso, difatti, stava ad indicare che l’Europa nel suo complesso aveva raggiunto una grande
ricchezza e capacità produttiva legata alla terra, e che coinvolgeva un gran numero di gruppi
locali ed individui; in secondo luogo, questo insieme di legami sociali spianò i sentieri tramite i
quali gli statisti ebbero accesso alle risorse necessarie alla loro opera.
Problema fondamentale era quello del signore terriero. Un re ambizioso poteva tentare
coalizioni con l’aristocrazia terriera, poteva tentare di distruggerla, sovvertirla, scavalcarla o
combinare tutte queste tattiche; non poteva tuttavia ignorare le famiglie proprietarie,
specialmente nella misura in cui le principali fra di esse formavano una casta ereditaria
cosciente dei propri interessi, ovvero una nobiltà.

Struttura politica decentrata.

Terza condizione generale dell’esperienza europea di edificazione dello stato: l’emergere degli
stati dall’ambito di una struttura politica estesa, decentrata, ma relativamente uniforme.
Meritano di essere sottolineati due particolari lineamenti del retroterra della formazione degli
stati europei:
1) La fondamentale importanza delle assemblee deliberative, generalmente eclissata dal
sorgere degli stati centralizzati.
2) La tenace e diffusa resistenza all’espansione del potere statale.
Nella diversa soluzione del rapporto fra potere centrale e assemblee e corpi di controllo, risiede
una delle principali ragioni della crescente differenziazione che nei secoli successivi al
Cinquecento avrebbe caratterizzato i governi europei.
Le principali categorie che opponevano resistenza erano tre:
1) La gente qualsiasi costretta a cedere uomini, raccolti, lavoro, beni, denaro, fedeltà, e
talvolta terre, agli stati emergenti.
2) Le autorità stabilite costrette a cedere o dividere il loro potere.
3) Gli altri concorrenti alla sovranità.

Le prime (e più drammatiche) forme di resistenza popolare ebbero per oggetto l’esazione
fiscale. La tassazione era il mezzo principale con il quale gli edificatori statali nel sedicesimo
secolo poterono finanziare i loro eserciti. Questo era un circolo di interdipendenza: più si
intensificava la resistenza alla tassazione, maggiormente cresceva la necessità del
mantenimento di una forza militare permanente.
Attraverso la sconfitta di rivali spodestati, l’Europa, dalle quasi cinquecento unità politicamente
indipendenti del Cinquecento, si ridusse ai venti stati o poco più del Novecento. Gli europei
avevano una tradizione di sovranità regale che si congiungeva in diversi modi fino ai tempi dei
Romani: almeno nominalmente ogni europeo era suddito dell’una o dell’altra corona, e gli
artefici degli stati che seguirono erano per la maggior parte tutti re o statisti di re.
Le autentiche rotture con la tradizione europea vennero con la formazione di repubbliche
federate come quella olandese o quella svizzera, e con l’estensione della potenza europea nei
paesi d’oltremare.

Le condizioni che favorirono lo stato nazionale.

Nel tredicesimo secolo erano ancora aperti cinque possibili risultati:


1) La forma di stato nazionale (che poi si impose).
2) Una federazione politica, o impero, controllata, anche se debolmente, da un unico
centro.
3) Una federazione teocratica – una repubblica cristiana – tenuta insieme dalle strutture
della chiesa cattolica.
4) Una vasta rete di unità commerciali priva di un’organizzazione politica centrale.
5) Il persistere della struttura “feudale”.

La struttura che divenne dominante in Europa dal Cinquecento, lo stato nazionale, differisce da
tutte le altre possibilità per parecchi tratti significativi:
1) Esso arrivò a controllare un territorio continuo e ben definito.
2) Era relativamente centralizzato.
3) Si differenziava da tutte le altre organizzazioni.
4) Si rafforzò tramite la tendenza ad acquisire il monopolio dei mezzi fisici di coercizione
nell’ambito del suo territorio.

Il fattore grazie al quale principalmente la relativa omogeneità della popolazione europea


facilitò l’emergere dello stato nazionale stava nel fatto che proprio essa agevolò la divisione del
Continente in territori separati, ma allo stesso tempo creazioni arbitrarie e suscettibili di
ulteriori mutamenti. La presenza stessa di più contendenti al potere, di eguale forza, promosse
un processo di consolidamento tramite coalizioni mutevoli fra élites, molteplici e
contemporanee, e vanificò ogni possibile tentativo di imporre un’autorità senza un preciso
territorio contiguo, o di sottomettere l’Europa ad una sola autorità. Vanno evidenziati alcuni
lineamenti e circostanze dei processi di formazione degli stati. In primo luogo, la
specializzazione nelle mansioni: se il compito fissato è ben definito e consiste nell’acquisizione
di potere sul mondo circostante, il sovrano acquisisce vantaggio dotandosi di una organizzazione
speciale per quello scopo. Altra circostanza favorevole fu la relativa invulnerabilità della
superficie europea: mancanza di importanti concentrazioni di potere nelle aree in cui si vennero
a formare gli stati nazionali, la disponibilità di territori per l’espansione. Da non trascurare il
contributo di città, commercio, mercanti, artigiani e del primo capitalismo.
I punti problematici sono: quali alternative strutturali erano possibili? Perché questa alternativa
ebbe la meglio sulle altre?

Risultati diversi da condizioni comuni.

Il nostro compito sta ora nell’identificare i lineamenti principali e le variazioni di fondo


nell’esperienza di edificazione statale europea dal 1500 in avanti. Questo problema presenta tre
soli elementi:
1) La popolazione.
2) Un’organizzazione governativa, che esercita un controllo sui mezzi di coercizione.
3) Le relazioni convenzionali fra l’organizzazione governativa e la popolazione.

1. La mobilità.

Gli europei si sono sempre frequentemente mobilitati sulla base della religione e della lingua (in
buona parte dipendentemente dalla forma e dalla politica dello stato), delle convinzioni
politiche, dell’appartenenza a una comunità, a una classe e, più raramente, ad una stessa
professione.

2. La statalità.

Sebbene l’Europa del Cinquecento si indirizzasse all’incremento della statalità, governi diversi si
mossero a velocità molto diverse, e di conseguenza, nei secoli sedicesimo e diciassettesimo,
aumentarono i dislivelli di statalità nell’ambito internazionale. Il sedicesimo secolo fu epoca di
significativa statalizzazione, il diciassettesimo di frenetica formazione statale, il diciottesimo un
periodo di consolidamento, il diciannovesimo e il primo ventesimo una età di convergenza fra
governo ancora considerevolmente distanti all’inizio dell’Ottocento.

3. I diritti politici.

Questi non conseguono automaticamente dall’andamento della formazione dello stato, né


esclusivamente dal modello di mobilitazione, bensì dall’interazione fra i due processi; per
esempio, l’estensione del suffragio. Parecchi altri diritti politici dovrebbero divenire oggetti
della medesima analisi: la sicurezza della giustizia, il diritto di riunione e associazione, la libertà
di stampa, il diritto di ricorso, la protezione delle minoranze, ecc. Ciò che deve interessare in
merito a questi diritti non è il fatto che essi esistano in astratto, bensì che lo stato sia divenuto
il veicolo della loro applicazione. Sarebbe illuminante pensare ai diritti politici in quanto
rivendicazioni che vincolano gli agenti dello stato a specifici gruppi della popolazione.
Che cosa permette di distinguere i sopravvissuti e i vincitori?

Per la maggior parte, i tentativi europei di edificare stati fallirono. Cosa distingue i casi riusciti
dagli altri? Grosso modo, possiamo individuare due gruppi di processi sostanzialmente autonomi:
1) Mutamento sociale (o modernizzazione o sviluppo sociale ed economico).
2) Modernizzazione politica (o sviluppo politico o sviluppo nazionale).

Si suppone che i due gruppi interagiscano, così i gestori della struttura politica hanno a che fare
con due tipi di “problemi”:
1) Far fronte alle difficoltà generate dal mutamento sociale.
2) Dirigere il mutamento sociale verso esiti desiderati.

Proprio il modo di gestire questi due aspetti è di per sé criterio di successo o fallimento.

Ci interroghiamo su quali caratteristiche avrebbe dovuto avere un’unità politica, in diversi


periodi dal Cinquecento in poi, permetterci di prevedere se essa sarebbe:
1) Sopravvissuta nel periodo seguente come unità distinta.
2) Pervenuta a consolidamento territoriale, centralizzazione, differenziazione dei suoi
strumenti di governo da quelli di altri tipi di organizzazione, e monopolio dei mezzi di
coercizione.
3) Diventata il nucleo di uno stato nazionale.

Menzioniamo le condizioni più generali che nell’esperienza europea paiono permettere di


prevedere la sopravvivenza e lo sviluppo dello stato:
1) La disponibilità di risorse sfruttabili.
2) Una posizione relativamente protetta, rispetto al tempo e allo spazio.
3) La successione ininterrotta di abili statisti.
4) Il successo in guerra.
5) L’omogeneità della popolazione soggetta.
6) Robuste alleanze del potere centrale con i principali settori della élite terriera.

La costituzione di un’efficiente organizzazione militare produsse lo strumento con cui il governo


poté imporre la propria volontà sulle resistenze locali: l’esercito. Essa promosse il
consolidamento territoriale, la centralizzazione, la differenziazione degli strumenti di governo e
il monopolio dei mezzi di coercizione; La guerra fece lo stato, lo stato fece la guerra.
La presenza di una popolazione culturalmente omogenea abbassò i costi della formazione dello
stato rendendo facilmente praticabili assetti amministrativi uniformi, incoraggiando la fedeltà e
la solidarietà della popolazione soggetta.
Altro elemento decisivo per il successo delle unità statali fu l’omologazione delle popolazioni:
l’adozione di religioni di stato, l’espulsione di minoranze, l’istituzione di una lingua nazionale,
l’organizzazione dell’istruzione pubblica di massa.
La predominanza del contadiname significò:
1) Che il grosso delle risorse disponibili per il lavoro di edificazione degli stati era connesso
alla terra in un modo o nell’altro.
2) Che il controllo sopra quella terra era molto disseminato.
3) Che i signori terrieri divennero alleati indispensabili e al tempo stesso formidabili nemici
di qualsiasi tentativo di tassare, coscrivere, requisire.

Fattore che concorse alla sopravvivenza o alla scomparsa di certi stati fu anche il contesto
internazionale in cui ogni formazione statale nasceva e si sviluppava. Bisogna considerare la
mutevole struttura dell’economia europea e l’emergere di un sistema internazionale di stati.
Immanuel Wallerstein definisce ciò che lui chiama “economia-mondo europea”. Secondo lui, un
ristretto e mutevole concerto di stati-chiave dominava le transazioni commerciali, facendo la
parte del leone a livello manifatturiero e spingendo le aree periferiche vero monoculture su
larga scala. Egli sottolinea che la formazione dell’economia mondiale europea rappresentò
un’eccezione, forse unico nel suo genere, per non avere condotto a un imperium unico, sullo
stile dell’amministrazione di enormi spazi economici come Roma, Bisanzio o della Cina.
Altro fattore importante fu la cristallizzazione di un sistema di riconoscimento della rispettiva
esistenza da parte degli stati. Forse per la prima volta, con il trattato di Vestfalia (1648), alla
fine della guerra dei trent’anni, venne riconosciuto chiaramente come tutta Europa fosse divisa
in stati distinti e sovrani i cui confini erano definiti in base ad accordi internazionali.

Finer sulle forze armate.

Finer traccia la relazione fra lo sviluppo dei maggiori lineamenti dello stato moderno e il
carattere variabile delle forze armate. Egli identifica degli insiemi di variabili, o “cicli”:
1) Economia – tecnologia – format.
2) Stratificazione – format.
3) Convinzioni sociali – format.
4) Scelte sul format.
5) Sfruttamento delle risorse – coercizione.
6) Formazione dello stato.

Finer, privilegiando il primo ciclo, mostra come ogni importante innovazione militare nell’arco di
un migliaio di anni abbiamo portato quei sovrani che desideravano ottenere le risorse necessarie
e consolidare il controllo di una base territoriale, riconosciuta dall’estero, ad utilizzare le forze
armate e a torchiare maggiormente la popolazione soggetta. L’impresa militare svolse il ruolo
principale nella creazione dei tre segni distintivi dello stato moderno: il consolidamento
territoriale, la specializzazione del personale, il riconoscimento dell’integrità territoriale. In
quegli stati che non fallirono, vediamo un alternarsi di grandi pause seguite da passi giganteschi
legati strettamente alle innovazioni tecnologiche e militari. Finer vede l’efficacia politica della
riorganizzazione militare condizionata, da un lato, dall’accessibilità alle risorse e dal loro
sfruttamento a spese della popolazione soggetta, e dall’altro, dal grado di coinvolgimento
popolare nella causa nazionale.
Un’altra sua ipotesi è che gli artefici di stati finirono per edificare un sistema interdipendente di
stati: il grandi guerre divennero il mezzo principale con cui riallineare i partecipanti e
ridefinirne i confini, cambiando e rovesciando alleanze, mutando i rapporti tra governanti e
governati, sovrani e sudditi, ecc.
Finer giunge a intravedere la guerra come condizione caratteristica, e le forze armate come
strumento peculiare, del sistema di stati.

Ardant sulla politica finanziare e l’infrastruttura economica.

Ardant si chiede quali politiche finanziare funzionino, in quali condizioni sociali, con quali costi
sociali. Nella sua analisi la politica finanziaria è centrata sulla tassazione, ma comprende anche
il regolamento monetario, il credito pubblico, e l’intero arco di procedure tramite le quali i
governi controllano le loro entrate. Le condizioni sociali a cui egli attribuisce massima
preminenza sono le forme di produzione e di mercato, e i costi sociali che egli considera più
attentamente sono politici: da una parte l’imposizione di un governo arbitrario, dall’altra lo
scoppio di rivolte sanguinose.
Il modello di stato di Ardant presenta delle variabili:
1) Un insieme di costosi obiettivi pianificati e perseguiti dai dirigenti di uno stato.
2) Un pacchetto di politiche finanziarie designate a drenare dalla popolazione sotto il
controllo dello stato le risorse necessarie al perseguimento di questi obiettivi.
3) Un’infrastruttura economica che sia in grado di produrre tali risorse e di porle a
disposizione della popolazione.
4) Le conseguenze finanziarie dell’applicazione di particolari politiche a un particolare tipo
di infrastruttura.
5) Le conseguenze politiche e sociali delle variabili politiche finanziarie (v.2) e conseguenze
finanziarie (v.4), che comprendono la verifica della misura in cui sono stati ottenuti gli
obiettivi dei dirigenti.

Generalmente egli considera una politica bene adatta quando lo stato si garantisce un lauto
profitto (provento) nel medio e nel lungo periodo senza danno (detrimento) per la produzione.
Ardant asserisce che una politica distributiva degli obblighi fiscali in proporzione al reddito
tenda a produrre alte entrate a costi economici, sociali e politici bassi nella misura in cui:
1) Gli scambi di mercato siano estesi e intesi.
2) Le regole fiscali siano note, vincolanti nei confronti dello stato, e generalmente reputate
eque.
3) L’economia sia produttiva.

Egli puntualizza anche parecchie osservazioni storiche fondamentali:


1) Il più forte e persistenze stimolo a incrementare e variare l’onere fiscale nazionale, per
tutto il periodo della formazione dello stato in Europa, fu lo sforzo di organizzare forze
armate e condurre guerre.
2) Nello stesso periodo, i più seri e persistenti fattori precipitanti di conflitti violenti fra gli
artefici degli stati europei e la popolazione soggetta furono i tentativi di riscuotere tasse.
3) Nel periodo iniziale di formazione dello stato, lo sprono più importante all’espansione e
alla riorganizzazione della burocrazia fu sicuramente la fatica incontrata nello sforzo di
riscuotere tasse da una popolazione recidiva.

Infine, la spinta a coinvolgere il grosso della popolazione nella vita politica, raggiunse notevole
grado grazie alle esigenze fiscali delle grandi macchine militari ed amministrative.

Tilly sull’approvvigionamento alimentare e l’ordine pubblico.

Ovunque in Europa, ogni tipo di governo fu pesantemente impegnato nel controllo della
distribuzione alimentare, dal periodo medievale fino all’Ottocento. Nel corso di questo periodo,
le direttrici d’intervento generalmente comportavano la sostituzione delle autorità locali con
agenti dello stato nazionale e il sempre maggiore impegno da parte delle autorità nazionali nella
promozione di scambi di mercato su larga scala. L’approvvigionamento alimentare ci permette
un utile angolo d’osservazione sulla penetrazione dello stato nella vita quotidiana della sua
popolazione soggetta. Le rivolte per il cibo furono le più frequenti ed ebbero molto in comune
con le ribellioni contro le tasse, la difesa dei privilegi locali, la resistenza alla coscrizione, e la
violenta opposizione al controllo dello stato sulle chiese locali. Le politiche che i diversi re e
paesi adottarono dipesero largamente dal tipo di agricoltura praticato sui territori, e dal tipo di
formazione statale da essi intrapreso; fondamentali sotto entrambi gli aspetti furono le forme di
alleanza fra i funzionari governativi, la proprietà terriera e i mercanti. Le scelte di politica
alimentare cementarono le coalizioni di classe con cui lo stato attraversò l’età moderna.
Fischer e Lundgreen sul personale tecnico ed amministrativo.

Essi interpretano il termine “personale tecnico” in senso lato. Prima o poi, tutti gli artefici di
stati si videro costretti a creare, cooptare o soggiogare giudici, soldati, amministratori locali,
ecc., per esigenze che generalmente cambiavano di decennio in decennio. Fischer e Lundgreen
insistono sul dilemmatico rapporto fedeltà/efficienza. Le due virtù sono destinate a non
coincidere, specialmente nel lungo periodo, e il governo che non riesce ad assicurarsi un minimo
accettabile di entrambe non può sopravvivere. Nella prima fase dello sviluppo dello stato in
Europa, la fedeltà pose problemi alquanto pressanti, per due ragioni:
1) Ogni aspirante artefice di un forte e autonomo stato in Europa si trovava circondato da
rivali pericolosi, e i suoi subalterni insoddisfatti potevano sempre trovare altrove alleati
migliori.
2) I primi sovrani avevano uno scarso potere coercitivo autonomo a loro disposizione, e si
rifacevano al consenso di potenti organizzazioni indipendenti.

Questa situazione aiuta a spiegare la preminenza di ecclesiastici come aiutanti politici dei primi
sovrani edificatori di stati. Tuttavia le alleanze con gli ecclesiastici e la chiesa alla lunga posero
seri limiti all’autonomia regia, e man mano che il loro potere si rafforzava, tutti gli stati europei
(ad eccezion fatta per lo Stato della Chiesa) si affidarono ad amministratori laici.

Rokkan sulle dimensioni della formazione dello stato e di sviluppo della nazione.

Rokkan ci presenta un modello di stato-nazione pienamente sviluppato. Egli trasforma il modello


in una serie di fasi che ricordano quelle proposte da altri studiosi: penetrazione,
standardizzazione, partecipazione e redistribuzione. Quindi si chiede cosa spieghino le variazioni
nei tempi, modi, e risultati politici di queste fasi in Europa. Ciò lo induce ad escogitare
parecchie matrici concettuali: le matrici fondamentali sono le carte schematiche d’Europa in cui
le grandi variazioni geografiche nella posizione strategica, cultura, e struttura sociale
sostituiscono le distanze lineari effettive. Rokkan fornisce alcune costanti sotto forma di un
retroterra comune che presenziò all’emergere degli stati ovunque in Europa: l’influenza residua
dell’impero romano, presenza della chiesa cattolica, il precedente dei regni germanici
autonomi, l’intreccio di città continentali, lo sviluppo della struttura feudale, l’apparizione di
letterature vernacolari.
Egli mette anche in evidenza parecchi aspetti della variazione:
1) La posizione geopolitica.
2) L’urbanesimo.
3) La concentrazione della proprietà terriera.
4) L’omogeneità rispetto alla lingua e alla religione.

Le diverse esperienze europee si adattano senza grandi distorsioni nello spazio definito da
queste variabili. Solo un numero limitato delle tante possibili combinazioni di queste variabili
può rendere praticabile l’esperienza statale; ciascuna combinazione praticabile produrrà una
successione storica e un risultato diversi dagli altri ma prevedibili.
Rokkan presta particolare attenzione all’interazione e all’interdipendenza degli stati europei.
Economicamente, il nord e l’ovest industriali alimentavano il sud e l’est agricoli; politicamente
il consolidamento territoriale avanzava alla periferia del sistema piuttosto che al centro. Alla
fine del diciottesimo secolo gli stati maggiori stavano implicitamente collaborando alla divisione
di tutta l’Europa. All’approssimarsi del ventesimo secolo il globo intero era ridisegnato in tanti
stati territorialmente definiti, nominalmente sovrani, o destinati a diventarlo. Le principali
opzioni aperte ai nuovi artefici di stati erano: occupare l’intero territorio loro assegnato e
concesso oppure smembrarlo – o lasciarlo smembrare – in stati più piccoli. Gli artefici degli stati
europei costruirono ed imposero forti governi nazionali prima che cominciasse la partecipazione
politica di massa.
Alla fine Rokkan ci pone di fronte a un paradosso: lo stesso sistema internazionale che facilita la
creazione di nuovi stati nei più remoti recessi del globo riduce la possibilità che i nuovi artefici
riescano a mantenere il proprio potere personale o a creare quel tipo di popolazione
nazionalistica che i loro predecessori europei modellarono.

I TEMI RICORRENTI.

Che cosa sono gli stati?

Secondo l’analisi di Finer, uno “stato moderno” è un’organizzazione che impiega personale
specializzato per il controllo di un territorio consolidato ed è riconosciuto come autonomo ed
unito dai dirigenti di altri stati. Secondo la nozione di statalità, un’organizzazione che controlla
la popolazione su di un territorio definito è uno stato in quanto:
1) È differenziato da altre organizzazioni operanti sullo stesso territorio.
2) È autonomo.
3) È centralizzato.
4) Le sue branche sono formalmente coordinate l’una con l’altra.

Così, i processi di formazione degli stati in Europa occidentale furono: il consolidamento del
controllo territoriale, la differenziazione dei governi da altre forme di organizzazione,
l’acquisizione di autonomia da altri governi, la centralizzazione e la coordinazione.

L’alto prezzo della formazione dello stato.

Gli autori concordano che l’edificazione degli stati in Europa occidentale abbia comportato un
tremendo costo di vite umane, sofferenze, perdita di diritti, ma (implicitamente) anche sul fatto
che il processo non sarebbe potuto avvenire senza tali grossi costi. La ragione fondamentale di
quest’alto costo sta nel suo aver preso mosse nel bel mezzo di una struttura sociale largamente
contadina e decentralizzata. In Europa, la commercializzazione e la distruzione del ceto
contadino si verificarono largamente come conseguenza della proprietà e dei rapporti di
produzione capitalistici.

Eserciti, guerre, stati.

La formazione di eserciti permanenti rappresentò il maggior incentivo allo sfruttamento delle


risorse disponibili e il più efficace mezzo di coercizione statale lungo tutto il periodo di
formazione dello stato in Europa. Ci si imbatte ripetutamente in una catena causale:
1) Mutamenti o espansioni negli eserciti di terra.
2) Nuovi sforzi per drenare risorse dalla popolazione soggetta.
3) Sviluppo di nuove burocrazie e innovazioni amministrative.
4) Resistenze da parte delle popolazioni soggette.
5) Ulteriore coercizione.
6) Assestamento duraturo delle nuove forme di sfruttamento di risorse dello stato.
Vengono identificate due vie principali all’esito rivoluzionario:
1) L’esazione di uomini, approvvigionamenti e tasse per la condotta della guerra, incita alla
resistenza importanti élites o masse cospicue.
2) L’assorbimento o l’indebolimento della capacità repressiva di un governo da parte della
guerra, unito all’incapacità governativa di far fronte agli impegni assunti all’interno,
incoraggia i suoi nemici a rivoltarglisi contro.

A livello internazionale, le guerre e gli accordi ad esse seguiti hanno rappresentato gli agenti
modellatori del sistema statale europeo nel suo complesso. La pace di Vestfalia (1919), il
congresso di Vienna (1815), il trattato di Versailles (1919), gli accordi provvisori alla fine della
seconda guerra mondiale.

L’importanza della molteplicità.

La molteplicità segnò il processo di formazione degli stati europei. Nelle prime fasi della
formazione di uno stato, ogni aspirante sovrano si trovava circondato da rivali. Di regola, i
monarchi europei del periodo della grande formazione dello stato si allearono con la nobiltà dei
propri territori, con i signori terrieri che ricevettero una discreta carta bianca per lo
sfruttamento della propria parte di terra e di servi. I proprietari terrieri generalmente
costituirono il nerbo delle forze armate, il fulcro della coercizione impiegata per sconfiggere le
prime forme di resistenza al processo di formazione statale, il cuore dell’amministrazione locale
in nomine principis. Una caratteristica di questo processo di coalizione furono la vendita delle
cariche pubbliche.

Omogeneità ed eterogeneità.

Essenzialmente, grazie alla precedente unificazione sotto l’impero romano, la formazione


statale europea prese le mosse nell’ambito di una notevole omogeneità culturale. L’Europa del
quattordicesimo secolo offriva un punto di partenza favorevole alla costruzione di stati unificati.
Ma il processo di formazione statale europea mostrò ulteriore tendenza all’omogeneizzazione
all’interno dei singoli stati, secondo due modelli intersecantisi:
1) Attraverso i tentativi deliberati da parte degli artefici di stati di integrare la cultura delle
popolazioni soggette tramite una standardizzazione linguistica, religiosa e, infine,
scolastica.
2) Attraverso la tendenza degli stati con una popolazione già relativamente omogenea a
sopravvivere e prosperare.

Il processo di formazione statale europeo minimizzò la varianti all’interno degli stati per
esaltare quelle fra gli stati.
Perché l’omogeneità produsse differenza?
1) Era più verosimile che una popolazione omogenea rimanesse fedele a un regime del suo
stesso ceppo, così come era più verosimile che si ribellasse con successo contro una
dominazione straniera.
2) Le politiche centrali di sfruttamento delle risorse e controllo potevano più facilmente
garantire alte entrate al governo, dove la vita quotidiana della popolazione era
organizzata in modo relativamente uniforme.
Ardant afferma che oltre un certo livello di formazione dello stato gli artefici si resero conto di
dovere incrementare decisamente il grado di fedeltà, impegno, e acquiescenza della
popolazione soggetta, per riuscire ad espandere la potenza dello stato, e che solo permettendo
un aumento nella partecipazione avrebbero potuto conseguire quel fine; così essi decisero di
incoraggiare un maggiore impegno negli affari governativi da parte della popolazione generale.

Perché l’Europa non si ripeterà più.

1. Sono mutate troppo le connessioni fra i nuovi stati ed il resto del mondo; gli statisti del
mondo contemporaneo si trovano a disposizione modelli alternativi e gente decisa ad
imporglieli.

2. Gli artefici di stati europei, tramite guerre, conquiste e alleanze, riuscirono alla fine a
modellare un sistema mondiale di stati. Con il sopraggiungere dei secoli diciannovesimo e
ventesimo ì, gli ultimi arrivati nel sistema hanno avuto sempre meno possibilità di
scegliere le posizioni che vi avrebbero occupato, o i territori che avrebbero controllato.

3. L’esistenza di un sistema di stati in atto ha fondamentalmente alterato il ruolo delle


forze militari negli stati più piccoli.

4. Anche le risorse sulle quali devono far conto gli odierni artefici di stati e le forze contro
cui devono lottare sono profondamente differenti.

5. Non esistono più la maggior parte delle condizioni (es. la possibilità di forgiare alleanze
con i proprietari terrieri o di rastrellare fonti tramite espedienti come la vendita di
cariche), ed è inverosimile che si possano ripresentare.

6. I dirigenti degli stati contemporanei sono alle prese con compiti diversi da quelli dei loro
predecessori, i quali traggono origine in parte dai modelli disponibili di formazioni statali,
in parte dalla logica del sistema internazionale, in parte dalle tensioni interne di ciascun
paese.