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Marco Bramanti Carlo D.

Pagani Sandro Salsa

Analisi matematica ~
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ZANICHELLI
tnichelli
Levi-Civita, Amaldi Lezioni di meccanica razionale
(volume 2 parte 2}
?matica elementare
Vivarelli Appunti di meccanica razionale (2ll edizione
ampliata)
3.le
ica e Mathematica Probabilità, Statistica e Matematica finanziaria
llisi matematica Campostrini, Parpinel Introduzione all'inferenza
natematica (volume 12 ) statistica (Decibel)
Cantucci, Isola Probabilità elementare
atematica Dall'Aglio Calcolo delle probabilità (3il edizione)
:ematica (2!! edizione) De Giuli; Giorgi, Maggi, Magnani Matematica per
Bramanti, Pagani, Salsa Analisi matematìca 1 l'economia e la finanza
Casolaro Integrali (Masson) lnvernizzi, Rinaldi, Sgarro Moduli di matematica e
Davis Il mondo dei grandi numeri statistica
De Marco Analisi zero (3§ edizione) Letta Probabilità... elementare
De Marco Analisi Uno (211 edizione - Decibel) Monti Pierobon Teoria della probabilità (Decibel)
De Marco Analisi Due (2il edizione - Decibel) Nash Giochi non cooperativi e altri scritti
De Marco, Mariconda Esercizi di analisi uno (2~ Ottaviani Riassunto delle lezioni di matematica
edizione - Decibel) attuariale
De Marco, Mariconda Esercizi di analisi due Pintacuda Probabilità (Decibel)
(Decibel) Scozzafava Incertezza e probabilità
De Marco, Mariconda Esercizi di calcolo in una Scozzafava Probabilità e statistica (Decibel - 2!!
variabile (Decibel) edizione)
De Marco, Mariconda Esercizi di calcolo in più Toscano Training autogeno in probabilità (Decibel/
variabili (Decibel) Zanichelli, rist. aggiornata)
De Marco Matematica Uno (Decibel)
Ghizzetti, Rosati Analisi matematica (Masson - 2!! Algebra e Geometria
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Abeasis Complementi di algebra lineare e
Maffei Migliori Esercizi, appunti e note di istituzioni geometria
matematiche
Abeasis Elementi di algebra lineare e geometria
Minnaja Matematica Due (Decibel)
Abeasis Geometria analitica del piano e dello
Pagani, Salsa Analisi matematica (Masson-- 2 volumi} spazio
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Pagani, Salsa Serie di funzioni ed equazioni lineare (Decibel}
differenziali Carfagna, Piccolella Complementi ed esercizi di
Rilelli, Bergamini, Trifone Fondamenti di matematica geometria e algebra lineare (2a edizione)
Salsa, Squellati Esercizi di matematica (2 volumi) Cerasoli, Eugeni, Protasi Elementi di matematica
Salsa, Squellati Esercizi di analisi matematica Il discreta
(Masson - 3 volumi) Chirita, Ciarletta Calcolo (2 volumi)
Thomas Jr., Finney Analisi matematica Dedò Trasformazioni geometriche
Thomas Jr., Finney Elementi di analisi matematica Dedò Forme
e geometria Enriques Lezioni di geometria proiettiva (Ristampa
Torrigiani Ripensare matematica. In preparazione anastatica)
alle facoltà universitarie scientifiche Questioni riguardanti le matematiche elementari
2 voli. a cura di Enriques
Analisi numerica e Fisica matematica Facchini Algebra (Decibel)
Bagarello Fisica matematica Janich Topologia
Barozzi Matematica per l'ingegneria Kosniowski Introduzione alla topologia algebrica
dell'informazione (ristampa aggiornata) Maroscia Geometria e algebra lineare
Bevilacqua, Bini, Capovani, Menchi Introduzione Maroscia Introduzione alla geometria e all'algebra
alla matematica computazionale lineare
Bevilacqua, Bini, Capovani, Menchi Metodi numerici Maroscia Problemi di geometria
Bini, Capovani, Menchi Metodi numerici per Piacentini Cattaneo Algebra (Decibel)
l'algebra lineare Procesi Ciampi, Rota Esercizi di geometria e
Bordoni Lezioni di meccanica razionale (Masson) algebra
Cercignani Spazio, tempo, movimento. Ragusa, Sparacino Esercizi di algebra. Teoria degli
Introduzione alla meccanica razionale insiemi, teoria dei gruppi, teoria degli anelli
Codegone Metodi matematici per l'ingegneria Salce Lezioni sulle matrici (Decibel)
Fabrizio Elementi di meccanica classica Serafini Ottimizzazione
Finzi Meccanica razionale (2 volumi) Steinhaus Matematica per istantanee
Levi-Civita Caratteristiche dei sistemi differenziali Vaccaro, Carfagna, Piccolella Lezioni di geometria e
e propagazione ondosa algebra lineare (Masson)
Levi-Civita, Amaldi Compendio di meccanica Ventre Introduzione ai grafi planari
razionale - volume 1
Indice

P refazio n e vii

1 N ume ri 1
1 Insicm i e logica l
1.1 Concetti di base sugli insiemi 1
J .2 Un po' di logica elementare 9
2 Sommatorie e coefficienti binomiali 13
2.1 Il simbolo di sommatoria 13
2.2 Fattoriale di n 15
2.3 Coefficienti binomiali e formula di Newton 16
3 Campi ordinati 1
4 Numeri reali. Estremo superiore e assioma di continuità 20
4. J l nadcguatezza dell'insieme dei r azionali per misurare le lunghezze 20
'1.2 8stremo superiore e assioma di cont inuità 2J
4.3 Valore assolut o. Disuguaglianza triangolare 23
4.4 Intervalli 24
5 Radicali, potenze logaritmi 25
5.1 Radici n-esime aritmetiche 25
5.2 Potenze a esponente reale 26
5.3 Logaritmi 27
5.4 Approssimazioni 2
G Insiemi infiniti 2
7 Il principio di induzione 32
umori complessi 35
.1 Definizione di C e struttura di campo 35
.2 Coniugato e modulo 37
.3 Forma trigonometrica 40
8.4 R adici n-esime 43
2 Funzioni di una variabile 49
1 Il concetto di funzion e 49
2 Funzioni reali di variabile reale 52
2.1 Generalità 52
2.2 F\mzioni limitate 53
2.3 Funzioni simmetriche 54
2.4 Funzioni monotone 55
iv Indice © 978-88-08-06485-1

2.5 Funzioni p eriodiche 55


3 Funzioni elementari 56
3.1 Funzioni potenza 56
3.2 Funzioni esponenziali e logaritmiche 61
3.3 Funzioni trigonometriche 63
3.4 Fenomeni vibratori 64
3.5 Funzioni parte intera e mantissa 68
3.6 Funzioni iperboliche 69
3. 7 Operazioni sui grafici 70
3.8 Funzioni definite a tratti 74
4 Funzioni composte e inverse 75
4.1 Fìmzioni composte 75
4.2 Funzioni invertibili; funzion i inverse 77
4.3 Le funzioni trigonometriche inverse 80
4.4 Le funzioni iperboliche inverse 82

3 Limiti e continuità 87
1 Successioni 87
1.1 Definizione di successione. Definizione di limite 87
1.2 Successioni monotone 93
1.3 Il calcolo dei limiti 96
1.4 Il numero e 101
1.5 Confronti e stime asintotiche 103
2 Limiti di funzioni, continuità, asintoti 110
3 Il calcolo dei limiti 121
3.1 Proprietà fondamenta.li di limiti e continuità 121
3.2 Limiti notevoli 128
3.3 Confronti e stime asintotiche 130
3.4 Stime asintotiche e grafici 132
4 Proprietà globali delle funzioni continue o monotone su un intervallo 136
4.1 Funzioni continue su un intervallo 136
4.2 Funzioni monotone su un intervallo 141
4.3 Continuità e invertibilità 143

4 Calcolo differenziale per funzioni di una variabile 147


1 Introduzione al calcolo differenziale 147
2 Derivata di una funzione 150
2.1 Derivata e retta tangente 150
2.2 Altre interpretazioni della. derivata 153
2.3 Derivate di funzioni elementari 154
2.4 PunLi angolosi, cuspidi, flessi a tangente verticale 157
3 R egole di calcolo delle derivate 160
3.1 Algebra delle derivate 161
3.2 D erivata di una funzione composta 162
3.3 Derivata di funzione inversa 167
4 Il teorema del valor medio e le sue conseguenze 171
4.1 Punti stazionari. Massimi e minimi locali 171
© 978-88-08-06485-1 Indice v

4.2 Teorema del valor medio. Test di monotonia 174


4.3 Soluzione di alcuni problemi di massimo e minimo 181
4.4 Il teorema di de l'Hospital 187
4.5 Limite della derivata e derivabilità 190
5 Derivata seconda 195
5.1 Significato geometrico della derivata seconda 195
5.2 Derivata seconda, concavità e convessità 196
6 Studio del gTafico di una funzione 202
7 Calcolo differenziale e approssimazioni 208
7.1 Differenziale e approssimazione lineare. Il simbolo di "o piccolo" 208
7.2 Limiti notevoli e sviluppi 212
7.3 Formula di Taylor-MacLaurin con resto secondo Peana 213
7.4 Formula di Taylor-MacLaurin con resto secondo Lagrange 218
7.5 Risoluzione approssimata di equazioni: il metodo di Newton 221

5 Serie 229
1 Serie numeriche 229
1.1 Definizione e primi esempi 229
1.2 Serie a termini non negativi 233
1.3 Serie a termini di segno variabile 239
2 Serie di Taylor. Esponenziale complesso 245
2.1 Serie di Taylor delle trascendenti elementari 245
2.2 Serie nel campo complesso. Esponenziale complesso 249

6 Calcolo integrale per funzioni di una variabile 257


1 Introduzione al calcolo integrale 257
2 L'integrale come limite di somme 258
2.1 La definizione di integrale 258
2.2 Classi di funzioni integrabili 262
3 Proprietà dell'integrale 263
4 Il teorema fondamentale del calcolo integrale 266
5 Calcolo di integrali indefiniti e definiti 268
5.1 Integrali immediati, per scomposizione, per sostituzione 268
5.2 Integrazione delle funzioni razionali 273
5.3 Integrazione per parti 277
5.4 Integrazione delle funzioni trigonometriche 281
5.5 Integrazione delle funzioni irrazionali 285
5.6 Integrazione di funzioni discontinue 287
6 Alcune applicazioni fisiche e geometriche 289
7 Calcolo numerico approssimato di un integrale 294
8 Integrali generalizzati 296
8.1 Integrazione di funzioni non limitate 296
8. 2 Criteri di integrabilità al finito 297
8.3 Integrazione su intervalli illimitati 300
8.4 Criteri di integrabilità all'infinito 303
9 Funzioni integrali 305
10 Convoluzione e sistemi fisici lineari 310
v1 Indice © 978-88-08-06485-1

11 Teorema di Bolzano-Weierstrass, continuità uniforme


e integrabilità delle funzioni continue 314
11.1 Alcuni risultati fondamentali per le successioni di numeri reali 314
11.2 Continuità uniforme 316
11.3 Integrabilità delle funzioni continue 318

7 Modelli dinamici discreti 323


1 Introduzione alla modellistica 323
1.1 Modello di Malthus 324
1. 2 Modello logistico 326
1.3 Modello dell'acceleratore 327
2 Generalità sulle equazioni alle differenze 328
3 Equazioni lineari del prim'ordine a coefficienti costanti 329
4 Equazioni autonome non lineari 333
4.1 Orbite, diagrammi a gradino e punti fissi o d'equilibrio 333
4. 2 Punti fissi e stabilità 335
4.3 Stabilità per linearizzazione 337
4.4 Orbite periodiche e stabilità 340
4.5 Esistenza di orbite periodiche 342
4.6 Comportamento caotico 343
4.7 Equazione logistica discreta 344
5 Equazioni linear i a coefficienti costanti del second'ordine 351
5.1 Equazioni omogenee 351
5.2 I numeri di Fibonacci 354
5.3 Equazioni non omogenee 356
5.4 Stabilità 358

A Formule utili 361


1 Costanti matematiche 361
2 Funzioni trigonometriche 361
3 Funzioni iperboliche 364
4 Derivate elementari 365
5 Regole di derivazione 365
6 Sviluppi di Mac Laurin delle principali funzioni 366
7 Tabella di primitive 367

B Grafici 369

Indice analitico 377


Prefazione

Negli ult imi otto anni i corsi universitari di matematica hanno subìto notevoli cam-
biamenti: il "nuovo ordinamento" degli studi universitari, basato sul modello di una
laurea triennale seguita da un biennio specialistico, ha profondamente mutato le esi-
genze e le caratteristiche dell'insegnament o della matemat ica "di base,,. Ad una prima
fase caratterizzata da una drastica riduzione nei contenuti, e contemporaneo muta-
mento nel taglio di questi insegnamenti, improntati ad uno stile più pragmatico e
meno astratto, si sono succeduti via via vari aggiustamenti, che hanno cercato di te-
ner conto sia dell'esperienza didattica che delle esigenze proprie dell'insegnamento di
una disciplina con caratteristiche sue proprie, com'è la matematica. Ora siamo ad un
nuovo punto di mutamento: l'università torna a sottolineare maggiormente la forma-
zione di base, che era stata in parte sacrificata nella frammentazione di mille corsi
brevi o compositi. L'esp erienza del nostro testo "Matematica", scritto otto anni fa
per venire incontro alle mutate esigenze didattiche, e rivisto dopo quattro anni, ci
spinge quindi oggi ad un nuovo impegno, nella speranza di offrire dci testi universitari
di matematica che possano essere piena.mente utili a studenti e docenti.
La prima scelta, naturale p er quanto detto sopra, è stata: a ciascun corso il suo
libro di testo. Ecco quindi questa "Analisi l", che sarà seguita a breve da una "Analisi
2", e affiancata da una "Geometria e Algebra", che sarà scri tta da altri ma coordinata
con questi nostri testi: questo allo scopo di poter dare ad ogni corso il giusto spazio di
approfondimento, senza cadere uelle eccessive sintesi, ma nemmeno nella tentazione
del "trattato" che rimane poi chiuso su uno scaffale. Il nostro volume unico "Ma-
tematica" continuerà ad esistere, almeno per il momento, e potrà essere utile nelle
situazioni in cui rimangano corsi piuttosto compressi.
I contenuti di questo testo di Analisi l sono quelli fondamenta.li di un corso di Ana-
lisi Matematica per funzioni di una variabile, ed un'occhiata all'indice sarà sufficiente
ad illustrarli. Merita un discorso a parte solo l'ultimo capitolo, "Modelli dinamici di-
screti" , che presenta un argomento meno tradizionale con il quale si intende aprire
per lo studente una finestra verso la modellistica, con la speranza di stimolarne la
curiosità verso gli sviluppi successivi dell'Analisi e delle sue applicazioni. La contro-
parte continua dei modelli dinamici, ossia le equazioni differenziali, sono state invece
collocate nel secondo volume.
Pur nel maggiore approfondimento, i criteri didattici generali che ci ispirano in
questo testo sono gli stessi che ci hanno guidato fin qui:
1. Anzitutto, introdurre il minimo di astrazione necessaria per raggiungere l'o-
biettivo di conoscere, comprendere e saper utilizzare i contenuti di base dell'Analisi
Matematica, con particolare riguardo agli aspetti effettivamente utilizzati negli altri
corsi della laurea triennale.
viii Prefazione © 978-88-08-06485-1

2. Mantenere un equilibrio tra sinteticità e chiarezza: "Things should be made as


i:;imple as possible, but not any simpler" 1 (Einstein). L'eccessiva brevità oscura le idee.
La giustificazione del risultato, la dimostrazione, quando non richieda un apparato
formale troppo pesante, e quindi non sia incompatibile con la sinteticità, rende più
consapevoli dei nessi e perciò aiuta a comprendere.
3. Motivazione. In uno studio impegnativo come quello della matematica, la moti-
vazione gioca un ruolo fondamentale. D 'altro canto, lo studente che affronta un corso
di matematica di base, cli solito sta iniziando lo studio di una disciplina tecnico-
scientifica, che costituisce il suo interesse principale. Perciò si è cercato di presentare
ogni nuovo concetto attraverso esempi tratti dalle applicazioni più comuni e di svilup-
pare la teoria accompagnandola costantemente con riferimenti a problemi tratti dalle
varie scienze, evidenziando ove possibile il ruolo dello strumento matematico nella
modellizzazione scientifica.
4. Nessuna separazione tra ((teoria'' e "pratica". Non esiste sapere senza saper
fare, e viceversa. Esempi, esercizi e applicazioni sono costantemente alternati alla
presentazione teorica.
5. Modularità. I corsi di matematica di base sono variamente organizzati nei vari
corsi di studio e nelle varie sedi. Inevitabilmente ogni docente dovrà scegliere quali
parti del testo svolgere e quali no, nei propri corsi. Si è cercato di mantenere la
massima modularità e indipendenza possibile, compatibilmente con la struttura logica
del discorso matematico. In ogni capitolo la materia è stata organizzata raggntppando
i concetti irrinunciabili in alcuni paragrafi. Tutto questo dovrebbe rendere agevole per
il docente, e quindi per lo studente, un utilizzo parziale del libro.
In particolare, di quasi tutti i teoremi del calcolo differenziale e integrale in una
variabile qui presentati è stata fornita una dimostrazione, ottenuta con un percorso
logico che renda il più contenuto possibile l'investimento iniziale di tipo fondazio-
nale, ridotto sostanzialmente al solo teorema di esistenza dcl limite per successioni
monotone. Alla fine del capitolo sul calcolo integrale è stata inserita una sezione che,
avendo come punto d 'arrivo la dimostrazione dell'integTabilità delle funzioni continue,
presenta sinteticamente i principali terni e risultati fondazionali tradizionali: teorema
di Bolzano-Weierstrass, completezza di JR, teorema di Heine-Cantor. Svolgendo anche
questa sezione si ha un quadro ragionevolmente completo dei fondamenti dell'Ana-
lisi Matematica di base, mentre omettendolo non è compromessa in alcun modo la
comprensione delle restanti parti del testo.
Desideriamo anche in questa occasione ringraziare t utti i nostri colleghi e studenti
che nell'arco di questi anni, con i loro suggerimenti, osservazioni e critiche, ci hanno
stimolato a cercare di migliorare continuamente i nostri testi.

Giugno 2008 Gli Autori

1
Le cose andrebbero rese iJ più semplice possibile, ma non troppo scrnplici.

l
1 Numeri

L'obietbvo principale di questo capitolo è introdurre gli oggetti più elementari del
discorso matematico: i numeri. Sul concetto di numero, come vedremo, si basa quello,
centrale in tutto questo corso, di funzione, che sarà introdotto nel prossimo capitolo
e ampiamente ripreso in tutto il seguito.
Tuttavia, è necessario prima introdurre o puntualizzare alcuni concetti che hanno
a che fare col linguaggio matematico. Come vedremo, non si tratta solo di questioni
terminologiche, ma piuttosto di questioni logiche e di metodo: il linguaggio matema-
tico infatti è strettamente legato alla logica. A sua volta, da più dj cent'anni la logica
matematica utilizza anche il linguaggio specifico degli insiemi.
Gli insiemi quindi si possono vedere per un verso come altri oggetti elementari del
discorso matematico (come lo sono i numeri), per un altro verso come parte integrante
del linguaggio logico con cui parliamo di matematica. Al linguaggio logico-insiemistico
dedicheremo perciò il primo paragrafo.

1 INSIEMI E LOGICA
1.1 Concetti di base sugli insiemi
La teoria degli insiemi può essere presentata e studiata come teoria assiomatica. Stori-
camente questo è stato fatto a partire dal 1908, con Zerrnelo1 . In modo più informale,
la teoria veniva utilizzata già dagli anni 18802 ; noi la ut ilizzeremo in questo modo
informale, o, come si usa dire, "ingenuo".

Le parole chiave
Il linguaggio degli insiemi si basa su tre parole chiave:
l. Insieme
2. Elemento
3. Appartenenza

1
Ernst Zerrnclo, 1871-1953, matematico tedesco.
2 Ad esempio da Georg Cantor (1845-1918), normalmente considerato il padre del concetto di
insieme.
2 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Significato dei termini


Non definiamo queste tre parole, ma possiamo spiegarle in modo informale ed implici-
to. Quando si dice: l'insieme dei punti di un piano, l'insieme degli iscritti a un'univer-
sità, l'insieme delle stelle di una galassia ... t utti comprendono il significato di queste
frasi; la nozione di insieme è generalmente assunta come primitiva (cioè non riducibile
a concetti più elementad) . Useremo come sinonimi le espressioni: collezione, classe,
aggregato, famiglia ... Un insieme è determinato dai suoi elementi, nel senso che un
jnsieme è definito quando abbiamo un criterio con cui stabilire se un dato oggetto è
o non è elemento di questo insieme. Invece di dire "il tale oggetto è un elemento del
tale insieme" si dice anche che quell'elemento appartiene all'insieme.

Simboli
Per indicare gli insiemi si usano solitamente lettere maiuscole, come

A,B, X,Y .. .

Per indicare gli elementi di un insieme si usano solitamente lettere minuscole a , b, . . .


. . . , x, y ... , e per indicare che un elemento x appartiene all'insieme A scriviamo

xEA

o anche A 3 x ("Ad A appartiene x'') .

Come si specifica un insieme


La scrittura
A = {l,2,5}
significa che l'insieme A ha come elementi i numeri 1, 2, 5 (e nient'altro) : l'insieme
è quindi ben definito. In questo caso si dice che l'abbiamo definito per tabulazione,
ossia. elencando gli element i che vi apparetengono. Per questo scopo si usa sempre la
scrittura A = { ... } (cioè con le parentesi graffe che contengono l'elenco degli elemen-
ti, separati da virgole). Definire un insieme per t abulazione presuppone che l'insieme
abbia un numero finito di elementi. Come vedremo, molto spesso in matematica ab-
biamo a che fare con insiemi infiniti; per definire questi insiemi ci vonà quindi un
altro metodo: vedremo in seguito quale.

Osservazioni sul concetto di insieme


Notiamo che
{1, 2, 5} = {1,5, 2}
ossia: l'ordine in cui elenchiamo gli elementi è irrilevante, perché, come detto sopra,
ciò che determina un insieme è sapere quali elementi appartengono o meno ad esso, e
nient'altro. Il concetto dì un ordine tra gli elementi è estraneo al concetto di insieme.
Così pure gli è estraneo il concetto di molteplicità degli elementi: in altre parole, non
ha senso dire che un certo elemento di un insieme è "contato due volte". Ad esempio,
l'insieme delle soluzioni dell'equazione

(x - 1)= 0
© 978-88-08-06485- 1 1 Insiemi e logica 3

(che ha come unico elemento il numero 1) è uguale all'insieme delle soluzioni dell'e-
quazione
2
(x - 1) =O.
Il fatto che la seconda equazione abbia la soluzione x = 1 che ha molteplicità algebrica
2, non cambia l'insieme delle sue soluzioni.

Relazioni tra insiemi: uguaglianza


Abbiamo già detto che due insiemi sono uguali quando possiedono gli stessi elementi.
Detto più esplicitamente:
A = B significa:
"Ogni elemento che appartiene ad A appartiene anche a B e ogni elemento che ap-
partiene a B appart iene anche ad A" . Si noti che dimostrare l'uguaglianza tra due
insiemi comporta quindi dimostrare d'ue proposizioni distinte. Formalmente:

(1.1) '\lx (x E A===? x E B) e '\lx (x E B ===? x E A).

Abbiamo introdotto due simboli logici:


il simbo1o V si chiama quantificatore!universale e si legge "per ogru", "per tu tti'' ,
"per ciascuno" ;
il simbolo ~ si chiama implicazione logica e si legge "implica" o "se... allora"
(ad esempio: "se x E A allora x E B ") .
Riprenderemo entrambi più avanti.

Relazioni tra insiemi: inclusione


Può accadere che valga solo una delle due richieste espresse dalla definizione di ugua-
glianza (1.1). Ad esempio, se sappiamo solo che ogni elemento di A è anche elemento
di B , potremo dire che A è contenuto in B. Si scrive:

(e si legge "A è contenuto in B ") per indicare che

'\lx (x E A ===? x E B) .

Per quanto detto, quindi, dire che A = B equivale a dire che "A ç B e B ç A".
Quando A ç B , diciamo anche che A è un sottoinsieme di B.
Se si afferma che A ç B , non si esclude che sia A = B. Se invece vogliamo proprio
affermare che A è contenuto in B ma non coincide con B, diremo che A è strettamente
contermto in B , e scriveremo
A~B.
Si parla in tal caso di inclusione stretta. E splicitamente, affermare che A ~ B significa
affermare che
"Ogni elemento che appartiene ad A appartiene anche a B ed esiste un elemento
di B che non appartiene ad A".
Formalmente:
Vx (x E A ===? x E B) e ::lx E B : x tj:_ A.
4 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Così facendo abbiamo usato altri tre simboli logici:

• il simbolo :3 si chiama quantificatore esistenziale e si legge "esiste", "esistono" ;

• il simbolo : si legge "tale che" (e tipicamente accompagna il simbolo "esiste" nella


costruzione "esiste x appartenente ad A tale che x ha una certa proprietà");

• il simbolo tJ_ si legge "non appartiene" .

Si faccia attenzione a non confondere tra loro le relazioni "appartiene a" e "è contenuto
in" (in simboli, E e ç) . In un certo senso, sono due modi per indicare che "qualcosa
sta dentro qualcos'altro" , ma hanno una differenza logica fondamentale: un insieme. è
contenuto in tm altro insieme; un elemento appartiene a un insieme. L'appartenenza
è una relazione tra due oggetti matematici che stanno su due piani gerarchici diversi,
mentre l'inclusione è una relazione tra due oggetti logici che stanno sullo stesso livello
gerarchico. Ad esempio:

3E{l ,3,4};
{3} ç {1, 3, 4};
{1,4} ç {1,3,4}.

In particolare, non si confonda 3 (che è un numero) con {3} , che è l'insieme che
contiene come unico elemento il numero 3.
Talvolta si considerano insiemi che hanno per elementi altri insiemi; questo non
contraddice l'osservazione appena fatta: in ogni caso, i simboli E e ç non sono in-
tercambiabili, ma devono rispettare la distinzione dei livelli gerarchici che abbiamo
spiegato. Ad esempio, se definiamo l'insieme

A = { {1}, {2}, {1, 2}},

allora è corretto affermare che {2} E A, perché {2} è un insieme che svolge il ruo-
lo di elemento di A , mentre sarebbe scorretto dire che {2} ç A, perché questo
significherebbe che 2 E A , mentre A ha come elemento {2} i ma non 2.

Insieme vuoto
Si definisce insieme vuoto l'insieme che non contiene alcun elemento, e si indica tale
insieme con il simbolo
f/J.
L'insieme vuoto "ha zero elementi", ma non è il numero zero! Non è neanche l'insieme
{O} (cioè l'insieme che ha zero come unico elemento); difatti, {O} ha un elemento,
mentre 0 non ne ha nessuno. (Il lettore quindi, d 'ora. in poi non usi il simbolo f/J per
indicare il numero zero).
Per qualsiasi insieme A , possiamo affermare che

0 ·~A.
Per dimostrarlo, dovremmo provare che ogni elemento che appartiene a 0, appartiene
anche ad A; ma nessun elemento appartiene a 0, per cui la dimostrazione è terminata.
© 978-88-08-06485-1 1 Insiemi e logica 5

Insieme delle parti


L'rn;empio più naturale di insieme che ha come elementi altri insiemi è il seguente.
Fi::isiamo un insieme X; consideriamo ora l'insieme che ha per clementi tutti i sot-
toinsiemi di X. Questo insieme si chiama insieme delle parti di X , e si indica col
simbolo
P(X).
Ogni insieme X ha due sottoinsiemi banali, che sono X stesso e I 'insieme vuoto 0
(potrebbero coincidere, se X è vuoto): non bisogna dimenticarseli, quando si elencano
tutti i sottoinsiemi di X. Ad esempio, se

X= {l, 2, 3} ,
allora
P (X) = {0, {1} , {2}, {3} , {l, 2} , {2, 3}, {1 , 3} , X}.
Per esercizio, il let tore provi a dimostrare che se X ha n elementi, allora P (X) ha
2n elementi. Se X è infinito, anche P (X) è infinito, naturalmente. Si può dimostrare
che, in un certo senso, anche in questo caso è vero che P (X) è "più nlLlmeroso" di X.
Approfondiremo que::;t'ultima osservazione nel par. 6 sugli insiemi infinit i.

Insiemi numerici
Prima di continuare il discorso, è bene introdurre i principali insiemi numerici che
incontreremo nel resto del corso. P er il momento non diremo niente sulle proprietà di
questi insiemi: ci basta introdurre il nome e il simbolo con cui si denotano e richiamare
allo studente chi sono queste sue vecchie conoscenze.
N è l'insieme dci rmrneri naturali, ossia i numeri con cui si conta: O, 1, 2, 3, . ..
Z è l'insieme dei numeri interi (detti anche numeri relativi), ossia: O, 11 - 1, 2, -2, .. . ;
Q è l'insieme dei numeri razionali,numeri!razionali ossia delle frazioni
n
- , dove n , m E Z , e m
m
f O.

T numeri razionali possono essere scritti anche in forma decimale. Ad esempio:

43 = O,75, mentre '13 = 0,33333 · · · = 0,3.


-

Gli esempi vogliono ricordare il seguente fatto: un numero razionale, scritto in forma
decimale, dopo la virgola può presentare un numero finito di cifre (diverse da zero) ,
oppure un numero infinito di cifre diverse da zero, che però si ripetono periodicamente.
Si ricordi che O, 9 = l. (P er convincersene, il lettore si chieda quanto vale 1 - O, 9, e
provi a rispondere ragionando) .
Il~ è l'insieme dei numeri reali, ossia quelli che, scritti in forma decimale, presentano
dopo la virgola una successione qualsiasi di cifre diverse da zero, eventualmente anche
infinita e non p er iodica. Che esistano numeri di quest'ultimo tipo (ossia reali ma non
razionali) , si capisce riflettendo su esempi come:

0,10110111011110 ...

11 numero precedente dopo la virgola ha: una cifra uguale a 1, poi O, poi due cifre
uguali a 11 poi O, poi tre cifre uguali a 1. .. e così via. È chiaro che questo criterio
6 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485- 1

definisce con prec1s1one un numero decimale. D'altro canto, l'allineamento di cifre


diverse da zero dopo la virgola non è né finito né periodico: questo numero perciò è
irrazionale.
Nel corso incontreremo anche: <C, l'insieme dei numeri complessi, ossia del t ipo
a + ib, dove a, b sono numeri reali, e i è l'unità immaginaria, ossia un numero il cui
quadrato è - 1. Tra gli insiemi numerici ora ricordati, questo è l'unico che probabil-
mente non è una vecchia conoscenza per lo studente: dedicheremo a questo insieme
il par. 8, definendolo rigorosamente. Per ora ci accontentiamo di averne introdotto il
nome e il simbolo.
Tra gli insiemi numerici introdotti, valgono le inclusioni:

Come indicato dai simboli, tutte le inclusioni sono strette: esistono numeri interi non
naturali (i numeri negativi) , esistono numeri razionali non interi (le frazioni proprie) ,
esistono numeri reali non razionali (i numeri irrazionali), esistono numeri complessi
non reali (i numeri immaginari).

Operazioni su insiemi
Molto spesso, nel contesto di un certo discorso matematico, esiste un insieme X che
svolge il ruolo di v,niverso, nel senso che tutti gli insiemi di cui si parla in quel contesto
sono sottoinsiemi di X . Ad esempio, in questioni di aritmetica potrebbe essere X= N,
mentre in questioni di analisi potrebbe essere X =JR. Perciò succede spesso di trovarsi
a operare con insiemi che sono tutti sottoinsiemi di un certo w1iverso comune, X. In
queste condizioni, si possono definire certe operaz'ioni sugli insiemi.

• Intersezione. L 'intersezione di due insiemi A, B è definita da:

AnB = {~1; :x E Aex E B} .

In altre parole, è l'insieme degli elementi che appartengono sia al primo sia al
secondo insieme.

• Unione. L'unione di due insiemi A , B è definita da:

A U B = {x: x E A o x E B}.

In altre parole, è l'insieme degli elementi che appartengono al primo o al secondo


insieme, intendendo la "on in modo non esclusivo (esplicitamente: AUB è l'insieme
degli elementi che appartengono ad A o a B o a entrambi) .

• Differenza. La differenza tra due insiemi A, B è definita da:

A\ B = {x : x E A ex rf:_ B}.

In altre parole, è l'insieme degli elementi che appartengono al primo ma non al


secondo insieme.
© 978-88-08-06485-1 1 Insiemi e logica 7

• Complementare. È un tipo particolare di differenza. Se A ~ X, il complementare


di A rispetto a X è per defini:tione:

Cx A=X\A.
Spesso X è sottointcso: si usa allora il simbolo A c.

Le definizioni appena date delle operazioni tra insiemi sono visualizzate nei diagram mi
in figunt 1.1.

GJ
indnsione: B ~ A uni one: A U B intersezione: A n

differenza: A \ B complementazione: CuA

Figura 1.1. Diagrammi di Venn .

C'è poi un'altra operazione sugli insiemi, che può essere eseguita su due insiC'rni
qualsiasi (cioè due insiemi non necessariamente contenuti nel medesimo universo) :

• Prodotto cartesiano. Dati due insiemi non necessariamente distinLi A e B , possiamo


considerare un nuovo insieme costituito da tutte le coppie ordinale (a, b) con a E A
e b E B. Esso prende il nome di prodotto cartesiano di A per B e si indica col
simbolo A x B.

Una illustrazione è data nella figura J .2, dove si può osservare anche che A x B in
generale è diverso da B x A.
Un tipico uso di prodotto cartesiano si ha con JR x JR, che si abbrevia col simbolo
l~.2, e deno(,a l'insieme delle coppie ordinate di numeri reali. Analogamente, JRn (ab-
1>re~'.ìai1'6'll'erié'è115fBéi'6tt'o"efilee~'ìà:fi\.(1ti1"1/ é 'ìi'ìb'ìé'i'i~111t'l~\1.!i~1a &iTl.l~ /"·} 'iirB.!fi8'11c/"WDB ,,,, 'L•JJ}/èv
T,

ordinate di numeri reali :


8 Capitolo 1. N umeri © 978-88-08-06485-1

, ,
2 2 2

AxB
BxA A2
1 l ] .

1 2 1 2 1 2

Figura 1.2.

Operazioni tra insiemi e operazioni logiche


Nelle definizioni appena date, non sarà sfuggita al lettore la relazione tra operazioni
sugli insiemi e operazioni logiche. Precisamente:
• L ,intersezione insiemistica è definita mediante la "e" (congiunzione logica).
• L'unione insiemistica è definita mediante la "o" (disgiunzione logica).
• La differenza insiemistica e l'operazione di complementazione sono definite me-
diante il "non" (negazione logica).
Come si vede, linguaggio logico e linguaggio insiemistico sono due facce della stessa
medaglia. Vedremo in seguito altre corrispondenze di questo tipo.

Proprietà delle operazioni su insiemi


Le operaziorù sugli insiemi godono di una serie di proprietà, che discendono in so-
stanza da proprietà analoghe delle operazioni logiche (congiunzione, disgiunzione,
negazione) 3 . Queste proprietà sono utili quando si vuole trasformare un'espressione
astratta che coinvolge operazioni su insiep:ii in un'altra equivalente, analogamente a
quanto facciamo comunemente nel calcolo letterale, quando trasformiamo un'espres-
sione in un'altra. Si osservi che alcune proprietà delle operazioni insiemistiche non
assomigliano a quelle delle operazioni sui numeri:
• Proprietà dell 'intersezione:
commutativa: A n B = B n A;
associativa: A n (B n C) =( A n B) nC
idempotenza: A n A = A
• Proprietà dell'unione:
commutativa: A U B = B U A;
associativa: A U (B u C) =(A U B) U C
idempotenza: A n A = A
• Proprietà distributive (legano unione e intersezione):
A n (B u C) = (A n B) u (A n C)
A u (B n C) = (A u B ) n (A u C)

3 Si
tratta delle regole logiche con cui utilizziamo "e", "o", "non" in qualsiasi ragionamento
deduttivo. A questo livello informale del discorso non è il caso nemmeno di esplicitarle.
© 978-88-08-06485-1 1 I nsiemi e logica 9

• Leggi di De Morgan (legano il complementare con le altre operazioni) :


(A U B)c = Ac n Be
(A n E t= Ae U Be
(Ae)C =A
Si noti come l'operazione di complementare scambi tra loro unione e intersezione.
• Operazioni con l'insieme vuoto e con l'insieme universo X:
An0=0
AnX=A
AU0=A
AUX=X
xc= 0
0c=X
• Relazioni tra l'inclusione e le operazioni di unione e intersezione:
A ç B se e solo se A n B = A se e solo se A U B = B.

1.2 Un po' di logica elementare

Predicati (o proprietà) e proposizioni (o enunciati)


Consideriamo la seguente affermazione:
(1.2) "il numero naturale n è dispari"
e chiediamoci se è vera. Ovviamente l'unica risposta sensata è: "dipende da n". Infatti
nella (1.2) il simbolo n rappresenta una variabile che può assumere valori diversi e
che possono rendere 1' affermazione vera o falsa.
Una frase di questo tipo si chiama predicato o proprietà: la sua verità o falsità
dipende dai valori della o delle variabili che in essa compaiono.
Esaminiamo ora l'affermazione
"Per ogni numero naturale n, se n è dispari allora n 2 è dispari"
che possiamo scrivere più formalmente nel modo seguente:
(1.3) "Vn E N ( n dispari ===> n 2 dispari) "
In questo caso non ha senso assegnare liberamente valori particolari ad n. Per esempio,
per n = 3 si otterrebbe "Per ogni numero naturale 3, ... " che è priva di significato. Si
dice che la variabile n non è libera, ma vincolata dal quantificatore V .
Come conseguenza si ha che la (1.3) è vera o falsa " una volta per tutte" e prende
il nome di enunciato o proposizione. l n particolare, i componenti della (1.3) sono
l'insieme N, due predicati definiti su N dati da
p (n) : "n dispari" e q (n) : "n 2 dispari"
e 1'implicazione p ( n) ===> q (n). In generale un enunciato che presenti un insieme A,
due predicati p (x) e q (x) il cui argomento x varia in A e la struttura logica
(1.4) "\lx E A (p (x) ===> q (x))"
prende il nome di implicazione universale.
10 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485- 1

Dimostrazioni e controesempi
La maggior parte dei teoremi è costituita da implicazioni universali, nelle quali il
predicato p fa la parte dell'ipotesi e q quella della tesi. In particolare la (1.3) è un
teorema. In questo ca.so ci si convince facilmente che l'asserto è vero, ma come si fa a
dimostrarlo rigorosamente? Per esempio, è sufficiente osservare che
3 è dispari e 32 è dispari
per affermare che il teorema è vero?
Certamente no, poiché il teorema pretende che l'implicazione valga per ogni nume-
ro naturale. Tuttavia, i numeri dispari sono infiniti: come facciamo a provare un'impli-
cazione per infiniti numeri? Il procedimento chiave è questo: si considera il generico
n che soddisfa l'ipotesi (essere dispari) e si dimostra che n soddisfa la tes'i (il suo
quadrato è dispari) . Vediamo come si opera.
DIMOSTRAZIONE. Sian dispari. Osserviamo che qualunque numero dispari si può scrivere
nella forma 2k + 1, con k opportuno. Sia dunque n = 2k + 1 il generico numer o dispari. Per
dimostrare il teorema occorre poter scrivere n 2 come (intero pari + l). Si ha:
n
2
= (2k + 1) 2 = 4k2 + 4k + 1 = 2(2k2 +2k) + 1.
Poiché 2 (2k 2 + 2k) è un intero pari n 2 risulta dispari.

Evidenziamo il procedimento logico usato nella dimostrazione: per dimostrare un'im-


plicazione universale come (1.4) , si considera il generico x che soddisfa l'ipotesi p (x)
e si cerca di mostrare che q ( x) è vera.
Veniamo ora ai controesemp'i, che costituiscono un'importante risorsa per di-
mostrare la. . . falsità di un'implicazione universale. Chiediamoci, p er esempio, se il
seguente teorema è vero o falso:
_TEOREMA 1.1 Per ogni numero naturale n, se n è primo allora n è dispari.
Un attimo di riflessione mostra che questo teorema è falso. Infatti, il numero 2 è primo
ma è pari.
Si osservi che anche questo teorema esprime un'implicazione universale, ossia ha
la stessa struttura logica di quello dell'esempio precedente. Riflettiamo: come mai per
poter affermare che un'implicazione universale è vera è necessaria una dimostrazio-
ne (mentre un esempio non è sufficiente), mentre per mostrare che un'implicazione
universale è falsa basta un esempio contrario?
Il punto è che l'implicazione universale pretende proprio che ogni x che soddisfa
l'ipotesi soddisfi anche la tesi: perciò, se troviamo anche un solo esempio di x che
soddisfa l'ipotesi ma non la tesi, questo significa che l'implicazione universale è falsa.
Si badi: non "falsa in un caso", ma semplicemente afalsa" , perché, come abbiamo già
osservato, l'implicazione universale è vera o falsa una volta per tutte.
In generale, un esempio di oggetto x che soddisfa l'ipotesi ma non la tesi di una
implicazione universale, e quindi ne mostra la falsità, si chiama controesempio. Il
numero n = 2 è un controesempio al fatto che "per ogni nattll'ale n, se n è primo
allora n è dispari" . Detto in un altro modo: la negazione della proposizione
"Per ogni x E A, se vale p (x) allora vale q (:I;)" è
"Esiste un x E A per cui vale p (x) ma non vale q (x)". (Questo x particolare
costituisce un controesempio) .
© 978-88-08-06485-1 1 Insiemi e logica 11

Implicazione logica e inclusione insiemistica. Insiemi definit i da proprietà


Abbiamo visto in precedenza che esiste un parallelismo tra le operazioni di intersezio-
ne, unione, complementare e le operazioni logiche di congiunzione ("e''), disgiunzione
("o"), e nega;-;ione ("non"). Possiamo ora completare questo quadro osservando il pa-
rallelismo che esiste tra la relazione di inclusione insiemistica e l'implicazione logica.
Per spiegarlo, consideriamo l'implicazione universale:
"P er ogni numero naturale n, se n è divisibile per 4 allora n è divisibile per 2" .
Se indichiamo con
D4 = {n E N: n è divisibile per 4} e D2 = {n E N: n è divisibile per 2}
possiamo osservare che l'implicazione universale scritta sopra è equivalente all'af-
fermazione:

Infatti, questa inclusione significa che ogni elemento appartenente a D 4 appartiene


anche a D2, cioè che ogni numero naturale divisibile per 4 è anche divisibile per 2.
Astraendo dall'esempio, possiamo affermare che Fimplicazione universale:
"Per ogni x E A , se vale p (x) allora vale q (x)" è equivalente all'inclusione insie-
mistica
{ x E A : p (x) è ver a} ç {x E A : q (x) è vera} .
Questo ci porta anche a osservare esplicitamente il ruolo importante giocato dagli
insiemi definiti da proprietà. Introducendo il concetto di insieme, abbiamo spiegato
cosa significa definire un insieme per tabulazione dei suoi elementi, come quando
scnv1amo
A = {l,2, 5}.
Abbiamo anche osservato che questo metodo ha senso solo quando l'insieme che si
vuole definire possiede un numero finito di elementi (altrimenti, non possiamo elencarli
tutti!). Ora possiamo esplicitare qual è l'altro modo di definire un insieme, modo che
abbiamo già usato in vari esempi e che è tipico di quando si vuole definire un insieme
infinito: definire un insieme mediante una proprietà caratteristica, come nell'esempio:

D4 = {n E N: n è divisibile per 4}

o, volendo enunciare in astratto questo schema logico:

E = { x E A : p (x) è vera} .

In queste definizioni, l'importante è che la proprietà p (x) che si utilizza abbia senso
per ogni x dell 'insierne A , e quindi risulti vera o falsa (senza ambiguità di significato)
per ogni particolare x E A; l'insieme E consisterà allora di tutti e soli quegli x
appartenenti ad A per cui la proprietà p ( x) è vera. A questo proposit o, è fondamentale
che sia specificato l'insieme universo A in cui si ragiona: ad esempio: "L'insieme dei
numeri naturali divisibili per 4" e non invece "L'insieme dei numeri divisibili per 4",
che avrebbe un significato ambiguo (il numero V2 è divisibile per 4?).

Negazioni e dimostrazioni indirette


Terminiamo questa rapida panoramica sui concetti logici e insiemistici puntualiz-
zando alcuni fatti relativi alla negazione di una proposizione, e il suo utilizzo nelle
dimostrazioni indirette.
12 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Cominciamo ad osservare che l'implicazione universale

(1.5) "VX E A (p (X) :::==} q (X) ) "

è logicamente equivalente a

(1.6) "\lx E A (non q (.x) ===?non p (x))"

La seconda implicazione si dice la contro·inversa della prima. Ad esempio: poiché


sappiamo che vale il teorema

"\In E N (n dispari ===? n 2 dispari) " ,

allora possiamo anche affermare che


2
(1.7) "\In E N ( n pari ===? n pari) " .

Infatti: sia n 2 pari, e proviamo che allora n è pari; se n non è pari, allora è dispari, e
quindi per la prima implicazione anche n 2 è dispari, contro l'ipotesi che n 2 sia pari.
Di conseguenza n è par i e la seconda implicazione è dimostrata.
Un at timo di riflessione mostra che il ragionamento appena fatto ha una validità
generale, e mostra appunto che se è vera la (1.5) allora è vera la (1.6); di più, se è
vera la seconda allora è vera la prima (p erché "non non p" è logicamente equivalente
a p) , per cui le due sono logicamente equivalenti.
L'equivalenza tra (1.5) e (1.6) è detta legge delle controinverse e un tipico metodo
di dimostrazione indiretta consiste appunto nel provare la (1.6) per mostrare che è
vera la (1.5).
L'altra tipica dimostrazione indiretta è la dimostrazione per assurdo, che esempli-
fichiamo col seguente teorema, che ci sarà utile in seguito.

TEOREMA 1.2 Non esiste un numero razionale il cui quadrato è 2.

La seguente dimostrazione si trova negli Element i di Euclide (circa 300 a.C.).


DIMOSTRAZIONE. Supponiamo per assurdo che esista un numero r E Q t ale che r 2 = 2.
Possiamo scrivere r = ~ con n, m E Z, m =I= O. Inoltre, possiamo supporre che la fr:azione n/m
sia già ridotta ai minirni termini, ossia "semplificata" (in altre parole: n, m non contengono
fattori comuni). Abbiamo dunque la catena di implicazioni:

p er cui n 2 è pari; ma allora p er la (1.7) anche n è pari e possiamo scrivere n = 2k p er qualche


k E Z . Allora la r elazione n 2 = 2m2 si riscrive
2
(2k) = 2m2
4k2 = 2m2
m 2 = 2k2
© 978-88-08-06485- 1 2 Sommatorie e coefficienti binomiali 13

per cui m 2 è pari; ma allora per la (1.7) anche m è pari; dunque sia n che m sono
pari, e questo è assurdo, perché avevamo supposto che la frazione n/m fosse già stata
semplificata.

In generale, la dimostrazione per assurdo consiste nel .supporre vera l'ipotesi del teo-
rema e la negazione della tesi, e dedurre da questi fatti una contraddizione di qualsiasi
tipo.
Sia nelle dimostrazioni per assurdo sia nell'usare la legge delle controinverse, occor-
re natw·almente saper costruire la corretta negazione di una proposizione o proprietà
data. Si osservi che questa è un'operazione puramente formale, sintattica, che non ha
a che fare col contenuto della proposizione, né col fatto che essa sia vera o falsa.
Riportiamo schematicamente alcune regole tipiche con cui si costruisce la negazio-
ne di una proposizione o proprietà. Il lettore è invitato a rendersi conto della validità
di queste regole ragionando su esempi concreti.
Se p (x), q (x) sono due proprietà qualsiasi, allora:
• la negazione di "p (x) e q ( 1;)" è "non p (x) o non q (x)" ;
• la negazione di "p ( x) o q ( x)" è "non p (x) e non q ( x)" ;
• la negazione di ''non p (x )" è p (x) ;
• la negazione di "Vx vale p (x)" è "3x : non p (x)"
• la negazione di "3x : vale p (x)" è "Vx non p (x)"
• la negazione di ''Vx (p (x) =::::;:. q (x))" è "3x: (p (x) e non q (x))1'.

2 SOMMATORIE E COEFFICIENT I BINOMIALI


2.1 Il simbolo di sommatoria

DEFINI ZIONE 1.1 Siano a 1 , a2, .. . , an, n numeri reali. La loro somma
a1 + a2 + ... + an
si può indicare in forma compatta col simbolo di sommatoria:
n

che si legge: "sommatoria per i da 1 a n di ai". Il simbolo i si dice indice di somma-


toria.

Il simbolo di sommatoria è dunque una pura e semplice stenografia, che tuttavia risulta
molto utile quando i termini ai sono definiti esplicitamente in funzione dell'indice i,
ad esempio:
10
1 1 1 1
~- =1 + - + - + . .. + -
~ i 2 3 10
i= l

n
2= i2 = 32 + 42 + 52 + ... + n2
i= 3
14 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Per usare agilmente il simbolo di sommatoria occorre capire bene l'utilizzo dell'indice
di sommatoria. Anzitutto, l'indice di sommatoria è un indice muto. Questo vuol dire
che se si sostituisce i con j, k o qualunque altro indice (in tutte le sue occorrenze) il
senso dell'espressione non cambia:
n n
I:i2 = I:.i2
i =3 j=3

Invece,
n rn
~ ·2 _j_ ~ ·2
61, -r 61'
·i = l i= l
jn quanto i due simboli indicano la somma, rispettivamente, dei primi n oppure dei
primi m quadrati: se n-=/= m il risultato sarà diverso.
Le seguenti proprietà formali delle sommatorie sono facilmente comprensibili se si
pensa a ciò che esse affermano in termini di somme scritte per esteso.
PROPOSIZIONE 1.1 (PROPRIETÀ FORMALI DELLE SOMMATORIE)

1. Prodotto per una costante (proprietà d'istrib'/),tiva):


n n
L (e· ak) =e· Lak
k= l k=l

2. Sommatoria con termine costante:


n
L e= c · n = e· (n'IJ,mero di addendi della sommatoria)
k= l

3. Somma di sommatorie:
n n n
Lak + Lbk= L(ak+bk)
k= l k= I k= l

4. Scomposizione:
n+m n n+m
L ak = L ak + L ak
k=l k=l k= n + l

5. Traslazione di indici:
n n+m
Lak = L ak- m
k = .l k = l+m

6. Riflessione di indici:
n n n-]

L ak = L an-k+l = L an-k
k= l k = .l k=O

La dimostrazione di queste propdetà è un esercizio di trascrizione: basta, cioè, scri-


vere per esteso che cosa indica ciascuna sommatoria ed eseguire qualche passaggio
elementare.
© 978-88-08-06485-1 2 Sommatorie e coefficienti binomiali 15

Somma di una progressione geometrica


Si dice che n termini sono in progressione geometrica se il rapporto tra ogni termine
(a partire dal secondo) e il precedente è costante. Tale costante si dice ragione della
progressione. Se il primo termine è a e la ragione è q, i termini successivi saranno
aq, aq2 , aq3 , e cosi' via.
.

PROPOSIZIONE 1.2 Per la somma dei primi t ermini della progressione geometrica
di ragione q 'f= 1 (e a = 1), vale la formula:
n k
]. - qn+l
(2.1) Lq
k=O
= 1-q

S e q = 1 la sommatoria scritta vale n + 1, ovviamente.

DIMOSTRAZIONE. Proviamo l'identità nella forma equivalente:


n
c1 - q) 2..::: l =i - q"+l.
k=O

Infatti, applicando Le proprietà delle sommatorie 1, 5, 4 ( v. proposizione 1.1) si ha:


n n n
u- q) 2..::: qlc = 2..::: qk - q I:: qk =
lc = O k =O
n n ?1 n+l
= 'l:=qlc - 'L:: l +l = 'L::qk - :Lrl =
k=O k=O k=O k= l


2.2 Fattoriale di n
Un'espressione di uso frequente in Analisi è il fattoriale di n . Con ciò si intende il
prodotto dci primi n interi: si indica con n! (e si legge "n fattoriale")

n! = 1 · 2 · 3 · . .. · (n - 1) · n

Si pone, per definizione, O! = 1. Il numero n ! cresce molto rapidamente al crescere di


n. Ecco i primi valori

n o 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

n! ] 1 2 6 24 120 720 5040 40320 362880 3 628 800

Alcune proprietà del fattoriale, di verifica immediata, sono:

n ! = n(n- 1)!

n!
se O< k <n (n _ k) ! = n (n - 1) (n - 2) ... (n - k +I)
16 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

L'ultimo prodotto scritto è il prodotto di k fattori, partendo da n e decrescendo .


Per esempio,
100!
- = 100 . 99 . 98 . 97 . 96
95!
Si noti che una calcolatrice tascabile r iesce a calcolare 100 · 99 · 98 · 97 · 96 senza
problemi, ma segnala "errore" non appena si digita 100! Conviene sempre semplificare
il più possibile le espressioni che contengono il fattoriale, prima di calcolarle.
Una prima applicazione del fattoriale si ha nel problema seguente: in quanti modi
è possibile ordinare n ogget t i distinti?
Per esempio, se abbiamo tre oggetti: a, b, e, questi possono essere ordinati in 3! = 6
modi:
abc, acb, bac, bea, cab, cba
Ognuno di questi ordinamenti si chiama permutazione (o sostituzione) degli n oggetti.
Si ottiene facilmente che il numero delle permutazioni di n oggetti distinti è n !
Dasta infatti pensare di realizzare una permutazione collocando gli n oggetti in n
scatole numerate da 1 a n. La prima scatola si può riempire in n modi. Riempita la
prima scatola, si può riempire la seconda in (n - 1) modi con i restanti oggetti. Così il
complesso delle prime due scatole si può riempire in n(n - 1) modi. Il complesso delle
prime tre scatole si può riempire in n(n - l )(n - 2) modi e così via fino a riempire
tutte le scatole.

2.3 Coefficienti binomiali e formula di Newton


Sviluppando la potenza n-esima di un binomio (a + b) si trova
n
(a+ b)11' = (a+ b)(a + b) . . . (a+ b) = '2:= Cn,kakbn- k
k=O
I numeri Cn,k sono dett i coefficienti binomiali e intervengono in molte questioni non
solo di Analisi, ma anche di Probabilità, Statistica, etc. Essi si indicano col simbolo
G) (si legga: n su k); si può dimostrare che hanno l'espressione seguente:

Cn,k = (n)
k
n! k)!
= kl(n -

Per quanto osservato poco sopra, si può scrivere anche:

n) = n (n - 1) (n - 2) ... (n - k + 1)
(k k!
espressione che è più maneggevole per il calcolo effettivo.
La formula di Newton si scrive dunque:

(2.2)

Valgono anche le seguenti proprietà, di facile verifica:

(2.3) (n) (n-1) + (n-1)


k k-1 k
© 978-88-08-06485-1 2 Sommatorie e coefficienti binomiali 17

Una dimostrazione delle proprietà (2.2)-(2.3) sarà data nel paragrafo 7. Quest'ultima
relazione permette di calcolare i numeri G) per mezzo del cosiddetto triangolo di
Tartaglia; in cima al triangolo si pone il numero (g) = 1 (per definizione); ai lati si
pongono i numeri (~) = (~) = 1 per ogni n 2: 1 e allora, per O < k < n, il numero (~)
viene scritto all'incrocio della n-esima riga e della k-esima colonna e risulta somma
dei due numeri che si trovano nella riga precedente, quello sulla st essa colonna e quello
sulla colonna precedente.

potenza coefficienti
n=O 1
1 1 1
2 1 2 1
3 1 3 3 1
4 1 4rr"41 1
5 1 5 lOl1QJ 5 1

Figura 1.3.

Per esempio, abbiamo (a+ b) 5 = a 5 + 5a4 b + 10a 3 b2 + 10a2 b3 + 5ab4 + b5 .

@ Usando il triangolo di Tartaglia scrivere esplicitamente

(1 + a)
8
(2a - 3b) 7

e Risolvere l'equazione: 4(:) = 15(x~ ) )


2
X E N.
Dimostrare le seguenti identità, sfruttando le proprietà delle sommatorie e i S'u ggerimenti
forniti:

ti=
i=l
n(n2+1)

n n n
S'Uggerimento : calcolare 2 E i = L i +L i eseguendo nella seconda sommatoria una rifles-
i=l •i = l i=l
sione di indici.
n-1
'2:::(2k + l) = n 2
k=O
S'Uggerimento: sfrut tare il risultato d ell'esercizio precedente.
r

tk
k= l
2 = n(n+1~(2n+l)

Suggerimento : L~=O (k + 1) 3 . E~=o (k3 + 3k 2 + 3k + 1) = E~·= l k 3 + 3 L~=l k2 + ...


D'altra parte, E~=o (k + 1) 3 = E~!~ k 3 = E~=l k 3 + (n + 1)3 . Dal confronto tra le due
espressioni...
18 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Calcolare esplicitamente la seguente somma, semplificando opportunamente:

lOO ( 1 1 )
~ k- k+l

Calcolare esplicitamente le seguenti somme, sfruttando la formula per una progressione


geometrica: 100
30 k 23k+i
2::(-1) 3k 2::32-k
k=O k=2

L! 3 CAMPI ORDINATI
Inizieremo ora a studiare più da vicino la struttura degli insiemi numerici che abbiamo
introdotto in precedenza., ed in particolare l'insieme Q dei numeri razionali e l'insieme
JR dei numeri reali. Chiariamo subito che non intendiamo presentare una costruzione
rigorosa di questi insiemi. P iuttosto, dando per presupposto che lo studente sappia già
cosa sono i numeri razionali e reali (ovvero accontentandoci della descrizione ingenua
di questi insiemi che abbiamo presentato nel paragrafo 1), puntualizzeremo con più
precisione quali sono le proprietà di cui godono questi insiemi numerici.
Iniziamo quindi col richiamare le proprietà (ben note) dei numeri razionali; indi-
chiamo con a , b, c ... generici numeri razionali.

• R1. È definita in Q un'operazione (detta addizione o somma) che ha le seguenti


proprietà:
1. V a, b a+ b = b + a (proprietà commutativa)
2. Va, b, e (a + b) + e= a+ (b +e) (proprietà associativa)
3. -Esiste un elemento (elemento neutro della somma, detto zero e indicato con O)
tale che Va, a + O= a
4. V a, esiste un elemento (l'inverso di a rispetto alla somma, detto opposto di a e
indicato con - a) tale che a+ (- a) =O.

• Rz . È definita in Q un'operazione (detta moltiplicazione o prodotto) che ha le


seguenti proprietà:
1. Va, b a · b = b ·a (proprietà commutativa) .
2. Va, b, e (a· b) · c = a· (b ·e) (proprietà associativa).
3. Esiste un elemento (elemento neutro del prodotto, detto unità e indicato con 1)
tale che V a, a · 1 = a.
4. V a i= O, esiste un elemento (l'inverso di a rispetto al prodotto, detto reciproco dj
n e indicato con ~ oppure a- 1 ) tale che a· a- 1 = l.
Le operazioni di somma e prodotto sono legate dalla seguente proprietà:
5. Va,, b, e (a+ b) ·e = a· e+ b · c (proprietà distributiva).
Si osservi che le proprietà delle due operazioni sono quasi le stesse; le uniche differenze
sono: il fatto che, per il prodotto, non esiste l'inverso dell'elemento neutro della somma
(cioè non esiste 1/0), e la proprietà distribut iva (in cui somma e prodotto giocano un
ruolo asimmetrico). Questi fatti fanno sì che le due operazioni siano sostanzialmente
diverse.
© 978-88-08-06485-1 3 Campi ordinati 19

Dalle proprietà R 1 e R 2 discende la possibilità di eseguire senza restrizioni le quat-


tro operazioni fondamentali: addizione e moltiplicazione (sopra definite), sottrazione
(ponendo a - b =a+ (- b)) e divisione (ponendo a: b = ab- 1 purché sia bi= O).

Rappresentazione geometrica
Una rappresentazione di tipo geometrico di tQ si può ottenere associando a ogni nu-
mero razionale un punto della retta euclidea. Ad un punto di queHta, scelto arbitra-
riamente, si associa O e a un altro, distinto dal primo, si associa 1, individuando così
il segmento orientato 01 che costituisce l'unità di misura. A questo punto si ha una
corrispondenza biunivoca tra i numeri razionali e quei punti P della retta che sono
estremi dei segmenti orientati OP commensurabili (nel senso classico della geometria
elementare, cioè che hanno un multiplo comune) con 01.

- 3/2 5/2

- 3 - 2 - 1 o l 2 3
Figura 1.4.

Per descrivere compiutamente la struttura dell'insieme Ql osserviamo anche che esso ?:l
un insieme ordinato; cioè che nell'insieme Q è definita la relazione :::; (minore o uguale
di .. . ; analogamente la relazione 2: maggiore o uguale di . ..) , la quale è una relazione
d 1ordine 1 cioè verifica le tre proprietà seguenti:
1. \/a a :::; a riflessiva
2. \/ a 1 b se a :::; b e b < a allora a= b antisimmetrica
3. \/ a 1 b1 e se a :::; b e b < e allora a :::; e transitiva
Inoltre 1 presi due qualsiasi numeri razionali a, b, è sempre possibile confrontarli per
mezzo della relazione :::; , nel senso che vale necessariamente almeno una. delle re.I azioni
a < bo b :::; a. Si esprime questo fatto dicendo che Pordinamento di JR è totale 1 o elle
JR è un insieme totalmente 01~dinato.
OssERVAZIONE Si rifletta sulla natura generale astratta delle proprietà che defini-
scono una relazione d'ordine. Ad esempio, se X è un h1sieme qualsiasi (per esempio
Q), nell'insieme P (X) (insieme di tutti i sottoinsiemi di X) possiamo considerare la
relazione ç di inclusione insiemistica; chiaramente, per ogni A, B, C ç X, è vero che
1. A ç A (proprietà riflessiva);
2. A ç B eB ç A implica A = B (proprietà antisimmetrica);
3. A ç Be B ç C implica A ç C (proprietà transi tivç1,).
Quindi P (X) è un insieme ordinato, rispetto alla relazione d'ordine <;;:;. Si osservi
tuttavia che non è un insieme totalmente ordinato. Infatti, dati due insiemi qualsiasi
A B ç X, in generale può non valere né A ç B né B ç A. Quindi: non ogni insiern.e
1

ordinato è totalmente ordinato.


ìVIeLLiamo in ev itleuz;a le p roprietà dell 1onliname11Lo ù ei iiuHleri n :1 .ào111:1.li:

• R3· È definita in Q una relazione d'ordine totale :::;, compatibile con la struttm·a
algebrica, cioè:
20 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

1. V a , b, e se a ~ b allora a + e < b + e
2. Va, b, e con e > O se a ~ b allora ac ~ be.
Osserviamo che tutte le regole ben note del calcolo algebrico derivano dalle proprietà.
R1, R2, R3· A titolo di esempio, i "principi di identità" usati nel risolvere le disequa-
zioni, non sono altro che le proprietà di compatibilità della relazione d'ordine con la
somma e col prodotto: tutte le usuali procedure con cui si risolvono le disequazioni
sono quindi conseguenza di questi assiomi e delle proprietà algebriche della somma e
del prodotto, espresse da R 1 , R2.
Astraendo ora dal caso particolare dell'insieme dei numeri razionali, diamo la
seguente
DEFINIZIONE 1.2 Chiameremo campo ordinato un insieme in cui sono definite due
operazioni (che chiamiamo somma e prodotto) e una relazione d'ordine, che soddisfano
tutte le proprietà Ri ,R2 ,R3. Un insieme con le proprietà Ri, R 2 si dice campo.

Un momento di riflessione mostra che tutto ciò che abbiamo detto fin qui riguardo alle
operazioni di somma e prodotto e alla relazione d 'ordine ~ nell'insieme dei numeri
razionali, vale anche per l'insieme dei numeri reali. Possiamo quindi sintetizzare il
punto fondamentale di questo paragrafo nella seguente affermazione:

Sia Q sia ·R :;;0110 campi ordinati.

Da questo punto di vista, quindi, Q ed JR appafono dotati di proprietà simili. Nel pros-
simo paragrafo invece evidenzieremo qual è la proprietà. che distingue sostanzialmente
R da Q e che rende R l'ambiente giusto per sviluppare l'analisi matematica.

• 4 NUMERI REALI. ESTREMO SUPERIORE E ASSIOMA DI CONTINUITÀ


4. 1 Inadeguatezza dell'insieme dei razionali per misurare le lunghezze
La struttura di campo ordinato dei razionali assolve alla maggior parte degli scopi
pratici del calcolo, nel senso che si può esprimere con un numero razionale la misura
di ogni grandezza con sufficiente precisione. Tuttavia è noto che ci sono grandezze
che non sono commensurabili tra loro: l'esempio classico è dato dalla diagonale e dal
lato di un quadrato. Con riferimento alla figura 1.5, se il lato m isura 1, l'ascissa d che
misura la diagonale non è un numero razionale. Infatti, per il Teorema di Pitagora,
d2 = 12 + 12 = 2 ma, come abbiamo dimostrato nel par. 1.2 (Teorema 1. 2), non esiste
un numero razionale il cui quadrato è 2.
Dunque il punto d sulla retta non è il rappresentante di alcun numero razionale.
Ciò significa che, dopo aver "occupato" i punti della retta con i numeri razionali, su

o 1 d
Figura 1.5.
© 978-88-08-06485-1 4 Numeri reali. Estremo superiore e assioma di continuità 21

di essa rimangono ancora dei posti vuoti. Significa anche che l'insieme dei numeri
razionali è inadeguato ad esprimere le lunghezze dei segmenti. Ma la lunghezza è solo
la più semplice delle grandezze che si incontrano in geometria e in fisica: un problema
esattamente analogo si incontra nella misurazione di qualsiasi altra grandezza, come
aree, volmni, tempi, velocità ecc.
Sorge spontanea allora la domanda: è possibile ampliare Vinsiemc dei razionali
in modo da avere ancora un campo ordinato, i cui elementi (numeri) siano in corri-
spondenza biv,nivoca con i punti della retta euclidea? Il candidato naturale a questa
estensione è l'insieme dei numeri reali. La domanda dunque diventa: l'insieme JR può
essere messo in corrispondenza biunivoca con i punti della retta? Vedremo che la
risposta a questa domanda (pur di riformularla in modo puramente analitico) è posi-
tiva. P er renderci conto di questo dobbiamo però introdurre un nuovo concetto, che
ci porterà alla comprensione della fondamentale proprietà di continuità d'i JR, che si
rivelerà essenziale per l'analisi matematica.

4.2 Estremo superiore e assioma di continuità


Sia X un qualunque insieme totalmente ordinato. In pratica, ci interesserà il caso X =
Q o X= JR, ma è utile non specificare per ora quale dei due ambienti consideriamo.
Sia E un insieme contenuto in X . Tale insieme si dice limitato superiormente
se esiste un numero M per cui risulti x ~ NI per ogni elemento x E E; limitato
inferiormente se esiste un numero m per cui risulti ristùta x 2::, m per ogni elemento
x E E; limitato se valgono entrambe le condizioni, ossia esistono due numeri, me M ,
tali che
m < x ~ M p er ogni x E E.

Introduciamo ora il concetto di elemento massimo (minimo) di un .insieme. Diremo


che un elemento x è massimo per E se:

i) x E E;
ii) x ~ x \lx E E.

Analoga definizione per il minimo J!.. È evidente che, affinché il massimo (minimo)
esista, l'insieme deve essere superiormente (inferiormente) limitato.

Max Min
I) non esist,e o
II) Numeri pari relativf non esiste non esiste
III) {1 l l ' 1 } 1 non esiste
'2'3''
. , .. ,-,
~ n ... •.
IV) n~l
{ nE N ·: - · - . .}
- non esis~e -1
n+l .
V) {~ 6 JR: x 3 2: 27} non esiste 3

VI) {x ElQ :. x ~O, x 2


< 2} non esiste o
22 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Si osserva, negli esempi precedenti, che talvolta, pur essendo l'insieme E limitato, esso
non possiede massimo o minimo.
Introduciamo allora un concetto, fondamentale per l'Analisi matematica, che è
sostitutivo del concetto di massimo o minimo: quello di estremo superiore (sup) cd
estremo inferiore (inf) .
DEFINIZIONE 1.3 Sia E ç X. Un numero k E X (non necessariamente E E)
si dice un maggiorante (minorante) di E se k > x (k ::; x) Vx E E. Notiamo che
un insieme superiormente (inferiormente) limitato ha molti maggioranti (minoranLi).
Chiamer emo estremo superiore (inferiore) di E , e lo indicheremo con sup E (.i nf .E) il
minimo (massimo) dei maggioranti (mi11ora11Li) di E (se esiste).

È evidente che, se l'insieme p ossiede massimo (minimo), questo coincide con Pestremo
superiore (inferiore).
Riprendiamo gli esempi precedenti per vedere se, quando non esiste il massimo o
il minimo, esist e però il sup o l'inf. Negli esempi I , II, V la risposta è negativa p er
l'evidente ragione che gli insiemi ivi considerati non sono limitati (da sopra e/o da
sotto) . Nell'esempio III è facile vedere che l'inf è O (il quale non è minimo poiché O
non fa parte dell 'insieme) e nell'esempio IV il sup è 1. Consideriamo l'esempio VI;
si intuisce che il sup dovrebbe essere un numero il cui quadrato è 2; ma in Q tale
numero non esiste; esiste però in JR ed è J2. Questa circostanza non è casuale, ma
illustra precisamente la differenza tra l'insieme Q dei numeri razionali e l'insieme JR
dei numeri reali. P er chiarirla , diamo la seguente definizione generale:
Si dice che l'insieme X (totalmente ordinato) possiede la proprietà dell 'estremo
superiore, se

• R 4 . Ogni insieme E e X non vuoto e limitato superiormente possiede estremo


superiore in X.

Si prova facilmente che, se vale ques ta proprietà , allora è anche vero che ogni sottoin-
sieme di X non vuoto e inferiormente limitato ammette estremo inferiore.
Si faccia attenzione al contenuto della precedente definizione: non si richiede che
X stesso abbia estremo superiore (ad esempio, nel ca.so X = Q o JR questo è cerLa-
mente falso!) , ma che ogni sotto,insiem e non vuoto superiormente frmitato di X ne sia
provvisto. L'esempio VI mostra che cerLamente Q non ha la proprietà dell'estremo
superiore. Invece, JR ha questa proprieLà. Questo fatto non può essere dimostrato a
partire dalla nostra "definizione ingenua:' di JR, data in precedenza. Tuttavia nella
presentazione assiomatica di JR, questa proprietà costituisce parte della definizione
stessa di JR:
DEFINIZIONE 1.4 (DEFINIZIONE ASSIOMATICA DI JR) Chiamiamo JR un insieme
che soddisfa le proprietà R1, R2 , R3 , R4, ossia un campo ordinato che ha la proprietà
dell'estremo superiore.

Ricordiamo ancora, per confronto, che l'insieme Q soddisfa Rii R 2 , R 3 , ma non R 4 .


La proprietà dell'estremo superiore prende anche il nome di assioma di Dedekind , o
assioma di continuità, o di completezza e si può enunciare anche nella seguente forma
equivalente.
© 978-88-08-06485-1 4 Numeri reali. Estremo superiore e assioma di continuità 23

Sia {A, B} una partizione di JR (cioè A e B sono .insiemi non vuoti e disgiunti la cui
unione è JR); essa si chiama sezione se: V a E A e V b E B risulta a, < b. Allora s.i
dimostra che:

• R~ .
Per ogni sezione {A, B} di JR esiste UD unico numero reale s (eletto elemento
separatore) tale che
V a E A , \7' b E B
(tale elemento separatore altro non è che sup A = inf B ).

Ritorniamo ora al problema delhncommensurabilità di lato e diagonale del quaclr·a-


to. Quando, con riga e compasso, fissato il lato unitario del quadrato, ne costruiamo
la diagonale e la riportiamo sulla retta di partenza, l'arco t racciato dal compasso
"spezza la retta in due", generando quella che abbiamo chiamato una sezione; l'ele-
mento separatore, che esist e per l'assioma R 4 rappresenta geometricamente il punto
di intersezione, e quindi quel numero misura la diagonale. Quindi l'interpretazione
geometrica della proprietà R4 ci mostra come l'insieme JR sia una rappresentazione
adeguat a della nostra idea intuitiva di retta, così adeguata che spesso in matematica si
usa l'espressiorn~ "la retta reale" per indicare JR, confondendo l'insieme numerico con
la sua rappresentazione geometrica naturale. Ricordiamo che l'assioma di continuità
è stato messo in luce da R. Dedekind nel 1872, ossia circa 2400 anni dopo la scoperta
pitagorica della incommensurabilità di lato e diagonale del quadrato.
Come vedremo nel resto del corso, le corrneguenze analil'iche dell'assioma di con-
tinuità sono rilevanti per l'Analisi matematica.

4.3 V alore assolut o. Disuguaglianza triangolare


Si dice valore assol11,to del numero reale a (o modulo di a) il numero non negativo così
definito:

se a> O
(4.1)
se a<O

Dalla definizione di valore assoluto segue immediatamente che:

(4.2) 'V a ?: O : lx I :::; a {:==} -a < x :::; a

Dalla (4.2) segue l'importante dis'/l,g'uaglianza triangolare:

(4.3) V ~E, y E JR : lx+ YI < lxi + IYI


Infatti, basta scrivere le relazioni:

e - IYI < y :::; IYI


quindi sommare membro a membro, ottenendo

- (lxl + IYI) < x + Y :::; lxi+ IYI


da cui, per la. (4.2) , segue la (4.3).
24 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

La disug1iaglianza triangolare è spesso usata nella forma seguente:

( 4.4) la - bi :::; la - cl + lb - cl V a, b, e E JR
Basta porre nella (4.3) x = a - ce y = e - b. Se invece, sempre nella (4.3), si pone
x = a - b e y = b si ottiene

lai :::; la - bi + lbl cioè lai - lbl < la - bi


Analogamente, scambiando a con b otteniamo: lbl - lai < la - bi e dunque, ricordando
la (4.2),

(4.5) Ila ! - Jbl l < Ja - bi


L 'espressione la - bi rappresenta geometricamente la distanza (nel senso della geome-
tria elementare) dei due punti a e b sulla retta.
La (4.3) può facilmente estendersi al caso di n addendi:

(4.6)

Valgono anche le seguenti proprietà immediate:

(4.7) Jabl = la i JbJ I-al= Jal

4.4 Intervalli
Dati due numeri reali a, b, si chiama intervallo di estT"emi a e b uno dei seguenti
insiemi:
[a,b], ms1eme dei numen reali x ' a<x<b - -
[a, b), "
))
" " x , a<x<b
" "
))
(a, b] , " x, a<x<b
(a, b), ))
" )) ))
x, a<~i;<b

Come si può notare la parentesi quadra (tonda) in corrispondenza di uno dei due
estremi indica che quest'ultimo è incluso (escluso) nell'intervallo.
Gli intervalli [a, b] si dicono chiusi; quelli (a, b) si dicono aperti. Tutti gli intervalli
indicati sopra sono limitati; si chiamano intervalli (illimitati) anche le semirette, p er
esempio:
(- oo, b), insieme dei numeri reali x, x < b
,,
[a,+oo), )) ))
x, x'?_a

o l'intera retta JR = (-oo, +oo ).

a b e
.. 'I#: - -11---- - - - ----J(
[a, b] (e, +oo)
Figura 1.6.
© 978-88-08-06485-1 5 Radicali, potenze, logaritmi 25

Si può dimostrare che gli intervalli, limitati o illimitati, sono tutti e soli i sottoinsiemi
I di JR che soddisfano la seguente proprietà caratteristica (detta connessione ): presi
comunque tre numeri reali
x1 < x2 < X3, se x 1 , x3 E I , allora x2 E I.
Nel seguito ci capiterà di considerare il prodotto cartesiano di due (o più) intervalli, cui
si può dare il significato geometrico di rettangolo (in due dimensioni) o parallelepipedo
(in tre dimensioni).

lfJS: Sia A = [O, l], B = [1, 2]; la figura 1.2 di p agina 8 illustra gli insiemi A x B , B x A ,
A x A indicato anche con A 2 .

5 RADICALI, POTENZE, LOGARITMI


In conseguenza della proprietà R 4 possiamo eseguire, nel campo reale, operazioni che
sono solo occasionalmente possibili nel campo razionale, come l'estrazione di radice o
l'elevamento a potenza.

5.1 Radici n -esime aritmetiche


TEO R EMA 1.3 Sia y E .!Et, y > O e n un intero 2: 1. Esiste un unico numero reale
positivo X tale che Xn = y .
Tale numero si chiama radice n-esima aritmetica di y e si indica con uno dei sùnb oli
ylfj oppure yl/n. Si noti che la radice n-esima aritmetica è non negativa, per esempio
V4 = 2, v'9 = 3 e più in generale H = lxi.
Una semplice dimostrazione di questo teorema potrà essere data più avanti nel
corso, utilizzando le proprietà delle funzioni continue (si veda il cap. 3, par. 4.1). P er
ora ci limitiamo a mostrare, con un esempio, come si può costruire la rappresentazio-
ne decimale della radice n-esima. Cerchiamo l'aJlineamento decimale di v'2; questo
numero, non essendo razionale, sarà rappresentato da un allineamento infinito (non
pe:riodico). Si procede così: si costruisce una classe di numeri razionali della forma
O <ao,

con la regola che: ognuno di questi numeri è il più grande tra quelli con lo stesso
numero di decimali dopo la virgola il cui quadrato è minore cli 2:
1 12 = 1 22 = 4
1,4 (1 , 4)2 = 1, 96 (1, 5)2 = 2, 25
1,41 (1,41)2 =1, 9881 (1,42) 2 = 2,0164
26 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485- 1

Questo insieme di numeri (chiamiamolo E _ ) è limitato superiormente (ognuno è


< 2) ; per la proprietà R 4 esso possiede estremo superiore; il numero V2 si definisce
precisamente come sup E_ .
Si sarebbe potuto anche costruire una classe di numeri E+ come la precedente
con la regola che ognuno di essi sia il più piccolo tra quelli con lo stesso numero di
decimali dopo la virgola il cui quadrato è > 2; avrnmmo ottenuto

2 1,5 1,42

Questo insieme E+ è limitato inferiormente (ogni elemento è > 1), perciò possie-
de estremo inferiore; si dimostra che inf E+ = sup E_. I numeri della classe E_
approssimano V2 per difetto, quelli della classe E+ per eccesso.

5.2 Pote nze a esponente reale


L'estrazione di radice n -esima è l'operazione inversa dell'elevctmcnto a potenza intera.
Si può estendere Foperazione di elevamento a potenza per ogni esponente razionale
se la base è positiva (utilizzando il teorema precedente) ponendo

(si assume: m E Z, n positivo) .


Se infine l'esponente è reale b bo, b1b2 . . . bn ... il numero ab (a > O) sarà
'i ndividuato dalla classe di numeri

in un modo simile a quello del caso della radice.


Se la base a è negativa l'operazione di elevamento a potenza ab è definita solo in
certi casi: se l'esponente b è intero, oppure razionale n /m pul'ché non sia n dispari
ed m pari. Infatti: si pone an/m = yrQ}t e inoltre, se e < O e m dispari, si definisce
~vrc = - yt=C. Per esempio:

(- 2)3/5 = r-s - -~
(-2)2/5 = V4

(-2) 3 / 4 = ~ non esiste nel campo reale!

Quando si dice "non esiste in JR" si intende che non è possibile definire tale operazione
in modo da mantenere valide le usuali regole di calcolo. Qualcosa di più sull'argomento
sarà detto nel paragrafo 8, parlando dei numeri complessi.
Le proprietà principali dell'elevamento a poten:6a sono:
© 978-88-08-06485-1 5 Radicali, potenze, logaritmi 27

siano a, b reali positivi, e, d reali qualsiasi

Eo a0 =1 V a -:/= O; 1e =1 Ve

E1 ac > O V e; ac S 1 se a S 1 e e > O

5.3 Logaritmi
Consideriamo 1'equazione
a>O
con y assegnato e x incognito.
Anzit utto, se a= 1, essa è risolubile solo se y = 1 (e in tal caso ogni numero reale
x è soluzione) . Sia dunque a i= 1. Se y ::; O essa non ha alcuna soluzione (cfr. E 1 ) . Il
seguente teorema ci dice che essa ha una sola soluzione per ogni y > O.

TEOREMA 1.4 Sia a > O} a i= l , y > O. Esiste un unico n·u mero reale :x; tale che
ax = y.

Tale numero prende il nome di logaritmo in base a di y e si indica col simbolo log0 , y .
Quindi, per definizione: a 10ga. Y = y . Le proprietà dei logaritmi, che si deducono da
quelle degli esp onenziali, sono:
siano x, y, a reali pos·itivi, a # 1

X
loga -Y = loffba x - loga y

Va E JR

1
log x =
a Iogx a
= - log i x
a
(x i= 1)

Nel capitolo 2 introdurremo il concetto di funz·ione e vedremo che le operazioni so-


pra definite consentono di introdurre tre importanti classi di funzioni: le potenze, gli
esponenziali e i Logaritmi.
28 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

5.4 Approssimazioni
Concludiamo questo paragrafo con qualche osservazione sulle approssimazioni che si
fanno lavorando coi numeri reali. Cominciamo col ricordare che un numero raziona-
le può essere sempre espresso con precisione assoluta 1 sia ricorrendo alla scrittura
frazionaria che a quella decimale (eventualmente con cifre periodiche). Invece non è
possibile, naturalmente, scrivere tutte le cifre decimali di un numero irrazionale, dato
che queste sono infinite e si susseguono senza periodicità. Cosa significa allora "co-
noscere1' o "specificare" un numero irrazionale? Significa conoscere qualche algoritmo
che ci consenta (almeno teoricamente) di scrivere tante cifre decimali esatte quante
ne desideriamo. Nell1esempio (già considerato) del numero irrazionale

0,1010010001 ....

(formato in base alla regola: scrivere una cifra 1, una cifra O, una cifra 1, due cifre O,
una cifra 1, tre cifre O, e così via) è chiaro che potremmo scrivere tante cifre quante
ne desideriamo. In altri casi, come .J2 o log2 3, le cose sono più laboriose, richiedendo
Fesecuzione di calcoli iterativi per determinare ogni successiva cifra decimale; tuttavia,
questi calcoli sono effettivamente eseguibili. Altre volte, in Analisi matematica, un
numero viene specificato in modo non costruttivo, denotandolo come Punico numero
che risolve un determinato problema (una volta che si sia dimostrato appunto che tale
soluzione esiste ed è unica). Si tratta di un modo operativamente meno soddisfacente,
ma teoricamente ineccepibile.
Veniamo ora agli aspetti pratici. Ogni volta che eseguiamo calcoli con una calco-
latrice tascabile, questa scriverà solo numeri con un numero fissato di cifre decimali
dopo la virgola (tipicamente 9). Questo significa che stiamo lavorando solo con numeri
razionali, anzi con un sottoinsieme finito dell'insieme Ql Lavorando con un computer
le _cose migliorano un po', ma rimaniamo comunque nell'ambito di sottoinsiemi finiti
di Q. Occorre naturalmente esserne consapevoli.
Oltre all'approssimazione generata dagli strumenti di calcolo, a volte siamo noi
stessi a non essere interessati a troppe cifre decimali; introduciamo allora volutamente
delle approssimazioni, scrivendo ad esempio

h "-' 1,414.
Si ricordi, a tale proposito, la regola di arrotondamento espressa dai seguenti esempi:

2,4138 '"V 2,41


2,4152 ~ 2,42 .

Esplicitamente: l'ultima cifra che si scrive viene arrotondata all'unità inferiore (supe-
riore) se la prima cifra che si trascura è da O a 4 (rispettivamente, da 5 a 9).

6 INSIEMI INFINITI
Accenniamo ora ad una questione fondamentale che ha a che fare con gli insiemi, e
precisamente il problema di come si possa confrontare la "numerosità" degli insiemi
infiniti. Avvertiamo che ciò che diremo in questo paragrafo non sarà dirett amente uti-
© 978-88-08-06485-1 6 Insiemi infinit i 29

lizzato nel seguit o del corso; tuttavia, ci sembra giusto dare spazio a questo problema,
al tempo stesso così naturale e difficile4 .
Affrontiamo il discorso a partire dagli insiemi numerici notevoli che abbiamo
introdotto: N, Z, Q, JR. Chiediamoci: quanti sono gli elementi di ciascuno di questi
insiemi?
Intuitivamente, la risposta sembra ovvia: ciascuno di questi insiemi ha infiniti
elementi; tuttavia i numeri razionali sono più numerosi dei numeri interi, essendo
Z e Q, e per lo stesso motivo i numeri reali sono di più d ei numeri razionali. Queste
risposte pongono però un problema: come possiamo affermare, al tempo stesso, che
due insiemi sono entrambi infiniti, ma uno è più numeroso dell'altro? Com'è possibile,
in generale 1 confrontare la numerosità degli insiemi infinit i? Ad esempio, ci sono più
punti in una sfera o in un piano? (In questo caso, nessuno dei due insiemi è contenuto
nell'altro).
P er dar senso a queste domande, prima ancora che per sapervi rispondere, occorre
definire cosa si intenda per uguale numerosità di due insiemi. Astraendo dall'espe-
rienza del contare gli elementi di u n insieme finito, si è giunti a identificare l 'idea di
uguale numerosità con quella di corrispondenza biunivoca.
DEFI N I ZIONE 1.5 Due insiemi A, B si dicono di uguale cardinalità o potenza (termini
che traducono l'idea intuitiva di numeros,ità) se possono essere messi in corrispondenza
biunivoca tra loro, cioè se esist e una legge che associa ad ogni elemento di A uno e
un solo elemento di B , e viceversa.

Si osservi, ad esempio, la seguente corrispondenza tra gli insiemi Z e N:

z o 1 -1 2 - 2 n -n

N
Io I I2 I3 I
1 4
I
2n- l
I2n
Come si vede, la legge ora d efinita realizza una corrispondenza biunivoca tra Z e N.
Quindi, anche se dal punto di vista dell,inclusion e Z ha "più elementi" di N (nel senso
che ha tutti gli elementi di N più altri), gli insiemi hanno la stessa cardinalità (si dice
anche che sono equipotenti) . In questo senso, quindi, vanno p ensati come ug'ualmente
numerosi.
DEFINIZIONE 1.6 Si dice numerabile un msierne che ha la stessa cardinalità
di N.

Ad esempio, Z è numerabile. Il termine numerabile indica che gli elementi dell'insieme


si possono enumerare, ossia disporre in un elenco n umerato (posto 1, posto 2, posto
3, ... ).
Di più, possiamo dimostrare che:

TEOREMA 1.5 Q è numerabile.

4 Le
ricerche sulla numerosità degli insiemi infiniti iniziarono nel 19° secolo con Bolzano, Dedekind,
e soprattutto Cantor, il cui nome è legato in maniera speciale a questo teina.
30 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

D IMOSTRAZIONE. Cominciamo a dimostrare che l'insieme dei nu meri r azionali positivi è


numerabile. Per far questo, rappresentiamo i n umer i razion ali positivi come frazioni n/m,
con n, m interi positivi, e disponiamo queste frazioni in una tab ella t riangolare infinita, al
modo seguente:
,: , con n + ·m = ...
l
2 I
1 2
3 2 I
1 2 3
4 3 2 I
1 2 3 4
5 4 3 2 T
... ...
Si noti che: t u tte le fraz ioni che rappresentano nu meri razion ali positivi compaiono in questa
t a bella almeno un a volta; alcun i sono ripetuti p iù volte (ad es. 1/ 1 = 2/2); ogni riga ha
lunghe:tl:ta finita . Quindi possiamo me t tere in cor rispondenza biunivoca N con l'insieme dei
razionali p osit ivi, percorrendo la tabella, riga dopo riga (e saltando un elem ento quando è
uguale ad uno già incontrato) . Ad esempio:

1 2 3 4 5 6 7 8 9 ...
1 1 2 I 3 1 2 3 4
I 2 T 3 l 4 3 2 I .. .

(si noti che abbiamo saltat o 2/2 perché u guale a 1/1, già incontrato). Questo d imostra che
Pinsieme dei razionali positivi è numerabile; allora anche Q è numerabile, e questo si può
provare con una d imostrazion e analoga a quella con cui abbiamo provato che Z è numerabi le:
detti qt, q2, q3, . .. i razionali positivi, si p one :
2 3 4 5 6 7

Q
Io I I I I I I
che realizza una corrisp ondenza bi univoca tra N e Q.

Aver scoperto che diversi insiemi infiniti, uno propriamente contenuto nell'altro
(N, Z, Q), h anno la stessa cardinalità, potrebbe far pensare che questo sia vero per
tutti gli insiemi infiniti. Ciò non è vero. Infatti, si dimostra che:
TEOREMA 1.6 JR non è numerabile.

DIMOSTRAZIONE . La tecnica di quest a dimostr azione prende il nome di procedimento dia-


gonale di Canlor e<l è uu 'id ea semplice ma p rofonda che si utilizza in varie parti della
malematica.
P roverem o, per l'esattezza, che l' intervallo [O, 1) h a una cardin alità non numer a bile, da
cui seguirà, a maggior ragione, la non numerabilità d i R Suppon iamo dunque p er assurdo
che [O , 1) sia numerabile e disp oni amo tutti i numeri r eali dell'in tervallo [O , 1] in un elen co
r 1 , r2, r 3 ... Scriviamo ora ogni nu mero ri in forma decimale (cioè nella form a O.a1a2a3 ...
dove gli a;. sono cifre da O a 9; in particolare, se le cifre sono t utte zero si ha ri =O e se sono
tutte nove si h a r; = 0.9 = 1):
·r1 = 0.au a12a13 . . .
r2 = O.a21a22a23 . . .

r3 = O.a31a32a33 . . .
© 978-88-08-06485-1 6 Insiemi infiniti 31

Definiamo ora il seguent.e numero decimale:

dove le cifre bi sono definite con 1a seguent e regola:

se aii è una cifra O, 1, 2, 3 o 4, poniamo b;. = 5;


se aii è una cifra 5, 6, 7, 8 o 9, poniamo b,i = LI.

Con questa definizione risulta bi =/::. aii per ogni i. Si noti che il numero r è stato costruito
ragionando sulla diagonale de.Ila tabella infinita che ha per righe i uumeri ri, da cui il nome
del procedimento.
Osserviamo ora che r è un numero reale appartenente all'inLervallo [O, 1] (perché è del
tipo 0.b1 b2b3 ... con tutte le cifre uguali a 4 o 5) e d 'altro canto no11 è uguale a nessuno dei
numeri ri dell'elenco, in quanto:

r =/::. ri perché la prima cifra di r è diversa dalla prima cifra di ri (perché b1 i= a11);
r =/::. r2 perché la seconda cifra di r è diversa dalla seconda cifra cli r2 (perché b2 =/::. a22);
r =/::. r3 p erché ...

Ma questo porta a una contraddizione, avevamo supposto che gli ri esaurissero completamen-
te l'insieme dei numeri reali dell'intervallo [O, l ]. Dunque [O, L] non è numerabile.

Poiché N non può c::;scrc messo in corrispondenza biunivoca con JR, ma può esseT messo
in corrispondenza biunivoca con un sottoinsieme proprio di JR (N stesso!), diciamo che
N ha cardinalità minore di JR. Ecco quindi com'è possibile dé:tr senso al confronto tra
la "numerosità" di due insiemi infiniti.
Notiamo anche che l'intervallo [O, 1], anzi qualsiasi intervaJlo di JR (aperto o chiuso,
limitato o illimitato) ha la stessa cardinalità di JR. In altre parole, la retta non ha una
cardinalità maggiore del segmento, ma la stessa. Questo fatto si può dimostrare ad
esempio con una costruzione geometrica elementare, che realizza una corrispondenza
biunivoca tra punti della retta e di un segmento come quella in figura 1.7.

''
--

Figura 1.7. I punti del segmento (aperto) AB sono messi in corrispo nde nza biunivoca con i punti della
rett a, t racciando opportuni segmenti dai due punti fissati P1 , P2 a lla retta stessa.

La cardinalità di JR prende il nome di potenza del continuo. Non solo ogni intervallo
di JR ha questa stessa cardinalità. Si può dimostrare che lo stesso vale per il piano, per
lo spazio tridimensionale e per i loro sottoinsiemi "cont,inui" : per esempio, un piano
e una sfera hanno entrambi la potenza del continuo.
32 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Ahhi::imo incontrato fin qui solo due livelli gerarchici di infinito: la potenza dcl nu-
merabile e quella dcl continuo. Non si deve credere che esistano solo queste due: ad
esempio, l'insieme di tutti i sottoinsiemi di R è ancora più numeroso di R; anzi con
questo procedimento si può sempre costruire un insieme più numeroso di un insieme
dato:
TEOREMA 1.7 Sia A un insieme qualsiasi (finito o infinito!) e P (A) il suo insieme
delle parti. Allora la cardinalità di P (A) è sempre maggiore della cardinalità di A.
Una dimostrazione di questo teorema è suggerita nell'Esercizio 7 dei Complementi in
fondo a questo capitolo.
P erciò i livelli gerarchici delle cardinalità infinite sono anch'essi infiniti.

7 IL PRINCI PIO DI INDUZIONE


Presentiamo ora un potente metodo dimostrativo, detto dimostraz'ione per indv,z'ione.
Questo procedimento si può applicare a teoremi che abbiano la struttura seguente:
"P er ogni n E N, n 2'.: n 0 , vale la proprietà p (n) ".
IJ numero no è il più piccolo intero per cui si vuole che la proprielà sia vera; se no = O
il teorema afferma semplicemente che la proprietà è vera p er ogni n E N.
La dimostrazione per induzione consiste nei due passi seguenti:
1. Si dimostra che p (n) è vero per n = n0 (primo passo dell'induzione) .
2. Si dimostra che, se n è un generico numero naturale 2 no, dal fatto che p (n) sia
vero segue che p (n + 1) è vero.
Si può allora concludere che per ogni n 2'.: no, p (n) è vero. La validità di questo
metodo dimostrativo, intuitivamente, si basa su questo fatto:
1. P er il punto 1, sappiamo che p (no) è vera. Supponiamo ad esempio no = 1:
sappiamo quindi che p (1) è vera (questo va dimostrato esplicilamente).
2. Per il punto 2, poiché è vera p (1), sarà vera p (2): infatti abbiamo dimostrato che
qualunque sia n, se è vera p (n) è vera anche p (n + 1). Ma allora, poiché è vera
p (2), sarà vera p (3); ma allora è vera p (4), ... e così via, dunque è vera p (n) per
ogni n > 1.
Concretamente, la dimostrazione si articola in due fasi.
1. Dimostrare direttamente p (no);

2. Assumere come ipotesi p (n) (ipotesi induttiva) e provare p (n + 1).


È queslo il punto delicato, spesso soggetto a equivoci. "Assumere per ipotesi" p (n)
non significa assumere come ipolesi esattamente la nostra tesi? Non proprio. Quello
che si deve provare è che:
per ogni n ~ no, se è vera p ( n) allora è vera anche p (n + 1)
e non
se per ogni n è vera p (n), allora è vera anche p (n + 1) .
© 978-88-08-06485- 1 7 Il principio di induzione 33

Lo studente rifletta sulla differenza tra le due frasi appena scritte. La sottigliezza
della dimostrazione per induzione è tutta lì. Diamo un paio di esempi significativi di
applicazione di questo metodo:

TEOREMA 1.8 (DISUGUAGLIA N ZA DI B E R N O ULLI) Per ogni intero n > o, X E


JR, X 2': - 1
(1 + x t 2': 1 + nx.

D IMOSTRAZIONE. Per induzione su n . Sian= O. Allora l'asserto diveuta

cioè 1 2'.: 1, evidentemente vero. Supponiamo che sia vero per n , e proviamolo per (n + 1).

(l+x)n+l = (l+ x) · (1 +xt ~


(per ipotesi induttiva (1+x)n~ 1 + nx; inoltre per ipotes i (1 + :r) ~ O perché x ~ -1)

2'.: (1 + x) (1 + nx) = 1 + (n + 1) x + nx2 2': 1+(n + 1) x


dove nell' ultima dis uguaglianza s i è sfrut t ato il fatto che nx2 ~ O. La cateua di dis uguaglianze
mostra che (1 + x)n+l ~ 1 +(n+ 1) x, pertanto la tesi è dimostrata.

T E OREM A 1.9 (FORMU L A DEL BIN OMIO DI N E W TON) Per ogni 'intero n > o. con
a, b E JR,

D IMOSTRAZIONE. (Questo r isultato è stato già enunciato nel paragrafo 2.3; ora ne forruamo
una dimostrazione). Per induzione sun . Per n = O l'asserto è

(a+b) =
0
(~) a0 b0 , cioè l = I ,
vero. Sia vero p er n, e dimostriamolo per (n + 1).

per l'ipot,esi indut.liva

=(a+ b) t (~)
k=O
akbn-k = t (~)
k=O
ak+Lbn- k + t
k= O
(~) akbn fl- k =

eseguendo nella prima sommatoria una traslazione di ind ici

scorporando l'addendo per k = O dalla second a somm a tor ia e q ue llo p er k = n +1 dalla


prima
34 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

sommando le due sommatorie

che è esattament e Passerto voluto, per n + l.

Chiediamoci ora che cosa giustifichi la validità del procedimento di dimostrazione per
induzione dal punto di v ista formale, e non puramente intuitivo. Per rispondere, si
consideri anzitutto la seguente riformulazione del principio di induzione nel linguaggio
degli insiemi:
"Sia S un sottoinsieme di N. Se O ES e, per ogni n E N, se n ES anche n + 1 ES,
allora S = N" .
Formulato in questo modo, il principio di induzione viene ad essere uno degli
assiomi del sistema dei numeri naturali; in altre parole, questo significa che la validità
di questo principio è parte della definizione dell'insiem e N. La situazione è analoga
a quella che abbiamo incontrato parlando della proprietà dell'estremo superiore: la
validità della propriet à d ell'estremo superiore ( ai:isioma di continuità) è parte della
definizione dell'insieme R dei numeri reali.

Lo studente dimostri per induzione le seguenti identità, alcune delle quali si sono già
incontrate nel pararagrafo 1.2:
G La formula per la somma dei primi n interi:

~k
Lt -- -
n (n
-- +-
I) per ogni intero n ~ 1.
2
k=l

€ La formula per la somma geometrica:

n l - qn+l
~l = per ogni intero n ~ O e numero reale q =/= 1.
Lt l - q

di) Ricavare la formula per la somma dei primi n numeri pari:


n
L (2k) per ogni intero n ~ l .
k=l
© 978-88-08-06485-1 8 Numeri complessi 35

Ricavare la formula perla somma dei primi n numeri di.spari:

n-1
I: (2k + 1) per ogni intero n ~ 1.
k= O

Dimostrare che se A è un insieme costituito da n elementi, l'insieme delle part i di A ha


2n elementi.

Dimostrare l'identità dei coefficienti binomiali (utHizzata nella dimostrazione della


formula del binomio di Newton):

(n+k1) -- ( k n_ 1) + (nk) per n, k interi, 1 ::; k ::; n .


8 NUMERI COMPLESSI
Ci sono ragioni, principalmente di natura algebrica, che ci spingono ad ampliare ulte-
riormente il campo numerico; si tratta, in sostanza, di definire in tutta la sua generalità
l'operazione di elevamento a potenza ab (e la sua "inversa"), operazione che, nel cam-
po reale, è definita per ogni esponente b solo se a è positivo, e, se a è negativo, soltanto
per alcuni esponenti (interi o razionali r;: con n dispari).
In questo paragrafo introduciamo quindi il campo dei numeri complessi e definia-
mo su di essi le operazioni algebriche elementari e la radice n-esima. Definiremo in
seguito (cap. 5, par. 2.2) l'operazione di elevamento a potenza qualunque, così come i
logaritmi e gli esponenziali nel campo complesso. Molte applicazioni che lo studente
potrà incontrare nel corso dei suoi studi richiedono l'uso di questi strumenti.

8.1 Definizione di C e struttura di campo


Abbiamo indicato con ~ 2 (abbreviazione di ~ x ~) l'insieme delle coppie ordinate
(a, b) di numeri reali. Su q ueste definiamo direttamente le opera7.ioni di somma e
prodotto con le seguenti regole:

(8.1) (a, b) + (e, d) := (a+ e, b + d)


(8.2) (a, b) ·(e, d) := (ac - bd, ad+ be)
Questa '(somma" e questo "prodotto)) verificano le proprietà commutativa, associativa
e distributiva enunciate nel paragrafo 3. Osserviamo anche che, \:/ (a, b):

(a, b) + (O, O) = (O, O) + (a, b) =(a, b)


dunque la coppia (O, O) è elemento neutro per la somma.

(a , b) · (1, 0) = (1,0) · (a,b) = (a,b)


dunque la coppia (1, O) è elemento neutro per il prodotto.

(a, b) + (- a, - b) = (O, O)
dunque (-a , -b) è l'opposto di (a, b) .
36 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Se
(a, b) -/=(O, O) allora (a, b) · (a 2 : b2 , a2 - : b2 ) = (1, O)
dunque la coppia (a/(a 2 + b2 ) , -b/(a2 + b2 )) è il reciproco di (a, b) .
Dunque le proprietà R 1 , R2 (vedi par. 3) sono verificate per la somma e il prodotto
così definiti e perciò l'insieme JR.2 così strutturato è un campo, che chiameremo campo
dei numeri complessi e indicheremo con C.
Osserviamo ora. che <C cont iene il sottoinsieme <C0 delle coppie c1el tipo (o., O); esso
è un sottocampo di C , poiché somma e prodotto di coppie di questo t ipo sono ancora
coppie dello stesso tipo; infatti si ha:

(a,O) + (b,O) =(a + b,O)


(a, O)· (b, O)= (ab, O)

Inoltre <Co può essere ordinato ponendo (a, O) < (b, O) se a <b. Se allora mettiamo in
corrispondenza biunivoca l'insieme dei numeri reali JR. con Co, ponendo

(a ,O) ~ a

possiamo identificare i numeri reali a con i numeri complessi del tipo (a, O).
In questo senso il campo dei numeri complessi (['. è un ampliamento di quello dei
numeri reali JR..
Consideriamo ora il numero (O, 1). Esso ha la singolare proprietà che:

(O, 1) ·(O, 1) = (- 1, O)

cioè il suo quadrato co'incide col numero reale - 1! Per questa ragione la coppia
(O, 1) merita di essere indicata con un simbolo speciale: la indicheremo con "'i" e
la chiameremo unità immaginaria.

Forma algebrica dei numeri complessi


A questo punto conviene semplificafo la notazione. Osserviamo che, se scriviamo
semplicemente a invece di (a, O) ecc. abbiamo

(a,b) = (a, 0) + (0,1) · (b, O) = a+ib

Con questa notazione le regole (8 .1) e (8.2) sono le ordinarie regole del calcolo letterale,
ove si tenga conto che i 2 = - 1:

(a + ib) + (e + id) = (a + e) + i (b + d)
(a + ib) · (e + id) = (ac - bd) + i (ad + be)
La scrittura

(8.3) z =a + ib

è detta forma algebrica dei numeri complessi; a si chiama parte reale di z e si indica
con Re(z), b si chiama parte immaginaria e si indica con Im(z).
© 978-88-08-06485-1 8 Numeri complessi 37

Piano complesso
In un piano cartesiano, rappresentiamo i numeri complessi a+ 'ib come punti di coor-
dinate (a, b): ecco una semplice e comoda immagine geometrica del campo complesso.
In questo contesto, il piano viene detto piano complesso o pfono di Ga'USSi gli assi x, y
si dicono asse reale e asse immaginario: i punti sull'asse reale sono i numeri reali, i
punti sull'asse immaginario sono i numeri immaginari puri (cioè del tipo ib).
La somma di due numeri complessi è il numero complesso che ha per coordinate
la somma delle coordinate: il significato geometrico di questo fatto è che il punto z + t
si costruisce a partire dai punti z, t in base alla "regola del parallelogramma" (vedi
fig. 1.8).

t+z

t -z

Figura 1.8.

Abbiamo visto che C soddisfa gli assiomi di campo; non soddisfa però quelli di campo
ordinato, ovvero non è possibile definire una relazione < tra i numeri complessi, in
modo che valgano le proprietà elencate nel paragrafo 3 (in particolare, la R.3 ) . Infatti
si può dimostrare che da quelle proprietà segue che il quadrato di un numero qualsiasi
non è mai negativo, e d 'altra parte, se un numero è positivo il suo opposto è negati·vo.
Ora, in C si ha:
2 2
1 = 1 e i = - 1

Abbiamo quindi due quadrati che sono l'uno l'opposto dell'altro. Nessuno dei due
però può essere negativo (perché sono quadrati), e questo è assurdo (perché tra a e
- a uno dev'essere negativo, se a f. O). Concludiamo che C non è un campo ordinato .

8.2 Coniugato e modulo


Il numero complesso a - ib si dice il complesso coniv,gato di z = a + ·ib e si inùica, cun
z. Evidentemente si ha:
z + z = 2a = 2 Re(z)

z- z = 2bi = 2iim(z)
38 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485·1

L'operazione di coniugio ha le seguenLi elementari proprietà rispetto alla somma e al


prodotto:

Osserviamo ora che


zz = (a+ ib) (a - ib) = a 2 + b2 2: O
Si chiama modulo di z = a+ ib il numero reale non negativo J a 2 + b2 , che si indica
con jzj. Se z = a è reale, il suo modulo si chiama valore assoluto e si indica sempre
con la !, come detto nel paragrafo 4. Valgono le seguenti proprietà:

a) lzl 2: O e lzl = 0 ~ z =0
b) lzl = lzl
e) IRe(z)I s; lzl IIm(z)I s; lz l lzl < I Re(z)I + JIm(z)J
(8.4) d) Jz1 + z2J s; lz1l + lz2I (disuguaglianza triangolare)

(8.5) e) lz1 + z2I > J Jz1 l - lz2 l J

Le proprietà a), b) , c) si verificano immediatamente. Proviamo d), e) .


Esse sono equivalenti alla seguente:

Ponendo z1 = a + ib, z2 = e + id otteniamo:

Con calcoli elementari questa doppia disuguaglianza si riduce a

che è equivalente alla seguente:

lac + bdJ s; .Ja2 + b2 . J c2 + d2


Elevando al quadrato entrambi i membri si arriva a :

ovvero a

che è vera per ogni a, b, e, d E R

l
© 978-88-08-06485-1 8 Numeri complessi 39

Geometricamente, lzl rappresenta la distanza del punto (o numero complesso) z dal-


l'origine; lz1 - z2I rappresenta la distanza dei due punti z1 e z2; le disuguaglianze
(8.4) e (8.5) traducono il noto teorema sulle lunghezze dei lati di un triangolo (vedi
fig. 1.9).

I
I
I
I
I
I
I

Figura 1.9.

Utilizzando i concetti ora introdot t i, possiamo rappresentare in forma algebrica il rap-


porto d1. due nmnen· comp 1essi· a + ib.d; b asta mo1tip
· i·icare numera t ore e denommatore
·
c+i
per e - id; abbiamo:

a +ib (a + ib) (e - id) ac + bd . be - ad


------- = +i---
c+id lc + idl2 c2+d2 c2+d2

Vediamo come si può risolvere un 'equazione nel campo complesso, quando questa
coinvolge l'incognita z = x + iy anche attraverso Rez, Imz, z, lzl.

2
ID z + iimz + 2z = O

Poniamo z = x + iy, con x, y incognite r eali, e trascriviamo l'equazione a. questo modo

Z2 = (X + iy
. )2 = X2 - y2 + 2·ixy
i l mz = iy

2z = 2 (x - iy) = 2x - 2iy

(x2 - y
2
+ 2ixy) + (iy) + (2x - 2iy) = O

Ora, un numero complesso è zero se e solo se la sua parte reale e parte immaginaria sono
zero. Perciò mettiamo in evidenza la parte reale e la parte immaginaria del primo membro
40 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

ed uguagliamo ent rambe a zero:

(x
2
- y
2
+ 2x) + i (2xy + y - 2y) =O
x 2 - y 2 + 2x = O
{ 2xy - y =O

Si è così trasformata l'equazione in una incognita complessa in un sistema di due equazioni


in due incognite reali. Risolviamo il sistema. L a seconda equazione dà:

1
y= O O X = -
2
Per y = O la prima equazione diventa
x
2
+ 2x =O
che dà
X= 0 O X = - 2
Per x = ~ la prima equazione diventa

-y
2
+ -45 = o
che ha soluzioni
y =±-
·./5
2
Quindi le soluzioni sono:

z =O Z = - 2 Z =
1
-
. .j5
+i- z= -
1
-
.vs
i -
2 2 2 2
L'equazione ha 4 soluzioni.

Il metodo visto in quest 'esempio (passare alla parte reale e immaginaria dell'equazio-
ne) è applicabile in linea di principio ad ogni equazione in C. In pratica, un generico
sistema di due equazioni in due incognite è quasi sempre insolubile per via algebrica.
Perciò prima di mettersi su questa strada è bene osservare se non ce ne sia una più
semplice.

8.3 Forma trigonometrica


Come è noto dalla Geometria, i puntj del piano possono essere individuati, oltre
che dalle loro coordinate cartesiane , anche dalle coordinate polari: p (raggio polare,
cioè distanza del punto dall'origine) e () (angolo polare, cioè l'angolo che la retta
congiungente il punto con l'origine forma con l'asse delle ascisse positive, m isurato
in senso antiorario). È chiaro che una coppia p , B, con p > O, individua un ben
determinato punto del piano; invece un punto del piano individua univocamente la
coordinata p, ma l'angolo (J, misurato in radianti, è determinato solo a meno di multipli
di 27r (fig. 1.10).
Dato un numero complesso z , il suo modulo lzl coincide col raggio polare del punto
che ne è l'immagine sul piano complesso. Chiamiamo argomento di z , e lo indicheremo
con arg(z ), uno qualsiasi degli angoli() relativi al punto z . In questo modo l'argomento
© 978-88-08-06485-1 8 Numeri complessi 41

z = a+ ib b

fJ = arg(z)

Figura 1.10.

di z non è univocamente determinato. Spesso questa indeterminatezza non porta


alcun inconveniente. Altre volte invece è preferibile assegnare un ben determinato
argomento a un numero complesso. Ciò può ottenersi in infiniti modi , fissando un
qualsiasi intervallo, di ampiezza 27r, entro il quale far variare l'angolo B. Gli intervalli
più comunemente usati a questo scopo sono (O, 27r) e (-7r, 7r]; allora l'argomento di z
viene det to argomento principale.
Per esempio, il numero -i ha come argomento -7r/ 2 oppure 3?T / 2 oppure qua-
lunque altro valore della forma - 7r/ 2 + 2k7r con k E Z. Il suo argomento principale
sarà 3n/ 2 se si adotta la convenzione che () E [O, 27r), -7r/2 con la convenzione che
()E (-n, n] . I numeri reali positivi hanno argomento principale O e quelli negativi 7r
con entrambe le convenzioni. Per il numero O l'argomento non viene definito.
Dato il numero z = a+ ib, dalla trigonometria ricaviamo immediatamente le
relazioni t ra le coordinate car tesiane a , b e quelle polari p, ():

(8.6) a= pcos () b = psin()

cosicché il numero complesso z può anche scriversi nella forma

(8.7) I z = p(cos () + 'Ì sin fJ) I


che è detta forma tT"igonometrica dei numeri complessi.
Le relazioni inverse di (8.6) sono:

a
(8.8) cosB = ---::===
Ja2 + b2
sin() = b
Ja2 + b2
I

l!D Scriviamo in forma trigonometrica i l numero complesso:

v'3+i
Abbjamo p = Ja2 + b2 = J3+T = 2;

r;; + i. = 2(J3 + 'L·1) = 2(


"2 cos 7r . . 7r )
v;:,
2 6 + i sm 6
42 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

Formule di De Moivre
La forma trigonometrica è comoda per esprimere prodotti e quozienti di numeri
complessi. Se abbiamo infatti

otteniamo
z1z2 = P1P2 { cos ()i cos B2 - sin fh sin B2 + i(sin B1cos82 + cos 81 sin B2)} =
(8.9)
= P1 P2 { cos (81 + B2) + i sin (()1 + 82) }
Se z2 =I=- O, abbiamo
z1 P1 cos f:Ji +i sin B1
z2 P2 cos B2 + i sin B2
Moltiplicando numeratore e denominatore per cos 82 - i sin 82 e tenendo conto che
( cos 82)2 + (su1 612) 2 = 1 abbiamo:

(8.10) ~= Pi (cos01 +isin 81)(cosB2 -isinB2) = Pi { cos(81 - 82) +isin(t11 - l'h)}


Z2 P2 P2
Pertanto il modulo del prodotto e del quoziente di due numeri complessi è, rispettiva-
mente, il prodotto e il quoziente dei moduli; l'argomento è, rispettivamente, la somma
e la differenza degli argomenti:

Iz L · z2 I = Izi I · Iz2 I arg(z1 · z2) = arg z1 + arg z2


(8.11)
lzdz2 I = lz1 l/lz2I arg(z,/ z2) = arg z1 - arg z2

La (8.9) si generalizza al caso di un numero qualsiasi di fattori z 1, z2, ... , Zn.

(8.12) Z1Z2 ... Zn = P1 P2 ... Pn { cos(B1 + 02 + ... + Bn) +i sin (81 + 82 + ... + Bn)}
Se poi i fattori sono tutti uguali, otteniamo:

(8.13) Izn = pn ( cos(nfJ) + i sin( nB)) I


Le relaL::ioni (8.9)-(8.13) vanno sotto il nome di formule di De Moivre. Vediamone
alcune applicazioni.

Scrivere in forma algebrica (1 + i)7.


Determiniamo modulo e ar gomento di (1 + i) e poi applichiamo la formula di De Moivre.

Jl +il= J2 arg(l +i)=~

Quindi
1(1 I i)
7
1= ( hf = 8v'2 arg (1 + i) 7 = ~7r
Di conseguenza:
© 978-88-08-06485-1 8 Numeri complessi 43

Risolvere l'equazione
z3 - lzl = O
Sostituire z = x + iy e separare parte reale e parte immaginaria è possibile, m a porta a
calcoli algebrici u n po' pesanti. Se riscriviamo l'equazione nella form a

z3 = lzl
possiamo invece n ot are che ambo i membri si esprimono facilmente se sj p one z = p( cos () +
i sin O), ovvero se si usa la forma trigonometrica. Infatti:

z~ = p3(cos3B+i sin30) lzl = p

e l'equazione è soddisfatta se e solo se i due membri hanno moduli uguali e argomenti che
differiscono per multipli di 27r, ovvero (il secondo membro ha argomento O) :

p3 = p
{ 30 = 2k7r conk E Z

La prima equazione d à p = O e p = 1 (attenzione: p dev 'essere ~ O perché è il modulo


del numero complesso; perciò p = -1 non è accettabile); la seconda d à.: O = 2 ~11" . Si trova
pertanto:
2kn . . 2kn k
z= O z = cos - - +i sm - - per · = 0 , 1, 2
3 3
Esplicitamente:
1 . v'3 1 . v'3
z= O z =l z = --+i- z=--- i -
2 2 2 2

Le formule di De Moivre permettono di dare un'interpretazione geometrica al prodotto


di numeri complessi. Sia z, per cominciare, un numero complesso di modulo 1, quindi
del tipo (cos () + i sin O). Allora, moltiplicare un numero per z significa sommare () al
suo argomento, cioè eseguire una rotazione di angolo O. Se z ha modulo p anziché 1,
oltre ad eseguire una rotazione si esegue una dilatazione di coefficiente p. Ad esempio:
- moltiplicare per i significa eseguire una rotazione di ~;

- moltiplicare per - 1 significa eseguire una rotazione di w;

- moltiplicare per (1 +i) significa eseguire una dilatazione di coefficiente ../2 e una
rotazione di 7r/ 4.

8.4 Radici n -esime


Dato un numero complesso w, diremo che z è una radice n-esima (complessa) di w se
risulta zn = w.

TEORE MA 1.10 Sia w E <C, w =f. O, e n intero ~ 1. Esistono precisamente n radici


n-esirne complesse zo, z1, ... , Zn- 1 di w; posto w = r( cos <p + i sin <p) e Zk = Pk (cos ()k +
i sin ek) abbiamo

Pk = rl/n
(8.14) k=O,l, ... ,n - 1
44 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

DIMOSTRAZIONE. I numeri Zk sono evidentemente radici di w, come risulta calcolando zJ;'


mediante la formula di De Moivre. Mostriamo che non ve ne sono altre. Infatti, perché un
numero R( cos 'I/; +i sin 'ljJ) sia radice n-esima di w, dovrebbe risultare
Rn = r e n'l/; = cp + 2h7r con h EZ
e cioè
R = rl/n e '!/; = cp/n + 2hrr /n
Dando ah i valori O, 1, . . . , n - 1 troviamo appunto i numeri Zk . Dando ah un qualsiasi altro
valore li diverso dai precedenti, questo può scriversi nella forma li = k + mn (m E Z è il
quoziente e k è il resto della divisione di h per n) p er cui sarebbe
r.p 2k7r
'I/; = - + - + 2mrr = (h + 2mrr
n n
e ritroveremmo ancora gli stessi Zk precedenti.

Per le radici complesse si usa purtroppo una notazione un po' ambigua, la stessa in uso
per indicare la radice aritmetica; si indica cioè con ylZ o z 1 ln l'insieme delle n radici
complesse di z . Ciò può creare confusione quando z è reale. Infatti il simbolo .J4,
inteso come radice aritmetica di 4, è 2; inteso come radice complessa di 4 è l'insieme
dei due numeri + 2 e - 2.

Le tre radici cubiche di - 1 sono i nu- Zo


meri Zk della forma: COS ek + i sin Bk COil ek = I
I

7r /3 + 2k7r /3, k = O, 1, 2. Esplicitamente abbia- I


I
7r/3
mo: 1
z, o I

I
I
Z1 = - 1
Z2
Z2 = .!2 (1 - v'3i) Figura 1.11.

La disposizione delle radici cubiche dell'esempio precedente nel piano di Gauss non
è ca.suale. Infatti se w = r( cos c.p + i sin c.p) le radici n-esime zo, z1 , ... , Zn- l di w si
trovano ai vertici del poligono regolare di n lati inscritto nella circonferenza di centro
O e raggio r 11n , con il vertice zo posto nel punto di argomento()= c.p/n.
Nella figura 1.12 sono rappresentate le radici seste di i : zo, z1, ... , z5 .

Calcolare ?"l +i. Il numero (1 + 'i) ha modulo V2 e argomento 7r / 4. Le radici quinte


saranno quindi:

ysr-;:;;
V~ [cos ( 4
.!!. + 2krr) + i sin ( ~4 + 2kn)]
5 5

con k = O, 1, 2,3,4

Gli angoH trovati non sono notevoli, ma volendo si possono calcolare seni e coseni in modo
approssimato, usando una calcolatrice.
© 978-88-08-06485-1 8 Numeri complessi 45

I
I
I

o I
I
l

' .... o= _!!___


' 12

Figura 1.12.

Equazioni di secondo grado


Un1equazione di secondo grado

az
2
+ bz + e= O
con coefficienti a, b, e E C, si risolve con la "solita" formula

-b± Jb2 - 4ac


z=
2a
a patto di intendere la radice quadrata in senso complesso. Il segno ± davanti al
simbolo di radice è in realtà superfluo, perché il sim bolo stesso V- nel campo complesso
denota due numeri, uno opposto dell'altro.

m z2 + 2iz - VJi = O

z= -i ± J-1 + VJi = - i ± . 2 ( cos ~ 7r + i sin ~n) =

=-i ± h (cosi +isini) =±~ +i (-1 ± ~)


Il teorema 1.10 ci dice che un polinomio del t ipo zn + a (con a complesso) ha in C
esattamente n radici; nel campo reale invece l'equazione xn + a = O può avere due,
una, o nessuna radice (esempi: x 2 - 1 =O, ;r;3 - 1 = O, x 2 + 1 = O); ora sappiamo che
tale equazione ha sempre n racllici in C, ma solo occasionalmente una o due di esse
stanno in JR.
Il risultato è di portata ben più generale, come afferma il seguente teorema, di cui
non riportiamo la dimostrazione .

TEOREMA 1.11 (TEOREMA FONDAMENTALE DELL'ALGEBRA) Un'cqv,az'ione poli-


nomiale della forma
46 Capitolo 1. Numeri © 978-88-08-06485-1

con coefficienti complessi qualsiasi ha precisamente n radici in C, se ognuna di esse


viene contata con la sua molteplicità.5

~ Scrivere in forma algebrica (z =a+ ib, a, b E JR) i segueuti numeri complessi:

(2 +i) (1 - i) 1 (v'3 + i v'2) 3


3 - 2i i (3 + 2i) 2
v'2 - v'3i

Calcolare modulo e argomento dci seguenti numeri complessi:

- 3i; - 5; -J3 +i
Calcolare modulo e argomento dei numeri:

1 +i./3 l+ i l +i
1- i 1-i v'3 +i

(il Disegnare nel piano complesso il luogo dci punti z tali che:
1
i) lzl = lz +il ii) Re (z
2
) >2 iii) Im -
z
= -1
Verificare che, V z E C:
jzJ 2: R e (z) jzj 2: Im (z) lzl :S jRe (z)I + jl m (z)j

Scriver e in forma algebrica a + ib i numeri

l -iJ3 1-
(-
i)3 (1 + i)
2o
(1 - i) 11
1 +i 1 +i

Calcolare le radici seste di - 1 e rappresentarle sul piano di Gauss .

Risolvere le equazioni
2
a) (z - 2) 3 = -i b) z - (4 + i)z + 4 + 2i =O

Esprimere cos 58 come combinazione lineare di potenze di cos () e sin e.


Esprimere (sin 8) 4 com e combinazione lineare di termini del tipo sin (kB) e cos(kfJ) .

Calcolare le seguenti radici n-esime nel campo complesso. Quando l'argomento di Vlz
è un valore notevole, riscrivere in forma algebrica le radici (ad esempio: 2 ( cos i + i sin i) =
J3 +i) .
\/- 2 - 2v'3i
O Disegn are nel piano complesso i seguenti insiemi:

A = {z : 1 < lzl < 2; i< argz < i} B = {iz : z E A}

5 Se P(z ) è un polinomio in z di gradone zo una sua radice, si dice che zo è di molteplicità k (k


intero, 2: 1) se vale la formula P(z) = (z - zo)kQ(z), dove Q è un polinomio tale che Q(zo) f:- O.

l
© 978-88-08-06485-1 8 Numeri complessi 47

Determinare tutte le soluzioni delle seguenti equazioni nel campo complesso:


2
z 2 +2z+3= 0 z+3i+(Re z)(i+(Im z) ) = 0
z2 + 2iz - 3= O G) iz3 = z
iz2 + (1 +i) z +1= O z6 + 2z3 - 3= O
z2 +z = O (z°)4 = lzl
i Re z + z =
2
lzl 2 + 1 e 2 lz12= z3

COMPLEMENTI
1 Iel paragrafo 1.1 si sono definite l'unione e l'intersezione di due (e quindi di un
numero finito) di insiemi, e si è mostrata l'analogia tra unione e "o", intersezione ed "e" .
Consideriamo ora una famiglia infinita Ai , A2 , A3 , ... di sottoinsiemi di un insieme fissato X.
Come si potrebbero definire rigorosamente la loro unione e intersezione infinita, cioè

LJ An, n A n?
00 00

n= l n=l

Suggerimento: non si possono usare infinite "e" od "o", bisognerà invece usare opportuna-
mente i quantificatori.

2 Dimostrare che log2 3 è irrazionale.

3 Dimostrare le proprietà dei coefficienti binomiali (2.3) enunciate nel paragrafo 2.3
mediante un calcolo algebrico diretto (e non per induzione).

4 Dimostrare la disuguaglianza di Bernoulli (1 + xt > 1 + nx nel caso particolare


.'!;~O, usando lo sviluppo del binomio di Newton (invece che per induzione, come fatto nel
paragrafo 7).

5 Dimostrare che l'intervallo [O, l ] e il quadrato [O, 1] x [O, 1] hanno la stessa cardinalità.
Suggerimento: rappresentare in forma decimale O.a1a2a3 ... gli element i di [O, l ], e trovare
un algoritmo esplicito che associ, biunivocamente, ad ogni elemento di questo tipo una coppia
ordinata di elementi di questo tipo.

6 Dimostrare che P (N) ha la stessa cardinalità dell'intervallo [O, l ].


Suggerimento : rappresentare i numeri dell'intervallo [O, 1] in forma decimale binaria, cioè
del tipo O.a 1a2a3 ... con ai cifre O o 1; quindi , trovare una corrispondenza biunivoca tra
l'insieme dci numeri così seri tti e P (N).

7 Si studi e si comprenda in dettaglio la seguente dimostrazione del teorema, enunciato


nel paragrafo 6: "Per ogni insieme A, A e P (A) nou hanno la stessa cardinalità." .
DTMOSTRAZLONE. Per assurdo, supponiamo che esista una corrispondenza biunivoca f tra A
e P (A), e definiamo
X= {a E A: a r/. f (a)}
dove f (a) indica l'elemento di A che corrisponde ad a. Sia ora x E A l'elemento che
corrisponde a X. Allora si ha: x E f (x) {=> x E X {=> x ~ f (x), assurdo.
Funzioni di una variabile

1 IL CONCETTO DI FUNZIONE
Il concetto di funzione è centrale in m atematica, ed estremamente generale. Dal punto
di vista fisico, si può dire che questo concetto nasca per descrivere matematicamente
quello di grandezza variabile. Esempi di grandezze variabili sono pres~:mché ovunque
attorno a noi: la posizione di un oggetto mobile, o la sua velocità, la temperaLura
in una stanza, la densità di un oggetto, i prezzi delle merci ecc. Si potrebbe pensare
che, dopo tutto, queste grandezze sono espresse da numeri, per cui non c'è bisogno
di introdurre alcun nuovo concetto per descriverle. Tuttavia, dfre che, ad esempio,
la velocità di un'automobile è espressa da un numero è un'affermazione piuttm;to
imprecisa, perché un numero può indicare solo la velocità in un istante fissato. Più
in generale: i numeri, di cui finora ci siamo prevalentemente occupati, sono adatti
a esprimere grandezze costanti; p er esprimere grandezze variabili ci vuole un'idea
diversa. Ora, un'analisi logica del concetto di grandezza variabile mos tra che questa
coinvolge sempre una relazione tra due grandezze: la velocità di un'automobile varia
al variare del tempo; la densità di un oggetto può variare da p·unto a punto; in altre
parole:

l'esistenza di una grandezza variabile sottointende Fesistenza di una relazio-


ne tra due grandezze (tempo e velocità; posizione e densità ecc.) , ovvero la
dipendenza di una grandezza da un'altra.

Questa dipendenza segue, di volta in volta, una certa legge. Vediamo alcuni esempi
di questo tipo, che ci perrnetLeranno di precisare una caratteristica fondamentale del
concetto di funzione:

• Se si lascia cadere un oggetto pesante da una certa altezza, lo spazio percorso


dall'oggetto varia col tempo secondo la formula
altezza h
1
s(t) = -gt2 (g accelerazione di gravità) } s(l)
2

Cioè a t viene associato s(l); in simboli:

t ~ s(t) = spazio percorso al tempo t. Figura 2.1.


50 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

• Se un capitale unitario viene investi to per un anno al tasso mensile i, il capitale


finale dipende da. i secondo la formula

k(i) = (1 + li2)12
Cioè:
i 1-----t k(i) =capitale alla fine dell'anno
• La potenza P di una lente dipende dalla lunghezza focale f secondo la formula

P=~
i
(se f è misurata in metri, P è espressa in diottrie).
In ciascuno degli esempi precedenti, a un numero reale (ingresso) viene associato
univocamente un altro numero reale (uscita) . È proprio l'univocità della corrispon-
denza a caratterizzare una funzione. In generale, gli ingressi ammissibili per una data
corrispondenza sono soggetti a restrizioni naturali, legate a11a natura stessa della
corrispondenza.
Nel primo esempio il numero reale "di partenza" ha il significato di tempo; imma-
ginando di lasciar cadere l'oggetto a un tempo iniziale t = O è evidente che ci si dovrà
limitare a tempi t 2':: O.
Nel secondo esempio, evidentemente dovrà essere O :Si :S 1. Infine, nel terzo esempio,
dal significato di f , deve essere f > O, mentre la formula impone ulteriormente f > O.
L'insieme dei valori "di partenza" ammissibili per una data funzione prende il
nome di dominio.
Spesso si usano le locuzioni varia.bile indipendente per indicare un ingresso generico
e variabile dipendente per indicare l'm;cita.
I prossimi esempi sono di tipo un po' diverso:

• Consideriamo una sbarra metallica sottile di lunghezza L; possiamo rappresentarla


con l'intervallo [O, L]. La t emperatura T nel punt o x della sbarra all'istante t, è
espressa da un numero che dipende dalla coppia di numeri (x, t), secondo una certa
legge. In simboli:
(x, t) 1---7 T (x, t).
Questa volta l'ingresso non è un numero, ma piutt osto una coppia ordinata di
numeri (x, t) , mentre l'uscita è ancora un numero. D 'altro canto, se x E [O, L] e
t > O, la coppia (x, t) è un elemento dell'insieme A = [O, L ] x [O, +oo). Si può
ancora dire, quindi, che ad ogni elem ento di un certo insieme A vieue a:.;::;odato
univocamente un elemento di un altro insieme B (qui B =JR) .
• Se A è l'insieme degli studenti di un certo corso e B è l'insieme dei loro nomi,
la corr ispondenza che associa ad ogni studente il suo nome è univoca (mentre
il viceversa non è necessariamente vero: potrebbero esserci due studenti con lo
stesso nome). In questo caso né A né B sono insiemi numerici, e tuttavia risulta
ben definita una corrispondenza univoca t r a questi due insiemi.
Si arriva così al concetto generale di funzione L:

1 Questa definizione moderna di funzione è dovuta a Dirichlet, in una memoria del 1837.
© 978-88--08-06485-1 1 Il concetto di funzione 51

DEFINIZIONE 2.1 Dati due insiemi A , B qualsiasi, una funzione f di dominio A a


valori in B (o anche "di codominio B ") è una qualsiasi legge che ad ogni elemento di
A associa uno e un solo elemento di B. Scriveremo:

f : A. -+ B

{che si legge "! definita da A a B") . La scrittura

f :X I-+ f (x)
(che si legge "!associa f (x) ad x") indica come la funzione f agisce s ugli elementi.
Il simbolo f (x) indica il valore che la funzione f associa ad x, e non va confuso col
simbolo f , che denota la funzione st essa.

Ad esempio, per la funzione k sopra definita si avrebbe:

k : [O, 1] - t JR
. )12
k :i I-+
(1 + 17,2

Si usa anche la scrit tura


Y = f (x)
per indicare che la variabile y è funzione di x, ossia che y è il valore che f associa
all'ingresso x . Di nuovo, la proprietà caratteristica di J, affinché la si pos1:m chiamare
funzione, è l'univocità della corrispondenza: assegnato l'elemento di "ingresso" a, E A,
l'elemento di "uscita" b = f (a) dev'essere univocamente determinato.
Si può pensare a un a funzione come a una scatola nera che a ogni ingresso
ammissibile x associa un'unica uscita f( x) :

scatola nera

X ~~~~~~~~~~+;
J 1------- -- - -- .-
- f (x)
input output

Figura 2.2.

L'uscita corrispondente a x si chiama immagine di x; l'insieme delle possibili uscite


si chiama immagine di D tramite fesi indica con il simbolo f (D) o lmf. Si noti che
nella scrittura f : A.-+ B , il codominio B può essere più grande dell'im magine f(A)
(ossia in generale è f(A) ç B). Ad esempio, se f ha valori reali, solitamente si scrive
.f : A ----t JR senza precisare quale sia l'effettiva immagine di f.
Alcune classi di funzioni di cui ci occuperemo in questo corso sono le seguenti:

• le funzioni f : N -t JR, che si dicono successioni: le sLudieremo nel capitolo 3,


paragrafo 1;

• le funzioni f : :JR -+ JR (funzioni reali di variabile reale), di cui ci occuperemo a


partire da questo capitolo;
52 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

• le funzioni f : JRn ~JR= di tipo lineare, dette anche trasformazioni lineari, di cui
si occupa l'algebra lineare;

• le funzioni f : JRn ~ JR= (non necessariamente lineari) , di cui ci occuperemo nel


secondo volume.

Infine, nello studio del calcolo differenziale e integrale) incontreremo anche alcuni
esempi di funzioni dcfirùte tra insiemi che, a loro volta, hanno per elementi altre
fun1.:ioni. Come si vede, il concetto di funzione (come quello di insieme, introdotto nel
cap. 1) fa attualmente parte del linguaggio cli base della matematica, che unifica trn
loro concetti e oggetti molto diversi.

2 FUNZIONI REALI DI VARIABILE REALE


2.1 Generalità
Nel pcu·agTafo precedente è stato introdotto il concetto di funzione nella sua generalità.
Le fu nzioni di cui ci occuperemo a partire da questo capitolo, sono le funzioni reali
di variabile reale, ossia le funzioni per cui sia la variabile di "ingresso" che quella cli
"uscita" sono numeri reali. La funzione ha dunque per dominio un sottoinsiene di JR
e per codominio JR; l'immagine di f sarà anch'essa un sottoinsieme di JR:

f :D ~ JR con D ç JR

f: X ~ f(x)
Le funzioni più comuni, come vedremo, hanno come dominio e come immagine w1
intervallo (che eventualmente è tutto JR) o l'un'ione di un numero finito di intervall'i
(cfr. par. 4.4 del cap. 1).
La dipendenza di f (x) da x si visualizza efficacemente disegnando il grafico di f,
ossia l'insieme dei punti del piano di coordinate (x , y) con

y= f(x)
e x variabile nel dominio D (v. fig. 2.3). Per le funzioni più comuni, il grafico è una
curva, nel senso intuitivo del termine.
La proprietà fondamentale che fa di f una funzione, ossia il fatto che ad ogni
ingresso x E D faccia corrispondere una e una sola uscita f (x) E JR, ha allora il
seguente significato geometrico: '

a X b

Figura 2.3. Grafico di una funzione di dominio D = [a, b].


© 978-88-08-06485-1 2 Funzioni reali di variabile reale 53

ognj retta parallela all'asse delle ordinate che taglia l'asse delle ascisse :in un.
punto x dcl dominio D, interseca il grafico di f in uno e un sol punto.

Infatti, se la retta non intersecasse il grafico significherebbe che all'ingTesso x non


corrisponde alcuna uscita, mentre se lo intersecasse in più di un punto significherebbe
che all'ingresso x corrispondono più uscite distinte, cadendo quindi l'univocità della
funzione (v. fìg. 2.4).

Figura 2.4. Questa curva non è il grafico di una funzione: all'ingresso x quale uscita J(x) corrisponde?

Si noti che, invece, nulla impedisce che una retta parallela all'asse delle ascisse tagli
il grafico di f in più punti (o in nessun punto).
Per le funzioni reali di variabile reale si pu~sono introdurre alcune importanti
nozioni, che non sempre hanno senso per funzioni di tipo più generale.

2.2 Funzioni limitate


Se il grafico di una funzione f : D - 7 JR è contenuto nel semipiano inferiore delimitato
da una retta parallela all'asse delle ascisse, per esempio di equazione y = Al, la
funzione si dice limitata superiormente. Analiticamente significa che

j (x) :S M per ogni X ED

Analogamente, f si dirà limitata inferiormente se il suo grafico è contenuto nel


semipiano superiorP.
/
f(x) 2: m per ogni xED
Una funzione si dirà limitata se è limitata sia inferiormente che superiormente. Il
grafico di una funzione limitata è contenuto in una striscia orizzontale del piano x y.
Per esempio (v. fìg. 2.5):

• x i - - ' x3 , x E JR, non è limitata né superiormente, né inferiormente.


• !1; 1-----> x2 , x E JR, è limitata inferiormente; infatti x 2 2: O, \;/~e E JR.

• x i--' H:x·i, x E JR, è limitata, poiché O < l;x 2 :S 1, V x E JR.


Equivalentemente, si può dire che una funzione è limitata superiormente (limitata
inferiormente, limitata) se, rispettivamente, la sua immagine è un sottoinsieme di JR
limitato superiormente (limitato inferiormente, limitato).
54 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

1
X 1-----t x3 X 1-----t x2 .x ~ --2
l +x
non limiLa.La
(né superiormente, limitata inferionnentc limitata
né inferiormente)

Figura 2.5.

2.3 Funzioni simmetriche ..


I grafici di alcune funzioni presentano particolari proprietà di simmetria. Per esempio
vi sono funzioni il cui grafico è simmetrico rispetto all'asse delle ordinate. Queste
funzioni si chiamano funzioni pari, hanno un dominio simmetrico .rispetto a. x = O
(tipicamente un intervallo del tipo (- a, a)) e sono caratterizzate dalla relazione
(2.1) f(- x) = f(x)
che esprime l'uguaglianza delle ordinate corrispondenti ai punti x e -x, simmetrici
rispetto a x = O.
Funzioni che hanno il grafico simmetrico rispetto all'origine si chiamano d'ispari;
anch 'esse hanno dominio simmetrico rispetto a x = O e sono caratterizzate dalla
relazione
(2.2) f( - x) = - f( x )
Per e~empio, la funzione x r-----; x 2 è pari, mentre x ~ x 3 è dispari. Più in generale, le
potenze a esponente intero sono funzioni pari (dispari) se l'esponente è pari (dispari).

y y

-a -x
-a X X a X a

- f(x)
grafico di mm fum:ione pari grafico di u na funzione dispari

Figura 2.6.
© 978-88-08-06485-1 2 Funzioni reali di variabile reale 55

Notiamo che una funzione non può, invece1 avere il grafico simmetrico rispetto all'asse
x: per quanto osservato nel paragrafo 2.1, una curva con tale simmetria non sarebbe
il grafico di una funzione, venendo meno l'w1ivocità della corrispondenza..

2.4 Funzioni monotone


Una funzione si dice monotona crescente o non decrescente se per ogni coppia di punti
x1, x2 nel dominio di f si ha:
(2.3)
Se nella (2.3) vale il maggiore anziché il maggiore o uguale si dice che .f è stretta:rnente
crescente.
Se invece nella (2.3) si sostituisce ";::::" con ":::::; n f si dice decrescente o non
crescente; se poi la (2.3) vale con "<" anziché con ":::::;" f si dirà strettamente
decrescente.
In altri termini: f è crescente (strettamente crescente) se, all'aumentare dix, l'or-
dinata corrispondente sul grafico non diminuisee (aumenta); .f è decrescente (stret-
tamente decrescente) se, all'aumentare di x, l'ordinata corrispondente non aumenta
(diminuisce).
A

funzione non decrescente funzione


(si noti il tratto orizzontale) stretlarnente crescente

Figura 2.7.

Per esempio, x 1------4 x 3 è strettamente crescente; la funzione cost ante x i - - . k (che ha


come grafico la retta di equa:z;ione y = k) è sia non decrescente sia non crescente. Tutte
queste funzioni (crescenti o decrescenti, strettamente o non) si dicono monotone.

2.5 Funzioni periodiche


La funzione! : D ~JR. (non costante) è periodica di periodo T , T > O, se Tè il più
piccolo numero reale positivo tale che
f(x + T) = f(x) per ogni x ED
Ogni intervallo di lunghezza T , contenuto in D , si chiama intervallo di periodicità. Ba-
sterà disegnare il grafico di f su un qualunque intervallo di periodicità, per conoscere
il grafico di f su tutto il dominio (v. fig. 2.8).
Tipici esempi di funzioni periodiche sono le funzioni trigonometriche x 1------4 ::iin x
(T = 27f), x i - - . cos x (T = 2n), x i - - . tg .:r; (T = r.) sulle quali torneremo in un
pro:ssimo paragrafo.
56 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

/ /
/ /
/ /
/ /
-+"--:'l~-t-~---+--JL__-+-~-+--.'~-1-~--t---,f---+-~---<,._..l----+-~~1---1----+-~~+--~I~~~~
/
- GI 1 - 5 5 6 I
I I
I I

Figura 2.8. Funzione period iq di periodo 2.

3 FUNZIONI ELEMENTARI
Esaminiamo in questo paragrafo alcune tra le più comuni funzioni numeriche, evi-
denziandone le proprietà principali e segnalandone uso e interpretazione in qualche
contesto applicativo.
Lo studente conoscerà già, probabilmente, la maggior parte di queste funzioni .
Si t enga presente che le proprietà che qui richiameremo brevemente (proprietà alge-
briche e loro utilizzo, grafici, ... ) devono essere possedute con padronanza, per poter
procedere con efficacia nello studio del calcolo infinitesimale. Lo studente che trov&:;se
difficoltà, ad esempio, nello svolgere gli esercizi riportati alla fine di questo capitolo,
è invitato a dedicare qualche t empo allo studio di questi argomenti elementari.2

3.1 Funzioni potenza


Riserviamo la denominazione di funzioni potenza a funzioni del tipo seguente:

(3.1) I f (x) = kx 0
j (o. :f O)
dove k e a sono numeri reali. In generale, queste funzioni sono definite solo per x 2: O,
se a> o>e per X> o, se a< O.
La (3.1) indica che ruscita f(x) è proporzionale, secondo la costante di proporzio-
nalità k, a xo: . Cominciamo a passare in rassegna alcuni esempi di funzioni potenza
che si incontrano in applicazioni di vario tipo, quindi faremo alcune puntualizzazioni
generali.
Negli esempi sottostanti usiamo lettere più appropriate alla situazione, per Pin-
gresso e l'uscita .

M oto rettilineo uniforme


La nota legge cinematica
8(t) =V · t
l l
spazio tempo
esprime la proporzionalità dello spazio percorso rispetto al tempo impiegato a per-
correrlo. La costante di proporzionalità è la velocità.

2 Si rimanda, ad esempio, al testo: M . Bramanti: P1·eCalculus. Ed . Esculapio.


© 978-88-08-06485- 1 3 Funzioni elementari 57

Capacità di un condensatore
In un comune condensatore, la quantità di carica Q presente sulle armature e la
differenza di potenziale 6.V esistente tra queste sono legate dalla formula

La costante di proporzionalità C è la capa.cità del condensatore.


Nei due esempi precedenti abbiamo dunque leggi dcl t ipo

If(x) = kx I (a= 1 nella (3.1))


Il grafico al variare di k di f è ben noto:

y = kx k = tg () = pendenza
sull'asse x

Figura 2.9.

Trasformazioni isoterme
In una trasformazione a temperatura costante di una mole di un gas ideale, pressione
e volume sono legati dalla legge
RT
p =-
v
Cioè: p è inversamente proporzionale a V secondo la costante RT, dove R = 1,986 cal/K
e T è la temperatura assoluta.

Potenziale elettrico generato da una carica puntiforme q


Sia q una carica elettrica concentrata in un punto Q clello spazio. Se P è un altro
punto a distanza r da Q, il potenziale in Q prodotto dalla carica q è dato da
V = h<j_
r
dove h è una costante che dipende dalle unità di misura usate.
Ancora, V è inversamente proporzionale alla distauza tra P e Q.
Nei due esempi precedenti, abbiamo leggi del t ipo "proporzionalità inversa,,:

(a = - 1 nella ( 3 .1))

Al variare di k (che qui consideriamo > O) si ottiene una famiglia di iperboli equilatere.
58 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485- 1

I
I - -- - . y = k1
-
I :e
I
I
k1 >k
I y=k
\
\ :i;
'\
'\

''
---

.....
''
'\\
\
I
I
I
I
I
I

Figura 2.10.

Superficie e volume di una sfera in funzione del raggio


Per una sfera di raggio r, superficie e volume sono assegnati dalle formule seguenti:
4
S = 47rr 2 V= - 1rr3
3
Cioè, la superficie è proporzionale al quadrato del raggio, mentre il volume· è propor-
zionale al suo cubo.
Abbiamo dunque leggi del tipo

j f(x) = kxn I con n = 2, n = 3

i cui grafici al variare di k sono rappresentati qui di seguito:

y = k2.T2 y = k2 xi1
y = kx 2
I
I y = kx3
I
y = k1x2 I

' /
/
/
I
I
I

/
/
I
/ I /
/ / /
/ /
/

/ '//'
/ /
/ /
/ I
/ /
/ f
I
I
I
I
Figura 2.11.

Moto lungo un piano inclinato


Se una sferetta d'acciaio rotola senza attrito lungo un piano inclinato dal punto B
al punto A come in figura, sotto la sola azione della gravità, giunge al punto A -con
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 59

velocità data dalla formula B


v = /2ih (g = accelerazione di gravità) .

h
Si t ratta di una legge del tipo
A

IJ(x) = kvxl
Figura 2.12.
(o:= ~ nella (3.l))i i cui grafici al variare
di k sono illustrati sotto.

Figura 2.13.

Trasformazioni adiabatiche
In una trasformazione adiabat ica di una mole di un gas ideale, pressione e volume
sono legati dalla formula
e
p = Vì' (e dipende da Re T)

dove/= ~ per un gas monoatomico e "I = ~ per un gas diatomico.


Si tratta di una legge del tipo

I f(x) = kx- -r I (a= -1 nella (3. 1))


Al variare di k, i grafici sono qualitativamente simili alle iperboli della figura 2.10
(limitandosi al primo quadrante se 'Y è irrazionale o se è una frazione ridotta ai minimi
termini con denominatore pari).

Facciamo ora alcune osservazioni generali. Ricordiamo anzitutto che l'operazione di


elevamento a potenza è ben definita per qualunque esponente se la base è positiva,
ma può essere definita anche con base negativa se l'esponente è un intero oppure un
razionale (frazione) con denominatore dispari.
Precisamente: la funzione xm.f n con n intero dispari è definita anche per x < O ed
è pari se m è un intero pari, dispari se m è un intero dispari. Ricapitoliamo i vari casi
possibili dal punto di vista dei grafic'i di queste fuu~ioni.
Cominciamo dalle potenze a esponente razionale:
f(x) = xmfn
con m, n interi ridotti a.i minimi termini. Le situazioni qualitativamente diverse, nel
caso in cui l'esponente è positivo, sono schematizzate dagli esempi seguenti, che
raccolgono tutti i casi possibili (a parte il caso banale f(x) = x) :
60 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

X 2/:3
::r f>/:~

Figura 2.14.

A commento dei grafici precedenti, aggiungiamo le seguenti osservazioni, d1 cui lo


:studente è invitato a renderni conto:

• in (O, +oo) la funzione è strettamente crescente, mentre in (-oo, O) , se è definita,


basta tener conto della simmetria di f per decidere se cresce o decresce;
• in (O, +oo) la funzione presenta un andamento simile a quello delle funzioni ~.c 2 o
./X, rispettivamente (e cioè tangente all'asse x o all'asse y, nell'origine), a seconcla
che l'esponente sia maggiore o minore di l. Quest'ultima affermazione potrà essere
dimostrata molto semplicemente una volta introdotto il concetto di derivata, nel
capitolo 4.

Se l'esponente è negativo, le situazioni qualitativamente diverse sono schematizzate


dagli esempi seguenti:

x - 1n

:1: - 1/2

Figura 2.15.
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 61

In questi casi la funzioné è strettamente decrescente in (O, +oo), ment re in (-oo; O),
se è definita, basta tener conto della simmetria di f per decidere se cresce o decresce.
Per le funzioni potenza a esponente reale (ma non razionale) la casistica si sem-
plifica, per,c hé f(x) non è definita per x <O. Precisamente, f(x) = k.1/-"- è definita per
~e ~ O se a: >O, per x > O se a: <O. Le situazioni possibili sono le seguenti:

3.5
a>l
3 -

2.fi

1.5. -

0.5

o
f(x) = x"
0.5
X > 0, O'> 0
-1
-1 o 1 2 3 4

Figura 2.16. Grafico delle potenze a esponente rea le.

3.2 Funzioni esponenziali e logaritmiche


In questo e nel prossimo paragr afo descriveremo due classi di funzioni notevoli: le
funzioni esponenziali (e logaritmiche) e le funzioni circolari o trigonometriche.
L'importanza di queste due classi di funzioni deriva dal fatto che esse sono in u~1
certo senso i prototipi utili a descrivere due corrispondenti gruppi di fenomeni frequen-
tissimì in natura: i fenomeni di decadimento (o, al contrario, di crescita) e i fenomeni
periodici'. Esempi di fenomeni del primo tipo sono: il decadimento radioattivo, il pro-
cesso dj raffreddament o di un corpo, il diffondersi di un'infezione o il moltiplicarsi di
una colonia di batteri. Esempi di fenomeni del secondo t ipo sono: ìl moto dei pianeti,
la propagazione di onde (meccaniche o elettromagnetiche), il moto di un pendolo, certi
ar).damenti di malattie influenzali çli carattere stagionale ecc. Ora, accade che spesso
le funzioni esponenziali servano a descrivere i fenomeni del primo tipo mentre quelle
trigonometriche siano utili a descrivere quelli del secondo tipo. Il motivo profondo
di questo fatto sarà messo in luce nello studio delle equazioni differenziali di cui ci
occuperemo nel secondo volume~
Se a è un nurpero reale positivo e diverso da 1, la funzione

f : (O, +oo) i-------------- lR

si ehiama funzione logaritmo in base a, mentre la funzione

g:lRi--------------IR g(x) = ax

si chiama funzione esponenziale 'in base a.


--------------~=--------------··-

62 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

a< 1

a) b)
Figura 2.17. a) Grafico di f(x) = loga x; b) grafico di g(x) = àx.

Le funzioni f e g sono legate dalla relazione fondamentale


10
(3.2) IX = a gax (x > O,a > o,,a =I 1) I
DSSia,

(3.3) y = Joga x equivale a x = a'Y


Confrontando invece le funzioni potenza (introdotte nel pàragrafo 3.1) con le funzioni
esponei1ziali, notiamo che la stessa operazione algebrica di elevamento a potenzq, nel
.c ampo reale, ab, è alla base della definizione di queste due classi di funzioni:
• se l'esponente b è fiss·a to e la base è variabile abbiamo le funzioni potenza:
X t---7 Xb

• se la base a è fissata e l'esponente è variabile abbiamo le funzioni esponenziali:

La base naturale
Tra le funzioni esponenziali e logaritmiche, si incontrano con partico1are frequenza
quelle la cui base è. il numero e di Nepero. Si tratta di una costante molto importante
in matematica, che sarà definita e trattata ampiamente nel prossimo capitolo 3. Per
ora è sufficiente sapere che e vale circa 2, 7, perciò le funzioni éc e logc :r: (che scrivere-
mo semplicemente log x sottointendendo la base e) hanno i grafici caratteri0tici delle
funzioni esponenziali e logaritmiche di base maggiore di 1.
Notiamo che una funzione esponenziale ax (di base qualsiasi, positiva e diversa da
1) si può sempre esprimere nella forma èx, scegliendo b = log a .

"mr< Se [H+] indica la concentrazione di ioni idrogeno (= numero di moli/cm3 ) in una


soluzione, si definisce come misura della sua acidità la quantità
pH = - log1 o [H+]
Poiché per l'acqua pura [H+] = 10- 7 , il cotrispondente pH è pari a - log 10 10- 7 = 7,
equivalente a soluzione neutra. Se pH > 7 la soluzione è acida, se pH < 7 la soluzione è
basica.
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 63

Scarica di un condensatore. In un circuito con cap acità e resistenza, come quello


indicato 1n figura 2.18a, la carica q(t) è assegnata dalla formula
(3.4) q (t ) = Qe - t/r
dove Q è la carica. iniziale (al tempo t =O) e T = RC.

Q
e R

a) b) t
Figura 2.18. La carica decresce secondo la legge esponenzia le (3.4) come indicato in b).

La fun;,ione in (3.4) si può 8crivere nella forma q(t) = Qat con a= e-l/r < 1.

Nella. tabella seguente sono raccolte le principali proprietà delle funzioni in oggetto.
Le altre proprietà algebriche dei logaritmi sono state richiamate nel capit olo 1.
._

f(x) = Ioga x g(x) = ax


dominio: (O, +oo); immagine: R dominio: R; immagine: (O, +oo)

{ crescente se a> l { crescente se a>l.


strettamente strettamente
decrescente se a<l decrescente se a<l
log4 x · y = log.,, x + loga y ax+y = {J,x • aY

3.3 Funzioni trigonometriche


Le funzioni trigonometriche elementari sono:
X 1----t COS X x 1----t sin x X 1----t tg X x 1----t cotg x
(coseno di x) (~eno di x) (tangente di x) (cotangente di x)
La variabile x ha il significato di mis'ltra in radianti di un angolo. I significati geome-
trici delle quattro funzioni sono illustrati nella figura 2.19.
Dalla figur a si vede che cos x = ascissa di P , sin x = ordinata di P, tg x =
= lnnghezza con segno del segmento AT, cotg x = lunghezza con segno del segmento
ES.
Valgono le relazioni fondamentali seguenti

. 2 8111 :.e cos :r; 1


(sm x) + (cos x) 2 = 1 t gx= - - cot gx = - - = - -
cosx sinx tgx

La prima si ricava dal fatto che Psi trova sulla circonferenza di equazione u 2 +v 2 = 1;
la 8econda segue dalla similitudine dei triangoli OPQ e OT A ; la terza segue dalla
similitudine dei triangoli OPQ e OBS.
Nella seguente tabella sono raggruppate le principali proprietà delle funzioni seno,
coseno, tangente.
64 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

V T

B = (0,1) cotg x tg X
s

sin x

o COS X Q A = (1, O) u

Figura 2.19. Definizione di seno, coseno, tangente e cotangente.

X f--+ sin X' X f--+ cos X X i--+ tgx x f--+ cotgx


dominio: R; dominio: R \ { ~ + br }; dominio: JR \ {k7r };
immagine: (-1, 1] immagine: R immagine: R
perìodiche di periodo T = 2n periodica di periodo T = 7r periodica di periodo T = 7r
sin(-x) = -sinx tg(-x) = - tgx cotg(-a;) = - cotgx
(funzione dispari) (funzione·dispari) (funzione dispari)
cos{~x) = cosx (funzion e pari)

Poiché sin x = cos (x - ~) ricaviamo che sin x si ottiene da cos x con uno sfasamento
di x pari a 1, ossia, il grafico di sin x si ottiene da quello di cos x traslandolo a destra
di ~ (v. fig. 2.20).

3.4 Fenomeni vibratori


Abbiamo visto che le funzioni seno e coseno sono periodiche di periodo 27r. Più in
generale le funzioni
(3.5) t 1--t a sin wt t 1--t b cos wt

dove a, b: w sono numeri reali positivi, sono periodiche di periodo T = :: Infatti,


per esempio
sin [w(t + ~) J = sin(wt + 27r) = sinwt
Inolt re, essendo [ sinwt[ ~ 1, [ coswt[ < 1 si h a

lasinwtl ~a, [bcoswt/ ~ b

Le funzioni (3.5) descrivono vibrazioni elementari di ampiezza a e b, rispettivamente,


di pulsazione w = 2; e frequenza v = -f.
La funzione
h(t) = asinwt + bcoswt
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 65

asintoto
~ - / --........s---.
.I / .I
.I .I
I I

- 271" X

COS X sin x tg X

asintoto
s-- <" ~
-------- y ~ -------- 1

-11" 11"! X
2 2 I

\
Figura 2.20. Grafici di y = cos x, y = sin x, y = tg x ey = cotg x.

descrive la sovrapposizione delle due vibrazioni elementari di uguale puh;azione w. Que-


st'ultima è ancora una vibrazione elementare sfasata rispetto alle precedenti. Infatti,
posto A= J a 2 + b2 , si può scrivere

(3.6) h(t) = A a sinwt +A b coswt


Jaz + b2 Jaz + bz
Osserviamo ora che i numeri a = a/ J a 2 + b2 e f3 = b/ J a 2 + b2 soddisfano le condi-
zioui
-1~a::::; 1 - 1 <,B::::; l a? +f:J2= 1
Esiste quindi un unico angolo r.p tale che
cosr.p =a, 8in r.p = ,B
cosicché la (3.6) si può riscrivere nella forma seguente
(3.7) h(t) = A cos <p sin wt + A sin <p cos wt = A sin (wt + <p)
Dunque h(t) rappresenta una vibrazione elementare di ampiezza A, pulsazione w = ~r,
sfasata di un angolo r.p.
66 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

· In sintesi
asinwt + bcoswt = Asin(wt + cp)

a= A~oscp
{ b = Asm cp

Sotto condizioni abbastanza generali; un fenomeno naturale periodico si potrà scri-


vere come sovrapposizione di un numero finito o infinito di vibrazioni elementari di
frequenza diversa; ciò conduce al concetto di serie di Fourier 1 ovvero a somme del tipo

L an cos nwt + bn sin nwf;


che tratteremo nel secondo volume.

27r rp //
-w- / /

/
/ X
w
I
1-A

k - -- ---
21f - - -- - ->-!
w

Figura 2.21. La vibrazione h(t) = Asin(wt +<p).

Moltiplicando una vibrazione elementare per potenze o esponenziali si possono mo-


dellizzare effetti di smorzamento o di amplificazione.
Per esempio, consideriamo la funzione

h(t) = t sin wt (t 2: O)

essendo -1 < sinwt::::; 1) si ha


-t ~ tsinwt ~ t

e quindi il grafico di h si trova tra i grafici delle rette di equazione y = -l., y = l. Nei
punti in cui sinwt = 1, cioè t = 2: + k2;: (k =O, 1, 2 1 • • • ) , il grafico di h tocca quello
di y = t, mentre nei punti in cui sin wt = -1, cioè t = t
+ k :; , il grafico di h tocca
quello di y = -t.
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 67

Il grafico di h è perciò il seguente:

/- y = t
/
/
/
/
/

// I
/
/ i
/
/

ar. + k: 27f
2w w

/;
7f +k 27f
'' 2w ùJ
''
'
''
'
''
'' y=- t

Figura 2.22. Grafico di h(t) = tsinwt (oscillazioni amplificate).

Dal grafico si vede come la rnoltiplica.zionc~ per t abbia l'effetto di una mn plifica.zione
della vibrazione, all'aumentare di t.
Analogamente, la funzione
k(t) = e - o:t sinwt (a> O)
rno.dellizza una vibrazione smorzata.
Ricotdarrdo che .e - tt.t = ( 01"') t è un'esponenziale con ba.se minore di 1, considera-
zioni analoghe a quelle svolte per la funzione h, indica.no che il grafico di k è compreso
tra. i grafici delle funzioni Y1 = e - cd e Y2 = - e - ot, come in figura:

Figura 2 .23, Grafico di k(t) = e - o:.t sinwt (pscillazioni smorzate) .


68 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

3.5 Funzioni parte intera e mantissa


Due funzioni che tipicamente si incontrano nella scrittura di algoritmi sono la funzione
pn.rtP. intr.ra e la funzione mantis.c;a o parte decimale. La funzione "parte intera di x,,,
talvolta indicata con [x] , è definita da:
[x] = quell 1intero n tale che n :::; x < n + 1.
Ad esempio,
[2, 38] = 2;
[3] = 3;
[-1,8] = -2.
Mentre per i numeri positivi, quindi, la parte intera si ottiene semplicemente "but-
tando via le cifre dopo la virgola" , per i numeri negativi occorre prendere il massimo
intero :::; x, che è diverso da quello che si ottiene buttando via le cifre dopo la virgola
(tranne nel caso in cui x sia già un intero). Il grafico della funzione parte intera è:

4
3
2

- i) -4 -3 - 2 -1 1 2 3 4 5
- - - ; -1

-2
-3
-4
-5

Figura 2.24. Grafico d ella funzione parte intera.

La mantissa, o parte decimale di x, indicata con (x) oppure mant(x), è definita da:
(:x:) =X - (.1;].
Ad esempio, si ha:
(2,38) = 0 ,38;
(3) = O;
(-1 ,8) = 0:2.
La manfo;sa quindi non è un intero ma un numero reale, compreso in [O, 1). Per i
numeri positivi, si ottiene semplicemente "buttando via le cifre prima della virgola" ,
per i numeri negativi la mantissa è il complemento a uno del numero che si ottiene
buttando via le cifre prima della virgola.
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 69

Il grafico della funzione m:rnti ssa è:

- 5 - -1 - 3 -2 -1 1 2 3 4 5

Figura 2.25. Grafico del la funzione mantissa.

Si noti che la mantissa è una funzione periodica di periodo 1; si tratta di una semplice
funzione periodica di tipo diverso da quelle trigonometriche.

3.6 Funzioni iperboliche


:folle applicazioni della matematica sono importanti certe combinazioni delle funzioni
ex ed e-x che ora definiamo:
eX - e- X
Sh : seno iperbolico Sh x := - - -
2
eX +e-X
Ch : coseno iperbolico Ch x :=
2
Shx e:t - e-:i;
Th : tangente iperbolica Th x := - - = -X+- -
cl1x e -X e
Esse sono evidentemente definite su tut to JR. Le seguenti proprietà discendono imme-
diatamente dalla definizione:

1) Sh (-x) = - Sh X (funzione dispari)


Ch(-x) = Chx (funzione pari)
Th(-x) = - Thx (funzione dispari)

2) Sh(O) =O Ch(O) = 1 Th(O) = O


1
Sh X<
- -ex<
2 - Chx VxEJR.

3) (Chx) 2 - (Shx) 2 = 1
Sh(x + y) = ShxChy + ShyCh x
Ch( x + y) = Ch xCh :y + Sh y Sh x
Thx + Th y
Th( x+y ) = - - -- -
1 + ThxThy
Sh(2x) = 2 Sh x Ch:z;
Ch(2x) = (Ch x) 2 + (Sh x) 2
I grafici di queste funzioni sono illustrati nella .figura 2.26.
70 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Ch X

~e"'
l
- - - - --
2

Sh :e

r -x ~+ - z r -J
Figura 2.26. Grafici di Shx = e - 2e , Ch :c =e 2
e , Thx =~:i: ~;'. x .

La funzione Ch x compare nella. soluzione di un semplice problema fisico: trovmc


la sagoma lungo la quale si dispone un filo pesante, omogeneo, fissato p er le due
estremità . In queste ipotesi il filo descriverà, in un piano verticale, il grafico della
funzione
f(x) = Chx
(a patto di scegliere opportunamente il sistema di riferimento e le unità di misura sui
due assi). Per que::;to motivo la curva grafico di Ch x è m1che detta catenarfa.

3. 7 Operazioni sui grafici


Conoscendo il grafico di una funzione y = f (;i;), mediante semplici trasformazioni
geometriche è possibile disegnare il grafico delle seguent i funzioni:

Y1 = f (X) + a, a E JR;
Y2 = f (x +a), a E JR;
Y.3 = k · f (x), k E JR.;
y4 = f(kx), kE:IR.;
Y5 =li (x) I ;
Y6 =f (lxi).

Inoltre, più oper<1.zioni di questi t ipi possono essere effcttmitc in sequenza. P er tanto, a
partire dalle funzioni elementari precedentemente introdotte, è possibile costruire me-
diante queste operazioni i grafici di una grande vari.età di nnove funzioni. Illnstriamo
su ese:mpi il significato e l'azione di queste trasforma'.l.:ioni.

• Consideriamo per esempio f (x) = log x . Allora y 1 = f(x) +a = (logx) +a. La


funzione y1 è definita per x > O, come log x, e il grafico di y1 si ottiene da quello di y
con una traslazione di a unità verso l'a.lto se a> O, verso il basso se a < O. Infatti, la
quantità a viene aggiunta al valore della funzione f (x) (non alla variabile :r;), dopo
che questa è stata calcolata.
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 71

a-

Figura 2,27. Grafico d i logx +a, a> O.

• Consideriamo ancora f (x) = log x . Allora Y2 = f (x +a) = log( x +a) . Essendo log x
definito per x > O, log(x +a) sarà definito per x +a > O e cioè per x > - a. Poiché
log x =O 8e x = 1, i;i ha log(x +a) =O per x +a= 1 e cioè x = 1 - a.
In altri termini il grafico di Y2 si ottiene da quello di y con una traslazione di a
unità a sinistra. se a> O, a destra se a < O.

'2 - 1 I 'l 2
I / I
I
I
I

y = log (x + 2) y = log (x 1)

Figura 2.28. Grafici di y = log(x - 1) e y = log(x + 2).

• Il grafico di y3 = k f (x) si ottiene da quello di f moltiplicando per k tutte le


ordinate .f (a;). In particolare se k = -1 le ordinate sono semplicemente cambiate di
segno, cosicché il grafico di y 2 è simmetrico, rispetto aJPn.ssc x, a quello di f.
Per esempio, sia .f (:r) = sin x . I grafici di y = 3 sin x, y = ~ sin :i;, y = - 8in :.e sono
riportati in figura 2.29.
Osserviamo che se k > 1, il grafico si "stira" nella dirc7.ionc verticale, dilatan-
do verso l'alto le ordinate positive e verso il basso quelle negative. Al contrario, se
O < k < 1 il grafico si contrae, sempre in direzione verticale. Perciò l'operazione di
72 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

y = sin :e
1 ,, --- ....

- 1

Figura 2.29. Grafici di y = 3sin x, y = ! sinx e y = - sinx.

moltiplicazione di f (x) per k ha il significato geometrico di dilatazione (se Ik I > 1)


o contrazione (se lkl < 1) sull'asse delle y, eventualmente accompagnata da una
riflessione rispetto all'asse x, se k < O.
• Il grafico di y4 = f (kx) si ottiene da quello di f (x) con un cambiamento di scala
sull'asse x. Se k > 1, kx cresce più rapidamente di x e perciò il grafico di y 4 sarà
simile a quello di f ma con oscillazioni più rapide, ovvero sarà "compresso" in direzione
orizzontale, di un fattore 1/k. Analogamente se O < k < 1 il grafico apparirà 'cdilatato"
in direzione orizzontale, con oscillazioni più dolci. Se k < O, oltre ad una compressione
(se lkl > 1) o dilatazione (se lkl < 1) sull'asse delle x) ci sarà una riflessione rispetto
all: asse delle y .
Ad esempio, si confrontino i grafici di sin x,sin2x,::;in~ su [0,27r]:

1
· "'"' ,.,. .- --- -.,c ....... \ ......
I sm x
'' sin x/ 2
0.5 ''
' sin 2x
''
'

- 0.5

- 1
\ I . ./

Figura 2.30. Grafi ci d i y = sinx, y =sin~ e y =sin 2x.

Per quanto riguarda la riflessione per k < O, si confrontino anche i grafici di log x e
log (- x):
© 978-88-08-06485-1 3 Funzioni elementari 73

1.5

1.0 log :r
log - ::z;
0.5

- 4 - 2 \
\ 2 4
\
\

-\0.5 \
I
I
\

- 1.0',
I
l
I

- 1.5\I

Figura 2.31. Grafici di y = log x e y = log(- x) .

•Per disegnare il grafico di Ys = lf(x) I ricordiamo che

lf(x)I = { f(x) se f (x) 2': O


- f(x) se f(x) <O

Dunque nel pa?sare dal grafico di .f a quello di l.fl i punti a ordinata non negativa
rimangono inalterati mentre quelli a ordinata negativa vengono trasformati nei loro
simmetrici rispetto all'asse x.
Il grafico di Ili si ottiene perciò da quello di f ('ribaltando'1 simmetricamente
rispetto all'asse delle ascisse la part e del grafico di .f che si t rova nel semipiano inferiore
e lasciando inalterato il resto. Per esempio 1 per le funzioni y = x e y = sin ;r; si ha:

A
y=x

y=sin:i;

y= lxl

y =I sin :i; I

Figura 2.32 . Dal grafico di f a quello di lfl


74 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

• Infine, per tracciare il grafico di y6 =!(lxi) , osserviamo che:


Jx l = :r: per :JJ 2: O, e quindi nel semi.piano destro i due grafici coincidono;
I - xl = l:.rl, e quindi YG è una funzione pari, perciò simmetrica rispetto all'asse delle
ordinate.
Di conseguenza il grafico di y6 = .f(lxl) verrà tracciato lasciando inalterato il grafico di
.f nel semipiano destro e ribaltandolo simmetricamente rispetto all'asse delle ordinate.
Per esempio, se y = ex si ha:

JJ =e'"

Figura 2.33-. Dal grafico di y = ex a quello di y = elxl.

3.8 Funzioni definite a tratti


Abbiamo visto come t raslazioni, dilatazioni e riflessioni .di vario tipo consentano di
costruire funzioni più complesse a partire da quelle elementari. Un altro modo t ipico
con cui a partire dalle funzioni elementari se ne costruiscono di nuove, è quello di
usare definizioni analitiche diverse su intervalli diversi. Si consideri il prossimo:

Sia
logx sex > 1
f (x) = x 2 se O < x :::; 1
{
x sex:::; O
Un attimo di riflessione mostra che la funzione f è definita su t utto JR e ha il grafico segu ent e:

1.5 "

l.O

0.5 "

- 1.0

- 1.5

Figura 2.34.
© 978-88-08-06485-1 4 Funzioni composte e inverse 75

TI valore f (x) è calcolato median te "istruzioni" diverse a seconda dell'intervallo jn cui cade la
x. Una fun zione di questo tipo si chiama solitamente "funzione definita a tratti" . Dal punto
di vista logico/ algoritmico, si può dire che una funzione di questo tipo ha la particolari là di
essere costruita utilizzando, come "ingredienti", non solo le funzioni matem atiche elementari
discusse fin qui 1 ma anche la funzione logica "se... al lora" .3 .

Si presti attenzione all'insieme di definizione di una funzione definita a tratti: la


fum~ione f (x) dell'esempio è definita anche per x < O non ostante la presenza di
log x . Infatti, l 'ii->truzione "calcola log x" interviene solo se :x: > 1.

4 FUNZIONI COMPOSTE E INVERSE


4.1 Funzioni composte
Nel paragrafo 3. 7 abbiamo illustrato come si può costruire il grafico di Ili a partire
da quello di f. La funzione x ~ lf(x )I è in realtà "composta" di due funzioni: dato
x, si calcola f(x); calcolato f(x ), si calcola li (x) j.
Si tratta di operare in serie con due scatole nere, la prima corrispondente a f, la
seconda al suo valore assoluto, secondo lo 8cherua seguente:

In generale, date due funzioni

f :E I----+ JR.

se f (E) ç F (cioè se per ogni :t E E si ha che f (x) E F) si può definire la funzione


h : E 1~ JR composta di f e g (nell'ordine), denotata col simbolo g o f, mediante la
formula

(4.1) h(x) = (go f)(x) = g[f(x)]

ossia

gof

Può accadere che risultino ben definite sia la composizione g o f che f o g; ma in


generale sarà
f ogf-go f

3 Pcrimplementare la funzione dell'esempio iu qualche linguaggio di programmazione, oc-


correrebbe annidare due funzioni "se . . . allora" u11a. denl.ro l'alLrn., secondo uno schema del
tipo:
"sex> 1 allora logx, altrimenti (sex > O allora x 2 , altrimenti x)"
76 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

(il prodotto di composizione non è commutativo!) L'operazione di composizione si


può estendere a tre o più fattori. Si verifica che se la composizione (f o g) or esiste,
allora esiste anche f o (go r) e sono uguali (proprietà associativa)

(f o g) o r = f o (g o r)

f: IR~IR, f(x) = x 2 e g : IR~IR, g(x) = cosx.


Poiché g è definita su tutto JR, h = g o f è ben definita su JR e vale la formula
2
h(x) = g[f (x)] = cos(x )

ossia
x i---+ I (-) 2
[ 1---f x2 i---+ I cos(-) I i---+ cos( x
2
)

Si noti che anche k = f o g è ben definita ed è data dalla formula


2
k(x) = (cosx)
2
Si osservi che queste due funzioni sono ben diverse tra loro: ad esempio, (cos x ) è p eriodica
e mai negativa , cos(x 2 ) non è periodica e ha segno oscillante. Si vedano i prossimi grafici:

1
--------7

___ u____ ___ __v___ __ _ _ _ _ __


- J

(cos x) 2

2
Figura 2.35. Grafico di y = cos(x2 ) e di (cosx) .
© 978-88-08-06485-1 4 Funzioni composte e inverse 77

f: ~ --dR, f(x) =ex e g: [O,+oo) ~~, g(x) = ..Ji.


Poiché f(x) > O per ogni x in JR, h = go f è ben definita. in JR e si ha h(x) = ..;&.
Anche k = f o g è ben definita in llt+ e si ha k(x) = e.fi.

Se una funzione f : D - - t JR è tale che f (D) ç D, allora si può comporre con sé stest>a;
la funzione

(4.2) f2 = .f o f ossia f 2 (x) = J[f(x)]

viene detta iterata seconda di f. Analogamente, fn (x) f [f[.. · [f (x )] . · .]


(n volte) si dice iterata n-csima di f.
4.2 Funzioni invertibili; funzioni inverse
Supponiamo che f abbia come dominio un insieme D ç JR. Per ogni ing;resso x E
D esiste un'unica uscita f(x). Se succede che per ogni uscita y E f(D) esiste un
solo ingresso x E D tale che f (x) = y, allora f si dice inverl'ibile, e realizza una
corriHpondenza biunivoca tra D e f (D).
Più formalmente, si dice che f : D --+ IR è invertibile in D se vale una delle seguenti
condizioni (equivalenti):
(i) Vx1, X2 ED, X1 :/= X2 = } f (x1) =J f (x2)
(ii) Vx1, x2 ED, f (x1) = f (x2) = } x1 = x2
(iii) Vy E f (D) 3! x ED tale chef (x) = y.
La funzione che associa a ogni uscita y E f(D) l'unico ingresso x ED tale che f(x) = y
si chiama funzione 'irwersa di f e si indica con il simbolo 1- 1 .
In sintesi

y = f(x) X = f- 1 (y)
(4.3) { xED
equivale a
{ y E J(D)

La scatola nera di 1-1 lavora a ritroso rispetto a quella di f, secondo lo schema


seguente

Partire da x e ritornare dopo un giro in x equivale a


f- 1 [f(x)] = x per ogni x E I; partire day e tornare
in y equivale a f[f- 1 (y)] = y, per ogni y E f(J).

La condizione di invertibilità equivale a richiedere che il grafico di f sia intersecato al


massimo in un punto da ogn i rétta parallela all'asse delle ascisse.
1

La funzione in figura 2.36a non è invertibile in quanto per il valore di y indicato


esistono tre punti x 1 , x2, X3 che hanno immagine y. La funzione in figura 2.36b è
invece invertibile in quanto ogni retta parallela all'asse delle ascisse o non interseca il
grafico di f o lo iuterseca esattamente in un punto.
Classi di funzioni che sicuramente non risultano invertibili sono: le funL";ioni sim-
metriche pari(! (-x) = f (x)), le funzioni periodiche(! (x + T)) = f (x)).
78 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Yi--~ I

a) b)

Figura 2.36. a) Funzione non invertibile: all'uscita y corrispondono 3 ingressi. b) Funzione invert ibile.

Osserviamo invece che:

TEOREM A 2.1 Una funzione f : D ---+ JR strettamente monotona in D è invertibile


'in D. Inoli"re, la sua inversa è ancora strettamente monotona.

D IMOSTRAZIONE. Supponiamo per fissare le idee che .f sia strettamente crescente in D.


Siano x1, x2 E D e proviamo che

Se x1 =f. x2, allora o x1 < x2, oppure x1 > x2. Per la monotonia stretta di f , nel primo caso
si ha f (x1) < f (x2), nel secondo f (x1) > f (x2); in entrambi i casi f (x1) =f. f (x2) , p erciò f
è invertibile, Sia ora x = f- 1 (y) la. sua funzione inversa, e proviamo che 1- 1 è strettamente
crescente. Sia dunque Y1 < y2. Se fosse x1 2: x2 (dove Xi = 1- 1 (Yi)), poiché f è crescente
avremmo Y1 2: y2, assurdo; quindi x1 < x2, ossia f - 1 (y1) < 1- 1 (y2), e f - 1 è strettamente
crescente.

Si noti, ad ogni modo, che una funzione può essere invertibile anche senza essere
strettamente monotona, come mostra il prossimo esempio:

~
I
I
I

Figura 2.37.
© 978-88-08-06485-1 4 Funzioni composte e inverse 79

Nel prossimo capitolo, parlando di funzioni continue, diremo qualcosa di più sulle
condizioni di invertibilità per una fonziono definita su un intervallo.

Grafico di 1- 1
Le relazioni (4.3) indicano che se il punto (xo, Yo) è sul grafico di f allora il punto
(yo, xo) sta sul grafico cH 1- 1 . Essendo i p1mti (x0 , y0 ) e (yo, ~;o) simmetrici rispetto
alla bisettrice di equazione y = x, si deduce che il grafico di 1- 1 si ricava da quello
di f per simmetria rispetto alla bisettrice y = x .

« / I

,,,.
(cl,e)

f
(c,d)

(a,b) - - -
(b,a)

Figura 2.38. Il grafico di f e della sua inversa.

Se è nota l'espressione analitica di f , invertibile, l'espressione analitica di f- 1 si trova


cercando di risolvere (quasi sempre però è impossibile!) rispetto a x l'equazione

f (x) = y (Tuovare l'ingresso x che produce l'u::;cita y)

Per esempio, se f(x) = 2:.c + 3, f è invertibile t>U JR e l'equazione 2x + 3 =y dà per


1- 1 l'espressione analitica
j.·-I()
y =y-
--3
2
Coppie f, 1- 1 sono le seguenti:

f I

f: {Y= x2
X :2: 0

Y= x3
f:
{ X E JR

! I f

f:
y = ax
{ xER
1- 1 : {x = loga y f l

y>O

Si consideri anche il prossimo esempio: f(x) = x +ex .


80 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Essendo somma di due funzioni strettamente crescenti in tutto JR, f(x) è strettamente
crescente e quindj invertibile su tutto JR. Tuttavia, cercheremmo inutilmente di risol-
vere rispetto a x l'equazione x +ex = y. In altre parole, f - 1 esiste, ma non si sa
scrivere esplicitamente.
Si noti che tutte le funzioni potenza: y=x0 '-, per x >O, sono invertibili e le funzioni
inverse x = ylfo. sono ancora potenze (con esponente reciproco di quello della funzione
data) . Lo studente controlli questa affermazione sulla famiglia dei grafici di xa.
Osserviamo anche che le potenze pari: x 2n (n = 1, 2, ... ) non sono invertibili su
tutta la retta, ma solo sulla semiretta x 2". O, mentre le potenze dispari: x 2 n+-1 e le
potenze xPf q con q dispari essendo monotone strettamente crescenti sono invertibili
da - oo a +oo.

4 .3 Le funzioni trigonom et riche inverse


Essendo periodiche, le funzioni trigonometriche non possono essere invertibili. Infatti,
per esempio, I1equazione
sinx = y
ha infinite soluzioni se - 1 ::::; y ::::; 1 (l'uscita y corrisponde a infiniti ingressi) oppure
non ha soluzioni reali se IYI > l.
Per parlare di funzioni inverse di seno, coseno e t angente occorrerà restringersi a
intervalli nei quali queste funzioni siano strettamente monotone e perciò invertibili.
Un intervallo nel quale la funzione seno è invertibile è [ - ~, ~] . La funzione inversa
si chiama arcoseno ( arcsin)
Dunque:
y = sinx
7r 7r J equivale a
{x= arcsiny
{X E [ - 2' 2 y E (-1, l]

Il gr afico dell'arcoseno si ottiene dall'arco di sinusoide ristretto all'intervallo


[ - ~'~ ],per simmetria rispetto alla bisettrice y = x, come mostrato in figura 2.39.

1f arcsin x
2
1 Slil X
7f
2 - 1
1i X
: 1
2
._ .......; ___ __ }
I I /

' 1T

Figura 2.39. Seno e a rcoseno.

Analogamente, un intervallo di monotonia del coseno è [O: 7r], nel quale dunque esso è
invertibile. La funzione inversa si chiama arcocoseno (arcos)
P ertanto:
y = cosx x = arcosy
equivale a
{ x E (0, 7r] { yE[-1, 1]
© 978-88-08-06485-1 4 Funzioni composte e inverse 81

Il grafico dell'arcocoseno è illustrato in figura 2.40.


),,
- - -- 1f

- 1 1 ' ' ... X

-1 '
~ -·
I

arcos :r - - - - - - COS X

Figura 2.40 . Coseno e arcocoseno .

Infine, osserviamo che nell'intervallo ( - %, ~) la tangente è strettamente monotona


e quindi invertibile. La funzione inversa si chiama arcotangente (arctg), ed è definita
in (-oo, +oo) .
Dunque:
x = arctgy
equivale a
{ y E (-oo, + oo)

Il grafico dell'arcotangente è mostrato in figura 2.41.

1 I
I •
I 1 I
j
I 7r r I
'
· - · - · _J _ ______
2 I
__l_ _
'

I
7f '
2 I
X
I 2
I

- II - - - - 7r-. I .- .- .-
I -
I I 2
, I
lg X
I ' arctg x
' I

Figura 2.41. Tangente e arcotangente.

Per mezzo delle funzioni trigonometriche inverse, possiamo esprimere le soluzioni


di un'equazione o disequazione trigonometrica, quando questa coinvolge angoli non
notevoli. Lo studente rifletta sui prossimi esempi:

= arcsin ~ + 2k1T; :z; = 1T - arcsin ~ + 2k1T


. 1
- Le soluzioni di s1n::c = - sono x
4
1 1 1
- Le soluzioni di cosx < 5 sono arccos - + 2k1f < x < 21T - arccos - + 2br
5 5
1T
Le soluzioni di tgx :'.::'. 3 sono arctg 3 + k'lf -< x < -2 + br
(Per convincersi delle affermazioni fatte, ragionare sulla circonferenza trigonometrica
e sulla definizione delle funzioni trigonometriche inverse) .
82 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

4.4 Le funzioni iperboliche inverse


Consideriamo la fuuzioue y =Sh.x. È definita e strettamente crescente in tutto JR,
perciò è invertibile. Inaspettatamente, la sua funzione inversa è facile da scrivere
esplicitamente. Infatti, poniamo
eY - e- v
x=Shy
. = - -2- -

e risolviamo rispetto ad y . 1foltiplicando ambo i membri per eY l'equazione si può


riscrivere come:
c2Y - 2xeY - 1 = O
che è un'equazione di secondo grado nell'incognita. eY. R icaviamo:

eY = x + Jx2 + 1
poiché eY > O, la soluzione col segno - va scartnta. !limane dunque:

y = log ( x + J x 2 + 1)
Questa è l'espressione analitica della funzione inversa di Shx, che prende il nome di
settore seno iperbolico , e si indica anche con SettShx. È definita per ogni x reale.
La funzione y = Clix è definita in~: strettamente crescente per x ~ O, decrescente
per x :::::; O. Perciò non è invertibile su tutto JR. La sua restrizione a x > O però
lo è. Vogliamo determinare l'espressione analitica della funzione inversa di questa
restrizione.
Con calcoli analoghi ai precedenti, scriviamo
eY + e-Y
x= Chy=
, --
2 -

e risolviamo rispetto ad y :
e2Y - 2xcY +1 = O

eY = x ± Jx 2 - 1

Questa volta entrambi i numeri :r; ± Jx 2 - 1 sono positivi; ricordiamo però che stiamo
ragionando solo per :y 2 O, che equivale a scegliere il segno +. Pertanto:

y = log(a:; + Jx 2 - 1)

Questa è l'espressione analitica della funzione inversa di Chx, che prende il nome di
settore coseno iperbolico, e si indica anche con SettCh:r:. Si noti che è de.finita per
x 2 L Si osservi anche che, mentre ad esempio l'equazione

Shx = 2 ha l'unica soluzione x = SettSh2 = log(2 + J5)


l'equa'.lione

Ch:x: = 3 ha le due soluzioni x = ±SettCh3 = ± log ( 3 + 2J2)


© 978-88-08-06485-1 4 Funzioni composte e inverse 83

3 3
2

- 2 2

- 2 - 1 o 2
a) b)

Figura 2.42. a) Grafico di y = Shx e y = 2 ; b) grafico di :11 = Ch x e y = a.


Le funzioni iperboliche inverse ~arnnno utilizzate uell''iritegmziune delle funzioni 'irra-
zionali (cap. 6).

Determi11are l 'iusieme di definizione delle seguenti funzioni:

a) f(x) = Je2x - ex b) f(x) = log(l - x 3 ) e) J(:i;) = arcsin(x2 - 2)

Utilizzando il grafico di f(x) = ex e i metodi del paragrafo 3.7, <lisegnare i grafici di

Verincare i risultati al computer.

Utilizzando il grafico di f(x) = log :r; e i metodi del paragrafo 3.7, disegnare i grafici cli

Y1 = log lxi y2 = 3logx y3 = log(x - 2) Y4 = llog xl

Verificare i risultati al compuler.

Una vibrazione elementare sia descritta dalla funzione

J(x) = Acoswx A= ampiezza w / 27i = frequenza

Tracciare il grafico cli f per A= 1, -1, 3, -3 e w = 1, 2, 3.


Visualizzare al computer le variazioni del grafico al variare di A e di w.

Sia .f(x) = sin x. Tracciare il grafico e studiare, aiutau<losi col comput er , come esso si
modifichi moltiplicando .f per x, ;;, ex, e-x .

Dctcrrniuarc dominio e immagine delle seguenti fum~i.oni. Nel caso in cui la funzione sia
inverlil>ile, determinare la funzione inversa
'3
a) Y1 =:i;' +2 e) y3 =xix!

Sia. f(x) =~ ·Calcolare la funzione composta f 2 =.fof.


84 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Determinare l'espressione analitica della funzione composta f o g dove

1 sex~ O
f(x) = g(x) = sin x
{
- 1 sex<O

Disegnare il grafico di f o g.

Disegnare al computer le funzioni seguenti


2 2
Y1 = [x:2] = parte intera di x e Y2 = (x2 ) = mantissa di x

Dire se le seguenti funzioni sono simmetriche (pari o dispari) :

X x2 + 1 x 3 +1
a) 1 + x2 b) xsin 2x c) cos (x 3 ) e) x4 + 2 f) x+ 4

Stabilire se le seguenti funzioni sono periodiche, e in caso affermativo determinarne il


periodo:
X 2
a) sin2x + cos3x e) cos(2x + 1)
b) (sinx) 2
2 + (cosx)
d) sin(x3 ) e) 2sinx f) tg

Stabilire con ragionamenti elementari se le seguenti funzioni sono monotone sul loro
insieme di definizione :
1 1
a) - e) sin 2x d) log(l + 2-=r. ) e) 1 + x2
x2

1 Tracciare il grafico qualitativo delle seguenti funzioni potenza:

a) x- 2 / 7 b) x-t/s e) x 6 15 d) x1r e) x 11 V2

Risolvere le seguenti disequazioni:

( 2x - 1)(X + 1) >O X
i) lx - 41~X+2 ii) iii) ~( 1 - x) .::;l+x
X -

t\'a Risolvere le seguenti disequazioni:

..j2x + 1 - 3 <
i) J lx - li< 2 - X ii) {/1 + x3 > x-4 iii) 0
x2 - 4 -

Risolvere le disequazioni:

ii) (log2 :.i;) 2 - 3 log2 x - 5 ~O

Trovar e le soluzioni dell'equazione:

log-'- (1 + x) = log2 (2 - x)
2
'?

© 978-88-08-06485-1 4 Funzioni composte e inverse 85

Risolvere le seguenti disequazioni:

i) 2(sinx) 2 + sinx - 3 <O ii) (cosx) 2 + 2cosx - 1 ;:::: O

Risolvere le seguenti disequazioni, eseguendo anche, ove necessario, un confronto grafico,


e localizzando i valori che non si possono determinare esattamente (Esempio: soluzioni a ::;
x s; 5, con 3 <a< 4).
ex
ii) - 2 < 1
1-x

Dire quali sono il dominio e l'immagine delle seguenti funzioni:

f(x) = 2 arcsin (x - 1); g (x) = ~ arccos (2x + 1)

Con lo stesso metodo usato per invertire la funzione Sh x, scrivere la funzione inver-
sa di Thx.

e M EME
1 Dimostrare che la funzione f (x) = x 2 è strettamente crescente per x >O. (Suggeri-
mento: moltiplicare ogni membro della diS'Uguagl-ianza O < x1 < x2 ·u na volta per x1 e una
volta per x2, e confrontare le disuguaglianze ottenute) .
Utilizzando un'idea simile a quella suggeritn, provare per induzione su n che xn è
strettamente crescente in (O, +oo) .

2 Utilizzare l' identità

f (x) = f (x) +f (-x) +f (x) - f (- x)


2 2
per dimostrare che ogni funzione f : JR -> JR si può scrivere come somma di una funzione
pari p e una dispari d. Se si applica questo procedimento a f (x) = ex, chi sono p (x) ed (x)'?

3 Siano A e B due intervalli. Una funzione crescente (o decrescente) sia in A che in B,


è crescente (o decrescente) in A U B? Rispondere ragionando sull'esempio f (x) = l/x.

4 Siano f, g funzioni monotone per cui è definita f o g . Allora f o g è monotona, e


precisamente:

se f è crescente ... se f è decrescente. . .


. . . e g è crescente allora f o g è ... allora f o g è...
.. . e g è decrescente allora f o g è... allora f o g è .. .

5 Siano f, g funzioni simmetriche (pari o dispari) per cui è definita. f o g. Allora f o g


è simmetrica) e precisamente:
86 Capitolo 2. Funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

se f è'pari . . . sé f è ·d ispari ...

. . . e g è pari àllora f o g.. . f o g . ..


.a llòra
, .. ~ g è disparf allora f ò g è . .. àllorà f o !fJ è.. .

'-~··- Siano f, g funzioni per cm (>- definita f 9 g. Chiediamoci se f o g è periodica, nc1


seguenti casi:

se f è periodica.. . se f non è periodica. ..


. . . e g è perio.dica aliora f o g..• . allora f o g . ..
. . . e g non è periodiCa alfota f o g. . . allora f o !J . . .

1 Sia f : JR __,. JR una funzione periodica di periodo T. Si dica se le seguenti funzioni sono
periodic;he, ind.icandone il periodo, oppure non lo sono, esibendo in tal caso un contresernpio
esplicito:
fi. (1;) = f (wx) (con w >O); f2 (x) = f (x + e) (con e E JR);
h (x) = \f (x) I ; f1 (x) = f (JxJ);
f5 (x) = f (x2)
B Sia.no f1, h : JR __, JR funzioni periodiche di periodo T1, T2, rispettivame11te. Ci
chiediamo se la funzione fi + f2 è periodica o no, e in ca.so affermativo qual è il suo periodo.
Se vogliarno che risulti
Cf1 + f2) (x + T) = U1 + fz) (x) 'i.lx ,
dovrà essere:
T = n1T1 = n2T2
per due oppor'tnni interi positivi n 1 , n2 . Ne 'segue che T dev'essere un multiplo commie di T1
e T2 . In particola.re•
i) condizione necessaria affinché fi + f2 sia periodica è che il rapporto tra i due periodi
T1/T2 sia un numero razionale,
ii) se questa condizione è soddisfat ta, un numero T che soddisfa la condizioue è il minimo
comune rn.ult'iplo di T1 , 'T~ . Questo numer:o è il periodo di f (oppure un multiplo del periodo
di f , che in tal caSo è più piccolo).
Usando· di questi fotti:
a) Si determinino i periodi delle seguenti funzioni:
,
sin 4x + 3 cos 6x,· tg 6x - 2 cos 8x:, 5. sm
. -3
. X
+ cos -4X
e si controlli il risultato previsto tracciando il gtafico di queste funzioni col computer.
b) Si dimostri che la funzione
sinx +sin (1Tx)
no11 è periodica. (pur essendo somma di due funzioni p_e riodiche), e ci si renda conto cli questo
fat to tracciando il grafico di questa funzione col computer, su intervalli di vad~1 ampiezza.

: 9 , Dimostrare 1 in base alla definizione) le proprietà 3) delle funzioni iperbohche enun-


ciate nel paragrafo 3.6.
Limiti e continuità

In quel:ìto corso ci occuperemo prevalentemente del calcolo in.fì:nitesimale, disciplina


ma.tematica che affonda le sue r adici nella Grecia del III secolo a.C. (Euclide, Archi-
mede), ha un grande sviluppo a part ire dal Seicento, parallelamente al nascere della
scienza moderna, in particolare ad opera di Newton e Leibniz, tra il 1670 e il 1710 cir-
ca; viene quindi sottoposta a revisione critica e fondata rigorosamente ucll'Ottocento,
prima da. Cauchy, nel 1821 1 , poi da Weierstrass e da vari altri matematici (Hcine,
Cantor, Méray, . .. ) intorno al 1870. Le idee e le tecniche di calcolo· proprie di que-
sta disciplina fanno oggi parte del bagRglio essenziale con cui scienza. e tecnologia si
esprimono e procedono.
Il fondamento concettuale del calcolo infinitesimale sta nella. nozione di limite
(D'Alembert 1765, Cauchy 1821), che quindi può a buon diritto considerarsi una
pietra miliare nella storia del pensiero scie11: ifico. Noi introdurremo questo concet-
to gradualmente, prima nel caso discreto (par. 1) e poi in quello continuo: in cui
storicamente è nato (par. 2).
Kel contesto discreto, il limite si può vedere come un )operaZ'ione che, a differenza
delle operazioni alge brichc elementari (somma, prodotto), viene eseguita non su una
copp'ia di numeri ma su una. success'ione cli infiniti numeri. P er prima cosa introdur-
remo quindi il concetto di successione. Questo argomento, oltre a servirci immedia-
tamente per introdurre il concetto di limite di funzione, sarà ripreso nel capitolo 5
parlando di serie numeriche, e nel capitolo 7 discutendo i modelli dinamici discreti.

1 SUCCESSIONI

1.1 Definizione di successione. Definizione di limite


Comìidcria.mo l'insieme N degli interi non negativi ordinato secondo l'ordine naturale

N: O, 1, 2, 3, ... , n: ...

1
Corso di Analisi per J'Ecole Polytechnique di Parigi.
88 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Questo è l'esempio canonico di successione. Stabiliamo ora una legge che associa, a
ogni elemento di N (o da un certo intero in poi) un numero (reale) :
n 1---4 an

Chiameremo successione una tale corrispondenza.


Una successione può dunque vedersi come una funzione

f : n !--+ an
(o eventualmente, f : { n E N : n 2:: no } - t JR, per un certo no fissato). Il fatto che
il dominio della funzione f sia l'insieme dei nat urali, rende possibile visualizzare la
successione enumerando i suoi valori, nell'ordine in cui essi si succedono al crescere
di n : 2

n2:0 n 1---t n2 o, 1, 4, 9, 16, .. .


n2 0 n 1---t ( - 1) n 1, - 1, 1, - 1, 1, - 1, ...

n2: l n 1-----4 2 1 /n 2, J2, ij2, ~, ...


1 1 1 1
n2:l n 1---t
l, 2' 3' 4' "..
n
n+l 5 6 7
n22 n i---t 3 2
n- 1 ' '3'4'5' """
n2:0 n i---t 4 4,4,4 ... (successione costante)

Possiamo rappresentare graficamente questa corrispondenza con i punti del piano


cartesiano di coordinate (n, an) (fig.3.1).
Sottolineiamo che la successione è nota quando è nota la legge che, dato l'intero n,
determina il numero an associato a quell'intero. Per indicare una successione useremo
i simboli
n 1---4 an oppure {an}
precisando l'insieme in cui varia l'indi~e n (tutto No da un cer to intero in poi).

Una successione {an} si dirà


limitata inferiormente se esiste un numero m tale che an ;::: m Vn

limitata superiormente se esiste un numero JVI tale c:he an ~ .M V n

limitata se esistono due numeri m e Jvl tali che m ~ an < Jvl Vn

2I
puntini di sospensione... scritti nella formula seguente dopo an sono fondamentali: significano
che non stiamo considerando soltanto i primi n termini della successione (cioè un insieme finito di
numeri), ma l'intera successione di infiniti termini (in cui n gioca il ruolo di indice muto).
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 89

• • • •
1 2 3 4 5 6
• • •

o 1 2 3

a): n~ n 2 b): n 1-+ (- lt

Figura 3.1.

Per esempio, la successione { (- 1r } è limitata; {n 2 } è limitata solo inferiormente; la


successione { (-2r} non è limitata (né inferiormente, né superiormente) .
L'operazione che vogliamo definire (il limite) consente di rispondere in forma ri-
gorosa alla domanda: come si comportano ·i numer"i {an} q'uando n diventa sempre
più grande?
Cominciamo con Pintrodurre un modo di dire molto utile.
D EFINIZIONE 3.1 Diciamo che una successione {an} possiede (o acquista) definiti-
vamente una certa proprietà se esiste un N E N tale che an soddisfa quella proprietà
per ogni int ero n ;:::: N.

La successione { n - 10y'1i} è definitivamente positiva; la successione { ~} (n


1010
1, 2, . .. ) è definitivam ente m inore d i 10- .

Successioni convergenti

DEF I NIZIONE 3.2 Una successione {an} si dice convergente se esiste un numero
l E JR con questa proprietà: qualunque sia e > O risulta definit ivamente

(1.1)

In altre parole: per ogni s > Osi può trovare un intero N (che naturalmente dipenderà

in generale da questo e) tale che

Ian - l I < E: per ogni n 2: N


Se la successione {an} è convergente, ad e::;::;a è a.88UdaLu ven.:iù il numero l . Si osservj
che tale numero è unico, poiché, se ve ne fossero due, li e l2, as::;ociati alla medesi-
90 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

ma successione, risulterebbe definitivamente (applicando la disnguaglianza triangolA.re


(4.4))cap. l)

ma tale disugnagli<inza, potendo noi scegliere e come vogliamo, può sussistere solo se
li =h.
DEFIN IZIONE 3.3 Il numero l che compare nella (1.1) si chiama limite della succes-
sione { an}, e Ri seri ve della successione
lim an = l
n ->+oo
oppure an ---+ l per n ---+ +oo
(si legge, rispettivamente: il limite, p er n tendente alhnfinito, di an è l , oppure: an
tende a l per n tendente a infinito).

Si noti che la <liouguaglianza ( 1.1) corrisponde, più esplicitamente, alle seguenti <l ne:
(1.2)
Rappresentando graficamente i punti della successione

• •
l+e
l
• • • • •
l - E


o 2 3 4 5 G 7 8 10

Figura 3.2.

la condizione di convergenza significa che, fissata una striscia orizzontale [l - é, l + é]


"comunque stretta)), da un certo indice in poi i punti della successione non escono più
da questa striscia (v. fig. 3.2). Da questa osservazione risulta chiaramente che: ogni
successione convergente è limitata.

1
0.-fostriamo che lim n + = 1 (cosa che si può facilmente sospettare osservando
n-+oo n - 1
l'andamento della successione). Delle due disuguaglianze
. n+ 1
1 - s< - - < l +c
n-l
quella di sinistra è sempre soddisfatta: mentre quella di destra è soddisfatta per
2+c
n> - -
E

Fissato E > O, basterà scegliere N = (2 +c)/e (o uguale al primo intero > (2 + t:)/é) per
soddisfare la condizione richiesta dalla definizione di limite.
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 91

ID Per mostrare che 2 1 /n ~ 1 per n ~ oo, si studia.no le disngua.glianze

1- € < 2 1/n < l + é


Quella. di sinistra è sempre soddisfatta; quella di destra, prendendo il logaritmo (in base 2)
di ambo i membri, s i scrive
1
- < log2 (1 + €)
n
cd è soddisfatta se n > 1/ log2(1 +E} Si sceglie perciò N = .. .

Non risultano convergenti invece le p rime due succcssi011i dell'esempio 1.1. Esse sono
però molto diverse tra loro e conviene introdurre defini:doni che ue wett auo in ritmlto
la diffcrenzi:i..

Successioni divergenti. Successioni irregolari

DEFINI ZI ONE 3 .4 Quando, al crescere di n, una successione supcrn definitivamente


qualunque numero M > O fissato, diremo che diverge a +oo; se invece scende al di
sotto di -1W, diremo che diverge a -oo. (Il simbolo oo si legge "infinito") .
Diremo nei due casi, rispettivamente, che +oo e -oc sono i limiti della successione
e scriveremo, rispcttivmnente:

lim an = +oo oppure lim an = - oo .


n-+oo -+oo

Questi simboli, +oo e - 00 1 non sono numeri. Se rappresentiamo i numeri reali ::;ulla
rotta euclidea, ogni numero corrisponde a un pu11to e ogni punto a un numero. Con
i simboli +oo e -oo conveniamo di indicare <lue "punti", uno (+oo) sta alla dest ra
di ogni punto di JR e l'altro (- oo) alla sini!::ìtra; a questi due punti non corrisponde
però alcun numero (in altre parole, non possiamo definire sui simboli + oo e -oo le
operazioni di somma e prodotto con le proprietà in<licatc in R 1 e R 2 , anche se, come
vedremo, potremo forc ('parzialmente" queste opera'l;ioni).
L'insieme dci numeri reali JR con Paggiun ta dei due clementi {+oo} e {-oo} sarà
indicato con JR*
R* = JR U {-oc} U { +oo}
Possiamo rappresentare ''visivamente" l'insieme JR* mettendo in corrispondenza biu-
nivoca (fig. 3.3) i punti della retta con quelli di una scmicirconfcrem'..a, proiettando
e
questi ultimi dal centro sulla retta JR:

A e }]
00 • •. . .. +oo

P' o Q'

Figura 3.3.
92 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Ai punti A e B non corrisponde su JR alcun punto; diremo che {-oo} è il corrispondente


del punto A e {+oo} il corrispondente di B.
L'operazione di limite risulta completamente significativa se ambientata in JR*
invece che in JR; cioè il limite di una successione può essere un numero reale l op-
pure +oo oppure - oo; le successioni il cui limite è un numero reale si dicono con-
vergenti, quelle il cui limite è + oo oppure - oo si dicono divergenti. La successione
canonica {n} degli interi naturali evidentemente diverge a +oo; così pure la succes-
sione {2n}.
Infine osserviamo che ci sono successioni che non ricadono in nessuna delle cate-
gorie precedenti, cioè non sono convergent i né divergenti; per esempio la successione
{(- lt } oppure {(-2)n} (si noti che la prima è limitata e la. seconda no). Tali suc-
cessioni si diranno irregolari o indeterminate. Per esse l'operazione di limite non è
definita, ovvero il loro limitr:, non esiste.

Insiemi non limitati


È comodo adottare la convenzione introdotta per i limiti anche per il sup e per l'inf,
estendendo la definizione di queste quantità nel modo seguente:
DEFINIZIONE 3.5 Se l'insieme E ç JR non è limitato superiorment e (inferiormente)
diremo che
supE = + oo ( inf E= -oo).

In questo modo la proprietà R 4 dei numeri reali può essere enunciata così:

ogni insieme E ç R non vuoto è dotato di estremo superiore e inforiore; sup E


(inf E) è un numero se E è limitato superiormente (inferiormente)~ altrimenti
è +oo (-oo).

Infinitesimi e infiniti
Una successione an tendente a zero si dice infinitesima. Ad esempio, sono infinitesime
le successioni { ~ }, { ~ }, ...
Il concetto di infinitesimo gioca un ruolo centrale ed è fondamentale anche per
avere un'immagine intuitiva corretta ed efficace dei concetti del calcolo infinitesimale.
Vedremo nel par. 2 che il concetto dì infinitesimo nel continuo (cioè parlando di
funzioni) sarà perfettamente analogo. L'idea chiave a cui prestare attenzione è la
seguente:

"infinit esimo" non è un.. "numero infinitamente piccolo" (concetto privo di senso,
se non si vuole che denoti semplicemente il numerò -O) ma una q1tantità variabile
(successione o, come vedremo, funzione), che diviene indefinitamente piccola.

Analogamente, uwt successione an tendente a ±oo si dice infinita. Ad esempio, {n2 } ,


{n!} sono infiniti.
Talvolta è possibile precisare se una successione convergente si avvicina al suo
limite per eccesso o per difetto. Questo concetto è precisato dalla prossima
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 93

DEFINIZION E 3.6 Si dice che la successioné { an} t ende a l E JR per éccesso (per
difetto), e si scrive

lim an
n~+=
= z+ oppm~e an __,. z+per n __, + oo
(rispettiva.mente:

lim an =
n---+=
z- oppure an __, z- per n __, +oo)
se per ogni e > O si ha che

O S ari - l < E: definitivamente


(rispettivamente:
O :::; l - a.n, < E definitivamente) .

In sostanza, d ire che an __, z+ significa affermare. che an __, l. e inoltre an ;:::: l

definitivamente; dunque an si avvicina ad l "da sopra'', ossia approssima l pèr eccesso.
Si rifletta sui prossimi esempi:

.
1un -n- = 1- ·
n· + 1
n --++qo '
,.n
(- 1 I
lirn - - 1
- = O,
n
n--++oo

rna in questo caso non si può affermate né che an -+ o+ né che an -+ o-.

1.2 Successioni monotone

DEF INIZIONE 3.7 Una successione {an} si dirà:


monotona crescente se an :::; an+1 ; strettamente crescente se an < an+l \In;
monotona decrescente se· an ;:::: an+l ; strettamente decr escente se an > an+I \In. Il

Per esempio, la successione {n 2 } è monotona strettamente crescente, la successione


·{~} è monotona strettamente decrescente, la successione { (- 1)n} non è monotona;
ogni successione costante è monotona (crescente o decrescente, non stret tamente) .
Riguardo all'operazione di limite, queste successioni hanno una importanza partico-
lare; infatti esse non sono mai irregolari, ma sono convergenti oppure divergenti a
seconda che siano limit ate oppure no. Il risultato fondamen:tale è il seguente:

TEOREMA 3.1 (DI MONOTONIA) Sia { an} una s·uccessione monotona crescente e
superiormente limitata.
Allora {an } è convergente, l:· il su.o limite. è. uguale a sup {an: n E N}.
Analogamente, se { an} una successione monotona decrescente e inferiormente
limitata, allora { an} è convergente, e il suo limite è uguale a inf {an : n E N} .
94 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

R icordiamo che il simbolo sup { a11• : n E N} denota l'estremo superiore dell'insieme dei
valori an assunti dalla successione.
DIMOSTRAZIONE. Consideriamo l'insieme dei valori assunti <lalla successione, {an : n E N}.
Poiché la succesi:;ione è limitata superiormente, questo insieme è limitato superiormente,
quindi (per la proprietà dell'estremo superiore di cui gode R) esiste il suo estremo superiore,

A = sup {an: n E N} ,A E R

Proviamo ora che


lim an =A.
n - >oo
Occorre mostrare che per ogni e > O si ha
A- E < an < A+ E definitivamente.

La seconda disuguaglianza è ovvia: per ogni n è an ~ J\ (e quindi a.,. < A + e), perché A è
l'estremo superiore degli an, quindi in particolare è un maggiorante dell'insieme <lei valori
an. Per provare la prima disuguaglianza, consideriamo il numero J\ - e . Ricordiamo che per
definizione di estremo superiore, A è il minimo dei maggioranti del1'insieme { an : n E N}.
Perciò, essendo A - E < A, certamente A - E: non è un m aggiorante dell 'insieme { an : n E N} .
Questo significa che esiste un no per cui

D 'altro canto la successione è monotona crescente, perciò p or ogni n 2: no risul ta au 2: an0 •


Abbiamo quindi provato che
a,,, ;::: ano > A - E
per ogni n 2: no, ossia definitivamente. Quindi limn_, = a,, = A (fig 3.4) .

Figura 3.4.

Per esprimere anche simbolicamente che il limite è il sup (o l'inf) di una successione
crescent e (o decrescente) si usa la notazione (di evidente significato):

an rl oppure an l l.

Questo in particolare implica che an ~ z-


(rispettivamente, l+ ), ma contiene una
ulteriore informazione: la monotonia della successione.
Questo teorema è una conseguenza dell'assioma di continuità R4 dei numeri reali
(v. cap. 1, par. 5) e pertanto vale se l'ambiente che consideriamo è JR. Ad esempio, non
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 95

è vero che una successione crescent e e limitaLa di numeri razionali ammette sempre
limite razionale, cioè in IQ.

IO Sia {a.~} la successio11e così definita:

ao = 0

a2 =O, 1011
a3 = O, 10110111

a4 = 0,1011011101111

e così via. (Al passo n si aggiunge al numero decimale ottenuto al passo precedente una cifra
zero seguita da n cifre uguali a 1).
La successione {an} è evidentemente crescente, e superionnenLe li111itata (ad esempio,
a11 ~ 1). In ~' la succe::isione converge al numero sup {a,,, : n E N}, che dopo la virgola
presenta un allineamento decimale illimitato e non periodico di cifre (una cifra 1, una cifra
O, due cifre 1, una cifra O, tre cifre 1, una cifra O, e così via all'infinito). Quindi il limite della
successione è un numero irrazionale. Quest'esempio mostra che nell'insieme Q il teorema di
monotonia è falso.

Vedremo in seguito che il teorema di monotonia sar à utilizzato per tlimotìtrare impor-
tanti proprietà. delle funzioni continue. Questo teorema quindi costituisce una delle
motivazioni per cui è utile studiare l'analisi ma.tematica nell'ambiente dci numeri reali )
anziché in quello dei numeri razionali.
11 teorema di monotonia si può completare con il prossimo enunciato: che considera
successioni limitate o illimitate:

COROLLARIO 3.2 Sia {an} una s·uccessione monotona crescente. Allora esiste

lim an = sup {an : n E N} .


n->oo

Esplicitamente: se {an} è superiormente limitata1 allora converge (e il s1w limite è


uguale all'estremo sitperiore dei suoi valori, che in questo caso è '1..Ln m1,mero reale};
se 'invece {an} è superiormente illimitata, allora an tende a +oo (che in questo caso
è vari ali'estremo superiore dei suoi valori).

Si può ar_che dire) sinteticamente: una successione monotona, converge o diverge (non
p1 lÒ essere irregolare).
DIMOSTRAZIONE. Se { an} è superiormente limitata, l'enunciato è contenuto nel t eorema
di monotonia. Se invece {an} è superiormente illimitata, questo significa che per ogni I< >O
esiste un no tale che ari.0 > K. D 'altro canto la successione è crescente, perciò per ogni n ~ no
si ha an 2: an0 >I<. Abbiamo quindi provato che per ogni]{ >O è an > f{ definitivamente.
Questo s ignHìca che rin ~ + oo.
96 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

(Successione geometrica) Si consideri la progressione geometrica di ragione q, {qn}


(cfr. cap. 1, paragrafo 2):
2 3 n
1,q,q ,q , . .. ,q , ...
Se q > 1 la successione è. monotona crescente, illimitata superiormente.
Se q = 1 la successione è costante. Se O < q < 1, la successione è monotona decrescente;
è facile mostrare che tende a zero. Se q è negativo la successione non è più monotona. Lo
studente verifichi le seguenti affermazioni:

+oo se q>l

1 se q= l
lim qn
'.11.->-f-OO .
o se lql < 1
non esiste se q s-1
1.3 Il calcolo dei limiti
In questo paragrafo passeremo in ras_segna i teoremi basilari sul calcolo dei limiti. Le
dimostrazioni si basano sulla definizione di limite, sull'u.so di dis:ug'uagl'ianze, e sull'uso
di proprietà de.fìn'itivamente vere. In particolare, questi teoremi illustrano la rela.zione
tra l'operazione di limite e· le strutture algebriche e d'ordine prGSf3nti in JR.
Cominciamo ad esaminare le proprietà dell'operazione di limite rispetto alle ope-
razioni algebTiche. Quando il limite esiste finito, si dimostra un risultato semplice e
11aturale: l'operazione di limìte commuta. con queste operazioni, cioè:

TEOR,EMA 3.3 (ALGEBRA DEI LIM I T I ) Se an ___, a e bn ___, b allora

an a
- --t -
bn b

(an., a >O)

DI.l\!IOSTRAZIONE. Proviamo. ad esempio .che:

Fissjamo E: > O e consideriamo:


I(an + bn) - (a + b) I = I(an - a) + (bn - b) I S
S Ian - a I + Ibn - bi

(per la disuguaglianza triangolare, cap.l, par. 4.3). Poiché per ipotesi an -+ a e bn ---> b, si
ha che
lan - al <e e lbn - bi <e definitivaniente,
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 97

perciò concludiamo che


l(a,,, + bn) - (a+ b) I < 2c definitivamente,
quindi an + bn --> a + b.
Proviamo ora :
an --> a, bn --> b ==? anbn --> ab
Fissiamo s > O. Usando ancora la disuguaglianza triangolare si ha:

lanbn - abl = lan (bn - b) + b (an - a)I :::;

:::; lan (bn - b)I + lb(an - a) I = !ani lbn - bi+ lbl lan - al
:::; lanl lbn - bi+ lbl lan - al .
Poiché an --+ a, lan - al < E definitivamente; inoltre !ani < lai+ e definitivamente; poiché
bn --+ b, lbn - bi < € definitivament e. Quindi:
lanbn - abJ < (Jal + s) e+ lbl é < é · cost.
definitivamente. P er l'arbitrarietà di s segue la t esi.
Tralasciamo le dimostrazioni degli altri due casi.

L'operazione di limite mantiene inoltre l' ord'irwmento cioè:


TEORE MA 3.4 (DI PERMANENZA DEL SEGNO, l <t FORMA) Se an ~ a e a > .o
(a < o) allora an > o definitiva·mente (an. < o definitivamente).
D IMOSTRAZIONE. Fissato E:> O, per definizione di limite abbiamo che
Jan - al < s definitivamente,
che riscriviamo nella form a:
a - e < an < a + s definitivamente.
Poiché a > O, possiamo scegliere t: > O in modo che sia anche a - e > O, allora la disugua-
glianza a - e < an mostra che an > O definitivament e. In modo analogo si dimostra il caso
a< O. \,

T EOREMA 3.5 (DI PERMANENZA DEL SEGNO, 2<t FORMA) Se an ~ a E E, e an 2:


O definitivamente, allora risulta a 2: O. Più in generale:
se an ~ a, bn ~ b e an 2: bn definitivam ente, allora a 2: b.

D IMOSTRAZIONE. Segue dal teorema precedente. Infatti, se per assurdo fosse a < O, dal
t eorema precedente si avrebbe O.n < O definitivamente, il che è incompatibile con l'ipotesi che
sia an ~ O definitivamente. Questo dimostra la prima affermazione del teorema.. Applicando
ora questa proprietà alla differenza an - bn si ottiene anche la seconda affermazione. Infatti:

an ~ bn definitivamente ===? U n - bn ~ 0 definitivamente,

e poiché O,.,i - bn --+ a - b (teorema sull'algebra dei limiti), si conclude a - b ~ O, ovvero


a ~ b.
98 Capitolo 3. Limiti e continuità ® 978~88-08-06485-1

L'ultima relazione significa che in una disuguaglianza tr:;:t. due successioni si può passare
al limite ad ambo i membri, mantenendo il segno ::;. Si noti che in genera.le, invece,
nel passaggio al limite non si conserva il segno di dis11guaglianza. stretta: àd esempio,

mostra il semplice esempio di --7 O.


È utile anche la seguente proposizione:
*
anche se gli an sono strettamente positivi, il loro limite a è positivo o nullo~ come

TEOREMA 3.6 ( DEL CONFRONTO) Se an ::; bn ::; Cn definìtivarnente e

allora anche bn --7 l.

DIMOSTRAZIONE. Fissiamo e > O. Allora definitivamente si ha


l- e < a1i < l +e; l- E < Cn < l + E
da cui segue (definitivamente)

e quind i, definit;ivamente,
l - e< bn < l +é
Dunque bn -+ l.
Casi particolari di questo teorema che si usano frequentemente sono espressi dal pros-
simo corollario, molto utile quando si studia il prodotto tra una successione oscillante
(ma limitata) e una che tende a zero:
COROLLARI O 3 . 7 1. Se lbn[ ::; Cn definìtìvamente e Cn --7 O, allora anche bn --7 O.
2. Se Cn --7 O e bn è limitatà (tna nòn riecessaT'iarnente convergente), allora cnbn --7 O.
Detto a parole_: ìl prod9tto dì una s'uccessìone 'infin'itesima. e una limitata è infin~tesi­
mo.

DIMOSTRAZIONE.
1. Sappiamo che definitivamente è - Cn ::::; b..,.,, ::::; Cn; d'altro canto se Cn - > O anche - cn _, O,
quindi -pe1' il teorema precedente (con an = -Cn e l = O) si ha che b..,.. - O.
2. Se bn e limitata.) ossia lbnl :::;: K per un certo K >O e per ogni n, possiamo scrivere

Poiché Cn ->O, anche K lc,il -+ O, e per il punto 1 si conclude che bnCn _,O.

Applicando la definizione si dimostri che


se o: >o

n"~ ~ roo se o: = o
se cx<O
Infatti, se a> O, fissato Jl/I >O t'.isulta n'.x > M per n > NJ 1 fa ; perciò n°' -+ +oo; se a < O,
scrivendo na = 1/nlcxl, si osserva. che l /nlal < s per nl c~ I > l/c ossia per n > l/c 1 /la·I, cioè
definitivament e.
© 978-88-08-06485- 1 1 Successioni 99

Limiti che si presentano nella forma di rapporto di due espressioni1 ognuna costituit a
dalla somma di p otenze d i n :
n 5 12 -3n+7
n3 + fa- 3n2
Si met te in evidenza a numeratore come a denominatore la pot enza maggiore

n 5/2 ( l - -3+ -7)


- ( 1- 3- - + 7- )
n3/2 n5/2 = _l_ . n 3/2 n5/2
n3 (1 + -n 1-1 - 3
-) fan 1
+- I
- - 3
-
5 2 n n"/ 2 n
Ora per il t eorema sull'algebra dei limiti e sa.pendo che potenze negative di n tendono a
zero possiamo affermare che:
3 7 1 3
l - n3/ 2 + ns/ 2 -+ I; 1 + ns/2 - :;:;: -+ l.

Pertanto la successione tra parentesi tende a 1; d'altro canto ~ -+ O, perciò la successione


di partenza tende a zero.

_ La successione si~n è il prodotto di -!;, {convergenLe) e sin n (irregolare); quindi il


teorema sull'algebra dei limiti non è applicabile. Tuttavia è ap plicabile J>ultimo corollario: la
successione~ è infinitesima ment re lsin nl ~ 1, p erciò si~n -+O.

Fin qui abbiamo visto t eoremi che operano su coppie di successioni entrambe conver-
genti o comunque limitat e. Consideriamo ora il caso in cui i limit i sono +oo o -oo.
Supponiamo 1 per esempio, che an -4 a e bn --+ +oo; allora è facile (e intuitivo) vedere
che an + bn --+ + oo. Abbrevieremo questa scrittura così: a + oo = +oo. Ragionando
in maniera ana.loga possiamo compendiare le regole per il limite della somma (o dif-
ferenza) di due successioni delle quali una o entrambe sono divergenti con le scritture
~eguenti:

a + oo = + oo
a - oo = -oo
+oo + oo = +oo

-(X) - (X) = -oo

Analogamente per il prodot to (o il rapporto) abbiamo le regole seguenti; il segno di


oo va determinato con la usuale regola dei segni:

a·oo=oo (a # O)
a
- = oo (a # O)
o
a
-= O
(X)

Esplicitamente, la seconda regola scritta significa ad esempio quanto segue:


+ an
se an ----+ a > O e bn ----+ O , allora bn --+ +oo.
100 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

In modo analogo si procede, in ba.se alla regola dci segni, se a < O o bn --+ o- ; è
comu nque necessario, p er applicare qu esto t eorema, sapere che bn tende a zero per
eccesso o per difetto.
Le precedenti regole prendono il nome di "aritmetizzazione parziale del simbolo di
infinito".
DIMOSTRAZIONE. Proviamo ad esempio che:

an-> + oo,bn-> b E IR => bn -> O.


an
F issiamo é > O. Poiché un -> +oo, definitivamente si ha
1
O.n > -€
Poich é bn -> b, definitivamente si ha

Ne segue che definitivamente

\~: I< é Cibi + e) < e · cost.


Per l'arbitrarietà di e, segue la tesi.

Lo studente noterà che manca.no le regole relative a quattro operazioni, e cioè

+ oo - oo , O · oo ,
o 00

o' 00
Queste espressioni si chiamano forme di indecisione, poiché nessuna regola può es-
sere stabilita a priori per det erminare il risultato, come vedremo negli esempi sotto
illustrati.
Le regole sopra elencate (e la mancanza di regole per le forme di indecisione) confer-
mano la natura particolare dei "punti" +oo e -oo, che non possono essere considerati
"numeri" poiché non rispettano le proprietà Ri e R2 del capitolo 1 paragrafo 3.

vn +1- vn -1: forma di indecisione del tipo +oo - oo.


Moltiplicando e dividendo per -Jn + 1 + Jn - 1 si t rova
(FnTI - Jn=l) (FnTI + Jn=l) - 2 -} o
Jn+ i+vn- 1 Jn+l+ Vn=l
·• Limiti di successioni che si presentano nella forma a.~· si trattano più facilmente
considerando la successione dei logaritmi (per fissare le idee, in base 10)
log 10 a.~i" = bn log 10 Un
Si mostra che (cfr. anche più avanti, al paragrafo 3) se questa successione converge a l,
diverge a +oo, -oo, o è indeterminata, la successione a~t', rispettivamente, converge a lOz,
+oo, O, è indeterminata.
Si può così osservare che le espressioni
1±co 00 ( +oo)o
sono altrettante forme di indecisione, corrispondenti (passando al logaritmo) alla forma di
indecisione O · oo.
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 101

1.4 Il numero e
Introdurremo ora un numero molt o importante per l'Analisi, che sarà definito come
limite di una particolare successione. Cominciamo a dimostrare il seguente risultato:

TEOREMA 3.8 La successione

è convergente.

Si osservi che questa successione presenta una forma di indecisione 100 •


DIMOSTRAZIONE. Si prnverà che la successione è monot ona crescente

e limit ata:
2:::; an <4
e perciò è convergente, per il Teorema di monotonia (par. 1.2).
Per provare che an è monotona cres~ente, studiamo, per n ;:::: 2, il rapporto:

(
1+ _1 )n-1
n-1

(nr )n
n- 1 (
1
n - 1)
'fl,

(1 - ~ r > 1- n . ~ = 1,
1 - 1..
n
1-1.
n

dove nell'ultima disuguaglianza scritta si è applicata la disuguaglianza di Bernoulli (v. cap. l ,


par. 7)
(1+xt;:::: 1 + nx
con x = -~. Questo mostra che a:~ 1 ;:::: 1, ossia an ;:::: an- 1, e la successione è monotona
crescente. In particolare, essendo a1 = 2, segue an ;:::: 2 °'il n;:::: 1.
Consideriamo ora la successione

bn = ( + -1)
1
n
n+l

Si noti che
bn = an · (1+ ~) ,
perciò bn > a,,,. Con calcoli simili .a quelli appena svolti (lasciamo i dettagli al lettore) , si
mostra che che bn S bn- 1· Poiché b1 = 4, risulta quindi

e an è limitata.
102 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Il limite della successione an appena studiata è un numero (irrazionale) molto impor-


tante in matematica, per varie ragioni che vedremo; esso viene indicato con la lettera
e (numero di Nepero) e la sua r appresentazione decimale inizia .così:

2. 7182818284 . ..

Dunque, per definizione,


e= lim
n->+=
(i + ~)·
n
n

-
Quest o J1Umero viene molto spesso usato come base dei logaritmi, ì quali, qua1ido si
usa· questa base, vengono detti naturali o neperiani (dal nome del matematico John
Napier) e indicati sernplicerne:nte col simbolo log (oppure ln) senza indicazione della
base.

n~ Il numero di Nepero e ·un problema... finanziari.o. Supponiamo di possedere un ca-


pitale (per esempio, 1 milione di euro) e di ·i nvestirlo al tasso ~li i11teresse annuale t (cioè con
una rendita di t milioni all'anno).
Se l'interesse viene pagato annualmente, dopo un anno il capitale posseduto sarà 1 + t .
Se l'interesse viene calcolato mensilmente avremo:
- dopo il primo niese un capitale. pari a- 1 -1-
1t~;
- dopo i·1 secondo mese, pan. a 1. + t
12
+ it2 ( 1 + 12
t ) =
(\. 1 +. t ) 2 ;
12
2 2 3
- dopo il ter zo mese, pari a ( 1 + l ) t + (1 + t ) = ( 1 + "lt ) ;
12 12 12 2
t 12
- alla fine dell'anno avremo un capit ale pari a ( 1 + ) .
12
Se l 'interesse viene calcolato ogni n-esimo di anno, avremo alla fin e un capitale pari a

Per t = 1 (rendita del 100%!) otteniamo esattamente la successione che definisce e.


Far tendere n a oo significa calcolare l'interesse dopo frazioni di anno sempre pit1 piccole
fino ad arrivare a calcolarlo con continuità. Il capitale che. si ottiene alla fine dell'anno in
quest'ultimo caso è esattamente pari a e.

Una volta definito il numero e come

si può d-imostrare che risulta anche:


I

(1.3) e= lim
n -++oo
(i - ~)-n
n

Inoltre, a partire dalle due relazioni precedenti, si può provare il ~eguent(3


© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 103

TEOREMA 3.9 Sia {an} una qualsiasi successione d'ivergente (ci, +oo o -oo). Allora
esiste
,
lim
(
1+ -
1 )an.=e.
n;->+oo an

(Una traccia per la dimostrazione della (1.3) e di questo teorema sarà fornita nei
Complementi alla fine del par. 1). Quest'ultimo teorema si rivela estremamente utile
nel calcolo di limiti che .coinvolgono la forma di. indeterminazione [100] .

Calcoliamo
lim (-n
n-!+oo3+
)5n n
00
Si tratta di una forma. di indeterminazione [1 ] . Scriviamo:

_ n )5n+l 1 1 1
( 3+n
,.
.
'
'
' ,

con an = ]'- . Per il teorema precedente, la successione entrb parentesi qu a.di-e tende ad e,
mentre l'esponente
_ 3 ( 5n + 1) t:
bn - ____, 10
n
15
perciò il liinte cercato è 1 / e .

Altre situazioni di questo tipo saranno illustrate negli esercizi alla fine del par. 1.

1.5 Confronti e stime asintotiche


Abbiamo visto che una successione che tende a O è un 'infinìtesùno; una successione
che diverge (a + oo, a -oo) si dice infinito. Quando due success.i oni sono entrambe
infinitesimi o entrambe infiniti 1 è utile poter: stabilire. un confronto tra di esse, per
capire quale delle due tenda "più rapidamente" a O o all'infinito.

Esempi di infiniti sono le ,successioni seguenti:

{logn} { vn} {n2 } {2n}

Esempi qj infinitesimi si ottengono dalle su.ccessioni precedenti considerando gli ele-


menti reciproci.
Siano {an} e {bn} due infin!ti. Co,n sideriamo il limite del rap_r_orto an/bn; si hanno
quattro possibilità: - - -,
o i)

l finito e =J O ii)

±oo iii)

inesistente iv)
104 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Diciamo che: i) {an} è un infinito di ordine inferiore a {bn} ·--. ~


..... ...
~
J •I

ii) { an} e {bn} sono infiniti dello stesso ordine .:!:.<,_ -~

iii) { an} è un infinito di ordine superiore a { bn}

iv) {an } e {b11 } non sono confrontabili. /i' ·

Se {an } e {bn} sono due infinitesimi (e bn è definitivamente#- O), ancora si considera


il limite del rapporto an/bn e, in corrispondenza delle 4 possibilità sopra elencate,
diremo che:
i) {an} è un infinitesimo di( ordine S'uperiore a {bn}
\}
ii) {an} e {b11 } sono infinitesimi dello stesso ordine

iii) {an} è un infinitesimo di ordine inferiore a {bn}


iv) {an} e {bn} non sono confrontabili.

Il caso t - t 1 è particolarmente importante: si usa dire, in tal caso, che le due


successioni { an} e {bn} sono asintotiche e, p er indicare questa circostanza, si scrive

(si legge: an è asintotico a b11 ).


Il simbolo di asintotico è molto utile nel calcolo dei limiti per le seguenti proprietà :

PROPOSIZIONE 3 .1

1. Se an rv bn 1 le dv,e successioni hanno lo stesso comportamento: convergono allo


stesso limite, o divergono entrambe a ±oo 1 o entrambe non hannC?_ limite.

2. Si possono scrivere catene di relaziorà asintotiche, cioè:

3. Un'espressione composta da prodotto o quoziente di più jattori può essere stimata


fattore per fattore:

Attenzione: lo stesso non vale per le somme o per l'esponen ziale.


DIMOSTRAZIONE .
1. Dimostriamo la prima affermazione: se an rv bn, le due successioni hanno lo stesso com-
portamento. Sia an -+ l E JR.; poiché bn = an
b,, · an e k -+ 1 (per definizione di asintotico),
an
allora per il teorema sul limite del prodotto

bn -t 1 · l = l.

Lo stesso teorema (nel caso di limite infinito) permette di concludere che se an -+ ±oo
e bn "' an, anche bn -+ ±oo. Osserviamo or a che la relazione di asintotico è simmetrica,
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 105

quindi quanto appena provato mostra anche che se bn converge (diverge), anche an converge
(diverge). Ne concludiamo che se o,n è irregolare, anche bn è irregolare, perché se per assurdo
non lo fosse, per quanto appena affermato anche an sarebbe convergente o divergente.
2. Proviamo la transitività della relazione di asintotico:

Le nostre ipotesi significano che


an bn
- 1e -
- ----t 1.
bn Cn
Allora per il teorema sul limite del prodotto,

an = an . bn - l.
Cn bn . Cn

Analogamente si prova la terza proprietà.

Un tipico modo per mostrare che an rv bn consiste nello scrivere an


Cn -t 1. Ad esempio:

2n
2
+ 3n + 1 = 2n
2
(i + ~+
ri
2\)
n ,
rv 2n
2

perché (1 + ~ + 2~2) --t 1.


O SSERVAZIONE Il fatto che la relazione di asintotico soddisfi le 3 proprietà:

2; Simmetri:f: se an rv bn allora bn rv an ;

3. Transitiva: se an rv bn e bn rv Cn allora O.n rv Cn

si esprime dicendo che "asintotico" è unà relazione di equivalenza. (Si noti che le
prime due proprietà sono immediate, mentre la terza è stata dimostrata sopra) . Più
in generale, in matematica si chiama relazione d'equivalenza una relazione che soddisfa
i 3 assiomi ora enunciati.
Mostriamo ora il seguente:

TEOREMA 3.10 (GERARCHI A DEGLI INFINITI)

logo. n "
lirn = 0
n--+oo na
. n o: - -
hm - =O
n-++oo an \

per ogni a > 1, o > O.

Questi limiti descrivono la "velocità" con cui i logaritmi (con base > 1), le potenze, gli
esponenziali (con base > 1) vanno all'oo: i logaritmi vanno più lentamente di qualsiasi
potenza, le potenze più lentamente di qualsiasi esponenziale a base > 1.
106 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

DIMOSTRAZIONE. Per dimostrare la prima relazione, iniziamo a stabilire un'utile disugua-


glianza tra un qualsiasi numero reale positivo e il suo logaritrno. Per x E JR) x > O) sia k la
parte intera dix (v. cap. 2, par. 3.6)) ossia l'intero k 2: O per cui è k ~ x < k + 1. Si ha:

dove: la prima disuguaglia nza segu e dalla monotonia della funzione esponenziale, la seconda
dallo sviluppo del binomio di Newton (o dalla disuguaglianza di Bernoulli) . P assando ai
logaritmi in base a, ottenia mo
log,.. x < x loga 2
per ognì x >O. Applichiamo ora questa disuguaglianza al numero x = n°1 2 e abbiamo:

2a loga n < n" ;2 loga 2


e quindi
-loga- n < -a2 loga 2
n et/2

logn n = loga.n. _ 1_ < ~ log 2 . _1_ .


ne:. n°'/
2 2 n°'/ 2 - a a n°'/
Per il teorema del confronto, !~ n ----> O, e la prima relazione è dimostrata.
10

Applichiamo ora questo risultato sostituendo all'intero n l'intero 2n . Avremo:

Se ora a > 1 è fissato, scegliendo à > O in modo che sia 2°' = a otteniamo che a~' ---->O ) che
è la seconda relazione nel caso particolare in cui n è elevato ad esponente 1. Il caso generale
segue dall'identità.:
n')! ( n ) °' ( n ) °'
an = an/0t = (a°')n
Infatti per il risultato precedente (a:)" -4 O (la base a°' è ancora un numero > 1), quindi
anche ca,::)" r~ __.o. •

Altri confronti tra infiniti si possono risolvere grazie al seguente criterio:

TEOREMA 3.11 (CRITERIO DEL RAPPORTO) Sia an una successione positiva {cioè
an > O per ogni n). Se esiste
' lim an+l = l .
, n~oo an _ i
e l < 1, allora an -4 O; se l > 1 {ed eventualmente l = +oo), allora an----+ +oo.

Il teorema precedente riconduce lo studio del carattere di una. successione positiva,


an, al calcolo del limite di un'altra successione, la successione (dei rapporti), an+i
a,.
. In
certi casi quest 'ultima è più semplice da studiare di quella di partenza, come vedremo
negli esempi. Si osservi che nel caso l = 1 il t eorema non permette di concludere nulla.
D IMOSTRAZIONE. Supponia mo che

a.n.+l ----+ l < l.


an
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 107

11
Fissato E> O, definitivamente, ossia per ogni n >no (con no opportuno) si ha "+ 1 < l +E.
- CLn

Scegliamo E abb astanza p iccolo perché si abbia l + E < 1. Possiamo scrivere la catena di
disuguaglianze:

ano-/-1 < (l +e) O.no j


an0 +2 < (l + e) ano+l < (l + i::) 2 an0

ano-f-k < (l +i::/ O.no·


Poiché (l + e) < 1, si ha (l + c)k - t O per k - t oo. D 'altro canto an0 è fissato; dunque per
k abbastanza grande il secondo membro (e quindi il primo) è piccolo quanto si vuole, il che
dimostra che an - o.
Supponiamo ora che· an+l
«n
- l > 1. F issat o E > o, definitivamente si h a an+l
an.
> l - €.
Scegliamo e abbastanza piccolo perché si abbia i - e: > 1. Analogamente a prima, possiamo
ottenere la disuguaglianza:
an 0 +k > (l - c)k Uno

per un certo no fissato e qualsiasi k. Poiché (l - e) > 1 e quindi (l - t: )k - t +oo, si conclude


che a,,. - t +oo.

Dimostriamo che
lim bn' = O per ogni b >O.
I n-+OOn.
Applichiamo il criterio del rapp~rto alla successione un "~.
= 1n. Si ha:
bn+I n! b
-(n+l)
- -!· -
b'••
= -n +l
- - o·
b"'
Per il criterio del rapporto allora, n!
-t O. Abbiamo quindi ottenuto un nuovo caso n ella
gerarchia degli infiniti.

Si provi a calcolare
. logn
1l ffi - -
n-oo n
col criterio dcl rapporto, osservando che il metodo fo.llisce.
Ecco alcuni esempi di come si applicano tutte le osservazioni precedenti per risolvere
alcune forme di indeterminazione. Quando avremo studiato un certo numero di li-
miti notevoli (par. 3.2) potremo risolvere mediante stime asintotiche situazioni più
complesse di queste.

. 2n +4n+ 1
3 = [ 00]
hm
n-->+oo 5 (n + 1) 3 00
Considerando solo le potenze di grado massimo a numeratore e denorrùnatore, possiamo
scrivere:
2n3 + 4n + 1 2n3 2
5(n+ 1) 3 rv 5n3 = 5
e pertanto la successione t ende a 2/ 5.
108 Capitolo ] _ Limiti e continuità es 978-88-08-06485-1

lim
n-++oo
2n + n -
2n+l
[ooooJ .
2n è un infinito di ordine superiore rispetto ad n; possiamo scrivere quindi:

perché ;;~ --+ O, e quindi ( 1 + 1!:,)


2 --+ 1. Pertanto

2"' 1
l""-'-- 1= -
2n+1 1 2

e il limite è ~-

lim \fii,= [oo0 ]


n-++oo
Scriviamo
nC l/n Jogn't/n lop;n
vn =n =e =e,.,,
Usando il confronto di infiniti, log n --+
n
O, e quindi si deduce

lim
n-++oo
\;In = e0 = 1.

.
lllll -n! - [oo]
-
nn 00n -+oo
Applicando il criterio del rapporto, consideriamo:

(n + 1)! nn (n+l)nn
-( n- +-'--1-)n -_-'-(-n_+_l_) =
(
n
n
+1
)n- 1
(1 + ~r -+; <i,
1
(n + 1t+1 n!

dove nell'ultimo passaggio si è usata la definizione di e; perc10 an --+ O. Abbiamo quindi


provato che n! è un infinit o di ordine inferiore rispetto a nn.

Dare esempi di cciufiniti" di ordine inferiore a {logn} e di ordine superiore a {2n}.

Provare che
log (n + 1) rv logn

Calcolare . an+l
1lill --
n~+oo an
per le seguenti successioni: n 2
an =n .an = n
r .. Dare una stima asintotica delle seguenti successioni, mediante una successione ccpìù
semplice'', e calcolare quindi il limite:

n3 + 2n2 + sinn n 2 logn+ n n! - (n - 1)!


n + logn log3n n + (n - 2)!
© 978-88-08-06485-1 1 Successioni 109

Lo student e, utilizzando una normale calcolatrice tascabile o un P C, calcoli ( 1 + ~) n .


Troverà, per esempio
n (1 + 1/n)n
2,7169239
2,7181459

1
1
Cerchi di spieg~rne la ragione.

Un altro esempio: il limite

lim (Jn2 + 1 - n)n


n->+oo

si presenta sotto la forma di indecisione oo - oo. Moltiplicando e dividendo l'espressione per


Jn2 + 1 + n tale limite prende la forma
lim n 1
n~+oo ..)n2 + 1 + n 2
Se si usa una calcolatrice per il calcolo del limite si ottiene (per esempio)

n (vn2 + 1 - n)n n/(Vn2 + 1 +n)


102 0,4999875 0,4999875
103 0,5 0,499999

107 o 0,5
108 o 0,5
Spiegare la ragione del diverso risultato.

Calcolare i limiti, per n --+ +oo, delle successioni seguenti:

Jn 2 + n - n

log(n + 1) - log n 1
( 1 + -n1·
)n
9

1 Dimostrar e il teorema sul limite dcl quoziente: se a"' ~ a, bri - i b, allora ~::: --+ %
purché bn, b f. O.
-I
Suggerimento: per maggiorare I~: % fare denominatore comune; ora il numeratore si mag-
giora in modo simile a quello visto nella dimostrazione del t eorema sul limite del prodotto;
per il denominatore occorre invece dimostrare che, ad esempio, lbnl ;: : lbl /2 definitivamente)
e poi. ..
110 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88~08~06485-l

Dimostrare le relazioni che abbiamo chiamato "aritmetizzaziorie parziale di infinìto",


nei casi che non sono stati dimostrati.

Dimostrare che i valori assunti dalla successior:f€ sin n sono tutt i diversi tra loro, ossia
che n, m E .N, n =f. m implica sin n =f. sin m .

Provare che
lirp. ( 1 - -1
n-T-rCO 17J
)-n = e

Suggerintento: (1 - ~) -n = (n~i)n = ... ;ricondursi al lirnite che definisce e.

· ··5 ·· Provare il Teorema 3.9 enunciato nel par. 1.4, ad esempio nel casb +oo. an _,
Suggerimento: detta [an] la parte intera dian , provare anzitutto le disuguaglianze:

(1+ [ari]1+ ) 1
[a.n] <
-
(1 + J...)
a,1.
a.,. <
-
(1 + _1_)
[an]
(a ., ,.]+l

Quindi sfruttando opportunamente il fatto che [an] è intero, ricondursi al limite già noto di
(l+~)n .

..;~#~- Dimostrare la proprietà 3 del simbolo di "' enunciata nel paragrafo 1.5 (Proposizio-
i1é 3.1), usandò la definizìone dì "asintoticò" e di linìite.

Si fa\:cia un esempio di due successioni an, bn tendenti a +oo, per cui si ha:

Dunque il simbolo di asintotico non si può usare con gli esponenziali come si userebbe nei
prodotti o quozienti.
Suggerirnènto: scegliere comè an la somma di due infiniti di tipo diverso.

to.' 2 LIMITI DI FUNZIONI, CONTINUITÀ, ASINTOTI


L'operazione di limite si può estendere dalle successioni alle funzioni Potremo così
precisare il comportamento di una funzione quando la variabile indipendente si muove
vicino a un determinat o punto oppure diventa molto grande (in valore assoluto).
In questo paragrafo introdurremo i concetti fondamentalì riguardanti i limiti e la
continuità di funzioni; nel prossimo paragrafo 3 sviluppere:mo i ~~oremi e gli stùnnenti
che permetteranno il calcolo effettivo dei limit i,; infine, nd paragrafo 4 approfondìremo
lo studio delle proprietà delle funzioni continue, incontrando alcuni dei più significativi
teoremi dell'analisi delle funzioni di una variabile. Nei capitoli successivi, mediante
l'operazione di limìte introdurremo i concetti di derivata., cli differenziale e di integrnle
per una funzione reale di variabile reale.
Consideriamo come caso tipico un intetvallo I, un punto e E I e una funzione f a
valori reali, definita in I, salvo al più nel punto c. L'intervallo I può essere limitato o
illimitat0,, chiuso o aperto; il punto e può essere interno all'intervallo oppure uno dei
suoi estremi (eventualmente +oo o -oo).
Prendiamo ora una qualunque successione di punti ;r;n (n = 1, 2, ... ), nell'interva.llo
I e diversi da e, che tenda à e, per n ---t +oo.
© 978-88-08-06485-1 2 Limiti di funzioni, continuità, asintoti 111

In corrispondenza alla successione di ingressi Xn , consideriamo la successione delle


uscite f (xn) ·
Se, qualunque sia la successione scelta, si ha che .f (xn) tende al limite f (finito o
infinito) si dice che il limite di f (x) per x che tende a e è f e si scrive

lim f (x)
X-+C
=.e oppure f (x) -t f. per X· ---+ e

(che si leggono: "il limite per x tendente a e di f (x ) è uguale a f" oppure "f (x) tende
a t per x tendente a e").
Sinteticamente:
DEFINIZIONE 3.8 (suCCESSI ONAL E D I LIMITE) Si dice che

lim f(x) =f ,
X -+C

(dove e;, f E nr) se per ogni successione {Xn} di punti di I diversi da e, tale che Xn ) e,
si ha che f (xn) ---> e per n ~ oo.

Una funzione che per x ---+ e tende a O si dice infinitesfrna per x -+ e; analogamente
lJUa funzione che tende a ±oo si dice infinita.
La definizione appena data di limite di funzione si dice definizione successionale
di limite, in quanto riconduce il concetto di limite di funzione a quello di limite
di successione. Non è l'unica definizione possibile, come vedremo, e a prima vista
può sembrare una definizione poco operativa. Tuttavia, come dimostreranno sia il
successivo sviluppo della t eoria, sia gli esempi che faremo di calcolo di limiti, il fatto
di avere già sviluppato le basi del calcolo dei limiti per le successioni, renderà molto
vantaggiosa questa definizione, proprio dal punto di vista operativo. Ad esempio,
possiamo subito affermare che vale il:

TEOREMA 3 .12 (DI UNICITÀ D E L LIM I TE) Se esiste limx->c f (x) =f., tale limite f,
è unico.

Infatti, se esistessero due limiti i 1,f2 diversi tra loro, presa una qualsiasi successione
Xn --+ e si avrebbe
.f (xn) -+ E1 e f (xn) -+ f2 ....'. I
dunque la successione f (xn) avrebbe due limit i distinti, assurdo.
Osserveremo ora un po' più da vicino le varie situazioni che si possono verificare
nella definizione di limite di funzione. È subito chiaro che la casistica sarà più ricca e
complessa rispetto al caso delle successioni, perché mentre per una successione an il
limite si calcola necessariamente per n - > +oo, per una funzione f (x) il limite si può
calcolare p er x ---> e dove e può essere-qualsiasi elemento di R*.
Anzitutto chiariamo la terminologia: nella scrittura

lim .f (x) = l
X->C

parleremo di
. . { finito { lER
. s:: .t·o se · l = +oo, l = -oo
limite in11n1
112 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

e parleremo di
. .t { al finito
1inn { e E JR
e a11 ,.ir1firu.t o se e = +oo, l = -oo
I prossimi et>empi hanno lo scopo sia di mostrare come si utilizza concretamente la
definizione successionale di limite, sia di illustrare le varie situazioni tipiche che si
possono realizzare.

Limite finito all'infinito

Dimostriamo che:
lim ex= o.
x-+-oo

Applicando la definizione, si tratta di provare che per ogni successione {Xn} tale che Xn -+
-oo, si ha
lirn e~'n = O.
n-++oo
A sua volta, per definizione di limite di successione, questo significa provare che fissato € > O
qualsiasi, risulti
lex" I < é definitivamente,
ossia (essendo l'esponenziale sempre positivo),

exn <é definitivamente.

L'ultima disuguaglianza è equivalente a:

Xn < logE.
Se E > O è un numero piccolo ( < 1), log e sarà un numero negativo (e grande in valore
assoluto); poniamo K = -logt: > O. Dobbiamo provare che, fissato questo numero I<> O,
risulta Xn < -K definitivamente; ma questo è proprio ciò che vale per ipotesi, perché Xn-+
-oo. Questo conclu<le la dimostrazione.

Asintoto orizzontale
Si dice che f ha un asintoto orizzontale di equazione y = .e (.e E JR) per x - t +oo
oppure per x __, -oo se lim .f (x)
x-+=
=.e
oppure lirn f(x) = f , rispettivamente.
x--=
Ogni situazione di limite finito all'infinito, quindi, corrisponde graficamente alla
presenza di un asintoto orizzontale, ossia di una retta orizzontale a cui il grafico della
funzione si avvicina sempre più (come nell'esempio precedente).

Limite per eccesso e per difetto


Come abbiamo visto per le succession i (par. 1.1), quando una funzione ha limite finito
.€, talvolta è possibile precisare se questo limite viene raggiunto per eccesso (i:+) o per
d~fetto (R_-). Graficamente, questo significa che il grafico della funzione-sr-av-vicina alla
quota-y = f dall'alto o dal basso. La definizione precisa è la seguente:
DEFIN IZIONE 3 .9 ( LIM I TE PER ECCESSO o PER DIFETTO) Se f E ~ e e E JR*, si
dice che
lim f (x) =e+ (rispettivamente, g- ),
x-c
© 978-88-08-06485-1 2 Limiti di funzioni, continuità, asintoti 113

e in tal caso si dice che f (x) tende a f per eccesso (per difetto) per x tendente a
e, se per ogni successione {Xn } di punti di I diversi da e, tale che Xn ___, e, si ha
che f (xn) - t .e+
(rispettivamente .e-) per n --+ oo. Ricordiamo che, come visto nel
para.grafo 1.1) affermare che f (xn) - t .e+
significa che f (xn) -te
e inoltre f (xn) 2: f.
definitivamente.

Ad esempio,
lirn ex= o+.
X -> - 00

Un errore comune consiste nel p ensare che il simbolo o+ denoti un (misterioso) nu-
mero diverso da zero e "poco più grande di O". Sbagliato: il limite della funzione è
il "solito" numero zero che conosciamo; semplicemente, la scrittura o+ aggiunge una
informazione: la funzione tende a zero per eccesso, ossià i valori di f (x) tendono a
zero mantenendosi non negativi.
Si osservi che non ogni limite finito è necessariamente assunto per eccesso o per
difetto, come mostra la. figura 3.5. Questa funzione tende a 1 per x - t +oo, ma non
si può affermare che f (x) ___, 1+ , né che f (x) - t l - .

0.5

o 5 10 15 20 25 30

Figura 3.5.

Limite infinito all'infinito

Dimostriamo che:
log 1; 2 x = -oo.
r lim
,x ->+oo .

Dobbiamo provare che per ogni successione { xn} tale che Xn ___, +oo, si ha

lim log112 Xn = -oo.


n -->+oo

A sua volta, questo sigT1ifica provare che fissato K > O qualsiasi, risulti
log 1 ; 2 Xn < -K definitivamente,
f •

114 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

il che equivale a :
Xn > ( ~) -K = 2K definitivamente.

Ma per ipotesi Xn ~ +oo, quindi fissata la quantità positiva 2K, certamente risnlta Xn > 2T<
definitivamente, e l'asserto è dimostrato.

Asintoto obliquo
~ei casi in cui una funzione presento, limite infinito all!if!finito, può accadere (ma non
sempre accade) che esista una retta, obliqua, a cui il grafico della funzione si a.vvicina..
indefinitamente. Si parla in tal caso di asintoto obliquo. Precisamente: si dice che una
funzione f (x) ha asintoto obliquo y =mx+ q (mi- O,q E ffi.) per x--+ +oo (o per
x--+ -oo) se
lim , [f (x) - (mx + q)] = O.
x --++oo ( -oo}

,... Sia f (x) = 2x + 1 +ex. Studiamo la funzione per x ~ -oo. Si vede facilmente che
f (x) ~ - oo; inoltre,
)irn [f (x) - (2x + l)] = lim ex =O.
x- - = x--=
Perciò, per definizione di asintoto obliquo, si riconosce che la retta y = 2x + 1 è asintoto
obliquo per f, per x --+ - oo.
In casi meno elementari, anziché dover «indovinare" qual è l'aointoto obliquo è utile
avere un criterio operativo per cercarlo. Vale in proposito la seguente:

PROPOSIZIONE 3.2 La funzione f (x ) ammette asintoto o-bliquo p_er ;i; --+ +oo se e
solo valgono le seguenti due condizioni:

1. Esiste finito
f (x)
lirn -
x--++oo X
- = m ·i- O;
2. Esiste finito
lim [! (x) - mx]= q
x-++oo

(dove rri è il numero calcolato al punto 1). In tal ca8o l'asintoto è y = mx+ q.
Analogo criterio vale per x - t -oo.
Si lascia per esercizio la facile dimostrazione. Vediamo un semplice esempio di ap-
plicazione; altri, più elaborati, si potranno affrontare dopo aver approfondito, nella
prossima sezione, i metodi di calcolo dei limiti.

Studiamo la funzione f (x) = 3x + .JX per x ~ +oo. Si vede subito chef (x)-+ +oo
per x ~ +oo. Vediamo se presenta un asintoto obliquo. Calcoliamo perciò (in base alla
Proposizione precedente):

.
1un
x-++=
3x + .../X = 1·irn
X x-++=
(3 + - 1 )
..jX
=3 =m
'"

© 978-88-08-06485-1 2 Limiti di funzioni, continuità, asintoti 115

(come si verifica facilmente applicando la definizione di limite) . Calcoliamo ora

lim [f (x) - mx]= lim


x-+= x-+oo
[(3x + vx) - 3x] = lim
x -+oo
Vx = +oo.

Poiché questo limite è infinito (non esiste q), la funzione non ammette asintoto obliquo.

I
Limite infinito al finito

fD Dimostriamo che:
. 1
1im = +oo.
x-.0 2
X
Dobbiamo provare che per o.g ni successione { Xn} tale che Xn -+ Oe Xn -:/=- O Vn si ha
. 1
1im 2 =+oo.
n->+oo Xn

(Si noti che la precisazione "xn -:/=- O \:In" , che è contenuta nella definizio.ue di limite, era
irrilevante negli esempi precedenti in cui e = ±oo, ma diventa ora importante) . A sua volta,
questo significa provare che fissato K > O qualsiasi, risulti

~ >K definitivamente,
Xn

il che equivale a :
lxnl < ~ definitivamente.

Ma per ipotesi Xn -+ O, quindi fissata la quantità. positiva E )x, certamente risulta


lxnl <e definitivamente, e l'asserto è dimostrato.

Limite destro e sinistro


Talvolta una funzione si comporta diversamente (dal punto di vista. del suo limite)
a seconda che x si avvicini a e da destra o da sinistra.. Ad esempio, per x ~ O la
funzione l/x diventa sempre più grande in valore assoluto, ma con un segno diverso a
seconda che sia, x ~- O. Per descrivere questo tipo di situazioni, si introduce il concetto
di limite destro e sinistro: ·
DEFINIZIONE 3.10 (LIMITE DESTRO E SINISTRO) Se e E JR e f. E JR.*) si dice che

lim f (x) = f (rispettivamente, lim f (x) =I!),


x-->c+ x-+c-

e in tal caso si dice che il limite destro (sinistro) di f (.x ) per x tendente a e è i, se
per ogni successione { Xn} di punti di I tali che Xn ~ e+ (Xn ~ e-) per n ~ +oo e
Xn f=. e \fn, si ha che f (xr,,) ~ e per n ~ oo. -~

'
Ad esempio,
1 1
lirn - = +oo e lim - = -oo,
x-+O+ X x-+O - X

come si verifica facilmente. Si noti che, invece,

. 1 . 1
1im - non esiste.
x -+O .r,
116 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88.:08-06485-1

Più in generale:

il lìmìt~'. liinx~c f (x) .;;.__ /, ·@sist'e ·se e'st;>ìb se: esistono,: e··.sono·entrambi ugua:Lì a.
f., flimiti destro 'esinfatro lirn;_.N f(!tJ, lìrri:t_.c 'f (x:}; ·ititt~:v1a, pùò«a:ccaifere
ché i 1Lò1itl.' destio é si11istto-esist1:fuHil1a>s1a11ò: diV~rsf ti:-a' loro, t>.f?pJ:Ir~·i,1nt''soio
<le·i dt1e esista: ìn: c{liesti 'ca..s'i lihi;~ 6'f \'.x) :b.c1n es'ìst~,

Se f è definita in (a, b), il limite per :e -+ a (rispettivamente x -+ b) è automaticamente


un limite de;;tro (rispettivamente sinistro).

Asintoto verticale
Si dice che f ha un asintoto verticale di equazione x =e (e E R) per x -te (oppure
per ::e----+ e+ o x -+ e-) se lim f (x) = +oo o - 'oo (oppure questo accade per x----+ é
X->C
ox e-, rispettivamente).
----+
Ogni situazione di limite infinito al finito, quindi, corrìsponde graficamente all'a.
presenza di un asintoto verticale, ossia di una retta verticale a cui ìl grafico della
funzione si avvicina sempre più. Ad esempio, diciamo che

x = O e, asmtoto
· · i e per 1 (per x
vert1ca -+ .o·) ;
2X
·1 .
X = 0 è asintoto verticale per - (per X -+ Q+ e per X -+ o-);
X
- ~..

X = 0 è asintoto verticale per log X (per X -> Q+).


Il lettore verifichi per esercizio l'ultima affermazione.
'\ • \ i ,•1
I ~\ .~
qmite finito al finito _ )
l Q\iesto è, in un certo senso, il caso meno intuitivo dei 4 finora trattati; vediamo perché.

Chiediamoci quanto vale:


lim sinx,
~c->O

Chiunque, probabilmente, risponderebbe: zero. Dopotutto, ,sin O = 9..: Occorre rendersi conto>
però) che anche se il risultato è proptio questo, la mot'itmzione è errata. Infatti, la definizione
di limite richiede che:

\:/ successione { Xn} tale che Xn f:. O \:In e :i::n --+ O per n --+ oo, si abbia sin Xn --+ O, per n -+ CG.

Quindi, per mostrare che limx__,o sin x = Onon si deve calcolare filn O! Si può procedere così)
invece: dalla dìsuguaglianza elementare·
I
lsiilxj:::; jxJ, valida 'ix E JR 1

(si ragioni sulla circonferenza trigonometrica per rendersene conto), leggiamo che jsinxnl::::;
lxn I e quindi, per il teorema del confronto, se Xn --+ O anche sin Xn --+ O. Pertanto

lim sinx =O.


:i:---->0

Si confronti col prossimo:


© 978-88-08-06485-1 2 Limiti di funzioni, continuità, asintoti 117

DI Sia
f (x) = { 1 se x "# O
O sex= O
e si voglia calcolare
limf(x).
x- 0
Applicando la defini~ione di limite si vede subito che il limitE) vale 1. Infatti, se Xn --t O per
n-> oo ma. Xn "# O 'efn, risulta f (~cn) = 1 '\In, e quindi f (xn) --t 1 per n ---+ oo. In questo
caso, dunque (a. differenza dell 'esempio precedente), si ha:

lim f (x)
x->0
"# f (O).

Continuità
Si rifletta sui due esempi appena visti. In entrambi i casi il limite al finito di una
certa funzione esiste ed è finito. Nel primo caso, tale limite coincide col valore della
funzione nel punto considerato, nel secondo caso no. Il buon senso suggerisce che
la prima situazione è quella "normalen, mentre la seconda è un po 1 "patologica,, .
Questa idea è chiarita d alla prossima definizione, che introduce un nuovo concet to
fondamentale.
DEFINIZIONE 3.11 (CONTINUITÀ) Se f : I - t JR (I intervallo) e e E J , si dice che
f è continua in e se esiste
lim f (x) = f (e).
X->C

Si dice che f è continua in I se è continua. in cia::;cun punto di .l. Una funzione non
continua in un punto e si dice disconfrn ua in c.
1
· 51

Gli esempi precedenti si possono leggere dicendo che la funzione sin x è continua in
x = O, mentre la funzione f (x) dell'esempio 2.7 è discontinua in x =O. Si consideri
anche il prossimo

. X
lim
x->O±
-IX I = ±i.
I
Questo esempio è interessante per due mot ivi. Anzitutto, in questo caso non sarebbe neppure
possibile calcolare f (O) , quindi è chiaro a priori che il limite non si potr à calcolare sempli-
cemente valutando la funzione nel punto O. Inoltre, in questo caso i limiti destro e sinistro
esistono finiti e sono diversi tra loro. Questo fatto merita una definizione:

DEFINIZIONE 3.12 Si dice che e è un p·unto di discont'inuità a salto per .f (a::) quando
i limiti destro e sin·istro in e esistono fin·iti, ma_diversi tra loro. Il sa:ltO- è èbqtjt:µito
dalla differenza dei limiti e precisamente:

salto in e= lim f (x) - lim .f (x).


x->c+ x-+c-

Se uno dei due limiti destro o sinistro per x --+ e coincide con f(c), si dice che f è
continua da destra o da sinistra, rispettivamente.
118 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Nell'esempio precedente, la funzione ~ ha un punto di discontinuità a salto in x =O,


1 1
con salto 2.
Le funzioni che presentano discontinuità a salto si prestano bene a modellizzare
fenomeni che registrano bruschi cambiamenti.
Le funzioni continue, d 'altro canto, devono la loro importanza al fatto che
lim f (x) = f (xo) può essere interpretato dicendo che "se x è vicino a x0 " allora
X-+Xo

".f (x) è vicino a f (xo )", ossia


piccole variazioni di x t----t I f J--. piccole variazioni di f (x)
P er coglierne la rilevanza, pensiamo al seguente problema: noto x 0 e nota f, mediante
una calcolatrice tascabile, calcolare f (xo) .
Se xo è un numero irrazionale, la calcolatrice approssima xo con xo +6.x (6.x è l'errore
commesso nell'approssimazione) e calcola di conseguenza f (xo + l:..x ), approssimando
ulteriormente il risultat o finale.
Se f è continua in xo e jt:..xl << 1 (cioè l'errore assoluto jt:..xl è molto piccolo)
è ragionevole consider are il risultato ottenuto come una buona approssimazione del
risultato finale. Ma se f è discontinua, in corrispondenza di uno spostamento, anche
piccolissimo, a destr a o a sinistra di xo, si trova un. valore f(x 0 + l:..x) molto diverso
da f (xo).

~Non esistenza del limite_ \


Il limite di una funzione può anche non esistere, naturalmente:

lirn sin x non esiste


x->+oo
,)

Per dimostrarlo è sufficient e trovare due successioni {x,.,.} e {yn} divergenti a +oo tali che
sin Xn e sin Yn tendano a due limiti diversi. Si può scegliere Xn = mr e Yn = ~ + 2mr; in
corrispondenza cli tali successioni si ha sin Xn = O e sin Yn = 1 e quindi la definizione di limite
non è soddisfatta.
Si rifletta sul fatto che, in base alle definizioni che abbiamo dato di limite di successione
e limite di funzione, dimostrare rigorosamente che una funzione non ha limite è molto
più facile che dimostrare che una successione non ha limite. Ad esempio, non è così
banale dimostrare che non esiste limn-++oo sin n . Analogamente:

( !iT,, sin~ non esiste

Infatti: sia Xn = 1/(2nr.), Yn = 1/ (~ + 2nr.). Entrambe le successioni t endono a O, ma


1
sin -Xn = O, sin -1...
Yn
= 1. Poiché lungo successioni diverse che tendono a O la funzione ha limiti
diversi, il limite della funzione non esiste.
La situazione è analoga all'esempio precedente, ma questa volta la funzione ha infinite
oscillazioni in uno spazio finito (perciò non è possibile materialmente disegnarne il
grafico in tutto l'intervallo (O, 1), ad esempio; si -veda la figur a 3.6).
© 978-88-08-06485-1 2 Limiti di funzioni, continuità, asintoti 119

0.5

0.3
0.4 0.5

- 0.5

- 1

Figura 3.6.

Definizione topologica di limite


Concludiamo questa sezione presentando una diversa (ma equivalente) definizione
di limite di funzione, che ha la caratteristica di essere indipendente dal concetto di
successione e limite di successione, e che talvolta ci sarà utile.
Per precisare l'idea di "vicinanza a un punto,, è comoda la nozione di intorno:
DEFINIZION E 3.13 (INTORNI) Un intorno di un punto xo E~ è un intervallo aperto
che contiene Xo . Useremo intorni del tipo (2;0 - 8, Xo + o), centrati cioè in Xo . Dire
che ((X si muove in un intorno di Xon sig11ifica affermare che X E (xo - o, Xo +o), dove
si pensa O < J ~ 1. Si può parlare anche di intorni di +oo o di - oo: sono intervalli
della forma (a, + oo) o (-oo, b), rispettivamente.

Sarà utile anche introdurre la locuzione "definitivamente per :r ~ e" , analogamente


a quanto abbiamo fatto nel caso delle successioni:

DEFINIZIONE 3.14 ( D EFINITIVAMENTE) Diremo che una funzione f (x) ha una


certa proprietà definitivamente p er x - t e se esiste un intorno U di e tale che la
proprietà vale per f (x) p er ogni x E U, x #- c.

Veniamo ora alla definizione topologica di limite.


DEFINIZIONE 3.15 .Sia e E_JR* e sia f una funzione definita almeno definitivamente
per x ____, c. Si dice che
!lirn f (x) = f (con f E JR*) \
~- e -
se per ogni intorno Uc di l esiste un intorno Ve di e tale che

\-/x E Ve, x #- e si ha f (x) E U1,.

Si noti che, come anticipato, questa definizione di limite di funzione non fa ricorso al
concetto di limite di successione. Anche questa definizione, come quella successionale,
è una definizione unitaria, che contiene come ca.si particolari i 4 tipi di limiti che
abbia.mo studiato analiticamente (limite finito o infinito, al finito o all'infinito). Il
concetto centrale che p ermette questa sintes: è in questo caso il concetto di intorno.
120 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Poiché questo è un concetto base di quella branca della matematica che prende il nome
di topologia, questa definzione di limite "mediante intorni" si dice anche adefinizione
topologica di limite" .
Il lettore, a titolo di esercizio, verifichi che, particolarizzando il concetto di intorno
di e ai casi e E JR o e= ± oo, la definizione topologica di limite si traduce nelle seguenti
4 definizioni:
Si dice che
l lim j (X) = f,
se:
l x~c

j 1. (Limite finito al finito: e, P E JR)

r Ve > O 38 > O : Vx :/-e, lx - cl < o=;i. lf (x) - fi < é .

2. (Limite infinito al finito: e E JR, e= +oo)

VK >O 3o > O: Vx =I- e, lx - cl <o =;i. f (x) > K.


3. (Limite finito all'infinito: e = +oo, f, E JR)

Vé >O 3K >O: Vx > K =;i. lf (x) - il < é .


4. (Limite infinito all'infinito: e = +oo, f, = +oo)

VK >O 3H >O: Vx > H =;i. f (x) > K.


\

· : · Dimostrare in base a lla definizione successionale di limite, i seguenti limiti di funzioni


elementari:

lin c. { +oo se a > O


x--+1= X = o+ Se a < Ù
li x { +oo se a > 1
x~~oo a = o+ se o < a < 1
1. { - oo se a > 1
x!;'"{}+ 1oga x = +oo se O < a < 1
1
lim tgx = =i=oo
x--(~ )±

.•.
' Dimostrare in base alla definizione successionale di limite che non esiste

lim t gx.
x - >+oo

Più in generale, dimostrare che non esist e

lim
x -++oo
f (x)
se f :R ---+ ffi. è una funzione periodica non costante.
© 978-88-08-0"6485-1 3 Il calcolo dei limiti 121

~ Dimostrare il criterio per la ricerca dell'asintoto obliquo contenuto nella. P roposizio-


ne 3.2

Dimostrare in ba.se alla definizio1;.ie successionale di limite che non esiste (né finito, né
infinito)
lim x sin x .
x-t+oo

~ Sia
1 se x è razionale
f(x) = { O se x e, 1rraz1ona
. . 1e

Dimostrare che .f è discontinua in ogni punto.


il\ Per ciascuna delle due funzioni parte intera di x e mantissa d i x, s i calcoli il limite
per x -+ +oo, e si dica in quali punti la funzione è discontinua, precisando se in tali punti è
(almeno) continua da destra o da sinistra.

Si determinino tutti i punti di discontinuità delle seguenti funzi.oui:

1
arctg-;
X
sin(~);
sm -
[ex] (dove [·] indica la parte intera).
"'

3 IL CALCOLO DEI LIMITI


Esaminiamo ora più da vicino le proprietà dc~i limiti e i principali metodi per il loro
calcolo effettivo.

3.1 Proprietà fondamentali di limiti e co_nti_!:'~ità


Anzitutto possiamo enunciare i teoremi sui limiti di funzioni che di8cendono immedia-
tamente dai corrispondenti teoremi sui limiti di successioni (che abbiamo dimostrato
nel par. 1.3).
Utilizzeremo qui la nozione di "proprietà vera definitivament e per x --} e", intro-
dotta alla fine del paragrafo precedente. Nei prossimi enunciati x 0 e .e saranno punti
dir JR* 1 salvo avviso contrario.

TEOREMA 3.13 (DEL CONFRONTO) Se:

1. p er X --} C1 f (X) --} f e g (X) -+ f;

2. f (x) < h (x) :::; g (x) definitivamente per x ...c..+ e


allora anche h (x) --> f, per x -+ c.

COROLLARIO 3.14 Se:

1. Perx-}c,g(x)--+ O;

2. Ih ( x) I < g (x) definitivamente per x --} e


allora anche h (x) --+ O per x -+ c.
122 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

COROLLARIO 3 .15 Se f (x) --+ O per x -+ O e g (x) è lim'it;ata definitivamente per


x --+ e, allora f (x ) g (x) -+ O per x -+ c.

TEOREMA 3.16 (DI PERMANENZA DEL S EGNO, 1 a. FORMA)


Se per x--+ e, f (x) -+ f >O, allora f (x) >O definitivamente per x --+ c.

TEOREMA 3.17 (DI PERMANENZA D EL S EGNO, 20. FORMA)


Se per x-+ e, f (x) -+ f. 1 e f (x) 2: O definitivamente per x-+ e, allora f 2: O.

TEOREMA 3.18 (DI PERMANENZA DEL SEGNO PER FUNZIONI CONTINUE)


Se f è continua in e e f (e) >O, allora f (.x) >O definitivamente per x _,c.

TEOREMA 3.19 (ALGEBRA D EI LIM ITI, CASO DEI LIM ITI F I NITI)
Se per x --+ e, f (x) --+ f 1 e g (x) -+ l2 {f1, i2 E ~), allora per x -+ e si ha:

J. f (X) ± g (X) -+ f 1 ± f 2;

2. f (x) g (x) -+ f1f2 ;

8. f (X) I g (X) -+ e1I f2 (purché f.2 i= o, g (X) -I o definit'ivamente per X --7 e).

T EOREMA 3.20 (ARIT METIZZAZIONE PARZIALE DI 00) Valgono per i lim'iti di fun-
zioni gli stessi risultati di ''aritmetizzazione parziale di oo n che valgono per i limiti di
successioni {v. par. 1. 3).

DIMOSTRAZIONE DEI TEOREMI PRECEDENTI. Mostriamo in che modo i teoremi sui limiti
di successioni dimostrati nel par. 1.3 e la definizione successionale di limite di funzione
implicano questi teoremi sui limiti di funzioni. Come si vedrà, l'idea è semplice e applicata
in modo ripetitivo.
T EOREMA DEL CONFRONTO Sia Xn una qualsiasi successione tale che Xn =f e \:In e Xn ~ e
per n --t oo. Vogliamo provare che h (xn) _, l p er n --t oo. D'altro canto sappiamo che

f (xn) :::; h (xn.) ~ g (xn) definitivamente, e


.f (xn) _, e e g (xn) _, e
(perché per ipotesi f (x) _, f e g (x) _, .e e questo significa che per Xr.i _, e si ha
f (xn) _, e e g (xn) -> f.) . Ma allora, per il teorema del confronto applicato alle successioni
f (xn), h (xn), g (xn), si conclude che h (xn) -+f., e il teorema è provato.
Dal teorema dcl confronto seguono i due corollari, esattament e come nel caso delle
successioni.
TEOREMA DI PERMANENZA DEL SEGNO. Sia Xn una qualsiasi successione tale che Xn =/.e per
ogni ne Xn -+ e; allora f (xn) -+ f, > O (per l'ipotesi), quindi per il teorema di permanenza
del segno per successioni (applicato alla successione f (xn)) si conclude che f (xn) > O
definitivamente. Poiché questo vale per ogni successione Xn -> e, si conclude che f (x) > O
definjtivamente per x _, c. (Si veda anche l'Esercizio 7, nei Complementi alla fine di questo
capitolo.)
Da quest o teorema si deduce il teorema nella sua seconda forma (come nel caso del-
le successioni), e anche il t eorema di permanenza del segno per funzioni continue. Infatti:
se f è continua in e, allora f (e) = limx- c .f (x), quindi l'ipotesi f (e) > O significa che
Iimx_,c f (x) > O, e questo per il teorema di permanenza. del segno (1a forma) implica che
j (x) > O definitivamente per x _,c.
© 978-88-08-06485-1 3 Il calcolo dei lim iti 123

TEOREMA SULL'ALGEBRA DEI LIMITI Sia Xn una qualsiasi successione tale che Xn i- e per

ogni n e Xn --+ e; allora per l'ipotesi si ha che f (xn) --+ f1 e g (xn) --+ f2; dal teorema
sull'algebra dei limiti per successioni si conclude quindi che f (xn) ± g (xn) --+ f1 ± l2, e
quindi f (:i:) ± g (x) --+ .e1 ± l2 . In modo perfettamente analogo si dimostrano i punti 2 e 3
del teorema, ed il t eorema di aritmetizzazione parziale di oo. •·
Dal teorema dell'algebra dei limiti segue un analogo risultato per quanto riguarda le
funzioni continue:

TEOREMA 3.21 (ALGEBRA DELLE FUNZIONI CONTI NUE) Siano f, g d 'UC funzioni
definite almeno in 1m intorno di x 0 E IR, e continue in xo. Allora:
1. .f (x) ± g (x) è continua in x 0 ;

2. f (x) g (x) è continua in x 0 ;

3. f (x) /g (x) è continua in xo, purché g (xo)-/= O.

DIMOSTRAZIONE. Proviamo ad esempio la 3 , essendo le alLre analoghe (e più semplici). Per


ipate.si sappiamo che f e g sono continue in xo, ossia:
f (x)--+ f (xo) e g (x) -+ g (xo) per x--+ xo.

Inoltre g (xo) =I O e quindi, per il teorema di permanenza del segno per funzioni continue,
g (x) i Odefinitivamente per x -+ xo. Allora per il teorema sull'algebra dci limiti si conclude
che
f (x) f (xo)
- (-) -+ - ( - ) per x-+ xo,
g X g Xo
ossia f/.9 è continua in xo.

Vale anche il prossimo impor tante:

T E OREMA 3.22 ( DI CONTINUITÀ DELLE FUN ZIONI E LEMENTARI) Le seguenti fun-


zioni elementari sono continue in tutti i punti del p\opr-io insieme di dcfin'izione:

1. Potenze a esponente intero, razionale o reale;

2. Funzioni esponenziali;

3. Funzioni logaritmiche;

4. Funzioni trigonometriche elementari (sin x, cos x).


Vedremo in seguito come, combinando tra loro in molt i modi questi "componenti ele-
mentari" continui si ottengano ancora funzioni cont inue. Avremo quindi modo, molt o
spesso, di sapere a priori che una funzione è continua nel suo insieme di definizione
(ossia senza applicare caso per caso la definizione di continuità). In questi casi, po-
tremo allora sapere a priori che il limit e di f (x) per x ~ Xo si può effettivamente
calcolare valutando semplicemente f (xo).
DIMOSTRAZIONE. Non dimostriamo il teorema in tutte le sue affermazioni. Ci limitiamo, a
titolo d'esempio, a provare la continuità. in tutto JR delle funzioni sin x, cos x .
r.
I
124 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485·:1

Sappiamo già (v. Esempio 2.G) che sin x è continuo in x =O. Da questo segue che anche cos.x
è continuo in :t = O. Infatti, uno sguatdo alla circonferenza trigonometrica. mostra che, sex
è un angolo nel primo quadrante, sin x + cos x 2: 1 (in quanto 1 è l'ipotenusa di un trìangolo
rettangolo di cateti sinx, cosx). Ne segue che

O:::; 1 - cosx:::; sinx per x E (o,~) e quindi


1

O :::; 1 - cos x :S !sin xl per x E ( - ~, ~) .


AH.ora per il teorema del confrontQ 1 - cos :r .- O per x -+ O; quindi cos x .- 1 per x-+ O, e
perciò cos :r: è continua in :r: = O.
Per provare ora la continuità. di sin x in un generico punto xo consideriamo la catena di
relazioni:

!sin ( x 0 + h) - sin xo I = !sin xo cosh + cos xo sinh - sin xo I S


:::; !sinxol lcosh - 11 + !cosxo l !sinh l .
Ora lsinhl e lcosh-i l tendono a zero per h - > O, per quanto appena dimostrato, mentre
!sin xo I e Icos xo I sono costa,nti, dunque sin ( xo + h) - sin xo -+ O, ossia sin ( xo + h) -) sin xo
per h -+ O, e sin x è continua in xo . Una analoga catena di disuguaglianze dimostra la.
continuità di cos :.t: . +

Per il teorema 3.21 possiamo affermare ad ésempio che:

l. Le funzioni potenza a esponente intero sono continue (in tutto JR), in quanto f (x) =x è
-ovviamente continua, e f (x) = xn è il prodotto di n funzioni continue.
2. I polinorni sono funzioni continue, in quanto ottenuti sommando funzioni del tipo ca:n,
éontinue per il punto precedente.
3. Le funziòni razionali (cioè i quozienti di polinomi) sono funzioni continue, tranne nei
punti in cui si annulla il denominàtore (che è un polinomio, quindi si annulla in un
numero finito di punti).
4. A vendo dimostrato che sin .:r:, cos x sono continue in tutto fil., deduciamo che le funzioni
tg x, cotg x sono continue nel loro insieme di definizione.
Un'altra operazione che "conserva" i limiti e la continuità è la compos'iz'ione di f1Ln·
zioni:

TEOREMA 3.23 (DI CAMBIO DI VARlABILE NEL LIMITE) Siano f' g due funzion·i
per 01,i è ben de.finita la composizione f o g, almeno definitivamente per x - t xo
(xo E R* ) e s·apponiamo che:
1

i) g (x)-+ to per x-+ xo;


·i·i) esiste lirnt_,1;0 .f (t) = E IR*e
iii) g (x) f- to defin'itivamente per x -+ :x:o.
Allor~a esiste
lim f (g (x)) = Em f (t) .
x ->xo · t-+to

I p'Un,ti x 0 , "lo E JR*. L'ipotesi iiì) non è necessaria nel caso in cui f sia continua ìn
to, opp'ute (ovviamente) nel caso in cwi to = ±oo.
© 978-88-08-06485-1 3 Il calcolo dei limiti 125

DIMOSTRAZIONE. Basta osservare che se Xn è una qualsiasi successione tale che Xn i- xo\fn
e Xn _, Xo per n - oo, allora g (xn) - to per n - oo (p er l'ipotesi (i)) e g (xn) i- to
definitivamente (per l'ipotesi (iii)) . Perciò

f (g (xn)) - e
(per l'ipotesi (ii)), e questo prova la tesi. Se to = ±oo la condizione g (x) i- ±oo è ovviamente
verificata, mentre se .f è continua in to 1 e=
f (to), perciò nel caso risultasse g (xn) = to per
qualche n, si avrebbe
f (g (Xn)) = f (to) = f
e quindi la convergenza f (g (xn) ) -re sarebbe comunqm~ garantita.

Dalla proprietà precedente, segue subito il prossimo:

TEOREMA 3.24 (DI CONTINUITÀ DELL A FUNZIONE COMPOSTA) Siano : g unafv,n-


zione definita almeno in 1;,n intorno di x 0 e continua in xo, f 7.J,na funzione definita
almeno in ·un intorno dito = g (xo) e continua in "to, allora f o g è defiri'ita almeno in
un intorno di xo ed è continua in xo.

DIMOSTRAZIONE. Poiché g è continua in xo,

lim g (x)
x ~ xo
= g (xo) = to,
allora per il teorema del cambio di variabile nel limite, si ha:

lim
x -+ xo
.f (.q (x)) = lim
t -1 t 0
f (t) = poiché f è continua in to

= f ('to) = f (g (:r:o) ),
e la.tesi è dimostrata.

Vogliamo ora trarre qualche conclusione dai vari teoremi sulle funzioni continue visti
finora. Sappiamo che
• le funzioni elementari dcll' Analisi matematica sono continue n el loro insieme di
definizione;

• somma, prodotto, quoziente di funzioni continue danno funzioni continue (dove il


denominatore non si annulla);
• composizione di funzioni continue dà una funzione continua..
Ne segue che tutte le funzioni che si possono ottenere con somma, prodotto, quoziente
e composizioni da. funzioni elementari sono continue nel loro insieme di definizione.
Risultano pertanto continue funzioni come

loga (1 + (tgx) 2 ), ...


Quindi, per esempio:

liin v.siilX = ~= O lime-


x2
=e- l = -1
X - t 7r X->l C

lim Ioga (1
x ->0
+ (tgx) 2 ) =Ioga (1 + (tg 0)
2
) = Ioga 1 = O
126 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485·1

poiché, per le funzioni continue, se xo è un punto del dominio, il limite si calcola


semplicemente sostituendo x 0 nell'espressione analit ica della funzione.
Mostriamo ora vari esempi di applicazioni dei teoremi di questo paragrafo.

Limit i di polinomi P er calcolare il limite di un polinomio per x __, ±oo basta


calcolare il limite del termine di grado massimo. Infatti se il polinomio è P(x) = aox" +
ai xn-l + ... + an, ao #-o, si h a :

P( x ) = aox n {.1 + -ai +-az- + ... + -an }


aox aox2 xn
Tutti i termini dopo 1, in parentesi graffa, tendono a O per x _, ± oo e quindi lim P(x) =
x-+±oo
lim aoxn.
x-+±oo
Per esempio:
2 3
lim (3x3 - x + 1) = lim 3x = +oo
x->+oo X-t+oo

lim (-2x3 + x + 120)


x~ -~
= lim -2x
x~-oo
3
= +oo
Sia ora f(x) = Pn(x)/Q m(x) dove Pn e Qm sono.
Limit i di funzioni razionali
rispettivamente, polinomi di grado n e m dati da:
n
Pn ( X) = aoX + aiXn-1 + ... + an
.Q-rn(x) = boxm + b1xm- l + .. . + bm
Per calcolare il limite di Pn ( x ) / Qm (x) per x _, ±oo basta calcolare il limite del rapporto dei
monomi di grado massim o, cioè:
. Pn(X) . aoxn
1lITl = 1!Ill - - .
x-+±oo Qrn(X) x->±oo boxrn
Infatti,
. Pn(x) . aoxn{ 1 + termini che tendono a O} . a xn
l lill = 1l ill = 1lffi 0
x -+±= Qrn(x) x -+±oo boxrn{l+ termini che tendono a O} x -+±oo b0 x"n
Per esempio:
6x + 7x
5 2
.
1un
3x3 +1 = -oo lim 3x
3
+1 =O .
hm -
6
2
X-t - 00 X +2 :i:-.+oo x 4
- lOx + 1 :e-> - = 7x5 - 4 7

Una situazione simile analoga si ha uel calcolo del limite per x _,O di certi quozienti:
2/3
. X
1irn -2 - -- --
x-.o x + 3ijX +X

È una sort a di "quozient e di polinomi" (per la verità, sono potenze a esponente razionale, non
intero): per x _, O, t utte le pot enze scritt e tendono a O, e si ha una forma cli incletermina:zione
[§]. Questa volta, i termini preponderanti sono quelli di esponente m inimo, perché x-. O:
x2/3 x2/3 xl/3
- - - - - -- ---tO
x2 + 3-VX +X - 3xl/3(1 + "'2;3 + x5;3 ) - 3(1 + :i:2;::i + :t5:3)

pcrche, x 1/ 3 --t Oe 3 ( 1+ x
2/ 3
3
+ T5/3) _, 3.
© 978-88-08-06485-1 3 Il calcolo dei limiti 127

m . xs1n-
11m . 1 = o
x --+ O X

I
Infatti, poiché sin~ :S 1, si haI

da cui, per il corollario del t eorema del confronto, '.l: sin~ -> Q_ T,a r.onr.hision e (~ internssante
perché il fattore sin ~, da solo, non ammette limite, quindi non si sarebbe potuto applicare
il teorema sul limite dcl prodotto.

lim ei'i = {+oo


x--+o± o

Infatti, per X ~ o±,~ ~ ±oo, e per y ~ ±oo, e• ~ { ~00 (rispettivamente). Abbiamo


applicato, implicitamente, il teorema sul cambio di variabile nel limite.

. x - 1
ID I
hm - - = - oo
x -+O+ SÌilX

perché (x - 1) ----+ -1 e sin x --r o+. Abbiamo applicato il teorema sull'aritmetizzazione


parziale di oo .

m lim (~X -
x--+ - oo
2) x
3
= +oo
perché (~ - 2) ----+ -2 e x3 -> -oo. Abbiamo applicat o il teorem a sull'aritmetizzazione
parziale di oo.

l' ( x + sinx ) 1
DI x2~= 2x + COS X 2

Infatti:
x + $ mx
.
_ X (l + sinx x)
. = (1 + ~)
2x + cos x 2x ( 1 + cos
2:r:
x) 2 (1 + c~~x )'
Ora per il corollario del teorema del confronto,
sin x cosx
---;--- --r 0 e 2X --r 0 , per x -> +oo.

Allora per il teorema sull'algebra dei limiti,

(1+ si~x) (1 +O)


- - - - - -t
2 (1 + COS
2x
X) 2 (1 +O)
128 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

3.2 Limiti notevoli


Vediamo ora alcune comuni tecniche di calcolo dei limiti che, combinando i teoremi
generali sui limiti con l'uso di alcuni limiti notevoli che riguardano certe funzioni
elementari, risultano piuttosto potenti. I limiti notevoli, inolt re, saranno utili anche
nel calcolo differenziale.

Limiti notevoli di seno e coseno


Nel calcolare lirn
x-+O
sinx
x
°.
si presenta la forma di indecisione -0 Vogliamo dimostrare che

. sin~r
(3.1) 1lffi
-- = 1
x-+O X

Osserviamo subito che, essendo sin x e x funzioni dispari, si~ x è funzione pari e quindi
è sufficiente calcolare lim si~ x . A t ale scopo, osservando la figura 3.7 si vede che l'area
x-+O+
del triangolo OPA è minore di quella del settore circolare OPA , a sua volta minore
di quella del triangolo OT A. Ne segu e

1 1 1
- . 1 . sin X < - . 1 . X < - . 1 . tg X
2 - 2 - 2

ossia
sin x < x < tgx
Dividendo per sin x, che è positivo perché x E (O, ~ ), si ha

e infine, passando ai reciproci, si ottiene

sin x
cos x < -- < 1
X

Dal teorema del confronto, essendo lim cosx


x-.O
= 1, si deduce la (3.1).

>...

p T

HP = sin x
X
AT= tg X
o H A
AP=x

Figura 3.7.
© 978-88-08-06485-1 3 Il calcolo dei limiti 129

Proviamo ora che:


. 1 - cosx 1
{3.2) 1nn - - 2- -
x->O x 2

Infatti
1- cosx 1 - cos
2
x
( sin x) 2
1 1
x2 x 2 (1+ cos x ) = --;;--- l+cosx -t 2
perché si~ x -t 1 e (1 + cos x ) - t 2.

Prolungamento per continuità di una funzione


In base al limite (3.1) dimostrato 1 la funzione f (x) = si~x, inizialmente non definit a
per x = O, può essere prol·ungata per continuità anche in x = O, ponendo
sinx
sex :f: O
f(x) = 1X
{ sex= O

La funzione f così definita risulta continua anche in x = O.


Più in generale: se una funzione f(x ) non è definita in xo ma esiste finito

fon f(x) = l
X-> Xo

la funzione può essere prolungata per cont inuità anche in xo, ponendo per definizione
f (xo) = l .
Lo studente si convinca d el fatt o che se invece la funzione f possiede in X o una
discontinuit à a salto, un asintoto verticale, o comunque non ammett e limite finito,
non è posr:;ibile renderla continua in x 0 alterandone la definizione in un punto solo.
Ogni volta che una funz;ione, inizialmente non definita in xo, risulti essere prolun-
gabile con continuità in x 0 , si sottointende che la funzione sia stata effettivamente
prolungata.

Limite di ( 1 + ~)ai per x --+ ±oo e altri limiti notevoli collegati


Già sappiamo (v. Teorema 3.9) che per ogni successione {an} divergente a +oo o -oo
si ha -
I
lim
(
1+ -
1
= e.
)an
n->+oo an
\
Questo fatto, per la definizione-suecessionale di limite di funzione, implica immedia-
tamente che:

(3.3)

Dal limite (3.3) se ne possono dedu rre alcuni a ltri.


Passando ai logaritmi nella (3.3), si ott iene

log ( 1 + ~) x = x log ( 1 + ~) -t log e = 1 per x -t ±oo

perché la funzione log x è continua.


130 Capitolo 3. Limiti e continuità @ 978-88-08-0&485-I

Se si pone y = l,
X
x -t ±oo equivale a y -+ o± e l'ult imo limite si può scrivere nella
forma seguente

log(l + y) -+ __,.
(3.4) 1 se y -t O \
y

Se poi nella (3.4) poniamo y = ex - 1, allora y -> O equivale a x -t O, e sostituendo


si ricava
log(e'.C) X
--t 1 se X -t 0
eX - 1 ex -1
o, meglio:

--- )
(3.5) 1"':1-->l se X--> 01 \
I

"/
"/
)
Infine, se nella (3.4) poniamo y = (1 + xt -1, con a esponente reale qualsiasi, allora
x - t O equivale ad y - t O, e si ha

log(l + y) log[l + (1 + x)a - 1] alog(l + x)


-
y (l +x)°' -1 (1 + x)°' - 1
ax log(l + x)
- - ---· -+l
(1 + x)a - 1 X

· h'e anch eJog(l+x)


e po1c x -t
1, se ne d educe:

)
. (1 +xr - 1
(3.6) 1l ID =CX
x -->O X

3.3 Confronti e stime asintotiche


I limiti (3.1), (3.2), (3.4); (3.5) (3.6) sono espressi in modo forse più significativo
usando il simbolo di equivalenza asintotica rv, già introdot t o per le successioni.
D EFIN I ZIONE 3.16 Si dice che due funzioni f , g sono asintotiche per x -te se

lim f (x) = 1
x-+cg(x)

e si scrive f "' g per x -t c. I

Il simbolo di asintotico gode di tutte le proprietà enunciate nel paragrafo 1.5. I limiti
precedenti si possono allora riscrivere come segue:

1 2 e~r; - 1 rv
1- COS X rv - X X
2
(3.7) log(l + x) ~ x ( 1 + x) °' - 1 ~ ax
per :x; -t O
© 978-88-08-06485-1 3 Il calcolo dei limiti 131

Le (3.7) si possono esprimere dicendo ad esempio che sinx, log(l + x) e ex - 1, in


prima approssimazione o al primo ordine, si comportano come x, per x ~O.
Le (3.7) possono essere generalizzate. Se c(x) è una funzione che tende a zero 3
(cioè è un infinitesimo), si può scrivere
sin é (X) rv é (X)

1 2
1 - cos e (X) rv Z e (.1;)

(3.8) eé(x) - 1 rv c(x ) s(x) ~ O

log(l + é(x)) rv é(x)

(1 + é(x))a - 1 rv ac(x)

Le (3.8) si deducono dalle (3.7) con il semplice cambio di variabile y = é(x) .

lim log(l + 2x) = ~


. x->0 sin3x 3
Il limite dà una forma di in.determinazione [§].Tuttavia, per X --+ 0, log (1 + 2x) rv 2x, sin 3x rv

3x, e quindi
log( l + 2x) 2x
= -2
---'-'----~---"-- rv ~

sin 3x 3x 3

. (x - 1) 2 ]
1lill
x - >l e3 ( x - l )2 - l 3
Il limite dà una forma di indet erminazione
2
rnJ. 2
Tut t avia, c 3 (x - l) - 1 rv 3(x - l) 2 per X - 1
(la funzione é(x) = 3(x - 1) è infinitesima per x _, 1), perciò
(x- 1)2 (x- 1) 2 1
e3(x- 1)2 - 1 rv 3 (x - 1)2 = 3

lim ( ij x 3
:r.-•+oo
+ 2x2 + 1 - x) = ~3
È una forma di indeterminazione del tipo [+oo - oo] . 1\.1ttavia:

t '

rv X [~(~
3 :x;
-1- ]_
;:r,3
)] --+ ~3 -
Abbiamo usato la stima \Il+ s (x) - 1 '"'-' ~ s (x) , con s(x) = ( ~ + ~ ).
Altri importanti limiti riguardano il comportamento all'infinito <li potenze, esponen-
ziali e logaritmi, analoghi a quelli validi nel caso delle successioni:

3Non ha irnpor La.nza a cl1e cosa tende x .


132 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

T E OREM A 3.25 (GERARCHIA DEGLI I N FIN I TI) Consideriamo le tre famiglie difun-
zioni:
bx con a,(3 > O,a, b > 1
I
Allora, per x ~ +oo, ognuna è un infinito di ordine inferiore rispetto a quella che le
sta a destra. Esplicitamente:

(3.9) (
lim (Ioga x)o: = O I \
x->+= x f3 I .)

I I
il che si pv,ò esprimere a pM"Ole dicendo che qv.ahmque potenza (positiva) di x prevale
su q'ual'unq1te potenza di log xi e qualunque esponenzìale (base > 1) di x prevale sù
q'ual'unq'ue potenza di .r .

Inoltre ponendo y = ±nel primo limite in (3.9) si trova 4

(3.10) 1im y.8(- logy)a =O ({3 > O, \fa)


y -->O+

x3
lim - =0
x-++oo 2x

lim (log x)2 =0


~:..,,+ oo VX
lim /Xlogx
x->O+
=o-

lim XX = lim ex log X = e0 - = i -


<c-->O+ x-+O+

1-im xe1/x
x->O+
· 1t ]
= [ x = - = i·im -et
t-+oo t
= +oo.

Il teorema 3.25 potrà essere dimostrato più avanti con gli strumenti del calcolo
differenziale (cap. 4, par. 4.4) .

3.4 Stime asintotiche e grafici


Le stime asintotiche non servono solo per calcolare limiti, ma anche per tracciare il
grafico qualitativo di una funzione nell'intorno di un certo punto, oppure nell'intorno
di ±oo.

f(x ) = {YX + x 2

4 Perché ci vuole (- logy)°' e sarebbe errato scrivere (logy)a?


© 978-88-08-06485-1 3 I! calcolo dei limiti 133

Si può ragionare così: la funzione è definita e continua su tutto JR; per x -+ ±oo, f(x) ""x 2 .
Dunque f(x) -+ +oo; inoltre il suo grafico sarà simile, per x grande in valore assoluto, a
quello di x 2 . La funzione inoltre si annulla in x = O e, per x -+ O, f (x ) rv ffe; dunque il
suo grafico sarà simile, in un intorno di x = O, a quello di .efx: in particolare, avrà tangente
verica.Je nell'origine. Il più semplice grafico compatibile con queste informazioni è:

1.5

0.5

Figura 3.8.

Spesso l'andamento d i una funzione nell'intorno di un punto (ad esempio il fatto che abbia
tangente verticale o orizzontale) è prevedibile in base a un'opportuna stima asintotica, che
consente di tracciare il grafico qualitativo di f (nell'intorno dcl punto) per confronto con
quello di una funzione nota (ad esempio, una potenza a esponente razionale) . Analoghe
stime sono utili per x -+ ±oo.

ml Uno dei problemi fisici all'origine della teoria quantistica è quello della radiazione
del corpo nero. La legge proposta nel 1900 d a Planck per la distribuzione spettrale della
radiazione emessa da un corpo nero è:
8nhd- 5
j (.\) = ehc/>.kT - 1

Qui j(>.) è la densità di energia raggiante corrispondente alla lunghezza d'onda >., quando
la temperatura del corpo è T; h è la cost ante di P lanck, k la costante di Boltzmann e e la
velocità della luce. Questa legge è in accordo con i dati sperimentali, mentre la legge che si
può dedurre usando la fisica classica (legge di Rayleigh-Jeans) è

J(>.) = 87rkT.\ -4.

che è in accordo coi dati sperimentali solo per ,\ grande, mentre per .\ piccolo è in profondo
disaccordo: tende a +oo, mentre la curva sperimentale tende a zero!
Studiamo la curva di Planck con opportune stime asintotiche.
Per À ~ +oo,
ehc/ >.kT - 1 '"" hc/ >.kT

e
ossia si ritrova la legge di Rayleigh-Jeans, in prima approssima,,,ione; in particolare, la densità
di energia raggiante tende a zero come À - 4 .
134 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Per.\ ----4 o+,


81T hc>.. - 5 81T hc>.. - 5 o+
"' ----4
ehc/>..kT _ 1 ehc/>..kT

(l'esponenziale a denominatore tende a infinito più rapidamente di >,- 5 a numeratore). Quindi


la curva di Planck è in accordo coi dati sperimentali anche per >.. piccolo. Poiché la funzione
è sempre positiva, il suo grafico, in base a queste informazioni, sarà del tipo:

Figura 3.9.

Crescita di una funzione all'infinito


Supponiamo di voler tracciare il grafico di una funzione f che, per ::e__, +oo (o -oo)
tende a +oo (o -oo). Per descrivere la velocità con cui la. funzione tende alrinfinito,
sono utili le seguenti nozioni: diremo che, per x - t +oo,

sopralineare ±oo
. f (x) . . .
hm - - = m (fm1to e diverso da O)
f ha crescita lineare se
{ x->+oo X {
sottolinear e o
(Analoghe definizioni si danno per x - t - oo). Solo nel caso in cui una funzione ha
crescita lineare, è possibile che ammetta asintoto obliquo (v. par. 2 per il calcolo di
tale asintoto).
Esempi di funzioni con crescita sopralincare per x - t +oo sono gli esponenziali ax
e le potenze xa con a > 1; esempi di funzioni con crei:;cita sottolineare per x - 7 +oo
sono i logaritmi logo. x e le potenze xa con O < a< 1.

La. fun~ione
f (x) = 2x +cx + clix
per x -> +oo è asintotica a ex ; pertanto tende a +oo con crescit a sopralineare; per x --t -oo
è asintotica a 2x; pertanto tende a - oo linearmente; poiché

lim [f (x) - 2~cJ = 1,


x~-cx::i

la funzione ha a.sintoto obliquo y = 2x + 1 per x ----4 -oo.


© 978-88-08-06485-1 3 Il calcolo dei limiti 135

Sui limiti notevoli.


lim xsin .!
x-i+oo x
hrn ms ; - 1
x _.O sm x
lim x log ( x+3 )
x--->-1-oo x+l

Suggerimento: poiché ~!~ ~ 1, si può porre ~!~ = 1 +e (x) con e (:r;) infinitesima; quindi ...

r
:;;-~:roo
(x2 ++ 3) x
;x; 2 2

Suggerimento: dovendo calcolare il limite di una funzione del t ipo .f(x )9(x) che dà una forma
di indeterrnina:r.ione del tipo [1 00 ], riscriverla n ella forma
f(x)g(x) = e g(x) logf(x)

e cominciare a calcolare il limite dell'esponente (che è ora una forma di indeterminazione del
tipo [oo ·O]). Per far qu esto, seguire il suggeriment o dell'esercizio precedente.

. 2 .i:+.L
,, +togl:r.I
Fornire una stima a"1>intotica, ) un 2 i
x-±oo x +
per x --+ O, delle fumioni:
tg x, cotg x, arctg x, a.rcsin x .
xz
. e -1 . x sin 2x 2
lun - - - - 2- 1lffi 3
x-o log (1+2x ) x-+ 0 siu x

lim (
x- •±oo
vx 2
+ 3x + 2 - lxi) ',::::
' ,.,
lim
x-+oo l+log x
log(l og :e)

lim (log x )2 ,..;,,,", lim :r;esm 7"


. I

x-< l (2x- 2)2 .1 ;-+ 0

lirn :r log (
x--.+oo
~~ 5 )
x l
lim
:i; ->+oo
xesinx

Per ciaswna delle seguenti funzioni: dire dove è definita e dove è continua; calcolare i limiti
alla frontiera dell 'insiem.e di definizione (punti in c·u'i non è definita ed eventualmente ±oo);
determinare tutti gli eventuali a.c;intoti (verticali, orizzontal'i, obhqni); ul'il'izzando opportune
stime asintotiche nei p1J,nti in cui la funzione si annulla e all'infinito, prevedere l'andamento
della funzione nell'intorno di tali punti.
x 2 +3x-l
x+2
..
.._ - x 3 +2x-l
x +2
2.•+l
:i;e x+3

~
cosx-1
\'.-'x-1 "
·-
~

X
log ( x-+x-2
2x+l )

x+ 2 )
arctg ( :.r.- ·-{~
.. xarctg; .e X log (,.:3,2+3 )
1 ·'· +x+ l.
2xe- l/:c 2 - lxi \!fl; l vv;lx l
XC
loglx+l l
2 ~;7-&
x +2x-J.

'
:z;e-1/lxl
l:'.<! - 1

L'impedenza Z di un cir cuito elettrico RLC : R (resistenza), L (induttanza), C (capa-


cità), è data da

Z(w) = JR2 + (Lw - dwf (w > O) .


Studiare, con l'aiuto dcl computer, come varia Z al variare dci parametri R, L , C .
136 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

"1 4 PROPRIETÀ GLOBALI DELLE FUNZIONI CONTINUE


O MONOTONE SU UN INTERVALLO
4.1 Funzioni continue su un intervallo
Le proprietà delle funzioni continue che abbiamo incontrato finora si basano sostan-
zialmente sul concetto di continuità in un punto. Com.e vedremo ora, invece, è soprat-
tutto il fatto che una funzione sia continua su un intervallo ad avere delle conseguenze
interessanti. La proprietà di continuità su un intervallo ha una semplice interpreta-
zione geoì.-nètrica: il grafico della funzione, su quell'intervallo, si può tracciare '(sem::a
staccare la penna dal foglio" .11 concetto dì funzione continua si presta quindi a tradur-
re in maniera rigorosa I'idea. geometrica di l'inea contim.w; e quella fisica di grandezza,
che varia con continuità. Questo è vero, però, pur di utilizzare funzioni definite su un
intervallo di JR. Come vedremo, infatti, le proprietà notevoli delle funzioni continue
su un intervallo dipendono in maniera crucìale dall'assioma di continuità di JR, e non
vàrrebbero 1 ad esempio, se il nostro ambiente di lavoro fosse il campo Q dei razionali.
La prim~ proprietà di cui ci occupiamo, che chiamiamo teorema degli zeri, riguarda
la risoluzione di un'equazione del tipo

(4.1) f(x) =O
Quando f è un polinomio di grado ~ 4 esistono formule che forniscono le soluzioni
della (i1. l) mediante, radicali. Se però f è un polinomio di grado > 4 o una funzione più
complicata1 salvo casi particolarmente fortunati, non esistono formule per le soluzioni.
Geometticamente, risolvere,la (4.1) significa determinare le ascisse dei punti di inter-
sezionè tra il grafico di y = f (x) e l'asse delle ascisse. Naturalmente possono esserci
infinite soluzioni, un numero firtit9 di soluzioni, nessuna soluzione. Ogni soluzione si
chiama zero_ di f.

y = f(:r:)

Figur,a 3.10. L'equazione f(x) =O ha 4 soluzioni, ossia f ha 4 zeri.

Il t eorema degli zeri dà alcune semplicì condizìoni sotto lEl quali esiste uno zero di f
e anche un modo per calcolarlo.

TEOREMA 3.26 (DEGLI ZERI) Sia:

i) f continua in [a, b]
ii) .f (a;) . .f(b) <o
Allora .e siste c. E (a, b) tale chef (e) = O.
Se f è anche strettamente monotona, lo zero è unico.
© 978-88-08-06485-1 4 Proprietà globali delle funzioni continue o monotone su un intervallo 137

DIMOSTRAZIONE. Costruiamo una successione che tende a uno zero di f. Poniamo c1 = a!b,
punto medio dell'intervallo [a, b] .
Se J(c1 ) =O siamo fortunati e il teorema è dimostrato.
Se f(c1) i= O guardiamo il segno di f(a) · f(ci) e procediamo come segue:

f(a) · f(c1) <O


'\. /
se consideriamo l'intervallo [a1, bi]
/
f(a) · f(c1) >O

Poniamo ora c2 = b:t~ai, punto medio dell'intervallo [a 1,b1], calcoliamo f(c2) e procediamo
come prima:
se f(c2) = O lo zero cercato è c2 e il teorema è dimostrato; se f(c2) i= O guardiamo il

segno di f(a1) · f(c2):

f(a1) · f(c2) < O dove a2 =ai, b2 = C2


'\. /
se consideriamo l'intervallo [a2, b2]
/ '\.
f(a1) · f(c2) > O dove a2 = C2 1 b2 = b1
Continuando in questo modo t roviamo una sequenza di intervalli [a,,,, bn] con le seguenti
proprietà:

1) an::::; an+i e bn ~ bn+1 ({an} cresce e {bn} decresce)

b-a
2) bn - an =~ (ciascun intervallo è lungo la metà del precedente)

3) f(aT1) · f(bn) <O (per come sono stati scelti an e bn a ognj passo)

f(a)

'
.f(Ci) ,
-- --1--- - - - - -- -
I

''

b
a C2
j(CI) - -- - - - - - - -- - - - - - - - - - - - - --

f(b)

Figura 3.11.
138 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Per la. 1), possiam6 allora dedurre che le successioni {an} e {bn.} hanno limite finito, in base
al teorema di esistenza dcl limite delle successioni monotonei cioè:

(Si noti che le succ.essioni sono anche limitate perché contenute in [a, b].)
Dalla 2) deduciamo che bn - an = b2--;.,a ---+ O se n ---+ +oo e perciò e1 = f2 = L
Per la continuità cli .f, abbiamo allora che

f (an) · f (bn) --> f (C) 2


r:nentre dalla 3) e dal teorema della permanenza del segno deduciamo .f(.€) 2 :::;: O. Deve perciò
essere .f(R.) = O e così e è lo zero cercato.

Arrestando il ·p rocedimento indicato nella dimostrazione dopo n passi, si può assumere


an o bn come valore. approssimato dello zero /!, cli f, rispettivamente, per difett o b per
eccesso. L'errore cornrnésso è non superiore a li;,a.
Si osservi che, se in [a, b] vi sono più zeri della funzione f, il procedimento illust rato
non indica quale di essi venga determinato.
Una seconda importante propi-ietà delle funziorìi continue è espressa dal seguente:

TEOREMA 3.27 (01 WEIERSTRAss) Sia f : [a 1 b] _,JR una funzione continua. Al-
lar-a .f assume massimo e minimo in [a, bJ, ossia: esistono ,1:m , :r:M E [a, b] tali che
.f (xm,) :::;; f (:r;) :::;; f (:rM) per ogni x E [a, b].
Si dice che Xm è punto di minimo per f, e m = f (xrri) è il minimo di f; analogamente)
XM è. punto di massimo, e J\ll = f (xM) .è il massimo di f.
DIMOSTRAZIONE. Proveremo che f ammette massimo in [a, b] . Analogamente si prova che
ha minimo.
Cominciamo con la seguente os.ser;vazione sul concetto di estremo superiore: se E 1, E2
sono d ue sottoinsiemi non vuoti di JR,

sup (E1 U E2) =max (sup E1, supBi).

Que.s ta proprietà è vera per insiemi sia limita.ti che illìmit ati (se Ei è superiormente illimitato
si pone sup Bi= + oo; si intende che max (a, +oo) = +oo). Sia ora

.f : I _, ~ con I = Ii U Iz

(I,h,Iz intervalli). AppÌicando l'osservazione precedente agli insiemi Ei = {f (:i;) : ;i; E Ii}
si ha:
sup f = max (sup .f, sup
1 li I2
1) .
ln particolare quindi, è vera almeno una delle due relazioni:

sup f =slip f; sup f' = sup f.


I 11 I l2

Veniamo alla dimostrazione del teorema. Useremo una costruzione iterativa simile a quella
vista nella dìmostrazìone del teorema degli ,,;eri. Consideriamo la funzioue f : [a, b] ---+ JR, e
poniarw;.i
A= supf
[a,b]
© 978-88-08-06485-1 4 Proprietà globali delle funzioni continue o monotone su un intervallo 139

(con A eventualmente uguale a +oo). Suddividiamo [a, b] in due intervalli uguali; per quanto
osservato sopra, per uno di essi, che chiamiamo [a1, bi}, sarà vero che

A = sup f.
[a1 ,bi]

Suddividiamo [a1 , b1 ] in due intervalli uguali; per uno di questi, che chiamiamo [a2, b2], sarà
vero che
A= sup f.
[a.2,b2]

Procedendo per dicotomia, così facendo costruiamo una successione d i intervalli [an, bn] ,
ciascuno contenuto nei precedenti, con le proprietà:
1. an monotona crescente e limitat a; Òn monot ona decrescente e limitata;
b-it
2 . b,i - a". = 21' -i.
o;
3. A= SUP[h"""ti: bn l f .
Per lo stesso ragionamento fatto nella dimostrazione del teorema degli zeri (che utilizza il
teorema di monotonia per le successioni), dai punti 1) e 2) segue che le successioni an e bn
convergono ad uno stesso limite xo E [a, b] . Dist inguiamo ora due casi: A < +oo, A = +oo
(proveremo che questo secondo caso in realtà non può verificarsi). Se J\ < +oo, per ogni n
esiste un punto tn E [an, bn] tale che
1
(4.2) A- - < .f (tn) ~A.
n
Infatti: poiché A - ~ è minore di A che è il minimo dei maggioranti dei valori di f (x) in
[an, bnJ, A - * non è un maggiorante, quind i esist e tn E [an) l>n] con la propric~tà (4.2).
Poiché tn E [an, l>nJ, O.n __, Xo e bn __, x o, per il teorema del confronto anche tn __, x o.
Ancora per il teorema del confronto, la ( 4.2) d à allora

lim f (tn) = A.
n - ) oo

D'altro canto, poiché f è cont inua e tn __, xo) si ha che lirnn- •oo f (tn) = f (xo), perciò
f (xo) = J\. Allora, poiché A è il sup dei valori d:i f in [a, b]) A è il massimo di fin [a, b] , ed
è assunto nel punto xo . In questo caso perciò il teorema è dimostrato.
Supponiamo ora che sia A = +oo. Allora per ogni n esiste un punto tn E [a,., bn] tale che

(4.3) f (t.-.) 2: n.
Ragionando come sopr a si prova che tn __, xo per un certo xo E [a, b]. Poiché f è continua
m xo,
lim f (tn) = f (xo),
n->OO

ma per la (4.3) limn-.oo f (tn) = +oo, assurdo p erché in xo la funzione deve avere un valore
finito.

Mostriamo ora che le ipotesi del t eorema di Weicrstrass sono tut t e necessarie, con i
seguenti esempi

f(x) = x in (O, 1).


La funzione è continua su un inter vallo limitato, ma non chiuso. La funzione non ha né
massimo né minimo (il suo estremo superiore, 1, e il suo estremo inferiore, O, non sono
assunti).
140 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

~Ji~ f(x) = x in JR. La: funzione è continmi su un intervallo non limit ato. La funzione non
ha né massimo né minimo (non è nemmeno limitata).

X per X E (O, 1}
f(x) = { ~ per x = O,;:r; = 1

La funzione è definita su un intervallo chiuso e limitato [O, 1L ma non è .continua. La funzione


non ha né massimo né minimo (il suo estremo superiore, 1, e il suo estremo inferiore, O, non
sono assunti).

TEOREMA 3.28 (DEl VALORI INTERMEDI) Se f è continua su [a, bL allora per ogni
valore À compreso tra rn e Jì,1 ( minùno e massimo di f in [a, b]) 1 esiste un ·ingresso x
in [a, b] che ha ·i{ valore À come uscita (proprietà ·dei valori intermedi).

DIMOSTRAZIONE. Quest'ultimo teorema è urta semplice conseguenza del teorema di vVeier-


stra..ss e del teorema degli ze:ri: sia nt < À < l\lli f (x2) = m, f(x1) = 1\1. Allora la funzione
g(x) = f(x)->.. è continua in [x1, x2] (supponendo x1 < x2) e g(x1) = f(x 1)->.. = M ->.. >O,
g(x2) = f (xz) - .>.. = m - .\ < O. Dal teorema degli zeri, esiste f tak che g(f!.) = O e cfoè
J(f) = À. . ~

a b a b

m r------------
a) b)

Figura 3.12. a) L' immag ine d i (a, b] è l'intervallo [m, M]. b) Una funzione che non ha la proprietà dei
valori intermedi. Ogni valore À tra Yl e Y2 non è un'uscita di f.

Le propriètà d ei due~ teoremi precedenti si possono sintetizzare nell'unico enunciato


seguente:

TEOREMA 3.29 Se f : [a, b] --+ R è contimw, allom f ([a, b]) = [m, M]; cioè l'im-
magine di un intervallo [a, b] è l'intervallo di estremi rn = min f e M = max.f
[a,b] [a,b]
(vedi fig. 3.12a) .
© 978-88-08-06485- 1 4 Proprietà globali delle funzioni continue o monotone su un intervallo 141

Riguardo al teorema dei valori intermedi, si consideri il prossimo semplice

~ Sia f(x) = x 2 e consideriamo f come funzione definita dall'insieme Q dei razionali a


Q stesso (questo è lecito perché il quadrato di un razionale è un razionale). Allora f non ha
la proprietà dei valori intermedi. Infatti, ad esempio, f (1) = 1, f(2) = 4, ma f non assume
tutt i i valori razionali compresi tra 1 e 4: per esempio non a.ssume mai il valore 2, o 3. In altre
parole, la proprietà dci vo.lori intermedi è vera per le funzioni continu e grazie alle proprietà.
dell'insieme dei numeri reali. Questi, anzi, sono i motivi più interessanti per l1Analisi per cui
è utile avere come ambiente di lavoro l'insieme dei reali e non l'insieme d ci razionali.

Mostriamo come il teorema degli zeri permet ta di dimostrare direttamente il t eorema


sull'esistenza della radice n-esima (enunciato nel cap.l, par. 5..1):

TEOREMA 3 .30 P er ogni y E JR, y > O e n E N, n 2: l, esiste uno e un solo x E


JR, x > O, tale che xn = y. (Questo numero x si definisce radice n-esima di y).

DIMOSTRAZIONE . Consideriamo la funzione f (x) = xn . Questa funzione è continua su


tutto JR, ad esempio perché è il prodotto di n funzioni continue g (x) = x. :Y.Iostriamo che
esistono x2 > x1 > O tali che xf < y < x2. Infatti:
se y 2: 1 basta scegliere x1 = 1, x2 = y e si ha xf ~ y < x2 (1 ~ y < yn);
se y < 1, basta scegliere x1 = y, x2 = 1 e si ha xI" < y $ x2 (yn < y $ 1) .
Allora possiamo applicare il teorema dei valori intermedi alla funziol).e cout'.nua f(x) = xn
sull'intervallo [x1, x2]: poiché f è strettamente crescente, il suo minimo è x'li e il suo massimo
è x2; poiché xl'.'< y < x~, esiste xo E [x1,x2] tale che xo = y. ~

4.2 Funzioni monotone su un intervallo


Ci occupiamo ora di funzioni monotone su un intervallo (e non necessariamente conti-
nue) . Il prossimo teorema si può vedere come una estensione alle funzioni del teorema
di monotonia per le successioni, visto nel par. 1.2. Questo teorema condivide con i
teoremi sulle funzioni continue su un intervallo, che abbiamo discusso nel paragrafo
precedente, due caratteristiche importanti:
la sua dimostrazione si basa sull'assioma di continuità di IR;
il teorema assume come ipotesi una proprietà globale della funzione (ossia la sua
monotonia su un intervallo) .

TEOR EMA 3 .31 (01 MON OTONIA) Sia f : (a, b) -+ .JR una funzione rnonotona. Al-
lora per ogni e E (a, b) esistono finiti i limiti destro e S'inistro, per x -+ e; ai due
estremi a, b esistono i limiti destro (in a) e s'inistro (in b), eventnalmente infiniti.

D IMOSTRAZIONE. Questo teorema non sarà dimostrato ut ilizzando il teorema di monotonia


per le successioni, ma piuttosto ripetendo una dimostrazione analoga.
Per fissare le idee, supponiamo f crescente in (a, b) . Sia e E (a , b) e sia

A=sup{f(x): x E (a,c)}.
142 Capitolo 3. Limiti e continuità © 978-88-08-06485-1

Notiamo che A esiste finito per la proprietà dell'estremo superiore, in quanto f (e) è un
maggiorante dell'insieme {f (x) : x E (a, e)}. Proviamo che

lim .f (x) =A.


x-.c-

Sia dunque Xn una qualsiasi successione in (a, e) tale che Xn-+ e, e proviamo chef (xn)-+ A,
ossia che per ogni e > O risulta definitivamente

A- e < f (Xn) < A + e.


La seconda disuguaglianza è ovvia in quanto f (xn) :::;; A p er definizione di A, perché Xn E
(a, e). Per provare la prima, osserviamo che essendo A - e minore di A, cioè del minimo
maggiorante di {f (x) : x E (a, e)}, non è un maggiorante di tale insieme, perciò esiste un
punto x E (a, e) tale che f (x) ~A - c. Poiché f è crescente, ne segue che

f (x) "2_ A - e Vx E (x, e) .

D'altro canto per ipotesi Xn < e \In e x,,. -+ e per n -+ oo, perciò Xn E (x, r.) <lefìnitiv::imP.ute.
Ma allora
f (xn) "2_ A - E: definitivamente,
che è quanto occorreva provare.
Analogamente si può dimostrare che esiste

lim
x ->c+
f (X) = inf {f (X) : X E (e, b)} .

Per quanto riguarda i limiti ai due estremi dell'intervallo, se si vuole provare ad esempio che
esiste
lim f (x),
x -+ b-
si definirà, ancora
A = Sup{j(x): X E (a,b)};
t uttavia in questo caso A potrebbe anche essere +oo (non possiamo affermare che f (b) sia
un maggiorante dell'insieme, perché in b la funzione non è definita). Nel caso in cui A < oo
si può ripetere la dimostrazione precedente; se invece A = oo, il ragionamento si modifica
come segue. Dall'ipotesi
sup {f (x) : x E (a, b)} = +oo
segue che per ogni K > O esist e x E (a, b) tale chef (::i;) > K; per la monotonia di f, allora,

f (x) > K Vx E (x, b),

allora presa una successione Xn-+ b, si ha che Xn E (x, b) definitivamente, e quindi

f (xn) > K definitivamente,


perciò
lim
,~ ...... 1i-
f (xn) = +oo.

Una conseguenza dcl teorema di monotonia è che se una funzione è monotona in un


intervallo (a, b), i suoi eventuali punti di discontinuità in (a, b) sono necessariamente
discontinuità a salto, ad eccezione degli estremi a, b, in cui può aversi anche un asintoto
verticale.
© 978-88-08-06485-1 4 Proprietà globali delle funzioni continue o monotone su un intervallo 143

4.3 Cont inuità e invertibilità


Sia f : I - t JR, con I intervallo. Occupiamoci ancora del problema dell'invertibilità di
f, vedendo ora il problema dal punto di vista <lella continuità.
Sappiamo già che una funzione definita su un intervallo e strettamente monotona è
invertibile (con inversa monotona; v. cap.2, par. 4.2). Sappiamo anche che il viceversa
non è vero in generale: esistono funzioni invertibili su un intervallo, e non monotone
(si veda la figura seguente) .

:--------__
I
I

Figura 3.13.

Tuttavia, se aggiungiamo l'ipotesi della continuità il t eorema ::;i inverte:

T EOREMA 3.32 Sia f :I - JR, con 1 'intervallo, una funz'ione contin'ua in I . Allora
f è frwert'ibile 'iri I se e solo se è strettamente monotona. In tal caso la sua inversa è
ancora strettamente monotona e contin·ua.
DIMOSTRAZIONE. Sappiamo già che se f è strettamente monotona è invertibile (indipen-
dentemente dalle ipotesi che f sia cont inua, e che sia definita su un intervallo). Mostriamo
che vale il viceversa, ossia che se è continua e invertibile, allora è strett amente monotona.
Per assurdo, non sia strettamente monotona, allora esistono tre punti x1 < x2 < x3 in I tali
che

oppure tali che


f (x1) > f (x2) e f (x2) < f (x3) .
P er fissare le idee, supponiamo che valga la prima d elle due alternative (nell'altro caso si
ragionerà analogamente) . Confrontiamo i valori di f (x1) e .f (x3); non possono essere uguali
perché f per ipotesi è invertibile, dunque f (xi) < f (x3) oppure f (xi) > .f (x3) . Di nuovo,
per fissare le idee supponiamo che valga la prima delle due alternative (nell'altro caso si
ragionerà analoga.mente). Dunque sappiamo che :

Poiché .f è continua, per il teorema dei valori intermedi esiste xo E (x1, x2) tale che f (xo) =
f (x3) . Poiché xo =f:. x3 (perché xo < x2 < x3), ne segue che f non può essere invertibile,
assurdo.
Questo dimostra la prim a parte del teorema. Sia ora f continua, strettamente monotona
e quindi invertibile in I, e sia g la sua funzione inversa, ancora. strettamente monotona e
144 Capitolo 3. Limiti e continuità @ 978-88cQ8-Q6485-l

invertibile. Proviamo che g è continua. Per qnanto osservato dopo il teorema di monotonia.,
la funzione g, strettamente monotona, o è continua, oppure ha dei punti di discontinuità a
salto. In tal caso l'immagine di g non è un intervallo (ma è l'unione cli almeno due intervalli
disgiunti), il che è assurdo perché tale immagine è I. Dunque g è continua. ~

Si noti che nella dimostrazione del teorema precedente si sono utilizzati sia il teorema
dei valori intermedi, sia il teorema di monotonia per le funzioni. Di nùovo, quindi,
abbiamo fatto impl,i citamente uso, in modo essenziale, dell'assioma di continuità di
JR. Jl teorema .appena dimostrato significa in particolare che:

lin~. Junzioné ç~ntiilu~ e~1~ivertibH4 sx1''ufi ,i~liéi~1~1<?;,


"'
ìi~Ffr~V,~t~~ :;~~~i~u;
.~
..
Questo fatto completa la dimostraz.ione del teorema di continuità delle funzioni ele-
mentari; infatti:
la continuità di ax implica la continuità di loga x;
la continuità di sinx, cos:t, tgx implica la còntinuità di arcsinx; arccosx, arctgx.

fI J Dimostrare che se per ogni successione Xn --+ e, con Xn # e Vn, la proprìetà p ( Xn) è
vera definitivamente, allora la proprietà p ( x) è vera de:finitiv.amente per x --+ c.
Questo fatto è stato implicitamente utilizzato nella dimostrazione del teorema di perma-
nenza del segno per le funzioni.
Suggerimento: ragionar.e per assurdo, scrivendo in maniera esplicita e quantitativa cosa
significa la falsità della tesi, e costruire una successione che contraddice l'ipotesi.

[!?ie J Dimostrar{:l la seguente variante del Teorema di Weierstrass su intervalli illjmitati:


"Sia f : JR --+ JR continua, f (x) 2: O per ogni x E R e supponiamo che f (x) --+ O per
x --+ ±oo. Allora f ha massimo in JR)'.
Suggerimento: sia Xo un puntò in cui f (xo) >O; poiché limx-->+= f (.'.G) =o)esiste K > o tale
chef (x) < f (xo) V lxi > K. Applicando il teorema di \Veierstrass sull)intervallo [-K, K] ....
I"vfostrare poi con esempi che:
• il t eorema è. falso senza l'ipotesi f (x) ;::: O;
• il teorema è falso senza l'ipotesi limx- doof (x) =O;
• nelle ipotesi del teorema, il minimo di f in JR può non esistere.

~J:J Dimostrare le seguenti varianti del Teorema degli zeri su intervalli rnimitati e su
intervalli aperti:
(a) "Sia f : ~--+JR continua e suppon.iamo che
lirn
X-->+CX'.>
f (x) · lim f (x) <O
X->-00

(supponendo anche che i due limiti esistano, finiti o infiniti). Allora esiste e E JR tale che
f(c)=O".
© 978-88-08-06485-1 4 Proprietà globali delle funzioni continue o monotone su un intervallo 145

(b) "Sia f: (a, b) ~JR continua e supponiamo che

lim J (x) · lim f(x)<O


x-+a.+ x-b -

(supponendo anche che i due limit i esistano, finiti o infiniti). Allora esiste e E (a, b) t ale
che f (e) = O" .
Suggerimento: usando l'ipotesi sui limiti, mostrare che in entrambi i casi esiste un intervallo
[x 1, x 2] contenuto nel dominio della funzione, tale che f (x1) · f (x2) < O, e quindi .. .

Utilizzando opportunamente i teoremi enunciati nell'esercizio 9, dimostrare che


l'equazione
tgx +ex - 5 = O
ha almeno una soluzione in ( - ~, ~) .

11 Enunciando e dimostrando un'opportuna variante del teorema dimostrato nell'eser-


cizio 8, provare che la funzione

ha massimo e minimo in JR.


Ca Icolo differenzia le
per funzioni di una variabile

1 INTRODUZIONE AL CALCOLO DIFFERENZIALE


In questa introduzione vogliamo far riflettere l'allievo su alcuni problemi da cui il
calcolo differenziale è nato. Porremo questi problemi sotto forma di domande, a cui
non risponderemo subito, ma nel seguito del capitolo. Come si vedrà, la risposta a
que8ti problemi coinvolge la nozione di limite, discussa in precedenza. Anzi, 8i può
dire che storicamente la nozione di limite sia stata introdotta principalmente per
sviluppare le idee del calcolo differenziale, che introdurremo in questo capitolo) e dcl
calcolo integrale, di cui ci occuperemo nel capitolo 6.

Che cos'è la retta tangente in un punto a una curva?


Anche se geometricamente il concetto sembra intuitivo, non è così ovvio quale possa
essere una definizione corretta. Consideriamo la più semplice figura curvilinea, ossia
la circonferenza. Cos'è la tangente a una circonferenza in un suo punto P? In base
alla geometria elementare possiamo rispondere:
1. È la retta passante per P e perpendicolare al raggio pat>sante per P.
Oppure:
2. È ] 'unica retta p assante per P che non interseca la circonferenza in altri punti.

(1, 1) ?-' -

-·-
(-2, - 8)

Figura 4 .1. La retta tangente a lla curva y = x 3 nel punto (1, 1) è y = 3x - 2, che taglia la curva anche
in (- 2, -8).
148 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Queste definizioni si possono estendere a curve più generali? La definizione 1 certa-


mente no: cos'è il raggio di una parabola, ad esempio? La definizione 2 sembra più
incoraggiante perché "funzionai: anche per le coniche (parabole, ellissi, iperboli). Ma
già per la curva y = x 3 non funziona: la retta tangente a questa curva in un punto
generico (escluso l'origine) taglia la curva anche in un altro punto (fig. 4.1); viceversa
ci sono curve, come y = lxi che in un punto (l'origine) hanno infinite rette soddisfa-
centi questa definizione, ma intuitivamente nessuna di esse si può chiamare tangente
(fig. 4.2).

Figura 4.2. La funzio ne y = !xl ha infinite rette che tagliano il suo g rafico solo nell'orig ine: nessuna di
esse è "tangente" .

Ci accorgiamo dunque di parlare comunemente di un oggetto geometrico ("retta


tangente") di cui non sappiamo (ancora) dare una definizione precisa e generale.
In realtà non c'è speranza di definire la tangente come la retta che ha "meno
intersezioni delle altre" con la curva. Ci vuole un'idea diversa. Geometricamente, la
retta tangente può essere approssimata dalla retta che passa per due punti molto vicini
posti sulla curva, il primo fissato (il punto di tangenza) e l'altro "mobile" (e scelto via
via più vicino al punto di tangenza) . Due punti individuano una retta; più i due punti
si avvicinano, più questa retta si avvicinerà alla tangente; se però partissimo subito
dal com;iderare c:due punti coincidenti", avremmo un solo punto, per il quale passano
infinite rette, e la retta che cerchiamo resterebbe indeterminata. Si t ratta quindi di
capire cosa accade della retta per i due punti quando il secondo punto, mobile, si
avvicina sempre più al primo, senza però coincidere con esso. La "retta limite" - se
esiste - si chiamerà retta tangente.
Notiamo che il problema della determinazione della tangente è importante non
solo da un punto di vista geometrico, ma anche per un'importante applicazione: è
facile convincersi (vedi fig. 4.3) che una curva il cui grafico sia <<regolare" ha tangente
orizzontale nei punti di massimo e di minimo (ed eventualmente anche in altri punti).
Perciò, per cercare i punti di massimo e minimo di una funzione) è utile saper
scrivere analiticamente l'equazione della retta tangente alla curva in un punto gene-
© 978-88-08-06485-1 1 Introduzione al calcolo differenziale 149

Figura 4.3.

rico, per vedere poi in quali punti essa è orizzontale. Questa idea si deve per primo
a Fermat, che la elaborò intorno al 1630. Ad esempio, la meccanica insegna che un
sasso lanciato verso l'alto (nel vuoto) con una velocità iniziale vo, dopo un tempo t si
trova a un'alt ezza
1 2
h (t ) = Vo t - 2gt ,

dove g è l'accelerazione di gravità, pari a 9,8 m/s2 . Problema: qual è i1 punto più
alto raggi unto dal sasso? È il valore massimo assunto dalla funzione h (t); cerchiamo
dunque il valore di t per cui la curva h (t) ha retta tangente orizzontale; in realtà
questa curva è una parab ola, e senza scomodare il calcolo infinitesimale sappiamo
che ha valore massimo per t =ascissa del vertice, cioè t = vof.q; perciò la quota
massima raggiunta è h(vo/ g) = ~v6/g. È chiaro però che in problemi più generali
potremmo trovare una funzione h (t) ((qualsiasi" , e si pone il problema di avere un
metodo generale per determinare il punto in cui la tangente è orizzontale, e prima
ancora per calcolare il coefficiente angolare della retta tangente in un punto qualsiasi.
Un punto istruttivo di questa discussione è il seguente: senza il calcolo infinitesi-
male non si potrebbe non solo risolvere certi problemi, ma neppure dar senso a<l essi
(ad esempio, definire rigorosamente il concetto di rett a tangente).

Che cos'è la velocità di un oggetto in moto?


Questo è un altro concetto che sembra ovvio ma non lo è. Consideriamo un punto
materiale che si muove di moto vario) e proponiamoci di calcolare la sua velocità, nota
la legge oraria del moto (ossia lo spazio percorso in funzione del t empo). Nella fisica
galileiana l'unica velocità di cui si parla esplicitamente è la velocità media, ossia il
rapporto t ra lo spazio percorso in un certo intervallo di tempo e l'intervallo di tempo
stesso; questo concetto è sufficiente per descrivere il moto uniforme. Ma in fenome-
ni come la caduta di un grave, l'oggetto cambia velocità a ogni istante. Che cos'è
la velocità istantanea? Intuitivamente, è la velocit à media in un intervallo di tempo
brevissimo. Ma come si può definire rigorosamente? E come si calcola effettivamente?
150 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una varìabife © 978-88-08-06485-1

Si noti che la parola :'brevissimo" non ha alcun s~gnificato rigoroso_, in matematica!


Quello che si può pensare di fare, è calcolare la velocità media. in un intervallo di tem-
po varinbile 6.t, ossia il Tapporto tra lo spazio percorso nell'intervallo di t empo .6.t
e l'intervallo 6.t st esso, e éercare di capire a quale valore si avviciné.t questa quantità
quando 6.t diverrt.{fa sempre più piccolo (ma diverso da zero: se 6.t = O il procedimen-
to perde significato, dandoci un rapporto 0/0). L'introduzione comapevole di que0ta
nozione di velocità istantanea si deve. a Newton (inizio 1 700 ), ed è uno degli elementi
di novità assoluta della fisica ne...,·vtoniana rispetto a quella galileiana e pregalileiana.
Per Nev;d~on, come per noi, la velocità è la derivata rispettò al tempo della funzione
s (t) ="spazio percorso nel tempo t).' , ovvero il limite a cui tende il rapporto tra ld
spazio !:::..s percorso in un intervallo di tempo !:::..t e 1'intervallo !:::..t, quando i::.t diventa
sempre più piccolo. Procediamo ancora di un passo. Galileo aveva già osservato che
il concetto di velocità è sempre rdativo ad un sistema di riferimento, e che ''quie-
te'' o "moto rettilineo uniforme'' possono essere due descrizioni dello stesso fenomeno
osservato da due. sistemi di riferimento diversi (entrambi ugualmente "leciti'': i co-
siddetti sistemi di riferimento inerziali) . Ne segue che l'effetto di una forza (o se
vogliamo di una "causa fisica") non può esserè la velocità. Qual è allora tale effetto?
Newton è il primo ad affermarlo esplicitamente: tale effetto è l'accelerazione, ovve-
ro la velocità di variazione della 'Velocità. Qu,esto concetto presuppone ovviamente
quello di velocità istantanea, e introduce l'idea che .il concetto matematico fisieamen-
te interessante sia la derivata della deritiata della f1lnzione 8 (t), ossia la derivata
seconda di s (t).
Il calcol,o d~fferenziale (ovvero lo studib della nozione di clerivata), che è parte
del calcolo infinitesimale, è quindi inscindibilmente legato alla nascita della scienza
moderna.

2 DERIVATA DI UNA FUNZIONE


2.1 Derivata e retta tangente
Riprendiamo ora. da un punto di vista quantitativo la discussione fatta nel pàJ.·agrafo
precedent e sul concetto di retta tangentej a.rriveremo così alla definizione di derivata.
Cartelli stradali del tipo

indicano la "pendenza media" del percorso. Nel caso indicato la pendenza media. è
del 103. Che cosa vuo.l dire? Significa che ad ogni avanzamento di 1 km corrisponde
un innalzamento (o un abbassamento) di circa 100 m = 0,1 km (fig. 4.4).
Il 10% che indica la pendenza è il rapporto

variazione quota
variazione percorso
© 978-88-08-06485-1 2 Derivata di una fLJnzione 151

B~
:-· -f
I lQ() lll

A
a
-- - ----- ----- ---- -~ ---
I
I
t
1 C
I
X
,-E-----1 km - - - - ,,,..!I

Figura 4.4.

che rappresenta il tasso &i 'Variazione della quota rispetto al percorso, relativamente al
tratto di 1 km. Si noti che tasso di variazione positivo indica (in media!) innalzamento,
mentre tasso negativo indica abbassamento.
y

f(x -1- h) --r--


f(:i; + h) - f(x)
I

f(x) -~-- ------ - - --r -- t __


,e
I X -1- h
--- - - -h - - - -- 1

Figura 4.5.

Se immaginiamo il nostro percorso idealmente descritto dal grafico di una funzione


y = f(x) possiamo pensare che le coordinate dei punti A e B (in fig. 4.5) siano
rispettivamente (x, f(x)) e (x + h, .f(x + h)). Allora avremo
AC = h e CE = f(x + h) - f(x)
e quindi
variazione quot a f(x + h) - f(x)
-variazione
- - --percorso
- -- -
h
L'ultimo rapporto prende il nome di rapporto incr·ementale di f relativo all'intervallo
[x, x + h]. Geometricamente, essendo il triangolo ABC rettangolo, si ha che:
f(x + h) - f (x)
· h = tg a = coefficiente angolare della ret ta A B

D)altra parte, osservando la figura 4.5, si vede che la pendenza media da A a B non
è un dato preciso in quanto, durante il percorso, nonostante la pendenza media sia
positiva, vi sono tratti in discesa, a pendenza perciò negativa.
152 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Per ovviare all'inconveniente e raggiungere un'adeguàta precisione occorre considera-


re tratti di percorso sempre più piccoli, ossia far tendere la lunghezza del percorso a.
zero. Naturalmente, nel caso della pendenza stradale, un dato medio relativo a lun-
g]J.ezze dell'ordine del km può esserè un'informazione sufficiente alPautor;nòbilista, ma
vedremo più avanti in altri esempi che il passaggio al limite citato risulterà molto
significativo. Ritornando a1 nostro esempio, consideriamo il rapporto:
f (x + h) - f(x)
------ = tg a:
h
e passiamo al limite (supponendo che esist a) per h --+ Q. Che cosa succede geome-
tricamente? Il punto A, di coordinate (x, f (x)) rimane fisso, ment re il punto B, di
coordìnate (x + h, f (x + h)) si muove verso A, mantenendosi sul grafico di f (fig. 4.6).
y
Y = f(:c)

f(x)

X x+h X

Figura 4.6.

Contemporaneamente la retta AB varia la sua pendenza assestandosi su una posizione


limite. Ne scaturiscono i seguenti fondamentali concetti:

1. la retta limite prende il nome di retta tangente al grafico di f n el punto èli ascissa :r,;
2. la sua pendenza (o il suo coefficiente angolare) è data da tg w (fig. 4.6) e prende il
nome di derivata prima di f nel punto x.
In generale, abbiamo la seguente définizione.
DEFINIZIONE 4.1 Sia f: (a, b)-+ JR; f si dice derivabile in xa E (a, b) se esiste finito
lim f(xo+h2-f(xo). Tale limite prende il nome di derivata prima (o semplicemente
h-+O
derivata) di f in xo e si indica con uno dei simboli seguenti:
f'(xo) df I D f(xo) f(xo )
dx x=xo

. .
1lITl
f (xo + h) - f (xo) =
f'( Xo )
h-+O h .
La retta di equazione:

(2.1) I y = f(xo) + f'(xo)(x - xo) I


si chiama retta tangente al grafico di f nel punto (x 0 , f (x 0 )).
© 978-88-08-06485-1 2 Derivata di una funzione 153

Se f è derivabile in ogni punto di (a, b) è definita la funzione f' : (a, b) ~JR, derivata
di f, data da
Xr--+j'(x)
In questo caso possiamo anche chiederci se la funzione f' (x) sia a :;ma volta derivabile
(in un punto o in tutto l'intervallo); in caso affermativo, chiameremo derivata seconda
di .f la derivata di f' e la indicheremo con uno dei simboli

.f" (xo) D 2 f (x:o) .f(Xo)


Vedremo più avanti qual è il significato geometrico e l'utilizzo della derivata seconda.
In modo del tutto analogo si definirà la derivata di ordine n, o derivata n-esima,
indicata con i simboli:

2.2 Altre interpret azioni della derivata


La definizione di derivata come limite del rapporto incrementale indica che essa deve
considerarsi come tasso di variazione puntuale o istantaneo, anziché medio.
Questo modo di vedere è particolarmente fruttuoso in molte situazioni concrete
come indicato qui di seguito.
• Un oggetto è in moto lungo una traiettoria rettilinea con legge oraria s = s(t),
t ~ O. La funiione ti---+ s(t) indica lo spazio percorso al tempo t. Allora

ds = velocità dell'oggetto
dt,
• Analogamente, la velocità istantanea di variazione della velocità v( t) dell'oggetto,
rappresenta (per definizione!) l'accelerazione istantanea dell'oggetto stesso:
dv
dt =accelerazione dell'oggetto

Poiché a sua volta v era la derivata della funzione s(t), si ottiene che

accelerazione = :t (~:) = ~:
Ecco un primo esempio di interpretazione della derivata seconda di una funzione.
Se sulroggetto agisce una forza f = .f(cs, s'), la seconda legge della dinamica si può
scrivere nella forma
ms" = f (s, s')
dove m è la massa dell1oggetto.
• Un pendolo oscilla in un piano verticale attorno a un asse,
formando con questo un angolo(}= B(t), come in figura.
In questo caso

~~ = velocità angolare del pendolo Figura 4. 7.


154 Capitolo 4. Calcolo differenzia/e per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

• In un filo percorso da cori-ente sia q = q(t) la quantità di carica che attraversa una.
sezione del filo nell'istante t. Si ha:

-d ' t
dq = in·ensi :i corrent e
' d..
't·a
t
• Se e = c(p) indic~1 il costo di produzione di una quantità p (di un determinato
bene), il rapporto tra c(p+ 6.p )-c(p) e 6.p indica la variazione del costo proveniente
da una variazione (media) unitaria della produzione e prende il nome di costo
rnarginale medio. Passando al limite p er Ì:l.p - r O si ott iene il costo marginale~;
cioè, in questo caso
dc
çosto marginale di produzione
dp

Invitiamo il lettore ad allungare la lista delle possibili interpretazioni della derivata


con altri esempi (accelerazione angolare, densità di massa, . . . ).

2.3 D erivate di funzioni elementari


La tabella seguente contiene le derivate delle principali funzioni elementari.

f J i' .
1. e (c~stçtr)'.t~) o
2,i 1 l,;z, . l<fg X
2a: 13.. a'"-' (a > O)
1
1;1, loisa x (a > D,-a t5 1)
xloga
15. S·:hx (jfi:i

p. x" (o: E ~;:x >O)


7. sfnu
v(l = :r,2
1
8. 'COS J; - s1na:: 18. 'ai:CCQS #ì.
--,v1 "-~x2
l .
' •
1 .+tg
' 2 .
· ·. X =·e··
.. .. ,cos· -
..
_.\
XJ 2
19:' ·arctg x J
1 + a;4
~--. ) 1 -
JO. cotg~ -..(1 +.c.otg · rr:. = ~--::-;-::-;­
:srn2 a;

La ~ è. immediata; 2, 3, 4, 5 sono casi particolari di 6, che abbiamo scritto esplici-


tamente perché si incontrano così frequentemente che meritano di essere ricordate.
Proviamo· ad esempio la:

3.

Si ha:
f(x + h) - f(x) c~:+h)2-x2 x2 + 2h:r + h2 - x 2
- - - - - - -- = 2x +h
h h h
@. 978-88-08-06485-1 2 Derivata di una funzione 155

che tende a 2x per h - 7 O; da qui, la formula.

6. I f(x) = x'\ J' (x) = O'.Xa-l I

Sia x >O. Scriviamo:


(x + h )a - xa (1 + !!: )a - 1 a!!: .
- -- - - = x°' X 0..1 x°' -2?.. = O'.Xa - 1 .
h h h .

dove abbiamo usato il limite notevole (1 + E(h) )°' - 1 ,....., Cl'.c(h) per h ---+ O, con
c(h) = h/x (cfr. la (3.8) dcl cap. 3).

7, 8. I f (x) = sin x , J' (::e) = cos x I If (x ) = cos .x 1 .f' (x ) = - sin x I

Si ha, utilizzando le formule di addizione

sin (x + h) - sin x sinx cos h + sin hcosx - sin x


h h
. cos h - 1 sin h
= SIIl X
., h + - h - COS X h---7
- •O
COS X

dove abbiamo usato i limiti notevoli si~ h -7 1e

~h ~h
2
COS h- 1 rv _ = _ -7 Q
h 2 h 2
Analogamente si most ra la seconda formula. Omettiamo i dettagli.

11. !f (X) = ex , f' (x) = ex I


Si ha:
f (x + h) - f(x) . ex+h - ex
- - - - = ex
eh - 1
---7 ex
h h h h->0

essendo e'',~ 1 -7 1 per h -7 O (limite notevole).


Dalla formula si ricava che la funzione x 1---+ ex soddisfa l'equazione y' = y .

12. j f(x) = logx, f'(x) = ~I


Abbiamo:
f(x + h) - J (x ) Iog(x + h) - logx log(l + h/x) h 1 1
= -
- rv - . -
h h h X h X

dove abbiamo usato la (3.8) del capitolo 3.


Le formule 9, 10 e 13-19 potrarmo essere dimostrat e utilizzando le regole che
vedremo nel prossimo paragr afo.
156 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile @ 978-88cQ8-Q6485-1

Le equazioni differenziali soddisfatte dalle funzioni esponenziali e trigonometriche


Osserviamo 'un fatto notevole che riguarda le funzioni esponenziali e trigonometriche.
La 13 può essere riletta dicendo che le funzioni f (x) = ax soddisfano l'equazione
differenz_iale
J'(x) = kf(x)
con k costante opportuna. La legge esponenziale governa quindi i fenomeni in cui la
velocità di crescita (o diminnzione) di 'una grandezza è proporzionale alla grandezza
stessa. Questa semplice legge si ritrova in molte leggi fisiche e questo è certamente
uno dei motivi a cui le funzioni esponenziali devono ·1a loro importanza.
La 7 e la 8 ci çlicono invece chej posto f (x) =sin x,
2
d f (x) = -d
d ( df) d
- ·- d. (x) = -d .
(cosx) = -smx = -f(x)
d.T2 X ·X X

Perciò la funzione sin .1: ( e 1 come si vede con passaggi analoghi, anche la funzione cos .r,)
soddisfa l'equazione differenziale

f 11 (X) = - f (X)
Pertanto le funzioni sinusoidali governano i fenomeni in cui l' accelerazioné con cuì
varia 'una grandezza è uguale alla grandezza stessa) cambiata di segna. Tali sono ad
esempio molti fenomeni di tipo vibratorio.
Non è esagerato dire che questo è il motivo fondamentale per cui le funzioni trigo-
nometriche sono così importanti nel calcolo infiniteRimale e nella matematica appli-
cata: un motivo che apparentemente non ha nulla a. che vedere con la trigonometria)
da cui queste funzioni sono nate! Approfondiremo questi fatti nel vol.2, trattando le
equazioni differenziali.

Calcoliamo l'equazione della retta tangente al grafico delle seguenti funzioni

fi(x) =ex, h(x) = x 3


nei punti di ascissa x = 2.
Abbiamo fi (2) = e 2 e
!{(2) = e 2
e quindi l'equazione della retta è

y = fi(2) + !{(2)(.i; - 2) = e 2 + e 2 (x - 2)
Per l'altra funzione:

J~(x) = 3x
2
f2(2) = 8, (formula 6 della tabella con a= 3)

e quindi Jf (2) = 12; pertanto si ottiene per la retta tangente, l'equazione

y = f2(2) + f~(2)(x - 2) = 8 + 12(x - 2)

Riportiamo in figura 4.8 i grafici delle due funzioni, con le rispettive rette tangenti
per x = 2:
© 978-88-08-06485-1 2 Derivata di vna funzione 157

20 14 . I
I

15 12 I
I

10
10
8
5
6
I
4 I
- 1 /
1 2 3 -/
- 5 2
I

- 1 I
- 10 ~--=~~-+~~====---~_L_~~~~--'--o~

- 0.5 0.5 1 I l.5 2 2.5


- 15 I
I

Figura 4.8.

2.4 Punti angolosi, cuspidi, flessi a tangente verticale


Se una funzione f è derivabile in un punto Xo, nel punto di coordinate (xo, f(xo)) il
grafico ha una retta tangente ben definita. Che cosa succede quando f non è.derivabile
in un punto? Vediamo alcuni esempi.

Punti angolosi
Sia f(x) = lxl. Essendo f(x) - x per x >O e f(x) = -x per x <O, si ha f'(x) = +1
se x > O e f' (x) = -1 per x < O, avendo f' il significato di coefficiente angolare.
Nell'origine x =O, occorre usare la definizione. Ora
f(h) - f(O) lhl
h h
e quindi, se h __,., o+, !hl = h e il limite del rapporto incrementale è 1, mentre se
h-+ o-, ihl = -h e il limite è -1.
Si conclude che, non esistendo il limite del rapporto incrernentale, f non è deriva-
.bi.le in x =O. D'altra parte, ricordando il grafico di f(x) =lxi si vede che la tangente
nell'origine non è ben definita.

f(x) = lxi

o X

Figura 4.9. La funzione lxi non è derivabile in x = O.

Tuttavia i limiti destro e sinistro del rapporto incrementale dì lxi esistono finiti e in
(O, O) il grafico presenta '(un angolo".
158 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

La circostanza merita una definizioné.


DEFINIZIONE 4.2 Siano f : (a, b) --->JR., xo E (a,, b). Se esiste finito lim f(:r;o+h2-f(xo )
h-70+
lim f(x+hi-f(xo )) allora f si dice derivabile dalla destra (oppure dalla si-
( oppure h_,o- i

nistra); il limite si chiama derivata destra (oppure S'inistra) e si indica con il simbolo
f~(xo) (oppure j:_(xo)). ~

Nel caso in cui f sia continua e derivabile da destra e da sinistra (ma non derivabile)
in x 0 si dice chef ha un punto angoloso in x = :ro. Dunque, lxi ha un punto angoloso
in X = 0.
Vale la pena. ricordare la formula ·che esprime sinteticamente la derivata della
funzione valore assoluto (fuori dall'origine):

1 per x >O
)xl' = sgn(x) =
{ -1 per x <O

Punti a tangente verticale. Cuspidi


Se f è continua in un punto Xo e

. f(xo
1im
+ h) - f(xo)
= + oo oppure - oo
h __.,O h

f nol). è derivabile in x 0 ma, geometricamente, il grafico di f ha una retta tangente


b en definita e parallela all'asse delle ordinate. Ammetteremo in tal caso la scrittura
f'(xo) = + oo, J'(:co) = -oo e parleremo di flesso a tangente verticale (fig. 4.10). Il
concetto di flesso sarà definito più in generale in seguito (par. 5.2).

y A_ y

Figura 4·. 10.

Ad esempio, la funzione f(x) = ylX ha un punto a tangente verticale in x =O.


Consideriamo ora la funzione f(x) = .çlfXI, il cui grafico è riportato in figura 4.11.
In questo caso si ha f~ (O) = +oo, .r:_ (O) = -oo e si dice che in x = O, .f ha una
cuspide.
© 978-88--08-06485- 1 2 Derivata di una funzione 159

o X

Figura 4.11. f(x) = -vlxf.


DEFINIZIONE 4.3 Se .f è continua in xo e j~(xo) = ±oo, .f_ (xo) = =t=oo si dice che
f ha in xo una C'l.lsp·ide.

Nel caso misto in cui una delle due derivate è finita e l'altra infinita (con f continua)
si parla ancora di punto angoloso.
Infine, se la funzione è definita solo per x 2: x 0 e in tal punto ha derivata (destra)
infinita, diremo semplicemente che in tal punto ha tangente verticale, senza parlare né
di cuspide né di flesso. Ad esempio, la funzione ft ha un punto a tangente verticale
inx=O.

Continuità e derivabilità
Vale il seguente semplice ma importante

TEOREMA 4.1 Se f è deri'uabile in un punto xo allora f è contin1;,a, in .r,o .

DIMOSTRAZIONE. Scriviamo

f .(Xo + h) -
f( Xo ) -_ f(xo + h)h - f(xo) · 1i ""
!'(.'Xo )h per h-> O.

Perciò lim [f(xo + h) - f(xo) ] = O da cui lim f(xo + h) = f(xo), che è la continuità di
h- O h- o
fin XQ.

Come conseguenza, se una funzione è discontinua in Xo, non può essere derivabile
111 xo.
Viceversa, se f è continua in x 0 , non necessariamente f è derivabile in x 0 come
mostra f(x) = lxi che è continua in x = O m a non ivi derivabile.
Consideriamo la funzione .f periodica di periodo T che coincide con ,P lxi
2
nell'inter-
vallo [-T/2, T/2] (fig. 4.12) . ·

A
\ I
\ I
\ I
\ I
\ I
\ I
\ I
~

- T T o T T X
-2 2
Figura 4.12.
160 Capitolo 4. Calcolo differenzia/e per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Una funzione di questo genere modellizza un'onda o segnale triangolare di ampiezza


A. Questa funzione presenta p unti an golosi in x = ±t, ±Ti ±~T ecc.
La sua derivata non è definita in questi punti ed è costante a tratti; precisamente,
vale 2,f per O < x < t,
vale - 2; per f
< x < T e si ripete con periodicità T , con
un grafico illustrato in figura 4.13.

,----, 2A
T
I
I
I I I

Figura 4.13.

2
La derivata del segnale triangolare di ampiezza ; rappresenta quella che si chiama
onda quadra.

Utilizzando la definizione di derivata, determinare il comportamento nell'origine delle


seguenti funzioni (tangente orizzontale, cuspide, flesso a tangente verticale . .. ) :

X
4/:·3 x2/3 XG/3 x1;2 X
3/2

(Questo argomento permette di completare la gi'ustificazione del grafico delle funzion'i potenza
a esponente razionale o reale, che abbiamo descritto n el cap. 2, par. 3.1).

Sia
f(x) = x logx, per x >O
Dopo aver prolungato per continuità f anche in x =O, calcolare la sua derivata destra in O.

Sia
f(x) = e-l/x, per x >O
Dopo aver prolungato per continuità (da destra) f anche in x = O, calcolare la sua derivata
destra in O.

. 3 REGOLE DI CALCOLO DELLE DERIVATE


V<~diamo ora la relazione tra Foperazione di derivata e le principali operazioni già note
sulle funzioni; in particolare mostreremo la relazione tra:

operazioni algebriche (±, ·, /)


derivazione e composizione
{ . .
mvcrs1one
© 978-88-08-06485-1 3 Regole di calcolo delle derivate 161

3.1 Algebra delle derivate


TEOREMA4. 2 Siano f,g: (a,b) ~ JR, derivabili in (a,b); allora f±g, f ·g, f / g
(g f. O) sono derivabili in (a, b) e valgono le seguenti formule

(3.1) lu±g)' = J'±g'I

(3.2) I u ·gY = f' · g - 1 · g' I

(3.3) I(f /g)' = u'. g - f. g')/fl

In particolare, dalla (3.2) si deduce

(3.4) 1 (k. n' = k .t k costante I

essendo la derivata di una costante uguale a zero, e dalla (3.3) si deduce, per f = 1,

g'
{3.5) g2

La (3.2) si dice regola di Leibnitz e si estende al prodotto di n fattori:

(f1f2 · · · Jn)' = f{h · · · J~ + fij~ · · · .fn + · · · + fih · · · f:i ·

Come si vedrà dalla. dimostrazione, il teorema ha in realtà un carattere puntuale: ossia:


se f e g sono derivabili in un punto :ro E (a, b) , allora in quel punto sono derivabili
anche .f + g, .f · g, ... , e valgono le formule scritte. Solitamente comunque il teorema
si applica nella. forma in cui l'abbiamo enunciato (cioè iu 8ituazioui in cui f e g sono
deriva.bili in t.i1tti i pnnt.i di 11 n int.P-r va1lo) .
DIMOSTRAZIONE. Lasciamo per esercizio la dimostrazione di (3.l) e (3.4), molto semplici.
Dimostriamo la (3.2) : si ha, fissato x E (a, b)

f(x + h)g(x + h) - f(x)g(x) = f(x + h)g(x + h) - f(x + h)g(x) + f(x + h)g(x) - f(x)g(x)

e quindi

h)g(x + h) - f(x)g(x) = f( X + h) · g(x + h) - g(x)


f(x + __:_;;.....:....__.....:....___:........:__;_.;:,_;_...:...
.::.._o__ + g(X ) f(x + h) - f(x) ------*
h h . h
------* f(x)g' (x) + f' (.T)g( x)

poiché f(x + h) ------* .f(x) quando h - >O, essendo f continua in quanto derivabile.
Proviamo ora la (3.5):

1 [ 1 1 ] g (X) - g (X + h) g (X + h) - 9 (X) 1 g' (X )


h g (x + h) - g (x) = hg (x) g (x + h) = - h · g (x) g (x + h) ----* - g (x) 2

dove si è sfruttato ancora il fatto che, essendo derivabile, g è continua, perciò g (x + h) -t

g (x) per h - t O.
162 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Notiamo infine che d alle (3.2) e (3.5) si deduce anche la (3.3), infatti:

(f)' (f · gl)' per la (3. 2) applicata a f e g1


~ = =

f' · 1
= g+ f · (1)
g ( per la (3.5) =

= J' · ~ + f · (- g:) = f' gg~ f g', cioè la (3.3).


g g

Calcoliamo la velocità di un oggetto in moto rettilineo cou legge oraria data da


1 2
s(t) = vot + ;;,gt

La derivata della funzione ·uot è vo mentre quella di ~gt 2 è ~g · 2t = gt (usando 2 volte


la (3.4)) . Usando ora la (3.1) si trova

'u(t) = s' (t) = Vo + gt


Calcoliamo la velocità di variazione del volume di una sfera rispetto al raggio.
Essendo V(r) = ~7rr3, la velocità richiesta è (regola (3.4))

V '(r ) = 34 7r(3r2 ) = 4nr2 (= superficie della sfera di raggio r!)

Derivata della funzione tangente. Poiché tg x = si~~, usando la formula (3.3) si


cos.1.
trova

..!!:_ . _ (cos x) 2 + (sin x) 2 _ 1 _ ( . )2


1 + tgx
dX tgx - ( cosx) 2 - ( )
COSX 2
-

Analogamente si calcola la derivata della funzione cotangente.

Se e= c(p) è il costo di produzione d i una quantità p di prodotto, il rapporto


c(p)
p
si chiama costo medio e rappresenta il costo di una unità di prodotto.
Per calcolare la derivata del costo medio, usiamo la formula (3.3); si trova
d c(p) c'(p) · p - c(p)
dpp = p2

3.2 Derivata di una funzione composta


TEOREMA 4 .3 (REGOLA DELLA CATENA) Sia go f la composta di due fun zioni f
e g. Se f è derivabile in un punto x e g è derivabile in y = f (x) allora go f è derivabile
J
iti :.e e vule lo, urmula.·

(3.6) I(g o J) (X) =


I g' (f (X)) . i' (X) I
© 978-88-08-06485-1 3 Regole di calcolo delle derivate 163

DIMOSTRAZIONE. Si ha (go f)(x + h) - (go f)(x) = g(f(x + h)) - g(J(x)).


Se ponfa..mo k = f(x + h) - f(:x), y = f(x), allora .f(:t + h) = y + k, e per la cont inuità
di f, h __, O implica k __, O. Con le nuove notazioni,

g(.f(x + h)) - g(.f(x)) = g(y + k) - g(y)

Osserviamo ora che la definizione di derivata


1 (1) = lim g(y + k) - g(y)
.9 .'J k -;0 k

si può riscrivere, per k -=/= O,

g(y +kl- g(y) = g' (y) + s(k)


dove s(k) indica una quantità che tende a zero per k __, O. Molt iplicando ambo i membri
dell'equazione precedente per k si trova

g(y + k) - g(y) = g'(y) · k + c(k) · k


relazione valida anche per k = O. Dunque:

g(f(x + h)) - g(f(x)) = g'(y) · k + s(k) · .k

Dividendo per h, e osservando che k/h --t f'(x) si ottiene la (3.6).

La (3. 6) si chiama regola della catena; usando le notazioni (di Leibniz) ~~ e ~; per le
derivate di f e g e posto w = g_(y), la (3.6) acquista una forma più significativa:

dw dw dy
(3.7) -·- (come se dy si semplificasse)
dx dy dx

La (3.7) esprime il fatto che il tasso di variazione di iu rispetto a :r è il prodotto dei


tassi cli variazione "intermedi'', di w rispetto a. y e di y rispetto a :x: .
Come suggerisce il nome di ('regola della .catena", la. (3. 7) può essere generalizzata
alla composizione di un numero qualsiasi di funzioni, composte una con l'altra. Ad
esernp.io per tre funzioni si ha

[f(g(h(x)))J' = f'(g(h(:x:))) · g'(h(x)) · h'(x)


Per usare questa regola, insieme alle altre dell'algebra delle derivate, occorre impa-
rate a vedere una funzione complicatà come composizione successiva di funzioni più
semplici. Per individuare le componenti può essere utile immaginare cmne si calcola
la funzione composta mediante una calcolatrice tascabile:

~ Si voglia deriva.re
w (x) = (sin·x) 3'
Per calcolarla, occorre inserire il valote di x, calcolare sin x e poi elevare tutto al cubo:
3
sin . 0 . 3
X --t 1-+ Slll X --t 1-+ ( Slll X)
164 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08"06485-l

Posto
3
f (x) = sinx, g (y) = y
si ha allora w (x) = g (! (x)). Pertanto:
I · . 2
'W (X) = 3 (sin X) . cos X

Usando la (J.7) si scriverebbe y = sinx, w = y 3 e quindi

dw dw dy z .. 2
- = - . - ' = 3y . cos X = 3(sm X) . cos X
dx dydx ·

r.;~e.J Derivata di f(t;) = A sin(wt + cp) e di' g(t) = A e- 0 't cos(wt + tp)

f' / (t) = A -dd sin (wt + tp) = A cos (wt + cp) · w = Au.1 cos (&..!t + cp)
1 J 1
fonnul<>- (3.4) regola della ,catena

g'(t ) = A -d rle - c:d


cos ( wt. + cp) ] = A'{. -d e - cd
· cos ( wt + cp) + e -cd· -d·d cos (wt· + cp)}· =
.J. dt 1 dt t
formul<i. (3.4) fonrnìla (3.2)

= A{ e-ç<t(- a) · cos(wt + tp) +e-at (-sin(wt + tp) · w)} =


(catena)

= - .4e- at { - a cos(wt + cp) + sirt(wt + cp)}

~M~
w'fi" Possiamo ora completare la dimostrazione delle formule contenute nella tabella delle
derivate di funzioni elementari.
(ax)' = (ex Ioga)' =
(usando le formµ}e per la derivata di et e per la derivat a della funzione composta)

= ex log ci,· log a.= axlog a

(log11 x) , = ( -logx)
- . '
1oga

(usando le formule pér la derivata di logx e pér la derivata dj kJ(x))

1
.-r log a

(Sh x)' = (ex - 2e- a; )' = ~(ex - (- e-x)) = ex +2e-a; = éhx


(Chxr = (ex ~e-'; )' = ~(ex+ (-e-"') )= e"' - 2e- "' = Shx

::l1l!~: (Deriva'te di fun_zioni del tipo f (x) 9 ( x)) . I passaggi per il calcolo di (ax)' si ba.sano
su un "trucco" di uso rnmune: riscrivere una funzione f (x )g(x) con f(x) > O nellà forma
seguente:
f(x)g ( x) = eg(x) log f("J;)
© 978-88-08-06485-1 3 Regole di calcolo delle derivate 165

Si è sfruttata la definizione di logaritmo e10 g A =A e la proprietà dei logaritmi log[f(x) 9 (x)J =


g(x) log f (x). A questo modo si può calcolare la. derivata di una funzione di questo tipo:

[f(x)9(~: )]' = [eg(x) log f (x)]' = e!l(x) log J(x) • [g(x) log J(x)J' =

= f(x)g(x) [g'(x) logf(x) +g(x)f'(x) ]


f (x)
Ad esempio:

(Valore assoluto di 11na funzione). Consideriamo una funzione del tipo:

IJ(x)I
Sappiamo che il valore assoluto non è derivabile là dove il suo argomento si annulla. Tuttavia,
nei punti in cui f(x) i= O, la derivazione di funzione composta dà:

lf(x)I' = sgn(f(x)) · J'(x) = {J1(_~) per f( x) > O


- f (x) per J(x) < O
In generale, ci asp ettiamo che la funzione IJ(x)I presenti punti angolosi nei p unti in cui f( x)
si annulla. Ad esempio, la funzione

ha un punto angoloso in x = - 1.

.f (Derivata di alcune funzioni logaritmiche). Le seguenti situazioni si presentano di


frequente:
(log lxi)'= l~I · sgn (x) =; (senza modulo!)

(loo- lf (x)!)' = !' (x)


b f (x)
(per la formula precedente e la derivazione di funzioni composte);

(log (c:r))' = (logc + log x )' = !:.


.~
(come la derivata di logx!);

ax+b))' ( , a e
( log ( cx + d = (log (ax + b) - log cx + d)) = ax + b cx + d

(ossia, talvolta. conviene usare le proprietà dei logaritmi per tra.sfor mare una funzione loga-
ritmica prima di ca.lcolarne la derivata).

Il seguente esempio mette in luce le possibilità di calcolo connesse con la formula della
catena.

Un contenitore cilindrico con ra.ggio di base R = 1 m e altezza 3 m è pieno d'acqua.


Da un rubinetto posto in prossim ità del fondo vengono prelevati 10 litri al minuto, (fig. 4.14).
166 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Con quale velocità l'altezza dell'acqua de-


cresce?
Sia h l'altezza (in decimetri) della co-
lmma d'acqua e V il suo volume (in dm 3 ).
Vogliamo trovare dh/dt, sapendo che
dV/dt = -10 dm3 / min.
dV dV dh
- ·-
dt dh dt

essendo V = 1007rh dm 3 otteniamo dV/ dh =


1007r dm2 e infine 10 l/min

io- d m I m1n
-dh = - - . = -i- d m I rmn
. Figura 4.14.
dt 1007r l07r

Derivata logaritmica. Elast icità


Data f > O, si chiama derivata logaritmica di f la derivata di log f. In formule:

(3.8) ·
denvata · · d'i f·
1ogantm1ca d 1og f(
= dx · x ) = f'(x)
f (x)

La derivata logaritmica ha il significato di tasso di incremento relativo di j rispetto


a x.
In casi concreti tale tasso è spesso più significativo del tasso assoluto f'. Ad esem-
pio, un incremento annuo di capitale di 1 miliardo su un totale di 10 ha un effetto
ben diverso di un incremento di 1 miliardo su 1000 miliardi. Nel primo caso il tasso
di variazione relativo è 1/ 10 nel secondo 1/1 000, mentre uguali sono gli incrementi
assoluti.
Per i motivi sopraesposti, quando interessa visualizzare gli incrementi relativi si
ricorre a grafici in scala semilogaritmica: sulPasse delle ascisse si collocano i valori di
x, mentre su quello delle ordinate quelli di log f(x) . A questo tipo di rappresentazione
si ricorre anche quando f(x) cresce cosi rapidamente da richiedere una compressione
troppo elevata della scala (unità cli misura) sull'asse delle ordinate o in quella delle
asci..sse. Basti pensare al grafico di f (x) = ex che in scala semilogaritmica coincide
con ... la bisettrice del 1° quadrante:

f(x) log f(x)

da fa logf
-4

X X
a) b)

Figura 4.15. a) Grafico di f(x) =ex in scala norma le; b) grafico di ex in una scala semilogarìtmica.
' .

© 978-88-08-06485-1 3 Regole di calcolo delle derivate 167

Altra variante possibile è quella dei grafici in scala logarit mica, in cui invece di x
sull'asse delle ascisse si collocano i valori di log x; lo stesso si fa con f sull'asse delle
ordinate.
La pendenza della retta tangente a un grafico in scala logaritmica (cioè la derivata
di log f rispetto a log x) rappresenta il tasso di variazione relativa di f rispetto a
variazioni relative di x; questa quantità prende il nornc di elasticità di f e si indica
con E(x).

logf

log X
tg o: = E(x)

Figurn 4.16.

Per trovare l'espressione analitica di E(x) , osserviamo che, per il teorema di deriva-
zione delle funzioni composte, si ha, posto u = log x:
dlog .f d log f d-u
dx du dx
ovvero
F (x) = E(x)~
f(x) X

da cui si ricava
f'(x)
E (x) = x f (x)

D Se f(x) = xa, .r, >O,


axa-1
E (x) = x =a
xa
ossia: le potenze hanno elasticità costante. In realtà, si può mostrare che sono le uniche
funzioni ad avere questa proprietà.

3.3 D erivata di funzione inversa


T EOREMA 4 .4 f : (a, b) --+JR continua e invertibile in (a, b) e g = 1- 1 la sua inver.5a,
definita in f (a, b) . Supponiamo inoltre che esista f' (xo) -# O per un certo xo E (a, b).
Allora g è derivabile in Yo = f (xo) e

(3.9) g' foo) = .f' txo) ·


© 978-88-08-06485-1 3 Regole di calcolo delle derivate 167

Altra variante possibile è quella dei grafici in scala logaritmica) in cui invece di x
sull'a::;se delle ascisse si collocano i valori di log x; lo stesso si fa con f sull'asse delle
ordinate.
La pendenza della retta tangente a un grafico in scala logaritmica (cioè la derivata
di log f rispetto a log x) rappresenta il tasso di variazione relativa di f rispetto a
variazioni relative di x; questa quantità prende il nome di elasticità di f e si indica
con E(x).

log f

log :i;
tg a = E (x)

Figura 4.16.

Per trovare l'espressione analitica di E (x), osserviamo ch e, per il teorema di deriva-


zione delle funzioni composte, si ha, posto u = log x :
dlogf dlog .f du
dx du dx
ovvero
f'(x) = E(x)~
j (x) X

da cui si ricava
E (x) = xf'(x)
f(x)

Se f(x) = x°' , x > O,


ax°'- 1
E (x) = x =a
X°'
ossia: le potenze hanno elasticità costante. In realtà, si può mostrare che sono le uniche
funzioni ad avere questa proprietà.

3.3 D erivata di funzione inversa


TEOREMA 4.4 f : (a, b)
--+ JR continua e invertibile in (a, b) e g = f - 1 la sua inversa,
definita in f (a) b). Supponiamo inoltre che esista f' (xo) =f. O per un certo xo E (a, b).
Allora g è derivabile in Yo = f (x o) e

(3.9) g' (yo ) = f' txo) ·


168 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

DIMOSTRAZIONE. Sia:

f (xo) = yo; g (yo) = xo;

f (xo + h) = yo + k; g (yo + k) = xo + h

Consideriamo il rapporto incrementale di g in yo:

g(yo+k)-g(yo) h
k = f (Xo + h) - f (XQ )'
Se k i- O, f (xo + h) - f (xo) i- O e quindi anche h i- O; dunque l'ultimo quoziente si può
riscrivere anche nella forma
1
f (Xo + h) - f (xo) ·
h
Inoltre, per k - t O si ha g (y0 + k) - t g (yo) perché g è continua, essendo l'inversa di una
funzione continua su un intervallo (si veda il Cap.3, par. 4.3); d'altro canto h = g (yo + k) -
g (yo), quindi per k - t O anche h --> O, e per ipotesi

1
~.,.---~--,-~~,.--- -t
1
~..,.---

! (xo + h) - f (xo) f' (xo)


h
quindi esiste
Jimg (yo+k)-g(yo) = 1
1c-.o k f' (xo)'
Osserviamo che, assumendo la derivabilità di f- 1 , la (3.9) segue subito dall'identità g(f(x)) =
x e dalla regola della catena:
g' (j(x)) · J'(x) = 1

da cui, se J'(x) #O, la (3.9) . La dimostrazione che abbiamo dato, tuttavia, è necessaria per
dedurre la derivabilità di g dalle nostre ipotesi su f.

La (3.9) ha un semplice significato geometrico, ricordando che i grafici di f e g = 1- 1


sono simmetrici rispetto alla bisettrice y = x (fig. 4.17).

y =X

y = f (x)

~;

Figura 4.17. Gli angol i a e fJ sono complementari (a+,B = 7r/2) e quindi f'(x) = tga = tg(~ -f3) =
1 1
t gf3 - 9.' (y).
© 978-88-08-06485- 1 3 Regole di calcolo delle derivate 169

Con la notazione di Leibniz, posto y = f(x), x = g(y), (3.9) si scrive nella forma
dx 1
(!)
dy dy
dx
Si faccia attenzione al fatto che nella formula di derivazione della funzione inversa, le
derivate f' e g' sono calcolate in due punti diversi: è questa la principale attenzione
da avere nell'applicazione di questo teorema, come mostreranno i prossimi esempi.

~·.,.~zi Derivata dell'arcotangente, delrarcoseno e dell'arcocoseno.


Poniamo y = tgx, x = arctgy con x E ( - ~' ~), y E JR.
dx 1 1 1
dy dy 1 + (tgx) 2 1 + y2
dx

Poniamo ora y = sinx, x = arcsiny, con x E [ - ~, ~], y E [-1, l ].


Poiché per quei valori dix si ha cosx = Jl - (sin x) 2 = Jl -y2 :
dx 1 1
dy cosx J1-y2

Analogamente, se y = cosx, x = arccosy con x E [O,rr], y E [-1, 1],


d.r, 1 1
dy - sinx - J l -y2

Si osservi che le funzioni arcsin x, arccos x, pur essendo definite e continue in [- 1, 1],
non sono derivabili agli estremi dell'intervallo: precisamente, presenta.no in questi
punti tangente verticale.

L'utilità del teorema di derivazione della funzione inversa consiste nel fotto che
permette di calcolare la derivata di g anche in situazioni in cui g non si sa scrivere
esplicitamente:

Sia f (x) = x+e:c. La funzione è strettamente crescente in tutto JR, dunque invertibile;
sia g la sua inversa. Calcoliamo, ad esempio, g' (yo) per yo = f (O) = 1. Si ha:

f' (x) = 1 + ex ;J' (O) = 2 ~ O;g' (1) = f'~O) = ~·

In base alle regole di calcolo delle derivate e alla tabella delle der'ivatc delle funziorà elemen-
tari, calcolare la derivata delle seguenti funzioni:

3x4 + 5x + x 3 12 - 2x- 3 log lx! , log 3x, log I~~; I


e- 3x (x 2 + 2x - 1) il'· ~ arctg ~ , a >O
170 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

; . x l ogx arctg i+x


1- x

e 2 x (2sin3x - 4cos3x)

cotg x, Th x, Coth x

SettSh x, SettCh x (Suggerimento:


usare il teorema sulla derivata della
funzione inversa)
:r 2 + 3x-2
2x+l

~ log jlogxl
Scrivere l'equazione della retta tangente al grafico di y = f (x ) nel punto (xo, f (xo)):
f (x ) = sin x, xo = ~ f (x) = (x log lxl) 3 , xo = -1

;; f (x) = 3x2 + 2x + 1, xo = 2 ~- f (x) = coslogx, xo = e~


-~"
(i.. f (x) = logx, xo = 1 ~1 f (x) =ex 2 , Xo = log2

f (x) = ax, xo = 2 ~ f (x) =e-lxi, Xo = -1

>J, Qual è il tasso di variazione del volu me di u na sfera rispetto al suo raggio? E rispetto
all'area della sua superficie?

,.", In un triangolo isoscele ABC (fig. 4.18) il vertice C ,e


si muove perpendicolarmente alla base AB in modo che I
f
I\
'
\

l'area del triangolo cresca ad una velocità di 4 cm 2 /s~ La I


I \
\

base AB è lunga 3 cm . A quale velocità cresce l'altezza I


I e'-,
C H? E il lato CB? ' \
\
\
\
\

' \
\
\

il Un parallelepipedo di base 1 m x 2 m e altezza 5 m '


è pieno d'acqua. Da un rubinetto posto in prossimità A H B
del fondo vengono prelevati 20 litr i al minuto. Con quale
velocità l'altezza dell'acqua decresce? Figura 4.18.

•, Una funzione è nota dal suo grafico (fig. 4. 19); tracciare con buona approssimazione il
grafico della sua derivata.

o 1 3 o 1 2 o 1 2
Figura 4.19.
© 978-8;8-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 171

Calcolare la derivata delle segnenti f1mzioni, dove esiste. Stv,diare i pnnti di non derivabilità,
stabilendo se si tratta di p-unti angolosi (in questo caso, calcolare la derivata destra o sinistra) 1
punti di cnspide, flessi a tangente verticale, p·1mti a tangente verticale, tracciando un grafico
locale della .fun~ione in quei punti. Prima di eseguire il calco/o della der·i vata, cercar·e di
p'revedere qual-i sa'tarirw i p'unti di non derivabilità, in basé alla f orrna della. funzione .

~~~ lqg (1 + ~)
2

Calcolare f' (O) in base alla definizfone. Calcolare poi f' (x) per x =f. O, e stabil'ire se la
derivata prima è continua in X = 'Q:

f (x) ~ {:'sin ~ per x >O

per .x <O

e - 11'•
. .,,.2 pet X> 0
f(x) =
{ x2 per x :=:; O

~· 4 IL TEOREMA. DEL VALOR MEDIO E LE SUE CONSEGUENZE


4.1 Punti stazionari. Massimi e minimi locali
Uno degli usi più proficui del calcolo differenziale consiste nella ricerca dei massimi
e minimi (in breve., nelr oUimizzazione) di una funzione . Ecco alcuni problemi di
ottimizzazione in ambiti diversi.

• Ottica geometrica. Le leggi della riflessione e della rifrazione si possono t rovare


utilizzando il "principio di Fermat": "il percorso scelto" da un raggio luminoso
per collegare due punti A e B è quello che richiede il minor tempo di percorrenza.

• Geometria elementare. Inscrivere in un cono circolare retto di altezza h e r aggio


di base R, un cilindro di volume massimo.

• Econometria elementare. Sia c(p) il costo di produzione di una quantità p di un


certo prodotto. L'efficienza della produzione si può misura.re col rapporto c(p)
p
=
costo medio per unità di prodotto. Per raggiungere il massimo di efficienza occorre
dunque rninimizzare la fur1zione e~).

• Dalla vita corn'une!. Un tubo di lunghezza 4 m (sezione piccola) deve essere tra-
sportato attraverso il cunicofo raffigurato in figur·a 4.20. È possibile il trasporto?
172 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

4m
,,, lm

2m

Figura 4.20. Passerà il t ubo lungo 4 m?

Torniamo alla t eoria. Richiamiamo le nozioni di massimo e mirùmo assolut i (o globali) ,


per una funzione f : [a, b] -----t ~:
D E F INI ZION E 4.4 Si dice che M è massimo di f in [a, bJ e x 0 E [a: bJ è punto di
massimo se
f(xo) = JÌ!f ~ f(x), per ogni x E [a, b]

Analoga definizione per il minimo . Vi sono altri tipi di estremo (massimo o minimo)
e cioè gli estremi locali.
4.5 Si dice che NI è massimo locale (o relativo) per
D EFI N I ZI ONE f e che :r:o è p?tnto
di massimo locale se:
esiste un internallo (xo - al Xo +o) tale che Jì!I = .f(xo) ~ f (x )
per ogni X E (xo - o, Xo + o) n (a, b)
Analogamen~e per un minimo locale.

Notiamo espressamente che:


• il minimo e il massimo globale di f (se esistono) sono unici (naturalmente i punti
di max e min possono essere più di uno);
• massimi e minimi locali possono essere più di uno. Evident emente ogni estremo
globale è anche locale.
Le seguenti figure illustrano varie situazioni.

• La funzione in figura 4.21 a ) present a:


- massimo globale lv.I = f (x2); x2 unico punto di massimo globale.
- minimo globale m = f (a); a unico punto di minimo globale.
- un massimo locale (non globale) in x = xo.
- due minimi locali (non globali) in x = X1 (che è anche un punto angoloso) e
x = b (estremo destro di [a,bJ).
© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 173

j'(:t2) - - - - - - - - - - - - - - -

f(a)

lt) b)
Figura 4.21.

• La funzione in figura 4.21 b) presenta:

- un massimo locale in x = x 0 (punto di discontinuità a salto).


- minimo globale m = J(b) = f(x1); be :i:1 sono punti di minimo globale.

Il massimo globale di f non esiste (si ha lim f(x) = +oo) .


x-.a+

Le figure mostrano che in un punto di estremo (locale o globale) f può non essere
derivabile ed essere perfino discontinua. Se però f : [a, b] -> JR è derivabile in un punto
xo che sia di massimo o minimo locale e che sia diverso da a e da b) allora in x 0 la.
derivata si annulla, ossia la tangente al grafico in (x 0 , f(x 0 )) è orizzontale (fig. 4.21).
Precisamente:

TEOREMA 4.5 (01 F ERMAT) Sia f : [a, b]-> JR, derivabile 'in x E (a, b). Se x è
punto di estrerno locale allora
f'(x ) = O

D IMOSTRAZIONE. Sia, ad esempio: x punto di max locale. Allora, per z abbastanza vicino
a x, si ha j(z) ::; f(x). Perciò:

z <x ==? f(z) - f(x) >O e quindi f'_ (x) = lim J(z) - f(x) 2: O
Z - X - z- n - Z - X

(abhiarno applicato il teorema della permanenza del segno, cap. 3, par. 3.1) . D'altra. parte

z >x ==? .f(z) - f(x) ~O e quindi f~(x) = lim f(z) - J(x) ~O


Z - X z ia:+ Z - X

Essendo f derivabile in x, si ha f'(x) = J'_(x) = J~(x) =O.


174 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Punti stazionari
I punti in cui f1 si annulla, si dicono punti stazionari per j. Abbiamo app~na visto
che, se x non si trova agli estremi dell'intervallo nel quale f è definita, allora

Ix di estremo locale ===>- x stazionario I

Vi possono però essere punti stazionari che non sono di estremo. Ad esempio la
funzione .f(x) = x 3 ha f'(x) = 3x 2 che si annulla nell'origine, max= O non è punto
di estremo (vedi fig. 4.22).
Si tratta di un punto di flesso (o di inflessione) a tangente orizzontale come vedremo
più a\ranti.

~~~~~-::;,_...,-"''----~~~~~~

Figu ra 4.22. y = .r. 3 ha un punto di flesso in :r = O, stazionario.

4.2 Teorema del valor medio. Test. di monotonia


Supponiamo che per raggiungere una località B, partendo da una località A distante
160 km da B, si impieghino 2 h. La velocità media durante il percorso è, dunque di
80 km/h. Se il viaggio non ha subito interruzioni o altre irregolarità, certament e in
qualche istante la velocità è stata esattamente di 80 km/h.
Cioè, in qualche istante:

velocità 1nedia = velo.eità istantanea

È concettualmente questo il contenuto del teorema del valor medio, che com e vedremo,
è dènso di consegueilze.

TEOREMA 4.6 o DI LAGRANGE) Sia f derivabile in (a, b) e


(DEL VALOR MEDIO
continua in [a, b] (cioè confanua fino agli estremi dell'intervallo). Allora

(4.1) esiste e E (a, b) tale che f(b) - f(a) = .f'(c)


b- a

Il signHìcato geometrico del teorema è illustrato nella figura seguente.


© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 175

O a

Figura 4.23.

Si ha:

f (b) - f (a) = pendenza della retta AB


b-a
!' (e) = pendenza della retta tangente al grafico di f nel punto (e, f (e)).

La (4.1) esprime dunque il fatto che nel punto (c1 f( c)) la tangente al grafico di f è
parallela alla retta AB. In figura 4.23 esistono due di tali punti, di ascissa c 1 , c2 .

D IMOSTRAZIONE DEL TEOREMA DEL VALOR MEDIO. Osserviamo che la retta AB ha equazione

f(b) - f'(a)
y = f (a) + · (x - a)
b -a

e consideriamo la funzione

w(x) = f(x) - [f(a) + f(b) - f(a) (x - a)]


b-a

È facile verificare che: w(a) = w(b) = O, w è continua in [a, b] e w è derivabile in (a, b) .


Poiché
w' (x) = j' (x) - f(b) - f(a)
b-a
la (4.1) equivale a dimostrare che esist e e E (a, b) tale che w' (e) = O.
Essendo w continua in [a, b], per il teorema di Weierstrass esistono due punti x 1 e x2 in
[a, b] t ali che
f(x1) = massimo di fin [a, b] = M
f (x2) = m inimo di .f in [a, b] = m
Se M = m, allora w(x) è costant e in [a,b], e quindi w'(x) =O Vx E [a,b].
Se NI > m, almeno uno dei due punti x1, x2 non si trova agli estrnmi dell'intervallo, essendo
w(a) = w(b) = O.
Il teorema di Fermat implica allora che nel punto di massimo o minimo che risulta interno
(event ualmente entrambi) la derivata di w si annulla e il teorema è così dimostrato.
176 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

y
Sia f(x) - x 2 • Allora J'(x) - 2x e il
teorema afferma che in ogni intervallo [a, b] esiste
un numero e tale che
b2 - a2
- - - = 2c da cui
b- a
a+b
e= - - = media aritmetica cli a e b
2

Cioè: ogni corda AB della parabola y = x 2 è pa- .O 3 7 11 X


rallela alla tangente nel punto d i ascissa uguale
alla media aritmetica delle ascisse cli A e B. Figura 4.24.

_ Sia f (x) = ~ . Allora f' (x) = .:;i e dal


y A
teorema si deduce l'esistenza di e E [a , b] tale che

1 1
b a 1 1
ossia
b -a ab c2

da cui

J e= Vab = media geometrica di a e b I


B
Cioè: ogni corda JlB dell'iperbole y = ~ è paral-
lela alla tangente nel punto di ascissa uguale alla
media geometrica delle ascisse di A e B. o 0,2 210,i, 4 X

Si noti che .,;ab :::; 0 ·tb


e cioè che
Figura 4.25.
I media geometrica :::; media aritmetica I
Ricordando il significat o geometrico di derivata, si deduce subito che se una funzione
derivabile è crescente oppure decrescente in un intervallo (a, b) la sua derivata è ~ O
oppure < O rispettivamente. Il teorema di Lagrange permette di dimostrare anche il
viceversa. Le due implicazioni sono contenute nel prossimo:

TEOREMA 4.7 (TEST DI MONOTONIA) Sia f: (a, b) ~ ~' derivabile. Allora

f crescente ~ f'(x)~O
'ti x E (a, b)
f decrescente ~ .f'(x) ::; o

DIMOSTRAZIONE. Infatti, considerata f: (a, b) ---+ rn. e due punti qualunque x, z E (a, b)

crescente ~o
f(z) - f(x)
f è ~
z-x
è
decrescente .'.S o
© 978-88-08-06485-1 4 li teorema del va/or medio e le sue conseguenze 177

Passando al limite per z-+ x, per il teorema della permanenza dcl segno, dalle due precedenti
relazioni si ottiene
f crei:;cente f'(x) 2: O
VxE (a,b)
f decrescent e J' (x) :::; O
Viceversa, sia, a.d esempio, J' (x) 2: O per ogni x E {a, b), e proviamo che allora f è cre-
scente in (a, b). Prendiamo d unque due punti qualsiasi x1, x2 E (a, b), x1 < x2, e mostriamo
che f (x1):::; .f (x2) . Infatti, applicando il teorema di La.grange ad f sull'intervallo [x1,x2]
abbiamo che esiste e E (x1 ,x2) tale che

Poiché J'(c) 2: O e x2 - x1 >O, ne segue f(x2) - f (xi) 2: O, cioè la tesi.

Con la stessa dimostrazione si vede anche che: se f' (x) = O per ogni x E (a , b) 1 allora
f è costante in (a, b). Poiché l'implicazione inversa (se f è costante in (a, b) allora ha
derivata nulla) è ovvia, risulta dimostrata la seguente

PROPOSIZIONE 4 .1 (CARATTERIZZAZIONE DELLE FUNZIONI A D ERIVATA NULLA)


Sia f: (a, b) -+JR. Allora

f' = O in (a, b) {::} f è costante in (a, b)

Un errore da evitare è usare la proposizione 4.1 su insiemi più generali degli intervalli.

Consideriamo la funzione

.f(x) = arctgx + arct g ~' per x =f O


e calcoliamo
1 1 1
f' (x) = + (- x 2 ) = O per ogni x =f O
1+ x 2
1+ -:1-
x
Si può applicare la proposizione 4.1 a, f e concludere che f è costante? La risposta è no:
si può solo affermare che è costante su ciascuno dei due intervalli (O, +oo) e (-oo, O). P er
sapere quanto vale, è sufficiente calcolare f in un punto "comodo" di ciascun inter vallo, per
esempio:
71 7T' 7f
J(l) = arctg 1+arctg 1 = 2 · - = - ; dunque f( x) = - per ogni x > O
4 2 2
7f 7f
j(-1) = arctg( - 1) + arctg(-1) = -
2 ; dunque f( x) = -
2 per ogni x < O

Abbiamo dunque dimostrato Videntità:


7r
1 -2 sex > O
arctg :.{; + arctg -
:.r:
= {
-2
7t
sex< O
178 Capitolo 4. Calcolo differenzia/e per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Ricerca di massimi e minimi


Supponiamo di avere la solita funzione f : [a b] ----t JR
1 e di volerne cercare i massimi
e i minimi.
f è derivabile si può procedere nel modo seguente.
Se
Passo 1. Si calcolano .f(a) e f (b) .
Passo 2. Si calcola .f'(x) e si risolve l'equazione

f'(x) =O
In tal modo si trovano i punti stazionari, tra i quali vi sono gli event uali punti cli
estremo locale 1 interni a (a;b) .
Passo 3. Se non vi sono punti stazionari, .f(a) o f (b) sono punti di est remo globale. Se
viceversa x = xo è punto stazionario) occorre stabilirne la natura. A tale scopo si può
studiare il segno di .f' in un intorno di x 0 , ricordando che .f' ~ O implica f crescente,
f' < O implica .f decrescente. I casi che si presentano più comunemente sono illustrati
qui di seguito:

!' + f' - +
f / Xo f ~ Xo /
a) xo è punto d i max b) xo è punto di min f'(xo) =O

f' + + !'
f / XQ / f ~ Xo
a) xo è p unto di flesso b) xo è pu nto di flesso

Passo 4. Trovati gli eventuali punti di estremo locale 1 si calcola il valore di f in questi
punti e lo si confronta con J(a) e f (b).
Vediamo degli esempi numerici

2
;t{if Sia f( x)= xe-x con x E [O, 2] .
1. f (O) =O, f (2) = 2e-
4

2 2 2
2. J'(x) = e-x + xe-x (-2x) = e-:c (1 - 2x2 )

j'(x) =O ~ 1- 2x =O
2
===> x = ±_]__
v'2
Solo xo = ~ E [O, 2] e perciò è questo l'unico punt o stazionario.
3 . Studiamo ora il segno di f', vicino a Xo = ~:

1 1
J' (x) 2: O per 2x2 ~1 - -.)2 <x<-
- - v'2

!' +
f / Jz ~
© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 179

Si deduce quindi che xo = fi è pu nto di massimo locale.


4. f ( ~) - ~e- / 1 2
= .ffe è m aggiore sia di /(O) = O che di f(2) ~. Si conclude
quindi che:

f (O) = O è minimo globale

f ( ~) è massimo globale

Si noti che in questo caso, il fatto che esista un solo punto stazionario con ordinata maggiore
di quella agli estremi dell'intervallo, permette di trarre le stesse conclusioni anche senza lo
studio del segno della derivata prima.
Un grafico qualitativo di .f è il seguente

_ 1_
~

o 1112 2 X

2
Figura 4.26. Grafico in [O, 2] di f(x) = xe-:i: ; si noti che f(x) ,.._, x per x -t O.

Se volessimo studiare i massimi e minimi locali di f(.r:) su tutto R, il segno della derivata
prima ci direbbe che

x =
1
J2 e' punto d"1 massimo
. 1oca1e; x = - ~ è punto di minimo locale.

(Figura di diffrazione della luce attraverso una fenditura). Un fascio di luce che
attraversa una piccola fenditura la cui larghezza è dello stesso ordine di grandezza della
lunghezza d'onda della luce, produce> su uno schermo su cui incide, una figura di interferenza.
L'intensità luminosa in un punto dello schermo è data dalla funzione:
2
l= Io ( -sin'!!_ -~ )
2

dove Io è l'intensità massima (che si ottiene nel punto centrale) e l'angolo <p è collegato
alla differenza di fase tra le due onde luminose che passano ai due estremi della fenditura .
Cerchiamo i massimi e minimi di I in funzione di <p. Anzitutto, couviene porre t = <p/ 2 e
cercare massimi e minimi della funzione

I = Io ( si~ t) 2

(questo significa semplicemente cambiare scala sulFasse <p; basterà ricordare poi che <p = 2t).
Il grafico qualitativo di questa funzione può essere tracciato facilmente, senza calcoli: la
funzione si~ t è pari, vale 1 in O, ha infinite oscillazioni smor zate per t -7 oo; di conseguenza
2
la funzione I = Io ( si~i t) è pari, non negativa, vale Io in O, ed ha infinite oscillazioni smorzate:
180 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

t
Figura 4 .27.

Vediamo quindi che I ha infiniti punti di minimo, nei punti in cui si annulla, t = k1r (cioè
'P = 2k7r) > e infiniti punti di massimo, di cui il massimo assoluto è per t= O (<p = O), e va.le
Io. Il problema è determinare gli altri punti di massimo relativo. Questi si trovano risolvendo
l'equazione
dl =o ossia
dt
. I sin
o2 - -
t
t (
t cos t - sin
2 t
= 0
t)
Il fattore sin t si annulla nei punti di minimo che già conosciamo; i punt i di massimo sono
dunque le soluzioni di
t cos t - sin t = O
equazione che non può essere risolta in modo e8atto, ma che si studia facilmente con un
confron'to grafico : riscritta nella forma

t = tgt

possiamo osservare dal grafico delle funzioni t, t g t, dove sono collocate le soluzioni (v.
fig. 4.28).

20

10
L---
--

- 10

- 20

Figura 4.28.
© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 181

Il primo pu nto positivo di massimo si trova. p oco prima d i !";


il secondo poco prima di ~7r,
e così via; p iù ci si allontana dall'origine, più questi punti tendono à coincidere esattamente
con i valori t = ~7r + k?r (quindi cp = 37r + 2kn) . Dunque ogni punto di massimo si trova
approssimativamente a metà strada tra due punti di minimo successivi. I valori dei massimi
relativi saranno all'incirca
I (~27r +- br) = (3
+Io kn )2
2n
Una localizzazione p iù precisa delle soluzioni dell'equazione t = tg t si potrà d are con i metodi
esposti nel paragrafo 7.5.

Successioni monotone
Come abbiamo visto nel capitolo 3, le successioni monotone h anno import anti pro-
prietà. D 'altro canto, non sempre è facile dimostrare la monotonia di nna successione
per via algebrica. Il calcolo differenziale ci offre un metodo utile.

· ·• Sia
logn
an = - -
n
Sappiamo che an ~ O e an ---t O (p er confronto tra infiniti). Chiediamoci se la successione è
monotona decrescente. Per definizione, ciò significa che

. log·(n + 1) log n
an+l < an ossia. <- -
- n+-1 n
Poiché al crescere di n sia il numeratore che il denmninatore crescono, non è facile provare
questa disuguaglianza. D'altro canto, sia

f (X·) _- logX X per x > O

(Ora la variabile :r; non è un intero, m a un numero reale!) . Calcoliamo:

f' (x) = 1
- l~g x :::=;; O p er ::i; ~ e
X

Ne segue che .f è decrescente per x ~e; di conseguenza la successione an = .f (n) è decrescente


almeno per n ~ 3 (il primo intero > e). Nel capitolo 5, parlando di serie a segni alterni,
vedremo un 'applicazione di questa osservazione.

Il passaggio "dal discreto al continuo,, (cioè dagli interi ai reali) è un modo per avere a
disposizione gli strumenti del calcolo differenziale. Attenzione a non usare indiscrimi-
natamente questo espediente. Si ragioni sul fatto che in questo modo non si potrebbe
studiare la monotonia di successioni come

n 2 + (-1)71'n
n 3 +1

4.3 Soluzione di alcuni problemi di massimo e minimo


Ritorniamo in questo paragrafo ai problemi posti all'inizio del paragrafo 4.1, p resen-
tandone la soluzione.
182 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Legge della riflessione


Vogliamo ricavare la legge sugli angoli di riflessione dal principio di Fermat. A tale
scopo consideriamo) in un mezzo omogeneo, un raggio luminoso riflesso da uno spec-
chio curvo. Immaginiamo che la sezione dello specchio coincida con il grafico cli una
funzione y = f(x), derivabile. Possiamo sempre scegliere il sistema di riferimento in
modo che il punto di riflessione sia l'origine (O, O) e che l'asse x sia diretto come la
t angente allo specchio nell'origine. Di conseguenza abbiamo

I f(O) =o J'(O) = oI

specchio y = f(:i;)

o X

Figura 4.29.

Con riferimento alla figura 4.29, P è un punt o "sul raggio incidenten e Q è un punto
"sul raggio riflesso". Il punto A è un altro punto sullo specchio. Quello che dobbiamo
mostrare è che, poiché il tempo impiegato dal raggio per andare da P a Q è minimo
(principio di Fermat), deve risult are i = f .
Ora, la velocità della. luce è costante in un mezzo omogeneo e non varia dopo la
riflessione e, pertanto, minimizzare il tempo di percorrenza da P a Q equivale a
minimizzare il percorso S = P A + AQ.
Siano (xo, Yo) le coordinate di P , (x 1 , Y1) quelle di Q e (x , f (x)) quelle di A. Si ha:

S(x) = )(x - xo) 2 + (f(x) - Yo) 2 + )(:x: - X1) 2 + (f(x) - Y1) 2


La funzione S = S(x ) deve avere un minimo in x =O, ascissa del punto di riflessione
e perciò deve essere S' (O) =O.
Essendo
S'(x) = (x - xo) + [f(x) -yo] · f' (x) + (x - x1) + [f( x) - Y1] · f ' (x)
J (x - xo) 2 + (f(x) - Yo) 2 j(x - x 1 ) 2 + (f(x) - Y1) 2
S' (O) = O equivale a (ricordando che f (O) = f' (O) =O)

(4.2)

Ma
© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 183

mentre
X1
----:=== = Slll T .
Jxr +Yi
Da (4.2) si deduce
sin i= sinf

che implica (essendo O< i, f < ;), ì = f.

legge della rifrazione


Quando un raggio luminoso passa da un mezzo omogeneo a un altro (aria--+ acqua,
ad esempio) la Bua velocità cambia. Supponiamo che i due mezzi sia.no separati da
una superficie piana e che la velocità (scalare) nei due mezzi sia v1 nel primo e V2 nel
secondo.
Nel passare da un mezzo all'altro, un raggio luminoso cambia direzione di pro-
pagazione (viene cioè rifratto) ma raggio incidente e raggio rifratto giacciono in un
piano verticale alla superficie di separazione.
Fissiamo il sistema di riferimento in modo che l'asse x sia sulla superficie di
separazione e che il punto di rifrazione sia. l'origine (fig. 4.30).
Sia P = ( xo, y0 ) un punto sul raggio incidente, Q = (xi , y i) un punto sul raggio
rifratto e A = (x, O) un altro punto sulrasse x .
In base al principio di Fermat, il percorso POQ, scelto dal raggio luminoso, è quello
che minimizza il tempo di percorrenza da P a Q. Ora, per un qualunque percorso P AQ
il tempo T = T(x) di p ercorrenza è dato da (tempo= spazio/velocità)

2
T(x) = PA + AQ = J(x- :ro) 2 +y6 + J(x - xi) +yr
VJ. V2 V1 V2

e quindi il principio di Fermat implica T' (O) = O.

p
mezzo 1

'
A X

r
mezzo 2

Figura 4.30.

Poiché
T'(x) = x - xo + :r: - x1
v1J(x - xo)2 + Y5 v2J(x - x1 ) 2 + Yf
184 Capitolo 4. Calcolo differenziale per fun zioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Pequazione T'(O) =O equivale a

(4.3)

Osservando che ~ = sin i e ~


.r,o+Yo xl +Yi
= sin f, dalla (4.3) si deduce

sin i V1
sin f v2

che si chiama legge di Snell della. rifrazione.


Inscrivere in un cono circolare retto di altezza h e raggio di base R, un cilindro di
volume massimo.
Con riferimento alla figura 4.31, occorre scegliere CH = x in modo che il volume
2
nC H · C D sia massimo. Poiché i t riangoli C A B e
DAK sono simili, si ha DA= x · ~ e quindi C D =
= R - DA = R - ~x.
Il volume da massimizzare è quindi dato da

V (X) = 7rX . ( R - ~X) 2 =


R z
=7r(h) x·(h - x)2 O<:r;<h

Si ha V'(x) = 1i( ~) [(h - x) 2


2
- 2x(h - x)]. Annul-
lando V' (x) si trova

o= (h - X) 2 - 2x ( h - X) = ( h - X) [h - X - 2xl =
Figura 4.31. AC = R. CB =h. = (h - X) (h - 3x)

da cui x = %, essendo x = h corrispondente a un con o degenere di volume O. Poiché


V' ( x) > O per x < ~, x = ~ è effettivamente punto di massimo, corrisp ondente al
volume
v(h) = _i_7rhR2
3 27
Consideriamo ora il problema dell'efficienza della produzione di un dato bene 1 il cui
costo medio (per unità di prodotto) sia c(p)/p. Per ottenere il massimo di efficienza oc-
corre minimizzare il costo medio e perciò, supponendo la funzione e = c(p) derivabile,
dovrà essere
!!:__ c(p) = e' (p) · p - c(p) =
0
dp p p2
Se Po è punto di minimo dovrà quindi verificarsi che

(4.4) c' (po) = c(po)


Po

ossia: Icosto marginale = costo medio I


© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 185

e= c(p)

o Po p

Figura 4.32. tgw = c'(po) = c(po)/po.

La (4.4) si può riscrivere come p 0 c'((Po)) = 1 e 8ignifica che l'elasticità di e nel pv.nto
e Po
Po è uguale a 1.
La (4.4) ha un'interessante interpretazione geometrica, illustrnta nella figura 4.32:
Se p 0 verifica (4.4) , la retta OQ, di coefficiente angolare c(po),
Po
coincide con la retta
tangente al grafico di e = c(p) nel punto Q, di coefficiente angolare e' (Po) .
Queste considerazioni indicano che non sempre esiste un punto Po che soddisfa
(4.4) e che, se esiste, può non essere unico (vedere figure Ll. 33 a) , b)).

e = c(p)
e = c(p)

o p o Po p

a) b)

Figura 4.33. a) Non esistono punti ad elasticità 1; b) Po e p1 sono punti ad elasticità 1 .

Consideriamo il problema del passaggio di un tubo di lunghezza 4 m , con sezione


trascurabile, attraverso il cunicolo in figura 4.34 e scegliamo il riferimento cartesiano
come in figura 4.34
186 Capitolo 4. Calcolo differenzia/e per funzioni di una variabile @ 978-88-08-06485-1

A= (a, O)
X

B=(O,b)

Figura 4.34.

Un minimo di riflessione indica che il passaggio è possibile se la lunghezza del tubo è


minore· della minima lunghezza dei possibili segmenti APB .
L'equazione della retta AP è
1
y = -. - (x - a)
2-a
Sé a > 2, Ja retta inters.e ca il semiasse positivo delle y nel punto. B = (o, a~ 2 ). La
lunghezza del segmento AB, da minimizzare, è data allora da:

L(a) = Vaz + ("'a 2)'


Poiché la radice quadrata è una funzione crescente basterà minimizzare il suo argo-
mento
a.>2

Si ha
L' (a) = 2a ( 1 - (a ~ 2 )3 )
L'(a) = O per (a - 2) 3 = 2 cioè a= -J'2 + 2, che è punto di minimo come facilmente
sì verifica. La lunghézza minima è quindi

Esse)ldo 4.1:6 > 4, il tubo puè) passare.


'Iì·ovare il massirno o il minimo di una funzione è anche uri rnodo per ditriostrnre
disuguaglianze, altra. t ipica applicazione del calcolo differenziale.
1ì·ovare la più piccola costante .Cn > O per cui è vera la sèguente disuguaglìanza:

(a+ bt :S: Cn (a.11 + bn ) per ogni a, b >O

(dove n è-un interb positivo :fissato).


© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le s ue conseguenze 187

Anzitutto osserviamo che, per a, b > O, è sempre

{basta sviluppare la potenza di (a + b)); si chiede di dimostrare che vale anche una
disuguaglianza di segno opposto, per una opportuna costante Cn . Si osservi che la
costante più piccola per cui questo è vero è la costante migliore, cioè quella per cui la
disuguaglianza dà l'informazione più precisa. Anzitutto ri<luciamo il problema ad un
problema in una sola variabile anziché due: basta raccogliere bn ad ambo i membri e
semplificare:

e quindi porre t = a/b:

Sia ora
f (t) = (t + 1t
tn + 1
La disuguaglianza da dimostrare è f (t) :S Cn per ogni t > O, e la minima costante per
cui questo è vero è il massimo di f in (O; oo). Ci siamo così ricondotti ad un consueto
problema di massimir,zazione di una funzione di una variabile. Calcoliamo

l ( ) n (t + l)n-l rei + 1) - ntn- l (t + l)n = n (t + i t-l (1 - t ·n· -1) > o per t < 1 .
f t = '
('tn + 1)2 (tn + 1)2 - -

Quindi t = 1 è il punto di massimo, e il massimo è


Cn = J (1) = 2 n-l.

4.4 Il teorema di de l'Hospital


Una notevole applicazione del calcolo differenziale si ha nel calcolo dei limiti che si
presentano nelle forme di indecisione (§] e [:] . Precisamente si ha:

T E OREMA 4.8 (nr DE v H osPITA L ) Siano f, g funzioni derivabili 'i n un intervallo


(a,b) con g,g' :f. O in (a,b) . Se

i) lim f( x) = lim g(x) =O oppure ±oo


x ->a+ x-~a-

ii) lim f'( x )/g'(x ) = LE JR*


X->a+

Allora
lim f (x) = L
x ->a+ g(x)

Il teorema continua a valere se a = - oo oppure se si considera il limite per x ----+ b-


(anziché per x - t a+), con b < +oo.
188 Capitolo 4. Calcolo differenzi<Jle per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

DnvLOSTRAZIONE. Nel caso f (x) 1 g (x) --t O. Daremo prima un'idea intuitiva (ma non con-
cludente) délla dimostrazione, e poi mostreremo come la si possa rendere r igorosa. Sia Xn una
successione tendente ad a+; prolunghiamo per continuità f e gin a ponendo f(a) = g(a) =O.
Allora
f(xn) _ f(xn) - f(a)
(4.5)
.<J(Xn ) g(xn ) - g(a) ·
Se applichiarp_o a f, g separatamente il teorema di Lagrange sull'intervallo [a, .xn], otteniamo
che l'ultimo quoziente scritto è uguale a:
J'(tn)(xn - a) _ f'(tn)
g'(t:,,)(:i;TJ. - a) g'(t;J
dove tn, t~ sono çiue punti opportuni che cadono nell'intervallo (a, Xn). Poiché quando Xn -r O
anche t 7i e t~ --t O, sembra "ragionevole" che il limite del qµozient,e di .f' / g' sia uguale al
limite del quoziente f/ g. Tuttavia questo non si può affermare rigotosarn8ùte, perché le
successioni tn, t;i .sonb a priori diverse tra loro. Per aggirare il problema occorre modificare
leggermente l'argomentazione seguita. H,iprendiamo dunque la dimostrazione dalla (4.5), e
definiamo
h(x) = f (xn)g(x) - g(xn).f (x)
Not iamo che h(a} = h(xn) = O. La funzione h soddisfa le ipotesi del teorema di Lagrange
sull'intervallo [a, Xn], dunque esiste tn E (o,, Xn) tale· che

}1'(tn.) -_ h(xn) - h(a) -_ O


Xn - a

ovvero, calcolando
h'(x) = f(xn}g'(x)-g(xn)f'(:r;),
Dunque per ogni Xn esiste u n punto tn E (a, xn) tale che

Per n--,: oo ' t n -+ a+-: perciò J'('l,.,) -+


g' (tn )
L ' e di conseg·uenza anche /(x,,,)
g(x.,)
--t Ie1 , che è c1ua.n.to
volevamo dimostr-are. . ·

Come prima applicazione del teorema di de L'Hospital, dimostriamo il teorema 3.25


del capitolo 3, relativo alla "gerarchia degli infiniti" nel calcolo dei limiti.
Sia da calcolare
xa
lim - o;> OJ3 >O
X-'>+ oo ePX
Posto f(x) = x, g(x) = e'x ('-y >O) si h.a f'(x) = 1, g'(x) = 1eTc e poiché

lim - -· =
f' (x) 1
lim - - = O
x->+oo g' (X) x-++oo 1e"'fX·

si ha che lim ~x =O. Osservando ora che


x ->+oo e

xa - ( X ) a
- ( a; ) cx
con ry = -/3
ef3x - e(f:J/a)x - e73.: ~

Sl· ha i·lID x°'


i3x = ( i·nn x )
-yx a = O.
x ->+oo e ~t->+oo e
© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 189

Per provare ora che


lim (Ioga x)a =O
x~+oo x/3

è sufficiente eseguire il cambio di variabile t = Ioga x, x = at: e ricondursi al limite


appena dimostrato.
Un'altra applicazione tipica del teorema di de L'Hospita.l è il calcolo di limiti che
coinvolgono forme di indeterminazione non risolubili mediante i limiti notevoli (ossia,
al prim,ordine).

. x - sin x
hm = (QJ
3
X->O X 0

La stima al prim'ordine Gin x ,..., x non è sufficiente a risolvere tale forma di indeterminazione,
in quanto porta a
x - sin x = _..!.._
x3 x2
(i_ sin x ) --t? (oo. O)
x
(infatti la quantità tra parentesi tende a zero, per la stima asintotica).
Il teorema di de L'Hospit al dà:

. (X - sin X)' 1 - cos X 1


1un
x-+o
( 3)
x '
= x-o
lim
3:r2 = -
6

(per il limite notevole dcl coseno). Dunque anche il limite di pa.rtcnza vale 1/6.

Per usare efficacement e il t eorema, è utile talvolta fare qualche passaggio preliminare
(come una stima asintotica, oppure un cambio di variabile), in modo che la succes-
siva applicazione dcl teorema semplifichi l'espressione, an ziché complicarla. Talvolta,
inoltre, il teorema va apµlicaLo più volte com;ecutivamente, per sciogliere la forma
di indeterminazione: in questo caso, comunque, già dopo la prima applicazione ci si
dovrebbe accorgere che l'ordine di infinitesimo (o di infinito) a numeratore o a de-
nominatore si è abbassato. Se così non è, significa che non si st a seguendo la strada
giusta per calcola.re il limite!

.

lirn e - 1/x2 =
X-->0 X
[2o]
Se applichiamo direttamente il t eorema di de L 'Hospital, l'espressione si complica (provare!).
Invece, col cambio di variabile x 2 = l/t ci si riconduce a

.
1lIU
Vi
-
t-.+oo et

che per confronto di infiniti (cioè per il teorema di de L'Hospital!) ten<le a. zero.
190 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile @ 978-88-08-06485-1

Teorema di de l'Hospital: precauzioni per l'uso


- Il teorema si usa per quozienti, non per prodotti!
- Il teorema si usa per quozienti che siano effettive forme di indeterminazione-!
- Il teorema prescrive dì calcolare il quoziente delle derivate, non la ,derivata del
quoziente!
- Se il limite di .f' / g' non esiste, nulla si può affermare sul limite di .f /g . In particolare,
non è lecito conclndere che non esiste nemmeno il limite di f /g.

~ Si voglia calcolare:
lim
x ->+oo

Il val()re del limite si può stabilire immediatamente:


x - sinx
X + sin X [::J
'
x - sinx rv.::....=1
x
:i;+ sinx x

Supponiamo d.i volerlo calcolare col teorema di de L'Hospital:

. (X - Sili X)' . 1 - COS X .


1im = 1im non esiste
x ->+oc (X + sin X ) 1
x ->+oo 1 + COS X

Se concludessimo che il limite di partenza non esiste, diremmo il falso (quel limite vale 1). Il
punto è che se lim !~((~)) non esiste (né finito né infinito) , cade una delle ipotesi del teorema,
x->xo g x
e in base ad esso non si può semplìcemente concludere nulla.

Limite della derivata e derivabilità

~~ Supponiamo di voler studiare la derivabilità o meno di una funzione del tipo:

f (x) = x Jlogxl.

La funzione è definita e continua. per x > O, ed è certament e derivabìle per x f. 11 mentre in


x = 1, ànrmlla.ndosi l'argomento del modulo', sospettiamo la presenza di un punto angoloso.
Poiché
per x ;:::: 1
f (x) = -{ xlog x
-xlogx per O< x:::;, 1
possiamo calcolare
J' (x) = {l.ogx + 1 per x > 1
- (log X+ 1) per O < :r: < 1.

Rima.ne da studia.re la deriva.bilità di f in .'t = 1. È facile osservare che

lim j' (x) = lim (log x + 1) = 1 mentre


x - >1+ x - >1+

liin j' (x) = lim (- log x - 1) = -1.


X -> 1 - X -> 1 -
© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del vafor medio e le sue conseguenze 191

Possiamo usare queste informazioni per affermare che la derivata destra e sinistra di f , in
x = 1, valgono 1, -1, rispettivamente? (Se è così, x = 1 è un punto angoloso). In altre parole,
è vero a.d esempio che

lirn J' (x) = f~ (1) ossia:


x -+ 1 +

il limite destro della derivata. per x -t 1 è uguale alla derivata destra in x = 1?

Si osservi che la cosa non è ovvia perché, per definizione, la derivata destra è il limite destro
dcl rapporto incrementale :

f~ (1) = lim f (1 + h) - f (1)


h->O+ h
che però è molto più scomodo da calcolare, in p ratica, rispetto al limite della derivata. Il
teorema di Lagrangc permette di rispondere affermativamente a questa domanda:

TEOREMA 4 .9 Sia f: [a, b) -t JR, continua in a, derivabile in (a, b), ed esista (finito
o infinito)
lim j'(x)=mElR*.
:i;-.a+

Allom esiste
j!i_ (a) = m.
'
Detto in parole: se la funzione è continua in a ed esiste il limite destro della derivata,
allora esiste la derivata destra, e coincide con quel limite. Un analogo enunciato vale
per la derivata sinistra; e quindi per la derivata.

DIMOSTRAZIONE. Sia h > O. Applicando il teorema di Lagrange a f sull'intervallo [a, a+ h],


otteniamo che esiste th E [a 1 a+ h] tale che

f(a+l% - f(a) =J' (th).

Per h -t o+ si ha che t1i --+ a+ , quindi per ipotesi f' (t,,,) -t m . Di conseguenza esiste

f~ (a) = lim .
1i .......o-
f (a+ h; -
i
f (a) = m.

Nell'esempio precedente, f è contin~a in x = 1, quindi il teorema è applicabile e


pennette di concludere che

f~ (1) = 1, f'_ (1) = - 1, per cui x = 1 è un punto angoloso.

Si corn;iderino anche i prossimi esempi.

f (x) = x 2 log lxi,


definita per x =/= O. Sappiamo però che esiste

limx2 log lxl =


x--o
O,
192 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

perciò possiamo prolungare f per continuità definendo f (O) =O, ed f così r isulta continua
anche in O. Chiediamoci se f è anche derivabile in O. Cominciamo a calcolare, per x =/= O,

f' (x) = 2x log lxi+ x .


Ora calcoliamo
lim J' (x) =
x--. O
lim
x->O
(2x log lxl + x) = O.

Perciò per il teorema precedente esiste f' (O) = O, in particolare f è derivabile in x = O.

9!!J Sia
f (x) = arctg .!..
X
Calcoliamo

j' (X) = 1: ~ . (- :l ) = - 1 : x2 .
Osserviamo che
1
lim f' (x) = lim (- = -1.
X --tO x--+O 1 +x2 )
Si può concludere allora che esiste J' (x) = -1? No! In questo caso viene meno l'ipotesi di
continuità di f in O: si osservi che f non è definita per x = O, e

lim
x-.o±
f (x) = ±::::2
dunque x = O è un punto di discontinuità a salto) ed f non è d erivabile in x = O. Si osservi
dunque che l'ipotesi di continuità) nel teorema precedente, è essenziale.

B!D Sia
2
f (x) = x sin (;).

La funzione non è definita in x = O, ma si può prolungarla per continuità ponendo f (O)= O


(infatti, f (x) -+ O per x -+ O). Dunque ora f è continua in O; per x #- O, inoltre, f è
certamente derivabile e si ha:

Osserviamo ora che


lim
x->O
f' (:x;) non esiste

(né finito né infinito). Possiamo concludere che non esiste j' (O)? No! Si noti che il t eorema
non permette questa conclusione, ed in effetti, in questo caso, calcolando f' (O) mediante la
definizione si ha:
f ' (O) = h-o
i·im f (h) - O = i·un h sin
h h~o
. (- = O
h '
1)
perciò in realtà f è derivabile e f' (O) = O. Quando il limite della derivata non esiste (né
finito né infinito), il teorema non è applicabile; in particolar e non è detto che non esista la
derivata nel punto considerato: occorre calcolarla dalla definizione.
© 978-88-08-06485-1 4 Il teorema del va/or medio e le sue conseguenze 193

Dopo aver stabilito i 'insieme di definizione delle seguenti funzioni, determ'iriarne i punti di
massimo e minimo e tracciarne sommariamente il grafico.

(O :x;2ex x 3 +x 2 -x+ l
~
. ,, ijXeX ~- x4 - 8x3 + 22x2 - 24x + 12
i) .7:
2
log X fr.1'
%z} x5 - 5:x;4 + 5x 3 + 1
x+ 2
$ ft logx ~
\~
x2 + 1
Problemi di massimo e minimo.
Impostare e risolvere i seguenti problemi di massimo o minimo, cercando di imitare le
tecniche illustra.te negli esempi dcl paragrafo 4.3. In particolare, impostare il problema
in modo da ridurlo ad un problema di massimizzazione o minimizzazione di una
funzione di una variabile.

·~ Una ditta produttrice di birra desidera minimizzare il costo della lattina. Essendo di
materiale omogeneo e volume fissato (33 cl) occorre minimizzare la superficie totale del
cilindro di volume pari a 33 cl. Quali sono le dimensioni (altezza e diamet ro) della lattina?

~ Un uomo deve raggiungere un punto che si trova sull'altra sponda di un fiume, 100
metri più a valle; il fiume è rettilineo e largo 10 metri; Fuomo può correre sulla sponda del
fiume con velocità v) quindi tuffarsi e attraversare a nuoto il fiume, con velocità inferiore,
pari a 8v (O < o < 1).
Determinare dopo quanti metri di corsa l'uomo si deve tuffare, affinché sia minimo il
tempo impiegato a raggiungere la meta.
Se l'uomo è un nuotatore provetto, ,5 sarà qu.asi uguale a 1: determinare il valore esatto
di 8 per il quale all'uomo conviene t uffarsi immediatamente, senza percorrere neanche un
metro sulla terr aferma.

~ Si vuole costruire una scatola, senza coperchio, col vincolo che la base sia quadrata e la
superficie totale della scatola misuri 108 cm. Di quali dimensioni (lato della base e altezza)
dev'essere affinché il volume sia massimo possibile? E quanto sarà il volume?

Vif", Si determini Paltezza e il raggio di base del cono di volume minimo circoscritto ad una
sfera di raggio r . Si dimostri poi che il suddetto cono è anche quello di superficie minima
totale.

~ Sia n un intero ~ 2. Determinare (in dipendenza da n) le migliori costanti c1, c2 p er


cui si abbia :
C1 (a +b) ~ (va+ vi) n ::; C2 (a+ b) Va, b E R
(Dire che le costanti sono le migliori significa che c 1 è la massima e c2 la minima costante che
rendono vere le disuguaglianze precedenti). Suggerimento: imitare il procedimento seguito
nell'ult imo esempio del paragrafo 4.3.
194 Capitolo 4. Calçp/o differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-064B5-l

Monotonia di successioni.
'fJì Si stabilisca se le seguenti success10n1 an sono monotone (crescenti o decrescenti),
almeno per n 2 'no opportuno:

n+3 nz n!
n 2
- 2n + 4' logn' 271- l

n-)n2 +l; ne- n ; nsinn.

Calcol_are i Begv.enti limiti util·izzo.n:do opportunamente, se occorre, 'il teorema di de L 'Hospifol.


. cos ('rr / 2x)
1im ' '
X-> 1 'Sin ( 1rX)

limeX - x - 1 .
hm - - - - -
Jx 2 - 4
X-->Ù x2 x->2 sin (x - 2)

x2 - 4
lim ;r;l./x lim --;=====
X -" + CC> X -+ 2
VISlll
. ' (X -
2)2

2 2
- ;r; cosx + 1 - ex . x - sin x
1l l l - ----
2 -- - hm 2 .
x -> O .T2 Sin X x-->O X Slll X

. xsinx + log (1 - x 2
) . .x logx
hm 2
hm ---=--
~: ->O x 2 (2x + x 2 ) 1
x - >l x2 -

.
lim x
x ->-1-oo
( arctgx - 7rX
2;E+ 1
+ 2) . x2
1nn
x --> l
- 3x + 3
1l'X
COS -
.2
sinx
Sia f(x) = . Dopo aver prolungato per continuit à f in x = O, calcolare f' (O)
X
e f 11 (O). (Suggerimento : Nei due limiti che si chiede di calcolare, è utile il teorema di de
L'Hospital) .
. 2
Come l'esercizio precedente, per la funzione (sm
X
x) .
@ Il teorema cli de L'Hospital a volte p uò produrre . . ,.i l moto perpetuo. Si provi a calcolare
il seguente limite (elementare!) applicando più volte il teorema:

lirn
Jx 2 + 1
x-t+oo X

Stabilire se le seguenti funzioni sono continue e se sono derivabili, nel punto x = O:


x 2 sin l per :e >O
2
x log x per x >O
li (x) = · h (x) = x \xl h (x) = o X per X = 'O
{ e'" - 1 per x ~O (
e l/x per x <O

$v,ggerimento: utilizzare la definizione di derivat a oppure il criterio v isto nel par. 4.5, sce-
gliendo caso per caso il metodo opportuno.
© 978-88-08-06485-1 5 Derivata seconda 195

~: 5 DERIVATA SECONDA
La derivata seconda di una funzione ha vari significati geometrici, che ci permette-
ranno di meglio studiare le proprietà del grafico di una funzione.

5.1 Significato geometrico della derivata seconda


Se la derivata prima ha ,come significato geometrico quello di pendenza del grafico,
la derivata seconda rappresent a la velocità di variazione di tale pendenza e pert anto
costitµisce una misura del grado di scostamento del grafico dall'andamento rettilineo.
Per precisare meglio il concetto, consideriamo la situazione illustrata in figura 4.35.

y = f( x )

o X

Figura 4.35.

La funzione .f in figura, soddisfa le condizioni f (O) = f' (O) = O, f" (O) 2: O.


Consideriamo ora la famiglia di semicirconferenze con centro· sull' asse v tangente
al grafico di f nell'origine.
L'equazione della faniiglia è

y= R- VR2 - x2

come facilmente si verifica e, per ogni R, si ha y' (O) = y(O) - O.


Tra queste semicirconferenze selezioniamo quella che 1ron soltanto ha. la stessa
tangente in x =O ma anche la stessa velocità di vatiazione della pendenza in x = O.
In altri termini, scegliamo R in modo che

(5.1) y" (O) = f 11 (O) .


Si ha,
1. '(x) -- X
( // . R2
.

.'J -
vr=R:::::::2::=_=
x~2 , Y x) = (R2 _ x2)3/2
e quindi y" (O) = k. Se dunque vogliamo che sia so<lcfo;fat t a la (5, 1) occorre scegliere
Rin modo che

(5.2) i J"(O) =~· I


La (5.2) esprime il significato geometrico deHa derivata seconda: nella situazione de-
scritta, f" (O) rappresenta il reciproco del raggio della circonferenza che "meglio ap-
prossima." f in x = O; i?, prende il nome di C'urvatur'a (del gtafico) di f in 2: = O e
196 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978~88-08-06485-1

R è il raggio di C'uruatura. Ripetendo un'ançi.loga costruzione in un puntp generico x


del grafico di f (senza supporre a priori f(x) = f'(x) =O) si trova che.il cerchio che
meglio approssima il grafico nel punto di ascissa x ha raggio R(x) dato da:

1 lf"(x)[
R(x) (1 + f'(x)2)3/2

~1i1J = ax2 =
11
Per una parabola del tipo y si ha y'(x) =2.ax, y (x) 2a e quindi

1 Zia!
R(x) (1+4a2x2)3/2 ·
Si noti çhe la. curvatura è massima per x =O, cioè nel vertice.

5.2 Derivata seconda, concavità e convessità


Abbiamo visto che il significato geometrico della derivata seconda è legato al concetto
di curvatura della curva grafico della funzione. Vedremo ora come rendere più preciso,
qualitativamente e quantitativamente,. questa idea di curvatura del grafico attraverso
il concetto di convessità. Si tratta di una nozione che in matematica ha una portata
molto vasta, di cui qui potremo solo toccare i primi aspetti.

Convessità e corde
Cominciamo col ricordare che, in geometria, si dice che una figura F (pern;iamo ad
esempio a, un sottoinsieme del piano) è convessa se, per ogni coppia di punti P1 1 P2 E F
avviene che il segmento -c he congiunge P1 a P2 è interamente contenuto in F:

a) b)

Figura 4.36. a) un insieme convesso; b) un insieme non convesso.

Coerentemente, a .questa idea, diamo allora la seguente


DEFINIZIONE 4.6 Consideriamo una funzione f : I__, JR {dove I è un intervallo). Si
chiama epigrafico (o sopragrafico) di f l'insieme

epif = { (x, .y) E IR2 : x E I e y 2': f (:r)}.


Si dice allora che f è convessa in I se il suo epigrafico è un insieme convesso. Si dice
che f è concava in I se - f è convessa in I.
© 978-88-08-06485-1 5 Derivata seconda 197

'a) h) e)

Figura 4.37. a) epigrafico; b) funzione convessa; c) funzione concava.

Segnaliamo subito che esiste una seconda terminologia, alternativa, che si usa talvolta
per esprimere questi concetti: anziché .f convessa in (a, b) si può dire f concava verso
Falto in (a, b), e invece di concava in (a, b) s-i può dire concava verso il basso in
(a, b).Per non creare confusione, in questo paragrafo non useremo maì questa seconda
terminologia. ,
Si dimostra facilmente che la definizione· precedente è equivalente alla ·prossima,, che
fa riferimento al grafico anziché all'epigrafico della fonzione:
DEFINIZIONE 4. 7 Se funzione .f : I ---* JR (dove I è un intervallo), si dice che f è
convessa (concava) in I se per ogni coppia di punti :ti, x 2 E I si ha che il segmento
("corda'') di estremi (':r:1, .f (x1)), (x2, f (x2)_) non ha punti sotto (sopra) il grafico
di f.

Questa definizione può essere riformulata anche mediante una disuguglianza analitica.
.Con riferimento alla figura 4.38, esprimiamo il generico punto (z1;, ft) del segmento
congiungente i punti (x 1, f (x 1)) , (x2, f (x2)) come combinazione lineare convessa dei
suoi estremi:

ft = (1 - t) .f (x1) + t.f (x2), t E [O, 1].


Si osservi che al variare di t E [O, 1] il punto z 1 percorre il segmento [xi, x2] sull'asse
x, e il punto del piano (zt, ft) percorre il segmento di estremi (x1,f (x1)), (x2, f (x2)).

j( X2) - - - - - - - - - - .. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

Figura 4.38.
198 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

La seconda definizione di convessità che abbiamo dato si esprime dunque così:

o, più esplicit amente

Questa disuguaglianza esprime il modo in cui viene spesso sfruttata l'informazione che
una funzione è convessa. Se nella precedente disuguglianza vale sempre il < la funzione
si dice strettamente convessa. Per le funzioni concave (o strettamente concave) varrà
una analoga disuguaglianza col segno 2 (o > ).

Si noti che la definiL:;ione di funzione convessa non richiede a priori che f sia una
funzione continua o derivabile, quindi è molto generale:

-- -- - f(b)
.f(a,)- -~

a) a b) b
Figura 4.39. a) funzione convessa con due punti angolosi ; b) funzione convessa con due discontinuità
agli estremi di un intervallo_

Si può dimostrare che le situabioni esemplificate dalla figura precedente sono effetti-
vamente ((le peggiori possibili1' , nel senso che:
TEOREMA 4.10 Una funzione convessa (o concava) su un intervallo I è continua in
I ) salvo al più negli estremi dell'intervallo. Inoltre possiede derivata destra e sinistra
ùi ogni punto intenio dell )intervallo.
Dunque, punti angolosi alhnterno e punti di discontinuità agli estremi sono i soli
comportamenti irregolari permessi ad una funzione convessa o concava.

Convessità e derivate
Abbiamo visto che la definizione di convessità ha senso anche per funzioni non deriva-
bili. Ad ogni modo, se sappiamo a priori che la funzione è derivabile una volta o due
volte nell'intervallo considerato, allora la convessità risulta avere relazioni interessanti
con la derivata prima e seconda della funzione:
TEOREMA 4.11 Sia f: (a, b)--+ JR..
a) Se f è derivabile in (a; b), allora .f è convessa (concava) in (a, b) se e solo se f' è
crescente (decrescente) in (a, b).
b) S e f è derivabile due volte 'in ( u, U) , allora f è convessa (concava) ir, (a, b) se e
solo se f" (:i:) > O (:S O) per ogni x E (a, b) .
Il teorema si modifica in maniera ovvia per le funzioni strettamente convesse o concave:
nella (a) "crescente" (decrescente) è sostituito da ''strettamente crescente" (stretta,..
mente decrescente); nella (b) «j11 (x) 2 on (!" (x) ~ O) è sostituito con "!" (x) > Q1'
(.f" (x) < O) .
@ 978-88-08-06485-1 5 Derivata seconda 199

Non dimostriamo il punto (a); il punto (b) segue da (a) per il test di monotonia;
applicato ad f'.
Come conseguenza di questo teorema1 lo studio dcl segno della derivata seconda ci
permette di decidere della convessità o concavità di una funzione, aggiungendo quindi
un elem·e nto utile allo studio del grafico della funzione.

fillli~;" · Le funzioni esponenziali f (x) = ax sono convosse in JR, per qualunque base a:§; 1.
Infatti:

f (:r:) = ax log a; J" (:.r:) = aa' (log a) 2 > O \:lx E JR, \fa> O) a":/- l.

tiflcl:. Le funzioni logaritmiche f(x) = log 0 x sono -concave in (0,oo) se a> 1, convesse in
(01 oo) se O < a < 1. Infatti:

f' (:r:) = 1 ;
xloga
j"(x) =-
· x 2
1 {<O
log a > O
Vx>O,
\lx > O,
se a> 1
seO<a, <l.

L~J~\~.Le funzioni potenza a esponente reale o:, f (x) = x" sono convesse in (O, oo) se o:> 1
oppure o: < O, sono concave in (O, oo) se O < a < 1. Infatti:

f l (
X
)
=o:J;o:-1 ; f il ( ) . o: -
.x) =a<x-lx
( 2

che ha, per ogni x > O, il segno di o: (c't - l).

Lo studente si renda conto del significato geometrico di queste affermazioni osser-


vando i grafici delle funzioni ora citate.

Convessità e rette tangenti


Un'utile caratterizzazione geometrica della convessità, su cui ritorneremo in seguito
(par. 7.4) coinvolge le rette tangenti al grafico della funzione:

TEOREMA 4.12 Una funzione f: (a, b)JR, derivabile in (a, b), è convessa (conca-
-7

va) in (a, b.) se e solo se corn:unque si scelga v,n vunto Xo E (a 1 b) si ha che il grafico
di f si mantiene in fatto (a, b) sopra (sotto) il grafico della sua rntta tangerde in
(x.o, f (;x:o)).

<
(~,Jté:~ Sappiamo che f (:i:) = ex è convessa in tutto fil.. Ne segue che se, ad esempio, co-
struiamo la. retta tangente al grafico di fin .x = O, ossia y = :r + 1 1 risulta ex ::'.:'. 1 + x \lx E JR.
La retta tangente al grafico di f in x = 1, invece, è y = ex . Di conseguenza r isulta anche
ex 2'.' ex \;/x E JR, e co,s ì via.
È·utile talvolta saper~ che una funzione (derivabile) convessa sta sopra le proprie rett e
tangenti e contemporaneamente sta sotto le proprie corde (definizione di convessità) .
Questo permette di concludere che, presi due punti qualsiasi sul grafico di una funzione
convessa) il graii.co tra quei due punti cade tutto nel triangolo dle ha per lati la corda
che li unisce e le rette tangenti al grafico nei ùue pm)ti (fig. 4.40).
200 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni'di una variabile © 978-.88-08-06485-1

Figura 4.40.

Questa lirnitazione può esser~ utile, ad esempio, quando si cerca di localizzare l'inter-
sezione tra due curve (si veda l'esercizio 106).

Punti di flesso
Ovviamente, il verso della coi1,cdvità di una funzione (qssia il fatto eh~ sia convess(1_o
concava) può cambiare, nel suo in13ieme di definizione; questo ci conduce al concett6
di punto di flesso:
DEFINIZIONE 4.8 Sia f : (a, b) -+ JR una funzione e xo E (a, b) sia un punto di
derivabilità. per f, oppure sia f' (xo) = ±oo. Il punto Xo si dice di flesso per f se
esiste un intorno destro (xo, xo + h), h > O, in cui f è convessa (concava)> e un
intorno sinistro (xq - h, xo) in cui f è concava: :1
Attraversando un punto di flesso, la derivata seconda di f (se esiste) cambia segno.
Ci aspettiamo allora che in questo punto f' 1 si annulli. Si può infatti dimostrare che:

TEOREMA 4.13 Sia xo un punto di flesso per f; se esiste f" (xo) , allora f" (xo) = O.

Notiamo che, se sapessimo chef" esiste in un intorno di x 0 ed è continua in xo, allora


la tesi del teorema seguirebbe dal teorema dei valori intermedi per le fimiioni continue
(applicato ad .f"). Ad ogni modo 1 si può dimostrare il teorema appena enunciato anche
senza queste ipotesi ulteriori.
L'implicazione opposta a quella enunciata dal teorema non è vera, come mostra
l'esempio 5.8: un punto in cui la derivata seconda si 'ànnulla può non essere di flesso.
Il significato geometrico dei punti di flesso è ulteriorm.ent~ chiarito dal prossimo:

TEOREMA 4.14 Se f : (a; b) -+ JR è derivabile in (a, b) e .xo E (a, b) è un punto di


flesso 1 allora ·il grafico di f (x) .a ttraversa la propria rett.a. tangente in (xo, f (xo)) {si
veda la fig. 4.41):

~~..-!-~~~~;~~~~~~~~~~~~~

b C X

Figur:a 4.41.
© 978-88-08-06485-1 5 Derivata seconda 201

DIMOSTRAZIONE. Tracciamo la retta tangente a.I grafico di f (x) nel punto di a.scissa xo. Se
f è (ad esempio) concava in (a, xo), poiché f è derivabile, il grafico di f sta sotto la retta in
(a, xo) (si veda il teorema su convessità e rette tangenti); d'altra parte f è convessa in (xo, b),
perciò il suo grafico sta sopra la retta in (xo, b). Di conseguenza in x 0 il grafico attraversa la
retta tangente.

Sia f (x) = x 3 . Poiché f' (x) = 3x2 2 O, la funzione è crescent e su tutto JR. Ha
un punto stazionario per x = O, che non sarà però punto di massimo o minimo, perché la
funzione è crescente. f 11 (x) = 6x 2 O per x 2 O. Dunque la funzione è convessa per x > O,
concava per x < O e ha un punto di flesso in x =O, a tangente orizzontale.
2 . 2
.r~... Sia f (x) = e-"' . Poiché f' (x) = - 2xe-"' 2 O per x :::; O, la funzione cresce per
x <O, decresce per x > O perciò ha u n punto di massimo relativo in x = O.
2
f" (x) = e-x (4x 2 - 2) 2 O per x 2 2 ~; x 2 '7i;x:::; - ~ ·La funzione è convessa per
questi valori, concava per - ~ :::; x :::; ~, ha punti di flesso in x = ± ~, con retta tangente
di pendenza f' (±.Ì2) = =F-/f. (v. fig. 4.42).
f

0.5

~~~__,,=-~+-----'--~~~-1-~~-'-~i.-___::::=...~~--'----;~

-3 2 3 :i;

Figura 4.42.

'l :' Sia f (x) = x 4 • Poiché f' (x) = 4x3 2 O per x > O, la funzione è crescente per x > O,
decrescente per x < O e ha un punto di minimo in x = O. f 11 (x) = 12x2 2 O per ogni x,
quindi la funzione è convessa in tutto JR. Perciò il punto x = O, in cui f" si annulla, non è
un punto di fiesso.

lt._. Sia f (x) = ijX. Per x > O la funzione è concava, per x < O la funzione è convessa.
(come ::>i deduce dal segno della derivata seconda); in x = O è .f' (O) = +oo. In base alla
nostra definizione, x - O è un punto di flesso (a la ngeu Lt:J verticale). Questo è anche coerente
alla terminologia che abbiamo introdotto discutendo i punti di non derivahilità, nelpar. 2.4.
Si vede che anche in questo caso il grafico attraversa la tangente nel punto cli flesso; si noti
che f'' (O) non esiste (v. fig. 4.43).

Sia f (x) = x lxl. Per x >O è f (x) = x 2 , convessa; per x <O è f (x) = - x 2 , concava;
si noti che esiste f' (O) = O; dunque x = O è un punto di flesso. Tuttavia, f" (O) non esiste.
202 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

.f

Figura 4.43.

6 STUDIO D EL GRAFICO DI UNA FUN ZIONE


Il calcolo differenziale sviluppato fin qui ci permette ora di affrontare in modo completo
un tipico problema, quello di t racciare il gr afico di una funzione f di una variabile.
Anche se l'avvento dei mezzi elettronici di calcolo ha reso possibile la costruzione
automatica dei grafici di funzioni, riteniamo ugualmente utile che lo st udente sappia
destreggiami manualmente in questo compito, armato unicamente di carta e matita. A
que8to proposito, <la.remo ora qualche regola generale su come procedere: e illustreremo
le più comuni situazioni che si p ossono ver ificare, attraverso esempi ed esercizi.

Alcuni passi obbligati:

l. Determinare l'insieme su cui f è dciinita, 08Sia il dominio di f, Dom(.f).


2. Quindi, calcolare i limit i (o limiti destri, sinistri) alla front iera di t a le insieme
(compresi, eventualmente, ±oo ). In que8ta fase 8i determinano gli eventu ali asintoti
orizzontali e verticali e alcuni eventuali punti di discontinuità.
3. Se per x ~ ±oo la funzione tende a ±oo, occorre chiederni se la funzione pre-
sent a un a ..c.;intoto obliquo. Più in generale, può essere utile una stima asintot'ica
che ci dica se la funzione t ende a oo in modo sopra o sottolineare (e in tal caso
cert amente non ha asintoto obliquo) o in modo lineare (e in tal caso può a.vere o
non avere asintoto obliquo) . La stima. asintotica all'infinito dà. normalmente anche
un'informazione sulla concavità di f all'infinit o.
4. Calcolare .f' (x) , nei punti in cui esiste. Studiare accuratamente i punti in cui f
è continua ma non derivabile e stabilirne la natura (punti angolosi, di flesso a
tangente verticale, di cuspide) . In punti angolosi o agli e8trerni del dominio è utile
il calcolo di derivat e destre o sinistre che determinano la pendenza del grafico in
quei punt i.
5. Studiare quindi il segno di f' (sul suo insieme di defini:àone), p er ottenere le
informazioni sulla monot onia di f e sui suoi punti di massimo e minim o relativi.

Vi 80no altre indagini che in certi casi possono essere ut ili:

6. Osservare (quando c'è!) un 'eventuale simmetria di f (pari o dispari) e restringere


quindi lo studio a ~r; 2: O.
© 978-88-08-06485-1 6 Studio del grafico di una funzione 20 3

7. Osservare (quando c,è!) l'eventuale periodicità di f e restringere quindi lo studio


a un periodo.
8. Determinare gli zeri della funzione e studiarne il segno. Si tenga presente che solo
nei casi particolarmente semplici è possibile fare questo a priori; in generale, queste
informazioni si possono dedurre solo al t ermine dello studio, come conseguenza
delle altre informazioni.
9. Calcolare la derivata seconda e studiarne il segno, per dedurne informazioni sulla
conca.vit à e i flessi di f. Si tenga presente che in molti casi l\:ispressione di f"
è troppo complessa perché se ne riescano a determinare esat tamente gli zeri. In
questo caso, il calcolo di f" non aggiunge niente a ciò che un utilizzo attento di
limiti, stime asintotiche e derivata prima permette già. di affermare.
Un'ultima avvertenza: è utile tracciare il grafico gradualmente, inserendo le infor-
mazioni via via raccolte (eventualmente correggendosi), anziché raccogliere tutte le
informazioni e poi fare il gn:i:fico: i progres~i grn<luali aiu~ano a controllare la coerenza
del procedimento e a capire quali informazioni è ancora u tile raccogliere.

f(x) = e-lxiJx2 - 5x + 6

Ci aspettiamo: un punto angoloso in x = O, per la presenza di lxl; punti a t angente verticale,


dove si annulla il radicando.
Insieme di definizione: x 2 - 5x + 6 2:: O; (x - 3) (x - 2) 2:: O; x :::; 2; x 2:: 3.
lirn
x->±oo
f (x) = O
Perciò y = O è asintoto orizzontale per x -+ ±oo.
f (x) 2:: O p er ogni x. f (x) = O per x = 2, 3.
Per x-+ 3+, f (x) "·' e- 3 -JX="3 -+ O e ha tangente verticale in x - 3.
Per x -+ 2-, f (x) !"V e- 2
J (2 - x) -+ O e ha tangente ver ticale in x = 2.
1
J'(x) =e-lxi (- sgn (x)Jx 2 - 5x + 6 + (2x - 5)) =
2../x 2
- 5x + 6
- lxi
_
2
e (-2sgn (x) (x 2 - 5x + 6) + 2x - 5) =
2../x -5x+6

,e" (-2x2 +12x - 17) sex> O


_
-
2../x -5x+6
X
{ e (2x2 - 3x + 1) se :.e <O
2../x2 - 5x + 6
Per derivare la funzione contenente il modulo, abbiamo usato la scrittura compatta
lxi' =sgn(x) per x =/= O; solo al termine del calcolo, per rendere più leggibile l'espressione
trova ta, l'abbiamo riscritta esplicitamente per x > O e x < O.
Calcoliamo:
17

lim-1- .t' (x) = f../6


x --+0 - { __

2../6
204 Capitolo 4. Calcolo differenziale per fun~ioni di una variabile © 978-8.8-08-06485~1

x = O è punto angoloso per f (f non è de.rivabile e le tangenti, d0 destra e sinistra, hanno


pendenze diverse).
Per x > O f' (x) ~ O se 2x
2
- 12x + l 7 :S O
6-J2 :S x :S 6 + \1'2
2 2
6- v'2 6
'.'.: : '. 2 .29 ; + J2 '.'.: : '. 3 .7, qum
. d.i
2 2
per O :S x :S 2: .f (x) è decresc·e nte;
per 2 :S x :S
6+v'2 , f (x) e, .sempre crescente;
2
per x ~
6+ J2 , f (x) e' sempre decrescente.
2
6
x = +2v'2 punto di massimorelativo. Il massimò è circa 1Vl = f (3.7) = O.b27.

Per x < O; f' (x) ~ O se 2:t2 - 3x + 1 ~ O, x :S


per x <O,, f (x) è sempre crescente.
x ~ L quindi: t,
Si ved!'l anche che x = O (in ·cui f non è derivabile) è p unto di massimo.; il massimo
(ass.o luto) è.lv! = .J6. Il grafico qualitativo è in figura 4.44. Ci sono anche due punti di flesso,
uno in (O, 2) e uno in (3, +oo) . Si omette il calcolo di f".

2 X

Figura 4.44.

x+2
f (;p) = xex-1
Insieme d i definizione: X =/= l. f (x) ~ 0 per X ~ 0

x +-
Per x-" I ± , - 2 -"
x- 1
±00 f (x)-"
1
{+oo
O
+

x+2
X = 1 asintoto vertic~le per X -'+ l +. Per X -'+· ±oo, - -1 -'+ 1, f (x) rv xe, perciò
x-
.f (x) -" ±òo linearmente. Vediamo se c'è asintoto obliquo:
. . · [ x+2 _ 1 ]
lim [f (x) - xe] = lim xe e 'c-1 - 1
x~±= x~ ±=

O ra, -X+ - 2 - l = -.- 3 - __, Q, perc10.,


.x - 1 x- 1
x +z __ l 3 x+2 3xe
ex - 1 - 1 ""' - - xe ex-1 - 1 - 1] rv - - __, 3e
x - l [ x - I
© 978--88-08-06485-1 6 Studio del grafico di una funzione 205

Quindi la funzione ha asintoto obliquo y = xe + 3e per x --+ ±oo.


(Si presti attenzione al calcolo del limite precedente: se f~x) --+ m, il limite di [f (x) - mx] è
sempre una forma di indeterminazione [oo - oo]; raccogliendo mx, si ha mx [ 0i.x; - 1J, che è
ora una forma di indeterminazione del t ipo [oo ·O]; questa va risolta generalment e applicando
qualche limite notevole all'espressione tra [·], per darne una stima asintotica).
x+2
2 (
f (x) =
I
e x+
x- 1 1 + x (x
·, -1) - (x+2)
2
) = ex - 1
2
[(x - 1) 2 - 3x] =
(x-1) (x-1)
x+2
ex-1
5.T + 1)
2
- ( , )2 (x -
x- l

Per ogni x f. 1 f' (x) è definita; per x --+ 1- , f' (x) --+ o- (l'esponenziale va a zero più
rapidamente di (x - 1) 2 ). Il grafico quindi arriva in x = 1 con tangente orizzontale, da
sinistra.

J' (x) ;:::._ O per x 2


- 5x + 1 ;:::._O

X ;:::._
5+ V21 ~ 4,8 X
<5-V21
- 2 ~ 0,2
2

X = 5 +2V21 punto d'i mm


. re1. x=
5- v'2f .
punto d1 max rel.
2
Grafico:

+ 3e

/
/

X
1 5+'1/21
/ 2 2
/
/

Figura 4 .45.
206 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Studiare le seguenti funzioni, utilizzando i suggerimenti forniti, e tracciarne il grafico.

ex 3/ x + 3
Vx -2
Suggerimento . Ci aspettiamo: flesso a tangente verticale dove si annulla il radicando, asintoto
verticale dove si a nnulla il denominatore.

2
X -!- X - 21
I 2x +3
Suggerimento. Ci aspettiamo: punti angolosi dove si annulla il numeratore; asint oto vert icale
dove si annulla il denominator e. Conviene studiare la funzione senza modulo e p oi . ..

e3/ Jqg X
Nei punti in cui la funzione non è definita ma ha limite (destro o sinistro) finito, studiare
anche il limite della derivata prima, per sapere con quale pendenza la curva arriva in tali
punti.

Suggerimento. Questo è un tipico esempio in cui l'equazione f (x) = O non è r isolubile


con passaggi algebrici: inutile quindi perder tempo cercando di studiar e il segno di f(x)
e le sue intersezioni con l'asse x: sarà lo studio complessivo a darci informazioni al ri-
guardo. Studiare in particolare il comportamento di f (x) all'infinito e il punto di discon-
tinuità ch e sì trova: calcolare anche i limiti di f' (x) in tale punto, per tracciare un grafico
accurato.
Studiare le seguenti funzioni e tracciarne il grafico.
x2 + 3x + 2 X el/(1 - lxl )
\~;;
x+ 3
x 3 +1 X
x+2 log(l + x)
x 2 + 2x - 3 Jx'C1
5x2 +X V-;-+3
~® X }og113 X
x+l
2
log ( x + 3x - 4)
_ 2x+ 1
.,. Vx IJogxl
f.~ e 1 x- 2 1

ç,...·,,.,..,
,~,
,,filog2 X

1
;\.:.. .. : x3 log lxl e:c- 1 logx

~ ' logx
~ -~. 1- lxle-x
{Yx -1

Le seguenl'i funzioni, tratte da modem reali, contengono qualche costante o parametro. Jlr'ac-
ciarne il grafico qualitativo.
© 978-88-08-06485-1 6 Studio del grafico di una funzione 207

<
J ( Ourva logistica). Si tracci, a.l variare del parametro k, il grafico <lolla curva
kNoet
N(t) - - - - -
- k- No+ Noet
dove No è una costante positiva. (Questa funzione rappresenta, sotto opportune ipotesi e in
opportune unità di misura, il numero di individui di una data specie all'istante t, se alPistante
Otale numero è No; la costante k è detta capacità dell'ambiente; questo esempio sarà ripreso
nel vol. 2°, trattando le equazioni differenziali).

~ (Funzione di Langevin). Sj tracci per y > O il grafico della funzione:

L(y) =mo (Chy


Shy
- ~) y
dove mo è una costante positiva. Questa funzione entra nella descrizione dei fenomeni di
polarizzazione magnetica per orientamento.

•.. Siano 1·, wo costanti positive. Tracciare il grafico delle due funzioni:
w6-w2
n 1 (w) = 1+ (Wo2 - 2) 2 2 2
W +"( W

(queste funzioni entrano nella descrizione degli indici di rifrazione delle onde elettromagne-
tiche nei dielettrici).

(Effetto Doppler relativistico) . Se la sorgente e il ricevitore di un'onda si allontanano


con velocità relativa ve l'onda è emessa con frequenza vo, la frequenza ricevuta sarà

l/ = LIO
·/1 -v2 /c2
1 + v/c
dove e è la velocità della luce (costante positiva). Si tracci il grafico della funzione v = v (v)
nel dominio fisicamente ammissibile: lvi < c.

.. (Angolo di rifrazione) . Dalla legge di Sncll della rifrazione (cfr. par. 4.3) si ricava che
nel passaggio di un raggio di luce da un mezzo a. un altro) l'angolo 8r di rifrazione dipende
dall'angolo ei di incidenza in base alla legge:
. ( sin
Br = arcsm fJi)
---;:;:-

dove n = indice di rifrazione relativo del mezzo 2 rispetto al mezzo 1, può essere maggiore o
minore di 1 (ma é positivo). Studiare questa funzione di fJi e tracciarne il grafico, distinguendo
i casi n > 1, n < 1. L'angolo ()i è sempre compreso in (O,~) . (In uno dei dne casi è necessaria
una limitazione più strett a e, per angoli di incidenza non ammissibili, non si ha rifrazione).

(Distribuzione spettrale della radiazione emessa da un corpo nero). Nell'esempio 3.40


del capitolo 3 si è studiata mediante stime asintotiche la funzione
81l'hCÀ - 5
j (À) = et.e/ >.A:T _ 1
(h, e, le costanti positive; T =temperatura assoluta, parametro po:;itivo; À = lunghezza d'on-
da). Se ne completi ora lo studio calcolando la derivata prima e dimostrando che il punto
,
di massimo di f cade (ad csempio) nell'intervallo ( d~':r 4~':r) . Ciò significa che la lunghezza
d'onda per cui è massima la densità di energia raggiante è inversamente proporzionale alla
temperatura assoluta T (legge dello spostamento di Wien) .
Infine, si pensi ora À !issato e si tracci il grafico di .f come funzione di T .
208 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

~~ 7 CALCOLO DIFFERENZIALE E .A PPROSSIMAZIONI


7.1 Differenziale e approssimazione lineare. Il simbolo di ''o piccolo"
Un'operazione molto frequente sia in matematica che nelle sue applicazioni è quella
di linearizzazione.
Sostanzialmente si tratta di approssima.re una data quantità, che dipende in modo
non lineare da una o più variabili, con una che dipende da queste linearmente.
Naturalmente, come in tutti i tipi di approssirùazione, occorre fornire informazioni
(qualitative o quantitative) sull'errore commesso.
Uri esempio elementare di linearizzazione consiste nell'approssimare l'incremento
subìto da una data funzione f 1 in conseguenza di una variazione del suo argomento
da xo a xo +dx, sostituendo alla funzione stessa la retta tangente nel punto x 0 .
Precisamente, sia f : (a, b) - - t ~ derivabile in un punto :to e diamo a x 0 un
incremento dx (che pensiamo molto piccolo in valore assoluto, cioè ldxl ~ I ). In
conseguenza, f subisce un inct~mento

f::lf = f (xo +dx) - f (xo)


che, in generale, pensando xo fissato, non è proporzionale a dx ossia non è lineare
rispetto a dx .
Come indicato in figura 4.46, sostituiamo al grafico di f , vicino a x, la retta
tangente nel punto P = (xo, f(xo)).

y Y = f(x)

6.f
df

o Xo + dx X

Figura 4.46. df = tga dx.

L'incremento valutato lungo la retta tangente è pari alla l\mghezza (con segno!) del
segmento QR e cioè uguale a tgo:·dx, ovvero a f'(xo)dx, ricordando che f'(xo) = tga.
Tale incremento, proporzionale a dx, prende il nome di differenziale di f nel punto
xo e si indica col simbolo df (xo·):

Idf (xo.) = f' (xo)dx I


Qual è l'errore commesso nell'approssimazione? In altri termini, che cosa si può dire
sulla differenza tra !::lf e df (xo)?
Per rispondere, è s.ufficìente ricorrere alla definizione di derivata; la formula

.
1Im f (xo +dx) - f (xo) =
f'(
Xo
)
dx-> O d.r,
© 978-88-08-06485-1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 209

si può scrivere

(7.1) f(xo +dx) - f (xo) !'( ) (d )


dx = xo +e x
dove t:(dx) indica una quantità che tende a zero se dx-+ O; è cioè un infinitesimo per
dx-+ O.
Moltiplicando per dx, dalla (7.1) si ottiene infine

(7.2) f(xo +dx) - f(xo ) = J'(xo )dx +dx· c(dx) .


Dalla (7.2), si ricava. subit o

!:::.f - d/(xo) =dx· e:(dx)

La quantità dx· e (dx) è una quantità che, divisa per dx, tende a zero: questo significa
che dx· e( dx) è infinitesimo di ordine superiore rispetto a dx . Introduciamo un simbolo
utile a indicare sinteticamente questa circost anza:
D E F INI ZIO NE 4 .9 Date due funzioni f (x); g (x), definite in un intorno di x 0 , si dice
che
f (x) = o (g (:x;)) per x _, xo
(si legge {'f(x) è o piccolo di g(x)") se

f(x) .
-·- _, O per x ---+ xo
g(x)
Se g(x) è un infinitesimo, dire che f (x) = o(g(x)) significa che .f(:x;) è infinitesimo
2
dì ordine sup eriore rispetto a g(x). Ad esempio, per x ---+ O, x 2 = o(x) , e- 1 /x =
o(x4 ), ecc. In particolare, il simbolo o(l) denota semplicemente una quantità infini-
tesima. ~

Con questa simbologia, si scrive:

(7.3) f (xo +dx) - .f (xo ) = f' (xo) dx+ o (dx) per dx -+ O

o, più sinteticamente:

tif (xo) = df (xo) +o (dx) per dx -+ O

La (7.3) esprime quella che si chiama un'approssimazione di !1.f al prim'ordine. Si


scrive anche, talvolt a,

tif ~ df al prim'ordine, vicino a xo

Le regole di calcolo dci differenziali sono analoghe a. quelle J i J erivazione:

d(j ± g) = d.f ±dg


d(.f . g) = gdf + f dg
d(!_) = gdf - f dg
g g2
210 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Si noti poi che j = d log lf I = differenziale logaritmico di f.

Consideriamo
f( x) = Vl +X
e approssimiamo al primo ordine f( x) - f(O) = v'l + x - 1.
Si 11oti che qui xo = O e quindi x coir_cide con l'incremento dx. Essendo

f' (O) = ~

si ha

(7.4) I v'f+X - 1 :::::; ~x I al primo ordine

o anche
1
J 1 + x =1 + x +o (x), per x -t O
2
P iù in generale, considerando f(x) = (1 + x)a, si ha

f'(x) = a(l + xt"- 1 .f'(O) =a


e quindi rit.roviarno (v. cap. 3, par. 3.:3, formul a (3.8))

(7.5) I (1. + x)°' - 1 :~ ax I al primo ordine

Potenziale di un dipolo elettrico. Un'interessante applicazione della (7.4) si t rova nel


calcolo dell'approssimazione a.I primo ordine del potenziale creato d a un dipolo elettrico.
Con riferimento alla figura 4.47, consideriamo un dipolo costituito da due cariche + q e -q
concent rate in due punti Re S rispettivamente, a distanza 2a l'una dall'altra.

rI

R
- q
a o a
+q

Figura 4.47.

So P ò un punto a dist an za r dal punto r:10d io O e a distanza r1 d a R, r2 da S, il potenziale


in P è assegnat o dalla formula (in opportune unità di misura)

V(P) = - q ( -1 - -1 )
4rrco r1 r2

Vogliamo valutare il potenziale quando a« r (a molto minore d i r), mantenendo costante


il momento d i dipolo J.t. =a - q.
© 978-88-08-06485- 1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 211

Dal teorema di Carnot in trigonometria, si ha :


2
r)') = r 2 +a2 - 2ar cos e = r
2[
1 +( - a cose+ ar2 )
2; J

r~ = 2 2
r + a + 2ar coso = r
2
[1 + ( 2~ cose+ ;.: ) ]
Ricordiamo ora che, sex è vicino a zero, v'l + x ~ 1 + ~x al primo ordine e quindi, essendo
')

~
r
vicino a zero e Q.r « ~
r~ 1
si può scrivere ' al primo ordine:

,,.1 ~r (i - ~r cos r1) r2 :=::i 7' ( 1+ ~ cos e)


Ne segue che, al primo or dine, r1 - r2 ~ 2a cose , r1 r2 :=::i r 2 e infine
V(P) = __5J__ (J_ _ J_) = _ q_ r2 - r1 ~ 2acosB _ q_ = 2µcose
411€0 r1 r2 41féo r 1 r2 r2 47rco 47reor2
che è l'approssimazione cercata. Si noti la dipendenza dar e dall'angolo e.
Oscillazioni del pendolo . Una massa puntiforme rn oscil- o
la, appe::;a a un filo di lunghezza l . Detto e(t) l'angolo formato
<lai filo con la verticale all'istante t, la forza agente su l punto I {:)
nella direzione del IDOtO è -mg SÌn (} (V. fig. 4.48)
D'altro canto, questa forza deve uguagliare , per la seconda
legge della dinamica, il prodotto della massa per l'accelerazione,
pari a mUJ". Si ottiene quind i l'equazione
mlO" =-mg sin e
ossia I e
9 .
= _:_sin LJI'
l7 e \
\ rn[j
\

l
Tale equazione è difficile da studiare direttamente. Se però vo- Figura 4.48.
gliamo studiare solo le piccole oscillazioni del punto attorno all'e-
quilibrio, potremo assumere che () sia piccolo; si può allora studiare in prima approssimazione
l'equazione linearizzat a
O"= _fle
l
(Abbiamo sfrutt a to s]n t9 ~ (), al prim'ordine, per e piccolo). Questa può essere risolta
completamente. Si trova (ponendo w 2 = g/l)
e(t) = A cos (wt; + Bo)
con Bo, A costanti da d eterminarsi mediante le condizioni iniziali del sistema. (Lo studente
e
verifichi che le funzioni (t) trova.te risolvono effettivamente l'equazione. Nel.secondo volume,
trattando le equazioni differenziali si proverà che eITeUivamente non v i so110 alLre soluzion i).

Energia cfrietica classica e relativistica. Nella meccanica classica, l'energia cinetica


di 1111 p unto materiale d i ma.ssa m in movimento, con velocità scalare v, è data da
1 2
E c = 2rnv
La teoria della relativit à mod ifica varie definizioni e leggi della meccanica classica. Anzitutto,
la massa m non è più una costante, ma dipende <lalla velocità, secondo la legge:

m= ---;===
jl -~
e
212 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

dove e è la velocità della luce nel vuoto e mo è la "massa a riposo" della particella (questa
è costante); in secondo luogo, vçi,le la famosa equazione dell'cncrgi(1:

E=mc 2
L'energia della particella a riposo è invece

Eo = moc2
e l'energia cinetica relativistica è per definizione pari a (E - Eo). Sostituiamo ad m la sua
espressione e troviamo E come funzione della velocità della particella:

rnoc2
E=-r==
J1-~
Nell'ipotesi ch e la velocità della particella sia piccola rispetto a quella, elevatissima, della
luce, v/c sarà molto piccolo. Linearizziamo allora l'espressione trovata come funzione di
2
(v/c) (usando la (7.5) con a= -1/2):

E= m 0 c
2
· (1 - (~)
2)-1/2 ~ moc (l + 21 ~22)
2
-

= moc2 + 21 rnov2 = Eo + E c
dove Eo è l'energia a riposo della particella, ed Ec l'energia cinetica classica. L'energia
cinetica relativistica, che per definizione è pari a E - Eo, nell'approssimazione valida per
velocità piccole rispetto a quella della luce coincide dunque con l'energia cinetica classica.

7 .2 Limiti notevoli e sviluppi


Abbiamo visto che il processo di linearizzazione permette di approssimare una funzio-
ne derivabile, localmente, mediante la sua retta tangente, ossia una funzione lineare.
D 'altro canto, anche i «limiti notevoli" a suo tempo incontrati permettevano di scri-
vere simili risultati di approssimazione, per certe funzioni particolari. Ad esempio, per
la funzione y =sin x, il processo di linearizzazione, in x = O, porta a scrivere

sin X = X + o (X)

mentre a i:;uo tempo abbiamo visto che

sin x "" x per x --t O

Che relazione c'è tra queste due affermazioni? Sono in effetti equivalenti~ come mostra
il prossimo fatto generale:

TEORE MA 4 .15 (RELAZI ONE TRA "0 PICCOLO" E "ASINTOTICO") Vale la seguen-
te equivalenza:

Per x --t xo, f (x) ""g (x) se e solo se f (x) = g (x) +o (g (x))

Il lettore per esercizio dimostri le due implicazioni contenute nell'affermazione prece-


dente: basta usare le definizioni.
© 978-88-08-06485-1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 213

Questo permette di rileggere i limiti notevoli che abbiamo finora espresso con stime
asintotiche, mediante uguaglianze che coinvolgono "o piccolo" . Ad esempio,
per x ----+ O:
sin X rv X, quindi sin X = X + O (X) ;
1 - cosx,....., ~x2 , quindi 1 - cosx = ~x2 +o (x 2 ).
Riflettiamo sull'ultima: 1'uguaglianza 1 - cos x = ~ x 2 + o (x 2 ) si può riscrivere nella
forma:
1
(7.6) cos x = 1 - 2x 2 + o (x 2 )
(questo è ovvio: abbiamo spostato dei termini da un membro a un altro di una ugua-
glianza). Notiamo, invece, che la relazione asintotica 1-cos x,....., ~x 2 non dice la stessa
cosa della relazione cosx rv 1 - ~x 2 . Infatti, per X----+ o, 1 - ~X ,....., 1, perciò la stima
cos x ,....., 1 - ~x 2 contiene la stessa informazione che dire semplicemente "cos x ----+ 1n,
ed è altrettant o vera che la stima cos x '"" 1 + 40x 13 ! Questa osservazione mostra un
vantaggio del simbolo di "o piccold' rispetto a quello di asintotico: un'uguaglianza si
può riscrivere in vari modi, è più facile .da usare senza errori, rispetto ad una stima
asintotica.
Per esercizio, il lettore riscriva mediante il simbolo di "o piccolo" i limiti notevoli
che riguardano le funzioni JI+x, ex, log ( 1 + x) , :r;o:, per :r; ----+ O.

7.3 Formula di Taylor-Maclaurin con resto secondo Peano


Vogliamo ora generalizzare il procedimento di "approssimazione per linearizzazione"
a quello di ''approssimazione poliùomialen. In altre parole, ci chiediamo: data una fun-
zione, derivabile tutte le volte che sarà necessario, esiste un polinomio che, nelrintorno
di un punto fissato, approssima la funzione meglio della sua retta tangente?
L'esempio (7.6) della funzione coseno si può rileggere in t al senso: la funzione cosx
è approssimata dalla parabola y = 1 - ~x 2 meglio che dalla retta t angente y = 1, per

y
1,5
1

Figura 4.49. La fun zione cosx è approssimata dal polinomio y = 1 - ~x2 meglio che dalla retta y = 1,
vicino ad x = O.
214 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

x -tO: infatti, lo scarto tra la funzione e quest o polinomio di secondo grado è o ( x 2 ) 1


cioè tende a zero più rapidamente di x 2 (e non solo più rapidamente di x) .
P er semplicità , cominciamo a r agionare nelPintorno del punto x 0 = O.
Procediamo in 2 passi:
a. Individuiamo un polinomio "candidato" ad approssimare bene la funzione, cer-
cando un polinomio che abbia tutte le derivate fino all'ordine n uguali a quelle di
f (x), nel punto x = O. Affinché questo sia sempre possibile, il grado del polino-
mio dev'essere almeno n. (Infatti, la derivata n-esima di uu polinomio di grado
minore di n è identicamente nulla, quindi non potrebbe cosere uguale a J(n) (O),
in generale). Facendo i calcoli, tii trova che:

TEOREMA 4. 16 (POLINOMIO DI MACL AURIN) Data una funzione f derivabile n


volte in x = O, esiste uno e un sol polinomio di grado :::;: n, chiamiamolo Tn, con la
proprietà che:

Tn (O) = f (O)) T~ (O) = J' (O)) ... ' T~n) (O) = j (n) (O)
e questo polinomio, detto polinomio di lvfacLaur·in di f (x) di grado n, è:
1 1 1
Tn(x) = f(O) + x.f'(O) + 2x2 .f"(O) + a! :;i;3 .f"'(O) + ... + n !xn f(n )(O) =
n J(k) (O) k
=2= k==O
k! X

(avendo posto f (o) = f).

Notiamo che il polinomio Tn assegnato dal teorema precedente, solitamente è


proprio di grado n 1 ma può avere grado minore se j(n) (O) = O.
È interessante osservare la coerenza dimensionale della formula che assegna il
p olinomio di MacLaurin: supponiamo che f abbia le dimensioni di una lunghezza
[L] e x abbia lo dimensioni di un tempo [T). Allora [.f'] = [L] · [T]- 1 , [f"] =
[L] · [TJ- 2 , e in generale [JCk)J = [L] · [T]- k. Questo significa che ogni addendo
1<~,(o) xk dcl polinomio Tn(x) ha la struttur a
(costante adimensionale)· (fattore di dirnern;. [L] · [T] - k) · ( fattore di dimcns. [T]k)

P erciò il polinomio di MacLaurin ha le dimensioni di una lunghezza, esattamente


come la funzione f che si vuole app rossimare.

b. Proviamo ora che il polinomio trovato approssima bene .f (x), in un int orno di
x = O. Precisamente, vale il:
TEOREMA 4 .17 (FORMULA DI MACLAURIN ALL'ORDINE n, CON R ESTO SECON-
DO PEANO) Sia .f : (a, b) - t ~ derivabile n volte in O E (a, b) . Allora

f (x) = Tn (x) +o (xn) per x ~"-O-


\

La formula precedente si d'ice "formula di lvfacLaurin d'i ordine n, con reBto secondo
Peanon.
© 978-88-08-06485-1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 215

La formula ha la struttura:
funzione da approssimare = polinomio approssimante + errore di approssimazione

dov(3 l'errore di approssimàzione è il termit1e o (xn)) detto resto secondo Peana .


Per x - t O, il resto secondo Peano è tanto più piccolo quanto maggiore è n . Lo
spirito della formula è dunque il seguente: conoscendo tm numero abbastanza alto
di derivate di f n el punto X = Oi Si pUÒ approssimare sempre meglio f, in un
intorno di x = O.

DIMOSTRAZIONE. Proviamo per s,e mplicità il teorema nel caso n = 2, ossia:

f (ér) = f (O) + xf' (O)+ ~x 2 f" (O)+ o (x2 ) pet :o ---+ O


Occori'e provare che

f (x) - [1(O)+ xf' (O)+ ~x !"(O)] = o (x


2 2
) per x ---+ O

ossia (per definizione di "o piccolo") ehe:

~x
2
. f (x) - [f (O)+ xf' (O)+ f" (O)]
hm · = O.
X ->0 X2

Questo limite dà una forma di indeterrninaz.ione [O/O}, che calcoliamo con De L'Hospital:
. .f (x) - [f'
hi:n . (O)+ x f" (O)]
x-o 2x
dà ancora una forma [O/P]. Osserviamo ora che l'ultimo limite trovato è zero, per il seguente
motivo. Per ipotesi, f è der:ivabile due volte, quindi f' è der ivabile; se applichiamo jl t e01·ern.a
di linearizzazione alla funzione J' (x) otteniamo

f' (x) = f' (O) +xf" (O) + o (x)


da cui segue che
f' (x) - [i' (O) + xj" (O)]
-~--=-~~--~-'-'- ---+ O.
X
Il caso generale (n qualsiasi) si può dimostrare per 'induzione su n (v, capitolo 1, par. 7) .
Abbiamo giò provato che la tesi val€ per n = 2. Supponiamo ora di sapere che per qualsiasi
funzione derivabile n - 1 volte in :;; = O vale la formula di Mac Laurin all'ordine n, e
proponiamoci di dimostrare che
f (::i::)= Tn (.x) + o (xn) per x ---+ 0 1 ossia che
. f(,x) - 1"rt(x)
(7.1) lun = 0.
x ~o :x;n

Applicando il teorema di De L'Hospital, ci si trova a calcolare si ha


. j' (X) - T~ ,f (X) .
hm
(7.8)
X->Q n:J;n- }

Osserviamo ora che la derivata del polinomio Tn (x) di f non è altro che il polinomio Tn- i (x)
della funzione l:
T~,f (x) = Tn- l,f' (x)
216 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

come si verifica direttamente dalla definizione di T n . D'altro canto, per l'ipotesi induttiva,
applicata alla funzione f', sappiamo che
f' (x) = Tn- I ,f' (x) +o (xn-l), ossia
lim f' (x) - Tn-1,f' (x) =O
x-o xn - 1 )

quindi il limite (7.8) è zero e, per il teorema di De L'Hospital, anche il limite (7.7) è zero,
come volevamo dimostrare. "'

Formula di Taylor all'ordine n


Tutto questo discorso si può generalizzare ad un punto x 0 "I- O: datà una funzione
derivabile n volte in x 0 , si può costruire il suo polinomio di Taylor

Tn,x 0 (x) = z=
n

k=O
J(k)
k!
(xo)
(x - xo)
k

e si può dimostrare che vale un analogo risultato di approssimazione locale:


TEOREMA 4.18 (FORMULA DI TAYLOR ALL'ORDINE n , CON R~STO SECONDO
PEANO) Sia f : (a, b) -+ JR derivabile n volte in xo E (a, b). Allora
f (x) = Tn,xo (x) +o ((x - xo)71') per x-+ xo.

Approssimazione all'ordine n
fJll Sia f(x) =ex. Essendo f(n)(x) =ex, f(n)(O) = 1 per ogni n, si ha:
x2 :r3 xn
ex = Tn,o(x) + o(xn) = 1 + x + 2
! + ·~! + ... + ·n! + o(xn), per x-+ O

Sia f(x) =sin x. Si ha:


J'(x) = cosx f" (x) = - sin x j' 11 (x) = - COS X

e poi
/iv) (x) = sin x = f(x) JM(x)
ecc. = cosx = j'(x)
Ne segue che per n = 2k, pari, le derivate di ordine n sono nulle per x = O, mentre quelle di
ordine n = 2k + 1, dispari, sono alternativamente +1 e - 1. In sintesi:
f (2k)(O) =O /2k+1)(0) = (-l)k (k;:::: O)
I polinomi di MacLaurin della funzione seno contengono perciò solo termini di grado dispari:
sin x = T1(x) + o(x) = x + o(x)
xa .
sinx = T3(x) + o(:.c 3 ) = ,-x: - 6 + o(x3 )
- x3 xs
sinx = Ts(x) + o(x = x - - + - + o(x 5 )
0
)
6 120
3 5 2
. . rr
smx=.i.2n+1 x +ox
( ) ( 2n+l) x
= x--
x + ... + ( -
+- . )n x n+l
1 (
( 2n+l)
)I +ox
31
. 51. 2n+l.
La figura 4.50 illustra il miglioramento dell,approssimazione di sin x mediante i suoi polinomi
di MacLaurin, all'aumentare del grado del polinomio.
© 978-88-08-06485-1 7 Calcolo di fferenziale e approssimazioni 217

/ 1ì(x)
,
, ,,
,,
/
,,
,,
/ ----
- .......
~
/
-·---·
\ '·. ?f

o \ X

Figura 4.50.

Nel quadro che segue abbiamo raggruppato gli sviluppi di MacLaurin di alcune
funzioni elementari, con il resto di Peano.

x2 xn
ex = 1 +x + - 1 + ... + - 1 + o(xn)
2. n.
x3 x5 x2n+l ,
sinx=x - -, + -5, + ... +(-1r(2 1)1 +o(x2n+1)
3. . n+ .
2 4 2n
)n
COS X -
_
1-
,7,:
2T + 4T + ... X
T
, (
- 1
X
( n) !
2
+ O ( X,2n)
x3 x5 x2n+l
Sh x = x + 3! + 5! + ... + (2n + l )! + o(x2n.+1)
x2 x4 x2n
Chx = 1 + 2T + 4T + ... + (2n)! + o(x2 n)
x2 x3 xn
ln(l + x) = x - - + - + ,,. + (- 1r- 1 - + o(:r:n)
2 3 n

(1 +x)a =1 + ax +
a(a - 1) 2
x + ... + a(a - 1)
· · · 1(a - n + 1) xn + o(xn)
2 n.

Proprietà del simbolo di "o piccolo"


Quando si opera su sviluppi di Taylor-MacLaurin con resto secondo Peana, ad esempio
per calcolare limiti, ci si trova ad eseguire calcoli che coinvolgono o (:r;n) . Per proce-
dere correttamente è utile comprendere alcune proprietà del simbolo di "o piccolo" .
Ricordiamo che
. f (x)
f (x) =o (g (x)) per x---? xo se x-+xo
hm - ( -) =O.
g X

Ad esempio, per x---? O, x 2 =o (x); x 3 =o (x); x 3 =o (x 2 ) .


218 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabiff: © 97S:-88-08-06485-1

Tl sirnbo1o di o( ... ) non denota quindi una particolare funzione, ma qualsiasi funzione
abbia la proprietà espressa dalla definizione. Da questo fatto seguono alcune proprietà.
della re~azione di "o piccolo" che possono apparire "stra.ne". Ne illustriamo alcune su
esempi che si incontrano frequentemente:
O(::t) - O(X) = O(X) (non fa zern!)

-o (x) = o{x) (coefficienti numerici moltiplicativi


sono irrilevanti)

P er x ~ O)o(x) + o (:t 2 ) = o(x) (Perrore più grossolano, cioè o{;x:), ingloba quello più
fine).
Analogamente t>i avrebbe:

per x ~ +oo, o (x) + o (x 2 ) =o (x 2 )

Il simbolo di "o piccolo" sj comporta al seguente modo con somme e prodotti (verifi-
carlo in base alla definizion.e):

f · o(g) = o(J · g), ad esempio:


2 3
o (x 3 ) 2 o (x2 )
xo (x ) =o (x ) =o (x ) =o (1)
i x2
·(ricordiamo che o (1) indica semplicemente una funzione che tende a zero per x ___, :ro )
il punto considerato). Ed anche:

o (.f) : o (g) =o (f · g), ad esempio:

o (x) o (x2 ) =o (a:3)

7 .4 Formula di Taylor-Maclaurin con resto secondo Lagrange


Nella formula di Taylor con retito secondo Pcano 1 Pinforrrmzione che abbiamo sull'er-
xore commesso nell'approssimare f col suo polinomio di Taylor-MacLaurin è di tipo
dinamico: al tendere a zero delrincremcnto (.r - x 0 ), sappia.mo che il resto tende a
zero più rapidamente di (x - xot- Questa informazione, come abbiamo visto, è utile
_a d esempio nel calcolo dei limiti. Per un valore fissato dell'incremento (x - xo), però,
la formula di T~ylor con resto secondo P eano non dice nulla sull'entità delFerrore com-
rrie$SO. In varie qµestioni di calcolo approssimato è essenziale invece stimare l)errore
che si corrnnette approssimando una funzione col suo polinomio di Taylor-l\:IacLaurin,
quando l'increm<~nto Gx - x 0 ) ha un valore fissato, o un valore che non supera. una
soglia fissata.
Ad esempio, sappiamo che il polinomio di MacLaurin al 3° ordine di ex è
1 1
T, (x) = 1 + x
Q
+ -2 x 2 + -:-x
6
3

Se volessimo utilizzare questo fatto per calcolare un valore apprm;sirnFiJ,o di vf;, ossia
pensassimo di approssimare

e1/2 con T3 ( 1) 79
- . = -
2 48
© 978-88-08-0 6485-1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 219

come potremmo stimare a priori (ossia senza conoscere già il valore vero di ..je) di
quanto stiamo sbagliando?
A questo tipo di problema risponde il prm;:::.imo risultato, che dà un modo alternativo
di quantificare Perrore di approssimazione commesso:

TEOREMA (FORMULA DI TAYLOR ALL' ORDINE n , CON R ESTO SECOND O


4.19
LAGRANGE) Sia f : [a, b] ---+ JR derivabile n + 1 volte in [a: b], e sia xo E [a, b] . Allora
esiste un punto e compreso tra x 0 e x tale che

r cn+l) (e) 1
(7.9) f (x) = Tn,:r. 0 (a;)+· (n + l)! (x - xot+ .

La formula precedente si dice 'formula di Taylor (o di MacLaurin se x 0 = O) di or&ine


n, con resto secondo Lagrange".

La formula ha la struttura:

funzione da approssimare = polinomio approssimante + errore di A.p prossimazione


J<n+ ll(c) n+ l
dove l'errore di approssimazione è il termine (n+ l )! (x - xo) , detto resto secon do
Lagrange.
P er n =O la formula (7.9) coincide col Teorema di Lagrange.
Si not i che il punto e dipende da xo, x e n, ed è compreso tra x 0 e :.i;. Se si riesce a
dimostrare che IJCn+l) (t) I ~ lvl per ogni t compreso tra x 0 ex , allora la formula di
Taylor con resto secondo Lagrange dice che

I:f·. (X ) - Tn.xo X
( ) I < (n Nf
+ 1) ! J .
X - xo In+ l

che è appunt o una stima dell'errore di approssimaz.ione (;ommesso.

Torniamo al problema di approssimare ve


mediante la formula cli Taylor. Ponendo )

-
nella (7.9), f (x) = ex, .t:o = O, x = ~, n = 3: otteniamo:

Poiché per O ::::; e ::::; ~ è ec ~ ve < .J3 1


, si ottiene

I.ve- n (!)I
2 < - 2 J34! ~ 0.00454 .

Questo significa che approssimando Je con il valore ~~ si commette un errore non superiore
a 0.0045.

1 Abbiamo usato la disuguaglianza grossola na e < 3 per non cadere in u n circolo vizioso: p er
stimare il valore di ve
sembrerebbe n ecessario sapere già quanto vale .Je! Invece, basta conoscere
un valore che maggiora .je, e questo va lore è, ad esempio, v'3.
220 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

DIMOSTRAZIONE DEL TEOREMA 4.19 Proviamo la (7.9) nel caso n = 1. P onendo per
comodità xo = a , x = b l'enunciato diviene: se f : [a, b] ~ JR è derivabile 2 volte in [a, b],
allora esiste un punto e E (a, b] tale ch e

(7.10) f (b) = f (a) + f' (a) (b - a) + ~ f" (e) (b - a)


2
.

Poniamo f(b) - {f(a) + f' (a)(b - a)} = k(b - a) 2 e cerchiamo di determinare la forma di k .
Consideriamo la funzione
. g(x) = .f(b) - .f(x) - .f'(.r,)(b- x) - k(b- x) 2
e applichiamo ad essa il teorema del va.lor medio. Poiché g(b) = g(a) = O (la seconda
uguaglianza segue dalla definizione di k) si trova che esiste e E (a, b) tale che

O = g(b) - g(a) = g' (e)


b- a
Ma g'(x) = -.f' (x ) - f"(x)(b - x) + f'(x) + 2k(b- x) = (b- x)[2k- J" (x)] e quindi g' (e)= O
implica, essendo e =f. b:
k = ~ f" (e)
2
Con lo st esso metodo si pu ò dimost rare la (7.9) per n qualsiasi. Definiamo:
J (j)( )(b )j
g(x) = f(b) - Ln
X,., - X - k(b - xr+ 1

j=O J·

con k definito implicitamente dall'identità


(7.11) J(b) -Tn,a(b) = k(b - a)n+i .
Ora si procede così:
a) Si verifica che g(b) = g(a) =O:
g (b) =f (b) - f (b) =o
g (a) = f (b) - Tn,a (b) - k (b - at+1 =O per definizione di k.
b) Si applica il teorema di Lagrange a g in [a, b], e si mostra che l'affermazione ((esiste
e E (a, b) tale che g' (e) = O" è esattamente la (7. 9). Cominciamo a calcolare g':
, ~ J (j+i )(x )(b - x)i ~ f(j)(x)(b- x)j-l .,,
g (x) = - L ; ., + L; ( . _ l )! + k (n + 1) (b - x)
j=O J j=l J
~ J(i+l)(x)(b - x)j ~ f (Hl }(x)(b - x)i n
=- L; .1 + L; .
1
+k(n+ l)(b - x)
j =O J. j=O J·

= _ J<n+l} (~!(b - x)n + k (n + 1) (b - xr


(dove nel secondo passaggio abbiamo eseguito una traslazione di indici nella sommatoria).
Allora g' (e) = O significa:

_J(n+l)(c)(b - et+ k (n + 1) (b -
n!
cr =o
ossia
1 <n+1) (e)
k= --~
(n + l)!
che, inserita nella (7.11), dà la tesi.

© 978-88-08-06485-1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 221

Formula di Taylor e convessità


Consideriamo la formula (7.9) con n = l:

f(x) = f(xo) + J'(xo)(x - xo) + ~f"(c)(x - xo) 2

e supponiamo che in ogni punto di (a, b) si abbia .f"(x) 2:: O, ovvero f sia convessa in
(a, b). Allora si ha ~.f"(c)(x - x 0 ) 2 2:: O e perciò si può scrivere, per ogni coppia di
punt i xo, .x E (a, b):
(7.12) f(x) 2:: .f(xo) + J'(xo)(x - xo )
La (7.12) significa geometricamente che il grafico di f (x) si mantiene in tutto (a , b)
sopra il grafico della sua retta tangente in xo (e questo va.le per ogni scelta del punt o
xo E (a,b)) . Abbiamo dunque dimostrato che se una funzione (due volte derivabile) è
convessa, è anche '(convessa per t angenti" (vedi Teorema 4.12 par. 5.2) .
Se invece f è concava, ossia f" (x) ::; O in tutto (a, b), la disuguaglianza (7. 12) vale
con ":S" anziché 2::: il grafico di f (x) si mantiene in tutto (a, b) sotto il grafico della
sua retta tangente in xo.

7.5 Risoluzione approssimata di equazioni: il metodo di N ew ton


Supponiamo di voler risolvere Fequazione

f (x) = O
che equivale a. cercare le intersezioni del grafico di f con l'asse x, e supponiamo di aver
accertat o (mediante confronto grafico, ad esempio) l'esistenza di un'unica soluzione
x = a , all'interno di un intervallo la, b] . Si vuole dare una valutazione approssimat a
di a; . Il metodo di Newton, che ora illustriamo, serve proprio a questo scopo. Videa
è quella di costruire una successione convergente ad a;; questa successione , come si
vedrà, è definita in modo ricorsivo: ossia:
• si assegna esplicitamente il primo termine x 0 ;
• si assegna esplicitamente la legge con cui calcolare Xn+l a partire da Xn, qualunque
sian.
In questo modo, il termine Xn può essere costruito a partire da x 0 con n iterazioni del
medesimo algoritmo. Il metodo, perciò, si presta molto bene al calcolo automatico.
Illustriamo il metodo con riferimento alla figura 4.51. Partiamo da x 0 = a e "li-
nearizziamo)) l'equazione .f(x) = O sost ituendo a f la retta tangente al suo grafico nel
punto (a, .f(a)). Tale retta ha equazione

y = f (xo) + !' (xo)(x - xo)


Invece di risolvere f (x) = O risolviamo

.f(xo) + .f'(xo )(x - xo) =O


ottenendo
f (xo)
X1 = Xo - f'(xo) -+ prima approssimazione di a;
222 Capito/Q 4. Calcolo differenzia/e per funzioni di una v;:iriabi/e © 978-88-08-06485-1

y
f(a)

b
o -11--~------"0-~-------+-------.:­
a X

y = f(:r;)

Figura 4 .51.

Procediamo ora con :c1 al posto cli Xo = a, sostituendo f con la retta tangente in
(:z:1) .f(x1)). Anziché. f(x) =O tii risolve l'equazione

f (xi) + J' (xi_) (x - x1) =O


ottenendo

x2 = x1 -
f (x1) . d . . d.
.f'(xi) --+ secon · a apprqss11naz1one i 0::

Proseguendo con +2 come per x 1 e .continuando si perviene alla legge di ricorrenza

(7.13)

Nella situazione descritta in figura 4.51; si vede Ghe Xn i 0::.


Si tratta ora, di dimostrare rigorosa.mente che, sotto opportune ipotesi, la succes-
sione Xn effettivamente converge alla soluzione cercata. Vale in proposito il seguente

TEOREMA 4.20 Sia f : [a, b] -+JR due volte derivabile in [a, b], e s1Lpponia,mo che:
1. .f (a)· f ,~b) < O;
2. f' (x) , F' (x) hanno segno costante in [a, b].
3. f (a)· f'' (a) >O,
Definiamo per ricorrenza la .'tuccessione

Xo =a
.. f (xn)
{ Xn+l = Xn - j 1 (xn)

Allora esiste uno e un sol punto e E (a, b) tale che f (e) = O, e la successione Xn
converge ad e per difetto'.
© 978-88-08-06485- 1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 223

Se invece di valere la 3 vale la


3 '. f (b) · f 11 ( b) > O, allora la successione

Xo = b
_ f(xn)
{ Xn+l - Xn - J'(x,,J

converge ad e per eccesso.

OSSERVAZIONE Notiamo che, sotto le ipotesi 1 e 2) è senz'Rltro verificata la 3 o


la 3'. Infatti f " ha lo stesso segno in a e b per la 2 1 ment re f ha segni opposti
in a e b, per la. 11 perciò o vale la 3 o vale la 3 1 • Questo ::;ignifica che il metodo è
applicabile ogni volta che le ipotesi 1 e 2 sono verificate: si tratta solo) a quel punto,
di scegliere opportunamente se porre x 0 = a oppure b. A sua volta, la condizione 2,
apparentemente restrittiva, sarà in generale soddisfatta pur di scegliere un intervallo
[a, b] abbastanza piccolo.

DIMOSTRAZIONE. P oiché f è continua in [a , b] e vale la 1, p er il teor ema degli zeri esiste


almeno un e E (a, b) tale chef (e) =O. Inoltre, poiché f' (x) h a segno costante b (a, b), la f
è strettamente monotona, quindi tale p unto e è unico (una funzione stret tamente mouotona
non può annullarsi in due punti distinti) . Questo prova esistenza e un icità dcl punto e in
cui f si annulla. Proveremo che la successione Xn è monotona. Da questo seguirà (teorema
di monotonia) che la successione è convergente. Mostriamo per intanto che, se X n converge,
certamente converge ad c.
Infatti, se Xn ~ /3 ;:: [a, b] , passando al limite nell'uguaglianza

si ha
f (/3)
/3 = (3 - f' (/3)
(abbiamo sfruttato il fatto che f è continua, e anche f' è continua, in quanto J' è derivabile,
perché esiste per ipotesi !"). Dall'ultima uguaglianza segue f ({3) =O, per cui {3 =e (unico
punto in cui la funzione si annulla) .
Proviamo du nque che Xn è monotona, sotto le ipotesi {1), (2), (3). Per fo;sare le idee,
supponiamo che sia f (a) < O. Allora per (l ) è f (b) > O. Poiché per la {2) J' (x) ha segno
costante in [a, b], dovrà essere J' (x) > O in t utto [a, b] (se valesse l'altra dis uguaglianza, f
sarebbe decrescente, e non pot rebbe essere f (a) < O < f (b)). Poiché f (a) <O e vale la (3),
f" (a) < O, dunque, poiché per la (2) f" (x) ha seguo costante, f" (:r;) < O in tutto [a, b] .
Siamo quindi nella situazione della seguente figura:

~ I
I
I

a e
b

Figura 4.52.
224 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una variabile © 978-88-08-06485-1

Consideriam o ora la funzione


f (x)
g (.x) = x - f' (x)'
Notiamo che è:

Xn+l = g (xn);
g (e)= e

(perché f (e) =O); inolt re


2 11
1 (x) = 1 _ f' (x) - f (x) f" (x) = .f (x) ! (x) > 0 <:=::>- f (x) < 0
g f'(x)2 f'(x) 2
(perché f" (x) < O in tutto [a, b]) , quindi g' (x) > O p er x E [a, e] (vedi grafico di !), ossia:
in [a, e] la funzione g è strettamente crescente. Tenendo presentj queste cose, proviamo ora
che:

(7.14) Vn è: Xn < Xn+l < C.

Infat t i: per n = O si ha:


f (a)
X1 =a - f' (a) >a
(perché f (a) < O e f' (a) > O), ossia x 1 > xo . Inoltre a < e, e poiché g è crescente, questo
implica

g (a) < g (e), ossia


:r,1 < c.
Quindi abbiamo provato che
XO < X1 <C.

Applicando ora la g alle disuguaglianze precedenti (g è strettamente crescente in [a, e] , e i


tre punti stanno in questo intervallo, quindi g conserva le disuguaglianze), si ha

g (xo) < g (x1) < g (e), ossia


Xt < X2 <C.
Applicando ancora la g, trover emo X2 < X3 < e, e così v ia . Perciò la (7.14) è vera, e in
particolare Xn è monotona. Questo conclude la dimostrazione. "'

Consideriamo ancora l'equazione

f .(x ) =e -x - x= o·
Abbia.mo:

J'(x)= - e- x- 1<0 m [0, 1]

f" (X) = e-x > 0 in [O, 1)


Inoltre f(O) = 1 >O e f (1) < O.
© 978-88-08-06485-1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 225

La successione (7.13), è in questo caso

Xo = 0,
Usando una calcolatrice si trova
X1 = 0,500

X2 = 0,5663 . . .

X3 = 0,5671 . ..
X4 = 0,5671 . ..
Si vede che già dopo 4 iterazioni si può dire e= 0,5671 ... con e-"'-1 - x 4 ~ 4,55 · 10- 7 .

Approssimazioni al primo e al secondo ordine.


La velocità v(t) di un corpo di massa m che cade nell'aria è regolata dalla legge

v(t) = hmg - .l.!. t)


( 1 - e "'

dove g è l'accelerazione di gravità. eh un coefficiente che esprime l'attrito dell'aria. (Questo è


vero se si assume la forza di attrito proporzionale alla velocità). Lincarizzando l'espressione, si
trovi come varia la velocita n ei primi istanti di caduta. (Cioè si approssimi v (t) per t ~O).
L'approssimazione così ottenuta è per eccesso o per difet to? Per rispondere, si scriva ora
l'approssimazione al second'ordine (mediante la formula di Taylor), e si confroutino le due
espressioni.

·' (Cfr. l'esercizio precedente). Se si assume invece la forza di attrit o proporzionale al


quadrato della velocità, la velocità del corpo in caduta risulta:

con lo stes1.:>o significato dei simboli (il coefficiente h ha ora dimensioni diverse). Li nearizzan<lo
l'espressione, si trovi come varia la velocità nei primi istanti di caduta .

.., L'oscillazione di una pallina fissata all'estremità di una molla e libera di muoversi su
una retta è descritta dalla funzione:

x = Ae- lct cos (wt)

con A , k,w costanti positive. Linearizzando l'espressione, si a,pprossimi x(t) per t --> O.
L'approssimazione così ottenuta è per eccesso o per difetto? Per rispondere, si scriva ora
l'approssimazione al second'ordine: e si confrontino le due espressioni.

Usando la formula di Taylor al second'ordine col resto secondo Lagrange, si dia una
maggiorazione del massimo errore che si commette approssimando sin x con x, quando O ~
x :S: ~" e si precisi se l'errore commesso è per eccesso o per difetto.
Il massimo errore commesso è in realtà per x = ~: si calcoli questo errore. Il risultato è
coerente con la stima effettuata?
226 Capitolo 4. Calcolo differenziale per funzioni di una vàriabife © 978-88-08"06485-1

Usando la formul;-1 di Taylor al second'ordine col resto secondo Lagrange, si dia una
maggiora.zio ne del massimo errore che sì commette approssimando v 1 + x con l + ~ x, quandò
O ~ .r, ~ ~, e si precisi se l'errore commesso è per eccesso o per difetto.
Il massimo errore commesso è in realtà per x = ~ : si calcoli questo errore. Il risult<,i,to è
coerente con la stima effettuata?

M1~ Dimostrare, sfruttando la definizione dei simboli di "o piccolo" e di "asintotico", tutte
le proprietà enunciate nel paragrafo "Proprietà del simbolo di o piccolo".

Metodo di Newton

"b:,;. Nell'esempio 4.5 (diffrazione della luce attravers() una fenditura,) abbiamo visto che
la ricerca dei massimi dell'intensità luminosa nella figura di interferenza ·p er la luce che
attraversa una fenditura porta a risolvere l'equazione t g t = t . Calcolate col metodo di
Ne~;-ton un valore approssimato della prima soluziQne positiva di tale equazione, che si trova
(come mostra il grafico) poco prima di 1T. * ,

(Suggerimento: applicare il metodo alla funzione, f (t) = tg t - t sull'intervallo rn1r, *1f -


0.1],
usando come valore iniziale a= ~n - 0.1. Calcolare le iterate con l'aiuto di un computer).

~k!::ti Calcolare .con approssimazione l'unica soluzione reale delrequazione ;c2 +1= ±. A tal
fine:
a. Mostrare che il metodo di Newton è applicabile sull'intervallo [~, l];.
b. Scrivere esplicitamente l'algoritmo iterativo.
c. Calcolare esplicitamente. le prime iterazioni, finché le prime .due cifre decimali si
st abilizzano.

·1~4-~ Calcolare con approssimazione l'unica soluzio11e reale delPequazione log ;r = A t al !


fine:
a. l'v1ostrare che il metodo di Newton è applicabile sull'intervallo [1, 2].
b. Scrivere esplicitamente l'algoritmo iterativo.
c. Calcolare esplicitamente le prime iterazioni, finché le prime due cifre decimali si
stabilizzano.

Convessità

~!M~ Siano f, g due funzioni definite su tutto ~) deriv'abili due volte. Supponiamo che f
sia convessà e g concava, su tutto. R Utilizzando le proprietà geometriche enunciate nel
paragrafo 5.2 per le funzioni concave e convesse, dirribstrare che f e g non possono avere p~ù
di due interst;~zioni.

Calcolare i seguenti limiti utilizzando opportunamente, se necessario, gli sviluppi di Taylor.

. log· ~
l lffi _ _V°'4-
P1•_
·x-
x --+ +oo \'IX

lirn x°' ( J x 2
X -" +00
+ 2x + 3 - x - 1)

lim
x --++oo
(Jx 2+ X + 1 - X)
© 978-88-08-06485-1 7 Calcolo differenziale e approssimazioni 227

Sviluppare in serie di Taylor in vicinanza di x = O all'ordine 5 le seguenti funzioni:

sinx 1 1
log(l + cosx)
X cosx

"'·,) Se per x--+ O (o x--+ o± se il caso lo richiede) si verifica che f(x) "'kx°' (k i: O, e~> O),
si dice che a è Perdine di infinitesimo di f rispetto all'infinitesimo campione x .
Utilizzando opportunamente gli sviluppi di Taylor, òetcrminarc l'ordine di infinitesimo
per x --+ O delle seguenti funzioni
2 2
i) sinx - x ii) (sinx) - x

~· ) Gh sviluppi di Taylor e il teorema di de L'Hm;pital sono due diversi strumenti per


il calcolo dei limiti; spesso entrambi i metodi possono essere utilizzati. Provare a rifare gli
esercizi 57, 58, 60, 61, 62, 63, 64 utilizzando opportunamente gli sviluppi di Taylor.

p
·1 Si considerino le funzioni iperboliche inverse SettShx, SettChx (v. cap. 2, par. 4.4).
Calcolare la derivata di queste funzioni inverse:
a) applicando il teorema della derivata della funzione inversa, sfruttando perciò le formule
per la derivata di Shx e Chx, e la relazione tra le due funzioni;
b) derivando direttamente l'espressione esplicita della. funY.;ione inversa1 calcolata nel
cap. 2, par. 4.4. (N a.turalrnente, si deve trovare lo stesso risultato).

2 Fare un esempio di funzione deriva.bile n volte ma non n - 1 volte, per n intero


positivo qualsiasi.

3 Si consideri la funzione

a: . 1
X Slll - per x >O
f o: (x) =
{
Q X
per x:::; O
Stabilire per quali valori del parametro reale a, la funzione f 0r. : è limitata; è continua; è
derivabile in O; ha derivata prima continua in Oj è derivabile due volte.

4 Dimostrare il Teorema enunciato nel par. 7.2 sulla relazione tra "asintotico" e "o
piccolo".

" .5" Dimostrare la seguente relazione tra. i polinorni di MacLaurin di f e f' (relazione che
abbiamo utilizzato nella dimostrazione della formula di Taylor con resto secondo Pea.no):

T~,f (x) = Tn-1,f, (x).

6 Dimostrare che dato un qualsiasi polinomio di grado n,


n n-1
Pn ( X ) = °'11X + an- lX + ... + ao
228 Capitolo 4. Calcolo differenziale,· per funzioni di una variabile © .978-88-08-06485-1

e assegnato u~1 punto X·D E JR., si può esprimere Pn anche nella forma di polinomio di grado
n centrato in xo:

Pn (x) = bn (x - xor + bn- 1 (x - xo)"- 1 +'"+bo


per opportuni coefficienti bk determinati dai coefficienti ak. (Questo fatto è implicitamente
utilizzato nel provare il Teorema che caratterizza il polinomio di Taylor).

(a) Sia f una funzione invertil;iile in (a, b), e g la sua funzione inversa. Nell'ipotesi
che .f sia derivabile 2 volte in xo E (a, b) con .f' (xo) #O, dimostrare la formula:

g
11 ( ) _
yo - -
f" (Xo)3 (con Yo = f (xo) ).
.f' (xo)

(b) Sapendo che

f (x) =a+ b (x - xo) + c(x - x o) 2 +o (x - xo) 2 ,


scrivere lo sviluppo di Taylor al second'ordine per g centrato in y.o, in funziòne dei coefficienti
a, b, c.
(e) Supponendo che .f sia 3 voite derivabile in xo, calcolare anche g'" (yo).

~ La formula di Taylor fornisce un ulteriore criterio per lo studio della natura dei punti
stazionari. Sia f una funzione derivabile tutte le volte che ci occorrerà in xo, e sia j' (xo) =O.
Dimostrare che:
se il minimo intero n per cui risulta f(n) (x 0 ) # O è pari, allora xo è un punto di massimo
o minimo relativo, e precisamente: è. di massimo (minimo) se f(n) (xo) < O (> O); se invece
il minimo intero n per cui risulta f(n) (x0 ) =?O è dispari, allora xo non è un estremante.
Serie

. I SERIE NUMERICHE
1.1 D efinizione e primi esempi
Nel capitolo 3 abbiamo introdotto il concetto di limite di successione, come punto di
partenza per poter definire quello di limite di funzione, che è il fondamento concettuale
del calcolo infinitesimale nel continuo, ossia