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Cristianesimo, Chiesa e diritto


Nonostante le feroci persecuzioni, il cristianesimo si diffonde come forza spirituale nell’impero
romano; dalla metà del II secolo il vescovo, che ha sede in città, è considerato come il titolare del
ministero ecclesiale nella chiesa locale: il suo rapporto con la diocesi è considerato molto stretto. La
grande autorità morale di cui il vescovo gode presso i fedeli può spiegare il ruolo crescente da lui
svolto all’interno della città: sempre più spesso egli esercita funzioni civili e pubbliche accanto a
quelle pastorali.
Per decidere questioni dottrinali e disciplinari, si afferma la consuetudine di convocare riunioni di
vescovi (concili) di una o più province ecclesiastiche, mentre i primi concili generali di tutti i
vescovi della Chiesa sono convocati dagli imperatori, i quali tentano ripetutamente di influenzarne
gli esiti.
Le decisioni raggiunte nei concili vengono a formare il primo nucleo di regole del diritto della
Chiesa (canoni).
Gradualmente, tra il IV e il V secolo, si afferma il primato del vescovo di Roma: in particolare, con
Leone Magno (440-461) la posizione del papa ottiene in occidente un vasto riconoscimento, ma non
altrettanto accade in oriente, cosicchè, mentre in oriente il diritto della Chiesa si sviluppa
essenzialmente sulla base delle deliberazioni conciliari, in occidente le collezioni canoniche
accolgono, accanto ai canoni, le decretali dei pontefici.
Il diritto canonico accoglie taluni principi e termini del diritto romano, perché proprio nell’alveo
istituzionale dell’impero romano la Chiesa è nata e cresciuta. Ma ben diverso è lo spirito del diritto
canonico.
Anche le idee e le tecniche della cultura cristiana esercitano un’influenza profonda sul mondo del
diritto. Nel cristianesimo, come nella tradizione ebraica, hanno fondamentale rilevanza le Sacre
Scritture, nelle quali è contenuta la Rivelazione. Ma nelle Sacre Scritture ci si trova di fronte a –
quanto meno apparenti – contraddizioni: lo sforzo dei Padri della Chiesa dei secoli III e IV è quello
di chiarire, coordinare e conciliare con il ragionamento e con l’analisi esegetica le aporie della
Scrittura, non solo al fine di comprenderne il senso, ma anche per trarne indicazioni concrete e
precise di condotta che siano conformi ai precetti divini.
Anche sul terreno del diritto si farà strada il principio – estraneo alla tradizione giuridica greca e
romana – per il quale il giudice deve applicare la legge scritta, e la legge è contenuta in un solo libro
e il libro è esente da contraddizioni (spetta al sapiente dimostrare che le eventuali contraddizioni
sono solo apparenti).
Con l’imperatore Galerio, nel 311, è decretata la cessazione delle persecuzioni anticristiane; con
Costantino (editto di Milano del 313) si stabilisce il principio della parità di diritti di tutte le
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religioni, compresa la cristiana; infine, con Teodosio I, nel 380, la religione cristiana è dichiarata la
sola religione ufficialmente riconosciuta nell’Impero.
I privilegi di cui la Chiesa beneficia dal IV secolo in poi rendono più agevole la penetrazione e
l’affermazione del cristianesimo nelle diverse parti dell’Impero, ma gli imperatori pretendono di
intervenire e di decidere in materia ecclesiastica e talora anche su questioni strettamente religiose e
teologiche. Per l’Oriente questo intreccio tra Chiesa e Stato diviene presto assai stretto: una forma
di Cesaropapismo si afferma a Costantinopoli con conseguenze storiche di lunghissima durata. In
Occidente, invece, i pericoli di subordinazione allo Stato sono avvertiti e denunciati precocemente
(Ambrogio e Teodosio: per la prima volta un confine è posto e fatto rispettare dalla Chiesa
all’esercizio del potere pubblico in nome dei valori cristiani condivisi dall’Impero). Nel 494 papa
Gelasio I enuncia il principio che Impero e Papato sono due «dignitates distinctae», l’una rivolta
alla tutela dell’ordine temporale e l’altra al conseguimento della vita eterna; i due poteri, entrambi
voluti da Cristo, sono reciprocamente indipendenti, nel senso che ciascuno deve agire nella sua
sfera senza interferenze da parte dell’altro. Il principio (accolto poi nel Decretum di Graziano)
rimane un caposaldo della teoria politica e giuridica dell’occidente sino alla fine del medioevo.

La scienza giuridica nel tardo impero si mantiene ad un livello elevato in Oriente, dove si riscontra
una costante e qualificata produzione legislativa e dove viene attuata anche una riforma delle
professioni legali. Nelle scuole superiori di Berito e di Costantinopoli il corso degli studi legali dura
cinque anni. In Occidente sopravvivono centri di studio di livello molto più modesto, così come
modeste appaiono le epitomi di testi giuridici classici e le altre opere esegetiche del tempo, che
testimoniano il fenomeno della ‘volgarizzazione’ del diritto. Non pochi istituti giuridici subiscono
alterazioni nella prassi, nella quale dominano regole più semplici e primitive.

Le invasioni barbariche
Le popolazioni barbariche (Visigoti, Ostrogoti, Longobardi, Vandali, Burgundi, Franchi, Angli e
Sassoni), che irrompono entro i confini dell’impero e nel V e VI secolo fondano i regni romano-
barbarici, si reggono su regole e principi non scritti, che si rivelano insufficienti nel momento in cui
l’insediamento nelle terre imperiali diviene stabile e i barbari si trovano ad essere la minoranza
dominatrice di una popolazione ben più numerosa anche se soggetta.
Nel regno franco e nel regno longobardo la coesistenza tra il sistema di diritto barbarico e quello
romano è realizzata sulla base del principio della «personalità della legge»: entro un medesimo
ordinamento giuridico, più diritti sono riconosciuti come validi, ciascuno con riferimento ad una
stirpe. I longobardi applicano a sé le proprie consuetudini, mentre la popolazione romana può
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continuare a regolare i propri rapporti giuridici sulla base del diritto romano, sia pure nella forma
semplificata e modificata del diritto romano volgare: tutto ciò è possibile perché per un periodo
relativamente lungo i rapporti giuridici tra nuclei etnicamente distinti restano sporadici.
Naturalmente il principio della personalità della legge non opera rispetto a quegli istituti di diritto
pubblico che costituiscono l’ossatura dei nuovi regni (es. riguardo ai poteri delle autorità di governo
civili, militari e giudiziarie).
Quando si rendono conto che il regime giuridico puramente consuetudinario è insufficiente a
disciplinare la realtà del regno, i re barbarici fanno redigere le prime leggi scritte (in latino). Le
leggi visigotiche e burgunde sono fortemente impregnate di diritto romano, mentre le leggi dei
Franchi e dei Longobardi rimangono assai più fedeli allo spirito originario delle consuetudini dei
rispettivi popoli.
Una gran parte delle disposizioni della Legge salica dei Franchi e degli Editti longobardi è dedicata
alle composizioni pecuniarie relative ai fatti illeciti: esse sono lo strumento, calcolato in termini
monetari, atto ad evitare il ricorso alla vendetta (faida).
In Italia il trapasso dalla tarda antichità al medioevo avviene, sul terreno del diritto e delle
istituzioni, soltanto con la discesa dei longobardi, che nel 568 irrompono dal Friuli e iniziano la
conquista della penisola. Le istituzioni giudiziarie preesistenti vengono annientate e, insieme con
esse, la classe dirigente romana per intero, o quasi. La prima legge scritta è promulgata nel 643 da
re Rotari, sia per conservare e consolidare le consuetudini tradizionali del suo popolo
contrapponendole al più maturo diritto scritto di derivazione romana, sia per assicurare l’ordine
interno e il controllo del potere regio. Nell’editto vengono utilizzate norme romane, ma anche
saliche, burgunde, bavaresi, alamanne e soprattutto visigotiche. Non sempre i principî a cui si
informa sono primitivi: nell’ambito del tentativo di reato, ad esempio, - a differenza di quanto
stabilito dal diritto romano, che puniva il tentativo con la medesima pena del reato consumato – si
distingue accuratamente tra atti preparatori, tentativo, reato perfetto e si irrogano pene differenziate
per le tre ipotesi.
Una svolta significativa nell’evoluzione del diritto longobardo è data da Liutprando (712-744), che,
abbandonato l’arianesimo e convertitosi al cattolicesimo, mostra ripetutamente di voler tradurre in
concrete disposizioni di legge i valori e i principi della sua fede religiosa. I destinatari degli editti di
Liutprando sono di regola tutti i sudditi del regno, dunque anche la popolazione di origine romana.
Il principio della personalità del diritto continua ad essere applicato laddove la legge scritta non
dispone, ma sia ai romani che ai longobardi è consentito (editto del 727, cap. 91, de scrivis) di
abbandonare la propria legge in occasione di singoli negozi giuridici per abbracciare quella della
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controparte. L’influenza cristiana e romana si accompagna, dunque, in Liutprando, a un primo


ritorno alla territorialità del diritto.

Il monachesimo
Nell’alto medioevo la Chiesa con le sue istituzioni svolge un ruolo vitale anche per l’evoluzione del
diritto:
1. essa influenza le legislazioni visigotica e longobarda
2. i vescovi e l’organizzazione episcopale hanno una posizione di rilievo nelle strutture
pubbliche di alcuni regni germanici
3. grande importanza riveste il fenomeno monastico
Il monachesimo nasce in Egitto nel III secolo con Antonio abate, primo esponente
dell’anacoretismo eremitico, e poco più tardi riceve un’orientazione cenobitica (vita in comune allo
scopo di santificazione, con precise regole di condotta) ad opera di un altro egiziano, Pacomio.
Entrambi i modelli si diffondono in occidente (Italia, Francia, Irlanda). La comunità monastica di
Cassino, istituita da Benedetto da Norcia, è retta dalla celebre Regola benedettina, contenente
norme liturgiche e prescrizioni relative al lavoro manuale e intellettuale («Ora et labora»: nel
lavoro intellettuale è compresa l’attenzione da dedicare ai testi della cultura scritta, anche al di fuori
della Sacra Scrittura, che è all’origine di un fatto capitale per l’occidente, la trasmissione della
cultura antica alle età successive mediante la trascrizione compiuta in prevalenza proprio dai
monaci dell’alto medioevo).
Nella Regola tutto è disciplinato: cibo, sonno, ospitalità. I monaci non possono possedere alcunché.
La vita comune è basata sul principio dell’obbedienza. A capo del monastero c’è un abate, eletto a
vita dai fratelli e responsabile della loro salute spirituale. L’abate è scelto dai monaci per le sue virtù
di vita e di sapienza, non per l’anzianità (criterio del merito); egli prende tutte le decisioni sentiti i
fratelli, senza però essere vincolato dal loro parere. Sono previste sanzioni e misure coercitive
spirituali e fisiche per i monaci che contravvengano ai principi della Regola, sino all’esclusione
dalla comunità nei casi più gravi. Ma il potere dell’abate è concepito come un servizio prestato ai
fratelli, non come una manifestazione di autorità: l’idea del potere come servizio, che è già espressa
nel Vangelo in forte dissonanza rispetto alla concezione mondana del potere, è un aspetto
fondamentale della concezione cristiana, che produrrà notevoli effetti nella storia dei poteri secolari
in occidente.
Dalla Regola di S. Benedetto fu conquistato colui che poi divenne papa Gregorio I Magno, il quale
si fece monaco dopo aver ricoperto la prestigiosa carica pubblica di praefectus urbi a Roma.
Divenuto papa, diede un orientamento preciso a inumerevoli aspetti dell’organizzazione e della
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disciplina ecclesiastica. Oltre 800 lettere raccolte nel Registro delle epistole gregoriane offrono un
quadro dei problemi della Chiesa e delle linee d’azione e di pensiero del papa. In esse si rinvengono
alcune tra le radici più antiche di un metodo destinato a svolgere un ruolo di primo piano nel diritto
medievale e moderno del mondo occidentale: per giustificare i precetti che rivolge ai vescovi e i
suoi orientamenti pastorali, Gregorio parte dalla citazione di un testo scritto, che di solito è della
Sacra Scrittura, ma talvolta anche della legge secolare. Importante è rilevare come la condotta
suggerita o imposta derivi dalla norma scritta, previa interpretazione del testo di legge.
Accanto al Registro delle lettere, ebbero grandissima fortuna gli scritti esegetici e pastorali di
Gregorio Magno: da essi Graziano trarrà molti passi per inserirli nel Decretum.
Anche in Irlanda si sviluppò un ricco filone monastico, cui San Colombano diede nel VII secolo un
impulso di crescita eccezionale. Nel’ambito del monachesimo irlandese e inglese fiorirono i
Penitenziali, testi destinati al clero e contenenti l’indicazione della penitenza più opportuna per il
riscatto dei diversi peccati. La penitenza consisteva per lo più in forme di digiuno di varia drasticità
e durata, recite di preghiere, astensioni sessuali ed anche composizioni pecuniarie. La tipica
struttura «tariffaria» dei penitenziali (es. tanti giorni o anni di digiuno e di astinenza per ogni
peccato) presenta evidenti analogie con le composizioni pecuniarie delle leggi germaniche, tanto da
suggerire come naturale la derivazione da una comune matrice (si può ipotizzare che i penitenziali
non di rado integrassero la disciplina normativa supplendo alle lacune della legge e rendendone più
efficace l’osservanza in virtù delle sanzioni spirituali che copivano i peccati-reati). Per altri aspetti, i
penitenziali riprendono taluni motivi propri della tradizione cristiana (es. l’idea della penitenza
come medicina dell’anima o la classificazione dei peccati capitali, che trova riscontro negli scritti
dei padri della Chiesa). Infine, nei penitenziali emerge un ulteriore elemento di particolare
rilevanza: l’intenzione del peccante, il suo grado di consapevolezza e di colpa sono attentamente
considerati e influiscono sulla quantità e sulla qualità della pena. In un sistema giuridico quale è
quello delle leggi germaniche, che per lo più fa derivare le sanzioni penali dal mero fatto (la ferita,
l’uccisione, il furto) indipendentemente dall’intenzione del reo, la considerazione dell’elemento
soggettivo ha introdotto un principio di ispirazione assai diversa, che farà la sua strada nel tempo.

Il regno franco. Carlo Magno


Il regno dei Franchi conosce la sua massima espansione sotto Carlo Magno, che affida il governo
del territorio ai conti (circa 400), nominati a vita dal re, scelti per lo più nell’ambito dell’aristocrazia
franca. Il conte è titolare del bannum (potere di comando) e ha il compito di mantenere l’ordine
interno nella contea; è tenuto ad esecitare funzioni civili e militari al servizio del re anche al di fuori
della contea. Per l’amministrazione della giustizia, accanto ai conti vengono posti gli scabini,
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giudici semi-professionali; ma le fonti del tempo rivelano i vizi di una giustizia gestita sovente in
modo scorretto e le prepotenze dei conti nei confronti dei sudditi. Per ovviare a questi mali, Carlo
istituisce i missi dominici, uomini di sua fiducia incaricati di recarsi in missione in una o più regioni
per esercitare in nome del re una serie di funzioni pubbliche: la giustizia (in cui i missi hanno
competenza concorrente con quella del conte); il controllo dell’operato dei conti; la preparazione di
campagne militari; l’esazione di vari tributi; la promozione dell’osservanza di vecchie e nuove
disposizioni di legge. Al di sopra dei conti e dei missi, il re costituisce l’istanza suprema, a cui si
può ricorrere per denegata giustizia o contro sentenze ingiuste dei giudici del regno.
Nella notte di Natale dell’‘800 papa Leone III pone sul capo di Carlo la corona imperiale: rinasce in
occidente l’impero in una forma nuova, che prende il nome di Sacro Romano Impero per il legame
anche formale che sin dall’inizio lo congiunge alla Chiesa di Roma. In tal modo il re dei Franchi
acquista un rango superiore rispetto agli altri sovrani. Il potere imperiale ha infatti carattere
universale quanto meno nell’ambito della cristianità occidentale; l’autorità imperiale si ritiene
derivata da Dio per il tramite della Chiesa.
Per accrescere l’efficacia e la capillarità del suo potere (bannum), Carlo introduce il giuramento di
fedeltà da parte dei suoi sudditi maschi che abbiano raggiunto l’età di 12 anni.
Nel regno carolingio vengono attuate riforme, in parte attraverso ordini diretti, e in parte attraverso i
capitolari, leggi scritte con le quali il sovrano dettava prescrizioni in materia giudiziaria, penale
amministrativa e perfino ecclesiastica: infatti, un punto chiave del programma di governo di Carlo è
la cooperazione stretta delle autorità civili con i vescovi, essendo l’imperatore persuaso che suo
compito istituzionale sia anche e in primo luogo la difesa e la promozione della religione cristiana,
tanto da ingerirsi nell’organizzazione della Chiesa e perfino nella dottrina e nella liturgia. Questa
ideologia teocratica porta in sé il germe delle future e aspre lotte tra il potere temporale e il potere
spirituale.

Il feudo
Negli stessi decenni in cui Carlo Magno opera per raffozare le strutture pubbliche del suo vasto
dominio, nel regno franco si sviluppa l’istituto di origine consuetudinaria del feudo, che consiste in
un legame personale (vassallaggio) tra due uomini liberi di diversa posizione, stretto per garantire al
superiore il sostegno in ogni circostanza e soprattutto l’aiuto in guerra, e per assicurare all’inferiore
non soltanto una corrispondente sicurezza, ma anche uno stabile sostentamento attraverso la
concessione in beneficio di una terra (2 elementi fondamentali del feudo: vassallaggio e beneficio).
Con la cerimonia dell’investitura, il signore concede al vassallo la sua protezione e il vassallo giura
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fedeltà totale (etica prima che giuridica) al signore. L’obbligo primo e fondamentale di entrambi è la
fedeltà, ma il signore non è tenuto, come il vassallo, al giuramento.
Per il vassallo, la fedeltà comporta una piena assistenza materiale e morale al suo signore e, di
conseguenza, una serie di obblighi di non fare (non tradire il signore, non allearsi con i suoi nemici,
non nuocergli in alcun modo) e di fare (questi ultimi saranno definiti dalla dottrina posteriore con
l’espressione consilium et auxilium: consiglio è l’assistenza al signore nelle decisioni di ogni
genere, da quelle politiche a quelle giudiziarie; aiuto è in primo luogo il servizio militare a cavallo).
Il vincolo feudale, bilaterale, ha priorità assoluta su ogni altro legame, compresi quelli di sangue e
dura finchè i contraenti sono in vita: solo la morte di uno dei due può scioglierlo. La rottura
ingiustificata della fidelitas (fellonìa) costituisce un crimine gravissimo e comporta, per il vassallo,
la perdita del feudo.
Ben presto il rapporto di vassallaggio si diffonde e si crea una gerarchia di rapporti (dal re ai
feudatari maggiori, da costoro ai valvassori, e poi ancora per uno o più gradi verso il basso).
Nell’ambito di questa complessità, accade che un vassallo si leghi contemporaneamente a più
signori e se costoro vengono a confliggere, è difficile capire a chi il vassallo deve dar prova di
fedeltà. Si afferma allora una forma privilegiata di legame, il feudo ligio, che crea un rapporto
feudale prioritario rispetto ad ogni altro.
Sin dai primi tempi i vassalli aspirano a trasmettere ereditariamente il loro rapporto e i loro diritti
sulle terre concesse in beneficio e una consuetudine viene a consolidarsi in questo senso, fino a che,
nel 1037, l’imperatore Corrado II il Salico sancisce in una costituzione l’ereditarietà dei feudi
minori per ingraziarsi il favore dei rispettivi vassalli in una fase politica difficile. Alla morte di uno
dei due contraenti, occorre comunque ristabilire il rapporto di fedeltà attraverso una nuova
investitura, con relativo giuramento, e di norma il vassallo è tenuto a pagare una somma in denaro.
In origine le donne erano escluse dalla titolarità del feudo, perché non erano in grado di svolgere il
servizio militare, ma via via che il tempo passa, le eccezioni a questa regola si moltiplicano e di
solito si affidano al marito gli oneri militari (si tende quindi a richiedere l’assenso del signore alla
scelta dello sposo della donna).
I contenuti del diritto del signore e del corrispettivo diritto del vassallo sul feudo si affermano
consuetudinariamente, evolvendosi (anche con diverse connotazioni nei vari territori): nel secolo
XII, la scienza giuridica, affrontando con strumenti concettuali raffinati anche la tematica del diritto
feudale, elaborerà la teoria del dominio diviso, distinguendo il dominio diretto del signore (simile
alla nostra nuda proprietà) dal dominio utile del vassallo (simile al nostro usufrutto, ma considerato
dai giuristi come una figura a sé stante del dominium, cioè del diritto di proprietà, in quanto
implicante un insieme corposo di poteri e diritti di natura pubblica o semipubblica: spesso al titolare
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del beneficio veniva garantita l’immunità, con la quale si escludeva che autorità diverse dal
feudatario potessero entrare nel feudo per esigere tributi o amministrare la giustizia, potere
normalmente concesso al feudatario stesso). La disciplina dei feudi sarà affidata in primo luogo alle
regole poste dall’investitura, in secondo luogo (in mancanza delle prime) dalle norme contenute in
una raccolta di origine consuetudinaria (Libri feudorum) formatasi ad opera di giuristi lombardi (tra
i quali emerge l’illustre giudice milanese Oberto dall’Orto), che verrà poi inserita nel Corpus iuris
giustinianeo, e, in ultima istanza, dal diritto romano.
Accanto ai feudi, nella realtà istituzionale europea dei secoli dal IX all’XI, troviamo le signorie
rurali: la nobiltà locale minore (legata alla nobiltà maggiore – duchi, marchesi, conti – dal vincolo
feudale) potenzia grandemente le sue prerogative quando le ondate di incursioni di Ungari e
Saraceni provocano in gran parte d’Europa la costruzione di migliaia di castelli muniti di mura per
difendersi dalle predazioni. Ai signori dei castelli la popolazione si affida non solo per la difesa, ma
anche per l’esercizio di importanti funzioni pubbliche, a cominciare dalla giustizia. Le signorie
rurali divengono forti al punto da disporre in via di fatto dei poteri di piena giurisdizione civile e
penale – poteri poi spesso legittimati dai sovrani con appositi diplomi – e si arrogano, sempre in via
di fatto, la facoltà di alienare a terzi tali poteri e diritti.
A partire dal secolo X, in Germania e Francia viene a formarsi una serie di principati territoriali,
dominati da duchi e conti che conquistano una crescente autonomia rispetto al potere regio.

Il ruolo delle consuetudini


Nell’alto medioevo la legislazione svolge un ruolo del tutto trascurabile (nei secoli X e XI quasi
scompare), mentre ciò che genera il diritto nuovo, ciò che gli dà forma e lo fa evolvere sono le
consuetudini.
In virtù del sistema della personalità del diritto, una pluralità di leggi vige contemporaneamente nel
medesimo territorio e ciascuna di esse si applica alla propria stirpe. All’interno di questo sistema la
consuetudine ha grande peso: i diritti germanici in origine non sono fissati per iscritto e le leggi
scritte includono solo una parte delle tradizioni giuridiche dei singoli popoli (nei documenti sono
frequenti le tracce di consuetudini giuridiche non contenute in leggi scritte); inoltre, nei secoli dal
VI all’XI lo stesso diritto romano si tramanda in Europa per via consuetudinaria, attraverso la
pratica dell’applicazione quotidiana.
Si è visto come Liutprando consentisse di adottare nei contratti una legge diversa da quella di
appartenenza: in tale disposizione si avverte l’inizio della crisi del sistema della personalità del
diritto, che si accentua in età carolingia, senza però giungere alla soppressione del sistema stesso,
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che sopravviverà ancora per secoli. Nei secoli IX e X si diffonde la prassi di dichiarare, nei negozi,
la propria legge d’appartenenza (professioni di legge).
Nello stesso periodo, però, si osserva un concomitante fenomeno di ritorno alla territorialità del
diritto: laddove i testi di legge delle varie stirpi non dispongono, si formano consuetudini locali
comuni a tutti coloro che vivono in un certo territorio (regione, città, villaggio, castello). Nel
processo di formazione di tali consuetudini si osserva la riaffermazione di regole e istituti propri
della tradizione romana (vittoria spontanea e sotterranea della tradizione giuridica latina).

La cultura giuridica dei secoli altomedievali è essenzialmente la cultura dei giudici e dei notai:
questi ultimi rogano i negozi (compravendite, donazioni, permute, contratti agrari, atti dotali e così
via) voluti dai privati. Per opera dei notai si trasfondono nella prassi anche le consuetudini
giuridiche non scritte. La cultura dei giuristi è dunque essenzialmente una cultura di pratici del
diritto.
Verso la fine del secolo XI in Italia si hanno tracce anche di una cultura giuridica rivolta allo studio
dei testi di legge: un ignoto autore redige un commentario alla raccolta degli editti longobardi e dei
capitolari destinati all’Italia (Expositio ad librum papiensem); in esso si ha la testimonianza di una
rinata attività esegetica (vengono citate opinioni di giuristi, come quelle dei giudici Bonfiglio e
Bagelardo; si accenna all’esistenza di magistri e discipuli) e si avverte lo sforzo di comprendere la
precisa portata dei testi e di combinare norme tra loro discordanti con il supporto di sottili
argomentazioni. Numerosi sono i rinvii a passi della compilazione di Giustiniano: l’autore ricorre
alla legge romana laddove una questione non trova soluzione nelle leggi longobardo-franche e varie
volte motiva questi rinvii asserendo che la legge romana è legge generale per tutti (lex generalis
omnium), secondo quanto affermato da quelli che l’autore definisce «antiqui», cioè dai giudici e
giuristi della prima metà del secolo XI. Ciò significa che il diritto giustinianeo nel secolo XI era
ormai considerato diritto sussidiario rispetto alle leggi longobardo-franche: è iniziata la riemersione
del diritto romano, che quasi un secolo dopo sarà collocato dalla Scuola di Bologna al centro di un
nuovo metodo di studio.

La crisi della Chiesa e la riforma


Negli ultimi secoli dell’alto medioevo la Chiesa versa in condizioni molto difficili, perché le
istituzioni feudali e signorili ne hanno intaccato sia la struttura che le funzioni. Nelle chiese locali, i
vescovi sono scelti e nominati di regola dai sovrani temporali o addirittura dai signori locali; i
sovrani si riservano anche il diritto di deporre i vescovi; la nomina dei sacerdoti ai benefici
ecclesiastici e alla reggenza delle singole pievi è largamente influenzata dai poteri signorili; il
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papato è caduto, nel secolo X, nelle mani dell’aristocrazia romana, attraverso vicende di profonda
decadenza morale e nel 962, con gli Ottoni, la nomina dei pontefici viene ricondotta sotto il diretto
controllo imperiale, in modo più efficace rispetto all’età carolingia; a tutti i livelli le nomine dei
pastori sono determinate in larga misura dai rapporti di parentela e dall’offerta di denaro quale
corrispettivo della nomina: quest’ultimo aspetto, denominato simonìa, è particolarmente grave
poiché implica la mercificazione delle cariche spirituali e l’accesso alle funzioni sacerdotali e
vescovili di uomini troppo spesso privi di vocazione pastorale e perciò poco inclini alle rinunce
conseguenti, a cominciare dal celibato. Larghissima è, in effetti, la diffusione del concubinato
ecclesiastico, nonostante l’orientamento favorevole al celibato espresso dai concili e dai decreti sin
dai secoli IV e V. Dai rapporti di concubinato nascono figli e si creano aspettative patrimoniali: in
assenza di un formale diritto di successione, ai figli vengono frequentemente concessi benefici
ecclesiastici.
L’ingerenza del potere laico nelle nomine ecclesiastiche è in larga misura determinata dalla
commistione tra funzioni civili e funzioni religiose. Molti vescovi esercitano anche poteri di
governo del territorio, il che implica l’organizzazione di uomini armati per la sicurezza della
diocesi; l’investitura feudale conferisce ai vescovi titolari di feudo un forte legame col potere regio
e i feudi tendono ad essere trasmessi anche all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. L’ideologia
coeva tende a concepire la Chiesa come una struttura per così dire “interna” all’impero, secondo la
concezione che era già stata di Carlo Magno.
Una forte reazione a questo stato di cose si delinea intorno alla metà del secolo XI: con un decreto
del papa Niccolò II del 1059 la designazione del papa viene riservata ai cardinali (i cardinali lo
designano, il clero romano approva e il popolo acclama), e sottratta così ai giochi di potere
dell’aristocrazia romana. Contemporaneamente in due sinodi romani viene condannata la simonia:
l’acquisto per danaro di una carica ecclesiastica è considerato un atto di eresia e sanzionato con
l’annullamento della nomina simoniaca e con la degradazione dell’ordinante e dell’ordinato.
Un ruolo determinante è assunto da Ildebrando di Soana, monaco toscano proveniente dal
monastero di Cluny, che viene eletto papa nel 1073 col nome di Gregorio VII. Le sue tesi vengono
scolpite nel Dictatus papae del 1075, in cui l’autorità del papa è affermata con energia non solo nei
confronti dei vescovi e dell’intera Chiesa, ma anche nei confronti dell’imperatore, che il papa può
legittimamente scomunicare e addirittura deporre, liberando i sudditi dall’obbligo di fedeltà. Tali
tesi sono contrastate dai «regalisti», i quali sottolineano la derivazione diretta da Dio dell’autorità
imperiale e pongono sullo stesso livello le leggi canonica e secolare che, avendo la loro fonte
rispettivamente nella Chiesa e nell’Impero, sono entrambe volute da Dio.
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Nel 1077 Gregorio VII scomunica l’imperatore Enrico IV, che si era posto in contrasto con la
Chiesa sull’ordine di precedenza delle investiture ecclesiastiche, e dichiara i sudditi sciolti dal
giuramento di fedeltà. La scomunica è revocata solo dopo che Enrico IV ha mostrato il suo
pentimento rimanendo in attesa del perdono papale per tre giorni davanti al castello di Canossa.
Qualche decennio più tardi la controversia giunge ad un esito conclusivo con il Concordato di
Worms del 1122, in cui si stabilisce che le insegne dell’investitura episcopale siano conferite
dall’autorità ecclesiastica e che le nomine avvengano secondo la procedura canonica.
Alla radice di questi eventi drammatici sta la contrapposizione frontale di due modi di concepire i
rapporti tra la Chiesa e il potere temporale, il sacerdozio e il regno. L’imperatore considera il
proprio ruolo come assegnatogli direttamente da Dio, e perciò non meno sacro e originario di quello
del papa. Il papa invece ritiene preminente il sacerdozio rispetto al regno, e di natura demoniaca il
potere temporale quando non sia gestito in armonia con quei principî religiosi e morali dei quali la
Chiesa è la sola garante.
Una delle ragioni della rilevanza di questa fase della storia europea risiede nel fatto che con la
riforma la Chiesa ha rivendicato a sé, e sottratto ai poteri secolari, almeno in linea di principio, una
diretta legittimazione nelle cose della religione e nell’organizzazione interna della Chiesa, che
questa rivendica a sé adottando un modello strutturale gerarchico culminante nel pontefice romano.
In parallelo, il potere secolare ha iniziato ad acquisire consapevolezza della legittimazione teorica e
pratica della propria ragion d’essere e di agire, le quali risultano bensì ancora fondate, in questa età,
su una diretta legittimazione divina, ma vengono ormai concepite da una parte della dottrina e dalle
massime autorità temporali – l’Impero e alcuni regni quali l’Inghilterra e la Francia – come
indipendenti rispetto alla Chiesa.
In ogni caso, l’importanza della riforma della Chiesa del secolo XI fu di portata storica e la sua
influenza fu duratura in Europa, non solo sul piano religioso ma anche sul terreno del diritto. La
riforma, che si impose in contrasto con interessi enormi, secolari ed ecclesiastici, segnò una
grandiosa vittoria sulla consuetudine (i legami feudali, la simonia, il concubinato erano innervati in
profondità nella società del tempo). Lo sviluppo successivo del diritto canonico dei secoli XII e XIII
è strettamente connesso con alcune scelte compiute nell’età della riforma e non vi è dubbio che le
vicende della formazione dei moderni stati europei e dei rispettivi sistemi giuridici sono
direttamente e indirettamente collegate e in parte dipendenti dai modelli istituzionali assunti dalla
Chiesa nei decenni decisivi della riforma.