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AVVERTENZA

Il riferimento alle Opere di Nietzsche, quando non


esplicitato, si intende sempre all’edizione italiana Colli-
Montinari (Adelphi, Milano 1964 sgg.). Le sigle sono le
stesse usate negli apparati dell’edizione critica.
Ho lasciato invece, nel testo delle lettere di Mazzino
Montinari e di Giorgio Colli, i titoli delle opere, le
abbreviazioni, le sigle etc. così come si trovavano nel
manoscritto. Ad esempio per Nietzsche: a volte ‘N.’, a volte
‘N’. Oppure i titoli delle opere: a volte tra virgolette, a volte
in sigla, sottolineati etc. (ad es: ‘VdP’, ‘WzM’, ‘“Wille zur
Macht”’, ‘Volontà di potenza’ etc.). Il criterio usato da Colli
e Montinari non è uniforme, ma legato al carattere
epistolare della comunicazione. Solo nei rari casi in cui non
fosse immediatamente comprensibile, la sigla è stata
risolta in parentesi quadra. Per GOA, GA, GAK sigle che
spesso tornano nel testo, si deve intendere la Grossoktav-
Ausgabe, (così chiamata dal formato “ottavo grande”)
l’edizione canonica in 19 voll. delle Opere di Nietzsche
promossa e guidata dalla sorella Elisabeth (Leipzig 1895
sgg.) da cui direttamente dipendono tutte le altre edizioni
precedenti quella Colli-Montinari (sigla: KGW).
Queste le abbreviazioni più spesso usate nel carteggio
Colli-Montinari:

BN Bücher aus Nietzsches Bibliothek


[Libri della biblioteca di
Nietzsche]
DM, Dms, Dm, Druckm Druckmanuskript [Manoscritto
Da Lucca a Weimar 2

per la stampa]
Ed Erstdruck [Prima edizione a
stampa]
He Handexemplar [copia
manoscritta]
Mp Mappe [Convoluti contenenti
fogli sparsi]
ms Manuskript [Manoscritto]
Rs Reinschrift [Bella copia]
Vgl Vergleich [Confronta]
Vs Vorstufen [Stesure preparatorie]
+++ Lacuna nel manoscritto

I manoscritti di Nietzsche sono citati nelle lettere


secondo le segnature d’archivio dovute a H. G. Mette (Der
handschriftliche Nachlass Friedrich Nietzsches, Leipzig
1932). Per una descrizione essenziale rimando al volume
14 delle Sämtliche Werke. Kritische Studienausgabe,
p. 24, segg.
Il capitolo 1 e 2 della prima parte, sono stati pubblicati,
in traduzione tedesca con varie modifiche e in una
versione ridotta: Mazzino Montinari in den Jahren 1943 bis
1963, in “Nietzsche-Studien”, 1988, Bd. 17, pp. XV-LX.;
“Die Kunst, gut zu lesen”. Mazzino Montinari und das
Handwerk des Philologen, in “Nietzsche-Studien”, 1989,
Bd. 18, pp. XV-LXXIV. Il capitolo 3. 1 è uscito come
recensione a M. Montinari, Nietzsche, Ubaldini, Roma 1975,
in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, vol. VII,
4, 1977. Recentemente è stata pubblicata una versione
tedesca di questo volume: M. Montinari, Nietzsche. Eine
Einführung, trad. di R. Müller-Buck, de Gruyter, Berlin
1991, con una introduzione di Karl Pestalozzi. Il capitolo 3.
2 è uscito in “Belfagor” (1,1982). Il capitolo 4 contiene
interventi su “Rinascita” (41, 1980), “Libri oggi” (6, 1978),
“Rinascita” (41, 1978), “Rinascita” (19, 1981), “Il Ponte”
Da Lucca a Weimar 3

(1, 1979). Sette lettere di Montinari, inserite nella seconda


parte, sono uscite, da me curate e con una mia
presentazione, in “Belfagor”, 3, 1987 (XLII), col titolo, La
passione rabbiosa per la verità. Lettere a Giorgio Colli.
I
“L’ARTE DEL LEGGERE BENE”
1.

DA LUCCA A WEIMAR.
GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO

SOMMARIO: 1. La “preistoria” dell’edizione: una comunità di giovani.


— 2. La scuola “dura”. L’educazione storica. 3. La “battaglia delle
idee”. Militanza politica e culturale. — 4. Il “nichilismo positivo” di
Nietzsche secondo Giorgio Colli. 5. L’“azione” Nietzsche per una
cultura inattuale. — 6. Le vicende italiane dell’edizione. — 7. La
“passione rabbiosa per la verità”.
1.
LA “PREISTORIA” DELL’EDIZIONE:
UNA COMUNITÀ DI GIOVANI

Questo viaggio è il più importante avvenimento della mia vita,


forse... Ti sono grato di aver avuto tu l’idea del viaggio a Weimar; non
l’ho dimenticato. Faremo una grande edizione-traduzione di Nietzsche!

Così Mazzino Montinari conclude la sua prima lettera


da Weimar nell’aprile del 1961 durante il breve soggiorno
di ricognizione per esplorare le possibilità del lavoro sui
manoscritti di Nietzsche. Con l’amico e maestro Giorgio
Colli aveva progettato una traduzione italiana completa
degli scritti del filosofo tedesco ma ambedue si erano
accorti, già a questo livello, dell’impossibilità di utilizzare il
Nachlaß e gli scritti dell’ultimo periodo così come si
presentavano nella Großoktav-Ausgabe.
Nella lettera c’è l’emozione dell’incontro con i
manoscritti e con l’ambiente di Weimar, la piena
consapevolezza delle difficoltà da affrontare ma anche la
volontà determinata verso una nuova edizione:

Caro Giorgio,
ho aspettato a scriverti per avere idee chiare e poter fare con te
un bilancio di queste splendide giornate di lavoro e di entusiasmo.
Prima di tutto qualche notizia personale. Ho trovato qua delle
persone molto gentili, non solo perché mi hanno messo a disposizione
tutto il materiale dell’Archivio, che è conservato come sai in quello
Goethe-Schiller, ma perché si sono preoccupate di farmi alloggiare
molto meglio di come all’inizio io avevo fatto da me. Abito infatti nella
villa... di Nietzsche! Da dove in questo momento ti scrivo. Ho per me
una stanza magnifica, con veranda e panorama di Weimar da un lato e
Da Lucca a Weimar 7

vista del giardino dove Nietzsche malato avrà passeggiato. C’è un


gran silenzio qui. La villa è di stile “bayreuthiano”; ma, situata com’è
in alto e un po’ fuori di Weimar, è il posto ideale per lavorare. Ho
provato una certa emozione, tutta mia, perché non comunicabile agli
altri, la prima volta che ho preso tra le mani un ms. di Nietzsche e poi
quando ho varcato la soglia di questa casa. Non importa se è
scomparso tutto quello che lo riguarda; il posto è sacro lo stesso.
Credimi, da quando ho cominciato a lavorare (martedì, perché
lunedì era festa); quasi soffro per la tensione e il desiderio di
concludere e perché vedo che ci vorrebbe tanto tempo ancora. E quel
che è meglio, sarebbe possibile fare tutto in modo serio, nuovo,
definitivo1.

Gli appunti, le note, le riflessioni, il carteggio da


Weimar degli anni 61-70, dai soggiorni sempre più lunghi
fino al trasferimento stabile dal 1965, danno la possibilità
di ricostruire un momento essenziale del lavoro di
Montinari in tutta la sua complessità e nelle sue
motivazioni. Queste pagine sono un contributo alla
ricostruzione della genesi e della storia dell’edizione Colli-
Montinari, nella consapevolezza che i risultati di
quest’ultima sono importanti non solo per una nuova
lettura di Nietzsche ma anche per la comprensione di
momenti centrali della cultura dell’Ottocento.
Nella prima parte di questo scritto voglio ripercorrere i
momenti della formazione e il maturarsi della riflessione
che Montinari, nel suo ascetismo di filologo, tenne spesso
solo come saldi presupposti del suo quotidiano lavoro. Per
questo ho cercato di offrire ampie testimonianze dirette e
inedite che aiuteranno a conoscere meglio la figura di
questo studioso.
L’edizione di Nietzsche nasce come parte di un’azione

1 Questa, con altre tre lettere dello stesso periodo e tre del 1967, è stata
pubblicata in “Belfagor”, n. 3, 31 maggio 1987 (XLII): M. Montinari, La passione
rabbiosa della verità. Lettere a Giorgio Colli, a cura di G. Campioni, pp. 313-34.
Il fascicolo contiene anche un affettuoso ricordo di Montinari scritto da Cesare
Cases: Il granduca di Weimar. Queste lettere vengono ora pubblicate, con altro
materiale postumo e inedito di Montinari, nella seconda parte di questo libro.
comune che affondava le sue radici in anni lontani. A
Lucca, la piccola città della Toscana, dove Mazzino
Montinari era nato il 4 aprile 1928, si trova, come egli più
volte ha sottolineato, la “preistoria” dell’edizione: il
giovane studente, nel 1942-43, in anticipo di due anni
rispetto al corso regolare di studi, frequentava la prima
classe del Liceo-ginnasio “N. Machiavelli” ed aveva
professore di filosofia l’allora ventiseienne Giorgio Colli. Lì
si formò un gruppo di amici e discepoli aggregati dalla
personalità forte di Colli e dalla sua passione per la
comunicazione orale. Montinari ha ricordato spesso, come
decisive, queste sue prime esperienze:

la guerra, la resistenza contro il fascismo, la prima lettura di


Nietzsche, di Platone, di Kant, la prima musica (Beethoven), la prima
scoperta del sentimento dell’amicizia (con Giorgio e Angelo): tutto
questo aveva segnato un’impronta indelebile nella mia vita, a partire
dal quattordicesimo anno di età 2.

Colli aveva avuto, fin dall’inizio, una posizione molto


originale nella tradizione culturale italiana. Nell’ambiente
torinese aveva appreso da Piero Martinetti e da Gioele
Solari un liberalismo decisamente antifascista ed aveva
maturato una profonda ostilità verso il neoidealismo
dominante.

Amava e cercava la compagnia dei giovani, aveva fiducia nel loro


entusiasmo ed era radicale come lo sono i giovani. La sua fiducia era
però accompagnata da una ferma richiesta di lavorare e di imparare
attingendo direttamente alle fonti. Così ci fece capire che era
necessario leggere i testi dei filosofi nella lingua originale, imparare il
tedesco per Kant, Schopenhauer, Nietzsche, sapere meglio il latino per
Spinoza e Giordano Bruno, il greco per Platone e i sapienti antichi della
Grecia. Da lui apprendemmo, come giovanissimi liceali, a conoscere le
complicate questioni di filologia attinenti per esempio alla cronologia e
all’autenticità dei dialoghi platonici o alle testimonianze e ai frammenti
2 M. MONTINARI, Ricordo di Giorgio Colli, in Aa.Vv., Giorgio Colli. Incontro di
studio, a cura di S. Barbera e G. Campioni, Angeli, Milano 1983, pp. 12-13.
Da Lucca a Weimar 9

dei presocratici.

Così Montinari ne ricorda la lezione in un sobrio e


commosso articolo scritto dopo la morte dell’amico3.
Colli vedeva nei filosofi greci da un lato, in
Schopenhauer e Nietzsche dall’altro, i punti di partenza
per la propria speculazione filosofica. Ed è con questo
Nietzsche, lontano da ogni compromissione con l’ideologia
e la retorica fascista, che Montinari, ancora ragazzo, si
incontra.

La cattiva, perché ideologica, equazione Nietzsche = fascismo,


per noi, liceali italiani antifascisti non era valida. Il nostro rapporto con
Nietzsche rimase, nell’essenziale, libero da ogni ipoteca, anche
quando la guerra finì e, in Germania, Nietzsche cadde vittima
dell’opera di denazificazione4.

A Lucca, con altri studenti, Montinari manifesta più


volte e in più modi il suo antifascismo: una commossa
testimonianza raccolta dall’amico Valentino Parlato ricorda
“i fascisti che prendono questo ragazzo dai capelli rossi e
ricci lo sbattono in prigione, lo rapano e lui
pervicacemente continua”5. Per una dimostrazione contro
la “Repubblica sociale”, viene, con altri, espulso dalla
scuola.
Lo sfondo tragico degli avvenimenti cementa ancor più
le amicizie. Molto tempo dopo, nel 1969, in una lettera da
Weimar a Colli si legge il ricordo di quegli anni nella
continuità di un legame:

3 M. MONTINARI, Lavò la faccia al superuomo, in “L’Espresso”, n. 3, 21


gennaio 1979 (il titolo è redazionale).
4 M. MONTINARI, Su Nietzsche, Editori Riuniti, Roma 1981, p. 4.
5 V. PARLATO, Un comunista e Nietzsche. Un gruppo e un percorso, in “Il
Manifesto”, 26 novembre 1986. Anna Musso Colli, ricordando questo episodio,
descrive il giovane Mazzino, lungo e magro, con un maglione bianco a collo
alto, fatto da sua madre, e col cappello sempre in testa per nascondere
l’affronto.
Caro Giorgio,
ti ringrazio molto per la tua lettera che è arrivata proprio il giorno
del mio compleanno. Ringrazio anche Anna dei suoi auguri che ho
sentito affettuosi, come sempre. Quando avremo un nuovo 4 aprile
come quello di 25 anni fa? Ricordi?... Se non sarà giovane come quello
dovrà essere di nuovo nella riunione di tutti noi, vecchi e nuovi, e sarà
bello ugualmente.

Quella lontana festa di compleanno del 1944, cui


parteciparono in casa del maestro, tutti gli amici, si
protrasse fino all’alba a causa del coprifuoco. Era anche un
congedo: poco tempo dopo, infatti, Giorgio Colli, per il suo
antifascismo, fu costretto a fuggire in Svizzera, attraverso
la Valtellina. Mazzino Montinari accompagnerà nella fuga il
maestro che resterà, in un campo-scuola per profughi, fino
alla primavera del 1945. Nel settembre del 1944 la città di
Lucca venne liberata dagli alleati e il giovane studente
poté riprendere gli studi forzatamente interrotti e
frequentare l’ultimo anno. Nel giugno del 1945 conseguì la
maturità.
Di questo periodo lucchese e di questa piccola
comunità anticonformista e critica, oltre ad Anna Musso
Colli, Fausto Codino, Gigliola Gianfrancesco Pasquinelli,
Clara Valenziano, Linda Bimbi, Enrico Ramundo, Olga
Tulini, amico prediletto è proprio Angelo Pasquinelli che,
sedicenne, di due anni più anziano di Mazzino, fece la
scelta della resistenza (“il migliore di noi divenne un
combattente per la libertà”).
Pasquinelli, che con lavori su Schopenhauer e sui
filosofi presocratici aveva già avuto modo di mostrare le
sue doti di studioso6, morì nel giugno del 1956: la sua
improvvisa scomparsa fece di nuovo incontrare Colli e

6 Angelo Pasquinelli collaborò con Colli nella collana dei “Classici della
filosofia” dell’editore Einaudi, presso cui uscì, postumo, il volume I
presocratici. Frammenti e testimonianze, Einaudi, Torino 1958. Da ricordare
anche lo studio su La fortuna di Schopenhauer, in “Rivista di filosofia”, 1951,
vol. 42.
Da Lucca a Weimar 11

Montinari dopo un periodo di esperienze personali assai


differenti.
2.
LA SCUOLA “DURA”. L’EDUCAZIONE STORICA

Nel novembre del 1945, Mazzino Montinari vinse il


concorso di ammissione alla classe di Lettere della Scuola
Normale Superiore di Pisa, una delle istituzioni scientifiche
più prestigiose e di alta tradizione.
Così egli stesso descrive la sua attività di ricerca in
quegli anni presso la Scuola Normale, in un curriculum,
scritto in tedesco, nel gennaio del 1970, per sostenere
l’abilitazione a Basilea:

Potevamo usufruire dell’ insegnamento interno e del contatto


quotidiano con eccellenti docenti universitari come Giorgio Pasquali
(Filologia classica) e Delio Cantimori (Storia). Accanto agli esami
universitari dovevamo, come studenti della Scuola Normale Superiore,
sostenere tra l’altro un colloquio annuale su una nostra personale
attività di ricerca. Il primo anno trattai del presocratico Parmenide (era
relatore il professor Cesare Luporini), nel secondo mi dedicai ad un
problema che riguardava gli inizi del cristianesimo, dato che studiai le
testimonianze greche sugli Esseni e i terapeuti: condussi
quest’indagine sotto la guida dello storico Delio Cantimori. Grazie a un
suggerimento di Cantimori, che io consideravo ormai il mio maestro,
affrontai nel terzo anno universitario alcune questioni che
concernevano la Riforma (cattolica) e la Controriforma. Studiai l’opera
di un santo e riformatore cattolico (Giovanni Leonardi) sul finire del
sedicesimo secolo. Nell’estate 1948 definii, col consenso del professor
Delio Cantimori, il tema della mia tesi di laurea: la Riforma protestante
nella repubblica di Lucca, dai suoi inizi (intorno al 1526) sino
all’emigrazione a Ginevra e a Basilea dei riformati lucchesi (1542-46).
Nel portare avanti i miei studi, soggiornai a Roma nell’autunno del
1948 (Biblioteca Vaticana), e terminai poi il mio lavoro nell’Archivio di
Stato di Lucca. Nel novembre 1949 superai con successo l’esame di
laurea all’università. Contemporaneamente ebbe luogo anche l’esame
Da Lucca a Weimar 13

finale presso la Scuola Normale Superiore.

Nella scelta di Parmenide per il primo colloquio, si


avverte il decisivo influsso di Colli, che in quegli anni
continua a frequentare a Lucca. Ben presto però l’interesse
per la storia prende il sopravvento e l’oggetto della ricerca
è scelto nel campo praticato da Cantimori con maggiore
impegno e continuità: quello della storia delle eresie e dei
movimenti di riforma religiosa7. Gli studi sulla riforma
cattolica a Lucca, che si concludono con il lavoro di tesi,
anche se non furono continuati da Montinari, hanno un
buon valore scientifico e furono successivamente ripresi ed
utilizzati in vario modo da altri storici che si occuparono
dello stesso problema (Ristori, Carocci, Berengo, Perini) 8. Al
di là della accurata ricerca in Archivio (Berengo riconosce
per una parte specifica quanto debba alla tesi di

7 Ricordo almeno la grossa monografia di D. CANTIMORI, Eretici italiani del


Cinquecento. Ricerche storiche, Sansoni, Firenze 1939 (tradotta da W. Kaegi,
Italienische Haeretiker der Spätrenaissance, Schwabe, Basel 1949). Molti sono
gli studi dedicati alla figura ed all’attività dello storico. Tra questi E. GARIN,
Delio Cantimori [1967], in Intellettuali italiani del XX secolo, Editori Riuniti,
Roma 1974; M. BERENGO, La ricerca storica di Delio Cantimori, in “Rivista
Storica Italiana”, 1967 (LXXIX), pp. 902-43; W. KAEGI, Ricordo di Delio
Cantimori, ivi, pp.883-901; G. MICCOLI, Delio Cantimori. La ricerca di una nuova
critica storiografica, Einaudi, Torino 1970; M. CILIBERTO, Intellettuali e fascismo,
Saggio su Delio Cantimori, De Donato, Bari 1977; S. BARBERA, G. CAMPIONI, Dalla
filosofia alla storiografia: gli inizi di Delio Cantimori (1922-1937), in
G. CAMPIONI, F. LO MORO, S. BARBERA, Sulla crisi dell’attualismo, Angeli, Milano
1981.
8 Cfr. R. RISTORI, Le origini della riforma a Lucca , in “Rinascimento”,
1952, pp. 269-92. “Recentemente — 1949 — ampie ricerche originali sono
state fatte da M. Montinari per una tesi di laurea, rimasta per ora inedita, dal
titolo La questione della Riforma protestante in Lucca, che ho potuto
consultare per cortese concessione dell’autore” (p. 270); G. CAROCCI, La rivolta
degli Straccioni in Lucca, in “Rivista Storica Italiana”, 1951 (LXIII), pp. 28-59
(cfr. p. 50); M. BERENGO, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Einaudi,
Torino 1965; ed infine L. PERINI, Note sulla famiglia di Pietro Perna e sul suo
apprendistato tipografico, in “Magia, astrologia e religione nel Rinascimento.
Convegno polacco-italiano. Ossolineum Varsavia, 25, 27 settembre 1972”,
1974, pp. 163-209.
Montinari)9 mi sembra interessante mettere in luce il
valore dato in quel periodo alle questioni religiose: come
Montinari si proponeva di confermare attraverso fonti e
prove (individuando ad. esempio i mestieri degli inquisiti),
la tesi di una forte partecipazione popolare alla riforma per
la mediazione dei frati degli ordini mendicanti e dei
maestri di scuola, in quanto è nelle controversie teologiche
che trovano espressione bisogni etici ma anche bisogni
materiali.
Nella relazione Ricordo di Delio Cantimori tenuta
all’Istituto nazionale di Studi sul Rinascimento in occasione
della presentazione del volume postumo di Delio Cantimori
Umanesimo e religione nel Rinascimento (Einaudi 1975),
Montinari rievocava quegli anni di Normale ed il senso
della sua scelta per la storia:

Non è che noi, studenti di allora, avessimo in dispregio, per


intolleranza giovanile, gli studi di filosofia: ben al contrario, noi
ritenevamo di rendere concreti anche quegli interessi alla scuola di
uno storico che aveva dietro di sé, come tutti sanno, una approfondita
formazione filosofica e di cui volevamo accogliere l’invito a cimentarci
in ricerche storiche di prima mano (quindi anche negli archivi). Ma si
ricordi ciò che ha detto Eugenio Garin su Cantimori nel suo ritratto del

9 In una lettera di Cantimori dell’8 maggio 1963 si legge: “Con Marino


Berengo abbiamo cantato le lodi della tua tesi lucchese...”. E una settimana
dopo, (15 maggio 1963), quando il suo libro è terminato, Berengo dà ampi
riconoscimenti al lavoro di Montinari: “Caro Mazzino, il mio libro lucchese sta
finalmente per andare in mano di Einaudi; i primi 4 capitoli sono già stati
stampati l’anno scorso in edizione provvisoria e ora consegno gli ultimi due. Il
sesto riguarda la vita religiosa e quindi, in buona parte, la diffusione delle idee
riformatrici. Come già ti dissi a voce qualche anno fa in una serata fiorentina,
non ho trovato molto materiale oltre a quello che individuasti tu nella tua bella
tesi: alcuni elementi nuovi ha offerto l’Archivio arcivescovile, altri quelli di S.
Frediano e notiziole sono spuntate qua e là; ma nulla di grosso. Mi rincresce
quindi di dover riassorbire nel mio lavoro la tua fatica; naturalmente ti cito, ma
vorrei il tuo consenso per poter utilizzare (sempre, ovviamente, citandoti) la
parte che mi sembra più felice e personale del tuo lavoro: l’analisi cioè, della
conversione di Pietro Fatinelli quale è narrata dal Civitali. Per conto mio, non
sarei certo arrivato a scorgere le derivazioni testuali da Valdes e dal Beneficio
di Cristo che tu indichi”.
Da Lucca a Weimar 15

1967: “Nei giovani, a cui con scontroso amore dava tanta parte di sé,
combatté con uguale asprezza le due tentazioni: del “particolare”
cercato come fine a se stesso, e del generico sostituito alle idee
generali”10.

Del resto, l’apertura, piena di presupposti etici, nei


confronti della storia già è leggibile, con la lezione di Luigi
Russo, nello svolgimento del tema di ammissione al
concorso normalistico, sull’ispirazione religiosa e politica
dei “Promessi sposi”. La storia appare capace di
ricomporre “con serena equanimità e vera logica di
comprensione” “l’irrazionale, lo spezzato, il frammentario:
tutto ciò insomma che conferisce tormento e disagio ad
uno spirito che tutto voglia accogliere in sé”. È questo un
segno di precoce indipendenza intellettuale anche rispetto
alle posizioni schopenhaueriane di Colli. Sono interessi che
trovano alimento e maturazione nel clima di quegli anni in
Normale: da una parte una scuola rigorosa di alta cultura e
attenta in particolare all’ermeneutica dei testi11, dall’altra
la partecipazione generosa alle lotte politiche e civili del
momento, l’impegno sociale di molti studenti e docenti
nella ricostruzione democratica. Così Montinari,
10 Qui Montinari cita da E. GARIN, Delio Cantimori, cit, p. 212.
11 Da tener conto, per caratterizzare il clima culturale di quegli anni alla
Scuola Normale, anche dell’intervento di A. LA PENNA, Incontri pisani degli anni
quaranta , nel convegno in onore di Cesare Luporini. La Penna si sofferma in
particolare sui seminari di Cantimori, che restarono anche per Montinari un
modello cui cercò di attenersi. “Luporini si trovava in buona compagnia: a
parte Pasquali, che teneva i suoi seminari presso la Scuola normale, va
ricordato Cantimori. Solo chi ha seguito alcuni seminari di Cantimori può
capire quanto sia dura e quanto sia affascinante la fatica del tradurre. Chi non
ha avuto con lui contatti diretti, non può immaginare quanta pazienza di
analisi, quanta attenzione alle sfumature, quanti dubbi e ripensamenti vi siano
dietro le sue traduzioni. [...] Alle sette del mattino (cioè prima delle lezioni in
Facoltà) egli ci svegliava non solo dal sonno (contro cui dovevamo, tuttavia,
lottare), ma dall’abitudine a leggere i testi cursoriamente o stans pede in uno,
credendo, o fingendo, di aver capito. C’era allora a Pisa, tra Scuola normale e
Facoltà di Lettere, una delle migliori scuole di ermeneutica dei testi che si
potessero trovare in Italia” (“Critica marxista”, a. 24, n. 6, novembre-dicembre
1986, pp. 152-53).
nell’intervento precedentemente citato, continua:

Non devo dimenticare un altro aspetto della nostra adesione allo


studio della storia: eravamo, tutti quelli che lavoravano con Cantimori
a Pisa, più o meno marxisti, tutti più o meno impegnati nel lavoro
politico di base del nostro partito che era il PCI. Ma, proprio grazie
all’insegnamento di Cantimori eravamo anche immuni da qualsiasi
velleità di teorizzazione ideologica e bene avvertiti, io credo, dei gravi
pericoli che si corrono di cadere nel generico e nell’insignificante,
quando si indulga alla cosiddetta applicazione del materialismo storico
nella ricerca. Certe disinvolte discussioni recenti e attuali, soprattutto
tra i giovani marxisti di oggi [la testimonianza è del gennaio del 1976
— G.C.], sul cosiddetto rapporto tra struttura e sovrastruttura
sarebbero state per noi impensabili, né sarebbe certo mancato il
rimbrotto del nostro maestro (questa parola non piaceva a Cantimori,
però!), se ci avesse sorpreso a baloccarci nel generico dell’ideologia.

Fra i compagni di quegli anni: il più anziano Giuseppe


Garritano che, proveniente dalle file della Resistenza,
aveva partecipato al concorso per partigiani e reduci,
Fausto Codino, Giorgio Giorgetti, Giorgio Tonelli, Claudio
Cesa, Carlo Ferdinando Russo, Marino Raicich, Giuseppe
Torresin, a cui si unì poi, superando il concorso per il III
anno, Angelo Pasquinelli. Con tutti questi mantenne legami
di amicizia: con alcuni condivise anni difficili di militanza
politica e di lavoro culturale. Ed anni difficili si
preparavano: segno tangibile fu, nel novembre del 1948,
l’estromissione per motivi politici, dalla carica di direttore
della Scuola Normale, di Luigi Russo, figura tra le più
rappresentative della cultura dell’epoca che aveva
animato con la sua passione civile la discussione politica di
quel periodo. Inutili le proteste e gli appelli del mondo
culturale progressista. Tra i firmatari troviamo anche il
nome di Mazzino Montinari12.

12 Su questa vicenda cfr. Il “libro bianco” di una vendetta nera (A


proposito della Scuola Normale Superiore di Pisa) , in “Belfagor”, n. 6,
1948 (III), pp. 722-27, e n. 1, 1949 (IV), pp. 94-112.
3.
LA “BATTAGLIA DELLE IDEE”.
MILITANZA POLITICA E CULTURALE

Dopo un soggiorno a Francoforte (da febbraio a maggio


del 1950)13 con una borsa di studio, Montinari sceglie la
militanza a tempo pieno nelle organizzazioni culturali del
partito e lavora a Roma dal novembre del 1950 all’aprile
del 1953 per le “edizioni Rinascita” del PCI. In quel periodo,
nella sinistra, grande importanza viene data al lavoro
editoriale per la pubblicazione dei testi della tradizione
democratica e socialista in una volontà che unisce rigore
etico e scientifico e costituisce parte essenziale nella
“battaglia delle idee”. All’intellettuale comunista si chiede,
in quegli anni, un impegno ed una dedizione assoluta: il
lavoro culturale e quello politico tendono a identificarsi in
un’unica tensione di mutamento che assorbe tutte le
energie. Quest’epoca viene vissuta dal giovane Montinari
come piena di certezze e di fedi, ricca di rapporti umani e
di amicizie.

Certo non sono gli stessi occhi coi quali oggi io guardo alla realtà,
rispetto poniamo, a esattamente trenta anni fa, quando cominciai a
lavorare per il partito comunista e precisamente nelle Edizioni rinascita
di gloriosa memoria. I miei anni cinquanta cominciarono esattamente

13 Di questo periodo sono due corrispondenze da Francoforte sul Meno


per il “Nuovo Corriere” di Firenze (probabilmente la prima pubblicazione di
Montinari): Lettere dalla Germania: Come è fallita la politica occidentale, e La
situazione della repubblica democratica (6-7 maggio 1950). Nel commento si
legge, con la presa di posizione politica, anche la volontà di conoscenza nel
recuperare la complessità di situazioni all’ovest e all’est contro la rigidezza
delle ideologie.
Da Lucca a Weimar 18

il 1° novembre 1950: Valentino Gerratana e Giuseppe Garritano,


Ambrogio Donini e Gastone Manacorda, ma anche Paolo Robotti e Aldo
Lampredi e Aldo Vercellino... E Marx e Engels e Lenin e Stalin14.

Montinari ha sottolineato la sua lontananza, anche in


quel periodo, dall’impegno diretto nell’elaborazione di
linee generali di politica culturale e la sua decisa
preferenza per un lavoro di base: “dopo 8 ore di lavoro
redazionale, preferivo, se mai, andare in sezione, fare la
campagna di tesseramento, queste cose concrete,
palpabili...”15. Questo aspetto di impegno concreto
nell’attività del partito rimarrà una costante: negli anni
Settanta, dopo il ritorno in Italia, darà un contributo, a
livello di base, presso la sezione di Settignano, dove
abitava; e come preside della facoltà di Magistero
dell’Università di Firenze affronterà, anche in articoli ed
interventi, problemi specifici e concreti della riforma
universitaria.
Comunque il lavoro redazionale a Roma, la revisione di
traduzioni, la composizione di testi corretti, il venire a
parte della discussione di criteri e scelte editoriali etc.,
daranno al giovane Montinari un’esperienza preziosa per il
suo successivo lavoro editoriale con Colli.
Così pure, più di una ordinata e bene incanalata
carriera accademica specialistica, questi anni di
“apprendistato”, apparentemente disordinato, ma anche
rigoroso, stimolato in più direzioni, giovano come
premessa ad un’impresa di così vasto respiro culturale
come l’edizione di Nietzsche.
Dal maggio del 1953 al maggio del 1954 l’attività
culturale-politica di Montinari nell’organizzazione del PCI,
continuò a Berlino est. L’aver assistito alla rivolta del
giugno del 1953, portò le prime incrinature — come egli
14 M. MONTINARI, Su Nietzsche, cit., Prefazione, p. X.
15 M. MONTINARI, Nel partito non mi piace fare l’intellettuale, intervista di
Rina Gagliardi, in “Il Manifesto”, 11 febbraio 1983.
stesso ha dichiarato — “in questa pacifica visione totale
del mondo”. È un periodo di forte allargamento di interessi
culturali: in particolare nella direzione della letteratura. A
partire da questi anni inizia il suo approfondimento di
Mann: un’altra via al mondo culturale di Nietzsche. La
forzata pausa del servizio militare a Bari (dal maggio 1954
al settembre 1955) comporta il maturarsi di una svolta. Vi
sono degli appunti di riflessione personale, dall’Ospedale
militare di Bari, una sorta di bilancio per andare avanti,
datati 14 novembre 1954, in cui si legge, tra l’altro, il
proposito di impegnarsi in una diretta produzione
letteraria. Ritengo opportuno riportare qui per intero
queste riflessioni:

Per comodità e per chiarire le idee ritengo necessario fare un


bilancio programmatico della mia situazione attuale. Non è facile
dissolvere il nodo di sensazioni dolorose dovute al passato, da
intuizioni generali e insieme il problema della mia “destinazione”. La
cosa migliore è invece appunto descrivere la situazione e trarne
alcune indicazioni.
Teoricamente. Ci sono due importanti novità (poi vedremo la loro
ripercussione sull’impostazione definitiva che dovrà in qualche modo
prescindere, pur derivandone, dalla situazione per aiutarmi a dirigere):
interesse per la creazione artistica concreta (ma non per le teorie
estetiche!), desiderio di rivedere a fondo gli strumenti del mio pensiero
occasionato dallo studio sia pure superficiale dell’elettrologia e della
lettura di un libretto di Geymonat (siccome scrivo per me stesso [!!!]
non c’è bisogno che accenni ai cosiddetti “limiti” ecc.ecc.). Cecov
Turgheniev e Mann sono le esperienze letterarie di questo periodo.
Vorrei saper fare come loro ma trovo in me stesso del materiale troppo
personale ancora e troppo vicino. Sono d’accordo in questo con quel
che dice Mann nel Tonio Kröger. Per descrivere qualcosa non bisogna
parteciparvi come l’uomo comune.Averlo vissuto sembra di sì. Non si
dice, naturalmente, che tutto quello che è da descrivere o meglio
raccontare debba essere vissuto, probabilmente bastano delle
esperienze tipiche che ne includano altre e insieme “orecchie aperte
ma non partecipi, non doloranti”. Credo che anche i rimedi sociali
supposti per la “redenzione” individuale di un qualche uomo macinato
dalla realtà attuale (non dico capitalistica intenzionalmente!) siano
estranei al racconto se forse non derivino da un altro uomo che sia
Da Lucca a Weimar 20

individualmente qualcosa e non un “portavoce dell’epoca” (questa


citazione è da Engels non da me come la prima)16.
***
Che cosa vogliamo insegnare agli uomini? Rispondo, in questi
giorni: non a star bene per sé ma per cercare la verità e, se posso, io
voglio gettarmi avanti e sapere quanto è possibile: solo in questo
senso li aiuterò. Altri li organizzerà per la rivoluzione: io voglio il mio
cervello pieno di nozioni e di verità. Voglio i problemi per me dove ora
sono stati portati. La scienza moderna è ciò che si deve conoscere. I
problemi che mettono a soqquadro tutte le maniere tradizionalistiche
di vedere le cose. Non posso permettermi nessuna conservazione
perciò non ritengo di essere capace per il lavoro pratico.
***
Superare in tutti i modi il senso di inferiorità anche nelle relazioni
con gli altri, sapere sempre ciò che voglio e volerlo fino in fondo
cinicamente.
***
Traccio ora il programma immediato. 1) Cecov, Tolstoi, Dostojevski
— gli americani — Mann 2) psicanalisi 3) storia delle scienze esatte
(Albergamo, Colorni, Geymonat, Enriquez) e filosofia delle scienze
(Dewey, Russell) 4) Engels: Dialettica della natura, Antidühring; Lenin:
Materialismo e empiriocriticismo.
***
Proust, Kafka, Kant, Hegel, Marx e Keynes. — Tutto dopo assieme
ad altro.

Queste riflessioni rivelano le inquietudini ed il travaglio


personale di un periodo di transizione che si risolvono,
prevalentemente, nell’esercizio appassionato del
conoscere. Ma la ricerca di arricchimento in più direzioni è
propria in quegli anni a molti intellettuali del PCI; e la
fondazione della rivista “Il Contemporaneo”, con il suo
programma, ne è un segno:

Noi ci rivolgeremo alla poesia ovunque essa si trovi, in qualunque


corrente essa si diluisca o si muova; non taceremo né rinnegheremo

16 L’espressione è, in realtà, di Marx: cfr. la lettera a F. Lassalle del 19


aprile 1859.
alcun risultato da qualunque parte venga, qualunque sia l’etichetta
che porta. Questo onesto sforzo, dopo la nostra dichiarazione di
principi, è forse, per il nostro lavoro di revisione, di ricerca e di
scoperta, la cosa più importante17.

Alla fine del periodo militare Montinari torna a Roma e


continua il suo lavoro nel partito: dal settembre 1955 al
settembre 1956 è direttore della Libreria Rinascita,
dall’ottobre 1956 alla fine del 1957 ancora redattore alla
casa editrice. Intensifica l’attività di traduttore e di
organizzatore culturale. Traduce infatti Karl Kautsky, Etica
marxista e concezione materialistica della storia
(Feltrinelli), il grosso volume di Franz Mehring, Storia della
socialdemocrazia tedesca (Editori Riuniti), e con l’amico
dei tempi della Normale, Fausto Codino, il libro di György
Lukács, Prolegomeni a un’estetica marxista (Editori
Riuniti). Organizza mostre18 dell’editoria italiana ed estera,
dibattiti, presentazione di libri etc. Nel 1957 fonda con
Rosa Spina il Centro Thomas Mann che prende, soprattutto
nel suo primo periodo, molte iniziative culturali (questa

17 Cultura e vita morale, in “Il Contemporaneo”, 27 marzo 1954. Di


questa rivista, in preparazione, dà notizia a Montinari ancora a Berlino l’amico
Gerratana invitandolo a collaborare con la sua competenza (Roma, 14 febbraio
1954). Dopo aver dato notizie sulla fondazione Gramsci, così egli scrive:
“Intanto, però, mi interessa assicurare una tua regolare collaborazione al
Contemporaneo. Dovresti cominciare col mandarmi una colonnina di
informazioni culturali (due-tre cartelle, tieni presente che il formato è press’a
poco quello del Mondo) sviluppando sostanzialmente quello che già mi hai
scritto nelle tue lettere: libri recenti usciti, libri che stanno per uscire, note
teatrali e cinematografiche, articoli interessanti, discussioni apparse nelle
principali riviste (ad es. Aufbau) iniziative culturali in genere. Questa è, mi
sembra, la cosa che potresti fare più facilmente, e che dovresti quindi fare
subito. Non si tratta infatti di scrivere un articolo, ma di dare delle notizie, con
lo stesso stile semplice e discorsivo con il quale scriveresti a me. Tanto meglio
se puoi allargare l’informazione alla Germania occidentale”. Per “Il
Contemporaneo”, Montinari curerà la traduzione e il commento di Otto lettere
inedite di Thomas Mann (31 dicembre 1955, II, n. 52, p. 3).
18 Sull’“Unità” del 30 aprile 1956, si legge un vivace e simpatico
resoconto di Montinari su una di queste iniziative: Il primo libro bulgaro fu
stampato a Roma nel ‘600. Una mostra dell’editoria italiana a Sofia.
Da Lucca a Weimar 22

attività ebbe echi anche sulla stampa della Germania


occidentale: sullo “Spiegel”, e su “Die Zeit”19).
Le pubblicazioni di questi anni — non molte rispetto
alla mole di lavoro svolto come organizzatore di cultura —
mostrano tutte i segni e le inquietudini della ricerca
all’interno di un quadro generale marxista non messo
ancora in crisi.
Parallelamente al grosso lavoro di traduzione dell’opera
di Mehring, Montinari pubblica su “Società” una
recensione-discussione del libro di Höhle: Franz Mehring,
sein Weg zum Marxismus 1869-1891. C’è il tentativo —
caro a Cantimori — di dire cose importanti attraverso il
confronto con un altro testo. La recensione approva la
critica di Höhle alle unilateralità e al dogmatismo di
Lukács, incapaci di comprendere Mehring. D’altra parte
anche la critica di Höhle al filosofo ungherese non è
sostenuta, per Montinari, da una vera “profonda
dimostrazione storica”, ma procede a colpi di citazioni dai
sacri testi. “Di una argomentazione propria, che sostenga
le citazioni, neppure l’ombra”. Montinari si fa poi
decisamente polemico contro le costruzioni filosofiche
totalizzanti di Lukács, difendendo Mehring dall’accusa di
assoluta incomprensione della portata filosofica del
materialismo storico, che sarebbe stato da lui assunto
soltanto come “un criterio metodologico per la ricerca
storica”.

Certo a Mehring non fu dato di poter compiere le evoluzioni


dialettiche sulla Ganzheitlichkeit della concezione del mondo di Marx e
di Engels per cui, poniamo, si possono senz’altro mettere le une
accanto alle altre citazioni dalle opere giovanili di Marx e brani
dell’Antidühring e trarne le debite conclusioni su qualsivoglia problema
speculativo20.

19 Per le reazioni nella Bundesrepublik a questa iniziativa cfr. Pankows


Kulturoffensive in Rom, in “Die Zeit”, 11 aprile 1957, p. 3, e
Wiedervereinigung in Rom, in “Der Spiegel”, 17 aprile 1967, p. 23 sgg.
Queste affermazioni testimoniano la crisi decisiva
rispetto alle angustie e rigidezze dell’ideologia: la polemica
con le posizioni di Lukács e col suo riduzionismo
antinietzscheano sarà al centro di un saggio, pubblicato
nel 1973: Per una discussione dell’interpretazione
lukácsiana di Nietzsche21. Le premesse si trovano già in
questo atteggiamento a favore dell’accertamento storico
contro le prevaricazioni ed il totalitarismo dell’ideologia.
Eppure, negli anni precedenti, nella ricerca di Montinari di
nuovi possibili riferimenti culturali e nella sua volontà di
rendere più complessa la “tradizione” di cui farsi eredi
nella direzione del socialismo, era avvertibile la
suggestione lukácsiana (“mi si consenta di dire che anche
Lukács appartiene all’epoca non rinnegata delle mie

20 M. MONTINARI, recensione a: HÖHLE: Franz Mehring, sein Weg zum


Marxismus 1869-1891, (Berlin 1956), in “Società” n. 1, febbraio 1957 (XIII),
pp.160-61.
21 In Il caso Nietzsche, “Quaderni del convegno, Cremona 1973, ora in Su
Nietzsche, cit., col titolo: Equivoci marxisti. L’ostilità verso il dogmatismo di
Lukács diventa critica dell’oppressiva ideologia della Germania orientale
(Liturgische Marx = Letargische Marx). Se ne può leggere una chiara
formulazione in un abbozzo di lettera a Paolo Chiarini datata 28 maggio 1967:
“Io ho definitivamente abbandonato la fede — oggi la si potrebbe definire
quasi disperata — che sta a sostegno di quel geniale e magnificamente
unilaterale libro che è la Distruzione della ragione. [...] Per me dunque tutto lo
schematismo marxista è andato in frantumi dal 1956 e con esso l’ottimismo
“storicistico”, più o meno cosciente, più o meno operante a base di entità
social-mistiche [!], che ancor oggi tuttavia mena una sua vita tanto più
rumorosamente ideologica quanto meno veramente in possesso di idee (a
est), oppure vergognosa e piena di limitazioni e “distinguo” (a ovest). Questo
non vuol dire che io non abbia l’occhio per il nuovo che è il socialismo in
quanto sistema di Stati e realtà politico-sociale, che io non sia per la ragione e
per il comunismo, anzi”. E ancora, in una lettera scritta a Cesare Cases: “se
parlo di grigiore, non mi riferisco naturalmente alla mancanza di generi di
consumo, ma al terribile “Einerlei” delle litanie ideologiche, che permea tutti i
campi della vita quotidiana”. In questa lettera Montinari si esprime anche su
Nietzsche: “verso N. ho delle reazioni di fortissima insofferenza, ma il metodo
critico e filologico, insieme al “politeismo” che Cantimori mi ha insegnato, mi
aiutano a dominarlo (Nietzsche). Certo non mi aiuta la sicurezza ideologica del
grande Lukács nella Distruzione della ragione. Beati coloro che godono del
possesso dell’ideologia, perché possono spiegare tutto!” (11 luglio 1972).
Da Lucca a Weimar 24

certezze” — scriverà nella Prefazione a Su Nietzsche,


1980). In uno scritto non pubblicato (una recensione o
forse, più probabilmente, un parere editoriale per la
traduzione), in cui si dà ampiamente conto del volume di
Hans Mayer, Literatur der Übergangszeit-Essays. [Saggi
sulla letteratura dell’epoca di transizione] (Berlino 1949),
Montinari valorizza il tema centrale della letteratura della
transizione come espressione della “coscienza infelice”. Vi
è presente una valutazione di Goethe quale
rappresentante della fine di un’epoca:

Al tempo stesso egli vedeva ed accettava — sottolinea il Mayer —


i nuovi compiti consistenti nel rinnovare la realtà con la solidarietà di
tutti gli uomini [...]. Come è stata accolta nella letteratura tedesca
l’eredità goethiana? Se si eccettuano le geniali intuizioni comunistiche
di Heine, gli scrittori tedeschi in generale non hanno saputo adempiere
il compito posto loro dal grande realista del Faust [...]. L’eredità di
Goethe — conclude il Mayer — deve oggi ricevere una nuova
interpretazione perché anche noi, proprio come Goethe a suoi tempi
faceva, dobbiamo intendere ogni tradizione sotto il criterio della
prassi, come mutamento, nuovo sviluppo, piena presa di possesso.

Heine è un autore verso cui Montinari manterrà un


rapporto simpatetico, su cui farà spesso i suoi corsi
universitari e che sarà oggetto anche del suo lavoro
filologico22: in lui individuerà quella tensione possibile tra
arte e rivoluzione, in una scelta sofferta che comunque
non condanna il comunismo. Nel 1956, per il centenario
della morte, pubblicherà un articolo sull’“Unità”, dal titolo
Heine e il comunismo, che ha al centro questa tematica (2

22 Ricordiamo almeno: M. MONTINARI, Heines “Geständnisse” als


politisches, philosophisches, religiöses und poetisches Testament, in “Zu
Heinrich Heine”, hrsg. von L. Zagari u. P. Chiarini, LGW — Interpretationen 51,
Stuttgart 1981; e il lavoro filologico dello stesso Montinari al XII volume della
Säkularausgabe delle opere di Heine (H. HEINE, Säkularausgabe, Werke,
Briefwechsel, Lebenszeugnisse, Hrsg. von “Nationale Forschungs- und
Gedenkstätten der klassischen deutschen Literatur in Weimar”, CNR Paris,
Akademie Verlag, Berlin 1970 sgg.).
marzo 1956). Ma la presenza nei saggi di Mayer che più
interessa Montinari è quella di Thomas Mann in un
passaggio tipico, per molti intellettuali comunisti del
periodo: Mann rappresenta infatti — per gli esiti
democratici del suo percorso — una mediazione non
“proibita” verso i temi culturali della decadenza, la
possibilità di arricchire la tradizione attraverso l’esperienza
del “tragico”. È all’opera una sorta di teleologia che indica
come data la via da percorrere e che pertanto rassicura.
Anche se l’atteggiamento di Montinari è simpatetico con le
posizioni di Mayer per la sua lontananza dalle rigidezze
dogmatiche della scuola, la recensione approva ancora
come centrale il tema dell’eredità dell’umanesimo
borghese in una direzione “salvifica”.

L’analisi marxista non si trasforma nel suo contrario: in meccanica


applicazione di schemi tratti dalla concezione materialistica della
scuola. Mayer può definire con sicurezza il significato sociale e politico
di uno scrittore senza perdere mai in nessun caso la sensibilità per i
valori umani e artistici che nella contraddizione stessa tra vera poesia
e ideologia politica reazionaria vengono alla luce almeno nei più
autorevoli rappresentanti della decadenza letteraria borghese. La
letteratura della crisi, della transizione, è l’oggetto di queste ricerche
ma, com’è naturale, Mayer sa indicare i motivi che preludono ai tempi
nuovi, al socialismo che solo può assumere l’eredità dell’umanesimo
borghese, da Goethe a Thomas Mann, inteso come critica alla realtà
disumana del capitalismo.

In un saggio del 1975, Appunti su Thomas Mann,


Nietzsche (e Goethe), Montinari farà una decisa autocritica
di questi aspetti “ideologici”23:

esaminare storicamente e filologicamente il rapporto Nietzsche —


Thomas Mann vuol dire, secondo noi, abbandonare la pretesa di
inquadrare ideologicamente i due autori, soprattutto vuol dire non
cercare di collocare Thomas Mann in uno schema storico di salvazione,

23 In “Studi germanici”, n. 2-3, giugno-ottobre 1975 (XIII), ora in


M. MONTINARI, Su Nietzsche, cit., con il titolo: Lo scolaro di Goethe.
Da Lucca a Weimar 26

per cui egli si sarebbe svolto fino a presentire le “magnifiche sorti e


progressive” dell’umanità avviata verso il socialismo, o — quanto
meno — auspice Goethe si sarebbe gradualmente affrancato
dall’influenza malefica di Nietzsche. Questo schema “provvidenziale”
non è adeguato a cogliere la specificità individuale storica né di
Thomas Mann, né di Nietzsche. [...] Non conviene perdere la capacità
della distinzione, altrimenti invece di fare storia, di ricercare cioè il
tipico per giungere alla comprensione reale di un determinato
fenomeno, [...] si finirebbe per appiattire tutto in una visione
precostituita, che in fondo non ha bisogno di verifiche24.

Il 1956 — con tutti gli avvenimenti di quell’anno


dolorosi per la coscienza dei comunisti — accelera in
Montinari un processo di crisi e di revisione delle posizioni,
già in corso da qualche anno.
In un appunto di dieci anni più tardi così si legge:

Il risultato più importante dell'anno fatale 1956 è la


consapevolezza che la sfera politica non può assorbire interamente
l'individuo imponendogli una ideologia, una religione della politica [chi
ha capito ciò a sue spese sa di avere considerato in modo errato
appunto la politica]. La formulazione migliore di ciò l'ha data P. Togliatti
nel suo memoriale di Yalta. Ma già in Gramsci si poteva leggere che “si
fa la rivoluzione anche per potersi occupare di metafisica” — Ora è
compito degli intellettuali rifondare la sfera loro specifica, senza dar
credito in bianco al partito. Questo è il pericolo: la vita non conosce
assicurazioni a priori. Anche se il partito oggi dice che — Kafka ecc—
non gli si deve dare credito, e invece si deve nei fatti dimostrare la
peculiarità di quella sfera — Questo rapporto — dialettico — va
mantenuto. E se non è stato mantenuto è sempre stata colpa degli
intellettuali

La morte dell’amico Angelo Pasquinelli, il ritrovarsi con


Colli, l’apertura di un discorso filosofico con lui, la sua
proposta di un’“azione” Nietzsche legata a coraggiose
iniziative editoriali, sullo sfondo di avvenimenti storici
laceranti, portano Montinari alla maturazione di una scelta
importante per la sua vita.
24 Ivi, pp. 66-67
Il rinnovato incontro con Giorgio Colli mi aiutò a portare a termine
questo processo di chiarificazione su me stesso. Alla fine del 1957
cessai la mia attività di funzionario del partito, e dal 1° gennaio del
1958 mi trasferii a Firenze, per lavorare con l’amico ritrovato25.

25 M. MONTINARI, Ricordo di Giorgio Colli, cit., pp.13-14. Questa decisione


suscitò la perplessità degli amici in quanto appariva un’avventura verso una
precarietà non sostenuta dalle ragioni ideali della militanza politica. Ne è
testimonianza una lettera scanzonata e divertita, come era nel suo stile
(scritta “su schede destinate alla statistica delle vacche svizzere in Toscana nel
sec. XVIII”), del “fratello” Giorgetti, che lo sconsiglia di intraprendere una via
che appare comunque incerta. Giorgetti, amico e compagno di studi dei tempi
della Normale, aveva con Montinari lasciato gli interessi filosofici per quelli
storici (si era laureato con Cantimori) e per un impegno attivo di militanza
politica. Di grande rilievo sono i suoi lavori di storia di agricoltura in Italia e le
edizioni da lui curate di testi storici ed economici di Marx. Il suo percorso
culturale ed umano, molto ricco e prematuramente interrotto, si incontra più
volte con quello di Montinari con cui mantenne sempre saldi legami di affetto.
4.
IL “NICHILISMO POSITIVO” DI NIETZSCHE
SECONDO GIORGIO COLLI

In un taccuino di Giorgio Colli pubblicato, insieme ai


quaderni postumi, dal figlio Enrico, alla data 28-30 gennaio
1957 si legge: “Viaggio a Roma [...]. Mazzino risorge.
Ancora casa editrice”. Così Colli saluta la decisione
dell’amico di collaborare con lui, meditata in questo
incontro e attuata nel gennaio 1958: “Mazzino segretario
dell’“universale””26. Nelle brevi note dell’anno 1957, si
vede come in Colli il “desiderio di lottare”, l’impegno
agonistico contro l’attualità sia strettamente legato sia ad
un confronto originale con Nietzsche che al progetto della
collana “Enciclopedia di autori classici” presso la nascente
casa editrice dell’amico Paolo Boringhieri. “Tutti credono di
aver capito Nietzsche. Ma poco importa il “capire”. Il vero
“capire” è “fare” qualcosa nella sua direzione” — scrive
Colli nei quaderni del 1957 in cui il lavoro su Nietzsche è
intrecciato al progetto agonistico di un “libro sulla nostra
crisi”. Questo testo, come risulta dagli appunti, voleva
essere una risposta attiva alla “decadenza” attraverso il
saldo intreccio della lezione di Schopenhauer, di Nietzsche
e dei Greci: “Nichilismo corrosivo, rimpianto per splendide
epoche del passato, gemiti e amara ironia sulla degradata
natura umana: siamo stanchi di tutto ciò”. “La ragione
dell’uomo è oggi in grado di tirare le somme dei suoi
slanci, delle sue avventure, dei suoi capricci. Ciò che
26 G. COLLI, La ragione errabonda, a cura di E. Colli, Adelphi, Milano 1982,
pp. 598, 560.
Da Lucca a Weimar 29

rimane, dopo questo esame, è la vita dell’uomo, quale può


essere vissuta. E la decadenza non importa, non è un
argomento contrario decisivo — quasi sempre l’uomo è
stato in decadenza27. Qua e là emerge la consapevolezza
di nuove possibilità offerte dall’epoca attuale in direzione
opposta alle forme di vita dominanti.
Per quanto riguarda Nietzsche, Colli non vuole essere
“interprete” di Nietzsche. Nella premessa editoriale (1963)
alla pubblicazione Adelphi delle Opere, su cui torneremo, si
legge: “Nietzsche non ha bisogno di essere interpretato in
nessun modo, di essere cioè determinato concettualmente
secondo l’una o l’altra direzione, proprio perché la sua
azione sulla vita individuale è diretta”. Questo non
significa elogio di una lettura rapsodica o immediata,
indica anzi una via più laboriosa. Continua infatti Colli:
“Basta soltanto accoglierlo, non secondo frammenti casuali
o variamente suggestivi, ma nella sua totalità e unità.
Questa via più laboriosa dovrà privarlo di una falsa
popolarità; in compenso la sua azione — quella che egli ha
voluto — si manifesterà per la prima volta, e se essa sarà
salutare o dannosa, nessuno può dirlo”28. Agendo
direttamente sulla vita, Nietzsche ha cioè la forza di
rivelare ciò che uno è. Ma Colli mette in guardia anche dai
pericoli di una lettura storica: l’individuo Nietzsche è

come un’“entelecheia”, per la quale il tempo non è altro che la


condizione del suo manifestarsi. L’apprendimento di una tale idea —
per Platone le anime sono simili alle idee — la cui compattezza è
primordiale, si sgrana attraverso la ricostruzione di una totalità
presupposta, dove le espressioni delimitate hanno il valore di
frammenti melodici ed armonici di una musica ignota. È opportuno
ascoltare Nietzsche in questo modo.

L’atteggiamento fortemente teorico con cui Colli ha

27 Ivi, p.173.
28 G. COLLI, Scritti su Nietzsche, Adelphi, Milano 1980, p. 13.
affrontato Nietzsche è libero da ogni lettura già data (ostile
quindi alle grandi interpretazioni, Heidegger in primo
luogo, come ad ogni recupero o “giustificazione” che parta
dal nostro presente). Quello di Colli vuole essere un
confronto diretto senza le devozioni del nietzscheano (“le
debolezze di Nietzsche devono essere scoperte con
malvagità, senza indulgenza, perché così lui ha fatto con
gli altri” — scrive Colli in Dopo Nietzsche)29; ma anche un
confronto attento al complesso movimento e percorso del
suo pensiero. Di qui, ci sembra, la necessità, che Colli per
primo ha sentito, di una lettura integrale di Nietzsche, su
testi sicuramente stabiliti e restituiti nella loro integrità ed
al loro contesto, la necessità appunto dell’edizione critica
di Nietzsche.
Fin dall’inizio troviamo in Colli (che ha insegnato dal
1949, ininterrottamente, all’Università di Pisa, Storia della
filosofia antica), un costante intreccio della sua riflessione
sul mondo greco, dei suoi approdi teorici, con la filosofia di
Nietzsche.
Per comprendere il modo in cui Colli affronta Nietzsche,
bisogna prendere le mosse dall’opera Physis kryptesthai
philei. Saggi di filosofia greca, (1948), dedicata alla
memoria del filosofo tedesco, e nella cui premessa si legge
che “ben poco di vitale è stato compreso sinora della
Grecia, all’infuori di quanto hanno detto Nietzsche e
Burckhardt”30.
Ma il tessuto teorico di quest’opera, la lettura della
filosofia greca dagli Eleati a Platone, è attraversata dalla
metafisica di Schopenhauer, proprio nel senso che la
chiave per intendere questo mondo filosofico è il contrasto
tra il regno delle apparenze e della rappresentazione e il
fondo dell’autenticità noumenica. Così viene letto sia il
29 G. COLLI, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano 1969, pp. 196-97.
30 G. COLLI, Physis kryptesthai philei. Saggi di filosofia greca, Milano
1948. Il figlio Enrico ha curato una nuova edizione dell’opera per le edizioni
Adelphi, Milano 1988.
Da Lucca a Weimar 31

tema platonico dell’accostamento filosofia-musica, quello


dell’eros contemplativo che poi nel Fedro si compromette
con il mondo dell’apparenza abbandonando la “noumenica
solitudine” propria del Fedone, sia il tema del pessimismo
empedocleo legato alla saggezza delle Upanishad. La
stessa definizione infine di physis, che Colli intende
appunto come “interiorità noumenica” in cui il noòs si
interiorizza abbandonando l’alternativa dell’espressione,
rimanda alla metafisica di Schopenhauer. Malgrado lo
scritto del 1948 insista già sulla tesi, centrale in Colli, che
una comprensione della teoria platonica delle idee passa
attraverso le pagine del Mondo come volontà e
rappresentazione, nondimeno la funzione della metafisica
di Schopenhauer è esclusivamente preparatoria, non arriva
fino alla “geniale divinazione” del mondo greco propria
invece del giovane Nietzsche, del Nietzsche soprattutto
fedele a Schopenhauer. In Dopo Nietzsche, viene
apertamente alla luce questa lontana disposizione di Colli
per cui Schopenhauer parla in linguaggio nietzscheano,
Nietzsche in linguaggio schopenhaueriano. Qui si legge
che

Schopenhauer non ha capito che senza i Greci in filosofia non si


comincia neppure, e anche il fascino individuale di quei personaggi, gli
è sfuggito... persino i discorsi di Platone gli giungono attutiti, ovattati,
e lui non esita a manipolarli in una cucina moderna. [...]
La metafisica di Schopenhauer è fiacca, funebre nei colori, per
restituire quel modello31.

Quest’ultimo accenno alla metafisica di Schopenhauer


come debole, rigida e fredda, è il punto nodale per
intendere la preferenza concessa a Nietzsche su questo
aspetto, che significa accentuare del fondo metafisico una
funzione attiva ed espansiva, “eroica” e non quella di
ripiegamento pessimistico. Nello scritto del 1948 così si
31 G. COLLI, Dopo Nietzsche, cit., pp. 151 e 155.
legge a proposito di Empedocle: “il pessimismo che spezza
ogni determinazione non si consuma in un tormento
distruttore, ma si risolve in un ottimismo più forte”32.
È la funzione che il giovane Nietzsche attribuisce a
Schopenhauer. La fedeltà alla sfera dell’autentico ha un
carattere agonistico verso le menzogne dell’epoca
diventate istituzioni e verso il filisteismo generalizzato:
“L’enigma che deve risolvere — si legge in Schopenhauer
come educatore — l’uomo può risolverlo soltanto partendo
dall’essere, nell’essere così e non altrimenti, in ciò che non
trapassa [...] alla sua anima s’impone un compito enorme:
distruggere tutto ciò che diviene, mettere in luce tutto quel
che di falso è nelle cose”33.
Schopenhauer come educatore, è lo scritto di
Nietzsche con cui significativamente Colli inaugura
l’Enciclopedia di Boringhieri (e che probabilmente ne vuole
indirizzare i programmi, indicare gli scopi). La sua
traduzione da parte di Mazzino Montinari segna anche
l’inizio della stretta collaborazione e del sodalizio culturale
di quegli anni. Nella prefazione di Colli l’accento è posto
sul carattere “agonistico” e sui temi dell’“azione
Nietzsche”.

Dal dolore di questa conoscenza sorge una nuova possibilità del


nostro agire, nel conservare e rafforzare l’esistenza della cultura [....]
capire questi filosofi significa operare nella direzione da essi indicata,
in modo che l’“inattualità” della loro vita, il loro “distacco” dagli uomini
e dagli interessi storici che li circondavano non si riproducano in altri
filosofi solitari, simili a loro, ma siano il principio di un rivolgimento,
che faccia risorgere la cultura come vita vivente, essenza di una
società, sia pure ristretta di uomini34.

32 G. COLLI, Physis kryptesthai philei [1988], cit., p. 217.


33 F. NIETZSCHE, Schopenhauer come educatore, trad. M. Montinari, in
Opere, vol. III, t.1, cit., p. 400.
34 G. COLLI, Scritti su Nietzsche, cit. p. 32. Nel settembre del 1985,
Montinari, ripubblicando, nella piccola biblioteca Adelphi, Schopenhauer come
educatore, mantiene la nota introduttiva di Colli del 1959, ma, nella sua
postfazione, storicizza il senso di questa inattuale: “Era in primo luogo un
Da Lucca a Weimar 33

Qui è presente l’altro grande interlocutore del giovane


Nietzsche, e per riflesso, di Colli, cioè lo storico Jacob
Burckhardt, con il tema della forza critica e dell’intima e
spontanea produttività della cultura contro le potenze
stabili dello Stato e della religione, che ha in sé implicita
una filosofia — come si legge nell’introduzione alle Letture
di storia e di arte — “per certi aspetti dualistica, della
potenza e della grandezza”. Colli insiste giustamente sulla
presenza di Burckhardt nel giovane Nietzsche e sulla
curvatura attiva dell’atteggiamento schopenhaueriano
nelle pagine dedicate alle Conferenze e alle Inattuali come
pure, in questa direzione, vanno anche le importanti
prefazioni agli scritti di Burckhardt, oltre a quella
sopracitata, nell’“Enciclopedia Boringhieri”. Ad esempio
così si legge nell’introduzione a Sullo studio della storia
nella traduzione di Montinari:

Ma questa prospettiva [di Burckhardt] ci aiuta ad andare al di là


della pura conoscenza: proprio l’aspetto permanente, ciclico, uguale a
se stesso, filosofico insomma ci schiude la possibilità di un’azione,
poiché ogni crisi — anche quella dei nostri tempi — può essere risolta
positivamente. La cultura può condizionare lo Stato35.

Il carattere critico della cultura non sta però nella


polemica diretta con il proprio tempo, che acquisterebbe in
ogni modo l’impronta dell’attualità, e quindi della politica,
ma nella fedeltà a una superiore sfera originaria cui si lega

invito all’azione, anzi — come diceva Cosima Wagner — era esso stesso
“azione”, azione per la cultura, per la realizzazione dei fini di Bayreuth”. Ma
tale azione per il “genio” (limitata per alcuni aspetti ad “una predica dai toni
talora fastidiosamente emersoniani”) viene vista, attraverso gli occhi stessi del
Nietzsche della maturità, come uno degli esiti di un’intera generazione.
Montinari sembra qui alludere ad esperienze vissute, in un particolare
momento storico, anche da una parte della sua generazione. “Questa
generazione era cresciuta nei plumbei anni ‘50 seguiti a rivoluzione e
controrivoluzione [...]” (p.108).
35 G. COLLI, Per una Enciclopedia di autori classici, a cura di G. Lanata,
Adelphi, Milano 1983, p. 131.
il sapiente per poi riportare la verità agli uomini. C’è quindi
in Colli, dichiarato, un radicale antistoricismo, che
rimprovera anche a Schopenhauer di non essere sfuggito
alla pretesa di poter modificare l’essere, il nocciolo delle
cose, attraverso la teoria della noluntas, della negazione
della volontà. Il destino invece di Nietzsche, per molti
aspetti, è quello moderno di homo scribens, legato cioè
alla compromissione con le strutture dell’apparenza — e
che è tipica della parola scritta in contrasto con la
comunicazione dialettica orale, che riflette più da vicino il
fondo inesprimibile: “Nel profondo nulla cambia, non c’è
divenire”. Attento com’è all’intero percorso di Nietzsche,
Colli ne vede bene il fitto discorso intrecciato con l’epoca,
con la cultura positivistica ad esempio, ma lo ritiene un
aspetto inessenziale, secondario, di “figlio del proprio
tempo”. E questa attenzione al mondo contemporaneo, la
sua volontà di intervenire nel mondo, cambiarne il corso
fino al delirio ultimo della “grande politica”, fa sì che —
scrive Colli “la sua inattualità si rovesci in un eccesso di
attualità”. In questo, Colli istituisce una analogia
sorprendente tra il destino di Nietzsche letterato e quello
di Platone con il prevalere della tracotanza retorica, cioè
della trasformazione della dialettica in discorso persuasivo,
autoritariamente rivolto al pubblico. Ma così come la
settima lettera, centrale nella riflessione di Colli, svela un
Platone esoterico, legato alla sapienza, accanto al Platone
tiranno-retore che compete con Isocrate per il dominio
attraverso un uso spettacolare della parola, così il Nachlaß
è decisivo per restituire anche il Nietzsche esoterico, che
mostra “il sedimento di una meditazione pura” proprio nel
momento in cui “un affannoso impulso artistico — politico
cercherà di attualizzare l’inattuale”. La nozione di volontà
di potenza, connessa per molti aspetti alla “grande
politica” di Nietzsche, è vista da Colli come il tentativo di
istituire una falsa comunicazione, un raccordo inautentico
Da Lucca a Weimar 35

tra inattualità (sfera metafisica indicibile) e attualità (regno


delle apparenze). Colli avvicina la volontà di potenza alla
volontà di Schopenhauer in quanto teoria metafisica,
rivelazione di un’essenza del mondo. L’aspetto metafisico
è centrale, rappresenta il momento di inattualità, ma poi la
pretesa di “dire”, di “nominare” l’essenza noumenica e di
trasferirla nella sfera dell’attualità, della rappresentazione,
costituisce un tradimento, un espediente del
commediante, del letterato. La volontà di potenza è in
questo senso legata al progetto dell’opera sistematica
della Wille zur Macht. Il nominare, il dire la volontà —
secondo Colli — sarebbero messi facilmente in crisi
dall’argomentazione dialettica in senso forte. E in realtà il
Nietzsche esoterico, che scrive per se stesso, attacca in
modo definitivo il concetto schopenhaueriano di volontà
rivelandone il carattere di parola che nasconde un
processo, di falsificazione rappresentativa che pretende
illegittimamente l’immediatezza. (Colli stesso, sulle orme
di Nietzsche, sostituisce, nella sua opera teorica, a volontà
di potenza e a volontà una metafisica dell’impulso
ostacolato).
Colli valorizza la distruzione nietzscheana del soggetto,
appunto nel senso di una perdita dell’individuazione, di
una mossa radicale di Nietzsche che evita la ricostituzione
di una sostanza entro il regno dell’apparenza e della
rappresentazione.
Nietzsche è così per Colli il filosofo di un “nichilismo
positivo” che sgombra dalle consistenze metafisiche
(soggetto, cosa, valore) il regno dell’apparenza per la
manifestazione del fondo noumenico: in tal modo
l’apparenza diventa lo specchio terso di Dioniso, immagine
non depotenziata né oscurata del dio. Qui sta anche la
fedeltà, su cui Colli ha insistito, del suo Nietzsche al suo
Schopenhauer.
“A più riprese Nietzsche designa se stesso come
nichilista, loda il nichilismo come conseguenza di un’adulta
veracità. […] Con questa valutazione positiva del
nichilismo si accordano tutti i frammenti antipolitici, in cui
raccomanda di non resistere alla negatività del presente,
di non intervenire nella sfera dell’azione”36. E in Dopo
Nietzsche, significativamente: “ma è un nichilismo solo per
quello che “noi” chiamiamo cultura. C’è un’espressione
umana che si accordi con la naturalezza?”37.
Il nichilismo positivo di Nietzsche raggiunge così, per
Colli, lo stesso “vertice di tracotanza” toccato dall’uso
della dialettica da parte di Zenone di Elea. Come si legge
nella Nascita della filosofia:

Per salvaguardare la matrice divina, per richiamare gli uomini


verso di essa, egli pensò [...] di radicalizzare la spinta dialettica sino a
raggiungere un nichilismo totale. In tal modo egli cercò di portare
avanti agli occhi di tutti l’illusorietà del mondo che ci circonda, di
imporre agli uomini un nuovo sguardo sulle cose che ci offrono i sensi,
facendo comprendere che il mondo sensibile, la nostra vita insomma,
è una semplice apparenza, un puro riflesso del mondo degli dèi38.

Per Colli è quindi impossibile separare la fecondità di


Nietzsche da un nesso costante e sempre ribadito con
Schopenhauer e con l’universo della sapienza greca. La
lettura di Colli è animata da una volontà di affermazione
contro le diagnosi contemporanee sulla decadenza e la
crisi, contro ogni ripiegamento intimistico. Proprio perché il
nocciolo immutabile della realtà noumenica non è toccato
dalle vicende del fenomenico, Colli può interpretare il
nichilismo di Nietzsche come liberazione di un
fondamento, non liberazione dal fondamento. Colli
espunge come inessenziale il Nietzsche che, fin dai
frammenti del 1872-73, vede nel fondamento metafisico
uno strumento pragmatico per l’agonismo riformatore, che
36 G. COLLI, Scritti su Nietzsche, cit. p. 178.
37 G. COLLI, Dopo Nietzsche, cit., p. 138.
38 G. COLLI, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975, p. 92.
Da Lucca a Weimar 37

attribuisce cioè alla metafisica un puro valore “edificante”,


di illusione necessaria alla vita. L’antitesi che Nietzsche
stabilisce tra creare e conoscere, e che sta al centro della
“metafisica dell’artista”, ha come presupposto die
Metaphysik als Vacuum; e una volta distrutto il pathos
dell’autenticità intorno al fondamento, di cui viene
mostrata la genesi umana troppo umana, ciò che rimane è
la necessità per il filosofo di fondare dall’alto, per
compassione della comunità, miti vitali. In Aurora
Nietzsche scriverà:

“Dialettica è l’unica via per giungere all’essere divino e dietro al


velo dell’apparenza”: questo afferma Platone, con lo stesso tono
solenne e appassionato con cui si esprime Schopenhauer riguardo al
contrario della dialettica — e hanno entrambi torto. Perché ciò per cui
ci vogliono indicare la via non esiste affatto. E tutte le grandi passioni
dell’umanità fino ad oggi non sono state, come queste, passioni per un
nulla? E tutte le sue celebrazioni — celebrazioni di un nulla?39

E Nietzsche esprimerà poi, in modo definitivo, la sua


lontananza da ogni immediatezza conoscitiva che rifugga
dalla pazienza del processo e dalla assimilazione delle
esperienze: “Noi diffidiamo di tutti quegli stati estatici ed
estremi, in cui si crede di “toccare la verità con le mani””40.
Con un forte contromovimento rispetto al Nietzsche
antimetafisico e, a partire da Umano troppo umano,
radicalmente antischopenhaueriano, Colli valorizza la
ricerca di un centro immutabile contro l’insensato impulso
della ragione costruttiva e contro la proliferazione tecnico
— scientifica legata comunque al dominio. Fondamentali,
in questo contesto, i temi dello scritto giovanile di
Nietzsche su Verità e menzogna in senso extramorale.
La liberazione dalla morale è per Colli una conquista
decisiva di Nietzsche nei confronti di Schopenhauer, ma
39 F. NIETZSCHE, Aurora, in Opere, cit., vol. V, t. 1, p. 230.
40 F. NIETZSCHE, Frammenti postumi 1888-89, in Opere, cit., vol. VIII, t. 3,
p. 240.
anche qui l’intreccio tra i due autori rimane saldo ed
equilibrato: la mossa di Nietzsche serve in realtà a
emendare Schopenhauer da una compromissione con la
comunicazione inautentica, così come è imposta
dall’irrigidimento delle norme morali del mondo
dell’apparenza, a liberare quindi l’aspetto puramente
conoscitivo-intuitivo. Esiste infatti in questo scritto
giovanile di Nietzsche, una “verità” la cui garanzia è
unicamente data dalla società, dall’uso convenzionale e
morale, appunto, di metafore stabilite, irrigidite, e proprio
per questo esangui (carattere che Colli rimprovera alla
metafisica di Schopenhauer).
“La verità — scrive qui Nietzsche- è l’obbligo di mentire
secondo una salda convenzione, ossia di mentire come si
conviene a una moltitudine, in uno stile vincolante per
tutti”41.
Al mentire convenzionale, “rigida e regolare ragnatela
di concetti”, si contrappone come valore la presenza di
altre “verità”; cioè metafore libere, sorgive, artistiche, più
vicine alla ricchezza del fondo vitale. Di qui la
valorizzazione della conquista nietzscheana di un
linguaggio aforistico, in cui, scrive Colli “il pensiero si
impone come un lampeggiamento, e per lo più viene
comunicato nella sua vibrazione immediata [...] non
discute ciò che è diverso, non coordina, non si preoccupa
della continuità; della coerenza di un’esposizione più
vasta, getta via superbamente da sé ogni ceppo, ogni
“moralità” deduttiva”42.
Mentre Platone si lascia alle spalle la sapienza e dà
inizio al logos costruttivo, alla filosofia, Nietzsche compare
alla fine di questo percorso. L’estrema sperimentazione
delle forme linguistiche per una nuova comunicazione, il
suo carattere distruttivo nei confronti della morale libera di
41 F. NIETZSCHE, Su verità e menzogna in senso extramorale, in Opere, cit.,
vol. III, t. 2, p.361.
42 G. COLLI, Dopo Nietzsche, cit., p. 134.
Da Lucca a Weimar 39

nuovo la via ad una forma diversa dalla comunicazione


retorica propria della tradizione filosofica43. Con
un’espressione che riecheggia Hölderlin, nella Nascita
della filosofia Colli scrive che i sapienti sono “coloro che
avevano messo in comunicazione gli déi con gli uomini”.
Come nel Nietzsche maturo, in cui l’arte è espressione di
energia vitale, grande stimolante della vita, anche in Colli
si trova il legame tra arte e fondo animale immediato
dell’esistenza. Ma, per molti aspetti, il discorso di Colli
risente ancor più del giovane Nietzsche, dove
l’affermazione del dionisiaco è schopenhauerianamente
tradotta in termini musicali. L’arte è capace di esprimere il
fondo metafisico della realtà, la musica è essenzialmente
una sospensione, uno strappo nella ragnatela dei concetti,
è evocazione della casualità del gioco contro il regime
della necessità fenomenica.
Seguendo le indicazioni di Schopenhauer, l’arte è una
sospensione della ruota di Issione: “l’artista fugge la
necessità, toglie la maschera alla violenza”44. Meglio di
Wagner, secondo Colli, Nietzsche aveva visto nella natura
della musica e “aveva chiamato dionisiaco il suo carattere
estatico, il distacco, lo strappo, l’allusione
extrarappresentativa attraverso il percepibile. Così intesa,
la musica rimane interiorità pura che non cerca la visibilità,
perché la sente inadeguata”45.
Qui è evidente il richiamo a Wagner a Bayreuth, in cui
sulle orme del Beethoven di Wagner, Nietzsche così
teorizza gli effetti della musica:

Ciò che finora era invisibile, interiore, si salva nella sfera del
visibile e diventa apparenza; ciò che finora era solo visibile fugge
nell’oscuro mare del suono: così la natura, volendo nascondersi, svela

43 Sul tema della comunicazione in Colli cfr. S. BARBERA, Una filosofia


della comunicazione, in Aa.Vv., Giorgio Colli, cit., pp. 41-45.
44 G. COLLI, Dopo Nietzsche, p.118.
45 Ivi, p. 139
l’essenza dei suoi opposti46.

Ancora torna l’allusione ai Greci, a Eraclito.


In Colli la scienza appare, sulle orme del giovane
Nietzsche, come sviluppo estremo di un apparato di
astrazioni esangui, che tanto più dominano il mondo della
necessità, del fenomenico, quanto più si allontanano dal
momento sorgivo del fondo vitale:

La rete dell’astrazione invischia tutto, costituisce tutto,


obnubilando, infiochendo, offuscando, non c’è modo di liberarsene.
Siamo nel paese dei Cimmerii, dove non giunge il sole, accanto alla
terra dei morti47.

L’apparenza di forza della ragione costruttiva nasconde


in realtà una deprivazione di vita. È un impulso pratico-
utilitario quello che spinge alla costruzione dell’edificio
scientifico: di qui il legame instauratosi tra scienza e
apparati di stato, di dominio. Colli, seguendo le indicazioni
di Schopenhauer come educatore, vuol fare la “vivisezione
dei vivisettori”, vuol mostrare cioè il metallo impuro che
sta alla base della pretesa dello scienziato di vivere per la
conoscenza: “la realtà è più modesta, si tratta della ricerca
di un cantuccio in cui sentirsi sicuri, di un atteggiamento
difensivo in un individuo di scarsa aggressività” 48
(affermazione che richiama da vicino anche la nozione
nietzscheana dell’attività scientifica come “riparo ai piedi
del baluardo già costruito”). L’opzione a favore della
scienza, che Nietzsche effettua con Umano troppo umano,
viene vista da Colli non come vicinanza a una nozione
positivistica di scienza, ma come un altro manifestarsi del
gioco intuitivo, come prosecuzione dell’arte, che ha a

46 F. NIETZSCHE, Richard Wagner a Bayreuth, in Opere, cit., vol. IV, t. 1,


p. 44.
47 G. COLLI, Dopo Nietzsche, cit., p. 57.
48 Ivi, p. 55.
Da Lucca a Weimar 41

modello l’intuizione storica nei modi delineati da


Burckhardt, “scienza antistorica sulla storia”, penetrazione
intuitiva oltre lo spessore del fenomenico. Anche in questo
caso, nel Nietzsche di Colli, l’atteggiamento cognitivo,
inteso come lampeggiamento sulla realtà del mondo al di
là dello spessore del fenomenico, è in primo piano contro
ogni valorizzazione della prassi legata all’attualità.
La conquista conoscitiva arriva al suo culmine con lo
Zarathustra, che trova anche, nel linguaggio ditirambico-
dionisiaco, l’adeguata espressione comunicativa. Della
attenta e sensibile lettura di Colli occorre ricordare la
rinnovata sottolineatura dell’elemento antinichilistico: “le
sue radici affondano direttamente nell’immediatezza, dove
non c’è nulla che possa venir distrutto”.
L’antinichilismo di Zarathustra è sostenuto dalla
presenza nascosta ma continua del mondo greco che Colli
ha indicato qui, dove la critica vedeva il motivo più esterno
ed evidente dell’uso parodistico del linguaggio biblico.
Basti pensare al tema delle “isole beate”, all’immagine
della “porta dell’attimo” che ricorda il proemio di
Parmenide, il motivo ricorrente dell’enigma, del fanciullo
allo specchio, del gioco eracliteo e tanti altri. Su tutto lo
Zarathustra vuole risplendere la solarità greca, l’amore
della superficie per profondità. Lo stesso superuomo è per
Colli un mito che raccoglie e solidifica nell’immediatezza
un arduo contenuto concettuale, così come avviene nei
miti orfici. Ancora è in primo piano l’aspetto affermativo di
Nietzsche:

dalla conoscenza [di Zarathustra] sgorga una fonte, il suo canto,


che disseta gli uomini e li riavvince a una vita trasfigurata, riscoperta
come ricchezza terrestre di gioia...Il valore più alto della vita nella
conoscenza, e il riassorbimento di ogni azione nella conoscenza: di
questo i greci sono stati il modello49.

49 G. COLLI, Scritti su Nietzsche, cit., p. 119.


Ma dice Hölderlin, il poeta in cui Colli vedeva “un greco
in carne ed ossa” e colui che più di Nietzsche aveva intuito
il mondo greco, ne aveva parlato il linguaggio:

Amico, arriviamo troppo tardi. È vero, gli dèi vivono/ ma al di


sopra di noi, in un altro mondo./ Là agiscono in eterno e sembrano
poco badare/ se noi viviamo. Tanto poco si prendono cura di noi./
Perché non sempre un debole vaso può contenerli./ E solo a tratti
l’uomo sopporta la pienezza del dio./ Dopo, vivere è sognare di loro.
5.
L’“AZIONE” NIETZSCHE PER UNA CULTURA INATTUALE

Queste le premesse filosofiche di Colli. La diffidenza


schopenhaueriana verso la “filosofia dell’Università”
ritenuta incapace di vera cultura, il suo programmatico
isolamento dalle correnti di pensiero contemporanee, gli
facevano trovare — come ha sottolineato Giuliana
Lanata50, che in quegli anni collaborò all’attività
dell’“Enciclopedia”, — negli editori (spesso agli inizi della
loro attività) gli interlocutori privilegiati per la sua
“azione”. Colli fu un grande e originale organizzatore di
cultura: non solo sapeva affrontare e risolvere i mille
problemi pratici del lavoro editoriale, ma soprattutto era
capace di “attivizzare” al lavoro le persone, poche ed
amiche, con cui collaborava. Così Montinari ha
caratterizzato il significato di questa attività:

Si trattava di formare una sorta di comunità nuova di lettori e di


collaboratori, pubblicando dei testi che alla intellettualità accademico-
politica dominante non potevano che risultare inattuali e fuori moda,
anzi in certi casi addirittura irritanti o scandalosi. Si era nel 1958, e
allora non esisteva certo né in Italia né in Francia, né ancora meno in
Germania una Nietzsche-Renaissance. Ma noi cominciammo proprio
con un testo di Nietzsche Schopenhauer als Erzieher (che io tradussi).
Ad ognuno di questi testi era premessa una brevissima introduzione di
Colli, in cui egli cercava di spiegare le ragioni della scelta di quel testo
determinato e con cui si dava una certa unità a quella specie di
canone di letture per “spiriti liberi”, per spiriti cioè capaci di leggere
testi non destinati al consumo ideologico immediato: gli scritti sulla

50 G LANATA, L’“Enciclopedia” di Giorgio Colli , in Aa.Vv. Giorgio Colli, cit.


pp. 34-40.
Da Lucca a Weimar 44

teoria della natura di Goethe e la teoria dei colori di Schopenhauer, il


saggio di Pascal sull’equilibrio dei liquidi e la disputa Leibniz-Newton
sul calcolo infinitesimale, la Legazione del duca Valentino di
Machiavelli e il Dialogo sul commercio dei grani di Galiani, i Parerga di
Schopenhauer i carteggi Nietzsche-Rohde, Nietzsche-Wagner,
Nietzsche-Burckhardt, i testi religiosi indiani, arabi, ebraici e
paleocristiani, ecc. ecc.
È impossibile dare anche solo un’idea della vastità di un’impresa
concentrata praticamente nel giro di sei anni di lavoro. [...] Per Colli fu
quello un periodo ricco di incontri nuovi, soprattutto con collaboratori
che avevano da proporre questo o quel testo e che stabilirono rapporti
più o meno duraturi. Una ideale comunità di lettori fedeli si era
formata51.

Grande, come risulta dagli appunti e dall’epistolario del


periodo, l’impegno e la fresca passione di Montinari in
questa impresa. Curò e tradusse infatti testi di Goethe,
Schopenhauer, Burckhardt, Freud52. Inoltre teneva buona
parte della corrispondenza e i contatti con i collaboratori,
faceva revisioni, procurava testi da tradurre etc. portando
in questo lavoro organizzativo la sua esperienza maturata
negli anni precedenti. Un’affermazione tra quelle di
Montinari può sorprendere: “Ad ognuno di questi testi era
premessa una brevissima introduzione di Colli”. Per
sottolineare l’“azione” di una comunità e non di individui
singoli, le prefazioni nella quasi totalità non sono firmate:
dei 90 titoli apparsi, più di trenta portano la prefazione di
Colli e sono state raccolte e pubblicate dalla casa editrice
Adelphi, le altre prefazioni sono dei più stretti

51 M. MONTINARI, Ricordo di Colli, cit. p. 14.


52 Montinari curò e tradusse: J. W. GOETHE, Teoria della natura (1958);
F. NIETZSCHE, Lettere a Erwin Rohde (1959); Carteggio Nietzsche-Wagner
(1959); Carteggio Nietzsche-Burckhardt (1958); F. NIETZSCHE, Schopenhauer
come educatore (1958); J. BURCKHARDT, Sullo studio della storia (1958);
A. SCHOPENHAUER, La vista e i colori. Carteggio con Goethe (1959); A.
SCHOPENHAUER, Parerga e paralipomena, (1963) (con Eva Amendola Kühn e
Giorgio Colli). Sempre per l’editore Boringhieri tradusse S. FREUD, Lettere
1873-1939 (1960); Sommario di psicanalisi (1962); Lettere alla fidanzata
1882-1886 (1963).
collaboratori53 e tra queste, molte, di Mazzino Montinari,
come risulta dagli appunti e dalle lettere e sarebbe
interessante poterle identificare nella loro totalità.
L’affermazione di Montinari ha però la sua spiegazione in
quanto era veramente la filosofia, l’ethos di Giorgio Colli
che animava le varie introduzioni: in molti casi, soprattutto
per i primi volumi, anche lo stile e il linguaggio di Montinari
si avvicinano a quelli dell’amico.
Ad esempio la prefazione alle lettere di Nietzsche a
Rohde (luglio 1959), che Montinari, come risulta da un
progetto manoscritto, voleva riprendere nella raccolta Su
Nietzsche, è una esaltazione quasi ditirambica del valore
dell’amicizia capace di portare all’azione “radicale”:

È necessario dimenticare la sfera quotidiana dei nostri interessi, i


nostri fini vicini e anche quelli lontani, per contemplare, in queste
lettere, un evento sovrumano: la nascita dell’amicizia dallo spirito
della giovinezza; il dono mattutino, che gli dèi riservano ai loro
prediletti.
Posto che si sia riusciti ad assumere il necessario atteggiamento
distaccato verso ciò che nella cosiddetta realtà concreta ci condiziona,
l’atto dell’esistenza, tra nascita e morte, ci apparirà nella sua nudità
elementare — orrida anche — e potremo capire perché mai sorga il
bisogno di afferrare — oltre il dominio dell’opinione e della necessità,
la presenza libera e certa dell’amico; perché tale presenza sia un dono
raro e fortunato.
Ma tutto ciò vale per la genesi dell’amicizia: l’uomo forte accetta
anche la cosiddetta realtà concreta, e lotta per trasformarla54.

Altro esempio la prefazione a J. Burckhardt, Lezioni


sulla storia d’Europa (novembre 1959) che rappresenta
una ripresa programmatica dei temi della lotta comune per
il salvataggio della “cultura”:

53 Tra questi ricordo Nino Cappelletti che si occupava della parte grafica
e passò poi a lavorare per la nascente Adelphi,.Gianfranco Cantelli che si
occupava di classici della scienza e di cultura filosofica, Gigliola Pasquinelli,
Clara Valenziano, Piero Bertolucci.
54 M. MONTINARI Prefazione a F. NIETZSCHE, Lettere a Erwin Rohde; cit., p. 8.
Da Lucca a Weimar 46

lo storico proietta il suo sguardo da un presente, trovato troppo


leggero per le pretese che accampa, verso un futuro che, se per lo
storico non può essere oggetto né di speranza né di disperazione, —
tante sono ormai le spirali che l’umanità ha percorso davanti ai suoi
occhi, — pone in ogni caso il compito più urgente di tutti: quello di
salvare la cultura, anche in quanto storia. [...] non è giusto fare di
Burckhardt un profeta di sventure: non era colpa sua se la diagnosi sul
suo secolo non poté essere che infausta (occorrono delle prove?);
come è ridicolo farlo passare per “reazionario”, giacché era ben chiaro
per lui che ciò che l’umanità aveva lasciato nel passato non avrebbe
potuto ricuperarlo nel presente; e infine è grottesco cercare di
metterlo d’accordo con le esigenze di una cosiddetta nuova civiltà del
ventesimo secolo, quali che siano i suoi attributi. Il suo insegnamento
è stato chiaro anche a questo proposito: l’uomo ha bisogno di un
punto di vista superiore se vuol vedere lo spirito che, librato sulle
rovine del presente, ricostruisce la sua abitazione55.

Il senso di avere imboccato una nuova via con la


radicalizzazione della critica all’attualità, che coinvolge
soprattutto le vecchie certezze, si legge in alcuni abbozzi
di lettere ad un’amica del febbraio 1960 che per il loro
interesse di testimonianza, in parte riproduciamo:

Mi permetta di farle leggere il volume che, fra tutti quelli che ho


tradotto, mi è il più caro. Questo breve scritto di F. Nietzsche (un
filosofo di cui in generale si parla molto a sproposito) si rivolge
soprattutto ai giovani e affronta il problema della “cultura” da un
punto di vista che dovrebbe riuscirle del tutto nuovo e stimolante. Non
credo che lei possa accettare tutto quanto è detto in Schopenhauer
(neppure io lo accetto); ma si tratta di un punto di partenza molto
“inattuale” che pone in questione non solo i valori cui da tempo l’uomo
moderno non crede più — la religione per esempio — bensì anche i ++
+ miti, quelli che ancora oggi resistono e che — in buona o cattiva
fede, oppure semplicemente per pigrizia — vengono ripetuti da tutti
coloro che vogliono essere all’“avanguardia”: progresso, scienza,
politica.
In realtà anche io sono “all’inizio” dopo più di dieci anni che sono
passati dal mio ingresso nella vita pratica. Sulle moltissime cose che

55 M. MONTINARI, Prefazione a J. BURCKHARDT, Lezioni sulla storia d’Europa,


trad. di M. Carpitella, Boringhieri, Torino 1959, p. 8.
ho fatto fino a circa due anni fa non posso dare un giudizio positivo.
Oggi sento di aver cominciato su di una via giusta, anche se,
naturalmente, gli ostacoli — esterni ed interni — sono numerosi e
difficili, e credo questo perché mi pare finalmente di avere scoperto ciò
che voglio essere.“Diventa ciò che sei” dicevano i greci, e ripete N. nel
libro che le ho mandato[...]. Non parlo come uno che sa perfettamente
ciò che si deve fare e quali sono i contenuti giusti, ma invece come
uno che su tutta la società attuale (e in questo concetto comprendo
anche la “sinistra” di tale società) non può fare a meno di dare un
giudizio gravemente negativo.[...] Il vuoto accademico e la mancanza
di “cultura” delle nostre istituzioni culturali è desolante; si vive verso
l’esterno, preoccupati di avere sempre le idee più nuove e più originali:
questo nel migliore dei casi. Parlo così perché ho fatto per più di dieci
anni questa vita (anche se il ritegno e il dubbio mi hanno salvato) (9
febbraio 1960).

E in un altra lettera del 6 aprile ad un amico dopo aver


dichiarato la sua distanza dall’intellettuale che rispecchia i
“non-valori dell’uomo moderno” così esprime il personale
progetto:“Io per me, vorrei — se mi sarà dato un giorno di
esprimermi con efficacia — arrivare al fondo della nostra
“contemporaneità””. Molti aspetti di questo atteggiamento
critico verso le approssimazioni, le scorciatoie, le vie
“facili” dell’accademia e della pubblicistica sempre alla
moda, rimarranno costanti della scelta etica e scientifica di
Montinari anche dopo l’abbandono della fondazione
metafisica e antistorica di Colli.
Importante per caratterizzare la posizione di questo
periodo è la prefazione, firmata da Montinari, del
Carteggio Nietzsche-Burckhardt da lui curato, che
conteneva anche una raccolta di lettere e testimonianze
sul loro rapporto e in appendice il carteggio Nietzsche-
Taine. Questa edizione, corredata da un ricco e sicuro
apparato, per la sua serietà, segnava una novità assoluta,
nella tradizione italiana per l’approccio a Nietzsche. Non
mancò di segnalare quest’aspetto Delio Cantimori in una
delle sue collaborazioni, in forma epistolare, alla rivista
“Itinerari”. Lo storico dedicò una lunga e appassionata
Da Lucca a Weimar 48

recensione al lavoro (“un vero modello di come anche una


traduzione possa acquistare valore scientifico, quando ci
siano la consapevolezza critica e lo scrupolo filologico
dimostrati dal Montinari”) soffermandosi a discutere le tesi
espresse nella prefazione. Montinari prendeva partito per
l’atteggiamento agonistico di Nietzsche (“credette di poter
agire positivamente sulla realtà di quegli anni”) nei
confronti della maschera della “rassegnazione” assunta da
Burckhardt in tutta la parabola del rapporto. In un appunto
nel materiale preparatorio per questo lavoro si legge:

Forse Burckhardt come gli epicurei descritti nell’aforisma 306


della Gaya scienza56. L’infelicità che si presume in N. è molto diversa
da quella che può apparire nei suoi accenni alla solitudine o negli
appelli agli altri, per es. a B. È più giusto considerare come inevitabile
la infinita convergenza (parallelismo) senza alcun punto di unione
definitivo tra le due personalità: come messaggi da nave valida a
un’altra valida nave.

Cantimori prende una ironica distanza dalle illusioni


pedagogiche ed agonistiche di Nietzsche a favore
dell’atteggiamento senza illusioni dello storico. Non nel
pessimismo e nichilismo si possono trovare premesse
liberatorie verso le “illusioni della propria epoca”: “nel
campo modestissimo degli studi di storia, c’è bisogno del

56 In contrapposizione allo stoico che “si esercita a trangugiare pietre e


vermi, schegge di vetro e scorpioni e a essere insensibile alla nausea” e che
ha bisogno di un pubblico per esibire la sua insensibilità, “l’epicureo si sceglie
la situazione, le persone o anche gli avvenimenti che si armonizzano con la
sua costituzione intellettuale estremamente irritabile, rinunzia al resto,vale a
dire al più,perché sarebbe per lui un cibo troppo forte e pesante. [...] Per
uomini con i quali il destino ama improvvisare, per quei tali che vivono in
tempi di violenza e che dipendono da uomini bruschi e volubili, lo stoicismo
può essere assai consigliabile. Ma chi prevede in qualche modo che il destino
gli permette di tessere un lungo filo, fa bene a sistemarsi al modo epicureo;
tutti gli uomini dediti al lavoro intellettuale hanno finora fatto così! Sarebbe
infatti, per essi, la perdita peggiore tra tutte, rimetterci la loro delicata
sensibilità e avere in regalo la dura pelle degli stoici con gli aculei del riccio”
(F. NIETZSCHE, La gaia scienza, in Opere, cit., vol. V, t. 2, p. 179).
pessimismo o del nichilismo radicale per insegnare a
criticare fatti e idee, illusioni e mitologie?” Cantimori
valorizza i temi di Burckhardt, a lui cari soprattutto nel suo
ultimo periodo, che non sono affatto espressione di
“nichilismo”: la volontà di restare sempre
consapevolmente sul piano limitato del “professore e dello
studioso autonomo”.

Sarà che il suo “pessimismo” o realismo era più radicale e


cosciente? Anche se sente interesse per i grandi problemi agitati dal
Nietzsche, rifiuta di affrontarli in teoria, ex professo: non era certo il
tipo da lasciare una religione per entrare in un’altra, come era
insomma quella che tendeva a fondare Nietzsche: aveva lasciato ogni
chiesa, doveva entrare in una nuovissima setta? [...] Certo, al
Montinari e al pubblico colto in generale interessa di più l’entusiasmo
del Nietzsche e quel suo tono da apostolo (l’espressione è del
Burckhardt stesso). Tuttavia, mi sembra che si possa dire che c’è una
vitalità e serietà reale nelle semplici affermazioni del vecchio studioso,
fermo al suo posto di lavoro se pure sgomento e attento al concreto e
al particolare, libero veramente perché davvero senza illusioni57.

Ancora una volta, in questi confronti della storia della


cultura, si riflettono anche, in modo allusivo, il senso, i
problemi, le scelte di diverse generazioni sullo sfondo di
avvenimenti storici traumatici. La posizione di Cantimori,
la sua scelta dopo il 1956 di uscire dal partito comunista
(non contro il partito) e di rimanere al suo posto di lavoro
quotidiano libero da illusioni, di vedere solo in questo il suo
compito, può apparire all’impazienza del giovane, alla sua

57 D. CANTIMORI, Conversando di storia, Laterza, Bari 1967, p. 87. Per la


pratica storiografica di Cantimori, soprattutto negli ultimi anni, Jacob
Burckhardt costituisce un punto di riferimento costante. Molti degli
atteggiamenti dello storico italiano nella direzione di una libertà da filosofie
della storia, comunque mascherate, cercano di definirsi nel confronto con le
posizioni di Burckhardt. Si deve ricordare, con varie recensioni ai volumi della
biografia del Kaegi, la traduzione e la prefazione all’edizione italiana delle
Weltgeschichtliche Betrachtungen: Meditazioni sulla storia universale,
Sansoni, Firenze 1959 (uscita quasi parallelamente all’edizione per
l’“Enciclopedia” curata da Montinari).
Da Lucca a Weimar 50

passione, una sorta di mascherato nichilismo e di


rassegnazione. La recensione è anche una risposta a
questo interrogare: il corrodere con freddezza le nuove
illusioni, la nuova fede della “nuovissima setta”58, la
volontà di mantenere il giovane amico nel rigore
quotidiano dell’indagine storica, rientrava anche nel suo
compito “educativo”. “Non sta a me dire se e in che modo

58 Accuse di questo tipo vengono fatte dalle poche recensioni


all’“Enciclopedia”: si lotta, da posizioni vicine a quelle di Cantimori, contro la
restaurazione di una “concezione magico-sacerdotale del “filosofo” che
intuisce il senso del Tutto prima di avviare e di svolgere una qualsiasi ricerca
su un argomento qualunque”. “Toni misticheggianti, desideri di iniziazione,
rivendicazione del “filosofo autentico” che intuisce prima di ricercare,
promesse di approdi alla felicità e speranze di soluzioni totali: sono tutte cose
che si oppongono in modo radicale a quel tipo di mentalità e di cultura al
quale non pochi fra gli “storici” credono di dover restare oggi fortemente
attaccati. Non è certo un caso che la stessa indagine storica venga a perdere,
in queste pagine di presentazione, ogni e qualsiasi senso”. (P. ROSSI, Su una
“Enciclopedia di autori classici”, in “Rivista di filosofia”, fasc. II, aprile-giugno
1959, XIV). Di contro la valorizzazione della collana da parte di una figura
come Aldo Capitini. In alcune lettere del 1959 e del 1960 il Capitini dà consigli
editoriali a Montinari per la pubblicazione e traduzione di testi (Gandhi, Tolstoj,
scritti sul pensiero indiano, una ristampa riveduta e rifatta del suo scritto
Religione aperta etc.). Riportiamo due lettere da Perugia: “Caro Montinari, per
ora ecco alcuni suggerimenti editoriali che ti faccio prima di andare a Cagliari:
due opere eccellenti sul pensiero indiano da divulgare: P.T.Raju: Idealistic
Thought of India, 1953, pp. 454. T. R. V. MURTI: The central Philosophy of
Buddhism, recente; tutte e due sono edite da Allen and Unwin, London
Museum Street. La traduzione dell’ultima parte della Filosofia della religione
dello Hegel, che si può intitolare, come è nella traduzione francese da Aubier,
Le prove dell’esistenza di Dio (ci ho fatto un Corso a Pisa, e pensavo di far io la
traduzione, ma poi sono venute altre cose e non me lo propongo più).
Affettuosi saluti, Aldo Capitini” (7 novembre 1959).
“Caro Montinari, Tu mi chiedesti tempo fa suggerimenti per edizioni
Boringhieri. Eccoti quattro proposte: 1. Tu sai che c’è il famoso saggio (breve)
di Kant, Che cos’è l’Illuminismo. Ma in quel tempo ne uscirono altre di risposte
alla stessa domanda, e si potrebbe raccoglierle tutte, allo scopo di svegliare i
cervelli. Per es. nel Teutch Mercur del Wieland c’è qualche cosa sullo stesso
tema. Un germanista ve le può trovare tutte queste risposte, e ne potreste
fare un volume. 2. Tu sai che il mio volume Religione aperta fu messo all’Indice
nel 1955, ed ora è esaurito: lo stampai a spese mie e lo detti a Guanda per la
vendita. Ne farei una seconda edizione, tutta riveduta e <s>frondata e rifatta:
so che c’è chi cerca il volume e non lo trova; l’idea mi viene appunto perché
anche giorni fa uno mi ha scritto che lo voleva. D’altra parte ho idee per
le osservazioni nella lettera di Cantimori, che in quel
periodo vedevo quasi ogni giorno, mi abbiano aiutato negli
studi approfonditi, che proprio da allora intrapresi per
dedicarmi (con Giorgio Colli) all’edizione critica delle opere
di Nietzsche” — scriverà Montinari in un suo scritto
dedicato a Delio Cantimori e Nietzsche59.
Ripubblicando la prefazione nella raccolta Su
Nietzsche, Montinari, significativamente, toglierà le ultime
parole dello scritto: “è giusto ricordarsi dei propri maestri,
anche quando abbiamo dovuto abbandonarli”60.

rivederlo. 3. Di Gandhi c’è una bella scelta di pensieri lunghi fatta dall’UNESCO
intitolata All men are brothers; scrissi se lo traducevano in italiano; ma mi
dissero che mi autorizzavano, ma loro non lo avrebbero fatto. Ci pensate voi?
Bada che attualmente non c’è nessun libro italiano in vendita (sono tutti
esauriti) su o di Gandhi; e all’Estero ne escono a decine! Il libro inglese si ha
da Sansoni che ha il deposito dell’UNESCO. Voi avete ottimi traduttori. 4. Di
Tolstoi ci sono gli scritti religiosi che nessun editore italiano ha pensato di
scegliere per il cinquantenario; eppure sono molto importanti per il pensiero
religioso dell’Ottocento che si libera dalla tradizione. Si potrebbe pubblicare
qualche cosa, la più importante. Molti cordiali saluti, Aldo Capitini” (19
dicembre 1960).
59 Delio Cantimori e Nietzsche, in “Belfagor”, n. 1, 31 gennaio 1979,
a. XXXIV, p. 13-30.
60 E che questa prefazione fosse anche un confronto con la posizione
cantimoriana è testimoniato dal fatto che lo storico respingeva, nella sua
recensione, la parola “maestro”: “Lei sa che a me, modesto studioso e
insegnante, la parola "maestro" fa lo stesso effetto di disagio che la parola
"mestiere". E poi, nel discorso di giustizia e ricordo, non c’è un po’ di quella
compassione cristiana che piaceva così poco al Nietzsche?”. Era una velata
polemica contro l’“aura” di comunità iniziatica e antiaccademica in cui il suo
studente e amico sembrava essere entrato.
6.
LE VICENDE ITALIANE DELL’EDIZIONE

Giorgio Colli, fin dagli inizi degli anni Cinquanta,


propose all’editore Giulio Einaudi di Torino, con cui
collaborava da alcuni anni61, una edizione italiana delle
Opere di Nietzsche. Einaudi, editore con grandi tradizioni
antifasciste e democratiche, nel dopoguerra aveva
fiancheggiato la politica culturale del PCI e pubblicato, tra
l’altro, i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Luciano
Foà, che lavorava alle edizioni Einaudi, prima di uscire e
fondare la casa editrice Adelphi, fu tra i più convinti fautori
della proposta del suo amico Colli. Il piano delle traduzioni
era già pronto e approvato. Questo lavoro veniva sentito
da Colli e Montinari come momento essenziale e
ampliamento di quell’azione comune, legata al nome di
Nietzsche, intrapresa con l’Enciclopedia Boringhieri. Non è
un caso che Montinari nel primo periodo, come risulta dalle
lettere a Colli, anche a Weimar pensi molto
all’“Enciclopedia”, a nuovi titoli, tra cui, stimolato dalla
vista degli strumenti utilizzati per la Farbenlehre e presenti
nell’Archivio, all’amato Goethe, procuri il testo del
protopop Avvakùm per la traduzione, scriva alla sera, dopo
il lavoro sui manoscritti, la prefazione per il volume di
Mandeville e la nota editoriale, corregga bozze etc.

61 Per l’editore Einaudi di Torino, Colli tradusse: K. HILDEBRANDT, Platone.


La lotta dello spirito per la potenza, (1947); K. LÖWITH, Da Hegel a Nietzsche,
(1949); E. CASSIRER, Il problema della conoscenza nella filosofia e nella scienza.
vol. II. Da Bacone a Kant (1953). Di grande rilievo: la traduzione, col
commento critico testuale, dell’Organon di Aristotele (1955) e della Critica
della ragione pura di Kant (1957 — ripubblicata da Adelphi nel 1977).
Da Lucca a Weimar 53

In quegli anni Schlechta aveva, rumorosamente,


riproposto all’attenzione internazionale il “caso Nietzsche”
affrontando ma non risolvendo il problema del Nachlaß.
Anche alla luce di quelle discussioni e attraverso la verifica
possibile che gli stessi apparati permettevano sulle
arbitrarietà della GOA, a lavoro di traduzione iniziato, Colli
propose a Montinari il viaggio di ricognizione a Weimar
nell’aprile del 1961.
Comincia qui la storia dell’appassionante viaggio di
scoperta, nella realizzazione di una delle più rilevanti
imprese culturali del dopoguerra, degna di una successiva
ricostruzione.
Già la prima ricognizione a Weimar fatta da
“plenipotenziario” — come scrive Colli in risposta alla
lettera dell’amico — e la maturata consapevolezza della
necessità di una nuova edizione, ebbero l’effetto di far
cadere, presso Einaudi, non solo il progetto di “un’edizione
preliminare completa in lingua originale” ma anche quello,
già in corso, della traduzione. Così Luciano Foà ricorda:

Il piano della traduzione di Nietzsche era stato varato da Colli,


Einaudi e me. Le opere sarebbero state pubblicate nei Millenni. Nel
1961 però Colli venne a Torino, e spiegò che il sopralluogo di Montinari
a Weimar, dove sono conservate le carte di Nietzsche, aveva mostrato
la necessità di una edizione interamente rifatta sui manoscritti,
moltissimi dei quali inediti. La mole dell’impresa cresceva, e con essa
il rilievo culturale, ma anche l’impegno finanziario e politico. Einaudi
non se la sentì, e con Colli fu la rottura. Nel luglio del 1961 io lasciai la
Einaudi; seppi poi che di lì a poco c’era stata una discussione in un
“mercoledì” einaudiano, conclusa con la decisione di lasciar cadere
anche la traduzione delle opere già in cantiere. Ne rilevammo noi i
diritti. Un anno e mezzo dopo la comparsa del primo libro Adelphi,
uscì, nel 1964, il primo volume delle opere di Nietzsche62.
62 Testimonianza raccolta da Adriano Sofri, in un articolo in memoria di
Montinari, che ricostruisce le vicende italiane dell’edizione. (Federico il
pendolare, in “Panorama”, 22 febbraio 1987, pp. 139-45). Le lettere di Giorgio
Colli a Montinari che si trovava per la seconda volta a Weimar, scritte
nell’agosto del 1961, testimoniano come in quel periodo i rapporti con Einaudi
stessero ormai per chiudersi: “mi sembra che d’ora in poi ci sia ben poco da
La scelta di Einaudi non fu dettata soltanto
dall’impegno finanziario ma anche, forse principalmente,
da motivazioni più generali di “politica culturale”: “il
consiglio editoriale, composto in massima parte da
marxisti e da liberalsocialisti, aveva forti riserve
ideologiche, non tanto contro il nome di Nietzsche quanto
contro l’idea di pubblicarne l’opera omnia da mettere
accanto a quella di Gramsci, come se fossero classici che
avevano militato sotto la stessa bandiera” — così il
germanista Cesare Cases, consulente autorevole della
casa editrice torinese, in un ricordo dell’amico Montinari 63.
Certo, non molto tempo prima di questa decisione, vi era
stata una ferma presa di posizione — a conferma
dell’ostilità di buona parte dell’ambiente culturale italiano
— contro il progetto di Colli. Si deve tener conto come,
proprio presso l’editore Einaudi, fosse uscita, nel novembre
del 1959, la traduzione italiana del volume di György
Lukács, La distruzione della ragione che non poco ebbe
influenza sulla cultura italiana di sinistra. Nel maggio del
1961, lo storico della filosofia Cesare Vasoli, con malintesa
spregiudicatezza critica, al di là di ogni “ambiguità” e
“convenienza”, fece un intervento su “Itinerari” a
proposito del clima culturale e ideologico che sempre più,
a suo giudizio, sembrava diffondersi in Italia.

Agli anni in cui la parte più viva della nostra cultura filosofica
aveva sperato e tentato di inserirsi nel processo vitale dello sviluppo
storico del paese, sembra essere successa, ancora una volta, una

sperare riguardo Einaudi (te ne parlerò a voce), meno ancora di quanto


pensavo già prima” (20 agosto 1961). “bada di non volere far troppo per la
traduzione, per la quale si levano nuove nubi all’orizzonte” (25 agosto 1961).
Ma sulle iniziali difficoltà anche del primo progetto di Colli, abbiamo ora la
testimonianza di alcuni brani dei verbali editoriali dell’Archivio Einaudi (11, 16
e 31 ottobre 1950), riportati da Luisa Mangoni in una nota del volume da lei
curato: D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea. Scritti 1927-1942,
Einaudi, Torino 1991, p. 809.
63 C. CASES, Il granduca di Weimar. Ricordo di Mazzino Montinari, cit.
p.336.
Da Lucca a Weimar 55

nuova fuga dalla realtà e dalla storia64.

Se certi elementi del disagio esistevano realmente ed


erano individuati con sofferta partecipazione, la risposta
non era certo adeguata e peccava di esorcismo ideologico
e volontà pedagogica. La circolazione sempre più diffusa di
tematiche “irrazionalistiche” appariva a Vasoli qualcosa di
troppo “concertato” nel suo “inserirsi in una situazione di
incertezza o talvolta, addirittura, di frustrazione
ideologica”, per essere del tutto casuale: “qualcosa di non
sano, un vago sentore di malattia o di decadenza è già
nell’aria”65. Vasoli recriminava e stigmatizzava il nuovo
indirizzo della “moda” editoriale: per lui non sintomo di
“apertura” e “spregiudicatezza” antidogmatica ma (al di là
di qualche superficiale rinnovamento di linguaggio e
formule) semplice riproposizione di vecchi e collaudati
strumenti di dominio ideologico, capaci comunque di
allontanare dalla serietà del reale. In particolare lo storico
della filosofia (che pure aveva una pratica non peregrina
dei testi di Nietzsche, su cui si era laureato)66 esprimeva
un giudizio negativo sulla progettata traduzione degli
Opera omnia di Nietzsche e, significativamente, un
giudizio altrettanto negativo e drastico della collana
Boringhieri diretta da Colli:

È di oggi infatti la notizia, ormai di dominio pubblico, che uno dei


nostri editori più coraggiosi e geniali, al quale tanto deve il
rinnovamento ideologico del dopoguerra, si accinge a ripubblicare
l’Opera omnia di Federico Nietzsche che non vorremmo davvero

64 C. VASOLI, A che servono i filosofi in Italia, in “Itinerari”, n. 49, maggio


1961 (VIII), p. 97.
65 Ivi, p. 98.
66 Esiste a questo proposito un’icastica cartolina postale di Cantimori,
indirizzata a Montinari, dell’8 novembre 1961: “Caro Mazzino, lo sai su chi ha
fatto la tesi il Vasoli? Sul gran Federico N. Ma tu forse lo sapevi. Guarda
sull’Italia letteraria ultima l’articolo su Marx e Nietzsche, e riderai. Attendo una
tua telefonata domenica sera prossima. La tua di ieri sera mi ha fatto bere un
mucchio dalla soddisfazione. Tuo aff.mo Delio”.
allineare nella nostra biblioteca con le opere di Gramsci o di Salvemini.
Un altro editore, certo benemerito per aver fatto conoscere al pubblico
italiano alcuni documenti fondamentali del pensiero scientifico
moderno, non esita ad affiancare a testi di estrema utilità e di
eccezionale valore, una nuova riesumazione di quelle “indianerie” che
formarono mezzo secolo fa il fulcro della “Cultura dell’anima”
esaltando il misticismo casalingo dei buoni soci delle Società
teosofiche, o, addirittura, a riproporre alle nostre letture le pagine del
più coerente filosofo reazionario, accompagnate da “alate”
introduzioni encomiastiche67.

Delio Cantimori si sentì direttamente chiamato in causa


dalla polemica di Vasoli in quanto, come consulente
dell’editore Einaudi, aveva approvato il primo progetto
Colli: la sua risposta, su “Itinerari” (settembre-ottobre
1961), è un modello di libertà di spirito, le sue riflessioni,
sintesi del suo atteggiamento metodologico, sono
stimolanti in più direzioni e vicine alle posizioni espresse
da Montinari in più occasioni.
L’“irrazionalismo” è solo “sintomo, manifestazione” di
un disagio reale, mai una causa.

Non credo che la odierna propaganda ideologica in senso


irrazionalistico, anche se bene organizzata e orchestrata come afferma
il Vasoli [...] possa avere quegli effetti di contagio che il Vasoli sembra
temere, perché i contagi vengono dalle malattie, non dai sintomi delle
malattie stesse68.

Cantimori afferma la necessità di un confronto con


tutta la realtà senza alcun pregiudizio e con una seria
volontà di conoscenza: “Chi fugge o vuol fuggire dalla
realtà e dalla storia si può servire anche di Marx e di Lenin,
se è disonesto; se è onesto, non ha bisogno di Nietzsche; e
ci possono essere dei casi (ci sono stati) nei quali
Nietzsche può riportare alla realtà e alla storia”. Di qui
67 Ibid.
68 D. CANTIMORI, Conversando di storia, Laterza, Bari 1967, p. 94 (già in
“Itinerari”, n. 52-53, settembre-ottobre, 1961).
Da Lucca a Weimar 57

discende la critica di ogni pedagogismo che voglia


oscurare parte della realtà in difesa di qualsivoglia valore.
“Di preoccupazione educativa in preoccupazione educativa
di questo tipo, si può finire ad arrivare a proporre una
censura o autocensura ai nostri editori”. Lo storico propone
quindi un serio confronto con Nietzsche: “Della reale storia
culturale italiana ed europea fa parte anche Nietzsche, e in
primo piano: e occorre conoscerlo se si vuol conoscere
questa realtà, conoscerla per capirla, capirla sul serio, per
farla progredire e per cambiarla”69. Montinari stesso ha
ricordato questa chiara presa di posizione dello storico in
più occasioni: soprattutto quando, tra la fine del 1976 e gli
inizi del 1977, “il nome di Delio Cantimori fu trascinato in
una campagna di livello rotocalchesco-giornalistico, nel
corso della quale si volevano attaccare i presunti
responsabili della politica culturale comunista degli anni
Cinquanta [...]. La leggenda di Cantimori, censore di Casa
Einaudi, e — maxima culpa, subito aggiunta alla lista dei
suoi peccati — oppositore dell’edizione delle opere di
Nietzsche, circolò indisturbata su quella stampa, che tra
l’altro non accettò di pubblicare le rettifiche che io stesso
— come parte in causa — avevo inviato alle varie
redazioni...” — così Montinari, nel suo scritto Delio
Cantimori e Nietzsche70, polemicamente precisa
69 Ivi, p. 94 e 96.
70 M. MONTINARI, Delio Cantimori e Nietzsche, cit., p. 13. Si tratta della
relazione tenuta al Convegno Storicità e storiografia in Delio Cantimori (Russi,
7-8 ottobre 1978). Inizialmente, Montinari voleva pubblicare le lettere di
rettifica, non accettate dai quotidiani, in appendice a questo intervento. Tra le
altre cose, in queste lettere, ribadisce di considerarsi scolaro di Cantimori
“anche per quanto riguarda il lavoro filologico e storico all’edizione di
Nietzsche” e così ne caratterizza l’atteggiamento libero dai pregiudizi: “Tutti
sanno che egli non ha mai esitato a lodare buoni storici non marxisti (per es.
Hubert Jedin) e a biasimare cattivi storici marxisti. Né Cantimori ci ha mai
proposto dei maîtres à penser, e tanto meno ci ha proposto Lukács, anche se
fu proprio lui a fare a Pisa, nel preistorico 1948, delle lezioni indimenticabili su
Storia e coscienza di classe. Per esser precisi: Cantimori non fu mai — questa
è per me la sua principale ed indimenticabile lezione — un ideologo. E
nemmeno una “barba storicista”, come lo dimostra la sua affermazione a p. 80
l’atteggiamento dello storico su questo punto. Montinari
mostra inoltre come l’interesse di Cantimori per Nietzsche
venga da lontano. Già negli anni Trenta se ne era occupato
in ampie recensioni ad opere su Nietzsche (Bertram,
Fischer, Thibon) e nel suo saggio Sulla storia del concetto
di Rinascimento (1932). Inoltre grande il suo interesse per
una figura come Overbeck (troppo spesso ridotto, nel
passato, alla figura secondaria dell’amico di Nietzsche) a
cui dedicò, nel 1941, un penetrante ritratto a partire dalla
recensione delle sue Confessioni postume71 Di Nietzsche
Cantimori si occupò più volte in molti corsi universitari del
dopoguerra fin dal 1946-47, gli anni in cui Montinari era
suo allievo alla Scuola Normale. In quegli anni, infatti,
accanto ai corsi sulla storia degli eretici, sulla tradizione
socialista, egli tenne corsi su Burckhardt e Weber in cui un
certo spazio era riservato anche ai rapporti di questi autori
col filosofo tedesco. Montinari riconosce, con chiarezza,
alcuni forti limiti della lettura fatta da Cantimori che parla
di “asistematicità delle idee di Nietzsche, riducibili a un
sentimento comune, a un comune atteggiamento, ma non
razionalizzabili” e che, comunque, esercita il suo senso
storico, in prevalenza, verso gli effetti postumi del filosofo
tedesco.. La sua immagine “era piuttosto convenzionale e
non sufficientemente “rugosa” [...] non rispecchiava cioè la
complessità, la storia della vita intellettuale di Nietzsche”.
Ciò era dovuto principalmente alla letteratura utilizzata, in
particolare al libro del Bertram. Del resto, anche in questa
occasione, Montinari coglieva alcuni limiti dello storico, con

del libro postumo già citato [Conversando di storia]: “...non c’è nesso
necessario fra storicismo e storiografia”. Fu solo, appunto, un “grande storico”
(lettera datata 21 novembre 1976 indirizzata alla redazione del quotidiano “La
Repubblica”).
71 D. CANTIMORI, Recensione a F. OVERBECK, Selbstbekenntnisse, hrsg. von
E. Vischer, Schwabe, Basel 1941, in “Studi germanici”, 1941 (V) pp. 137-4, ora
in D. CANTIMORI, Politica e storia contemporanea, cit., pp., 540-50. Questa
figura singolare di teologo “ateo” di Basilea, torna spesso anche nelle lettere
di Cantimori a Montinari.
Da Lucca a Weimar 59

quella sensibilità alla storia che derivava proprio dalla sua


lezione. Egli valorizzava comunque la sua capacità di
distinguere Nietzsche dai “nietzschiani”, di avere avvertito
cioè il problema, centrale, della “lettura differita”72.

La distinzione corretta tra le coordinate temporali di un autore, le


domande cioè a cui egli ha voluto rispondere, da un lato, e la sua
attualizzazione e utilizzazione nei periodi seguenti (o in ambienti
contigui, ma diversi), dall’altro, senza dimenticare il rapporto, esso
pure storicamente accertabile tra l’autore e la sua fortuna, tra i testi
nella loro storicità originaria e la loro lettura differita, questa
distinzione e questo senso della diversità nella continuità e nella
successione cronologica mi pare siano stati costantemente presenti in
tutte le occasioni in cui Cantimori si è trovato a parlare di Nietzsche e
del nietzschianesimo73.

Il favorevole parere editoriale di Cantimori, che risaliva


agli anni Cinquanta e riguardava il progetto primitivo di
Colli, come pure l’autorevole presa di posizione contro
Vasoli, non servirono a modificare le diffidenze diffuse: ad
accettare e promuovere l’edizione fu Luciano Foà, uscito
appunto dall’Einaudi per fondare una nuova casa editrice.
Nonostante le comprensibili difficoltà iniziali, l’Adelphi
sostiene vigorosamente l’impresa: Foà, come ha scritto
Giuliana Lanata, diviene “compagno d’avventura” di Colli e
Montinari. Fin dall’inizio, l’Adelphi, senza successo, cerca
contatti con case editrici tedesche per la pubblicazione del
testo originale, e infine trova l’appoggio di Dionys Mascolo
della Gallimard. Il 9 agosto del 1962 viene firmato il
contratto con l’importante casa editrice francese: questo
permette la continuazione del lavoro con un orizzonte più
chiaro.
72 Montinari, a partire da questo scritto su Cantimori, utilizzerà più volte
il concetto, derivato da Eugenio Garin, di “lettura differita”. (Cfr. E. GARIN,
Filosofia e scienze nel Novecento, Laterza, Bari 1978, pp. XI-XII). In particolare,
questo tema fu affrontato da Montinari, in un intervento, non pubblicato:
Probleme der Nietzsche-Hermeneutik: Textkritik und Wirkungsgeschichte.
73 M. MONTINARI, Delio Cantimori e Nietzsche, cit., pp. 16-17.
7.
LA “PASSIONE RABBIOSA PER LA VERITÀ”

Le lettere che si scambiano Colli e Montinari nel


periodo di fondazione dell’edizione, un carteggio assai
fitto, ci danno un resoconto dettagliato e puntuale dello
svilupparsi del lavoro giorno per giorno, la discussione di
difficoltà e problemi con periodici consuntivi e sistematiche
riflessioni sui metodi e sui tempi di realizzazione (queste
lettere periodiche, battute generalmente a macchina per
l’utilità di conservarne la minuta sono veri e propri
documenti di lavoro). Quello per l’edizione è un lavoro
comune ed assiduo: da una parte Montinari a Weimar
all’Archivio, dall’altra Colli a Firenze sulle xerocopie, sui
microfilms, — tranne che nei periodi particolarmente
fruttuosi trascorsi insieme in Germania o in Italia e da cui
escono ogni volta con maggiore maturità e determinazione
— per l’approntamento del testo, delle note e degli
apparati, e inoltre la revisione delle traduzioni, i rapporti
con gli editori, le discussioni, le proposte, la correzione
delle bozze, etc.: ogni minimo particolare ha la verifica dei
due autori. E comunque questo lavoro è sentito come
“azione comune”74, proseguimento e ampliamento

74 “Spero che tu sia tranquillo per il lavoro: vedrai che tutti gli obiettivi
saranno raggiunti. Qualche volta penso che la nostra impresa ha degli apetti
temerari, ma ho molta fiducia in te, nella tua grande capacità di realizzare
anche le cose più difficili, mentre tu sai che puoi contare su me... Non voglio
che sia mai possibile distinguere nell’edizione il mio dal tuo lavoro. L’edizione
è tutta nostra”. Così si legge in una lettera del 23 settembre 1962 in cui
Montinari afferma anche: “Che siamo diversi, che certe mie aspirazioni non
sono le tue, è una cosa che sappiamo e che rimarrà vera...”.
Da Lucca a Weimar 61

dell’“azione” culturale inattuale intrapresa con


l’“Enciclopedia degli autori classici” che Colli con
originalità e coraggio dirigeva presso la Boringhieri.
Questo carteggio, con altre testimonianze, renderà
possibile la ricostruzione puntuale delle vicende
dell’edizione, entrando, per così dire, nel suo laboratorio.
Già la lettera “programma” del 21 agosto 1961 (scritta
durante il secondo soggiorno) mostra in Montinari una
piena consapevolezza delle cose da fare, della
impraticabilità, anche per la traduzione, dell’edizione
canonica, della insostenibilità della Wille zur Macht, della
necessità di una rilettura integrale dei manoscritti da
rendere nel loro ordine cronologico etc.

Quanto all’edizione, quando tornerò dovremo parlare a fondo di


tutti i problemi che comporta. Ora ho un’idea molto più precisa e alla
fine di questo periodo avrò chiarito molte cose. Mi pare però che una
cosa sia certa i manoscritti vanno decifrati e trascritti per intero,
studiati come gruppo, come singolo manoscritto, come singola pagina
(in molti casi!), quindi ordinati cronologicamente [...].
Se ciò è importante per i postumi di un’opera pubblicata da N., lo
è sommamente di più per la massa di mss. non utilizzati.Cioè la lettura
e trascrizione di tutto ci mette sotto gli occhi l’elaborazione di un
pensiero da un taccuino a un quaderno, da questo quaderno a un altro
e così si ottiene con criteri interni la cronologia, o meglio la
successione. Tutto ciò finora non è stato fatto! Lo dice anche
Schlechta; ma a lui si devono fare 3 rimproveri: 1) non ha tenuto conto
del fatto che N. spesso scriveva nei suoi quaderni dall’ultima alla
prima pagina e avrebbe potuto farlo perché Mette lo dice per ogni ms.
in cui ciò avviene; 2) non ha tenuto conto dei mss. che contenevano
materiale della VdP e che erano stati utilizzati nei voll. 13 e 14 e non in
15, 16 e anche questo avrebbe potuto farlo; 3) non ha tenuto conto
della disposizione del materiale entro la pagina e non poteva farlo, ma
ciò non vale per tutti i casi, perché avviene che nell’apparato critico
della GOA (sia pure non per i casi clamorosi di smembramento) gli
editori dicano ingenuamente “di questo aforisma, che prima era così e
così, ne abbiamo fatti due”, è chiaro che Schlechta, il quale pretende
di avere ristabilito la “situazione di partenza” ha lavorato male. E
glielo diremo. Ritornando a quello che ti dicevo sui postumi di Aurora,
è chiaro che se acquistiamo un’idea precisa e ricca di particolari sul
modo come nascevano le opere di N., si potrà giudicare con molta più
competenza tutta la questione connessa con la V d P. Ma ci vorrà
molto tempo, perché occorre delicatezza, cautela, capacità intuitiva,
padronanza delle opere pubblicate da N. (su quest’ultimo punto
purtroppo ho molto da imparare!); perché a volta già la pagina di per
sé pone dei problemi di genesi: ci sono cioè delle righe vaganti, ma
per escluderle da un aforisma bisogna ricostruire la successione nella
quale N. ha scritto in quella sola pagina! E si può, come ho già fatto io,
del resto, in qualche caso.

Montinari mette in luce, con sicurezza, i grossi limiti


della soluzione Schlechta che dipende — e male —
dall’edizione canonica e ne mantiene tutti gli errori, non
tenendo conto neppure di certe avvertenze “ingenue”
dell’apparato della GOA che documentavano ampiamente
gli arbitri, gli accorpamenti e smembramenti di frammenti
etc. operati per la compilazione della Volontà di potenza.
Inoltre questa lettera mostra, in concreto, fin dall’inizio,
anche la grande capacità di Montinari nella decifrazione
dei manoscritti, accompagnata da una legittima
soddisfazione. Molti gli esempi, nelle lettere del periodo, di
questo paziente e spesso arduo lavoro di decifrazione, che
non è mai solo frutto di esercizio meccanico, ma è legato
sempre — consapevolmente — ad una vasta sensibilità
culturale ed alla piena padronanza di tutti i testi e i temi di
Nietzsche e della letteratura primaria su lui. “Ci vorrà
molto tempo, perché occorre delicatezza, cautela, capacità
intuitiva, padronanza delle opere pubblicate da N.”. Nel
finale si legge l’intreccio saldo tra affetti, amicizia ed etica
ricerca di una propria direzione:

Questa lettera avrebbe dovuto essere scritta ieri, ma non mi ero


chiarito certe questioni, anzi le questioni dell’edizione, alla quale
penso molto, non sono ancora chiare per me. Rinuncio però a
parlartene; quando tornerò, parleremo di tutto. La mia vita scorre qui
in grandissimo silenzio e senza avvenimenti esteriori; ma mi piace.
Così penso molto a tante cose: in modo particolare alla nostra
amicizia. Che è il mio rapporto umano più importante. Ci sono delle
Da Lucca a Weimar 63

cose che vanno chiarite tra noi a proposito non tanto della “concezione
del mondo” quanto di ciò di cui io sento con certezza di aver bisogno
per “diventare quello che sono”: la mia sete di razionalità e giustizia; e
poi tutti i miei difetti...

La posizione di Montinari matura in questi anni in una


riflessione costante e silenziosa che accompagna il lavoro
sui manoscritti. Questo maturare può essere seguito, non
solo nelle dichiarazioni delle lettere all’amico, ma anche e
soprattutto nei quaderni in cui annotava riflessioni e
pensieri, che l’ascetismo volontario dello storico e del
filologo tenne, per un lungo periodo, solo come
presupposti del lavoro quotidiano.
Queste riflessioni esprimono anche la tensione di
trovarsi al centro di forze tra loro diverse e la volontà di
trovare una propria via. Da una parte la comunanza di
lavoro e l’amicizia, mai messa in discussione, con Giorgio
Colli, così straordinario, “inconfutabile” come persona, col
suo originale ethos filosofico, dall’altra il richiamo della
passione, mai sopita, della storia rappresentata da Delio
Cantimori che in questi anni gli è altrettanto vicino. “Il
professore era diventato l’amico che aveva seguito — in
“quindici anni di litigio e collaborazione”, come ebbe a
scrivermi nel 1960 — anche il mio faticoso svolgermi fino
alla definitiva professione di germanista, ma preferirei dire
studioso di storia della letteratura, anzi di storia della
cultura tedesca”. Così Montinari lo ricorda nel già citato
intervento del 1974. Il rapporto epistolare con lo storico è
molto intenso e, nei soggiorni fiorentini, la frequenza quasi
quotidiana. (Erano soliti fare lunghe passeggiate al mattino
presto, piene di conversazioni stimolanti). E piene di
sollecitazioni culturali concrete, di domande capaci di
porre in crisi nessi e dati apparentemente sicuri, di
richieste di notizie, di libri, di articoli, di ricerche in
biblioteca, sono le lettere di Cantimori, ma anche piene di
quell’affetto burbero e profondo con cui seguiva i suoi
allievi anche nelle loro vicende umane e che faceva parte
della sua severa pedagogia.

Spero che mi scriverai del tuo lavoro (quello che fai ora a Weimar,
e quello tuo proprio, recensioni e studi tuoi etc.: per essere te stesso
per essere più ricco di idee e di problemi nel discorso con gli amici
tuoi); letture, novità che siano apparse, studi, riviste, etc. (10 aprile
1963).

Talvolta prevale nel suo atteggiamento, più che nelle


sue considerazioni, un tono di stanchezza e di amara
sfiducia rispetto all’andare del mondo e soprattutto una
sensazione di malinconia in cui si trapela la consuetudine e
l’affinità con le pagine del Burckhardt:

È malinconico, lo capisco; ma insomma siamo destinati alla


malinconia, e non c’è altro che sapere essere malinconici e trarne
qualcosa [...] in genere perché vedere finire una pianta, un anno, una
stagione, un uomo, un rapporto, un lavoro è oggetto sempre di
malinconiche meditazioni (l, 2, 3 maggio 1963).

La risposta educativa a questo incupirsi esistenziale sta


tutta nell’esortazione al lavoro quotidiano: “L’importante è
che lavoriamo, e che, traballon traballoni, la baracca vada
avanti, cioè la carretta del nostro lavoro. Sono molto
contento del tuo “nulla dies sine linea” (25 settembre
1963). Anche la stessa amicizia assume un valore
maggiore se legata al lavoro, alla produttività. Nella sfera
del lavoro produttivo “dei lavoratori intellettuali e della
cultura (che non è identica con il mondo accademico e
universitario e editoriale) vale quello che dici tu: amicizia è
comunanza più o meno stretta di lavoro, tale che permette
di vedere in che modo anche la personalità tutta
dell’amico, come la nostra stessa, confluisce nel lavoro: e
come, affinché il lavoro produttivo particolare al quale
siamo dedicati riesca bene, occorre interessarsi di tutti gli
aspetti della personalità degli amici perché si sa che tutto
Da Lucca a Weimar 65

confluisce, direttamente o indirettamente,


immediatamente o meno, con minore o maggiore celerità,
nel nostro meglio, l’attività produttiva, lavoro. L’uomo
felice della favola (indiana? orientale ad ogni modo) era
senza camicia, ma lavorava. Non credo neppure io nel
feticcio della felicità, e non mi fo un feticcio neppure del
lavoro: ma mi sembrerebbe cosa enorme e indegna di me
in generale e come insegnante se non facessi di tutto per
aiutare una persona capace a svilupparsi e a lavorare
meglio...”. È questa “la verità trita del trito e antico
vecchissimo luogo comune faustiano che la liberazione
(felicità) sta nel lavoro nostro proprio” (1 ottobre 1962).
Cantimori mostra in questi anni un rinnovato interesse
a Nietzsche e a molti aspetti della sua fortuna75 e,
sollecitato anche dell’amico, apprezza gli scritti di Podach
(allora vicino a Montinari) impegnandosi per una
recensione al volume Friedrich Nietzsches Werke des
Zusammenbruchs (Heidelberg 1961) per la quale raccoglie
i materiali, ma che poi non scriverà. Inoltre, in questo
periodo, spinge Montinari ad occuparsi di Karl Hillebrand
come lavoro storico “personale”, tutto suo, da affiancare al
lavoro filologico76. Nelle lettere di Cantimori ricorre spesso
75 Cantimori tenne nel 1960-61, all’Università di Firenze, un corso dal
titolo Riflessi nietzscheani nelle correnti irrazionalistiche e volontaristiche della
cultura politica e nei movimenti nazionalistici della fine del sec. XIX e
dell’inizio del sec. XX; negli anni successivi corsi e seminari a Firenze e alla
Scuola Normale, sulla II Inattuale. Montinari partecipò al seminario della
facoltà di lettere fiorentina e tenne nel giugno 1962, in un seminario della
Scuola Normale, una relazione sui primi risultati del lavoro di Weimar, che
molti studenti di allora ancora ricordano. Cantimori lo aveva invitato alla fine
di una lettera da Napoli 25 maggio 1962: “P. S. I normalisti di Pisa ci
starebbero volentieri a una mattinata “nietzscheana” con il Mazzino rétour-de-
Weimar: se ne hai voglia, puoi scegliere il giorno 13 giugno o il giorno 21
giugno: partendo da Firenze alle 7, si ha tutta la mattina, poi si parte subito o
si pranza e si parte”.
76 In una lettera del 24 agosto 1962, dopo essersi congratulato del
contratto con Gallimard riafferma il Leitmotiv dell’importanza del lavoro
“personale”: “Mi rallegro molto che il mio pessimismo “antigallimard” siasi
dimostrato inane, e senza sostanza. Ne sono contento soprattutto per te, che
questo nome e il riferimento a questo lavoro: rimangono,
in un quaderno del 1962, tutta una serie di appunti e
programmi di ricerca di Montinari su questa figura
cosmopolita, di “buon europeo”, conoscente di Malwida
von Meysenbug e in relazione con Nietzsche, di cui recensì
le prime tre Inattuali. Solo molti anni più tardi Montinari
tornerà su questo storico e pubblicista, amico di Pasquale
Villari, collaboratore ai più importanti giornali e periodici
europei, che segnò della sua forte presenza la “colonia
tedesca” di Firenze77.
In una delle lettere a Montinari, Cantimori ci ha lasciato
del giovane amico ancora alla ricerca inquieta di un
equilibrio e di una direzione, un ritratto pieno di una
penetrazione psicologica maturata in anni di consuetudine.

Per te specialmente c’è da dire che mentre sei diventato


veramente bravo ed esperto nel tuo lavoro ed in altre cose, dal punto
di vista del carattere sei rimasto un po’ troppo il Mazzino di quand’eri
studente: alti e bassi estremi, grossi problemi, tormentarsi e
tormentare, risolvere tutto col sentimento (“slancio”). Questo non è
farti rimproveri, non me ne riconosco il diritto, e non credo che tu te li
meriti. È cercare di contribuire alla tua riflessione sul modo migliore di
agire [...] Per i tuoi amici, certi tuoi sbalzi, certo tuo modo di allegria
un po’ violenta, certi tuoi “slanci” di sentimento, certe tue malinconie,
anche certi scatti di furore (come un anno fa, quando Einaudi
abbandonò il progetto nietzschiano originale), anche quella
cocciutaggine che vien fuori in certi momenti e vari altri elementi che
possono andare sotto il nome di “irresponsabilità anarchica”: gran
lavoro, gran festa etc. — per gli amici tutte queste cose possono
essere motivo di simpatia e di cordialità nell’amicizia: come lo sono
per me, che non cambierò certo il mio affetto e la mia stima perché sei

potrai fare un lavoro importante; e che troverai certo tempo anche per
pensare a Karl Hillebrand e agli altri lavori tuoi personali propri. Sono così
contento che rinuncio a farti un doveroso sermone sulle idee deprimenti di
dover sgobbare (traduzione + edizione); uno non si deve lasciar deprimere
dalle prospettive”.
77 M. MONTINARI, Karl Hillebrand “Eretico in arte” (saggio pubblicato nel
catalogo della mostra su Arnold Böcklin e la cultura artistica in Toscana), Roma
1980; Nietzsche-Hillebrand, in “Atti del seminario: Karl Hillebrand. Eretico
d’Europa, 1-2 novembre 1984”, Firenze 1986.
Da Lucca a Weimar 67

come sei (31 ottobre 1962).

L’energia, lo “slancio” e la costanza — la competenza e


l’intelligenza — con cui Montinari si dedica al lavoro
suscitano l’ammirazione dello storico e la gratificazione e il
riconoscimento da parte dell’amico coeditore. Montinari
diventa presto una figura nota ed amata, nella gloriosa e
piccola città di Weimar, per l’immediata comunicatività e
apertura del suo carattere. Qui incontrò Sigrid e formò la
sua felice famiglia capace di dargli una ancora più ferma e
serena determinazione al lavoro. Dalle lettere risulta
l’affetto che lo studioso italiano delle carte di Nietzsche
suscita tra i dirigenti e gli impiegati dell’Archivio, divenuti
presto suoi amici. Chiunque venga all’Archivio a lavorare
su Nietzsche trova in lui non un rivale sospettoso (come
accade spesso nell’angustia e nella miseria delle
accademie) ma una guida preziosa e spesso un aiuto
indispensabile.
Il lavoro ai manoscritti delle “carte di Sorrento”, (Mp
XIV 1 del 1876-77) che già contengono i temi di Umano
troppo umano, è importante anche per far maturare in
Montinari una autonoma e personale concezione di
Nietzsche, i cui tratti emergono già in una lettera del 22
agosto del 1963.

Spesso, specialmente in queste due settimane, mi sento informe,


grigio, disossato, inerte; le uniche scintille di entusiasmo mi vengono
dal lavoro, da N. in particolare. “Umano” è il libro che mi sentirei di
sottoscrivere quasi tutto — vorrei che insieme discutessimo per
esempio sul “filosofare storico” e sulla “scienza”, come N. li vede in
quest’opera, che non è affatto “storicistica” né “positivistica”, troppo
ampio e profondo è il proposito del suo autore. Credo che ci siano tra
noi delle differenze di impostazione. Io sento sempre la tua
impostazione come tua conquista, un tuo risultato, che sono
comunicabili per via di conoscenza dialogica, che mi “piacciono”, ma
di cui non posso appropriarmi, perché sarebbe un salto illecito, che
pagherei con l’insoddisfazione, con la disarmonia — come ho pagato
finora tutti i “salti” del genere. Ho bisogno di uno sviluppo continuo,
che ha — ora — come sua molla una specie di passione rabbiosa per la
verità. Questo è il senso che per me ha l’occuparmi di Nietzsche.

Queste parole sono importanti: la passione della


conoscenza (il tema dell’aforisma 429 di Aurora), diventa
per Montinari una chiave per interpretare Nietzsche, per
sentire Nietzsche vicino78. Su altri aspetti del filosofo,
Montinari formula apertamente i suoi dubbi, addirittura la
sua “negazione”79: sono aspetti che coinvolgono anche la
“verità” dell’amico della quale il “senso superiore” è
comunque sentito come una provocazione alla libertà,
all’esercizio critico (“con te sono provocato alla “libertà””)
(10 maggio 1964).

Per garantirmi una continuità di riflessione, ho cominciato a


scrivere in un quaderno tutto quanto: vorrei riuscire a capire la mia
opinione (!), perché è certo che io devo averla la mia opinione su tutto
quello che mi occupa (Nietzsche, la scienza, la politica, ecc.). Non sono
in definitiva nemmeno come te. Ma tu sei il mio amico e sei anche la
persona da cui ho appreso finora più verità che da tutti, senza
confronti possibili. [...] tu arrivi in profondità, come ci arriva N. [...]
D’altra parte, io non sono d’accordo con te su molte cose, qualche

78 Al commento di questo aforisma Montinari dedicherà uno dei suoi


saggi più belli: Nietzsches Philosophie als “Leidenschaft der Erkenntnis” , in M.
MONTINARI, Nietzsche lesen, Berlin 1982. In una lettera del 21 gennaio 1969,
annunciando all’amico due conferenze da fare afferma: “La seconda
conferenza (commento critico e filosofico di Morgenröte 429 — quello che io
ho spesso chiamato il mio aforisma —) è tutta da fare”.
79 Sui vari aspetti dell’interpretazione di Nietzsche, lentamente maturata
e progressivamente arricchita nel lavoro per l’edizione, dovremo ritornare. Ma
preme qui sottolineare, per quanto riguarda la “negazione” di Nietzsche,
quanto il pensiero e lo stile di vita di Montinari sentissero estraneo il “pathos
della distanza” legato all’esercizio freddo e distruttivo dell’intelletto, un
atteggiamento che portava il filosofo tedesco all’isolamento, ad un “Noli me
tangere”, alla sofferta incapacità di vivere in modo immediato la vita e i
rapporti umani. Singolare, in questa direzione, la critica impulsiva che
possiamo leggere in un appunto del 29 maggio 1967: “La vita di N non è
[eroica?]. Rosa Luxemburg, Gramsci, Lenin----. Un esteta schizzinoso che —
secondo la testimonianza inedita di EFN — non sopportava la vicinanza dei
bambini... La parola “vita” in bocca a N [GT 3] fa ridere”.
Da Lucca a Weimar 69

volta mi sembra che la tua verità non possa essere la mia. Così, per
esempio, avviene per N., che credo di sentire quanto te, ma mentre tu,
per come sei, fai bene ad accettarlo, io sento l’impulso contrario,
l’impulso a negarlo (Spero che tu mi faccia l’onore di non sospettare
che il mio modo di negare N. sarebbe quello alla Podach o alla
Cantimori) (7 ottobre 1963).

Da queste righe emerge uno degli aspetti più belli


dell’intero carteggio: la testimonianza di una grande
amicizia che ha decisivi punti in comune (“abbiamo le
stesse radici” — afferma Montinari in una lettera) ma che è
anche consapevole di profonde differenze, una amicizia
che diventa confronto franco, aperto, rispettoso della
diversità di impostazione, che viene sentita comunque
come arricchimento reciproco. C’è la consapevolezza
comune, fin dall’inizio, che il loro autore, Nietzsche, è
maestro di libertà come Colli aveva spesso affermato e
come si legge, significativamente, anche nella già citata
Premessa editoriale all’edizione Adelphi.Agendo
direttamente sulla vita, Nietzsche ha la forza di rivelare ciò
che uno è. Su questo punto centrale il loro autore è vicino
a entrambi: non a caso Montinari amerà citare di Colli
queste “parole definitive” su Nietzsche:

Nietzsche è l’individuo che da solo ha sollevato il livello


complessivo dei nostri pensieri sulla vita, ed è riuscito a questo con un
distacco prepotente dagli uomini e le cose che lo circondavano,
cosicché noi siamo costretti a partire dal piano che lui ha imposto. La
sua voce copre ogni altra voce del presente; la chiarezza del suo
pensiero fa apparire sfocato ogni altro pensiero. Per chi si è sciolto
dalle catene, e nell’arena della conoscenza e della vita non conosce
tiranni, soltanto lui conta80.

La interpretazione autonoma e personale di Nietzsche


appare quindi a Montinari un compito irrinunciabile, segno
di una lenta e progressiva maturazione, a contatto

80 G.COLLI, Dopo Nietzsche, cit., p. 199.


quotidiano col lavoro dell’edizione.
8.
LA “MORALE PROVVISORIA” DELLO STORICO

Un altro punto, che è oggetto di riflessione per me, è come mai io


abbia la tendenza a “capire tutti”, come tu dici. Ma di questo non
voglio parlare oggi: mi sembra che sia una grande debolezza e un
grande pericolo, ma ho l’idea che, se questo è un tratto essenziale del
mio carattere (ancora non ne sono sicuro), magari vi possa trovare
invece la mia forza vera, e se fosse così, tanto peggio per i “pericoli”.

Così Montinari afferma nella lettera del 7 ottobre del


1963, citata precedentemente. “Tu capisci tutti” — questo
amichevole rimprovero fatto da Colli a lezione di vita —
individua, in realtà, la posizione di fondo di Mazzino
Montinari legata alla sua sensibilità umana e storica. In lui
sta facendosi strada la convinzione di un sapere storico,
aperto alla pluralità del reale, ed estraneo decisamente
alle sicurezze dei dogmi ma anche alle certezze della
filosofia “forte” dell’amico. All’elemento agonistico,
pagano, di Colli che ha il suo fondamento nella metafisica,
si contrappone il “comprendere tutti”, un’apertura verso le
altre posizioni che non significa affatto rinunciare alla
propria. È una sorta di egemonia, che nasce da un
atteggiamento umano ed etico, la cui superiorità sta nella
tolleranza e nella comprensione storica e genetica delle
posizioni diverse. Montinari si rivela natura antidogmatica
ma anche ostile ad ogni sorta di relativismo che significa
spesso indifferenza morale, disimpegno. Queste posizioni
di fondo saranno importanti anche per la successiva
interpretazione di Nietzsche.
Da Lucca a Weimar 72

In uno dei primi quaderni di Weimar — del luglio del


1962 — (che contiene molto materiale per il lavoro su Karl
Hillebrand) vi sono alcune paginette di riflessione sotto il
titolo eis eauton* che iniziano con queste parole

Il problema è: di considerare insieme i compiti politici e quelli


“metafisici”: non si troverà nessuna giustificazione teorica valida per
escludere i secondi a favore dei primi o i primi a favore dei secondi.
Questo sul piano teorico puro. Vi è poi la questione storica: come si è
costituita una concezione integralmente politica (o presuntamente
così), e come d’altra parte si è cristallizzata al polo opposto una
concezione esclusivamente metafisica (o presuntamente così), della
vita.
Un occhio libero e spregiudicato non può accettare questa
contrapposizione.
________________
Soprattutto non accettare più nulla senza spirito critico.

Dopo aver fatto un bilancio autocritico delle precedenti


esperienze per la propria “incapacità di sintesi” e
mancanza di un centro, fa una critica, di sapore
nietzschiano, che coinvolge l’atteggiamento metafisico
schopenhaueriano dell’amico:

Come si può giudicare la vita nel suo complesso?


Se dico “apparenza” “verità” “nulla” e se questi concetti vengono
dalla vita stessa, dunque ne sono una parte, come posso estenderli a
tutto?

Ma il confronto più libero e deciso avviene, come


risulta anche dalle lettere che abbiamo citato, nell’ottobre
dell’anno seguente occasionato dalla pubblicazione,
firmata da Colli e Montinari, della Premessa editoriale
all’edizione Adelphi delle Opere di Nietzsche. Questa
presentazione aveva una parte filosofica (che già abbiamo
avuto modo di citare) scritta da Colli e una parte filologica
e di storia delle edizioni di Nietzsche elaborata
prevalentemente da Montinari e volta a illustrare la
radicale novità dell’edizione che si stava preparando
presso Adelphi e Gallimard. Questo scritto era stato steso
durante il soggiorno comune a Weimar nel settembre del
1963 ma, come mostrano i quaderni postumi pubblicati da
Enrico Colli, le idee per la prefazione filosofica risalivano al
luglio dello stesso anno. Per la critica filologica all’edizione
Schlechta si rimandava alla pubblicazione, Ein Blick in
Notizbücher Nietzsches (Heidelberg 1963) di Ernst Podach
che, in un modo ancora non bene definito, era stato
invitato a partecipare all’edizione81. Colli aveva voluto
aggiungere, come avvertenza la seguente frase:

Rinunciamo invece a fornire, nelle nostre note, interpretazioni e


giudizi sul pensiero di Nietzsche. Questo nostro atteggiamento porta
con sé, ad esempio, che anche le interpretazioni di E. Podach, che è

81 Ernst F. Podach (1894-1967), a partire dagli anni ‘30, aveva pubblicato


importanti lavori su Nietzsche, basati su materiali dell’Archivio di Weimar.
Ricordiamo: Nietzsches Zusammenbruch, Heidelberg, 1930; Gestalten um
Nietzsche, Weimar 1932; Friedrich Nietzsche und Lou Salomé. Ihre Begegnung
1882, Zürich-Leipzig 1937; testi che Montinari, studiò con cura, come risulta
dagli appunti, nel primo periodo di Weimar. Podach, pubblicò nel 1961,
Friedrich Nietzsches Werke des Zusammenbruchs, Heidelberg e lavorò
nell’ottobre 1961, nell’aprile-maggio 1962 e nell’aprile del 1963 all’Archivio
per la pubblicazione del suo volume: Ein Blick in Notizbücher Nietzsches,
Heidelberg 1963. Nelle note di questo volume, dove si dà anche notizia della
nascente edizione, egli ringrazia, per l’aiuto datogli in più modi, “l’amico
Mazzino Montinari”, “lo studioso che meglio di tutti conosce i manoscritti e la
grafia di Nietzsche [...] senza l’aiuto del quale il lavoro non avrebbe potuto
giungere alla fine”. (ivi , p. 210). Montinari saluta come molto importante
l’uscita di questo volume, dove Schlechta “è attaccato e liquidato con i nostri
argomenti” e che annuncia “al mondo l’edizione [...] Certo ci sono delle pagine
su N. su cui tu specialmente (ma anche io) non sarai d’accordo; d’altra parte,
se pensi che Podach con questo libro dichiara guerra a tutti i pezzi grossi della
nietzschelogia occidentale... non potrai non riconoscere che Podach è stato
coraggioso” (17 agosto 1963). Quest’aspetto di coraggioso isolamento è
valorizzato anche da Colli che pure ha posizioni molto diverse su Nietzsche:
per un periodo Podach è visto come il possibile collaboratore tedesco
all’edizione e i suoi rapporti con Montinari, che lo aiuta come può nel lavoro
Podach era molto apprezzato da Cantimori, come risulta dalla corrispondenza
con Montinari. Sulla questione della collaborazione confronta in particolare la
lettera di Montinari a Colli del 23 ottobre 1962 e la risposta di Colli nella nota
relativa.
Da Lucca a Weimar 74

stato da noi invitato a collaborare all’edizione in qualità di consulente,


non si possono considerare come da noi condivise.

Il fatto che la Premessa fosse firmata da Colli e da


Montinari e che, in fin dei conti, una interpretazione
filosofica “forte” veniva fuori, ed antitetica alla sua,
provocò le reazioni di Podach che si sentì escluso ed
attaccato e che ruppe i rapporti, fino allora molto
amichevoli, con Montinari. Le lettere di Montinari mostrano
il tormento per questo fatto e, una volta falliti tutti i suoi
tentativi di riconciliazione, la volontà di chiarire a se stesso
la propria posizione anche nei confronti dell’amico. Il tono
— pieno di amarezza — che leggiamo in alcune lettere del
periodo è una conseguenza del “caso Podach”.

Io ho avuto simpatia per questo vecchio e fondamentalmente


onesto ricercatore; bizzoso, pittoresco, collerico, ma quanto provato
dalla vita! Una vita che ho visto coi miei occhi, un po’ arida qualche
volta, e soprattutto permeata di sospetto, non una vita “in grande”
certo. Averlo “travolto”, avergli ridato un po’ di fiducia, averlo visto
contento mi ha fatto piacere, non posso negarlo. E, anche se abbaia,
per me è, tra noi, il più debole, il meno ricco (11 novembre 1963).

La delusione e la sofferenza per la perdita di un


rapporto umano porta a relativizzare anche il significato
del suo lavoro: in un momento di sconforto può scrivere
nei suoi appunti, alla data 20 novembre:

In uno stato d’animo di indifferenza affettiva per il presente. Che


cosa vuol dire? — N. mi appare un misero episodio individuale
destinato alle mode di élite. Vorrei qualche volta ricominciare tutto da
capo. In una officina in un cantiere del socialismo. Oppure in un paese
della mia Toscana.

Un quaderno con la copertina nera, rilegato, contiene a


partire dal 2 ottobre 1963 una serie di riflessioni, che
Montinari continuerà negli anni successivi, in cui l’esigenza
di chiarimento teorico va di pari passo alla riflessione su
Nietzsche e sul significato del proprio lavoro.
Le considerazioni iniziali sono dedicate al “caso
Podach” e al confronto con la filosofia dell’amico vista
dalla posizione critica propria di un Freigeist (“Accetto di
diventare un Freigeist. Uno che esercita senza paura lo
spirito critico e la libertà del mio pensiero”):

Io ho delle persone attorno a me (degli amici) che sono come i poli


della mia esistenza. Prima di tutto Giorgio. La recente crisi è ancora
irrisolta dentro di me. Ho bisogno di pensarci con calma, di capire la
mia posizione. Io non credo che potrò mai accettare le idee di Giorgio,
sono le migliori che conosco — la sua esistenza ne è la dimostrazione
— ma non riescono ad essere le mie.

Montinari passa poi ad esaminare la parte filosofica


della premessa editoriale segnando i punti di accordo e di
distanza.

3 ottobre 1963. Il punto preminente di ciò che dice Giorgio, — a


parte Platone, la musica, l’anima, (che sono modi degni e leciti di dire
una cosa almeno quanto lo sono quelli usati dagli storicisti),— è che
per capire N bisogna considerarlo come un’unità, come una totalità.
L’idea poi che la vita di N sono le sue opere è anche mia (l’uomo che
scrive)82. La sua tesi è inoltre che bisogna ascoltare N come si ascolta
la musica — ora io non ammetto, neppure per la musica, un modo
incomprensibile o estetico di ascoltare qualcosa. Io sono per la
trasposizione in termini razionali e comprensibili o meglio, per la
descrizione “storica” (cioè nel tempo) di ogni fatto [aggiunta 5 ottobre
1963]: anche se le individualità come N sono evidentemente irriducibili
(entelecheia), e se non mi sento di negare la legittimità di chi ne
considera le espressioni fuori del tempo (questo è per me un
interrogativo non risolto). Se Giorgio parla così è proprio perché per lui
la razionalità non ha importanza e tutto si riferisce in ultima analisi
all’unità estetica dell’individuo. Per lui, io lo vedo benissimo, questo va
bene, per me no. Su questo punto io prenderò posizione, anche contro
82 Nella Premessa si legge: “Per lui vivere significò scrivere, e scrivere fu
soltanto il dire con sincerità, quasi il riflettere in uno specchio, gli slanci della
sua fantasia e i travagli del suo pensiero” (ora in G. COLLI, Scritti su Nietzsche,
cit., p. 13).
Da Lucca a Weimar 76

Giorgio se sarà necessario, quando sarà il momento e il fatto che io


abbia firmato oggi è irrilevante; nella presentazione dovevamo parlare
insieme e io riconosco a Giorgio una parte preminente in tutta
l’impresa. Quando parlerò da solo, dirò quello che ho da dire83.

Analizzando poi il “caso Podach” si rimprovera di non


aver tenuto sufficientemente conto delle “differenze
inconciliabili che dividono Podach e Giorgio” e di aver
cercato di mediare le posizioni. In realtà anche il libro di
Podach “era un atto coraggioso contro coloro che
acriticamente si dedicano al culto di N. Podach però tenta

83 Forti sollecitazioni critiche verso l’accettazione pubblica, da parte di


Montinari, dei contenuti della “Premessa editoriale”, in una direzione così
metafisica e antistorica, vengono naturalmente dall’ambiente vicino a
Cantimori. In modo articolato e molto motivato questo atteggiamento si legge
in una lettera di un’amica che vede incompatibile questa posizione di
Montinari con la volontà da lui espressa di scrivere una biografia di Nietzsche:
“Ciò è precisamente all’opposto di quello che, se non ho capito male, tu
vorresti fare [...]. All’opposto: non solo per i giudizi precisi — esclusione di una
prospettiva storica, concezione dell’anima di N. come idea di compattezza
primordiale, per la quale il tempo non è che la condizione del suo manifestarsi
(e cioè, se non sbaglio: N. avrebbe potuto vivere ugualmente nel 500 a.C. o
nel 1000 d.C., in Asia o in Africa o in Cina... ma allora che senso può avere una
sua biografia? Essa non può darci che delle nozioni su quel tempo e
quell’ambiente in cui N. visse: se si ammette che tempo e ambiente siano
componenti essenziali del fenomeno N., nel senso che N. non può essere
staccato da essi senza essere falsato, senza che ci si precluda la possibilità
d’intenderlo, allora val la pena di fare una biografia; altrimenti perché
preoccuparsi di queste cose? non sono puramente accidentali e accessorie?
Vale la pena di dedicarci tanto tempo e tanta fatica? Mi pare di no. [...]
Insomma: a me il tono di Colli non piace. Perché afferma le cose così, in modo
oracolare? Perché non le dimostra? Perché probabilmente non potrebbe
dimostrarle; ed anche perché non gli interessa dimostrarle: qui non siamo in
una dimensione razionale, ma personale, lirica, poetica: o uno sente e pensa
come Colli (e allora sarà un’affinità elettiva) oppure peggio per lui. Quindi la
dimostrazione, il discorso chiaro, articolato razionalmente, non trova posto qui.
N. va “ascoltato” come una musica: punto e basta. (Questo sarebbe un buon
presupposto per chi volesse scrivere un libro di lirica su N. non per chi voglia
farne una biografia, specialmente intendendo la biografia come la intendi tu,
Mazzino Montinari — sempre con la riserva che io non mi sbagli — cioè non
come lavoro subalterno, secondario). Dunque la mia “antipatia” per questo
tono non è qualcosa di personale: è l’antipatia di chi crede alla ragione, di
fronte a chi salta al di là o resta al di qua della ragione” (6 ottobre 1963).
una distruzione di N, che in molti casi è irrazionale e
superficiale. Eppure io capisco Podach”.
Negli appunti successivi, ancora in un confronto serrato
con le posizioni dell’amico, pur sostenendo la non
risoluzione della filosofia nella storia e la permanenza di
“problemi ultimi” sotto altra forma anche dopo la “morte di
Dio”, ritiene di avere delle responsabilità verso l’epoca e
afferma la necessità di una conoscenza concreta e storica:
“Devo prendere posizione nel mondo in cui mi trovo e nel
tempo che mi è dato di vivere”. La filosofia dell’amico, con
le sue conclusioni e certezze ultime, ha gli stessi limiti che
Montinari ha riconosciuto nel marxismo attuale. La risposta
si formula come “morale provvisoria”:

Attendere al mio lavoro (N) come a una parte sia pure minima del
lavoro conoscitivo dell’umanità quanto alla storia. Esiste un
“deposito”, che è il sapere umano al quale io porto il mio contributo, in
questo caso un contributo storico — filologico. Coloro che, come i
marxisti, e ciò vale anche per Giorgio in un certo senso, pretendono
d’insegnare come si pensa, di farci sapere che c’è un punto terminale
al quale tutto si riconduce, sono i nemici della verità [...].
La mia posizione esclude dunque una filosofia pessimistica o
religiosa? Sì, perché il compito della filosofia è quello di fare ogni volta
il bilancio generale delle conoscenze umane sia scientifiche, sia
storiche, e soprattutto quello di criticare il più ponderatamente, ma
anche il più radicalmente possibile i risultati acquisiti. Ogni epoca ha la
sua verità, o meglio ogni uomo limitato nel tempo dalla nascita e dalla
morte ha la sua verità. Senza nascita e senza morte non vi sarebbe
divenire, cioè non vi sarebbe sviluppo, e così si avrebbe la cosiddetta
verità assoluta, che potrebbe essere la verità sia di una animalità
assoluta sia di un “puro spirito”.

Le varie riflessioni contro le “verità eterne” sono


evidentemente contro l’influsso della filosofia di Colli.
Montinari si richiama alla necessità di una “scienza
concreta”.

È necessario uscire coraggiosamente da questa specie di cerchio


Da Lucca a Weimar 78

magico: da una parte Giorgio che è un filosofo “antico”, per


unilateralità e dall’altra il dogmatismo di tipo marxista, ancor più
insopportabile. Sembra che per Giorgio la realtà non esista se non in
alcune forme estremamente rarefatte ed esangui. Non voglio dire che
la realtà dei professori (ma c’è?!) sia migliore. Voglio solo capire qual è
la mia realtà.

E la sua realtà è prevalentemente legata a un richiamo


alla concretezza: “analisi della società e dello stato”, della
funzione dell’individuo, del “senso religioso” (“perché in
senso più largo il fenomeno religioso è “immortale””).
Si tratta di indagare “qual è la posizione dell’individuo,
o meglio in che consiste la moralità individuale, non come
ricerca della morale da proporre ma come fenomenologia
del comportamento umano nel capitalismo, nel socialismo,
nelle altre società”.

In che cosa consiste il senso religioso della vita? Nella


svalutazione delle “apparenze”? Sì per la filosofia di Schop. Platone e
Giorgio, non per me e nemmeno, credo, per Nietzsche. L’uomo è una
tensione dentro la finitezza, questo è il risultato della fine della
metafisica e la formulazione corretta. L’uomo muore perché vive.
(Abbiamo dunque abbandonato la mera fenomenologia — ma è
proprio così che devo fare; descrivere la realtà non vuol dire negare
una propria coscienza attuale di essa, dei nuovi [suoi] problemi).
Questa tensione oggi non ha bisogno di risultati passati, li deve
respingere anzi, perché sono caduti in preda alla riflessione, cioè non
sono più vivi, sono mitici e mantenerli vuol dire automistificarsi. Si
possono accettare i preti e i grandi filosofi in quello che hanno detto,
ma solo storicamente come nostro passato, come nostra proprietà.
Oggi si deve avere il coraggio di non guardare all’indietro (e nemmeno
in avanti, se lo si fa utopisticamente), bensì si deve guardare dentro il
nostro tempo, senza “ideologia” (a questa parola bisogna finalmente
restituire il significato dispregiativo che essa merita) e senza brividi
zarathustriani.

La conclusione di queste riflessioni mette in luce il


senso pieno della vita ed il concreto atteggiamento di
fronte alla realtà da capire e da cambiare:
La vita non è apparenza. Poteva affermare ciò colui che credeva in
“qualcos’altro”. Dobbiamo adoperare altri concetti. L’uomo conosce la
realtà, tutta la realtà e la modifica di continuo, la conoscenza di queste
modificazioni è il progresso nella conoscenza della realtà. Fini non ne
vogliamo, non ne cerchiamo. La poesia, l’arte ci vengono dalla nostra
finitezza, e dalla nostra tensione. La poesia e l’arte del passato sono
nostre storicamente. Pessimismo e ottimismo sono parole prive di
significato. Impegnamoci coraggiosamente e umilmente a sviluppare
le nostre conoscenze, a promuovere la giustizia e non perdiamo tempo
a cercare sintesi impossibili o a riesumare quelle vecchie. Non
sappiamo dove si va...

È questa la conquista ferma di un atteggiamento di


vita e di ricerca che darà i frutti a tutti noti. La goethiana
Forderung des Tages, la “morale provvisoria” del concreto
lavoro quotidiano, lontana dalle asprezze e dalla
“malinconia” di Cantimori, diviene consapevole morale
definitiva, “Glanz und Elend der philologischen Arbeit”.
2.

MAZZINO MONTINARI E IL MESTIERE DEL FILOLOGO

SOMMARIO: 1. Una saggia radicalità. — 2. Il “mestiere” di


insegnante. — 3. Un rapido curriculum. — 4. Civis
Veimarianensis. — 5. Giornate all’Archivio — 6. La biblioteca e le
letture di Nietzsche. — 7. de Gruyter, editore scientifico. — 8. “Glanz
und Elend der philologischen Arbeit”.
1.
UNA SAGGIA RADICALITÀ

Il compito che mi pongo è quello di chiarire, con l’aiuto


di materiale inedito o difficilmente accessibile, alcuni
aspetti della riflessione culturale di Mazzino Montinari,
delle motivazioni che guidarono il suo lavoro di filologo e
che hanno aperto la possibilità di una diversa
“approssimazione” a Nietzsche.
Nei suoi saggi, che ha sempre presentato come
“prodotti marginali” rispetto all’attività di editore, ma che
“al tempo stesso ne rendono conto e ne discendono”,
Montinari si propone “un modo diverso di leggere
Nietzsche: storico e non ideologico, filologico e non
attualizzante”84.
In uno dei suoi ultimi scritti, L’onorevole arte di leggere
Nietzsche, fa una sorta di bilancio del suo lungo rapporto
con Nietzsche: esperienza fortemente coinvolgente,
capace di liberare dai miti e dai pregiudizi più radicati
purché vi sia da parte del lettore una capacità di reazione,
purché egli sia pronto “anche a contraddirlo
risolutamente”. È questo il senso della “sfida continua”
(Müller-Lauter) con la filosofia di Nietzsche85.
Questo aspetto caratterizza fin dagli inizi il suo
tentativo di una sua lettura originale del filosofo tedesco.

84 M. MONTINARI, Su Nietzsche, cit., Prefazione. p. IX.


85 W. MÜLLER-LAUTER: Una sfida continua: il rapporto di Mazzino Montinari
con Nietzsche, in Aa.Vv., Mazzino Montinari. L’arte di leggere Nietzsche, a cura
di Paolo D’Iorio, Ponte alle Grazie, Firenze 1992.
Mazzino Montinari e il mestiere del filologo 82

Nell’accingermi a scrivere la biografia di F. Nietzsche, ritengo


necessario riassumere a me stesso, così come mi si presentano, senza
un ordinamento neppure provvisorio, i motivi che mi spingono a
tentare questa impresa e, quindi, descrivere le caratteristiche che tale
biografia dovrà avere.
N è per me un simbolo di disordine spirituale, N è la vittima (?) dei
contrasti che in lui suscitava l’epoca in cui visse, N non è né un genio
poetico, né un filosofo, né un “moralista”, né uno psicologo. N. è una
malattia. Ogni sua parola, ogni suo concetto, ogni suo tentativo
trovano in me una eco personale; N è un problema non ancora risolto,
— e anche io sono un problema non ancora risolto,— N domanda al
suo tempo, che è il mio, che cosa si debba fare. Poi pretende di
risolvere da solo questo problema; vuol guarire da solo, così come da
solo è malato. Ma N vuole la solitudine nella malattia. Nel momento in
cui decido di occuparmi della mia malattia, mi occupo della sua — e
viceversa. Il rischio è grande perché l’ampiezza e la varietà dei sintomi
sono tali da minacciare di non riuscire a una risposta e a una
guarigione, bensì di disperdere definitivamente l’energia intellettuale
di chi affronta questo problema patologico (Il rischio di generalizzare
superficialmente, di fermarmi prima di aver toccato il fondo — questo
rischio non lo conosco).
Bisogna dare una interpretazione nuova; la micrologia biografica
con lo scopo sottinteso o manifesto di “liberarci di N” serve solo in
quanto ci libera del N degli apologeti, dei filosofi alla moda e via
dicendo. Ma N come sintomo anzi come malattia non è ancora stato
descritto (e risolto). N si aggira lungo i confini di una “civiltà”.
Provvisoriamente: N ascolta ancora l’esigenza metafisica di dare un
significato totale alla vita nel mentre che si sforza, quasi sempre con
successo, di afferrare la fisionomia antimetafisica del nostro mondo e
addirittura di giustificarla. Ma questa giustificazione viene dai confini,
dove più nessuno si aggira, che N possa rispettare: i religiosi volgari,
che da quelle parti gettano un’occhiata domenicale; i religiosi fuori del
tempo, che, pur cibandosi alla mensa pagana della modernità, negano
la modernità stessa; i religiosi politici che proclamano l’armonia tra
metafisica e realtà, a scopo di dominio e di “ordine”.

Il contenuto di questi appunti inediti, datati 1


settembre 1963 — di grande forza stilistica —, che aprono
un quaderno di lavoro di Mazzino Montinari su Nietzsche 86,

86 Si tratta di un quaderno di appunti e di riflessioni, in alcuni casi già


letterariamente formati, dal titolo Vita 1 (il numero è aggiunto in penna rossa),
può sorprendere solo chi si è fatto del suo lavoro filologico
un’immagine riduttiva e di comodo. Vi si legge la necessità
di una critica a fondo delle falsità del mondo
contemporaneo, l’urgenza di reagire ad una malattia
segnata simbolicamente col nome di Nietzsche, evitando
gli errori di Nietzsche: (“pretende di risolvere da solo
questo problema; vuol guarire da solo, così come da solo è
malato...”). Il rapporto con Nietzsche è comunque di forte
coinvolgimento: “N è la mia malattia” — è un rapporto di
sfida e provocazione — è legato ad una forte passione
personale e civile, è espressione di una tensione che vuole
comunque risolversi non passando attraverso facili vie e
che è sicura della sua tenacia: “Il rischio di generalizzare
superficialmente, di fermarmi prima di aver toccato il
fondo — questo rischio non lo conosco” — si legge
nell’appunto.
Passione, tensione, slancio: sono parole chiave per
approssimarsi al mondo complesso e alla personalità di
Mazzino Montinari, per comprendere il suo percorso,
segnato da una “saggia radicalità” (l’espressione che così
bene lo caratterizza è della sua amica Gigliola Pasquinelli).
Singolare, in questa direzione, un altro appunto dello
stesso quaderno, datato 30 settembre 1963, che spiega un
aspetto del suo costante interesse verso Zarathustra.

N. nella quarta parte di Zt e nei Ditirambi per es., risponde assai


bene a un mio modo di essere che vorrei descrivere. È il volersi
lanciare al di là dei confini possibili.

Possiamo ancora trovare la stessa “saggia radicalità”


di 84 pgg. numerate, e di altrettante non numerate, con aggiunte, postille,
foglietti volanti con rapidi riferimenti, schemi etc. Il titolo è legato al progetto
di scrivere una biografia di Nietzsche. L’ultimo appunto del quaderno è datato
17 marzo 1967. In un mio prossimo lavoro, analizzando l’interpretazione di
Nietzsche data da Montinari, vorrei pubblicare buona parte del materiale di
questo e di altri quaderni. Tra questi Vita 2 — Materiali per lezioni (Roma
1971) e altri appunti (Weimar 1972).
Mazzino Montinari e il mestiere del filologo 84

— sottintesa o esplicita — di Montinari, in molti scritti


dell’ultimo periodo: basti qui accennare alle sue riflessioni
in una nota introduttiva del 1984, simpatetica col
“radicalismo della Genealogia della morale”. La forza di
questo radicalismo — scrive Montinari — “dovrebbe
lasciarci per un bel po’ ammutoliti, per guardare
nell’abisso della storia reale [...] che in questo libro
scientifico e di un razionalismo spietato si spalanca al
termine di un lavoro genealogico compiuto da Nietzsche.
Non esiste ancora oggi una risposta autentica agli
interrogativi posti nella Genealogia, alla sfida lanciata da
Nietzsche [...]. Esiste è vero, qualche sottoprodotto
nietzscheano, qualche scimmia mascherata da leone, e —
anche! — il lieto nichilismo.” La critica dura di Montinari è
sempre rivolta alle facili espressioni e alle soluzioni mitiche
della crisi:

Nelle istituzioni esistenti, sostenute da immani forze di produzione


e di distruzione, viene assimilata e mercificata ogni e qualsiasi
protesta, persino quella dei “Lumpen”, ogni tentativo di lasciare la
“nave dei folli”. Se il metodo di Nietzsche può ancora aiutarci, allora
l’unica forza che ci è rimasta per opporci al caos è quella della cultura,
della ragione87.

È una posizione ed uno stile di vita e di lavoro


consapevolmente e definitivamente inattuali: Montinari ha
raccolto la sfida del radicalismo di Giorgio Colli, per
un’azione Nietzsche, ma ha interpretato quest’azione a
modo suo, fino a vederne un’espressione conseguente
nell’immane lavoro filologico e storico-critico.
Infatti, nel breve scritto del 1986, precedentemente
citato, Montinari mette in luce un’altra lezione che gli
deriva più direttamente dalla sua esperienza di editore,
l’esperienza di chi ha lavorato per anni sui manoscritti,

87 Nota introduttiva a F. NIETZSCHE, Genealogia della morale, trad. di F.


Masini, Adelphi, Milano 1984, pp. 19-20.
sulla genesi e il movimento dei testi, sulla loro definizione.
È il confronto con il Nietzsche che non può essere
assimilato e ridotto a nessun mito e ideologia, a nessuna
fruizione estetica e immediatistica, che aiuta comunque a
“liberare” anche se in un modo meno appariscente, più
sommesso.

In generale, le varianti dell’apparato critico, anche quelle di rilievo


minore, mostrano quanto Nietzsche lavorasse coscienziosamente nella
scelta delle parole, nell’accentuare o sfumare i propri pensieri. Non
un’immagine, non una parola e nemmeno un segno di interpunzione
piuttosto che altri sono casuali in Nietzsche. Esercitare la propria
pazienza, seguire queste trasformazioni arricchisce il lettore, lo rende
più profondo, più attento e anche più diffidente (verso se stesso e
verso Nietzsche)88.

I molti scritti in onore e in ricordo, il Convegno


Internazionale a Firenze organizzato dall’Istituto Gramsci
Toscano89, un numero delle Nietzsche-Studien a lui
dedicato, hanno illustrato vari aspetti della attività e della
personalità di Montinari, ma gli esiti più maturi e l’apertura
di nuove feconde prospettive, interrotte dalla morte
improvvisa, potranno essere verificate anche dall’azione di
chi sta continuando e continuerà il suo lavoro storico-
filologico all’edizione e per una nuova “paziente” lettura di
Nietzsche.

88 M. MONTINARI, L’onorevole arte di leggere Nietzsche, in “Belfagor”


n. 3,1986 (XLI), p. 338.
89 ISTITUTO GRAMSCI TOSCANO, “Mazzino Montinari (1928 -1986).
Incontro di studio”, 14 dicembre 1987. Relatori: G. Mari: Apertura dei lavori;
S.Romagnoli: Ricordo di Mazzino Montinari; G. Campioni: “La passione
rabbiosa per la verità”; M. H. Gauger: Mazzino Montinari e la cultura tedesca;
W. Müller-Lauter: Una sfida continua: il rapporto di Mazzino Montinari con
Nietzsche, F. Masini: Il significato della ricerca di Mazzino Montinari;
K. H. Hahn, Montinari a Weimar; N. Badaloni: Ricordo di un incontro. Sono
intervenuti inoltre: S. Barbera, G. Bevilacqua, G. Garritano, F. Gerratana,
L. Perini, A. Venturelli, V. Vivarelli. Gli atti di questo contributo a più voci sulla
figura e l’opera di Mazzino Montinari, sono ora pubblicati in Aa. Vv., Mazzino
Montinari. L’arte di leggere Nietzsche, cit.
2.
IL “MESTIERE” DI INSEGNANTE

Dopo il periodo di “fondazione weimariana”


dell’edizione (“un soggiorno praticamente ininterrotto a
Weimar dal 1963 al 1970 — durante il quale lavoravamo in
stretto contatto sia per lettera, sia durante le settimane in
cui, ogni anno, Colli veniva a Weimar”) 90 Montinari diventa
sempre più un punto di riferimento obbligato per chiunque
voglia occuparsi seriamente di Nietzsche. La sua ospitale
casa di Settignano, sulle colline di Firenze, era il centro di
un lavoro intenso e molteplice, non solo legato all’edizione
di Nietzsche, ed anche centro di molte relazioni, culturali
ed umane. La sua attività, comunque, per la carriera
accademica e per il lavoro editoriale, si è divisa, dopo
Weimar, tra diverse città: Urbino, Firenze, Pisa, Berlino.
A partire dall’anno accademico 1971-72, in cui gli fu
conferito un incarico di Lingua e Letteratura tedesca
presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di
Urbino, l’impegno didattico, il “mestiere” di professore,
diventano un momento importante della sua attività.

Nell’ottobre 1972 una commissione spregiudicata e illuminata


(Ladislao Mittner, Marianello Marianelli, Cesare Cases, Giuliano Baioni
[il quinto commissario, Francesco Delbono, si dichiarò contrario]) ha
voluto premiare la mia attività di germanista piuttosto atipico
immettendomi nella terna dei vincitori di un concorso per una cattedra
di Lingua e Letteratura tedesca.

90 M. MONTINARI, Ricordo di Giorgio Colli , in Aa. Vv., Giorgio Colli, cit.


p. 17.
“L'arte del leggere bene” 87

Così Montinari si esprime in un curriculum del


novembre del 1984.
Il periodo di straordinariato iniziato a Urbino (1973-74)
si concluse alla Facoltà di Magistero dell’Università di
Firenze nel 1975-76. Dal 1976 al 1980 fu preside di quella
Facoltà.
In questa sua attività di preside, in un momento
difficile per l’Università e la società italiana, si manifestò
ancora una volta il significato che per Montinari aveva
l’impegno sociale: lontano dalle astrattezze dell’ideologia
ed anche dall’esercizio unicamente teorico che
caratterizza molti intellettuali, si era immerso nel lavoro
concreto, quotidiano affrontando ed inserendo i molti
problemi della facoltà di Magistero in una prospettiva
generale. Politica in senso lato quindi, come partecipazione
attiva, in una situazione concreta, per un miglioramento
concreto di situazioni specifiche: contributo del singolo nel
suo posto di lavoro per migliorare la società senza illusioni
ma anche con la ferma fiducia nella forza della democrazia
e del consenso razionale.
Di qui la lotta alle facili scorciatoie demagogiche, alle
vie dei privilegi corporativi ammantati spesso, in quegli
anni, con atteggiamenti di rivolta, il non voler delegare ai
“politici” le responsabilità dei docenti nei confronti della
riforma universitaria, e, soprattutto, l’attenzione continua
ai problemi di funzionamento dell’Ateneo: dalle biblioteche
all’organizzazione didattica, dal complesso problema
dell’edilizia universitaria e del rapporto con gli enti locali
alla formazione professionale degli insegnanti come
compito precipuo di una facoltà come il Magistero.
Questo negli anni caldi della contestazione
“irrazionalistica” del 1977, quando, come Montinari ha
scritto, sulle mura delle Università “tra le scritte
suggestive” si potevano leggere come slogans anche detti
di Zarathustra. Una sorta di “nuovo nietzscheanesimo”,
amplificato e assimilato attraverso rotocalchi e quotidiani,
una moda superficiale, “entro il gigantesco sincretismo
culturale odierno”, faceva parte del bagaglio ideologico del
“movimento” di forte e spesso antidemocratica
contestazione. Il “manovale dell’edizione critica di
Nietzsche”91 di fronte a questo fenomeno, non poteva che
constatare l’impotenza della direzione del suo lavoro
scientifico: “i bisogni, diciamo così, intellettuali di massa e
i fenomeni delle mode culturali del nostro tempo
rispondono a leggi e a cause contro le quali lo spirito
critico e il senso storico sono destinati all’impotenza, o
meglio nulla possono finché queste cause non si
esauriscono”92.
All’intellettuale è dato studiarne a fondo le cause, per
meglio capire, per contribuire comunque con il suo lavoro
nella direzione del mutamento.
Il Magistero fu a lungo occupato dagli studenti in lotta
ed anche il chiostro quattrocentesco della facoltà ebbe le
sue scritte sui muri: Montinari non si limitò a condannare o
esorcizzare ironicamente il fatto ma cercò di capire le
ragioni di fondo dello scontento nell’assoluta mancanza di
funzionalità di una facoltà — considerata di serie B — che
candidava i suoi laureati ad una disoccupazione certa:

Coloro che nella sede della facoltà fiorentina in via del Parione

91 M. MONTINARI, Delio Cantimori e Nietzsche, cit. p. 13-30.


92 M. MONTINARI, L’onorevole arte di leggere Nietzsche, cit., p. 336. In un
appunto del 16 marzo 1978 così si legge: “Il successo di Nietzsche nel
momento attuale è un fenomeno tutto sommato da giudicare negativamente.
Esso si innesta infatti su di un generale disorientamento ideale che è giunto ad
una fase acuta. I disorientati credono che Nietzsche abbia delle risposte per
loro, ma ciò non è vero. È vero invece che cento anni fa (quest’anno 1978
cade il centenario della prima opera veramente n<ietzschiana> MA), N. ha
cominciato a descrivere e ad analizzare la crisi del pensiero moderno, lo
“sfacelo dei valori” (come l’ha chiamato Hermann Broch). La sua attività di un
decennio dal 1878 al 1888 è dedicata a questa analisi e descrizione”. Cfr.
anche l’articolo di M. MONTINARI, Friedrich Nietzsche, attualità di un filosofo
inattuale, in “Il Lavoro”, 22 marzo 1978, p. 3.
“L'arte del leggere bene” 89

hanno scritto Il Magistero è una triste illusione hanno certamente


sbagliato metodo di espressione politica, imbrattando con questa ed
altre scritte la loro facoltà, ma hanno detto una pura e semplice
verità93.

Così scrive in uno dei suoi interventi pubblici sul


problema universitario.
La volontà di capire e di trovare risposte sul piano
generale della riforma universitaria si espresse in molte
iniziative culminate nell’aprile del 1978 in una conferenza
nazionale, tenuta a S. Miniato, sulla facoltà di Magistero da
lui con energia sollecitata e promossa94. Con queste
significative parole termina l’intervento precedentemente
citato:

La lotta politica per la riforma è senza dubbio assai dura e difficile


e richiede l’impegno di tutti: docenti, studenti, non docenti che vivono
la drammatica crisi di questa istituzione. Essenziale mi sembra sia il
contributo di coloro che nell’università hanno le maggiori
responsabilità, penso ai professori di ruolo che devono decidersi ad
entrare in lotta senza riserve mentali, senza pensare in modo
corporativo o individualistico. A chi dice, tra loro, che l’università di
massa minaccia la libertà di ricerca, risponderei tranquillamente che
non può essere libero colui che non ha fiducia nella ragione e nella
cultura e si abbandona ad un facile Kulturpessimismus, e che la nostra
libertà non può non essere la libertà di tutti nell’impegno civile per
salvare, prima ancora dell’università, la nostra società democratica.
Altrimenti si avvererà l’antico detto: quos vult perdere amentat.

In questo suo agire e sentire, si poteva leggere, a mio


parere, anche la ricchezza umana della persona che si era
formata lontano dalle miserie dell’accademia non senza
una certa diffidenza critica verso quel mondo, della
persona libera dalla “gibbosità” che caratterizza, in parte,
93 M. MONTINARI, Due Facoltà da abolire, in “Politica e società”, a. II, n.
10, ottobre 1977, pp. 61-62.
94 Sulla faticosa ed esemplare attività di preside ha riferito nel Convegno
di Firenze, nel suo Ricordo di Mazzino Montinari, il suo amico Sergio
Romagnoli, che gli fu collega alla facoltà di Magistero.
anche i migliori professori (“Von dem obligaten Buckel der
Professoren spüre ich noch nichts” [ancora non mi sento
spuntare la gobba inevitabile dei professori] — Nietzsche95)
sul cui impegno in una prospettiva generale di riforma, in
quegli anni, pur nutriva qualche generosa illusione.
Ma è nelle lezioni ai suoi studenti, nei seminari, nella
trasmissione diretta dei risultati, degli strumenti e
soprattutto di un ethos verso la ricerca scientifica che
meglio si esprime la sua attività universitaria. a Urbino,
Firenze, Pisa ma anche a Berlino, nel 1980-81 come
Gastprofessor alla Freie Universität e, negli anni successivi,
come fellow del Wissenschaftskolleg, nei seminari periodici
con studenti e giovani studiosi.
Da quando Montinari, col rientro in Italia, pensa
concretamente alle possibilità di un insegnamento
universitario, vede nel seminario di lettura sui testi e
manoscritti il modello di efficace trasmissione del sapere e
di ricerca. Questo si legge ad es. in una lettera all’amico
germanista Paolo Chiarini96, del 26 maggio 1969, in cui
discute la possibilità di tenere un “corso libero” su un tema
a lui caro, su cui era tornato più volte e che è stato oggetto
della sua ultima ricerca, anche nel soggiorno di studio a
Parigi:

Il corso avrebbe per me un’utilità pratica, come preparazione


all’insegnamento. Se la cosa ti interessa e può essere attuata
all’Istituto o all’Università, ecco come io vedrei questo corso, che
avrebbe come argomento: “La quarta parte di Così parlò Zarathustra”,
e potrebbe svolgersi in 20-30 ore.
a) Introduzione generale che tratti il posto dello Zarathustra
nell’opera di Nietzsche, problemi generali dell’edizione di Così parlò
Zarathustra e in genere dell’edizione delle opere e dei postumi di

95 Cfr. F. NIETZSCHE, Epistolario 1850-1869, trad. di Maria Ludovica


Pampaloni Fama, Adelphi, Milano 1976, p. 692.
96 Paolo Chiarini ha tracciato un ritratto della figura e dell’opera di
Mazzino Montinari in un articolo: Il comunista che amava Nietzsche, in
“Rinascita”, n. 48, 13 dicembre 1986, p. 22.
“L'arte del leggere bene” 91

Nietzsche.
b) Genesi della IV parte di Zarathustra: tra l’altro con “Rückblicke”
alle poesie dell’autunno 1884 ““Vorausblicke” sui Ditirambi di Dioniso.
c) Lettura e commento del testo, anche con l’aiuto di fotocopie (la
tradizione manoscritta è praticamente intatta dalle “Vorstufen” fino al
“Druckmanuskript”). Questa parte dovrebbe avere il carattere di
esercitazione anche nel tradurre, come a suo tempo feci a Firenze con
il caro, indimenticabile Delio Cantimori per l’inattuale sulla storia,
nell’anno accademico 1960-61 e 1961-6297.

Proprio negli anni di contatto stretto con Delio


97 In una lettera del 16 febbraio del 1970, Montinari ringrazia l’amico per
l’invito ufficiale a tenere una serie di lezioni all’Università di Roma nell’anno
accademico 1970-71 e ancora precisa, in modo chiaro, temi e metodi: “Per il
contenuto del corso preferirei procedere per via induttiva, cominciare cioè dai
problemi concreti della critica del testo di Nietzsche in primo luogo delle opere
da lui stesso pubblicate, poi di quelle da lui lasciate pronte per la
pubblicazione (come Ecce homo, che è naturalmente l’esempio più
clamoroso), infine i problemi della pubblicazione del Nachlaß (e qui la “Volontà
di potenza” rappresenta il problema più vistoso). Naturalmente si dovranno
trattare tutte le questioni di esegesi e commento: letture di Nietzsche in primo
luogo, rapporto biografia-opera, l’ambiente storico-culturale. Tuttavia penso
che l’accento vada messo sulla lettura critica di Nietzsche, di cui la
componente “filologica” è quella che è stata trascurata quasi totalmente,
nonostante le fragorose discussioni e polemiche. Dovremmo a questo scopo
scegliere dei testi per ognuna delle sezioni a) opere pubblicate b) scritti
conclusi ma non pubblicati da Nietzsche c) Nachlaß vero e proprio. Infine —
forti delle esperienze raccolte durante le varie lezioni ed esercitazioni —
potremmo trattare la cosiddetta “teoria della edizione” degli scrittori moderni,
che come sai è molto dibattuta tra gli editori dei vari “classici” della
letteratura tedesca, e parlare anche delle varie scuole e — soprattutto — delle
varie importanti edizioni in corso, discutendone i criteri e cercando di
insegnare ai partecipanti al corso a leggerle e ad adoperarle. Dimmi che cosa
pensi di questa mia rappresentazione generale, e se hai dei suggerimenti o
delle richieste particolari — in base alla conoscenza che hai dei tuoi studenti e
laureati — da farmi”. Lo spostamento dell’attenzione dai temi dal IV
Zarathustra agli scritti postumi dell’88, è determinato, dal lavoro in corso alla
preparazione del notevole apparato per l’edizione italiana del vol. VI, t. 3 che
uscirà nel maggio del 1970. Così accenna a Chiarini gli esaltanti risultati del
suo lavoro filologico: “Intanto io ho trovato dell’altro materiale in proposito al
famoso paragrafo soppresso in Ecce homo [par. 3 del capitolo. Perché sono
così saggio — G.C.]: quando la storia completa — intendo quella della
pubblicazione nel 1908 — sarà nota farà l’effetto di un romanzo giallo. La
sorella di Nietzsche è “erbärmlich” fino a ridestare il sentimento poco
nietzscheano della compassione. Ma di questo riparleremo”.
Cantimori, era maturata in Montinari una prima volontà di
tentare la carriera universitaria. Così scrive, a tal
proposito, in una lettera a Colli, in cui comunque cerca di
rassicurare l’amico sull’importanza e sull’assoluto primato
dell’impresa comune, non accademica:
“Conoscere bene la storia e la letteratura tedesca e
saperle insegnare agli altri è un mestiere decente. Tu sai
che io ho verso la scienza o meglio la filologia un
atteggiamento di rispetto, come per qualcosa che mi
piacerebbe imparare bene e cioè sistematicamente e che
eserciterei con più soddisfazione di qualsiasi altro
mestiere... ”. Questa volontà di Montinari si lega, più in
generale, alla lenta e metodica costruzione di una propria
forma di vita, attraverso un mestiere che dia ordine ad un
fondo che si sente ancora troppo passionale ed inquieto:

Questo costruirmi una mia capacità, un mio mestiere in modo


sistematico mi sembra ormai una specie di necessità, che rischia di
diventare ossessione, se rimane a livello di velleità. Ho bisogno,
proprio per me, della disciplina che è necessaria a quello scopo,
magari proprio perché il mio fondo è tutto il contrario della scientificità
e, purtroppo, della disciplina... mi sembra che saprei insegnare, e che
ne ricaverei qualcosa di più che non il semplice trasmettere una
capacità tecnica di lavoro (23 settembre 1962).

Colli, nella sua Stimmung antiaccademica — di origine


schopenhaueriana — sente questi progetti dell’amico
come un pericolo, quasi un tradimento e risponde un po’
laconicamente:

Ho ricevuto la tua lettera, con l’annuncio dei tuoi propositi


riguardo all’università. Ti sono grato di avermelo detto apertamente,
così non dovrò più ruminare su una cosa sentita oscuramente.Un
giorno forse dovrò dire:
“Nach dem Verwundbarsten, das ich besass, schoss man den Pfeil:
das waret ihr, denen die Haut einem Flaume gleich ist und mehr noch
dem Lächeln, das an einem Blick erstirbt!” [in tedesco nel testo: “Per
colpire il mio possesso più vulnerabile, scoccarono la freccia: e questo
“L'arte del leggere bene” 93

eravate voi, la cui pelle è simile a una fine peluria e più ancora al
sorriso che si spegne per un solo sguardo!”] con tutto il resto del
”Grablied” dello Zarathustra. Ma può anche darsi che non sia così...

Le prime lezioni di Montinari, su invito di Paolo Chiarini,


furono tenute a Roma a partire dalla primavera del 1971.
Negli appunti per la lezione introduttiva, conservati in un
quaderno, si leggono queste parole sul suo metodo e sul
suo atteggiamento di fronte agli studenti:

Le nostre sedute siano possibilmente di collaborazione — Chi vi


parla ha un minimo di risultati acquisiti, molti dati, risultati oggettivi di
ricerca, ma ancor più problemi da porre. Cerchiamo di risolverne o di
avviarne a soluzione qualcuno insieme — (24. marzo 1971).

Sarebbe interessante ricostruire in modo più


dettagliato i temi delle sue lezioni e dei suoi seminari
tenuti con appunti talvolta dattiloscritti: Goethe, Mann,
Broch, i miti e l’“ideologia” tedesca degli anni Trenta,
Heine, problemi di critica del testo, e naturalmente
Nietzsche nei suoi vari momenti, nel suo contesto culturale
(ultimamente: la letteratura francese a lui contemporanea)
e nella sua “fortuna”.
Dopo Firenze, l’Università di Pisa doveva divenire, nei
progetti di Montinari, il suo luogo di lavoro ed un centro di
studi nietzscheani. Il curriculum del novembre del 1984
sopracitato fu scritto per la sua chiamata a Pisa sullo
stesso insegnamento, presso la Facoltà di Lettere e
filosofia dove era stato voluto, come successore, da uno
dei suoi “illuminati” commissari, Marianello Marianelli 98,
98 Marianelli ha scritto alcuni articoli, di grande sensibilità e penetrazione
psicologica, per illustrare il lavoro e la figura dell’amico scomparso: L’ultimo
patriarca della grande filologia, in “La Nazione”, 6 gennaio 1987, Sfidò
Nietzsche, in “La Nazione” 14 dicembre 1987, I conti del superuomo sono
ancora aperti, in “La Nazione” 2 agosto 1988. Ha ricordato l’amico anche
all’incontro di Lucca del 26 marzo 1988, Mazzino Montinari. Da Lucca a
Weimar. Dal suo primo articolo voglio riportare questo fedele ritratto: “L’ombra
di questo quanto mai mite, giovialissimo patriarca moderno della filologia
divenuto, nel frattempo, suo intimo amico.
Nonostante la metodica diffidenza verso i convegni,
troppo spesso frutto di “industria culturale”, egli stesso
partecipò e talvolta organizzò incontri di ricerca e di studio
su temi di germanistica, critica del testo, filosofia in Italia,
Germania, Inghilterra, Svizzera, Norvegia, Olanda, Israele e
infine nel 1986, negli Stati Uniti d’America.
La morte ha sorpreso Montinari il giorno prima
dell’inizio del suo corso a Pisa: sul suo tavolo i primi
appunti per le lezioni Mitologia e verità: la poetica di
Heinrich Heine. Il lavoro filologico al XII volume
dell’edizione critica di Heine doveva ancora
accompagnarsi alla trasmissione dei risultati nelle lezioni
universitarie ed alla volontà di insegnare a “leggere” autori
a lui cari99.

aveva un che di raro e umano per chiunque la sfiorava [...]. La cosa più
imbarazzante non erano i suoi cauti rimbrotti; era il suo imbarazzato silenzio di
fronte a chi diceva o faceva cosa che gli dispiacesse.
La cosa di lui più difficile a decifrare era la più ingenua, il suo sorriso, il suo
trascolorare, nella grossa faccia fulva, dalla risata più contagiosa a
un’ombrosa malinconia. Non credo fosse solo quella che il suo Nietzsche legge
in faccia a ogni filologo, e che deriva forse dalla coscienza che nessuna
divinazione testuale del dotto può sostituirsi alla creazione dell’artista, o dalla
certezza che, tanto, non c’è testo da lui a fatica liberato che non venga di
nuovo tradito. Forse la cauta malinconia di Montinari era anche per le molte
cose e sentimenti che pur sacrificava alla sua impresa o per l’angoscia di non
fare in tempo a finirla”.
99 Chi ha avuto modo di partecipare a questi seminari, a Firenze, Pisa,
Berlino, sa con quanta passione Montinari si sia mantenuto fedele a questo
momento della formazione di giovani ed allievi, momento essenziale anche
alla ricerca. Su questi aspetti hanno riferito, nel Convegno di Firenze, Federico
Gerratana e Vivetta Vivarelli.
3.
UN RAPIDO CURRICULUM

Il ritorno in Italia segna la ripresa di altri interessi,


l’assunzione di nuovi impegni editoriali. Tra questi,
significativa, e da mettere in luce, l’attiva partecipazione
di Montinari al comitato di redazione dell’edizione italiana
delle Opere complete di Marx ed Engels, di cui curava in
particolare i carteggi.
In questo lavoro per gli “Editori Riuniti” presso cui
aveva iniziato la sua attività agli inizi degli anni ‘50, con la
sua esperienza di editore di testi porta suggerimenti e
volontà di rigore, come mostrano anche le lettere
scambiate sull’impostazione generale dell’edizione col
vecchio amico dei tempi della Scuola Normale, Giuseppe
Garritano. Per l’edizione dei carteggi, rivede ed aggiorna,
per vari volumi, vecchie traduzioni, ne fa di nuove, e cura
l’apparato di note100. Questa dell’edizione italiana di Marx-
Engels è l’occasione per ritrovarsi a lavorare con i vecchi
amici della Normale, politicamente impegnati nel Partito
comunista, Fausto Codino e Giorgio Giorgetti sotto la

100 Questi i voll. curati dell’edizione: K. MARX, F. ENGELS, Opere complete:


Lettere ottobre 1844-dicembre 1851, vol. 38, Editori Riuniti, Roma 1972 (trad.
con Mario Alighiero Manacorda) — Lettere gennaio 1852-dicembre 1855,
vol. 39, Editori Riuniti, Roma 1972 (trad. con Mario Alighiero Manacorda) —
Lettere gennaio 1856-dicembre 1859, vol. 40, Editori Riuniti, Roma 1973 (trad.
con Mario Alighiero Manacorda) — Lettere gennaio 1860-dicembre 1864,
vol. 41, Editori Riuniti, Roma 1973, (trad. con Mario Alighiero Manacorda) —
Lettere gennaio 1864-dicembre 1867, vol. 42, Editori Riuniti, Roma 1974 (trad.
con Sergio Romagnoli) — Lettere gennaio 1868-dicembre 1870, vol. 43, Editori
Riuniti, Roma 1975 (trad. con Sergio Romagnoli e Emma Cantimori
Mezzomonti).
“L'arte del leggere bene” 96

direzione di Giuseppe Garritano101.


Agli inizi del 1968 uscì, in una collana di divulgazione di
alto livello, “I protagonisti della storia universale”, un
profilo di Nietzsche in cui Montinari abbozzava la sua
prima interpretazione complessiva del filosofo tedesco.
L’impostazione storica, la sicurezza e l’ampiezza delle
fonti, segnavano una radicale novità nell’approccio al
filosofo tedesco. Dal 1968 all’anno della morte, Montinari
ha pubblicato molti articoli e saggi in riviste specializzate
101 Il sentimento per l’amico ritrovato e per i rapporti di nuova
collaborazione, viene espresso in una lettera scherzosa del “fratel suo”
Giorgetti verso il “fratel prodigo”, “figli” del “padre” Cantimori con cui
entrambi si erano laureati lasciando gli interessi filosofici per quelli storici: “ci
auguriamo che le sofferenze del lungo esilio ti abbiano redento dal peccato
originale e che la cura dei sacri testi sconfigga definitivamente le tentazioni
demoniache che procedono da Zarathustra (e dal suo folle cultore). E che in
questa opera di rinascita la retta memoria del Padre ti illumini il cammino! Con
questo spirito e con questi intendimenti elargiamoti il Nostro fraterno
perdono”. La scomparsa precoce di Giorgio Giorgetti (aprile del 1976) e di
Fausto Codino (1985) avevano molto colpito Montinari. Di Giorgio Giorgetti ha
scritto un breve commosso ricordo: “il mio amico e fratello Giorgio era una
natura felice” oggettiva, per l’equilibrio lontano da ogni tormento
psicologistico e individuale, che nasceva dalla “coerenza intima della sua vita
di militante comunista in contatto permanente con la base del partito, di
storico capace, attraverso la quotidiana faticosa ricerca negli archivi e nelle
biblioteche, di cogliere i problemi nel loro aspetto tipico, senza la fretta di
scrivere per scrivere, e con la consapevolezza, invece, che si possa scrivere
solo ciò che si è verificato, solo ciò che può essere assunto sul piano della
generalizzazione storica senza dilettantismi ideologici”. Proprio in questa
pratica del “mestiere” di storico Montinari riconosceva la profonda affinità con
il “fratel” suo, anche se, per la sua natura inquieta e passionale, questa
decantazione ed equilibrio scientifico rappresentavano una vittoria più che un
dato “ingenuo” (Una natura felice, in “Nuovo corriere senese”, 15 aprile 1976
p. 3). Montinari ha inoltre curato il volume di scritti postumi: G. GIORGETTI Note
sulla religione nel pensiero marxista e altri scritti politici, Guaraldi, Firenze
1977, p. 156.
Fausto Codino, nato a Lucca come Montinari, studiò filologia classica alla
Scuola Normale. Accanto al suo impegno di traduttore di testi di Marx ed
Engels per gli Editori Riuniti (tra questi L’ideologia tedesca) possiamo qui
ricordare la sua Introduzione ad Omero (Einaudi, Torino 1965) tradotta anche
in tedesco presso de Gruyter (Berlin 1970), L’origine dello Stato nella Grecia
antica (Editori Riuniti, Roma 1975), Miti greci e romani (Laterza, Bari 1971),
Quando gli uomini creavano gli dèi (Laterza, Bari 1954) e la traduzione di
J. VOGT, Il declino di Roma (Il Saggiatore, Milano 1965).
italiane, tedesche, inglesi su Nietzsche, sui problemi e
metodi dell’edizione, su Goethe, Manzoni, Thomas Mann,
Wagner, Lou Salomé, Lukàcs, Bäumler, Hillebrand,
Cantimori e infine Heine, di cui curava, nell’ultimo periodo,
un volume per l’edizione critica che si pubblica a Weimar-
Parigi. Ha fatto introduzioni, dopo la morte di Colli, a singoli
volumi delle Opere di Nietzsche e a scritti di Nietzsche
apparsi nella Piccola Biblioteca Adelphi per cui aveva
curato nel 1977 La mia vita (tradotta da M. Carpitella)
raccolta di scritti autobiografici giovanili (1856-1869) di
Nietzsche.
I suoi interessi sono testimoniati, tra l’altro, dalle
introduzioni a Robert Musil, Sulle teorie di Mach (Adelphi
1973) di cui ha curato anche la traduzione, alle poesie del
suo amico, il poeta dissidente della DDR Reiner Kunze
Sentieri sensibili (Einaudi 1982), al carteggio Sigmund
Freud-Lou Andreas Salomé, Eros e conoscenza (Boringhieri
1983). oltre che dalla sua infaticabile opera di traduttore di
Nietzsche e di altri autori. Nel 1975 pubblicò Nietzsche,
una ripresa ed un ampio sviluppo del suo primo profilo
(Ubaldini editore, Roma). Due raccolte, l’una, uscita in
Italia, Su Nietzsche (Editori Riuniti, Roma 1981) e l’altra in
Germania, Nietzsche lesen (de Gruyter, Berlin 1982),
testimoniano di questa feconda attività parallela
all’impegno scientifico quasi totale richiesto dall’edizione
critica. Ultimamente, in connessione al lavoro degli
apparati critici dei frammenti postumi della Abt. VII (Juli
1882-Herbst 1885), Montinari andava sviluppando l’analisi
del rapporto di Nietzsche con la cultura francese a lui
contemporanea102 e aveva fatto studi alla Biblioteca
nazionale di Parigi durante un soggiorno dell’autunno del
1986 progettando anche un seminario internazionale di
studi su questi temi.

102 Cfr. il saggio Nietzsche e la “décadence”, in Aa.Vv., D’Annunzio e la


cultura germanica, Pescara 1984, e L’onorevole arte di leggere Nietzsche, cit.
“L'arte del leggere bene” 98

Ha coordinato e diretto dal 1983, la ricerca nazionale,


da lui promossa, finanziata dal Ministero della Pubblica
Istruzione, La biblioteca e le letture di Nietzsche.
Fra le sue attività di coordinatore di studi internazionali
si deve segnalare in particolare l’aver partecipato
all’ideazione e l’essere stato con-direttore fin dall’anno
della fondazione (1972) dell’annuario internazionale
Nietzsche-Studien e della serie Monographien und Texte
zur Nietzsche- Forschung (de Gruyter). (16 volumi
pubblicati fino al 1986).
Già dalla fine del 1969 si pose presso de Gruyter il
progetto di una rivista che avesse come principale
caratteristica quella di promuovere e diffondere, a livello
internazionale, le ricerche su Nietzsche103.
Karl Löwith, interpellato, si mostrò poco persuaso della
possibilità di riuscita di una tale iniziativa perché la più
giovane generazione gli appariva ormai molto lontana da
Nietzsche, egli vedeva principalmente l’utilità di un tale
strumento nella sua possibilità di allargare la conoscenza e
l’uso della nuova grande edizione di Nietzsche. (“Sarebbe
naturalmente diverso, se il Nietzsche-Jahrbuch fosse
utilizzato, in termini più informativi, per far conoscere e
diffondere la nuova grande edizione nietzscheana” —
lettera a Wenzel del 30 dicembre 1969). Nella primavera
del 1970, si concretizza il progetto, in discussioni e incontri
cui partecipano Wolfgang Müller-Lauter, Karl Pestalozzi e
Heinz Wenzel. Fin dall’inizio il punto determinante della
progettata rivista appare il momento internazionale e di
collegamento tra i ricercatori di Nietzsche. Così Montinari
definisce la “Aufgabe des Nietzsche-Jahrbuchs” in un
abbozzo di lettera a Wenzel:

L’annuario dovrebbe più precisamente chiamarsi “Internationales

103 Già in una lettera da Weimar del 26 ottobre del 1964 a Colli,
Montinari accenna brevemente a colloqui avuti con l’amico su un progetto di
rivista: “Per “nostro lavoro” intendo anche la rivista... ”.
Nietzsche-Jahrbuch”: un aspetto della sua funzione, in quanto organo
internazionale per la ricerca nietzscheana, già verrebbe in questo
modo messo in rilievo. Dovrebbe esser aperto a tutti gli studiosi che
seriamente si occupano di Nietzsche, senza riguardo ai loro
presupposti ideali o di altro tipo (dunque in nessun caso un organo per
adoratori di Nietzsche o per una qualche ‘Nietzsche-Gesellschaft’).
Considero come suo compito principale la promozione del confronto
filosofico, che tuttavia dipende dalla ricerca storica, con Nietzsche.
Dovrebbe inoltre offrire una compiuta informazione, nei limiti del
possibile, dei diversi settori dell’indagine nietzscheana (2 marzo
1970).

È enunciata qui come premessa programmatica della


rivista, con la libertà da posizioni e fedi preconcette, una
ferma convinzione di Montinari: “se una interpretazione di
Nietzsche non è data solo da lavori storico-filologici, essa
tuttavia non può avere valido fondamento senza di essi”104.
Gli stessi temi dell’abbozzo sono ripresi nella lettera a
Wenzel del 9 marzo 1970 con la proposta del titolo: “als
Name schwebt mir vor “Internationales Nietzsche-
Jahrbuch” oder vielleicht auch “Nietzsche-
Studien/Internationales Jahrbuch der Nietzsche-
Forschung”. “come nome mi viene a mente
‘Internationales Nietzsche-Jahrbuch’ o forse anche
‘Nietzsche-Studien/Internationales Jahrbuch der Nietzsche
Forschung’”).
Per il suo impegno a favore di Nietzsche (“Ohne Sie —
keine Nietzsche-Ausgabe”) e per le sue relazioni
internazionali (“Ihre Beziehungen mit deutschen und
ausländischen Gelehrten”) Montinari propone a Wenzel di
divenire l’Herausgeber affiancato da un ampio comitato
scientifico internazionale (Wissenschaftlicher Beirat).
Accanto al proprio, Montinari propone — in modo
scherzoso — il nome dell’amico Müller-Lauter: “come
‘contrappeso’ filosofico alla mia tendenza a storicizzare”.
Wenzel ritenne più valida la formula di una direzione
104 M. MONTINARI, Su Nietzsche, cit., p. 127.
“L'arte del leggere bene” 100

collegiale di cui fecero parte, fin dal primo numero,


Montinari e Müller-Lauter (solo dal 1978 si aggiunse
E. Behler).
Per il suo carattere di libera ricerca internazionale,
mantenuto e sviluppato nel corso degli anni, le Nietzsche-
Studien, dovrebbero divenire, dopo la morte di Montinari,
anche uno strumento e un momento essenziale di
coordinamento di lavori e risultati, anche parziali, utili per
il proseguimento dell’edizione.
Abbiamo voluto dare un quadro generale preliminare
del lavoro di Mazzino Montinari, solo una sorta di rapido
curriculum: una ricostruzione con pretese di puntualità e
completezza farebbe indubbiamente torto ad alcuni aspetti
della sua molteplice attività, rischierebbe comunque di
trascurare rapporti culturali ed umani importanti.
Più che pretendere quindi di offrire una definizione
organica e cronologica di una intensa e fruttuosa attività in
anni troppo vicini e ancora troppo dolorosamente
intrecciati con impressioni e ricordi personali, con volontà
e progetti di lavoro comuni, che dovevano essere favoriti
dal suo ritorno stabile come docente a Pisa, mi sembra
opportuno mettere il più possibile a disposizione degli
studiosi e degli amici di Mazzino, materiali, spesso già
letterariamente formati, capaci di illuminare scelte e
posizioni che spesso il filologo tenne solo come
presupposto personale del lavoro quotidiano e pubblico di
editore ed anche, attraverso le lettere con Colli, mettere in
luce, nella pratica quotidiana, il suo “mestiere” di filologo.
4.
“CIVIS VEIMARIANENSIS”

Gli anni di formazione hanno già evidenziato alcune


costanti del suo atteggiamento umano e culturale,
strettamente legati, ed anche la complessità e difficoltà di
scelte nate da una volontà di coerenza etica che non
conosce compromessi con se stessa: il significato di una
“sfida” che il confronto con Nietzsche significa.
Ho potuto seguire il lavoro di Montinari nel periodo di
fondazione dell’edizione, attraverso il carteggio rimastoci
— in gran parte anche se non completo — tra i due editori
e su alcuni quaderni di appunti e di riflessioni in funzione
del suo lavoro più generale su Nietzsche.
Già i brani da me pubblicati, danno un’idea del lavoro
puntuale e coscienzioso di Montinari ed indicano con
chiarezza la strada che dovrà percorrere.
Vorrei qui, attraverso il riferimento ad alcune lettere,
mettere in luce alcuni momenti concreti di questo percorso
della fondazione “weimariana” dell’edizione critica delle
Opere e delle lettere.
Le lettere a Colli confermano, con il saldo legame di
affetto e di amicizia, ma anche con le crisi umane e le
debolezze che le attraversano, con gli imprevisti, gli
incontri, le novità, le ripetizioni, gli avvenimenti lieti e
dolorosi che sono la vita, quanto il lavoro scientifico non
viva al di fuori del mondo, ma sia intessuto ed abbia a che
fare anche con i condizionamenti quotidiani, piccoli e
grandi, quanto sia lontano ed ostile alla pretesa muta e
difensiva della stupida fatticità filologica. È un lavoro
“L'arte del leggere bene” 102

intenso e talvolta poco gratificante, si tratta di vivere


“dalla mattina alla sera di Nietzsche e in Nietzsche e con
Nietzsche, senza pausa, senza un momento per pensare
“non filologicamente”” — così si esprime in un momento di
crisi — con la sensazione, spesso, di “affogare”, rispetto
agli impegni pressanti, inevitabilmente in scacco rispetto
al dominio del tempo, alle urgenze degli editori, alla mole
e complessità del materiale. È un viaggio di scoperta, ma
anche un viaggio di apprendistato: gli strumenti, mai
neutri, si modificano, si adattano alle circostanze, alle
difficoltà del momento, sorretti e provocati dalla lucidità
dell’intelligenza, da un bagaglio culturale che si accresce,
da una probità e serietà umana di fondo. Per Montinari è
anche la scoperta progressiva, il consolidamento della
propria personalità anche attraverso il rapporto di amicizia
sempre più maturo con Colli:

Forse c’è una maturazione del nostro rapporto, per cui mi sento
più sicuro e penso — anche io — a te come a un punto fermo. Questo
sebbene, proprio in questi tempi, abbia avuto modo di sentire ancora
che abbiamo “idee” differenti. Ma le mie idee sono probabilmente esse
stesse diventate differenti da quelle che finora ho creduto di avere,
anche se non sono come le tue; ciò che manca è che esse sappiano
per loro merito conquistarsi la comprensione e il rispetto da parte tua,
che io — per tuo merito — ho verso le tue idee (12 gennaio 1969).

Le lettere mostrano anche il bel rapporto di amicizia e


considerazione che presto legano il giovane studioso
italiano con l’ambiente di Weimar e dell’Archivio Goethe-
Schiller: Helmut Holtzhauer, il direttore delle “Nationale
Forschungs- und Gedenkstätten der klassischen deutschen
Literatur”, Karl Heinz Hahn, direttore dell’Archivio, la
“bravissima archivista” Anneliese Clauss, Hans Henning,
direttore della Zentralbibliothek der deutschen Klassik.
“Mazzino Montinari [...] divenne civis Veimarianensis” —
scrive Hahn105 in un ricordo di quegli anni di felici rapporti
quotidiani. Grande la cordialità che Montinari riserva agli
studiosi di Nietzsche, che cominciano a frequentare
l’Archivio e con cui, generalmente, si lega in rapporti di
amicizia e stima. Montinari racconta a Colli ad esempio i
progetti e l’evoluzione degli importanti lavori di Curt Paul
Janz106, gli incontri con l’americano Frederick R. Love107
(“un tipo non alto, smilzo, con barbetta e baffi, di pelo nero
come un italiano, ha un viso intelligente e un fare modesto
e aperto... ha già fatto moltissime ricerche su Gast e ha
scritto una breve opera su Nietzsche e la musica” — 25
luglio 1966 —), l’incontro, in vista della traduzione
dell’edizione, con un professore giapponese “pieno di
riserve sulla Civilisation e molto appassionato di
Nietzsche” e che sarebbe piaciuto a Colli.
Dalle lettere risulta anche un aspetto non secondario

105 K. H. HAHN, Professor Mazzino Montinari 4. April 1928-24. November


1986, in “Goethe Jahrbuch”, 104. Band der Gesamtfolge 1987, Weimar 1987,
pp. 388-9O.
106 “In Archivio lavora, insieme alla moglie, lo svizzero che fa l’edizione
critica delle composizioni musicali di N. Si fermerà in tutto tre settimane.
Naturalmente l’ho conosciuto. È un amico affezionato di Schlechta [...] mi ha
annunciato che a partire dal prossimo anno, dopo la pubblicazione delle
composizioni, si metterà al lavoro per una biografia di N. [...] sarà lui a
scrivere, in continuazione di Blunck, la prima onesta biografia di N.” (6 aprile
64) (F. NIETZSCHE, Der musicalische Nachlass, Basel 1976; C. P. JANZ, Nietzsche.
Biographie, München-Wien 1978-79). “Janz è partito oggi per Basilea. Tornerà a
Weimar in autunno 65. Mi ha chiesto se pensiamo all’edizione delle lettere, gli
ho detto di sì. Lui intanto che è pronto con la sua edizione della musica, ha
collazionato per la sua biografia tutte le lettere di N a Gast e ha trovato
almeno una cinquantina di grosse omissioni nella pubblicazione finora nota,
senza contare le singole parole omesse. Farà oggetto di pubblicazione su di
una rivista tutto questo lavoro.Devo dire che mi è simpatico, e che mi ha
trattato con rispetto (spesso gli ho decifrato parole che non leggeva)” (13
ottobre 1964) (C. P. JANZ, Die Briefe F. Nietzsches. Textprobleme und ihre
Bedeutung für Biographie und Doxographie, Zürich 1972). “Devo dire che
insieme a sua moglie sta facendo un lavoro di estrema esattezza... ” (6
maggio 1965).
107 F. R. LOVE, Young Nietzsche and the Wagnerian Experience, University
of Carolina Press, Chapel Hill 1963. Lo studioso americano aveva lavorato agli
Archivi di Weimar nell’estate 1959.
“L'arte del leggere bene” 104

del lavoro di Montinari, fin dagli anni giovanili; quello del


traduttore, che è sfociato in una grande quantità di opere,
di classici, resi da lui in italiano in un’opera di mediazione
e diffusione culturale di alto livello. Vi è una
consapevolezza crescente dell’importanza e della difficoltà
di questo “mestiere”: che lo spinge anche a posizioni
radicalmente e talvolta ingiustamente autocritiche:

Sto rifacendo completamente la traduzione dei postumi di IV 3,


poiché non esito a definire miserabile quella che ho già fatto per
Einaudi... (1 agosto 1966).
Tradurre vorrebbe dire, secondo le mie ultime convinzioni e le mie
acquisizioni proprio di lingua tedesca, rispettare i diritti di ambedue le
lingue, quella da cui si traduce e quella in cui si traduce (30 giugno
1966).
Io naturalmente non ho nessuna aspirazione a tradurre Ecce. Già
la traduzione dello Zarathustra mi sembra, almeno in questo
momento, proprio il contrario di un lavoro produttivo. Infatti si tratta di
riuscire a dire in italianociò che Nietzsche dice in tedesco, questo vuol
dire immedesimazione e non certo ciò che tu chiami “mettersi su un
piano superiore all’analisi”. Per me poi l’immedesimazione, via via che
mi tedeschizzo e mi “nietzschizzo”, è qualcosa di molto serio, fino alla
sofferenza: per gli altri invece non lo è, e questo spiega come mai la
revisione di una traduzione altrui diventa per me sempre più un
supplizio che non è dovuto, me ne sono convinto, se non in minima
parte alla mia ripugnanza verso il lavoro, bensì alla rabbia costante e
paralizzante che mi prende nel vedere trascurate le esigenze
elementari del tradurre, che sono due: 1) capire veramente quel che
Nietzsche vuol dire, 2) ridirlo in italiano, ma davvero! Il mio punto di
vista è così radicale, da farmi dire che a tutt’oggi non ho né letto né
fatto io stesso una traduzione che risponda a quei due requisiti. Forse
si tratta dell’idea “platonica” della traduzione, solo che vorrei averla
sempre avuta in testa come ce l’ho ora, e vorrei che anche i nostri
traduttori ce l’avessero. D’altra parte, proprio per tutte queste ragioni,
preferisco — visto che tu non la vuoi fare — fare io la traduzione dello
Zarathustra, piuttosto che rivederlo, anche se non è un lavoro
produttivo, nel senso della produttività di cui io ho bisogno (che è
proprio quella del “mettersi su un piano superiore”). (13 febbraio
1967).
La traduzione di Zarathustra, condotta con grande
passione, — “mi sono sprofondato con “sublime”
incoscienza in quel lavoro, per farlo in modo degno” — (25
novembre 1968) sarà da lui terminata il 10 settembre del
1968. Nonostante il suo spirito autocritico, Montinari la
approverà come “un lavoro di buona qualità” “una
versione leggibile, fedele allo spirito anche se non
letterale” e, “pur nel risparmio di varianti” rispetto a
quell’“eterno apparato” cui stava da sempre lavorando, il
volume gli apparirà “un punto culminante” nell’edizione
(28 ottobre 1968).
5.
GIORNATE ALL’ARCHIVIO

Già il primo contatto con l’ambiente di Weimar, come


abbiamo visto, mostra la consapevolezza di un lavoro da
fare in modo definitivo: il progetto iniziale di traduzione —
dopo la prima esplorazione — si trasforma nel progetto di
una edizione completa dei testi di Nietzsche.
La risposta di Colli all’entusiastica lettera programma
di Montinari mostra come i lavori più urgenti in vista della
traduzione italiana (Gaia scienza e Umano con il materiale
postumo relativo) si accompagnino già all’esigenza di
“abbozzare il lavoro, in modo di poter fare la traduzione,
sulla V. d. P”, alla necessità di stabilire il testo critico in
modo definitivo.

I tuoi ultimi risultati, per quanto posso capire dalla lettera, mi


interessano molto, e mi complimento della tua abilità di filologo e
grafologo — Si apre un quadro, per l’edizione, in cui le cose veramente
nuove, non solo nella disposizione, saranno assai di più di quanto
pensassimo in principio (25 agosto 61).

Ai primi volumi dell’edizione, fino all’aprile del 1964,


lavorano, a Weimar e a Firenze, anche Sossio Giametta e
Maria Ludovica Pampaloni108 che facevano parte di quella
108 Sossio Giametta fu attivo collaboratore dell’Enciclopedia di autori
classici Boringhieri, diretta da Giorgio Colli, presso la quale ha tradotto tra
l’altro l’Etica di Spinoza (1959), e La guerra di Gallia di Giulio Cesare (1961).
Ha tradotto inoltre opere di Goethe, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Freud. La
sua passione speculativa e di scrittore (la sua professione si svolge a
Bruxelles, al Consiglio dei ministri delle Comunità europee) si rivela dai molti
studi e racconti. Di questa sua attività dà testimonianza, indiretta, il racconto
“L'arte del leggere bene” 107

piccola comunità di discepoli di Colli cementata


dall’amicizia e dall’affetto.

Si dimostrano molto attenti e accurati, sicché credo che tu abbia


fatto una buona scelta, non solo per le qualità umane eccezionali di
tutti e due ma anche per le loro capacità (26 agosto 1962).
Il lavoro va bene. Marilù ha finito proprio oggi la decifrazione del
quaderno M III 5. Da lunedì lavorerà a una mappa dello stesso periodo.
Sossio sta affaticandosi su una mappa di Aurora, piuttosto difficile, ma
anche lui finirà il lavoro prima di partire (la mappa è MP XV 1). Io sono
contento perché ho ripreso molta lena nel lavoro, e sono sempre più
bravo (!) nel decifrare. NV3 è a buon punto e anche gli altri due
taccuini torneranno con me trascritti “restlos”. Ma devo ricopiare
interamente quasi ogni pagina [quest’ultima frase è aggiunta a piè di
pagina]. Il materiale — tra inediti e seminediti — è sempre più vasto.
Credo che verrà fuori un bel volume, anche se ci aspettano mesi di
fatiche molto dure — ma sono di buon animo (6 ottobre 1962).
Per parte mia — e anche dei ragazzi per quanto li riguarda — io ti
confermo di vedere nell’edizione il compito più importante, in un certo
senso l’unico, della mia vita nei prossimi tre anni. Ad essa dedico e
dedicherò tutte le mie migliori energie (15 maggio 1963).

Così Montinari commenta il lavoro comune all’Archivio


di Weimar, confermando la sua determinazione in questa

fatto da Colli in una lettera a Montinari in cui si parla di un furto di valigie


subìto da Giametta, con la perdita di “tutti i suoi manoscritti personali dove
aveva raccolto i suoi pensieri e i suoi tentativi letterari”. (26 luglio 1965).
Montinari partecipa della disavventura dell’amico: “l’avevo visto tante volte
scrivere i suoi appunti su foglietti e poi trascriverli a macchina: mi aveva
parlato dei suoi tentativi letterari — era per lui la cosa più importante, una
costruzione a cui, si può dire, lavorava giorno per giorno...” (2 agosto 1965).
Giametta collabora a numerose riviste e al quotidiano Il Mattino di Napoli.
Ha pubblicato il volume Oltre il nichilismo. Nietzsche Hölderlin Goethe, Tempi
Moderni, Napoli 1987 e, recentemente, un saggio su Così parlò Zarathustra dal
titolo Nietzsche. Il poeta, il moralista, il filosofo, Garzanti, Milano 1991.
Maria Ludovica Pampaloni Fama che attualmente insegna a Firenze lingua
tedesca alle scuole medie superiori, ha collaborato all’Enciclopedia di autori
classici Boringhieri, traducendo Johann J. Winckelmann, Storia dell’arte
nell’antichità; (1961). Ha inoltre tradotto: Hans Richter, Dada. Arte e antiarte,
Mazzotta, Milano 1966, e, per Adelphi, F. NIETZSCHE, Epistolario 1850-1869,
Edizione italiana diretta da G. Colli e M. Montinari, vol. I, Milano 1977 ed il
terzo volume non ancora uscito.
impresa filologica.
Il lavoro di decifrazione dei manoscritti mette talvolta a
dura prova Montinari: le lettere mostrano come tale lavoro
non sia frutto di esercizio e abilità tecnica acquisita ma
nasca, oltre che dalla tenace volontà di sciogliere enigmi e
di arrivare a soluzioni soddisfacenti, dalla piena
padronanza dei testi di Nietzsche, dei suoi temi filosofici,
del suo percorso, del suo epistolario, dell’epistolario delle
persone che con lui ebbero rapporti, della storia puntuale
delle vicende delle precedenti edizioni. I primi quaderni di
appunti del 1961 mostrano il costante lavoro in questa
direzione e già la grande sicurezza e conoscenza di
carteggi inediti (ad es. delle importanti lettere di Rohde a
Overbeck) e delle “Gestalten” um Nietzsche. Molto spesso
un particolare biografico minimo può definire la
collocazione di un frammento in una mappa, o aiutarne la
decifrazione. Di qui anche la stima e la valorizzazione — al
di là della direzione “distruttiva” della sua ricerca — dello
storico Podach, di colui che ha lavorato a lungo su
documenti di prima mano.
Di particolare difficoltà si rivelano i manoscritti
dell’ultimo periodo:

31 maggio 1965
Caro Giorgio,
mentre aspetto una tua lettera per scriverti più a lungo di me e
del lavoro, ti mando la descrizione di UI4 con tutte le indicazioni. UI4 è
pieno di Vs (come risulta del resto dal Mette).
Io sono da mercoledì scorso alle prese con i ditirambi. Oggi ho
finito la collazione del Dm. Ma il fatto più importante è che ho travato
due frammenti da datare dopo il primo gennaio 1889. Credo che
saranno gli ultimi della nostra edizione. Uno dei due l’ho decifrato
senza residui, l’altro ha ancora qualche buco. Finora nessuno lo
conosceva; ho fatto miracoli di decifrazione; la Clauss è stupefatta. —
Mi mancano molto tue notizie, ma immagino che avrai grane e altri
impedimenti. Mi opprime non sapere nulla dei miei. Sigrid sta bene e
saluta Anna e te con affetto. Domani spero di avere tua posta; ti
riscriverò subito. Un abbraccio da
“L'arte del leggere bene” 109

Mazzino

Le giornate d’archivio devono interamente essere dedicate alla


decifrazione senza residui di tutto il difficile materiale dell’VIII volume.
Ti ho già parlato di due frammenti del 2-3 gennaio 1889 che sono una
vera novità, ma per decifrarli mi ci sono volute due giornate 109! E,
forse, avrei dovuto rinunciare a decifrarli? La domanda è retorica, ma,
credo, ti dica bene la situazione. Attualmente sto liquidando le pagine

109 La decifrazione è talvolta solo il momento iniziale del lavoro: il 30


giugno 1965 manda la trascrizione dei frammenti all’amico. “E ora voglio
trascriverti i due frammenti scritti da Nietzsche dopo il primo gennaio dell’89.
Essi si trovano sul retro della famosa dedica dei ditirambi a C. Mendès. Questa
dedica è scritta accuratamente su di un foglietto, su cui N aveva tracciato
delle linee a lapis, come era solito fare per le sue Rs. Poi ci sono numerose
correzioni, infine la dedica è stata ripetuta altrove in bella definitiva. La data è
1 gennaio 89. Sulla stessa Pagina, dopo l’abbozzo di dedica è il finale di “Unter
Töchtern der Wüste” (che Podach non ha nemmeno pubblicato nel facsimile,
perché non era riuscito a decifrarlo) e questo fissa la data della stesura de Dm
dei ditirambi tra il primo gennaio e l’inizio della pazzia. Infatti N stesso nella
dedica non sa ancora il sumero dei suoi “inedita” che vuol affidare a Dendès.
Ciò dimostrerebbe la contemporaneità di dedica e Dm. Come poi faceva con i
fogli di Rs o di Dm scartati, N ha adoperato il retro per scrivere questi due
frammenti, passati fino ad oggi del tutto inosservati! Il primo lo devono avere
preso per una Vs di Ecce homo, ma non lo è”. Fino all’estate del 1969
Montinari considera questi due frammenti — con tanta fatica decifrati — gli
ultimi del Druckmanuskript delle opere di Nietzsche. Nell’estate del 1969
avviene la clamorosa scoperta, nelle carte di Peter Gast, del testo autentico
del paragrafo 3 di “Perché sono così saggio”: i due frammenti vengono
“confinati” come varianti nell’apparato di Ecce homo (Cfr. KSA, Bd. XIV, p. 473-
74). Questo è solo un momento del paziente, lungo e attento lavoro attraverso
il quale si realizza uno dei risultati più rilevanti: la definitiva edizione delle
opere del 1888 approntate da Nietzsche per la stampa e, in particolare, di
Ecce homo . Cfr. M. MONTINARI, Ein nuer Abschnitt in Nietzsches “Ecce homo”,
in “Nietzsche-Studien”, Bd. 1 (1972), pp. 380-418. oltre che gli apparati del
vol. VI, t. 3 dell’edizione italiana e del vol. VI della. KSA. Sul significato della
scoperta dell’inedito paragrafo 3 di Ecce homo, così scrive a Wenzel in una
lettera del 7 settembre 1969: “Um Ihnen schon jetzt eine Vorstellung der
Bedeutung meines Aufsatzes in der NZZ zu geben, lege ich einen Durchsclag
des neuen Abschnittes 3 und vergleichen Sie ihn mit seinem neuen Text! Diese
Schruft, die nach den Intentionen Nietzsches jedes Mißverständniß über seine
Person beseitigen mußte, gewinnt mit der öffentlichen, unmißverständlichen
Verdammung der Schwester erst ihre ganze Bedeutung. Es macht doch einen
Unterschied ob so was nur im Nachlaß zu finden ist oder aber in einer Schrift
wie Ecce homo. Begreiflich, daß dieser explosive Text vom Nietzsche-Archiv
in prosa di WII10, che sono assai difficili. (3 giugno 1965).

Anche la lettera del 9 giugno 1965:

Va lentamente la mia decifrazione del materiale dell’88. Per


guadagnare tempo sto facendo una ricognizione complessiva, dalla
quale dovrebbe risultare quali sono i frammenti da pubblicare da Mp
XVI-XVIII, WII 6-10, N VII 4, Z II 1, vari Dm. Nei giorni scorsi ho stabilito
i frammenti di Z II 1, ieri e oggi ho lavorato a N VII 4. Il materiale
inedito non è moltissimo, ma è di decifrazione estremamente difficile,
d’altra parte proprio qui sta la forza dell’edizione. Quanto alle Vs di
Ecce homo ecc., bisognerà pure una volta o l’altra che le decifri senza
buchi! E non è il caso di rimandare questa decifrazione, perché ciò
vorrebbe dire dover ricominciare da capo tutto un faticoso e già
avanzato processo di penetrazione in questo che è un periodo già così
complicato. Devo dire, d’altra parte, che registro dei veri successi di
decifrazione, ma ho paura di metterci troppo in rapporto al resto del
lavoro. N VII 4 ha, oltre a qualche Vs di Ecce, tre frammenti sugli
antisemiti assai violenti (inediti) 110, il resto non so ancora che cosa sia.
Della stessa forza di difficoltà e anche peggio sono i fogli e foglietti
delle mappe che risalgono alla fine dell’88. Forse quando avrò finito
questa prima presa di contatto e avrò le idee più chiare, non mi
preoccuperò più. Ma il tempo passa [...].
In archivio continuo le mie faticose decifrazioni da N VII 4, che
però è quasi finito (13 giugno 1965).

Il quaderno N VII 4 nella descrizione di Mette era stato


definito “per lo più illeggibile”.
Riteniamo inoltre opportuno riprodurre, nella terza
parte di questo volume, integralmente, due lettere di
Montinari del 1967, per offrire esempi concreti dei
problemi e delle difficoltà della decifrazione: lo sforzo e la
costanza, la ricerca paziente nel tempo, la necessità
dell’intuizione legata a vastità e curiosità di interessi
culturali, (la prima lettera — del 24 marzo 1967 — mostra
come anche una carta topografica e una guida possono

unterdrückt wurde!”.
110 Si tratta dei frammenti 21[6, 7, 8] dell’autunno 1888. Cfr. KSA, Bd.
13, pp. 580-83.
“L'arte del leggere bene” 111

servire) una passione che non trova quiete se non nella


risoluzione dell’enigma. Inoltre la prima lettera è
significativa dei rapporti amichevoli con l’ambiente di
Berlino, di quella mescolanza, fuori dell’accademia, di vita
e cultura. Nella seconda, del 10 settembre 1967, è
avvertibile un franco tono polemico e la volontà risentita di
far capire all’amico tutto il peso di certi momenti, in cui
tutto sembrava essere eterna ripetizione, con la
sensazione di “sentirsi affogare”. La lettera si inserisce
nell’aperto e duro clima di una discussione di fondo e di
contrasti (“burrasche necessarie” — vengono definiti da
Montinari) legati anche ai limiti di comunicazione del
rapporto epistolare che si sviluppano in quel periodo tra i
due amici editori sui “limiti della scientificità” e sui criteri
dell’edizione.
6.
LA BIBLIOTECA E LE LETTURE DI NIETZSCHE

Un altro aspetto rilevante del lavoro che emerge dalle


lettere con Colli è la primaria importanza di corredare
l’apparato critico delle citazioni esplicite e, più spesso,
implicite con l’individuazione delle fonti, necessarie, nel
caso di frammenti postumi, per definire il testo di
Nietzsche. In una lettera, che successivamente citerò,
Montinari fa il significativo esempio della scoperta di due
“aforismi” della Volontà di potenza attribuiti a Nietzsche
che in realtà altro non erano che la traduzione di due passi
da Tolstoi e Renan.
Uno dei primi risultati significativi di questo lavoro, per
quanto riguarda gli scritti da Nietzsche pubblicati, è la
“virgolettatura” di Wagner a Bayreuth operata da
Montinari nel Nachbericht al IV volume:

Non ho scritto perché volevo darti la notizia della conclusione di


questa eterna revisione del IV volume, che ho concluso solo ieri. Il mio
ritardo è molto forte. È stato determinato da un intermezzo....
wagneriano. Ho preso in biblioteca le opere di Wagner (9 volumi) e ho
trovato un gran numero di citazioni, talune nascoste da Nietzsche e
riconoscibili come tali solo se si legge Wagner. “Wagner a Bayreuth”
ne è pieno.(Weimar 25 giugno 1966)

Questo lavoro arricchisce notevolmente l’apparato.


Qualunque giudizio possa o voglia cavarne l’interprete, è
certo che egli comunque dovrà tener conto del fatto che
quest’opera, definita “ungeheuer” da Wagner e in cui il
musicista si riconosceva pienamente, è anche un abile
“L'arte del leggere bene” 113

mosaico di citazioni nascoste dai suoi scritti, in particolare


da quelli giovanili.
Colli, nella sua originale riflessione filosofica su
Nietzsche, ha visto come negative le compromissioni del
filosofo tedesco con l’attualità, dovute alla sua attività di
“letterato che cerca del materiale e stimoli nuovi”: ciò che
viene fatto emergere da questo lavoro sulle “citazioni”, il
rapporto con la contemporaneità, appare a Colli uno
spreco di genialità.

Più nettamente si avverte una disarmonia, quasi con disagio, di


fronte ai suoi metodi psicologici e alle variazioni positivistiche sui temi
di varie scienze. Spesso l’attenzione con cui considera molti
personaggi letterari e politici dell’Ottocento sembra futile. Tutto questo
gli va rinfacciato, poiché il suo piglio; la sua pretesa, il suo impegno —
anche nell’“attualità” — è del filosofo, non dello storico111.

A Colli interessa, fin dall’inizio, principalmente la


restituzione di un testo di Nietzsche sicuro, capace di agire
con forza, immediatamente su chi lo legga: perciò non si
sente di valorizzare a fondo questo lavoro per gli apparati.
Da queste premesse sorgono alcuni motivi di
incomprensione sugli esiti intorno a Wagner a Bayreuth.
Rimane un abbozzo o parte di lettera a Colli in cui così
Montinari difende i suoi risultati:

Il problema reale non è che N voglia nascondere il virgolettamento


in WB (e io non ho mai fatto questa affermazione) bensì come mai egli
nel 1888 riconosce se stesso in una pagina che nel 1875 era dedicata
a Wagner112. E questo non solo per ciò che N era diventato nel 1888,
ma anche per ciò che egli era nel 1875. Cioè la portata del suo amore
per Wagner, della sua immedesimazione in una parte del mondo
wagneriano.

L’apparato non è una “riduzione” di Nietzsche, come

111 G. COLLI, Dopo Nietzsche, cit., pp. 72-73.


112 Cfr. EH, in KSA, Bd. 6, pp. 313-14.
teme Colli. Il “virgolettamento” di Wagner a Bayreuth,
prosegue Montinari,

non mi pare tolga nulla alla grandezza di Nietzsche, se in base a


questo esempio si viene indotti a considerare con maggiore profondità
la questione del significato che l’esperienza wagneriana ha avuto per
Nietzsche. Questo è lo “spirito” del mio apparato. Ma, a parte lo
spirito, vedo che anche per te il mio apparato è importante: che cosa
sapevi tu del virgolettamento di WB prima delle mie ricerche? Quando
ragioni in termini di timore di macchiare e di denigrare Nietzsche ti
metti sullo stesso piano dei denigratori e dei correttori di Nietzsche.
Per me almeno113.

A partire da questo lavoro, Montinari sviluppa studi


storici e interpretativi che porteranno ad una nuova
definizione di quel rapporto Wagner-Nietzsche, che era
stato spesso affrontato ed esaltato dai critici in una
prospettiva mitizzante o in una risoluzione interamente
psicologistica e troppo umana. Il confronto con Wagner, la
rottura dolorosa sul piano personale, appare per Nietzsche
significativa del recupero di una propria autonoma
prospettiva. La “delusione di Bayreuth” significa la fine del
proprio volontario gesuitismo: “prima ancora che da
Wagner, Nietzsche fu deluso da se stesso”. Il confronto
assume la valenza di una contrapposizione che significa
“un fatto capitale nella storia della cultura tedesca, di cui
anzi non si è ancora valutata pienamente la portata”114. La
costretta fedeltà di Nietzsche alle opere teoriche e
“rivoluzionarie” del musicista fanno di questo scritto “di
113 Questa autodifesa si ritrova in una lettera del 4 dicembre 1967: “Lo
spirito con cui faccio l’apparato non è quello di chi tira le orecchie a Nietzsche
o lo corregge o peggio ancora lo denigra. Questo punto è, secondo me, molto
più importante dell’altro riguardante le varianti che avrei messo nell’apparato
in più rispetto ai nostri accordi passati”.
114 M. MONTINARI, Nietzsche, Ubaldini, Roma 1975, p. 74. (su questa
interpretazione di Montinari cfr. il cap. 03. 1, di questo volume). Questi temi
sono stati sviluppati da Montinari nel saggio: Nietzsche e Wagner cent’anni fa,
in “Studi germanici”, XIV, 1976, pp. 13-26, e Nietzsche contra Wagner: estate
1878, in “Belfagor”, 1984 (XXXIX).
“L'arte del leggere bene” 115

congedo”, pieno di “insidiosa ambiguità”, un’estrema e


poco persuasa “provocazione”. L’accentuato “idealismo”
nei riguardi di Wagner ha la funzione di metterlo alla
prova, per imporgli un confronto tra “l’eccesso di
bruttezza, di caricatura, di droga” che circondava la
Bayreuth attuale con i nobili progetti delle opere della
giovinezza.
In un appunto esteso datato 29 maggio 1967 già
Montinari delinea alcuni temi della sua interpretazione. In
questo appunto, la reazione e discussione con Nietzsche
appare più libera e motivata rispetto alla critica della
società presente (il vero livellamento è opera della società
di massa, dei consumi).

Si potrebbe affermare che N è diventato prima spirito libero poi


sempre più decisamente antisociale a causa di un falso (o di uno
sfortunato?) punto di partenza: la socialità che egli cercò sinceramente
di accettare era quella di Wagner [del resto sempre contestata dalla
“inumanità” dell’antichità — l’antichità rappresenta uno dei punti di
rottura verso Wagner proprio nel 1875], ora questa socialità era debole
e ipocrita piena di mille malattie [nazionalismo, antisemitismo,
naturalismo, decadentismo(?)] che N cercò di superare parlando per
esempio di “elementi apparentemente reazionari” in Wagner. Questo
tentativo però [intanto già compromesso dall’avvicinamento, dalla
conoscenza di Dühring, socialista estremamente volgare, per N però
rimasto sempre il simbolo del socialismo] portò N in una situazione che
sentiva insopportabile e culminò nella crisi di Bayreuth, dove N si rese
conto della falsità sua [v. frammento dell’epoca di Za]115 [anche se

115 Si tratta del frammento 4[111] (N VI 1) del novembre 1882-febbraio


1883. In un appunto datato 16 febbraio 1967 così Montinari scrive: “N ha detto
lui stesso in modo assai più rivelatore che tutti i suoi interpreti le ragioni della
sua rottura con Wagner; si noti che ciò che egli ha detto così decisamente non
si trova nelle ragioni da lui stesso addotte (pref. MA II e EH) bensì in un
appunto intimo quasi sconosciuto (pubblicato parzialmente solo nel 1897):
[scritto in un altro momento di profonda depressione?] <Lou>. 2[115] (N VI 1)
Es gab eine Zeit, wo mich ein Ekel vor mir selber anfiel: Sommer 1876. Die
Gefahr des Irrthums, das schlechte wissenschaftliche Gewissen über die
Einmischung del Metaphysik, das Gefühl der Übertreibung, das Lächerliche im
”Richterthum” — also die Vernunft herstellen, und in der größten Nüchternheit,
ohne metaphysische Voraussetzungen zu leben versuchen. ”Freigeist” — ber
altre volte e specialmente subito dopo parla di ideali infranti — in
realtà la diagnosi più esatta è quella dell’epoca di Za. — mentre quella
delle prefazioni di MA è già trasfigurazione, mitizzazione] e, fin troppo
facilmente, della inconsistenza sociale degli ideali wagneriani, mentre
proprio la utopia sociale [citare i frammenti di V II 9!] egli aveva
tentato in tutti i modi di accettare.
N fu dunque onesto con se stesso quando ruppe con la non verità
wagneriana. Agli effetti della sua posizione verso il socialismo, bisogna
tener presente che anche nel periodo wagneriano — durante il quale,
almeno nei momenti di a<desio>ne a Wagner o “utopistici”, egli fu
vicino come mai dopo a una con<cezio>ne socialista — l’intera
impostazione della questione sociale non superò mai la prospettiva
della “compassione” dell’“amore” per gli oppressi, del culto del
“popolo” e questo — proprio per un pensatore come N non poteva non
dissolversi sotto la critica [che si estende a Schopenhauer e alla
religiosità in generale] di N, il quale vuole attingere la verità, l’+
[parola illeggibile — G.C.] [di qui la grande impressione che su di lui
fecero le Ps. Beob. di Rée].
Che gli “oppressi” potessero porsi il problema della loro
oppressione con altrettanto realismo, non passa a N neppure
lontanamente per la testa. Egli riduce tutta la complessità “filosofica”
del socialismo a un chiacchiericcio su “uguaglianza” “livellamento” e
via dicendo. Ora a N sfugge che l’uguaglianza da lui temuta è invece il
prodotto di un capitalismo livellatore. [La nostra realtà attuale è
eloquente in quel senso! se si può parlare di Nievellierung — termine
non nietzscheano ma dei nietzscheani — se ne può parlare con molto
più diritto per la società dei consumi che non per quella socialista!].

Montinari è consapevole fin dall’inizio del suo lavoro a


Weimar, dell’importanza della ricerca sulle letture di
Nietzsche: i suoi primi quaderni di appunti testimoniano
l’interesse per i volumi della biblioteca di Nietzsche ed per
le glosse, di cui inizia la trascrizione. Tra i primi libri presi in
considerazione: Aristokratie des Geistes [1885] di anonimo
(Erdmann Gottreich Christaller), in cui Nietzsche poteva
aver trovato il nome di Marx (citato a pag. 146) (le tracce
ed i segni di lettura però — nota con prudenza Montinari —

mich weg!”. Cfr. d’altronde le numerose indicazioni in questo senso nei


taccuini di VM (estate-autunno 1878). — Qui però è decisivo: Ekel vor mir
selber”.
“L'arte del leggere bene” 117

terminano prima di quella pagina) Gedanken und


Thatsachen di Otto Liebmann (di cui trascrive le glosse),
Guyau, L’irreligion de l’avenir (“molte glosse, purtroppo
danneggiate dal rilegatore”). Si interessa alle glosse
pubblicate da Alfred Fouillée nella traduzione tedesca di
Guyau, Sittlichkeit ohne “Pflicht”, legge Wellhausen, (“con
molte glosse di N. rovinate dal rilegatore) Chamfort,
Dühring, Emerson etc...
Il metodo per la ricerca delle fonti delle citazioni è
molto empirico ma anche l’unico praticabile:

devo prendere i libri di N. e sfogliarli, e stare attento a trovare le


citazioni che ormai mi ronzano tutte insieme dal IV all’VIII volume
(tranne il VI) nel cervello. Veramente anche per il VI ho trovato
qualcosa, soprattutto per la GD [Crepuscolo degli idoli ], nel giornale
dei Goncourt: fonte principe di N. sulla Francia decadente (21
dicembre 1964).

Una lettera del 23 maggio 1967 mostra la scoperta


apparentemente casuale di una fonte — durante una
conferenza di Hahn, nel quadro dell’assemblea generale
della “Goethe-Gesellschaft”, di cui Montinari era attivo
membro — una scoperta in realtà legata alla continua
attenzione e presenza alla mente dei problemi da
risolvere.

Infine per il frammento 11[9] ho scovato una citazione di Goethe,


che avevo cercato inutilmente già per MA I (af 221). Questa citazione
l’ho trovata casualmente: ascoltando una conferenza di Hahn!! Credo
che si possa inserire nella nota che dovrei aver già fatto per il cfr. con
MA 221, là dove si parla di Goethe e dei “barbarischen Avantagen” che
egli avrebbe utilizzato nel comporre il Faust. La nota a 11[9] suona:
“vantaggi barbarici”, cfr. Goethe, Anmerkungen über Personen und
Gegenstände, deren in dem Dialog Rameau’s Neffe erwähnt wird
(1805) sotto la voce “Gusto”.

Ed ancora altri esempi di questo lavoro:


Ieri e sabato non ti ho scritto: in compenso ho lavorato (molto)
sulle citazioni, con risultati magri, perché — come tu sai — si tratta di
un lavoro che, quanto più progredisce tanto più difficile diventa. Ieri
domenica, ho dedicato sette ore, e ho trovato una citazione — assai
ben nascosta — è di Doudan per postumi MA e... 2 sempre di Doudan
per Aurora116; si tratta di citazioni che “non valgono”, ma che
purtroppo sarebbe meglio avere avuto nella nostra edizione italiana:
6[89] e 6[93], quest’ultimo è il famoso “non consilia a casu differo”,
che suona: Les volontés sont si faibles, qu’on dirait que c’est le hasard
qui les pousse. Non consilia a casu differo. [...] Per il VI -VIII ho messo
insieme 15 note + tutti i riferimenti ad una quarantina di passi da
Goncourt Journal, che N. cita in W II 3 [novembre 1887- marzo
1888]117. Le citazioni di Burckhardt sui greci sono impossibili da
trovare, almeno giudico per ora. Emerson è una miniera per tutti i
nostri volumi. Ho già lavorato sullo Emerson-Exemplar 118: tutto
decifrato tranne un passo, su cui ritornerò” (14 dicembre 1964).
Ho messo insieme altre note di W II 3; ma rimangono le vecchie
note da cercare; prima di restituire i volumi presi farò un bilancio
definitivo. I prestiti di N. dai libri che leggeva superano le previsioni,
almeno le mie; per es. tutta la pagina sulla sorte di Goethe in
Germania in WA119 è un insieme di concetti e di dati presi dal libro di
Viktor Hehn e ricuciti — genialmente — insieme. In generale direi che
il lavoro sulle citazioni che è meno importante per le opere edite da N.
in quanto in esse non si trova, se non di rado, la citazione allo stato
puro, è fondamentale per i postumi. Ma è un lavoro che prima di noi
nessuno ha fatto. Per esempio ti ho detto che ho trovato due
“aforismi” della WzM attribuiti a N. che non sono altro che la
traduzione di due passi da Tolstoi e Renan? Bisogna stare attenti (19
gennaio 1965).

116 Si tratta di X. DOUDAN, Mélanges et lettres (Paris 1878), per il framm.


30[150] dell’epoca di Umano troppo umano. Il frammento 6[89] dell’autunno
1880 suona: “Il geometra Ampère: “Je crois que le monde extérieur a été créé
tout simplement pour nous etre une occasion de penser””.
117 Cfr. Frammenti postumi 1887-1888, in Opere vol.VIII, t. 3, p. 322 sgg.
e Note, p. 471.
118 Si tratta di una copia dei Saggi di Emerson in traduzione tedesca
(Versuche, Hannover 1858) che contiene, con glosse e tracce di letture, anche
parecchi frammenti (Cfr. Opere, vol. V, t. 2, pp. 467-70).
119 Cfr. F. NIETZSCHE, Il caso Wagner, in Opere, vol.VI, t. 3, pp. 12-13;
Viktor HEHN, Gedanken über Goethe, Berlin 1887, letto da Nietzsche nella
primavera del 1888 come testimonia il frammento 16 [36] (Opere, vol. VIII,
t. 3, pp. 284-85).
“L'arte del leggere bene” 119

Questa ricerca si era progressivamente allargata a


comprendere tutto ciò che, dalle citazioni implicite ed
esplicite presenti nelle opere, dalle lettere, dalle lettere dei
corrispondenti, dalle testimonianze di contemporanei,
risultava essere stato letto da Nietzsche, fino alla
ricostruzione della sua “biblioteca ideale”. In tal modo, con
un lavoro paziente, l’immagine di Nietzsche è venuta a
poco a poco a definirsi meglio nel suo tempo storico, nella
reazione originale all’ambiente culturale (in particolare la
Francia contemporanea) e a modificarsi contro le
semplificazioni ideologiche e le mitizzazioni storiche.
Storia è complessità e movimento: perciò questo
aspetto della ricerca di Montinari è comunque
consapevolmente lontano ed ostile alla “positivistica”
ricerca delle fonti: non si fa opera di riduzione né nella
direzione di una “filologia” positivistica, né in quella dello
storicismo. In un appunto del 1 aprile 1967 così si legge a
questo proposito:

Nessuna riduzione di N serve a comprendere la sua personalità, il


suo pensiero. — È facile trovare la fonte di molti pensieri di N
(Teichmüller per es.), ma l’elemento plasmatore ordinatore sfruttatore
di questi impulsi rimane N, che aveva certamente un delicato
orecchio, pronto ad avvertire molte cose che agli altri contemporanei
sfuggivano (Bourget, Guyau, ecc. ecc.)
D’altra parte anche per N la riduzione alla “classe” non è valida se
vuole essere esclusiva. Si può dire che N si prestava a essere sfruttato
nella lotta antisocialista; ma esiste una autonomia condizionata [un
marxista adopererebbe la categoria della “relazione reciproca”] del
pensiero che fa sì che la storia cammini, cioè il determinismo non vale
nemmeno per N.

E anche:

Un’analisi storicista [e sono io a dirlo che ho tutti gli strumenti per


farlo] di N non può rendere giustizia al fenomeno N se è solo riduzione
— perciò è un’analisi antistorica (4 maggio 1967).
Questo lavoro è accompagnato dalla consapevolezza di
segnare, rispetto a Nietzsche, una radicale novità. In un
appunto di riflessione su “LE LETTURE DI NIETZSCHE”, così si
legge:

Un capitolo da riscrivere — o meglio se si prescinde dal tentativo


di Andler — da scrivere per la prima volta è quello riguardante le
letture di N.
La bibliografia “cultica” — a cominciare da Gast — non voleva fare
uso di queste fonti preziose per non “sminuire N”.
Quella “filosofica” (Löwith — Jaspers? — Heidegger) l’ha ritenuto
meno importante di certe corrispondenze “ideali” scoperte tra i
pensieri di N e quelli di Hölderlin — Hegel — ecc. ecc.
I “nemici” di N — in prima linea i wagneriani — hanno fatto i
tentativi più accaniti per distruggere la originalità di N, trovando ora
qua, ora là gli autori che lui avrebbe copiato (per es. Bourget).
Ch. Andler unico tentativo — per quanto piatto.
Il culto non aveva bisogno della “critica”, la filosofia evitava il
problema, i nemici avevano troppo bisogno della critica.(26 gennaio
1967)

La riflessione sulle letture di Nietzsche nel loro


rapporto con il testo ha portato anche ad una definizione
nuova e più ampia del problema o almeno al tentativo di
una diversa consapevolezza del suo significato. Su queste
riflessioni dell’ultimo periodo dovremo tornare.

Il risultato scientifico più importante del mio lavoro attuale


all’apparato critico dell’edizione è una lista di circa 200 libri dei quali
Nietzsche direttamente o indirettamente si è occupato tra l’estate del
1882 e l’autunno 1885120.

Così Montinari faceva il positivo bilancio della sua


lunga ricerca sulla sez. VII (gli apparati sono usciti in due
volumi nel 1984 e nel 1986). In generale, l’edizione
italiana Adelphi, l’intera Kritische Studienausgabe (dtv —
München 1980) con i loro già buoni apparati, hanno dato

120 M. MONTINARI, L’onorevole arte di leggere Nietzsche, cit., p. 340.


“L'arte del leggere bene” 121

grossi risultati in questa direzione. La ricerca nazionale,


finanziata dal Ministero della Pubblica Istruzione, su “La
biblioteca e le letture di Nietzsche” (che interessa ancora
le Università di Pisa, Firenze ed Urbino) aveva, nelle
intenzioni di Montinari, come primo obiettivo la
pubblicazione di un catalogo esaustivo delle letture del
filosofo e doveva proseguire con lo studio e la
pubblicazione delle glosse marginali dei libri della sua
biblioteca postuma conservata nell’Archivio Goethe-
Schiller di Weimar. È certo che solo la ricostruzione storica
ed un lavoro di ampio respiro culturale permettono la
sicurezza della definizione del testo e la risoluzione delle
citazioni: è essenziale, dopo la scomparsa di Montinari,
tener presente questo aspetto per il completamento degli
apparati dell’edizione.
Fin dal primo periodo il problema che Montinari si pone,
come abbiamo visto, è quello di una lettura di Nietzsche
non riduttiva.
Ma certamente la riflessione dell’ultimo periodo, con la
scoperta del Nietzsche “francese” che dal 1884 “parla (in
francese) della sua fuga a Cosmopolis”121, con la volontà di
leggere il filosofo nella decadence, dà un ulteriore
spessore e profondità al “fenomeno Nietzsche”. Acquisire
Nietzsche al decadentismo significa che “cambia la nostra
visione sia del decadentismo sia di N”.

La décadence è un momento integrale nella filosofia di N che


relativizza il suo classicismo e la sua volontà di potenza, se queste
ultime posizioni vengono assolutizzate si ha il N dei fanatici e dei
nazisti [appunto datato 21 settembre 1984 ].

121 Sono citazioni da appunti che si trovano in un piccolo quaderno dalla


copertina nera dal titolo “Pêssimismus, Nihilismus décadence in Nietzsches
späten Philosophie.angefangen am 21 November 1983 im Wissenschaftskolleg
zu Berlin e appunti zu GM”. Su questi temi cfr. M. MONTINARI, Nietzsche in
Cosmopolis. Französisch-deutsch Wechselbeziehungen in der europäischen
Décadence, in “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, n. 164, 19 luglio 1986.
Lo stesso studio sulla biblioteca ideale, demolendo il
“concetto filisteo di “originalità””, significa anche andare
molto al di là delle prospettive iniziali dell’edizione: serve
ad uscire da Nietzsche come individuo e a restituirlo come
parte della storia. Questo è bene chiarito in un appunto —
non datato, su un foglietto volante — dell’ultimo periodo.

A che cosa serve la ricerca sulla biblioteca di N? A lanciare un


ponte verso la cultura del tempo di N, la sua (di N) originalità non
c’entra nulla in questa costruzione, si tratta di ricostruire un’atmosfera
omogenea comune a tutti coloro che vivevano operavano e pensavano
nell’Europa di quel tempo. La ricerca sulla BN non serve solo ad
entrare dentro N, ma serve ancor più ad uscirne, per cogliere nessi
generali di storia della filosofia, della politica, della letteratura, della
società in generale. Per isolare (tema della N Forschung) il fermento N
bisogna conoscere il bagno di coltura dove esso ha agito.
7.
DE GRUYTER, EDITORE SCIENTIFICO

La ricerca dell’editore tedesco, pur nell’urgenza di


uscire dal paradosso di una traduzione italiana e francese
condotta su un testo critico ristabilito ma non pubblicato
nella lingua originale, è strettamente legata al rispetto
dell’azione Nietzsche come momento e forza critica
dell’“attualità”, che era all’origine delle intenzioni dei due
amici editori.
Di qui, come risulta dalle lettere, le diffidenze verso
l’editore Beck di Monaco presso cui, a partire dal 1933, era
iniziata l’edizione storico- critica:

Io ti dirò, a proposito, che sono molto molto sfavorevole a


trattative con Beck. Non se ne deve fare nulla secondo me, se non
vogliamo che tutto vada a monte. Quella casa editrice è legata al culto
nazista di N.: per sempre. È una questione, se non altro, di buon gusto,
non essere i “continuatori” della vecchia impresa! (23 ottobre 1962).

Ancora più decisa la diffidenza verso l’editore Kröner:


“Bäumler è tuttora attivo e pubblica le sue introduzioni ai
volumi di Nietzsche presso Kröner” (10 marzo 1964), “il
mio stato d’animo è nettamente ostile a quella casa
editrice: se penso che stampano tranquillamente —
“perché ha un bel titolo” — la Volontà di potenza, mi
prende una gran rabbia” “una sconfessione di Bäumler,
quale noi dovremmo pretendere, non ce la
concederebbero mai” (Weimar 13 aprile 1964), e ancora:
“la nostra edizione sostituisce tutta l’edizione Kröner (cioè
Bäumler)” (23 aprile 1964).
“L'arte del leggere bene” 124

La soluzione matura (dopo vari tentativi: Nijhoff,


Rowohlt, Luchterhand, Insel) con l’interessamento e la
mediazione presso l’editore de Gruyter di Karl Löwith, (“è
risultato che Löwith si è pronunciato così a favore nostro
da definire “una vergogna nazionale” l’eventualità che
l’edizione non si facesse!” — 14 ottobre 1965), che ebbe
modo di apprezzare il lavoro svolto dai due studiosi italiani
in occasione del Colloquio internazionale di Royaumont. In
una lettera del marzo 1967, ricevendo gli Atti di quel
convegno, Montinari ricorda l’importanza di quella comune
“battaglia”:

Stasera ho voglia di scriverti, perciò interrompo il lavoro allo


Zarathustra (che va avanti abbastanza bene). Ho ricevuto da Parigi il
volume dei colloqui di Royaumont122, l’ho subito sfogliato tutto e mi
sono venute in mente tante cose. Il nostro intervento fa un’ottima
figura e la nostra impresa viene citata sia nella premessa sia nelle
conclusioni dell’ineffabile Gilles123. Ho pensato a come, insieme,
abbiamo combattuto bene la nostra battaglia e a come quella nostra
sortita fu decisiva per le sorti dell’edizione. Anche i nostri giorni a
Parigi furono belli.

E, dopo aver alluso alle discussioni in corso tra loro


sull’edizione, continua

La verità è che abbiamo insieme da condurre una lotta difficile,


nella quale è inevitabile che nascano scontri e che, per il nostro stesso
carattere, viene condotta da ognuno in modo diverso. Ma lo scopo è

122 Aa. Vv., Nietzsche, Cahiers de Royaumont VIIe colloque. 4-8 Juillet
1964, Les Édition de Minuit, Paris 1967. La relazione di Giorgio Colli e Mazzino
Montinari, Etat des textes de Nietzsche, trad. di H. Hildebrand et A.
Lindenberg, si trova a pp. 127-40. Di questo scritto esiste una traduzione
italiana parzialmente rielaborata, Stato dei testi di Nietzsche, in “Il Verri”, n.
39-40, novembre 1972, pp. 58-68 ed una spagnola in “Eco. Revista de la
cultura de occidente”, tomo XIX/5-6-7. J. 125, settembre, ottobre, novembre
1969, p. 735-753 (trad. di Carlos Rincón). Questo numero contiene anche
un’intervista a Mazzino Montinari.
123 Ivi, Avant-propos, p. 7, e G. DELEUZE, Conclusions, Sur la volonté de
puissance et l’éternel retour, p. 275.
comune. E io mi considero fortunato principalmente perché ho te come
amico (3 marzo 1967).

Il “colloquio di Royaumont” appare subito a Montinari,


che cerca di convincere Colli, restio a far pubbliche
apparizioni in Convegni per lui comunque di sapore
accademico, un’occasione unica, da non perdere, per far
conoscere al pubblico internazionale il lavoro all’edizione e
la sua rilevanza, anche con la finalità di trovare il
necessario editore tedesco. Nelle lettere si leggono questa
consapevolezza e il determinato entusiasmo che Montinari
cerca di comunicare all’amico.
Può accadere in una situazione di isolamento e di
faticosa e deludente ricerca di un’editore tedesco, che
siano immaginati più nemici di quanti ve ne siano in realtà
(è il caso di Karl Löwith, che sarà invece determinante per
la realizzazione del progetto): Montinari pensa al convegno
come ad una battaglia da combattere e prepara, a
tavolino, i piani di guerra. Voglio riportare per esteso parti
di questa significativa lettera in cui si parla anche del
preteso “ultimo aforisma” della Volontà di potenza e della
sua effettiva datazione, che in realtà precede la stessa
decisione di Nietzsche di scrivere un’opera con quel titolo.

Non so, se, come hai scritto a Sossio, l’articolo di Löwith 124
rappresenta la prima fase dell’attacco dell’accademia tedesca contro
l’edizione, certo è che Löwith, attraverso le critiche contro Podach,
dimostra di non aver nessun piacere che l’edizione si faccia. Per forza!
Ho letto qua e là il suo libro 125 — che del resto non è affatto da buttar
via —: la premessa tacita di esso è che si possa parlare di un’opera di
Nietzsche dal titolo WzM e, in generale, che i testi pubblicati

124 Si tratta della recensione di Karl Löwith ai due libri di E. PODACH,


Friedrich Nietzsches Werke des Zusammenbruchs, Heidelberg 1961 e Ein Blick
in Notizbücher Nietzsches, Heidelberg 1963, in “Die Neue Rundschau”, 75,
1964, pp. 162-68.
125 Si tratta di K. LÖWITH, Nietzsches Philosophie der ewigen Wiederkehr
des Gleichen, Stuttgart 19562, trad. di Simonetta Venuti, Nietzsche e l’eterno
ritorno, Laterza, Roma-Bari 1982.
“L'arte del leggere bene” 126

dall’Archivio Nietzsche siano esatti. Mi ha colpito, tra l’altro, il fatto che


Löwith, parlando alla fine dell’articolo con malignità degli errori di
Podach (— ce ne sono ben altri, purtroppo, come ho costatato in questi
giorni), citasse l’“ultimo aforisma” della Volontà di potenza. Questo
“ultimo” aforisma — cui nel suo libro sono dedicate varie pagine e che
continuamente è citato come “ultimo” (tra l’altro se ne è occupato
anche Klages) — io l’ho collazionato e trascritto proprio in questi
giorni, e la sua data è... luglio 1885 (data certissima). Intanto è
arrivato l’invito ufficiale per Royaumont; avrai visto dalla lista dei
partecipanti che saranno presenti sia Böhm che Löwith. Deleuze ha
accluso all’invito il biglietto che ti spedisco. Ci propone di dirigere una
“tavola rotonda” sulle questioni dei testi di Nietzsche e — cosa ancor
più notevole — Wahl ci chiede, attraverso di lui la nostra opinione
personale su un invito a Schlechta. Mi pare che non possiamo dire
altro se non che non abbiamo nulla da obiettare a tale partecipazione,
perché, sebbene il nostro giudizio sull’edizione della WzM sia negativo,
ci siamo espressi positivamente sulla questione delle lettere come è
stata posta da Schlechta nella sua edizione, e d’altra parte l’invito a
Schlechta è una questione che non ci riguarda. Se poi si trattasse di
una sfida mascherata non possiamo fare a meno di accettarla — e
forse dovremmo dire che “invitare Schlechta ci sembra una buona
idea”! — Dunque il mio parere è: 1) dobbiamo andare a Royaumont,
anche se dovremo aspettarci un ambiente sgradevole, 2) dobbiamo
accettare la direzione della “tavola rotonda” 3) dobbiamo preparare
una relazione, da annunciare subito a Deleuze e da spedire una
quindicina di giorni prima, con la preghiera di farne un certo numero di
copie a cura della segreteria dei “colloqui” come materiale di studio
per la nostra “tavola rotonda”. Contenuto della relazione dovrebbe
essere secondo me a) una breve notizia sull’edizione (tipo Bericht) b) il
problema della WzM, trattato in base ai testi e a larghi esempi,
tenendo conto dei due indici di Nietzsche, cioè non solo la rubrica, ma
anche i 58 numeri che si trovano in N VII 3. In questo modo,
enunciando solo fatti, facendo esempi, discutendo le varie questioni e
“il modo tenuto” dai redattori di GA, nonché da Schlechta,
dimostrando che non si può neppure dare il nome di WzM ai testi di
W II 1-3 (Böhm)126 — in questo modo otterremmo di sventare la
manovra di Löwith in una discussione aperta. La relazione dovrebbe
essere scritta in tedesco, e — se sei d’accordo — potrei prepararne io

126 Cfr. R. BOEHM, Le problème du Wille zur Macht, Oeuvre posthume de


Nietzsche. À propos d’une nouvelle édition (F. Nietzsche, Werke in drei
Bänden, hrsg. von K. Schlechta), in “Revue philosophique Louvain”, 61, 1963,
pp. 403-34.
qui una stesura corretta da arricchire sia mentre sono qui, se trovi
esempi di deformazione in W I 1-2, sia in Italia. Vorrei che tu fossi
d’accordo e che tu pensassi che un compito del genere,— dato il mio
carattere, — esalta invece di diminuire la mia capacità lavorativa —
dunque nessun danno per il lavoro in corso, sì invece un maggiore
impegno, una maggiore elaborazione critica che non può che giovare
all’“insieme” del lavoro. La nostra relazione troverà certamente una
sede di pubblicazione, e da Parigi sarà proposto su scala internazionale
il problema di una seria edizione di Nietzsche. Per tutti gli altri
problemi che potrebbero venire agitati in sede di “tavola rotonda”, io
ho solo un po’ di incertezza — specie se ci fosse Schlechta — sulle
opere giovanili, per il resto abbiamo i nostri volumi già fatti. Ti
prometto un tono estremamente oggettivo e filologico, e anche misura
verso tutti, compreso Elisabetta e... Löwith [...].
Tra i partecipanti ci sono, di persone a me note: Biser, il prete
amico di Podach (“Dio è morto”), l’americano Reichert, amico di
Schlechta, Schaeffner, il curatore francese delle lettere a Gast.
Massolo lo conosco solo di nome. Vattimo chi è?127 (10 maggio 1964).

Nella lettera successiva Montinari torna sul tema


mettendo in luce la possibile occasione di interessare
qualche editore tedesco al lavoro di Weimar.

Prima di tutto vorrei tornare sulla questione della tattica da


adottare a Royaumont. In questi giorni ho riflettuto ancora, e, per
quanto riguarda la nostra relazione — o meglio la relazione che ti ho
proposto di fare —, sono dell’idea che sia molto più opportuno non
mandarla in anticipo, ma leggerla semplicemente, presentarla durante
le discussioni sulle questioni testuali. Non ci conviene affatto che gli
altri sappiano quello che vogliamo dire e che, per così dire, siano
immunizzati in anticipo, o comunque prevenuti e “informati”, a
proposito di tutto quanto abbiamo da dire. Importante mi sembra,

127 E. BISER, “Gott ist tot”. Nietzsches Destruktion des christlichen


Bewusstseins, München 1962, Herbert W. Reichert, autore, con Karl Schlechta
della International Nietzsche Bibliography, Chapel Hill 1960, 19682, al
convegno di Royaumont tenne una relazione dal titolo: Nietzsche et Hermann
Hesse, un exemple d’influence; A. Schaeffner, ha curato le Lettres a Peter
Gast, (con una lunga introduzione), Munich 1957, Paris 1981 2. Dagli Atti non
risulta la partecipazione al convegno di Arturo Massolo, G. Vattimo al
convegno tenne la relazione, Nietzsche et la philosophie comme exercice
ontologique.
“L'arte del leggere bene” 128

insomma, che siamo noi ad avere in mano le cose, che noi


determiniamo l’oggetto delle discussioni sull’edizione. Perciò penso
che dovremmo semplicemente annunciare a Deleuze che
presenteremo una relazione sulle questioni del Nachlaß 1883-1888.
Sono sempre più convinto dell’importanza capitale di questa nostra
prima comparsa in pubblico, e tormentato dall’idea che dobbiamo
prepararci, che dobbiamo sfruttare questa occasione.... Scopo della
relazione dovrà essere soprattutto quello di dimostrare, in una sede
autorevole, la necessità della nostra edizione, e così favorire la
“scoperta” di un editore tedesco. Sono impaziente di sapere il tuo
parere su tutta la faccenda, e che tattica hai in mente di seguire
(Weimar, mercoledì 13 maggio 1964).

Ancora nel 1979, in un ricordo dell’amico scomparso,


storicizzando l’importanza, per l’edizione, di quel convegno
internazionale, Montinari scriveva:

Attuare l’edizione fu materialmente possibile con il risvegliarsi


dell’interesse per Nietzsche in Francia, all’inizio degli anni sessanta;
ma io ricordo come ci divertimmo, Colli ed io, quando, invitati a parlare
del nostro lavoro al convegno di Royaumont su Nietzsche (luglio 1964),
salimmo in incognito sull’autobus che da Parigi doveva portarci
all’abbazia, e sentimmo un noto studioso universitario italiano di
Nietzsche balbettare una qualche risposta imbarazzata alle domande
insistenti di un collega francese; questi chiedeva spiegazioni sul fatto
inaudito che italiani ignoti si fossero messi in testa di fare l’edizione di
Nietzsche128.

Nell’intervento Etat des textes de Nietzsche, viene


fuori ancora una volta l’atteggiamento scientifico di
Montinari: l’importanza della nuova edizione non viene
fatta emergere da un aprioristico, dettagliato quanto
astratto piano di pubblicazione, che scenda fino agli ultimi
particolari, né da puntigliosi e difensivi criteri metodologici,
né da una grande discussione di principio sull’importanza o
meno del Nachlaß, quale si era sviluppata polemicamente
da parte degli “amici della leggenda di Nietzsche” dopo
128 M. MONTINARI, Presenza della filosofia. Il significato della filosofia di
Giorgio Colli, in “Rinascita”, n. 7, 16 febbraio 1979, p. 42.
l’edizione Schlechta. I pochi, saldi criteri metodologici sono
accompagnati da una serie di concreti risultati da esibire
(omissioni rilevanti, errori di lettura, frammenti non
pubblicati, il grave arbitrio della compilazione dell’“Ouevre
principale” da parte dell’Archivio, etc.) tali da togliere ogni
dubbio sui limiti e l’impraticabilità, per lo studioso, delle
precedenti edizioni, compresa quella Schlechta.
Nel mese di aprile del 1965 i primi contatti “scientifici”
con la casa editrice de Gruyter si hanno attraverso la
mediazione di Karl Pestalozzi che dirigeva presso l’editore
tedesco una collana di teatro. “A Weimar è venuto un dr.
Pestalozzi, svizzero tedesco che lavora all’università di
Berlino ovest. Sta facendo un lavoro sul Nachgesang di JGB
[...] il suo scopo è ben delimitato; pubblicherà tutte le Vs di
quella poesia” (23 Aprile 1965). Fin dal primo incontro
Montinari ha dello studioso svizzero, destinato a diventare
un suo grande amico, una “grande impressione di onestà e
freschezza”. La buona impressione suscitata in Pestalozzi
dalla mole e dalla qualità del lavoro fatto a Weimar,
favorisce il procedere delle trattative.
Il contratto con de Gruyter, editore “scientifico”, viene
salutato da Colli e Montinari con grande soddisfazione.
Heinz Wenzel, direttore della sezione umanistica della de
Gruyter, è la persona che, compreso il valore e la portata
dell’edizione, l’ha sostenuta con la più grande energia
(“Ieri ho rivisto Wenzel, che mi ha ripetuto essere
l’edizione di N. la più importante impresa della casa
editrice in questo campo per i prossimi 10 anni” — 6
ottobre 1965)129. In un “memorabile viaggio a Berlino”, in
129 Montinari riconosce a Wenzel “interesse non solo editoriale, ma di
fondo, che — come è tornato a dirmi — lo ha indotto in dicembre a lottare
molto duramente con il vecchio von Cramm e a riuscire ad imporre, dopo fasi
anche drammatiche, l’edizione, che egli considera l’impresa più importante di
de Gruyter per i prossimi venti anni” (8 giugno 1966). Inoltre viene fuori anche
il pronto interesse di Wenzel per il progetto delle lettere “ho detto che noi
faremo senz’altro le lettere, lui vuole immediatamente dopo la firma del
contratto presentare il progetto nella riunione del “giovedì”, quando da de
“L'arte del leggere bene” 130

incontri con Wenzel e Pestalozzi, Montinari discute e


definisce i criteri dell’edizione e degli apparati. “Infine
Wenzel nell’entusiasmo della serata a casa sua, ha
proclamato che già tra un anno ci sarà il primo volume de
Gruyter dell’edizione”. Fin dall’inizio, con Karl Pestalozzi e
Wolfgang Müller-Lauter si stabiliscono immediati rapporti
non solo di cordiale amicizia e stima, ma anche di attiva
collaborazione e di consulenza per il lavoro agli apparati
tedeschi a cui portano il loro contributo di “correzioni,
dubbi, proposte” (1 agosto 1966).

Gruyter si discute sul lavoro. Gli ho detto anche che noi vediamo ora la
possibilità di fare tutte le lettere e questo gli ha fatto piacere. Mi ha chiesto
infine di fargli una brevissima relazione, centrata soprattutto sopra il numero
delle pagine, perché questo sembra essere il dato più importante per quella
riunione”. In un incontro del 9-10 luglio questa ipotesi si rafforza e si
concretizza ulteriormente. Nel settembre Montinari presenta una relazione
scientifica sulla Gesamtausgabe der Briefe Nietzsches che trova la piena
approvazione di Wenzel. Nel dicembre-gennaio 1969 i primi due volumi delle
lettere sono approntati.
8.
“GLANZ UND ELEND DER PHILOLOGISCHEN ARBEIT”

Nel suo Ricordo di Giorgio Colli, Montinari afferma: “A


partire più o meno dal 1967 Giorgio Colli ritiene conclusa
per l’essenziale la sua terza grande iniziativa di cultura
rivolta verso il pubblico: l’“azione Nietzsche””. Colli si aprì
ad altri progetti filosofici e filologici, di grande importanza
e rilievo che caratterizzano i suoi ultimi anni di attività.
Come Montinari ha affermato, col nascere dell’edizione
critica tedesca il lavoro specifico agli apparati viene da
Colli affidato a lui. Il carteggio e il materiale postumo
pubblicato dal figlio Enrico mostrano il crescere in Colli
della volontà di un lavoro personale 130 alla definizione di un
proprio sistema filosofico e di conseguenza, pur portando
avanti l’edizione con costanza quotidiana, Colli manifesta
inquietudine e insoddisfazione per un lavoro
“interminabile” agli apparati, che gli appariva condotto con
un “eccesso di scientificità” dall’amico.
Il procedere del lavoro sui manoscritti provoca in
Montinari la ricerca e la maturazione di criteri e soluzioni
sempre più adeguati, con sempre maggiore
consapevolezza delle difficoltà da superare. Già nella
130 Cfr. ad esempio G. COLLI, La ragione errabonda. Quaderni postumi,
cit., p. 601, dove già alla data 14 dicembre 1966 Colli manifesta la volontà di
impegnarsi in altre direzioni: “Altre idee si affacciano: è aperta l’idea di fare
anche le “Lettere” di Nietzsche. Mazzino è a Berlino fra qualche giorno per
riprendere le trattative con de Gruyter. Ma questo progetto non mi
entusiasma. Un altro si è affacciato, sino al novembre 1965 (iniziativa di
Luciano [Foà], poi lasciato cadere perché troppo impegnativo. È
un’enciclopedia del mondo antico: l’idea ha ripreso vigore il mese scorso —
adesso m’attrae —”.
“L'arte del leggere bene” 132

primavera del 1964, un anno giudicato decisivo per le sorti


dell’edizione, in cui molto lavoro d’archivio viene
accumulato131, l’incontro col materiale preparatorio di
Zarathustra esalta la possibilità di fare un apparato di
grande rilievo:

Caro Giorgio,
la prima settimana di lavoro è finita. Come già ti ho scritto, la
serie ZII è dominabile: a parte Z II 5, che ha un po’ di materiale
postumo, Z II 6, 7, 8, 9, 10 sono importanti solo per 1) poesie (Z II 6 e
7) e per le varianti di Zarathustra IV. Alla fine della prossima settimana
dovrei aver finito la serie, dato che — sia pure per ora
descrittivamente, cioè senza stesura di apparato — ho già cominciato
Z II 8. I postumi di Z II 5 sono tutti collazionati. La maggior parte del
materiale postumo è in WI (e nei taccuini!!!!). Io sono ottimista, e — se
le mappe non riservano sorprese — dovrei superare il programma che
abbiamo fatto. Ho letto quasi tutto Za IV; ne ho ricevuto una forte
impressione. Il nostro apparato allo Za. dovrebbe essere una cosa
“sensazionale”; ma, a parte la “sensazione” penso sia proprio
importante farlo molto vasto — a questo penso in particolare; vorrei
avere una “buona idea” organizzativa. Per Za IV le cose stanno meglio
che per le altre tre parti perché c’è anche il Dm. Ti informerò di quel
che mi viene in mente in proposito” (14 marzo 1964).
Lo Za. IV mi tiene occupato con sentimenti opposti (l’ho letto e
riletto tutto). (24 marzo 1964)

In una lunga e appassionata lettera (“perdona


l’irruenza di questa lettera, ma essa rispecchia solo
pallidamente il mio stato d’animo e la mia volontà di fare”)
della Pasqua del 1964, Montinari entra più nel merito del
lavoro concreto per gli apparati e della necessità di un

131 “Un anno fa, il 23 dicembre, abbiamo finito il IV volume. Pensare che
nell’anno trascorso non abbiamo consegnato nulla mi dà lì per lì un senso di
disagio; ma proprio domenica, facendo la rassegna sommaria del nostro lavoro
mi dicevo che abbiamo fatto molto e che abbiamo fatto bene a lavorare noi
due. Credo che anche tu domini questa volta il lavoro nel suo insieme più che
in passato; per me è così. Dunque il 1964 non ha visto nessun volume pronto;
ma fermarsi a questa esteriorità sarebbe un errore. Il 1965 vedrà un bel po’ di
volumi fatti; ma le basi le abbiamo gettate nel 1964”. Questo il bilancio
consapevole in una lettera del dicembre del 1964.
sforzo intenso e comune per “dominare” insieme i
complessi problemi, perché l’anno “terribile” — come era
stato definito da Colli — diventasse in realtà quello “più
bello” per l’edizione.
Riportiamo buona parte della lettera che ci permette di
entrare nel laboratorio di un grande “artigiano” e di
misurarne anche l’inventività pratica necessaria e
adeguata alle singole situazioni.

Weimar, Pasqua 1964


Caro Giorgio,
spero che, mentre io ti scrivo in una Weimar tutta bianca di neve,
tu sia in qualche città della Spagna, forse a Siviglia, e goda di un po’ di
sole e di cose insolite e meridionali. Io, per me, sto bene qui, nel nord
freddo e ospitale, nella mia Weimar132.
Per il nostro lavoro sono ottimista e ti dirò perché. Il lavoro è
andato avanti bene in questi 18 giorni di archivio, e tutto sommato
senza grandi sforzi. Questi sono i risultati:
1) la decifrazione di Z II 5-10 è terminata. Adesso si tratta di
passare alla trascrizione, e ciò avverrà non appena avrò risolto alcuni
problemi cronologici, che per questo gruppo di manoscritti (poesie
dell’84-85 e Za IV) sono di natura particolarissima: N infatti ha
adoperato contemporaneamente quasi tutti questi quaderni, le Rs di
quasi tutti i capitoli sono sparpagliate in tutti; in tutti si trovano
redazioni anteriori, in sé concluse, di molte parti di Za IV, che
naturalmente vanno pubblicate per intero anche a costo di ripetizioni,

132 Nel carteggio tra i due amici assume quasi una valenza filosofica ed
esistenziale il confronto tra il Nord, con il suo freddo, sentito da Montinari,
quasi una utile terapia (“le temperature hanno toccato a Weimar i 27 sotto
zero: tempo magnifico per la parte polare della mia anima!”) e l’assolato Sud
(l’Italia, ma anche le mete di alcuni viaggi di Colli: la Grecia, la Spagna e la
Sicilia). Così Colli in una lettera del 26 luglio 1965: “In Sicilia mi sono
abbastanza stancato, per il caldo e le molte cose viste. Però ho avuto
impressioni intense e varie. In questi paesi meridionali, come in Spagna e in
Grecia, si ha un senso più forte del passato (e non solo per i resti
dell’antichità), e addirittura dell’immutabilità delle cose. Adesso ci sono molte
automobili anche in Sicilia, ma risultano più accidentali che nei paesi nordici.
Lo stimolo all’azione non solo si spegne, ma sembra vanità. Quindi il sud è
anche un pericolo, almeno per me. Le rovine di Selinunte sono state una delle
impressioni più forti. Templi colossali crollati tutti assieme in un terremoto, con
le colonne coricate l’una sull’altra”.
“L'arte del leggere bene” 134

perché così hanno un senso, mentre mutile, come si trovano in GAK XII
e GA XII e XIV, sono frammentazioni arbitrarie. Il problema è di
vederne la successione cronologica, e — questo è il bello — ciò è
senz’altro possibile per mezzo di criteri interni (per esempio il
“Wanderer und Schatten” è in tutta una serie di brani il “guter
Europäer”, oppure il capitolo “Vom höheren Menschen” era dapprima
una specie di finale, un “Rundgesang” e così via). Probabilmente si
dovrebbe mirare a stabilire le due o tre redazioni di Za IV e riportarle
nei frammenti postumi prescindendo dal criterio, che in questo caso
sarebbe meccanico, dei quaderni considerati di per sé. Mi pare che
non dovremmo essere dogmatici fino al punto di ripetere la
numerazione ogni volta che si cambia quaderno per ragioni
cronologiche, bensì adottare magari una numerazione unica per tutto
il gruppo Z II. La descrizione pagina per pagina servirebbe poi a dare
un’idea della distribuzione del materiale in questi quaderni.
2) Ho collazionato, a casa, l’Erstdruck di Za IV con la copia
xerografata. Le differenze sono minime. Perciò io penso che non sia
necessario far microfilmare lo Ed per poi farlo sviluppare e quindi di
nuovo xerografare. Tutto denaro che possiamo risparmiare,
xerografando la GA e riportando le correzioni dell’Ed. La ragione delle
poche differenze che ho trovato è che N stesso ha scritto il Dm di
Za IV, e questo Dm è conservato (a differenza di quelli delle altre parti
dello Zarathustra). Media della collazione 20 pagine l’ora.
3) Ho collazionato in archivio anche il Dm, naturalmente dopo la
collazione dell’Ed con Ga. Per facilitare il lavoro, ho preso due grossi
quaderni sui quali ho incollato, ogni due pagine, una pagina di testo
xerografato. Le differenze Ed-Ga sono segnate in rosso, quelle Dm-Ed
in verde. Nelle pagine a fronte ho trascritto tutte le varianti del Dm,
per lo più passi cancellati. Le differenze (cioè punteggiatura, grafia,
parole sostituite) le ho riportate nella pagina dove era incollato il testo,
con il metodo della correzione delle bozze. La collazione del Dm ha
richiesto non più di 9 ore.
Ti chiederai perché ho sentito la necessità di fare un lavoro che
non era previsto. Il fatto è che non è possibile lavorare a questi
quaderni senza conoscere bene lo Za IV. (Anzi, ho pensato che tutto
sommato anche per gli altri volumi avremmo fatto molto meglio a fare
noi queste collazioni, non perché Sossio le ha fatte male, tu sai che le
ha fatte benissimo, ma: potresti dire di conoscere bene i testi su cui
hai lavorato come sarebbe stato necessario? Io non lo posso dire per
nulla affatto. —) Inoltre sarebbe sbagliato non preparare fin da ora
l’apparato dei testi editi, con cui di volta in volta abbiamo a che fare.
Se pensi al poco tempo che tutto questo richiede e alla maggiore
tranquillità che ne deriva per aver fatto noi il lavoro, mi pare che
varrebbe la pena che anche tu facessi la collazione ED -GA di Za I II III
(i Dm non ci sono!). Le schede, almeno per Za IV, si sono rivelate di
utilità relativa, solo in casi di sentenze sparpagliate servono. Ma ora ho
intenzione di riportare tutte le varianti nelle pagine a fronte del testo
duplicemente collazionato Per JGB le schede saranno senz’altro più
utili. Quando tornerò basterà riportare le tue schede riguardanti Za IV
nei miei quaderni, e l’apparato sarà pronto. Importante sarebbe, per
non stare a fare due volte il lavoro, stabilire la numerazione definitiva
delle pagine dell’VIII volume. Penso che si possa fare. E se accetti di
non microfilmare lo Ed di Za IV, io potrei già mettere i numeri definitivi
di pagina e di riga a tutte le varianti, e così pure tu....

Proprio sugli apparati di Zarathustra si sviluppa la


prima discussione con Colli che fissa il suo criterio nella
risposta alla lettera di Pasqua. “Io ci tengo moltissimo che
tu mantenga il tuo sacro fuoco, ma devi permettermi di
incanalarlo un poco, e concedermi una capacità di
freddezza costruttiva nella visione d’insieme”.
Ecco il metodo proposto da Colli:

a) per le Vs primitive trascurare le varianti di parole, o anche di


Wendungen diverse che non contengano elementi nuovi, riportare le
cancellature solo in casi determinati. b) per le Vs più evolute, tipo Rs,
riportare le varianti anche meno importanti, guardandosi però dal
segnalare tutto, con un apparato tipo antichità classica — Anche
nell’idea di non seguire i singoli Ms come unità e restaurare attraverso
vari Ms redazioni primitive mi sembra che bisogna procedere con una
certa cautela — Spesso queste redazioni primitive non sono altro che
semplici Vs (12 aprile 64)133.

133 E la polemica sugli “apparati”, legata ad una diversa concezione


dell’edizione, si sviluppa e continua, esplodendo di quando in quando, fino al
chiarimento definitivo. Ancora nel novembre del 1967 Colli scrive all’amico:
“per ora riprendo la polemica sull’"apparato": mi pare che tu ti preoccupi più
di reprimere le tue sempre ricorrenti “ire” contro di me, che di cercare di trarre
giovamento dalle mie critiche. Su un punto però mi troverai irrevomibile: nel
non accettare in tutti gli apparati futuri, a cominciare da M e FW, tutte le
varianti che a suo tempo eravamo rimasti d’accordo di non segnalare...” (28
novembre 1967).
“L'arte del leggere bene” 136

Sembra che Colli, più interessato ai contenuti filosofici


del testo, non colga, come filologo, la specificità del
linguaggio “poetico” dello Zarathustra e quindi
l’importanza delle varianti stilistiche e di singole parole. In
una lettera del 28 dell’ottobre del 1968, quando il
chiarimento è avvenuto ed il lavoro all’edizione italiana
dello Zarathustra è molto avanzato, Montinari fa rapide e
interessanti considerazioni sulle varianti di Za III.

Caro Giorgio,
riemergo oggi dalle visioni e dalle ebbrezze di eternità del terzo
Zarathustra: pur nel risparmio di varianti dell’edizione italiana, le mie
annotazioni per questa parte sono venute 21 pagine (in tutto,
l’apparato è ora a 52 pagine, manca il quarto). Spero di aver fatto un
lavoro utile. Certe lunghe varianti introducono forse più del testo nella
passione di Nietzsche. Forse questa parte di Zarathustra è la più
“lirica” e la meno didascalica. Il quarto Zarathustra mi sembra di tono
meno ispirato (a parte i “ditirambi” e il capitolo estatico del
“mezzodì”).

L’edizione di testi poetici comporta criteri specifici e


nuovi che Montinari vuol chiarirsi:

Il mio lavoro va abbastanza bene, dopo W II 10, Z II 7, Z II 5 sono


alle prese con Z II 6, che è, insieme a ZII 5 e W II 10, il manoscritto più
importante per le poesie. Parallelamente, dopo il lavoro in archivio, mi
occupo dei problemi di edizione e di apparato delle poesie. Così ho
ripreso in mano l’apparato dell’edizione Beißner di Hölderlin134 e sto
leggendo un po’ di letteratura sull’argomento. In base all’esperienza
che abbiamo fatto insieme, tutti i discorsi dei filologi mi sembrano
assai più facili di quando all’inizio demmo quell’occhiata al Beißner.
Senza esagerare nelle minuzie, penso che l’apparato delle poesie (e di
Zarathustra) debba essere più ricco che non quello degli aforismi e
frammenti. Ma ti scriverò in proposito quando avrò formato una mia
opinione sul problema generale e su quelli che N in particolare
presenta. Del resto mi piace avere a che fare con queste questioni! (6

134 Friedrich Beißner, nell’edizione “stoccardese” di Hölderlin,


aveva introdotto il cosiddetto apparato genetico (F. HÖLDERLIN, Sämtliche
Werke, Kohlhammer, Stuttgart, 1946-1985).
maggio 1965)

Il lavoro all’“eterno apparato” dello Zarathustra sarà


ripreso, intensamente, e continuato, con altri lavori, da
Montinari per tutto l’anno 1967 in parallelo alla traduzione
italiana e poi per l’apparato francese di Gallimard (1968).
“Quanto al mio lavoro, intendo liquidare al più presto
l’apparato dello Zarathustra, passando subito alla stesura
definitiva, a macchina” (8 gennaio 1967).
E con il lavoro all’apparato riemerge la polemica:

Continuo a lavorare a un ritmo soddisfacente. Per i recuperi di


varianti mi limiterò all’essenziale (molto è già stato fatto nelle revisioni
passate). L’apparato di Zarathustra prende forma nella sua
complessità — ma perché parlarti di queste cose? In fondo per te
sarebbe meglio se avessi già finito tutto, battendo una dopo l’altra le
schede, per le parti 2 e 3, e arrangiandomi per tutto l’insieme, senza
preoccuparmi dei nessi intricati e difficili tra i postumi e l’edito... (25
febbraio 1967).
I giorni passano e io mi vado sempre più immergendo non solo
nell’apparato (sul quale rimando ancora a una prossima lettera
filologica notizie e problemi) ma anche nelle idee e nel mondo dello
Zarathustra. Devo dire che per me il lavoro a Nietzsche rimane sempre
la cosa che più di tutto mi dà forza e persino piacere di vivere. Certo
ho i miei periodi di opacità, ma per fortuna ora non sono opaco. Ho
invece l’impressione che tu ormai senta il lavoro all’edizione come un
grave peso, che — per il tuo carattere forte — ciononostante tu lavori
con grande intensità, che forse lo stato di grazia speculativo di alcuni
mesi fa non ti sia più di aiuto, che tu sia stanco e teso (7 maggio
1967).

Ed ancora al centro della lettera successiva è il lavoro


per l’apparato:

Ti scrivo dopo un’altra giornata tutta di Zarathustra; da un paio di


settimane mi occupo esclusivamente di questo apparato, che è
praticamente finito per Za I e II, se non ci fossero certe cose da
sistemare nei postumi. Devo dire però che oramai domino tutta la
situazione, solo per Za III non ho ancora idee chiare. Devi avere ancora
“L'arte del leggere bene” 138

un po’ di pazienza — poi spero di presentarti un lavoro buono e


definitivo, insieme a tutte le riflessioni e le annotazioni tecniche.
Lavoro sempre a casa, anche dopo cena fino alle 11, ma anche fino
all’una come da tre giorni; questo però non devo farlo (di lavorare fino
all’una) perché altrimenti non riesco a dormire, nonostante i sonniferi.
Per fortuna sono veramente in forma e come invasato dal lavoro a
questo apparato, che mi appassiona e dal quale però dovrò staccarmi,
almeno in parte, per una settimana per l’impaginato e inviare
l’apparato di tutto il IV volume a de Gruyter (15 maggio 1967).

Il lavoro all’apparato al IV volume dell’edizione de


Gruyter procede di pari passo alla traduzione ed edizione
italiana dello Zarathustra: le notizie all’amico su questi
lavori si intrecciano135, come pure le informazioni sulla
personale, nuova approssimazione a quest’opera di
Nietzsche:

Il capitolo su Zarathustra è rimasto incompiuto. In esso voglio


dimostrare che tutto lo Zarathustra è volutamente antipoesia e oltre
che l’antipode di un’opera d’arte anche l’antipode di un “libro sacro”.
Insomma un mezzo espressivo assolutamente personale e
estremamente duttile, che N si era forgiato per dire ciò che aveva da
dire senza il “peso” della dimostrazione razionale. Quanto alla
posizione verso la cosiddetta poesia (o arte), io penso che N nello
Zarathustra abbia distrutto volutamente ogni canone anche del
135 L’appassionato approfondimento filologico dei problemi e della
genesi dello Zarathustra, legato alla consapevolezza di una nuova lettura di
quest’opera, sarà una costante della attività di Montinari: con la intelligente
collaborazione di Marie-Luise Haase, vi lavorava ancora nei mesi precedenti la
sua scomparsa. Nel suo soggiorno di studio a Parigi, nell’ottobre del 1986, da
cui era tornato carico di nuova energia ed entusiasmo, molte le cose intraviste
e da approfondire, le scoperte filologiche che allargano il “testo”di Nietzsche, i
nessi culturali da indagare. Un solo esempio per tutti: la tematica dell’uomo
superiore del IV libro di Zarathustra — opera quanto mai ardua e di facile
fraintendimento presso i “devoti” e gli apocalittici. Gli appunti di Montinari
mostrano come quest’opera “ultratedesca” e mitica — nella tradizione
interpretativa — abbia non pochi riferimenti alla cultura degli “psicologi
francesi”, come, in particolare il termine tecnico “uomo superiore”non si possa
intendere nel suo significato, se non si tengono presenti le contemporanee
formulazioni di Taine, Renan, Bourget, Brunetière, dei Goncourt etc. come la
critica alle molte maschere della decadenza negli uomini superiori del IV
Zarathustra non si comprenda senza questo sfondo.
cosiddetto buon gusto. Tutto è serio, terribilmente serio e Zarathustra
non è un un poeta (anche se forse vorrebbe esserlo) (30 luglio 1967).

Questa interpretazione dovrà essere approfondita: nel


frattempo riporto, nella terza parte, alcuni appunti del
periodo, da Montinari stesso raccolti e battuti a macchina,
che servono ad orientare su alcuni momenti di questa
lettura dello Zarathustra.
Dietro l’atteggiamento forte di Colli (la “scuola dura”)
emerge sempre il saldo affetto e la grande stima per il
filologo di cui spesso si fa allievo: “spero che la mia
“descrizione” ti piaccia: l’ho fatta sforzandomi di essere un
tuo discepolo” (25 giugno 1967).
Le lettere mostrano comunque,in un confronto aperto
senza reticenze, che rende più maturo il rapporto tra i due,
le diverse posizioni sulle prospettive di un’edizione storico
critica presso de Gruyter. Mentre Montinari si esalta alla
possibilità di realizzare un’edizione storico — critica con
apparati esaustivi, “definitiva” nei limiti del possibile, Colli,
già in una lettera del 16 novembre del 1965, dopo aver
ricevuto una prima copia del contratto con de Gruyter 136,
tra le altre cose, preoccupato anche dalla lentezza con cui
il lavoro di revisione dei manoscritti procede in funzione
dell’apparato137, afferma:
136 In realtà le trattative, visibilmente complicate dalla presenza di tre
editori interlocutori: Gallimard, Adelphi, de Gruyter, si prolungheranno per
qualche mese fino al 6 giugno del 1966.
137 Questo è accompagnato da una continua revisione e riflessione per
migliorare gli strumenti e i criteri che guidano l’edizione: “Infine una folla di
idee e di problemi che voglio discutere con te — non per rimettere tutto in
discussione (perché, nonostante tutto, il nostro lavoro è buono), ma per
perfezionare, per dire meglio certe cose. Tra l’altro, per esempio, una migliore
elaborazione del concetto, finora così vago, di Vs.” (21 agosto 1965). “La
nuova collazione è necessaria oltre che per gli errori veri e propri (di cui ti farò
un elenco), per la punteggiatura, nella quale talvolta il nostro testo si distacca
senza necessità dal manoscritto. Anche qui è l’esperienza di questi anni che
impone un punto di vista più maturo, secondo il quale ci si può discostare dalla
punteggiatura originale solo nei casi veramente indispensabili” (30 luglio
1967). “Per la punteggiatura, penso che sarai soddisfatto. Essa era già molto
“L'arte del leggere bene” 140

Adesso voglio dirti con molta calma che mi sembra tu stia


cadendo in un eccesso di scientificità. Che de Gruyter sia un editore
scientifico, meglio per noi: ma non per questo la nostra edizione deve
diventare un’edizione tipo quella di Hölderlin. Questo non era nelle
nostre intenzioni sin dal principio, e se de Gruyter lo pensa (come
sembrerebbe dall’historisch-kritische A[usgabe]., che sarebbe meglio
eliminare, ti ricordi la nostra ironia sull’edizione Beck?) bisognerebbe
chiarirgli le idee. Questa è la prima edizione di N. e non ha senso che
una 1a edizione sia historisch-kritisch a quel modo. Guardiamoci dal
creare degli equivoci!

Il chiarimento definitivo su questi temi avvenne


nell’autunno del 1967, poche settimane prima dell’uscita
vicina all’originale, ma ci sono stati lo stesso virgole e punti non giustificati da
eliminare e che noi avevamo accettato, messi in soggezione dalle “regole”
della grammatica). Credo di aver capito che cosa intendi per chiarezza e per
“convenzioni” da rispettare. Per l’occasione ho elaborato una vera casistica, di
cui forse sarebbe bene fare qualche parola nel “Nachbericht”, fermandosi a
esporre i problemi che un “Heraugeber” si trova davanti quando vuole
pubblicare in modo leggibile dei manoscritti. Problemi che per ogni autore
sono specifici (come ho constatato parlando con Haufe, editore di Schiller) e
che dunque andrebbero un po’ esposti. A questo fine ho raccolto in un
quaderno tutte le idee che mi sono venute, e in parte anche sulla mia copia
dell’impaginato ho indicato a lapis gli esempi che si potrebbero fare. Quel
quaderno l’avevo con me a Berlino, ma non trovai il modo di fartelo vedere”
(15 agosto 1967). Oppure si pone il problema di una migliore divisione dei
volumi dell’edizione: “E ora una questione generale, che ha costituito per me
un elemento di travaglio non indifferente e sulla legittimità della quale
rimugino da almeno tre settimane. Da una memorabile notte, in cui non
riuscivo a dormire, mi sono formato la convinzione che la divisione delle nostre
opere non è giusta, per quanto riguarda i volumi VI,VII,VIII. Trovo infatti che,
mentre abbiamo fatto bene a accompagnare — a partire dal III — testo e
Nachlaß (e così pure a separare le lezioni e gli studi filologici dal “corpus” delle
opere), non abbiamo alcuna giustificazione per fare un volume VI zeppo di
testi dal 1883 al 1889 con in più l’aggiunta, questa poi totalmente
ingiustificata, delle cosiddettte poesie e frammenti poetici; mi sembra cioè
una interruzione non lodevole al nostro modo di procedere a partire dal III
volume, modo di procedere che rappresenta anche una chiara presa di
posizione sulla priorità da dare alle “opere” rispetto al Nachlaß, o, — per lo
meno — sulla necessità di inquadrare il Nachlaß attorno alle opere (lasciando
pure impregiudicata la questione di che cosa sia più importante). Per noi le
opere così come le ha volute Nietzsche hanno una tale importanza, che
abbiamo deciso di non separare da esse le prefazioni posteriori dell’86-87” (13
febbraio 1967).
dei primi volumi dell’edizione de Gruyter.
In una lettera del 29 settembre di Montinari si leggono
queste parole:

Io so che posso aver esagerato in certi punti, ma so anche con


altrettanta certezza che non è l’esagerazione il mio difetto vero, bensì
la velleità, l’incapacità di realizzare e di soffrire per realizzare. Quando
uscirà l’apparato tedesco, dovremo certamente fare un discorso sui
limiti ragionevoli della scientificità, che per me non è affatto un
feticcio, ma semplicemente il desiderio di essere un buon “lavoratore”,
come un calzolaio bravo fa delle buone scarpe. La serietà del
mestiere, realistica tenace che non ha paura della fatica e delle cose
noiose, perché mira a un risultato che ha già in se stesso la sua
giustificazione. Perciò non puoi raggiungere me — come sono o vorrei
essere — se parli della imperfezione inevitabile di ogni lavoro
scientifico [...]. E mi ferisci e mi fai male, quando trovi che l’edizione
francese è come tu avresti voluto l’edizione di Nietzsche, mentre
l’edizione francese è fatta male (vedi per esempio se i frammenti di
Emerson-Exemplar hanno un senso senza le note).

Queste parole, pur nella ingiustizia della polemica che


investe anche l’edizione francese, più di altre riescono a
definire, a mio parere, la pratica di lavoro di Mazzino
Montinari che abbiamo seguito in queste lettere, e
segnano anche la continuità ideale con Delio Cantimori,
l’altro suo grande maestro dei tempi della Normale, da cui
aveva appreso la fedeltà al “senso storico” e che
nell’ultimo periodo aveva particolarmente insistito
sull’aspetto “artigianale” del “mestiere di storico” contro le
grandi narrazioni ed i grandi soggetti delle filosofie della
storia e dei miti ideologici, ma anche contro le soluzioni
positivistiche e tecnicistiche dell’operare storiografico.
Ed è l’aspetto emerso dal carteggio con Colli: l’editore
procede nel suo lavoro privo di sicurezze precostituite,
senza il feticcio del testo, senza principi astratti aprioristici
su come si costruisce l’edizione modello ma arrivando con
fatica alla risoluzione concreta di problemi concreti nel
concreto e quotidiano lavoro. “Opporre alle teorizzazioni
“L'arte del leggere bene” 142

osservazioni di fatto”: è la lezione di Cantimori, che


scriveva, ancora nel 1964:

Un problema o una questione mi sembrano inconsistenti quando


non cercano di rispondere ad una situazione di fatto, empiricamente
riconoscibile, come per esempio una villa che va in rovina pone il
problema se meriti ricostruirla, restaurarla, ecc., mentre è
inconsistente discutere in generale il problema dei restauri; questo è il
mio modo di sentire. Non pretendo d’imporlo a nessuno, ma mi pare di
non procurare danno a nessuno se mi regolo secondo questa
opinione138.

Non è certo, quello di Montinari, abbandono alla cattiva


empiria o al selvaggio pragmatismo: è invece criticità
estremamente consapevole, prudenza metodica contro le
sicurezze aprioristiche.
Anche questo tema richiama esplicitamente Cantimori:
la “consapevolezza critica” rende “diffidenti anzitutto di se
stessi, cioè della tendenza istintiva a illudersi d’aver
raggiunto, di possedere la cognizione definitiva e ferma,
statica, di quel che è movimento”139.
Ma questa consapevolezza nasce in Montinari anche
dal confronto con la riflessione teorica sulle conquiste della
filologia tedesca del dopoguerra, con le discussioni
sull’edizione critica di autori moderni.
Montinari non amava certo le grandi discussioni
teoriche, che rischiavano spesso di essere discussioni “di
principio” o addirittura nominalistiche: era però avvertito
di quelle riflessioni legate alla pratica di editori di testi,
anche se raramente faceva riferimento a questo sfondo su
cui si colloca anche la nuova edizione di Nietzsche.
La conquista della filologia moderna sta nel riaprire un
testo chiuso e statico e renderlo aperto e dinamico, in una
consapevolezza radicalmente storica che certo non
promette sicurezze. La moderna edizione deve invece
138 D. CANTIMORI, Conversando di storia, cit., p. 169 sgg.
139 D. CANTIMORI, Storici e storia, Einaudi, Torino 1971, p. 407
“generare il massimo di incertezza, tener desta
l’attenzione al fatto che il testo offerto al lettore rispecchia
solo imperfettamente la realtà di un testo vivente. Il lettore
non riceve il testo come suo saldo possesso, bensì come
compito, alla cui soluzione egli può contribuire in ogni
momento” (Karl Stackmann)140.
La lontananza dall’empiria sta comunque
nell’individuazione di categorie capaci di disciplinare
l’empirico e la complessità storica: categorie che abbiano
però esse stesse un carattere storico e siano storicamente
revocabili. Questo contro le ideologie e i miti che
irrigidiscono, semplificano, “riducono” comunque il
divenire innalzando la parzialità a totalità.
In un appunto dell’ultimo periodo, scritto in tedesco e
non datato, così Montinari riassume il suo atteggiamento:

Combatto due forme di niaiserie academique:


1. la niaiserie dei cosiddetti filologi che praticano il loro lavoro
come una dissoluzione del testo, e già sono soddisfatti nel cercare le
cosiddette fonti, perdento in tal modo di vista l’insieme di un
fenomeno intellettuale: ad esempio Nietzsche
2. la niaiserie dei filosofi, che amano il loro Nietzsche, un
Nietzsche in formato ridotto, e non avvertono mai il bisgno di
domandarsi: cosa intende in realtà quando parla di decadence? si
trova con le sue domande del tutto isolato nel suo tempo? quali sono
le sue documentazioni?
Non annuncio niente di buono a entrambe le specie di niaiserie: ci
sforziamo certo di scoprire quelle documentazioni, e tuttavia mai ci
sembra di ritrovarci solo all’inizio del nostro lavoro, come al momento
in cui abbiamo messo in chiaro tutte le possibili fonti. Per il nostro
Nietzsche noi vogliamo ottenere un orizzonte nitido, uno sfondo
articolato, in modo che possa riuscire realmente ad esprimersi.

140 Montinari citava queste affermazioni in una conferenza del 1985,


molto bella, su La filologia tedesca nel dopoguerra: la discussione sull’edizione
critica di autori moderni. Hölderlin da Stoccarda a Francoforte, tenuta a Pisa,
alla Facoltà di lettere dove era stato da poco chiamato. Il carattere storico,
estremamente problematico, libero da sicurezze, vivente del testo, emerge
come consapevolezza teorica del vasto movimento della pratica filologica
contemporanea.
“L'arte del leggere bene” 144

Il lavoro storico privo di comprensione filosofica è cieco, il pensiero


filosofico senza contenuto storico è vuoto.

Le pretese risoluzioni tecnicistiche o ideologiche sono


solo illusorie vie più brevi, scorciatoie rispetto alla
complessità di un lavoro che deve essere capace di
mettersi continuamente in discussione e di confrontarsi,
artigianalmente, con la “rugosità” del reale141.
Nel 1985, nel suo breve discorso di ringraziamento per
la consegna del premio Gundolf — un ulteriore pubblico
riconoscimento della sua affermata attività di studioso e di
editore- Mazzino Montinari ha dato, in poche e meditate
frasi, il senso del suo lavoro storico-filologico all’edizione di
Nietzsche.
Più che insistere sui forti elementi di novità
dell’edizione, sui risultati ottenuti con una mole di lavoro
impressionante, messi in luce dal discorso di Pestalozzi,
egli vi propone l’edizione come esito di un lungo percorso,
dentro una diversificata e complessa tradizione:

141 In una lettera del 25 febbraio del 1967, questo momento pragmatico,
di necessaria attenzione autocritica, viene fuori in polemica con l’amico
paradossalmente accusato, per la sua fermezza nelle decisioni, di
“hegelismo”: “Caro Giorgio, non ho niente da rispondere alle giustificazioni da
te addotte per restare alla vecchia divisione dei volumi, [cfr. lettera del 13
febbraio 1967] sarebbe strano se tu avessi accettato la mia proposta, il cui
valore sta appunto nella “uniformità del suo criterio, nella sua linearità”, che
per te non hanno valore. Vorrei, solo che tu non parlassi di una partizione “che
abbiamo costruito faticosamente, attraverso vari aggiustamenti e
miglioramenti, suggeriti dalla natura del materiale” [...]. Le origini
“pragmatiche” della divisione attuale [...] sono per me chiare, per te invece
tutto è frutto di faticosa elaborazione e mai di adattamento a circostanze
pratiche, per te “tutto ciò che è reale [ciò che hai deciso di fare in un certo
momento] è razionale” e qui non c’è nulla da fare, se non che constatare una
mia esagerata tendenza alla autocritica (infatti a me non importa nulla di
avere “caldeggiato” qualcosa, se poi mi convinco di avere sbagliato o che
avrei potuto fare meglio) e in te l’assenza quasi totale di autocritica. Del resto
anche Nietzsche ha detto che non bisogna “piantare in asso” le proprie azioni
e tu non ti pianti mai in asso, io invece sì, e farò sempre così anche per
questioni più importanti che non la partizione delle opere di Nietzsche, sulla
quale — naturalmente — considero chiusa la discussione”.
In realtà oggi intendo la nostra edizione come un singolo anello
nella storia delle edizioni di Nietzsche: noi abbiamo costruito anche
sulle conoscenze e gli sforzi di una lunga catena di studiosi e di editori,
che si dipana da Peter Gast e Ernst Holzer fino a Hans-Joachim Mette e
Karl Schlechta — senza dimenticare figure irregolari come Erich F.
Podach. E che almeno i risultati validi di questo quasi centenario
lavoro su Nietzsche siano ‘inverati’ nella nostra edizione.

Questo contro un confessato, iniziale atteggiamento


polemico contro gli errori dei precursori dell’edizione142.
Ma ancora più significative sono le sue parole sul senso
del lavoro quotidiano del filologo, legato a crescente
consapevolezza critica lontana da aprioristiche e
consolanti metodologie definitive.

D’altronde, qualsiasi curatore di un’edizione integrale e critica


deve saper vedere la sua stessa attività da un’angolazione che la
renda relativa, e di continuo deve poi sottoporla a revisione, dal
momento che non si trova mai un metodo editoriale che sia unico e
vero. Nel corso di un’impresa che (come avviene nel caso di
un’edizione integrale storico-critica — richiede molto tempo) il
curatore è costretto ad affinare e a rendere sempre più penetrante il
proprio armamentario filologico, in modo tale da dover poi considerare
insoddisfacenti certe scelte inizialmente prese nel definire il testo e
l’apparato critico. Da questo punto di vista, lo stesso fatto che nel
lungo periodo possa aver compiuto anche degli errori, non sembra in
via di principio così significativo — con una lista degli errata si
potranno sempre eliminare — come il lento slittamento
[Verschiebung], di cui già si è fatto cenno, della prospettiva filologica.
L’occuparsi quotidianamente del testo ha anche altre conseguenze: il
curatore scruta ogni cosa da distanza troppo ravvicinata, non è
irrilevante il pericolo che, al di là dei singoli elementi di cui occorre dar
conto nell’apparato (ad esempio la tradizione manoscritta), e al di là

142 Già Cantimori, in una lettera del 26 agosto 1961, dopo i primi
successi del lavoro di Montinari a Weimar, ammoniva il suo scolaro in questa
direzione: “Sono molto curioso del risultato della recensio dei mscr. “volontà di
potenza”. Non sono d’accordo con te sulla Schadenfreude nel riconoscere gli
errori degli altri filologi: da quando la filologia s’è distaccata dall’esegetica, è
sempre andata così fra filologi; quindi mi sembra che sia l’altra faccia della
ricerca disinteressata della verità, ineliminabile dalla indagine obiettiva, e, se
saputa controllare, utile ad acuire la vista!”.
“L'arte del leggere bene” 146

della paziente ricerca di fonti nascoste, cioè dello sforzo per tener
dietro con grande scrupolo ai sentieri tortuosi del suo autore, perda in
certo qual modo di vista (con rincrescimento dell’editore e del
pubblico) lo scopo del suo lavoro In casi estremi, il testo pubblicato
può trasformarsi in un accessorio dell’apparato. Trovare qui la giusta
misura, certo non è un compito semplice. A un certo punto bisogna
pur concludere, e un’edizione non del tutto perfetta, ma comunque
portata a termine, è pur sempre da preferirsi, con tutta probabilità, a
nessuna”143.

Lo “splendore e la miseria” del lavoro filologico, che


abbiamo cercato di illustrare attraverso l’epistolario tra
Colli e Montinari.
Così Colli rispondeva alla lettera del 29 settembre:

Non è vero che io ignori l’importanza, la sofferenza, il valore di


tutto il lavoro che stai facendo: se non mi soffermo a commentare i
risultati più brillanti che tu mi comunichi (e che vorrei tu continuassi a
comunicarmi, assieme al resoconto dettagliato del procedere del tuo
lavoro in genere), è da un lato per la “scuola dura”144, perché ritengo
ciò normale, ma d’altro lato, poiché un’avarizia eccessiva nella lode è
nel mio carattere, perché non voglio che una lode per un risultato sia
fraintesa come una lode generale sul modo di condurre il lavoro. Tu mi
dici che ti fa male che io lodi l’edizione francese a confronto di quella
tedesca. È questo un punto su cui è utile una spiegazione. Dicendo
questo io non intendo dire che questa edizione francese, con
l’impostazione e gli errori dei Deleuze e Foucault, sia per me l’edizione
ideale di Nietzsche. Ma intendo dire che per omaggio a Nietzsche (e tu
devi tenere più presente come in tutta questa nostra impresa, dal

143 M. MONTINARI, Glanz und Elend der philologischen Arbeit, Dankrede in


“Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung”, Jahrbuch 1985, Verlag
Lambert Schneider, Heidelberg, pp. 56-57.
144 Il riferimento esplicito, nel lessico familiare dei due amici, è ancora
una volta a Nietzsche (cfr. la lettera del 29 settembre 1967). Si veda il
frammento 14[161] della primavera 1888: “Non riesco assolutamente a
vedere come uno possa riparare al fatto di aver mancato a tempo debito di
mettersi a una buona scuola. [...]. Giacché ciò distingue la scuola dura, come
scuola buona, da ogni altra: che sichiede molto; che si chiede con severità;
che si chiede il buono e anche l’eccellente come cosa normale; che la lode è
rara, che l’indulgenza manca; che il biasimo viene espresso con forza,
oggettivamente, senza riguardi per il talento e l’origine”. (Frammenti postumi
1888-1889, in Opere, cit., vol. VIII, t. 3, p. 135).
1958 a oggi, l’elemento “omaggio a Nietzsche” sia per me centrale,
assieme all’elemento “favorire l’azione di Nietzsche sul presente”) e
per mia intima convinzione, un’edizione di Nietzsche dovrebbe essere
appunto tale da piacere a Nietzsche, e inoltre tale da rivolgersi
soprattutto a lettori “non tecnici”. Questo ti spiega la mia avversione
per un’edizione alla de Gruyter, dove l’apparato ipertrofico è una
condizione vitale. L’edizione ideale sarebbe per me quella in cui
l’apparato si limita ad aggiungere nuovo materiale “sostanzioso” per
la conoscenza di N., oltre alle spiegazioni richieste da lettori che non
siano né idioti né pedanti: in complesso poi una certa lievità di fronte
ai risultati e alle esigenze della scienza filologica — una non
dogmaticità quasi ironica. Non è detto che i nostri punti di vista siano
inconciliabili, perché ogni sforzo per aumentare la correttezza e il
rigore del testo è per me degno di rispetto: apprezzo la scientificità del
testo, ma vorrei che l’apparato fosse solo uno strumento sussidiario,
senza nessuna indulgenza alla completezza e alla scientificità
dell’apparato (5 ottobre 1967).

La posizione di Giorgio Colli, molto coerente e ferma


fino alla durezza, si richiama esplicitamente al significato
di quell’“azione comune” intrapresa fin dal 1958 nella
volontà di far agire Nietzsche sull’epoca e vede nella
nascente edizione critica tedesca quasi il tradimento di un
progetto. È una professione di fede filosofica a Nietzsche,
al suo Nietzsche. Ma è per le stesse ragioni di fedeltà
anche all’altro Nietzsche, da lui lentamente scoperto e
valorizzato, a quella “passione rabbiosa” della conoscenza
che non sa estinguersi, che Mazzino Montinari proseguì il
suo lavoro filologico e storico.
Questa distanza, ormai segnata e consapevole, è
significativa di due diverse strade da percorrere: per
Colli145 quella di una pratica filosofica personale in un
confronto diretto con la “sapienza greca”, con
Schopenhauer e Nietzsche, per Montinari quella paziente
di un lavoro storico e filologico di progressiva

145 Su questa attività filosofica strettamente intrecciata al suo rapporto


con Nietzsche, cfr. S. BARBERA, Der “griechische” Nietzsche des Giorgio Colli, in.
“Nietzsche-Studien”, 18 (1989), pp. 83-102.
“L'arte del leggere bene” 148

approssimazione e corrosione di immagini date, stabilite,


“mitiche”.
Proprio nei giorni in cui matura la firma del contratto de
Gruyter e quindi la sanzione definitiva del suo lavoro
filologico, Mazzino Montinari assume l’impegno di fare un
profilo di Nietzsche per una collana di alta divulgazione.
Era in realtà anche un impegno con se stesso per arrivare
ad una prima definizione di una originale prospettiva sul
filosofo, che andava lentamente maturando, di dare un
primo sbocco a riflessioni giornaliere, testimoniate dai
quaderni, parallele ed intrecciate, anche se volutamente
tenute ai margini, al lavoro filologico e storico per
l’edizione.

Se mi riuscisse di dire qualcosa d’importante, sia pure in una sede


modesta, [...] e davanti a un pubblico viziato dai luoghi comuni
storicistici, se ciò mi riuscisse — dico — si potrebbe inaugurare un
nuovo modo di pensare a Nietzsche (14 ottobre 1965).

Le pagine del profilo di Nietzsche, a cui aveva lavorato


nei ritagli di tempo e a cui era giunto non senza fatica alla
fine del 1967, segnavano con consapevolezza anche la
distanza dal Nietzsche “greco” di Giorgio Colli. Ma
leggendo le bozze del “Nietzsche protagonista” nel
fondato timore che il risultato potesse non piacere
all’amico, Montinari riaffermava con forza il primato del
rapporto personale, della figura dell’amico: “per me non
c’è Platone Schopenhauer N. o chiunque altro che possa
neppure minimamente contare qualcosa o modificare il
mio modo di sentire verso di te” (4 dicembre 1967).
Il primato della vita reale nutre anche certe diffidenze
verso il pathos della distanza e la “cerebralità” del
Nietzsche vivisettore, la volontà di un suo superamento.
Questo senso della pienezza immediata della vita ci fa
dire, con Montinari, nel suo ricordo umano:
“La felicità è qualcosa che si ha già (o non si ha) non è
raggiungibile, bisogna accorgersi di essere felici”146.

146 È un appunto “pensato alle 6 del 21 settembre 1984 (principo


d’autunno)”. che si trova nel quaderno Pêssimismus, Nihilismus décadence ,
cit.
Per una lettura storica di Nietzsche 150

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