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Il Pentagramma della

Mente
Gli effetti della musica sul cervello
Filippo Bertolina

2012
Il Pentagramma della Mente
La musica è l’arte e la scienza
dell’organizzazione dei suoni
nel corso del tempo. Si tratta
di un insieme di pratiche e
norme che riescono a
esprimere l’interiorità del
compositore e dell’ascoltatore.
I suoni vengono generati
tramite il canto o strumenti
musicali, che vengono
percepiti dall’orecchio e
scatenano le emozioni volute
dal compositore.
Non si conoscono bene le
prime manifestazioni musicali, ma si può supporre che, in origine, l’unica
espressione musicale fosse il ritmo, fatto con mani, piedi, sassi e altri utensili
usati dagli uomini primitivi, e si può pensare che questo ritmo fosse
accompagnato da suoni gutturali e grida come espressione dei sentimenti. Sono
stati trovati diversi reperti a testimonianza di strumenti musicali anche nella
preistoria: ossa e pietre intagliate per produrre suoni.
Nelle civiltà più antiche la musica era usata principalmente come
accompagnamento di cerimonie religiose. Presso gli Egizi, la musica era
considerata un dono prezioso degli dei, e così in Mesopotamia. Per gli Ebrei, la
musica era di fondamentale importanza, le attribuivano una grandissima
importanza spirituale, con imponenti cerimonie dove migliaia di fedeli cantavano
e suonavano in coro, creando le basi per il canto gregoriano.
In seguito, i Greci crearono le basi per quella che fu poi tutta la musica
occidentale, con il sistema diatonico. Per Platone, la musica aveva una funzione
educativa, per arricchire l’animo umano, e Pitagora aveva scoperto la stretta
relazione che aveva con la matematica accostandola al moto dei pianeti. Per i
greci la musica era quasi mistica. Platone aveva esposto nel Fedro un mito
secondo cui un tempo gli uomini non facevano altro che cantare, trascurando
anche i bisogni primari, e da loro avevano avuto origine le cicale, che secondo gli
antichi vivevano e morivano cantando. In diversi miti aveva anche un potere
mistico. Orfeo aveva calmato le bestie e si era propiziato gli dei, o Anfione che
aveva costruito le mura della città di Tebe con il solo suono della cetra. Per
Nietzsche, la musica era la massima espressione dell’aperon, cioè lo spirito
dell’indefinito, Dioniso.
Nel medioevo, la musica dominante era quella cristiana. Il canto gregoriano
serviva a narrare i momenti più significativi della storia cristiana raccontandoli, e
poi rappresentandoli, in modo che fossero facilmente comprensibili al popolo.
Verso il X secolo iniziarono esperimenti per sviluppare la polifonia, dato che

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finora la musica era solo monofonica. In Francia si stavano affermando i
troubadour o trouvère, che cantavano melodie celebranti l’amor cortese.
A Firenze, nel XIV secolo, si svilupparono le prime forme polifoniche: il
madrigale, la caccia e la ballata. Verso la fine del Cinquecento, un gruppo di
letterati e musicisti si riunisce nella ‘Camerata fiorentina’, con lo scopo di far
rivivere musicalmente la tragedia greca, e, sviluppando intermezzi, momenti
scenici e coreografici in una rappresentazione teatrale, compie una vera e propria
rivoluzione che da vita al ‘recitar cantando’. I testi diventano più raffinati ed
eleganti, composti dai poeti di quel periodo. I drammi della tragedia greca
vengono ripresi, sono costruiti sul recitar cantando, dando le basi per il
melodramma, con Claudio Monteverdi. Nasce anche la musica strumentale.
Nel XVII secolo, la musica viene elevata a disciplina eccelsa, al centro di
numerosi studi e trasformazioni, che portano alla nascita dell’opera, e anche di
varie evoluzioni tecniche.
Nel Settecento, Christoph Gluck intraprende una riforma del melodramma,
eliminando tutti pretesti per le esibizioni di virtuosismo e facendo sì che la
musica esprimesse unicamente i sentimenti della vicenda che si stava svolgendo
sulla scena. Nella seconda metà del secolo, si assiste ad un totale rinnovamento
dei valori barocchi, con quello che verrà definito il periodo classico. I massimi
esponenti sono Hayden e Mozart, il primo che organizza definitivamente la
forma della sonata, mentre il secondo che viene considerato uno dei maggiori
esponenti della musica occidentale, unificando le esperienze più diverse,
assimilandole e ritrovandole in uno stile completamente nuovo.
Nell’Ottocento, la musica si rinnova ancora. Il musicista si libera dalla
sudditanza nei confronti dei signori, e conquista una liberà artistica mai vista
prima. La musica sinfonica e da camera rimangono patrimonio dei ceti più
elevati, ma anche le grandi masse popolari possono apprezzare la musica, grazie
all’opera. Il melodramma diventa la forma di spettacolo più diffusa ed amata.
Nasce la musica ‘leggera’, un fenomeno pubblico e commerciale, ancora più
rilevante nel Novecento.
Con Beethoven, viene rivoluzionata la musica romantica. Erede del classicismo
di Haydn e Mozart, è anche interprete di quell’epoca di cambiamento e di
tensione. Nelle sue opere esprime principalmente il dolore della vita e la tensione
eroica, dando alla maggior parte delle sue opere un aspetto fortemente
drammatico. Egli chiude l’età classica, lasciando le scene ad un nuovo periodo:
quello del romanticismo. Il romanticismo vede l’affermazione del pianoforte
come strumento di espressione poetica, soprattutto grazie a Fryderyk Chopin e
Franz Liszt. Soprattutto in Italia, si assiste allo sviluppo dell’opera, che con la
drammaticità della musica e l’immediatezza del testo, con vicende sempre più
esasperate, si afferma come miglior genere per sfogare la passione tipica del
romanticismo. Nella seconda metà dell’Ottocento, si delineano due filoni
evidenziati nelle opere di Verdi, che affida alla musica il compito di esprimere i
sentimenti dei protagonisti delle opere, e Wagner, che attua un rinnovamento
dell’opera, letta in chiave nazionalistica.

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Con l’ascesa della borghesia, la musica acquista una valenza più ricreativa che
culturale.
Nel Novecento, vengono messi in crisi tutti i valori ottocenteschi. Si genera una
tensione espressa nella lotta tra proletariato e borghesia capitalistica. Tutto ciò
viene riflesso nella cultura e nell’arte. Nascono la musica leggera, il blues, il jazz,
il pop, il rock e molti altri generi.

Le funzioni della musica nel corso della storia furono diverse: come
accompagnamento per riti e cerimonie religiose, come canto di guerra, nelle
tragedie greche e in seguito in moltissime altre rappresentazioni teatrali, e negli
ultimi secoli viene usata come intrattenimento in quasi ogni occasione.
Senza dubbio, tra le sue varie funzioni, una che colpisce è la sua universalità,
infatti, indipendentemente dalla cultura, dal contesto storico e da altre
contingenze, la musica suscita gli stessi sentimenti ed emozioni. ‘Popolazioni che
non avevano mai ascoltato in precedenza brani di musica tonale occidentale sono
perfettamente in grado di riconoscere le emozioni di felicità, paura e tristezza che
vi sono espresse’. Secondo
una ricerca condotta dalla
rivista ‘Current Biology’ su
popolazioni indigene della
foresta africana, che non
erano mai entrati in contatto
con la musica occidentale, e
sono comunque riusciti ad
identificare le emozioni di
felicità, paura e altro, che la
musica voleva esprimere.
Questo impatto emotivo, la
capacità di renderci allegri,
tristi, eccitati o annoiati,
può anche essere predetta
matematicamente. Secondo uno psicologo musicale australiano, Emery Schubert,
soprattutto il volume, il tempo e la tonalità hanno un impatto misurabile nel
generare emozioni tra gli ascoltatori. Il suo esperimento studiava le risposte che
davano diversi volontari ascoltando quattro brani di musica classica: durante
l’ascolto dovevano muovere il mouse di un computer secondo ciò che ritenevano
essere l’emozione espressa in quel momento, e i risultati venivano registrati
istante per istante sul computer.
Attraverso varie ricerche è stato dimostrato che il cervello ha delle abilità
musicali innate. Gli studi di Koelsch, Gunter, Friederici e Schoger, nel 2000,
hanno mostrato che il cervello umano, involontariamente, estrapola le aspettative
riguardo all’imminente input uditivo. Anche nei non musicisti, le aspettative
estrapolate sono coerenti con la teoria musicale. L’abilità di processare le

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informazioni musicalmente supporta l’idea di un’implicita abilità musiale nel
cervello umano.
La capacità musicale è presente fin nei neonati. La percezione musicale si basa su
sofisticate capacità cognitive per la decodifica delle note, del ritmo, del timbro e
per l’elaborazione di elementi sequenziali che formano strutture gerarchiche atte
a veicolare l’espressione emotiva. Nonostante tutta questa complessità, anche
appena nati, i bambini sono estremamente sensibili alla musica. Anzi, le
competenze musicali dei neonati sembrano avere un’importante influenza
sull’apprendimento iniziale del linguaggio dato che l’elaborazione della prosodia
del parlato fornisce essenziali informazioni per l’identificazione delle sillabe,
delle parole e delle frasi. Come viene detto in un articolo pubblicato su
Proceedings of the National Academy of Scciences, usando la risonanza
magnetica per misurare l’attività cerebrale di neonati di uno-tre giorni, durante
l’ascolto di musica tonale e versioni alterate della stessa musica, si è osservato
che la musica originale evocava un’attivazione predominante nella corteccia
uditiva primaria e di ordine superiore dell’emisfero destro, che si riduceva
notevolmente per i brani dissonanti, per i quali rispondevano, invece, la corteccia
frontale inferiore sinistra e il sistema limbico. Questo dimostra che già nel
neonato è presente una specializzazione emisferica per l’elaborazione della
musica.
Come abbiamo visto, l’apprendimento musicale inizia fin dai primi giorni di vita
di un bambino, ma come funziona? Oltre che coinvolgere le aree cerebrali
preposte all’udito, al linguaggio (per il canto) e alla motricità (quando si impara a
suonare uno strumento), si è scoperto che influisce anche sulle funzioni cognitive
connesse alla percezione spaziale, alla memoria ed all’attenzione. Per capire
meglio i meccanismi coinvolti, sono state condotte delle indagini tramite la
valutazione elettroencefalografica su musicisti dilettanti e professionisti, e su
bambini di 4 e 5 anni prima e dopo un anno di studio di pianoforte, per poi
confrontarli con bambini che non avevano ricevuto alcuna educazione. In
risposta agli stimoli musicali si è registrata un’attività neuronale nella banda
gamma (30-100Hz), cioè quella che coinvolge una vasta gamma di processi
cognitivi, tra cui l’apprendimento e la formazione della memoria. La risposta
maggiore si è avuta negli adulti professionisti, nei musicisti rispetto ai non
musicisti e nei bambini che avevano studiato pianoforte. Inoltre, non è stata
rilevata alcuna attività nelle persone prive di conoscenze musicali. Gli studiosi
ritengono che, quindi, l’attivazione della banda gamma sia una risposta scatenata
dall’attivazione dei meccanismi mnemonici e dell’attenzione legati
all’educazione musicale. I bambini che imparano la musica mostrano anche un
miglioramento delle prestazioni linguistiche, matematiche e nel gioco degli
scacchi.
Tra musicisti e non musicisti è anche diversa la struttura cerebrale. Nel 2003,
Gaser e Schlaug, due neurologi, compararono le strutture cerebrali di un
musicista professionista con un non musicista e trovarono una differenza nel
volume della materia grigia nelle regioni motoria, uditiva, visiva e spaziale.

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Questa scoperta mostra come il cervello dei musicista mostra un cambiamento
strutturale dovuto all’uso. È, infatti, difficile che queste differenze siano innate,
ma sono quindi dovute all’acquisizione e alla prova ripetitiva di abilità musicali a
lungo termine.
Il cervello dei musicisti mostra anche
differenze funzionali da quelli dei non
musicisti. Krings, Topper, Foltys,
Erberich, Sparing, Willmes e Thron, nel
2000, usarono la risonanza magnetica
funzionale (fMRI) per studiare il
coinvolgimento delle aree del cervello
di pianisti professionisti e di un gruppo
di controllo mentre eseguivano
movimenti delle dita complessi.
Scoprirono che i pianisti professionisti
mostravano livelli più bassi di
attivazione corticale nelle aree motorie
del cervello.
Inoltre, i musicisti hanno mostrato di
avere un planum temporale sinistro,
l’area del cervello coinvolta nel
linguaggio e nella musica, più sviluppato, e quindi posseggono una migliore
memoria delle parole (Chan et al.). Con questi studi hanno controllato per età,
per valutazione scolastica e per anni di educazione e scoprirono che dando un test
di memoria composto da 16 parole, i musicisti ricordavano due o tre parole in più
rispetto ai non musicisti.

Su questo miglioramento delle facoltà cognitive era sorto un mito, nel 1993, noto
come “Effetto Mozart”. Secondo alcuni studi condotti su un gruppo di studenti
liceali, dopo l’ascolto di dieci minuti della sonata di Mozart, K448 in Fa
maggiore per due pianoforti, questi studenti mostrerebbero un aumento delle
abilità spazio temporali. Altri effetti dell’ascolto di Mozart porterebbero i
bambini prematuri acquistare peso più facilmente, i vigneti a produrre più vino e
addirittura farebbe desistere i ladri dal taccheggio. La comunità scientifica è
scettica riguardo a questo mito, ma senza dubbio la musica porta qualche impatto
sul cervello. Nonostante manchino sufficienti prove a suffragare il mito, degli
studi condotti da alcuni ricercatori dell’Università del Texas Health Science
Center di Houston su chirurghi che cercavano polipi, mostra come i chirurghi che
ascoltavano Mozart prima dell’operazione ne trovavano percentualmente di più
di chi non aveva ascoltato musica. Il fatto che la musica fosse di Mozart è
ininfluente, infatti avrebbe funzionato con qualsiasi tipo di musica. Emoziona e
cura, riesce ad alterare il battito cardiaco e il tono muscolare, e varie altre cose.
L’attività artistica, e quella musicale in particolare, interessa a livello cerebrale
vasta aree come nessun’altra attività o disciplina umana. Basterebbe questo per

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dimostrare l’utilità, per chiunque, dello studio della musica e di uno strumento
musicale.

Inoltre, la scienza ha fatto appello alla musica anche per capire come il nostro
cervello riesca a scomporre l’onda continua di informazioni che in ogni istante ci
arriva al cervello dal mondo circostante in un insieme di frammenti intelligibili
ed ordinati. Ascoltando una sinfonia classica, si attivano diverse aree del
cervello, da quelle relative all’attenzione, alla capacità di previsione e alla
memoria. In uno studio pubblicato sulla rivista Neuron, un gruppo di scienziati
dell’università di Stanford ha analizzato l’attività cerebrale di un gruppo di
volontari durante l’ascolto di musica barocca. Hanno osservato un picco di
attività nella parte destra del cervello durante i momenti di pausa fra un
movimento e l’altro, paradossalmente proprio quelli con meno stimoli fisici.
Questi momenti di pausa sembrano funzionare come catalizzatori di attenzione.
Infatti l’attenzione degli ascoltatori si disperde in diversi momenti, ma i questi
precisi attimi, il cervello risponde in modo altamente sincronizzato. Così la
mente riesce a dare un ordine a tutte le informazioni: segmentandole in
frammenti contraddistinti precisi e ben divisi dagli altri. I ricercatori hanno
osservato che ad attivarsi nel cervello sono due circuiti, e l’emisfero destro è
significativamente più attivo di quello sinistro. Il cambiamento di un evento, per
esempio la fine di un movimento musicale, la pausa e l’inizio del successivo,
attivano un primo circuito, detto ventrale fronto-temporale. Il secondo, chiamato
dorsale fronto-parietale si attiva successivamente focalizzandosi sul
cambiamento, e all’inizio di un nuovo movimento, aggiorna il processo della
memoria.

La musica potrebbe anche essere paragonata ad una droga in grado di attivare il


cervello e offrire sensazioni di piacere, eccitazione o soddisfazione. La musica è
spesso usata per motivarci nel completare certe attività, diventa ‘a way of
organizing one’s internal and social world, helping to continually reconstruct the
aims of various activities’. La musica attiva virtualmente ogni regione del
cervello che è stata finora analizzata dagli scienziati. Attiva quindi regioni di alto
livello cognitivo, come di più primitive, comuni a tutti i vertebrati. La musica
attiva i lobi frontali, coinvolti nella pianificazione, nella motivazione e nella
formazione delle aspettative. Causa delle attività nel sistema reticolare attivatore
ascendente, responsabile del controllo dello stato di veglia e del ritmo cardiaco,
ed elabora gli stimoli sensoriali. Questo può produrre delle reazioni fisiche, come
sudore, eccitazione sessuale e ‘brividi lungo la schiena’. Inoltre, è stato provato
che la musica può cambiare: il ritmo cardiaco; la respirazione; la pressione del
sangue; il volume del sangue a battito; le onde cerebrali; la conduttanza della
pelle; i livelli neurochimiche di sostanze come dopamina, adrenalina,
noradrenalina e serotonina. Parla di tutto questo il professore e neuro scienziato
Daneil J Levitin, all’interno dell’opera ‘Life Soundracks’. I circuiti neuronali
coinvolti nella ricompensa aiutano a regolare i livelli di dopamina nel cervello, il

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cosiddetto ‘ormone del benessere’. Queste regioni sono conosciute per
rispondere quando un giocatore vince una scommessa o quando un tossico fa uso
della sua droga. In risposta a stimoli sessuali o di droghe, il nucleus accumbens,
considerato importante nella risata, nel piacere, nella paura e nella dipendenza, si
attiva, causando il rilascio di dopamina nel cervello e rallentando l’assorbimento
dello stesso ormone. Levin, insieme a Menon, provò per la prima volta che
questa stessa regione si attiva anche in risposta a della musica piacevole. Su
questa teoria sono nati, distribuiti tramite internet, dei file mp3 che pretendono di
avere un effetto stupefacene o narcotico grazie agli infrasuoni. Questo fenomeno
viene chiamato I-doser, ma si tratta di una bufala. Infatti non esistono studi
scientifici che dimostrano quest’azione stupefacente degli infrasuoni. È stato
però provato che anche gli infrasuoni sono in grado di modificare l’umore e la
capacità di concentrazione. Per questo, uno dei ruoli principali della musica nella
nostra società è il miglioramento dell’umore. Usiamo musica forte e veloce per
aumentare l’eccitazione in attività che la richiedono, come esercizi e altri lavori,
mentre musica calma e lenta serve per diminuire l’eccitazione. Gli adolescenti
dicono di ascoltare musica anche come distrazione dai problemi, come un modo
per gestire l’umore, ridurre la solitudine e anche come un distintivo per gruppi.
La musica è anche usata per migliorare la concentrazione e le funzioni cognitive,
per mantenere l’allerta e la vigilanza.

Psicologia Musicale
Come la capacità musicale è presente già nel neonato, anche i gusti musicali
iniziano a formarsi già nel feto e sono il prodotto di una complessa interazione
tra la personalità del neonato e l’ambiente in cui cresce. Proprio per questo non
esiste neanche un singolo pezzo che piaccia a tutti. Ognuno ha bisogno di
decidere e trovare da solo quale musica avrà certi effetti su di essi. E questo fa sì
che anche attraverso la musica sia possibile analizzare la personalità e la
psicologia di una persona. Chi ascolta il jazz, il blues, il folk e la musica classica
è politicamente liberale e tollerante; chi preferisce il rap, l’hip hop e la dance
music è ottimista, espansivo e ragionevole. Chi invece si diletta con l’heavy
metal e con la musica alternativa è curioso, avventuriero e fisicamente attivo.
La psicologia della musica è un campo di indagine scientifica che studia le
operazioni mentali riguardo all’ascolto della musica, alla produzione della
musica, alla danza e alla composizione. La branca più importante di questi studi
riguardando la cognizione della musica, durante la quale degli esperimenti
controllano il modo in cui spettatori ed esecutori percepiscono, interpretano e
ricordano vari aspetti della musica.
Questi studi hanno origine negli esperimenti con gli strumenti musicali tra gli
antichi greci e in Cina. Aristossene, discepolo di Aristotele, attribuì un notevole
influsso estetico ed educativo, ma anche terapeutico, alla musica. Scrisse che gli
stessi pitagorici usassero ‘medicine per purificare il corpo musica per purificare
la mente’. Aveva riconobbe la funzione fondamentale della memoria
nell’intelligenza della musica: ‘Bisogna infatti sentire ciò che accade e ricordare

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ciò che è accaduto’. Cartesio, Galileo e Jean-Philippe Rameau, insieme ad altri,
erano interessati sulle scale musicali e la questione dell’assonanza e della
dissonanza. Nel tardo 1800, i fisici tedeschi Von Helmholtz e Fechner, e lo
psicologo Wundt applicarono il moderno metodo scientifico per lo studio
dell’esperienza musicale. La psicologia della Gestalt si chiese come una melodia
mantenga la sua identità se trasportata, cioè mantenendo solo le relazioni tra un
suono e l’altro. All’inizio del XXI secolo, la psicologia musicale ha una rinascita,
con un notevole aumento di attività scolastiche. Questo è dovuto all’emergere
della psicologia cognitiva negli anni Sessanta, e nelle nuove tecnologie che
facilitarono la conservazione, la presentazione e la manipolazione del suono.
Le principali linee di ricerca sono: percezione e cognizione; sviluppo; esecuzione
e raggiungimento di competenze; valutazione e previsione dell’abilità musicale;
il ruolo della musica nella vita di tutti i giorni; disturbi nell’elaborazione della
musica; similitudini e differenze tra diverse culture; l’impatto che ha su domini
non musicali; l’educazione; le basi biologiche ed evolutive della musica. La
psicologia musicale moderna è per lo più empirica: avanza soprattutto sulla base
dell’interpretazione dei dati sul comportamento musicale o sull’esperienza, che
sono raccolti con una sistematica osservazione e interazione con i partecipanti.
La più grande domanda a cui cerca di rispondere questa psicologia è come mai
l’uomo spenda un’enorme quantità di tempo, sforzi e soldi nelle attività musicali.
Inoltre, può anche apportare contributi alla teoria musicale investigando la
percezione delle strutture musicali fornendo studi sistematici o analisi
psicologiche della personalità dei compositori in relazione all’effetto psicologico
della loro musica. Alcuni scienziati rispondono alla domanda concludendo che
l’influenza musicale su di noi può derivare dall’abilità di dirottare le parti del
cervello volte ad altre funzioni come il linguaggio, l’emozione e il movimento.
La musica sembra offrire un nuovo mezzo di comunicazione basato
sull’emozione invece che sul significato. Le canzoni facilitano il legame emotivo
e anche interazioni fisiche, come ad esempio marciare o ballare insieme, e quindi
può aiutare a cementificare i vincoli che stanno alla base della formazione della
società umana. Inoltre, le note possono apportare benefici a livello individuale,
manipolare l’umore e anche la fisiologia umana molto più di quando possano
fare le parole.
Ma come si sceglie la musica che ci piace? I risultati di tre diversi studi
indipendenti convergono nel suggerire che esiste una struttura latente di 5 fattori
alla base dei gusti musicali, che riflette soprattutto la risposta emotiva e affettiva
alla musica. Questi 5 fattori sono stati etichettati come: fattore Pastoso che
comprende la musica liscia e rilassante; fattore modesto,che include diversi stili
di musica semplice e (rootsy), come la musica country o dei cantautori; fattore
sofisticato che include la musica classica, word, l’opera e il jazz; fattore intenso
definito dalla musica alta, forte ed energica; e il fattore contemporaneo definitivo
per la maggior parte dalla musica ritmica, come rap, funk e acid jazz. Un quarto
studio suggerisce che le preferenze per i fattori della musica sono influenzate
dalla società e dalle caratteristiche udibili della musica.

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Cattell e Anderson, nel 1953, furono tra i primi a condurre investigazioni sulle
differenze nei gusti musicali tra i singoli idividui. Il loro scopo era di sviluppare
un metodo per valutare la dimensione inconscia della personalità. Svilupparono
un test di preferenze musicali basato su 120 estratti classici e jazz, per ognuno dei
quali veniva riportato il livello di gradimento. Queste indagini cercavano di
interpretare 12 fattori, spiegati sulla base dell’inconscio. Questi studi non ebbero
mai successo, ma furono i primi a suggerire una struttura latente sulle preferenze
musicali.
Fino alla fine del XX secolo, non furono più fatti studi sulle preferenze musicali.
A differenza di quelli di Cattel e Anderson, gli studi moderni vedevano le
preferenze musicali come manifestazioni di espliciti tratti psicologici,
possibilmente in interazione con specifiche situazioni ed esperienze, bisogni o
costrizioni. Più specificamente, le ricerche correnti ipotizzano che le persone
cercano un ambiente musicale che rifletta e rinforzi la propria personalità. In tutti
gli studi condotti emergevano diversi fattori, che però non coincidevano
perfettamente. Però, in ognuno, tre erano molto simili: uno che definiva la
musica jazz e classica, uno il rock e l’heavy metal e il terzo il rap e l’hip hop.
Inoltre, c’era anche un fattore che comprendeva soprattutto la musica country e
uno che includeva gli stili new age e elettronici. Quindi, sembra che esistano
almeno 4 o 5 fattori di preferenze musicali.
Ci sono buone ragioni per credere che le preferenze autoreferenziali per un
genere musicale riflettano, almeno in parte, le preferenze per le proprietà
esplicite di un dato genere. Infatti, delle ricerche hanno mostrato che gli
individui, soprattutto i giovani, hanno dei forti stereotipi sui fan di un certo
genere musicale. Renfrow e dei suoi colleghi (2007-2009) hanno scoperto che gli
adolescenti e gli adulti più giovani, ai quali era stato chiesto di valutare un
prototipo di fan di un particolare genere, mostravano dei livelli significativi di
accordo nelle valutazioni dei fan di musica classica, rap, heavy metal e country,
suggerendo che i partecipanti avessero delle credenze molto simili riguardo alle
caratteristiche sociali e psicologiche di un dato fan.
Il primo studio condotto era: ‘Are There Interpretable Factors Underlying
Musical Preferences?’. Come già visto in precedenza, esistono quattro o cinque
fattori di preferenze musicali, quindi, con questo studio miravano a identificare
almeno quattro fattori. Hanno sottoposto allo studio degli ascoltatori di musica
professionisti e di studenti universitari,
più un altro gruppo per generalizzare
questi fattori nel tempo. Lo studio fu
condotto nel 2007, e vi parteciparono
706 persone, 68% femmine e 32
maschi, di età media 31 anni. I brani
musicali scelti erano mirati a coprire più
diversi generi musicali possibile. Ai
partecipanti fu chiesto di indicare il
livello di gradimento di ogni estratto

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musicale con una scala da 1 a 9. Per decidere quanti fattori conservare, usarono
più criteri. L’analisi dei componenti principali (Principal-Components Analysis –
PCA) fornì un sostanziale primo fattore che coprì il 27% della varianza. Delle
analisi parallele di dati casuali suggerirono che i primi cinque auto valori
avevano probabilità maggiori. L’esaminazione del grafico suggerì una curva ad
approssimativamente cinque fattori. Delle PCA successive furono eseguite per
soluzioni da uno a sei fattori. In quella a sei fattori, il sesto era comparativamente
piccolo con elementi di bassa saturazione. Tutte queste analisi insieme
suggerirono che non considerassimo più di cinque fattori di preferenze musicali.
Per determinare se i fattori si mantenessero invariati tra i metodi, esaminarono la
convergenza tra i risultati dei fattori ruotati ortogonalmente sull’asse principale e
la procedura di estrazione più verosimile. Nello specifico, PCA, PA e ML furono
eseguiti per le soluzioni da uno a cinque fattori, e i risultati per ogni soluzione
furono intercorrelati. I risultati rivelarono una convergenza molto alta tra tre
metodi di estrazione, con correlazioni in media sopra il .99 tra PCA e PA, .00 tra
PCA e ML e sopra .99 tra PA e ML. Questi risultati indicarono che le stesse
soluzioni sarebbero state ottenute con qualsiasi metodo di estrazione usati.
Successivamente esaminarono la struttura gerarchica delle soluzioni da uno a
cinque fattori usando la procedura proposta da Goldberg nel 2006. Prima, un
singolo fattore viene specificato nella PCA, e poi, in una PCA successiva a
quattro fattori, ne specificarono due, tre, quattro e cinque ortogonalmente rotati.
Poi, le correlazioni tra i risultati dei fattori a livelli adiacenti furono computate. I
risultati, oltre a trovare una conferma all’ipotesi della struttura a cinque fattori, in
più mostrano che questa struttura non cambia da sesso a sesso, né con l’età. I
risultati sono quindi incoraggianti, ma un potenziale problema che sorge da
questo esperimento è che molti dei brani selezionati erano di artisti conosciuti, e
quindi, molto probabilmente, alcuni partecipanti erano più familiari con gli
estratti, e conseguentemente erano più portati ad apprezzarlo.
Il secondo studio è ‘Are The Same Music-Preference Factors Recovered Using a
Different Set of Excerpts From Pieces by Unknow Artists?’. i risultati del primo
studio rivelano una struttura di preferenze musicali che ricorda quelle trovate
negli studi precedenti. Però, i fattori risultanti dal primo studio possono essere il
risultato di quella precisa selezione di brani, ed essere diversi se vengono scelti
altri campioni. Quindi, lo scopo del secondo studio è di investigare sulla
possibilità di generalizzare questa struttura. Fu creato un set di stimoli musicali
completamente nuovo, che includeva solo pezzi mai rilasciati prima, di
sconosciuti e aspiranti. Lo studio si tenne nel 2008, e presero parte solo 354
persone, 66% femmine e 34% maschi, di circa 25 anni. Ai partecipanti venne
richiesto di indicare l’indice di gradimento da 1 a 9 di 94 estratti musicali. La
struttura a 5 fattori che uscì fuori dal primo studio fu riconfermata in questa.
Nonostante questo, entrambi gli studi presentavano tre caratteristiche che
potrebbero limitare la generalizzazione dei risultati. Entrambi furono condotti
attraverso internet, ed è possibile che l’ambiente in cui i test furono eseguiti
abbia influenzato il risultato. Entrambi lavoravano su partecipanti volontari, che

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si erano scelti da sé, e si può supporre che le persone che risposero fossero più
interessate alla musica e condividessero certe preferenze rispetto a chi non decise
di partecipare. Terzo, la domanda posta era ambigua. ‘Quando ti piace questa
musica?’ era da intendere come il libello di gradimento che quel tipo di musica
suscita, ma è possibile che alcuni partecipanti abbiano riportato la preferenza per
l’estratto e basta.
Il terzo studio, ‘How Robust Are the Music –Preference Factors?’, mirava a
investigare la generalizzazione della struttura attraverso esempi e metodi. Una
selezione degli estratti (25) usati nel secondo studio fu fatta ascoltare ad un
campione di studenti universitari dal vivo. Metà dei partecipanti indicava, per
ogni estratto, quanto gradivano quell’estratto, e l’altra metà il genere che
l’estratto rappresentava. Sempre nel 2008, parteciparono 817 studenti, 62%
femmine e 38% maschi, di età media 18 anni. Presi tutti insieme, i risultati di
tutti e tre gli studi provano che l’ipotesi della struttura a cinque fattori musicali
sia molto robusta: gli stessi fattori emersero in tutti gli studi, nonostante usassero
strategie, metodi, partecipanti e test diversi. Sembra quindi ragionevole
concludere che la dimensione musicale riflette le differenze individuali.
Fu condotto un quarto studio, ‘How Should the Music-Preference Factors Be
Interpreted?’, che mirava a interpretare le variabili che contribuiscono alla
struttura delle preferenze musicali. I fattori sono indicativi del genere o degli
attributi di una canzone? Sono semplicemente compositi di canzoni simili o sono
il risultato di una preferenza per un particolare attributo? Per capirlo, sono stati
analizzati gli effetti combinati e indipendenti degli attributi delle preferenze del
genere e collegati alla musica sul modello MUSIC. Era necessario codificare i
vari pezzi musicali usati negli studi precedenti in base ai loro attributi. Volendo
coprire ogni aspetto della musica, svilupparono una procedura in più fasi per
creare una lista di descrittori per descrivere una specifica qualità della musica
(forte, veloce) insieme alla caratteristica psicologica (triste, allegra).
La lista fu creata in due fasi. Prima, generarono un set di attributi relazionati al
suono e psicologici sui quali un pezzo poteva essere giudicato. la lista di 25
aggettivi derivava da una procedura durante la quale i partecipanti generavano
una lista di termini che potevano descrivere la musica. Alcuni attributi erano
molto legati o mostravano poca affidabilità, quindi li eliminarono. Per aumentare
l’assortimento di aggettivi, due giudici esperti aggiunsero alla lista iniziale un set
di aggettivi che descrivevano la musica. Poi, altri due giudici valutavano il grado
in cui ogni aggettivo poteva essere usato per caratterizzare i vari aspetti della
musica, specificamente, dovevano eliminare gli aggettivi che non potevano
essere facilmente usati per descrivere della musica, e poi di ordinare i rimanenti
in termini di importanza. Questa strategia portò a sette attributi riguardo il suono
– denso, distorto, elettrico, veloce, strumentale, forte e percussivo – e sette
attributi psicologici – aggressivo, complesso, ispiratore, intelligente, rilassante,
romantico e triste.
Un’altra commissione composta da quaranta giudici senza una formazione
musicale valutarono i 146 estratti musicali dei primi due studi su ognuno dei

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quattordici attributi trovati. I risultati suggerivano che i giudici percepivano
qualità simili nella musica e generalmente erano d’accordo sull’ordine degli
attributi per ogni pezzo
Per capire di più sulla natura delle preferenze musicali, esaminarono gli attributi
musicali e i generi degli estratti degli studi. Correlarono i cinque fattori con gli
attributi del suono e psicologici e con il genere di ogni estratto. I risultati
mostrano chiaramente che i fattori musicali hanno caratteristiche uniche e
comprendono diversi set di genere.
In conclusione, gli studi rivelano cinque dimensioni alla base delle preferenze
musicali: un fattore vellutato che comprende la musica lisca e rilassante; un
fattore modesto che include vari tipi di country e di cantautori; un fattore
sofisticato composto da una varietà di musica percepita come complessa,
intelligente ed ispirante; un fattore intenso definito dalla musica forte, potente ed
energetica; e un fattore contemporaneo definito dalla musica ritmica e
percussiva. Attraverso il quarto studio si è capito che ognuno di questi fattori ha
un unico modello di attributi che lo distinguono dagli altri fattori. Per esempio, la
musica sofisticata è percepita come pensierosa, complicata, calma, rilassante ed
ispirante, mentre quella vellutata come pensierosa, calma, rilassante, lenta e non
complicata. Inoltre, si può supporre che le preferenze per i fattori musicali sono
influenzate dalle caratteristiche sociali e uditive della musica. Si può quindi
pensare che le preferenze siano influenzate sia dalla connotazione sociale che da
particolari caratteristiche uditive della musica.
Sembra ragionevole anche supporre che le preferenze musicali siano formate
dalla disposizione psicologica e dalle interazioni sociali come dall’esposizione ai
media e alla cultura di moda. Quindi, le preferenze per un particolare stile
possono variare a seconda della classe sociale, dell’etnia e della zona di
residenza.
Musicoterapia
La musica può portare ad effetti benefici sul nostro animo, e quindi sul nostro
corpo, anche dopo diverso tempo che abbiamo smesso l’ascolto. Come è già stato
detto, la musica attiva più aree cerebrali di qualsiasi altro stimolo conosciuto, e in
particolar modo il sistema limbico e tutte le aree responsabili della regolazione
emozionale. Gli scienziati approfittano di questo fatto per studiare sensazioni ed
emozioni come tristezza, gioia, desiderio e ammirazione, altrimenti difficilmente
evocabili. L’uso della musica per studiare i circuiti emozionali, secondo alcuni
scienziati, potrebbe condurre a nuove terapie capaci di trattare un ampio spettro
di disordini emozionali, come la depressione, l’ansietà e lo stress. Studiando le
aree che attiva la musica e i meccanismi emozionali che suscita nel cervello, gli
scienziati possono arrivare a scoprire come riconnettere parti del cervello
compromesse dalle malattie o traumatizzate, o fornire deviazioni per le regioni
danneggiate e mal funzionanti.
A qualsiasi età, la musica influisce sul battito cardiaco, sulla pressione
sanguigna, sulla respirazione, sul livello di alcuni ormoni e sulle endorfine.
Secondo un studio, Siedlecki et al., 2006, la musica servirebbe a lenire il dolore

Il Pentagramma della Mente - 13 - Filippo Bertolina


cronico, soprattutto legato a patologie quali l’osteoartrite e l’artrite reumatoide.
Riduce anche il dolore dopo un’operazione chirurgica, permettendo di ridurre la
somministrazione di antidolorifici, Cepeda et al., 2006. Influisce sul dolore
anche con i pazienti malati di cancro. Tutto questo, grazie al rilascio di endorfine
che l’ascolto musicale induce.
La musica è in grado di apportare beneficio addirittura a pazienti affetti da
Alzheimer e di ictus, Ziv et al., 2007, I primi riducendone le conseguenze
negative, e ai secondi con l’ascolto per due o tre ore al giorno di musica aiuta il
recupero della memoria verbale, stimola la capacità di concentrarsi e migliora
l’umore prevenendo la depressione. Una ricerca dell’Accademia Inglese per le
Scienze sostiene questo, secondo la quale le melodie e le strofe preferite dai
pazienti agirebbero da stimolo cerebrale per il recupero dei deficit visivi,
verificati nel 60% dei casi per occlusione cerebrovascolare. Attraverso uno
studio, i ricercatori hanno esaminato tre casi di pazienti con il senso della vista
ridotto. Facendo loro compiere semplici azioni, prima ascoltando la propria
musica preferita, e poi quella ritenuta sgradevole, e infine in silenzio, i ricercatori
avrebbero osservato grandi miglioramenti nella gestione del campo visivo
oscurato proprio durante l’ascolto dei brani preferiti, con un miglioramento del
65%.
Riguardo all’alzheimer, nel 2001, l’American Accademy of Neurology ha
indicato la musicoterapia come una tecnica per migliorare le attività funzionali e
ridurre i disturbi derivanti dall’alzheimer. Questo è possibile perché la musica
sembra rivelarsi una via d’accesso privilegiata per contattare il cuore dei malati
che preservano intatte certe abilità e competenze musicali fondamentali, come
l’intonazione e la sincronia ritmica. Le persone colpite da Alzheimer, sin da
subito, presentano una perdita delle funzioni mnestiche, quali orientamento e
memoria a breve termine, alla quale si associano comportamenti inadeguati e
pericolosi, come vagabondaggio, aggressività, ansia e depressione. In seguito si
verifica una progressiva e sempre più grave compromissione del linguaggio, una
diminuzione emotiva e dell’iniziativa ed un incremento dell’ostinazione. La
malattia è dovuta ad una grave degenerazione dei neuroni cerebrali, e la si ritiene
responsabile di oltre la metà dei casi di demenza senile. Le terapie più diffuse
sono quelle farmacologiche, dirette a contrastare alcuni aspetti della malattia, ma
quella verso i deficit mnemonici, cognitivi e linguistici non può essere avviata, e
vengono quindi usate pratiche riabilitative e terapeutiche che stimolino il
paziente. Gli approcci musico terapeutici sono volti ad integrare funzioni
cognitive, affettive, fisiche ed interpersonali utilizzando tecniche attive e
ricettive. Durante le sedute, cantano canzoni, ascoltano musica, danzano
liberamente o vengono coinvolti in dance molto semplici, e accompagnano con
strumenti a percussione brani musicali. Il paziente, durante le sedute, non deve
mai sentirsi a disagio e non devono essergli poste richieste superiori alle sue
capacità. Le sedute musicali mirano a raggiungere questi scopi: socializzazione,
miglioramento dell’umore, contenimento dell’aggressività, del vagabondaggio e
degli stati ansiosi-depressivi, accrescere l’autostima, riattivare la memoria

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musicale ed emozionale, indurre un comportamento musicale attivo per favorire
il mantenimento delle abilità motorie.
La musicoterapia è supportata da vari studi. In generale si osserva che si
riducono i sintomi più invalidanti della malattia, senza però la pretesa di guarirli,
ed è palese che la partecipazione alle sedute regolare aiuta a rallentare i processi
degenerativi e a migliorare le condizioni generali.
Attraverso la musico terapia si notano miglioramenti anche nei pazienti affetti dal
morbo di Parkinson. L’ascolto della musica ha ripercussioni fisiologiche a livello
cardiovascolare, respiratorio, digestivo, muscolare e vegetativo. Si suddivide in
due categorie: musicoterapia attiva e passiva. Quella attiva impegna il paziente
nella creazione della musica stessa, gli permette di sfogarsi, ottenere
soddisfazione con il costante impegno a migliorarsi, favorisce l’espressione della
personalità. Durante quella passiva, il paziente si limita ad ascoltare la musica
prodotta dagli altri, e viene più considerata psicoterapia che musicoterapia. Esiste
una terza categoria, nella quale la musicoterapia funziona come coadiuvante della
Kinesiterapia, infatti con i ritmi musicali si stimolano, facilitano e sincronizzano i
movimenti da eseguire dal paziente in fase di riabilitazione. Sui pazienti affetti da
Parkinson, la musicoterapia presenta diversi benefici: miglioramento della
stabilità e dell’equilibrio, miglioramento della coordinazione dei movimenti e
dell’andatura, stimolazione ed incoraggiamento dei movimenti, stimolazione
delle onde cerebrali, miglioramento della respirazione e quindi
dell’ossigenazione del cervello, aiuto logopedico, difesa contro l’ansia e la
depressione, lotta contro i disturbi del sonno.

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Bibliografia & Sitografia
Brain Structures Differ Between Musicians and Non-Musicians – Christian Gaser, Gottfried
Schlaug
Cortical Activation Patterns During Complex Motor Tasks in Piano Players and Control Subjects.
A Funciontal Magnetic Resonance Imaging Study – Timo Krings, Rudolf Topper, Henrik Foltys,
Stephan Erberich, Roland Sparing, Klaus Willmes, Armin Thron
Current Biology:
 “Modeling Perceived Emotion with Continuous Musical Features” – Emery Schubert
Focus:
 “Ascoltare Mozart Rende Davvero Più Intelligenti?” – 10 aprile 2010
 “Si Può Sballare Anche Con un Mp3?” – 3 ottobre 2009
Il Sole 24 Ore:
 “Musica per l’Ictus: le Note di Mozart Restituiscono la Vista” – Lidia Baratta – 25 marzo
2009
La Musica Può Proteggere dagli Effetti dell’Alzheimer – Franco Pellizzari
La Repubblica:
 “La Magia della Musica: <<Così Attiva il Cervello>>” – Alessia Manfredi – 1 agosto 2007
Le Scienze:
 “L’Innata Capacità Musicale del Neonato” - 24 febbraio 2010
 “Il Linguaggio Universale della Musica Tonale” – 20 marzo 2009
Life Sountracks – Daniel Joseph Levitin
Music and Your Body: How Music Affects Us and Why Music Therapy Promotes Health –
Elizabeth Scott
Psychology of Music – Daniel Joseph Levitin
Symposium Looks at Therapeutic Benefits of Musical Rhythm – Emily Saarman
The Structure of Musical Preferences: A Five-Factor Model – Peter J. Rentfrow, Lewis R.
Goldberg, Daniel J. Levitin
Why Music Moves Us – Karen Schrock
www.ilprisma.org:
 “Musica e Cervello” – Giovina Ruberti
www.lalungavitaterapie.it:
 “Nuovi studi sugli effetti della musica”
www.wikipedia.org:
 “Musica”
 “Musicoterapia”
Parkisonitalia.wordpress.com:
 “Musicoterapia: l’efficacia delle note musicali sul cervello”

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